CONFIMI
09 novembre 2015
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INDICE
CONFIMI
09/11/2015 Corriere Economia
Appalti La meritocrazia entri in cantiere
7
08/11/2015 Il Giornale di Vicenza
Un incontro per scegliere l'istituto giusto
9
09/11/2015 Il Giornale di Vicenza
Oratorio del '400, danni post-cantiere
10
07/11/2015 L'Arena di Verona
Banche, un polo a Verona o uno lombardo-Veneto?
11
SCENARIO ECONOMIA
07/11/2015 Corriere della Sera - Nazionale
Vola l'occupazione negli Usa Si prepara il rialzo dei tassi
13
07/11/2015 Corriere della Sera - Nazionale
Regioni, coperto il buco da 12 miliardi
15
07/11/2015 Corriere della Sera - Nazionale
Camusso: pensioni d'oro? Boeri è ossessionato serve una patrimoniale
16
07/11/2015 Corriere della Sera - Nazionale
ripensiamo il futuro per non diventare robot
18
07/11/2015 Corriere della Sera - Nazionale
Sciopero supermercati, impiegati alle casse
20
08/11/2015 Corriere della Sera - Nazionale
Il carovita domestico
21
08/11/2015 Corriere della Sera - Nazionale
«Saipem, con il riassetto Fsi-Eni saremo più autonomi e più forti»
23
09/11/2015 Corriere della Sera - Nazionale
Steccati da demolire (subito)
26
09/11/2015 Corriere della Sera - Nazionale
Rocca: bene pubblico-privato Subito una data, entro giugno
28
09/11/2015 Corriere Economia
Bill De Blasio a lezione di Made in Italy
30
09/11/2015 Corriere Economia
Diventare «capitalisti pazienti» per far ripartire il Paese
31
09/11/2015 Corriere Economia
L'Eurozona vede il ritorno degli utili E' l'ora delle società «domestiche»
32
07/11/2015 Il Sole 24 Ore
Un tesoro immobiliare da 10 miliardi
33
07/11/2015 Il Sole 24 Ore
Primo esame per il decreto sui salvataggi delle banche
35
07/11/2015 Il Sole 24 Ore
La scommessa espansiva
37
08/11/2015 Il Sole 24 Ore
Nell'orto dei decimali non cresce il lavoro
39
08/11/2015 Il Sole 24 Ore
Il rialzo dei tassi non ferma le Borse: Wall Street punta sui settori «protetti»
41
08/11/2015 Il Sole 24 Ore
Lo sciopero non ferma i grandi supermercati
43
08/11/2015 Il Sole 24 Ore
Telecom, faro Consob sugli acquisti in Borsa pre-conversione rnc
44
09/11/2015 Il Sole 24 Ore
«Piani Sud» d'Europa: meno tasse e più credito
45
09/11/2015 Il Sole 24 Ore
Per l'Italia una sfida con molte incognite
48
09/11/2015 Il Sole 24 Ore
Il dovere di investire sul domani
49
09/11/2015 Il Sole 24 Ore
Giovani e lavoro: bonus con poco appeal
51
07/11/2015 La Repubblica - Nazionale
Telecom, via libera Vivendi alla conversione delle azioni Cdp non entrerà nel
gruppo
54
08/11/2015 La Repubblica - Nazionale
Pensioni, il piano Inps tradotto in quattro punti
55
08/11/2015 La Repubblica - Nazionale
Consumi cresciuti dell'1,5% grazie agli 80 euro del bonus
57
08/11/2015 La Repubblica - Nazionale
Il sindacato di Vw attacca Mueller "Crisi non gestita"
59
09/11/2015 La Repubblica - Nazionale
Marchionne sfida Gm "Una scalata ostile? Non escludo niente"
60
09/11/2015 La Repubblica - Affari Finanza
Gilberto racconta la nuova Benetton "Saremo una holding internazionale"
62
09/11/2015 La Repubblica - Affari Finanza
AdR, rinviato l'ingresso di nuovi soci la rottura è avvenuta sulla governance
65
09/11/2015 La Stampa - Nazionale
Dall'America briciole di ossigeno
67
07/11/2015 Milano Finanza
ORSI&TORI
68
07/11/2015 Milano Finanza
Riparte la casa
71
07/11/2015 Milano Finanza
Il tagliando alle pensioni*
73
SCENARIO PMI
09/11/2015 Corriere Economia
Il risveglio della chimica Prove di ripresa in provetta
77
07/11/2015 Il Sole 24 Ore
Il farmaco italiano vince in competitività
79
07/11/2015 Il Sole 24 Ore
UniCredit, due miliardi per le Pmi della moda
80
09/11/2015 Il Sole 24 Ore
Pmi (quasi) fuori dalla crisi
81
08/11/2015 La Stampa - Nazionale
I due fratelli che tengono in vita la sedia di Chiavari
83
07/11/2015 Milano Finanza
Smi-UniCredit , pronti 2 miliardi per la filiera della moda*
85
07/11/2015 ItaliaOggi
Calenda: 260 mln per promuovere le aziende A Milano super fi era della moda con
Smi-Unicredit
86
07/11/2015 Avvenire - Nazionale
Unicredit aiuta le Pmi tessili
87
09/11/2015 Il Giornale - Nazionale
«Per produrre angeli serve una come Angela»
88
09/11/2015 L'Unità - Nazionale
Martina: «Una legge di Stabilità che investe sull'agricoltura»
90
06/11/2015 Capital
RILLACCIARSI ALLE CINTURE
92
CONFIMI
4 articoli
09/11/2015
Pag. 46 N.37 - 9 novembre 2015
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Sondaggio Swg Le società edili e la riforma in discussione alla Camera. Piacentini (Aniem): più trasparenza
e meno burocrazia
Appalti La meritocrazia entri in cantiere
«Premiare le imprese con pochi contenziosi, tanti dipendenti e pochi infortuni»
fausta chiesa
C onto alla rovescia per le nuove regole sull'assegnazione degli appalti pubblici. Entro aprile l'Italia deve
recepire le direttive europee e riscrivere il Codice Appalti. Il disegno di legge, già approvato dal Senato, che
delega il governo ad attuare la nuova disciplina europea in materia di appalti pubblici e concessioni e a
procedere a un complessivo riordino della normativa vigente sui contratti pubblici di lavori, servizi e
forniture, è in discussione in aula alla Camera e si attende l'approvazione dopo la presentazione degli
emendamenti.
I primi a essere scontenti del meccanismo di assegnazione sono proprio gli addetti ai lavori. Come è
emerso dall'indagine condotta tra le imprese edili italiane curata da Swg, oltre il 70% giudica le gare
d'appalto pubblico «poco trasparenti», «poco meritocratiche» e «non in grado di garantire il miglior rapporto
qualità/prezzo». Il questionario di 33 domande è stato sottoposto a 400 imprese edili, grandi, medie e
piccole di tutta Italia, di cui 200 iscritte a Aniem, l'associazione che raggruppa le piccole e medie imprese
edili manifatturiere (in tutto 7mila) aderenti a Confimi Industria. Tra queste ultime, chi ha dato un voto
inferiore al 6 (quindi insufficiente) sul livello di trasparenza delle gare pubbliche di appalto è stato il 71 per
cento. Ancora più alta la percentuale di chi giudica i bandi pubblici non meritocratici (77%) e non in grado di
offrire il miglior rapporto qualità/prezzo (79%). Il tema della riforma è «caldissimo», anche perché il periodo
per il settore non è dei più facili: adesso l'edilizia mostra una ripresa, ma i pesanti strascichi della crisi si
sentiranno ancora per un decennio, come è emerso dall'analisi del Rapporto 2015 sul sistema delle
costruzioni appena presentato da Federcostruzioni.
I dati
Il settore, che vale il 12% dell'occupazione nazionale, ha perso in sette anni 650 mila posti di lavoro e 125
miliardi di valore della produzione (29,9%). Che cosa serve per costruire di nuovo? A metà ottobre i piccoli
di Aniem si sono riuniti a Roma in occasione del convegno dal titolo «Costruiamo di nuovo», in cui sono
intervenuti anche il viceministro alle Infrastrutture Riccardo Nencini e il consigliere Anac Michele Corradino.
Il modello è il Regno Unito e la «soft regulation». «Ci troviamo ancora una volta a vivere un paradosso: un
anno per approvare una legge delega sugli appalti che dovrebbe essere unicamente una legge di princìpi e
di indirizzi e che, invece, già contiene circa 60 disposizioni normative - ha detto il vicepresidente di Aniem
Marco Razzetti -. Non è questo l'approccio legislativo del quale abbiamo bisogno e che nulla ha portato in
termini di moralizzazione e capacità selettiva delle imprese. Dobbiamo creare un sistema di poche,
fondamentali e chiare leggi».
Le regole
«Occorre andare verso un sistema con poche e inderogabili regole, responsabilizzando al massimo stazioni
appaltanti e imprese - è il parere di Dino Piacentini, presidente di Aniem -. Un sistema di qualificazione
delle imprese che valorizzi le verifiche sostanziali delle capacità e delle competenze tecniche e
professionali, comprese le risorse umane, e che guardi al track-record: ha avuto pochi contenziosi, ha tanti
dipendenti, ha poco turnover e pochi infortuni. La Soa, la certificazione obbligatoria per la partecipazione a
gare per l'esecuzione di appalti pubblici, non è funzionale e andrebbe abolita domattina».
Per Piacentini, non possiamo restare ancorati a metodi e regole che potevano avere un senso 50 anni fa
ma che oggi si presentano incomprensibili, impraticabili, assolutamente penalizzanti per un sistema
economico che voglia far emergere appieno le sue potenzialità.
CONFIMI - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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Pag. 46 N.37 - 9 novembre 2015
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Poi c'è l'annoso problema dei ritardi dei pagamenti della pubblica amministrazione. Angelo Santoro, vice
presidente di Aniem, propone di attuare accanto alla centrale unica di committenza anche una centrale
unica di pagamento, con il saldo diretto alle imprese senza passare per i Comuni. «I quali devono vivere di
tributi locali - dice-- e non dei finanziamenti inerenti gli appalti pubblici che vanno corrisposti a chi esegue i
lavori ossia agli appaltatori».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Fonte: sondaggio Swg su associati Aniem S. Avaltroni La difficoltà di stare nei costi L'incertezza delle
risorse assegnate Impegnare risorse e capitali per lunghi periodi L'incertezza dei tempi di esecuzione La
richiesta di modifiche di progetto Le carenze legislative I FATTORI CRITICI Per un'impresa edile quali sono
i principali rischi nel partecipare ad una gara pubblica? Massimo 3 risposte LE PROPOSTE DI RIFORMA
Come cambiare le gare per assegnare gli appalti pubblici I NODI DA SCIOGLIERE Le gare per assegnare
gli appalti pubblici... 47% 55% 29% 20% 24% 23% 28% 22% 15% 15% 14% 17% Sono poco
meritocratiche 77% Non garantiscono il miglior rapporto qualità/prezzo 79% Sono poco trasparenti 71%
Spacchettare l'opera in lotti più piccoli 57% Semplificare le procedure burocratiche 42% Rivedere il sistema
di qualificazione Soa 31% Uniformare le normative tra le aree territoriali Imprese 29% Aniem Non Aniem
Foto: Idee Dino Piacentini, presidente di Aniem
CONFIMI - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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diffusione:32600
tiratura:42962
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L'INIZIATIVA. Giornata di orientamento scolastico domani in Fiera, promossa da Confindustria e
Apindustria Vicenza
Un incontro per scegliere l'istituto giusto
Spettacolo teatrale per gli studenti e una tavola rotonda per i genitori
Scegliere la scuola giusta dopo l'esame di terza media è un compito difficile per i giovani e i loro genitori. È
per aiutare gli studenti e le loro famiglie in questa fase delicata del percorso scolastico, che nasce la
giornata di domani organizzata da Confindustria e Apindustria Vicenza.Nella sala Palladio della Fiera
l'appuntamento dedicato agli studenti delle scuole secondarie di primo grado e ai genitori, tutta all'insegna
dell'orientamento scolastico, si articolerà in più momenti.Al mattino, la compagnia teatrale Teatro educativo
proporrà ai ragazzi, in tre turni successivi, uno spettacolo tarato sui temi delle scelte scolastiche da fare per
il loro futuro. Ad assistere alla performance saranno in tutto oltre 2.100 studenti di terza media. Quella
adottata da Teatro educativo è una formula originale che attraverso un happening teatrale propone un
modo di fare orientamento scolastico che coinvolge i ragazzi con un linguaggio accattivante e facilmente
comprensibile.La giornata proseguirà nel pomeriggio. Alle 18, sempre in Fiera, lo spettacolo sarà replicato
per i genitori, che a seguire potranno partecipare, anche ponendo domande, a una tavola rotonda sul tema
"Scuola e lavoro: quale futuro per i nostri figli?".L'incontro approfondirà quali sono le strade che il mondo
del lavoro e delle professioni può aprire nei prossimi anni per i giovani. Interverranno gli imprenditori
Cristian Zoppini e Flavio Marelli, e l'executive coach Fanny Dalla Valle. La giornata sarà un'occasione utile
per contribuire a chiarire le idee ai giovani sulle proprie attitudini scolastiche e ai genitori sul loro ruolo nelle
scelte dei figli. o COPYRIGHT
CONFIMI - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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09/11/2015
Pag. 7
diffusione:32600
tiratura:42962
Oratorio del '400, danni post-cantiere
Crepe sulla parete e coppi spostati in seguito ai lavori nella piazzetta Il "Boccalotti" è stato transennato Ora
c'è il rischio che piova dentro
L'Oratorio dei Boccalotti, gioiello del Quattrocento, transennato e con una parte delle tegole spostata.
«Dovevamo evitare cadute che potessero provocare danni a chi passava - spiega Lucio Turra presidente di
Ipab, ente propietario dell'antico complesso di San Pietro di cui fa parte anche l'oratorio -. È accaduto tutto
molto in fretta, ci sono stati lavori lungo contrà San Pietro e poi ci siamo resi conto dei danni, come se
qualcosa si fosse spostato. Il tetto deve essere sistemato in fretta, prima che inizi la stagione delle piogge,
altrimenti si potrebbero compromettere gli affreschi che ci sono all'interno». Gli ultimi lavori lungo contrà
San Pietro risalgono al mese scorso e riguardano un intervento strutturale indispensabile per ricreare gli
strati di base della struttura stradale danneggiati, molto in profondità, dall'alluvione di Ognissanti di cinque
anni fa. Benne al lavoro per quattro-cinque giorni per sistemare anche piazzetta San Pietro, corte dei Mulini
e contrà Sant'Andrea. «Non sappiamo che cosa sia accaduto durante l'intervento per sistemare il manto
stradale- aggiunge Turra - sta di fatto che proprio alla fine abbiamo notato le crepe e, soprattutto, il
cedimento di una parte del tetto con lo scivolamento della copertura a coppi».Se ci sia connessione tra i
lavori e quanto riscontrato nell'oratorio che fa parte integrante dell'antica abbazia di San Pietro, che
comprende- oltre la chiesa, l'ospizio e il chiostro, anche quest'ultimo in attesa di restauro - non sarà facile
da stabilire. Sta di fatto che un intervento serve e deve essere messo in cantiere nell'arco di pochi giorni ed
è quanto Ipab sta tentando di tradurre dalla carta alle scale per far salire gli operai che dovranno sistemare
la copertura.L'edificio è stato costruito attorno al 1414, per le riunioni della Fraglia, corporazione dei
Boccalotti, ossia degli artigiani che producevano stoviglie e decorazioni fittili pregiate. Da ultimo, fu
restaurato nei primi anni del Novecento. La costruzione ha una pianta quadrata, e si distingue per un tetto a
capanna assai sporgente. Gli affreschi- di un allievo del Maganza- che ornavano la parte superiore del
prospetto, sono andati perduti. Rimangono le decorazioni della porta di entrata, dovute probabilmente ad
un maestro: Zanino dei Boccali, e la centina della porta, che è caratterizzata da una ghiera di formelle in
cotto, decorate con pannocchie in rilievo. Nel sesto centenario dalla costruzione Italia Nostra si è
rimboccata le maniche per recuperare affreschi e il gruppo scultoreo della Madonna con bambino
accompagnata da angeli reggitorcia e nel luglio dello scorso anno è iniziato il restauro delle tre statue
lignee a spese di Italia Nostra e dell'Api, che per festeggiare i suoi primi 40 anni ha scelto la via del
mecenatismo culturale. Ma c'è anche un altro progetto sull'oratorio portato avanti da Gabriele Zorzetto e
Angela Blandini, professionisti che conducono lo studio Vetera , è già stato presentato alla Soprintendenza
e prevede proprio il consolidamento del tetto e il recupero degli affreschi e la rimozione di alcuni intonaci.
oC.R.COPYRIGHT
CONFIMI - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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IL CASO. L'antica abbazia che comprende anche il chiostro di San Pietro è dell'Ipab: necessario un
intervento urgente per salvare gli affreschi
07/11/2015
Pag. 8
diffusione:34514
tiratura:44963
Da una parte c'è il progetto auspicato dal sottosegretario all'Economia Enrico Zanetti, che vorrebbe fare di
Verona il polo finanziario ed economico del Veneto, attraverso l'aggregazione di «realtà solide quali il
Banco Popolare, Cattolica e Fondazione Cariverona». Dall'altra parte c'è il quadro di più ampio respiro
disegnato dal sindaco Flavio Tosi, che ha in testa «un soggetto lombardo veneto nel quale il sistema
Verona può essere protagonista, per posizione geografica e per capacità di investimento». Su
Da una parte c'è il progetto auspicato dal sottosegretario all'Economia Enrico Zanetti, che vorrebbe fare di
Verona il polo finanziario ed economico del Veneto, attraverso l'aggregazione di «realtà solide quali il
Banco Popolare, Cattolica e Fondazione Cariverona». Dall'altra parte c'è il quadro di più ampio respiro
disegnato dal sindaco Flavio Tosi, che ha in testa «un soggetto lombardo veneto nel quale il sistema
Verona può essere protagonista, per posizione geografica e per capacità di investimento». Su questi
scenari, che si sono aperti in seguito alla riforma delle Popolari, si è dibattuto ieri durante un convegno,
organizzato alla Gran Guardia per la Settima settimana veronese della finanza e moderato da Matteo
Scolari, presidente di Verona Expo. Il titolo: «Nuovi scenari della finanza veronese e veneta».Germano
Zanini, che dell'iniziativa è il direttore, pur definendo la riforma delle Popolari «un golpe», ha insistito sulla
«necessità di guardare al futuro di Verona, creando un distretto finanziario a supporto dei soci risparmiatori,
delle famiglie e delle imprese, col ruolo trainante delle tre principali istituzioni finanziarie del territorio». E su
queste istituzioni Zanini ha snocciolato diversi numeri: «Tra Banco, Cattolica e Fondazione Cariverona
parliamo di un patrimonio totale veronese di 8,6 miliardi di euro», ha detto. Anche Zanetti si è soffermato
sulla bontà di questa aggregazione, definendola «solida» e sostenendo la «grande opportunità di Verona di
porsi al centro del sistema veneto. Sarebbe un punto di inizio, non di arrivo, un'azione non possibile tra
realtà deboli come la Popolare di Vicenza e Veneto Banca». Non a caso il sindaco Tosi, il suo disegno lo
ha collocato più a occidente, coinvolgendo due soggetti lombardi in un polo che vedrebbe comunque
Verona nel ruolo di protagonista. «Tuttavia sarebbe auspicabile che venissero prima fatti gli aumenti di
capitali, e successivamente le eventuali aggregazioni», ha sottolineato. Al convegno hanno preso parte
anche Arturo Alberti, presidente di Apindustria Verona, che ha ribadito la «necessità che le forze finanziarie
veronesi riescano a trovare comunione d'intenti», posizione analoga a quella di Gianfranco Cicolin,
presidente di FederManager Verona e di Luca Castagnetti, alla guida della Compagnia delle Opere del
Veneto. F.L.
CONFIMI - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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Banche, un polo a Verona o uno lombardo-Veneto?
SCENARIO ECONOMIA
34 articoli
07/11/2015
Pag. 1,12
diffusione:298071
tiratura:412069
Vola l'occupazione negli Usa Si prepara il rialzo dei tassi
Massimo Gaggi
Ai minimi dal 2000 la disoccupazione negli Stati Uniti: è scesa al 5 per cento, dimezzata rispetto al picco del
10 per cento toccato nel 2009. Duecentosettantunomila occupati in più a ottobre, centomila in più di quanto
previsto dagli economisti. Tornano a crescere anche i salari. I dati positivi sulla ripresa di fatto aprono la
strada al rialzo dei tassi di interesse entro la fine dell'anno da parte della Federal Reserve.
a pagina 12
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
NEW YORK Duecentosettantunomila occupati in più ad ottobre, centomila in più di quanto previsto dagli
economisti. E la disoccupazione che scende al 5 per cento: dimezzata rispetto al picco del 10 per cento
toccato nel 2009. Tornano a crescere anche i salari: l'aumento della paga oraria media (25,20 dollari, più 9
centesimi) è il più alto dalla crisi del 2009. Davanti a un rapporto sul mercato del lavoro di ottobre che più
positivo non avrebbe potuto essere, Ted Wieseman, economista di Morgan Stanley, si limita
prudentemente a certificare l'ovvio: «Agosto e settembre avevano deluso, ma con i numeri di ottobre la Fed
inizierà ad agire sui tassi d'interesse, anche perché Janet Yellen aveva già abbassato l'asticella per un
intervento della Banca centrale nella sua audizione di mercoledì davanti al Congresso».
Un altro analista, Paul Ashworth di Capital Economics, va molto oltre: «Al di là dell'aumento dei tassi di
dicembre, riteniamo che la "big story" del prossimo anno sarà quella di un'inattesa impennata dei salari e,
quindi, di una ripresa dell'inflazione che obbligherà la Federal Reserve ad essere molto più aggressiva di
quanto fin qui previsto» in materia di aumento del costo del denaro.
Certo, bisogna sempre ricordare che non è tutto oro quello che riluce in un'economia americana
considerata fino a ieri sull'orlo della deflazione: la disoccupazione cala in un quadro nel quale continua a
diminuire la partecipazione dei cittadini al mercato del lavoro (siamo al 62,4 per cento, il livello più basso
degli ultimi 38 anni) mentre il governo Usa considera occupato anche chi lavora, suo malgrado, solo parttime.
Ma i dati di ottobre migliorano il quadro da tutti i punti di vista (cala anche, da 10 al 9,8%, il numero dei
lavoratori part-time che avrebbero preferito un impiego a tempo pieno). E la nuova occupazione è stata
creata quasi per intero nel settore privato: su 271 mila nuovi posti, solo tremila vengono da impieghi
pubblici. Gran parte della crescita è stata nei servizi, mentre il settore manifatturiero (frenato dal
«superdollaro» che rallenta le esportazioni) registra un saldo zero e quello minerario ha perso altri 4 mila
posti. Niente di nuovo anche qui: il forte ribasso dei prezzi petroliferi, che ha indubbiamente sostenuto la
ripresa americana, ha anche portato a una contrazione dell'attività estrattiva (100 mila posti persi in un
anno).
Il quadro generale, insomma, è positivo col maggiore incremento degli occupati (78 mila) nei servizi
professionali e finanziari mentre gli addetti alla salute e alla cura degli anziani sono ora 56.700 in più. Nelle
costruzioni l'occupazione è aumentata di 31 mila unità. Una crescita ora minacciata da rischio che un
aumento dei tassi d'interesse renda più costosi anche i mutui-casa. La Yellen ha minimizzato questo rischio
nell'audizione parlamentare di mercoledì, ma già ieri Freddie Mac, la finanziaria pubblico-privata impegnata
nel rifinanziamento di molti mutui immobiliari, ha dichiarato che in questo settore il costo del denaro ha già
cominciato a crescere, anticipando l'aumento ufficiale dei tassi.
Un aumento che dovrebbe essere minimo e non compromettere il recupero del mercato immobiliare,
secondo la Fed. Ma se torna l'inflazione, la prospettiva di tre o quattro incrementi dello 0,25% sparpagliati
nell'arco di un anno rischia di lasciare il campo a interventi ben più incisivi.
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato
La ripresa I senzalavoro al 5 per cento, crescono i salari
07/11/2015
Pag. 1,12
diffusione:298071
tiratura:412069
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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Tasso di disoccupazione Usa d'Arco Dati in percentuale 4 6 8 10 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014
2015 7,8 9,8 9,2 8,3 8,0 6,6 5,7 5,0 ottobre 2015 5,0 aprile 2008 10,0 ottobre 2009
I tassi
Il boom
di occupati
in ottobre negli Usa potrebbe consentire alla Fed guidata
da Janet Ellen di alzare i tassi90 i mesi trascorsi dall'ultima volta
che il tasso di disoccupazione statunitense
si è fermato
al 5% (aprile 2008).
Nei 90 mesi
ha raggiunto il picco del 10% nell'ottobre 2009
07/11/2015
Pag. 13
diffusione:298071
tiratura:412069
Il governo vara il decreto, ma restano le polemiche sulla sanità. Chiamparino non ritira le dimissioni I conti
pubblici La sanatoria contabile non avrebbe effetti sui conti pubblici, né sul debito né sul deficit
Mario Sensini
ROMA Alla fine il decreto per sanare i bilanci delle Regioni, che rischiavano un buco cumulato di 9 miliardi,
e dei Comuni, con un deficit potenziale di altri 2-3 miliardi, è arrivato. Ieri il Consiglio dei ministri ha varato
un provvedimento «che consente di regolarizzare completamente la situazione, chiarendo un dubbio
interpretativo sul piano della contabilità» ha spiegato il sottosegretario alla Presidenza, Claudio De Vincenti,
illustrando ieri il decreto.
La sanatoria «contabile» non avrebbe effetto sui conti pubblici, quindi sul deficit o sul debito, e consente
alle Regioni di ripianare in 30 anni le perdite emerse dopo la sentenza della Consulta, che ha dichiarato
illegittimo l'uso fatto delle anticipazioni ottenute dal governo. Per molte Regioni, a cominciare dal Piemonte,
dove la Corte dei Conti ha già certificato un disavanzo di quasi 6 miliardi, imputabile per metà al cattivo uso
delle anticipazioni, ma anche in Lazio, Calabria, Veneto, Toscana ed Emilia-Romagna.
Il presidente del Piemonte e della Conferenza delle Regioni, Sergio Chiamparino, ha ringraziato il governo
per aver mantenuto la parola, ma non sembra intenzionato a ritirare le sue dimissioni dalla Conferenza.
