PerCorpi
Visionari
Corpi che escono dai confini e invadono piazze, strade, parchi, ville storiche
e teatri, per dare luogo a una grande
festa in cui coinvolgere bambini, giovani, anziani, amatori e professionisti:
questo è stato PerCorpi Visionari, un
progetto che per oltre due anni si è
sviluppato nei territori di confine tra
Italia e Svizzera. Finanziato dal Programma Operativo di Cooperazione
Transfrontaliera ITALIA SVIZZERA
2007-2013 su Fondo FESR e da Regione Piemonte e Canton Ticino, ha
avuto il duplice intento di promuovere
presso il pubblico i codici della danza e della performance contemporanea e di formare operatori e favorire
l’incontro degli artisti attraverso il
dialogo e la cooperazione. In questo
volume viene delineato il percorso del
lungo viaggio, durante il quale hanno
trovato spazio laboratori en plein air,
residenze artistiche, spettacoli, incontri e convegni, in luoghi spesso inusuali
e di grande valore paesaggistico, storico e culturale.
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© 2015 Fondazione Teatro Coccia Onlus
PerCorpi Visionari. Percorsi sconfinanti tra danza e performance contemporanea
A cura di Laura Magnetti, con i contributi di Alessandro Pontremoli, Rita Maria Fabris,
Chiara Castellazzi, Pasquale Seddio, Melissa Capelli
Realizzazione editoriale: R35 s.a.s., J.B. - [email protected]
Stampa: gdp prepress s.r.l., Pero (MI)
In copertina: la masterclass di Mauro Astolfi al Teatro Coccia di Novara (foto Emanuele Meschini)
Nell’interno di copertina: Compagnia Rapatika, improvvisazioni nel centro di Novara (foto
Francesca Merlo); un momento della masterclass di Mauro Astolfi (foto Emanuele Meschini)
PerCorpi Visionari è un progetto ideato e scritto da Mariachiara Raviola, Antonella Cirigliano,
Lucia Carolina De Rienzo
www.corpivisionari.eu
Partner
Italia. Project leader/Capofila: Fondazione Teatro Coccia Onlus; partner: Associazione Didee – arti
e comunicazione, Associazione LIS Lab Performing Arts, Coorpi – Coordinamento Danza Piemonte
Svizzera. Project leader/Capofila: Fondazione La Fabbrica; partner: Associazione LitroCentimetro
Con il sostegno di Fondazione Piemonte dal Vivo, Fondazione Monte Verità
Partner istituzionali: Comune di Novara, Comune di Meina, Comune di Verbania
Équipe di progetto
Project manager: Lucia Carolina De Rienzo
Direzione artistica: Mariachiara Raviola, Antonella Cirigliano, Filippo Armati
Amministrazione: Silvana Sateriale, Michela Caretti, Giorgia Nordio, Elvira Ieppariello, Mauro Stucchi jr
Organizzazione: Michela Caretti, Lisa Pugliese, Annalisa Recchia, Laura Vignati, Rosario Ilardo,
Michela Di Savino, Lucia Moretti
Ufficio stampa e comunicazione: Serena Galasso, Patrizia Veglione, Annalisa Recchia, Ivan Beffa,
Sarah Hofstetter
Web & Social Media: Cristiana Candellero
Valutazione: Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”, Dipartimento
di Studi per l’Economia e l’Impresa. Responsabile scientifico: Pasquale Seddio; borsista di ricerca:
Melissa Capelli
Webmaster: Alessandro Grigiante
Grafica: Marina Marzatico, Edoardo Precerutti
Video: Coorpi/UnaFilm
La Regione Piemonte, nell’assolvere al fondamentale compito di sostegno e promozione della cultura sul proprio territorio, pone particolare
attenzione allo sviluppo di quelle progettualità capaci di raccogliere,
condividere e sviluppare esperienze attraverso il confronto, il dialogo, la
collaborazione fra realtà territoriali differenti, in un’ottica di sistema e di
sinergia ad ampio raggio.
In tal senso rappresentano uno strumento di notevole importanza quegli interventi in grado di assumere un carattere internazionale,
che – in particolare grazie allo sviluppo di progetti transfrontalieri – offrono l’opportunità d’interloquire oltre i confini nazionali al composito
e qualificato panorama di realtà che animano la scena piemontese delle
arti e dello spettacolo.
È questo il caso di PerCorpi Visionari, progetto che s’inoltra nell’esplorazione delle arti performative contemporanee, lungo un percorso composito che contempla attività di formazione, di residenza e
di promozione nell’ambito del teatro di danza contemporanea e delle
performance legate al corpo. Declinato in un’ottica moderna e interdisciplinare, con una lettura anche in termini ambientali del contesto di
riferimento, PerCorpi Visionari rappresenta pertanto l’occasione, quanto mai preziosa soprattutto al di fuori dei circuiti più tradizionali della fruizione artistica, per gettare uno sguardo diffuso su volti differenti
dell’espressività dei giorni nostri, grazie al confronto con le molteplici
forme della creatività, con altre dimensioni artistiche, con approcci volti
ad ampliare l’orizzonte verso nuovi linguaggi.
Si tratta di una di quelle espressioni tangibili e concrete del dinamismo piemontese nel sistema culturale, a cui la Regione offre un impegno diretto e concreto nel supporto alla realizzazione del ricco sistema
di progetti, iniziative, appuntamenti e manifestazioni, che oltre a coinvolgere durante tutto l’anno la comunità locale sono fonte di crescita e di
arricchimento personale.
ANTONELLA PARIGI
Assessore alla Cultura e al Turismo
della Regione Piemonte
V
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Siccome la danza rifiuta il dualismo conflittuale tra materiale e immateriale, siccome non vive il corpo come
antagonista dell’anima, con la semplicità del suo gesto,
dissolve il tratto disgiuntivo con cui la ragione procede
opponendo il vero al falso, il bene al male, il positivo
al negativo, l’alto al basso, per richiamare quell’ordine
simbolico (nell’accezione greca di syn-ballein) da cui
proveniamo e che ancora ci abita come fondo abissale
in cui la coscienza cerca di gettare la sua pallida luce.1
Quando nell’oramai lontano 2011, di ritorno da una interessante piattaforma della danza svizzera, Mariachiara
Raviola mi ha proposto di costruire insieme un progetto di
alfabetizzazione e promozione dei linguaggi contemporanei
della danza tra Piemonte e Svizzera, ho immediatamente
pensato a una sostanziale follia.
Si trattava invece di una visione.
Alcuni mesi dopo abbiamo infatti scoperto che correva
proprio l’anno 1913 – cioè quasi cent’anni prima – quando iniziò l’avventura di Rudolf von Laban in quei territori
attraverso i quali, a partire da quella “proposta folle”, stavamo ripetutamente viaggiando alla ricerca di sponde, su
Umberto Galimberti, Orme del sacro. Il cristianesimo e la desacralizzazione del sacro, Feltrinelli, Milano 2000, p. 161.
1
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cui far approdare i nostri slanci progettuali. A
quel punto è nata la convinzione che il nostro
fervore potesse tradursi in un progetto concreto e reale.
Così, nel corso di una di queste peregrinazioni, abbiamo incontrato Antonella Cirigliano
e con lei abbiamo ideato e dato forma a PerCorpi Visionari. Il nome del progetto è nato
da un’altra visione, telematica questa volta, all’alba di una febbrile notte di progettazione e
scrittura d’inizio maggio 2012, in tre su Skype
tra Torino e la sponda meinese del lago Maggiore. Pochi giorni dopo ci fu l’incontro provvidenziale con Filippo Armati, condirettore artistico per la programmazione svizzera, che si è
unito con entusiasmo all’impresa. Così, grazie
a un felice suggerimento dei funzionari della
Regione Piemonte, abbiamo preso contatto
con la Fondazione Coccia, che con coraggio e
generosità non comuni ha deciso di sposare il
progetto e diventarne capofila.
Per procedere in direzione della nostra
“folle visione”, abbiamo ritenuto opportuno
ripartire dalle origini e da quel primo centenario del soggiorno di Rudolf von Laban a
Monte Verità (Ascona). Grazie alla sua figura
innovativa di danzatore, pedagogo e teorico,
le mitiche colline d’Ascona vedono la nascita
di una pratica inedita, impregnata da una cultura visionaria che ha segnato indelebilmente
il corso della danza e delle arti performative
contemporanee. La ricerca di Laban, prendendo le distanze dalla danza accademica,
ha tracciato un binomio simbolico indelebile
tra pensiero/corpo in movimento e spazio
naturale di azione. Cent’anni dopo, il progetto è mosso dalla volontà di ri-costituire una
comunità insubrica “ecosostenibile” di artisti
e fruitori delle arti performative contemporanee legate alla danza e all’espressione del
corpo, quale manifestazione originale, attiva
e propulsiva dell’asse storico-geografico che
collega la città di Novara alle sponde novaresi e locarnesi del lago Maggiore, in Canton
Ticino. Una comunità che riattivasse nel tessuto contemporaneo lo spirito rivoluzionario
fondativo di quelle origini, indissolubilmente
legate all’ambiente naturale circostante che lo
ha generato e alimentato.
All’origine del progetto risiede però anche
la constatazione di un’assenza specifica che accomunava i territori coinvolti, che condividono la stessa lingua, le stesse radici culturali, ma
presentano alcune differenze in relazione alla
qualità della vita, così come sensibili differenze
presentano economie e strutture operative.
Da una breve analisi del contesto è emersa
immediata l’evidente assenza su entrambi i
versanti transfrontalieri di una conoscenza, di
una pratica e di una fruizione diffusa, strutturata e continuativa delle arti performative
contemporanee, con specifico riferimento al
teatro di danza contemporanea e alla performance legata al corpo. Eppure i consumi
culturali generali dei territori mostravano un
quadro di riferimento positivo e in sostanziale tenuta, nonostante la generale contrazione
degli investimenti. I soli abitanti di Novara e
provincia dedicavano alle arti performative
(teatro, danza e performance) oltre il 20 per
cento del proprio consumo culturale generale (cfr. dati SIAE, primo semestre 2011), testimoniando dunque una partecipazione attiva
e una domanda costante in questa direzione.
A un più attento esame dell’offerta è stata
però immediatamente evidente una carenza
in relazione alle proposte artistiche legate ai
multiformi linguaggi della performance contemporanea.
Il progetto, che si è sviluppato nell’arco di
ventotto mesi, ha inteso costruire un’offerta
innovativa e diversificata per lo sviluppo di
VII
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“buone pratiche” in grado di integrare cultura
della danza e della performance contemporanea, sensibilità ambientale e un rapporto di
domanda e offerta consapevole.
Grazie alle esperienze residenziali e “comunitarie” degli artisti coinvolti e alle attività
laboratoriali e di workshop promosse lungo
tutto l’arco di svolgimento, i temi del paesaggio, dell’habitat e del diverso e nuovo rapporto contemporaneo dell’uomo con il suo contesto naturale sono stati punti privilegiati di
riflessione ed elaborazione, non solo per valorizzare, ma più propriamente per ridefinire i
luoghi, contestualizzandoli attraverso percorsi
e interventi artistici innovativi.
PerCorpi Visionari si è posto obiettivi ambiziosi, quali far cooperare istituzioni ed enti di
formazione; generare connessioni tra artisti e
pubblico; riaccompagnare il corpo espressivo
alla sua casa naturale; costruire, infine, sui territori di riferimento un’autentica piattaforma
creativa che incontri la cittadinanza e con essa
si confronti.
VIII
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Ci pare che tali obiettivi siano stati raggiunti con successo: oltre trecento istituzioni
culturali, operatori e artisti coinvolti nelle attività di progetto (di cui circa il 50 per cento di età inferiore a trentacinque anni); circa
quattordicimila i cittadini e gli spettatori che
hanno preso parte alle diverse proposte in
programmazione; oltre ventuno interventi
site-specific, iscritti direttamente sui territori;
e poi due produzioni artistiche originali, una
residenza artistica di creazione condivisa, tre
festival che hanno incrociato le rispettive programmazioni e due convegni internazionali
testimoniano di una piattaforma ben avviata
e in costante consolidamento.
La nostra visione è diventata realtà. I corpi
visionari hanno abitato e travalicato i confini.
Ora possiamo ripartire da qui, per aprire nuovi sentieri e inediti crocevia, per costruire una
nuova “visionaria follia”...
Un progetto transfrontaliero implica in primo luogo un
atto di curiosità e il desiderio di conoscere quello che a
pochi chilometri caratterizza la vita culturale di ieri e di
oggi, confrontandosi tra differenze e punti d’incontro dei
territori confinanti.
Dal 1913 Rudolf von Laban soggiorna con i suoi allievi
a Monte Verità, sulle sponde svizzere del lago Maggiore.
La personale ricerca di Laban di una nuova idea di danza si radica in una realtà visionaria e utopica a contatto
con la natura e con la Körperkultur, la “cultura del corpo”,
che attraversa l’Europa nel primo Novecento e propugna
uno stile di vita all’aria aperta, una dieta vegetariana e la
costruzione di comunità solidali, in opposizione alla crescente industrializzazione e frammentazione delle relazioni sociali nelle grandi metropoli.1 Superando i codici della
danza accademica, Laban pratica una nuova esperienza
del movimento, in cui ogni individuo possa trovare la propria espressione artistica in armonia con la comunità e
con l’ambiente naturale.
Grazie alla teoria labaniana della Bewegungskunst, “arte
del movimento”, fondata sui principi di corpo, tempo e
spazio, i danzatori, i coreografi, i pedagoghi e gli operatori
culturali hanno dato origine nel corso del Novecento a
discipline contigue, la danza contemporanea e le arti performative, mentre alle soglie del nuovo millennio sempre
più si definisce e si diffonde la danza di comunità.2
Alle origini della danza moderna, a cura di Eugenia Casini Ropa, Il Mulino, Bologna 1990.
2
Franca Zagatti, Persone che danzano. Spazi, tempi, modi per una danza
di comunità, Mousikè Progetti Educativi, Granarolo 2012.
1
LUCIA CAROLINA DE RIENZO
Project manager
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Questo progetto ha voluto rilanciare
consapevolmente la ricerca coreica e performativa sui “corpi visionari” proprio in quei
territori di confine fra Piemonte e Canton
Ticino, dove processi culturali d’importazione non sempre favoriscono la riscoperta e il
rinnovamento della memoria dei luoghi.
Mentre il padre della danza moderna e
contemporanea sperimenta sul territorio
svizzero la dieta “vegetabiliana”, i bagni di sole
e la libertà espressiva, sul territorio italiano
Torino accoglie la figura carismatica e innovativa di Bella Hutter, che può a ben ragione
essere considerata una delle radici della danza moderna e contemporanea italiana.3
Come queste due figure storiche abbiano tessuto sui due territori un clima fertile
per la ricerca e la sperimentazione (di teatro
e danza) si può notare dai loro stessi successori, che fino a oggi fanno del Ticino e del
Piemonte luoghi fra i più adatti ad accogliere
l’innovazione.
Abbiamo immaginato il nostro PerCorpi
Visionari come un progetto capace di contaminare la danza contemporanea con la
performance e il teatro partecipativo, disponibile allo sguardo stupito di un pubblico non
abituato, ma desideroso di compiere atti artistici con le comunità incontrate di “ragazzi”
dai tre ai novantanove anni e in sinergia con
l’ambiente.
PerCorpi Visionari è stata la culla di numerosi progetti, il festival “Villaggio d’Artista”, le produzioni Soup e Le Foglie e il Vento,
i tanti laboratori e percorsi di formazione,
i due convegni con esponenti di spicco del
mondo della danza e della performance nazionale e internazionale.
3
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Decine di artisti e di formatori hanno
abitato i centri urbani, i giardini, le sponde
del lago, i centri rurali, i musei storici, le ville
e i palazzi. Luoghi inusuali e inediti che sono
diventati crocevia di culture e di scambio di
pratiche artistiche. Il pubblico ha percorso
spazi, animato installazioni, ha ascoltato e
guardato con stupore, ha partecipato con
apertura e curiosità e con senso critico. Non
teatri dunque, ma luoghi liminari, non accademie ma formazione en plein air, ripercorrendo con rinnovato spirito pionieristico le
visioni di Laban, ma con un sentire contemporaneo e condiviso.
“Villaggio d’Artista”, a cura di LIS Lab
Per forming Arts, è stato concepito come
residenza comunitaria, luogo di contaminazioni, in particolar modo fra la danza e la
performance, trovando ampio consenso cittadino, imponendosi a Meina e a Verbania
come il festival del lago Maggiore. L’incontro
fra artisti svizzeri e italiani si è poi spostato nelle affascinanti location delle Officine
Grandi Riparazioni di Torino e dei giardini
della reggia di Venaria (nell’ambito del festival “La Piattaforma teatrocoreografico”,
curato da Associazione Didee – arti e comunicazione), passando per l’invasione delle vie
di Novara, con il Flash Mob che ha coinvolto
gli allievi delle scuole di danza, e la residenza
estiva per performer e coreografi voluta, alla
Fondazione La Fabbrica di Losone, da Filippo Armati (Associazione LitroCentimetro),
condirettore artistico delle attività svizzere
e direttore di “Performa Festival”.
La continuità nel tempo di PerCorpi Visionari è data dalle due produzioni artistiche,
Soup e Le Foglie e il Vento, frutti di attività
laboratoriali rivolte a varie fasce d’età, dall’infanzia agli anziani, e incentrate sul rapporto
tra corpo e natura. I due percorsi creativi
e di spettacolo si avvalgono di collaborazioni istituzionali d’eccellenza: la coproduzione
con Fondazione Teatro Coccia e il coinvolgimento di giovani (performer, scenografi,
fotografi) della NABA, Nuova Accademia
di Belle Arti di Milano, e dell’Accademia
Albertina di Torino. Le numerose repliche,
che hanno avuto ottimi riscontri nazionali e
internazionali, ci hanno permesso di diffondere capillarmente il progetto e soprattutto
di facilitare la comunicazione e la trasmissione delle nostre “visioni” ai più giovani. La
visibilità del progetto invece è veicolata dalla
realizzazione di numerosi documenti video
e dal sito dedicato, entrambi curati da Coorpi – Coordinamento Danza Piemonte.
Decine di allievi e di professionisti hanno inoltre potuto usufruire di un ricco programma esperienziale e teorico, direttamente vissuto nelle splendide cornici del palco
del Teatro Coccia di Novara, della villa La
Tesoriera di Torino, della Fondazione Monte
Verità di Ascona, del Museo di villa Faraggiana di Meina e della villa Giulia di Verbania,
grazie anche alla collaborazione dell’Università di Torino: percorsi teorici e pratici che
hanno arricchito amatori e professionisti al
di là e al di qua del confine, persone di tutte
le età, in uno scambio di visioni artistiche anche trasversale tra generazioni.
Il nostro percorso artistico e formativo
era nato con una scommessa: trasformare il
pubblico, almeno apparentemente diffidente
e affezionato a linguaggi accademici, in una
platea curiosa dei diversi immaginari dello
spettacolo dal vivo; una sfida vinta, ci pare,
come ha dimostrato infine il grande successo dell’incontro con Carolyn Carlson, figura
visionaria e rappresentativa della danza contemporanea, un appuntamento fortemente
voluto sin dall’inizio dalla direzione artistica
di PerCorpi Visionari e dalla Fondazione
Teatro Coccia.
Anche i numeri parlano di risultati eccellenti, come si evince dai tanti artisti, formatori, professionisti e appassionati coinvolti
nelle varie attività, che sono state oggetto di
una valutazione qualitativa e quantitativa da
parte dell’Università del Piemonte Orientale. La risposta del pubblico e dei cittadini è
stata molto positiva, come emerge dalle numerose presenze registrate agli eventi, così
come chiaro ci pare l’interesse dimostrato
da istituti e da enti nazionali di formazione e
di produzione e da festival e rassegne.
Cooperazione è stata dunque la parola
chiave del nostro progetto: cooperazione
tra i partner dei due paesi e tra le altre realtà
coinvolte, cooperazione tra le istituzioni e i
cittadini, che ha promosso la partecipazione
attiva e la valorizzazione di luoghi pubblici e
privati, cooperazione tra gli artisti, gli organizzatori e il pubblico... Con la speranza che
ciò che è stato seminato germogli nella vita
culturale dei territori transfrontalieri e generi nel prossimo futuro nuovi frutti e nuovi
percorsi. Anzi, nuovi PerCorpi Visionari!
E
MARIACHIARA RAVIOLA
ANTONELLA CIRIGLIANO
Direttrici artistiche
FILIPPO ARMATI
Direttore artistico
per le attività svizzere
Alessandro Pontremoli, La danza. Storia, teoria, estetica nel Novecento, Laterza, Roma-Bari 20157.
X
XI
PARTNER
italiani
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svizzeri
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ISTITUZIONI
PROMOTRICI
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RESIDENZE D’ARTISTA
con artisti del territorio,
dei paesi europei
ed extraeuropei
SPETTACOLI
PRODOTTI
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CONVEGNI
INTERNAZIONALI
presenze
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LABORATORI, WORKSHOP
E MASTERCLASS
DI ALTA FORMAZIONE
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DI PROGETTO
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sul territorio regionale,
nelle province di Novara,Torino e Vco
FESTIVAL
che hanno collaborato
al progetto:
“Villaggio d’Artista”,
“La Piattaforma teatrocoreografico”,
“Performa Festival”
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''
OPERATORI, ENTI
E ISTITUZIONI
COOPERANTI
PROVINCE PIEMONTESI
(Novara,Vco,Torino)
(
DISTRETTI TICINESI
(Locarno, Bellinzona,
Lugano)
INTERVENTI IN LUOGHI
DI ALTO VALORE PAESAGGISTICO
+
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INTERAZIONE
CON ALTRI
(
PROGETTI UE:
Caravan (Cultura 2007-2013);
Arona Ascona Interreg 2007-2013;
ePheno (Alcotra 2007-2013)
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Con i suoi oltre novecento posti il Teatro Coccia
ospita oltre centoventi appuntamenti per ogni stagione. L’offerta si snoda tra spettacoli di opera e balletto, prosa, teatro musicale e varietà, teatro comico, concerti di musica classica e jazz, eventi speciali
e monologhi autoriali, spettacoli dedicati al pubblico delle famiglie, concerti di cantautori e musica
pop/rock. Il Coccia, unico teatro di tradizione nella Regione Piemonte, è il cuore culturale di Novara.
Da novembre 2011 è diretto da Renata Rapetti, che a partire dalla stagione 2012-13 firma anche la
direzione artistica. La Fondazione Teatro Coccia è con orgoglio capofila di PerCorpi Visionari, il progetto divulgativo dei codici della danza e della performance contemporanea, e con piacere ha visto la
città coinvolta nei progetti Novara PerCorpi Visionari, Città & Giardini PerCorpi Visionari e per il gran
finale con i tre giorni dedicati a Carolyn Carlson Company, oltre che nelle importanti coproduzioni
Soup e Le Foglie e il Vento.
L’Associazione Didee ha in sé diverse figure professionali che operano in molteplici campi (coreografico, teatrale e della comunicazione, culturale,
educativo), orbitanti attorno all’interesse principale di divulgazione, promozione e formazione
della danza e della poetica del gesto nei suoi significati espressivi, sociali e artistici. Attiva dal 2001,
sotto la direzione di Mariachiara Raviola, vanta collaborazioni e sinergie progettuali con realtà nazionali
e internazionali. Con l’ideazione e la realizzazione del festival “La Piattaforma teatrocoreografico”
(sostenuto dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, da Regione Piemonte, Città di Torino e Fondazione CRT), Didee concretizza l’obiettivo di vetrina delle realtà di danza contemporanea emergenti
e innovative, e inoltre promuove lo sviluppo di reti sinergiche tra gli artisti di differenti codici espressivi
e realtà nazionali e internazionali. Attraverso il progetto PerCorpi Visionari, Didee valorizza la danza in
nuovi territori turistico-culturali, promuove una rete transfrontaliera di artisti tra il Piemonte e il Ticino,
realizza laboratori e performance attente anche al contesto ambientale e al rapporto con la natura,
con l’intento di appassionare alla danza nuovi utenti e un pubblico di giovani e famiglie.
XIV
Nasce nel 1999 a Milano e nel 2011 si sposta sul lago
Maggiore (Meina, Nebbiuno, Verbania). Da molti anni
svolge prevalentemente attività di ricerca teatrale e
artistica attraverso la produzione e la circuitazione degli spettacoli del gruppo LIS. A questa attività affianca
l’organizzazione di festival e rassegne multimediali e il
coordinamento e gestione di spazi per l’arte (pittura,
scultura, video installazioni, fotografia, musica, teatro). Un ambito sempre più ampio di ricerca è legato
alla formazione e alla didattica, facendo dell’interazione con il pubblico il punto centrale della sua sperimentazione. La direzione artistica è di Antonella Cirigliano e Daria Tonzig, che insieme o autonomamente progettano e producono laboratori e performance, avvalendosi di collaboratori per aree specifiche,
prediligendo la multidisciplinarietà di linguaggi diversi. In PerCorpi Visionari LIS ha curato l’ideazione e la
direzione artistica e ha diretto l’evento di formazione residenziale e comunitaria “Villaggio d’Artista”.
Coorpi, associazione culturale senza fini di lucro,
unisce diverse figure professionali che operano a vario titolo nel mondo della danza. È nata
con l’obiettivo di valorizzare le realtà coreutiche
presenti sul territorio, di sostenerne lo sviluppo
professionale e creativo e favorirne le sinergie. La
disseminazione e la condivisione d’informazioni
che riguardano il mondo della danza, la documentazione, l’arricchimento della proposta formativa, la ricerca, la promozione nel rispetto dell’eterogeneità delle espressioni coreutiche e la sensibilizzazione di nuovi pubblici sono fra gli obiettivi primari
dell’associazione. Nell’ambito di PerCorpi Visionari, Coorpi è stato partner responsabile dell’ideazione
e gestione del sito web e relativi social media di progetto, della documentazione video e del monitoraggio di progetto. Inoltre è stato coorganizzatore del Laban Event 2013 e del convegno nazionale “Radici e germogli della danza d’arte e di comunità in Piemonte. Coreografie e ricerche contemporanee”.
Centro culturale nato nel 1995 sulle spoglie dell’ex
fabbrica di mobili Mornaghini, La Fabbrica è una
fucina creativa e un luogo d’incontro, al crocevia tra arte e artigianato, con
denominatore comune l’incentivo all’agire creativo. Alla Fabbrica, negli anni,
prendono piede a mano a mano il laboratorio di un falegname, una scuola di
musica, alcuni atelier per artisti e sale dove s’insegna e pratica la danza contemporanea, proponendo corsi per bambini e adulti. Divenuta ormai un punto di riferimento nel tessuto
locarnese, ma anche ticinese, lombardo e piemontese, si situa esattamente all’incrocio di queste tre
regioni e ha permesso a molti artisti locali e stranieri di transitare e risiedere presso la sua struttura.
L’associazione è nata con lo scopo di sostenere
e incrementare la creazione culturale, la valorizzazione delle opere degli artisti della regione e
creare spazi di fruizione e di scambio all’incrocio
delle diverse discipline creative. Recentemente ha stretto una rete di contatti con diversi operatori
del Norditalia, permettendo un proficuo scambio di artisti. Organizza “Performa Festival”, giunto nel
2014 alla quinta edizione, che intende sostenere la creatività nei suoi diversi aspetti. Festival particolarmente attento alle arti sceniche, promuove prodotti ritenuti in linea con gli indirizzi contemporanei
delle arti visive, della musica e della ricerca video. Vuole essere un palcoscenico in cui la creatività può
essere fruita in maniera globale attraverso diversi canali espressivi, una piattaforma di scambio tra
professionisti, creativi e pubblico, ospitando più di novanta artisti locali e internazionali.
XV
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AZIONI, EVENTI E PERFORMANCE
a cura di Laura Magnetti
3
6
10
20
26
34
42
51
Introduzione
Rudolf von Laban: perché ricordarlo?
Villaggio d’Artista
Città & Giardini
Svizzera: la creatività arriva dal confine
Flash Mob per dare la sveglia
Soup e Le Foglie e il Vento
Carolyn Carlson Company
TESTIMONIANZE
a cura di Chiara Castellazzi
63
Voci di Coorpi al Laban Event 2013
RADICI E GERMOGLI DELLA DANZA D’ARTE
E DI COMUNITÀ IN PIEMONTE
69
Primavere della danza torinese
a cura di Alessandro Pontremoli
72
Il convegno, le testimonianze e i laboratori
a cura di Rita M. Fabris
88
Eredità e progetti fra arte e comunità
a cura di Chiara Castellazzi
95
MISURARE I RISULTATI: LA VALUTAZIONE
DEI QUESTIONARI DEL PROGETTO PERCORPI VISIONARI
a cura di Melissa Capelli e Pasquale Seddio
111
CONCLUSIONI
115
119
121
L’équipe di PerCorpi Visionari
Gli autori del libro
Ringraziamenti
6O>DC>!:K:CI>:E:G;DGB6C8:
a cura di Laura Magnetti
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Chi si sofferma qualche istante sulle immagini scattate da Giorgio Sottile durante l’esibizione di Carolyn
Carlson al Teatro Coccia di Novara, il 22 aprile 2015,
percepirà senza sforzo cosa può significare un “corpo
visionario”. Perché in Short Stories, evento conclusivo del
progetto biennale che stiamo per raccontarvi, l’artista
americana irrompe in scena con tutta la sua prepotente
libertà espressiva, torcendosi nel suo abito nero, con i
capelli fiamma che creano disegni sempre nuovi intorno a quel corpo che sembra così senza confini. Ha il
volto compreso e concentrato sui suoi movimenti nitidi,
ma anche su un altrove, che, incubato nel suo mondo
psichico, contagia subito chi le sta intorno, a cominciare dagli spettatori. A piedi nudi, lontana anni luce dalle
schematiche simmetrie del balletto classico, Carlson,
sfinge finnica capace di spargersi intorno misticismo e
magia, può perciò essere un buon punto di partenza visivo per avvicinarci al concetto di “corpo visionario”. Ma
è un inizio. Perché i quattro principi di spazio, corpo, forma e tempo espressi da Alwin Nikolais (1910-1993),1
maestro sia di Carolyn Carlson sia di Simona Bucci
(anche lei protagonista di un ricco capitolo novarese
del progetto), ci rimandano all’inizio del Novecento,
quando Rudolf von Laban focalizzava il suo metodo
(noto come Kinetographie) su peso, spazio, tempo e
flusso. L’eredità è plateale: Nikolais imparò a conoscere
le teorie di Laban alla Bennington School of the Dance,
Alwin Nikolais – Murray Louis, The Nikolais/Louis Dance Technique:
A Philosophy and Method of Modern Dance, Routledge, New York 2005.
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Carolyn Carlson mentre conduce
la sua masterclass sul palcoscenico
del Teatro Coccia, Novara, 20 aprile 2015.
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nel Vermont, dove insegnava Hanya Holm, ex
allieva di Laban. Ma Nikolais apprezzava Laban
anche attraverso una sua ex assistente, Mary
Wigman, che nel 1933 era in tour negli Stati Uniti (una breve permanenza oltreoceano,
perché Wigman sarebbe tornata in Germania:
essendo cittadina tedesca, allo scoppio della
guerra non ebbe il permesso di trasferirsi negli Stati Uniti).
E proprio da Rudolf von Laban comincia
l’avventura di questo progetto, che celebra
con un convegno il centenario del passaggio del coreografo di origine ungherese sulla
sponda svizzera del lago Maggiore, ad Ascona,
a Monte Verità. Qui, nel 1913, Laban riuniva
un centinaio di seguaci, artisti e filosofi soprattutto, invitandoli a esplorare la fisicità dei loro
corpi, complice una natura vergine e bellissima. Gli adepti danzavano con casacche leggere, in perizoma e probabilmente anche nudi.
Un movimento hippy ante litteram? Pensatela
come volete, ma è sulla scia di Laban che nasce PerCorpi Visionari.2 Ideato da Mariachiara Raviola, Antonella Cirigliano e Lucia De
Rienzo (rispettivamente direttrici artistiche e
project manager) e sotto la guida entusiasta
della Fondazione Teatro Coccia di Novara,
con partner piemontesi e svizzeri disseminati
lungo le sponde del lago Maggiore (ma anche il capoluogo piemontese, Torino, svolge
la sua bella parte), il progetto prende corpo
e diventa realtà. Avremo modo di conoscere tutti questi soggetti da vicino, ma ciò che
interessa adesso è il nocciolo dell’esperienza
di Monte Verità. Qui, infatti, mentre l’Eu-
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ropa soffriva già i presagi della Prima guerra mondiale, Laban invitava i suoi a liberarsi
delle tensioni fisiche e psichiche, proponeva
meditazioni mistiche che potevano diventare
sorgenti di movimento, ma soprattutto teorizzava la necessità di un “uomo libero” dai
condizionamenti sociali e dal progresso tecnologico. Un approccio utopistico forse, e
magari visionario, che avrebbe avuto conseguenze consistenti nel teatro di danza.
L’esperienza di Monte Verità ci deve far
mettere a fuoco in questo momento tre capisaldi: la percezione della natura come fonte di
ispirazione, la riduzione della distanza fisica tra
gli adepti (che mangiano, dormono e creano
insieme) e la metabolizzazione del principio
che «ognuno di noi è un danzatore» perché
tutto è movimento, a cominciare dal ciclo vitale delle cellule, dal battito del cuore. Ricordiamoli, questi tre punti, perché li riconosceremo
in tutti gli eventi inseriti in PerCorpi Visionari.
Quindi tutti possiamo danzare, e creare,
meglio se in mezzo alla natura (anche Moses Pendleton, il guru dei Pilobolus, ha riunito
molti anni dopo nella sua fattoria nel Connecticut i suoi performer secondo un’ottica
non troppo diversa da quella di Laban): un
concept che “Villaggio d’Artista” ha metabolizzato alla perfezione. Che cosa rappresenta,
infatti, l’iniziativa nata a Meina grazie a LIS Lab,
se non una lunga (il progetto nasce nel 2012
ed è proseguito fino al 2015) e straordinaria
esperienza comunitaria-residenziale, che coinvolge artisti di paesi vicini e lontani (italiani
e svizzeri, ma anche danesi e australiani) e
PerCorpi Visionari è un progetto di Cooperazione Transfrontaliera su Fondo Strutturale FESR-INTERREG Italia
Svizzera 2012. Capofila italiano: Fondazione Teatro Coccia Onlus (Novara); capofila svizzero: Fondazione La
Fabbrica (Losone, Canton Ticino). Partner: Associazione Didee – arti e comunicazione (Torino); Coorpi – Coordinamento Danza Piemonte (Torino); Associazione LIS Lab Performing Arts (Meina, Novara); Associazione LitroCentimetro (Arbedo, Canton Ticino). Altri soggetti coinvolti: Fondazione Piemonte dal Vivo (Torino); Fondazione
Monte Verità (Ascona, Canton Ticino).
