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ANNO IV - DICEMBRE 2007
ISSN 1827-8760
laboratorio della sinistra lucana
Poste Italiane S.p.A. - Spe d . i n a . p. - 7 0 % Po t e n z a
“Biùtiful cauntri”
Storie di rifiuti e etica
dei comportamenti
PALMAROSA FUCCELLA
euro 5.00
Ero a Berlino nell’inverno
del 1987, ospite a casa di amici.
Una mattina rimasi molto colpita dalla cura con cui Vicki, la
madre di Gaby, staccava tutte le
etichette di carta dalle bottiglie
di vetro e di plastica destinate
al riciclo. Era il 1987! In questi
giorni, a vent’anni di distanza,
in cui la maleodorante emergenza dei rifiuti in Campania
si è imposta all’attenzione di
tutti, con la stessa invadenza
di ogni pandemia mediatica
con cui ormai siamo abituati a
convivere a cadenza periodica,
c’è qualcosa che davvero mi
inquieta.
segue in penultima
Dalla Basilicata
a Torino
Giuliana Laportella
Anna Maria Riviello
pp. 37-42
Quadro politico
regionale
e ruolo della sinistra
Nino D’Agostino | Piero Di Siena
Giacomo Schettini pp. 3 -12
Petrolio e rifiuti:
scelte confuse
navigazione a vista
Riti e religiosità popolare
Intervista a Mons. Todisco
Vescovo di Melfi
Antonio Califano p. 13
Ondina Cassotta | Vincenzo Fundone
pp. 21-36
Torino, foto G. Laportella
“Miracolo economico”
e emigrazione
laboratorio della sinistra lucana
La Rubrica
r
“A sinistra”
Un’associazione
fatta per unire
Editoriale
“Biùtiful Cauntri”
Storie di rifiuti e etica dei comportamenti
‹Palmarosa Fuccella›
1
Rubrica
“A Sinistra”. Un’associazione fatta per unire
‹Carlo Petrone›
2
Politica e società
Una “coalizione democratica” contro il declino
del centrosinistra lucano
‹Piero Di Siena›
3
La mia seconda volta in Basilicata
‹Giacomo Schettini›
5
Politica e clientelismo alle origini della crisi
di sviluppo
‹Nino D’Agostino›
9
Petrolio e rifiuti: la regione naviga a vista
‹Antonio Califano›
13
Passannante morto e sepolto
‹Stefano Anastasia›
15
La mia battaglia tra umana pietà e impegno civile
‹Ulderico Pesce›
19
Segni e parole
Religione, popolo e riti
‹Vincenzo Fundone | Ondina Cassotta›
21
Intervista a Mons. G. Todisco, vescovo di Melfi
33
Cultura
L’America in casa. L’emigrazione lucana a Torino
‹Anna Maria Riviello›
37
Roberto Placido, uno che ce l’ha fatta
41
Umanesimo e democrazia. La forza della filologia
‹Aldo Corcella›
43
“Sogno una rete fatta di libri”. Intervista a F. Sabia
‹Anna Maria Riviello›
45
Il racconto
Le vite provvisorie
‹Simone Calice›
47
Musica, cinema, libri
49
Sud/Ricerca
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Deficit di investimenti privati in Ricerca e Sviluppo?
Mancano le politiche industriali
‹Guido Pasquariello›
2
CARLO PETRONE
L’Associazione politico-culturale “A sinistra” che si è costituita in Basilicata è
un luogo, autonomo dai partiti, che intende concorrere a determinare le condizioni dell’unità della sinistra lucana.
L’Associazione aderisce al Forum nazionale delle associazioni che lavorano
per l’unità della sinistra.
Il comitato promotore che ha dato vita
all’Associazione è composto da iscritti
a Partiti della sinistra, da Associazioni
che già operano sul territorio regionale,
da singoli cittadini.
Tutti condividono la necessità di unificare la sinistra per offrire risposte adeguate, partendo da un’analisi moderna,
ai bisogni ed alle aspirazioni di grande
parte della società regionale.
La sinistra deve prendere coscienza che
l’unità richiede un suo profondo rinnovamento.
Rinnovamento culturale e sociale; un
rinnovamento capace di superare l’attuale situazione, caratterizzata da frammentazioni e dinamiche vecchie. Una
sinistra che sappia misurarsi sul terreno
del rinnovamento profondo delle pratiche e dei contenuti della politica.
Per raggiungere lo storico obiettivo di
unificare la sinistra non basterà mettere
insieme i gruppi dirigenti dei partiti.
C’è una cultura di sinistra diffusa che
bisogna interessare ad un unico progetto; un progetto che abbia alla base
una critica chiara agli attuali assetti e
meccanismi politici ed economici che
rischiano di indebolire i sistemi regionali.
Ma anche per rispondere ai diversi
“oscurantismi” che pongono in discussione conquiste fondamentali. Una
sinistra rinnovata non sarebbe tale se
non comprendesse che nella società vi
sono tensioni inascoltate, che si riferiscono alla fiducia nella politica e nelle
istituzioni, alla insicurezza del futuro,
alla voglia di essere protagonisti perché
individui e non merce. Servono luoghi
e possibilità dove queste questioni vengano discusse nell’incontro con soggetti reali.
Su questo terreno l’Associazione “A
sinistra” sarà impegnata, nella convinzione di poter offrire un utile contributo
alla costruzione di un nuovo pensiero
della sinistra lucana.
P olitica e società
Una “coalizione democratica”
contro il declino
del centrosinistra lucano
PIERO DI SIENA
Il rapporto tra involuzione centrista del quadro politico regionale e frammentazione
localistica. Tutto è fermo sul terreno della riduzione di Enti, Comunità Montane e ASL.
C’è necessità di una nuova classe dirigente
Se si potessero leggere in sequenza
lineare le vicende della politica lucana
e quelle nazionali si potrebbe dire che i
dirigenti del Partito democratico in Basilicata possono di che dirsi soddisfatti.
Ben prima che Veltroni teorizzasse lo
“splendido isolamento” del suo partito
buttando a mare, di fatto, l’Unione e il
suo governo, essi nella crisi regionale di
inizio estate hanno senza troppo dolersene dato l’addio al centrosinistra in Basilicata. In questo caso - essi che si piccano di essere precursori in tutto - possono
ben dire di aver anticipato i loro leader
nazionali.
Ma come sta accadendo sul piano nazionale, anche in Basilicata mettere una
croce sopra il centrosinistra non dà luogo a un semplice cambio di maggioranza, bensì innesca un processo di disfacimento nei rapporti tra società e politica,
una crisi democratica a cui sarebbe bene
mettere un argine.
Non siamo al collasso della Campania attorno alla vicenda dei rifiuti, ma
la diffusione di microconflittualità territoriali sono un segnale che varrebbe la
pena non sottovalutare. Si tratta a volte
di vertenze che sono alimentate da giuste
rivendicazioni, ma tutte tendenzialmente
sottratte a un principio di responsabilità
che vada oltre quello verso le comunità
locali, alla costruzione di un progetto più
generale - se si vuole alternativo - per il
futuro della regione. La lotta per l’acqua
di Rotonda, la protesta di Vietri per la
discarica che verrebbe aperta in territorio di Caggiano in Campania, le stesse
proteste per l’allargamento dell’area sottoposta a perforazioni petrolifere sono
tutti movimenti che - indipendentemente
dalla fondatezza delle posizioni che vengono agitate - nulla hanno a che vedere
con l’insorgenza della regione nel 2004
e quello che avrebbero potuto significare
le mobilitazioni di Scanzano, Rapolla e
della Fiat di Melfi.
Nulla di significativo si vede poi all’orizzonte della politica regionale. L’attacco a fondo del vice presidente della
Regione, Vincenzo Folino, appena insediato nel suo assessorato, verso la gestione delle aree industriali si è risolta in
una clamorosa sconfessione da parte del
Tribunale amministrativo regionale che
ne ha annullato gli atti di commissaria-
mento. Né si è compreso del tutto la ragione dell’apertura di tali ostilità. Niente
si muove sul versante del superamento
dell’ipertrofia istituzionale che per ammissione unanime affligge la Basilicata:
enti, comunità montane, e aziende sanitarie locali erano e sono intoccabili nel
numero e nelle funzioni. Di un intervento che metta riparo alle interferenze politiche nella gestione della sanità regionale
si ritorna a parlare, naturalmente, dopo
la divulgazione delle intercettazioni che
stanno alla base dell’ennesima indagine
di Woodcock, che tuttavia - almeno nel
suo uso mediatico - continua a fare di
ogni erba un fascio, mettendo insieme
fatti senza rilevanza penale e questioni
degne di indagine.
E anche una scelta impegnativa come
quella della costituzione di un nuovo ente
regionale per l’energia è vissuta dall’opinione pubblica come la costruzione di un
ennesimo “carrozzone”. Certo è che non
depone a suo favore l’esperienza di Acquedotto lucano, che viene percepito dai
cittadini come il principale responsabile
dell’aumento delle tariffe sull’acqua. Il
fatto poi che Libera sia riuscita a racco-
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politica e società
P
gliere attorno a Marco Travaglio e alla
presentazione del numero di Micromega
dedicato all’inchiesta sulle “toghe lucane” migliaia di persone è il segno di un
sentimento di delegittimazione del ceto
politico dominante su cui sarebbe ora di
non chiudere gli occhi. E magra consolazione è la constatazione che, con ogni
probabilità, gran parte dei partecipanti
a quella iniziativa siano poi accorsi in
massa a votare per le primarie del Partito democratico, giacché l’oscillazione
tra protesta indiscriminata e adesione
passiva è il tratto tipico di un rapporto
diventato critico tra cittadini e politica
democratica.
Bisogna con onestà riconoscere che
nemmeno a sinistra si trova il bandolo
per dare un contributo al superamento
di questa situazione. Certo, non sono
elementi da sottovalutare la gestione
unitaria da parte dei quattro partiti della sinistra della crisi regionale, e anche
delle vicende ultime alla Fiat di Melfi
di fronte al manifestarsi di un rinnovato
“dispotismo” aziendale che la Giunta regionale - intenta a fare gli occhi dolci a
Marchionne - sembra non vedere. Ma le
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relazioni unitarie rimangono troppo confinate ai vertici, mentre stenta a realizzarsi
un radicamento unitario e di massa nella
società lucana e nel territorio regionale,
e troppo spesso le rappresentanze istituzionali della sinistra sembrano intessere
relazioni e intese con i vertici del Partito
democratico indipendentemente dal ruolo dei rispettivi partiti di riferimento.
Ciò naturalmente non significa che la
sinistra deve chiudersi al dialogo e alla ricerca di alleanze politiche. Per sua natura
il Partito democratico non è un monolite
impenetrabile. Vi è un crescendo di adesioni a Italia dei Valori la cui natura è difficile discernere, essendo sempre esposte
al rischio del tradizionale trasformismo
che attraversa settori del ceto politico
regionale. Vi è un’area socialista che ha
tradizionalmente un ruolo significativo
nel panorama politico della Basilicata.
La sinistra lucana costruisce se stessa se
saprà contemporaneamente stabilire rapporti con tutto ciò che è in movimento
nel quadro delle relazioni politiche, soprattutto in vista delle prossime elezioni
amministrative in cui si voterà a Policoro, Lavello, Atella, in confronti elettorali
anticipati a causa di crisi interne - a volte
vere e proprie faide - alle partenership
locali del nuovo Partito democratico.
È ora, insomma, di incominciare a
discutere della costruzione di una nuova
“coalizione democratica” che sia capace di offrire un’alternativa di politiche e
di classi dirigenti alla crisi in cui il ceto
politico che ha dominato la regione per
anni ha buttato il rapporto tra politica
democratica e cittadini. Non si tratta di
opporre partiti a partiti ma di indicare una via di uscita all’intero arco del
centrosinistra per liberarlo dall’ipoteca
delle lobbies e del clientelismo, sottoponendo a un’ampia scelta democratica le
candidature alla guida delle amministrazioni locali, e in prospettiva quella del
futuro presidente della Giunta regionale.
L’esperienza di Nichi Vendola in Puglia
ci dice che si può fare. Quindi, perché no
anche in Basilicata?
politica e società
P
La mia seconda volta
in Basilicata
GIACOMO SCHETTINI
Segretario Regionale del PCI e Presidente del Consiglio Regionale negli anni Settanta,
Schettini traccia un bilancio del suo “ritorno” come segretario di Rifondazione Comunista.
Una riflessione sul filo della memoria e della ricostruzione critica di processi che guardano
al Mezzogiorno nell’età della globalizzazione
La mia “nuova” esperienza in Basilicata ebbe inizio nel tardo autunno del
2004. A settanta anni, compiuti in agosto,
e praticamente cieco. Studio e scrivo grazie agli ausili elettronici. Dico questi particolari, perché furono alla base della mia
iniziale resistenza e insieme della mia
successiva accettazione. Fausto Bertinotti e Ciccio Ferrara risvegliarono, certo,
il mio spirito di militante, ma soprattutto
toccarono una corda sensibile, emotiva :
mi rappresentarono, con esemplare originalità in questo mondo politico, la portata
simbolica della messa a valore dei limiti,
delle debolezze del nostro corpo. E mi
trovai sollevato, e ne sono grato, dalla
condizione di ruminante in cui, soprattutto dopo la chiusura de “La rivista del
Manifesto”, mi sentivo.
La prova è stata ricca ma non facile, in
alcuni momenti amara.
La Basilicata è un luogo simbolo, un
microcosmo, cosa che si può dire di molti
altri luoghi e forse di tutti, in cui si possono osservare in modo più ravvicinato
tendenze che vengono dal Mondo, dalla
Storia e, spesso in modo bruciante, dal
presente. Penso d’improvviso e innanzi-
tutto alla dimensione tragica assunta dal
lavoro e all’ingiusto carico di sofferenze
legato alle morti e alla disoccupazione,
alla precarietà e ai diritti negati. Su questa
questione la Sinistra, lo dico subito, si costituisce o deperisce. Essa deve scuotere
dall’inerzia innanzitutto se stessa e, quindi, le forze sociali e le istituzioni.
Le contraddizioni sono presenti alcune
in forma acuta: il 30% delle famiglie è al
di sotto della soglia di povertà, la Fiat punisce e licenzia arbitrariamente. I ragazzi
e le ragazze, stretti tra desideri e mercato
e tra progetti e precarietà, abitano, anche
emotivamente, il tempo “da presente a
presente” e lo spazio “da presenza a presenza”. Sono allarmanti i fenomeni di
passivizzazione e di neocolonizzazione:
lo sfruttamento dell’acqua e del petrolio
da parte di multinazionali come la Cocacola e varie compagnie petrolifere, dice
già di una condizione di tipo coloniale.
Questi fenomeni stanno in un rapporto
di reciprocità con la crisi organica delle
classi dirigenti regionali e anche nazionali. La politica e le istituzioni sono andate
perdendo la natura di luoghi della regolazione e della programmazione e sono ve-
nute assumendo il carattere di contenitori
in cui il personale politico e burocratico
spesso svolge le funzioni di committente
e commissionario di comportamenti o di
provvedimenti, non volti ad accrescere la
produttività sociale, ma prevalentemente
quella particolare, che non di rado coincide con quella elettorale. Così la politica
muta in fattore di un’accumulazione - primitiva - alterata. È questo groviglio che
rende insieme più dirompente e più difficile la riforma forte della politica.
In Basilicata questi fenomeni si sono
verificati a ridosso di maggioranze politiche ed elettorali quantitativamente
alte e perciò a rischio di boria del potere.
Queste maggioranze da socialismo reale, che esprimevano l’assorbimento molecolare dei nuclei di resistenza nel sistema di potere (una rivoluzione passiva),
hanno incoraggiato un doppio, e doppiamente incauto, movimento: da una parte,
un rapporto totalizzante con la società e
con l’economia, pretendendo di operare
la redistribuzione delle risorse e la mediazione tra le contraddizioni all’interno
di un partito pigliatutto, un PD ante litteram; d’altra parte, escludere la sinistra di
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politica e società
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alternativa dal governo regionale, anticipando una certa politica veltroniana.
Il PRC ha cercato di portare allo scoperto la crisi della politica, affrontandone alcuni elementi costitutivi generali e
specifici insieme: la gerarchia maschile
e istituzionale, la personalizzazione, in
alcuni casi la feudalizzazione, gli eccessi di particolarismi nell’uso della spesa e
delle funzioni pubbliche, la mancanza di
un pensiero e di uno sguardo sul destino
della Basilicata e del Mezzogiorno.
L’attuale Giunta regionale, per la sua
composizione e per la sua politica, offre
la rappresentazione estrema di quei vizi.
La battaglia politica e culturale produce risultati positivi (la elezione di due
compagne in Parlamento), l’accresciuta
influenza nella società e nel confronto
politico, un rapporto più fecondo con i
luoghi della ricerca e della formazione
come l’Università, ma può determinare anche contraddizioni e contraccolpi
all’interno della Sinistra e dello stesso
PRC, come è accaduto in occasione delle elezioni amministrative di Matera e
del voto sulla finanziaria 2007-2008.
La Basilicata è anche la regione in cui
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si sono svolte e combinate lotte di classe
e lotte dal basso, di comunità: i 21 giorni
della Sata di Melfi, Scanzano, Rapolla,
valle del Mercure.
