IL CONFINE ORIENTALE ITALIANO
NEL TRATTATO DI PACE DI PARIGI
DEL 10 FEBBRAIO 1947
Approfondimento tematico di “Storia Contemporanea” del Corso di Studi
Internazionali della Facoltà di Scienze Politiche Cesare Alfieri
dell’Università degli Studi di Firenze
Anno Accademico 2007-2008
Di Gabriele Bagnoli
INDICE
1. Gli obiettivi di guerra di Gran Bretagna, Stati Uniti d’America e
Unione Sovietica
Pag. 11
2. L’armistizio tra Italia e Alleati e la creazione dell’Advisory
Commission for Italy
Pag. 11-13
3. Le difficoltà tra gli Alleati Anglo-Americani ed il Comitato di
Liberazione Nazionale dell’Alta Italia e la nascita dei primi contrasti in
Jugoslavia
Pag. 13-14
4. Le tensioni per la città di Trieste e la definizione della “Linea
Morgan”
Pag. 14-15
5. I lavori preparatori in vista del Trattato di Pace di Parigi
Pag. 15-17
6. I lavori preparatori per la Conferenza della Pace
Pag. 17-19
7. La Conferenza della Pace di Parigi del luglio-ottobre 1946
Pag. 19-20
8. La Conferenza di New York del novembre-dicembre 1946
Pag. 20-22
9. Il Trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio 1947
Pag. 22-27
10. Le clausole del Trattato di Pace del 10 febbraio 1947 tra l’Italia e la
Jugoslavia
Pag. 27-31
Bibliografia
Pag. 34
3
Confini tra Regno d’Italia e Impero d’Austria, 1866-1918
3
4
Confini tra Regno d’Italia, Repubblica d’Austria, Regno dei Serbi,
Croati e Sloveni e Stato Libero di Fiume, 1920-1941
4
5
Confini tra Regno d’Italia, Germania e Regno di Croazia 1941-1943
Confini tra Repubblica Sociale Italiana, Germania, Regno di Croazia e Zona d’Operazioni
“Adriatisches Küsteland”, 1943-1945
5
6
Linea Morgan separante la “Zona A” e la “Zona B”, 1945-1947
6
7
Confini tra Repubblica Italiana, Repubblica d’Austria, Repubblica
Federativa di Jugoslavia e Territorio Libero di Trieste, 1947-1954
7
8
Confini tra Repubblica Italiana, Repubblica d’Austria e
Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia, 1954-1975
8
9
Confini tra Repubblica Italiana, Repubblica d’Austria, Repubblica
di Slovenia e Repubblica di Croazia, 1991
9
10
1. GLI OBIETTIVI DI GUERRA DI GRAN BRETAGNA, STATI UNITI D’AMERICA E
UNIONE SOVIETICA
Nel 1943, quando ormai le sorti della Seconda Guerra Mondiale erano chiaramente a favore delle
truppe alleate, cominciarono a sorgere molte contraddizioni tra i futuri vincitori, in quanto nessuno
aveva rinunciato ai propri obiettivi strategici. Infatti, erano proprio gli obiettivi politici e i progetti
generali che condizionavano l’andamento delle operazioni militari e se durante la guerra le esigenze
tattiche o strategiche parvero talora tali da determinare le scelte politiche, una considerazione più
attenta mostra invece come le scelte tecniche possano e debbano sempre essere ricondotte ai disegni
politici generali. Un solo carattere unificava l’alleanza anglo-russo-americana: nessuno dei tre Paesi
era entrato in guerra per volontà propria, fatta eccezione per la Gran Bretagna. Ma anche la Gran
Bretagna era stata trascinata nel conflitto per coerenza con le garanzie date alla Polonia aggredita
dai Tedeschi, per cui fu l’attacco tedesco che provocò la guerra britannica. Ciò che importava alla
Gran Bretagna era di eliminare l’espansionismo egemonico dell’Asse che metteva in pericolo
l’integrità del Regno Unito e potenzialmente alterava, mediante il sistema imperiale eurocentrico, i
rapporti mondiali: gli Inglesi, quindi, combattevano per il futuro della propria sicurezza e per la
sopravvivenza del proprio impero coloniale. Per gli Stati Uniti, la guerra europea era la
conseguenza del disordine che il vecchio continente aveva vissuto dopo la Prima Guerra Mondiale e
della mancata ricostruzione di un sistema economico efficiente dopo la grande crisi del 1929-1932.
La guerra difensiva americana non aveva obiettivi visibili; non mirava alla conquista o alla difesa di
determinati territori: essa mirava all’affermazione di principi più larghi e più vantaggiosi
nell’ambito di un sistema di economia di mercato ben funzionante e generalizzato. Non vi era la
ricerca di risultati tangibili ma quella di un ordine internazionale, cioè la lotta per l’affermazione di
un concetto intangibile ma tale da spostare verso gli Stati Uniti il fulcro economico, finanziario e
politico del sistema internazionale. Il confronto tra gli obiettivi di guerra britannici e americani a
quelli sovietici mette in chiara evidenza come sin dall’inizio esistesse all’interno dell’alleanza una
diversità di intenti profondissima. Tanto erano generali e difensivi gli obiettivi britannici, tanto
erano generali e intangibili gli obiettivi americani, altrettanto erano determinati, tangibili e precisi
gli obiettivi sovietici. Dall’inizio delle ostilità, l’Unione Sovietica era riuscita a inglobare o
condurre nella propria zona di influenza territori che andavano dal Mar Baltico al Mar Nero: gli
obiettivi di guerra di Stalin avevano in questo una straordinaria concretezza e si basavano di
conseguenza sulla distruzione della Germania come potenza egemone in Europa e sulla creazione di
un sistema di rapporti di forza tale da cancellare per sempre la preoccupazione di un’aggressione
delle forze anti-comuniste.
2. L’ARMISTIZIO TRA ITALIA E ALLEATI E LA CREAZIONE DELL’ADVISORY
COMMISSION FOR ITALY
Quando, a seguito dello sbarco alleato in Sicilia del 9-10 luglio 1943 e della caduta del Fascismo
dopo la seduta del Gran Consiglio che destituì Benito Mussolini (24 luglio), che fu poi arrestato il
giorno seguente, il Re Vittorio Emanuele III nominò come nuovo Capo del Governo, Primo
Ministro e Segretario di Stato il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, il quale diede vita ad un
esecutivo tecnico. La guerra, per il momento, continuava a fianco dell’alleato tedesco. In realtà, già
dal 29 luglio 1943 vennero prese le decisioni effettive in ordine ai modi per stabilire un contatto con
gli Alleati e fu deciso che un emissario italiano, identificato poi nella figura del Generale Giuseppe
Castellano, si recasse a Lisbona, in Portogallo, per conoscere i termini di resa che gli Alleati
intendevano imporre. In una prima fase delle trattative, il rappresentante italiano avrebbe dovuto
firmare un puro e semplice armistizio militare e solo in un secondo momento un’autorità politica
italiana avrebbe dovuto sottoscrivere un documento assai più complesso, che avrebbe disposto circa
i modi secondo i quali la presenza alleata in Italia si sarebbe manifestata e i poteri che le forze
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d’occupazione avrebbero esercitato, ovvero circa i poteri che esse avrebbero lasciato alle autorità
politiche esistenti. Queste fasi distinte, apparentemente soltanto tecniche, contenevano un
significato politico preciso, poiché il primo documento (o “breve armistizio” come fu poi chiamato)
non poneva altro che la questione della fine delle ostilità con gli Alleati e la decisione di volgere le
residue forze italiane contro i Tedeschi; il secondo, invece, (il cosiddetto “lungo armistizio”),
regolamentando anche tematiche amministrative e politiche, presupponeva l’esistenza di un
interlocutore capace di assumere impegni in tal senso, cioè la permanenza al potere del Governo
Badoglio e di quello del Re Vittorio Emanuele III, quali garanti di una resa che sarebbe dovuta
essere invece senza condizioni. Ma fin da subito sorsero due problemi di non poco conto. Sul primo
di questi problemi venne delineandosi la formula che l’Italia, dopo la firma dell’armistizio e la
dichiarazione di guerra contro la Germania, avrebbe dovuto dichiararsi cobelligerante e non alleata
degli Alleati contro i Tedeschi. L’altro problema era invece strettamente legato ai modi tecnici nei
quali l’armistizio sarebbe stato eseguito. Da parte italiana si chiedeva che esso fosse accompagnato
da un invio di truppe trasportate via nave, o paracadutate, il più a nord possibile rispetto a Roma
poiché questa era la condizione necessaria per dare un contenuto concreto sia all’armistizio sia al
rovesciamento di fronte che la cobelligeranza imponeva. Ciò avrebbe consentito al Governo e al Re
di rimanere nella Capitale, senza esporsi alle rappresaglie tedesche. Perciò il Governo Badoglio
accettò di firmare il “breve armistizio” il 3 settembre 1943, nella speranza di un immediato
intervento militare anglo-americano presso Roma: intervento che non si verificò e che costrinse il
Governo e tutta la famiglia reale ad una precipitosa fuga, anche perché il comando alleato non
disponeva di risorse adeguate per operazioni che si svolgessero a nord di Salerno. Il “breve
armistizio” fu reso noto solo l’8 settembre successivo, in una forma tale da lasciare nel vago le
Forze Armate Italiane: “Il Governo Italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari
lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi
sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al Generale Eisenhower, Comandante in capo delle
forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità
contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però
reagiranno ad eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza1”. Le forze italiane si sbandarono,
mentre gli ex alleati tedeschi occupavano tutti i punti ritenuti più strategici lungo la penisola
italiana, disarmando nel contempo, e traducendole in Germania, le truppe italiane che si trovavano
sotto il controllo tedesco, mentre altre formazioni italiane si dissolvevano autonomamente. Il 29
settembre il Maresciallo Badoglio si recò a Malta, dove per la prima volta gli furono comunicati i
termini del “lungo armistizio”, che praticamente poneva l’Italia sotto il completo controllo degli
Alleati. Per l’Italia si trattava di una resa incondizionata. Il Primo Ministro italiano cercò di
“addolcire” alcun clausole e cercò perfino di ottenere dagli Alleati l’inclusione di esponenti del
gruppo fascista dissidente che sfiduciò Mussolini il 24 luglio precedente nel suo Governo. Non
ottenne nessuna concessione e apprese che invece l’Italia sarebbe stata governata da una
commissione di controllo. Ma già nello stabilire i ruoli e i poteri di quella che poi avrebbe preso il
nome di Advisory Commission for Italy, sorsero le incomprensioni tra gli Anglo-Americani da una
parte ed i Sovietici dall’altra. Per gli Anglo-Americani e per le autorità d’occupazione dell’Italia era
assai chiaro che l’unico organismo dotato di poteri esecutivi fosse la Advisory Commission, che
avrebbe direttamente condizionato e guidato l’attività del Governo Badoglio e di ogni altro governo
italiano che ne avesse preso il posto. Questa interpretazione venne contestata dai Sovietici, i quali
avevano da tempo nominato come rappresentante nella Advisory Commission Andrey Vyshinsky,
Sottosegretario agli Esteri. La designazione di Vyshinsky presupponeva funzioni di particolare
impegno politico e non solo una partecipazione consultiva. Tale era dunque l’intenzione sovietica:
quella di dare alla presenza in Italia e, più in generale, nel Mar Mediterraneo il significato di una
vera partecipazione alle linee guida della politica della grande alleanza in questa regione. Per questo
1
Vittorio Emanuele III, testo dell’armistizio tra Italia e Alleati trasmesso l’8 settembre 1943
11
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motivo, all’inizio del gennaio 1944, la presenza di Vyshinsky in Italia, quando ebbero inizio le
riunioni della Advisory Commission for Italy, non poté essere interpretata come un’espressione di
buona volontà cerimoniale, ma solo come l’espressione di una manovra politica più complessa,
mirante ad aggirare le posizioni anglo-americane. A fare propendere verso la seconda ipotesi
conversero, infatti, due elementi: l’andamento del tutto inconsistente delle discussioni della
Advisory Commission ed il fatto che contemporaneamente Vyshinsky cogliesse l’occasione per
avviare un’azione politica autonoma di contatti con la diplomazia italiana e di rafforzamento delle
posizioni del Partito Comunista Italiano. Un miglioramento di relazioni, quindi, che può essere
riassunto in due punti: il Governo Sovietico avrebbe esaminato la possibilità di istituire piene
relazioni con l’Italia (nonostante le clausole armistiziali vincolavano l’Italia a sottoporre a controllo
ogni sua azione diplomatica) ed il Governo Italiano avrebbe cessato di frapporre ostacoli al rientro
in Italia del principale esponente comunista italiano, Palmiro Togliatti: non vi sarebbe stata più la
contrapposizione dei partiti antifascisti rispetto alla dinastia dei Savoia e Badoglio, responsabili
della passata collusione con Mussolini, ma la collaborazione in nome della priorità della lotta
comune contro il Nazismo. Questa intesa politica trovò poi riscontro nell’annuncio, dato l’11 marzo
1944, del riconoscimento sovietico all’Italia e nella costituzione, alla fine di aprile, della formazione
del primo Governo Italiano composto non più da soli burocrati o militari, ma dai rappresentanti di
tutti i partiti antifascisti. Il Segretario di Stato americano Cordell Hull coglieva i segni di questo
cambiamento con allarme e rammarico, desumendone “l’impressione che il Governo Sovietico non
fosse disposto a svolgere un ruolo costruttivo come membro a pieni ed eguali diritti nel movimento
di collaborazione internazionale. Le cose si avvicinano rapidamente al punto in cui il Governo
Sovietico dovrà scegliere tra lo sviluppo e l’allargamento della collaborazione internazionale
come principio guida del mondo postbellico e la continuazione del metodo unilaterale e arbitrario
di affrontare i problemi di speciale interesse sovietico1”. Il modo seguito dai Sovietici nel
concedere il loro riconoscimento al Governo Badoglio confermava l’intenzione di aggirare il veto
degli Alleati e di conquistare, in una regione di eccezionale importanza strategica, alla vigilia
dell’apertura del secondo fronte e in vista dell’intensificazione dell’invio di aiuti ai partigiani
jugoslavi, un importante successo unilaterale, collegato all’allargamento dell’influenza sovietica in
Italia e nel Mar Mediterraneo. Il riconoscimento era solo il primo passo dell’azione che i Sovietici
si preparavano a sviluppare in Italia: il che non poteva che suscitare allarme e preoccupazione negli
Anglo-Americani. Averell Harriman, Ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca affermava: “Credo
che non dovremmo lasciare questo metodo brutale dei Sovietici senza far loro capire
adeguatamente le reazioni che provocano su di noi e sull’opinione pubblica americana. La loro
iniziativa colpisce al cuore lo spirito di collaborazione che credevamo di avere costruito alle
conferenze di Mosca e Teheran; per cui l’incidente, benché sia in sé di portata limitata, è di grande
importanza per quanto concerne il metodo. Dobbiamo percorre una strada lunga e difficile per far
capire ai Sovietici come ci si comporta in un mondo civile2”.
