4 ANNO IV - DICEMBRE 2007 ISSN 1827-8760 laboratorio della sinistra lucana Poste Italiane S.p.A. - Spe d . i n a . p. - 7 0 % Po t e n z a “Biùtiful cauntri” Storie di rifiuti e etica dei comportamenti PALMAROSA FUCCELLA euro 5.00 Ero a Berlino nell’inverno del 1987, ospite a casa di amici. Una mattina rimasi molto colpita dalla cura con cui Vicki, la madre di Gaby, staccava tutte le etichette di carta dalle bottiglie di vetro e di plastica destinate al riciclo. Era il 1987! In questi giorni, a vent’anni di distanza, in cui la maleodorante emergenza dei rifiuti in Campania si è imposta all’attenzione di tutti, con la stessa invadenza di ogni pandemia mediatica con cui ormai siamo abituati a convivere a cadenza periodica, c’è qualcosa che davvero mi inquieta. segue in penultima Dalla Basilicata a Torino Giuliana Laportella Anna Maria Riviello pp. 37-42 Quadro politico regionale e ruolo della sinistra Nino D’Agostino | Piero Di Siena Giacomo Schettini pp. 3 -12 Petrolio e rifiuti: scelte confuse navigazione a vista Riti e religiosità popolare Intervista a Mons. Todisco Vescovo di Melfi Antonio Califano p. 13 Ondina Cassotta | Vincenzo Fundone pp. 21-36 Torino, foto G. Laportella “Miracolo economico” e emigrazione laboratorio della sinistra lucana La Rubrica r “A sinistra” Un’associazione fatta per unire Editoriale “Biùtiful Cauntri” Storie di rifiuti e etica dei comportamenti ‹Palmarosa Fuccella› 1 Rubrica “A Sinistra”. Un’associazione fatta per unire ‹Carlo Petrone› 2 Politica e società Una “coalizione democratica” contro il declino del centrosinistra lucano ‹Piero Di Siena› 3 La mia seconda volta in Basilicata ‹Giacomo Schettini› 5 Politica e clientelismo alle origini della crisi di sviluppo ‹Nino D’Agostino› 9 Petrolio e rifiuti: la regione naviga a vista ‹Antonio Califano› 13 Passannante morto e sepolto ‹Stefano Anastasia› 15 La mia battaglia tra umana pietà e impegno civile ‹Ulderico Pesce› 19 Segni e parole Religione, popolo e riti ‹Vincenzo Fundone | Ondina Cassotta› 21 Intervista a Mons. G. Todisco, vescovo di Melfi 33 Cultura L’America in casa. L’emigrazione lucana a Torino ‹Anna Maria Riviello› 37 Roberto Placido, uno che ce l’ha fatta 41 Umanesimo e democrazia. La forza della filologia ‹Aldo Corcella› 43 “Sogno una rete fatta di libri”. Intervista a F. Sabia ‹Anna Maria Riviello› 45 Il racconto Le vite provvisorie ‹Simone Calice› 47 Musica, cinema, libri 49 Sud/Ricerca 51 Deficit di investimenti privati in Ricerca e Sviluppo? Mancano le politiche industriali ‹Guido Pasquariello› 2 CARLO PETRONE L’Associazione politico-culturale “A sinistra” che si è costituita in Basilicata è un luogo, autonomo dai partiti, che intende concorrere a determinare le condizioni dell’unità della sinistra lucana. L’Associazione aderisce al Forum nazionale delle associazioni che lavorano per l’unità della sinistra. Il comitato promotore che ha dato vita all’Associazione è composto da iscritti a Partiti della sinistra, da Associazioni che già operano sul territorio regionale, da singoli cittadini. Tutti condividono la necessità di unificare la sinistra per offrire risposte adeguate, partendo da un’analisi moderna, ai bisogni ed alle aspirazioni di grande parte della società regionale. La sinistra deve prendere coscienza che l’unità richiede un suo profondo rinnovamento. Rinnovamento culturale e sociale; un rinnovamento capace di superare l’attuale situazione, caratterizzata da frammentazioni e dinamiche vecchie. Una sinistra che sappia misurarsi sul terreno del rinnovamento profondo delle pratiche e dei contenuti della politica. Per raggiungere lo storico obiettivo di unificare la sinistra non basterà mettere insieme i gruppi dirigenti dei partiti. C’è una cultura di sinistra diffusa che bisogna interessare ad un unico progetto; un progetto che abbia alla base una critica chiara agli attuali assetti e meccanismi politici ed economici che rischiano di indebolire i sistemi regionali. Ma anche per rispondere ai diversi “oscurantismi” che pongono in discussione conquiste fondamentali. Una sinistra rinnovata non sarebbe tale se non comprendesse che nella società vi sono tensioni inascoltate, che si riferiscono alla fiducia nella politica e nelle istituzioni, alla insicurezza del futuro, alla voglia di essere protagonisti perché individui e non merce. Servono luoghi e possibilità dove queste questioni vengano discusse nell’incontro con soggetti reali. Su questo terreno l’Associazione “A sinistra” sarà impegnata, nella convinzione di poter offrire un utile contributo alla costruzione di un nuovo pensiero della sinistra lucana. P olitica e società Una “coalizione democratica” contro il declino del centrosinistra lucano PIERO DI SIENA Il rapporto tra involuzione centrista del quadro politico regionale e frammentazione localistica. Tutto è fermo sul terreno della riduzione di Enti, Comunità Montane e ASL. C’è necessità di una nuova classe dirigente Se si potessero leggere in sequenza lineare le vicende della politica lucana e quelle nazionali si potrebbe dire che i dirigenti del Partito democratico in Basilicata possono di che dirsi soddisfatti. Ben prima che Veltroni teorizzasse lo “splendido isolamento” del suo partito buttando a mare, di fatto, l’Unione e il suo governo, essi nella crisi regionale di inizio estate hanno senza troppo dolersene dato l’addio al centrosinistra in Basilicata. In questo caso - essi che si piccano di essere precursori in tutto - possono ben dire di aver anticipato i loro leader nazionali. Ma come sta accadendo sul piano nazionale, anche in Basilicata mettere una croce sopra il centrosinistra non dà luogo a un semplice cambio di maggioranza, bensì innesca un processo di disfacimento nei rapporti tra società e politica, una crisi democratica a cui sarebbe bene mettere un argine. Non siamo al collasso della Campania attorno alla vicenda dei rifiuti, ma la diffusione di microconflittualità territoriali sono un segnale che varrebbe la pena non sottovalutare. Si tratta a volte di vertenze che sono alimentate da giuste rivendicazioni, ma tutte tendenzialmente sottratte a un principio di responsabilità che vada oltre quello verso le comunità locali, alla costruzione di un progetto più generale - se si vuole alternativo - per il futuro della regione. La lotta per l’acqua di Rotonda, la protesta di Vietri per la discarica che verrebbe aperta in territorio di Caggiano in Campania, le stesse proteste per l’allargamento dell’area sottoposta a perforazioni petrolifere sono tutti movimenti che - indipendentemente dalla fondatezza delle posizioni che vengono agitate - nulla hanno a che vedere con l’insorgenza della regione nel 2004 e quello che avrebbero potuto significare le mobilitazioni di Scanzano, Rapolla e della Fiat di Melfi. Nulla di significativo si vede poi all’orizzonte della politica regionale. L’attacco a fondo del vice presidente della Regione, Vincenzo Folino, appena insediato nel suo assessorato, verso la gestione delle aree industriali si è risolta in una clamorosa sconfessione da parte del Tribunale amministrativo regionale che ne ha annullato gli atti di commissaria- mento. Né si è compreso del tutto la ragione dell’apertura di tali ostilità. Niente si muove sul versante del superamento dell’ipertrofia istituzionale che per ammissione unanime affligge la Basilicata: enti, comunità montane, e aziende sanitarie locali erano e sono intoccabili nel numero e nelle funzioni. Di un intervento che metta riparo alle interferenze politiche nella gestione della sanità regionale si ritorna a parlare, naturalmente, dopo la divulgazione delle intercettazioni che stanno alla base dell’ennesima indagine di Woodcock, che tuttavia - almeno nel suo uso mediatico - continua a fare di ogni erba un fascio, mettendo insieme fatti senza rilevanza penale e questioni degne di indagine. E anche una scelta impegnativa come quella della costituzione di un nuovo ente regionale per l’energia è vissuta dall’opinione pubblica come la costruzione di un ennesimo “carrozzone”. Certo è che non depone a suo favore l’esperienza di Acquedotto lucano, che viene percepito dai cittadini come il principale responsabile dell’aumento delle tariffe sull’acqua. Il fatto poi che Libera sia riuscita a racco- 3 politica e società P gliere attorno a Marco Travaglio e alla presentazione del numero di Micromega dedicato all’inchiesta sulle “toghe lucane” migliaia di persone è il segno di un sentimento di delegittimazione del ceto politico dominante su cui sarebbe ora di non chiudere gli occhi. E magra consolazione è la constatazione che, con ogni probabilità, gran parte dei partecipanti a quella iniziativa siano poi accorsi in massa a votare per le primarie del Partito democratico, giacché l’oscillazione tra protesta indiscriminata e adesione passiva è il tratto tipico di un rapporto diventato critico tra cittadini e politica democratica. Bisogna con onestà riconoscere che nemmeno a sinistra si trova il bandolo per dare un contributo al superamento di questa situazione. Certo, non sono elementi da sottovalutare la gestione unitaria da parte dei quattro partiti della sinistra della crisi regionale, e anche delle vicende ultime alla Fiat di Melfi di fronte al manifestarsi di un rinnovato “dispotismo” aziendale che la Giunta regionale - intenta a fare gli occhi dolci a Marchionne - sembra non vedere. Ma le 4 relazioni unitarie rimangono troppo confinate ai vertici, mentre stenta a realizzarsi un radicamento unitario e di massa nella società lucana e nel territorio regionale, e troppo spesso le rappresentanze istituzionali della sinistra sembrano intessere relazioni e intese con i vertici del Partito democratico indipendentemente dal ruolo dei rispettivi partiti di riferimento. Ciò naturalmente non significa che la sinistra deve chiudersi al dialogo e alla ricerca di alleanze politiche. Per sua natura il Partito democratico non è un monolite impenetrabile. Vi è un crescendo di adesioni a Italia dei Valori la cui natura è difficile discernere, essendo sempre esposte al rischio del tradizionale trasformismo che attraversa settori del ceto politico regionale. Vi è un’area socialista che ha tradizionalmente un ruolo significativo nel panorama politico della Basilicata. La sinistra lucana costruisce se stessa se saprà contemporaneamente stabilire rapporti con tutto ciò che è in movimento nel quadro delle relazioni politiche, soprattutto in vista delle prossime elezioni amministrative in cui si voterà a Policoro, Lavello, Atella, in confronti elettorali anticipati a causa di crisi interne - a volte vere e proprie faide - alle partenership locali del nuovo Partito democratico. È ora, insomma, di incominciare a discutere della costruzione di una nuova “coalizione democratica” che sia capace di offrire un’alternativa di politiche e di classi dirigenti alla crisi in cui il ceto politico che ha dominato la regione per anni ha buttato il rapporto tra politica democratica e cittadini. Non si tratta di opporre partiti a partiti ma di indicare una via di uscita all’intero arco del centrosinistra per liberarlo dall’ipoteca delle lobbies e del clientelismo, sottoponendo a un’ampia scelta democratica le candidature alla guida delle amministrazioni locali, e in prospettiva quella del futuro presidente della Giunta regionale. L’esperienza di Nichi Vendola in Puglia ci dice che si può fare. Quindi, perché no anche in Basilicata? politica e società P La mia seconda volta in Basilicata GIACOMO SCHETTINI Segretario Regionale del PCI e Presidente del Consiglio Regionale negli anni Settanta, Schettini traccia un bilancio del suo “ritorno” come segretario di Rifondazione Comunista. Una riflessione sul filo della memoria e della ricostruzione critica di processi che guardano al Mezzogiorno nell’età della globalizzazione La mia “nuova” esperienza in Basilicata ebbe inizio nel tardo autunno del 2004. A settanta anni, compiuti in agosto, e praticamente cieco. Studio e scrivo grazie agli ausili elettronici. Dico questi particolari, perché furono alla base della mia iniziale resistenza e insieme della mia successiva accettazione. Fausto Bertinotti e Ciccio Ferrara risvegliarono, certo, il mio spirito di militante, ma soprattutto toccarono una corda sensibile, emotiva : mi rappresentarono, con esemplare originalità in questo mondo politico, la portata simbolica della messa a valore dei limiti, delle debolezze del nostro corpo. E mi trovai sollevato, e ne sono grato, dalla condizione di ruminante in cui, soprattutto dopo la chiusura de “La rivista del Manifesto”, mi sentivo. La prova è stata ricca ma non facile, in alcuni momenti amara. La Basilicata è un luogo simbolo, un microcosmo, cosa che si può dire di molti altri luoghi e forse di tutti, in cui si possono osservare in modo più ravvicinato tendenze che vengono dal Mondo, dalla Storia e, spesso in modo bruciante, dal presente. Penso d’improvviso e innanzi- tutto alla dimensione tragica assunta dal lavoro e all’ingiusto carico di sofferenze legato alle morti e alla disoccupazione, alla precarietà e ai diritti negati. Su questa questione la Sinistra, lo dico subito, si costituisce o deperisce. Essa deve scuotere dall’inerzia innanzitutto se stessa e, quindi, le forze sociali e le istituzioni. Le contraddizioni sono presenti alcune in forma acuta: il 30% delle famiglie è al di sotto della soglia di povertà, la Fiat punisce e licenzia arbitrariamente. I ragazzi e le ragazze, stretti tra desideri e mercato e tra progetti e precarietà, abitano, anche emotivamente, il tempo “da presente a presente” e lo spazio “da presenza a presenza”. Sono allarmanti i fenomeni di passivizzazione e di neocolonizzazione: lo sfruttamento dell’acqua e del petrolio da parte di multinazionali come la Cocacola e varie compagnie petrolifere, dice già di una condizione di tipo coloniale. Questi fenomeni stanno in un rapporto di reciprocità con la crisi organica delle classi dirigenti regionali e anche nazionali. La politica e le istituzioni sono andate perdendo la natura di luoghi della regolazione e della programmazione e sono ve- nute assumendo il carattere di contenitori in cui il personale politico e burocratico spesso svolge le funzioni di committente e commissionario di comportamenti o di provvedimenti, non volti ad accrescere la produttività sociale, ma prevalentemente quella particolare, che non di rado coincide con quella elettorale. Così la politica muta in fattore di un’accumulazione - primitiva - alterata. È questo groviglio che rende insieme più dirompente e più difficile la riforma forte della politica. In Basilicata questi fenomeni si sono verificati a ridosso di maggioranze politiche ed elettorali quantitativamente alte e perciò a rischio di boria del potere. Queste maggioranze da socialismo reale, che esprimevano l’assorbimento molecolare dei nuclei di resistenza nel sistema di potere (una rivoluzione passiva), hanno incoraggiato un doppio, e doppiamente incauto, movimento: da una parte, un rapporto totalizzante con la società e con l’economia, pretendendo di operare la redistribuzione delle risorse e la mediazione tra le contraddizioni all’interno di un partito pigliatutto, un PD ante litteram; d’altra parte, escludere la sinistra di 5 politica e società P alternativa dal governo regionale, anticipando una certa politica veltroniana. Il PRC ha cercato di portare allo scoperto la crisi della politica, affrontandone alcuni elementi costitutivi generali e specifici insieme: la gerarchia maschile e istituzionale, la personalizzazione, in alcuni casi la feudalizzazione, gli eccessi di particolarismi nell’uso della spesa e delle funzioni pubbliche, la mancanza di un pensiero e di uno sguardo sul destino della Basilicata e del Mezzogiorno. L’attuale Giunta regionale, per la sua composizione e per la sua politica, offre la rappresentazione estrema di quei vizi. La battaglia politica e culturale produce risultati positivi (la elezione di due compagne in Parlamento), l’accresciuta influenza nella società e nel confronto politico, un rapporto più fecondo con i luoghi della ricerca e della formazione come l’Università, ma può determinare anche contraddizioni e contraccolpi all’interno della Sinistra e dello stesso PRC, come è accaduto in occasione delle elezioni amministrative di Matera e del voto sulla finanziaria 2007-2008. La Basilicata è anche la regione in cui 6 si sono svolte e combinate lotte di classe e lotte dal basso, di comunità: i 21 giorni della Sata di Melfi, Scanzano, Rapolla, valle del Mercure. Su questi importanti momenti di lotta occorre riflettere criticamente più di quanto si sia finora fatto. Forse per troppo tempo si è indugiato nella loro contemplazione, facendone quasi metafore morte dei movimenti. E così non si hanno ora gli strumenti per capire e per reagire ad alcuni fenomeni negativi molto allarmanti. Se la Fiat mira a ripristinare il suo dominio combinando azioni repressive, organizzazione del consenso e intensificazione dello sfruttamento fino ad avere,nello scorso dicembre, due morti in una settimana tra Cassino e Melfi, se dopo la lotta di Scanzano, AN ha registrato forti avanzate elettorali, se il centro nucleare Trisaia di Rotondella continua nelle sue misteriose operazioni senza adeguati controlli, tutele e chiarimenti, se proprio a Scanzano la società CIT ha potuto avviare la costruzione di un complesso turistico su terreni dell’Ente di sviluppo, a quanto sembra non pagati e, un poco più a sud, la società Marin Agri avrebbe a sua volta costruito addirittura su terreni demaniali, operazioni oggetto di un’indagine giudiziale ormai nota in Italia, forse ci corre l’obbligo di rivolgere anche a noi stessi qualche interrogativo. Mi domando se abbiamo fatto abbastanza, ognuno per la parte che gli compete, per