Su questi importanti momenti di
lotta occorre riflettere criticamente più
di quanto si sia finora fatto. Forse per
troppo tempo si è indugiato nella loro
contemplazione, facendone quasi metafore morte dei movimenti. E così non si
hanno ora gli strumenti per capire e per
reagire ad alcuni fenomeni negativi molto allarmanti. Se la Fiat mira a ripristinare il suo dominio combinando azioni
repressive, organizzazione del consenso e intensificazione dello sfruttamento fino ad avere,nello scorso dicembre,
due morti in una settimana tra Cassino e
Melfi, se dopo la lotta di Scanzano, AN
ha registrato forti avanzate elettorali, se
il centro nucleare Trisaia di Rotondella
continua nelle sue misteriose operazioni
senza adeguati controlli, tutele e chiarimenti, se proprio a Scanzano la società
CIT ha potuto avviare la costruzione di
un complesso turistico su terreni dell’Ente di sviluppo, a quanto sembra non
pagati e, un poco più a sud, la società
Marin Agri avrebbe a sua volta costruito
addirittura su terreni demaniali, operazioni oggetto di un’indagine giudiziale
ormai nota in Italia, forse ci corre l’obbligo di rivolgere anche a noi stessi
qualche interrogativo. Mi domando se
abbiamo fatto abbastanza, ognuno per
la parte che gli compete, per superare i
localismi, i particolarismi, la angustie
settarie, per strutturare, soprattutto alla
Fiat di Melfi, i luoghi permanenti della
verifica e dell’attuazione dei risultati, salariali e normativi, raggiunti. Dopo una
prima valutazione critica il PRC decise,
circa due anni orsono, di uscire dalla
maggioranza. Ora PRC, Sinistra Democratica, PDC e Verdi sono insieme fuori
dalla maggioranza e stanno lavorando,
in un fecondo rapporto con i luoghi delle crisi e del disagio, con organizzazioni
sociali, associazioni dei migranti (Tolbà
di Matera), dell’ambientalismo (Ola di
Potenza) e con i movimenti giovanili e
studenteschi (asini-strabici e ya basta),
a una piattaforma programmatica e politica che affronti in modo prioritario
le questioni della precarietà, del salario
sociale e del lavoro, soprattutto in riferi-
politica e società
P
mento alla condizione femminile e giovanile; dell’ambiente, dei beni comuni,
dell’energia (acqua e petrolio), della riforma della politica. Anche in Basilicata
la via verso il soggetto unitario e plurale non è senza inciampi. Ci sono nodi
politici e programmatici da chiarire. E
bisogna farlo mettendo a confronto le
esperienze di ciascuno, le elaborazioni e
le innovazioni cui si è pervenuto. Sono
convinto che nei confronti dei movimenti si dovrebbe dispiegare un maggiore
impegno: non sono fuochi fatui, ma credo che si andranno sempre di più configurando come nuovi soggetti storici del
cambiamento insieme a inedite aggregazioni di classe. Anche il rapporto col
governo è tema da approfondire.Forse
non è inutile ribadire che, allo stato delle
cose presenti, appare giusta e probabilmente obbligata la scelta di conseguire
l’avanzamento economico e civile dei
luoghi più deboli e di spostare quote di
potere verso la sinistra e verso la società
attraverso un rapporto ravvicinato con le
forze moderate. E qui la Sinistra si deve
misurare con la ricerca del terreno dell’assedio alle frontiere moderate e degli
eventuali “patti” (meglio di “compromessi”). E deve valutare, seguendo criteri politicamente e anche storicamente
determinati e, quindi, senza condizionamenti destinaci ma in piena autonomia,
le forme e la collocazione nel rapporto
con quelle forze moderate e con eventuali governi.
Ciò che si dice della Basilicata deve
essere integrato con ciò che si dice, si
pensa e si fa in riferimento al Mezzogiorno. Decanter ha offerto e offre uno
spazio, uno dei pochi, qualificato e riconosciuto al confronto e all’approfondimento intorno a questa materia. Perciò
mi limiterò, solo per scrupolo di completezza, a fare poche considerazioni integrative e forse reattive, spintovi anche
dalla fatuità culturale che muove la campagna sulla “questione settentrionale”.
La questione meridionale continua
a rappresentare un nodo strategico della
riforma sociale, intellettuale e morale.
Essa conserva la natura di categoria storico-politica che serve per interpretare e
costruire una funzione nazionale ed euromediterranea di segno alternativo. Il
depotenziamento dello stato nazionale, la
destrutturazione degli spazi sociali e politici dell’epoca fordista (l’aggregazione
dei lavoratori nella produzione taylorista
e nei partiti di massa), la sovrapposizione
di diverse temporalità - la sospensione tra
il non finito e il non iniziato, tra il non
più e il non ancora -, il passaggio a un
rapporto più diretto col mondo e con gli
apparati normativi della globalizzazione
- BM, FMI, WTO, nuovi istituti sopranazionali delle contrattazioni, delle transazioni, degli arbitrati (la lex mercatoria) -,
hanno mutato tutti i termini della questione meridionale. Il dualismo si può fare
frattura, la debolezza si può fare esclusione, la fragilità territoriale può farsi zona
franca sotto il dominio di poteri criminali,
la lotta sociale si può fare populismo o
conflitto identitario intollerante delle diversità e delle fragilità. Il capitalismo è
giunto a darsi come contenitore il mondo
e anche le sue contraddizioni hanno raggiunto quella frontiera estrema in cui non
restano molti margini per gli adattamenti.
Ovviamente questo non annunzia il crollo, ma, come teme Rodotà e noi con lui,
il tentativo di dare corpo a una “società
della sorveglianza e del controllo”.
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politica e società
P
In questo scenario si impone per il
Mezzogiorno – ecco il dato costruttivo –
la scelta di porre mano alla costruzione di
un modello di avanzamento economico
e civile con un forte tasso di autonomia.
Dal Mezzogiorno deve ripartire il metodo della programmazione democratica
in senso partecipativo dei flussi di spesa
pubblica europei, nazionali e regionali;
delle politiche dell’ambiente, della ricerca, della formazione, dell’energia, dell’alimentazione e della salute, dell’industria (cosa, come, per chi e perché produrre). Insomma un modello che marchi
una discontinuità verso i paradigmi della
“modernità” (sviluppo quantitativo-progresso, crescita indefinita in un mondo
finito, competizione feroce che muta in
maledizione persino la libertà) e che, al
contrario, si ispiri e sperimenti nuovi
“metavalori” : la non violenza, il principio di responsabilità e di precauzione,
la inclusione, l’uguaglianza come punto
di riferimento della libertà, la tecnica
come bene comune e non come mezzo
per ridurre la vita e il corpo, soprattutto
della donna, a laboratori del capitalismo
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del futuro; l’altro sguardo delle donne
sulla realtà. L’ultimo Rapporto Svimez
ha documentato le strozzature, in alcuni casi, come l’emigrazione giovanile e
la cacciata delle donne dal mercato del
lavoro, vere e proprie regressioni civili.
Ha rivelato che la Polonia, l’Ungheria e
la Slovacchia hanno raggiunto la stessa
percentuale di PIL pro-capite del Mezzogiorno e che la spesa pubblica nel 2011
raggiungerà la quota del 2004, già la più
bassa. Di fronte allo scacco subito dalle
politiche emulative di modelli lontani,
sono proprio le debolezze, le mancanze
del Mezzogiorno e del Mediterraneo, insieme alle loro pure straordinarie risorse
di collocazione e di Storia, a incoraggiare una via fortemente originale. In questo
cammino si deve contare sulle tante risorse materiali e immateriali, ma anche,
come insegnava Ernesto De Martino, sul
patrimonio accumulato nella millenaria
resistenza al “negativo”. Il mezzogiorno
deve essere liberato dai “pesi della Storia”: la ricorrente tentazione della borghesia meridionale di far vivere la sua
fragile egemonia ancora a ridosso delle
rendite, di tipo nuovo, ma pur sempre
rendite; l’arte della dissimulazione, un
tempo terreno di resistenza alle tirannie,
che oggi ha virato verso pratiche trasformistiche e manipolatorie.
La sinistra alternativa deve impegnarsi, insieme alla soluzione dei problemi
più urgenti (la precarietà), nella costruzione di un senso comune fondato sul
gramsciano “conoscere per trasformare”
e sulla necessità del cambiamento. In un
luogo dove vive il mito di Ulisse e dove
la terra e il mare, che non si perdono di
vista (Cassano), incoraggiano l’esplorazione, il cammino verso una nuova società dovrebbe risultare più naturale, più
probabile. Anzi, se non qui dove?
politica e società
P
Dove va l’economia lucana?
Politica e clientelismo
alle origini della crisi di sviluppo
NINO D’AGOSTINO
Si apre una discussione sul saggio di Viglioglia pubblicato sul precedente
numero della nostra rivista. Una società duale: industria dell’auto e del
salotto aperta al mercato internazionale e impresa locale arretrata
Con il suo puntuale e documentato intervento sul precedente numero di Decanter Rocco Viglioglia ha detto esplicitamente ciò che è sotto gli occhi di tutti. Che l’economia della
Basilicata sia caratterizzata da una crisi strutturale di lungo
periodo è un fatto incontrovertibile. Tutti gli osservatori economici (Istat, Svimez, Unioncamere, Banca d’Italia) sono concordi nel giudicarla tale, sia pure con sfumature e con accenti
diversi. E come sempre succede in situazioni come queste, la
crisi supera la dimensione puramente economica e investe anche le altre componenti in cui si articola la convivenza civile:
l’andamento della popolazione, il suo livello culturale, il ruolo
della politica.
Siamo in presenza di un sistema produttivo duale: da una
parte, un apparato industriale costituito da medie e grandi industrie (la FIAT e il suo indotto, l’industria del salotto, la Ferrero,
ecc.) e dall’altra, la pubblica amministrazione e la piccola e
media impresa locale, composta da aziende di piccole dimensioni, attinenti ai settori tradizionali di una economia arretrata,
riguardanti in particolare l’agricoltura e le costruzioni.
Senza la grande industria - peraltro insediatasi nella regione per motivazioni, come dire, esterne, ossia secondo logiche
di localizzazione che guardano al complesso della realtà meridionale - la Basilicata sarebbe sostanzialmente in ginocchio.
Non va dimenticato che l’80% delle esportazioni regionali attiene ai due poli industriali di Melfi e di Matera (nonostante
la crisi del mobile imbottito, anch’essa strutturale), restando
la produzione locale destinata in massima parte al mercato in-
terno di per sé asfittico. E non va sottaciuto che, nonostante i
grandi investimenti industriali nei due distretti citati in precedenza, l’andamento dell’occupazionale regionale rimane
inalterato, attestandosi nel medio periodo sui 220 mila addetti,
con una crescita modesta e inferiore a quella registrabile nelle
altre realtà territoriali. Dunque, la Basilicata si allontana decisamente dal raggiungimento degli obiettivi fissati per il 2010
in sede europea in materia di occupazione, uscendo comunque
dall’”obiettivo 1” a causa di uno dei tanti paradossi che ispirano la politica dell’Unione europea che non considera decisivi,
ai fini della distribuzione delle risorse a sua disposizione, criteri relativi ai fenomeni strutturali delle singole regioni, come
la vitalità o meno del sistema produttivo, i processi migratori
e così via, attestandosi su confronti territoriali relativi al Pil
pro capite che documentano soltanto una parte del benessere
di un territorio attraverso valutazioni statistiche di dubbia attendibilità.
La Basilicata presenta condizioni socio-economiche negative pari e talvolta più pesanti di quelle di altre aree meridionali
che pur restano nell’“obiettivo 1”. Essa è infatti investita da un
processo di invecchiamento che non ha riscontri nel Mezzogiorno, caratterizzato, caso unico in Italia, dalla somma di due
saldi entrambi negativi relativi alla natalità e all’emigrazione,
evidenziando chiari segni di declino demografico. L’area di
povertà interessa il 25% delle famiglie lucane, a cui occorre
aggiungerne un altro 15% che è collocato nei pressi della soglia degli incapienti. La dotazione infrastrutturale vede la re-
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politica e società
P
gione al penultimo posto nella relativa graduatoria nazionale e
questo condiziona pesantemente il grado di competitività delle
aziende e la mobilità della popolazione all’interno della regione e verso l’esterno. Il sistema creditizio vede i suoi centri di
decisione fuori dei confini regionali, mentre la trama urbana è
debole e non riesce a supportare processi di crescita economica innovativi. Le aree interne, poi, sono afflitte da fenomeni di
spopolamento gravi e in qualche caso ormai irreversibili.
In questo scenario non certo esaltante il dato più preoccupante riguarda i giovani. La disoccupazione intellettuale è
doppia rispetto a quella dell’intero Paese (10% contro il 5%
dell’Italia), circostanza questa che spinge circa 3000 giovani
ogni anno a cercare lavoro altrove, facendo venir meno energie vitali per qualsiasi ipotesi di sviluppo. Si tratta di giovani
spesso in possesso di laurea e di formazione d’eccellenza che
non riescono a soddisfare le loro aspettative di lavoro nella
regione, sia per la scarsità della domanda, sia, quando questa
c’è, per la sua qualità. In genere essa chiede basse qualifiche
a cui corrispondono bassi salari, offerti per lo più dalla grande
impresa che preferisce prevalentemente attingere per i propri
quadri e per il proprio management dall’esterno della regione
e, per la FIAT, dalla casa madre. La piccola e media impresa
locale non è poi nelle condizioni di poter assumere, dati i suoi
limiti dimensionali e produttivi, personale molto qualificato.
Su tutto ciò infine pesa la mancanza di stimoli professionali e
culturali, in Basilicata scarsi rispetto ad aree più avanzate.
Di fronte a questo stato di cose, la politica ha assunto una
posizione a dir poco sconcertante, proponendo un’immagine
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della Basilicata che non trova riscontri significativi e vantando una supremazia che contrasta decisamente con la realtà. È
comprensibile che per difendere gli interessi della regione si
evitino rappresentazioni catastrofiche, ma questo non giustifica il fatto che si arrivi a una vera e propria azione di mistificazione e a stravolgimenti clamorosi della realtà. Sentir parlare
di “modello lucano”, di Basilicata “isola felice”, di “regione di
qualità”, di “territorio di eccellenza”, come fa il ceto politico
ad ogni piè sospinto, provoca un senso di frustrazione, che si
moltiplica quando si costretti a constatare che molti soggetti
che ruotano intorno alla politica regionale (la gran parte della
informazione, l’associazionismo politico e sociale, molti osservatori esterni, chiaramente disinformati) assecondano questo modo di interpretare la realtà regionale. In Basilicata sembra di essere piombati in una condizione come quella descritta
da G. Orwell nel suo romanzo 1984, in cui “il linguaggio politico è costruito in modo da conferire alle bugie l’apparenza di
verità e far sembrare solido ciò che è soltanto aria fritta”.
Stando così le cose è di tutta evidenza che la politica deve
rassegnarsi a offrire un’analisi realistica delle variabili che
caratterizzano l’economia della regione: se non si riconoscono preliminarmente le insufficienze, i limiti, le condizioni
di sottosviluppo non si può seriamente avviare un’azione di
cambiamento. Si incomincino, dunque, a mettere al bando gli
slogan propagandistici a cui abbiamo fatto riferimento: tutti
i dati ci dicono che parlare di declino della Basilicata non è
un’esagerazione e che esso implica peraltro un pesante deficit
di democrazia.
politica e società
P
E infatti ha ragione Carlo Trigilia allorché sostiene che nel
Mezzogiorno “i vincoli allo sviluppo sono prevalentemente
non economici e vengono dall’interno del Sud” medesimo. Ciò
vale anche per la Basilicata. Essi attengono alle modalità con
cui si sviluppa l’azione politica, finalizzata prevalentemente al
tornaconto immediato del potere dominante, all’attenzione per
gli interessi propri del ceto politico più che a quelli generali.
Tali vincoli sono da rintracciarsi in una politica che appare
sempre più invasiva, impegnata a concedere favori ad alcuni
e a negare diritti ad altri, che disconosce i meriti per assecondare le appartenenze clientelari, in una politica adusa a gestire
le risorse disponibili per innescare continue ragioni di scambio
elettorale, applicando regole formali ed informali elaborate a
tale scopo, collocate sul confine spesso incerto tra legittimità
e illegalità.
È una situazione che spinge il singolo cittadino, non a dare
il meglio di sé, ad avere fiducia nelle proprie forze, a intraprendere iniziative economiche, ma a ricercare condizioni di
dipendenza dalla politica, scorciatoie assistenziali. Al posto di
politiche di sviluppo vengono privilegiati interventi di mera
redistribuzione delle risorse pubbliche.
L’obiettivo è creare uno”zoccolo”consistente di consenso elettorale su cui blindare la rappresentanza politica. Non
è un caso che la Basilicata abbia garantito una longevità alla
sua classe politica che non trova corrispondenza altrove. Che
questa eccezionale stabilità politica non dia risultati socioeconomici poco importa: ciò che conta è la sopravvivenza del
sistema di potere esistente. Il ceto politico dominante è ben
consapevole che il sottosviluppo, attivando grandi dipendenze
clientelari, consente di conservare le posizioni di potere. I politici, come diceva Luigi Sturzo,” hanno bisogno dei bisognosi” e sono bravi a cercarseli.
Eppure questa regione ha risorse nettamente superiori alle
sue necessità di reddito e di occupazione. Non è questa le
sede per approfondire questo giudizio in termini operativi, ma
le risorse disponibili (aree irrigue che presentano larghi margini di utilizzazione, petrolio, risorse turistiche utilizzate attualmente al 25% dello loro potenzialità, gli effetti indotti dall’industrializzazione in atto, la disponibilità di mano d’opera a
costi moderati, di aree artigianali ed industriali già attrezzate,
la relativa tranquillità sociale) rappresentano fattori attrattivi
difficilmente riscontrabili nel resto del Mezzogiorno.
Certo occorre un progetto, non “svendere” come si è fatto
finora per le aree turistiche, replicando modelli ricettivi anni
‘60 (è soprattutto il caso del Metapontino) che poco o nulla
apportano,in termini di redditività collettiva. Occorre smetterla di fare programmazione economica per giustapposizione,
producendo semplici elenchi di opere, preoccupati della capacità della spesa e non della sua qualità, della effettiva utilità
sociale e territoriale che essa comporta.
Il lavoro nero è anche una risorsa, riguarda gente in carne ed ossa che occorre far emergere, l’ambiente rappresenta
una opportunità, ma la valorizzazione e la manutenzione del
territorio non possono essere affidate al mercato del lavoro
precario che non dà dignità sociale, professionale e salariale
ai lavoratori interessati; in questo campo di attività si può fare
11
politica e società
“buona occupazione”, se si introducono criteri manageriali di
progettazione e di gestione.
Si può, anzi si deve, far crescere la piccole e media impresa
locale che costituisce l’ossatura fondamentale di qualsiasi sistema produttivo, assicurando servizi avanzati a costo promozionale per favorirne il salto di qualità, mutuando da ciò che
si fa nelle aree più avanzate, agendo su consulenze mirate, su
interventi di trasferimento tecnologico, sugli incubatori d’impresa.
