Il testo letterario: Istruzioni per l’uso
Il corso nasce da due semplicissime constatazioni: 1) È impossibile
capire la letteratura se non si impara a lavorare sui testi; 2) La pratica
dell’insegnamento letterario tende spesso a nascondere quanto sia
essenziale (e difficile) entrare in un’aula e parlare di un testo. Non
dell’autore, della sua vita, della sua ideologia, del suo “messaggio”, del
movimento o del periodo storico-letterario a cui appartiene, ma
semplicemente del testo, che chiede di essere interrogato per dispiegare
la pluralità dei suoi significati. Per questo, il testo può diventare un luogo
di lavoro plurimo e virtualmente inesauribile. Può essere sottoposto a
molteplici operazioni: leggere, interpretare, analizzare, commentare,
contestualizzare, storicizzare, formalizzare… Sono gli strumenti
essenziali di questa pratica che il corso tenterà di fornire e di illustrare, in
un percorso didattico che seguirà alcune tappe evolutive del romanzo
moderno e che assumerà come filo conduttore una delle nozioni critiche
al tempo stesso più familiari e sfuggenti, tuttora priva di una esauriente
definizione teorica: il personaggio.
R. Jakobson, La poesia contemporanea russa (1921)
“La letterarietà [è] ciò che di una data opera fa un’opera
letteraria. Finora gli storici della letteratura hanno soprattutto
scimmiottato la polizia che, quando deve arrestare una
determinata persona, agguanta per ogni eventualità chiunque e
qualsiasi cosa si trovi nell’appartamento e anche chi per caso si
trovi a passare nella strada accanto. Così anche per gli storici
della letteratura tutto faceva brodo: costume, psicologia, politica,
filosofia. Invece della scienza della letteratura si ebbe un
conglomerato di discipline rudimentali. Pareva che si
dimenticasse che queste categorie rientrano, ognuna, nella
scienza corrispondente, storia della filosofia, storia della cultura,
psicologia ecc., e che queste ultime possono naturalmente
utilizzare anche i monumenti letterari come documenti difettosi,
di seconda scelta”.
Vladimir Nabokov: Introd. a Lezioni di letteratura:
“Quando si legge, bisogna cogliere e accarezzare i particolari. Non
c’è niente di male nel chiarore lunare della generalizzazione, se
viene dopo che si sono amorevolmente colte le solari inezie del
libro. Se si parte invece da una generalizzazione preconfezionata, si
comincia dalla parte sbagliata e ci si allontana dal libro prima
ancora di avere cominciato a capirlo. Non c’è niente di più noioso e
di ingiusto verso l’autore che mettersi a leggere, per esempio,
Madame Bovary, con l’idea preconcetta che sia una denuncia della
borghesia. Non dimentichiamo che l’opera d’arte è sempre la
creazione di un mondo nuovo; per prima cosa, dovremmo quindi
studiare questo mondo nuovo il più meticolosamente possibile,
come se fosse qualcosa che avviciniamo per la prima volta e che
non ha alcun rapporto immediato con i mondi che già conosciamo.
Una volta studiato attentamente questo mondo nuovo, allora
soltanto possiamo analizzarne i legami con altri mondi, con altri
settori della conoscenza”.
Romano Luperini: L’interpretazione dei testi letterari:
la parte del commento
(in L’autocoscienza del moderno, 2006)
“Nella produzione critica si assiste a una pericolosa
divaricazione: da un lato la chiusura specialistica in un
microfilologismo spicciolo, dall’altro […] una propensione
a un ampliamento tematico della ricerca e a un suo
rapidissimo svariare fra testi diversi e lontani che in diversi
casi finisce col perdere di vista la loro concreta materialità
[…]. Da questo punto di vista, la crisi della critica non è che
un aspetto della crisi più generale della funzione
intellettuale e della progressiva scomparsa della figura
storica dell’intellettuale come mediatore civile”.
Romano Luperini: L’interpretazione dei testi letterari
“Nell’attività didattica e nelle indicazioni ministeriali che si
sono succedute nell’ultimo decennio la corrispondente
divaricazione è piuttosto fra un’immagine del docente di
letteratura come esperto e della riduzione dell’insegnamento
della letteratura come riduzione agli schemi e agli schemini
di una lettura esclusivamente linguistica e retorica e, invece,
un’immagine del docente come intrattenitore e tuttologo che
svolge percorsi tematici fra arti e discipline diverse
assumendo la letteratura tutt’al più come documento di
qualcos’altro. Se in un caso l’insegnamento rischia di
diventare arida e meccanica applicazione di metodi
esclusivamente descrittivi, nell’altro ignora la ricca
complessità della letterarietà”.
