Raffaello Vergani Problemi d’acque e scavo di canali nell’alta pianura veneta dei secoli XIV-XVI * (in La civiltà delle acque tra Medioevo e Rinascimento. Atti del Convegno internazionale, Mantova, 1-4 ottobre 2008, a cura di A. Calzona e D. Lamberini, Firenze, Olschki, 2010, II, pp. 507-527) 1. L’alta pianura veneta è costituita da una fascia larga in media una quindicina di km che si stende longitudinalmente da est-nord-est a ovest-sud-ovest ed è limitata a monte dalla linea dei colli e delle alture moreniche che preludono alla vera e propria fascia prealpina, a valle dalla linea delle risorgive. Originatasi nel periodo würmiano dalle alluvioni fluvio-glaciali dell’Adige, del Brenta, del Piave, del Tagliamento, essa è caratterizzata da un suolo ghiaioso, permeabile e arido, poco favorevole all’agricoltura, all’allevamento animale e allo stesso insediamento umano. I maggiori fiumi vi scorrono con letti ampi e sassosi, ma scarsa resta nell’insieme l’idrografia superficiale, mentre abbonda la circolazione sotterranea dell’acqua, che riemerge infatti più a valle, nella fascia delle risorgive, dove si verifica il contatto con i terreni sabbiosi e argillosi della pianura bassa. È evidente che su un terreno come questo la sola possibilità di creare un ambiente maggiormente favorevole all’insediamento umano mediante la soddisfazione di bisogni come quelli dell’alimentazione, dell’irrigazione, della produzione di energia stesse nella derivazione di qualche canale artificiale a partire dai corsi d’acqua esistenti nella regione. Ma poche e di scarso rilievo sono le opere del genere che s’incontrano in età comunale e signorile. All’estremità orientale del territorio veneto, in Friuli, troviamo tre rogge derivate intorno al XII secolo dal torrente Torre e condotte nell’alta pianura a nord di Udine. Dalla riva sinistra del 1 Tagliamento si stacca nel secolo seguente – è documentata per la prima volta nel 1294 – la roggia di S. Odorico, poi prolungata nel Quattrocento fino a Codroipo.1 Principali funzioni di queste rogge restano la soddisfazione dei bisogni alimentari, domestici e industriali, ma non di quelli agricoli di un così ampio territorio. Il progetto di canalizzare l’acqua dei fiumi Ledra e Tagliamento a fini di irrigazione viene avanzato più volte, nel 1457, nel 1520, nel 1592, ma verrà avviato concretamente solo nella seconda metà dell’Ottocento. 2 La linea delle risorgive che separa l’alta dalla bassa pianura veneta. La carta di base riflette la situazione attuale, ma va tenuto presente che il percorso dei fiumi nell’alta pianura è rimasto sostanzialmente lo stesso dal Quattrocento ad oggi. Nella provincia trevigiana, agli inizi del XIV secolo viene canalizzato verso la campagna di Montebelluna un torrentello che scende dai colli settentrionali e sul 2 quale già un secolo prima – lo sappiamo dagli statuti del 1203 – la facoltà di costruire dei mulini era stata riservata espressamente al comune di Treviso.3 Ma l’impresa più importante, in età pre-veneziana, è quella della roggia ‘carrarese’, o roggia ‘Rosà’, derivata dalla riva sinistra del Brenta verso il 1370 per impulso di Francesco da Carrara il Vecchio allora signore di Padova e Bassano e destinata all’irrigazione dei terreni e al funzionamento dei mulini tra Bassano e Cittadella. Più tardi, ampliata sensibilmente e suddivisa in più rami, diverrà uno dei maggiori canali dell’alta pianura. Una tappa importante, va ricordato, in materia di acque correnti sarà costituita nel 1556 dall’istituzione della magistratura veneziana dei Beni inculti e dalla pressoché contemporanea affermazione della demanialità di tutte le acque del Dominio, ciò che comporta come conseguenza l’esclusione della proprietà privata e il principio della concessione governativa per l’uso delle stesse. Nel territorio veronese l’alta pianura si articola in due aree ben distinte: la più ampia ‘campanea maior’, a destra dell’Adige, il cui recupero agricolo è oggetto di vari progetti cinquecenteschi, da Cristoforo Sorte ad Antonio Glisenti, da Teodoro da Monte a Benedetto Venier, che fanno appello all’acqua ora dell’Adige, ora del Mincio, ora del Lago di Garda ma che restano tuttavia lettera morta.4 Un apporto d’acqua tale da modificare sensibilmente la destinazione colturale dei terreni si avrà solo tra Otto e Novecento.5 L’altra area è quella della ‘campanea minor’, situata sulla sinistra dell’Adige e ai piedi dei monti Lessini, la quale, pur condividendo anch’essa la struttura pedologica ghiaiosa e secca propria dell’alta pianura, presenta tuttavia una relativa ricchezza d’acqua dovuta a qualche torrentello prealpino e alle numerose risorgive che si trovano al suo interno. Il principale corso d’acqua che la percorre, il Fibbio, diventa durante il Trecento un vero fiumicello industriale, denso di mulini e di folli da panni. Ambedue le ‘campaneae’ rimangono a pascolo per tutto il basso Medioevo, fornendo lana di 3 qualità al lanificio cittadino; ma col declinare di questo le strade si dividono. Il riordino istituzionale e fisico delle acque che si verifica nella ‘campanea minor’ fra Tre e Quattrocento apre la strada alla formazione di grandi aziende – spesso irrigue – foraggere e lattiero-casearie, promosse in più di in caso dalla corporazione dei formaggiai della città di Verona. Numerose, a partire dal 1556, le piccole derivazioni d’acqua a fini irrigui concesse dai Provveditori ai Beni inculti, mentre si arriva perfino all’impianto di qualche risaia.6 Neppure nel Vicentino ad ovest del Brenta si assiste fra il XIII e il XVI secolo alla costruzione di canali di un certo rilievo. Troviamo piuttosto delle rogge, o canalette, di dimensioni limitate a pochi ‘quadretti’ – è la misura di portata che si usava allora e che equivarrebbe, secondo una valutazione ottocentesca, a circa 0,145 metri cubi al secondo7 –, che servono a finalità locali di carattere agricolo o industriale. Come, ad esempio, quella di sei quadretti concessa nel 1562 alla famiglia nobile vicentina dei Monza a partire dall’Astico e tale da irrigare, secondo una fonte di fine Cinquecento, circa 200 campi posseduti da questa in comune di Dueville.8 Nella porzione di alta pianura situata sulla destra del Brenta sono attestate in epoche diverse almeno cinque canalette derivate da questo,9 la più antica delle quali è la roggia Isacchina, aperta nel 1398 per fornire la forza motrice ai mulini da sassi per le fabbriche di Nove e Friola. Specificamente rivolte all’irrigazione sono la roggia Contessa, poi Chiericati10 (quattro