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direttore
simone siliani
redazione
gianni biagi, sara chiarello, aldo
frangioni, rosaclelia ganzerli,
michele morrocchi, barbara setti
progetto grafico
emiliano bacci
N° 1
Con la cultura
non si mangia
32
“il 20 giugno celebreremo un grande simbolo dell’Italia e del saper fare italiano:
la pizza.
Sarò l’occasione per esaltare il pomodoro, un altro importantissimo
prodotto italiano”
Maurizio Martina, ministro
E il mandolino?
editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze
Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012
Da non
saltare
18
luglio
2015
pag. 2
Simone Siliani
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di
I
l festival di poesia “Voci lontane, Voci sorelle” giunge alla sua
XIII edizione: parliamo con
Vittorio Biagini (che ne è l’animatore fin dalla sua fondazione) di quale
sia lo stato della salute della poesia
nella cultura a Firenze.
Partiamo da una considerazione
generale perché questo chiarisce il
senso del nostro progetto, che non
si limita al festival estivo, ma si
articola in una attività che si svolge
durante tutto l’anno. Lavoriamo
attorno a tre assi fondamentali. Il
primo è quello della formazione,
cioè di avvicinamento alla lettura
della poesia. Il secondo è quello
del contatto diretto con i poeti.
Mentre nel primo momento si
lavora sulla tradizione, pur in una
prospettiva di sua rilettura, il secondo ci porta a contatto con l’attualità. Il terzo momento è quello
della riflessione critica, il confronto
con critici importanti su tematiche
fondamentali. Il tutto nasce da
una considerazione non pessimistica, però realistica della situazione
di crisi delle istituzioni culturali,
in particolare di quelle letterarie e
della poesia. La tendenza generale
in tutti i settori di produzione e di
riproduzione del senso (e quindi
non soltanto nella letteratura, ma
anche nella politica ad esempio) è
una incapacità a gestire la complessità. Così a questa difficoltà si
risponde con la semplificazione.
Questo non dice bene per la
poesia, ma neppure per la politica.
Tutti i sistemi di attribuzione di
senso sono estremamente complessi e funzionano se si rispetta la
loro complessità. In secondo luogo
funzionano se si sa cogliere questa
complessità nella sua articolazione,
che è quella di una distinzione dei
tre momenti, che sono analoghi
a quelli della religione: ci sono i
profeti, i sacerdoti e i fedeli. Nella
letteratura letteratura succede
che ci sono i produttori, una
società letteraria che assicura la
riproduzione, riconosce filtrandoli i valori della produzione e
fa da mediatore con il pubblico,
e i fedeli. In questo sistema così
complesso, nel caso specifico della
letteratura (e in particolare della
poesia che ha molto meno appeal
editoriale rispetto ala narrativa), è
successo che soprattutto l’elemento
intermedio, le istituzioni letterarie
demandate alla riproduzione del
senso e al controllo critico della
Voci sorelle
nuova produzione, è andato in
crisi. Dagli anni’70, la società
letteraria italiana – meno quella
anglosassone – è collassata. Basta
guardare la situazione delle riviste,
dell’università. Perché la crisi di
queste istituzioni culturali parte da
quelle della alfabetizzazione e della
formazione. C’è un analfabetismo
sostanziale diffuso: se guardiamo
gli ultimi dati statistici, vediamo
che la gran parte degli italiani non
legge o legge pochissimo. Il nostro
obiettivo è quello di formare il
lettore, cercando di agganciarci per
quanto possibile alla scuola.
Su questo tema della scuola, mi pare
di poter dire che nei curricula scolastici o comunque nel modo in cui
si lavora nella scuola, la poesia sia
trattata come un corpo a sé, qualcosa
di avulso da un percorso culturale
più generale; avulso dalla filosofia
piuttosto che dalla storia o dall’arte
e finanche dalla matematica; una
sorta di mondo a sé, fatto di persone
strane e oscure e non come un qualcosa che sta nel flusso normale del
sapere.
Assolutamente vero, perché c’è
una inadeguata formazione dei
formatori, prima di tutto. C’è una
concezione tradizionale italiana
della poesia che oscilla fra una concezione idealistica e una ornamentale, comunque inadeguata. Non
si capisce che la poesia, come ogni
prodotto che attribuisce senso al
nostro rapporto con il mondo, è
un sistema complesso che ha una
funzione conoscitiva e quindi una
valenza politico-culturale profonda, e non una funzione residuale,
esornativa. Come il bello: che non
esiste come puro ornamento, se
non a carattere artigianale. Ma
a carattere artistico il bello è un
di più di conoscenza che non è
limitata all’astrazione, ma implica
ambiti più profondi (conoscitivi,
archetipici, emotivi). La poesia ci
dà una rappresentazione del nostro
stare nel mondo, della nostra vita.
Per riprendere poeti come Celan,
Zanzotto, per non citare i grandi
Romantici, c’è una concezione
della poesia come conoscenza più
profonda. Quindi il rapporto con
la filosofia è fondamentale, come
la stessa filosofia moderna riconosce, dialogando continuamente
con la poesia.
E’, inoltre, uno strumento di
tutela della lingua, della parola. La
poesia è una terapia della parola
non perché fa sempre modernisticamente uno scarto rispetto al
sistema linguistico dato, ma perché
sviluppa le potenzialità di quel
sistema linguistico e corregge le
storture che vi sono state introdotte. Quindi non è uno scarto
gratuito e formalistico. E qui sta
anche la difficoltà della poesia; che
è invece uno scavo critico che usa
anche l’oscurità come una delle sue
figure, proprio per demistificare
gli stereotipi linguistici e avanzare
verso le potenzialità linguistiche
inesplorate.
In questo senso forse i poeti contemporanei compiono uno sforzo di
demistificazione anche rispetto ad
una poesia in cui la provocazione
linguistica era diventata l’oggetto
stesso della poesia.
Qui bisogna sottolineare la differenza fra la tradizione italiana e
quella francese da un lato e quella
anglosassone, ma anche quella
israeliana, che hanno un tasso di
formalismo estremamente più
basso. Noi abbiamo purtroppo
una cattiva interpretazione della
nostra tradizione nobile (Petrarca,
che non era così; ma noi ci rifacciamo al petrarchismo piuttosto
che a Petrarca) che si declina o in
senso estetizzante o altre volte in
senso razionalizzante (sperimentazione formale matematizzante,
geometrizzante, ecc.). Questo
è in gran parte fortunatamente
superato (a parte la ricaduta che
c’è stata durante gli anni ‘80) dopo
la neo-neo-avanguardia (su cui il
tempo ha fatto giustizia). Uno dei
poeti, non abbastanza conosciuti,
che noi presentiamo nel nostro
festival, Ivano Ferrari, è un poeta
di una significativa forza e aderenza alla realtà. Ma non in senso
naturalistico. Ci restituisce una
realtà che è estremamente concreta
per certi versi: il mattatoio, per
esempio. Però quella rappresentazione della realtà implica una
molteplicità di piani di senso, per
cui si sfugge al naturalismo.
Molti dei poeti che saranno quest’anno al festival sono nati a cavallo fra
gli anni ‘60 e ‘70 (a parte Ferrari
che è più anziano): sono i figli del
boom economico, condannati ad
una maturità in tempi di incertezza.
Infatti voi utilizzate questo titolo per
altra attività che fate durante l’anno: perché poeti in tempi di povertà.
Come si riflette questa condizione
nella loro produzione poetica?
E’ interessante che i poeti di
questa generazione, soprattutto gli
stranieri, sono nati in nella fase che
chiamiamo infelicemente post-mo-
Da non
saltare
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luglio
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pag. 3
derna o di modernità molto
matura; e quindi con problemi di
costituzione della soggettività, di
elaborazione dell’esperienza e delle
tradizioni culturali estremamente
complesse. In loro l’intreccio delle
culture è un elemento molto forte.
Addirittura emblematico nel caso
della poetessa Natalie Handal che
è una palestinese nata a Haiti,
quindi cresciuta con il francese e
il creolo; poi i genitori si sono trasferiti in America Latina, dunque
cultura spagnola; poi ha studiato
negli Stati Uniti e adesso risiede
fra Parigi e New York. Scrive in
inglese, però si occupa di letteratura araba e asiatica. I poeti sloveni,
di cui avremo un rappresentante
al festival Aleš Šteger, ma poi a
novembre avremo una rassegna
con quattro poeti sloveni, incrociano davvero le culture perché si
trovano in una esilissima provincia
di frontiera. La poetessa gallese
Zoë Skoulding, scrive ovviamente
in inglese, però appartiene ad una
tradizione locale ben viva, oltre ad
essere una persona che essendosi
formata in giro per l’Europa, risente sia del locale che del globale.