Attaccato da Renzi per le critiche alla manovra sulla sanità, poi in parte rientrate, e indebolito dal buco del
suo bilancio, Chiamparino appare sempre più determinato a lasciare. Intanto chiarisce di non aver
intenzione di «organizzare cordate o candidarmi a qualsivoglia segreteria» ha detto ieri a un dibattito
organizzato a Torino dall'associazione «A sinistra del Pd».
Lui resta convinto che l'accordo con l'esecutivo sui fondi alla sanità sia possibile solo escludendo i tagli
pesantissimi in vista nel 2017 e nel 2018. «Sarei pronto a fare un accordo domattina se mi si dicesse che
nel 2016 c'è un miliardo, nel 2017 un altro miliardo e nel 2018 un altro ancora» dice, mentre la legge di
Stabilità prevede per il 2017 ed il 2018 la stabilizzazione del fondo a 111 miliardi, come nel 2016, cioè un
taglio sui fondi concordati l'anno scorso di 15 miliardi.
A fronteggiare l'ira dei governatori di centrodestra e della Lega sui tagli alla sanità, ci pensa, intanto,
Deborah Serracchiani, governatore del Friuli- Venezia Giulia e vicesegretario del Pd. «Nel 2016 sulla sanità
c'è un miliardo in più, Roberto Maroni lo sa bene e i suoi toni d'allarme si spiegano solo con ragioni
politiche, ha detto. Al Senato il Pd, nel frattempo, ha definito i suoi emendamenti alla legge di Stabilità. Si
parla anche di una sanatoria per l'emersione degli affitti in nero, oltre all'esenzione della Tasi sulle case
date in comodato ai figli, e al pagamento del canone Rai in due rate.
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9 miliardi
Il buco cumulato dalle Regioni
Il deficit potenziale dei Comuni sarebbe invece di 2-3 miliardi
111 miliardi
Il fondo per la sanità. La legge di Stabilità ne prevede la stabilizzazione per il 2017 e il 2018
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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Regioni, coperto il buco da 12 miliardi
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Camusso: pensioni d'oro? Boeri è ossessionato serve una patrimoniale
Lorenzo Salvia
ROMA «Quello tra Tito Boeri e Matteo Renzi è un balletto che non ci è piaciuto. Serve solo a nascondere il
fatto che sulle pensioni una proposta del governo non c'è, c'è solo la piattaforma del sindacato su cui il
governo non ha ancora aperto alcun confronto. E poi scusi, ma il presidente dell'Inps mi sembra davvero
ossessionato». Una grande foto di Anna Magnani alla parete, un caschetto bianco da operario appeso alla
libreria, Susanna Camusso è nel suo ufficio al quarto piano del palazzone della Cgil. E si accende un'altra
sigaretta.
Segretario, da cosa sarebbe ossessionato Boeri?
«Dal ricalcolo contributivo. Come se i contributi versati dai lavoratori dessero vita a una proprietà ingiusta».
Non c'è nulla in quella proposta che la convince?
« C'è la possibilità di riscattare in modo non oneroso i contributi versati a casse diverse, una nostra
battaglia. Manca però un cosa fondamentale, lo sguardo verso il futuro. Ci dobbiamo arrendere all'idea che
i giovani, quelli che oggi hanno uno stipendio basso e un lavoro discontinuo, devono rinunciare alla
pensione futura, a un minimo dignitoso di vita?».
Ma nella proposta c'è la flessibilità che voi chiedete, cioè la possibilità di lasciare il lavoro in anticipo.
«A che prezzo, però? Le risorse per avviare la flessibilità non possono venire tutte dal sistema
previdenziale anche se nel tempo i costi si ripagano. Un conto è un tetto oltre il quale le pensioni in essere
possono contribuire alla solidarietà. Altro è fare un ricalcolo generale o considerarle sullo stesso piano dei
vitalizi dei parlamentari. E poi non si può ragionare solo in termini di età anagrafica, senza considerare se
uno ha cominciato a lavorare a 15 anni oppure a 30. Senza fare distinzioni sul tipo di lavoro: a 70 anni puoi
fare il professore universitario, non il muratore».
D'accordo, ma da dove si prendono i soldi?
«Nella nostra piattaforma c'è l'imposta sui patrimoni immobiliari al di sopra del milione di euro. Stiamo
parlando di meno del 5% delle famiglie italiane, di un'aliquota progressiva tra lo 0,5 e il 2%. Ci sarebbero
risorse sufficienti non solo per le pensioni ma anche per un vero piano che ci consenta di dare lavoro ai
giovani».
La patrimoniale non soffocherebbe la domanda interna, proprio adesso che ci sono i primi segnali di
ripresa?
«Se in famiglia entrano 160 euro in più perché è stata abolita la Tasi ma ci sono due figli disoccupati,
secondo lei quella famiglia pensa alla Tasi, e si mette a spendere più di prima? O continua a pensare ai figli
disoccupati?».
Per il governo il lavoro si crea aiutando le imprese a investire, non con piani calati dall'alto.
«Ci convince il super ammortamento, la misura inserita nella Stabilità che fa pagare meno tasse a chi
investe in azienda: favorisce non solo l'occupazione ma anche l'ammodernamento del sistema produttivo.
Ci convincono molto meno, invece, il taglio dell'Ires e dell'Irap. Sono le vecchie misure a pioggia di una
volta. Un po' come lo sconto sui contributi per gli assunti senza un vincolo a creare occupazione
aggiuntiva».
Questa misura potrebbe essere rafforzata per le Regioni del Mezzogiorno. È una buona idea?
«Sì, perché sul Mezzogiorno nella Stabilità non c'è nulla. Ma lo sconto sui contributi deve avere dei vincoli,
essere limitato all'occupazione aggiuntiva oppure alle donne e agli over 50 come nel vecchio
provvedimento del governo Monti che, devo dire, era molto più efficace di questo. Altrimenti lo sconto si
presta a usi opachi».
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L'intervista
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Vi state preparando allo sciopero generale?
«Abbiamo avviato la mobilitazione. Vedremo quello che succede nelle prossime settimane ma non è che
approvata la Stabilità ripieghiamo le bandiere e torniamo a casa».
E l'idea di una tregua sugli scioperi per il Giubileo, sul modello di quanto fatto per Expo?
«Non c'è e non ci può essere un misterioso bene superiore che impedisca ai lavoratori di rivendicare i loro
diritti. È interesse di tutti che il Giubileo si svolga serenamente ma ricordo che il contratto del trasporto
pubblico è scaduto da sette anni. In un Paese normale questo non dovrebbe avvenire».
Oggi si riuniscono i fuoriusciti del Pd. C'è spazio a sinistra per un nuovo partito?
«Continuo a pensare che le frammentazioni non siano utili. L'orizzonte deve essere quello di un grande
partito socialdemocratico».
Può essere il Pd questo grande partito oppure no?
«Questo è un interrogativo che riguarda tutta la sinistra». Un'ultima sigaretta.
@lorenzosalvia
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Foto: Si può intervenire sui grandi patrimoni con un prelievo tra lo 0,5 e il 2%
Foto: Le risorse non possono arrivare sempre dai sacrifici del sistema previden-ziale. Pronti a discutere
07/11/2015
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ripensiamo il futuro per non diventare robot
Discussione L'intelligenza artificiale negli Stati Uniti è al centro di un profondo dibattito Gli scienziati La
visione dei Bell Labs è molto ottimista: la disoccupazione non crescerà
Edoardo Segantini
I l robot può sostituire il lavoro umano anche nelle mansioni più complesse? Qualcuno obietterà che è
sbagliata la domanda. La tecnologia non ha volontà propria e l'Intelligenza Artificiale più avanzata - quella
delle macchine capaci di imparare - non fa eccezione: dipende da come vogliamo utilizzarla.
Negli Stati Uniti l'argomento è al centro di una discussione dai profondi risvolti sociali e culturali.
Sull'argomento sono appena usciti cinque libri: il più importante s'intitola The future X network (La futura
rete X) ed è stato scritto dal 45enne Marcus Weldon, presidente dei Bell Labs americani, il maggior centro
di ricerca mondiale sulla comunicazione. Otto premi Nobel, decine di migliaia di brevetti, tutte le invenzionichiave della modernità, dal laser alla fibra ottica.
I Bell Labs contestano la visione, molto diffusa, che «alimenta la paura». La rivoluzione tecnologica oggi
agli albori, se guidata bene, non tende a sostituire il lavoro umano ma ad assisterlo, scrive lo scienziatomanager. Il nostro obiettivo non dev'essere l'Intelligenza Artificiale ma l'Intelligenza Aumentata. Cioè
l'insieme dei dispositivi che trasformano la massa dei dati «in informazioni utili a migliorare il lavoro e la vita
di ogni giorno». L'uomo, insomma, resta centrale e, con lui, l'esperienza professionale e il bagaglio culturale
grazie ai quali può trarre le giuste sintesi dai dati che possiede.
Seppure molto tecnica, la visione dei Bell Labs s'inserisce nel filone «umanistico» della cultura
dell'innovazione. Di cui fanno parte personaggi come Douglas Engelbart, inventore del mouse e pioniere
dell'interazione uomo-macchina, Terry Winograd, guru del linguaggio naturale, e Alan Kay, creatore delle
interfacce grafiche moderne.
Purtroppo, scrive Weldon, non siamo ancora abbastanza digitali, come dimostra l'esempio dei terremoti e
della gestione del territorio. La fase attuale è un misto di vecchio e nuovo. Gli apparati di rilevamento sono
sofisticati, ma i sistemi fisici ai quali sono connessi (ad esempio strade e ferrovie) non lo sono: perciò la
capacità di collegare i due piani resta limitata. Tuttavia, lungo questo percorso, possono aprirsi grandi spazi
di lavoro e di creatività umani.
Il mondo delle macchine ribelli di Terminator sembra insomma lontano. Immaginiamo piuttosto un ambiente
iper digitalizzato, in cui i milioni di smartphone della gente, collegati ai sensori di strade e ferrovie altrettanto
tecnologiche, forniscano una base di dati molto ricca, che i sistemi di Intelligenza Aumentata ci aiutino poi a
usare nel modo più efficace. Non è fantascienza. Parliamo di un itinerario di sviluppo iniziato negli anni 40 e
che oggi vede la progressiva convergenza di tre linee: l'evoluzione delle reti di comunicazione, con un
aumento delle prestazioni di dieci volte previsto per i prossimi cinque anni; il boom del cloud, la gigantesca
«nuvola» informatica che fornisce elaborazione «a richiesta» da postazioni remote; la diffusione di Internet
delle Cose, ovvero il mondo degli oggetti connessi al web, dall'auto al frigorifero.
La stessa organizzazione dell'industria, scrive il presidente dei Bell Labs, diventerà più trasparente. Visibile
sarà il flusso delle materie prime, dei componenti e dei prodotti in ogni fabbrica o camion o nave. Visibili
saranno lo stato delle strade e le condizioni del mare. Globale e locale si fonderanno, con la conseguenza
di poter produrre in un posto, come già accade con le stampanti tridimensionali, oggetti disegnati dall'altra
parte del pianeta.
Questi sviluppi modificheranno le nostre vite. Senza sostituirci, come accadrebbe con l'Intelligenza
Artificiale. E senza sommergerci di informazioni ingestibili, con i cosiddetti big data.
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Era tecnologica Finora l'automazione ha cancellato più posti di lavoro di quanti ne abbia creati, ma la
situazione migliorerà se le scelte progettuali metteranno al centro l'essere umano L'obiettivo deve essere la
qualità della vita e non solo dei servizi
07/11/2015
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Una visione originale e senza dubbio ottimistica, se si pensa che, fino ad ora, l'automazione e Internet
hanno cancellato molti più posti di lavoro di quanti ne abbiano creati. Del resto i Bell Labs producono futuro,
e dunque l'ottimismo fa parte del loro modello di business. Resta il fatto che l'evoluzione tecnologica non è
neutrale e il futuro di questa nuova rivoluzione dipenderà dalle scelte progettuali (e occupazionali) fatte
oggi. I robot, in fondo, siamo noi.
@ SegantiniE
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07/11/2015
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Proclamata per oggi la mobilitazione. Verso quattro contratti differenti
Rita Querzé
MILANO Presidi, volantini, file alle casse, proteste davanti ai punti vendita. Oggi scioperano i dipendenti
della grande distribuzione e non solo. Perché la protesta coinvolge - sì - Federdistribuzione (da Auchan ad
Esselunga passando per Bennet e Carrefour, Zara, Ikea, Rinascente) ma anche le Coop e i punti vendita di
Confesercenti che grandi non sono: nella stragrande maggioranza si parla di negozi con meno di 50
dipendenti.
Gli unici a non dover fare i conti con lo sciopero sono i negozi aderenti a Confcommercio. L'organizzazione
guidata da Carlo Sangalli ha firmato da sola il contratto lo scorso marzo, spiazzando la categoria. Ora i
sindacati pretendono 85 euro lordi anche per i dipendenti della altre associazioni: Federdistribuzione,
cooperative e Confesercenti, appunto. Ma queste non ci sentono. Di qui lo sciopero di oggi.
Ieri il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso ha postato la sua foto su twitter con il volantino e
l'hashtag della protesta: #tuttifuori. Il gioco è senza esclusione di colpi. Basti pensare a quello che
succedeva ieri in Coop a Milano. «A fine turno c'erano almeno cinque delle mie colleghe impegnate a
spiegare agli impiegati come funziona una cassa. Si preparavano a sostituirci durante lo sciopero»,
racconta Marzia Tanzini, delegata Filcams Cgil in Coop.
Interessante notare come non si possa più parlare di un contratto del commercio perché gli accordi stanno
per diventare addirittura quattro. «Abbiamo bisogno di un abito su misura - sottolinea Giovanni Cobolli Gigli,
a capo di Federdistribuzione -. Ci aspettiamo che nell'interesse dei consumatori, pur nel rispetto del diritto
di sciopero, oggi i punti vendita restino aperti».
Ma che ne pensa Confesercenti, che appartiene a Rete imprese Italia insieme con Confcommercio? «Non
c'erano le condizioni a marzo per firmare un contratto - valuta il segretario generale Mauro Bussoni -. La
trattativa adesso è ripresa perché il mercato si muove. Ma non possiamo dividere utili che ancora non ci
sono» .
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223 mila gli addetti delle insegne associate a Federdistribuzione dove si genera il 50% del fatturato della
grande distribuzione
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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Sciopero supermercati, impiegati alle casse
08/11/2015
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Si versa fino al 66% del reddito per mantenere l'abitazione. Confesercenti: costi delle utenze saliti del 10%
in quattro anni Il mutuo Per chi ce l'ha, il mutuo arriva a coprire il 73,2% del totale delle spese per la casa
Rate sospese Sono 123 mila i nuclei familiari che hanno chiesto la sospensione delle rate
Corinna De Cesare
Casa dolce casa? A spulciare i dati di Istat, Confesercenti, Cgia e Agenzia delle Entrate non si direbbe.
Perché a una spesa che scende per una tassa (sugli immobili) cancellata, c'è sempre qualche altro
pagamento da effettuare. Per cosa? Per la casa. Che tra mutuo o affitto, bollette e tasse può arrivare
addirittura a incidere, per alcune famiglie, fino al 66% del reddito. Come si legge nella relazione che l'Istat
ha consegnato ieri durante l'audizione in parlamento sulla legge di Stabilità. Tre milioni di famiglie in Italia,
l'11,7% del totale, sono in difficoltà nel sostenere le spese dell'abitazione e si sono trovate, almeno una
volta nel corso del 2014, in arretrato con il pagamento del mutuo o dell'affitto e delle utenze domestiche.
Ritardo che, a detta dei tecnici Istat, «si associa all'onerosità delle spese stesse e, in particolare, alla loro
incidenza sul reddito disponibile».
Non è un caso: il reddito delle famiglie l'anno scorso è rimasto sostanzialmente uguale a quello dell'anno
prima tanto che ben il 13,8% è arrivata a consumare beni autoprodotti (orti e aziende agricole familiari). Ad
aumentare però sono state le spese. Prendi le bollette: nonostante i cali dell'energia elettrica (-1,5% nel
2015) e del gas (-3,6%), il conto delle utenze e dei servizi ha continuato a salire. Secondo Confesercenti
quest'anno le famiglie pagheranno quasi il 10% in più rispetto a quattro anni fa (9,6%) e lo 0,9% in più
rispetto al 2014. Gli aumenti annuali sono circa la metà rispetto a quelli dell'anno scorso (+2%), ma ancora
superiori di oltre quattro volte rispetto al tasso di inflazione. Idem per l'acqua potabile: nel 2015 è costata
alle famiglie l'8,8% in più dell'anno scorso e in quattro anni, dal 2011, è volata a +36,6%. E così,
nell'insieme, le tariffe a controllo nazionale registrano un aumento dell'1,5% - dovuto soprattutto agli
incrementi delle tariffe postali (sopra al 10%) e telefoniche - mentre quelle a controllo locale segnano un
+1,7%.
Che la casa sia diventata ormai un'onere che può rivelarsi pesante per le famiglie italiane, lo si legge anche
dal report Istat 2014 sui consumi: la spesa media mensile delle famiglie si è attestata a 2.110 euro. Ma
andando a leggere i capitoli di spesa, balza subito all'occhio una percentuale: quella più alta, il 36,7% , è
destinata proprio all'abitazione. Che costituisce «una delle voci principali del bilancio familiare» ha ribadito
ieri l'Istituto di statistica. E in alcune regioni come Liguria e Lazio arriva a superare anche il 40% delle
spese totali. A soffrire di più sono proprio le famiglie con i redditi più bassi, dove la spesa per l'abitazione
arriva ad incidere anche per il 66% del reddito.
Ma quando si parla di casa non si può non parlare anche di banche. Se è vero infatti che in Italia esiste
un'ampia fetta di famiglie con immobili di proprietà senza mutuo (il 57,1%), è altrettanto vero che per chi ce
l'ha, il mutuo, arriva a coprire il 73,2% del totale delle spese per la casa, quota che sale a valori che
arrivano anche intorno all'80% per le famiglie più giovani. E sono proprio le famiglie di recente costituzione,
soprattutto quelle senza figli, a subire l'onere maggiore per il mutuo. E il calo dei tassi di interesse degli
ultimi tempi aiuta fino a un certo punto visto che, come ha ricordato la Cgia di Mestre, «in Italia i tassi sono
più alti del 9 per cento rispetto all'area dell'euro». Poi c'è la questione, non proprio marginale, delle tasse.
Solo nel 2014 lo Stato ha incassato, tra Tasi, Imu e imposte sulle locazioni 42,1 miliardi di euro. Ora sparirà
la Tasi sulla prima casa ma nel frattempo tra il 2012 ed il 2015 la Tari, la tassa sui rifiuti, nelle grandi città è
aumentata mediamente del 24,1%. Tanto da esser definita, per alcuni, il vero incubo degli italiani. «Bisogna
però tenere in considerazione una cosa - spiega Carlo Garbarino, tributarista e professore dell'Università
Bocconi - un conto sono i carichi fiscali che gravano sugli immobili, un altro sono quelli non fiscali come le
bollette e le spese ordinarie. La cancellazione della Tasi è una buona notizia, anche se non è detto che
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Il carovita domestico
08/11/2015
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vada a influenzare i consumi e la spesa delle famiglie. Negli ultimi anni, chi in un modo e chi nell'altro, sono
riusciti a farcela odiare questa imposta sulla casa. Le tasse non piacciono a nessuno ma da noi sono stati
fatti talmente tanti pasticci che c'era più di un motivo per cui fosse giusto eliminarla».
corinnadecesare
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Quanto costa l'abitazione Gli incassi dello Stato per gli immobili La spesa per la casa La percentuale
destinata alla spesa per abitazione sul totale della spesa mensile delle famiglie italiane d'Arco Imposte di
natura "reddituale" Irpef IRES Imposte di natura "patrimoniale" IMU Imposta sui servizi TASI Imposte su
trasferimenti IVA Registro e bollo Ipotecaria e catastale Successioni e donazioni Imposte sulle locazioni
Registro e bollo Cedolare secca Totale Generale 6,42 5,78 0,64 23,8 23,8 - - 9,81 4,95 2,21 2,07 0,58 2,26
1,03 1,23 42,29 7,13 6,44 0,69 20,4 20,4 - - 8,68 4,12 2,00 1,94 0,62 2,17 0,97 1,20 38,38 7,22 6,53 0,69
19,3 19,3 4,6 4,6 8,93 4,26 2,64 1,42 0,62 2,09 0,91 1,16 42,14 2012 2013 2014 Fonte: Gli immobili in Italia
2015- Agenzia delle Entrate Fonte: Istat, dati anno 2014 Piemonte Abruzzo Toscana Puglia Sardegna
Umbria Calabria Basilicata Liguria Molise Sicilia Campania Emilia-Romagna Marche Valle d'Aosta Lazio
Veneto Lombardia 37,9 39,2 34,6 32,1 32,3 36,7 36,9 34,5 40,4 36,1 Bolzano 34,1 Trento 37,2 35,9 38,6
36,9 42,1 38,0 35,3 30,6 30,4 36,4 Italia Friuli Venezia Giulia 37,1 dati in miliardi di euro Trentino Alto Adige
35,6
La parola/2
La SPESA MEDIA
Tra il 2013 e il 2014 la spesa media mensile delle famiglie italiane è rimasta pressoché invariata in termini
reali, tenuto conto della dinamica dei prezzi (+0,2%) che ha determinato una sostanziale stabilità del potere
d'acquisto. Quest'anno invece la spesa delle famiglie aumenterà dello 0,8% in termini reali a seguito del
miglioramento dei dati del mercato del lavoro e del reddito.
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La parola/1
Potere d'acquisto
Il potere d'acquisto è la quantità di beni o servizi che si possono acquistare con la moneta. Nel corso del
2014 in media le famiglie italiane hanno conosciuto un aumento del reddito lordo disponibile dello 0,2%.
Considerando però che l'inflazione dello scorso anno è stata di pari grado (i prezzi sono saliti dello 0,2%), il
potere d'acquisto è rimasto invariato.
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08/11/2015
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«Saipem, con il riassetto Fsi-Eni saremo più autonomi e più forti»
Colombo: mercato positivo sull'aumento di capitale, siamo tra i primi 10 gruppi del Paese L'export Su 12
miliardi di fatturato, il 90 per cento è realizzato all'estero Abbiamo 3.200 ingegneri
Stefano Agnoli
Per Saipem arriva una ricapitalizzazione da 3,5 miliardi, l'ingresso del Fondo strategico e la separazione
dall'Eni, che deconsoliderà il debito. Ma visto che con un'operazione in capo un po' al mercato e un po' alla
mano pubblica si risolveranno i problemi di due bilanci (Eni e Saipem, appunto), qualcuno oltreoceano l'ha
maliziosamente definita un'«operazione molto italiana».
Professor Colombo, da presidente Saipem, lei è d'accordo?
«Che questa operazione sia nell'interesse di tutti i suoi protagonisti è un dato positivo. Noi ci siamo
occupati esclusivamente dell'interesse di Saipem, ed è con questo obiettivo che l'amministratore delegato
Stefano Cao e io l'abbiamo proposta al consiglio. Siamo partiti da tre considerazioni: che l'azienda aveva
un debito troppo elevato rispetto ai suoi concorrenti, e l'affidabilità finanziaria è un requisito importante
quando si cerca di aggiudicarsi commesse a lungo termine. Poi che avevamo un unico finanziatore, l'Eni, e
quindi una situazione di concentrazione non ottimale. E infine che per poter accedere al mercato del credito
alle migliori condizioni dovevamo avere un rating investment grade ».
Con l'ingresso di Fsi i soci maggiori si suddividono il peso della ricapitalizzazione, che viene lasciata al
mercato e comunque al consorzio bancario per il 57%. Che reazione prevedete?
«Il fatto che ci sia la disponibilità da parte di primarie istituzioni finanziarie nazionali e internazionali a
garantire l'aumento di capitale è un segnale della valutazione positiva del mercato. Le banche non
rilasciano garanzie per accollarsi le azioni inoptate, lo fanno perché sono convinte che il mercato le
sottoscriva. Il giorno dell'annuncio, poi, la Borsa ha risposto in modo ampiamente positivo».
L'ambiguità del rapporto con l'Eni viene risolta?
«Questo è il primo consiglio di amministrazione interamente composto da consiglieri che non hanno
rapporti con l'Eni. E anche se in azienda c'è da sempre grande orgoglio di essere parte del gruppo Eni e di
identificarsi nel cane a sei zampe, ora per Saipem è arrivato il momento di camminare sulle proprie gambe
e prendersi le proprie responsabilità».
In che modo?
«Dal punto di vista della governance e della disciplina finanziaria, per iniziare. La separazione da Eni rende
ancora più importante che Saipem abbia al suo interno tutti i presidi necessari per assicurare che il governo
dell'azienda così avvenga nel modo più efficace e rispettoso delle regole del mercato. Aumenta, insomma,
il livello di accountability . Dal punto di vista della disciplina finanziaria dovremo selezionare gli investimenti
attraverso una valutazione ancor più rigorosa del rischio e del ritorno atteso».
Un'azienda indipendente significa anche un'azienda più autoreferenziale?
«No, l'obiettivo di una governance sana è proprio l'opposto: deve prevedere una divisione di ruoli chiari e
un'attribuzione di responsabilità altrettanto chiara. E soprattutto, proprio per evitare l'autoreferenzialità,
deve prevedere pesi e contrappesi che consentano di introdurre all'interno dell'azienda quella dialettica che
è fondamentale per assicurare che le decisioni vengano prese nell'interesse di tutti gli azionisti».
Su Saipem è in corso un'indagine per corruzione internazionale di cui si attendono gli esiti. In più c'è un
danno di reputazione. Sull'operazione hanno pesato questi elementi?
«No, l'aumento di capitale non trae origine da timori di questo tipo. Quanto al rischio reputazionale sono
convinto che il modo migliore di gestirlo sia quello di dotarci di una governance ancora più efficace».
L'avete fatto?
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08/11/2015
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«Lo stiamo facendo sin dall'insediamento del consiglio, con le attribuzioni dei compiti e dei poteri al nostro
interno e con l'istituzione del nuovo comitato per la corporate governance che presiedo. Il nuovo board ha
ereditato situazioni che non ha vissuto in prima persona. Tutto quello che potevamo fare l'abbiamo fatto:
abbiamo disposto indagini interne utilizzando consulenti indipendenti, prestiamo la massima collaborazione
alla magistratura. Confidiamo che la giustizia faccia il suo corso e che emerga che la società non è
responsabile dei fatti contestati».
Lavorate e cercate contratti in 65 Paesi, molti dei quali delicati sul fronte della corruzione internazionale.
Sono ambienti difficili...