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cittadini, in una girandola di laboratori e performance, installazioni site-specific e percorsi
creativi itineranti? Una gigantesca festa “eco”
(perché sostenibili ed ecologici sono i materiali usati per i props scenografici), che invade
e contamina località incantevoli nei boschi, nei
paesi, nelle comunità rurali e nelle ville storiche, portando la danza, o meglio la libera
espressione corporea, in luoghi vergini abitati
da persone spesso estranee all’ambiente del
teatro. Simpaticamente, degli appuntamenti di
“Villaggio d’Artista” si specifica che sono fruibili «da zero a novantanove anni». Ricordate l’idea di Laban che la danza è per tutti? E
quando un paese si sveglia e partecipa tutto?
Quando passa la banda (lo diceva anche Mina
in una sua canzone, vero?). Il successo di Bandanza, la coreografia che si è snocciolata tra
le vie di Meina con l’accompagnamento della
banda di Invorio, e il Flash Mob e le performance per le vie di Novara, che hanno coinvolto le scuole di danza e la cittadinanza, sono
esempi tangibili dell’idea labaniana del corpo
che esce dai suoi confini e invade la società, la
contamina, la “forma”, cioè la prepara a decifrare un codice, il codice della danza. Anziani,
bambini, professionisti, amatori, simpatizzanti:
tutti sono invitati alla grande festa di PerCorpi
Visionari.
Così si chiarisce anche la preposizione
che troviamo davanti alla definizione di PerCorpi Visionari. Quel “per” indica l’intento
cross around dell’intero progetto. Lo scopo è
la contaminazione di spazi (pensiamo anche
agli appuntamenti torinesi nella reggia di Venaria, attraversata da percorsi creativi come
Le Foglie e il Vento, e all’evento “Radici e germogli della danza d’arte e di comunità”) e il
coinvolgimento del maggior numero possibile
di cittadini. Non solo. PerCorpi Visionari incro-
cia e invade il festival torinese “La Piattaforma
teatrocoreografico” o lo svizzero “Performa
Festival” (ecco che torna quel “per” così carico di significato, prefisso del termine inglese
performing, “essere in scena”).
Visionari? Sì, ma non troppo. I partner di
progetto hanno saputo essere anche molto
concreti. Basta un occhio a questi numeri per
rendersene conto. Il progetto ha coinvolto sei
partner italiani e due svizzeri e si è sviluppato
per ventotto mesi. Cosa ha prodotto? Trentadue laboratori, nove residenze artistiche
(con partecipanti europei ed extraeuropei),
due produzioni e due convegni. Inoltre ha incrociato tre festival (“Villaggio d’Artista”, “La
Piattaforma teatrocoreografico” e, in Svizzera,
“Performa Festival”). Tre le province italiane
coinvolte (Novara, Torino e Vco) e altrettante
regioni in territorio ticinese (Locarno, Lugano
e Bellinzona). E il pubblico? Si stima che abbiano partecipato circa quattordicimila persone.
Insomma, Coccia e co. hanno centrato
l’obiettivo. Perché è attraverso la formazione
del pubblico, la comprensione dei linguaggi,
l’avvicinamento spaziale degli individui e la
loro socializzazione, che la gente, “naturalmente”, entra in un teatro. I giganteschi programmi didattico-formativi che si promuovono in Francia e soprattutto in Germania parlano chiaro. Non è un caso, infatti, che quasi
tutti i grandissimi talenti che stanno segnando
la danza contemporanea, da Ek a Kylian, da
Neumeier a Forsythe, siano cresciuti artisticamente in città che si chiamano Stoccarda,
Berlino, Dresda e, salendo ancora più a nord,
Stoccolma.
Archetipi, natura, sostenibilità, contaminazione, coinvolgimento, formazione. Voilà PerCorpi Visionari. Questo progetto non poteva
avere un titolo più adatto.
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Nel giugno 1913 Rudolf von Laban sceglie Monte Verità
ad Ascona per avviare un visionario summercamp, a cui
partecipano musicisti (a cominciare da Maja Lederer, la
moglie), filosofi, artisti, studenti e, naturalmente, performer. Chiamarli ballerini, infatti, è una forzatura, perché i
membri del gruppo – che condivide, oltre che i pasti,
diversi momenti della vita quotidiana – usano i corpi
con estrema libertà, in gioiosa armonia con l’incantevole
ambiente naturale in cui vivono, lontanissimi dagli schemi
del balletto accademico che negli stessi anni detta legge
alla corte di Djagilev, a San Pietroburgo. La stravagante
“community” interpreta tra l’altro «cori in movimento»,
nei quali ognuno dei partecipanti esegue gesti e ritmi
spontanei.
L’esperienza di Monte Verità contagia con la sua prepotente carica d’innovazione (i seguaci di Laban danzano
spesso seminudi) le sponde svizzere del lago Maggiore.
Ma l’avventura s’interrompe nel 1918, finché Laban, alla
fine degli anni Trenta, si trasferisce in Inghilterra, dove nasce uno dei due grandi templi mondiali della sua scuola, il londinese Trinity Laban Conservatoire of Music and
Dance.
Cent’anni dopo, il Laban Event 2013 a Monte Verità
va ben oltre la semplice celebrazione dell’anniversario. In
quel “Ieri, oggi, domani” che fa da sottotitolo all’evento è
sintetizzato tutto il senso di una manifestazione, che vuole
soprattutto «ridare a Laban ciò che è di Laban», come
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Inaugurazione
dell’opera
di Miki Tallone
Laban’s Training Area,
parco del Monte Verità,
Ascona, Laban Event
2013.
spiega con entusiasmo Nunzia Tirelli,1 instancabile curatrice, con Coorpi – Coordinamento Danza Piemonte, Fondazione La Fabbrica
e Associazione LitroCentimetro, dell’appuntamento che ha riacceso i riflettori sulla figura
dell’artista ungherese, creatore delle basi di
una sostanziosa fetta della coreografia moderna. Quattro giornate, dal 10 al 13 ottobre
2013, hanno ricostituito, proprio a Monte Verità, una community dance di insegnanti, scuole,
artisti, esperti e gente comune, con l’obiettivo
1
di mettere in luce una concezione del movimento che investe come un ciclone performance, didattica, pedagogia, fino alla danzaterapia. L’appuntamento ha avuto un calendario
molto denso: solo i workshop sono stati sei,
con tre talk e quattro eventi aperti al pubblico
(tra performance e accurate ricostruzioni storico-filologiche di spettacoli). Infine, il 13 ottobre, si è svolto un convegno, al quale hanno
partecipato studiosi di statura internazionale.
A fianco di Rosa Maria Govoni, psicoterapeuta
Nunzia Tirelli è danzatrice e insegnante diplomata al Trinity Laban di Londra. È anche studiosa di danzaterapia.
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specializzata in Dance Movement Therapy in
California, hanno tenuto apprezzatissimi interventi anche le esponenti di maggiore spicco
delle due scuole labaniane, l’inglese e l’americana: Valerie Preston Dunlop e Peggy Hackney.
E poi insigni studiosi della danza, da Eugenia
Casini Ropa ad Alessandro Pontremoli, tutti ben consapevoli della grandezza di Laban,
coreografo e ballerino, ma anche architetto,
scienziato e grande teorico: un artista a tutto
tondo suggestionato da Kandinskij e dalle belle donne... Insomma, un parterre di alto profilo che inorgoglisce Tirelli: «Ho partecipato a
molti convegni su Laban, ma erano tutti molto
settoriali. Il nostro, inserito nella programmazione di PerCorpi Visionari, ha invece offerto
una visione più ampia di quest’artista, che ci
ha insegnato l’armonia tra mente e corpo e ha
messo in luce la religiosità della danza».
Non c’è quindi da stupirsi se il Laban Event
nel suo insieme ha avuto anche un grande valore formativo. Studenti, insegnanti, architetti
e professionisti delle terapie espressive sono
stati tutti coinvolti nelle quattro intense giornate. Una condivisione profonda e assoluta-
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mente in linea con le idee di danza libera e
“per tutti” tanto care a Laban.
Non intimidiamoci di fronte alle leggi razionali relative a spazio, tempo, forma, flusso,
espresse dal coreografo nel metodo Labanotation o Kinethographie. E non intimidiamoci nemmeno davanti ai rigidi parametri che
regolano la dinamica del corpo e i rapporti
ideali fra le tre dimensioni (altezza, larghezza e
profondità) che si ottenevano collocandosi all’interno dell’icosaedro, il solido composto da
venti triangoli equilateri che Laban utilizzava
per la sua speculazione teorica. Le giornate al
Monte Verità hanno messo in luce anche molto altro. In particolare colpisce la convinzione
di Laban che «ognuno di noi è un danzatore»,
perché tutta la vita è fatta di movimento, a
cominciare dal battito del cuore o dal respiro.
«Il problema è allora recuperare l’archetipo, il
movimento naturale, organico e armonico, che
tutti conosciamo sin da bambini, ma che con
il tempo dimentichiamo. Per Laban l’individuo
è centrale, ma il movimento corale lo fonde
armonicamente con l’unità cosmica» spiega Nunzia Tirelli. Un’idea, quella che la danza
sia per tutti, che sarebbe stata condivisa anni
dopo anche da Maurice Béjart («La danza è
una delle rare attività umane in cui l’uomo si
trova totalmente impegnato: corpo, cuore e
spirito. Per il bambino danzare è importante
quanto parlare o contare. È così essenziale per
il piccolo, nato danzante, non dissipare questo
linguaggio sotto l’influsso di un’educazione
repressiva e frustrante») e da Anna Halprin
(«Tutto è in perpetuo movimento; la vita è un
movimento continuo. I gesti quotidiani possono prendere la forma di una danza»).
Ma per tornare all’archetipo, al movimento naturale, bisogna seguire un apprendistato. La danza, quindi, ha un ruolo educativo e
chi la pratica può raggiungere il suo obiettivo,
Laboratorio coreologico
con Alison Curtis Jones, parco del Monte
Verità, Ascona, Laban Event 2013.
Tavola rotonda
nell’auditorium
della Fondazione
Monte Verità, Ascona,
Laban Event 2013.
Da sinistra:
Rosa Maria Govoni,
Eugenia Casini Ropa,
Alessandro Pontremoli,
Peggy Hackney,
Valerie Preston Dunlop.
quello che per François Delsarte è il «gesto
significante» e per Alwin Nikolais (che conobbe il lavoro di Laban grazie a Mary Wigman,
una delle adepte di Monte Verità, e Hanya
Holm) il «gesto unico». Un filone, questo, che
ci porta diritti alla poetica di Carolyn Carlson
e Simona Bucci, presenze significative nel percorso di PerCorpi Visionari. Non solo: la concezione labaniana del teatro come sintesi di
Tanz Ton Wort, “danza suono parola”, e l’ampia
cultura del maestro (che conosceva astrattismo e dadaismo e frequentava musicisti e
poeti, oltre che danzatori) ci accompagnano
alla concezione di teatrodanza, che attraverso
Kurt Jooss arriva a un’icona come Pina Bausch.
Aggiunge Nunzia Tirelli che «se pensiamo anche all’insistenza di Laban sull’armonia dello
spazio, dobbiamo inserire tra i suoi epigoni
anche William Forsythe». Rudolf von Laban,
come ha messo in luce Monte Verità 2013,
era certamente un uomo del suo tempo (all’inizio del Novecento anche Isadora Duncan,
negli Stati Uniti, era altrettanto insofferente di
schemi accademici e costrizioni sociali), ma
anche un gigantesco precursore.
La sua lezione, ad Ascona 2013, è stata
anche molto tangibile per il pubblico. Al Teatro San Materno, infatti, sono state presentate due coreografie di Laban, realizzate tra il
1924 e il 1927: Suite 24 e Nacht. «Le hanno
interpretate ballerini giovanissimi, tra i venti e
i ventidue anni» segnala soddisfatta Nunzia Tirelli. Sono due titoli molto differenti: raffinato
e spruzzato di esotismo e leggerezza il primo,
quanto oscuro ed espressionistico il secondo.
Ma poteva forse mancare il “leggendario” icosaedro? No, naturalmente. La Laban’s Training
Area, installazione dell’artista Miki Tallone, ha
testimoniato ad Ascona anche questo capitolo della creatività di Rudolf von Laban.
Coro di movimento coordinato
da Nunzia Tirelli, parco del Monte Verità,
Ascona, Laban Event 2013.
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Laboratori per adulti e bambini, installazioni, performance,
danza, teatro: un’invasione d’arte e di artisti, italiani naturalmente, ma anche provenienti da paesi lontani, come
l’Australia e la Nuova Zelanda. Dove? Sulle rive del lago
Maggiore, a Meina e dintorni. Una sfida enorme, quella
intrapresa da “Villaggio d’Artista”,1 la residenza comunitaria curata da Antonella Cirigliano dell’Associazione
LIS Lab Performing Arts, che ha contagiato i cittadini
di tante piccole frazioni, sorpresi e felici di essere invitati a PerCorpi Visionari. Una festa che ha avuto come
protagonista il corpo e il suo sorprendente linguaggio:
«Abbiamo cercato di avvicinare la nostra comunità ai codici della danza e della performance contemporanea. Se
ci siamo riusciti? Credo di sì, perché “Villaggio d’Artista”
ha saputo trasformare incantevoli scenari naturali o siti
storici e artistici in spazi “aperti”, in modo che la comunità potesse fruire delle nostre proposte senza recarsi
in un teatro, perché il teatro è stato portato da loro»
spiega Cirigliano. «Ero sindaco a Meina quando è partito “Villaggio d’Artista”» racconta
Paolo Cumbo. «Il mio parere di amministratore? Questa iniziativa ha fatto “crescere”
il paese enormemente sul piano numerico
(a Meina abbiamo registrato il doppio delle
presenze) e culturale, perché ha offerto alla
cittadinanza qualcosa di molto prezioso. Noi
qui abbiamo infatti un “guaio”, se così si può
dire: viviamo in un posto talmente bello che
i turisti arrivano comunque, anche se non li
stimoli. “Villaggio d’Artista”, invece, ha saputo
svolgere benissimo questa funzione. Io stesso ho assistito a teatro a qualche commedia
o ad alcuni concerti, ma ciò che ho visto in
questa occasione mi ha davvero sorpreso.
Mai, prima d’ora, mi era capitato di essere
catapultato nel bel mezzo di una fiaba, come
è avvenuto quando la compagnia Trickster-p
ha “riallestito” nella sala consiliare una rilettura di Hänsel e Gretel. Mi sembrava di essere
in un bosco, con tanto di cinguettii di uccelli!
Sono tanti gli appuntamenti che mi sono rimasti nel cuore: Phoenix a villa Bossi, alla quale
accedevi dal lago, traghettato da una specie
di Caronte dei giorni nostri, o la toccante
commemorazione dell’eccidio degli ebrei di
Meina proposta al Museo di villa Faraggiana
da Francesca Amat con So Stare. “Villaggio
d’Artista” ha inoltre trasformato Meina in
un polo d’attrazione per artisti internazionali
come non era mai accaduto prima: vorrei cogliere l’occasione per ringraziare per questo
Antonella Cirigliano e il suo gruppo di lavoro.
Ho però un rammarico: che tanto sforzo sia
andato perduto. Meina, infatti, quest’anno si
è lasciata sfuggire il “Villaggio”, che è approdato a Verbania.»
Francesca Amat, So stare, installazione
sonora per il Museo e il parco di villa
Faraggiana, Meina, “Villaggio d’artista” 2013.
“Villaggio d’Artista” è un progetto di Associazione LIS Lab Performing
Arts. Direzione artistica: Antonella Cirigliano; direzione organizzativa:
Laura Vignati e Annalisa Recchia, con la collaborazione di Giulia Luoni,
di Rodrigo Boggero e dei volontari del liceo “Enrico Fermi” di Arona.
Comunicazione e relazioni istituzionali: Annalisa Recchia. Ufficio Stampa: Serena Galasso, Annalisa Recchia. Tecnica: Fabrizio Orlandi, Sergio
Taddei. In collaborazione con NABA, Nuova Accademia di Belle Arti
di Milano, Ricola, ilVergante.com. Studenti NABA: Maria Luisa Bafunno,
Samantha Caligaris, Valentina Carnevali, Giulio Olivero, Erika Giuliano,
Federica Curcio, Hilary Piras, Alice Zaninetti. “Bottega d’Artista”, con il
contributo di Fondazione Piemonte dal Vivo e Comune di Meina.
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Meina ha dato una mano: “Villaggio d’Artista”,
insomma, ha avuto un impatto sulla cittadinanza che pochi avrebbero immaginato».
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La parola d’ordine è stata quindi “coinvolgere”. Come? Con laboratori rivolti ai ragazzi,
come quello di Delcio Montagnin, o agli adulti,
come hanno fatto invece Danio Manfredini e le
“Lezioni di movimento” di Enya Idda in piazza
Carabelli. Senza dimenticare Bandanza e poi
il concerto al buio degli Elektronik Lyset (da
un’idea di Margherita Hack) e la videoinstallazione a cura di Coorpi, La danza in un minuto,
nella quale sono stati presentati i migliori video dell’edizione 2013 dell’omonimo contest
internazionale. Ma la novità prorompente di
“Villaggio d’Artista”, come ha sottolineato
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Piazza Carabelli e il Museo di villa Faraggiana, il
lido di Meina e il centro storico: la prima edizione di “Villaggio d’Artista” (Meina, 8-27 luglio
2013) ha invaso con le sue decine di appuntamenti il centro urbano, i siti d’interesse artistico
e le strade tutte, spingendosi fino a Ghevio, che
ha ospitato Bandanza, l’allegra performance di
danza urbana realizzata con Didee e il festival
“La Piattaforma teatrocoreografico”. «Il filo
rosso che ha caratterizzato la prima edizione
è stato proprio il coinvolgimento del paese e
dei suoi abitanti» spiega Cirigliano. «Qualche
esempio? Christian Beck, prima di installare la
sua immensa imbarcazione (era lunga dodici
metri e alta quattro!) nella piazza Carabelli, ha
vissuto da noi quasi un mese, incuriosendo i
giardinieri del posto, al punto che l’hanno aiu-
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l’ex sindaco di Meina Paolo Cumbo, è di aver
convinto decine di artisti a conoscere questo
piccolo centro di duemila anime, a innamorarsene, a creare in questi luoghi. Qualche
nome? Le svizzere Seiler e Jaquet, il tedesco
Christian Beck, il gruppo belga-ispano-neozelandese DeGeneraal, formato da Jean-Marie
Oriot e Thomas Roper, che ha esplorato per
settimane il Museo di villa Faraggiana per realizzare la sua performance interattiva Quando
il lupo non è in casa. E ancora: Francesca Amat
con il suo toccante So Stare, invito alla meditazione sull’eccidio degli ebrei di Meina, la
spagnola Marga Socias e l’australiana Sara
John con la loro originalissima agenzia di viaggio evocatrice di antiche memorie.
Cie Nicole Seiler, K Two, performance ispirata
al videogioco Madame K, nel centro storico
di Meina, “Villaggio d’artista” 2013.
tato a raccogliere l’enorme quantità di canne
necessarie alla costruzione della barca. E l’impatto sulla cittadinanza è stato evidente anche
con le due performer di K Two, Nicole Seiler e
Young-Soon Cho Jaquet, che hanno “esplorato” per giorni la zona prima di trovare i luoghi
adatti al loro site-specific. Davanti a loro si è
bloccato il traffico, mentre le saracinesche dei
negozi si alzavano come d’incanto. Va riconosciuto a Seiler e Jaquet un grande merito: le due
artiste avevano rifiutato ogni barriera urbana,
ogni transenna, per annullare le distanze con la
popolazione. Un obiettivo raggiunto in pieno:
abbiamo visto persino persone anziane portarsi le sedie in strada quando passavano...»
Ricorda ancora Antonella Cirigliano: «Insieme ai cittadini l’amministrazione ha fatto la
sua parte aprendo spazi e chiudendone altri
(come l’imbarcadero), all’occorrenza. E a proposito di barche, persino la Lega Navale di
L’installazione L’affondamento non completo,
di Christian Beck, e “Lezioni di movimento”, di Enya Idda,
in piazza Carabelli, Meina, “Villaggio d’artista” 2013.
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Un assaggio c’era già stato il 25 luglio 2013
con il progetto Add Up di Senza Confini di
Pelle, di Dario La Stella e Valentina Solinas, ma
l’esperienza più catalizzante di danza urbana
in “Villaggio d’Artista” 2013 è stata la gioiosa
sfilata che si è snodata tra Ghevio e il centro
storico di Meina il 27 luglio con l’accompagnamento della banda di Invorio: la popolarissima
Bandanza, punto d’arrivo di un laboratorio
che più riuscito di così non si può. «Tutto è
cominciato con un paio di giorni di workshop
tenuti nella sala consiliare di Meina» spiega
Paola Colonna, ideatrice dell’iniziativa con l’Associazione Didee. «Partecipavano sei adulti e
alcune ragazzine tra i dieci e i dodici anni, che
si sono entusiasmate subito al gioco che ho
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loro proposto: creare una piccola coreografia ispirata all’incedere delle majorettes, ma in
chiave garbata e contemporanea. L’originalità
dell’iniziativa è che per accompagnare questi
movimenti, diciamo pop, ho voluto una banda,
da sempre portatrice di un’atmosfera antica,
che appartiene alla memoria di tutti i paesi.
Ma a Meina la banda non c’era, così ci siamo
rivolti a quella di Invorio. Questo contrasto
tra la semplice coreografia contemporanea
che avevo creato e i brani di tradizione della banda ha funzionato moltissimo: eravamo
partiti in pochi, infatti, ma a mano a mano
che sfilavamo aumentavamo sempre più. Per
i ragazzi avevo predisposto anche una piccola sorpresa: avevo infatti chiesto alla banda di
suonare anche un pezzo di Stromae e qualche hit più “dance” di Tiziano Ferro. Così, a un
certo punto, mi sembrava di essere la pifferaia
magica: quando mi sono girata, dietro di me
c’erano almeno un centinaio di persone! Insomma, era arrivato tutto il paese: bambini,
giovani, allievi delle scuole di danza, cittadini
comuni, anziani... Le strade erano talmente
affollate che dovevo accertarmi di continuo
che la gente non disturbasse il lavoro dei musicisti, che, suonando in fila uno dietro l’altro,
necessitavano di uno spazio vitale per sé e i
propri strumenti. Condividere la gioia di ballare – così, in libertà – con tutta questa gente
è stata un’emozione unica, un’esperienza che
mi ha arricchito moltissimo» conclude Paola
Colonna.
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Con la sua imponenza (quattro metri di altezza, dodici di lunghezza e cinque di larghezza) il
vascello disegnato da Christian Beck – scultore, pittore, scenografo, insomma artista a tutto
tondo – è stato una delle attrazioni più riuscite
di “Villaggio d’Artista” 2013. L’installazione di
canne di bambù e corde di sisal, tutti materiali naturali reperiti grazie alla straordinaria
disponibilità dei cittadini di Meina, la scultura
chiamata da Beck L’affondamento non completo,
è stata punto di partenza e arrivo d’infinite performance e percorsi creativi. L’opera evoca un
archetipo: il viaggio degli argonauti che favorì
l’incontro tra popolazioni diverse. Un concept
che si integra alla perfezione con lo spirito di
“Villaggio d’Artista”. Una barca costruita vicino
al lago si fa portatrice di mille pensieri: le vite
dei pescatori di Meina, che si sono consumati
di fatiche; l’importanza dell’acqua, così vicina e
così preziosa; i viaggi del corpo e della mente,
esperienze sempre insostituibili.
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Marga Socias, The Hole & Corner Travel
Agency, performance itinerante nel centro storico di
Meina, “Villaggio d’artista” 2013.
E:G;DGB6C8::>AAJH>DC:
Due danzatrici itineranti, insofferenti di ogni
barriera fisica e architettonica, due corpi liberi
che attraversano il centro storico di Meina incuriosendo la cittadinanza, che per offrire loro
più spazio apre negozi e chiude chioschi. Con
occhi assenti e gestualità meccanica, Nicole
Seiler e Young-Soon Cho Jaquet si ispirano
al personaggio del videogioco Madame K,
ma contrariamente al loro modello virtuale,
costretto in uno spazio rigido, si mettono in
scena in un ambiente pubblico che non conosce confini. Due robot che al posto dei pixel
hanno muscoli e anima, fuoriusciti dal loro
videogame: ecco la magia di K Two, la performance che il 26 luglio 2013 ha sedotto Meina.
Un’esperienza totalmente nuova per il paese,
non certo abituato a proposte che coniugano
danza e video, il campo di ricerca su cui lavora
la zurighese Nicole Seiler, che si è formata alla
scuola Rudra di Béjart, a Losanna.
Chi non ha sorriso, almeno una volta,
guardando i turisti in fila dietro la loro guida,
provvista di bandierina e magari anche cappellino? È lo spunto sul quale ha lavorato Marga Socias, artista e pedagoga catalana che ha
trasformato le tre giornate conclusive di “Villaggio d’artista” 2013 in una fantastica esperienza collettiva con il suo The Hole & Corner.
Il concept era già stato proposto, ma questa
maestra di teatro sensoriale ha riallestito il
lavoro a Meina, un site-specific specialissimo,
per il quale si sono resi necessari sopralluoghi
in mille scorci del paese (ville private, fontane,
edifici e angoli fino a quel momento anonimi)
e numerose interviste agli abitanti (raccolte anche con l’aiuto degli studenti del liceo
“Fermi” di Arona), che hanno rivisitato i loro
ricordi personali legati ai vari punti della “passeggiata”. Trenta persone per gruppo, con
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tanto di “tour guide” provvisto di bandierina
e biglietto da visita: The Hole & Corner Travel
Agency è stato un laboratorio-gioco che ha
permesso ai partecipanti (anche molti turisti)
di reinventare il proprio rapporto con l’ambiente o con i concittadini. C’è chi ha detto
che, forse, in quel giardino, aveva riposato
Garibaldi e chi ha riconosciuto un balcone
sul quale era nato un amore, come quello di
Giulietta e Romeo. Memoria storica e viaggio
dei sensi; emozioni e curiosità turistiche: The
Hole & Corner, in un modo o nell’altro, ha saputo far partecipare tutti, perché a tutti noi
piace pensare che anche una pietra grigia o
una fontana erosa dall’umidità nasconde un
suo passato meraviglioso.
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Lo spirito vincente di “Villaggio d’Artista”,
come immenso palcoscenico di performance
live (di corpo, musica e parola), incontri
formativi con artisti in residenza e attività
ludico-educative per i più piccoli, è naturalmente rimasto anche nell’edizione 2014, che
si è svolta con un calendario leggermente anticipato rispetto all’anno precedente: dal 21
giugno al 20 luglio. Ma c’è stata una significativa differenza: «Il primo anno “Villaggio” è stato
più urbano: si è sviluppato infatti in strade, palazzi pubblici e ville private. L’anno successivo»
spiega Antonella Cirigliano «abbiamo invece
provato ad “alzare il tiro” facendo conoscere
agli artisti e ai visitatori le meravigliose location naturali e paesaggistiche offerte da questa
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terra. Siti magari più difficili da raggiungere,
ma straordinariamente stimolanti dal punto
di vista creativo». “Villaggio d’Artista” 2014
si è distinto anche per un altro motivo: con
la collaborazione della Fondazione Piemonte
dal Vivo, l’Associazione LIS Lab ha intensificato la sua attività proponendosi anche come
“Bottega d’Artista”. Il progetto, sostenuto dal
Comune di Meina, che ha messo a disposizione l’ex lavanderia di villa Faraggiana, ha
quindi garantito altri spazi per le produzioni
e, soprattutto, per sviluppare nuovi percorsi
di formazione.
Anche nel 2014 il “Villaggio” ha avuto
caratura internazionale: sono arrivati artisti
dalla Svizzera (Trickster-p, Filippo Armati), dal
Nordeuropa (Wunderland, un mix tra Danimarca, Norvegia e Svezia) e naturalmente
dall’Italia (Zerogrammi, Senza Confini di Pelle, Sara Marasso, Francesca Cola e Francesca
Amat). Italiano è anche il coordinatore del seminario-aperitivo sulle pratiche espressive del
contemporaneo, svoltosi al lido di Meina il 12
luglio, Tommaso Sacchi,2 che insieme ad artisti
e cittadini comuni ha approfondito il tema nel
suo #Intersaction.
Spigolando tra i diversi appuntamenti,
molte le curiosità anche in questa edizione:
una residenza artistica per bambini, in bilico
tra gioco e teatro dell’arte, curata da Francesca Amat e realizzata da LIS Lab con l’Atelier
del Vento; Trattato della Lontananza + Wolkenheimat, una produzione di teatrodanza di
Zerogrammi; Trickster-p con le sue installazioni interattive; la riproposta (per i bambini)
di Le Foglie e il Vento, il progetto di Mariachiara
Tommaso Sacchi ha diretto l’Ufficio progettuale dell’assessorato alla Cultura, Moda e Design di Milano. È consulente culturale di diverse aziende e istituzioni nel campo della produzione artistica. Docente di arti visive e fashion
design all’Accademia di Belle Arti di Como, è stato guest lecturer in diverse università italiane e curatore di diversi
palinsesti teatrali. È inoltre autore del libro Cultura e Città per Nda Press.
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Wunderland, Phoenix,
villa Bossi, Meina,
“Villaggio d’artista” 2014.
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Raviola, di Associazione Didee, che aveva già
debuttato a maggio al Piccolo Coccia di Novara. Nel 2014 è tornata anche La danza in
un minuto, di Coorpi, che ha dato visibilità a
moltissimi progetti tramite fulminei video.
Svizzera e Italia, i due paesi coinvolti in
PerCorpi Visionari, si sono presentati al “Villaggio” con un’originale performance ispirata
all’acqua, In Sale.
Se non avete mai partecipato a un walk
show è il momento di farlo. Chi, infatti, l’11 luglio ha percorso la Poetrywalk ideata da Senza
Confini di Pelle (Dario La Stella e Valentina
Solinas) è rimasto entusiasta. Di che si trattava? Dopo una settimana spesa a raccogliere
narrazioni e informazioni utili per un itinerario paesaggistico tra Ghevio e dintorni, è stato
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dato il via. Protagonisti dell’evento le meraviglie naturali della zona – campagne, colline,
cascate, inclusa quella del vecchio mulino del
paese, aperto per l’occasione – e la gente che
la abita (o che la visita). Poetrywalk è stata una
passeggiata poetica lungo le vie suggerite dai
racconti di chi queste strade le conosce bene.
Non qualcosa di prefissato, però. La Stella e
Solinas hanno lasciato spazio anche per nuove
associazioni emotive, improvvisazioni estemporanee create dai corpi che interagivano
sensorialmente con l’ambiente. Una performance nella quale gli spettatori ricevevano
istruzioni (ma anche suggestioni poetiche,
magari dialettali, e musica) sul percorso. Un
originalissimo museo a cielo aperto.
Anche la regista danese Mette Aakjær del
Cie Zerogrammi, Trattato della Lontananza,
Museo di villa Faraggiana,
Meina, “Villaggio d’artista” 2014.
collettivo Wunderland, con il suo Phoenix, ha
scelto il tema del viaggio, che è partito da
una delle meraviglie storiche della zona, villa
Bossi, aperta per l’occasione: un palazzo che
si affaccia sul lago, con la sua darsena e un
giardino incantevole. Agli spettatori è stato
chiesto d’incamminarsi uno alla volta lungo un
percorso guidato da nove artisti (danesi, austriaci, tedeschi, norvegesi e italiani). Il viaggio
di Wunderland si ispira a quello della fenice
(ecco la ragione del titolo) e si è nutrito di
installazioni, suoni naturali, video, musica. Dieci
repliche, tra il 13 e il 20 giugno, e un successo
senza precedenti per una performance, anch’essa “sensoriale”, del tutto inedita per gli
abitanti di questi luoghi.
Come abbiamo visto, le proposte sono
state tante anche nel 2014 e soprattutto
originali, novità assolute per chi abita o frequenta Meina. Si è resa così necessaria una
riflessione, un approfondimento teorico sui
linguaggi multidisciplinari della scena contemporanea e su come lavori così innovativi
potessero essere recepiti. Ecco il motivo di
#Intersaction, il seminario-aperitivo curato
da Tommaso Sacchi, che si è tenuto al lido di
Meina il 12 luglio. Un incontro aperto a tutti,
artisti e non, ragazzi e adulti, per raggiungere un obiettivo comune: capire cosa significa,
oggi, creatività. «Ho partecipato a uno dei
momenti di parola, di approfondimento, di
“Villaggio”: un seminario che si proponeva di
accompagnare il pubblico alla visione delle
performance» spiega Sacchi. «Cosa mi ha
colpito? Il fatto che luoghi “limite”, geograficamente fuori dai circuiti più battuti – quindi
il lago Maggiore, il Ticino, Meina –, abbiano
proposto codici di teatro assolutamente anticonvenzionali. Perché qui gli abitanti magari
conoscono la prosa tradizionale, o il teatro
amatoriale. Il mio lavoro è iniziato con un
incontro con il duo romano Dehors-Audela,
che ha spiegato, con l’aiuto di un video, un
suo progetto sull’isteria femminile; un titolo
che anni fa poteva essere etichettato come
teatro sociale. E mi ha stupito che un lavoro
così puntuale e tagliente su un caso clinico
abbia potuto coinvolgere davvero la popolazione. Il segreto è che abbiamo letteralmente “smontato” le fasi di questa performance,
spiegando al pubblico ciò che vedeva in video. Insomma, è stata fatta un’operazione
di “sensibilizzazione”. E uso apposta questo
termine, perché la “formazione”, invece, richiede un processo più lungo.»
