PerCorpi Visionari Corpi che escono dai confini e invadono piazze, strade, parchi, ville storiche e teatri, per dare luogo a una grande festa in cui coinvolgere bambini, giovani, anziani, amatori e professionisti: questo è stato PerCorpi Visionari, un progetto che per oltre due anni si è sviluppato nei territori di confine tra Italia e Svizzera. Finanziato dal Programma Operativo di Cooperazione Transfrontaliera ITALIA SVIZZERA 2007-2013 su Fondo FESR e da Regione Piemonte e Canton Ticino, ha avuto il duplice intento di promuovere presso il pubblico i codici della danza e della performance contemporanea e di formare operatori e favorire l’incontro degli artisti attraverso il dialogo e la cooperazione. In questo volume viene delineato il percorso del lungo viaggio, durante il quale hanno trovato spazio laboratori en plein air, residenze artistiche, spettacoli, incontri e convegni, in luoghi spesso inusuali e di grande valore paesaggistico, storico e culturale. E:G8DGH>H8DC;>C6CI>IG696CO6 :E:G;DGB6C8:8DCI:BEDG6C:6 © 2015 Fondazione Teatro Coccia Onlus PerCorpi Visionari. Percorsi sconfinanti tra danza e performance contemporanea A cura di Laura Magnetti, con i contributi di Alessandro Pontremoli, Rita Maria Fabris, Chiara Castellazzi, Pasquale Seddio, Melissa Capelli Realizzazione editoriale: R35 s.a.s., J.B. - [email protected] Stampa: gdp prepress s.r.l., Pero (MI) In copertina: la masterclass di Mauro Astolfi al Teatro Coccia di Novara (foto Emanuele Meschini) Nell’interno di copertina: Compagnia Rapatika, improvvisazioni nel centro di Novara (foto Francesca Merlo); un momento della masterclass di Mauro Astolfi (foto Emanuele Meschini) PerCorpi Visionari è un progetto ideato e scritto da Mariachiara Raviola, Antonella Cirigliano, Lucia Carolina De Rienzo www.corpivisionari.eu Partner Italia. Project leader/Capofila: Fondazione Teatro Coccia Onlus; partner: Associazione Didee – arti e comunicazione, Associazione LIS Lab Performing Arts, Coorpi – Coordinamento Danza Piemonte Svizzera. Project leader/Capofila: Fondazione La Fabbrica; partner: Associazione LitroCentimetro Con il sostegno di Fondazione Piemonte dal Vivo, Fondazione Monte Verità Partner istituzionali: Comune di Novara, Comune di Meina, Comune di Verbania Équipe di progetto Project manager: Lucia Carolina De Rienzo Direzione artistica: Mariachiara Raviola, Antonella Cirigliano, Filippo Armati Amministrazione: Silvana Sateriale, Michela Caretti, Giorgia Nordio, Elvira Ieppariello, Mauro Stucchi jr Organizzazione: Michela Caretti, Lisa Pugliese, Annalisa Recchia, Laura Vignati, Rosario Ilardo, Michela Di Savino, Lucia Moretti Ufficio stampa e comunicazione: Serena Galasso, Patrizia Veglione, Annalisa Recchia, Ivan Beffa, Sarah Hofstetter Web & Social Media: Cristiana Candellero Valutazione: Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”, Dipartimento di Studi per l’Economia e l’Impresa. Responsabile scientifico: Pasquale Seddio; borsista di ricerca: Melissa Capelli Webmaster: Alessandro Grigiante Grafica: Marina Marzatico, Edoardo Precerutti Video: Coorpi/UnaFilm La Regione Piemonte, nell’assolvere al fondamentale compito di sostegno e promozione della cultura sul proprio territorio, pone particolare attenzione allo sviluppo di quelle progettualità capaci di raccogliere, condividere e sviluppare esperienze attraverso il confronto, il dialogo, la collaborazione fra realtà territoriali differenti, in un’ottica di sistema e di sinergia ad ampio raggio. In tal senso rappresentano uno strumento di notevole importanza quegli interventi in grado di assumere un carattere internazionale, che – in particolare grazie allo sviluppo di progetti transfrontalieri – offrono l’opportunità d’interloquire oltre i confini nazionali al composito e qualificato panorama di realtà che animano la scena piemontese delle arti e dello spettacolo. È questo il caso di PerCorpi Visionari, progetto che s’inoltra nell’esplorazione delle arti performative contemporanee, lungo un percorso composito che contempla attività di formazione, di residenza e di promozione nell’ambito del teatro di danza contemporanea e delle performance legate al corpo. Declinato in un’ottica moderna e interdisciplinare, con una lettura anche in termini ambientali del contesto di riferimento, PerCorpi Visionari rappresenta pertanto l’occasione, quanto mai preziosa soprattutto al di fuori dei circuiti più tradizionali della fruizione artistica, per gettare uno sguardo diffuso su volti differenti dell’espressività dei giorni nostri, grazie al confronto con le molteplici forme della creatività, con altre dimensioni artistiche, con approcci volti ad ampliare l’orizzonte verso nuovi linguaggi. Si tratta di una di quelle espressioni tangibili e concrete del dinamismo piemontese nel sistema culturale, a cui la Regione offre un impegno diretto e concreto nel supporto alla realizzazione del ricco sistema di progetti, iniziative, appuntamenti e manifestazioni, che oltre a coinvolgere durante tutto l’anno la comunità locale sono fonte di crescita e di arricchimento personale. ANTONELLA PARIGI Assessore alla Cultura e al Turismo della Regione Piemonte V E:G8=wE:G8DGE>K>H>DC6G> E:G8=w E:G8DGE> K>H>DC6G> Siccome la danza rifiuta il dualismo conflittuale tra materiale e immateriale, siccome non vive il corpo come antagonista dell’anima, con la semplicità del suo gesto, dissolve il tratto disgiuntivo con cui la ragione procede opponendo il vero al falso, il bene al male, il positivo al negativo, l’alto al basso, per richiamare quell’ordine simbolico (nell’accezione greca di syn-ballein) da cui proveniamo e che ancora ci abita come fondo abissale in cui la coscienza cerca di gettare la sua pallida luce.1 Quando nell’oramai lontano 2011, di ritorno da una interessante piattaforma della danza svizzera, Mariachiara Raviola mi ha proposto di costruire insieme un progetto di alfabetizzazione e promozione dei linguaggi contemporanei della danza tra Piemonte e Svizzera, ho immediatamente pensato a una sostanziale follia. Si trattava invece di una visione. Alcuni mesi dopo abbiamo infatti scoperto che correva proprio l’anno 1913 – cioè quasi cent’anni prima – quando iniziò l’avventura di Rudolf von Laban in quei territori attraverso i quali, a partire da quella “proposta folle”, stavamo ripetutamente viaggiando alla ricerca di sponde, su Umberto Galimberti, Orme del sacro. Il cristianesimo e la desacralizzazione del sacro, Feltrinelli, Milano 2000, p. 161. 1 E:G8DGE> cui far approdare i nostri slanci progettuali. A quel punto è nata la convinzione che il nostro fervore potesse tradursi in un progetto concreto e reale. Così, nel corso di una di queste peregrinazioni, abbiamo incontrato Antonella Cirigliano e con lei abbiamo ideato e dato forma a PerCorpi Visionari. Il nome del progetto è nato da un’altra visione, telematica questa volta, all’alba di una febbrile notte di progettazione e scrittura d’inizio maggio 2012, in tre su Skype tra Torino e la sponda meinese del lago Maggiore. Pochi giorni dopo ci fu l’incontro provvidenziale con Filippo Armati, condirettore artistico per la programmazione svizzera, che si è unito con entusiasmo all’impresa. Così, grazie a un felice suggerimento dei funzionari della Regione Piemonte, abbiamo preso contatto con la Fondazione Coccia, che con coraggio e generosità non comuni ha deciso di sposare il progetto e diventarne capofila. Per procedere in direzione della nostra “folle visione”, abbiamo ritenuto opportuno ripartire dalle origini e da quel primo centenario del soggiorno di Rudolf von Laban a Monte Verità (Ascona). Grazie alla sua figura innovativa di danzatore, pedagogo e teorico, le mitiche colline d’Ascona vedono la nascita di una pratica inedita, impregnata da una cultura visionaria che ha segnato indelebilmente il corso della danza e delle arti performative contemporanee. La ricerca di Laban, prendendo le distanze dalla danza accademica, ha tracciato un binomio simbolico indelebile tra pensiero/corpo in movimento e spazio naturale di azione. Cent’anni dopo, il progetto è mosso dalla volontà di ri-costituire una comunità insubrica “ecosostenibile” di artisti e fruitori delle arti performative contemporanee legate alla danza e all’espressione del corpo, quale manifestazione originale, attiva e propulsiva dell’asse storico-geografico che collega la città di Novara alle sponde novaresi e locarnesi del lago Maggiore, in Canton Ticino. Una comunità che riattivasse nel tessuto contemporaneo lo spirito rivoluzionario fondativo di quelle origini, indissolubilmente legate all’ambiente naturale circostante che lo ha generato e alimentato. All’origine del progetto risiede però anche la constatazione di un’assenza specifica che accomunava i territori coinvolti, che condividono la stessa lingua, le stesse radici culturali, ma presentano alcune differenze in relazione alla qualità della vita, così come sensibili differenze presentano economie e strutture operative. Da una breve analisi del contesto è emersa immediata l’evidente assenza su entrambi i versanti transfrontalieri di una conoscenza, di una pratica e di una fruizione diffusa, strutturata e continuativa delle arti performative contemporanee, con specifico riferimento al teatro di danza contemporanea e alla performance legata al corpo. Eppure i consumi culturali generali dei territori mostravano un quadro di riferimento positivo e in sostanziale tenuta, nonostante la generale contrazione degli investimenti. I soli abitanti di Novara e provincia dedicavano alle arti performative (teatro, danza e performance) oltre il 20 per cento del proprio consumo culturale generale (cfr. dati SIAE, primo semestre 2011), testimoniando dunque una partecipazione attiva e una domanda costante in questa direzione. A un più attento esame dell’offerta è stata però immediatamente evidente una carenza in relazione alle proposte artistiche legate ai multiformi linguaggi della performance contemporanea. Il progetto, che si è sviluppato nell’arco di ventotto mesi, ha inteso costruire un’offerta innovativa e diversificata per lo sviluppo di VII E:G8=wE:G8DGE>K>H>DC6G> “buone pratiche” in grado di integrare cultura della danza e della performance contemporanea, sensibilità ambientale e un rapporto di domanda e offerta consapevole. Grazie alle esperienze residenziali e “comunitarie” degli artisti coinvolti e alle attività laboratoriali e di workshop promosse lungo tutto l’arco di svolgimento, i temi del paesaggio, dell’habitat e del diverso e nuovo rapporto contemporaneo dell’uomo con il suo contesto naturale sono stati punti privilegiati di riflessione ed elaborazione, non solo per valorizzare, ma più propriamente per ridefinire i luoghi, contestualizzandoli attraverso percorsi e interventi artistici innovativi. PerCorpi Visionari si è posto obiettivi ambiziosi, quali far cooperare istituzioni ed enti di formazione; generare connessioni tra artisti e pubblico; riaccompagnare il corpo espressivo alla sua casa naturale; costruire, infine, sui territori di riferimento un’autentica piattaforma creativa che incontri la cittadinanza e con essa si confronti. VIII E:G8=wE:G8DGE>K>H>DC6G> Ci pare che tali obiettivi siano stati raggiunti con successo: oltre trecento istituzioni culturali, operatori e artisti coinvolti nelle attività di progetto (di cui circa il 50 per cento di età inferiore a trentacinque anni); circa quattordicimila i cittadini e gli spettatori che hanno preso parte alle diverse proposte in programmazione; oltre ventuno interventi site-specific, iscritti direttamente sui territori; e poi due produzioni artistiche originali, una residenza artistica di creazione condivisa, tre festival che hanno incrociato le rispettive programmazioni e due convegni internazionali testimoniano di una piattaforma ben avviata e in costante consolidamento. La nostra visione è diventata realtà. I corpi visionari hanno abitato e travalicato i confini. Ora possiamo ripartire da qui, per aprire nuovi sentieri e inediti crocevia, per costruire una nuova “visionaria follia”... Un progetto transfrontaliero implica in primo luogo un atto di curiosità e il desiderio di conoscere quello che a pochi chilometri caratterizza la vita culturale di ieri e di oggi, confrontandosi tra differenze e punti d’incontro dei territori confinanti. Dal 1913 Rudolf von Laban soggiorna con i suoi allievi a Monte Verità, sulle sponde svizzere del lago Maggiore. La personale ricerca di Laban di una nuova idea di danza si radica in una realtà visionaria e utopica a contatto con la natura e con la Körperkultur, la “cultura del corpo”, che attraversa l’Europa nel primo Novecento e propugna uno stile di vita all’aria aperta, una dieta vegetariana e la costruzione di comunità solidali, in opposizione alla crescente industrializzazione e frammentazione delle relazioni sociali nelle grandi metropoli.1 Superando i codici della danza accademica, Laban pratica una nuova esperienza del movimento, in cui ogni individuo possa trovare la propria espressione artistica in armonia con la comunità e con l’ambiente naturale. Grazie alla teoria labaniana della Bewegungskunst, “arte del movimento”, fondata sui principi di corpo, tempo e spazio, i danzatori, i coreografi, i pedagoghi e gli operatori culturali hanno dato origine nel corso del Novecento a discipline contigue, la danza contemporanea e le arti performative, mentre alle soglie del nuovo millennio sempre più si definisce e si diffonde la danza di comunità.2 Alle origini della danza moderna, a cura di Eugenia Casini Ropa, Il Mulino, Bologna 1990. 2 Franca Zagatti, Persone che danzano. Spazi, tempi, modi per una danza di comunità, Mousikè Progetti Educativi, Granarolo 2012. 1 LUCIA CAROLINA DE RIENZO Project manager E:G8DGE> E:G8=wE:G8DGE>K>H>DC6G> Questo progetto ha voluto rilanciare consapevolmente la ricerca coreica e performativa sui “corpi visionari” proprio in quei territori di confine fra Piemonte e Canton Ticino, dove processi culturali d’importazione non sempre favoriscono la riscoperta e il rinnovamento della memoria dei luoghi. Mentre il padre della danza moderna e contemporanea sperimenta sul territorio svizzero la dieta “vegetabiliana”, i bagni di sole e la libertà espressiva, sul territorio italiano Torino accoglie la figura carismatica e innovativa di Bella Hutter, che può a ben ragione essere considerata una delle radici della danza moderna e contemporanea italiana.3 Come queste due figure storiche abbiano tessuto sui due territori un clima fertile per la ricerca e la sperimentazione (di teatro e danza) si può notare dai loro stessi successori, che fino a oggi fanno del Ticino e del Piemonte luoghi fra i più adatti ad accogliere l’innovazione. Abbiamo immaginato il nostro PerCorpi Visionari come un progetto capace di contaminare la danza contemporanea con la performance e il teatro partecipativo, disponibile allo sguardo stupito di un pubblico non abituato, ma desideroso di compiere atti artistici con le comunità incontrate di “ragazzi” dai tre ai novantanove anni e in sinergia con l’ambiente. PerCorpi Visionari è stata la culla di numerosi progetti, il festival “Villaggio d’Artista”, le produzioni Soup e Le Foglie e il Vento, i tanti laboratori e percorsi di formazione, i due convegni con esponenti di spicco del mondo della danza e della performance nazionale e internazionale. 3 E:G8=wE:G8DGE>K>H>DC6G> Decine di artisti e di formatori hanno abitato i centri urbani, i giardini, le sponde del lago, i centri rurali, i musei storici, le ville e i palazzi. Luoghi inusuali e inediti che sono diventati crocevia di culture e di scambio di pratiche artistiche. Il pubblico ha percorso spazi, animato installazioni, ha ascoltato e guardato con stupore, ha partecipato con apertura e curiosità e con senso critico. Non teatri dunque, ma luoghi liminari, non accademie ma formazione en plein air, ripercorrendo con rinnovato spirito pionieristico le visioni di Laban, ma con un sentire contemporaneo e condiviso. “Villaggio d’Artista”, a cura di LIS Lab Per forming Arts, è stato concepito come residenza comunitaria, luogo di contaminazioni, in particolar modo fra la danza e la performance, trovando ampio consenso cittadino, imponendosi a Meina e a Verbania come il festival del lago Maggiore. L’incontro fra artisti svizzeri e italiani si è poi spostato nelle affascinanti location delle Officine Grandi Riparazioni di Torino e dei giardini della reggia di Venaria (nell’ambito del festival “La Piattaforma teatrocoreografico”, curato da Associazione Didee – arti e comunicazione), passando per l’invasione delle vie di Novara, con il Flash Mob che ha coinvolto gli allievi delle scuole di danza, e la residenza estiva per performer e coreografi voluta, alla Fondazione La Fabbrica di Losone, da Filippo Armati (Associazione LitroCentimetro), condirettore artistico delle attività svizzere e direttore di “Performa Festival”. La continuità nel tempo di PerCorpi Visionari è data dalle due produzioni artistiche, Soup e Le Foglie e il Vento, frutti di attività laboratoriali rivolte a varie fasce d’età, dall’infanzia agli anziani, e incentrate sul rapporto tra corpo e natura. I due percorsi creativi e di spettacolo si avvalgono di collaborazioni istituzionali d’eccellenza: la coproduzione con Fondazione Teatro Coccia e il coinvolgimento di giovani (performer, scenografi, fotografi) della NABA, Nuova Accademia di Belle Arti di Milano, e dell’Accademia Albertina di Torino. Le numerose repliche, che hanno avuto ottimi riscontri nazionali e internazionali, ci hanno permesso di diffondere capillarmente il progetto e soprattutto di facilitare la comunicazione e la trasmissione delle nostre “visioni” ai più giovani. La visibilità del progetto invece è veicolata dalla realizzazione di numerosi documenti video e dal sito dedicato, entrambi curati da Coorpi – Coordinamento Danza Piemonte. Decine di allievi e di professionisti hanno inoltre potuto usufruire di un ricco programma esperienziale e teorico, direttamente vissuto nelle splendide cornici del palco del Teatro Coccia di Novara, della villa La Tesoriera di Torino, della Fondazione Monte Verità di Ascona, del Museo di villa Faraggiana di Meina e della villa Giulia di Verbania, grazie anche alla collaborazione dell’Università di Torino: percorsi teorici e pratici che hanno arricchito amatori e professionisti al di là e al di qua del confine, persone di tutte le età, in uno scambio di visioni artistiche anche trasversale tra generazioni. Il nostro percorso artistico e formativo era nato con una scommessa: trasformare il pubblico, almeno apparentemente diffidente e affezionato a linguaggi accademici, in una platea curiosa dei diversi immaginari dello spettacolo dal vivo; una sfida vinta, ci pare, come ha dimostrato infine il grande successo dell’incontro con Carolyn Carlson, figura visionaria e rappresentativa della danza contemporanea, un appuntamento fortemente voluto sin dall’inizio dalla direzione artistica di PerCorpi Visionari e dalla Fondazione Teatro Coccia. Anche i numeri parlano di risultati eccellenti, come si evince dai tanti artisti, formatori, professionisti e appassionati coinvolti nelle varie attività, che sono state oggetto di una valutazione qualitativa e quantitativa da parte dell’Università del Piemonte Orientale. La risposta del pubblico e dei cittadini è stata molto positiva, come emerge dalle numerose presenze registrate agli eventi, così come chiaro ci pare l’interesse dimostrato da istituti e da enti nazionali di formazione e di produzione e da festival e rassegne. Cooperazione è stata dunque la parola chiave del nostro progetto: cooperazione tra i partner dei due paesi e tra le altre realtà coinvolte, cooperazione tra le istituzioni e i cittadini, che ha promosso la partecipazione attiva e la valorizzazione di luoghi pubblici e privati, cooperazione tra gli artisti, gli organizzatori e il pubblico... Con la speranza che ciò che è stato seminato germogli nella vita culturale dei territori transfrontalieri e generi nel prossimo futuro nuovi frutti e nuovi percorsi. Anzi, nuovi PerCorpi Visionari! E MARIACHIARA RAVIOLA ANTONELLA CIRIGLIANO Direttrici artistiche FILIPPO ARMATI Direttore artistico per le attività svizzere Alessandro Pontremoli, La danza. Storia, teoria, estetica nel Novecento, Laterza, Roma-Bari 20157. X XI PARTNER italiani ' svizzeri '- ISTITUZIONI PROMOTRICI . RESIDENZE D’ARTISTA con artisti del territorio, dei paesi europei ed extraeuropei SPETTACOLI PRODOTTI ' repliche nazionali &' di cui &)#%%% CONVEGNI INTERNAZIONALI presenze ( (' LABORATORI, WORKSHOP E MASTERCLASS DI ALTA FORMAZIONE ' ', pubblico: MESI DI PROGETTO ) o (I v i V dal (CH) e t on erità m e Pi onte V e n azio ione M d n Fo ndaz e Fo con ' sul territorio regionale, nelle province di Novara,Torino e Vco FESTIVAL che hanno collaborato al progetto: “Villaggio d’Artista”, “La Piattaforma teatrocoreografico”, “Performa Festival” (-( '' OPERATORI, ENTI E ISTITUZIONI COOPERANTI PROVINCE PIEMONTESI (Novara,Vco,Torino) ( DISTRETTI TICINESI (Locarno, Bellinzona, Lugano) INTERVENTI IN LUOGHI DI ALTO VALORE PAESAGGISTICO + ) >CJB:G>9>E:G8DGE>K>H>DC6G> INTERAZIONE CON ALTRI ( PROGETTI UE: Caravan (Cultura 2007-2013); Arona Ascona Interreg 2007-2013; ePheno (Alcotra 2007-2013) >E6GIC:G 9>E:G8DGE>K>H>DC6G> Con i suoi oltre novecento posti il Teatro Coccia ospita oltre centoventi appuntamenti per ogni stagione. L’offerta si snoda tra spettacoli di opera e balletto, prosa, teatro musicale e varietà, teatro comico, concerti di musica classica e jazz, eventi speciali e monologhi autoriali, spettacoli dedicati al pubblico delle famiglie, concerti di cantautori e musica pop/rock. Il Coccia, unico teatro di tradizione nella Regione Piemonte, è il cuore culturale di Novara. Da novembre 2011 è diretto da Renata Rapetti, che a partire dalla stagione 2012-13 firma anche la direzione artistica. La Fondazione Teatro Coccia è con orgoglio capofila di PerCorpi Visionari, il progetto divulgativo dei codici della danza e della performance contemporanea, e con piacere ha visto la città coinvolta nei progetti Novara PerCorpi Visionari, Città & Giardini PerCorpi Visionari e per il gran finale con i tre giorni dedicati a Carolyn Carlson Company, oltre che nelle importanti coproduzioni Soup e Le Foglie e il Vento. L’Associazione Didee ha in sé diverse figure professionali che operano in molteplici campi (coreografico, teatrale e della comunicazione, culturale, educativo), orbitanti attorno all’interesse principale di divulgazione, promozione e formazione della danza e della poetica del gesto nei suoi significati espressivi, sociali e artistici. Attiva dal 2001, sotto la direzione di Mariachiara Raviola, vanta collaborazioni e sinergie progettuali con realtà nazionali e internazionali. Con l’ideazione e la realizzazione del festival “La Piattaforma teatrocoreografico” (sostenuto dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, da Regione Piemonte, Città di Torino e Fondazione CRT), Didee concretizza l’obiettivo di vetrina delle realtà di danza contemporanea emergenti e innovative, e inoltre promuove lo sviluppo di reti sinergiche tra gli artisti di differenti codici espressivi e realtà nazionali e internazionali. Attraverso il progetto PerCorpi Visionari, Didee valorizza la danza in nuovi territori turistico-culturali, promuove una rete transfrontaliera di artisti tra il Piemonte e il Ticino, realizza laboratori e performance attente anche al contesto ambientale e al rapporto con la natura, con l’intento di appassionare alla danza nuovi utenti e un pubblico di giovani e famiglie. XIV Nasce nel 1999 a Milano e nel 2011 si sposta sul lago Maggiore (Meina, Nebbiuno, Verbania). Da molti anni svolge prevalentemente attività di ricerca teatrale e artistica attraverso la produzione e la circuitazione degli spettacoli del gruppo LIS. A questa attività affianca l’organizzazione di festival e rassegne multimediali e il coordinamento e gestione di spazi per l’arte (pittura, scultura, video installazioni, fotografia, musica, teatro). Un ambito sempre più ampio di ricerca è legato alla formazione e alla didattica, facendo dell’interazione con il pubblico il punto centrale della sua sperimentazione. La direzione artistica è di Antonella Cirigliano e Daria Tonzig, che insieme o autonomamente progettano e producono laboratori e performance, avvalendosi di collaboratori per aree specifiche, prediligendo la multidisciplinarietà di linguaggi diversi. In PerCorpi Visionari LIS ha curato l’ideazione e la direzione artistica e ha diretto l’evento di formazione residenziale e comunitaria “Villaggio d’Artista”. Coorpi, associazione culturale senza fini di lucro, unisce diverse figure professionali che operano a vario titolo nel mondo della danza. È nata con l’obiettivo di valorizzare le realtà coreutiche presenti sul territorio, di sostenerne lo sviluppo professionale e creativo e favorirne le sinergie. La disseminazione e la condivisione d’informazioni che riguardano il mondo della danza, la documentazione, l’arricchimento della proposta formativa, la ricerca, la promozione nel rispetto dell’eterogeneità delle espressioni coreutiche e la sensibilizzazione di nuovi pubblici sono fra gli obiettivi primari dell’associazione. Nell’ambito di PerCorpi Visionari, Coorpi è stato partner responsabile dell’ideazione e gestione del sito web e relativi social media di progetto, della documentazione video e del monitoraggio di progetto. Inoltre è stato coorganizzatore del Laban Event 2013 e del convegno nazionale “Radici e germogli della danza d’arte e di comunità in Piemonte. Coreografie e ricerche contemporanee”. Centro culturale nato nel 1995 sulle spoglie dell’ex fabbrica di mobili Mornaghini, La Fabbrica è una fucina creativa e un luogo d’incontro, al crocevia tra arte e artigianato, con denominatore comune l’incentivo all’agire creativo. Alla Fabbrica, negli anni, prendono piede a mano a mano il laboratorio di un falegname, una scuola di musica, alcuni atelier per artisti e sale dove s’insegna e pratica la danza contemporanea, proponendo corsi per bambini e adulti. Divenuta ormai un punto di riferimento nel tessuto locarnese, ma anche ticinese, lombardo e piemontese, si situa esattamente all’incrocio di queste tre regioni e ha permesso a molti artisti locali e stranieri di transitare e risiedere presso la sua struttura. L’associazione è nata con lo scopo di sostenere e incrementare la creazione culturale, la valorizzazione delle opere degli artisti della regione e creare spazi di fruizione e di scambio all’incrocio delle diverse discipline creative. Recentemente ha stretto una rete di contatti con diversi operatori del Norditalia, permettendo un proficuo scambio di artisti. Organizza “Performa Festival”, giunto nel 2014 alla quinta edizione, che intende sostenere la creatività nei suoi diversi aspetti. Festival particolarmente attento alle arti sceniche, promuove prodotti ritenuti in linea con gli indirizzi contemporanei delle arti visive, della musica e della ricerca video. Vuole essere un palcoscenico in cui la creatività può essere fruita in maniera globale attraverso diversi canali espressivi, una piattaforma di scambio tra professionisti, creativi e pubblico, ospitando più di novanta artisti locali e internazionali. XV >C9>8: AZIONI, EVENTI E PERFORMANCE a cura di Laura Magnetti 3 6 10 20 26 34 42 51 Introduzione Rudolf von Laban: perché ricordarlo? Villaggio d’Artista Città & Giardini Svizzera: la creatività arriva dal confine Flash Mob per dare la sveglia Soup e Le Foglie e il Vento Carolyn Carlson Company TESTIMONIANZE a cura di Chiara Castellazzi 63 Voci di Coorpi al Laban Event 2013 RADICI E GERMOGLI DELLA DANZA D’ARTE E DI COMUNITÀ IN PIEMONTE 69 Primavere della danza torinese a cura di Alessandro Pontremoli 72 Il convegno, le testimonianze e i laboratori a cura di Rita M. Fabris 88 Eredità e progetti fra arte e comunità a cura di Chiara Castellazzi 95 MISURARE I RISULTATI: LA VALUTAZIONE DEI QUESTIONARI DEL PROGETTO PERCORPI VISIONARI a cura di Melissa Capelli e Pasquale Seddio 111 CONCLUSIONI 115 119 121 L’équipe di PerCorpi Visionari Gli autori del libro Ringraziamenti 6O>DC>!:K:CI>:E:G;DGB6C8: a cura di Laura Magnetti >cigdYjo^dcZ Chi si sofferma qualche istante sulle immagini scattate da Giorgio Sottile durante l’esibizione di Carolyn Carlson al Teatro Coccia di Novara, il 22 aprile 2015, percepirà senza sforzo cosa può significare un “corpo visionario”. Perché in Short Stories, evento conclusivo del progetto biennale che stiamo per raccontarvi, l’artista americana irrompe in scena con tutta la sua prepotente libertà espressiva, torcendosi nel suo abito nero, con i capelli fiamma che creano disegni sempre nuovi intorno a quel corpo che sembra così senza confini. Ha il volto compreso e concentrato sui suoi movimenti nitidi, ma anche su un altrove, che, incubato nel suo mondo psichico, contagia subito chi le sta intorno, a cominciare dagli spettatori. A piedi nudi, lontana anni luce dalle schematiche simmetrie del balletto classico, Carlson, sfinge finnica capace di spargersi intorno misticismo e magia, può perciò essere un buon punto di partenza visivo per avvicinarci al concetto di “corpo visionario”. Ma è un inizio. Perché i quattro principi di spazio, corpo, forma e tempo espressi da Alwin Nikolais (1910-1993),1 maestro sia di Carolyn Carlson sia di Simona Bucci (anche lei protagonista di un ricco capitolo novarese del progetto), ci rimandano all’inizio del Novecento, quando Rudolf von Laban focalizzava il suo metodo (noto come Kinetographie) su peso, spazio, tempo e flusso. L’eredità è plateale: Nikolais imparò a conoscere le teorie di Laban alla Bennington School of the Dance, Alwin Nikolais – Murray Louis, The Nikolais/Louis Dance Technique: A Philosophy and Method of Modern Dance, Routledge, New York 2005. 1 Carolyn Carlson mentre conduce la sua masterclass sul palcoscenico del Teatro Coccia, Novara, 20 aprile 2015. 3 >cigdYjo^dcZ nel Vermont, dove insegnava Hanya Holm, ex allieva di Laban. Ma Nikolais apprezzava Laban anche attraverso una sua ex assistente, Mary Wigman, che nel 1933 era in tour negli Stati Uniti (una breve permanenza oltreoceano, perché Wigman sarebbe tornata in Germania: essendo cittadina tedesca, allo scoppio della guerra non ebbe il permesso di trasferirsi negli Stati Uniti). E proprio da Rudolf von Laban comincia l’avventura di questo progetto, che celebra con un convegno il centenario del passaggio del coreografo di origine ungherese sulla sponda svizzera del lago Maggiore, ad Ascona, a Monte Verità. Qui, nel 1913, Laban riuniva un centinaio di seguaci, artisti e filosofi soprattutto, invitandoli a esplorare la fisicità dei loro corpi, complice una natura vergine e bellissima. Gli adepti danzavano con casacche leggere, in perizoma e probabilmente anche nudi. Un movimento hippy ante litteram? Pensatela come volete, ma è sulla scia di Laban che nasce PerCorpi Visionari.2 Ideato da Mariachiara Raviola, Antonella Cirigliano e Lucia De Rienzo (rispettivamente direttrici artistiche e project manager) e sotto la guida entusiasta della Fondazione Teatro Coccia di Novara, con partner piemontesi e svizzeri disseminati lungo le sponde del lago Maggiore (ma anche il capoluogo piemontese, Torino, svolge la sua bella parte), il progetto prende corpo e diventa realtà. Avremo modo di conoscere tutti questi soggetti da vicino, ma ciò che interessa adesso è il nocciolo dell’esperienza di Monte Verità. Qui, infatti, mentre l’Eu- >cigdYjo^dcZ ropa soffriva già i presagi della Prima guerra mondiale, Laban invitava i suoi a liberarsi delle tensioni fisiche e psichiche, proponeva meditazioni mistiche che potevano diventare sorgenti di movimento, ma soprattutto teorizzava la necessità di un “uomo libero” dai condizionamenti sociali e dal progresso tecnologico. Un approccio utopistico forse, e magari visionario, che avrebbe avuto conseguenze consistenti nel teatro di danza. L’esperienza di Monte Verità ci deve far mettere a fuoco in questo momento tre capisaldi: la percezione della natura come fonte di ispirazione, la riduzione della distanza fisica tra gli adepti (che mangiano, dormono e creano insieme) e la metabolizzazione del principio che «ognuno di noi è un danzatore» perché tutto è movimento, a cominciare dal ciclo vitale delle cellule, dal battito del cuore. Ricordiamoli, questi tre punti, perché li riconosceremo in tutti gli eventi inseriti in PerCorpi Visionari. Quindi tutti possiamo danzare, e creare, meglio se in mezzo alla natura (anche Moses Pendleton, il guru dei Pilobolus, ha riunito molti anni dopo nella sua fattoria nel Connecticut i suoi performer secondo un’ottica non troppo diversa da quella di Laban): un concept che “Villaggio d’Artista” ha metabolizzato alla perfezione. Che cosa rappresenta, infatti, l’iniziativa nata a Meina grazie a LIS Lab, se non una lunga (il progetto nasce nel 2012 ed è proseguito fino al 2015) e straordinaria esperienza comunitaria-residenziale, che coinvolge artisti di paesi vicini e lontani (italiani e svizzeri, ma anche danesi e australiani) e PerCorpi Visionari è un progetto di Cooperazione Transfrontaliera su Fondo Strutturale FESR-INTERREG Italia Svizzera 2012. Capofila italiano: Fondazione Teatro Coccia Onlus (Novara); capofila svizzero: Fondazione La Fabbrica (Losone, Canton Ticino). Partner: Associazione Didee – arti e comunicazione (Torino); Coorpi – Coordinamento Danza Piemonte (Torino); Associazione LIS Lab Performing Arts (Meina, Novara); Associazione LitroCentimetro (Arbedo, Canton Ticino). Altri soggetti coinvolti: Fondazione Piemonte dal Vivo (Torino); Fondazione Monte Verità (Ascona, Canton Ticino). 