3. LE DIFFICOLTÀ TRA GLI ALLEATI ANGLO-AMERICANI ED IL COMITATO DI
LIBERAZIONE NAZIONALE DELL’ALTA ITALIA E LA NASCITA DEI PRIMI
CONTRASTI IN JUGOSLAVIA
A complicare ancor più la situazione per gli Anglo-Americani fu la costituzione, specialmente nel
Nord Italia, di un forte movimento partigiano, politicamente quasi autonomo del Comitato di
Liberazione Nazionale, stabilitosi a Roma, che si era dato il nome di Comitato di Liberazione
Nazionale dell’Alta Italia, ma che appariva soprattutto dominato dalle forze di sinistra pronte, a
1
2
Dichiarazione di Cordell Hull, Segretario di Stato USA, 1944
Dichiarazione di Averell Harriman, Ambasciatore USA a Mosca, 1944
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giudicare dalle loro prese di posizione, a continuare la lotta anche dopo la fine della guerra contro la
Germania, per trasformare l’Italia in una repubblica socialista. Proprio in vista di questo pericolo, i
rappresentanti alleati in Italia si erano preoccupati di stipulare alle fine del dicembre 1944 accordi
militari precisi con le formazioni partigiane dell’Italia Settentrionale, in vista di un efficace
coordinamento delle rispettive azioni militari e di un maggior flusso di aiuti alla resistenza armata,
ma anche in vista dell’impegno a un disarmo rapido e completo delle forze partigiane subito dopo la
fine della guerra. E a garanzia di questi accordi, gli Alleati avevano anche premuto sul Governo di
Roma perché, essendo esso l’espressione formale del Comitato di Liberazione Nazionale, definisse i
suoi rapporti con l’organo operante nell’Italia Settentrionale nel senso di rendere chiaro che il
Comitato di Liberazione dell’Alta Italia era solo un organo subalterno al Comitato romano, dal
quale derivava il proprio carattere rappresentativo ed era stato delegato a rappresentare la legittimità
della nuova Italia democratica nei territori occupati dai Tedeschi, ma al quale si sarebbe altresì
rimesso non appena le forze partigiane e gli Anglo-Americani avessero sconfitto i Tedeschi.
Frattanto, anche in Jugoslavia cominciarono a sorgere i primi contrasti tra le varie forze che
contrastavano le truppe italo-tedesche, tanto da avere importanti conseguenze sulla conferenza di
pace di Parigi del 1947. In questa regione, fin dal 1941, sotto la guida del Generale Draza
Mihajlovic, si erano organizzati i primi gruppi di resistenza, costituiti per la maggior parte da gruppi
di Cetnici, un’etnia serba conservatrice e nazionalista, che rivolgeva la sua azione non solo contro i
Tedeschi ma anche contro Croati e Musulmani di Bosnia, così da frammentare l’omogeneità
dell’opposizione ai nemici principali e da accrescere le ragioni di frazionamento interno da sempre
esistenti nel Paese e sulle quali Tedeschi e Italiani avevano fatto leva. Accanto ai Cetnici agirono
ben presto anche formazioni di ispirazione comunista, guidate dal Maresciallo Josip Broz Tito. I
ripetuti tentativi di compromesso fra i due movimenti risultarono sempre vani e la tensione fra di
essi crebbe soprattutto perché i Cetnici, che operavano nel Montenegro, si lasciarono lusingare a
segreti contatti con le forze italiane, che a loro volta cercavano di sfruttare i dissensi fra i due gruppi
partigiani. Secondo Tito ed il suo Fronte di Liberazione Nazionale, poi divenuto Comitato
Antifascista di Liberazione Nazionale, i Cetnici volevano la distruzione dello Stato jugoslavo, per la
cui salvezza viceversa Tito operava. Fu solo nel novembre 1944 che Tito riuscì a raggiungere un
accordo con Ivan Subasic, Primo Ministro in esilio negli Stati Uniti, con il quale si stabiliva la
creazione di un consiglio di reggenza formato da tre personalità. Ma gli Alleati, alla conferenza di
Jalta, in Crimea, svoltasi dal 4 all’11 febbraio 1945, definirono una soluzione di compromesso che
in pratica rinviava alle forze in campo il compito di risolvere la situazione e solo in un secondo
momento di sarebbe formato un nuovo governo jugoslavo, al quale sarebbero stati ammessi tutti
quei membri del passato parlamento jugoslavo che non si fossero compromessi collaborando con i
Tedeschi e gli Italiani.
4. LE TENSIONI PER LA CITTÀ DI TRIESTE E LA DEFINIZIONE DELLA LINEA
MORGAN
La fine della guerra in Italia, avvenuta il 2 maggio 1945 con la resa delle ultime truppe tedesche,
non poneva fine ai problemi politici. Già il modo con il quale le formazioni titine occuparono
Trieste prima che la città giuliana fosse raggiunta anche dalle truppe alleate, ed il fatto che esse
rifiutassero di ritirarsi, nonostante gli ordini del Generale Harold Alexander, Comandante supremo
alleato, al quale esse erano formalmente subordinate, apparve un pessimo segno. La convivenza tra
le forze alleate ed i partigiani titini era apparsa subito difficile e veniva resa più complicata dal fatto
che le tesi del comando alleato stabilivano che la linea d’occupazione sarebbe dovuta correre lungo
il confine prebellico, a salvaguardia delle successive decisioni del trattato di pace. Ma, anche a
prescindere da questo atto formale, piuttosto estremistico considerata la misura dei risentimenti
jugoslavi contro la politica italiana, e l’effettiva situazione militare sul territorio, ciò che destava
una vera e propria irritazione era il rifiuto dei partigiani jugoslavi di lasciare Trieste alle forze
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d’occupazione regolari. La tensione raggiunse sul piano militare e sul piano diplomatico punte assai
alte e parve sfociare in scontri armati. Tito credette di poter contare su un pieno appoggio sovietico,
che viceversa gli venne a mancare oltre un certo limite, e forse questo fu il primo segno di dissenso
tra il nazionalismo del capo partigiano jugoslavo e le esigenze più generali della politica sovietica.
In tale situazione la via del negoziato divenne necessaria, ma solo alla metà di giugno il Governo
Militare Alleato poteva estendere la sua autorità amministrava sulla città ed il porto di Trieste
mentre le forze jugoslave si ritiravano a malincuore sulle alture circostanti la città. Era il 12 giugno
1945. Gli Alleati non ignoravano le operazioni di pulizia etnica e politica che erano in corso nella
regione giuliana controllata dalle forze titine, tuttavia, più che motivi umanitari saranno le esigenze
strategiche ad indurli ad un serrato confronto con il Governo di Belgrado. Nel frattempo, rispetto
alla questione giuliana, le posizioni degli Inglesi e degli Americani erano assai diverse: mentre il
Presidente americano Harry Truman tergiversava per mantenere buoni rapporti con Stalin, il Primo
Ministro inglese Wiston Churchill, allarmato dall’espansione sovietica in Europa, considerava Tito
la “punta di diamante della penetrazione sovietica in Occidente1”. Di conseguenza, era giunto a
proporre “un’operazione militare breve e risolutiva, per risolvere il problema respingendo gli
Jugoslavi dalla Venezia-Giulia2”. Tale progetto, che avrebbe potuto comportare il rischio di uno
scontro diretto con l’Unione Sovietica, non aveva incontrato il favore degli Americani, ostili, non
solo per ragioni morali, ad aggravare i già difficili rapporti con Mosca. In quel momento, infatti, gli
Stati Uniti erano ancora impegnati nella guerra contro il Giappone e, sottovalutando l’importanza
della bomba atomica, già pronta nei laboratori di Los Alamos, ma non ancora sperimentata, il
Governo di Washington riteneva indispensabile l’intervento sovietico nella guerra del Pacifico per
piegare la resistenza giapponese. Nel contempo, però, Inglesi e Americani avevano un assoluto
bisogno dei porti e delle rotabili della Venezia-Giulia per alimentare le proprie forze schierate
nell’Europa Centrale. Ma Tito non aveva alcuna intenzione di cedere quel territorio e respingeva
ogni richiesta alleata confidando nella protezione di Stalin, ma fu costretto, su pressione dello stesso
Capo di Stato sovietico, a concordare una linea di demarcazione con gli Alleati. Ciò avvenne il 9
giugno a Belgrado dove giunse una delegazione guidata dal Generale William Morgan. Dopo vivaci
scambi di idee fu alla fine stabilita la linea (in seguito conosciuta come “Linea Morgan”) che
avrebbe diviso in due zone d’occupazione la Venezia-Giulia. La “Zona A” sarebbe stata
amministrata dagli Alleati, mentre la “Zona B” dagli Jugoslavi. La “Linea Morgan” partiva dal
confine con l’Austria a est di Tarvisio, scendeva lungo un buon tratto dell’Isonzo, si spostava
ancora ad est per aggirare Gorizia, Monfalcone e Trieste e raggiungeva infine l’Adriatico poco a
sud di Muggia. Territorialmente, la “Zona A” era grosso modo la sesta parte della ex regione
italiana: gli altri cinque sesti toccavano alla Jugoslavia. Demograficamente esisteva invece uno stato
di parità: 450.000 abitanti per zona. Venne anche stabilito che alla “Zona A” sarebbe stata assegnata
l’enclave di Pola con un piccolissimo entroterra, nonché gli ancoraggi di Pirano, Parenzo e
Rovigno. Gli Alleati, però presero materialmente possesso solo della città di Pola e gli Jugoslavi ne
approfittarono per impadronirsi degli altri tre centri marittimi. I termini dell’accordo stabilivano che
la “Linea Morgan” doveva essere considerata a tutti gli effetti temporanea e puramente militare,
senza pregiudicare minimamente le decisioni finali circa l’assegnazione delle due zone. In realtà,
pur entrando a far parte del Territorio Libero di Trieste, la “Zona B” fu sottoposta fin dal 1947 ad
un progressivo processo di slavizzazione.
