Edifici Recuperati
Nuove tecnologie dell’acciaio applicazioni
al campo dell’Architettura e dell’Ingegneria Edile
Atti dei seminari
POLITECNICO DI TORINO
127 DISET
SOCIETÀ
DEGLI INGEGNERI E
DEGLI ARCHITETTI
IN TORINO
Con il Patrocinio:
Dottorato ITAC
Innovazione Tecnologica
per l’Ambiente Costruito.
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Kranspoor 12-58
Amsterdam, Olanda
Architect : OTH Ontwerpgroep Trude Hooykaas BV/OTH
Photo: © Christiaan de Bruijne - OTH
Indice terzo seminario
Edifici Recuperati
3.1 Potenzialità riconoscibili nel recupero delle strutture in acciaio
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Prof. Pier Giovanni Bardelli, Politecnico di Torino – Dipartimento DISET
3.2 Rapporto tra struttura e architettura negli edifici storici recuperati
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Arch. Mauro Sudano, Società degli Ingegneri e degli Architetti in Torino
3.3 Soluzioni in acciaio per involucri: acciai resistenti alla corrosione
145
Ing. Lara Cappello, ArcelorMittal
3.4 Il progetto di recupero dell’edificio Les Brigittines a Bruxelles ed il progetto 155
per il salone ipogeo di Palazzo Carignano
Arch. Andrea Bruno, Studio Bruno
3.5 Sostenibilità e uso dell’acciaio
167
Ing. Carlo Ostorero, Politecnico di Torino Dipartimento DISET
3.6 Esperienze di progettazione
Arch. Simon Fraser, Micheal Hopkins Architects
,
4
171
Edifici Recuperati
Prof. Pier Giovanni Bardelli
Politecnico di Torino – Dipartimento DISET
3.1 Potenzialità riconoscibili nel
recupero delle strutture in acciaio
Il mio compito sarebbe di dare un inquadramento seppure schematico al tema di questa giornata di studio, e in particolare all’esame delle
potenzialità delle realizzazioni in acciaio e acciaio e vetro nell’ottica del loro recupero.
In un intervento così breve non è possibile scendere ad esaminare in dettaglio i vantaggi che possono derivare dall’uso dell’acciaio nel recupero
oppure ad esemplificare le caratteristiche positive che si riscontrano nell’intervenire su edifici realizzati in strutture in acciaio e con involucri in
acciaio e vetro.
Certamente occorre riconoscere che alcune delle caratteristiche della struttura metallica, e in particolare il minore ingombro delle membrature
rispetto ad altre soluzioni tecniche e la più agevole possibilità di adattamento delle stesse, costituiscono una notevole potenzialità nei confronti
del recupero a nuove funzioni o a nuovi standards di utilizzo e normativi.
Se da un lato apprezziamo i “vantaggi”, dall’altro dobbiamo ammettere l’esistenza di alcuni “svantaggi”.
Per esempio la maggiore attenzione che è necessario porre nella progettazione di strutture che possono essere sottoposte a incendio o alla
minaccia della corrosione. A livello di involucro esterno, invece, vi è la difficoltà di adeguare lo stesso alle esigenze della costruzione, ai nuovi
standards, non ultimo alla soluzione dei problemi di fisica della costruzione. Rimane, infine, la difficoltà “endemica” negli edifici metallici, di
risolvere quella che io chiamo la “trafittura”, cioè il collegamento della carpenteria metallica, quando questa è esterna, al resto dell’edificio
attraverso la sua “pelle”.
Mi preme sottolineare due preoccupazioni che vorrei fossero prese in considerazione. L’una è legata al timore che la specificità del titolo “Le
potenzialità della struttura in acciaio” possa essere fraintesa. Dal mio punto di vista non ritengo si possa parlare di potenzialità al recupero
proprio della struttura, ma di potenzialità al recupero dell’edificio nella sua interezza, nella sua individualità architettonica. La seconda è
l’importanza di conoscere l’edificio e la sua struttura come elemento indispensabile per ben affrontare il progetto di intervento. Tutto ciò
perché occorre avere la consapevolezza che il nostro intervento sull’esistente è sempre un momento interpretativo. Interpretazione che ci
grava di grandi responsabilità.
Cosa significa interpretare? In ultima analisi significa avere un quadro di sintesi, e all’interno di questo, e solo in questo, scomporre e
gerarchizzare le componenti architettoniche o individuare quegli elementi che a nostro avviso debbono permanere e quegli elementi che
invece possono evolvere. Nel nostro caso, tutto ciò significa possedere il sapere dell’ingegnere e del costruttore insieme a quello dell’architetto
e dello storico dell’architettura.
In questa sede mi pare possibile solo un brevissimo “excursus” attraverso alcuni casi significativi per la evoluzione della struttura in acciaio per
uso civile e attraverso alcuni casi di recupero recenti.
L’architettura in acciaio, come già accennato nei seminari precedenti, si è evoluta in tempi rapidi e in modo molto evidente. All’inizio degli anni
’30 la struttura in acciaio non era concepita come apparente, era posta cioè all’interno dell’opera muraria, sia in laterizio che in calcestruzzo.
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Un caso tipico di questo atteggiamento è costituito dalla struttura della Torre Littoria qui a Torino, prima struttura saldata per uso civile in Italia.
I dettagli possono mostrare, infatti, come la struttura in acciaio rimanesse inglobata nel calcestruzzo, e ciò per due motivi: prima di tutto ai fini
della protezione al fuoco, e per ottenere un aumento della rigidezza, proprio grazie all’inglobamento nel calcestruzzo armato.
Questo modo di costruire, che nascondeva la struttura metallica, prosegue per anni dopo questo intervento, e lo stesso Giuseppe Pagano nel
1939 sollecita gli imprenditori affinché non ignorino gli architetti, e rinuncino a questo loro modo di “mascherare” la struttura metallica.
La Torre Littoria a Torino
in una visione della fine
degli anni ’30.
Dettagli della Torre Littoria che
evidenziano come la struttura in acciaio
risulti inglobata nelle membrature di
calcestruzzo armato.
Il cantiere della
carpenteria metallica
dell’isolato San Emanuele
in Torino che ospita la
Torre Littoria.
Vista della parte
basamentale dell’isolato
San Emanuele in Torino
da cui emerge la Torre
Littoria.
Un altro esempio interessante è quello della sede della Reale Mutua Assicurazioni sempre a Torino.
Le immagini evidenziano la struttura metallica dell’edificio, che verrà inglobata all’interno della muratura e che diviene anche vincolo e supporto
strutturale dell’imponente rivestimento lapideo.
Rappresentazione grafica dell’edificio Sede Centrale della
Società Reale Mutua Assicurazioni in Torino in un disegno
dello studio Melis Bernocco.
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Il cantiere della carpenteria metallica della Sede Centrale
della Società Reale Mutua Assicurazioni.
Dettagli costruttivi della
carpenteria metallica
della Sede Centrale della
Società Reale Mutua
Assicurazioni. Si nota la
estrema razionalizzazione
dell’uso dell’acciaio.
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Cantiere della Sede Centrale della Società Reale Mutua
Assicurazioni. Si noti il vincolo del rivestimento lapideo di
grande spessore alla carpenteria metallica.
Può essere interessante sottolineare come in particolare dallo studio di questo grande complesso ai fini del suo recupero sia emerso come in
questo periodo i progettisti si tenessero in contatto, nonostante le difficoltà di comunicazione, con i progettisti di oltre oceano che in quel
momento stavano sviluppando soluzioni più avanzate, più esasperate.
Non possiamo trascurare come in quegli anni un notevole aiuto alla diffusione dell’acciaio in edilizia in Italia sia derivato dai concorsi Falck,
lanciati, da un lato per premiare i migliori progetti, e dall’altro per premiare il migliore sfruttamento dell’acciaio disponibile a livello nazionale.
I concorsi Falck istituiti per promuovere anche in
Italia l’uso dell’acciaio nelle costruzioni civili, pur in
regime di autarchia.
Per una sostanziale evoluzione della carpenteria metallica, negli edifici ad uso civile, sia in Italia che in Europa dobbiamo attendere il secondo
dopoguerra.
Non dobbiamo peraltro trascurare il valore di innovazione che nel frattempo assumono le proposte di Jean Prouvè.
Soprattutto nella Maison du Peuple a Clichy-la-Garenne Prouvè, unitamente a Beaudoin, Lodz e Bodiansky, propone la concezione “edificio
macchina”.
In questo caso la carpenteria metallica non solo è denunciata all’esterno ma addirittura consente trasformazioni e movimentazioni di parti
consistenti dell’edificio.
Di grande interesse in questo edificio è la proposta della costituzione di quello che oggi chiamiamo l’involucro esterno che introduce il concetto
interessante ed innovativo del “mur rideau”.
Siamo di fronte ad una concezione globale dell’edificio affidata all’uso, sotto differenti specie, della risorsa acciaio, grazie ad una figura
particolare di progettista artigiano.
Progettista artigiano che adotta un atteggiamento almeno ufficialmente di grande distacco rispetto al fatto architettonico.
le immagini illustrano la Maison du People a Clichy la
Garenne, opera di Jean Prouvè, Eugène Beaudoin, Marcel
Lodz e Vladimir Bodiansky.
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Dettaglio costruttivo relativo all’involucro
esterno a cura di Jean Prouvè
I suoi disegni, come egli stesso sostiene, non sono disegni di architettura: “Io non ho mai fatto dell’architettura, io ho fatto delle cose
funzionanti”. Proprio queste cose funzionanti divengono prepotentemente architettura.
L’intervento recente di recupero non ha potuto tenere in conto il grande impianto strutturale e meccanico che consentiva di modificare la
conformazione dell’intero edificio alla quale si è fatto cenno.
L’intervento si è limitato ad affrontare il recupero-restauro delle pareti esterne riconducendole, tutto ove possibile, alla loro situazione
originaria.
La Maison du People. Immagine
susseguente all’intervento di restauro.
E veniamo al secondo dopoguerra in Italia
Già negli anni ’50 e nei primi anni ’60, Torino può vantare alcuni esempi molto interessanti di architetture in metallo che portano la struttura a
diventare “apparente”, esterna, situandosi per questo come novità anche al di fuori dell’ambito strettamente nazionale.
Il primo che si cimenta sul tema è Domenico Morelli con l’edificio SIP, che risulta infatti il primo edificio in Italia in carpenteria in ferro posta
all’esterno.
Morelli inizia in modo sommesso e nelle prime soluzioni affrontate, non progetta ancora la struttura in acciaio pensata dichiaratamente
evidente: posta all’esterno.
Una prima proposta, non eseguita per il Palazzo SIP
a Torino a cura di Domenico Morelli.
Il progetto ha una progressiva evoluzione (1951-1957) e alla fine la scelta si incentra sulla struttura posta all’esterno: il primo caso in Italia!
Vista del Palazzo SIP nella situazione originaria
con la struttura metallica a vista.
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Mi piace pensare Morelli come un professionista che lavora quasi come un “monaco”, chiuso nel suo studio a disegnare questo edificio,
giungendo a soluzioni molto interessanti, e con un’attenzione che risolve gran parte dei problemi tecnici che sempre assilleranno i progettisti
di questo tipo di edifici, e cioè la riduzione dei ponti termici e delle manifestazioni di condensa, legate agli involucri sottili e a quella famosa
“trafittura” della struttura nei confronti della “pelle” a cui ho già accennato.
Dettagli della carpenteria metallica trattata con grande
sobrietà nel Palazzo SIP a Torino.