Quindi questi poeti valorizzano la
dimensione locale nella misura in
cui la confrontano con la diversità.
Questo succede anche in certi casi
della poesia neo-dialettale italiana:
prendiamo il fiorentino Rino
Cavasini, che scrive in un dialetto
di un paese dell’agrigentino, che
è diventato un lessico familiare,
che non esiste più, e nello stesso
tempo è una persona colta che
traduce dall’arabo o dal tedesco.
Il confronto riesce a salvaguardare
una tradizione soltanto nell’apertura alle diversità.
Vorrei richiamare un altro aspetto
del vostro festival: quello della traduzione di poesia femminile in lingua
inglese. Mi pare significativo, perché
noi in Italia, un po’ per il peso della
nostra tradizione e un po’ per le carenze formative, abbiamo difficoltà
ad apprezzare la poesia e in generale
la letteratura nella lingua originale;
ma abbiamo anche un tradizione
importante di traduzione.
Su questo fronte abbiamo la
nostra collaboratrice Brenda
Porster, americana che vive da
molti anni a Firenze, scrittrice e
buona traduttrice: lei è parte di
un gruppo di quattro traduttrici
che ha realizzato un bel volume
che propone un’ampia scelta di
poetesse in lingua inglese che
toccano il problema del rappor-
Voci lontane
to madre-figlia, tema centrale
nell’identità femminile in una
prospettiva non chiusa o ideologica. Sul tema della traduzione noi
abbiamo un impegno storico: ci
rendiamo conto dell’importanza
e della difficoltà delle traduzioni. Quando facciamo il lavoro
di avvicinamento alla poesia
straniera, essa viene presentata a
partire dal suo testo originario. Il
problema della traduzione si pone
intanto con il raffronto con il testo
originale. Abbiamo introdotto
anche il russo: pochissime persone
lo conoscono, anche se non è una
lingua così difficile oltre ad essere
molto bella, ma il fatto di avere
di fronte il testo, l’interlineare, e
restituire l’originalità fonetico-ritmica è importante. E’ possibile
mediarla, anche se non c’è una
conoscenza approfondita della
lingua. Lavoriamo sull’originale
(francese, tedesco, spagnolo, inglese, il russo e qualcosa di ebraico e
arabo) per confrontarsi con esso e
con il problema della traduzione.
Ad esempio su Baudelaire, su cui
spesso ritorniamo, sembra impossibile per un autore così importante e vicino a noi, non ha una
traduzione adeguata in italiano
e quindi non si può prescindere
dall’originale.
Altro aspetto importante del vostro
lavoro è l’avvicinamento ai classici
della poesia. Perché? Svolgete un
ruolo di supplenza rispetto alla scuola, o meglio di stimolo e interazione
con la scuola? Tutti noi abbiamo
avuto esperienze traumatiche nella
scuola che ci hanno fatto odiare poeti
di grande rilievo oppure ignorare poeti che semplicemente non rientravano nei programmi scolastici, ma forse
neppure nelle corde degli insegnanti.
Rimando al programma del
festival, che ha una sezione, “Il
futuro serbato”, in cui facciamo tre
riletture dei classici. Poi abbiamo
un incontro su Leopardi intitolato
“Presenza di Leopardi”. Il che
vuol dire che la lettura dei classici
sfrutta questa particolarità della
parola che tiene, e quindi della
letteratura, che oltre ad essere
storica, ha una capacità di attualità
enorme. In realtà quello che la
poesia Romantica ci ha detto non
è stato realizzato, è un futuro che
ci aspetta. Possiamo leggere in certi
suoi autori degli elementi, non
solo di attualità, ma il nostro futuro serbato per noi. Tengo molto a
questo discorso “benjaminiano”: la
storia è un orrore, l’angelus novus
vede la storia come un ammasso di
rovine, però ci sono anche quelle
costruzioni di senso, al di là delle
rovine, che – in modo frammentario e conflittuale – sono loro stesse
degli angeli, in senso letterale degli
annunciatori, portatori di novella.
E sono sempre angeli nuovi perché
sempre sanno essere attuali, come
Omero o la Bibbia. Se rileggiamo
il Genesi, ci rendiamo conto della
profonda attualità del testo, nel
senso che prospetta dimensioni
che non siamo stati capaci di realizzare. Questo fa la grande scrittura, la parola. Purtroppo, la scuola
non lo comunica abbastanza,
perché è settorializzata. Ad esempio non si legge la Bibbia come
testo letterario; non viene detto
niente sulla storia delle traduzioni
della Bibbia. Ma lo stesso delle
tradizioni poetiche classiche, come
quella Romantica. L’insegnante
di italiano talvolta non ha gli
strumenti, comunque non ha gli
spazi e i tempi per poter far capire
che la poesia italiana dell’Ottocento – tranne Leopardi – è minore
rispetto a quella francese, o inglese,
o tedesca, o americana, o russa.
La scuola italiana non è in grado
di far capire, fossilizzandosi su
Manzoni (autore rispettabile), che
magari il romanzo inglese coevo è
più ricco.
Quanto spreco di energia! Se c’è
una cosa a cui i ragazzi a quell’età
possono appassionarsi, è proprio la
poesia. Tant’è che a volte vanno a
cercarla da soli: scoprono Rimbaud
anche se nessuno glielo insegna dalla
cattedra, perché è un poeta maledetto
e parla a loro.
Oppure vanno a cercarla nelle canzoni. A noi interessa anche questo
aspetto: il rapporto musica-poesia l’abbiamo trattato nel corso
“Perché poeti in tempi di povertà”,
sia nell’aspetto del rapporto con
la musica classica (e quando si
parla di Romanticismo, non si può
non parlare di Shubert), sia nel
rapporto con la canzone. Perché
Leonard Cohen o Brassens fanno
certe scelte, se non in rapporto con
la poesia? I giovani più sensibili
sanno distinguere all’interno della
musica cd. leggera perché c’è una
domanda di poesia. A volte le
risposte dei giovani sono sorprendenti. Per esempio quest’anno due
ragazzine del Liceo Machiavelli (V
Ginnasio) hanno seguito il corso
per gli studenti e nell’incontro
finale di restituzione hanno fatto
una lettura bellissima di Rimbaud.
Poi hanno seguito un successivo
corso che si teneva nel tardo pomeriggio e hanno portato la madre
e rifatto un’altra lettura su Dylan
Thomas, autore per loro assolutamente sconosciuto che avevano
incontrato durante il corso.
A fronte di queste soddisfazioni però,
le difficoltà di organizzare un festival da 13 anni in un ambiente politico-istituzionale non troppo attento
alla poesia, forse perché non produce
abbastanza clamore e consenso?
Questo festival è nato quando vi
era un clima più favorevole, che
oggi non c’è più da diversi anni.
E la cosa sta peggiorando: quando
si parla con i referenti istituzionali
si ha la sensazione che non vi sia
una cattiva volontà, ma non ci si
capisce. C’è una neo-lingua, alla
quale noi non apparteniamo, e
tutto viene così lost in translation.
Noi cerchiamo allora di collegarci
con altre realtà territoriali, non
solo fiorentine: per esempio a
Pistoia esiste un fermento, che ha
anche un riscontro istituzionale nel
Comune. Abbiamo l’intenzione di
creare una rete regionale per cercare lì degli interlocutori interessati.
riunione
di
famiglia
18
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2015
pag. 4
Le Sorelle Marx
In una regione in cui si asfalta via
Pietrapiana o si discute di rimettere una statua di un re in una
piazza intitolata alla Repubblica,
non appaia strano che si lanci una
campagna, come fa la Nazione in
questi giorni, per un Da Vinci a
Vinci. La cultura qui, d’altra parte, è vista come una grande mucca
da mungere invogliando orde di
turisti a visitare i nostri musei e
Lo Zio di Trotzky
La campagna
di Etiopia
God save the Queen, and Renzi
saves the Euro! Eccolo lì il nostro
premier ganzetto, che non si
perita a fare il simpatico dallo
scranno della terza conferenza
ONU sui finanziamenti allo
sviluppo di Addis Abeba: fra
una (incomprensibile quanto
altisonante) frase sugli Obiettivi del Millennio e lo sviluppo
sostenibile si rivolge al presidente
dell’assemblea scusandosi del
ritardo, “because we spent a very
interesting night in Brussels to
save Euro”. E ‘sti cazzi, pare
abbia commentato il presidente
dell’assemblea Mr. Hailemariam Desalegn, Primo Ministro
dell’Etiopia. Ma poi Desalegn ha
avuto un altro sussulto quando il
Renzi da Rignano ha detto che il
motivo per cui lui era venuto ad
Addis Abeba era che lui era assolutamente “condannato” e che
Addis Abeba fosse il primo step...