5. I LAVORI PREPARATORI IN VISTA DEL TRATTATO DI PACE DI PARIGI
Il manifestarsi della nuova estensione del potere sovietico in Europa, spingeva il Governo degli
1
2
Wiston Churchill, La Seconda Guerra Mondiale, Milano, 1970
Ibidem.
14
15
Stati Uniti a riflettere se e come dare un senso alla ricorrente tentazione di trasformare la
supremazia atomica in strumento per conseguire risultati immediati: cioè a chiedersi se fosse
possibile intimidire i Sovietici con una “diplomazia atomica” che li mettesse in difficoltà. La prima
risposta a tale interrogativo venne data dalla Conferenza dei Ministri degli Esteri di Stati Uniti,
Gran Bretagna, Francia, Unione Sovietica e Cina, convocata a Londra l’11 settembre 1945, per
discutere dei trattati di pace con l’Italia e le potenze minori dell’Asse, ovvero l’Ungheria, la
Romania, la Bulgaria e la Finlandia. Politicamente, il trattato con l’Italia, che doveva essere
affrontato per primo, sollevava le questioni più spinose e i dibattiti più controversi, poiché esso
riguardava un Paese di media grandezza, che poteva vantare quasi due anni di cobelligeranza con
gli Alleati. Il compito di preparare lo schema del trattato di pace italiano era stato affidato alla Gran
Bretagna, che all’inizio di settembre ne fece conoscere il testo alle altre delegazioni interessate. Il
problema era quello di tracciare ciò che gli Americani avevano promesso al Governo di Roma, cioè
“una pace giusta, che tenesse conto del contributo italiano alla lotta contro il Nazismo1”. A
prescindere da questioni tecniche di notevole rilevanza momentanea, come quelle riguardanti il
disarmo o la smilitarizzazione di certe parti del territorio italiano o le riparazioni di guerra, alcuni
temi erano anch’essi banchi di prova della capacità dei vincitori di riuscire ancora a trovare la strada
del compromesso in relazione a situazioni marginali. Infatti, il trattato italiano prospettava
situazioni marginali almeno in relazione alla questione coloniale e a quella della delimitazione dei
confini settentrionali: con la Francia, con l’Austria e, soprattutto, con la Jugoslavia. Con la Francia
perché, accantonate le aspirazioni della primavera 1945 sulla Valle d’Aosta, il Governo di Parigi
chiedeva con assoluta fermezza rettifiche territoriali minori sul crinale alpino, nella zona di Briga e
Tenda, e insisteva su questo punto sino a renderlo un elemento condizionante l’appoggio francese
verso l’Italia in tutti gli altri aspetti del trattato di pace; con l’Austria, poiché, in vista della rinascita
di una Repubblica Austriaca indipendente, si poneva il problema del futuro dell’Alto Adige, rispetto
al quale solo i Sovietici erano restii a considerare una cessione all’Austria, mentre le altre potenze, e
in particolare gli Stati Uniti, propendevano per una soluzione mediante plebiscito; con la
Jugoslavia, poiché in proposito la distanza fra le parti in causa e la lontananza tra le aspirazioni
jugoslave e le attese italiane erano notevoli. Gli Italiani sapevano di dover subire un mutamento
territoriale che restituisse alla Slovenia e alla Croazia territori indubbiamente abitati da Sloveni e
Croati; e sapevano anche di dover pagare un prezzo territoriale ed economico per l’aggressione del
1941. Tuttavia essi speravano di poter mediare queste difficoltà grazie al ricorso alle linee etniche
suggerite nel 1919 da Americani, Inglesi e Francesi, che avevano lasciato all’Italia gran parte, se
non tutta, la costa occidentale dell’Istria, punteggiata da porti e porticcioli popolati in maggioranza
da Italiani. Gli Jugoslavi, a loro volta, erano risoluti nel chiedere la cessione di tutta la VeneziaGiulia sino a Monfalcone e Gorizia oltreché una piccola porzione di territorio italiano a Tarvisio.
Nessuna delle due parti era direttamente presente a quella fase dei negoziati ma le tesi italiane
trovavano difensori abbastanza risoluti nelle potenze occidentali e quelle jugoslave trovavano un
appoggio fermissimo da parte dei Sovietici, che vedevano nell’acquisizione del porto di Trieste da
parte di un Paese amico un vantaggio strategico di eccezionale importanza. Il 25 settembre 1945, il
Partito Comunista Giuliano emanava una risoluzione dai chiari toni filo-jugoslavi: “La popolazione
della Venezia-Giulia e di Trieste ha espresso già innumerevoli volte durante la lotta di liberazione
la sua volontà che tutto questo territorio insieme a Trieste sia unito alla Jugoslavia democratica e
federativa. Questo territorio costituisce insieme a Trieste un’unità politica ed economica
inscindibile. Il Partito Comunista Giuliano adoprerà con ancor maggiore decisione in questi
giorni, che saranno decisivi per l’avvenire della Regione Giulia, e in basse allo spirito del
congresso di fondazione del Partito Comunista Giuliano del giorno 13 agosto 1945, tutte le sue
forze affinché sia data soddisfazione alla viva aspirazione della popolazione della Regione Giulia,
cioè che questo territorio venga assegnato alla democratica e federativa Jugoslavia. Soltanto una
1
Dichiarazione di James Byrnes, Segretario di stato USA, settembre 1945
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16
tale soluzione risponde ai principi della democrazia e dell’autodecisione dei popoli, confermati
dalla Carta Atlantica, e solo una tale soluzione può soddisfare il principio dei diritti nazionali.
L’annessione della città di Trieste in qualità di Stato Federale indipendente alla democratica e
federativa Jugoslavia garantisce tutti i diritti nazionali della maggioranza italiana della città. I
principi democratici su cui si costruisce la nuova Jugoslavia, garantiscono a loro volta tutti i diritti
nazionali alla popolazione italiana anche nelle altre località della Regione Giulia. Una tale
soluzione garantisce nella forma più completa gli interessi di tutte le nazionalità della Regione
Giulia, e soltanto essa può regolare le relazioni tra i due Stati vicini, Jugoslavia e Italia, in senso
amichevole e nell’interesse della pace dell’Europa. Perciò, il Partito Comunista Giuliano invita
tutti i rappresentanti delle forze democratiche della Regione Giulia, dei partiti democratici, dei
gruppi ed organizzazioni politiche, ad unirsi nell’interesse del popolo, al movimento che vuole il
riconoscimento dell’appartenenza della Regione Giulia e Trieste alla democratica e federativa
Jugoslavia1”.
6. I LAVORI PREPARATORI PER LA CONFERENZA DELLA PACE
I lavori preliminari per la preparazione della Conferenza della Pace di Parigi cominciarono a Londra
nel gennaio 1946, in un momento in cui i rapporti tra gli Alleati e l’Unione Sovietica erano
particolarmente tesi. Riguardo alla questione giuliana, Mosca si era nuovamente avvicinata a Tito
ed il Ministro degli Esteri Mihajlovic Molotov aveva categoricamente ribadito che Trieste, pur
essendo abitata prevalentemente da Italiani, doveva ugualmente essere congiunta con il suo naturale
retroterra jugoslavo. Pesava, inoltre, sulla conferenza, quanto si era deciso a Jalta, dove Roosevelt e
Churchill avevano riconosciuto a Stalin l’influenza sovietica sulla Jugoslavia e sui territori da essa
rivendicati. Consapevole dell’appoggio sovietico, Tito si sentiva più forte che mai e non esitava a
mostrare i muscoli. Fra gennaio e febbraio, le divisioni jugoslave di stanza nella “Zona B” furono
portate da nove a quattordici, tanto da far presagire l’eventualità di un colpo di mano nel caso che la
Commissione Alleata avesse preso una decisione favorevole all’Italia. Fra smentite e minacce, si
andavano intanto intensificando le proposte di soluzione del “caso Trieste”. Si era inserita nel gioco
anche la Francia dopo che era riuscita, sia pure immeritatamente, a farsi accogliere , come afferma
lo storico Arrigo Petacco, “nel salotto buono dei Grandi della terra, vincitori della Seconda Guerra
Mondiale2”. Ed ora il Governo di Parigi, pur di vedersi riconoscere il titolo di grande potenza, si
dava un gran daffare per assumere un ruolo di mediatore tra Est ed Ovest. Come conseguenza di
tutto ciò, alle tre proposte di spartizione avanzate da Londra, Mosca e Washington, se ne aggiunse
una quarta, quella appunto di Parigi. Tali proposte consistevano essenzialmente in particolari linee
di demarcazione tracciate sulla base di criteri senza dubbio più politici che geografici. Ed è forse
inutile aggiungere che, a seconda dei proponenti, ciascuna di esse poteva essere variamente
interpretata dai due Paesi interessati dalla divisione. Dal punto di vista territoriale, la linea più
generosa era ovviamente quella americana, che pure restava decisamente più a ovest della Linea
Wilson del 1919; quella inglese non si discostava troppo, comprendendo anch’essa nella zona
italiana la costa occidentale dell’Istria, ma lasciando alla Jugoslavia le importanti miniere dell’Arsa.
La linea francese era un pò più severa e, oltre a restare più a ovest per tutto il percorso, escludeva
dal possesso italiano Pola e tutta l’Istria Meridionale. Naturalmente, molto vicina alle richieste
jugoslave era la linea russa, che sbucava a Monfalcone e correva ben all’interno per molti tratti
perfino rispetto al confine del 1866. Interessante, invece, analizzare le diverse proposte da un punto
di vista demografico:
- secondo la linea proposta dagli Americani, sarebbero stati assegnati all’Italia 370.000 Italiani e
1
2
Testo della risoluzione del Partito Comunista Giuliano del 25 settembre 1945
Arrigo Petacco, L’esodo. La tragedia negata degli Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia, Mondadori, Milano, 1999
16
17
-
180.000 Slavi, mentre sarebbero rimasti in Jugoslavia 50.000 Italiani;
secondo la linea proposta dagli Inglesi, sarebbero stati assegnati all’Italia 356.000 Italiani e
152.000 Slavi, mentre sarebbero rimasti in Jugoslavia 64.000 Italiani;
secondo la linea proposta dai Francesi, sarebbero stati assegnati all’Italia 294.000 Italiani e
113.000 Slavi, mentre sarebbero rimasti in Jugoslavia 125.000 Italiani;
secondo la linea proposta dai Sovietici, infine, nessuno slavo restava in Italia, ma 600.000
Italiani sarebbero rimasti in Jugoslavia.
Così cominciò un valzer di proposte, con l’Unione Sovietica disposta a maxi offerte in altri ambiti,
dalle colonie alle riparazioni, in cambio dell’accoglimento delle tesi jugoslave, e con gli AngloAmericani che premevano per un plebiscito nelle zone notoriamente miste, e che cercavano di
rinviare, mantenendo intanto immutato lo stato di cose. Cercarono di non compromettere la
situazione di Trieste alla vigilia delle elezioni politiche in Italia, che si sarebbero tenute di lì a meno
di un mese. Il 2 giugno 1946 gli Italiani furono chiamati a votare per una doppia consultazione
elettorale: la scelta tra Monarchia e Repubblica e le elezioni per l’Assemblea Costituente. Il calcolo
delle schede terminò solo il 18 giugno. Lo scarto a favore della Repubblica era di 2.000.000 di voti,
a fronte di 1.500.000 schede nulle. Il referendum aveva confermato che il Paese era diviso in due,
fra un centro-nord repubblicano ed un meridione monarchico. Le elezioni politiche consacrarono,
invece, i moderati della Democrazia Cristiana come primo partito, con ben il 35,2% dei suffragi. Le
sinistre insieme avevano raccolto il 40% (il 20,7% i Socialisti, il 18,9% i Comunisti e l’1,4% gli
Azionisti). A metà giugno ripresero le riunioni dei Ministri degli Esteri. A sorpresa, sui confini
orientali passò il principio di internazionalizzazione di Trieste, cui erano contrari sia gli Italiani sia
gli Jugoslavi. La soluzione consentiva però di evitare una decisione definitiva sul destino di una
17
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città dal grande rilievo strategico. Il 2 luglio furono approvate perfino le linee generali del futuro
statuto: il Territorio Libero di Trieste avrebbe avuto un esecutivo ed un legislativo scelti con
metodo democratico. Le Nazioni Unite avrebbero vigilato sulla sua integrità. Un governatore
sarebbe stato nominato congiuntamente da Italia e Jugoslavia. A Trieste furono organizzate serrate e
manifestazioni; proteste invasero anche Roma. La stampa si scatenò accusando il Governo di avere
fallito con la sua politica estera di attesa, ma attaccando soprattutto i vincitori. Commentava
Benedetto Croce: “Noi li vediamo grossi, ma non grandi e tali da incutere timore ma non
ammirazione1”. E Luigi Longo su “L’Unità”: “Non si combatte un’ingiustizia commettendone
un’altra, in questo caso la cessione di parti della Nazione italiana2”. L’Italia si sentiva esclusa e
frustrata, convinta di rischiare l’imposizione di un diktat.