Il dilemma sviluppo-sottosviluppo lo si risolve, affrontando
le problematiche prima trattate: la politica invasiva, il clientelismo, i fattori non economici, accanto e ad integrazione di
quelli prettamente economici.
La politica è il terreno su cui far leva prioritariamente. Su
questo piano occorre riflettere su che cosa è oggi l’Ente Regione Basilica che rappresenta il centro motore della politica e
della economia regionale. L’Ente Regione, più che avvicinare
i cittadini alle istituzioni, è servito finora soprattutto per moltiplicare le opportunità della politica verso fini particolari.
La Basilicata vive una grande anomalia che condiziona pesantemente quanto negativamente la vita regionale: La sovrapposizione, la coincidenza, anche fisica, della politica e della
burocrazia ai vertici dell’Ente Regione; responsabili di partito
sono diventati funzionari della Regione, poi consiglieri regionali, assessori, presidenti di giunta o di consiglio, per ritornare
a fasi alterne funzionari regionali.
In tal modo si è costituita una casta politico-burocratica che
non ha eguali in Italia, una sorta di gilda medievale che si è
creata una rendita di posizione a carico della collettività e che
vive e prospera, potendo contare su una combinazione micidiale tra spesa pubblica, rappresentanza politica e burocrazia,
con intrecci corruttivi facilmente immaginabili.
Rimuovere questa anomalia è condizione essenziale per affrontare i temi dello sviluppo.
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politica e società
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Petrolio e rifiuti
la Regione naviga a vista
ANTONIO CALIFANO
La discussione sul Piano Energetico Regionale, che nelle
prossime settimane dovrebbe riavviarsi in consiglio, non sembra registrare la necessaria attenzione e il dovuto coinvolgimento, appare ancora una volta tutta centralizzata sul problema della
gestione e poco attenta ai problemi di qualità, mentre necessita
una riflessione che riveda le vecchie impostazioni, riconsideri le
quote, le sue ripartizioni, e l riconsideri il tutto anche alla luce
dei nuovi scenari.
Indubbiamente questo inizio di terzo millennio si va caratterizzando sempre più, dal punto di vista dello sviluppo capitalistico, come il periodo storico nel quale tali processi stanno
entrando in contraddizione strutturale con le loro compatibilità
ambientali. Mai come in questa fase si avverte, anche nel senso
comune e tra la gente, la strutturale contrapposizione tra modello di crescita della società capitalistica, dei mercati globalizzati
e il pianeta Terra. Le direttici di sviluppo, soprattutto dal punto
di vista delle capacità energetiche, rischiano di far collassare
l’intero ecosistema mostrando anche i limiti di uno sviluppo
tecnologico, vero elemento trainante di questa fase, per la prima volta non completamente adeguato, anche dal punto di vista
della ricerca, alle compatibilità generali dello sviluppo e dei
mercati. Significativa l’analisi di Jeremy Rifkin in un recente
documento commissionato dall’Unione Europea. “Ci stiamo
avvicinando al tramonto dell’era del petrolio in questa prima
parte del 21 secolo. Il prezzo del petrolio sul mercato globale
inizia a salire e ormai siamo in vista nei prossimi decenni del
picco globale del petrolio. Allo stesso tempo il drammatico aumento delle emissioni di anidride carbonica derivante dai combustibili fossili bruciati sta elevando la temperatura della Terra
e minacciando un cambiamento senza precedenti nella chimica
del pianeta e nel clima globale. Il prezzo in continua ascesa dei
combustibili fossili e il progressivo deteriorarsi dell’ecologia
della Terra sono i fattori trainanti che condizioneranno e limiteranno tutte le decisioni politiche ed economiche che faremo nel
prossimo cinquantennio”.
È chiaro che o il sistema capitalistico trova nei prossimi anni
una soluzione a queste contraddizioni e delle risposte, anche
scientifiche, a questi problemi operando in maniera decisa nel
mutamento di alcune scelte o la fase che si apre sarà estremamente drammatica sia per un possibile arresto dello sviluppo
che per i conflitti sociali che si apriranno. Senza voler fare del
catastrofismo la cosa che stride con queste previsioni è l’assoluta insipienza della politica che a tutti i livelli continua ad affidarsi ad una miopia, nella gestione dei territori, sconcertante.
Una piccola cosa, ma è a partire dalle piccole cose che si innescano i grandi cambiamenti, come la scelta di riaprire, a scopo
di ricerca (sic!), un pozzo in località “Montegrosso” nel comune di Brindisi di Montagna ma di fatto alla periferia di Potenza,
rappresenta da un lato la dimostrazione che in questa regione
non esiste una politica energetica, che il nostro futuro è nelle
mani delle multinazionali del petrolio, che la politica “balbetta” e che bisogna aspettare, quando interviene, l’intervento della magistratura, che a Potenza ha bloccato momentaneamente
le ricerche estrattive a Montegrosso, per difendere i diritti dei
cittadini. Per la verità l’altro dato positivo è la reazione dei
cittadini , dei comitati di quartiere, delle forze politiche della
“Sinistra e l’Arcobaleno” che si sono subito mobilitate raccogliendo migliaia di firme e costituendo un comitato cittadino
“No Oil”, contro l’apertura del pozzo, che sta continuando a
operare, al di là della sua momentanea chiusura, allargando la
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politica e società
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riflessione a tutti i temi ambientali e al rifiuto di un modello di
sviluppo tutto dipendente dalle estrazioni di idrocarburi. La via
è un’altra, ma chi ci governa non sembra accorgersene, bisogna
puntare decisamente allo sviluppo delle energie alternative non
come elemento che contribuisce a raggiungere le quote di produzione energetica ma come elemento strutturale delle quote
stesse, lo abbiamo già detto anche in merito al piano energetico
regionale. Mentre in Basilicata la vicenda di Montegrosso ha
riproposto l’attualità delle vicende energetiche ai nostri confini,
in Campania, e quindi con ripercussioni dirette e indirette per
il nostro territorio, è riscoppiata l’emergenza rifiuti. Una vicenda in pieno svolgimento che esplicita un altro dei problemi di
questo modello distorto di sviluppo non così diversa da quella
energetica. Anche qui si tratta di cambiare completamente approccio al problema, ma la soluzione in questo caso è possibile
e la tecnologia in grado di dare delle risposte. La soluzione è
la raccolta differenziata e il riciclaggio, che è economica, conveniente e tecnicamente possibile per più dell’ 80% dei rifiuti.
Le quote nazionali sono ben al di sotto anche rispetto a quanto
stabilito dal “decreto Ronchi”. Gli inceneritori non sono la soluzione, ma possono concorrere alla soluzione del problema se
vengono utilizzati come ultima ratio e in fase emergenziale. Le
discariche, di fatto permanenti, sono sicuramente la soluzione
peggiore.
La gestione “privatistica” dello smaltimento e delle discariche sono alla base dell’attuale emergenza, oltre naturalmente
alla mancata adozione di piani completi di smaltimento dei ri-
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fiuti e il fatto che in Basilicata non ci sia una emergenza rifiuti
non significa assolutamente che in questa regione non ci siano
problemi, basti pensare a come viene effettuata la raccolta nella
città di Potenza, alla burla dei cassonetti dei “multimateriali”e
la vicenda del termovalorizzatore.
Le maggiori responsabilità nella vicenda campana sono
della politica e del tragico continuismo tra amministrazione di
centrodestra e di centrosinistra, la corruzione di interi apparati
pubblici, la commistione tra privatizzazione dello smaltimento
e criminalità organizzata. Ma ora c’è una emergenza che va
risolta, e subito. Preoccupa la reazione delle regioni e la rottura
di una solidarietà nazionale che è ben altra cosa dall’effetto
nimby: il clima “da boia chi molla” che si respira negli scontri
di Cagliari, le infiltrazioni “eversive” e criminali nella giusta
protesta dei cittadini di pianura, la perdita di un senso civico
nazionale alimentato dalla destra che fa dell’egoismo e della
paura il proprio collante, consegna alla sinistra italiana un tema
che è proprio del nostro paese e che lo differenzia dal resto
d’Europa. Una devastante spinta al localismo, alla rottura di
una solidarietà nazionale, del senso civico, di una politica che
guarda alla sussidiarietà che si innesca in una crisi della sinistra
che potrebbe pregiudicarne la sua stessa esistenza in maniera
più drammatica che altrove. D’altro canto la democratica mobilitazione dei cittadini, compresa quella di Vietri, che rispetto
alla salute e alla qualità della vita non fanno sconti a nessuno, ci
dicono che c’è ancora spazio per la politica, la partecipazione,
la dinamica democratica. Ma bisogna fare presto!
politica e società
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Passannante
morto e sepolto
STEFANO ANASTASIA
Finalmente riposti in una piccola
urna all’ingresso del cimitero di Savoia di Lucania i resti di Giovanni Passannante1, sarà consentita una piccola
provocazione agli animatori di questa
decennale impresa e ai suoi entusiasti
sostenitori: contestarne la meritevolezza proprio in nome di Giovanni Passannante e delle sofferenze che gli toccò
di subire un secolo fa e nei trent’anni
precedenti2.
In principio era un ordine del giorno
del Consiglio regionale di Basilicata:
8 luglio 1998, in vista del 150° anniversario della nascita di Passannante e
«in attesa della definizione dell’annosa
questione legata alla restituzione del
nome originario – Salvia – al Comune di Savoia di Lucania», il Consiglio
impegnava la Giunta «a intraprendere
presso il Governo nazionale … tutte le
iniziative idonee affinché, per intanto,
siano traslati i resti di Giovanni Passannante dal Museo criminologico di
Roma al Comune di origine, per provvedere alla tumulazione». Il Ministro
della Giustizia pro tempore, da cui di-
pende il Criminologico, subito aderisce
alla richiesta: del 3 marzo del 1999 è
la lettera del Direttore generale dell’Amministrazione penitenziaria con
la quale, «visto il nulla osta concesso
dal Ministro di Grazia e Giustizia», si
autorizzava la traslazione dei resti di
Passannante «per la definitiva tumulazione». Difficoltà della Regione e del
Comune lasciarono in sospeso l’esecuzione della traslazione fino a quando,
anche sotto la pressione di un movimento di opinione sollecitato da Ulderico Pesce e dal suo spettacolo teatrale
“L’innaffiatore del cervello di Passannante”, la macchina amministrativa si è
rimessa in moto e ha prodotto l’esito da
(quasi) tutti sperato.
Certamente tra gli avversari della traslazione è possibile annoverare i senatori Giulio Marini e Gustavo Selva che,
qualche giorno prima della conclusione
della vicenda, hanno trovato modo di
biasimarla ritenendola manifestazione
di un «revisionismo pericoloso»3 che,
riabilitando l’autore di «un grave attentato a un Capo di Stato costituzionale
assumerebbe un carattere giustificativo
e apologetico … della cultura dell’antiStato e della violenza quale strumento
di lotta politica»4. Ma gli argomenti dei
senatori citati sembrano coevi del fatto
biasimato, intrisi come sono di eccessiva e astorica devozione alla monarchia
sabauda e alla sua luminosa missione
nella storia patria.
Del tutto opposti (e meritevoli di
maggiore attenzione) sono invece quelli spesi da un gruppo di deputati radicali in una interrogazione di qualche
settimana precedente5: notano infatti i
deputati Turco, Beltrandi, Capezzone,
D’Elia e Poretti che «si intende stranamente seppellire per sempre una straordinaria testimonianza della storia sociale e repressiva del nostro paese», «quel
cervello e quei resti sono testimonianza
del rapporto tra dominatori e dominati,
della tragedia umana e politica di un
uomo dell’Ottocento e del Novecento.
… Sono “reperti” che appartengono
– a cent’anni di distanza – alla storia
del nostro paese». Seppellirli dopo un
secolo non avrebbe senso, «è come se
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politica e società
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qualcuno decidesse di seppellire i resti
di Roma antica, di Pompei». Correttamente e coerentemente con queste argomentazioni, i deputati radicali indirizzano la loro interrogazione non solo
al Ministero della Giustizia, ma anche
– e soprattutto – al Ministro per i beni
culturali.
La stessa preoccupazione, del resto,
era stata della Direzione del Museo
criminologico che, senza obiettare alla
superiore decisione per la traslazione
dei resti di Passannante, chiese al Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria di accertare se la competenza
sulla cessione dei “reperti” di Giovanni
Passannante non fosse del Ministero
per i beni culturali sulla base del Codice dei beni culturali e del paesaggio
che affida ad esso «le funzioni di tutela
sui beni culturali di appartenenza statale» (art. 4): chiese cioè se i resti non
dovessero essere considerati reperti, e
dunque beni culturali meritevoli di tutela. Decisiva domanda per il destino di
quel cranio e di quel cervello: conservarli (se reperti) o tumularli (se sempli-
16
ci resti umani)? Domanda però rimasta
senza risposta: nel caso in questione,
dal Ministero per i Beni culturali sappiamo solo che il Ministro in carica ha
sollecitato la traslazione e il suo Capo
di gabinetto vi ha presenziato; a nostra
conoscenza, nessuna valutazione è stata fatta dei “reperti” traslati e tumulati. Anche il Ministro per i
Beni culturali si è limitato
“Il rischio
a riconoscere la fondatezza
della richiesta dalla comu- di far cadere
nità locale in ragione della nell’oblio
pietas che si deve alle spo- la criminologia
glie mortali di un uomo, lombrosiana
quel minimo comun deno- e le sue
minatore che ha visto dalla aberrazioni”
stessa parte tutti gli attori di
questa vicenda, ivi compreso il senatore legittimista Giulio Marini
che non voleva negare a Passannante
«una sepoltura cristiana».
Qualcuno, in proposito, ha finanche
scomodato Antigone e la sua pretesa di
dare sepoltura alle spoglie di Polinice,
fratello morto in armi contro la sua stessa
città. E allora proprio da qui val la pena
politica e società
P
di riprendere un filo di argomentazioni
contrarie a quelle così coralmente pacificatorie che abbiamo visto all’opera in
questa storia. Antigone si oppone alle
leggi vigenti della città di Tebe, al decreto di Creonte che vieta la sepoltura
del ‘traditore’ Polinice. Il rifiuto del comando di Creonte costerà ad Antigone
la morte, lucidamente scelta. Viceversa,
la sepoltura dei resti di Passannante a
quale decreto tirannico è stata opposta?
Con quali conseguenze per la violazione del suo comando? A nessun decreto
e con nessuna conseguenza. Una scelta
semplicemente pacificatoria, fatta per
cancellare una antica offesa, una remotissima sofferenza; una scelta fatta
«per motivo di mera umanità», come
fu scritto in una delle prime interrogazioni parlamentari in materia6. Serviva
alla memoria di Giovanni Passannante
questa cerimonia pacificatoria? Certamente sì, a dar credito a certi argomenti
neo-animistici che si sono sentiti e che
hanno dato luogo alla facile, ma fuorviante associazione con la tragedia sofoclea, argomenti che si risolvono nel
requiescat in pacem di brandelli di un
corpo straziato. Certamente no, se del
sacrificio di Passannante si vuole effettivamente serbare la memoria, cioè farne tesoro per la vita e la cultura civile
del Paese in cui ha vissuto e che lo ha
messo a morte e fatto carne da laboratorio nello studio del comportamento
criminale.
Se quella triste vicenda di cento e
più anni fa la si vuol chiudere politicamente bisognerà tornare a discutere
della questione del nome di Savoia di
Lucania. In questo senso, del resto,
pose il problema il Consiglio regionale
con l’ordine del giorno citato («in attesa della definizione dell’annosa questione …») e in questo senso andava la
prima interrogazione parlamentare in
materia7. Ed è difficile dar torto ai deputati radicali quando notano che se la
cosa dovesse finir qui, Passannante «si
agiterebbe nella tomba perché seppellito in un paese che onora i Savoia».
Viceversa, se di quella vicenda
umana e giudiziaria si fosse voluto
serbare la memoria, mai si sarebbe do-
vuto acconsentire alla tumulazione dei
resti di Passannante, appunto in quanto “reperti” di quel modo di intendere
la criminalità, la devianza, il dissenso
politico di cui Passannante fu vittima.
Qualcuno ha messo in giro la bislacca
idea che la conservazione della testa di
Passannante nel Museo criminologico
era la conseguenza di un editto creontesco che ne vietava il seppellimento
come pena aggiuntiva a quelle già patite in vita dall’anarchico lucano. Al contrario, essa fu conservata in virtù di una
previsione del Regolamento generale
per gli stabilimenti carcerari del 1891,
secondo la quale la Direzione generale
delle carceri avrebbe ceduto ai gabinetti anatomici delle Università che ne
avessero fatta richiesta «i cadaveri dei
condannati morti nelle infermerie degli
Stabilimenti penali del luogo», e ciò per
contribuire alla ricerca scientifica del
tempo intorno «all’uomo delinquente».
Era la Scuola positiva di Cesare Lombroso, che con metodo scientifico riteneva di poter studiare la propensione a
delinquere a partire dalle caratteristiche
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politica e società
biologiche, antropomorfiche e antropometriche degli individui. Per quanto
aberrante possa sembrarci oggi quel
tipo di ricerca, tanto da essere spregiativamente entrato nel linguaggio comune l’aggettivo “lombrosiano”, a indicare una fisiognomica etichettante, essa
ha segnato la cultura criminologica non
solo italiana e non solo negli anni del
suo massimo splendore (quelli in cui
Giovanni Passannante veniva martoriato tra l’Elba e Montelupo fiorentino), e
qualcuno vi vede traccia anche in certe
teorie criminologiche contemporanee
per tipo d’autore.
Insomma, Passannante è stato vittima della repressione autoritaria della
monarchia sabauda, che lo fece impazzire e morire in stato di segregazione,
mentre il suo corpo è stato oggetto delle sperimentazioni scientifiche degli
epigoni della Scuola positiva. Oggi,
all’indomani della traslazione dei suoi
resti nel paese natale, della repressione
sabauda resta ben viva la memoria in
quel nome ancor oggi imposto all’antica Salvia di Lucania, mentre quei reperti straordinari che erano conservati
nel Museo criminologico di Roma sono
stati tumulati e sottratti alla vista di
quanti avrebbero potuto apprenderne
le aberrazioni della cultura scientifica
e criminologica dell’Italia fra Otto e
Novecento. Chissà se Giovanni Passannante riposa finalmente in pace, o
si rivolta nella tomba, come temono i
radicali, certo è che a questo punto appare morto e sepolto.
