I santuari di Pontecagnano*
di Gianni Bailo Modesti, Antonietta Battista, Luca Cerchiai,
Aurora Lupia, Marcella Mancusi
I santuari di Pontecagnano
A Pontecagnano sono stati scoperti due santuari
situati all’estremità meridionale e settentrionale dell’area dell’abitato, delimitata attraverso campagne di prospezioni geofisiche (Tav. I a). Il santuario settentrionale è dedicato ad una divinità femminile simile a Demetra (o a Hera ?); in quello meridionale, è venerato un
Apollo greco e l’etrusco Manth, divinità ad esso assimilabile.
Anche se scoperti in occasione di interventi di
emergenza e solo parzialmente esplorati, i due luoghi
di culto hanno restituito la più rilevante evidenza finora nota della città antica nella sua fase etrusco-campana. I due santuari sono collocati in una posizione marginale rispetto all’area della città antica ed appaiono
caratterizzati da una comune linea di sviluppo, in cui si
distinguono alcune tappe cruciali, ugualmente riscontrabili nell’organizzazione delle necropoli e dell’abitato: sorgono agli inizi del VI sec. a.C., al momento dell’urbanizzazione dell’insediamento, e sono radicalmente ristrutturati intorno alla metà del IV sec.; sono
intenzionalmente smantellati agli inizi del III sec. a.C.
e mostrano tracce di ripresa della frequentazione in età
romana.
La comune evoluzione diacronica fa, al tempo stesso, emergere le specificità e le profonde articolazioni
di culto e di funzione che la mancanza di un’adeguata
conoscenza dell’abitato non consente di valorizzare
pienamente.
Il santuario meridionale rientra nella serie degli
hiera tirrenici dedicati ad Apollo 1.
L’area sacra sembra svolgere, nell’assetto ormai
consolidato della città antica, una funzione istituzionale di integrazione, di luogo deputato a garantire e regolamentare il rapporto con l’elemento straniero.
Ciò è comprovato, in primo luogo, dalla nota serie
di iscrizioni ad Apollo in alfabeto acheo che, abbracciando un arco cronologico compreso tra età tardoarcaica e la metà circa del IV sec., rivela la straordina-
ria continuità di un rapporto cultuale privilegiato istituito con ogni probabilità nei confronti di Poseidonia 2.
Su un piano diverso, un’altra spia del richiamo e
della capacità di attrazione del santuario è fornita dalla
dedica di un’oinochoe miniaturistica prodotta nella
Lucania occidentale, databile alla fine del VI o nella
prima metà del V sec. a.C.: l’offerta potrebbe connettersi alla frequentazione indigena dell’area sacra, tanto
più significativa in quanto, nello stesso arco di tempo,
in un settore della necropoli, è attestato un gruppo di
rannicchiati provenienti probabilmente dalla stessa
area di origine 3.
L’estensione dell’area sacra settentrionale in contrada Pastini non è ancora stata delimitata per intero,
ma già dai dati acquisiti si può ipotizzare che la sua
ampiezza fosse di una certa consistenza e soprattutto
in essa sono stati individuati alcuni tra gli edifici che
dovevano caratterizzarla.
Gli ambienti venuti alla luce finora si riferiscono
alla fase di ristrutturazione dell’avanzato IV sec. a.C.,
ma, al di sotto di essi, erano evidenti le tracce della frequentazione più antica. Queste ultime rivelano la complessità dei rituali che si svolgevano in onore delle
divinità. In quei riti sembra di cogliere con chiarezza
la dimensione ctonia del culto e, dalla tipologia degli
abbondanti materiali ritrovati, esce con forza il segno
femminile della divinità.
Come a via Verdi non mancano le testimonianze
epigrafiche, tra le quali quella indubbiamente più interessante rimane l’iscrizione di Amina[...], che già al
tempo del suo ritrovamento ripropose il dibattito sulla
questione di Aminaia e degli Aminei 4.
Ma anche a Pastini le iscrizioni in etrusco non sono
l’unica documentazione epigrafica. Su un vaso riferibile agli ultimi momenti di vita del santuario compare
infatti un’iscrizione in alfabeto greco-lucano
(Lanethis) in cui il dittongo hi in luogo di ei la rivela
posteriore alla riforma “euclidea”. L’interesse dell’iscrizione va al di là dell’ambito picentino: essa è stata
interpretata da Mauro Cristofani come la prima attestazione di una “riforma” nell’alfabeto greco-osco.
* La relazione è il risultato preliminare dello studio sistematico di un gruppo di lavoro coordinato da G. Bailo Modesti e L. Cerchiai,
finalizzato all’edizione delle due aree di santuario. All’amicizia di M. Torelli dobbiamo numerosi consigli e spunti di riflessione, maturati nel corso di un bel pomeriggio trascorso insieme a Perugia.
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Gianni Bailo Modesti, Antonietta Battista, Luca Cerchiai, Aurora Lupia, Marcella Mancusi
L’epigrafe della coppa di Pastini costituisce dunque
il momento finale d’un percorso che aveva come antecedenti, nelle iscrizioni in lingua greca di Pontecagnano, l’influsso poseidoniate in età arcaica e post-arcaica
e la comparsa poi di caratteri attribuibili alla scrittura
ionico-attica di Neapolis come nell’iscrizione Spur,
della fineV-inizi IV sec. a.C., dalla necropoli, nella
quale il sigma a quattro tratti si oppone a quello a tre
tratti dell’alfabeto acheo di Poseidonia 5.
Nel santuario settentrionale vi è dunque un riscontro linguistico alla Pontecagnano lucana, nel momento
in cui si cedeva il passo alla pressione romana. Che
questo passaggio non sia avvenuto in modo indolore è
suggerito dalle particolari condizioni in cui furono
ritrovati i resti delle strutture sacre: molti indizi portano a pensare che nel sito si sia proceduto ad un sistematico smantellamento degli edifici esistenti, da parte
degli abitanti, proprio alla vigilia del momento in cui
cominciò a vivere Picentia, quando la penetrazione
romana nei territori adiacenti era una realtà che stava
per imporre la sua egemonia definitiva.
Gianni Bailo Modesti, Luca Cerchiai
1. Il santuario meridionale di Apollo
Il santuario di Apollo si situa al margine meridionale dell’insediamento antico che, posto su un modesto pianoro, risulta distinto dalle necropoli da un dislivello poco accentuato, pressoché coincidente con l’attuale tracciato della SS. 18 (denominata, nel tratto
urbano, Corso Italia) 6.
L’assenza di dati sull’organizzazione della città
antica, nella fase etrusco-campana, non consente di
definire il rapporto tra il complesso religioso e gli
spazi abitativi 7.
L’area sacra si sviluppa su una superficie di m 140 x
130, nella zona compresa tra le attuali via Bellini, ad
occidente, e via Verdi, ad oriente (Tav. I b) 8: essa si
impianta in una zona frequentata sin dall’orientalizzante antico e resta in vita per un lungo periodo che dall’inizio del VI giunge fino allo scorcio del IV sec. a.C.
Per chiarezza di esposizione, la presentazione dei
risultati dell’esplorazione archeologica è organizzata
individuando tre principali fasi cronologiche.
1.1. Prima del santuario (VIII-VII sec. a.C.)
Nell’area sono state scoperte le più antiche tracce
di frequentazione finora note nell’abitato etrusco-campano. All’orientalizzante antico e medio si data una
prima serie di materiali rinvenuti nello scavo di via
Bellini che restituisce, peraltro, interessanti indizi sulla
presenza di capanne. La dislocazione di alcuni buchi
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di palo ha portato all’individuazione, nella parte centrale dello scavo, di una capanna a pianta absidata con
apertura verso oriente 9 (Tav. II). Accanto a questa, si
riconosce una serie di buchi per palo difficilmente
interpretabili: le manomissioni subite non consentono
di chiarire se essi siano pertinenti ad un’unica fase
costruttiva, rappresentata da strutture ravvicinate,
oppure se si riferiscano a capanne succedutesi nel
corso del tempo.
Presso le strutture sono stati individuati alcuni
pozzi idrici: i materiali rinvenuti nel riempimento
datano il loro abbandono nel corso del VII sec. a.C.
(Tav. II: pozzi A e B) 10.
Ancora al periodo orientalizzante appartiene una
fornace a pianta circolare rinvenuta nel settore centrale
dello scavo di via Verdi (Tav. III) 11. Di essa sono riconoscibili il breve prefurnio rettangolare e la camera di
combustione, rivestiti entrambi da lastre di argilla
cruda, rincalzate con scaglie di travertino. All’interno
della camera sono stati rinvenuti resti del piano forato
e frammenti di pilastrini, uno dei quali ancora in situ.
Il materiale raccolto nel riempimento suggerisce, come
terminus ante quem per il funzionamento dell’impianto, la prima metà del VII sec. a.C. 12.
L’assenza di scarti non consente di precisare la
produzione della fornace che era, forse, associata ad
un piano battuto e a una serie di buchi di palo individuati in corrispondenza del limite sud-orientale del
settore indagato (Tav. III) 13.
Anche se l’esplorazione archeologica è stata molto
discontinua e condizionata da ragioni di emergenza, si
può supporre che le strutture individuate nei due settori di via Bellini e via Verdi si articolassero intorno ad
un ampio spiazzo centrale libero 14.
1.2. La fondazione del santuario e la sua prima fase di
vita (VI-V sec. a.C.)
Il santuario sembra essere fondato all’inizio del VI
sec. a.C., in sintonia con il processo di urbanizzazione
dell’insediamento 15.
È tuttavia evidente, pur nella discontinuità dei resti,
la volontà di rispettare l’articolazione funzionale degli
spazi definita in età orientalizzante.
Resta in uso l’ampia piazza centrale, così come
perdura la presenza di apprestamenti di tipo produttivo: al margine settentrionale dell’area sacra è costruita, in età arcaica, una grande fornace rettangolare per
laterizi, forse in rapporto alle esigenze di funzionamento del santuario (Tav. I b) 16.
La fase iniziale della frequentazione dell’area sacra
è testimoniata soprattutto dall’evidenza votiva; i più
antichi resti di strutture risalgono solo alla seconda
metà del VI secolo a.C. e consistono in fondazioni in
I santuari di Pontecagnano
Tavola I
a
b
a. - l’estensione dell’abitato con indicazione delle aree di necropoli; b. - il santuario meridionale di Apollo.