7. LA CONFERENZA DELLA PACE DI PARIGI DEL LUGLIO-OTTOBRE 1946
Il Paese era in ansia per il destino della frontiera orientale. Il Governo di De Gasperi si impegnava
ad ottenere un minimo: Gorizia, Trieste e l’Istria Occidentale e Meridionale, promettendo in cambio
alla Jugoslavia l’accesso al Porto di Trieste. La Conferenza della Pace aprì i battenti il 29 luglio
1946 al Palais de Luxembourg a Parigi. I discorsi di apertura dei capi delegazione nell’assemblea
plenaria furono concilianti. Nella prima seduta Molotov era assente. Parlarono Americani, Inglesi e
Cinesi. L’americano James Byrnes ricordò che dopo il primo conflitto mondiale le divergenze tra le
Nazioni avevano indebolito la volontà di collaborare per mantenere la pace; il cinese Wang Shin
Chien chiese che non si imponessero dure condizioni agli sconfitti, ma insistette sull’indipendenza
delle colonie italiane; l’inglese Clement Attlee, che sostituiva il Ministro degli Esteri Ernest Bevin
impegnato nelle trattative per la Palestina, non poneva obiettivi particolari se non eliminare le
frizioni esistenti. Nei giorni successivi fu la volta di Molotov, che concordò con Byrnes, e di Edvard
Kardelj, l’inviato jugoslavo, che lamentò eccessiva indulgenza per l’Italia e rivendicò altre zone
etnicamente slave per cui la Jugoslavia aveva versato tanto sangue. Infine, il 3 agosto, parlò
l’Etiopia, chiedendo l’amministrazione dell’Eritrea. La bozza del futuro trattato di pace fu
consegnato all’Italia ufficialmente lo stesso 29 luglio. Ricevuta la bozza, restava effettivamente
poco spazio per la speranza. Il Governo Italiano non poté nascondere la propria insoddisfazione di
fronte ad un trattato “puramente punitivo e tale che, se non modificato si ritiene inaccettabile3”. Il
Paese aveva subito mutilazioni territoriali peggiori rispetto alle attese ed era obbligato alla
smilitarizzazione unilaterale delle frontiere. La flotta era divenuto bottino dei vincitori. Le clausole
economiche erano gravissime. Solo il 10 agosto la delegazione italiana, presieduta da Alcide De
Gasperi, fu invitata a presentare la sua linea. Solo il Presidente del Consiglio dei Ministri prese la
parola: “Prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto, tranne la vostra personale
cortesia, è contro di me […]. La perdita di Pola e delle città della costa istriana implica per noi
una perdita insopportabile. Voi rinnegate la linea etnica e la Carta Atlantica che riconosce alle
popolazioni il diritto di consultazione sui cambiamenti territoriali4”. De Gasperi respinse
energicamente anche la costituzione del Territorio Libero di Trieste, in quanto “voi chiudete nella
fragile gabbia di uno Stato due avversari poveri di risorse materiali e ricchi di diritti politici e
pretendete che non vengano alle mani, perché gli Italiani tagliati fuori dalla Nazione italiana
raggiungono un totale di 336.000 […]. È in questo quadro di una pace generale e stabile, Signori
Delegati, che vi chiedo di dare respiro e credito alla Repubblica d’Italia: un popolo lavoratore di
47 milioni è pronto ad associare la sua opera alla vostra per creare un mondo più giusto e più
1
Quotidiano “Avanti!”, 10 luglio 1946
Quotidiano “L’Unità”, 2 luglio 1946
3
Dichiarazione del Ministro degli Esteri italiano Carlo Sforza alla Conferenza di Parigi, 3 agosto 1946
4
Discorso dal Presidente del Consiglio dei Ministri Alcide De Gasperi alla Conferenza di Parigi, 10 agosto 1946
2
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umano1”. Terminato il discorso, il Segretario di Stato Byrnes commentò: “De Gasperi parlò con
tatto, ma con dignità e coraggio. Quando lasciò il podio per tornare al posto assegnatogli
nell’ultima fila, scese nella navata centrale della sala silenziosamente, passando accanto a molte
persone che lo conoscevano. Nessuno gli parlò. La cosa mi fece impressione e mi sembrò
inutilmente crudele. Così quando passò accanto alla delegazione degli Stati Uniti, gli tesi la mano e
strinsi la sua. Poi gli inviai un messaggio, invitandolo nel mio appartamento nel pomeriggio.
Volevo far coraggio ad un uomo che aveva sofferto personalmente sotto Mussolini ed ora stava
soffrendo ad opera delle Nazioni alleate2”. Dopo De Gasperi parlò Kardelj, che subito lo attaccò.
Non era affatto vero che la guerra era stata voluta soltanto da Mussolini: lo dimostrava il fatto che
l’Italia continuava la solita politica imperialista pretendendo territori altrui, servendosi delle stesse
tattiche, perfino delle stesse statistiche sulla popolazione, visto che i dati citati erano quelli usati
dopo la Prima Guerra Mondiale. Il Governo Italiano era nazionalista e sfruttava gli antifascisti
italiani per avvalorare le proprie richieste. Il 2 settembre si riunì la commissione politico-territoriale
per discutere dei confini orientali italiani, il cui delegato italiano, Ivanoe Bonomi, era tornato a
proporre le ormai usuali richieste e recriminazioni sul confine orientale, soffermandosi sul ricordo
dei patrioti Guglielmo Oberdan e Nazario Sauro presentando il Trattato di Rapallo come esito
irrinunciabile dell’eroismo risorgimentale. La risposta non si fece attendere. Vyshinsky ribaltò la
rappresentazione italiana, definendo l’accordo di Rapallo “vergognoso e storicamente ingiusto3”,
negano che l’Italia durante la Prima Guerra Mondiale avesse condotto una guerra di liberazione
nazionale mentre era stata invece una guerra di espansione. Il delegato sovietico arrivò perfino ad
insultare pubblicamente gli Italiani, definendo la politica italiana “sleale, ipocrita, falsa, venduta, in
una parola politica: da sciacalli4”. Quando la Conferenza di Parigi terminò il 15 ottobre 1946,
l’Italia chiedeva ancora Pola e garanzie per le minoranze etniche su base di reciprocità ed era
disposta ad offrire in cambio il condominio del Territorio Libero di Trieste. La Jugoslavia invece
proponeva all’Italia il governatorato in cambio di accordi economici interessanti ma non intendeva
cedere di un millimetro riguardo a Pola. Così il 7 settembre 1946, la Jugoslavia minacciò che non
avrebbe firmato alcun trattato se non fossero state riconosciute le sue richieste. Due giorni più tardi
pretese la cessione territoriale di Gorizia, in cambio del riconoscimento di predominio etnico
italiano nel Territorio Libero di Trieste. Kardelj insisteva ancora sulla cessione di territori come
presupposto per trattare per il condominio italo-jugoslavo sul Trieste. In realtà, nessuno era disposto
a cedere nemmeno un millimetro di territorio ed anzi ognuno aspirava ad allargamenti territoriali.
Era evidente che l’accordo era lontano.
8. LA CONFERENZA DI NEW YORK DEL NOVEMBRE-DICEMBRE 1946
Dopo la Conferenza di Parigi, i Ministri degli Esteri delle potenze vincitrici si sarebbero incontrati a
New York per completare l’opera; l’Italia era ormai rassegnata. Dopo Parigi, De Gasperi aveva
ceduto il Ministero degli Esteri a Pietro Nenni, come già previsto al momento della formazione del
Governo. Questi aveva esordito sulla linea della continuità pur accentuando il valore della
collaborazione italo-jugoslava. Le direttive per la delegazione italiana inviata a New York,
composta solo da tecnici e non più da politici, riguardavano soprattutto Trieste, per cui si chiedeva
il plebiscito. In ogni caso, bisognava cercare di ottenere l’intervento del Consiglio di Sicurezza per
la nomina del governatore e assicurare l’adozione di una costituzione voluta dal popolo triestino, la
rinuncia a discriminazioni verso il Porto di Trieste e la libertà di traffico ferroviario. Il 4 novembre
1
Discorso dal Presidente del Consiglio dei Ministri Alcide De Gasperi alla Conferenza di Parigi, 10 agosto 1946
James Byrnes, Segretario di Stato USA, agosto 1946
3
Dichiarazione del Ministro degli Esteri sovietico Andrey Vyshinsky, 2 settembre 1946
4
Ibidem.
2
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20
1946, giorno dell’apertura del Consiglio dei Ministri degli Esteri, l’Italia inviò un ultimo, disperato
appello. Il Trattato di Pace non era in armonia con i principi della Carta Atlantica, fondamento
morale della guerra condotta dalle Nazioni Unite e nella soluzione dei problemi di frontiera seguiva
criteri strategici e politici in contrasto con le aspirazioni nazionali delle popolazioni interessate,
senza alcuna garanzia delle minoranze. Anche a New York, come a Parigi, la situazione italiana
sarebbe venuta per prima. Ancora una volta, da subito, si tornò a parlare del confine orientale. Il
Territorio Libero di Trieste era stato delimitato dalla linea francese, ma gli Italiani avevano insistito
per ‘inclusione delle coste occidentali dell’Istria e in particolare di Pola, mentre gli Jugoslavi non
accettavano che Gorizia passasse all’Italia. Ancora una volta, le delegazioni di Italia e Jugoslavia
furono chiamate a presentare il loro punto di vista. Nenni finì per adottare la linea del suo
predecessore senza significativi scostamenti. Voleva il plebiscito per il confine orientale; esprimeva
dubbi sulle rettifiche a occidente; riteneva inaccettabile la rinuncia preventiva delle colonie;
avanzava recriminazioni contro le clausole economiche e contro la smilitarizzazione. Il
rappresentante jugoslavo dette qualche segnale di apertura, raccogliendo l’eredità degli ultimi
colloqui di Parigi: si poteva pensare ad un Territorio Libero di Trieste sotto preponderante influenza
italiana, ma solo a patto di aggiustamenti alle frontiere. Il 7 novembre, in prima pagina su
“L’Unità”, comparve un’intervista a Palmiro Togliatti. Riferiva i risultati del suo viaggio a
Belgrado e dei colloqui con Tito: veniva proposto, in sostanza, un baratto Trieste-Gorizia. Fu una
specie di bomba: in due giorni, il Segretario del Partito Comunista Italiano aveva ottenuto dalla
Jugoslavia più di quanto la delegazione italiana avesse conquistato nei lunghi mesi precedenti. Ma
ormai c’era poco da trattare. Mentre, infatti, Unione Sovietica e Francia avevano dimostrato grande
apertura di fronte alle trattative dirette, mentre gli Inglesi avevano annunciato che si sarebbero
attenuti alle decisioni prese a Parigi nel luglio e che l’aver rimandato la discussione su Trieste non
aveva niente a che vedere con i negoziati diretti. Il 6 dicembre i lavori furono chiusi e i Ministri
degli Esteri dedicarono gli ultimi giorni ad un poco fruttuoso primo esame della situazione tedesca.
Raggiunto l’accordo relativo a Trieste, il trattato italiano fu licenziato: i delegati del Governo
Italiano ricevettero di redigere i testi definitivi entro il 10 febbraio 1947, giorno fissato per la firma.