2 4 cittadini, in una girandola di laboratori e performance, installazioni site-specific e percorsi creativi itineranti? Una gigantesca festa “eco” (perché sostenibili ed ecologici sono i materiali usati per i props scenografici), che invade e contamina località incantevoli nei boschi, nei paesi, nelle comunità rurali e nelle ville storiche, portando la danza, o meglio la libera espressione corporea, in luoghi vergini abitati da persone spesso estranee all’ambiente del teatro. Simpaticamente, degli appuntamenti di “Villaggio d’Artista” si specifica che sono fruibili «da zero a novantanove anni». Ricordate l’idea di Laban che la danza è per tutti? E quando un paese si sveglia e partecipa tutto? Quando passa la banda (lo diceva anche Mina in una sua canzone, vero?). Il successo di Bandanza, la coreografia che si è snocciolata tra le vie di Meina con l’accompagnamento della banda di Invorio, e il Flash Mob e le performance per le vie di Novara, che hanno coinvolto le scuole di danza e la cittadinanza, sono esempi tangibili dell’idea labaniana del corpo che esce dai suoi confini e invade la società, la contamina, la “forma”, cioè la prepara a decifrare un codice, il codice della danza. Anziani, bambini, professionisti, amatori, simpatizzanti: tutti sono invitati alla grande festa di PerCorpi Visionari. Così si chiarisce anche la preposizione che troviamo davanti alla definizione di PerCorpi Visionari. Quel “per” indica l’intento cross around dell’intero progetto. Lo scopo è la contaminazione di spazi (pensiamo anche agli appuntamenti torinesi nella reggia di Venaria, attraversata da percorsi creativi come Le Foglie e il Vento, e all’evento “Radici e germogli della danza d’arte e di comunità”) e il coinvolgimento del maggior numero possibile di cittadini. Non solo. PerCorpi Visionari incro- cia e invade il festival torinese “La Piattaforma teatrocoreografico” o lo svizzero “Performa Festival” (ecco che torna quel “per” così carico di significato, prefisso del termine inglese performing, “essere in scena”). Visionari? Sì, ma non troppo. I partner di progetto hanno saputo essere anche molto concreti. Basta un occhio a questi numeri per rendersene conto. Il progetto ha coinvolto sei partner italiani e due svizzeri e si è sviluppato per ventotto mesi. Cosa ha prodotto? Trentadue laboratori, nove residenze artistiche (con partecipanti europei ed extraeuropei), due produzioni e due convegni. Inoltre ha incrociato tre festival (“Villaggio d’Artista”, “La Piattaforma teatrocoreografico” e, in Svizzera, “Performa Festival”). Tre le province italiane coinvolte (Novara, Torino e Vco) e altrettante regioni in territorio ticinese (Locarno, Lugano e Bellinzona). E il pubblico? Si stima che abbiano partecipato circa quattordicimila persone. Insomma, Coccia e co. hanno centrato l’obiettivo. Perché è attraverso la formazione del pubblico, la comprensione dei linguaggi, l’avvicinamento spaziale degli individui e la loro socializzazione, che la gente, “naturalmente”, entra in un teatro. I giganteschi programmi didattico-formativi che si promuovono in Francia e soprattutto in Germania parlano chiaro. Non è un caso, infatti, che quasi tutti i grandissimi talenti che stanno segnando la danza contemporanea, da Ek a Kylian, da Neumeier a Forsythe, siano cresciuti artisticamente in città che si chiamano Stoccarda, Berlino, Dresda e, salendo ancora più a nord, Stoccolma. Archetipi, natura, sostenibilità, contaminazione, coinvolgimento, formazione. Voilà PerCorpi Visionari. Questo progetto non poteva avere un titolo più adatto. 5 GJ9DA;KDCA676C GJ9DA; KDCA676C/ Nel giugno 1913 Rudolf von Laban sceglie Monte Verità ad Ascona per avviare un visionario summercamp, a cui partecipano musicisti (a cominciare da Maja Lederer, la moglie), filosofi, artisti, studenti e, naturalmente, performer. Chiamarli ballerini, infatti, è una forzatura, perché i membri del gruppo – che condivide, oltre che i pasti, diversi momenti della vita quotidiana – usano i corpi con estrema libertà, in gioiosa armonia con l’incantevole ambiente naturale in cui vivono, lontanissimi dagli schemi del balletto accademico che negli stessi anni detta legge alla corte di Djagilev, a San Pietroburgo. La stravagante “community” interpreta tra l’altro «cori in movimento», nei quali ognuno dei partecipanti esegue gesti e ritmi spontanei. L’esperienza di Monte Verità contagia con la sua prepotente carica d’innovazione (i seguaci di Laban danzano spesso seminudi) le sponde svizzere del lago Maggiore. Ma l’avventura s’interrompe nel 1918, finché Laban, alla fine degli anni Trenta, si trasferisce in Inghilterra, dove nasce uno dei due grandi templi mondiali della sua scuola, il londinese Trinity Laban Conservatoire of Music and Dance. Cent’anni dopo, il Laban Event 2013 a Monte Verità va ben oltre la semplice celebrazione dell’anniversario. In quel “Ieri, oggi, domani” che fa da sottotitolo all’evento è sintetizzato tutto il senso di una manifestazione, che vuole soprattutto «ridare a Laban ciò che è di Laban», come GJ9DA; E:G8=w G>8DG96GAD4 Inaugurazione dell’opera di Miki Tallone Laban’s Training Area, parco del Monte Verità, Ascona, Laban Event 2013. spiega con entusiasmo Nunzia Tirelli,1 instancabile curatrice, con Coorpi – Coordinamento Danza Piemonte, Fondazione La Fabbrica e Associazione LitroCentimetro, dell’appuntamento che ha riacceso i riflettori sulla figura dell’artista ungherese, creatore delle basi di una sostanziosa fetta della coreografia moderna. Quattro giornate, dal 10 al 13 ottobre 2013, hanno ricostituito, proprio a Monte Verità, una community dance di insegnanti, scuole, artisti, esperti e gente comune, con l’obiettivo 1 di mettere in luce una concezione del movimento che investe come un ciclone performance, didattica, pedagogia, fino alla danzaterapia. L’appuntamento ha avuto un calendario molto denso: solo i workshop sono stati sei, con tre talk e quattro eventi aperti al pubblico (tra performance e accurate ricostruzioni storico-filologiche di spettacoli). Infine, il 13 ottobre, si è svolto un convegno, al quale hanno partecipato studiosi di statura internazionale. A fianco di Rosa Maria Govoni, psicoterapeuta Nunzia Tirelli è danzatrice e insegnante diplomata al Trinity Laban di Londra. È anche studiosa di danzaterapia. 7 GJ9DA;KDCA676C GJ9DA;KDCA676C specializzata in Dance Movement Therapy in California, hanno tenuto apprezzatissimi interventi anche le esponenti di maggiore spicco delle due scuole labaniane, l’inglese e l’americana: Valerie Preston Dunlop e Peggy Hackney. E poi insigni studiosi della danza, da Eugenia Casini Ropa ad Alessandro Pontremoli, tutti ben consapevoli della grandezza di Laban, coreografo e ballerino, ma anche architetto, scienziato e grande teorico: un artista a tutto tondo suggestionato da Kandinskij e dalle belle donne... Insomma, un parterre di alto profilo che inorgoglisce Tirelli: «Ho partecipato a molti convegni su Laban, ma erano tutti molto settoriali. Il nostro, inserito nella programmazione di PerCorpi Visionari, ha invece offerto una visione più ampia di quest’artista, che ci ha insegnato l’armonia tra mente e corpo e ha messo in luce la religiosità della danza». Non c’è quindi da stupirsi se il Laban Event nel suo insieme ha avuto anche un grande valore formativo. Studenti, insegnanti, architetti e professionisti delle terapie espressive sono stati tutti coinvolti nelle quattro intense giornate. Una condivisione profonda e assoluta- 8 mente in linea con le idee di danza libera e “per tutti” tanto care a Laban. Non intimidiamoci di fronte alle leggi razionali relative a spazio, tempo, forma, flusso, espresse dal coreografo nel metodo Labanotation o Kinethographie. E non intimidiamoci nemmeno davanti ai rigidi parametri che regolano la dinamica del corpo e i rapporti ideali fra le tre dimensioni (altezza, larghezza e profondità) che si ottenevano collocandosi all’interno dell’icosaedro, il solido composto da venti triangoli equilateri che Laban utilizzava per la sua speculazione teorica. Le giornate al Monte Verità hanno messo in luce anche molto altro. In particolare colpisce la convinzione di Laban che «ognuno di noi è un danzatore», perché tutta la vita è fatta di movimento, a cominciare dal battito del cuore o dal respiro. «Il problema è allora recuperare l’archetipo, il movimento naturale, organico e armonico, che tutti conosciamo sin da bambini, ma che con il tempo dimentichiamo. Per Laban l’individuo è centrale, ma il movimento corale lo fonde armonicamente con l’unità cosmica» spiega Nunzia Tirelli. Un’idea, quella che la danza sia per tutti, che sarebbe stata condivisa anni dopo anche da Maurice Béjart («La danza è una delle rare attività umane in cui l’uomo si trova totalmente impegnato: corpo, cuore e spirito. Per il bambino danzare è importante quanto parlare o contare. È così essenziale per il piccolo, nato danzante, non dissipare questo linguaggio sotto l’influsso di un’educazione repressiva e frustrante») e da Anna Halprin («Tutto è in perpetuo movimento; la vita è un movimento continuo. I gesti quotidiani possono prendere la forma di una danza»). Ma per tornare all’archetipo, al movimento naturale, bisogna seguire un apprendistato. La danza, quindi, ha un ruolo educativo e chi la pratica può raggiungere il suo obiettivo, Laboratorio coreologico con Alison Curtis Jones, parco del Monte Verità, Ascona, Laban Event 2013. Tavola rotonda nell’auditorium della Fondazione Monte Verità, Ascona, Laban Event 2013. Da sinistra: Rosa Maria Govoni, Eugenia Casini Ropa, Alessandro Pontremoli, Peggy Hackney, Valerie Preston Dunlop. quello che per François Delsarte è il «gesto significante» e per Alwin Nikolais (che conobbe il lavoro di Laban grazie a Mary Wigman, una delle adepte di Monte Verità, e Hanya Holm) il «gesto unico». Un filone, questo, che ci porta diritti alla poetica di Carolyn Carlson e Simona Bucci, presenze significative nel percorso di PerCorpi Visionari. Non solo: la concezione labaniana del teatro come sintesi di Tanz Ton Wort, “danza suono parola”, e l’ampia cultura del maestro (che conosceva astrattismo e dadaismo e frequentava musicisti e poeti, oltre che danzatori) ci accompagnano alla concezione di teatrodanza, che attraverso Kurt Jooss arriva a un’icona come Pina Bausch. Aggiunge Nunzia Tirelli che «se pensiamo anche all’insistenza di Laban sull’armonia dello spazio, dobbiamo inserire tra i suoi epigoni anche William Forsythe». Rudolf von Laban, come ha messo in luce Monte Verità 2013, era certamente un uomo del suo tempo (all’inizio del Novecento anche Isadora Duncan, negli Stati Uniti, era altrettanto insofferente di schemi accademici e costrizioni sociali), ma anche un gigantesco precursore. La sua lezione, ad Ascona 2013, è stata anche molto tangibile per il pubblico. Al Teatro San Materno, infatti, sono state presentate due coreografie di Laban, realizzate tra il 1924 e il 1927: Suite 24 e Nacht. «Le hanno interpretate ballerini giovanissimi, tra i venti e i ventidue anni» segnala soddisfatta Nunzia Tirelli. Sono due titoli molto differenti: raffinato e spruzzato di esotismo e leggerezza il primo, quanto oscuro ed espressionistico il secondo. Ma poteva forse mancare il “leggendario” icosaedro? No, naturalmente. La Laban’s Training Area, installazione dell’artista Miki Tallone, ha testimoniato ad Ascona anche questo capitolo della creatività di Rudolf von Laban. Coro di movimento coordinato da Nunzia Tirelli, parco del Monte Verità, Ascona, Laban Event 2013. 9 K>AA6<<>D9É6GI>HI6 K>AA6<<>D 9É6GI>HI6 Laboratori per adulti e bambini, installazioni, performance, danza, teatro: un’invasione d’arte e di artisti, italiani naturalmente, ma anche provenienti da paesi lontani, come l’Australia e la Nuova Zelanda. Dove? Sulle rive del lago Maggiore, a Meina e dintorni. Una sfida enorme, quella intrapresa da “Villaggio d’Artista”,1 la residenza comunitaria curata da Antonella Cirigliano dell’Associazione LIS Lab Performing Arts, che ha contagiato i cittadini di tante piccole frazioni, sorpresi e felici di essere invitati a PerCorpi Visionari. Una festa che ha avuto come protagonista il corpo e il suo sorprendente linguaggio: «Abbiamo cercato di avvicinare la nostra comunità ai codici della danza e della performance contemporanea. Se ci siamo riusciti? Credo di sì, perché “Villaggio d’Artista” ha saputo trasformare incantevoli scenari naturali o siti storici e artistici in spazi “aperti”, in modo che la comunità potesse fruire delle nostre proposte senza recarsi in un teatro, perché il teatro è stato portato da loro» spiega Cirigliano. «Ero sindaco a Meina quando è partito “Villaggio d’Artista”» racconta Paolo Cumbo. «Il mio parere di amministratore? Questa iniziativa ha fatto “crescere” il paese enormemente sul piano numerico (a Meina abbiamo registrato il doppio delle presenze) e culturale, perché ha offerto alla cittadinanza qualcosa di molto prezioso. Noi qui abbiamo infatti un “guaio”, se così si può dire: viviamo in un posto talmente bello che i turisti arrivano comunque, anche se non li stimoli. “Villaggio d’Artista”, invece, ha saputo svolgere benissimo questa funzione. Io stesso ho assistito a teatro a qualche commedia o ad alcuni concerti, ma ciò che ho visto in questa occasione mi ha davvero sorpreso. Mai, prima d’ora, mi era capitato di essere catapultato nel bel mezzo di una fiaba, come è avvenuto quando la compagnia Trickster-p ha “riallestito” nella sala consiliare una rilettura di Hänsel e Gretel. Mi sembrava di essere in un bosco, con tanto di cinguettii di uccelli! Sono tanti gli appuntamenti che mi sono rimasti nel cuore: Phoenix a villa Bossi, alla quale accedevi dal lago, traghettato da una specie di Caronte dei giorni nostri, o la toccante commemorazione dell’eccidio degli ebrei di Meina proposta al Museo di villa Faraggiana da Francesca Amat con So Stare. “Villaggio d’Artista” ha inoltre trasformato Meina in un polo d’attrazione per artisti internazionali come non era mai accaduto prima: vorrei cogliere l’occasione per ringraziare per questo Antonella Cirigliano e il suo gruppo di lavoro. Ho però un rammarico: che tanto sforzo sia andato perduto. Meina, infatti, quest’anno si è lasciata sfuggire il “Villaggio”, che è approdato a Verbania.» Francesca Amat, So stare, installazione sonora per il Museo e il parco di villa Faraggiana, Meina, “Villaggio d’artista” 2013. “Villaggio d’Artista” è un progetto di Associazione LIS Lab Performing Arts. Direzione artistica: Antonella Cirigliano; direzione organizzativa: Laura Vignati e Annalisa Recchia, con la collaborazione di Giulia Luoni, di Rodrigo Boggero e dei volontari del liceo “Enrico Fermi” di Arona. Comunicazione e relazioni istituzionali: Annalisa Recchia. Ufficio Stampa: Serena Galasso, Annalisa Recchia. Tecnica: Fabrizio Orlandi, Sergio Taddei. In collaborazione con NABA, Nuova Accademia di Belle Arti di Milano, Ricola, ilVergante.com. Studenti NABA: Maria Luisa Bafunno, Samantha Caligaris, Valentina Carnevali, Giulio Olivero, Erika Giuliano, Federica Curcio, Hilary Piras, Alice Zaninetti. “Bottega d’Artista”, con il contributo di Fondazione Piemonte dal Vivo e Comune di Meina. 1 K>AA6<<>D 11 K>AA6<<>D9É6GI>HI6 K>AA6<<>D9É6GI>HI6 Meina ha dato una mano: “Villaggio d’Artista”, insomma, ha avuto un impatto sulla cittadinanza che pochi avrebbero immaginato». >ABDC9DH76G866B:>C6 La parola d’ordine è stata quindi “coinvolgere”. Come? Con laboratori rivolti ai ragazzi, come quello di Delcio Montagnin, o agli adulti, come hanno fatto invece Danio Manfredini e le “Lezioni di movimento” di Enya Idda in piazza Carabelli. Senza dimenticare Bandanza e poi il concerto al buio degli Elektronik Lyset (da un’idea di Margherita Hack) e la videoinstallazione a cura di Coorpi, La danza in un minuto, nella quale sono stati presentati i migliori video dell’edizione 2013 dell’omonimo contest internazionale. Ma la novità prorompente di “Villaggio d’Artista”, come ha sottolineato '%&(/JCÆK>AA6<<>DÇEDE E:GA:K>:9:AA68>II¿ Piazza Carabelli e il Museo di villa Faraggiana, il lido di Meina e il centro storico: la prima edizione di “Villaggio d’Artista” (Meina, 8-27 luglio 2013) ha invaso con le sue decine di appuntamenti il centro urbano, i siti d’interesse artistico e le strade tutte, spingendosi fino a Ghevio, che ha ospitato Bandanza, l’allegra performance di danza urbana realizzata con Didee e il festival “La Piattaforma teatrocoreografico”. «Il filo rosso che ha caratterizzato la prima edizione è stato proprio il coinvolgimento del paese e dei suoi abitanti» spiega Cirigliano. «Qualche esempio? Christian Beck, prima di installare la sua immensa imbarcazione (era lunga dodici metri e alta quattro!) nella piazza Carabelli, ha vissuto da noi quasi un mese, incuriosendo i giardinieri del posto, al punto che l’hanno aiu- 12 l’ex sindaco di Meina Paolo Cumbo, è di aver convinto decine di artisti a conoscere questo piccolo centro di duemila anime, a innamorarsene, a creare in questi luoghi. Qualche nome? Le svizzere Seiler e Jaquet, il tedesco Christian Beck, il gruppo belga-ispano-neozelandese DeGeneraal, formato da Jean-Marie Oriot e Thomas Roper, che ha esplorato per settimane il Museo di villa Faraggiana per realizzare la sua performance interattiva Quando il lupo non è in casa. E ancora: Francesca Amat con il suo toccante So Stare, invito alla meditazione sull’eccidio degli ebrei di Meina, la spagnola Marga Socias e l’australiana Sara John con la loro originalissima agenzia di viaggio evocatrice di antiche memorie. Cie Nicole Seiler, K Two, performance ispirata al videogioco Madame K, nel centro storico di Meina, “Villaggio d’artista” 2013. tato a raccogliere l’enorme quantità di canne necessarie alla costruzione della barca. E l’impatto sulla cittadinanza è stato evidente anche con le due performer di K Two, Nicole Seiler e Young-Soon Cho Jaquet, che hanno “esplorato” per giorni la zona prima di trovare i luoghi adatti al loro site-specific. Davanti a loro si è bloccato il traffico, mentre le saracinesche dei negozi si alzavano come d’incanto. Va riconosciuto a Seiler e Jaquet un grande merito: le due artiste avevano rifiutato ogni barriera urbana, ogni transenna, per annullare le distanze con la popolazione. Un obiettivo raggiunto in pieno: abbiamo visto persino persone anziane portarsi le sedie in strada quando passavano...» Ricorda ancora Antonella Cirigliano: «Insieme ai cittadini l’amministrazione ha fatto la sua parte aprendo spazi e chiudendone altri (come l’imbarcadero), all’occorrenza. E a proposito di barche, persino la Lega Navale di L’installazione L’affondamento non completo, di Christian Beck, e “Lezioni di movimento”, di Enya Idda, in piazza Carabelli, Meina, “Villaggio d’artista” 2013. 13 K>AA6<<>D9É6GI>HI6 6GG>K6A676C96CO6 Un assaggio c’era già stato il 25 luglio 2013 con il progetto Add Up di Senza Confini di Pelle, di Dario La Stella e Valentina Solinas, ma l’esperienza più catalizzante di danza urbana in “Villaggio d’Artista” 2013 è stata la gioiosa sfilata che si è snodata tra Ghevio e il centro storico di Meina il 27 luglio con l’accompagnamento della banda di Invorio: la popolarissima Bandanza, punto d’arrivo di un laboratorio che più riuscito di così non si può. «Tutto è cominciato con un paio di giorni di workshop tenuti nella sala consiliare di Meina» spiega Paola Colonna, ideatrice dell’iniziativa con l’Associazione Didee. «Partecipavano sei adulti e alcune ragazzine tra i dieci e i dodici anni, che si sono entusiasmate subito al gioco che ho K>AA6<<>D9É6GI>HI6 loro proposto: creare una piccola coreografia ispirata all’incedere delle majorettes, ma in chiave garbata e contemporanea. L’originalità dell’iniziativa è che per accompagnare questi movimenti, diciamo pop, ho voluto una banda, da sempre portatrice di un’atmosfera antica, che appartiene alla memoria di tutti i paesi. Ma a Meina la banda non c’era, così ci siamo rivolti a quella di Invorio. Questo contrasto tra la semplice coreografia contemporanea che avevo creato e i brani di tradizione della banda ha funzionato moltissimo: eravamo partiti in pochi, infatti, ma a mano a mano che sfilavamo aumentavamo sempre più. Per i ragazzi avevo predisposto anche una piccola sorpresa: avevo infatti chiesto alla banda di suonare anche un pezzo di Stromae e qualche hit più “dance” di Tiziano Ferro. Così, a un certo punto, mi sembrava di essere la pifferaia magica: quando mi sono girata, dietro di me c’erano almeno un centinaio di persone! Insomma, era arrivato tutto il paese: bambini, giovani, allievi delle scuole di danza, cittadini comuni, anziani... Le strade erano talmente affollate che dovevo accertarmi di continuo che la gente non disturbasse il lavoro dei musicisti, che, suonando in fila uno dietro l’altro, necessitavano di uno spazio vitale per sé e i propri strumenti. Condividere la gioia di ballare – così, in libertà – con tutta questa gente è stata un’emozione unica, un’esperienza che mi ha arricchito moltissimo» conclude Paola Colonna. JCK6H8:AAD C>:CI:6;;6IID;6CI6HB6 Con la sua imponenza (quattro metri di altezza, dodici di lunghezza e cinque di larghezza) il vascello disegnato da Christian Beck – scultore, pittore, scenografo, insomma artista a tutto tondo – è stato una delle attrazioni più riuscite di “Villaggio d’Artista” 2013. L’installazione di canne di bambù e corde di sisal, tutti materiali naturali reperiti grazie alla straordinaria disponibilità dei cittadini di Meina, la scultura chiamata da Beck L’affondamento non completo, è stata punto di partenza e arrivo d’infinite performance e percorsi creativi. L’opera evoca un archetipo: il viaggio degli argonauti che favorì l’incontro tra popolazioni diverse. Un concept che si integra alla perfezione con lo spirito di “Villaggio d’Artista”. Una barca costruita vicino al lago si fa portatrice di mille pensieri: le vite dei pescatori di Meina, che si sono consumati di fatiche; l’importanza dell’acqua, così vicina e così preziosa; i viaggi del corpo e della mente, esperienze sempre insostituibili. 14 Marga Socias, The Hole & Corner Travel Agency, performance itinerante nel centro storico di Meina, “Villaggio d’artista” 2013. E:G;DGB6C8::>AAJH>DC: Due danzatrici itineranti, insofferenti di ogni barriera fisica e architettonica, due corpi liberi che attraversano il centro storico di Meina incuriosendo la cittadinanza, che per offrire loro più spazio apre negozi e chiude chioschi. Con occhi assenti e gestualità meccanica, Nicole Seiler e Young-Soon Cho Jaquet si ispirano al personaggio del videogioco Madame K, ma contrariamente al loro modello virtuale, costretto in uno spazio rigido, si mettono in scena in un ambiente pubblico che non conosce confini. Due robot che al posto dei pixel hanno muscoli e anima, fuoriusciti dal loro videogame: ecco la magia di K Two, la performance che il 26 luglio 2013 ha sedotto Meina. Un’esperienza totalmente nuova per il paese, non certo abituato a proposte che coniugano danza e video, il campo di ricerca su cui lavora la zurighese Nicole Seiler, che si è formata alla scuola Rudra di Béjart, a Losanna. Chi non ha sorriso, almeno una volta, guardando i turisti in fila dietro la loro guida, provvista di bandierina e magari anche cappellino? È lo spunto sul quale ha lavorato Marga Socias, artista e pedagoga catalana che ha trasformato le tre giornate conclusive di “Villaggio d’artista” 2013 in una fantastica esperienza collettiva con il suo The Hole & Corner. Il concept era già stato proposto, ma questa maestra di teatro sensoriale ha riallestito il lavoro a Meina, un site-specific specialissimo, per il quale si sono resi necessari sopralluoghi in mille scorci del paese (ville private, fontane, edifici e angoli fino a quel momento anonimi) e numerose interviste agli abitanti (raccolte anche con l’aiuto degli studenti del liceo “Fermi” di Arona), che hanno rivisitato i loro ricordi personali legati ai vari punti della “passeggiata”. Trenta persone per gruppo, con 15 K>AA6<<>D9É6GI>HI6 tanto di “tour guide” provvisto di bandierina e biglietto da visita: The Hole & Corner Travel Agency è stato un laboratorio-gioco che ha permesso ai partecipanti (anche molti turisti) di reinventare il proprio rapporto con l’ambiente o con i concittadini. C’è chi ha detto che, forse, in quel giardino, aveva riposato Garibaldi e chi ha riconosciuto un balcone sul quale era nato un amore, come quello di Giulietta e Romeo. Memoria storica e viaggio dei sensi; emozioni e curiosità turistiche: The Hole & Corner, in un modo o nell’altro, ha saputo far partecipare tutti, perché a tutti noi piace pensare che anche una pietra grigia o una fontana erosa dall’umidità nasconde un suo passato meraviglioso. >AÆK>AA6<<>DÇJC6CCD9DED Lo spirito vincente di “Villaggio d’Artista”, come immenso palcoscenico di performance live (di corpo, musica e parola), incontri formativi con artisti in residenza e attività ludico-educative per i più piccoli, è naturalmente rimasto anche nell’edizione 2014, che si è svolta con un calendario leggermente anticipato rispetto all’anno precedente: dal 21 giugno al 20 luglio. Ma c’è stata una significativa differenza: «Il primo anno “Villaggio” è stato più urbano: si è sviluppato infatti in strade, palazzi pubblici e ville private. L’anno successivo» spiega Antonella Cirigliano «abbiamo invece provato ad “alzare il tiro” facendo conoscere agli artisti e ai visitatori le meravigliose location naturali e paesaggistiche offerte da questa K>AA6<<>D9É6GI>HI6 terra. Siti magari più difficili da raggiungere, ma straordinariamente stimolanti dal punto di vista creativo». “Villaggio d’Artista” 2014 si è distinto anche per un altro motivo: con la collaborazione della Fondazione Piemonte dal Vivo, l’Associazione LIS Lab ha intensificato la sua attività proponendosi anche come “Bottega d’Artista”. Il progetto, sostenuto dal Comune di Meina, che ha messo a disposizione l’ex lavanderia di villa Faraggiana, ha quindi garantito altri spazi per le produzioni e, soprattutto, per sviluppare nuovi percorsi di formazione. Anche nel 2014 il “Villaggio” ha avuto caratura internazionale: sono arrivati artisti dalla Svizzera (Trickster-p, Filippo Armati), dal Nordeuropa (Wunderland, un mix tra Danimarca, Norvegia e Svezia) e naturalmente dall’Italia (Zerogrammi, Senza Confini di Pelle, Sara Marasso, Francesca Cola e Francesca Amat). Italiano è anche il coordinatore del seminario-aperitivo sulle pratiche espressive del contemporaneo, svoltosi al lido di Meina il 12 luglio, Tommaso Sacchi,2 che insieme ad artisti e cittadini comuni ha approfondito il tema nel suo #Intersaction. Spigolando tra i diversi appuntamenti, molte le curiosità anche in questa edizione: una residenza artistica per bambini, in bilico tra gioco e teatro dell’arte, curata da Francesca Amat e realizzata da LIS Lab con l’Atelier del Vento; Trattato della Lontananza + Wolkenheimat, una produzione di teatrodanza di Zerogrammi; Trickster-p con le sue installazioni interattive; la riproposta (per i bambini) di Le Foglie e il Vento, il progetto di Mariachiara Tommaso Sacchi ha diretto l’Ufficio progettuale dell’assessorato alla Cultura, Moda e Design di Milano. È consulente culturale di diverse aziende e istituzioni nel campo della produzione artistica. Docente di arti visive e fashion design all’Accademia di Belle Arti di Como, è stato guest lecturer in diverse università italiane e curatore di diversi palinsesti teatrali. È inoltre autore del libro Cultura e Città per Nda Press. 2 16 Wunderland, Phoenix, villa Bossi, Meina, “Villaggio d’artista” 2014. 17 K>AA6<<>D9É6GI>HI6 K>AA6<<>D9É6GI>HI6 Raviola, di Associazione Didee, che aveva già debuttato a maggio al Piccolo Coccia di Novara. Nel 2014 è tornata anche La danza in un minuto, di Coorpi, che ha dato visibilità a moltissimi progetti tramite fulminei video. Svizzera e Italia, i due paesi coinvolti in PerCorpi Visionari, si sono presentati al “Villaggio” con un’originale performance ispirata all’acqua, In Sale. Se non avete mai partecipato a un walk show è il momento di farlo. Chi, infatti, l’11 luglio ha percorso la Poetrywalk ideata da Senza Confini di Pelle (Dario La Stella e Valentina Solinas) è rimasto entusiasta. Di che si trattava? Dopo una settimana spesa a raccogliere narrazioni e informazioni utili per un itinerario paesaggistico tra Ghevio e dintorni, è stato 18 dato il via. Protagonisti dell’evento le meraviglie naturali della zona – campagne, colline, cascate, inclusa quella del vecchio mulino del paese, aperto per l’occasione – e la gente che la abita (o che la visita). Poetrywalk è stata una passeggiata poetica lungo le vie suggerite dai racconti di chi queste strade le conosce bene. Non qualcosa di prefissato, però. La Stella e Solinas hanno lasciato spazio anche per nuove associazioni emotive, improvvisazioni estemporanee create dai corpi che interagivano sensorialmente con l’ambiente. Una performance nella quale gli spettatori ricevevano istruzioni (ma anche suggestioni poetiche, magari dialettali, e musica) sul percorso. Un originalissimo museo a cielo aperto. Anche la regista danese Mette Aakjær del Cie Zerogrammi, Trattato della Lontananza, Museo di villa Faraggiana, Meina, “Villaggio d’artista” 2014. collettivo Wunderland, con il suo Phoenix, ha scelto il tema del viaggio, che è partito da una delle meraviglie storiche della zona, villa Bossi, aperta per l’occasione: un palazzo che si affaccia sul lago, con la sua darsena e un giardino incantevole. Agli spettatori è stato chiesto d’incamminarsi uno alla volta lungo un percorso guidato da nove artisti (danesi, austriaci, tedeschi, norvegesi e italiani). Il viaggio di Wunderland si ispira a quello della fenice (ecco la ragione del titolo) e si è nutrito di installazioni, suoni naturali, video, musica. Dieci repliche, tra il 13 e il 20 giugno, e un successo senza precedenti per una performance, anch’essa “sensoriale”, del tutto inedita per gli abitanti di questi luoghi. Come abbiamo visto, le proposte sono state tante anche nel 2014 e soprattutto originali, novità assolute per chi abita o frequenta Meina. Si è resa così necessaria una riflessione, un approfondimento teorico sui linguaggi multidisciplinari della scena contemporanea e su come lavori così innovativi potessero essere recepiti. Ecco il motivo di #Intersaction, il seminario-aperitivo curato da Tommaso Sacchi, che si è tenuto al lido di Meina il 12 luglio. Un incontro aperto a tutti, artisti e non, ragazzi e adulti, per raggiungere un obiettivo comune: capire cosa significa, oggi, creatività. «Ho partecipato a uno dei momenti di parola, di approfondimento, di “Villaggio”: un seminario che si proponeva di accompagnare il pubblico alla visione delle performance» spiega Sacchi. «Cosa mi ha colpito? Il fatto che luoghi “limite”, geograficamente fuori dai circuiti più battuti – quindi il lago Maggiore, il Ticino, Meina –, abbiano proposto codici di teatro assolutamente anticonvenzionali. Perché qui gli abitanti magari conoscono la prosa tradizionale, o il teatro amatoriale. Il mio lavoro è iniziato con un incontro con il duo romano Dehors-Audela, che ha spiegato, con l’aiuto di un video, un suo progetto sull’isteria femminile; un titolo che anni fa poteva essere etichettato come teatro sociale. E mi ha stupito che un lavoro così puntuale e tagliente su un caso clinico abbia potuto coinvolgere davvero la popolazione. Il segreto è che abbiamo letteralmente “smontato” le fasi di questa performance, spiegando al pubblico ciò che vedeva in video. Insomma, è stata fatta un’operazione di “sensibilizzazione”. E uso apposta questo termine, perché la “formazione”, invece, richiede un processo più lungo.» Conclude Sacchi: «Questo lavoro può aiutarci a capire come i codici del teatro e della danza contemporanei possano penetrare anche in questi luoghi, se il pubblico viene aiutato a decifrarli. Naturalmente l’impronta del mio seminario non poteva essere accademica, ma piuttosto un processo di “ascolto” degli interrogativi che mi venivano posti. Insomma, #Intersaction è stata anche una “mappatura delle curiosità” dei cittadini, che afferrano con più facilità quando le performance si ispirano ad archetipi noti. Penso all’esperienza di Phoenix, con la barca che si allontana sul lago, disegnando in un scenario naturale un vero e proprio teatro all’aperto. E, partendo da Phoenix, va fatta anche un’altra riflessione: l’opportunità di aprire al pubblico luoghi privati e inediti, come si è fatto con villa Bossi. Perché è con i cittadini che bisogna lavorare, non solo con gli operatori. E gli artisti rispondono, eccome, perché ricevono da questi luoghi “vergini”, siti d’interesse storico o paesaggistico, un’energia creativa davvero speciale. Anche i cittadini si sono entusiasmati: mi ha colpito la proprietaria della villa, che ha preparato la pastasciutta agli artisti, che sono stati praticamente adottati dagli abitanti». 