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Gianni Bailo Modesti, Antonietta Battista, Luca Cerchiai, Aurora Lupia, Marcella Mancusi
Tavola II
Il santuario meridionale: lo scavo di via Bellini.
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I santuari di Pontecagnano
ciottoli a secco, rinvenute sia nell’area di via Bellini
sia in via Verdi (Tavv. II-III).
Delle strutture arcaiche, a causa del pessimo stato
di conservazione, non è possibile ricostruire, in nessun
caso, la pianta; esse sembrano dotate di un orientamento unitario NO/SE che continua ad essere rispettato anche nella successiva fase di IV secolo.
Alcuni rinvenimenti nel settore di via Verdi offrono
una traccia delle pratiche devozionali svolte all’interno
dell’area sacra. Al margine meridionale della zona
esplorata, si è scoperto un pozzetto votivo delimitato
da scaglie di travertino, al cui interno era deposto un
“servizio” di vasi, costituito da un’oinochoe, un’anforetta e da tre coppe, databili alla fine del VI sec. a.C. 17.
Nell’area centrale dello scavo è stata messa in luce
una “teca” incavata, al livello del piano di calpestio,
all’interno di un edificio dotato di un tetto in tegole, su
cui, nel corso del IV secolo, si sovrappone una nuova
struttura, impostandosi esattamente sulle sue fondazioni (Tav. III: ambiente A). Tale riutilizzo ha compromesso l’integrità della “teca”, rendendone difficile la
comprensione: di forma rettangolare, essa presentava
le pareti foderate con spezzoni di tegole e il fondo
privo di rivestimento 18. Al momento della scoperta, la
copertura si presentava costituita da frammenti laterizi.
All’interno della “teca” sono stati recuperati solo
pochi frammenti ceramici non immediatamente riferibili ad un’offerta votiva: ma la valutazione di questo
elemento resta condizionata dalla manomissione del
contesto.
Alla seconda metà del VI secolo risalgono – come
è noto – le più antiche iscrizioni di culto: la prima di
quelle greche ad Apollo, graffita su un kantharos di
bucchero, deposto all’interno di un pozzo votivo di cui
si dirà in seguito (pozzo 2) 19, e quella relativa all’etrusco Manth, incisa sul labbro di un vaso chiuso, rinvenuto presso una delle strutture murarie di epoca arcaica 20.
Il significato della dedica a Manth, attestazione isolata nell’Etruria campana, è stato approfondito da G.
Colonna che ha sottolineato il carattere infero del dio
etrusco, assimilabile a Dis Pater, e la pregnanza della
sua omologazione ad Apollo, connotato in senso ctonio come a Pyrgi 21.
Nella prima metà del V secolo si registra una notevole contrazione della documentazione archeologica
che riprende più abbondante alla fine del secolo stesso.
A tale orizzonte cronologico rimanda una testa fittile con taenia, pertinente alla decorazione architettonica di un edificio sacro 22.
Collocabile più genericamente nella seconda metà
del V sec. appare, invece, una nuova iscrizione ad
Apollo recuperata nel corso della revisione sistematica
dei materiali, che presenta la stessa direzione e la stessa formula di quelle già note, con il nome abbreviato
del dio in alfabeto acheo 23.
A questa acquisizione, si aggiunge – a completare
il quadro delle dediche ad Apollo – la revisione della
cronologia delle due iscrizioni già edite, graffite sulle
coppe concavo-convesse rinvenute nel pozzo 2 che,
per la tipologia, debbono datarsi alla metà del IV secolo piuttosto che alla fine del V secolo a.C. 24.
Tale puntualizzazione consente di connettere le
dediche alla profonda ristrutturazione che nello stesso
periodo investe il santuario, rinnovandolo completamente.
Il culto di Apollo caratterizza l’area sacra per tutto
il corso della sua esistenza: un dato che, insieme al
carattere greco e standardizzato delle dediche, sembra
convalidare l’ipotesi di G. Colonna che le iscrizioni
fossero redatte a cura del santuario da addetti al culto
di lingua greca, probabilmente poseidoniati 25.
1.3. La ristrutturazione del IV sec.
Intorno alla metà del IV sec. a.C., il santuario è
oggetto di un sistematico rifacimento che porta all’obliterazione o al riutilizzo delle strutture più antiche.
Le nuove costruzioni recano decorazioni architettoniche in terracotta, esemplificate da un’antefissa con
Atena frigia e da una sima con protome leonina, rinvenute in uno scarico votivo (pozzo 1) 26.
Anche in questa fase, la riorganizzazione monumentale dell’area sacra coincide con un più vasto
intervento di ristrutturazione che investe l’abitato e il
santuario settentrionale in loc. Pastini 27.
Nell’area di via Bellini, va, con ogni probabilità,
connessa a tale ripresa la costruzione di un edificio
monumentale con zoccolo di fondazione in blocchi: si
tratta probabilmente di una stoa che delimitava sul lato
occidentale l’estensione del santuario (Tav. II). In fase
con la nuova costruzione si collocano altri pozzi obliterati alla fine del IV secolo, in concomitanza con l’abbandono delle strutture del santuario.
Un più sicuro aggancio per collocare intorno alla
metà del IV secolo l’intervento di ristrutturazione
monumentale è offerto dallo scavo di via Verdi. Al
centro dell’area indagata è realizzato l’ambiente, che –
come detto – riutilizza in fondazione il più antico edificio della “teca”; esso presenta una pianta quadrata e
conserva, su un lato, un primo filare dell’elevato in
blocchi di tufo (Tav. III: ambiente A) 28.
Il precario stato di conservazione non consente di
precisare la funzione della struttura. Si può, comunque, ricordare che la forma quadrata dell’ambiente
rimanda a una tipologia nota nell’architettura sacra del
mondo lucano dove è connessa alla valorizzazione cul579
Gianni Bailo Modesti, Antonietta Battista, Luca Cerchiai, Aurora Lupia, Marcella Mancusi
tuale della funzione femminile 29: tale suggestione
potrebbe essere avvalorata dal rinvenimento al suo
interno di 23 pesi da telaio 30.
Ad ovest dell’ambiente si allineano un pozzo per
acqua e una cisterna 31 (Tav. III: pozzi 2 e 3) ed è ricavato un apprestamento cultuale, costituito da uno spazio aperto ottenuto ribassando il piano di calpestio,
delimitato, almeno su un lato, da un muro a secco. Tale
spazio appare connesso all’esecuzione di libagioni e
alla deposizione di offerte sacrificali: in esso sfociava
una canaletta 32, mentre, al suo interno, sono stati individuati tre pozzetti di forma circolare e modesta
profondità, dotati di uno stretto foro cilindrico che,
nella fossa meno compromessa, è foderato da un elemento in terracotta.
Della stessa fossa si conserva anche parte del rivestimento in scaglie di travertino, in cui era inserita
un’olpetta acroma databile nella seconda metà del IV
secolo a.C., forse un praefericulum (Tav. IV b) 33.
Accanto alla canaletta era, infine, deposta una tegola con resti di cenere e un osso animale combusto, riferibili evidentemente a un sacrificio. Tra la cenere è
stato recuperato un vasetto acromo (una brocca o
un’anforetta), spezzato intenzionalmente in occasione
del rito 34.
La presenza dei pozzetti di libagione, connessi ad
un’offerta liquida che doveva disperdersi nella terra,
sembra caratterizzare in senso ctonio lo spazio di
culto.
Ad un ambito cultuale, apparentemente solidale
con la sfera di Apollo, potrebbe riferirsi un’iscrizione
etrusca con sigla tru graffita sul fondo di un bolsal:
essa è, forse, riconducibile ad una serie di termini legati ad un’attività sacrale, in rapporto alla divinazione
(Tav. IV a) 35.
La vita dell’area sacra si arresta al passaggio tra IV
e III sec. a.C., in concomitanza con la crisi irreversibile che, alla vigilia di Picentia (268 a.C.), investe l’insediamento etrusco-campano, dove – oltre ai santuari – è
abbandonata anche la necropoli 36.
Il santuario di Apollo è intenzionalmente smantellato.
La zona dei pozzetti è colmata da un consistente
scarico di materiali votivi in frammenti 37.
Gli ex-voto meglio conservati sono invece riposti
sottoterra, scaricati all’interno di un più antico pozzo
per acqua (pozzo 1) ovvero conservati entro una
struttura appositamente realizzata (pozzo 2). La
deposizione delle offerte comporta una selezione dei
materiali: nel pozzo 1 si scaricano teste, statuette,
busti ed ex-voto anatomici, prevalentemente di tipo
medioitalico 38; nel pozzo 2, invece, sono raccolti
vasi, distribuiti secondo un’ampia escursione crono580
logica, compresa tra gli inizi del VI e la fine del IV
secolo a.C. 39.
Un più complesso intervento si attua in rapporto
alla cisterna, avvertita come un elemento di comunicazione con il mondo sotterraneo: la sua chiusura implica l’adempimento di una procedura rituale che assume
la forma di un vero e proprio atto di consacrazione
(Tav. IV d).
Sopra lo strato di filtraggio, posto a contatto con
l’acqua, è accumulato un deposito di terra ricca di
resti carboniosi, su cui si depongono due teste fittili –
l’una maschile, l’altra femminile – celate e protette
mediante l’imposizione di due lastroni di travertino
(Tav. IV e-f).
La dedica è suggellata dal sacrificio di una vittima
animale specificamente legata al mondo ctonio: una
scrofa, deposta a lato dei lastroni, il cui scheletro è
stato rinvenuto ancora in connessione anatomica 40.
Questo primo deposito è, a sua volta, ricoperto da
uno strato ben compattato di scaglie di travertino e da
un accumulo di terreno che ha restituito numerosi
frammenti ceramici ed alcuni semi 41. Ad una quota
superiore è stata deposta una stipe sistemata su più
livelli distinti da pareggiature di scaglie: i materiali
sono costituiti quasi esclusivamente da ex-voto anatomici, in cui predominano gli arti inferiori, ai quali si
aggiungono una statuina femminile panneggiata e una
figurina di cavallo rinvenute all’altezza dei lastroni.