I dettagli sono molto semplici, quasi poveri, mai banali. Purtroppo oggi questo edificio non esiste più nella sua originalità architettonica perché,
con un intervento di recupero attento soprattutto o esclusivamente al rispetto delle normative, è stato in larga misura rivoluzionato. Le
immagini però permettono ancora di gustare questo modo di lavorare, caratterizzato da estrema parsimonia ed estrema correttezza, propria di
questo professionista torinese.
Mentre Morelli a Torino lavora e conclude questo edificio, a Roma Franco Albini propone la interessantissima soluzione per l’edificio della
Rinascente, che peraltro presenta ancora una criticità proprio nel porre in evidenza la struttura in acciaio.
Qualche anni dopo a Parigi presso la Cité Universitarie (1960-61), Claude Parent realizza la Maison de l’Iran, oggi Fondation Avicenne,
portando del tutto ed esasperatamente in evidenza la struttura attraverso tre grandi portali che non solo costituiscono la vera e propria
struttura, come è evidente dalla sezione, ma addirittura portano sospesi i solai dei vari piani.
Visione della Maison de l’Iran (ora
Fondation Avicenne) opera di
Claude Parent a la Citè Universitarie
di Parigi.
Elaborati progettuali per la Maison de l’Iran.
Vista del cantiere per la carpenteria metallica della
Maison de l’Iran
che evidenzia la singola concezione statica.
Vista attuale (2007) della Maison de l’Iran.
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In questo progetto diviene cruciale la soluzione al già più volte citato problema della “trafittura”. Oggi questo edificio pone comunque
serissimi problemi a chi ne deve affrontare il recupero. La Cité Universitaire ha infatti invitato una giuria internazionale a esprimersi sul modo
di intervenire, ponendo in modo tranchant l’ipotesi di tre alternative: la “restoration”, cioè il restauro, la “rehabilitation” cioè il recupero, e la
“demolition” cioè la demolizione. Ovviamente l’autore si è inserito nel dibattito che è stato così ampliato e la scelta è andata su una forma di
“rehabilitation”. Oggi l’intervento è affidato ad un gruppo di architetti con l’appoggio dello stesso autore, Claude Parent.
Proseguendo in questa brevissima ricostruzione storica, fatta per singoli esempi, veniamo nuovamente a Torino.
Agli inizi degli anni ’60, Domenico Morelli e Aldo Morbelli progettano l’edificio della sede degli uffici della RAI, di cui esistono bellissimi schizzi
soprattutto a firma di Aldo Morbelli e un bozzetto, che rappresentano le primissime concezioni e proposte progettuali. Alla morte di Morbelli,
l’opera è stata portata avanti da Morelli con l’aiuto di Domenico Bagliani e Vittorio De Fabiani.
Gli schizzi iniziali dicono ancora una volta quanto si fosse incerti nell’uscire dalla tradizione della carpenteria metallica nascosta.
Tuttavia, dopo un viaggio negli Stati Uniti, Morelli rientra entusiasta dei lavori che ha visto realizzati e in particolare delle architetture di Mies
van der Rohe.
Schizzi preparatori e modello di Riccardo Morbelli per l’edificio sede della RAI a Torino.
Schizzi preparatori e modello di Riccardo Morbelli per l’edificio sede della RAI a Torino.
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Morelli si lancia, con grande vena innovativa, nel progetto poi realizzato composto da una importante lama verticale che spicca da una
interessantissima parte basamentale.
Nella grande lama sono egregiamente affrontati e risolti i temi relativi al rapporto tra struttura esterna, struttura interna e involucro. Nella
parte basamentale Morelli, anticipando di molto la cultura dell’inserimento nel tessuto urbano, dimostra grande rispetto nei confronti del gusto
eclettico degli edifici circostanti e soprattutto della grande via porticata su cui si affaccia l’edificio.
Il progetto realizza una interpretazione moderna per la tipologia di edificio porticato, introducendo un sapiente gioco tra struttura in acciaio,
differenti materiali lapidei e grandi specchiature in cristallo.
Vista dell’edificio
sede della RAI a
Torino.
Edificio sede della RAI
a Torino. Dettaglio del
raccordo a terra della
grande lama.
Rappresentazione
schematica della
carpenteria
metallica
dell’edificio sede
della RAI a Torino.
La carpenteria
metallica
dell’edificio
sede della RAI
corrispondente
alla grande lama
centrale.
Edificio sede della RAI
a Torino. Dettaglio
del raccordo tra i
grandi pilastri della
parte porticata con
la restante porzione
dell’edificio.
Un altro caso che desidero presentare è l’Ambasciata Francese di Varsavia: Bernard Zehrfusse ed altri progettano questo complesso con
Jean Prouvé. Prouvé perfeziona qui il suo “mur rideau” in splendidi pannelli di dimensione 1,30 x 4,50 m e di spessore ridottissimo, rigidi per
forma. Nel recente intervento di recupero viene proposta l’articolazione di un grande volume tutto in cristallo posto fra i due corpi originali.
È una scelta di grande rispetto, questa volta non solo nei confronti dei valori formali ma anche del valore tecnologico veramente eccezionale
dell’opera di Prouvé, ed in particolare dei suoi interessanti pannelli di facciata. Questi infatti vengono conservati nel loro stato originario.
L’edificio dell’ambasciata francese a Varsavia nell’assetto successivo all’intervento di rifunzionalizzazione. È fatto salvo il “mur rideur” opera di Jean
Prouvé ed è stato inserito un grande elemento di unione in acciaio e cristallo tra le due porzioni dell’edificio precedente.
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Citerei ancora lo stabilimento Van Nelle di Johannes Brinkman a Rotterdam, che è stato recentemente restaurato dall’architetto olandese
Wessel De Jonge. Egli risolve il problema dell’edificio lavorando sulla proposizione di una cortina esterna, giocando sulla doppia parete che,
come si vede negli schizzi, dà luogo a un vero e proprio corridoio di distribuzione.
Il complesso dello stabilimento Van Nelle di Johannes Brinkman a
Rotterdam, secondo la reinterpretazione dell’arch. Wessel De Jonge.
Vorrei concludere sottolineando come, nell’intervenire su edifici così “delicati”, la nostra attenzione non può essere solo incentrata sulla
struttura, ma affronta anche e frequentemente i problemi dell’involucro esterno. Questo diviene infatti l’elemento della costruzione che
coinvolge aspetti tecnici e compositivi estremamente articolati, come si può vedere non solo dagli esempi cui si è fatto cenno, ma da molti
interventi realizzati in tutta Europa.
Le proposte di recupero dell’esistente osservate non sono certamente da intendersi come “univoche”, come “ricette”, anzi: le soluzioni di ogni
problema progettuale sono e devono essere finalizzate alla corretta interpretazione del valore tecnico ed architettonico dell’edificio come
realtà unica e irripetibile.
Questo rapido excursus non vuol essere una seppur sintetica antologia di soluzioni dei principali problemi ricorrenti negli interventi di recupero
delle cosiddette architetture in acciaio.
La brevità infatti consente di sfiorare appena argomenti di grandissima portata. Mi auguro peraltro che a partire da queste iniziative sia
possibile avviare la ricostruzione dell’evoluzione delle architetture caratterizzate dall’uso dell’acciaio, almeno per quanto riguarda l’ambito
italiano. Ricostruzione che potrebbe costituire fondamentale apporto alla storia della costruzione in tempi recenti e più estesamente alla storia
dell’ingegneria, che ancora attende di essere sistematizzata.
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Edifici Recuperati
Arch. Mauro Sudano
Società degli Ingegneri e degli Architetti di Torino
3.2 Rapporto tra struttura e
architettura negli edifici storici
recuperati
Il mio intervento si focalizza sul rapporto tra struttura ed architettura negli edifici storici recuperati. Sono lontani i tempi in cui sotto l’influenza
del pensiero di Croce si discuteva se ci fosse rapporto tra struttura e architettura. La struttura era un fatto tecnico successivo all’atto creativo
ed artistico. Eppure ancora oggi si gioca su un equivoco per cui strutture ed infrastrutture, in quanto portatori di servizio, sembra debbano
rispondere a leggi di necessità, tali da sottrarle al giudizio dell’estetica, alla valutazione di una qualità dell’opera in funzione del suo essere
indice della cultura e civiltà di un popolo. I nostri territori risentono ancora molto di questa grave disattenzione. Altri paesi hanno, invece,
definitivamente affidato alla qualità architettonica dei manufatti e della trasformazione del territorio non solo valori etici quali la garanzia del
comfort, della giusta attenzione alle utenze e all’ambiente, ma anche valori estetici che hanno poi delle ricadute economiche. In tali paesi
questo cambiamento è stato prima di tutto un fatto culturale. Ciò che continua a mancare in Italia è un’attesa culturale verso l’architettura
e l’ingegneria in tutte le sue forme, anche infrastrutturali. Sono continuamente evocate le leggi di emergenza, quelle che costringono a fare
i conti con la necessità, con le impellenze. Raramente si ricorre a processi trasparenti di selezione dei progetti e dei progettisti. L’accesso a
tali progetti per le giovani generazioni è precluso e i migliori consulenti e studiosi non possono spesso accedere a gare basate sui requisiti
economici richiesti. Le migliori idee lasciano il passo a criteri di valutazione diversi che sono solitamente quelli del massimo ribasso e della
valutazione del fatturato medio. Certamente, quando ci si occupa del recupero di edifici storici, tutto ciò diventa particolarmente stridente,
soprattutto se ci si relaziona con manufatti di rilevante pregio. Negli interventi di recupero, struttura e architettura coincidono in un
sorprendente coacervo di capacità tecnica, di abilità di cantiere acquisita con esperienza, di cultura scientifica e umanistica, di conoscenza dei
manufatti, della loro storia, della storia delle tecniche
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Un caso emblematico per mettere in luce l’intensa relazione che si può instaurare tra un intervento di recupero e l’architettura di un edificio
storico ci è fornita da una delle opere del cantiere di restauro della Mole Antonelliana, trasformata in museo del cinema. Ricordo ancora con
molto piacere la visita che facemmo all’interno delle iniziative culturali di SIAT al cantiere della Mole Antonelliana, e ritengo che quella sia stata
per la Società degli Ingegneri e degli Architetti una delle visite più interessanti. Quello della Mole Antonelliana era un cantiere importante per
la città, (realizzato tra il Maggio 1996 e il Febbraio 1999, con una serie di lavori per oltre 19 miliardi di lire, in cui le imprese coinvolte erano
La Garboli, Reb Rona con la Conicos di Mondovì, il progetto architettonico era di Gianfranco Gritella, il progetto della struttura in acciaio era
affidato ad un grande luminare, quale Vittorio Nascè, il progetto esecutivo dell’opera e della struttura in acciaio era di Giorgio Ronaro,
il direttore dei lavori della struttura era Alessandro Paglia).
All’interno di questo progetto voglio riferirmi a una parte dell’intervento, il vasto ambiente alla quota degli ingressi coperto da una volta a vela,
interessato dalla sostituzione, con aste di acciaio, degli otto piloni circolari in mattoni, costruiti dall’ingegner Alberto Pozzo posti al centro delle
campate laterali nell’intervento degli anni ’30. Sono i pilastroni che Paolo Portoghesi aveva definito “disgraziate stampelle del Pozzo”.
I piloni puntellavano in corrispondenza della chiave gli archi in mattone, e sostenevano, con l’interposizione di una piastra in calcestruzzo, un
nuovo solaio in cemento armato soprastante le volte di Antonelli; un solaio realizzato in trave intradossata ad una soletta piena in calcestruzzo.