Conclude Sacchi: «Questo lavoro può aiutarci a capire come i codici del teatro e della
danza contemporanei possano penetrare anche in questi luoghi, se il pubblico viene aiutato a decifrarli. Naturalmente l’impronta del
mio seminario non poteva essere accademica,
ma piuttosto un processo di “ascolto” degli interrogativi che mi venivano posti. Insomma,
#Intersaction è stata anche una “mappatura
delle curiosità” dei cittadini, che afferrano con
più facilità quando le performance si ispirano
ad archetipi noti. Penso all’esperienza di Phoenix, con la barca che si allontana sul lago, disegnando in un scenario naturale un vero e proprio teatro all’aperto. E, partendo da Phoenix,
va fatta anche un’altra riflessione: l’opportunità di aprire al pubblico luoghi privati e inediti,
come si è fatto con villa Bossi. Perché è con
i cittadini che bisogna lavorare, non solo con
gli operatori. E gli artisti rispondono, eccome,
perché ricevono da questi luoghi “vergini”, siti
d’interesse storico o paesaggistico, un’energia
creativa davvero speciale. Anche i cittadini si
sono entusiasmati: mi ha colpito la proprietaria della villa, che ha preparato la pastasciutta
agli artisti, che sono stati praticamente adottati dagli abitanti».
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È stato chiamato “Il pensiero del gesto” il seminario che
Simona Bucci ha curato dal 18 al 21 settembre 2014 al
Teatro Coccia di Novara, in occasione dello European
Cooperation Day.1 E la sera del 21 è arrivata la sorpresa:
i danzatori, di livello abbastanza avanzato e pratici di tecniche molto diverse (dal classico al jazz), si sono esibiti in
Nik, lecture demonstration coordinata dalla talentuosissima coreografa fiorentina, ambasciatrice nel mondo della
pedagogia Nikolais-Louis. La Bucci, che ha studiato architettura ed è stata assistente, oltre che danzatrice di Alwin
Nikolais, è oggi l’unica artista abilitata dalla Nikolais-Louis
Foundation for Dance a formare insegnanti. «Sento una
responsabilità fortissima, perché Nikolais, come pedagogo, ci ha lasciato un vero magistero, che non è solo valido
per questa o quella tecnica, ma per tutta la danza. Molti»
aggiunge Bucci «conoscono questo artista per le sue coreografie, a volte superate, ma comunque indicative di
un periodo e di un paese, l’America postbellica, che ha
rilanciato prepotentemente il valore della libertà, al di là
di qualsiasi costrizione e convenzione. Una nuova ventata
The European Cooperation Day è la giornata in cui si celebra la
cooperazione tra i territori europei, con iniziative di vario genere
atte a far conoscere luoghi da conservare, percorsi naturali, tradizioni locali e progetti. Dal 17 al 23 settembre 2014 i territori di confine
tra Italia e Svizzera sono stati lo scenario di eventi di presentazione
di progetti europei di cooperazione transnazionale. Tra i numerosi
progetti in atto nell’ambito di Interreg Italia-Svizzera, PerCorpi Visionari è stato scelto per celebrare la giornata.
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Simona Bucci è stata coordinatrice
e docente dell’Accademia Isola
Danza La Biennale di Venezia,
diretta da Carolyn Carlson.
Danzatrice e coreografa, dirige
una compagnia che si esibisce
in tutto il mondo e cura le coreografie
di diverse opere liriche. Dedica
inoltre molto del suo tempo
alla diffusione dell’eredità pedagogica
del maestro Nikolais. Ha creato
il corso internazionale
Nikolais-Louis Technique Teachers
Certificate Program, l’unico
riconosciuto dalla Nikolais-Louis
Foundation for Dance (New York)
per la formazione di insegnanti
della tecnica Nikolais-Louis.
che ha investito non solo la danza, ma anche
la musica (si pensi alle sperimentazioni di John
Cage) e le arti visive. Ma, tornando a Nikolais,
il suo valore come maestro è davvero straordinario.»
“Il pensiero del gesto”, al quale hanno
partecipato una ventina di giovani, è stato articolato in due parti: nella prima Bucci ha invitato i danzatori a concentrarsi sui loro corpi,
strumenti primari dell’arte della danza, stimolandoli a maturare la consapevolezza necessaria per ricreare un movimento organico. «Il
mio obiettivo» racconta Bucci «era ridonare
a quei fisici la loro essenza, senza preconcetti
o pregiudizi. Solo lavorando su corpi “senza
opinioni” si può iniziare un percorso creativo,
un po’ come fanno i bambini, che si muovono o saltano d’istinto. Nella fase successiva
del seminario, invece, mi sono concentrata
sulla cinestetica, e ho spiegato meglio la teo-
ria del movimento di Nikolais, che si sviluppa
attraverso quattro parametri: spazio, tempo,
dinamica e forma. Quattro magici elementi
con i quali tutti i coreografi, anche quelli classici, magari inconsapevolmente, devono fare
i conti. Un esempio? Pensiamo alla scena del
balletto Romeo e Giulietta nella quale la giovane Capuleti prende la boccetta con il veleno.
Un atto semplice, ma il modo in cui Giulietta
compie questo gesto è rivelatore. Se afferra
la pozione velocemente, con un gesto diretto,
indicherà la sua volontà di affidarsi senza tentennamenti al destino che l’aspetta e che spera le restituirà Romeo. Se è incerta, procede
nello spazio con movimenti lenti della mano
e magari indugia ancora prima di sorbire la
pozione, ci rivelerà una Giulietta più fragile, in
preda ai dubbi» spiega Simona Bucci accompagnando le parole con gesti, che già da soli
sono uno spettacolo.
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«Cos’è la danza?» ha chiesto ai ragazzi del
seminario. E, di fronte ai loro volti sorpresi, ha
dato una risposta che solo gli artisti pieni di
passione possono fornire: «Un sogno magnifico, un’utopia straordinaria».
Un’utopia che Nikolais, con la sua art of
motion ben distinta dal movement, ha spiegato
per tutti i coreografi, gli artisti e gli insegnanti
che sarebbero venuti dopo di lui. Il movement,
o “moto”, come ha spiegato Bucci usando la
parola italiana, è il movimento funzionale alla
vita, il raggiungimento di uno scopo (nel caso di
Giulietta, il gesto di portare la mano al bicchiere per bere). Motion, invece, designa la qualità
dell’atto fisico per cui anche bere un bicchiere d’acqua diventa danza, perché il tempo (la
lentezza o la velocità del gesto), la dinamica (si
segue un tracciato unico o spezzato?) e gli altri
parametri della teoria di Nikolais sono rivelatori di un significato preciso. I danzatori del seminario, quindi, sono stati stimolati a cercare e
trovare il loro archetipo, il loro «gesto unico».
«Un gesto d’identità che tutti conosciamo, e
riconosciamo. Come gli animali che se trovano
un pericolo cambiano strada senza pensarci.
A questo proposito Nikolais ci diceva spesso:
siamo simili agli animali. A lui interessavano gli
esseri umani prima degli artisti, ed è riuscito a
stimolare nei suoi allievi una capacità d’interpretare anche una precisa situazione sociale. A
volte io, sul suo esempio, chiedo alle mie classi
d’immaginare dei movimenti di persone formali, magari vestite in modo pesante. La dinamica risulta minima, simmetrica, come accade
nelle danze rinascimentali; insomma Nikolais
può anche essere percepito come un “antropologo della danza”.»
Il bilancio del seminario? «Sono rimasta
molto soddisfatta» dice Bucci. «I ragazzi che
hanno lavorato con me si erano formati in
scuole di danza classica o jazz, meno di con-
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temporanea; linguaggi, insomma, con regole
abbastanza rigide dalle quali dovevano liberarsi. Ma li ho trovati molto aperti, disponibili,
curiosi. Insomma, mi sono trovata di fronte
danzatori che hanno lavorato con buoni insegnanti e ho capito che si è spalancato davanti
a loro un nuovo mondo. La lecture demonstration Nik è partita proprio dal desiderio di
presentare al pubblico questo aspetto universale della danza. In questa sede io, con l’aiuto
di alcuni video degli spettacoli di Nikolais, ho
cercato di spiegare i suoi principi. Per rendere
la sua idea di forma, per esempio, ho mostrato
uno spezzone di Noumenon, in cui il performer
ricerca figure infinite muovendosi all’interno
di un sacco di lycra! (Carolyn Carlson, per
anni stella della sua compagnia, interpretò più
volte questo titolo). Poi ho introdotto un’altra
coreografia sintomatica del concetto di spazio,
e così via. Infine, insieme ai ragazzi che hanno
partecipato al seminario, abbiamo fatto delle improvvisazioni. La cosa divertente è che
genitori, fidanzati, il pubblico nel suo insieme
ha commentato: adesso capiamo finalmente
cosa fate in queste masterclass! Purtroppo è
opinione diffusa che la danza sia staccata dalla
vita, ma non è così. Sembra così nella nostra
cultura che, anche per ragioni religiose, ha separato il corpo dallo spirito. Ma nelle società
africane carne e anima sono saldamente unite
e per loro ballare è naturale. Invece noi danziamo tutti i giorni, anche quando entriamo in
un caffè e scorgiamo qualcuno che ci attrae.
Non è forse “danza” quell’insieme di gesti che
ci vengono dal cuore e che riproduciamo per
attirare l’attenzione? E poi ci apriamo, siamo
più ricettivi, quando siamo in pace con noi
stessi e, al contrario, ci chiudiamo, se siamo
tristi. Anche il balletto classico, pur con i suoi
codici, sa parlarci. Prendiamo Il lago dei cigni:
Odette è leggera, affonda nello spazio, mentre
Odile, il cigno nero, si piazza al centro del palcoscenico e mostra tutta la sua arroganza con
quei fouetté che attirano l’attenzione su di sé.
La danza è una, tutto il resto sono preconcetti» conclude con passione Bucci.
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Spazi industriali recuperati e lussureggianti
giardini di ville magnifiche, che i percorsi turistici conoscono bene: sono le insolite location
torinesi di PerCorpi Visionari, che ha contagiato con performance, incontri, convegni e
fiabe anche il capoluogo piemontese, coinvolgendo adulti e ragazzi in una nuova grande
festa della creatività. «Nel corso di questo
evento che per due volte, nel luglio 2013 e
nel settembre 2014, ha trovato ospitalità nel
festival “La Piattaforma teatrocoreografico”,»
spiega Mariachiara Raviola, direttrice artistica
di Associazione Didee, che ha curato anche
questo capitolo torinese del progetto, «abbiamo scelto proprio ambientazioni cittadine
e paesaggistiche di grande interesse culturale;
luoghi che sono diventati presto parte integrante delle performance. Alcune produzioni,
infatti, come Le Foglie e il Vento, rivolta ai bambini, sono state ricreate per la nuova location
con un accurato lavoro site-specific.»
Teatro? No, un’ex fabbrica di treni. È cominciata infatti nei Cantieri OGR di corso Castelfidardo l’avventura di PerCorpi Visionari a
Torino, il 17 luglio 2013. Proprio nello spazio
ristrutturato delle Officine Grandi Riparazioni
si sono tenuti ben tre percorsi creativi: We
used to be lovers di Francesca Cola, Lunar di
Lunar, di Raffaele Irace,
con i costumi di Sonia Biacchi,
spettacolo ai Cantieri OGR, Torino.
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programma operativo di cooperazione transfrontaliera Italia-Svizzera, le produzioni artistiche di PerCorpi Visionari sono state scelte
per la loro qualità propositiva. In particolare,
il 20 e 21, l’Associazione Didee, nell’ambito
della “Piattaforma teatrocoreografico”, e la
Fondazione Via Maestra, nel programma delle
Domeniche da Re, hanno presentato Crogiolo
primitivo, Le Foglie e il Vento e Soup.
Il Giardino dei Fiori ha ospitato un originale melting pot, Crogiolo primitivo, performance
alla quale hanno collaborato artisti italiani e
svizzeri esprimendo un suggestivo mix di
movimento e installazioni. Il lavoro è stato il
frutto di una residenza estiva di tre settimane
curata da LitroCentimetro e Didee e ospitata alla Fabbrica di Losone: a Venaria Tommaso
Serratore ha curato un site-specific con la torinese Giulia Lazzarino e i ticinesi Francesca
Sproccati e Rocco Schira.
Raffaele Irace e Quantum con Margarita Kennedy e Filippo Armati. Un confronto fra tre
coreografi, impegnati a trovare movimenti naturali indagando spazio e tempo, le categorie
così frequentate da Laban.
Il lavoro di Francesca Cola è il frutto di un
laboratorio di musica e danza al quale hanno
partecipato una ventina di giovani. Performer
e terapeuta del movimento, Cola ha studiato
tra l’altro con Raffaella Giordano (già in Sosta
Palmizi) e Virgilio Sieni, uno dei più significativi
esponenti della danza contemporanea italiana.
E Lunar? In questo lavoro, invece, il coreografo
piemontese Raffaele Irace ha coniugato lo studio sul corpo all’analisi matematica, in particolare dei frattali. Ci si può ispirare ai frattali per
“scrivere” i movimenti del corpo? Irace, con
l’aiuto di spettacolari costumi-sculture della
designer Sonia Biacchi e del tappeto sonoro
realizzato da Belma Bešlić-Gál, ha prodotto
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Il Patio dei Giardini invece ha accolto Le
Foglie e il Vento, un poetico spettacolo di danza per bambini e adulti ispirato al testo di
Leo Buscaglia La foglia Muriel. La performance, interpretata da Francesca Cinalli e Stefano Botti, è un’idea di Mariachiara Raviola. Le
coreografie sono di Aldo Torta e la musica
di Paolo De Santis. Per l’occasione la produzione è stata rimontata per il nuovo spazio,
che poteva vantare una splendida scenografia naturale.
PerCorpi Visionari è stato presente a
Venaria anche con Soup di Antonella Cirigliano e Daria Tonzig, che hanno partecipato
insieme a Francesca Amat e Sara Vilardo. La
produzione, a cura di LIS Lab e Fondazione
Teatro Coccia, ha coinvolto anche gli studenti della NABA, la Nuova Accademia di Belle
Arti di Milano (per Le Foglie e il Vento e Soup
vedi più avanti il capitolo loro dedicato).
un’analisi tra le forme geometriche che si ripetono senza sosta e l’utopia dell’infinito.
Ancora la scienza è la protagonista di
Quantum, di e con Filippo Armati, qui con
Margarita Kennedy. La sfida di Armati è stata di riprodurre una plasticità di movimenti
ispirandosi alle teorie di spazio e tempo proprie della fisica quantistica. Armati e Kennedy
hanno sviluppato una ricerca su otto elementi
chiave del movimento, che si possono combinare in modo ciclico all’interno di uno spazio virtuale. Il frutto di questo lavoro è stata
l’elaborazione della Quantum Technique (vedi
anche il capitolo seguente).
Ed eccoci ai giardini meravigliosi della
reggia di Venaria, nel settembre 2014 teatro
di diverse coreografie d’autore, che hanno
esplorato territori e stili, natura e architettura,
danza e non danza. In occasione dell’European
Cooperation Day, giornata di promozione del
Margarita Kennedy e Filippo Armati,
Quantum, improvvisazione
ai Cantieri OGR, Torino.
Esito conclusivo di Crogiolo primitivo, a cura di Tommaso
Serratore, con Giulia Lazzarino, Francesca Sproccati
e Rocco Schira, nei giardini della reggia di Venaria.
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Arti sceniche, video, installazioni e, naturalmente, danza: guarda al futuro “Performa Festival”, l’appuntamento
con la creatività a cura di Filippo Armati che ogni anno
rivitalizza Losone, Locarno, Bellinzona e molti altri luoghi meno conosciuti del Canton Ticino vicino al confine
italiano. Non poteva mancare perciò un incrocio tra
“Performa Festival”, nato nel 2010, e PerCorpi Visionari,
il programma di Cooperazione Transfrontaliera Interreg
Italia Svizzera. Sul fronte elvetico è stato infatti Armati,
con l’Associazione LitroCentimetro e la Fondazione La
Fabbrica, a organizzare le giornate di creatività trasversale
(3-6 ottobre 2013 e 1°-5 ottobre 2014) che hanno coinvolto artisti italiani e stranieri – svizzeri certo, ma spesso
nordeuropei – in un incontro vitalissimo e multidisciplinare. «Ciò che mi preme è favorire lo sviluppo delle arti
sceniche. E della danza contemporanea, naturalmente,
anche se questa “etichetta” oggi è una definizione un
po’ vaga, perché include un’infinità di linguaggi» spiega
Armati. «Per organizzare “Performa Festival” ogni anno
stringo collaborazioni con diversi festival che si tengono
tra Zurigo, Losanna, Ginevra o Lugano. La vita culturale
della Svizzera italiana è costellata da molti eventi che si
rivolgono a un pubblico di settore – penso al Festival del
Cinema di Locarno o alle settimane jazz di Ascona – ma
“Performa Festival” si distingue dagli altri perché le
mie proposte rispecchiano visioni artistiche molteplici
e quindi intercettano spettatori diversi. A “Performa
Festival”, ogni anno, non vengono solo persone che pa-
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Filippo Armati con gli allievi
della masterclass 2014,
svoltasi a Chiasso.
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cipato alla realizzazione del Laban Event ad
Ascona, grazie alla collaborazione di Coorpi – Coordinamento Danza Piemonte. Gli
appuntamenti in programma coinvolgono
soprattutto artisti giovani. Sono loro, infatti,
a stimolare i progetti più innovativi, capaci
di attraversare la performance contemporanea» dice Armati.
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I partecipanti alla residenza
estiva di Crogiolo primitivo,
alla Fabbrica di Losone,
nell’agosto 2014.
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gano un biglietto, si siedono e si godono uno
spettacolo. Viene gente disposta a mettersi in gioco, ad appassionarsi. Quindi è stato
un piacere lavorare anche con l’Italia e con
PerCorpi Visionari, che nel 2013 ha parte-
Come abbiamo visto, l’avventura di PerCorpi Visionari è iniziata proprio in Svizzera, ad
Ascona, per ricordare il visionario camp avviato a Monte Verità nel 1913 da Rudolf von
Laban, il coreografo e teorico che ha segnato
sotto molti aspetti l’evoluzione della danza
contemporanea. All’evento, curato dalla ricercatrice e artista diplomata al Trinity Laban
di Londra, Nunzia Tirelli, in collaborazione
con Filippo Armati per la Fondazione La Fabbrica e l’Associazione LitroCentimetro e con
il sostegno di Coorpi, abbiamo dedicato un
capitolo apposito. Ciò che qui importa dire è
che proprio in Svizzera, grazie anche alla curiosità di Armati, si sono mossi i primi passi
(visto che parliamo di danza la definizione è
quanto mai appropriata) dell’intero progetto.
Il summercamp di Laban coinvolse a suo
tempo artisti, ballerini e filosofi : un gruppo
gioiosamente danzante, in estrema libertà.
Naturalmente Campodanza, che si è tenuto
alla Fabbrica di Losone e che ha prodotto
alcuni lavori presentati a “Performa Festival”
nel quadro di PerCorpi Visionari, ha avuto
una connotazione diversa, ma ha condiviso
lo stesso spirito: un appuntamento estivo
con la creatività. Il summercamp di “Performa Festival” si è svolto per quattro giorni,
dall’8 all’11 agosto 2013. Il programma preve-
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In questo workshop Margarita Kennedy e Filippo Armati hanno insegnato i principi della
Quantum Technique, nella quale i due insegnanti e coreografi lavorano sull’isolamento,
la composizione istantanea, la consapevolezza del corpo e la possibilità di comporre
movimenti totalmente fluidi. Kennedy e Armati hanno dato ai partecipanti strumenti
che permettano ai danzatori professionisti
di apprendere rapidamente questa tecnica.
Una volta assimilato il metodo, i due insegnanti hanno spostato la loro indagine
sull’analisi delle categorie spazio e tempo in
relazione al movimento.
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deva due corsi giornalieri a cura di tre insegnanti conosciuti a livello internazionale: Liz
Waterhouse, Margarita Kennedy e lo stesso
Filippo Armati.
Liz Waterhouse, danzatrice della compagnia di William Forsythe (il cui senso dell’armonia rimanda non poco alle teorie labaniane), ha tenuto un workshop sul corpo,
a partire dagli interrogativi: il corpo è uno
strumento che si può “ascoltare”? Qual è
il suo limite, quali metafore può suggerire?
Facendo tesoro della sua conoscenza del
metodo Gyrotonic, Waterhouse ha riflettuto sulle nostre conoscenze del corpo e su
come si possa costruire una consapevolezza
del movimento. Analizzando le diverse parti del loro fisico, i partecipanti al workshop
sono stati invitati a trovare connessioni, catene di energia tra sé e gli altri. Al termine
hanno dato vita a una performance, dopo un
intenso lavoro d’improvvisazione.
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Ritroviamo Svizzera e Italia ancora insieme
per La danza in un minuto, carrellata di video
curata da Coorpi – Coordinamento Danza
Piemonte, e per un appuntamento presentato in anteprima a Lugano, nell’ambito di
Arspolis: un’originale performance ispirata
all’acqua, In Sale. Il lavoro è approdato poi
a PerCorpi Visionari ed è stato ospitato nel
2014 a “Villaggio d’Artista”, in piazza Carabelli a Meina.
Filippo Armati e Francesca Cola, che si
sono incontrati durante il festival “La Piattaforma teatrocoreografico” 2013, hanno
animato un percorso interattivo (con tanto
di cuffie audio in dotazione agli spettatori)
focalizzato sulla differenza tra acqua dolce e
salata. «In Svizzera abbiamo tanti laghi, ma
ci manca il mare» spiega Filippo Armati. «Al
contrario l’Italia è piena di coste, quindi di
acqua salata. In questo lavoro Francesca e
Presentazione del lavoro di ricerca Narcisus is present,
di Rocco Schira (al centro della foto),
durante “Performa Festival” 2014, Losone.
io abbiamo esplorato le stratificazioni simboliche di questo elemento così presente
nell’immaginario delle persone. Non si dice
forse che una persona “ha sale in zucca”,
per sottolineare che è intelligente, o che una
cosa “è ricca di sale” perché ha contenuto
e personalità? In Sale gioca anche sulla sorpresa, perché gli spettatori si mescolano ai
performer in modo fluido, come il sale nell’acqua, e il pubblico non distingue mai con
chiarezza se chi gli è vicino è un attore o no»
conclude Armati.
Una performance condotta nella penombra, nella quale gli spettatori condividono un’unica fonte luminosa: s’intitola In Luce
il concept di Francesca Cola presentato alla
Fabbrica di Losone il 5 e 6 ottobre 2013. Una
torcia in scena, passando di mano in mano,
modula tempi e direzioni dell’illuminazione,
che variando di continuo svela immagini
frammentate come frames cinematografici. I
performer si mostrano gradualmente e con
intermittenza l’uno all’altro. Emerge così un
mondo soggettivo carico di significati simbolici, che contagia gli spettatori, stimolati a
mettersi in gioco e ad aprirsi a ciò che vedono, chiamando in causa le emozioni più
nascoste.
All dressed up with nowhere to go, di Giorgia
Nardin, è andato in scena a “Performa Festival” il 5 ottobre: un titolo lungo per un’opera
essenziale, in cui i corpi, con lentezza, mettono in scena sprazzi di quotidianità iperreale in
aperto contrasto con l’ambientazione flou di
tutto il lavoro. La coreografia, che ha vinto il
premio Prospettiva Danza 2013, ci presenta
esseri ben vestiti, ma spaesati. Questi individui
si sfiorano, si studiano, si aggiustano giacche e
colletti come se dovessero presentarsi a una
festa, ma la festa non c’è, perché in questa
performance la logica del tempo è completamente annullata. L’atmosfera genera ovviamente incertezza, un’insicurezza che è fisica
(a volte gli interpreti si reggono in equilibrio
su una sola gamba) e, naturalmente, esistenziale. Per non cadere, c’è chi si aggrappa al vicino con una gestualità giocata principalmente
sugli arti superiori.
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L’appuntamento d’inizio autunno con la
creatività d’avanguardia è cresciuto ed è tornato anche nel 2014 a Lugano, Bellinzona,
Locarno e, naturalmente, Losone. Già nel
mese di luglio (dal 25 al 27), però, Filippo
Armati, sostenuto da PerCorpi Visionari, ha
organizzato una masterclass per professioGiulia Lazzarino
presenta il suo lavoro
a “Performa Festival” 2014, Losone.
31
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nisti, Campodanza, nell’ambito di Ticino in
Danza. Oltre ad Armati, che ha tenuto un
corso di Contact Improv Jam, a Campodanza sono intervenuti Brigel Gjoka, insegnante
di tecnica Forsythe, e Alessia Della Casa,
docente di tecnica Cunningham. Le lezioni
(tre al giorno) si sono svolte a Chiasso, nelle
sale danza di via dei Fontana da Sagno. Ai
partecipanti è stata offerta la possibilità di
presentare estratti dei propri lavori.
La formazione non si è limitata a Campodanza: dall’11 al 29 agosto alla Fabbrica di Losone si è tenuta un’intensa residenza estiva,
anch’essa sostenuta da PerCorpi Visionari.
La manifestazione, chiamata Crogiolo primitivo, ha ospitato sette coreografi (tre svizzeri
e quattro italiani), che per tre settimane hanno attivato un processo di ricerca e scambio,
con il supporto di formatori del calibro di
Jan Ritsema, Marco Berrettini, Cuqui Jerez e
Filippo Armati. Il risultato del loro lavoro è
stato presentato il 20 settembre alla reggia
di Venaria e, nell’ambito di “Performa Festival”, il 3 ottobre.
32
Crogiolo primitivo è stato ideato da Filippo
Armati e realizzato da Associazione LitroCentimetro e Associazione Didee. È giusto
dire che ai partecipanti i partner hanno fornito anche la copertura delle spese di vitto
e alloggio.
La residenza si è svolta in tre fasi: nella
prima settimana gli artisti hanno avuto tempo di conoscersi tra loro e di familiarizzare
con gli spazi. Inoltre hanno potuto concordare le modalità del progetto: i coreografi, infatti, hanno deciso in piena libertà se lavorare
insieme, separatamente o in piccoli gruppi.
In questa fase i giovani sono stati assistiti
da Filippo Armati, prima che, alla fine della
settimana, intervenisse il coreografo ginevrino Marco Berrettini, ex allievo della London
School of Contemporary Dance e della scuola di teatrodanza di Pina Bausch a Essen.
Dopo un periodo di sperimentazione,
nella seconda settimana, i coreografi hanno
stabilito una strategia di lavoro guidati dallo
studioso e regista di teatro olandese Jan Ritsema. Nel corso della terza settimana i lavori
Francesca Sproccati presenta
il suo lavoro a “Performa
Festival” 2014, Losone.
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si sono sviluppati fino a dar vita a una prima
rappresentazione parziale della sperimentazione fatta durante la residenza (29 agosto).
In questa fase è intervenuta la studiosa e coreografa madrilena Cuqui Jerez, attiva tra la
Spagna e Berlino.
Infine la grande platea di “Performa Festival”, nella serata del 3 ottobre. È stato il
momento in cui Alessia Della Casa, Manuela
Macco, Giulia Lazzarino, Elena Maria Olivero,
Francesca Sproccati e Rocco Schira hanno
avuto la loro visibilità. Tommaso Serratore
ha invece presentato il suo lavoro alla reggia di Venaria, presso Torino (vedi il capitolo
precedente, Città & Giardini).
Ma conosciamoli un po’ questi giovani; si
sono presentati per noi. Alessia Della Casa,
danzatrice e coreografa: «Sto cercando un
canale di comunicazione che renda il mio
linguaggio più efficace. Nel mio processo
creativo presto una particolare attenzione al
messaggio da trasmettere attraverso la mia
coreografia». Manuela Macco, artista visiva:
«Mi interessano soprattutto le relazioni tra
corpo e mente e mi piace investigare le zone
di confine. Spesso interagisco con il pubblico;
investigo le relazioni tra spazio personale e
spazio sociale». Giulia Lazzarino, performer
di teatrodanza: «Mi piace esplorare il corpo
come espressione del momento presente.
Cerco di continuo l’equilibrio tra spazio e
tempo. E mi chiedo: qual è il bisogno che
riesco a soddisfare quando mi esprimo in totale libertà attraverso movimento, parola e
azione?». Elena Maria Olivero, videomaker:
«Mi interessano i linguaggi artistici e le loro
contaminazioni. Indago il rapporto tra video
e movimento per trovare una forma espressiva poetica». Tommaso Serratore, autore
e danzatore: «Desidero trovare un’identità
artistica solida e amo confrontarmi con gli
altri artisti per conoscere nuovi linguaggi ed
eventualmente farli miei». Francesca Sproccati, danzatrice, performer e coreografa:
«Adoro sperimentare, uscire dai consueti
canoni. Il corpo è lo strumento per me più
facile, il punto di partenza più idoneo per
creare». Rocco Schira, coreografo e performer: «Per me il teatro è lo specchio della
società e il pubblico è uno specchio per l’attore. Ogni amore e ogni relazione inviano
un’immagine desiderata. Nel mio lavoro
Narcisus is present, presentato a “Performa
Festival”, questi sono temi ricorrenti. Narciso nella mitologia greca è così preso dalla sua
bellezza che disdegna tutti gli altri. È un po’
un alter ego di noi artisti: non dobbiamo mai
accontentarci di contemplare il riflesso del
nostro lavoro. L’arte, infatti, non può essere
compresa solo da chi la fa».
33
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Una festa per le vie della città all’inizio della primavera: si
poteva scegliere un modo più efficace per avvicinare gli
abitanti di Novara alla danza contemporanea? Per rendere
loro un po’ più familiare quello “strano” linguaggio del corpo
che, se sorretto da un po’ di tecnica e dalla creatività di un
buon autore, può trasmettere suggestioni, poesia e – diciamolo sottovoce – un assaggio di arte? No, forse sarebbe
stato difficile individuare qualcosa di meglio del gioioso Flash
Mob che si è snodato il 22 marzo 2014 tra piazza delle
Erbe e lungo i portici di via Rosselli, passando per il Broletto, il Teatro Coccia, per finire in una piazza del Duomo
stipata di gente. Alla festa sono stati invitati proprio tutti:
bambini e ragazzi, adulti e anziani, contagiati da oltre cento
allievi di sette scuole di danza cittadine e torinesi, tutti insieme appassionatamente, senza un’ombra di competizione.
«L’idea è nata per preparare il pubblico novarese all’arrivo
di Carolyn Carlson, l’icona della danza contemporanea,
che sarebbe stata ospite del Coccia nell’aprile dell’anno
successivo, il 2015» spiega Paola Colonna,1 curatrice con
Cristina Pautasso di questa movimentata “processione”.
«Ma per preparare la cittadinanza all’appuntamento, che
Paola Colonna ha studiato danza classica con Loredana Furno, dal
1970 all’82, entrando poi nella sua compagnia. È passata alla danza
moderna con il Teatro Nuovo di Torino e ha creato la sua compagnia,
Rapatika. Si è avvicinata alla danza contemporanea e ha studiato, tra
gli altri, con Peter Goss, Roberto Castello e Julie Anne Stanzak, della
compagnia di Pina Bausch. Dal 2003 è ideatrice e direttrice artistica
del festival “La Piattaforma teatrocoreografico”.
1
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Improvvisazioni e performance
nel centro di Novara, Novara Corpi
Visionari, 22 marzo 2014.
35
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aveva quindi un chiaro scopo “formativo”, ci
siamo mobilitati il giorno prima, il 21, con performance e installazioni open air per la città. E
in questa fase abbiamo coinvolto professionisti
come Aldo Torta, Stefano Botti, Francesca Cinalli e Paolo De Santis, tutti artisti che gravitano
36
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attorno alla compagnia torinese Tecnologia
Filosofica, e inoltre le performer della mia associazione Rapatika» aggiunge Colonna.
Il Flash Mob per le vie di Novara è stato solo una delle iniziative di Novara Corpi Visionari (il percorso formativo pensato dall’Associa-
zione Didee con il Teatro Coccia, che ha contemplato anche workshop di artisti affermati
e incontri con il pubblico), ma senz’altro quella
che più ha “scosso” la cittadinanza della provincia ancora poco avvezza alle performance
di danza urbana, così diffuse, invece, all’estero.
«Il mio lavoro è cominciato chiamando a raccolta le scuole di Novara e dintorni: Centro
Danza Buscaglia, Città della Danza, Danza Viva,
Tempio della Danza, Studio Danza Novara,
Yin Yang Club. Si tratta di scuole nelle quali si
studiano tecniche diverse: balletto classico, hip
Compagnia Tecnologia Filosofica, Aldo Torta e Stefano Botti in Effetto
serra e Compagnia Rapatika in improvvisazioni e performance
nel centro di Novara, Novara Corpi Visionari, 21 marzo 2014.
37
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hop, modern jazz, afro e, naturalmente, contemporaneo» racconta Paola Colonna. «Per
non risultare troppo invasiva ho chiesto a ogni
insegnante di occuparsi dei rispettivi allievi e
di preparare una brevissima performance di
un minuto e mezzo, ciascuno con la propria
tecnica, in modo che emergessero tutti gli stili
che contraddistinguono le diverse scuole. Poi
abbiamo riunito tutte queste creazioni in una
coreografia unica, che gli allievi – un centinaio,
forse centocinquanta – hanno proposto nel
Flash Mob del 22 marzo, accompagnati dalla
musica diffusa da Radio Azzurra. Incredibile:
tutti interpretavano gli stessi brani, un medley
in cui spiccavano i Feel Good Productions, i
Leftfield e i Dead Can Dance: un mix di disco
dance, elettronica e darkwave. Com’è stato
possibile? Con radio e altoparlanti sparsi per
i diversi punti della città. Ma anche gli esercizi commerciali e i tassisti ci hanno dato una
mano, sintonizzando i loro apparecchi sulla
stessa frequenza! Un’esperienza straordinaria, che ha divertito i cittadini e arricchito me.
“Quando ripeteremo qualcosa di simile?” mi
hanno chiesto in tanti. Un segno inequivocabile del gradimento di questa allegra sfilata
danzante, che ha avuto anche il grande merito di riunire in un progetto comune tante
scuole di danza, solitamente, invece, piuttosto
diffidenti l’una dell’altra. Di più: gli allievi di una
guardavano con interesse cosa facevano gli altri. Insomma, ogni gelosia è stata superata dalla
reciproca curiosità» nota Colonna.
E il giorno prima? Il giorno dell’equinozio
di primavera, il 21, è stato dedicato alle per-
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formance e alle installazioni a cura di Rapatika
e Tecnologia Filosofica. In particolare il centro
storico è stato affascinato da Effetto serra, nel
quale Aldo Torta, esperto di Danza Sensibile®,2
ha presentato con Stefano Botti una creazione
significativa della sua ricerca sul corpo. «Bisogna mettersi in ascolto del movimento, risvegliare dentro di sé la memoria di gesti antichi,
archetipi insomma, e ripetere quest’esercizio
finché la sintonia tra mente e corpo non è
completa. Come i bambini che devono “imparare” a ergersi e camminare, la Danza Sensibile® studia il passaggio da una posizione orizzontale a quella verticale, prendendo spunto
dal mondo naturale, vegetale e animale, anche
marino» spiega Torta. Gli allievi del laboratorio
“Dalle radici del movimento alla danza crea-
La Danza Sensibile®, di cui Aldo Torta è insegnante, è una pratica di movimento cosciente che si propone di
rivisitare alcune tappe fondamentali dell’evoluzione, rivivendo consapevolmente il processo di verticalizzazione
dell’essere umano, in modo da ritrovare il senso e la potenzialità presenti nella forma e nella struttura dei nostri
corpi e nella loro memoria evolutiva. L’intento è di partire da un “ascolto sottile” per danzare lo spazio interno ed
esterno. Tecnica codificata negli anni Novanta da Claude Coldy, la Danza Sensibile® è anche alla base del lavoro
degli osteopati fluidici Jean-Marie Dupuis e Marie Guillon.