Romano Luperini: L’interpretazione dei testi letterari
“Sarebbe meglio, nella pratica didattica, lavorare soprattutto
sulla parafrasi del testo (sempre necessaria), sulla differenza
fra lingua del passato e lingua del presente e su poche
fondamentali indicazioni di tipo metrico, narratologico e
stilistico […] per concentrarsi poi sul momento della lettura
e dell’interpretazione. Gli stessi percorsi tematici vanno
accettati e praticati solo a condizione che partano sempre
dallo studio di campioni testuali. In nessun caso, comunque,
il docente dovrebbe rinunciare ad assumere un ruolo di
mediatore culturale, capace di commento e di
interpretazione, di offrire, cioè, modelli di analisi del testo
ma anche prospettive che lo collochino nella storia passata e
ne elaborino il significato per noi, nel nostro presente”.
Mario Lavagetto, Eutanasia della critica (2005)
“Molti anni fa, studente dell’ultimo anno di liceo, andai con
alcuni compagni di classe a sentire una lezione di Ungaretti
su Leopardi all’Università di Roma. Eravamo pieni di
febbrili aspettative e uscimmo sconcertati e delusi: il
vecchio poeta aveva debuttato leggendo
(meravigliosamente) Alla luna. Arrivato alla fine della sua
lettura era rimasto in silenzio, con istrionica impassibilità,
per qualche minuto, poi aveva borbottato: ‘È
meraviglioso… non c’è niente, proprio niente da dire’ e
aveva letto e riletto ripetute volte il testo fino a quando il
tempo della lezione fu completamente esaurito”.
Il testo letterario: Istruzioni per l’uso
I. TESTI NARRATIVI
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Daniel Defoe, Robinson Crusoe (1719), Garzanti
Gustave Flaubert, Madame Bovary (1857), Garzanti
Robert Louis Stevenson, Il Master di Ballantrae (1889),
Garzanti
Virginia Woolf, La signora Dalloway (1925), Feltrinelli
Vladimir Nabokov, La vera vita di Sebastian Knight
(1941), Adelphi
Il testo letterario: Istruzioni per l’uso
II. TESTI CRITICI
• Arrigo Stara, L’avventura del personaggio, Le Monnier
Oltre al testo di Stara, gli studenti leggeranno un testo a scelta tra i seguenti:
• Roland Bourneuf e Réal Ouellet, I personaggi, quinto capitolo di L’universo
del romanzo, Einaudi, pp. 143-198
• Franco Brioschi, Costanzo di Girolamo, Massimo Fusillo, Modi della
narrativa, in Introduzione alla letteratura, Carocci, pp. 135-180
• Seymour Chatman, Storia: Gli esistenti, terzo capitolo di Storia e discorso. La
struttura narrativa nel romanzo e nel film, Pratiche, pp. 99-151
• Giacomo Debenedetti, Commemorazione provvisoria del personaggio-uomo,
in Il personaggio-uomo, Garzanti, pp. 11-49
• Giorgio Ficara, Homo fictus, in Franco Moretti (a cura di), Il romanzo, vol.
IV: Temi, luoghi, eroi, Einaudi, pp. 641-658
• Edward Morgan Forster, Persone (2 capp.), terzo e quarto capitolo di Aspetti
del romanzo, Garzanti
• Philippe Hamon, Per uno statuto semiologico del personaggio, in Semiologia,
lessico, leggibilità del testo narrativo, Pratiche, pp. 85-127
• Enrico Testa, Eroi e figuranti. Il personaggio nel romanzo, Einaudi
Enrico Testa, Eroi e figuranti.
Il personaggio nel romanzo (2006)
“Nonostante tutta la distanza, lo scetticismo e il sospetto che si possano
frapporre tra noi e la pagina, la letteratura genera fenomeni di
identificazione tra il lettore e i personaggi. È un processo che, tra gli anni
Sessanta e Settanta, venne sbeffeggiato dallo strutturalismo, che vedeva
in esso una miserevole sopravvivenza dello psicologismo più banale e un
residuo umanistico legato a una concezione vieta e retriva della persona e
del soggetto. Per queste ragioni il personaggio fu messo al bando,
svalutato o, comunque, ritenuto argomento di scarso interesse. Per
Genette è ‘un semplice effetto fra tanti altri’, per Barthes ‘un prodotto
combinatorio di sèmi’, mentre per il Calvino dei Livelli di realtà in
letteratura ‘la funzione del personaggio può paragonarsi a quella di un
operatore, nel senso che questo termine ha in matematica’. Questa
‘disumanizzazione’ del personaggio, questa sua riduzione a pura
funzione o algoritmo non hanno però esaurito la sua nozione né hanno
consentito particolari passi avanti lungo la strada della sua
comprensione”.
Romanzo: alcune tappe nella storia del termine
1) Il significato originario, attestato per la prima volta nell’XI
sec., è legato all’avverbio medievale romanice, derivato
dall’aggettivo romanicus, che deriva a sua volta dal
termine Romània, che fin dalla tarda latinità designava
l’insieme dei territori abitati dai cittadini romani.