P
“Qualche volta il sindacato è una lobby.
Difendo le scelte
sul Metapontino ma ora
basta villaggi.
Il fondamentalismo è nemico dell’ambiente”
Ulderico Pesce al Museo criminologico di
Roma con “le spoglie” di Passannante
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politica e società
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Note
1
L’11 maggio scorso il cranio e il
cervello di Giovanni Passannante, conservati prima presso l’Istituto superiore di Polizia e poi presso il Museo criminale (oggi criminologico) di Roma,
sono stati traslati presso il Cimitero di
Savoia di Lucania.
2
Ricordiamo che Giovanni Passannante attentò alla vita di Umberto
I il 17 novembre 1878. Condannato a
morte, la pena gli fu commutata l’anno seguente nei lavori forzati a vita.
Dopo dieci anni di isolamento totale
nell’ergastolo di Portoferraio, sull’Isola d’Elba, fu giudicato malato di mente
e trasferito nel Manicomio giudiziario
di Montelupo Fiorentino, dove morì il
4 febbraio 1910.
3
Senato della Repubblica, XV legislatura, Sindacato ispettivo, atto n. 401866, in Resoconto seduta pomeridiana del 3 maggio 2007, Allegato B.
4
Senato della Repubblica, XV legislatura, Sindacato ispettivo, atto n.
3-00637, in Resoconto seduta dell’8
maggio 2007, Allegato B.
5
Camera dei deputati, XV legislatura, Sindacato ispettivo, atto n. 4-03261,
in Resoconto seduta del 12 aprile 2007,
Allegato B.
6
Camera dei deputati, XIII legislatura, Sindacato ispettivo, atto n. 4-17153
a firma dei deputati Molinari, Pittella,
Sica e Manzione, in Resoconto seduta
del 29 aprile 1998, Allegato B.
7
Senato della Repubblica, XIII legislatura, Sindacato ispettivo, atto n.
4-10690 a firma del senatore Mignone,
in Resoconto seduta del 28 aprile 1998,
Allegato B.
La mia battaglia
tra umana pietà e impegno civile
ULDERICO PESCE
Era il 1984, ero appena arrivato a Roma
dalla mia terra, la Basilicata, quando
scoprii la vita di Giovanni Passannante,
un mio corregionale che nel 1878 attentò alla vita del re Umberto I di Savoia
e che per quest’atto “dimostrativo”, visto che aveva in mano un coltellino con
una lama di quattro dita non adatto ad
uccidere un uomo, era stato punito con
atroci torture che lo portarono, dopo
più di dieci anni di isolamento in una
cella sotto il livello del mare sull’isola
d’Elba, a mangiare le sue stesse feci.
A Roma arrivai con la Maturità classica,
avevo ancora nella testa i versi dell’Antigone di Sofocle, memorizzati a fatica e
portati all’esame e mi misi a frequentare l’Università e avevo grandi difficoltà
di inserimento: non conoscevo nessuno,
pochissimi soldi in tasca che mi passavano i miei genitori per farmi “costruire un
avvenire” e vivevo in una camera presa
in affitto allo Scalo San Lorenzo, al secondo piano, la cui finestra si affacciava sulla tangenziale est, a cinque metri
dalle macchine che non mi permettevano di dormire quasi mai. Per risparmiare
50.000 lire al mese, in aggiunta, dovevo
“accudire” circa trecento canarini del
proprietario dell’appartamento, tenerli
puliti e farli mangiare e bere. Mi ritrovai
nel Museo del Crimine in via del Gonfalone per puro caso.
Mi ero mezzo fidanzato, in effetti mi illudevo di essermi fidanzato, con una ragazza che abitava nei pressi di Campo dei
Fiori, vicino al museo, che faceva sempre ritardo agli appuntamenti. Un giorno
di pioggia, nell’attesa, entrai nel museo.
In un corridoio scoprii la bacheca con
un cranio e un cervello, su un fogliettino c’era scritto: Giovanni Passannante,
nato a Salvia (PZ) il 19 febbraio 1849.
Mi fece rabbia quel PZ tra parentesi: Potenza. La mia stessa provincia. “Perché
è qui in esposizione, non ha parenti che
se lo vengono a riprendere?”, pensai e
mi vennero in mente i versi di Antigone che avevo dovuto studiare a forza ma
che ora diventavano attuali e utili: “La
giustizia che riposa tra i morti non ha
stabilito di lasciare insepolto un uomo,
un figlio di mia madre, un fratello. Io lo
seppellirò, e morirò, ma per me la morte
sarà una cosa bella non una sofferenza.”
Sempre più spesso andavo a visitare
Giovanni e così partì la mia battaglia:
seppellire Giovanni nel suo paese. Una
battaglia che cominciai subito a portare
avanti con rabbia anche perché avevo
involontariamente e ingiustamente associato la triste vita di Giovanni, esposto
in una terra che non gli apparteneva, nel
Museo del Crimine, nell’indifferenza
generale, alla mia stessa vita, che in quel
momento sentivo assai infelice, di ragazzo che deve lasciare le cose più belle
che ha per “formarsi” altrove, che subisce l’ingiustizia dell’idea che per “formarsi” bisognava in parte “sformarsi”.
Sono passati 23 anni da quella mattina
nel museo. Mi sono “formato” cercando di non “sformarmi” troppo, cercando di conservare la memoria delle mie
cose. Da questo punto di vista la scelta
di fare l’attore narrando ciò che mi circonda mi ha aiutato molto. Negli anni
ho costruito uno spettacolo che racconta
la vita di Giovanni, l’ingiustizia di tenere i suoi resti esposti in un museo e la
ferma volontà di restituirgli la dignità
della sepoltura, cosa condivisa da circa
5 mila firmatari dell’appello sul mio sito
internet. Quella ragazza che corteggiavo
l’ho persa di vista, quando passo sulla
tangenziale est guardo sempre quella finestra che è rimasta uguale, non hanno
neppure cambiato le tapparelle. I miei
due cani sono morti, e li ho seppelliti
io stesso nell’orto sotto casa al paese.
Ma la cosa bella è che oggi mi sento un
po’ come Antigone: ho seppellito, con
l’aiuto di tanti amici, Giovanni al suo
paese.
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politica e società
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L’acqua potabile
è tanto preziosa:
aiutaci a
non sprecarla.
© pfuccella 2007
Il futuro dell’acqua
è il futuro della nostra vita!
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campagna per la riduzione dei consumi dell’acqua potabile
Segni e Parole
Religione, popolo e riti
D
a Pasqua a settembre ho assistito ai riti religiosi e alle
manifestazioni sacre di mezza Basilicata. Credo di
aver fotografato e ripreso quasi metà della popolazione lucana. Le cose che più mi sono rimaste impresse sono la
grande partecipazione popolare (con un numero rilevante di
giovani), i sapori, gli odori e i suoni della festa.
In Basilicata il numero delle manifestazioni religiose è impressionante. È possibile classificarle anche (e non solo) divise
per aree geografiche. Vi sono quelle delle aree interne, meno
formali, più articolate, più partecipate emotivamente, dove gli
spazi sono caotici e l’uomo si ritaglia il proprio momento per
pregare, le musiche sono casuali e si intrecciano tra di loro. Vi
sono quelle organizzate nei paesi confinanti con la Puglia, più
formali, con ritmi cadenzati, dove per forma si intende occupare gli spazi con ordine e senza eccessi, dove la musica viene
utilizzata per riempire i vuoti che si creano tra un rito e l’altro
assumendo un tono ufficiale.
VINCENZO FUNDONE
Ma in tutti i casi c’è una particolarità che accomuna tutte le manifestazioni religliose. Si tratta della presenza delle bancarelle
e delle fiere (con le loro mercanzie), segno che queste ricorrenze erano e sono ancora per certi aspetti momenti di scambio
culturale e commerciale tra le popolazioni limitrofe.
Rivedere le immagini che ho prodotto in questi mesi mi hanno dato la sensazione di una fede diversa da quella degli anni
passati, che pura è stata rappresentata da altri importanti servizi
fotografici. Venuta meno la paura del Dio vendicatore, eliminata la soggezione alla povertà e alla fame resta una religiosità
profonda con un carico di umanità ormai perso completamente
nei grossi centri urbani.
Dobbiamo ringraziare quegli uomini e quelle donne che hanno saputo mantenere vive e difendere le loro tradizioni, anche adattandole attraverso le dovute trasformazioni ai tempi
moderni.
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segni e parole
Accettura, Festa di S. Giuliano - Il Maggio
Tutte le foto di questo inserto sono di Vincenzo Fundone.
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segni e parole
Feste religiose
e retaggio
di riti pagani
ONDINA CASSOTTA
Albano di Lucania
Esiste, in Basilicata, una quantità, sorprendente di riti, connessi a festività religiose, che costituiscono un tesoro ricco e
multiforme: un patrimonio di cultura materiale, fatto di oggetti
dal valore storico, strumentale e simbolico; di tradizioni millenarie eppure vive; di saperi e credenze sublimati in immagini
stilizzate e suoni efficaci; di codici e moduli sociali esemplari.
Un tesoro effimero preservato da quel sentimento generalizzato, chiamato pietà popolare, che ha veicolato fino ad oggi
i segni della storia.
Tuttavia, parlando di ‘patrimonio’ o di ‘tesoro da preservare, si rischia di ingabbiare questo insieme culturale nei limiti teorici di una pratica etnocentrica, contro la quale devono
spesso scontrarsi le discipline antropologiche che perseguano
la scientificità. Così il pregiudizio, spesso inconsapevole, dell’uomo del XXI secolo, che guarda con sussiego razionalistico
ai fatti socio-culturali nei quali rinvenga i segni del tempo, ne
snatura l’essenza più vera.
Tesoro preservato quindi. Ma dall’esigenza viva e attuale
di una dimensione spazio-temporale extra-quotidiana, nella
quale riappropriarsi del senso, cercare il contatto, scoprire il
valore dell’appartenenza ad una comunità da perpetuare, trovare i sostegni della propria identità, rompere le barriere sociali, lasciarsi andare.
Per questo la ricerca attraverso le comunità di questa terra
ha assunto, per chi scrive, i caratteri di ‘un viaggio agli inferi’. Dove per inferi s’intende quel luogo pagano metaforico
di una ricerca verticale fino al fondo del Sé, fino all’origine
dell’uomo.
Una verticalità duplice.
Diacronica, filogenetica, perché insegue l’età spesso incalcolabile dei Segni e la loro densità fatta di, contaminazioni,
stratificazioni, invasioni culturali.
Sincronica e ontogenetica, perché cerca il senso di questi
stessi Segni e la loro ragion d’essere qui ed ora.
Anzi
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segni e parole
Un viaggio appassionante ma arduo e minato dal pericolo
di trattare i fatti come fermi «fossili sociali» di tayloriana memoria.
Certo sarebbe a dir poco velleitario tentare di esaurire, in
questo contesto, la complessità dei fenomeni e i quesiti che
essi pongono e che hanno rapito l’attenzione di illustri studiosi
a cominciare da Ernesto De Martino. Tuttavia si può almeno
tentare di porre l’accento sul valore che risiede nell’incontro,
ricco di promesse, tra i due aspetti del viaggio.
La categoria della Festa è sicuramente illuminante in questo
senso. Si parlava, infatti, di esigenza da parte dell’uomo, di
una comunità, di una dimensione spazio-temporale extra-quotidiana; quella dimensione che è propria della festa in quanto
unità culturale.
La festa è un momento di aggregazione del corpo sociale,
legato alle fasi cruciali della vita di questo stesso corpo, all’interno di un ciclo temporale universalmente riconosciuto: il
ciclo dell’anno.
Barile
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segni e parole
Quando la vita dell’uomo era legata alla fioritura stagionale della natura, l’occasione della festa era legata ai suoi ritmi. Era la sopravvivenza della comunità che veniva celebrata,
quindi la vita stessa, la sua ciclicità.
Quando si avverte l’universalità di un aspetto dell’essere,
questo si sposta sul piano del pensiero e diventa valore, quindi
simbolo. Così i passaggi della natura- ma anche della storianel suo divenire e il rapporto con essa della comunità venivano
sublimate nelle forme del mito e nell’azione rituale, nel culto,
dal valore celebrativo e prefigurante, quindi propiziatorio.
Il valore materiale e simbolico di queste pratiche, nel corso
dei secoli, si modifica ma non s’interrompe.
Il permanere nel mutare è un compromesso inevitabile. Il problema esistenziale è connaturato all’Uomo e questa universalità
consente la con-fusione o la coesistenza di culture. Ovviamente
l’evoluzione scientifica e la specializzazione di saperi e mestieri
hanno gradualmente ridimensionato queste pratiche; o semplicemente spostato le sfere d’influenza, l’apparente destinazione.
Castelsaraceno
25
segni e parole
Francavilla sul Sinni
Non si tratta solo di un rapporto inversamente proporzionale
tra sapere scientifico e mitologia che esiste ma non è di tipo
deterministico ed esclusivo. A livello subliminale il mito racconta sempre di rapporti di forza, di uno scontro dialettico.
Tra le forze della natura colte viste dall’uomo ma soprattutto
tra culture, tra quella dei vincitori e quella dei vinti. Da qui le
contraddizioni, le ripetizioni di molteplici versioni intorno ad
un unico soggetto che caratterizzano il mito.
La storia frastagliata della cultura mediterranea, ed italica
in particolare, è esemplare in questo senso.
I riti lucani, come le categorie a cui si riconducono, testimoniano tuttora la varietà delle culture che hanno attraversato, quasi mai pacificamente, queste terre e nello stesso tempo
offrono una lezione di coesistenza possibile e della ricchezza
che ne può scaturire.
26
segni e parole
Della storia di conquiste culturali, le tappe relative all’affermazione della Chiesa sono solo le ultime, le più relativamente recenti, di tutte quelle che da sempre hanno segnato la
vita delle popolazioni italiche.
Il mondo Pagano che la Chiesa si trova a conoscere, non è
qualcosa mantenutosi intatto fino ad allora. Il termine ‘paganesimo’, usato per definire l’insieme di religioni precedenti all’avvento del Cristianesimo, se da un lato esprime la molteplicità delle credenze e dei culti, dall’altro rischia di appiattirne la
prospettiva storica. Dal punto di vista del Credo cristiano, ma
soprattutto da quello della Chiesa, lo scontro con questo mondo è inevitabile. Tuttavia di fronte alla natura coriacea e alle
Genzano di Lucania
radici profonde di questi culti, la strategia che viene adottata è
quella di assorbire ciò che non si può combattere.
Così comincia un attento e capillare lavoro di svuotamento semantico delle forme cultuali esistenti, di assorbimento di
simbologie duttili, e di lento inserimento di Fatti ed Immagini del cosmo cristiano all’interno di feste pagane. Nonché
l’istituzione, nell’anno liturgico, di nuove ricorrenze, vicine
a quelle pagane o coincidenti con esse. Un’operazione resa
possibile, come si diceva, da quei principi della Vita che trascendono i codici culturali.
Il momento più importante dell’anno per la vita dell’uomo, è quello in cui la Natura si risveglia, in cui si passa dalla
Irsina
Irsina
27
segni e parole
Marsico Nuovo
stagione fredda alla stagione calda, segnato dall’equinozio di
primavera. Il passaggio ad una nuova vita.
Quello della rinascita della Dea Madre, che torna a dispensare i suoi frutti.
Di Iside, la dea terra fertile e nera.
Di Venere – Afrodite, la dea giovane, dalla bellezza verde
e feconda.
Del popolo ebraico, che passa il Mar Rosso liberandosi dalla schiavitù.
Del cristiano, che ri - attuando il sacrificio di Cristo, invoca
la rinascita del mondo.
La vita in potenza, quindi, racchiusa in un uovo.
Le celebrazioni di questa fase importante del ciclo annuale,
non si contano. Così come non si contavano nell’antichità.
Il ritrovamento di statuette votive femminili, col ventre
gravido, ne testimonia la presenza già nella preistoria.
Oggi nel mondo cattolico, queste celebrazioni sono caratterizzate dalle processioni che rievocano i misteri della Passione
Montescaglioso
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di Gesù. Esse affondano la loro origine nel Cristianesimo medievale, e nel tentativo di assorbimento, se non appropriazione, da parte della Chiesa degli spazi e dei tempi dei culti pagani, ancora fortemente radicate nella vita della gente. Una conquista mediata da quella, riconosciuta come la più importante
per le fondamenta di una religione, della sfera sentimentale e
istintuale della vita del popolo. Sul piano iconografico questa
politica si esprime nel passaggio dal romanico al gotico. Che
è un passaggio da una stilizzazione del divino in figure lontane e imperturbabili alla sua storicizzazione ed umanizzazione.
segni e parole
Matera
Dalla contemplazione si passa all’immedesimazione; dal rito
al dramma sacro, che inizialmente prevedeva esclusivamente
la rappresentazione paratattica dei momenti della Via Crucis,
e in seguito accolse elementi profani e culturalmente diversi,
più spettacolari e attraenti, giustificati come personificazioni
del male. Col tempo gran parte delle processioni dei Misteri ha
perso quella teatralità, quel carattere di dramma recuperando la
formalità ordinata del rituale. Ma esistono delle piccole realtà
come quella di Barile, nella nostra regione, in cui tuttora si conserva l’antica forma mista del rito/spettacolo. In realtà questo
evento, chiassoso ed eterogeneo, ben esemplifica la situazione
socio-culturale di un Medioevo multiculturale e multietnico,
ancora lontano dalla formazione degli Stati Nazionali. Una
situazione che è anche, sorprendentemente, quella odierna. I
personaggi della zingara e del moro, i diversi, che distraggono
i fedeli dalla “via” del Cristo trovano il loro prolungamento
oltre la finzione, nella presenza reale e costante, nelle varie feste estive, di immigrati che con i loro mercatini affiancano le
cerimonie sacre. Così mentre la comunità festeggia se stessa, la
propria identità culturale vivificando antiche tradizioni, quella
stessa realtà rappresentata si dipana nuovamente, nel multiculturalismo contemporaneo.