19 8>II¿<>6G9>C> 8>II¿ <>6G9>C> È stato chiamato “Il pensiero del gesto” il seminario che Simona Bucci ha curato dal 18 al 21 settembre 2014 al Teatro Coccia di Novara, in occasione dello European Cooperation Day.1 E la sera del 21 è arrivata la sorpresa: i danzatori, di livello abbastanza avanzato e pratici di tecniche molto diverse (dal classico al jazz), si sono esibiti in Nik, lecture demonstration coordinata dalla talentuosissima coreografa fiorentina, ambasciatrice nel mondo della pedagogia Nikolais-Louis. La Bucci, che ha studiato architettura ed è stata assistente, oltre che danzatrice di Alwin Nikolais, è oggi l’unica artista abilitata dalla Nikolais-Louis Foundation for Dance a formare insegnanti. «Sento una responsabilità fortissima, perché Nikolais, come pedagogo, ci ha lasciato un vero magistero, che non è solo valido per questa o quella tecnica, ma per tutta la danza. Molti» aggiunge Bucci «conoscono questo artista per le sue coreografie, a volte superate, ma comunque indicative di un periodo e di un paese, l’America postbellica, che ha rilanciato prepotentemente il valore della libertà, al di là di qualsiasi costrizione e convenzione. Una nuova ventata The European Cooperation Day è la giornata in cui si celebra la cooperazione tra i territori europei, con iniziative di vario genere atte a far conoscere luoghi da conservare, percorsi naturali, tradizioni locali e progetti. Dal 17 al 23 settembre 2014 i territori di confine tra Italia e Svizzera sono stati lo scenario di eventi di presentazione di progetti europei di cooperazione transnazionale. Tra i numerosi progetti in atto nell’ambito di Interreg Italia-Svizzera, PerCorpi Visionari è stato scelto per celebrare la giornata. 1 8>II¿ Simona Bucci è stata coordinatrice e docente dell’Accademia Isola Danza La Biennale di Venezia, diretta da Carolyn Carlson. Danzatrice e coreografa, dirige una compagnia che si esibisce in tutto il mondo e cura le coreografie di diverse opere liriche. Dedica inoltre molto del suo tempo alla diffusione dell’eredità pedagogica del maestro Nikolais. Ha creato il corso internazionale Nikolais-Louis Technique Teachers Certificate Program, l’unico riconosciuto dalla Nikolais-Louis Foundation for Dance (New York) per la formazione di insegnanti della tecnica Nikolais-Louis. che ha investito non solo la danza, ma anche la musica (si pensi alle sperimentazioni di John Cage) e le arti visive. Ma, tornando a Nikolais, il suo valore come maestro è davvero straordinario.» “Il pensiero del gesto”, al quale hanno partecipato una ventina di giovani, è stato articolato in due parti: nella prima Bucci ha invitato i danzatori a concentrarsi sui loro corpi, strumenti primari dell’arte della danza, stimolandoli a maturare la consapevolezza necessaria per ricreare un movimento organico. «Il mio obiettivo» racconta Bucci «era ridonare a quei fisici la loro essenza, senza preconcetti o pregiudizi. Solo lavorando su corpi “senza opinioni” si può iniziare un percorso creativo, un po’ come fanno i bambini, che si muovono o saltano d’istinto. Nella fase successiva del seminario, invece, mi sono concentrata sulla cinestetica, e ho spiegato meglio la teo- ria del movimento di Nikolais, che si sviluppa attraverso quattro parametri: spazio, tempo, dinamica e forma. Quattro magici elementi con i quali tutti i coreografi, anche quelli classici, magari inconsapevolmente, devono fare i conti. Un esempio? Pensiamo alla scena del balletto Romeo e Giulietta nella quale la giovane Capuleti prende la boccetta con il veleno. Un atto semplice, ma il modo in cui Giulietta compie questo gesto è rivelatore. Se afferra la pozione velocemente, con un gesto diretto, indicherà la sua volontà di affidarsi senza tentennamenti al destino che l’aspetta e che spera le restituirà Romeo. Se è incerta, procede nello spazio con movimenti lenti della mano e magari indugia ancora prima di sorbire la pozione, ci rivelerà una Giulietta più fragile, in preda ai dubbi» spiega Simona Bucci accompagnando le parole con gesti, che già da soli sono uno spettacolo. 21 8>II¿<>6G9>C> «Cos’è la danza?» ha chiesto ai ragazzi del seminario. E, di fronte ai loro volti sorpresi, ha dato una risposta che solo gli artisti pieni di passione possono fornire: «Un sogno magnifico, un’utopia straordinaria». Un’utopia che Nikolais, con la sua art of motion ben distinta dal movement, ha spiegato per tutti i coreografi, gli artisti e gli insegnanti che sarebbero venuti dopo di lui. Il movement, o “moto”, come ha spiegato Bucci usando la parola italiana, è il movimento funzionale alla vita, il raggiungimento di uno scopo (nel caso di Giulietta, il gesto di portare la mano al bicchiere per bere). Motion, invece, designa la qualità dell’atto fisico per cui anche bere un bicchiere d’acqua diventa danza, perché il tempo (la lentezza o la velocità del gesto), la dinamica (si segue un tracciato unico o spezzato?) e gli altri parametri della teoria di Nikolais sono rivelatori di un significato preciso. I danzatori del seminario, quindi, sono stati stimolati a cercare e trovare il loro archetipo, il loro «gesto unico». «Un gesto d’identità che tutti conosciamo, e riconosciamo. Come gli animali che se trovano un pericolo cambiano strada senza pensarci. A questo proposito Nikolais ci diceva spesso: siamo simili agli animali. A lui interessavano gli esseri umani prima degli artisti, ed è riuscito a stimolare nei suoi allievi una capacità d’interpretare anche una precisa situazione sociale. A volte io, sul suo esempio, chiedo alle mie classi d’immaginare dei movimenti di persone formali, magari vestite in modo pesante. La dinamica risulta minima, simmetrica, come accade nelle danze rinascimentali; insomma Nikolais può anche essere percepito come un “antropologo della danza”.» Il bilancio del seminario? «Sono rimasta molto soddisfatta» dice Bucci. «I ragazzi che hanno lavorato con me si erano formati in scuole di danza classica o jazz, meno di con- 22 8>II¿<>6G9>C> temporanea; linguaggi, insomma, con regole abbastanza rigide dalle quali dovevano liberarsi. Ma li ho trovati molto aperti, disponibili, curiosi. Insomma, mi sono trovata di fronte danzatori che hanno lavorato con buoni insegnanti e ho capito che si è spalancato davanti a loro un nuovo mondo. La lecture demonstration Nik è partita proprio dal desiderio di presentare al pubblico questo aspetto universale della danza. In questa sede io, con l’aiuto di alcuni video degli spettacoli di Nikolais, ho cercato di spiegare i suoi principi. Per rendere la sua idea di forma, per esempio, ho mostrato uno spezzone di Noumenon, in cui il performer ricerca figure infinite muovendosi all’interno di un sacco di lycra! (Carolyn Carlson, per anni stella della sua compagnia, interpretò più volte questo titolo). Poi ho introdotto un’altra coreografia sintomatica del concetto di spazio, e così via. Infine, insieme ai ragazzi che hanno partecipato al seminario, abbiamo fatto delle improvvisazioni. La cosa divertente è che genitori, fidanzati, il pubblico nel suo insieme ha commentato: adesso capiamo finalmente cosa fate in queste masterclass! Purtroppo è opinione diffusa che la danza sia staccata dalla vita, ma non è così. Sembra così nella nostra cultura che, anche per ragioni religiose, ha separato il corpo dallo spirito. Ma nelle società africane carne e anima sono saldamente unite e per loro ballare è naturale. Invece noi danziamo tutti i giorni, anche quando entriamo in un caffè e scorgiamo qualcuno che ci attrae. Non è forse “danza” quell’insieme di gesti che ci vengono dal cuore e che riproduciamo per attirare l’attenzione? E poi ci apriamo, siamo più ricettivi, quando siamo in pace con noi stessi e, al contrario, ci chiudiamo, se siamo tristi. Anche il balletto classico, pur con i suoi codici, sa parlarci. Prendiamo Il lago dei cigni: Odette è leggera, affonda nello spazio, mentre Odile, il cigno nero, si piazza al centro del palcoscenico e mostra tutta la sua arroganza con quei fouetté che attirano l’attenzione su di sé. La danza è una, tutto il resto sono preconcetti» conclude con passione Bucci. IDG>CD"CDK6G6 6C96I6:G>IDGCD Spazi industriali recuperati e lussureggianti giardini di ville magnifiche, che i percorsi turistici conoscono bene: sono le insolite location torinesi di PerCorpi Visionari, che ha contagiato con performance, incontri, convegni e fiabe anche il capoluogo piemontese, coinvolgendo adulti e ragazzi in una nuova grande festa della creatività. «Nel corso di questo evento che per due volte, nel luglio 2013 e nel settembre 2014, ha trovato ospitalità nel festival “La Piattaforma teatrocoreografico”,» spiega Mariachiara Raviola, direttrice artistica di Associazione Didee, che ha curato anche questo capitolo torinese del progetto, «abbiamo scelto proprio ambientazioni cittadine e paesaggistiche di grande interesse culturale; luoghi che sono diventati presto parte integrante delle performance. Alcune produzioni, infatti, come Le Foglie e il Vento, rivolta ai bambini, sono state ricreate per la nuova location con un accurato lavoro site-specific.» Teatro? No, un’ex fabbrica di treni. È cominciata infatti nei Cantieri OGR di corso Castelfidardo l’avventura di PerCorpi Visionari a Torino, il 17 luglio 2013. Proprio nello spazio ristrutturato delle Officine Grandi Riparazioni si sono tenuti ben tre percorsi creativi: We used to be lovers di Francesca Cola, Lunar di Lunar, di Raffaele Irace, con i costumi di Sonia Biacchi, spettacolo ai Cantieri OGR, Torino. 23 8>II¿<>6G9>C> 8>II¿<>6G9>C> programma operativo di cooperazione transfrontaliera Italia-Svizzera, le produzioni artistiche di PerCorpi Visionari sono state scelte per la loro qualità propositiva. In particolare, il 20 e 21, l’Associazione Didee, nell’ambito della “Piattaforma teatrocoreografico”, e la Fondazione Via Maestra, nel programma delle Domeniche da Re, hanno presentato Crogiolo primitivo, Le Foglie e il Vento e Soup. Il Giardino dei Fiori ha ospitato un originale melting pot, Crogiolo primitivo, performance alla quale hanno collaborato artisti italiani e svizzeri esprimendo un suggestivo mix di movimento e installazioni. Il lavoro è stato il frutto di una residenza estiva di tre settimane curata da LitroCentimetro e Didee e ospitata alla Fabbrica di Losone: a Venaria Tommaso Serratore ha curato un site-specific con la torinese Giulia Lazzarino e i ticinesi Francesca Sproccati e Rocco Schira. Raffaele Irace e Quantum con Margarita Kennedy e Filippo Armati. Un confronto fra tre coreografi, impegnati a trovare movimenti naturali indagando spazio e tempo, le categorie così frequentate da Laban. Il lavoro di Francesca Cola è il frutto di un laboratorio di musica e danza al quale hanno partecipato una ventina di giovani. Performer e terapeuta del movimento, Cola ha studiato tra l’altro con Raffaella Giordano (già in Sosta Palmizi) e Virgilio Sieni, uno dei più significativi esponenti della danza contemporanea italiana. E Lunar? In questo lavoro, invece, il coreografo piemontese Raffaele Irace ha coniugato lo studio sul corpo all’analisi matematica, in particolare dei frattali. Ci si può ispirare ai frattali per “scrivere” i movimenti del corpo? Irace, con l’aiuto di spettacolari costumi-sculture della designer Sonia Biacchi e del tappeto sonoro realizzato da Belma Bešlić-Gál, ha prodotto 24 Il Patio dei Giardini invece ha accolto Le Foglie e il Vento, un poetico spettacolo di danza per bambini e adulti ispirato al testo di Leo Buscaglia La foglia Muriel. La performance, interpretata da Francesca Cinalli e Stefano Botti, è un’idea di Mariachiara Raviola. Le coreografie sono di Aldo Torta e la musica di Paolo De Santis. Per l’occasione la produzione è stata rimontata per il nuovo spazio, che poteva vantare una splendida scenografia naturale. PerCorpi Visionari è stato presente a Venaria anche con Soup di Antonella Cirigliano e Daria Tonzig, che hanno partecipato insieme a Francesca Amat e Sara Vilardo. La produzione, a cura di LIS Lab e Fondazione Teatro Coccia, ha coinvolto anche gli studenti della NABA, la Nuova Accademia di Belle Arti di Milano (per Le Foglie e il Vento e Soup vedi più avanti il capitolo loro dedicato). un’analisi tra le forme geometriche che si ripetono senza sosta e l’utopia dell’infinito. Ancora la scienza è la protagonista di Quantum, di e con Filippo Armati, qui con Margarita Kennedy. La sfida di Armati è stata di riprodurre una plasticità di movimenti ispirandosi alle teorie di spazio e tempo proprie della fisica quantistica. Armati e Kennedy hanno sviluppato una ricerca su otto elementi chiave del movimento, che si possono combinare in modo ciclico all’interno di uno spazio virtuale. Il frutto di questo lavoro è stata l’elaborazione della Quantum Technique (vedi anche il capitolo seguente). Ed eccoci ai giardini meravigliosi della reggia di Venaria, nel settembre 2014 teatro di diverse coreografie d’autore, che hanno esplorato territori e stili, natura e architettura, danza e non danza. In occasione dell’European Cooperation Day, giornata di promozione del Margarita Kennedy e Filippo Armati, Quantum, improvvisazione ai Cantieri OGR, Torino. Esito conclusivo di Crogiolo primitivo, a cura di Tommaso Serratore, con Giulia Lazzarino, Francesca Sproccati e Rocco Schira, nei giardini della reggia di Venaria. 25 HK>OO:G6/A68G:6I>K>I¿6GG>K696A8DC;>C: HK>OO:G6/ A68G:6I>K>I¿ 6GG>K6 96A8DC;>C: Arti sceniche, video, installazioni e, naturalmente, danza: guarda al futuro “Performa Festival”, l’appuntamento con la creatività a cura di Filippo Armati che ogni anno rivitalizza Losone, Locarno, Bellinzona e molti altri luoghi meno conosciuti del Canton Ticino vicino al confine italiano. Non poteva mancare perciò un incrocio tra “Performa Festival”, nato nel 2010, e PerCorpi Visionari, il programma di Cooperazione Transfrontaliera Interreg Italia Svizzera. Sul fronte elvetico è stato infatti Armati, con l’Associazione LitroCentimetro e la Fondazione La Fabbrica, a organizzare le giornate di creatività trasversale (3-6 ottobre 2013 e 1°-5 ottobre 2014) che hanno coinvolto artisti italiani e stranieri – svizzeri certo, ma spesso nordeuropei – in un incontro vitalissimo e multidisciplinare. «Ciò che mi preme è favorire lo sviluppo delle arti sceniche. E della danza contemporanea, naturalmente, anche se questa “etichetta” oggi è una definizione un po’ vaga, perché include un’infinità di linguaggi» spiega Armati. «Per organizzare “Performa Festival” ogni anno stringo collaborazioni con diversi festival che si tengono tra Zurigo, Losanna, Ginevra o Lugano. La vita culturale della Svizzera italiana è costellata da molti eventi che si rivolgono a un pubblico di settore – penso al Festival del Cinema di Locarno o alle settimane jazz di Ascona – ma “Performa Festival” si distingue dagli altri perché le mie proposte rispecchiano visioni artistiche molteplici e quindi intercettano spettatori diversi. A “Performa Festival”, ogni anno, non vengono solo persone che pa- HK>OO:G6/ Filippo Armati con gli allievi della masterclass 2014, svoltasi a Chiasso. 27 HK>OO:G6/A68G:6I>K>I¿6GG>K696A8DC;>C: HK>OO:G6/A68G:6I>K>I¿6GG>K696A8DC;>C: cipato alla realizzazione del Laban Event ad Ascona, grazie alla collaborazione di Coorpi – Coordinamento Danza Piemonte. Gli appuntamenti in programma coinvolgono soprattutto artisti giovani. Sono loro, infatti, a stimolare i progetti più innovativi, capaci di attraversare la performance contemporanea» dice Armati. 96A676C686BED96CO6 I partecipanti alla residenza estiva di Crogiolo primitivo, alla Fabbrica di Losone, nell’agosto 2014. 28 gano un biglietto, si siedono e si godono uno spettacolo. Viene gente disposta a mettersi in gioco, ad appassionarsi. Quindi è stato un piacere lavorare anche con l’Italia e con PerCorpi Visionari, che nel 2013 ha parte- Come abbiamo visto, l’avventura di PerCorpi Visionari è iniziata proprio in Svizzera, ad Ascona, per ricordare il visionario camp avviato a Monte Verità nel 1913 da Rudolf von Laban, il coreografo e teorico che ha segnato sotto molti aspetti l’evoluzione della danza contemporanea. All’evento, curato dalla ricercatrice e artista diplomata al Trinity Laban di Londra, Nunzia Tirelli, in collaborazione con Filippo Armati per la Fondazione La Fabbrica e l’Associazione LitroCentimetro e con il sostegno di Coorpi, abbiamo dedicato un capitolo apposito. Ciò che qui importa dire è che proprio in Svizzera, grazie anche alla curiosità di Armati, si sono mossi i primi passi (visto che parliamo di danza la definizione è quanto mai appropriata) dell’intero progetto. Il summercamp di Laban coinvolse a suo tempo artisti, ballerini e filosofi : un gruppo gioiosamente danzante, in estrema libertà. Naturalmente Campodanza, che si è tenuto alla Fabbrica di Losone e che ha prodotto alcuni lavori presentati a “Performa Festival” nel quadro di PerCorpi Visionari, ha avuto una connotazione diversa, ma ha condiviso lo stesso spirito: un appuntamento estivo con la creatività. Il summercamp di “Performa Festival” si è svolto per quattro giorni, dall’8 all’11 agosto 2013. Il programma preve- 29 HK>OO:G6/A68G:6I>K>I¿6GG>K696A8DC;>C: HK>OO:G6/A68G:6I>K>I¿6GG>K696A8DC;>C: A:HIG6I:<>:9>FJ6CIJB In questo workshop Margarita Kennedy e Filippo Armati hanno insegnato i principi della Quantum Technique, nella quale i due insegnanti e coreografi lavorano sull’isolamento, la composizione istantanea, la consapevolezza del corpo e la possibilità di comporre movimenti totalmente fluidi. Kennedy e Armati hanno dato ai partecipanti strumenti che permettano ai danzatori professionisti di apprendere rapidamente questa tecnica. Una volta assimilato il metodo, i due insegnanti hanno spostato la loro indagine sull’analisi delle categorie spazio e tempo in relazione al movimento. EGD<:II>>C8GD8>6I> IG6>I6A>6:HK>OO:G6 deva due corsi giornalieri a cura di tre insegnanti conosciuti a livello internazionale: Liz Waterhouse, Margarita Kennedy e lo stesso Filippo Armati. Liz Waterhouse, danzatrice della compagnia di William Forsythe (il cui senso dell’armonia rimanda non poco alle teorie labaniane), ha tenuto un workshop sul corpo, a partire dagli interrogativi: il corpo è uno strumento che si può “ascoltare”? Qual è il suo limite, quali metafore può suggerire? Facendo tesoro della sua conoscenza del metodo Gyrotonic, Waterhouse ha riflettuto sulle nostre conoscenze del corpo e su come si possa costruire una consapevolezza del movimento. Analizzando le diverse parti del loro fisico, i partecipanti al workshop sono stati invitati a trovare connessioni, catene di energia tra sé e gli altri. Al termine hanno dato vita a una performance, dopo un intenso lavoro d’improvvisazione. 30 Ritroviamo Svizzera e Italia ancora insieme per La danza in un minuto, carrellata di video curata da Coorpi – Coordinamento Danza Piemonte, e per un appuntamento presentato in anteprima a Lugano, nell’ambito di Arspolis: un’originale performance ispirata all’acqua, In Sale. Il lavoro è approdato poi a PerCorpi Visionari ed è stato ospitato nel 2014 a “Villaggio d’Artista”, in piazza Carabelli a Meina. Filippo Armati e Francesca Cola, che si sono incontrati durante il festival “La Piattaforma teatrocoreografico” 2013, hanno animato un percorso interattivo (con tanto di cuffie audio in dotazione agli spettatori) focalizzato sulla differenza tra acqua dolce e salata. «In Svizzera abbiamo tanti laghi, ma ci manca il mare» spiega Filippo Armati. «Al contrario l’Italia è piena di coste, quindi di acqua salata. In questo lavoro Francesca e Presentazione del lavoro di ricerca Narcisus is present, di Rocco Schira (al centro della foto), durante “Performa Festival” 2014, Losone. io abbiamo esplorato le stratificazioni simboliche di questo elemento così presente nell’immaginario delle persone. Non si dice forse che una persona “ha sale in zucca”, per sottolineare che è intelligente, o che una cosa “è ricca di sale” perché ha contenuto e personalità? In Sale gioca anche sulla sorpresa, perché gli spettatori si mescolano ai performer in modo fluido, come il sale nell’acqua, e il pubblico non distingue mai con chiarezza se chi gli è vicino è un attore o no» conclude Armati. Una performance condotta nella penombra, nella quale gli spettatori condividono un’unica fonte luminosa: s’intitola In Luce il concept di Francesca Cola presentato alla Fabbrica di Losone il 5 e 6 ottobre 2013. Una torcia in scena, passando di mano in mano, modula tempi e direzioni dell’illuminazione, che variando di continuo svela immagini frammentate come frames cinematografici. I performer si mostrano gradualmente e con intermittenza l’uno all’altro. Emerge così un mondo soggettivo carico di significati simbolici, che contagia gli spettatori, stimolati a mettersi in gioco e ad aprirsi a ciò che vedono, chiamando in causa le emozioni più nascoste. All dressed up with nowhere to go, di Giorgia Nardin, è andato in scena a “Performa Festival” il 5 ottobre: un titolo lungo per un’opera essenziale, in cui i corpi, con lentezza, mettono in scena sprazzi di quotidianità iperreale in aperto contrasto con l’ambientazione flou di tutto il lavoro. La coreografia, che ha vinto il premio Prospettiva Danza 2013, ci presenta esseri ben vestiti, ma spaesati. Questi individui si sfiorano, si studiano, si aggiustano giacche e colletti come se dovessero presentarsi a una festa, ma la festa non c’è, perché in questa performance la logica del tempo è completamente annullata. L’atmosfera genera ovviamente incertezza, un’insicurezza che è fisica (a volte gli interpreti si reggono in equilibrio su una sola gamba) e, naturalmente, esistenziale. Per non cadere, c’è chi si aggrappa al vicino con una gestualità giocata principalmente sugli arti superiori. JCCJDKDHJBB:G86BE :>A8GD<>DAD L’appuntamento d’inizio autunno con la creatività d’avanguardia è cresciuto ed è tornato anche nel 2014 a Lugano, Bellinzona, Locarno e, naturalmente, Losone. Già nel mese di luglio (dal 25 al 27), però, Filippo Armati, sostenuto da PerCorpi Visionari, ha organizzato una masterclass per professioGiulia Lazzarino presenta il suo lavoro a “Performa Festival” 2014, Losone. 31 HK>OO:G6/A68G:6I>K>I¿6GG>K696A8DC;>C: nisti, Campodanza, nell’ambito di Ticino in Danza. Oltre ad Armati, che ha tenuto un corso di Contact Improv Jam, a Campodanza sono intervenuti Brigel Gjoka, insegnante di tecnica Forsythe, e Alessia Della Casa, docente di tecnica Cunningham. Le lezioni (tre al giorno) si sono svolte a Chiasso, nelle sale danza di via dei Fontana da Sagno. Ai partecipanti è stata offerta la possibilità di presentare estratti dei propri lavori. La formazione non si è limitata a Campodanza: dall’11 al 29 agosto alla Fabbrica di Losone si è tenuta un’intensa residenza estiva, anch’essa sostenuta da PerCorpi Visionari. La manifestazione, chiamata Crogiolo primitivo, ha ospitato sette coreografi (tre svizzeri e quattro italiani), che per tre settimane hanno attivato un processo di ricerca e scambio, con il supporto di formatori del calibro di Jan Ritsema, Marco Berrettini, Cuqui Jerez e Filippo Armati. Il risultato del loro lavoro è stato presentato il 20 settembre alla reggia di Venaria e, nell’ambito di “Performa Festival”, il 3 ottobre. 32 Crogiolo primitivo è stato ideato da Filippo Armati e realizzato da Associazione LitroCentimetro e Associazione Didee. È giusto dire che ai partecipanti i partner hanno fornito anche la copertura delle spese di vitto e alloggio. La residenza si è svolta in tre fasi: nella prima settimana gli artisti hanno avuto tempo di conoscersi tra loro e di familiarizzare con gli spazi. Inoltre hanno potuto concordare le modalità del progetto: i coreografi, infatti, hanno deciso in piena libertà se lavorare insieme, separatamente o in piccoli gruppi. In questa fase i giovani sono stati assistiti da Filippo Armati, prima che, alla fine della settimana, intervenisse il coreografo ginevrino Marco Berrettini, ex allievo della London School of Contemporary Dance e della scuola di teatrodanza di Pina Bausch a Essen. Dopo un periodo di sperimentazione, nella seconda settimana, i coreografi hanno stabilito una strategia di lavoro guidati dallo studioso e regista di teatro olandese Jan Ritsema. Nel corso della terza settimana i lavori Francesca Sproccati presenta il suo lavoro a “Performa Festival” 2014, Losone. HK>OO:G6/A68G:6I>K>I¿6GG>K696A8DC;>C: si sono sviluppati fino a dar vita a una prima rappresentazione parziale della sperimentazione fatta durante la residenza (29 agosto). In questa fase è intervenuta la studiosa e coreografa madrilena Cuqui Jerez, attiva tra la Spagna e Berlino. Infine la grande platea di “Performa Festival”, nella serata del 3 ottobre. È stato il momento in cui Alessia Della Casa, Manuela Macco, Giulia Lazzarino, Elena Maria Olivero, Francesca Sproccati e Rocco Schira hanno avuto la loro visibilità. Tommaso Serratore ha invece presentato il suo lavoro alla reggia di Venaria, presso Torino (vedi il capitolo precedente, Città & Giardini). Ma conosciamoli un po’ questi giovani; si sono presentati per noi. Alessia Della Casa, danzatrice e coreografa: «Sto cercando un canale di comunicazione che renda il mio linguaggio più efficace. Nel mio processo creativo presto una particolare attenzione al messaggio da trasmettere attraverso la mia coreografia». Manuela Macco, artista visiva: «Mi interessano soprattutto le relazioni tra corpo e mente e mi piace investigare le zone di confine. Spesso interagisco con il pubblico; investigo le relazioni tra spazio personale e spazio sociale». Giulia Lazzarino, performer di teatrodanza: «Mi piace esplorare il corpo come espressione del momento presente. Cerco di continuo l’equilibrio tra spazio e tempo. E mi chiedo: qual è il bisogno che riesco a soddisfare quando mi esprimo in totale libertà attraverso movimento, parola e azione?». Elena Maria Olivero, videomaker: «Mi interessano i linguaggi artistici e le loro contaminazioni. Indago il rapporto tra video e movimento per trovare una forma espressiva poetica». Tommaso Serratore, autore e danzatore: «Desidero trovare un’identità artistica solida e amo confrontarmi con gli altri artisti per conoscere nuovi linguaggi ed eventualmente farli miei». Francesca Sproccati, danzatrice, performer e coreografa: «Adoro sperimentare, uscire dai consueti canoni. Il corpo è lo strumento per me più facile, il punto di partenza più idoneo per creare». Rocco Schira, coreografo e performer: «Per me il teatro è lo specchio della società e il pubblico è uno specchio per l’attore. Ogni amore e ogni relazione inviano un’immagine desiderata. Nel mio lavoro Narcisus is present, presentato a “Performa Festival”, questi sono temi ricorrenti. Narciso nella mitologia greca è così preso dalla sua bellezza che disdegna tutti gli altri. È un po’ un alter ego di noi artisti: non dobbiamo mai accontentarci di contemplare il riflesso del nostro lavoro. L’arte, infatti, non può essere compresa solo da chi la fa». 33 ;A6H=BD7E:G96G:A6HK:<A>6 ;A6H=BD7E:G 96G:A6HK:<A>6 Una festa per le vie della città all’inizio della primavera: si poteva scegliere un modo più efficace per avvicinare gli abitanti di Novara alla danza contemporanea? Per rendere loro un po’ più familiare quello “strano” linguaggio del corpo che, se sorretto da un po’ di tecnica e dalla creatività di un buon autore, può trasmettere suggestioni, poesia e – diciamolo sottovoce – un assaggio di arte? No, forse sarebbe stato difficile individuare qualcosa di meglio del gioioso Flash Mob che si è snodato il 22 marzo 2014 tra piazza delle Erbe e lungo i portici di via Rosselli, passando per il Broletto, il Teatro Coccia, per finire in una piazza del Duomo stipata di gente. Alla festa sono stati invitati proprio tutti: bambini e ragazzi, adulti e anziani, contagiati da oltre cento allievi di sette scuole di danza cittadine e torinesi, tutti insieme appassionatamente, senza un’ombra di competizione. «L’idea è nata per preparare il pubblico novarese all’arrivo di Carolyn Carlson, l’icona della danza contemporanea, che sarebbe stata ospite del Coccia nell’aprile dell’anno successivo, il 2015» spiega Paola Colonna,1 curatrice con Cristina Pautasso di questa movimentata “processione”. «Ma per preparare la cittadinanza all’appuntamento, che Paola Colonna ha studiato danza classica con Loredana Furno, dal 1970 all’82, entrando poi nella sua compagnia. È passata alla danza moderna con il Teatro Nuovo di Torino e ha creato la sua compagnia, Rapatika. Si è avvicinata alla danza contemporanea e ha studiato, tra gli altri, con Peter Goss, Roberto Castello e Julie Anne Stanzak, della compagnia di Pina Bausch. Dal 2003 è ideatrice e direttrice artistica del festival “La Piattaforma teatrocoreografico”. 1 ;A6H=BD7E:G Improvvisazioni e performance nel centro di Novara, Novara Corpi Visionari, 22 marzo 2014. 35 ;A6H=BD7E:G96G:A6HK:<A>6 aveva quindi un chiaro scopo “formativo”, ci siamo mobilitati il giorno prima, il 21, con performance e installazioni open air per la città. E in questa fase abbiamo coinvolto professionisti come Aldo Torta, Stefano Botti, Francesca Cinalli e Paolo De Santis, tutti artisti che gravitano 36 ;A6H=BD7E:G96G:A6HK:<A>6 attorno alla compagnia torinese Tecnologia Filosofica, e inoltre le performer della mia associazione Rapatika» aggiunge Colonna. Il Flash Mob per le vie di Novara è stato solo una delle iniziative di Novara Corpi Visionari (il percorso formativo pensato dall’Associa- zione Didee con il Teatro Coccia, che ha contemplato anche workshop di artisti affermati e incontri con il pubblico), ma senz’altro quella che più ha “scosso” la cittadinanza della provincia ancora poco avvezza alle performance di danza urbana, così diffuse, invece, all’estero. «Il mio lavoro è cominciato chiamando a raccolta le scuole di Novara e dintorni: Centro Danza Buscaglia, Città della Danza, Danza Viva, Tempio della Danza, Studio Danza Novara, Yin Yang Club. Si tratta di scuole nelle quali si studiano tecniche diverse: balletto classico, hip Compagnia Tecnologia Filosofica, Aldo Torta e Stefano Botti in Effetto serra e Compagnia Rapatika in improvvisazioni e performance nel centro di Novara, Novara Corpi Visionari, 21 marzo 2014. 37 ;A6H=BD7E:G96G:A6HK:<A>6 hop, modern jazz, afro e, naturalmente, contemporaneo» racconta Paola Colonna. «Per non risultare troppo invasiva ho chiesto a ogni insegnante di occuparsi dei rispettivi allievi e di preparare una brevissima performance di un minuto e mezzo, ciascuno con la propria tecnica, in modo che emergessero tutti gli stili che contraddistinguono le diverse scuole. Poi abbiamo riunito tutte queste creazioni in una coreografia unica, che gli allievi – un centinaio, forse centocinquanta – hanno proposto nel Flash Mob del 22 marzo, accompagnati dalla musica diffusa da Radio Azzurra. Incredibile: tutti interpretavano gli stessi brani, un medley in cui spiccavano i Feel Good Productions, i Leftfield e i Dead Can Dance: un mix di disco dance, elettronica e darkwave. Com’è stato possibile? Con radio e altoparlanti sparsi per i diversi punti della città. Ma anche gli esercizi commerciali e i tassisti ci hanno dato una mano, sintonizzando i loro apparecchi sulla stessa frequenza! Un’esperienza straordinaria, che ha divertito i cittadini e arricchito me. “Quando ripeteremo qualcosa di simile?” mi hanno chiesto in tanti. Un segno inequivocabile del gradimento di questa allegra sfilata danzante, che ha avuto anche il grande merito di riunire in un progetto comune tante scuole di danza, solitamente, invece, piuttosto diffidenti l’una dell’altra. Di più: gli allievi di una guardavano con interesse cosa facevano gli altri. Insomma, ogni gelosia è stata superata dalla reciproca curiosità» nota Colonna. E il giorno prima? Il giorno dell’equinozio di primavera, il 21, è stato dedicato alle per- ;A6H=BD7E:G96G:A6HK:<A>6 formance e alle installazioni a cura di Rapatika e Tecnologia Filosofica. In particolare il centro storico è stato affascinato da Effetto serra, nel quale Aldo Torta, esperto di Danza Sensibile®,2 ha presentato con Stefano Botti una creazione significativa della sua ricerca sul corpo. «Bisogna mettersi in ascolto del movimento, risvegliare dentro di sé la memoria di gesti antichi, archetipi insomma, e ripetere quest’esercizio finché la sintonia tra mente e corpo non è completa. Come i bambini che devono “imparare” a ergersi e camminare, la Danza Sensibile® studia il passaggio da una posizione orizzontale a quella verticale, prendendo spunto dal mondo naturale, vegetale e animale, anche marino» spiega Torta. Gli allievi del laboratorio “Dalle radici del movimento alla danza crea- La Danza Sensibile®, di cui Aldo Torta è insegnante, è una pratica di movimento cosciente che si propone di rivisitare alcune tappe fondamentali dell’evoluzione, rivivendo consapevolmente il processo di verticalizzazione dell’essere umano, in modo da ritrovare il senso e la potenzialità presenti nella forma e nella struttura dei nostri corpi e nella loro memoria evolutiva. L’intento è di partire da un “ascolto sottile” per danzare lo spazio interno ed esterno. Tecnica codificata negli anni Novanta da Claude Coldy, la Danza Sensibile® è anche alla base del lavoro degli osteopati fluidici Jean-Marie Dupuis e Marie Guillon. 