Romanice (= relativo alla Romània, e a ciò che è
romanicus)
 Entra nella locuzione romanice parabolare (parlare
“romanico”), contrapposta a latine loqui
 Si dirama nelle varie regioni d’Europa e passa a designare
le nuove lingue nate dal latino (i volgari): fr. ant. romanz,
prov. ant. romans, sp. ant. romance, it. ant. romanzo
Romanzo: alcune tappe nella storia del termine
2) Nel XII sec., il termine romanzo (per metonimia)
incomincia ad essere usato per designare i testi redatti in
lingua volgare, in opposizione ai testi “normali” che erano
scritti in latino.
Dunque, è un percorso scandito da vari slittamenti semantici:
a) Termine che designa un’appartenenza politica e
culturale (romanice);  b) Lingua parlata dal popolo
(volgare, o romanza);  c) Testo letterario composto (o
anche tradotto) in quella lingua.
 E.R. Curtius, Letteratura europea e Medioevo latino:
I termini “enromancier, romançar, romanzare hanno il
significato di ‘tradurre o comporre libri in volgare’. Tali
libri potevano poi chiamarsi, a seconda del paese, romanz,
romant, romance, romanzo: tutte derivazioni da romanice”
Romanzo: alcune tappe nella storia del termine
3) Il secondo significato si espande a dismisura, incomincia
ad ampliare la sua portata e ad abbracciare opere letterarie
molto diverse tra di loro.
Così, dal primo e piuttosto generico significato (“opera di
immaginazione scritta in volgare”), romanzo passa a
designare
• I romanzi cortesi in versi (XIII e XIV sec.),
• I romanzi cavallereschi in prosa (XV sec.),
• I romanzi pastorali (XVI sec.)
• E così via, fino al romanzo moderno che si sviluppa tra
Sei e Settecento
Romanzo: connotazioni e sensi figurati
Alcune definizioni dei dizionari sotto il lemma romanzo
(figur.):
 “Creazione fantastica della mente, fantasticheria,
illusione”
 “Progetto inattuabile, sogno vano, prodotto
dall’abbandono sentimentale, dall’immaginazione, da
speranze e desideri”
 “Affermazione, notizia o insieme di notizie inventate,
prive di fondamento, immaginarie; finzione, falsità,
menzogna”
 “Teoria scientifica o filosofica del tutto assurda o
infondata”
 “Insieme di vicende, fatti, esperienze così singolari,
eccezionali e talvolta incredibili, da apparire frutto della
creazione fantastica di uno scrittore o degne di costituire il
Romanzo: il bisogno di un “altro nome”
D. Diderot, Elogio di Richardson (1762):
“Per romanzo [roman] si intendeva fino a oggi un tessuto
di avvenimenti chimerici e frivoli, la cui lettura era
pericolosa per il gusto e per i costumi. Vorrei proprio che
si trovasse un altro nome per le opere di Richardson, che
elevano lo spirito, che toccano l’anima, che traspirano da
ogni parte l’amore del bene, e che pure vengono chiamati
romanzi [romans]”.
Novel e romance
• Termine ing. novel (e sp. novela)
– Deriva dall’italiano novella
– Viene usato per designare i romanzi scritti a partire dal
Settecento, caratterizzati da un bisogno di verosimiglianza
e di realismo
• Il vecchio termine romance viene riservato ai testi narrativi
scritti in precedenza, caratterizzati da inverosimiglianza e da
atmosfera idealizzata, avventurosa, fiabesca, meravigliosa
ecc.
In base a questa distinzione
• I romanzi greci, i romanzi cortesi, cavallereschi, pastorali
ecc. = romance;
• I romanzi “moderni” di Richardson, Balzac, Manzoni,
Tolstoj ecc. = novel
Novel e romance
William Congreve, prefazione a Incognita (1691): “I romances
sono costituiti in genere dall’amore costante e dal coraggio
invincibile di eroi, eroine, re e regine, mortali d’alto rango e simili.
Ivi il linguaggio sublime, gli eventi miracolosi e le imprese
impossibili sorprendono ed elevano il lettore a una vertigine di
delizia che lo lascia a terra quando interrompe la lettura e lo irrita al
pensiero di essersi fatto divertire e trasportare, coinvolgere e
angosciare dalle peripezie che ha letto, ossia successi di cavalieri,
sventure di damigelle e simili, quando non può non essere convinto
che si tratta di menzogne. I romanzi [novels] sono di natura più
familiare: ci vengono vicini e rappresentano intrighi in atto, ci
dilettano con casi ed eventi singolari ma non del tutto inconsueti o
senza precedenti che, non allontanandosi troppo dalla credibilità, ci
rendono più accessibile il piacere. I romances suscitano maggior
meraviglia, i romanzi maggior diletto”.
Novel e romance
Clara Reeve, Lo sviluppo del romance attraverso le epoche, i
paesi e i costumi (1785):
“Euprhasia La parola Novel [...] significa qualcosa di nuovo.
All’inizio fu usata per distinguere queste opere dal Romance,
benché in seguito siano stati confusi insieme e spesso scambiati
l’uno con l’altro.