2
38
Qui sopra e nella pagina a fianco, in alto,
Flash Mob nel centro di Novara,
Novara Corpi Visionari, 22 marzo 2014.
Compagnia Rapatika, improvvisazioni
e performance nel centro di Novara,
Novara Corpi Visionari, 22 marzo 2014.
39
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tiva”, curato dallo stesso Torta tra gennaio e
marzo, hanno animato anche il Flash Mob del
22. Ma, tornando a Effetto serra, la scenografia
era «una specie di scatola di plastica, l’ideale
per conservare il calore. Proprio come in un
vivaio» scherza Torta. Nella stessa giornata si è
esibita anche Francesca Cinalli, con In superficie,
su tappeto sonoro di Paolo De Santis.
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Mentre i novaresi si fermavano incuriositi ad
assistere alle performance open air di Torta e
Cinalli, al Teatro Coccia un leader indiscusso
della danza contemporanea, Mauro Astolfi,3
incontrava una folla di aspiranti danzatori.
«Un workshop di informazione per i ragazzi
è una cosa meravigliosa, da incentivare» ha
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esordito il leader della Spellbound Dance
Company nella sua lezione, aperta al pubblico
e moderata dal professor Alessandro Pontremoli dell’Università di Torino. «Perché è in
occasioni come queste che le scuole di danza
possono confrontarsi con il processo creativo». In un’intervista rilasciata alla «Stampa»
di Torino il giorno precedente, il coreografo
spiegava con chiarezza il senso della sua professione: «La danza non è solo una disciplina
atletica, un’alternativa alla palestra o un mezzo
per diventare famosi grazie a dei programmi
televisivi. È uno stile di vita».
La straordinaria esperienza della primavera novarese non si è fermata a quei giorni di
marzo: il Piccolo Coccia infatti ha ospitato il
30 e 31 maggio un altro laboratorio sui principi di un metodo di composizione del movimento ispirato alla fisica, Quantum, con la
conduzione di Filippo Armati.
Mauro Astolfi si è formato a New York alla scuola di Paul Taylor. Attualmente è coreografo e insegnante presso
numerose scuole in tutto il mondo. Nel 1994 ha fondato la Spellbound Dance Company, che si è esibita nei più importanti festival e teatri italiani e stranieri. Nel 2007 e 2009 ha insegnato danza contemporanea nel programma televisivo “Amici”, di Canale 5, che gli ha fatto guadagnare una grande popolarità anche tra il pubblico dei giovanissimi.
3
40
Sul palcoscenico del Teatro Coccia di Novara
Mauro Astolfi dialoga con Alessandro Pontremoli,
gli allievi della masterclass e il pubblico, 21 marzo 2014.
In alto, a sinistra, la masterclass di Mauro Astolfi al Coccia di Novara; a destra, Compagnia
Tecnologia Filosofica, Aldo Torta e Stefano Botti in Effetto serra. Qui sopra, Compagnia Rapatika,
improvvisazioni e performance nel centro di Novara, Novara Corpi Visionari, 21 e 22 marzo 2014.
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Soup è un progetto live targato LIS Lab, l’associazione di
Meina diretta da Antonella Cirigliano. La performance dichiara già nel titolo (“minestra” o “zuppa” in inglese) il suo
tema di fondo: il cibo, inteso come rito di condivisione e
partecipazione; un’esperienza che appartiene a tutti noi e
che quindi potremmo definire “archetipica”. Ma cosa vuol
dire lavorare su un archetipo, almeno nel caso di Soup?
Significa, con parole semplici, individuare un archivio inconscio di informazioni non verbali, che si nutrono di sapori,
aromi e stimolazioni percettive. Un mondo inconsapevole
che interagisce a ogni replica con gli spazi e il pubblico, invitato a ritrovare (e, se vuole, a raccontare) storie, ricordi,
sogni, colori, suoni e luoghi dell’infanzia e del mito intrinsecamente legati a ciò che si mette in tavola.
La simbiosi tra cibo e anima, insomma, è un must. Lo
sanno bene filosofi come Ludwig Feuerbach (sentenziò
che «L’uomo è ciò che mangia»), antropologi e scrittori.
Se Thomas Mann ha descritto i componenti della famiglia
Buddenbrook attraverso le loro preferenze alimentari,
Guido Gozzano nella lirica Le golose ha invece scoperto i
desideri di evasione (anche erotici) delle signore borghesi, tramite i loro peccati in pasticceria. Il cibo, con le sue
infinite valenze metaforiche, entra così prepotentemente
anche in Soup. La performance è stata preceduta da un
workshop di formazione e creazione diretta dei linguaggi
di interazione sensoriale da parte del pubblico (giovani
e studenti soprattutto). Il grande successo del workshop
ha indotto LIS Lab e il Teatro Coccia di Novara, che ha
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ospitato il laboratorio, ad allestire una specialissima messa in scena, nella quale Cirigliano
ha fatto tesoro anche della sua esperienza al
Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas
Richards di Pontedera, dove, tra l’altro, ha incontrato un grande della regia come Eugenio
Barba.
«Dolce, salato o piccante?» recitava la
locandina della performance, che invitava gli
spettatori a partecipare a un banchetto surreale, nel quale i performer-camerieri proponevano pietanze “diversamente commestibili”. In che senso, chiederete. Eccovi servita la
risposta: il vero piatto forte della serata erano
le parole degli spettatori, stimolati a rintracciare ed esprimere i loro ricordi più personali
legati a ingredienti e ricette. In sostanza il cibo
in Soup è metafora di relazioni e sensazioni,
un’insolita chiave per aprire mondi psichici
ed emotivi. Piatti dolci, salati o piccanti che ci
raccontano e ci definiscono, come “gradevoli”
o “acidi”. «Qui il cibo riveste un forte valore
simbolico, è un modo inconsueto per stimolarci a rivelare chi siamo» spiega Antonella
Cirigliano, che con Daria Tonzig ha messo a
punto il concept. «L’ambientazione è un’installazione, ogni volta differente, nella quale
i performer, giocando con il cibo, invitano i
commensali a svelarsi, a condividere il loro
mondo più intimo. Chiediamo alle persone di
indicarci il loro piatto preferito e poi ci adoperiamo per servirle. La distanza tra spettatori e
attori è annullata; l’interazione tra le due parti,
invece, è continua» racconta Cirigliano. «LIS
Lab lavora da anni sul linguaggio sensoriale e
Soup, in questo senso, è la messa in scena più
rappresentativa, perché, partendo dal gusto,
coinvolge tutti i sensi. Il bello» conclude «è
che il percorso è sempre diverso, sempre in
fase sperimentale.»
Ingredienti e utensili per Soup,
presso il Piccolo Coccia di Novara,
6 e 7 febbraio 2014.
43
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Il pubblico che si è dato appuntamento al
Piccolo Coccia di Novara, il 6 febbraio 2014,
sprizzava curiosità. Che idea, avrà pensato,
partecipare a questo rito collettivo con protagonista il cibo e poi raccontarsi in libertà,
tra profumi e suggestioni (non solo del palato, anche visive). Sì, perché il Piccolo Coccia è
stato reinventato per l’occasione (scene e allestimenti sono stati curati dagli studenti della
44
NABA, la Nuova Accademia di Belle Arti di
Milano) e agli spettatori si è presentata subito
la prima sfida: esplorare e familiarizzare con
uno spazio sconosciuto. Un ambiente che,
nella replica del giorno seguente, è risultato
forse un po’ meno sorprendente, per via di un
entusiastico (e dettagliato) passaparola.
Gli invitati a ogni “pasto” potevano essere
al massimo trentacinque (certo non si potevano accomodare a tavola tutti insieme!) ed era
necessario che prenotassero. Di più: perché il
rito collettivo funzionasse, si è reso necessario
dividere i commensali in gruppi di cinque-sei
persone. E poi... Buon appetito! Ognuno ha
ricevuto da alcuni performer-camerieri il proprio piatto, rigorosamente diverso da quello
del vicino. Il cibo? Molto naturale, green, per
dirla con un termine un po’ abusato di questi tempi: frutta secca, erbe, semi, fiori, aromi.
Una “zuppa” di ingredienti commestibili che si
è trasformata presto in un’altra minestra, da
mangiare con la mente, perché cucinata con
domande e risposte, colloqui, confidenze. Elena Mastretta è una fan di Soup: è stata tra il
pubblico più volte, al Piccolo Coccia di Novara,
ma anche a Meina, il suo paese, e poi nella ripresa della produzione a villa Giulia, a Verbania.
«La sensazione più speciale che ho provato è
la sorpresa, perché quando mi hanno accompagnato al tavolo non sapevo cosa mi aspettasse né chi si sarebbe seduto vicino a me»
racconta. «In particolare al Piccolo Coccia la
performance era avvolta in una semioscurità,
un’ambientazione che amplificava lo stupore.
Ma il bello è arrivato quando, una volta sciolta
la tensione, abbiamo iniziato a porci una serie di domande. Ci siamo chiesti persino se i
piatti che ci servivano si potessero mangiare
o no! A Meina, dove vivo, l’esperienza è stata
diversa, perché i luoghi mi sono molto familiari
e naturalmente conoscevo anche diversi com-
I commensali di Soup,
presso il Piccolo Coccia di Novara,
6 e 7 febbraio 2014.
HDJE
Studio di Antonella Cirigliano e Daria
Tonzig. Con Daria Tonzig, Sara Vilardo,
Francesca Amat, Thomas Roper, Fabrizio
Orlandi, con la collaborazione di NABA,
Nuova Accademia di Belle Arti di Milano.
Hanno partecipato gli studenti del triennio di scenografia, studenti di performing
arts: Maria Luisa Bafunno, Giulio Olivero,
Valentina Carnevali, Alice Zaninetti, Hilary
Piras (scene, allestimenti e performer);
studenti del triennio di pittura e arti visive:
Samantha Caligaris (foto, documentazione visiva), Isabella Benshimol, Mati Jhurry
(performance art); laureati del triennio di
media design e arti multimediali: Giulia
Storti e Alfredo Mannino (video). Allestimenti, direzione tecnica, audio e luci: Fabrizio Orlandi, Sergio Taddei, Fabio Malizia. Organizzazione: Michela Caretti (Fondazione Teatro Coccia), Annalisa Recchia
(LIS). Promozione, ufficio stampa: Serena
Galasso (Coccia), Annalisa Recchia (LIS).
Grafica: Marina Marzatico. Coproduzione:
Fondazione Teatro Coccia, Associazione
LIS Lab Performing Arts. Con il contributo del network Institute for Intangible
Investigations (www.inhepi3i.com).
mensali. E a villa Giulia è stato ancora più divertente, perché il tavolo da pranzo non c’era e,
invece, dovevamo compiere un percorso, uno
alla volta, dopo aver scelto all’entrata il nostro
alimento preferito. Io ho optato per la cioccolata, che ho sistemato in un raffinato bicchiere in cristallo. Il bilancio della mia esperienza?
Mi sono divertita, ma anche arricchita, perché
non sempre riesci ad aprirti, a condividere
memorie anche molto personali legate al cibo.
Un’ultima cosa: le confidenze sono sollecitate
con grande garbo. Insomma, se tu non ti senti
di raccontarti, puoi anche rimanere in silenzio,
semplicemente a osservare» conclude.
Ognuno, ascoltando il suo vicino, ha ritrovato le sue memorie e le ha condivise, nutrendosi e nutrendo a sua volta. E non è solo
lo stomaco a colmarsi, ma l’esperienza e la
conoscenza di tutti. La digestione? Certo, alla
fine è arrivata anche quella. Così, insieme ai
cibi, sono state metabolizzate anche le emozioni provate. Persino il momento di lasciare
la tavola si è trasformato in rito, con i saluti,
quando gli ospiti sono stati accompagnati con
garbo all’uscita. Come nelle fiabe, il tempo del
Soup: in scena Daria Tonzig
e Antonella Cirigliano, nei giardini
della reggia di Venaria.
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sogno finisce. La vita, là fuori, aspetta gli invitati con tutta la sua crudezza (anche di cibi).
Adesso è il turno di un nuovo gruppo: saranno altre persone a vivere le loro illusioni.
Dopo le due serate novaresi, la fortuna
della produzione è continuamente cresciuta.
La performance è stata rappresentata più volte, con attenti allestimenti site-specific. Tra le
varie repliche si deve ricordare anche quella
di Torino, negli splendidi giardini della reggia di
Venaria, in occasione dell’European Cooperation Day, il 20 settembre 2014. Ma la storia
non si è interrotta lì: anche l’Expo 2015, con il
suo focus su cibo ed energia, per l’umanità e
il pianeta, non è rimasto insensibile al fascino
di Soup, che con un nuovo lavoro site-specific
è stato programmato nell’ottobre 2015 alla
Nuova Accademia di Belle Arti di Milano.
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Un racconto danzato per adulti e bambini,
ispirato a un testo intriso di poesia del pedagogista americano Leo Buscaglia: è il biglietto
da visita delle Foglie e il Vento, percorso formativo tout public ideato da Mariachiara Raviola
dell’Associazione Didee, che lo ha prodotto
con la Fondazione Teatro Coccia nel quadro
di PerCorpi Visionari. Protagonisti del progetto, punto d’arrivo di un laboratorio che ha
coinvolto gli allievi di alcune classi di scuole
materne ed elementari di Novara e Torino,
“guidati” dagli interpreti della messa in scena,
sono una foglia e il suo albero, seguiti nel loro
ciclo vitale. Sulla scena due performer, Francesca Cinalli e Stefano Botti, danno voce con
i loro corpi e movimenti al susseguirsi delle
stagioni, che segnano la vita della foglia Muriel.
Noi facciamo la conoscenza di questa insolita “attrice” da quando è piccolissima, tenera
gemma che sboccia a primavera, con le sue
compagne. Dopo bagni di sole e vento e storie di amicizia con i bimbi che si arrampicano
sul suo albero, arrivano per la foglia i primi
freddi. Finché, con l’autunno, cala il silenzio, e
46
Cibo per l’anima, in Soup,
nei giardini della reggia di Venaria,
20 settembre 2014.
poi la neve. Muriel ormai giace a terra, mescolata ai fiocchi candidi e gelati: è la fine di un
ciclo, ma anche l’inizio di una nuova vita.
«Le Foglie e il Vento si presenta come una
danza rituale, una metafora dell’esistenza, dove
nulla muore e tutto si trasforma. E il tappeto
sonoro di Paolo De Santis sottolinea questo
concept con effetti ispirati al mondo della natura e alla quotidianità» spiega Raviola. «Una
sorta di attraversamento della vita, nella quale
tutti incontriamo amicizie e amori, ma che ci
fa anche sperimentare abbandoni e solitudini,
presenti in ogni ciclo vitale. Ma Le Foglie e il
Vento non è una narrazione tradizionale, perché la coreografia nasce dall’interazione tra i
movimenti dei due interpreti e l’ambiente che
li circonda. Ogni volta che abbiamo proposto questo titolo, infatti, la messa in scena si
Stefano Botti e Francesca Cinalli durante
Le Foglie e il Vento, nei giardini della reggia
di Venaria, 20 settembre 2014.
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Progetto e regia: Mariachiara Raviola. In
scena: Francesca Cinalli e Stefano Botti.
Sguardo coreografico: Aldo Torta. Paesaggio sonoro: Paolo De Santis. Assistenza alla regia: Lisa Pugliese. Scene e
costumi: Elisabetta Ajani e stager (cattedra di scenografia, Accademia Albertina
di Belle Arti, Torino). Oggetti scenici:
Gianni Cocomazzi. Abiti: Poncif. Abiti in
carta: Sara Peretti. Immagine cartolina:
Alberto Valente. Comunicazione: Patrizia Veglione. Produzione: Associazione
Didee – arti e comunicazione, Fondazione Teatro Coccia. In collaborazione
con Compagnia Tecnologia Filosofica.
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Stefano Botti e Francesca Cinalli
durante Le Foglie e il Vento, presso il Piccolo
Coccia di Novara, 22 e 23 maggio 2014.
è “rimodellata”, ha assunto nuove proporzioni
e assorbito stimoli diversi, con un attento lavoro site-specific, anche in natura. Dalla prima
al Coccia, il 22 maggio 2014, infatti, lo spettacolo ha conosciuto una continua evoluzione
in base ai diversi luoghi che l’hanno ospitato:
Meina, Venaria, Torino... E non è finita: perché
ce lo stanno ancora chiedendo. Per esempio
lo spettacolo è stato proposto nel giugno
2015 anche nell’ambito di un progetto per anziani e famiglie della Circoscrizione 2 di Torino.
Il format delle Foglie e il Vento si sta rivelando
d’interesse per un pubblico di tutte le età»
conclude Raviola.
E Francesca Cinalli aggiunge: «È stato un
lavoro molto stimolante, perché Stefano Botti
e io abbiamo ricreato anche dei movimenti e
delle posture che ci avevano colpiti nei piccoli
partecipanti ai nostri laboratori. Un’idea che
ha funzionato, perché i bambini sono molto reattivi, immediati, senza sovrastrutture o
condizionamenti di ordine tecnico».
E l’ambiente? Le scene e i costumi in carta sono leggeri come i movimenti pensati da
Aldo Torta: «La coreografia è il risultato di
anni di pratica di Danza Sensibile®. In questo caso, però, avevo come traccia un testo
preciso, La foglia Muriel di Buscaglia. Il tema è
il ciclo della vita; così siamo partiti dalle stagioni. Ho cercato di far emergere il senso di
caducità connesso alla morte. Ho lavorato
sulla sospensione e sulla leggerezza, qualità
che contraddistinguono anche tutti gli oggetti
scenici, realizzati soprattutto con la carta, di
gran lunga l’elemento più usato, perché – si
sa – l’albero che muore trova una nuova vita
trasformandosi in questo materiale».
«La simbologia è forte: la carta diventa
foglie, neve, persino la gonna della danzatrice.
Una scena dominata dal bianco. Lo spettacolo
permette anche percorsi educativi stratificati.
Si stimola l’attenzione alla natura, ma si riflette
anche sul riciclo, in antitesi allo spreco di risorse importanti» conclude Raviola.
Francesca Cinalli e Stefano Botti durante
Le Foglie e il Vento, presso il Piccolo
Coccia di Novara, 22 e 23 maggio 2014.
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Carolyn Carlson durante l’assolo
Immersion, nello spettacolo Short
Stories – Islands, Teatro Coccia,
Novara, 22 aprile 2015.
Carolyn Carlson è californiana.
Ha studiato a New York per sette
anni con Alwin Nikolais, quindi
è entrata nella sua compagnia
diventandone presto solista.
Ha lavorato all’Opéra di Parigi
e alla Fenice di Venezia, al Theatre
de la Ville di Helsinki e allo svedese
Cullberg Ballet, di nuovo
a Venezia, alla Biennale, e a Roubaix.
Rientra in Francia nel 1971.
È ambasciatrice di una danza
che si nutre di filosofia e spiritualità,
una “poesia visiva”, come ama
definirla. Ha realizzato più di cento
coreografie, alcune delle quali, come
Density o Blue Lady, sono capisaldi
nella storia della danza. Nel 2006
ha ricevuto il Leone d’Oro alla
carriera alla Biennale di Venezia
ed è stata nominata Commendatore
delle Arti e delle Lettere e Ufficiale
della Legione d’Onore. Dal 2014
è artista associata al Teatro
Nazionale di Chaillot, Parigi,
sede della sua compagnia.
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Bisogna incontrarla, Carolyn Carlson, per capire di che
pasta è fatta: un’icona della danza con la cordialità di una
teen-ager yankee (è nata a Oakland, in California), la raffinatezza culturale dei migliori artisti europei (in fondo
è vissuta tra Finlandia, Italia e Francia) e il fisico di una
top model. Bisogna incontrarla per capire quanto le stia a
cuore trasmettere ai giovani appassionati come lei il suo
approccio alla coreografia. «Perché adoro parlare con i
ragazzi che vogliono diventare dei professionisti? È il mio
lavoro, lo amo, e quindi desidero condividere questa mia
passione con il maggior numero di gente possibile, specie
se giovane» ha confidato in un’intervista che mi ha rilasciato il 18 marzo 2015 per «la Repubblica» (“Lombardia”).
E il risultato di questa passione è sotto gli occhi di tutti.
Chi ha lavorato con Carolina (così la chiamano i suoi performer italiani, tanti, anche nel passato) è rimasto stregato
dalla sua forza, fisica e spirituale, e ha deciso di diffondere
la “poesia visiva” appresa dalla straordinaria maestra. Ci
sono stati Giorgio Rossi e Roberto Castello con l’avventura dei Sosta Palmizi, c’è stata la coppia (d’arte e di vita)
formata da Antonella Bertoni e Michele Abbondanza, con
base vicino a Rovereto, in mezzo alla natura. E tanti altri,
tra i quali molti torinesi che ritroviamo anche in questo
PerCorpi Visionari e non certo per caso, come Raffaella
Giordano, coordinatrice di un laboratorio torinese che ha
accompagnato il convegno “Radici e germogli della danza
d’arte e di comunità in Piemonte”.
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Ma veniamo a oggi. Alla masterclass organizzata dal Teatro Coccia di Novara, il 20
aprile 2015, Carolina si è presentata in tuta,
appena avvolta da un sottilissimo scialle verde
acqua. È così che si è offerta con una generosità rara alla ventina di ragazzi che si sono dati
appuntamento per seguire la sua lunga lezione (quattro ore) e conoscerla da vicino.
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Arrivano alla spicciolata nella sala ballo del Teatro
Coccia. Avvolti nelle loro tute morbide si liberano subito delle scarpe: sanno bene che tutto ciò
che faranno da adesso in poi sarà a piedi nudi.
Alla fine ci sono tutti, una ventina, tutti professionisti o quasi, come ha chiesto Carolyn. Chi è di
Novara, chi di Busto o Torino; chi è arrivato da
più lontano è di Firenze (forse c’è lo zampino
di Simona Bucci, l’unica pedagoga accreditata in
Italia a insegnare il metodo di Alwin Nikolais, un
nome che ricorre spesso nel nostro racconto).
Conoscono la Carlson per aver visto qualche
suo lavoro su YouTube (l’assolo Blue Lady, per
esempio, rappresentato in oltre quaranta paesi)
o ne hanno apprezzato la ricerca frequentando
qualche seminario di ex della community di Carolina, come Raffaella Giordano o Giorgio Rossi.
E poi c’è Dario, che ha voluto essere anche al
Coccia dopo aver già partecipato a “Villaggio
d’Artista” a Meina e Ghevio: «Una performance
itinerante meravigliosa; una grande camminata
creativa» dice. Nessuno di loro però ha mai visto Carolyn Carlson esibirsi dal vivo. Li si può
capire, perché i più “vecchi” hanno poco più di
trent’anni. Li si può capire, ma non troppo, perché lei, la grande signora della danza, non ha mai
smesso di esibirsi.
«Ci sono pochi grandi coreografi in vita:
bisogna approfittarne» dice una ragazza men-
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tre si contorce in esercizi di stretching. «Sono
qui perché mi interessa capire come la Carlson lavora sull’improvvisazione,» si inserisce
un ragazzo «da cosa trae la sua ispirazione,
l’energia.» «Per me è un’artista empatica; qual
è l’origine del suo gesto?» si chiede un’altra
ragazza.
Quando entra lei, ammutoliscono. Emozione, rispetto, curiosità: la sala ballo del Coccia
si riempie di sentimenti contrastanti. Carlson,
anche lei a piedi nudi, si siede in mezzo a loro,
seduti per terra, in cerchio. «Conoscete Alwin
Nikolais, la sua idea di tempo, spazio, movimento?» esordisce lei. «È stato il mio maestro,
ho studiato con lui per sette anni e poi sono
diventata lead soloist, solista principale, l’unica
della sua compagnia. Nik distingue tra motion
e movement. Conoscete la differenza? La motion è l’unico gesto possibile per esprimere
qualcosa. Ognuno lo deve trovare dentro di
sé, cercando tra gli archetipi che custodiamo
nel nostro corpo e nella nostra anima. E per
ognuno è diverso, unico, appunto. Il movement,
invece, assolve una funzione, come spostare
questa sedia [si alza e interpreta le sue parole con l’esempio concreto]. Tutto nella danza
è movimento, anche l’arrestarsi. La motion è
perpetua, come le montagne che, con i movimenti tellurici, si spostano di continuo. Già,
perché io mi ispiro molto al mondo naturale
[è una convinta ambientalista].Tutto nella danza ha origine dalla natura. Guardate gli alberi:
la loro verticalità per me è fonte d’ispirazione.
Carolyn Carlson mentre conduce
la masterclass sul palcoscenico
del Teatro Coccia, Novara, 20 aprile 2015.
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E poi c’è lo spazio, la distanza tra i singoli. Anche quella parla. Sì,» ammette «la mia danza è abbastanza astratta. Io, infatti, la chiamo
“poesia visiva” e non sempre viene compresa
subito. Quando insegnavo a Venezia, una mia
allieva – aveva appena diciotto anni – m’interruppe e mi apostrofò: “Io non ho capito
niente!”. Era Raffaella Giordano, che è entrata
nella mia compagnia e, dopo lo scioglimento
del gruppo nato alla Fenice di Venezia, è diventata una delle anime dei Sosta Palmizi.»
«Qual è il primo movimento?» chiede
ancora ai ragazzi incantati. «Il respiro! Ballare significa dare e ricevere. Io do energia ai
ragazzi del mio gruppo e loro ricambiano,
regalandomi entusiasmo e spunti di lavoro»
continua. «Dunque, si parte dal respiro e si
lavora sulla sospensione e anche sulla caduta,
come ha insegnato Martha Graham. Un’impostazione diversissima dal balletto classico,
molto aereo, in cui le ragazze sono sempre e
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solo proiettate verso l’alto, salendo in punta, e
devono ubbidire a schematismi ben precisi di
rotazione... [A questo punto simpaticamente
si mette eretta, con i piedi in “prima posizione”, cioè a talloni uniti e punte divaricate in
direzioni opposte, come Mary Poppins prima
di prendere il volo, per intenderci.] Invece io,
quando sono entrata in compagnia con Nikolais, per mesi ho ballato in un... sacco.» Il riferimento è a Noumenon, coreografia simbolo in
cui la forma in movimento è prodotta dal fluttuare di una struttura in stoffa con danzatore
incorporato. Un’idea poi frequentata da tanti
coreografi, cominciando da Shen Wei con il
suo bellissimo Folder.
Carolyn Carlson è generosa: parla del suo
rapporto con l’Oriente e le arti marziali, che
ama al punto da aver creato un trio maschile
con un cinese, un coreano e un giapponese (Tigers in the Tea House, di cui dice: «Ho
fatto un frullato delle loro diverse culture e
Carolyn Carlson durante l’incontro
con i danzatori della masterclass,
Teatro Coccia, Novara, 20 aprile 2015.
mi sono divertita un mondo»). Poi risponde
a un’altra domanda. Gliela pone Francesca
Cinalli, anche lei attiva nel progetto PerCorpi
Visionari: «In Giappone, nel teatro No, si dice
che lo spettacolo viene visto da mille occhi
che, alla fine, si fondono in uno solo. Cosa
ne pensa?». «Amo la semplicità del gesto nel
No,» risponde Carlson «ma il mio modo di
fare teatro è diverso. Io lavoro su una percezione, un archetipo, finché trovo il “mio”
gesto “unico”. Ma poi, al momento di andare
in scena, lascio liberi gli spettatori d’immaginare non una, ma dieci, cento letture di ciò che
stanno vedendo, come dieci o cento possono
essere le emozioni che provano. Insomma, io
lavoro sulla percezione, ma l’emozione, anzi
le emozioni le lascio al pubblico, che quindi
può sentire una coreografia in tanti modi differenti. Per esempio, Céline Maufroid, in Short
Stories, sarà Wind Woman, un assolo pieno di
mistero che può essere quindi fruito in mille
modi, secondo la sensibilità dei singoli spettatori. Naturalmente l’importante è condividere
un’esperienza con il pubblico e questo dipende sia dalla generosità del coreografo e del
performer sia dalla disponibilità del pubblico
a interagire.»
«Come nasce l’ispirazione?» chiede un’altra persona. «Io credo nell’ispirazione cosmica, noi facciamo parte dell’universo, come ci
insegnano anche le arti marziali» risponde
l’artista, che ammette di subire un’attrazione
irresistibile per l’elemento acqua (il suo solo
portato in scena al Coccia il 22 aprile s’intitola Immersion). «Quando abitavo a Venezia
e avevo casa alla Giudecca, le mie finestre si
affacciavano sulla laguna. È lì che è nato il mio
primo lavoro alla Fenice, Undici onde, ma poi
ho scritto tanto ispirandomi all’acqua, anche
il più recente Writing on Water, per esempio.
Adoro immergermi in immagini e atmosfere
sempre diverse: per questo uno dei musicisti
con cui collaboro più spesso è René Aubry,
perché “colora lo spazio” in mille modi, regala
mille atmosfere.»
«Così il 50 per cento della danza è immaginazione. E il restante? Work, lavoro!» Sottolinea il concetto scattando in piedi come un
gendarme. «Voi, se vorrete danzare, dovete
andare a teatro, frequentare musei, leggere...
Io adoro leggere: i miei autori preferiti sono
Borges, Erri De Luca e Italo Calvino. Ah, gli
italiani, li adoro! Non solo gli scrittori, ma
gli artisti, il pubblico, i miei ballerini, la gente.
Quando lavoro nel vostro paese mi prende
qui un’esplosione di calore (indica il petto).
Guardate cos’è capace di fare la mia assistente Sara Orselli, italiana.» E qui Carlson chiude
il suo incontro coinvolgendo in un esercizio
d’improvvisazione le sue due soliste, Céline
Maufroid e, appunto, Sara Orselli. Cede la sedia a Sara e chiede alle due ragazze d’immaginare una scena avvenuta la mattina. La sintonia tra le due è speciale. Si capisce che si rappresenta un’incomprensione, quasi un litigio,
ma anche una vicinanza forse parentale. Alla
fine la tensione si stempera; l’improvvisazione
è finita. I ragazzi sono a bocca aperta. «Qui
è fondamentale il modo in cu Sara e Céline
“abitano” lo spazio» spiega Carlson, che da
brava adepta di Nikolais attribuisce a questa
categoria fisica un’importanza immensa. «Ci
sono modi diversi d’intenderlo. Chi si proietta
verso l’esterno e chi sposta tutte le sue percezioni nel mondo interiore, come Bob Wilson, un altro dei miei registi preferiti.»
«Perché vivere di danza oggi?» è l’ultima
domanda di una stagista che sta per cominciare il workshop. «Perché no?» risponde birichina la Carlson, ben decisa ad allargare la sua
community di fan anche grazie all’esperienza
novarese.
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Al pianoforte, sul palco a sinistra, c’è Pachi
Zennaro. I ragazzi arrivano e iniziano un riscaldamento tutt’altro che blando, guidato
da Carolyn, instancabile e, come sempre,
generosa. Stabilisce il suo baricentro in una
“seconda posizione”(piedi divaricati ben saldi
a terra, flessione profonda di gambe) e invita
tutti a fare altrettanto. Le braccia del gruppo prendono a oscillare, ora in verticale, ora
ondeggiando in trasversale. Ciò che colpisce
subito è la fluidità di spalle della Carlson,
settantuno anni come solo lei può portare.
Finché irrompe il fatidico “gesto unico” di
Nikolais. «Sentite la terra sotto i vostri piedi
e scegliete un punto in alto, pensate al cielo
o al loggione, come preferite. Concentratevi e protendete il braccio in quella direzione,
come se voleste raggiungere quello spazio
infinitesimale, forse afferrare un oggetto che
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Gli allievi della masterclass di Carolyn Carlson
sul palcoscenico del Teatro Coccia,
Novara, 20 aprile 2015.
è lì.» A parole sembra una passeggiata, ma la
concentrazione degli stagisti scarseggia e lei
chiede di ripetere più volte, non stancandosi
mai di mostrare, spiegare.
Una breve pausa e si parte con l’improvvisazione, altro osso duro per chi non è cresciuto alla scuola di Carolina. Lei si siede e
osserva, corregge, aggiusta braccia e posture,
passando al setaccio, uno per uno, questi venti
ragazzi coraggiosi. L’orologio segna le 19: lei,
fresca come una ragazzina, continua a improvvisare figure; i ragazzi – si capisce – sono
esausti. Più tardi concorderanno: «La Carlson?
Una tigre».
Ma tra i vari commenti ce n’è uno che
merita davvero d’essere ricordato. È quello
espresso da Vito, allievo del corso di teatrodanza alla “Paolo Grassi” di Milano. «Il bilancio
di questa esperienza? Sono questi i workshop
che ti fanno riflettere se non sia il caso di
cambiare mestiere.»
La masterclass di Sara Orselli
sul palcoscenico del Teatro Coccia,
Novara, 20 aprile 2015.
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Sara Orselli lavora da una quindicina d’anni
con Carolyn Carlson ed è ormai la sua assistente. Fuori dalla scena è una ragazza dolce,
ma sul palco, mentre balla, è una forza della natura. A lei la Carlson e il Coccia hanno
affidato il compito di guidare uno stage per
danzatori non professionisti che segue quello della maestra. Dalle 19 alle 21.30 propone
esercizi di riscaldamento, stretching ed elevazione e suggerisce idee per improvvisazioni.
I suoi ragazzi sono venticinque e hanno formazione e livelli tecnici disomogenei. Lei ne è
un po’ intimorita, ma se la caverà alla grande:
«Sono soddisfatta» dirà alle 21.30 dopo aver
partecipato anche al workshop precedente
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Sara Orselli durante l’assolo Mandala,
nello spettacolo Short Stories – Islands,
Teatro Coccia, Novara, 22 aprile 2015.
(una specie di Wonder Woman con le sue sei
ore e mezzo di danza senza interruzione). «In
fondo mi ha arricchito trasmettere un pizzico di tecnica e consapevolezza a giovani che
provengono da mondi così diversi, dal classico
all’hip hop.»