2 38 Qui sopra e nella pagina a fianco, in alto, Flash Mob nel centro di Novara, Novara Corpi Visionari, 22 marzo 2014. Compagnia Rapatika, improvvisazioni e performance nel centro di Novara, Novara Corpi Visionari, 22 marzo 2014. 39 ;A6H=BD7E:G96G:A6HK:<A>6 tiva”, curato dallo stesso Torta tra gennaio e marzo, hanno animato anche il Flash Mob del 22. Ma, tornando a Effetto serra, la scenografia era «una specie di scatola di plastica, l’ideale per conservare il calore. Proprio come in un vivaio» scherza Torta. Nella stessa giornata si è esibita anche Francesca Cinalli, con In superficie, su tappeto sonoro di Paolo De Santis. B6JGD6HIDA;>/ A696CO6HI>A:9>K>I6 Mentre i novaresi si fermavano incuriositi ad assistere alle performance open air di Torta e Cinalli, al Teatro Coccia un leader indiscusso della danza contemporanea, Mauro Astolfi,3 incontrava una folla di aspiranti danzatori. «Un workshop di informazione per i ragazzi è una cosa meravigliosa, da incentivare» ha ;A6H=BD7E:G96G:A6HK:<A>6 esordito il leader della Spellbound Dance Company nella sua lezione, aperta al pubblico e moderata dal professor Alessandro Pontremoli dell’Università di Torino. «Perché è in occasioni come queste che le scuole di danza possono confrontarsi con il processo creativo». In un’intervista rilasciata alla «Stampa» di Torino il giorno precedente, il coreografo spiegava con chiarezza il senso della sua professione: «La danza non è solo una disciplina atletica, un’alternativa alla palestra o un mezzo per diventare famosi grazie a dei programmi televisivi. È uno stile di vita». La straordinaria esperienza della primavera novarese non si è fermata a quei giorni di marzo: il Piccolo Coccia infatti ha ospitato il 30 e 31 maggio un altro laboratorio sui principi di un metodo di composizione del movimento ispirato alla fisica, Quantum, con la conduzione di Filippo Armati. Mauro Astolfi si è formato a New York alla scuola di Paul Taylor. Attualmente è coreografo e insegnante presso numerose scuole in tutto il mondo. Nel 1994 ha fondato la Spellbound Dance Company, che si è esibita nei più importanti festival e teatri italiani e stranieri. Nel 2007 e 2009 ha insegnato danza contemporanea nel programma televisivo “Amici”, di Canale 5, che gli ha fatto guadagnare una grande popolarità anche tra il pubblico dei giovanissimi. 3 40 Sul palcoscenico del Teatro Coccia di Novara Mauro Astolfi dialoga con Alessandro Pontremoli, gli allievi della masterclass e il pubblico, 21 marzo 2014. In alto, a sinistra, la masterclass di Mauro Astolfi al Coccia di Novara; a destra, Compagnia Tecnologia Filosofica, Aldo Torta e Stefano Botti in Effetto serra. Qui sopra, Compagnia Rapatika, improvvisazioni e performance nel centro di Novara, Novara Corpi Visionari, 21 e 22 marzo 2014. 41 HDJE:A:;D<A>::>AK:CID HDJE:A:;D<A>: :>AK:CID Soup è un progetto live targato LIS Lab, l’associazione di Meina diretta da Antonella Cirigliano. La performance dichiara già nel titolo (“minestra” o “zuppa” in inglese) il suo tema di fondo: il cibo, inteso come rito di condivisione e partecipazione; un’esperienza che appartiene a tutti noi e che quindi potremmo definire “archetipica”. Ma cosa vuol dire lavorare su un archetipo, almeno nel caso di Soup? Significa, con parole semplici, individuare un archivio inconscio di informazioni non verbali, che si nutrono di sapori, aromi e stimolazioni percettive. Un mondo inconsapevole che interagisce a ogni replica con gli spazi e il pubblico, invitato a ritrovare (e, se vuole, a raccontare) storie, ricordi, sogni, colori, suoni e luoghi dell’infanzia e del mito intrinsecamente legati a ciò che si mette in tavola. La simbiosi tra cibo e anima, insomma, è un must. Lo sanno bene filosofi come Ludwig Feuerbach (sentenziò che «L’uomo è ciò che mangia»), antropologi e scrittori. Se Thomas Mann ha descritto i componenti della famiglia Buddenbrook attraverso le loro preferenze alimentari, Guido Gozzano nella lirica Le golose ha invece scoperto i desideri di evasione (anche erotici) delle signore borghesi, tramite i loro peccati in pasticceria. Il cibo, con le sue infinite valenze metaforiche, entra così prepotentemente anche in Soup. La performance è stata preceduta da un workshop di formazione e creazione diretta dei linguaggi di interazione sensoriale da parte del pubblico (giovani e studenti soprattutto). Il grande successo del workshop ha indotto LIS Lab e il Teatro Coccia di Novara, che ha HDJE:A:;D<A>: ospitato il laboratorio, ad allestire una specialissima messa in scena, nella quale Cirigliano ha fatto tesoro anche della sua esperienza al Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards di Pontedera, dove, tra l’altro, ha incontrato un grande della regia come Eugenio Barba. «Dolce, salato o piccante?» recitava la locandina della performance, che invitava gli spettatori a partecipare a un banchetto surreale, nel quale i performer-camerieri proponevano pietanze “diversamente commestibili”. In che senso, chiederete. Eccovi servita la risposta: il vero piatto forte della serata erano le parole degli spettatori, stimolati a rintracciare ed esprimere i loro ricordi più personali legati a ingredienti e ricette. In sostanza il cibo in Soup è metafora di relazioni e sensazioni, un’insolita chiave per aprire mondi psichici ed emotivi. Piatti dolci, salati o piccanti che ci raccontano e ci definiscono, come “gradevoli” o “acidi”. «Qui il cibo riveste un forte valore simbolico, è un modo inconsueto per stimolarci a rivelare chi siamo» spiega Antonella Cirigliano, che con Daria Tonzig ha messo a punto il concept. «L’ambientazione è un’installazione, ogni volta differente, nella quale i performer, giocando con il cibo, invitano i commensali a svelarsi, a condividere il loro mondo più intimo. Chiediamo alle persone di indicarci il loro piatto preferito e poi ci adoperiamo per servirle. La distanza tra spettatori e attori è annullata; l’interazione tra le due parti, invece, è continua» racconta Cirigliano. «LIS Lab lavora da anni sul linguaggio sensoriale e Soup, in questo senso, è la messa in scena più rappresentativa, perché, partendo dal gusto, coinvolge tutti i sensi. Il bello» conclude «è che il percorso è sempre diverso, sempre in fase sperimentale.» Ingredienti e utensili per Soup, presso il Piccolo Coccia di Novara, 6 e 7 febbraio 2014. 43 HDJE:A:;D<A>::>AK:CID IJII>6I6KDA6 6AG>HIDG6CI:E>88DAD8D88>6 Il pubblico che si è dato appuntamento al Piccolo Coccia di Novara, il 6 febbraio 2014, sprizzava curiosità. Che idea, avrà pensato, partecipare a questo rito collettivo con protagonista il cibo e poi raccontarsi in libertà, tra profumi e suggestioni (non solo del palato, anche visive). Sì, perché il Piccolo Coccia è stato reinventato per l’occasione (scene e allestimenti sono stati curati dagli studenti della 44 NABA, la Nuova Accademia di Belle Arti di Milano) e agli spettatori si è presentata subito la prima sfida: esplorare e familiarizzare con uno spazio sconosciuto. Un ambiente che, nella replica del giorno seguente, è risultato forse un po’ meno sorprendente, per via di un entusiastico (e dettagliato) passaparola. Gli invitati a ogni “pasto” potevano essere al massimo trentacinque (certo non si potevano accomodare a tavola tutti insieme!) ed era necessario che prenotassero. Di più: perché il rito collettivo funzionasse, si è reso necessario dividere i commensali in gruppi di cinque-sei persone. E poi... Buon appetito! Ognuno ha ricevuto da alcuni performer-camerieri il proprio piatto, rigorosamente diverso da quello del vicino. Il cibo? Molto naturale, green, per dirla con un termine un po’ abusato di questi tempi: frutta secca, erbe, semi, fiori, aromi. Una “zuppa” di ingredienti commestibili che si è trasformata presto in un’altra minestra, da mangiare con la mente, perché cucinata con domande e risposte, colloqui, confidenze. Elena Mastretta è una fan di Soup: è stata tra il pubblico più volte, al Piccolo Coccia di Novara, ma anche a Meina, il suo paese, e poi nella ripresa della produzione a villa Giulia, a Verbania. «La sensazione più speciale che ho provato è la sorpresa, perché quando mi hanno accompagnato al tavolo non sapevo cosa mi aspettasse né chi si sarebbe seduto vicino a me» racconta. «In particolare al Piccolo Coccia la performance era avvolta in una semioscurità, un’ambientazione che amplificava lo stupore. Ma il bello è arrivato quando, una volta sciolta la tensione, abbiamo iniziato a porci una serie di domande. Ci siamo chiesti persino se i piatti che ci servivano si potessero mangiare o no! A Meina, dove vivo, l’esperienza è stata diversa, perché i luoghi mi sono molto familiari e naturalmente conoscevo anche diversi com- I commensali di Soup, presso il Piccolo Coccia di Novara, 6 e 7 febbraio 2014. HDJE Studio di Antonella Cirigliano e Daria Tonzig. Con Daria Tonzig, Sara Vilardo, Francesca Amat, Thomas Roper, Fabrizio Orlandi, con la collaborazione di NABA, Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. Hanno partecipato gli studenti del triennio di scenografia, studenti di performing arts: Maria Luisa Bafunno, Giulio Olivero, Valentina Carnevali, Alice Zaninetti, Hilary Piras (scene, allestimenti e performer); studenti del triennio di pittura e arti visive: Samantha Caligaris (foto, documentazione visiva), Isabella Benshimol, Mati Jhurry (performance art); laureati del triennio di media design e arti multimediali: Giulia Storti e Alfredo Mannino (video). Allestimenti, direzione tecnica, audio e luci: Fabrizio Orlandi, Sergio Taddei, Fabio Malizia. Organizzazione: Michela Caretti (Fondazione Teatro Coccia), Annalisa Recchia (LIS). Promozione, ufficio stampa: Serena Galasso (Coccia), Annalisa Recchia (LIS). Grafica: Marina Marzatico. Coproduzione: Fondazione Teatro Coccia, Associazione LIS Lab Performing Arts. Con il contributo del network Institute for Intangible Investigations (www.inhepi3i.com). mensali. E a villa Giulia è stato ancora più divertente, perché il tavolo da pranzo non c’era e, invece, dovevamo compiere un percorso, uno alla volta, dopo aver scelto all’entrata il nostro alimento preferito. Io ho optato per la cioccolata, che ho sistemato in un raffinato bicchiere in cristallo. Il bilancio della mia esperienza? Mi sono divertita, ma anche arricchita, perché non sempre riesci ad aprirti, a condividere memorie anche molto personali legate al cibo. Un’ultima cosa: le confidenze sono sollecitate con grande garbo. Insomma, se tu non ti senti di raccontarti, puoi anche rimanere in silenzio, semplicemente a osservare» conclude. Ognuno, ascoltando il suo vicino, ha ritrovato le sue memorie e le ha condivise, nutrendosi e nutrendo a sua volta. E non è solo lo stomaco a colmarsi, ma l’esperienza e la conoscenza di tutti. La digestione? Certo, alla fine è arrivata anche quella. Così, insieme ai cibi, sono state metabolizzate anche le emozioni provate. Persino il momento di lasciare la tavola si è trasformato in rito, con i saluti, quando gli ospiti sono stati accompagnati con garbo all’uscita. Come nelle fiabe, il tempo del Soup: in scena Daria Tonzig e Antonella Cirigliano, nei giardini della reggia di Venaria. 45 HDJE:A:;D<A>::>AK:CID HDJE:A:;D<A>::>AK:CID sogno finisce. La vita, là fuori, aspetta gli invitati con tutta la sua crudezza (anche di cibi). Adesso è il turno di un nuovo gruppo: saranno altre persone a vivere le loro illusioni. Dopo le due serate novaresi, la fortuna della produzione è continuamente cresciuta. La performance è stata rappresentata più volte, con attenti allestimenti site-specific. Tra le varie repliche si deve ricordare anche quella di Torino, negli splendidi giardini della reggia di Venaria, in occasione dell’European Cooperation Day, il 20 settembre 2014. Ma la storia non si è interrotta lì: anche l’Expo 2015, con il suo focus su cibo ed energia, per l’umanità e il pianeta, non è rimasto insensibile al fascino di Soup, che con un nuovo lavoro site-specific è stato programmato nell’ottobre 2015 alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. A:;D<A>::>AK:CID Un racconto danzato per adulti e bambini, ispirato a un testo intriso di poesia del pedagogista americano Leo Buscaglia: è il biglietto da visita delle Foglie e il Vento, percorso formativo tout public ideato da Mariachiara Raviola dell’Associazione Didee, che lo ha prodotto con la Fondazione Teatro Coccia nel quadro di PerCorpi Visionari. Protagonisti del progetto, punto d’arrivo di un laboratorio che ha coinvolto gli allievi di alcune classi di scuole materne ed elementari di Novara e Torino, “guidati” dagli interpreti della messa in scena, sono una foglia e il suo albero, seguiti nel loro ciclo vitale. Sulla scena due performer, Francesca Cinalli e Stefano Botti, danno voce con i loro corpi e movimenti al susseguirsi delle stagioni, che segnano la vita della foglia Muriel. Noi facciamo la conoscenza di questa insolita “attrice” da quando è piccolissima, tenera gemma che sboccia a primavera, con le sue compagne. Dopo bagni di sole e vento e storie di amicizia con i bimbi che si arrampicano sul suo albero, arrivano per la foglia i primi freddi. Finché, con l’autunno, cala il silenzio, e 46 Cibo per l’anima, in Soup, nei giardini della reggia di Venaria, 20 settembre 2014. poi la neve. Muriel ormai giace a terra, mescolata ai fiocchi candidi e gelati: è la fine di un ciclo, ma anche l’inizio di una nuova vita. «Le Foglie e il Vento si presenta come una danza rituale, una metafora dell’esistenza, dove nulla muore e tutto si trasforma. E il tappeto sonoro di Paolo De Santis sottolinea questo concept con effetti ispirati al mondo della natura e alla quotidianità» spiega Raviola. «Una sorta di attraversamento della vita, nella quale tutti incontriamo amicizie e amori, ma che ci fa anche sperimentare abbandoni e solitudini, presenti in ogni ciclo vitale. Ma Le Foglie e il Vento non è una narrazione tradizionale, perché la coreografia nasce dall’interazione tra i movimenti dei due interpreti e l’ambiente che li circonda. Ogni volta che abbiamo proposto questo titolo, infatti, la messa in scena si Stefano Botti e Francesca Cinalli durante Le Foglie e il Vento, nei giardini della reggia di Venaria, 20 settembre 2014. 47 HDJE:A:;D<A>::>AK:CID HDJE:A:;D<A>::>AK:CID A:;D<A>::>AK:CID Progetto e regia: Mariachiara Raviola. In scena: Francesca Cinalli e Stefano Botti. Sguardo coreografico: Aldo Torta. Paesaggio sonoro: Paolo De Santis. Assistenza alla regia: Lisa Pugliese. Scene e costumi: Elisabetta Ajani e stager (cattedra di scenografia, Accademia Albertina di Belle Arti, Torino). Oggetti scenici: Gianni Cocomazzi. Abiti: Poncif. Abiti in carta: Sara Peretti. Immagine cartolina: Alberto Valente. Comunicazione: Patrizia Veglione. Produzione: Associazione Didee – arti e comunicazione, Fondazione Teatro Coccia. In collaborazione con Compagnia Tecnologia Filosofica. 48 Stefano Botti e Francesca Cinalli durante Le Foglie e il Vento, presso il Piccolo Coccia di Novara, 22 e 23 maggio 2014. è “rimodellata”, ha assunto nuove proporzioni e assorbito stimoli diversi, con un attento lavoro site-specific, anche in natura. Dalla prima al Coccia, il 22 maggio 2014, infatti, lo spettacolo ha conosciuto una continua evoluzione in base ai diversi luoghi che l’hanno ospitato: Meina, Venaria, Torino... E non è finita: perché ce lo stanno ancora chiedendo. Per esempio lo spettacolo è stato proposto nel giugno 2015 anche nell’ambito di un progetto per anziani e famiglie della Circoscrizione 2 di Torino. Il format delle Foglie e il Vento si sta rivelando d’interesse per un pubblico di tutte le età» conclude Raviola. E Francesca Cinalli aggiunge: «È stato un lavoro molto stimolante, perché Stefano Botti e io abbiamo ricreato anche dei movimenti e delle posture che ci avevano colpiti nei piccoli partecipanti ai nostri laboratori. Un’idea che ha funzionato, perché i bambini sono molto reattivi, immediati, senza sovrastrutture o condizionamenti di ordine tecnico». E l’ambiente? Le scene e i costumi in carta sono leggeri come i movimenti pensati da Aldo Torta: «La coreografia è il risultato di anni di pratica di Danza Sensibile®. In questo caso, però, avevo come traccia un testo preciso, La foglia Muriel di Buscaglia. Il tema è il ciclo della vita; così siamo partiti dalle stagioni. Ho cercato di far emergere il senso di caducità connesso alla morte. Ho lavorato sulla sospensione e sulla leggerezza, qualità che contraddistinguono anche tutti gli oggetti scenici, realizzati soprattutto con la carta, di gran lunga l’elemento più usato, perché – si sa – l’albero che muore trova una nuova vita trasformandosi in questo materiale». «La simbologia è forte: la carta diventa foglie, neve, persino la gonna della danzatrice. Una scena dominata dal bianco. Lo spettacolo permette anche percorsi educativi stratificati. Si stimola l’attenzione alla natura, ma si riflette anche sul riciclo, in antitesi allo spreco di risorse importanti» conclude Raviola. Francesca Cinalli e Stefano Botti durante Le Foglie e il Vento, presso il Piccolo Coccia di Novara, 22 e 23 maggio 2014. 49 86GDANC86GAHDC8DBE6CN Carolyn Carlson durante l’assolo Immersion, nello spettacolo Short Stories – Islands, Teatro Coccia, Novara, 22 aprile 2015. Carolyn Carlson è californiana. Ha studiato a New York per sette anni con Alwin Nikolais, quindi è entrata nella sua compagnia diventandone presto solista. Ha lavorato all’Opéra di Parigi e alla Fenice di Venezia, al Theatre de la Ville di Helsinki e allo svedese Cullberg Ballet, di nuovo a Venezia, alla Biennale, e a Roubaix. Rientra in Francia nel 1971. È ambasciatrice di una danza che si nutre di filosofia e spiritualità, una “poesia visiva”, come ama definirla. Ha realizzato più di cento coreografie, alcune delle quali, come Density o Blue Lady, sono capisaldi nella storia della danza. Nel 2006 ha ricevuto il Leone d’Oro alla carriera alla Biennale di Venezia ed è stata nominata Commendatore delle Arti e delle Lettere e Ufficiale della Legione d’Onore. Dal 2014 è artista associata al Teatro Nazionale di Chaillot, Parigi, sede della sua compagnia. 50 86GDANC86GAHDC 8DBE6CN Bisogna incontrarla, Carolyn Carlson, per capire di che pasta è fatta: un’icona della danza con la cordialità di una teen-ager yankee (è nata a Oakland, in California), la raffinatezza culturale dei migliori artisti europei (in fondo è vissuta tra Finlandia, Italia e Francia) e il fisico di una top model. Bisogna incontrarla per capire quanto le stia a cuore trasmettere ai giovani appassionati come lei il suo approccio alla coreografia. «Perché adoro parlare con i ragazzi che vogliono diventare dei professionisti? È il mio lavoro, lo amo, e quindi desidero condividere questa mia passione con il maggior numero di gente possibile, specie se giovane» ha confidato in un’intervista che mi ha rilasciato il 18 marzo 2015 per «la Repubblica» (“Lombardia”). E il risultato di questa passione è sotto gli occhi di tutti. Chi ha lavorato con Carolina (così la chiamano i suoi performer italiani, tanti, anche nel passato) è rimasto stregato dalla sua forza, fisica e spirituale, e ha deciso di diffondere la “poesia visiva” appresa dalla straordinaria maestra. Ci sono stati Giorgio Rossi e Roberto Castello con l’avventura dei Sosta Palmizi, c’è stata la coppia (d’arte e di vita) formata da Antonella Bertoni e Michele Abbondanza, con base vicino a Rovereto, in mezzo alla natura. E tanti altri, tra i quali molti torinesi che ritroviamo anche in questo PerCorpi Visionari e non certo per caso, come Raffaella Giordano, coordinatrice di un laboratorio torinese che ha accompagnato il convegno “Radici e germogli della danza d’arte e di comunità in Piemonte”. 86GDANC86GAHDC 86GDANC86GAHDC8DBE6CN 86GDANC86GAHDC8DBE6CN Ma veniamo a oggi. Alla masterclass organizzata dal Teatro Coccia di Novara, il 20 aprile 2015, Carolina si è presentata in tuta, appena avvolta da un sottilissimo scialle verde acqua. È così che si è offerta con una generosità rara alla ventina di ragazzi che si sono dati appuntamento per seguire la sua lunga lezione (quattro ore) e conoscerla da vicino. 6E>:9>CJ9>>CI:6IGD Arrivano alla spicciolata nella sala ballo del Teatro Coccia. Avvolti nelle loro tute morbide si liberano subito delle scarpe: sanno bene che tutto ciò che faranno da adesso in poi sarà a piedi nudi. Alla fine ci sono tutti, una ventina, tutti professionisti o quasi, come ha chiesto Carolyn. Chi è di Novara, chi di Busto o Torino; chi è arrivato da più lontano è di Firenze (forse c’è lo zampino di Simona Bucci, l’unica pedagoga accreditata in Italia a insegnare il metodo di Alwin Nikolais, un nome che ricorre spesso nel nostro racconto). Conoscono la Carlson per aver visto qualche suo lavoro su YouTube (l’assolo Blue Lady, per esempio, rappresentato in oltre quaranta paesi) o ne hanno apprezzato la ricerca frequentando qualche seminario di ex della community di Carolina, come Raffaella Giordano o Giorgio Rossi. E poi c’è Dario, che ha voluto essere anche al Coccia dopo aver già partecipato a “Villaggio d’Artista” a Meina e Ghevio: «Una performance itinerante meravigliosa; una grande camminata creativa» dice. Nessuno di loro però ha mai visto Carolyn Carlson esibirsi dal vivo. Li si può capire, perché i più “vecchi” hanno poco più di trent’anni. Li si può capire, ma non troppo, perché lei, la grande signora della danza, non ha mai smesso di esibirsi. «Ci sono pochi grandi coreografi in vita: bisogna approfittarne» dice una ragazza men- 52 tre si contorce in esercizi di stretching. «Sono qui perché mi interessa capire come la Carlson lavora sull’improvvisazione,» si inserisce un ragazzo «da cosa trae la sua ispirazione, l’energia.» «Per me è un’artista empatica; qual è l’origine del suo gesto?» si chiede un’altra ragazza. Quando entra lei, ammutoliscono. Emozione, rispetto, curiosità: la sala ballo del Coccia si riempie di sentimenti contrastanti. Carlson, anche lei a piedi nudi, si siede in mezzo a loro, seduti per terra, in cerchio. «Conoscete Alwin Nikolais, la sua idea di tempo, spazio, movimento?» esordisce lei. «È stato il mio maestro, ho studiato con lui per sette anni e poi sono diventata lead soloist, solista principale, l’unica della sua compagnia. Nik distingue tra motion e movement. Conoscete la differenza? La motion è l’unico gesto possibile per esprimere qualcosa. Ognuno lo deve trovare dentro di sé, cercando tra gli archetipi che custodiamo nel nostro corpo e nella nostra anima. E per ognuno è diverso, unico, appunto. Il movement, invece, assolve una funzione, come spostare questa sedia [si alza e interpreta le sue parole con l’esempio concreto]. Tutto nella danza è movimento, anche l’arrestarsi. La motion è perpetua, come le montagne che, con i movimenti tellurici, si spostano di continuo. Già, perché io mi ispiro molto al mondo naturale [è una convinta ambientalista].Tutto nella danza ha origine dalla natura. Guardate gli alberi: la loro verticalità per me è fonte d’ispirazione. Carolyn Carlson mentre conduce la masterclass sul palcoscenico del Teatro Coccia, Novara, 20 aprile 2015. 53 86GDANC86GAHDC8DBE6CN E poi c’è lo spazio, la distanza tra i singoli. Anche quella parla. Sì,» ammette «la mia danza è abbastanza astratta. Io, infatti, la chiamo “poesia visiva” e non sempre viene compresa subito. Quando insegnavo a Venezia, una mia allieva – aveva appena diciotto anni – m’interruppe e mi apostrofò: “Io non ho capito niente!”. Era Raffaella Giordano, che è entrata nella mia compagnia e, dopo lo scioglimento del gruppo nato alla Fenice di Venezia, è diventata una delle anime dei Sosta Palmizi.» «Qual è il primo movimento?» chiede ancora ai ragazzi incantati. «Il respiro! Ballare significa dare e ricevere. Io do energia ai ragazzi del mio gruppo e loro ricambiano, regalandomi entusiasmo e spunti di lavoro» continua. «Dunque, si parte dal respiro e si lavora sulla sospensione e anche sulla caduta, come ha insegnato Martha Graham. Un’impostazione diversissima dal balletto classico, molto aereo, in cui le ragazze sono sempre e 54 86GDANC86GAHDC8DBE6CN solo proiettate verso l’alto, salendo in punta, e devono ubbidire a schematismi ben precisi di rotazione... [A questo punto simpaticamente si mette eretta, con i piedi in “prima posizione”, cioè a talloni uniti e punte divaricate in direzioni opposte, come Mary Poppins prima di prendere il volo, per intenderci.] Invece io, quando sono entrata in compagnia con Nikolais, per mesi ho ballato in un... sacco.» Il riferimento è a Noumenon, coreografia simbolo in cui la forma in movimento è prodotta dal fluttuare di una struttura in stoffa con danzatore incorporato. Un’idea poi frequentata da tanti coreografi, cominciando da Shen Wei con il suo bellissimo Folder. Carolyn Carlson è generosa: parla del suo rapporto con l’Oriente e le arti marziali, che ama al punto da aver creato un trio maschile con un cinese, un coreano e un giapponese (Tigers in the Tea House, di cui dice: «Ho fatto un frullato delle loro diverse culture e Carolyn Carlson durante l’incontro con i danzatori della masterclass, Teatro Coccia, Novara, 20 aprile 2015. mi sono divertita un mondo»). Poi risponde a un’altra domanda. Gliela pone Francesca Cinalli, anche lei attiva nel progetto PerCorpi Visionari: «In Giappone, nel teatro No, si dice che lo spettacolo viene visto da mille occhi che, alla fine, si fondono in uno solo. Cosa ne pensa?». «Amo la semplicità del gesto nel No,» risponde Carlson «ma il mio modo di fare teatro è diverso. Io lavoro su una percezione, un archetipo, finché trovo il “mio” gesto “unico”. Ma poi, al momento di andare in scena, lascio liberi gli spettatori d’immaginare non una, ma dieci, cento letture di ciò che stanno vedendo, come dieci o cento possono essere le emozioni che provano. Insomma, io lavoro sulla percezione, ma l’emozione, anzi le emozioni le lascio al pubblico, che quindi può sentire una coreografia in tanti modi differenti. Per esempio, Céline Maufroid, in Short Stories, sarà Wind Woman, un assolo pieno di mistero che può essere quindi fruito in mille modi, secondo la sensibilità dei singoli spettatori. Naturalmente l’importante è condividere un’esperienza con il pubblico e questo dipende sia dalla generosità del coreografo e del performer sia dalla disponibilità del pubblico a interagire.» «Come nasce l’ispirazione?» chiede un’altra persona. «Io credo nell’ispirazione cosmica, noi facciamo parte dell’universo, come ci insegnano anche le arti marziali» risponde l’artista, che ammette di subire un’attrazione irresistibile per l’elemento acqua (il suo solo portato in scena al Coccia il 22 aprile s’intitola Immersion). «Quando abitavo a Venezia e avevo casa alla Giudecca, le mie finestre si affacciavano sulla laguna. È lì che è nato il mio primo lavoro alla Fenice, Undici onde, ma poi ho scritto tanto ispirandomi all’acqua, anche il più recente Writing on Water, per esempio. Adoro immergermi in immagini e atmosfere sempre diverse: per questo uno dei musicisti con cui collaboro più spesso è René Aubry, perché “colora lo spazio” in mille modi, regala mille atmosfere.» «Così il 50 per cento della danza è immaginazione. E il restante? Work, lavoro!» Sottolinea il concetto scattando in piedi come un gendarme. «Voi, se vorrete danzare, dovete andare a teatro, frequentare musei, leggere... Io adoro leggere: i miei autori preferiti sono Borges, Erri De Luca e Italo Calvino. Ah, gli italiani, li adoro! Non solo gli scrittori, ma gli artisti, il pubblico, i miei ballerini, la gente. Quando lavoro nel vostro paese mi prende qui un’esplosione di calore (indica il petto). Guardate cos’è capace di fare la mia assistente Sara Orselli, italiana.» E qui Carlson chiude il suo incontro coinvolgendo in un esercizio d’improvvisazione le sue due soliste, Céline Maufroid e, appunto, Sara Orselli. Cede la sedia a Sara e chiede alle due ragazze d’immaginare una scena avvenuta la mattina. La sintonia tra le due è speciale. Si capisce che si rappresenta un’incomprensione, quasi un litigio, ma anche una vicinanza forse parentale. Alla fine la tensione si stempera; l’improvvisazione è finita. I ragazzi sono a bocca aperta. «Qui è fondamentale il modo in cu Sara e Céline “abitano” lo spazio» spiega Carlson, che da brava adepta di Nikolais attribuisce a questa categoria fisica un’importanza immensa. «Ci sono modi diversi d’intenderlo. Chi si proietta verso l’esterno e chi sposta tutte le sue percezioni nel mondo interiore, come Bob Wilson, un altro dei miei registi preferiti.» «Perché vivere di danza oggi?» è l’ultima domanda di una stagista che sta per cominciare il workshop. «Perché no?» risponde birichina la Carlson, ben decisa ad allargare la sua community di fan anche grazie all’esperienza novarese. 55 86GDANC86GAHDC8DBE6CN 86GDANC86GAHDC8DBE6CN A6B6HI:G8A6HH Al pianoforte, sul palco a sinistra, c’è Pachi Zennaro. I ragazzi arrivano e iniziano un riscaldamento tutt’altro che blando, guidato da Carolyn, instancabile e, come sempre, generosa. Stabilisce il suo baricentro in una “seconda posizione”(piedi divaricati ben saldi a terra, flessione profonda di gambe) e invita tutti a fare altrettanto. Le braccia del gruppo prendono a oscillare, ora in verticale, ora ondeggiando in trasversale. Ciò che colpisce subito è la fluidità di spalle della Carlson, settantuno anni come solo lei può portare. Finché irrompe il fatidico “gesto unico” di Nikolais. «Sentite la terra sotto i vostri piedi e scegliete un punto in alto, pensate al cielo o al loggione, come preferite. Concentratevi e protendete il braccio in quella direzione, come se voleste raggiungere quello spazio infinitesimale, forse afferrare un oggetto che 56 Gli allievi della masterclass di Carolyn Carlson sul palcoscenico del Teatro Coccia, Novara, 20 aprile 2015. è lì.» A parole sembra una passeggiata, ma la concentrazione degli stagisti scarseggia e lei chiede di ripetere più volte, non stancandosi mai di mostrare, spiegare. Una breve pausa e si parte con l’improvvisazione, altro osso duro per chi non è cresciuto alla scuola di Carolina. Lei si siede e osserva, corregge, aggiusta braccia e posture, passando al setaccio, uno per uno, questi venti ragazzi coraggiosi. L’orologio segna le 19: lei, fresca come una ragazzina, continua a improvvisare figure; i ragazzi – si capisce – sono esausti. Più tardi concorderanno: «La Carlson? Una tigre». Ma tra i vari commenti ce n’è uno che merita davvero d’essere ricordato. È quello espresso da Vito, allievo del corso di teatrodanza alla “Paolo Grassi” di Milano. «Il bilancio di questa esperienza? Sono questi i workshop che ti fanno riflettere se non sia il caso di cambiare mestiere.» La masterclass di Sara Orselli sul palcoscenico del Teatro Coccia, Novara, 20 aprile 2015. 57 86GDANC86GAHDC8DBE6CN :69:HHDIJII>8DCH6G6 Sara Orselli lavora da una quindicina d’anni con Carolyn Carlson ed è ormai la sua assistente. Fuori dalla scena è una ragazza dolce, ma sul palco, mentre balla, è una forza della natura. A lei la Carlson e il Coccia hanno affidato il compito di guidare uno stage per danzatori non professionisti che segue quello della maestra. Dalle 19 alle 21.30 propone esercizi di riscaldamento, stretching ed elevazione e suggerisce idee per improvvisazioni. I suoi ragazzi sono venticinque e hanno formazione e livelli tecnici disomogenei. Lei ne è un po’ intimorita, ma se la caverà alla grande: «Sono soddisfatta» dirà alle 21.30 dopo aver partecipato anche al workshop precedente 86GDANC86GAHDC8DBE6CN Sara Orselli durante l’assolo Mandala, nello spettacolo Short Stories – Islands, Teatro Coccia, Novara, 22 aprile 2015. (una specie di Wonder Woman con le sue sei ore e mezzo di danza senza interruzione). «In fondo mi ha arricchito trasmettere un pizzico di tecnica e consapevolezza a giovani che provengono da mondi così diversi, dal classico all’hip hop.» 6HE:II6C9DADHE:II68DAD Dopo i ragazzi, arriva il momento per il pubblico, che prima di ritrovarsi a teatro ha l’opportunità d’incontrare Carolyn Carlson al Piccolo Coccia. Per tradurre e spiegare la “poesia visiva” dell’artista e il cuore della tecnica Nikolais, è venuta da Firenze anche Simona Bucci. Con l’aiuto della project manager di PerCorpi Visionari, Lucia De Rienzo, e del professor Pontremoli, Carolyn si spiega, scherza, si racconta e firma autografi sul suo libro di poesie Brins d’herbe. 58 Un momento della masterclass di Sara Orselli, sul palcoscenico del Teatro Coccia, Novara, 20 aprile 2015. 