superare i localismi, i particolarismi, la angustie settarie, per strutturare, soprattutto alla Fiat di Melfi, i luoghi permanenti della verifica e dell’attuazione dei risultati, salariali e normativi, raggiunti. Dopo una prima valutazione critica il PRC decise, circa due anni orsono, di uscire dalla maggioranza. Ora PRC, Sinistra Democratica, PDC e Verdi sono insieme fuori dalla maggioranza e stanno lavorando, in un fecondo rapporto con i luoghi delle crisi e del disagio, con organizzazioni sociali, associazioni dei migranti (Tolbà di Matera), dell’ambientalismo (Ola di Potenza) e con i movimenti giovanili e studenteschi (asini-strabici e ya basta), a una piattaforma programmatica e politica che affronti in modo prioritario le questioni della precarietà, del salario sociale e del lavoro, soprattutto in riferi- politica e società P mento alla condizione femminile e giovanile; dell’ambiente, dei beni comuni, dell’energia (acqua e petrolio), della riforma della politica. Anche in Basilicata la via verso il soggetto unitario e plurale non è senza inciampi. Ci sono nodi politici e programmatici da chiarire. E bisogna farlo mettendo a confronto le esperienze di ciascuno, le elaborazioni e le innovazioni cui si è pervenuto. Sono convinto che nei confronti dei movimenti si dovrebbe dispiegare un maggiore impegno: non sono fuochi fatui, ma credo che si andranno sempre di più configurando come nuovi soggetti storici del cambiamento insieme a inedite aggregazioni di classe. Anche il rapporto col governo è tema da approfondire.Forse non è inutile ribadire che, allo stato delle cose presenti, appare giusta e probabilmente obbligata la scelta di conseguire l’avanzamento economico e civile dei luoghi più deboli e di spostare quote di potere verso la sinistra e verso la società attraverso un rapporto ravvicinato con le forze moderate. E qui la Sinistra si deve misurare con la ricerca del terreno dell’assedio alle frontiere moderate e degli eventuali “patti” (meglio di “compromessi”). E deve valutare, seguendo criteri politicamente e anche storicamente determinati e, quindi, senza condizionamenti destinaci ma in piena autonomia, le forme e la collocazione nel rapporto con quelle forze moderate e con eventuali governi. Ciò che si dice della Basilicata deve essere integrato con ciò che si dice, si pensa e si fa in riferimento al Mezzogiorno. Decanter ha offerto e offre uno spazio, uno dei pochi, qualificato e riconosciuto al confronto e all’approfondimento intorno a questa materia. Perciò mi limiterò, solo per scrupolo di completezza, a fare poche considerazioni integrative e forse reattive, spintovi anche dalla fatuità culturale che muove la campagna sulla “questione settentrionale”. La questione meridionale continua a rappresentare un nodo strategico della riforma sociale, intellettuale e morale. Essa conserva la natura di categoria storico-politica che serve per interpretare e costruire una funzione nazionale ed euromediterranea di segno alternativo. Il depotenziamento dello stato nazionale, la destrutturazione degli spazi sociali e politici dell’epoca fordista (l’aggregazione dei lavoratori nella produzione taylorista e nei partiti di massa), la sovrapposizione di diverse temporalità - la sospensione tra il non finito e il non iniziato, tra il non più e il non ancora -, il passaggio a un rapporto più diretto col mondo e con gli apparati normativi della globalizzazione - BM, FMI, WTO, nuovi istituti sopranazionali delle contrattazioni, delle transazioni, degli arbitrati (la lex mercatoria) -, hanno mutato tutti i termini della questione meridionale. Il dualismo si può fare frattura, la debolezza si può fare esclusione, la fragilità territoriale può farsi zona franca sotto il dominio di poteri criminali, la lotta sociale si può fare populismo o conflitto identitario intollerante delle diversità e delle fragilità. Il capitalismo è giunto a darsi come contenitore il mondo e anche le sue contraddizioni hanno raggiunto quella frontiera estrema in cui non restano molti margini per gli adattamenti. Ovviamente questo non annunzia il crollo, ma, come teme Rodotà e noi con lui, il tentativo di dare corpo a una “società della sorveglianza e del controllo”. 7 politica e società P In questo scenario si impone per il Mezzogiorno – ecco il dato costruttivo – la scelta di porre mano alla costruzione di un modello di avanzamento economico e civile con un forte tasso di autonomia. Dal Mezzogiorno deve ripartire il metodo della programmazione democratica in senso partecipativo dei flussi di spesa pubblica europei, nazionali e regionali; delle politiche dell’ambiente, della ricerca, della formazione, dell’energia, dell’alimentazione e della salute, dell’industria (cosa, come, per chi e perché produrre). Insomma un modello che marchi una discontinuità verso i paradigmi della “modernità” (sviluppo quantitativo-progresso, crescita indefinita in un mondo finito, competizione feroce che muta in maledizione persino la libertà) e che, al contrario, si ispiri e sperimenti nuovi “metavalori” : la non violenza, il principio di responsabilità e di precauzione, la inclusione, l’uguaglianza come punto di riferimento della libertà, la tecnica come bene comune e non come mezzo per ridurre la vita e il corpo, soprattutto della donna, a laboratori del capitalismo 8 del futuro; l’altro sguardo delle donne sulla realtà. L’ultimo Rapporto Svimez ha documentato le strozzature, in alcuni casi, come l’emigrazione giovanile e la cacciata delle donne dal mercato del lavoro, vere e proprie regressioni civili. Ha rivelato che la Polonia, l’Ungheria e la Slovacchia hanno raggiunto la stessa percentuale di PIL pro-capite del Mezzogiorno e che la spesa pubblica nel 2011 raggiungerà la quota del 2004, già la più bassa. Di fronte allo scacco subito dalle politiche emulative di modelli lontani, sono proprio le debolezze, le mancanze del Mezzogiorno e del Mediterraneo, insieme alle loro pure straordinarie risorse di collocazione e di Storia, a incoraggiare una via fortemente originale. In questo cammino si deve contare sulle tante risorse materiali e immateriali, ma anche, come insegnava Ernesto De Martino, sul patrimonio accumulato nella millenaria resistenza al “negativo”. Il mezzogiorno deve essere liberato dai “pesi della Storia”: la ricorrente tentazione della borghesia meridionale di far vivere la sua fragile egemonia ancora a ridosso delle rendite, di tipo nuovo, ma pur sempre rendite; l’arte della dissimulazione, un tempo terreno di resistenza alle tirannie, che oggi ha virato verso pratiche trasformistiche e manipolatorie. La sinistra alternativa deve impegnarsi, insieme alla soluzione dei problemi più urgenti (la precarietà), nella costruzione di un senso comune fondato sul gramsciano “conoscere per trasformare” e sulla necessità del cambiamento. In un luogo dove vive il mito di Ulisse e dove la terra e il mare, che non si perdono di vista (Cassano), incoraggiano l’esplorazione, il cammino verso una nuova società dovrebbe risultare più naturale, più probabile. Anzi, se non qui dove? politica e società P Dove va l’economia lucana? Politica e clientelismo alle origini della crisi di sviluppo NINO D’AGOSTINO Si apre una discussione sul saggio di Viglioglia pubblicato sul precedente numero della nostra rivista. Una società duale: industria dell’auto e del salotto aperta al mercato internazionale e impresa locale arretrata Con il suo puntuale e documentato intervento sul precedente numero di Decanter Rocco Viglioglia ha detto esplicitamente ciò che è sotto gli occhi di tutti. Che l’economia della Basilicata sia caratterizzata da una crisi strutturale di lungo periodo è un fatto incontrovertibile. Tutti gli osservatori economici (Istat, Svimez, Unioncamere, Banca d’Italia) sono concordi nel giudicarla tale, sia pure con sfumature e con accenti diversi. E come sempre succede in situazioni come queste, la crisi supera la dimensione puramente economica e investe anche le altre componenti in cui si articola la convivenza civile: l’andamento della popolazione, il suo livello culturale, il ruolo della politica. Siamo in presenza di un sistema produttivo duale: da una parte, un apparato industriale costituito da medie e grandi industrie (la FIAT e il suo indotto, l’industria del salotto, la Ferrero, ecc.) e dall’altra, la pubblica amministrazione e la piccola e media impresa locale, composta da aziende di piccole dimensioni, attinenti ai settori tradizionali di una economia arretrata, riguardanti in particolare l’agricoltura e le costruzioni. Senza la grande industria - peraltro insediatasi nella regione per motivazioni, come dire, esterne, ossia secondo logiche di localizzazione che guardano al complesso della realtà meridionale - la Basilicata sarebbe sostanzialmente in ginocchio. Non va dimenticato che l’80% delle esportazioni regionali attiene ai due poli industriali di Melfi e di Matera (nonostante la crisi del mobile imbottito, anch’essa strutturale), restando la produzione locale destinata in massima parte al mercato in- terno di per sé asfittico. E non va sottaciuto che, nonostante i grandi investimenti industriali nei due distretti citati in precedenza, l’andamento dell’occupazionale regionale rimane inalterato, attestandosi nel medio periodo sui 220 mila addetti, con una crescita modesta e inferiore a quella registrabile nelle altre realtà territoriali. Dunque, la Basilicata si allontana decisamente dal raggiungimento degli obiettivi fissati per il 2010 in sede europea in materia di occupazione, uscendo comunque dall’”obiettivo 1” a causa di uno dei tanti paradossi che ispirano la politica dell’Unione europea che non considera decisivi, ai fini della distribuzione delle risorse a sua disposizione, criteri relativi ai fenomeni strutturali delle singole regioni, come la vitalità o meno del sistema produttivo, i processi migratori e così via, attestandosi su confronti territoriali relativi al Pil pro capite che documentano soltanto una parte del benessere di un territorio attraverso valutazioni statistiche di dubbia attendibilità. La Basilicata presenta condizioni socio-economiche negative pari e talvolta più pesanti di quelle di altre aree meridionali che pur restano nell’“obiettivo 1”. Essa è infatti investita da un processo di invecchiamento che non ha riscontri nel Mezzogiorno, caratterizzato, caso unico in Italia, dalla somma di due saldi entrambi negativi relativi alla natalità e all’emigrazione, evidenziando chiari segni di declino demografico. L’area di povertà interessa il 25% delle famiglie lucane, a cui occorre aggiungerne un altro 15% che è collocato nei pressi della soglia degli incapienti. La dotazione infrastrutturale vede la re- 9 politica e società P gione al penultimo posto nella relativa graduatoria nazionale e questo condiziona pesantemente il grado di competitività delle aziende e la mobilità della popolazione all’interno della regione e verso l’esterno. Il sistema creditizio vede i suoi centri di decisione fuori dei confini regionali, mentre la trama urbana è debole e non riesce a supportare processi di crescita economica innovativi. Le aree interne, poi, sono afflitte da fenomeni di spopolamento gravi e in qualche caso ormai irreversibili. In questo scenario non certo esaltante il dato più preoccupante riguarda i giovani. La disoccupazione intellettuale è doppia rispetto a quella dell’intero Paese (10% contro il 5% dell’Italia), circostanza questa che spinge circa 3000 giovani ogni anno a cercare lavoro altrove, facendo venir meno energie vitali per qualsiasi ipotesi di sviluppo. Si tratta di giovani spesso in possesso di laurea e di formazione d’eccellenza che non riescono a soddisfare le loro aspettative di lavoro nella regione, sia per la scarsità della domanda, sia, quando questa c’è, per la sua qualità. In genere essa chiede basse qualifiche a cui corrispondono bassi salari, offerti per lo più dalla grande impresa che preferisce prevalentemente attingere per i propri quadri e per il proprio management dall’esterno della regione e, per la FIAT, dalla casa madre. La piccola e media impresa locale non è poi nelle condizioni di poter assumere, dati i suoi limiti dimensionali e produttivi, personale molto qualificato. Su tutto ciò infine pesa la mancanza di stimoli professionali e culturali, in Basilicata scarsi rispetto ad aree più avanzate. Di fronte a questo stato di cose, la politica ha assunto una posizione a dir poco sconcertante, proponendo un’immagine 10 della Basilicata che non trova riscontri significativi e vantando una supremazia che contrasta decisamente con la realtà. È comprensibile che per difendere gli interessi della regione si evitino rappresentazioni catastrofiche, ma questo non giustifica il fatto che si arrivi a una vera e propria azione di mistificazione e a stravolgimenti clamorosi della realtà. Sentir parlare di “modello lucano”, di Basilicata “isola felice”, di “regione di qualità”, di “territorio di eccellenza”, come fa il ceto politico ad ogni piè sospinto, provoca un senso di frustrazione, che si moltiplica quando si costretti a constatare che molti soggetti che ruotano intorno alla politica regionale (la gran parte della informazione, l’associazionismo politico e sociale, molti osservatori esterni, chiaramente disinformati) assecondano questo modo di interpretare la realtà regionale. In Basilicata sembra di essere piombati in una condizione come quella descritta da G. Orwell nel suo romanzo 1984, in cui “il linguaggio politico è costruito in modo da conferire alle bugie l’apparenza di verità e far sembrare solido ciò che è soltanto aria fritta”. Stando così le cose è di tutta evidenza che la politica deve rassegnarsi a offrire un’analisi realistica delle variabili che caratterizzano l’economia della regione: se non si riconoscono preliminarmente le insufficienze, i limiti, le condizioni di sottosviluppo non si può seriamente avviare un’azione di cambiamento. Si incomincino, dunque, a mettere al bando gli slogan propagandistici a cui abbiamo fatto riferimento: tutti i dati ci dicono che parlare di declino della Basilicata non è un’esagerazione e che esso implica peraltro un pesante deficit di democrazia. politica e società P E infatti ha ragione Carlo Trigilia allorché sostiene che nel Mezzogiorno “i vincoli allo sviluppo sono prevalentemente non economici e vengono dall’interno del Sud” medesimo. Ciò vale anche per la Basilicata. Essi attengono alle modalità con cui si sviluppa l’azione politica, finalizzata prevalentemente al tornaconto immediato del potere dominante, all’attenzione per gli interessi propri del ceto politico più che a quelli generali. Tali vincoli sono da rintracciarsi in una politica che appare sempre più invasiva, impegnata a concedere favori ad alcuni e a negare diritti ad altri, che disconosce i meriti per assecondare le appartenenze clientelari, in una politica adusa a gestire le risorse disponibili per innescare continue ragioni di scambio elettorale, applicando regole formali ed informali elaborate a tale scopo, collocate sul confine spesso incerto tra legittimità e illegalità. È una situazione che spinge il singolo cittadino, non a dare il meglio di sé, ad avere fiducia nelle proprie forze, a intraprendere iniziative economiche, ma a ricercare condizioni di dipendenza dalla politica, scorciatoie assistenziali. Al posto di politiche di sviluppo vengono privilegiati interventi di mera redistribuzione delle risorse pubbliche. L’obiettivo è creare uno”zoccolo”consistente di consenso elettorale su cui blindare la rappresentanza politica. Non è un caso che la Basilicata abbia garantito una longevità alla sua classe politica che non trova corrispondenza altrove. Che questa eccezionale stabilità politica non dia risultati socioeconomici poco importa: ciò che conta è la sopravvivenza del sistema di potere esistente. Il ceto politico dominante è ben consapevole che il sottosviluppo, attivando grandi dipendenze clientelari, consente di conservare le posizioni di potere. I politici, come diceva Luigi Sturzo,” hanno bisogno dei bisognosi” e sono bravi a cercarseli. Eppure questa regione ha risorse nettamente superiori alle sue necessità di reddito e di occupazione. Non è questa le sede per approfondire questo giudizio in termini operativi, ma le risorse disponibili (aree irrigue che presentano larghi margini di utilizzazione, petrolio, risorse turistiche utilizzate attualmente al 25% dello loro potenzialità, gli effetti indotti dall’industrializzazione in atto, la disponibilità di mano d’opera a costi moderati, di aree artigianali ed industriali già attrezzate, la relativa tranquillità sociale) rappresentano fattori attrattivi difficilmente riscontrabili nel resto del Mezzogiorno. Certo occorre un progetto, non “svendere” come si è fatto finora per le aree turistiche, replicando modelli ricettivi anni ‘60 (è soprattutto il caso del Metapontino) che poco o nulla apportano,in termini di redditività collettiva. Occorre smetterla di fare programmazione economica per giustapposizione, producendo semplici elenchi di opere, preoccupati della capacità della spesa e non della sua qualità, della effettiva utilità sociale e territoriale che essa comporta. Il lavoro nero è anche una risorsa, riguarda gente in carne ed ossa che occorre far emergere, l’ambiente rappresenta una opportunità, ma la valorizzazione e la manutenzione del territorio non possono essere affidate al mercato del lavoro precario che non dà dignità sociale, professionale e salariale ai lavoratori interessati; in questo campo di attività si può fare 11 politica e società “buona occupazione”, se si introducono criteri manageriali di progettazione e di gestione. Si può, anzi si deve, far crescere la piccole e media impresa locale che costituisce l’ossatura fondamentale di qualsiasi sistema produttivo, assicurando servizi avanzati a costo promozionale per favorirne il salto di qualità, mutuando da ciò che si fa nelle aree più avanzate, agendo su consulenze mirate, su interventi di trasferimento tecnologico, sugli incubatori d’impresa. Il dilemma sviluppo-sottosviluppo lo si risolve, affrontando le problematiche prima trattate: la politica invasiva, il clientelismo, i fattori non economici, accanto e ad integrazione di quelli prettamente economici. La politica è il terreno su cui far leva prioritariamente. Su questo piano occorre riflettere su che cosa è oggi l’Ente Regione Basilica che rappresenta il centro motore della politica e della economia regionale. L’Ente Regione, più che avvicinare i cittadini alle istituzioni, è servito finora soprattutto per moltiplicare le opportunità della politica verso fini particolari. La Basilicata vive una grande anomalia che condiziona pesantemente quanto negativamente la vita regionale: La sovrapposizione, la coincidenza, anche fisica, della politica e della burocrazia ai vertici dell’Ente Regione; responsabili di partito sono diventati funzionari della Regione, poi consiglieri regionali, assessori, presidenti di giunta o di consiglio, per ritornare a fasi alterne funzionari regionali. In tal modo si è costituita una casta politico-burocratica che non ha eguali in Italia, una sorta di gilda medievale che si è creata una rendita di posizione a carico della collettività e che vive e prospera, potendo contare su una combinazione micidiale tra spesa pubblica, rappresentanza politica e burocrazia, con intrecci corruttivi facilmente immaginabili. Rimuovere questa anomalia è condizione essenziale per affrontare i temi dello sviluppo. 