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Dopo i ragazzi, arriva il momento per il
pubblico, che prima di ritrovarsi a teatro ha
l’opportunità d’incontrare Carolyn Carlson
al Piccolo Coccia. Per tradurre e spiegare
la “poesia visiva” dell’artista e il cuore della
tecnica Nikolais, è venuta da Firenze anche
Simona Bucci. Con l’aiuto della project manager di PerCorpi Visionari, Lucia De Rienzo,
e del professor Pontremoli, Carolyn si spiega,
scherza, si racconta e firma autografi sul suo
libro di poesie Brins d’herbe.
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Un momento della
masterclass di Sara Orselli,
sul palcoscenico
del Teatro Coccia,
Novara, 20 aprile 2015.
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I:HI>BDC>6CO:
a cura di Chiara Castellazzi
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Un grande spettacolo tutto al femminile, ma
anche una grande festa per il Teatro Coccia e
tutti i suoi partner in questo lungo progetto.
C’erano tutti a vedere Carolyn che irrompe
sul palco, concentratissima, per interpretare
il suo Immersion, un solo su musica di Nicolas
De Zorzi ispirato, naturalmente, all’acqua,
l’elemento tanto amato. La Carlson sola in
scena elargisce carisma; i movimenti sono
nitidi, le braccia fluttuano nello spazio disegnando arabeschi. Evoca archetipi spirituali
e naturali comunicando per diciotto minuti
filati un’energia vitale straordinaria.
Poi è il turno di Céline Maufroid con Wind
Woman, sempre firmato dalla Carlson, che
qui esplora il senso dell’effimero ispirandosi
al vento. Ognuno di noi è il vento con il suo
respiro, suggerisce la coreografa, che affida a
Sara Orselli il titolo conclusivo della serata,
Mandala, mezz’ora di puro pathos su musica
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di Michael Gordon. In un cono di luce Sara
Orselli, con ampi pantaloni e corpetto beige,
accenna a movimenti circolari che partono
lentissimi per diventare sempre più rapidi.
In lei, verso la fine, quando i bei capelli neri
lucenti sono ormai liberati (proprio come il
corpo), sembra agire un’anima misteriosa,
una forza sconosciuta potentissima e quasi
dionisiaca. Grandioso. Come gli applausi del
pubblico alla fine, un’interminabile standing
ovation.
Poi la festa continua dietro le quinte, con
la Carlson e le sue due giovani artiste che
brandiscono gli enormi mazzi di fiori regalati
loro dal Coccia. Piovono sorrisi e ringraziamenti, foto e autografi, abbracci e brevi frasi colme di affetto. Il Teatro Coccia (e tutti i
suoi collaboratori) ha fatto centro.
PerCorpi Visionari trionfa così con il suo
entusiasmo e i suoi mille appuntamenti, fino a
quest’ultimo in compagnia di Carolyn Carlson,
la regina arrivata da Parigi per il gran finale.
Céline Maufroid durante l’assolo Wind Woman,
nello spettacolo Short Stories – Islands,
Teatro Coccia, Novara, 22 aprile 2015.
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A caldo, durante i corsi a tempo pieno del Laban Event
2013, a Monte Verità, presso Ascona, le partecipanti
di Coorpi – Coordinamento Danza Piemonte si sono
espresse sulla loro esperienza e su quali aspetti pensano
di poter integrare nel proprio percorso di insegnamento
e di creazione.
Francesca Cola ha tanto una formazione di movimento
terapia che un percorso legato alla performance e alla danza contemporanea. Molto denso il suo curriculum: si forma
nell’ambito delle arti performative con Teatro Valdoca, Marcido Marcidoris, Teatrino Clandestino, Motus e negli anni
Duemila collabora stabilmente con il teatro del Lemming e
con il Laboratorio Operativo Sistemi Sensibili (Luigi Coppola). Approfondisce gli studi con Nicola Hümpel, Michele
Abbondanza, Donata D’Urso, Virgilio Sieni, con il performer Benjamin Verdonk e con i videoperformer newyorkesi
Caden Manson e Jemma Nelson del Big Art Group.
Al Laban Event 2013 ha scelto il corso di Peggy Hackney, “Integrazione delle polarità”, che lavora non sulla coreografia, ma su un movimento più interno, legato a dinamiche anche psichiche. Francesca è convinta che siano
esperienze che riverberano nel tempo e quindi pensa di
ritrovare questo modo di procedere dopo averlo lasciato
sedimentare qualche settimana e probabilmente lo integrerà nel suo mondo artistico.
Manuela Macco è laureata in storia dell’arte contemporanea e si è dedicata a studi sulle diverse tecniche del
corpo; come artista visiva dal 2000 si è concentrata sulla
performance e il video, con esperienze in Italia e all’estero.
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Ha frequentato lo stesso corso di Francesca
Cola – a differenza delle altre partecipanti di
Coorpi, che seguivano il corso di “Coreologia – corpo dinamico” – e si è espressa così:
«Formata nella Danza Sensibile®, ho ritrovato le stesse pratiche nel corso di Peggy Hackney, ma proposte con le “istruzioni per l’uso”,
che la Danza Sensibile®, invece, non fornisce.
Mi porterò a casa anche l’analisi del processo
artistico, cioè del sistema creativo che è alla
base della creazione stessa. Lo stiamo analizzando dal punto di vista del corpo, ma può
essere applicato a qualunque processo, nelle
arti visive, per esempio, che io seguo da vicino.
Trovo in questa analisi una possibilità di applicazione trasversale».
Abbondanza e Antonella Bertoni, Julie Anne
Stanzak. Dopo alcune esperienze professionali in programmi televisivi RAI, prosegue il suo
percorso di danzatrice in produzioni teatrali,
dedicandosi parallelamente all’attività di insegnante e coreografa. Attualmente dirige l’associazione Coorpi – Coordinamento Danza
Piemonte.
Così si esprime sulla sua esperienza al
Laban Event, relativamente al corso di “Coreologia – corpo dinamico” tenuto da Alison
Curtis Jones: «È un lavoro talmente rigoroso
e scientifico che non è certo liberatorio. Non
è tanto il linguaggio proposto che mi interessa, ma gli strumenti e i metodi che possiamo
utilizzare, ciascuno con il proprio bagaglio.
Cristiana Candellero approfondisce la sua
ricerca espressiva in Italia e all’estero frequentando maestri di diversa provenienza,
fra i quali Elizabeth Corbett, Inaki Azpillaga,
Frey Faust, Joe Alegado, Ivan Wolfe, Michele
Conversazione, a cura di Chiara Castellazzi,
tra le partecipanti di Coorpi al Laban
Event 2013, Monte Verità, Ascona. Da sinistra:
Cristiana Candellero, Federica Pozzo,
Daniela Pagani, Cristiana Valsesia, Manuela
Macco, Francesca Cola, Vittoria Carpegna.
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Rigore e potenzialità a tutto tondo li ho trovati qui in modo molto più evidente e netto
che altrove. Chi coreografa e insegna un processo di ricerca ai proprio allievi penso che
possa trovare in questo corso un passaggio
di strumenti di lavoro e metodi molto ampi
e aperti».
Cristiana Valsesia, danzatrice, insegnante
laureata in scenografia teatrale, coreografa
molto legata al Teatro Nuovo e a “Vignaledanza”, racconta l’esperienza puntuale proposta
da Alison Curtis Jones: «Ci hanno chiesto di
sperimentare la percezione di una persona
senza vederla, solo con strumenti sensoriali
non visivi. Ho provato una sensazione calda, di
vibrazione, che non dimenticherò».
Daniela Pagani, danzatrice e performer,
insegnante presso Belfioredanza, dice del rapporto con la sua arte: «Vivo la danza come
un dono che solo grazie alla spontaneità della
condivisione diventa reale. Mi piace sperimentare, osservare e creare. La danza rende forti,
perché corpo e mente lavorano costantemente insieme. È anche un gioco, ma quasi
sempre un gioco serio».
Sulle teorie di Laban Daniela aveva solo
coltivato qualche lettura. Al Laban Event, invece, con una persona coinvolta come Alison Curtis Jones, è riuscita a percepire nel
gruppo tutta l’energia e la diversità, la relazione, la consapevolezza del corpo. In questa
fase, sentendosi molto ricettiva, ha ritenuto
che sarebbe riuscita a portare il processo – molto scientifico – appreso durante il
corso nell’ambito del suo lavoro, nel quale
abitualmente procede in modo assai poco
scientifico. Ha avuto consapevolezza che
l’esperienza le avrebbe dato molto sia sul
piano coreografico sia nell’insegnamento.
Federica Pozzo insegna danza classica e
moderna alla scuola di Mariella Pozzo, dopo
un perfezionamento al Centro Internazionale
di Danza di Rosella Hightower, a Cannes, e numerosi stage con maestri della danza contemporanea, quali Stephen Petronio, Peter Goss,
David Zambrano, Mauro Bigonzetti, Giorgio
Rossi, Roberto Zappalà, Larrio Ekson. Con un
bagaglio di esperienze di danza televisiva, partecipazione a film e spettacoli teatrali, dirige la
compagnia GAP con la sorella Michela. Ecco
la sua riflessione a tutto campo sull’esperienza al Laban Event: «I capisaldi della danza vanno assaggiati perché sono una eredità che ti
rende migliore sempre. Io sono abituata a lavorare con la tecnica Chladek, che si incentra
sull’asse del corpo, sulle cadute e sulle contrazioni. Qui invece, secondo gli insegnamenti di
Laban, ci basiamo sui cinque principi: azione,
corpo, energia, spazio, relazione. Sono principi
che anche a chi non abbia mai creato nella
danza consentono di avere subito una cognizione creativa, di mettersi nella condizione di
creare. La danza moderna e contemporanea
ti relaziona subito con la situazione attuale,
tanto che in questo corso ho potuto trovare
attuali principi nati nel 1927. Ci sono principi
che ritrovo anche nel jazz e nel contemporaneo. Certo i labaniani sono una “cooperativa
individualista”, hanno un buon rapporto con
la natura, seguono piani architettonici e spirituali. Qui ho scelto il corso sulla coreologia,
ma se non fossero stati orari alternativi avrei
desiderato lavorare anche sulla saggezza di
Laban sul piano della movimento terapia».
Vittoria Carpegna inizia a studiare alla scuola
di Mariella Pozzo e a collaborare con la compagnia GAP, approfondisce con numerosi
maestri e nel 2010 entra a far parte del progetto di danza The Very Secret Dance Society,
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diretto da Raffaele Irace, per il quale balla al Festival Internazionale di Danza Contemporanea
di Ingolstadt, in Germania, e nel 2012 al Teatro
Piccolo Arsenale per la Biennale di Venezia
(nella pièce Distrazione di massa). Vittoria sa di
voler incorporare nel suo lavoro quanto ha appreso al corso di coreologia, ma attualizzando
la visione, poiché sente che a Monte Verità c’è
ancora molto di novecentesco.
Corsi e workshop organizzati nell’ambito
del Laban Event 2013 sono dunque stati una
grande opportunità di conoscenza e approfondimento dei principi labaniani, per artiste
e insegnanti – riunite nell’ambito del Coordinamento Danza Piemonte – con curricula,
interessi e dati anagrafici assai differenziati.
Per completezza ricordiamo che le insegnanti dei corsi cui hanno fatto riferimento le
partecipanti di Coorpi, nelle interviste, sono
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Peggy Hackney e Alison Curtis Jones. Peggy
Hackney ha condotto un workshop sul tema
“Integrazione delle polarità”, che lei stessa
così ha descritto: «Se guardiamo agli eventi
nel nostro mondo, alle nostre relazioni, a noi
stessi, siamo confrontati con il potere delle polarità che deragliano il processo di un
coinvolgimento proattivo nella vita. Questo
laboratorio è progettato per dare alla nostra
comunità Laban-Bartenieff un approccio incorporato per muoversi oltre le polarità».
Alison Curtis Jones (così come Rosemary
Brandt, il giorno successivo, entrambe responsabili dello Special Diploma of Choreological Studies a Londra) ha condotto il corso
di “Dynamic Body”, uno dei cinque principi
chiave nel modello strutturale della coreologia (coreologia: integrazione pratica e teorica
della disciplina della conoscenza della danza
secondo Laban).
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a cura di Alessandro Pontremoli
Si ritiene, in genere, che la danza, a motivo del suo statuto
di arte effimera, priva di un oggetto concreto e duraturo, non possa essere considerata patrimonio artistico. Ciò
accade per un pregiudizio estetico che non ha più ragion
d’essere in un’epoca come la nostra, che ha prodotto le
più sofisticate tecnologie di conservazione e riproduzione
dell’oggetto danza.1 Una persistente retorica dell’effimero
parla infatti della danza come di un’arte volatile e impermanente.2
Se certamente la danza è refrattaria a lasciarsi raccontare e descrivere con le parole, è altrettanto vero che essa
lascia tracce, perché incide segni indelebili nei corpi, nella
società e nella cultura che la generano. Ciò accade perché
ogni forma di danza è, in primo luogo, sempre una risposta a una precisa istanza culturale; in secondo luogo perché è incorporazione di valori, istanze e comportamenti.
Il corpo che danza, oltre a rivelare se stesso e la persona
di cui è incarnazione, nella sua immediatezza si presenta
come un corpo sociale, un corpo, cioè, che appartiene a
una società identificabile, cui deve le sue forme e le sue
deformazioni.
Ogni cultura, infatti, in base all’estetica corrente, cura il
corpo, lo modella secondo precise tecniche, lo manipola nei
più svariati modi, lo ostenta vestito secondo un gusto partiAlessandro Pontremoli, La danza fra vecchie e nuove tecnologie, in
Le arti multimediali digitali. Storia, tecniche, linguaggi, etiche ed estetiche
delle arti del nuovo millennio, a cura di Andrea Balzola e Anna Maria
Monteverdi, Garzanti, Milano 2004, pp. 384-400.
2
Ricordanze. Memoria in movimento e coreografie della storia, a cura di
Susanne Franco e Marina Nordera, UTET, Novara-Torino 2010.
1
69
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colare, per permettere alla persona di parlare
di sé, producendo una vera e propria scrittura
sul corpo e con il corpo. Il compito affidato a
tale scrittura è quello di veicolare significati e,
per loro tramite, organizzare il rapporto fra gli
individui e fra essi e la realtà che li circonda.
Il corpo sociale si dona, nella comunicazione,
come una scrittura della quale è possibile, reciprocamente, una lettura: i molteplici sensi di
una espressione facciale, di un comportamento e del modo di manifestarlo nel corpo attraverso una particolare forma possono essere
compresi dagli altri. E ciò a un punto tale che
non è insolito individuare, in una stessa epoca,
dei tratti comuni nei volti, negli atteggiamenti
e negli abiti di cui i corpi sono rivestiti. La dialettica fra identità e socialità rivela che esiste
una stretta relazione fra i soggetti e le idee, le
abitudini, i gesti e le posture proprie del tempo
e del luogo in cui un corpo è storicamente e
socialmente collocato.3
La comprensione di questo fattore è cruciale per poter afferrare il significato di una
esperienza umana come la danza che, se sul
versante teorico presenta molti punti di universalità, nella sua fenomenologia concreta è
una realtà sempre socialmente e culturalmente determinata. Tali aspetti culturali e sociali
sono anche quelli che stabiliscono le distinzioni e le precisazioni dei generi performativi
all’interno di una determinata comunità, e che
ci mostrano uno spettro di possibilità e di differenze, storicamente e antropologicamente
individuabili. La danza si configura allora come
una manifestazione, a un tempo del corpo
singolo e di quello collettivo, intreccio complesso di tecniche ed espressioni, dalle diverse società di volta in volta intenzionate come
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rito, divertimento ludico, programma festivo,
pratica sessuale, evento artistico, ecc.
Nella danza l’apporto storico-estetico dei
corpi dei singoli esecutori, dei danzatori concreti, rappresenta un contributo assolutamente originale, soprattutto nel Novecento, quando ogni forma di tecnica e di lessico vengono
azzerati, per permettere un ritorno autentico,
sulla scena, del corpo del creatore. Se con il
deperimento fisico e con la morte del danzatore vanno persi, in maniera irrimediabile,
i tratti peculiari di una particolare esperienza
artistica e umana, le tracce disseminate dai
suoi processi creativi e dalla sua opera di trasmissione non vanno mai perduti, ma generano nuove forme e nuovi corpi vivi.
Per rendere meno ineluttabile la perdita
di quell’importante patrimonio culturale che
sono le coreografie, gli stili, le pedagogie dei
danzatori del passato, la ricerca coreologica
opera nel senso del reperimento e della conservazione di tutte quelle tracce, sia materiali
sia somatiche, che il corpo danzante lascia
dietro di sé nella sua avventura artistica.
Nel percorso di ricerca sulle origini della
danza moderna in Italia ci si imbatte in modo
quasi inevitabile in quello che può a ragione
essere definito “il caso Torino”. Il capoluogo
piemontese, a partire dal periodo fra le due
guerre,4 diviene un centro di divulgazione delle idee moderniste sulla danza, portate, come
un vento nuovo, dalle sorelle Raja e Bella Markman (quest’ultima poi coniugata Hutter), che
tenevano scuola presso il circolo mecenatesco di Riccardo e Cesarina Gualino.
Quella torinese di quegli anni è un’esperienza di eccellenza, caratterizzata da un respiro internazionale e da fermenti creativi di
pregnanza storica, che non devono andare
perduti.5 Alcuni dei protagonisti degli anni
d’oro, come Anna Sagna6 e Sara Acquarone7
ci hanno lasciato un ricco patrimonio di documenti, immagini e coreografie, queste ultime
affidate spesso solo ad appunti scarni o alla
memoria vivente degli allievi.
Torino rappresenta, dunque, nell’ambito
della danza contemporanea, la punta di dia-
mante di percorsi di ricerca che, a partire
dalle radici storiche del primo Novecento
(saliente epocale che vede la nascita di una
danza moderna genuinamente italiana) fino
ai giorni nostri, grazie a nuove generazioni di
danzatori, coreografi e operatori, si sviluppano con forme artistiche originali, non meno
che con sorprendenti progetti di intervento
socioculturale, terapeutici e di comunità.
Vittoria Doglio – Elisa Vaccarino, L’Italia in ballo, Di Giacomo, Roma 1993.
Alessandro Pontremoli – Elena Zo, Anna Sagna, con uno scritto inedito di Anna Sagna e Gian Renzo Morteo,
UTET Libreria, Milano 2005.
7
Alessandro Pontremoli, Sara Acquarone. Una coreografa moderna in Italia, UTET Università, Torino 2009.
5
6
3
4
Alessandro Pontremoli, La danza. Storia, teoria, estetica nel Novecento, Laterza, Roma-Bari 20157.
Angelo d’Orsi, La cultura a Torino tra le due guerre, Einaudi, Torino 2000.
70
71
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a cura di Rita M. Fabris
Intorno alla trasmissione dei processi creativi è stata da
poco avviata una ricerca specifica nell’ambito degli studi
di danza. Infatti, sono sempre state privilegiate le tecniche corporee di tipo imitativo, attraverso un approccio
di trasmissione orale da maestro ad allievo. Ma come
sono stati trasmessi o reimpiegati i processi creativi di
tipo esperienziale? Dalla riflessione sulle origini novecentesche della cultura femminile della danza, quando il
mecenatismo teatrale torinese e le signore della danza
affermavano un’individuale e irripetibile espressione del
corpo e una nuova sensibilità coreografica, nell’ambito
di PerCorpi Visionari l’Associazione Didee, in collaborazione con Coorpi – Coordinamento Danza Piemonte,
il DAMS dell’Università degli Studi di Torino e l’Associazione Filieradarte, ha promosso il convegno “Radici e
germogli della danza d’arte e di comunità in Piemonte.
Coreografie e ricerche contemporanee. Conversazioni con artisti, studiosi, giornalisti e operatori intorno alla
trasmissione dei processi creativi, dai maestri della danza
moderna ai coreografi contemporanei” (villa La Tesoriera, Torino, 22 ottobre 2014). Nella stessa settimana, dal
20 al 25 ottobre, sono stati organizzati anche laboratori
di formazione con Raffaella Giordano, Franca Zagatti e
Doriana Crema, per promuovere l’approfondimento della
danza contemporanea e di comunità presso un pubblico di professionisti e non professionisti, in concomitanza
con l’ultima parte della XII edizione del festival “La Piat-
72
taforma teatrocoreografico”, che ospitava
simbolicamente germogli della danza torinese
quali Caterina Sagna, Aldo Rendina, Federica Tardito, Giulia Lazzarino. La curatela della
parte storica del convegno, di Rita M. Fabris
e di Chiara Castellazzi, insieme con la sottile
tessitura di relazioni di Mariachiara Raviola e
grazie al coordinamento organizzativo di Patrizia Veglione, ha permesso di dare vita a una
settimana intensa di incontri, durante la quale
le ricerche teoriche, le pratiche più innovative e le condizioni di possibilità organizzative,
sostenute anche dalla Fondazione CRT, hanno
consentito di raggiungere un vasto pubblico
di addetti ai lavori, giovani studenti e appassionati di ogni età, di ricreare una comunità
di corpi e di sguardi visionari su una nuova
esperienza di danza.
Il convegno intendeva raccontare e studiare le caratteristiche di quei “cenacoli”, prevalentemente femminili, nei quali lo sguardo
reciproco di affetto, fiducia e stima esprimeva potenzialità uniche e insite in ogni donna,
concedendo a ognuna di emergere dalla sfera
privata per rivelare personalità capaci di agire
nel confronto pubblico. Bella Hutter, Cesarina
Gualino, Sara Acquarone e Susanna Egri hanno rappresentato le radici di questa sensibilità
artistica, analizzata dalla storiografia di danza
più recente. Negli anni Settanta Anna Sagna
apriva la stagione più fervida della rielaborazione dei processi creativi in direzione comunitaria, dall’animazione teatrale all’espressione
corporea. Successivamente si diffondevano
le nuove sperimentazioni pedagogiche della
Danza Sensibile® di Claude Coldy e delle metodologie mutuate da Carolyn Carlson, Pina
Bausch e dal post-modern americano.
Queste conversazioni hanno costituito un
ritorno urgente alla riflessione istituzionale
sulle politiche della danza grazie agli interventi
iniziali di Marco Chiriotti per la Regione Pie-
Il convegno “Radici e germogli della danza
d’arte e di comunità in Piemonte”,
nella villa La Tesoriera, Torino, 22 ottobre 2014.
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monte, Enzo Frammartino per il Comune di
Torino, Anna Paola Venezia per la Fondazione
CRT. Tutti hanno apprezzato il titolo suggestivo scelto per il convegno, “Radici e germogli”,
perché – ha spiegato Marco Chiriotti – «al di
là dell’immaginario, fa un bilancio delle grandi
esperienze della danza a Torino e in Piemonte, con un’impostazione che sta a guardare
quanto è stato costruito in questi anni nelle
politiche sulla danza, con costanti interventi
degli operatori, rivolgendosi alle prospettive
che la danza può avere sul territorio e in una
dimensione più ampia che è necessariamente
europea». PerCorpi Visionari ha infatti saputo mettere insieme grandi istituzioni, come la
Fondazione Teatro Coccia di Novara, con realtà metropolitane, come Associazione Didee e
Coorpi – Coordinamento Danza Piemonte,
che da anni operano sul territorio, con altri
che, invece, lavorano in territori più decentrati, come l’Associazione LIS Lab Performing
Arts: un esempio virtuoso di collaborazione
fra enti che muovono su diversi livelli e che
agiscono con diversi approcci, con differenti
contenitori di carattere istituzionale. Infine,
Chiriotti ha auspicato che si riprenda il rapporto di dialogo e di reciproca collaborazione
fra università, regione e istituzioni pubbliche,
perché le politiche si costruiscono quando
ci sono apporti di carattere intellettuale che
danno le prospettive lungo le quali marciare.
L’intervento di Enzo Frammartino si è
concentrato sul rapporto con il pubblico dei
fruitori della danza, sottolineando che realtà
come l’Associazione Didee sono in grado di
offrire un vero percorso di ricerca e di miglioramento sul territorio, perché – ha puntualizzato Frammartino – «non possiamo fermarci
soltanto ai teatri stabili e a quelle che sono
le grandi produzioni, sebbene il lavoro del
festival “Torinodanza” di Gigi Cristoforetti sia
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ammirabile, poiché tende a comportarsi non
come un teatro stabile, ma ad allargare la platea attraverso il dialogo all’insegna della ricerca. La vera ricerca infatti non può che nascere
da una pluralità di soggetti, da una pluralità di
visioni e di approcci. La ricchezza di questo
progetto è il contributo per far tornare questo territorio a quello che è stato storicamente, una reale palestra per il futuro, un continuo
laboratorio di esplorazione, nel quale le arti
performative sono nel loro insieme un tassello fondamentale di questo percorso».
Anna Paola Venezia è intervenuta sul
ruolo che la Fondazione CRT ha in questo
tipo di progetti europei, perché ultimamente
ha partecipato ad alcuni di essi, vincendo dei
bandi come capofila: uno fra tutti il progetto
Caravan – Artists on the Road, che è stato
pensato secondo la teoria e le tecniche del
teatro sociale e di comunità. Come PerCorpi Visionari ha portato la danza per strada,
in modo che quest’arte venga conosciuta e
avvicinata da tutti, così Caravan ha condotto
gli artisti in diverse tappe europee, cercando
di trasmettere questa cultura teatrale, poiché l’arte è cultura. «Trovo che la danza» ha
concluso Venezia «sia molto importante nel
mondo della comunicazione, perché a volte
ciò che si riesce a dire con il corpo non si
riesce a dire con le parole.»
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Nella prima parte della giornata il convegno
ha affrontato alcune questioni storiche fondamentali rispetto al ruolo della danza torinese
e piemontese nella geografia italiana contemporanea: Alessandro Pontremoli, professore
di storia della danza al DAMS dell’Università
degli Studi di Torino, ha parlato di “Danze e
danzatrici moderne in Italia” per sfatare il
mito di una danza contemporanea nazionale
nata dal nulla, costola del teatro d’innovazione degli anni Settanta, figlia di estemporanei
stages con esponenti dell’olimpo delle avanguardie americane ed europee, riproducente
un panorama considerato asfittico, provinciale e privo, sostanzialmente, della fase cruciale
del modernismo coreico. Il lavoro di ricerca
storica permette infatti di reperire tracce per
rispondere a una serie di quesiti scientifici,
come: «Quali sono le condizioni di possibilità
per l’esistenza di un fenomeno storico? Esiste
solo quando è stato pienamente riconosciuto
a livello istituzionale? Il fatto che a esso sia stato dato poco rilievo, nel tempo del suo porsi,
inficia forse il suo spessore ontologico? Si può
negare l’esistenza di una danza libera e moderna in Italia, perché nella vulgata storica e
critica non sembra avere influenzato lo sviluppo della fenomenologia posteriore?». Un altro
pregiudizio contro il quale lavora Pontremoli è
la memoria dell’unica danzatrice moderna in
Italia, Giannina Censi, cresciuta all’interno del
clima culturale del futurismo. In una prospettiva
emica, contemporanea cioè ai fenomeni studiati, per comprendere la reale consapevolezza
dei protagonisti, si scopre che la diciassettenne
Giannina Censi non sapeva che cosa stesse
danzando, ma gli intellettuali futuristi ne fecero un’icona della danza moderna, inserendola
in un contesto culturale discorsivo. Ma in che
cosa consiste quindi il modernismo italiano? Se
c’è stata una critica che non ha prestato molta
attenzione nell’andare a scovare le tracce di
modernismo della danza italiana, in un caso
invece si rileva una certa sensibilità: Vittoria
Doglio ed Elisa Vaccarino, nel loro libro L’Italia
in ballo, danno per la prima volta dignità storiografica a Bella Hutter, Sara Acquarone e Anna
Sagna. Bella Hutter arriva a Torino in un’epo-
ca di grandi trasformazioni, portando un’idea
di femminilità e di danza libera che aveva incontrato nella Russia di Lenin, dove la mitica
Isadora Duncan voleva aprire una scuola di
danza per i bambini del proletariato. «Quando Bella incontra la sensibilità del mecenate
Riccardo Gualino,» ha detto Pontremoli «accadono delle cose che non vanno lette con
lo sguardo contemporaneo, ma con lo sguardo dell’epoca. Creare una scuola non è una
cosa da poco per il cambiamento della cultura
torinese di quegli anni. Rappresenta infatti la
proposta di un’idea di donna completamente
diversa: libera di gestire il proprio messaggio
artistico, di proporsi in un contesto pubblico,
di andare in scena con la propria personalità.
Se si leggono le cronache dell’epoca, le affermazioni di Bella Hutter sulla formazione della
scuola, prima di via Galliari, poi di via Avogadro,
si scopre che nella villa Gualino c’erano i servizi igienici, le docce. Siamo negli anni Dieci.»
La radice del modernismo coreico italiano sta
quindi in una trasformazione della sensibilità
culturale a livello microsociologico, non necessariamente nella tecnica. Si tratta infatti della
comunicazione di una nuova femminilità, di una
nuova modalità di porsi del corpo in dimensione pubblica e relazionale, della proposta di
novità artistiche che generano un movimento culturale notevole a Torino. «Le cronache
raccontano» ha proseguito Pontremoli «che
quando il Teatro di Torino era vuoto perché
il pubblico non arrivava, Riccardo Gualino andava in giro per la strada a regalare i biglietti.
In questo modo non fu solo la buona borghesia a vedere, per esempio, i Sakharoff o Mary
Wigman, artisti che giravano all’epoca l’Europa con una proposta artistica contemporanea.
La modernità di Bella Hutter era di creare
una nuova sensibilità, sulla quale si innestano
poi due reali danzatrici moderne e contem-
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poranee della storia della danza italiana, Sara
Acquarone e Anna Sagna. In quegli anni lavora
a Torino anche Susanna Egri, che contamina
il suo linguaggio personale con i modernismi
che aveva conosciuto altrove, come le novità
della danza jazz che veniva dagli Stati Uniti.»1
Nell’ultima parte del suo intervento Pontremoli ha proposto alcune questioni che hanno
prodotto poi varie risposte durante il convegno, in parte perché provocatorie rispetto
al futuro dell’opera d’arte di danza, in parte
perché nell’affrontare i processi di costruzione
culturale il relatore ha rivendicato l’autonomia
degli artisti – nella loro proposta di trasformazioni utopiche attraverso la danza – da chi
programma la cultura, che non può continuare
a perpetuare il feticcio dell’opera d’arte, che
da sola non produce cambiamenti, se non in
un discorso più ampio che coinvolga diversi
attori sociali.
Giulia Agnese, esperta di Cesarina Gualino, ha approfondito nel suo intervento la nuova idea di danza e di corporeità che questa
singolare mecenate e persona danzante, moglie di Riccardo Gualino, ha narrato nei suoi
diari e nella corrispondenza con l’ambiente
intellettuale e artistico del primo Novecento.
«La nuova arte del movimento» ha raccontato Agnese «coincideva con una nuova coscienza, non solo del ruolo di primo piano che
la danza andava ad assumere all’interno della
categoria delle arti, ma anche con una nuova
consapevolezza della donna, con una nuova
capacità della donna di porsi come soggetto della storia. Cesarina Gualino fu molto all’avanguardia nell’avvicinarsi alle realtà estere
che vedevano la donna danzante e mecenate avere un ruolo di una certa importanza.»
1
Dopo un’educazione innovativa alla musica,
alla pittura, al ricamo e alla fotografia, con il
marito Riccardo Gualino, Cesarina poté intessere una fitta rete di relazioni internazionali,
che le permisero di appassionarsi di danza all’età di trentuno anni e d’iniziare un percorso
di formazione con Georges Hébert, a Deauville, in Normandia, una palestre frequentata
già da molte ballerine per il particolare metodo di insegnamento, legato all’attività fisica
da praticare all’aria aperta, a contatto con la
natura e con una cura non solo per l’aspetto
fisico ma anche per quello spirituale. L’attenzione ai discorsi filosofici emerge anche nelle
lettere che Cesarina scriveva alle amiche, toccando questioni sul rapporto fra l’uomo e il
mondo, la riflessione sul sé, le domande sull’io.
Grazie alla visione di Bella Hutter e della sua
danza, che era espressione individuale della
propria personalità, Cesarina iniziò ad attivarsi sul piano operativo, continuando la sua
formazione personale e chiedendo insieme
con suo marito l’aiuto dei coniugi Sakharoff,
che in cambio di un contributo economico
nel Teatro degli Champs-Élysées, a Parigi, accettarono di dare lezioni di danza a Cesarina,
oltre ai coniugi Ferrari che già erano suoi insegnanti per quanto riguarda la ritmica. Durante
le lezioni con i Sakharoff venivano sviluppate
l’arte del movimento e dell’improvvisazione,
analogamente alle composizioni improvvisate
al pianoforte. In questo modo era possibile
sviluppare una grande spontaneità e il senso
dell’immaginazione, fondamentale influsso per
l’espressione corporea, che non era più un insieme di elementi da apprendere e di regole
da eseguire, bensì stimolava l’aspetto soggettivo dell’apprendimento, che andava a influi-
La danza jazz. Storia, cultura, tecniche, a cura di Alessandro Pontremoli e Adriana Cava, Aracne, Roma 2014.
76
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Un momento di Istantanee,
di Susanna Egri (a destra),
che andò in scena
nel 1953 a Torino.
(Per gentile concessione
della Fondazione Egri
per la Danza.)
re sulla nuova consapevolezza del proprio
corpo. Cesarina si attivò con determinazione
su più fronti: la formazione – con l’aiuto dato
per l’apertura della scuola di danza, prima a
Cereseto poi a Torino, insieme con le sorelle
Markman –, l’organizzazione teatrale e il proseguimento della sua formazione personale.
Per quanto riguarda l’apertura della scuola,
Cesarina tornò prima del previsto da Deauville, dove stava studiando, e rifiutò la proposta
di creare in Italia una palestre analoga a quella
francese, perché non solo Hébert trascurava
la sensibilità femminile, ma condannava l’artista nel momento in cui fosse arrivato in scena:
in questo modo, secondo lui, avrebbe sviluppato solo la propria vanità e non più il lavoro
su se stesso.
