Provincia di Potenza
Centro Affidi della
Provincia di Potenza
Assessorato alle Politiche Sociali
Politiche Sociali
L’AFFIDO FAMILIARE
uno sguardo applicativo
al Centro Affidi
della Provincia di Potenza
Tesi di laurea di
Maria Antonietta Marrese
Composizione grafica a cura dell’Autore
Stampato nel mese di Maggio 2009
dall’Azienda Poligrafica
TecnoStampa
Villa d’Agri (Pz)
Tel. 0975.354066
Presentazione
L’idea di una tesi sull’affido familiare, con un’attenzione particolare
all’impegno e all’operato del Centro Affidi della Provincia di Potenza, è maturata durante l’esperienza di tirocinio universitario svolto, presso il settore Politiche Sociali della Provincia di Potenza, da Maria Antonietta Marrese, laureanda
della facoltà di Filosofia, corso di laurea in Pedagogia e Scienze dell’Educazione
e della Formazione, dell’Università La Sapienza di Roma.
Un’esperienza significativa che ha consentito alla tirocinante di toccare con
mano la delicata attività del Centro Affidi e, allo stesso tempo, al settore Politiche Sociali di portare all’esterno l’esperienza maturata negli anni in materia di
minori, nell’ambito di un ampio ed esaustivo contributo scientifico sull’affido
familiare.
Partendo dal presupposto che ogni bambino ha il diritto di crescere ed essere
educato nell’ambito della propria famiglia (art. 1 legge 149/2001) e che si può
procedere all’intervento dell’affido qualora la famiglia non risulti capace di
svolgere le sue funzioni genitoriali, il presente lavoro, in maniera puntuale, si
propone di analizzare e comprendere più a fondo gli aspetti e le caratteristiche di
un siffatto intervento.
Prendendo avvio dalla normativa in materia di affido familiare, trattata nel
primo capitolo, la tirocinante ha esaminato il ruolo degli operatori e le relative
problematiche psico-sociali approfondite nel secondo capitolo. Successivamente,
attraverso una ricostruzione giuridica, ha evidenziato come la tutela e il diritto
del minore a crescere ed essere educato in un ambiente sano, acquistano la loro
importanza, in Italia, con la Legge 4 maggio 1983, n. 184 e la Legge 28 marzo
2001, n. 149. Al lavoro e all’impegno del Centro Affidi della Provincia di Potenza è stato dedicato l’intero capitolo quarto e gli approfondimenti riportati in
appendice (i questionari integrali, somministrati alle famiglie disponibili
all’affido del territorio provinciale e alcuni progetti, in materia di affido, realizzati nei Comuni lucani, per portare esempi concreti in riferimento a tematiche
concernenti l’affido). Di particolare interesse anche il capitolo conclusivo
sull’attività del Coordinamento Nazionale Servizi Affido (Cnsa), che annovera
fra i componenti del comitato direttivo il Centro Affidi di Potenza.
Il Centro Affidi ha iniziato la sua attività nel 2003 a seguito della previsione
di dismissione degli istituti per minori, di cui alla Legge 149 del 2001, fra i quali la comunità provinciale Centro Natascia, una casa per i meno fortunati dove
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l’Ente ha accolto per anni, attraverso la presa in carico, centinaia di ragazze
madri e minori in difficoltà.
Istituito in collaborazione con il Tribunale per i Minorenni di Potenza e
l’Associazione il “Ponte-famiglie affidatarie”, il centro rappresenta un esempio
concreto di cooperazione fra le istituzioni e gli enti preposti alla tutela dei minori. Una rete interistituzionale sancita attraverso un protocollo di intesa sottoscritto fra il Tribunale, la Provincia e i Comuni capofila d’ambito del territorio
provinciale, finalizzata ad ottimizzare e a coordinare gli interventi di competenza dei servizi territoriali, troppo spesso gestiti singolarmente e privi di una
cornice istituzionale capace di fare da “collante” fra i diversi operatori del settore.
Una sinergia che negli ultimi anni ha avuto un notevole sviluppo a livello
locale anche grazie all’emanazione da parte della Regione Basilicata delle “Linee
di indirizzo regionale per l'affidamento familiare”, sancite nella delibera di
Giunta n. 517 del 23/4/2008, che oltre a definire le tipologie di affido, prevedono
la creazione dell'anagrafe regionale delle famiglie affidatarie, regolano la loro
individuazione e il percorso formativo, e nel precisare i principali attori della rete di servizi, confermano il ruolo di coordinamento dell’ente Provincia.
Di qui l’importanza di pubblicare questa tesi di laurea, quale lavoro di particolare pregio, sia per diffondere la promozione dell’istituto giuridico dell’affido
familiare, in alcuni casi ancora confuso con l’adozione, sia per trasferire le buone prassi adottate in un ambito sociale particolarmente delicato qual è appunto
la difesa dei diritti dell’infanzia.
Marcella Avena
Responsabile Servizio
Innovazione Territoriale e Politiche Sociali
Introduzione
L’idea di un lavoro sull’Affidamento Familiare, con uno sguardo al
“Centro Affidi” della Provincia di Potenza, è maturata durante il tirocinio universitario presso i Servizi Socio – Assistenziali della Provincia di
Potenza. Periodo in cui, dal momento che tale Ente ha istituito, in collaborazione con il Tribunale per i Minorenni di Potenza e l’Associazione il
Ponte gruppo Famiglie Affidatarie, un “Centro Affidi”, ho avuto modo e
occasione di confrontarmi con una realtà complessa come l’affido e, soprattutto con l’importanza che un tale intervento riveste sia per un equilibrato sviluppo del minore che si ritrova a vivere, per varie ragioni, in
un contesto familiare temporaneamente in difficoltà e, sia per le famiglie
naturali con situazioni problematiche che impediscono loro di occuparsi
in modo idoneo del figlio/a.
Materia, dunque, che ha attratto la mia attenzione, da una parte perché non prevede, a differenza dell’adozione, una rottura del legame giuridico tra il minore e i suoi genitori ma, anzi, promuove e cerca di far sì
che non vi sia alcuna separazione, salvaguardando quindi il rapporto
genitore – figlio, dall’altra, perché avendo come obbiettivo prioritario
quello di garantire al minore il diritto di crescere in una famiglia, non
accompagna solo il bambino ma mette in atto interventi di aiuto e sostegno anche per il nucleo di origine, affinché possa superare le sue temporanee difficoltà, seguendo e sostenendo allo stesso tempo gli affidatari.
Ciò alla luce anche del fatto che sono molte le famiglie oggi con situazioni problematiche, le quali possono fare riferimento a difficoltà economiche, sociali, educative, affettive, relazionali, alla detenzione, alla
tossicodipendenza e a malattie gravi di uno dei genitori, a condizioni di
maltrattamento e di abuso.
Bisogna inoltre aggiungere che questo interesse è nato anche relativamente alla figura degli affidatari, poiché credo che procedere ad un
affido sia una scelta non facile, si pensi infatti che bisogna accogliere il
bambino in casa come un figlio ma con la consapevolezza che non lo diventerà mai poiché il loro è un ruolo temporaneo, bisogna accettare e
non giudicare la famiglia naturale, sapere che essa è sempre presente in
qualsiasi intervento, accettare quindi il bambino con tutta la sua storia, il
suo passato e i suoi problemi, ricostruire il proprio equilibrio familiare.
Scelta che necessita quindi di una particolare maturità e una spiccata solidarietà che non tutti possiedono o che non tutti sono “capaci” di mette-
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Introduzione
re in atto, ed è questa considerazione che rappresenta un po’ il motore di
tutta la tesi e mi ha spinto a conoscere di più l’intervento dell’affido.
Questo elaborato, per i vari aspetti che tocca, nascendo per rispondere ad un interesse ed una curiosità personale, nel suo sviluppo ha acquisito anche una valenza culturale e formativa, portandomi a comprendere
come la figura dell’educatore sia fondamentale nel procedimento di affido e quindi a considerare un futuro lavorativo in materia di affido familiare.
Partendo quindi dal presupposto che “tutti i bambini hanno diritto
ad una famiglia”, che “Il diritto del minore a vivere, crescere ed essere educato
nell’ambito di una famiglia è assicurato senza distinzione di sesso, di etnia, di
età, di lingua, di religione e nel rispetto della identità culturale del minore e comunque non in contrasto con i principi fondamentali dell’ordinamento (L.
149/2001, art. 1, comma 5)” e, che l’affido familiare risulta essere, ove
non sia stata pronunciata la decadenza della potestà genitoriale, un intervento temporaneo che consente al minore di continuare “la strada del
suo sviluppo”, con l’aiuto e il sostegno di affidatari, e ai genitori naturali
di superare la situazione di difficoltà che ha portato all’allontanamento
del figlio/a per riacquisire le loro funzioni e capacità genitoriali, ho voluto approfondirne gli aspetti strutturando il mio elaborato in cinque capitolo e tre appendici.
Con i primi tre capitoli si fa un excursus delle caratteristiche, delle
problematiche psico-sociali e degli aspetti giuridici dell’affidamento familiare.
Nel primo capitolo, “Aspetti dell’affidamento familiare”, partendo dalla
definizione di affidamento e dall’obiettivo che si propone, ho posto in
primis l’accento su due distinzioni: la prima riguardante l’affidamento e
l’adozione, la quale consente di definire in modo chiaro che il minore,
con l’intervento di affido, non acquisisce lo status di figlio e di conseguenza non vi è alcuna rottura del legame giuridico tra il minore e la sua
famiglia naturale, ciò al fine di salvaguardare il rapporto genitore-figlio
e di consentire al minore di crescere nel suo nucleo di origine; la seconda
tra affido giudiziale e affido consensuale. In seguito, alla luce del fatto
che in Italia sono in continuo aumento gli affidi sine – die, cioè quegli affidi che non presentano, per varie ragioni, una durata precisata e che
quindi non terminano entro i ventiquattro mesi stabiliti dalla legge, ho
ritenuto interessante riportare i vantaggi e i rischi che un tale intervento
può avere per il bambino, per la famiglia naturale e per gli affidatari. In
relazione, al fatto che ogni minore presenta una storia familiare differente che necessita di interventi mitrati ed individualizzati, i quali tengano
Introduzione
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conto delle eventuali carenze o maltrattamenti presenti nell’ambiente
familiare, ho posto in rilievo alcune tipologie di affido, che vanno
dall’affido a tempo pieno, a quello diurno o part-time, a quello weekend e vacanze, a quello di pronto intervento. Considerato, poi, che
l’affidamento familiare riguarda minori di età compresa tra 0 e 18 anni
senza distinzione di etnia, mi è sembrato interessante sottolineare gli interventi di affidamento di bambini piccolissimi, di adolescenti e di minori stranieri. Per quel che riguarda gli affidi rivolti ai neonati sono stata
mossa dalla considerazione che nei primissimi mesi ed anni di vita è
importante crescere in un ambiente sano e positivo che offra cure e attenzioni tali da evitare che il bambino cresca con vuoti affettivi e relazionali; per quel che concerne gli affidi di adolescenti, invece, dalla constatazione che questi si presentano molto più complessi e difficili, poiché
il minore non presenta solo i disagi e i problemi relativi ad un nucleo
familiare negativo ma anche tutte le problematiche riguardanti
l’adolescenza, fase caratterizzata da grandi mutamenti e dalla “costruzione” della sua identità, aspetti questi di non facile “gestione”; infine, la
scelta di considerare gli affidi di minori stranieri, nasce dalla considerazione che il numero dei minori stranieri presenti in Italia, non accompagnati o con la famiglia, è in continuo aumento e che, rispecchiando una
nuova realtà per i Servizi e gli operatori impegnati nell’affido, richiede
interventi individualizzati e specifici. Ciò in ragione del fatto che se da
una parte, per la normativa italiana vi è la possibilità di realizzare interventi di aiuto e sostegno per tutti i bambini senza distinzione di sesso, di
etnia, di età, di lingua, di religione e nel rispetto della identità culturale del minore, dall’altra, sul piano educativo, psicologico e sociale, sussistono, oltre alle esigenze e alle problematiche che riguardano i minori in crescita,
anche difficoltà che scaturiscono dal vivere in un Paese culturalmente e
religiosamente differente, che richiede la realizzazione di progetti di affido molto specifici legati alle differenze etniche e collaborazioni con altre figure professionali della stessa cultura (assistente sociale, educatore,
mediatore culturale, ecc…).
Con il secondo capitolo, “L’affido: protagonisti e problematiche”, ho voluto dare maggiore attenzione ai protagonisti principali dell’affido, il
minore, la famiglia naturale e gli affidatari, al ruolo degli operatori, impegnati in materia di affido, relativamente agli attori principali, appena
citati, e alle problematiche psico-sociali. Evidenziando che ogni intervento di affido deve ruotare intorno all’attore principale, cioè il minore, tutelandolo e facendo in modo che venga rispettato il suo diritto a vivere e
crescere in una famiglia che salvaguardi il suo sviluppo, offrendogli un
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Introduzione
contesto sociale, relazionale, educativo ed affettivo capace di prendersi
cura di lui, in questo contesto si pone in evidenza la figura della famiglia
di origine con le possibili cause che hanno portato all’allontanamento
del figlio/a, le sue problematiche e gli interventi di aiuto e sostegno che
gli operatori possono mettere in atto per aiutarla a superare le difficoltà
e riacquisire le capacità genitoriali. Rispetto alla situazione del minore e
del suo nucleo naturale ho messo in rilievo anche il ruolo non facile degli affidatari, impegnati nell’accompagnare un bambino che ha perso
temporaneamente i suoi punti di riferimento, ai quali, dato il loro compito, è utile che gli operatori forniscano una corretta informazione/formazione su quelli che sono i punti fondamentali dell’affido, e soprattutto che prevedano interventi di aiuto e sostegno per tutto il percorso di affido, in modo da garantire loro, in ogni situazione che potrebbe venire a crearsi, un appoggio costante.
Nella stesura del terzo capitolo, “Aspetti giuridici dell’affidamento familiare”, viene fatta una ricostruzione giuridica della figura del bambino
dal diritto romano sino alla legge 28 Marzo 2001, n. 149 “Modifiche alla
legge 4 maggio 1983, n. 184, recante «Disciplina dell’adozione e
dell’affidamento dei minori», nonché al titolo VIII del libro primo del
codice civile”, al fine di far emergere come l’interesse nei confronti dei
minori, con i suoi relativi diritti, sia una “conquista” successiva alla fine
dell’Ottocento, quando nel 1899 a Chicago fu istituito il primo Tribunale
per i minorenni. Comunque, l’istituto dell’affidamento acquista la sua
importanza in Italia con la legge n. 184 del 1983, infatti con essa il legislatore introduce in modo organico e sistematico l’istituto dell’affido familiare, la cui pratica, al fine di deistituzionalizzare bambini di più di otto anni esclusi dal beneficio dell’adozione speciale, si era già diffusa dal
1967. La successiva legge n. 149/2001 di modifica alla n. 184/1983 presenta e mantiene lo stesso schema. Leggi queste che pongono al centro
l’interesse, il benessere e la tutela del bambino. Infatti con tali leggi, e
soprattutto con la 149/2001, si cerca, ponendo al centro di tutti gli interventi l’interesse del minore, con l’intervento dell’affidamento familiare,
di dare al minore che si ritrova in una famiglia temporaneamente in crisi, la possibilità di superare questo periodo senza interrompere il suo
normale sviluppo, e si cerca nello stesso tempo, con interventi di sostegno, di aiutare la famiglia naturale a riacquisire le sue competenze genitoriali per consentire al minore di rientrare nel suo nucleo di origine, fine ultimo della stessa legge 4 Maggio 1983 n. 184 come modificata dalla
legge 28 marzo 2001 n. 149.
Introduzione
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Ho ritenuto, inoltre, interessante considerare anche la Legge 28 Agosto 1997, n. 285, la Legge 8 Novembre 2000, n. 328 e il Decreto Legislativo 26 Marzo 2001, n. 151 dal momento che fanno riferimento ai diritti
del minore di vivere e crescere in una famiglia idonea e assicurano a lui,
alla sua famiglia e agli affidatari tutti gli interventi necessari e le agevolazioni previste.
Il quarto capitolo, “Uno sguardo al “Centro Affidi” della Provincia di Potenza”, rappresenta la parte centrale del mio elaborato e l’input che ha
portato alla sua realizzazione.
Partendo dalle motivazioni che hanno portato all’istituzione del
“Centro Affidi” ho voluto sottolineare i compiti e gli obiettivi che si prefigge sul territorio provinciale e, le attività svolte, dall’anno della sua costituzione, evidenziando il suo lavoro sia da un punto di vista qualitativo che quantitativo. Attenzione particolare, a mio avviso, meritano due
iniziative dello stesso Centro provinciale, il corso di formazione che propone per le famiglie affidatarie della provincia di Potenza e, la collaborazione che ha rafforzato, anche attraverso un Protocollo d’Intesa, con il
Tribunale per i Minorenni e i Comuni del territorio provinciale (100).
Data l’importanza che il “Centro Affidi” dà alla formazione delle famiglie affidatarie, ho pensato di realizzare un questionario da somministrare alle famiglie disponibili all’affido della Provincia di Potenza per
valutare soprattutto il loro giudizio sul corso di formazione organizzato
dallo stesso “Centro Affidi”. Il questionario ha avuto l’obiettivo: di raccogliere dati generali della coppia; di fare un’indagine psico-sociale sulla
coppia aspirante all’affidamento, considerando la storia individuale di
entrambi; di ricavare informazioni relative all’atteggiamento della coppia e dei suoi familiari nei confronti dell’affido; di evidenziare come gli
stessi affidatari intendono rapportarsi alla famiglia d’origine del minore
e alla sua storia di vita; e infine di rilevare la valutazione e le considerazioni degli affidatari per ciò che concerne la formazione.
Ritenendo importante la realizzazione di interventi di affido comuni
su tutto il territorio nazionale, nell’ultimo capitolo, “Coordinamento Nazionale Servizi Affidi (C.N.S.A.) e Indagini nazionali”, viene presentato il
Coordinamento Nazionale Servizi Affido con il lavoro degli operatori,
enti e associazioni impegnati costantemente in materia di affido familiare. Rappresentando sede di confronto e di crescita qualitativa dell’affido,
il C.N.S.A. dal 1998 sino ad oggi ha realizzato, sulla base di un continuo
scambio, tra le figure professionali dei Servizi Affido aderenti, di esperienze e di riflessioni, derivate da differenti realtà, di informazioni
sull’affido e sulle problematiche che ne conseguono per il miniore e le
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Introduzione
famiglie, 10 documenti su temi specifici in modo da creare un “linguaggio comune” su tutto il territorio nazionale.
In questo contesto ho voluto inoltre, proporre i dati relativi all’affido
in Italia per Regioni, Province autonome e Tribunali per i Minorenni,
tratti dal “Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e
l’adolescenza, I numeri italiani, Firenze, Istituto degli Innocenti,
2007(Questioni e Documenti, n. 43)”, rispettivamente:“Istituti per minori e minori ospiti secondo le rilevazioni ISTAT del 1999, 2000 e Centro
nazionale del 2003. Italia”, “Provvedimenti emessi dai tribunali per i
minorenni in materia di affidamento. Italia - Anni 1993-2003”, “Provvedimenti emessi dai tribunali per i minorenni in materia di affidamento - Anni 2001-2003”, “Provvedimenti emessi dai tribunali per i
minorenni in materia di affidamento per area territoriale - Anni 20012003”, “Minori in affidamento familiare e minori accolti nei servizi residenziali per regione e provincia autonoma al 31 dicembre 2005”,
“Minori in affidamento familiare e minori accolti nei servizi residenziali per regione e provincia autonoma al 31 dicembre 2005. Tassi per
1.000 abitanti della stessa età”. Ciò al fine di sottolineare la crescita negli anni degli affidamenti familiari rispetto agli affidamenti a comunità
alloggio o istituti.
In Appendice A, “QUESTIONARIO FAMIGLIE AFFIDATARIE del
Centro Affidi della Provincia di Potenza”, vengono riportati i questionari
integrali, somministrati alle famiglie disponibili all’affido del “Centro
Affidi”, con le risposte che esse hanno offerto per ogni punto; idea maturata per due ragioni: la prima perché ho ritenuto piacevole e fondamentale porre in risalto la collaborazione delle famiglie e, la seconda
perché, dal momento che nel capitolo quarto le risposte vengono considerate nell’insieme e in rapporto alle altre, mi è sembrato necessario e
interessante trascrivere per intero il pensiero, le considerazioni e le valutazioni cha hanno addotto come risposte.
Con l’Appendice B, “Buone prassi”, si presentano alcuni progetti, in
materia di affido, realizzati da vari Comuni, scelti per portare esempi
concreti in riferimento a tematiche, concernenti l’affido, presentate nella
tesi che ritengo degne di attenzione. Per ciò che concerne l’affido a bambini piccoli, intervento essenziale, si riporta “L’affido di neonati (Near)”,
del Comune di Genova, e il “Progetto neonati” del Comune di Torino. Al
fine di evidenziare l’importanza di promuove sui territori la cultura
dell’affido e sensibilizzare quindi i cittadini ho preso in considerazione il
progetto “Famiglie e accoglienza” del Comune di Parma. In considerazione del fatto che a volte, per i casi di nuclei madre – bambino, si riscon-
Introduzione
XI
trano situazioni in cui il genitore ha necessità di essere sostenuto ed aiutato nel raggiungimento della sua piena autonomia come genitore, avendo dunque competenze genitoriali tali da non richiedere
l’allontanamento dal minore, ho sottolineato i progetti: “Progetto familiare
mamma e bambino” del Comune di Milano e, “Oltre l’affido” “Intervento
in favore di nuclei madre-figlio per il sostegno ai processi di acquisizione della
autonomia” del Comune di Roma. Infine, si pone in risalto il progetto
“Nuovi modelli di accoglienza. L’Affido professionale” della Provincia di Milano.
In Appendice C, “Protocollo d’intesa tra Centro Affidi – Tribunale per i
Minori – Comuni del territorio provinciale”, ho voluto riportare integralmente il Protocollo che sancisce l’importanza che il “Centro Affidi” della
provincia di Potenza dà alla collaborazione tra varie figure professionali
al fine di portare l’intervento di affido nella Provincia di Potenza ad una
crescita qualitativa.
Capitolo primo
Aspetti dell’affidamento familiare
1.1. Cos’è l’affido familiare
L’affido familiare, regolamentato dalla Legge n. 184 del 4 maggio1983, successivamente modificata dalla Legge n. 149 del 28 marzo
2001, è un provvedimento temporaneo adottato dal Tribunale per i minorenni nel momento in cui la famiglia di origine del minore si ritrova in
una fase di difficoltà, per motivi che possono essere generalmente legati
a conflitti fra i coniugi, a una malattia, alla detenzione dei genitori, a
problemi di ordine educativo, ed altro, e, per tali ragioni, non riesce ad
occuparsi del figlio. In tali situazioni il bambino viene accolto presso una
famiglia sostitutiva, una persona singola o una comunità con la finalità
di consentire la corretta e armonica maturazione del bambino. Quindi,
con l’affidamento si cerca di far sì che a qualsiasi bambino sia garantito il
diritto a crescere in un famiglia anche nelle circostanze in cui la sua presenta delle problematicità che non le consentono di provvedere alla sua
crescita, educazione e mantenimento; infatti Garelli1 specifica che
l’affidamento ha come scopo quello di assicurare una famiglia al minore
che per diversi motivi non può continuare a vivere con i propri genitori
o parenti, e la cui situazione non può essere risolta con aiuti economici e
sociali alla famiglia d’origine, e non vi sono i presupposti per procedere
con l’adozione.
L’affidamento viene a configurarsi come un’azione di solidarietà nei
confronti di un bambino o di un ragazzo temporaneamente in difficoltà
con la sua famiglia, difficoltà tali da non consentirgli di rimanere con i
genitori per un periodo di tempo più o meno lungo, il cui progetto, allora, deve portare il minore ad avere al suo fianco adulti significativi, con i
quali instaurare rapporti importanti, che possano aiutare lui nella crescita e la famiglia d’origine a superare il suo periodo di difficoltà, ed essere
finalizzato a «creare attorno al bambino una rete di rapporti affettivi significativi con adulti validi che siano di aiuto in una situazione critica
del bambino e della sua famiglia»2, tutto ciò preservando i legami affet-
Garelli F. , L’affidamento: l’esperienza delle famiglie e i servizi, Roma, Carocci, 2000.
Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza, I
bambini e gli adolescenti in affidamento familiare. Rassegna tematica e riscontri empirici,
1
2
4
Capitolo primo
tivi tra il minore e il suo nucleo familiare, in attesa che questa superi le
difficoltà e sia di nuovo in grado di accoglierlo. Di conseguenza, finalità
dell’affidamento è quella di
«far accogliere temporaneamente il minore ad un’altra famiglia, per reinserirlo
nella famiglia originaria quando questa giunga a superare le proprie difficoltà:
si intende fornire al minore in difficoltà il mantenimento, l’educazione,
l’istruzione e le relazioni affettive di cui ha bisogno, in attesa di un miglioramento della situazione di difficoltà della sua famiglia d’origine»3.
Questo grande impegno personale può essere affrontato da: coppie
con figli, coppie senza figli e persone singole.
Obiettivo primario e finalità, dunque, dell’affido è il superamento
della situazione di crisi nella famiglia del bambino, affinché questo possa farvi rientro, infatti il rientro del minore è lo scopo dell’affido familiare, per tale ragione l’affidamento si basa ed è caratterizzato da una durata temporanea, la quale è dovuta, come evidenzia Manera4, proprio al
fatto che: l’affido è stato disciplinato quale assistenza temporanea a famiglie in difficoltà transitorie, diretta a superare tali difficoltà per attuare quanto prima il rientro del minore nella sua famiglia.
L’affido familiare viene predisposto dai Servizi Sociali dei Comuni:
• Con il consenso della famiglia d’origine, e se di durata superiore ai sei mesi con la convalida del Giudice Tutelare;
• Con Decreto del Tribunale dei Minori, laddove manchi il consenso dei genitori d’origine.
Come scrive Livia Turco nella Prefazione del testo di Costi, P. O.5
«La ragione dell’impegno delle istituzioni nella promozione dell’affidamento
familiare si fonda sull’immenso valore che questa esperienza produce nella società intera oltre che ai bambini, alle famiglie di origine e a quelle che lo realizzano. Infatti l’affidamento familiare è il modo più diretto e coinvolgente con cui
Firenze, Istituto degli Innocenti, Agosto 2002 (Questioni e Documenti, n. 24, pp. 7593).
3 Allegato. Documento conclusivo dell’indagine conoscitiva su adozioni e affidamento approvato dalla Commissione della Camera dei Deputati, Seduta del
27/10/2004.
4 Manera Giovanni, L’adozione e l’affidamento familiare nella dottrina e nella giurisprudenza, Milano, F. Angeli, 2004.
5 Costi P. O. et al, Un bambino per mano: l’affido familiare, una realtà complessa, Milano, F. Angeli, 1997.
Aspetti dell’affidamento familiare
5
famiglie e persone singole possono dare accoglienza ad un bambino che ha problemi temporanei nella sua famiglia. Un modo per aiutare il bambino e dare solidarietà ai suoi genitori … Con l’affidamento familiare si riescono a scongiurare molte istituzionalizzazioni contribuendo così a rendere la vita e la crescita dei
bambini più armonica ed equilibrata consentendo loro di poter vivere “una vita
normale”».
1.1.1. Distinzione affidamento e adozione
L’affido, presupponendo il legame con la famiglia naturale e il mantenimento di rapporti, non va confuso con l’adozione, la quale è un
provvedimento del Tribunale per i Minori che comporta la cessazione di
ogni legame giuridico tra il bambino e la famiglia naturale. Ne consegue
che «l’affidamento è un istituto giuridico non definitivo, mentre
l’adozione è caratterizzata dal fatto di determinare effetti definitivi e irreversibili»6. Tale distinzione è meglio spiegata nel Dizionario di Diritto
– Le Garzantine7 alle voci “Affidamento dei minori” e “Adozione dei
minori”; infatti si legge:
«Affidamento dei minori espressione che designa il complesso degli interventi disposti dalla legge per assicurare il mantenimento, l’educazione e
l’istruzione dei minori che siano temporaneamente privi di ambiente familiare a
ciò idoneo, e in temporanea sostituzione della famiglia naturale nel cui ambito i
minori hanno diritto di essere cresciuti»;
poco dopo prosegue affermando:
«Presupposto per l’affidamento è che si sia verificata una temporanea difficoltà della famiglia di origine del minore a consentirgli di vivere circondato dalle cure che normalmente si prestano in ambito familiare. Suo scopo è il superamento di tali difficoltà, col conseguente rientro del minore nella sua famiglia naturale, o, quando la situazione di crisi divenga definitiva o di durata imprevedibile, con la dichiarazione di adottabilità»;
per quanto concerne l’adozione dei minori essa è un
Ichino Francesca, Zevola Mario, Affido familiare e adozione: minori in difficoltà, famiglia di sostegno e famiglia sostitutiva, 2. ed. , Milano, U. Hoepli, 2002.
7 Dizionario del Diritto, Garzanti, 2001.
6
6
Capitolo primo
«istituto che consente ai minori dichiarati in stato di adottabilità di acquistare la
qualità di figli legittimi di chi li adotta, assumendone il cognome, mentre cessano i loro rapporti giuridici con la famiglia di origine».
Quindi l’affido si differenzia dall’adozione in quanto ha come caratteristiche la temporaneità, poiché si parla di mancanza temporanea della
famiglia, evidenziando così il fatto che non è un provvedimento definitivo e il minore, a differenza di quanto avviene per l'adozione, non ha lo
status di figlio.
Fondamentale è anche il fatto che nell’affidamento, a differenza
dell’adozione dove la famiglia adottiva fa questa scelta per poter avere
un figlio che sia loro e quindi senza alcun legame con la famiglia naturale, gli affidatari offrono al bambino la possibilità di avere una famiglia
che sostituisca la sua, solo per il periodo in cui è in crisi, favorendo il rientro del bambino nel suo nucleo; gli affidatari non hanno quindi aspettative genitoriali e adottive.
1.1.2. L’affidamento: consensuale e giudiziale
L’affidamento può assumere due forma, quella consensuale e quella
giudiziale. La prima si ha nel momento in cui i genitori, o il tutore, danno il loro consenso all’affido accettando il fatto che il figlio venga, temporaneamente, affidato ad un’altra famiglia. Tale forma di affido è disposta dal servizio locale con il consenso dei genitori. Per quel che concerne invece gli affidamenti nella seconda forma, questi sono disposti
«per motivi di protezione e di difesa del minore che si trova in una situazione di
pericolo a causa della condotta pregiudizievole di uno o di entrambi i genitori.
Se la situazione di pericolo è grave, il giudice può pronunziare la decadenza dalla
potestà sui figli del genitore che viola o trascura i suoi doveri o che abusa dei
suoi poteri (art. 330 cc). Se la condotta del genitore non è tale da dar luogo alla
pronuncia di decadenza, “ma appare comunque pregiudizievole al figlio”, il
giudice minorile può “disporre l’allontanamento di questi dalla residenza familiare” (art. 333 cc) e può quindi affidare il minore all’ente locale (Comune o
ASL) della sua residenza per un’opportuna collocazione eterofamiliare»8.
8 Ichino Francesca, Zevola Mario, Affido familiare e adozione: minori in difficoltà, famiglia di sostegno e famiglia sostitutiva, 2 ed. , Milano, U. Hoepli, 2002.
Aspetti dell’affidamento familiare
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1.1.3. Affidamento sine-die
La legge n. 149 del 2001 stabilisce come durata massima
dell’affidamento familiare ventiquattro mesi, data prorogabile dal Tribunale per i Minorenni nel caso in cui viene valutata pregiudizievole per
il minore la conclusione dell’affido e il suo rientro nella famiglia naturale. Infatti all’art. 4 comma 4 afferma che
“Nel provvedimento di cui al comma 3, deve inoltre essere indicato il periodo di presumibile durata dell’affidamento che deve essere rapportabile al complesso di interventi
volti al recupero della famiglia d’origine. Tale periodo non può superare la durata di
ventiquattro mesi ed è prorogabile, dal tribunale per i minorenni, qualora la sospensione
dell’affidamento rechi pregiudizio al minore”,
in tali situazioni ci si trova dinanzi ad affidamenti a lungo termine, cioè
si hanno affidi sine – die. Questi affidi non presentano una durata precisata, e rappresentano quelle situazioni in cui non è pensabile il rientro del
minore nel suo nucleo naturale poiché, pur non essendoci i presupposti
per l’adozione e valutata l’importanza dei rapporti tra il minore e i sui
genitori, si ritiene che la famiglia naturale non abbia ancora superato del
tutto i problemi che hanno portato all’allontanamento del figlio, e che
quindi non abbia ancora recuperato le sue capacità genitoriali. Ci si ritrova quindi dinanzi a famiglie che presentano grandi difficoltà, le cui
«condizioni pesantemente deteriorate o carenti, non solo non permettono che
venga svolta una corretta funzione genitoriale-educativa, ma neppure consentono di prevedere modificazioni significative di questa capacità in tempo utile
all’educazione e alla crescita dei figli»9,
ritenendo quindi utile prolungare il tempo di affido al fine di salvaguardare il minore, la sua crescita e il suo sviluppo.
È interessante notare, nel prospetto che segue, i vantaggi e i rischi che
possono scaturire dall’affido sine – die in relazione al bambino, alla famiglia affidataria e alla famiglia naturale:
9 Gallina Margherita (a cura di), Affido familiare: linee guida, Quaderno n. 6 , Provincia di Milano. Progetto Affido. L. 285/97, Novembre 2004.
8
Capitolo primo
Fonte: Coordinamento Nazionale Servizi Affidi, Documento “Affido
sine – die” elaborato nel 2002 dal CNSA.10
Vantaggi/ rischi per il bambino
I vantaggi sono attinenti a tematiche profonde della psiche del
bambino, quali il bisogno d’appartenenza, di sicurezza, il senso di realtà nei confronti della sua famiglia.
Promuovere un affido a tempo indeterminato consente di:
•
non perde le tracce della sua famiglia
•
conoscere pregi e difetti della sua famiglia, accettandola e
utilizzandola al meglio per quello che può dare
•
mantenere un rapporto accettabile almeno con uno dei due
genitori e/o altri componenti della famiglia
•
avere un’alternativa alle istituzionalizzazioni sine die (anche per gli adolescenti)
I rischi per il bambino riguardano la mancata elaborazione ed accettazione della propria storia personale in relazione alla sua famiglia, con conseguente costituzione di un falso sé e di un sentimento di
non appartenenza a nessuna famiglia.
Provincia di Potenza Assessorato alle Politiche Sociali, Pace, Immigrazione e
Volontariato, (a cura di), 1° Rapporto di Attività del Coordinamento Nazionale Servizio
Affidi, Centro Affidi Provincia di Potenza, Dicembre 2007.
10
Aspetti dell’affidamento familiare
9
Vantaggi/rischi per la famiglia affidataria
Vantaggi:
Consente alla famiglia affidataria di prefigurarsi in fase di disponibilità all’affido un percorso che viene esplicitato: si tratta essenzialmente della possibilità di “futurizzarsi” a prescindere da fantasie
e aspettative adottive.
Rischi:
Il rischio per la famiglia affidataria è “l’inglobamento”, ovvero il
perdere memoria della storia del bambino, non consentendo neanche
a lui di rielaborarla.
Vantaggi/ rischi per la famiglia d’origine
Vantaggi:
•
tranquillizza la famiglia d’origine che mal tollererebbe
l’adozione
•
salvaguarda il rapporto dei genitori/e con il figlio
•
consente il mantenimento di rapporti con i Servizi, funzionale al sostegno della propria genitorialità
Rischi:
Delega completa nei confronti della famiglia affidataria e /o dei
Servizi
1.1.4. Tipologie di affido
Ogni minore ha una storia diversa ed ha bisogno di interventi e di
aiuti realizzati individualmente in base alle sue esigenze, poiché può avere alle spalle una famiglia con disagio economico – sociale, con carenze educative, affettive e relazionali, genitori con problemi di tossicodipendenza o affetti da malattie, oppure genitori maltrattanti, dove
10
Capitolo primo
«Per maltrattamenti si intendono sia comportamenti “attivi”, da parte di figure adulte e in particolare dei genitori nei confronti dei figli, come la violenza
fisica, emozionale o l’abuso sessuale, lo sfruttamento (accattonaggio, spaccio,
prostituzione), sia “passivi”, come la mancanza di cure necessarie per rispondere ai bisogni primari ed evolutivi tipica della trascuratezza. Tali comportamenti
possono presentarsi come isolati o associarsi in diverso modo tra loro, determinando manifestazioni diverse e variabili nel tempo.»11;
sono dunque necessari interventi individualizzati e differenti. Ne consegue quindi che, alla luce delle differenti problematiche familiari e delle
conseguenze che tali situazioni hanno sul minore, ogni situazione richiede un diverso tipo di affido che possa rispondere all’interesse del
minore e considerare le problematiche, i disagi e le necessità della famiglia naturale. Qui di seguito riporterò alcune tipologie di affido rispondenti alle esigenze suddette:
•
Affidamento a tempo pieno:
il minore è inserito nella famiglia affidataria per un breve periodo o
per tempi più lunghi e gli affidatari devono provvedere, accogliendolo
nella propria famiglia, alla sua crescita ed alla sua educazione, tenendo
conto, nei casi in cui non è stata attuata la sospensione della potestà genitoriale, delle indicazioni dei genitori. Il bambino vive quindi con la
famiglia affidataria, i rientri periodici nella sua famiglia e la durata sono
disposti e stabiliti nel progetto di affido.
Per il buon esito del progetto è opportuno che gli operatori e i Servizi
preparino e seguano per tutta la durata dell’affidamento il bambino, la
famiglia naturale e quella affidataria.
La necessità di tale affido si presenta nei casi in cui il minore vive in
un contesto con carenze affettive, emotive, relazionali ed educative che
lo pongono in una situazione di rischio evolutivo, si pone dunque
l’attenzione sul sostegno e sulla necessità di promuovere per il bambino
relazioni affettive, emotive e genitoriali, e soprattutto offrendo
l’opportunità di sviluppare in modo equilibrato la personalità secondo le
sue esigenze.
Fondamentale è la strutturazione di un progetto che comprenda gli
“attori” coinvolti, gli obiettivi, le modalità, la durata dell’affido, i “compiti” richiesti agli affidatari e il percorso che deve svolgere la famiglia
naturale per riacquisire le sue capacità genitoriali.
11 Roberto Maurizio, Dare una famiglia a una famiglia. Verso una nuova forma di Affido, Fondazione Paideia, Comune di Torino, EGA.
Aspetti dell’affidamento familiare
11
•
Affidamento diurno o part time:
è un affidamento limitato ad orari diurni dove il minore, a differenza
dell’affido a tempo pieno, ha bisogno del sostegno di un’altra famiglia
solo per alcune ora, quindi non si trasferisce a vivere presso gli affidatari
ma trascorre insieme ad essi parte della giornata o parte della settimana.
Questa tipologia di affido può essere utile nei casi in cui la famiglia presenta una scarsa capacità organizzativa che le impedisce di prendersi
cura con regolarità del figlio in alcune ore della giornata (ad esempio per
lavoro), favorendo così un rapporto di collaborazione fra i genitori e gli
affidatari. Il compito allora che si richiede alla famiglia affidataria è quello di offrire un appoggio ed un sostegno organizzativo, relazionale, affettivo e sociale che possa guidare il minore nella sua vita quotidiana,
consentendogli di avere, senza procedere all’allontanamento dal suo nucleo, una relazione socializzante ed affettiva che possa aiutarlo e sostenerlo nel suo sviluppo e nella sua crescita.
•
Affidamento week-end e vacanze:
tale forma di affido si rende necessaria per offrire al minore occasioni
che possano aiutarlo ad instaurare relazioni e interazioni col mondo esterno, e fare esperienze socializzanti poiché, per attuare questo affidamento, si parte dal presupposto che la famiglia di origine non ha le risorse e le capacità per favorire l’integrazione sociale del bambino.
L’affido week-end e vacanze prevede che il minore trascorra presso la
famiglia affidataria periodi brevi ma ripetuti nel tempo. Per questo affido, come per le altre tipologie di affidamento, gli operatori delineano un
progetto che, anche se temporaneamente breve e definito, pone l’accento
sull’importanza di un rapporto continuativo con gli affidatari, la cui presenza deve essere vissuta dai genitori naturali, quando i Servizi riescono
a collaborare con questi ultimi, come aiuto e risorsa e non quindi come
figura negativa e antagonista; inoltre una collaborazione tra le due famiglie può consentire al bambino di non vivere l’affido in modo conflittuale, i genitori devono essere aiutati a riconoscere in modo positivo il confronto con gli affidatari e a capire che questi ultimi hanno un ruolo di
supporto e di aiuto temporaneo.
•
Affidamento di pronto intervento:
questo affido si verifica nel caso in cui si presentano situazioni di
gravità, di rischio o di abbandono che richiedono un tempestivo inserimento del minore in un altro contesto familiare con una durata limitata,
cioè fino al momento in cui si risolve l’emergenza e quindi il bambino
può rientrare in famiglia o fino al momento in cui viene inserito in un
contesto adatto alla sua situazione. Queste famiglie accoglienti devono
12
Capitolo primo
ovviamente aver ricevuto una preparazione e una formazione specifica
per poter affrontare una situazione molto delicata che richiede anche
una riorganizzazione del contesto familiare (condizione questa che dovrebbe comunque verificarsi in tutte le forme di affidamento).
1.2. Affidamento di bambini piccoli
Il bambino, sin dalla sua nascita, ha come esigenza e bisogno quello
di vivere in un ambiente positivo e valido, dove le cure continue e la capacità di prodigare affetto e calore da parte dei genitori possa, come sostiene Cappellaro12, germinare e produrre attaccamento come base sicura del rapporto triadico madre, padre, bambino; di conseguenza si rende
necessario e fondamentale l’affidamento familiare per i neonati, dal
momento che tale intervento si fonda sull’importanza del vivere, per il
bambino, in una famiglia “ponte” che per un breve periodo, fino al rientro nel nucleo di origine o all’inserimento in una famiglia adottiva, svolga il “ruolo” di figure di riferimento e soprattutto sia in grado di dare
affetto e cure, fondamentali nei primi mesi e anni di vita, per un sano
sviluppo, e che quindi non lasci dentro di lui dei vuoti affettivi e relazionali.
L’affido per bambini piccoli deve essere previsto, come si evince dal
documento del CNSA, “Riflessioni sull’affidamento familiare di bambini piccolissimi”13, per quelle situazioni che vedono: bambini nati da genitori
che necessitano di una valutazione diagnostica e prognostica delle loro
capacità gravemente compromesse (genitori tossicodipendenti, portatori
di malattie menali o di patologie invalidanti, ecc.) in cui occorre monitorare la relazione genitori/figlio, garantendo gli incontri necessari tra gli
stessi, eventualmente mediati dalla presenza di personale specializzato;
genitori per i quali si riscontra l’impossibilità o l’inadeguatezza nel seguire e accudire i figli nati con gravi problemi sanitari; genitori inserirti
in struttura protetta (es. comunità terapeutica, comunità madre/bambino) per i quali è stato interrotto il progetto di inserimento con
Cappellaro Gabriella, Il diritto alla famiglia dei bambini piccolissimi, in «Prospettive assistenziali», n. 145, gennaio-marzo 2004, pp. 3-6.
13 Documento CNSA“Riflessioni sull’affidamento familiare di bambini piccolissimi”
Parma, 12 Giugno 2003, tratto da Provincia di Potenza Assessorato alle Politiche Sociali, Pace, Immigrazione e Volontariato, (a cura di), 1° Rapporto di Attività del Coordinamento Nazionale Servizio Affidi, Centro Affidi Provincia di Potenza, Dicembre
2007.
12
Aspetti dell’affidamento familiare
13
loro del figlio; bambini che non sono stati riconosciuti alla nascita e per i
quali l’Autorità Giudiziaria non ha disposto in tempi rapidi (15 giorni)
l’abbinamento con una coppia adottiva; bambini in stato di abbandono o
sottratti d’urgenza ai familiari a fronte di maltrattamenti o abusi (ex art.
403 del c.c.).
Si deduce quindi come alle famiglie affidatarie, che intraprendono la
strada dell’affido a neonati, viene richiesto un compito molto difficile e
delicato: offrire al bambino un ambiente affettivo, sereno ed equilibrato
tale da consentirgli di non subire la separazione come un momento di
rottura e distacco ma, come una continuazione della sua crescita avvalorata e favorita dall’aver vissuto in un contesto ottimale, consapevoli e
preparati al fatto che il minore sarà separato da loro, per ritornare nella
sua famiglia o per essere inserito in un nuovo contesto familiare, e che
dovranno essi stessi agevolare tale separazione; di conseguenza, le famiglie che meglio possono rispondere alle esigenze di un affido di bambini
piccoli risultano essere quelle, come sottolineano Cappellaro e Crollo14,
«che hanno figli propri, che non hanno aspirazioni adottive, che hanno una capacità affettiva matura, che hanno disponibilità di tempo»; ovviamente sono affidi che, data la loro delicatezza dovuta al ruolo transitorio degli affidatari, necessitano di interventi mirati ad aiutare le famiglie affidatarie, come sostengono
ancora le due autrici: «a vigilare sul proprio coinvolgimento affettivo con il minore, che deve esserci (senza una intensa relazione affettiva il bambino non
"cresce"), ma non deve diventare un attaccamento che ostacoli un sereno passaggio del minore alla nuova sistemazione (sia essa il rientro in famiglia o l'adozione).».
Per meglio comprendere l’importanza, per i bambini, di tale progetto
vorrei riportare alcune affermazioni delle famiglie affidatarie del Progetto Neonati del Comune di Torino durante il Convegno Nazionale «Affido: Legàmi per crescere.»15, dall’esperienza raccontata dal gruppo di famiglie affidatarie, si evidenzia, a mio avviso, la delicatezza di un tale intervento:
Cappellaro Gabriella, Crollo Liliana, L’affidamento familiare di bambini piccoli, in
«Prospettive assistenziali», n. 114, aprile-giugno 1996.
15 Intervento a cura del gruppo delle famiglie del Progetto Neonati, Convegno
Nazionale «Affido: Legàmi per crescere.», organizzato dal Comune di Torino il 2122 Febbraio.
14
14
Capitolo primo
«[…] Questa esperienza, l’accoglienza dei bimbi è anche un pezzo della nostra
vita, è il nostro essere totalmente genitori per un arco di tempo breve/brevissimo e ciò che ci muove in questa direzione e che emerge quando (soprattutto nel gruppo di sostegno) ci raccontiamo è la consapevolezza di quanto,
nella costruzione della storia dei piccoli, sia fondamentale creare per loro delle
relazioni affettive significative così importanti nei primissimi mesi di vita e per
quello che sarà poi la loro vita futura»;
si evince la complessità e l’ importanza, per il bambino, del legame che
viene ad instaurarsi:
«Siamo consapevoli di quanto il legame che si crea con il piccolo sia coinvolgente ed anche di quanto questo coinvolgimento sia fonte di preoccupazione
per gli operatori e i giudici, ma vogliamo rassicurarvi/tranquillizzarvi, perché
oggi ci sentiamo di dire che quello che fa funzionare questo Progetto è proprio
quel legame, è proprio la possibilità che i bimbi hanno di sperimentare questa
intensità di relazione, di amore e di attaccamento»;
si sottolinea la necessità di un lavoro di rete, che vede il coinvolgimento
di più figure:
«Vogliamo sottolineare quanto sia importante lavorare tutti insieme, servizi
e famiglie (ognuno sicuramente per la parte che gli compete), per costruire insieme la storia del bambino, sapendoci ascoltare e dandoci reciprocamente fiducia. Instaurando un dialogo costruttivo costante, come deve avvenire in particolare nel luogo neutro, in modo che la famiglia possa riferire anche i problemi che il bambino evidenzia prima e dopo le visite. Questo confronto consente
di integrare gli elementi di professionalità con la quotidianità che la famiglia
affidataria raccoglie stando a stretto contatto con il bambino.
[…]
Ci muove la consapevolezza che “guardiamo tutti nella stessa direzione” e
che siamo tutti parte di una rete intorno al bambino: la funzione della rete è di
protezione, di sostegno, è una rete tessuta che non deve avere buchi e ogni punto deve essere collegato agli altri»; queste “famiglie ponte” sono consapevoli
dell’importanza del loro ruolo nell’accoglierli e soprattutto nel lasciare che subentrino altri genitori nella vita del bambino e, come essi stessi dicono «come
avviene nel parto, c’è la gioia di “vederlo alla luce” della sua vita che continua».
In estrema sintesi, si può affermare quindi che è di vitale importanza
per qualsiasi bambino essere accudito in un luogo sano ed equilibrato, di
Aspetti dell’affidamento familiare
15
essere soddisfatto nei suoi bisogni e nelle sue esigenze poiché avverte e
sente l’attenzione, l’amore e le cure che l’adulto gli dà necessarie per la
sua crescita psico-fisica.
1.3. Affidamento di adolescenti
Gli affidi di adolescenti risultano molto più complessi e difficili di
quelli dei bambini perché oltre alle difficoltà e ai disagi che possono scaturire da una situazione familiare negativa si riscontrano anche tutte le
problematiche adolescenziali, è risaputo infatti che l’adolescenza rappresenta la fase più delicata perché accompagnata da grandi mutamenti,
che vedono il ragazzo/a “impegnato” nella costruzione della sua identità
e del suo futuro, di conseguenza, per affrontare le crisi adolescenziali e i
cambiamenti repentini ha bisogno, per la sua crescita, di relazioni e legami con figure importanti, con persone adulte, che possano seguirlo
positivamente in questo percorso arduo e difficile, quindi la famiglia deve essere pronta a sostenerlo, a comprendere le sue esigenze e ad aiutarlo nella ricerca della sua identità, non è necessario
«essere genitori perfetti che non commettono errori, ma adulti che desiderano
costruire un legame, che siano una proposta per l’adolescente e che accettino il
rischio che la sua libertà non ci stia: genitori per cui il criterio per affrontare la
vita non sia la paura.»16.
Le caratteristiche che rendono possibile l’attuazione dell’affido per gli
adolescenti vengono sottolineate nel Documento del CNSA “Affido di adolescenti”17, si tratta di
«caratteristiche di base, che riguardano sia i vissuti del minore sia la sua personalità:
- avere introiettato un’immagine dei propri genitori o in generale della figura genitoriale non totalmente o troppo compressa. In caso contrario,
Piu Giuseppina, L’adolescenza e l’esperienza dell’affido, Tratto da News 2006, Speciale 11 Febbraio, Affido familiare. Colora la tua vita, Comune di Genova, Progetto
Affido, Famigliare Minori.
17 Documento CNSA“Affido adolescenti” Parma, 2 Dicembre 2004, tratto da Provincia di Potenza Assessorato alle Politiche Sociali, Pace, Immigrazione e Volontariato, (a cura di), 1° Rapporto di Attività del Coordinamento Nazionale Servizio Affidi,
Centro Affidi Provincia di Potenza, Dicembre 2007.
16
16
Capitolo primo
l’adolescente potrebbe assumere un atteggiamento di totale rifiuto/difesa
dall’adulto;
- aver iniziato un percorso di elaborazione delle problematiche della famiglia d’origine;
- avere manifestato il desiderio di esperire ancora nella relazione con un
adulto (affidatario) le caratteristiche e gli aspetti della funzione genitoriali;
- aver maturato uno spazio nel quale poter costruire un’immagine ed una
proiezione di Sé come adulto.
L’affido deve essere occasione perché l’adolescente possa rielaborare il passato, acquisire consapevolezza della situazione della famiglia d’origine e
“prendere” le distanze/la misura da tale situazione, per la costruzione della
propria identità e del proprio futuro.».
Diventa dunque fondamentale, in una situazione di affidamento, per
offrire al ragazzo/a la possibilità di creare dei legami e delle relazioni
con persone adulte, elaborare un progetto di affido che tenga conto delle
particolare situazione che l’adolescente sta vivendo mettendo al centro i
suoi bisogni, le sue necessità individuali, le sue problematiche, le sue caratteristiche, la sua storia, le sue difficoltà e le sue risorse, non sottovalutando il fatto che durante l’adolescenza il minore è “portatore” di rapidi
cambiamenti, continui scontri con gli adulti e opposizioni alle regole;
condizioni, come sostiene Mazzuchelli18, che richiedono all’operatore di
cogliere i bisogni che emergono nelle diverse tappe del cammino
dell’adolescente e a offrirgli risposte differenziate e attente.
Risulta auspicabile, per un buon progetto di affido, che l’adolescente
ne sia coinvolto e che l’affido non venga visto come
«l’unica risposta ai bisogni di crescita del ragazzo, come può essere
nell’infanzia, per garantire una “normalità” di vita affettiva e sociale ma il ricorso alla famiglia affidataria rappresenta la base perché l’adolescente possa fare
esperienze, realizzare progetti scolastici e lavorativi, misurarsi con il mondo esterno giovandosi della protezione e della guida della famiglia sostitutiva.
Il progetto di affido familiare per un adolescente è un progetto complesso e
la ricerca della famiglia affidataria da parte degli operatori significa in realtà la
18 Mazzucchelli F. , L’affido familiare degli adolescenti, in «Prospettive Sociali e Sanitarie», n° 16, 1989, pp. 1-3.
Aspetti dell’affidamento familiare
17
ricerca di un più vasto ambiente di vita, rispondente ai bisogni di promozione,
di stimolo, ma anche di contenimento dell’adolescente in difficoltà.»19.
La famiglia affidataria, che sceglie di percorre con il ragazzo un “tratto di strada insieme” e di supportarlo in una fase della vita molto delicata, deve riuscire quindi a seguirlo nei suoi progetti e cambiamenti, supportarlo e accompagnarlo nel superamento delle sue problematiche e
nella costruzione della sua identità. Ad essi è inoltre richiesto il compito
molto difficile di seguire il ragazzo/a che ha vissuto nella sua infanzia
situazioni di deprivazione economica, culturale, educativa, affettiva e
relazionale oppure maltrattamenti e trascuratezza, a causa dei quali,
trovandosi a “fare i conti” con il suo passato, manifesterà sentimenti negativi, di sfiducia nei confronti di se stesso, degli adulti e del futuro, dovranno quindi essere capaci di seguirlo in questa fase complicata e aiutarlo a superare il passato e costruire un presente ed un futuro positivi,
infatti come ben sottolineano Gregori e Zolden20, proprio alla luce del
fatto che il ragazzo/ a dovrà affrontare e superare il suo passato, «la funzione della famiglia affidataria sarà quella di accompagnare e sostenere
il ragazzo accogliendolo anche nei suoi momenti di difficoltà, di frustrazione e talora di regressione.».
Concludendo è essenziale considerare che l’adolescente, in relazione
a quella che è stata la sua infanzia e a quelle che sono state le problematiche del suo nucleo di origine, vive l’affidamento in modo differente,
infatti Mazzucchelli21 pone in risalto alcune situazioni: quelle relative ai
minori che per anni hanno vissuto in un nucleo che li ha lasciati insoddisfatti e che quindi vedono la famiglia affidataria «come un “rifugio” dopo anni di traversie e di anonimato ed essa può quindi diventare il luogo
fisico e affettivo che permette loro regressioni a relazioni interpersonali
anche molto primitive, ma che rispondono all’attesa di risarcimento emotivo e di restauro dell’identità di cui il minore ha bisogno dopo che le
fasi precoci della vita sono state così penose e carenti»; quelle, invece, in
cui gli adolescenti hanno vissuto in un contesto familiare emarginato e
deviante e che vedono l’affido come la possibilità di vivere in modo re-
Mazzucchelli F. , L’affido familiare degli adolescenti, in «Prospettive Sociali e Sanitarie», n° 10, 1998, pp. 17-19.