I materiali ceramici, nel complesso, mostrano un
alto indice di frammentarietà e di residualità, ad indicare forse una deposizione non intenzionale all’interno del pozzo 42; una probabile pertinenza votiva può
essere attribuita solo ad una coppetta miniaturistica a
vernice nera, ad un thymiaterion d’argilla e a due clibani forse connessi alla cottura di offerte alimentari 43.
Dopo l’abbandono del santuario, l’area sacra continua ad essere frequentata, sia pure in maniera sporadica.
Tale frequentazione è segnalata da uno scarico
databile tra la fine del III e il II sec. a.C., che si sovrappone ai livelli di obliterazione ed ha restituito numerosi materiali votivi, tra cui una piccola lamina in oro
con occhi impressi (Tav. IV c) 44.
Aurora Lupia
2. Il santuario settentrionale
L’area del santuario settentrionale è quella stessa di
cui si diede notizia nel 1984 in occasione della tavola
rotonda L’iscrizione di Amina[…] e le altre testimonianze epigrafiche, quando furono presentati i risultati
delle campagne di scavo 1975 e 1981/83 45. Dopo di
I santuari di Pontecagnano
Tavola III
Il santuario meridionale: lo scavo di via Verdi.
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Gianni Bailo Modesti, Antonietta Battista, Luca Cerchiai, Aurora Lupia, Marcella Mancusi
Tavola IV
a
b
c
e
d
f
Lo scavo di via Verdi: a. - l’iscrizione tru; b. - olpetta acroma da un pozzetto votivo; c. - la lamina aurea dallo scarico di epoca repubblicana; d. - sezione del pozzo votivo; e.- f. - le teste fittili del pozzo 3.
582
I santuari di Pontecagnano
allora nel sito sono stati condotti due soli brevi interventi, nel 1986 e 1987, che hanno tuttavia fornito
nuovi elementi per la comprensione del contesto 46.
Le strutture venute alla luce si trovano in contrada
Pastini, su una sorta di piattaforma naturalmente rilevata rispetto al terreno circostante: il dislivello è in
realtà solo di pochi metri cosicché il dato si coglie
dalla lettura delle curve di livello più che da un’impressione netta sul terreno. La zona è ricchissima di
sorgenti e ancor più lo era nel recente e meno recente
passato.
Il complesso, molto probabilmente un santuario
suburbano, è collocato al margine settentrionale dell’area della città antica, così come è stata individuata
dalle prospezioni geofisiche della Fondazione Lerici
(Tav. I a).
2.1. Le strutture (Tav. V a)
Nell’area esplorata si distinguevano con chiarezza
due grandi ambienti rettangolari adiacenti (A e B), di
fronte ai quali, verso sud-est, a distanza di pochi metri,
affioravano i muri di altri vani con orientamento leggermente diverso. Di questi ultimi non si è individuato
ancora tutto il perimetro, anche se almeno per uno di
essi (C) si possono già presumere dimensioni analoghe. Intorno a tale nucleo centrale si disponevano resti
di altre costruzioni, solo parzialmente indagate.
Le strutture, di cui si conservava solo il livello
delle fondazioni o poco più, erano costruite con muri
a secco e con un alzato probabilmente in gran parte in
materiale deperibile; sulla faccia interna di alcune
pareti rimanevano sporadiche tracce di intonaco biancastro.
Gli ampi addensamenti di tegole ed embrici che
caratterizzavano lo spazio interno dei vani A, B e C
inducono a pensare che essi fossero coperti. L’ambiente A presentava nell’angolo nord una struttura ad ‘L’
da identificare come la base di una scalinata, indizio
dell’esistenza di un piano superiore o comunque di
uno spazio sopraelevato.
È possibile per ora individuare almeno tre momenti
distinti di vita del sito.
Il primo occupa il VI, il V e parte del IV sec. a.C.:
tra i materiali più antichi, significativo per la cronologia è un aryballos sferico del tipo a quattro foglie.
Il momento successivo interessa il IV secolo avanzato e buona parte della prima metà del III. Alcuni,
scarsi, frammenti di ceramica domestica ad orlo annerito, di sigillata africana A, C, D e frammenti di lucerne documentano infine una frequentazione del luogo,
probabilmente un ritorno, in età romana.
2.2. La fase arcaica e tardo-arcaica
Della prima fase, ampiamente obliterata dall’impianto delle strutture posteriori, rimaneva chiaramente
visibile parte di un complesso sistema composto dalla
metà superiore di grosse olle, da colli di pithoi e da
alcuni elementi cilindrici o lievemente troncoconici
(Tav. V a, c). Questi ultimi erano per lo più dotati di
finestrelle triangolari simmetriche presso il fondo o
privi di esso (Tav. VIII e-f).
Al loro interno non si rinveniva alcun genere di
materiali. Si tratta di segni che riconducono a pratiche
cultuali connesse con divinità ctonie: gli spazi delimitati dai colli dei grossi recipienti e dalle altre evidenze
sono punti di ‘dialogo’ con il mondo sotterraneo, verosimilmente attivi nelle due direzioni, verso il sottosuolo e dal sottosuolo. Nel primo caso si può pensare a
elementi predisposti per accogliere, secondo un rituale
specifico, qualcosa al proprio interno, qualcosa che era
però destinato a non rimanere, a disperdersi nelle
profondità della terra. A questa funzione potevano
forse adempiere gli oggetti cilindrici infissi nel terreno. Nel secondo caso si può invece pensare a luoghi
circoscritti tramite i quali era possibile anche al mondo
catactonio manifestarsi: sarebbero questi gli spazi racchiusi dai colli di pithos. Una conferma in tal senso
può venire dal repertorio iconografico: basterà, ad
esempio, citare per tutte la scena rappresentata sulla
white-lekythos di Jena dove le keres, alla presenza di
Hermes, passano attraverso il collo di un pithos che
spunta dal terreno 47.
Non conosciamo per ora confronti del tutto puntuali per un sistema così articolato, ma si possono richiamare come realtà affini gli apprestamenti dell’area cultuale dell’acropoli di Volterra 48, in cui compaiono, tra
l’altro, un tubo fittile ed un orcio privo di fondo. Fittili
tubolari sono noti anche dal santuario indigeno di
Monticchio (PZ) 49, in ambiente magno greco a Locri 50
e in Sicilia ad Agrigento, in un’area sacra dedicata
ancora una volta a divinità ctonie 51.
A sottolineare la funzione di tramite col mondo sotterraneo rivelata da elementi di questo tipo è stato proposto il confronto con i tubi fittili presenti in sepolture
d’età romana 52.
Nelle unità stratigrafiche collegate con quest’area
del santuario si è ritrovata una grande quantità di materiale archeologico che ben si accorda con la valenza
cultuale del luogo.
Numerosi sono i metalli: spiedini miniaturistici,
fibule di bronzo e soprattutto di ferro, molti nuclei di
aes rude di vario peso e dimensioni. A questo proposito occorre ricordare che proviene quasi sicuramente
dall’area di Pastini il deposito di bronzi sequestrato nel
583
Gianni Bailo Modesti, Antonietta Battista, Luca Cerchiai, Aurora Lupia, Marcella Mancusi
1964 in occasione dello sbancamento per l’autostrada
SA-RC, il cui percorso ha intaccato proprio la zona del
santuario in esame; si tratta di 76 frammenti informi di
bronzo fuso, 13 frammenti di pani di forma circolare e
1 lingotto con il marchio del “ ramo secco” 53.
Abbondante era pure la ceramica: l’impasto, il bucchero, l’argilla, sia quella grezza di tipo domestico (in
prevalenza ollette e coperchi) sia quella fine. All’interno di quest’ultima le forme maggiormente attestate
sono la lekythos globosa acroma, quella a spalla piatta
a palmette o a vernice nera, la coppa ionica, la kylix C,
la cup-skyphos, lo skyphos, la coppetta monoansata a
fasce risparmiate, la coppetta concavo-convessa a vernice nera nei tipi più antichi.
Non mancano frammenti di vasi a figure nere, a
figure rosse e a figure rosse sovradipinte. Sono presenti anche vasetti miniaturistici, tra i quali sono documentate, ad esempio, la forma del craterisco e quella
dell’hydria.
In generale si può dire che prevalgono i vasi di non
grandi dimensioni e soprattutto i piccoli contenitori di
unguenti e profumi e le forme aperte. Mancano per ora
del tutto, o quasi del tutto, anfore, olpai, oinochoai,
brocche.
Tra i vasi figurati quello di maggiore interesse è lo
skyphos-krater sul quale è rappresentato un choros con
alcuni individui che indossano lunghe vesti ed hanno
forse in testa corone e in mano ghirlande: alle spalle
della teoria un personaggio isolato si volge verso una
figuretta nuda (un atleta, per la presenza degli
halteres) colta nell’atto di saltare. La scena è racchiusa
tra due fasce: in quella superiore è un motivo fitomorfo, in quella inferiore un punteggio irregolare
sovrasta un motivo a raggiera (Tav. VII b).
Non si possono per ora istituire confronti puntuali
per questo pezzo, ma si può pensare ad una produzione
locale, in cui vengono rielaborati rozzamente schemi
decorativi della ceramica d’importazione, secondo una
tradizione che a Pontecagnano ha attestazioni già da
epoca più antica 54.
Tra gli oggetti di un certo interesse vi è anche una
testina a tuttotondo, resa sommariamente, che ricorda
esemplari dai santuari indigeni dell’area campana 55
(Tav. VI e).
A questo momento di vita del santuario dovrebbero appartenere anche i molti frammenti di statuette
votive che si rinvenivano, fatto singolare, solo nel
livello al di sopra dei crolli degli edifici (mai finora
negli strati sottostanti) e si concentravano proprio
nella zona interessata dalla presenza dei pithoi e degli
elementi cilindrici.
Il tipo nettamente prevalente, quasi esclusivo, è
quello della figura femminile stante con porcellino (al
584
seno, lungo il fianco destro, davanti alle gambe), con
cista o senza, con patera e offerte (davanti al busto o a
lato della testa). La cista poi può essere chiusa o aperta: in quest’ultimo caso al suo interno compaiono dolci
e melograni.
Il repertorio delle statuette è molto simile, per
rimanere in ambiti vicini, a quello noto dal santuario
rurale di Albanella in territorio pestano, per il quale
M. Cipriani ipotizza il culto di Demetra e agli esemplari provenienti da Eboli, purtroppo non da scavi
sistematici.