12 P politica e società P Petrolio e rifiuti la Regione naviga a vista ANTONIO CALIFANO La discussione sul Piano Energetico Regionale, che nelle prossime settimane dovrebbe riavviarsi in consiglio, non sembra registrare la necessaria attenzione e il dovuto coinvolgimento, appare ancora una volta tutta centralizzata sul problema della gestione e poco attenta ai problemi di qualità, mentre necessita una riflessione che riveda le vecchie impostazioni, riconsideri le quote, le sue ripartizioni, e l riconsideri il tutto anche alla luce dei nuovi scenari. Indubbiamente questo inizio di terzo millennio si va caratterizzando sempre più, dal punto di vista dello sviluppo capitalistico, come il periodo storico nel quale tali processi stanno entrando in contraddizione strutturale con le loro compatibilità ambientali. Mai come in questa fase si avverte, anche nel senso comune e tra la gente, la strutturale contrapposizione tra modello di crescita della società capitalistica, dei mercati globalizzati e il pianeta Terra. Le direttici di sviluppo, soprattutto dal punto di vista delle capacità energetiche, rischiano di far collassare l’intero ecosistema mostrando anche i limiti di uno sviluppo tecnologico, vero elemento trainante di questa fase, per la prima volta non completamente adeguato, anche dal punto di vista della ricerca, alle compatibilità generali dello sviluppo e dei mercati. Significativa l’analisi di Jeremy Rifkin in un recente documento commissionato dall’Unione Europea. “Ci stiamo avvicinando al tramonto dell’era del petrolio in questa prima parte del 21 secolo. Il prezzo del petrolio sul mercato globale inizia a salire e ormai siamo in vista nei prossimi decenni del picco globale del petrolio. Allo stesso tempo il drammatico aumento delle emissioni di anidride carbonica derivante dai combustibili fossili bruciati sta elevando la temperatura della Terra e minacciando un cambiamento senza precedenti nella chimica del pianeta e nel clima globale. Il prezzo in continua ascesa dei combustibili fossili e il progressivo deteriorarsi dell’ecologia della Terra sono i fattori trainanti che condizioneranno e limiteranno tutte le decisioni politiche ed economiche che faremo nel prossimo cinquantennio”. È chiaro che o il sistema capitalistico trova nei prossimi anni una soluzione a queste contraddizioni e delle risposte, anche scientifiche, a questi problemi operando in maniera decisa nel mutamento di alcune scelte o la fase che si apre sarà estremamente drammatica sia per un possibile arresto dello sviluppo che per i conflitti sociali che si apriranno. Senza voler fare del catastrofismo la cosa che stride con queste previsioni è l’assoluta insipienza della politica che a tutti i livelli continua ad affidarsi ad una miopia, nella gestione dei territori, sconcertante. Una piccola cosa, ma è a partire dalle piccole cose che si innescano i grandi cambiamenti, come la scelta di riaprire, a scopo di ricerca (sic!), un pozzo in località “Montegrosso” nel comune di Brindisi di Montagna ma di fatto alla periferia di Potenza, rappresenta da un lato la dimostrazione che in questa regione non esiste una politica energetica, che il nostro futuro è nelle mani delle multinazionali del petrolio, che la politica “balbetta” e che bisogna aspettare, quando interviene, l’intervento della magistratura, che a Potenza ha bloccato momentaneamente le ricerche estrattive a Montegrosso, per difendere i diritti dei cittadini. Per la verità l’altro dato positivo è la reazione dei cittadini , dei comitati di quartiere, delle forze politiche della “Sinistra e l’Arcobaleno” che si sono subito mobilitate raccogliendo migliaia di firme e costituendo un comitato cittadino “No Oil”, contro l’apertura del pozzo, che sta continuando a operare, al di là della sua momentanea chiusura, allargando la 13 politica e società P riflessione a tutti i temi ambientali e al rifiuto di un modello di sviluppo tutto dipendente dalle estrazioni di idrocarburi. La via è un’altra, ma chi ci governa non sembra accorgersene, bisogna puntare decisamente allo sviluppo delle energie alternative non come elemento che contribuisce a raggiungere le quote di produzione energetica ma come elemento strutturale delle quote stesse, lo abbiamo già detto anche in merito al piano energetico regionale. Mentre in Basilicata la vicenda di Montegrosso ha riproposto l’attualità delle vicende energetiche ai nostri confini, in Campania, e quindi con ripercussioni dirette e indirette per il nostro territorio, è riscoppiata l’emergenza rifiuti. Una vicenda in pieno svolgimento che esplicita un altro dei problemi di questo modello distorto di sviluppo non così diversa da quella energetica. Anche qui si tratta di cambiare completamente approccio al problema, ma la soluzione in questo caso è possibile e la tecnologia in grado di dare delle risposte. La soluzione è la raccolta differenziata e il riciclaggio, che è economica, conveniente e tecnicamente possibile per più dell’ 80% dei rifiuti. Le quote nazionali sono ben al di sotto anche rispetto a quanto stabilito dal “decreto Ronchi”. Gli inceneritori non sono la soluzione, ma possono concorrere alla soluzione del problema se vengono utilizzati come ultima ratio e in fase emergenziale. Le discariche, di fatto permanenti, sono sicuramente la soluzione peggiore. La gestione “privatistica” dello smaltimento e delle discariche sono alla base dell’attuale emergenza, oltre naturalmente alla mancata adozione di piani completi di smaltimento dei ri- 14 fiuti e il fatto che in Basilicata non ci sia una emergenza rifiuti non significa assolutamente che in questa regione non ci siano problemi, basti pensare a come viene effettuata la raccolta nella città di Potenza, alla burla dei cassonetti dei “multimateriali”e la vicenda del termovalorizzatore. Le maggiori responsabilità nella vicenda campana sono della politica e del tragico continuismo tra amministrazione di centrodestra e di centrosinistra, la corruzione di interi apparati pubblici, la commistione tra privatizzazione dello smaltimento e criminalità organizzata. Ma ora c’è una emergenza che va risolta, e subito. Preoccupa la reazione delle regioni e la rottura di una solidarietà nazionale che è ben altra cosa dall’effetto nimby: il clima “da boia chi molla” che si respira negli scontri di Cagliari, le infiltrazioni “eversive” e criminali nella giusta protesta dei cittadini di pianura, la perdita di un senso civico nazionale alimentato dalla destra che fa dell’egoismo e della paura il proprio collante, consegna alla sinistra italiana un tema che è proprio del nostro paese e che lo differenzia dal resto d’Europa. Una devastante spinta al localismo, alla rottura di una solidarietà nazionale, del senso civico, di una politica che guarda alla sussidiarietà che si innesca in una crisi della sinistra che potrebbe pregiudicarne la sua stessa esistenza in maniera più drammatica che altrove. D’altro canto la democratica mobilitazione dei cittadini, compresa quella di Vietri, che rispetto alla salute e alla qualità della vita non fanno sconti a nessuno, ci dicono che c’è ancora spazio per la politica, la partecipazione, la dinamica democratica. Ma bisogna fare presto! politica e società P Passannante morto e sepolto STEFANO ANASTASIA Finalmente riposti in una piccola urna all’ingresso del cimitero di Savoia di Lucania i resti di Giovanni Passannante1, sarà consentita una piccola provocazione agli animatori di questa decennale impresa e ai suoi entusiasti sostenitori: contestarne la meritevolezza proprio in nome di Giovanni Passannante e delle sofferenze che gli toccò di subire un secolo fa e nei trent’anni precedenti2. In principio era un ordine del giorno del Consiglio regionale di Basilicata: 8 luglio 1998, in vista del 150° anniversario della nascita di Passannante e «in attesa della definizione dell’annosa questione legata alla restituzione del nome originario – Salvia – al Comune di Savoia di Lucania», il Consiglio impegnava la Giunta «a intraprendere presso il Governo nazionale … tutte le iniziative idonee affinché, per intanto, siano traslati i resti di Giovanni Passannante dal Museo criminologico di Roma al Comune di origine, per provvedere alla tumulazione». Il Ministro della Giustizia pro tempore, da cui di- pende il Criminologico, subito aderisce alla richiesta: del 3 marzo del 1999 è la lettera del Direttore generale dell’Amministrazione penitenziaria con la quale, «visto il nulla osta concesso dal Ministro di Grazia e Giustizia», si autorizzava la traslazione dei resti di Passannante «per la definitiva tumulazione». Difficoltà della Regione e del Comune lasciarono in sospeso l’esecuzione della traslazione fino a quando, anche sotto la pressione di un movimento di opinione sollecitato da Ulderico Pesce e dal suo spettacolo teatrale “L’innaffiatore del cervello di Passannante”, la macchina amministrativa si è rimessa in moto e ha prodotto l’esito da (quasi) tutti sperato. Certamente tra gli avversari della traslazione è possibile annoverare i senatori Giulio Marini e Gustavo Selva che, qualche giorno prima della conclusione della vicenda, hanno trovato modo di biasimarla ritenendola manifestazione di un «revisionismo pericoloso»3 che, riabilitando l’autore di «un grave attentato a un Capo di Stato costituzionale assumerebbe un carattere giustificativo e apologetico … della cultura dell’antiStato e della violenza quale strumento di lotta politica»4. Ma gli argomenti dei senatori citati sembrano coevi del fatto biasimato, intrisi come sono di eccessiva e astorica devozione alla monarchia sabauda e alla sua luminosa missione nella storia patria. Del tutto opposti (e meritevoli di maggiore attenzione) sono invece quelli spesi da un gruppo di deputati radicali in una interrogazione di qualche settimana precedente5: notano infatti i deputati Turco, Beltrandi, Capezzone, D’Elia e Poretti che «si intende stranamente seppellire per sempre una straordinaria testimonianza della storia sociale e repressiva del nostro paese», «quel cervello e quei resti sono testimonianza del rapporto tra dominatori e dominati, della tragedia umana e politica di un uomo dell’Ottocento e del Novecento. … Sono “reperti” che appartengono – a cent’anni di distanza – alla storia del nostro paese». Seppellirli dopo un secolo non avrebbe senso, «è come se 15 politica e società P qualcuno decidesse di seppellire i resti di Roma antica, di Pompei». Correttamente e coerentemente con queste argomentazioni, i deputati radicali indirizzano la loro interrogazione non solo al Ministero della Giustizia, ma anche – e soprattutto – al Ministro per i beni culturali. La stessa preoccupazione, del resto, era stata della Direzione del Museo criminologico che, senza obiettare alla superiore decisione per la traslazione dei resti di Passannante, chiese al Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria di accertare se la competenza sulla cessione dei “reperti” di Giovanni Passannante non fosse del Ministero per i beni culturali sulla base del Codice dei beni culturali e del paesaggio che affida ad esso «le funzioni di tutela sui beni culturali di appartenenza statale» (art. 4): chiese cioè se i resti non dovessero essere considerati reperti, e dunque beni culturali meritevoli di tutela. Decisiva domanda per il destino di quel cranio e di quel cervello: conservarli (se reperti) o tumularli (se sempli- 16 ci resti umani)? Domanda però rimasta senza risposta: nel caso in questione, dal Ministero per i Beni culturali sappiamo solo che il Ministro in carica ha sollecitato la traslazione e il suo Capo di gabinetto vi ha presenziato; a nostra conoscenza, nessuna valutazione è stata fatta dei “reperti” traslati e tumulati. Anche il Ministro per i Beni culturali si è limitato “Il rischio a riconoscere la fondatezza della richiesta dalla comu- di far cadere nità locale in ragione della nell’oblio pietas che si deve alle spo- la criminologia glie mortali di un uomo, lombrosiana quel minimo comun deno- e le sue minatore che ha visto dalla aberrazioni” stessa parte tutti gli attori di questa vicenda, ivi compreso il senatore legittimista Giulio Marini che non voleva negare a Passannante «una sepoltura cristiana». Qualcuno, in proposito, ha finanche scomodato Antigone e la sua pretesa di dare sepoltura alle spoglie di Polinice, fratello morto in armi contro la sua stessa città. E allora proprio da qui val la pena politica e società P di riprendere un filo di argomentazioni contrarie a quelle così coralmente pacificatorie che abbiamo visto all’opera in questa storia. Antigone si oppone alle leggi vigenti della città di Tebe, al decreto di Creonte che vieta la sepoltura del ‘traditore’ Polinice. Il rifiuto del comando di Creonte costerà ad Antigone la morte, lucidamente scelta. Viceversa, la sepoltura dei resti di Passannante a quale decreto tirannico è stata opposta? Con quali conseguenze per la violazione del suo comando? A nessun decreto e con nessuna conseguenza. Una scelta semplicemente pacificatoria, fatta per cancellare una antica offesa, una remotissima sofferenza; una scelta fatta «per motivo di mera umanità», come fu scritto in una delle prime interrogazioni parlamentari in materia6. Serviva alla memoria di Giovanni Passannante questa cerimonia pacificatoria? Certamente sì, a dar credito a certi argomenti neo-animistici che si sono sentiti e che hanno dato luogo alla facile, ma fuorviante associazione con la tragedia sofoclea, argomenti che si risolvono nel requiescat in pacem di brandelli di un corpo straziato. Certamente no, se del sacrificio di Passannante si vuole effettivamente serbare la memoria, cioè farne tesoro per la vita e la cultura civile del Paese in cui ha vissuto e che lo ha messo a morte e fatto carne da laboratorio nello studio del comportamento criminale. Se quella triste vicenda di cento e più anni fa la si vuol chiudere politicamente bisognerà tornare a discutere della questione del nome di Savoia di Lucania. In questo senso, del resto, pose il problema il Consiglio regionale con l’ordine del giorno citato («in attesa della definizione dell’annosa questione …») e in questo senso andava la prima interrogazione parlamentare in materia7. Ed è difficile dar torto ai deputati radicali quando notano che se la cosa dovesse finir qui, Passannante «si agiterebbe nella tomba perché seppellito in un paese che onora i Savoia». Viceversa, se di quella vicenda umana e giudiziaria si fosse voluto serbare la memoria, mai si sarebbe do- vuto acconsentire alla tumulazione dei resti di Passannante, appunto in quanto “reperti” di quel modo di intendere la criminalità, la devianza, il dissenso politico di cui Passannante fu vittima. Qualcuno ha messo in giro la bislacca idea che la conservazione della testa di Passannante nel Museo criminologico era la conseguenza di un editto creontesco che ne vietava il seppellimento come pena aggiuntiva a quelle già patite in vita dall’anarchico lucano. Al contrario, essa fu conservata in virtù di una previsione del Regolamento generale per gli stabilimenti carcerari del 1891, secondo la quale la Direzione generale delle carceri avrebbe ceduto ai gabinetti anatomici delle Università che ne avessero fatta richiesta «i cadaveri dei condannati morti nelle infermerie degli Stabilimenti penali del luogo», e ciò per contribuire alla ricerca scientifica del tempo intorno «all’uomo delinquente». Era la Scuola positiva di Cesare Lombroso, che con metodo scientifico riteneva di poter studiare la propensione a delinquere a partire dalle caratteristiche 17 politica e società biologiche, antropomorfiche e antropometriche degli individui. Per quanto aberrante possa sembrarci oggi quel tipo di ricerca, tanto da essere spregiativamente entrato nel linguaggio comune l’aggettivo “lombrosiano”, a indicare una fisiognomica etichettante, essa ha segnato la cultura criminologica non solo italiana e non solo negli anni del suo massimo splendore (quelli in cui Giovanni Passannante veniva martoriato tra l’Elba e Montelupo fiorentino), e qualcuno vi vede traccia anche in certe teorie criminologiche contemporanee per tipo d’autore. Insomma, Passannante è stato vittima della repressione autoritaria della monarchia sabauda, che lo fece impazzire e morire in stato di segregazione, mentre il suo corpo è stato oggetto delle sperimentazioni scientifiche degli epigoni della Scuola positiva. Oggi, all’indomani della traslazione dei suoi resti nel paese natale, della repressione sabauda resta ben viva la memoria in quel nome ancor oggi imposto all’antica Salvia di Lucania, mentre quei reperti straordinari che erano conservati nel Museo criminologico di Roma sono stati tumulati e sottratti alla vista di quanti avrebbero potuto apprenderne le aberrazioni della cultura scientifica e criminologica dell’Italia fra Otto e Novecento. Chissà se Giovanni Passannante riposa finalmente in pace, o si rivolta nella tomba, come temono i radicali, certo è che a questo punto appare morto e sepolto. P “Qualche volta il sindacato è una lobby. Difendo le scelte sul Metapontino ma ora basta villaggi. Il fondamentalismo è nemico dell’ambiente” Ulderico Pesce al Museo criminologico di Roma con “le spoglie” di Passannante 18 politica e società P Note 1 L’11 maggio scorso il cranio e il cervello di Giovanni Passannante, conservati prima presso l’Istituto superiore di Polizia e poi presso il Museo criminale (oggi criminologico) di Roma, sono stati traslati presso il Cimitero di Savoia di Lucania. 