Sophronia Ma come tracci la linea di distinzione, in modo da
separarli efficacemente, e da scongiurare ulteriori sbagli?
Novel e romance
Clara Reeve, Lo sviluppo del romance attraverso le epoche, i
paesi e i costumi (1785):
Euprhasia Tenterò di fare questa distinzione [...]. Il Romance
è una favola eroica, che tratta di persone e cose favolose. – Il
Novel è una rappresentazione della vita e dei costumi reali, al
tempo in cui è stato scritto. Il Romance descrive, con un
linguaggio alto e raffinato, ciò che non mai accaduto né è
probabile che accada. – Il Novel fornisce una relazione familiare
di quelle cose che passano tutti giorni davanti ai nostri occhi, che
potrebbero accadere ai nostri figli, o a noi stessi; e la sua
perfezione consiste nel rappresentare ogni scena in modo così
semplice e naturale, facendola apparire così probabile, da darci
l’illusione (almeno finché leggiamo) che tutto sia reale, fino a
provare le gioie o le sofferenze delle persone nella storia, come
se fossero le nostre”
Il romanzo sotto accusa
M. de Cervantes, Don Chisciotte della Mancha (1605 e 1615).
 Cfr. Parte I, cap. 6: rogo dei libri della biblioteca di Don Chisciotte
 Cfr. Parte I, capp. 49-50: requisitoria del canonico contro i libri di
cavalleria: “È mai possibile, signor hidalgo, che abbia avuto tanto
potere sulla signoria vostra la disgustosa e vana lettura dei libri di
cavalleria da farle dar di volta al cervello in modo che lei giunga a
credere di essere incantato, con altre cose di questo genere, così lontane
dall'esser vere come lo è la stessa menzogna dalla verità? E com'è
possibile che ci sia intelletto umano capace di credere che c'è stata al
mondo quella infinità di Amadigi, quella gran turba di tanti famosi
cavalieri, di tanti imperatori di Trebisonda, di tanti Felismarti d'Ircania,
di tanti palafreni, tante donzelle erranti, tanti serpenti e draghi, tanti
giganti, tante inaudite avventure, tanti generi di incantamenti, battaglie,
immani scontri, abiti lussuosi, principesse innamorate, scudieri divenuti
conti, nani buffi, biglietti, galanterie, donne ardimentose e, finalmente,
tanti e così stravaganti eventi quanti ne contengono i libri di
cavalleria?”
Il romanzo sotto accusa
M. de Cervantes, Don Chisciotte della Mancha (1605 e 1615):
Per conto mio posso dire che quando li leggo, finché non fisso la mente nel
pensiero che son tutte bubbole e futilità, mi danno qualche diletto; ma
quando rifletto a quello che sono, il migliore di essi lo sbatto contro il
muro e lo butterei anche nel fuoco, se l'avessi lì o vicino, come ben
meritevole di tale pena, essendo tutti falsi e bugiardi, fuori del corso
naturale delle cose, inventori di nuove sette e di un nuovo genere di vita e
causa, per il volgo ignorante, di arrivare a credere e a stimare per vere tutte
le sciocchezze ch'essi contengono. E hanno anche tanto ardire che osano
turbare le menti dei saggi e bennati gentiluomini, come si può ben vedere
da quello che hanno fatto con la signoria vostra, perché lo hanno ridotto al
punto che si è costretti a chiuderlo in una gabbia e portarlo su un carro di
buoi, come si porta un leone o una tigre, da un luogo all'altro, per trarne un
guadagno facendoli vedere. Via, signor don Chisciotte, abbia compassione
di se stesso, ritorni in seno alla ragionevolezza e sappia far uso di quel
discernimento così grande che il cielo si è compiaciuto di darle,
impiegando il felicissimo talento del suo ingegno in altra lettura che
Il romanzo sotto accusa
Pierre Nicole, Lettere sull’eresia immaginaria (1664-65):
“Non solo [...] i Romanzi rendono lo spirito mal disposto a tutte le
opere di religione e di pietà, ma lo disgustano in qualche modo da tutte
le azioni serie e ordinarie. Dato che non vi si rappresentano che
galanterie e avventure eccezionali, e dato che i discorsi che vi si fanno
sono lontanissimi da quelli che sono abituali nelle faccende serie, ecco
che leggendoli si assume insensibilmente una disposizione d’animo
tutta romanzesca; ci si riempie la testa di eroi e di eroine; e le donne
soprattutto, leggendo le adorazioni che vi si rendono a quelle del loro
sesso [...], s’imprimono così a fondo nella fantasia quel genere di vita,
che le piccole incombenze del loro ménage diventano loro
insopportabili; e quando tornano a casa loro, con la testa svaporata e
imbottita di queste follie, trovano che in casa tutto è sgradevole, e più di
tutto i loro mariti, che essendo occupati negli affari non sempre sono in
umore di omaggiare con quelle compiacenze ridicole che si offrono alle
donne [...] nei Romanzi e nella vita romanzesca”.