La visione della danza che Cesarina promuoveva nella scuola delle sorelle Markman
(dove si insegnavano non solo l’arte fisica del
movimento e della danza, ma anche la plastica,
la musica, la prosa, la poesia, arti che contribuivano a formare una ballerina completa)
era contraddistinta dalla stessa sensibilità che
riservò anche alle scelte praticate nei teatri
gestiti insieme con suo marito Riccardo: l’idea
di fondare un teatro intendeva creare un luo-
go dove potessero esibirsi gli amici della coppia. Le scelte furono così orientate su artisti
contemporanei di grande innovazione per il
panorama artistico torinese dell’epoca, dal
1923 al ’29, tra i quali compaiono i coniugi
Sakharoff, Mary Wigman, Émile Jacques-Dalcroze. Anche Cesarina si esibiva in palcoscenico e nel 1925 Riccardo scrisse di aver visto
per la prima volta in Cesarina un’espressione
artistica: «Ricordo. La musica suonava una
marcia funebre, vestita di un peplo bianco, le
braccia dolcemente ondeggianti con ritmo
lento, stanco, doloroso, la faccia immobile,
quasi impietrita, attraversava la scena con poche, misurate movenze. Un brivido mi colse,
un brivido che mi tocca ogni qualvolta l’opera
umana si trasforma in arte».
In conclusione Agnese ha ricordato come
Cesarina Gualino condividesse con altre donne contemporanee una comune percezione
della danza e della nuova arte corporea come
fonte di benessere personale. Quel benessere che oggi ritroviamo sempre più spesso nei
processi artistici della danza di comunità.
La conversazione di Chiara Castellazzi
con Susanna Egri, dal titolo “Abbeverarsi alle
fonti, nutrire i germogli”, ha successivamente
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sviluppato alcuni temi emersi durante i primi
interventi, grazie alla testimonianza dell’unica
“radice” del modernismo coreico torinese
ancora vivente.
Susanna Egri, ballerina, coreografa e didatta, si è abbeverata alle fonti della migliore
tradizione, tanto accademica quanto moderna centroeuropea (a Budapest aveva studiato
con Ferenc Nádasy, allievo di Nicola Guerra,
e con Sári Bereczik, allieva di Laban), e in più
di sessant’anni di insegnamento ha formato
centinaia di studenti e danzatori. L’esperienza formativa di contaminazione della scuola
classica con la scuola moderna fu possibile – ha raccontato – per il clima culturale che
si respirava a Budapest nella prima metà del
Novecento: quindicenne, era stata infatti fortemente impressionata dai recital di danza di
Harald Kreutzberg e decideva così di seguire
anche i corsi di Bewegungskunst, “arte del movimento”, per poter sperimentare le possibilità
creative di questa metodologia moderna e diventare una danzatrice professionista, in grado
di coreografare attraverso l’improvvisazione,
senza rimanere esclusivamente interprete
come i ballerini classici. Egri ha sottolineato
inoltre la distinzione fra danza professionale e
danza amatoriale che Rudolf von Laban praticava in modo consapevole, senza quei fraintendimenti, oggi rischiosi, fra danza d’arte e di
comunità. Grazie a questa solida formazione
e dopo essere stata prima ballerina al Teatro
della Fenice di Venezia e a Firenze, apriva a
Torino, nel 1950, una propria scuola di danza
classica e moderna (dopo la tragedia aerea di
Superga, in cui persero la vita i campioni del
Grande Torino e con loro il padre di Susanna,
che era direttore tecnico della squadra).
All’epoca, tuttavia, la danza era considerata
un’arte che serviva ad «aggraziare, ingentilire»,
non certo a permettere di calcare le scene tea-
78
trali, quindi la scuola di danza non sarebbe stata
sufficiente per portare avanti una professione
nella danza, se non ci fossero state in concomitanza le prime sperimentazioni televisive. Si
aprì così la possibilità di coreografare concerti
di danze con tecniche e stili diversi, di creare il
primo originale televisivo, “Le foyer de la danse”, ispirato ai quadri di Degas, e di lavorare
alla trasposizione ai nostri tempi di tre opere
liriche, fra le quali Cavalleria rusticana. Questo
balletto televisivo vinse nel 1963 il Prix Italia e
rivelava, in sintesi, i processi creativi attraversati
da Susanna Egri: innanzitutto la ricerca di una
fonte letteraria che tutti conoscessero, l’opera lirica di Pietro Mascagni, perché il mezzo
televisivo si rivolgeva a una platea generalista
di spettatori; in secondo luogo l’uso della musica jazz e dei modernismi coreici provenienti
dagli Stati Uniti; infine la rielaborazione drammaturgica che sottolineava l’emancipazione
femminile, collocando le protagoniste, Lola
e Santuzza, in una Sicilia americanizzata nella
quale i valori della tradizione, incarnati da Lola,
si contrapponevano alla sensibilità moderna
della «benzinara» Santuzza.
A conclusione della conversazione Egri ha
ricordato il suo ruolo nella formazione di un
pubblico consapevole, con le proposte pionieristiche di portare a teatro i ragazzi delle
scuole pubbliche, almeno dal 1968, secondo
un esempio seguito successivamente anche in
Emilia Romagna, che ha permesso di creare un
clima culturale di interesse intorno alla danza,
favorendo nel 1979 la nascita di Aterballetto.
A rimarcare nuovamente come sia un processo culturale più ampio e non la singola opera
di danza a poter avviare trasformazioni sociali
significative e di lungo periodo.
Al termine della sezione “Radici” la conversazione fra Norma De’ Piccoli, dell’Università degli Studi di Torino, Claudia Serra e
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Rosanna Rabezzana si è concentrata sul tema
“Anna Sagna. Oltre la danza”, a partire dalla loro esperienza di allieve e ripercorrendo
le fasi della prima sperimentazione di Sagna,
dalla quale ha preso le mosse una metodologia sviluppata sia con professionisti (danzatori e attori), sia con “esperti” della relazione
(in particolare psicomotricisti, educatori e
insegnanti), sia con non professionisti, bambini compresi. Sagna, ha ricordato De’ Piccoli,
non amava le etichette, anche se servono a
condividere discorsi; in particolar modo la
sua ricerca sull’espressione corporea ha fatto
storia e il convegno stesso ne è una testimonianza. Per rintracciare gli anelli di congiunzione fra la scuola di Bella Hutter e Anna
Sagna, Claudia Serra ha raccontato la sua
esperienza formativa nella scuola moderna di
via Galliari, dove Bella suonava pianoforte e
tamburo per accompagnare le lezioni. Serra
ha studiato inoltre con Linda Brandermeyer,
allieva di Rosaria Chladek, il cui approccio era
privo di codici gestuali o narrativi, ma offriva al movimento grande musicalità e libertà
d’invenzione. Dopo il 1968 Serra ha studiato
anche la tecnica classica, fino ad approdare
alle sperimentazioni di Sagna, che insegnava
alla scuola Hutter, nel 1970. Successivamente
il lavoro ha coinvolto un gruppo di amici (non
solo danzatori), che una sera alla settimana
si ritrovavano a lezione di improvvisazione,
dove si trattava di destrutturare le abitudini di movimento, come per esempio nella
ricerca di «mangiare una mela con i piedi»,
per trovare un proprio movente interno. Anche la musica, colta o non colta, veniva usata
come energia, come movente, e si sperimentava anche la destrutturazione della partitura
2
musicale. Il metodo sperimentato a Chiaverano, al conservatorio “Giuseppe Verdi” di
Torino e altrove, con pubblici diversi, venne
scritto nel 1977,2 quando la città di Torino iniziò a promuovere centri di documentazione
e corsi di formazione, quale il corso triennale
di qualificazione per insegnanti della Scuola
dell’Infanzia (dal 1979 all’81), in cui l’espressione corporea diventava uno strumento di
lavoro riconosciuto istituzionalmente.
Anche Rosanna Rabezzana ha reso testimonianza della propria formazione con Anna
Sagna, avvenuta dal 1975 al ’93: «È stata una
scelta monacale, perché l’esperienza era totalizzante, il gruppo viveva come su un’isola. Gli
spettacoli non ricevevano una buona accoglienza e quindi era implicito un patto di fiducia
con Anna, un’adesione totale alla sua ricerca».
Negli anni Settanta c’era stato il movimento
studentesco, il movimento delle donne, l’ingresso in massa alle università e la scuola di
via Galliari si era trasferita in via Avogadro, per
poter accogliere i circa seicento allievi. «La figura stessa dell’allievo viene stravolta, perché»
prosegue Rabezzana «si era sparsa la voce in
città che potevi andare a scuola di danza senza saper ballare. Ho iniziato a vent’anni.» Sagna voleva una disponibilità totale alla ricerca
e costringeva fin da subito a creare attraverso l’improvvisazione collettiva su temi molto precisi, per potenziare il movente di ogni
danzatore, il movimento espressivo, credibile,
vero, ancorato al presente, perché l’andare in
scena era un’operazione che richiedeva una
grande responsabilità nei confronti del pubblico. Infine Rabezzana ha raccontato le sue
attuali esperienze, nutrite da questo percorso,
come per esempio il progetto con una set-
Alessandro Pontremoli – Elena Zo, Anna Sagna, con uno scritto inedito di Anna Sagna e Gian Renzo Morteo,
UTET Libreria, Milano 2005.
79
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tantina di donne, di età fino agli ottant’anni,
in cui la narrazione di sé, della loro vita, della
guerra, del lavoro e della vecchiaia viene preparata dal metodo di Sagna, che permette di
acquisire consapevolezza di sé e del proprio
corpo. In chiusura Norma De’ Piccoli ha puntualizzato che «il patto formativo di Anna era
molto chiaro: “Qui si fa teatro, non terapia”,
per quanto ciò che proponeva poteva essere rifiutato perché provocava delle emozioni,
ma questo riguardava ciascuno. Un percorso
di sperimentazione che non ha mai perso di
vista la dimensione estetica, per rispetto degli
spettatori; un percorso che mobilita emozioni all’interno di una cornice estetica ha permesso di creare un confine molto preciso fra
teatro e terapia. La mercificazione del lavoro
corporeo si ritrova oggi in mille rivoli, ma bisogna distinguere il percorso terapeutico dalla ricerca con finalità estetica».
Fra la prima e la seconda sezione del
convegno il pubblico ha potuto vedere Al
femminile. Sguardi dal territorio, una proiezione video estratta dalla Danza in un minuto (il
contest a cura di Coorpi – Coordinamento
Danza Piemonte) con una selezione di cortometraggi di un minuto di autrici piemontesi.
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La sezione pomeridiana del convegno si è
aperta con la videointervista di Chiara Castellazzi a Carolyn Carlson (prodotta da
Coorpi – Coordinamento Danza Piemonte),
che ha più volte attraversato il progetto PerCorpi Visionari. Radice indiscussa della danza
contemporanea italiana, a partire dalla sua
presenza alla Fenice di Venezia dal 1980,
Carlson ha formato molte danzatrici torinesi presenti al convegno, fra le quali Raffaella
Giordano, Caterina Sagna e Ambra Senatore.
Il primo intervento, a cura di chi scrive, intitolato “Processi creativi fra danza d’arte e di
comunità: una mappatura”, ha inteso constatare come i danzatori oggi siano diventati autori
e danzeducatori®, in un processo di fluidificazione dei ruoli sociali che ha accompagnato
gli artisti a riconoscersi con sempre maggiore
coraggio come mediatori culturali, aprendo i
personali processi creativi alle metodologie
sociologiche di ricerca-azione. Ormai non c’è
libero professionista, danzatore, insegnante di
danza o istruttore di discipline motorie che
non sia stato chiamato da qualche ente sociale, sanitario o culturale a collaborare in specifici ambiti di recupero di relazioni, di disagio,
di cura psicofisica o di rigenerazione urbana,
laddove la condivisione di territori sempre
più abitati ha moltiplicato le difficoltà di convivenza. Sulla scia delle ricerche avviate dalla
DES – Associazione Nazionale Danza Educazione Società, l’intervento si è proposto una
mappatura degli ambiti d’intervento sociale
della danza d’arte e di comunità.3 Fra le più significative: in Emilia Romagna l’attività di Franca Zagatti si è aperta a enti non solo scolastici,
mentre in Lombardia l’Associazione Danzarte, diretta da Luisa Cuttini, realizza dal 2009 il
corso di formazione per operatori di danza di
comunità Danza.Comm. In Toscana nel 2007
il coreografo Virgilio Sieni ha fondato l’Accademia sull’Arte del Gesto, presso i Cantieri
Goldonetta di Firenze, dove successivamente
Per un approfondimento metodologico: Rita M. Fabris, La danza educativa e di comunità. Cenni storici e metodologici, in Alessandro Pontremoli, Elementi di teatro educativo, sociale e di comunità, con saggi critici di Norma De’ Piccoli
et al., UTET, Novara 20152, pp. 215-227.
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ha iniziato una ricerca di riscoperta e trasmissione del gesto che coinvolge bambini, adulti e
anziani. Nel 2013 Sieni ha assunto la direzione
della Biennale Danza di Venezia e nel 2014 ha
realizzato il progetto coreografico sul Vangelo
secondo Matteo, coinvolgendo gruppi di non
professionisti provenienti da varie parti d’Italia: Veneto, Trentino Alto-Adige, Puglia, Basilicata, Emilia Romagna e Toscana.
Fra i numerosi esempi che si potrebbero
ricordare, anche nella storia del territorio torinese si sono avute occasioni di intervento
di danzatori professionisti in diverse comunità
scolastiche, giovanili e in realtà territoriali fin
dagli anni Settanta, a opera degli allievi della
coreografa e danzatrice Anna Sagna, come s’è
detto durante il convegno. Nella città-laboratorio numerosi interventi di teatro sociale
reimpiegano la danza, per esempio in progetti
“Radici e germogli della danza d’arte e di comunità
in Piemonte”, nella villa La Tesoriera, Torino,
22 ottobre 2014. Da sinistra: Raffaella Giordano,
Alessandro Pontremoli, Caterina Sagna nella
conversazione su “Danza d’autore e comunità”,
con il supporto tecnico di Davide Monge,
Lucia De Rienzo e Cristiana Candellero.
come Lo splendore delle età (2005-2012) condotto dall’Odin Teatret, con una significativa
riproposizione delle danze degli Orixás di Augusto Omolù agli utenti del Centro d’Incontro per Anziani di Moncalieri, oppure durante
il Capodanno 2012 organizzato all’interno
del progetto europeo Caravan – Artists on
the Road, con un gruppo intergenerazionale
condotto da Doriana Crema, che celebrava
in danza tutta la comunità in festa durante il
passaggio al nuovo anno.4
3
80
4
Rising from the Crisis, Association for Culture and Education KIBLA, Maribor 2014.
81
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Un progetto pilota di formazione-intervento in community dance nel territorio torinese è stato Co.dance – Abitare corpi – Abitare luoghi (2012). Il progetto, promosso dal
CRUD – Centro Regionale Universitario per
la Danza “Bella Hutter” dell’Università degli Studi di Torino e sostenuto dalla Regione
Piemonte nell’ambito dell’accordo bilaterale
Regione Piemonte – Presidenza del Consiglio
dei Ministri – Dipartimento della Gioventù,
ha coinvolto venticinque giovani performer
tra i venti e i ventinove anni, che attraverso
un lavoro di creatività ed espressione con il
corpo e la performance hanno raccontano
gli spazi della quotidianità, i luoghi di crescita,
d’incontro e di vita. Il percorso, suddiviso in
tre fasi, prevedeva anzitutto la formazione dei
giovani “codancer” da parte di professionisti
della danza e della community dance; in seconda battuta interventi di community dance
all’interno di un contesto di cohousing; e in
terza istanza un sostegno economico alla produzione e un accompagnamento artistico e
organizzativo dei progetti coreografici selezionati fra quelli presentati dai “codancer”. La
fase di congiunzione fra la formazione-intervento e la produzione è stata la realizzazione
di Dimore, uno spettacolo intergenerazionale
di community dance, andato in scena al Teatro
Astra di Torino il 14 settembre 2012, con la
direzione artistica di Luca Silvestrini’s Protein
Dance (Londra). L’evento ha visto la partecipazione di una settantina di persone, da tre a
ottant’anni, professionisti e non professionisti,
coordinati da operatori che hanno potuto osservare sul campo e coadiuvare il processo
di creazione comunitaria, realizzato attraverso
interviste ai partecipanti, selezione di musiche
5
Vedi www.codance.it.
82
adeguate alle diverse fasce di età, registrazione di rumori domestici per costruire una
drammaturgia di storie di vita che ripercorrevano fantasticamente l’immigrazione meridionale nel dopoguerra, il desiderio di farsi una
famiglia, i ricordi della casa dell’infanzia, la gioia
di cercare casa, la paura della guerra, la comunità in festa.5
Si è svolta poi la conversazione fra Alessandro Pontremoli, Caterina Sagna e Raffaella Giordano intitolata “Danza d’autore e
comunità”, che è partita dalla constatazione
che c’è più pubblico per la «danza danzata»
che per la «danza visionata». Come risponde la danza d’arte alla questione? Caterina
Sagna ha affermato che se da un lato si trova
d’accordo con la considerazione, dall’altro
non la mette in pratica, perché non insegna,
non fa danza sociale, il suo lavoro è racchiuso nella compagnia, «però il mio modo di
proporre di allargare il rapporto con il pubblico della danza consiste nel cercare di proporre una visione che faccia vedere la danza
ovunque. Nello spettacolo di ieri sera [Basso
ostinato, Compagnie Caterina & Carlotta Sagna, al Teatro Astra di Torino, 21 ottobre
2014, nell’ambito del festival “La Piattaforma teatrocoreografico”] il tentativo è di
dire “aprite gli occhi, io sono qui a ballare”,
se uno è abile a cogliere in ciò che vede le
potenzialità della danza». Raffaella Giordano
ha allargato il discorso al processo culturale
che dovrebbe sostenere la ricerca sul corpo:
«La domanda se c’è sempre più bisogno di
praticare il corpo non ci dovrebbe stupire,
perché è sempre stato così. Ci sono sempre
stati molti ostacoli perché qualcosa potesse germogliare. Qualcosa si può espandere
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quando molte parti dell’organismo, del sistema, concorrono a sostenere questo processo. La questione è l’essere. L’abitante del
corpo è il centro dell’interesse dello studio
del movimento, meraviglioso e spaventoso,
perché il corpo è chiamato a essere consapevole e quindi a spostare continuamente i
paradigmi espressivi, perché ognuno porta
in scena anche la sua visione e il suo rapporto con il mondo. Questo fa smarrire anche
chi guarda, perché perde i suoi punti di riferimento [...]. Hanno fatto grandi lotte all’inizio del secolo tutti coloro che hanno aperto
il cuore alla domanda di mettere al centro
la vita, dentro l’espressione del corpo e del
movimento. Sembra sempre che si debba
ricominciare da capo, perché tutte le parti
del sistema non concorrono a sostenere la
divulgazione. [...] Siamo nello stesso punto di
prima: il problema della comprensione. Ma
se porti una persona che non ha mai danzato
e insieme con poche parole crei una piccola
esperienza di percezione, di attenzione, di
sensibilità, cambia immediatamente la prospettiva della lettura delle cose». Secondo
Pontremoli bisognerebbe tornare alla potenza dell’andare in scena con il corpo, che deve
poter spingere «a fare danzare». Quindi ha
chiesto «come le due artiste facciano a fare
danzare». Sagna ha risposto che si occupa
esclusivamente del processo artistico, non
può saper fare il suo lavoro, saperne parlare, in più saperlo vendere. Anche Giordano
ha ribadito che bisogna che ognuno faccia
la sua parte, il proprio lavoro all’interno del
processo culturale, e che ci vuole coraggio
perché tutti collaborino.
Un ultimo tema emerso riguarda la differenza fra chi va in scena e chi fa terapia. Giordano ha detto che i tempi della produzione
artistica non sono certo terapeutici, benché
«in quel tempo, spazio e luogo uno faccia
un viaggio, non sapendo dove andrà, perché
sta liberando determinate energie. La creatività è sempre terapeutica, il movimento è
consapevolmente – o no – terapeutico, perché libera, guarisce, espande dei moventi per
i quali siamo qui [...]. Il processo è tutto ciò
che è stato acceso in questo secolo, anche
con degli scempi. Inseguiamo però sempre
dei modelli: è come se appena si crea uno
spostamento di paradigma, andassero tutti
dietro a quello. Come se non riuscissimo a
lasciare in pace la coabitazione delle differenze. Questa è una vera tragedia. Rispetto ai
modelli, gli stili devono poter coabitare, anche
nelle programmazioni, nello sguardo critico,
nel divenire delle cose: è qualcosa che se non
viene fatto impedisce alle cose di procedere
in avanti». Il magistero di Raffaella Giordano si
è disseminato durante la settimana di eventi,
dal 20 al 24 ottobre, anche attraverso un laboratorio di movimento per professionisti, sul
tema “La relazione”, all’interno del calendario
di appuntamenti con la formazione promosso
da Zerogrammi – Luft Casa Creativa.
Dopo l’incontro con le “sorelle maggiori”
Caterina Sagna e Raffaella Giordano, è venuto il momento di conversare con i “germogli”
della danza contemporanea torinese: Doriana
Crema, Ambra Senatore, Barbara Altissimo,
Zerogrammi ed Elena Rolla, per i quali si rimanda all’approfondimento curato da Chiara
Castellazzi, che ha moderato la tavola rotonda e che qui ne rende conto nelle pagine del
capitolo seguente.
L’intervento di Franca Zagatti, studiosa, insegnante, artista di danza nei contesti
educativi e sociali, oltre che direttrice artistica dell’Associazione Mousikè di Bologna, ha
collocato la danza di comunità all’interno di
una prospettiva artistica plurale e inclusiva,
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considerando la danza un bene comune e affermando, così, prima di ogni altro principio, il
diritto di tutti alla danza. Ciò che un operatore prospetta e offre a qualsiasi persona voglia
danzare è perciò un percorso di crescita e di
scoperta, di ascolto e di stupore, di benessere
e di presenza. Lo sguardo di chi opera deve
essere inglobante, aperto ai territori di un
movimento abitato dall’esperienza corporea,
richiede una presenza sensibile e una capacità dialogica con i contesti. Per far questo ha
bisogno di strutture metodologiche adeguate,
versatili e flessibili.6
In particolare Zagatti si è soffermata sulla
riflessione che il professionista dedica al suo
operato, prospettando un modello metodologico attraverso alcuni concetti. Innanzitutto
è importante per l’operatore di danza di comunità spostare il punto di vista all’esterno di
sistemi chiusi, come nel gioco dei punti che
ha proposto alle persone presenti (vedi la
fotografia nella pagina a lato): «Provate a col-
>A8DCK:<CD!A:I:HI>BDC>6CO::>A67DG6IDG>
Raffaella Giordano con i danzatori
partecipanti al laboratorio
di movimento “La relazione”,
Zerogrammi – Luft Casa Creativa, Torino.
l’altra parte. Per raggiungere questo obiettivo, l’operatore può interrogarsi su quattro
parole chiave: piacere, perché l’accesso alla
danza si avvia attraverso il benessere del
fare; ascolto; presenza; e stupore, perché
non esiste noia se non quando non si fa più
esperienza, anche solo nell’alzare un braccio
o nell’immobilizzarsi. La dimensione di stupore può essere raggiunta oggi facendo ritrovare l’esperienza naturale del movimento,
che si è persa, perché non è più costruita
su percorsi di curiosità: danzando» spiega
Zagatti «noi possiamo permetterci ciò che
siamo, ma anche ciò che sogniamo di essere. Danzare diventa una concretizzazione di
una dimensione latente che in ognuno di noi
già c’è. Il compito principale dell’operatore è
perciò di prendere l’esperienza del corpo e
trasportarla dall’altra parte.» La metodologia mira quindi a creare dei ponti e si basa
su due principi fondamentali: l’immediatezza
nell’incontro, attraverso una comunicazione
con tutto il gruppo, e una corporeità rivisitata, che non risulti modello di qualcos’altro,
come nei percorsi carismatici di tipo artistico,
ma che sia viva e presente in quel tempo e in
quello spazio e non incuta all’altro il timore di
«sbatterti addosso». Infine, secondo Franca
Zagatti, la dimensione procedurale della trasmissione dell’esperienza non può essere improvvisata, ma esito di un processo di riflessività a partire dal proprio campo coreico.
La teoria labaniana e i suoi principi di movimento (corpo, azione, spazio e dinamica)
aiutano a strutturare gli incontri e a costruire
uno sguardo sul corpo che danza, che si avvicina alle modalità dell’espressione corporea
Un momento dell’intervento di Franca Zagatti,
“La danza di comunità: un modello metodologico”,
nell’ambito del convegno “Radici e germogli
della danza d’arte e di comunità in Piemonte”.
legare con quattro righe tutti questi punti».
Come nell’enunciato non si dice che l’inizio
può essere esterno ai punti, così nella pratica della danza di comunità l’operatore ha il
ruolo di spostare il punto di vista attraverso
una condivisione dell’esperienza. A questo
scardinamento dell’esperienza collettiva deve
però seguire un’indicazione della dimensione
di senso, che può essere di tipo terapeutico,
sociale o artistico. «Se si parla di esperienza,»
ha continuato Zagatti «ci si riferisce a qualcosa nel quale porre attenzione, un’apertura
verso un senso nuovo, una scoperta. Però
bisogna condurre le persone fin dal primo
incontro a interessarsi ad attraversare quel
ponte di esperienza per scoprire cosa c’è dal-
Per un approfondimento: Franca Zagatti, Persone che danzano. Spazi, tempi, modi per una danza di comunità, Mousikè Progetti Educativi, Granarolo 2012.
6
84
85
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proposte da Doriana Crema nel laboratorio
“Sguardi sul corpo che danza”, alla fine della
settimana dell’evento, ma che non hanno ancora raggiunto una definizione scritta come
nell’esperienza bolognese di Zagatti, a sua
volta conduttrice del laboratorio di danza di
comunità “Sentirsi danzare”, il giorno successivo al convegno.
Nella conversazione conclusiva con
Emanuele Masi, Luisa Cuttini e Mariachiara
Raviola, chi scrive ha affrontato il tema delle “Prospettive della danza di comunità nella
programmazione degli operatori”, attraverso
La conversazione conclusiva del convegno,
con – da sinistra – Mariachiara Raviola,
Emanuele Masi, Luisa Cuttini, Rita M. Fabris,
Alessandro Pontremoli, nella villa La Tesoriera,
Torino, 22 ottobre 2014.
86
la presentazione delle esperienze di tre realtà
italiane: il festival “Bolzano Danza”, il Circuito
Danza Lombardia e il festival “La Piattaforma
teatrocoreografico”. Masi si è soffermato sui
processi di politica culturale che lo vedono
coinvolto dal 2011 nella trasformazione di
“Bolzano Danza” da «un festival tradizionale
o frontale» a un «festival 2.0, perché oltre agli
spettacoli, nella progettazione culturale c’è
una riflessione sui bisogni del pubblico», che
determinano la programmazione sia di spettacoli frontali sia di altre iniziative sul territorio.
Per questa rivoluzione gli esempi considerati
da Masi sono il festival di Santarcangelo e il
“Drodesera Festival”, che hanno portato a
ulteriori considerazioni sulla responsabilità
sociale d’impresa, che si evolve alla base di un
festival. «Le nostre» prosegue Masi «sono imprese culturali i cui budget a disposizione pro-
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vengono dalle tasse dei cittadini, da banche, da
aziende dell’energia. Credo sia fondamentale
che un’istituzione culturale restituisca quello
che ha preso al pubblico e in modo sempre
più capillare in un territorio più vasto, cercando anche quei pubblici che non sarebbero
pubblici di quel festival.» Infine, l’attenzione
alla sostenibilità economica ha condotto Masi
a moltiplicare le manifestazioni oltre gli spettacoli in teatro, cercando di inserire il festival
nelle attività già presenti sul territorio, culturali
o artistiche, dove l’intervento di danza poteva
coniugarsi con quanto già c’era, promuovendo reti e partnership con altre istituzioni.
La riflessione sul ruolo dell’operatore è
proseguita nell’intervento di Luisa Cuttini – direttrice artistica del Circuito Danza Lombardia, circuito ministeriale della danza per Regione Lombardia, e di C.U.L.T., circuito di teatro
urbano lombardo, divenuto ministeriale nel
2014 –, che ha presentato il festival “La Strada” come esempio di conciliazione di danza e
di teatro nel sociale e nell’arte, in cui lo spazio
esterno utilizzato diventa una frontiera da valicare consapevolmente. Come capofila della
NID Platform, la New Italian Dance Platform,
intende sottolineare il bisogno (che in inglese
suona proprio “nid”) di andare sempre più in
questa direzione nella programmazione.
Ultima a prendere la parola è stata Mariachiara Raviola, in qualità di direttrice artistica
del festival torinese “La Piattaforma teatrocoreografico”, alla sua dodicesima edizione. Il
suo intervento ha ricordato come l’urgenza
del festival allora e il desiderio del convegno
di oggi nascessero dal tentativo di «partecipare alla creazione di una comunità di danza
sul territorio, per sostenere i giovanissimi e le
giovani compagnie di danza. Il festival ha dato
possibilità di visibilità, spazio, crescita e confronto a compagnie che si sono trasformate,
ha dato vita a molti processi creativi che si
sono intersecati con altre arti e con il sociale.
Il festival nasce da una comunità di donne che
ogni anno si mettono attorno a un tavolo e
che sono cresciute in questi anni. Non avrei
potuto portare avanti questo lavoro se non
dentro a una comunità di sostegno intellettuale culturale e umano». Quali sono state
le domande urgenti per programmare ogni
anno il festival? Innanzitutto la crescita, e poi
il taglio delle risorse, che hanno allontanato la
possibilità di usufruire di un teatro. La precedente edizione del festival, infatti, era stata organizzata ai Cantieri OGR di Torino, mentre
nel 2014 la disponibilità del Parco del Nobile
ha determinato la trasformazione della scelta
artistica e della domanda di partecipazione
alle compagnie, promuovendo così un diverso processo creativo e un nuovo rapporto
con il pubblico. Giorgio Rossi, altro germoglio
di Carolyn Carlson, ha accolto la richiesta di
portare il suo spettacolo nei prati, che ora circola spesso in luoghi naturali, dove c’è una comunità diversa di spettatori: bambini, anziani,
persone e cani... «Negli anni» ha continuato
Raviola «il processo di incubazione di giovani
compagnie ha accolto un progetto importante come Co.dance, ideato dall’Associazione
Filieradarte con l’Università di Torino», che
ha condotto giovani performer ed educatori
a lavorare all’interno di una comunità, per poi
accogliere queste esperienze nel loro primo
processo artistico e creativo all’interno della
“Piattaforma”. «La sfida che si pone agli artisti» conclude Raviola «è la necessità di offrire
al pubblico un’esperienza di comprensione
del processo artistico, mentre la sfida per gli
operatori è di creare comunità per cercare di
avere un futuro. Una comunità che coinvolga
le istituzioni pubbliche, l’università e il mondo
della danza.»
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a cura di Chiara Castellazzi
Se il Laban Event 2013 di Monte Verità può considerarsi un evento monografico teorico-pratico su Rudolf von
Laban e la sua metodologia – con sconfinamenti sulla sua
produzione artistica e la sua eredità –, da parte italiana
PerCorpi Visionari ha scelto nel convegno di Torino del
22 ottobre 2014 di inoltrarsi nella disamina delle grandi
figure di riferimento nella danza moderna da questo lato
del confine, che hanno avuto un’influenza sulle giovani generazioni di coreografi paragonabile a quella della scuola
labaniana per le giovani compagnie in Canton Ticino. Dalla prospettiva particolare incentrata sulla trasmissione
dei processi creativi (peraltro estesa a laboratori pratici
condotti da Raffaella Giordano, Franca Zagatti e Doriana
Crema) e soffermandosi sulle grandi personalità “autoctone” e al contempo di respiro internazionale che hanno
fertilizzato il terreno della coreutica piemontese, si possono anche rintracciare pratiche e correnti artistiche i cui
rivoli partono dalle stesse sorgenti o, se manteniamo la
metafora botanica, le cui fronde si diramano dalle stesse
radici. Signore della danza torinese, cresciute alla scuola
delle sorelle Markman-Hutter, come Sara Acquarone e
Anna Sagna (che peraltro per un periodo hanno anche
insegnato alla scuola “Bella Hutter”), oppure venute dal
Centroeuropa, con alle spalle esperienze moderniste di
ascendenza labaniana e classiche di scuola anche italiana,
come la magiara naturalizzata Susanna Egri, sono state di
vitale importanza per generazioni di artisti piemontesi dall’ampio percorso europeo. Senza voler ricostruire alberi
genealogici – processo che sarebbe quanto mai improprio nell’ambito della coreografia contemporanea, così
88
permeabile a contaminazioni e così aperta a
itinerari formativi diversificati, stratificati e autogestiti –, nella seconda parte del convegno
si sono ascoltati alcuni “germogli” che hanno
avuto per maestri personalità della sezione
“Radici”. Interviste a verdi virgulti della danza
piemontese sull’esperienza del Laban Event di
Ascona si possono invece trovare, in questo
volume, nell’approfondimento “Voci di Coorpi al Laban Event 2013”.
Lo scambio di idee e riflessioni sui temi
del convegno di Torino si è definito alla luce
dei percorsi intrapresi da ciascuno dei giovani, ma affermati artisti chiamati a intervenire,
alcuni dei quali con ascendenze interrelate
con i protagonisti della sezione del mattino
(Doriana Crema e Ambra Senatore), altri
magari molto legati a esperienze labaniane
(Elena Rolla e gli Zerogrammi) o teatrali (Barbara Altissimo) e comunque assai interessati
alla rielaborazione in direzione comunitaria o
d’espressione corporea dei processi creativi
appresi. Sollecitati a individuare continuità e
discontinuità del proprio approccio rispetto
a quelli trasmessi dai maestri, gli intervenuti
si sono focalizzati sulle modalità di lavoro da
ciascuno sviluppate per la scena, in relazione
a quelle utilizzate in ambito comunitario, per
un recupero di radici e germogli di teorie di
pratiche condivise.
Alcuni, come Doriana Crema e Ambra Senatore, a partire dall’esperienza di Anna Sagna
e dalla formazione con ex Sosta Palmizi – che
pure sono passati dalla nikolaisiana Carolyn
Carlson – oppure attraverso percorsi diversi, con forti influenze labaniane, come Elena
Rolla e Mazzotta-Sciannamea, o registico-teatrali, come Barbara Altissimo che per anni ha
1
lavorato con Valter Malosti, i “germogli” con i
quali si è portato avanti un approfondimento
nella seconda parte del convegno hanno dimostrato di avere coscienza e gratitudine per
le radici dalle quali originano. Ciascuno con un
proprio ampio percorso autonomo d’artista,
questi coreografi, in sala prove, ritornano a riconoscersi in attitudini e pratiche dei maestri
che sentono vitali e vivificanti per la propria
ricerca. In particolare Ambra Senatore si è
inoltrata nella disamina di questo percorso di
riconoscimento che dà senso alla ricerca delle
affluenze e confluenze delle correnti creative
indagate in questa sezione.