E’ stata messa in opera, al piano superiore, una trave provvisionale reticolare a cassone, il cui appoggio è dato dai piloni in cemento armato
periferici alla sala e con un cerchiaggio sull’infilata delle colonne ottocentesche, al centro della sala.
Mole Antonelliana, Torino
Il solaio è stato tagliato, le aperture hanno permesso di inserire dei traversi tra volte laterizie e solaio. I traversi intirantati alla trave reticolare
sono stati sollevati con martinetti di pochi centesimi di millimetro per scaricare le volte sottostanti. Lo scarico delle volte è potuto avvenire solo
dopo aver effettuato un taglio orizzontale con filo diamantato alla base del cemento armato al contatto con la volta. Si è proceduto a dare una
controfreccia di circa 1 centimetro, agendo ulteriormente con i martinetti, per evitare che eventuali assestamenti nelle condizioni di esercizio
riportassero il solaio a contatto con le volte.
Mole Antonelliana, Torino
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Sono stati rimossi archi e colonne del Pozzi, una rimozione avvenuta due colonne alla volta per non creare scompensi sul comportamento
complessivo della struttura. Le colonne in acciaio sono state inserite sul dispositivo centrale di appoggio saldando in opera le due parti a
differente sezione. La sezione portante in sommità doveva essere ridotta, anche per non intercettare le catene antonelliane presenti nell’opera
viva in laterizio e per realizzare fori di minima dimensione negli archi ottocenteschi. Il vincolo sotto tensione al solaio in cemento armato è stato
garantito dal sistema di piastre in acciaio compresse da barre filettate.
Mole Antonelliana, Torino
La volta e gli archi in mattone non più vincolati dagli interventi degli anni ’30, tornano al comportamento strutturale previsto da Antonelli.
L’intervento restituisce alla vista le coperture a volta e a vela della sala, ciascuna delle quali avente luce di 10,80 metri con una monta
relativamente bassa, un profilo teso, una spazialità continua.
Mole Antonelliana, Torino
Il confronto delle misure significative: 193 mm di diametro per le colonne in acciaio che sostituiscono i pilastri in mattone e calcestruzzo, che
avevano il diametro di 1200 mm. Le colonne in acciaio sono state utilizzate, inoltre, come sostegno dei corpi illuminanti, come se fossero
un apparato tecnologico, una sovrastruttura che dissimula l’intervento. La struttura in acciaio tende a sparire, come avviene nella forma di
altre componenti di servizio dell’architettura storica: catene, chiavi come nell’architettura di Guarini per la cappella della Sindone, intreccio
di catene che tengono insieme i cocci di pietra assicurando una spazialità sorprendente determinata da un turbinio ascendente di fasci di
luci ed ombre. Anche la cappella della Sindone era stata oggetto di una interessante visita fatta con la SIAT prima che succedesse il tragico
incidente dell’incendio. Le strutture metalliche apparecchiate al livello superiore sono state lasciate parzialmente in opera a storicizzare la fase
cantieristica.
La tecnologia delle strutture in ferro appartiene alla famiglia della costruzione a telaio, cioè implica anche una questione semantica. Una
struttura sovrapponibile, montabile anche se forse non smontabile perché al di là della retorica la reversibilità ha sempre dei costi rende
possibile una struttura distinta delle parti aggiunte, una sorta si stratificazione netta che ha vantaggi da un punto di vista della composizione
architettonica. La figura retorica è proprio quella del montaggio. Ciò si affianca alla percezione che si opera con materiali nuovi, di nuovo
facilmente distinguibili dall’esistente. E’ un atteggiamento caro a chi si occupa di archeologia e restauro nel far sì che ciò che prende posto della
lacuna non si sostituisca al pezzo originario. Lo stesso atteggiamento, allora, informa le opere che sono di completamento utili alla fruizione dei
materiali storici, archeologici.
Mole Antonelliana, Torino
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Citiamo, e vediamo l’immagine, degli interventi a Torino nella chiesa inferiore del Duomo (1996 -2003), condotti da Maurizio Momo, Chiara
Momo e Stephan Garnero, nell’immagine la scala dei reperti archeologici paleocristiani. Il rapporto con l’esistente diventa proficuo nei progetti
di ristrutturazione se l’atteggiamento è lo stesso di fitto dialogo con la preesistenza, parlo di tutti quei casi di interventi sull’archeologia
industriale che costruisce tracce di memoria significativa.
Chiesa inferiore del Duomo, Torino
Nel recupero dell’Imbiancheria del Vajro a Chieri (1995 – 1998), il progetto delle strutture ed il progetto architettonico coincidono. Il lavoro
di Franco Galvagno, strutturista con grandi interessi sia per l’acciaio che per l’architettura storica e del gruppo dei progettisti architettonici
(Barello, Ienna, Tirio, Sudano), si è concentrato sulla possibilità che le parti aggiunte andassero a ridare corpo, non solo fisicamente, ma anche
concettualmente ad un edificio che era ormai fortemente degradato.
Imbiancheria del Vajro, Chieri
Travi Polonceau, travi armate, semplici appoggi di travi su travi, lo schema sia delle parti edilizie che quello delle parti strutturali si affida
all’evidenza del montaggio.
Imbiancheria del Vajro, Chieri
Se cerchiamo conferma nei maestri di questa modalità di approccio, non possiamo non citare la lezione di Franco Albini che, nella Triennale
di Milano del 1933, considerata il manifesto del razionalismo italiano, presenta la “casa struttura d’acciaio”, un edificio di quattro piani che
esibiva la nuda struttura di pilastri e travi in acciaio saldato. Dei tanti lavori di Franco Albini citiamo il restauro e sistemazione a Museo Civico del
chiostro degli Eremitani a Padova (1969- 1986) con Franca Helg e Antonio Piva.
Museo Civico, Padova
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Le fasi di gestazione di questo progetto sono molto complesse, tanto che solo nel 1985 sono state inaugurate alcune sale archeologiche. Il
progetto si differenzia molto nelle sue parti, a seconda anche delle situazioni delle preesistenze. L’intervento dello studio milanese si fonda sul
principio di differenziazione delle nuove integrazioni nel trattamento delle lacune, sulla diversificazione dei nuovi supporti strutturali e propone
la ricostruzione di corpi architettonici perduti con forme e materiali nuovi. “La struttura in acciaio”, spiega Franca Helg, “sia ricostruzione del
chiostro che a ricostruzione di soffitti e capriate entra in rapporto, talvolta di affinità, talvolta di contrappunto, con le strutture esistenti.
Caratterizza le parti nuove e mediante il disegno essenziale, stimola la percezione dei valori spaziali dell’ambiente. Nella ricostruzione del
chiostro e del portico, l’esasperazione dell’effetto di leggerezza è ottenuta reggendo la loggia vetrata su una trave a grande luce, appoggiata
alle pareti e ad un pilastro centrale binato composto con profili a doppio T”.
Museo Civico, Padova
L’effetto della figura ponte è ancora più evidente nella prima versione del progetto dove non compare la sequenza di montanti a ridosso delle
pareti perimetrali sotto il portico.
“Albini”, spiega Prosdocimi, che era il direttore del Museo Civico, inviando il progetto alla Direzione Generale Antichità e di Belle Arti, “come era
da attendersi, ha voluto superare i nostri precostituiti schemi mentali, mettendo l’unico sostegno di ogni lato esattamente al centro, dove per
lunghissima tradizione andrebbe il vuoto”.
Il rapporto, però, tra il primo ed il secondo piano, è perfettamente ortodosso e assai elegante. In questo caso, oltre tutto, c’è coerenza e
continuità tra progetto architettonico, progetto di restauro, progetto strutturale e progetto di allestimento: ecco la cosa più complessa: per
parlare di struttura in acciaio, bisogna entrare dentro l’architettura come fatto complesso, da leggere nel suo insieme.
Museo Civico, Padova
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Sempre in area veneta, l’opera di un altro grande maestro, Carlo Scarpa, ci invita a riflettere sulle modalità di confronto con l’antico, che
sembrano oggi raramente riprodotte. Carlo Scarpa nella sistemazione del piano terra del cortile della fondazione Querini Stampalia a Venezia
(1961- 1963), provvede a realizzare un nuovo ingresso, con un ponte che collega il campiello al palazzo. Il ponte è un manufatto leggero in
ferro ottone e tek.
Fondazione Querini Stampalia, Venezia
La sua struttura è composta da due semiarchi incernierati e vincolati all’imposta con cerniere che hanno sede nella pietra sagomata. Il disegno
è complesso nei dettagli, allo stesso tempo non stravagante, frutto dell’osservazione dei manufatti della città lagunare, del grande amore per
il lavoro artigianale e per il mestiere che Scarpa affidava ai materiali da lui lavorati. Le immagini dei due ponti in successione si sovrappongono
senza stridore.
Fondazione Querini Stampalia, Venezia
Questa attenzione all’inserimento nell’antico è ciò che ha contraddistinto anche la scuola torinese e i suoi maestri. Quando Domenico Morelli
progetta il palazzo della RAI in via Cernaia a Torino (1960 – 1968) si preoccupa dei giochi di scala, riprende proporzioni e ricorrenze dei fronti
sulla via, fascia le strutture in acciaio dei portici con pietre, in un dialogo con le case degli anni ’10, un decoro che sta anche nelle proporzioni,
nella grana dei materiali.
Palazzo RAI, Torino
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L’inserimento di una nuova struttura in un ambito storico segue le stesse leggi del completamento e del restauro, senza necessariamente
cercare nascondimenti. Il disegno che propongo è una tavola di Andrea Rolando che mette in evidenza proprio come nel disegno della parte
bassa dell’edificio, le proporzioni, le altezze, le ricorrenze permettono, soprattutto con la continuità del portico, di ricreare questo ambiente e di
cercare quindi questo dialogo con le preesistenze storiche.
Da: Andrea Rolando, Porta Susa , in: Il disegno dei portici a
Torino, Celid, Torino 2001,
disegno di Andrea Rolando
Certamente oggi per questi edifici si inverte la questione: non tanto acciaio nel recupero quanto recupero degli edifici in acciaio. Vorremmo non
si ripetesse quanto successo al primo edificio realizzato a Torino con la struttura in acciaio esibita, la sede della Società Idroelettrica Piemonte
realizzata da Domenico Morelli nel 1951 – 1957, che è stata recentemente incamiciata e snaturata, la struttura nervosa ed esile di facciata
mortificata. Rimane come condizione di fondo per le questioni del restauro del patrimonio storico per superare l’aderenza a mode dominanti e
gli impoverimenti tecnicistici, la necessità di una continua riflessione e l’attenzione di tutta la società civile.
Palazzo SIP, Torino
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Edifici Recuperati
Ing. Lara Cappello
ArcelorMittal
3.3 Soluzioni in acciaio per involucri:
acciai resistenti alla corrosione
Il mio intervento verte sulle principali tipologie di acciaio che possono essere utilizzate per gli involucri edilizi: dall’acciaio inossidabile,
all’acciaio patinabile - meglio conosciuto come acciaio corten – per concludere con gli acciai piani al carbonio zincati e preverniciati. Sono tutti
questi materiali prodotti in lamiere e fogli di spessore sottile, caratterizzati da ottime prestazioni meccaniche e da un’elevata resistenza alla
corrosione.