«Abbiamo un codice etico molto rigoroso e chiediamo ai nostri collaboratori che venga rispettato ovunque
noi siamo, quindi tolleranza zero verso la corruzione. Ed è nel nostro interesse che la competizione con i
concorrenti si svolga ad armi pari, nel rispetto delle regole del mercato, perché su queste basi Saipem non
ha nulla da temere o da invidiare a nessuno».
In questa situazione del settore oil&gas potrebbe ripartire una nuova stagione di fusioni. Voi che farete?
«Quando si sono verificate fasi di basso prezzo del petrolio con forti ricadute sugli investimenti, come oggi,
si è assistito a fenomeni di consolidamento. Non posso escludere che possano verificarsi anche in futuro. Il
nostro piano non include operazioni straordinarie oltre alle dismissioni annunciate, ma la decisione di
rafforzarci patrimonialmente ci permetterà, nel caso, di essere protagonisti, cogliendo eventuali
opportunità».
Ma Saipem è strategica per il sistema italiano?
«Ci si dimentica che Saipem è tra le prime 10 aziende industriali italiane per fatturato con circa 12 miliardi
realizzati per oltre il 90% all'estero. Abbiamo 46.000 dipendenti. Tra i 7.000 italiani, 3.200 sono ingegneri.
L'anno scorso abbiamo effettuato 1,7 miliardi di euro di acquisti da fornitori italiani e creato occupazione per
circa 28.300 persone complessivamente. Lascio a lei valutare se tutto ciò sia strategico o meno».
@stefanoagnoli
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principali azionisti di Saipem d'Arco di cui 12,503% vincolato in un patto di sindacato con Fsi, Fondo
strategico italiano 30,4% 10,4% 12,503% 2,035% People's Bank of China Fsi
12 i miliardi
di fatturato , il 90% all'estero, che fanno
di Saipem
una delle prime
10 aziende industriali italiane
46 le migliaia
di dipendenti
di Saipem,
di cui 7 mila italiani:
tra questi 3.200
sono
ingegneri
1,7 i miliardi
di euro
di acquisti
da fornitori italiani
effettuati
nello
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scorso
anno
da Saipem
28 le migliaia
di persone
per le quali Saipem,
nel complesso, ha creato occupazione nello
scorso
anno
Foto: Paolo Andrea Colombo, attuale presidente di Saipem, ha ricoperto la stessa poltrona in Enel. In
passato era già stato sia in Saipem (come amministratore e presidente del collegio sindacale) che nella
controllante Eni, oltre ad aver ricoperto incarichi, tra le altre società, in Telecom Italia, Pirelli, Banca Intesa,
Montedison
e Techint
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Steccati da demolire (subito)
Francesco Giavazzi
P er consolidare la ripresa della nostra economia, cioè evitare che le buone notizie di queste settimane si
rivelino un fuoco di paglia, sono necessarie tre condizioni: un mercato del lavoro fluido, una pressione
fiscale contenuta e soprattutto un ambiente in cui imprese giovani possano sostituirsi a quelle che hanno
esaurito la loro capacità di innovare. Il Jobs act è la più importante riforma economica attuata in Italia da
cinquant'anni a questa parte: la prima condizione è quindi soddisfatta. Per quanto riguarda il secondo
punto, la pressione fiscale, che aveva raggiunto un picco del 44 per cento nel 2012 ed è oggi al 43,7%,
scenderà il prossimo anno al 43. Ancora elevata, ma finalmente la direzione è quella giusta.
Dove invece l'azione del governo rimane gravemente insufficiente è nel creare le condizioni per la nascita
di nuove imprese. Barriere all'entrata proteggono imprese anziane, spesso inefficienti, impedendo
l'ingresso di imprenditori nuovi e di nuove tecnologie. È un'insufficienza grave perché la produttività è più
elevata nelle imprese giovani che in quelle vecchie. C'è un nesso diretto fra entità delle barriere all'entrata e
produttività. Utilizzando dati raccolti al livello di singole aziende, John Haltiwanger, dell'Università del
Maryland, trova che un quarto della crescita della produttività nel settore manifatturiero americano sia
attribuibile alla nascita di nuove imprese.
I n uno studio sul commercio al dettaglio italiano il mio collega Fabiano Schivardi trova che le aziende
protette da barriere all'entrata sono meno produttive, hanno profitti più alti e praticano prezzi anch'essi più
elevati. Trova anche che quando queste barriere vengono rimosse occupazione e investimenti crescono.
Il governo aveva un'occasione unica per ridurre le barriere all'entrata e far crescere la produttività. Finora
purtroppo l'ha sprecata. Ma non è troppo tardi. In febbraio il Consiglio dei ministri aveva esaminato un
Disegno di legge sulla Concorrenza predisposto dal ministero per lo Sviluppo economico. Era un ottimo
testo che rimuoveva molte barriere all'entrata. Ad esempio consentiva la vendita dei medicinali di fascia C
(quelli utilizzati per patologie di «lieve entità») anche in esercizi commerciali diversi dalle farmacie,
favorendo la nascita di nuove attività come le parafarmacie. Rimuoveva l'obbligo per gli autisti Ncc
(noleggio con conducente) di ritornare in rimessa tra una chiamata e l'altra, aprendo il mercato a servizi
quali Uber. Vietava che le Autorità portuali fossero, al tempo stesso, regolatori dei servizi offerti al porto e
fornitori dei servizi stessi, una norma, quest'ultima, che scoraggia la nascita, nei porti, di aziende di servizi
private: chi si mette in concorrenza con imprese possedute da chi ne fissa le regole? Quel testo obbligava
anche le Regioni a rivedere periodicamente l'accreditamento delle strutture sanitarie private, in modo da
impedire il consolidarsi di monopoli di fatto. Durante il Consiglio dei ministri tutte queste norme furono
stralciate su richiesta del partito di Alfano e in particolare della ministra della Salute Lorenzin e dell'allora
ministro delle Infrastrutture Lupi, entrambi al governo con il mandato preciso di proteggere alcune rendite.
Stralciate furono pure, questa volta col consenso del Pd, le norme che aprivano ai privati i servizi pubblici
locali, focolaio di inefficienza e corruzione.
Dopo aver così svuotato il Disegno di legge, in marzo il governo lo ha depositato in Parlamento e non se ne
è più occupato. Otto mesi di discussione parlamentare hanno consentito a tutti coloro cui il disegno di legge
toglieva un po' di rendita di organizzarsi per evitarlo. Un'audizione dopo l'altra, una pressione di questa o
quella lobby e di una legge già timida ben poco è rimasto. È davvero sorprendente che un governo che non
ha esitato a schierarsi contro i sindacati per far approvare il Jobs act non abbia il coraggio di opporsi alla
lobby dei farmacisti e dei presidenti delle autorità portuali. Sembra quasi che Renzi faccia fatica a capire
l'importanza di mercati aperti che consentano l'ingresso di nuove imprese.
La regolamentazione di nuovi servizi, la cosiddetta sharing economy , non può essere affrontata (lo
spiegava molto bene Dario Di Vico su questo giornale venerdì scorso) delegando alla burocrazia il compito
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Per le nuove imprese
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di disciplinare attività che spesso sono ancora in fase di sperimentazione. In California, il luogo in cui c'è più
innovazione al mondo, quando si apre un nuovo mercato, o viene introdotta una nuova tecnologia, le
autorità disegnano la regolamentazione insieme alle nuove imprese, bilanciando i vantaggi dell'innovazione
con la tutela dei cittadini. L'approccio burocratico delle nostre autorità nega di fatto il «diritto a innovare».
Non è troppo tardi. Prima che il Parlamento voti il Disegno di legge sulla Concorrenza il governo potrebbe
introdurre, tramite un emendamento, molte delle norme stralciate e altre ancora. Gli uffici dell'Autorità
garante per la Concorrenza e il Mercato possono essere una fonte eccellente di suggerimenti.
Nel caso dei servizi pubblici locali, ad esempio la raccolta dei rifiuti, aprire il mercato a imprenditori privati ovviamente con contratti ben scritti e strumenti per farli osservare - ha un altro grande vantaggio:
eliminerebbe automaticamente molte delle migliaia di politici che oggi siedono nei Consigli di
amministrazione delle aziende pubbliche locali e la corruzione che spesso vi si accompagna.
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Rocca: bene pubblico-privato Subito una data, entro giugno
Il presidente di Assolombarda: un ruolo alla Statale, bisogna riempire l'hub di giovani
Michelangelo Borrillo
MILANO «In questa città occorre una grande alleanza tra pubblico e privato per un piano strategico con al
centro l'innovazione». Soltanto qualche giorno fa, il 26 ottobre, Gianfelice Rocca, presidente di
Assolombarda, aveva auspicato, durante l'assemblea generale dell'associazione, un investimento di questo
genere per il dopo Expo. E l'«Human technopole. Italy 2040», il progetto che il governo ha preparato per
dare un futuro all'esposizione universale milanese, va proprio in questa direzione. «È un'ulteriore conferma
dell'impegno del governo per fare del dopo Expo un hub della conoscenza. E la tempestività con cui
l'esecutivo si è mosso - spiega oggi Rocca dopo l'anticipazione del piano sul Corriere - dà il senso
dell'urgenza dell'intervento. È importantissima la rapidità, e per questo occorre darsi delle date. Expo aveva
un traguardo temporale, per il dopo Expo dobbiamo darcelo. Io direi che occorrono un masterplan - disegno
urbanistico dell'area - e un business plan - fondi e mezzi - entro giugno dell'anno prossimo».
Presidente, che idea si è fatto del progetto «Human technopole»?
«Premesso che ho molta stima di un'eccellenza come quella dell'Istituto italiano di tecnologia, della cui
fondazione sono stato consigliere, penso che tra i driver di questo nuovo hub debba esserci anche
l'Università Statale. L'"Human technopole" è pensato per occupare un'area di 70mila metri quadrati, è
quindi un tassello che pesa per il 10-15% sui 500-600mila metri quadrati per i quali si sta cercando un
futuro. La Statale può rappresentare circa il 50% di quell'area. E la parte rimanente può essere destinata a
iniziative private».
Come pensa che i privati possano sostenere il piano?
«Per un progetto del genere servono gli investimenti, che per Statale e Iit sono capitali pubblici. Una volta
che verrà fatto un piano urbanistico e si deciderà quanto costerà a metro quadro l'aerea destinata alle
aziende, potranno intervenire i privati. Che nella mia visione possono arrivare a un peso anche del 40%.
Adesso, però, occorre concentrarsi sui mezzi necessari al piano e sulla governance . E farlo presto».
Continua a insistere sui tempi. Eppure Expo si è chiusa da meno di 10 giorni.
«È vero, come è vero che il mondo è pieno di idee ma di idee realizzate ce ne sono pochissime. Del resto
la tempestività del governo dà il senso dell'urgenza. Il tema adesso diventa quello degli strumenti: serve,
cioè, un management adeguato e dotato di fondi e mezzi per un nuovo accordo urbanistico, per il
masterplan e il business plan. Per questo è fondamentale darsi una data».
Che interesse possono avere i privati a sviluppare un progetto con il pubblico?
«In tutte le città in cui le università si proiettano nel mondo, il beneficio va anche alle aziende: gli esempi di
Boston, Chicago e San Francisco lo dimostrano. Quando si sviluppa l'economia del sapere e
dell'innovazione, migliorano tutte le attività, anche quelle artigiane e commerciali. Questo è il disegno di
fondo che fa dell' hub della conoscenza un terreno di interesse per le aziende. Poi ci sono i giovani».
In che senso?
«È importante che quell'area che rappresenterà il futuro di Expo sia piena di studenti, non solo di centri di
ricerca. Solo così sarà un luogo vivo. È arrivato il momento, a 100 anni dalla scelta che venne fatta di
costruire la Città degli studi nell'allora periferia, di trasferire l'università nell'area Expo. Le infrastrutture,
dall'Alta velocità a Malpensa, non mancano».
E il contributo delle aziende per rendere "viva" quell'area quale potrà essere?
«Quello di trasformare la scienza in tecnologia. Oggi la Lombardia può contare sul 28% delle pubblicazioni
scientifiche ad alto impatto e sul 30% dei brevetti italiani. Ma se la produzione scientifica per abitante è di
poco inferiore a quella della Baviera, la produzione tecnologica, misurata in brevetti per abitante, è solo il
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INTERVISTA Le imprese
09/11/2015
Pag. 9
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25%-30% di Baden-Württemberg e Baviera. Non riusciamo a sfruttare il fatto di avere ottimi ricercatori a
costi competitivi per generare nuove imprese e rafforzare le esistenti».
E come pensa si possa imprimere una svolta?
«Con una Milano Steam: ovvero scienza, tecnologia, engineering , arte e manufacturing . Abbiamo stimato
che una evoluzione della città lungo questo asse possa generare un maggior valore aggiunto fra i 17 e i 24
miliardi di euro».
@MicBorrillo
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Assolombarda
Gianfelice Rocca,
67 anni, presidente di Assolombarda, l'associazione che raggruppa circa cinquemila imprese: priorità
all'innovazione
Servono investimenti: una volta fatto il piano urbanistico, si deciderà quanto costerà l'area per metro
quadrato e potranno intervenire anche i privati
Foto: Milano
L'Università Statale di Milano, tra i promotori del piano
del dopo Expo
09/11/2015
Pag. 2 N.37 - 9 novembre 2015
Bill De Blasio a lezione di Made in Italy
Scaccabarozzi suona il rock. Un'isola per Tremonti. Il private equity di Tomei al Mudec
a cura di Carlo Cinelli e Federico De Rosa
Dal primo concerto aziendale - Natale 2008 - ne ha fatta di strada la Jc Band. La crew formata dai
dipendenti della Jansen, la casa farmaceutica di Johnson & Johnson, ha ormai all'attivo oltre 60 concerti e
tre cd. Tutto per beneficenza. Questa sera sono in scena alla Casa della Musica per raccogliere fondi a
favore di Lilt, con un ricco repertorio di cover rigorosamente rock, che spazia da Vasco Rossi a Bob Dylan
da Eric Clapton a Ligabue fino ai Green Day. Ovviamente ci sarà, non in platea ma sul palco, anche
Massimo Scaccabarozzi , managing director di Jansen, presidente di Farmindustria, ma soprattutto
frontman ed eclettico chitarrista della Jc Band.
È come se all'improvviso Ambrosetti decidesse di lasciare Villa d'Este e tenere il tradizionale workshop di
settembre a Villa Erba. Potrebbe succedere con l'Aspen Institute Italia. L'isola veneziana di San Clemente
rischia infatti di perdere l'anno prossimo il simposio della think tank presieduta da Giulio Tremonti , prevista
l'ultimo weekend di maggio. Gli organizzatori starebbero cercando una location differente. Sempre a
Venezia e sempre su un'isola, ma (per il momento) non quella di San Clemente.
Il Made in Italy, vecchio e nuovo, sbarca a New York. Giovedì sarà inaugurata la mostra sui 50 anni delle
nostre eccellenze tecnologiche portate oltreoceano dall'Istituto Italiano di Cultura. Fra le invenzioni che
hanno cambiato la storia, l'Olivetti P101, il primo personal computer al mondo, quello che a Ivrea un tempo
chiamavano la Perrottina, dall'ingegner Pier Giorgio Perotto e che nella sua versione definitiva fu disegnato
da un giovane architetto che poi avrebbe fatto una gran carriera, Mario Bellini . Oltre al P101, che servì alla
Nasa (ne comprò 45 esemplari) per lanciare l'Apollo 11, tra gli altri pezzi in mostra ci sono anche l'Intel
4004, la scheda Arduino e la prima macchina da caffè spaziale della Lavazza, usata da AstroSamantha. A
fare gli onori di casa il direttore dell'Istituto di cultura, Giorgio van Straten e il ceo di Olivetti Riccardo
Delleani . E poi il presidente onorario di Exor Gianluigi Gabetti , che fu uno dei protagonisti della stagione
più gloriosa dell'Olivetti e Alessandro Piol , il figlio di Elserino; ospite d'onore il sindaco Bill De Blasio .
Se la trasferta newyorkese non fosse possibile, c'è un altro museo da «visitare» giovedì: la Advanced
Capital di Robert Tomei ha scelto il Mudec, il Museo delle Culture a Milano, per l'incontro annuale con gli
investitori nei suoi fondi di private equity. Partecipano, tra gli altri, l'ex ambasciatore Usa Joseph De Trani ,
oggi alla guida dell'Intelligence and Security National Alliance (INSA), Alberto Clò , il Nobel Michael Spence
e Andrew Vogel di Zelnick Media: tutti a chiedersi cosa farà Janet Yellen tra meno di un mese.
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Foto: Volti Massimo Scaccabarozzi. A sinistra: Giulio Tremonti e (sotto) Alessandro Piol Ansa
Imagoeconomica
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La stanza dei bottoni
09/11/2015
Pag. 2 N.37 - 9 novembre 2015
Diventare «capitalisti pazienti» per far ripartire il Paese
dario di vico
P otrà sembrare paradossale ma in un momento in cui alla Ripresa (con la maiuscola) manca proprio una
robusta iniezione di investimenti - tanto che qualcuno accusa gli imprenditori di «aver scioperato» - quelli
che hanno la cassa piena faticano ad individuare gli obiettivi giusti.
In realtà non è un paradosso perché nell'economia del post-Crisi scelte come queste sono obiettivamente
ardue, specie se toccano a degli italiani e non a degli yankee. Le conglomerate fanno parte dell'antiquariato
e quindi nessuno si sognerebbe di suggerire all'Imprenditore Liquido di entrare in un settore a caso, magari
comprando uno dei primi dieci-quindici player del settore. La logica che prevale oggi - visti anche i risultati è quella di specializzarsi molto, puntare sulla professionalizzazione del business per riprodurre
continuamente vantaggio competitivo. Ma se la liquidità è frutto proprio della decisione di abbandonare il
proprio settore tradizionale è chiaro che non si può seguire quel dettato.
Che fare allora? Entrare in un settore limitrofo a quello di storica competenza, seguendo ovviamente le
evoluzioni dell'innovazione? È senz'altro un'ipotesi sensata ma non è detto che ci siano le condizioni. Allora
viene da dire che si potrebbe operare una forte discontinuità con il passato e seguire due strade del tutto
nuove.
La prima potrebbe consistere nel reinventarsi come «capitalisti pazienti» e investire le risorse a mo' di
private equity in tutta una serie di aziende familiari e innovative. Si aiuterebbe così il sistema Italia a
superare quello che viene chiamato «l'articolo 18 del capitale» ovvero la cronica incapacità ad aprirsi al
nuovo, ad accogliere accanto a sé risorse e uomini freschi.
La seconda strada, anch'essa all'insegna della discontinuità, potrebbe essere quella di scommettere sulla
lunga supremazia del capitalismo delle reti. Le piattaforme digitali americane puntano decisamente al
monopolio, i cugini francesi hanno scommesso per tempo sul retail ma non è detto che tutti i giochi siano
fatti. Ad esempio il made in Italy tira e ha bisogno di reti per affermarsi (di più) nel mondo e le chance di
farcela sono elevate.
E allora, tanto per lanciare una provocazione, se fossimo nei Benetton investiremmo nella nuova Yoox nata
dopo la fusione con Net-a-porter.
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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L'analisi
09/11/2015
Pag. 27 N.37 - 9 novembre 2015
L'Eurozona vede il ritorno degli utili E' l'ora delle società «domestiche»
m.sab
L'Europa ha corso, nei mesi estivi è caduta e poi ha ripreso la marcia. A oggi la performance dei principali
indici del Vecchio Continente segnano un rialzo di circa il 10% da gennaio. Che cosa accadrà nei prossimi
mesi? «Per le borse europee l'autunno è spesso un periodo debole a causa di fattori stagionali come il
basso volume degli scambi. Ma nel prossimo semestre dato il forte slancio degli utili aziendali, soprattutto
per le imprese esposte alla ripresa domestica, siamo fiduciosi sulle prospettive di mercato».
Martin Skanberg, gestore del fondo Schroder Isf Euro equity, del gruppo di asset management britannico
Schroders è convinto che le borse del Vecchio Continente abbiano ancora molto da esprimere. I migliori
fondi di area euro hanno battuto l'Etf di riferimento di 4-8 punti percentuali sulla scadenza del triennio
conquistando performance vicine al 20%. Anche da inizio anno i risultati dei migliori sono stati lusinghieri
con guadagni compresi tra il 22 e il 26%.
Quali sono, ad oggi, i maggiori rischi per chi investe in Europa?
«Al primo posto metterei innanzitutto la possibilità che il dollaro forte pesi sulla domanda degli Stati Uniti
incidendo in negativo sulle esportazioni dell'eurozona. I timori geopolitici rappresentano un altro elemento
di incertezza. C'è poi la possibilità di un atterraggio brusco della Cina».
E invece sul versante del potenziale di performance?
«Le occasioni migliori si concentrano nelle società esposte alla ripresa domestica dell'eurozona. É questa
l'area del mercato in cui si stanno registrando revisioni positive delle attese sugli utili. C'è poi da osservare
che i segmenti difensivi, ad esempio i beni di consumo, stanno cominciando ad apparire costosi in termini
di valutazione e di conseguenza potrebbe esserci un passaggio verso i titoli value , sottovalutati, e verso i
ciclici».
I mercati azionari europei potranno dunque fare meglio di altre borse globali?
«Pensiamo che le borse del Vecchio Continente offrano opportunità allettanti rispetto ad altri listini.
L'azionario europeo sembra ancora ben sostenuto sulla base del rapporto prezzo/utili ed è trattato a uno
sconto significativo rispetto a Wall Street. Inoltre il quadro macroeconomico sta migliorando, sebbene
lentamente, e il supporto della Bce, attraverso la politica di Quantitative Easing continua».
Quali sono dunque i settori su cui puntare?
«Nella selezione dei titoli abbiamo un approccio pragmatico e contrarian , quindi tendiamo a fare scelte in
controtendenza rispetto agli umori prevalenti tra gli operatori. In questo momento la nostra posizione più
forte rispetto all'indice è quella sui materiali di base. Riteniamo interessanti anche i titoli finanziari orientati
al mercato interno».
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La top ten dei prodotti focalizzati sull'Unione monetaria 22,9 19,8 21,3 24,9 19,3 21,6 19,7 23,9 23,5 26,1
11,9 16,3 12,6 15,1 18,5 14,3 14,6 17,6 17,9 15,9 21,9 9,4 20,8 19,4 18,7 17,7 17,6 16,5 16,3 16,2 16,1
16,1 12,2 Henderson Horizon Euroland Fund A2 JPMorgan Euroland Dynamic A JPMorgan Euroland
Equity Deutsche Invest I Top Euroland FC HSBC Gif Euroland Equity Class IC Schroder Isf Euro equity
Templeton Euroland Fund A UBS (Lux) Equity Euro Countries Opport. Fidelity F. Euro Blue Chip Fund Y
BlackRock Global Funds - Euro-Markets Etf azionari area euro 12,0 13,4 13,1 12,6 13,1 11,5 13,1 11,5
11,9 13,1 13,8 Volatilità 1 anno ytd 2015 3 anni PERFORMANCE IN % Azionari area Euro s.F.
Foto: Europa Martin Skanberg
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INTERVISTA Nell'Unione Europea
07/11/2015
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Un tesoro immobiliare da 10 miliardi
Carlo Marroni
Un tesoro immobiliare da 10 miliardi pagina 8 Èforse l'unica banca al mondo che ha un solo immobile, e
che non è neppure quello dove ha la sede. Ma dentro le mura vaticane poco o nulla è come all'esterno.È lo
Ior, che dopo la vendita del grande patrimonio di immobili effettuato nel primo decennio del secolo-e per la
quale la giustizia vaticana quasi un anno fa ha aperto un'indagine e sull'ex presidente Angelo Caloja e
sull'ex direttore Lelio Scaletti, quest'ultimo da poco scomparso- ora un solo palazzo,a Via della
Conciliazione 10. Per la sua sede, il celebre Torrione Niccolò V, paga l'affitto al Governatorato. È una
goccia nel mare del patrimonio della Santa Sede e dello Stato Città del Vaticano, due entità giuridiche
distinte: il primo è il "governo" della Chiesa universale,e il secondo è lo stato vero e proprio, nato nel '29,
con un territorio, un esercito, un servizio telefonico, le poste, la farmacia. In testaa entrambi c'è il Papa, e
nella catena di comando, a seguire, il "primo ministro" cardinale Pietro Parolin. Quanto vale il patrimonio
com- plessivo del Vaticano, inteso come governo centrale della Curia romana, escludendo quindi quello
degli enti religiosie delle diocesi, che è la parte più consistente nella Chiesa mondiale? Non ci sono stime
ufficiali, e in definitiva neppure ufficiose, visto che - co- me emerge in parte anche dalle rivelazioni di questi
giorni - non esiste una vera e propria mappatura definitiva e nota. Ma, secondo fonti della Curia che da
tempo monitorano il dossier, il patrimonio "disponibile" si aggira attorno alla stima teorica di 9-10 miliardi di
euro - come scrisse il Sole 24 Ore lo scorso aprile anticipando un progetto di gestione centralizzata per ora
ancora nel cassetto comprendendo tutti gli asset immobiliari valutabilie commercia- bili- sia in Italia che
all'estero, specie Parigie Londra- quindi che potrebbero essere venduti. Si escludono non solo quelli dentro
le mura leonine, ma anche quelli extra-territoriali dentro la città di Roma, che sono "funzionali": su questi non
ci sono stime, anche perché del tutto inutili ai fine di una valutazione. Infatti il Vaticano possiede, per
esempio, l'enorme complesso di San Calisto, a Trastevere, dove hanno sede alcuni dicasteri ma anche
delle abitazioni dove vivono funzionari pontifici. O l'Università Gregoriana a piazza della Pilotta, o il Palazzo
della Cancelleria accanto a Campo de' Fiorie altri ancora, come i tanti prestigiosi immobili sul Gianicolo ma tra i quali figura anche lo storico ospedale pediatrico Bambino Gesù - stilato dentro il trattato
Lateranense, dove si prevede che siano non solo extra territoriali ma anche esenti da esproprio e da tributi.