2 Ricordiamo che Giovanni Passannante attentò alla vita di Umberto I il 17 novembre 1878. Condannato a morte, la pena gli fu commutata l’anno seguente nei lavori forzati a vita. Dopo dieci anni di isolamento totale nell’ergastolo di Portoferraio, sull’Isola d’Elba, fu giudicato malato di mente e trasferito nel Manicomio giudiziario di Montelupo Fiorentino, dove morì il 4 febbraio 1910. 3 Senato della Repubblica, XV legislatura, Sindacato ispettivo, atto n. 401866, in Resoconto seduta pomeridiana del 3 maggio 2007, Allegato B. 4 Senato della Repubblica, XV legislatura, Sindacato ispettivo, atto n. 3-00637, in Resoconto seduta dell’8 maggio 2007, Allegato B. 5 Camera dei deputati, XV legislatura, Sindacato ispettivo, atto n. 4-03261, in Resoconto seduta del 12 aprile 2007, Allegato B. 6 Camera dei deputati, XIII legislatura, Sindacato ispettivo, atto n. 4-17153 a firma dei deputati Molinari, Pittella, Sica e Manzione, in Resoconto seduta del 29 aprile 1998, Allegato B. 7 Senato della Repubblica, XIII legislatura, Sindacato ispettivo, atto n. 4-10690 a firma del senatore Mignone, in Resoconto seduta del 28 aprile 1998, Allegato B. La mia battaglia tra umana pietà e impegno civile ULDERICO PESCE Era il 1984, ero appena arrivato a Roma dalla mia terra, la Basilicata, quando scoprii la vita di Giovanni Passannante, un mio corregionale che nel 1878 attentò alla vita del re Umberto I di Savoia e che per quest’atto “dimostrativo”, visto che aveva in mano un coltellino con una lama di quattro dita non adatto ad uccidere un uomo, era stato punito con atroci torture che lo portarono, dopo più di dieci anni di isolamento in una cella sotto il livello del mare sull’isola d’Elba, a mangiare le sue stesse feci. A Roma arrivai con la Maturità classica, avevo ancora nella testa i versi dell’Antigone di Sofocle, memorizzati a fatica e portati all’esame e mi misi a frequentare l’Università e avevo grandi difficoltà di inserimento: non conoscevo nessuno, pochissimi soldi in tasca che mi passavano i miei genitori per farmi “costruire un avvenire” e vivevo in una camera presa in affitto allo Scalo San Lorenzo, al secondo piano, la cui finestra si affacciava sulla tangenziale est, a cinque metri dalle macchine che non mi permettevano di dormire quasi mai. Per risparmiare 50.000 lire al mese, in aggiunta, dovevo “accudire” circa trecento canarini del proprietario dell’appartamento, tenerli puliti e farli mangiare e bere. Mi ritrovai nel Museo del Crimine in via del Gonfalone per puro caso. Mi ero mezzo fidanzato, in effetti mi illudevo di essermi fidanzato, con una ragazza che abitava nei pressi di Campo dei Fiori, vicino al museo, che faceva sempre ritardo agli appuntamenti. Un giorno di pioggia, nell’attesa, entrai nel museo. In un corridoio scoprii la bacheca con un cranio e un cervello, su un fogliettino c’era scritto: Giovanni Passannante, nato a Salvia (PZ) il 19 febbraio 1849. Mi fece rabbia quel PZ tra parentesi: Potenza. La mia stessa provincia. “Perché è qui in esposizione, non ha parenti che se lo vengono a riprendere?”, pensai e mi vennero in mente i versi di Antigone che avevo dovuto studiare a forza ma che ora diventavano attuali e utili: “La giustizia che riposa tra i morti non ha stabilito di lasciare insepolto un uomo, un figlio di mia madre, un fratello. Io lo seppellirò, e morirò, ma per me la morte sarà una cosa bella non una sofferenza.” Sempre più spesso andavo a visitare Giovanni e così partì la mia battaglia: seppellire Giovanni nel suo paese. Una battaglia che cominciai subito a portare avanti con rabbia anche perché avevo involontariamente e ingiustamente associato la triste vita di Giovanni, esposto in una terra che non gli apparteneva, nel Museo del Crimine, nell’indifferenza generale, alla mia stessa vita, che in quel momento sentivo assai infelice, di ragazzo che deve lasciare le cose più belle che ha per “formarsi” altrove, che subisce l’ingiustizia dell’idea che per “formarsi” bisognava in parte “sformarsi”. Sono passati 23 anni da quella mattina nel museo. Mi sono “formato” cercando di non “sformarmi” troppo, cercando di conservare la memoria delle mie cose. Da questo punto di vista la scelta di fare l’attore narrando ciò che mi circonda mi ha aiutato molto. Negli anni ho costruito uno spettacolo che racconta la vita di Giovanni, l’ingiustizia di tenere i suoi resti esposti in un museo e la ferma volontà di restituirgli la dignità della sepoltura, cosa condivisa da circa 5 mila firmatari dell’appello sul mio sito internet. Quella ragazza che corteggiavo l’ho persa di vista, quando passo sulla tangenziale est guardo sempre quella finestra che è rimasta uguale, non hanno neppure cambiato le tapparelle. I miei due cani sono morti, e li ho seppelliti io stesso nell’orto sotto casa al paese. Ma la cosa bella è che oggi mi sento un po’ come Antigone: ho seppellito, con l’aiuto di tanti amici, Giovanni al suo paese. 19 politica e società P L’acqua potabile è tanto preziosa: aiutaci a non sprecarla. © pfuccella 2007 Il futuro dell’acqua è il futuro della nostra vita! 20 campagna per la riduzione dei consumi dell’acqua potabile Segni e Parole Religione, popolo e riti D a Pasqua a settembre ho assistito ai riti religiosi e alle manifestazioni sacre di mezza Basilicata. Credo di aver fotografato e ripreso quasi metà della popolazione lucana. Le cose che più mi sono rimaste impresse sono la grande partecipazione popolare (con un numero rilevante di giovani), i sapori, gli odori e i suoni della festa. In Basilicata il numero delle manifestazioni religiose è impressionante. È possibile classificarle anche (e non solo) divise per aree geografiche. Vi sono quelle delle aree interne, meno formali, più articolate, più partecipate emotivamente, dove gli spazi sono caotici e l’uomo si ritaglia il proprio momento per pregare, le musiche sono casuali e si intrecciano tra di loro. Vi sono quelle organizzate nei paesi confinanti con la Puglia, più formali, con ritmi cadenzati, dove per forma si intende occupare gli spazi con ordine e senza eccessi, dove la musica viene utilizzata per riempire i vuoti che si creano tra un rito e l’altro assumendo un tono ufficiale. VINCENZO FUNDONE Ma in tutti i casi c’è una particolarità che accomuna tutte le manifestazioni religliose. Si tratta della presenza delle bancarelle e delle fiere (con le loro mercanzie), segno che queste ricorrenze erano e sono ancora per certi aspetti momenti di scambio culturale e commerciale tra le popolazioni limitrofe. Rivedere le immagini che ho prodotto in questi mesi mi hanno dato la sensazione di una fede diversa da quella degli anni passati, che pura è stata rappresentata da altri importanti servizi fotografici. Venuta meno la paura del Dio vendicatore, eliminata la soggezione alla povertà e alla fame resta una religiosità profonda con un carico di umanità ormai perso completamente nei grossi centri urbani. Dobbiamo ringraziare quegli uomini e quelle donne che hanno saputo mantenere vive e difendere le loro tradizioni, anche adattandole attraverso le dovute trasformazioni ai tempi moderni. 21 segni e parole Accettura, Festa di S. Giuliano - Il Maggio Tutte le foto di questo inserto sono di Vincenzo Fundone. 22 segni e parole Feste religiose e retaggio di riti pagani ONDINA CASSOTTA Albano di Lucania Esiste, in Basilicata, una quantità, sorprendente di riti, connessi a festività religiose, che costituiscono un tesoro ricco e multiforme: un patrimonio di cultura materiale, fatto di oggetti dal valore storico, strumentale e simbolico; di tradizioni millenarie eppure vive; di saperi e credenze sublimati in immagini stilizzate e suoni efficaci; di codici e moduli sociali esemplari. Un tesoro effimero preservato da quel sentimento generalizzato, chiamato pietà popolare, che ha veicolato fino ad oggi i segni della storia. Tuttavia, parlando di ‘patrimonio’ o di ‘tesoro da preservare, si rischia di ingabbiare questo insieme culturale nei limiti teorici di una pratica etnocentrica, contro la quale devono spesso scontrarsi le discipline antropologiche che perseguano la scientificità. Così il pregiudizio, spesso inconsapevole, dell’uomo del XXI secolo, che guarda con sussiego razionalistico ai fatti socio-culturali nei quali rinvenga i segni del tempo, ne snatura l’essenza più vera. Tesoro preservato quindi. Ma dall’esigenza viva e attuale di una dimensione spazio-temporale extra-quotidiana, nella quale riappropriarsi del senso, cercare il contatto, scoprire il valore dell’appartenenza ad una comunità da perpetuare, trovare i sostegni della propria identità, rompere le barriere sociali, lasciarsi andare. Per questo la ricerca attraverso le comunità di questa terra ha assunto, per chi scrive, i caratteri di ‘un viaggio agli inferi’. Dove per inferi s’intende quel luogo pagano metaforico di una ricerca verticale fino al fondo del Sé, fino all’origine dell’uomo. Una verticalità duplice. Diacronica, filogenetica, perché insegue l’età spesso incalcolabile dei Segni e la loro densità fatta di, contaminazioni, stratificazioni, invasioni culturali. Sincronica e ontogenetica, perché cerca il senso di questi stessi Segni e la loro ragion d’essere qui ed ora. Anzi 23 segni e parole Un viaggio appassionante ma arduo e minato dal pericolo di trattare i fatti come fermi «fossili sociali» di tayloriana memoria. Certo sarebbe a dir poco velleitario tentare di esaurire, in questo contesto, la complessità dei fenomeni e i quesiti che essi pongono e che hanno rapito l’attenzione di illustri studiosi a cominciare da Ernesto De Martino. Tuttavia si può almeno tentare di porre l’accento sul valore che risiede nell’incontro, ricco di promesse, tra i due aspetti del viaggio. La categoria della Festa è sicuramente illuminante in questo senso. Si parlava, infatti, di esigenza da parte dell’uomo, di una comunità, di una dimensione spazio-temporale extra-quotidiana; quella dimensione che è propria della festa in quanto unità culturale. La festa è un momento di aggregazione del corpo sociale, legato alle fasi cruciali della vita di questo stesso corpo, all’interno di un ciclo temporale universalmente riconosciuto: il ciclo dell’anno. Barile 24 segni e parole Quando la vita dell’uomo era legata alla fioritura stagionale della natura, l’occasione della festa era legata ai suoi ritmi. Era la sopravvivenza della comunità che veniva celebrata, quindi la vita stessa, la sua ciclicità. Quando si avverte l’universalità di un aspetto dell’essere, questo si sposta sul piano del pensiero e diventa valore, quindi simbolo. Così i passaggi della natura- ma anche della storianel suo divenire e il rapporto con essa della comunità venivano sublimate nelle forme del mito e nell’azione rituale, nel culto, dal valore celebrativo e prefigurante, quindi propiziatorio. Il valore materiale e simbolico di queste pratiche, nel corso dei secoli, si modifica ma non s’interrompe. Il permanere nel mutare è un compromesso inevitabile. Il problema esistenziale è connaturato all’Uomo e questa universalità consente la con-fusione o la coesistenza di culture. Ovviamente l’evoluzione scientifica e la specializzazione di saperi e mestieri hanno gradualmente ridimensionato queste pratiche; o semplicemente spostato le sfere d’influenza, l’apparente destinazione. Castelsaraceno 25 segni e parole Francavilla sul Sinni Non si tratta solo di un rapporto inversamente proporzionale tra sapere scientifico e mitologia che esiste ma non è di tipo deterministico ed esclusivo. A livello subliminale il mito racconta sempre di rapporti di forza, di uno scontro dialettico. Tra le forze della natura colte viste dall’uomo ma soprattutto tra culture, tra quella dei vincitori e quella dei vinti. Da qui le contraddizioni, le ripetizioni di molteplici versioni intorno ad un unico soggetto che caratterizzano il mito. La storia frastagliata della cultura mediterranea, ed italica in particolare, è esemplare in questo senso. I riti lucani, come le categorie a cui si riconducono, testimoniano tuttora la varietà delle culture che hanno attraversato, quasi mai pacificamente, queste terre e nello stesso tempo offrono una lezione di coesistenza possibile e della ricchezza che ne può scaturire. 26 segni e parole Della storia di conquiste culturali, le tappe relative all’affermazione della Chiesa sono solo le ultime, le più relativamente recenti, di tutte quelle che da sempre hanno segnato la vita delle popolazioni italiche. Il mondo Pagano che la Chiesa si trova a conoscere, non è qualcosa mantenutosi intatto fino ad allora. Il termine ‘paganesimo’, usato per definire l’insieme di religioni precedenti all’avvento del Cristianesimo, se da un lato esprime la molteplicità delle credenze e dei culti, dall’altro rischia di appiattirne la prospettiva storica. Dal punto di vista del Credo cristiano, ma soprattutto da quello della Chiesa, lo scontro con questo mondo è inevitabile. Tuttavia di fronte alla natura coriacea e alle Genzano di Lucania radici profonde di questi culti, la strategia che viene adottata è quella di assorbire ciò che non si può combattere. Così comincia un attento e capillare lavoro di svuotamento semantico delle forme cultuali esistenti, di assorbimento di simbologie duttili, e di lento inserimento di Fatti ed Immagini del cosmo cristiano all’interno di feste pagane. Nonché l’istituzione, nell’anno liturgico, di nuove ricorrenze, vicine a quelle pagane o coincidenti con esse. Un’operazione resa possibile, come si diceva, da quei principi della Vita che trascendono i codici culturali. Il momento più importante dell’anno per la vita dell’uomo, è quello in cui la Natura si risveglia, in cui si passa dalla Irsina Irsina 27 segni e parole Marsico Nuovo stagione fredda alla stagione calda, segnato dall’equinozio di primavera. Il passaggio ad una nuova vita. Quello della rinascita della Dea Madre, che torna a dispensare i suoi frutti. Di Iside, la dea terra fertile e nera. Di Venere – Afrodite, la dea giovane, dalla bellezza verde e feconda. Del popolo ebraico, che passa il Mar Rosso liberandosi dalla schiavitù. Del cristiano, che ri - attuando il sacrificio di Cristo, invoca la rinascita del mondo. La vita in potenza, quindi, racchiusa in un uovo. Le celebrazioni di questa fase importante del ciclo annuale, non si contano. Così come non si contavano nell’antichità. Il ritrovamento di statuette votive femminili, col ventre gravido, ne testimonia la presenza già nella preistoria. Oggi nel mondo cattolico, queste celebrazioni sono caratterizzate dalle processioni che rievocano i misteri della Passione Montescaglioso 28 di Gesù. Esse affondano la loro origine nel Cristianesimo medievale, e nel tentativo di assorbimento, se non appropriazione, da parte della Chiesa degli spazi e dei tempi dei culti pagani, ancora fortemente radicate nella vita della gente. Una conquista mediata da quella, riconosciuta come la più importante per le fondamenta di una religione, della sfera sentimentale e istintuale della vita del popolo. Sul piano iconografico questa politica si esprime nel passaggio dal romanico al gotico. Che è un passaggio da una stilizzazione del divino in figure lontane e imperturbabili alla sua storicizzazione ed umanizzazione. segni e parole Matera Dalla contemplazione si passa all’immedesimazione; dal rito al dramma sacro, che inizialmente prevedeva esclusivamente la rappresentazione paratattica dei momenti della Via Crucis, e in seguito accolse elementi profani e culturalmente diversi, più spettacolari e attraenti, giustificati come personificazioni del male. Col tempo gran parte delle processioni dei Misteri ha perso quella teatralità, quel carattere di dramma recuperando la formalità ordinata del rituale. Ma esistono delle piccole realtà come quella di Barile, nella nostra regione, in cui tuttora si conserva l’antica forma mista del rito/spettacolo. In realtà questo evento, chiassoso ed eterogeneo, ben esemplifica la situazione socio-culturale di un Medioevo multiculturale e multietnico, ancora lontano dalla formazione degli Stati Nazionali. Una situazione che è anche, sorprendentemente, quella odierna. I personaggi della zingara e del moro, i diversi, che distraggono i fedeli dalla “via” del Cristo trovano il loro prolungamento oltre la finzione, nella presenza reale e costante, nelle varie feste estive, di immigrati che con i loro mercatini affiancano le cerimonie sacre. Così mentre la comunità festeggia se stessa, la propria identità culturale vivificando antiche tradizioni, quella stessa realtà rappresentata si dipana nuovamente, nel multiculturalismo contemporaneo. Dal punto di vista strettamente cultuale, la forma contaminata del rito/spettacolo è in realtà la più vicina alla pulsione originaria dell’azione rituale, che è sempre azione mimetica, e quindi magia simpatetica. Questi aspetti caratterizzano i numerosi festeggiamenti, che proseguono fino alla fine di settembre, associati al culto Mariano e a quello dei Santi. Ma è nell’ambito del primo che il bisogno di uno spazio separato dal quotidiano si fa concreto, nella forma del pellegrinaggio ai monti. La montagna è sempre stata deputata al culto del divino. Ciò che in natura si eleva verso il cielo, induce a pensare all’elevazione dello spirito. La tensione umana verso l’assoluto è anche una tensione verso il cielo, che come dice Ovidio, solo l’uomo, tra gli animali, può guardare. Sul monte sacro sembra possibile toccare il cielo. Sembra possibile il contatto col divino, lì dove le cime del Pollino sono sospese al di sopra delle nebbie. In alto si riconducono le statue della Madonna, nei luoghi dove molte di queste statue sono state ritrovate. Immagini raffiguranti la maternità universale, come dimostra il colore scuro di alcune, oggi ricondotte ad Iside, la dea madre nera. In tutte queste feste si può distinguere una fase in cui ci si sottopone ad intense prove fisiche, che possono essere il digiuno quaresimale o la salita del monte a piedi, spesso scalzi, e il trasporto di pesanti icone e simboli sacri. Ne consegue un senso catartico di liberazione e la soddisfazione che sfociano nella gioia collettiva. Così la dimensione extra-quotidiana, che la comunità ricrea ciclicamente, genera un’esperienza dal valore enorme sul piano individuale e sociale. 