Progetto: UTVE – Unità di
trattamento e valorizzazione
energetica – Calce, Francia
Architetto: Luc Arsene-Henry Jr &
Alain Traiud Architectes Associés
Bordeaux
Foto: Paul Robin
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Fundación para el fomento en Asturias
de la Investigación Científica Aplicada y la
Tecnología
Architetto: Jovino Martínez Sierra
Foto: Marcos Morilla y Estudio JMS per
cortesia di ArcelorMittal
Progetto: Torno
Internazionale SpA – Sede
Centrale, Milano
Architetto: Dante O. Benini &
Partners Architects,
Foto: Nicola Giacomin
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Per iniziare il discorso con il primo tipo di acciaio, è utile riprendere in mano un po’ di chimica: cos’è l’acciaio inossidabile? Si tratta di una
lega ferro-carbonio con una percentuale di cromo. La percentuale di cromo deve essere superiore al 10,5 %, e questo è un fattore molto
importante perché è il cromo l’elemento che fa la differenza con l’acciaio al carbonio, quello che chiamano tutti, un po’ impropriamente, “ferro”.
Una cosa da sottolineare è che, in realtà, l’acciaio inossidabile non è “inossidabile”: esso, infatti, ossida, ma l’elemento che ossida è il cromo,
creando a contatto con l’ossigeno dell’aria una patina protettiva superficiale invisibile, aderente e compatta che permette agli acciai inossidabili
di non avere problemi con la corrosione.
All’interno degli acciai inossidabili esistono due grandi famiglie principali adatte ai rivestimenti in edilizia: gli austenitici ed i ferritici. Gli austenitici
sono quelli che sono stati fino ad oggi più ampiamente utilizzati in architettura. Essi fanno parte della famiglia dei “300” secondo la normativa
americana AISI. Solitamente si utilizza il grado 304, 316 o 316L, che nella lega, oltre al cromo, contengono nichel. Il nichel è un metallo
quotato alla borsa dei metalli di Londra, ed è un elemento particolare perché non incide molto sulla resistenza alla corrosione del materiale,
ma conferisce ad esso una maggiore duttilità e, quindi, permette una più facile lavorabilità e trasformazione delle lamiere. Essendo quotato
alla borsa dei metalli, è soggetto a forti variazioni nel prezzo, e da esso dipende sostanzialmente il costo più sostenuto degli acciai inossidabili
austenitici rispetto agli acciai al carbonio, considerati dunque materiali di pregio e ad alto valore aggiunto per gli involucri e le coperture.
Si affacciano però oggi sul mercato dell’edilizia nuove possibilità con l’uso degli inox ferritici, che a differenza degli austenitici, al proprio
interno non hanno il nichel. Questo permette al materiale di avere un costo costante nel tempo, non soggetto alle fluttuazioni del nichel. La
particolarità e la differenza tangibile tra le due famiglie di acciai è che gli austenitici sono amagnetici mentre i ferritici sono magnetici. Non è
vero dunque che la calamita non attacca sugli inox!
Centro Servizi ArcelorMittal – Siemianowice, Polonia – Acciaio inossidabile
ferritico Kara®
Architetto: A. Napierala-Kawalec
Foto: Pawlowicz
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Progetto: Torno Internazionale SpA – Milano – Acciaio inossidabile
austenitico Ugitop®
Architetto: Dante O. Benini & Partners Architects
Engineering: DLC, Arup & Partners
Foto: Nicola Giacomin
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Il costo del materiale di involucro rimane ovviamente un fattore fondamentale da considerare nel progetto. I criteri di scelta per il tipo di
acciaio inossidabile da usare in un determinato contesto sono numerosi. Ci sono infatti tantissimi tipi di acciaio disponibili: in funzione del luogo
in cui l’edificio è inserito si può valutare quale grado di acciaio inossidabile sia meglio utilizzare, ed ogni scelta ha poi necessariamente una
conseguenza economica. Se l’edificio si trova vicino al mare è meglio utilizzare un acciaio inox 316 o 316L, il più resistente alla corrosione,
mentre se esso si trova all’interno di un nucleo cittadino conviene utilizzare un 304 o un ferritico, acciai che sono meno costosi di un acciaio
316, pur avendo ottime qualità di resistenza alla corrosione.
Inoltre, a livello di finitura superficiale, sono disponibili moltissime qualità, la più nota delle quali è quella brillante, la finitura a specchio (“BA”, in
inglese, ovvero “Bright Annealed”). Ci sono altre tipologie di finiture per gli inox: opache, satinate o con varie colorazioni.
L’elemento chiave per una scelta di finitura opportuna è la rugosità: meno la finitura superficiale è rugosa, e meglio il materiale si comporta
nei confronti della corrosione perché le particelle di sporco non vanno ad intaccare la superficie. L’acciaio inossidabile, infatti, potrebbe avere
qualche problema di corrosione localizzata se lo sporco rimane aggrappato alla superficie. La pioggia comunque permette la pulitura della
facciata e quindi non ci sono generalmente problemi di questo tipo. E’ sufficiente solo un po’ di manutenzione, intesa appunto come semplice
lavaggio con acqua delle superfici.
Vi mostro ora alcune realizzazioni. Il primo esempio è un edificio di Milano progettato dall’architetto Dante Benini: la sua caratteristica
principale è la grande vela in acciaio inossidabile, realizzata in lamiera d’acciaio AISI 316L. Si tratta di elementi a doga in acciaio, disposti
in verticale, che arrivano fino ad una lunghezza di 3,5-4 m con uno spessore di lastra di 2 mm. La lastra, inoltre, è stata curvata nelle due
direzioni e microforata. Date le intrinseche caratteristiche meccaniche del materiale, queste lavorazioni non hanno compromesso la planarità
della lastra che ha mantenuto una curvatura uniforme. La doga microforata ha una funzione di frangisole; inoltre la scelta della microforatura è
stata dettata anche da una questione estetica, perché in questo modo si permette alla luce di “giocare” con il materiale, oltre che rendere più
leggera la doga.
Progetto: Torno Internazionale SpA – Milano – Acciaio inossidabile austenitico Ugitop®
Architetto: Dante O. Benini & Partners Architects
Engineering: DLC, Arup & Partners
Foto: Nicola Giacomin
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Un altro edificio emblematico è la nuova fiera di Roma, realizzata dall’architetto Tommaso Valle con l’ingegnere Massimo Majowiecki, in cui
l’acciaio inossidabile è stato utilizzato come elemento di copertura della passerella pedonale. In questo caso è stato scelto di utilizzare un
coil, ovvero una vera e propria bobina di acciaio inossidabile con finitura a specchio, disposta secondo una catenaria e sostenuta da cavalletti
metallici. All’inizio era stato scelto un acciaio 316, tuttavia poiché la nuova fiera non sorge vicino al mare ed è in un contesto quasi rurale quindi
non particolarmente corrosivo, per ottimizzare i costi, abbiamo consigliato ai progettisti l’utilizzo di un acciaio 304. Lo spessore è di 1,2 mm.
Nelle foto seguenti sono illustrate alcune fasi del montaggio.
Il coil che è arrivato direttamente dall’acciaieria è stato fissato all’inizio della passerella, e poi letteralmente srotolato su tutta la lunghezza del
percorso, lungo circa 1,8 km. La finitura a specchio, con i suoi giochi di riflessione, determina un effetto piuttosto d’impatto per il visitatore che
percorre la passerella e che vede, volgendo lo sguardo verso l’alto, la propria immagine riflessa.
Progetto: Passerella della Fiera di Roma – Roma, Italia
Architetto: Studio Valle Progettazioni
Engineering: Studio tecnico Majowiecki
Foto: Studio tecnico Majowiecki
Un altro esempio interessante è il rivestimento di un edificio industriale in Polonia. Per il rivestimento a doghe verticali grecate della facciata
è stato utilizzato un acciaio inossidabile ferritico, la cui finitura superficiale a specchio non permette di distinguere la differenza di materiale
rispetto ad un acciaio austenitico (vedasi la passerela della fiera di Roma).
Centro Servizi ArcelorMittal – Siemianowice, Polonia – Acciaio inossidabile
ferritico Kara®
Architetto: A. Napierala-Kawalec
Foto: Pawlowicz
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L’edificio dalla forma organica che presento ora è un termovalorizzatore costruito in Francia. Per l’ involucro è stata messa in opera una facciata
a scaglie in lastre d’acciaio inossidabile, che conferiscono un particolare effetto vibrante al complesso, che varia aspetto a seconda delle
condizioni di luce nell’arco della giornata. L’effetto colorato, quasi dorato, dell’acciaio inossidabile è reso possibile dall’elettrolisi, un particolare
processo chimico, con il quale si colora la lastra di acciaio inossidabile.
Progetto: UTVE – Unità di trattamento e valorizzazione
energetica – Calce, Francia
Architetto: Luc Arsene-Henry Jr & Alain Traiud
Architectes Associés Bordeaux
Foto: Paul Robin
Come caso di recupero, segnalo l’Atomium di Bruxelles, all’origine caratterizzato con rivestimento in alluminio, che nel tempo si è un
progressivamente degradato. E’ stato recentemente effettuato un intervento di restauro sostituendo l’alluminio con l’acciaio inossidabile, che
ha reso il simbolo di Bruxelles decisamente più brillante.
Atomium, Bruxelles, Belgio: prima e dopo
Passiamo ora all’acciaio patinabile, un altro materiale caratterizzato da ottime prestazioni di resistenza alla corrosione, che è meglio conosciuto
come acciaio cor-ten (anche se questo nome è in realtà un marchio di fabbrica registrato – per questo motivo ArcelorMittal ha dato a questo
tipo di acciaio il nome commerciale Indaten). Si tratta di una lega di ferro – carbonio, con l’aggiunta di altri elementi in lega quali il rame ed il
fosforo. Sono proprio questi due componenti, il rame ed il fosforo, che donano la particolare finitura della superficie, e soprattutto il particolare
colore bruno-arancio.
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Il corten resiste alla corrosione ossidandosi, ovvero formando spontaneamente una patina compatta ed aderente che protegge il materiale
stesso, con l’alternarsi di cicli di umido e secco. Se si prova a scalfire o graffiare l’acciaio cor-ten, esso si riossida, o meglio si patina ancora
e ritorna ad un’uniformità di aspetto. Per questo acciaio, esistono tre grandi “famiglie”: il tipo A, che è quello più utilizzato nei rivestimenti
per l’architettura; i tipi B e C, invece, sono maggiormente utilizzati per le infrastrutture, in particolare nei ponti. Infatti l’acciaio patinabile è
caratterizzato anche da una grande resistenza meccanica ed è quindi adatto per l’utilizzo nelle infrastrutture.
Vi illustro a questo proposito un bellissimo esempio di recupero di un ponte dell’età romana, del quale nel tempo è andata distrutta una
campata, che è stata recentemente ricostruita con lamiere di forte spessore di acciaio patinabile.
E’ un materiale che viene spesso adottato nei progetti di intervento sul costruito storico e che piace molto sia alle Sovrintendenze, per la
colorazione calda che ben si integra sull’esistente, sia ai progettisti, per la caratteristica di materiale “vivo” che lo contraddistingue.
Ricostruzione del Ponte Trencat
Architetti: Xavier Font Solà e Alfa Polaris SL
Foto: Xavier Font
Un altro esempio in cor-ten è il centro di ricerca siderurgico che si trova in Asturia, in Spagna. Nelle foto si vedono le diverse fasi di ossidazione
del materiale: la parte più scura corrisponde al colore che il materiale ha quando esce dall’acciaieria, ovvero un colore grigio intenso. A partire
dal momento in cui viene esposto agli agenti atmosferici esso inizia ad assumere il colore tipico e particolare che lo caratterizza. L’altra parte,
più arancione, è relativa a un elemento di facciata in uno stato più avanzato di ossidazione, che, come in questo caso, può anche essere
accellerata artificialmente tramite un opportuno trattamento chimico.