L'attenzione quindi del Papa che ha annunciato un "cambio" riguarda quegli immobili sia destinati ai
cardinali e arcivescovi (non cedibili perlopiù perché dentro il territorio)e soprattuttoa quelli affittati
all'esterno. Il grosso del patrimonio immobiliare della Santa Sedeè concentrato nell'Apsa, amministrazione
del patrimonio della Sede Apostolica, che di questa stima di 10 miliardi ne possiede la quota maggiore,
concentrata in circa 2.500 appartamentie molti fondi commerciali. Nel riassetto delle finanze l'Apsapresieduta dal 2011 dal cardinale Domenco Calcagno - ha mantenuto la gestione degli immobili mentre è
passata alla Segreteria per l'Economia nata nel 2014 la gestione delle risorse umane e gli acquisti, oltre
alle funzioni di "ministero delle finanze". L'Apsa - che in questi giorni risulta al centro di un'indagine su
presunto riciclaggio per cui sono state chieste all'Italiae alla Svizzera delle rogatorie - ha quindi i cespiti
maggiori, superiori certamente a Propaganda Fide e Governatorato. La prima, dicastero delle missioni
presieduto dal cardinale Fernado Filoni, ha sede nel palazzo in piazza di Spagna, e da sempre ha un suo
grosso patrimonio frutto di lasciti di caritàa favore delle missioni. Negli anni scorsiè finita dentro di inchieste
giudiziarie ma da qualche tempo ha stretto molto sui controlli relativi alla gestione degli asset. Poi il
Governatorato, guidato dal cardinale Giuseppe Bertello, che ha gli immobili perlopiù dentro le mura, quindi
tra Santa Marta- dove vive il Papa dal giorno dell'elezione - e palazzo San Carlo e giù giù fino a via del
Pellegrino, dove ha sede l' Osservatore romano. Un cambio di passo per dare una gestione più trasparente
ed efficace del patrimonio è quindi necessario, come ha detto Francesco: qualche mese fa arrivò sul tavolo
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VATILEAKS. MAI DECOLLATA LA GESTIONE UNIFICATA DEI BENI
07/11/2015
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del C-9 (il consiglio dei cardinali dove siedono i porporati che consigliano il Papa sulle riforme) la bozza di
un progetto per la gestione degli immobili, attraverso una asset manager dove centralizzarei servizi (ma
non la proprietà, che sarebbe rimasta in capo ai singoli dicasteri, quindi anche altri in caso), dagli affitti alla
manutenzione, una sorta di facility management alla cui testa sarebbe stato nominato un board cardinalizio
rappresentato dai capi dicastero interessati. Ma non è decollato, forse perché andrebbe a intaccare le
competenze di ciascuno, e nessuno vuole cedere terreno, e lo stesso sarebbe per una eventuale
unificazione dei portafogli finanziari, pensata ma mai attuata.
07/11/2015
Pag. 1
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CREDITO
Primo esame per il decreto sui salvataggi delle banche
Luca Davi
Primo esame per il decreto sui salvataggi delle banche pagina 7 pManca solo il parere (non vincolante)
della commissione per le Politiche Ue della Camera (previsto per martedì 10 novembre) perchè arrivi il
definitivo via libera al bail-in bancario, ovvero il salvataggio interno delle banche in difficoltà ad opera
(anche) dei creditori della banca stessa. Ieri era atteso l'ok al provvedimento da parte del Consiglio dei
ministri, che però non è arrivato. O meglio, era arrivato, visto chea partire dall'ora di pranzo Palazzo Chigi
aveva diffuso la notizia dell'approvazione finale del testo al termine del Cdm. Tanto che lo stesso
sottosegretario alla Presidenza, Claudio De Vincenti, parlava di approvazione «definitiva» dei due dlgs. In
serata tuttavia gli uffici della Presidenza si accorgevano della mancanza di un parere (peraltro non
vincolante) al provvedimento da parte di una Commissione, ovvero quella alle Politiche Ue della Camera.
Da qui il necessario dietro front. «Il Consiglio dei ministri ha compiuto un esame, sulla base dei primi pareri
resi dalle Commissioni parlamentari, dei due schemi di decreti legislativi di recepimento» della Brrd, ha fatto
sapere il Governo in una nota diffusa in serata. A questo punto, a meno di clamorosi (quanto improbabili)
colpi di scena, il provvedimento sarà approvato in occasione del prossimo Cdm. Certo è che nessuno vuole
perdere tempo, anche perchè, solo con il recepimento della Brrd, e previo ok di Bruxelles, potrà scattare
anche il salvataggio delle quattro banche in crisi (Carife, Banca Marche, Banca Etruria e Carichieti) da
parte del fondo salva-banche, il cui costo si aggira attorno 2,2 miliardi. Il bail-in: come funziona Ma che cosa
prevede nel dettaglio il testo che il Governo sta per licenziare? Secondo la normativa Brrd, dal primo
gennaio 2016, nel caso una banca finisca in dissesto, a contribuire al salvataggio saranno chiamati in prima
battuta gli azionisti delle banca, poii detentori di obbligazioni subordinate (strumenti Additional tier 1 e tier 2)
e senior e, in ultima battuta, i correntisti ma solo per la liquidità superiore ai 100mila euro detenuta sul conto
corrente. In tutti questi casi, l'autorità di risoluzione (Banca d'Italia) dopo aver eventualmente azzerato il
capitale della banca in dissesto, imporrà la ricostituzione del capitale attraverso la conversione di parte
delle passività in azioni. Così facendo, il legislatore europeo conta di disincentivare l'assunzione di rischi
eccessivi da parte degli amministratori delle banche e, nel contempo, di elimina- re l'ipotesi di addossare i
costi della crisi sui contribuenti, come accaduto invece in diversi paesi europei durante la crisi finanziaria.
Nel contempo, la normativa prevede una serie di garanzie: ad essere protetti - e quindi esclusi dal bail-insono tuttii depositi fino a 100mila euro, i possessori di covered bond, i debiti verso dipendenti, fisco, enti
previdenziali e fornitori. Nel complesso, il contributo richiesto ad azionisti e creditori dovrà essere almeno
pari all'8% del passivo della banca in crisi. Qualora fossero necessari ulteriori risorse oltre questo livello,i
costi della ristrutturazione saranno a carico del sistema bancario, che agirà attraverso il Fondo di
risoluzionea cui contribuiscono tutte le banche. Il rischio che il bail-in incida sui depositi italiani superiori ai
100mila euro, va detto, in molti casi è solo teorico. Banca d'Italia nei giorni scorsi ha infatti precisato in oltre
la metà delle principali 15 banche italiane «perdite pari all'8% del passivo potrebbero essere coperte
utilizzando unicamente gli strumenti di capitale (azioni, bond e prestiti subordinati) senza perdite per i
dententori di obbligazioni senior», come ha ricordato il vicedirettore generale di Banca d'Italia Fabio Panetta
alla Camera. In nessun caso invece «sarebbero intaccati i depositi superiori a 100mila euro».
Obbligazionisti più tutelati Il tema del bail-in, insomma, può diventare più sensibile solo per alcune categorie
di soggetti. Gli azionisti, come detto, e i detentori di prestiti subordinati e senior, parte dei quali sono nelle
tasche dei risparmiatori. Ma anche per i bondholder dovrebbe essere introdotta una novità che va nel
segno della maggior tutela. In particolare, il Governo punta ad approvare una modifica all'impianto
originario del decreto che sposta al 1° gennaio 2019 l'avvio della "depositor preference estesa". In pratica,
fino al 2019 in caso di bail-in i prestiti non garantiti emessi prima di oggi verranno "aggrediti" nella stessa
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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07/11/2015
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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misura (pari passu) con i depositi interbancari e delle imprese corporate. Dal 2019 invece, scatterà la
depositor preference, secondo cui le obbligazioni bancarie non garantite saranno colpite in via prioritaria
rispetto ai depositi non garantiti diversi da quelle di persone fisiche e Pmi. L'introduzione di un regime
transitorio, invocato a gran voce dall'Abi, permetterà di evitare un rischio di non poco conto: e cioè che gli
obbligazionisti si ritrovino in mano uno strumento più rischioso di quanto inizialmente previsto. Ma nello
stesso tempo le banche avranno più tempo per rivedere la struttura del passivo ed eviteranno un impatto
negativo sul costo della raccolta, che potrebbe avere conseguenze nefaste sull'offerta di credito a famiglie
e imprese.
100
mila In euro. Importo massimo garantito dalle nuove norme
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07/11/2015
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La scommessa espansiva
Lorenzo Codogno
Continua u pagina 5 Giovedì sono state pubblicate le previsioni d'autunno della Commissione Europea. In
quelle di primavera la figura in copertina mostrava dei verdi germogli che simbolizzavano i primi segnali di
ripresa. In autunno le foglie sono rosse fiammanti, ma a giudicare dalle stime di crescita non sembrano
presagire un cambio di stagione per la crescita europea che anzi tende a rafforzarsi. u Continua da pagina1
Le previsioni della Commissione sono importanti perché il rispetto delle regole di bilancio da parte degli
Stati Membri dell'Unione Europea verrà valutato sulla loro base e non sulle previsioni dei governi nazionali.
Nelle ultime settimane ci saranno sicuramente state intense consultazioni tra i tecnici del Ministero
dell'Economia e delle Finanze e quelli della Commissione e, ovviamente, anche contatti a livello politico.
Ma alla fine l'ultima parola spetta alla Commissione. Cosa dicono dunque queste previsioni? In primo luogo
le stime di crescita del PIL per il 2015 e 2016 sono sostanzialmente uguali a quelle del Governo, a
conferma della loro credibilità. In entrambi i casi infatti il numero indicato per il 2015 è 0,9%, mentre per il
2016 la differenza è marginale: 1,5% contro l'1,6% del Governo. Ma la parte interessante è quella fiscale.
Forse non tutti se ne sono accorti, ma ormai la maggior parte delle regole di bilancio europee sono
espresse in termini strutturali, ossia correggono per le misure oneoff e per l'andamento ciclico. Più
l'economia migliora e più bisogna fare politica di bilancio restrittiva, mentre se l'economia si indebolisce
allora si può fare politica espansiva. Cosa dicono le previsioni della Commissione? Per l'intera area euro la
politica di bilancio rimane sostanzialmente neutrale. Il saldo di bilancio strutturale passa da -1,1% del 2015
al -1,2% del 2016. Diventa leggermente più espansiva in Germania, con un surplus strutturale che passa da
0,9% a 0,7%, mentre la Francia riduce il suo deficit di tre decimi di punto e vi è un leggero peggioramento
in Spagna. Si potrebbe aggiungere che la politica non è sufficientemente espansiva in Germania, se
collocata nell'ambito di un coordinamento fiscale all'interno dell'area euro. Chi può permetterselo infatti
dovrebbe aiutare a riequilibrare la domanda aggregata nell'area. Ma questo discorso porterebbe troppo
lontano. L'Italia è l'unico paese all'interno dell'area dell'euro che peggiora il saldo strutturale di mezzo punto
percentuale (fatta eccezione per il Portogallo che, vista la situazione politica, non ha ancora la sua Legge di
Stabilità). Se guardiamo al saldo primario corretto per il ciclo, il messaggio è simile e il peggioramento
dell'Italia ancora più marcato (dal 3,3% al 2,6%). Il peggioramento del saldo si giustifica per un uso
estensivo della flessibilità chiesta per le riforme strutturali e per gli investimenti. Ma sorprende che, a
giudizio della Commissione, gli investimenti pubblici in Italia crescano solo del 2,1% nel 2016, cioè meno
della maggior parte degli altri paesi europei. Questi indicatori, che stimano la direzione della politica di
bilancio, mostrano una sostanziale neutralità per l'area euro e una forte espansione per l'Italia. È
appropriato? Qualcuno potrebbe obiettare che, nonostante il miglioramento ciclico, il livello del PIL è ancora
così depresso che la priorità per l'Italia dev'essere la crescita e non il consolidamento fiscale. Questo
argomento ha una sua validità e per certi aspetti giustifica la flessibilità chiesta per le riforme strutturali, per
gli investimenti e forse anche per le spese legate alla crisi migratoria. Ma c'è modus in rebus come ebbi a
dire in passato su queste colonne. Si può anche obiettare che le metodologie di stima della posizione
ciclica non sono le più adeguate, dopo una crisi così violenta e prolungata. Anche in questo penso ci sia del
vero. Stupisce ad esempio che nel 2016 il potenziale di crescita è a zero per l'Italia, mentre è a 1,8% per la
Germania e a 1,1% per la Francia. Stupisce anche che l'output gap, la differenza che separa la crescita
effettiva dalla sua traiettoria potenziale, quasi si annulli per l'Italia nel 2017. Questo significa che la maggior
parte dei 9 punti percentuali di prodotto perso negli anni della crisi è perso per sempre, mentre un paese
come la Francia, che non ha subito una crisi così pesante, ha ancora margini di recupero e la Germania,
che di prodotto non ne ha perso affatto, si ritrova come l'Italia quasi al potenziale nel 2017. Ma qui la
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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ITALIA-EUROPA
07/11/2015
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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discussione si addentrerebbe in un ambito troppo tecnico. Basti però dire che è possibile adottare un
atteggiamento "agnostico" perché quello che più conta per la posizione di bilancio non è la crescita
potenziale o l'output gap ma la variazione di queste variabili da un anno all'altro. Intuitivamente, se la
crescita in Italia passa da -0,4% nel 2014 allo 0,9% nel 2015 e poi all'1,6% nel 2016, il miglioramento
economico è tale che una politica di bilancio espansiva come quella adottata non risulta essere appropriata.
Le regole europee cercano di mediare tra la necessità di garantire politiche anticicliche da un lato e
dall'altro chiedere più rigore dove la stabilità finanziaria è percepita essere ancora un problema. E per
quanto queste regole possano a volte sembrare astruse, sono comunque le regole del condominio, e non
sorprende che qualche altro condomino già borbotti...
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08/11/2015
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Nell'orto dei decimali non cresce il lavoro
Luca Ricolfi
Idecimali ci sommergono. Il Pil nel 2015 potrebbe crescere dello 0,9% anziché dello 0,6% o dello 0,7%
precedentemente previsti.E nel 2016 potrebbe segnare un +1,5% anziché +1,4% come si pensava finoa
ieri. L'indebitamento netto del 2016 potrebbe risultare del 2,3% anziché del 2,2% programmato dal
Governo. Però se l'Europa si decidessea darci il via libera, potremmo indebitarci di uno 0,2% in più. Il tasso
di occupazione a settembreè diminuito dello 0,1% rispetto al mese precedente. E così si potrebbe
continuare per qualche pagina. Ad ogni decimale in piùo in meno, invariabilmente, si accompagnano le
consuete diagnosi di segno opposto sulle prospettive dell'Italia. Per i nemici del governo, ogni variazione,
anche minima, segnala un passo indietro, un errore, un rischio. Per gli espo- nenti del governo, ogni
decimale in piùo in menoè l'ennesimo segno che «finalmente», «per la prima volta», «dopo decenni» (avete
notato con che frequenza ricorrono queste parole?) le cose stanno cambiando. In questo balletto degli
zero-virgola, quel che si rischia di perdere è la percezione dell'effettivo ordine di grandezza dei cambiamenti
di cui si parla e, soprattutto, dei cambiamenti che sarebbero necessari. I paesi che hanno cambiato
qualcosa nei propri fondamentali non hanno spostato qualche decimale, ma hanno spostato qualche punto
nelle grandezze chiave: una riduzione della spesa, o della pressione fiscale, o del deficit, comincia ad
essere apprezzabile, ossia incisiva, quando è di almeno 1 punto di Pil. Continua u pagina 18 u Continua da
pagina1 Meglio se di2o3 (è questo il genere di cambiamenti che fece la Germania quando era il "malato
d'Europa"). Una riduzione del rapporto Debito-Pil è significativa se è di diversi punti, specie se il rapportoè
sopra il 100%. Così un aumento del tasso di occupazione ha un impatto tangibile sulla condizione delle
famiglie se è almeno di qualche punto (il milione di posti di lavoro promessi da Berlusconi nel 2001
corrispondevaa un aumento di 2-3 punti). Insomma, mi spiace metterla in modo così crudo, ma qui stiamo
parlando di "quisquiliee pinzillacchere", per dirla con Totò. Quando si parla di cambiamenti la cui
ampiezzaè prossimaa quella dell'errore statisticoo dell'errore di previsione, bisogna rendersi conto che la
discussione può essere utilissima per capire in che direzione si sta andando (ovvero se il malato sta
migliorando oppure no), ma resta sostanzialmente muta per quel che riguarda la sostanza del problema,
cheè quello di misurare la distanza da una piena guarigione. Questa riserva vale in generale, ovvero per
tutti i fondamentali dell'economia di un paese, ma nel caso dell'Italia vale in particolare su un punto: il tasso
di occupazione. Perchéè sull'occupazione, prima ancora che sulla produttivitào sul numero di ore lavorate
per occupato, che l'Italiaè più indietro rispetto alle altre economie avanzate.E qui, sul terreno
dell'occupazione, il bilancio è davvero magro. Da quando è stata introdotta la decontribuzione (1° gennaio)
a tutto settembre, ossia in 9 mesi, l'occupazioneè cresciuta di appena 185 mila unità e, sorprendentemente,
la quota di lavoratoria tempo determinato (i "precari" che si desiderava stabilizzare) non è diminuita ma è
addirittura aumentata. Nel secondo trimestre di quest'anno (ultimo dato disponibile), la quota dei precari
non solo è un po' maggiore che nel corrispondente trimestre dell'anno scorso, maè tornataa un soffio dal
suo massimo storico (14,2%), toccato durante il governo Monti. Perché dico che il bilancioè magro? Non
sono, 185 mila posti di lavoro, un risultato comunque apprezzabile? Il bilancioè magro, innanzitutto, in
termini di costie benefici. Perchéi costi sono stati altissimi (circa 12 miliardi, spalmati in3 anni, peri soli
assunti nel 2015), mai benefici occupazionali sono stati minimi. Per rendersene conto, basta confrontare
l'incremento di posti nei primi9 mesi del 2015 (vigente la decontribuzione,e con il Pil in crescita), con quello
dei primi9 mesi del 2014 (senza decontribuzione,e con il Pil in calo). Sembra incredibile, ma la formazione
di posti di lavoroè del tutto analoga: 185 mila nel 2015, 159 mila nel 2014. La differenzaè trascurabile
(prossima all'errore statistico), tanto più se si considera che nel 2014 l'economia andava decisamente
peggio che nel 2015. Nel corso di quest'anno, nonostante una congiuntura decisamente più favorevole,
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ITALIA E RIPRESA. L'OCCUPAZIONE
08/11/2015
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nonché la spinta della decontribuzione, la formazione di posti di lavoroè migliorata di appena 26 mila posti
(185 mila contro 159 mila). Poiché la decontribuzione una spinta comunque l'ha data, viene da chiedersi
che cosa sarebbe successo senza di essa,e quali siano le forze che rallentano in modo così drammatico la
crescita dell'occupazione. Se fossi il ministro del lavoro sarei piuttosto preoccupato... Ma il bilancio è magro
anche per una ragione più fondamentale, cui l'ottimismo governativo pare del tutto insensibile:i posti di
lavoro che ci mancano sono circa7 milioni. Un milione perché tanti ne abbiamo persi durante la lunga crisi
del 2007-2014,e altri6 milioni perché questa, già prima della crisi, era la nostra distanza dalla normalità,
ossia dal tasso di occupazione medio dei paesi Ocse.E7 milioni di posti fanno qualcosa come 10 punti in
più nel tasso di occupazione. Ecco perché, quando vedo presentato come un grande risultato un aumento
di qualche decimale del tasso di occupazione,o un aumento di qualche decina di migliaia di posti nel
numero di occupati, penso che abbiamo smarrito il senso degli ordini di grandezza.A questo ritmo,e sempre
che non intervengano nuove crisi e battute d'arresto, saremo un paese normale fra circa 30 anni, quando
Renzi avrà superatoi 70. Possiamo aspettare tutto questo tempo?
08/11/2015
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Il rialzo dei tassi non ferma le Borse: Wall Street punta sui settori
«protetti»
Maximilian Cellino
Il rialzo dei tassi non ferma le Borse: Wall Street punta sui settori «protetti» pagina 6 pChi ha paura di un
rialzo dei tassi della Federal Reserve? A giudicare dalla risposta dei mercati di venerdì scorso, quando il
dato superiore alle attese sull'occupazione Usa ha accresciuto le possibilità di un intervento già a dicembre,
non devono essere poi molti: Wall Street ha infatti reagito con un'alzata di spalle, nel giorno in cui per
giunta il dollaro si è sensibilmente rafforzato e i rendimenti dei Treasury Usa sono cresciuti come da
copione. Gli esempi passati non contribuiscono del restoa turbarei sonni degli investitori: nei sei cicli rialzisti
degli ultimi 30 anni Wall Street si è sempre avvantaggiata e, tranne nel 1994 quando la mossa e la sua
ampiezza avevano colto di sorpresai mercati, lo ha fatto praticamente fin da subito. La ragione più evidente
di quest'anomalia soltanto apparente è che quando una banca centrale aumentai tassi la ripresa
economica è ben avviata: il vento che soffia in poppa per via della crescitaè dunque tale da far superare
l'ostacolo di un costo del denaro maggiore. Certo,è innegabile che ogni ciclo economico e monetario faccia
storiaa sée niente sia in fondo ripetibile. Tanto più che allo scenario attuale di particolarità non mancano, a
partire dal livello minimo da cui i tassi Fed partono (praticamente zero) per proseguire con le quotazioni non
certo a buon mercato di Wall Street (vicina ai massimi storici). Esistono comunque fondati motivi per
rimanere fiduciosi: «Il processo verso la normalizzazione della politica monetaria sarà graduale e richiederà
verosimilmente un tempo considerevole- spiega Richard Gillham, Head of product specialists di Legg
Mason-e nella transizione fra un tasso estremamente accomodante e uno più normale le Borse possono
continuarea comportarsi bene». Quando si guarda alle società che si avvantaggiano di più se i tassi
crescono sono generalmente le banchea figurare in testa alle classifiche di preferenza. Questo perché i loro
margini, ovvero il differenziale fra gli interessi generati dall'attività caratteristica delle banche (cioè i prestiti)
e quelli pagati a chi fornisce loro il denaro (cioè i depositi), aumentano in genere proporzionalmente al
livello dei tassi di interesse fissati dalle banche centrali. Ma il settore finanziario non è certo l'unico
beneficiario: occorre infatti pensare che quando la Fed rialza i tassi l'economia Usa gira a un ritmo
sostenuto o comunque si avvicina al potenziale. Tutti i settori legati alla crescita tenderanno quindi a
performare in modo migliore rispetto ai clas- sici difensivi. «Il miglioramento del clima occupazionale, unito a
una situazione più stabile sul mercato immobiliare - continua Gillham - rende i consumatori più propensi a
spendere denaro, non solo per le necessità quotidiana: di questa situazione potrebbero avvantaggiarsi
quindi tutte quelle società che producono beni di consumo discrezionali». Spazio dunque a chi
tradizionalmente beneficia della ripresa, mentre tra i penalizzati potrebbero esserci invece utility e
telecomunicazioni. «Il valore relativamente stabilee l'affidabilità dei dividendi- sottolinea ancora Gillham rende le azioni di queste società meno collegate al ciclo economico e più simili nel comportamento alle
obbligazioni, che tendono quindi a soffrire in uno scenario di tassi crescenti». La storia degli ultimi decenni
dimostra che in tempi di politica restrittiva negli Stati Uniti anchei mercati nel resto del mondo ne traggono
beneficio.I dubbi, sotto questo aspetto, si concentrano soprattutto sull'area emergente, che soffre nei
momenti in cui la liquidità si riduce e il dollaro si rafforza. E che già ha accusato il colpo, sia quando siè
iniziatoa parlare di una riduzione dello stimolo monetario negli Usa (il «tapering») nella primavera dello
scorso anno, sia in tempi più recenti a causa del crollo delle materie primee della bufera cinese. Anche in
questo caso però la reazione non è necessariamente automatica. «La frenata della Cina appare in
assestamento, così come la crisi delle materie primeosserva Luca Riboldi, direttore degli investimenti di
Banor-e sea questo si aggiunge che negli ultimi giorni il dollaro ha guadagnato terreno soprattutto sull'euro e
in misura inferiore su valute come il real brasiliano esistono fondati motivi per guardare di nuovo con occhio
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LA FED VERSO LA «STRETTA»
08/11/2015
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costruttivo anche i mercati emergenti, le cui valutazioni sono tornate accettabili». Il rialzo dei tassi Usae il
conseguente rafforzamento del dollaro non può inoltre fare altro che bene all'Europa, soprattutto
«periferica», le cui aziende possono sfruttare al tempo stesso un cambio più concorrenziale e la ripresa
americana. Cosa invece potrebbe far deragliare uno scenario che appare quasi idilliaco è forse
paradossale: «C'è il rischio che la Fed si sia mossa troppo tardi sui tassi e che la situazione le sfugga di
mano facendo salire eccessivamente anche i tassi a lungo termine Usa», azzarda Riboldi. Gli investitori, in
questo caso, dovrebbero riconsiderare i premi al rischio.E Wall Street sarebbe la primaa soffrirne.
La reazione dei mercati quando la Fed "stringe" 1 10 4 0 11 9 8 7 6 5 3 2 1.100 900 700 500 300 100
9,9 7,0 6,6 5,1 2,1 1,9 1,9 2.300 2.100 1.900 1.700 1.500 1.300 Set. 86 18 Dic. 1986 Set. 90 Set. 94 4 Feb.