Nella stessa Fratte il tipo della figura femminile
con porcellino gode di una certa fortuna 56.
Da un esame complessivo della documentazione
emerge con forza la sfera femminile del culto: essa è
sottolineata dalla presenza dei pesi da telaio e dei
monili in metallo, in ambra, in pasta vitrea, oltre che
dalla tipologia stessa delle statuette votive.
Tra i materiali recuperati sono, inoltre, dei ceppi in
ferro che richiamano la dimensione degli asyla e dei
passaggi di status e sono generalmente associati a divinità femminili.
Oggetti simili sono noti, ad esempio, dall’Heraion
di Vigna Nuova a Crotone, dal santuario di Demetra ad
Herakleia, da quello indigeno di S. Chirico Nuovo
(PZ) e dell’Heraion alla Foce del Sele 57.
Molti degli elementi sembrano indirizzare poi più
specificamente verso l’ambito demetriaco: la stessa
posizione marginale del santuario e il legame col sottosuolo; l’offerta del porcellino, tipica tra l’altro dei
rituali tesmoforici; la presenza, sia pure per ora esigua,
tra i materiali votivi anche del tipo della kourotrophos;
i ripostigli di pani, nuclei e oggetti di metallo, talvolta
attestati in santuari dedicati a Demetra e Kore 58 .
Occorre comunque grande cautela prima di legare il
culto al nome di una divinità specifica, poiché la questione, come è noto, è molto più complessa, trattandosi, oltretutto, di un contesto indigeno.
L’esplorazione del santuario ha restituito anche
alcuni frammenti di iscrizioni 59, tra le quali la più interessante rimane quella incisa su una coppa carenata
d’impasto: Amina[...] 60. Il suo ritrovamento fu l’occasione per un ampio dibattito sulla questione di Aminaia e degli Aminei 61. Al riguardo nuove suggestioni
vengono ora da due recenti contributi.
Il primo si deve a G. Colonna, che ha riesaminato
l’iscrizione pitecusana incisa su un’oinochoe del protocorinzio antico di produzione locale: Ame-s e-mi (di
Ame sono). Dunque il nome individuale di un etrusco
«sul quale si è formato il gentilizio Amena/Amina (...).
I discendenti di Ame hanno dato origine al gentilizio
*Amena di Pontecagnano» 62.
Il secondo è la rilettura da parte di A. La Regina
I santuari di Pontecagnano
Tavola V
a
b
c
Il santuario settentrionale: a. - planimetria schematica dell’area degli ambienti A-D (scala 1:200); b. - i vasi capovolti deposti lungo il
muro dell’ambiente C; c. - la zona dei pithoi, delle olle e dei tubi fittili.
585
Gianni Bailo Modesti, Antonietta Battista, Luca Cerchiai, Aurora Lupia, Marcella Mancusi
Tavola VI
b
a
c
e
d
Il santuario settentrionale: a. - l’ambiente D
visto prima dello scavo al suo interno; b. - la
suppellettile deposta nell’ambiente D; c. - i
tegoloni che ricoprivano il deposito dell’ambiente D; d. - il dolio del deposito dell’ambiente
D, con i vasi al suo interno; e. - testina fittile; f.
- l’iscrizione Lanethis.
586
f
I santuari di Pontecagnano
dell’iscrizione arcaica con dedica ad Hera, che compare sul disco d’argento di Paestum, secondo la quale
l’offerta sarebbe da attribuire agli “optimates ex
Amina” 63.
Si tratta di documenti che rafforzerebbero e meglio
definirebbero le ipotesi a suo tempo avanzate, ma il
tema deve a questo punto essere ripreso in tutti i suoi
aspetti e ovviamente non in questa sede.
Antonietta Battista
2.3. La ristrutturazione del IV sec. a.C.
Nel IV secolo avanzato nell’area si interviene radicalmente con l’edificazione degli ambienti descritti
sopra (Tav. V a).
La ristrutturazione sembra inserirsi in una più
ampia riorganizzazione degli spazi che coinvolge
diverse aree di Pontecagnano e dà inizio ad una fase di
non lunga durata che si conclude entro la prima metà
del III sec. a.C. Il fenomeno interessa sia le poche zone
d’abitato finora indagate, nelle quali sembra di poter
riscontrare segni di discontinuità, sia il quartiere artigianale di via Palinuro che viene abbandonato, sia le
necropoli della fine IV-inizi III sec. a.C. che si impiantano in aree distinte da quelle precedentemente occupate 64. Un riferimento cronologico utile per l’inquadramento di tali cambiamenti è fornito ad esempio
dalla tomba 4822, della metà del IV sec. a.C.: la sepoltura, tra le più antiche di una necropoli di nuovo
impianto, è collocata nel riempimento di un canale che
fino ad allora aveva probabilmente svolto una funzione di razionalizzazione delle risorse idriche in un differente quadro di gestione del territorio.
Di questa seconda fase del santuario si coglie con
chiarezza il momento finale: tra i crolli degli ambienti
o accanto ai muri perimetrali si rinvenivano infatti vari
raggruppamenti di vasellame integro, databile nella
prima del III sec. a.C. Uno di tali gruppi, il più consistente, giaceva allineato lungo il muro nord-ovest/sudest dell’ambiente C e tutti i suoi vasi erano rovesciati
(Tav. V b); particolare che trova riscontro in contesti
cultuali come ad esempio quelli di Albanella, Rivello,
S. Maria di Anglona, Bitalemi 65.
Tracce ancora più significative dell’ultima frequentazione si trovavano nell’ambiente D, posto a ridosso
del lato nord-ovest dell’ambiente A. Si trattava d’un
piccolo vano rettangolare di m 5x2,3, con accesso a
sud-ovest, delimitato da muri simili – per tecnica
costruttiva – a quelli della scala dell’ambiente A, sulla
cui faccia interna si conservano resti di intonaco biancastro. Esso era collegato, in modo non del tutto organico, alle strutture dell’ambiente maggiore e poteva
forse essere stato aggiunto in un secondo momento
(Tavv. V a; VI a).
Lo scavo non restituì elementi per affermare che il
vano avesse una struttura edilizia particolarmente consistente, dal momento che mancavano tracce del crollo
dell’alzato: al suo interno erano presenti alcuni tegoloni rettangolari concentrati soprattutto nella zona nordest e collocati in modo regolare e sistematico lungo il
muro perimetrale (Tav. VI a, c). Una vasta macchia di
bruciato li delimitava verso sud-ovest mentre su tutto
il piano erano sparsi vasi e frammenti ceramici, un
peso da telaio e due frammenti di bronzo (una lamina e
l’ansa di un vaso).
Proprio al di sotto della zona sigillata dai tegoloni
comparve un gruppo di vasi addossati al muro (Tav.
VI b).
Il deposito era sicuramente intenzionale: si trattava
di oggetti utilizzati nel corso d’una cerimonia di particolare rilevanza e poi con cura collocati nel ripostiglio
che doveva custodirli per sempre. Era significativa la
stessa disposizione dei recipienti (24 in tutto), che
erano chiaramente divisi in due sottogruppi: 14 pezzi
si trovavano all’interno di un grande dolio d’argilla
grezza (Tav. VI d), altri 9 erano all’esterno, appoggiati
ad esso e circondati da tracce di bruciato (Tav. VI b). I
primi comprendevano 4 ‘servizi’ di vasi in ceramica
fine a vernice nera inseriti l’uno nell’altro, ciascuno
costituito da uno skyphos, una coppa o un piatto, una
coppetta di dimensioni ridotte; a questi si aggiungevano un coperchio d’argilla grezza ed una brocca a vernice nera che fuoriusciva dalla bocca del dolio (Tav. VIII
a, b, d). Il secondo gruppo era composto da una serie
di ollette, da un coperchio di ceramica domestica e da
una grande brocca che aveva al suo interno una coppetta a vernice nera (Tav. VII c).
I due gruppi di suppellettile sono ben distinti e, allo
stesso tempo, complementari: da un lato, i vasi in ceramica fine impilati nel dolio, la cui tipologia suggerisce
che fossero stati utilizzati per il consumo e/o la distribuzione e/o l’offerta di sostanze preparate per l’occasione; dall’altro, i recipienti in ceramica grezza disposti a fianco del dolio, che avevano forse contenuto
quelle stesse sostanze o erano stati impiegati per la
loro preparazione.
Tutto questo apparato non era collocato in una vera
e propria teca incavata nel terreno, ma solo raggruppato in un piccolo spazio circoscritto e sottolineato in
superficie dai tegoloni (Tav. VI c). Nel resto dell’ambiente, a quel livello, non si rinvenne alcun altra evidenza in situ.
I vasi all’interno del vano D e quelli rinvenuti sull’ultimo piano di frequentazione negli altri ambienti
sono coevi e appartengono a poche forme tipologica587
Gianni Bailo Modesti, Antonietta Battista, Luca Cerchiai, Aurora Lupia, Marcella Mancusi
mente ben definite o addirittura sono esemplari praticamente identici: ollette, coppe, coppette, piatti e
skyphoi. Essi corrispondono dunque a deposizioni
rituali effettuate in uno stesso momento di vita del santuario; si può ipotizzare addirittura che si tratti di resti
di un’unica cerimonia complessiva o, comunque, di
tracce lasciate, se non simultaneamente, almeno in un
lasso di tempo molto ristretto.
La posizione di alcune di queste offerte appariva in
qualche modo anomala in quanto i vasi, più che poggiati sul piano, erano frammisti al crollo degli edifici:
il caso più chiaro in questo senso è quello di un gruppo
di recipienti ritrovati all’interno dell’ambiente A.
I dati archeologici suggeriscono dunque un ventaglio non univoco di interpretazioni.
I resti rituali sono da attribuire al momento di
abbandono del sito: i vasi capovolti dell’ambiente C
sarebbero in questo caso la testimonianza delle ultime
offerte alle divinità ctonie; le offerte dell’ambiente A
potrebbero, invece, configurarsi come dei piacula.
Ma l’impressione è che i dati raccolti siano tutti
collegabili tra loro a disegnare un quadro più complesso e coerente: essi sono probabilmente il segno che nel
corso della prima metà del III sec. a.C. si procedette
alla sistematica disinaugurazione dell’area sacra di
Pastini, forse smantellando in tutto o in parte le strutture in essa esistenti.
