Gli studi di genere alla Sapienza
Roma 10 dicembre 2010
Annamaria Simonazzi
Aspetti di genere nella crisi
economica e finanziaria
Una premessa necessaria:
Non solo una questione di genere e non solo una questione di equità
Ragioni economiche a favore dell’eguaglianza fra i sessi:
• Ragioni di efficienza a livello di impresa: “business case”
sfruttare le potenziali diversità dei lavoratori
e cogliere le diverse esigenze dei clienti
• Ragioni economiche: eguaglianza di genere come investimento
Benefici a livello macroeconomico:
–
–
–
–
Aumento dell’occupazione femminile
Contributo alla crescita del PIL
Sistema di riproduzione sociale sostenibile
Contributo al sistema fiscale
Struttura analitica
Tre dimensioni di analisi
• Produzione – protezione sociale
• Ciclo di vita
• Insider-outsider (situazione sul mercato
del lavoro)
Produzione – protezione sociale
Produzione
↓
generazione di reddito
Protezione sociale
↓
distribuzione
La crisi influenza le due sfere in modo diverso:
Il mondo della produzione è soggetto alle forze della:
Globalizzazione, finanza, tecnologia  trasmissione internazionale
della crisi
Il mondo della protezione soc. subisce gli effetti della crisi sulla finanza
pubblica (politiche fiscali restrittive e risanamento del bilancio pubb.)
La distinzione:
- fornisce un ponte fra fenomeni macro e micro,
- aiuta a analizzare la struttura temporale della crisi,
- Si parte dall’analisi della situazione di partenza prima della crisi, in
modo da individuare gli aspetti di maggiore vulnerabilità
Ciclo di vita
La crisi colpisce in modo diverso la popolazione a seconda della fase
della vita in cui si trovano:
• Giovani: istruzione, ingresso nel mercato del lavoro, formazione di
una famiglia, carriera
• Maturità: per le donne, si è già cristallizzata l’opzione sulla
partecipazione al mercato del lavoro; la crisi ha effetti diversi a
seconda se si sia sul mercato del lavoro (occupata o disoccupata) o
fuori dal mercato del lavoro (casalinga).
• Vecchiaia: dipendenti dalla protezione sociale e dalla famiglia
La crisi colpisce in modo diverso i tre gruppi, ma può anche influire
sulle transizioni, per esempio da attivo a pensionamento, passando
probabilmente attraverso la disoccupazione; o da attivo a inattivo, se
crisi occupazionale e crisi del welfare incentivano a dedicarsi al
lavoro di cura.
Insiders-outsiders
• I lavoratori si trovano in posizioni diverse
per quanto riguarda le garanzie sul
mercato del lavoro, con segmenti di
lavoratori precari o meno protetti
• E’ dunque importante caratterizzare le
condizioni di partenza al momento della
crisi, per valutare la vulnerabilità di ogni
gruppo al procedere della crisi.
Piano del seminario
•
•
•
•
La situazione del mercato del lavoro da un punto di vista di genere.
la situazione dell’occupazione
l’istruzione (formazione di capitale umano)
la segregazione orizzontale
la segregazione verticale
il “gender pay gap”
Conclusioni: Costi economici e sociali della diseguaglianza
Le politiche pubbliche e il welfare
Servizi alla persona: stato, mercato, famiglia
Il trade-off fra cura e lavoro pagato (politiche di conciliazione)
L’impatto della crisi su occupazione e reddito
L’impatto sul mondo della produzione
L’impatto sul reddito e sui servizi
Politiche per uscire dalla crisi
IL mercato del lavoro
La differenza di genere: l’Italia e l’UE a confronto
1. Tasso di attività (o di partecipazione): popolazione
attiva (occupati + disoccupati)/popolazione in età di
lavoro (15-64)
2. Tasso di occupazione: popolazione
occupata/popolazione in età di lavoro (15-64)
3. Obiettivi di Lisbona (2010):
tasso di occupazione complessivo: 70%
tasso di occupazione femminile: 60%
La nuova strategia europea per
l’eguaglianza fra donne e uomini 2010-15
5 priorità:
• l’economia e il mercato del lavoro;
• l’eguaglianza retributiva;
• l’eguaglianza nelle possibilità di carriera;
• la lotta alla violenza sessuale;
• la promozione del’eguaglianza di genere
fuori dai confini dell’UE
Un bilancio della passata strategia
2000 Inizio di una politica di “gender mainstreaming”
2006 Roadmap for equality between women and men
Identificazione dei principali strumenti per la promozione
dell’eguaglianza di genere nelle politiche comunitarie,
inclusiva di:
• Legislazione (raccomandazioni e direttive)
• Coordinamento delle politiche
• Programmi finanziari
• partnership e dialogo sociale.