Dopo quindici mesi negoziati, ai primi di dicembre del 1946 il primo round della pace era quindi
concluso. Commenterà Luigi Gasparotto, allora Ministro della Difesa nel Governo De Gasperi, il 24
luglio 1947, durante i lavori per la ratifica del Trattato: “Questo trattato, con i suoi novanta articoli,
è un’atroce sentenza di condanna contro il popolo italiano. È un verdetto inesorabile che richiama,
a distanza di secoli, il vae victis di gallica memoria. Difficile, anzi angosciosa, è la situazione
rispetto ai confini orientali. Oggi si ritorna al confine del 1866. Fin quasi alle foci del Timavo,
dalla conca di Tarvisio, lungo quello di Plezzo e di Caporetto, l’Italia abbandona i suoi territori
alla Jugoslavia. Tutte le montagne irrorate di sangue italiano (Merzli, Monte Nero, Sabotino, San
Marco, San Gabriele) restano in mani altrui. A noi rimangono, a modesto conforto e perpetuo
ricordo, il cimitero degli eroi della 3ª Armata a Redipuglia e l’Ossario di Oslavia colmo d’ossa
italiane. La città di Gorizia ha il confine fra le mura del suo cimitero. Ma Gorizia fa parte del
Friuli. Mettere in dubbio l’italianità di Gorizia e della Venezia-Giulia è fuori luogo. Al Maresciallo
Tito domandiamo una ben maggiore comprensione della situazione giuliana. E gli domandiamo
anche cosa abbia fatto degli Italiani deportati nel suo Paese, contro ogni legge umana e civile. La
questione della Venezia-Giulia può essere fatale all’Europa, perché l’Isonzo può diventare quello
che era il Reno per la Francia e la Germani: il fiume della discordia. Sull’Isonzo si incontrano due
civiltà: la civiltà italiana e la civiltà slava. Perciò, noi che siamo un popolo estremamente sensibile,
non possiamo che registrare con sdegno ed amarezza che lungo la strada che porta a Trieste,
presso le foci del Timavo, sia stata abbattuta l’erma che ricordava gli eroi della 3ª Armata,
abbattuta da coloro che dovrebbero ricordare che gli eroi della 3ª Armata sono morti non solo per
la nostra, ma anche per la loro libertà. Torni dunque Trieste all’Italia in breve tempo, o vi ritorni
in un tempo più o meno lungo, oggi noi non possiamo che deplorare la costituzione di uno Stato
Libero ma non sovrano, che non può nominare il proprio governatore e nemmeno il capo della sua
Polizia; uno Stato senza territorio, senza retroterra, che deve vivere quasi di mendicità e ricevere
20
21
tutti i rifornimenti dai popoli vicini. Dovremo pur sempre ricordarci ed assumere l’impegno
d’onore di pensare oggi, domani e sempre, all’avvenire dei nostri fratelli giuliani che, contro ogni
interesse materiale, intendono restare fedeli al genio del loro Paese1”.
9. IL TRATTATO DI PACE DI PARIGI DEL 10 FEBBRAIO 1947
La pace italiana fu classificata da Byrnes fra “i trattati non finiti2”, come quelli con Austria,
Germania e Giappone, per le molte cose che rimanevano in sospeso. Dal punto di vista italiano, si
poteva forse contare su un unico successo, ossia il mantenimento del Brennero e l’accordo De
Gasperi-Gruber, siglato dai ministri degli esteri di Italia e Austria, che assicurava la tutela etnica,
culturale ed economica della minoranza tedesca in Alto Adige. Il Trattato di Pace del 10 febbraio
1947 prevedeva significative mutilazioni di tutto il territorio nazionale. Se a nord la frontiera era
rimasta immutata, a occidente essa aveva subito rettifiche a favore della Francia (Piccolo San
Bernardo, Altopiano del Moncenisio, Monti Thabor e Chaberton, Valli della Tinea, della Vesubia e
della Roja). Per quasi 770 km² e poco più di 550° abitanti. Ma la mutilazione più consistente era sul
confine orientale dove l’Italia aveva ceduto più di 8000 km², abitati da circa 445.000 Italiani e
352.000 Slavi. Solo una minima parte di questo territorio era costituita in Territorio Libero di
Trieste, che sarebbe stato retto da un governatore secondo uno statuto allegato al Trattato e che per
intanto era affidato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Le clausole politiche imponeva la
garanzia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, di non perseguitare i cittadini italiani che
avevano collaborata con la causa alleata, di riconoscere come validi gli altri trattati di pace. Era
previsto di opzione per i cittadini nei territori ceduti alla Jugoslavia. L’Italia rinunciava a tutti i
territori in Africa, affidati in amministrazione provvisoria. L’Albania era riconosciuta indipendente
ed aveva la possibilità di annullare i diritti particolari eventualmente concessi a cittadini italiani
anche prima dell’annessione. Perdeva i privilegi extraterritoriali in Cina; si impegnava inoltre a
riconoscere l’indipendenza e l’integrità dell’Etiopia. Quanto alle disposizioni militari, vi era
l’obbligo di smilitarizzare 20 km entro le nuove frontiere, il divieto di fortificare ampie zone
insulari, la riduzione dell’Esercito, la limitazione dell’Aeronautica e la consegna di buona parte
della flotta della Marina. Le clausole economiche errano articolate in varie voci: riparazioni,
restituzioni, rinuncia si reclami, indennizzi, confische. Le riparazioni di guerra a Unione Sovietica,
Jugoslavia, Grecia, Etiopia e Albania erano fissate in 360 milioni di dollari-oro, mentre quelle alla
Francia erano considerate pagate con la cessione di tutti i beni italiani nei territori metropolitani e
coloniali francesi. Inoltre, ognuna delle Nazioni Unite poteva rivalersi, in base alle proprie
valutazioni, sui beni italiani nel suo territorio per ottenere il risarcimento dei danni di guerra. A
questo si aggiungevano i danni economici causati dalle diminuzioni territoriali. E come era facile
immaginare, in tutta Italia scoppiarono disordini. Lo stesso 10 febbraio 1947, a Roma, alcuni uffici
della delegazioni jugoslava venivano assaltati da un gruppo di manifestanti, senza però causare
gravi danni. Commentava così l’accaduto Velio Spano, del Partito Comunista Italiano, il 13
febbraio durante una seduta dell’Assemblea Costituente: “La verità è che quel giorno l’Italia
protestava. Tutto il popolo italiano protestava e manifestava il suo cordoglio e la sua indignazione
per l’ingiusto trattato che ci veniva imposto. Era particolarmente necessario quel giorno che
questa protesta apparisse come la protesta di tutto il popolo italiano e della sua volontà di
rinnovamento. D’altra parte, questi avvenimenti sono senza dubbio collegati con l’ambiente
arroventato che si sta creando in queste settimane nelle regioni giuliane3”. Il 15 settembre, Trieste,
1
Luigi Gasparotto, Ministro della Difesa del Governo De Gasperi, intervento pronunciato alla seduta del 24 luglio 1947
dell’Assemblea Costituente
2
James Byrnes, Segretario di Stato USA, 10 febbraio 1947
3
Velio Spano, Partito Comunista Italiano, intervento pronunciato alla seduta del 13 febbraio 1947 dell’Assemblea
Costituente
21
22
era ucciso lo studente Alino Conestabo, che manifestava per l’italianità della città. Toccava adesso
all’Assemblea Costituente ratificare il Trattato di Pace. Le discussioni per la ratifica cominciarono il
24 luglio 1947 ed ebbero termine il 31 luglio successivo. Nell’Assemblea Costituente si
fronteggiavano tre posizioni. Quella del Governo che chiedeva subito la ratifica, per garantire
l’esecuzione del Trattato in buona fede e pensare al futuro; quella degli incerti che volevano il
rinvio a dopo l’estate, per non soffocare la discussione e ponderare meglio pro e contro della
situazione, attendendo che tutte le potenze ratificassero, in quanto mancava ancora l’Unione
Sovietica; quella dei contrari, secondo cui la ratifica italiana era imposta da pressioni estere. Dirà
Carlo Sforza, Ministro degli Esteri: “Negli ultimi giorni è parso chiaro che il problema non verte
più tanto sulla ratifica quanto sul rinvio e meno della ratifica. Le tesi a questo proposito sono in
sostanza due: una prevalentemente giuridica e l’altra prevalentemente politica. La prima parte del
concetto è che, siccome l’Unione Sovietica non ha ancora ratificato, il Trattato non è entrato in
vigore e quindi noi non siamo obbligati a ratificarlo. Il Trattato fu per i grandi un faticoso
compromesso; un atto di pacificazione tra di loro. I nostri interessi furono duramente subordinati
al bisogno di intese altrui, quali in quel momento prevalevano. La ratifica servirà invece a creare
un’atmosfera di fiduciosa collaborazione con le potenze europee che, come noi, vogliono creare
l’Europa. E creare l’Europa è la sola maniera di evitare la politica dei blocchi. Isolandoci dal
resto del continente, ostacoleremmo la creazione di un complesso europeo interessato alla pace,
cioè allo sviluppo di buone relazioni fra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Solo la ratifica è
l’argomento di cui potremmo incessantemente servirci per chiedere il ritiro delle truppe e la
cessazione di ogni controllo1”. Le posizioni di rifiuto, poi, erano diversificate. A destra, come a
sinistra, monarchici e qualunquisti, accusavano il Governo di aver condotto una politica
rinunciataria, mentre il liberale Benedetto Croce lanciava un accorato appello alle potenze
vincitrici: “Così all’Italia avete ridotto a poco più che forza di polizia interna l’Esercito, diviso tra
voi la flotta che con voi e per voi aveva combattuto, aperto le sue frontiere vietandole di armarle a
difesa, toltole popolazioni italiane contro gli impegni della cosiddetta Carta Atlantica, introdotto
clausole che violano la sua sovranità sulle popolazioni che le rimangono, trattata in più cose assai
più duramente che altri Stati ex nemici, toltole o chiesta una rinunzia preventiva alle colonie che
essa aveva acquistate sol suo sangue e amministrate e portate a vita civile ed europea col suo
ingegno e con dispendio delle sue tutt’altro che ricche finanze, impostole gravi riparazioni anche
verso popoli che sono stati dal suo dominio grandemente avvantaggiati; e perfino le avete
strappato pezzi di terra del suo fronte occidentale da secoli a lei congiunti e carichi di ricordi della
sua storia, sotto pretesto di trovare in quel possesso la garanzia contro una possibile irruzione
italiana, quella garanzia che una assai lunga e assai fortificata e assai vantata Linea Maginot non
seppe dare2”. Durante i dibattiti del giorno successivo, il 25 luglio, l’autonomista giuliano Leo
Valiani nel suo discorso espresse tutto il suo disappunto e la sua vicinanza agli Italiani che
lasciavano le loro terre passate sotto amministrazione jugoslava: “I territori italiani che devono
essere ceduti alla Jugoslavia, la Jugoslavia li ha già annessi e li considera come territori
definitivamente suoi e coloro che vi risiedono già sono cittadini jugoslavi: gli Italiani di Fiume e di
Pisino sono già considerati e trattati come cittadini jugoslavi, a meno che non scappino, a meno
che non se ne vadano clandestinamente, abbandonando i loro averi. Io credo di non aver bisogno
di dimostrare, come giuliano, cosa rappresenti per noi, per i miei, questo Trattato, in particolare
nelle sue clausole che ci feriscono nelle carni vive. Il Trattato stabilisce il Territorio Libero di
Trieste, ma ciò presuppone l’accordo delle quattro potenze e l’accordo non c’è. Le prospettive sono
quelle di una permanente occupazione militare: probabilmente le truppe inglesi non se ne
1
2
Carlo Sforza, Ministro degli Affari Esteri del Governo De Gasperi, intervento pronunciato alla seduta del 24 luglio
1947 dell’Assemblea Costituente
Benedetto Croce, Partito Liberale Italiano, intervento pronunciato alla seduta del 24 luglio 1947 dell’Assemblea
Costituente
22
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andranno. L’Onorevole Sforza ci ha detto che, se noi non ratificheremo il Trattato, saremo una
foglia al vento. Ma Onorevole Sforza, un popolo di 46 milioni di abitanti non è mai una foglia in
balia del vento. Diciamo piuttosto che 250.000 Triestini avulsi dallo Stato, abbandonati alla mercé
di potenze occupanti, quelli, si, sono una foglia al vento. Purtroppo il Trattato è costantemente
peggiorato da quando se ne discusse la prima volta a Londra nel 1945. Dal principio etnico si
passa all’annessione di tutta l’Istria alla Jugoslavia. È vero che gli Anglo-Americani sono ancora a
Pola, ma è anche vero che gli Italiani non ci sono più e che l’amministrazione di Pola praticamente
passa già in mano jugoslava. Continua a peggiorare la situazione a Trieste, che il principio etnico
darebbe indubbiamente all’Italia. E poi non c’è nemmeno il disgraziato Stato Libero di Trieste, che
era meglio di niente, perché pur staccando Trieste dall’Italia, doveva avere una costituzione che
assicurava la sua italianità. Lo Stato Libero di Trieste non c’è più. C’è un’occupazione militare che
può oggi essere di questo colore e domani di quell’altro. Nessuna garanzia per Trieste1”. Con la
seduta del 26 luglio due furono gli interventi più rilevanti. Il primo, pronunciato all’apertura dei
lavori per la ratifica del Trattato di Pace, fu del qualunquista Vincenzo Cicerone: “Abbiamo
lasciato oltre i confini terre italiane. La Francia ha voluto condursi verso di noi secondo la sua
vecchia scuola politica: quelle delle teste di ponte in casa altrui e del confine montano o fluviale.