Nel corso della cerimonia finale furono deposte le
ultime offerte alle divinità secondo la pratica consueta
e si compirono una serie di azioni rituali, di cui gli altri
vasi in situ sono gli indizi.
Rispetto al resto dell’evidenza si distinguono nettamente gli oggetti sigillati nell’ambiente D.
La modulazione per 4 dei servizi riposti all’interno
del dolio non sembra casuale: il numero può essere
legato alle dimensioni del tempo e dello spazio, riguardare cioè luoghi, azioni o altro che abbiano scandito le
tappe del sacrificio. L’ipotesi più immediata è che
esso, però, sia da collegare a quattro personaggi,
detentori di un qualche tipo di autorità e protagonisti
della cerimonia, al termine della quale gli oggetti che
erano serviti per il compimento del rituale furono relegati in uno spazio riservato già preesistente oppure,
più probabilmente, creato per l’occasione.
Esaminando più in dettaglio l’insieme dell’evidenza restituita dall’ambiente, si può osservare che essa è
costituita essenzialmente da ceramica grezza e che
quella fine a vernice nera è rappresentata soltanto da
frammenti o esemplari lacunosi di un piatto, una
coppa, una coppetta, una coppetta su piede, due
skyphoi: è significativo che si tratti delle stesse forme
588
che ricorrono nel deposito all’interno del dolio. Si
potrebbe a questo punto ipotizzare una composizione
del “servizio-base” leggermente diversa da quella indicata sopra: i servizi del dolio sarebbero stati modulati
per due e non per quattro, per ciascun “servizio” cioè
due skyphoi, un piatto, una coppa, una coppetta, una
coppetta su piede. A ben vedere l’ipotesi della suddivisione per due sembra rafforzata se si riconosce l’intenzionalità della particolare disposizione dei vasi: nel
dolio erano impilati separatamente i quattro skyphoi, le
due coppe, i due piatti ed erano raggruppate a parte le
due coppette su piede e le due senza (Tav. VI d).
L’evento non è rimasto completamente anonimo:
una delle coppe più grandi recava all’interno della
vasca un’iscrizione graffita con un nome al genitivo:
Lanethis (Tav. VI f). La lingua, come ha stabilito M.
Cristofani, è osca, l’alfabeto greco-lucano 66.
Il nome non ha per ora confronti nell’onomastica
osca conosciuta. Un accostamento forse si può fare,
con tutte le cautele del caso, con un’iscrizione latina
d’età imperiale, proveniente dal territorio di Nola, in
cui è citato un pagus lanita 67. Potremmo dunque trovarci di fronte ad un nome gentilizio derivato da un
toponimo, fenomeno ben conosciuto nel mondo etrusco che anche a Pontecagnano trova altri esempi 68.
Con l’ipotesi di una volontaria e organizzata
destrutturazione del sito si potrebbe raccordare l’esistenza del sottile strato che ricopre il piano dell’ultima
frequentazione e contiene i frammenti di statuette votive. Casi analoghi di smantellamento con protezione
dei luoghi sacri sono ad esempio quelli di Albanella e
Narce 69.
Tutto ciò avviene negli anni che precedono immediatamente la nascita di Picentia quando il territorio in
esame era già da qualche tempo caratterizzato da instabilità. È forse in questo quadro che il santuario settentrionale è sconsacrato e abbandonato.
Dopo una fase di silenzio, la frequentazione del
sito di Pastini è documentata solo dai pochi frammenti
d’età romana già ricordati, non legati, almeno per ora,
ad alcun tipo di struttura, tra i quali è da rilevare la presenza di un certo numero di lucerne.
Un confronto significativo in tal senso è offerto in
area etrusca da Gravisca, dove Demetra-Vei era venerata nel suo aspetto di Thesmophoros con riti notturni e
con un numero notevole di lucerne donate come exvoto 70.
Non è da escludere che a Pontecagnano, ancora in
età imperiale, la memoria dell’antico culto non fosse
del tutto spenta.
Marcella Mancusi
I santuari di Pontecagnano
Tavola VII
a
b
c
Il santuario settentrionale: a. - il dolio del deposito dell’ambiente D; b. - lo skyphos-krater a figure nere; c. - ceramica del deposito dell’ambiente D: i vasi all’esterno del dolio.
589
Gianni Bailo Modesti, Antonietta Battista, Luca Cerchiai, Aurora Lupia, Marcella Mancusi
Tavola VIII
a
d
b
c
e
f
Il santuario settentrionale: a. - deposito dell’ambiente D: i ‘servizi’ all’interno del dolio; b. - deposito dell’ambiente D: il coperchio n.
11; c. - le lettere incise sullo skyphos n. 13 del deposito; d. - ceramica del deposito dell’ambiente D: la brocca n. 12; e-f. - ‘tubi’ fittili.
590
I santuari di Pontecagnano
APPENDICE
Materiali dell’ambiente D al di sotto dei tegoloni:
A) Materiali rinvenuti all’esterno del dolio (Tav. VII c)
1 - Brocca
Argilla grezza.
Labbro svasato distinto, spalla arrotondata, ventre rastremato,
fondo piatto, ansa a nastro verticale, appena sormontante, impostata sull’orlo e alla massima espansione del corpo.
h. cm. 22; Ø orlo cm. 11,6; Ø piede cm. 7,9; integra, con piede
leggermente lacunoso; inv. 138749.
2 - Olletta
Argilla grezza.
Labbro svasato, nettamente sagomato, corpo ovoide, fondo
piatto.
h. cm. 8,8; Ø orlo cm. 8,3; Ø piede cm. 3,7; integra; inv. 138752.
3 - Olletta
Argilla grezza.
Simile al n. 2, con corpo ovoide rastremato.
h. cm. 16; Ø orlo cm. 11,3; Ø piede cm. 5,8; ricomposta ma lacunosa; inv. 138751.
4 - Olletta
Argilla grezza.
Simile al n. 2.
h. cm. 13; Ø orlo cm. 10,9; Ø piede cm. 5,4; ricomposta ma lacunosa; inv. 138753.
5 - Olletta
Argilla grezza.
Simile al n. 2, con corpo ovoide espanso.
h. cm. 12,4; Ø orlo cm. 10,1; Ø piede cm. 6,3; ricomposta ma
leggermente lacunosa nel labbro; inv. 138754.
6 - Olletta
Argilla grezza.
Simile al n. 2, con corpo ovoide espanso.
h. cm. 11,8; Ø orlo cm. 10,9; Ø piede cm. 6,2; leggermente
lacunosa nel corpo; inv. 138755.
7 - Olletta
Argilla grezza.
Simile al n. 2, con corpo ovoide rastremato.
h. cm. 15,9; Ø orlo cm. 12,9; Ø piede cm. 6; frammentaria e
lacunosa, parzialmente ricomposta; inv. 138771.
8 - Coperchio
Argilla grezza.
Orlo appiattito, larga calotta a profilo teso, pomello troncoconico cavo all’interno.
h. cm. 7,5; Ø orlo cm. 16,1; ricomposto ma lacunoso; inv.
138757.
9 - Coppetta
Argilla figulina a vernice nera.
Vernice marrone malcotta, non uniforme, sottile; orlo arrotondato, labbro appena rientrante, vasca a profilo convesso, piede
ad anello.
h. cm. 3,8; Ø orlo cm. 6,5; Ø piede cm. 3,8; integra, con piede
leggermente lacunoso; inv. 138750. MOREL 1981, serie 2789.
Labbro svasato, nettamente sagomato, corpo ovoide rastremato,
fondo piatto.
h. cm. 32,5; Ø orlo cm. 19,5; Ø piede cm. 6; ricomposto e lacunoso in parte del corpo; inv. 138756.
11 - Coperchio
Argilla grezza.
Orlo appiattito, calotta a profilo arcuato, pomello a disco cavo
all’interno.
h. cm. 5,8; Ø cm. 11,6; integro; inv. 138772.
12 - Olpe
Argilla figulina a vernice nera.
Vernice marrone malcotta, evanida, disomogenea, opaca, sottile; orlo con risega centrale, labbro estroflesso dalla superficie
superiore piatta, collo cilindrico a profilo continuo, corpo
piriforme, ansa a nastro verticale, con costolatura centrale rilevata, impostata al di sotto del labbro e all’attacco della spalla.
h. cm. 18; Ø orlo cm. 7,5; Ø piede cm. 6,6; integra, ma leggermente lacunosa nel ventre, deformata presso il collo; inv.
138758. MOREL 1981, serie 5224.
13 - Skyphos
Argilla figulina a vernice nera.
Vernice leggermente malcotta, uniforme, sottile; orlo arrotondato, labbro leggermente estroflesso, vasca troncoconica, a profilo sinuoso, rastremata verso il fondo, piede ad anello sagomato, anse orizzontali a bastoncello, a maniglia semicircolare,
impostate in corrispondenza del labbro; parte interna del piede
risparmiata. Sul labbro, all’esterno della vasca: H e C incisi,
non in sequenza, ma separati da uno spazio privo di lettere
(Tav. VIII c).
h. cm. 10,8; Ø orlo cm. 9,4; Ø piede cm. 5,5; integro; inv.
138759. MOREL 1981, serie 4373.
14 - Skyphos
Argilla figulina a vernice nera.
Vernice opaca, omogenea, spessa, leggermente evanida; simile
al n. 13.
h. cm. 9; Ø orlo cm. 8,9; Ø piede cm. 5,5; orlo leggermente lacunoso; inv. 138762. MOREL 1981, serie 4373.
15 - Skyphos
Argilla figulina a vernice nera.
Vernice opaca, sottile, omogenea; simile al n. 13.
h. cm. 10,2; Ø orlo cm. 9,5; Ø piede cm. 5,8; integro, con vernice leggermente evanida; inv. 138765. MOREL 1981, serie 4373.
16 - Skyphos
Argilla figulina a vernice nera.
Vernice opaca, sottile, omogenea, parzialmente evanida; simile
al n. 13 ma con vasca troncoconica a profilo sinuoso appena
accennato.
h. cm. 11; Ø orlo cm. 10; Ø piede cm. 5,5; integro ma deformato
in più punti; inv. 138768. MOREL 1981, serie 4373.
17 - Coppa
Argilla figulina a vernice nera.