29 segni e parole Oliveto Lucano Mediante la festa è possibile attuare un presente effimero ed inafferrabile nella dimensione quotidiana ove a causa di abitudini, pianificazioni lavorative, attese, è raro riappropriarsi del piacere dell’esserci qui ed ora. La ripetitività della musica, dei gesti, delle danze, dilata il tempo intensificando la percezione del sé e allontana l’angoscia umana dal senso della fine. La stessa ripetitività che è anche l’essenza delle azioni rituali, alle quali conferisce un valore magico ed esorcizzante. 30 Pietrapertosa È proprio dramma, nel senso di azione, il termine medio tra rito e teatro. Il fulcro attorno al quale si dispiega la festa, ove gli attori sono anche i fruitori. Partecipare ad un’azione collettiva soddisfa inoltre un bisogno ancestrale di appartenenza, strettamente connesso al senso dell’essere-nel-mondo. L’ euforia del sentirsi in un corpo unico e in questo ritorno trovare sicurezza, conforto, benessere, galvanizza l’intera comunità. Il legame tra le parti e il tutto viene sublimato, dalle religioni, associando il senso di incompletezza e il bisogno sim- segni e parole Pignola, la Uglia biotico, congeniti all’essere umano, ad una originaria disintegrazione dell’Uno. Che è principio di vita. Ma è anche corpo sociale, come insegnano gli studi classici di Durkheim sul totemismo. Particolarmente esemplari in questo senso sono i riti arborei, presenti in Basilicata come in nessuna regione d’Italia. Accettura, Rotonda, Pietrapertosa, Castelsaraceno, Terranova del Pollino, Viggianello, Oliveto Lucano, Castelmezzano, tra quelli più noti. I riti arborei sintetizzano la storia della gente lucana nel suo rapporto col territorio. Gli studi etno-antropologici hanno abbondantemente documentato l’importanza del simbolo dell’albero nelle mitologie di culture diversissime. L’albero, ovvero la vita che si modifica ma non si esaurisce, che ciclicamente rifiorisce, il frutto della madre terra, che si innalza verso il cielo, dal quale ricade su di essa il nutrimento che la rigenera. Un legame tra terrestre ed ultraterreno. Più tardi, spontaneo simbolo fallico, perché più tarda è la consapevolezza del ruolo maschile nella procreazione. Del resto in una regione montuosa come questa, un tempo quasi interamente ricoperta dai boschi, l’albero è la principale risorsa economica. Oggi molte delle ragioni che hanno sostenuto per secoli questi riti, si sono perse o modificate. La precarietà della vita è stata mascherata dal progresso tecnico e scientifico e il suo legame con la natura circostante è meno diretto. La natura sembra un’entità facile da governare, quando non venga a sconvolgere le certezze con catastrofi ingovernabili, ma sempre suscettibili di essere sconfitte dalla razionalità umana. Il ruolo deputato al culto è nettamente diminuito. Eppure la partecipazione viva ed intensa a molte delle feste religiose resta e la realtà di questa regione la rappresenta in modo sorprendente. Per quanto la vita si sia diversificata e la specializzazione dei mestieri non renda possibile una generalizzazione in termini di cicli lavorativi, è pur vero che la contemporaneità non sfugge ad una eredità culturale inconsapevole: la sopravvivenza dell’uomo e del gruppo necessita di sistemi di riferimento definiti. di tempi e luoghi convenzionali e norme comportamentali, tanto quanto di trascendere i limiti posti da questi sistemi. Le festività come occasioni di evasione, assumono, infatti, una funzione riequilibrante all’interno delle società . Nel mondo industrializzato molte delle occasioni di festa si sono trasformate. I concerti, gli stadi, le discoteche sono gli spazi in cui si dà sfogo all’euforia collettiva. Ovviamente l’intensità ed il valore di queste esperienze, il senso di dissociazione ed abbandono che generano, non hanno lo stesso segno della gioia che, nella festa, coinvolge l’intera comunità. Forse ciò che le accomuna risiede in una ricerca estetica, non come ricerca del bello bensì nel senso che si trae dall’etimologia (dal greco aisthesis sensazione): la ricerca di sensazioni intense per ristabilire un contatto, un legame, e ricomporre un’atavica frattura. La frattura, il senso di angoscia, che oggi attribuiamo ai ritmi della modernità e definiamo alienazione. Si parla spesso di recupero del contatto con la vita, con la natura e si guarda al passato come ad un luogo mitico regolato da questo rapporto tra le cose e gli esseri viventi. Tra questi e i principi essenziali della vita. 31 segni e parole Madonna del Pollino Pedali, Viggianello Rotonda Il che equivale a dire, tra l’uomo e il suo io profondo. La sensazione del resto è quell’esperienza che mette in contatto il corpo e il pensiero, che fa presente all’uno l’esistenza dell’altro. L’intensità e il parossismo delle azioni che spesso si compiono nello spazio-tempo della festa, intensificano le sensazioni fino ad alterare, in certi casi, gli stati di coscienza. L’impressione diffusa di riuscire ad entrare in comunicazione con le sfere della spiritualità è coadiuvata dalla coralità della dimensione collettiva. E ancora, il valore aggiunto e la lezione modernissima che si apprende in queste feste, giudicate come retaggi anacronistici, sta nel contatto, nel legame, che si crea su un altro piano. Quello della contaminazione fertile tra le diversità culturali e generazionali. 32 S. Costantino Albanese segni e parole Intervista a Mons. Gianfranco Todisco Vescovo di Melfi “Vogliamo essere una Chiesa accogliente anche verso coloro di fede diversa” ONDINA CASSOTTA VINCENZO FUNDONE S. Giorgio Lucano La pietà popolare è ancora viva e diffusa in Italia come in molte altre regioni del mondo. Quale valore assume questa manifestazione del sentimento religioso nella visione della Chiesa del XXI secolo? Nella Chiesa, la pietà popolare ha sempre avuto una grande importanza, perché per il popolo rappresenta il modo di vivere spontaneamente la fede, di manifestare concretamente ciò che desidera esprimere alla Divinità. Si tratta, quindi, di un valore straordinario, innanzitutto da conservare: Dio comunica all’uomo il Suo pensiero, il Suo amore e l’uomo trae segni, simboli dalla sua vita, dalla natura circostante e li traduce in una risposta gioiosa a questo Dio. Oggi si sente spesso parlare di chiese vuote o, comunque, di un scarsa presenza in esse delle nuove generazioni. Eppure partecipando alle feste religiose si è subito colpiti dalla partecipazione numerosa, attiva e fiera, dei giovani, dall’entusiasmo che connota l’apprendimento di valori e saperi, dalla speciale comunicazione tra generazioni lontane. Come valuta Lei questa contraddizione? Ritiene che queste feste e il grande valore sociale che manifestano possano essere una valida risposta, tra le altre, all’individualismo e all’isolamento generazionale contemporanei? In questa domanda sono presenti due elementi. Il primo è la fede. Con il trascorrere del tempo, se non viene alimentata, la 33 segni e parole fede rischia di essere confinata solo in alcuni spazi della vita. È vero, oggi le chiese sono vuote, ma questo non indica che la gente abbia smesso di credere. Questa considerazione ci porta al secondo elemento, la festa, ovvero a quel momento di gioia, di aggregazione che permette ad una comunità di sapere da dove viene e dove sta andando. In questi eventi, l’aspetto religioso non può essere messo da parte. In particolare, se nel Nord d’Italia molte feste religiose sono scomparse o hanno perso la loro colorazione, nel Sud rappresentano ancora importanti manifestazioni di fede. Questo fenomeno si spiega proprio con la forza della tradizione, con il coraggio dei nostri di esprimere il proprio Credo, anche se dall’esterno viene visto come un qualcosa appartenente al passato, se non addirittura come superstizione. A partire dal Concilio Vaticano II, la Chiesa ha sempre cercato di valorizzare la pietà popolare, in modo che queste feste non perdessero la loro motivazione originaria, che è una motivazione di fede. Una fede che porta il nome di Cristo e non va intesa solo come modo di relazionarsi ad un essere superiore. Le feste in onore della Madonna e dei Santi sono, sempre e comunque, feste in onore di Cristo, ed è in questo senso che hanno bisogno di essere ravvivate: più si conosce Cristo, più si rafforza il legame con Lui, più la festa religiosa, qualunque essa sia , assume un significato davvero profondo. Ai giovani bisogna far riscoprire le radici della fede allo stesso modo con cui si insegnano, con orgoglio, le radici culturali del Paese, che dalla tradizione classica passano attraverso il Rinascimento, quindi il Risorgimento: radici importantissime per non perdersi nell’odierna globalizzazione della cultura, della quale, tuttavia, va conservato l’aspetto più bello, ossia quello dell’arricchimento culturale reciproco. La contaminazione culturale è una costante del percorso dell’umanità che ha connotato, tra le altre, la storia del 34 Senise Cristianesimo. Ma oggi più che mai le istituzioni si trovano a rispondere alle incidenze di un incontro-scontro, che nella nostra regione sembra avvenire in modo più indolore, meno conflittuale. Ci si chiede se e come la Chiesa valuti la sua Storia, nell’affrontare un presente che sembra in qualche modo ripercorrerla. Riguardo alla realtà locale, in che modo trova posto l’integrazione sociale nel progetto evangelico della Comunità Ecclesiastica? La Chiesa ricorda le sue origini, che non sono state facili. La diffusione del Cristianesimo è avvenuta grazie a piccoli gruppi di cristiani, appassionati a questa nuova avventura. Parlo dei primi, quelli che hanno conosciuto Cristo e riconosciuto in Lui il Dio che si fa uomo, che si incarna nella storia di tutti i giorni, che è capace di manifestarsi anche in chi non ha ancora accolto la fede. Quegli stessi cristiani divenuti poi vittime delle persecuzioni. Ottenuto il diritto di cittadinanza, grazie all’editto di Costantino, la Chiesa ha proposto la nuova fede non, come Teana spesso si pensa, quale modo di manifestare il suo potere bensì come risposta alle esigenze primordiali dell’uomo, di libertà, fraternità , giustizia universale. Così il Cristianesimo si è diffuso in tutto il mondo allora conosciuto, e l’Impero Romano col tempo è divenuto il Sacro Romano Impero.Oggi stiamo rivivendo i momenti iniziali, stiamo ritornando a quel piccolo gregge di cui parla Gesù nel Vangelo. Nella nostra regione, ad esempio, la gente, pur non frequentando abitualmente le chiese, continua a conservare il senso di aggregazione, perché è questa stessa gente a chiedere che i propri figli vengano battezzati e continuino il cammino dell’iniziazione cristiana, attraverso momenti di gioia, quali la prima comunione, la cresima, il matrimonio, fino alla celebrazione del momento finale con il rito del funerale, in cui la gente si riscopre vicina, solidale. E a questa solidarietà umana non può non aggiungersi il legame con quel Dio che, nella concezione cristiana, non abbandona l’uomo nel buio e gli promette la vita eterna, già cominciata sulla terra. segni e parole Tolve Pertanto, consapevole della sofferenza che ha segnato l’inizio della sua storia, la Chiesa è stata la prima ad aprire le porte ai nuovi gruppi di immigrati. A Melfi, ad esempio, in occasione del Ramadan, essa ha offerto i suoi spazi ai musulmani, sprovvisti di luoghi ove poter esprimere la loro fede. Questo perché essi comprendano che per noi sono una risorsa e che l’integrazione è possibile senza dover rinnegare la propria cultura. A Melfi, nelle nostre feste, come la sagra della castagna, la Pentecoste, noi invitiamo gli immigrati a farsi conoscere attraverso il modo di vestire, i piatti tipici, il modo di concepire la vita ed i rapporti reciproci. Io credo che questa offerta libera di scambio sia la strada per l’integrazione, perché ciascuno possa imparare qualcosa dell’altro apprezzando il bello, il buono, il nobile di una cultura diversa. Il problema si porrà poi, per le nuove generazioni, che oggi sperimentano una duplice cultura: a casa, quella dei genitori con i quali parlano la loro lingua, vivono le loro tradizioni; a scuola, dove im- parano le nostre. Quando noi festeggiamo il Natale, ad esempio, i mussulmani celebrano il sacrificio di Isacco, presente anche nel Credo islamico. A scuola però ai bambini piace molto la nostra festa di luce e molti prendono parte alle recite natalizie. Spetterà ai ragazzi del futuro scegliere la propria cultura. Alla Chiesa ora interessa rendere coscienti i cristiani del valore della loro fede, della libertà di esprimerla, coerentemente con gli insegnamenti del Vangelo. Poi la Vita ci mostrerà cosa sarà di questo paese. Eppure nelle scuole quelli più restii ha partecipare alle attività sotto il Natale o sotto la Pasqua sono più i gruppi religiosi nati nell’occidente opulento che gli altri... Concordo perfettamente. Alcuni gruppi religiosi sono particolarmente chiusi in se stessi. Non presentano il loro Credo nella libertà e nella gioia di una fede che ha tante sfaccettature, bensì attaccano gli altri, mettendone in risalto i difetti. Io non credo che il Cristianesimo abbia fatto questo, nella sua storia; ovunque sia stato, ha presentato la gioia dell’incontro con Cristo, l’uomo-Dio che rivela se stesso. La fedeltà a questo Dio ti fa scoprire l’importanza di essere fedele alle manifestazioni genuine dell’uomo: anche chi vive nella foresta, per il cristiano, manifesta l’amore di Dio. Sicuramente, in passato, dobbiamo riconoscerlo, ci sono stati tantissimi errori da parte di cristiani che hanno creduto di imporre la loro fede con la forza o con una sorta di baratto. Oggi questo nessuno immagina di farlo, ed è per questo che la Chiesa chiede, a buon diritto, ciò che essa stessa ha sempre fatto, in quei paesi dove i cristiani sono discriminati. 