L’acciaio autopatinabile è un materiale particolare, che, come vedremo in altri progetti tra cui quelli realizzati dall’architetto Andrea Bruno, in
fase di progetto deve essere attentamente studiato nei dettagli costruttivi. Infatti l’acqua che dilava le superfici in corten ha sempre tracce di
color rugginoso e se non sono predisposte delle opportune canaline di raccolta può sporcare, lasciare il colore: occorre tenere presente questa
sua caratteristica anche in funzione dei materiali a cui viene accoppiato. L’altra sua peculiarità è che si tratta un materiale che, di solito, viene
posato in facciata e in copertura in spessori piuttosto importanti, dai 2 millimetri in su (che, per un acciaio, è molto). Si deve dunque tenere
conto, nel dimensionamento della struttura o del sistema di fissaggio, del peso piuttosto ragguardevole di un rivestimento in corten.
Per non dar luogo ad una corrosione localizzata, occorre evitare i punti di ristagno dell’acqua, portando attenzione alle pendenze degli elementi,
soprattutto in copertura. Occorre inoltre, per lo stesso motivo, fare attenzione all’accoppiamento con altri materiali: per esempio l’acciaio
zincato potrebbe dare, se messo a diretto contatto con l’acciaio corten, problemi di corrosione, generando un effetto pila. Questa criticità si
risolve con gli opportuni distanziatori.
Centro Tecnologico dell’acciaio,
Asturia Arch. Jovino Martínez Sierra
Foto: Marcos Morilla y Estudio JMS
per cortesia di ArcelorMittal
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Un’altra famiglia di materiali adatti agli involucri in edilizia è quella degli acciai piani al carbonio, che non possono essere utilizzati tali e quali, ma
devono essere protetti con rivestimenti metallici o di tipo organico per consentirne una lunga vita nel tempo.
La zincatura è un primo processo con cui si può effettuare tale protezione: il coil in acciaio al carbonio viene fatto passare in continuo in un
bagno di zinco, che si lega alla base andando a costituire un sottile strato di rivestimento che protegge il materiale. Serve poi uno strato di
passivazione per proteggere l’acciaio zincato durante le fasi di trasporto e deposito negli stoccaggi, e facilitare, poi, la trasformazione dei nastri
(per esempio nella profilatura in lamiere grecate).
ArcelorMittal produce diverse tipologie di acciai zincati. Tra queste vorrei segnalarvi l’Aluzinc che è un particolare acciaio che non solo è
zincato, ma rivestito da una lega di zinco-alluminio: in questo modo si vanno a moltiplicare le capacità dell’alluminio e dello zinco nel proteggere
la base in acciaio. La nota scritta “Hollywood” a Los Angeles è fatta in Aluzinc.
Gli zincati in edilizia vengono utilizzati soprattutto nelle lamiere grecate (facciate, coperture e solai), oppure nei pannelli sandwich.
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Centre Recherche Métallurgique – Liège (Belgio)
Architetto: Valentiny & Associés
Foto: ArcelorMittal
Molti edifici realizzati per le Olimpiadi di Sidney, quali lo stadio e la stazione dei treni, hanno delle coperture in Aluzinc. Anche firme prestigiose
dell’architettura internazionale come Toyo Ito hanno iniziato ad utilizzare questo materiale che principalmente era nato per scopi industriali,
ovvero per le coperture di capannoni industriali siti in ambienti molto corrosivi.
Fiera di Barcellona
Arch.: Toyo Ito & Associates Architects
Fiera di Barcellona
Arch.: Toyo Ito & Associates Architects
Foto: per cortesia di ArcelorMittal
Vi è infine il trattamento di preverniciatura: si parte da un acciaio zincato, su cui viene dato lo strato di primer che, fondamentalmente,
permette l’aggrappaggio della vernice superficiale pigmentata, che costituisce l’ultimo strato. Esistono anche qui diverse tipologie di acciai
preverniciati: adatto agli usi in architettura è ad esempio il Solano, ultimo nato nella gamma dei preverniciati, caratterizzato da un’ottima
resistenza ai raggi UV ed alla corrosione e prodotto con una vernice senza eftalati, cosa importante anche dal punto di vista della salute.
Vernice back coat
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Uno degli ultimi esempi di applicazioni di acciaio preverniciato è stato realizzato in Lussemburgo, a Esch sur Alzette, città nata intorno ad una
acciaieria, per un centro multifunzionale per la collettività. In questo caso, grazie agli elementi in acciaio preverniciato, è stato utilizzato molto il
colore, per dare contrasto al cielo spesso grigio del Lussemburgo.
Progetto: Padiglione di Esch sur Alzette per il centenario di fondazione della città.
Architetto: Benedetta Tagliabue Studio EMBT
Photo: Pierre Engel
Infine vi segnalo il più grande investimento che è stato fatto nel mezzogiorno negli ultimi 40 anni: lo stabilimento Alenia, dove vengono
assemblate parti del Boeing. Lo studio che si è occupato della progettazione è lo studio Amati che, fra l’altro, realizzerà proprio a Torino gli
uffici di Alenia. In questo caso si è scelto di utilizzare l’acciaio per le strutture vista la necessità di disporre di grandi luci libere e ampi spazi
interni. In più l’architetto ha deciso di continuare ad utilizzare l’acciaio anche per gli involucri: la facciata color blu esterna è costituita da pannelli
sandwich, realizzati a partire da acciaio preverniciato. La parte degli uffici e dei corpi scala sono stati invece rivestiti in acciaio zincato, e nei
corpi scala in particolare si è usato un brise-soleil in acciaio zincato forato.
Con questa mia presentazione vorrei sottolineare ancora una volta come l’acciaio sia un materiale versatile che in architettura può dare vita
a rivestimenti con forme organiche, oltre che essere impiegato per costruzioni più “semplici” o di forme regolari come gli edifici industriali.
L’acciaio sa infatti rispondere a diverse esigenze progettuali, e la scelta del tipo di acciaio deve essere effettuata dal progettista sì sulla base
dell’estetica, ma anche delle prestazioni richieste per l’involucro di resistenza meccanica e di resistenza alla corrosione.
Nuovo complesso industriale Alenia Aeronautica, Grottaglie, Italia
Architetto: Studio Amati
Foto: Fondazione Promozione Acciaio
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Edifici Recuperati
Arch. Andrea Bruno
Studio Bruno
3.4 Il progetto di recupero dell’edificio
Les Brigittines a Bruxelles ed il
progetto per il salone ipogeo di
Palazzo Carignano
Nel corso della conferenza tenutasi nel giugno del 2008 presso il Politecnico di Torino, l’architetto Andrea Bruno ha presentato alcune sue
realizzazioni architettoniche nelle quali l’uso dell’acciaio ed in particolare l’acciaio corten ha avuto un ruolo fondamentale per la risoluzione
ottimale di problemi d’inserimento di forme architettoniche contemporanee in edifici e contesti storici.
Talvolta la trasmissione letterale di una conferenza, illustrata da un molto ampio numero di immagini, si trasforma in un testo disordinato e
quasi incomprensibile, è per questo motivo che, per facilitare la lettura degli atti che seguono, si è ritenuto opportuno limitare il testo scritto
rifacendosi direttamente alle immagini che sono state proiettate.
Il primo caso presentato illustra il progetto dell’ampliamento della cappella delle Brigittine, nel quartiere dei Marolles, nel cuore di Bruxelles.
La chiesa delle Brigittine si colloca in un punto critico del tessuto urbano di Bruxelles. Chiuso tra la ferrovia e il quartiere dei Marolles, appare
sovrastata dall’alto edificio alle sue spalle che ne annulla la monumentalità e conseguentemente ne minimizza il valore storico-artistico,
mettendone in discussione la sua stessa conservazione. Da qui l’idea di rafforzarne l’esistenza, di sottolineare il suo “essere lì” raddoppiandone
il volume.
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La sua valenza urbana viene enfatizzata tramite la creazione di un cono prospettico che si orienta verso la facciata della chiesa. Una scalinata in
pietra segue l’andamento del terreno, delimitato dal percorso pedonale esistente che isola l’intervento dalla rue des Brigittines e dal cavalcavia
ferroviario.
Il nuovo edificio che affianca l’antica chiesa pur richiamandola inequivocabilmente nelle linee generali, contrappone alla sua massa costruita
di mattoni e pietra una immagine architettonica alternativa che non annulla ma mette in valore la sua propria identità. Essa si presenta come
un’immagine semplificata dell’antica chiesa, richiamandone gli elementi costruttivi fondamentali reinterpretati in chiave contemporanea.
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La nuova facciata, nella sua parte trasparente, lascia intravedere la struttura principale della sezione dell’edificio mentre una metà viene
rivestita da un involucro in corten che definisce e protegge gli ambienti tecnici che si sviluppano al suo interno. Fra la chiesa barocca e il suo
doppio si inserisce un terzo elemento, che si pone come trait d’union tra la negazione della facciata e la sua matericità. La grande superficie
vetrata, punto di incontro tra vecchio e nuovo, si accosta al fianco della chiesa barocca senza danneggiarne l’antica muratura. All’interno un
corpo scale e un ascensore distribuiscono verticalmente le diverse funzioni su sette livelli. Una sala da spettacoli per cento persone, le sale
prova, un ristorante, spazi per uffici, locali tecnici e di servizio completano così e rendono funzionale il grande vuoto della navata della chiesa
barocca già usata per gli spettacoli di teatro.
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L’involucro, composto da acciaio Corten e da vetro, continua all’esterno il gioco dell’armonia e dei contrasti presente all’interno del volume.
L’acciaio Corten rosso-bruno è un materiale nettamente diverso dai vecchi mattoni della cappella, ma declina gli stessi registri. Si tratta di un
materiale che permette variazioni naturali su una facciata uniforme e sul quale, sin dall’inizio, si deposita la patina del tempo. Il vetro, poi, si
contrappone alla pietra naturale che compone la maggior parte della facciata della cappella. Emette, da una parte, un riflesso letterale della
cappella, che lega l’antico al nuovo, e rompe, dall’altra, il nuovo volume in viste laceranti e accenti volumetrici. Nella parte superiore dell’edificio,
il vetro è completato da placche d’acciaio inossidabile intagliate con curve disegnate con precisione per rinforzare il riferimento al vicino
originario. [Stefan Devoldere et Iwan Strauven, Dèdoublement, in “A+”, n. 207, 2007, pp. 90-94]
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Il secondo caso proposto è quello di Palazzo Carignano che, nella sua caratteristica conformazione di palazzo bifronte, rappresenta uno dei più
importanti edifici torinesi, un monumento eccezionale per il suo valore storico e architettonico, un punto di riferimento nella struttura urbana di
Torino.