quadretti), risalente al 1557, e la Grimana (sette quadretti) concessa nel 1569.11 Sulla riva sinistra del Brenta e derivate da questo, oltre alla roggia Rosà alla quale abbiamo già accennato, troviamo la roggia del comune di Cartigliano, più tardi Bernarda, attestata già nel 1466, della dimensione di tre quadretti e utilizzata per finalità sia agricole che industriali; la roggia Morosina, probabilmente risalente al 1557 e avente a fine Cinquecento la portata di tre quadretti,12 e la roggia Dolfina, 4 di sei quadretti, concessa nel 1602 dai Provveditori ai beni inculti per irrigare le possessioni di sei famiglie proprietarie nella zona. 13 2. Ma, come si diceva, sarà la roggia Rosà ad assumere ben presto il ruolo di maggior canale derivato dal Brenta.14 Dopo che nel 1392 Gian Galeazzo Visconti, divenuto nel 1388 signore di Bassano, restituisce al Comune e ai privati la campagna che era stata loro sottratta («usurpata et ablata») da Francesco da Carrara, le vicende successive portano nel 1405 alla dedizione della città con relativi possessi e diritti alla repubblica di Venezia. Negli anni immediatamente successivi, tra 1406 e 1408, una serie di ducali e di sentenze confermano le comunità di Bassano e Cittadella nei diritti d’uso dell’acqua dei quali fruivano in precedenza, dirime qualche contrasto sorto nel frattempo tra le due e stabilisce le regole per la conservazione del canale. Bassano dovrà ampliare la presa sul Brenta e provvedere alla manutenzione di questa oltre che del primo tratto del canale – lungo circa cinque km fino al ‘fossato vecchio’ –, mentre Cittadella si occuperà del tratto rimanente lungo circa 15 km. Il canale era adibito in qualche misura anche a via di trasporto, visto che nel 1408 si ordina la distruzione di un mulino eretto su di esso in territorio di Bassano perché questo, oltre a impoverire il corso d’acqua a danno dei mulini di Cittadella era anche di ostacolo al passaggio di zattere.15 Fin dai primi anni del Quattrocento si ha notizia di utilizzi dell’acqua della Rosà a fini sia agricoli che industriali. La possibilità di irrigare e di abbeverare il bestiame rende più appetibili terreni comunali fino ad ora aridi e incolti. Acquisti di terra a livello perpetuo o in proprietà da parte di privati si susseguono in misura crescente lungo tutto il secolo XV, spesso accompagnati dall’assegnazione di una porzione dell’acqua del canale. Nascono così delle canalette secondarie o filiali, quelle che altrove – ad esempio nel Trevigiano – sono chiamate ‘boccaroli’. Negli 5 atti del Consiglio di Bassano si legge che a partire dal 1454 «molte persone straniere sono venute ad abitare e a far villa de la Rosada, dove prima non vi era villa, ma solo campagna».16 Non pochi di questi ‘stranieri’ sono nobili veneziani: dai Morosini ai Cappello, dai Querini ai Diedo ai Dolfin. Dagli atti del Consiglio appare che tra il 1425 e il 1485 la città di Bassano avrebbe concesso a livello perpetuo a diversi privati circa 2300 campi prima appartenenti al patrimonio comunale.17 Dopo la metà del secolo lo stesso Consiglio formula un ambizioso progetto circa la Rosà, quello di costruire un canale navigabile il quale, prolungandone il primo tronco e passando per i territori di Asolo, Cittadella e Castelfranco mettesse in comunicazione Bassano con Venezia in modo che vi potessero transitare burchielli per il trasporto di merci. Il progetto, presentato a Venezia nel 1452-53, incontra tra l’altro l’opposizione di Cittadella, probabilmente preoccupata per la sorte dei suoi mulini, e comunque viene abbandonato pochi anni dopo.18 Benché non se ne abbiano le prove dirette, non sembra improbabile che dietro la profonda trasformazione subita dalla Rosà nel primo Cinquecento vi sia il peso rilevante della proprietà patrizia veneziana. Allora, infatti, il governo della Repubblica decide di ampliare e potenziare a proprie spese il canale, a partire dalla presa sul Brenta e fino alla chiesa di Rosà paese – dove terminava il tratto di competenza di Bassano e iniziava quello assegnato a Cittadella –, rivalendosi quindi della spesa tramite la vendita a privati dell’incremento di portata così ottenuto. La disciplina del nuovo canale viene stabilita con un decreto del Senato del 1519: la manutenzione della presa sul Brenta sarà a carico della Repubblica, quella del nuovo alveo fino alla chiesa di Rosà nella misura di un quarto a coloro che avevano in precedenza il godimento dell’acqua del vecchio alveo e per i restanti tre quarti ai nuovi acquirenti. Dalla chiesa di Rosà in giù, invece, la 6 manutenzione del canale rimarrà a carico del comune di Cittadella. Il decreto contiene tra l’altro una norma importante che prevede una sorta di diritto d’acquedotto: chi acquisterà una porzione d’acqua potrà portarla nei propri terreni passando per i possessi altrui col solo obbligo di rifondere al proprietario il valore del terreno così occupato aumentato di un quarto.19 La massima parte delle vendite viene effettuata nel 1519-20, mentre altre due si aggiungono tardivamente nel 1554. La portata iniziale del canale, che nel primo Cinquecento era di tre quadretti e mezzo, viene aumentata complessivamente a 14 quadretti. Nei pressi della chiesa di Rosà, sui terreni dei Dolfin, vengono costruiti i nuovi partitori che distribuiscono l’acqua in sei rogge tra maggiori e secondarie.20 La roggia centrale, l’antica Rosà (detta anche Munara) della portata di tre quadretti e mezzo continua a scorrere fino a Cittadella e oltre, mentre il grosso della nuova portata, quasi sette quadretti, è avviato attraverso la roggia Moranda (o Moresca) nel territorio di Castelfranco dove sono presenti estesi possessi di patrizi veneziani. La Moranda sarà adibita anche alla fluitazione del legname. Nel 1556, in seguito al verificarsi di varie irregolarità nella gestione del canale, il Senato invia in missione il funzionario Zuanne Donà che riconferma gli obblighi già stabiliti nel 1519 circa la manutenzione dell’alveo principale e fa ricostruire i partitori che erano stati manomessi. I decenni centrali del Cinquecento vedono qui come altrove un aumento sostenuto della popolazione e della domanda di derrate alimentari, con relativo incremento del valore della terra e degli investimenti in agricoltura da parte degli imprenditori sia locali che, soprattutto, veneziani. Anche col contributo dell’acqua del canale e delle sue diramazioni si diffondono nei territori di Bassano, di Rosà, di Cittadella il prato irriguo, l’arativo, gli orti, mentre greggi e pascoli si spostano