Vernice malcotta, omogenea, opaca, sottile; orlo arrotondato,
vasca emisferica, alto piede ad anello; parte inferiore esterna
della vasca e piede risparmiati.
h. cm. 6,1; Ø orlo cm. 13; Ø piede cm. 5; inv. 138763. MOREL
1981, serie 2984.
B) Dolio e vasi al suo interno (Tavv. VII a; VIII a, b, d)
10 - Dolio
Argilla grezza.
18 - Coppa
Argilla figulina a vernice nera.
Vernice lucida, omogenea, sottile; simile alla precedente; tondo
591
Gianni Bailo Modesti, Antonietta Battista, Luca Cerchiai, Aurora Lupia, Marcella Mancusi
centrale, parte inferiore esterna della vasca e piede risparmiati;
stampiglio interno: triskeles con piedi alati a rilievo.
h. cm. 5,9; Ø orlo cm. 13,6; Ø piede cm. 5; integra, con vernice
leggermente scrostata; inv. 138769. MOREL 1981, serie 2984.
19 - Coppetta
Argilla figulina a vernice nera.
Vernice opaca, non uniforme, sottile, leggermente evanida; orlo
arrotondato, labbro rientrante, vasca a profilo teso, piede ad
anello; parte interna del piede risparmiata.
h. cm. 3,1; Ø orlo cm. 6,6; Ø piede cm. 3,5; integra; inv. 138761.
MOREL 1981, serie 2772.
20 - Coppetta
Argilla figulina a vernice nera.
Vernice opaca, disomogenea, sottile; orlo arrotondato, labbro
appena rientrante, vasca a profilo convesso, piede ad anello.
h. cm. 3,9; Ø orlo cm. 7; Ø piede cm. 4,1; integra, con vernice
leggermente scrostata; inv. 138770. MOREL 1981, serie 2785.
21 - Coppetta su piede
Argilla figulina a vernice nera.
Vernice lucida, omogenea, sottile; orlo arrotondato, labbro
appena rientrante, vasca a profilo convesso, alto piede troncoconico cavo.
h. cm. 5; Ø orlo cm. 6,3; Ø piede cm. 4,3; integro; inv. 138764.
MOREL 1981, serie 2789.
Vernice in alcuni punti tendente al marrone, opaca, disomogenea, di spessore non uniforme; orlo arrotondato, labbro rientrante, vasca a profilo convesso, piede a tromba sagomato.
h. cm. 4,3; Ø orlo cm. 3,2; Ø piede cm. 4,4; integra, con vernice
leggermente scrostata; inv. 138767. MOREL 1981, serie 2789.
23 - Piatto
Argilla figulina a vernice nera.
Vernice disomogenea, con scialbatura, opaca, sottile; orlo piatto, labbro verticale carenato, vasca tesa, piede ad anello; piede e
parte inferiore della vasca risparmiati; all’interno della vasca
iscrizione con ductus destrorso: Lanethis (Tav. VI f).
h. cm. 3,7 irregolare; Ø orlo cm. 14,7; Ø piede cm. 6; integra,
con vernice leggermente scrostata; inv. 138760. MOREL 1981,
serie 2283.
24 - Piatto
Argilla figulina a vernice nera.
Vernice in alcuni punti tendente al marrone, lucida, abbastanza
omogenea, spessa; labbro estroflesso obliquo, distinto con una
risega dalla breve vasca a profilo teso, piede ad anello; parte
interna del piede risparmiata.
h. cm. 3,2; Ø orlo cm. 11,2 int.; cm. 15 ext.; Ø piede cm. 6; integro, con vernice leggermente scrostata; inv. 138766. MOREL
1981, serie 1272.
Marcella Mancusi
22 - Coppetta su piede
Argilla figulina a vernice nera.
NOTE
1
Cfr. B. D ’A GOSTINO , L. C ERCHIAI ,
Aspetti sulla funzione politica di Apollo
in area tirrenica, in I culti della Campania antica, “Atti del Convegno internazionale in ricordo di Nazarena Valenza
Mele” (Napoli 1995), Roma 1998, pp.
119-128, cui si rimanda per l’ampia
bibliografia.
2
Basti ricordare, oltre al tipo di alfabeto impiegato nelle iscrizioni, che ad
Apollo è dedicato con ogni probabilità il
cd. “Tempio di Nettuno”: M. T ORELLI ,
Paestum romana, in Poseidonia-Paestum, «Atti del XXVII Convegno di
Studi sulla Magna Grecia» (Taranto-Paestum 1987), Taranto 1988, pp. 60-65.
3
Cfr. T. CINQUANTAQUATTRO, M. CUOZZO, Relazione tra l’area daunia e medioofantina e la Campania, in L. PIETROPAOLO (ed.), Sformate immagini di bronzo. Il
carrello di Lucera tra VIII e VII secolo
a.C., Foggia 2002, pp. 128-138.
4
Su questo problema si veda più
avanti nel testo.
5
Su queste iscrizioni cfr. BAILO MODESTI, CRISTOFANI 1996; CRISTOFANI 1996, p.
202. È la prima volta, dalla sua scomparsa, che vi è l’occasione di riprendere una
delle riflessioni di Mauro Cristofani sui
materiali di Pontecagnano. Senza inutili
592
aggettivi vada all’amico carissimo un
saluto. E ti sia lieve la terra, Mauro.
6
La scoperta del santuario meridionale si deve a B. d’Agostino (via Bellini:
campagne 1968-69) e L. Cerchiai (via
Verdi: campagna 1979, CERCHIAI 1984).
Dal 1995, la Soprintendenza Archeologica di Salerno e il Dipartimento dei Beni
Culturali dell’Università di Salerno, sotto
la direzione scientifica di L. Cerchiai,
hanno avviato un programma di ricerca
che prevede l’esplorazione sistematica
dell’area di via Verdi con la prospettiva
di realizzarvi un nucleo di parco archeologico. Le recenti indagini archeologiche
nell’area sono state eseguite con l’apporto della dott.ssa A. Lupia e la partecipazione di studenti e laureandi del Dipartimento di Beni Culturali. La schedatura e
la documentazione dei materiali sono
state finanziate con i fondi di ricerca erogati alla cattedra di Etruscologia e
Archeologia Italica dell’Università di
Salerno (fondi ex 60% e cofinanziamento
MURST ex 40%). I rilievi dello scavo
sono stati realizzati dall’Arch. I. Calcagno e dal Geom. R. Fiore; le fotografie
dei materiali dal sig. E. Lupoli.
7
Il settore maggiormente esplorato
dell’abitato si situa nell’area sud-orienta-
le del centro antico, integralmente tutelata mediante la realizzazione di un Parco
Archeologico (Parco archeologico di
Pontecagnano, Salerno 1993). Le indagini archeologiche sono inserite in una
convenzione ministeriale stipulata tra la
Soprintendenza Archeologica di Salerno,
Avellino e Benevento, l’Istituto Centrale
del Catalogo e della Documentazione,
l’Istituto Universitario Orientale di
Napoli e il Comune di Pontecagnano
Faiano. Per i risultati preliminari dell’esplorazione, che ha riguardato soprattutto
la fase di Picentia, cfr. T. CINQUANTAQUATTRO (ed.), Pontecagnano. Saggi stratigrafici nell’abitato antico, in Bollettino di
Archeologia XXVIII-XXX, 1994, pp.
121-171.
8
L’espansione edilizia non consente
di riconoscere l’esatta estensione del
complesso: l’ampiezza suggerita si riferisce, pertanto, alle distanze intercorrenti
tra le evidenze archeologiche sino ad
oggi esplorate. Il limite occidentale si
deve, comunque, ritenere pressoché sicuro perché, durante lo scavo del tracciato
fognario di via Bellini, è stata individuata
solo un’area sepolcrale di età imperiale
romana.
9
La capanna misura m. 5,50 di lun-
I santuari di Pontecagnano
ghezza per m. 4 di larghezza massima;
gli elementi portanti sono costituiti da
gruppi di tre pali disposti lungo il perimetro e al centro della struttura.
10
All’interno dei pozzi sono stati
recuperati materiali d’impasto e di tipo
italo-geometrico che consentono una
puntuale definizione cronologica dei
contesti di rinvenimento: il pozzo A sembra chiuso nella prima metà del VII sec.
a.C., mentre alla fine dello stesso secolo
si data l’obliterazione del pozzo B. I
materiali datanti sono rappresentati: per
il pozzo A da anfore d’impasto tipo 4142 D ’A GOSTINO 1968, da una kotyle del
protocorinzio medio (ad es. tipo 8 D’AGOSTINO 1968), da una bottiglia di tipo italogeometrico tipo 22 D’AGOSTINO 1968, da
una lekane tipo 24-25 D’AGOSTINO 1968 e
da oinochoai di tipo protocorinzio a
corpo piriforme ed ovoide, tipi 17-18
D ’A GOSTINO 1968. Il pozzo B si data,
invece, per la presenza di un’anfora tipo
46 e di una scodella carenata d’impasto
tipo 79 D’AGOSTINO 1968 e di coppe carenate di tipo italo-geometrico presenti
nella necropoli nell’ultimo quarto del VII
secolo a.C.
Tra i materiali rinvenuti, molti dei
quali appaiono scaricati integri, si segnala la presenza di numerosi esemplari di
situle d’argilla e d’impasto, connesse
verosimilmente alla funzione dei pozzi. I
materiali dello scavo di via Bellini sono
attualmente in corso di studio da parte
della scrivente e della dott.ssa T. Cinquantaquattro.
11
Il prefurnio della fornace misura m.
0,48 di larghezza e si conserva per m.
0,70 di lunghezza; la camera di combustione misura circa m. 1 di diametro
interno.
12
Tra i materiali rinvenuti nel riempimento della fornace, il terminus ante
quem è fornito da frammenti di kylikes
con ornati a sigma attestate nella necropoli di Pontecagnano in contesti databili
tra il secondo quarto e la fine del VII sec.
a.C. (tipo 11 D’AGOSTINO 1968). Kylikes
dello stesso tipo sono attestate anche tra i
materiali residuali delle aree di via Bellini e via Verdi.
13
Lo stato delle indagini rende problematico l’inquadramento di tali evidenze:
se per il piano battuto si possono fornire
elementi di cronologia relativa, essendo
tagliato da una struttura di epoca arcaica,
maggiori incertezze sussistono per la
messa in fase dei buchi di palo riconosciuti a sud, individuati a seguito di una
pulizia dell’area scavata nel 1979.