“O di cosa, si sarà detto Desalegn, sarebbe il primo step per un
condannato? Dove vorrà scappare questo qui? O non bastavano
Craxi e Martelli negli anni che
furono?”. Ma il povero Hailemariam non aveva inteso che
nell’inglese che si parla in quel
di Rignano, “convicted” equivale
a “convinted”, che equivale all’italiano “convinto”. Sull’orlo di
una crisi diplomatica, pare che
Renzi abbia fatto una disperata
telefonata: “Pronto Lapo, o come
si fa a calmare questo Desallegno, Disallegno... come cazzo si
chiama il presidente dell’Etiopia? Ah sì, Desalegn... Per favore
dagli un colpo di telefono tu,
che a te ti ascolta. Come? Dici
che dovrei rivolgermi a Gentiloni? Ma quello sa a malapena
Da Vinci a Vinci
a consumare creando indotto. Per
cui nel piccolo comune empolese si
saran detti, perché non sfruttare il
nostro più noto concittadino (non si
offenda il segretario Dem Parrini)
per portare un po’ di Euro da queste
parti con, oltre il pregevole museo
leonardiano, un opera autentica del
genio rinascimentale. Impresa niente affatto semplice visto che l’ultimo
schizzo di Leonardo battuto ad
un asta fu venduto a 25 milioni
di dollari. Cifre impossibili per
uno Stato figurarsi per un piccolo
comune. Ma il quotidiano locale
non si scoraggia e intervista un
I Cugini Engels
Bobo
il ciociaro. E poi non sa manco
dov’è l’Etiopia. Ah, dici che
sono problemi miei perché l’ho
nominato? Va beh, dai, non fare
Feste su feste
il sofista... un aiutino me lo puoi
dare. Ah, dici di no? Di andare
dove? Ah, a quel paese... Va
bene. Ciao”
I Nonni Engels
Nardella, l’africano
Fa caldo d’estate nell’emisfero
boreale. E nell’area del mediterraneo ancora di più. Da molti
anni. Ora però che ce lo dice
anche il Nardella Sindaco il caldo
è più sopportabile. Il servizio
Alert System della protezione
civile ti telefona, e la voce del
Nardella l’Africano ti spiega che
non bisogna bere acqua troppo
fredda (me lo diceva anche la
mamma quando sudavo d’estate),
che fa bene mangiare la frutta
(ma va...) e che bisogna stare
all’ombra (e io che invece pensavo
che stare al sole intorno alle 3 del
pregiato studioso di Leonardo che
individua la soluzione nel “prestito”
di un privato del proprio Leonardo al comune di Vinci. Cosa, che
immaginiamo, semplicissima. Ma
se anche così fosse, chi spiega alla
nazione che per l’attrazione di flussi
turistici (e dei loro euro) non basta
un’opera seppur di Leonardo, ma
servono investimenti, pubblicità e
infrastrutture?
pomeriggio facesse bene). Soprattutto se sei un anziano e persona
fragile. Nessuno consiglio però
sul sesso......farà male con questo
caldo a noi anziani?
Grazie Nardella di proteggerci dal
sole e dalla nostra incoscienza.
p.s.
Il messaggio è stato accolto in
redazione con sarcasmo dai giovani e con preoccupazione dagli
anziani, soprattutto perchè ci
dispiacerebbe (a noi due anziani)
schiattare proprio in prossimità
del 200esimo numero della nostra
rivista.
Fra le quattro feste della Toscana
che Eugenio Giani, da poco
assurto al soglio pontificale del
Consiglio Regionale, vi sarà
sicuramente il 15 luglio, data del
trionfo e ascesa al cielo del Nostro Eugenio. E’ infatti in questa
fausta data nell’anno del Signore
2015 che, come ci annuncia Egli
stesso dal profilo Facebook, “da
oggi la Regione Toscana avrà
una fascia distintiva che potrà
essere indossata da consiglieri e
assessori regionali durante gli
eventi istituzionali. E’ la prima
legge di questo tipo in Italia,
approvata a maggioranza dal
Consiglio su mia volontà. Sono
convinto così di dare un contributo al valore delle istituzioni
ed alla loro riconoscibilità”.
Dopo la presentazione a Reggio
Emilia il 7 gennaio 1797, del
Tricolore, quando il Parlamento
della Repubblica Cispadana, su
proposta del deputato Giuseppe
Compagnoni, decreta “che si
renda universale lo Stendardo
o Bandiera Cispadana di Tre
Colori Verde, Bianco, e Rosso,
e che questi tre Colori si usino
anche nella Coccarda Cispadana, la quale debba portarsi da
tutti”, questa sarà sicuramente la
ricorrenza più importante della
storia patria.
L’Irpet (Istituto regionale per
l’economia toscana) ha già stimato un aumento dello 0,001%
del PIL toscano dovuto alla
produzione di fasce distintive
(un po’ come i dehors di nardelliana memoria): se ne prevede di
realizzare qualche centinaio, dal
momento che il Giani Presidente
ha dichiarato che in venti giorni
di mandato è già stato in sette/
otto luoghi diversi della regione”.
Pregevole iniziativa.
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luglio
2015
pag. 5
Laura Monaldi
[email protected]
di
L
a scultura è l’arte creativa
per eccellenza; è la manualità nuda e cruda che
diviene espressione artistica; è il
luogo fisico in cui si concretizzano le intenzionalità estetiche
dell’autore, poiché è la prassi
che permette di dare forma a un
oggetto partendo dal grado zero
del materiale originario e scelto
per una ben precisa finalità.
Il significato del termine non
possiede semplicemente una
valenza di realizzazione concreta, ma contiene in sé il concetto
demiurgico della capacità e
della possibilità dell’artista di
dare esistenza a un progetto
psichico, puramente artigianale/concettuale e dal grande
impatto comunicativo. Oggi
la scultura, imponendosi nello
spazio urbano, è divenuta un
fatto semiologico, una modalità
comunicativa che trova nella
tridimensionalità e nella tattilità
dell’oggetto – piccolo o enorme che sia – un fine estetico
inimmaginabile, ove le interpretazioni possono moltiplicarsi
ad angolo giro, secondo
prospettive sempre inedite e
punti di vista inesauribili.
Su tale versante Giuseppe
Spagnulo opera, dagli
anni Sessanta a oggi,
convinto che la
scultura sia un’arte
fisica e concettuale impossibile da
trascurare, poiché al di
là della forma esiste un
mondo materiale senza
confini che non attende
altro che essere messo in
luce. Attraverso la ceramica, il
tornio, l’alta temperatura, la
terra, la deriva dell’Informale,
lo spazio pubblico da sovrastare e “occupare”, la materia
come fondamento generativo
e una profonda passione per
la ricerca artistica, Giuseppe
Spagnulo si è mosso lavorando
su continue riflessioni: dalle
logiche costruttive alla materialità del lavoro di scultore;
dall’artigianalità di fondo ai
processi ideologici che stanno
alla base dell’opera finale, sino a
un confronto vero e intimo con
i materiali, che divengono miti la cui essenza è
tutta da vivere, assaporare,
toccare e plasmare. Nella parabola artistica dello
Giuseppe Spagnulo
Nudo e crudo
scultura emerge chiaramente il
dissidio amletico fra la forma
e la materia che per mezzo del
fuoco e dell’energia da esso
sprigionata tenta di giungere a
un iperuranio mancato. Tuttavia
i principi alchemici non sono
sufficienti a esplorare le infinite possibilità della scultura e
all’artista non resta che assecondare l’apoteosi ammaliante della
materia, assorbendone il tempo
e lo spazio, nella convinzione
che l’arte sia un’avventura da
vivere in tutta la sua essenza.