gradualmente sui vicini monti. A fine Cinquecento l’antica campagna di proprietà 7 comunale è passata pressoché tutta in mani private ed è stata quasi completamente messa a coltura. Decisiva è la presenza dell’acqua corrente nel settore della produzione di energia: nel corso del secolo sono attestati lungo il canale e le sue diramazioni, da Bassano a Cittadella, mulini e altri opifici idraulici azionati complessivamente da una ventina di ruote ad acqua.21 Si direbbe anzi, in quest’area almeno, che i patrizi veneziani siano più interessati a utilizzare l’acqua per le attività ‘industriali’ che a promuovere a mezzo dell’irrigazione la produttività agricola.22 Difficile valutare l’ampiezza della superficie agraria effettivamente toccata dall’irrigazione. Qualche dato almeno indicativo ci viene da un’indagine di carattere generale promossa dai Provveditori ai beni inculti sulle acque irrigue «usate da qualsivoglia persona» e affidata nell’estate del 1595 al perito ordinario Feliciano Perona. L’indagine tuttavia, per quel che riguarda il caso del Brenta, appare piuttosto frammentaria e lacunosa. Il Perona, ad esempio, non è riuscito a farsi un’idea dell’estensione dei terreni irrigati dai Morosini a Cartigliano con l’acqua della Rosà, la cui portata è allora nel suo tratto iniziale di 14 quadretti e mezzo e quindi poco più che nel 1554. L’irrigazione inoltre appare più d’una volta esercitata in modo discontinuo o a turno: come nel caso dei padovani Forcadura che adacquano i loro prati «le feste solamente» o in quello dei veneziani Mocenigo, Lazzaro e Nicolò, che nei loro possessi di Godego (Castelfranco) usano le acque «interrotamente» e «le godono giorni otto per homo».23 Ad ogni modo, stando ai dati accertati dal Perona e fatte le debite riserve sulla precisione della stima, i terreni irrigati con l’acqua della Rosà e diramazioni ammontano nell’insieme a 761 campi, dei quali 180 prativi, 410 arativi, 168 misti e tre di brolo. Se, a occhio e croce, attribuiamo all’alta pianura compresa tra Brenta e Musone l’area di circa 20.000 ettari, possiamo calcolare che secondo i nostri dati la superficie 8 effettivamente irrigata ammonterebbe, a seconda che si tratti di campi vicentini o di campi trevigiani, all’1,50 o 2 per cento della superficie teoricamente irrigabile.24 Una percentuale davvero minuscola, inferiore seppur di poco anche a quella che sempre in base ai dati del Perona si è calcolata per la Brentella trevigiana, e che, sebbene certamente approssimata per difetto, conferma anche per quest’area la scarsissima presenza dell’irrigazione nell’agricoltura veneta durante l’età moderna. 3. Come è stato giustamente osservato, nel quadro della Repubblica veneta «il Piave rappresentò l’unico esempio di un’utilizzazione consapevole e razionale delle acque, sebbene con limiti evidenti che vieppiù emersero con il procedere del tempo».25 Ci si riferisce qui essenzialmente al canale della Brentella trevigiana (più avanti denominato, dalla località dove si trova il punto di presa sul Piave, Brentella di Pederobba), il quale, progettato fra 1435 e 1436 e iniziato a scavarsi prima del 1440, raggiunge la sua configurazione definitiva verso il 1540 e questa configurazione mantiene, sia pur con qualche aggiunta marginale nel corso dei secoli successivi, fino al primo Novecento.26 Era un’idea concepita, intorno al 1430, in ambito trevigiano – e non veneziano, come da qualcuno si è detto –, anche se poi, con l'andar del tempo, i veneziani si appropriarono di una parte consistente dei vantaggi che il canale comportava per il territorio e l'economia della zona. Siamo qui nel settore dell’alta pianura compreso tra il Musone a ovest e il Piave ad est. Agli inizi del Quattrocento, ai primi segni di ripresa demografica e agricola dopo le crisi del secolo precedente, la sola acqua piovana non era più sufficiente a far fronte ai bisogni degli uomini, degli animali e della terra. L'idrografia superficiale era povera se non inesistente. E' allora che nasce per gradi il progetto di derivare l'acqua del 9 Piave nella località prealpina di Pederobba, canalizzarla fino all'alta pianura e sparpagliarla quindi con vari rami in ogni direzione, a ovest, a sud, a est, in modo da poter approvvigionare tutta l'area compresa tra Montello e Sile, pari a una superficie di circa 35.000 ettari. Si voleva acqua per dissetare uomini e animali, ancora acqua per irrigare campi e prati, forza motrice per azionare ruote idrauliche e mulini. Per qualche anno si pensò anche a un canale navigabile per il trasporto di legna e altre merci fino a Treviso. Un progetto ambizioso, che si sarebbe rivelato superiore alle risorse disponibili. Il primo obiettivo ad essere abbandonato sarà quello della navigabilità fino a Treviso: anche perché, intorno al 1450, viene aperta la Piavesella di Nervesa, un canale derivato dal Piave nel settore orientale del comprensorio, che assai meglio si presta per brevità e pendenza a svolgere questa funzione. Il secondo obiettivo ad essere non abbandonato, ma nettamente ridimensionato, è quello della irrigazione: come si evince dalla sentenza ‘Salomona’ – è un atto emanato dal podestà di Treviso nel 1503 – , che afferma essere scopo primario del canale l'uso alimentare e civile dell'acqua da parte delle comunità con prevalenza su ogni altro. Neppure a questo fine, per la verità, il canale si dimostrava del tutto soddisfacente: se la parte occidentale e quella settentrionale, infatti, erano ben fornite d'acqua, non così accadeva per la parte sud-orientale del comprensorio, la così detta campagna inferiore, che ne lamentava periodicamente la mancanza anche per il solo abbeveraggio degli animali. Ma dove la Brentella fu fortemente al di sotto delle aspettative fu, senza dubbio, sul fronte della irrigazione. Secondo la rilevazione effettuata da Feliciano Perona nel 1595 per conto della magistratura veneziana dei Beni inculti, rilevazione che sembra in questo caso abbastanza attendibile, anche se la portata iniziale del canale era allora di 68 quadretti, la massima attestata lungo tutto il secolo XVI, 10 tuttavia l’insieme dei terreni effettivamente irrigati nel comprensorio si limitava a circa 633 ettari. Anche ammettendo che si tratti di una valutazione per difetto, che può non aver tenuto nel debito conto i numerosi orti, frutteti e giardini che pur esistevano nel territorio, siamo comunque intorno al 2-3 per cento della superficie potenzialmente irrigabile. Né, per quel che si sa, la situazione mutò in modo significativo nei secoli