Il romanzo sotto accusa
Denis Diderot, Elogio di Richardson di Diderot (1762):
“Per romanzo [roman] si intendeva fino a oggi un tessuto di
avvenimenti chimerici e frivoli, la cui lettura era pericolosa per
il gusto e per i costumi. Vorrei proprio che si trovasse un altro
nome per le opere di Richardson, che elevano lo spirito, che
toccano l’anima, che traspirano da ogni parte l’amore del bene,
e che pure vengono chiamati romanzi [romans]”.
Alessandro Manzoni, Fermo e Lucia (1823):
Definisce il romanzo “il genere proscritto della letteratura
italiana moderna”.
Il romanzo sotto accusa
Gotthard Heidegger, Mitoscopia romantica: ovvero Discorso sul
cosiddetto romanzo (1698): Sostiene che i romanzi devono essere
considerati “come un vacuo fiume d’inchiostro su carta straccia. [...] Con
artificiose rivoluzioni, invenzioni di ogni genere, con espressioni
impetuose e macchinazioni divertenti i romanzi turbano l’animo del
lettore, suscitano in lui ogni sorta di bramosia, di inquietudine, di lascivia
e concupiscenza, gli impegnano totalmente il cervello, gli fanno fare un
bagno turco di passioni, ne minano la salute, ne fanno un malinconico e
un pusillanime; l’appetito se ne va, il sonno diminuisce [...]. Finora i
romanzi sono stati avversati perché si riteneva che non fossero altro che
paccottiglia pagana, fatta per sciupare tempo prezioso. D’ora in poi
bisogna considerarli anche come menzogne, come favole. Poiché [...] è
senza dubbio molto importante aver ben presente che chi legge romanzi
legge delle menzogne. [...] Non ci sono forse state proibite le menzogne,
non solo quelle che potremmo dire noi, ma anche quelle che amavamo?
Non ci hanno forse messo in guardia dalle favole, e precisamente da
quelle storie per vecchierelle, storie sciocche e interminabili, che si
chiamano appunto romanzi?”
“Questo non è un romanzo”
Marivaux, La vie de Marianne (1731-41): [Narrato in prima
persona dalla protagonista, che nelle prime pagine dice]
“A quindici anni non sapevo ancora se il sangue da cui
provenivo era nobile o meno, se ero bastarda o legittima. Questo
inizio sembrerebbe annunciare un romanzo: e tuttavia non è un
romanzo che io racconto; io dico la verità per come l’ho appresa
da coloro che mi hanno cresciuta”.
Defoe, Moll Flanders (1722), prefazione: “Oggi il mondo è così
invaso da romanzi e da racconti d’avventure che è difficile per
una storia di cronaca esser presa per vera”
Balzac, Papà Goriot (1834): “Dopo aver letto le segrete sventure
di Papà Goriot, cenerete con appetito attribuendo all’autore la
vostra ipersensibilità, tacciandolo di esagerazione, accusandolo
di fare poesia. Ah! sappiatelo; questo dramma non è una
finzione, né un romanzo. All is true, è così vero che ciascuno
può riconoscerne gli elemeni intorno a sé, forse nel proprio
cuore”.
“Questo non è un romanzo”
La Vie de Marianne, preceduta da un’“avvertenza” di colui che
ha trovato e pubblicato il quaderno con le memorie di Marianne:
“Visto che si potrebbe sospettare che questa storia sia stata
fatta apposta per divertire il pubblico, credo di dover avvertire
che lo ho avuta da un amico che l’ha realmente trovata, [...] e
che non vi ho avuto altra parte che di averne ritoccato alcuni
passi troppo confusi e troppo trascurati. In realtà, se fosse una
storia semplicemente inventata, con tutta evidenza non avrebbe
avuto la forma che invece ha. [...] Insomma, ecco la sua opera
per come è, solo con qualche correzione di singole parole”.
“Questo non è un romanzo”
Defoe, Robinson Crusoe (1719):
“PREFAZIONE DELL'AUTORE
Se mai la storia delle avventure di un uomo qualsiasi di questo
mondo è stata degna di pubblicazione e, una volta pubblicata, di
essere accolta con favore, colui che l'ha data alle stampe è
convinto che questa lo sia.
Gli eventi straordinari della vita di quest'uomo superano a suo
avviso, tutto ciò di cui si sia avuta mai notizia, ed è quasi
impossibile che la vita di un singolo individuo possa presentare
maggior varietà”.
“Questo non è un romanzo”
Defoe, Robinson Crusoe (1719):
“La storia è raccontata con accenti sobri e sereni, e con
l'intendimento religioso di sfruttare le circostanze così come gli
uomini savi se ne servono sempre, cioè per istruire gli altri
mediante questo esempio, e per giustificare ed esaltare la
saggezza della Provvidenza nelle più svariate congiunture della
vita, comunque possano verificarsi.