20 Gregori D. , Zolden R. , L’affidamento familiare dell’adolescente, in «Prospettive
Sociali e Sanitarie», n° 10, 1/6/2001, pp. 19-20.
21 Mazzucchelli F. , L’affido familiare degli adolescenti, in «Prospettive Sociali e Sanitarie», n° 16, 1989, pp. 1-3.
19
18
Capitolo primo
golare, poiché «giunti all’adolescenza, hanno bisogno precisamente di
imparare che il futuro si prepara con azioni concrete e sensate, con un
impegno personale e costante, finalizzato a obiettivi realistici e chiari.».
Da quanto detto credo emerga che l’affidamento di adolescenti sia ottimale per questi ultimi affinché possano riscattarsi da un’infanzia problematica e difficile, rielaborando e affrontando, con l’aiuto di adulti significativi, il passato e costruendo la propria identità e il proprio futuro
grazie a basi certe.
1.4. Affidamento di minori stranieri
Il diritto per il minore di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia, come sancito dalla all’art. 1 comma 1 della Legge 149/2001,
vale sia per i minori italiani che per i minori stranieri, infatti la stessa
legge sottolinea che il diritto di vivere, crescere ed essere educato in una
famiglia deve essere assicurato senza distinzione di sesso, di etnia, di età, di
lingua, di religione e nel rispetto della identità culturale del minore, di conseguenza tutti gli interventi di sostegno e di aiuto alle famiglie per prevenire l’allontanamento del minore dal nucleo vengono attuati sia per
quelle italiane che per quelle straniere, e solo nei casi in cui, come avviene per gli affidi di minori italiani, nonostante gli aiuti rivolti alla famiglia questa non risulti ancora in grado di provvedere alla crescita e
all’educazione del minore,si procede all’allontanamento e all’affidamento;
ne risulta quindi che viene affidato, senza alcuna distinzione, il minore
temporaneamente privo di un ambiente familiare idoneo.
Emerge che lo Stato Italiano assicura il diritto a tutti i minori, indipendentemente dalla nazionalità, dal sesso e dalla religione, di crescere
in modo sano e in un contesto idoneo al suo sviluppo psico-fisico; nel sistema italiano, viene quindi offerta ai minori stranieri protezione e tutela, riconoscendo di conseguenza anche ad essi il diritto a crescere in una
famiglia “capace” di provvedere al mantenimento, all’educazione,
all’istruzione e alle relazioni affettive di cui hanno bisogno, aspetto questo che
si può evincere dalle tabelle qui di seguito riportate.
Fonte: Provincia di Parma, Coordinamento Provinciale Affido Familiare Parma, Affido di minori stranieri, dicembre 2005.
19
Aspetti dell’affidamento familiare
DIRITTI
Identità
TIPOLOGIA
RIFERIMENTI
1)Riconoscimento
dell’unicità del minore come
essere umano
2)Diritto a preservare la
propria identità, ivi compresa
la sua nazionalità
3)Diritto a conservare il
nome
4)Diritto a conservare le
sue relazioni familiari
A. Costituzione
Crescita
Salute
1)Diritto alla vita
2)Diritto ad esprimere libeB. Dichiarazione
ramente la sua opinione
3)Diritto di essere ascoltato Onu recepita con L.
4)Diritto alla libertà di e- 27 maggio 1991,
spressione, pensiero, coscienza n°176
e religione
5) Diritto ad una famiglia
1)Diritto all’assistenza sanitaria
2)Diritto al benessere psico
– fisico
3)Diritto al benessere sociale
20
Capitolo primo
Educazione
Protezione
e tutela
1) Diritto ad accedere ad
un’informazione e a materiali
informativi adeguati e volti a
promuovere il suo benessere
(mass – media)
2) L’educazione del fanciullo deve essere volta allo sviluppo della sua personalità,
allo sviluppo del senso di cittadinanza, allo sviluppo del
rispetto per la sua famiglia e le
sue origini, a preparare il fanciullo per la vita futura
1) Diritto di usufruire della
sicurezza sociale
2) Diritto al risposo ed al
tempo libero
3) Diritto ad essere protetto
contro lo sfruttamento
4) Diritto a non essere costretto a nessun lavoro che
possa mettere a repentaglio la
sua educazione o che nuocia
alla sua salute.
5) Diritto ad essere protetto
contro lo sfruttamento e la violenza sessuale
6) Diritto ad essere protetto
contro ogni altra forma di
sfruttamento pregiudizievole
al benessere del bambino in
ogni aspetto
Aspetti dell’affidamento familiare
ASPETTI
Protezione e
assistenza
Permanenza
in Italia
TIPOLOGIE
21
RIFERIMENTI
1) Ai minori stranieri si
applicano le norme previste in
generale dalla legge italiana
in materia di assistenza e protezione dei minori
2)Diritto al collocamento
in luogo sicuro del minore che
si trovi in stato di abbandono
3)Diritto all’affidamento
del minore temporaneamente
privo di un ambiente familiare idoneo
1) Inespellibilità
2)Tutti i minori stranieri
hanno:
A. Diritto al rimpatrio assistito
B. Diritto di presentare
domanda di asilo
C. Diritto di ottenere un
permesso di soggiorno per
minore età
a. D.P.C.M.
n°535/99
b. L. 30 LUGLIO
2002, n°189
c. L. 184/83 come modificata dalla L.
149/2001
22
Capitolo primo
Assistenza
sanitaria
Istruzione
1) I minori stranieri titolari di un permesso di soggiorno sono iscritti obbligatoriamente al SSN e hanno pienamente diritto di accedere
alle prestazioni fornite
2) I minori stranieri privi
di permesso di soggiorno non
possono iscriversi al SSN, ma
hanno diritto alle cure ambulatoriali ed ospedaliere urgenti o comunque essenziali, ancorché continuative, per malattia ed infortunio e ai programmi di medicina preventiva
1)Tutti i minori stranieri,
anche se privi di permesso di
soggiorno, sono soggetti
all’obbligo scolastico ed hanno
diritto di essere iscritti a
scuola
Se la normativa italiana in materia di affidamento familiare può valere, ed essere uguale, sia per minori italiani che stranieri, è opportuno però porre attenzione al fatto che, oltre a quelle che possono essere le esigenze e le problematiche di un minore in crescita, nella situazione dei
minori stranieri si riscontrano delle difficoltà, che richiedono interventi
individualizzati con la collaborazione di un équipe multiprofessionale
(assistente sociale, educatore, mediatore culturale, ecc…), dovute ad una
condizione molto delicata che li vede “inseriti” in un Paese straniero con
un’identità culturale, usi e abitudini diverse, infatti il C.N.S.A., nel documento relativo all’ “Affido di minori stranieri”22, pone in rilievo che si
22
Documento CNSA“Affido di minori stranieri” Parma, 10 Giugno 2004.
Aspetti dell’affidamento familiare
23
rende opportuno e necessario che i progetti di affido per minori stranieri
non possono prescindere, dalla conoscenza delle differenze culturali e
religiose e dalla collaborazione che si potrebbe attivare con le varie etnie
utilizzando più figure professionali.
Per il minore, allora, sarà molto più difficile costruire la sua identità,
poiché non si ritroverà solo tra due famiglie, quella originaria e quella
affidataria, ma anche tra due culture ed etnie diverse, dovrà quindi elaborare l’appartenenza non solo alla sua cultura ma anche a quella che lo
accoglie facendole confluire in modo costruttivo per la sua crescita; inoltre, in un processo così complesso, è essenziale non ignorare quelle che
sono le sue origini poiché
«La salvaguardia della salute psico –fisica del soggetto in formazione, non può
prescindere dalla tutela delle sue radici culturali/identitarie e il minore dovrebbe essere aiutato, anche attraverso l’opera di mediazione dell’adulto, ad acquisire gli strumenti culturali per ricomporre il divario tra i diversi modelli di riferimento, al fine di ridefinire in maniera armonica ed equilibrata un nuovo progetto esistenziale che tenga conto delle esperienze di vita passate, presenti e
dell’immaginario futuro.»23.
1.4.1. Minore straniero non accompagnato e minore straniero con la
famiglia
Ovviamente le difficoltà che può incontrare il minore straniero e gli
interventi di aiuto e sostegno cambiano anche in base alla sua condizione, poiché bisogna considerare che sono presenti in Italia minori stranieri non accompagnati e minori stranieri con la famiglia.
Il minore straniero non accompagnato, come definito nell’art. 1 comma 2 del D.P.C.M. n. 535/99, è il minorenne non avente cittadinanza italiana o di altri Stati dell'Unione europea che, non avendo presentato
domanda di asilo, si trova per qualsiasi causa nel territorio dello Stato
privo di assistenza e rappresentanza da parte dei genitori o di altri adulti per lui legalmente responsabili in base alle leggi vigenti nell'ordinamento italiano. In tale situazione risulta necessario per il bene del minore, come evidenzia il C.N.S.A.24
Provincia di Parma, Coordinamento Provinciale Affido Familiare Parma, Affido
di minori stranieri, dicembre 2005.
24 Documento CNSA“Affido di minori stranieri” Parma, 10 Giugno 2004.
23
24
Capitolo primo
«trovare un “inserimento assistito” nella nostra realtà rispetto all’età e alle motivazioni che li hanno indotti alla “fuga” in Italia e si può quindi ipotizzare un
“affido educativo” a famiglie o a single, sia italiani sia stranieri. Per affido educativo s’intende, in questo contesto, un’accoglienza in cui sia meno approfondito il versante del “pensato” sulla storia del minore, sulla sua famiglia d’origine
ed invece maggiormente ampliato l’aspetto dell’accompagnamento concreto,
che comprende un’azione di “tutoraggio” unita ad un’esperienza di “familiarità”; si può immaginare un’esperienza più intensa di ospitalità familiare, ma non
un affido “canonico”.».
I minori stranieri presenti in Italia con la famiglia rappresentano
«l’altra realtà dell’emigrazione minorile: la gran quantità di bambini che vivono in Italia con un solo genitore, spesso impegnato in attività lavorative che lo
tengono assente da casa per molte ore al giorno. Per loro potrà essere sufficiente
un affidamento non residenziale ma sarebbe comunque nell’interesse del nucleo che l’intervento di sostegno provenisse da famiglie vicine per cultura, tradizioni, religioni. Un eccessivo e precoce sradicamento del bambino dal suo
mondo, rischia di innescare una conflittualità fra genitore e figlio che ne distrugge l’unitarietà. L’integrazione del bambino straniero deve essere graduale;
non deve mai essere assimilazione.»25.
1.4.2. Affido omoculturale ed eteroculturale
L’affidamento familiare di minori stranieri può essere attuato in base
a due tipologie: affido omoculturale ed affido eteroculturale.
Nelle situazioni di affido eteroculturale di minori stranieri, al fine di
aiutare la famiglia di origine a superare le sue difficoltà e il minore a crescere in modo equilibrato e sano, alla famiglia affidataria è richiesto il
compito di riuscire sia a tenere ben saldi i propri modelli educativi di riferimento e, sia ad essere aperta alla diversità accogliendola e accettandola costruttivamente, in modo da consentire al minore di non vivere
una rottura con quelle che è la sua cultura, la sua religione e i suoi valori; di conseguenza, come sottolinea il CN.S.A.26
De Marco Giulia, La Famiglia che accoglie, Tratto dalla Conferenza Nazionale
della Famiglia Firenze 24-26 Maggio 2007.
26 Documento CNSA“Affido di minori stranieri” Parma, 10 Giugno 2004.
25
Aspetti dell’affidamento familiare
25
«Le famiglie italiane disponibili all’affido di minori stranieri debbono avere particolari caratteristiche e competenze, oltre a quelle richieste per l’affido di ragazzi italiani:
essere salde sui propri modelli di riferimento ma capaci di accettare
e riconoscere la diversità (non andare in crisi perché vengono messi in discussione o contrastati i propri modelli culturali…….)
essere disponibili ed interessate a conoscere e confrontarsi con modelli culturali diversi dai propri, che costituiscono comunque una “ricchezza”,
mediandoli all’interno della quotidianità.».
Per quanto riguarda l’affido omoculturale tale intervento si rivela più
ottimale per l’accoglienza di minori stranieri non accompagnati, dal
momento che essi non possono far riferimento al proprio contesto familiare, hanno vissuto traumaticamente la migrazione e la separazione,
manca loro una situazione affettiva e devono costantemente affrontare
da soli sia le problematiche che scaturiscono da una diversità linguistica
e culturale e sia la rielaborazione della loro appartenenza, del loro passato e della loro storia. Con un affido omoculturale, possono così avere un
appoggio ed un sostegno vivendo in un contesto che li aiuti a vivere in
una realtà culturale, valoriale e linguistica differente dalla loro, e ad elaborare e accettare il proprio passato e le proprie origini, integrandole
con la cultura che li accoglie.
Risulta quindi indispensabile, come scrive Gonzo27:
«acquisire una profonda considerazione delle risorse (che qui sta per presupposti culturali) altrui e proprie, come base per costruire nuovi significati che nascono dall’interazione. A queste condizioni anche l’affido può diventare una realtà creativa e produttiva per tutte le parti in gioco, che possono apprendere da
questa esperienza: famiglie, servizi, Tribunale e, non ultimi, i bambini».
Concludendo, e in estrema sintesi, si evince che i progetti di affidamento familiare devono necessariamente essere realizzati anche in base
a quelle che sono le differenze etniche, poiché oggi l’utenza non rispecchia più solo la realtà italiana ma ingloba realtà molto diverse fra loro,
che vedono molte persone abbandonare il loro Paese e scegliere l’Italia
come meta di “speranze o come fuga da una situazione critica”, si tratta
quindi di un’utenza diversificata, situazione che per essere affrontata ri27 Gonzo. M. , L’affido di bambini extracomunitari a famiglie italiane, in «Prospettive
Sociali e Sanitarie», n. 18, 1995, pp. 16-19.
26
Capitolo primo
chiede inevitabilmente una preparazione da parte degli attori coinvolti
sulle diversità etniche, culturali, valoriali e linguistiche.
Capitolo secondo
L’affido: protagonisti e problematiche
2.1. I protagonisti dell’affidamento
2.1.1. Il minore
Come indicato dalla legge 149/2001 “Il minore ha diritto di crescere ed
essere educato nell’ambito della propria famiglia” (art. 1 comma 1), e al fine
di consentire ciò “a favore della famiglia sono disposti interventi di sostegno e
di aiuto”, nel caso in cui questi non siano sufficienti allora si può intraprendere la strada dell’affido familiare, infatti “Il minore temporaneamente
privo di un ambiente familiare idoneo, nonostante gli interventi di sostegno e
aiuto disposti ai sensi dell’articolo 1, è affidato ad una famiglia, preferibilmente
con figli minori, o ad una persona singola, in grado di assicurargli il mantenimento, l’educazione, l’istruzione e le relazioni affettive di cui egli ha bisogno”
(art. 2 comma 2).
È obiettivo della legge, quindi, quello di tutelare il minore facendo in
modo che venga rispettato il suo diritto a vivere e crescere in un ambiente sano ed equilibrato che salvaguardi il suo sviluppo psico-fisico. Si cerca quindi, con l’intervento dell’affido, di offrire al minore un contesto
sociale, relazionale, affettivo che provveda alle sue cure, alle sue esigenze e alla costruzione della sua personalità ed identità, infatti a tal proposito Sanciola28 specifica che l’affido si propone di tutelare «il fondamentale diritto del bambino a un processo affettivo ed educativo che sia rispettoso della sua identità e delle sue aspirazioni».
Il minore che può essere soggetto al procedimento di affido, come
abbiamo visto nel capitolo precedente, può avere un’età compresa tra 0 e
18 e può appartenere a qualsiasi etnia.
Per favorire lo sviluppo e la crescita del minore è opportuno ed essenziale metterlo, dal momento che è il protagonista principale
dell’intervento, al centro dell’intero progetto di affido con le sue esigenze, i suoi bisogni, i suoi problemi, ascoltarlo e coinvolgerlo nelle varie
fasi, ovviamente in relazione alla propria età anagrafica ed alle proprie
specifiche caratteristiche e capacità, e soprattutto ricercare il contesto
28 Sanciola Lia, Il dono della famiglia: l’affido oltre l’educazione assistita, Milano, Paoline, 2002.
28
Capitolo secondo
familiare sostitutivo in base a quelle che sono le sue esigenze e le sue difficoltà. Ciò in ragione del fatto che, avendo vissuto in un nucleo caratterizzato da situazioni di deprivazioni e carenze di vario genere, se inserito in una realtà familiare equilibrata e disponibile, in un ambiente sano
che possa stimolarlo, creando le caratteristiche per una presenza educativa ed affettuosa, potrebbe riuscire a ritrovare la serenità e la capacità di
dialogo necessarie per crescere. Fondamentale è soprattutto cercare di
mantenere i legami con la famiglia naturale, affinché il minore non si
senta allontanato del tutto da quelle che sono le sue origini e i suoi affetti.
2.1.2. La famiglia di origine
La famiglia d’origine, nel procedimento di affido,
«viene definita in genere multiproblematica, in quanto famiglia “fragile”, spesso
gravata da problemi personali e relazionali dei loro componenti: è una famiglia
che non è in grado di rispondere ai bisogni dei figli in modo adeguato»29,
ciò perché i genitori presentano situazioni problematiche che non consentono loro di provvedere alla crescita del minore in modo idoneo; situazioni e cause che possono riguardare: condizioni di deprivazione sociale, economica, affettiva, educativa, problemi personali, malattia, tossicodipendenza, poca cura e attenzione ai bisogni e alle esigenze del bambino, maltrattamento, violenza, ecc.
Di conseguenza per tali situazioni con l’affido familiare, che persegue
come obiettivo primario il rientro del minore nella sua famiglia, si cerca
di mettere in atto tutti gli interventi di aiuto e sostegno a favore della
famiglia naturale che, durante la separazione dal bambino, possano aiutarla, con il supporto dei servizi sociali, ad eliminare le cause, a superare
i problemi e le difficoltà che hanno fatto sì che il minore venisse allontanato, e sostenerla e seguirla nel percorso di recupero di quelle che sono
le funzioni, le capacità, le caratteristiche primarie e le condizioni idonee
per svolgere il ruolo genitoriale, per far sì quindi che possa tornare ad
Miodini Stefania, Borelli Sara, Il sostegno alla famiglia d’origine prima, durante e
dopo l’affidamento familiare: gli interventi necessari e le possibili integrazioni fra servizi, in
«Prospettive assistenziali», luglio - settembre 2005, n. 151.
29
L’affido: protagonisti e problematiche
29
occuparsi del figlio e di reintegrare qust’ultimo nel suo contesto familiare di origine. Per far ciò, come sottolinea Fiocchi D.30,
«Bisogna, quindi che, nel loro progetto, gli operatori prevedano, contemporaneamente alla partenza dell’affido, uno spazio e un intervento qualificato per
i genitori del bambino perché possano venire raccolti il dolore per
l’allontanamento e le loro difficoltà riguardo all’affido, ma anche più in generale i problemi concreti o il senso di abbandono e solitudine che queste persone
spesso portano dentro di sé fin dalla prima infanzia».
Alla luce di quanto detto è essenziale inoltre che durante il periodo di
affido la famiglia biologica non avverta negativamente il confronto con
la famiglia accogliente e non si deresponsabilizzi maggiormente rispetto
ai suoi compiti, gli operatori devono fare in modo che si senta valorizzata e riconosciuta come risorsa fondamentale per il proprio figlio e che
quindi non viva l’affido come una perdita definitiva del loro ruolo e dello stesso figlio, come sottolinea Sanciola Lia31, devono inoltre essere
«aiutati a riconoscere che si tratta di un aiuto per loro, di una tappa del
percorso di recupero per il suo successivo rientro, perciò vanno fortemente rassicurati sulla temporaneità dell’esperienza».
La famiglia in questo percorso ha quindi bisogno, con adeguate risorse ed attenzione, di essere guidata verso cambiamenti positivi e, di mantenere rapporti costanti e significativi con il proprio figlio, ovviamente
salvo diversa indicazione o prescrizione da parte dell’Autorità Giudiziaria competente.
2.1.3. La famiglia affidataria
Naturalmente durante questo percorso un sostegno deve essere offerto anche alle famiglie affidatarie, le quali provvedendo, come detto precedentemente, al mantenimento del bambino, alla sua educazione, alla
sua istruzione e alle relazioni affettive di cui necessita si ritrovano ad affrontare una “sfida” molto importante, che li vede “accompagnare” un
bambino che ha perso temporaneamente i suoi punti di riferimento.
Fiocchi D. , La famiglia d’origine durante l’affidamento familiare: il ruolo dei servizi,
in «Prospettive assistenziali», 1998, n. 122.
31 Sanciola Lia, Il dono della famiglia: l’affido oltre l’educazione assistita, Milano, Paoline, 2002.
30
30
Capitolo secondo
Oltre all’amore che li spinge ad occuparsi di un minore in difficoltà e
al desiderio di donare, hanno bisogno di una preparazione ad affrontare
tale situazione, a collaborare con l’altra famiglia, ad interpretare le problematiche del minore affidato e a lavorare in modo stimolante per lui,
cioè di una formazione su quelli che sono i punti fondamentali di un
percorso complesso come l’affido.
Gli affidatari devono essere capaci di accettare non solo il bambino
ma anche il suo mondo, le sue origini, la sua storia, i suoi legami affettivi, la sua situazione sociale, dal momento che tutto deve ruotare intorno
alle sue esigenze e ai suoi bisogni affinché possa trovare, in un ambiente
che non è suo, tutto ciò di cui necessita. Risulta quindi necessario che la
famiglia affidataria impari a conoscere e comprendere il suo ambiente
familiare affinché si possa mantenere vivo il rapporto con la famiglia di
origine, essendo il fine dell’affidamento, qualora vengano superate le
difficoltà che hanno portato all’allontanamento del minore dalla propria
famiglia, quello del rientro di quest’ultimo nel suo nucleo familiare. Si fa
avanti allora l’importanza di un rapporto di collaborazione tra le due
famiglie affinché possano, gli affidatari, esercitare per un periodo limitato i compiti che spettano ai genitori, seguendo naturalmente quelle che
sono le indicazioni educative di questi ultimi.
«Il bambino in affidamento non deve percepire che i suoi genitori e/o parenti
sono “svalutati” dalle persone con cui vive: si sentirebbe scarsamente considerato anche lui, costretto a scegliere tra due famiglie egualmente importanti per
la sua crescita»32.
2.2. Il ruolo degli operatori
«L’operatore è il soggetto che propone l’affidamento familiare e, su mandato
del Servizio sociale locale, è chiamato a disporlo, prendendo delle iniziative
professionali e attuando le procedure necessarie, in base a quanto stabilito dalla
legge.
Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza, I
bambini e gli adolescenti in affidamento familiare. Rassegna tematica e riscontri empirici,
Firenze, Istituto degli Innocenti, Agosto 2002 (Questioni e Documenti, n. 24, pp. 7593).
L’affido: protagonisti e problematiche
31
Generalmente si tratta di un assistente sociale e/o di uno psicologo che agiscono all’interno di un Comune o, in caso di delega, di una azienda sanitaria locale, nell’ambito del Servizio organizzato per l’affidamento familiare»33.
Dal momento che, come stabilito nell’articolo 1 della legge 149/2001:
Il minore ha diritto di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia (comma 1); Le condizioni di indigenza dei genitori o del genitore esercente
la potestà genitoriale non possono essere di ostacolo all’esercizio del diritto del
minore alla propria famiglia; A tal fine a favore della famiglia sono disposti interventi di sostegno e di aiuto (comma 2), l’operatore, prima di giungere alla decisione dell’allontanamento del minore dal proprio nucleo familiare, deve intervenire affinché vengano offerte alle famiglie a rischio interventi di sostegno e aiuto, e solo quando si è valutato, nonostante gli interventi, che le famiglie non sono in grado di provvedere alla crescita e
all’educazione del minore, può essere presa in considerazione la scelta
dell’affidamento.
L’intervento dell’affido coinvolge più soggetti e gli operatori non
possono «accostare questo intervento a logiche di causalità lineare o ad
approcci semplificatori, poiché molti insuccessi e frustrazioni derivano
da un tal modo di procedere»34. Proprio per tale ragione nella realizzazione di un progetto di affido l’operatore non deve rivolgere lo “sguardo” esclusivamente al minore ma anche alla famiglia di origine e agli affidatari, con una preparazione idonea. È necessaria la conoscenza e la
valutazione da parte dell’operatore dei bisogni, dei desideri, delle emozioni, del vissuto, delle aspettative del bambino, dei disagi della famiglia
e delle sue dinamiche interne e delle capacità di cambiamento della stessa famiglia; per far ciò l’operatore necessita di competenze teoriche, tecniche, culturali ed emotive.
È importante quindi che, essendo obiettivo primario dell’operatore
quello di far sì che con adeguate risorse, possano essere risolti i problemi
della famiglia di origine al fine di reinserire quest’ultimo nel suo nucleo,
prima di dare avvio al programma di affido, venga svolto un attento esame critico sulla validità della inidoneità della famiglia, infatti per poter organizzare e orientare un intervento di affido è fondamentale che
l’operatore analizzi e valuti la situazione per meglio comprenderne le
Sanciola Lia, Il dono della famiglia: l’affido oltre l’educazione assistita, Paoline, Milano, 2002.
34 Sanciola Lia, Il dono della famiglia: l’affido oltre l’educazione assistita, Paoline, Milano, 2002.
33
32
Capitolo secondo
motivazioni e le cause che hanno portato all’allontanamento del bambino, e quindi alla crisi del nucleo familiare, le difficoltà che possono scaturire per il minore da una condizione problematica e, la volontà dei genitori a risolvere i suoi problemi.
Ne consegue dunque che l’operatore dovrà porre attenzione alle problematiche del minore e della famiglia naturale, in modo da poterle affrontare e risolvere, tutelando il loro interesse, e identificare una famiglia affidataria adeguata per il minore, da accompagnare durante tutto
l’iter del progetto offrendole aiuto e sostegno.
Sanciola L.35 evidenzia in modo chiaro che l’operatore nelle fasi di realizzazione dell’affido:«
•
•
•
•
•
•
•
È l’esperto dell’ambito territoriale in cui lavora, cioè ha maggiormente presente il quadro della realtà in cui si muove e si trova ad
agire.
È il punto di riferimento competente a ricercare un equilibrio tra le
sfide presenti (bisogni dei bambini in situazione di difficoltà, esigenze e problematiche familiari) e le risorse, intese come espressione
della solidarietà sia comunitaria sia istituzionale.
Facilita sia la ricerca e la promozione degli interventi più adeguati
per i bambini e per le famiglie, sia la concretizzazione e la gestione
dei medesimi.
È collaboratore di altre figure professionali nella messa a punto e
nell’implementazione del progetto.
Tiene i rapporti con l’autorità giudiziaria, alla quale risponde per
quanto previsto dalla legge.
Collabora con le associazioni familiari.
Cura la documentazione».
Per meglio gestire il progetto di affido, intervento molto complesso,
l’operatore, lavorando con persone che appartengono a situazioni culturali e sociali differenti, deve saper confrontarsi e rispettare le diverse posizioni culturali accettandone la diversità e costruendo un intervento che
tenga conto di tali differenze e faccia sì che possano essere ben integrate
tra loro.
In base a ciò, risulta dunque opportuno che nel suo programma riesca
a “dar vita” ad un rapporto di parità e di collaborazione tra le due fami35 Sanciola Lia, Il dono della famiglia: l’affido oltre l’educazione assistita, Paoline, Milano, 2002.
L’affido: protagonisti e problematiche
33
glie, cioè quella naturale e quella affidataria, le quali devono aver modo
di conoscersi, accettarsi, ed essere spronate a collaborare e ad avvicinare
le loro realtà per aiutare il minore.
L’operatore per aiutare il minore ad affrontare il provvedimento di
affido dovrebbe offrirgli aiuto e sostegno psicologico in base a quelle che
sono le sue caratteristiche, la sua esperienza e le sue personali relazioni,
soprattutto perché
«il minore, che già vive in una famiglia problematica con un sistema relazionale
spesso deficitario o esasperato, affronta una serie di prove che generano in lui
sentimenti di abbandono, di colpevolezza, di incertezza, di paura, di ambivalenza con riflessi importanti sulla maturazione psichica»36;
è allora importante che lo aiuti a non colpevolizzarsi e sentirsi responsabile per l’allontanamento e, ad affrontare il procedimento di affido in
modo sereno, senza ansie e paure.
Fondamentale è anche la capacità dell’operatore di instaurare un
buon rapporto comunicativo con gli attori coinvolti, poiché la persona in
difficoltà sentendosi ascoltata, presa in considerazione, e quindi parte
centrale di un progetto fatto su misura per lei, riesce con più facilità ad
attivarsi in un percorso “mettendosi a nudo”.
Essendo il fine dell’affidamento, come detto precedentemente, quello
del ricongiungimento del minore nel suo nucleo familiare è quindi auspicabile, come spiegato sopra, riuscire a costruire un intervento che
possa mantenere vivo il rapporto con la famiglia di origine e favorire
una relazione di collaborazione tra le due famiglie affinché gli affidatari
possano, seguendo quelle che sono le indicazioni educative dei genitori,
esercitare per un periodo limitato i compiti che spettano a questi ultimi.
Naturalmente
«Il primo atto di questa collaborazione è sempre, tutte le volte che è possibile,
una conoscenza fra le due coppie; questo attenua molte paure reciproche e
permette ad entrambi, al di là delle parole, di capire»37.
I percorsi dell’affidamento familiare in Toscana: dal sostegno della genitorialità alla tutela di bambini e ragazzi. Documenti, strumenti ed esperienze, Istituto degli Innocenti,
Regione Toscana.
37 Fiocchi D. , La famiglia d’origine durante l’affidamento familiare: il ruolo dei servizi,
in «Prospettive assistenziali», 1998, n. 122.
36
34
Capitolo secondo
Una collaborazione tra le due famiglie è opportuna anche perché il
minore, oltre ad essere preparato al percorso di affido dagli operatori,
spiegandogli le motivazioni che hanno portato dell’allontanamento dalla
sua famiglia, gli obiettivi del progetto e le modalità di relazione con la
sua famiglia, deve essere accompagnato e sostenuto anche dai suoi genitori; è dunque importante che il suo nucleo si dimostri collaborativo per
far sì che il bambino non viva la separazione come una rottura e una minaccia per la sua famiglia.
Inoltre, al termine del percorso di affido se il minore, data la situazione, può rientrare nella sua famiglia l’operatore ha ancora il compito di
esercitare un’attenta vigilanza sulla situazione oggettiva e relazionale
nella quale egli verrà a trovarsi, e sostenerlo nella fase di distacco dagli
affidatari.
Da quanto detto scaturisce che gli operatori devono vigilare costantemente sul progetto di affido per verificare se procede in modo positivo
per gli attori e, per valutare se si rendono necessari ulteriori interventi
per il benessere e il sostegno del minore o della famiglia.
Altro lavoro, opportuno e necessario, che i Servizi Sociali e quindi gli
operatori devono svolgere è quello relativo alla sensibilizzazione sul tema dell’affido, al fine di promuovere tale esperienza, attraverso campagne permanenti e momenti d'incontro tra le famiglie affidatarie e i cittadini affinché possa verificarsi un’informazione e un consistente interessamento da parte dell’opinione pubblica su quelle situazioni problematiche di deprivazione, devianza ed emarginazione che molti minori, a
causa delle difficoltà e delle carenze delle loro famiglie, si trovano a vivere, sull’importanza di offrire ad ogni bambino l’opportunità di crescere in un contesto sano ed affettivo, sulla possibilità di aiutare e accompagnare lui e la sua famiglia nel superamento del disagio.
Gli operatori hanno il compito di programmare la verifica in itinere
del progetto di affidamento, al fine di valutare l’andamento e l’efficacia
dell’intervento, gli eventuali cambiamenti, quindi una verifica che deve
produrre “una relazione semestrale sull’andamento del programma di assistenza, sulla sua presumibile ulteriore durata e sull’evoluzione delle condizioni
di difficoltà del nucleo familiare di provenienza”, (art. 4 comma 3 L.
149/2001), da inviare al giudice tutelare o al Tribunale per i minorenni a
seconda che si tratti di affido amministrativo o giudiziario.
L’affido: protagonisti e problematiche
35
2.2.1. Il ruolo dell’operatore con la famiglia naturale
Gli operatori, con adeguate metodologie, devono riuscire, per quel
che riguarda il nucleo naturale, ad individuare quelle che sono le cause
della loro crisi, per aiutarli a superarla, e ad instaurare un rapporto di
collaborazione; infatti risulta importante, per evitare che il progetto di
affido possa rivelarsi un insuccesso, la relazione che gli operatori, nella
fase iniziale, instaurano con la famiglia aiutandola a capire dov’è e qual
è il problema, come risolverlo e ricostruire insieme un nucleo familiare
idoneo per il minore, quindi il rapporto che bisogna costruire con il nucleo biologico
«deve avvenire all’insegna della massima trasparenza, della assoluta sincerità
relativamente alla situazione nella quale si trova il bambino o alle sue possibili
cause.
I genitori hanno il diritto di sapere quali sono gli elementi che gli operatori
hanno rilevato su cui si chiede alla famiglia un cambiamento. Se i genitori non
ne sono informati è illusorio pensare che possano cambiare»38.
È quindi essenziale che i Servizi, instaurando un rapporto di fiducia e
collaborazione con i genitori, ovviamente dove possibile, gli accompagnino nella comprensione e accettazione delle difficoltà e nella loro risoluzione, affinché non subiscano passivamente l’intervento; ciò in virtù
del fatto che con il procedimento di affido non è solo il minore ad aver
bisogno di aiuto e sostegno ma anche la famiglia, la quale necessariamente necessita di essere sostenuta nel percorso di cambiamento e superamento delle problematiche.
Di conseguenza obiettivo fondamentale, nel momento in cui gli operatori intervengono in supporto alla famiglia multiproblematica, è cercare, nei casi in cui è possibile, di aiutare i genitori naturali a riacquisire le
capacità genitoriali al fine di poter svolgere positivamente il loro ruolo,
recuperando anche quello che è il rapporto con il figlio/i, infatti è necessario, considerando le risorse che la famiglia possiede, mettere in atto
una serie di interventi che possano produrre un cambiamento positivo.
In tal modo le famiglie avvertono che gli operatori e le istituzioni non
sono dei “nemici” ma un sostegno a loro e ai loro bambini, non si sentono escluse e “additate come negative” ma considerate come capaci di ri38 Fiocchi D. , La famiglia d’origine durante l’affidamento familiare: il ruolo dei servizi,
in «Prospettive assistenziali», 1998, n. 122.
36
Capitolo secondo
solvere i problemi che hanno portato all’allontanamento e spronate al
cambiamento; è quindi auspicabile un rapporto chiaro e corretto tra le
due parti e la condivisone del progetto di affidamento con i genitori, essendo queste condizioni favorevoli per una migliore accettazione del
percorso anche da parte del bambino, dato che
«quando la famiglia d’origine del bambino condivide la scelta dell’affidamento
familiare, si realizzano le condizioni ideali perché il passaggio da una famiglia
all’altra avvenga in un clima rassicurante che non minaccia l’equilibrio del
bambino»39.
Dove possibile è utile anche farle conoscere la famiglia affidataria e,
metterla nella condizione di capire che essa non potrà mai prendere definitivamente il suo posto nella vita del bambino ma che può aiutarlo a
crescere in modo equilibrato per il tempo necessario alla risoluzione dei
suoi disagi.
Gli operatori sostenendo e aiutando le famiglie possono realizzare un
intervento
«che deve tendere non solo a erogare prestazioni assistenziali, ma a modificare
le fragilità relazionali che hanno influenzato negativamente il rapporto dei genitori con il figlio (o con i figli). Pertanto nel concordare il progetto di affidamento
con i diversi attori si avrà cura di precisare dettagliatamente anche gli obiettivi,
gli interventi di aiuto psicologico, sociale, materiale, le fasi di verifica che riguardano la famiglia naturale»40.
Quest’ultima quindi dovrà essere, con adeguate risorse ed attenzione,
accompagnata dagli operatori sociali verso cambiamenti significativi e
verso il recupero delle caratteristiche e delle condizioni idonee per lo
svolgimento del suo ruolo e l’eliminazione delle cause del suo disagio e
dei suoi problemi per far sì che possa tornare ad occuparsi del figlio/i.
Per tali ragioni sarà ancora compito degli operatori aiutare i genitori a
capire che l’intervento di affido è un aiuto anche per loro, finalizzato a
Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza, I
bambini e gli adolescenti in affidamento familiare. Rassegna tematica e riscontri empirici,
Firenze, Istituto degli Innocenti, Agosto 2002 (Questioni e Documenti, n. 24, pp. 7593).
40 I percorsi dell’affidamento familiare in Toscana: dal sostegno della genitorialità alla tutela di bambini e ragazzi. Documenti, strumenti ed esperienze, Istituto degli Innocenti,
Regione Toscana.
39
L’affido: protagonisti e problematiche
37
superare le loro difficoltà, i loro problemi e a ricostruire il loro nucleo
familiare per il rientro del minore.
Gli operatori dovranno quindi valutare e regolare i rapporti dei genitori con il minore e gli affidatari e programmare modi e tempi per il rientro del minore in famiglia.
In conclusione si può dunque dire che la presa in carico della famiglia
da parte dei Servizi Sociali territoriali, e quindi degli operatori, si pone
come condizione indispensabile ed imprescindibile per la buona riuscita
dell’affido stesso.
2.2.2. Il ruolo dell’operatore con gli affidatari
“Il servizio sociale, nell’ambito delle proprie competenze, su disposizione del giudice
ovvero secondo le necessità del caso, svolge opera di sostegno educativo e psicologico,
agevola i rapporti con la famiglia di provenienza ed il rientro nella stessa del minore secondo le modalità più idonee, avvalendosi anche delle competenze professionali delle altre strutture del territorio e dell’opera delle associazioni familiari eventualmente indicate dagli affidatari”, (articolo 5 comma 2 L. 149/2001).
Nel percorso di affido gli operatori hanno il compito, per quel che
concerne gli affidatari che si candidano all’affido di un minore, di valutare e verificare se possono essere un aiuto positivo per “quel” minore e
“quella” famiglia, analizzando quelle che possono essere le loro risorse, i
loro limiti, le loro caratteristiche e la disponibilità ad intraprendere un
cammino così delicato da parte di tutti i componenti della famiglia, in
relazione alle esigenze e alle problematiche del minore.
Gli affidatari devono essere preparati su quella che è la storia, le problematiche e le relazioni familiari del bambino, poiché è necessario che
essi lo accettino con la sua famiglia, le sue problematiche e le sue origine, infatti Tonizzo Frida41 evidenzia che essi devono accettarlo non solo
«di testa» ma «col cuore», cioè capire che quel bambino proviene da un
ambiente, da una famiglia che bisogna conoscere e comprendere, e per
far ciò devono essere aperti ai problemi degli altri; a tal proposito
l’operatore cercherà di comprendere se tale famiglia sia capace di non
rifiutare la famiglia naturale con tutte le sue problematiche e le sue differenze.
41 Tonizzo Frida, Perché l’affidamento familiare: risposta ad alcune obiezioni, «Prospettive assistenziali» , n. 79, luglio – settembre 1987.
38
Capitolo secondo
Ne consegue che bisognerà orientare la famiglia affidataria nella conoscenza del minore e della sua famiglia, nei casi in cui è coinvolta nel
progetto, per sostenerla ad assumere un atteggiamento di comprensione/collaborazione verso la famiglia naturale, dovrà essere aiutata
dall’operatore a svolgere quello che è il suo ruolo, cioè accogliere il minore, offrirgli cure, attenzioni e affetto per il tempo necessario affinché i
suoi genitori superino le loro difficoltà, considerando che non diventerà
suo figlio e che anzi dovrà incoraggiare e sostenere la riunificazione del
nucleo di origine; dovrà inoltre essere spronata a capire e comprendere
che non è opportuno, per il benessere del bambino, puntare il dito contro la famiglia, ciò in ragione del fatto che «la «condanna» dei loro genitori significherebbe anche la loro condanna («se loro - i genitori - sono
cattivi, allora sono cattivo anch'io»)»42.
Alla luce di quanto detto sin ora e dato che la famiglia affidataria si
troverà a svolgere un compito molto difficile è necessario che l’operatore
le fornisca una corretta informazione/formazione sull’affido, un’adeguata prepara zione per affrontare tale situazione, per collaborare con l’altra
famiglia, per interpretare le problematiche del minore affidato e per lavorare in modo stimolante per lui, cioè di una formazione su quelli che
sono i punti fondamentali dell’affido, soprattutto si renderà necessario
farle comprendere che andrà a svolgere un ruolo solo temporaneo che la
vedrà coinvolta in un sostegno non solo al minore ma anche alla sua famiglia. Per tali ragioni è inoltre utile, nell’ambito del progetto di affido,
che gli operatori tengano in considerazione le possibili criticità che la
famiglia affidataria, che accoglie minori particolarmente problematici e
gravemente compromessi, potrebbe trovarsi ad affrontare, prevedendo
opportuni e mirati strumenti di supporto e di integrazione alle risorse
delle famiglie affidatarie stesse.
Emerge quindi, a mio avviso, che i Servizi sociali, e quindi gli operatori, dovranno accompagnare e sostenere gli affidatari per tutto il percorso dell’affido, offrendo loro aiuto materiale, dove necessario, clinico e
sociale, poiché si ritrovano ad affrontare un impegno molto complesso
che richiede loro di mettere in gioco se stessi e il proprio equilibrio familiare, di aprirsi ed accettare una realtà differente, con innumerevoli difficoltà che vanno comprese e capite e, soprattutto di favorire qualsiasi
possibilità di ricongiungimento del minore nel suo nucleo di origine; ne
scaturisce allora che
42 Tonizzo Frida, Perché l’affidamento familiare: risposta ad alcune obiezioni, «Prospettive assistenziali» , n. 79, luglio – settembre 1987.
L’affido: protagonisti e problematiche
39
«l'affidamento è una scelta di impegno sociale che la famiglia non può realizzare da sola. L'affidamento é destinato a fallire se non è adeguatamente sostenuto
da parte degli amministratori, degli operatori, dei magistrati e della stessa comunità»43.
2.2.3. Lavoro di rete
Data la complessità, la molteplicità dei problemi e le difficoltà che ingloba l’affido, l’operatore non può lavorare da solo ma necessita di un
lavoro di équipe che contemporaneamente possa mettere in atto un intervento sociale, psicologico, educativo e sanitario, essendo in tal modo
aiutato e sostenuto da altre figure professionali. Ciò alla luce del fatto
che per comprendere le dinamiche familiari che hanno portato alla crisi
e sulle quali costruire un progetto di aiuto, sia per il minore che per i genitori, bisogna lavorare su più aspetti e, per far questo è utile
l’intervento di diversi Servizi in un lavoro integrato, infatti l’affido rappresenta
«un intervento che implica un coinvolgimento di più Servizi in un lavoro obbligatoriamente integrato, una responsabilità che va assunta da più soggetti competenti. Una diagnosi corretta è la base per una buona prognosi, fondamento di
un intervento programmato a misura dei bisogni e delle potenzialità reali della
famiglia. Si può coinvolgere solo chi si conosce bene e solo facendo leva sulle
parti buone e sane che ciascuno possiede. Ma le parti buone e sane, spesso, sono
le più nascoste. La conoscenza passa necessariamente attraverso l’ascolto di tutti i membri della famiglia e del minore in particolare. Nessun progetto che interessi un minore, secondo le attuali leggi, potrebbe essere avviato senza che il
minore venga interpellato e coinvolto. L’obbligo sussiste anche per il giudice
che dovrà valutare se il progetto proposto dai Servizi corrisponde all’interesse
del bambino e quindi verificare se è congruo rispetto alle sue problematiche, se
è adeguato ai suoi bisogni, se è conforme alle sue potenzialità, se è rispettoso
dei suoi tempi.»44.
Tonizzo Frida, Perché l’affidamento familiare: risposta ad alcune obiezioni, «Prospettive assistenziali» , n. 79, luglio – settembre 1987.
44 De Marco Giulia, La Famiglia che accoglie, Tratto dalla Conferenza Nazionale
della Famiglia Firenze 24-26 Maggio 2007.
43
40
Capitolo secondo
Un lavoro di rete così impostato risulta quindi positivo ed importante
poiché promuove interventi mirati volgendo lo sguardo alle diverse
sfaccettature della situazione, in modo da consentire ai soggetti coinvolti
di usufruire di un aiuto e di una valutazione che considera tutti gli aspetti, le cause e gli effetti delle loro difficoltà.
Nello stesso tempo un supporto fondamentale al lavoro
dell’operatore viene offerto anche dall’autorità giudiziaria per quel che
concerne la tutela del minore, la valutazione in itinere, la verifica e la
conclusione dell’affido.
Ovviamente, un progetto che vede la collaborazione di varie professionalità deve basarsi necessariamente su un confronto e una comunicazione costante dal momento che, come afferma il Presidente del Tribunale per i Minorenni di Potenza Pasquale Andria45,
«Tutto il percorso che porta ad una decisione deve essere connotato da
un’attitudine costante alla comunicazione tra tutti i soggetti e gli attori della
scena. Questa comunicazione non può essere soltanto burocraticamente affidata
alla relazione scritta; ha bisogno di concretizzazioni anche in una comunicazione verbale diretta. Questo deve essere poi contemperata con le esigenze dei vari
soggetti coinvolti nella vicenda.
Credo ci debba essere una capacità di interagire dentro un progetto».
La realizzazione di un lavoro multidisciplinare, quindi, può meglio
aiutare il bambino con la sua famiglia e sostenere in modo adeguato le
famiglie affidatarie, infatti la progettazione concernente l’affidamento
risulta ottimale e positiva se realizzata con la collaborazione, del minore,
dei suoi genitori, degli affidatari, dei Servizi sociali e delle diverse figure
professionali.
È ancora necessaria una collaborazione degli operatori dei servizi con
tutti i soggetti coinvolti anche nel momento della conclusione del percorso di affido, poiché in tale fase si pone la necessità di compiere una
valutazione dei risultati, in relazione agli obiettivi stabiliti al momento
della definizione del progetto, valutazione che per essere realizzata richiede il coinvolgimento di tutti gli attori coinvolti.
45 Tratto da un intervento del Presidente del Tribunale per i Minorenni di Potenza Pasquale Andria.
L’affido: protagonisti e problematiche
41
2.3. Problematiche psico-sociali
Il bambino per crescere e formarsi ha bisogno di legami stabili, forti e
significativi
«[…] La crescita e lo sviluppo si svolgono in una continua dialettica tra appartenenza e separazione, tra spinta all’esplorazione e mantenimento del contatto
con la figura di attaccamento. In particolare questa esplorazione è possibile, o
quantomeno facilitata, solo quando può partire da una base sicura. In questo
senso l’attaccamento è il più importante aspetto di una relazione, anche se non
l’unico, e fa riferimento alla possibilità di costruire un rapporto di protezione
con una figura forte e rassicurante. Per attivarsi, il sistema dell’attaccamento
deve essere supportato adeguatamente da un ambiente sociale stimolante e da
esperienze positive: il bambino fin dai primissimi mesi viene a costruirsi,
nell’interazione con la figura che si prende cura di lui, un modello mentale di sé
e dell’altro, ed è su questo modello che verranno a strutturarsi tutte le sue relazioni future significative.»46.
Si evidenzia l’importanza, quindi, per il suo sviluppo, di relazioni con
figure significative che possano aiutarlo a crescere in modo equilibrato,
dato che solo nel momento in cui il bambino vive in un ambiente favorevole alla sua crescita psico-fisica, ambiente che consente l’interazione
tra i soggetti e lo fa sentire accettato in una relazione con persone importanti, può scoprire il suo sé e costruire la sua identità.
Da tale necessità si può comprendere dunque che nell’affidamento oltre a migliorare quelle che possono essere le condizioni familiari, economiche e sociali del minore è condizione essenziale secondo Petillo R. ,
Salvucci A. , Cifarelli D.47, anche salvaguardare la stabilità emotiva del
minore che qualsiasi tipo di cambiamento può compromettere, poiché,
quest’ultimo, trovandosi a fronteggiare, nell’affido, continue separazioni
dalle sue figure di riferimento, con la conseguente perdita di punti di riferimento fondamentali per uno sviluppo armonico, può sentirsi in colpa, ritenendosi la causa della separazione dalla famiglia, o tradito, e avvertire sofferenza, senso di angoscia, ansia e senso di perdita, accompa-
Cambiaso G. , L’affido come base sicura: la famiglia affidataria, il minore e la teoria
dell’attaccamento, Milano, F. Angeli, 1998.
47 Petillo R. , Salvucci A. , Cifarelli D. , L’affidamento del minore. Aspetti psicologici,
sociali, giuridici, (Intervento di D. Cafarelli: Il “minore” come persona autonoma ) Latina, Penne & Papiri, 1993.
46
42
Capitolo secondo
gnati dal “timore di un continuo abbandono” che possono portarlo verso una chiusura e una difficoltà a stabilire rapporti affettivamente importanti, “facendo emergere, in lui, difficoltà emotivo-relazionali”.
Da non sottovalutare è anche il fatto che il minore, soggetto ad un
provvedimento di affido, si ritrova a vivere più distacchi e separazioni
avvertendo continuamente il senso di abbandono, poiché infatti non vi
sarà solo la separazione con la famiglia naturale ma
««il minore vivrà questo momento di distacco e quindi di abbandono anche
quando dovrà separarsi dalla famiglia affidataria: sottoporremo così il minore
ad una durissima prova per ben due volte.
Egli perderà per la seconda volta le sue figure di attaccamento con
l’aggravante che, avendo più volte esperito una tale situazione traumatica, questa si insinui così tanto nella sua psiche da temere per tutta la vita di dover essere forzosamente separato dalle persone care.»48.
Queste continue separazioni che il bambino deve affrontare implicano l’elaborazione di una perdita definita come lutto e, poiché è necessario per il suo sviluppo crescere in una relazione e, nel momento in cui la
famiglia naturale non può far fronte a questa necessità, per qualsiasi ragione, diventa necessario
«trovare nella nuova famiglia che lo accoglie una relazione che possa evocare e
nello stesso tempo rendere possibile quella mancata per «elaborare il lutto», per
riuscire a capire cosa è successo e per capire che non è stato abbandonato, nel
senso tragico del termine, che cioè non è morto psicologicamente, ma che c’è la
possibilità che il suo io continui ad esistere.»49.
Nell’affidamento familiare, inoltre, il minore si ritrova tra due relazioni, la famiglia naturale e quella affidataria avvertendo un senso di
appartenenza ad entrambe le famiglie, ciò inevitabilmente gli richiede
un compito non semplice che è quello di porsi in una situazione di equilibrio, situazione che potrebbe fargli vivere un conflitto di lealtà nei con-
Petillo R. , Salvucci A. , Cifarelli D. , L’affidamento del minore. Aspetti psicologici,
sociali, giuridici, (Intervento di D. Cafarelli: Il “minore” come persona autonoma ) Latina, Penne & Papiri, 1993.
49 Famiglie per l’accoglienza, Affido: una esperienza educativa. Atti del convegno della
associazione, (La duplice appartenenza: l’identità del bambino, di Giulietta Loreti, psicologa), Milano, EDIT, 1987.
48
L’affido: protagonisti e problematiche
43
fronti dei sui genitori. Diventa allora essenziale, instaurando una collaborazione positiva tra famiglia affidataria, famiglia naturale e operatori,
aiutare il minore a non avvertire in modo conflittuale l’appartenere a
due famiglie ma, anzi, a trarre vantaggio per la sua crescita e per la costruzione della sua personalità.
Da quanto detto sin ora si comprende l’importanza, per il benessere e
lo sviluppo del bambino, di operare nel suo interesse, riuscendo a cogliere tutte le sue necessità e i suoi bisogni in considerazione della sua
continua evoluzione.
In estrema sintesi, la famiglia, crescere all’interno di una famiglia, è
quindi condizione essenziale per la crescita del bambino, perché
«Questo bisogno di famiglia da parte del bambino, sempre e comunque, in
qualsiasi momento della sua storia, che sia neonato o infante di pochi mesi o
bambino di qualche anno più grandicello o adolescente ancora alla ricerca della
sua identità, diviene il suo diritto primario, un diritto che per farlo valere deve
essere assunto dalla comunità in cui il minore cresce.
II diritto del bambino nasce dalla riflessione sui suoi bisogni. Perché il bambino, fin dalla nascita, è un insieme di bisogni-potenzialità, di capacità che debbono trovare l'ambiente adatto per essere soddisfatte ed esprimersi (il bisogno
di esistere nel cuore dell'adulto, diviene, se sperimentato, la capacità di pensare
agli altri con fiducia ed oblatività, il bisogno di essere amato di un bambino diviene via via, se soddisfatto in modo positivo, la sua propria capacità di relazionare correttamente con gli altri).»50.
2.3.1. Le problematiche della famiglia affidataria nel procedimento
di affido
Alla famiglia affidataria, durante il progetto di affido, è richiesto un
compito molto difficile che è quello di essere in grado di attuare un
cambiamento al suo interno, di comprendere, senza giudicare, le difficoltà e le problematiche dei genitori naturali, poiché il bambino percependo l’atteggiamento non colpevolizzante degli affidatari nei confronti
dei suoi genitori riesce ad accettare più facilmente “l’appartenere” a due
famiglie, avendo così la possibilità di vivere la sua doppia collocazione
senza conflittualità. Inoltre, la si vede impegnata in un “lavoro”, nel qua50 Cappellaro Gabriella, Crollo Liliana, L’affidamento familiare di bambini piccoli, in
«Prospettive assistenziali», n. 114, aprile-giugno 1996.
44
Capitolo secondo
le “è tenuta” a mettersi in gioco, che deve portare il minore al raggiungimento di un equilibrio favorevole alla sua crescita, quindi per poter fare ciò dovrà possedere una buona maturità che possa consentirle di instaurare un rapporto con un minore problematico sostenendolo e accettandone le sue difficoltà personali, affettive e relazionali. È utile quindi
valutare la maturità degli affidatari, comprendendone le motivazioni
che hanno portato ad una scelta che li vede impegnati solo temporaneamente come figure genitoriali, valutare allora, come spiegano Petillo R.,
Salvucci A., Cifarelli D.51: «se è cioè realmente pronto ad assumere una
funzione che è “largamente genitoriale”, ma che non può esserlo in toto.»; ciò in ragione del fatto che, non potendo decidere da soli su quelli
che sono gli aspetti educativi e di crescita del minore, devono necessariamente avere una maturazione che possa portarli a condividere con altri genitori, quelli naturali, e con gli operatori gli interventi utili per la
crescita del bambino.
Ne consegue che gli affidatari, consapevoli della temporaneità del loro “ruolo” e del fatto che percorreranno con il bambino solo “un tratto di
strada insieme”, devono accettare, e questo deve essere fatto anche dalla
famiglia naturale, la presenza nella sua vita anche di un’altra famiglia
perché in tal modo il minore avrà il vantaggio di vivere con più facilità
la separazione dai genitori e l’opportunità, senza limiti e sensi di colpa,
di poter far tesoro, per la sua crescita, dell’aiuto e del sostegno della famiglia affidataria,
«[…] Il punto è che la nuova famiglia non lo accolga come un possesso, un proprio, come qualche cosa che dice: «sei mio, dimentica quello che è successo prima! Che cattivi i tuoi genitori!», (come quando uno comincia ad avere i propri
figli adolescenti si rende conto che non sono più «propri»)»52.