Dal punto di vista strettamente cultuale, la forma contaminata del rito/spettacolo è in realtà la più vicina alla pulsione
originaria dell’azione rituale, che è sempre azione mimetica, e
quindi magia simpatetica.
Questi aspetti caratterizzano i numerosi festeggiamenti,
che proseguono fino alla fine di settembre, associati al culto
Mariano e a quello dei Santi. Ma è nell’ambito del primo che
il bisogno di uno spazio separato dal quotidiano si fa concreto,
nella forma del pellegrinaggio ai monti.
La montagna è sempre stata deputata al culto del divino.
Ciò che in natura si eleva verso il cielo, induce a pensare
all’elevazione dello spirito. La tensione umana verso l’assoluto
è anche una tensione verso il cielo, che come dice Ovidio, solo
l’uomo, tra gli animali, può guardare. Sul monte sacro sembra
possibile toccare il cielo. Sembra possibile il contatto col divino, lì dove le cime del Pollino sono sospese al di sopra delle
nebbie. In alto si riconducono le statue della Madonna, nei luoghi dove molte di queste statue sono state ritrovate. Immagini
raffiguranti la maternità universale, come dimostra il colore
scuro di alcune, oggi ricondotte ad Iside, la dea madre nera.
In tutte queste feste si può distinguere una fase in cui ci si
sottopone ad intense prove fisiche, che possono essere il digiuno quaresimale o la salita del monte a piedi, spesso scalzi,
e il trasporto di pesanti icone e simboli sacri. Ne consegue un
senso catartico di liberazione e la soddisfazione che sfociano
nella gioia collettiva. Così la dimensione extra-quotidiana, che
la comunità ricrea ciclicamente, genera un’esperienza dal valore enorme sul piano individuale e sociale.
29
segni e parole
Oliveto Lucano
Mediante la festa è possibile attuare un presente effimero
ed inafferrabile nella dimensione quotidiana ove a causa di
abitudini, pianificazioni lavorative, attese, è raro riappropriarsi del piacere dell’esserci qui ed ora.
La ripetitività della musica, dei gesti, delle danze, dilata
il tempo intensificando la percezione del sé e allontana l’angoscia umana dal senso della fine. La stessa ripetitività che è
anche l’essenza delle azioni rituali, alle quali conferisce un
valore magico ed esorcizzante.
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Pietrapertosa
È proprio dramma, nel senso di azione, il termine medio tra
rito e teatro. Il fulcro attorno al quale si dispiega la festa, ove
gli attori sono anche i fruitori. Partecipare ad un’azione collettiva soddisfa inoltre un bisogno ancestrale di appartenenza,
strettamente connesso al senso dell’essere-nel-mondo. L’ euforia del sentirsi in un corpo unico e in questo ritorno trovare
sicurezza, conforto, benessere, galvanizza l’intera comunità.
Il legame tra le parti e il tutto viene sublimato, dalle religioni, associando il senso di incompletezza e il bisogno sim-
segni e parole
Pignola, la Uglia
biotico, congeniti all’essere umano, ad una originaria disintegrazione dell’Uno. Che è principio di vita. Ma è anche corpo
sociale, come insegnano gli studi classici di Durkheim sul totemismo.
Particolarmente esemplari in questo senso sono i riti arborei, presenti in Basilicata come in nessuna regione d’Italia.
Accettura, Rotonda, Pietrapertosa, Castelsaraceno, Terranova del Pollino, Viggianello, Oliveto Lucano, Castelmezzano, tra quelli più noti.
I riti arborei sintetizzano la storia della gente lucana nel suo
rapporto col territorio.
Gli studi etno-antropologici hanno abbondantemente documentato l’importanza del simbolo dell’albero nelle mitologie
di culture diversissime. L’albero, ovvero la vita che si modifica ma non si esaurisce, che ciclicamente rifiorisce, il frutto
della madre terra, che si innalza verso il cielo, dal quale ricade
su di essa il nutrimento che la rigenera. Un legame tra terrestre
ed ultraterreno. Più tardi, spontaneo simbolo fallico, perché
più tarda è la consapevolezza del ruolo maschile nella procreazione.
Del resto in una regione montuosa come questa, un tempo
quasi interamente ricoperta dai boschi, l’albero è la principale
risorsa economica.
Oggi molte delle ragioni che hanno sostenuto per secoli questi riti, si sono perse o modificate. La precarietà della
vita è stata mascherata dal progresso tecnico e scientifico e il
suo legame con la natura circostante è meno diretto. La natura sembra un’entità facile da governare, quando non venga a
sconvolgere le certezze con catastrofi ingovernabili, ma sempre suscettibili di essere sconfitte dalla razionalità umana.
Il ruolo deputato al culto è nettamente diminuito.
Eppure la partecipazione viva ed intensa a molte delle feste
religiose resta e la realtà di questa regione la rappresenta in
modo sorprendente.
Per quanto la vita si sia diversificata e la specializzazione
dei mestieri non renda possibile una generalizzazione in termini di cicli lavorativi, è pur vero che la contemporaneità non
sfugge ad una eredità culturale inconsapevole: la sopravvivenza dell’uomo e del gruppo necessita di sistemi di riferimento
definiti. di tempi e luoghi convenzionali e norme comportamentali, tanto quanto di trascendere i limiti posti da questi
sistemi. Le festività come occasioni di evasione, assumono,
infatti, una funzione riequilibrante all’interno delle società .
Nel mondo industrializzato molte delle occasioni di festa
si sono trasformate. I concerti, gli stadi, le discoteche sono gli
spazi in cui si dà sfogo all’euforia collettiva. Ovviamente l’intensità ed il valore di queste esperienze, il senso di dissociazione ed abbandono che generano, non hanno lo stesso segno
della gioia che, nella festa, coinvolge l’intera comunità.
Forse ciò che le accomuna risiede in una ricerca estetica,
non come ricerca del bello bensì nel senso che si trae dall’etimologia (dal greco aisthesis sensazione): la ricerca di sensazioni intense per ristabilire un contatto, un legame, e ricomporre un’atavica frattura.
La frattura, il senso di angoscia, che oggi attribuiamo ai
ritmi della modernità e definiamo alienazione. Si parla spesso
di recupero del contatto con la vita, con la natura e si guarda al
passato come ad un luogo mitico regolato da questo rapporto
tra le cose e gli esseri viventi. Tra questi e i principi essenziali
della vita.
31
segni e parole
Madonna del Pollino
Pedali, Viggianello
Rotonda
Il che equivale a dire, tra l’uomo e il suo io profondo. La
sensazione del resto è quell’esperienza che mette in contatto il corpo e il pensiero, che fa presente all’uno l’esistenza
dell’altro. L’intensità e il parossismo delle azioni che spesso
si compiono nello spazio-tempo della festa, intensificano le
sensazioni fino ad alterare, in certi casi, gli stati di coscienza.
L’impressione diffusa di riuscire ad entrare in comunicazione
con le sfere della spiritualità è coadiuvata dalla coralità della
dimensione collettiva.
E ancora, il valore aggiunto e la lezione modernissima che
si apprende in queste feste, giudicate come retaggi anacronistici, sta nel contatto, nel legame, che si crea su un altro piano.
Quello della contaminazione fertile tra le diversità culturali e
generazionali.
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S. Costantino Albanese
segni e parole
Intervista
a Mons. Gianfranco Todisco
Vescovo di Melfi
“Vogliamo essere
una Chiesa accogliente
anche verso coloro
di fede diversa”
ONDINA CASSOTTA
VINCENZO FUNDONE
S. Giorgio Lucano
La pietà popolare è ancora viva e diffusa in Italia come in
molte altre regioni del mondo. Quale valore assume questa manifestazione del sentimento religioso nella visione della Chiesa
del XXI secolo?
Nella Chiesa, la pietà popolare ha sempre avuto una grande
importanza, perché per il popolo rappresenta il modo di vivere
spontaneamente la fede, di manifestare concretamente ciò che
desidera esprimere alla Divinità. Si tratta, quindi, di un valore
straordinario, innanzitutto da conservare: Dio comunica all’uomo il Suo pensiero, il Suo amore e l’uomo trae segni, simboli
dalla sua vita, dalla natura circostante e li traduce in una risposta
gioiosa a questo Dio.
Oggi si sente spesso parlare di chiese vuote o, comunque,
di un scarsa presenza in esse delle nuove generazioni. Eppure
partecipando alle feste religiose si è subito colpiti dalla partecipazione numerosa, attiva e fiera, dei giovani, dall’entusiasmo
che connota l’apprendimento di valori e saperi, dalla speciale
comunicazione tra generazioni lontane.
Come valuta Lei questa contraddizione? Ritiene che queste
feste e il grande valore sociale che manifestano possano essere
una valida risposta, tra le altre, all’individualismo e all’isolamento generazionale contemporanei?
In questa domanda sono presenti due elementi. Il primo è la
fede. Con il trascorrere del tempo, se non viene alimentata, la
33
segni e parole
fede rischia di essere confinata solo in alcuni spazi della vita. È vero, oggi le chiese sono vuote, ma questo non indica che
la gente abbia smesso di credere.
Questa considerazione ci porta al secondo elemento, la festa, ovvero a quel
momento di gioia, di aggregazione che
permette ad una comunità di sapere da
dove viene e dove sta andando. In questi
eventi, l’aspetto religioso non può essere messo da parte. In particolare, se nel
Nord d’Italia molte feste religiose sono
scomparse o hanno perso la loro colorazione, nel Sud rappresentano ancora importanti manifestazioni di fede. Questo
fenomeno si spiega proprio con la forza
della tradizione, con il coraggio dei nostri
di esprimere il proprio Credo, anche se
dall’esterno viene visto come un qualcosa
appartenente al passato, se non addirittura
come superstizione.
A partire dal Concilio Vaticano II, la
Chiesa ha sempre cercato di valorizzare la
pietà popolare, in modo che queste feste
non perdessero la loro motivazione originaria, che è una motivazione di fede.
Una fede che porta il nome di Cristo
e non va intesa solo come modo di relazionarsi ad un essere superiore. Le feste
in onore della Madonna e dei Santi sono,
sempre e comunque, feste in onore di
Cristo, ed è in questo senso che hanno bisogno di essere ravvivate: più si conosce
Cristo, più si rafforza il legame con Lui,
più la festa religiosa, qualunque essa sia ,
assume un significato davvero profondo.
Ai giovani bisogna far riscoprire le radici della fede allo stesso modo con cui si
insegnano, con orgoglio, le radici culturali del Paese, che dalla tradizione classica
passano attraverso il Rinascimento, quindi il Risorgimento: radici importantissime
per non perdersi nell’odierna globalizzazione della cultura, della quale, tuttavia,
va conservato l’aspetto più bello, ossia
quello dell’arricchimento culturale reciproco.
La contaminazione culturale è una
costante del percorso dell’umanità che
ha connotato, tra le altre, la storia del
34
Senise
Cristianesimo. Ma oggi più che mai le
istituzioni si trovano a rispondere alle
incidenze di un incontro-scontro, che
nella nostra regione sembra avvenire in
modo più indolore, meno conflittuale.
Ci si chiede se e come la Chiesa valuti
la sua Storia, nell’affrontare un presente
che sembra in qualche modo ripercorrerla. Riguardo alla realtà locale, in che
modo trova posto l’integrazione sociale
nel progetto evangelico della Comunità
Ecclesiastica?
La Chiesa ricorda le sue origini, che
non sono state facili. La diffusione del
Cristianesimo è avvenuta grazie a piccoli
gruppi di cristiani, appassionati a questa
nuova avventura. Parlo dei primi, quelli
che hanno conosciuto Cristo e riconosciuto in Lui il Dio che si fa uomo, che
si incarna nella storia di tutti i giorni, che
è capace di manifestarsi anche in chi non
ha ancora accolto la fede. Quegli stessi
cristiani divenuti poi vittime delle persecuzioni. Ottenuto il diritto di cittadinanza,
grazie all’editto di Costantino, la Chiesa
ha proposto la nuova fede non, come
Teana
spesso si pensa, quale modo di manifestare il suo potere bensì come risposta alle
esigenze primordiali dell’uomo, di libertà, fraternità , giustizia universale. Così il
Cristianesimo si è diffuso in tutto il mondo allora conosciuto, e l’Impero Romano
col tempo è divenuto il Sacro Romano
Impero.Oggi stiamo rivivendo i momenti
iniziali, stiamo ritornando a quel piccolo gregge di cui parla Gesù nel Vangelo.
Nella nostra regione, ad esempio, la gente, pur non frequentando abitualmente le
chiese, continua a conservare il senso di
aggregazione, perché è questa stessa gente a chiedere che i propri figli vengano
battezzati e continuino il cammino dell’iniziazione cristiana, attraverso momenti di gioia, quali la prima comunione, la
cresima, il matrimonio, fino alla celebrazione del momento finale con il rito del
funerale, in cui la gente si riscopre vicina,
solidale. E a questa solidarietà umana non
può non aggiungersi il legame con quel
Dio che, nella concezione cristiana, non
abbandona l’uomo nel buio e gli promette
la vita eterna, già cominciata sulla terra.
segni e parole
Tolve
Pertanto, consapevole della sofferenza
che ha segnato l’inizio della sua storia, la
Chiesa è stata la prima ad aprire le porte
ai nuovi gruppi di immigrati.
A Melfi, ad esempio, in occasione del
Ramadan, essa ha offerto i suoi spazi ai
musulmani, sprovvisti di luoghi ove poter
esprimere la loro fede. Questo perché essi
comprendano che per noi sono una risorsa e che l’integrazione è possibile senza
dover rinnegare la propria cultura.
A Melfi, nelle nostre feste, come la
sagra della castagna, la Pentecoste, noi
invitiamo gli immigrati a farsi conoscere
attraverso il modo di vestire, i piatti tipici,
il modo di concepire la vita ed i rapporti
reciproci. Io credo che questa offerta libera di scambio sia la strada per l’integrazione, perché ciascuno possa imparare
qualcosa dell’altro apprezzando il bello,
il buono, il nobile di una cultura diversa.
Il problema si porrà poi, per le nuove
generazioni, che oggi sperimentano una
duplice cultura: a casa, quella dei genitori con i quali parlano la loro lingua, vivono le loro tradizioni; a scuola, dove im-
parano le nostre. Quando noi festeggiamo il Natale, ad esempio, i mussulmani
celebrano il sacrificio di Isacco, presente
anche nel Credo islamico. A scuola però
ai bambini piace molto la nostra festa di
luce e molti prendono parte alle recite
natalizie. Spetterà ai ragazzi del futuro
scegliere la propria cultura.
Alla Chiesa ora interessa rendere coscienti i cristiani del valore della loro
fede, della libertà di esprimerla, coerentemente con gli insegnamenti del Vangelo.
Poi la Vita ci mostrerà cosa sarà di questo
paese.
Eppure nelle scuole quelli più restii
ha partecipare alle attività sotto il Natale o sotto la Pasqua sono più i gruppi religiosi nati nell’occidente opulento
che gli altri...
Concordo perfettamente. Alcuni gruppi religiosi sono particolarmente chiusi in
se stessi. Non presentano il loro Credo
nella libertà e nella gioia di una fede che
ha tante sfaccettature, bensì attaccano
gli altri, mettendone in risalto i difetti.
Io non credo che il Cristianesimo abbia
fatto questo, nella sua storia; ovunque
sia stato, ha presentato la gioia dell’incontro con Cristo, l’uomo-Dio che rivela
se stesso. La fedeltà a questo Dio ti fa
scoprire l’importanza di essere fedele
alle manifestazioni genuine dell’uomo:
anche chi vive nella foresta, per il cristiano, manifesta l’amore di Dio.
Sicuramente, in passato, dobbiamo riconoscerlo, ci sono stati tantissimi errori
da parte di cristiani che hanno creduto di
imporre la loro fede con la forza o con
una sorta di baratto. Oggi questo nessuno
immagina di farlo, ed è per questo che la
Chiesa chiede, a buon diritto, ciò che essa
stessa ha sempre fatto, in quei paesi dove
i cristiani sono discriminati.
35
segni e parole
Viggiano
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C ultura
L’America in casa
l’emigrazione lucana a Torino
ANNA MARIA RIVIELLO
Nelle immagini di Giuliana Laportella i luoghi dell’immigrazione meridionale
visti con gli occhi di oggi. Grande industria e “miracolo economico”.
Cosa fanno i figli e i nipoti di quelli arrivati negli anni Sessanta?
Torino è un luogo che ci riguarda, è una città che ha a
che fare con la nostra regione in un modo del tutto speciale. Non mi riferisco alla città prima capitale d’Italia e alle
controverse e tragiche vicende risorgimentali legate al fenomeno del brigantaggio, e neppure all’incontro straordinario e fecondo del torinese Carlo Levi con la Basilicata.
Parlo invece della Torino del “miracolo economico” verso cui
si riversarono a partire degli anni cinquanta decine di migliaia
di meridionali e tanti lucani. La profonda trasformazione, che a
partire dalla seconda metà degli anni cinquanta investì l’Italia
e ne fece un moderno Paese industriale, ebbe caratteristiche del
tutto peculiari le cui conseguenze sono ancora del tutto leggibili.
In tutto il mondo occidentale quelli furono anni di grande
crescita - un’ “età dell’oro” l’ha definita Eric Hobsbawm -, di
espansione accelerata della produzione e dei consumi. In Italia
il perno di questa trasformazione furono le grandi fabbriche del
Nord, in particolare a Milano ed a Torino. Nel Mezzogiorno
dopo gli anni di lotta per le occupazioni delle terre e la riforma
agraria, invece lo sviluppo non decollava.
Si riversò così nelle città industrializzate del Nord un’immensa massa di persone da tutte le regioni meridionali, paragonabile solo alla “grande emigrazione” che dal 1880 sino
agli anni della prima guerra mondiale vide emigrare milioni
di italiani, in gran parte meridionali, prevalentemente verso le
Americhe.
Arrivavano invece, all’inizio della seconda metà del secolo
scorso, “soltanto” in un altro luogo della stessa Repubblica, di
cui da poco era stata scritta la Costituzione che la diceva fondata sul lavoro.