14
L’ipotesi di ubicare in quest’area la
“piazza” della città è stata formulata da
G. Colonna: lo studioso sottolinea, inoltre, come le importanti testimonianze
epigrafiche in lingua greca rinvenute nell’area di via Verdi possano caratterizzare
in senso emporico la funzione del santuario (COLONNA 1991, p. 56). In base alla
documentazione materiale di età orienta-
lizzante, CERCHIAI 1995, p. 82, ha suggerito la possibilità che il santuario si
impiantasse – ereditandone, sotto certi
aspetti, la funzione – su una più antica
“area di mercato”, attiva già dallo scorcio
dell’VIII sec. a.C.
15
Per un’analisi dei processi di trasformazione subiti dal centro etruscocampano nell’orientalizzante recente cfr.
CERCHIAI 1995, pp. 108-117.
16
La fornace misura m. 2 di larghezza
e si conserva per m. 5,5 di lunghezza. Tra
i materiali rinvenuti nel suo riempimento
alcuni frammenti che datano l’abbandono della struttura alla seconda metà del
VI secolo.
17
Il servizio si componeva di vasi in
bucchero (oinochoe a corpo globulare
tipo 13C1 C U O Z Z O , D’A N D R E A 1991;
coppa carenata tipo 22A CUOZZO, D’ANDREA 1991; coppetta ad orlo rientrante: C.
ALBORE LIVADIE, Le “bucchero nero” en
Campanie. Notes de typologie et de chronologie, in Le bucchero nero étrusque et
sa diffusion en Gaule méridionale,
“Actes de la table ronde” (Aix-en-Provence 1975), Bruxelles 1979, tipo 16); in
argilla grezza (anforetta imitante il tipo
12C2 del bucchero C UOZZO , D’A NDREA
1991); di tipo italo-geometrico (coppetta
carenata). Dallo stesso contesto proviene,
probabilmente, anche un orlo di anfora di
tipo chiota o massaliota.
18
La teca misura m. 0,70 di larghezza
e si conserva per m. 0,75 di lunghezza.
19
Il kantharos, edito in CERCHIAI 1984,
p. 249, fig. 36, n. G2 e 39.1, è riferibile al
tipo a basso piede, diffuso nelle necropoli di Pontecagnano a partire dalla metà
del VI secolo a.C., C UOZZO , D’A NDREA
1991, tipo 19B.
20
Riferibile al labbro di un’olla biansata o di un’hydria in ceramica comune,
il frammento è solo genericamente confrontabile con il tipo 49 CUOZZO, D’ANDREA 1991, databile tra la fine del VII ed
il VI secolo a.C. La forma è presente
anche a Fratte, dove perdura nella produzione d’argilla decorata a fasce anche nel
V sec. a.C.: Fratte 1990, pp. 240-241,
fig. 404, 5.
21
L’iscrizione è stata edita da G.
Colonna che ne ha proposto una significativa chiave di lettura alla luce anche
delle testimonianze epigrafiche dall’area
Sud di Pyrgi che costituiscono un interessante parallelo del caso dell’Apollo di
Pontecagnano: COLONNA 1999.
22
La testa è stata rinvenuta tra gli exvoto scaricati alla fine del IV sec. a.C.
all’interno del pozzo 1; essa mostra evidenti asimmetrie facciali che ne hanno
suggerito un’originaria collocazione in
posizione elevata: C ERCHIAI 1984, pp.
249-250, fig. 41, 4.
23
Il frammento è stato rinvenuto in
giacitura secondaria nel settore meridionale dello scavo; si tratta di un frammento di coppa monoansata a vernice nera
riferibile al tipo Agora XII, n. 747.
24
Si tratta di due coppette serie Morel
2433 che, sulla base dei rapporti proporzionali, rientrano nella produzione della
metà del IV secolo a.C. Le iscrizioni
sono pubblicate in CERCHIAI 1984, p. 249,
fig. 36, nn. G3a, G3b.
25
C OLONNA 1984-85, p. 77, nota 67.
Sulla persistenza della lingua greca nella
Paestum lucana cfr. G. SACCO, Le epigrafi
greche di età lucana, in Poseidonia
1996, pp. 204-209.
26
Per una recente puntualizzazione
sulla circolazione del tipo di antefissa
con Atena frigia si rimanda a L. CERCHIAI,
Il tipo dell’Atena Frigia in area campana, in L’iconografia di Atena con elmo
frigio in Italia meridionale, “Atti del
Convegno” (Salerno 1998), Napoli 2002,
pp. 29-36.
27
Per la descrizione del santuario settentrionale, cfr. infra. Le recenti indagini
nell’area dell’abitato, coordinate da B.
d’Agostino, hanno dimostrato come,
intorno alla metà del IV secolo, si attui
un profondo intervento di ristrutturazione, che comporta l’impostazione di una
nuova fase edilizia sulle strutture più
antiche. Si ringrazia B. d’Agostino e M.
Giglio per averci fornito i risultati degli
scavi ancora inediti.
28
L’ambiente misura m. 6,20 x m. 6.
Il muro settentrionale, in precario stato di
conservazione, si imposta sulla fornace
di epoca orientalizzante; il limite sudoccidentale dell’edificio si riconosce solo
in maniera indiziaria per la traccia lasciata dalla fossa di spoliazione.
29
Per una ripresa delle problematiche
connesse all’interpretazione dell’edifico
quadrato dell’Heraion del Sele e, più in
generale, alla presenza di tali ambienti in
ambito lucano, si rimanda a E. G RECO ,
Edifici quadrati, in L. B REGLIA P ULCI
D ORIA (ed.), L’incidenza dell’antico.
Studi in memoria di Ettore Lepore, II,
Napoli 1996, pp. 263-282.
30
Sulla funzione di tali oggetti in
ambito religioso si veda, ad es., G.
GRECO, Des étoffes pour Héra, in Héra
1997, pp. 185-199.
31
La cisterna, di forma cilindrica, è
lievemente rastremata verso l’imboccatura. Le pareti e la ghiera sono rivestite da
scaglie di travertino fino a circa m. 1 di
profondità, dove il taglio della cisterna
raggiunge il banco calcareo. La struttura
misura m. 1,10 di diametro all’imboccatura ed è stata indagata fino ad una
profondità di m. 2,30.
32
Della canaletta, forse riferibile alla
fase arcaica, si conserva solo parte delle
spallette e il cavo del tracciato; larga m.
0,60 e lunga m. 4,80.
33
L’olpetta si confronta con esemplari
simili presenti nelle necropoli campane
alla fine del IV secolo a.C.; un esemplare
del tutto simile al nostro è stato rinvenuto
ad Acerra in un’area di necropoli recentemente individuata (prop. Basso, tomba
59 databile alla fine del IV secolo a.C.);
593
Gianni Bailo Modesti, Antonietta Battista, Luca Cerchiai, Aurora Lupia, Marcella Mancusi
devo la segnalazione alla cortesia della
dott.ssa D. Giampaola funzionario
responsabile del territorio.
34
L’anforetta mostra evidenti tracce
di fuoco anche in frattura, probabilmente
dovute al contatto con le ceneri ancora
calde del rogo. Un confronto immediato
è con le ben più consistenti testimonianze
offerte dal santuario di Albanella dove si
sono rinvenute tracce di «rituali che prevedevano sacrifici a fuoco»: C IPRIANI
1989, p. 26.
35
Cfr. le forme truq, truq(tracs), trut e
trutanaś a attestate nella Mummia di
Zagabria (rispettivamente V16 , V18, XI2 ,
XI3), trutvecie (TLE 740), trutnvt (TLE
697), trutnu Ë (TLE 118); sull’argomento cfr. M. PALLOTTINO, Iscrizione etrusca
sulla basetta di bronzo del Museo di
Manchester, in PBSR I, 1982, pp. 193195. Dobbiamo a M. Torelli l’importante
suggerimento per la lettura del frammento. Nelle more di stampa una differente
lettura dell’iscrizione è stata suggerita da
G. Colonna, che lega il testo al nome
individuale di derivazione greca truciles:
cfr. M. CRISTOFANI, Campania (Pontecagnano?), in REE 1995 (SE LX), pp. 277278.
36
L. CERCHIAI, Nuove prospettive della
ricerca archeologica a Pontecagnano, in
Die Welt der Etrusker, “ Internationales
Kolloquium” (Berlino 1988), Berlino
1990, pp. 37-42; CERCHIAI 1995, pp. 222224; A. SERRITELLA, Pontecagnano II. 3.
Le nuove aree di necropoli del IV e III
sec. a.C., Napoli 1995, pp. 115-116; L.
CERCHIAI, I Sanniti del Tirreno, in Poseidonia 1996, p. 74.
37
Nello scarico figurano numerosi gli
ex-voto in terracotta, tra cui occorre
ricordare una statuetta di bambino seduto
di un tipo finora non attestato a Pontecagnano, ma noto in Campania meridionale
nel santuario di loc. Privati a Stabiae: P.
MINIERO (ed.), Il santuario campano in
loc. Privati presso Castellammare di Stabia. Osservazioni preliminari, in RSP
VIII, 1997, p. 20, fig. 7.
38
C ERCHIAI 1984, p. 249, figg. 40.2,
41.1-3.
39
CERCHIAI 1984, p. 248, fig. 40.1. I
materiali più antichi sono rappresentati
da un’anforetta d’impasto a corpo lenticolare (C UOZZO , D’A NDREA 1991, tipo
1A), quelli più recenti da un’olletta tipo
Kemai databile alla fine del IV secolo
a.C. e da una coppetta monoansata a vernice nera serie Morel 6231.
40
L’analisi dell’animale è stata effettuata dalla dott.ssa A.M. Frezza.
41
I materiali ceramici rinvenuti nello
strato di terreno non suggeriscono uno
scarto cronologico tra i diversi livelli del
pozzo. Allo stato delle ricerche non è
possibile precisare la natura dei semi rinvenuti poiché non sono stati sottoposti ad
indagini di tipo paleobotanico.
42
Gli elementi diagnostici consentono
594
di datare l’offerta votiva alla fine del IV
secolo a.C.