a venire, almeno fino ai primi decenni del Novecento. Un netto successo, invece, sul piano della produzione di energia. Il numero delle ruote ad acqua aumenta in modo continuativo tra il XV e il XVIII secolo, per azionare un numero crescente di mulini da macinazione oltre a qualche altro opificio come mole e battiferro, seghe da legname, folli da lana e filatoi da seta. Mulini e opifici, tuttavia, costituiscono solo un caso particolare degli insediamenti indotti dalla presenza dell’acqua, alla quale sono legati da un rapporto di stretta funzionalità. Un rapporto diretto e immediato, dove la produzione di energia meccanica richiede necessariamente la presenza di una corrente d’acqua in qualche modo captabile. Ma ben più ampia, in realtà, è la capacità di attrazione che l’acqua esercita sugli insediamenti umani, dei quali è in grado di soddisfare i bisogni più svariati, dagli alimentari agli agricoli, dagli industriali a quelli di trasporto. Per questo essa costituisce uno dei più potenti fattori di localizzazione e di radicamento di persone, di villaggi, di aziende. Andrea Palladio, nel suo trattato di architettura, metterà al centro del capitolo dedicato al Sito da eleggersi per le fabbriche di villa l’indicazione di edificare presso un fiume navigabile o comunque un corso d’acqua corrente;27 ma quando egli scrive, nel 1570, è già un secolo e più che nel territorio della Repubblica veneta si assiste a vere e proprie ondate di costruzioni lungo i corsi fluviali appena regolati e i canali scavati di fresco. 11 Se guardiamo più da presso la mappa della Brentella e delle sue derivazioni – una mappa solo ideale, visto che una cartografia completa a scala ravvicinata comparirà solo nel secolo XVIII – possiamo scorgere già nel primo ’500 tutta una serie di microinsediamenti la cui origine si lega, direttamente o indirettamente, all’esistenza della nuova rete idrica. Sono dati sparsi, che provengono sia dalle ricerche d’archivio condotte negli ultimi decenni, sia dalla ricca letteratura sulle ville che sorgono nei secoli XV e XVI nel territorio veneto e in particolare in quello trevigiano.28 Anche se, giova ricordarlo, quest’ultima tende per lo più a privilegiare le grandi emergenze architettoniche, magari d’autore. D’altro lato è merito di questa letteratura l’aver ravvisato le origini della villa veneta, sia come struttura architettonica che come centro di organizzazione agricola, nell’età che precede l’espansione fondiaria veneziana in terraferma, e l’aver individuato proprio in territorio trevigiano alcuni esempi in questo senso significativi. Scarsi o inesistenti sono finora, nella nostra specifica area, gli studi sugli insediamenti in età tardomedievale. È tuttavia lecito ritenere che anche qui come altrove, e specie durante il secolo XV, l’avanzata dei canali e l’accresciuta disponibilità d’acqua siano tra i principali fattori che recano con sé l’espansione dell’insediamento sparso e lo sviluppo di nuovi centri abitativi. Insieme, naturalmente, alla tendenza all’appoderamento e all’aspirazione dei proprietari, non solo i maggiori ma anche i più umili, a possedere un’azienda isolata nella campagna. Si diffondono così non solo le ville, le case da statio, le case dominicali, che traducono l’intento del possidente cittadino di unificare vacanza ed esercizio dell’agricoltura; ma anche le modeste residenze rustiche, giù giù fino alle ‘domuncule’ o ‘casoti’, espressioni della piccolissima proprietà contadina che organizzano spesso poco più poco meno di un ettaro di terra. 12 Il numero di campi irrigati, pertanto, non può essere il parametro, o quanto meno non il solo né il principale, per giudicare del successo dell’operazione Brentella. Si tratta, occorre tenerlo presente, di un obiettivo che a partire dalla sentenza Salomona del 1503 è collocato non più tra i primi, ma tra gli ultimi. Un obiettivo, per così, dire, residuale. Le posizioni di quei pochi proprietari che, specie negli ultimi decenni del Cinquecento, si battono per un potenziamento del canale a fini di irrigazione rimangono sostanzialmente minoritarie. Altri sembrano essere i bisogni delle comunità, per definizione le prime destinatarie del beneficio dell’acqua. Le ricorrenti proteste che provengono durante tutto il secolo XVI dai villaggi sud-orientali, i più sfavoriti nella distribuzione del prezioso liquido, parlano chiaro: la principale se non unica preoccupazione è quella dell’abbeveraggio degli animali, specie nella stagione estiva. Un bisogno essenziale, che evidentemente nel resto del comprensorio trova adeguata soddisfazione. Lo nota anche il tecnico della Repubblica Cristoforo Sorte nel 1556 quando scrive, a proposito dell’acqua della Brentella, che «la maggior parte è solum per dar da bere ad animali et in altro puoco si può prevalere».29 Da questo punto di vista la rete idrica presenta una sua indiscutibile razionalità e sistematicità distributiva, come appare dalla cartografia d’insieme dei secoli XVI e XVII e soprattutto dallo straordinario Dissegno generale di tutta la Brentella redatto da Angelo Prati nel 1763.30 In quei casi, poi, in cui si dispone di una cartografia particolare a distanza ravvicinata, si può vedere come l’acqua si frantumi in mille canalette e fossi all’interno dei villaggi e delle proprietà private. La possibilità di abbeverare e quindi di mantenere qualche animale da lavoro – che costituiva, ricordiamolo, il trattore del tempo, e aveva bisogno di 20 o 30 litri d’acqua al giorno – è un prerequisito essenziale perché il piccolo proprietario, il fittavolo, il colono si stabiliscano sul terreno da coltivare. Là dove arriva l’acqua 13 giunge prima o poi anche l’azienda poderale e di seguito l’insediamento sparso. E non solo le misere casette dei braccianti e dei coloni che sorgono intorno alle case padronali – come, ad esempio, quelle che si vedono ancor oggi allineate davanti alla villa Emo a Fanzolo – , ma anche la dimora patriarcale di campagna, quella casa a portico che si diffonde largamente nelle province di Treviso, Venezia e Padova tra ’400 e ’700 e che costituisce un modello illustre di architettura contadina. Un dato costante nella storia della Brentella dal XV al XVIII secolo è il fatto che tutti i vantaggi - disponibilità d'acqua per gli usi alimentari e civili, terreni irrigati, mulini e altri opifici - si concentrano per la maggior parte nelle aree occidentale e settentrionale del comprensorio: le porzioni orientali dei territori di Asolo31 e Castelfranco32, il Montebellunese33, la fascia