59 86GDANC86GAHDC8DBE6CN I:HI>BDC>6CO: a cura di Chiara Castellazzi H=DGIHIDG>:HÄ>HA6C9H Un grande spettacolo tutto al femminile, ma anche una grande festa per il Teatro Coccia e tutti i suoi partner in questo lungo progetto. C’erano tutti a vedere Carolyn che irrompe sul palco, concentratissima, per interpretare il suo Immersion, un solo su musica di Nicolas De Zorzi ispirato, naturalmente, all’acqua, l’elemento tanto amato. La Carlson sola in scena elargisce carisma; i movimenti sono nitidi, le braccia fluttuano nello spazio disegnando arabeschi. Evoca archetipi spirituali e naturali comunicando per diciotto minuti filati un’energia vitale straordinaria. Poi è il turno di Céline Maufroid con Wind Woman, sempre firmato dalla Carlson, che qui esplora il senso dell’effimero ispirandosi al vento. Ognuno di noi è il vento con il suo respiro, suggerisce la coreografa, che affida a Sara Orselli il titolo conclusivo della serata, Mandala, mezz’ora di puro pathos su musica 60 di Michael Gordon. In un cono di luce Sara Orselli, con ampi pantaloni e corpetto beige, accenna a movimenti circolari che partono lentissimi per diventare sempre più rapidi. In lei, verso la fine, quando i bei capelli neri lucenti sono ormai liberati (proprio come il corpo), sembra agire un’anima misteriosa, una forza sconosciuta potentissima e quasi dionisiaca. Grandioso. Come gli applausi del pubblico alla fine, un’interminabile standing ovation. Poi la festa continua dietro le quinte, con la Carlson e le sue due giovani artiste che brandiscono gli enormi mazzi di fiori regalati loro dal Coccia. Piovono sorrisi e ringraziamenti, foto e autografi, abbracci e brevi frasi colme di affetto. Il Teatro Coccia (e tutti i suoi collaboratori) ha fatto centro. PerCorpi Visionari trionfa così con il suo entusiasmo e i suoi mille appuntamenti, fino a quest’ultimo in compagnia di Carolyn Carlson, la regina arrivata da Parigi per il gran finale. Céline Maufroid durante l’assolo Wind Woman, nello spettacolo Short Stories – Islands, Teatro Coccia, Novara, 22 aprile 2015. KD8>9>8DDGE> 6AA676C:K:CI'%&( A caldo, durante i corsi a tempo pieno del Laban Event 2013, a Monte Verità, presso Ascona, le partecipanti di Coorpi – Coordinamento Danza Piemonte si sono espresse sulla loro esperienza e su quali aspetti pensano di poter integrare nel proprio percorso di insegnamento e di creazione. Francesca Cola ha tanto una formazione di movimento terapia che un percorso legato alla performance e alla danza contemporanea. Molto denso il suo curriculum: si forma nell’ambito delle arti performative con Teatro Valdoca, Marcido Marcidoris, Teatrino Clandestino, Motus e negli anni Duemila collabora stabilmente con il teatro del Lemming e con il Laboratorio Operativo Sistemi Sensibili (Luigi Coppola). Approfondisce gli studi con Nicola Hümpel, Michele Abbondanza, Donata D’Urso, Virgilio Sieni, con il performer Benjamin Verdonk e con i videoperformer newyorkesi Caden Manson e Jemma Nelson del Big Art Group. Al Laban Event 2013 ha scelto il corso di Peggy Hackney, “Integrazione delle polarità”, che lavora non sulla coreografia, ma su un movimento più interno, legato a dinamiche anche psichiche. Francesca è convinta che siano esperienze che riverberano nel tempo e quindi pensa di ritrovare questo modo di procedere dopo averlo lasciato sedimentare qualche settimana e probabilmente lo integrerà nel suo mondo artistico. Manuela Macco è laureata in storia dell’arte contemporanea e si è dedicata a studi sulle diverse tecniche del corpo; come artista visiva dal 2000 si è concentrata sulla performance e il video, con esperienze in Italia e all’estero. 63 KD8>9>8DDGE> KD8>9>8DDGE> Ha frequentato lo stesso corso di Francesca Cola – a differenza delle altre partecipanti di Coorpi, che seguivano il corso di “Coreologia – corpo dinamico” – e si è espressa così: «Formata nella Danza Sensibile®, ho ritrovato le stesse pratiche nel corso di Peggy Hackney, ma proposte con le “istruzioni per l’uso”, che la Danza Sensibile®, invece, non fornisce. Mi porterò a casa anche l’analisi del processo artistico, cioè del sistema creativo che è alla base della creazione stessa. Lo stiamo analizzando dal punto di vista del corpo, ma può essere applicato a qualunque processo, nelle arti visive, per esempio, che io seguo da vicino. Trovo in questa analisi una possibilità di applicazione trasversale». Abbondanza e Antonella Bertoni, Julie Anne Stanzak. Dopo alcune esperienze professionali in programmi televisivi RAI, prosegue il suo percorso di danzatrice in produzioni teatrali, dedicandosi parallelamente all’attività di insegnante e coreografa. Attualmente dirige l’associazione Coorpi – Coordinamento Danza Piemonte. Così si esprime sulla sua esperienza al Laban Event, relativamente al corso di “Coreologia – corpo dinamico” tenuto da Alison Curtis Jones: «È un lavoro talmente rigoroso e scientifico che non è certo liberatorio. Non è tanto il linguaggio proposto che mi interessa, ma gli strumenti e i metodi che possiamo utilizzare, ciascuno con il proprio bagaglio. Cristiana Candellero approfondisce la sua ricerca espressiva in Italia e all’estero frequentando maestri di diversa provenienza, fra i quali Elizabeth Corbett, Inaki Azpillaga, Frey Faust, Joe Alegado, Ivan Wolfe, Michele Conversazione, a cura di Chiara Castellazzi, tra le partecipanti di Coorpi al Laban Event 2013, Monte Verità, Ascona. Da sinistra: Cristiana Candellero, Federica Pozzo, Daniela Pagani, Cristiana Valsesia, Manuela Macco, Francesca Cola, Vittoria Carpegna. 64 Rigore e potenzialità a tutto tondo li ho trovati qui in modo molto più evidente e netto che altrove. Chi coreografa e insegna un processo di ricerca ai proprio allievi penso che possa trovare in questo corso un passaggio di strumenti di lavoro e metodi molto ampi e aperti». Cristiana Valsesia, danzatrice, insegnante laureata in scenografia teatrale, coreografa molto legata al Teatro Nuovo e a “Vignaledanza”, racconta l’esperienza puntuale proposta da Alison Curtis Jones: «Ci hanno chiesto di sperimentare la percezione di una persona senza vederla, solo con strumenti sensoriali non visivi. Ho provato una sensazione calda, di vibrazione, che non dimenticherò». Daniela Pagani, danzatrice e performer, insegnante presso Belfioredanza, dice del rapporto con la sua arte: «Vivo la danza come un dono che solo grazie alla spontaneità della condivisione diventa reale. Mi piace sperimentare, osservare e creare. La danza rende forti, perché corpo e mente lavorano costantemente insieme. È anche un gioco, ma quasi sempre un gioco serio». Sulle teorie di Laban Daniela aveva solo coltivato qualche lettura. Al Laban Event, invece, con una persona coinvolta come Alison Curtis Jones, è riuscita a percepire nel gruppo tutta l’energia e la diversità, la relazione, la consapevolezza del corpo. In questa fase, sentendosi molto ricettiva, ha ritenuto che sarebbe riuscita a portare il processo – molto scientifico – appreso durante il corso nell’ambito del suo lavoro, nel quale abitualmente procede in modo assai poco scientifico. Ha avuto consapevolezza che l’esperienza le avrebbe dato molto sia sul piano coreografico sia nell’insegnamento. Federica Pozzo insegna danza classica e moderna alla scuola di Mariella Pozzo, dopo un perfezionamento al Centro Internazionale di Danza di Rosella Hightower, a Cannes, e numerosi stage con maestri della danza contemporanea, quali Stephen Petronio, Peter Goss, David Zambrano, Mauro Bigonzetti, Giorgio Rossi, Roberto Zappalà, Larrio Ekson. Con un bagaglio di esperienze di danza televisiva, partecipazione a film e spettacoli teatrali, dirige la compagnia GAP con la sorella Michela. Ecco la sua riflessione a tutto campo sull’esperienza al Laban Event: «I capisaldi della danza vanno assaggiati perché sono una eredità che ti rende migliore sempre. Io sono abituata a lavorare con la tecnica Chladek, che si incentra sull’asse del corpo, sulle cadute e sulle contrazioni. Qui invece, secondo gli insegnamenti di Laban, ci basiamo sui cinque principi: azione, corpo, energia, spazio, relazione. Sono principi che anche a chi non abbia mai creato nella danza consentono di avere subito una cognizione creativa, di mettersi nella condizione di creare. La danza moderna e contemporanea ti relaziona subito con la situazione attuale, tanto che in questo corso ho potuto trovare attuali principi nati nel 1927. Ci sono principi che ritrovo anche nel jazz e nel contemporaneo. Certo i labaniani sono una “cooperativa individualista”, hanno un buon rapporto con la natura, seguono piani architettonici e spirituali. Qui ho scelto il corso sulla coreologia, ma se non fossero stati orari alternativi avrei desiderato lavorare anche sulla saggezza di Laban sul piano della movimento terapia». Vittoria Carpegna inizia a studiare alla scuola di Mariella Pozzo e a collaborare con la compagnia GAP, approfondisce con numerosi maestri e nel 2010 entra a far parte del progetto di danza The Very Secret Dance Society, 65 KD8>9>8DDGE> diretto da Raffaele Irace, per il quale balla al Festival Internazionale di Danza Contemporanea di Ingolstadt, in Germania, e nel 2012 al Teatro Piccolo Arsenale per la Biennale di Venezia (nella pièce Distrazione di massa). Vittoria sa di voler incorporare nel suo lavoro quanto ha appreso al corso di coreologia, ma attualizzando la visione, poiché sente che a Monte Verità c’è ancora molto di novecentesco. Corsi e workshop organizzati nell’ambito del Laban Event 2013 sono dunque stati una grande opportunità di conoscenza e approfondimento dei principi labaniani, per artiste e insegnanti – riunite nell’ambito del Coordinamento Danza Piemonte – con curricula, interessi e dati anagrafici assai differenziati. Per completezza ricordiamo che le insegnanti dei corsi cui hanno fatto riferimento le partecipanti di Coorpi, nelle interviste, sono 66 Peggy Hackney e Alison Curtis Jones. Peggy Hackney ha condotto un workshop sul tema “Integrazione delle polarità”, che lei stessa così ha descritto: «Se guardiamo agli eventi nel nostro mondo, alle nostre relazioni, a noi stessi, siamo confrontati con il potere delle polarità che deragliano il processo di un coinvolgimento proattivo nella vita. Questo laboratorio è progettato per dare alla nostra comunità Laban-Bartenieff un approccio incorporato per muoversi oltre le polarità». Alison Curtis Jones (così come Rosemary Brandt, il giorno successivo, entrambe responsabili dello Special Diploma of Choreological Studies a Londra) ha condotto il corso di “Dynamic Body”, uno dei cinque principi chiave nel modello strutturale della coreologia (coreologia: integrazione pratica e teorica della disciplina della conoscenza della danza secondo Laban). G69>8>:<:GBD<A> 9:AA696CO69É6GI: :9>8DBJC>I¿>CE>:BDCI: EG>B6K:G: 9:AA696CO6IDG>C:H: a cura di Alessandro Pontremoli Si ritiene, in genere, che la danza, a motivo del suo statuto di arte effimera, priva di un oggetto concreto e duraturo, non possa essere considerata patrimonio artistico. Ciò accade per un pregiudizio estetico che non ha più ragion d’essere in un’epoca come la nostra, che ha prodotto le più sofisticate tecnologie di conservazione e riproduzione dell’oggetto danza.1 Una persistente retorica dell’effimero parla infatti della danza come di un’arte volatile e impermanente.2 Se certamente la danza è refrattaria a lasciarsi raccontare e descrivere con le parole, è altrettanto vero che essa lascia tracce, perché incide segni indelebili nei corpi, nella società e nella cultura che la generano. Ciò accade perché ogni forma di danza è, in primo luogo, sempre una risposta a una precisa istanza culturale; in secondo luogo perché è incorporazione di valori, istanze e comportamenti. Il corpo che danza, oltre a rivelare se stesso e la persona di cui è incarnazione, nella sua immediatezza si presenta come un corpo sociale, un corpo, cioè, che appartiene a una società identificabile, cui deve le sue forme e le sue deformazioni. Ogni cultura, infatti, in base all’estetica corrente, cura il corpo, lo modella secondo precise tecniche, lo manipola nei più svariati modi, lo ostenta vestito secondo un gusto partiAlessandro Pontremoli, La danza fra vecchie e nuove tecnologie, in Le arti multimediali digitali. Storia, tecniche, linguaggi, etiche ed estetiche delle arti del nuovo millennio, a cura di Andrea Balzola e Anna Maria Monteverdi, Garzanti, Milano 2004, pp. 384-400. 2 Ricordanze. Memoria in movimento e coreografie della storia, a cura di Susanne Franco e Marina Nordera, UTET, Novara-Torino 2010. 1 69 EG>B6K:G:9:AA696CO6IDG>C:H: colare, per permettere alla persona di parlare di sé, producendo una vera e propria scrittura sul corpo e con il corpo. Il compito affidato a tale scrittura è quello di veicolare significati e, per loro tramite, organizzare il rapporto fra gli individui e fra essi e la realtà che li circonda. Il corpo sociale si dona, nella comunicazione, come una scrittura della quale è possibile, reciprocamente, una lettura: i molteplici sensi di una espressione facciale, di un comportamento e del modo di manifestarlo nel corpo attraverso una particolare forma possono essere compresi dagli altri. E ciò a un punto tale che non è insolito individuare, in una stessa epoca, dei tratti comuni nei volti, negli atteggiamenti e negli abiti di cui i corpi sono rivestiti. La dialettica fra identità e socialità rivela che esiste una stretta relazione fra i soggetti e le idee, le abitudini, i gesti e le posture proprie del tempo e del luogo in cui un corpo è storicamente e socialmente collocato.3 La comprensione di questo fattore è cruciale per poter afferrare il significato di una esperienza umana come la danza che, se sul versante teorico presenta molti punti di universalità, nella sua fenomenologia concreta è una realtà sempre socialmente e culturalmente determinata. Tali aspetti culturali e sociali sono anche quelli che stabiliscono le distinzioni e le precisazioni dei generi performativi all’interno di una determinata comunità, e che ci mostrano uno spettro di possibilità e di differenze, storicamente e antropologicamente individuabili. La danza si configura allora come una manifestazione, a un tempo del corpo singolo e di quello collettivo, intreccio complesso di tecniche ed espressioni, dalle diverse società di volta in volta intenzionate come EG>B6K:G:9:AA696CO6IDG>C:H: rito, divertimento ludico, programma festivo, pratica sessuale, evento artistico, ecc. Nella danza l’apporto storico-estetico dei corpi dei singoli esecutori, dei danzatori concreti, rappresenta un contributo assolutamente originale, soprattutto nel Novecento, quando ogni forma di tecnica e di lessico vengono azzerati, per permettere un ritorno autentico, sulla scena, del corpo del creatore. Se con il deperimento fisico e con la morte del danzatore vanno persi, in maniera irrimediabile, i tratti peculiari di una particolare esperienza artistica e umana, le tracce disseminate dai suoi processi creativi e dalla sua opera di trasmissione non vanno mai perduti, ma generano nuove forme e nuovi corpi vivi. Per rendere meno ineluttabile la perdita di quell’importante patrimonio culturale che sono le coreografie, gli stili, le pedagogie dei danzatori del passato, la ricerca coreologica opera nel senso del reperimento e della conservazione di tutte quelle tracce, sia materiali sia somatiche, che il corpo danzante lascia dietro di sé nella sua avventura artistica. Nel percorso di ricerca sulle origini della danza moderna in Italia ci si imbatte in modo quasi inevitabile in quello che può a ragione essere definito “il caso Torino”. Il capoluogo piemontese, a partire dal periodo fra le due guerre,4 diviene un centro di divulgazione delle idee moderniste sulla danza, portate, come un vento nuovo, dalle sorelle Raja e Bella Markman (quest’ultima poi coniugata Hutter), che tenevano scuola presso il circolo mecenatesco di Riccardo e Cesarina Gualino. Quella torinese di quegli anni è un’esperienza di eccellenza, caratterizzata da un respiro internazionale e da fermenti creativi di pregnanza storica, che non devono andare perduti.5 Alcuni dei protagonisti degli anni d’oro, come Anna Sagna6 e Sara Acquarone7 ci hanno lasciato un ricco patrimonio di documenti, immagini e coreografie, queste ultime affidate spesso solo ad appunti scarni o alla memoria vivente degli allievi. Torino rappresenta, dunque, nell’ambito della danza contemporanea, la punta di dia- mante di percorsi di ricerca che, a partire dalle radici storiche del primo Novecento (saliente epocale che vede la nascita di una danza moderna genuinamente italiana) fino ai giorni nostri, grazie a nuove generazioni di danzatori, coreografi e operatori, si sviluppano con forme artistiche originali, non meno che con sorprendenti progetti di intervento socioculturale, terapeutici e di comunità. Vittoria Doglio – Elisa Vaccarino, L’Italia in ballo, Di Giacomo, Roma 1993. Alessandro Pontremoli – Elena Zo, Anna Sagna, con uno scritto inedito di Anna Sagna e Gian Renzo Morteo, UTET Libreria, Milano 2005. 7 Alessandro Pontremoli, Sara Acquarone. Una coreografa moderna in Italia, UTET Università, Torino 2009. 5 6 3 4 Alessandro Pontremoli, La danza. Storia, teoria, estetica nel Novecento, Laterza, Roma-Bari 20157. Angelo d’Orsi, La cultura a Torino tra le due guerre, Einaudi, Torino 2000. 70 71 >A8DCK:<CD!A:I:HI>BDC>6CO::>A67DG6IDG> >A8DCK:<CD! A:I:HI>BDC>6CO: :>A67DG6IDG> a cura di Rita M. Fabris Intorno alla trasmissione dei processi creativi è stata da poco avviata una ricerca specifica nell’ambito degli studi di danza. Infatti, sono sempre state privilegiate le tecniche corporee di tipo imitativo, attraverso un approccio di trasmissione orale da maestro ad allievo. Ma come sono stati trasmessi o reimpiegati i processi creativi di tipo esperienziale? Dalla riflessione sulle origini novecentesche della cultura femminile della danza, quando il mecenatismo teatrale torinese e le signore della danza affermavano un’individuale e irripetibile espressione del corpo e una nuova sensibilità coreografica, nell’ambito di PerCorpi Visionari l’Associazione Didee, in collaborazione con Coorpi – Coordinamento Danza Piemonte, il DAMS dell’Università degli Studi di Torino e l’Associazione Filieradarte, ha promosso il convegno “Radici e germogli della danza d’arte e di comunità in Piemonte. Coreografie e ricerche contemporanee. Conversazioni con artisti, studiosi, giornalisti e operatori intorno alla trasmissione dei processi creativi, dai maestri della danza moderna ai coreografi contemporanei” (villa La Tesoriera, Torino, 22 ottobre 2014). Nella stessa settimana, dal 20 al 25 ottobre, sono stati organizzati anche laboratori di formazione con Raffaella Giordano, Franca Zagatti e Doriana Crema, per promuovere l’approfondimento della danza contemporanea e di comunità presso un pubblico di professionisti e non professionisti, in concomitanza con l’ultima parte della XII edizione del festival “La Piat- 72 taforma teatrocoreografico”, che ospitava simbolicamente germogli della danza torinese quali Caterina Sagna, Aldo Rendina, Federica Tardito, Giulia Lazzarino. La curatela della parte storica del convegno, di Rita M. Fabris e di Chiara Castellazzi, insieme con la sottile tessitura di relazioni di Mariachiara Raviola e grazie al coordinamento organizzativo di Patrizia Veglione, ha permesso di dare vita a una settimana intensa di incontri, durante la quale le ricerche teoriche, le pratiche più innovative e le condizioni di possibilità organizzative, sostenute anche dalla Fondazione CRT, hanno consentito di raggiungere un vasto pubblico di addetti ai lavori, giovani studenti e appassionati di ogni età, di ricreare una comunità di corpi e di sguardi visionari su una nuova esperienza di danza. Il convegno intendeva raccontare e studiare le caratteristiche di quei “cenacoli”, prevalentemente femminili, nei quali lo sguardo reciproco di affetto, fiducia e stima esprimeva potenzialità uniche e insite in ogni donna, concedendo a ognuna di emergere dalla sfera privata per rivelare personalità capaci di agire nel confronto pubblico. Bella Hutter, Cesarina Gualino, Sara Acquarone e Susanna Egri hanno rappresentato le radici di questa sensibilità artistica, analizzata dalla storiografia di danza più recente. Negli anni Settanta Anna Sagna apriva la stagione più fervida della rielaborazione dei processi creativi in direzione comunitaria, dall’animazione teatrale all’espressione corporea. Successivamente si diffondevano le nuove sperimentazioni pedagogiche della Danza Sensibile® di Claude Coldy e delle metodologie mutuate da Carolyn Carlson, Pina Bausch e dal post-modern americano. Queste conversazioni hanno costituito un ritorno urgente alla riflessione istituzionale sulle politiche della danza grazie agli interventi iniziali di Marco Chiriotti per la Regione Pie- Il convegno “Radici e germogli della danza d’arte e di comunità in Piemonte”, nella villa La Tesoriera, Torino, 22 ottobre 2014. 73 >A8DCK:<CD!A:I:HI>BDC>6CO::>A67DG6IDG> monte, Enzo Frammartino per il Comune di Torino, Anna Paola Venezia per la Fondazione CRT. Tutti hanno apprezzato il titolo suggestivo scelto per il convegno, “Radici e germogli”, perché – ha spiegato Marco Chiriotti – «al di là dell’immaginario, fa un bilancio delle grandi esperienze della danza a Torino e in Piemonte, con un’impostazione che sta a guardare quanto è stato costruito in questi anni nelle politiche sulla danza, con costanti interventi degli operatori, rivolgendosi alle prospettive che la danza può avere sul territorio e in una dimensione più ampia che è necessariamente europea». PerCorpi Visionari ha infatti saputo mettere insieme grandi istituzioni, come la Fondazione Teatro Coccia di Novara, con realtà metropolitane, come Associazione Didee e Coorpi – Coordinamento Danza Piemonte, che da anni operano sul territorio, con altri che, invece, lavorano in territori più decentrati, come l’Associazione LIS Lab Performing Arts: un esempio virtuoso di collaborazione fra enti che muovono su diversi livelli e che agiscono con diversi approcci, con differenti contenitori di carattere istituzionale. Infine, Chiriotti ha auspicato che si riprenda il rapporto di dialogo e di reciproca collaborazione fra università, regione e istituzioni pubbliche, perché le politiche si costruiscono quando ci sono apporti di carattere intellettuale che danno le prospettive lungo le quali marciare. L’intervento di Enzo Frammartino si è concentrato sul rapporto con il pubblico dei fruitori della danza, sottolineando che realtà come l’Associazione Didee sono in grado di offrire un vero percorso di ricerca e di miglioramento sul territorio, perché – ha puntualizzato Frammartino – «non possiamo fermarci soltanto ai teatri stabili e a quelle che sono le grandi produzioni, sebbene il lavoro del festival “Torinodanza” di Gigi Cristoforetti sia 74 >A8DCK:<CD!A:I:HI>BDC>6CO::>A67DG6IDG> ammirabile, poiché tende a comportarsi non come un teatro stabile, ma ad allargare la platea attraverso il dialogo all’insegna della ricerca. La vera ricerca infatti non può che nascere da una pluralità di soggetti, da una pluralità di visioni e di approcci. La ricchezza di questo progetto è il contributo per far tornare questo territorio a quello che è stato storicamente, una reale palestra per il futuro, un continuo laboratorio di esplorazione, nel quale le arti performative sono nel loro insieme un tassello fondamentale di questo percorso». Anna Paola Venezia è intervenuta sul ruolo che la Fondazione CRT ha in questo tipo di progetti europei, perché ultimamente ha partecipato ad alcuni di essi, vincendo dei bandi come capofila: uno fra tutti il progetto Caravan – Artists on the Road, che è stato pensato secondo la teoria e le tecniche del teatro sociale e di comunità. Come PerCorpi Visionari ha portato la danza per strada, in modo che quest’arte venga conosciuta e avvicinata da tutti, così Caravan ha condotto gli artisti in diverse tappe europee, cercando di trasmettere questa cultura teatrale, poiché l’arte è cultura. «Trovo che la danza» ha concluso Venezia «sia molto importante nel mondo della comunicazione, perché a volte ciò che si riesce a dire con il corpo non si riesce a dire con le parole.» A:G69>8> Nella prima parte della giornata il convegno ha affrontato alcune questioni storiche fondamentali rispetto al ruolo della danza torinese e piemontese nella geografia italiana contemporanea: Alessandro Pontremoli, professore di storia della danza al DAMS dell’Università degli Studi di Torino, ha parlato di “Danze e danzatrici moderne in Italia” per sfatare il mito di una danza contemporanea nazionale nata dal nulla, costola del teatro d’innovazione degli anni Settanta, figlia di estemporanei stages con esponenti dell’olimpo delle avanguardie americane ed europee, riproducente un panorama considerato asfittico, provinciale e privo, sostanzialmente, della fase cruciale del modernismo coreico. Il lavoro di ricerca storica permette infatti di reperire tracce per rispondere a una serie di quesiti scientifici, come: «Quali sono le condizioni di possibilità per l’esistenza di un fenomeno storico? Esiste solo quando è stato pienamente riconosciuto a livello istituzionale? Il fatto che a esso sia stato dato poco rilievo, nel tempo del suo porsi, inficia forse il suo spessore ontologico? Si può negare l’esistenza di una danza libera e moderna in Italia, perché nella vulgata storica e critica non sembra avere influenzato lo sviluppo della fenomenologia posteriore?». Un altro pregiudizio contro il quale lavora Pontremoli è la memoria dell’unica danzatrice moderna in Italia, Giannina Censi, cresciuta all’interno del clima culturale del futurismo. In una prospettiva emica, contemporanea cioè ai fenomeni studiati, per comprendere la reale consapevolezza dei protagonisti, si scopre che la diciassettenne Giannina Censi non sapeva che cosa stesse danzando, ma gli intellettuali futuristi ne fecero un’icona della danza moderna, inserendola in un contesto culturale discorsivo. Ma in che cosa consiste quindi il modernismo italiano? Se c’è stata una critica che non ha prestato molta attenzione nell’andare a scovare le tracce di modernismo della danza italiana, in un caso invece si rileva una certa sensibilità: Vittoria Doglio ed Elisa Vaccarino, nel loro libro L’Italia in ballo, danno per la prima volta dignità storiografica a Bella Hutter, Sara Acquarone e Anna Sagna. Bella Hutter arriva a Torino in un’epo- ca di grandi trasformazioni, portando un’idea di femminilità e di danza libera che aveva incontrato nella Russia di Lenin, dove la mitica Isadora Duncan voleva aprire una scuola di danza per i bambini del proletariato. «Quando Bella incontra la sensibilità del mecenate Riccardo Gualino,» ha detto Pontremoli «accadono delle cose che non vanno lette con lo sguardo contemporaneo, ma con lo sguardo dell’epoca. Creare una scuola non è una cosa da poco per il cambiamento della cultura torinese di quegli anni. Rappresenta infatti la proposta di un’idea di donna completamente diversa: libera di gestire il proprio messaggio artistico, di proporsi in un contesto pubblico, di andare in scena con la propria personalità. Se si leggono le cronache dell’epoca, le affermazioni di Bella Hutter sulla formazione della scuola, prima di via Galliari, poi di via Avogadro, si scopre che nella villa Gualino c’erano i servizi igienici, le docce. Siamo negli anni Dieci.» La radice del modernismo coreico italiano sta quindi in una trasformazione della sensibilità culturale a livello microsociologico, non necessariamente nella tecnica. Si tratta infatti della comunicazione di una nuova femminilità, di una nuova modalità di porsi del corpo in dimensione pubblica e relazionale, della proposta di novità artistiche che generano un movimento culturale notevole a Torino. «Le cronache raccontano» ha proseguito Pontremoli «che quando il Teatro di Torino era vuoto perché il pubblico non arrivava, Riccardo Gualino andava in giro per la strada a regalare i biglietti. In questo modo non fu solo la buona borghesia a vedere, per esempio, i Sakharoff o Mary Wigman, artisti che giravano all’epoca l’Europa con una proposta artistica contemporanea. La modernità di Bella Hutter era di creare una nuova sensibilità, sulla quale si innestano poi due reali danzatrici moderne e contem- 75 >A8DCK:<CD!A:I:HI>BDC>6CO::>A67DG6IDG> poranee della storia della danza italiana, Sara Acquarone e Anna Sagna. In quegli anni lavora a Torino anche Susanna Egri, che contamina il suo linguaggio personale con i modernismi che aveva conosciuto altrove, come le novità della danza jazz che veniva dagli Stati Uniti.»1 Nell’ultima parte del suo intervento Pontremoli ha proposto alcune questioni che hanno prodotto poi varie risposte durante il convegno, in parte perché provocatorie rispetto al futuro dell’opera d’arte di danza, in parte perché nell’affrontare i processi di costruzione culturale il relatore ha rivendicato l’autonomia degli artisti – nella loro proposta di trasformazioni utopiche attraverso la danza – da chi programma la cultura, che non può continuare a perpetuare il feticcio dell’opera d’arte, che da sola non produce cambiamenti, se non in un discorso più ampio che coinvolga diversi attori sociali. Giulia Agnese, esperta di Cesarina Gualino, ha approfondito nel suo intervento la nuova idea di danza e di corporeità che questa singolare mecenate e persona danzante, moglie di Riccardo Gualino, ha narrato nei suoi diari e nella corrispondenza con l’ambiente intellettuale e artistico del primo Novecento. «La nuova arte del movimento» ha raccontato Agnese «coincideva con una nuova coscienza, non solo del ruolo di primo piano che la danza andava ad assumere all’interno della categoria delle arti, ma anche con una nuova consapevolezza della donna, con una nuova capacità della donna di porsi come soggetto della storia. Cesarina Gualino fu molto all’avanguardia nell’avvicinarsi alle realtà estere che vedevano la donna danzante e mecenate avere un ruolo di una certa importanza.» 1 Dopo un’educazione innovativa alla musica, alla pittura, al ricamo e alla fotografia, con il marito Riccardo Gualino, Cesarina poté intessere una fitta rete di relazioni internazionali, che le permisero di appassionarsi di danza all’età di trentuno anni e d’iniziare un percorso di formazione con Georges Hébert, a Deauville, in Normandia, una palestre frequentata già da molte ballerine per il particolare metodo di insegnamento, legato all’attività fisica da praticare all’aria aperta, a contatto con la natura e con una cura non solo per l’aspetto fisico ma anche per quello spirituale. L’attenzione ai discorsi filosofici emerge anche nelle lettere che Cesarina scriveva alle amiche, toccando questioni sul rapporto fra l’uomo e il mondo, la riflessione sul sé, le domande sull’io. Grazie alla visione di Bella Hutter e della sua danza, che era espressione individuale della propria personalità, Cesarina iniziò ad attivarsi sul piano operativo, continuando la sua formazione personale e chiedendo insieme con suo marito l’aiuto dei coniugi Sakharoff, che in cambio di un contributo economico nel Teatro degli Champs-Élysées, a Parigi, accettarono di dare lezioni di danza a Cesarina, oltre ai coniugi Ferrari che già erano suoi insegnanti per quanto riguarda la ritmica. Durante le lezioni con i Sakharoff venivano sviluppate l’arte del movimento e dell’improvvisazione, analogamente alle composizioni improvvisate al pianoforte. In questo modo era possibile sviluppare una grande spontaneità e il senso dell’immaginazione, fondamentale influsso per l’espressione corporea, che non era più un insieme di elementi da apprendere e di regole da eseguire, bensì stimolava l’aspetto soggettivo dell’apprendimento, che andava a influi- La danza jazz. Storia, cultura, tecniche, a cura di Alessandro Pontremoli e Adriana Cava, Aracne, Roma 2014. 