Per quella Repubblica si era combattuto soprattutto al Nord
nel corso della guerra partigiana, mentre le lotte nel Sud erano
state per il pane e il lavoro. I grandi partiti nazionali avevano
iniziato ad operare un lavoro di tessitura unitaria nel corpo sociale del Paese, ma lo sviluppo e la modernizzazione capitalistica presero un’altra piega. Quella appunto del miracolo economico che rappresentò comunque una forma di unificazione
del Paese, attraverso la televisione, i modelli di consumo, le
forme di organizzazione del tempo libero. Furono eventi che
segnarono profondamente la storia dell’ Italia contemporanea.
Molti dei meridionali emigrati al Nord si inserirono attraverso
il lavoro nel vivo del tessuto sociale, molti furono rigettati ed
emarginati, tutti vissero anni durissimi.
Quegli eventi segnarono certamente anche l’assetto sociale
e politico della nostra regione e di tutto il Mezzogiorno. Non
è possibile che qualche milione di persone, in età prevalentemente giovanile si sposti, senza depauperare di energie un territorio. Molti di loro avevano partecipato al movimento di occupazione delle terre degli anni precedenti. Rossana Rossanda
nella sua autobiografia, La ragazza del secolo scorso, sostiene,
con un pizzico di ironia, che “tutti” i meridionali che entravano
a Milano nelle sezioni del PCI raccontavano di aver partecipato
a quell’impresa.
Gli emigranti lucani nell’area torinese, nei primi anni ’70,
erano circa 25.000. Meno numerosi dei calabresi, dei pugliesi,
dei campani ma, in relazione alla nostra popolazione, una forza
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c u l t u r a
C
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Graffito sito sui muri nei pressi della fabbrica d’armi “Armeria Reale”
Torino, Foto: Giuliana Laportella
3
2
Murales nei pressi del Balon, Torino, Foto: Giuliana Laportella
consistente. Tutti si trovarono in un contesto ed in condizioni
simili a un qualunque emigrato in terra straniera. Condizioni
abitative spesso degradate, contratti di lavoro inesistenti, condizioni di lavoro di massima insicurezza, pregiudizi culturali
nella popolazione residente, maggiori probabilità di scivolare
nella devianza e nell’emarginazione sociale. Ogni storia di
emigrazione ha caratteri che si ripetono, ogni storia è diversa.
Se si leggono le cronache di quegli anni, si capisce che l’esperienza fu estremamente difficile. Cito per tutti un articolo di M.
Monicelli, Espresso, 7 Settembre1969: “Quando il treno del
sole li scarica sui marciapiedi di Porta Nuova, in una mano
tengono la valigia, nell’altra l’indirizzo di un compaesano. Il
primo alloggio sono i gabinetti di decenza di Porta Nuova,
l’asilo notturno di via Ormea, il letto a rotazione delle locande
infestate di scarafaggi….”
E dopo qualche anno: “le risposte sono sempre interlocutorie, le soluzioni proposte provvisorie, l’ultima in ordine di
tempo è quella di costruire baracche per 1500 immigrati nel
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Zona Lucento, nei pressi della Thyssen Krupp Torino,
Foto: Giuliana Laportella
territorio dei comuni di Piossasco, Rivalta e Volvera. E così,
dopo otto anni torniamo alle casermette, alle bidonville, alle
coree, ai lager.”
Anche le condizioni di lavoro erano estremamente difficili:
“Le condizioni di lavoro nelle piccole e medie aziende erano
molto dure. L’orario di lavoro, compresi gli straordinari durava
raramente meno di dieci o dodici ore. I contratti erano sempre
brevi, da tre a sei mesi e la mobilità elevata quasi come l’edilizia.
La massa dei meridionali restava confinata nella terza delle tre
categorie operaie, con scarsissima possibilità di avanzamento.
Le aziende più grandi, come la Fiat, cercarono in questi anni di
evitare di assumere, per quanto possibile mano d’opera meridionale, preferendo attingere al tradizionale serbatoio della campagna piemontese e lombarda” (Paul Ginsborg, Storia d’Italia dal
dopoguerra ad oggi, Einaudi 1989,vol. II).
A Torino c’era soprattutto la Fiat, ma per i nostri corregionali
non fu facile entrarvi, si preferivano operai del luogo, i nostri più
facilmente trovavano un lavoro non riconosciuto e non protetto.
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4, 5, 6 Stazione Porta Nuova - Torino, Foto: Giuliana Laportella
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Una parte consistente di loro, con gli anni, si inserì nel corpo
compatto della classe operaia. Molti figli e nipoti sono divenuti
parte integrante del tessuto sociale della città, pur conservando un
legame tra loro che non è tipico di tutte le comunità emigrate.
Queste foto, frutto dello sguardo di Giuliana Laportella, una
giovane fotografa che all’epoca non era ancora nata, ripropongono la necessità di una ulteriore riflessione.
Il graffito sito sui muri nei pressi della fabbrica d’armi e
le foto dell’obelisco di Babele, del murales dipinto sopra una
fabbrica in disuso nel quartiere operaio della zona Lucento nei
pressi della Thissen Krupp, la fabbrica dell’orribile rogo della fine dell’anno appena trascorso, fermano l’attenzione sulla
condizione operaia attuale. Il livello di insicurezza che si accompagna, nella globalizzazione alla perdita di altre garanzie
duramente conquistate negli anni.
Le foto delle stazioni, soprattutto della Stazione Portanuova, riportano al primo luogo incontrato dai nostri emigrati nella
grande città. Ci sono poi immagini della periferia e di quar-
tieri operai e scene di vita quotidiani. Infine immagini delle
trasformazioni degli ultimi decenni: il Lingotto (ex stabilimento FIAT) è diventato uno spazio commerciale e multimediale,
l’area delle acciaierie, tra via Livorno e via Cuneo, si sta tramutando in un imponente quartiere atto ad ospitare un’intensa
concentrazione di abitazioni e punti vendita.
Tutte queste trasformazioni convivono con il rilancio della
FIAT e quindi, nel futuro dell’industria dell’auto, di un ruolo
di Mirafiori che agli inizi degli anni novanta sembrava avviata
al declino. Negli anni novanta a Torino c’era chi pensava ad
uno sviluppo senza la FIAT e chi si chiedeva preoccupato se ci
potesse essere economia sviluppata senza la grande industria.
Proprio in quegli anni nasceva il moderno stabilimento SATA
a Melfi, nel cuore di un territorio di antica emigrazione. Si era
pensato ad un lavoro operaio diverso nella “fabbrica integrata”.
I fatti ci dicono il contrario: è ancora un lavoro usurante con
ritmi e turni incalzanti e relazioni con il management tuttaltro
che ireniche.
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7, 8, 9, 10 Il Lingotto - Torino, Foto: Giuliana Laportella
È lo stabilimento FIAT di Melfi però, in un altro momento
difficile dell’economia regionale, a consentire all’economia
della Basilicata, come emerge dal saggio di Rocco Viglioglia
sul precedente numero di Decanter, di non entrare in una fase
di stagnazione. È un altro dei mille fili che dalla metà del Novecento non smettono di intrecciarsi.
Su quel primo incontro Visconti fece un grande film , il
celeberrimo Rocco e i suoi fratelli. Che ne è dei nipoti di Rocco? Che cosa ha perso il Mezzogiorno spedendoli in massa
lontano? Che cosa hanno dato essi a Torino? Le foto che pubblichiamo ci suggeriscono però altre domande. Come è cambiata questa città? I figli ed i nipoti dei nostri emigranti che vi
sono rimasti possono raccontare attraverso la loro storia anche
la storia di un tessuto urbano che già dal primo sguardo della
nostra fotografa appare assai mutato. Vale la pena di andare
oltre.
La storia di Torino e quella della Basilicata si sono intrecciate dentro un percorso ed un tipo di sviluppo che quegli emigrati non avevano scelto. Ma oggi i loro eredi possono esaminarlo dal loro punto di vista, fare qualche conto sui guadagni
e le perdite.
C’è poi un’altra questione. Il tema più pressante per l’Europa oggi è il suo rapporto con l’immigrazione extracomunitaria
e la gestione dei flussi migratori al suo interno. Non c’è misura
che tenga con gli esodi del secolo scorso. Eppure deve esserci nella esperienza di distacco e di rottura che allora avvenne
nelle vite di tanti una traccia di quella saggezza che confluisce
a formare la civiltà di un popolo. Anche per questo dovremo
tornare ad interrogare i protagonisti di quella storia e i loro
figli che hanno nelle loro vite la memoria di quella lacerazione
e la ricchezza che gli è venuta provando a ricomporla.
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La Storia
Roberto Placido, uno che ce l’ha fatta
Roberto Placido è attualmente vicepresidente del Consiglio regionale del Piemonte. A Torino è uno che ha fatto
parlare di sé e non c’è voluto che trascorresse molto tempo perché fosse visto da molti - ieri nella sinistra, oggi
nel Partito democratico - come un personaggio “scomodo”. È che quando ha qualcosa da dire, un dissenso da
manifestare, Placido è uno che non ci pensa due volte.
E non ha esitato ad aprire una polemica a muso duro, in
un passato nemmeno molto lontano, con Pietro Marcenaro, nel bene e nel male un pezzo di storia del movimento operaio torinese (tra gli allievi prediletti di Vittorio
Foa; intellettuale che si fa operaio; segretario prima della
Fiom di Torino e poi della Cgil, e poi ancora segretario
regionale dei Ds e parlamentare). La stessa cosa Placido
ha fatto, nel corso delle primarie per il Partito democratico, con il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino.
Sarà la particolare ruvidezza che gli viene dal suo paese
natale, Rionero in Vulture, la forza ricevuta dal vero e
proprio fiume di preferenze che lucani e meridionali insediati in Piemonte gli hanno dato, consentendogli di essere il primo eletto della lista dei Ds, certo è che Placido
è un lottatore di razza nell’arena politica torinese. Ma è
possibile anche che questo particolare senso della competizione gli venga anche dal fatto che, figlio di immigrati e immigrato egli stesso, abbia dovuto verosimilmente
farsi avanti a gomitate in un mondo che all’inizio doveva
apparirgli impenetrabile.
Nel 1967, appena finite le scuole elementari, si trasferisce infatti con la famiglia da Rionero a Torino. E il suo
11 Torino riflessa nei vetri del Lingotto, Foto: Giuliana Laportella
strumento di riscatto dai rischi della marginalità con cui
hanno dovuto convivere gli immigrati lucani in Piemonte
è stata la politica. Militante e dirigente della FGCI, poi
segretario di sezione del PCI, tesoriere, poi segretario di
Unione e membro della segreteria della Federazione di
Torino, si è occupato per molti anni dell’organizzazione
delle Feste dell’Unità e delle campagne elettorali.
Ma egli è anche figlio di quel dinamismo proprio dello
“spirito del tempo” degli anni Ottanta. È prima un giovane imprenditore, organizzatore cioè di eventi musicali
e dirigente di un’emittente indipendente. Dal 1990 è un
professionista nel settore della pubblicità (prima in Mondadori Pubblicità e alla fine degli anni ’90 nel Gruppo
L’Espresso-La Repubblica). Eletto in Consiglio regionale
nel 2000, è poi rieletto nel 2005.
Placido è dunque uno che ce l’ha fatta. Figura perfettamente inserita nella realtà in cui è giunto ancora bambino
ora è in una fase della sua vita in cui, tra i tanti progetti,
ha quello di riannodare i suoi legami con la realtà da cui
proviene. Sarà perché il sindaco del suo paese di origine
è un suo omonimo, ma certo è che Placido per Rionero
sta maturando una vera passione: si interessa alla valorizzazione del Palazzo Fortunato, stabilisce legami tra la
Croce Rossa piemontese e quella lucana,organizza la mostra fotografica di Mario Cresci sulle Camere del lavoro,
proseguendo così la storia dei legami tra la città di Torino
e la nostra regione. Una storia collettiva che contiene tante
storie individuali, tante voci che possono parlarci di una
vicenda non ancora del tutto raccontata.
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Ragnatela, scene di vita quotidiana, Torino, centro, Foto: Giuliana Laportella
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13 13 Storni in periferia - Torino, Foto: Giuliana Laportella
14 Case nel quartiere Mirafiori
Torino, Foto: Giuliana Laportella
SOGNO MIGRATO
A Portanuova di Torino
giovani siciliani
a febbraio con la sola giacchetta
volavano dal freddo
e non tornavano.
Cadevano prima dall’impalcatura,
prima del fiocco di neve.
I morti trasparenti meridionali
gli avi finiscono nei sottoscala.
Nonna se ne andò alla terza ondata
per approdare a Manhattan.
E di bronchite perirono
e di bronco-polmonite
prima di vedere la Libertà:
Con la sola giacchetta estiva
volevano perpetuare l’estate
a 10 gradi sottozero.
Vito Riviello
15 Riflessi migratori, scene di vita quotidiana - Torino, Foto: Giuliana Laportella
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Umanesimo e democrazia
La forza della filologia
Cinque lezioni di Edward W. Said
ALDO CORCELLA
Facile vedere, nelle lezioni tenute da Edward W. Said alla
Columbia University nel gennaio 2000, poi pubblicate postume e ora tradotte in italiano (Umanesimo e critica democratica.
Cinque lezioni, Il Saggiatore 2007), un testamento spirituale. Il
testamento di un intellettuale americano, che scrive nel cuore
dell’impero; ma erede di una tradizione musulmana ed europea
che finisce con l’incarnarsi in una ostinata fedeltà all’umanesimo.
Che cosa sia, e possa essere, l’umanesimo è il tema delle lezioni. La risposta al problema è semplice e complessa al
tempo stesso: è critica e democrazia, l’abitudine alle quali si
acquisisce e si matura nella lettura e rilettura di testi che hanno
al centro la storia sempre mutevole degli uomini. Contro il falso umanesimo che si richiama a canoni irrigiditi per costruire
valori e identità assolutizzati (possibilmente “occidentali”), e
contro il “radicalismo antifondazionalista” che riduce tutto a
effetto linguistico arbitrariamente interpretabile, ciò significa per Said - rivendicare il valore della filologia. La filologia è per
lui scienza della lettura, impegnata a “penetrare nel processo
linguistico” per “svelare ciò che, nel testo, in qualsiasi testo io
abbia davanti, può risultare nascosto, incompleto, mascherato
o distorto”; le parole non sono - per essa - altro dalla realtà, ma
“parte integrante della realtà stessa, cui danno forma”. Modello
di questa filologia diviene allora a buon diritto Eric Auerbach
e la sua opera Mimesis, impegnata a discernere le rappresentazioni della realtà.
Affermazioni apparentemente fuori moda (più volte Said si
richiama a Vico), ma di grande forza; del resto, che la forza del-
la filologia sia nella sua nietzschiana inattualità non è forse mai
stato così vero come nel mondo contemporaneo, così propenso
a pascersi di un eterno presente. Filologia vuol dire, in effetti,
confronto con un testo che sempre, inevitabilmente, contiene
un potenziale di diversità. Anche un testo contemporaneo viene
sempre da un altrove; tanto più un testo del passato e di altra
civiltà. Esso potrà a tratti sembrarci scontato, sedurci con le
analogiche lusinghe di una totale familiarità, pronta a rivelarsi
illusoria; potrà, per converso, apparirci talora incomprensibile,
salvo poi svelare i suoi segreti a chi sappia ricostruirne il contesto. In ogni caso, ci sfida a comprendere una diversità che
non rinuncia a parlarci. Ridurre il testo a noi, alla nostra contemporaneità, farne il punto di riferimento per i nostri valori,
quali noi li concepiamo e propagandiamo, vorrà dire asservirlo.
Affermare, con relativistica decostruzione, che esso può significare tutto e il contrario di tutto, secondo come ciascuno voglia
interpretarlo, vorrà dire garantirgli quella innocua libertà che
da sempre i peggiori tiranni concedono a quegli artisti certo
un po’ eccentrici ma che, in fondo, non fanno troppo sul serio.
Tra queste due posizioni, la filologia amata e praticata da Said
rivendica un atteggiamento di responsabilità: il filologo non
dà nulla per scontato, neanche il significato della parola apparentemente più ovvia, che all’epoca e nel contesto dell’autore
potrebbe essere stato molto diverso da quello che a prima vista
si suppone; ma non si accontenta di una qualsivoglia lettura
più o meno formalmente coerente, ne vuole una vera, capace
di cogliere, nella fatica delle riletture e delle analisi, la realtà di
cui e in cui il testo parla.
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Lo sforzo di ricostruire la verità procederà, certo, per successive approssimazioni provvisorie, già solo nell’esperienza del singolo studioso, che ad ogni rilettura troverà nuovi
spunti di riflessione. Ma è comunque impresa collettiva, aperta alla discussione, al confronto, all’argomentazione, non meno della scienza anche se con
metodi a tratti diversi. E qui risiede il potenziale
di emancipazione della cultura umanistica, quale Said la considera. L’ultima lezione è appunto
dedicata a delineare, sulla base della visione precedentemente esposta, “il ruolo pubblico degli scrittori
e degli intellettuali” - altro bel tema fuori moda. Said
addita tre esempi di possibilità di intervento da parte di un
intellettuale filologicamente formato. Il primo compito che
un intellettuale può prefiggersi è di indicare letture alternative
della storia, contro le versioni ufficiali tese a creare identità e
motivare consenso. Il secondo è individuare, nel nome della
comprensione della diversità, campi di coesistenza tra gruppi,
popoli, culture, contro chi predica gli scontri di civiltà. Tanto
più significativo, quindi, che il terzo esempio sia - almeno in
apparenza - venato di pessimismo: vi sono casi in cui l’intellettuale deve riconoscere che vi sono opposizioni non conciliabili, come nel caso del contrasto fra Israele e Palestina, cui
Said ha dedicato tanti interventi militanti. In casi come questi,
“l’intellettuale trovi il coraggio di dire come stanno le cose”,
senza assolutizzare: la moralità e il senso di responsabilità
lo esigono, anche se la verità non basterà a salvarci. Ogni
filologo, del resto, che ha imparato nel suo lento mestiere a
soppesare ogni argomento e a tener conto di ogni possibilità, sa bene come, una volta rifiutata la vulgata e una volta
esposte tutte le ragioni in favore di questa o quella variante
o interpretazione, non sempre una scelta appaia davvero più
motivata di un’altra. Pure, non prender partito sarebbe viltà...
La sorte - o Dio, per chi ci crede - ci salvi dal dover affrontare troppi frangenti in cui ogni scelta appare giusta, e quindi
anche sbagliata.