35 segni e parole Viggiano 36 C ultura L’America in casa l’emigrazione lucana a Torino ANNA MARIA RIVIELLO Nelle immagini di Giuliana Laportella i luoghi dell’immigrazione meridionale visti con gli occhi di oggi. Grande industria e “miracolo economico”. Cosa fanno i figli e i nipoti di quelli arrivati negli anni Sessanta? Torino è un luogo che ci riguarda, è una città che ha a che fare con la nostra regione in un modo del tutto speciale. Non mi riferisco alla città prima capitale d’Italia e alle controverse e tragiche vicende risorgimentali legate al fenomeno del brigantaggio, e neppure all’incontro straordinario e fecondo del torinese Carlo Levi con la Basilicata. Parlo invece della Torino del “miracolo economico” verso cui si riversarono a partire degli anni cinquanta decine di migliaia di meridionali e tanti lucani. La profonda trasformazione, che a partire dalla seconda metà degli anni cinquanta investì l’Italia e ne fece un moderno Paese industriale, ebbe caratteristiche del tutto peculiari le cui conseguenze sono ancora del tutto leggibili. In tutto il mondo occidentale quelli furono anni di grande crescita - un’ “età dell’oro” l’ha definita Eric Hobsbawm -, di espansione accelerata della produzione e dei consumi. In Italia il perno di questa trasformazione furono le grandi fabbriche del Nord, in particolare a Milano ed a Torino. Nel Mezzogiorno dopo gli anni di lotta per le occupazioni delle terre e la riforma agraria, invece lo sviluppo non decollava. Si riversò così nelle città industrializzate del Nord un’immensa massa di persone da tutte le regioni meridionali, paragonabile solo alla “grande emigrazione” che dal 1880 sino agli anni della prima guerra mondiale vide emigrare milioni di italiani, in gran parte meridionali, prevalentemente verso le Americhe. Arrivavano invece, all’inizio della seconda metà del secolo scorso, “soltanto” in un altro luogo della stessa Repubblica, di cui da poco era stata scritta la Costituzione che la diceva fondata sul lavoro. Per quella Repubblica si era combattuto soprattutto al Nord nel corso della guerra partigiana, mentre le lotte nel Sud erano state per il pane e il lavoro. I grandi partiti nazionali avevano iniziato ad operare un lavoro di tessitura unitaria nel corpo sociale del Paese, ma lo sviluppo e la modernizzazione capitalistica presero un’altra piega. Quella appunto del miracolo economico che rappresentò comunque una forma di unificazione del Paese, attraverso la televisione, i modelli di consumo, le forme di organizzazione del tempo libero. Furono eventi che segnarono profondamente la storia dell’ Italia contemporanea. Molti dei meridionali emigrati al Nord si inserirono attraverso il lavoro nel vivo del tessuto sociale, molti furono rigettati ed emarginati, tutti vissero anni durissimi. Quegli eventi segnarono certamente anche l’assetto sociale e politico della nostra regione e di tutto il Mezzogiorno. Non è possibile che qualche milione di persone, in età prevalentemente giovanile si sposti, senza depauperare di energie un territorio. Molti di loro avevano partecipato al movimento di occupazione delle terre degli anni precedenti. Rossana Rossanda nella sua autobiografia, La ragazza del secolo scorso, sostiene, con un pizzico di ironia, che “tutti” i meridionali che entravano a Milano nelle sezioni del PCI raccontavano di aver partecipato a quell’impresa. Gli emigranti lucani nell’area torinese, nei primi anni ’70, erano circa 25.000. Meno numerosi dei calabresi, dei pugliesi, dei campani ma, in relazione alla nostra popolazione, una forza 37 c u l t u r a C 1 Graffito sito sui muri nei pressi della fabbrica d’armi “Armeria Reale” Torino, Foto: Giuliana Laportella 3 2 Murales nei pressi del Balon, Torino, Foto: Giuliana Laportella consistente. Tutti si trovarono in un contesto ed in condizioni simili a un qualunque emigrato in terra straniera. Condizioni abitative spesso degradate, contratti di lavoro inesistenti, condizioni di lavoro di massima insicurezza, pregiudizi culturali nella popolazione residente, maggiori probabilità di scivolare nella devianza e nell’emarginazione sociale. Ogni storia di emigrazione ha caratteri che si ripetono, ogni storia è diversa. Se si leggono le cronache di quegli anni, si capisce che l’esperienza fu estremamente difficile. Cito per tutti un articolo di M. Monicelli, Espresso, 7 Settembre1969: “Quando il treno del sole li scarica sui marciapiedi di Porta Nuova, in una mano tengono la valigia, nell’altra l’indirizzo di un compaesano. Il primo alloggio sono i gabinetti di decenza di Porta Nuova, l’asilo notturno di via Ormea, il letto a rotazione delle locande infestate di scarafaggi….” E dopo qualche anno: “le risposte sono sempre interlocutorie, le soluzioni proposte provvisorie, l’ultima in ordine di tempo è quella di costruire baracche per 1500 immigrati nel 38 Zona Lucento, nei pressi della Thyssen Krupp Torino, Foto: Giuliana Laportella territorio dei comuni di Piossasco, Rivalta e Volvera. E così, dopo otto anni torniamo alle casermette, alle bidonville, alle coree, ai lager.” Anche le condizioni di lavoro erano estremamente difficili: “Le condizioni di lavoro nelle piccole e medie aziende erano molto dure. L’orario di lavoro, compresi gli straordinari durava raramente meno di dieci o dodici ore. I contratti erano sempre brevi, da tre a sei mesi e la mobilità elevata quasi come l’edilizia. La massa dei meridionali restava confinata nella terza delle tre categorie operaie, con scarsissima possibilità di avanzamento. Le aziende più grandi, come la Fiat, cercarono in questi anni di evitare di assumere, per quanto possibile mano d’opera meridionale, preferendo attingere al tradizionale serbatoio della campagna piemontese e lombarda” (Paul Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi, Einaudi 1989,vol. II). A Torino c’era soprattutto la Fiat, ma per i nostri corregionali non fu facile entrarvi, si preferivano operai del luogo, i nostri più facilmente trovavano un lavoro non riconosciuto e non protetto. c u l t u r a C 4 6 4, 5, 6 Stazione Porta Nuova - Torino, Foto: Giuliana Laportella 5 Una parte consistente di loro, con gli anni, si inserì nel corpo compatto della classe operaia. Molti figli e nipoti sono divenuti parte integrante del tessuto sociale della città, pur conservando un legame tra loro che non è tipico di tutte le comunità emigrate. Queste foto, frutto dello sguardo di Giuliana Laportella, una giovane fotografa che all’epoca non era ancora nata, ripropongono la necessità di una ulteriore riflessione. Il graffito sito sui muri nei pressi della fabbrica d’armi e le foto dell’obelisco di Babele, del murales dipinto sopra una fabbrica in disuso nel quartiere operaio della zona Lucento nei pressi della Thissen Krupp, la fabbrica dell’orribile rogo della fine dell’anno appena trascorso, fermano l’attenzione sulla condizione operaia attuale. Il livello di insicurezza che si accompagna, nella globalizzazione alla perdita di altre garanzie duramente conquistate negli anni. Le foto delle stazioni, soprattutto della Stazione Portanuova, riportano al primo luogo incontrato dai nostri emigrati nella grande città. Ci sono poi immagini della periferia e di quar- tieri operai e scene di vita quotidiani. Infine immagini delle trasformazioni degli ultimi decenni: il Lingotto (ex stabilimento FIAT) è diventato uno spazio commerciale e multimediale, l’area delle acciaierie, tra via Livorno e via Cuneo, si sta tramutando in un imponente quartiere atto ad ospitare un’intensa concentrazione di abitazioni e punti vendita. Tutte queste trasformazioni convivono con il rilancio della FIAT e quindi, nel futuro dell’industria dell’auto, di un ruolo di Mirafiori che agli inizi degli anni novanta sembrava avviata al declino. Negli anni novanta a Torino c’era chi pensava ad uno sviluppo senza la FIAT e chi si chiedeva preoccupato se ci potesse essere economia sviluppata senza la grande industria. Proprio in quegli anni nasceva il moderno stabilimento SATA a Melfi, nel cuore di un territorio di antica emigrazione. Si era pensato ad un lavoro operaio diverso nella “fabbrica integrata”. I fatti ci dicono il contrario: è ancora un lavoro usurante con ritmi e turni incalzanti e relazioni con il management tuttaltro che ireniche. 39 c u l t u r a C 7 7, 8, 9, 10 Il Lingotto - Torino, Foto: Giuliana Laportella È lo stabilimento FIAT di Melfi però, in un altro momento difficile dell’economia regionale, a consentire all’economia della Basilicata, come emerge dal saggio di Rocco Viglioglia sul precedente numero di Decanter, di non entrare in una fase di stagnazione. È un altro dei mille fili che dalla metà del Novecento non smettono di intrecciarsi. Su quel primo incontro Visconti fece un grande film , il celeberrimo Rocco e i suoi fratelli. Che ne è dei nipoti di Rocco? Che cosa ha perso il Mezzogiorno spedendoli in massa lontano? Che cosa hanno dato essi a Torino? Le foto che pubblichiamo ci suggeriscono però altre domande. Come è cambiata questa città? I figli ed i nipoti dei nostri emigranti che vi sono rimasti possono raccontare attraverso la loro storia anche la storia di un tessuto urbano che già dal primo sguardo della nostra fotografa appare assai mutato. Vale la pena di andare oltre. La storia di Torino e quella della Basilicata si sono intrecciate dentro un percorso ed un tipo di sviluppo che quegli emigrati non avevano scelto. Ma oggi i loro eredi possono esaminarlo dal loro punto di vista, fare qualche conto sui guadagni e le perdite. C’è poi un’altra questione. Il tema più pressante per l’Europa oggi è il suo rapporto con l’immigrazione extracomunitaria e la gestione dei flussi migratori al suo interno. Non c’è misura che tenga con gli esodi del secolo scorso. Eppure deve esserci nella esperienza di distacco e di rottura che allora avvenne nelle vite di tanti una traccia di quella saggezza che confluisce a formare la civiltà di un popolo. Anche per questo dovremo tornare ad interrogare i protagonisti di quella storia e i loro figli che hanno nelle loro vite la memoria di quella lacerazione e la ricchezza che gli è venuta provando a ricomporla. 40 8 9 10 c u l t u r a C La Storia Roberto Placido, uno che ce l’ha fatta Roberto Placido è attualmente vicepresidente del Consiglio regionale del Piemonte. A Torino è uno che ha fatto parlare di sé e non c’è voluto che trascorresse molto tempo perché fosse visto da molti - ieri nella sinistra, oggi nel Partito democratico - come un personaggio “scomodo”. È che quando ha qualcosa da dire, un dissenso da manifestare, Placido è uno che non ci pensa due volte. E non ha esitato ad aprire una polemica a muso duro, in un passato nemmeno molto lontano, con Pietro Marcenaro, nel bene e nel male un pezzo di storia del movimento operaio torinese (tra gli allievi prediletti di Vittorio Foa; intellettuale che si fa operaio; segretario prima della Fiom di Torino e poi della Cgil, e poi ancora segretario regionale dei Ds e parlamentare). La stessa cosa Placido ha fatto, nel corso delle primarie per il Partito democratico, con il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino. Sarà la particolare ruvidezza che gli viene dal suo paese natale, Rionero in Vulture, la forza ricevuta dal vero e proprio fiume di preferenze che lucani e meridionali insediati in Piemonte gli hanno dato, consentendogli di essere il primo eletto della lista dei Ds, certo è che Placido è un lottatore di razza nell’arena politica torinese. Ma è possibile anche che questo particolare senso della competizione gli venga anche dal fatto che, figlio di immigrati e immigrato egli stesso, abbia dovuto verosimilmente farsi avanti a gomitate in un mondo che all’inizio doveva apparirgli impenetrabile. Nel 1967, appena finite le scuole elementari, si trasferisce infatti con la famiglia da Rionero a Torino. E il suo 11 Torino riflessa nei vetri del Lingotto, Foto: Giuliana Laportella strumento di riscatto dai rischi della marginalità con cui hanno dovuto convivere gli immigrati lucani in Piemonte è stata la politica. Militante e dirigente della FGCI, poi segretario di sezione del PCI, tesoriere, poi segretario di Unione e membro della segreteria della Federazione di Torino, si è occupato per molti anni dell’organizzazione delle Feste dell’Unità e delle campagne elettorali. Ma egli è anche figlio di quel dinamismo proprio dello “spirito del tempo” degli anni Ottanta. È prima un giovane imprenditore, organizzatore cioè di eventi musicali e dirigente di un’emittente indipendente. Dal 1990 è un professionista nel settore della pubblicità (prima in Mondadori Pubblicità e alla fine degli anni ’90 nel Gruppo L’Espresso-La Repubblica). Eletto in Consiglio regionale nel 2000, è poi rieletto nel 2005. Placido è dunque uno che ce l’ha fatta. Figura perfettamente inserita nella realtà in cui è giunto ancora bambino ora è in una fase della sua vita in cui, tra i tanti progetti, ha quello di riannodare i suoi legami con la realtà da cui proviene. Sarà perché il sindaco del suo paese di origine è un suo omonimo, ma certo è che Placido per Rionero sta maturando una vera passione: si interessa alla valorizzazione del Palazzo Fortunato, stabilisce legami tra la Croce Rossa piemontese e quella lucana,organizza la mostra fotografica di Mario Cresci sulle Camere del lavoro, proseguendo così la storia dei legami tra la città di Torino e la nostra regione. Una storia collettiva che contiene tante storie individuali, tante voci che possono parlarci di una vicenda non ancora del tutto raccontata. 12 Ragnatela, scene di vita quotidiana, Torino, centro, Foto: Giuliana Laportella 41 c u l t u r a C 13 13 Storni in periferia - Torino, Foto: Giuliana Laportella 14 Case nel quartiere Mirafiori Torino, Foto: Giuliana Laportella SOGNO MIGRATO A Portanuova di Torino giovani siciliani a febbraio con la sola giacchetta volavano dal freddo e non tornavano. Cadevano prima dall’impalcatura, prima del fiocco di neve. I morti trasparenti meridionali gli avi finiscono nei sottoscala. Nonna se ne andò alla terza ondata per approdare a Manhattan. E di bronchite perirono e di bronco-polmonite prima di vedere la Libertà: Con la sola giacchetta estiva volevano perpetuare l’estate a 10 gradi sottozero. Vito Riviello 15 Riflessi migratori, scene di vita quotidiana - Torino, Foto: Giuliana Laportella 42 c u l t u r a C Umanesimo e democrazia La forza della filologia Cinque lezioni di Edward W. Said ALDO CORCELLA Facile vedere, nelle lezioni tenute da Edward W. Said alla Columbia University nel gennaio 2000, poi pubblicate postume e ora tradotte in italiano (Umanesimo e critica democratica. Cinque lezioni, Il Saggiatore 2007), un testamento spirituale. Il testamento di un intellettuale americano, che scrive nel cuore dell’impero; ma erede di una tradizione musulmana ed europea che finisce con l’incarnarsi in una ostinata fedeltà all’umanesimo. Che cosa sia, e possa essere, l’umanesimo è il tema delle lezioni. La risposta al problema è semplice e complessa al tempo stesso: è critica e democrazia, l’abitudine alle quali si acquisisce e si matura nella lettura e rilettura di testi che hanno al centro la storia sempre mutevole degli uomini. Contro il falso umanesimo che si richiama a canoni irrigiditi per costruire valori e identità assolutizzati (possibilmente “occidentali”), e contro il “radicalismo antifondazionalista” che riduce tutto a effetto linguistico arbitrariamente interpretabile, ciò significa per Said - rivendicare il valore della filologia. La filologia è per lui scienza della lettura, impegnata a “penetrare nel processo linguistico” per “svelare ciò che, nel testo, in qualsiasi testo io abbia davanti, può risultare nascosto, incompleto, mascherato o distorto”; le parole non sono - per essa - altro dalla realtà, ma “parte integrante della realtà stessa, cui danno forma”. Modello di questa filologia diviene allora a buon diritto Eric Auerbach e la sua opera Mimesis, impegnata a discernere le rappresentazioni della realtà. Affermazioni apparentemente fuori moda (più volte Said si richiama a Vico), ma di grande forza; del resto, che la forza del- la filologia sia nella sua nietzschiana inattualità non è forse mai stato così vero come nel mondo contemporaneo, così propenso a pascersi di un eterno presente. Filologia vuol dire, in effetti, confronto con un testo che sempre, inevitabilmente, contiene un potenziale di diversità. Anche un testo contemporaneo viene sempre da un altrove; tanto più un testo del passato e di altra civiltà. Esso potrà a tratti sembrarci scontato, sedurci con le analogiche lusinghe di una totale familiarità, pronta a rivelarsi illusoria; potrà, per converso, apparirci talora incomprensibile, salvo poi svelare i suoi segreti a chi sappia ricostruirne il contesto. In ogni caso, ci sfida a comprendere una diversità che non rinuncia a parlarci. Ridurre il testo a noi, alla nostra contemporaneità, farne il punto di riferimento per i nostri valori, quali noi li concepiamo e propagandiamo, vorrà dire asservirlo. Affermare, con relativistica decostruzione, che esso può significare tutto e il contrario di tutto, secondo come ciascuno voglia interpretarlo, vorrà dire garantirgli quella innocua libertà che da sempre i peggiori tiranni concedono a quegli artisti certo un po’ eccentrici ma che, in fondo, non fanno troppo sul serio. Tra queste due posizioni, la filologia amata e praticata da Said rivendica un atteggiamento di responsabilità: il filologo non dà nulla per scontato, neanche il significato della parola apparentemente più ovvia, che all’epoca e nel contesto dell’autore potrebbe essere stato molto diverso da quello che a prima vista si suppone; ma non si accontenta di una qualsivoglia lettura più o meno formalmente coerente, ne vuole una vera, capace di cogliere, nella fatica delle riletture e delle analisi, la realtà di cui e in cui il testo parla. 43 c u l t u r a Lo sforzo di ricostruire la verità procederà, certo, per successive approssimazioni provvisorie, già solo nell’esperienza del singolo studioso, che ad ogni rilettura troverà nuovi spunti di riflessione. Ma è comunque impresa collettiva, aperta alla discussione, al confronto, all’argomentazione, non meno della scienza anche se con metodi a tratti diversi. E qui risiede il potenziale di emancipazione della cultura umanistica, quale Said la considera. L’ultima lezione è appunto dedicata a delineare, sulla base della visione precedentemente esposta, “il ruolo pubblico degli scrittori e degli intellettuali” - altro bel tema fuori moda. Said addita tre esempi di possibilità di intervento da parte di un intellettuale filologicamente formato. Il primo compito che un intellettuale può prefiggersi è di indicare letture alternative della storia, contro le versioni ufficiali tese a creare identità e motivare consenso. Il secondo è individuare, nel nome della comprensione della diversità, campi di coesistenza tra gruppi, popoli, culture, contro chi predica gli scontri di civiltà. Tanto più significativo, quindi, che il terzo esempio sia - almeno in apparenza - venato di pessimismo: vi sono casi in cui l’intellettuale deve riconoscere che vi sono opposizioni non conciliabili, come nel caso del contrasto fra Israele e Palestina, cui Said ha dedicato tanti interventi militanti. In casi come questi, “l’intellettuale trovi il coraggio di dire come stanno le cose”, senza assolutizzare: la moralità e il senso di responsabilità lo esigono, anche se la verità non basterà a salvarci. Ogni filologo, del resto, che ha imparato nel suo lento mestiere a soppesare ogni argomento e a tener conto di ogni possibilità, sa bene come, una volta rifiutata la vulgata e una volta esposte tutte le ragioni in favore di questa o quella variante o interpretazione, non sempre una scelta appaia davvero più motivata di un’altra. Pure, non prender partito sarebbe viltà... La sorte - o Dio, per chi ci crede - ci salvi dal dover affrontare troppi frangenti in cui ogni scelta appare giusta, e quindi anche sbagliata. 