Obiettivi quantitativi (tasso di occupazione femminile, posti
in asili nido per bambino) monitoraggio e peer review
Progressi: Occupazione
1. Occupazione: aumento dell’occupazione
femminile nella UE da 57,3% a 62,5% fra il 2000
e il 2009 (persone fra 20-64 anni)
nello stesso periodo,l’incremento
dell’occupazione femminile ha rappresentato il
78,4% dell’aumento dell’occupazione totale
(cioè 6 degli 8 milioni di nuovi posti di lavoro
creati nell’UE dal 2000 sono stati occupati da
donne),
Ma..
problemi
• Quantità di occupazione: Meno del 50% delle donne in
età di lavoro sono occupate in Malta, Italia e Grecia ma
più del 70% in Denmark, Sweden e Netherlands.
• Qualità dell’occupazione: Le donne contano per la
stragrande maggioranza del part time: 31.5 % delle
donne contro solo l’8.3 % of men.
• Il Lavoro non pagato è ancora pesantemente femminile:
le donne occupate spendono una media di 39 ore la
settimana in lavori domestici e cura contro 26 ore per gli
uomini
Progressi: Istruzione
• Le donne superano ormai gli uomini nell’istruzione
superiore (in Italia 80% delle donne contro il 72% circa
dei maschi).
• In media nella UE rapresentano il 59 % dei laureati; la
quota femminile è maggiore del 50% in tutti I paesi, con
punte del 65% in alcuni paesi( Hungary, Lithuania,
Estonia and Latvia), ma solo il 36% in Scienze,
matematica, informatica e ingegneria
• Ma finora il livello mediamente più alto di istruzione non
si è riflesso nei risultati in termini di occupazione
• Sotto-rappresentate nel mondo della ricerca e università
(il 19% dei professori ordinari)
Ritardi
• Segregazione orizzontale e verticale
• divari retributivi (gender gap)
• lavoro non pagato ancora pesantemente
femminile
La segregazione di genere
• Si parla di segregazione quando i membri di due
o più gruppi sono distribuiti nelle diverse
categorie di una variabile in modo non casuale.
• Per segregazione occupazionale di genere si
intende quindi la rilevante concentrazione di
lavoratrici nell’ambito ristretto di alcune
categorie occupazionali o in alcuni livelli
gerarchici.
• Si può distinguere fra segregazione orizzontale
e verticale.
Segregazione orizzontale
• La segregazione orizzontale descrive la concentrazione
di occupazione femminile in determinate professioni e in
settori di attività ben definiti.
• ad esempio più nel campo dell’insegnamento e della
sanità che in quello delle libere professioni, in alcuni
comparti dei servizi piuttosto che nell’industria.
• Tali occupazioni tendono sovente a caratterizzarsi per
progressioni di carriera limitate o addirittura inesistenti,
scarse opportunità di riqualificazione professionale e
livelli retributivi inferiori alla media generale delle
retribuzioni.
Segregazione verticale
• La segregazione verticale sintetizza invece
situazioni dove le donne – molto più spesso dei
loro colleghi uomini – si trovano relegate in livelli
di inquadramento e qualifiche professionali posti
alla base della gerarchia.