Quella di Giuseppe Spagnulo
è una poetica plastica tesa al
riconoscimento della vita nella
durezza della scultura, dell’assoluto nelle tensioni esistenti
fra forma/informe, energia/
materia. Nell’atto della creazione l’artista libera la poiesis, in
nome di una libera e continua
trasformazione della materia,
nella multidimensionalità e in
un continuum spazio-temporale
che è ben lontano dalle logiche
dell’esperienza e della percezione del
quotidiano, lasciando
allo spettatore il
senso di una
meraviglia
misteriosa da
cogliere oltre
la materia.
Sopra Guerriero, 1985
Bronzo
cm 108x62x51
A destra
Guerriero, 1985
Bronzo
cm 68x57x52
A sinistra
Guerriero, 1985
Bronzo
cm 73x79x112
Courtesy Collezione
Carlo Palli, Prato
18
luglio
2015
pag. 6
Danilo Cecchi
[email protected]
di
D
etta così può sembrare una
contraddizione, ma molte
delle pagine della storia della
fotografia non sono state scritte
dai fotografi. O per lo meno,
non dai fotografi professionisti,
impegnati più a guadagnarsi il
pane quotidiano che ad innovare
il proprio linguaggio o a teorizzare sulle caratteristiche di quello
stesso linguaggio che dava loro
da mangiare. Fino dagli esordi
del mezzo fotografico, accanto ai
tanti mestieranti, alcuni dei quali
provvisti di vero talento, si sono affollati personaggi di tutt’altro tipo,
di estrazione nobile o borghese.
Questi personaggi, non dovendo
dipendere per il proprio sostentamento dall’attività fotografica, vi
si sono dedicati con tutt’altro spirito, tutt’altro impegno, tutt’altra
libertà e tutt’altri risultati. Si sono
dedicati alla fotografia principi
e conti, magistrati ed avvocati,
medici ed ingegneri, pittori ed architetti, tutti in maniera disimpegnata sul piano commerciale, ma
variamente impegnata su quello
culturale. Molti di questi personaggi, confluiti in associazioni e
circoli, hanno costituito il nucleo
di quell’esercito di “fotoamatori
organizzati” che tanto hanno dato
alla storia della fotografia, nel bene
come nel male. Altri hanno praticato la loro attività in maniera più
solitaria e riservata, per essere scoperti o riscoperti solo dopo la loro
scomparsa. E’ il caso dell’architetto
torinese Carlo Mollino (19051973), che opera professionalmente come architetto, arredatore e
designer, e che pratica numerosi e
costosi hobby, dallo sci alle auto da
corsa fino agli aeroplani, e che si
impegna anche come scrittore, ma
anche come fotografo, coltivando
un genere del tutto individuale e
personale. Dotato di una personalità fantasiosa e bizzarra, riscontrabile nelle sue opere di architettura
e design, che gli valgono numerosi
premi e segnalazioni, Mollino
pubblica libri sullo sci e sull’architettura. All’inizio degli anni
Cinquanta realizza il volume “Il
Messaggio dalla Camera Oscura”, uno dei primi e solitari saggi
“moderni” sulla storia e sull’estetica della fotografia, strutturato
in due parti e corredato da oltre
trecento fotografie. Organizzato in
una parte storica dal titolo “Storia
breve del gusto nella fotografia” ed
Carlo Mollino
architetto e fotografo
in una parte teorica “Il messaggio
dalla camera oscura”, impaginato e
confezionato come un libro-oggetto di lusso, propone il confronto
fra le due anime della fotografia,
quella documentaria o “documentaristica” e quella immaginifica o
“surrealistica”, creando un percorso
visivo che raccoglie opere di grandi
fotografi del passato, come Hill
& Adamson, la Cameron, Nadar,
Atget e di fotografi a lui quasi
contemporanei, come Man Ray,
Alvarez Bravo, Stieglitz, Steichen,
Dora Maar, Brassai e Moholy
Nagy, ma anche foto anonime
ed altre scattate da lui stesso. Ma
il vero interesse fotografico di
Mollino viene scoperto molto
più tardi, quando vengono alla
luce le immagini che scattava alle
sue numerose amiche, fidanzate
e/o amanti, ma anche a donne
incontrate per caso ed occasionalmente a professioniste del sesso.
Realizzate in maggior parte con
materiale Polaroid, che escludendo
il passaggio dal laboratorio e dalla
“camera oscura” permette già all’epoca il massimo della riservatezza
ed intimità, le immagini femminili
di Mollino raffigurano giovani
donne e giovani signore in posizioni ed abbigliamenti esplicitamente
erotici, complici e provocanti. La
maggior parte delle immagini sono
a colori, realizzate quindi dopo
il 1963, ma ve ne sono anche in
bianco e nero realizzate presumibilmente nel periodo precedente,
e tutte sono composte con garbo,
buon gusto ed eleganza. Le sue
donne, nude o seminude, non
nascondono quasi mai il volto
dietro ad una maschera, fiduciose
nelle garanzie di segretezza offerte
da Mollino, e si prestano volentieri
a rivestire ruoli da “femme fatale”,
interpretando figure esotiche o
intriganti, quasi mai eccessivamente volgari o sfacciate, portando
il gioco erotico-fotografico al
suo livello più alto e raffinato.
Esaurito il vincolo della segretezza,
sempre rigorosamente rispettato
da Mollino, le immagini ritrovate
vengono esposte in diverse gallerie
e vengono pubblicate nel 2006
in un prezioso volume intitolato
“Polaroids”. Il ritrovato interesse per Carlo Mollino porta alla
ristampa nel 2011 del suo libro “Il
Messaggio dalla Camera Oscura”,
praticamente introvabile nell’edizione originale, in una nuova,
raffinata, esclusiva e costosissima
veste tipografica.
18
luglio
2015
pag. 7
di
Santa Maria Novella
Ferdinando Semboloni
La stazione negli anni ‘60
“
Non amo la Stazione. Questa è la realtà cruda”, così
Michelucci, coordinatore del
Gruppo Toscano cui si deve il
progetto della Stazione, nella sua
ultima intervista. Capolavoro
si, ma troppo statico, secondo il
Maestro, incapace di evolversi, di
essere in sintonia con la dinamica
urbana che rischia di travolgerlo. Il fabbricato, restaurato nel
1989/90, è rimasto più o meno
quello dell’inaugurazione del
1935, ma all’interno e nell’intorno è successo di tutto. Ultima
goccia, di queste settimane, l’asfalto nel piazzale di sosta dei taxi che
ha sostituito i cubetti di porfido.
Una striscia nera che separa ancor
più la Stazione da quello che è
rimasto della sua piazza.
Una delle idee vincenti del
Gruppo Toscano fu la galleria
di testa con funzione di piazza
longitudinale e di strada urbana
tesa tra via Alamanni e via Valfonda. Un’architettura che anticipa
quella degli ipermercati con la
galleria commerciale. “Modernissima” quindi, anche nell’inclusività che è una delle tentazioni
dell’architettura quando vorrebbe
comprendere il mondo invece
d’esserne parte, finendo nell’isolazionismo che distrugge invece di
produrre spazio urbano.
Il fabbricato viaggiatori è infatti
rivolto al suo interno, verso la galleria di testa della quale la facciata
diviene il retro. L’ingresso alla sala
della biglietteria non comunica
direttamente con la piazza. Nascosto dalla galleria delle carrozze,
serve per l’arrivo dei viaggiatori
in auto. Ai deambulanti sono
riservate tortuose virate, tanto che
l’ingresso normalmente usato è
quello che le razionaliste frecce al
neon indicano come l’uscita su
via Valfonda.
Al retro dell’abside di S. Maria
Novella si oppone il retro della
Stazione: due lati B. Una piazza
compressa tra due oggetti respingenti non poteva avere futuro.
Finché il traffico delle auto e il
numero degli utilizzatori erano
contenuti la situazione ha retto.
Poi quello che in superficie veniva
respinto si è rifugiato nel sottosuolo. E’ del 1965 l’inaugurazione
del sistema dei sotto-passi pedonali che servono a bypassare il
traffico e la piazza utilizzata come
parcheggio, ma rimasta ancora
Una stazione fra l’erba
verde e vaghi fior novelli
nell’assetto originario con la grande aiuola triangolare al centro.
Poi arriva il 1990 col Piano parcheggi. La piazza viene modificata radicalmente. Si realizzano
nel sottosuolo il parcheggio e la
galleria commerciale parallela alla
testata della Stazione, una sorta
di doppione commerciale della
galleria di testa. Il parcheggio
doveva essere, nelle intenzioni dei
progettisti, l’occasione per rimodellare la piazza, spezzandola in
vari episodi, ma alla fine prevalse
l’idea di sistemarla come un prato
nel quale emerge il pozzo rotondo
di areazione. Alcuni vialetti senza
un apparente scopo lo suddividevano in tre parti.