76 >A8DCK:<CD!A:I:HI>BDC>6CO::>A67DG6IDG> Un momento di Istantanee, di Susanna Egri (a destra), che andò in scena nel 1953 a Torino. (Per gentile concessione della Fondazione Egri per la Danza.) re sulla nuova consapevolezza del proprio corpo. Cesarina si attivò con determinazione su più fronti: la formazione – con l’aiuto dato per l’apertura della scuola di danza, prima a Cereseto poi a Torino, insieme con le sorelle Markman –, l’organizzazione teatrale e il proseguimento della sua formazione personale. Per quanto riguarda l’apertura della scuola, Cesarina tornò prima del previsto da Deauville, dove stava studiando, e rifiutò la proposta di creare in Italia una palestre analoga a quella francese, perché non solo Hébert trascurava la sensibilità femminile, ma condannava l’artista nel momento in cui fosse arrivato in scena: in questo modo, secondo lui, avrebbe sviluppato solo la propria vanità e non più il lavoro su se stesso. La visione della danza che Cesarina promuoveva nella scuola delle sorelle Markman (dove si insegnavano non solo l’arte fisica del movimento e della danza, ma anche la plastica, la musica, la prosa, la poesia, arti che contribuivano a formare una ballerina completa) era contraddistinta dalla stessa sensibilità che riservò anche alle scelte praticate nei teatri gestiti insieme con suo marito Riccardo: l’idea di fondare un teatro intendeva creare un luo- go dove potessero esibirsi gli amici della coppia. Le scelte furono così orientate su artisti contemporanei di grande innovazione per il panorama artistico torinese dell’epoca, dal 1923 al ’29, tra i quali compaiono i coniugi Sakharoff, Mary Wigman, Émile Jacques-Dalcroze. Anche Cesarina si esibiva in palcoscenico e nel 1925 Riccardo scrisse di aver visto per la prima volta in Cesarina un’espressione artistica: «Ricordo. La musica suonava una marcia funebre, vestita di un peplo bianco, le braccia dolcemente ondeggianti con ritmo lento, stanco, doloroso, la faccia immobile, quasi impietrita, attraversava la scena con poche, misurate movenze. Un brivido mi colse, un brivido che mi tocca ogni qualvolta l’opera umana si trasforma in arte». In conclusione Agnese ha ricordato come Cesarina Gualino condividesse con altre donne contemporanee una comune percezione della danza e della nuova arte corporea come fonte di benessere personale. Quel benessere che oggi ritroviamo sempre più spesso nei processi artistici della danza di comunità. La conversazione di Chiara Castellazzi con Susanna Egri, dal titolo “Abbeverarsi alle fonti, nutrire i germogli”, ha successivamente 77 >A8DCK:<CD!A:I:HI>BDC>6CO::>A67DG6IDG> sviluppato alcuni temi emersi durante i primi interventi, grazie alla testimonianza dell’unica “radice” del modernismo coreico torinese ancora vivente. Susanna Egri, ballerina, coreografa e didatta, si è abbeverata alle fonti della migliore tradizione, tanto accademica quanto moderna centroeuropea (a Budapest aveva studiato con Ferenc Nádasy, allievo di Nicola Guerra, e con Sári Bereczik, allieva di Laban), e in più di sessant’anni di insegnamento ha formato centinaia di studenti e danzatori. L’esperienza formativa di contaminazione della scuola classica con la scuola moderna fu possibile – ha raccontato – per il clima culturale che si respirava a Budapest nella prima metà del Novecento: quindicenne, era stata infatti fortemente impressionata dai recital di danza di Harald Kreutzberg e decideva così di seguire anche i corsi di Bewegungskunst, “arte del movimento”, per poter sperimentare le possibilità creative di questa metodologia moderna e diventare una danzatrice professionista, in grado di coreografare attraverso l’improvvisazione, senza rimanere esclusivamente interprete come i ballerini classici. Egri ha sottolineato inoltre la distinzione fra danza professionale e danza amatoriale che Rudolf von Laban praticava in modo consapevole, senza quei fraintendimenti, oggi rischiosi, fra danza d’arte e di comunità. Grazie a questa solida formazione e dopo essere stata prima ballerina al Teatro della Fenice di Venezia e a Firenze, apriva a Torino, nel 1950, una propria scuola di danza classica e moderna (dopo la tragedia aerea di Superga, in cui persero la vita i campioni del Grande Torino e con loro il padre di Susanna, che era direttore tecnico della squadra). All’epoca, tuttavia, la danza era considerata un’arte che serviva ad «aggraziare, ingentilire», non certo a permettere di calcare le scene tea- 78 trali, quindi la scuola di danza non sarebbe stata sufficiente per portare avanti una professione nella danza, se non ci fossero state in concomitanza le prime sperimentazioni televisive. Si aprì così la possibilità di coreografare concerti di danze con tecniche e stili diversi, di creare il primo originale televisivo, “Le foyer de la danse”, ispirato ai quadri di Degas, e di lavorare alla trasposizione ai nostri tempi di tre opere liriche, fra le quali Cavalleria rusticana. Questo balletto televisivo vinse nel 1963 il Prix Italia e rivelava, in sintesi, i processi creativi attraversati da Susanna Egri: innanzitutto la ricerca di una fonte letteraria che tutti conoscessero, l’opera lirica di Pietro Mascagni, perché il mezzo televisivo si rivolgeva a una platea generalista di spettatori; in secondo luogo l’uso della musica jazz e dei modernismi coreici provenienti dagli Stati Uniti; infine la rielaborazione drammaturgica che sottolineava l’emancipazione femminile, collocando le protagoniste, Lola e Santuzza, in una Sicilia americanizzata nella quale i valori della tradizione, incarnati da Lola, si contrapponevano alla sensibilità moderna della «benzinara» Santuzza. A conclusione della conversazione Egri ha ricordato il suo ruolo nella formazione di un pubblico consapevole, con le proposte pionieristiche di portare a teatro i ragazzi delle scuole pubbliche, almeno dal 1968, secondo un esempio seguito successivamente anche in Emilia Romagna, che ha permesso di creare un clima culturale di interesse intorno alla danza, favorendo nel 1979 la nascita di Aterballetto. A rimarcare nuovamente come sia un processo culturale più ampio e non la singola opera di danza a poter avviare trasformazioni sociali significative e di lungo periodo. Al termine della sezione “Radici” la conversazione fra Norma De’ Piccoli, dell’Università degli Studi di Torino, Claudia Serra e >A8DCK:<CD!A:I:HI>BDC>6CO::>A67DG6IDG> Rosanna Rabezzana si è concentrata sul tema “Anna Sagna. Oltre la danza”, a partire dalla loro esperienza di allieve e ripercorrendo le fasi della prima sperimentazione di Sagna, dalla quale ha preso le mosse una metodologia sviluppata sia con professionisti (danzatori e attori), sia con “esperti” della relazione (in particolare psicomotricisti, educatori e insegnanti), sia con non professionisti, bambini compresi. Sagna, ha ricordato De’ Piccoli, non amava le etichette, anche se servono a condividere discorsi; in particolar modo la sua ricerca sull’espressione corporea ha fatto storia e il convegno stesso ne è una testimonianza. Per rintracciare gli anelli di congiunzione fra la scuola di Bella Hutter e Anna Sagna, Claudia Serra ha raccontato la sua esperienza formativa nella scuola moderna di via Galliari, dove Bella suonava pianoforte e tamburo per accompagnare le lezioni. Serra ha studiato inoltre con Linda Brandermeyer, allieva di Rosaria Chladek, il cui approccio era privo di codici gestuali o narrativi, ma offriva al movimento grande musicalità e libertà d’invenzione. Dopo il 1968 Serra ha studiato anche la tecnica classica, fino ad approdare alle sperimentazioni di Sagna, che insegnava alla scuola Hutter, nel 1970. Successivamente il lavoro ha coinvolto un gruppo di amici (non solo danzatori), che una sera alla settimana si ritrovavano a lezione di improvvisazione, dove si trattava di destrutturare le abitudini di movimento, come per esempio nella ricerca di «mangiare una mela con i piedi», per trovare un proprio movente interno. Anche la musica, colta o non colta, veniva usata come energia, come movente, e si sperimentava anche la destrutturazione della partitura 2 musicale. Il metodo sperimentato a Chiaverano, al conservatorio “Giuseppe Verdi” di Torino e altrove, con pubblici diversi, venne scritto nel 1977,2 quando la città di Torino iniziò a promuovere centri di documentazione e corsi di formazione, quale il corso triennale di qualificazione per insegnanti della Scuola dell’Infanzia (dal 1979 all’81), in cui l’espressione corporea diventava uno strumento di lavoro riconosciuto istituzionalmente. Anche Rosanna Rabezzana ha reso testimonianza della propria formazione con Anna Sagna, avvenuta dal 1975 al ’93: «È stata una scelta monacale, perché l’esperienza era totalizzante, il gruppo viveva come su un’isola. Gli spettacoli non ricevevano una buona accoglienza e quindi era implicito un patto di fiducia con Anna, un’adesione totale alla sua ricerca». Negli anni Settanta c’era stato il movimento studentesco, il movimento delle donne, l’ingresso in massa alle università e la scuola di via Galliari si era trasferita in via Avogadro, per poter accogliere i circa seicento allievi. «La figura stessa dell’allievo viene stravolta, perché» prosegue Rabezzana «si era sparsa la voce in città che potevi andare a scuola di danza senza saper ballare. Ho iniziato a vent’anni.» Sagna voleva una disponibilità totale alla ricerca e costringeva fin da subito a creare attraverso l’improvvisazione collettiva su temi molto precisi, per potenziare il movente di ogni danzatore, il movimento espressivo, credibile, vero, ancorato al presente, perché l’andare in scena era un’operazione che richiedeva una grande responsabilità nei confronti del pubblico. Infine Rabezzana ha raccontato le sue attuali esperienze, nutrite da questo percorso, come per esempio il progetto con una set- Alessandro Pontremoli – Elena Zo, Anna Sagna, con uno scritto inedito di Anna Sagna e Gian Renzo Morteo, UTET Libreria, Milano 2005. 79 >A8DCK:<CD!A:I:HI>BDC>6CO::>A67DG6IDG> tantina di donne, di età fino agli ottant’anni, in cui la narrazione di sé, della loro vita, della guerra, del lavoro e della vecchiaia viene preparata dal metodo di Sagna, che permette di acquisire consapevolezza di sé e del proprio corpo. In chiusura Norma De’ Piccoli ha puntualizzato che «il patto formativo di Anna era molto chiaro: “Qui si fa teatro, non terapia”, per quanto ciò che proponeva poteva essere rifiutato perché provocava delle emozioni, ma questo riguardava ciascuno. Un percorso di sperimentazione che non ha mai perso di vista la dimensione estetica, per rispetto degli spettatori; un percorso che mobilita emozioni all’interno di una cornice estetica ha permesso di creare un confine molto preciso fra teatro e terapia. La mercificazione del lavoro corporeo si ritrova oggi in mille rivoli, ma bisogna distinguere il percorso terapeutico dalla ricerca con finalità estetica». Fra la prima e la seconda sezione del convegno il pubblico ha potuto vedere Al femminile. Sguardi dal territorio, una proiezione video estratta dalla Danza in un minuto (il contest a cura di Coorpi – Coordinamento Danza Piemonte) con una selezione di cortometraggi di un minuto di autrici piemontesi. ><:GBD<A> La sezione pomeridiana del convegno si è aperta con la videointervista di Chiara Castellazzi a Carolyn Carlson (prodotta da Coorpi – Coordinamento Danza Piemonte), che ha più volte attraversato il progetto PerCorpi Visionari. Radice indiscussa della danza contemporanea italiana, a partire dalla sua presenza alla Fenice di Venezia dal 1980, Carlson ha formato molte danzatrici torinesi presenti al convegno, fra le quali Raffaella Giordano, Caterina Sagna e Ambra Senatore. Il primo intervento, a cura di chi scrive, intitolato “Processi creativi fra danza d’arte e di comunità: una mappatura”, ha inteso constatare come i danzatori oggi siano diventati autori e danzeducatori®, in un processo di fluidificazione dei ruoli sociali che ha accompagnato gli artisti a riconoscersi con sempre maggiore coraggio come mediatori culturali, aprendo i personali processi creativi alle metodologie sociologiche di ricerca-azione. Ormai non c’è libero professionista, danzatore, insegnante di danza o istruttore di discipline motorie che non sia stato chiamato da qualche ente sociale, sanitario o culturale a collaborare in specifici ambiti di recupero di relazioni, di disagio, di cura psicofisica o di rigenerazione urbana, laddove la condivisione di territori sempre più abitati ha moltiplicato le difficoltà di convivenza. Sulla scia delle ricerche avviate dalla DES – Associazione Nazionale Danza Educazione Società, l’intervento si è proposto una mappatura degli ambiti d’intervento sociale della danza d’arte e di comunità.3 Fra le più significative: in Emilia Romagna l’attività di Franca Zagatti si è aperta a enti non solo scolastici, mentre in Lombardia l’Associazione Danzarte, diretta da Luisa Cuttini, realizza dal 2009 il corso di formazione per operatori di danza di comunità Danza.Comm. In Toscana nel 2007 il coreografo Virgilio Sieni ha fondato l’Accademia sull’Arte del Gesto, presso i Cantieri Goldonetta di Firenze, dove successivamente Per un approfondimento metodologico: Rita M. Fabris, La danza educativa e di comunità. Cenni storici e metodologici, in Alessandro Pontremoli, Elementi di teatro educativo, sociale e di comunità, con saggi critici di Norma De’ Piccoli et al., UTET, Novara 20152, pp. 215-227. >A8DCK:<CD!A:I:HI>BDC>6CO::>A67DG6IDG> ha iniziato una ricerca di riscoperta e trasmissione del gesto che coinvolge bambini, adulti e anziani. Nel 2013 Sieni ha assunto la direzione della Biennale Danza di Venezia e nel 2014 ha realizzato il progetto coreografico sul Vangelo secondo Matteo, coinvolgendo gruppi di non professionisti provenienti da varie parti d’Italia: Veneto, Trentino Alto-Adige, Puglia, Basilicata, Emilia Romagna e Toscana. Fra i numerosi esempi che si potrebbero ricordare, anche nella storia del territorio torinese si sono avute occasioni di intervento di danzatori professionisti in diverse comunità scolastiche, giovanili e in realtà territoriali fin dagli anni Settanta, a opera degli allievi della coreografa e danzatrice Anna Sagna, come s’è detto durante il convegno. Nella città-laboratorio numerosi interventi di teatro sociale reimpiegano la danza, per esempio in progetti “Radici e germogli della danza d’arte e di comunità in Piemonte”, nella villa La Tesoriera, Torino, 22 ottobre 2014. Da sinistra: Raffaella Giordano, Alessandro Pontremoli, Caterina Sagna nella conversazione su “Danza d’autore e comunità”, con il supporto tecnico di Davide Monge, Lucia De Rienzo e Cristiana Candellero. come Lo splendore delle età (2005-2012) condotto dall’Odin Teatret, con una significativa riproposizione delle danze degli Orixás di Augusto Omolù agli utenti del Centro d’Incontro per Anziani di Moncalieri, oppure durante il Capodanno 2012 organizzato all’interno del progetto europeo Caravan – Artists on the Road, con un gruppo intergenerazionale condotto da Doriana Crema, che celebrava in danza tutta la comunità in festa durante il passaggio al nuovo anno.4 3 80 4 Rising from the Crisis, Association for Culture and Education KIBLA, Maribor 2014. 81 >A8DCK:<CD!A:I:HI>BDC>6CO::>A67DG6IDG> Un progetto pilota di formazione-intervento in community dance nel territorio torinese è stato Co.dance – Abitare corpi – Abitare luoghi (2012). Il progetto, promosso dal CRUD – Centro Regionale Universitario per la Danza “Bella Hutter” dell’Università degli Studi di Torino e sostenuto dalla Regione Piemonte nell’ambito dell’accordo bilaterale Regione Piemonte – Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento della Gioventù, ha coinvolto venticinque giovani performer tra i venti e i ventinove anni, che attraverso un lavoro di creatività ed espressione con il corpo e la performance hanno raccontano gli spazi della quotidianità, i luoghi di crescita, d’incontro e di vita. Il percorso, suddiviso in tre fasi, prevedeva anzitutto la formazione dei giovani “codancer” da parte di professionisti della danza e della community dance; in seconda battuta interventi di community dance all’interno di un contesto di cohousing; e in terza istanza un sostegno economico alla produzione e un accompagnamento artistico e organizzativo dei progetti coreografici selezionati fra quelli presentati dai “codancer”. La fase di congiunzione fra la formazione-intervento e la produzione è stata la realizzazione di Dimore, uno spettacolo intergenerazionale di community dance, andato in scena al Teatro Astra di Torino il 14 settembre 2012, con la direzione artistica di Luca Silvestrini’s Protein Dance (Londra). L’evento ha visto la partecipazione di una settantina di persone, da tre a ottant’anni, professionisti e non professionisti, coordinati da operatori che hanno potuto osservare sul campo e coadiuvare il processo di creazione comunitaria, realizzato attraverso interviste ai partecipanti, selezione di musiche 5 Vedi www.codance.it. 82 adeguate alle diverse fasce di età, registrazione di rumori domestici per costruire una drammaturgia di storie di vita che ripercorrevano fantasticamente l’immigrazione meridionale nel dopoguerra, il desiderio di farsi una famiglia, i ricordi della casa dell’infanzia, la gioia di cercare casa, la paura della guerra, la comunità in festa.5 Si è svolta poi la conversazione fra Alessandro Pontremoli, Caterina Sagna e Raffaella Giordano intitolata “Danza d’autore e comunità”, che è partita dalla constatazione che c’è più pubblico per la «danza danzata» che per la «danza visionata». Come risponde la danza d’arte alla questione? Caterina Sagna ha affermato che se da un lato si trova d’accordo con la considerazione, dall’altro non la mette in pratica, perché non insegna, non fa danza sociale, il suo lavoro è racchiuso nella compagnia, «però il mio modo di proporre di allargare il rapporto con il pubblico della danza consiste nel cercare di proporre una visione che faccia vedere la danza ovunque. Nello spettacolo di ieri sera [Basso ostinato, Compagnie Caterina & Carlotta Sagna, al Teatro Astra di Torino, 21 ottobre 2014, nell’ambito del festival “La Piattaforma teatrocoreografico”] il tentativo è di dire “aprite gli occhi, io sono qui a ballare”, se uno è abile a cogliere in ciò che vede le potenzialità della danza». Raffaella Giordano ha allargato il discorso al processo culturale che dovrebbe sostenere la ricerca sul corpo: «La domanda se c’è sempre più bisogno di praticare il corpo non ci dovrebbe stupire, perché è sempre stato così. Ci sono sempre stati molti ostacoli perché qualcosa potesse germogliare. Qualcosa si può espandere >A8DCK:<CD!A:I:HI>BDC>6CO::>A67DG6IDG> quando molte parti dell’organismo, del sistema, concorrono a sostenere questo processo. La questione è l’essere. L’abitante del corpo è il centro dell’interesse dello studio del movimento, meraviglioso e spaventoso, perché il corpo è chiamato a essere consapevole e quindi a spostare continuamente i paradigmi espressivi, perché ognuno porta in scena anche la sua visione e il suo rapporto con il mondo. Questo fa smarrire anche chi guarda, perché perde i suoi punti di riferimento [...]. Hanno fatto grandi lotte all’inizio del secolo tutti coloro che hanno aperto il cuore alla domanda di mettere al centro la vita, dentro l’espressione del corpo e del movimento. Sembra sempre che si debba ricominciare da capo, perché tutte le parti del sistema non concorrono a sostenere la divulgazione. [...] Siamo nello stesso punto di prima: il problema della comprensione. Ma se porti una persona che non ha mai danzato e insieme con poche parole crei una piccola esperienza di percezione, di attenzione, di sensibilità, cambia immediatamente la prospettiva della lettura delle cose». Secondo Pontremoli bisognerebbe tornare alla potenza dell’andare in scena con il corpo, che deve poter spingere «a fare danzare». Quindi ha chiesto «come le due artiste facciano a fare danzare». Sagna ha risposto che si occupa esclusivamente del processo artistico, non può saper fare il suo lavoro, saperne parlare, in più saperlo vendere. Anche Giordano ha ribadito che bisogna che ognuno faccia la sua parte, il proprio lavoro all’interno del processo culturale, e che ci vuole coraggio perché tutti collaborino. Un ultimo tema emerso riguarda la differenza fra chi va in scena e chi fa terapia. Giordano ha detto che i tempi della produzione artistica non sono certo terapeutici, benché «in quel tempo, spazio e luogo uno faccia un viaggio, non sapendo dove andrà, perché sta liberando determinate energie. La creatività è sempre terapeutica, il movimento è consapevolmente – o no – terapeutico, perché libera, guarisce, espande dei moventi per i quali siamo qui [...]. Il processo è tutto ciò che è stato acceso in questo secolo, anche con degli scempi. Inseguiamo però sempre dei modelli: è come se appena si crea uno spostamento di paradigma, andassero tutti dietro a quello. Come se non riuscissimo a lasciare in pace la coabitazione delle differenze. Questa è una vera tragedia. Rispetto ai modelli, gli stili devono poter coabitare, anche nelle programmazioni, nello sguardo critico, nel divenire delle cose: è qualcosa che se non viene fatto impedisce alle cose di procedere in avanti». Il magistero di Raffaella Giordano si è disseminato durante la settimana di eventi, dal 20 al 24 ottobre, anche attraverso un laboratorio di movimento per professionisti, sul tema “La relazione”, all’interno del calendario di appuntamenti con la formazione promosso da Zerogrammi – Luft Casa Creativa. Dopo l’incontro con le “sorelle maggiori” Caterina Sagna e Raffaella Giordano, è venuto il momento di conversare con i “germogli” della danza contemporanea torinese: Doriana Crema, Ambra Senatore, Barbara Altissimo, Zerogrammi ed Elena Rolla, per i quali si rimanda all’approfondimento curato da Chiara Castellazzi, che ha moderato la tavola rotonda e che qui ne rende conto nelle pagine del capitolo seguente. L’intervento di Franca Zagatti, studiosa, insegnante, artista di danza nei contesti educativi e sociali, oltre che direttrice artistica dell’Associazione Mousikè di Bologna, ha collocato la danza di comunità all’interno di una prospettiva artistica plurale e inclusiva, 83 >A8DCK:<CD!A:I:HI>BDC>6CO::>A67DG6IDG> considerando la danza un bene comune e affermando, così, prima di ogni altro principio, il diritto di tutti alla danza. Ciò che un operatore prospetta e offre a qualsiasi persona voglia danzare è perciò un percorso di crescita e di scoperta, di ascolto e di stupore, di benessere e di presenza. Lo sguardo di chi opera deve essere inglobante, aperto ai territori di un movimento abitato dall’esperienza corporea, richiede una presenza sensibile e una capacità dialogica con i contesti. Per far questo ha bisogno di strutture metodologiche adeguate, versatili e flessibili.6 In particolare Zagatti si è soffermata sulla riflessione che il professionista dedica al suo operato, prospettando un modello metodologico attraverso alcuni concetti. Innanzitutto è importante per l’operatore di danza di comunità spostare il punto di vista all’esterno di sistemi chiusi, come nel gioco dei punti che ha proposto alle persone presenti (vedi la fotografia nella pagina a lato): «Provate a col- >A8DCK:<CD!A:I:HI>BDC>6CO::>A67DG6IDG> Raffaella Giordano con i danzatori partecipanti al laboratorio di movimento “La relazione”, Zerogrammi – Luft Casa Creativa, Torino. l’altra parte. Per raggiungere questo obiettivo, l’operatore può interrogarsi su quattro parole chiave: piacere, perché l’accesso alla danza si avvia attraverso il benessere del fare; ascolto; presenza; e stupore, perché non esiste noia se non quando non si fa più esperienza, anche solo nell’alzare un braccio o nell’immobilizzarsi. La dimensione di stupore può essere raggiunta oggi facendo ritrovare l’esperienza naturale del movimento, che si è persa, perché non è più costruita su percorsi di curiosità: danzando» spiega Zagatti «noi possiamo permetterci ciò che siamo, ma anche ciò che sogniamo di essere. Danzare diventa una concretizzazione di una dimensione latente che in ognuno di noi già c’è. Il compito principale dell’operatore è perciò di prendere l’esperienza del corpo e trasportarla dall’altra parte.» La metodologia mira quindi a creare dei ponti e si basa su due principi fondamentali: l’immediatezza nell’incontro, attraverso una comunicazione con tutto il gruppo, e una corporeità rivisitata, che non risulti modello di qualcos’altro, come nei percorsi carismatici di tipo artistico, ma che sia viva e presente in quel tempo e in quello spazio e non incuta all’altro il timore di «sbatterti addosso». Infine, secondo Franca Zagatti, la dimensione procedurale della trasmissione dell’esperienza non può essere improvvisata, ma esito di un processo di riflessività a partire dal proprio campo coreico. La teoria labaniana e i suoi principi di movimento (corpo, azione, spazio e dinamica) aiutano a strutturare gli incontri e a costruire uno sguardo sul corpo che danza, che si avvicina alle modalità dell’espressione corporea Un momento dell’intervento di Franca Zagatti, “La danza di comunità: un modello metodologico”, nell’ambito del convegno “Radici e germogli della danza d’arte e di comunità in Piemonte”. legare con quattro righe tutti questi punti». Come nell’enunciato non si dice che l’inizio può essere esterno ai punti, così nella pratica della danza di comunità l’operatore ha il ruolo di spostare il punto di vista attraverso una condivisione dell’esperienza. A questo scardinamento dell’esperienza collettiva deve però seguire un’indicazione della dimensione di senso, che può essere di tipo terapeutico, sociale o artistico. «Se si parla di esperienza,» ha continuato Zagatti «ci si riferisce a qualcosa nel quale porre attenzione, un’apertura verso un senso nuovo, una scoperta. Però bisogna condurre le persone fin dal primo incontro a interessarsi ad attraversare quel ponte di esperienza per scoprire cosa c’è dal- Per un approfondimento: Franca Zagatti, Persone che danzano. Spazi, tempi, modi per una danza di comunità, Mousikè Progetti Educativi, Granarolo 2012. 6 84 85 >A8DCK:<CD!A:I:HI>BDC>6CO::>A67DG6IDG> proposte da Doriana Crema nel laboratorio “Sguardi sul corpo che danza”, alla fine della settimana dell’evento, ma che non hanno ancora raggiunto una definizione scritta come nell’esperienza bolognese di Zagatti, a sua volta conduttrice del laboratorio di danza di comunità “Sentirsi danzare”, il giorno successivo al convegno. Nella conversazione conclusiva con Emanuele Masi, Luisa Cuttini e Mariachiara Raviola, chi scrive ha affrontato il tema delle “Prospettive della danza di comunità nella programmazione degli operatori”, attraverso La conversazione conclusiva del convegno, con – da sinistra – Mariachiara Raviola, Emanuele Masi, Luisa Cuttini, Rita M. Fabris, Alessandro Pontremoli, nella villa La Tesoriera, Torino, 22 ottobre 2014. 86 la presentazione delle esperienze di tre realtà italiane: il festival “Bolzano Danza”, il Circuito Danza Lombardia e il festival “La Piattaforma teatrocoreografico”. Masi si è soffermato sui processi di politica culturale che lo vedono coinvolto dal 2011 nella trasformazione di “Bolzano Danza” da «un festival tradizionale o frontale» a un «festival 2.0, perché oltre agli spettacoli, nella progettazione culturale c’è una riflessione sui bisogni del pubblico», che determinano la programmazione sia di spettacoli frontali sia di altre iniziative sul territorio. Per questa rivoluzione gli esempi considerati da Masi sono il festival di Santarcangelo e il “Drodesera Festival”, che hanno portato a ulteriori considerazioni sulla responsabilità sociale d’impresa, che si evolve alla base di un festival. «Le nostre» prosegue Masi «sono imprese culturali i cui budget a disposizione pro- >A8DCK:<CD!A:I:HI>BDC>6CO::>A67DG6IDG> vengono dalle tasse dei cittadini, da banche, da aziende dell’energia. Credo sia fondamentale che un’istituzione culturale restituisca quello che ha preso al pubblico e in modo sempre più capillare in un territorio più vasto, cercando anche quei pubblici che non sarebbero pubblici di quel festival.» Infine, l’attenzione alla sostenibilità economica ha condotto Masi a moltiplicare le manifestazioni oltre gli spettacoli in teatro, cercando di inserire il festival nelle attività già presenti sul territorio, culturali o artistiche, dove l’intervento di danza poteva coniugarsi con quanto già c’era, promuovendo reti e partnership con altre istituzioni. La riflessione sul ruolo dell’operatore è proseguita nell’intervento di Luisa Cuttini – direttrice artistica del Circuito Danza Lombardia, circuito ministeriale della danza per Regione Lombardia, e di C.U.L.T., circuito di teatro urbano lombardo, divenuto ministeriale nel 2014 –, che ha presentato il festival “La Strada” come esempio di conciliazione di danza e di teatro nel sociale e nell’arte, in cui lo spazio esterno utilizzato diventa una frontiera da valicare consapevolmente. Come capofila della NID Platform, la New Italian Dance Platform, intende sottolineare il bisogno (che in inglese suona proprio “nid”) di andare sempre più in questa direzione nella programmazione. Ultima a prendere la parola è stata Mariachiara Raviola, in qualità di direttrice artistica del festival torinese “La Piattaforma teatrocoreografico”, alla sua dodicesima edizione. Il suo intervento ha ricordato come l’urgenza del festival allora e il desiderio del convegno di oggi nascessero dal tentativo di «partecipare alla creazione di una comunità di danza sul territorio, per sostenere i giovanissimi e le giovani compagnie di danza. Il festival ha dato possibilità di visibilità, spazio, crescita e confronto a compagnie che si sono trasformate, ha dato vita a molti processi creativi che si sono intersecati con altre arti e con il sociale. Il festival nasce da una comunità di donne che ogni anno si mettono attorno a un tavolo e che sono cresciute in questi anni. Non avrei potuto portare avanti questo lavoro se non dentro a una comunità di sostegno intellettuale culturale e umano». Quali sono state le domande urgenti per programmare ogni anno il festival? Innanzitutto la crescita, e poi il taglio delle risorse, che hanno allontanato la possibilità di usufruire di un teatro. La precedente edizione del festival, infatti, era stata organizzata ai Cantieri OGR di Torino, mentre nel 2014 la disponibilità del Parco del Nobile ha determinato la trasformazione della scelta artistica e della domanda di partecipazione alle compagnie, promuovendo così un diverso processo creativo e un nuovo rapporto con il pubblico. Giorgio Rossi, altro germoglio di Carolyn Carlson, ha accolto la richiesta di portare il suo spettacolo nei prati, che ora circola spesso in luoghi naturali, dove c’è una comunità diversa di spettatori: bambini, anziani, persone e cani... «Negli anni» ha continuato Raviola «il processo di incubazione di giovani compagnie ha accolto un progetto importante come Co.dance, ideato dall’Associazione Filieradarte con l’Università di Torino», che ha condotto giovani performer ed educatori a lavorare all’interno di una comunità, per poi accogliere queste esperienze nel loro primo processo artistico e creativo all’interno della “Piattaforma”. «La sfida che si pone agli artisti» conclude Raviola «è la necessità di offrire al pubblico un’esperienza di comprensione del processo artistico, mentre la sfida per gli operatori è di creare comunità per cercare di avere un futuro. Una comunità che coinvolga le istituzioni pubbliche, l’università e il mondo della danza.» 