44 C c u l t u r a C Intervista a Franco Sabia direttore della Biblioteca Nazionale “Sogno una rete fatta di libri” ANNA MARIA RIVIELLO Le istituzioni culturali, in una regione come la nostra che non è mai stata priva di personalità e fermenti culturali ma che li ha visti prontamente dispersi, possono avere un ruolo di grande rilievo. Non si tratta ovviamente, nel mondo globalizzato di avere un’idea localistica della cultura, non vale per l’ieri e tanto meno per l’oggi. È però importante che le giovani generazioni che vengono via via formandosi, abbiano l’idea di essere in un luogo che ha, e ha sempre avuto, una storia anche culturale, naturalmente immersa nelle trame della cultura italiana ed europea. Non deve più accadere insomma che esse abbiano l’idea, nel periodo della loro formazione, che stanno studiando la storia degli altri, dalla quale per tante ragioni sono semplicemente esclusi. Luoghi come le biblioteche possono avere una funzione determinante a questo scopo e naturalmente anche, più semplicemente, al fine di favorire l’accesso alla lettura per tutti coloro che lo desiderano. Ne parliamo con il nuovo direttore della Biblioteca Nazionale in Basilicata. Direttore Sabia, come mai Potenza, oltre a possedere una biblioteca provinciale è dotata anche di una Biblioteca Nazionale? La Biblioteca Nazionale di Potenza è una delle otto esistenti in Italia ed una delle 47 biblioteche statali italiane. Sono convinto anche io che questo sia un fatto molto positivo. Nel 1974, Vincenzo Verrastro allora Presidente della Regione Basilicata, ottenne, prima che le competenze passassero alle Regioni, un decreto dal Ministro della Pubblica Istruzione dell’epoca che istituiva una Biblioteca nazionale in Basilicata. La cosa fu possibile anche perché, Giuseppe Viggiani, della nobiltà terriera lucana, aveva donato alla Regione il suo patrimonio privato di sedicimila volumi, a condizione che si istituisse una grande biblioteca pubblica a Potenza. Si utilizzò quindi quella condizione e nell’82 con la legge sull’occupazione giovanile 285, si ottenne la formazione di duecentodieci giovani che divennero il personale qualificato della Biblioteca. Nei primi anni, la biblioteca era una sezione staccata di quella di Napoli, in seguito acquistò la sua autonomia. Come definiresti il patrimonio librario di questa biblioteca? Ragguardevole. Certo non siamo la Biblioteca Nazionale di Roma, né la Biblioteca Marciana di Venezia. Per la nostra giovinezza non abbiamo, per esempio, i codici del ’400. Ad oggi però possiamo contare su un patrimonio di 250.000 volumi, su 4000 testate periodiche, di cui 450 di interesse regionale, di 6000 testi riguardanti la Basilicata in gran parte recuperati con un impegno verso antiquari di tutta Italia. Abbiamo testi della metà dell’800 ed un testo degli inizi del ’600. Abbiamo anche qualche testo del ’500 ma non accessibile a tutti. Quante persone usufruiscono dei servizi della Biblioteca? Abbiamo sessantamila utenti all’anno che, se pensiamo ai nostri numeri, sono un patrimonio umano di notevole interesse. Il 90% sono giovani dai quindici ai trentenni. Il rimanente è dato da frequenze più saltuarie. Si deve pensare che i nostri utenti hanno la possibilità di leggere e consultare i libri in ambienti ben riscaldati, lumino- 45 c u l t u r a C si, silenziosi, sale insomma che rendono più confortevole lo studio. Abbiamo anche un servizio prestiti, i nostri utenti possono usufruire sia dei nostri testi che tramite noi di testi di biblioteche nazionali e internazionali. Se dovessi dire che sono pienamente soddisfatto però non sarei del tutto sincero. Ci sono dei ritardi. Basti pensare che siamo entrati nel Sistema Bibliotecario Nazionale che vive dal 1984 solo nel 2004. Noi incrementiamo in modo sostanzioso il nostro patrimonio librario ogni anno. Nell’era del web però i cittadini dovrebbero essere messi in grado di usufruire di tutto ciò che esiste, anche quelli che vivono in un paese piccolissimo. Questo per ora non è possibile, ci vorrebbe maggior attenzione soprattutto dalla Regione che dovrebbe essere il nostro migliore alleato. Siamo all’ inizio di un processo di digitalizzazione del nostro patrimonio librario. Nella nostra struttura mettiamo a disposizione 40 posti internet gratuiti. Il patrimonio librario regionale però non è in rete, non è utilizzato, siamo in grande ritardo. In cosa consiste il sistema bibliotecario regionale? Ci sono le due provinciali e poi, sulla carta, circa 70 biblioteche di interesse 46 locale, dico sulla carta, perché per alcune è letteralmente così, altre funzionano in alcune ore e non tutti i giorni. Ci sono poi le biblioteche private, soprattutto quelle parrocchiali. Alcune funzionano bene. La biblioteca della Società operaia di mutuo soccorso di Avigliano è una struttura di tutto rispetto. La stessa cosa si può dire di alcune comunali: la Biblioteca Giustino Fortunato di Rionero e quella di Moliterno che si avvale di un fondo Della Gattina e di un fondo Racioppi non solo funzionano ma hanno un’offerta libraria di estremo interesse. Dovrebbe aprire la biblioteca Nitti di Melfi. Un sistema quindi che offre delle opportunità ma che presenta anche cospicui ritardi. Qual è il programma che tu ed i tuoi collaboratori vi siete dati? Noi lavoreremo per promuovere il patrimonio che abbiamo e in primo luogo per informatizzare il sistema. Con cinquecentomila euro, che non è una cifra impossibile, si informatizza tutto il sistema. Non è una cifra impossibile anche perché non deve essere rinnovata. Bisogna però che le nostre Istituzioni a partire dalla Regione, capiscano la rilevanza di un programma di questo tipo. Noi abbiamo un finanziamento per digitalizzare periodici. Abbiamo in rete 400 testate su 4000, 30000 volumi su circa 250.000. Dobbiamo andare avanti. Penso inoltre che questa struttura deve essere vissuta dalla città e dalla regione. Abbiamo la sala conferenze, la sala esposizione sono strutture che vogliamo offrire a quella che Zagrebelski chiama la “società civilizzata” e cioè a quella parte della comunità locale che è interessata al loro utilizzo. Il nostro personale è tecnicamente e scientificamente preparato, può essere punto di riferimento per migliorare le conoscenze bibliotecarie nella regione. Siamo interessati a coordinarci con altre biblioteche , sarebbe utile che in una città come Potenza ci fosse un coordinamento tra le tre biblioteche pubbliche:nazionale provinciale e di interfacoltà. Infine penso che oltre agli appuntamenti annuali con cadenza annuale previsti dal Ministero dei Beni Culturali dovremmo pensare ad un evento tutto nostro di grande rilevanza. Non lo anticipo qui perché vorrei parlarne quando sarà qualcosa di più di una mia idea. Infine penso ad un’Associazione che potrebbe chiamarsi “amici della Biblioteca” che abbia poteri consultivi e di suggerimento, a cui partecipino principalmente i nostri giovani utenti, che contribuisca a fare della Biblioteca nazionale una risorsa pienamente vissuta dalla città e dalla regione. Il Racconto Le vite provvisorie SIMONE CALICE «L’incertezza è più ostile della morte. La morte, anche se vasta, è soltanto la morte e non può crescere. All’incertezza invece non v’è limite, perisce per risorgere e morire di nuovo, è l’unione del nulla con l’immortalità.» (Emily Dickinson, Tutte le poesie, 705) V iola è ancora bella, malgrado tutto. I folti capelli le cadono sempre lungo la schiena, gli occhi, azzurri e lontani, che non tradiscono alcunché. E pure io so che ha pianto,Viola, è per questo che ha voluto vedermi: le capita sempre più frequentemente, anche in giorni senza un apparente motivo, in cui nemmeno ha voglia di cercarlo un motivo, e si sente disperata. Uno smarrimento che nessuno sembra più riconoscere, in un paese accecato, nemmeno più buono per una rivoluzione. Ma io sono bravo ad ascoltare, è per questo che ha voluto vedermi. E penso, mentre sta per sedersi, come possa la disperazione non violentare il suo viso. «Sai cos’è che mi dà più rabbia? È quella parola: precario! Perché è buona per un lavoro, si riferisce ad esso; invece qui, è di uomini e di donne che stiamo parlando» dice. «Proviamo a ripartire dalle parole per rimettere le cose al loro posto: se anche la parola non dice nulla, non dice ciò che dovrebbe, non spiega, è insufficiente, come si fa a comprendere, a trovare una soluzione senza avere individuato il problema?!». Viola sa quello che dice: ha trent’anni, è laureata, ha letto e studiato più di quanto suggeriscano di fare. «E invece no! Precario! Ovunque mi trovi, riecheggiano inesorabili quelle tre sillabe senza fondamento…pre-ca-rio! A me vengono in mente carne, sangue, occhi e menti sofferenti, emozioni, strette di mano, contraddizioni, ambizioni riposte o fallite, rare dolcezze, solitudine, avvilimento…uomini e donne, capisci? Niente che abbia a che fare con un fottuto cazzo di lavoro!» «E quale sarebbe la parola giusta?» dico. «Che fai, finta di… E poi nemmeno ci credo più nelle parole, una volta forse. Sai, nemmeno quel gigante di Shakespeare ci credeva, e Nietzsche e Faulkner e Socrate…credi che potremmo concederci il lusso di farlo noi!?». Penso che stia esagerando, ma la lascio fare. Sono bravo ad ascoltare. « I fatti sono che, se non posso pensare a domani, non posso pensare a niente. I fatti sono che conosco ragazzi e ragazze che nemmeno lo cercano più un lavoro: come gli innamorati, vivono in uno stato di perenne attesa. I fatti sono che molti continuano a cercarlo; rifiuti avvilenti, mancate risposte, mortificazioni e bocciature di natura paradossale: una volta mi dissero che ero troppo qualificata per quel lavoro! Stronza io a non averlo pensato! I fatti sono che ieri era il compleanno di mia sorella, e avrei tanto voluto comprarle dei fiori…e che un mio amico non può permettersi di regalare qualcosa al figlio o alla moglie, e farli felici, e si vergogna come un ladro… e io gli dico come gli è venuto in mente di fare un figlio e che no, i ladri nemmeno più si vergognano. E poi c’è quello che vive di fronte a casa mia, ha fatto il muratore dopo una laurea all’università e tutti a dirgli che vedi, se uno vuole, qualcosa si trova…infatti, adesso non fa più il muratore: lo vedo rientrare alle sette del mattino dopo una notte passata a raccogliere immondizia. I fatti sono che c’è una donna, al piano di sopra, quarant’anni, e dopo nove in cui lavorava otto mesi su dodici per una paga miserabile e con altrettanto miserabili garanzie, non la vediamo più uscire di casa… i meglio informati sostengono che passi il suo tempo vicino a una bottiglia, da quando anche il marito è andato via, insieme a quel lavoro. I fatti sono che c’è gente pronta a fare molto più di quanto si creda e a cui non è permesso fare niente, come oggetti buttati via prima ancora di essere usati». 47 r a c c o n t o Sì, faccio finta di non capire! Viola dice ogni volta che soltanto con me riesce a parlare di certe cose, che soltanto io posso capire. Dovrei sentirmi lusingato, invece mi ricordo di quel detto, sentito spesse volte tra la gente del mio paese, che se vuoi capirci qualcosa, qualsiasi cosa, devi andare da chi ha patito… Le parole che mi vengono in mente sono temporaneo, incerto, dubbioso, transitorio, momentaneo, revocabile, provvisorio. Ma le parole… Viola riordina le sue cose nella borsa, accende l’ennesima sigaretta, paghiamo il conto e siamo già in strada: « Andiamo a ballare! Non vorremo mica rovinarci questa sera!? Conosco un posto dove basta una mancia per l’orchestra e…». Ride Viola. È ancora bella malgrado tutto, malgrado sappia che non c’è cosa più crudele delle promesse non mantenute. « Andiamo a ballare! Ché le parole non contano! » dico. Maria Luisa Ricciuti Dafne bianca e Dafne nera, olio su tela * Note: • Viola è, evidentemente, un prodotto della mia fantasia. Ella è dunque due volte inesistente: in quanto gioco letterario e, in quanto pre-ca-ria. • Si potrebbe, erroneamente, credere ad un eccesso di personale pessimismo e non, ahimè, ad una situazione largamente diffusa. Mi piace ricordare quello che uno scrittore vero, non dunque il sottoscritto, rispose a chi gli rimproverava di esser triste, dicendo che non si sentiva affatto tale, che gli veniva spontaneo guardarsi intorno e che era, fondamentalmente, una persona allegra: o almeno, come si suol dire, si era divertito durante i primi trent’anni della sua vita. 48 c u l t u r a C WOLAND Ken Loach ci sottopone un’altra “opera-operaia”, dopo aver già fornito in passato diversi squarci sulla condizione dei proletari e degli immigrati: Riff Raff, Piovono pietre, Bread and Roses, per citarne solo alcuni. Loach ha la rara capacità di mantenere rigore stilistico e politico senza essere ripetitivo, mostrando nuovi dettagli e aspetti capaci di colpire al cuore e allo stomaco e, soprattutto, di stimolare il cervello. Questa volta, l’elemento di sorpresa è che il punto di vista non è quello degli sfruttati, ma dello sfruttatore, pardon, dell’imprenditore. Avete presente la recente intervista di Veltroni al Corriere, dove dice “Dobbiamo ripensare chi è l’imprenditore ... È un lavoratore. Che rischia. Che ci mette del suo”? Ken Loach inizia il film proprio In questo mondo libero (It’s a free world) di Ken Loach, Gran Bretagna - Italia 2007 partendo dalla situazione di Angie, madre single, intelligente, simpatica e carina, e licenziata per l’ennesima volta da un agenzia per cui procurava manodopera proveniente da paesi dell’Est Europa. Lei decide di mettersi in proprio, creando un’agenzia di reclutamento con l’amica Rose, per togliere se stessa dallo sfruttamento e guadagnare qualcosa per mantenere il figlio, che vive con i nonni per la sua cronica mancanza di tempo e di denaro. “Volevamo trascinare il pubblico in un percorso – dice Loach – facendogli vedere l’intero processo con gli occhi di Angie, oggetto di molestie sessuali e ingiustamente licenziata, per cui lo spettatore è istintivamente portato a immedesimarsi con lei”. Ma Angie scopre rapidamente che, per riuscire, deve calpestare tutto e tutti e all’immedesimazione si sostituisce un crescente disagio, nell’assistere alle crescenti mostruosità cui le due ragazze si prestano. Mostruosità che il sistema economico e sociale non ostacola, anzi promuove. Non credo che vedere “In questo mondo libero” cambierebbe le convinzioni di Veltroni sulla necessità di “uscire dalla contrapposizione fra impresa e lavoro”. Ma la visione del film è assolutamente consigliata: ricorda a chi se lo fosse dimenticato che è l’esistenza sociale delle persone che determina la loro coscienza, e quasi mai il contrario. E poi ci fa capire bene dove ci vuole condurre Uolter... Senior Service Carlo Feltrinelli, Felrinelli 2001 p. 431, € 8,50 Il genere delle biografie non è molto praticato nella storiografia italiana e soprattutto non è molto accreditato dal punto di vista della scientificità storica, a differenza di quanto avviene nel mondo anglosassone. Negli ultimi anni una serie di opere, a cominciare da quella della Rossanda, hanno in qualche mondo riportato in auge il genere soprattutto dal punto di vista della ricostruzione storica della vita nazionale, “Senior service”, una bellissima biografia dell’editore e rivoluzionario Giangiacomo Feltrinelli, rilancia il genere ma soprattutto permette una rilettura di un pezzo di storia italiana , recente ma ormai non troppo, attraverso la vita di un personaggio “atipico” ma decisivo per una lettura “dall’interno” di quegli anni. È la storia di Giangiacomo Feltrinelli, la sua infanzia, il legame di famiglia, il dopoguerra, la militanza nel Pci, i suoi rapporti con la crisi di questo partito a partire dagli anni ’50, la incredibile vicenda della fondazione Feltrinelli e poi della casa editrice con la pubblicazione del Dottor Zivago e del rapporto con il suo autore Boris Pasternak. Un uomo che ha rivoluzionato l’editoria italiana, costruito il moderno modello (esportato poi in tutto il mondo) di libreria contribuendo con una serie di scelte editoriali controcorrente a sprovincializzare la cultura italiana degli anni ’50 e ’60. Un uomo dal grande senso degli affari, forte nelle decisioni imprenditoriali, capace di annusare il nuovo ma anche un rivoluzionario ingenuo, dalle passioni che offuscano la mente, in contatto con il mondo (l’america latina, Cuba, Castro) con i piedi per terra ma la testa da qualche altra parte. Che porta fino in fondo le proprie convinzioni e muo- GERT re misteriosamente nel 1972 su un traliccio a Segrate mentre sta preparando un attentato convinto che in Italia si stesse preparando un golpe fascista. Una vicenda che è anche la nostra vicenda raccontata con sentimento e distacco dal figlio Carlo che senza mitizzare sfata il luogo comune di un borghese, un po’ ingenuotto, che vuol fare in maniera improvvida il rivoluzionario , ridando all’uomo la giusta dimensione, quella di “un rivoluzionario” che condivideva con tanti altri un tragico sogno. Sfuggendo alle facili teorizzazioni della sua morte come “complotto” (anche se molti interrogativi permangono) belle le parole finali di Carlo: “Il padre è il padre e io sono il figlio. Quello che è rimasto è rimasto. Senza nostalgia. Mi ha insegnato a slamare il pesce e ad arrostire la carne, a camminare nella neve e a guidare veloce…”. 