Nell’ultimo periodo la Società
Grandi Stazioni ne vuol fare un
centro commerciale, amplia la
galleria commerciale nel sottosuolo utilizzando anche alcune parti
del fabbricato viaggiatori per la
libreria che poco ha a che fare con
una stazione ferroviaria. Il prato
viene ripiantato e i vialetti riorganizzati. Ci dovrebbe essere anche
un roseto per ora non realizzato.
Qualcosa di simile al giardino di
una villetta, mutando la scala.
Probabilmente di meglio non era
possibile fare, dato l’impianto
iniziale dell’edificio. Per avere uno
spazio urbano sul fronte della
Stazione occorrerebbe operare
alla luce del sole, modificando
il fabbricato viaggiatori e facendolo realmente affacciare sulla
piazza, invece di costruire come
talpe sottoterra. Ma forse questo
è lo spazio dell’inconscio dove le
forze dionisiache sono libere di
scatenarsi, mentre il soprassuolo è riservato alla componente
apollinea incarnata dal vincolo
che dal 1992 tutela la Stazione. Ci
dovremo quindi tenere l’asfalto e
il pratino, come un tappeto sotto
il quale nascondere la polvere.
La stazione nel 2015
18
luglio
2015
pag. 8
di
Francesco Gurrieri
L
’imprevisto artistico (come
quello letterario), in una
realtà complessa, confusa e disorganica quale quella
che stiamo vivendo, è uno dei
maggiori regali che possiamo
aspettarci. E’ quello che è
accaduto a me alcuni giorni or
sono: una telefonata mi avverte
che in una saletta – minuscola
– del Palazzo di San Clemente
(ormai sede residua della Facoltà
di Architettura), un tecnico del
LAM (Laboratorio di ricerca
ambientale) ha esposto alcune
“tele” e che sarebbe stata gradita
una visita. La mia inesauribile
curiosità in questo settore mi
spinge alla visita, pur in assenza
dell’Artista, col mio collaboratore-fotografo Adriano Bartolozzi.
E’ così che mi trovo davanti ad
alcune tele di grande suggestione. Mi interrogo sulle “radici
culturali” di quelle opere –
amorevolmente impaginate da
cornici in legno evidentemente
manufatte dallo stesso Artista
- e mi viene in mente l’ultima
visita in studio da Gualtiero
Nativi, padre di quell’astrattismo
classico osteggiato negli anni
Cinquanta a favore del “realimo
guttusiano”, più congruente con
quella stagione politico-culturale. Questo neo-astrattismo di
De Luca, se pur si riferisce alla
lineare segmentazione propria
del Gruppo storico (Vinicio
Berti, Bruno Brunetti, Alvaro
Monnini, Mario Nuti e Nativi)
ha, infatti, non poco in comune
con quella stagione che in un
panorama più largo rissorbiva
anche Afro, Dorazio e Vedova.
Suggestioni? Certo, suggestioni!
Ma in arte vale la stessa legge
della scienza: Nulla si crea, nulla
si distrugge, ma tutto si trasforma: che è poi, il principio della
ricerca filologica. Ma in queste
opere di De Luca c’è dell’altro. C’è il tratto pittorico : la
cifra dell’artista, che equivale
alla personale calligrafia dello
scrittore. Ebbene, questo tratto
pittorico – lo si veda soprattutto
nei temi in rosso – riprende la
pennellata di Sironi e di Balla,
quella pennellata tormentata e
personalissima che accompagna
e descrive i soggetti rappresentati, rendendoli unici.
Il nostro De Luca (classe 1951),
Daniele
De Luca
Frammenti
d’astrattismo
per quanto io ne sappia, non ha
avuto una educazione artistica
istituzionale e si è avvicinato
(o riavvicinato) alla pittura
mentre collaborava ai rilievi dei
siti archeologici col compianto
amico Riccardo Francovich. Lo
aspettiamo ora nei prossimi sviluppi, così vedremo cosa ne sarà
di questa suggestiva sintesi tra
le forme di questo suo neo-astrattismo e la sua pennellata
“sironiana”.
18
luglio
2015
pag. 9
Alessandro Michelucci
[email protected]
di
tre, perché si spinge fino al jazz.
Questo lo avvicina a Friedrich
Gulda, che ha diviso la propria
carriera fra classica e jazz quando un simile eclettismo veniva
accolto da molte riserve, se non
da aperte scomuniche.
Fazil Say, almeno in Italia,
è noto al grande pubblico
soprattutto come interprete, ma
ormai è venuta l’ora che venga
conosciuto e apprezzato anche
come compositore.
Proprio per questo assume particolare interesse il recente CD
Say Plays Say (Naive, 2014),
che raccoglie le sue composizioni per piano. I dodici brani
coprono un arco di tempo che
va dal 1990 al 2013, fornendo
un panorama ideale delle sue
composizioni, sia in termini
stilistici che temporali.
“Black Earth” (Kara Toprak),
ispirata a una canzone tradizionale turca, è dedicata al poeta
alevita Asik Veysel. In “Paganini
Jazz” Say rielabora il ventiquattesimo Capriccio del musicista
genovese.
“Alla Turca Jazz” si basa invece
sul celebre “Rondò alla turca”
mozartiano. Come molti artisti
turchi odierni, Say è legato alla
cultura tedesca: lo riafferma in
“Nietzsche und Wagner”, dove
rielabora liberamente alcuni
motivi di Tristan und Isolde.
Dotato di una personalità spiccata e di una tecnica impeccabile, il compositore non rappresenta comunque un’eccezione,
ma la parte più visibile di un
panorama musicale che merita
di essere esplorato. I più curiosi
troveranno una valida guida nel
libro 71 Turkish Composers di
Evin Ilyasoglu
a Costanzo Ciano, per tornare
frettolosamente al precedente
toponimo “Cavour”, una volta
fucilato Galeazzo Ciano, figlio di
cotanto padre), un altro martire dell’antifascismo, Giacomo
Matteotti, soppiantò il Principe
Amedeo, figlio di Vittorio Emanuele II, nella buona compagnia
di Antonio Gramsci, che spodestò il Principe Eugenio, luogotenente dello stesso re Vittorio.
Non fu risparmiato neppure
Carlo Alberto, che pure non
aveva demeritato, ma che non
poteva reggere il confronto con
la mazziniana Giovine Italia
mentre non ci fu storia nel
sostituire il Duca di Genova con
Giovanni Amendola. Non sfuggirono neppure strade fuori dalla
cerchia dei Viali con la Principessa Clotilde che cedette il passo a
don Giovanni Minzoni. Qualche
Savoia sopravvisse senza colpo
ferire (Vittorio Emanuele II e il
Duca degli Abruzzi) mentre il
Duca d’Aosta, inizialmente declassato a Via Val d’Aosta, fu poi
reintegrato nel 1965. Un nuovo
Savoia arrivò nella toponomastica cittadina solo nel 1978,
con Mafalda di Savoia, martire a
Buchenwald.
Dove i toponomastici fiorentini
furono più vendicativi fu alla
Cascine: se il re tutto sommato
non se la cavò male, con un
Viale degli OImi e un Piazzale
delle Cascine, la povera Regina
dovette subire l’affronto di essere
sostituita da due presidenti,
cedendo nel 1964 il suo Viale
a Lincoln e il suo Piazzale a
Kennedy.
N
egli anni scorsi due scrittori turchi, Elif Shafak e
Orhan Pamuk, sono stati
accusati di “attività antiturche”
per aver fatto riferimento al
genocidio degli Armeni, che
il governo di Ankara nega da
sempre. Una sorte analoga è
toccata poi a Fazil Say, un celebre musicista turco che aveva
espresso dei commenti ironici
sull’Islam attraverso Twitter. Nel
2013 un tribunale di Istanbul
lo ha condannato due volte per
blasfemia: la Costituzione turca
vieta qualsiasi critica alla religione musulmana. La prima sentenza è stata annullata, mentre
nel secondo caso la pena è stata
sospesa a patto che il musicista
non subisca altre condanne per
due anni.