Il primo nucleo della costruzione, eretto su progetto di Guarino Guarini tra il 1679 e il 1683 come dimora del principe di Carignano, è
costituito da due ali e un corpo principale in affaccio su piazza Carignano. Con l’insediamento, nel 1848 del Parlamento Subalpino, l’ellittico
salone centrale, uno dei più significativi esempi della fantasia compositiva dell’abate Guarini, fu adattato ad aula parlamentare. Soluzione
che si rivelò ben presto inadeguata quando con l’Unità d’Italia fu necessario accogliere un maggior numero di deputati e quindi si procedette
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all’ampliamento del Palazzo su progetto di Gaetano Ferri e Giuseppe Bollati. All’edificio di Guarini venne così aggiunto un corpo pressoché
speculare, che raddoppiando la dimensione del Palazzo ne alterava conseguentemente anche l’identificazione spaziale, sopprimendo il giardino
e trasformando il complesso in un blocco compatto racchiudente un cortile interno.
Ma la nuova grande aula del Parlamento non entrò mai in funzione per lo spostamento della capitale a Firenze e il Palazzo perse così il suo ruolo
trainante finendo per ospitare gradualmente diverse attività pubbliche, con utilizzazioni anche improprie. Fra queste, musei scientifici e facoltà
universitarie, sedi di soprintendenze artistiche e, nel 1937, il Museo del Risorgimento, successivamente estesosi fino ad occupare l’intero piano
nobile del Palazzo.
Il frazionamento delle utenze-a quelle pubbliche bisogna aggiungere alcune residenze private-ne ha reso problematica la manutenzione, causa
del progressivo degrado e della decadenza dell’intero complesso, e discontinuo il rapporto con il contesto della città. Anche alcuni interventi
parziali, funzionali alle varie attività ospitate nel Palazzo, hanno nel tempo reso sempre più labile l’organizzazione distributiva e statica
dell’intero complesso.
Il tempestivo intervento della Regione Piemonte innescò l’operazione di recupero dell’intero edificio. In una prima fase, gli indilazionabili
interventi conservativi hanno riguardato il rifacimento delle coperture, con la sostituzione dell’intero tetto dell’ala seicentesca con una nuova
struttura in legno lamellare, e il recupero dei vani nel sottotetto. Ma la parte più significativa di questa prima fase è stata sicuramente la
liberazione del corpo ellittico centrale dalle falde di copertura che gli erano state addossate; operazione che ha permesso la riapertura delle
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grandi finestre ogivali con la realizzazione di un percorso perimetrale.
Superata l’emergenza e il rischio di vedere compromessa irrimediabilmente l’intera struttura dell’edificio, nel 1984 ha inizio la seconda fase,
allorché il progetto per il restauro e il recupero funzionale di Palazzo Carignano viene inserito nel programma dei finanziamenti Fio. L’esigenza
primaria era quella di assicurare la conservazione all’edificio.
Viene confermata la vocazione di Palazzo Carignano, in coerenza con il significato storico di sede del Museo del Risorgimento. Obiettivo
del progetto, quindi, la trasformazione del Palazzo, con la sua complessità di strutture di epoche diverse, coniugando la valorizzazione degli
elementi storici, architettonici e decorativi dell’edificio con le esigenze di conservazione, esposizione e fruibilità proprie di un museo.
La mancanza di una sala per conferenze e per quelle funzioni culturali e scientifiche proprie di un moderno museo, ha condotto alla
riconsiderazione dello spazio superstite dell’antico giardino rappresentato dal cortile, racchiuso tra i due corpi del Palazzo. Al di sotto di questo
è stata così progettata e costruita una grande sala che, con le sale del Parlamento Subalpino e del Parlamento Italiano, diventa un punto di
riferimento importante non solo per il museo ma per la città stessa.
L’intervento è stato realizzato attraverso l’impiego di tecnologie avanzate in cui l’acciaio collabora fortemente con il cemento: quattro grandi
pilastri in cemento armato sui quali poggia una grande sfera di 60 centimetri di diametro, in acciaio, sorreggono le travi metalliche di sostegno
della soletta di copertura della sala sotterranea, che è illuminata con luce zenitale attraverso quattro grandi lucernari a raso del piano cortile.
Queste sorgenti di luce sono in corrispondenza dei quattro pilastri: il punto di massima concentrazione degli sforzi coincide così con il punto di
penetrazione della luce.
Un’intercapedine, impostata sul perimetro della sala, segue l’andamento delle fondazioni del Palazzo e lascia in vista le fondazioni degli
avancorpi guariniani rivelati dagli scavi; un’intercapedine percorribile che consente di vedere anche lo sviluppo delle fondazioni del Palazzo
seicentesco. Da questo spazio centrale si raggiungono i nodi di distribuzione verticale, potenziati dall’inserimento, accanto alle scale esistenti,
di simmetriche esistenti, di nuovi gruppi scala con capaci ascensori. L’inserimento della sala sotterranea, funzionale al nuovo utilizzo, non
modifica minimamente l’aspetto della corte stessa, ripavimentata con un acciottolato continuo, né interferisce visivamente con la spazialità
della corte centrale.
Una realizzazione che si inserisce nella storia del Palazzo che ha visto nel tempo variazioni e modifiche molto importanti, dalla trasformazione della
sala dove i principi di Carignano tenevano le feste danzanti in sala del Parlamento Subalpino, al raddoppio del Palazzo per creare la sede del nuovo
Parlamento Italiano e finalmente in una sala per il museo ma anche per possibili utilizzazioni pubbliche, costruita nell’unico spazio disponibile, il
cortile, che segna l’attenzione della nostra epoca.[estratto da Mario Mastropietro (a cura di), Oltre il Restauro, Lybra, Milano, 1996]
Un altro intervento di dimensioni minori ma non meno importante per quanto riguarda l’utilizzo dell’acciaio autopatinabile, è quello di Palazzo
Chigi a Formello, destinato a divenire il museo dell’ agro veientano, dove l’anima dell’antica torre distrutta che riemerge sulla sommità del
Palazzo, nuovo simbolo di torre civica, si affianca al campanile della chiesa e consente di ammirare dall’alto il centro storico della città e l’intero
panorama dell’agro veientano.
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L’unica testimonianza storica era rappresentata da un dipinto nel quale si intravedeva, a fianco del campanile, la torre bianca del palazzo dei
Colonna che dominava il paese, oggi demolita e coperta da un tetto a falde. L’obiettivo era quello di ridare vita a quest’oggetto scomparso
attraverso l’inserimento di una forma aperta che richiamasse l’idea della torre non più esistente e che rappresentasse al tempo stesso un
elemento di rottura. La parte della torre all’interno del Palazzo, mozzata a livello del tetto, è stata recuperata alla sua funzione originaria di
collegamento verticale e di tramite per un affaccio sul territorio circostante. Una scala sospesa al suo interno darà ai visitatori del museo
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la possibilità di ammirare le antiche decorazioni che ne ornano le pareti interne riscoperte e messe in valore nel corso dei lavori di restauro.
Le pareti emergenti, in acciaio Cor-ten, sono disegnate in modo da indirizzare lo sguardo di chi accederà a questo terrazzo verso i punti più
significativi del territorio circostante. Da qui si potranno vedere le località in cui sono stati scavati i più famosi reperti archeologici dell’agro
veientano che saranno in parte esposti nelle sale del nuovo museo e che rappresentano una parte importante delle collezioni già esposte nel
grande museo di Villa Giulia a Roma.
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Edifici Recuperati
Ing. Carlo Ostorero
Politecnico di Torino Dipartimento DISET
3.5 Sostenibilità e uso dell’acciaio
La mia presentazione riguarda una piccola riflessione che, riallacciandosi a quanto verrà presentato dall’architetto Fraser, parte proprio dall’uso
di materiali metallici, per interrogarsi sul significato d’uso di questi ultimi. Mi piace ricordare quella sorta di “profezia letteraria” verificatasi
col passare degli anni nelle espressioni dell’architettura e dell’arte, le “Six Memos for the Next Millenium”, ovvero le lezioni che noi in italiano
conosciamo come “Lezioni americane” di Italo Calvino; una serie di conferenze che egli avrebbe dovuto tenere per l’università di Harvard
intorno alla metà degli anni ’80. Ricordo che il libricino che le conteneva passò di mano in mano, quando ero studente al Politecnico, ancora in
edizione inglese, e mi affascinò moltissimo per quanta affinità e attitudine ci potesse essere in questo trattato, veramente una sorta di trattato
teorico delle qualità e delle affinità che doveva adottare il progettista per il secolo, o addirittura il millennio, successivo. Ed è interessante come
Calvino comunicasse tutto ciò rivolgendosi a degli studenti americani, studiosi di autori medievali, degli autori del dolce stilnovo, di Guinizzelli,
Guicciardini, di Jacopone da Todi.
Straordinaria era la menzione che faceva alle due categorie della “leggerezza” e della “velocità”. Egli diceva: “Io non sono contrario alla
pesantezza, non sono contrario alla mancanza di trasparenza, ma penso che in letteratura o nell’interpretazione dei nostri tempi queste due
categorie poetiche e metafisiche, la leggerezza e la velocità, saranno quelle che interpreteranno meglio il futuro che ci attende”. Curiosamente
anni dopo Renzo Piano, prima involontariamente poi volontariamente, nella cerimonia di ritiro del Pritker Prize, cita proprio le lezioni americane
di Calvino, perché nei suoi progetti egli rende realtà architettonica proprio questa definizione di leggerezza e di trasparenza. Mi interessa citare
questo antefatto, perché quando si parla di leggerezza e di velocità si deve parlare forzatamente di acciaio e di materiali metallici.
Ricordo un aneddoto che Sir Michael Hopkins mi raccontò, quando venne qui a Torino per conseguire la laurea honoris causa in ingegneria.
Hopkins mi descrisse l’incontro che egli ebbe con Buckminster Fuller, quando questi visitò la casa che Michael aveva progettato con sua
moglie Patty a Londra. Si tratta di una casa che si è sviluppata con uno di scheletro in acciaio, tamponamento anch’esso in acciaio, un sistema
prefabbricato da loro brevettato.
Buckminster Fuller visitando questa casa fece una domanda un po’ shoccante, a cui i coniugi Hopkins non erano preparati: “Quanto pesa questa
casa? Bella, interessante, ma quanto pesa? Quanti chili di acciaio avete usato?”. All’inizio entrambi rimasero sorpresi dalla domanda, che
verteva sul peso, sulla leggerezza, non sulle tecniche, sui dettagli, sui tempi di costruzione, ma sulla massa della materia usata.
Buckminster Fuller è stato veramente un profeta, un guru della materia acciaio, ma soprattutto dell’eliminazione del non necessario. In questo
era perfettamente ingegnere e architetto, unendo una capacità tecnologica e una riflessione sulla essenza, la “quintessenza” dell’uso del
materiale.
Nel cercare un filo rosso tra tutti gli interventi di questo seminario, mi ricordo anche quello che diceva Jean Prouvé in alcune sue discussioni,
un po’ folli, che faceva coi suoi amici ingegneri areonautici (questa è un’altra citazione che fa Renzo Piano quando ritira il Pritzker Prize), in cui
discutevano del perché un “chilogrammo di casa”, costa di più di un “chilogrammo di automobile”.
E’ una domanda assurda per la nostra logica occidentale, però è una domanda molto profonda, molto importante. Jean Prouvé si domandava
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quale fosse il motivo, l’errore, l’insito sbaglio che c’era nell’evoluzione del processo della costruzione edilizia; come mai una tecnologia
così recente come la costruzione automobilistica e l’industrializzazione, un sistema così perfezionato e così complesso come costruire
un’automobile - piuttosto che un aeroplano -, rende l’unità di peso di questa macchina meno pregiata, o meno costosa, dell’unità di peso
di qualche cosa che costruiamo da migliaia di anni, che siamo abituati a costruire da migliaia di anni. Io penso che questa sia una riflessione
molto importante, uno dei nuclei della riflessione sulla sostenibilità. L’acciaio può diventare qualcosa di estremamente veloce da montare, è un
considerabile fautore di forme.