Inoltre i partecipanti sono stati sollecitati a
dare rilievo agli elementi osmotici fra i propri
modi di procedere nella società e nella ricerca
per la scena e si sono inoltrati nelle dinamiche
che rendono possibile che le due esperienze
si nutrano l’una dell’altra e si compenetrino.
Elena Rolla,1 danzatrice, coreologa e programmatrice, sottolinea il suo costante riferimento e utilizzo della coreologia labaniana nel
suo lavoro di assistente coreografa di Raphael
Bianco della Compagnia EgriBiancoDanza, così come di Denis Plassard in occasione dell’oceanico “Défilé Torino-Lione” di ottocento
danzatori non professionisti per le vie delle
città gemellate al qua e al di là delle Alpi. Gli
insegnamenti teorici e metodologici appresi al
Laban Center di Londra (diploma in Choreological Studies, analisi del movimento Laban,
integrazione pratico-teorica della disciplina
della conoscenza della danza) le consentono
infatti di analizzare e sintetizzare l’essenza del
movimento e del gesto dal punto di vista delle qualità spaziali e dinamiche, che si applica-
Per approfondimenti vedi www.egridanza.com.
89
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no, al di là di stili e tecniche, a ogni linguaggio
espressivo della danza e a ogni manifestazione
della corporeità, mettendone in luce la valenza emozionale e relazionale. La coreologia
è dunque per Rolla un valido metodo non
tanto di sperimentazione, quanto di traduzione di intenzioni ed esigenze del coreografo,
applicabile a qualunque tipo di movimento,
anche in campo non teatrale. In grande scala,
nel “Défilé” del luglio-settembre 2014, nell’ambito di “Torinodanza” e della Biennale di
Lione, Elena, che è stata la coordinatrice del
progetto, ha potuto tradurre le intenzioni e il
disegno complessivo del coreografo francese
Plassard e metterli a disposizione dei gruppi partecipanti piemontesi. C’è stato sicuramente anche a tavolino un grande lavoro di
proiezione e di immaginazione di un disegno
comune che coinvolgesse i quattrocento torinesi, perlopiù gruppi già abituati alla danza,
perché in gran parte provenienti dalle scuole,
e i quattrocento lionesi, anche cittadini comuni, e le marionette con le quali tutti lavoravano. Nel colossale progetto italo-francese
la più grande soddisfazione, afferma Elena, è
stata la restituzione umana: il coinvolgimento
e la generosità delle persone in un progetto
artistico proposto per la prima volta a Torino,
che ha creato coesione nei partecipanti ed
è stato importante anche nella formazione e
sensibilizzazione del pubblico.
Sollecitata invece sull’eredità appresa da
Susanna Egri (pedagoga più che educatrice,
in un processo laboratoriale ed esperienziale,
come ha lei stessa evidenziato nella conversazione della prima parte del convegno), Elena
Rolla ha sottolineato la curiosità e l’apertura
di interessi e di sensibilità per declinazioni di2
3
Vedi www.paolabianchi.com.
Vedi www.ambrasenatore.com.
90
:G:9>I¿:EGD<:II>;G66GI::8DBJC>I¿
verse della danza, che la decana delle insegnanti torinesi ha sempre praticato e stimolato nei suoi allievi.
Paola Bianchi,2 danzatrice e coreografa indipendente, di formazione Anna Sagna, collabora con numerosi videoartisti, registi e gruppi teatrali e fonda nel 2009 il collettivo c_a_p.
Non potendo essere presente al convegno
torinese, ha inviato un video con dissolvenze e opacità visive peculiari di altri suoi lavori, dove descrive la sua esperienza all’interno
di una comunità provvisoria che si occupa di
pura ricerca, svincolata dalla produzione.
Ambra Senatore,3 di vasta esperienza italiana ed europea, è coreografa e performer,
autrice tra 2004 e 2008 di soli e dal 2009 di
spettacoli di gruppo, in cui fonde dinamiche di
movimento danzate con elementi teatrali, in
un’attenta costruzione drammaturgica. Nelle
sue pièce l’evocazione della realtà per frammenti e l’osservazione della natura umana tinta di ironia affiancano l’esplicita dichiarazione
del gioco della finzione teatrale e l’interrogarsi
continuo sulla forma spettacolo. Importanti festival e teatri internazionali, quali il Théâtre de
la Ville di Parigi, programmano le sue produzioni. Di recente è stata selezionata la sua candidatura a direttrice del Centre Chorégraphique National di Nantes, in Francia, e le è stato
assegnato l’incarico a partire dal 2016.
Ambra Senatore ha spesso parlato di Raffaella Giordano e Roberto Castello come di
“fratelli maggiori” e si esprime sui suoi punti
di riferimento a partire proprio dalla conoscenza e consapevolezza delle stratificazioni
storiche della danza contemporanea, di cui
ha dato una testimonianza anche nel suo testo pubblicato da UTET nel 2007, La danza
d’autore. Vent’anni di danza contemporanea in
Italia. Alessandro Pontremoli, anch’egli citato
fra le personalità che più hanno influenzato
il suo cammino, proprio nel convegno di PerCorpi Visionari si è espresso sulla necessità da
parte dei giovani coreografi di avere questa
consapevolezza storica per poter rivendicare
su di sé un processo artistico.
La coreografa piemontese, sull’argomento
“radici e germogli”, si sofferma sul concetto di
riconoscimento. Riconoscimento nei maestri
di un qualcosa al quale da più tempo essi danno voce e forma e che lei ha sentito appartenerle ed essere per lei importante e vitale. È
forse questo riconoscimento il passaggio fra
le radici e i germogli. Tanto negli assoli, quanto
nelle pièce di gruppo, Ambra ricerca una danza della persona che esiste in quanto corpo.
“Radici e germogli della danza d’arte
e di comunità in Piemonte”, villa La Tesoriera,
Torino, 22 ottobre 2014.
Da sinistra: Doriana Crema, Stefano Mazzotta,
Emanuele Sciannamea, Chiara Castellazzi,
Barbara Altissimo, Elena Rolla, Ambra Senatore,
Alessandro Pontremoli.
Da quando lavora più in Francia che
in Italia ad Ambra è spesso capitato che i
teatri le chiedano di partecipare ad alcuni
progetti di mediazione culturale. Attraverso
la danza, che là è vista come qualcosa di
vicino, viene chiesto di incontrare cittadini,
persone, magari di quartieri critici, di recente immigrazione. Le è dunque successo
di lavorare con bambini delle scuole, per
i quali non ha una preparazione specifica,
ma collabora con gli insegnanti fondendo
le proprie competenze con le loro. E ora
91
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proprio in questo lavoro la coreografa trova un grande senso, un profondo nutrimento, gli stessi cui attinge nella relazione, nello
scambio e nell’ascolto anche nel processo
creativo con le altre persone con le quali
si trova a creare per la scena. Proprio in
questa condivisione trova il senso del suo
essere e operare nella danza. Questo spazio comunitario, in generale, è per lei molto
importante, sia che si parli di una comunità
estesa, sia che si tratti di una piccola comunità di persone che si sono scelte per
lavorare insieme. È questo uno spazio dove
vuole essere e dove esiste uno scambio attraverso modalità del corpo, ma non solo. In
tali momenti comunitari, sia nella creazione
per la scena sia nel lavoro con i non professionisti, è continua per Ambra la presenza
degli insegnamenti e dei processi creativi
appresi dai maestri. La coreografa torinese
fa nuovamente riferimento a Roberto Castello e a Raffaella Giordano, ricordando che
ci sono parole chiave che l’accompagnano.
Rispetto al fondatore di Aldes, per esempio, cita il “fare” all’interno di una comunità,
con semplicità, con uno spirito artigianale,
concreto, e con senso di responsabilità, sia
verso le persone con le quali si trova a lavorare (professionisti o no), sia – per quanto
riguarda gli spettacoli – verso le persone
che sono state convocate a osservare e
condividere il lavoro portato in scena. Da
Raffaella Giordano ha mutuato in particolare un aspetto maieutico secondo il quale
ognuno può insegnare, anche a se stesso.
Inoltre a lei attribuisce una inesausta ricerca
di senso e di essenzialità in quello che si fa e
si condivide, con consapevolezza. E ancora
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un ascolto, un’accoglienza verso se stessi e
gli altri, che è importante a tutti i livelli e nei
diversi aspetti della condivisione, nel lavoro
di ricerca così come nell’incontro con i non
professionisti.
Per Barbara Altissimo,4 formatrice, regista e
studiosa del movimento emotivo e corporeo,
il grande maestro è stato il proprio sentire interno, la propria necessità. Danza e arte sono
terapeutiche di per sé, afferma. Ognuno prende dell’arte quello che gli serve per nutrirsi.
Diplomata all’American Musical and Dramatic
Academy, Barbara Altissimo è anche naturopata con master in bioenergetica; il nome della sua associazione – Liberamenteunico – è
un manifesto programmatico di ricerca della
bellezza e dell’unicità nelle diversità.
Anche il tema del sociale viene da lei affrontato dal punto di vista del singolo. La coreografa osserva il microcosmo, il movimento
interiore, il piccolo e semplice quotidiano che
racchiude una grande poesia. Lavora con professionisti e non professionisti, come peculiarità del suo linguaggio. Nel 2011 avvia un lavoro
costante con alcuni ospiti del Cottolengo di
Torino, che prende forma nel progetto “Polvere”, una trilogia costituita dallo spettacolo
Polvere d’Italia, il paese visto dalla prospettiva
peculiare del Cottolengo, per arrivare a Polvere, la vita che vorrei, in cui si parla di quello
che le persone avrebbero desiderato, e poi
a Polvere mundi, il viaggio, per salpare verso
geografie immaginarie. Sottolinea Barbara,
ricollegandosi ad alcuni interventi della sezione “Radici”, che per le persone ospiti del
Cottolengo rispettare i tempi è terapeutico
e importantissimo e avere tempi d’incontro
e di espressione e obiettivi da raggiungere
è vitale e vitalizzante. Altissimo lavora sull’unicità come fonte di salvezza. «Sapere che
ciascuno di noi è unico» afferma «è fonte di
consolazione. Unicità è uguale a diversità e la
diversità è bellezza. Il Cottolengo è il regno
della diversità e della bellezza, basta allenarsi
a vederla. Bellezza nelle persone, che è più
facile da trovare, e anche nei luoghi, che proprio belli non sono». Da queste persone che
abitano in una città nella città, quale è l’Istituto Cottolengo per Torino, Altissimo ha imparato un insegnamento importantissimo: a
prendere le cose per come sono, a stare con
quello che c’è.
Zerogrammi5 è una compagnia di teatrodanza fondata a Torino nel 2006 dai coreografi e danzatori Stefano Mazzotta ed Emanuele
Sciannamea, che fra i numerosi insegnamenti
ricevuti alla Scuola Civica di Arte Drammatica
“Paolo Grassi” di Milano molto hanno appreso
e si sono riconosciuti nel corso della labaniana Maria Consagra. Anche Mazzotta e Sciannamea, come Barbara Altissimo, considerano
l’urgenza creativa come la prima consigliera.
Ogni loro produzione scaturisce non solo
dal lavoro in sala, ma da un programma di residenze coreografiche, attività di formazione e
scambio di competenze tra artisti, progetti video e fotografici intorno alle tematiche affrontate. Così ogni azione a esse connessa diviene
un segno, una tappa di un diario di viaggio che
è ricerca (anche geografica) della più efficace
forma di condivisione e di un’onestà scenica
costruita con l’ausilio di linguaggi molteplici.
Riguardo alla loro esperienza di community dance, per esempio nel progetto torinese
Co.dance nel 2012 e in quello con il Teatro
Pubblico Pugliese, a Nardò (Lecce), nel 2011,
i due coreografi ribadiscono la loro curiosità
nell’osservare il mondo e quindi anche la comunità. In Puglia, ricordano Mazzotta e Sciannamea, non avevano una strategia specifica,
anche se avevano idee molto chiare su cosa
passare ai partecipanti, non professionisti, a
livello esperienziale. Si sono trovati a gestire
un grande entusiasmo (e grandi numeri: a
Nardò i partecipanti erano più di cento) e
un’energia che poi ha lasciato loro molto. Stimoli e dinamiche che riguardano la quotidianità, e che poi essi portano in scena, vengono
da questa esperienza con gli amateurs. Così
come il lavoro sul gesto quotidiano stimola e
interessa i ragazzi che incontrano nelle scuole
(Zerogrammi ha ideato per il Comune di Torino i progetti condotti con gli allievi del liceo
“Gioberti”: “inTOframe. Immagini da una città
mobile”,6 Torino attraverso una riflessione sui
luoghi urbani e sui suoi abitanti; e “WE MOVE.
Divisioni e prossimità”,7 sui cambiamenti del
volto delle città e dei modi di abitarle), allo
stesso tempo nutre anche il lavoro che i due
coreografi portano in scena. «Torniamo dai
seminari nelle scuole» così affermano Stefano
ed Emanuele «con un vocabolario arricchito
di gesti e di possibilità positive.»
Doriana Crema,8 indimenticata interprete
di Quore e Senza titolo di Raffaella Giordano,
ha seguito tutta la formazione di Anna Sagna.
Nel convegno si è soffermata su queste due
Vedi www.zerogrammi.org.
Vedi www.zerogrammi.org/#!intoframe/c1h12.
7
Vedi www.zerogrammi.org/#!we-move/ctud.
8
Vedi www.dorianacrema.net.
5
6
4
Vedi www.liberamenteunico.it.
92
93
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figure di riferimento, attribuendo alla prima
la parola “perseveranza”, nel seguire la propria visione, e alla maestra “rigore”, nel senso del rigore creativo. Dalla consapevolezza
dell’importanza di questa impostazione dei
suoi spiriti guida – e siamo ancora nell’ambito del riconoscimento, nell’accezione di cui
si parlava prima – Doriana sottolinea la necessità di avere e nutrire una visione. Avere
una visione nasce da dentro, da un’esigenza
o urgenza, se vogliamo, ma è qualcosa che
va alimentato e tenuto vivo. Si tratta di qualcosa che si colloca all’interno di un processo
che prevede un prima e un dopo, da dove
veniamo e dove andiamo, che cosa portiamo
avanti per noi. Di questo bisogna avere consapevolezza, così come dello spazio. In questo senso per Doriana Crema è importante
anche lo spazio, il riconoscimento di uno
spazio per il lavoro, che si tratti di danzaterapia, di uno spettacolo o di fare formazione.
C’è e ci deve essere uno spazio per ciascuna
di queste attività, senza mettere in gerarchia
che cosa sia più giusto o più importante. Nel
suo lavoro Doriana si preoccupa di creare lo
spazio, perché un atto creativo, di qualunque
genere esso sia, possa nascere. Per questo
l’artista invita i giovani a chiarire e verificare
la propria visione. Poi bisogna tenerla a mente, come linea guida, come verifica dei propri obiettivi, sia nell’insegnamento, sia nella
94
creazione e anche nella vita quotidiana. La
visione di Doriana va nella direzione di trovare nella danza – come arte o terapia – la
bellezza, la guarigione, la spiritualità e quindi
uno spazio dal quale possa muovere un futuro migliore.
Poiché ha prima insegnato, poi per una
decina d’anni ha creato per la scena, anche in
assoli, e ora è tornata alla formazione, questa
artista ha potuto riflettere sui passaggi ai quali
ha dedicato tempi diversi della sua vita. In ogni
campo, come ha affermato, dà un’attenzione
allo spazio, ma anche al tempo e allo sguardo.
Spesso nei seminari si sente rispondere che
quel che attrae di più lo sguardo negli spettacoli
è la presenza, cioè un corpo che pienamente
si muove e pienamente muove lo spazio. Crede quindi che si debbano creare lo spazio e il
tempo affinché si sia integri nel guardare l’altro,
per quel che porta nel momento specifico, qui
e ora, affinché possa crearsi la presenza nello
spazio scenico. Infatti una delle peculiarità del
lavoro di Doriana è accompagnare gruppi di
lavoro nell’ambito della ricerca sui temi dell’autonomia creativo-artistica.
Radici e germogli, eredità e progetti, trasmissione e condivisione. Ritroviamo nel dialogo con questi giovani artisti continuità di
senso e di etica fra passato e futuro, fra ricerca per la scena e per la società.
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a cura di Melissa Capelli e Pasquale Seddio
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Il Dipartimento di Studi per l’Economia e l’Impresa (DISEI)
dell’Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro” ha ricevuto l’incarico di monitorare
e valutare il progetto PerCorpi Visionari – Percorsi
sconfinanti tra danza e performance contemporanea,
finanziato dal Programma Operativo di Cooperazione
Transfrontaliera Italia Svizzera 2007-2013. Il progetto si
compone di numerose tipologie di iniziative, che possono essere ricondotte principalmente ad attività di
laboratorio, quindi di formazione, e spazi in cui il pubblico incontra gli artisti.
Ci si è posti l’obiettivo di valutare e misurare la soddisfazione degli utenti utilizzando i seguenti strumenti:
– la Customer Satisfaction, cioè quella che riguarda
gli allievi e il pubblico in generale;
– la Stakeholder Satisfaction, cioè quella degli operatori culturali coinvolti.
Naturalmente, obiettivi diversi richiedono strumenti
di valutazione differenti. Per raggiungere tali obiettivi, all’inizio, sono quindi state elaborate tre tipologie principali
di questionari:
1. Questionario Allievi;
2. Questionario Pubblico;
3. Questionario Artisti.
A queste tre tipologie nel secondo anno di attività si
è aggiunta un’ulteriore tipologia di questionario: quella
per le esperienze teatrali.
Scendendo maggiormente nel dettaglio, la macrotipologia del Questionario Allievi può essere suddivisa in
tre sottocategorie a seconda della fascia d’età dei partecipanti ai laboratori. La prima è una versione molto
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semplificata, pensata e realizzata con lo scopo di sottoporla ai partecipanti più piccoli. La
struttura si articola in sei semplici domande che mirano a indagare le eventuali esperienze
simili pregresse, l’abilità dell’insegnante nel coinvolgere i bambini e nel farli lavorare in gruppo,
il giudizio complessivo dell’esperienza, cosa è piaciuto di più, nonché la volontà del bambino
di ripetere il laboratorio e consigliarlo ad altri. Il tutto realizzato con grafica semplice e utilizzando delle scale di giudizio rappresentate da faccine.
Una seconda versione del questionario è rappresentata da un’evoluzione della prima, ed è
dedicata ai ragazzi tra i dieci e i quindici anni. Anche in questo caso l’architettura è realizzata da
domande semplici e dirette e dalla scala di giudizio con le faccine. In questa tipologia, tuttavia,
le domande aumentano e si fanno maggiormente mirate. Oltre alle eventuali esperienze pregresse, allo stile della docenza e alla soddisfazione ricavata dall’esperienza, si indaga sulla conoscenza dei linguaggi della danza e della performance contemporanea, si richiede una maggiore
criticità sullo stile di conduzione del laboratorio da parte del docente e sull’eventuale necessità
di approfondire e ampliare i temi trattati, nonché la richiesta di dispensare consigli per migliorare sempre più l’evento. Immancabili, naturalmente, le domande sul lavoro di gruppo, su
quanto è piaciuto, sull’utilità dell’evento per apprendere nuove conoscenze o semplicemente
per stimolare la curiosità e sull’eventuale volontà di ripetere e consigliare l’esperienza.
La terza tipologia di questionario è quella decisamente più strutturata. In questo caso
le domande sono ancora più impostate e dettagliate e la griglia di giudizio rappresentata
dalle faccine lascia il posto a una scala vera e propria, che grazie ai valori che vanno da uno a
nove permette di manifestare una soddisfazione bassa, media o alta (in alcuni casi si parla di
accordo e non di soddisfazione). Come già accennato, i punti cardine non cambiano anche
in questo ultimo tipo, si contemplano domande sulle esperienze e sulle conoscenze pregresse, su cosa è piaciuto, su eventuali temi da trattare o approfondire, sullo stile didattico del
docente, sulla valutazione complessiva dell’esperienza e sugli eventuali consigli. A tutto ciò si
aggiungono domande mirate a comprendere le aspettative degli allievi, la capacità del docente di articolare e plasmare i laboratori rispetto alle esigenze di coloro che vi partecipano, di
comunicare il proprio messaggio e di rispondere ai quesiti proposti.
Passando ora a esaminare il Questionario Pubblico, emerge che anche per il pubblico
è importante valutare le esperienze e conoscenze pregresse, le aspettative, la valutazione
dell’esperienza, il possibile apprendimento di nuove conoscenze, cosa è piaciuto, eventuali
consigli. A ciò si aggiunge la richiesta di indicare le emozioni suscitate, la valutazione dell’artista e delle sue capacità, la valutazione della location, dei locali utilizzati, del personale e della
comunicazione, nonché di come il partecipante sia venuto a conoscenza dell’evento. Tutto
questo, naturalmente, ponendo domande molto dettagliate e con scala di valutazione da uno
a nove (a eccezione delle risposte a carattere multiplo o libero).
Totalmente diverso è invece l’approccio del Questionario Artisti. In questo caso, infatti, si
misura con scala da uno a nove, sempre ove possibile, la soddisfazione dei portatori d’interesse.
Si rilevano, quindi, l’utilità dell’esperienza per il proprio percorso professionale-artistico, l’utilità
per la crescita professionale, le difficoltà e le opportunità di convivenza e confronto con altri
artisti, il rapporto con il pubblico e gli utenti dei laboratori, le sensazioni trasmesse, la valutazio-
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B>HJG6G:>G>HJAI6I>
ne della location, dei locali, del personale (lo staff dell’organizzazione e amministrativo), gli eventuali problemi insorti e le capacità di problem solving. Immancabili, naturalmente, le domande su
esperienze pregresse e su eventuali consigli, utili per migliorare sempre più l’evento.
Per quanto concerne, invece, il questionario sulle esperienze teatrali, si riprende la falsariga di quelli riservati agli allievi più piccoli, ma con domande specifiche sul teatro. Inoltre,
nel secondo anno di attività, sono stati introdotti in tutti i questionari campi predisposti alla
raccolta di informazioni concernenti l’età e il titolo di studio (quest’ultimo non figura nei
questionari per i bambini e i ragazzi).
L’analisi dei dati è stata sviluppata e suddivisa in tre parti:
– Descrizione dell’evento/artisti;
– Analisi empirica vera e propria;
– Brevi conclusioni tratte dall’analisi.
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Descritte le tipologie dei questionari, si procede ora a illustrare la tecnica base di analisi, rimandando eventuali specificità ai singoli casi.
Trattandosi principalmente di dati di tipo qualitativo, ci si è mossi raccogliendo le frequenze
assolute, cioè il numero di persone che hanno scelto tale variabile, per poi rappresentare tali
dati tramite grafici a barre o a torta (in quest’ultimo caso si è proceduto utilizzando le frequenze relative, cioè le percentuali di risposte relative a tale variabile).
Per quanto concerne le valutazioni più complesse, cioè quelle con griglia di valutazione, ci si
è limitati a riportare le tabelle con le frequenze assolute, i totali delle risposte date e le medie
ponderate dei giudizi su tali variabili. La legenda per poter interpretare i risultati è la seguente:
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Legenda
Poco d’accordo / Bassa soddisfazione
D’accordo / Media soddisfazione
Molto d’accordo / Elevata soddisfazione
Valori
1
2
3
4
5
6
7
8
9
Dopo una breve valutazione fatta in base ai valori della tabella e alle medie, si è provveduto
a verificare la dispersione delle rilevazioni all’interno del campione e quindi la bontà della media
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come indicatore di posizione. Nel secondo anno di attività, tuttavia, si è pensato di modificare
leggermente tale metodologia, in quanto, vista la maggiore quantità di dati rispetto al primo
anno, si è deciso di basare l’analisi sulla media ponderata delle valutazioni.
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Gli eventi organizzati e valutati in questi anni di attività sono qui di seguito riepilogati in tabelle:
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2013
Evento
Tipologia di questionario
Bandanza
Allievi (terza tip.) – Pubblico
2014
Evento
Tipologia di questionario
Dalle radici del movimento alla danza creativa
Allievi (prima tip.)
Workshop con Mauro Astolfi
Allievi (terza tip.) – Pubblico
Flash Mob di danza urbana, performance
e installazioni open air nel cuore della città
Allievi (terza tip.) – Pubblico
Il Gesto Contemporaneo
Allievi (terza tip.)
Danza Creativa
Allievi (prima, seconda e terza tip.)
Le Foglie e il Vento (Novara)
Allievi (quarta tip.) – Pubblico
Principi di composizione del movimento Quantum
Allievi (terza tip.)
H.G.
Allievi (prima tip.) – Pubblico
Residenza artistica per bambini
Allievi (prima tip.)
Incontro sulla danza contemporanea
Allievi (prima, seconda e terza tip.)
Arte in gioco
Allievi (seconda tip.)
Residenza estiva PerCorpi Visionari
Allievi (terza tip.)
We used to be lovers
Allievi (terza tip.)
Nik – Lecture demonstration su Alwin Nikolais
Allievi (terza tip.) – Pubblico
Laboratorio teatrale di Danio Manfredini
Allievi (seconda tip.)
Soup
Allievi (terza tip.) – Pubblico
La Relazione – Laboratorio di movimento, con Raffaella Giordano
Allievi (terza tip.)
Sentirsi Danzare – Laboratorio di danza di comunità,
con Franca Zagatti
Allievi (terza tip.)
Sguardi sul corpo che danza – Pratica di movimento
e di osservazione, con Doriana Crema
Allievi (terza tip.)
Trattato della Lontananza + Wolkenheimat
Pubblico
Spettacolo finale residenza bambini
Pubblico
In Sale
Pubblico
Le Foglie e il Vento (Meina)
Pubblico
Laboratorio Gomma Piuma e Natura
Allievi (prima tip.)
Laban Event
Allievi (terza tip.) – Pubblico
Festival “La Piattaforma teatrocoreografico”
Pubblico
Elektronic Lyset – Concerto al buio dedicato alla luce
Pubblico
Add Up > Meinascapes
Pubblico
Letter to Lucile D.
Pubblico
REC – Lezioni di movimento
Pubblico
Add Up – Poetrywalk
Pubblico
Als de wolf van huis is (Quando il lupo non è in casa),
So Stare e The Hole & Corner Travel Agency
Pubblico
Mapping #3 (Meina)
Pubblico
K Two
Pubblico
Phoenix
Pubblico
Le Foglie e il Vento + Soup (Venaria Reale)
Pubblico
Soup (Meina)
Pubblico
Convegno “Radici e germogli della danza d’arte
e di comunità in Piemonte”
Pubblico
Le Foglie e il Vento (Torino)
Allievi (seconda tip.)
100
101
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2015
Evento
Tipologia di questionario
Soup
Allievi (terza tip.) – Pubblico
Masterclass Sara Orselli
Allievi (terza tip.)
Masterclass Carolyn Carlson
Allievi (terza tip.) – Pubblico
Short Stories
Pubblico
As It Happens
Allievi – Pubblico
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Come si può notare nella tabella 2, riguardante il primo anno di progetto, sono stati organizzati
13 eventi, per la valutazione dei quali sono stati raccolti 230 questionari (57 della tipologia
Allievi e 173 della tipologia Pubblico). Da notare, però, che non tutti i questionari sono stati
compilati interamente: 82 presentano almeno un aspetto non valutato.
Dei partecipanti il 57% degli allievi e il 50% del pubblico aveva già avuto esperienze simili e
quindi la maggior parte (rispettivamente il 53% e il 57%) conosceva già i linguaggi della danza e
della performance contemporanea.
Gli allievi hanno dimostrato di aver apprezzato molto i laboratori, in ogni loro sfaccettatura,
e i contenuti. Molto apprezzati sono stati gli insegnanti, che hanno saputo adattarsi alla propria
platea, come Danio Manfredini e gli artisti del Laban Event.
Per quanto concerne le modalità comunicative, il pubblico è venuto a conoscenza degli
eventi soprattutto grazie agli amici, ma le informazioni che sono state comunicate all’esterno
non sono risultate molto esaustive, accessibili e organizzate (i picchi più bassi nelle valutazioni si
raggiungono nell’evento REC – Lezioni di movimento).
102
In generale le esperienze sono state valutate come molto stimolanti, coinvolgenti e interessanti, anche grazie alla bravura degli artisti, che hanno saputo stimolare e coinvolgere il pubblico,
comunicando in modo eccellente i propri messaggi e trasmettendo le proprie capacità artistiche e professionali. Gli artisti più amati, in particolare, sono stati Nicole Seiler e Young-Soon
Cho Jaquet, le danzatrici di K Two.
Per quanto riguarda le location, emerge che gli eventi sono stati ben organizzati, in quanto,
come risulta dalla figura 2, nella maggioranza dei casi i locali o comunque i luoghi teatro delle
esperienze sono stati definiti adeguati.
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103
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Il personale addetto agli eventi è stato ben valutato sotto diversi aspetti, come la cordialità, la professionalità e la disponibilità rispetto alle esigenze del pubblico (soprattutto nel caso
di Bandanza e K Two). Da migliorare, invece, le capacità di problem solving: infatti, secondo le
valutazioni riportate, non sempre il personale preposto è stato in grado di risolvere in modo
tempestivo le varie problematiche intercorse negli eventi (si veda, soprattutto, l’evento Letter
to Lucille D.).
La ricaduta positiva degli eventi si evince anche dal fatto che rispettivamente l’88% e l’86%
(sommando allievi e pubblico) si dichiarano disposti a ripetere l’esperienza e a consigliarla ad
altri.
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Si può affermare che le varie esperienze, rispetto al percorso professionale, sono state molto
apprezzate dagli artisti, che hanno trovato le possibilità loro offerte molto stimolanti, non solo
per incrementare ulteriormente le proprie conoscenze e quindi crescere dal punto di vista
artistico-professionale, ma anche per intrattenere e allacciare nuove relazioni. Punto forte di
queste iniziative è stata quindi la convivenza degli artisti, che ha fatto quasi da test, dimostrando
che la costruzione di reti tra artisti non solo è possibile, ma anzi sarebbe auspicabile sia ampliata,
fino a una vera e propria comunità, in cui le idee creative potrebbero nascere, svilupparsi e
perfezionarsi grazie al contributo e all’esperienza di tutti.
Gli eventi sono stati molto apprezzati, anche per l’effetto che hanno avuto sul pubblico, che
si è dimostrato attivo, coinvolto e interessato alle varie attività, riuscendo a trasmettere sensazioni positive, nonché nuova ispirazione agli artisti. I quali, inoltre, sono riusciti ad accrescere le
motivazioni, nonché le competenze degli utenti, allargando così la platea a cui mandare il proprio messaggio e, perché no, magari fidelizzando qualche spettatore in più. Gli eventi, se hanno
accresciuto le motivazioni degli artisti, sembra tuttavia non siano riusciti a ottimizzare i tempi di
lavorazione, anche se va sottolineato che questo non era uno degli obiettivi primari e semmai
potrebbe essere considerato come un effetto indotto.
Le location ugualmente sono risultate molto apprezzate dagli artisti, anche se non mancano
di certo i margini di miglioramento, soprattutto per quanto concerne la segnaletica e i servizi
accessori. A proposito dei servizi ricettivi, invece, va sottolineato che non sono stati valutati,
perché erano coinvolti anche artisti locali, che naturalmente non hanno usufruito di alloggio.
Altro punto forte è stato il personale, sia amministrativo sia organizzativo, che si è rivelato
adeguato, molto cordiale e professionale, nonché pronto a risolvere in tempi celeri gli eventuali
imprevisti.
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'%&)/8JHIDB:GH6I>H;68I>DC
Come si può vedere nella tabella 3, nel secondo anno di progetto sono stati organizzati 27
eventi, alcuni dei quali suddivisi su più giornate. Per il monitoraggio e la valutazione di tali attività,
si hanno a disposizione 835 questionari (355 della tipologia Allievi e 480 della tipologia Pubblico), non tutti però compilati nella loro interezza.
Tra i partecipanti il 65% degli allievi e il 47% del pubblico aveva già avuto esperienze simili
e, specularmente, il 47% e il 65% conosceva già i linguaggi della danza e della performance
contemporanea. Quindi si può desumere che se la maggioranza del pubblico conosceva già
i linguaggi della performance contemporanea, ma si trovava alla prima esperienza, la maggior
parte degli allievi aveva già partecipato a eventi simili, ma probabilmente appartenenti a mondi
diversi.
Risulta, inoltre, che del 65% degli allievi che avevano avuto esperienze pregresse, il 19%
aveva partecipato ad altri avvenimenti o laboratori organizzati nel 2013 (in alcuni casi anche
più di uno). Analogamente il 51% del pubblico con esperienze pregresse aveva a sua volta
partecipato agli eventi del 2013 (si registrano casi di persone che avevano preso parte a più
appuntamenti, soprattutto nel caso di “Villaggio d’Artista” e Soup). Da segnalare che tali percentuali potrebbero rivelarsi anche più elevate, dato che molti compilatori dei questionari sono
stati generici nell’indicare quali fossero le loro precedenti esperienze.
Gli allievi hanno dimostrato di aver gradito molto i laboratori, in ogni loro sfaccettatura, e
i contenuti. Molto apprezzati sono stati gli insegnanti, che hanno saputo adattarsi alla propria
platea, come Sara Simeoni, Filippo Armati, Mauro Astolfi e Simona Bucci.
Non altrettanto apprezzata, invece, è stata la residenza estiva di Losone, per la sua organizzazione e per i contenuti: non ha soddisfatto le aspettative dei partecipanti, sia per quanto
concerne la sua utilità sia per il coinvolgimento degli allievi. Anche le valutazioni del Flash Mob
non presentano picchi molto alti: gli allievi, infatti, non sono riusciti a comprenderne i messaggi
e gli obiettivi. Queste difficoltà possono essere ricollegate a fattori socioculturali del territorio.
Va segnalato che questo genere di evento non era mai stato realizzato nel Novarese, che risulta
tuttora ancorato alla tradizione, agli aspetti più classici, e che quindi mostra una certa resistenza
al cambiamento. A tutto questo si deve aggiungere il fatto che gli allievi coinvolti nel Flash Mob
erano comunque abituati a lavorare sempre con gli stessi insegnanti, senza avere percezione
delle possibilità di condivisione e di improvvisazione (quando se ne è presentata l’opportunità
o l’esigenza, solo pochi ragazzi su circa un centinaio si sono dichiarati disposti a improvvisare).