1994 Set. 98 30 Giu. 1999 Set. 02 30 Giu. 2004 Set. 06 Set. 10 Set. 14 25,2 18,9 14,6 S&P 500 30 Mar.
1988 Azioni Usa Tassi Fed in % Azioni globali Materie prime Titoli di Stato Usa Bond high yield Usa
Corporate bond Usa Titoli di Stato globali Azioni Paesi emergenti Mercato monetario Usa Fonte: Allianz
Global Investors Indice di Wall Street e tassi Fed CONFRONTO STORICO Titoli Usa legati all'inflazione
Fonte: Cammack Retirement su dati Fed St. Louis Inizio di una fase di rialzi dei tassi Usa Performance
media durante le fasi restrittive della Fed. In % LA CLASSIFICA
Chi vince e chi perde con i rialzi dei tassi Usa TLC 5,8 2,4 8,3 1,9 8,1 1,5 5,8 10,8 51,5 - 16,4 - 10,2 17,8 73,9 26,1 18,9 - 0,9 SALUTE 38,0 22,7 13,6 - 2,1 ENERGIA MATERIALI U TILITIES FINANZIARI I
NDUSTRIALI Fo nte: Tho mson Reuters TECN. INFO RMATICHE CO NSUMI DISCREZIO NALI CONS. DI
PRIMA NECESSITÀ 1999-2000 2004-2006 1999-2000 2004-2006
I settori di Wall Street nelle ultime due fasi r ialziste dei tassi. Per iodi giugno 1999 - maggio 2000 e giugno
2004 - giugno 2006
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Lo sciopero non ferma i grandi supermercati
SPACCATURA Filcams Cgil e Fisascat Cisl disponibili a riprendere il dialogo conservando le tutele dei
lavoratori; dalla Uiltucs non arrivano segnali positivi
Cristina Casadei
pChi ha fatto la spesaa Milanoe nell'hinterland, ieri, non può dire di essersi accorto dello sciopero
proclamato da Filcams-Cgil, Fisascat Cisle Uiltucs Uil nelle imprese aderenti a Federdistribuzione,
Distribuzione Cooperativae Confesercenti. La protesta- la prima di due, la seconda è prevista per il 19
dicembre-è per il rinnovo del contratto di lavoro scaduto ormai da due anni e che interessa circa 450mila
addetti. Secondo le comunicazioni arrivate a fine giornata a Federdistribuzione da parte delle aziende
associate sono stati poco più di una ventina i punti vendita dove l'adesione è stata così alta da costringere
alla chiusura.I dati comunicati dalle aziende parlano di una media complessiva del 10% di lavoratori che
hanno scioperato. Con un impatto che, certamente, non è quello che poteva lasciare immaginare la grande
attenzione mediatica che questo sciopero ha avuto. Del resto nella Gdo vengono battuti 60 milioni di
scontrini a settimana, un numero che fa dire che ogni settimana l'Italia entra nella Gdo. Le notizie che
arrivano dai sindacati, basate sulle informazioni ricevute dalla fitta rete di sindacalisti del settore, sono
molto diverse. La Filcams Cgil parla di un successo senza precedenti. «La massiccia adesione e
partecipazione dei lavoratori dimostra quanto ormai il vasoè colmo», afferma Maria Grazia Gabrielli,
segretaria della Filcams Cgil nazionale. La Fisascat Cisl parla di «oltre il 75%- con punte del 90%- di
adesione dei 500mila addetti». «La grande partecipazione alla mobilitazione è il segnale del malessere dei
lavoratori», interpreta il segretario generale della Fisascat Cisl Pierangelo Raineri. Infine la Uiltucs parla di
«altissima adesione». «Sono talmente tanto fondate le ragioni che ci hanno portato allo sciopero- commenta
il segretario generale Brunetto Boco che i lavoratori delle aziende aderenti a Federdistribuzione e alla
cooperazione hanno risposto in massa alla protesta». La risposta arrivata dai territori è stata comunque
diversa.A Bolognai sindacati dicono che al corteo hanno partecipato 3mila lavoratori e che l'adesione è
stata tra l'80 e il 90%, mentrea Roma dell'80%. Molti punti vendita, però, non avrebbero chiuso perché,
secondoi sindacati, avrebbero fatto ricorso al lavoro in somministrazione. Bisognerà poi vedere nel chiuso
delle stanze dove si svolgono le trattative per il rinnovo del contratto see comei sindacati potranno far
valere queste cifre. Il fronte non si può dire proprio unitario, nemmeno questa volta. Però se per il
precedente rinnovo era stata la Cgil a non fir- mare, questa volta Filcamse Fisascat fanno delle aperture che
invece non arrivano dalla Uiltucs. Gabrielli dice: «Siamo pronti al dialogo se le aperture affermate in questi
giorni dalle controparti fossero confermate, cosi come siamo già prontia continuare al mobilitazione, perché
i diritti dei lavoratori vengono prima di tutto». Raineri aggiunge: «Ribadiamo la nostra disponibilitàa trattare
sulla flessibilità organizzativa del lavoro per fare fronte alle esigenze di accrescere la produttività ma non
cederemo sulla cancellazione degli istituti economici previsti dal contratto». Di qui al prossimo sciopero
proclamato il 19 dicembre c'è oltre un mese di tempo. Federdistribuzione conferma «il proprio impegnoa
trovare soluzioni concrete»e ribadisce di avere fatto ai sindacati «una proposta seria e credibile», in cui
«non vi è alcuna pregiudiziale nel riconoscere gli aumenti retributivi richiesti dai sindacati, purchè erogati
nel triennio 2016-2018 e accompagnati da forme di sostenibilità, flessibilitàe produttività».
Le cifre
450
mila Gli addetti Nella Gdo, nei punti vendita food e no food lavorano 450mila persone
91% Tempo indeterminato Il 91% degli addetti della Gdo ha un contratto a tempo indeterminato
Foto: Firenze. Il presidio dei lavoratori della grande distribuzione, in sciopero per rivendicare il loro «no»
alla riduzione dei salari e dei diritti
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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Commercio. Secondo Federdistribuzione l'adesione non va oltre il 10%, per i sindacati invece supera il 75%
- Poche decine i punti vendita rimasti chiusi
08/11/2015
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Telecom, faro Consob sugli acquisti in Borsa pre-conversione rnc
Mo.D.
pIl riassetto dell'azionariato di Telecom Italia resta sotto il faro della Consob, che sta monitorando da vicino
gli sviluppi della vicenda come accade in questi casi. Alla luce della decisione del consiglio di
amministrazione del gruppo italiano di convertire le azioni di risparmio in ordinarie, le indagini dell'authority
si concentreranno anche in questa direzione. Consob, come di consueto, farà accertamenti allo scopo di
verificare anomalie nell'operatività sul titolo nelle sedute precedenti all'annuncio. Sembra escluso, in questo
caso, il coinvolgimento di Vivendi, primo azionista di Telecom con una quota del 20% del capitale ordinario,
che ieri ha fatto sapere, tramite un portavoce, di non ha azioni di risparmio del gruppo telefonico. Il fatto che
Vivendi non disponga di azioni di risparmio escluderebbe dunque la possibilità che i francesi, approfittando
di informazioni privilegiate, abbiano rastrellato direttamente titoli Telecom Italia in vista della conversione,
deliberata dal cda due giorni fa. Il gruppo presieduto da Vincent Bolloré, che ha già fatto sapere che voterà
a favore della conversione, è dunque destinato a diluirsi al 13,8% del capitale ordinario, a meno che non
decida di ricostituire la propria quota attraverso nuovi acquisti di azioni ordinarie. Nell'ulrima seduta della
scorsa settimana, le azioni Le Telecom Italia in Borsa hanno scontano l'assestamento dopo l'annuncio della
conversione delle risparmio. Le ordinarie hanno lasciato sul terreno il 2,43% scendendo a 1,165 euro per
azione, mentre le risparmio hanno messo a segno un balzo del 5,41% salendo a quota 1,033 euro. Il
premio implicito sul prezzo al 4 novembre (pari a 0,9995 euro) pari al 12,2%, si è quindi ridotto di quasi tre
quarti, scendendo attorno al 3,5% come accade normalmente dopo annunci di operazioni simili. Secondo
gli operatori di mercato le due classi di azioni dovrebbero ora essere arrivate ad un punto di equilibrio in
attesa di vedere quale sarà l'esito delle assemblee (15 dicembre azionisti delle ordinarie e 17 dicembre
delle risparmio), che devono dare il via libera all'operazione.
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Tlc. Vivendi: non abbiamo azioni di risparmio
09/11/2015
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«Piani Sud» d'Europa: meno tasse e più credito
Chiara Bussi
Esenzioni e sgravi fiscali, finanziamenti agevolati per le Pmi, misure per sostenere l'innovazione, la ricerca
e i nuovi investimenti. Mentre il governo italiano ha appena annunciato il Masterplan per il Sudè ampio il
ventaglio degli strumenti messi in campo negli ultimi anni dai big europeia sostegno delle regioni più svantaggiate. Una cassetta degli attrezzi concordata con Bruxelles nell'ambito delle regole sugli aiuti di Stato. Lo
sforzo maggiore in Germania, dove il motore è stato la Kfw (la Cassa depositie prestiti). La Francia gioca
soprattutto la carta del fisco, mentre la Spagna punta sulla ricerca. pagina 5 Che cos'hanno in comune la
Calabria, la spagnola Estremadura, il Land tedesco del Meclemburgo, la francese Piccardiaei territori
d'Oltremare? Sono aree svantaggiate con un Pil pro capite ben al di sotto della media nazionale e un tasso
di disoccupazione alle stelle che beneficiano di misure ad hoc da parte dei governi nazionali. In Italia
l'ultimo atto è stato segnato la settimana scorsa con l'annuncio del «Masterplan per il Sud»: si punta sul
pieno utilizzo dei fondi strutturali previsti dalla dote 2007-2013, sulle nuove risorse disponibili da qui al 2020
e su una politica mirata di investimenti grazie alla clausola di flessibilità sul deficit chiestaa Bruxelles. Con
una governance rinnovata attraverso la sottoscrizione di 15 Patti territoriali entro dicembre. Il tentativo
italiano di dare una scossa al Mezzogiorno non è un caso isolato. Anche gli altri big europei hanno
introdotto negli ultimi anni misure per diminuire il divario tra le regioni più avanzate e quelle in affanno.
Attraverso esenzionie sgravi fiscali, misure per sostenere l'innovazione e finanziamenti agevolati per
rilanciare le aree industriali ad alta disoccupazione. Una cassetta degli attrezzi concordata con la Ue
nell'ambito delle regole sugli aiuti di Stato. A questo si aggiunge poi il tesoretto della politica di coesione
europea. A compiere lo sforzo maggiore è stata la Germania, dove proprio oggi si festeggia il 26°
anniversario della caduta del Muro. Il confine fisico tra Est e Ovest è sparito, ma la distanza economica è
ancora ampiae sono proprioi cinque Länder dell'ex Ddr (insieme al Meclemburgo anche Turingia,
SassoniaAnhalt, Brandeburgoe Sassonia)a rappresentare l'anello debole del Paese con un Pil pro capite
lontano di circa il 70% rispetto all'Ovest. Qui le iniziative sono state a tutto campo, come ricorda Joachim
Ragnitz, direttore dell'Istituto Ifo di Dresda, capoluogo della Sassonia. Fino al 2013, per esempio, era in
vigore un'esenzione fiscale per gli investimenti nell'Est. Ma il motore economico dell'unità tedesca è stata la
KfW, la Cassa depositi e prestiti del Paese, che dagli anni 90 a oggi ha dispiegato ben 194 miliardi tra
finanziamenti alle infrastrutturee alle abitazionie aiuti alle imprese. La sua attività prosegue e nel 2014
l'organismo ha concesso prestiti alle Pmi dell'Est per 1,8 miliardi sottoscrivendo 3.450 accordi. Oggi si
punta inoltre sui bandi per sostenere progetti innovativi attraverso il progetto Grw (Fondi per il
miglioramento delle infrastrutture), sullo strumento Innokom-Ost per finanziare le attività di ricerca e sulla
creazione di poli d'eccellenza. «Tutti strumenti utili- sottolinea Ragnitz -, ma la strada è ancora in salita
perché restano profonde differenze in termini di competitività tra le imprese nelle due aree del paese. Una
politica basata sui sussidi è efficace nel breve termine, mentre per invertire la rotta occorre porre l'accento
sull'innovazione, con una sorta di training per le aziende in difficoltà». Per il periodo 2014-2020 le regioni
dell'Est potranno inoltre contare su fondi europei per 9,7 miliardi, a cui si aggiungerà il cofinanziamento
nazionale. In Spagna il budget 2016 ha invece previsto una dote di 200 milioni per i finanziamenti in
Ricerca e sviluppo, in particolare nella bioeconomia, per le regioni meno sviluppate. La politica di sostegno
alle aree più arretrate è arrivata di pari passo con l'adesione all'Unione europea (nel 1986) e ha portato a
misure come le Zur (Zone di urgente urbanizzazione) e agli incentivi per la correzione degli squilibri
territoriali, affinati nel corso degli anni e attivi ancora oggi. Complessivamente da qui al 2020 sono poi in
arrivo 15,4 miliardi di fondi Ue da Bruxelles, a cui si aggiungerà il cofinanziamento nazionale. La Francia ha
giocato la carta del fisco, come dimostra una ricognizione effettuata da Kpmg. La mappa degli aiutiSCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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Le manovre per aiutare le aree svantaggiate
09/11/2015
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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collaudati nel tempoè racchiusa in una serie di sigle: dalle Zafr (le Zone a finalità regionali) alle Zfu (Zone
franche urbane), passando per le Zfr (Zone di rilancio rurale) fino alle aree caratterizzate da una forte
disoccupazione.A questi si aggiungono le misure specifiche per i Territori d'Oltremare con alcune modifiche
nel budget 2016 che ne hanno precisato il raggio d'azione. Il ventaglio complessivo comprende esenzioni di
imposta, detrazioni, sgravi di importo e durata diversa a seconda dello strumento. «La Francia- spiega
Roberto Romito, senior manager di Kpmg - forte anche della sua pubblica amministrazione efficiente,
rappresenta un caso virtuoso di sostegno alle aree svantaggiate inserite in una cornice di infrastrutture che
funziona. Anche in Italia sarà importante creare un habitat favorevole affinchè il Masterplan, cheè un buon
punto di partenza, possa portare gli effetti desiderati».
LA PAROLA CHIAVE
Aiuti di Stato a finalità regionale 7 Puntano a sostenere lo sviluppo economico e la creazione di posti di
lavoro nelle regioni europee più svantaggiate. Sono previsti dall'articolo 107 del Trattato sul funzionamento
dell'Unione europea (Tfue). Si applicano a tutti i settori di attività economica con alcune eccezioni come la
siderurgia, i trasporti e l'energia
NOI E GLI ALTRI
Il confronto del Pil pro capite nelle aree in affanno
MASTERPLAN PER IL SUD
Fondi con «clausola Sud» Con la «clausola investimenti» chiestaa Bruxellesè possibile un effetto leva
potenziale di7 miliardi per interventi nel Mezzogiorno Nuova governance Sottoscrizione di 15 Patti per il
Sud entro il 31 dicembre: uno per ognuna delle8 Regionie per le7 città metropolitane (Napoli, Bari, Taranto,
Reggio Calabria, palermo, Cataniae Cagliari) Utilizzo dei fondi Ue 2007-2013 Recupero del ritardo con la
programmazione 2007-2013 per utilizzare la totalità delle risorse entro fine anno. Nuovi fondi Ue Dote di
23,5 miliardi per le regioni convergenzae quelle di transizione (Abruzzo, Molise, Sardegna) da qui al 2020
escluso il cofinanziamento nazionale.
MIX DI INCENTIVI FISCALI
Zafre Zfu Le Zonea finalità regionale prevedono l'esenzione di imposta sul reddito per 2 anni per imprese
costituite entro il 31 dicembre 2020. Le Zone franche urbane concedono l'esenzione di5 anni dall'imposta
sul reddito per le imprese costituite entro il 1° gennaio 2021 Bacini occupazionalie aree di rilancio rurale Le
imprese situate nelle zone ad alta disoccupazione possono ottenere un'esenzione di imposta di5 anni.
Prevista inoltre l'esenzione dall'imposta sul reddito delle società per5 anni per imprese nate prima del 1°
gennaio 2016 in zone di rilancio rurale Territori d'Oltremaree Corsica Credito di imposta, detrazionie altri
sgravi per gli investimenti effettuati Fondi Ue La dote europea per le regioni svantaggiateè di 7,8 miliardi da
qui al 2020
PRESTITI AGEVOLATI E BANDI PER R&S
Grw (Fondi per il miglioramento dell'infrastruttura territoriale) Nel 2016 disponibili 624 milioni per
investimenti innovativi nei Länder meno sviluppati attraverso una serie di bandi Prestiti agevolati per le Pmi
Nel 2014 la KfW (Cassa depositie prestiti) ha erogato 1,8 miliardi di prestiti attraverso 3.450 accordi
Innokom-Ost Dote annua di 65,5 milioni per la ricerca nell'Est con una media di 200 progetti finanziati ogni
anno. Unternehmen Region Cinque5 programmi nazionali per favorirei poli di eccellenza. Fondi Ue La dote
europea per le regioni svantaggiateè di 9,7 miliardi
FISCO E INCENTIVI PER LA RICERCA
R&S Nel budget 2016 dote di 200 milioni per aiuti diretti a progretti di ricerca nelle regioni svantaggiate con
un focus sulla bioeconomia Zone di urgente urbanizzazione (Zur) Sgravi fiscali e accesso al credito
facilitato per aree di riconversione industriale. Tra queste Estremadura e Andalusia Incentivi per la
correzione degli squilibri territoriali Contributi a fondo perduto e sgravi contributivi in misura diversa a
seconda della dimensioni delle imprese da qui al 2020. Per le Pmi l'incentivo è del 35% fino al 2017 e
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scenderà al 30% al 2020. Fondi Ue Dote di 15,2 miliardi per le regioni svantaggiate da qui al 20201 1 1 1 1
6 2 4 5 8 2 5 3 1 4 6 2 5 5 1 7 2 3 4 5 6 7 8 2 3 4 5 6 7 8 2 3 4 5 2 3 4 5 6 7 8 ITALIA 3 5 3 4 15. 500 16.
200 16. 500 17. 000 18. 300 18. 800 18. 800 15.857 22.312 26.613 31.878 22. 964 23. 387 23. 924 24. 231
25. 378 34. 219 15.752 16.884 16.941 18.307 18.529 Ce uta 18.550 Puglia Si cilia Molise 23.000 26. 700
17.090 20.108 25.380 25.399 26.554 22.780 Guiana Melilla Murcia Corsica SPAGNA FRANCIA
GERMANIA Cal abria Abruzzo Turi ngia Sassonia Sardegna Martinica Piccardia Borgogna Campania Basili
cata Andal usia Guadalupa
La Réunion Me dia Italia Estre madura Brande burgo Media Francia Me dia Spagna Me dia Ge rmania
Sassonia - Anhalt Castill a- La Mancha Me cle mburgo Pome rania 1 2 3 4 Linguadoca-Midi-Pyrenées
Fonte: governi; Commissione Ue; Uffici nazionali di statistica; Kpmg; Kfw
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Per l'Italia una sfida con molte incognite
Carmine Fotina
pagina 5 Meno di due mesi per avere il responso: sul rilancio del Sud ci sarà stato davvero un cambio di
passo? Siè entrati nella fase decisiva per capire quanto del dibattito ferragostano sul ritardo del
Mezzogiorno, le sue causeei sui possibili rimedi produrrà risultati tangibili oltre il solitoea volte stucchevole
cliché di una parte d'Italia incapace di valorizzare se stessa. Entro dicembre il governo dovrà riempire di
contenuti il Masterplan del quale ha per ora offerto un'introduzione con articolate linee guida: nella cornice
dovranno essere collocati 15 Patti da sottoscrivere con le Regionie le Città metropolitane. Sempre in questi
due mesi, poi, avremo un quadro definitivo della legge di Stabilità dopo il passaggio parlamentare: ci sarà
alla fine l'inserimento di misure specifiche per il Sud? I due capitoli meritano riflessioni distinte. Con il
Masterplan il governo ha proposto finora soprattutto un metodo, puntando su una sorta di concertazione
verticale Stato-territorio per pianificare in modo efficace la spesa dentro il 2023 di una dote complessiva di
circa 95 miliardi tra fondi della programmazione Ue 20142020, cofinanziamento nazionale e Fondo sviluppo
e coesione. I Patti dovranno dire con chiarezza quali sono le priorità, per evitare frammentazioni eccessive
della progettazione, contenendo un cronoprogramma e per la prima volta un responsabile dell'attuazione al
quale chiedere conto nel caso di ingiustificati ritardi. Alla ordinaria programmazione europea si aggiungerà
nel 2016 una sfida nella sfida, cioè il compito di mettere in campo progetti cantierabili da7 miliardi, pari alla
somma che dovrebbe andare al Mezzogiorno nell'ambito degli 11 liberati complessivamente dalla clausola
Ue sulla flessibilità per gli investimenti. Il governo diffonde ottimismoe conta di fare sponda coni progetti del
piano Juncker per centrare l'obiettivo. Auguri di buon lavoro, la difficoltà dell'impresa lo richiede. Altrettanto
complicato, viste le prime schermaglie al Senato, il dibattito su possibili misure specifiche per il
Mezzogiorno all'interno della legge di stabilità. Come dimostra l'inchiesta pubblicata in questa paginai
principali competitor europei stanno continuando l'azione di supporto alle aree deboli del Paese, anche se
con formee intensità piuttosto variegate. La Stabilità licenziata dal governo, al contrario, non contiene
politiche territoriali. Il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, ha osservato in più di un'occasione che
non si ritengono necessari interventi speciali per il Sud, il cui rilancio passerebbe invece da un'efficace
attuazione di politiche per la crescita di respiro nazionale. Ma è pur vero, come dimostrano alcune bozze di
documenti preparati nei mesi scorsi dai tecnici del governo, che valutazione sono state fatte, ad esempio su
un credito di imposta mirato per il Mezzogiornoe per un anticipo selettivo del taglio dell'Ires. Ipotesi
sfumate, sicuramente per una scelta politica del governo, ma probabilmente anche per complicazioni legate
alle coperturee al negoziato da intraprendere con la Ue sugli aiuti di Stato. La partita però potrebbe
riaprirsia sorpresa. Proprio in questi giorni, in Senato, il Pd valuta di riproporre due misure valutate
dall'esecutivo ma poi scivolate via nel confezionamento finale della manovra: un credito d'imposta sugli
investimentie (oppure) un rafforzamento rispetto al 40% previstoa livello nazionale della proroga della
decontribuzione sui nuovi assunti.
L'ANTICIPAZIONE I dettagli del «Masterplan» Sul Sole 24 Ore del 4 novembre le principali misure previste
dal piano per il Mezzogiorno
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L'ANALISI
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Il dovere di investire sul domani
Alberto Orioli
Sgombriamo subito un equivoco. Non sarebbe un bene se l'Italia avesse i suoi quindicenni o sedicenni al
lavoro otto ore al giorno. Ne verrebbe un'idea di Paese fatto di impieghi a basso valore aggiunto e di un
capitale umanoa bassa formazione occupato (e occupabile) in mansioni solo basiche. Sarebbe un'Italia che
sfruttai propri giovani in modo poco lungimirante e non consente di aumentare la qualità della loro
conoscenza e, in definitiva, la capacità di essere cittadinie agenti di una democrazia viva. Ma nonè un bene
che l'Italia sia tra gli ultimi per tasso di occupazione e disoccupazione dei giovani tra 15 e 24 anni: significa
che non è in grado di creare occupazione anche per un diplomato o un laureato e, soprattutto, significa che
il nostro Paese non è in grado di sfruttare appieno l'alternanza scuola-lavoro che dell'approdo al posto di
lavoro "definitivo" è la premessa più razionale. Del resto è questo il modello che tanto successo ha presso i
giovani tedeschi guardati come paradigma in tutta Europa. Un Paese efficiente aumenta la caratura del
proprio capitale umano e integra continuamente i saperi, quello pratico e "vissuto" della fabbricao
dell'ufficio, con quello teorico dei banchi di scuola.È il segreto profondo per consentire a una nazione di
crescere e di creare sviluppo. E, fatto non residuale, di creare reddito (e non poco perché parliamo di 6-800
euro mensili per i ragazzi di Berlino) anche per giovani ancora nella fase del perfezionamento formativo. A
guardarei numeri di Romae Berlino si vede la sbozzatura di due idee di Paese. Il tasso di occupazione dei
giovaniè del 43,8% in Germania contro il 15,1% in Italia; quello di disoccupazione è del 41,1% da noi e del
7% da loro; l'11,2% del lavoro giovanileè fatto da lavoratori indipendenti (il popolo delle partite Iva per lo
più) contro l'1,1% trai tedeschi. In Italia la disoccupazione è di lunga durata (più di un anno) per il 60,1% dei
senza lavoro giovani contro il 23% in Germania; gli scoraggiati, che non studiano e non cercano neanche
lavoro, sono il 26,2% in Italia contro l'8,7% in Germania. Continua pagina 3 Continua da pagina1 Ne
emerge un Paese che chiede ai giovani di arrangiarsi con situazioni di auto-impiego, inventandosi il lavoro,
lasciandoli a pascolare nella disperazione o nella voglia di fuga, offrendo percorsi scolastici scollegati dalle
reali esigenze di chi può effettivamente offrire opportunità. La soluzione del tema occupazionale nonè mai
solo nelle regole del mercato; le riforme del sistema di funzionamento di domandae offerta erano
sacrosante e sono decisive, ma restano un corollario. L'Italia, così come ha sempre confuso il tema della
previdenza e dell'assistenza sociale mescolando priorità e finanziamenti, da sempre dedica poca
attenzione alle politiche attive del lavoro, allo sforzo per creare opportunità e facilitare l'incontro tra
domanda e offerta. E anche quando ha provatoa scimmiottare l'esperienza tedesca dell'alternanza
scuola-lavoro (con la prima riforma dell'apprendistato, ora ampliata dal Jobs act) non è riuscita a superare la
soglia dei 3mila giovani coinvolti all'anno. Una goccia nel mare. Ora l'esperimento europeo più
comunicativo che reale - di Garanzia giovani consentirà di monitorare ancora una volta i profili di chi vuole
un lavoro trai giovani. Non che ne avessimo molto bisogno perché di quella grande massa (4,4 milioni di
inattivi e 616mila disoccupati, più della metà donne) sappiamo già tutto. Non resta che sperare nel decollo
dell'Agenzia unica prevista dal Jobs act, esperimento che funzionerà solo se smantellerà l'approccio
burocratico dei vecchi centri per l'impiegoe consentirà di creare sinergie virtuose con i privati già attivi nella
somministrazione di manodopera e nella formazione. È singolare che, nei tempi della crisi, proprio l'attività
di ricerca di posti di lavoro sia stata uno dei principali bacini per la creazione di occupazione. Ma è una
sorta di tautologia non destinataa durare. È l'approccio burocratico che ha svilito ogni tentativo di introdurre
politiche attive: l'idea che, fatto il colloquioe compilata una scheda, magari senza che questa possa finire in
una rete che abbia software compatibile con quello di altre reti, sia finita la "missione". È lo stesso
approccio burocratico che si rischia ora nella gestione degli incentivi alle start up, partite come intraprese
legate allo sviluppo delle nuove tecnologie, che ora rischiano di applicarsia qualsiasi cosa abbia il vago
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DOPO IL JOBS ACT
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sapore di tentativo di avvio di un'iniziativa qualsiasi. Il nuovo miracolo del lavoro oggiè più difficile che negli
anni 50. Allora si doveva ricostruire l'Italia da zero e trasformarla da Paese agricolo a potenza industriale.