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Intervista a Franco Sabia
direttore della Biblioteca Nazionale
“Sogno una rete
fatta di libri”
ANNA MARIA RIVIELLO
Le istituzioni culturali, in una regione
come la nostra che non è mai stata priva
di personalità e fermenti culturali ma che
li ha visti prontamente dispersi, possono
avere un ruolo di grande rilievo.
Non si tratta ovviamente, nel mondo
globalizzato di avere un’idea localistica
della cultura, non vale per l’ieri e tanto
meno per l’oggi.
È però importante che le giovani generazioni che vengono via via formandosi, abbiano l’idea di essere in un luogo che ha, e ha sempre avuto, una storia
anche culturale, naturalmente immersa
nelle trame della cultura italiana ed europea. Non deve più accadere insomma
che esse abbiano l’idea, nel periodo della
loro formazione, che stanno studiando la
storia degli altri, dalla quale per tante ragioni sono semplicemente esclusi.
Luoghi come le biblioteche possono
avere una funzione determinante a questo scopo e naturalmente anche, più semplicemente, al fine di favorire l’accesso
alla lettura per tutti coloro che lo desiderano. Ne parliamo con il nuovo direttore
della Biblioteca Nazionale in Basilicata.
Direttore Sabia, come mai Potenza,
oltre a possedere una biblioteca provinciale è dotata anche di una Biblioteca
Nazionale?
La Biblioteca Nazionale di Potenza è
una delle otto esistenti in Italia ed una
delle 47 biblioteche statali italiane. Sono
convinto anche io che questo sia un fatto
molto positivo.
Nel 1974, Vincenzo Verrastro allora
Presidente della Regione Basilicata, ottenne, prima che le competenze passassero alle Regioni, un decreto dal Ministro della Pubblica Istruzione dell’epoca
che istituiva una Biblioteca nazionale in
Basilicata.
La cosa fu possibile anche perché,
Giuseppe Viggiani, della nobiltà terriera
lucana, aveva donato alla Regione il suo
patrimonio privato di sedicimila volumi,
a condizione che si istituisse una grande
biblioteca pubblica a Potenza.
Si utilizzò quindi quella condizione
e nell’82 con la legge sull’occupazione
giovanile 285, si ottenne la formazione
di duecentodieci giovani che divennero
il personale qualificato della Biblioteca.
Nei primi anni, la biblioteca era una
sezione staccata di quella di Napoli, in
seguito acquistò la sua autonomia.
Come definiresti il patrimonio librario di questa biblioteca?
Ragguardevole. Certo non siamo
la Biblioteca Nazionale di Roma, né la
Biblioteca Marciana di Venezia. Per
la nostra giovinezza non abbiamo, per
esempio, i codici del ’400. Ad oggi però
possiamo contare su un patrimonio di
250.000 volumi, su 4000 testate periodiche, di cui 450 di interesse regionale,
di 6000 testi riguardanti la Basilicata in
gran parte recuperati con un impegno
verso antiquari di tutta Italia. Abbiamo
testi della metà dell’800 ed un testo degli
inizi del ’600. Abbiamo anche qualche
testo del ’500 ma non accessibile a tutti.
Quante persone usufruiscono dei servizi
della Biblioteca?
Abbiamo sessantamila utenti all’anno
che, se pensiamo ai nostri numeri, sono
un patrimonio umano di notevole interesse. Il 90% sono giovani dai quindici ai
trentenni. Il rimanente è dato da frequenze più saltuarie.
Si deve pensare che i nostri utenti hanno la possibilità di leggere e consultare i
libri in ambienti ben riscaldati, lumino-
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si, silenziosi, sale insomma che rendono più confortevole lo studio. Abbiamo
anche un servizio prestiti, i nostri utenti
possono usufruire sia dei nostri testi che
tramite noi di testi di biblioteche nazionali e internazionali.
Se dovessi dire che sono pienamente
soddisfatto però non sarei del tutto sincero. Ci sono dei ritardi. Basti pensare
che siamo entrati nel Sistema Bibliotecario Nazionale che vive dal 1984 solo
nel 2004.
Noi incrementiamo in modo sostanzioso il nostro patrimonio librario ogni
anno. Nell’era del web però i cittadini dovrebbero essere messi in grado di
usufruire di tutto ciò che esiste, anche
quelli che vivono in un paese piccolissimo. Questo per ora non è possibile, ci
vorrebbe maggior attenzione soprattutto
dalla Regione che dovrebbe essere il nostro migliore alleato. Siamo all’ inizio di
un processo di digitalizzazione del nostro patrimonio librario.
Nella nostra struttura mettiamo a disposizione 40 posti internet gratuiti. Il
patrimonio librario regionale però non è
in rete, non è utilizzato, siamo in grande
ritardo.
In cosa consiste il sistema bibliotecario regionale?
Ci sono le due provinciali e poi, sulla carta, circa 70 biblioteche di interesse
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locale, dico sulla carta, perché per alcune è letteralmente così, altre funzionano
in alcune ore e non tutti i giorni.
Ci sono poi le biblioteche private, soprattutto quelle parrocchiali.
Alcune funzionano bene. La biblioteca della Società operaia di mutuo soccorso di Avigliano è una struttura di tutto rispetto.
La stessa cosa si può dire di alcune
comunali: la Biblioteca Giustino Fortunato di Rionero e quella di Moliterno che
si avvale di un fondo Della Gattina e di
un fondo Racioppi non solo funzionano
ma hanno un’offerta libraria di estremo
interesse. Dovrebbe aprire la biblioteca
Nitti di Melfi.
Un sistema quindi che offre delle opportunità ma che presenta anche cospicui ritardi. Qual è il programma che tu
ed i tuoi collaboratori vi siete dati?
Noi lavoreremo per promuovere il
patrimonio che abbiamo e in primo luogo per informatizzare il sistema. Con
cinquecentomila euro, che non è una
cifra impossibile, si informatizza tutto
il sistema. Non è una cifra impossibile
anche perché non deve essere rinnovata.
Bisogna però che le nostre Istituzioni a
partire dalla Regione, capiscano la rilevanza di un programma di questo tipo.
Noi abbiamo un finanziamento per
digitalizzare periodici. Abbiamo in rete
400 testate su 4000, 30000 volumi su
circa 250.000. Dobbiamo andare avanti.
Penso inoltre che questa struttura
deve essere vissuta dalla città e dalla
regione. Abbiamo la sala conferenze, la
sala esposizione sono strutture che vogliamo offrire a quella che Zagrebelski
chiama la “società civilizzata” e cioè a
quella parte della comunità locale che è
interessata al loro utilizzo.
Il nostro personale è tecnicamente e
scientificamente preparato, può essere
punto di riferimento per migliorare le
conoscenze bibliotecarie nella regione.
Siamo interessati a coordinarci con altre
biblioteche , sarebbe utile che in una città
come Potenza ci fosse un coordinamento
tra le tre biblioteche pubbliche:nazionale
provinciale e di interfacoltà. Infine penso
che oltre agli appuntamenti annuali con
cadenza annuale previsti dal Ministero
dei Beni Culturali dovremmo pensare
ad un evento tutto nostro di grande rilevanza. Non lo anticipo qui perché vorrei
parlarne quando sarà qualcosa di più di
una mia idea. Infine penso ad un’Associazione che potrebbe chiamarsi “amici
della Biblioteca” che abbia poteri consultivi e di suggerimento, a cui partecipino principalmente i nostri giovani utenti,
che contribuisca a fare della Biblioteca
nazionale una risorsa pienamente vissuta dalla città e dalla regione.
Il Racconto
Le vite
provvisorie
SIMONE CALICE
«L’incertezza è più ostile della morte.
La morte, anche se vasta, è soltanto la morte
e non può crescere.
All’incertezza invece non v’è limite,
perisce per risorgere
e morire di nuovo,
è l’unione del nulla
con l’immortalità.»
(Emily Dickinson, Tutte le poesie, 705)
V
iola è ancora bella, malgrado tutto.
I folti capelli le cadono sempre lungo la schiena, gli occhi,
azzurri e lontani, che non tradiscono alcunché.
E pure io so che ha pianto,Viola, è per questo che ha voluto vedermi:
le capita sempre più frequentemente, anche in giorni senza un apparente motivo, in cui nemmeno ha voglia di cercarlo un motivo, e si
sente disperata.
Uno smarrimento che nessuno sembra più riconoscere, in un paese
accecato, nemmeno più buono per una rivoluzione.
Ma io sono bravo ad ascoltare, è per questo che ha voluto vedermi.
E penso, mentre sta per sedersi, come possa la disperazione non
violentare il suo viso.
«Sai cos’è che mi dà più rabbia? È quella parola: precario! Perché è
buona per un lavoro, si riferisce ad esso; invece qui, è di uomini e di
donne che stiamo parlando» dice.
«Proviamo a ripartire dalle parole per rimettere le cose al loro posto: se anche la parola non dice nulla, non dice ciò che dovrebbe,
non spiega, è insufficiente, come si fa a comprendere, a trovare una
soluzione senza avere individuato il problema?!».
Viola sa quello che dice: ha trent’anni, è laureata, ha letto e studiato
più di quanto suggeriscano di fare.
«E invece no! Precario! Ovunque mi trovi, riecheggiano inesorabili
quelle tre sillabe senza fondamento…pre-ca-rio!
A me vengono in mente carne, sangue, occhi e menti sofferenti, emozioni, strette di mano, contraddizioni, ambizioni riposte o fallite, rare
dolcezze, solitudine, avvilimento…uomini e donne, capisci?
Niente che abbia a che fare con un fottuto cazzo di lavoro!»
«E quale sarebbe la parola giusta?» dico.
«Che fai, finta di… E poi nemmeno ci credo più nelle parole, una
volta forse.
Sai, nemmeno quel gigante di Shakespeare ci credeva, e Nietzsche e
Faulkner e Socrate…credi che potremmo concederci il lusso di farlo
noi!?».
Penso che stia esagerando, ma la lascio fare. Sono bravo ad ascoltare.
« I fatti sono che, se non posso pensare a domani, non posso pensare
a niente. I fatti sono che conosco ragazzi e ragazze che nemmeno lo
cercano più un lavoro: come gli innamorati, vivono in uno stato di
perenne attesa.
I fatti sono che molti continuano a cercarlo; rifiuti avvilenti, mancate
risposte, mortificazioni e bocciature di natura paradossale: una volta
mi dissero che ero troppo qualificata per quel lavoro!
Stronza io a non averlo pensato!
I fatti sono che ieri era il compleanno di mia sorella, e avrei tanto voluto comprarle dei fiori…e che un mio amico non può permettersi
di regalare qualcosa al figlio o alla moglie, e farli felici, e si vergogna
come un ladro… e io gli dico come gli è venuto in mente di fare un
figlio e che no, i ladri nemmeno più si vergognano.
E poi c’è quello che vive di fronte a casa mia, ha fatto il muratore
dopo una laurea all’università e tutti a dirgli che vedi, se uno vuole, qualcosa si trova…infatti, adesso non fa più il muratore: lo vedo
rientrare alle sette del mattino dopo una notte passata a raccogliere
immondizia. I fatti sono che c’è una donna, al piano di sopra, quarant’anni, e dopo nove in cui lavorava otto mesi su dodici per una
paga miserabile e con altrettanto miserabili garanzie, non la vediamo
più uscire di casa… i meglio informati sostengono che passi il suo
tempo vicino a una bottiglia, da quando anche il marito è andato via,
insieme a quel lavoro.
I fatti sono che c’è gente pronta a fare molto più di quanto si creda
e a cui non è permesso fare niente, come oggetti buttati via prima
ancora di essere usati».
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r a c c o n t o
Sì, faccio finta di non capire!
Viola dice ogni volta che soltanto con me riesce a parlare di certe
cose, che soltanto io posso capire.
Dovrei sentirmi lusingato, invece mi ricordo di quel detto, sentito
spesse volte tra la gente del mio paese, che se vuoi capirci qualcosa,
qualsiasi cosa, devi andare da chi ha patito…
Le parole che mi vengono in mente sono temporaneo, incerto, dubbioso, transitorio, momentaneo, revocabile, provvisorio.
Ma le parole…
Viola riordina le sue cose nella borsa, accende l’ennesima sigaretta,
paghiamo il conto e siamo già in strada: « Andiamo a ballare! Non
vorremo mica rovinarci questa sera!? Conosco un posto dove basta
una mancia per l’orchestra e…».
Ride Viola.
È ancora bella malgrado tutto, malgrado sappia che non c’è cosa più
crudele delle promesse non mantenute.
« Andiamo a ballare!
Ché le parole non contano! » dico.
Maria Luisa Ricciuti
Dafne bianca e Dafne nera,
olio su tela
* Note:
• Viola è, evidentemente, un prodotto della mia fantasia. Ella è dunque
due volte inesistente: in quanto gioco letterario e, in quanto pre-ca-ria.
• Si potrebbe, erroneamente, credere ad un eccesso di personale pessimismo e non, ahimè, ad una situazione largamente diffusa.
Mi piace ricordare quello che uno scrittore vero, non dunque il sottoscritto, rispose a chi gli rimproverava di esser triste, dicendo che non
si sentiva affatto tale, che gli veniva spontaneo guardarsi intorno e che
era, fondamentalmente, una persona allegra: o almeno, come si suol
dire, si era divertito durante i primi trent’anni della sua vita.
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c u l t u r a
C
WOLAND
Ken Loach ci sottopone un’altra “opera-operaia”, dopo aver già fornito in passato diversi
squarci sulla condizione dei proletari e degli
immigrati: Riff Raff, Piovono pietre, Bread
and Roses, per citarne solo alcuni. Loach ha
la rara capacità di mantenere rigore stilistico
e politico senza essere ripetitivo, mostrando
nuovi dettagli e aspetti capaci di colpire al
cuore e allo stomaco e, soprattutto, di stimolare il cervello. Questa volta, l’elemento di
sorpresa è che il punto di vista non è quello
degli sfruttati, ma dello sfruttatore, pardon,
dell’imprenditore. Avete presente la recente
intervista di Veltroni al Corriere, dove dice
“Dobbiamo ripensare chi è l’imprenditore ...
È un lavoratore. Che rischia. Che ci mette
del suo”? Ken Loach inizia il film proprio
In questo mondo libero (It’s a free world)
di Ken Loach, Gran Bretagna - Italia 2007
partendo dalla situazione di Angie, madre
single, intelligente, simpatica e carina, e licenziata per l’ennesima volta da un agenzia
per cui procurava manodopera proveniente
da paesi dell’Est Europa. Lei decide di mettersi in proprio, creando un’agenzia di reclutamento con l’amica Rose, per togliere se
stessa dallo sfruttamento e guadagnare qualcosa per mantenere il figlio, che vive con i
nonni per la sua cronica mancanza di tempo
e di denaro. “Volevamo trascinare il pubblico
in un percorso – dice Loach – facendogli vedere l’intero processo con gli occhi di Angie,
oggetto di molestie sessuali e ingiustamente
licenziata, per cui lo spettatore è istintivamente portato a immedesimarsi con lei”. Ma
Angie scopre rapidamente che, per riuscire,
deve calpestare tutto e tutti e all’immedesimazione si sostituisce un crescente disagio,
nell’assistere alle crescenti mostruosità cui
le due ragazze si prestano. Mostruosità che
il sistema economico e sociale non ostacola,
anzi promuove.
Non credo che vedere “In questo mondo libero” cambierebbe le convinzioni di Veltroni sulla necessità di “uscire dalla contrapposizione fra impresa e lavoro”. Ma la visione
del film è assolutamente consigliata: ricorda
a chi se lo fosse dimenticato che è l’esistenza sociale delle persone che determina la
loro coscienza, e quasi mai il contrario. E
poi ci fa capire bene dove ci vuole condurre
Uolter...
Senior Service
Carlo Feltrinelli, Felrinelli 2001
p. 431, € 8,50
Il genere delle biografie non è molto praticato nella storiografia italiana e soprattutto non
è molto accreditato dal punto di vista della
scientificità storica, a differenza di quanto
avviene nel mondo anglosassone. Negli ultimi anni una serie di opere, a cominciare
da quella della Rossanda, hanno in qualche
mondo riportato in auge il genere soprattutto
dal punto di vista della ricostruzione storica
della vita nazionale, “Senior service”, una
bellissima biografia dell’editore e rivoluzionario Giangiacomo Feltrinelli, rilancia il
genere ma soprattutto permette una rilettura
di un pezzo di storia italiana , recente ma
ormai non troppo, attraverso la vita di un
personaggio “atipico” ma decisivo per una
lettura “dall’interno” di quegli anni. È la storia di Giangiacomo Feltrinelli, la sua infanzia, il legame di famiglia, il dopoguerra, la
militanza nel Pci, i suoi rapporti con la crisi
di questo partito a partire dagli anni ’50, la
incredibile vicenda della fondazione Feltrinelli e poi della casa editrice con la pubblicazione del Dottor Zivago e del rapporto con
il suo autore Boris Pasternak. Un uomo che
ha rivoluzionato l’editoria italiana, costruito
il moderno modello (esportato poi in tutto il
mondo) di libreria contribuendo con una serie di scelte editoriali controcorrente a sprovincializzare la cultura italiana degli anni ’50
e ’60. Un uomo dal grande senso degli affari,
forte nelle decisioni imprenditoriali, capace
di annusare il nuovo ma anche un rivoluzionario ingenuo, dalle passioni che offuscano
la mente, in contatto con il mondo (l’america latina, Cuba, Castro) con i piedi per terra
ma la testa da qualche altra parte. Che porta
fino in fondo le proprie convinzioni e muo-
GERT
re misteriosamente nel 1972 su un traliccio
a Segrate mentre sta preparando un attentato
convinto che in Italia si stesse preparando un
golpe fascista. Una vicenda che è anche la
nostra vicenda raccontata con sentimento e
distacco dal figlio Carlo che senza mitizzare
sfata il luogo comune di un borghese, un po’
ingenuotto, che vuol fare in maniera improvvida il rivoluzionario , ridando all’uomo la
giusta dimensione, quella di “un rivoluzionario” che condivideva con tanti altri un tragico sogno. Sfuggendo alle facili teorizzazioni
della sua morte come “complotto” (anche se
molti interrogativi permangono) belle le parole finali di Carlo: “Il padre è il padre e io
sono il figlio. Quello che è rimasto è rimasto.