Risulta ancora importante, per il compito che si ritrovano a svolgere
gli affidatari, un’osservazione costante del minore per poterne comprendere le difficoltà, i bisogni, i desideri e i comportamenti, la conquista della sua fiducia un po’ per volta senza forzature, offrendo lui tutto il
Petillo R. , Salvucci A. , Cifarelli D. , L’affidamento del minore. Aspetti psicologici,
sociali, giuridici, (Intervento di D. Cafarelli: Il “minore” come persona autonoma ) Latina, Penne & Papiri, 1993.
52 Famiglie per l’accoglienza, Affido: una esperienza educativa. Atti del convegno della
associazione, (La duplice appartenenza: l’identità del bambino, di Giulietta Loreti, psicologa), Milano, EDIT, 1987.
51
L’affido: protagonisti e problematiche
45
tempo necessario per inserirsi ed orientarsi nella loro famiglia e per accettare il cambiamento, il quale comporta un diverso ambiente, diversi
stili comportamentali e di vita, cosa sicuramente non veloce e facile da
fare.
Inoltre, nel momento in cui il minore avverte che la famiglia affidataria oltre a lui accoglie il suo passato e tutto ciò che appartiene anche ai
suoi genitori biologici sarà più aperto verso gli affidatari e si sentirà meno in colpa per l’allontanamento dalla sua famiglia; è fondamentale
dunque, come evidenzia Guido Cattabeni53 che essa accetti la storia del
minore, il suo passato e il suo presente, considerando che non è solo ma
che vicino a lui ci sono altre figure importanti.
Si evidenzia dunque la necessità e la complessità, da parte della famiglia affidataria, di riuscire ad accogliere e comprendere il bambino con i
suoi legami e la sua storia cercando di entrare in relazione con lui, rispettando i suoi tempi di apertura nei loro confronti senza forzalo in alcun modo, ciò perché come spiega ancora Cattabeni54
«La nuova situazione in realtà è inevitabilmente ansiogena e se i tentativi per
rassicurarlo sono gesti che cercano di accelerare un incontro affettivo più intimo, si avranno delle reazioni emotive di segno contrario.
Gli affidatari devono comprendere il bisogno del bambino di decodificare il
loro linguaggio non verbale, devono permettergli di mantenere le distanze di
sicurezza sul piano della relazione affettiva, devono lasciarsi conoscere, osservare per tutto il tempo necessario, lasciandosi avvicinare gradualmente e rispondendo positivamente alle richieste, ma in misura del bisogno del bambino
e non del loro bisogno.».
È opportuno che la famiglia affidataria, soprattutto nel caso in cui abbia dei figli, renda tutti i membri partecipi della scelta di intraprendere
un progetto di affido poiché è importante, per l’equilibrio della stessa
famiglia, che tutti siano d’accordo, soprattutto è utile confrontarsi ed esporre quelle che possono essere le preoccupazioni di ognuno, i ruoli e
Cattabeni Guido, Il minore in affido: problemi affettivi, psicologici e sociali, (Relazione tenuta il 4 marzo 1983 al seminario di studio «L'affidamento familiare», organizzato dall'USSL n. 2 di Piacenza), in «Prospettive assistenziali», n. 66, aprile - giugno 1984.
54 Cattabeni Guido, Il minore in affido: problemi affettivi, psicologici e sociali, (Relazione tenuta il 4 marzo 1983 al seminario di studio «L'affidamento familiare», organizzato dall'USSL n. 2 di Piacenza) in «Prospettive assistenziali», n. 66, aprile - giugno 1984.
53
46
Capitolo secondo
le relazioni che verranno a costruirsi, l’importanza di “riorganizzare” i
tempi e gli spazi in funzione di questa scelta, così impegnativa, per poter
meglio integrare le abitudini della loro famiglia con quelle del minore.
Concludendo, si può quindi ritenere essenziale che la famiglia affidataria, per accogliere al suo interno un bambino proveniente da una situazione familiare critica che presenta al suo interno situazioni che possono essere connotate da carenze sociali, culturali, economiche, da mancanza di significative relazioni educative ed affettive, da condizioni di
trascuratezza e maltrattamento,
«deve avere una motivazione corretta, non deve essere possessiva, non deve essere giudicante nei confronti del bambino e della famiglia di origine, non deve
tendere ad assimilare il bambino ma rispettarne la storia e l’appartenenza ad
un’altra famiglia, deve essere pronta a condividere la responsabilità
dell’educazione con i suoi genitori, deve essere capace di aiutare il bambino ad
assumere la sua doppia collocazione come un arricchimento e non come una
perdita, deve essere capace di separarsi comunicando al bambino non la propria inevitabile sofferenza ma la gioia per la realizzata ricongiunzione ai suoi.
La scelta di accogliere un soggetto estraneo come temporaneo figlio o fratello
deve essere condivisa da tutti i membri della famiglia, dai figli in particolare; il
legame familiare deve essere molto forte e strutturante perché i bambini spesso
vengono da situazioni di grave deprivazioni e possono essere destabilizzanti
per l’equilibrio familiare.»55.
2.3.2. Le problematiche della famiglia naturale nel procedimento di
affido
Le
problematiche
delle
famiglie
naturali
che
portano
all’allontanamento del minore possono essere molteplici e riguardare situazioni: di grave disagio economico, che impediscono ai genitori di
provvedere al mantenimento e all’educazione dei figli; di tossicodipendenza; di maltrattamenti, per i quali
«si intendono sia comportamenti “attivi”, da parte di figure adulte e in particolare dei genitori nei confronti dei figli, come la violenza fisica, emozionale o
l’abuso sessuale, lo sfruttamento (accattonaggio, spaccio, prostituzione), sia
55 De Marco Giulia, La Famiglia che accoglie, Tratto dalla Conferenza Nazionale
della Famiglia Firenze 24-26 Maggio 2007.
L’affido: protagonisti e problematiche
47
“passivi”, come la mancanza di cure necessarie per rispondere ai bisogni primari ed evolutivi tipica della trascuratezza. Tali comportamenti possono presentarsi come isolati o associarsi in diverso modo tra loro, determinando manifestazioni diverse e variabili nel tempo.»56;
di insufficienza culturale ed educativa, affettiva e relazionale; ecc.. Dal
momento che queste problematiche incidono e sono pregiudizievoli per
un sano sviluppo del minore richiedono un intervento idoneo di aiuto e
supporto ai genitori a capire e ad affrontare quelle che sono le loro difficoltà e i loro disagi, “lavoro” sicuramente non facile.
Nel caso in cui, invece, è la stessa famiglia a chiedere e ad appoggiare
l’intervento di affido l’individuazione della crisi che sta attraversando
diventa un “lavoro” più facile, poiché i Servizi potranno individuare le
problematiche attraverso la valutazione delle motivazioni che hanno
portato i genitori a ritenere la loro situazione familiare critica e, a vedere
la scelta di allontanare il figlio/i dalla propria famiglia come migliore soluzione per loro e per esso; diventa esenziale ricercare l’origine dei problemi e delle difficoltà dei genitori, poiché in tal modo si può, entrando
nella parte più nascosta del loro vissuto,
«entrare nel mondo interiore delle figure genitoriali, nel loro modo di agire e
rapportarsi al figlio, le loro modalità di proiettare esperienze precedenti, magari
vissute con le proprie figure genitoriali, mai risolte ed ora riversate sul figlio che
in qualche modo sembra ricordarglieli. Ogni bambino può assumere significati
molto diversi per i genitori in quanto su di essi il genitore stesso al di fuori dello
stato cosciente, può proiettare le proprie paure, le parti di sé inaccettate, percepite come negative e per questo angosciose.»57.
Collaborando può essere lei stessa, la famiglia naturale, ad aiutare il
minore a capire ciò che sta accadendo, spiegandogli le motivazioni che
hanno portato a questo allontanamento temporaneo, il ruolo che dovrà
svolgere la famiglia affidataria e soprattutto l’importanza che questo intervento ha per il suo interesse. Per quei casi dove non si riscontra, inve-
Roberto Maurizio, Dare una famiglia a una famiglia. Verso una nuova forma di Affido, Fondazione Paideia, Comune di Torino, EGA.
57 Petillo R. , Salvucci A. , Cifarelli D. , L’affidamento del minore. Aspetti psicologici,
sociali, giuridici, (Intervento di D. Cafarelli: Il “minore” come persona autonoma ) Latina, Penne & Papiri, 1993.
56
48
Capitolo secondo
ce, una collaborazione da parte della famiglia sarà l’operatore ad informare e tranquillizzare il minore.
Ne consegue quindi che con la collaborazione dei genitori naturali
viene a crearsi anche una situazione meno conflittuale per lo stesso
bambino, il quale potrà vivere con più “tranquillità” la relazione che
verrà ad istaurarsi con gli affidatari, infatti
«Quando la famiglia in cui il bambino ha vissuto fino a quel momento condivide o addirittura sceglie di sua iniziativa l'affido familiare come soluzione
positiva alle sue necessità, troviamo le condizioni ideali perché il passaggio da
una famiglia all'altra avvenga in un clima affettivo rassicurante tale da non minacciare l'equilibrio della vita emotiva del bambino.
La famiglia affidataria può essere così vissuta dal bambino come un'estensione della famiglia cui appartiene, anziché una perdita di tutto ciò che lo fa essere quello che è.
L'attitudine collaborante degli affidanti facilita enormemente la preparazione del bambino alla separazione dalla sua famiglia e, decolpevolizzando gli affidatari a livello emotivo profondo, semplifica loro il problema del rapporto da
instaurare con il bambino.»58.
Bisognerà allora porre molta attenzione ai problemi delle famiglie naturali, alle loro risorse e potenzialità al fine di aiutarle a riacquisire, dove
possibile, le loro capacità genitoriali.
58 Cattabeni Guido, Il minore in affido: problemi affettivi, psicologici e sociali, Prospettive assistenziali, n. 66, aprile - giugno 1984.
Capitolo terzo
Aspetti giuridici dell’affidamento familiare
3.1. Le origini: dal diritto romano al 1977
Sia in Grecia che a Roma la vita e la libertà dei minori non avevano
alcuna considerazione, infatti, soprattutto a Sparta, la legge prevedeva
l’uccisione di bambini nati deformi e infermi, e a Roma era il pater familias ad avere il diritto di vita o di morte sui figli.
Con il passare del tempo, anche con l’opera del Cristianesimo, la situazione andò migliorando. Comunque il padre di famiglia continuava
ad avere potere sui figli, ed era lui a decidere tutte le scelte di essi.
Fino alla fine dell’Ottocento il minore abbandonato non aveva alcun
diritto ed era escluso dalla società civile; è solo nel 1899, quando a Chicago fu istituito il primo Tribunale per i minorenni, che si iniziò a dare
attenzione al minore, istituzione che invece in Italia avvenne trentacinque anni dopo, nel 1934 con un Regio Decreto. Solo dopo dieci anni dalla nascita del primo Tribunale per i minorenni a Chicago in Italia si ha
un primo progetto di legge minorile. Man mano si iniziano a prendere in
considerazione quelli che sono i diritti dei minori e, nel 1924, a Ginevra,
viene promulgata una prima Dichiarazione dei diritti del fanciullo.
Con l’istituzione, nel 1926, dell’Opera Nazionale Maternità e Infanzia
viene prevista anche la misura del baliatico, infatti prima del 1983 in Italia erano diffuse forme di affidamento denominate baliatico e collocamento
e, come ci viene spiegato nel libro di Garelli F.59
«il baliatico può essere definito come quella pratica tramite la quale un ente, o
persona privata, collocava l’infante, per motivi di «nutrizione», presso una balia, senza che tale atto fosse guidato da considerazioni d’ordine psicologico o sociale a protezione del bambino […] A proposito delle caratteristiche richieste
alle balie il R.D. 27 luglio 1934 n. 1265 (T.U. delle leggi sanitarie) prevedeva:
«L’esercizio del baliatico è subordinato ad autorizzazione del sindaco, che viene
rilasciata dopo visita medica, la quale abbia accertato che la balia non è affetta
da sifilide, blenorragia, tubercolosi o altra malattia diffusiva»
59
Garelli F. , L’affidamento: l’esperienza delle famiglie e i servizi, Roma, Carocci, 2000.
50
Capitolo terzo
Il collocamento può essere definito come «il baliatico per un bambino non
da allattare»». L’art. 176 del Regio Decreto 15 aprile 1926 n. 718 chiarisce:
«I fanciulli minori di dodici anni compiuti devono essere, di regola, collocati
presso famiglie, possibilmente abitanti in campagna, che offrano serie garanzie
di onestà, laboriosità, attitudini educative e amorevolezza verso i bambini e dispongano inoltre di un’abitazione conveniente e di mezzi economici sufficienti
per provvedere al mantenimento dei fanciulli, ricevuti in consegna. I fratelli e le
sorelle debbono essere possibilmente collocati presso la stessa famiglia, o almeno nello stesso comune».
Nel baliatico la preoccupazione del legislatore era esclusivamente di tipo
sanitario.
Nel 1942 il codice civile, che dedicava un apposito titolo del libro
primo ai minori affidati alla pubblica assistenza, istituiva il giudice tutelare, introduceva la tematica delle limitazioni della patria potestà e stabiliva nell’art. 404 che l’istituto di pubblica assistenza aveva il potere di affidare i minori «a persone di fiducia». La famiglia affidataria doveva,
quindi, prendersi cura del minore affidato «come proprio figlio», occupandosi quindi della sua educazione, della sua istruzione e del suo mantenimento. Era previsto, su richiesta, un assegno mensile in loro favore.
Comunque, in tali disposizioni pur dando un’importanza prioritaria alla
scelta dell’affidamento e solo secondaria a quella dell’istituzionalizzazione, il numero dei minori in istituto non era diminuito.
Dopo la seconda guerra mondiale, l’art. 30 della Costituzione prevede
uguali diritti tra figli nati dentro e fuori dal matrimonio nei confronti dei
loro genitori, e stabilisce il principio per cui “nei casi di incapacità dei
genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti educativi da
altri”.
L’espressione “figlio di NN”, cioè di nessuno, presente nei documenti
ufficiali viene abolita con la L. n. 1064 del 1955, vengono eliminate
l’indicazione della paternità e maternità perché non più utile per identificare le persone.
L’ONU, nel 1959, presenta una nuova Carta dei diritti del fanciullo.
Con la L. n. 1085 del 1962, in Italia, viene introdotta ufficialmente la
figura dell’operatore sociale.
Nel 1967 vi fu la legge n. 431 sull’adozione speciale, che prevede nel
nostro ordinamento l’adozione legittimante dei minori in stato di abbandono, anche se solo una parte dei minori presenti negli istituti poteva essere considerato in stato di abbandono e, inoltre, l’adozione può es-
Aspetti giuridici dell’affidamento familiare
51
serci solo per i bambini di età inferiore agli otto anni. Nello stesso anno
a Strasburgo venne pubblicata la Convenzione sull’adozione dei minori.
Con tale legge, viene data importanza all’interesse del minore rispetto a
quello dei genitori naturali. Questa legge pone il bambino nella condizione di entrare nella famiglia adottiva come figlio legittimo con gli stessi diritti e doveri dei figli naturali mettendo fine ai rapporti fra la famiglia di origine e i bambini al di sotto degli otto anni in stato di abbandono ed eliminando il cognome delle famiglie naturali accanto a quello
delle adottive.
Bisogna pur dire che con l’introduzione di tale legge, la 431/1967
sull’adozione speciale, inizia a farsi strada l’importanza di valutare le
capacità educative delle future famiglie affidatarie.
Nel 1974 si ha lo scioglimento dell’OMNI e le funzioni amministrative svolte da quest’ultimo ente vengono trasferite alle Regioni, le quali
hanno l’obbligo di disciplinare le funzioni relative alla protezione e
all’assistenza all’infanzia.
Con la L. n. 39 del 1975 la maggiore età passa dai 21 ai 18 anni, dando
ai diciottenni il diritto di elettorato attivo. In questo stesso anno viene
varata la L. n. 151 sulla riforma del diritto di famiglia.
Le funzioni amministrative relative all’organizzazione e alla messa in
atto dei servizi di assistenza e di beneficenza, con il D.P.R. 24 luglio 1977
n. 616, vengono attribuite ai Comuni, secondo ambiti territoriali adeguati alla gestione dei servizi sociali e sanitari da determinarsi con leggi regionali.
Comunque bisogna notare che prima della legge 184/1983 l’istituto
non ha avuto
«una vasta applicazione in Italia, mentre è stato largamente applicato in Francia, con ottimi risultati, da parte di donne (nubili o vedove) disposte ad occuparsi generosamente di bambini temporaneamente privi di una famiglia»60.
3.2. L’affidamento familiare nella legge 4 Maggio 1983, n. 184
Nel 1983 entra in vigore la Legge n. 184 che, al Titolo I “Principi generali” (art. 1), al Titolo I-Bis “Dell’affidamento del minore”,(artt. da 2 a 5) e al
Titolo VI, “Norme finali, penali e transitorie” (artt. 71 e 80), introduce in
60 Manera Giovanni, L’adozione e l’affidamento familiare nella dottrina e nella giurisprudenza, Milano, F. Angeli, 2004.
52
Capitolo terzo
modo organico e sistematico l’istituto dell’affido familiare, la cui pratica,
come abbiamo detto poco sopra, al fine di deistituzionalizzare bambini
di più di otto anni esclusi dal beneficio dell’adozione speciale, si era già
diffusa dal 1967.
Nella suddetta legge il legislatore traccia le linee guida per un intervento di tipo assistenziale, e ritiene utile disciplinare l’intervento del
giudice tutelare, con il compito di rendere esecutivo l’affido disposto dai
Servizi Sociali, e del Tribunale per i Minorenni, competente nei casi in
cui rendendosi opportuno allontanare il minore dal suo nucleo non vi è
l’assenso dei genitori.
Con l’art. 1 il legislatore sottolinea che: “Il minore ha diritto di crescere
ed essere educato nell'ambito della propria famiglia (comma 1)”; è necessario
disporre interventi di aiuto e sostegno per le famiglie in difficoltà, poiché “Le condizioni di indigenza dei genitori o del genitore esercente la potestà
genitoriale non possono essere di ostacolo all'esercizio del diritto del minore alla
propria famiglia (comma 2)”; “Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell'ambito
delle proprie competenze, sostengono, con idonei interventi, nel rispetto della
loro autonomia e nei limiti delle risorse finanziarie disponibili, i nuclei familiari
a rischio, al fine di prevenire l'abbandono e di consentire al minore di essere educato nell'ambito della propria famiglia. Essi promuovono altresì iniziative di
formazione dell'opinione pubblica sull'affidamento e l'adozione e di sostegno
all'attività delle comunità di tipo familiare, organizzano corsi di preparazione
ed aggiornamento professionale degli operatori sociali nonché incontri di formazione e preparazione per le famiglie e le persone che intendono avere in affidamento o in adozione minori. I medesimi enti possono stipulare convenzioni con
enti o associazioni senza fini di lucro che operano nel campo della tutela dei minori e delle famiglie per la realizzazione delle attività di cui al presente comma
(comma 3)”; solo nei casi in cui la famiglia, dopo attenta valutazione e
interventi di aiuto, risulta non essere in “grado di provvedere alla crescita e
all'educazione del minore, si applicano gli istituti di cui alla presente legge
(comma 4)”; qualsiasi minore, senza distinzione di sesso , di etnia, di età, di
lingua, di religione e nel rispetto della identità culturale del minore ha diritto
“a vivere, crescere ed essere educato nell'ambito di una famiglia”.
Da tale articolo si evince che prima di procedere all’allontanamento
del minore dal suo nucleo è necessario disporre interventi di aiuto e sostegno, al fine di consentire al bambino di vivere e crescere con i suoi
genitori naturali.
L’allontanamento è previsto qualora gli interventi disposti per aiutare
la famiglia di origine non siano sufficienti e il contesto familiare continui
ad essere pregiudizievole per la crescita del minore, infatti la suddetta
Aspetti giuridici dell’affidamento familiare
53
legge all’art. 2 comma 1 prevede che “Il minore temporaneamente privo di
un ambiente familiare idoneo, nonostante gli interventi di sostegno e aiuto disposti ai sensi dell’articolo 1, è affidato ad una famiglia, preferibilmente con figli
minori, o ad una persona singola, in grado di assicurargli il mantenimento,
l’educazione, l’istruzione e le relazioni affettive di cui egli ha bisogno”. Per i
casi in cui non è possibile l’affidamento familiare nella 184/1983 non
viene eliminato il ricovero in un istituto assistenziale, infatti l’art. 2
comma 2 recita “Ove non sia possibile l’affidamento di cui al comma 1, è consentito l’inserimento del minore in una comunità di tipo familiare o, in mancanza, in un istituto di assistenza pubblico o privato, che abbia sede preferibilmente nel luogo più vicino a quello in cui stabilmente risiede il nucleo familiare
di provenienza. Per i minori di età inferiore a sei anni l’inserimento può avvenire solo presso una comunità di tipo familiare”, però al comma 4 si sottolinea
che “Il ricovero in istituto deve essere superato entro il 31 dicembre 2006 mediante affidamento ad una famiglia e, ove ciò non sia possibile, mediante inserimento in comunità di tipo familiare caratterizzate da organizzazione e da rapporti interpersonali analoghi a quelli di una famiglia”, e al comma 5 “Le regioni, nell'ambito delle proprie competenze e sulla base di criteri stabiliti dalla
Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, definiscono gli standard minimi dei servizi e
dell'assistenza che devono essere forniti dalle comunità di tipo familiare e dagli
istituti e verificano periodicamente il rispetto dei medesimi”.
Con l’art. 3 al comma 1 viene previsto che siano, prima della nomina
di un tutore per il minore, le comunità e gli istituti di assistenza ad esercitare i poteri tutelari: “I legali rappresentanti delle comunità di tipo familiare
e degli istituti di assistenza pubblici o privati esercitano i poteri tutelari sul minore affidato, secondo le norme del capo I del titolo X del libro primo del codice
civile, fino a quando non si provveda alla nomina di un tutore in tutti i casi nei
quali l'esercizio della potestà dei genitori o della tutela sia impedito”, al comma
2 si sostiene: “Nei casi previsti dal comma 1, entro trenta giorni dall'accoglienza del minore, i legali rappresentanti devono proporre istanza per la nomina del tutore. Gli stessi e coloro che prestano anche gratuitamente la propria attività a favore delle comunità di tipo familiare e degli istituti di assistenza pubblici o privati non possono essere chiamati a tale incarico” e, al comma 3: “Nel
caso in cui i genitori riprendano l'esercizio della potestà, le comunità di tipo familiare e gli istituti di assistenza pubblici o privati chiedono al giudice tutelare
di fissare eventuali limiti o condizioni a tale esercizio”.
Si sottolinea inoltre, all’art. 4 comma 1, che è il servizio sociale a disporre l’affidamento, previo consenso dei genitori, e si legge
“L’affidamento familiare è disposto dal servizio sociale locale, previo consenso
54
Capitolo terzo
manifestato dai genitori o dal genitore esercente la potestà, ovvero dal tutore,
sentito il minore che ha compiuto gli anni dodici e anche il minore di età inferiore, in considerazione della sua capacità di discernimento. Il giudice tutelare del
luogo ove si trova il minore rende esecutivo il provvedimento con decreto”, tale
decreto deve indicare i motivi, i tempi e i modi dell’affidamento e sua
presumibile durata, aspetto questo evidenziato al comma 3, nel quale
viene indicato che “Nel provvedimento di affidamento familiare debbono essere indicate specificatamente le motivazioni di esso, nonché i tempi e i modi
dell’esercizio dei poteri riconosciuti all’affidatario.”, bisogna inoltre indicare,
come specificato al comma 4, “il periodo di presumibile durata
dell’affidamento ed il servizio locale cui è attribuita la vigilanza durante
l’affidamento con l’obbligo di tenere costantemente informati il giudice tutelare
od il Tribunale per i Minorenni, a seconda che si tratti di provvedimento emesso
ai sensi del primo o del secondo comma.”. Come spiegato al comma 2, nel
caso in cui i genitori o il tutore non danno il loro consenso
all’affidamento vi provvede il Tribunale per i Minorenni e “Si applicano
gli articoli 330 e seguenti del codice civile”61.
Il termine dell’affidamento familiare, “valutato l’interesse del minore,
quando sia venuta meno la situazione di difficoltà temporanea della famiglia
d’origine che lo ha determinato, ovvero nel caso in cui la prosecuzione di esso
rechi pregiudizio al minore (comma 5)”, si ha con un provvedimento
dell’autorità che lo ha disposto, in virtù di ciò, il giudice tutelare “sentiti
il servizio sociale locale interessato ed il minore che ha compiuto gli anni dodici
e anche il minore di età inferiore, in considerazione della sua capacità di discer-
Art. 330 del Codice Civile: “Decadenza della potestà sui figli. Il giudice può
pronunziare la decadenza della potestà quando il genitore viola o trascura i doveri
(147; Cod. Pen. 570) ad essa inerenti o abusa dei relativi poteri con grave pregiudizio del figlio. In tal caso, per gravi motivi, il giudice può ordinare l’allontanamento
del figlio dalla residenza familiare.”.
Art. 332 del Codice Civile: “Reintegrazione nella potestà. Il giudice può reintegrare nella potestà il genitore che ne è decaduto, quando, cessate le ragioni per le
quali la decadenza è stata pronunciata, e escluso ogni pericolo di pregiudizio per il
figlio.”.
Art. 333 del Codice Civile: “Condotta del genitore pregiudizievole ai figli.
Quando la condotta di uno o di entrambi i genitori non è tale da dare luogo alla
pronuncia di decadenza prevista dall'art. 330, ma appare comunque pregiudizievole
al figlio, il giudice, secondo le circostanze può adottare i provvedimenti convenienti
e può anche disporre l'allontanamento di lui dalla residenza familiare.
Tali provvedimenti sono revocabili in qualsiasi momento.”
61
Aspetti giuridici dell’affidamento familiare
55
nimento, richiede, se necessario, al competente tribunale per i minorenni l'adozione di ulteriori provvedimenti nell'interesse del minore (comma 6)”.
Alle famiglie affidatarie viene richiesto di favorire il reinserimento
del minore nella famiglia naturale e tenere in considerazione le condizioni di quest’ultima per quanto riguarda l’educazione e l’istruzione del
minore, tranne in caso di decadenza o sospensione della potestà, aspetto
questo che viene messo in rilievo all’art. 5 comma 1, il quale afferma che
“L’affidatario deve accogliere presso di sé il minore e provvedere al suo mantenimento e alla sua educazione e istruzione, tenendo conto delle indicazioni dei
genitori per i quali non vi sia stata pronuncia ai sensi degli articoli 330 e 333
del codice civile, o del tutore, ed osservando le prescrizioni stabilite dall’autorità
affidante. Si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni dell’articolo 316
del codice civile. In ogni caso l’affidatario esercita i poteri connessi con la potestà parentale in relazione agli ordinari rapporti con la istituzione scolastica e
con le autorità sanitarie. L’affidatario deve essere sentito nei procedimenti civili
in materia di potestà, di affidamento e di adottabilità relativi al minore affidato”;
nell’anzidetto articolo al comma 2 viene considerato anche il compito del
servizio sociale in materia di affidamento, evidenziando che “nell’ambito
delle proprie competenze, su disposizione del giudice ovvero secondo la necessità
del caso, svolge opera di sostegno educativo e psicologico, agevola i rapporti con
la famiglia di provenienza ed il rientro nella stessa del minore secondo le modalità più idonee, avvalendosi anche delle competenze professionali delle altre
strutture del territorio e dell’opera delle associazioni familiari eventualmente
indicate dagli affidatari”; al comma 4 si evidenzia che “Lo Stato, le regioni e
gli enti locali, nell'ambito delle proprie competenze e nei limiti delle disponibilità finanziarie dei rispettivi bilanci, intervengono con misure di sostegno e di aiuto economico in favore della famiglia affidataria”.
Nell’art. 71 si sostiene che “Chiunque, in violazione delle norme di legge
in materia di adozione, affida a terzi con carattere definitivo un minore, ovvero
lo avvia all’estero perché sia definitivamente affidato, è punito con la reclusione
da uno a tre anni.
Se il fatto è commesso…….. dalla persona cui il minore è affidato consegue la
inidoneità ad ottenere affidamenti familiari o adottivi e l’incapacità all’ufficio
tutelare. …… La pena stabilita nel primo comma del presente articolo si applica
anche a coloro che, consegnando o promettendo denaro od altra utilità a terzi,
accolgono minori in illecito affidamento con carattere di definitività. La condanna comporta la inidoneità ad ottenere affidamenti familiari o adottivi e
l’incapacità all’ufficio tutelare”.
In tale legge, alla persona affidataria vengono estese le disposizioni
previste per i genitori naturali, ciò si può ben constatare all’art. 80 che al
56
Capitolo terzo
comma 1 afferma “Il giudice, se del caso ed anche in relazione alla durata
dell’affidamento, può disporre che gli assegni familiari e le prestazioni previdenziali relative al minore siano erogati temporaneamente in favore
dell’affidatario”, e al comma 3 recita “Alle persone affidatarie si estendono
tutti i benefici in tema di astensione obbligatoria e facoltativa dal lavoro, di
permessi per malattia, di riposi giornalieri, previsti per i genitori biologici”, al
comma 4 si segnalano i compiti delle regioni le quali “determinano le condizioni e modalità di sostegno alle famiglie, persone e comunità di tipo familiare
che hanno minori in affidamento, affinché tale affidamento si possa fondare sulla
disponibilità e l’idoneità all’accoglienza indipendentemente dalle condizioni economiche”.
3.3. L’affidamento familiare nella legge 28 Marzo 2001, n. 149
Il legislatore ha modificato la legge 184/1983 con la legge 28 marzo
2001 n. 149, intitolata “Modifiche alla legge 4 maggio 1983 n. 184 recante
«Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori», nonché al titolo VIII del libro primo del codice civile”. L’art. 1, con la nuova legge, è
stato ampliato diventando oggetto di un apposito titolo denominato Diritto del minore ad una famiglia, sostituendo il titolo Principi generali e, il
titolo I-bis della legge 184/1983, denominato Dell’affidamento familiare,
nella legge 149/2001 è il titolo II con il nome Affidamento del minore.
Lo schema dell’affidamento presentato nella legge 184/1983 con i contenuti di temporaneità, consensualità, competenza dei servizi locali, controllo del giudice tutelare, viene mantenuto anche dall’attuale legge.
Per quel che riguarda l’art. 1 al comma 1 viene affermato che “Il minore ha diritto di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia” e,
continuando con il comma 2 “Le condizioni di indigenza dei genitori o del
genitore esercente la potestà genitoriale non possono essere di ostacolo
all’esercizio del diritto del minore alla propria famiglia. A tal fine a favore della
famiglia sono disposti interventi di sostegno e di aiuto”, per condizioni di indigenza vengono prese in considerazione tutte le situazioni che possono
causare pregiudizio al bambino e che di conseguenza necessitano di interventi di sostegno e di aiuto al nucleo familiare. Al comma 3 vengono
stabiliti i compiti degli enti locali rispettivamente alle famiglie a rischio,
“ Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie competenze, sostengono, con idonei interventi, nel rispetto della loro autonomia e nei limiti
delle risorse finanziarie disponibili, i nuclei familiari a rischio, la fine di prevenire l’abbandono e di consentire al minore di essere educato nell’ambito della
propria famiglia.”, alla formazione dell’opinione pubblica, alla prepara-
Aspetti giuridici dell’affidamento familiare
57
zione e all’aggiornamento degli operatori e delle persone disponibili
all’affido, “Essi promuovono altresì iniziative di formazione dell’opinione pubblica sull’affidamento e sull’adozione e di sostegno all’attività delle comunità di
tipo familiare, organizzano corsi di preparazione ed aggiornamento professionale degli operatori sociali nonché incontri di formazione e preparazione per le famiglie e le persone che intendono avere in affidamento o in adozione minori.”,
per realizzare tali attività “I medesimi enti possono stipulare convenzioni con
enti o associazioni senza fini di lucro che operano nel campo della tutela dei minori e delle famiglie per la realizzazione delle attività di cui al presente comma”.
Come specificato nel comma 4, l’allontanamento può esserci solo “quando la famiglia non è in grado di provvedere alla crescita e all’educazione del minore”, si pone dunque l’accento sull’importanza di valutare i casi evitando allontanamenti non indispensabili.
Anche la Convenzione delle Nazioni unite sui diritti del fanciullo del
20 novembre 1989, ratificata dall’Italia con la legge 27 maggio 1991 n.
176, si esprime in tal senso nell’art. 9 stabilendo:
«Gli Stati parti vigilano affinché il fanciullo non sia separato dai suoi genitori
contro la loro volontà, a meno che le autorità competenti non decidano, sotto
riserva di revisione giudiziaria e in conformità delle norme procedurali applicabili che questa separazione è necessaria nell’interesse preminente del minore,
[…] ad esempio quando i genitori maltrattano o trascurano il fanciullo».
All’ultimo comma di tale articolo il legislatore stabilisce che tutti minori hanno diritto ad una famiglia “senza distinzione di sesso, di etnia, di
età, di lingua, di religione e nel rispetto della identità culturale del minore e comunque non in contrasto con i principi fondamentali dell’ordinamento.”.
Gli articoli della legge 184/1983 dedicati all’affidamento familiare sono rimasti gli stessi, infatti gli artt. 2-3-4-5 della L. 184/1983 sono validi
anche per la L. 149/2001, modifiche ci sono state per quel che concerne
l’art. 80 della legge 184/1983 che è stato sostituito dall’art. 38 della legge
149/2001.
All’art. 2, come per la legge 184/1983, si sottolinea che l’affidamento è
possibile quando gli interventi di sostegno e aiuto al nucleo familiare,
come disposto dall’ art. 1, non abbiano dato i risultati sperati, e continuano a presentarsi le possibilità dell’affidamento in primis ad una famiglia, o ad una persona singola e solo in assenza di tali possibilità vi
può essere l’inserimento del minore presso una comunità di tipo familiare, dal momento che “il ricovero deve essere superato entro il 31 dicembre
2006 mediante affidamento ad una famiglia e, ove ciò non sia possibile, median-
58
Capitolo terzo
te inserimento in comunità di tipo familiare caratterizzate da organizzazione e
da rapporti interpersonali analoghi a quelli di una famiglia.”.
La suddetta legge, infatti come spiegano Finocchiaro A. e Finocchiaro
M.62 ,
«espressamente prevede, da un lato, che – in linea di principio – il minore temporaneamente privo di un ambiente familiare idoneo sia affidato ad una famiglia, preferibilmente con figli minori, o a una persona singola e che solo ove non
sia possibile l’affidamento ad uno dei detti soggetti (famiglia o persona singola),
presso una «comunità di tipo familiare». Solo in «mancanza» - qualora, cioè,
non sia possibile neppure l’affidamento ad una comunità di tipo familiare – si
prevede, quale ultima ratio, il ricovero del minore presso un «istituto di assistenza pubblico o privato». È rimasta – pertanto – ferma la regola della «gerarchia»
tra le varie soluzioni».
Si evince quindi che anche l’affidamento familiare, come intervento
che comporta un allontanamento, deve essere utilizzato solo quando ne
ricorrono i presupposti e non va considerato come intervento buono per
tutti i casi.
3.4. Conclusioni
Da quanto detto sin ora emerge che la legge n. 431/1967,
sull’adozione speciale, la legge n. 184/1983 e la legge 149/2001
«costituiscono nel loro insieme una specie di “rivoluzione copernicana” che pone al centro dell’attenzione l’interesse del bambino e non, come dai tempi del diritto
romano fino a una trentina di anni fa, l’interesse dell’adulto o il diritto del genitore sul figlio come su cosa propria»63.
Con tali leggi, e soprattutto con la legge 149/2001, quindi si cerca, ponendo al centro di tutti gli interventi l’interesse del minore, con
l’intervento dell’affidamento familiare, di dare al minore che si ritrova in
una famiglia temporaneamente in crisi la possibilità, accompagnato e
Finocchiaro A. , Finocchiaro M. , Adozione e affidamento dei minori: commento alla
nuova disciplina: L. 28 marzo 2001, n. 149 e D. L. 24 aprile 2001, n. 150, Milano, Giuffrè,
2001.
63 Ichino Francesca, Zevola Mario, Affido familiare e adozione: minori in difficoltà,
famiglia di sostegno e famiglia sostitutiva, 2. ed. , Milano, U. Hoelpi, 2002.
62
Aspetti giuridici dell’affidamento familiare
59
seguito dagli operatori e dagli affidatari, di superare questo periodo
senza interrompere il suo normale sviluppo, e si cerca nello stesso tempo, con interventi di sostegno, di aiutare la famiglia naturale a riacquisire le sue competenze genitoriali per consentire al minore di rientrare nel
suo nucleo di origine, fine ultimo della stessa legge 4 Maggio 1983 n. 184
come modificata dalla legge 28 marzo 2001 n. 149.
3.5. Riferimenti normativi precedenti
È interessante aggiungere che vi sono altre leggi, decreti legislativi e
decreti ministeriali, che pur non riguardando specificatamente
l’affidamento familiare vi fanno comunque riferimento al fine di tutelare
il minore, le famiglie e le persone singole, che si propongono per l’affido,
e le famiglie naturali che presentano varie difficoltà.
3.5.1. Legge 28 Agosto 1997, n. 285
A favore dell’infanzia e dell’adolescenza, affinché con adeguati interventi venga offerta la possibilità e il diritto ai minori, sia nella propria
famiglia, sia in quella adottiva che in quella affidataria, di vivere e crescere in modo sano, la legge 28 Agosto 1997, n. 285, “Disposizioni per la
promozione di diritti e di opportunità per l’infanzia e l’adolescenza”,
sottolinea che: “É istituito, presso la presidenza del consiglio dei ministri, il
fondo nazionale per l'infanzia e l'adolescenza finalizzato alla realizzazione di
interventi a livello nazionale, regionale e locale per favorire la promozione dei
diritti, la qualità della vita, lo sviluppo, la realizzazione individuale e la socializzazione dell'infanzia e dell'adolescenza, privilegiando l'ambiente ad esse più
confacente ovvero la famiglia naturale, adottiva o affidataria, in attuazione dei
principi della convenzione sui diritti del fanciullo resa esecutiva ai sensi della
legge 27 maggio 1991, n. 176, e degli articoli 1 e 5 della legge 5 febbraio 1992,
n. 104.” (art. 1, comma 1). Tale fondo nazionale è disposto per i progetti
relativi alla: “
a) realizzazione di servizi di preparazione e di sostegno alla relazione
genitore-figli, di contrasto della povertà e della violenza, nonché di
misure alternative al ricovero dei minori in istituti educativoassistenziali, tenuto conto altresì della condizione dei minori stranieri;
b) innovazione e sperimentazione di servizi socio-educativi per la prima
infanzia;
60
Capitolo terzo
c) realizzazione di servizi ricreativi ed educativi per il tempo libero, anche nei periodi di sospensione delle attività didattiche;
d) realizzazione di azioni positive per la promozione dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, per l'esercizio dei diritti civili fondamentali, per il miglioramento della fruizione dell'ambiente urbano e naturale da parte dei minori, per lo sviluppo del benessere e della qualità
della vita dei minori, per la valorizzazione, nel rispetto di ogni diversità, delle caratteristiche di genere, culturali ed etniche;
e) azioni per il sostegno economico ovvero di servizi alle famiglie naturali o affidatarie che abbiano al loro interno uno o più minori con
handicap al fine di migliorare la qualità del gruppo-famiglia ed evitare qualunque forma di emarginazione e di istituzionalizzazione”
(art. 3, comma 1).
3.5.2. Legge 8 Novembre 2000, n. 328
La legge 8 Novembre 2000, n. 328, “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali”, rappresenta un
punto fondamentale per gli enti locali dal momento che con essa «si delinea per la prima volta in Italia in modo veramente incisivo un assetto
giuridico di decentramento nell’ambito dell’assistenza e dell’intervento
sociale»64.
Si pone in risalto, all’art. 1 comma 1, il fatto che “La Repubblica assicura
alle persone e alle famiglie un sistema integrato di interventi e servizi sociali,
promuove interventi per garantire la qualità della vita, pari opportunità, non
discriminazione e diritti di cittadinanza, previene, elimina o riduce le condizioni
di disabilità, di bisogno e di disagio individuale e familiare, derivanti da inadeguatezza di reddito, difficoltà sociali e condizioni di non autonomia, in coerenza
con gli articoli 2, 3 e 38 della Costituzione”; dove per “interventi e servizi sociali”, come indicato al comma 2, ci si riferisce alle attività, previste nel
decreto legislativo 112/1998 art. 128 “relative alla predisposizione ed erogazione di servizi, gratuiti ed a pagamento, o di prestazioni economiche destinate a
rimuovere e superare le situazioni di bisogno e di difficoltà che la persona umana incontra nel corso della sua vita, escluse soltanto quelle assicurate dal sistema previdenziale e da quello sanitario, nonché quelle assicurate in sede di amministrazione della giustizia”.
Intervento di Morgante Luca, Previdenza sociale, Welfare e amministrazione penale
in Italia. I piani di zona e gli Uffici di esecuzione penale esterna, Capo della Segreteria
della Direzione Generale dell’esecuzione penale esterna.
64
Aspetti giuridici dell’affidamento familiare
61
Intervento, dunque, che ha carattere di universalità, e di cui hanno diritto ad usufruirne, come sottolineato all’art. 2 comma 1, “i cittadini italiani e, nel rispetto degli accordi internazionali, con le modalità e nei limiti definiti dalle leggi regionali, anche i cittadini di Stati appartenenti all’Unione europea ed i loro familiari, nonché gli stranieri, individuati ai sensi dell’articolo 41
del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286. Ai profughi,
agli stranieri ed agli apolidi sono garantite le misure di prima assistenza, di cui
all’articolo 129, comma 1, lettera h), del decreto legislativo 31 marzo 1998,
n. 112”; sono comunque previste, al comma 3, le situazioni che richiedono la priorità ai servizi e alle prestazioni erogati dal sistema integrato di interventi e servizi sociali, situazioni relative ai: “soggetti in condizioni di povertà
o con limitato reddito o con incapacità totale o parziale di provvedere alle proprie esigenze per inabilità di ordine fisico e psichico, con difficoltà di inserimento nella vita sociale attiva e nel mercato del lavoro, nonché i soggetti sottoposti a
provvedimenti dell’autorità giudiziaria che rendono necessari interventi assistenziali”.
Dall’art. 16 si evince che il “sistema integrato di interventi e servizi sociali
riconosce e sostiene il ruolo peculiare delle famiglie nella formazione e nella cura
della persona, nella promozione del benessere e nel perseguimento della coesione
sociale; sostiene e valorizza i molteplici compiti che le famiglie svolgono sia nei
momenti critici e di disagio, sia nello sviluppo della vita quotidiana; sostiene la
cooperazione, il mutuo aiuto e l’associazionismo delle famiglie; valorizza il ruolo
attivo delle famiglie nella formazione di proposte e di progetti per l’offerta dei
servizi e nella valutazione dei medesimi. Al fine di migliorare la qualità e
l’efficienza degli interventi, gli operatori coinvolgono e responsabilizzano le persone e le famiglie nell’ambito dell’organizzazione dei servizi” (comma 1). In
merito a ciò, per quel che concerne il nostro discorso sull’affido familiare, tale art. al comma 3 lettera f) specifica che “Nell’ambito del sistema integrato di interventi e servizi sociali hanno priorità”anche :“f) servizi per
l’affido familiare, per sostenere, con qualificati interventi e percorsi formativi, i
compiti educativi delle famiglie interessate.”.
Questo sistema, come messo in risalto all’art. 22 comma 1, “si realizza
mediante politiche e prestazioni coordinate nei diversi settori della vita sociale,
integrando servizi alla persona e al nucleo familiare con eventuali misure economiche, e la definizione di percorsi attivi volti ad ottimizzare l’efficacia delle
risorse, impedire sovrapposizioni di competenze e settorializzazione delle risposte”. Al comma 2, tra gli interventi che “costituiscono il livello essenziale
delle prestazioni sociali erogabili sotto forma di beni e servizi secondo le caratteristiche ed i requisiti fissati dalla pianificazione nazionale, regionale e zonale,
nei limiti delle risorse del Fondo nazionale per le politiche sociali, tenuto conto
62
Capitolo terzo
delle risorse ordinarie già destinate dagli enti locali alla spesa sociale”, alla lettera c) sono previsti “c) interventi di sostegno per i minori in situazioni di disagio tramite il sostegno al nucleo familiare di origine e l’inserimento presso
famiglie, persone e strutture comunitarie di accoglienza di tipo familiare e per la
promozione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza” e alla lettera d) le “d)
misure per il sostegno delle responsabilità familiari, ai sensi dell’articolo 16, per
favorire l’armonizzazione del tempo di lavoro e di cura familiare”.
«Si può dunque ragionevolmente sostenere che la legge 328, costituisce una
riforma veramente significativa dell’impianto socio-assistenziale del nostro Paese, sicuramente la più significativa dopo la legge Crispi del 1890, implicando,
peraltro, un mutamento di fondo nel concetto di assistenza considerata come un
diritto dei cittadini più che una prerogativa dell’ente pubblico e rafforzando soprattutto la cultura della cooperazione, della integrazione e della sussidiarietà
nella programmazione e gestione dei servizi.
Fulcro dell’impianto normativo sono le comunità locali con i loro bisogni
concreti e con le risposte che le comunità stesse attraverso le istituzioni, le famiglie , le organizzazioni sul e del territorio ai vari livelli, siano in grado o possano
dare.
Rimane però tutelato il principio di solidarietà comprendente il territorio nazionale
nella sua totalità a garanzia dei livelli essenziali di prestazioni concernenti i diritti civili
e sociali che devono far parte del patrimonio inalienabile di ogni cittadino.»65
3.5.3. Decreto Legislativo 26 Marzo 2001, n. 151
Con il D.L. 26 Marzo 2001, n. 151, “Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità,
a norma dell’articolo 15 della Legge 8 Marzo 2000, n. 53”, i benefici concessi ai genitori naturali, relativamente ai congedi di maternità, di paternità, parentali, per malattia del bambino e ai riposi giornalieri, vengono
estesi anche agli affidatari.
Infatti, nell’art. 26, si evidenzia che il congedo di maternità spetta anche alle donne che hanno in affidamento un minore, “Il congedo di maternità di cui alla lettera c), comma 1, dell'articolo 16 può essere richiesto dalla lavoratrice che abbia adottato, o che abbia ottenuto in affidamento un bambino di
Intervento di Morgante Luca, Previdenza sociale, Welfare e amministrazione penale
in Italia. I piani di zona e gli Uffici di esecuzione penale esterna, Capo della Segreteria
della Direzione Generale dell’esecuzione penale esterna.
65
Aspetti giuridici dell’affidamento familiare
63
età non superiore a sei anni all'atto dell'adozione o dell'affidamento” (comma
1), congedo che può essere utilizzato “durante i primi tre mesi successivi
all'effettivo ingresso del bambino nella famiglia della lavoratrice” (comma 2).
Oltre al congedo di maternità è considerato anche quello di paternità,
per il quale all’art. 31 si sottolinea che lo stesso vale anche per i lavoratori che hanno in affidamento un bambino.
È previsto per gli affidatari anche il congedo parentale, infatti all’art.
36 si legge che tale congedo “spetta anche per le adozioni e gli affidamenti”,
specificando che “Il limite di età, di cui all'articolo 34, comma 1, è elevato a
sei anni. In ogni caso, il congedo parentale può essere fruito nei primi tre anni
dall'ingresso del minore nel nucleo familiare” (comma 2) e che “Qualora, all'atto dell'adozione o dell'affidamento, il minore abbia un'età compresa fra i sei
e i dodici anni, il congedo parentale è fruito nei primi tre anni dall'ingresso del
minore nel nucleo familiare”.
In merito ai riposi giornalieri l’art. 45, al comma 1, stabilisce che “Le
disposizioni in materia di riposi di cui agli articoli 39, 40 e 41 si applicano anche in caso di adozione e di affidamento entro il primo anno di vita del bambino”, quindi come per le lavoratrici madri così per le lavoratrici affidatarie il datore di lavoro deve consentire “durante il primo anno di vita del
bambino, due periodi di riposo, anche cumulabili durante la giornata. Il riposo è
uno solo quando l'orario giornaliero di lavoro è inferiore a sei ore” (art. 39,
comma 1). “Le disposizioni di cui all'articolo 42 si applicano anche in caso di
adozione e di affidamento di soggetti con handicap in situazione di gravità”
(art. 45, comma 2).
Altro diritto spettante anche agli affidatari è quello relativo al congedo per malattia del bambino, diritto questo stabilito all’art. 50; però bisogna sottolineare che, per quanto riguarda il limite di età del figlio malato, mentre l’art. 47, comma 1, per i genitori naturali, sancisce che “Entrambi i genitori, alternativamente, hanno diritto di astenersi dal lavoro per periodi corrispondenti alle malattie di ciascun figlio di età non superiore a tre anni”, per gli affidamenti e le adozioni, l’art. 50, comma 2, prevede che “Il
limite di età, di cui all'articolo 47, comma 1, è elevato a sei anni”; al comma 3
invece si legge che “Qualora, all'atto dell'adozione o dell'affidamento, il minore abbia un'età compresa fra i sei e i dodici anni, il congedo per la malattia del
bambino è fruito nei primi tre anni dall'ingresso del minore nel nucleo familiare
alle condizioni previste dall'articolo 47, comma 2”; le condizioni previste
dall’art. 47, comma 2, sono “Ciascun genitore, alternativamente, ha altresì
diritto di astenersi dal lavoro, nel limite di cinque giorni lavorativi all'anno, per
le malattie di ogni figlio di età compresa fra i tre e gli otto anni”.
64
Capitolo terzo
Come l’art. 66, comma 1, sancisce che per le “lavoratrici autonome, coltivatrici dirette, mezzadre e colone, artigiane ed esercenti attività commerciali di
cui alle leggi 26 ottobre 1957, n. 1047, 4 luglio 1959, n. 463, e 22 luglio 1966,
n. 613, e alle imprenditrici agricole a titolo principale, è corrisposta una indennità giornaliera per il periodo di gravidanza e per quello successivo al parto calcolata ai sensi dell'articolo 68”, così l’art. 67 comma 2 stabilisce che “In caso
di adozione o di affidamento, l'indennità di maternità di cui all'articolo 66 spetta, sulla base di idonea documentazione, per tre mesi successivi all'effettivo ingresso del bambino nella famiglia a condizione che questo non abbia superato i
sei anni di età, secondo quanto previsto all'articolo 26, o i 18 anni di età, secondo quanto previsto all'articolo 27”.
In riferimento invece alle libere professioniste l’art. 72 afferma che
“L’indennità di cui all'articolo 70 spetta altresì per l'ingresso del bambino adottato o affidato, a condizione che non abbia superato i sei anni di età” (comma
1), che “La domanda, in carta libera, deve essere presentata dalla madre al competente ente che gestisce forme obbligatorie di previdenza in favore dei liberi
professionisti entro il termine perentorio di centottanta giorni dall'ingresso del
bambino e deve essere corredata da idonee dichiarazioni, ai sensi del decreto del
Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, attestanti l'inesistenza
del diritto a indennità di maternità per qualsiasi altro titolo e la data di effettivo
ingresso del bambino nella famiglia” (comma 2) e che “Alla domanda di cui al
comma 2 va allegata copia autentica del provvedimento di adozione o di affidamento” (comma 3).
Capitolo quarto
Uno sguardo al “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
La Provincia di Potenza, oltre alle attività istituzionali di sua competenza, da anni la si vede impegnata in materia di assistenza ai minori in
situazioni di difficoltà socio-familiari e di rischio conclamato, problematiche alle quali inizialmente ha risposto attraverso l’ I.P.A.I. (Istituto Provinciale Infanzia Abbandonata), riconvertito alla fine degli anni ‘80 in
Comunità Centro Natascia e, quando in seguito la Comunità è stata
chiusa, in virtù della legge 149/2001 che prevede la chiusura degli Istituti
entro il 2006, ha voluto continuare a lavorare, in sintonia con il Tribunale
per i Minorenni, per aiutare i minori in situazioni pregiudizievoli per la
loro crescita psico-fisica con l’istituzione di un “Centro Affidi”, coinvolgendo tutti i servizi territoriali del pubblico e del privato sociale per
un’azione programmata che intende potenziare e promuovere in tutta la
provincia l’affidamento familiare.
4.1. Il “Centro Affidi” della Provincia di Potenza, obiettivi e compiti
Il territorio della Provincia di Potenza, pur se piccolo rispetto ad altre
realtà italiane (circa 387.444 abitanti), presenta, tra la popolazione, alcuni
contesti familiari problematici caratterizzati da deficit economico, socio–
culturale ed educativo, da nuclei monogenitoriali, dalla presenza di genitori malati, con patologie psichiatriche, di tossicodipendenza e di alcolismo, ecc..
Situazioni queste che, incidendo in modo negativo sia sulle condizioni di vita delle famiglie sia sullo sviluppo del minore e, risultando pregiudizievoli per la crescita psico-fisica dei bambini, necessitano di interventi mirati di supporto e aiuto.
Per rispondere a queste condizioni di difficoltà delle famiglie e dei
minori, l’Ente Provincia di Potenza, in collaborazione con il locale Tribunale per i Minorenni e l’Associazione il “Ponte gruppo Famiglie Affidatarie”, ha voluto, nell’ambito delle Politiche Sociali, promuovere una
“nuova” cultura della famiglia con l’istituzione di un “Centro-Affidi”, la
cui realizzazione è stata approvata nel 2003 con deliberazione della
giunta provinciale n. 207.
Il “Centro Affidi” nasce quindi dalla necessità di attuare interventi di
aiuto e sostegno su tutto il territorio provinciale, e soprattutto dalla con-
66
Capitolo quarto
siderazione che l’affidamento familiare, data la sua complessità e
l’importanza che può rivestire per un sano sviluppo del minore, necessita di un servizio territoriale di riferimento.
Prima di procedere alla spiegazione dei compiti del “Centro Affidi”
vorrei sottolineare che al suo interno sono previste le figure professionali
dell’assistente sociale, dello psicologo, dell’operatore pedagogico (pedagogista, educatore), di una o più famiglie affidatarie dell’Associazione, e
nei casi in cui si rileva necessario vi è anche l’intervento del neuropsichiatria infantile e del pediatra, figure queste che mettono in evidenza la
scelta di svolgere un lavoro di rete, che veda un’interazione di più soggetti per la progettazione, l’individuazione della metodologia, il confronto e la discussione delle strategie e dei percorsi di intervento, la programmazione del piano di formazione e di aggiornamento; una rete
dunque fondamentale ed essenziale per la complessità dell’affidamento
familiare.
Premesso ciò, è interessante notare che il Servizio, ponendo al centro
di ogni intervento il benessere e la tutela del minore, si pone come obiettivo quello di offrire ad ogni minore il diritto di vivere nella sua famiglia, chiamando le istituzioni a sostenerla e aiutarla per consentirle di
continuare ad occuparsi idoneamente del figlio, e solo nel momento in
cui, accertato che ciò non risulta del tutto possibile aprire la strada
all’intervento di affido con una famiglia affidataria, tendendo conto delle esigenze del minore. Di conseguenza, gli operatori del “Centro Affidi”, partendo dal presupposto che l’affidamento familiare non è “una
soluzione definitiva, ma una tappa di un percorso sia personale che sociale, che da una parte preserva e rafforza l’identità del minore, dall’altra
interviene in maniera trasversale sul contesto sociale operando per una
cultura della tolleranza e dell’accettazione, della partecipazione di ciascuno al processo educativo e della condivisone della responsabilità, retroterra indispensabile per rendere realizzabile e per far maturare qualsiasi intervento sul singolo”, si propongono di lavorare “per una cultura
dell’affido che va nella prospettiva della famiglia aperta”.