sub-collinare. E’ una situazione che, ormai consolidata alla fine del Cinquecento, permane sostanzialmente immutata nei tre secoli che seguono. Tre secoli, per così dire, di ordinaria amministrazione, o quanto meno di limitata conflittualità, che contrastano con l’alta tensione che caratterizza invece i secoli XV e XVI. Uno dei momenti più caldi si situa verso il 1460, quando l’insufficienza del canale da poco costruito viene addebitata alla presenza dell’eccessivo numero di ruote ad acqua e mulini che erano stati concessi lungo il corso di esso. La diagnosi era almeno in parte fondata, come confermerà più tardi anche fra Giocondo nella sua celebre relazione del 1507. Gli sbarramenti, infatti, rallentavano la corrente e aumentavano l’assorbimento nel sottosuolo, oltre a provocare facilmente, a monte degli stessi, un rialzo del livello e una ulteriore dispersione d’acqua nel terreno. E così si giunge addirittura a ordinare, nel 1461, la distruzione dei mulini e opifici ad acqua già edificati lungo il canale. E’ come se oggi, in nome dell’irrigazione, si chiedesse la demolizione di qualche centrale elettrica. Ma quattro anni dopo, nel 1465, si torna sui propri passi 14 e si autorizza la ricostruzione dei mulini, i quali, evidentemente, costituivano un patrimonio troppo importante per le comunità interessate. Ma continua, incessante, la protesta della campagna inferiore per la scarsità dell’acqua che giunge fino ad essa. E si susseguono i tentativi di porre rimedio introducendo una più rigida disciplina nell’utilizzazione dell’acqua da parte delle aree più favorite: la sentenza ‘Morosina’ del 1466, la sentenza ‘Salomona’ del 1503, la sentenza ‘Giustiniana’ del 1543. Oppure progettando nel 1463, nel 1497, nel 1504 – ma senza nemmeno iniziarli – altri canali derivati dal Piave in località vicine come Covolo o Nervesa e capaci di integrare l’apporto della Brentella in direzione della campagna inferiore. Neppure i meglio intenzionati tra i podestà di Treviso – il più impegnato in questo senso è Michiel Salomon, che regge la città negli anni 1501-1503 – riescono a incidere sulle rendite di posizione delle comunità più favorite dalla geografia o su quelle economico-politiche dei proprietari legati, rispettivamente, al potere locale o a quello centrale. Le acque della Brentella, scrive il podestà Marco Zantani nel 1525, «adaquano quelle campagne con grandissimo benefitio de quelli che le pono haver». E tutti lamentano, aggiunge, che i magistrati alle acque di Treviso e i loro parenti fanno quello che vogliono di queste acque, così che i poveri non hanno neanche da bere mentre loro non solo hanno acqua per irrigare broli e prati ma la usano anche per lavare le stalle.34 Ma dimentica di dire, il rappresentante della Dominante, che anche i proprietari veneziani fanno la loro parte e si sono aggiudicati nelle podesterie di Asolo e Castelfranco oltre metà della portata complessiva a beneficio dei loro possessi. Con la fine del Cinquecento, ripetiamo, queste tensioni sembrano acquietarsi in un equilibrio della diseguaglianza che non sarà più rimesso in discussione per quasi tre secoli. Alla fine del Settecento, anzi, lo stesso canale versa in condizioni di manutenzione, di efficienza e di portata nettamente inferiori a quelle di due 15 secoli prima. Il risveglio si ha solo nella seconda metà dell’Ottocento, quando il presentarsi di nuove e consistenti esigenze agricole e industriali induce il Consorzio Brentella a formulare progetti di radicale rinnovamento del canale e in particolare della presa d’acqua a Pederobba. Ma l’avvio è lento, e la realizzazione del progetto avverrà solo nel terzo decennio del Novecento. Appare chiaro, in definitiva, come la Brentella non abbia avuto, per secoli, una portata sufficiente per provvedere d’acqua tutta la zona originariamente prevista: cosicché i suoi vantaggi sono stati accaparrati dalle aree e dalle popolazioni che si trovavano geograficamente più vicine al punto di presa. Non a caso nasce già nella seconda metà del Quattrocento, anche se rimane per secoli lettera morta, il progetto di derivare un altro canale dal Piave a partire da Nervesa, con andamento da nord-est a sud-ovest, per provvedere d'acqua la pianura sudorientale. E' il canale che sarà realizzato, con il nome di canale di Ponente, quasi cinque secoli dopo, nel 1925. A che cosa fu dovuta questa insufficienza relativa della Brentella, che la caratterizzò fin dall'inizio e che fin da allora, del resto, fu presente almeno in parte anche nella coscienza dei contemporanei? Essa fu dovuta, in sintesi, a tre ordini di fattori: ambientali, tecnici, finanziari, tra loro, peraltro, strettamente connessi. Cominciamo dai primi. Il Piave, come è noto, è sempre stato un fiume a carattere torrentizio anche nel suo corso medio, soggetto a regolari secche estive ma soprattutto a piene disastrose, che si ripetevano con notevole frequenza e comunque non meno di due volte l'anno, in corrispondenza del disgelo primaverile e delle piogge autunnali. Ciò comportava altrettante volte il danneggiamento o la distruzione dell'edificio di presa, degli argini e delle opere di difesa, con relativo inghiaiamento del primo tratto della Brentella e interruzione più o meno lunga delle forniture d'acqua. Nel corso successivo, inoltre, l'acqua fluiva in un letto assai 16 spesso ghiaioso e permeabile ed era quindi soggetta a forte dispersione. Già questi fattori, quindi, determinavano una portata scarsa e discontinua, insufficiente, in linea di massima, a rispondere a tutte le aspettative originarie. Il canale, inoltre, come nota per primo fra Giocondo nella sua relazione del 1507, non era esente da pecche tecniche relative alla sua concezione e realizzazione. Innanzitutto la presa a Pederobba era troppo piccola se confrontata alla lunghezza del canale e alla superficie di campagna che questo avrebbe dovuto servire. La presa, inoltre, era stata costruita in posizione normale rispetto alla direzione del fiume, favorendo così l'ingresso delle ghiaie nel primo tratto della Brentella. Il corso successivo, poi, non era stato condotto perfettamente. Il canale, in particolare, era stato troppo abbassato in corrispondenza di Lavaggio di Caerano, cosicché giunto poco oltre Montebelluna esso perdeva progressivamente la sua spinta e non riusciva a proseguire al di là di Selva del Montello. I fattori, infine, di carattere finanziario. I limiti ambientali e le pecche tecniche si sarebbero forse potuti, rispettivamente, superare e correggere in presenza di grandi mezzi finanziari e della conseguente possibilità di effettuare degli investimenti di ampie proporzioni. Non mancano in età tardomedievale e moderna, in Italia e fuori d'Italia - si pensi, ad esempio, alla Lombardia e all'Olanda -, opere idrauliche che hanno superato felicemente difficoltà anche maggiori. Ma il fatto è che questi mezzi non c'erano. Il Comune di Treviso, che doveva provvedere integralmente con i propri mezzi sia alla costruzione che alla successiva manutenzione del canale, disponeva di scarse entrate correnti. Lavoro obbligato dei contadini e imposizioni straordinarie ai proprietari, sui quali s'era fondata la prima costruzione del canale, non si potevano né reiterare all'infinito né moltiplicare a dismisura. 