Vorrei far riflettere anche sul fatto che parlare di acciaio significa anche parlare di differenti tipi di acciaio. Basti pensare a questo progetto
molto semplice, la realizzazione di una pensilina di autobus: è un progetto di Nicholas Grimshaw, che ho avuto la fortuna di incontrare nel suo
ufficio una decina di anni fa, quando stava appunto studiando questa pensilina, che poi è stata prodotta e commercializzata da una impresa
di furniture design spagnola. Interessante in questo micro edificio, che tra l’altro la città di Parma ha adottato come bus stop di tutta la città,
il riassunto dei processi produttivi delle leghe ferro carbonio; è come una storia della metallurgia, una storia del metallo. Quando parliamo di
acciaio dobbiamo parlare di una lega ferro – carbonio, ma non si tratta esclusivamente di questo: sono presenti anche altri elementi. Ed è
interessante come questo semplicissimo oggetto riunisca la storia della metallurgia: il tetto è di ghisa, il sostentamento e tutti gli elementi
che costituiscono la pensilina sono in acciaio spazzolato, sono delle fusioni, delle trafilature. Perché mi interessa mostrarvi questo? Perché
“L’architettura, come qualcuno diceva, è Dio nel dettaglio”. I grandi progettisti fanno della competenza un punto di forza, e così anche della
competenza nel campo della metallurgia, delle caratteristiche del materiale. Quello di Grimshaw è l’unico studio al mondo che si occupa di
metallurgia e che dialoga con le industrie siderurgiche inglesi per ottenere delle particolari fusioni, delle particolari leghe adatte ai diversi
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progetti.
Questo significa che tutte le scelte sono fatte in funzione di una massimizzazione della
performance e minimizzazione dell’uso del materiale. Si arriva ad una ricerca della possibilità
di applicazione del materiale acciaio, di materiali che diventano leggeri, che possono diventare
trasparenti, che possono diventare facciate integrate col vetro piuttosto che realizzate come
elementi strutturali, che danno la soluzione di qualità e di quantità a questo tipo di architettura in
cui è difficile scindere, come direbbero i filosofi, il significante dal significato, la struttura da quello
che invece è l’espressione estetica. Mi pare importante sottolineare come questo materiale sia
quello che forse meglio esprime questa caratteristica e questa potenzialità. E qui, facendo un
salto di quasi 150 anni, cerco di dimostrare il fine del mio discorso: questa è la città dei cannoni
per definizione della marina toscana, la città di Follonica, dove si producevano i cannoni e le
armi per la flotta austriaca. Ed è interessante vedere come, nelle mani dei bravi architetti e dei
sapienti fonditori della ghisa, uno splendido manufatto come la chiesa della città ha perfettamente
conservato la qualità straordinaria estetica, architettonica, che deriva dall’espressività del
materiale. Ho portato questo esempio perché italiano, e perché possa testimoniare la sempre eterna giovinezza e la flessibilità di applicazioni di
un materiale, che è in fondo uno dei significati più profondi dell’essere sostenibile: qualche cosa che non spreca energia, spazio, materiali, e che,
passato il breve tempo di chi l’ha disegnato, di chi l’ha pensato, di chi l’ha vissuto, continua a trasmettere calore, significato e bellezza a quelli
che verranno dopo di noi.
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Edifici Recuperati
Arch. Simon Fraser
Micheal Hopkins Architects
3.6 Esperienze di progettazione
Vorrei cominciare con una breve presentazione di chi siamo e cosa facciamo, iniziando dalle cose che sono per noi materia di ispirazione, per
arrivare, infine a raccontare alcuni progetti che abbiamo realizzato.
Lo studio Michael Hopkins non è molto grande per essere uno studio d’architettura a livello internazionale, ma si occupa di concepire,
progettare e realizzare diversi tipi di costruzione, cercando di conferire a ciascuna quel qualcosa di nuovo e fresco che fa la differenza.
Al momento, abbiamo diversi progetti in corso in tutto il mondo: in Inghilterra, Giappone, Asia mediorientale, America…; ne abbiamo persino
realizzato uno anche in Antartide.
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Il nostro studio ha diverse sedi: a Tokyo e New York ci sono due piccole sedi, mentre quelle principali sono a Londra e Dubai.
Questo è il nostro ufficio, a Londra, realizzato in acciaio. E’ un edificio particolare in quanto può essere costruito da un uomo solo in dieci giorni.
Lo studio è stato interamente progettato da noi, e come si può vedere, è caratterizzato da una pianta libera in cui le persone possono vedersi e
parlare le une con le altre, con ambienti molto chiari per incontri e meeting.
Ci sono poi degli spazi in cui, quando il tempo inglese lo permette, ci si può anche sedere all’aperto e socializzare con i colleghi.
Una delle attività principali e più importanti del nostro studio è la realizzazione di modelli e di prototipi, che sono propedeutici alla costruzione,
che per noi rimane sempre la cosa più importante da perseguire.
Abbiamo realizzato edifici pubblici come quello per il Parlamento a Londra, in Inghilterra.
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In questa foto si può vedere come all’interno dell’edificio del parlamento sia stato realizzato uno spazio interno/esterno pienamente vivibile.
Un altro genere di edifici di cui ci siamo occupati sono i centri di ricerca, come questo ancora in fase di costruzione.
E ancora teatri d’opera, come questo a Glyndebourne, una città vicino al mare in Inghilterra.
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O, ancora, abbiamo realizzato ospedali, come questo nell’immagine. Non avevamo mai progettato ospedali prima, questo in particolare è un
ospedale per bambini.
Un altro progetto interessante che abbiamo fatto è l’edificio per un’associazione privata, la Welcome Trust, che raccoglie circa 1 miliardo di
euro per la ricerca scientifica.
Questo invece è un media center, che al suo interno ospita studi, un ristorante e una biblioteca.
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Questo ancora è uno spazio per un’agenzia di assicurazioni.
Un altro genere di progetti che facciamo sono i masterplan. Questo in particolare è il masterplan per la città di Nottingham, nello specifico per
la sua parte nord.
Prima di procedere con il mostrarvi più approfonditamente alcuni progetti, vorrei soffermarmi su alcuni concetti che sono per me di
fondamentale importanza. Penso che sia davvero importante per progettare il concentrarsi sui cinque sensi. Ovviamente, tutti pensano che la
vista sia importante, perché le cose si vedono prima di tutto.
Ma altrettanto importante è il tatto, come pure il sentire e l’odorare con cui ci si può relazionare alle cose e soprattutto agli spazi.
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Partendo da un fatto noto già migliaia di anni fa, vorrei parlare dell’importanza della luce del sole, la luce naturale.
Come affermava Luis Kahn, che su questo aspetto ha più volte espresso la propria opinione, “Il sole non si era mai reso conto di essere tanto
grande finchè non è entrato all’interno di un edificio”. O ancora: “uno spazio architettonico non è tale finchè non è investito dalla luce naturale”.
Io uso spesso l’immagine del Pantheon, per raccontare e mostrare come si può ottenere uno spazio che è molto semplice ma allo stesso
tempo così “drammatico”.
Questo è un angolo di Aix- en-Provence, nel sud della Francia, ma potrebbe tranquillamente essere un angolo d’Italia; l’idea è che questi
spazi siano vissuti e percepiti non solo per la luce e dunque con la vista, ma anche per l’odore e il suono che li caratterizza, così come la loro
dimensione.
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Per esempio, queste pietre, così grandi, dalla superficie ruvida e rozza, vi suggeriscono con la loro semplice presenza un invito a toccarne la
superficie, per sentire materialmente la loro consistenza.
Questo è un bagno giapponese, aperto verso l’esterno, in cui l’odore del legno e il calore che proviene dall’interno e dall’acqua lo rendono uno
spazio vivo. Tutto ciò, e non solo la vista dunque, permettono di ricordare questo spazio. Non tutto passa solo attraverso la vista.
Ovviamente poi non possiamo non citare il rumore dell’acqua, cosa che noi spesso vogliamo portare all’interno dei nostri progetti.
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Questo è un altro esempio, che immagino tutti conosciate, splendido e geniale in quanto non si sa da che parte arrivi la luce naturale. Si tratta
secondo me di uno degli spazi più moderni mai concepiti e realizzati, un esempio mirabile da cui noi vogliamo prendere spunto per i nostri
progetti.
Torino, Venaria Reale
Ora però voglio entrare nello specifico di alcuni progetti da noi realizzati, uno a Londra, uno a Nottingham, e ancora ad Atene e Dubai.
Si tratta di quattro progetti che ho personalmente seguito con il gruppo di persone con cui lavoro e i disegni e gli schizzi che vi mostrerò sono i
miei schizzi personali.
Il primo è un progetto che ho portato avanti quando ancora nello studio ero il più giovane.
La località è in quest’area vicino al Big Ben. Si tratta di un’area che non sapevano bene come utilizzare. In questa zona è stata costruita
l’estensione della linea della metropolitana chiamata “Jubilee Line”, che passa esattamente sotto il fiume Tamigi, circa 10 piani sotto il livello
dell’acqua.
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In questo contesto noi dovevamo inserire un nuovo edificio. Per fare questo abbiamo pensato di realizzare una grande scatola di cemento
armato, lasciata aperta in modo da permettere ai treni della Jubilee Line di passarci attraverso mentre noi costruivamo attorno ad essa.
Dunque c’erano solo sei punti in cui potevamo inserire la struttura che doveva reggere l’intero edificio attraverso sei colonne.
Per quanto riguarda la struttura in acciaio, che vedremo anche nelle prossime immagini, si può vedere come la nostra scelta sia stata quella di
realizzare una struttura chiaramente espressa.
Nella parte inferiore di questa scatola che abbiamo realizzato per contenere la struttura, le colonne imponenti attraversano lo spazio. Ci siamo
divertiti a realizzare questo spazio così espressivo, in cui sono compresi tutti i servizi come le scale mobili e gli spazi connettivi.
Tutto è realizzato in acciaio.
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Per costruire queste strutture abbiamo lavorato con un ingegnere strutturale, chiedendogli tutti i requisiti che esse avrebbero dovuto
rispettare. Abbiamo dovuto così giocare con i materiali acciaio e cemento, lasciando il cemento grezzo a vista nei muri e inserendo poi gli
elementi in acciaio come nelle uscite di sicurezza e nelle scale mobili.
Sopra tutto ciò si trova la biglietteria, a livello dello spazio principale subito sotto terra.
Nella sezione dell’edificio, si possono vedere le due diverse parti di cui è composto il progetto. A piano terra e al primo piano ci sono gli spazi di
supporto alle attività del Parlamento: le stanze per le diverse commissioni, sale riunione, bar, ristorante, biblioteca elettronica, un ufficio delle
poste, etc.
I piani sopra al cortile ospitano altri uffici.
Sotto ad esso, invece, c’è la grande hall con la biglietteria e la stazione della District Line.
Questo spazio, il cortile coperto, si trova dunque direttamente sopra la stazione e in particolare sopra la biglietteria. Dalla foto si possono
intravedere gli elementi della struttura. La struttura è sostenuta da profili in legno collegati da elementi in acciaio inossidabile che abbiamo
realizzato ad hoc.
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Si tratta di uno spazio molto bello, dove la gente può sostare e conversare, sentendosi all’aperto pur essendo al coperto.