Abbiamo rinunciato o stiamo per rinunciare a qualsiasi forma di espansione africana, a qualsiasi
attività coloniale. Siamo stretti fra le più angustiose necessità, cosicché mi pare che gli interessi
essenziali siano stati lungi dall’essere salvati. Signori del Governo, non è ignorando l’ammalato
che potete guarirlo: non è rinunciandovi che potete eliminare l’irredentismo futuro. Oggi come
oggi tutti quanti siamo in questa Assemblea potremmo anche mettere una pietra sui nomi di Trieste,
Zara, Tripoli, Bengasi, Briga e Tenda. Potremmo farlo noi. Ma siccome la fiamma dell’italianità
vivrà in questi Paesi eterna, i nostri figli ed i figli dei nostri figli potrebbero trovare in quei nomi un
vessillo di guerra2”. Poi fu la volta di Francesco Saverio Nitti: “Non vi sono che tre soluzioni: o
respingere il Trattato con tutte le conseguenze gravissime che ne sarebbero il triste corollario; o
adottare una ratifica che ora non ha tutti gli elementi per essere operante a nostro vantaggio; o
ratificare quando vi siano tutte le condizioni necessarie e intanto dare al Governo tutti i poteri
necessari perché la ratifica avvenga anche quando il Parlamento non è riunito. Negli ultimi due
casi però la ratifica non può avvenire senza una solenne e dignitosa protesta contro l’iniquo
trattamento fatto all’Italia cui è stato imposto un diktat umiliante e odioso. I primi atteggiamenti
dei vincitori sono stati seguiti da manifestazioni sempre meno amichevoli. Ogni decisione che è
seguita ha peggiorato le cose a nostro danno. Ogni riunione dei vincitori si è risolta sempre in un
aggravamento delle nostre situazioni3”. La giornata del 28 luglio fu quasi interamente dedicata alla
discussione del Trattato di Pace con gli interventi di ben quattordici deputati, tra i quali spiccano,
senza dubbio, per l’enfasi e l’animosità dei contenuti, quelli Luigi Filippo Benedettini, Emilio
Patrissi e Gennaro Patricolo. Benedettini affrontò la questione del Trattato in linee generali ma ben
approfondite, senza entrare nei particolari per quanto riguardava i cambiamenti territoriali: “Dopo
tante promesse, dopo tanti sacrifici sopportati con la nostra cobelligeranza, noi non possiamo
ratificare un diktat che mutila le nostre frontiere, ci strappa i fratelli di Briga e Tenda, dell’Istria,
del Quarnaro, della Venezia-Giulia, delle italianissime città dalmate; un diktat che vuol, privarci di
quella gloriosa Marina che non fu mai vinta e che riduce il nostro non meno glorioso Esercito a
numero irrisorio; un diktat che ci impone di rinunciare a quelle colonie che conquistammo,
bonificammo e civilizzammo con decenni di sacrificio e che sono indispensabili non al nostro
imperialismo ma alla nostra mano d’opera, alle necessità vitali del nostro proletariato; un diktat
1
2
3
Leo Valiani, Gruppo Autonomista, intervento pronunciato alla seduta del 25 luglio 1947 dell’Assemblea Costituente
Vincenzo Cicerone, Fronte Liberale Democratico dell’Uomo Qualunque, intervento pronunciato alla seduta del 26
luglio 1947 dell’Assemblea Costituente
Francesco Saverio Nitti, Unione Democratica Nazionale, intervento pronunciato alla seduta del 26 luglio 1947
dell’Assemblea Costituente
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che, mentre ci carica di debiti, ci toglie le poche riserve auree della Banca d’Italia e sancisce la
rinuncia ad ogni nostro diritto nei confronti della Germania. Nessuna Nazione potrà mai
interpretare la nostra mancata ratifica come segno di ribellione, ma ogni Nazione sarà invece
costretta a riconoscere che l’Italia ha, si, perduta una guerra, ma non la sua dignità, non il suo
onore1”. L’intervento di Emilio Patrissi si concentrò tutto contro l’operato del Governo De Gasperi,
ritenuto incapace di gestire a livello internazionale una situazione delicata come quella inerente al
Trattato di Pace: “Onorevole De Gasperi, ricorderete che in una seduta della Commissione dei
Trattati, dalla vostra relazione, ebbi modo di rilevare una vostra frase, quando, incerto per Trieste,
ma sicuro per Pola, recatovi a Parigi, aveste l’amara sorpresa di constatare che anche Pola era
perduta. In quella circostanza, voi effettuaste visite, avviaste determinati contatti con due
autorevoli ministri degli esteri, due dei quattro grandi, che vi risposero: abbiamo fatto la guerra
per liberarvi, non possiamo fare la guerra per darvi Pola. Frase significativa e rivelatrice di uno
stato di fatto. Significava che in quel momento una potenza almeno voleva la guerra o la
minacciava; e dall’altra parte due potenze la guerra deprecavano e paventavano. Voi siete andati
dunque a parlare dinanzi ai vincitori un linguaggio di togati accattoni, dinanzi ad una tavola di
paladini sterminatori di mostri, mentre rappresentavate un popolo meraviglioso che subisce e
attende, con umiltà francescana, il sorgere di un’alba migliore sull’orizzonte della Patria2”. Infine,
Gennaro Patricolo, appellandosi al nazionalismo italiano, rivendicava a gran voce i territori tolti
all’Italia con il Trattato di Pace: “In virtù del nazionalismo, noi Italiani vogliamo giustizia e
chiediamo che la Venezia-Giulia, la Dalmazia, Briga e Tenda rimangano all’Italia. In base al
nazionalismo più puro noi abbiamo combattuto tutte le guerre del Risorgimento e lottato contro
tutti gli indipendentismi che minacciavano l’unità nazionale. In nome della nostra solidarietà
nazionale che dobbiamo opporci alla crudele volontà del diktat, per l’onore della Nazione italiana,
per amore dei nostri fratelli del Piemonte e delle sponde adriatiche3”. Il pomeriggio del 29 luglio
fu occupato da tre interventi grande rilievo: parlarono Palmiro Togliatti, Luigi Einaudi e Randolfo
Pacciardi. I loro discorsi erano accomunati da una caratteristica: non erano centrati sulla ratifica di
per sé, ma piuttosto sulle prospettive per il ruolo internazionale dell’Italia. Togliatti mantenne per
tutto il periodo della discussione una linea profondamente contraria alla nuova politica che stava per
attuare l’Italia in materia estera, ovvero tesa ad un netto rifiuto degli aiuti del “Piano Marshall”: “Si
è creata fra noi e le Nazioni che hanno combattuto per liberarci dal Fascismo e dall’occupazione
tedesca una fraternità saldata col sangue, che non dovrà mai essere smentita dalla nostra politica
estera e non dovrà mai cancellarsi nella coscienza del Paese. Siamo un popolo di 45 milioni di
abitanti, abbiamo una nostra industria relativamente potente, abbiamo una nostra agricoltura, se
pure con le sue deficienze e, come tutti gli altri Paesi, come tutto il resto del mondo, abbiamo un
conto da dare e da avere. Discutiamo dunque dei nostri debiti e dei nostri crediti, discutiamo dei
vostri crediti e dei vostri crediti; ma liquidiamo quella falsa rappresentazione degli aiuti, la quale
scoraggia il popolo italiano, dandogli l’impressione che non può far niente se i potenti che siedono
in qualche parte della terra non si degnano di muoversi verso di lui. Guai a noi se aderissimo ad
una politica di questo genere, perché ciò vorrebbe dire che ci troveremmo alla mercè di quelli che
diventerebbero gli incontrastati dominatori sia della nostra vita economica che della nostra vita
politica4”. Fu poi la volta di Einaudi che delineò con molta chiarezza il futuro ruolo dell’Italia e
dell’Europa in sede internazionale: “Che importa se noi entreremo nei consessi internazionali dopo
essere stati vinti ed in condizioni di inferiorità economica. Se vogliamo mettere una pietra tombale
1
Luigi Filippo Benedettini, Gruppo Misto, intervento pronunciato alla seduta del 28 luglio 1947 dell’Assemblea
Costituente
2
Emilio Patrissi, Gruppo Misto, intervento pronunciato alla seduta del 28 luglio 1947 dell’Assemblea Costituente
3
Gennaro Patricolo, Gruppo Misto, intervento pronunciato alla seduta del 28 luglio 1947 dell’Assemblea Costituente
4
Palmiro Togliatti, Partito Comunista Italiano, intervento pronunciato alla seduta del 29 luglio 1947 dell’Assemblea
Costituente
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sul passato; se vorremo non più essere costretti a chiedere aiuti ad altri, ma invece essere invitati a
partecipare da paro a paro al godimento di quei beni del mondo alla cui creazione noi pure avremo
contribuito, dobbiamo non aver timore di difendere le idee le quali soltanto potranno salvare
l’Europa. La forza delle idee è ancora oggi la forza che alla lunga guida il mondo. Se,
ciononostante, l’Europa vorrà inselvatichire, noi non potremo essere rimproverati dalle
generazioni venture degli Italiani di non avere adempiuto sino all’ultimo al dovere di salvare quel
che di divino e di umano esiste ancora nella travagliata società presente1”. Fu, infine, la volta di
Pacciardi che delineò in maniera realistica le future sorti dell’Italia a ratifica avvenuta: “L’Italia è
per la prima volta, da pari a pari, a discutere in una conferenza internazionale. È evidente che una
politica italiana vera e propria non si può fare finché noi non avremo liquidato il passato, finché
noi non potremo partecipare da pari a pari a tutti i consessi internazionali. E se ratificare significa
affrettare soltanto la speranza di partecipare all’ONU, avremo almeno conquistato una tribuna, la
più alta tribuna internazionale, per difendere le ragioni del nostro Paese. E se ratificare significa
anche cominciare a smobilitare la pesante macchina dell’armistizio, anche questo è certo un
enorme vantaggio per il nostro Paese2”. La giornata del 30 luglio fu segnata quasi per intero
segnata dall’intervento di Vittorio Emanuele Orlando: “La nostra politica è stata sempre quella di
accondiscendere; è stata politica di assoluta remissività; non possiamo restare in questa
condizione di abbandono militare senza che la solidarietà del popolo non ne resti turbata e scossa.