Oggi l'Italia potenza manifatturiera deve consolidare il suo orgoglio industriale in un mondo diventato
piccolo e competitivo (tanti Paesi oggi sono altrettante Italie degli anni 50)e scommettere sui nuovi driver di
sviluppo legati alle reti e alla conoscenza scientifica oltre, naturalmente, alle sinergie uniche e inimitabili, in
un Paese a fortissima vocazione culturale, tra turismo, artee cultura che ne fanno la prima "fabbrica del
bello" al mondo. Per capirsi: è più politica del lavoro decidere quanto prima che fare del "villaggio dell'Expo"
, magari per legarlo allo sviluppo di una città della conoscenza e dell'innovazione, che non spulciare le
domande dei candidati di Garanzia giovani alla ricerca di chissà quale regolarità statistica nel profilo di chi
cerca un futuro. Si sa già che lì c'è scritto a caratteri cubitali che l'Italia, anche seè il secondo Paese più
vecchio del mondo, deve finalmente considerare i giovani davvero per quello che sono: l'energiae il futuro
di tutti.
09/11/2015
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Gli incentivi della Youth Guarantee e la decontribuzione non danno i risultati attesi: la disoccupazione resta
ancora sopra il 40%
Giovani e lavoro: bonus con poco appeal
Per il 2016 il Governo punta a rilanciare apprendistato, Garanzia e percorsi di alternanza
Francesca Barbieri
Più di quattro milioni di inattivie un tasso di disoccupazione oltre il 40%, il doppio della media europea. La
ripresa economica faticaa tradursi in una inversione di rotta sull'occupazione dei giovani, che restano ai
margini del mercato del lavoro. Poco efficaci si sono rivelatii bonus occupazio- ne: gli incentivi della
Garanzia giovani, ma anche quelli della legge di Stabilità, che hanno "premiato" di più i lavoratori senior. Le
possibilità di recupero sono affidate , per il 2016, al rilancio dell'apprendistato e dei percorsi di alternanza
scuola -lavoro. pagina 3 La fase-2 della Garanzia Giovani, l'apprendistato duale, l'alternanza scuola-lavoro, i
nuovi incentivi: sono alcune delle strade battute dal Governo per dare "scacco matto" alla disoccupazione e
ridurre il gap che continua a gravare sulle nuove generazioni.I numeri dell'Istat, mese dopo mese,
certificano infatti che la ripresa economica fatica ancoraa tradursi in una secca inversione di rotta
soprattutto per loro:a settembre il tasso di senza lavoro per gli under 25 è calato dell'1,3% su base annua
(restando oltre il 40%), ma il segno è stato opposto per quello di inattività (+2%) e quello di occupazione è
sceso dello 0,8%. I numeri assoluti tratteggiano più di 600mila disoccupati e 4,4 milioni di inattivi, primati
negativi sullo scacchiere europeo. Terapia anti-Neet La "cura" Garanzia Giovani, finora, ha dato pochi
risultati (si veda la pagina 2): su quasi 800mila iscritti al programma, poco più di 200mila hanno ricevuto
una qualche misura (che può essere un'offerta di lavoro, un tirocinio, ma anche un semplice corso di
formazione) e i contratti "certificati" dal bonus assunzione sono stati appena 15mila. Anche l'esonero
contributivo previsto dalla legge di Stabilità ha finora riguardato poche assunzioni "junior" rispetto al totale:
nel periodo da gennaio ad agosto su circa 800mila contratti "incentivati" poco meno di 100mila hanno
interessato under 25 (il 12,3% del totale), mentre il grosso è concentrato nelle fasce dai 30 ai 39 anni (31%)
e dai 40 a 49 anni (24,5%). Per il futuro, dunque,i riflettori sembrano essere puntati sugli strumenti che
migliorano l'occupabilità dei giovani e favoriscono il matching tra domanda e offerta di lavoro. Per la
Garanzia Giovani, che conta su un budget di 1,5 miliardi, si punta al rilancio all'interno del nuovo sistema di
politiche attive previsto dal Jobs act. In che modo? «Gli iscritti al programma aumentano al ritmo di oltre
10mila alla settimanaspiega Maurizio Del Conte, docente di diritto del lavoro all'Università Bocconi e
consigliere giuridico del premier Renzi -. Si sta creando una banca dati dalle grandi potenzialità che sarà
utile sia per politiche del lavoro sia per il matching con le richieste delle imprese». I giovani che si registrano
alla Youth Guarantee devono infatti inserire una serie di dati, dalle informazioni anagrafiche al titolo di
studio fino agli obiettivi professionali. «Si arriverà a una profilazione dettagliata di chi cerca lavorosottolinea Del Conte-e questo ci permetterà di studiare iniziative mirate e più efficaci». Di certo,i tempi
comincianoa essere stretti: le risorse vanno impegnate entro fine anno (più di 300 milioni non sono stati
ancora destina- ti) e spese entro il 2018. Le sfide più importanti,a questo punto, sembrano tre. «Riforma dei
servizi per l'impiego con il maggior coinvolgimento degli enti privati accreditati- dice Massimiliano
Mascherini, direttore di ricerca a Eurofound, l'agenzia che seguei temi del lavoro per la Ue -, assicurare la
qualità delle offerte di lavoro e, infine, far sì che la Garanzia sia di risultato, con l'ingresso del giovane nel
mercato del lavoro». Il sistema duale Per rivitalizzare l'apprendistato junior peri ragazzi dai 15 ai 25 annimai decollato, con appena 3mila giovani coinvolti ogni anno- il Jobs act ne ha allargato il raggio d'azione:
non solo qualifica e diploma professionale, ma anche diploma superiore e certificato di specializzazione.
Nel nuovo modello duale (che comprende anche alta formazione e ricerca), per le aziende sono abbattutii
costi del training interno- al lavoratore è assegnato uno stipendio pari al 10% - ed esterno (non ci sono
obblighi retributivi). In più, in via sperimentale fino al 31 dicembre 2016, ci saranno diversi incentivi, come
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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09/11/2015
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l'esonero dal "ticket" licenziamento e dal contributo dello 0,3% per la formazione continua. Trai tanti tasselli
c'è anche la sperimentazione negli anni 2015/16 e 2016/17 per l'apprendistato duale e dei percorsi di
alternanza scuola-lavoro nel sistema di istruzionee formazione professionale. Stanziati circa 240 milioni, che
si tradurranno in parte in bonus monetari per le imprese (il decretoè in fase di registrazione alla Corte dei
conti). E sul fronte dell'alternanza, il volàno dovrebbe arrivare dall'attuazione della "Buona scuola" (legge
107) che prevede dal 2016 un'iniezione di 100 milioni. Un "tesoretto" rispetto al passato, visto che finora
questo strumento si è retto su poche decine di milioni l'anno. La riforma prevede un minimo obbligatorio di
400 ore nel secondo biennioe nell'ultimo anno di istituti tecnicie professionali, mentre nei licei almeno 200
ore nel triennio. Oggi la durata media dei progettiè di 96 ore l'anno. Con il nuovo corso gli "stage" si faranno
in azienda, ma anche in enti pubblici, musei, enti sportivi e si potranno svolgere pure d'estatee all'estero.
Anche in questo caso, però, il tempo stringe. Se in passato l'alternanza ha coinvolto circa la metà delle
scuole e appena il 10% degli studenti, a regime, come stima il Criet, il Centro di ricerca interuniversitario in
economia del territorio, le scuole dovranno garantire un totale di 150 milioni di ore di alternanza. Una sfida
che coinvolge, da un lato, le scuole, chiamatea presentarei progetti entro metà novembre, ma pure le
imprese: per quelle che attivano i percorsi di alternanza, è previsto un Registro nazionale alle Camere di
commercio da istituire con decreto interministeriale.
IL BONUS ASSUNZIONI DELLA LEGGE DI STABILITÀ
Il numero delle assunzioni, nel periodo gennaio-agosto 2015, con l'esonero contributivo (legge 190/2014).
Dati in percentuale
TOTALE
La fotografia dei ritardi
41,1
15,2
38,6
29,2 30,8
15,1
10,1
24,5
790.685
51,9
54,5
56,3
7,5
12,1
31,3
16,7
13,1
17,7
15,1
43,8
48,8
30,2
32,5
49,2
41,1
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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49,5
22,3
20,4
15
7,0
12,3
27,8
23 0 3,2 0 100 Paese Neet***
60,1 26,2 ITALIA 23,9 8,7 23,5 13,4 31,1 14,2 Francia 34,4 20,7 Spagna 56,4 26,7 Grecia 36,9 15,7 33,4
15,4 Fino a 24 anni 15-24 ANNI 15-64 ANNI 581.581 543.098 3.151.049 576.917 562.633 3.281.700
Germania 613.088 606.322 3.598.708 Regno Unito < 24 anni Area Euro Media UE Da 25 a 29 anni Da 15
a 64 anni Disoccupati di lunga durata** Tasso di occupazione Tasso di disoccupazione Tasso di
occupazione 15-24 Tasso di disoccupazione 15-24 Dati percentuali, II trim. 2015 IL CONFRONTO CON
L'EUROPA Dati in percentuale IL GAP IN ITALIA DAGLI ANNI '70 A OGGI 2013 2014 2015 1971 1991
2015* 1971 1991 2015* Rapporti di lavoro attivati nel periodo gennaio-agosto IL TREND DEI CONTRATTI
25-29 anni 30-39 anni 40-49 anni >50 (*) 2° trimestre 2015; (**) in % sui disoccupati totali della stessa età;
(***) 15-29enni in % sulla popolazione totale della stessa età. Fonte: elaborazione Il Sole 24 Ore-Centro
studi Datagiovani su dati Istat, Inps, Eurostat e Ocse
APPRENDISTATO Due decreti del Jobs act hanno modificato la disciplina dell'apprendistato. Il Codice dei
contratti (Dlgs 81) potenzia l'impostazione "duale" dei percorsi di lavoro e formazione, introduce
l'apprendistato per i disoccupati, chiarisce gli ambiti di intervento delle Regioni sulle due forme di
apprendistato (di base e alta formazione), prevede un nuovo regime retributivo per la formazione fuori
dall'azienda. Il decreto 150 prevede invece incentivi per per le assunzioni di apprendisti junior fino al 31
dicembre 2016: esonero dal "ticket" licenziamento e dal contributo per la formazione continua, riduzione dei
contributi previdenziali
Gli strumenti in campo
GARANZIA GIOVANI E POLITICHE ATTIVE Il forziere più ricco per sostenere l'occupazione giovanile
resta quello della Youth Guarantee, 1,5 miliardi di euro tra fondi Ue, nazionali e Fse regionali, che vanno
impegnati entro fine 2015 e spesi entro il 2018. Da impegnare ancora 300 milioni, con alcune misure più in
ritardo, come quelle relative all'autoimpiego e all'apprendistato. I ragazzi che si sono iscritti e si stanno
iscrivendo alla Garanzia Giovani andranno a formare un grande database che sarà utilizzato dall'Anpal,
l'agenzia nazionale per le politiche attive, che vedrà la luce l'anno prossimo
ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO Con la legge sulla Buona scuola l'alternanza scuola-lavoro è diventa
obbligatoria: le ore di formazione on the job salgono ad almeno 400 nell'ultimo triennio degli istituti tecnici e
dei professionali e ad almeno 200 nei licei. Ci sarà una carta dei diritti e dei doveri dove lo studente potrà
valutare l'efficacia dei progetti di alternanza. In più, dovrebbe partire a breve presso le Camere di
commercio il registro nazionale per l'alternanza scuolalavoro. Il registro è istituito d'intesa con il Miur, sentiti
ministero del Lavoro e ministero dello Sviluppo economico. Accoglierà le imprese disponibili a svolgere
questi percorsi formativi
INCENTIVI ALLE ASSUNZIONI Nell'ambito della sperimentazione (sino alla fine del 2016)
dell'apprendistato duale e dell'alternanza scuola-lavoro saranno utilizzati 60 milioni attinti dal Pon per
riconoscere bonus monetari alle imprese che assumeranno giovani apprendisti (incentivi di circa 3mila euro
per assunto) e giovani in alternanza (circa 500 euro). Fino alla fine del 2015 per le assunzioni o
stabilizzazioni a tempo indeterminato, c'è l'esonero contributivo previsto dalla legge di stabilità 2015,
confermato, in una versione ridotta anche nel ddl stabilità 2016. Questo incentivo si applica a tutte le
assunzioni senza limiti di età.
07/11/2015
Pag. 1,26
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L'ad Patuano: "Questa è un'operazione che crea valore per l'azienda" De Vincenti: "Il governo segue le
vicende di una società strategica"
SARA BENNEWITZ
MILANO. Non solo il mercato. Anche Palazzo Chigi, continua a monitorare le operazioni sul capitale di
Telecom Italia, che giovedì ha varato un piano di conversione delle azioni di risparmio in ordinarie «Il
governo segue l'evoluzione della vicenda Telecomha riferito il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio,
Claudio De Vincenti - è un'azienda strategica per il Paese». E in proposito, secondo fonti vicine a Palazzo
Chigi, il governo avrebbe esaminato a fondo i recenti sviluppi; anche se avrebbe escluso la possibilità di un
intervento diretto della Cassa Depositi Prestiti nel capitale di Telecom. Ieri, il mercato si è adeguato alle
condizioni annunciate dalla società per la conversione, e così le ordinarie sono scese del 2,4% a 1,16 euro,
mentre le rnc sono salite del 5,4% a 1,03 euro, posizionandosi così sul rapporto di concambio fissato dal
cda per la conversione obbligatoria (ovvero 0,87 rnc per ogni ordinaria). In attesa delle assemblee
convocate per il 15 (quella dei soci ordinari) e il 17 (quella delle rnc) dicembre per l'approvazione
dell'operazione e che decorrano i termini della conversione facoltativa (e quindi prima di sapere quanti soci
rnc sono pronti ad accettare l'offerta di un concambio alla pari salvo il pagamento di 9,5 centesimi di
conguaglio) gli investitori sono già allineati sull'offerta obbligatoria che scatterà al termine di quella
facoltativa. Tuttavia nessuno dubita che l'operazione verrà approvata. Anzi, fonti vicine a Vivendì (socia al
20,5% di Telecom e che per effetto dell'operazione si diluirà al 14%) hanno fatto sapere che il colosso
francese dei media non si opporrà. Del resto Tarak Ben Ammar, imprenditore vicino a Vincent Bolloré e
consigliere di Telecom, ha votato a favore della conversione. «Né io né il cfo Peluso abbiamo avuto alcun
contatto con i soci in merito a quest'operazione - ha detto l'ad Marco Patuano durante l'incontro con gli
analisti - ma questa è un'operazione che crea valore, pertanto non vedo nessun motivo per cui un azionista
di buon senso debba votare contro». Al contrario, i maggiori azionisti di Telecom come Vivendi e il
miliardario francese Xavier Niel (che ha opzioni sul 15,2% del capitale) saranno anche quelli che più
guadagneranno dalla creazione di valore che si realizza grazie alla conversione, anche se vedranno i loro
diritti di voto diluirsi del 31%.
Foto: L'INCONTRO Sergio Mattarella ha incontrato ieri a Hanoi il proprio omologo vietnamita Truong Tan
Sang, a cui ha chiesto di abolire la pena di morte nel Paese
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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Telecom, via libera Vivendi alla conversione delle azioni Cdp non entrerà
nel gruppo
08/11/2015
Pag. 1
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tiratura:424634
Pensioni, il piano Inps tradotto in quattro punti
ALESSANDRO PENATI
IL sistema pensionistico tocca tutti ma è incomprensibile ai più (sottoscritto compreso): monopolio di
mandarini e fonte inesauribile di slogan politici, è cantiere aperto dal '95. A PAGINA 22 Il sistema
pensionistico tocca tutti ma è incomprensibile ai più (sottoscritto compreso): monopolio di mandarini e fonte
inesauribile di slogan politici, è un cantiere aperto dal '95, e non se ne vede la fine. Più che apprezzabili
dunque i tentativi dell'Inps di proporre un piano ("Non per cassa, ma per equità") per chiudere il cantiere e
documentarne le storture. Ma anche il piano è materiale per mandarini. Un linguaggio più comprensibile
sarebbe più convincente. Comunque, quattro i punti principali.
Flessibilità. Logica economica e buonsenso indicano che è meglio lasciare libero il cittadino di scegliere
quando smettere di lavorare, posto il vincolo che il debito previdenziale non cambi. Semplificando, secondo
la proposta se vado in pensione con dieci anni di vita attesa e 10 euro l'anno, il debito di 100 per lo Stato
non cambia se vado in pensione tre anni prima con 7,7 euro. La proposta trascura due elementi. Il primo è
che il concetto di valore attuale del debito pensionistico (la cosiddetta equivalenza Ricardiana) in pratica
non vale: conta solo l'andamento del debito nell'immediato futuro, che è difficile da stimare. Con la
flessibilità, lo Stato fissa un unico "prezzo" del tempo libero: nell'esempio, tre anni in più "valgono" 2,3 euro
in meno per il resto della vita. Però ogni individuo ha un proprio valore del tempo libero: se il "prezzo" è
troppo basso, moltissimi opteranno per la pensione anticipata; oltre non considerare che il valore del tempo
libero a 64 anni è più alto che a 85. L'impatto sulle finanze pubbliche è quindi incerto. Ma se una riforma
strutturale è valida, i mercati la capiscono e non ci si deve preoccupare dell'aumento del debito. Se
Bruxelles rimane fissata col deficit, si può mercanteggiare con qualche taglio o imposta per salvare la
faccia.
Una volta introdotto il principio della flessibilità, perché applicarlo solo alle ex-pensioni di anzianità (42 anni
di contribuzione), e solo all'indietro? Andando verso il contributivo generalizzato, perché non generalizzare
un criterio tipo -2 e +3 anni per tutti? Chi ha 67 anni, a prescindere dai contributi versati, o 42 anni di
contributi, può andare in pensione 2 anni prima o 3 anni dopo, con un costo/premio basato sulla speranza
di vita e contributi versati che stabilizzi il debito previdenziale.
Contributivo. La riforma del '95 introdusse il contributivo, senza estenderlo però a tutti lavoratori e
pensionati, ma facendo pagare la riforma solo ai giovani. Via via si è allargata la platea. Se capisco bene, si
propone ora di convergere rapidamente al contributivo per tutti, ricalcolando le pensioni in essere e i diritti
previdenziali, anche per unificare i trattamenti della miriade di gestioni confluite nell'Inps e per spazzare via
lo scandalo dei vitalizi di politici e sindacalisti.
Una proposta che rasenta l'ovvio. Ma manca, come da 20 anni, la volontà politica. L'Inps lo riconosce
implicitamente, e pecca di timidezza proponendo la riforma solo per i pochi trattamenti oltre i 5.000 euro (e
graduale da 3.550). Se anche passasse, dunque, non sarebbe la chiusura del cantiere.
Accorpamento. In media l'Inps paga 4 pensioni ogni 3 pensionati: un'assurdità. Ovvia la proposta di
accorpamento, che andrebbe però estesa alla Gestione Separata: una vergogna che, col pretesto della
pensione per tutti, è stata usata come strumento per tassare e penalizzare il lavoro atipico e a tempo
determinato.
Pensioni, non assistenza. Il punto più importante. L'uso del sistema pensionistico come surrogato
dell'assistenza sociale (vedi abuso dei prepensionamenti) ha generato tante storture. Gli esodati sono una
di queste. Chi rimane disoccupato a 55 anni fa molta fatica a trovare un qualsiasi nuovo lavoro, e non ha
reti di protezione. L'Inps propone un reddito minimo agli over 55, slegato dalla pensione. La flessibilità in
entrata delle pensioni è poi un'opzione in più per il lavoratore scoraggiato. Così si separano pensioni e
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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IL MERCATO
08/11/2015
Pag. 1
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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mercato del lavoro.
Condivisibile. Ma perché non andare un passo oltre? Fermo restando reddito minimo e flessibilità, in
cambio dell'abolizione del reintegro e maggiore libertà di licenziamento individuale e collettivo, perché non
prevedere un indennità crescente con l'anzianità e inversamente agli anni che mancano alla pensione per
gli over 55, con l'obbligo di incorporare nell'indennità anche i contributi mancanti al minimo per la pensione?
Si aumenterebbero flessibilità del mercato ed efficienza: gli over 55 non sono necessariamente costi da
eliminare e i prepensionamenti sarebbero una libera scelta delle parti, facilitando la ristrutturazione dei tanti
settori in crisi o con capacità in eccesso che rallentano la ripresa.
08/11/2015
Pag. 13
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Consumi cresciuti dell'1,5% grazie agli 80 euro del bonus
ROSARIA AMATO
ROMA. Consumi in crescita dell'1,5 per cento per le famiglie che hanno avuto il bonus di 80 euro. Mentre
chi non l'ha avuto ha ridotto leggermente la spesa in negozi e supermercati nelle prime 40 settimane di
quest'anno rispetto allo stesso periodo del 2014, il calo è dello 0,3 per cento. Il dato emerge da un'indagine
Nielsen commissionata da Conad, e conferma in buona parte altre ricerche svolte in precedenza
sull'utilizzo degli 80 euro, in particolare quella pubblicata a maggio dalla Banca d'Italia, in occasione
dell'Assemblea annuale, secondo la quale sarebbe stato speso circa il 90 per cento del bonus fiscale e, nei
primi mesi del 2015, «la quota delle famiglie che segnala di arrivare con difficoltà alla fine del mese si
sarebbe lievemente attenuata rispetto ad un anno prima».
Fermo restando che permangono ancora gravi difficoltà economiche, (l'Istat stima che tre milioni di
famiglie, l'11,7% del totale, non riesce sempre a far fronte al pagamento delle spese della casa, tra bollette,
affitti e rate del mutuo), i dati Nielsen-Conad confermano perlomeno che il bonus è stato utile, ha dato
respiro alle famiglie, e non solo nel caso in cui sia stato utilizzato per i consumi. L'indagine si basa su un
consumer panel di 9.000 famiglie; tra queste, il 40% ha beneficiato del bonus fiscale. All'interno di questa
percentuale si distinguono tre gruppi: quello più numeroso, il 54%, che ha dichiarato che avrebbe speso gli
80 euro «mese per mese», e che ha registrato l'aumento maggiore dei consumi nelle 40 settimane
considerate, il 3,4%. Poi ci sono altri due gruppi, corrispondenti entrambi rispettivamente al 23% del
campione, che hanno optato per una soluzione di risparmio. I primi però pensano evidentemente a un
accantonamento vero e proprio, e infatti hanno ridotto le spese dell'1,2%: «Probabilmente sono famiglie
che riescono comunque a far fronte ai bisogni primari - spiega Nicola De Carne di Nielsen - e che
finalmente hanno un margine di risparmio dopo aver speso il necessario in cibo, bollette e mutui». In
particolare le bollette potrebbero avere avuto il loro peso sulla scelta: secondo un'indagine Confesercenti in
particolare per l'acqua c'è stata una vera e propria stangata nel 2015, più 8,8%, con un aumento cumulato
che dal 2011 a oggi arriva al più 36,6%. Certo energia elettrica e gas calano, ma l'effetto complessivo
quest'anno sarà comunque di un aumento dello 0,9% rispetto al 2014. Il secondo gruppo del panel Nielsen
che ha scelto di non spendere subito gli 80 euro intende invece «acquistare qualcosa di più importante», e
ha quindi comunque lievemente aumentato anche la spesa in consumi, più 0,3%. Nel complesso, nel 2015
la spesa in consumi risulta stabile: «In effetti c'è un lieve aumento dello 0,2% - dice De Carne - è poco ma è
comunque significativo perché arriva dopo anni di variazioni negative». «Noi abbiamo avuto risultati migliori
rispetto a quelli di mercato - dice Francesco Pugliese, amministratore delegato di Conad - e questo
nonostante abbiamo una maggiore concentrazione geografica nel Sud Italia, mentre la ripresa della spesa
si è avuta soprattutto nel Nord, in particolare a Milano e in Lombardia dove l'Expo ha fatto salire
notevolmente il tasso di occupazione e quindi i consumi. Però i dati dell'indagine dimostrano che comunque
gli 80 euro sono serviti: sono andati in prevalenza alle famiglie con redditi bassi, pur escludendo i
pensionati e i lavoratori a progetto e a partita Iva. E' questa la strada, ma il bonus non basta, serve lo
sviluppo, che si traduce in lavoro, e nessun imprenditore assume solo sulla base di sgravi temporanei:
bisogna ridurre in modo permanente il prelievo fiscale e il cuneo alle imprese e ai lavoratori».
Il bonus di 80 euro ha dato anche un po' più di tranquillità alle famiglie, oltre ad aumentare le possibilità di
spesa, infatti per tutte le categorie è aumentato lo scontrino medio e si è ridotto il numero di occasioni di
acquisto: «Non c'è più la caccia alle promozioni, anche perché ormai sono estremamente diffuse, e quindi
gli italiani tendono a concentrare maggiormente la spesa», osserva De Carne.
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La ricerca. Uno studio della Nielsen ha calcolato gli effetti della misura varata del governo Renzi, sulle
uscite delle famiglie che ne hanno beneficiato. Per le altre, invece, la spesa risulta diminuita dello 0,30 per
cento
08/11/2015
Pag. 13
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FONTE ISTAT Consumi e risparmi delle famiglie Dati destagionalizzati Reddito disponibile (scala sx) 3%
2% 1% 0% -1% -2% -3% I II III IV I II III IV I II III IV I II III IV I II III IV I II III IV I II 2009 2010 2011 2012 2013
2014 2015 Spesa per consumi fnali (scala dx) Propensione al risparmio (scala dx)
I NUMERI I CONSUMI Nelle prime 40 settimane del 2015 i consumi sono aumentati dello 0,2% rispetto al
2014. Ma per chi ha avuto il bonus il rialzo è dell'1,5% 2I RISPARMI Il 23% delle famiglie che hanno avuto il
bonus fiscale ha scelto di risparmiare, riducendo nel complesso la spesa dell'1,2%. Per chi non ha il bonus
-0,3% LE SCELTE DI SPESA Tra i prodotti maggiormente acquistati legumi secchi, cereali e pasta, seguiti
da cibi adatti a chi ha esigenze alimentari particolari, come i celiaci
08/11/2015
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Igmetall è nel consiglio di sorveglianza A rischio il viaggio negli Usa del ceo
ANDREA TARQUINI
BERLINO. Una lettera aperta del potente consiglio di fabbrica di Volkswagen accusa chiaramente il nuovo
ad Matthias Mueller di incapacità di gestire la crisi. Le autorità americane ritirano il passaporto a un
dirigente del gruppo attivo negli States per impedirgli di lasciare il territorio e sottrarsi a interrogatori. E il
caso è tanto grave da mettere in dubbio la stessa prevista visita di Mueller nella prima potenza mondiale:
rischierebbe forse anche lui. Il gigante si rassegna, e promette di pagare a tutti i suoi clienti nell'Unione
europea differenze presenti e in arretrato della tassa di circolazione (proporzionale alle emissioni, dunque
da ricalcolare per i milioni di auto truccate). Per Volkswagen va sempre peggio. E in attesa della riapertura
dei mercati domani, per la prima volta un'autorevole fonte tedesca - il columnist internazionale Wolfgang
Muenchau - chiede al potere politico di lasciar fallire il simbolo dell'auto made in Germany e di spendere
miliardi non già nella missione impossibile d'un salvataggio, bensì per rilanciarsi con le auto elettriche del
futuro, e salvare così i posti di lavoro messi a rischio dal "maledetto imbroglio» planetario di Wolfsburg.