Risulta, inoltre, importante considerare che nel momento in cui si lavora per un intervento che coinvolge persone, con delle proprie situazioni e caratteristiche, non si può pensare di realizzare progetti di affido
uguali per tutti, senza tener conto della diversità degli utenti e soprattutto delle situazioni sociali e culturali che sono in continuo mutamento. In
virtù di ciò, gli operatori, dalla costituzione del “Centro – Affidi” ad oggi, hanno cercato un confronto costante con le altre realtà nazionali, riflettendo sulle proprie esperienze e quelle altrui in modo da poter ag-
Uno sguardo al “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
67
giungere al loro lavoro nuovi aspetti, e ciò al fine di rendere il più ottimale possibile l’intervento dell’affido nel territorio provinciale e rispondere con gli anni alle diverse problematiche. Infatti, il Servizio ha impostato il suo lavoro seguendo quelli che sono gli interventi a livello nazionale e quelle che sono le linee guida del C.N.S.A. (Coordinamento
Nazionale Servizi Affido), dal momento che, grazie all’impegno e al lavoro degli stessi operatori, il Centro è rientrato fra i componenti nel direttivo del C.N.S.A.. Tale impegno, del “Centro Affidi” della Provincia
di Potenza Assessorato alle Politiche Sociali, Pace, Immigrazione e Volontariato, non solo a livello locale ma anche nazionale, emerge anche
dalla pubblicazione, da parte di tale Ente, del 1° Rapporto di Attività del
Coordinamento Nazionale Servizi Affidi.
Da quanto detto, credo possa evincersi l’attenzione e l’interesse che
l’Ente nutre nei riguardi del benessere del minore, dell’affido e della sua
promozione, e l’impegno di voler acquisire e apprendere, confrontandosi appunto con altre realtà, nuovi possibili aiuti e interventi, suggerimenti ed idee per migliorare l’efficienza dei suoi interventi.
Gli operatori del “Centro Affidi” sono impegnati, partendo dal presupposto che ogni intervento e progetto di affido deve portare al rientro
del minore in famiglia, nel compito di reperire famiglie e persone singole disponibili all’affido, da inserire in una banca dati, con relativa valutazione e selezione, la quale avviene attraverso colloqui che hanno
l’obiettivo di analizzare e comprendere le motivazioni e le aspettative
che hanno portato la famiglia o le persone singole alla scelta di intraprendere la strada dell’affido, le sue risorse, i suoi limiti e le sue caratteristiche, al fine di valutare a quale situazione può meglio rispondere e
offrire il suo aiuto.
Per le persone selezionate come possibili affidatari, il Centro provinciale, avvia un piano di formazione e di supporto teorico-pratico, offrendo loro la possibilità di seguire un periodo formativo ed entrare in
un gruppo di auto – aiuto, composto dalle persone selezionate come
possibili affidatari, dagli operatori socio – assistenziali e dalle famiglie
affidatarie dell’associazione Il Ponte, con l’obiettivo di prepararle ad affrontare un impegno importante e complesso.
Successivamente alla selezione e formazione delle persone disponibili
all’affido e all’esame delle segnalazioni dei minori a rischio, provenienti
dai sevizi territoriali e dall’Autorità Giudiziaria, gli operatori del Servizio, con gli operatori dei servizi di base, incrociano, per l’abbinamento
minore – famiglia affidataria, la storia del minore e quella degli affidatari.
68
Capitolo quarto
Avviato il progetto educativo gli operatori del territorio e del “Centro
Affidi” verificano e revisionano periodicamente il suo andamento, aggiornandolo nei casi in cui si rende necessario, e si occupano di programmare le fasi di rientro del minore in famiglia, oppure le iniziative
da adottare per sostenerlo nella ricerca di altre soluzioni; seguendo
quindi costantemente il minore e la famiglia affidataria.
È rilevante prendere in considerazione anche il fatto che il Progetto
del “Centro - Affidi” ha promosso e attuato alcuni punti essenziali per
poter mettere in campo e realizzare, sul territorio provinciale, dei progetti di affido che abbiano i requisiti fondamentali per rispondere alle
esigenze del minore e delle famiglie, cercando di “garantire le condizioni sia di qualità dell’intervento che di organizzazione della struttura”.
Infatti, ritenendo fondamentale ed essenziale che le parti impegnate in
un lavoro così delicato siano adeguatamente preparate, ha previsto
un’adeguata formazione per gli operatori coinvolti, offrendo loro “strumenti, linguaggi e saperi comuni”, corsi per l’aggiornamento permanente e l’approfondimento, occasioni formative, come convegni e seminari,
per una conoscenza e un confronto delle esperienze, del dibattito culturale e della ricerca a livello nazionale, ciò a maggiore dimostrazione che,
come spiegavo poco sopra, il Centro si propone di raggiungere degli ottimi livelli per poter rispondere adeguatamente ai rischi e alle problematiche che “colpiscono” i minori con le loro famiglie.
Inoltre, data l’importanza della diffusione dell’affido e della cultura
della solidarietà nei confronti di chi non ha avuto la fortuna di vivere in
un ambiente sano e “normale”, ha avviato un percorso di promozione e
diffusione dell’affido con campagne di informazione e sensibilizzazione
dell’opinione pubblica sull’importanza che un tale intervento può avere
per un minore che si ritrova a vivere in un contesto pregiudizievole per
la sua formazione, al fine di far maturare tra i lucani un nuovo concetto
di famiglia, che possa portare a cambiamenti positivi, e la consapevolezza che esistono minori ai quali non vengono offerte le risorse necessarie
per la sua crescita e che soprattutto sono temporaneamente privi di una
famiglia idonea, perché la loro si presenta problematica e vive un periodo di difficoltà. A tal proposito, al fine di pubblicizzare il “Centro Affidi” e l’intervento di affido, ha sostenuto e appoggiato incontri, trasmissioni televisive/radiofoniche, stampa di materiali informativi, campagna
di sensibilizzazione negli organismi territoriali, presso associazioni ecc.;
aspetto questo che ha consentito di realizzare un elenco di persone disponibili all’affido.
Uno sguardo al “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
69
In questi anni il Centro ha anche sostenuto attività, quali : la stipula
di protocolli operativi, essendo la collaborazione tra i Servizi coinvolti
un punto fondamentale in materia di minori e di affido; l’elaborazione
di un Regolamento del “Centro Affidi” per definire le finalità, le procedure di intervento, i ruoli, le competenze e le funzioni dei vari settori e
soggetti coinvolti; l’attivazione di una rete tra i diversi servizi del territorio; la promozione di uno spazio settimanale o quindicinale di programmazione, per il confronto, l’analisi e la riflessione sugli interventi
avviati (attività e metodologie).
Da quanto detto e in estrema sintesi, credo possa evincersi come il
“Centro Affidi” abbia puntato alla qualità e all’efficienza degli interventi
ponendo attenzione a quelli che sono gli aspetti qualitativamente importanti, quali il costante lavoro di sensibilizzazione e promozione
dell’affido familiare sul territorio provinciale, la realizzazione e
l’attuazione di un corso di formazione e preparazione all’affido per le
famiglie che risultano disponibili all’affidamento familiare,
l’abbinamento minore – affidatari e l’inserimento dei miniori nelle famiglie.
4.2. Attività svolte dal 2003 al 2008
Dopo aver considerato gli obiettivi e i compiti che il “Centro Affidi”
della Provincia di Potenza, in collaborazione con il Tribunale per i Minorenni e l’Associazione “Ponte” Famiglia Affidatarie, si è prefissato, nei
sottoparagrafi successivi vorrei fare una disamina puntuale, che va dal
2003, anno della sua istituzione, sino al 2007, delle attività sia a livello
qualitativo che quantitativo programmate ed attuate, in modo da poter
mettere in luce gli aspetti concreti privilegiati dal Servizio per una crescita qualitativa dell’affido nel territorio provinciale.
4.2.1. Punto di vista qualitativo
Il “Centro Affidi” subito dopo la sua costituzione, dal 2003 al 2004, attraverso incontri informativi nei Comuni con la cittadinanza, gruppi
parrocchiali, associazioni, ha curato, al fine di far conoscere ai cittadini
lucani tale servizio e gli obiettivi che si propone, la promozione e la sensibilizzazione con campagne informative, divulgazione di materiale informativo, come manifesti e depliants e, mediante i servizi sociali del
territorio, di schede di disponibilità all’affido rivolte a famiglie, ha pro-
70
Capitolo quarto
mosso incontri tra Provincia, Servizi sociali dei comuni e Tribunale per i
Minori, e ha aderito, data l’importanza di un confronto constante con le
altre realtà italiane, al Coordinamento Nazionale Servizi Affidi, come
rappresentante del Comitato Direttivo.
Nel 2005 ha promosso, proprio per la sua indubbia importanza, un
corso di formazione rivolto a tutti gli operatori dei Servizi Sociali dei
Comuni della Provincia e alle famiglie che hanno dato disponibilità
all’affido, si è avuta la costituzione del I° gruppo di famiglie affidatarie,
e sono stati programmati incontri con cadenza mensile del gruppo famiglie con gli operatori del Centro Affidi (mutuo - aiuto).
Nel 2006 ha continuato, come disposto e programmato nell’anno precedente, con il II ° corso di formazione per famiglie affidatarie, costituendo il II ° gruppo di famiglie affidatarie, con incontri a cadenza mensile
del gruppo famiglie affidatarie con gli operatori del Centro Affidi
(gruppo di mutuo - aiuto), ha inoltre promosso incontri informativi e
partecipazione a seminari e convegni in Regione e fuori Regione, per
consentire di approfondire le tematiche dell’affido, ha avviato rapporti
con il Dipartimento Solidarietà Sociale per l’inserimento di minori in
famiglie affidatarie in prossimità della chiusura degli Istituti al
31.12.2006, ed ha elaborato una bozza di Protocollo d’Intesa tra Provincia di Potenza, Servizi Sociali del territorio Provinciale e Tribunale per i
Minori.
Successivamente ha previsto incontri con i Servizi Sociali del territorio provinciale e il Tribunale dei Minori per la condivisione del Protocollo d’Intesa, il quale il 29.11.2007 è stato firmato. In questo stesso anno ha
avuto rapporti con il Dipartimento Solidarietà Sociale per la stesura delle linee guida Regionali, ha stampato il I ° Rapporto del C.N.S.A., contenente documenti e riflessioni prodotte dal comitato direttivo, al quale la
Provincia, attraverso un referente del Centro Affidi, vi partecipa.
Per il 2008 ha previsto delle giornate di sensibilizzazione presso i
Comuni per il reperimento di nuove disponibilità da parte delle famiglie.
4.2.2. Punto di vista quantitativo
Il lavoro iniziale del “Centro Affidi”, relativo all’informazione
sull’affido, alla promozione e alla sensibilizzazione dei cittadini lucani a
tale materia, per far sì che potessero avvicinarsi alle situazioni problematiche che molte famiglie a rischio vivono e comprendere l’importanza di
un loro aiuto e sostegno sia per il minore che per la sua famiglia, al fine
Uno sguardo al “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
71
di diffondere maggiormente la cultura dell’affido, ovviamente non ha
avuto temine nel 2004 ma è stato programmato ed attuato ogni anno. Tale impegno del “Centro Affidi” ha portato dal 2005 al 2007 all’adesione
di 47 famiglie e persone interessate e motivate all’affido e 28 dal 2005 al
2006 sono rientrate nei Gruppi Famiglie Affidatarie.
Dal 2005 al 2008 si sono avuti 34 abbinamenti minori – affidatari, di
cui 6 nel 2005, relativi ad affidi giudiziali; 17 nel 2006, suddivisi in 10 affidi giudiziali, un solo affido consensuale, un affido par – time, quindi
sostegno madre – figlio, 4 affidi a lungo termine ed un affido ad adolescenti in comunità, programmato nel periodo fine settimana, festività,
vacanze estive; 9 per il 2007, i quali sono stati 4 affidi giudiziali e 3 affidi
ad adolescenti in comunità; per quanto riguarda il 2008, al momento,
sono in corso 2 abbinamenti, si parla di affidi giudiziali, di cui un affido
a lungo termine ed un affido ad adolescente in comunità.
Per avere un’idea più chiara della situazione quantitativa degli affidi
e per meglio comprendere l’attività concreta del “Centro Affidi”, ho costruito due tabelle, qui di seguito riportate, le quali rappresentano la situazione suddivisa per anni, nella tabella 1, che va dal 2005 al 2007, ho
evidenziato i dati relativi all’adesione delle famiglie lucane disponibili
all’affido e la composizione numerica dei Gruppi di Famiglie Affidatarie, nella tabella 2, che considera il periodo dal 2005 al 2008, ho posto in
rilievo i dati riguardanti gli abbinamenti minore – affidatari e le tipologie di affidi attuati. Informazioni queste riportate anche in un grafico.
Adesioni Famiglie Affidatarie
26
10
11
47
Anni
2005
2006
2007
TOT
Tabella 1
Capitolo quarto
28
13
15
Gruppi Famiglie Affidatarie
Il totale, 47, della colonna relativa alle Adesioni Famiglie Affidatarie, fa riferimento al numero delle persone
che dal 2005 al 2007 hanno dato la loro disponibilità all’affido; il totale, 28, della colonna Gruppi Famiglie Affidatarie riguarda le persone che sono rientrate negli anni nei Gruppi di Famiglie Affidatarie.
72
4
1¹*
Affidi a lungo termine
Affidi ad adolescenti in comunità
* Sostegno madre – figlio
¹* Periodo fine settimana, festività, vacanze estive
²* In fase di abbinamento
1*
Affidi par-time
10
1
6
Affidi giudiziali
17
2006
Affidi consensuali
6
2005
Abbinamento minore - affidatari
Provincia di Potenza
CENTRO – AFFIDI
Tabella 2
Uno sguardo al “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
3¹*
4
9
2007
1¹*
1
2
2²*
2008
5
5
1
1
22
34
TOT
73
74
34
1
5
Affidi Consesuali
Abbinamento minore - affidatari
Affidi a lungo termine
5
Grafico 2.1.
Capitolo quarto
1
22
Affidi Giudiziali
Affidi par - time
Affidi ad adolescenti in comunità
Uno sguardo al “Centro Affidi” della Provincia di potenza
75
Dalla seconda tabella, e relativo grafico (2.1.), si evince che la maggior
parte degli affidi sono giudiziali, ben il 22, aspetto questo che, secondo il
mio punto di vista, potrebbe essere ricollegato al fatto che molte famiglie
problematiche non vedono ancora nell’affido una possibilità di aiuto per
loro e per i loro figli, non hanno ancora acquisito la cultura dell’affido, e
di conseguenza avvertono tale intervento come una limitazione, vivendo
i servizi e gli affidatari come dei “nemici” che vogliono portare via i loro
figli.
Situazione questa che si ritrova un po’ in tutta Italia, infatti durante il
Convegno Nazionale «Affido: Legàmi per crescere.», organizzato dal
Comune di Torino il 21-22 Febbraio, il dott. Belotti66 evidenzia che nel
2005 il 70% degli affidamenti sono stati giudiziali.
Credo che da ciò emerga la necessità di lavorare ancora per i nuclei a
rischio, di offrire loro servizi sempre più capaci e preparati nel rispondere alle loro situazione e soprattutto nel colmare le loro paure.
4.2.3. Esempio di un affido familiare del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
Vorrei portare un esempio concreto di affido realizzato dal “Centro
Affidi”, i nomi sono di fantasia.
Giovanni, di anni 10, viveva con i suoi quattro fratelli ed una madre
con problemi di alcool e psichici e senza il padre che era deceduto, un
contesto familiare che non offriva lui cure e attenzioni materne di cui un
bambino necessita, non costruttivo e idoneo per accompagnarlo nelle
varie fasi della sua crescita e del suo sviluppo. Allontanato dalla madre,
con due dei suoi fratelli, è stato ospitato in una casa famiglia per due
anni. Poi una coppia, Marco e Luisa sposati con due figli di 11 e 14 anni,
maturano l’idea di offrire il loro amore, le loro attenzioni, le loro cure,
insomma la loro famiglia a chi purtroppo ne era stato privato. I due coniugi si rivolgono al “Centro Affidi” e, come da procedura, l’operatore
del Servizio, attraverso colloqui, valuta le motivazioni, le risorse che la
famiglia può mettere a disposizione per accompagnare un minore e le
sue aspettative, vengono così inseriti nella banca dati delle famiglie disponibili all’affido.
Inizia per loro un corso di formazione e preparazione, e l’inserimento
in un gruppo di auto – aiuto, con famiglie disponibili all’affido, operato66 Coordinatore Attività Scientifiche Centro nazionale documentazione e analisi
infanzia e adolescenza, Università di Padova.
76
Capitolo quarto
ri socio – assistenziali e famiglie affidatarie dell’associazione Il Ponte, al
fine di aiutarli a comprendere e prepararli ad affrontare il compito, impegnativo e complesso, che andranno a svolgere.
Gli operatori del Centro, con il Tribunale per i Minorenni, procedono
all’incrocio della storia di Giovanni, in relazione alla sua età e ai suoi bisogni, con quella di Marco, Luisa e la loro famiglia, e valutano che questa famiglia è idonea e può rispondere alle esigenze del piccolo Giovanni.
Inizialmente il progetto di intervento prevedeva che Giovanni continuasse a vivere nella casa famiglia e Marco e Luisa potessero portarlo a
casa loro il fine settimana e nei giorni di festa, passato un anno il Tribunale per i Minori ha stabilito un affido a lungo termine e Marco e Luisa
hanno accolto Giovanni nella loro famiglia.
Tutto ciò non ponendo mai nessuna rottura con il nucleo di origine,
ad eccezione della madre.
Emerge come, grazie al lavoro del “Centro Affidi” e all’amore che
queste persone avevano da donare, un bambino ha avuto la possibilità
di vivere in una famiglia, per lui si è aperta una nuova strada, con punti
di riferimento significativi, perché anche se l’affido non dura per sempre
e non si diventa figli e genitori, come per l’adozione, lascia comunque il
segno nei cuori degli affidatari e del minore.
Con questa storia ed altre, che sono andate a buon fine nella provincia di Potenza, si è realizzato concretamente lo slogan del “Centro Affidi”: “è tempo… di solidarietà e famiglia. L’Affido familiare è accogliere
un bambino per aiutarlo a crescere in una famiglia… magari la tua!”.
4.3. Corso di formazione per le famiglie affidatarie
Partendo dal presupposto che il “Centro Affidi”, come considerato
precedentemente, ha previsto ed attuato un corso di preparazione, formazione e approfondimento su quelle che sono le tematiche concernenti
l’affido familiare, ho ritenuto opportuno ed interessante sottolineare gli
aspetti che vengono privilegiati in questo piano di formazione. Scelta,
questa, mossa dal credere che gli affidatari necessitano ed hanno bisogno di essere preparati per affrontare una “sfida” così delicata che li vede rivestire un ruolo molto importante per il benessere del minore, ruolo
che inevitabilmente li mette in discussione, li porta ad una “ricostruzione” degli equilibri del loro stesso nucleo familiare e, ad una difficoltà
nell’accettare sia la diversità della famiglia naturale, la quale presenta
Uno sguardo al “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
77
una sua storia e delle problematiche differenti, e sia la loro presenza durante il periodo di affido e il loro legame con il bambino.
Il corso di approfondimento, tenuto dagli operatori dell’Associazione
“Progetto Famiglia” di Salerno, è suddiviso in 6 incontri ognuno dei
quali tocca delle tematiche fondamentali in materia di affido, tematiche
che vanno dagli aspetti sociali, giuridici, esperenziali dell’affido, sino agli aspetti psico – pedagogici relativi al vissuto degli affidatari e a quello
dei minori.
Con il primo incontro, “Introduzione al corso e aspetti sociali dell’affido”,
agli affidatari viene offerto un quadro inerente alle cause che portano alla decisione di allontanare il minore dalla famiglia di origine, al progetto
individualizzato di affido e all’abbinamento minori/affidatari, al provvedimento di affido, evidenziando la distinzione tra affido amministrativo ed affido giudiziario, all’avvio dell’affido familiare, alla sua durata e
alla sua conclusione.
Nel secondo incontro, “Aspetti giuridici ed esperenziali dell’affido”, gli
operatori pongono l’attenzione sulla normativa nazionale, regionale e
locale in materia di affidi, evidenziando i diritti e i doveri degli affidatari
e le provvidenze locali ed economiche disposte per loro, durante questo
incontro sono previste anche la visione di uno spot sull’affido familiare,
la testimonianza di alcune famiglie affidatarie e la testimonianza della
comunità residente di una casa famiglia. L’idea di portare
dell’esperienze concrete mi ha colpito positivamente, poiché penso che
possano offrire, a chi intende intraprendere un progetto di affido, la possibilità di confrontarsi con chi ha già vissuto questa esperienza e che
può, forse, dare loro delle risposte e delle spiegazioni in più; inoltre,
credo che un tale confronto oltre ad essere un vantaggio per i futuri affidatari può esserlo anche per chi porta la propria testimonianza, perché
consente loro di compiere un ulteriore gesto di solidarietà nei confronti
dei minori che aspettano ed hanno diritto di vivere in un contesto sano,
attento e capace di accompagnarli per un breve periodo.
Altro punto fondamentale del corso di preparazione è quello relativo
agli “Aspetti psico-pedagogici”, in relazione al vissuto degli affidatari, per
il quale gli operatori dell’Associazione “Progetto Famiglia” prevedono
due incontri, il terzo ed il quarto. Vengono considerate la rigidità/flessibilità delle aspettative, ciò in ragione del fatto che un atteggiamento degli affidatari che evidenzia delle attese eccessivamente rigide è
assolutamente negativo, poiché essi devono dimostrarsi aperti a possibili mutamenti e cambi di “rotta” e non pretendere e pensare che gli sviluppi e le dinamiche relazionali seguano la “direzione” che essi hanno
78
Capitolo quarto
immaginato inizialmente; si fa attenzione ai figli, nel caso in cui gli affidatari ne abbiano, ciò perché è fondamentale che anche essi siano
d’accordo con questa scelta e la condividano; aspetti che gli operatori
mettono ancora in evidenza si rifanno alla comunicazione nell’affido, e
alla gestione dei conflitti; viene inoltre sottolineata l’importanza di accettare la diversità del minore, relativa alla sua storia ed alla sua famiglia
naturale, perché risulta basilare che gli affidatari accolgano il bambino
con tutta la sua situazione dal momento che è importante non porre nessuna rottura con il passato e con i legami, egli ha bisogno di sentirsi accettato senza nessuna discriminazione; e si considera la sfera della genitorialità, per ciò che concerne le figure di “mamma e papà”.
A differenza di questi ultimi due incontri, con il quinto gli operatori
pongono rilievo a quelli che sono gli “Aspetti psico-pedagogici” riguardanti il minore, con attenzione al suo vissuto affettivo in una famiglia “in
difficoltà”, alle conseguenze che questo vissuto può portare nell’ attaccamento affettivo, ed al vissuto del minore in affido (l’affido familiare come “base sicura”).
Nell’ultimo incontro, “Conclusioni e verifica finale”, si ha l’obiettivo di
rilevare le considerazioni maturate, l’importanza e l’utilità che il corso di
approfondimento ha avuto per gli affidatari e, si basa su tre interrogativi:
Cosa mi ha dato il corso? Verifica dell’attività svolta.
Cosa vorrei approfondire? Verifica del fabbisogno formativo.
Mi sento pronto? Comunicazione della disponibilità all’affido.
4.4.
Collaborazione con il Tribunale per i Minorenni (Protocollo
d’Intesa tra “Centro Affidi” – Tribunale per i Minori – Comuni del territorio provinciale)
Nel procedimento di affido, come emerso anche a livello nazionale, è
importante la collaborazione tra più figure professionali, tra pubblico e
privato, tra Servizi ed Enti, ciò perché un lavoro di rete, da un lato, permette di valutare sotto più aspetti le difficoltà, le esigenze e le problematiche dei nuclei di origine, del minore e delle famiglie disponibili
all’affido e, dall’altro, consente di attuare interventi mirati per ogni situazione, favorendo inoltre una migliore promozione dell’affido ed una
sua crescita sia qualitativa che quantitativa.
Alla luce di ciò, e dal momento che, come spiegato, obiettivo fondamentale del Centro Affidi “è quello di dare risposte diverse a minori in
famiglie in difficoltà, affrontare aspetti che mettono in gioco soggetti e
Uno sguardo al “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
79
professionalità diverse, dinamiche relazionali (tra genitori di famiglie
diverse, tra adulti e minori) e dinamiche istituzionali fra i vari servizi
(Tribunale per i Minori, Servizi Sociali, Consultori, Gruppi e Associazioni)”, e far sì che, a livello sociale, su tutto il territorio lucano possa crescere questa cultura educativa della solidarietà e della “famiglia aperta”,
il Servizio Affidi, operando in materia di affido familiare che, data la sua
complessità, richiede l’intervento di diverse professionalità e, ritenendo
essenziale il confronto e lo scambio collaborativo tra i vari servizi territoriali e i relativi operatori, ha fortificato le collaborazioni con: il Tribunale
per i Minorenni della Basilicata, i Servizi Sociali Territoriali di base, i
Consultori, Associazioni e Gruppi di Volontariato, tutte le istituzioni ed
enti privati e pubblici che interagiscono con le problematiche minorili.
Proprio in virtù dell’importanza che, sia a livello nazionale che locale,
un lavoro multidisciplinare ha nel campo dell’affido familiare è stato
firmato, il 19 novembre 2007, un Protocollo d’Intesa (Lg. 149/2001), tra
Provincia di Potenza “Centro Affidi”, Tribunale per i Minori e Servizi
Sociali Comunali (n. 100) del territorio provinciale ognuno per le proprie
competenze e specificità; l’ obiettivo prioritario è quello di tutelare il minore e garantire lui un ambiente positivo per la sua crescita psicofisica,
al fine di porre particolare attenzione, prima, durante e dopo
l’intervento, alle dinamiche relazionali, ai vissuti personali, alle condizioni familiari, alla valutazione delle situazioni complesse e con alto coinvolgimento emotivo, alle decisioni che oltre ad essere prese nel più
breve tempo possibile vanno vagliate con cura, all’equilibrio dei rapporti
che dovrebbe venire ad instaurarsi tra i vari attori coinvolti, alla verifica
e al controllo costante del percorso.
L’idea di tale Protocollo d’Intesa per l’Affido Familiare Lg. 149/2001 è
nato ed è stato stipulato in considerazione del fatto che “Tutti i bambini
hanno diritto ad una famiglia”, che “La funzione dell’affidamento è di
separare per poter riunire, per ridare significato ai rapporti logorati o
malsani, per impedire che i danni subiti dai bambini e le difficoltà degli
adulti arrivino ad un punto di non ritorno”, e che la legge 328/00 all’art.
7 (Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi
sociali) attribuisce alle Province la programmazione del sistema integrato
di interventi e servizi sociali.
Dal Protocollo si evidenzia come il “Centro Affidi”, al fine di portare
l’intervento dell’affido, nella provincia di Potenza, a dei risultati qualitativamente migliori, abbia valorizzato un lavoro di rete basato
sull’interazione e la collaborazione, infatti ognuno, “Centro Affidi”, Tribunale per i Minorenni, Servizi Sociali Comunali, con il suo lavoro e in
80
Capitolo quarto
base alle proprie competenze crea un “collegamento” con gli altri; di seguito vorrei evidenze i procedimenti e le funzioni che li vedono impegnati nella realizzazione di un lavoro di interazione e collegamento.
Il “Centro Affidi”, impegnato nella sensibilizzazione e, nella valutazione, selezione e formazione delle persone disponibili all’affido, attua
incontri di auto – aiuto per le famiglie affidatarie e, in virtù dei rapporti
di collaborazione che vengono ad instaurarsi, il Tribunale per i Minori
invia, per la formazione e per gli incontri, le famiglie disponibili
all’affido. La banca dati delle famiglie formate e disponibili all’affido,
“costruita” dal “Centro Affidi”, viene messa a disposizione del Tribunale per i Minori e dei Servizi Sociali Comunali. Questi ultimi, individuano
le situazioni familiari a rischio psico-fisico-sociale-ambientale per il minore, fanno riferimento alla banca dati per “estrapolare” famiglie affidatarie per l’accoglienza di un minore e, in tal modo valutano le soluzioni
che meglio soddisfano i bisogni del minore in rapporto al vissuto familiare, all’età e alle prospettive di evoluzione della situazione familiare,
offrendo così al “Centro Affidi” gli elementi utili a definire il profilo della famiglia o della persona singola adatta all’accoglienza del minore. Il
Centro fa una relazione sociale sulla famiglia affidataria individuata per
il minore con una relativa scheda illustrativa. Insieme concordano
l’abbinamento tra minore e famiglia affidataria e, stilano il progetto
d’intervento.
In caso di affidi giudiziali il Tribunale per i Minori richiede
l’intervento di un operatore del “Centro Affidi” per l’individuazione di
famiglie affidatarie idonee per eventuale inserimento di un minore in affido giudiziale e/o a rischio, fornendo elementi utili sul bambino per ottimizzare la scelta della coppia affidataria. Successivamente incontra la
famiglia affidataria proposta dal “Centro Affidi” e vaglia con l’operatore
dello stesso l’idoneità della famiglia e l’eventuale abbinamento con il
minore. Valutato idoneo l’abbinamento, il Tribunale dei Minori, concorda con il “Centro Affidi” e i Servizi sociali le strategie d’intervento
dell’affido e, assegna loro la predisposizione dell’affido, emettendo idoneo provvedimento di allontanamento del minore dalla propria famiglia.
A tal punto gli operatori dei Servizi Sciali Comunali attivano interventi a sostegno della famiglia d’origine per modificare quei fattori che
hanno determinato l’intervento dell’affido dello stesso.
Congiuntamente, l’equipè psico-sociale dei Servizi Sociali Comunali
con gli operatori del Centro Affidi provinciale, collaborano al fine di
fornire sostegno alla famiglia affidataria nel percorso di affidamento con
Uno sguardo al “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
81
colloqui, visite domiciliari e relazioni sociali da inviare al Tribunale per i
Minori in caso di affido giudiziale ovvero al Giudice Tutelare, verificano
e revisionano il progetto educativo per eventuale aggiornamento, concordano le modalità di rientro nella famiglia d’origine del minore o le
proposte di soluzioni alternative, relazionando, in caso di affidi giudiziali, al Tribunale per i Minori, e definiscono con il “Centro Affidi” gli
aspetti burocratici – amministrativi e tutte le questioni correlate
all’affido.
Gli operatori del “Centro Affidi”, inoltre, offrono consulenze per i
gruppi di sensibilizzazione e condivisione dell’esperienza con gli affidatari, consulenze a richiesta per gli operatori del territorio; promuovono
una rete di risorse pubbliche e private per facilitare l’accesso ai servizi e
alle prestazioni necessarie per rendere concretamente operanti i progetti
educativi concordati; intrattengono rapporti costanti con il Tribunale per
i Minori o Ordinario, Giudice Tutelare, incontri periodici di supervisione
sui casi in affido; svolgono incontri pubblici nel territorio provinciale in
collaborazione con i Servizi Sociali e formazione delle famiglie negli ambiti territoriali; e collaborano con l’associazione famiglie affidatarie “il
Ponte” per le attività di sensibilizzazione e promozione sul territorio.
In una provincia piccola come quella di Potenza, dove si parla di
Comuni con un numero di popolazione non elevato, si pensi che il capoluogo lucano (Potenza) conta circa 70.000 abitanti, numero sicuramente
esiguo rispetto ad altre realtà, credo che una tale collaborazione sia ottimale e vantaggiosa, e ciò in ragione del fatto che con l’intervento dei
Servizi Sociali Comunali, i quali sono sicuramente più vicini ai cittadini,
alle loro storie, alle loro realtà e alle loro problematiche, possa da una
parte “estendersi” maggiormente una cultura dell’affido e della solidarietà e, dall’altra avere una mappatura molto più dettagliata delle famiglie problematiche, basi queste sulle quali il Centro provinciale può realizzare sia interventi adeguati per quei minori che vivono situazioni a
rischio per la loro crescita psico-fisica-affettiva-relazionale, e sia campagne di sensibilizzazione nei vari Comuni.
Inoltre, penso sia opportuno evidenziare che il Coordinamento Nazionale Servizi Affidi, nel documento Proposte di linee guida per
l’affidamento familiare del 2007, ha sottolineato che «È auspicabile la stipula di protocolli d’intesa tra l’Ente Locale e il Tribunale peri Minorenni,
come già avvenuto in alcune realtà», citazione che ritengo doverosa perché tra le poche realtà che hanno visto in tale protocollo una possibilità
di miglioramento qualitativo dell’affido rientra anche il “Centro Affidi”
della provincia di Potenza, aspetto questo che avvalora maggiormente la
82
Capitolo quarto
mia tesi sull’attenzione che il Servizio provinciale volge ai minori e alle
famiglie lucane, sull’impegno e la volontà degli operatori di rendere il
suddetto Servizio sempre più efficiente e pronto a rispondere alle situazioni di difficoltà che si presentano, e di promuove l’affido spronando le
famiglie “normali” a donare la propria famiglia per aiutare chi ha perso
temporaneamente i suoi punti di riferimento.
Per una migliore comprensione, in Appendice C viene riportato il
Protocollo d’Intesa con le motivazioni che hanno portato alla sua stesura
e le funzioni spettanti al “Centro Affidi”, ai Servizi Sociali Comunali e al
Tribunale per i Minorenni di Potenza.
4.5. I risultati del questionario alle famiglie affidatarie
Il questionario è stato strutturato in 6 parti: A Informazioni generali
della coppia; B Indagine psico – sociale sulla coppia aspirante all’affido,
a sua volta suddiviso in 1) Storia individuale (di Lui), 2) Storia individuale (di Lei), 3) Storia della coppia; C Atteggiamento della coppia nei confronti dell’affido; D) Atteggiamento dei familiari nei confronti
dell’affido; E) Atteggiamento della famiglia affidataria nei confronti della famiglia d’origine del minore e della sua storia di vita; F) Importanza
della formazione. Quindi, partendo dalle informazioni generali sugli affidatari è stata mia intenzione porre in evidenza il loro atteggiamento
nei confronti dell’affido, le motivazioni che li hanno spinti a fare tale
scelta. Ritenendo poi importante nel procedimento di affido il coinvolgimento ed il giudizio dei figli, dove presenti, e degli altri familiari, ho
cercato di mettere in luce quello che pensano e come vivono la decisione
di accogliere un minore temporaneamente nel loro nucleo familiare. Altro obiettivo che mi sono proposta è stato quello di porre in risalato
l’atteggiamento della famiglia affidataria nei confronti della famiglia
d’origine del minore e della sua storia. Infine, ho voluto rilevare
l’importanza che la formazione, realizzata dal “Centro Affidi”, può avere per gli affidatari; tale aspetto e l’interesse nel valutare l’efficacia del
percorso di formazione mi hanno spinto all’idea di somministrare un
questionario alle persone disponibili all’affido.
Per raccogliere le informazioni sugli affidatari del “Centro Affidi”
della Provincia di Potenza ho cercato di avere una situazione che potesse
rispecchiare vari contesti familiare, infatti si è pensato di somministrare
il questionario ad un campione eterogeneo rappresentato da 8 famiglie e
una persona singola, da famiglie con figli e famiglie senza, famiglie che
Uno sguardo al “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
83
hanno già avuto esperienze di affido e famiglie che ancora non hanno
avuto esperienze in tal senso, da persone laureate, diplomate e con licenza media, ciò in modo da mettere in evidenza che nel procedimento
di affido non vengono valutati gli studi, le qualifiche e il lavoro che si
svolge, ma si fa attenzione ad altre caratteristiche, quali la maturità per
affrontare un compito così complesso, le motivazione e le aspettative. Le
persone che hanno risposto al questionario sono 17, di cui 8 famiglie ed
una single, per un totale di 9 questionari.
Nello specifico, dalle informazioni generali della coppia si evince che
le persone, le quali hanno risposto alle domande, n. 17, svolgono professioni che vanno dall’avvocato, all’imprenditore, all’idraulico forestale,
all’operaio generico, alla casalinga, al medico, al dipendente,
all’infermiera, all’assistente sociale, all’impiegato, al funzionario pubblico, al commercialista, al geometra; tutti di religione cattolica tranne uno
deista.
4 famiglie hanno figli (Famiglie 1– 3 – 7 - 8), tra queste, una ha una figlia adottiva, 3 hanno 2 figli e un minore in affidamento, la Famiglia 2
non ha figli ma ha una ragazza in affidamento, e 3 sono senza (Famiglie
5 – 4 - 9). Hanno tutti una casa di proprietà e dichiarano di avere una
stanza per il bambino in affidamento, fatta eccezione per la Famiglia 8 e
la persona singola 6 che hanno risposto di non avere una stanza per il
bambino.
Con la seconda parte del questionario, Indagine psico – sociale sulla
coppia aspirante all’affidamento, ho voluto porre delle domande relative
alla storia individuale di lei e di lui e alla storia della coppia ponendo in
risalto la loro famiglia di origine ed i rapporti con essa, i loro interessi ed
il loro tempo libero, la presenza di figli, conviventi e se hanno presentato
domanda di disponibilità all’adozione. Da ciò è emerso che, rispetto alla
famiglia di origine degli stessi affidatari, su 17 persone, 8 hanno ottimi
rapporti (Famiglia 1 – 2 – 4 – 8 Lui - persona singola 6), 7 buoni (Famiglia 3 Lui – Famiglia 5 Lui – Famiglia 7 – Famiglia 8 Lei – Famiglia 9), 1
discreti (Famiglia 5 Lei) ed 1 non ha risposto (Famiglia 3 Lei).
10 persone hanno un lavoro autonomo (Famiglia 1 – 2 – 3 – 4 Lei –
Famiglia 7 – 9 Lui) e 6 dipendente (Famiglia 4 Lui – 5 Lei – persona
singola 6 – Famiglia 8 – Famiglia 9 Lei).
Tra gli interessi ed il tempo libero sono emerse varie scelte, alcune
comuni, come musica, lettura, viaggi, sport, cinema ed altre specifiche
quali: lavori agricoli, lavorare a maglia, cucinare, frequentare seminari
sui problemi minorili, bricolage, barca a vela, volontariato con anziani,
84
Capitolo quarto
vita associativa (Ass. Famiglie Affidatarie), animazione parrocchiale, interesse per l’antichità e le tradizioni enogastronomiche.
La maggior parte delle famiglie, 6 (Famiglia 1 – 3 – 5 – persona singola 6 – Famiglia 7 - 8), hanno risposto di non avere presentato domanda di disponibilità all’adozione, 3, invece, hanno risposto di Si (Famiglia
2: nel 2003 al T.M. di Potenza – Famiglia 4: il 18.06.2005 al T.M. di Potenza – Famiglia 9: nel 2005 al T.M. di Potenza, Napoli, Salerno, Bari, Taranto).
Relativamente all’Atteggiamento della coppia nei confronti
dell’affido, punto questo molto importante poiché pone in evidenza le
motivazioni che hanno spinto alla scelta dell’affido, dalle risposte delle
persone disponibili all’affido, ad eccezione della persona singola 6 che
non ha risposto alle domande in quanto non può far riferimento a considerazioni di coppia, si pone in rilievo che nella maggior parte delle famiglie a pensare per primo all’affido sono stati entrambi i genitori (Famiglia 1 – 3 – 4 – 5 - 7), aspetto questo, secondo il mio punto di vista, che
sottolinea come per fare una scelta così importante è essenziale che siano
entrambi a volerlo “allo stesso modo”, se così si può dire, e ad avere lo
stesso interesse; ovviamente ciò non significa che nelle Famiglie 3 – 8 - 9,
che alla domanda su “Chi dei due ha pensato per primo all’affido” hanno risposto “Lei”, non vi sia interesse dall’altra parte ma semplicemente
che tale interesse è “nato” dopo. Comunque credo sia necessario che in
seguito si maturi questa volontà e non si accetti per il semplice motivo di
accontentare il coniuge, anche perché ciò non sarebbe una buona partenza per intraprendere un percorso come l’affido.
È interessante considerare che hanno sentito parlare dell’affido da:
Amici, Servizi Sociali, Internet, seminari frequentati, famiglie affidatarie,
tv, canali questi sicuramente fondamentali che pongono in evidenza
come la promozione dell’affido possa partire da vari contesti.
È emerso che tutte le famiglie già conoscono situazioni di minori in
affido, condizione questa sicuramente interessante poiché in tal modo si
presuppone che essi abbiano già avuto un confronto con situazioni concrete valutando i pro e i contro; naturalmente ciò non rappresenta un
punto di arrivo per avere sicurezza assoluta circa l’interresse all’affido
ma per lo meno è un punto di inizio che consente loro di partire con delle informazioni in più.
Per quanto concerne l’adozione, 7 famiglie conoscono situazioni di
minori in adozione (Famiglia 1 – 2 – 4 – 5 – 7 – 8 - 9) ed una No (Famiglia 3).
Uno sguardo al “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
85
Arrivando alla domanda sulle motivazioni che hanno portato alla
scelta di un affido, è degno di attenzione il fatto che nessuna famiglia ha
barrato come alternativa di risposta “Desiderio di compiacere il coniuge” e “Compensazione per il figlio mancante”; considerazione questa
che ritengo importante poiché tali motivazioni non rispetterebbero la natura dell’affido e di conseguenza non potrebbero stare alla base di una
scelta che si fonda sulla temporaneità dell’intervento e sulla presenza
del legame genitore naturale - figlio. Comunque, dalle risposte si evince
che sono stati mossi alla scelta dell’affido dal desiderio e dalla volontà di
estendere il loro ruolo genitoriale, di offrire aiuto e sostegno a bambini
in difficoltà e solidarietà nei confronti di quei nuclei familiari in difficoltà. Dunque, a mio avviso, si evidenzia la loro cultura basata sulla solidarietà, aspetto questo importantissimo poiché è il “motore” che spinge ad
una scelta impegnativa come l’affido.
Rilevante è anche il fatto che per tutte le famiglie ad eccezione di 2 il
sesso non è rilevante, invece per quel che concerne l’età solo per tre è indifferente.
Si nota, inoltre, che: 3 famiglie sono disposte ad accogliere 2 minori
(Famiglia 2 – 3 – 4), 5 famiglie uno (Famiglia 1 – 5 – 7 – 8 – 9) e 0 famiglie più minori; per 2 famiglie andrebbero bene anche 2 fratelli (Famiglia
3 – 4), mentre le altre 6 non specificano se preferiscono “Fratelli” o “Non
consanguinei”, ciò potrebbe indicare che andrebbe bene in qualsiasi caso; solo 2 famiglie dichiarano che accoglierebbero anche minori “Portatori di Handicap” (Famiglia 2 - 8), 5 invece non hanno espresso la loro
preferenza o meno per un minore “Portatore di Handicap”, scelta questa
che da una parte potrebbe significare che non si ha alcuna preferenza e
dall’altra che invece non si è nella possibilità, per qualsiasi ragione, di
accogliere un minore con difficoltà maggiori, al contrario, una ha risposto No (Famiglia 9); ancora, se 2 famiglie non hanno indicato che andrebbe bene anche un minore “Di razza di diversa” (Famiglia 3 – 7), 6
hanno specificato di essere favorevoli ad accoglierlo (Famiglia 1 – 2 – 4 –
5 – 8 – 9).
Infine, emerge che per una famiglia sarebbe inadatto un bambino/a
piccolo/a, mentre per 2 sarebbe inadatto, data la loro situazione familiare
e i problemi di gestione, un minore con problemi di handicap. Rispetto a
queste ultime 2 famiglie vorrei sottolineare che alla domanda riguardante la disponibilità ad accogliere un minore con handicap non avevano
barrato nessuna delle due alternative (Si e No).
Dal momento che, nei casi in cui gli affidatari hanno figli propri, per
l’equilibrio della stessa famiglia e per l’andamento positivo dell’affido, è
86
Capitolo quarto
necessario che vengano coinvolti e resi partecipi della volontà di accogliere temporaneamente un minore, che siano d’accordo con tale scelta
poiché dovranno, tutti insieme, riorganizzare i loro tempi e i loro spazi
per meglio integrare le loro modalità di vita con quelle del minore, ho
ritenuto utile porre delle domande riguardanti l’Atteggiamento dei familiari nei confronti dell’affido, per comprendere se i figli e gli altri familiari siano stati coinvolti, cosa ne pensano i familiari non convinti e
che rilevanza può avere il loro giudizio sulla scelta.
Da tale considerazione è emerso che le famiglie con figli li hanno
coinvolti ed essi risultano d’accordo e disponibili a riorganizzare le loro
modalità di vita; a tal proposito, osservando che le famiglie con figli
hanno già esperienze di affido penso si possa dedurre che essi siano già
“preparati” nell’accogliere un minore.
Anche i familiari conviventi sono stati coinvolti, dove presenti ovviamente, e risultano favorevoli e disponibili all’affido.
I Familiari non convinti, anche in questo caso dove presenti, invece si
dimostrano scettici. Infatti, alcuni “Si chiedono il perché della scelta
dell’affido invece di scelte adottive”, altri pongono in risalto il fatto che
richiede “Assunzione di grande responsabilità”; il loro giudizio se per
alcuni non ha importanza per altri invece è un sostegno.
In ragione del fatto che nel procedimento di affido è essenziale e basilare che gli affidatari accettino la famiglia naturale con il suo passato, la
sua storia e le sue problematiche, ciò anche perché non ignorando le origini del minore ma accettandole, mantenendo i legami con la famiglia
naturale, egli non vive una rottura ed una separazione definitiva dalle
sue origini e dai suoi affetti, nella quinta parte, Atteggiamento della famiglia affidataria nei confronti della famiglia d’origine del minore e della sua storia di vita, ho cercato di far emergere se le famiglie del “Centro
Affidi” sono disposte a mantenere i rapporti e come pensano di comportarsi relativamente alle abitudini di vita del minore,delle sue origini e
della sua storia.
Considerato ciò, è emerso che tutti sono disponibili al mantenimento
dei rapporti con la famiglia biologica tranne una la Famiglia 9, che ha
risposto No; nessuna ha “Qualche perplessità”, fatta eccezione per la
Famiglia 7 che ha risposto “Famiglia di origine quasi inesistente” e la
Famiglia 1 che dichiara di avere perplessità ma specificando che sono
“sicuri del sostegno del Centro Affidi”.
In riferimento alla domanda “Come pensate di porvi nei confronti
delle abitudini di vita del minore, delle sue origini e della sua storia”, vi
sono state varie risposte tutte molto interessanti che mettono in luce il
Uno sguardo al “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
87
fatto che sono disponibili ad integrare le sue origini, il suo vissuto con il
loro per salvaguardare quella che è la sua identità, ad ascoltarlo e cogliere quelli che possono essere le sue difficoltà passate e presenti, rispettando i suoi tempi di apertura nei loro confronti. Vorrei riportarle, qui di
seguito, per far emergere meglio quello che è il loro pensiero: Famiglia
1: “Accettare il suo contesto familiare, le abitudini e integrarlo con le nostre”; Famiglia 2: “Da un anno abbiamo in affido una ragazza (attualmente di 18 anni) rumena, abusata dal convivente della sorella. Dopo le
prime difficoltà di relazioni oggi va tutto bene, incontra la sua famiglia
(2 sorelle) e le incontriamo anche noi. Il Tribunale di Potenza ha prolungato l’affido al 21° anno. La ragazza ha deciso di restare per sempre con
noi e siamo contenti che ci abbia scelti”; Famiglia 3: “Il massimo rispetto
per le sue tradizioni che nessuno vuole rinnegare. Il minore deve mantenere chiara la sua identità e senso di provenienza”; Famiglia 4: “Cercando di non negare o annullare il suo vissuto (per superare conflittualità o negatività pregresse è importante che il bambino non rifiuti il suo
passato)”; Famiglia 5: “Cercare di cogliere i messaggi di disagio del minore, facendo in modo che il suo disagio pregresso non possa diventare
motivo di conflitto nell’esperienza d’affido. L’affido, come esperienza
temporanea di vita dovrebbe fungere d’aiuto in ciò”; Persona singola 6:
“mantenere il più possibile il rapporto con la famiglia di origine, e correggere quelle che possono essere le abitudini sbagliate del minore”;
Famiglia 7: “Ci siamo posti in atteggiamento di ascolto e di accoglienza.
Pian piano si è aperto e ci ha coinvolti”; Famiglia 8: “Nella maniera più
consona al minore in relazione al progetto di affido condiviso con gli
operatori sociali”; Famiglia 9: “Atteggiamento di comprensione, di sostegno e soprattutto di guida”.
L’ultimo aspetto, Importanza della formazione, rappresenta il punto
dal quale è partita l’idea del questionario, ciò perché con le domande relative al corso di formazione organizzato dal “Centro Affidi” ho voluto
porre in evidenza la sua efficacia per gli affidatari sia da un punto di vista teorico che pratico.
Le persone coinvolte hanno evidenziato che la formazione è stata utile e che risulta necessaria prima di accogliere un minore in famiglia. Con
il punto c, relativo alle riflessioni, ho potuto meglio comprendere l’utilità
di tale formazione, alla luce del fatto che la motivazione che mi ha spinto
a somministrare un questionario era proprio quella di rilevare
l’importanza della formazione per le famiglie affidatarie, naturalmente
poi sono riuscita ad avere altre informazioni che hanno chiarito maggiormente le mie idee. Comunque, tornando a ciò che è emerso dal pun-
88
Capitolo quarto
to c, si potrebbe dire che il periodo di formazione ha aiutato le persone
disponibili all’affido nei rapporti con i minori, a riconoscere i propri limiti, a comprendere meglio l’affido rafforzandone le conoscenze e comprendendo i vari aspetti, il ruolo delle famiglie affidatarie e quello degli
operatori, le problematiche minorili, relative a bambini ed adolescenti e
a “non rimanere impreparati negli approcci iniziali”.
Il periodo di formazione nell’esperienza concreta ha portato a riconoscere gli operatori del Centro Affidi come sostegno nei momenti di difficoltà, ciò è molto interessante poiché mette in luce il fatto che gli operatori del Centro abbiano cercato di porsi, con interventi specializzati, come supporto per coloro che fanno una scelta così impegnativa e socialmente educativa, ha dato modo di confrontarsi con il T.M., i servizi sociali e con famiglie che hanno fatto “esperienze simili”, è risultato utile
per gli affidatari che hanno già fatto esperienze di affido poiché li ha
preparati “nell’accoglienza del minore e soprattutto ad evitare errori di
gestione del rapporto”, a comprendere i problemi dei bambini/ragazzi
per rispondervi in modo adeguato, non lasciandoli impreparati anche
rispetto ai rapporti con la famiglia naturale, e sostenendoli nella fase della conclusione dell’affido.
È interessante, a mio avviso, mettere in relazione le risposte delle persone che hanno avuto esperienze di affido con le loro risposte alla domanda “Che riscontro ha avuto la formazione nell’esperienza concreta”,
poiché esse avendo già avuto modo di svolgere il ruolo di affidatari possono, con le loro risposte, meglio valutare l’efficacia di un tale corso. Infatti, è emerso che: è “servita a non rimanere impreparati e spiazzati nelle due esperienze da noi intraprese”, “ha aiutato a capire meglio la ragazza”, “È importante così come il confronto con altre famiglie con esperienze simili”, li ha preparati “nell’accoglienza del minore soprattutto
nell’evitare errori di gestione del rapporto”. In tal senso, altra risposta
interessante, che fa però riferimento all’adozione dal momento che la
famiglia non ha ancora fatto esperienza di affido, è: “siamo una coppia
che ha adottato la propria figlia quando aveva 2 mesi”, risposta questa
che credo sottintenda, dal momento che hanno adottato una bambina,
che la formazione è risultata buona ed efficace preparandoli idoneamente.
Uno sguardo al “Centro Affidi” della Provincia di potenza
89
X
X
X
Titolo di studio
Professione
Orario di lavoro
X
X
X
X
X
X
X
X
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X
X
A) INFORMAZIONI GENERALI DELLA COPPIA
X
X
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X
X
Persona
Famiglia Famiglia Famiglia Famiglia Famiglia
Famiglia Famiglia Famiglia
singola
1
2
3
4
5
7
8
9
6
Nelle tabelle che seguono, ognuna relativa ad una parte del questionario: A) Informazioni generali della coppia, B) Indagine psico-sociale sulla coppia aspirante all’affidamento, C) Atteggiamento della coppia nei confronti dell’affido, D) Atteggiamento dei familiari nei confronti dell’affido, E) Atteggiamento della famiglia affidataria nei confronti della famiglia d’origine del minore e della sua storia di vita, F) Importanza della formazione,
vengono evidenziate in modo riassuntivo le domande alle quali le famiglie e le persone disponibili all’affido
hanno risposto e quelle alle quali non hanno apportato nessuna risposta.
La X indica che la famiglia ha risposto alla domanda; per le domande che hanno come alternativa di risposta:
Si/No, Ottimi/Buoni/Discreti/Inesistenti, Autonomo/Dipendente oppure numeri, viene riportata l’alternativa
scelta.