Senza nostalgia. Mi ha insegnato a slamare
il pesce e ad arrostire la carne, a camminare
nella neve e a guidare veloce…”.
49
c u l t u r a
In libreria dal 15 febbraio
a cura di
A. Labella
E. M. Lavoràno
Novità in catalogo
www.caliceditori.com
50
C
S ud/Ricerca
Questione meridionale e ruolo dei saperi
Deficit di investimenti privati
in Ricerca e Sviluppo?
Mancano le politiche industriali
GUIDO PASQUARIELLO
Nel campo della ricerca forse tutto il Paese sta diventando Meridione. Il paradosso è avere il
più basso tasso di laureati in discipline scientifiche e di esportare forza lavoro intellettuale.
Bisogna puntare sui giovani e sulle imprese innovative
D
avanti alla domanda posta da
Decanter “Esiste una questione
meridionale per la Ricerca?” ho
subito pensato che il quesito era estremamente interessante e che richiedeva una
risposta meno scontata di quanto potrebbe apparire ad una prima impressione.
Per attrezzarmi nel migliore dei modi,
diligentemente sono andato a rileggere
alcuni lavori di analisi sullo stato della
ricerca apparsi recentemente.
Pertanto ho recuperato il recentissimo “Scienza e Tecnologia in cifre- Statistiche sulla ricerca e sull’innovazione
2007” elaborato dai ricercatori del CERIS-CNR e dal mese di novembre consultabile sul sito del CNR; il “Quinto
rapporto su l’Italia nella competizione
Tecnologica Internazionale” frutto della
collaborazione fra Osservatorio EneaUniversità “La Sapienza”- Cespri, recentemente edito da FrancoAngeli, oltre
che il rapporto “2006 European Regional Innovation Scoreboard (2006 RIS)”
preparato dal MERIT (Maastricht Economic and social Research and training
centre on Innovation and Technology)
per conto della Commissione Europea,
apparso nel gennaio 2007 e consultabile sul siti web del Cordis (Community
Research and Development Information
Service).
Per inciso devo dire che, come al
solito, il leggere statistiche, dati e grafici sul posizionamento tecnologico
dell’Italia in confronto con altri paesi,
genera nel lettore un profondo senso di
sconforto che sfocia nella depressione.
Cito alcune conclusioni dei colleghi dell’Osservatorio Enea che, analizzando le
criticità nell’affrontare “il problema del
sostegno all’innovazione e sviluppo di
un’adeguata capacità di ricerca e d’innovazione del nostro Paese”, affermano: “
Non è un problema nuovo purtroppo. E
sono più di dieci anni che non riusciamo
a trovare risposte adeguate”. Considerazione sconsolata che potrebbe portarci a
chiedere se abbia senso contribuire ad
analisi e proposte dal momento che sono
anni che si producono analisi documentate sullo stato sempre più in declino del
sistema Innovazione Italia, pur senza per
questo ottenere risultati (ma anzi registrando un continuo peggioramento della situazione).
Evidentemente ha senso, con l’indispensabile ottimismo della volontà ed il
giusto pessimismo dell’intelligenza, continuare a riproporre la questione, perché,
anche in questo concordando appieno
con i colleghi dell’Osservatorio Enea,
il problema dell’individuazione delle
corrette politiche per l’Innovazione e la
Ricerca “…resta un problema chiave da
risolvere, perché alle nuove sfide della
competizione globale nessun sistema
avanzato potrà far fronte senza una sua
forte base autonoma di ricerca”.
Quindi i dati che verranno citati sono
dati estratti dalle fonti su enunciate. Per
onestà intellettuale occorre premettere
che le osservazioni statistiche non sono
servite per inferire una risposta alla questione posta, ma bensì per supportare
una risposta che era ben chiara. Pertanto
sicuramente ed inevitabilmente la citazione di dati sarà parziale, nel senso che
51
sud/ricerca
saranno citati solo quei dati di supporto a
tale visione preesistente. Dico subito che
alla domanda “Esiste una questione meridionale per la Ricerca?” la risposta non
può che essere uno scontatissimo si. Tuttavia la questione vera, forse dovrebbe
essere così riparafrasata: “Nel contesto
della situazione italiana, ha senso porsi
il problema della questione meridionale,
o piuttosto dovremmo porci il problema
più complessivo dello stato del sistema
Innovazione dell’intero Paese?” In altre
parole: la situazione di oggettiva (almeno per chi scrive) arretratezza della ricerca nel Sud del paese, non può, dopotutto,
essere considerato solo come un effetto
di second’ordine rispetto all’ arretratezza
(declino tecnologico) dell’intero Paese?
La situazione tecnologica italiana non
dovrebbe forse farci riflettere sul fatto
che rispetto al resto dell’Europa ormai
l’intero Paese si avvia a diventare “Meridione”?
Cito per analogia il dibattito che si
è sviluppato ultimamente, con notevole
risalto mediatico, a riguardo dei risultati dell’indagine P.I.S.A. 2007 (Program
for International Student Assessment)
promossa dall’OCSE sulla capacità di
problem solving e l’attitudine alla matematica ed alla scienza degli studenti
italiani.
Certo è importante capire perché i
risultati del Nord-Est siano leggermente
migliori del Nord-Ovest, ed è importante
sottolineare che il Nord ottiene migliori
risultati del Centro che a sua volta ha un
migliore piazzamento del Sud.
È sicuramente importante capirlo, soprattutto tenendo conto che il diritto fondamentale all’istruzione, nel nostro Paese, non dovrebbe dipendere da qual è il
territorio in cui si risiede ( non dovrebbe
dipendere neanche da quale è il reddito
della famiglia in cui si è nati, se una famiglia di professionisti o di operai, ma,
questa, è un’altra storia). È importante,
ma forse meno importante del dato complessivo che vede l’Italia nel suo complesso al 36° posto, dopo l’Estonia, la
52
Regione
LAZIO
LOMBARDIA
PIEMONTE
EMILIA-ROMAGNA
LIGURIA
FRIULI V.G.
TOSCANA
UMBRIA
ABRUZZO
VENETO
MARCHE
CAMPANIA
BASILICATA
MOLISE
VALLE D’AOSTA
SICILIA
SARDEGNA
PUGLIA
CALABRIA
Score
Posizione
nazionale
0.57
0.49
0.49
0.47
0.44
0.44
0.43
0.42
0.42
0.40
0.35
0.31
0.29
0.27
0.26
0.25
0.23
0.22
0.20
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
Posizione
in Europa
(su 203 regioni)
44
71
73
81
94
95
104
107
109
122
132
152
159
164
170
177
184
185
188
S
Tabella 1. Regional Innovation Scoreboard 2006
Slovacchia, Macao, Taipei, la Croazia,
la Polonia e quasi tutti i paesi industrializzati. In progressivo declino.
Nella tabella 1 viene riportato lo score
di innovazione 2006 così come riportato
nel 2006 European Regional Innovation
Scoreboard (2006 RIS) per ciascuna regione italiana
Non è questa sicuramente la sede per
discutere sui più di 20 parametri utilizzati per ottenere tali valori, né sulla loro
validità. A partire dai dati di tabella si
potrebbero estrarne altri (per esempio:
rapporto fra la media dello score Mezzogiorno sullo score medio nazionale):
in tutti i casi il dato di fondo è ben evidente: le ultime quattro posizioni sono
occupate da regioni meridionali e delle
ultime otto posizioni, sette sono occupate da regioni meridionali (e meno male
che c’è il caso Vallè ad interrompere la
litania di regioni meridionali nelle ultime
posizioni!).
Le ragioni del divario Meridione - resto d’Italia nell’indice RIS sono abbastanza evidenti se si tiene conto della valenza
che in tale indice viene data all’incidenza
degli investimenti delle imprese.
Infatti se si considera la fig.1 (estratta
dal report CERIS-CNR) risulta evidente la differenza fra Meridione e resto del
paese: differenza in termini assoluti (basso valore di spesa in R&S), ma soprattutto bassissimo contributo di investimenti
privati (tale dato era già stato sottolineato da A.M. Tamburro nell’aprire questa
discussione su Decanter). È evidente la
concentrazione degli investimenti privati
in poche regioni (Lombardia, Piemonte,
Emilia-Romagna e Lazio), a dimostra-
sud/ricerca
S
Milioni
di Euro
1895
13
3234
147
67
839
368
488
1372
1039
153
191
2674
264
24
1027
403
56
118
682
199
Piemonte
Valle d’Aosta
Lombardia
Prov. aut. Trento
Prov. aut. Bolzano
Veneto
Friuli-Venezia Giulia
Liguria
Emilia Romagna
Toscana
Umbria
Marche
Lazio
Abruzzo
Molise
Campania
Puglia
Basilicata
Calabria
Sicilia
Sardegna
0
20
Amministrazioni pubbliche
40
60
Istituzioni provate non profit
80
Imprese
100%
Università
Ripartizione regionale spese R&S e loro composizione per fonte di finanziamento
(Scienza e Tecnologia in cifre, Ceris-CNR 2007)
zione che anni di incentivi industriali
per localizzazioni al Sud non siano serviti (se non in minima parte) per attrarre
insediamenti di qualità.
Da questi pochi dati risulta evidente la forte differenza che caratterizza il
Meridione rispetto al resto del Paese per
quel che riguarda l’incidenza percentuale di ricerca privata e, quindi, la percentuale di presenza di aziende innovative.
Tuttavia questo dato, preoccupante di
per se stesso, non è che una componente
del dato complessivo, riferito al sistema
paese nella sua interezza: tale dato attesta che le spese per R&S rispetto al PIL
per l’Italia è all’incirca la metà degli altri
Paesi industrializzati e, corrispondentemente il numero di ricercatori normalizzato sul numero di lavoratori attivi, in
Italia è la metà di altri Paesi competitori.
A questa basso valore assoluto (rapportato al PIL) di spese per la ricerca in Italia, si aggiunge un altro dato anomalo,
rispetto alla ripartizione, fra origine pubblica e privata di tali investimenti. Infatti se la media di investimenti privati in
R&S nei principali paesi
industrializzati è intorno “In Italia l’impresa
al 60% dell’intera spesa privata investe
in R&S, in Italia tale per- in ricerca
centuale scende al 40%.
due terzi in meno
Come giustamente notato
degli altri paesi
nel rapporto dell’Osservatorio Enea il combinato industrializzati”
disposto di queste due percentuali, genera quella che, molto probabilmente è la più notevole singolarità del
caso italiano: l’impresa italiana investe
in ricerca (in percentuale sul PIL) circa
un terzo di quello che le aziende priva-
53
sud/ricerca
S
te investono negli altri paesi industrializzati. E questo, molto probabilmente,
è un dato ancora più drammatico, nella
sua definitività, rispetto alle pur evidenti
disomogeneità nella distribuzione territoriale, disomogeneità che vedono il
Meridione svantaggiato rispetto al resto
del Paese. E se questo assunto è vero,
si comprende che il problema in Italia,
tanto al Sud quanto nel resto del Paese
(anche se al Sud particolarmente) è essenzialmente un problema di mancanza
di politiche industriali. O meglio: mancanza di politiche industriali caratterizzate da forti discontinuità con il passato.
Se l’unica strada per la competitività è
quella del contenimento del costo del
lavoro (bassi salari e precarietà) difficilmente si percorrerà una strada che
punti in maniera decisa all’innovazione
ed alla qualità. E non a caso ci troviamo di fronte ad assurdi come quello di
avere pochi laureati in materie scientifiche e contemporaneamente ad essere
“esportatori” di giovani laureati (dal
54
Sud verso il Nord, certo, ma anche e soprattutto dall’Italia verso gli altri Paesi).
Non è facile capire come possa avvenire
un’inversione di tendenza, e sicuramente è al di là degli obiettivi di queste note:
tuttavia cercare di fare chiarezza sulla
situazione in cui siamo è indispensabile.
Solo in questo caso allora sarà chiaro che
occorre una fortissima discontinuità con
le politiche industriali del passato, spostando ingenti risorse dalla rendita improduttiva verso la scuola, le università,
i centri di ricerca sia pubblici che privati.
Sostituendo politiche di incentivazione a
pioggia con incentivi mirati, che premino
imprese innovative, puntando fortemente sulla capacità di trasformare la conoscenza in fattore di crescita del territorio.
Puntando sui giovani: favorendo sia la
creazione di nuove imprese innovative,
sia l’inserimento di giovani con elevate
competenze scientifiche all’interno delle
imprese esistenti. Puntando sulla flessibilità e sulla formazione più che sulla
precarietà e la dequalificazione.
Questione
meridionale
e ruolo
dei saperi
e ditoriale
Le regioni del Sud, che sono come è
evidente le più afflitte dal problema, hanno
percentuali di riciclo risibili e un’attenzione all’ambiente che fa piangere.
Montagne di “sacchi” in discariche improvvisate, cimiteri di elettrodomestici che
proliferano in ogni dove, liquami delle più
varie provenienze che si infiltrano a due
passi dai campi coltivati, lanci di oggetti dai finestrini delle auto in corsa... Tutto
questo è la nostra quotidianità: lo scenario
a cui i nostri occhi han fatto l’abitudine.
Io vivo nella piazza di un piccolo paese e
vedo le pareti della mia casa annerirsi giorno dopo giorno. Provo ogni volta a dire ai
frequentatori del “Seggio” che gli scarichi
delle auto lasciate accese per il caffè, per la
partita a briscola, per “l’ammazzacaffè” e
la birretta non sono proprio salutari. Ma le
abitudini non sembrano cambiare, nemmeno quando con la stessa disinvoltura transitano, proprio all’altezza dei tubi di scarico,
bambini ignari a bordo di passeggini, i loro
stessi nipoti quando non i loro figli.
Allora c’è davvero qualcosa di inquietante in una società che non riesce proprio
più a pensare che le pareti della propria
casa, quella sì in perfetto ordine, non sono
l’unico microcosmo conchiuso da preservare. Che l’esistenza di ognuno di noi è
inesorabilmente connessa a quella degli altri, che ci appartengano o no, e a quella dell’ambiente che ci circonda. Una delle tante
inchieste sulla condizione sociale in Italia
denuncia che i cittadini del Bel Paese si
sentono mediamente minacciati all’esterno
ma felici tra le pareti domestiche.
Ma come abbiamo fatto a perdere completamente il senso di responsabilità verso
la comunità, smarrendo ogni principio di
appartenenza alla collettività e al luogo?
Perché di questo si tratta. La spinta ai
consumi, la stessa che genera tonnellate
di immondizia indistinta, ha prodotto una
prevalenza assoluta dei valori individuali,
dell’edonismo più sfrenato. L’industria del
packaging affila le lame e produce involucri sempre più accattivanti per il pubblico
che affolla, come il mirabolante parco dei
divertimenti, i grandi, sempre più “grandi”, centri commerciali. Parallelamente,
la comunicazione sociale dorme, anestetizzata in una pietosa programmazione di
spot sempre più rari, che ci richiamano ai
segue dalla prima
principi della differenziazione e del riutilizzo. Gli sporadici programmi di inchiesta
relegati alla terza quando non alla quarta
serata della televisione nazionale, la stessa
che bombarda i telespettatori di messaggi
promozionali, più o meno subliminali, inneggianti all’acquisto di prodotti sempre
nuovi.
Così, i rifiuti delle fabbriche del consumo crescono parallelamente a quelli
dell’industria dell’indottrinamento, indisturbati e con grande godimento da parte
di quelle élites economiche che traggono profitti da tutto questo, leciti e illeciti,
come quelli che da decenni alimentano le
ecomafie.
Sarà presentato in anteprima, proprio in
questi giorni, “Biùtiful cauntri” il documentario di Esmeralda Calabria sull’ecomafia
in Campania, nelle sale da febbraio. Il film
annuncia rivelazioni scioccanti sulla contaminazione tra rifiuti, liquami, esalazioni
nocive e alimenti in un’area di prodotti a
marchio DOP, dove i bambini giocano con
le carcasse degli agnelli uccisi dalla diossina. Chissà se gli italiani riserveranno a
questo documentario l’attenzione che merita, la stessa che li ha spinti a creare presidi, a ergersi a scudi umani, uomini, donne,
bambini, pur di fronteggiare la minaccia
dei camion di immondizia, in una situazione di allarme collettivo in cui è facile che
si cerchi e si trovino anche le “protezioni”
sbagliate, mettendo in crisi una democrazia
debole come la nostra.
Mi piacerebbe reincontrare le stesse
persone insieme a cercare soluzioni per limitare e fronteggiare gli abusi ambientali
perpetuati quotidianamente sotto gli occhi
di tutti.
Ma la democrazia è davvero una pianta che va coltivata giorno per giorno, ed
è forse questa la morale migliore che può
trarsi da questa incredibile storia del nostro
tempo.
Probabilmente bisogna riconsiderare
che la strada per una compiuta consapevolezza dei diritti e dei doveri dei cittadini
è ancora tutta da tracciare e da percorrere.
Che una sinistra paralizzata deve tornare
ad occuparsi di politiche sociali perché si
cominci dalla scuola a parlare del bene comune, questo sconosciuto!
laboratorio della sinistra lucana
Direzione
Antonio Califano
Anna Maria Riviello
Redazione
Simone Calice, Fabrizio Caputo, Paolo Fanti,
Eustachio Nicoletti, Gianni Palumbo, Camilla Schiavo
Progetto grafico e Art direction
Palmarosa Fuccella
Hanno collaborato a questo numero
Stefano Anastasia, Presidente onorario Antigone,
associazione per i diritti e le garanzie del sistema penale
Ondina Cassotta, Studentessa del DAMS di Bologna
Aldo Corcella, Ordinario di Filologia classica - Università
degli Studi della Basilicata
Nino D’Agostino, Economista
Vincenzo Fundone, Fotografo
Gert Dal Pozzo, Eretico militante
Giuliana Laportella, Fotografa
Guido Pasquariello, Primo Ricercatore ISSIA CNR di Bari
Ulderico Pesce, Attore e regista
Carlo Petrone, Coordinatore Associazione “A Sinistra”
Giacomo Schettini, Membro della direzione nazionale PRC
Woland, Professore di magia rossa
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anno IV numero 4 - dicembre 2007
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