Ateo dichiarato e progressista,
oppositore del governo del
premier islamico Erdogan (oggi
Presidente), Fazil Say è un
pianista-compositore che gode
ormai di larga fama. Nato ad
Ankara nel 1970, si è affermato
prima come interprete di un
repertorio che spazia da Bach
a Stravinskij, da Beethoven a
Gershwin. Successivamente ha
cominciato a comporre, operan-
Fabrizio Pettinelli
[email protected]
di
Stendendo un velo pietoso
sull’epilogo della vicenda, si può
affermare che sono due le date
che hanno storicamente segnato
l’esilio del Savoia: il 13 giugno
1946, quando il “re di Maggio”
partì per il Portogallo, e il 1°
gennaio 1948, quando la Costituzione stabilì che “Agli ex re di
Casa Savoia, alle loro consorti e
ai loro discendenti maschi sono
vietati l’ingresso e il soggiorno
nel territorio nazionale”.
Fra queste due date si colloca
l’azione epuratrice che, a Firenze
come suppongo in altre città,
cacciò casa Savoia, oltre che dal
territorio nazionale, dalla toponomastica stradale. A Firenze il
giorno della svolta fu il 28 aprile
1947, quando tutti i toponimi
savoiardi passarono a miglior
vita anche se, per ignote ragioni,
la Prefettura non autorizzò la
maggior parte del cambiamenti
(forse non era stata informata
dell’esito del referendum). Ci
volle un’altra ordinanza sindaca-
Il pianista vorace
do una sintesi stimolante fra la
tradizione colta europea e quella
dell’area turcomanna, ma senza
cadere nei cliché che potrebbero
scaturire da un tale connubio.
Tutto questo si è riflesso puntualmente nella collaborazione
con i musicisti più diversi, come
Kudsi Erguner, celebre virtuoso
del ney, e la violinista moldava
Patricia Kopatchinskaja.
Ma la sua versatilità va ben ol-
Viale Spartaco Lavagnini
La cacciata
dei Savoia
le, del 9 giugno 1947, per sancire
definitivamente le modifiche.
Bisogna dire che i toponomastici
fiorentini dell’epoca, più o meno
consapevolmente, applicarono
una sorta di legge del contrappasso, intitolando le strade
ex-savoiarde a personaggi che più
avevano avversato la monarchia e
i fascisti loro protetti.
Partendo dal Ponte alla Vittoria,
il Viale Principe Umberto, re d’Italia dal 1878 al 1900, fu dedicato ai martiri antifascisti Carlo
e Nello Rosselli. Il Viale Principessa Margherita, che portava il
nome dell’augusta consorte di
Umberto, passò invece armi e
bagagli al sindacalista comunista
Spartaco Lavagnini.
Superata Piazza della Libertà (che, ricordiamo, era stata
intitolata per un breve periodo
18
luglio
2015
pag. 10
Simonetta Zanuccoli
[email protected]
di
A
Parigi il Centre Pompidou, fino al 3 agosto,
dedica una grande retrospettiva sull’opera completa
di Le Corbusier (1887-1965)
in occasione del cinquantesimo anniversario della sua
morte. In esposizione oltre a
schizzi, progetti, plastici architettonici, foto, video, lettere e appunti...ci sono anche
alcuni suoi dipinti e sculture
di grande bellezza. Le opere
di Charles-Edouard Jeanneret, quando ancora non aveva
cambiato il proprio nome
in Le Corbusier, sono poco
note al grande pubblico e ci si
rammarica come ancora non
sia stata dedicata una mostra
alla sua sola attività di pittore
nonostante che alcuni critici
lo abbiano definito come uno
dei protagonisti dell’arte figurativa del XX secolo al pari di
Picasso, Mirò ed altri grandi.
Quando Charles- Edouard
Jeanneret arriva a Parigi nel
1912 il Cubismo era uscito
dalla sua fase pionieristica
per divenire “pubblico”.
Nelle gallerie d’arte dove si
trovavano le opere di Braque, Picasso, Gris, Picabia,
Delaunay, Léger, il cubismo
si era ormai imposto come
la rifondazione di un nuovo
ideale plastico ed estetico che
si opponeva al concetto di
stile, di scuola, per divenire
pensiero totale. Janneret si
inserisce in questo movimento portando però l’esigenza
di cercare un classicismo
nuovo il cui passato non sia
né modello né avversario ma
codice genetico. Una forma
di Purismo che lo porterà
nel 1918 insieme a Amédée
Ozenfant a scrivere Aprés le
Cubisme, manifesto di questo intento, e a pubblicare
dal 1920 al 1925 insieme al
poeta Paul Dermèe la rivista
d’estetica L’Esprit nouveau.
La stagione di Jeanneret
pittore si protrae per tutti gli
anni 20 ed è ricorrente nelle
sue opere il senso di ordine
delle geometrie, il valore dei
contorni, la densità dei colori, la gamma delle tonalità
impiegate ed il loro contrasto che poi ritroveremo nei
lavori architettonici di Le
Nella pittura il segreto
di
Le Corbusier
Lido Contemori
[email protected]
di
Il migliore
dei Lidi
possibili
Disegno
di Lido Contemori
Didascalia di Aldo Frangioni
Riunione dei componenti
dell’Eurogruppo
Corbusier. Dopo il periodo purista, ormai lontano
dall’evoluzione del percorso
di Ozenfant che rincorre la
macchia evocante emozione,
Le Corbusier, come passaggio
naturale ad un architettura
che sia la conseguenza della
sua pittura, è ormai interessato allo studio di uno spazio
che nasca da forme e colori
in relazioni precise e armoniche. Nonostante la fama, Le
Corbusier non abbandonerà
mai la sua passione per la
pittura: in uno stile personale e riconoscibile, con un uso
libero e gioioso delle forme
e del colore i suoi schizzi, i
quadri, le sculture, i collages, gli straordinari carnet
di viaggi costituiscono il suo
diario intimo che lo accompagnerà per tutta la vita: Il
fondo della mia ricerca e della
mia produzione intellettuale
ha il suo segreto nella pratica
ininterrotta della pittura.
18
luglio
2015
pag. 11
Leandro Piantini
[email protected]
di
L
’ultimo romanzo di Edoardo Nesi ritorna al mondo
molto amato dallo scrittore,
ai “fasti”
dell’industria tessile di Prato. E il
titolo “L’estate infinita” è tutto
un programma. In quegli anni era
sempre festa, per gli imprenditori
pratesi, bastava avviare una ditta
nuova
e il successo era sicuro. Era un
godimento, come un’estate che
non dovesse mai finire.
Siamo nello stesso clima del
romanzo uscito nel 2004,”L’età
dell’oro”, e anche
in questo è al centro il personaggio che Nesi ha saputo raccontare
meglio,
l’impareggiabile Ivo Barrocciai. Un
uomo ambizioso, a cui tutto pare
che riesca con facilità sbalorditiva. Basta che si metta in proprio,
lasciando il padre che produceva
solo coperte, e cominci a fabbricare stoffe, specie loden, e in
men che non si dica il successo gli
arride a botta sicura. Simbolo del
suo successo è la nuova sede della
ditta che si fa costruire da Cesare,
“Il Bestia”, un palazzo in cima al
quale vuole che troneggi una piscina di dimensioni olimpiche, che
deve impressionare tutti. Nessuno
a Prato ce n’ha una così grande...
Il libro descrive fatti e personaggi
di questo genere. Tycoon coraggiosi, intraprendenti e baciati
dalla fortuna. Sicché la morale
che si trae dal libro è che allora gli
imprenditori di Prato non ebbero
mai a soffrire per i problemi del
lavoro, se ebbero delle sofferenze
fu solo per problemi di cuore. E
appunto il Bestia soffre per amore,
perché la sua amante “storica” lo
tradisce con un altro, e pensare
che era stato lui stesso a suggerire
alla donna di trovarsi un altro
amante. Persone strane questi
pratesi! Il Bestia ha una moglie
bellissima e che gli è devota,
Arianna, ma lui la snobba e poco
se ne cura, tanto che lei qualche
volta lo tradirà con Ivo, che invece
l’ama alla follia.
Nesi ha scritto un romanzo in
cui quel tempo viene idealizzato e
rimpianto. E lo racconta nei suoi
aspetti più significativi, e che magari sembravano destinati a non
finire mai. Oggi che tutto ciò non
esiste più e la fisionomia della città
ha mutato radicalmente volto,
che cosa si è proposto lo scrittore
In quegli anni
era sempre festa
nel rievocare con tanto amore e
nostalgia quella stagione tramontata? Indietro non si torna....Eppure
tutto quello che Nesi minutamente racconta disegna un mondo
perfetto,fatto di persone dalle idee
chiare e capaci di sacrificarsi per il
lavoro.