90
X
X
Età
F
Tipo di abitazione
M
1**
Altri Componenti
Età
X
X
X
F
X
2
1
N°
M
X
X
X
Figli
X (Lei)
X
Religione
X
Capitolo quarto
X
X
X
X
1
X
X
X
X
X
4*
X
X
2
X
X
X
X
Si
Sintetica descrizione
dell’abitazione
Esiste una
stanza per il
bambino in
affidamento
* Di cui una in affidamento
** In affidamento
X
X
Stanze n°
Affitto
Proprietà
Si
X
X
Si
X
X
Si
X
X
X
Si
X
X
X
Uno sguardo al “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
No
X
X
Si
X
X
No
X
X
Si
X
X
X
91
Capitolo quarto
X
STORIA INDIVIDUALE (di Lei)
X
Autonomo
Autonomo
Lavoro
Interessi e
tempo libero
Ottimi
Ottimi
Rapporti con
essai
X
X
Struttura della famiglia di
origine
X
Autonomo
Buoni
X
X
Dipendente
Ottimi
X
X
Autonomo
Buoni
X
X
Autonomo
Buoni
X
X
Dipendente
Ottimi
X
B) INDAGINE PSICO-SOCIALE SULLA COPPIA ASPIRANTE ALL’AFFIDAMENTO
X
Autonomo
Buoni
X
Persona
Famiglia Famiglia Famiglia
Famiglia Famiglia Famiglia Famiglia Famiglia
singola
1
2
3
4
5
7
8
9
6
STORIA INDIVIDUALE (di Lui) ***
92
Presentato
domanda di
disponibilità
all’adozione
Conviventi
Presenza di
figli
No
Si
STORIA DELLA COPPIA***
X
Si
No
X
Autonomo
Autonomo
Lavoro
Interessi e
tempo libero
Ottimi
Ottimi
Rapporti con
essa
X
X
Struttura della famiglia di
origine
No
Si*¹
X
Autonomo
X
Si
No
X
Autonomo
Ottimi
X
No
No
X
Dipendente
Discreti
X
X
Dipendente
Ottimi
X
Uno sguardo al “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
No
Si*²
X
Autonomo
Buoni
X
No
Si
X
Dipendente
Buoni
X
Si
No
X
Dipendente
Buoni
X
93
Capitolo quarto
*** La persona singola 6 fa riferimento solo alla sua storia individuale e non risponde alle domande sulla
Storia individuale di lui e sulla Storia della coppia
*¹ Oltre ai 2 figli dichiara di avere una ragazza di anni 16 in affido
*² 3 figli di cui uno in affido
94
95
X
X
Si
Si
Chi dei due
ha pensato
per primo
all’affido
Da chi ne avete sentito parlare
Conoscete situazioni di
minori in affido
Conoscete situazioni di
minori in adozione
Si
Si
X
X
No
Si
X
X
Si
Si
X
X
Si
Si
X
X
Si
Si
X
X
Si
Si
X
X
C) ATTEGGIAMENTO DELLA COPPIA NEI CONFRONTI DELL’AFFIDO***
Si
Si
X
X
Persona
Famiglia Famiglia Famiglia
Famiglia Famiglia Famiglia Famiglia Famiglia
singola
1
2
3
4
5
7
8
9
6
Uno sguardo al “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
Come immaginate il bambino
Altro
Compensazione per il
figlio mancante
Desiderio di
compiacere il
coniuge
Estendere il
ruolo genitoriale
Motivazioni
che vi hanno
spinto alla
scelta di un
affido
96
X
X
X
X
Capitolo quarto
X
X
X
X
X
X
X
X
Età
Si
Di razza Diversa
Si
Si
2
X
X
X
Portatori di
Handicap
Non consanguinei
Fratelli
Numero minori
1
X
M
Siete disposti
ad accogliere
X
F
X
2
X
X
X
Si
X
2
X
X
Si
1
X
Uno sguardo al “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
1
Si
Si
1
X
X
Si
No
1
X
X
97
X
X
X
X
Capitolo quarto
X
X
X
*** La persona singola 6 non risponde alle domande del punto C. atteggiamento della coppia nei confronti
dell’affido
Quale tipologia di bambino pensate sia
inadatto alla
vostra famiglia
98
Sono stati
coinvolti
Familiari
Conviventi
Si
X
Cosa ne pensano
Sono disposti
a riorganizzare le loro modalità di vita
Si
Si
X
Si*³
Si
X
Si
Si
Si
Si
X
Si
Si
X
Si
D) ATTEGGIAMENTO DEI FAMILIARI NEI CONFRONTI DELL’AFFIDO
Sono stati
coinvolti
Figli
99
Persona
Famiglia Famiglia Famiglia Famiglia Famiglia
Famiglia Famiglia Famiglia
singola
1
2
3
4
5
7
8
9
6
Uno sguardo al “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
X
X
X
*³ Fa riferimento alla figlia in affido
Quale rilevanza ha il
loro giudizio
Cosa ne pensano di questa vostra
scelta
Familiari non
convinti
Sono disposti
a riorganizzare le loro modalità di vita
Cosa ne pensano
100
X
X
X
X
Capitolo quarto
X
X
X
Si
X
X
X
X
X
X
X
Come pensate
di porvi nei
confronti delle
abitudini di vita del minore,
delle sue origini e della sua
storia
Qualche perplessità
X
X
Si
X
X(No)
Si
X
X
Si
X
X(No)
Si
X
X(Nessun
a)
Si
X
Si
X
X
Si
X
Si
X
No
E) ATTEGGIAMENTO DELLA FAMIGLIA AFFIDATARIA NEI CONFRONTI DELLA FAMIGLIA
D’ORIGINE DEL MINORE E DELLA SUA STORIA DI VITA
Disponibilità al
mantenimento
dei rapporti
101
Persona
Famiglia Famiglia Famiglia Famiglia Famiglia
Famiglia Famiglia Famiglia
singola
1
2
3
4
5
7
8
9
6
Uno sguardo al “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
Capitolo quarto
Si
Si
X
Ritenete che
prima di accogliere un
minore sia
opportuno un
ciclo di formazione
In cosa vi ha
arricchito
X
Si
Si
X
Si
Si
X
Si
Si
X
Si
Si
X
Si
Si
F) IMPORTANZA DELLA FORMAZIONE
X
Si
Si
Si
Si
X
Si
Si
Persona
Famiglia Famiglia Famiglia
Famiglia Famiglia Famiglia Famiglia Famiglia
singola
1
2
3
4
5
7
8
9
6
Ritenete che
la formazione
sia utile per le
famiglie affidatarie
102
Quante esperienze di affido avete fatto
Che riscontro
ha avuto la
formazione
nell’esperienza concreta
X
1
X
1
X
X
2
X
1
Uno sguardo al “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
1
X
1
X
103
104
Capitolo quarto
4.6. Aspetto educativo
Dal capitolo emerge che la promozione dell’affidamento familiare e la
sensibilizzazione dell’opinione pubblica favorisce la cultura educativa
dell’affido fondata sulla responsabilità, sull’accettazione delle persone che
non riescono a prendersi cura adeguatamente dei figli. Stimola i cittadini ad
avvicinarsi a quelle realtà diverse dalle loro che portano a situazioni di deprivazione, e soprattutto alla solidarietà, quale auspicabile elemento atto a
raggiungere una “cultura educativa basata sulla solidarietà”. Ed è proprio
questa “cultura educativa basata sulla solidarietà” che il “Centro Affidi”
cerca di promuovere e far crescere nella provincia di Potenza.
L’affidamento, in virtù del fatto che opera al fine di offrire al minore il diritto a vivere, crescere ed essere educato nell’ambito di una famiglia, si propone di
svolgere un compito educativo che abbia come presupposto quello di rispondere ai suoi bisogni e alle sue esigenze, di offrirgli la possibilità di avere
al suo fianco una guida, operatori – famiglie o persone singole affidatarie,
che sappia accettare e comprendere la sua storia, accompagnarlo e sostenerlo nella crescita e verso la scoperta del suo sé, fungendo quindi come supporto educativo.
Famiglie affidatarie, quindi, che il “Centro Affidi” provinciale segue con
un corso formativo che possa educarle maggiormente a quelli che sono i loro
compiti nel procedimento di affido, possa offrire loro informazioni sugli aspetti e le caratteristiche dell’affido; interessante come risvolto educativo, è
anche la possibilità, negli incontri del corso di formazione, per le persone disponibili all’affido di confrontarsi con le testimonianze di alcune famiglie
affidatarie, le quali con la loro esperienza concreta possono, dare maggiori
informazioni sull’aspetto pratico di un tale intervento e sul ruolo che li attende, con le difficoltà e le soddisfazioni ma, soprattutto possono far comprendere l’importanza educativa di un siffatto intervento e di un loro aiuto
per il bambino. È da considerare inoltre che l’affidamento, con adeguati interventi, aiutando i genitori naturali a superare le proprie difficoltà e problematicità può educarli alla genitorialità e alle funzioni che ne scaturiscono,
ciò alla luce del fatto che educando i genitori si può pensare di renderli idonei nel seguire il figlio/a nel suo sviluppo educativo.
Ancora, credo che un aiuto educativo le famiglie affidatarie possano offrirlo anche ai genitori naturali, poiché non giudicandoli ma accettandoli con
la loro storia, la loro diversità e le loro problematicità possono aiutarli a
comprendere il loro ruolo con i figli, ciò dal momento che è essenziale che
siano i genitori, dove possibile, a fungere da guida per il minore e seguirlo.
Capitolo quinto
Coordinamento Nazionale Servizi Affido ( C.N.S.A.) e Indagini nazionali
5.1. C.N.S.A.: motivazioni della sua costituzione e impegni per la crescita qualitativa dell’affido familiare
Il territorio nazionale presentando realtà diverse, in materia di affido
familiare, richiedenti interventi che, se pur non uguali ed omogenei per
tutti, seguano delle linee guida “nazionale” in base alle quali gli operatori possano poi realizzare, tenendo conto ovviamente delle esigenze
della propria utenza, i loro interventi e progetti di affido, alla luce degli
obiettivi di coordinamento che il Coordinamento Nazionale Servizi Affidi (C.N.S.A.) persegue. Il C.N.S.A., attivo dal 1996 ma, costituitosi formalmente, con un accordo tra amministrazioni pubbliche, il 26 Maggio
1998 a cui, come per Statuto, “possono aderire gli Enti pubblici che «avendo costituito Servizi che si occupano d’affido familiare sono interessati alla realizzazione degli scopi del C.N.S.A.»”, ha appunto l’obiettivo
di offrire agli operatori la possibilità di mettere a confronto le loro realtà.
Infatti, come spiega Liana Burlando (Responsabile Progetto Affido Familiare Comune di Genova) – Segreteria CNSA67, si cerca di dare
«agli operatori dei Servizi socio-sanitari impegnati nell’affido familiare, occasioni di incontro ove poter confrontare e condividere riflessioni, esperienze,
creando una sede permanente di dibattito, di formazione e di crescita sui temi
inerenti l’affido familiare e le problematiche connesse.
Il volano che ne ha messo in moto la costituzione è stata l’esigenza di superare la condizione d’isolamento che frequentemente caratterizza la pratica di
questi operatori e l’esigenza e volontà di avere un punto di riferimento costante,
non statico ma vitale e in evoluzione. Il primo spunto è stato un convegno
sull’affidamento familiare organizzato a Vicenza nel 1996, dove operatori provenienti da diverse zone d’Italia impegnati in questo settore — educatori, psicologi e assistenti sociali — si sono conosciuti e confrontati e hanno deciso di continuare lo scambio e la discussione delle esperienze.».
Tratto da Provincia di Potenza Assessorato alle Politiche Sociali, Pace, Immigrazione e Volontariato, (a cura di), 1° Rapporto di Attività del Coordinamento Nazionale Servizio Affidi, Centro Affidi Provincia di Potenza, Dicembre 2007.
67
106
Capitolo quinto
Di conseguenza, dal momento che la legge 8 Novembre 2000, n. 32868
e la successiva legge di riforma 28 Marzo 2001, n. 14969 portano a nuovi
ruoli e nuove funzioni dei soggetti, pubblici e privati, che si occupano di
sostegno, aiuto e accoglienza di minori temporaneamente allontanati
dalla loro famiglia di origine,
«Il CNSA ha impostato un lavoro a piccoli gruppi all’interno dei tre incontri
annuali del Direttivo, i cui esiti vengono riportati successivamente alla discussione dei soci aderenti in sede assembleare. Ha inoltre avviato, nel 2001, un dialogo con le associazioni che si occupano di affido presenti in misura maggiore
sul territorio nazionale.»70.
In una realtà, quindi, così diversificata
«il confronto, e la messa in comune delle esperienze che, nel campo dell’affido,
il C.N.S.A. rende possibile costituiscono non solo uno strumento utile per contrastare l’isolamento, ma anche per suscitare buone prassi e migliorare la qualità delle prestazioni, allontanando, in un paese come l’Italia, “lungo” e disomogeneo, la deriva di una disparità accentuata e quindi di inaccettabili disuguaglianze.»71.
Tra i vari scopi che il C.N.S.A a livello nazionale., partendo dagli ambiti regionali e locali, si propone troviamo quelli di:
•
“creare una sede permanente di confronto e dibattito sui temi
inerenti l’affido familiare e sulle problematiche familiari e minorili connesse”;
“Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi
sociali di riorganizzazione”
69 “Modifiche alla legge 4 maggio 1983, n. 184, recante «Disciplina dell’adozione
e dell’affidamento dei minori», nonché al titolo VIII del libro primo del codice civile”
70 Tratto da Provincia di Potenza Assessorato alle Politiche Sociali, Pace, Immigrazione e Volontariato, (a cura di), 1° Rapporto di Attività del Coordinamento Nazionale Servizio Affidi, Centro Affidi Provincia di Potenza, Dicembre 2007.
71 Provincia di Potenza Assessorato alle Politiche Sociali, Pace, Immigrazione e
Volontariato, (a cura di), 1° Rapporto di Attività del Coordinamento Nazionale Servizio
Affidi, Centro Affidi Provincia di Potenza, Dicembre 2007, tratto dalla presentazione
del Presidente del Tribunale per i Minorenni di Potenza, Pasquale Andria.
68
Coordinamento Nazionale Servizi Affido (C.N.S.A) e Indagini nazionali
107
•
“elaborare percorsi metodologico-operativi comuni ai diversi
Servizi Affido operanti sul territorio nazionale”;
•
“promuovere attività di formazione ed aggiornamento per gi
operatori sociali e socio-sanitari”;
•
“valorizzare il ruolo primario dell’Ente Locale nella programmazione, gestione e coordinamento di tutte le attività inerenti
l’Affido Familiare”;
•
“proporsi come referente tecnico per gli organi delle Amministrazioni Locali e Centrali nell’ambito della programmazione delle politiche sociali inerenti l’affido familiare e le problematiche familiari e minorili connesse”;
•
“promuovere iniziative di sensibilizzazione, anche in collaborazione con il privato sociale, sia a livello locale che nazionale, sull’affido
familiare e sulle tematiche familiari e minorili connesse”;
•
“promuovere d’intesa con le Associazioni nazionali di volontariato e le Istituzioni la creazione di una commissione paritetica per un
proficuo confronto sulle politiche sociali riguardanti famiglia-minoriaffidi”.
Risulta essere fondamentale, a mio avviso, il fatto che, lavorando
all’affidamento, il quale rappresenta un intervento molto complesso, sia
per i bambini, sia per le famiglie affidatarie, sia per gli operatori sociali e
sanitari dei servizi territoriali, e operando in un contesto caratterizzato
dal continuo mutare delle condizioni sociali, che porta al confronto con
un’utenza sempre più problematica e soprattutto diversificata, che richiede interventi di aiuto e sostegno più complessi e articolati, il
C.N.S.A. ha
«avviato un percorso di riflessione, evidenziando la necessità di sviluppare
forme innovative e flessibili d’accoglienza, in grado di rispondere alle diverse
situazioni, come gli affidi «difficili» quali quelli di adolescenti, che richiedono
un sostegno specifico, o le nuove esigenze emergenti (come la situazione dei
minori stranieri, o di madre/bambino): accoglienze che vanno dal buon vicinato
alle forme d’affido professionale.»72.
Dalla complessità dell’affidamento familiare ne consegue e si comprende quindi l’importanza che il Coordinamento Nazionale Servizi AfTratto da Provincia di Potenza Assessorato alle Politiche Sociali, Pace, Immigrazione e Volontariato, (a cura di), 1° Rapporto di Attività del Coordinamento Nazionale Servizio Affidi, Centro Affidi Provincia di Potenza, Dicembre 2007.
72
108
Capitolo quinto
fidi dà al confronto tra le figure professionali e allo scambio di informazioni relative alle diverse esperienze, per dare opportunità agli operatori
di riflettere insieme su quelle che sono le difficoltà e i cambiamenti sociali e di “apprendere” dagli interventi attuati in altri contesti dei punti
di riferimento da utilizzare per il sostegno al proprio bacino di utenza, al
fine di portare alla realizzazione di un progetto ottimale e soprattutto
corrispondente a quelle che sono le necessità e i bisogni del minore e
delle famiglie.
Per un più favorevole sviluppo dell’affido
«I Servizi Affido, attraverso l’intervento d’Assistenti Sociali, Educatori Professionali e Psicologi specificamente formati e dedicati a tale intervento (i primi,
in genere, operatori dell’Ente Pubblico, i secondi dei Servizi Sanitari) sono impegnati anche nello sperimentare nuove idee ed esperienze e definire linee
d’intervento efficaci ed adeguate, perché l’affido gioca un ruolo decisivo anche
nel limitare l’inserimento di minori in strutture residenziali o, in ogni caso, per
ridurne la permanenza.»73.
È molto interessante sottolineare anche che il C.N.S.A. dà molto rilievo ed è sempre più impegnato nella promozione, nella formazione e
nell’aggiornamento per gli operatori e per gli affidatari e, nello sviluppo
e nella crescita qualitativa dell’affidamento familiare. Infatti si legge che
«Per assicurare all’affido familiare il necessario livello qualitativo ed organizzativo, anche nel rispetto e in attuazione della legge 149/2001, si sta lavorando, tramite il Coordinamento Nazionale Servizi Affido, perché:
•
vi siano linee guida nazionali, che garantiscano corrette ed omogenee modalità per l’affido su tutto il territorio, sia per quanto riguarda il ruolo e
l’intervento dei servizi affido, sia rispetto alla valutazione e formazione delle
famiglie affidatarie, sia riguardo ai sostegni tecnici ed economici per gli affidatari (contributo mensile, esenzioni per accesso e fruizione di servizi, spese di carattere sanitario, …);
•
i Servizi abbiano un congruo numero di operatori e di tempo/lavoro
dedicato all’affido familiare, poiché tale strumento richiede un intenso lavoro
professionale, ed è necessario ne siano sostenute e favorite la formazione e
Tratto da Provincia di Potenza Assessorato alle Politiche Sociali, Pace, Immigrazione e Volontariato, (a cura di), 1° Rapporto di Attività del Coordinamento Nazionale Servizio Affidi, Centro Affidi Provincia di Potenza, Dicembre 2007.
73
Coordinamento Nazionale Servizi Affido (C.N.S.A) e Indagini nazionali
109
l’aggiornamento, indispensabili in un campo così delicato e ancora di più essenziali nella gestione di situazioni conflittuali o particolarmente complesse;
•
sia rafforzato il rapporto e la collaborazione fra i Servizi Pubblici, le
associazioni e le reti di famiglie;
•
siano assicurate formazione e sostegno alle famiglie affidatarie, anche perché possano far fronte ad affidi particolarmente impegnativi (adolescenti, neonati, stranieri, ...);
•
siano sviluppati ed attuati progetti ed interventi di sostegno ed accompagnamento per le famiglie d’origine;
•
la sensibilizzazione e l’informazione sull’affido siano curate con costanza e creatività.»74 .
Tale interesse del C.N.S.A. è evidenziato anche in un intervento75,
svolto durante un Convegno nazionale dal titolo: “Affidamenti familiari:
dalla discrezionalità al diritto dei bambini”76 , nel quale la rappresentante del C.N.S.A., Liana Burlando, considerando, a livello nazionale, regionale e locale, « quanto rilievo assumono i Servizi nella realizzazione
degli affidamenti, sottolineando gli scambi di conoscenze e le forme di
coordinamento tra Operatori dei Servizi Affidi e fra questi ed il Privato
Sociale», afferma che:
«Deve essere garantito lo svolgimento di diverse funzioni: la promozione, contribuendo a creare una cultura dell’affido familiare e diffondendo la conoscenza delle problematiche che intende affrontare, la tipologia degli interventi realizzati e le modalità di
funzionamento dei Servizi competenti, utilizzando a tal fine tutti i canali e i mezzi utili,
anche in collaborazione col volontariato; l’attuazione di iniziative volte al reperimento
di famiglie sensibili e disponibili all’affido al fine di costituire una banca di risorse cui
attingere, per realizzare i progetti di protezione e tutela del minore; l’incentivazione
dell’utilizzo dell’affido come intervento privilegiato nelle situazioni in cui è necessario
che un bambino sia accolto e curato; l’accoglienza delle persone disponibili
74 Tratto da Provincia di Potenza Assessorato alle Politiche Sociali, Pace, Immigrazione e Volontariato, (a cura di), 1° Rapporto di Attività del Coordinamento Nazionale Servizio Affidi, Centro Affidi Provincia di Potenza, Dicembre 2007.
75 Tonizzo Frida, Affidamenti familiari: l’accoglienza delle famiglie e le competenze delle
istituzioni, Tratto da Associazione di Volontariato “Il Noce”, L’affido sotto il noce.
Vent’anni di esperienze, Casarsa, aprile 2006.
76 Convegno tenutosi a Milano il 26 Maggio 2005, organizzato dall’Anfaa – Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie – dalla Fondazione Promozione
Sociale, da Prospettive Assistenziali, con la collaborazione del Coordinamento Nazionale Servizi Affidi.
110
Capitolo quinto
all’affidamento, predisponendo percorsi di informazione-formazione individuale e/o di
gruppo sugli aspetti giuridici, sociali e psicologici dell’intervento; la predisposizione della conoscenza e la valutazione di persone e famiglie desiderose di collaborare, utilizzando
strumenti valutativi quanto più possibili certi e verificabili; la valutazione delle segnalazioni dei minori per i quali è formulato un progetto di affido per scegliere, all’interno
della banca dati, le famiglie ritenute più adeguate; il supporto alla formulazione del progetto mirato di affido in collaborazione con i Servizi di territorio; l’elaborazione, sulla
base di un sistema di criteri consolidati e continuamente verificati, d’ipotesi di abbinamento minore/nucleo affidatario, in collaborazione con gli operatori che hanno formulato il progetto; il sostegno e l’accompagnamento delle famiglie affidatarie prima e durante
l’affido condividendo con gli altri operatori i momenti di verifica; l’elaborazione degli
aspetti tecnici più rilevanti sulla base dei risultati ottenuti attraverso i singoli progetti;
la predisposizione, per gli operatori, di spazi per la formazione, l’autoformazione, la riflessione, l’approfondimento e la rielaborazione delle esperienze in atto e della metodologia di lavoro; l’avvio e il consolidamento di un rapporto di collaborazione con ogni realtà
del volontariato impegnato in questo settore, partecipando a periodici incontri di coordinamento».
Da quanto detto ritengo possa emergere come «La ricchezza del contributo del CNSA nasce proprio dalla diversità che caratterizza il contesto territoriale, organizzativo, operativo di ognuno dei Servizi aderenti.».
5.2. Documenti realizzati dal C.N.S.A.
Il Coordinamento Nazionale Servizi Affidi dal 1998 grazie al confronto costante tra le figure professionali dei Servizi Affido aderenti, che
hanno messo a disposizione la loro esperienza, le loro riflessioni in uno
scambio continuo di informazioni inerenti l’affidamento familiare e le
problematiche che ne conseguono per il minore e le famiglie, e i cambiamenti sociali nonché le diverse esigenze dell’utenza, è riuscito in questi anni a realizzare 10 documenti relativi a temi specifici, con l’obiettivo
di concordare un “linguaggio comune” per definire gli stessi contenuti e
linee guida che possano essere utili nella realizzazione di progetti di affidi familiari. Ritenendo fondamentali questi documenti elaborati dal
coordinamento, poiché mettono in luce gli aspetti, la complessità e le difficoltà dell’affido familiare che emergono dalla realtà dei Servizi impegnati quotidianamente “sul campo”, ho pensato di riportare, qui di seguito, dividendoli per anno di elaborazione, una sintesi che ha come o-
Coordinamento Nazionale Servizi Affido (C.N.S.A) e Indagini nazionali
111
biettivo quello di evidenziare i contenuti, secondo il mio punto di vista,
più importanti.
1998
Dal momento che a livello nazionale, in materia di affidi familiari, come abbiamo sottolineato sopra, è emersa una realtà disomogenea, dovuta alle diverse caratteristiche e risorse disponibili sui territori, alle esigenze dell’utenza interessata, alle metodologie utilizzate per
intervenire sulle situazioni problematiche, che portano alla realizzazione
di interventi diversificati nei confronto dei minori e delle famiglie, nel
1998 il C.N.S.A. presenta il suo primo documento, “Affidamento familiare
e linee operative per la sua attuazione”, proponendo
«alcune linee guida operative derivate dall’esperienza consolidata dei servizi, quale
spunto di riflessione per l’individuazione di un modello e di strumenti di lavoro omogenei ed efficaci riguardo all’affidamento familiare nel rispetto delle diverse peculiarità. Si
tratta di una prima stesura teorica finalizzata ad estendere il dibattito sul tema a livello
nazionale.»77 .
Essendo, dunque, scopo del C.N.S.A. quello di analizzare
«i termini costitutivi dell’affido, il processo che li lega attraverso una struttura
di relazioni, e definirli in maniera più univoca possibile in modo che gli attori
del processo abbiano punti di riferimento certi e gli Amministratori elementi
sufficienti per una corretta individuazione e destinazione delle risorse»,
il coordinamento evidenzia: che l’affido, rappresenta una risposta a
situazioni di disagio o di maltrattamento di quei minori, sia italiani che
stranieri, temporaneamente privi di un ambiente familiare idoneo, i cui
risvolti vanno preventivamente conosciuti e affrontati. Ciò al fine di
predisporre idonei interventi di protezione e tutela che consistono
nell’inserire il minore in un nucleo familiare diverso da quello originario
e di aiutare anche la famiglia naturale a superare le sue temporanee problematicità; gli obiettivi che si propone, sottolineando un aspetto molto
rilevante che è quello relativo all’importanza, prima di procedere
all’allontanamento del minore dal suo nucleo di origine, di mettere in
atto interventi di sostegno e di aiuto rivolti ai genitori biologici “al fine di
prevenire l’abbandono e di consentire al minore di essere educato nell’ambito
Tratto da Provincia di Potenza Assessorato alle Politiche Sociali, Pace, Immigrazione e Volontariato, (a cura di), 1° Rapporto di Attività del Coordinamento Nazionale Servizio Affidi, Centro Affidi Provincia di Potenza, Dicembre 2007.
77
112
Capitolo quinto
della propria famiglia”; i compiti dell’ente locale; gli attori dell’affido, che
vengono divisi in attori diretti, quali il minore, la famiglia d’origine e la
famiglia affidataria, e indiretti, quali i Servizi Territoriali, i Servizi Affidi
e l’Autorità giudiziaria, in riferimento ai quali il coordinamento ne ha
definito “le relazioni che legano questi attori ed il percorso per la realizzazione di un affido perché da esse deriverà una definizione degli attori
stessi”.
2002
Nel 2002 il C.N.S.A. ha realizzato due documenti. Il primo,
“Affidi sine - die”, nasce dalla considerazione che da un lato la legge
149/2001 sancisce che il periodo di durata dell’affido “non può superare la
durata di ventiquattro mesi ed è prorogabile, dal tribunale per i minorenni, qualora la sospensione dell’affidamento rechi pregiudizio al minore”(art. 4 comma
4), e dall’altro sono invece in aumento gli affidi sine – die, i quali presuppongono “progetti d’affido” la cui durata non è necessariamente definita nel decreto, o che non prevede il tempo di rientro in famiglia, o
che viene modificato nel tempo senza consentire il rientro in famiglia del
minore. Considerando un siffatto intervento il coordinamento ha specificato i casi in cui si rende necessario ed utile, per il minore e per la famiglia naturale, non trascurandone i rischi e i vantaggi che possono scaturirne, per la famiglia di origine, per il minore e per gli affidatari, e offrendo, così, ai Servizi delle linee guida nazionali.
In questo stesso anno, il Coordinamento Nazionale Servizi Affidi ha
curato, per la Rivista “Questioni e Documenti” Quaderni del Centro Nazionale di Documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza, la
pubblicazione dell’articolo “La legge 149/2001: riflessioni del Coordinamento
Nazionale Servizi Affidi”, il quale rappresenta, a mio avviso, un documento essenziale poiché analizza gli aspetti positivi e le criticità che scaturiscono dalla legge 149/2001 alla luce di quella che è l’esperienza di chi è
impegnato costantemente “sul campo” e ogni giorno deve mettere in atto ciò che la legge stabilisce.
Per quanto riguarda gli aspetti positivi il coordinamento mette in risalto come la legge riformata pone più attenzione alla famiglia di origine
e alla necessità di predisporre opportuni interventi in suo favore, ai diritti e ai bisogni del minore, in relazione alla sua crescita e ai bisogni di
relazioni affettive, valorizza e riconosce le funzioni svolte dalla famiglia
affidataria, dà ai Servizi dell’Ente Locale ruoli e responsabilità relative:
“agli obblighi di assistenza nei confronti delle famiglie di origine, alla
formazione di famiglie affidatarie e operatori, alla valutazione del bisogno di affido, nonché il monitoraggio e supporto al progetto in itinere”;
afferma il “principio di sussidiarietà con le associazioni: a tale proposito
Coordinamento Nazionale Servizi Affido (C.N.S.A) e Indagini nazionali
113
il CNSA da un anno ha in corso una riflessione congiunta con associazioni di volontariato presenti sul territorio nazionale”; considera fondamentale “il monitoraggio costante anche delle situazioni dei minori in
istituto (la cui conoscenza potenzia la possibilità di utilizzo dell’affido
familiare)”.
Gli aspetti critici riscontrati dagli operatori e i Servizi, impegnati in
materia, si rifanno:
•
alla durata dell’affido poiché non sempre, come spiega il
C.N.S.A, rispetta i tempi stabiliti dalla legge, ciò perché la problematicità
delle famiglie di origine, nonostante la messa in atto di un fattivo progetto di sostegno da parte dei Servizi, frequentemente non consente un
rientro in famiglia entro i tempi indicati dalla legge, tempo che molto
spesso non risulta essere sufficiente per aiutare la famiglia di origine a
recuperare le sue capacità genitoriali e a superare le sue difficoltà, le
quali raramente possono ricondursi ad un disagio economico, e quindi
di più facile risoluzione, ma nella maggior parte dei casi toccano problematiche molto più complesse, di origine relazionale e affettiva, che
richiedono quindi tempi ed interventi più lunghi. Infatti, il tempo, rivestendo una parte fondamentale nell’aiutare i genitori naturali e il minore
a ritrovare un equilibrio, per il coordinamento “non può essere caratterizzato da una rigidità che non tenga conto della mobilità e dalle esigenze soggettive di crescita.
In virtù di quanto detto e dell’esperienza accumulata dai Servizi, il
C.N.S.A. si pone il seguente quesito: “Data la rilevanza che assume questo intervento considerata la casistica che si presenta ai Servizi, è possibile pensare ad una riflessione che permetta di riconoscere anche a livello
giuridico questo intervento?”.
•
al fatto che
«La legge 149/2001 invita ad utilizzare il più possibile l’affidamento familiare, ma tende a restringerlo sempre più come affido giudiziario a scapito
dell’affido consensuale, proprio per la prevalenza della questione “durata” imposta dalla legge. Di fatto l’affido, che dovrebbe essere uno strumento di aiuto
alla famiglia in difficoltà, diventa uno strumento giudiziale che penalizza la disponibilità della famiglia di origine ad instaurare un rapporto di fiducia con i
Servizi (“fiducia a tempo: 24 mesi”). I progetti che i Servizi attivano per le famiglia di origine in difficoltà spaziano da sostegni economici a quelli psicologici e
di supporto alla genitorialità, il progetto di affido si inserisce in una presa in carico più complessiva che non sempre può ricondursi alla temporalità dei 24 mesi. Peraltro il contesto operativo dei Servizi denota una realtà caratterizzata non
114
Capitolo quinto
solo dall’affido residenziale (tempo pieno) di differente durata, ma anche
dall’utilizzo di forme di affido di sostegno - a tempo parziale - più duttili e flessibili, più adatte a rispondere ai differenti bisogni di famiglie di origine e bambini in situazioni meno compromesse. La valorizzazione di queste esperienze è
risultata anche un modo per promuovere la cultura dell’affido, utilizzando al
meglio le risorse di solidarietà del territorio.
Il confronto tra vari Servizi Affidi che operano sul territorio nazionale, ha reso visibile anche una certa disomogeneità nell’applicazione della legge (che già
si verificava con l’applicazione della legge 184/83). La ventilata riforma del Tribunale per i Minorenni, rischia di complicare ancor più la definizione di criteri
omogenei di applicazione: come si contestualizzerà questa legge? Quale cultura
dell’affido sarà patrimonio dei giudici? Il dibattito è aperto».
•
al ruolo, alla responsabilità dei Servizi e alle risorse finanziare,
poiché la legge 149/2001 sancisce che “Lo Stato, le regioni e gli enti locali,
nell’ambito delle proprie competenze” e “nei limiti delle risorse finanziarie disponibili” devono sostenere idonei interventi per i nuclei familiari a rischio, promuovere “iniziative di formazione dell’opinione pubblica
sull’affidamento e l’adozione e di sostegno all’attività delle comunità di tipo familiare, organizzano corsi di preparazione ed aggiornamento professionale degli
operatori sociali nonché incontri di formazione e preparazione per le famiglie e
le persone che intendono avere in affidamento o in adozione minori”(art. 1
comma 3), intervenire “con misure di sostegno e di aiuto economico in favore
della famiglia affidataria”(art. 5 comma 4), fatto questo che, come evidenzia il coordinamento,
«Nel confronto tra i Servizi Affidi del CNSA, nonché tra questi ed alcune associazioni presenti sul territorio nazionale, emerge in tutta la sua criticità quanto riportato dagli art. 1 e 5 che di fatto non è garantito su tutto il territorio nazionale ( assenza di risorse finanziarie a supporto della famiglia affidataria e
della famiglia di origine, mancanza di Servizi sul territorio ecc.).».
•
alla valorizzazione della famiglia affidataria e la sua effettiva
tutela, dal momento che gli affidatari, come spiega il coordinamento, essendo dei “volontari” devono essere tutelati non solo rispetto alla questione economica (art. 38 comma 4, legge149/200178) ma anche
78 Legge 2001 n. 149, art. 38 comma 4 “Le regioni determinano le condizioni e
modalità di sostegno alle famiglie, persone e comunità di tipo familiare che hanno
Coordinamento Nazionale Servizi Affido (C.N.S.A) e Indagini nazionali
115
«con un sostegno effettivo da parte dei Servizi. […] le famiglie affidatarie sono
una “risorsa” di cui avere cura con un adeguato sostegno (educativo, psicologico ecc.) che è dovuto a chi si rende disponibile a confrontarsi con problematiche
(di minori e famiglie di origine) che non fanno certo parte dell’esperienza quotidiana di una famiglia affidataria.».
Viene comunque sottolineato che in alcuni articoli il legislatore evidenzia la necessità di tutelare, oltre al bambino e alla famiglia naturale,
anche le famiglie affidatarie ponendo quindi “una “attenzione alla cura
dei legami” che coglie il significato profondo dell’affido, dove frequentemente ad affido concluso, il rapporto continua”, aspetto questo che il
coordinamento appoggia e ritiene fondamentale poiché
«La tutela della famiglia affidataria (come del resto quella del bambino e della famiglia di origine) va quindi interpretata in una accezione più ampia: non
solo tutela giuridica, ma anche dei suoi sentimenti, e occorre anche sia accompagnata da una crescita culturale sull’affidamento familiare anche da parte delle istituzioni con cui le famiglie affidatarie hanno contatto (es. scuola e sanità).».
Dai vari punti analizzati, ne consegue che, per sostenere e aiutare il
minore, la famiglia naturale e gli affidatari, è necessario che
l’affidamento sia realizzato con un “intervento di rete” in cui siano impegnati, in un lavoro di collaborazione, diverse figure professionali,
pubblico e privato, sociale e volontariato e i diversi Servizi, in un continuo confronto e scambio.
2003
Nel 2003 il C.N.S.A. ha lavorato alla stesura di due documenti: “Riflessioni sull’affidamento familiare di bambini piccolissimi” e “Promozione dell’affido”.
La situazione concernente l’affido di bambini piccolissimi richiede
molta attenzione poiché “l’affidamento familiare tempestivo e a breve
termine” si dimostra un intervento ottimale sia per procedere tempestivamente alla tutela del neonato, che si ritrova a vivere in una situazione
a rischio e, sia per consentire “agli operatori di approfondire, in tempi
brevi, la conoscenza e la valutazione delle capacità genitoriali anche con
il supporto dei servizi specialistici, che consenta di formulare un progetto più a lungo termine per il futuro del bambino, che preveda: o il rienminori in affidamento, affinché tale affidamento si possa fondare sulla disponibilità
e l’idoneità all’accoglienza indipendentemente dalle condizioni economiche”.
116
Capitolo quinto
tro nella famiglia, anche allargata, o l’apertura di un procedimento di
adattabilità”; di conseguenza è necessario e urgente “predisporre gli atti
necessari per richiedere l’apertura del procedimento di adattabilità” e
“predisporre progetti di interventi di supporto ai genitori necessari per
potenziare e sviluppare le capacità residue e il senso di responsabilità
quando si ritiene possibile il rientro del bambino in famiglia (anche nella
famiglia allargata)”. Considerando quindi che la realizzazione di un
progetto di affido per un neonato deve tener conto del fatto che nei primi anni di vita è vitale per il bambino instaurare relazioni affettive con
persone significative il coordinamento ha cercato con questo documento
“di raccogliere le attuali risposte, le nuove esperienze, i progetti in
itinere, esistenti nelle varie realtà locali”, ponendo l’accento proprio
sull’importanza “che viene ad assumere il fattore “tempo”” e la prevenzione che può avere un intervento di affido nei primissimi anni incidendo “sulla vita futura” e, su quelli che sono “gli aspetti di complessità, i
nodi problematici, e le condizioni necessarie per poter attuare progetti
coerenti con gli obiettivi individuati”.
Per quanto riguarda il documento “Promozione dell’affido”, tematica, a mio avviso, essenziale poiché pone l’accento
sull’importanza di sensibilizzare la comunità e di diffondere la
cultura dell’affido, della “solidarietà” e dell’“accoglienza”, il coordinamento ha evidenziato il fatto che la promozione dell’affido ricopre interesse sia per i Servizi Sociali locali che per le Associazioni del privato sociale richiedendo un rapporto di reciproca collaborazione, collaborazione che ovviamente tiene conto degli interessi, degli obiettivi comuni e delle differenze, “Differenze relative
a competenze, ruoli, mission del pubblico e del privato, nonché interne ai due settori, quello dell’associazionismo e quello del pubblico”. In considerazione di questa collaborazione tra pubblico e
privato, il coordinamento ha offerto informazioni chiare e ben definite che hanno il fine di “contribuire a costruire linee guida ma
anche documenti programmatici che orientino le prassi e costituiscano stimoli e punti di riferimenti di carattere culturale e teorico
per quanti hanno interesse per il tema e per l’intervento di affido”.
Si sofferma appunto sul fatto «che la promozione dell’affido possa
essere efficacemente realizzata solo in un contesto in cui pubblico
e privato si ri-conoscono reciprocamente quali portatori di competenze e funzioni diverse, trovando sinergie e linguaggi comuni, rispetto a obiettivi chiari e definiti, basati su principi e valori condivisi», un lavoro basato sulla collaborazione e sulla coprogettazio-
Coordinamento Nazionale Servizi Affido (C.N.S.A) e Indagini nazionali
117
ne, che vede quindi pubblico e privato lavorare per un fine comune, che è quello della sensibilizzazione e della promozione
dell’affido, porta “al moltiplicarsi di occasioni e modi di diffusione
della cultura dell’affido”. Si può dunque affermare, come scrive il
coordinamento a conclusione dell’articolo, che
«la relazione tra Servizio Sociale locale e privato sociale, attraverso il superamento delle differenze e l’instaurarsi di relazioni di fiducia, costruite attraverso
il lavorare assieme permette la realizzazione di percorsi di progettualità comune in grado di ribadire la valenza sociale dell’affido familiare, da un lato come
salvaguardia dell’imprescindibile diritto del bambino alla famiglia e dall’altra
come crescita della famiglia affidataria che diventa promotrice nella società di
un cultura di solidarietà e condivisione.».
2004
Nel 2004 il Coordinamento Nazionale Servizi Affido ha elaborato i documenti relativi all’“Affido di adolescenti” e all’“Affido di minori
stranieri”.
Il documento sull’Affido di adolescenti nasce “da un’analisi della realtà
che i Servizi Affido si trovano ad affrontare” dalla quale è emerso che
per gli adolescenti, più che l’intervento dell’affidamento familiare, si opta spesso per l’inserimento in strutture – educative, quindi, alla luce della situazione attuale il coordinamento spiega da una parte l’importanza
che l’affidamento familiare può avere per gli adolescenti, dal momento
che può offrire “una risposta personalizzata ed essere la soluzione più
idonea per un loro armonico sviluppo”, dandogli l’opportunità, con un
adeguato abbinamento, di essere accompagnato e sostenuto nei momenti in cui deve affrontare le sue responsabilità, le sue scelte, la “costruzione della sua personalità” e la realizzazione dei suoi “progetti di vita”;
dall’altra la consapevolezza che attualmente non sono molte le famiglie
affidatarie disposte ad accompagnarli e, sia che spesso si
«denota una certa difficoltà degli stessi operatori sociali e sanitari a pensare
all’affido per i minori già in età adolescenziale come un intervento possibile e
praticabile. Fra le riflessioni che sottostanno a tale difficoltà vi è quella che, data
la tendenza dei giovani a contrapporsi alla propria famiglia, non sia il caso di
proporgliene un’altra non propria, con il rischio di innescare una dinamica che
potrebbe rivelarsi negativa sia per la famiglia affidataria sia per il ragazzo stesso.».
118
Capitolo quinto
Vengono indicate le “caratteristiche di base” che deve avere
l’adolescente per far sì che possa attuarsi lo strumento dell’affido come
valore aggiuntivo alla sua vita, dal momento che tale esperienza deve
consentire all’adolescente di “rielaborare il passato, acquisire consapevolezza della situazione della famiglia d’origine e “prendere” le distanze/la
misura da tale situazione, per la costruzione della propria identità e del
proprio futuro”, le “condizioni necessarie per realizzare l’affido degli
adolescenti”, ciò in virtù del fatto che
«Per definire il diverso percorso personale (costruzione dell’identità / cammino verso l’autonomia), bisogna distinguere se l’adolescente inizia il percorso
d’affido direttamente dalla famiglia d’origine o provenendo da altra collocazione (struttura residenziale, affido).»
e alcuni punti fondamentali per la realizzazione di un buon progetto
di affido, punti che prendono in considerazione: la “condivisone del
progetto da parte dell’adolescente”, le “caratteristiche e le competenze
delle famiglie affidatarie”, il “ruolo e le funzioni dei Servizi Socio – Sanitari”, la “la famiglia di origine” e il lavoro che bisogna attuare con lei.
Partendo dalla considerazione che l’Affido di minori stranieri è un
aspetto da non sottovalutare, dato che il numero dei minori stranieri in
Italia è in costante aumento, il coordinamento ha elaborato il documento
“Affido di minori stranieri”, situazione che “induce ad una riflessione per
leggere i nuovi bisogni e poter offrire di conseguenza risposte adeguate”, e si è interrogato
«sul fatto che a fronte di una popolazione di minori stranieri in aumento, gli affidamenti familiari di stranieri residenti o domiciliati sono esigui, mentre il numero di minori stranieri inseriti in strutture è sicuramente più elevato: quali le
difficoltà a proporre ed avviare affidamenti familiari? Quali le difficoltà a reperire famiglie idonee alla loro accoglienza?».
Diviene allora fondamentale, per la realizzazione dell’affido di minori
stranieri, come si evince dal documento, che i Servizi tengano conto,
trattandosi di una tematica che porta alla realizzazione di interventi specifici, che i minori appartengono ad una diversa cultura e si ritrovano a
vivere fra due realtà culturali, avvertendo quindi la diversità, “Le famiglie d’origine dei minori stranieri sono portatrici di riferimenti culturali
diversi che indirizzano i loro comportamenti individuali, anche nella relazione con i Servizi”, di conseguenza si rende opportuno e fondamenta-
Coordinamento Nazionale Servizi Affido (C.N.S.A) e Indagini nazionali
119
le analizzare le varie situazioni dei minori stranieri presenti in Italia, conoscere le differenze culturali e religiose e, collaborare “con le varie etnie utilizzando più figure professionali”. Il coordinamento pone, inoltre,
attenzione anche alle due forme di affido utilizzate dai Servizi, l’affido
omoculturale, impegnato nell’affidamento a famiglie della stessa etnia, e
quello eterofamiliare, che “riguarda la ricerca di disponibilità di famiglie
italiane per l’affidamento di minori stranieri”, sottolineando che per entrambe è utile un’azione di sensibilizzazione, formazione e informazione
per sviluppare gli obiettivi di “conoscenza reciproca”, “scambio culturale” e “sollecitazione alla solidarietà”. Credo sia fondamentale non trascurare il fatto che pur se i minori stranieri presentano delle difficoltà
maggiori rispetto a quelli italiani, è possibile e importante, come sottolinea anche il coordinamento, offrire loro gli stessi strumenti e sostegni di
aiuto attuati per i minori italiani poiché dopo aver valutato la disponibilità, le caratteristiche e le competenze degli affidatari
«il percorso metodologico operativo tra affido di minori italiani e stranieri è identico (valutazione, abbinamento, sostegno, diritti e doveri della famiglia affidataria), come pure l’attivazione delle varie tipologie di affido (residenziale, diurno, fine settimana e vacanze).
La figura del mediatore culturale diversifica il progetto dell’affidamento di
un minore straniero da un minore italiano e si aggiunge agli altri attori
dell’affido».
Interessante, in questo documento, è anche che il coordinamento per i
casi di minori stranieri non accompagnati ritiene
« necessario trovare un “inserimento assistito” nella nostra realtà rispetto all’età
e alle motivazioni che li hanno indotti alla “fuga” in Italia e si può quindi ipotizzare un “affido educativo” a famiglie o a single, sia italiani sia stranieri. Per
affido educativo s’intende, in questo contesto, un’accoglienza in cui sia meno
approfondito il versante del “pensato” sulla storia del minore, sulla sua famiglia
d’origine
ed
invece
maggiormente
ampliato
l’aspetto
dell’accompagnamento concreto, che comprende un’azione di “tutoraggio” unita ad un’esperienza di “familiarità”; si può immaginare un’esperienza più intensa di ospitalità familiare, ma non un affido “canonico”».
2005
Nel 2005 il C.N.S.A. con un documento dal titolo “Affidamento Familiare Internazionale” esprime le “osservazioni tecniche, già confrontate e condivise con le Associazioni del Privato Sociale”, in merito
120
Capitolo quinto
alle “proposte di legge in materia di affidamento familiare internazionale” che intendono tutelare «il diritto ad una crescita in famiglia anche ai
minori di altri paesi le cui famiglie non siano in grado, temporaneamente, di assicurare loro adeguata attenzione e cura». Per evitare confusione
il coordinamento evidenzia le caratteristiche che rendono l’affido internazionale differente dall’affido familiare, specificando che a differenza
dell’affido familiare, nell’affido internazionale “non è possibile garantire
effettivamente il mantenimento della relazione fra il minore e la sua famiglia ed il suo contesto sociale e culturale” poiché le due famiglie si
trovano a vivere in Paesi e Stati lontani tra loro, la possibilità di affido
previsto per gli anni di studio e di adozione del minore da parte degli
affidatari, nei casi in cui siano trascorsi i due anni e i genitori accettino,
“rischiano addirittura di diventare un atto “punitivo” nei confronti di
quest’ultima e, in questi casi, tale accoglienza può diventare, nei fatti, un
canale che permette di superare la normativa vigente in materia di adozione”, l’accoglienza del minore, residente in un altro Paese, “non può
conciliarsi, specie in situazioni d’emergenza, con la necessaria adeguata
preparazione della famiglia accogliente e con il doveroso rispetto della
cultura del bambino e della sua famiglia”, il bambino accolto da una famiglia che vive in un altro Paese vive “un doppio sradicamento: prima
per il passaggio dalla propria famiglia e dal proprio Paese alla famiglia
accogliente e poi al momento del rientro nella propria famiglia e nel
proprio Paese”.
Il coordinamento concorda, inoltre, con la considerazione, di organismi internazionali quali l’UNICEF e la Croce Rossa, sul fatto che sarebbe
più opportuno “attivare interventi di sostegno a livello locale, anche attraverso organismi di cooperazione internazionale che favoriscano in loco forme di accoglienza familiare, permettendo così ai minori di rimanere nelle loro famiglie e nel loro Paese”, evitando loro di essere allontanati dal loro Paese e dalla loro famiglia.
2006
Partendo dal presupposto che
«le famiglie oggi si trovano a vivere una “difficile normalità” nel gestire la vita
quotidiana e tale situazione se da un lato porta ad una maggiore difficoltà nel
diffondere la cultura della solidarietà, dall’altro richiede un maggior impegno
alle istituzioni nel garantire nuove e adeguate forme di sostegno alle famiglie»,
il coordinamento nel 2006 ha prodotto il documento “Ripensare
l’accoglienza” mettendo in luce che i Servizi aderenti in base a tale difficoltà hanno riflettuto “su forme differenziate d’accoglienza, forme che
Coordinamento Nazionale Servizi Affido (C.N.S.A) e Indagini nazionali
121
coprono un arco che va dal buon vicinato all’affido con supporto professionale”.
Il coordinamento volge allora il suo sguardo agli interventi che “si
collocano tra due estremi “accoglienza” / “appartenenza”” e, considerando quei casi in cui non si rende necessario l’allontanamento del minore dalla sua famiglia, grazie all’esperienza dei Servizi Affido, cerca di
offrire come alternativa forme di accoglienza
«dove il termine accoglienza si apre ad altri significati quali vicinanza al disagio, alle fatiche dei minori e delle loro famiglie, accompagnamento, affiancamento nei momenti di crisi e di difficoltà sia quotidiane sia per periodi particolari.
Tali interventi rientrano nel progetto di presa in carico della famiglia e del
minore e trovano le ragioni normative nell’art. 1 della legge 184/83, così come
ridefinita dalla legge 149/2001 comma 3 e nell’art. 16 della legge 328/2000
comma 3, nonché nei riferimenti del Piano Nazionale per l’Infanzia e
l’Adolescenza relativo agli anni 2003/2006.
Le forme di sostegno e di affiancamento rientrano all’interno degli interventi
concordati con la famiglia, e si realizzano, quindi, in un regime di consensualità.».
Tali forme di accoglienza, risultano quindi strumenti efficienti e utili
dato che: intervengono nelle situazioni in cui “non si evidenziano carenze genitoriali tali da doverne sostituire le funzioni”; possono “prevenire
situazioni di disagio, in grado di garantire la tutela del minore ed il suo
mantenimento nel contesto della sua famiglia d’origine”; “promuovono
le risorse della famiglia e ne incrementano gli aspetti positivi”; sono
“centrati sul sostegno alla genitorialità, pur garantendo l’interesse superiore del minore”; realizzano “obiettivi specifici, definiti, condivisi tra la
famiglia con bisogno di sostegno e famiglia disponibile a darlo, attraverso la definizione di un progetto di vicinanza tra un nucleo familiare con
un altro nucleo o con una persona singola”.
Il coordinamento per una migliore definizione e attuazione delle
forme di accoglienza, dà rilievo alle “competenze relative alla promozione e alla formazione” ed evidenzia l’importanza e la necessità di porre attenzione anche per ciò che concerne le “risorse solidali”, in riferimento “al contesto di vita e alla composizione familiare”, alle “eventuali
esperienze di volontariato a livello territoriale”, alla “cognizione che tale
intervento è rivolto a favorire la relazione tra il minore e la sua famiglia,
anche in termini preventivi, e che tale obiettivo di sfondo prevede una
122
Capitolo quinto
particolare vicinanza tra le famiglie che esprimono il bisogno e le persone disponibili, situazione spesso difficile da gestire e non sempre prevista quando viene offerta la disponibilità”, al “saper sostenere le competenze genitoriali attraverso piccoli gesti o incombenze quotidiane, ma
anche essere disponibili ad accettare i problemi personali o di coppia,
nella consapevolezza che “star bene” come persona è condizione fondamentale per poter esercitare un’adeguata genitorialità”, e al “saper
conciliare uno spazio autonomo d’intervento con la richiesta d’aiuto nei
momenti di difficoltà, rivolta ai servizi socio-sanitari”.
Da alcune esperienze “in atto presso diverse realtà territoriali”, il
C.N.S.A. ha sottolineato come forme, che consentono il concretizzarsi
dell’intervento d’accoglienza, quelle relative al “buon vicinato e vicinanza educativa” e al “sostegno a nuclei di madri e bambini”. La prima prevede una “vicinanza ad un nucleo familiare che ha bisogno di essere
temporaneamente accompagnato o sostenuto nello svolgimento di alcune attività della vita quotidiana o per raggiungere alcuni obiettivi educativi, con la mediazione dei Servizi tra i nuclei familiari”, la seconda prevede un intervento
«rivolto a nuclei mono-parentali (anche con genitori minorenni) che necessitano
di un supporto per il raggiungimento di una piena autonomia.
Ciò comporta che la valutazione dei Servizi sul singolo caso individui quelle
situazioni nelle quali la madre o, in alcuni casi il padre, ha una sufficiente competenza genitoriale ed una qualche forma d’autonomia nel rispondere ai bisogni primari del figlio: situazioni in cui è quindi possibile fare ragionevoli previsioni di evoluzioni positive.».
Considerando poi che le famiglie affidatarie hanno un ruolo fondamentale nell’affido familiare, il C.N.S.A., evidenzia che attualmente
“s’incontrano sempre maggiori difficoltà nel reperire famiglie affidatarie
disponibili ad accogliere quei minori che si trovano in particolari e gravi
condizioni personali”, difficoltà che,
«rendono indispensabile e opportuno considerare le sperimentazioni quali le
famiglie professionali e le forme di sostegno all'affido tradizionale, che possono
fornire interessanti spunti di riflessione, ma che richiedono un monitoraggio ed
un’attenta valutazione proprio per le specificità che presentano e per il loro avvio recente.».
Coordinamento Nazionale Servizi Affido (C.N.S.A) e Indagini nazionali
123
Mi sembra che da quanto detto emerga l’importanza del ruolo degli
affidatari, i quali rappresentando un nodo centrale dell’intervento, come
specifica giustamente il coordinamento, necessitano di “uno specifico
supporto professionale attuato attraverso strumenti e risorse ben definiti
(educatori professionali, strutture d’appoggio diurno e residenziali, mediatori culturali, …)”, e di molta attenzione alle difficoltà che, accogliendo “minori particolarmente problematici e gravemente compromessi,
potrebbe trovarsi ad affrontare, prevedendo opportuni e mirati strumenti di supporto e di integrazione alle risorse delle famiglie affidatarie stesse”.
2007
Le riflessioni e le esperienze dei Servizi aderenti, concernenti
“l’individuazione di un modello e di strumenti di lavoro omogenei ed
efficaci riguardo all’affidamento familiare nel rispetto delle diverse peculiarità”, hanno portato il Coordinamento Nazionale Servizi Affido, nel
2007, alla stesura di un documento relativo a “Proposte di linee guida per
l’affidamento familiare”, nel quale si propongono “linee guida tecniche ed
operative sull’affido familiare”.
Partendo quindi dal presupposto che “l’affidamento familiare è strumento privilegiato e imprescindibile d’aiuto e tutela per il minore e la
sua famiglia”, il C.N.S.A. conferma che nell’affido
«La co-costruzione di un linguaggio e di una prassi comune tra i diversi attori coinvolti, pur nel rispetto di funzioni, identità professionali e ruoli, istituzionali e non, è la premessa per costruire collaborazioni positive e significative tra queste realtà e gli Enti Locali.»,
essendo quindi necessario, per l’attuazione dell’affido, il coinvolgimento
di più attori il coordinamento offre delle linee utili a livello nazionale in
una disamina dei punti fondamentali riscontrati dai Servizi aderenti nelle loro esperienze quotidiane:
1.
“Riferimenti legislativi”: in merito ai quali il C.N.S.A. menziona gli artt. 1-2-3-4-5 della legge 149/01.
2.
“L’affido familiare ed altre forme di accoglienza”: il coordinamento pone rilievo al fatto che, considerato che i bisogni, le difficoltà e
le problematiche a cui rispondere sono diverse,
«sono state sviluppate diverse forme d’affidamento familiare, duttili e flessibili:
residenziale (a breve, medio o lungo termine, o per periodi cadenzati come i fine settimana e le vacanze) e diurno e d’appoggio (accoglienza articolata su fasce
orarie o giornaliere)»,
124
Capitolo quinto
come è stato già menzionato in un documento precedente, i Servizi hanno avviato anche “forme diverse d’accoglienza che vanno dal buon vicinato a supporti professionali per affidi particolarmente “difficili” ”.
Queste nuove possibilità e forme di accoglienza “rappresentano il tentativo di identificare ulteriori risposte a situazioni particolarmente problematiche”.
3.
“Riferimenti Istituzionali”: il C.N.S.A. sottolinea i compiti e le
funzioni dell’Ente Pubblico.
4.
“Funzioni del Servizio Socio-Sanitario Territoriale”, dal momento che “Ogni minore in affido familiare deve essere seguito da
un’equipé multidisciplinare del Servizio Socio-Sanitario”.
5.
“Funzioni del Servizio Affido”.
6.
“Il metodo”: il coordinamento elenca gli aspetti che vanno
considerati in un progetto, quali “i motivi che rendono necessaria
l’accoglienza”, la durata, “gli obiettivi da raggiungere, a breve, medio e
lungo termine”, “le funzioni e gli interventi di ciascun componente
dell’équipe”, “le modalità di rapporto tra il minore e la sua famiglia” e
tra il nucleo di origine e gli affidatari, “la tipologia dell’affido”, “gli interventri a sostegno degli affidatari e del minore”, “gli interventi a sostegno e recupero della famiglia d’origine”, “la cadenza degli incontri di
verifica con i diversi operatori”, e l’iter da seguire durante il percorso
d’affido e la conclusione.