• Sviluppi di carriera a due velocità per uomini e
donne, con queste ultime confinate nei ruoli e
nelle mansioni meno prestigiose: «soffitto di
cristallo» (dall’inglese glass ceiling).
Interazione fra le due dimensioni
• Le due dimensioni della segregazione,
sebbene originate da cause differenti,
risultano in stretta relazione.
• La persistenza della segregazione
orizzontale alimenta e rafforza la verticale.
• La segregazione di genere è correlata ai
differenziali retributivi di genere, (gender
pay gap) e alla progressione delle carriere
Riassumendo:
• L’ipotesi di fondo è che la componente femminile tenda a
essere segregata – tanto a livello orizzontale che
verticale – per settore e professione in occupazioni con
salari medi molto bassi e scarse prospettive di sviluppo
di carriera:
a) le donne sono sovrarappresentate nelle
occupazioni non manuali (horizontal segregation);
b) gli uomini dominano le migliori occupazioni fra
quelle non manuali (non manual vertical segregation),
c) gli uomini dominano le migliori occupazioni fra
quelle manuali (manual vertical segregation) (Charles
and Grusky 2004).
Ragioni della segregazione:
A. La teoria economica neoclassica
I salari dipendono dalla produttività del lavoro, e dunque spiega i
differenziali salariali e la segregazione occupazionale in termini di
differenti investimenti in capitale umano e diversa produttività tra
uomini e donne, risultato di preferenze diverse tra i due sessi nella
divisione del lavoro all’interno della famiglia.
Sequenza causale:
• Minore investimento in istruzione e formazione,
• presenza meno continuativa delle donne sul mercato del lavoro,
• concentrazione in settori di attività e posizioni professionali dove
l’investimento richiesto in capitale umano è limitato e l’esperienza
professionale meno rilevante.
• Tali settori e professioni sono quelli caratterizzati da una minore
produttività e quindi da salari comparativamente inferiori alla media
delle retribuzioni.
La situazione dell’Italia
• Questo quadro non sembra riprodurre più le condizioni del mercato
del lavoro italiano.
• rispetto alla popolazione di 15 anni e oltre la quota di laureati
uomini nel 2003 era ancora leggermente superiore alla femminile,
ma
• le posizioni si invertono quando ci si riferisce agli individui
appartenenti alle forze di lavoro (15,1% di laureate contro il 10,8%
dei maschi) e le medesime proporzioni vengono mantenute se si
considerano soltanto gli occupati.
• Nelle coorti più giovani le donne hanno superato gli uomini sia per
quota di laureate sia per risultati (voti e tempo di laurea)
• Nel caso italiano appare eventualmente più appropriato parlare di
segregazione formativa, data la forte concentrazione di laureate in
determinati indirizzi di studio, più che di minore investimento in
istruzione-formazione da parte delle donne tout-court. La
segregazione formativa favorisce poi quella occupazionale.
B. Modelli non-neoclassici
• Il salario non riflette esclusivamente la produttività del lavoro
• la discriminazione non è un’eccezione bensì il modus operandi del
sistema economico (teorie della segmentazione del mercato del
lavoro).
• la divisione del lavoro all’interno della famiglia è soltanto uno dei
fattori che contribuiscono alla segregazione occupazionale. La
discriminazione è infatti spesso associata all’esistenza di mercati del
lavoro segmentati in binari principali – caratterizzati da stabilità e
salari elevati a predominanza maschile – e in binari secondari, dove
invece prevalgono instabilità e salari bassi nei quali si concentra
l’occupazione femminile.
• L’appartenenza a uno dei due mercati, peraltro non comunicanti,
viene a dipendere allora più da norme sociali, contesto culturale,
suddivisione dei ruoli all’interno del nucleo familiare e condizioni di
ingresso differenti che non dalla produttività del lavoro.
C. Spiegazioni sociologiche
• Gli studiosi delle scienze sociali, infine, sono concordi
nell’individuare la segregazione di genere - ossia i
differenti ruoli sociali tradizionalmente ricoperti da uomini
e donne - come causa iniziale del fenomeno della
segregazione occupazionale.