Come dicevo, gli elementi che compongono la struttura della copertura di questo cortile sono realizzati in legno, in particolare con quercia
inglese e giunti in acciaio inossidabile.
È interessante spendere alcune parole anche sul processo di realizzazione di questa struttura e sul rapporto che abbiamo instaurato con il
costruttore.
Inizialmente, infatti, i giunti dovevano essere realizzati in acciaio zincato per ragioni economiche, ma il costruttore ci disse che li avrebbe invece realizzati
in acciaio inossidabile al fine di prevenire qualsiasi problema di resistenza o corrosione. Dunque essi sono stati costruiti così come li vedete ora.
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Questi sono così in grado di trasferire tutti gli sforzi che arrivano dalla copertura di questo spazio. Essi, inoltre, fungono almeno in parte da
elementi ombreggianti, oltre ad avere, insieme a tutta la struttura per come è stata pensata, anche delle proprietà acustiche e riflettenti. La
luce infatti si rifrange su di essi.
In questa foto potete vedere in modo molto chiaro gli archi e i contro-archi e tutti gli elementi delle strutture lignee.
E qui ancora gli elementi che catturano la luce e la riflettono verso la parte bassa dell’area illuminandola.
Questo è lo spazio nella sua totalità e spettacolarità. È un progetto interessante in quanto è stato studiato anche nei suoi aspetti energetici e
ambientali.
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Un altro incarico che ci è stato affidato é un progetto per Nottingham che ha una scala differente da quello precedente, e che doveva essere
realizzato senza un budget definito e in 18 mesi.
Ci diedero solo una foto da cui cominciare. L’area in oggetto come si vede dalla foto era un’area industriale, dove c’era una fabbrica di biciclette,
al posto della quale volevano un’università. Era un’idea che ritenevo piuttosto strana, in quanto volevano anche laghi, acqua…
L’unica cosa esistente di cui disponevamo dal punto di vista ambientale erano questi alberi che potete vedere nella foto. Così abbiamo
realizzato un masterplan, che prevedeva una tempistica di 20 mesi dal concept alla costruzione. Noi abbiamo lavorato a questo progetto con
un team di sole 5 persone.
La prima idea concettuale fu questa. C’era anche un lago, sul quale si affacciavano, come si può vedere dal modello, da una parte gli edifici e
dall’altra gli alberi.
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Nel primo schizzo in alto, si possono vedere le prime idee su come il masterplan doveva essere realizzato. Gli edifici si aprivano sul lago,
guardandolo.
La struttura era molto semplice, con un interasse di sei metri per gli edifici, con una struttura in vetro, legno e acciaio zincato.
Nel caso del vetro, in particolare, abbiamo voluto per la prima volta che esso fosse completamente calpestabile.
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Tutti gli elementi e anche le scale sono stati concepiti sin dall’inizio come molto leggeri, realizzati in acciaio proprio per mantenere questa
caratteristica di leggerezza.
E questa è la parte esterna dell’edificio in cui i tutti materiali dialogano fra loro: vetro, acciaio zincato e legno. Si tratta di materiali piuttosto
economici.
Questo elemento, che corona parte dell’edificio, è alto 5 metri e contiene le tecnologie utilizzate per catturare il vento e l’aria e portarla così
all’interno dell’edificio per garantire la ventilazione.
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Questa è una delle principali aree dedicate agli studenti, che si trovano tra due edifici e che comprendono spazi per la ricreazione come tavoli e
bar. Tutto è stato realizzato con legno riciclato e elementi in acciaio.
Questo è l’auditorium per le lezioni e le conferenze. Il tutto, come dicevo, è stato realizzato molto velocemente, in circa 20 mesi.
environmental strategies at Jubilee Campus
• planning/landscaping for micro-climate control, amenity and water management
• narrow Plan Form – 12 m wide floor plates
• exposed thermal mass
• night time cooling of building structure
• rotating thermal wheel and evaporative cooling
• rotating roof vent exhaust cowl to reduce fan power
• 100% fresh air system high levels of insulation
• integrated reflective louvres and window blinds
• BMS controlled artificial lighting, H&V, shading
• photovoltaics used to balance fan power and providing shading
• use of atria as buffer spaces and meeting places
• sedum roof covering
• sustainable construction materials and non use of PVC
Jubilee Campus, University of Nottingham
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Il progetto che mostro ora è stato realizzato ad Atene, ed è l’esito di un concorso a inviti a cui hanno partecipato oltre a noi anche Alvaro
Siza e Eduardo Souto de Moura. Eravamo fieri di essere stati chiamati al fianco di importanti e bravi architetti, che avrebbero, secondo noi,
sicuramente vinto. Fortunatamente, invece, vincemmo noi con il nostro progetto.
Questa è la vista dell’intorno con cui dovevamo rapportarci, con un vuoto su un lato, un contesto urbano difficile, con strade molto trafficate.
Il nostro progetto si basava sul fatto che l’edificio si sarebbe potuto espandere in un futuro, se la proprietà avesse comprato anche il lotto
adiacente, vista la possibilità di aggiungere un nuovo edificio collegato al primo senza bisogno di scale.
Questo è uno dei primi schizzi fatti agli inizi del progetto, in cui sono sintetizzate le principali impostazioni definite. L’edificio riempie l’intero
isolato e poiché l’intorno urbano è molto rumoroso, si è deciso di creare all’interno un ampio spazio centrale.
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Come da prassi, abbiamo realizzato alcuni modelli.
I modelli sono stati realizzati per concepire lo spazio sia nella sua struttura che spazialità. È uno spazio molto semplice peraltro, in cui la
copertura si origina dalle forme stesse dell’architettura.
Mentre noi stavamo realizzando questi modelli, si è proceduto con lo sbancamento dell’area come previsto dal concorso e dai disegni da noi
realizzati con cui l’abbiamo vinto.
In questo schizzo si possono vedere molti elementi che abbiamo tenuto in considerazione, sia nell’interno, in cui potete vedere addirittura il
posizionamento di una libreria, che nell’esterno. Dalle vetrate, infatti, è possibile vedere il cortile fuori, così come si può vedere anche chiunque
passeggi all’esterno sulla balconata e nel cortile.
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Abbiamo realizzato poi un altro modello molto schematico per verificare le soluzioni di facciata e di ombreggiamento scelte, le tecnologie per la
copertura.
Ed ecco il prodotto finito, la facciata realizzata con rivestimenti in acciaio inossidabile in corrispondenza delle librerie, evidenziate così verso
l’esterno. Si vede, inoltre, come la struttura portante in calcestruzzo sia chiaramente espressa in facciata. All’ultimo piano è stato realizzato un
giardino pensile.
E di nuovo il prodotto finito, un’altra porzione di facciata in cui si vedono le reti in acciaio inossidabile che costituiscono i parapetti.
Anche in questo caso la struttura in calcestruzzo è espressa e dimensionata per il rischio sismico: non è stato semplice progettare questo tipo
di struttura con travi e pilastri.
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C’è un piccolo giardino posto a piano terra dell’edificio. Si tratta di uno spazio molto bello, sempre vivo e dinamico in quanto le persone dall’alto
possono guardare verso il cortile interno, ma allo stesso modo chi si trova nel cortile può vedere le persone che si muovono in alto. È una zona
e un edificio molto frequentato, si vedono le persone camminare, gli ascensori salire e scendere.
È un po’ la mia versione del Pantheon, che ho mostrato all’inizio, poichè quando ci si trova in questo patio si può vedere il cielo, si può guardare
fuori e vedere che tempo c’è all’esterno, si possono vedere le nuvole che corrono nel cielo.
E infine l’ultimo progetto, realizzato nel 1996 a Dubai, circa 12 anni fa. Qui abbiamo alcuni altri progetti in corso.
L’obiettivo del nostro progetto a Dubai è stato quello di evitare il problema che hanno altre grandi città come per esempio Città del Messico, in
cui ci sono dei sobborghi e delle periferie infinite.
Dubai, infatti, vuole configurarsi come una città densamente costruita, con grattacieli e edifici alti che sono più adatti per una città in forte
crescita come quella.
Quindi quello che ci era stato chiesto era di progettare edifici per appartamenti che avessero però un diverso approccio architettonico alla città
e offrissero una vista maggiore verso il mare.
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Il nostro progetto è stato concepito e proposto per affacciarsi sul mare. Abbiamo studiato i tradizionali edifici a pianta quadrata e abbiamo
notato come questa avesse degli spazi che non possono effettivamente essere utilizzati per godere pienamente del panorama.
Abbiamo così studiato una forma alternativa, con un nucleo centrale e un piano che si può dividere in due appartamenti, che possono poi a loro
volta essere ancora suddivisi al loro interno.
Sucessivamente, siamo giunti all’idea che i due appartamenti potevano essere ospitati in due torri separate, per garantire a entrambi un miglior
accesso alla luce e alla ventilazione naturale.
Abbiamo poi pensato a questa forma di “goccia”, in cui la zona notte è distribuita dove c’è uno spazio più grande attorno al nucleo, mentre la
zona a giorno può godere di una vista migliore e soprattutto di maggior luce naturale.
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Successivamente, effettuando studi sul posizionamento delle torri, ci siamo resi conto che un complesso costituito da tre torri poteva
funzionare meglio da un punto di vista strutturale.
Nei paesi mediorentali non c’è la necessità che c’è qui in Europa di orientare gli edifici verso est e ovest, dunque abbiamo proposto questo
orientamento in cui si ha un apporto minimo di luce a est e ovest, massimizzando però lo spazio utile per gli appartamenti, come si può notare
dal modello in elevazione che abbiamo realizzato.
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Questa è la forma finale dell’edificio così come l’avevamo concepita, con la struttura in acciaio ottimizzata dalle tre torri separate che
costituiscono il complesso.
Questa è una torre del vento, una costruzione tradizionale dei paesi arabi, che presenta una facciata decorata in modo funzionale allo scopo.
Gli intarsi sulla facciata servono dunque come sistemi di ombreggiatura fissa che creano giochi di luce sul pavimento interno dell’edificio.
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Così abbiamo cercato di mettere a punto delle tecnologie per l’ombreggiatura e il passaggio della luce come questa, che permettessero il
passaggio della luce e la sua riflessione all’interno dello spazio.
In questi modelli iniziali si possono vedere le diverse sperimentazioni di facciata che abbiamo realizzato, con una parte della superficie
schermata attraverso alcuni elementi, o ancora la totalità della superficie di facciata schermata.
Abbiamo fatto numerosi altri modelli.
In questo modello si può intravedere anche l’appartamento e come in esso sia ottimizzato l’ingresso di luce naturale e la vista possibile verso il
mare.
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La committenza ci aveva richiesto un edificio a basso consumo energetico, che garantisse non solo la vista e la luce naturale, ma anche
l’apporto del vento.
E questa invece è l’ultima immagine con cui sono solito chiudere i miei interventi. È vero che noi abbiamo sviluppato grazie alla tecnologia
modalità e strumenti per costruire edifici e città più sostenibili, in grado di sfruttare gli apporti energetici, tuttavia forse è meglio riflettere che
questo tipo di città (come Verona, ritratta nella foto) erano già sostenibili centinaia di anni fa, e senza il bisogno di tutti gli apparati tecnologici
di cui oggi disponiamo, e si tratta, inoltre, di alcune tra le più belle città del mondo.
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Si ringraziano l’ing. Davide Ambrosio, l’ing. Carla Jachino e l’arch. Elena Magarotto
per la collaborazione nella realizzazione dell’iniziativa e di questa pubblicazione.
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