7.
“Associazioni ed Organismi del Privato Sociale”: il coordinamento specifica a tal proposito che
«Si riconoscono e valorizzano le Associazioni e gli Organismi del Privato
Sociale che operano nel settore dell’affidamento familiare. nel rispetto dei
diversi ruoli e competenze, vanno favoriti percorsi di collaborazione ed interazione tra soggetti pubblici e privati, al fine di individuare obiettivi e strategie definiti, in un sistema di lavoro ed azioni in rete.»,
i Servizi Sociali locali ed il privato sociale devono collaborare alla sensibilizzazione e promozione dell’affidamento familiare.
8.
“Rapporti con la Magistratura”: si pone attenzione
all’importanza del ruolo della Magistratura nel definire i percorsi di tutela del minore, poiché è il Giudice Tutelare a rendere “esecutivo il
provvedimento di affidamento familiare disposto dal Servizio Sociale
locale”, è il Tribunale per i Minorenni ad emettere “il provvedimento di
affido nei casi in cui manchi l’assenso all’affido da parte dei genitori e-
Coordinamento Nazionale Servizi Affido (C.N.S.A) e Indagini nazionali
125
sercenti la potestà” e di dichiarare “adottabile il minore di cui sia accertata la situazione di abbandono”. È inoltre necessario informare, compito attribuito al Servizio Sociale locale, il giudice tutelare o il tribunale per
i minorenni in merito ad “ogni evento di particolare rilevanza”, e sottoporgli, sempre dal Servizio Sociale locale, “una relazione semestrale
sull’andamento del programma di assistenza, sulla sua presumibile ulteriore
durata e sull’evoluzione delle condizioni di difficoltà del nucleo familiare di provenienza” (art. 4 comma 3) L’Autorità Giudiziaria deve sentire gli affidatari “nell’ambito della definizione dei progetti per i minori da loro accolti, così come previsto dall’art. 5, comma 1 della Legge 149/01”. Risulta importante “la stipula di protocolli d’intesa tra l’Ente Locale e il
Tribunale per i Minorenni”.
9.
“I minori”: dei quali il coordinamento ne sottolinea i diritti,
l’importanza di accettarlo “nel rispetto della cultura e tradizione
d’origine e delle abitudini della famiglia di provenienza”, e la necessità di soddisfare il suo bisogno di affetto, di consentirgli di superare la situazione di disagio che sta vivendo e offrirgli l’opportunità, con un buon
progetto di affido, di crescere in modo equilibrato grazie a sostegno degli affidatari e dei Servizi.
10.
“I genitori”: i quali devono “essere informati sulle finalità
dell’affidamento, in generale e per lo specifico progetto”, “essere coinvolti in tutte le fasi del progetto d’affido”, “essere coinvolti in un progetto di aiuto per superare i problemi propri e del nucleo familiare”, “mantenere durante l’affido familiare, se e come previsto dal progetto, i rapporti con il proprio figlio”; e devono “attivarsi per il superamento delle
condizioni che hanno portato all’allontanamento del minore, per favorirne il rientro in collaborazione con gli operatori dei servizi”, “mantenere rapporti costanti e collaborativi con gli operatori per favorire il buon
andamento dell’affido”, “mantenere rapporti con la famiglia affidataria
e con il minore, tenendo conto d’eventuali disposizioni dell’Autorità
Giudiziaria e di quanto concordato dagli operatori del Servizio Sociale
in relazione al progetto”, “rispettare la privacy della famiglia affidataria,
in ottemperanza alla specifica legislazione in merito”.
11.
“Gli affidatari”: hanno diritto di: “essere preventivamente informati delle condizioni dell’affido che si propone loro, anche in attuazione di quanto disposto dal Tribunale per i Minorenni”, “essere coinvolti in tutte le fasi del progetto d’affido”, “poter disporre di un sostegno individuale e partecipare alle attività di sostegno (gruppi, colloqui,
formazione, ecc.) predisposte dai servizi”, “ricevere un contributo, svincolato dal reddito e facilitazioni per l’accesso ai servizi”. È di loro com-
126
Capitolo quinto
petenza “assicurare il mantenimento, la cura, l’educazione e l’istruzione
del minore in affido, provvedendo, in accordo con la famiglia d’origine e
con gli operatori, anche alle necessità d’ordine sanitario, intervenendo
tempestivamente in caso di gravità ed urgenza, informandone il Servizio
Sociale”, “mantenere, secondo le indicazioni degli operatori e le eventuali disposizioni dell’Autorità Giudiziaria, rapporti con la famiglia
d’origine del minore in affido”, “favorire il rientro del minore nella sua
famiglia d’origine secondo gli obiettivi definiti nel progetto”. Devono
dimostrare “capacità affettiva e educativa per saper accettare e rispettare
la storia del bambino, le sue origini, il suo mondo relazionale, accogliendolo presso di sé come fosse un proprio figlio, con la consapevolezza che
non lo è, rispettandone le caratteristiche culturali, religiose ed etniche”,
“disponibilità a collaborare con gli operatori e con la famiglia d’origine”,
“disponibilità a tollerare i cambiamenti che possono verificarsi nel progetto per il bene del minore e saper mantenere discrezione e rispetto nei
confronti della famiglia di origine del bambino, anche nel rispetto della
legislazione sulla privacy”, “disponibilità concreta (tempo, spazio) ed
emotiva (accoglienza) ed un sostanziale equilibrio di fondo”. Deve essere data loro la possibilità di informarsi e formarsi e
«essere preventivamente informati dal Servizio Socio-Sanitario riguardo alle
condizioni dell’affido che a loro si vuole proporre, affinché possano valutare
personalmente se dare o no la propria disponibilità; è importante che, oltre
alla valutazione professionale degli operatori, gli affidatari siano accompagnati in un percorso di “autovalutazione” rispetto ai propri limiti, attese, risorse e potenzialità.».
12.
“I sostegni”: i quali devono, come sottolinea il coordinamento,
essere promossi ed attuati dal Comune di residenza dei genitori e del
bambino relativamente alle famiglie/persone singole affidatarie, al minore e ai genitori.
5.3. Indagini Nazionali
In Italia si è registrato negli anni, grazie alla legge 149/2001, che prevede entro il 31 dicembre 2006 il superamento del ricovero in Istituto, e
all’intervento degli operatori, una maggiore cultura dell’affidamento
familiare rispetto all’affidamento a comunità alloggio o istituti. A tal
Coordinamento Nazionale Servizi Affido (C.N.S.A) e Indagini nazionali
127
proposito qui di seguito riporto alcune tavole79 che pongono in risalto
questo aspetto essenziale, considerando i Provvedimenti a tutela del minore emessi dai Tribunale per i Minorenni e i numeri dei minori in affidamento familiare e i minori accolti nei servizi residenziali al 31 dicembre 2005, con un commento personale ai dati.
Fonte: Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e
l’adolescenza, I numeri italiani, Firenze, Istituto degli Innocenti,
2007(Questioni e Documenti, n. 43).
Tavola 1 - Istituti per minori e minori ospiti secondo le rilevazioni
ISTAT del 1999, 2000 e Centro nazionale del 2003. Italia
Strutture
Minori ospiti
31 dicembre 1999
475
10.626
31 dicembre 2000
359
7.575
30 giugno 2003
215
2.633
Variazione 2000/1999
116
3.051
Variazione 2003/2000
144
4.942
Fonte: Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e
l’adolescenza, I numeri italiani, Firenze, Istituto degli Innocenti, 2007(Questioni e
Documenti, n. 43).
79
Capitolo quinto
662
986
857
890
922
1.029
1.177
n.d.
671
819
866
1993
1994
1995
1996
1997
1998
1999
2000
2001
2002
2003
n.d. = dato non disponibile
Affidamenti familiari
Anni
1.248
1.117
996
1.236
1.293
1.413
1.486
n.d.
1.526
958
727
Affidamenti
a comunità alloggio
o a istituti
1.910
2.103
1.853
2.126
2.215
2.442
2.663
n.d.
2.197
1.777
1.593
Totale affidamenti
34,7
46,9
46,2
41,9
41,6
42,1
44,2
n.d.
30,5
46,1
54,4
% di affidamenti
familiari
Tavola 5.3.1 - Provvedimenti emessi dai tribunali per i minorenni in materia di affidamento. Italia - Anni
1993-2003
128
Coordinamento Nazionale Servizi Affido (C.N.S.A) e Indagini nazionali
144
1
0
10
2
4
0
0
15
Milano
Brescia
Trento
Bolzano
Venezia
Trieste
Genova
Bologna
2001
23
0
0
11
8
8
14
0
168
2002
77
0
0
40
2
2
44
0
187
2003
Affidamenti familiari
Torino
Tribunale
per i minorenni
64
0
338
0
1
17
2
0
93
2001
35
0
239
0
8
8
31
0
7
2002
76
0
20
0
0
2
63
0
0
2003
Affidamenti
a comunità alloggio
o istituti
Tavola 5.3.2 - Provvedimenti emessi dai tribunali per i minorenni in materia
di affidamento - Anni 2001-2003
79
0
338
4
3
27
2
1
237
2001
58
0
239
11
16
16
45
0
175
2002
153
0
20
40
2
4
107
0
187
2003
Totale affidamenti
129
130
148
0
6
16
35
2
0
64
17
7
9
85
2
12
5
Firenze
Perugia
Ancona
Roma
L’Aquila
Campobasso
Napoli
Salerno
Bari
Lecce
Taranto
Potenza
Catanzaro
Reggio Calabria
Palermo
7
17
0
78
1
19
60
132
0
4
57
12
11
2
99
2
12
0
35
0
28
57
144
0
1
27
13
6
2
118
Capitolo quinto
199
17
0
86
35
182
0
56
189
21
49
3
16
13
83
81
11
0
66
0
51
72
66
35
21
79
1
14
1
81
56
21
0
56
0
16
89
42
6
14
80
0
21
1
66
204
29
2
171
44
189
17
120
189
23
84
19
22
13
231
88
28
0
144
1
70
132
198
35
25
136
13
25
3
180
58
33
0
91
0
44
146
186
6
15
107
13
27
3
184
0
10
25
47
671
Caltanissetta
Catania
Cagliari
Sassari
Totale
819
44
21
0
14
9
866
34
20
2
7
6
1.526
24
11
0
0
27
958
18
3
0
24
6
Aree territoriali(a)
Affidamenti familiari
Affidamenti
a comunità alloggi o
istituti
35
46
0
3
14
727
Totale affidamenti
Tavola 5.3.3 - Provvedimenti emessi dai tribunali per i minorenni
in materia di affidamento per area territoriale - Anni 2001-2003
5
Messina
Coordinamento Nazionale Servizi Affido (C.N.S.A) e Indagini nazionali
1.777
62
24
0
38
15
69
66
2
10
20
1.593
% di affidamenti
familiari
2.197
71
36
10
0
32
131
176
170
233
92
671
Nord
Centro
Sud
Isole
Totale
2001
819
95
368
124
232
2002
866
71
304
139
352
2003
1.526
261
635
115
515
2001
958
132
401
97
328
2002
727
154
324
88
161
2003
Capitolo quinto
2.197
353
868
285
691
2001
1.777
227
769
221
560
2002
1.593
225
628
227
513
2003
30,5
26,1
26,8
59,6
25,5
2001
46,1
41,9
47,9
56,1
41,4
2002
54,4
31,6
48,4
61,2
68,6
2003
(a)
Fanno parte dell’area del Nord i tribunali per i minorenni di Bologna, Bolzano, Brescia, Genova, Milano,
Torino, Trento, Trieste e Venezia; del Centro i tribunali per i minorenni di Ancona, Firenze, Perugina e Roma;
del Sud i tribunali per i minorenni di Bari, Campobasso, Catanzaro, L’Aquila, Lecce, Napoli, Potenza, Reggio
Calabria, Salerno e Taranto; delle Isole i tribunali per i minorenni di Cagliari, Caltanissetta, Catania, Messina,
Palermo e Sassari.
132
Regioni
e province autonome
Minori
in affidamento familiare
133
servizi residenziali
minori accolti
Affidamento a servizi residenziali
Tavola 6.1 – Minori in affidamento familiare e minori accolti nei servizi
residenziali per regione e provincia autonoma al 31 dicembre 2005
Coordinamento Nazionale Servizi Affido (C.N.S.A) e Indagini nazionali
134
52
190
50
187
764
165
660
1.264
1.725
197
281
918
199
82
Veneto
Friuli – Venezia Giulia
Liguria
Emilia - Romagna(a)
Toscana
Umbria
Marche
Lazio(b)
Abruzzo
Molise
13
27
35
111
30
261
58
101
Provincia di Trento
33
275
2
174
201
2.505
46
1.448
Provincia di Bolzano
Lombardia
Valle D’Aosta
Piemonte
Capitolo quinto
96
265
1.000
311
252
970
1.040
466
221
1.002
327
151
1.652
21
1.175
(a)
12.513
337
n.d.
516
152
1.175
1.384
135
(b)
Il dato degli affidamenti familiari è riferito al 31 dicembre 2003
Il dato dei servizi residenziali è riferito al 30 novembre 2006 e il numero dei minori accolti è stimato. Il dato
dei minori in affidamento familiare è riferito al 31 dicembre 2003 e non comprende gli affidamenti giudiziali nel Comune di
Roma
(c) Il dato dei servizi residenziali è riferito al 31 dicembre 2006
(d) Il dato si riferisce ai soli affidamenti familiari giudiziali
(e) Il dato dei servizi residenziali è riferito al 31 dicembre 2003 e non comprende gli istituti per minori. I servizi
dispongono complessivamente di 2.066 posti
(f) Il dato degli affidamenti familiari è riferito al 31 dicembre 2002
n.d. = dato non disponibile
Italia
2.226
64
79
13.159
216
n.d.
Sicilia(e)
Sardegna(f)
89
354
19
170
1.404
8
170
776
Calabria
Basilicata(d)
Puglia(c)
Campania
Coordinamento Nazionale Servizi Affido (C.N.S.A) e Indagini nazionali
Capitolo quinto
2,3
2,4
1,7
2,1
Valle D’Aosta
Lombardia
Provincia di Bolzano
Minori in affidamento familiare
ogni 1.000 minori residenti
Piemonte
Regioni
e province autonome
1,6
1,1
1,1
1,8
Minori accolti
nei servizi residenziali
ogni 1.000 minori residenti
Tavola 6.2 - Minori in affidamento familiare e minori accolti nei servizi residenziali per regione e provincia autonoma al 31 dicembre 2005. Tassi per 1.000 abitanti della stessa età
136
2,2
1,7
1,3
1,1
1,0
3,2
2,1
3,3
1,5
1,2
1,0
0,9
1,5
0,6
Friuli–Venezia Giulia
Liguria
Emilia - Romagna(a)
Toscana
Marche
Umbria
Lazio(b)
Abruzzo
Molise
Campania
1,1
1,8
1,2
2,0
1,9
1,3
1,3
1,0
Veneto
3,6
1,1
137
Provincia di Trento
Coordinamento Nazionale Servizi Affido (C.N.S.A) e Indagini nazionali
1,3
n.c.
1,3
0,9
n.c.
0,3
1,5
Calabria
Sicilia(e)
Sardegna(f)
Italia
(a)
1,4
0,1
Basilicata(d)
(b)
Il dato degli affidamenti familiari è riferito al 31 dicembre 2003
Il dato dei servizi residenziali è riferito al 30 novembre 2006 e il numero dei minori accolti è stimato. Il dato
dei minori in affidamento familiare è riferito al 31 dicembre 2003 e non comprende gli affidamenti giudiziali nel Comune di
Roma.
(c) Il dato dei servizi residenziali è riferito al 31 dicembre 2006
(d) Il dato si riferisce ai soli affidamenti familiari giudiziali
(e) Il dato dei servizi residenziali è riferito al 31 dicembre 2003 e non comprende gli istituti per minori
I servizi dispongono complessivamente di 2.066 posti
(f) Il dato degli affidamenti familiari è riferito al 31 dicembre 2002
n.d. = dato non disponibile
1,4
1,5
1,8
Capitolo quinto
Puglia(c)
138
139
Capitolo quinto
Commento
La Tavola 1 - Istituti per minori e minori ospiti secondo le rilevazioni ISTAT del 1999, 2000 e Centro nazionale del 2003. Italia, prende
in considerazione le strutture presenti in Italia dal 1999 al 2003 e i minori
ospiti per lo stesso periodo. Emerge come al 31 dicembre 1999 erano presenti 475 strutture che ospitavano un totale di 10.626 minori, negli anni
successivi si è verificata una riduzione delle strutture, infatti al 31 dicembre 2000 vi erano 359 strutture che accoglievano 7.575 miniori sino
ad arrivare al 30 giugno 2003 con 215 strutture ospitanti 2.633 minori.
Dai dati sulla variazione risulta che vi è stato un forte calo delle strutture, precisamente dalla variazione 2000/1999 vi è stata una riduzione di
116 strutture e, dalla variazione 2003/2000 di 114 strutture; invece, per
quanto concerne i minori ospiti, dalla variazione 2000/1999 si nota che
«il numero delle accoglienze è diminuito di 3.051 unità, la variazione
calcolata tra il 2003 e il 2000 ammonta a 4.942 unità, riflettendo di fatto in
tale periodo una contrazione di quasi due terzi di minori.»80. Aspetto
questo che mette in evidenza come si sia cercato in questi anni di ridurre
le strutture per minori, e quindi il fenomeno della deistituzionalizzazione, al fine di promuovere l’affidamento familiare.
Dalla Tavola 5.3.1 - Provvedimenti emessi dai tribunali per i minorenni in materia di affidamento. Italia - Anni 1993-2003, si può notare
che se nel 1993 la percentuale degli affidamenti familiari rispetto al totale è del 34,7%; negli anni successivi vi è stato un aumento sino ad arrivare nel 2003 ad una percentuale di affidamenti familiari del 54,4%. Nello
specifico, dei provvedimenti emessi dai tribunali per i minorenni, risulta
che nel 1993, su un totale di 1.910 affidamenti 1.248 sono stati Affidamenti a comunità alloggio o istituti e solo 662 Affidamenti familiari, con
una percentuale di affidamenti familiari del 34,7%, situazione questa che
dal 1994 subisce un cambiamento che vede l’aumento della percentuale
degli affidamenti familiari. Con picchi di affidamenti familiari del 46,9%
del 1994 e del 54,4% del 2003.
Guardando i dati relativamente all’aumento delle percentuali di affidamento familiare del 2002 e del 2003, si potrebbe pensare che questa
crescita sia dovuta alla legge 149/2001 che prevede la chiusura degli Istituti entro il 2006. Comunque, tale tendenza mostra una maggiore cultura
Fonte: Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e
l’adolescenza, I numeri italiani, Firenze, Istituto degli Innocenti, 2007(Questioni e
Documenti, n. 43).
80
140
Capitolo quinto
dell’affidamento familiare rispetto agli affidamenti a comunità alloggio
o istituti.
Nella Tavola 5.3.2 - Provvedimenti emessi dai tribunali per i minorenni in materia di affidamento - Anni 2001-2003, vengono posti in risalto i provvedimenti emessi dai Tribunali per i minorenni considerando
gli anni 2001 – 2002 – 2003 in riferimento agli affidamenti familiari e agli
affidamenti a comunità alloggio o istituti, secondo il territorio di competenza.
Si evince che in totale nel 2001 gli affidamenti emessi dai Tribunali
per i minorenni sono stati 2.197, di cui 671 Affidamenti familiari e 1.526
Affidamenti a comunità alloggio o istituti; nel 2002 i provvedimenti in
materia di affidamento emessi dai Tribunali per i minorenni sono stati
1.777, suddivisi in 819 Affidamenti familiari e 958 Affidamenti a comunità alloggio o istituti; il 2003 ha registrato 866 Affidamenti familiari e
727 Affidamenti a comunità alloggio o istituti, per un totale di 1.593 affidamenti emessi dal Tribunale per i minorenni. Se dal 2001 e dal 2002
emerge la prevalenza degli affidamenti a comunità alloggio o istituti rispetto agli affidamenti familiari, nel 2003 si verifica un’inversione di
tendenza con l’aumento degli affidamenti familiari rispetto agli affidamenti a comunità alloggio o istituti.
In particolare, analizzando le situazioni che presentano per tutti e tre
gli anni considerati la stessa tendenza emerge che i Tribunali per i minorenni dove si registrano i valori più alti per l’Affidamento familiare sono
quelli di: Torino; Bolzano; Venezia; Firenze; Roma; Salerno. Tra questi
possono essere inseriti anche i Tribunali per i minorenni di Milano, Catanzaro e Catania, poiché i primi due per il 2001 hanno registrato più affidamenti familiari (1 su un totale di 1 per Milano e 2 su un totale di 2
per Catanzaro), mentre per il 2002 e il 2003 non risulta nessun provvedimento di affidamento emesso da tali Tribunali; Catania sia nel 2001
che nel 2003 registra tra il totale degli affidamenti tutti affidamenti familiari (10 per il 2001 e 2 per il 2003, invece per il 2002 non risulta alcun
provvedimento emesso dal Tribunale per i minorenni).
I Tribunali per i minorenni che al contrario hanno valori più alti per
l’Affidamento a comunità alloggio o istituti sono: Brescia; Trento; Trieste; Ancona; L’Aquila; Campobasso; Napoli; Palermo.
Mentre gli altri Tribunali per i minorenni presentano situazioni che
variano negli anni, senza esprimere, tuttavia, una differenza statisticamente significativa.
Invece, il Tribunale per i minorenni di Genova non ha emesso alcun
provvedimento in materia di affidamento negli anni considerati.
Coordinamento Nazionale Servizi Affido (C.N.S.A) e Indagini nazionali
141
Considerando, inoltre, che in alcune Regioni sono presenti più Tribunali per i Minorenni, i dati dei Tribunali per i Minorenni della stessa Regione potrebbero essere letti in un’ottica cumulativa, qui di seguito esposta.
Nella Regione Lombardia, relativamente ai Tribunali per i minorenni
di Milano e Brescia, nel 2001 si sono avuti in totale 3 affidamenti, di cui 1
familiare e 2 a comunità alloggio o istituti, per il 2002 e per il 2003 i valori da considerare sono solo quelli attinenti al Tribunale per i minorenni
di Brescia perchè dal Tribunale per i minorenni di Milano non è stato
emesso alcun provvedimento in materia di affidamento.
Nel Trentino Alto – Adige, considerando i Tribunali per i minorenni
di Trento e Bolzano, si evince che nel 2001 su un totale di 30 affidamenti
12 sono stati familiari e 18 a comunità alloggio o istituti, nel 2002 dei 32
affidamenti 16 sono stati familiari e 16 a comunità alloggio o istituti, nel
2003 vi sono stati 6 affidamenti, di cui 4 familiari e 2 a comunità alloggio
o istituti. Emerge che, fatta eccezione per il 2002 dove i dati sono uguali,
nel 2001 i valori degli affidamenti a comunità alloggio o istituti sono stati maggiori, mentre nel 2003 risultano più affidamenti familiari.
Nella Regione Campania, in riferimento ai Tribunali per i minorenni
di Napoli e Salerno, premesso che per gli affidamenti familiari i dati sono riconducibili solo al Tribunale per i minorenni di Salerno dal momento che per Napoli non risulta nessun affidamento familiare, emerge che
nel 2001 vi sono stati 309 affidamenti, di cui 64 familiari e 245 a comunità alloggio o istituti, nel 2002 il totale degli affidamenti è stato di 233, 132
familiari e 101 a comunità alloggio o istituti, nel 2003 gli affidamenti sono stati 192, 144 familiari e 48 a comunità alloggio o a istituti. Da tali dati
si nota che a differenza del 2001, dove si sono verificati più affidamenti a
comunità alloggio o istituti nel 2002 e nel 2003 la maggior parte degli affidamenti sono stati familiari.
Nella Regione Puglia, dai Tribunali per i minorenni di Bari, Lecce e
Taranto, complessivamente si nota che nel 2001 sono stati registrati 250
affidamenti, 33 familiari e 217 a comunità alloggio o istituti, nel 2002 su
un totale di 203 affidamenti 80 sono stati familiari e 123 a comunità alloggio o istituti, nel 2003 di 190 affidamenti 85 fanno riferimento a quelli
familiari e 105 a comunità alloggio o istituti. In generale risulta che in
tutti e tre gli anni gli affidamenti a comunità alloggio o istituti sono stati
di più rispetto a quelli familiari.
Per quanto concerne la Calabria, alla luce dei provvedimenti emessi
dai Tribunali per i minorenni di Catanzaro e Reggio Calabria, nel 2001 ci
sono stati 31 affidamenti, 14 familiari e 17 a comunità alloggio o istituti,
142
Capitolo quinto
per il 2002 ed il 2003 vengono registrati solo i dati del Tribunale per i
minorenni di Reggio Calabria ciò in ragione del fatto che il Tribunale per
i minorenni di Catanzaro non ha emesso provvedimenti in materia di affidamento.
Nella Regione Sicilia, per ciò che concerne i Tribunali per i minorenni
di Palermo, Messina, Caltanissetta e Catania, si evince che nel 2001 gli
affidamenti sono stati 246, dei quali 20 fanno riferimento ad affidamenti
familiare e 226 ad affidamenti a comunità alloggio o istituti, nel 2002 vi
sono stati 141 affidamenti, di cui 30 familiari e 111 a comunità alloggio o
istituti, nel 2003 in totale gli affidamenti sono stati 90, 17 familiari e 73 a
comunità alloggio o istituti. Emerge da questi valori che, come per la
Regione Puglia, in tutti e tre gli anni gli affidamenti sono stati prevalentemente a comunità alloggio o istituti.
Infine, nella Regione Sardegna, rispetto ai Tribunali per i minorenni
di Cagliari e Sassari, nel 2001 su un totale di 107 affidamenti 72 sono stati familiari e 35 a comunità alloggio o istituti, nel 2002 si sono registrati
86 affidamenti, di cui 65 familiari e 21 a comunità alloggio o istituti, nel
2003 vi sono stati 135 affidamenti, 54 dei quali sono stati familiari e 81 a
comunità alloggio o istituti. Complessivamente risulta, quindi, che nel
2001 e nel 2002 la maggior parte degli affidamenti sono stati familiari,
invece nel 2003 si è verificata una crescita degli affidamenti a comunità
alloggio o istituti.
La Tavola 5.3.3 - Provvedimenti emessi dai tribunali per i minorenni in materia di affidamento per area territoriale - Anni 2001-2003 considera, come la precedente, i provvedimenti emessi dai Tribunali per i
minorenni in materia di affidamento familiare ma, a differenza
dell’altra, in relazione alle aree territoriali ed evidenziando anche le percentuali di affidamenti familiari.
È interessante notare che sia al Nord che al Centro e Sud nel 2003 la
percentuale degli affidamenti familiari è aumentata, mentre nelle Isole si
è verificato un calo rispetto al 2002. Inoltre, dai dati emerge come al Centro la tendenza verso gli Affidamenti familiari sia stata sempre maggiore
rispetto agli Affidamenti a comunità alloggio o istituti, infatti nel 2001 la
percentuale degli affidamenti familiari è del 59,6 e nel 2002 è del 56,1,
l’ulteriore crescita si è verificata nel 2003 con il 61,2 %. Al contrario, al
Sud i valori sono più alti, in considerazione di tutti e tre gli anni, per gli
Affidamenti a comunità alloggio o istituti anche se rispetto al 2001, dove
la percentuale degli Affidamenti familiari è del 26,8%, nel 2002 e nel
2003 si è verificato un aumento degli affidamenti familiari del 47,9% per
il 2002 e del 48,4% per il 2003. Nelle Isole, invece, gli Affidamenti a co-
Coordinamento Nazionale Servizi Affido (C.N.S.A) e Indagini nazionali
143
munità alloggio o istituti risultano sempre maggiori rispetto agli Affidamenti familiari, nel 2001 vi è una percentuale di questi ultimi del 26,1,
nel 2002 si evince un rialzo con un 41,9% ma nel 2003 i valori scendono
nuovamente al 31,6%. Il Nord, rispettivamente al 2001 e al 2002 presenta
percentuali di Affidamenti familiari molto bassi, una percentuale del
25,5 riferita al 2001 ed una del 41,4 riferita al 2002 ma bisogna notare che
nel 2003 si registra una crescita consistente degli Affidamenti familiari,
ben il 68,6%, percentuale alta anche rispetto alle altre aree territoriali.
Considerando comunque il totale rispetto alle quattro aree territoriali
bisogna considerare che l’Affidamento familiare è cresciuto dal 30,5%
del 2001 al 46,1% del 2002 sino al 54,4% del 2003, percentuali che indicano uno sviluppo crescente della cultura dell’affidamento familiare e
dell’importanza attribuita nel procedimento di affido all’inserimento,
anche se temporaneo, del minore in un contesto familiare.
La crescita della cultura dell’affidamento familiare si evince ancor
meglio dai dati riportati nella Tavola 6.1 – Minori in affidamento familiare e minori accolti nei servizi residenziali per regione e provincia
autonoma al 31 dicembre 2005. Infatti, al 31 dicembre 2005 gli affidamenti familiari risultano maggiori rispetto agli affidamenti a servizi residenziali, i minori accolti in strutture residenziali sono 12.513 mentre i
minori in affidamento familiare sono 13.159 « il dato è però da ritenersi
sottostimato in quanto da un lato non tiene conto degli affidamenti familiari della Regione Sicilia che a questa data non ha fornito le informazioni e, dall’altro, risulta parziale in almeno altre due realtà regionali. Considerato che dalla ricerca del 1999 risultavano in corso in quell’anno
10.200 affidamenti familiari, il dato attuale, anche se sottostimato, porta
nel periodo 1999-2003, a un incremento percentuale degli affidamenti
familiari prossimo al 30%.»81.
Osservando si nota che le Regioni e le Province autonome con dati
più alti per i minori accolti nei servizi residenziali sono: Provincia di
Trento (327 minori accolti e 101 in affidamento familiare), Veneto (1.002
minori accolti e 764 minori in affidamento familiare), Friuli – Venezia
Giulia (221 minori accolti e 165 minori in affidamento familiare), Umbria
(252 minori accolti e 197 minori in affidamento familiare), Lazio (1.000
minori accolti e 918 minori in affidamento familiare), Abruzzo (265 minori accolti e 199 minori in affidamento familiare), Molise (96 minori acFonte: Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e
l’adolescenza, I numeri italiani, Firenze, Istituto degli Innocenti, 2007(Questioni e
Documenti, n. 43).
81
144
Capitolo quinto
colti e 82 minori in affidamento familiare), Campania, 1.384 minori accolti e 776 minori in affidamento familiare), Basilicata (152 minori accolti
e 8 minori in affidamento familiare), Calabria (516 minori accolti e 354
minori in affidamento familiare), Sardegna (337 minori accolti e 79 minori in affidamento familiare). Al contrario, i valori più alti per gli Affidamenti familiari si registrano in: Piemonte (1.448 minori in affidamento
familiare e 1.175 minori accolti), Valle D’Aosta (46 minori in affidamento
familiare e 21 minori accolti), Lombardia (2.505 minori in affidamento
familiare e 1.652 minori accolti), Provincia di Bolzano (201 minori in affidamento familiare e 151 minori accolti), Liguria (660 minori in affidamento familiare e 466 minori accolti), Emilia – Romagna (1.264 minori in
affidamento familiare e 1.040 minori accolti), Toscana (1.725 minori in
affidamento familiare e 970 minori accolti), Puglia (1.404 minori in affidamento familiare e 1.175 minori accolti).
Dalla Tavola 6.2 - Minori in affidamento familiare e minori accolti
nei servizi residenziali per regione e provincia autonoma al 31 dicembre 2005. Tassi per 1.000 abitanti della stessa età emerge, tra i minori accolti nei servizi residenziali e i minori in affidamento familiare, come dato nazionale che per ogni 1.000 minori residenti 1,5 è in affidamento familiare e 1,4 è accolto nei servizi residenziali, valore che sottolinea
l’aumento degli affidamenti familiari.
Si nota che le Regioni e le province autonome che registrano, per
quanto riguarda gli affidamenti familiari, valori bassi rispetto a quello
nazionale sono: Basilicata 0,1 - Sardegna 0,3 - Campania 0,6 - Abruzzo e
Calabria 0,9 - Veneto, Friuli – Venezia Giulia e Lazio 1,0 - Provincia di
Trento 1,1, Umbria 1,2. Al contrario, le Regioni e le province autonome
che mostrano valori alti rispetto a quello nazionale sono: Toscana 3,3 –
Liguria 3,2 - Valle D’Aosta 2,4 - Piemonte 2,3 – Provincia di Bolzano,
Emilia – Romagna 2,1 – Puglia 1,8 – Lombardia 1,7 – le Marche e il Molise si mantengono sul valore nazionale 1,5. Da tali dati si evince dunque
che «L’indicatore risulta al di sopra del valore medio nazionale in alcune
regioni del Centro-nord, mentre tra le regioni del Sud è la sola Puglia
(1,8) ad avere un valore medio più alto di quello nazionale.»82.
Le Regioni e le Province autonome che presentano valori alti rispetto
a quello nazionale per quanto concerne i minori accolti nei servizi residenziali, che è 1,4, sono: Marche 2,0 – Provincia di Trento 3,6 – Puglia 1,5
Fonte: Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e
l’adolescenza, I numeri italiani, Firenze, Istituto degli Innocenti, 2007(Questioni e
Documenti, n. 43).
82
Coordinamento Nazionale Servizi Affido (C.N.S.A) e Indagini nazionali
145
– Molise 1,8 – la Basilicata si mantiene sul valore nazionale. Mentre, le
Regioni e le Province autonome che hanno valori bassi rispetto a quello
nazionale sono: Valle D’Aosta, Lombardia, Lazio, Campania 1,1 – Abruzzo 1,2 – Umbria, Calabria, Sardegna 1,3.
Osservazioni conclusive
In questo elaborato, partendo dal presupposto che ogni bambino ha il
“diritto di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia” (art. 1
legge 149/2001) e che qualora la famiglia, nonostante gli interventi di aiuto
e di sostegno, non risulti capace di svolgere le sue funzioni genitoriali
presentando condizioni di vita e problematiche pregiudizievoli per lo
sviluppo psico-fisico del figlio/a, ho preso in considerazione l’intervento
dell’affidamento familiare con un’attenzione particolare all’impegno e
all’operato del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza. Da un tale lavoro sono emersi aspetti molto interessanti dell’affido familiare che
pongono in risalto la complessità, le molteplici sfaccettature e
l’importanza che un siffatto intervento può avere per i suoi protagonisti,
minore – nucleo naturale – famiglie e persone affidatarie.
Considerando che l’affidamento a differenza dell’adozione non prevede alcuna rottura giuridica del legame tra il minore e i suoi genitori
naturali, si evince come tale intervento, prevedendo un distacco non definitivo ma temporaneo, persegua lo scopo, da un lato di garantire al
minore la possibilità di vivere in un ambiente sano con adulti significativi che possano accompagnarlo, durante il periodo di allontanamento
dal suo nucleo, nella sua crescita e nel suo sviluppo e, dall’altro di mettere in atto degli interventi che possano, allo stesso tempo, aiutare i genitori naturali a superare le difficoltà che hanno portato alla separazione e
a riacquisire le capacità e le funzioni genitoriali per poter tornare ad occuparsi nuovamente del figlio/a.
In virtù del fatto che ogni persona ha caratteristiche e situazioni differenti e che l’affidamento è rivolto a minori di età compresa tra 0 e 18 anni senza distinzione di sesso, di etnia, di età, di lingua, di religione e nel rispetto
della identità culturale del minore, emerge l’importanza di realizzare interventi di affido individualizzati che pongano al centro le varie esigenze e
i vari bisogni. Infatti, si può notare che:
a) Per il bambino piccolo risulta essenziale, sin dai primissimi
mesi di vita, soddisfare il suo bisogno di attaccamento e avere
figure di riferimento capaci di offrirgli amore, cure ed attenzioni al fine di evitare che se i genitori naturali non risultino
capaci e idonei possa crescere con vuoti affettivi e relazionali;
b) Per l’adolescente è necessario considerare sia le problematiche
e le carenze della famiglia naturale e sia l’aspetto adolescenziale, il quale richiede la presenza di figure adulte che possa-
148
Osservazioni conclusive
no sostenerlo e accompagnarlo nella rielaborazione della sua
storia e della sua situazione familiare e nella ricerca della sua
identità, stimolare le sue risorse e i suoi interessi per la costruzione del suo futuro;
c) Per il minore straniero, a prescindere dal fatto che lo Stato italiano offre a lui gli stessi diritti di tutela e protezione sanciti
per il minore italiano, si presentano difficoltà ed ostacoli
maggiori, poiché trovandosi a vivere in un Pese straniero dovrà crescere, scoprire il suo sé e costruire la sua identità elaborando l’appartenenza sia a due famiglie, quella naturale e
quella affidataria, e sia a due culture ed etnie differenti, situazione quindi che richiede un intervento multiprofessionale
(assistente sociale, educatore, mediatore culturale, ecc…); ne
consegue dunque che per un suo sano sviluppo è basilare che
il progetto di affido metta in relazione le sue origini e il suo
presente.
Alla luce, quindi, di queste diversità che caratterizzano il protagonista principale dell’affido si può comprendere che agli operatori è richiesto: un lavoro che poggi le sue fondamenta su quelle che sono le caratteristiche, le esigenze e le difficoltà del bambino/ragazzo, e in base a ciò
realizzare un adeguato intervento e offrire a lui sostegno e aiuto per affrontare il procedimento di affido e la separazione dal suo nucleo; una
capacità di confronto positivo con le diverse culture e situazioni per far
sì che possano integrarsi tra loro; un’attenzione a quelle che possono essere le problematiche psico-sociali che il bambino si trova ad affrontare
quali: “difficoltà emotivo – relazionali”, senso di colpa e di angoscia per
l’allontanamento, senso di abbandono, poiché vivrà più separazioni, dalla famiglia naturale prima e dagli affidatari a conclusione dell’affido,
conflitto di lealtà nei confronti dei suoi genitori. Inoltre risulta basilare
che gli operatori nel loro intervento, al fine di reintegrare il minore nella
sua famiglia, facciano in modo che possa mantenersi sempre viva la relazione con la sua famiglia e favorire i presupposti per un rapporto collaborativo tra le due famiglie, ciò perché una collaborazione consente al
bambino/ragazzo di vivere la situazione con meno conflittualità.
Risulta importante, ancora, che gli operatori, oltre agli interventi per
il minore, mettano in azione interventi nei confronti sia della famiglia
naturale che di quella affidataria, dal momento che entrambe, anche se
per ragioni dissimili, necessitano di aiuto e sostegno. In ragione di ciò
emerge che gli operatori devono:
Osservazioni conclusive
a)
149
Per quel che concerne la famiglia naturale, instaurare un rapporto chiaro che non la faccia sentire come inadatta e negativa, individuare le cause che hanno portato alla crisi e le risorse che possiede per giungere ad un cambiamento positivo, accompagnarla nella comprensione, accettazione e superamento
delle problematiche, e nel recupero delle capacità genitoriali;
b) In riferimento alla famiglia affidataria, valutare in primis la
sua maturità, le motivazioni e le aspettative, dal momento che
dovrà agevolare e favorire il rientro del minore nel suo nucleo; sostenerla e aiutarla: per tutto il percorso di affido,
nell’accettazione e comprensione del bambino, delle sue difficoltà, dei suoi tempi di apertura e del suo contesto familiare,
quindi delle sue origini, della sua storia e della sua famiglia,
nel suo ruolo educativo, affettivo, relazione e sociale, nel
mantenere anche il suo equilibrio familiare; fornirle: informazione/formazione sull’affido, adeguata preparazione per gestire sia i rapporti con il minore che con la sua famiglia naturale, accompagnarla e integrare le sue risorse nel caso dovesse
affrontare situazioni critiche.
Ne deriva che è essenziale ed auspicabile, in materia di affidamento
familiare, strutturare un lavoro di rete che, con il coinvolgimento di varie figure professionali, possa “dar vita” ad un intervento sociale, psicologico, educativo e sanitario, riuscendo così ad aiutare il minore, la famiglia naturale e gli affidatari.
L’interesse, la tutela ed il diritto del minore a crescere ed essere educato in un ambiente sano emergono “in modo forte e chiaro” con la Legge 4 Maggio 1983, n. 184 e con la Legge 28 Marzo 2001, n. 149 recante
“Modifiche alla legge 4 maggio 1983”. Infatti con tali leggi il legislatore
pone al centro gli interessi del minore ed evidenzia che: l’affidamento è
possibile quando gli interventi di sostegno e aiuto al nucleo familiare
multiproblematico non abbiano portato a cambiamenti positivi; che in
primis bisogna considerare la possibilità di un affidamento familiare o
ad una persona singola e solo in assenza di tali possibilità vi può essere
l’inserimento del minore presso una comunità di tipo familiare; dispone,
aspetto molto importante, la chiusura degli istituti entro il 2006.
Ed è su tali linee che l’Ente Provincia di Potenza, nell’ambito delle Politiche Sociali, in collaborazione con il Tribunale per i Minorenni e
l’Associazione il “Ponte gruppo Famiglie Affidatarie”, nel 2003 ha istituto il “Centro Affidi”. Dall’operato di questi anni si evidenzia che è inte-
150
Osservazioni conclusive
resse degli operatori lavorare alla qualità e all’efficienza degli interventi
con un’attenzione agli aspetti qualitativi, quali:
a) promozione su tutto il territorio provinciale dell’affido familiare, della cultura della solidarietà e di un “nuovo concetto di
famiglia”, nella prospettiva di sensibilizzare i cittadini
sull’importanza che l’intervento di affido riveste per i bambini che non hanno la “fortuna” di vivere in un contesto adeguato alla sua crescita psico-fisica, di avvicinare sempre più
perone alla scelta dell’affido come compito educativo, affettivo e sociale e, di realizzare cambiamenti positivi;
b) confronto costante con le altre realtà nazionali, riflettendo sulle proprie esperienze e quelle altrui in modo da poter aggiungere al loro lavoro nuovi aspetti, e ciò al fine di rendere il più
ottimale possibile l’intervento dell’affido nel territorio provinciale e rispondere alle diverse problematiche e situazioni sociali, in virtù di ciò ha aderito al C.N.S.A. (Coordinamento
Nazionale Servizi Affido);
c) realizzare interventi atti ad offrire al minore la possibilità di
vivere, valutata l’inidoneità della sua famiglia, in un contesto
familiare attento e sano. A tal fine sono impegnati nel reperimento di famiglie e persone singole disponibili all’affido;
d) per le famiglie e le persone disponibili all’affido, attuazione di
un corso di preparazione, formazione e approfondimento sulle tematiche dell’affido e sui suoi aspetti, con l’obiettivo di informarli, seguirli e accompagnarli nel percorso di affido, ciò
in considerazione del fatto che tra i compiti del Centro provinciale vi è anche quello, fondamentale, dell’abbinamento
minore – affidatari e inserimento dei minori nelle famiglie;
e) stipula di un Protocollo d’intesa (Lg. 149/2001), tra Provincia
di Potenza “Centro Affidi”, Tribunale per i Minori e Servizi
Sociali Comunali (n. 100) del territorio provinciale ognuno
per le proprie competenze e specificità.
Grazie al lavoro di sensibilizzazione dell’opinione pubblica è emerso
che dal 2005 al 2007 hanno dato la loro adesione all’affido 47 famiglie e
sono stati realizzati 34 abbinamenti minore – affidatari.
Inoltre, ritenendo la realizzazione del corso di formazione per gli affidatari un aspetto fondamentale del lavoro del “Centro Affidi”, dal
momento che per svolgere un ruolo impegnativo e delicato come quello
dell’affidatario si rende necessario ed ottimale un corso formativo, ho
cercato, realizzando un questionario rivolto alle famiglie e persone di-
Osservazioni conclusive
151
sponibili all’affido che hanno seguito e seguono la formazione organizzata dal “Centro Affidi”, di raccogliere le loro valutazioni e considerazioni. Bisogna comunque sottolineare che sono emerse anche informazioni relative alla coppia, alla loro storia individuale, al loro atteggiamento e a quello dei familiari nei confronti dell’affido, e su come intendono rapportarsi alla famiglia d’origine del minore e alla sua storia di
vita.
Considerando, solo i punti più salienti, è emerso che:
a) tra le motivazioni che hanno portato alla scelta dell’affido
nessuna famiglia ha barrato come alternativa di risposta “Desiderio di compiacere il coniuge” e “Compensazione per il figlio mancante”, risposte queste che a mio avviso non considerano l’importanza di una scelta voluta da entrambi ed il fatto
che gli affidatari svolgono un ruolo genitoriale temporaneo
poiché è presente il legame genitore naturale – figlio;
b) le famiglie con figli li hanno coinvolti ed essi risultano concordi, aspetto essenziale in un procedimento di affido dal
momento che a tutti i membri della famiglia è richiesto di riorganizzare i loro tempi e i loro spazi in funzione del percorso
da svolgere;
c) tutti sono disponibili al mantenimento dei rapporti con la famiglia biologica tranne una, da quanto detto sin ora, ritengo
basilare da parte degli affidatari, per l’interesse del bambino/a, l’accettazione del nucleo di origine e il mantenimento
dei legami;
d) alla domanda “Come pensate di porvi nei confronti delle abitudini di vita del minore, delle sue origini e della sua storia”
le risposte pongono in risalto la volontà di integrare le sue origine con la propria storia familiare per salvaguardare quella
che è la sua identità, di ascoltarlo e cogliere quelli che possono
essere le sue difficoltà passate e presenti, rispettando i suoi
tempi di apertura nei loro confronti;
e) la formazione è stata utile e risulta necessaria prima di accogliere un minore in famiglia, li ha aiutati nei rapporti con i
minori, a riconoscere i propri limiti, a conoscere meglio i vari
aspetti dell’affido, il ruolo delle famiglie affidatarie e quello
degli operatori, le problematiche minorili, a “non rimanere
impreparati negli approcci iniziali”, a riconoscere gli operatori del Centro come sostegno nei momenti di difficoltà, a confrontarsi con il T.M., i servizi sociali e con famiglie che hanno
152
Osservazioni conclusive
fatto “esperienze simili”, a gestire i rapporti con il bambino/a
e la famiglia naturale, a sostenerli nella fase conclusiva
dell’affido.
È risultato inoltre importante, valutando l’interesse degli operatori
del “Centro Affidi” ad un confronto costante con le altre realtà nazionali,
il lavoro del Coordinamento Nazionale Servizi Affidi (C.N.S.A.). Attivo
dal 1996 ma, costituitosi formalmente il 1998 si propone di offrire agli
operatori, impegnati in materia di affidamento familiare, la possibilità di
mettere a confronto le loro realtà con uno scambio di informazioni relative alle diverse esperienze, per riflettere insieme su quelle che sono le
difficoltà e i cambiamenti sociali, al fine di portare alla realizzazione di
un progetto ottimale e soprattutto corrispondente a quelle che sono le
necessità e i bisogni del minore e delle famiglie. Si è cercato, dunque, di
“dar vita” ad un “linguaggio comune” che potesse avvicinare i vari servizi impegnati nel nostro Paese. A tal proposito il C.N.S.A., con
l’impegno dei servizi aderenti, ha realizzato 10 documenti concernenti
temi specifici che offrono linee guida che possono portare alla realizzazione di interventi sempre più rispondenti alle esigenze dell’utenza e ai
cambiamenti sociali.
Infine, a mio avviso, è degno di attenzione il fatto che, come emerge
dai dati del Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia
e l’adolescenza, I numeri italiani, Firenze, Istituto degli Innocenti,
2007(Questioni e Documenti, n. 43), al 31 dicembre 2005 gli affidamenti
familiari risultino maggiori rispetto agli affidamenti a servizi residenziali, infatti i minori accolti in strutture residenziali sono 12.513 mentre i
minori in affidamento familiare 13.159. Osservazione questa che fa emergere uno sviluppo della cultura dell’affidamento familiare e la volontà di, chi impegnato costantemente in tale materia, voler offrire ai
minori in difficoltà risposte che tengano conto dell’importanza per i
bambini di crescere in una famiglia.
Appendice A
QUESTIONARIO FAMIGLIE AFFIDATARIE
del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
Il questionario somministrato alle famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza è stato realizzato in collaborazione con il
“Centro Affidi” della Provincia di Potenza Ass.Soc. A.Marsicovetere.
Qui di seguito vengono riportati i questionari integrali con le risposte
che esse hanno addotto.
154
Appendice A
FAMIGLIA 1
A INFORMAZIONI GENERALI DELLA COPPIA
a) Lei
Titolo di studio LAUREA IN GIURISPRUDENZA
Professione AVVOCATO
Orario di lavoro LIBERO
Religione CATTOLICA
b) Lui
Titolo di studio LAUREA INGEGNERIA
Professione IMPRENDITORE
Orario di lavoro LIBERO
Religione ___________________
Figli
1
N°
1
F
/
M
c) Tipo di abitazione:
proprietà X
Età
4
Altri Componenti
affitto □
Età
F
M
stanze n° 7
d) Sintetica descrizione dell’abitazione:
VILLA TRE PIANI CON GIARDINO
e) Esiste una stanza per il bambino in affidamento?
Si X No □
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
155
B INDAGINE PSICO-SOCIALE SULLA COPPIA ASPIRANTE
ALL’AFFIDAMENTO
1) STORIA INDIVIDUALE (di Lui)
a) Struttura della famiglia di origine:
Padre
Età
78
Fratelli/Sorelle Cognati/e
Età
Età
Fratello 54
Cognata 48
Madre
Età
75
Nipoti
Età
26
21
b) Rapporti con essa:
Ottimi X
Buoni □
Altre figure significative
Discreti □
Inesistenti □
c) Lavoro:
autonomo IMPRENDITORE
dipendente___________________
d) Interessi e tempo libero
MOTORISTICI E DI VOLO – MUSICA – CINEMA – LETTURA
156
Appendice A
2) STORIA INDIVIDUALE (di Lei)
a) Struttura della famiglia di origine:
Padre
Età
67
Fratelli/Sorelle
Età
Fratello 40
Cognati/e
Età
Cognata 42
b) Rapporti con essa:
Ottimi X
Buoni □
c) Lavoro:
autonomo STUDIO LEGALE
dipendente___________________
d) Interessi e tempo libero
MUSICA E LETTURA
Madre
Età
65
Nipoti
Età
7
Altre figure significative
Discreti □
Inesistenti □
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
157
3) STORIA DELLA COPPIA
a) Presenza di figli: Si □
No □
Età Frequenta la scuola Lavora
Classe
4
Scuola Materna
Figli adottivi
Minori in affido
Si
Par - Time
b) Conviventi:
Altri componenti
Età
M
F
c) Presentato domanda di disponibilità all’adozione: Si □ No X
Quando______________ Quale T.M._________________________
158
Appendice A
C ATTEGGIAMENTO
DELL’AFFIDO
DELLA
COPPIA
NEI
CONFRONTI
a) Chi dei due ha pensato per primo all’affido ENTRAMBI
b) Da chi ne avete sentito parlare AMICI
c) Conoscete situazioni di minori in affido
Si X
No □
d) Conoscete situazioni di minori in adozione
Si X
No □
e) Motivazioni che vi hanno spinto alla scelta di un affido:
Estendere il ruolo genitoriale
□
Desiderio di compiacere il coniuge
□
Compensazione per il figlio mancante
□
Altro
DARE UN SOSTEGNO A UN BAMBINO
f) Come immaginate il bambino:
sesso:
F X
M X
età DAI 5 ANNI IN SÙ
g) Siete disposti ad accogliere:
Numero minori: 1 X 2 □ Più □ Fratelli □ Non consanguinei □
Portatori di Handicap:
Si □
No □
Di razza diversa:
Si X
No □
h) Quale tipologia di bambino pensate sia inadatto alla vostra famiglia?
UN MINORE CON HANDICAP (PER DIFFICOLTA’ DI GESTIONE)
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
D ATTEGGIAMENTO
DELL’AFFIDO
DEI
FAMILIARI
NEI
159
CONFRONTI
a) Figli:
Sono stati coinvolti: Si X
No □
Cosa ne pensano: SONO CONTENTI
Sono disposti a riorganizzare le loro modalità di vita:
Si X Sono perplessi □ No □
b) Familiari Conviventi:
Sono stati coinvolti: Si □
No □
Cosa ne pensano:_____________________________________
Sono disposti a riorganizzare le loro modalità di vita:
Si □ Sono perplessi □ No □
c) Familiari non convinti:
Cosa ne pensano di questa vostra scelta:
_____________________________________________________________
_____________________________________________________________
Quale rilevanza ha il loro giudizio:
IL GIUDIZIO DEGLI ALTRI NON HA RILEVANZA
160
Appendice A
E ATTEGGIAMENTO DELLA FAMIGLIA AFFIDATARIA NEI
CONFRONTI DELLA FAMIGLIA D’ORIGINE DEL MINORE E
DELLA SUA STORIA DI VITA
a) Disponibilità al mantenimento dei rapporti:
Si X
No □
Qualche perplessità: SI – MA SICURI DEL SOSTEGNO DEL CENTRO AFFIDI
b) Come pensate di porvi nei confronti delle abitudini di vita del minore, delle sue origini e della sua storia:
ACCETTARE IL SUO CONTESTO FAMILIARE, LE ABITUDINI E
INTEGRARLO CON LE NOSTRE
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
161
F IMPORTANZA DELLA FORMAZIONE
a) Ritenete che la formazione sia utile per le famiglie affidatarie:
Lui:
Si X
No □
Lei:
Si X
No □
b) Ritenete che prima di accogliere un minore sia opportuno un ciclo
di formazione:
Lui:
Si X
No □
Lei:
Si X
No □
c) Riflessioni:
Lui:
In cosa vi ha arricchito
Mi ha fatto capire bene l’istituto dell’affido
Lei:
In cosa vi ha arricchito
HO CAPITO IL RUOLO DELLA FAMIGLIA AFFIDATARIA E LE
PROBLEMATICHE MINORI
Lui:
Che riscontro ha avuto la formazione nell’esperienza
concreta
SIAMO UNA COPPIA CHE HA ADOTTATO LA PROPRIA FIGLIA
QUANDO AVEVA 2 MESI
Lei:
Che riscontro ha avuto la formazione nell’esperienza
concreta
_____________________________________________________________
_____________________________________________________________
d) Quante esperienze di affido avete fatto?
1 □ 2 □ 3 □
NESSUNA
162
Appendice A
FAMIGLIA 2
A INFORMAZIONI GENERALI DELLA COPPIA
a) Lei
Titolo di studio LICENZA MEDIA
Professione IDRAULICO FORESTALE
Orario di lavoro STAGIONALE
Religione CATTOLICA
b) Lui
Titolo di studio LICENZA MEDIA
Professione OPERAIO GENERICO
Orario di lavoro FLESSIBILE
Figli
N°
F
M
c) Tipo di abitazione:
proprietà X
Età
Religione _________________
Altri Componenti
1 ragazza in affido
da 1 anno
affitto □
Età
18
F
/
M
stanze n° □
d) Sintetica descrizione dell’abitazione:
5 VANI + SERVIZI
2 PIANI + MANSARDA
e) Esiste una stanza per il bambino in affidamento?