43
Nel santuario di Albanella sono
attestati numerosi esemplari di “coperchi
da cottura” simili a quelli rinvenuti nel
pozzo 3: cfr. CIPRIANI 1989, p. 158.
44
Tra i numerosi frammenti di coroplastica e ceramici più antichi, un asse
romano con Giano bifronte e prora di
nave, di epoca annibalica, un frammento
di patera a vernice nera Campana A, un
frammento di tegame a vernice rossointerna ed unguentari fusiformi.
45
BAILO MODESTI 1984: a quel contributo si rimanda per le immagini di scavo
e di materiali che non è stato possibile
inserire qui per ovvi motivi di spazio. Un
primo recupero di materiali nel sito era in
realtà già avvenuto nel 1964 in occasione
dei lavori per l’impianto dell’autostrada
SA-RC: cfr. ibidem, p. 217, nota 3.
46
Le campagne di scavo sono state
effettuate, sotto la direzione scientifica
di G. Bailo Modesti, grazie alla convenzione stipulata tra la Soprintendenza
Archeologica di Salerno e il Dipartimento di Studi del Mondo Classico e
del Mediterraneo Antico dell’Istituto
Universitario Orientale di Napoli. La
ricerca è stata finanziata con fondi
MURST 60% e cofinanziamento
MURST ex 40%. I rilievi, nella loro
versione definitiva, sono stati realizzati
da E. Pasqualone, le fotografie di scavo
sono di G. Bailo Modesti, quelle dei
materiali di E. Lupoli.
47
P. S CHADOW , Eine attische Grablekythos, Jena 1897. Alcune delle osservazioni qui fatte si devono alle suggestioni ricavate dai colloqui che l’équipe di
scavo ebbe con Ingrid Strøm, allora
impegnata con la missione dell’Università di Copenhagen nell’esplorazione
d’un altro settore della città antica.
48
BONAMICI 1997-98.
49
P. MARCONI, Agrigento arcaica. Il
santuario delle divinità ctonie e il tempio
detto di Vulcano, Roma 1933, pp. 45-47,
tav. XV, 3.
50
E. LATTANZI, La Calabria, in Magna
Grecia, Etruschi, Fenici, “Atti del
XXXIII Convegno di Studi sulla Magna
Grecia” (Taranto 1993), Napoli 1996, pp.
732-733, tav. LV, 2; EADEM, La Calabria,
in Eredità della Magna Grecia, “Atti del
XXXV Convegno di Studi sulla Magna
Grecia” (Taranto 1995), Napoli 1999, p.
678.
51
Si deve la notizia alla cortesia della
dott.ssa G. FIERTLER, che ha permesso la
consultazione del suo lavoro su La coroplastica di Agrigento nel VI e V secolo
a.C. dal santuario delle divinità ctonie
ad ovest di porta V (scavi 1920-1930).
Edizione e rivisitazione nel quadro della
produzione plastica siceliota e magnogreca (tesi di dottorato presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”,
a.a. 1999-2000).
52
BONAMICI 1997-98, p. 36 e nota 21.
Una prima notizia di tale ritrovamento è in F. C ATALLI , Le immissioni
nelle collezioni pubbliche italiane.
Soprintendenza alle antichità delle province di Salerno, Avellino e Benevento,
in AIIN XVIII-XIX, 1971-72, pp. 269275. Per una più ampia bibliografia sulla
questione del “ramo secco”, si rimanda
all’esaustiva rassegna in corso di stampa
a cura di G. Colonna e C. Pellegrini.
54
L. C ERCHIAI , Le officine etruscocampane di Pontecagnano, Napoli 1990.
In quest’opera viene menzionato anche
lo skyphos-krater di loc. Pastini (p. 137,
nota 6).
55
Per Capua: M. B O N G H I J O V I N O ,
Capua preromana. Terrecotte votive, I,
Teste isolate e mezzeteste, Firenze 1965,
pp. 137-139, tav. LXVIII; W. JOHANNOWSKY, Materiali di età arcaica dalla Campania, Napoli 1983, tav. 45, a.
56
Per Albanella: C IPRIANI 1989. Il
repertorio di statuette di Albanella è,
come già detto, quello più vicino all’evidenza di Pontecagnano, dove però compare anche il tipo con la cista aperta, di
cui non vi è per ora attestazione nel santuario pestano. Per Eboli: A. LEVI, Terrecotte figurate del Museo Nazionale di
Napoli, Firenze 1926, pp. 97-99: purtroppo di tali materiali non si conosce la collocazione precisa all’interno del territorio
ebolitano. Per Fratte: Fratte 1990, pp.
106-111. Più in generale per la bibliografia sul tipo dell’offerente con porcellino
si veda A. COMELLA, G. STEFANI, Materiali
votivi del santuario di Campetti a Veio.
Scavi 1947 e 1969 (Corpus delle stipi
votive in Italia, V, Regio VII, 2), Roma
1990, p. 205, nota 540.
57
Vigna Nuova: R. SPADEA, Santuari
di Hera a Crotone, in Héra 1997, pp.
255-258, figg. 22-24. Herakleia: G.
PIANU, Scavi al santuario di Demetra a
Policoro, in Studi su Siris-Heraklea,
Roma 1989, p. 98. S. Chirico Nuovo: M.
T AGLIENTE , Il Santuario di S. Chirico
Nuovo, in Il sacro e l’acqua. Culti indigeni in Basilicata (Catalogo Mostra
1998), Roma 1998, p. 29. Poseidonia: G.
GRECO, La ripresa delle indagini all’Heraion di Foce Sele, in ASMG 1992, p.
258.
58
Ripostigli di metalli in contesti
demetriaci sono noti a Bitalemi (P.
ORLANDINI, Gela - Depositi votivi di bronzo premonetale nel Santuario di Demetra
Thesmophoros a Bitalemi, in AIIN XIIXIV, 1965-67, pp. 1-20; ORLANDINI 196869, p. 335), a Eloro e a S. Anna (ORLANDINI 1968-69, p. 335).
59
Si tratta d’un’evidenza per il
momento scarsa e ancora da analizzare in
dettaglio. Tra le iscrizioni che si possono
ricordare qui vi è ad esempio quella che
compariva all’interno della vasca d’una
coppetta a vernice nera: [...]xpnas, probabilmente un gentilizio, secondo la
rilettura data in CRISTOFANI 1985, n. 60.
53
I santuari di Pontecagnano
60
La coppa, che ripropone nella forma
uno dei tipi caratteristici del repertorio
del bucchero, è in realtà in un impasto di
buona consistenza, contrariamente a
quanto detto nella sua prima descrizione
(BAILO MODESTI 1984, pp. 237-238).
61
Si veda: La ricerca archeologica
nell’abitato di Pontecagnano. L’iscrizione di Amina e le altre testimonianze epigrafiche, «Atti della Tavola Rotonda»
(Pontecagnano 1984), in AION (archeol)
VI, 1984, pp. 211-283.
62
G. C OLONNA , Etruschi a Pitecusa
nell’Orientalizzante antico, in A. STORCHI MARINO (ed.), L’incidenza dell’Antico - Studi in memoria di Ettore Lepore,
I, «Atti del Convegno Internazionale»
(Anacapri 1991), Napoli 1995, pp. 325342.
63
A. LA REGINA, Dono degli oligarchi
di Amina all’Heraion di Poseidonia, in
PP LIII, 1998, pp. 44-47.
64
Su questi problemi e la bibliografia
relativa, cfr. note 27 e 36.
65
Albanella: C IPRIANI 1989, p. 154.
Rivello: G. GRECO, L’area sacra di Colla,
in A sud di Velia I. Ricognizioni e ricerche 1982-88, Taranto-Napoli 1990, p. 75.
S. Maria d’Anglona: U. R Ü D I G E R , S.
Maria d’Anglona (Com. Tursi, prov.
Matera) - scavi nell’anno 1967, in NSA
1969, p. 189. Bitalemi: P. O RLANDINI ,
Gela - Topografia dei santuari e documentazione archeologica dei culti, in
RIA n.s. XI, 1968, p. 39; ORLANDINI 196869, p. 336 e tav. L, con bibliografia precedente.
66
BAILO MODESTI, CRISTOFANI 1996, p.
330; CRISTOFANI 1996, p. 202.
67
CIL X, 1280. L’indicazione dell’esistenza di quest’iscrizione ci viene da C.
Franciosi, che ringraziamo.
68
Per le iscrizioni da Pontecagnano si
vedano: G. COLONNA, Nuovi dati epigrafi-
ci sulla protostoria della Campania, in
«Atti della XVII riunione scientifica dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria» (Salerno 1974), Firenze 1975, pp.
151-169; BAILO MODESTI 1984, pp. 243245; CRISTOFANI 1985; G. COLONNA, L’etruscità della Campania meridionale alla
luce delle iscrizioni, in La presenza etrusca nella Campania meridionale, in
«Atti delle giornate di studio» (SalernoPontecagnano 1990), Firenze 1994, pp.
343-377; B A I L O M O D E S T I , C R I S T O F A N I
1996.
69
Albanella: C IPRIANI 1989, p. 27;
Narce: M.A. DE LUCIA BROLLI, Area del
santuario suburbano. Il deposito votivo,
in Bollettino di Archeologia III, 1990, p.
67. In queste località il ‘sigillo’ posto
sulle strutture ha una visibilità più accentuata che a Pontecagnano.
70
M. T ORELLI , Il santuario greco di
Gravisca, in PP XXXII, 1977, p. 437.
ABBREVIAZIONI BIBLIOGRAFICHE
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BAILO MODESTI, CRISTOFANI 1996 = G. BAILO MODESTI, M.
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CERCHIAI 1984 = L. CERCHIAI, Nota preliminare sull’area
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CERCHIAI 1995 = L. CERCHIAI, I Campani, Milano 1995.
CIPRIANI 1989 = M. CIPRIANI, S. Nicola d’Albanella (Corpus delle stipi votive in Italia, IV, Regio III, 1), Roma
1989.
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COLONNA 1991 = G. COLONNA, Le civiltà anelleniche, in G.
PUGLIESE CARRATELLI (ed.), Storia e civiltà della Campania. L’evo antico, Napoli 1991, pp. 25-67.
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Proposta di periodizzazione del repertorio locale di
Pontecagnano tra la fine del VII e la metà del V sec.
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in Occidente. Poseidonia e i Lucani, Napoli 1996.
595
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