17 La Brentella, in conclusione, soffrì fin dall'inizio di un investimento di capitale cronicamente scarso: questo, almeno, rispetto agli ambiziosi obiettivi di partenza. Il risultato fu che il canale rimase fortemente condizionato dai suoi limiti naturali e tecnici e poté apportare pienamente i suoi benefici solo in due aree del comprensorio, quella occidentale e quella settentrionale. 4. Questa breve ricognizione su natura e ruolo dei canali artificiali attivati nell’alta pianura veneta tra Medioevo ed età moderna – non tutti, come si è visto, fatti finora oggetto di studi approfonditi sull’intero arco delle fonti disponibili – conferma quanto già noto circa la scarsa rilevanza della pratica irrigatoria nell’agricoltura dell’antica terraferma veneziana. Ma conferma anche, a nostro avviso, i dubbi già espressi da più di uno studioso sulla fondatezza della tesi che vede nella politica lagunare della Repubblica la causa primaria – o quanto meno la concausa principale – di tale scarsa rilevanza e addirittura, andando oltre, di una ‘mancata’ rivoluzione agricola basata sulla diffusione del prato irriguo e sulla rotazione cereali-foraggere.35 L’impossibilità, teorica e pratica, di una simile rivoluzione nelle campagne venete dell’età moderna, nelle condizioni date, è stata illustrata in uno studio convincente e poco frequentato di vent’anni fa.36 Attribuire alle scelte di politica idraulica dirette alla tutela della laguna conseguenze di tale importanza, che coinvolgono secoli di storia e l’intero territorio della Repubblica al di qua del Mincio, significa, a nostro parere, sopravvalutare il ruolo dello stato e sottovalutare, invece, quello dei fattori di lunga durata, materiali e mentali, che vi stanno alla base. Braudel insegni… Come e perché nasce questa che, magari eccedendo un po’, potremmo chiamare leggenda nera? È probabile che essa prenda le mosse negli anni Trenta dalla pubblicazione negli «Antichi scrittori d’idraulica veneta» del dibattito tra 18 Cristoforo Sabbadino e Alvise Cornaro a proposito delle bonifiche e dalla successiva enfatizzazione di questo. Scrive allora Roberto Cessi che «nel Sabbadino […] la difesa della laguna è tutto; il mantenimento della sua integrità è la preoccupazione costante del tecnico nella risoluzione dei singoli problemi idraulici».37 Le ricerche successive dimostreranno come la linea del Sabbadino e più in generale dei Savi e del Collegio alle acque, fautrice della diversione e dell’allontanamento dei fiumi dalla laguna a prescindere dalle conseguenze sulla pianura circostante, si sia tradotta più d’una volta nel disordine idraulico e nell’impaludamento di questa. Sono aspetti e problemi che interessavano direttamente soprattutto la bassa pianura cicrcumlagunare, ma non ci vorrà molto perché il giudizio degli studiosi venga esteso più o meno indebitamente dalla bassa all’alta pianura, dalla bonifica all’irrigazione. In un’opera del 1933 – peraltro di alto livello – dedicata alla storia e tecnica dell’irrigazione nel Veneto si legge ad esempio che la presa sul Piave della Brentella trevigiana «per concessione ducale doveva essere occasionale onde non alterare il regime di piena del fiume e danneggiare la laguna».38 Affermazione questa che non trova alcun fondamento nelle fonti, il che ci dice come giudizi del genere stessero già diventando un luogo comune. La tesi di una politica lagunare quale principale ostacolo alla diffusione dell’irrigazione nella terraferma veneta di età moderna avrebbe bisogno, per essere dimostrata, di una serie sufficientemente numerosa e coerente di interventi da parte veneziana in questo senso. Ma, rispetto almeno all’alta pianura, le nostre conoscenze relativamente ai secoli XV-XVI escludono questa possibilità. Per quel che riguarda ad esempio la ‘campanea maior’ del Veronese i progetti cinquecenteschi di canali irrigui tratti dal Mincio, dall’Adige o dal Garda restano lettera morta esclusivamente a causa dei contrasti interni tra i progettisti e tra 19 costoro e la città di Verona. Analogamente in Friuli, dall’altra estremità dell’alta pianura, l’idea di canalizzare a fini irrigui l’acqua del Ledra e del Tagliamento cozza dapprima, nel 1457, contro il parere contrario del Consiglio di Udine e poi, nel corso del Cinquecento, si arena a causa delle rivalità tra i centri della regione più interessati all’utilizzo commerciale della progettata via d’acqua.39 Nessuna interferenza da parte governativa in entrambi i casi. Solo è da ricordare, in positivo, l’importante ruolo svolto dopo il 1556 dai Provveditori ai beni inculti nella ‘campanea minor’ veronese nel disciplinamento e nell’opera di mediazione tra interessi agricoli e interessi industriali specie lungo il corso del Fibbio.40 Quanto alle acque derivate dal Brenta, il solo intervento importante da parte veneziana è il decreto del Senato del 1519 che riguarda il canale Rosà ed è, come si è visto, oggettivamente favorevole all’irrigazione. Lo stato si prende a carico allora il rinnovo della presa e la manutenzione di questa e del primo tratto di canale, mentre la portata complessiva viene quadruplicata a pressoché totale beneficio dell’irrigazione dei territori di Bassano, Cittadella e Castelfranco.41 Il fatto che i più avvantaggiati siano probabilmente i nobili proprietari veneziani non muta il segno dell’operazione, anche se può confermare la vicinanza se non l’identità tra questi e il governo centrale. Il maggior canale derivato dal Piave è quello della Brentella, scavato dopo il 1436 con esplicite finalità anche di irrigazione ma ben presto soggetto, come si è visto, a un sensibile ridimensionamento a causa dei suoi limiti ambientali, tecnici e finanziari. Conflitti locali d’interesse e carenza di mezzi da parte del Comune di Treviso, che aveva fin dal 1446 la giurisdizione