Non mi soffermerò sull’angoscia delle mutilazioni sofferte. Esse aprono nel corpo della patria
ferite che non potranno mai rimarginarsi senza una restaurazione. Trieste, travestita in uno Stato
ridicolo, se non forse anche tragico, che manca di tutto, a cominciare dalla sovranità per finire con
l’acqua da bere, e Pola e Fiume e Zara: nomi di città che ricapitolano tutte le ansie e tutte le
speranze, tutti i dolori e tutte le gioie della storia d’Italia, dal 1860 al 1919, redente dal sangue di
600.000 caduti, fiore della giovinezza italiana; città che danno al mondo la lezione eroica di un
plebiscito in cui il voto è espresso col sacrificio supremo dell’abbandono in massa della propria
terra e di ogni cosa diletta più caramente; la force amputazione di questa Venezia-Giulia, che da
secoli difende la sua italianità contro tutte le invasioni di tutti i barbari calati in Italia in tutti i
tempi, onde, fucinata in queste prove, è quella, fra tutte le altre regioni, dove l’italianità è più
profonda, più intima, più pura3”. L’ultima giornata, il 31 luglio, vide la replica del Governo, con le
risposte del Presidente del Consiglio De Gasperi e del Ministro degli esteri Sforza, assieme agli
interventi di altri diciotto deputati della Costituente. Il Ministro Sforza ribatté che “il Trattato è
quello che è, ma non ci si prospetta la scelta d’altro trattato. L’alternativa è: o questo trattato o
nessuno; cioè niente su cui fondare una politica, nessuna certezza circa i limiti delle altrui
possibilità o velleità di disporre ancora delle cose nostre. La ratifica è dunque necessaria, perché
l’Italia vuole riacquistare al più presto la sua indipendenza nazionale. La ratifica è un atto
soprattutto interno con il quale si dà esecuzione nell’ordinamento interno di uno Stato ad un valido
impegno internazionale4”. Fu poi la volta di De Gasperi che dichiarò con fermezza: “In questa ora
agitata l’Italia riafferma la sua fede nella pace e nella collaborazione internazionale. Sarebbe
ideale se una simile affermazione fosse dell’intera Assemblea, ma quello che importa soprattutto è
che essa sia un’affermazione chiara, onesta, senza riserve e senza equivoci, e che dimostri in noi
una volontà nazionale autonoma che, sulla via del sacrificio, ci incammini verso la nuova dignità e
1
Luigi Einaudi, Partito Liberale Italiano, intervento pronunciato alla seduta del 29 luglio 1947 dell’Assemblea
Costituente
2
Randolfo Pacciardi, Partito Repubblicano Italiano, intervento pronunciato alla seduta del 29 luglio 1947
dell’Assemblea Costituente
3
Vittorio Emanuele Orlando, Gruppo Misto, intervento pronunciato alla seduta del 30 luglio 1947 dell’Assemblea
Costituente
4
Carlo Sforza, Ministro degli Affari Esteri del Governo De Gasperi, intervento pronunciato alla seduta del 31 luglio
1947 dell’Assemblea Costituente
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indipendenza della nazione1”. Di lì a poco si sarebbe tenuta la votazione per la ratifica del Trattato
di Pace. I presenti in aula erano 410: i favorevoli furono 262, 68 i contrari e 80 gli astenuti. I
Comunisti si astennero, mentre i Socialisti abbandonarono l’aula. Del Trattato di Pace di Parigi del
10 febbraio 1947, della sua preparazione, della sua firma e della sua ratifica, restano, forse, solo le
parole dello storico istriano Pier Antonio Quarantotti Gambini: In quegli anni, i nostri fratelli della
Venezia-Giulia si sentirono usati come moneta di scambio. Non solo dagli Alleati, ma anche dal
Governo di Roma. Non si può d’altronde negare che da parte dei nostri rappresentanti alla
Conferenza della Pace furono compiuti più sforzi per salvare la flotta o per conservare le colonie
di Libia, Eritrea e Somalia, ce non per salvare i confini orientali della Nazione2”.
10. LE CLAUSOLE ARMISTIZIALI DEL TRATTATO DI PACE DEL 10 FEBBRAIO 1947
TRA L’ITALIA E LA JUGOSLAVIA
Questi i testi degli Articoli 3, 4, 11, 12, 20, 21, 22, 48, 78 e 79 del Trattato di Pace firmato a Parigi il
10 febbraio 1947, riferiti al comportamento che doveva tenere il Governo Italiano nei confronti della
Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia.
Articolo 3
1) Le frontiere fra l’Italia e la Jugoslavia saranno determinate nel modo seguente:
a) il nuovo confine seguirà una linea che parte dal punto di congiunzione delle frontiere
dell’Austria, Italia e Jugoslavia, quali esistevano al 1º gennaio 1938 e procederà verso sud,
seguendo il confine del 1938 fra la Jugoslavia e l’Italia fino alla congiunzione di detto
confine con la linea di demarcazione amministrativa fra le province italiane del Friuli
(Udine) e di Gorizia;
b) da questo punto la linea di confine coincide con la predetta linea di demarcazione fino ad un
punto che trovasi approssimativamente a mezzo chilometro a nord del villaggio di Memico
nella Valle dell’Iudrio;
c) abbandonando a questo punto la linea di demarcazione, fra le province italiane del Friuli e di
Gorizia, la frontiera si prolunga verso oriente fino ad un punto situato approssimativamente a
mezzo chilometro ad ovest del villaggio in Vercoglia di Cosbana e quindi verso sud fra le
valli del Quarnizzo e della Cosbana fino ad un punto a circa un chilometro a sud-ovest del
villaggio di Fleana, piegandosi in modo da intersecare il fiume Recca ad un punto a circa un
chilometro e mezzo ad est del Iudrio, lasciando ad est la strada che allaccia Cosbana a Castel
Dobra, per via di Nebola;
d) la linea quindi continua verso sud-est, passando immediatamente a sud della strada fra le
quote 111 e 172, poi a sud della strada da Vipulzano ad Uclanzi, passando per le quote 57 e
122, quindi intersecando quest’ultima strada a circa 100 metri ad est della quota 122, e
piegando verso nord in direzione di un punto situato a 350 metri a sud-est della quota 266;
e) passando a circa mezzo chilometro a nord del villaggio di San Floriano, la linea si estende
verso oriente al Monte Sabotino (quota 610) lasciando a nord il villaggio di Poggio San
Valentino;
f) dal Monte Sabotino la linea si prolunga verso sud, taglia il fiume Isonzo (Soca) all’altezza
della città di Salcano, che rimane in Jugoslavia e corre immediatamente ad ovest della linea
ferroviaria da Canale d’Isonzo a Montespino fino ad un punto a circa 750 metri a sud della
strada Gorizia-Aisovizza;
1
2
Arrigo Petacco, L’esodo. La tragedia negata degli Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia, Mondadori, Milano, 1999
Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio, intervento pronunciato alla seduta del 31 luglio 1947 dell’Assemblea
Costituente
26
27
g) allontanandosi dalla ferrovia, la linea quindi piega a sud-ovest, lasciando alla Jugoslavia la
città di San Pietro ed all’Italia l’ospizio e la strada che lo costeggia ed a circa 700 metri dalla
stazione di Gorizia-S. Marco, taglia il raccordo ferroviario fra la ferrovia predetta e la
ferrovia Agrato-Cormons, costeggia il Cimitero di Gorizia, che rimane all’Italia, passa fra la
Strada Nazionale n. 55 fra Gorizia e Trieste, che resta in Italia, ed il crocevia alla quota 54,
lasciando alla Jugoslavia le città di Vertoiba e Merna, e raggiunge un punto situato
approssimativamente alla quota 49;
h) di là, la linea continua in direzione di mezzogiorno attraverso l’altipiano del Carso, a circa un
chilometro ad est della Strada Nazionale n. 55, lasciando ad est il villaggio di Opacchiasella
ed a ovest il villaggio di Iamiano;
i) partendo da un punto a circa 1 chilometro ad est di Iamiano, il confine segue la linea di
demarcazione amministrativa fra le province di Gorizia e di Trieste fino ad un punto a circa 2
chilometri a nord-est del villaggio di San Giovanni ed a circa mezzo chilometro a nord-ovest
di quota 208, che segna il punto di incontro fra le frontiere della Jugoslavia, dell’Italia e del
Territorio Libero di Trieste.
Articolo 4
1) I confini fra l’Italia ed il Territorio Libero di Trieste saranno fissati come segue:
a) la linea di confine parte da un punto situato sulla linea di demarcazione amministrativa fra le
province di Gorizia e di Trieste, a circa due chilometri a nord-est del villaggio San Giovanni
ed a circa mezzo chilometro a nord-ovest della quota 208, che segna il punto d’incontro,
delle frontiere della Jugoslavia, dell’Italia e del Territorio Libero di Trieste e corre in
direzione di sud-ovest fino ad un punto adiacente alla Strada Nazionale n. 14 ed a circa un
chilometro a nord-ovest della congiunzione fra le strade Nazionali n. 55 e 14, che conducono
rispettivamente da Gorizia e da Monfalcone a Trieste;
b) la linea si prolunga quindi in direzione di mezzogiorno fino ad un punto nel golfo di Panzano,
che è equidistante dalla Punta Sdobba alla foce del fiume Isonzo (Soca) e da Castel Vecchio
a Duino, a circa chilometri 3,3 a sud dal punto dove si allontana dalla linea costiera, che è ad
approssimativamente due chilometri a nord ovest dalla città di Duino;
c) il tracciato quindi raggiunge il mare aperto, seguendo una linea situata ad eguale distanza
dalla costa d’Italia e da quella del Territorio Libero di Trieste.
Articolo 11
1) L’Italia cede, mediante il presente Trattato, in piena sovranità alla Jugoslavia il territorio situato
fra i nuovi confini della Jugoslavia, come sono definiti dagli articoli 3 e 22 ed i confini italojugoslavi, quali esistevano il 1º gennaio 1938, come pure il comune di Zara e tutte le isole e
isolette adiacenti, che sono comprese nelle zone seguenti:
a) La zona delimitata:
- al nord del parallelo 42°50’ N;
- al sud dal parallelo 42º42’ N;
- all’est dal meridiano 17º10’ E;
- all’ovest dal meridiano 16º25’ E;
b) La zona delimitata:
- al nord da una linea che passa attraverso il Porto del Quieto, equidistante dalla costa del
Territorio Libero di Trieste e da quella della Jugoslavia, e di là raggiunge il punto 45º15’
N e 13º24’ E;
- al sud dal parallelo 44º23’ N;
- all’ovest da una linea che congiunge i punti seguenti:
(1) 45º15’ N e 13º24’ E;
(2) 44º51’ N e 13º37’ E;
(3) 44º23’ N e 14º18’30’’ E
27
28
-
ad oriente dalla costa occidentale dell’Istria, le isole ed il territorio continentale della
Jugoslavia.
2) L’Italia cede alla Jugoslavia in piena sovranità l’Isola di Pelagosa e le isolette adiacenti. L’Isola
di Pelagosa rimarrà smilitarizzata. I pescatori italiani godranno a Pelagosa e nelle acque
circostanti degli stessi diritti di cui godevano i pescatori jugoslavi prima del 6 aprile 1941.
Articolo 12
1) L’Italia restituirà alla Jugoslavia tutti gli oggetti di carattere artistico, storico, scientifico,
educativo o religioso (compresi tutti gli atti, manoscritti, documenti e materiale bibliografico)
come pure gli archivi amministrativi (pratiche, registri, piani e documenti di qualunque specie)
che, per effetto dell’occupazione italiana, vennero rimossi fra il 4 novembre 1918 ed il 2 marzo
1924 dai territori ceduti alla Jugoslavia in base ai Trattati firmati a Rapallo il 12 novembre 1920
ed a Roma il 27 gennaio 1924. L’Italia restituirà pure tutti gli oggetti appartenenti ai detti
territori e facenti parte delle categorie di cui sopra, rimossi dalla Missione italiana di armistizio
che sedette a Vienna dopo la Prima Guerra Mondiale.
2) L’Italia consegnerà alla Jugoslavia tutti gli oggetti aventi giuridicamente carattere di beni
pubblici e facenti parte delle categorie di cui al paragrafo 1 dell’articolo presente, rimossi a
partire dal 4 novembre 1918 dal territorio che, in base al presente Trattato, viene ceduto alla
Jugoslavia e quelli, relativi al detto territorio, che l’Italia ricevette dall’Austria e dall’Ungheria
per effetto dei Trattati di pace firmati a St. Germain il 10 settembre 1919 ed al Trianon il 4
giugno 1920 ed in base alla Convenzione fra l’Austria e l’Italia firmata a Vienna il 4 maggio
1920.