• Senza dubbio nelle società moderne, che attraverso il
tipo di professione svolta definiscono lo status sociale e
distribuiscono sia reddito sia prestigio, la segregazione
di genere presente nelle diverse professioni contribuisce
a determinare minor potere e livelli retributivi inferiori per
le donne (Reskin e Padovic, 1994).
Interazione segregazione-famiglia
Esiste certamente un meccanismo di feedback fra
segregazione occupazionale di genere e scelte
riguardanti la formazione della famiglia.
• Da una parte il tipo di lavoro può influenzare le
preferenze, le aspettative e le strategie usate dagli
individui per conciliare esigenze lavorative e familiari.
• Dall’altra, il fatto che i datori di lavoro preferiscano solo
uomini o solo donne per alcune professioni viene spesso
non solo giustificato dalle differenti responsabilità
familiari e modalità di lavoro, ma anche interiorizzato
durante il processo di socializzazione in modo così
pervasivo che queste poi diventano le preferenze
individuali (stereotipi).
La segregazione orizzontale
La segregazione orizzontale in
Italia
Sviluppo dei servizi e segregazione
• Elevati valori della segregazione nei paesi a più elevato sviluppo dei
servizi (paesi scandinavi): espansione dei servizi maggiore
occupazione femminile  maggiore segregazione
• “terziarizzazione ridotta” (Bettio e Villa, 1998): il tipo di
terziarizzazione che ha spinto la crescita dell’occupazione femminile
nel resto dei paesi industrializzati ha avuto un impatto relativamente
più ridotto, ma niente affatto trascurabile, sul sistema economico
italiano.
• Ciò a causa dell’assetto sociale italiano – identificato nel “familismo”
che può a sua volta dipendere da atteggiamenti culturali interni alla
famiglia, ma anche da carenze nell’offerta di strutture sociali
adeguate – che ha inibito l’esternalizzazione di alcuni tipici beni e
servizi femminili (cura all’infanzia o ai non autosufficienti), allo
stesso tempo riducendone la domanda e scoraggiandone l’offerta.
Conseguenze per l’occupazione
femminile
Due diversi processi, importanti nella fase di crescita, ma
anche per capire gli effetti della crisi:
• Variazione della composizione dell’occupazione per
macro-settori
• Variazione dell’occupazione per professioni
• La componente femminile ha incrementato la sua
presenza soprattutto nelle professioni non manuali sia
ad alta che a bassa qualifica, sfruttando la forte
crescita di questi settori. L’aumento è
comparativamente superiore rispetto agli occupati
uomini anche se, in valore assoluto i progressi sono
ancora marginali.
Conseguenze per l’occupazione
femminile
• L’espansione dell’occupazione femminile è stata
ragguardevole in particolare nel gruppo delle
professioni intermedie (professioni
amministrative, finanziarie, assicurative e
commerciali), e in quello relativo alle vendite e ai
servizi alle famiglie.
• La distribuzione delle occupate appare molto più
concentrata (o segregata) in confronto alla
componente maschile, spalmata in modo più
equilibrato tra i grandi gruppi professionali.
Conclusioni
• l’espansione dell’occupazione femminile non ha inciso
positivamente sui livelli di segregazione.
• un numero molto ristretto di donne è riuscito a far breccia nelle
professioni più prestigiose e meglio remunerate, e pochi uomini
intraprendono le professioni più femminilizzate. Ciò sta a significare
che le preferenze degli individui e i modelli di riferimento restano
inalterati (ma come agisce su questo la crisi e la disoccupazione?).
• Lo sviluppo delle professioni legate al settore dei servizi e la
progressiva diffusione del part-time, se da un lato hanno favorito
l’imponente crescita femminile del mercato del lavoro italiano,
colmando peraltro parzialmente un ritardo storico accumulato dal
nostro paese, dall’altro costituiscono due fattori potenzialmente in
grado di determinare livelli di segregazione più elevati, come
insegna l’esperienza di mercati del lavoro più sviluppati di quello
italiano.