Si X No □
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
163
B INDAGINE PSICO-SOCIALE SULLA COPPIA ASPIRANTE
ALL’AFFIDAMENTO
1) STORIA INDIVIDUALE (di Lui)
a) Struttura della famiglia di origine:
Padre
Età
86
Fratelli/Sorelle
Età
F/50
Cognati/e
Età
Cognato 59
b) Rapporti con essa:
Ottimi X
Buoni □
Madre
Età
deceduta
Nipoti
Età
Altre figure significative
zii e cugini
Discreti □
Inesistenti □
c) Lavoro:
autonomo /
dipendente___________________
d) Interessi e tempo libero
CALCIO/LAVORI AGRICOLI/VIAGGIARE soprattutto il mare
164
Appendice A
2) STORIA INDIVIDUALE (di Lei)
a) Struttura della famiglia di origine:
Padre
Età
Deceduto
Fratelli/Sorelle
Età
M/50
F/43
Cognati/e
Età
Madre
Età
78
Nipoti
Età
b) Rapporti con essa:
Ottimi X
Buoni □
Altre figure significative
Discreti □
Inesistenti □
c) Lavoro:
autonomo /
dipendente___________________
d) Interessi e tempo libero
MUSICA – MARE
frequento molti seminari sui problemi minorili mi piace molto capire
i problemi che assillano la società
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
165
3) STORIA DELLA COPPIA
a) Presenza di figli: Si □
Età
Frequenta la scuola
Classe
No X
Lavora Figli adottivi Minori in affido
b) Conviventi:
Altri componenti
Età
M
F
c) Presentato domanda di disponibilità all’adozione: Si X No □
Quando 2003
Quale T.M POTENZA
166
Appendice A
C ATTEGGIAMENTO
DELL’AFFIDO
DELLA
COPPIA
NEI
CONFRONTI
a) Chi dei due ha pensato per primo all’affido LEI
b) Da chi ne avete sentito parlare DAI SEMINARI FREQUENTATI
DALLA SIGNORA
c) Conoscete situazioni di minori in affido
Si X
No □
d) Conoscete situazioni di minori in adozione
Si X
No □
e) Motivazioni che vi hanno spinto alla scelta di un affido:
Estendere il ruolo genitoriale
□
Desiderio di compiacere il coniuge
□
Compensazione per il figlio mancante
□
Altro
AIUTARE CHI HA BISOGNO
f) Come immaginate il bambino:
sesso:
F X
M X
età INDIFFERENTE
g) Siete disposti ad accogliere:
Numero minori: 1 □ 2 X Più □ Fratelli □ Non consanguinei □
Portatori di Handicap: Si X
No □
Di razza diversa:
Si X
No □
h) Quale tipologia di bambino pensate sia inadatto alla vostra famiglia?
PER NOI NON CI SONO PROBLEMI OGNI BAMBINO CHE HA BISOGNO DA NOI TROVA LA PIENA DISPONIBILITÀ
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
D ATTEGGIAMENTO
DELL’AFFIDO
DEI
FAMILIARI
NEI
CONFRONTI
a) Figli:
Sono stati coinvolti: Si X
No □
Cosa ne pensano: HANNO ACCETTATO
Sono disposti a riorganizzare le loro modalità di vita:
Si X Sono perplessi □ No □
b) Familiari Conviventi:
Sono stati coinvolti: Si □
No □
Cosa ne pensano: ____________________________________
Sono disposti a riorganizzare le loro modalità di vita:
Si □ Sono perplessi □ No □
c) Familiari non convinti:
Cosa ne pensano di questa vostra scelta:
SONO CONTENTI
Quale rilevanza ha il loro giudizio:
NESSUNA SE NEGATIVA
167
168
Appendice A
E ATTEGGIAMENTO DELLA FAMIGLIA AFFIDATARIA NEI
CONFRONTI DELLA FAMIGLIA D’ORIGINE DEL MINORE E DELLA SUA STORIA DI VITA
a) Disponibilità al mantenimento dei rapporti:
Qualche perplessità: NO
Si X
No □
b) Come pensate di porvi nei confronti delle abitudini di vita del minore, delle sue origini e della sua storia:
DA UN ANNO ABBIAMO IN AFFIDO UNA RAGAZZA (ATTUALMENTE DI 18 ANNI) RUMENA, ABUSATA DAL CONVIVENTE
DELLA SORELLA.
DOPO LE PRIME DIFFICOLTÀ DI RELAZIONI OGGI VA TUTTO
BENE INCONTRA LA SUA FAMIGLIA (2 SORELLE) E LE INCONTRIAMO ANCHE NOI. IL TRIBUNALE DI POTENZA HA PROLUNGATO L’AFFIDO AL 21° ANNO. LA RAGAZZA HA DECISO DI RESTARE PER SEMPRE CON NOI E SIAMO CONTENTI CHE CI ABBIA
SCELTI.
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
169
F IMPORTANZA DELLA FORMAZIONE
a) Ritenete che la formazione sia utile per le famiglie affidatarie:
Lui:
Si X
No □
Lei:
Si X
No □
b) Ritenete che prima di accogliere un minore sia opportuno un ciclo
di formazione:
Lui:
Si X
No □
Lei:
Si X
No □
c) Riflessioni:
Lui:
In cosa vi ha arricchito
ABBIAMO CAPITO COME COMPORTARCI
Lei:
In cosa vi ha arricchito
NEL CAPIRE I PROBLEMI DI BAMBINI E RAGAZZI ADOLESCENTI
Lui:
Che riscontro ha avuto la formazione nell’esperienza
concreta
A CHIEDERE SOSTEGNO AGLI OPERATORI DEL CENTRO AFFIDI QUANDO AVEVAMO DELLE DIFFICOLTÀ
Lei:
Che riscontro ha avuto la formazione nell’esperienza
concreta
A METTERE IN ATTO CIÒ CHE AVEVO IMPARATO E CONFRONTARMI CON IL T.M. E I SERVIZI SOCIALI OLTRE CHE CON IL
GRUPPO DI FAMIGLIE AFFIDATARIE.
d) Quante esperienze di affido avete fatto?
1 X 2 □ 3 □
170
Appendice A
FAMIGLIA 3
A INFORMAZIONI GENERALI DELLA COPPIA
a) Lei
Titolo di studio DIPLOMA - RAGIONERIA
Professione CASALINGA
Orario di lavoro _______________
Religione CATTOLICA
b) Lui
Titolo di studio LAUREA
Professione MEDICO
Orario di lavoro 8.30 – 11.00
16.30 – 19.00
Figli
2
N°
F
/
/
M
Età
23
18
c) Tipo di abitazione:
proprietà X
affitto □
Religione CATTOLICA
Altri Componenti
Età
F
M
stanze n° □
d) Sintetica descrizione dell’abitazione:
CUCINA / SOGGIORNO / 2 BAGNI / SALOTTO / VERANDA / LAVANDERIA E TERRAZZO
e) Esiste una stanza per il bambino in affidamento?
Si X No □
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
171
B INDAGINE PSICO-SOCIALE SULLA COPPIA ASPIRANTE
ALL’AFFIDAMENTO
1) STORIA INDIVIDUALE (di Lui)
a) Struttura della famiglia di origine:
Padre
Età
8O
Fratelli/Sorelle
Età
Sorella 47
Fratello 41
Cognati/e
Età
Cognato 50
(separato)
Cognata 34
Madre
Età
74
Nipoti
Età
F/21
Altre figure significative
M/21
b) Rapporti con essa:
Ottimi □
Buoni X
Discreti □
Inesistenti □
c) Lavoro:
autonomo STUDIO MEDICO
dipendente___________________
d) Interessi e tempo libero
LEGGERE – VIAGGIARE
APPASSIONATO DI ANTICHITÀ – AMO ASCOLTARE MUSICA
JAZZ E CLASSICA – IL MARE E IL GIARDINAGGIO
172
Appendice A
2) STORIA INDIVIDUALE (di Lei)
a) Struttura della famiglia di origine:
Padre
Età
88
Fratelli/Sorelle
Età
M/55
F/48
Cognati/e
Età
Cognata 53
(separati)
Cognato 51
Madre
Età
Deceduta
Nipoti
Età
M 22
Altre figure significative
M 26
F 21
b) Rapporti con essa:
Ottimi □
Buoni □
Discreti □
Inesistenti □
c) Lavoro:
autonomo CASALINGA
dipendente___________________
d) Interessi e tempo libero
LEGGERE – BARCA A VELA – VIAGGIARE – CUCINARE – MUSICA CLASSICA
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
173
3) STORIA DELLA COPPIA
a) Presenza di figli: Si X
Età
22
Frequenta la scuola
Classe
III° Anno Università
18
III° Liceo Classico
No □
Lavora
Figli adottivi Minori in affido
1 di anni 16 –
ragazza
b) Conviventi:
Altri componenti
Età
M
F
c) Presentato domanda di disponibilità all’adozione: Si □ No X
Quando ___________________ Quale T.M ___________________
174
Appendice A
C ATTEGGIAMENTO
DELL’AFFIDO
DELLA
COPPIA
NEI
CONFRONTI
a) Chi dei due ha pensato per primo all’affido CONOSCEVAMO LA
STORIA FAMILIARE DELLA RAGAZZA
b) Da chi ne avete sentito parlare SERVIZI SOCIALI
c) Conoscete situazioni di minori in affido
Si X
No □
d) Conoscete situazioni di minori in adozione
Si □
No X
e) Motivazioni che vi hanno spinto alla scelta di un affido:
Estendere il ruolo genitoriale
□
Desiderio di compiacere il coniuge
□
Compensazione per il figlio mancante
□
Altro
VOLER CERCARE DI CAMBIARE IN MEGLIO LA VITA DI
UN’ADOLESCENTE COSTRETTA A VIVERE UNA VITA CON RESPONSABILITÀ TROPPO GRANDI PER LA SUA ETÀ. DARLE LA
SPENSIERATEZZA DEI SUOI 16 ANNI
f) Come immaginate il bambino:
sesso:
F X
M X
età ADOLESCENTE
g) Siete disposti ad accogliere:
Numero minori: 1 □ 2 X Più □ Fratelli X Non consanguinei □
Portatori di Handicap: Si □
No □
Di razza diversa:
Si □
No □
h) Quale tipologia di bambino pensate sia inadatto alla vostra famiglia?
UNA PERSONA BISOGNOSA DI UNA VITA FAMILIARE TRANQUILLA E REGOLARE.
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
D ATTEGGIAMENTO
DELL’AFFIDO
DEI
FAMILIARI
NEI
175
CONFRONTI
a) Figli:
Sono stati coinvolti: Si X
No □
Cosa ne pensano: SONO CONCORDI
Sono disposti a riorganizzare le loro modalità di vita:
Si □ Sono perplessi □ No □
b) Familiari Conviventi:
Sono stati coinvolti: Si X
No □
Cosa ne pensano: HANNO ESPRESSO GIUDIZIO FAVOREVOLE
Sono disposti a riorganizzare le loro modalità di vita:
Si □ Sono perplessi □ No □
c) Familiari non convinti:
Cosa ne pensano di questa vostra scelta:
_____________________________________________________________
_____________________________________________________________
Quale rilevanza ha il loro giudizio:
COSTITUISCE UN ULTERIORE SOSTEGNO ALLA NOSTRA DECISIONE
176
Appendice A
E ATTEGGIAMENTO DELLA FAMIGLIA AFFIDATARIA NEI
CONFRONTI DELLA FAMIGLIA D’ORIGINE DEL MINORE E DELLA SUA STORIA DI VITA
a) Disponibilità al mantenimento dei rapporti:
Qualche perplessità: NESSUNA
Si X
No □
b) Come pensate di porvi nei confronti delle abitudini di vita del minore, delle sue origini e della sua storia:
IL MASSIMO RISPETTO PER LE SUE TRADIZIONI CHE NESSUNO
VUOLE RINNEGARE. IL MINORE DEVE MANTENERE CHIARA LA
SUA IDENTITÀ E SENSO DI PROVENIENZA
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
177
F IMPORTANZA DELLA FORMAZIONE
a) Ritenete che la formazione sia utile per le famiglie affidatarie:
Lui:
Si X
No □
Lei:
Si X
No □
b) Ritenete che prima di accogliere un minore sia opportuno un ciclo
di formazione:
Lui:
Si X
No □
Lei:
Si X
No □
c) Riflessioni:
Lui:
In cosa vi ha arricchito
CONOSCERE DI PIÙ L’AFFIDO E I SUOI RISVOLTI
Lei:
In cosa vi ha arricchito
L’IMPORTANZA DI UN SOSTEGNO DA PARTE DI OPERATORI
PROFESSIONALI
Lui:
Che riscontro ha avuto la formazione nell’esperienza
concreta
CI HA AIUTATO A CAPIRE MEGLIO LA RAGAZZA
Lei:
Che riscontro ha avuto la formazione nell’esperienza
concreta
CI HA DATO E CI DÀ LA POSSIBILITÀ DI CONFRONTARCI CON
ALTRE FAMIGLIE AFFIDATARIE
d) Quante esperienze di affido avete fatto?
1 X 2 □ 3 □
178
Appendice A
FAMIGLIA 4
A INFORMAZIONI GENERALI DELLA COPPIA
a) Lei
Titolo di studio LAUREA
Professione LIBERO PROFESSIONISTA
Orario di lavoro FLESSIBILE
Religione CATTOLICA
b) Lui
Titolo di studio LAUREA
Professione DIPENDENTE
Orario di lavoro 8.30 – 18.00
Figli
N°
F
M
Età
c) Tipo di abitazione:
proprietà X
affitto □
Religione CATTOLICA
Altri Componenti
Età
F
M
stanze n° 7
d) Sintetica descrizione dell’abitazione:
VILLETTA SU DUE PIANI – MOLTO AMPIA
e) Esiste una stanza per il bambino in affidamento?
Si X No □
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
179
B INDAGINE PSICO-SOCIALE SULLA COPPIA ASPIRANTE
ALL’AFFIDAMENTO
1) STORIA INDIVIDUALE (di Lui)
a) Struttura della famiglia di origine:
Padre
Età
Defunto
Fratelli/Sorelle
Età
Fratello 64
Fratello 64
Sorella 58
Sorella 55
Cognati/e
Età
Cognata 58
Cognata 56
Cognato 60
Cognato 60
Madre
Età
85
Nipoti
Età
Nipote 32
Nipote 30
Nipote 33
Nipote 33
Nipote 26
Nipote 23
Nipote 35
Nipote 31
Nipote 26
b) Rapporti con essa:
Ottimi X
Buoni □
Altre figure significative
Discreti □
Inesistenti □
c) Lavoro:
autonomo____________________
dipendente /
d) Interessi e tempo libero
BRICOLAGE – PASSEGGIATE IN CAMPAGNA – NUOTO – LETTURA
AMANTE DELLE TRADIZIONI ENOGASTRONOMICHE
180
Appendice A
2) STORIA INDIVIDUALE (di Lei)
a) Struttura della famiglia di origine:
Padre
Età
75
Fratelli/Sorelle
Età
Fratello 46
Fratello 36
Madre
Età
73
Cognati/e
Età
Cognata 36
Cognata 34
b) Rapporti con essa:
Ottimi X
Buoni □
Nipoti
Età
Nipote
Nipote
Altre figure significative
Discreti □
Inesistenti □
c) Lavoro:
autonomo /
dipendente___________________
d) Interessi e tempo libero
LETTURA – PASSEGGIATE IN CAMPAGNA E AL MARE – AMO
CUCINARE E LAVORARE A MAGLIA E ALL’UNCINETTO
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
181
3) STORIA DELLA COPPIA
a) Presenza di figli: Si □
No X
Età Frequenta la scuola Lavora
Classe
Figli adottivi
Minori in affido
b) Conviventi:
Altri componenti
Età
M
F
c) Presentato domanda di disponibilità all’adozione: Si X No □
Quando 18.06.05
Quale T.M. POTENZA
182
Appendice A
C ATTEGGIAMENTO
DELL’AFFIDO
DELLA
COPPIA
NEI
CONFRONTI
a) Chi dei due ha pensato per primo all’affido ENTRMBI
b) Da chi ne avete sentito parlare DA AMICI
c) Conoscete situazioni di minori in affido
Si X
No □
d) Conoscete situazioni di minori in adozione
Si X
No □
e) Motivazioni che vi hanno spinto alla scelta di un affido:
Estendere il ruolo genitoriale
□
Desiderio di compiacere il coniuge
□
Compensazione per il figlio mancante
□
Altro
AIUTARE UN BAMBINO IN DIFFICOLTA’
f) Come immaginate il bambino:
sesso:
F X
M □
età 0 – 2 ANNI
g) Siete disposti ad accogliere:
Numero minori: 1 □ 2 X Più □ Fratelli X Non consanguinei □
Portatori di Handicap:
Si □
No □
Di razza diversa:
Si X
No □
h) Quale tipologia di bambino pensate sia inadatto alla vostra famiglia?
UN BAMBI8NO CON GRAVI PROBLEMI DI HANDICAP
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
D ATTEGGIAMENTO
DELL’AFFIDO
DEI
FAMILIARI
NEI
183
CONFRONTI
a) Figli:
Sono stati coinvolti: Si □
No □
Cosa ne pensano: ____________________________________
Sono disposti a riorganizzare le loro modalità di vita:
Si □ Sono perplessi □ No □
b) Familiari Conviventi:
Sono stati coinvolti: Si □
No □
Cosa ne pensano: ____________________________________
Sono disposti a riorganizzare le loro modalità di vita:
Si □ Sono perplessi □ No □
c) Familiari non convinti:
Cosa ne pensano di questa vostra scelta:
CONDIVIDONO IN PIENO LA NS. SCELTA
Quale rilevanza ha il loro giudizio:
SIAMO CONTENTI CHE LORO CI SOSTENGONO NELLA SCELTA
184
Appendice A
E ATTEGGIAMENTO DELLA FAMIGLIA AFFIDATARIA NEI
CONFRONTI DELLA FAMIGLIA D’ORIGINE DEL MINORE E DELLA SUA STORIA DI VITA
a) Disponibilità al mantenimento dei rapporti:
Si X
No □
Qualche perplessità: NON RITENIAMO DI CONTRAPPORCI ALLA
FAMIGLIA DI ORIGINE MA DI AFFIANCARLA
b) Come pensate di porvi nei confronti delle abitudini di vita del minore, delle sue origini e della sua storia:
CERCANDO DI NON NEGARE O ANNULLARE IL SUO VISSUTO
(PER SUPERARE CONFLITTUALITA’ O NEGATIVITA’ PREGRESSE È
IMPORTANTE CHE IL BAMBINO NON RIFUTI IL SUO PASSATO)
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
185
F IMPORTANZA DELLA FORMAZIONE
a) Ritenete che la formazione sia utile per le famiglie affidatarie:
Lui:
Si X
No □
Lei:
Si X
No □
b) Ritenete che prima di accogliere un minore sia opportuno un ciclo
di formazione:
Lui:
Si X
No □
Lei:
Si X
No □
c) Riflessioni:
Lui:
In cosa vi ha arricchito
AD AVERE LE IDEE PIÙ CHIARE RISPETTO A QUESTA TEMATICA
Lei:
In cosa vi ha arricchito
AD AVERE MAGGIORI CHIARIMENTI E DELUCIDAZIONI ED
ESSERE ANCOR PIÙ FERRATI SULL’ARGOMENTO.
Lui:
Che riscontro ha avuto la formazione nell’esperienza
concreta
STIAMO PER ACCOGLIERE N° 2 MINORI
Lei:
Che riscontro ha avuto la formazione nell’esperienza
concreta
STIAMO PER ACCOGLIERE N° 2 MINORI
d) Quante esperienze di affido avete fatto?
1 □ 2 □ 3 □
NESSUNA (prima esperienza)
186
Appendice A
FAMIGLIA 5
A INFORMAZIONI GENERALI DELLA COPPIA
a) Lei (età 39 anni)
Titolo di studio ISTITUTO PROFESSIONALE FEMMINILE
Professione INFERMIERA
Orario di lavoro 07.00/14.00 o 14.00/21.00 Religione CATTOLICA
b) Lui (età 46 anni)
Titolo di studio ISTITUTO TECNICO PER GEOMETRI
Professione CASALINGO (EX COMMERCIANTE)
Orario di lavoro _________________________ Religione DEISTA
Figli
N°
F
M
Età
c) Tipo di abitazione:
proprietà X
affitto □
Altri Componenti
Età
F
M
stanze n° 3
d) Sintetica descrizione dell’abitazione:
100 MQ. CON SOGGIORNO, DUE STANZE DA LETTO, CUCINA E
DUE WC
e) Esiste una stanza per il bambino in affidamento?
Si X No □
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
187
B INDAGINE PSICO-SOCIALE SULLA COPPIA ASPIRANTE
ALL’AFFIDAMENTO
1) STORIA INDIVIDUALE (di Lui)
a) Struttura della famiglia di origine:
Padre
Età
Defunto nel 1975
Fratelli/Sorelle
Età
Marina,
età 42 anni
Cognati/e
Età
Madre
Età
Defunta nel 1971
Nipoti
Età
Valentina,
età 17 anni
b) Rapporti con essa:
Ottimi □
Buoni X
Altre figure significative
Discreti □
Inesistenti □
c) Lavoro:
autonomo EX TABACCHERIA
dipendente____________________
d) Interessi e tempo libero
AMANTE DEI VIAGGI (ORGANIZZO SPESSO VIAGGI INTERNAZIONALI PER ME E COMPAGNA)
LETTURA E SCRITTURA (COMPONIMENTI POETICI, ROMANZI,
AUTOBIOGR. ECC.)
PRATICANTE DI SPORT (CICLISMO, TENNIS E FOOTING)
188
Appendice A
2) STORIA INDIVIDUALE (di Lei)
a) Struttura della famiglia di origine:
Padre
Età
Giovanni, 71 anni
Fratelli/Sorelle
Età
Cosimina,
46 anni
Cognati/e
Età
Mimmo,
50 anni
Nicola,
43 anni
Grazia,
42 anni
Madre
Età
Defunta nel 2005
Nipoti
Età
Michele
9 anni,
Erminia
16 anni
Damiana
13 anni,
Giovanni
9 anni
b) Rapporti con essa:
Ottimi □
Buoni □
Altre figure significative
Discreti X
Inesistenti □
c) Lavoro:
autonomo /
dipendente struttura ospedaliera
d) Interessi e tempo libero
CANTANTE SOPRANO (NEL CORO DELLA CATTEDRALE)
AMANTE DEI VIAGGI
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
189
3) STORIA DELLA COPPIA
a) Presenza di figli: Si □
Età
Frequenta la scuola
Classe
No X
Lavora
Figli adottivi Minori in affido
b) Conviventi:
Altri componenti
Età
M
F
c) Presentato domanda di disponibilità all’adozione: Si □ No X
Quando________________
Quale T.M._______________________
190
Appendice A
C ATTEGGIAMENTO
DELL’AFFIDO
DELLA
COPPIA
NEI
CONFRONTI
a) Chi dei due ha pensato per primo all’affido ENTRAMBI
b) Da chi ne avete sentito parlare SU INTERNET
c) Conoscete situazioni di minori in affido
Si X
No □
d) Conoscete situazioni di minori in adozione
Si X
No □
e) Motivazioni che vi hanno spinto alla scelta di un affido:
Estendere il ruolo genitoriale
□
Desiderio di compiacere il coniuge
□
Compensazione per il figlio mancante
□
Altro
SENTIRSI UTILE E DARE IL PROPRIO APPORTO NEL
SOCIALE
f) Come immaginate il bambino:
sesso:
F □
M □
età 6 – 12 ANNI
g) Siete disposti ad accogliere:
Numero minori: 1 X 2 □ Più □ Fratelli □ Non consanguinei □
Portatori di Handicap:
Si □
No □
Di razza diversa:
Si X
No □
h) Quale tipologia di bambino pensate sia inadatto alla vostra famiglia?
_____________________________________________________________
_____________________________________________________________
_____________________________________________________________
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
D ATTEGGIAMENTO
DELL’AFFIDO
DEI
FAMILIARI
NEI
191
CONFRONTI
a) Figli:
Sono stati coinvolti: Si □
No □
Cosa ne pensano: ____________________________________
Sono disposti a riorganizzare le loro modalità di vita:
Si □ Sono perplessi □ No □
b) Familiari Conviventi:
Sono stati coinvolti: Si □
No □
Cosa ne pensano: ____________________________________
Sono disposti a riorganizzare le loro modalità di vita:
Si □ Sono perplessi □ No □
c) Familiari non convinti:
Cosa ne pensano di questa vostra scelta:
SI CHIEDONO IL PERCHÉ DELLA SCELTA DELL’AFFIDO INVECE DI SCELTE ADOTTIVE
Quale rilevanza ha il loro giudizio:
ALCUNI PREGIUDIZI SONO STATI COMUNQUE DI GROSSO
RINFORZO, INVECE, NEL PERPETRARE LA NOSTRA SCELTA.
192
Appendice A
E ATTEGGIAMENTO DELLA FAMIGLIA AFFIDATARIA NEI
CONFRONTI DELLA FAMIGLIA D’ORIGINE DEL MINORE E DELLA SUA STORIA DI VITA
a) Disponibilità al mantenimento dei rapporti:
Si X
No □
Qualche perplessità: NESSUNA. NELLE DUE ESPERIENZE
D’AFFIDO PRECEDENTI ABBIAMO PERSEGUITO QUESTA LINEA
b) Come pensate di porvi nei confronti delle abitudini di vita del minore, delle sue origini e della sua storia:
CERCARE DI COGLIERE I MESSAGGI DI DISAGIO DEL MINORE,
FACENDO IN MODO CHE IL SUO DISAGIO PREGRESSO NON POSSA DIVENTARE MOTIVO DI CONFLITTO NELL’ESPERIENZA
D’AFFIDO. L’AFFIDO, COME ESPERIENZA TEMPORANEA DI VITA
DOVREBBE FUNGERE D’AIUTO IN CIÒ.
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
193
F IMPORTANZA DELLA FORMAZIONE
a) Ritenete che la formazione sia utile per le famiglie affidatarie:
Lui:
Si X
No □
Lei:
Si X
No □
b) Ritenete che prima di accogliere un minore sia opportuno un ciclo
di formazione:
Lui:
Si X
No □
Lei:
Si X
No □
c) Riflessioni:
Lui:
In cosa vi ha arricchito
IL CORSO DI FORMAZIONE HA CREATO UNA MAGGIORE
CONSAPEVOLEZZA NELL’ISTITUZIONE DELL’AFFIDO E PERMETTE DI NON RIMANERE IMPREPARATI NEGLI APPROCCI INIZIALI.
Lei:
In cosa vi ha arricchito
ISTRUTTIVO LO SCAMBIO D’OPINIONI E D’ESPERIENZE CON
LE ALTRE COPPIE E LA PRESENTAZIONE TEORICA DEGLI ADDETTI ALLA FORMAZIONE
Lui:
Che riscontro ha avuto la formazione nell’esperienza
concreta
LA FORMAZIONE CERCA DI FOCALIZZARE I NODI COME RAPPORTI COL MINORE E CON LA FAMIGLIA DELLO STESSO E SOPRATTUTTO LA PROBLEMATICA DELLA CONCLUSIONE
DELL’AFFIDO
Lei:
Che riscontro ha avuto la formazione nell’esperienza
concreta
RITENGO SIA SERVITA A NON RIMANERE IMPREPARATI E
SPIAZZATI NELLE DUE ESPERIENZE DA NOI INTRAPRESE
d) Quante esperienze di affido avete fatto?
1 □ 2 X 3 □
194
Appendice A
PERSONA SINGOLA 6
A INFORMAZIONI GENERALI DELLA COPPIA
a) Lei
Titolo di studio DIPLOMA
Professione ASSISTENTE SOCIALE
Orario di lavoro 8.14
Religione CATTOLICA
b) Lui
Titolo di studio _______________________________________________
Professione ___________________________________________________
Orario di lavoro ___________________Religione___________________
Figli
N°
F
M
Età
c) Tipo di abitazione:
proprietà X
affitto □
Altri Componenti Età F
M
stanze n° □
d) Sintetica descrizione dell’abitazione:
2 CAMERE PIÙ ACCESSORI
e) Esiste una stanza per il bambino in affidamento?
Si □ No X
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
195
B INDAGINE PSICO-SOCIALE SULLA COPPIA ASPIRANTE
ALL’AFFIDAMENTO
1) STORIA INDIVIDUALE (di Lui)
a) Struttura della famiglia di origine:
Padre
Età
Fratelli/Sorelle Cognati/e
Età
Età
Madre
Età
Nipoti
Età
b) Rapporti con essa:
Ottimi □
Buoni □
Altre figure significative
Discreti □
Inesistenti □
c) Lavoro:
autonomo____________________
dipendente____________________
d) Interessi e tempo libero
_____________________________________________________________
_____________________________________________________________
_____________________________________________________________
_____________________________________________________________
196
Appendice A
2) STORIA INDIVIDUALE (di Lei)
a) Struttura della famiglia di origine:
Padre
Età
73
Fratelli/Sorelle
Età
45
40
Cognati/e
Età
Cognata 37
Madre
Età
70
Nipoti
Età
b) Rapporti con essa:
Ottimi X
Buoni □
Altre figure significative
Discreti □
Inesistenti □
c) Lavoro:
autonomo ____________________
dipendente /
d) Interessi e tempo libero
VOLONTARIATO CON ANZIANI – LETTURA – SPORT
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
197
3) STORIA DELLA COPPIA
a) Presenza di figli: Si □
No □
Età Frequenta la scuola Lavora
Classe
Figli adottivi Minori in affido
b) Conviventi:
Altri componenti
Età
M
F
c) Presentato domanda di disponibilità all’adozione: Si □ No □
Quando______________________
Quale T.M.__________________
198
Appendice A
C ATTEGGIAMENTO
DELL’AFFIDO
DELLA
COPPIA
NEI
CONFRONTI
a) Chi dei due ha pensato per primo all’affido ____________________
b) Da chi ne avete sentito parlare ________________________________
c) Conoscete situazioni di minori in affido
Si □
No □
d) Conoscete situazioni di minori in adozione
Si □
No □
e) Motivazioni che vi hanno spinto alla scelta di un affido:
Estendere il ruolo genitoriale
□
Desiderio di compiacere il coniuge
□
Compensazione per il figlio mancante
□
Altro
_____________________________________________________
f) Come immaginate il bambino:
sesso:
F □
M □
età _________________________
g) Siete disposti ad accogliere:
Numero minori: 1 □ 2 □ Più □ Fratelli □ Non consanguinei □
Portatori di Handicap:
Si □
No □
Di razza diversa:
Si □
No □
h) Quale tipologia di bambino pensate sia inadatto alla vostra famiglia?
_____________________________________________________________
_____________________________________________________________
_____________________________________________________________
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
D ATTEGGIAMENTO
DELL’AFFIDO
DEI
FAMILIARI
NEI
199
CONFRONTI
a) Figli:
Sono stati coinvolti: Si □
No □
Cosa ne pensano: ____________________________________
Sono disposti a riorganizzare le loro modalità di vita:
Si □ Sono perplessi □ No □
b) Familiari Conviventi:
Sono stati coinvolti: Si X
No □
Cosa ne pensano: Sono felici di poter aiutare un bambino momentaneamente in difficoltà
Sono disposti a riorganizzare le loro modalità di vita:
Si X Sono perplessi □ No □
c) Familiari non convinti:
Cosa ne pensano di questa vostra scelta:
LA CONDIVIDONO PIENAMENTE ED ANCHE LORO DANNO IL
LORO SUPPORTO ALLA COPPIA MADRE - BAMBINO
Quale rilevanza ha il loro giudizio:
_____________________________________________________________
_____________________________________________________________
200
Appendice A
E ATTEGGIAMENTO DELLA FAMIGLIA AFFIDATARIA NEI
CONFRONTI DELLA FAMIGLIA D’ORIGINE DEL MINORE E DELLA SUA STORIA DI VITA
a) Disponibilità al mantenimento dei rapporti:
Si X
No □
Qualche perplessità: ___________________________________________
b) Come pensate di porvi nei confronti delle abitudini di vita del minore, delle sue origini e della sua storia:
MANTENRE IL PIÙ POSSIBILE IL RAPPORTO CON LA FAMIGLIA
DI ORIGINE E CORREGGERE QUELLE CHE POSSONO ESSERE LE
ABITUDINI SBAGLIATE DEL MINORE
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
201
F IMPORTANZA DELLA FORMAZIONE
a) Ritenete che la formazione sia utile per le famiglie affidatarie:
Lui:
Si □
No □
Lei:
Si X
No □
b) Ritenete che prima di accogliere un minore sia opportuno un ciclo
di formazione:
Lui:
Si □
No □
Lei:
Si X
No □
c) Riflessioni:
Lui:
In cosa vi ha arricchito
_____________________________________________________________
_____________________________________________________________
Lei:
In cosa vi ha arricchito
HA AVVALORATO E RAFFORZATO LE MIE CONOSCENZE
Lui:
Che riscontro ha avuto la formazione nell’esperienza
concreta
_____________________________________________________________
_____________________________________________________________
Lei:
Che riscontro ha avuto la formazione nell’esperienza
concreta
_____________________________________________________________
_____________________________________________________________
d) Quante esperienze di affido avete fatto?
1 X 2 □ 3 □
Ho fatto un affido par - time come single aiutando madre – bambino
occupandomi di quest’ultimo mentre la madre lavorava coinvolgendo la
mia famiglia (genitori – fratelli - cognata)
202
Appendice A
FAMIGLIA 7
A INFORMAZIONI GENERALI DELLA COPPIA
a) Lei
Titolo di studio DIPLOMA SCUOLA MEDIA SUPERIORE
Professione RAGIONIERA - COMMERCIALISTA
Orario di lavoro 8.00 – 13.00 – 15.00 – 18.00 Religione CATTOLICA
b) Lui
Titolo di studio DIPLOMA SCUOLA MEDIA SUPERIORE
Professione GEOMETRA
Orario di lavoro 8.00 – 13.00 – 15.00 – 18.00 Religione CATTOLICA
Figli
2
N°
1
2
F
M
/
/
Età
16
13
c) Tipo di abitazione:
proprietà X
affitto □
Altri Componenti
1
Età
16
F
M
/
stanze n° □
d) Sintetica descrizione dell’abitazione:
VILLETTA BIFAMILIARE
e) Esiste una stanza per il bambino in affidamento?
Si X No □
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
203
B INDAGINE PSICO-SOCIALE SULLA COPPIA ASPIRANTE
ALL’AFFIDAMENTO
1) STORIA INDIVIDUALE (di Lui)
a) Struttura della famiglia di origine:
Padre
Età
78
Madre
Età
74
Fratelli/Sorelle Cognati/e
Nipoti
Altre figure significative
Età
Età
Età
Fratello 50
Cognata50
Fratello 46
Cognata 47 3; 25 – 16 - 13
Sorella 31
b) Rapporti con essa:
Ottimi □
Buoni X
Discreti □
c) Lavoro:
autonomo LIBERA PROFESSIONE
dipendente____________________
d) Interessi e tempo libero
LETTURA, SPORT, TREKKING, PESCA
Inesistenti □
204
Appendice A
2) STORIA INDIVIDUALE (di Lei)
a) Struttura della famiglia di origine:
Padre
Età
74
Fratelli/Sorelle Cognati/e
Età
Età
Fratello 45
Cognata 45
Fratello 43
Cognata 42
Fratello 35
Cognata 42
Fratello 31
Madre
Età
70
Nipoti
Altre figure significative
Età
3; 20 – 16 – 12
2; 18 – 18
2; 4 - 1
b) Rapporti con essa:
Ottimi □
Buoni X
c) Lavoro:
autonomo LIBERA PROFESSIONE
dipendente ____________________
d) Interessi e tempo libero
SPORT, MUSICA, VIAGGI
Discreti □
Inesistenti □
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
205
3) STORIA DELLA COPPIA
a) Presenza di figli: Si X
Età
16
13
16
No □
Frequenta la scuola Lavora Figli adottivi Minori in affido
Classe
IV° Ginnasio
II Media
II° Superiore
Si
b) Conviventi:
Altri componenti
Età
M
F
c) Presentato domanda di disponibilità all’adozione: Si □ No X
Quando______________________
Quale T.M.__________________
206
Appendice A
C ATTEGGIAMENTO
DELL’AFFIDO
DELLA
COPPIA
NEI
CONFRONTI
a) Chi dei due ha pensato per primo all’affido ENTRAMBI
b) Da chi ne avete sentito parlare AMICI – FAMIGLIE AFFIDATARIE
c) Conoscete situazioni di minori in affido
Si X
No □
d) Conoscete situazioni di minori in adozione
Si X
No □
e) Motivazioni che vi hanno spinto alla scelta di un affido:
Estendere il ruolo genitoriale
X
Desiderio di compiacere il coniuge
□
Compensazione per il figlio mancante
□
Altro
CI HANNO COINVOLTI E NON ABBIAMO RIFIUTATO
f) Come immaginate il bambino:
sesso:
F □
M □
età _________________________
g) Siete disposti ad accogliere:
Numero minori: 1 X 2 □ Più □ Fratelli □ Non consanguinei □
Portatori di Handicap: Si □
No □
Di razza diversa:
Si □
No □
h) Quale tipologia di bambino pensate sia inadatto alla vostra famiglia?
BAMBINA O BAMBINO DI PICCOLA ETÀ
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
D ATTEGGIAMENTO
DELL’AFFIDO
DEI
FAMILIARI
NEI
207
CONFRONTI
a) Figli:
Sono stati coinvolti: Si X
No □
Cosa ne pensano: SONO STATI SUBITO DISPONIBILI
Sono disposti a riorganizzare le loro modalità di vita:
Si X Sono perplessi □ No □
b) Familiari Conviventi:
Sono stati coinvolti: Si X
No □
Cosa ne pensano: HANNO ACCETTATO DI BUON GRADO
Sono disposti a riorganizzare le loro modalità di vita:
Si □ Sono perplessi □ No □
c) Familiari non convinti:
Cosa ne pensano di questa vostra scelta:
QUALCUNO CI HA MANIFESTATO PERPLESSITÀ
Quale rilevanza ha il loro giudizio:
ASCOLTIAMO TUTTI. A VOLTE EFFETTIVAMENTE NON È FACILE
208
Appendice A
E ATTEGGIAMENTO DELLA FAMIGLIA AFFIDATARIA NEI
CONFRONTI DELLA FAMIGLIA D’ORIGINE DEL MINORE E DELLA SUA STORIA DI VITA
a) Disponibilità al mantenimento dei rapporti:
Si X
No □
Qualche perplessità: FAMIGLIA DI ORIGINE QUASI INESISTENTE
b) Come pensate di porvi nei confronti delle abitudini di vita del minore, delle sue origini e della sua storia:
CI SIAMO POSTI IN ATTEGGIAMENTO DI ASCOLTO E DI ACCOGLIENZA. PIAN PIANO SI È APERTO E CI HA COINVOLTI
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
209
F IMPORTANZA DELLA FORMAZIONE
a) Ritenete che la formazione sia utile per le famiglie affidatarie:
Lui:
Si X
No □
Lei:
Si X
No □
b) Ritenete che prima di accogliere un minore sia opportuno un ciclo
di formazione:
Lui:
Si X
No □
Lei:
Si X
No □
c) Riflessioni:
Lui:
In cosa vi ha arricchito
TI ARRICCHISCE NEL RAPPORTO CHE SI RIESCE A INSTAURARE. A MODO SUO CI VUOLE BENE E TIENE A NOI.
Lei:
In cosa vi ha arricchito
TI DEVI MISURARE CON I TUOI LIMITI. SI IMPARA AD ESSERE
PIÙ PAZIENTI E DISPONIBILI
Lui:
Che riscontro ha avuto la formazione nell’esperienza
concreta
È IMPORTANTE COSÌ COME IL CONFRONTO CON ALTRE FAMIGLIE CON ESPERIENZE SIMILI
Lei:
concreta
IDEM
Che riscontro ha avuto la formazione nell’esperienza
d) Quante esperienze di affido avete fatto?
1 X 2 □ 3 □
(da circa quattro anni)
210
Appendice A
FAMIGLIA 8
A INFORMAZIONI GENERALI DELLA COPPIA
a) Lei (anni 48)
Titolo di studio DIPLOMA
Professione IMPIEGATA
Orario di lavoro 8 - 13
Religione CATTOLICA
b) Lui (anni 52)
Titolo di studio DIPLOMA
Professione IMPIEGATO
Orario di lavoro 8 – 14 (Lun - Ven)
Religione CATTOLICA
8 – 14 – 15 – 19 (Gio – Mar)
Figli
N°
1
2
3
affidata 4
F
/
M
/
/
/
Età
25
23
10
23
c) Tipo di abitazione:
proprietà X
affitto □
Altri Componenti
Età
F
M
stanze n° □
d) Sintetica descrizione dell’abitazione:
CASA DI CAMPAGNA – 5 VANI + ACCESSORI
e) Esiste una stanza per il bambino in affidamento?
Si □ No X
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
211
B INDAGINE PSICO-SOCIALE SULLA COPPIA ASPIRANTE
ALL’AFFIDAMENTO
1) STORIA INDIVIDUALE (di Lui)
a) Struttura della famiglia di origine:
Padre
Età
81
Madre
Età
81
Fratelli/Sorelle Cognati/e
Nipoti
Altre figure significative
Età
Età
Età
Fratello 50
Cognata 48 N° 3 (22 – 19 – 16)
Fratello 49
Cognata 44
N° 2 (17 – 7)
Sorella 45
Cognato 46
N° 2 (13 - 12)
Cognata 43
N° 1 (13)
Cognato 35
b) Rapporti con essa:
Ottimi X
Buoni □
Discreti □
Inesistenti □
c) Lavoro:
autonomo ____________________
dipendente /
d) Interessi e tempo libero
VITA ASSOCIATIVA (ASS. FAMIUGLIE AFFIDATARIE)
SPORT
ANIMAZIONE PARROCCHIALE
212
Appendice A
2) STORIA INDIVIDUALE (di Lei)
a) Struttura della famiglia di origine:
Padre
Età
Deceduto
Madre
Età
Si
Fratelli/Sorelle Cognati/e
Nipoti
Altre figure significative
Età
Età
Età
Sorella 44
Cognato 49
Fratello 35
Cognata 38
Cognata
N° 1 (13)
Cognato 50 N° 3 (22 – 19 – 16)
Cognata 45
N° (13 – 12)
b) Rapporti con essa:
Ottimi □
Buoni X
c) Lavoro:
autonomo ____________________
dipendente /
d) Interessi e tempo libero
VITA ASSOCIATIVA
LETTURA
Discreti □
Inesistenti □
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
213
3) STORIA DELLA COPPIA
a) Presenza di figli: Si X
Età
25
23
16
23
No □
Frequenta la scuola Lavora
Classe
Università 6° A
Università 4° A.
Liceo Pedag. 3°
Diplomata
Figli adottivi Minori in affido
Si
b) Conviventi:
Altri componenti
Età
M
F
c) Presentato domanda di disponibilità all’adozione: Si □ No X
Quando______________________
Quale T.M.__________________
214
Appendice A
C ATTEGGIAMENTO
DELL’AFFIDO
DELLA
COPPIA
NEI
CONFRONTI
a) Chi dei due ha pensato per primo all’affido LEI
b) Da chi ne avete sentito parlare NEL 1990 DALLA TV
c) Conoscete situazioni di minori in affido
Si X
No □
d) Conoscete situazioni di minori in adozione
Si X
No □
e) Motivazioni che vi hanno spinto alla scelta di un affido:
Estendere il ruolo genitoriale
X
Desiderio di compiacere il coniuge
□
Compensazione per il figlio mancante
□
Altro
SOLIDARIETÀ VERSO FAMIGLIE IN DIFFICOLTÀ
f) Come immaginate il bambino:
sesso:
F X
M X
età _________________________
g) Siete disposti ad accogliere:
Numero minori: 1 X 2 □ Più □ Fratelli □ Non consanguinei □
Portatori di Handicap:
Si X
No □
Di razza diversa:
Si X
No □
h) Quale tipologia di bambino pensate sia inadatto alla vostra famiglia?
NESSUNO
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
D ATTEGGIAMENTO
DELL’AFFIDO
DEI
FAMILIARI
NEI
215
CONFRONTI
a) Figli:
Sono stati coinvolti: Si X
No □
Cosa ne pensano: CONDIVIDONO PIENAMENTE LA SCELTA
Sono disposti a riorganizzare le loro modalità di vita:
Si X Sono perplessi □ No □
b) Familiari Conviventi:
Sono stati coinvolti: Si X
No □
Cosa ne pensano: ____________________________________
Sono disposti a riorganizzare le loro modalità di vita:
Si □ Sono perplessi □ No □
c) Familiari non convinti:
Cosa ne pensano di questa vostra scelta:
NON VE NE SONO
Quale rilevanza ha il loro giudizio:
_____________________________________________________________
_____________________________________________________________
216
Appendice A
E ATTEGGIAMENTO DELLA FAMIGLIA AFFIDATARIA NEI
CONFRONTI DELLA FAMIGLIA D’ORIGINE DEL MINORE E DELLA SUA STORIA DI VITA
a) Disponibilità al mantenimento dei rapporti:
Si X
No □
Qualche perplessità: ___________________________________________
b) Come pensate di porvi nei confronti delle abitudini di vita del minore, delle sue origini e della sua storia:
NELLA MANIERA PIÙ CONSONA AL MINORE IN RELAZIONE
AL PROGETTO DI AFFIDO CONDIVISO CON GLI OPERATORI SOCIALI.
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
217
F IMPORTANZA DELLA FORMAZIONE
a) Ritenete che la formazione sia utile per le famiglie affidatarie:
Lui:
Si X
No □
Lei:
Si X
No □
b) Ritenete che prima di accogliere un minore sia opportuno un ciclo
di formazione:
Lui:
Si X
No □
Lei:
Si X
No □
c) Riflessioni:
Lui:
In cosa vi ha arricchito
_____________________________________________________________
_____________________________________________________________
Lei:
In cosa vi ha arricchito
_____________________________________________________________
_____________________________________________________________
Lui:
Che riscontro ha avuto la formazione nell’esperienza
concreta
_____________________________________________________________
_____________________________________________________________
Lei:
Che riscontro ha avuto la formazione nell’esperienza
concreta
_____________________________________________________________
_____________________________________________________________
d) Quante esperienze di affido avete fatto?
1 □ 2 □ 3 □
218
Appendice A
FAMIGLIA 9
A INFORMAZIONI GENERALI DELLA COPPIA
a) Lei
Titolo di studio LAUREA
Professione FUNZIONARIO PUBBLICO
Orario di lavoro 8.00 – 14.00 (Lun - Ven)
15.00 – 18.00 (Mar e Gio)
b) Lui
Titolo di studio LAUREA
Professione LIBERA PROFESSIONE
Orario di lavoro 8 – 14 (Lun - Ven)
15 – 19 (Gio – Mar)
Figli
N°
F
M
Età
c) Tipo di abitazione:
proprietà X
affitto □
Religione CATTOLICA
Religione CATTOLICA
Altri Componenti
Età
F
M
stanze n° 4
d) Sintetica descrizione dell’abitazione:
CUCINA – 2 BAGNI – SOGGIORNO – CAMERA MATRIMONIALE
– CAMERA SINGOLA – STUDIO
e) Esiste una stanza per il bambino in affidamento?
Si X No □
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
219
B INDAGINE PSICO-SOCIALE SULLA COPPIA ASPIRANTE
ALL’AFFIDAMENTO
1) STORIA INDIVIDUALE (di Lui)
a) Struttura della famiglia di origine:
Padre
Età
77
Fratelli/Sorelle
Età
43
Madre
Età
72
Cognati/e
Età
Nipoti
Età
b) Rapporti con essa:
Ottimi □
Buoni X
c) Lavoro:
autonomo /
dipendente ____________________
d) Interessi e tempo libero
LETTURA – CINEMA - VIAGGI
Altre figure significative
Discreti □
Inesistenti □
220
Appendice A
2) STORIA INDIVIDUALE (di Lei)
a) Struttura della famiglia di origine:
Padre
Età
78
Fratelli/Sorelle
Età
44
Madre
Età
74
Cognati/e
Età
46
Nipoti
Età
1
b) Rapporti con essa:
Ottimi □
Buoni X
c) Lavoro:
autonomo ____________________
dipendente /
d) Interessi e tempo libero
LETTURA – CINEMA – VIAGGI
Altre figure significative
Discreti □
Inesistenti □
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
221
3) STORIA DELLA COPPIA
a) Presenza di figli: Si □
No X
Età Frequenta la scuola Lavora
Classe
Figli adottivi Minori in affido
b) Conviventi:
Altri componenti
Età
M
F
c) Presentato domanda di disponibilità all’adozione: Si X No □
Quando 2005
Quale T.M. POTENZA + NAPOLI, SALERNO,
BARI, TARANTO
222
Appendice A
C ATTEGGIAMENTO
DELL’AFFIDO
DELLA
COPPIA
NEI
CONFRONTI
a) Chi dei due ha pensato per primo all’affido LEI
b) Da chi ne avete sentito parlare AMICI
c) Conoscete situazioni di minori in affido
Si X
No □
d) Conoscete situazioni di minori in adozione
Si X
No □
e) Motivazioni che vi hanno spinto alla scelta di un affido:
Estendere il ruolo genitoriale
□
Desiderio di compiacere il coniuge
□
Compensazione per il figlio mancante
□
Altro
DESIDERIO DI RIVERSARE IL NOSTRO AFFETTO SU UN
BAMBINO IN DIFFICOLTÀ
f) Come immaginate il bambino:
sesso:
F X
M □
età prescolare
g) Siete disposti ad accogliere:
Numero minori: 1 X 2 □ Più □ Fratelli □ Non consanguinei □
Portatori di Handicap:
Si □
No X
Di razza diversa:
Si X
No □
h) Quale tipologia di bambino pensate sia inadatto alla vostra famiglia?
CON DISABILITÀ GRAVI
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
D ATTEGGIAMENTO
DELL’AFFIDO
DEI
FAMILIARI
NEI
CONFRONTI
a) Figli:
Sono stati coinvolti: Si □
No □
Cosa ne pensano: ____________________________________
Sono disposti a riorganizzare le loro modalità di vita:
Si □ Sono perplessi □ No □
b) Familiari Conviventi:
Sono stati coinvolti: Si □
No □
Cosa ne pensano: ____________________________________
Sono disposti a riorganizzare le loro modalità di vita:
Si □ Sono perplessi □ No □
c) Familiari non convinti:
Cosa ne pensano di questa vostra scelta:
ASSUNZIONE DI GRANDE RESPONSABILITÀ
Quale rilevanza ha il loro giudizio:
NESSUNA
223
224
Appendice A
E ATTEGGIAMENTO DELLA FAMIGLIA AFFIDATARIA NEI
CONFRONTI DELLA FAMIGLIA D’ORIGINE DEL MINORE E DELLA SUA STORIA DI VITA
a) Disponibilità al mantenimento dei rapporti:
Si □
No X
Qualche perplessità: _________________________________________
b) Come pensate di porvi nei confronti delle abitudini di vita del minore, delle sue origini e della sua storia:
ATTEGGIAMENTO DI COMPRENSIONE, DI SOSTEGNO E SOPRATTUTTO DI GUIDA
Questionario famiglie affidatarie del “Centro Affidi” della Provincia di Potenza
225
F IMPORTANZA DELLA FORMAZIONE
a) Ritenete che la formazione sia utile per le famiglie affidatarie:
Lui:
Si X
No □
Lei:
Si X
No □
b) Ritenete che prima di accogliere un minore sia opportuno un ciclo
di formazione:
Lui:
Si X
No □
Lei:
Si X
No □
c) Riflessioni:
Lui:
In cosa vi ha arricchito
_____________________________________________________________
_____________________________________________________________
Lei:
In cosa vi ha arricchito
HA PERMESSO DI FARCI CONOSCERE REALTÀ E SITUAZIONI
FAMILIARI DIVERSE, E DI AFFRONTARE LE PROBLEMATICHE
ADOLESCENZIALI
Lui:
Che riscontro ha avuto la formazione nell’esperienza
concreta
CI HA PREPARATI NELL’ACCOGLIENZA DEL MINORE SOPRATTUTTO NELL’EVITARE ERRORI DI GESTIONE DEL RAPPORTO
Lei:
Che riscontro ha avuto la formazione nell’esperienza
concreta
_____________________________________________________________
_____________________________________________________________
d) Quante esperienze di affido avete fatto?
1 X 2 □ 3 □
Appendice B
Buone prassi
Comune di GENOVA
Affido di neonati: il Near83
Premessa
Studi e ricerche hanno dimostrato l’importanza, per il neonato ed il
bambino piccolissimo, di poter sviluppare relazioni significative fin da
subito dopo la nascita, poiché su questo si fondano alcune caratteristiche
peculiari della personalità (capacità di stabilire rapporti adeguati con gli
altri, senso di sicurezza, sviluppo dell’autonomia, ..).
L’affido familiare, allora, diventa la risposta più idonea al bisogno di
attaccamento del bambino neonato o piccolissimo che debba essere allontanato dalla propria famiglia, e costituisce anche un intervento preventivo rispetto a patologie dello sviluppo psicofisico, che possono invece derivare o essere collegate a permanenze prolungate in strutture ospedaliere o comunitarie.
L’affido di neonati
Per quanto riguarda le condizioni e le motivazioni che hanno fatto
nascere a Genova il progetto Near, si parla di un’idea che ha iniziato a
maturare nell’anno 2001, anche perché erano in aumento le segnalazioni
di neonati in stato di bisogno ed emergeva, quindi, la necessità di porre
un’attenzione peculiare a tale tipologia d’intervento.
Non si potevano poi ignorare le indicazioni legislative (legge 149/01)
che, in caso di necessità d’allontanamento dal nucleo familiare di minori
fra 0 e 6 anni, prevedono solo l’affido familiare o l’inserimento in comunità di tipo familiare.
L’esperienza di lavoro con questo tipo di affidi evidenziava, inoltre,
la necessità di avere una solida rete di collaborazioni e connessioni con
altri Enti: il Tribunale per i Minorenni (per la competenza in merito ai
83 Il Progetto viene riportato solo in parte, precisamente gli aspetti più inerenti a
questo contesto.
228
Appendice B
provvedimenti e le prescrizioni), i Servizi territoriali ASL (che hanno il
compito di fare una diagnosi ed una prognosi dei genitori e del progetto
terapeutico di recupero), gli Ospedali (che possono conoscere, attraverso
le Assistenti Sanitarie o Sociali, la situazione prima che la segnalazione
giunga ai Servizi), gli Spazi Famiglia, (per l’organizzazione degli incontri in luogo neutro tra genitori e figli).
E’ essenziale, per questi affidi, la collaborazione tra i diversi soggetti
coinvolti nel progetto per il bimbo piccolo, vale a dire il Tribunale, i Servizi Sociali, Sanitari e le famiglie affidatarie, dove ciascuno svolge un
ruolo definito ma strettamente connesso con gli altri. La responsabilità
della vita di un bimbo non può che comprendere aspetti diversi: quello
di fornirgli affetto e sicurezza, quello di essere cresciuto da una famiglia
sufficientemente adeguata, quello di avere una tutela giuridica. E’ quindi fondamentale che ciascun soggetto si assuma la propria parte di responsabilità in considerazione della funzione esercitata.
Tutto ciò ha portato a considerare necessaria una regia centrale, volta
a coordinare le linee guida dei vari interventi, attraverso un gruppo sovra-zonale di operatori dell’affido che lavorasse attorno al progetto di
affidi di neonati e l’organizzazione di uno specifico gruppo di famiglie
dedicate a questa esperienza.
Il Near
L’affido Near (acronimo di “neonati a rischio” ma vocabolo significativo anche nella traduzione dall’inglese, con il suo richiamare la relazione di vicinanza e intimità che suscita il bimbo piccolo) è rivolto a neonati
o piccolissimi (talvolta nati in crisi d’astinenza tossicologica e/o con problematiche di tipo sanitario), figli di persone con gravi difficoltà per
problemi di salute mentale, di dipendenza o di inadeguatezza genitoriale, i cui comportamenti provocano danni allo sviluppo del bambino e
possono potenzialmente pregiudicarne una crescita psicofisica armonica.
Il Tribunale per i Minorenni, in questi casi, predispone il divieto al rientro in famiglia, nell’attesa di una valutazione diagnostica e prognostica da parte dei Servizi.