di prima istanza sul canale, fanno sì che i vari progetti di potenziamento avanzati nel corso del Quattrocento restino lettera morta.42 E quando, tra il 1504 e il 1506, il progetto di derivare un nuovo canale dal Piave da affiancare al vecchio, per superarne le insufficienze specie sul 20 fronte dell’irrigazione, ottiene l’appoggio – e soprattutto l’impegno di finanziamento – da parte del Senato veneziano, a condizione che il nuovo corso d’acqua cada sotto la giurisdizione della Signoria, la cosa incontra la decisa opposizione del Comune di Treviso. Sia perché, a suo dire, i lavori di scavo graverebbero su un contado già oppresso da numerose corvées, sia perché il Comune, e i maggiorenti di cui esso è espressione, non vogliono che venga intaccato il loro controllo sulla rete idrica tratta dal Piave.43 Sono le stesse ragioni per le quali il Comune di Treviso si oppone a un altro progetto che intenderebbe, stavolta, potenziare il vecchio canale mediante l’apporto di capitale privato veneziano. Nel 1572 infatti il patrizio veneziano Nicolò Cicogna, proprietario di villa, terreni e mulino a Montebelluna, si offre di finanziare parzialmente l’ampliamento della presa sul Piave e dell’alveo del canale di alimentazione purché gli venga attribuita a cose fatte una congrua frazione dell’incremento di portata in tal modo acquisito.44 Il progetto non avrà seguito, mentre il Comune di Treviso così spronato provvede coi suoi mezzi, seppur limitati, a un relativo potenziamento della Brentella nell’ultimo ventennio del secolo. In tutte queste vicende il governo veneziano mantiene costantemente un prudente atteggiamento mediatorio. Appare chiaro che esso non intende in alcun modo contrapporsi frontalmente alla ‘fedelissima’ città del Sile, alla quale ancora nel 1596 una sentenza del Senato riconosce, in contraddittorio con i Provveditori ai beni inculti, la giurisdizione sulle acque della Brentella.45 In realtà, il solo intervento da parte veneziana ispirato alle esigenze di salvaguardia della laguna è quello che riguarda a metà del Cinquecento il progetto di potenziare a fini di irrigazione la Piavesella di Nervesa. È questa un canaletta che, derivata nel 1465 dalla riva destra del Piave ad est del comprensorio Brentella, scorreva in direzione nord-sud confluendo nel Sile a Treviso ed era stata destinata 21 fino allora essenzialmente ai trasporti e alla produzione di energia. I Savi alle acque, investiti del problema, chiedono il parere di Cristoforo Sabbadino che formula sul progetto un giudizio nettamente negativo. È noto, egli ricorda, di quanto danno sia stata in passato sia alla laguna che al territorio trevigiano l’acqua del Piave. È per questo che da Ponte di Piave in giù si è condotto il fiume fuori della laguna, mentre da questa località in su lo si è contenuto con argini e muri in modo che resti nel suo alveo. La sola eccezione è costituita dalla Piavesella che scende da Nervesa a Treviso. Ora, voler prendere altra acqua dal Piave progettando un potenziamento o un raddoppio della Piavesella «è tutto il contrario di quel che si desidera». In caso di piena, continua il Sabbadino, si riavrà in territorio trevigiano quel che si voleva evitare con i muri di Nervesa; ma soprattutto l’acqua in eccesso perverrà nel Sile, che ancora si getta nella laguna, sommandosi a quella che vi giunge attraverso tutti gli altri fiumicelli di risorgiva che sono, come è noto, «sortumi della Piave».46 Il progetto, dopo questa decisa presa di posizione, viene abbandonato. Si tratta tuttavia, lo ripetiamo, del solo caso in cui le esigenze di difesa della laguna vengono fatte valere contro l’istanza irrigatoria. Mentre, come si è visto, in tutti gli altri casi gli organi della Repubblica o sono assenti e quindi neutrali o agiscono addirittura in senso favorevole. Gli ostacoli, caso mai, sembrano provenire più spesso da forze, problemi, conflitti che si radicano nelle singole realtà della terraferma. Questo per quanto riguarda l’alta pianura, che comprende un parte minoritaria della pianura veneta. Circa la bassa pianura, è noto che qui il problema centrale non è tanto quello dell’irrigazione quanto quello della bonifica, vale a dire quello di liberarsi dall’acqua che stagna sulle terre e impedisce le colture. È qui, a valle della linea delle risorgive e fino agli incerti confini tra terra e mare, che si 22 dirigono le maggiori risorse, pubbliche e private, e si verificano i maggiori contrasti con le esigenze di tutela della laguna. Note * Dedicato a Nina e Nino Martini, primi cugini e fratelli maggiori, cresciuti assieme a noi nella grande casa di Montebelluna nell’alta pianura trevigiana, scomparsi tra l’agosto e il settembre 2008. 1 M. MARTINIS, Storia e importanza socioeconomica delle rogge di Udine, di Palma e di Savorgnano, in «Ce fastu?», LIX (1983), 2, pp. 159-176; IDEM, La roggia Cividina, in «Memorie storiche forogiuliesi», LXXX (2000), pp. 223-235; P. PARONUZZI, Le acque, in Il Tagliamento, a cura di F. Bianco et alii, Sommacampagna (Verona), Cierre, 2006 , pp. 165-206: 184. 2 S. CIRIACONO, Acque e agricoltura. Venezia, l’Olanda e la bonifica europea in età moderna, Milano, Angeli, 1994, pp. 80-84. 3 G. CAGNIN, «Aqua Riulli descendens de montagna Cornude». I lavori di canalizzazione del Rio Bianco e del Rio Fosco nel secolo XV, in «Atti e memorie dell’Ateneo di Treviso», n.s., XVIII (2000-2001), pp. 167-190. 4 S. CIRIACONO, Acque e agricoltura, cit., pp. 77-80. 5 G. ZALIN, L’irrigazione dell’alto agro e il recupero fondiario e agricolo dell’antica «campanea» veronese, in «Archivio veneto», s. V, CXXVI (1986), pp. 129-141. 6 G.M. VARANINI, Energia idraulica e attività economiche nella Verona comunale: l’Adige, il Fiumicello, il Fibbio (secoli XII-XIII), in Paesaggi urbani dell’Italia 23 padana nei secoli XIII-XIV, con premessa di R. Comba, Bologna, Cappelli, 1988, pp. 331-372; M. PASA, Acqua terra e uomini tra Lessinia e Adige, [Verona], Consorzio di Bonifica Zerpano Adige Guà, 1999, pp. 67-75, 106-116, 121-129, 133-138, 181-199. 7 Domenico TURAZZA, Trattato di idraulica pratica, Padova, F. Sacchetto, 18803, p. 510. 8 M. BELLABARBA, Aspetti di vita economica nel feudo: la terra e l’acqua, in Dueville. Storia e identificazione di una comunità del passato, a cura di C. Povolo, Vicenza, Neri Pozza, 1985, pp. 885-921: 907-911. 9 P. GEREMIA, La rosta “Rosà”, Bassano del Grappa (Vicenza), Tip. Cogoli, 1979, pp. 41-43. 10 G. DELLAI, Schiavon e Longa. Storia di due comunità e di un territorio nell’alta pianura vicentina, Vicenza, Eridano, 1994, p. 70. 