Interazione fra Segregazione orizzontale e
segregazione verticale
• Le professioni non sono tutte equivalenti e si distinguono
per il grado di prestigio ad esse attribuito. Alcune
professioni possono essere preferite ad altre perchè
garantiscono maggiore accesso alle risorse economiche,
o perchè sono il risultato di un maggiore investimento in
capitale umano e, tipicamente, l’accesso delle donne ad
occupazioni più prestigiose è limitato.
• le categorie professionali possono essere ordinate a
seconda di criteri di preferenza, utilizzando i criteri
principali che concorrono a stabilire il prestigio di
ciascuna occupazione, ovvero la retribuzione, il
prestigio, o il livello di istruzione.
Segregazione verticale
Le donne rappresentano (intorno al 2010, media
UE):
• 24% dei membri del parlamento,
• 2 % ministri,
• 30 % dei manager delle imprese private (ma
meno del 25% nella maggioranza dei paesi)
• 1 donna su 10 nei consigli di amministrazione
• 3% dei presidenti dei CdA
• 19% dei professori universitari di prima fascia
(contro un obiettivo del 25% fissato nel 2005)
Tasso di cambiamento
Variazioni al 2007 rispetto alla Piattaforma d’Azione di Berlino, lanciata
nel 1995: media UE
Parlamento nazionale: da 10 a 17%
Parlamento Europeo: da 16 a 24%
Assemblee regionali: 30%
Governi nazionali: 24%
Banca centrale e altre banche internazionali: 16%
Posizioni Manageriali: 33%
Top manager nelle grandi imprese: 10%
Pubblica amministrazione (2 livelli superiori): da 17 a 33%
Amministrazione UE: da 14 a 20%
Legislativo (EU15): da 15 a 18%
Quote? (cfr. www.ingenere.it)
Il divario retributivo di genere
(gender pay gap)
Come si calcola?
Si considerano i differenziali salariali grezzi per ora lavorata
(ovvero il salario orario medio di uomini e donne) si
calcola la differenza e la si esprime come percentuale
del salario orario maschile.
Mediamente, nella UE le donne guadagnano il 18% in
meno degli uomini per ora lavorata.
Cosa influenza il valore medio aggregato?
• differenze nella composizione della forza lavoro (età,
istruzione, settore di attività, tipo di occupazione
(operaio, impiegato, insegnante, dirigente, ecc.)
• differenze nella remunerazione delle caratteristiche
individuali e occupazionali tra i sessi.
Divario retributivo (gender gap)
Differenziale grezzo: l’Italia è
davvero la meno diseguale?
• Il differenziale salariale “grezzo” per l’Italia è pari al
4,9%. Ciò significa che in media le donne occupate con
un lavoro dipendente ricevono una retribuzione oraria
inferiore del 4,9% rispetto alla media degli uomini.
• Ma questo calcolo non tiene conto né delle differenze
nelle caratteristiche individuali, né di eventuali differenze
nella remunerazione delle caratteristiche. Inoltre, non
tenendo conto del basso tasso di occupazione femminile
registrato in Italia, implica una sottovalutazione del
differenziale salariale dato che è più probabile che
entrino nel mercato del lavoro le donne più istruite
(quindi con retribuzioni più elevate della media).
Paola Villa, “Gender pay gap” InGenere.it
• le donne occupate in Italia hanno mediamente un livello
d’istruzione più elevato rispetto agli uomini
• il tasso di occupazione femminile: nel nostro paese il 52,8% delle
donne (15-65 anni) non ha un lavoro retribuito (o perché inattiva, o
perché disoccupata). Il differenziale salariale “grezzo” pari a 4,9%
(calcolato considerando solo le persone occupate) ignora il fatto che
in Italia per la maggioranza delle donne in età lavorativa il salario è
pari a zero.