Chi l'ha data alle stampe è convinto che questa storia sia una
cronaca di fatti realmente accaduti, e non vi sia in essa traccia
veruna di invenzione. Ad ogni modo, il fatto che si tratti di
avvenimenti pregressi non muta il valore del racconto, sia per il
diletto del lettore, sia per l'insegnamento che glie ne può venire.
Egli pertanto ritiene, senza ulteriori giustificazioni nei confronti
del pubblico, di rendergli un grandissimo servigio nel farlo
stampare”.
Due incipit a confronto
Defoe, Robinson Crusoe (1719):
“Io nacqui nel 1632 nella città di York da una buona famiglia che
peraltro non era del luogo. Mio padre infatti era uno straniero, di
Brema, e in un primo tempo si era stabilito ad Hull. Poi, grazie al
commercio, aveva accumulato un ragguardevole patrimonio,
cosicché, abbandonati i propri affari, aveva scelto di vivere a
York e vi aveva sposato mia madre, appartenente a un'ottima
famiglia locale. Mia madre di cognome si chiamava Robinson, e
perciò io ebbi il nome di Robinson Kreutznauer; ma siccome
notoriamente gli inglesi inclinano a storpiare le parole ora noi
veniamo chiamati, ed anzi ci chiamiamo e firmiamo, Crusoe; ed
è così del resto che mi hanno sempre chiamato i miei compagni”.
Due incipit a confronto
Cervantes, Don Chisciotte (1605):
“’In un borgo della Mancha’, il cui nome non mi viene a mente,
non molto tempo fa viveva un cavaliere di quelli con lancia nella
rastrelliera, un vecchio scudo, un ronzino magro e un levriero
corridore. Un piatto più di vacca che di castrato, un tritato di carne
fredda in insalata tutte le sere, frittata coi ciccioli il sabato,
lenticchie il venerdì, qualche piccioncino in soprappiù la domenica,
consumavano tre quarti della sua rendita. Il resto se ne andava tra
un mantello di fino panno nero, calzoni di velluto per i giorni
festivi, con soprascarpe della stessa stoffa, e un vestito di lana
greggia della migliore per tutti i giorni. Aveva in casa una
governante che passava i quarant'anni, una nipote che non arrivava
ai venti e un garzone per i lavori della campagna e per la spesa,
capace tanto di sellare il ronzino quanto di maneggiare la roncola.
Due incipit a confronto
Cervantes, Don Chisciotte (1605):
“L'età del nostro gentiluomo rasentava i cinquant'anni: era di
complessione robusta, asciutto di corpo, magro di viso, molto
mattiniero e amante della caccia. Si afferma che avesse il
soprannome di Quijada o Quesada (c'è una certa discordanza tra gli
scrittori che trattano di ciò), sebbene si possa arguire, in base a
plausibili congetture, che si chiamasse Quijana. Ma questo poco
interessa il nostro racconto: l'importante è che nella narrazione non
ci si allontani minimamente dalla verità”
Tra quotidiano e avventura
Defoe, Robinson Crusoe (1719):
“Poiché ero il terzogenito e non ero stato indirizzato a un mestiere
purchessia, ben presto il mio cervello prese a fantasticare, a sognare
di andare in giro per il mondo. Mio padre, che era molto anziano,
aveva provveduto a corredarmi di una congrua istruzione, nei limiti
normalmente consentiti dall'educazione familiare e dalle modeste
scuole di provincia, e intendeva avviarmi alla carriera legale. Ma a
me sarebbe piaciuta una cosa sola: navigare; e questa mia
aspirazione mi portava a oppormi con tanto accanimento alla
volontà, anzi agli ordini di mio padre, e del pari a tutti gli sforzi di
persuasione e alle preghiere di mia madre e dei miei amici, che
sembrava esservi alcunché di fatale in questa mia propensione
istintiva, la quale tendeva direttamente alla vita miseranda che poi
mi sarebbe toccata”.
Tra quotidiano e avventura
Defoe, Robinson Crusoe (1719):
“Sulla nave avevamo un certo numero di pennoni di riserva, uno o
due alberi di gabbia e certi grandi pali di legno. Decisi di cominciare
da questi e come meglio potei m'ingegnai (erano pesantissimi) a
gettarli in mare legandoli l'uno all'altro con una fune perché la
corrente non li disperdesse. Dopo di che mi calai lungo il fianco della
nave, li tirai verso di me e li unii alle due estremità quanto più
saldamente potevo per formare una specie di zattera; e dopo averci
posato sopra, in senso trasversale, due o tre brevi assi di legno,
constatai che potevo camminarci sopra senza difficoltà, ma che non
avrebbe potuto reggere un grosso peso perché il legname era troppo
leggero. Mi misi dunque al lavoro, e con la sega da carpentiere tagliai
in tre pezzi uno degli alberi di gabbia di riserva, e con grande fatica
riuscii ad aggiungerli alla zattera; ma la speranza di provvedermi del
necessario mi stimolava a fare più di quanto non sarei stato in grado
di fare in circostanze normali”.