87 :G:9>I¿:EGD<:II>;G66GI::8DBJC>I¿ :G:9>I¿:EGD<:II> ;G66GI::8DBJC>I¿ a cura di Chiara Castellazzi Se il Laban Event 2013 di Monte Verità può considerarsi un evento monografico teorico-pratico su Rudolf von Laban e la sua metodologia – con sconfinamenti sulla sua produzione artistica e la sua eredità –, da parte italiana PerCorpi Visionari ha scelto nel convegno di Torino del 22 ottobre 2014 di inoltrarsi nella disamina delle grandi figure di riferimento nella danza moderna da questo lato del confine, che hanno avuto un’influenza sulle giovani generazioni di coreografi paragonabile a quella della scuola labaniana per le giovani compagnie in Canton Ticino. Dalla prospettiva particolare incentrata sulla trasmissione dei processi creativi (peraltro estesa a laboratori pratici condotti da Raffaella Giordano, Franca Zagatti e Doriana Crema) e soffermandosi sulle grandi personalità “autoctone” e al contempo di respiro internazionale che hanno fertilizzato il terreno della coreutica piemontese, si possono anche rintracciare pratiche e correnti artistiche i cui rivoli partono dalle stesse sorgenti o, se manteniamo la metafora botanica, le cui fronde si diramano dalle stesse radici. Signore della danza torinese, cresciute alla scuola delle sorelle Markman-Hutter, come Sara Acquarone e Anna Sagna (che peraltro per un periodo hanno anche insegnato alla scuola “Bella Hutter”), oppure venute dal Centroeuropa, con alle spalle esperienze moderniste di ascendenza labaniana e classiche di scuola anche italiana, come la magiara naturalizzata Susanna Egri, sono state di vitale importanza per generazioni di artisti piemontesi dall’ampio percorso europeo. Senza voler ricostruire alberi genealogici – processo che sarebbe quanto mai improprio nell’ambito della coreografia contemporanea, così 88 permeabile a contaminazioni e così aperta a itinerari formativi diversificati, stratificati e autogestiti –, nella seconda parte del convegno si sono ascoltati alcuni “germogli” che hanno avuto per maestri personalità della sezione “Radici”. Interviste a verdi virgulti della danza piemontese sull’esperienza del Laban Event di Ascona si possono invece trovare, in questo volume, nell’approfondimento “Voci di Coorpi al Laban Event 2013”. Lo scambio di idee e riflessioni sui temi del convegno di Torino si è definito alla luce dei percorsi intrapresi da ciascuno dei giovani, ma affermati artisti chiamati a intervenire, alcuni dei quali con ascendenze interrelate con i protagonisti della sezione del mattino (Doriana Crema e Ambra Senatore), altri magari molto legati a esperienze labaniane (Elena Rolla e gli Zerogrammi) o teatrali (Barbara Altissimo) e comunque assai interessati alla rielaborazione in direzione comunitaria o d’espressione corporea dei processi creativi appresi. Sollecitati a individuare continuità e discontinuità del proprio approccio rispetto a quelli trasmessi dai maestri, gli intervenuti si sono focalizzati sulle modalità di lavoro da ciascuno sviluppate per la scena, in relazione a quelle utilizzate in ambito comunitario, per un recupero di radici e germogli di teorie di pratiche condivise. Alcuni, come Doriana Crema e Ambra Senatore, a partire dall’esperienza di Anna Sagna e dalla formazione con ex Sosta Palmizi – che pure sono passati dalla nikolaisiana Carolyn Carlson – oppure attraverso percorsi diversi, con forti influenze labaniane, come Elena Rolla e Mazzotta-Sciannamea, o registico-teatrali, come Barbara Altissimo che per anni ha 1 lavorato con Valter Malosti, i “germogli” con i quali si è portato avanti un approfondimento nella seconda parte del convegno hanno dimostrato di avere coscienza e gratitudine per le radici dalle quali originano. Ciascuno con un proprio ampio percorso autonomo d’artista, questi coreografi, in sala prove, ritornano a riconoscersi in attitudini e pratiche dei maestri che sentono vitali e vivificanti per la propria ricerca. In particolare Ambra Senatore si è inoltrata nella disamina di questo percorso di riconoscimento che dà senso alla ricerca delle affluenze e confluenze delle correnti creative indagate in questa sezione. Inoltre i partecipanti sono stati sollecitati a dare rilievo agli elementi osmotici fra i propri modi di procedere nella società e nella ricerca per la scena e si sono inoltrati nelle dinamiche che rendono possibile che le due esperienze si nutrano l’una dell’altra e si compenetrino. Elena Rolla,1 danzatrice, coreologa e programmatrice, sottolinea il suo costante riferimento e utilizzo della coreologia labaniana nel suo lavoro di assistente coreografa di Raphael Bianco della Compagnia EgriBiancoDanza, così come di Denis Plassard in occasione dell’oceanico “Défilé Torino-Lione” di ottocento danzatori non professionisti per le vie delle città gemellate al qua e al di là delle Alpi. Gli insegnamenti teorici e metodologici appresi al Laban Center di Londra (diploma in Choreological Studies, analisi del movimento Laban, integrazione pratico-teorica della disciplina della conoscenza della danza) le consentono infatti di analizzare e sintetizzare l’essenza del movimento e del gesto dal punto di vista delle qualità spaziali e dinamiche, che si applica- Per approfondimenti vedi www.egridanza.com. 89 :G:9>I¿:EGD<:II>;G66GI::8DBJC>I¿ no, al di là di stili e tecniche, a ogni linguaggio espressivo della danza e a ogni manifestazione della corporeità, mettendone in luce la valenza emozionale e relazionale. La coreologia è dunque per Rolla un valido metodo non tanto di sperimentazione, quanto di traduzione di intenzioni ed esigenze del coreografo, applicabile a qualunque tipo di movimento, anche in campo non teatrale. In grande scala, nel “Défilé” del luglio-settembre 2014, nell’ambito di “Torinodanza” e della Biennale di Lione, Elena, che è stata la coordinatrice del progetto, ha potuto tradurre le intenzioni e il disegno complessivo del coreografo francese Plassard e metterli a disposizione dei gruppi partecipanti piemontesi. C’è stato sicuramente anche a tavolino un grande lavoro di proiezione e di immaginazione di un disegno comune che coinvolgesse i quattrocento torinesi, perlopiù gruppi già abituati alla danza, perché in gran parte provenienti dalle scuole, e i quattrocento lionesi, anche cittadini comuni, e le marionette con le quali tutti lavoravano. Nel colossale progetto italo-francese la più grande soddisfazione, afferma Elena, è stata la restituzione umana: il coinvolgimento e la generosità delle persone in un progetto artistico proposto per la prima volta a Torino, che ha creato coesione nei partecipanti ed è stato importante anche nella formazione e sensibilizzazione del pubblico. Sollecitata invece sull’eredità appresa da Susanna Egri (pedagoga più che educatrice, in un processo laboratoriale ed esperienziale, come ha lei stessa evidenziato nella conversazione della prima parte del convegno), Elena Rolla ha sottolineato la curiosità e l’apertura di interessi e di sensibilità per declinazioni di2 3 Vedi www.paolabianchi.com. Vedi www.ambrasenatore.com. 90 :G:9>I¿:EGD<:II>;G66GI::8DBJC>I¿ verse della danza, che la decana delle insegnanti torinesi ha sempre praticato e stimolato nei suoi allievi. Paola Bianchi,2 danzatrice e coreografa indipendente, di formazione Anna Sagna, collabora con numerosi videoartisti, registi e gruppi teatrali e fonda nel 2009 il collettivo c_a_p. Non potendo essere presente al convegno torinese, ha inviato un video con dissolvenze e opacità visive peculiari di altri suoi lavori, dove descrive la sua esperienza all’interno di una comunità provvisoria che si occupa di pura ricerca, svincolata dalla produzione. Ambra Senatore,3 di vasta esperienza italiana ed europea, è coreografa e performer, autrice tra 2004 e 2008 di soli e dal 2009 di spettacoli di gruppo, in cui fonde dinamiche di movimento danzate con elementi teatrali, in un’attenta costruzione drammaturgica. Nelle sue pièce l’evocazione della realtà per frammenti e l’osservazione della natura umana tinta di ironia affiancano l’esplicita dichiarazione del gioco della finzione teatrale e l’interrogarsi continuo sulla forma spettacolo. Importanti festival e teatri internazionali, quali il Théâtre de la Ville di Parigi, programmano le sue produzioni. Di recente è stata selezionata la sua candidatura a direttrice del Centre Chorégraphique National di Nantes, in Francia, e le è stato assegnato l’incarico a partire dal 2016. Ambra Senatore ha spesso parlato di Raffaella Giordano e Roberto Castello come di “fratelli maggiori” e si esprime sui suoi punti di riferimento a partire proprio dalla conoscenza e consapevolezza delle stratificazioni storiche della danza contemporanea, di cui ha dato una testimonianza anche nel suo testo pubblicato da UTET nel 2007, La danza d’autore. Vent’anni di danza contemporanea in Italia. Alessandro Pontremoli, anch’egli citato fra le personalità che più hanno influenzato il suo cammino, proprio nel convegno di PerCorpi Visionari si è espresso sulla necessità da parte dei giovani coreografi di avere questa consapevolezza storica per poter rivendicare su di sé un processo artistico. La coreografa piemontese, sull’argomento “radici e germogli”, si sofferma sul concetto di riconoscimento. Riconoscimento nei maestri di un qualcosa al quale da più tempo essi danno voce e forma e che lei ha sentito appartenerle ed essere per lei importante e vitale. È forse questo riconoscimento il passaggio fra le radici e i germogli. Tanto negli assoli, quanto nelle pièce di gruppo, Ambra ricerca una danza della persona che esiste in quanto corpo. “Radici e germogli della danza d’arte e di comunità in Piemonte”, villa La Tesoriera, Torino, 22 ottobre 2014. Da sinistra: Doriana Crema, Stefano Mazzotta, Emanuele Sciannamea, Chiara Castellazzi, Barbara Altissimo, Elena Rolla, Ambra Senatore, Alessandro Pontremoli. Da quando lavora più in Francia che in Italia ad Ambra è spesso capitato che i teatri le chiedano di partecipare ad alcuni progetti di mediazione culturale. Attraverso la danza, che là è vista come qualcosa di vicino, viene chiesto di incontrare cittadini, persone, magari di quartieri critici, di recente immigrazione. Le è dunque successo di lavorare con bambini delle scuole, per i quali non ha una preparazione specifica, ma collabora con gli insegnanti fondendo le proprie competenze con le loro. E ora 91 :G:9>I¿:EGD<:II>;G66GI::8DBJC>I¿ proprio in questo lavoro la coreografa trova un grande senso, un profondo nutrimento, gli stessi cui attinge nella relazione, nello scambio e nell’ascolto anche nel processo creativo con le altre persone con le quali si trova a creare per la scena. Proprio in questa condivisione trova il senso del suo essere e operare nella danza. Questo spazio comunitario, in generale, è per lei molto importante, sia che si parli di una comunità estesa, sia che si tratti di una piccola comunità di persone che si sono scelte per lavorare insieme. È questo uno spazio dove vuole essere e dove esiste uno scambio attraverso modalità del corpo, ma non solo. In tali momenti comunitari, sia nella creazione per la scena sia nel lavoro con i non professionisti, è continua per Ambra la presenza degli insegnamenti e dei processi creativi appresi dai maestri. La coreografa torinese fa nuovamente riferimento a Roberto Castello e a Raffaella Giordano, ricordando che ci sono parole chiave che l’accompagnano. Rispetto al fondatore di Aldes, per esempio, cita il “fare” all’interno di una comunità, con semplicità, con uno spirito artigianale, concreto, e con senso di responsabilità, sia verso le persone con le quali si trova a lavorare (professionisti o no), sia – per quanto riguarda gli spettacoli – verso le persone che sono state convocate a osservare e condividere il lavoro portato in scena. Da Raffaella Giordano ha mutuato in particolare un aspetto maieutico secondo il quale ognuno può insegnare, anche a se stesso. Inoltre a lei attribuisce una inesausta ricerca di senso e di essenzialità in quello che si fa e si condivide, con consapevolezza. E ancora :G:9>I¿:EGD<:II>;G66GI::8DBJC>I¿ un ascolto, un’accoglienza verso se stessi e gli altri, che è importante a tutti i livelli e nei diversi aspetti della condivisione, nel lavoro di ricerca così come nell’incontro con i non professionisti. Per Barbara Altissimo,4 formatrice, regista e studiosa del movimento emotivo e corporeo, il grande maestro è stato il proprio sentire interno, la propria necessità. Danza e arte sono terapeutiche di per sé, afferma. Ognuno prende dell’arte quello che gli serve per nutrirsi. Diplomata all’American Musical and Dramatic Academy, Barbara Altissimo è anche naturopata con master in bioenergetica; il nome della sua associazione – Liberamenteunico – è un manifesto programmatico di ricerca della bellezza e dell’unicità nelle diversità. Anche il tema del sociale viene da lei affrontato dal punto di vista del singolo. La coreografa osserva il microcosmo, il movimento interiore, il piccolo e semplice quotidiano che racchiude una grande poesia. Lavora con professionisti e non professionisti, come peculiarità del suo linguaggio. Nel 2011 avvia un lavoro costante con alcuni ospiti del Cottolengo di Torino, che prende forma nel progetto “Polvere”, una trilogia costituita dallo spettacolo Polvere d’Italia, il paese visto dalla prospettiva peculiare del Cottolengo, per arrivare a Polvere, la vita che vorrei, in cui si parla di quello che le persone avrebbero desiderato, e poi a Polvere mundi, il viaggio, per salpare verso geografie immaginarie. Sottolinea Barbara, ricollegandosi ad alcuni interventi della sezione “Radici”, che per le persone ospiti del Cottolengo rispettare i tempi è terapeutico e importantissimo e avere tempi d’incontro e di espressione e obiettivi da raggiungere è vitale e vitalizzante. Altissimo lavora sull’unicità come fonte di salvezza. «Sapere che ciascuno di noi è unico» afferma «è fonte di consolazione. Unicità è uguale a diversità e la diversità è bellezza. Il Cottolengo è il regno della diversità e della bellezza, basta allenarsi a vederla. Bellezza nelle persone, che è più facile da trovare, e anche nei luoghi, che proprio belli non sono». Da queste persone che abitano in una città nella città, quale è l’Istituto Cottolengo per Torino, Altissimo ha imparato un insegnamento importantissimo: a prendere le cose per come sono, a stare con quello che c’è. Zerogrammi5 è una compagnia di teatrodanza fondata a Torino nel 2006 dai coreografi e danzatori Stefano Mazzotta ed Emanuele Sciannamea, che fra i numerosi insegnamenti ricevuti alla Scuola Civica di Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano molto hanno appreso e si sono riconosciuti nel corso della labaniana Maria Consagra. Anche Mazzotta e Sciannamea, come Barbara Altissimo, considerano l’urgenza creativa come la prima consigliera. Ogni loro produzione scaturisce non solo dal lavoro in sala, ma da un programma di residenze coreografiche, attività di formazione e scambio di competenze tra artisti, progetti video e fotografici intorno alle tematiche affrontate. Così ogni azione a esse connessa diviene un segno, una tappa di un diario di viaggio che è ricerca (anche geografica) della più efficace forma di condivisione e di un’onestà scenica costruita con l’ausilio di linguaggi molteplici. Riguardo alla loro esperienza di community dance, per esempio nel progetto torinese Co.dance nel 2012 e in quello con il Teatro Pubblico Pugliese, a Nardò (Lecce), nel 2011, i due coreografi ribadiscono la loro curiosità nell’osservare il mondo e quindi anche la comunità. In Puglia, ricordano Mazzotta e Sciannamea, non avevano una strategia specifica, anche se avevano idee molto chiare su cosa passare ai partecipanti, non professionisti, a livello esperienziale. Si sono trovati a gestire un grande entusiasmo (e grandi numeri: a Nardò i partecipanti erano più di cento) e un’energia che poi ha lasciato loro molto. Stimoli e dinamiche che riguardano la quotidianità, e che poi essi portano in scena, vengono da questa esperienza con gli amateurs. Così come il lavoro sul gesto quotidiano stimola e interessa i ragazzi che incontrano nelle scuole (Zerogrammi ha ideato per il Comune di Torino i progetti condotti con gli allievi del liceo “Gioberti”: “inTOframe. Immagini da una città mobile”,6 Torino attraverso una riflessione sui luoghi urbani e sui suoi abitanti; e “WE MOVE. Divisioni e prossimità”,7 sui cambiamenti del volto delle città e dei modi di abitarle), allo stesso tempo nutre anche il lavoro che i due coreografi portano in scena. «Torniamo dai seminari nelle scuole» così affermano Stefano ed Emanuele «con un vocabolario arricchito di gesti e di possibilità positive.» Doriana Crema,8 indimenticata interprete di Quore e Senza titolo di Raffaella Giordano, ha seguito tutta la formazione di Anna Sagna. Nel convegno si è soffermata su queste due Vedi www.zerogrammi.org. Vedi www.zerogrammi.org/#!intoframe/c1h12. 7 Vedi www.zerogrammi.org/#!we-move/ctud. 8 Vedi www.dorianacrema.net. 5 6 4 Vedi www.liberamenteunico.it. 92 93 :G:9>I¿:EGD<:II>;G66GI::8DBJC>I¿ figure di riferimento, attribuendo alla prima la parola “perseveranza”, nel seguire la propria visione, e alla maestra “rigore”, nel senso del rigore creativo. Dalla consapevolezza dell’importanza di questa impostazione dei suoi spiriti guida – e siamo ancora nell’ambito del riconoscimento, nell’accezione di cui si parlava prima – Doriana sottolinea la necessità di avere e nutrire una visione. Avere una visione nasce da dentro, da un’esigenza o urgenza, se vogliamo, ma è qualcosa che va alimentato e tenuto vivo. Si tratta di qualcosa che si colloca all’interno di un processo che prevede un prima e un dopo, da dove veniamo e dove andiamo, che cosa portiamo avanti per noi. Di questo bisogna avere consapevolezza, così come dello spazio. In questo senso per Doriana Crema è importante anche lo spazio, il riconoscimento di uno spazio per il lavoro, che si tratti di danzaterapia, di uno spettacolo o di fare formazione. C’è e ci deve essere uno spazio per ciascuna di queste attività, senza mettere in gerarchia che cosa sia più giusto o più importante. Nel suo lavoro Doriana si preoccupa di creare lo spazio, perché un atto creativo, di qualunque genere esso sia, possa nascere. Per questo l’artista invita i giovani a chiarire e verificare la propria visione. Poi bisogna tenerla a mente, come linea guida, come verifica dei propri obiettivi, sia nell’insegnamento, sia nella 94 creazione e anche nella vita quotidiana. La visione di Doriana va nella direzione di trovare nella danza – come arte o terapia – la bellezza, la guarigione, la spiritualità e quindi uno spazio dal quale possa muovere un futuro migliore. Poiché ha prima insegnato, poi per una decina d’anni ha creato per la scena, anche in assoli, e ora è tornata alla formazione, questa artista ha potuto riflettere sui passaggi ai quali ha dedicato tempi diversi della sua vita. In ogni campo, come ha affermato, dà un’attenzione allo spazio, ma anche al tempo e allo sguardo. Spesso nei seminari si sente rispondere che quel che attrae di più lo sguardo negli spettacoli è la presenza, cioè un corpo che pienamente si muove e pienamente muove lo spazio. Crede quindi che si debbano creare lo spazio e il tempo affinché si sia integri nel guardare l’altro, per quel che porta nel momento specifico, qui e ora, affinché possa crearsi la presenza nello spazio scenico. Infatti una delle peculiarità del lavoro di Doriana è accompagnare gruppi di lavoro nell’ambito della ricerca sui temi dell’autonomia creativo-artistica. Radici e germogli, eredità e progetti, trasmissione e condivisione. Ritroviamo nel dialogo con questi giovani artisti continuità di senso e di etica fra passato e futuro, fra ricerca per la scena e per la società. B>HJG6G:>G>HJAI6I>/ A6K6AJI6O>DC:9:>FJ:HI>DC6G> 9:AEGD<:IIDE:G8DGE>K>H>DC6G> a cura di Melissa Capelli e Pasquale Seddio B>HJG6G:>G>HJAI6I> Il Dipartimento di Studi per l’Economia e l’Impresa (DISEI) dell’Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro” ha ricevuto l’incarico di monitorare e valutare il progetto PerCorpi Visionari – Percorsi sconfinanti tra danza e performance contemporanea, finanziato dal Programma Operativo di Cooperazione Transfrontaliera Italia Svizzera 2007-2013. Il progetto si compone di numerose tipologie di iniziative, che possono essere ricondotte principalmente ad attività di laboratorio, quindi di formazione, e spazi in cui il pubblico incontra gli artisti. Ci si è posti l’obiettivo di valutare e misurare la soddisfazione degli utenti utilizzando i seguenti strumenti: – la Customer Satisfaction, cioè quella che riguarda gli allievi e il pubblico in generale; – la Stakeholder Satisfaction, cioè quella degli operatori culturali coinvolti. Naturalmente, obiettivi diversi richiedono strumenti di valutazione differenti. Per raggiungere tali obiettivi, all’inizio, sono quindi state elaborate tre tipologie principali di questionari: 1. Questionario Allievi; 2. Questionario Pubblico; 3. Questionario Artisti. A queste tre tipologie nel secondo anno di attività si è aggiunta un’ulteriore tipologia di questionario: quella per le esperienze teatrali. Scendendo maggiormente nel dettaglio, la macrotipologia del Questionario Allievi può essere suddivisa in tre sottocategorie a seconda della fascia d’età dei partecipanti ai laboratori. La prima è una versione molto 97 B>HJG6G:>G>HJAI6I> semplificata, pensata e realizzata con lo scopo di sottoporla ai partecipanti più piccoli. La struttura si articola in sei semplici domande che mirano a indagare le eventuali esperienze simili pregresse, l’abilità dell’insegnante nel coinvolgere i bambini e nel farli lavorare in gruppo, il giudizio complessivo dell’esperienza, cosa è piaciuto di più, nonché la volontà del bambino di ripetere il laboratorio e consigliarlo ad altri. Il tutto realizzato con grafica semplice e utilizzando delle scale di giudizio rappresentate da faccine. Una seconda versione del questionario è rappresentata da un’evoluzione della prima, ed è dedicata ai ragazzi tra i dieci e i quindici anni. Anche in questo caso l’architettura è realizzata da domande semplici e dirette e dalla scala di giudizio con le faccine. In questa tipologia, tuttavia, le domande aumentano e si fanno maggiormente mirate. Oltre alle eventuali esperienze pregresse, allo stile della docenza e alla soddisfazione ricavata dall’esperienza, si indaga sulla conoscenza dei linguaggi della danza e della performance contemporanea, si richiede una maggiore criticità sullo stile di conduzione del laboratorio da parte del docente e sull’eventuale necessità di approfondire e ampliare i temi trattati, nonché la richiesta di dispensare consigli per migliorare sempre più l’evento. Immancabili, naturalmente, le domande sul lavoro di gruppo, su quanto è piaciuto, sull’utilità dell’evento per apprendere nuove conoscenze o semplicemente per stimolare la curiosità e sull’eventuale volontà di ripetere e consigliare l’esperienza. La terza tipologia di questionario è quella decisamente più strutturata. In questo caso le domande sono ancora più impostate e dettagliate e la griglia di giudizio rappresentata dalle faccine lascia il posto a una scala vera e propria, che grazie ai valori che vanno da uno a nove permette di manifestare una soddisfazione bassa, media o alta (in alcuni casi si parla di accordo e non di soddisfazione). Come già accennato, i punti cardine non cambiano anche in questo ultimo tipo, si contemplano domande sulle esperienze e sulle conoscenze pregresse, su cosa è piaciuto, su eventuali temi da trattare o approfondire, sullo stile didattico del docente, sulla valutazione complessiva dell’esperienza e sugli eventuali consigli. A tutto ciò si aggiungono domande mirate a comprendere le aspettative degli allievi, la capacità del docente di articolare e plasmare i laboratori rispetto alle esigenze di coloro che vi partecipano, di comunicare il proprio messaggio e di rispondere ai quesiti proposti. Passando ora a esaminare il Questionario Pubblico, emerge che anche per il pubblico è importante valutare le esperienze e conoscenze pregresse, le aspettative, la valutazione dell’esperienza, il possibile apprendimento di nuove conoscenze, cosa è piaciuto, eventuali consigli. A ciò si aggiunge la richiesta di indicare le emozioni suscitate, la valutazione dell’artista e delle sue capacità, la valutazione della location, dei locali utilizzati, del personale e della comunicazione, nonché di come il partecipante sia venuto a conoscenza dell’evento. Tutto questo, naturalmente, ponendo domande molto dettagliate e con scala di valutazione da uno a nove (a eccezione delle risposte a carattere multiplo o libero). Totalmente diverso è invece l’approccio del Questionario Artisti. In questo caso, infatti, si misura con scala da uno a nove, sempre ove possibile, la soddisfazione dei portatori d’interesse. Si rilevano, quindi, l’utilità dell’esperienza per il proprio percorso professionale-artistico, l’utilità per la crescita professionale, le difficoltà e le opportunità di convivenza e confronto con altri artisti, il rapporto con il pubblico e gli utenti dei laboratori, le sensazioni trasmesse, la valutazio- 98 B>HJG6G:>G>HJAI6I> ne della location, dei locali, del personale (lo staff dell’organizzazione e amministrativo), gli eventuali problemi insorti e le capacità di problem solving. Immancabili, naturalmente, le domande su esperienze pregresse e su eventuali consigli, utili per migliorare sempre più l’evento. Per quanto concerne, invece, il questionario sulle esperienze teatrali, si riprende la falsariga di quelli riservati agli allievi più piccoli, ma con domande specifiche sul teatro. Inoltre, nel secondo anno di attività, sono stati introdotti in tutti i questionari campi predisposti alla raccolta di informazioni concernenti l’età e il titolo di studio (quest’ultimo non figura nei questionari per i bambini e i ragazzi). L’analisi dei dati è stata sviluppata e suddivisa in tre parti: – Descrizione dell’evento/artisti; – Analisi empirica vera e propria; – Brevi conclusioni tratte dall’analisi. A6B:ID9DAD<>6 Descritte le tipologie dei questionari, si procede ora a illustrare la tecnica base di analisi, rimandando eventuali specificità ai singoli casi. Trattandosi principalmente di dati di tipo qualitativo, ci si è mossi raccogliendo le frequenze assolute, cioè il numero di persone che hanno scelto tale variabile, per poi rappresentare tali dati tramite grafici a barre o a torta (in quest’ultimo caso si è proceduto utilizzando le frequenze relative, cioè le percentuali di risposte relative a tale variabile). Per quanto concerne le valutazioni più complesse, cioè quelle con griglia di valutazione, ci si è limitati a riportare le tabelle con le frequenze assolute, i totali delle risposte date e le medie ponderate dei giudizi su tali variabili. La legenda per poter interpretare i risultati è la seguente: IVWZaaV&#AZ\ZcYVhXVaVY^kVadg^ Legenda Poco d’accordo / Bassa soddisfazione D’accordo / Media soddisfazione Molto d’accordo / Elevata soddisfazione Valori 1 2 3 4 5 6 7 8 9 Dopo una breve valutazione fatta in base ai valori della tabella e alle medie, si è provveduto a verificare la dispersione delle rilevazioni all’interno del campione e quindi la bontà della media 99 B>HJG6G:>G>HJAI6I> B>HJG6G:>G>HJAI6I> IVWZaaV(#:kZci^dg\Vc^ooVi^cZa'%&)ZgZaVi^k^fjZhi^dcVg^Y^kVajiVo^dcZ come indicatore di posizione. Nel secondo anno di attività, tuttavia, si è pensato di modificare leggermente tale metodologia, in quanto, vista la maggiore quantità di dati rispetto al primo anno, si è deciso di basare l’analisi sulla media ponderata delle valutazioni. <A>:K:CI> Gli eventi organizzati e valutati in questi anni di attività sono qui di seguito riepilogati in tabelle: IVWZaaV'#:kZci^dg\Vc^ooVi^cZa'%&(ZgZaVi^k^fjZhi^dcVg^Y^kVajiVo^dcZ 2013 Evento Tipologia di questionario Bandanza Allievi (terza tip.) – Pubblico 2014 Evento Tipologia di questionario Dalle radici del movimento alla danza creativa Allievi (prima tip.) Workshop con Mauro Astolfi Allievi (terza tip.) – Pubblico Flash Mob di danza urbana, performance e installazioni open air nel cuore della città Allievi (terza tip.) – Pubblico Il Gesto Contemporaneo Allievi (terza tip.) Danza Creativa Allievi (prima, seconda e terza tip.) Le Foglie e il Vento (Novara) Allievi (quarta tip.) – Pubblico Principi di composizione del movimento Quantum Allievi (terza tip.) H.G. Allievi (prima tip.) – Pubblico Residenza artistica per bambini Allievi (prima tip.) Incontro sulla danza contemporanea Allievi (prima, seconda e terza tip.) Arte in gioco Allievi (seconda tip.) Residenza estiva PerCorpi Visionari Allievi (terza tip.) We used to be lovers Allievi (terza tip.) Nik – Lecture demonstration su Alwin Nikolais Allievi (terza tip.) – Pubblico Laboratorio teatrale di Danio Manfredini Allievi (seconda tip.) Soup Allievi (terza tip.) – Pubblico La Relazione – Laboratorio di movimento, con Raffaella Giordano Allievi (terza tip.) Sentirsi Danzare – Laboratorio di danza di comunità, con Franca Zagatti Allievi (terza tip.) Sguardi sul corpo che danza – Pratica di movimento e di osservazione, con Doriana Crema Allievi (terza tip.) Trattato della Lontananza + Wolkenheimat Pubblico Spettacolo finale residenza bambini Pubblico In Sale Pubblico Le Foglie e il Vento (Meina) Pubblico Laboratorio Gomma Piuma e Natura Allievi (prima tip.) Laban Event Allievi (terza tip.) – Pubblico Festival “La Piattaforma teatrocoreografico” Pubblico Elektronic Lyset – Concerto al buio dedicato alla luce Pubblico Add Up > Meinascapes Pubblico Letter to Lucile D. Pubblico REC – Lezioni di movimento Pubblico Add Up – Poetrywalk Pubblico Als de wolf van huis is (Quando il lupo non è in casa), So Stare e The Hole & Corner Travel Agency Pubblico Mapping #3 (Meina) Pubblico K Two Pubblico Phoenix Pubblico Le Foglie e il Vento + Soup (Venaria Reale) Pubblico Soup (Meina) Pubblico Convegno “Radici e germogli della danza d’arte e di comunità in Piemonte” Pubblico Le Foglie e il Vento (Torino) Allievi (seconda tip.) 100 101 B>HJG6G:>G>HJAI6I> B>HJG6G:>G>HJAI6I> IVWZaaV)#:kZci^dg\Vc^ooVi^cZa'%&*ZgZaVi^k^fjZhi^dcVg^Y^kVajiVo^dcZ ;^\jgV&#AZbdYVa^i|Y^Xdbjc^XVo^dcZVYdiiViZcZa'%&( 2015 Evento Tipologia di questionario Soup Allievi (terza tip.) – Pubblico Masterclass Sara Orselli Allievi (terza tip.) Masterclass Carolyn Carlson Allievi (terza tip.) – Pubblico Short Stories Pubblico As It Happens Allievi – Pubblico '%&(/8JHIDB:GH6I>H;68I>DC Come si può notare nella tabella 2, riguardante il primo anno di progetto, sono stati organizzati 13 eventi, per la valutazione dei quali sono stati raccolti 230 questionari (57 della tipologia Allievi e 173 della tipologia Pubblico). Da notare, però, che non tutti i questionari sono stati compilati interamente: 82 presentano almeno un aspetto non valutato. Dei partecipanti il 57% degli allievi e il 50% del pubblico aveva già avuto esperienze simili e quindi la maggior parte (rispettivamente il 53% e il 57%) conosceva già i linguaggi della danza e della performance contemporanea. Gli allievi hanno dimostrato di aver apprezzato molto i laboratori, in ogni loro sfaccettatura, e i contenuti. Molto apprezzati sono stati gli insegnanti, che hanno saputo adattarsi alla propria platea, come Danio Manfredini e gli artisti del Laban Event. Per quanto concerne le modalità comunicative, il pubblico è venuto a conoscenza degli eventi soprattutto grazie agli amici, ma le informazioni che sono state comunicate all’esterno non sono risultate molto esaustive, accessibili e organizzate (i picchi più bassi nelle valutazioni si raggiungono nell’evento REC – Lezioni di movimento). 102 In generale le esperienze sono state valutate come molto stimolanti, coinvolgenti e interessanti, anche grazie alla bravura degli artisti, che hanno saputo stimolare e coinvolgere il pubblico, comunicando in modo eccellente i propri messaggi e trasmettendo le proprie capacità artistiche e professionali. Gli artisti più amati, in particolare, sono stati Nicole Seiler e Young-Soon Cho Jaquet, le danzatrici di K Two. Per quanto riguarda le location, emerge che gli eventi sono stati ben organizzati, in quanto, come risulta dalla figura 2, nella maggioranza dei casi i locali o comunque i luoghi teatro delle esperienze sono stati definiti adeguati. ;^\jgV'#AV[jco^dcVa^i|YZaaZadXVi^dccZa'%&( 103 B>HJG6G:>G>HJAI6I> Il personale addetto agli eventi è stato ben valutato sotto diversi aspetti, come la cordialità, la professionalità e la disponibilità rispetto alle esigenze del pubblico (soprattutto nel caso di Bandanza e K Two). Da migliorare, invece, le capacità di problem solving: infatti, secondo le valutazioni riportate, non sempre il personale preposto è stato in grado di risolvere in modo tempestivo le varie problematiche intercorse negli eventi (si veda, soprattutto, l’evento Letter to Lucille D.). La ricaduta positiva degli eventi si evince anche dal fatto che rispettivamente l’88% e l’86% (sommando allievi e pubblico) si dichiarano disposti a ripetere l’esperienza e a consigliarla ad altri. '%&(/HI6@:=DA9:GH6I>H;68I>DC Si può affermare che le varie esperienze, rispetto al percorso professionale, sono state molto apprezzate dagli artisti, che hanno trovato le possibilità loro offerte molto stimolanti, non solo per incrementare ulteriormente le proprie conoscenze e quindi crescere dal punto di vista artistico-professionale, ma anche per intrattenere e allacciare nuove relazioni. Punto forte di queste iniziative è stata quindi la convivenza degli artisti, che ha fatto quasi da test, dimostrando che la costruzione di reti tra artisti non solo è possibile, ma anzi sarebbe auspicabile sia ampliata, fino a una vera e propria comunità, in cui le idee creative potrebbero nascere, svilupparsi e perfezionarsi grazie al contributo e all’esperienza di tutti. Gli eventi sono stati molto apprezzati, anche per l’effetto che hanno avuto sul pubblico, che si è dimostrato attivo, coinvolto e interessato alle varie attività, riuscendo a trasmettere sensazioni positive, nonché nuova ispirazione agli artisti. I quali, inoltre, sono riusciti ad accrescere le motivazioni, nonché le competenze degli utenti, allargando così la platea a cui mandare il proprio messaggio e, perché no, magari fidelizzando qualche spettatore in più. Gli eventi, se hanno accresciuto le motivazioni degli artisti, sembra tuttavia non siano riusciti a ottimizzare i tempi di lavorazione, anche se va sottolineato che questo non era uno degli obiettivi primari e semmai potrebbe essere considerato come un effetto indotto. Le location ugualmente sono risultate molto apprezzate dagli artisti, anche se non mancano di certo i margini di miglioramento, soprattutto per quanto concerne la segnaletica e i servizi accessori. A proposito dei servizi ricettivi, invece, va sottolineato che non sono stati valutati, perché erano coinvolti anche artisti locali, che naturalmente non hanno usufruito di alloggio. Altro punto forte è stato il personale, sia amministrativo sia organizzativo, che si è rivelato adeguato, molto cordiale e professionale, nonché pronto a risolvere in tempi celeri gli eventuali imprevisti. 104 B>HJG6G:>G>HJAI6I> '%&)/8JHIDB:GH6I>H;68I>DC Come si può vedere nella tabella 3, nel secondo anno di progetto sono stati organizzati 27 eventi, alcuni dei quali suddivisi su più giornate. Per il monitoraggio e la valutazione di tali attività, si hanno a disposizione 835 questionari (355 della tipologia Allievi e 480 della tipologia Pubblico), non tutti però compilati nella loro interezza. Tra i partecipanti il 65% degli allievi e il 47% del pubblico aveva già avuto esperienze simili e, specularmente, il 47% e il 65% conosceva già i linguaggi della danza e della performance contemporanea. Quindi si può desumere che se la maggioranza del pubblico conosceva già i linguaggi della performance contemporanea, ma si trovava alla prima esperienza, la maggior parte degli allievi aveva già partecipato a eventi simili, ma probabilmente appartenenti a mondi diversi. Risulta, inoltre, che del 65% degli allievi che avevano avuto esperienze pregresse, il 19% aveva partecipato ad altri avvenimenti o laboratori organizzati nel 2013 (in alcuni casi anche più di uno). Analogamente il 51% del pubblico con esperienze pregresse aveva a sua volta partecipato agli eventi del 2013 (si registrano casi di persone che avevano preso parte a più appuntamenti, soprattutto nel caso di “Villaggio d’Artista” e Soup). Da segnalare che tali percentuali potrebbero rivelarsi anche più elevate, dato che molti compilatori dei questionari sono stati generici nell’indicare quali fossero le loro precedenti esperienze. Gli allievi hanno dimostrato di aver gradito molto i laboratori, in ogni loro sfaccettatura, e i contenuti. Molto apprezzati sono stati gli insegnanti, che hanno saputo adattarsi alla propria platea, come Sara Simeoni, Filippo Armati, Mauro Astolfi e Simona Bucci. Non altrettanto apprezzata, invece, è stata la residenza estiva di Losone, per la sua organizzazione e per i contenuti: non ha soddisfatto le aspettative dei partecipanti, sia per quanto concerne la sua utilità sia per il coinvolgimento degli allievi. Anche le valutazioni del Flash Mob non presentano picchi molto alti: gli allievi, infatti, non sono riusciti a comprenderne i messaggi e gli obiettivi. Queste difficoltà possono essere ricollegate a fattori socioculturali del territorio. Va segnalato che questo genere di evento non era mai stato realizzato nel Novarese, che risulta tuttora ancorato alla tradizione, agli aspetti più classici, e che quindi mostra una certa resistenza al cambiamento. A tutto questo si deve aggiungere il fatto che gli allievi coinvolti nel Flash Mob erano comunque abituati a lavorare sempre con gli stessi insegnanti, senza avere percezione delle possibilità di condivisione e di improvvisazione (quando se ne è presentata l’opportunità o l’esigenza, solo pochi ragazzi su circa un centinaio si sono dichiarati disposti a improvvisare). Va poi considerato che l’evento si è svolto nonostante la pioggia. Per quanto riguarda l’obiettivo, “far muovere una città” e aprire uno spiraglio alla novità e al cambiamento, si può dire invece che il risultato è stato ottenuto: cento allievi, infatti, rappresentano un numero più che soddisfacente per gli organizzatori. Per quanto concerne le modalità comunicative, come per il 2013, la principale nella veicolazione delle informazioni è rappresentata dagli amici. A differenza del primo anno di attività, tuttavia, la comunicazione è migliorata: le informazioni sono state comunicate all’esterno in modo completo, accessibile e organizzato (i picchi più bassi nelle valutazioni si raggiungono per Soup). 