49 c u l t u r a In libreria dal 15 febbraio a cura di A. Labella E. M. Lavoràno Novità in catalogo www.caliceditori.com 50 C S ud/Ricerca Questione meridionale e ruolo dei saperi Deficit di investimenti privati in Ricerca e Sviluppo? Mancano le politiche industriali GUIDO PASQUARIELLO Nel campo della ricerca forse tutto il Paese sta diventando Meridione. Il paradosso è avere il più basso tasso di laureati in discipline scientifiche e di esportare forza lavoro intellettuale. Bisogna puntare sui giovani e sulle imprese innovative D avanti alla domanda posta da Decanter “Esiste una questione meridionale per la Ricerca?” ho subito pensato che il quesito era estremamente interessante e che richiedeva una risposta meno scontata di quanto potrebbe apparire ad una prima impressione. Per attrezzarmi nel migliore dei modi, diligentemente sono andato a rileggere alcuni lavori di analisi sullo stato della ricerca apparsi recentemente. Pertanto ho recuperato il recentissimo “Scienza e Tecnologia in cifre- Statistiche sulla ricerca e sull’innovazione 2007” elaborato dai ricercatori del CERIS-CNR e dal mese di novembre consultabile sul sito del CNR; il “Quinto rapporto su l’Italia nella competizione Tecnologica Internazionale” frutto della collaborazione fra Osservatorio EneaUniversità “La Sapienza”- Cespri, recentemente edito da FrancoAngeli, oltre che il rapporto “2006 European Regional Innovation Scoreboard (2006 RIS)” preparato dal MERIT (Maastricht Economic and social Research and training centre on Innovation and Technology) per conto della Commissione Europea, apparso nel gennaio 2007 e consultabile sul siti web del Cordis (Community Research and Development Information Service). Per inciso devo dire che, come al solito, il leggere statistiche, dati e grafici sul posizionamento tecnologico dell’Italia in confronto con altri paesi, genera nel lettore un profondo senso di sconforto che sfocia nella depressione. Cito alcune conclusioni dei colleghi dell’Osservatorio Enea che, analizzando le criticità nell’affrontare “il problema del sostegno all’innovazione e sviluppo di un’adeguata capacità di ricerca e d’innovazione del nostro Paese”, affermano: “ Non è un problema nuovo purtroppo. E sono più di dieci anni che non riusciamo a trovare risposte adeguate”. Considerazione sconsolata che potrebbe portarci a chiedere se abbia senso contribuire ad analisi e proposte dal momento che sono anni che si producono analisi documentate sullo stato sempre più in declino del sistema Innovazione Italia, pur senza per questo ottenere risultati (ma anzi registrando un continuo peggioramento della situazione). Evidentemente ha senso, con l’indispensabile ottimismo della volontà ed il giusto pessimismo dell’intelligenza, continuare a riproporre la questione, perché, anche in questo concordando appieno con i colleghi dell’Osservatorio Enea, il problema dell’individuazione delle corrette politiche per l’Innovazione e la Ricerca “…resta un problema chiave da risolvere, perché alle nuove sfide della competizione globale nessun sistema avanzato potrà far fronte senza una sua forte base autonoma di ricerca”. Quindi i dati che verranno citati sono dati estratti dalle fonti su enunciate. Per onestà intellettuale occorre premettere che le osservazioni statistiche non sono servite per inferire una risposta alla questione posta, ma bensì per supportare una risposta che era ben chiara. Pertanto sicuramente ed inevitabilmente la citazione di dati sarà parziale, nel senso che 51 sud/ricerca saranno citati solo quei dati di supporto a tale visione preesistente. Dico subito che alla domanda “Esiste una questione meridionale per la Ricerca?” la risposta non può che essere uno scontatissimo si. Tuttavia la questione vera, forse dovrebbe essere così riparafrasata: “Nel contesto della situazione italiana, ha senso porsi il problema della questione meridionale, o piuttosto dovremmo porci il problema più complessivo dello stato del sistema Innovazione dell’intero Paese?” In altre parole: la situazione di oggettiva (almeno per chi scrive) arretratezza della ricerca nel Sud del paese, non può, dopotutto, essere considerato solo come un effetto di second’ordine rispetto all’ arretratezza (declino tecnologico) dell’intero Paese? La situazione tecnologica italiana non dovrebbe forse farci riflettere sul fatto che rispetto al resto dell’Europa ormai l’intero Paese si avvia a diventare “Meridione”? Cito per analogia il dibattito che si è sviluppato ultimamente, con notevole risalto mediatico, a riguardo dei risultati dell’indagine P.I.S.A. 2007 (Program for International Student Assessment) promossa dall’OCSE sulla capacità di problem solving e l’attitudine alla matematica ed alla scienza degli studenti italiani. Certo è importante capire perché i risultati del Nord-Est siano leggermente migliori del Nord-Ovest, ed è importante sottolineare che il Nord ottiene migliori risultati del Centro che a sua volta ha un migliore piazzamento del Sud. È sicuramente importante capirlo, soprattutto tenendo conto che il diritto fondamentale all’istruzione, nel nostro Paese, non dovrebbe dipendere da qual è il territorio in cui si risiede ( non dovrebbe dipendere neanche da quale è il reddito della famiglia in cui si è nati, se una famiglia di professionisti o di operai, ma, questa, è un’altra storia). È importante, ma forse meno importante del dato complessivo che vede l’Italia nel suo complesso al 36° posto, dopo l’Estonia, la 52 Regione LAZIO LOMBARDIA PIEMONTE EMILIA-ROMAGNA LIGURIA FRIULI V.G. TOSCANA UMBRIA ABRUZZO VENETO MARCHE CAMPANIA BASILICATA MOLISE VALLE D’AOSTA SICILIA SARDEGNA PUGLIA CALABRIA Score Posizione nazionale 0.57 0.49 0.49 0.47 0.44 0.44 0.43 0.42 0.42 0.40 0.35 0.31 0.29 0.27 0.26 0.25 0.23 0.22 0.20 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 Posizione in Europa (su 203 regioni) 44 71 73 81 94 95 104 107 109 122 132 152 159 164 170 177 184 185 188 S Tabella 1. Regional Innovation Scoreboard 2006 Slovacchia, Macao, Taipei, la Croazia, la Polonia e quasi tutti i paesi industrializzati. In progressivo declino. Nella tabella 1 viene riportato lo score di innovazione 2006 così come riportato nel 2006 European Regional Innovation Scoreboard (2006 RIS) per ciascuna regione italiana Non è questa sicuramente la sede per discutere sui più di 20 parametri utilizzati per ottenere tali valori, né sulla loro validità. A partire dai dati di tabella si potrebbero estrarne altri (per esempio: rapporto fra la media dello score Mezzogiorno sullo score medio nazionale): in tutti i casi il dato di fondo è ben evidente: le ultime quattro posizioni sono occupate da regioni meridionali e delle ultime otto posizioni, sette sono occupate da regioni meridionali (e meno male che c’è il caso Vallè ad interrompere la litania di regioni meridionali nelle ultime posizioni!). Le ragioni del divario Meridione - resto d’Italia nell’indice RIS sono abbastanza evidenti se si tiene conto della valenza che in tale indice viene data all’incidenza degli investimenti delle imprese. Infatti se si considera la fig.1 (estratta dal report CERIS-CNR) risulta evidente la differenza fra Meridione e resto del paese: differenza in termini assoluti (basso valore di spesa in R&S), ma soprattutto bassissimo contributo di investimenti privati (tale dato era già stato sottolineato da A.M. Tamburro nell’aprire questa discussione su Decanter). È evidente la concentrazione degli investimenti privati in poche regioni (Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna e Lazio), a dimostra- sud/ricerca S Milioni di Euro 1895 13 3234 147 67 839 368 488 1372 1039 153 191 2674 264 24 1027 403 56 118 682 199 Piemonte Valle d’Aosta Lombardia Prov. aut. Trento Prov. aut. Bolzano Veneto Friuli-Venezia Giulia Liguria Emilia Romagna Toscana Umbria Marche Lazio Abruzzo Molise Campania Puglia Basilicata Calabria Sicilia Sardegna 0 20 Amministrazioni pubbliche 40 60 Istituzioni provate non profit 80 Imprese 100% Università Ripartizione regionale spese R&S e loro composizione per fonte di finanziamento (Scienza e Tecnologia in cifre, Ceris-CNR 2007) zione che anni di incentivi industriali per localizzazioni al Sud non siano serviti (se non in minima parte) per attrarre insediamenti di qualità. Da questi pochi dati risulta evidente la forte differenza che caratterizza il Meridione rispetto al resto del Paese per quel che riguarda l’incidenza percentuale di ricerca privata e, quindi, la percentuale di presenza di aziende innovative. Tuttavia questo dato, preoccupante di per se stesso, non è che una componente del dato complessivo, riferito al sistema paese nella sua interezza: tale dato attesta che le spese per R&S rispetto al PIL per l’Italia è all’incirca la metà degli altri Paesi industrializzati e, corrispondentemente il numero di ricercatori normalizzato sul numero di lavoratori attivi, in Italia è la metà di altri Paesi competitori. A questa basso valore assoluto (rapportato al PIL) di spese per la ricerca in Italia, si aggiunge un altro dato anomalo, rispetto alla ripartizione, fra origine pubblica e privata di tali investimenti. Infatti se la media di investimenti privati in R&S nei principali paesi industrializzati è intorno “In Italia l’impresa al 60% dell’intera spesa privata investe in R&S, in Italia tale per- in ricerca centuale scende al 40%. due terzi in meno Come giustamente notato degli altri paesi nel rapporto dell’Osservatorio Enea il combinato industrializzati” disposto di queste due percentuali, genera quella che, molto probabilmente è la più notevole singolarità del caso italiano: l’impresa italiana investe in ricerca (in percentuale sul PIL) circa un terzo di quello che le aziende priva- 53 sud/ricerca S te investono negli altri paesi industrializzati. E questo, molto probabilmente, è un dato ancora più drammatico, nella sua definitività, rispetto alle pur evidenti disomogeneità nella distribuzione territoriale, disomogeneità che vedono il Meridione svantaggiato rispetto al resto del Paese. E se questo assunto è vero, si comprende che il problema in Italia, tanto al Sud quanto nel resto del Paese (anche se al Sud particolarmente) è essenzialmente un problema di mancanza di politiche industriali. O meglio: mancanza di politiche industriali caratterizzate da forti discontinuità con il passato. Se l’unica strada per la competitività è quella del contenimento del costo del lavoro (bassi salari e precarietà) difficilmente si percorrerà una strada che punti in maniera decisa all’innovazione ed alla qualità. E non a caso ci troviamo di fronte ad assurdi come quello di avere pochi laureati in materie scientifiche e contemporaneamente ad essere “esportatori” di giovani laureati (dal 54 Sud verso il Nord, certo, ma anche e soprattutto dall’Italia verso gli altri Paesi). Non è facile capire come possa avvenire un’inversione di tendenza, e sicuramente è al di là degli obiettivi di queste note: tuttavia cercare di fare chiarezza sulla situazione in cui siamo è indispensabile. Solo in questo caso allora sarà chiaro che occorre una fortissima discontinuità con le politiche industriali del passato, spostando ingenti risorse dalla rendita improduttiva verso la scuola, le università, i centri di ricerca sia pubblici che privati. Sostituendo politiche di incentivazione a pioggia con incentivi mirati, che premino imprese innovative, puntando fortemente sulla capacità di trasformare la conoscenza in fattore di crescita del territorio. Puntando sui giovani: favorendo sia la creazione di nuove imprese innovative, sia l’inserimento di giovani con elevate competenze scientifiche all’interno delle imprese esistenti. Puntando sulla flessibilità e sulla formazione più che sulla precarietà e la dequalificazione. Questione meridionale e ruolo dei saperi e ditoriale Le regioni del Sud, che sono come è evidente le più afflitte dal problema, hanno percentuali di riciclo risibili e un’attenzione all’ambiente che fa piangere. Montagne di “sacchi” in discariche improvvisate, cimiteri di elettrodomestici che proliferano in ogni dove, liquami delle più varie provenienze che si infiltrano a due passi dai campi coltivati, lanci di oggetti dai finestrini delle auto in corsa... Tutto questo è la nostra quotidianità: lo scenario a cui i nostri occhi han fatto l’abitudine. Io vivo nella piazza di un piccolo paese e vedo le pareti della mia casa annerirsi giorno dopo giorno. Provo ogni volta a dire ai frequentatori del “Seggio” che gli scarichi delle auto lasciate accese per il caffè, per la partita a briscola, per “l’ammazzacaffè” e la birretta non sono proprio salutari. Ma le abitudini non sembrano cambiare, nemmeno quando con la stessa disinvoltura transitano, proprio all’altezza dei tubi di scarico, bambini ignari a bordo di passeggini, i loro stessi nipoti quando non i loro figli. Allora c’è davvero qualcosa di inquietante in una società che non riesce proprio più a pensare che le pareti della propria casa, quella sì in perfetto ordine, non sono l’unico microcosmo conchiuso da preservare. Che l’esistenza di ognuno di noi è inesorabilmente connessa a quella degli altri, che ci appartengano o no, e a quella dell’ambiente che ci circonda. Una delle tante inchieste sulla condizione sociale in Italia denuncia che i cittadini del Bel Paese si sentono mediamente minacciati all’esterno ma felici tra le pareti domestiche. Ma come abbiamo fatto a perdere completamente il senso di responsabilità verso la comunità, smarrendo ogni principio di appartenenza alla collettività e al luogo? Perché di questo si tratta. La spinta ai consumi, la stessa che genera tonnellate di immondizia indistinta, ha prodotto una prevalenza assoluta dei valori individuali, dell’edonismo più sfrenato. L’industria del packaging affila le lame e produce involucri sempre più accattivanti per il pubblico che affolla, come il mirabolante parco dei divertimenti, i grandi, sempre più “grandi”, centri commerciali. Parallelamente, la comunicazione sociale dorme, anestetizzata in una pietosa programmazione di spot sempre più rari, che ci richiamano ai segue dalla prima principi della differenziazione e del riutilizzo. Gli sporadici programmi di inchiesta relegati alla terza quando non alla quarta serata della televisione nazionale, la stessa che bombarda i telespettatori di messaggi promozionali, più o meno subliminali, inneggianti all’acquisto di prodotti sempre nuovi. Così, i rifiuti delle fabbriche del consumo crescono parallelamente a quelli dell’industria dell’indottrinamento, indisturbati e con grande godimento da parte di quelle élites economiche che traggono profitti da tutto questo, leciti e illeciti, come quelli che da decenni alimentano le ecomafie. Sarà presentato in anteprima, proprio in questi giorni, “Biùtiful cauntri” il documentario di Esmeralda Calabria sull’ecomafia in Campania, nelle sale da febbraio. Il film annuncia rivelazioni scioccanti sulla contaminazione tra rifiuti, liquami, esalazioni nocive e alimenti in un’area di prodotti a marchio DOP, dove i bambini giocano con le carcasse degli agnelli uccisi dalla diossina. Chissà se gli italiani riserveranno a questo documentario l’attenzione che merita, la stessa che li ha spinti a creare presidi, a ergersi a scudi umani, uomini, donne, bambini, pur di fronteggiare la minaccia dei camion di immondizia, in una situazione di allarme collettivo in cui è facile che si cerchi e si trovino anche le “protezioni” sbagliate, mettendo in crisi una democrazia debole come la nostra. Mi piacerebbe reincontrare le stesse persone insieme a cercare soluzioni per limitare e fronteggiare gli abusi ambientali perpetuati quotidianamente sotto gli occhi di tutti. Ma la democrazia è davvero una pianta che va coltivata giorno per giorno, ed è forse questa la morale migliore che può trarsi da questa incredibile storia del nostro tempo. Probabilmente bisogna riconsiderare che la strada per una compiuta consapevolezza dei diritti e dei doveri dei cittadini è ancora tutta da tracciare e da percorrere. Che una sinistra paralizzata deve tornare ad occuparsi di politiche sociali perché si cominci dalla scuola a parlare del bene comune, questo sconosciuto! laboratorio della sinistra lucana Direzione Antonio Califano Anna Maria Riviello Redazione Simone Calice, Fabrizio Caputo, Paolo Fanti, Eustachio Nicoletti, Gianni Palumbo, Camilla Schiavo Progetto grafico e Art direction Palmarosa Fuccella Hanno collaborato a questo numero Stefano Anastasia, Presidente onorario Antigone, associazione per i diritti e le garanzie del sistema penale Ondina Cassotta, Studentessa del DAMS di Bologna Aldo Corcella, Ordinario di Filologia classica - Università degli Studi della Basilicata Nino D’Agostino, Economista Vincenzo Fundone, Fotografo Gert Dal Pozzo, Eretico militante Giuliana Laportella, Fotografa Guido Pasquariello, Primo Ricercatore ISSIA CNR di Bari Ulderico Pesce, Attore e regista Carlo Petrone, Coordinatore Associazione “A Sinistra” Giacomo Schettini, Membro della direzione nazionale PRC Woland, Professore di magia rossa Per abbonarsi a Decanter: rivolgersi a CALICE EDITORI via Taranto 20 - Rionero in Vulture (Pz) Tel/fax 0972 721126 > e-mail: [email protected] Garanzie di riservatezza per gli abbonati L’editore garantisce la massima riservatezza dei dati forniti dagli abbonati e la possibilità di richiederne gratuitamente la rettifica o la cancellazione scrivendo a Calice Editori. e-mail: [email protected] | www.caliceditori.com DECANTER anno IV numero 4 - dicembre 2007 Edito da Calice Editori Aut.Trib. Melfi n. 2/2004 Direttore Responsabile, Giuseppe Rolli Direttore Editoriale, Piero Di Siena Rivista trimestrale Abbonamento sostenitore e estero: € 50.00 Abbonamento annuo: € 15.00 c.c. postale n. 14667851 Costo singola copia: € 5.00 Numero doppio: € 7.00 Stampa Grafiche Finiguerra Lavello (Pz) POSTE ITALIANE S.p.a. Spedizione in a.p. - 70% Potenza 55 i m r e e! v a lin i o n u o p e a ch r O an www.decanteronline.it