Tra quotidiano e avventura
“Ora la mia zattera era abbastanza solida per sopportare un carico di
discreta consistenza; ma ancora non avevo deciso che cosa caricarvi e
come proteggere il carico dalle onde. Tuttavia non indugiai a lungo a
pensarci. Per prima cosa portai sulla zattera tutte le assi o tavole che
mi riuscì di raccogliere, e dopo aver riflettuto su ciò di cui avevo
maggior necessità, cominciai col prendere tre cassoni da marinaio,
che avevo svuotato dopo averne forzato la serratura, e li calai sulla
zattera. Riempii il primo di viveri, cioè pane, riso, tre formaggi
olandesi, cinque pezzi di carne di capretto disseccata, di cui
solitamente ci nutrivamo, e un piccolo residuo di grano europeo che
tenevamo in disparte per cibarne qualche pollo che avevamo
imbarcato con noi, ma che poi ci eravamo mangiati; in partenza,
insieme a quel grano c'era anche un poco di orzo e di frumento, ma
con mio vivo disappunto vidi che era stato divorato dai topi, o
comunque sciupato senza rimedio”.
Un nuovo realismo
Mario Praz, Storia della letteratura inglese: Defoe dimostra una
straordinaria “aderenza alla realtà”, che dà alla narrazione “un
potente sapore di esperienza vissuta”. “Defoe sa trascegliere
istintivamente i lineamenti essenziali delle persone e degli
oggetti, sicché, senza bisogno di ricorrere ad artificio alcuno,
consegue straordinaria potenza evocativa con la mera efficacia di
note precise suggerite da un’immaginazione innamorata del
particolare”
Un nuovo realismo
Ian Watt, The Rise of the Novel: Studies in Defoe, Richardson,
and Fielding (1957):
“Se il romanzo fosse realistico semplicemente perché vede la
vita nei suoi aspetti più spiacevoli, esso sarebbe semplicemente
un romance capovolto. In effetti esso cerca di ritrarre tutte le
varietà dell’esperienza umana e non solamente quelle che si
adattano a una particolare prospettiva letteraria: il realismo del
romanzo non consiste nel tipo di vita che esso presenta manel
modo in cui la presenta”.
Un nuovo realismo
Ian Watt, The Rise of the Novel:
1. Attenzione al dettaglio e alla circostanza precisa;
2. Individui concreti, con un’identità ben circostanziata e un nome
proprio riconducibile alla società reale: “I primi romanzieri
ruppero in modo significativo con la tradizione e nominarono i
loro personaggi in un modo tale da suggerire che dovevano essere
considerati come individui particolari nel contesto sociale
contemporaneo”.
3. Collocazione dei personaggi in un particolare sfondo storico e in
un particolare contesto temporale;
4. Collocazione in uno spazio concreto, quasi “visualizzato”: “Il
luogo era tradizionalmente vago come il tempo nella tragedia,
nella commedia e nel romance. […] Defoe sembra così esser stato
il primo scrittore inglese a ‘visualizzare’, per così dire,
completamente ciò che narrava come se fosse avvenuto in un
ambiente reale”.
Un nuovo realismo
Ian Watt, The Rise of the Novel:
“Il metodo narrativo mediante il quale il romanzo esprime
l'atteggiamento circostanziato verso la vita può essere definito
realismo formale. E diciamo formale perché il termine realismo
non si riferisce qui ad alcun proposito o dottrina letteraria
particolare ma solamente a un insieme di procedure narrative
che vengono usate così spesso nel romanzo e così raramente in
altri generi da poter essere considerate tipiche del primo. Il
realismo formale è l'espressione di una premessa che Defoe e
Richardson accettavano in un senso molto letterale, la premessa
o convenzione fondamentale che il romanzo è un rapporto
autentico e completo su una esperienza umana e ha quindi
l’obbligo di soddisfare i suoi lettori fornendo loro dettagli sulla
personalità degli attori e sulle circostanze di tempo e luogo
delle loro azioni, dettagli presentati usando il linguaggio in
modo ampiamente referenziale”.
Un nuovo realismo
Denis Diderot, Elogio di Richardson di Diderot (1762):
“Per romanzo [roman] si intendeva fino a oggi un tessuto di
avvenimenti chimerici e frivoli, la cui lettura era pericolosa per
il gusto e per i costumi. Vorrei proprio che si trovasse un altro
nome per le opere di Richardson, che elevano lo spirito, che
toccano l’anima, che traspirano da ogni parte l’amore del bene,
e che pure vengono chiamati romanzi [romans]”.