11 Nel 1686 la Grimana, la Chiericati e la Friola avevano rispettivamente la portata di 21, 13 e 12 quadretti: S. CIRIACONO, Acque e agricoltura, cit., p. 75 nota. 12 Archivio di Stato di Venezia, Provveditori ai Beni inculti, b. 263, relazione di Feliciano Perona, 13 novembre 1595, c. 30v; S. CIRIACONO, Acque e agricoltura, cit., p. 64 nota. 13 P. GEREMIA, La rosta “Rosà”, cit., pp. 36-39; A. CURCI, Prese irrigue e rogge: il caso della Roggia Dolfina, in “Adaquar le campagne”. Una storia scritta nel territorio. Atti del Convegno (Galliera Veneta, 23 novembre 2002), Cittadella (Padova), Consorzio di Bonifica Pedemontano Brenta, 2004, pp. 35-68. 14 Circa questo canale in generale si rinvia oltre che a P. GEREMIA, La rosta “Rosà”, cit., ad E. SCHIAVO, La rosta Rosà. Vicende e destinazioni d’uso dall’origine del canale alla caduta della Repubblica Veneta, tesi di laurea, Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università degli studi di Padova, relatore S. Ciriacono, a. acc. 2000-2001. 15 Giovanni Battista VERCI, Storia della Marca Trivigiana e Veronese, XIX, Documenti, Venezia, G. Storti, 1791, pp. 21-27. 24 16 P. GEREMIA, La rosta “Rosà”, cit., p. 28. 17 E. SCHIAVO, La rosta Rosà, cit., p. 57. 18 Giovanni Battista VERCI, Storia della Marca, cit., XIV, Venezia, G. Storti, 1789, pp. 137-139 e note. 19 Archivio di stato di Venezia, Senato Terra, reg. 21, cc. 43v-45r, 21 luglio 1519. 20 Cfr. P. GEREMIA, La rosta “Rosà”, cit., pp. 15-17, con uno schizzo cartografico delle varie rogge, ed E. Schiavo, La rosta Rosà, cit., pp. 82-84. 21 E. SCHIAVO, La rosta Rosà, cit., pp. 85-92, dove si mettono a frutto i contributi di storia locale di G. Mantese, F. Signori e F. Rizzetto. 22 S. CIRIACONO, Acque e agricoltura, cit., p. 76. 23 Archivio di Stato di Venezia, Provveditori ai Beni inculti, b. 263, relazione di Feliciano Perona, 13 novembre 1595, cc. 29v-31r. 24 Le equivalenze metrologiche si basano sul classico A. MARTINI, Manuale di metrologia, Torino, Loescher, 1883. 25 S. CIRIACONO, Acque e agricoltura, cit., p. 69. 26 Cfr. in generale R. VERGANI, Brentella. Problemi d’acque nell’alta pianura trevigiana dei secoli XV e XVI, Treviso, Fondazione Benetton Studi Ricerche/ Canova, 2001, oltre a IDEM, Energia dall’acqua: ruote idrauliche e mulini nel territorio montebellunese nei secoli XV-XVIII, in Una città e il suo territorio. Treviso nei secoli XVI-XVIII. Atti del Convegno (Treviso, 25-26 ottobre 1985), a cura di D. Gasparini («Studi trevisani», n. 7, dicembre 1988), pp. 73-103. 27 Andrea PALLADIO, I quattro libri dell’architettura, Venetia, Dominico de’ Franceschi, 1570, libro secondo, p. 45. 25 28 R. VERGANI, Villa e acqua (1400-1600): il caso della Brentella trevigiana, in Villa. Siti e contesti, a cura di R. Derosas, Treviso, Fondazione Benetton Studi Ricerche/Canova, 2006, pp. 199-209. 29 Biblioteca Nazionale Marciana, Venezia, Ms. it. , classe IV, 169 (=5265): Cristoforo SORTE, Trattato dell’origine de’ fiumi (sec. XVI), c.12v. 30 È questo un atlante di una sessantina di carte manoscritte e acquerellate che coprono tutta l’area interessata dalla Brentella trevigiana, conservato presso la sede del Consorzio di Bonifica Brentella di Pederobba a Montebelluna (Treviso). Ne è ora disponibile la riproduzione anastatica con volume di commento a cura di D. Gasparini, Treviso, Canova, 2004. 31 R. VERGANI, Acque e ambiente al “Barco” di Altivole: nuovi documenti 14941595, in «Atti dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti», CLIX (2000-2001), Classe di scienze morali, lettere ed arti, pp. 385-401. 32 L. DE BORTOLI, L’acqua a villa Emo, relazione presentata al convegno Intorno a villa Emo, Fanzolo (Treviso), 24 maggio 2008, atti in corso di pubblicazione. 33 R. VERGANI, La “Ru” di Montebelluna: appunti sulle opere idrauliche in età moderna, in «Atti e memorie dell’Ateneo di Treviso», n.s., XV (1997-1998), pp. 25-35. 34 Relazioni dei rettori veneti in terraferma, a cura dell’Istituto di Storia economica dell’Università di Trieste, III, Podestaria e Capitanato di Treviso, Milano, Giuffré, 1975, p. 4 (primo ottobre 1525). 35 Tesi, questa, che percorre i primi capitoli di S. CIRIACONO, Acque e agricoltura, cit. (cfr. ad esempio pp. 14-15, 18, 56-57, 84, 87, 139-140), ora riproposto anche in lingua inglese (Building on Water. Venice, Holland and the Construction of European Landscape in Early Modern Times, New York-Oxford, Berghahn Books, 2006) senza alcuna correzione di tiro, nonostante le solide riserve avanzate a suo tempo da F. CAZZOLA nella sua recensione in «Studi veneziani», n.s. XXX (1995), pp. 341-346 e fatte proprie da chi scrive, con l’aggiunta di nuovi elementi di giudizio, nel suo Brentella, cit., pp. 313-319. Ciò che ci ha procurato da parte del CIRIACONO la recensione riduttiva – e indispettita – di quel nostro lavoro apparsa in «Archivio veneto», s. V, CLX (2003), pp. 180-183, nella quale tra l’altro ci viene 26 imputato di aver frainteso il suo pensiero. Se così fosse non saremmo i soli a farlo, visto che anche S. NAKAZAWA, nella sua recensione a Building on Water, cit., è portato a concludere che «hence, preoccupation with the lagoon was responsible for the relative backwardness of irrigation in the Veneto»: «Technology and Culture», XLVIII (2007), pp. 629-630: 629. 36 F. FAGIANI, La struttura agronomica della pianura veneta nel primo sessantennio dell’Ottocento, in «Rivista di storia dell’agricoltura», XXX (1990), 1, pp. 17-55. Ma vedi anche, in aggiunta, le osservazioni di M. PITTERI nella sua recensione al nostro Brentella in «Studi veneziani», n.s., XLVI (2003), pp. 431436: 436. 37 R. CESSI, Premessa a A. Cornaro-C. Sabbadino, Scritture sopra la laguna, a cura di R. Cessi, Venezia, Ferrari, 1941 («Antichi scrittori d’idraulica veneta», II/2), pp. VII-XII: p. IX. E cfr. anche IDEM, Prefazione a C. Sabbadino, Discorsi sopra la laguna, a cura di R. Cessi, Venezia, Ferrari, 1930 («Antichi scrittori d’idraulica veneta», II/1), pp. VII-XXVI. 38 C. GRINOVERO, Risultati economici della irrigazione nel Veneto, Milano-Roma, Istituto nazionale di Economia agraria, 1933 («Ricerche sull’economia della irrigazione», II), p. 119. 39 S. CIRIACONO, Acque e agricoltura, cit., pp. 77-82. 40 M. PASA, Acqua terra e uomini, cit., pp. 181-199. 41 P. GEREMIA, La rosta “Rosà”, cit., pp. 13-17; E. SCHIAVO, La rosta Rosà, cit., pp. 71-77. 42 R. VERGANI, Brentella, cit., pp. 87, 96-101, 151-152. 43 Ivi, pp. 152-156. 44 Ivi, pp. 279-288. 45 46 Ivi, pp. 257-258. Ivi, pp. 181-182. 27