Poco o nulla vale, per consolare i piani alti di Volkswagen, la notizia che il governo tedesco (come avevano
già deciso nelle settimane scorsa le autorità Usa, canadesi e di molti paesi dell'Unione europea) controllerà
le emissioni anche di motori Diesel di fabbricanti stranieri.
Il danno appare sempre più irreparabile, la somma di multe, rimborsi, indennizzi, costi delle modifiche
sembra avvicinarsi sempre più pericolosamente alla capitalizzazione di Vw, scesa attorno ai 50 miliardi con
una perdita del titolo di quasi un quarto dall'inizio dello scandalo.
«Faremo pagare una multa ben esosa a Volkswagen perché vogliamo dare un esempio a tutto il mondo: i
big global player non possono arrogarsi il diritto d'ingannare le leggi su ecologia e difesa della salute»,
afferma Mary Nichols, numero uno della severa autorità californiana per l'ambiente. L'annuncio, ma
soprattutto il ritiro del passaporto a un dirigente Vw, secondo la Sueddeutsche online fanno dubitare che
Mueller si rechi negli Usa entro fine mese come previsto per cercare un chiarimento: anche lui in teoria
potrebbe rischiare di non ripartire. Ma è la lettera aperta del consiglio di fabbrica, alla vigilia della riapertura
dei mercati, la novità più minacciosa. Soprattutto tenendo conto della forza in Vw di Igmetall, presente con
minoranza di blocco nel consiglio di sorveglianza. Diffusa a tutti i dipendenti e ai media, è firmata in
persona dal numero uno Bernd Osterloh, forse il sindacalista più potente del mondo, in ottimi rapporti col
potere politico.
«Dallo scoppio dell'affaire abbiamo visto solo alcune singole misure, ma il vertice aziendale non ha
presentato nessun concetto o strategia generale per rassicurare i dipendenti e per far sperare che la nostra
azienda superi la crisi», egli accusa.
Foto: AL VOLANTE Matthias Mueller è l'amministratore delegato della Volkswagen, nominato per affrontare
la crisi del dieselgate
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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Il sindacato di Vw attacca Mueller "Crisi non gestita"
09/11/2015
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Il ceo di Fca: "Senza alleanze i costruttori perdono due miliardi l'anno". La Cina incide sul marchio Alfa "Ho
invitato Mary Barra di General Motors a cena ma non è venuta neanche per un caffé"
PAOLO GRISERI
MUGELLO. Non vorrebbe dirlo, e infatti all'inizio non lo dice. Mai parlare delle disgrazie altrui. Innanzitutto
per educazione ma anche per scaramanzia. Poi però.. Sergio Marchionne è al Mugello, alla festa Ferrari, in
una dimensione assai più distesa di quella che si respira negli alberghi di Wall Street. E allora lo dice:
«Quello dell'auto è un mestiere estremamente difficile. E' anche un mondo in cui le cose cambiano
rapidamente. Quanti, fino a poco tempo fa, mi dicevano che il modello da seguire era quello della
Germania?». Quanti spiegavano che gli alti salari, i sindacati nel cda creavano il clima giusto per costruire
le auto più sicure del mondo? Tolto il sassolino dalla scarpa, rimangono i nodi da sciogliere. «Il problema è
che un mercato a così alta intensità di capitale mette una pressione tale da spingere i costruttori a bruciare
le tappe per conquistare la leadership». E magari a sbagliare. Non è sospetto che lo scandalo sia scoppiato
in Usa dove il motore diesel è poco utilizzato? «Quello di Volkswagen non è un problema di dimensioni e
non è nemmeno legato al motore diesel. Non credo che ci sia alcun complotto. Hanno sbagliato a
ingegnerizzare, è un difetto tecnico».Eppure per l'ad del Lingotto non c'è solo questo aspetto. Quello di
Wolfsburg «è un problema di cultura». Marchionne intende un eccessivo accentramento delle decisioni:
«Se decidessi a Torino quel che devo vendere in America, farei una stupidaggine».
Ora che il pianeta Volkswagen è in crisi, come si comporterà Fca in caso di dismissioni della casa
tedesca? Parteciperà allo shopping? «Se mi chiede se comprerò Ducati la mia risposta è no. Se devo dire,
non ho capito perché l'abbiano comperata loro». E la Seat? «Quella è una storia lunga, lasciamo stare». Il
riferimento è a quando, nei decenni scorsi, fu Fiat a cedere Seat a Volkswagen. Dunque niente acquisti
all'eventuale supermercato di Wolfsburg? Marchionne torna vago: «Non ho detto questo. Dipende da che
cosa vendono». Lo scopriremo presto: oggi è in programma la riunione del vertice della casa tedesca.
Ma oltre agli effetti immediati, l'esplosione del pianeta Vw ha inevitabili conseguenze su tutto il sistema
auto. Lo scandalo Volkswagen, la frenata cinese e il rebus delle allenze sono diventati tutte variabili di un
unico problema: come rendere meno costosa la produzione delle quattro ruote. «Se rimaniamo così noi
costruttori perdiamo due miliardi all' anno». Eppure l'allenza con Gm non decolla.
Nessun incontro con Mary Barra? «L'ho invitata ma ha rifiutato. Non è venuta nemmeno per il caffé. Non
mi piace costringere la gente». E dunque? Marchionne prepara un'opa ostile su Gm? La risposta è assai
interlocutoria: «Non escludo nulla».
Frase importante. Non perché l'attacco frontale sia la prima opzione in mano all'ad. Ma perché, nonostante
le dichiarazioni di segno contrario («stiamo valutando anche altre possibilità»), il merger con la più grande
delle sorelle di Detroit resta di gran lunga l'obiettivo principale. Più che con la guerra aperta all'attuale
managemet, con un'operazione di aggiramento, convincendo gli azionisti di Gm a scavalcare il cda
riluttante. «Una strategia che non mi piace molto. Se la facessero a me prenderei la valigia
immediatamente». Marchionne preferisce invece parlare di «alleanze», di convergenze. Alcuni fondi
azionisti di Gm sono gli stessi che si sono alleati con gli Agnelli in occasione della sclata a Partner Re...
«Pura coincidenza».
Nodi che andranno sciolti nei prossimi mesi («se la fusione arriverà dopo il 2018, non la farò io perché
sono stanco e smetterò di fare questo mestiere»).
Nell'immediato ci sono da curare le conseguenze della Cina: «Per brand come Maserati e Ferrari la frenata
cinese impone di riprogrammare le uscite». Per questo i lanci di Alfa potranno subire ritardi «di qualche
mese». Anche per questo c'è stato un rallentamento nella produzione Maserati: «Lì gioca la Cina e anche il
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Marchionne sfida Gm "Una scalata ostile? Non escludo niente"
09/11/2015
Pag. 11
diffusione:289003
tiratura:424634
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fatto che avevamo anticipato troppo i tempi sul mercato americano». Ma nonostante gli intoppi «il piano
industriale fino al 2018 è confermato». Anzi «i target per Jeep saranno rivisti al rialzo a gennaio».
Probabilmente da 1,9 a 2 milioni di pezzi. Anche grazie ai due nuovi stabilimenti cinesi. La crescita in Asia,
in particolare l'alleanza con una giapponese, rimane comunque un problema: «Soprattutto di cultura. Che
poi è quella che conta nei merger».
www.fcagroup.com www.ferrari.it PER SAPERNE DI PIÙ
Foto: LE ACQUISIZIONI
Foto: AL VOLANTE L'ad del gruppo Fca, Sergio Marchionne, ieri all'autodromo del Mugello
Foto: Le dismissioni Volkswagen? Dipende da che cosa vendono.
Ducati non la comprerei
09/11/2015
Pag. 1,2,3 N.37 - 9 novembre 2015
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Gilberto racconta la nuova Benetton "Saremo una holding
internazionale"
Paolo Possamai
Treviso Quando Gilberto Benetton dice che "c'è da non dormire la notte" pensando a come investire 1,6
miliardi di liquidità, sta scherzando. Ma poi si fa serio, perché in effetti la cifra da sola indica il cambio di
mentalità che i fratelli di Ponzano Veneto devono applicare nel perseguire il business del futuro. Con la
sottolineatura di una parola leitmotiv valida per le strategie della holding e di ogni controllata e partecipata:
internazionale. «Stiamo esaminando progetti e alternative - dice il presidente di Edizione, la cassaforte di
famiglia - in un'ottica di internazionalizzazione e di crescita, tenendo a mente che l'equilibrio negli
investimenti e la ripartizione del rischio si coniuga sempre con un approccio imprenditoriale e una solida
disciplina finanziaria. Raggiunte certe dimensioni è per noi necessario che la holding assuma una struttura
simile, in un certo senso, a quella di un fondo sovrano, con un management forte e un'analisi delle
opportunità di investimento a livello mondiale». Il tutto quando il Nav di Edizione, anche per via della
scissione tra Autogrill e Wdf e della fusione tra Atlantia e AdR, ha raggiunto il suo massimo storico a quota
11 miliardi, raddoppiato negli ultimi 5 anni. La parola d'ordine "Internazionalizzazione" implica un giudizio
negativo sull'Italia e sulle sue prospettive? «Nient'affatto». segue a pagina 2 segue dalla prima «Abbiamo
attraversato la più devastante crisi dal dopoguerra e il peggio deve essere passato, e sottolineo deve
perché questo dipende anche da noi. Vediamo timidi segnali di ripresa nel mercato interno, anche negli
scontrini di Autogrill e Benetton e nei pedaggi autostradali. Sono convinto che il processo di riforme
intrapreso dal premier Renzi con il suo governo vada nella giusta direzione anche per ridare fiducia agli
imprenditori e al Paese, che inizia a attrarre investimenti. Segnale molto positivo, che non avvertivamo da
tanto tempo. Serve lavorare su corruzione e burocrazia, che sono disincentivi spaventosi». Quale ruolo
vuole avere Edizione nel contesto italiano? «Gran parte degli investimenti di Edizione sta in casa.
Autostrade ha il 90% dei ricavi in Italia, AdR è italiana anche se ha grandi flussi di passeggeri dall'estero.
Autogrill è un caso un po' anomalo con la sua forte presenza internazionale. Dobbiamo diversificare e
equilibrare. La nostra è una holding attiva come poche in Italia. Noi facciamo e continueremo a fare tre
mestieri. Non dobbiamo però andare oltre. Nelle nostre prospettive ci sta dunque di non gestire
direttamente altri settori. I nuovi investimenti avranno un approccio finanziario di lungo termine, sempre
industriale. Su scala internazionale». Uno dei tre mestieri cui fa riferimento si chiama Autogrill, da cui di
recente avete scisso Wdf per venderla. Quale strategia da qui in avanti per Autogrill? «Cominciamo
dicendo che senza acquisizioni cresceremmo comunque, ma non siamo capaci di stare fermi e dunque
guardiamo a nuove opportunità. Autogrill è una società leader nel mondo, un esempio di eccellenza italiana
costruita nel tempo da management e azionisti che, dopo lo scorporo con World Duty Free, è ora più libera
di concentrarsi su una strategia di crescita che da un lato proseguirà quanto fatto sino ad ora in campo
internazionale, e penso in particolare al settore Food&Beverage aeroportuale che oggi pesa per oltre 50%
dei ricavi, dall'altro sperimenterà anche concept come Bistrot per portare l'idea del prodotto di qualità al
giusto prezzo anche all'estero. A fianco di questa crescita organica pensiamo sempre, e non da oggi, a una
possibile aggregazione, non solo con società in concessione ma più in generale con grandi società di
ristorazione nel modo. Per questa idea servirà comunque tempo, non è una cosa né semplice né che si
organizza in pochi mesi, come ha dimostrato l'esperienza di Wdf. Autogrill ha poi avviato un ridisegno della
presenza nel canale autostradale italiano e sta proseguendo la ridefinizione del perimetro di attività
attraverso rinnovi selettivi nelle autostrade dove, dopo anni di stagnazione, vediamo qualche segnale di
ripresa del traffico». A proposito di autostrade, rispetto a Atlantia quali progetti state coltivando su scala
italiana e internazionale? «Atlantia si muove lungo due direttrici. La prima sta nel proseguire i piani previsti
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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INTERVISTA
09/11/2015
Pag. 1,2,3 N.37 - 9 novembre 2015
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in Italia. Parliamo di un programma di investimenti nelle grandi opere autostradali per oltre 20 miliardi di
euro (quasi metà dei quali già realizzati alla fine del 2014) e di investimenti complessivo per oltre 11 miliardi
di euro su Aeroporti di Roma, con l'ambizione di costruire un hub aeroportuale internazionale leader nel
bacino del Mediterraneo. Dobbiamo tenere bene a mente che sia la Turchia che Parigi prevedono
ampliamenti aeroportuali per accogliere 100 milioni di passeggeri, dunque la concorrenza si fa forte e AdR
vuole essere della partita. Il secondo fronte è l'internazionalizzazione della società. Atlantia ha un
management molto buono e l'azionista supporterà in pieno gli ambiziosi progetti che la società propone sia
nelle autostrade che negli aeroporti». Siete interessati a rilevare concessioni autostradali anche in Italia?
«Non siamo interessati a alcun concessionario, inclusa la Serenissima Brescia-Padova. Abbiamo già tanti
investimenti in corso. L'importante è che ci sia chi gestisce bene le autostrade, come farà Abertis con
Serenissima. L'italianità è secondaria. Noi cerchiamo opportunità all'estero, rispettiamo che lo stesso
atteggiamento lo abbiano anche investitori stranieri in Italia». E per Atlantia avete programmi di espansione
all'estero? Nel passato avevate coltivato India, Polonia, Russia, Usa e Sud America. «Stiamo vagliando
opportunità per arrivare a raddoppiare la nostra rete in Brasile, che oggi vale 1.600 chilometri. In Cile
stiamo facendo investimenti per 300-400 milioni in nuove infrastrutture. Riguardo a Russia e Polonia, tutto
fermo. In India abbiamo una piccola presenza, non escludiamo che possa evolvere dato che ci sono
privatizzazioni in corso. Ma in generale, dato che nel mondo il traffico autostradale cresce poco, mentre gli
aeroporti anche in prospettiva sono al centro di un forte sviluppo, ne deriva che privilegeremo tale secondo
versante». Arriviamo al terzo "mestiere" di Edizione, che porta il nome di famiglia, e che nel 2015 è in pieno
un cantiere. «Il 2015 si è caratterizzato innanzitutto per la cessione di World Duty Free alla svizzera Dufry,
decisione presa a fronte di un settore, quello del travel retail, dove i rapidi processi di consolidamento
internazionale in atto imponevano di essere aggregatori o aggregati. Dufry in questo senso era più avanti di
noi. L'altro elemento di spicco è stata la scissione di Benetton Group dalla parte industriale e da quella
immobiliare, al fine di focalizzare le attività del settore abbigliamento e costruire le basi al progetto
complessivo di rilancio della crescita e della redditività dell'azienda. Il punto di minima lo abbiamo già
superato con i dati 2014. Ma la modifica di una catena di 4-5mila negozi, di cui 500 di proprietà e gestione
diretta, richiede tempi lunghi. Il processo è avviato e se ne avvertono i benefici. Per cogliere i frutti ci vorrà
ancora qualche anno. Anche per il 2015 il bilancio non sarà positivo, ma migliorativo. Si vede la crescita,
perché siamo più concentrati». Da Benetton Group sono stati scorporati anche gli immobili. Come intendete
valorizzare questo investimento? «Dalla fusione tra tutti gli immobili di Benetton Group e di Edizione deriva
una entità davvero importante, con proprietà di immobili commerciali nei più bei punti delle principali città
internazionali, da Mosca a Venezia per fare due esempi. La nuova Edizione Property sarà attiva da inizio
2016. Benetton Group per i propri negozi avrà in affitto il 60-70% degli immobili. Nel panorama dei nostri
investimenti ci starà anche un ulteriore sviluppo immobiliare. Ci stiamo già muovendo per valutare
acquisizioni, ma anche per la vendita di immobili non strategici, concentrandoci sulle piazze più importanti».
Fuori dal perimetro storico state valutando in Italia nuovi investimenti, per esempio per le banche popolari?
«Mi rifiuto di considerare oggi la questione fusioni e aggregazioni per le popolari, aspettiamo maggiore
chiarezza. Il settore bancario ha specificità lontane dalla nostra storia, anche se in passato qualcosa è stato
fatto ma più in ottica territoriale. Non ci vedo chiaro e io investo solo in business di cui vedo prospettive. Mi
appare più leggibile l'ambito industriale». State valutando di investire parte della liquidità in aziende
industriali? «Siamo pronti a entrare in aziende industriali, ne stiamo guardando, ma non da soci di
maggioranza. Anche in Italia. Ci sono tante belle aziende da 300-400 milioni di fatturato prettamente
internazionali, con forte visione e propensione all'export». Qui torniamo alla struttura di Edizione e alla
capacità di selezionare e poi seguire tanti profili di investimento, anche a carattere internazionale. «Accanto
a una squadra di manager di prim'ordine nelle controllate come Castellucci per Atlantia, Tondato per
Autogrill, Airoldi per l'abbigliamento, abbiamo rafforzato impianto e competenze di Edizione. Senza
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Pag. 1,2,3 N.37 - 9 novembre 2015
diffusione:400000
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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discontinuità e senza traumi. Gianni Mion, che è con noi da trent'anni, è vicepresidente operativo. Che poi
faccia altre cose fa parte degli accordi. Carlo Bertazzo da direttore generale è il futuro, grazie anche al
rafforzamento della squadra». BENEDETTO GROUP S.P.A, S. DI MEO, WORLD DUTY FREE
Foto: Gilberto Benetton
Foto: Gilberto Benetton Qui sopra, la holding Edizione in cifre, comparto per comparto Sopra, l'evoluzione
dell'attivo nel corso degli anni Marco Airoldi (1), ad e direttore generale di Benetton Group e Gianmario
Tondato Da Ruos (2), amm. delegato di Autogrill
Foto: Qui sopra, Gianni Mion , presidente di Benetton Group
09/11/2015
Pag. 3 N.37 - 9 novembre 2015
diffusione:400000
AdR, rinviato l'ingresso di nuovi soci la rottura è avvenuta sulla
governance
L'INTERRUZIONE DELLE TRATTATIVE TRA ATLANTIA, LA CINESE GINGKO TREE E IL FONDO ADIA
DI ABU DHABI È STATA DETERMINATA PROPRIO DA QUESTO SCOGLIO. "CERCHIAMO PARTNER
CHE ACCOMPAGNINO E NON OSTACOLINO LA CRESCITA"
(p.pos.)
Se non emergeranno intoppi, entro breve Atlantia avrà un paio di soci nuovi nella partita Aeroporti di Roma:
questa l'opinione comune tra addetti ai lavori nel mondo finanziario fino a pochi giorni fa, poi all'improvviso
venerdì scorso la notizia della rottura delle trattative tra Atlantia, la cinese Gingko Tree e Adia di Abu Dhabi.
In un comunicato, Atlantia, la capofila di AdR, ha dichiarato nella sostanza di non voler proseguire nelle
trattative con importanti investitori internazionali e di scegliere così di mantenere il pieno controllo nella
gestione di AdR. In sostanza, le richieste dei due partners potenziali avrebbero sbilanciato la governance e
depotenziato il management. Gilberto Benetton, presidente di Edizione, holding a monte della catena di
controllo, delle trattative e della rottura non dice nulla nel merito. Si limita ad affermare che «la vendita delle
quote di AdR era finalizzata esclusivamente a sostenerne lo sviluppo internazionale, poiché l'investimento
da 11 miliardi per potenziare lo scalo di Roma è già a budget. Nei nostri investimenti è sempre stato
essenziale prima ancora che un giusto prezzo, una governance forte ed equilibrata. Su AdR non avevamo
e non abbiamo fretta: vendere si sposa con la parola opportunità, non con necessità. Cerchiamo soci che
accompagnino e non frenino la crescita». Chiarito che il tavolo è saltato su un tema di governance, è
interessante guardare al passato, dato che di esperienza di convivenza con grandi e importanti soci
internazionali i Benetton ne hanno avuta, e non poca. Avevano voluto accanto a loro in Sintonia - holding
nelle infrastrutture - il fondo sovrano di Singapore (Gic), assieme a Mediobanca e Goldman Sachs; e in
Gemina, a suo tempo controllante di AdR, sedevano con Changi Airport Int. (gestore dell'aeroporto di
Singapore). L'uscita di Changi dall'azionariato di AdR, dopo che la società di Singapore aveva svolto un
ruolo cruciale a sostegno dello sviluppo di Fiumicino, ha invece un risvolto poco noto e che si lega
anch'esso strettamente ai temi della governance. Infatti, all'epoca, a fronte di una richiesta fatta da Changi
di salire al 20% nell'azionariato AdR e di avere la gestione operativa dello scalo, Edizione ribadì la filosofia
secondo cui la gestione dev'essere di esclusiva competenza del management, e non degli azionisti. Il resto
è storia, Changi uscì dall'azionariato senza strappi e senza strascichi grazie anche ad una ricca
plusvalenza. La storia dunque si ripete nella vicenda di Atlantia. Il primo step per arrivare al passaggio di
mano del 30% di AdR sembrava essere stato raggiunto a ottobre con i cinesi del fondo di infrastrutture
Gingko Tree, sia rispetto alla valorizzazione e pure per quanto attiene agli assetti di governance. I cinesi
ponevano però una condizione: che, quando loro avessero rilevato il 15% di AdR, altrettanto avrebbe
acquistato Adia, il fondo sovrano di Abu Dhabi. Non si trattava certo una questione di quattrini data la mole
finanziaria di Gingko, piuttosto l'evidenza della necessità di garantire il massimo impegno di Etihad e Alitalia
sullo scalo di Fiumicino. E qui ovviamente entra in gioco un fattore di complessità ulteriore, la condivisione
dell'assetto della governance, oltre all'allineamento delle valutazioni di Adr da parte dei due potenziali nuovi
azionisti. Non sono noti i valori per la cessione di AdR a cui si è svolta la trattativa, Atlantia si è limitata a
dire di aver ricevuto la disponibilità di acquisto ad un prezzo pienamente in linea con le aspettative della
società. Il mercato identificava una forchetta di valutazione - per il 100% del capitale della società - tra i 4 e
i 4,5 miliardi di euro, ordine di grandezza che è ragionevole pensare fosse quello sul tavolo della
discussione. Più in dettaglio i riferimenti che vengono dagli analisti erano infatti molto vicini tra loro in
termini di prezzo. Equita valorizza Aeroporti di Roma applicando un premio M&A del 15% alla valutazione
di AdR, pari a 4,1 miliardi di euro o 10,3 volte il margine operativo lordo (ebitda) stimato sul 2015. Secondo
Mediobanca Securities invece l'equity value di AdR è pari a 3,5 miliardi euro (4,1 miliardi l'enterprise value,
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IL RETROSCENA
09/11/2015
Pag. 3 N.37 - 9 novembre 2015
diffusione:400000
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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somma dei 2,3 miliardi riferiti al business dell'aviazione e di 1,8 miliardi per le attività non aviazione). Banca
Akros infine stima un valore complessivo di 4,3 per la società e quindi per la quota del 15% il valore
consisterebbe in 645 milioni. Detto che i piani di crescita su scala internazionale vanno in stand-by in attesa
dei nuovi soci, non dovrebbero risentirne i programmi di infrastrutturazione di Fiumicino. Il presidente di
Edizione non ha remore a ammettere che «negli ultimi 20 anni su Fiumicino gli investimenti sono stati lenti
e scarsi. Si tratta di una realtà, così ci siamo ritrovati con un aeroporto vecchio e da ristrutturare
radicalmente. Ma nell'ultimo triennio con la nostra gestione abbiamo più che raddoppiato la mole degli
investimenti ed entro il 2016 entrerà in funzione il nuovo terminal. Dopo di che mancano le infrastrutture di
collegamento con Roma e questo è un elemento essenziale che deve essere risolto».