Va poi considerato che l’evento si è svolto nonostante la pioggia.
Per quanto riguarda l’obiettivo, “far muovere una città” e aprire uno spiraglio alla novità e al
cambiamento, si può dire invece che il risultato è stato ottenuto: cento allievi, infatti, rappresentano un numero più che soddisfacente per gli organizzatori.
Per quanto concerne le modalità comunicative, come per il 2013, la principale nella veicolazione delle informazioni è rappresentata dagli amici. A differenza del primo anno di attività,
tuttavia, la comunicazione è migliorata: le informazioni sono state comunicate all’esterno in modo
completo, accessibile e organizzato (i picchi più bassi nelle valutazioni si raggiungono per Soup).
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Come sempre, il personale è un punto di forza degli eventi: si registrano, infatti, valutazioni
molto alte sotto i vari aspetti della cordialità, della professionalità e della disponibilità rispetto
alle esigenze del pubblico (soprattutto per lo spettacolo finale della residenza estiva per bambini e per il convegno “Radici e germogli della danza d’arte e di comunità in Piemonte”). Ancora
da migliorare la capacità di problem solving: nonostante le valutazioni siano più favorevoli rispetto al 2013, si mantengono su livelli più bassi rispetto alle altre tendenze.
Rispettivamente il 91% e il 93% (sommando allievi e pubblico) si dichiarano disposti a ripetere l’esperienza fatta e a consigliarla ad altri.
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In generale le esperienze sono state valutate come stimolanti, coinvolgenti e interessanti,
anche grazie alla bravura degli artisti, che pure nel 2014 hanno saputo stimolare e coinvolgere
il pubblico, trasmettendo i propri messaggi, nonché la propria passione. Le valutazioni più basse
si sono registrate per il workshop di Mauro Astolfi e per Nik. Il primo, nonostante gli insegnanti
comunicassero serietà, energia e amore per la danza, è apparso molto complicato e a tratti
difficile da comprendere: il pubblico degli spettatori lo ha valutato più utile per i ballerini che vi
hanno partecipato che per se stesso. Il secondo, ritenuto anche questo molto complicato, da
alcuni è stato ritenuto noioso.
Per quanto riguarda le location, emerge che gli eventi sono stati ben organizzati, in quanto,
come risulta dalla figura 4, nella maggioranza dei casi i locali o comunque i luoghi teatro delle
esperienze sono stati definiti adeguati.
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Per quanto riguarda gli artisti, le valutazioni delle varie esperienze ricalcano esattamente quelle
dell’anno precedente: anche in questo caso sono emersi numerosi spunti di accrescimento delle
proprie competenze e della possibilità d’intrecciare relazioni con colleghi. La convivenza con altri
artisti, esattamente come per il 2013, ha quindi rappresentato un punto di forza delle iniziative.
Esattamente come per l’anno precedente, il pubblico e gli allievi hanno dimostrato un atteggiamento attivo, coinvolto e interessato alle varie attività, dimostrandosi recettivi ai messaggi
trasmessi dagli artisti. Anche le location sono risultate molto apprezzate dagli artisti, dimostrando che, rispetto all’anno precedente, sono stati fatti passi in avanti, migliorando aspetti
più delicati, come la segnaletica. Altro punto forte dell’evento è il personale amministrativo
e organizzativo, il quale si è rivelato adeguato, molto cordiale e professionale, nonché pronto a
risolvere in tempi celeri gli imprevisti.
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Come si può notare dalla tabella 4, nell’ultima tranche del progetto sono stati organizzati
cinque eventi, alcuni dei quali suddivisi su più giornate. Come per gli anni passati si rileva nella
valutazione che alcuni campi dei questionari sono rimasti inevasi. Per la valutazione delle attività svoltesi nel 2015 sono stati raccolti 245 questionari (77 della tipologia Allievi e 168 della
tipologia Pubblico).
Tra i partecipanti il 56% degli allievi e il 72% del pubblico aveva già avuto esperienze simili e
quindi la maggior parte (rispettivamente il 54% e il 77%) conosceva già i linguaggi della danza e
della performance contemporanea.
Risulta, inoltre, che il 9% del pubblico con esperienze pregresse aveva già partecipato a
eventi organizzati nel 2013 e nel 2014, mentre non si hanno abbastanza dati per calcolare
quanti allievi fossero tornati rispetto ai laboratori degli anni precedenti. Queste percentuali più
basse rispetto al “tasso di ritorno” del 2014 non vanno interpretate in modo negativo, perché
molte volte nei questionari del 2015 non viene riportata l’informazione (inoltre in molti casi si
è stati generici sulle esperienze precedenti).
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107
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Gli allievi hanno dimostrato di aver gradito molto i laboratori, in ogni loro sfaccettatura, e
i contenuti. Molto apprezzati sono stati gli insegnanti che hanno saputo adattarsi alla propria
platea, come Sara Orselli e Carolyn Carlson. Non altrettanto apprezzato, come già l’anno precedente, è stato il laboratorio di Soup, per l’organizzazione e per i contenuti: non ha soddisfatto
le aspettative dei partecipanti, né per l’utilità né per il coinvolgimento degli allievi.
Per quanto concerne le modalità comunicative, il pubblico è venuto a conoscenza degli
eventi soprattutto grazie agli amici. Rispetto ai primi anni di attività, tuttavia, la comunicazione è
migliorata sensibilmente, in quanto le informazioni sono state comunicate all’esterno in modo
esaustivo, accessibile e organizzato (i picchi più bassi nelle valutazioni si raggiungono per l’evento As It Happens).
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Il personale addetto agli eventi è stato ben valutato sotto tutti gli aspetti, per la cordialità,
la professionalità e la disponibilità rispetto alle esigenze del pubblico (soprattutto nelle masterclass). Rispetto agli anni passati, risulta migliorata anche la capacità di problem solving: nonostante le valutazioni generalmente basse nell’evento As It Happens, questo aspetto ha ottenuto una
media elevata, che si alza ulteriormente per le due masterclass e lo spettacolo Short Stories.
Rispettivamente il 96% e il 97% (sommando allievi e pubblico) si dichiarano disposti a ripetere l’esperienza e a consigliarla ad altri.
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In generale le esperienze sono state valutate come molto stimolanti, coinvolgenti e interessanti, anche grazie alla bravura degli artisti, che, come in passato, hanno saputo stimolare e
coinvolgere il pubblico, comunicando in modo eccellente i propri messaggi e trasmettendo le
proprie capacità artistiche e professionali. Anche in questo caso l’evento che presenta le valutazioni più basse è As It Happens. Gli artisti più amati, in particolare, sono stati Carolyn Carlson,
Sara Orselli e Céline Maufroid, nelle masterclass che hanno tenuto e nello spettacolo Short
Stories.
Per quanto riguarda le location, emerge che gli eventi sono stati ben organizzati. Come risulta dalla figura 6, nella maggioranza dei casi i locali o comunque i luoghi teatro delle esperienze
sono stati definiti ottimi.
108
Passando ora, come di consueto, al punto di vista degli artisti intervenuti, si può affermare che le
varie esperienze, rispetto al percorso professionale, sono state molto apprezzate. Gli artisti hanno trovato le possibilità loro offerte molto stimolanti, non solo per incrementare ulteriormente
le proprie conoscenze e quindi crescere dal punto di vista artistico-professionale, ma anche
per intrattenere e allacciare nuove relazioni. Più volte, nell’esaminare i questionari, è emerso
l’apprezzamento rivolto alle capacità e alla professionalità dei colleghi.
Anche in quest’ultima parte del progetto gli eventi sono stati molto apprezzati, per l’effetto
avuto sul pubblico, che si è dimostrato attivo, coinvolto e interessato alle varie attività, riuscendo
così a trasmettere sensazioni positive, nonché nuova ispirazione agli artisti. I quali a loro volta
sono riusciti ad accrescere le motivazioni, nonché le competenze degli utenti, allargando così la
platea a cui mandare il proprio messaggio e, perché no, fidelizzando nuovi spettatori. Anche le
location sono risultate molto apprezzate dagli artisti. Altro punto forte dell’evento è il personale, amministrativo e organizzativo, che si è rivelato adeguato, molto cordiale e professionale,
nonché pronto a risolvere gli eventuali imprevisti in tempi celeri.
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Concludendo, dall’analisi dei questionari prodotti in questi anni di attività emergono i seguenti
punti di forza (Strength), punti di debolezza (Weaknesses), opportunità (Opportunities) e minacce (Threats) innescate dal progetto.
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Strength
Weaknesses
– Grande varietà di eventi
– Ampi target di riferimento
– Eventi organizzati in location varie e turistiche
– Valorizzazione del patrimonio ambientale comune, nella sua
infinità varietà
– Eventi organizzati in collaborazione con la Svizzera
– Buona fidelizzazione del pubblico
– Eventi che hanno attratto allievi e pubblico provenienti
da altre discipline
– Artisti di caratura mondiale
– Organizzazione di summerschool, masterclass e stage per giovani
performer e danzatori
– Creazione di relazioni professionali tra gli artisti
– Competenza del personale preposto
– Comunicazione
– Questionari a volte non adatti al target di riferimento
– Questionari non sempre compilati
– Questionari a volte troppo complicati
– Problem solving
– Alcuni eventi non hanno incontrato le aspettative del
pubblico e/o degli allievi
– Non sempre si è riusciti a comunicare il messaggio
– Alcune location hanno presentato difficoltà in termini
di informazioni per l’accessibilità fisica
Opportunities
Threats
– Origini culturali simili e omogeneità linguistica nei territori
coinvolti
– Buon “consumo” culturale e iniziale carenza di proposte
artistiche legate ai multiformi linguaggi della performance
contemporanea
– Possibilità di ricreare una comunità d’artisti ecosostenibile
– Possibilità di educare e alfabetizzare le nuove generazioni
– Sviluppo di best-practices: modelli da reiterare nel tempo in
modo identico ma sempre diverso
– Incremento dei flussi sui territori
– Differenze nella qualità della vita, l’economia e la struttura
operativa dei territori
– Alcuni eventi potrebbero non essere più replicati
– Interruzione del dialogo tra i vari territori e le autorità
competenti
– Sfaldamento della rete transfrontaliera
110
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PerCorpi Visionari ha aperto la strada a una progettualità innovativa attraverso la sperimentazione di diversi
percorsi di formazione e proposte performative con un
pubblico di varie fasce di età, in territori di confine non
sempre consapevoli della propria memoria storica e non
facilmente inseriti nei circuiti di rinnovamento socioculturale. Per il Teatro Coccia, in particolare, il progetto ha
rappresentato l’apertura a una visione e a una prospettiva
nuova della danza per tutto il pubblico abituale, al quale si
è mostrato, e si continua a mostrare stagione dopo stagione, che la danza può essere “altro” rispetto alla tradizione.
Può essere ricerca teatrale, innovazione, comunicazione.
Questo libro ha voluto fornire un’ampia panoramica
sulle attività organizzate, seguendone i percorsi territoriali, le evoluzioni e le trasformazioni, che oggi sono state
disseminate nei progetti “Villaggio d’Artista” e CROSS International Performance Award, a cura di Antonella Cirigliano (LIS Lab Performing Arts) e di Tommaso Sacchi;
R.I.SI.CO. Rete Interattiva per Sistemi Coreografici, a cura
di Cro.me – Cronaca e Memoria dello Spettacolo, Coorpi – Coordinamento Danza Piemonte e Perypezye Urbane; Piattaforma – Nuovi corpi, nuovi sguardi nella danza
contemporanea di comunità, a cura di Mariachiara Raviola
(Associazione Didee – arti e comunicazione) e Rita M.
Fabris (Associazione Filieradarte). Infine il Laban Event,
organizzato in territorio svizzero, presso la Fondazione
Monte Verità, è giunto nel 2015 alla sua terza edizione.
La stretta relazione fra la direzione artistica, il project
manager, gli operatori culturali, gli artisti e le istituzioni
113
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ha permesso di rimettere in dialogo politica,
storia e progettualità, evidenziando i limiti
non solo delle etichette critiche utilizzate
dalle arti performative (danza contemporanea, performance, teatro partecipativo,
danza di comunità, ecc.) e dai regolamenti
di attribuzione dei contributi, ma anche le
resistenze delle discipline economico-statistiche rispetto ai criteri di valutazione che
si sono via via rimodulati con l’avanzamento
dell’operatività sul campo, in un adeguamento continuo fra azioni create e reperimento
delle “tracce” di soddisfazione degli artisti
e dei destinatari (allievi e spettatori). Un
ripensamento teorico s’impone per far guadagnare una prospettiva interna agli esperti
di danza e delle arti performative, che siano in grado di cogliere le sfaccettature di un
114
Bandanza, sfilata nel centro storico di Meina
con la banda d’Invorio, a cura di Paola Colonna
e Associazione Didee, “Villaggio d’Artista” 2013.
territorio, dei suoi abitanti, delle sue reti di
relazione formali e informali per promuovere un’alfabetizzazione adeguata della cultura
artistica contemporanea, in generale, e delle
arti del corpo, in particolare.
Una realtà complessa come PerCorpi
Visionari ha inevitabilmente messo in luce le
carenze strutturali dei territori di confine, lasciando in mano agli operatori e agli artisti
una grande responsabilità di comunicazione
del proprio lavoro e delle prospettive visionarie che accompagnano le comunità sulla strada di una pacifica inclusione europea.
Renata Rapetti
Direttrice del Teatro Coccia, ha frequentato la Scuola
di Teatro Arsenale di Milano, diretta da Marina Spreafico e Ida Kuniaki, è stata assistente alla regia di Gabriele
Salvatores e ha conseguito il diploma di organizzatore
teatrale presso la Civica Scuola “Paolo Grassi” di Milano,
avendo come insegnanti, tra gli altri, Giorgio Guazzotti e
Mariagrazia Gregori. Dal 2006 al 2011 è stata direttrice
organizzativa del Teatro Franco Parenti di Milano. Da novembre 2011 è direttrice organizzativa del Teatro Coccia
di Novara, del quale assume anche la direzione artistica a
partire dalla stagione 2012-13. Per il progetto PerCorpi
Visionari ha curato la direzione artistica degli appuntamenti ospitati dal Teatro Coccia.
Silvana Sateriale
Direttrice amministrativa della Fondazione Teatro Coccia
Onlus. Fin dal 1978 si è occupata di amministrazione nel
settore dello spettacolo, presso enti milanesi quali il Teatro
di Porta Romana, il Franco Parenti e il CRT a fianco di
Sisto Dalla Palma. Dal 2011 collabora con la Fondazione
Teatro Coccia come responsabile dell’amministrazione. Il
suo ruolo nel progetto è stato di responsabile amministrativa e della rendicontazione.
Michela Caretti
Dopo la laurea magistrale in storia della danza, con Eugenia Casini Ropa, si è specializzata con un master in
management dei beni e delle attività culturali. Ha collaborato in qualità di project manager con numerosi enti
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privati nel settore del sociale, del cinema e
dello spettacolo dal vivo. Dal 2007 collabora
con la Fondazione Teatro Coccia Onlus occupandosi di produzione e amministrazione. Per
il progetto PerCorpi Visionari si è occupata
dell’organizzazione delle attività, in concerto
con i partner e i collaboratori, e della rendicontazione.
Serena Galasso
Laureata in scienze della comunicazione e dello
spettacolo allo IULM di Milano, ha collaborato come responsabile dell’ufficio stampa con
associazioni culturali e organizzazioni di festival
musicali e di spettacolo dal vivo. Da febbraio
2012 si occupa della comunicazione e dell’ufficio stampa della Fondazione Teatro Coccia
Onlus. Per il progetto PerCorpi Visionari ha
collaborato nelle attività di ufficio stampa.
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Mariachiara Raviola
Laureata in pedagogia, ha una formazione
di danza e teatro e una specializzazione in
organizzazione di eventi culturali. Si occupa
di creazione e formazione alla danza e alla
poetica del gesto nei suoi significati artistici,
educativi e preventivi, con un’attenzione al
pubblico dell’infanzia. Dal 2003 ideatrice e organizzatrice di eventi che coinvolgono artisti
del territorio regionale, italiano ed europeo
(per esempio i festival “La Piattaforma teatrocoreografico”, “InterMed”). È presidente di
Associazione Didee, ideatrice e condirettrice
artistica di PerCorpi Visionari.
Lisa Pugliese
Danzatrice, performer e organizzatrice teatrale, si è formata ai linguaggi della danza classica
e contemporanea e ha danzato con, tra gli
altri, la compagnia Balletto Civile di Michela
116
AÉwFJ>E:9>E:G8DGE>K>H>DC6G>
Lucenti. Come organizzatrice ha lavorato con
diverse strutture italiane, tra cui la compagnia
Sud Costa Occidentale di Emma Dante. In
PerCorpi Visionari si è occupata dell’organizzazione delle attività di Associazione Didee e
del coordinamento amministrativo.
Patrizia Veglione
Giornalista professionista, collabora con alcune prestigiose testate («TorinoSette», «La
Stampa»), si occupa di comunicazione, ufficio
stampa e organizzazione in ambito culturale.
Specializzata in comunicazione e mediazione
interculturale, ha tenuto corsi di formazione
per conto di enti pubblici e nelle scuole. Per
il progetto PerCorpi Visionari si è occupata
del coordinamento della comunicazione, ha
svolto attività di ufficio stampa e coordinato l’organizzazione del convegno “Radici e
germogli della danza d’arte e di comunità in
Piemonte”.
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E:G;DGB>C<6GIH
Antonella Cirigliano
Presidente e direttrice artistica di LIS Lab, regista e curatrice di percorsi sensoriali, dirige
festival ed eventi. È laureata in filosofia. La sua
formazione artistica è legata al regista e antropologo colombiano Enrique Vargas. Come sua
assistente e attrice, per lo spettacolo Oracoli ha
viaggiato nel mondo partecipando ai più importanti festival europei. Ha studiato presso
il Centro per la Sperimentazione e la Ricerca
Teatrale di Pontedera (Pisa). Nel 1999 ha fondato il gruppo LIS, con cui ha partecipato a
rassegne nazionali e internazionali. Dal 2007 è
docente di performing arts alla NABA, Nuova
Accademia di Belle Arti di Milano. Di PerCorpi Visionari è ideatrice e condirettrice artistica.
Per il progetto ha inoltre ideato la performance Soup e il festival “Villaggio d’Artista”.
Annalisa Recchia
Laureata in scienze dei beni culturali, ha concluso il percorso di studi frequentando il
biennio specialistico in comunicazione per i
beni culturali presso l’Accademia di Belle Arti
di Brera (Milano). Ha lavorato per il Comune
di Verbania e per la NABA, Nuova Accademia
di Belle Arti di Milano. Nel 2011 ha iniziato la
sua collaborazione con le associazioni culturali presenti sul territorio, quali l’Atelier La Voce
dell’Arte e LIS, della quale oggi è direttrice
amministrativa. In PerCorpi Visionari ha svolto
un ruolo organizzativo, concentrandosi sulle
aree di comunicazione e amministrazione.
Laura Vignati
Laureata in comunicazione nei mercati dell’arte e della cultura presso lo IULM di Milano
e specializzata in management delle risorse
artistiche e culturali, ha collaborato con associazioni culturali del territorio novarese
nell’organizzazione di eventi, festival e mo-
stre. Attualmente si occupa per LIS Lab di
organizzazione. Inoltre è parte dell’organico
di Expo 2015. In PerCorpi Visionari ha svolto un ruolo organizzativo in particolare nella
comunicazione social e come referente per le
compagnie e gli artisti.
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Lucia Carolina De Rienzo
Project manager, dal 2003 al 2013 è stata
coordinatrice, responsabile organizzativa e assistente alla direzione scientifica del think tank
internazionale The World Political Forum,
fondato in Piemonte da Michail Gorbačëv.
Dal 2010 è project manager presso Coorpi – Coordinamento Danza Piemonte, di cui
è membro del direttivo, nonché responsabile per i progetti europei e internazionali. È
project manager, tra gli altri, di The Tomorrow
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AÉwFJ>E:9>E:G8DGE>K>H>DC6G>
(Milano 2014-15); Cross (lago Maggiore 201416); Campo Largo (2015-17); La danza in un
minuto, contest nazionale di videodanza, di cui
è condirettrice artistica. È stata ideatrice, con
Maria Chiara Raviola e Antonella Cirigliano, e
project manager del progetto di cooperazione europea PerCorpi Visionari.
Cristiana Candellero
Danzatrice e coreografa, approfondisce la sua
ricerca espressiva in Italia e all’estero. Dopo
alcune esperienze in programmi televisivi RAI
prosegue il suo percorso professionale in produzioni teatrali, dedicandosi parallelamente
all’attività d’insegnante. Ha conseguito l’attestato di partecipazione al CRPC – Corso di
perfezionamento per responsabili di progetti
culturali, della Fondazione Fitzcarraldo, e dal
2002 è direttrice artistica dei progetti promossi da Coorpi – Coordinamento Danza
Piemonte, di cui è presidente.
A>IGD8:CI>B:IGD
Filippo Armati
Laureato presso la facoltà di lettere dell’Università di Bologna, ha compiuto i suoi studi
in spettacolo, storia delle religioni e filosofia
(corso di laurea DAMS). In seguito è stato
ammesso all’accademia di danza contemporanea Laban Centre di Londra. Nel 2007 è
stato selezionato per partecipare al corso
di ricerca Ex.e.r.ce a Montpellier, impostato
da Xavier Le Roy e Mathilde Monnier. Lavora come interprete per diversi coreografi e
compagnie in tutta Europa (Felix Ruckert, Nir
De Volff, Heike Hennig, Obviam Est, Cathy
Sharp, Jerome Bell, tra gli altri). Dal 2003 sviluppa coreografia e lavori suoi, presentati in
diversi paesi. È stato invitato tra i coreografi
più rappresentativi della Svizzera nel 2006 e
nel 2013 ai Swiss Dance Days. Nel 2010 ha
fondato il festival multidisciplinare “Performa”.
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Laura Magnetti
Laureata in lettere moderne all’Università Statale di Milano, è giornalista professionista dal 1989. Si è occupata di
spettacolo e danza per «La Notte», «Epoca», «Panorama», «Gioia» e «Vanity Fair» ed è stata autrice di alcuni
programmi di Rete 4. Critica ed esperta di danza (che ha
anche praticato a lungo), da diversi anni collabora con «la
Repubblica» e «Grazia».
Alessandro Pontremoli
Professore associato di discipline dello spettacolo presso
l’Università degli Studi di Torino, dove dal 2003 al 2011 ha
diretto il CRUD “Bella Hutter” (Centro Regionale Universitario per la Danza). È membro del comitato di direzione
delle riviste «Il castello di Elsinore» e «Danza & Ricerca».
Dal 2010 fa parte della commissione consultiva Danza
del ministero dei Beni e delle Attività Culturali. Le sue
ricerche in ambito storico e teorico vertono soprattutto
sulle forme e le estetiche coreiche, in particolare dei secoli XV-XVIII. Fra i suoi libri: La danza. Storia, teoria, estetica
nel Novecento, Laterza, Roma-Bari 20157.
Chiara Castellazzi
Laureatasi presso l’Università degli Studi di Torino, si è
formata parallelamente nella danza classica, antica e contemporanea. Giornalista e critica di danza, scrive per «Il
Sole – 24 Ore» e collabora con teatri e istituzioni per
progetti specifici e per la stesura di programmi di sala.
Già vicedirettrice del CRUD “Bella Hutter” di Torino, ha
tenuto corsi di scrittura critica per la danza. Di recente
pubblicazione i suoi saggi: “Il balletto di corte negli Stati sabaudi del XVII secolo” (Torino Incontra), “La danza
118
119
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moderna in Belgio: la figura di Akarova”
(UTET), “Danza contemporanea in Piemonte”
(Editoria & Spettacolo), “Corpo, movimento,
tecnologie interattive” (Bonanno).
Rita Maria Fabris
Docente a contratto in discipline dello
spettacolo presso l’Università degli Studi di
Torino, lavora anche come danzeducatore®
in contesti bisognosi di rigenerazione relazionale. Con l’Associazione Filieradarte ha
ideato il percorso di formazione-intervento Co.Dance, Abitare corpi, Abitare luoghi
(CRUD “Bella Hutter” di Torino). Fa parte del comitato direttivo di AIRDanza ed è
membro della DES. Collabora al progetto
europeo di teatro sociale Caravan – Artists
on the Road e al progetto di teatro e salute
Co.Health. Le sue pubblicazioni vertono sulla danza teatrale italiana dell’Ottocento, sulla
danza contemporanea e di comunità.
Pasquale Seddio
Ricercatore di economia aziendale e docente
di economia delle aziende e del patrimonio
culturale presso il Dipartimento di Studi per
l’Economia e l’Impresa dell’Università degli
Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”, svolge attività di ricerca e formazione
sui temi della gestione dei beni e delle attività
culturali per aziende pubbliche e non profit.
Melissa Capelli
Dopo il diploma in turismo ha conseguito la
laurea magistrale in amministrazione e gestione (curriculum in promozione e gestione
del turismo) e il master in progettazione e
gestione dei sistemi culturali all’Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo
Avogadro”. Borsista presso il Dipartimento di
Studi per l’Economia e l’Impresa della medesima università, si occupa di turismo, cultura e
formazione.
G>C<G6O>6B:CI>
Si ringraziano: Monica Abbiati, Elisabetta Ajani, Giulia Annovati, Andrea Ballarè, Michele Balmelli, Paolo Balzardi,
Antonella Bellomo, Rossella Bertolo, Paolo Cantù, Daniele
Capris, Luisella Cellio, Marco Chiriotti, Tiziana Conte, Paolo
Cumbo, Alessia Della Casa, Al Fadhil, Daniela Falconi, Ela
Franscella, Cristina Giacobino, Alessandro Grigiante, Luca
Leonardi, Silvia Limone, Chiara Maletta, Silvia Marchionini,
Andrea Marseglia, Elena Montorsi, Giorgia Nordio, Sara Paladini, Antonella Parigi, Ivan Pastrovicchio, Donatella Peruzza,
Ugo Ponzio, Riccardo Porcellana, Paolo Proverbio, Pietro
Ragionieri, Alessandro Raimondi, Fiorenza Ratti, Paola Ravelli, Jean Marie Reynier, Cristina Riccati, Tommaso Sacchi,
Lorenzo Sonognini, Helenio Talato, Nunzia Tirelli, Michele
Tognetti, Paola Turchelli, Enrica Viola, Alberto Viola.
Si ringraziano gli artisti e tutte le persone che hanno
collaborato al progetto:
Laban Event
I relatori e formatori: Rosemary Brandt, Eugenia Casini
Ropa, Alison Curtis Jones, Evelyn Dörr, Rosa Maria Govoni,
Peggy Hackney, Regina Miranda, Alessandro Pontremoli,
Valerie Preston Dunlop, Claudia Rosiny, Miki Tallone. I partecipanti: Cristiana Candellero, Vittoria Carpegna, Francesca Cola, Manuela Macco, Michela Pozzo, Daniela Pagani,
Cristiana Valsesia.
“Villaggio d’Artista” 2013 e 2014
Hanno partecipato gli artisti e i gruppi italiani: Danio Manfredini; Tommaso Sacchi; Cie Zerogrammi; Cie I Cantieri: Sara
Marasso; Francesca Amat; Senza Confini di Pelle; Francesca
Cola; Associazione Didee – arti e comunicazione; Rapatika;
Compagnia Tecnologia Filosofica; Delcio e Giuliano Montagnin; Paola Colonna; Enya Idda e Chiara Bakti Casorati;
Marco Olivieri, Fabrizio Orlandi, Claudio Ponzana, Cristiano
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121
G>C<G6O>6B:CI>
Calcagnile; Paola Romanò e Paolo Bignamini;
Teatro Pane e Mate; Associazione Carnevalspettacolo; Kea Tonetti e la Banda di Invorio.
Collaborazioni internazionali: Wunderland (Danimarca-Nor vegia-Svezia-Australia-Italia) ;
Trickster-p (Svizzera); Cie Nicole Seiler (Svizzera); Filippo Armati (Svizzera); Christian Beck
(Germania); DeGeneraal: Jean-Marie Oriot
(Belgio-Francia) e Thomas Roper (Nuova Zelanda-Spagna); Marga Socias (Spagna); Sara
John (Australia); Sara Vilardo (Italia-Belgio). E
inoltre i collaboratori e l’advisory board Giacomo Pisani, Barbara Dapas, Barbara Vitolo,
Elena Mastretta, Silvia Levenson, famiglia Bossi, famiglia Vignati, INHEPI 3i, Margherita Palli,
Francesca Zocchi, Gianluca e Salvatore Santo, i
volontari del festival.
Novara Corpi Visionari
Il coreografo Mauro Astolfi e i danzatori della
Spellbound Dance Company; le direttrici delle scuole di danza: Donatella Vaccaro (Centro
Danza Buscaglia), Chiara Bonelli (Città della
Danza), Sabrina Paoletti (Danza Viva), Paola
Colonna (Rapatika), Chiara Bocchino (Tempio
della Danza), Alida Pellegrini (Studio Danza Novara), Elsa Guerra e l’insegnante Sonia
Scalcione (Yin Yang Club); la coreografa Paola
Colonna e i performer di Associazione Rapatika, i performer Francesca Cinalli, Stefano
Botti, Aldo Torta e Paolo De Santis; Marco Iacomelli, Davide Ienco e Andrea Manara della
Scuola del Teatro Musicale; Mirella e Milena
Rosso dell’ASD Arabesque; Rossella Pesce del
Liceo Artistico, Musicale e Coreutico “Felice
Casorati” di Novara.
Prospettive PerCorpi Visionari
La Carolyn Carlson Company: in particolare
Carolyn Carlson, Sara Orselli, Céline Maufroid,
Pachi Zennaro, Gihane Besse; i professionisti
che hanno partecipato alla masterclass: Andrea
Apadula, Elisa Baglioni, Vito Carretta, Mario
Giallanza, Lorenzo Castelletta, Rocco Ascia,
Francesca Cinalli, Tommaso Serratore, Giulia
Lazzarino, Ilaria Quaglia, Vittoria Carpegna,
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Floriana Monici, Roberto Colombo, Serena
Pomer, Dario La Stella, Elisa Bertoli, Cristian
Maturano, Vanessa Franke, Noemi Valente;
Atelier Baudelaire di Graziano Genoni; Paolo
Belluso, Francesca Zitoli e Fiorella Milano.
“Performa Festival” e summercamp
Margarita Kennedy, Jan Ritsema, Cuqui Jerez,
Marco Berrettini, Brigel Gjoka, Elisabeth Waterhouse, Alessia Della Casa, Giorgia Nardin,
Francesca Sproccati, Rocco Schira; Francesca
Cola, Manuela Macco, Elena Maria Olivero,
Giulia Lazzarino, Tommaso Serratore.
Città & Giardini PerCorpi Visionari
2013. Cantieri OGR nell’ambito del festival “La
Piattaforma teatrocoreografico”, Torino: Raffaele Irace (The Very Secret Dance Society)
e Sonia Biacchi, Filippo Armati e Margarita
Kennedy (LitroCentimetro), Francesca Cola
(Volvon), Progetto Bifronte.
2014. Novara: Simona Bucci e i performer della
Compagnia Simona Bucci. Venaria, giardini della reggia: Mirco Repetto, direttore artistico di
Giornate da Re; gli artisti e performer di Soup
e Le Foglie e il Vento; i performer Tommaso
Serratore, Francesca Sproccati, Rocco Schira,
Giulia Lazzarino; i collaboratori all’allestimento
Alessandro Falanga, Gianni Cocomazzi, Sara
Falanga, Marta Giacheddu.
“Radici e germogli della danza d’arte
e di comunità in Piemonte”
I relatori e formatori: Giulia Agnese, Barbara
Altissimo, Chiara Castellazzi, Doriana Crema,
Luisa Cuttini, Norma De’ Piccoli, Susanna Egri,
Rita Maria Fabris, Raffaella Giordano, Emanuele Masi, Stefano Mazzotta, Alessandro
Pontremoli, Rosanna Rabezzana, Elena Rolla,
Caterina Sagna, Emanuele Sciannamea, Ambra
Senatore, Claudia Serra.
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Per le fotografie che illustrano il volume si ringraziano:
Gaetano Alfano: 27;
Maria Luisa Bafunno: 46;
Gianni Cocomazzi: 25, 47;
Coorpi – Coordinamento Danza Piemonte: 7, 8, 9a, 9b, 64;
Enrico De Santis: VIII, 23, 24, 114;
Alexandrino De Sousa: 48, 49;
Sarah Janis Falanga: 73, 81, 85, 86, 91;
Samantha Klein: XII-XIII, 12, 13, 14, 17, 18, 43, 44;
Stefano Mazzotta: 84;
Francesca Merlo: 36-37;
Emanuele Meschini: 35, 38, 39a, 39b, 40, 41a, 41b, 41c;
Mik di Savino: 30, 31, 32;
Moisio: 77;
Lucia Moretti: 28-29;
Giacomo Pisani: 11;
Giorgio Sottile: 2, 21, 50, 52-53, 54, 56, 57, 58-59a, 58-59b,
60a, 60b, 117;
Patrizia Veglione: 45.
I grafici alle pagine 103, 106, 108 e 109 sono stati elaborati
da Melissa Capelli.
Percorso formativo
a cura di Didee, 2013-15
Cie Zerogrammi, Sara Simeoni, Aldo Torta,
Paola Colonna, Virginia Ruth Cerqua.
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Promosso da
Con il patrocinio di
Comune di Meina
Con il contributo di
Con la collaborazione di
Con il sostegno di
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PerCorpi
Visionari
Corpi che escono dai confini e invadono piazze, strade, parchi, ville storiche
e teatri, per dare luogo a una grande
festa in cui coinvolgere bambini, giovani, anziani, amatori e professionisti:
questo è stato PerCorpi Visionari, un
progetto che per oltre due anni si è
sviluppato nei territori di confine tra
Italia e Svizzera. Finanziato dal Programma Operativo di Cooperazione
Transfrontaliera ITALIA SVIZZERA
2007-2013 su Fondo FESR e da Regione Piemonte e Canton Ticino, ha
avuto il duplice intento di promuovere
presso il pubblico i codici della danza e della performance contemporanea e di formare operatori e favorire
l’incontro degli artisti attraverso il
dialogo e la cooperazione. In questo
volume viene delineato il percorso del
lungo viaggio, durante il quale hanno
trovato spazio laboratori en plein air,
residenze artistiche, spettacoli, incontri e convegni, in luoghi spesso inusuali
e di grande valore paesaggistico, storico e culturale.
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