Il Near, attraverso un intervento il più possibile tempestivo, offre la
possibilità di una specifica accoglienza familiare, in un contesto quindi
affettivo e stimolante. Ciò consente di assicurare al bambino la possibilità di sperimentare legami affettivi significativi, per evitare i danni derivanti da un’istitutizzazione precoce, ben noti non solo agli addetti ai lavori.
Buone prassi
229
Tale affido ha generalmente una breve durata (6-8 mesi), sia perché
corrisponde al tempo occorrente agli operatori per svolgere la valutazione dell’ambiente di vita e delle capacità genitoriali, sia perché favorisce la possibilità di una puntuale decisione da parte dell’Autorità Giudiziaria in merito al percorso futuro (adozione, rientro nel nucleo
d’origine, affido a lungo termine).
Gli obiettivi
Gli obiettivi del progetto rispondono a diverse esigenze:
limitare i tempi di permanenza in ospedale o l’inserimento in
strutture residenziali di neonati e bambini piccolissimi;
avere a disposizione una risorsa specifica e competente, evitando tempi prolungati per la collocazione del neonato;
organizzare in maniera organica la risposta ad una specifica
fascia di utenza, costruendo una risorsa centrale per tutta la
città, ottimizzando tempi e modalità di intervento ed omogeneizzando criteri per la selezione delle famiglie e per la gestione dell’intervento.
La metodologia
Viene utilizzata una metodologia di lavoro multidisciplinare e interprofessionale, attivando collaborazioni con operatori di altre discipline
che in misura diversa intersecano il progetto di vita del bambino e della
sua famiglia durante l’affido.
A tal fine sono stati effettuati:
incontri con i Giudici del Tribunale per i Minorenni (che hanno coinvolto sia gli operatori sia le famiglie Near) per approfondire gli aspetti giuridici;
incontri con l’Assistente Sociale referente per le adozioni, per
meglio comprendere gli aspetti legali e psicosociali legati a tale intervento in un’ottica di maggior collaborazione;
incontri con Medici infettivologi, che hanno fornito indicazioni tecniche e pratiche utili alle famiglie che accolgono bimbi
interessati da questo tipo di patologie;
incontri formativi, destinati sia agli operatori sia alle famiglie
Near, con esperti del Centro Studi Neonato di Genova, che
hanno permesso di conoscere più approfonditamente gli studi
recenti sul mondo delle relazioni precoci tra il bimbo e chi si
prende cura di lui, relazioni oggetto della valutazione delle
capacità genitoriali;
230
Appendice B
-
incontri di collaborazione con ricercatori dell’Università Cattolica di Milano per una ricerca sui progetti che prevedono
l’affido di bambini piccolissimi in Italia.
Alcune collaborazioni sono continuative, altre vengono attivate secondo le necessità ed i bisogni emergenti.
L’organizzazione
Per rispondere in maniera adeguata alla peculiarità e alla complessità
degli affidi di neonati, è stata necessaria un’intensa attività di elaborazione da parte di un equipe tecnica di operatori chiamati a comporre il
Gruppo Near: il Responsabile del Progetto Affido Familiare, quattro Assistenti Sociali, una Psicologo ed un Educatore Professionale, che
s’incontrano quindicinalmente per accogliere e valutare le richieste
d’affido Near, monitorare con regolarità gli affidi avviati, conoscere e
preparare le famiglie che si candidano all’esperienza dell’affido di neonati, anche attraverso incontri conoscitivi e di “sensibilizzazione” individuali e/o di gruppo, gestire il Gruppo delle famiglie affidatarie e supportarle individualmente, se necessario, curare la collaborazione con le
Associazioni, altri Servizi Affido, col T.M., con l’ASL. Un’altra scelta operativa del gruppo Near è stata quella di prevedere l’individuazione, in
ogni situazione di abbandono di un neonato o bambino molto piccolo, di
un operatore di riferimento appartenente al gruppo Near stesso, che si
affianchi a quelli territoriali referenti del caso, sia al momento della presentazione alla famiglia affidataria individuata come abbinabile sia lungo tutto il percorso dell’affido Near.
Gli strumenti
E’ organizzato un Gruppo d’incontro delle famiglie Near. Ognuna fa
riferimento anche al suo originale gruppo di zona, dove può tornare ad
esperienza finita e negli intervalli tra un’esperienza ed un’altra eventuale con neonati. La partecipazione al Gruppo F.A. Near si conclude dopo
alcuni mesi dalla cessazione della disponibilità a tale tipo di affido, questo per consentire uno spazio d’elaborazione dell’esperienza stessa. Tale
possibilità corrisponde ad una duplice esigenza espressa dalle stesse famiglie: quella di vedersi garantito uno spazio specifico dove condividere
l’esperienza vissuta in comune, e quella di non essere allontanate dal
gruppo d’origine.
Buone prassi
231
Alla conduzione del Gruppo delle famiglie affidatarie, similmente a
quanto avviene nelle Commissioni di zona, sono preposti almeno due
operatori, uno psicologo e una o due Assistenti Sociali del Near.
Al fine di assicurare il più possibile continuità nella storia dei bambini, le famiglie sono invitate a tenere “memoria” del periodo che il bambino trascorre in affido near (diario, foto, …), in modo da consegnare tale materiale alla famiglia che lo accoglierà successivamente.
Concluso l’affido, operatori Near incontrano la Famiglia Affidataria,
per una valutazione dell’esperienza, a sostegno del “distacco” e la ridefinizione della disponibilità ad altri affidi Near.
Le procedure
a) La presentazione del caso
a.1) Prerequisito per l’attivazione di un intervento è la segnalazione al
referente Near di Zona e la compilazione, da parte degli operatori che
hanno in carico il caso, della scheda relativa al nucleo familiare per
l’attivazione del progetto Near, e il suo invio al gruppo Near stesso;
a.2) Il gruppo Near valuta i vari aspetti della richiesta specifica di intervento, elabora una prima ipotesi di abbinamento tra il bambino piccolo in stato di necessità ed una famiglia formata a tale accoglienza, infine
individua l’operatore Near di riferimento.
a.3) Successivamente segue un incontro tra l’operatore Near di riferimento e i titolari del caso per la presentazione e la predisposizione del
progetto d’affido. Nelle situazioni per le quali è necessario un particolare approfondimento, l’incontro viene, invece, effettuato alla presenza di
tutto il gruppo Near.
a.4) Individuata la famiglia, gli operatori titolari del caso e l’operatore
Near di riferimento la incontrano, presentando la situazione del bambino ed il progetto di affido.
b) La presa in carico
b.1) Ogni caso per cui si chiede l’intervento Near deve essere seguito
da un assistente sociale e da uno psicologo (quando possibile è auspicata
anche la presenza dell’educatore professionale) ma, condizione “sine
qua non” per l’avvio dell’affido è la garanzia che gli operatori si possano
attivare sul caso con assoluta priorità. Se, fatta salva la congruità della
richiesta, tali requisiti minimi sono soddisfatti, un operatore del gruppo
Near si affianca a quelli referenti del caso, sia al momento della presen-
232
Appendice B
tazione alla famiglia affidataria individuata come abbinabile sia lungo
tutto il percorso dell’affido Near.
b.2) Gli operatori titolari curano i rapporti con la famiglia affidataria,
anche attraverso specifici momenti di aggiornamento reciproco sulla situazione del bambino e, inoltre, segnalano all’operatore Near di riferimento, gli eventuali problemi in merito al caso e le eventuali necessità di
modifica del progetto di affido.
c) La conclusione
c.1) Gli operatori del caso e l’operatore Near predispongono con la
famiglia affidataria le modalità di passaggio del bambino verso la nuova
collocazione, definendo anche, per quanto possibile secondo le singole
situazioni, tempi e modi per i successivi contatti fra il bambino e la famiglia Near;
c.2) alla fine del periodo di passaggio gli operatori del caso e
l’operatore Near incontrano la famiglia per un incontro conclusivo di tale esperienza.
… Omissis
I risultati
Grazie all’organizzazione e all’ampia disponibilità delle famiglie affidatarie, i tempi d’avvio dei singoli affidi sono contenuti ed importanti
sono i risultati ottenuti, anche in termini numerici.
Dal 2002 ad oggi, infatti, sono stati complessivamente realizzati n.
48 affidi Near:
n. 7 affidi nel 2002. Per 5 di questi, terminata la fase diagnostica e di conoscenza delle risorse familiari, si è progettato un
affido a lungo termine (in due casi questi affidi si trasformeranno in Adozioni Speciali84), mentre 2 sono rientrati in famiglia d’origine o con parenti;
n° 6 nel 2003: 2 bambini sono andati in adozione, 1 in comunità m/b, 2 in Comunità Terapeutica dove era già inserita la
madre, 1 è stato accolto dai nonni materni;
84
Le Adozioni Speciali sono regolate dagli articoli 25-29 della Legge 149/2001
che prevede in situazioni particolari (non previste dall’ex articolo 44 legge 184/1983)
la possibilità d’adozione a coppie non coniugate, a singoli, a famiglie che hanno in
essere un intervento prolungato di affido familiare.
Buone prassi
-
-
-
-
-
233
n° 8 nel 2004: 3 bambini sono andati in adozione, 3 in affido
sine-die (di cui 2 presso le stesse famiglie near), 1 è rientrato
in famiglia, 1 è ancora in corso;
n° 7 nel 2005: 2 bambini sono andati in adozione, 2 in Comunità Terapeutica dove era già inserita la madre, 1 è rientrato
presso la famiglia d’origine, 1 è stato accolto dagli zii, 1 affido
si è trasformato in un affido d’appoggio;
n° 12 nel 2006 (di cui 6 in case famiglia): 2 bambini sono andati in adozione, 6 in affido sine-die (di cui 2 presso le stesse
famiglie Near), 1 è andato in struttura m/b, 3 affidi – in casa
famiglia - sono ancora in corso.
n° 6 nel 2007 (di cui 2 in case famiglia): 1 bambino è poi andato in affido a lungo termine, 4 affidi sono ancora in corso per 2 di questi si sta predisponendo il passaggio a famiglie affidatarie, mentre per 1 è in corso una C.T.U. predisposta dal
tribunale, 1 bambino è andato in struttura m/b con la mamma.
nel 2008 sono già stati avviati n. 2 affidi.
… Omissis
234
Appendice B
Comune di TORINO
Progetto Neonati85
INTRODUZIONE
Il servizio educativo del “Progetto Neonati” nasce da una riflessione
sulla legge 184/83 e sulle modifiche apportate dalla legge 149/01 che ha
condotto ad un nuovo orientamento della comunità per minori (0-3 anni) “Il Piccolo Principe”.
Come stabilisce l’art. 2 della legge, una volta messi in atto, da parte
dei Servizi Sociali, tutti i sostegni alla famiglia d’origine del minore in
difficoltà, il bambino, temporaneamente privo di un ambiente familiare
idoneo, deve essere affidato prioritariamente ad una famiglia. Solo in ultima istanza si può valutare di inserire il minore in una comunità (prioritariamente di tipo familiare), comunque come soluzione provvisoria e
per un periodo determinato.
L’affidamento familiare, quindi, è valutato come soluzione privilegiata per l’assistenza a tutti i minori che, temporaneamente, non possono
rimanere nella propria famiglia.
Le modifiche alla legge 184/83 hanno di fatto portato ad un’analisi
più attenta della situazione dei neonati, che già da tempo i Servizi Sociali
del Comune di Torino avevano intrapreso, per sviluppare nuove forme
d’intervento partendo dalla considerazione, ormai acquisita, che la prolungata permanenza dei minori in comunità rende insicure per il bambino le basi per strutturare comportamenti e relazioni di attaccamento.
Quindi, partendo dalle disposizioni di legge e dall’analisi del benessere del bimbo, si è arrivati a formulare, già dal 1995 con una deliberazione del Comune, il “Progetto Neonati” che prevedeva di garantire sin
dai primi giorni di vita del minore un ambiente familiare idoneo, evitando i danni di una permanenza prolungata presso una struttura comunitaria. A tal fine era previsto l’inserimento dei neonati in famiglie
affidatarie appositamente selezionate, anche in base all’esperienza e alle
loro capacità di gestire il distacco. Nelle prime fasi di avvio, si stentava a
far prendere consistenza al Progetto Neonati, rispetto agli altri interven-
85 Il Progetto viene riportato solo in parte, precisamente gli aspetti più inerenti a
questo contesto.
Buone prassi
235
ti, per l’alto costo organizzativo e di personale che richiedeva ai Servizi
Sociali.
Nell’anno 2000 nasce l’esigenza da parte della Divisione Servizi Sociali di rilanciare il Progetto Neonati, arricchendolo di nuovi contenuti e
dotando il territorio cittadino di un servizio educativo specializzato per
la sua realizzazione. Inizia così la sperimentazione che ci vede coinvolte,
e che sfocia con la trasformazione graduale della comunità di Corso Casale, 85 in due servizi differenti: l’Accoglienza Bimbi e il Progetto Neonati. Inizialmente la sperimentazione si affianca alla gestione della comunità (da ottobre 2000 a luglio 2002). A partire da agosto 2002, con le
dimissioni graduali dei bimbi inseriti nella struttura, l’équipe di sette
educatrici è impegnata in modo esclusivo sul nuovo progetto. Questo
cambiamento ha prodotto nuovi stimoli nelle operatrici che hanno investito tempo e idee, ma ha anche provocato grossa confusione e incertezza determinata dal dover affrontare problematiche organizzative sempre
nuove che, di volta in volta, si presentavano con il procedere della sperimentazione (nuovo ruolo educativo, rapporto con altre figure professionali e non, locali, orari, ecc.). Ciò ha comportato la necessità di una
continua “correzione del tiro” per poter giungere ad un assetto sempre
più funzionale.
Per la realizzazione dei suoi obiettivi, il Progetto Neonati prevede di
avvalersi di:
•
Famiglie Affidatarie per l’ospitalità temporanea dei bambini;
•
Servizio Educativo che cura gli incontri in luogo neutro;
•
Servizio di Neuropsichiatria Infantile che fornisce collaborazione grazie ad apposita convenzione;
•
Servizio Sociale che coordina la gestione del progetto individuale;
•
Divisione Servizi Sociali – Settore Minori che ha individuato
una figura di coordinamento del progetto complessivo presso
l’Ufficio Affidamenti col compito, tra gli altri, di organizzare
il reperimento, la selezione ed eventualmente un aggiornamento circa la valutazione di idoneità delle famiglie affidatarie.
Obiettivi
Il Progetto Neonati persegue l’obiettivo primario di garantire al neonato un ambiente idoneo alla sua specifica ed irrinunciabile esigenza di
ricevere, da subito, cure ed attenzioni privilegiate fondamentali per il
suo equilibrio psico-fisico futuro, mediante:
236
Appendice B
-
l’inserimento temporaneo e definito del bimbo in una famiglia affidataria che svolga funzioni genitoriali
tempi brevi di definizione del futuro del bambino attraverso
un canale preferenziale con le Autorità Giudiziarie minorili e
con tutti i Servizi coinvolti, limitando il periodo di incertezza
sul futuro del minore. Attualmente il Tribunale per i Minorenni utilizza il Progetto Neonati in via preferenziale rispetto
alle comunità.
Contemporaneamente si garantisce il mantenimento o l’instaurarsi
del rapporto parentale con la famiglia d’origine attraverso gli incontri in
luogo neutro tra il bimbo ed i parenti aventi diritto. Tali incontri, svolti
alla presenza di educatori professionali, hanno inoltre la finalità di sostenere la genitorialità e di raccogliere elementi utili per la definizione
del futuro del minore.
E’ importante ricordare che, come indicato nella succitata legge, si
impone ai Servizi che vengano attuati interventi di aiuto e sostegno alla
famiglia del minore per accelerare quanto più possibile il suo rientro. Se
ciò non è praticabile, vengono prese in considerazione soluzioni alternative.
… Omissis
Buone prassi
237
Fonte: Provincia di Potenza Assessorato alle Politiche Sociali, Pace,
Immigrazione e Volontariato, (a cura di), 1° Rapporto di Attività del Coordinamento Nazionale Servizio Affidi, Centro Affidi Provincia di Potenza,
Dicembre 2007, p. 58
Comune di PARMA
PROGETTO “FAMIGLIE ED ACCOGLIENZA”
SINTESI
Il crescente disagio rilevato dagli operatori che operano nei servizi e
la crescente difficoltà ad avere famiglie disponibili per l’affido famigliare
ha portato il Comune di Parma a riflettere sulla necessità di investire
sulla creazione di una cultura dell’accoglienza e dell’affido nel contesto
cittadino, al fine di favorire: da un lato una ridefinizione condivisa del
senso dell’affido, e dall’altro il diffondersi di una nuova sensibilità nei
confronti delle famiglie e dei bambini in difficoltà.
Se, infatti, continuano ad esistere nella nostra città situazioni di bisogno in cui è inevitabile arrivare ad interventi di allontanamento del minore dalla sua famiglia d’origine, dall’altro vi è sempre più la consapevolezza che laddove la famiglia vive un momento di difficoltà e marginalità, ma vi sono potenzialità da valorizzare, si possano attivare forme
di aiuto differenziate in rapporto ai bisogni espressi.
La risposta a tali bisogni potrebbe stare nell’attivazione di reti di accoglienza e di solidarietà all’interno delle realtà sociali in cui la famiglia è inserita come parrocchie, luoghi di lavoro, scuola, associazioni, ecc.
Il progetto “Famiglie e accoglienza” mette in rete, com’è nell’ottica del
Piano di Zona, diverse realtà operanti in contesti differenti.
In questo senso è prevista la collaborazione fra il Comune di Parma
attraverso la propria equipe affido, l’Ufficio Diocesano della famiglia e
l’Associazione “Gruppo Affido” di Parma.
L’obiettivo primario di questo progetto é la promozione di una nuova
cultura per l’accoglienza nella nostra città.
Tale finalità può essere raggiunta ponendosi un obiettivo più specifico e concreto: prendere contatto ed attuare un processo d’integrazione
fra tutte le realtà che oggi sono particolarmente sensibili ai temi
dell’accoglienza ed apertura all’altro, e che già prevedono momenti
d’incontro e condivisione fra famiglie.
238
Appendice B
Con tali realtà è fondamentale:
lavorare per la riscoperta e valorizzazione delle potenzialità
delle famiglie di Parma
individuare in modo “creativo” le diverse possibilità di aiuto
alle famiglie che si trovano in una condizione di difficoltà.
Dal punto di vista operativo tale obiettivo può essere raggiunto attuando quello che oggi viene definito “lavoro di rete”, individuando interlocutori significativi all’interno delle diverse realtà.
Tali figure costituiscono, insieme con gli operatori dell’equipe di progetto, di volta in volta, un gruppo di lavoro con il quale ragionare sul progetto e sui modi possibili per realizzarlo (sottoprogetti specifici, formazione per le persone coinvolte, forme di promozione all’accoglienza,
ecc).
Solo in questo modo si possono creare possibilità concrete di incontro
tra bisogni e risorse, ogni volta differenti a seconda delle situazioni specifiche che verranno ad evidenziarsi. Inoltre, in questo modo, si può rispondere ai bisogni espressi dal territorio (all’interno dello stesso quartiere, parrocchia, ecc), arrivando a sperimentare l’aiuto all’altro come
un’opportunità per tutti, in quanto espressa con livelli di impegno differenziati, e “naturali”.
Si può infatti passare dall’accompagnamento di un bambino all’asilo,
magari il compagno del figlio i cui genitori hanno problemi di lavoro, a
forme di “baby-sitteraggio” più o meno impegnative, fino a forme di
appoggio e sostegno più complesse e impegnative, come quelle
dell’affido famigliare vero e proprio.
Secondo la disponibilità offerta da singoli, famiglie e gruppi di famiglie, e del tipo d’impegno richiesto, l’équipe affido garantisce forme differenziate di formazione e sostegno:
Nel caso dell’affido o di sostegno a famiglie estremamente
disagiate, bisogni sempre presenti a livello di Servizi Sociali,
il lavoro con le famiglie sarà chiaramente più approfondito e
di conoscenza personale, al fine di rendere consapevoli e di
proteggere i soggetti coinvolti da esperienze troppo complesse ed emotivamente impegnative.
Per ciò che riguarda invece altre forme d’aiuto meno complesse, ma pur sempre importanti, gli operatori, insieme con i
Buone prassi
239
“portavoce” dei gruppi, potranno fornire momenti formativi
e di consulenza individuali e di gruppo.
In particolare sarà garantita la programmazione periodica di gruppi
di formazione per tutti quelli che vorrebbero offrire la loro disponibilità,
in modo da sostenere l’acquisizione di alcune competenze sia nel rapporto con i bambini e le loro famiglie in condizione di difficoltà, sia nella
capacità di leggere le proprie reali possibilità.
Realizzazione
Il progetto si è articolato in tre fasi successive con il coinvolgimento
di figure diverse.
Fase I
Costituzione di un gruppo di lavoro che ha visto coinvolti
l’équipe affido del Comune di Parma, con funzione di garante
del progetto, coordinamento e formazione;
un referente dell’Ufficio diocesano della famiglia e un referente dell’Associazione “Gruppo Affido” di Parma con ruolo di:
•
individuazione e sensibilizzazione delle realtà famigliari e associative presenti nella realtà cittadine,
•
lavoro sulla motivazione delle persone coinvolte
•
facilitatore dell’integrazione fra le parti
•
consulente all’équipe sul lavoro di progettazione e
verifica
gli operatori territoriali (educatori/assistenti sociali) dei quattro poli e dei Comuni del Distretto Socio-Sanitario come rappresentanti del territorio, portavoce dei bisogni emergenti, oltre che anello di congiunzione fra famiglie e Servizi;
di volta in volta i referenti territoriali individuati all’interno
delle diverse realtà e territori cittadini con il compito di andare a costruire il progetto stesso con gli operatori coinvolti oltre
che fungere da portavoce c/o le realtà che rappresentano e da
attivatore delle risorse.
Fase II
Il gruppo di lavoro ha cominciato ad essere operativo all’interno delle
diverse realtà territoriali.
Tale operatività si è concretizzata attraverso la programmazione e realizzazione di progetti di promozione e di formazione rivolta a gruppi di
famiglie individuati nelle diverse realtà territoriali (parrocchie, associa-
240
Appendice B
zioni, luoghi di incontro) finalizzati alla diffusione del progetto, sensibilizzazione ai temi dell’accoglienza, alla raccolta di risorse.
Fase III - (In itinere)
I rappresentanti territoriali, dovrebbero divenire nel tempo punto di
incontro tra risorse e bisogni in collaborazione con gli operatori territoriali oltre a mantenere un ruolo promozionale ed attivare l’équipe affido
ogni volta lo ritengano necessario.
L’équipe affido, rimane luogo concreto di pensiero dei microprogetti
formulati con i partner coinvolti.
All’interno della partnership gli operatori dell’èquipe affido mettono
a disposizione le proprie competenze specifiche garantendo una formazione permanente ed eventuali spazi di consulenza e supervisione, oltre
a svolgere un’indispensabile funzione di coordinamento ed organizzazione.
Sono, inoltre, previsti momenti periodici di incontro del gruppo di
lavoro iniziale (referenti, équipe affido, responsabile ufficio famiglie Diocesi, operatori territoriali), finalizzati al monitoraggio del progetto, allo
scambio di esperienze, condivisione di nuove proposte emerse grazie al
lavoro “sul campo”.
Buone prassi
241
Fonte: Provincia di Potenza Assessorato alle Politiche Sociali, Pace,
Immigrazione e Volontariato, (a cura di), 1° Rapporto di Attività del Coordinamento Nazionale Servizio Affidi, Centro Affidi Provincia di Potenza,
Dicembre 2007, p. 61
Comune di MILANO
Settore Servizi alla famiglia
Ufficio Coordinamento Tecnico Centrale Affidi
PROGETTO FAMILIARE MAMMA E BAMBINO
La decisione di formulare ed avviare il progetto d’affido familiare
mamma e bambino, insieme, nella stessa famiglia affidataria, è scaturito
dall’intreccio di osservazioni, riflessioni, favorevoli coincidenze e dal desiderio di percorrere strade diverse nella continua ricerca di nuove forme di aiuto.
La riflessione e il pensiero sono scaturiti dall’osservazione dei dati di
realtà e dalla rilevanza del fenomeno. In effetti, abbiamo evidenziato un
consistente numero di collocamenti in strutture di giovanissime madri
con bambini e un rilevante numero di provvedimenti emessi dal Tribunale per i Minorenni di affido all’Ente Locale per inserimento mamma/bambino in struttura.
Parallelamente alle riflessioni e alle osservazioni sopradette siamo
stati sollecitati dalla lettura della legge 149 in rapporto al suo insistente
affermare: il diritto del minore a crescere ed essere educato nell’ambito
della propria famiglia; il diritto del minore ad un’altra famiglia quando
la propria non sia in grado di provvedere alla sua crescita ed educazione; al suo insistente rilevare “la predisposizione di programmi di assistenza per la famiglia d’origine”.
Stimolante e affascinante è stato il desiderio di integrare le riflessioni
e le osservazioni con il dettato legislativo spinti dal desiderio di intraprendere nuovi percorsi di conoscenza.
Si è dato quindi forma alla concreta sperimentazione del progetto di
affido eterofamiliare per madre/bambino con l’intento di perseguire i
seguenti obiettivi:
•
Offrire un vero e proprio contesto familiare che accolga in affido la madre, suo figlio e la loro relazione con la funzione
242
Appendice B
principale di valorizzare, apprezzare, consigliare, sostenere e
appoggiare la giovane mamma nel suo ruolo
•
Accompagnare la giovane in un percorso di autonomia attraverso un affiancamento genitoriale
•
Aiutarla ad usufruire dell’esperienza di questo affiancamento
per poterlo riproporre nel rapporto con il proprio figlio
•
Aiutarla e vicariarla nel suo ruolo materno
•
Offrire un contesto di funzioni genitoriali-integrative in cui
sia salvaguardata la relazione madre-bambino
•
Tenere vivo il legame, rinsaldandolo, offrendo alla madre e al
bambino un contesto di relazioni familiari strutturanti
L’affidamento mamma/bambino si colloca come un intervento di secondo livello dopo un periodo di permanenza in comunità mamma/bambino da cui è emersa una buona relazione tra i due e s’ipotizza
una soluzione positiva della situazione seppure in un lasso di tempo ancora lungo.
Il passaggio della madre dalla comunità alla famiglia affidataria deve
avvenire gradualmente: devono essere chiare le regole dell’affidamento
sia alla mamma sia alla famiglia affidataria la quale ha in affidamento il
minore con il consenso della madre per delega del servizio sociale (cui è
affidato il minore dal Tribunale per i minorenni).
La famiglia affidataria ha il compito di aiutare la mamma ad occuparsi nel modo migliore di suo figlio ma anche di sostenerla nel recupero di
“alcuni pezzi” della sua vita, ad esempio l’adolescenza. In queste occasioni la famiglia affidataria si sostituisce alla madre nella cura del minore.
Durata dell’affidamento
La durata di questi affidamenti non può essere considerata breve in
quanto non si pongono come obiettivo solo quello di sostenere una giovane mamma nella ricerca di casa e lavoro, ma anche di aiutarla a divenire autonoma nella gestione della propria vita (affetti, sicurezze, realizzazione) e di quella di suo figlio.
Buone prassi
243
Fonte: Provincia di Potenza Assessorato alle Politiche Sociali, Pace,
Immigrazione e Volontariato, (a cura di), 1° Rapporto di Attività del Coordinamento Nazionale Servizio Affidi, Centro Affidi Provincia di Potenza,
Dicembre 2007, p. 68.
Comune di ROMA
Questa proposta è stata portata avanti dal Comune di Roma attraverso un progetto finanziato dalla legge 285/97. Il progetto è stato attivato
nel 1999 e concluso nel 2001. Sulla base di questa esperienza e delle richieste provenienti dal territorio romano, il neonato Centro Comunale
“Pollicino” dal 2002 si sta attivando secondo una metodologia più rispondente alle esigenze del Servizio Sociale richiedente e ai bisogni del
nucleo madre-bambino in difficoltà.
SCHEDA PROGETTO n° 78
Soggetto Titolare
Assessorato alle Politiche Sociali – V Dipartimento – Ufficio Minori
Titolo
“Oltre l’affido”
Intervento in favore di nuclei madre-figlio per il sostegno ai processi di acquisizione della autonomia
Durata dell’intervento
2 anni
Descrizione del fabbisogno
Secondo i dati forniti dall’Istat nell’indagine multiscopo sulla famiglia, pubblicata nel 1996, i nuclei familiari in Italia sono passati da 16 milioni nel 1988 a 16 milioni 204 mila nel 1994. Di questi ultimi l’11% è costituito da famiglie monogenitoriali. E’ interessante notare che i nuclei
familiari, in cui i figli vivono con un solo genitore, costituiscono attualmente il 14,9% dei nuclei composti da entrambi i genitori (secondo la
media del 1994 si tratta di 1.776.000 nuclei monogenitoriali rispetto a
11.905.000 nuclei completi).
I nuclei monogenitoriali rappresentano una realtà familiare sempre
più diffusa in Italia, in particolare nel Nord Italia (il 12,1% nel NordOvest ed il 10,9% nel Nord-Est) ma anche nel Centro Italia il fenomeno
ha raggiunto un livello significativo (11%).
244
Appendice B
Nei nuclei monoparentali soltanto nel 15,4% dei casi i bambini vivono
con il padre mentre nel 84,6% i figli vivono con le madri. Com’è noto la
maggioranza di queste famiglie è composta da madri sole con figli a carico, anche per effetto del frequente affidamento dei bambini alle madri
in caso di separazione e divorzio. Nell’utenza in assistenza si è constatata un’elevata problematicità, esse di solito, infatti, provengono da un circuito di disagio sociale ed economico che le penalizza e le stigmatizza
limitando la loro possibilità d’accesso ad una soddisfacente realizzazione personale e professionale. La donna si trova spesso sola
nell’affrontare i problemi suoi e dei figli, non avendo contesti solidali
parentali di riferimento.
In relazione a questa problematica, le attività presenti nel territorio
romano sono oggi prevalentemente rivolte all’assistenza, alla tutela ed
alla salvaguardia del minore separato dalla madre.
In particolare, i piccoli nuclei monogenitoriali vengono, in alcuni casi,
collocati in strutture residenziali di tipo educativo-assistenziale per ovviare alle difficoltà alloggiative ed economiche, senza un progetto individualizzato, di promozione del benessere e dell’autonomia della famiglia. Le accoglienze rispondono ad esigenze di emergenza e dopo una
permanenza, anche lunga, nella struttura, spesso le donne ne escono
senza aver modificato la situazione di partenza, lasciandovi il figlio.
Pertanto, l’importanza e la funzionalità di questo progetto scaturisce
dal bisogno di risorse, rilevato dai Servizi Sociali Territoriali, a supporto
della relazione genitore-figlio e di promozione dell’autonomia personale
e professionale della donna: un intervento mirato al mantenimento del
nucleo madre-bambino, sia favorendo l’inserimento nel mercato lavorativo della donna, recuperando, laddove possibile, una sua formazione
professionale, che la agevoli in tale ricerca (ad es. inserendola in brevi
corsi di qualificazione professionale), sia aiutandola a trovare l’alloggio.
Obiettivi perseguiti e servizi/azioni che si intendono realizzare
Obiettivi:
a) far uscire il nucleo familiare madre-figlio dal circuito assistenziale;
b) consolidare la rete amicale di sostegno al nucleo madre-figlio,
anche attraverso famiglie affidatarie residenti nei territori di
riferimento delle case d’accoglienza;
c) promuovere la relazione genitore-figlio;
Buone prassi
d)
e)
245
promuovere il raggiungimento di un’autonomia personale e
professionale della donna;
accrescere le competenze e le risorse della madre sola nella
cura della prole.
Azioni:
h) apertura di quattro case d’accoglienza per nuclei madre-figlio;
i) azioni di accompagnamento psico-pedagogico;
j)
formazione delle famiglie affidatarie;
Descrizione della metodologia
Il progetto si propone come servizio sperimentale, anche attraverso
l’innovazione dell’istituto dell’affidamento familiare. Si prevede, infatti,
l’affidamento di un nucleo familiare madre-figlio ad altro nucleo familiare residente nel territorio, l’animazione ed il consolidamento di una
rete di soggetti che comprenda i due nuclei familiari, nonché
l’integrazione dei servizi territoriali e centrali competenti.
Ogni casa ospiterà due nuclei madre-figlio, che saranno sostenuti da
un nucleo familiare affidatario.
Il nucleo familiare affidatario dovrà avere esperienza di affidamenti
familiari per riuscire ad instaurare con la donna un rapporto di tipo familiare e costituire per lei ed i suoi bambini un riferimento assimilabile a
quello delle figure parentali. La famiglia di sostegno dovrà riferire al
servizio sociale competente sull’andamento e la gestione della casa e sugli sviluppi dell’intervento sul nucleo monogenitoriale.
Per quanto riguarda la promozione dell’autonomia personale e professionale della donna, tale obiettivo potrà essere conseguito aiutando la
donna ad orientarsi nelle sue scelte, sia nella ricerca di un lavoro, valorizzando le precedenti esperienze lavorative e le sue attitudini, sia nella
ricerca di una abitazione autonoma. A tal fine sarà importante l’apporto
dei servizi territoriali, ma anche il ricostruire o costruire con la donna ed
il suo bambino/i una rete di positivi rapporti familiari ed amicali.
Destinatari
Destinatari finali: Nuclei monoparentali composti da madre con figlio/i minori, che si trovino in situazione di temporanea difficoltà, in
particolare senza alloggio e con possibilità economiche carenti.
Destinatari intermedi: operatori dei servizi, operatori del privato sociale, volontari.
246
Appendice B
Localizzazione dell’intervento e ambito di impatto
Localizzazione: Verranno affittate quattro abitazioni di adeguata dimensione.
Ambito di impatto: i territori di riferimento delle quattro case
d’accoglienza.
Livello di integrazione con altre iniziative e/o Istituzioni
Il progetto, seppur gestito e coordinato dal Comune di Roma attraverso i suoi servizi circoscrizionali e centrali (V Dipartimento-Ufficio
Minori), prevede un’integrazione operativa con gli altri servizi competenti in materia (ASL, Provincia di Roma) che verrà definita tramite protocollo d’intesa.
Buone prassi
247
Fonte: Provincia di Potenza Assessorato alle Politiche Sociali, Pace,
Immigrazione e Volontariato, (a cura di), 1° Rapporto di Attività del Coordinamento Nazionale Servizio Affidi, Centro Affidi Provincia di Potenza,
Dicembre 2007, p. 79
Provincia di Milano
Servizio Segretariato ed Emergenze Sociali
Area Affido
NUOVI MODELLI DI ACCOGLIENZA:
L’Affido Professionale
La riflessione e la progettazione di nuovi modelli di accoglienza nasce
all'interno del Coordinamento Affidi della Provincia di Milano che, negli
ultimi anni, si è confrontato sulle problematiche emergenti e sulla necessità di individuare risposte nuove, mirate ed adeguate per la tutela dei
minori.
Il progetto affido professionale è frutto di indicazioni e considerazioni che si fondano sull’esperienza degli operatori dei servizi territoriali,
delle cooperative sociali e i rappresentanti di associazioni di famiglie.
Caratteristiche del progetto
Il progetto affido professionale è attuato nel territorio della provincia
dalla Provincia di Milano, Direzione Affari Sociali, Settore Sostegno e
Prevenzione delle Emergenze sociali in collaborazione con le cooperative sociali Associazione Famiglie per l’Accoglienza, Centro Bambino
Maltrattato, Comin e Grande Casa.
Un aspetto qualificante del progetto è quello di favorire un proficuo
intreccio fra l’istanza pubblica dei servizi territoriali responsabili di vigilare e tutelare, e il terzo settore, in un assetto organizzativo dove siano
chiaramente individuate le responsabilità di ciascun soggetto e del coordinamento all’interno di un sistema unificato. Il progetto famiglie professionali rappresenta una forma e una modalità di gestione che richiama ad una fondamentale definizione di contesto e di ruoli in cui coesiste
una corresponsabilità istituzionale tra soggetti pubblici e cooperazione
privata.
Il progetto garantisce un intervento di protezione del minore che, allontanato dalla famiglia d’origine, è temporaneamente collocato presso
248
Appendice B
famiglie selezionate e preparate a questo compito, al fine di assicurargli
il mantenimento, l’educazione, l’istruzione e le relazioni affettive di cui
ha bisogno, e la continuità dei rapporti con la sua famiglia.
Il collocamento presso una famiglia professionale è eseguito dal Comune, in applicazione di quanto previsto nella legge 149/01 e in attuazione del decreto della magistratura.
Il regolamento che è stato predisposto, è il riferimento articolato che
definisce i criteri, i tempi e le modalità del collocamento, gli impegni delle amministrazioni locali e delle organizzazioni, nonché gli impegni e i
diritti della famiglia d’origine e della famiglia professionale.
Uno dei due coniugi (referente professionale nella famiglia), deve rendersi disponibile all’ottica professionale che prevede uno specifico e obbligatorio percorso di formazione, la partecipazione al gruppo di sostegno e una adeguata disponibilità di tempo ma è necessario che sia
l’intera famiglia (coniuge e figli) ad impegnarsi nel progetto.
L’accordo successivo al percorso di selezione e di formazione prevede
la sottoscrizione di un contratto di co.co.pro. con una delle cooperative sociali da parte del referente professionale della famiglia e comprende la
necessaria disponibilità a incontri periodici con i servizi, e l’accettazione
di un monitoraggio intenso e costante per tutto il periodo di ospitalità
del minore.
L’abbinamento tra il minore e famiglia professionale avviene in sinergia tra il servizio territoriale, l’Amministrazione Provinciale e le cooperative in sede di supervisione con uno psicoterapeuta esterno.
La famiglia professionale viene affiancata a un tutor che svolge, da un
lato una funzione di supporto e accompagnamento al referente e,
dall’altra, un’importante mediazione nel lavoro di rete tra i servizi coinvolti nel progetto di affido.
Il progetto di affido professionale ha una temporalità definita di due
anni.
Con le cooperative coinvolte è stata stipulata una convenzione che ha
garantito standard di prestazioni adeguate al compito, ciò esige precise
definizioni di impegni e competenze reciproche nell’intreccio collaborativo tra ente pubblico e privato sociale.
Metodologia e procedure
Struttura organizzativa
Il progetto prevede un sistema di gestione, organizzazione e monitoraggio a più livelli.
Buone prassi
•
•
249
Coordinamento del progetto con compiti di programmazione,
verifica e valutazione delle attività composto da responsabili
Provincia/Cooperative.
Gruppo operativo di progetto con compiti di gestione, valutazione e supervisione
E’ l’ambito operativo in cui si riflette e si definiscono le strategie esecutive connesse alle diverse attività del progetto quali la definizione e
costruzione degli strumenti metodologici e di documentazione, la programmazione delle attività di promozione e di aggiornamento e monitoraggio dei collocamenti in corso e dei casi in attesa.
Il gruppo di lavoro è composto stabilmente da:
Operatori Provincia (2 Assistenti Sociali)
Operatori Cooperative referenti delle famiglie (1 tutor e assistente sociale)
Il gruppo ha la caratteristica di essere ad assetto variabile in quanto
partecipano di volta in volta gli operatori del territorio di riferimento dei
minori (assistente sociale, psicologo, educatori di comunità, educatori
assistenza domiciliare….) che intendono presentare le situazioni per cui
richiedono la famiglia professionale. Inoltre a collocamento avvenuto è
prevista la partecipazione degli stessi operatori in sede di supervisione
per monitorare la situazione.
•
Gruppo di selezione e valutazione famiglie professionali
Il gruppo è composto dalle Assistenti Sociali della Provincia e da operatori delle Cooperative (assistente sociale + psicologa).
•
Equipe tutor
I tutor delle cooperative sociali garantiscono attraverso una specifica
riunione di equipe il coordinamento delle attività, la condivisione delle
metodologie e l’aggiornamento dei progetti.
Gli strumenti
Per la realizzazione del progetto si sono individuati alcuni strumenti
che consentono di regolare i rapporti tra i diversi soggetti:
Il regolamento del servizio, che dopo la fase sperimentale dovrà
essere deliberato dai Consigli Provinciale e Comunali e per il
quale si prevede una definitiva riformulazione al termine della sperimentazione.
Il convenzionamento delle organizzazioni del terzo settore con
l'ente locale.
250
Appendice B
-
Il contratto di collaborazione a progetto tra famiglia e associazione o cooperativa.
Il progetto di affido professionale dell’ente locale riferito a ciascun minore.
Il progetto di affido professionale costituisce il “patto” tra Ente locale,
cui il minore è affidato con provvedimento dell’Autorità Giudiziaria, la
cooperativa rappresentata dal tutor, la famiglia professionale e la famiglia d’origine: esso regola le relazioni tra i quattro soggetti e contiene il
progetto specifico per ciascun minore.
Valutazione
A partire dagli obiettivi di esito sono stati individuati gli strumenti
valutativi da utilizzare all’inizio del percorso e nei momenti definiti come cruciali nella progettazione di ogni singolo intervento. Le varie fasi
sono finalizzate a:
valutare gli obiettivi di outcome, ovvero di cambiamento dei
minori e delle famiglie
valutare i risultati in termini di soddisfazione degli affidatari
e degli operatori del territorio
A conclusione di ciascuna fase il gruppo di direzione del progetto è
stato coinvolto per verificare e discutere i risultati raggiunti.
Appendice C
Protocollo d’Intesa per l’Affido Familiare Lg. 149/2001
Protocollo d’Intesa:
Provincia di Potenza
Tribunale per i Minori
Comuni del Territorio provinciale
I membri aderenti al Protocollo:
PROVINCIA DI POTENZA
TRIBUNALE PER I MINORI
COMUNI CAPOFILA DEGLI AMBITI ZONALI:
COMUNE DI POTENZA
COMUNE DI RAPOLLA – AMBITO “VULTURE”
COMUNE DI VENOSA – AMBITO “ALTO BRADANO”
COMUNE DI MURO LUCANO – AMBITO “MARMO MELANDRO”
COMUNE DI PIETRAGALLA – AMBITO “BASENTO”
COMUNE DI VIGGIANO – AMBITO “ALTO AGRI”
COMUNE DI CORLETO PERTICARA – AMBITO “AGRI SAURO”
COMUNE DI BRIENZA – AMBITO “AGRI MELANDRO”
COMUNE DI VIGGIANELLO – AMBITO “LAGONEGRESE”
COMUNE DI SENISE – AMBITO “ALTO SINNI VAL SARMENTO”
PREMESSA
La legge 328/00 all’art. 7 (Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali) attribuisce alle Province la programmazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali per i compiti
previsti dall’art. 15 della legge 8 giugno 1990, n. 142, nonché dall’articolo
132 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112, secondo le modalità definite dalle regioni che disciplinano il ruolo delle Province in ordine:
252
Appendice C
a)
b)
c)
d)
alla raccolta delle conoscenze e dei dati sui bisogni e sulle risorse rese disponibili dai comuni e da altri soggetti istituzionali presenti in ambito provinciale per concorrere
all’attuazione del sistema informativo dei servizi sociali;
all’analisi dell’offerta assistenziale per promuovere approfondimenti mirati sui fenomeni sociali più rilevanti in ambito
provinciale fornendo, su richiesta dei comuni e degli enti interessati, il supporto necessario per il coordinamento degli interventi territoriali;
alla promozione, d’intesa con i comuni, di iniziative di formazione, con particolare riguardo alla formazione professionale
di base e all’aggiornamento;
alla partecipazione alla definizione e all’attuazione dei piani
di zona.
L’art. 16 della legge 328/00 individua l’affidamento familiare fra le
priorità per sostenere con qualificanti interventi i compiti educativi delle
famiglie interessate;
L’accordo del 16 dicembre 2004 tra il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, le Regioni, le Province Autonome, le Province, i Comuni e
le Comunità Montane prevede delle azioni per rendere possibile la chiusura degli Istituti di assistenza dei minori entro il 31.12.2006.
“Tutti i bambini hanno diritto ad una famiglia”. È questo
l’imperativo che la Convenzione sui diritti del fanciullo e la legge 149/01
pongono a carico dei decisori politici e operatori del settore delle politiche per l’infanzia. Promuovendo l’istituto dell’affido familiare in base
alle innovazioni e modifiche introdotte dalla stessa legge, in particolare
rendendolo più flessibile e idoneo alle effettive esigenze di tutela del
minore e del suo preminente interesse a vivere in un ambiente sano e sereno, valorizzando reti di famiglie e associazioni di famiglie entro cui la
singola famiglia trovi sostegno amicale e professionale.
Un temporaneo distacco del minore dalla propria famiglia, senza interruzione di rapporti, un incontro fra una famiglia che ha perso o rischia di perdere la sua capacità di rappresentare per il proprio figlio un
nido sicuro e di garantire una genitorialità sufficientemente buona e una
famiglia che temporaneamente ha risorse da poter condividere con gli
altri. Una carenza e un esubero che temporaneamente si compensano
nell’attesa di poter recuperare la propria autonoma interezza. La funzione dell’affidamento è di separare per poi riunire, per ridare significato ai
rapporti logorati e malsani, per impedire che i danni subiti dai bambini e
le difficoltà degli adulti arrivino ad un punto di non ritorno.
Un intervento così complesso come l’affidamento familiare non può
essere gestito in modo efficace senza disporre di una struttura di riferimento, che promuova lo sviluppo dei diversi fattori costitutivi del servizio: culturali, scientifici, organizzativi, professionali, di contatto e sensibilizzazione dell’opinione pubblica.
Da qui l’esigenza (da parte del Settore Politiche Sociali della Provincia di Potenza) di realizzare un Centro Affidi operante nell’ambito provinciale.
L’obiettivo primario è quello di dare risposte a minori in famiglie in
difficoltà, affrontare aspetti che mettono in gioco soggetti e professionalità diverse, dinamiche relazionali (tra genitori di famiglie diverse, tra
adulti e minori) e dinamiche istituzionali fra i vari servizi (Tribunale per
i Minori, Servizi Sociali, Consultori, Gruppi e Associazioni).
Lavorare nel campo dell’affidamento familiare richiede una particolare attenzione alle dinamiche relazionali, ai vissuti personali e alle condizioni familiari; richiede la capacità di saper valutare situazioni complesse e con alto coinvolgimento emotivo; il saper prendere delle decisioni,
anche difficili e radicali, spesso in breve tempo; di saper mantenere i
rapporti, verificare e controllare costantemente un percorso; tutto questo
non perdendo l’obiettivo prioritario che è quello della tutela del minore
e garantire ad esso un ambiente positivo per la sua crescita psicofisica.
Il Centro Affidi ha aderito al CNSA (Coordinamento Nazionale Servizi Affidi) rientrando fra i componenti nel direttivo e segue le linee
guida dello stesso.
Da qui nasce la necessità di un protocollo d’Intesa tra Centro Affidi,
Tribunale per i Minori e Servizi Sociali Comunali del territorio provinciale ognuno per le proprie competenze e specificità.
CENTRO AFFIDI
-
Sensibilizzazione sul territorio Provinciale;
254
Appendice C
-
-
-
-
-
-
-
-
Valutazione e selezione delle famiglie e dei singoli che hanno
manifestato la loro disponibilità all’accoglienza temporanea e
richiesta di relazione psico-sociale dettagliata al comune di
appartenenza;
Formazione delle famiglie affidatarie;
Rapporti con i Servizi Sociali dei Comuni;
Gruppi di famiglie affidatarie in incontri di auto-aiuto;
Banca dati delle famiglie formate e disponibili all’affido a disposizione del Tribunale per i Minori e per i Servizi Sociali
Comunali;
Relazione sociale sulla famiglia affidataria individuata per il
minore e relativa scheda illustrativa;
Abbinamento minore famiglia: in concertazione con il T.M. in
caso di affido giudiziale e i Servizi Sociali Comunali;
Interazione delle equipè psico-sociale dei Servizi Sociali Comunali con gli operatori del Centro Affidi provinciale al fine
di fornire sostegno alla famiglia affidataria nel percorso di affidamento con colloqui, visite domiciliari e relazioni sociali da
inviare al Tribunale per i Minori in caso di affido giudiziale
ovvero al Giudice Tutelare;
Verifiche e revisioni del progetto educativo: periodicamente,
secondo le scadenze previste tra gli operatori del Centro e gli
operatori del territorio, che seguono la famiglia naturale e il
minore inserito nella famiglia affidataria con l’obiettivo di definire il percorso di affido e aggiornamento del progetto, relazionando al T.M. in caso di affido Giudiziale;
Consulenze degli operatori del Centro per i gruppi di sensibilizzazione e condivisione dell’esperienza con gli affidatari,
consulenza a richiesta per gli operatori del territorio;
Promozione di una rete di risorse pubbliche e private per facilitare l’accesso ai servizi e alle prestazioni necessarie per rendere concretamente operanti i progetti educativi concordati;
Rapporti costanti con il Tribunale per i Minori o Ordinario,
Giudice Tutelare, incontri periodici di supervisione sui casi in
affido;
Incontri pubblici nel territorio provinciale in collaborazione
con i Servizi Sociali e formazione delle famiglie negli ambiti
territoriali;
-
Collaborazione con l’associazione famiglie affidatarie “il Ponte” per le attività di sensibilizzazione e promozione sul territorio.
SERVIZI SOCIALI COMUNALI
-
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-
-
-
Provvedono a chiedere al Centro Affidi l’individuazione di
famiglie affidatarie per l’accoglienza di un minore;
Individuano le situazioni familiari a rischio psico-fisicosociale-ambientale per il minore;
Valutano le soluzioni che meglio soddisfano i bisogni del minore in rapporto al vissuto familiare, all’età e alle prospettive
di evoluzione della situazione familiare;
Predispongono al Centro Affidi gli elementi utili a definire il
profilo della famiglia o della persona singola adatta
all’accoglienza del minore;
Concordano con il Centro Affidi l’abbinamento tra minore e
famiglia affidataria;
Concordano e stilano con gli operatori del Centro Affidi il
progetto d’intervento;
In caso di affido giudiziario unitamente al Centro Affidi concordano con il T.M. le strategie d’intervento;
Attivano interventi a sostegno della famiglia d’origine del
minore per modificare quei fattori che hanno determinato
l’intervento dell’affido dello stesso;
Concorrono alle attività di verifica con il Centro Affidi per
l’aggiornamento del progetto e concordano le modalità di rientro nella famiglia d’origine del minore o proposte di soluzioni alternative;
Definiscono con il Centro Affidi gli aspetti burocratici – amministrativi e tutte le questioni correlate all’affido.
TRIBUNALE PER I MINORI
Riguardo gli affidamenti giudiziari e/o a rischio:
Dispone della banca dati del Centro
l’individuazione di affidamenti a rischio;
Affidi
per
256
Appendice C
-
-
-
Invia al Centro Affidi, per la formazione e per gli incontri di
auto-aiuto, le famiglie disponibili all’affido;
Richiede l’intervento di un operatore del Centro Affidi per
l’individuazione di famiglie affidatarie idonee per eventuale
inserimento di un minore in affido giudiziale e/o a rischio;
Fornisce elementi utili sul minore per ottimizzare la scelta
della coppia affidataria;
Incontra la famiglia affidataria proposta dal Centro Affidi e
vaglia con l’operatore dello stesso Centro l’idoneità della famiglia e l’eventuale abbinamento con il minore;
Concorda con il Centro Affidi e i Servizi sociali le strategie
d’intervento dell’affido;
Demanda al Servizio Sociale, in collaborazione con il Centro
Affidi, la predisposizione dell’affido, emettendo idoneo provvedimento di allontanamento del minore dalla propria famiglia.
Potenza 19 novembre 2007
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l’Affidamento”: Atti della Conferenza Mondiale di Milano, relazione di Cattabeni
G. (con la collaborazone di: M. Nova – G. Cicorella).
Indice
Introduzione......................................................................................................V
Capitolo primo – Aspetti dell’affidamento familiare ..................................3
1.1. Cos’è l’affido familiare...............................................................................3
1.1.1. Distinzione affidamento e adozione ..............................................5
1.1.2. L’affidamento: consensuale e giudiziale .......................................6
1.1.3. Affidamento sine – die .....................................................................7
1.1.4. Tipologie di affido ............................................................................9
1.2. Affidamento di bambini piccoli..............................................................12
1.3. Affidamento di adolescenti.....................................................................15
1.4. Affidamento di minori stranieri .............................................................18
1.4.1. Minore straniero non accompagnato e minore straniero con la famiglia ......................................................................................23
1.4.2. Affido omoculturale ed eteroculturale ........................................24
Capitolo secondo – L’affido: protagonisti e problematiche ......................27
2.1. I protagonisti dell’affidamento...............................................................27
2.1.1. Il minore ...........................................................................................27
2.1.2. La famiglia di origine .....................................................................28
2.1.3. La famiglia affidataria ....................................................................29
2.2. Il ruolo degli operatori sociali.................................................................30
2.2.1. Il ruolo dell’operatore con la famiglia naturale..........................35
2.2.2. Il ruolo dell’operatore con gli affidatari ......................................37
2.2.3. Lavoro di rete ..................................................................................39
2.3. Problematiche psico-sociali.....................................................................41
2.3.1. Le problematiche della famiglia affidataria nel procedimento di affido ......................................................................................43
2.3.2. Le problematiche della famiglia naturale nel procedimento di affido..........................................................................................46
Capitolo terzo – Aspetti giuridici dell’affidamento familiare...................49
3.1. Le origini: dal diritto romano al 1977 ....................................................49
3.2. L’affidamento familiare nella legge 4 Maggio 1983, n. 184 ................51
3.3. L’affidamento familiare nella legge 28 Marzo 2001, n. 149 ................56
3.4. Conclusioni................................................................................................58
3.5. Riferimenti normativi precedenti...........................................................59
3.5.1. Legge 28 Agosto 1997, n. 285.........................................................59
3.5.2. Legge 8 Novembre 2000, n. 328 ....................................................60
3.5.3. Decreto Legislativo 26 Marzo 2001, n. 151 ..................................62
Capitolo quarto – Uno sguardo al “Centro Affidi” della Provincia di Potenza............................................................................................ 65
4.1. Il “Centro Affidi” della Provincia di Potenza, obiettivi e
compiti....................................................................................................... 65
4.2. Attività svolte dal 2003 al 2008 .............................................................. 69
4.2.1. Punto di vista qualitativo.............................................................. 69
4.2.2. Punto di vista quantitativo ........................................................... 70
4.2.3. Esempio di un affido familiare del “Centro – Affidi”
della Provincia di Potenza ...................................................................... 75
4.3. Corso di formazione per le famiglie affidatarie .................................. 76
4.4. Collaborazione con il Tribunale per i Minorenni (Protocollo
d’intesa tra Centro Affidi – Tribunale per i Minori – Comuni
del territorio provinciale)........................................................................ 78
4.5. I risultati del questionario alle famiglie affidatarie............................. 82
4.6. Aspetto educativo.................................................................................. 104
Capitolo quinto – Coordinamento Nazionale Servizi Affidi
(C.N.S.A.) e Indagini nazionali ........................................................... 105
5.1. C.N.S.A.: motivazioni della sua costituzione e impegni per
la crescita qualitativa dell’affido familiare ......................................... 105
5.2. Documenti realizzati ............................................................................. 110
5.3. Indagini Nazionali................................................................................. 126
Osservazioni conclusive .............................................................................. 147
Appendice A: Questionario famiglie affidatarie del Centro Affidi della
Provincia di Potenza................................................................................. 153
Appendice B: Buone Prassi.............................................................................. 227
Appendice C: Protocollo d’intesa tra Centro Affidi – Tribunale per i
Minori – Comuni del territorio provinciale.............................................. 251
Bibliografia ...................................................................................................... 257
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