• retribuzione oraria versus retribuzione mensile o annua: Le donne
tendono a lavorare meno ore rispetto agli uomini perché scelgono
lavori con orari più brevi (es. insegnanti), sono maggiormente
occupate in lavori part-time, sono meno disponibili al lavoro
straordinario. Quindi, se consideriamo il reddito lordo annuo, le
donne percepiscono tra il 50% e il 70% di ciò che guadagnano gli
uomini.
Costi economici e sociali della
diseguaglianza
• Spreco di risorse e talenti (partecipazione femminile al m.d.l,
utilizzazione del K. umano)
• Costo economico per le imprese
• Sostenibilità del modello di sviluppo (squilibrio demografico e
invecchiamento della popolazione, tasso di fecondità, sostenibilità
dei sistemi pensionistici e di cura)
Fecondità e occupazione: relazione complessa
– maternità partecipazione al mdl
– Occupazione e tasso di fecondità correlati positivamente
• Esclusione sociale e povertà:
la frammentazione della carriera lavorativa si riflette in minori sussidi di
disoccupazione, minori pensioni, e maggiore rischio di povertà nell’arco
della vita e in età avanzata (con un reddito medio inferiore alla soglia
stabilita al 60% del reddito mediano)
 maggiori costi per il welfare
Servizi di cura
Conclusioni: L’occupazione femminile (in
Italia) alla vigilia della crisi
Aumento del tasso di partecipazione femminile al mercato
del lavoro, ma ancora basso rispetto alla media EU e
agli obiettivi di Lisbona.
Modello di partecipazione cambia nel tempo da V
rovesciata a U rovesciata (rimangono cioè sul mercato
del lavoro anche nell’età centrale).
• Coorti più giovani
• e più istruite.
Contributo dell’istruzione nell’attaccamento al lavoro (che
contrasta l’effetto negativo della maternità)
L’evoluzione del tasso di occupazione
femminile per età in Italia, 1977-2003 (%)
60
1977
1987
1997
50
2003
40
30
20
10
79
75
71
67
63
59
55
51
47
43
39
35
31
27
23
19
15
0
Conclusioni (continua)
Passaggio dal “male breadwinner” (o famiglie con il solo
capofamiglia occupato) a 1,5 (part-time) o 2 componenti
attivi sul mercato del lavoro
• Interazione fra ruolo della famiglia, peso dei servizi
pubblici, e tasso di attività femminile
Effetto negativo della persistente carenza di servizi e della
divisione per sesso del lavoro di cura
• Interazione fra tasso di attività femminile, peso dei
servizi e fecondità: invecchiamento della popolazione e
sostenibilità di lungo periodo del modello
• Scarse opportunità di conciliazione (part-time, orario
flessibile) e comunque utilizzate prevalentemente dalle
donne.
Impatto di genere della crisi:
1. produzione, occupazione, reddito
Più stretto legame fra ciclo e occupazione
(dovuto alla diffusione dei contratti atipici e
alla riduzione di reti di protezione
tradizionali
La disoccupazione maschile è cresciuta di
più di quella femminile
Impatto di genere della crisi (2)
Ma “effetto ottico”?
La crisi economica attuale è diversa dalle precedenti. il peso della
recessione è più uniformemente diviso tra donne e uomini:
• cambiamenti nel tasso di occupazione femminile,
• nella composizione del budget familiare
• nella ripartizione dell’impatto della crisi tra i diversi settori
dell’economia, con un più rilevante impatto, rispetto al passato, su
quelli maggiormente femminilizzati.
Ma rischio di non essere considerato nei programmi di policy contro la
crisi, a causa del peso comunque preponderante della perdita di
occupazione maschile e anche a causa di alcuni problemi di
visibilità nelle statistiche del lavoro femminile.
I programmi esistenti di sostegno alla disoccupazione penalizzano
economicamente le donne che hanno perso il lavoro (es. sussidi di
disoccupazione) (insider outsider).