105 B>HJG6G:>G>HJAI6I> ;^\jgV(#AZbdYVa^i|Y^Xdbjc^XVo^dcZVYdiiViZcZa'%&) B>HJG6G:>G>HJAI6I> Come sempre, il personale è un punto di forza degli eventi: si registrano, infatti, valutazioni molto alte sotto i vari aspetti della cordialità, della professionalità e della disponibilità rispetto alle esigenze del pubblico (soprattutto per lo spettacolo finale della residenza estiva per bambini e per il convegno “Radici e germogli della danza d’arte e di comunità in Piemonte”). Ancora da migliorare la capacità di problem solving: nonostante le valutazioni siano più favorevoli rispetto al 2013, si mantengono su livelli più bassi rispetto alle altre tendenze. Rispettivamente il 91% e il 93% (sommando allievi e pubblico) si dichiarano disposti a ripetere l’esperienza fatta e a consigliarla ad altri. '%&)/HI6@:=DA9:GH6I>H;68I>DC In generale le esperienze sono state valutate come stimolanti, coinvolgenti e interessanti, anche grazie alla bravura degli artisti, che pure nel 2014 hanno saputo stimolare e coinvolgere il pubblico, trasmettendo i propri messaggi, nonché la propria passione. Le valutazioni più basse si sono registrate per il workshop di Mauro Astolfi e per Nik. Il primo, nonostante gli insegnanti comunicassero serietà, energia e amore per la danza, è apparso molto complicato e a tratti difficile da comprendere: il pubblico degli spettatori lo ha valutato più utile per i ballerini che vi hanno partecipato che per se stesso. Il secondo, ritenuto anche questo molto complicato, da alcuni è stato ritenuto noioso. Per quanto riguarda le location, emerge che gli eventi sono stati ben organizzati, in quanto, come risulta dalla figura 4, nella maggioranza dei casi i locali o comunque i luoghi teatro delle esperienze sono stati definiti adeguati. ;^\jgV)#AV[jco^dcVa^i|YZaaZadXVi^dccZa'%&) Per quanto riguarda gli artisti, le valutazioni delle varie esperienze ricalcano esattamente quelle dell’anno precedente: anche in questo caso sono emersi numerosi spunti di accrescimento delle proprie competenze e della possibilità d’intrecciare relazioni con colleghi. La convivenza con altri artisti, esattamente come per il 2013, ha quindi rappresentato un punto di forza delle iniziative. Esattamente come per l’anno precedente, il pubblico e gli allievi hanno dimostrato un atteggiamento attivo, coinvolto e interessato alle varie attività, dimostrandosi recettivi ai messaggi trasmessi dagli artisti. Anche le location sono risultate molto apprezzate dagli artisti, dimostrando che, rispetto all’anno precedente, sono stati fatti passi in avanti, migliorando aspetti più delicati, come la segnaletica. Altro punto forte dell’evento è il personale amministrativo e organizzativo, il quale si è rivelato adeguato, molto cordiale e professionale, nonché pronto a risolvere in tempi celeri gli imprevisti. '%&*/8JHIDB:GH6I>H;68I>DC Come si può notare dalla tabella 4, nell’ultima tranche del progetto sono stati organizzati cinque eventi, alcuni dei quali suddivisi su più giornate. Come per gli anni passati si rileva nella valutazione che alcuni campi dei questionari sono rimasti inevasi. Per la valutazione delle attività svoltesi nel 2015 sono stati raccolti 245 questionari (77 della tipologia Allievi e 168 della tipologia Pubblico). Tra i partecipanti il 56% degli allievi e il 72% del pubblico aveva già avuto esperienze simili e quindi la maggior parte (rispettivamente il 54% e il 77%) conosceva già i linguaggi della danza e della performance contemporanea. Risulta, inoltre, che il 9% del pubblico con esperienze pregresse aveva già partecipato a eventi organizzati nel 2013 e nel 2014, mentre non si hanno abbastanza dati per calcolare quanti allievi fossero tornati rispetto ai laboratori degli anni precedenti. Queste percentuali più basse rispetto al “tasso di ritorno” del 2014 non vanno interpretate in modo negativo, perché molte volte nei questionari del 2015 non viene riportata l’informazione (inoltre in molti casi si è stati generici sulle esperienze precedenti). 106 107 B>HJG6G:>G>HJAI6I> Gli allievi hanno dimostrato di aver gradito molto i laboratori, in ogni loro sfaccettatura, e i contenuti. Molto apprezzati sono stati gli insegnanti che hanno saputo adattarsi alla propria platea, come Sara Orselli e Carolyn Carlson. Non altrettanto apprezzato, come già l’anno precedente, è stato il laboratorio di Soup, per l’organizzazione e per i contenuti: non ha soddisfatto le aspettative dei partecipanti, né per l’utilità né per il coinvolgimento degli allievi. Per quanto concerne le modalità comunicative, il pubblico è venuto a conoscenza degli eventi soprattutto grazie agli amici. Rispetto ai primi anni di attività, tuttavia, la comunicazione è migliorata sensibilmente, in quanto le informazioni sono state comunicate all’esterno in modo esaustivo, accessibile e organizzato (i picchi più bassi nelle valutazioni si raggiungono per l’evento As It Happens). B>HJG6G:>G>HJAI6I> ;^\jgV+#AV[jco^dcVa^i|YZaaZadXVi^dccZa'%&* ;^\jgV*#AZbdYVa^i|Y^Xdbjc^XVo^dcZVYdiiViZcZa'%&* Il personale addetto agli eventi è stato ben valutato sotto tutti gli aspetti, per la cordialità, la professionalità e la disponibilità rispetto alle esigenze del pubblico (soprattutto nelle masterclass). Rispetto agli anni passati, risulta migliorata anche la capacità di problem solving: nonostante le valutazioni generalmente basse nell’evento As It Happens, questo aspetto ha ottenuto una media elevata, che si alza ulteriormente per le due masterclass e lo spettacolo Short Stories. Rispettivamente il 96% e il 97% (sommando allievi e pubblico) si dichiarano disposti a ripetere l’esperienza e a consigliarla ad altri. '%&*/HI6@:=DA9:GH6I>H;68I>DC In generale le esperienze sono state valutate come molto stimolanti, coinvolgenti e interessanti, anche grazie alla bravura degli artisti, che, come in passato, hanno saputo stimolare e coinvolgere il pubblico, comunicando in modo eccellente i propri messaggi e trasmettendo le proprie capacità artistiche e professionali. Anche in questo caso l’evento che presenta le valutazioni più basse è As It Happens. Gli artisti più amati, in particolare, sono stati Carolyn Carlson, Sara Orselli e Céline Maufroid, nelle masterclass che hanno tenuto e nello spettacolo Short Stories. Per quanto riguarda le location, emerge che gli eventi sono stati ben organizzati. Come risulta dalla figura 6, nella maggioranza dei casi i locali o comunque i luoghi teatro delle esperienze sono stati definiti ottimi. 108 Passando ora, come di consueto, al punto di vista degli artisti intervenuti, si può affermare che le varie esperienze, rispetto al percorso professionale, sono state molto apprezzate. Gli artisti hanno trovato le possibilità loro offerte molto stimolanti, non solo per incrementare ulteriormente le proprie conoscenze e quindi crescere dal punto di vista artistico-professionale, ma anche per intrattenere e allacciare nuove relazioni. Più volte, nell’esaminare i questionari, è emerso l’apprezzamento rivolto alle capacità e alla professionalità dei colleghi. Anche in quest’ultima parte del progetto gli eventi sono stati molto apprezzati, per l’effetto avuto sul pubblico, che si è dimostrato attivo, coinvolto e interessato alle varie attività, riuscendo così a trasmettere sensazioni positive, nonché nuova ispirazione agli artisti. I quali a loro volta sono riusciti ad accrescere le motivazioni, nonché le competenze degli utenti, allargando così la platea a cui mandare il proprio messaggio e, perché no, fidelizzando nuovi spettatori. Anche le location sono risultate molto apprezzate dagli artisti. Altro punto forte dell’evento è il personale, amministrativo e organizzativo, che si è rivelato adeguato, molto cordiale e professionale, nonché pronto a risolvere gli eventuali imprevisti in tempi celeri. 109 B>HJG6G:>G>HJAI6I> AÉ6C6A>H>HLDI Concludendo, dall’analisi dei questionari prodotti in questi anni di attività emergono i seguenti punti di forza (Strength), punti di debolezza (Weaknesses), opportunità (Opportunities) e minacce (Threats) innescate dal progetto. IVWZaaV*#6cVa^h^HLDIYZaegd\ZiidEZg8dge^K^h^dcVg^ Strength Weaknesses – Grande varietà di eventi – Ampi target di riferimento – Eventi organizzati in location varie e turistiche – Valorizzazione del patrimonio ambientale comune, nella sua infinità varietà – Eventi organizzati in collaborazione con la Svizzera – Buona fidelizzazione del pubblico – Eventi che hanno attratto allievi e pubblico provenienti da altre discipline – Artisti di caratura mondiale – Organizzazione di summerschool, masterclass e stage per giovani performer e danzatori – Creazione di relazioni professionali tra gli artisti – Competenza del personale preposto – Comunicazione – Questionari a volte non adatti al target di riferimento – Questionari non sempre compilati – Questionari a volte troppo complicati – Problem solving – Alcuni eventi non hanno incontrato le aspettative del pubblico e/o degli allievi – Non sempre si è riusciti a comunicare il messaggio – Alcune location hanno presentato difficoltà in termini di informazioni per l’accessibilità fisica Opportunities Threats – Origini culturali simili e omogeneità linguistica nei territori coinvolti – Buon “consumo” culturale e iniziale carenza di proposte artistiche legate ai multiformi linguaggi della performance contemporanea – Possibilità di ricreare una comunità d’artisti ecosostenibile – Possibilità di educare e alfabetizzare le nuove generazioni – Sviluppo di best-practices: modelli da reiterare nel tempo in modo identico ma sempre diverso – Incremento dei flussi sui territori – Differenze nella qualità della vita, l’economia e la struttura operativa dei territori – Alcuni eventi potrebbero non essere più replicati – Interruzione del dialogo tra i vari territori e le autorità competenti – Sfaldamento della rete transfrontaliera 110 8DC8AJH>DC> 8DC8AJH>DC> PerCorpi Visionari ha aperto la strada a una progettualità innovativa attraverso la sperimentazione di diversi percorsi di formazione e proposte performative con un pubblico di varie fasce di età, in territori di confine non sempre consapevoli della propria memoria storica e non facilmente inseriti nei circuiti di rinnovamento socioculturale. Per il Teatro Coccia, in particolare, il progetto ha rappresentato l’apertura a una visione e a una prospettiva nuova della danza per tutto il pubblico abituale, al quale si è mostrato, e si continua a mostrare stagione dopo stagione, che la danza può essere “altro” rispetto alla tradizione. Può essere ricerca teatrale, innovazione, comunicazione. Questo libro ha voluto fornire un’ampia panoramica sulle attività organizzate, seguendone i percorsi territoriali, le evoluzioni e le trasformazioni, che oggi sono state disseminate nei progetti “Villaggio d’Artista” e CROSS International Performance Award, a cura di Antonella Cirigliano (LIS Lab Performing Arts) e di Tommaso Sacchi; R.I.SI.CO. Rete Interattiva per Sistemi Coreografici, a cura di Cro.me – Cronaca e Memoria dello Spettacolo, Coorpi – Coordinamento Danza Piemonte e Perypezye Urbane; Piattaforma – Nuovi corpi, nuovi sguardi nella danza contemporanea di comunità, a cura di Mariachiara Raviola (Associazione Didee – arti e comunicazione) e Rita M. Fabris (Associazione Filieradarte). Infine il Laban Event, organizzato in territorio svizzero, presso la Fondazione Monte Verità, è giunto nel 2015 alla sua terza edizione. La stretta relazione fra la direzione artistica, il project manager, gli operatori culturali, gli artisti e le istituzioni 113 8DC8AJH>DC> AÉwFJ>E: 9>E:G8DGE>K>H>DC6G> ;DC96O>DC:I:6IGD8D88>6DCAJH ha permesso di rimettere in dialogo politica, storia e progettualità, evidenziando i limiti non solo delle etichette critiche utilizzate dalle arti performative (danza contemporanea, performance, teatro partecipativo, danza di comunità, ecc.) e dai regolamenti di attribuzione dei contributi, ma anche le resistenze delle discipline economico-statistiche rispetto ai criteri di valutazione che si sono via via rimodulati con l’avanzamento dell’operatività sul campo, in un adeguamento continuo fra azioni create e reperimento delle “tracce” di soddisfazione degli artisti e dei destinatari (allievi e spettatori). Un ripensamento teorico s’impone per far guadagnare una prospettiva interna agli esperti di danza e delle arti performative, che siano in grado di cogliere le sfaccettature di un 114 Bandanza, sfilata nel centro storico di Meina con la banda d’Invorio, a cura di Paola Colonna e Associazione Didee, “Villaggio d’Artista” 2013. territorio, dei suoi abitanti, delle sue reti di relazione formali e informali per promuovere un’alfabetizzazione adeguata della cultura artistica contemporanea, in generale, e delle arti del corpo, in particolare. Una realtà complessa come PerCorpi Visionari ha inevitabilmente messo in luce le carenze strutturali dei territori di confine, lasciando in mano agli operatori e agli artisti una grande responsabilità di comunicazione del proprio lavoro e delle prospettive visionarie che accompagnano le comunità sulla strada di una pacifica inclusione europea. Renata Rapetti Direttrice del Teatro Coccia, ha frequentato la Scuola di Teatro Arsenale di Milano, diretta da Marina Spreafico e Ida Kuniaki, è stata assistente alla regia di Gabriele Salvatores e ha conseguito il diploma di organizzatore teatrale presso la Civica Scuola “Paolo Grassi” di Milano, avendo come insegnanti, tra gli altri, Giorgio Guazzotti e Mariagrazia Gregori. Dal 2006 al 2011 è stata direttrice organizzativa del Teatro Franco Parenti di Milano. Da novembre 2011 è direttrice organizzativa del Teatro Coccia di Novara, del quale assume anche la direzione artistica a partire dalla stagione 2012-13. Per il progetto PerCorpi Visionari ha curato la direzione artistica degli appuntamenti ospitati dal Teatro Coccia. Silvana Sateriale Direttrice amministrativa della Fondazione Teatro Coccia Onlus. Fin dal 1978 si è occupata di amministrazione nel settore dello spettacolo, presso enti milanesi quali il Teatro di Porta Romana, il Franco Parenti e il CRT a fianco di Sisto Dalla Palma. Dal 2011 collabora con la Fondazione Teatro Coccia come responsabile dell’amministrazione. Il suo ruolo nel progetto è stato di responsabile amministrativa e della rendicontazione. Michela Caretti Dopo la laurea magistrale in storia della danza, con Eugenia Casini Ropa, si è specializzata con un master in management dei beni e delle attività culturali. Ha collaborato in qualità di project manager con numerosi enti 115 AÉwFJ>E:9>E:G8DGE>K>H>DC6G> privati nel settore del sociale, del cinema e dello spettacolo dal vivo. Dal 2007 collabora con la Fondazione Teatro Coccia Onlus occupandosi di produzione e amministrazione. Per il progetto PerCorpi Visionari si è occupata dell’organizzazione delle attività, in concerto con i partner e i collaboratori, e della rendicontazione. Serena Galasso Laureata in scienze della comunicazione e dello spettacolo allo IULM di Milano, ha collaborato come responsabile dell’ufficio stampa con associazioni culturali e organizzazioni di festival musicali e di spettacolo dal vivo. Da febbraio 2012 si occupa della comunicazione e dell’ufficio stampa della Fondazione Teatro Coccia Onlus. Per il progetto PerCorpi Visionari ha collaborato nelle attività di ufficio stampa. 6HHD8>6O>DC:9>9::Ä6GI> :8DBJC>86O>DC: Mariachiara Raviola Laureata in pedagogia, ha una formazione di danza e teatro e una specializzazione in organizzazione di eventi culturali. Si occupa di creazione e formazione alla danza e alla poetica del gesto nei suoi significati artistici, educativi e preventivi, con un’attenzione al pubblico dell’infanzia. Dal 2003 ideatrice e organizzatrice di eventi che coinvolgono artisti del territorio regionale, italiano ed europeo (per esempio i festival “La Piattaforma teatrocoreografico”, “InterMed”). È presidente di Associazione Didee, ideatrice e condirettrice artistica di PerCorpi Visionari. Lisa Pugliese Danzatrice, performer e organizzatrice teatrale, si è formata ai linguaggi della danza classica e contemporanea e ha danzato con, tra gli altri, la compagnia Balletto Civile di Michela 116 AÉwFJ>E:9>E:G8DGE>K>H>DC6G> Lucenti. Come organizzatrice ha lavorato con diverse strutture italiane, tra cui la compagnia Sud Costa Occidentale di Emma Dante. In PerCorpi Visionari si è occupata dell’organizzazione delle attività di Associazione Didee e del coordinamento amministrativo. Patrizia Veglione Giornalista professionista, collabora con alcune prestigiose testate («TorinoSette», «La Stampa»), si occupa di comunicazione, ufficio stampa e organizzazione in ambito culturale. Specializzata in comunicazione e mediazione interculturale, ha tenuto corsi di formazione per conto di enti pubblici e nelle scuole. Per il progetto PerCorpi Visionari si è occupata del coordinamento della comunicazione, ha svolto attività di ufficio stampa e coordinato l’organizzazione del convegno “Radici e germogli della danza d’arte e di comunità in Piemonte”. 6HHD8>6O>DC:A>HA67 E:G;DGB>C<6GIH Antonella Cirigliano Presidente e direttrice artistica di LIS Lab, regista e curatrice di percorsi sensoriali, dirige festival ed eventi. È laureata in filosofia. La sua formazione artistica è legata al regista e antropologo colombiano Enrique Vargas. Come sua assistente e attrice, per lo spettacolo Oracoli ha viaggiato nel mondo partecipando ai più importanti festival europei. Ha studiato presso il Centro per la Sperimentazione e la Ricerca Teatrale di Pontedera (Pisa). Nel 1999 ha fondato il gruppo LIS, con cui ha partecipato a rassegne nazionali e internazionali. Dal 2007 è docente di performing arts alla NABA, Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. Di PerCorpi Visionari è ideatrice e condirettrice artistica. Per il progetto ha inoltre ideato la performance Soup e il festival “Villaggio d’Artista”. Annalisa Recchia Laureata in scienze dei beni culturali, ha concluso il percorso di studi frequentando il biennio specialistico in comunicazione per i beni culturali presso l’Accademia di Belle Arti di Brera (Milano). Ha lavorato per il Comune di Verbania e per la NABA, Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. Nel 2011 ha iniziato la sua collaborazione con le associazioni culturali presenti sul territorio, quali l’Atelier La Voce dell’Arte e LIS, della quale oggi è direttrice amministrativa. In PerCorpi Visionari ha svolto un ruolo organizzativo, concentrandosi sulle aree di comunicazione e amministrazione. Laura Vignati Laureata in comunicazione nei mercati dell’arte e della cultura presso lo IULM di Milano e specializzata in management delle risorse artistiche e culturali, ha collaborato con associazioni culturali del territorio novarese nell’organizzazione di eventi, festival e mo- stre. Attualmente si occupa per LIS Lab di organizzazione. Inoltre è parte dell’organico di Expo 2015. In PerCorpi Visionari ha svolto un ruolo organizzativo in particolare nella comunicazione social e come referente per le compagnie e gli artisti. 8DDGE>Ä8DDG9>C6B:CID 96CO6E>:BDCI: Lucia Carolina De Rienzo Project manager, dal 2003 al 2013 è stata coordinatrice, responsabile organizzativa e assistente alla direzione scientifica del think tank internazionale The World Political Forum, fondato in Piemonte da Michail Gorbačëv. Dal 2010 è project manager presso Coorpi – Coordinamento Danza Piemonte, di cui è membro del direttivo, nonché responsabile per i progetti europei e internazionali. È project manager, tra gli altri, di The Tomorrow 117 AÉwFJ>E:9>E:G8DGE>K>H>DC6G> (Milano 2014-15); Cross (lago Maggiore 201416); Campo Largo (2015-17); La danza in un minuto, contest nazionale di videodanza, di cui è condirettrice artistica. È stata ideatrice, con Maria Chiara Raviola e Antonella Cirigliano, e project manager del progetto di cooperazione europea PerCorpi Visionari. Cristiana Candellero Danzatrice e coreografa, approfondisce la sua ricerca espressiva in Italia e all’estero. Dopo alcune esperienze in programmi televisivi RAI prosegue il suo percorso professionale in produzioni teatrali, dedicandosi parallelamente all’attività d’insegnante. Ha conseguito l’attestato di partecipazione al CRPC – Corso di perfezionamento per responsabili di progetti culturali, della Fondazione Fitzcarraldo, e dal 2002 è direttrice artistica dei progetti promossi da Coorpi – Coordinamento Danza Piemonte, di cui è presidente. A>IGD8:CI>B:IGD Filippo Armati Laureato presso la facoltà di lettere dell’Università di Bologna, ha compiuto i suoi studi in spettacolo, storia delle religioni e filosofia (corso di laurea DAMS). In seguito è stato ammesso all’accademia di danza contemporanea Laban Centre di Londra. Nel 2007 è stato selezionato per partecipare al corso di ricerca Ex.e.r.ce a Montpellier, impostato da Xavier Le Roy e Mathilde Monnier. Lavora come interprete per diversi coreografi e compagnie in tutta Europa (Felix Ruckert, Nir De Volff, Heike Hennig, Obviam Est, Cathy Sharp, Jerome Bell, tra gli altri). Dal 2003 sviluppa coreografia e lavori suoi, presentati in diversi paesi. È stato invitato tra i coreografi più rappresentativi della Svizzera nel 2006 e nel 2013 ai Swiss Dance Days. Nel 2010 ha fondato il festival multidisciplinare “Performa”. <A>6JIDG>9:AA>7GD Laura Magnetti Laureata in lettere moderne all’Università Statale di Milano, è giornalista professionista dal 1989. Si è occupata di spettacolo e danza per «La Notte», «Epoca», «Panorama», «Gioia» e «Vanity Fair» ed è stata autrice di alcuni programmi di Rete 4. Critica ed esperta di danza (che ha anche praticato a lungo), da diversi anni collabora con «la Repubblica» e «Grazia». Alessandro Pontremoli Professore associato di discipline dello spettacolo presso l’Università degli Studi di Torino, dove dal 2003 al 2011 ha diretto il CRUD “Bella Hutter” (Centro Regionale Universitario per la Danza). È membro del comitato di direzione delle riviste «Il castello di Elsinore» e «Danza & Ricerca». Dal 2010 fa parte della commissione consultiva Danza del ministero dei Beni e delle Attività Culturali. Le sue ricerche in ambito storico e teorico vertono soprattutto sulle forme e le estetiche coreiche, in particolare dei secoli XV-XVIII. Fra i suoi libri: La danza. Storia, teoria, estetica nel Novecento, Laterza, Roma-Bari 20157. Chiara Castellazzi Laureatasi presso l’Università degli Studi di Torino, si è formata parallelamente nella danza classica, antica e contemporanea. Giornalista e critica di danza, scrive per «Il Sole – 24 Ore» e collabora con teatri e istituzioni per progetti specifici e per la stesura di programmi di sala. Già vicedirettrice del CRUD “Bella Hutter” di Torino, ha tenuto corsi di scrittura critica per la danza. Di recente pubblicazione i suoi saggi: “Il balletto di corte negli Stati sabaudi del XVII secolo” (Torino Incontra), “La danza 118 119 <A>6JIDG>9:AA>7GD moderna in Belgio: la figura di Akarova” (UTET), “Danza contemporanea in Piemonte” (Editoria & Spettacolo), “Corpo, movimento, tecnologie interattive” (Bonanno). Rita Maria Fabris Docente a contratto in discipline dello spettacolo presso l’Università degli Studi di Torino, lavora anche come danzeducatore® in contesti bisognosi di rigenerazione relazionale. Con l’Associazione Filieradarte ha ideato il percorso di formazione-intervento Co.Dance, Abitare corpi, Abitare luoghi (CRUD “Bella Hutter” di Torino). Fa parte del comitato direttivo di AIRDanza ed è membro della DES. Collabora al progetto europeo di teatro sociale Caravan – Artists on the Road e al progetto di teatro e salute Co.Health. Le sue pubblicazioni vertono sulla danza teatrale italiana dell’Ottocento, sulla danza contemporanea e di comunità. Pasquale Seddio Ricercatore di economia aziendale e docente di economia delle aziende e del patrimonio culturale presso il Dipartimento di Studi per l’Economia e l’Impresa dell’Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”, svolge attività di ricerca e formazione sui temi della gestione dei beni e delle attività culturali per aziende pubbliche e non profit. Melissa Capelli Dopo il diploma in turismo ha conseguito la laurea magistrale in amministrazione e gestione (curriculum in promozione e gestione del turismo) e il master in progettazione e gestione dei sistemi culturali all’Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”. Borsista presso il Dipartimento di Studi per l’Economia e l’Impresa della medesima università, si occupa di turismo, cultura e formazione. G>C<G6O>6B:CI> Si ringraziano: Monica Abbiati, Elisabetta Ajani, Giulia Annovati, Andrea Ballarè, Michele Balmelli, Paolo Balzardi, Antonella Bellomo, Rossella Bertolo, Paolo Cantù, Daniele Capris, Luisella Cellio, Marco Chiriotti, Tiziana Conte, Paolo Cumbo, Alessia Della Casa, Al Fadhil, Daniela Falconi, Ela Franscella, Cristina Giacobino, Alessandro Grigiante, Luca Leonardi, Silvia Limone, Chiara Maletta, Silvia Marchionini, Andrea Marseglia, Elena Montorsi, Giorgia Nordio, Sara Paladini, Antonella Parigi, Ivan Pastrovicchio, Donatella Peruzza, Ugo Ponzio, Riccardo Porcellana, Paolo Proverbio, Pietro Ragionieri, Alessandro Raimondi, Fiorenza Ratti, Paola Ravelli, Jean Marie Reynier, Cristina Riccati, Tommaso Sacchi, Lorenzo Sonognini, Helenio Talato, Nunzia Tirelli, Michele Tognetti, Paola Turchelli, Enrica Viola, Alberto Viola. Si ringraziano gli artisti e tutte le persone che hanno collaborato al progetto: Laban Event I relatori e formatori: Rosemary Brandt, Eugenia Casini Ropa, Alison Curtis Jones, Evelyn Dörr, Rosa Maria Govoni, Peggy Hackney, Regina Miranda, Alessandro Pontremoli, Valerie Preston Dunlop, Claudia Rosiny, Miki Tallone. I partecipanti: Cristiana Candellero, Vittoria Carpegna, Francesca Cola, Manuela Macco, Michela Pozzo, Daniela Pagani, Cristiana Valsesia. “Villaggio d’Artista” 2013 e 2014 Hanno partecipato gli artisti e i gruppi italiani: Danio Manfredini; Tommaso Sacchi; Cie Zerogrammi; Cie I Cantieri: Sara Marasso; Francesca Amat; Senza Confini di Pelle; Francesca Cola; Associazione Didee – arti e comunicazione; Rapatika; Compagnia Tecnologia Filosofica; Delcio e Giuliano Montagnin; Paola Colonna; Enya Idda e Chiara Bakti Casorati; Marco Olivieri, Fabrizio Orlandi, Claudio Ponzana, Cristiano 120 121 G>C<G6O>6B:CI> Calcagnile; Paola Romanò e Paolo Bignamini; Teatro Pane e Mate; Associazione Carnevalspettacolo; Kea Tonetti e la Banda di Invorio. Collaborazioni internazionali: Wunderland (Danimarca-Nor vegia-Svezia-Australia-Italia) ; Trickster-p (Svizzera); Cie Nicole Seiler (Svizzera); Filippo Armati (Svizzera); Christian Beck (Germania); DeGeneraal: Jean-Marie Oriot (Belgio-Francia) e Thomas Roper (Nuova Zelanda-Spagna); Marga Socias (Spagna); Sara John (Australia); Sara Vilardo (Italia-Belgio). E inoltre i collaboratori e l’advisory board Giacomo Pisani, Barbara Dapas, Barbara Vitolo, Elena Mastretta, Silvia Levenson, famiglia Bossi, famiglia Vignati, INHEPI 3i, Margherita Palli, Francesca Zocchi, Gianluca e Salvatore Santo, i volontari del festival. Novara Corpi Visionari Il coreografo Mauro Astolfi e i danzatori della Spellbound Dance Company; le direttrici delle scuole di danza: Donatella Vaccaro (Centro Danza Buscaglia), Chiara Bonelli (Città della Danza), Sabrina Paoletti (Danza Viva), Paola Colonna (Rapatika), Chiara Bocchino (Tempio della Danza), Alida Pellegrini (Studio Danza Novara), Elsa Guerra e l’insegnante Sonia Scalcione (Yin Yang Club); la coreografa Paola Colonna e i performer di Associazione Rapatika, i performer Francesca Cinalli, Stefano Botti, Aldo Torta e Paolo De Santis; Marco Iacomelli, Davide Ienco e Andrea Manara della Scuola del Teatro Musicale; Mirella e Milena Rosso dell’ASD Arabesque; Rossella Pesce del Liceo Artistico, Musicale e Coreutico “Felice Casorati” di Novara. Prospettive PerCorpi Visionari La Carolyn Carlson Company: in particolare Carolyn Carlson, Sara Orselli, Céline Maufroid, Pachi Zennaro, Gihane Besse; i professionisti che hanno partecipato alla masterclass: Andrea Apadula, Elisa Baglioni, Vito Carretta, Mario Giallanza, Lorenzo Castelletta, Rocco Ascia, Francesca Cinalli, Tommaso Serratore, Giulia Lazzarino, Ilaria Quaglia, Vittoria Carpegna, 122 Floriana Monici, Roberto Colombo, Serena Pomer, Dario La Stella, Elisa Bertoli, Cristian Maturano, Vanessa Franke, Noemi Valente; Atelier Baudelaire di Graziano Genoni; Paolo Belluso, Francesca Zitoli e Fiorella Milano. “Performa Festival” e summercamp Margarita Kennedy, Jan Ritsema, Cuqui Jerez, Marco Berrettini, Brigel Gjoka, Elisabeth Waterhouse, Alessia Della Casa, Giorgia Nardin, Francesca Sproccati, Rocco Schira; Francesca Cola, Manuela Macco, Elena Maria Olivero, Giulia Lazzarino, Tommaso Serratore. Città & Giardini PerCorpi Visionari 2013. Cantieri OGR nell’ambito del festival “La Piattaforma teatrocoreografico”, Torino: Raffaele Irace (The Very Secret Dance Society) e Sonia Biacchi, Filippo Armati e Margarita Kennedy (LitroCentimetro), Francesca Cola (Volvon), Progetto Bifronte. 2014. Novara: Simona Bucci e i performer della Compagnia Simona Bucci. Venaria, giardini della reggia: Mirco Repetto, direttore artistico di Giornate da Re; gli artisti e performer di Soup e Le Foglie e il Vento; i performer Tommaso Serratore, Francesca Sproccati, Rocco Schira, Giulia Lazzarino; i collaboratori all’allestimento Alessandro Falanga, Gianni Cocomazzi, Sara Falanga, Marta Giacheddu. “Radici e germogli della danza d’arte e di comunità in Piemonte” I relatori e formatori: Giulia Agnese, Barbara Altissimo, Chiara Castellazzi, Doriana Crema, Luisa Cuttini, Norma De’ Piccoli, Susanna Egri, Rita Maria Fabris, Raffaella Giordano, Emanuele Masi, Stefano Mazzotta, Alessandro Pontremoli, Rosanna Rabezzana, Elena Rolla, Caterina Sagna, Emanuele Sciannamea, Ambra Senatore, Claudia Serra. G:;:G:CO: ;DID<G6;>8=: Per le fotografie che illustrano il volume si ringraziano: Gaetano Alfano: 27; Maria Luisa Bafunno: 46; Gianni Cocomazzi: 25, 47; Coorpi – Coordinamento Danza Piemonte: 7, 8, 9a, 9b, 64; Enrico De Santis: VIII, 23, 24, 114; Alexandrino De Sousa: 48, 49; Sarah Janis Falanga: 73, 81, 85, 86, 91; Samantha Klein: XII-XIII, 12, 13, 14, 17, 18, 43, 44; Stefano Mazzotta: 84; Francesca Merlo: 36-37; Emanuele Meschini: 35, 38, 39a, 39b, 40, 41a, 41b, 41c; Mik di Savino: 30, 31, 32; Moisio: 77; Lucia Moretti: 28-29; Giacomo Pisani: 11; Giorgio Sottile: 2, 21, 50, 52-53, 54, 56, 57, 58-59a, 58-59b, 60a, 60b, 117; Patrizia Veglione: 45. I grafici alle pagine 103, 106, 108 e 109 sono stati elaborati da Melissa Capelli. Percorso formativo a cura di Didee, 2013-15 Cie Zerogrammi, Sara Simeoni, Aldo Torta, Paola Colonna, Virginia Ruth Cerqua. 123 Promosso da Con il patrocinio di Comune di Meina Con il contributo di Con la collaborazione di Con il sostegno di 124 125 PerCorpi Visionari Corpi che escono dai confini e invadono piazze, strade, parchi, ville storiche e teatri, per dare luogo a una grande festa in cui coinvolgere bambini, giovani, anziani, amatori e professionisti: questo è stato PerCorpi Visionari, un progetto che per oltre due anni si è sviluppato nei territori di confine tra Italia e Svizzera. Finanziato dal Programma Operativo di Cooperazione Transfrontaliera ITALIA SVIZZERA 2007-2013 su Fondo FESR e da Regione Piemonte e Canton Ticino, ha avuto il duplice intento di promuovere presso il pubblico i codici della danza e della performance contemporanea e di formare operatori e favorire l’incontro degli artisti attraverso il dialogo e la cooperazione. In questo volume viene delineato il percorso del lungo viaggio, durante il quale hanno trovato spazio laboratori en plein air, residenze artistiche, spettacoli, incontri e convegni, in luoghi spesso inusuali e di grande valore paesaggistico, storico e culturale.