Un nuovo realismo
Denis Diderot, Elogio di Richardson di Diderot (1762):
“Questo autore non fa colare il sangue [...]; non vi fa smarrire
nelle foreste; non vi trasporta in contrade sconosciute; non vi
espone al pericolo di essere divorati dai selvaggi; non si rinchiude
in luoghi clandestini di depravazione; non si perde mai nelle
regioni dell’incantesimo. Il mondo in cui viviamo è il luogo della
sua scena; lo sfondo del suo dramma è vero; i suoi personaggi
hanno tutta la realtà possibile; i sui caratteri sono tratti
dall’ambiente sociale; i suoi accadimenti rientrano tra i costumi di
tutte le nazioni civili; le passioni che rappresenta sono uguali a
quelle che provo io; sono gli stessi oggetti a suscitarle, e hanno
l’energia che conosco in loro; le traversie e le afflizioni dei suoi
personaggi hanno la stessa natura di quelle che mi minacciano di
continuo; mi mostra il corso generale delle cose che mi
circondano”.
Un nuovo realismo
Denis Diderot, Elogio di Richardson di Diderot (1762):
“O Richardson! oserei dire che la storia più vera è piena di menzogne
e che il tuo romanzo è pieno di verità. La storia rappresenta alcuni
individui, tu rappresenti la specie umana [...]; la storia abbraccia
soltanto una porzione della durata, soltanto un punto sulla superficie del
globo; tu hai abbracciato tutti i luoghi e tutti i tempi. Il cuore umano,
che è stato e sarà sempre lo stesso, è il modello dal quale tu copi. Se si
sottoponesse il migliore degli storici a una critica severa, chi la potrebbe
sostenere meglio di te? Da questo punto di vista, oserei dire che spesso
la storia è un cattivo romanzo, e che il romanzo, come l’hai fatto tu, è
una buona storia. O pittore della natura! sei il solo che non mente mai”.
Novel e romance
Novel e romance intesi
• Non solo come generi letterari storicamente
determinati (es. romanzo cavalleresco, romanzo
borghese)
• Ma anche come modi di narrazione e di
rappresentazione, che possono manifestarsi in epoche e
in generi diversi
• Novel  Modo mimetico-realistico
• Romance  Modo romanzesco
Northrop Frye, Anatomia della critica (1957)
Distingue tre tipi di rappresentazione letteraria:
1) Mito: tratta di entità ed eventi soprannaturali, lontani
dall’esperienza umana
Northrop Frye, Anatomia della critica (1957)
Distingue tre tipi di rappresentazione letteraria:
1) Mito: tratta di entità ed eventi soprannaturali, lontani
dall’esperienza umana
3) Realismo o modo mimetico: rappresentazione verosimile
dell’esperienza quotidiana
Northrop Frye, Anatomia della critica (1957)
Distingue tre tipi di rappresentazione letteraria:
1) Mito: tratta di entità ed eventi soprannaturali, lontani
dall’esperienza umana
2) Romance:
“Il mito si trova dunque a una estremità del disegno letterario
e il realismo dall’altra; nel mezzo c’è l’intera area del
romance, termine con il quale vogliamo indicare non il
genere storico [...], ma la tendenza [...] a trasporre il mito in
una direzione umana, e tuttavia, in contrasto con il
“realismo”, a creare dei moduli convenzionali secondo i quali
la narrazione tende verso una direzione idealizzata”
3) Realismo o modo mimetico: rappresentazione verosimile
dell’esperienza quotidiana
Northrop Frye, Anatomia della critica (1957)
Distingue tre tipi di rappresentazione letteraria:
1) Mito: Tratta di dèi e demoni
2) Romance: Tratta di eroi
3) Modo mimetico: Tratta di uomini
Northrop Frye, Anatomia della critica (1957)
“Il romance è tra tutte le forme letterarie quella che più si
avvicina alla rappresentazione del sogno o soddisfazione dei
desideri umani”
Tradotto in termini onirici, [...] è la ricerca di una soddisfazione
della libido o io desiderante che liberi l’io stesso dalle ansie
della realtà, pur continuando a contenere tutta questa realtà”
“L’elemento di perenne fanciullezza tipico del romance è
sottolineato dalla sua straordinariamente persistente nostalgia,
della sua ricerca di un’immaginaria età dell’oro attraverso il
tempo e lo spazio”
“Il modo del romance presenta un mondo idealizzato: nel
romance gli eroi sono coraggiosi, le eroine bellissime, i malvagi
cattivissimi, e si tiene ben poco conto delle frustrazioni, delle
ambiguità, e delle difficoltà della vita comune”
Northrop Frye, Anatomia della critica (1957)
Figure, trame e imagery del romance:
• Personaggi: cavaliere, vecchio saggio, bambino innocente,
donna angelica ecc.
• Animali tipici: pecora, cavallo, cane ecc.
• Immagine del giardino segreto e incantato (archetipo
dell’Eden)
• Immagini acquatiche: fiumi, fontane, ruscelli, laghi ecc.
• Luoghi tipici: torre, castello, foresta, isola ecc.
• Schemi narrativi ricorrenti: avventura, viaggio, ricerca ecc.
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Romance