Impatto di genere della crisi (3)
Italia:
- Disoccupazione femminile ancora più alta di quella
maschile;
- Tasso di inattività (cresciuto fra il 2008 e il 2009 meno
per le donne: effetto dell’istruzione, ma anche della
necessità di due redditi)
- Reddito femminile: ammortizzatore solo parziale della
perdita di reddito famigliare (gender pay gap)
Impatto di medio-lungo periodo
- Estensione della crisi a settori finora relativamente
protetti
- Priorità alla difesa dell’occupazione maschile (male
breadwinner)?
L’impatto di genere della crisi:
2. protezione sociale e distribuzione del
reddito
Politiche di risanamento fiscale (tagli alla spesa sociale)
penalizzano doppiamente le donne:
• Come principali beneficiarie dei servizi
• Come principali settori di occupazione
Famiglia versus servizi come strategie di uscita dalla crisi
Quali Politiche per la parità?
L’Advisory Committee on Equal Opportunities della
Commissione Europea ha stilato una lista di
raccomandazioni per gli Stati membri. Tre le grandi aree
di intervento:
- revisione del sistema di sostegno al reddito per la
disoccupazione,
- del sistema dei congedi - parentali o altro
- investimenti in infrastrutture sociali.
Valutazione delle politiche
Necessità di valutare:
• Quali politiche promuovere per la parità
• Quali effetti hanno le politiche pubbliche sulla parità (es. “bilancio di
genere”)
Italia 2020: “il piano per l'occupazione
delle donne” (Carfagna-Sacconi)
cinque linee di azione:
• il potenziamento dei servizi per la prima infanzia
• la messa a regime del finanziamento a progetti di
conciliazione a livello aziendale (secondo il “nuovo” art. 9
della L. 52/2000),
• la promozione del lavoro a tempo parziale e altre forme
di contratti a orario ridotto attraverso la contrattazione di
secondo livello,
• la promozione dei ‘lavori verdi’ anche al femminile
• l’utilizzo del contratto di inserimento per incentivare
l’occupazione nel Mezzogiorno.
Italia 2020: commenti
• La conciliazione rimane un ‘affare di donne’
proprio quando in tutti i paesi più impegnati sul
fronte dell’eguaglianza di genere cresce la
consapevolezza che il problema non si risolve
se non si inizia seriamente a porsi l’obiettivo di
portare gli uomini ‘dentro’ l‘attività di cura –
pagata o non pagata.
• Mancanza di obiettivi misurabili
• Part time versus la creazione di infrastrutture
sociali per creare occupazione e favorire la
conciliazione
Investimenti
La strada principale passa per gli investimenti.
• Le infrastrutture sociali dovrebbero entrare nei piani di lavori pubblici
insieme alle infrastrutture fisiche, anzi con priorità rispetto a queste
ultime. Oltre a rafforzare il modello sociale europeo, questo tipo di
investimenti riscuote anche un crescente consenso nel mondo per la
sua grande efficacia nella creazione di posti di lavoro.
• Servizi di cura
– Infanzia: obiettivi ancora lontani.
Most Member States have failed to reach the EU targets for the
provision of care facilities for children (90 % for children aged between 3
and the age when compulsory schooling begins and at least 33 % for
children below 3 years of age), not always available on a full-time basis
or affordable.
– Anziani: tendenza a favorire i trasferimenti monetari, con possibile
aggravio per le famiglie se non si rende accessibile il mercato
Crisi economica come opportunità?
La sfida è quella di fare della crisi un’occasione
per cambiare i sistemi di protezione sociale e
investire nelle infrastrutture sociali: se tutti e due
i sessi sono investiti dallo stesso problema, le
donne possono essere parte della soluzione.
Effetti su reddito e occupazione di un investimento
pubblico nei servizi di cura alla persona.
InGenere.it
• portale di informazione, approfondimento e
dibattito su questioni economiche e sociali
analizzate in una prospettiva di genere.
• Tradurre le analisi di gender studies sul terreno
della proposta politica e in particolare nel
dibattito sulla politica economica.
• Spazio di comunicazione e strumento di azione.
Riferimenti bibliografici
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World Bank (2006) “Gender Equality as Smart Economics: a world bank group
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