Il Nesi ne fa un elogio che potrebbe anche chiamarsi funebre,
ma sotto sotto ci crede ancora,
non vuole rinunciare all’idea che
quella fortunata stagione di grande
sviluppo industriale non si possa
ripetere di nuovo. Magari quelli di
allora erano guadagni troppo facili
ma lo spirito che animava quelle
energie era prezioso e va salvaguarMassimo Cavezzali
[email protected]
di
dato.
Nesi vorrebbe che le qualità della
sua gente pratese risplendessero
ancora, che quella capacità di
creare imprese e prodotti di qualità
avessero ancora modo di affermarsi. Non era solo la voglia di ar
ricchirsi che guidava quelle
persone ma una spinta di qualità
superiore: estetica, psicologica,
morale?
Forse nel nuovo romanzo Nesi ha
sentito semplicemente il bisogno
di dire, con una forza che finora
non si era mai manifestata con tale
convinzione, quanto il “miracolo
pratese” sia stato grande.
Ha fatto bene, ha fatto male Nesi
Scavezzacollo
a ritornare sui propri passi e a
riprendere un personaggio come
il Barrocciai ? Forse la domanda è
oziosa. Nesi non lo aveva praticamente mai abbandonato. I libri
successivi al romanzo del 2004
erano stati dedicati alla riflessione
sulle cause del declino industriale della sua città e soprattutto a
denunciare i motivi politici ed
economici che hanno portato
decine di migliaia di cinesi ad
impadronirsi della maggior parte
delle industrie pratesi ed a mutare
così profondamente la vita della
città e a farle perdere quasi del tutto il suo posto nell’industria tessile
del nostro paese. “Storia della mia
gente” del 2011, con il quale Nesi
vinse il premio Strega, fu un libro
di successo nel quale egli abbandonava la narrativa per cimentarsi
in un pamphlet con il quale dava
fondo a tutta la sua rabbia e al
suo dolore per il fatto che lui e i
suoi concittadini avevano dovuto
assistere, senza quasi opporsi, al
declino di Prato che i politici giustificarono come naturale effetto
della “globalizzazione”.
Nell ‘”Estate infinita” tutto questo
è stato abbandonato. Ora il narratore ritorna sul fortunato boom
pratese e lo fa entrando dentro
la vita di alcuni imprenditori di
successo, nelle loro case, nelle ville
delle loro vacanze versiliesi, nei
loro viaggi negli Stati uniti e nei
paesi europei quando costruivano,
con destrezza e abilità, il successo
e la ricchezza. E certamente questo
romanzo riesce a farci percepire
quasi fisicamente i ritmi forsennati
del lavoro che ferveva allora in
quelle case, l’entusiasmo e la gioia
di vivere che ogni giorno rendeva
la loro vita un’avventura baciata
dalla fortuna. Quegli uomini intraprendenti erano giovani e coraggiosi, volevano “mordere la polpa
della vita” e gustarla fino in fondo.
Il narratore riesce a farci sentire
la loto umanità, i loro desideri,
le loro infedeltà coniugali, la loro
bramosia di soldi e di sesso, ma è
convinto anche che quel tempo
favoloso non è stato un’illusione e
che non c’è nulla di cui ci si deve
pentire. Era il tempo giusto per
cercare di scalare il cielo e, fuori
dagli stereotipi e dalle frasi fatte,
aver osato di costruire
imprese sempre più prospere, non
fu affatto un peccato o un oltraggio alle persone meno fortunate.
Magari quei tempi potessero
ritornare!
18
luglio
2015
pag. 12
Sara Chiarello
twitter @SaraChiarello
di
È
estate, tempo di relax, e torna così, sulle rive dell’Arno,
la programmazione di “Easy
Living” sulla spiaggetta davanti a
Piazza Poggi (Lungarno Serristori), considerata “la spiaggia urbana più grande d’Italia e d’Europa”. Il cartellone di eventi, giunto
all’undicesimo anno, sotto la
direzione di PiazzArt, in collaborazione con il Comune di Firenze
per Estate Fiorentina, propone
concerti al tramonto, esibizioni di
artisti di strada, reading letterari
e teatrali, e attività di benessere
e sport: yoga, beach rugby e
anche un tipo particolare di surf,
lo “Stand up Paddle”, che sarà
praticato in Arno (si sta in piedi
su una long board e ci si sposta
con una pagaia). Questo sport si
potrà praticare grazie alla guida e
ai corsi di istruttori esperti.
Durante il giorno sarà possibile
usufruire di una delle 150 sdraio
su cui stendersi per leggere un libro, e rinfrescarsi con una doccia
gelata, mentre nel punto ristoro
“Lo Chalet” sarà possibile pranzare o cenare con uno spaghettino
alle vongole o un hamburger di
Francesco Cusa
[email protected]
Easy living
carne chianina, preparato sul
momento. I mercoledì ci sarà lo
yoga (dalle 19.30 alle 20.30), e
tra le novità della programmazione (che durerà fino a settembre)
la rassegna “Arnoscenico”, sei
concerti, pensati da Riccardo
Ventrella, di cui saranno protagonisti gli artisti di strada di Firenze
che migreranno da Piazza della
Repubblica per allietarci sulle
note delle canzoni più famose.
Ogni domenica ci saranno gli
aperitivi al tramonto in spiaggia,
con i dj set degli artisti toscani.
Nel cartellone anche la quinta
edizione dei castelli di sabbia a
Ferragosto, con i menu per le
famiglie, e a settembre la partita
di calcio “Eroi di sventura” tra
gente di teatro.
Alessandro Raveggi ambienterà
qui il suo “Romanzo da spiaggia”, con il fotografo Francesco
Natali, un romanzo a puntate
che racconterà vita e amori
delle genti dell’Arno. Infine, sulla
spiaggetta si fermerà l’ape food di
“Pescepane” (in giro per Firenze
per tutta l’estate) per degustare
il caciucco e il cartoccio di pesce
fritto. Pescepane nasce da un’idea
di Gianni Pierattoni, Tommaso
Giovannini e Nicola Pasqua, ed è
una cucina mobile itinerante che
coniuga la migliore tradizione del
cibo di mare made in Italy allo
“street sea food” internazionale.
di
La Sicilia, come è noto, è meta di
viaggi organizzati in comitive, di
cordate di vecchi tremanti senza
timore di Dio che se ne vanno in
giro per musei, templi, mostre,
monumenti, in un’affannosa
danza di cellulite, varici e caviglie
gonfie. Lo fanno anche d’estate,
quando Il sole strappa loro la
pelle e produce melanomi in
serie, con la caparbietà cocciuta
che assume i toni della conquista, dell’infantile traguardo da
valicare, del capriccetto senile
ammantato d’acculturazione. I
vecchi soffrono, hanno l’espressione contratta e digrignano
i denti, gli occhi sbarrati sul
depliant mal tradotto. Soprattutto i tedeschi (i vecchi siciliani
- ammesso che facciano i turisti
- col cazzo che se vanno in giro
con la canicola, porte sbarate
e siesta). Si sente l’autoclave
dell’ipertensione che lavora a
pieni regimi, il sangue pompa
che è una meraviglia, plasma che preme sugli stent, sclerosi,
placche, sacche dense di colesterolo, vene, venuzze e venazze
delle tempie messe a dura prova
mentre ulula la carotide, una sfida al collasso, al colpo fatale,. A
mezzogiorno, quando un tempo
andava in onda il duello della
carne Montana, questi irresponsabili stanno al centro del tempio
di Apollo, in una Siracusa
messicana con tanto di cactus.
L’aria è densa, immobile; con un
barlume di insana fantasia (leggi
delirio), vi si possono intarsiare
(nell’aria) orpelli e ghirigori con
le dita. Qualcuno lo fa, oppure è
l’alzheimer che suggerisce fantasie surreali. I tedeschi soffrono,
barcollano ma non mollano, prevale l’assillo della conoscenza, e
dunque si resiste stoicamente. E’
la Magna Grecia, mein Gott!, e
occorre conciliare la bellezza delle vestigia elleniche col crauto e
la Selva Nera: in altre parole una
questione fottutamente esotica.
Abbiamo poi una guida turistica
che non fa una benemerita minchia, gesticola qua e là, indica
capitelli a cazzo di cane, parla un
po’ il tedesco, un po’ l’inglese.