3) Se, in determinati casi, l’Italia si trovasse nell’impossibilità di restituire o consegnare alla
Jugoslavia gli oggetti di cui ai paragrafi 1 e 2 del presente articolo, l’Italia consegnerà alla
Jugoslavia oggetti dello stesso genere e di valore approssimativamente equivalente a quello degli
oggetti rimossi, in quanto siffatti oggetti possano trovarsi in Italia.
1)
2)
3)
4)
5)
Articolo 20
Entro il termine di un anno dall’entrata in vigore del presente Trattato, i cittadini italiani di oltre
18 anni di età (e quelli coniugati, siano essi al disotto od al disopra di tale età), la cui lingua
usuale è una delle lingue jugoslave (serbo, croato o sloveno) e che sono domiciliati in territorio
italiano, potranno, facendone domanda ad un rappresentante diplomatico o consolare jugoslavo
in Italia, acquistare la nazionalità jugoslava, se le autorità jugoslave accetteranno la loro istanza.
In siffatti casi il Governo jugoslavo, comunicherà al Governo italiano, per via diplomatica gli
elenchi delle persone che avranno così acquistato la nazionalità jugoslava. Le persone indicate in
tali elenchi perderanno la loro nazionalità italiana alla data della suddetta comunicazione
ufficiale.
Il Governo italiano potrà esigere che tali persone trasferiscano la loro residenza in Jugoslavia
entro il termine di un anno dalla data della suddetta comunicazione ufficiale.
Ai fini del presente articolo varranno le medesime norme, relative all’effetto delle opzioni
rispetto alle mogli ed ai figli, contenute nell’articolo 19, paragrafo 2.
Le disposizioni dell’Allegato XIV, paragrafo 10 del presente Trattato, che si applicano al
trasferimento dei beni appartenenti alle persone che optano per la nazionalità italiana, si
applicheranno egualmente al trasferimento dei beni tenenti alle persone che optano per la
nazionalità jugoslava, in base al presente articolo.
Articolo 21
1) È costituito in forza del presente Trattato il Territorio Libero di Trieste, consistente dell’area che
giace fra il mare Adriatico ed i confini definiti negli articoli 4 e 22 del presente Trattato. Il
Territorio Libero di Trieste è riconosciuto dalle Potenze Alleate ed Associate e dall’Italia, le
quali convengono, che la sua integrità e indipendenza saranno assicurate dal Consiglio di
28
29
Sicurezza delle Nazioni Unite.
2) La sovranità italiana sulla zona costituente il Territorio Libero di Trieste, così come esso è sopra
definito, cesserà con l’entrata in vigore del presente Trattato.
3) Dal momento in cui la sovranità italiana sulla predetta zona avrà cessato d’esistere il Territorio
Libero di Trieste sarà governato in conformità di uno Strumento per il regime provvisorio,
redatto dal Consiglio dei Ministri degli Esteri e approvato dal Consiglio di Sicurezza. Detto
Strumento resterà in vigore fino alla data che il Consiglio di Sicurezza determinerà per l’entrata
in vigore dello Statuto Permanente, che dovrà essere stato da esso Consiglio approvato. A
decorrere da tale data, il Territorio Libero sarà governato secondo le disposizioni dello Statuto
Permanente.
4) Il Territorio Libero di Trieste non sarà considerato come territorio ceduto.
Articolo 22
1) La frontiera fra Jugoslavia ed il Territorio Libero di Trieste sarà fissata come segue:
a) Il confine parte da un punto situato sulla linea di demarcazione amministrativa che separa le
province di Gorizia e di Trieste, a circa due chilometri a nord-est del villaggio di S. Giovanni
e a circa mezzo chilometro a nord-ovest di quota 208, che costituisce il punto d’incontro
delle frontiere della Jugoslavia, dell’Italia e del Territorio Libero di Trieste; segue la detta
linea di demarcazione fino a Monte Lanaro (quota 546); continua a sud-est fino a Monte
Cocusso (quota 672) passando per le quote 461, Meducia (quota 475), Monte dei Pini (quota
476) e quota 407, che taglia la Strada Nazionale n. 58, che va da Trieste a Sesana, a circa 3,3
chilometri a sud-ovest di detta città e lasciando ad est i villaggi di Vogliano e di Orle e a
circa 0,4 chilometri ad ovest, il villaggio di Zolla.
b) Da Monte Cocusso, la linea, continuando in direzione sud-est lascia ad ovest il villaggio di
Grozzana, raggiunge il Monte Goli (quota 621), poi, proseguendo verso sud-ovest, taglia la
strada tra Trieste e Cosina alla quota 455 e la linea ferroviaria alla quota 485; passa per le
quote 416 e 326, lasciando i villaggi di Beca e Castel in territorio jugoslavo, taglia la strada
tra Ospo e Gabrovizza d’Istria a circa 100 metri a sud-est di Ospo; taglia poi il fiume Risana
e la strada fra Villa Decani e Risano ad un punto a circa 350 metri ad ovest di Risano,
lasciando in territorio jugoslavo il villaggio di Rosario e la strada tra Risano e San Sergio. Da
questo punto la linea procede fino al crocevia situato a circa un chilometro a nord-est della
quota 362, passando per le quote 285 e 354.
c) Di qui, la linea prosegue fino ad un punto a circa mezzo chilometro ad est del villaggio di
Cernova, tagliando il fiume Dragogna a circa 1 chilometro a nord di detto villaggio,
lasciando ad ovest i villaggi di Bucciai e Truscolo e ad est il villaggio di Tersecco; di qui,
procede in direzione di sud-ovest a sud-est della strada che congiunge i villaggi di Cernova e
Chervoi, lasciando questa strada a 0,8 chilometri a est del villaggio di Cucciani; prosegue poi
in direzione generale di sud, sud-ovest, passando a circa 0,4 chilometri ad est del monte
Braico e a circa 0,4 chilometri ad ovest del villaggio di Sterna Filaria, lasciando ad oriente la
strada che va da detto villaggio a Piemonte, passando a circa 0,4 chilometri ad ovest della
città di Piemonte e a circa mezzo chilometro ad est della città di Castagna e raggiungendo il
fiume Quieto ad un punto a 1,6 chilometri circa, a sud-ovest della città di Castagna.
d) Di qui il tracciato segue il canale principale rettificato del Quieto fino alla foce, e, passando
attraverso Porta del Quieto, raggiunge il mare aperto, seguendo una linea ad eguale distanza
dalla costa del Territorio Libero di Trieste e da quella della Jugoslavia.
Articolo 48
1) Ogni fortificazione e installazione militare permanente italiana lungo la frontiera italo-jugoslava
e i relativi armamenti dovranno essere distrutti o rimossi.
a) Si intende che tali fortificazioni e installazioni comprendono soltanto le opere di artiglieria e
di fanteria, sia in gruppo che isolate, le casematte di qualsiasi tipo, i ricoveri protetti per il
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30
personale, le provviste e le munizioni, gli osservatori e le teleferiche militari, le quali opere
od impianti siano, costruiti in metallo, in muratura o in cemento, oppure scavati nella roccia,
qualunque possa essere la loro importanza e l’effettivo loro stato di conservazione o di
costruzione.
2) La distruzione o la rimozione, prevista dal paragrafo 1 di cui sopra, dovrà effettuarsi soltanto nel
limite di 20 chilometri da qualsiasi punto della frontiera, quale è determinata dal presente
Trattato e dovrà essere completata entro un anno dall’entrata in vigore del Trattato.
3) Ogni ricostruzione delle predette fortificazioni e installazioni è vietata.
a) Ad ovest della frontiera italo-jugoslava, è proibita la costruzione delle opere seguenti:
fortificazioni permanenti in cui possano essere installate armi capaci di sparare sul territorio
jugoslavo o sulle acque territoriali jugoslave; installazioni militari permanenti che possano
essere usate per condurre o dirigere il tiro sul territorio jugoslavo o sulle acque territoriali
jugoslave; locali permanenti di rifornimento e di magazzinaggio, edificati unicamente per
l’uso delle fortificazioni e installazioni di cui sopra.
b) Tale proibizione non riguarda altri tipi di fortificazioni non permanenti o le sistemazioni ed i
locali di superficie, che siano destinati unicamente a soddisfare esigenze di ordine interno o
di difesa locale delle frontiere.
4) In una zona costiera della profondità di 15 chilometri, compresa tra la frontiera fra l’Italia e la
Jugoslavia e fra l’Italia e il Territorio Libero di Trieste e il parallelo 44º50’ N e nelle isole situate
lungo tale zona costiera, l’Italia non dovrà stabilire nuove basi o installazioni navali permanenti,
né sviluppare le basi o installazioni già esistenti. Tale divieto non involge le modifiche di minore
importanza, né i lavori per la buona conservazione delle installazioni navali esistenti, purché la
capacità di tali installazioni, considerate nel loro insieme, non sia in tal modo accresciuta.
Articolo 78
Nonostante i trasferimenti territoriali, a cui si provvede con il presente Trattato, l’Italia continuerà ad
essere responsabile per le perdite o i danni subiti durante la guerra dai beni appartenenti a cittadini
delle Nazioni Unite nei territori ceduti o nel Territorio Libero di Trieste. Gli obblighi contenuti nei
paragrafi 3, 4, 5 e 6 del presente articolo saranno egualmente a carico del Governo italiano, rispetto
ai beni appartenenti a cittadini delle Nazioni Unite nei territori ceduti o nel Territorio Libero di
Trieste, ma soltanto nella misura in cui ciò non sia in contrasto con le disposizioni del paragrafo 14
dell’Allegato X e del paragrafo 14 dell’Allegato XIV del presente Trattato.
Articolo 79
I cavi sottomarini italiani colleganti punti situati in territorio jugoslavo saranno considerati come
beni italiani in Jugoslavia, anche se una parte di tali cavi si trovi a giacere al di fuori delle acque
territoriali jugoslave.
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Cassibile, 2 settembre 1943: è firmato l’armistizio tra Italia e Alleati
Il Maresciallo Tito, Comandante del IX° Corpus sloveno (a sinistra) ed il
Generale USA William Morgan ideatore della linea che divise la Venezia-Giulia
in due zone d’occupazione (a destra)
1° maggio 1945: i partigiani titini del IX° Corpus Sloveno a Trieste occupano la città
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Le foibe: la pulizia etnica attuata dai Titini nei confronti della popolazione di nazionalità italiana
27 marzo 1946: manifestazione per Trieste italiana
10 agosto 1946: il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi
parla alla Conferenza di Pace di Parigi
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Febbraio 1947: inizia l’esodo degli Istriano-Giuliano-Dalmati
dopo la firma del Trattato di Pace di Parigi
Portole d’Istria: dopo sessant’anni è ancora abbandonato
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BIBLIOGRAFIA
Simona Colarizi, Storia del Novecento italiano. Cent’anni di entusiasmo, di paure, di speranze,
BUR, Milano, 2000
Antonio Giulio De Robertis, Le grandi potenze e il confine giuliano: 1941-1947, Laterza, Bari,
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Ennio Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali. 1918-1999, Laterza, Bologna, 2003
Sara Lorenzini, L’Italia e il trattato di pace del 1947, Il Mulino, 2007
Arrigo Petacco, L’esodo. La tragedia negata degli Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia, Mondadori,
Milano, 1999
Gianni Oliva, Foibe. Le stragi negate degli Italiani della Venezia Giulia e dell’Istria, Mondadori,
Milano, 2002
Gianni Oliva, Profughi. Dalle foibe all’esodo: la tragedia degli Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia,
Mondadori, Milano, 2005
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Fonti archivistiche
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Assemblea Costituente, Seduta di venerdì 27 giugno 1947, pag. 5215
Assemblea Costituente, Seduta pomeridiana di giovedì 24 luglio 1947, pagg. 6161-6190
Assemblea Costituente, Seduta pomeridiana di venerdì 25 luglio 1947, pagg. 6217-6258
Assemblea Costituente, Seduta pomeridiana di sabato 26 luglio 1947, pagg. 6287-6315
Assemblea Costituente, Seduta antimeridiana di lunedì 28 luglio 1947, pagg. 6340-6344
Assemblea Costituente, Seduta antimeridiana di martedì 29 luglio 1947, pagg. 6403-6431
Assemblea Costituente, Seduta antimeridiana di mercoledì 30 luglio 1947, pagg. 6482-6514
Assemblea Costituente, Seduta antimeridiana di giovedì 31 luglio 1947, pagg. 6517-6572
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