Quando si capisce che non è più
aria (letteralmente), la colonna
muove in direzione trattoria;
torna spumeggiante l’allegria
Cattivissimo
Pitagora batte
Schopenhauer
del “belo-italia-manciare-buono”, bisbigliato monasticamente
con tanto di “smack” mimato
fra le dita alla bocca. La truppa
muove verso il lato consunto
delle colonne, ultima rogna da
superare prima del ristoro, in un
trionfo di cappellini, cappellacci, parasole e gote rosse venate
d’azzurrognole venuzze, miniatiruzzazioni blu-cobalto d’una
qualche trombosi in atto. Pago
di cotanto ardire, ecco il drappello approcciare le flosce tende
della trattoria, - primo, secondo,
frutta e contorno,- mentre il sole
spacca quel che resta dell’ombra
nella sventurata postazione ad
angolo dei locali, che finisce col
fiaccare il respiro corto dei più
massicci. E’ un’intossicazione
da gita, una sfida sciocca quella
del “conoscere a tutti i costi”,
pagando l’indispensabile senza
essere il Winckelmann; ed infatti
a trionfare è sempre Sua Eccellenza menu turistico. Decido di
scattare loro una foto. Mi risponde una selva di dentiere gialle e
una coreografia di grandi mani
frutto del lavoro nella catena
produttiva delle Rurh, protese
in un saluto che, sì diciamolo,
ricorda smaccatamente quello
nazista. “Cheeeeeeseeeee!”, fa eco
il Coro-Wagneriano-Dissonante-Tranne-Uno; un pensionato
vichingo giace riverso sul tavolo,
probabilmente morto da eroe,
o comunque fiaccato da un
collasso. E’ la vittoria dell’Ellade, di Pitagora, di Empedocle,
ma anche di Rossini e di certa
tonalità, del Mediterraneo e
dell’azzurro, contro il grigio topo
di certi interni berlinesi.
bizzaria
degli
oggetti
18
luglio
2015
pag. 13
Dalla collezione di Rossano
Cristina Pucci
[email protected]
a cura di
B
ellissimo e corposo
oggetto di altri tempi,
portacenere per treni,
in legno e bronzo, ribaltabile
per permetterne lo svuotamento, con impresso sulla parte
superiore l’altrettanto bellissimo
acronimo delle Ferrovie dello
Stato. L’oggetto apparteneva a
una qualche carrozza costruita
prima degli anni ‘30, epoca in
cui il rinnovamento del parco
treni vide dismettere materiali
quali legno, maioliche delle
toilettes, bronzo di maniglie
e velluti dei sedili a favore di
meno nobili alluminio, “vil
pelle” e laminati plastici, forse
più igienici e meno costosi ma,
di sicuro, esteticamente di gran
lunga più brutti. La sigla FS che
reca l’oggetto di Rossano, ha
caratteristiche grafiche identiche
a quella che, sormontata da
una nobilissima e regale corona
Sabauda e stilata in oro, si trovava a decorare e identificare il
Treno Reale. C’è stato un treno
per il Re e la Regina, costruito
dalla Fiat, vincitrice del Bando
ad hoc promulgato, fu messo
sulle rotaie nel 1929, arredi ed
interni di splendore e bellezza
notevoli, progettati da Giulio
Casanova, artista Liberty e docente dell’Accademia Albertina,
realizzati da provetti artigiani
della nostra migliore tradizione
usando pregiatissimi legni, oro
zecchino, ceramiche e velluti e
finissimi vetri. Esso constava di
19 vagoni, i tre più belli erano
quello del Re, distrutto dalle
bombe dell’ultima guerra e
ripristinato subito dopo, quello
della Regina e quello di rappresentanza, con una lunga sala da
pranzo doratissima e decorata
con motivi della araldica di casa
Savoia, costuita per le nozze di
Umberto e Maria Josè. Al tempo della Repubblica fu ripulito
delle iconografie italiche e regali
e trasformato nel treno del Presidente, è stato abbandonato
come mezzo di locomozione
vista la sua velocità ora non più
competitiva, in parte donato da
Cossiga al Museo delle Ferrovie
di Pietrarsa. Ultimo a viaggiarvi
il Presidente Ciampi per una
visita nella sua Livorno. Alcuni
vagoni sono tuttora a Roma e
vengono a volte affittati per film
e fiction.
Quando
il treno
fumava
Michele Rescio
[email protected]
di
Ingredienti:
1 kg di farina (metà di grano dure
e metà di tipo 00)
7 g di ammoniaca per dolci
1 bustina di lievito per dolci in
polvere
200 g di olio d’oliva extra vergine
Cannella in polvere q.b.
1 bustina di vanillina
1 cucchiaino di sale
1 litro di spremuta di arance e
mandarini (conservate le bucce
dei mandarini)
olio di semi per friggere q.b.
Liquore all’anice q.b.
4 cucchiai di zucchero
1/2 kg di miele
Anisini colorati per la decorazione.
Preparazione:Mescolate la farina
con la cannella, la vanillina, il
lievito in polvere e della buccia
di mandarino tritata, e versatela
in una grande ciotola; spruzzate
l’olio sopra alla farina, e lavorate
il tutto strofinando l’impasto tra
le due mani. Versate la spremuta
sopra l’impasto. Scaldate 50 g di
acqua in un pentolino, spegnete
il gas, e sciogliete l’ammoniaca in
quest’acqua calda. Versate questa
soluzione sull’impasto. Sciogliete
il sale in un altro bicchiere di
acqua e versate anch’essa sull’impasto. Lavorate bene l’impasto
Porciduzzi coperti di miele
fino a quando diventa compatto e
morbido. Prendete pezzi di questa
pasta, e lavorateli per ridurli a salsicciotti di circa 2 cm di diametro.
Tagliateli a pezzetti (un po’ come
si fa per gli gnocchi).
Friggete questi pezzetti di pasta
nell’olio ben caldo, scolateli e poi
lasciateli a perdere l’eccesso di olio
su carta da cucina. Mettete in una
casseruola il miele, lo zucchero,
½ bicchiere d’acqua e un po’ di
liquore d’anice. Mescolate per
amalgamare il tutto, e quando
bolle gettatevi dentro i purcidduzzi. Versate i purcidduzzi coperti
di miele su uno o più piatti da
portata, e spargetevi sopra gli
anisini colorati.
Non conosco nulla che vellichi
così voluttuosamente lo stomaco
e la testa quanto i vapori di quei
piatti saporiti che vanno ad accarezzare la mente preparandola
alla lussuria.
(Marchese De Sade)
18
luglio
2015
pag. 14
Scottex
Aldo Frangioni presenta
L’arte del riciclo di Paolo della Bella
Ci piace immaginare che il bello di
questa opera sia nascosto dallo straccio di carta che vediamo, per questo
ci sentiamo di intitolare Scottex 29:
“Stendiamo un velo pietoso”.
29
Scultura
leggera
lectura
dantis
18
luglio
2015
pag. 15
L’ingresso
all’inferno
Disegni di Pam
Testi di Aldo Frangioni
Non pensate sì fusse de’ coglioni,
ma alla vista degli inferi l’entrata
dal terrore c’ avemmo gli strizzoni.
e non potrete aver niuna lagnanza,
da vivi avete fatto solo danno
vi meritate la spregevole mattanza.
Lessi tremando la scritta sull’arcata:
“Chi entra dentro perda la speranza
non c’è la marcia indietro, sol l’andata
Per contrappasso il perfido alemanno
a sangue frusta il greco spendaccione
celtici e italici nel fuoco se ne stanno
perfida sghignazza cinica l’Albione
e chi ha vissuto pieno di stravizzi
il di dietro gli infila col forcone”.
L
immagine
ultima
18
luglio
2015
pag. 16
Dall’archivio
di Maurizio Berlincioni
[email protected]
L
a Pizza e Garibaldi sono spesso due elementi chiave nella nella rappresentazione degli italiani in America! Mi è sembrato quindi giusto
inquadrare, di corsa e di sguincio, questo omaggio marmoreo al grande personaggio che gli italo-americani di New York decisero di erigere, nel lontano 2 Giugno 1888, a sempiterna memoria del famoso generale conosciuto da tutti come l’ Eroe dei Due Mondi. L’ironia
della sorte ha voluto che nel campo inquadrato comparisse anche un’altra piccola e involontaria presenza, quella della Pizza, un’ulteriore
traccia iconica di quella italianità che ci ha reso nel tempo famosi nel mondo.
NY City, 1969
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