Foto: Qui sotto, Giovanni Castellucci , amministratore delegato di Atlantia e di Autostrade
Foto: Lo sceicco Hamed Bin Zayed Al Nahyan (1), ceo del fondo Adia e Fabrizio Palenzona , presidente di
Adr
09/11/2015
Pag. 1
diffusione:189394
tiratura:278795
Dall'America briciole di ossigeno
MARIO DEAGLIO
Un mese e mezzo fa, Janet Yellen, «governatrice» della Fed - la banca centrale americana - pronunciò un
discorso all'Università del Massachusetts su inflazione e politica monetaria. Dietro le apparenze
accademiche, il messaggio di Yellen era chiaro: annunciava, dopo mesi di esitazioni e di distinguo, il
ribaltamento della politica del basso costo del denaro che, in un decennio di successive riduzioni, aveva
portato il tasso di interesse in prossimità dello zero. PAGINA Al termine, Yellen era esausta e disidratata,
ebbe un piccolo malore e non riuscì a pronunciare l'ultima frase: «se l'economia ci sorprenderà, non
esiteremo a modificare questa politica». L'economia americana non ha sorpreso: continua ad andare avanti
a passi diseguali e incerti, ma comunque va avanti quel tanto che basta a rendere ragionevole, entro la fine
dell'anno, l'inizio di una lunga e lenta serie di piccoli aumenti del costo del denaro nella prima economia del
pianeta. Per giungere a questa conclusione non sono stati necessari nuovi e sofferti discorsi, sono bastati
alcuni numeri, ossia i dati sull'occupazione di ottobre. La disoccupazione è scesa al livello magico del 5 per
cento, spesso considerato «fisiologico», e i salari sono saliti di oltre il 2 per cento in un anno. Per
conseguenza l'economia americana sembra in grado di accettare una piccola riduzione della liquidità senza
paura di finire disidratata. I mercati hanno reagito in tempo reale: nel giro di mezz'ora, l'euro ha perso l'1,3
per cento perché i capitali più mobili si sono sposati sull'altra sponda dell'Atlantico, annusando un prossimo
maggior rendimento dei titoli pubblici americani. Il sorriso è ricomparso sul volto degli esportatori italiani, ed
europei in generale che, grazie all'euro più debole, vedono aumentare le loro possibilità di penetrazione sul
mercato americano. Anche Mario Draghi, austero «governatore» della Banca Centrale Europea, sta
probabilmente sorridendo un poco tra sé: potrà continuare l'immissione di liquidità, la debolezza del cambio
renderà un po' più care molte importazioni e questo allontanerà lo spettro della deflazione e irrobustirà
l'esitante crescita dell'area euro. Tutto bene dunque? In realtà qualche dubbio rimane. In primo luogo
perché i dati di un mese non fanno tendenza e poi perché questi dati hanno bisogno di una lettura
approfondita. Si vede allora che l'area dei cosiddetti «scoraggiati» non si è ridotta e che anche gli altri
indicatori di disagio (come quelli sul numero dei lavoratori involontariamente a tempo parziale) sono
diminuiti assai poco negli ultimi mesi. Se infatti ai disoccupati si aggiunge il circa 4 per cento di americani in
età lavorativa che, a seguito della crisi, sono usciti del tutto dalla forza lavoro e non vi sono più rientrati, ci si
avvicina ai livelli europei. Allargando lo sguardo alle cifre della produzione, si nota un imponente calo delle
scorte, segno che molte imprese, specie nella grande distribuzione non credono in un prossimo aumento
delle vendite. Per le imprese quotate in Borsa, i risultati del terzo trimestre mostrano molta stabilizzazione e
poca crescita. L'andamento attuale dell'economia provoca il cristallizzarsi di divisioni profonde in una
società, come quella americana, finora nota per il suo dinamismo che però mostra da quale anno segni
«europei» di irrigidimento. Anche per gli Stati Uniti, pur in una situazione nettamente diversa, vale la
metafora, sovente applicata all'Italia, della necessità di percorrere un sentiero economico lungo e
accidentato. Su questo sentiero gli Stati Uniti sono un po' più avanti e per l'Europa ci sarà comunque un po'
di respiro. Obiettivi e programmi come quello del governo italiano appaiono più credibili in un quadro in cui
e esportazioni su mercati «ricchi», come quello americano, sembrano destinate a crescere; gli obiettivi del
governo italiano per il 2016, spesso ritenuti ottimistici, appaiono un po' più raggiungibili. Come altre volte in
passato, gli Stati Uniti sembrano offrire ai loro partner la prospettiva di qualche elemento di dinamismo in
più in cambio di una rinnovata supremazia del dollaro. Ed è molto probabile che un'Europa priva di visioni
di lungo periodo accetti con gratitudine queste briciole di ossigeno.
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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ECONOMIA
07/11/2015
Pag. 1.3.4 N.220 - 7 novembre 2015
diffusione:71470
tiratura:135127
Paolo Panerai
Nel 2006 Telecom era l'azienda di telecomunicazioni che aveva introdotto le più rilevanti innovazioni
tecnologiche nel mondo occidentale, a cominciare dal perfezionamento degli sms e delle sim prepagate
introdotte dall'ingegner Mauro Sentinelli. Aveva un programma preciso per lo sviluppo della banda larga.
Marco Tronchetti Provera era riuscito a dare stabilità all'azionariato quando, nel 2001, dopo la disastrosa
privatizzazione equivalente a una svendita e la conseguente opa di Emilio Gnutti e Roberto Colaninno
appoggiati da Lehman, aveva acquisito il controllo del 27% della società telefonica attraverso Olimpia. Alla
nuova holding di comando partecipavano alcuni privati, come il gruppo Benetton e le principali banche del
Paese. Nel 2007 Tronchetti decise che la Pirelli vendesse Olimpia alle banche e a Telefonica, che
diventava l'azionista di maggioranza relativa all'interno della nuova holding, Telco. La Pirelli nel 2000 aveva
incassato 4 miliardi di dollari dalla vendita all'americana Corning Inc. di Optical Technologies, la società che
produceva componenti ottici modulari. Con quei miliardi aveva creato le basi finanziarie per prendere il
controllo di Telecom Italia. Dalla vendita del controllo di Telecom, Pirelli registrò una minusvalenza di 3,5
miliardi di euro. Ma per l'Italia il bilancio è stato assai più pesante. A spiegare le ragioni per cui Tronchetti
vendette, oltre alle palesi non buone condizioni economico-finanziarie e legali (per i molti attacchi giudiziari
al presidente di Telecom), è stato l'ex ambasciatore americano a Roma Ronald Spogli, nell'attività privata di
abile investitore nel private equity. «L'Italia ha perso interesse a un'impresa di altissimo livello», dichiarò
allora al Corriere della Sera. «Un'azienda capace di migliorare i servizi di telecomunicazioni, ridurre i costi
per gli utenti e aumentare il valore di un'azienda nazionale». Aggiungendo poi, in un altro intervento sulle
regole americane: «Negli Stati Uniti il governo stabilisce le regole, che in alcuni settori sono molto
importanti e molto dure, però lascia che i settori si sviluppino in maniera consona. In Italia c'è una lunga
tradizione di presenza molto forte del governo negli affari economici». Tronchetti aveva aperto due
trattative: la prima con Rupert Murdoch per creare con Sky e Fox un'integrazione fra la rete e i contenuti,
come ora inevitabilmente sta avvenendo; la seconda, dopo una polemica con la presidenza del Consiglio
che appariva contrario all'integrazione, cominciò a trattare con At&t, la vecchia Bell americana: anche
questa volta la presidenza del Consiglio frenò e fece fallire la trattativa. Il premier Romano Prodi fece una
dichiarazione a due uscite: «Nessuno vuole influire sulle scelte, il mercato ha le sue regole. Ma mi pare
doveroso dire che almeno una delle grandi protagoniste delle telecomunicazioni resti italiana...». Pochi
giorni fa, il governo di Matteo Renzi, il mercato, i manager capaci che stanno gestendo la società, oggi
ridimensionata ma pur sempre leader, i media e l'opinione pubblica si sono svegliati apprendendo che un
francese quasi sconosciuto in Italia, Xavier Niel, aveva in mano opzioni per salire fino al 15% del capitale di
Telecom. C'era la paura che questo 15% potesse sommarsi al quasi 20% acquistato da Vivendi, presieduta
da Vincent Bolloré, quando si è sciolta Telco e Telefonica ha deciso di uscire dall'Italia. Il governo, nella
persona del sottosegretario con tutte le deleghe per il settore delle telecomunicazioni, Antonello Giacomelli,
ha chiarito che non poteva essere usato il potere della golden share che all'epoca della sciagurata
privatizzazione l'esecutivo si era riservato: infatti il possibile scalatore, oppure i due gruppi francesi che
potevano essere in collegamento, essendoci in Europa la libera circolazione dei capitali, non potevano
essere fermati. Il più veloce a cercare di capire qualcosa di più è stato il presidente di Telecom, Giuseppe
Recchi, che grazie a sue relazioni internazionali ha immediatamente incontrato Niel a Parigi. L'unica cosa
chiara che è emersa dall'incontro è che almeno ora non ci sono collegamenti fra lo scalatore e Vivendi e
che i tempi di eventuale conversione delle opzioni in possesso del francese che si è fatto da solo innovando
anche il sistema tariffario delle telecomunicazioni sarebbero stati lunghi, oltre la metà del 2016. Niel è stato
convocato dalla Consob, ma, come ha scritto su questo giornale Angelo De Mattia venerdì 6 non ha affatto
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ORSI&TORI
07/11/2015
Pag. 1.3.4 N.220 - 7 novembre 2015
diffusione:71470
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spiegato tutto, ragion per cui la Consob dovrebbe riconvocarlo. Per fortuna era già stato convocato il
consiglio Telecom per l'approvazione della terza trimestrale dell'anno (scendono i ricavi e gli utili, ma il
mobile torna positivo) e sotto la guida di Recchi e dell'amministratore delegato Marco Patuano è stata
presa una decisione più volte paventata in passato ma mai attuata: la conversione in azioni con pieno diritto
di voto delle azioni di risparmio. In pratica è stato deciso di annacquare tutti i partecipanti al capitale,
ridimensionando quindi sia la partecipazione di Vivendi sia quella, potenziale, di Niel. Una mossa da
consiglio d'amministrazione di public company, anche se sia Recchi che Capuano hanno avuto fin dall'inizio
un buon rapporto con Bolloré e il suo amministratore delegato, che comunque rimangono i maggiori
azionisti. La partita è aperta, a distanza di quasi due decenni dalla privatizzazione. Quella che era un vero
campione nazionale e internazionale porta sempre più, nonostante l'impegno di Recchi e Patuano, i segni
di una privatizzazione sciagurata e di un'opa che ha arricchito molti italiani e molti banchieri ma che ha
indebolito, per la legge del mercato, la società, nonostante i tentativi di Tronchetti di integrazione anticipata
con i media o un'alleanza con l'americana At&t avessero indicato quale era la strada da compiere. Che
intenzioni ha il governo Renzi nei confronti di ciò che Prodi auspicava che rimanesse sotto il controllo
italiano? È sotto gli occhi di tutti che Palazzo Chigi non nutre simpatia verso Telecom Italia anche se fa
parte fondamentale del programma di governo la digitalizzazione del Paese con la trasformazione in fibra
ottica della rete di rame, di cui Telecom è il dominus assoluto. Renzi ha ricevuto Bolloré con il quale ha
simpatizzato, ma coloro che hanno incarichi o interessi per la rete, come ( il presidente di Cassa Depositi e
Prestiti (Cdp), Claudio Costamagna, che controlla Metroweb, appunto società con rete a Milano e in
qualche altra città, guardano con attenzione verso la sede di Vivendi a Parigi. Fra questi c'è anche il
bravissimo Franco Bassanini, ex presidente Cdp, ma ancora presidente di Metroweb e consigliere di Renzi
a Palazzo Chigi. L'amministratore delegato di Vivendi naturalmente ascolta, ma viene descritto un po'
sorpreso, anche se nel suo incontro parigino Bassanini ha precisato che era lì appunto come consigliere
economico di Renzi e in particolare per il piano di digitalizzazione del Paese. La sorpresa è nata dal fatto
che pochi giorni prima, appunto, il presidente di Vivendi si era incontrato direttamente con Renzi. Il tema del
contendere fra il governo e Telecom è sempre lo stesso di alcuni mesi fa, quando fu annunciato un piano
della presidenza del Consiglio per la cablatura del Paese attraverso Metroweb. Dopo qualche giorno di
scompiglio e di messa in primo piano del concorrente Vodafone, che aveva annunciato di essere
disponibile a investire in Metroweb, sembrava che il dialogo fra il leader di mercato e il governo si fosse
aperto, anche se attraverso la Cdp. Recentemente aveva preso forma un accordo in base al quale Telecom
avrebbe acquisito il 40% di Metroweb; un altro 40% sarebbe rimasto di proprietà di Cdp, mentre il 20%
rimanente per un certo numero di anni sarebbe rimasto senza diritti di voto. Alla proposta costruita
dall'abilità di ex banchiere di Goldman Sachs di Costamagna, sembrava ci fosse una disponibilità di
Telecom. Che è caduta quando si è capito che, nel momento in cui Telecom avesse potuto acquistare quel
20% in partenza senza voti, la situazione avrebbe potuto essere congelata dall'Antitrust. Per questo, fonti
attendibili dicono che Telecom abbia chiesto di andare subito in maggioranza assoluta, per vedere le
reazioni dell'Antitrust prima di far passare alcuni anni. Il dialogo si è fermato a questo punto. Ma intanto il
mercato e la tecnologia continuano a camminare. Esclusivamente nell'interesse del Paese, sarebbe tempo
che il governo annunciasse una politica chiara. L'obiettivo è che Telecom non finisca sotto il controllo di
investitori esteri e magari diventi una vera public company? Anche senza usare la golden share che non
può essere usata in Europa, il governo ha comunque il potere e il dovere di fare chiarezza sulle linee di
sviluppo del settore che il governo stesso ritiene più strategico. Renzi ha personalmente la consapevolezza
di aver ereditato nella struttura economica del Paese un leader delle telecomunicazioni che governi del
passato hanno fortemente logorato. Potrebbe, quindi, essere legittimo che non ami imitare il governo
francese che per garantire la francesità dei cosiddetti campioni del Paese è disposto a tutto, anche senza
golden share. Anzi il ministro francese Emmanuel Macron all'annuncio che a Vivendi si era accodato Niel
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ha fatto dichiarazioni di grande entusiasmo per la possibile conquista del leader delle telecomunicazioni in
Italia. Se a Palazzo Chigi si pensa che non seguire la Francia nel suo sciovinismo sia la soluzione e quindi
si voglia aprire il mercato a tutti contando sulla concorrenza che si possono fare, è una posizione più che
rispettabile, ma forse inadeguata per il momento che il Paese sta vivendo; se non si vuole correre il rischio
che lo sviluppo determinato dalle riforme e dalle scelte finora fatte del governo Renzi venga soffocato, è
necessario che tutte le risorse del Paese siano mobilitate in accordo e con un obiettivo unico. Sarebbe
bene che dopo la mossa del consiglio d'amministrazione di diluire tutti con la conversione delle azioni di
risparmio in ordinarie, il governo utilizzasse il tempo guadagnato per annunciare la strategia che intende
seguire. Se anche fosse quella di pubblicizzare la rete, non c'è da scandalizzarsi: basta che gli azionisti di
Telecom non siano per questo danneggiati ma remunerati per quanto loro spetta per il solo fatto che la rete
della società è già la più estesa, non solo per la tecnologia del rame ma anche per la fibra: Metroweb ha
una cinquantina di dipendenti, Telecom 53 mila. C'è anche un chiaro tema di occupazione, che come si sa
è un obiettivo primario di Renzi. Distruggere ricchezza e posti di lavoro sarebbe un grave errore. La
chiarezza è la migliore soluzione. Per tutti. (riproduzione riservata) Paolo Panerai segue da pagina 3
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Riparte la casa
Mutui mai così convenienti, prezzi ancora bassi, tasse (forse) in calo e ripresa economica. Per l'immobiliare
il momento non è mai stato così propizio
Teresa Campo
Come e dove comprare Dopo tante false partenze, le previsioni di una ripresa del mercato della casa ormai
dietro l'angolo rischiano di suonare come il classico «al lupo al lupo» della favola. Ma stavolta chi non ci
crede potrebbe perdere un'occasione probabilmente irripetibile. Le condizioni per comprare al meglio ci
sono tutte, e sembra finalmente tornata anche la voglia di acquisto. Aumentano infatti gli italiani che si
dichiarano intenzionati a comprare casa nei prossimi mesi, ma soprattutto gli stessi italiani hanno rimesso
la casa sul podio degli investimenti preferiti. Le condizioni irripetibili (specie tutte in contemporanea) sono
molteplici, ma a poco varrebbero se non fossero corredate finalmente da qualche numero positivo sulle
stime di crescita del pil tricolore, stime condivise e riviste al rialzo anche dagli organi internazionali che ora
guardano all'Italia con minor diffidenza. Tra i fattori pro acquisto, in prima fila vanno considerati i prezzi
delle case, oggi ai minimi, o almeno ai livelli più bassi degli ultimi otto anni. In media si parla del 15-20% in
meno rispetto ai massimi del 2007-2008, sconto che si amplia nelle periferie e si restringe nelle località più
centrali o alla moda. Certo, i prezzi potrebbero scendere ancora, ma in tutte le grandi città le transazioni
hanno già ripreso a crescere, registrando addirittura un balzo del 7-8% nel secondo trimestre 2015 (+9,2%
a Milano, +5%, a Roma, +16,3% a Torino e Palermo, +11,8% a Firenze secondo gli ultimi dati dell'Agenzia
delle Entrate), e in alcune zone perfino le quotazioni hanno ripreso a salire. Inoltre, come accade sul
mercato azionario, pensare di riuscire a comprare sui minimi e vendere sui massimi assoluti è quasi
impossibile, e nel frattempo spesso le occasioni migliori finiscono nelle mani degli altri. Ma, se le case sono
meno care, anche trovare i soldi per comprarle è diventato più facile: i mutui costano meno che mai grazie
alla contrazione sia dei tassi di interesse sia degli spread applicati (articolo a pagina 9) e soprattutto le
banche, complice il Quantitative easing della Bce, peraltro in attesa di ampliarsi ulteriormente nei prossimi
mesi, hanno ripreso a erogare finanziamenti, allentando (leggermente) anche le condizioni di merito di
credito richieste agli aspiranti mutuatari. Per fare qualche esempio, alcuni istituti erogano anche a chi ha un
contratto di lavoro a tutele crescenti oppure sono tornati a finanziare fino all'80% e anche più del valore
dell'immobile. Il mutuo giusto, con una rata accettabile, è quindi ormai alla portata di buona parte dei
potenziali acquirenti, incluse le fasce deboli, grazie al fatto che i prodotti di molte banche contemplano
clausole di salvaguardia che all'occorrenza permettono di sospendere la rata, ridurla o cambiare tipo di
tasso. La casa peraltro, come già accennato, oltre che bene di uso primario, è tornata nelle grazie degli
italiani anche come strumento di investimento. Anzi nell'ultimo sondaggio di Acri e Ipsos è balzata al 29% la
quota di italiani che definisce ideale l'investimento nell'immobiliare. Il dato è in netta ripresa dopo anni di
tracollo: dal 70% del 2006 era precipitato fino al 24% nel 2014, cifra rispetto alla quale, in un solo anno, c'è
stato un recupero di ben cinque punti percentuali. E nel Centro e al Sud, dove la quota di preferenze tocca
punte del 32-34%, anche di più. A favorire il ritorno di fiamma degli italiani per la casa ha contribuito
senz'altro la scarsa generosità di altri strumenti finanziari, obbligazioni e titoli di stato in primis, i cui
rendimenti sono oggi praticamente a zero sulle scadenze sotto i due anni e comunque irrisori anche
quando ci si sposta su quelle lunghe. Ma oltre che alla crisi finanziaria, i minimi di fiducia degli ultimi anni
nei confronti del mattone erano imputabili anche al progressivo inasprimento delle tasse sulla casa, condito
da una buona dose di confusione/ improvvisazione che non lasciava presagire niente di buono per il futuro.
Il balletto di Imu, Tasi e Tari, con in più la minaccia di una revisione del catasto dagli effetti fiscali
imprevedibili, aveva fatto radicare in molti italiani la convinzione che il governo considerasse ormai la casa
alla stregua di un bancomat cui attingere con facilità perché, a differenza degli altri, i beni al sole sono
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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MATTONE
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difficili da occultare. Ora però anche questo ostacolo è decaduto: il premier Matteo Renzi ha mandato (per
ora) in soffitta la riforma del catasto e, una volta approvata la legge di Stabilità, conta di far fare la stessa
fine (ma per sempre) anche a Imu e Tasi sulla prima casa, promettendo inoltre che i Comuni non potranno
compensare la perdita rifacendosi sulle seconde case. Nessuno naturalmente può garantire che in futuro
possano essere ripristinate, ma chi lo farà avrà ben chiari i rischi che corre in termini elettorali. Strada
spianata allora per la ripresa della casa? In realtà (rallentamento dell'economia a parte) c'è ancora un
ostacolo ed è il permanere di un forte gap tra i prezzi di acquisto e di vendita. Molti comprano per sostituire
una casa con una più adatta a nuove esigenze, quindi in genere più nuova, grande, bella o centrale, e cara.
Il problema è che, anche per abitazioni nella stessa zona e della stessa tipologia, il prezzo d'acquisto al
metro quadro è molto più alto di quello a cui si vende, aggravato dal fatto che i tempi di vendita sono
ancora lunghi. Il progressivo aumento delle transazioni dovrebbe però riuscire a correggere anche questo
aspetto. (riproduzione riservata)
ECCO LE CITTÀ E LE ZONE IN RIPRESA
Fonte: Centro Studi Casa.it GRAFICA MF-MILANO FINANZA Le aree con domanda o prezzi in aumento,
per abitazioni usate non da ristrutturare completamente - In € al mq - Set 2015 Magenta Garibaldi Moscova Ripamonti (tratto iniziale) Bovisa Forlanini - Mecenate Ludovico il Moro Plebiscito Campitelli
Coppedè Gregorio VII Appia-Tuscolana Tor Sapienza Corso Massimo / Valentino Castello / Repubblica
Gran Madre Lungo Po Antonelli San Secondo Duchessa Jolanda Zamboni San Vitale Costa - Saragozza
Zona pre collinare Collinare Murri Castiglione alta Oltrarno Campo Marte Bobolino Poggio Imperiale Ponte
a Greve Gavinana San Fe Via Toledo - P.zza Borsa (Bovio) Vomero alto Soccavo Zona Ospedaliera
Fuorigrotta - Cavalleggeri Centro Centro Semicentro Semicentro Periferia Periferia Centro Centro
Semicentro Semicentro Periferia Periferia Centro Centro Semicentro Semicentro Periferia Periferia Centro
Centro Esterna Esterna Cintura esterna Cintura esterna Centro Centro Collinare Collinare Periferia
Periferia Centro Centro Semicentro Semicentro Periferia Periferia 1,6% 0,5% 0,0% 1,2% 0,7% 0,5% -1,5%
1,3% -1,6% 1,5% -2,2% 0,5% -1,5% 0,7% -1,2% 2,1% 1,1% 0,5% 0,0% 0,4% -0,8% 0,0% 1,3% 1,5% 0,3%
1,1% -1,7% -1,4% 0,5% 1,6% 0,0% 0,7% 0,0% -1,1% 1,4% 0,5% 5,6% 8,4% 4,6% 4,2% 3,8% 3,1% 4,4%
4,6% 4,9% 3,6% 3,9% 5,2% 6,6% 7,2% 7,4% 6,2% 5,5% 4,7% 5,5% 6,2% 5,1% 4,3% 6,4% 5,5% 4,6%
4,9% 2,7% 3,9% 4,1% 5,5% 6,5% 5,8% 4,4% 6,5% 4,2% 5,2% 11.000 8.500 3.300 3.500 3.400 3.600
8.800 8.500 5.500 6.400 4.300 2.900 3.800 4.500 4.800 3.300 2.700 2.900 4.900 5.100 4.600 5.200 4.500
5.200 4.100 5.500 4.800 4.700 2.900 3.500 4.500 3.700 4.500 4.000 2.300 2.400 9.000 6.500 2.900 2.500
2.500 2.800 8.500 8.200 5.100 6.000 3.800 2.400 3.300 3.700 3.600 2.500 2.300 2.200 4.500 4.600 4.400
4.800 4.200 4.000 3.500 4.500 4.600 4.300 2.500 3.300 3.900 3.500 3.800 3.500 1.900 2.000 Variaz.
annua Domanda % max minimo Prezzo medio Prezzo medio Zona MILANO ROMA TORINO BOLOGNA
FIRENZE NAPOLI
L'ANDAMENTO DELLE TRANSAZIONI E STIME PER I PROSSIMI ANNI Numero delle compravendite di
abitazioni in Italia - In migliaia Fonte: Agenzia delle Entrate, Nomisma GRAFICA MF-MILANO FINANZA '00
'01 '02 '03 '04 '05 '06 '07 '08 '09 '10 '13 '11 '14 '12 '15* '16* '17* 500 400 600 700 800 900 690 681 761 762
828 858 869 808 684 609 598 612 444 472 491 445 417 403
Foto: Quotazioni, altre news e analisi su www.milanofinanza.it/immobili
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Il tagliando alle pensioni*
Luisa Leone
Puntuale come il cambio di stagione, ecco arrivare una nuova tornata di proposte e iniziative sulle pensioni.
In un comparto in cui negli ultimi anni le riforme si sono inseguite a passo forsennato, i nuovi modelli
previdenziali autunno/inverno 2015 sfilano sotto il naso di pensionati, pensionandi e aspiranti tali, senza
troppa chiarezza su assortimenti e listino prezzi. Il tutto condito dall'inedita discesa in campo del presidente
dell'Inps, Tito Boeri, che ha pubblicato sul sito dell'istituto la sua proposta di riforma del sistema
previdenziale, compresa di soluzioni sulla flessibilità in uscita, proprio mentre il Parlamento è alle prese con
l'esame della legge di Stabilità dove, appunto, sono presenti solo piccoli interventi sulle pensioni, che niente
hanno a che vedere con il piano Boeri. Il governo ha accolto con freddezza le proposte del presidente Inps,
presentate al premier Matteo Renzi già la scorsa estate a dire il vero, anche perché poggiano su una sorta
di autofinanziamento basato su una sforbiciata alle pensioni più alte, calcolate con il retributivo (da oltre 5
mila euro mensili) e su un blocco degli adeguamenti all'inflazione per quelle tra 3.500 e 5 mila, oltre che su
un intervento ad hoc sui vitalizi, per finanziare tra le altre cose un reddito minimo garantito di 500 euro per
gli over 55 rimasti senza lavoro. Tuttavia Renzi e i suoi non sono contrari ad affrontare il tema della
flessibilità in uscita, preferendo però rimandarlo a un progetto organico da presentare nel prossimo futuro,
come ribadito ieri dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti, probabilmente nel 2016. Per trovare la bussola in
questo intreccio di proposte e buoni propositi è il caso di partire dalle iniziative inserite nella legge di
Stabilità 2016, per valutare se effettivamente sfruttarle sia conveniente oppure o no, in vista di una (a
quanto pare) imminente più complessiva riforma del comparto. Intanto però qualche certezza c'è: la
proroga per un biennio (2017-2018) della parziale indicizzazione delle pensioni sopra le tre volte il minimo
(circa 1.500 euro lordi), prevista originariamente dalla Stabilità 2014 (tabella a pagina 31). Si tratta di una
limatura al 95% dell'indicizzazione per gli assegni tra le tre e le quattro volte il minimo, del 75% per quelli
tra le quattro e le cinque, del 50% tra le cinque e le sei e del 45% per tutte le pensioni superiori a sei volte il
minimo, circa 3 mila euro lordi. Il sacrificio, in tempi di mini inflazione, non dovrebbe essere particolarmente
significativo, poco più di 60 euro per pensioni intorno ai 2.500 euro, che diventano quasi 500 euro per un
assegno da 10 mila. Da questo nuovo sacrificio richiesto ai pensionati lo Stato conta di portare a casa
risparmi per circa 514 milioni nel 2017 e 1,15 miliardi l'anno successivo. Fondi che saranno utilizzati,
insieme ad altre coperture, per finanziare interventi come l'innalzamento della no-tax area per i pensionati,
con un incremento dagli attuali 7.750 euro a 8 mila euro per quelli over 75 e da 7.500 a 7.750 per gli under
75. Tradotto, questo significa aumentare le detrazioni previste per i pensionati, ma la norma entrerà in
vigore solo dal 2017, con un costo complessivo stimato in 146,5 milioni nel 2017 e 160 milioni nel 2018.
Anche se su questo punto hanno iniziato a concentrarsi gli emendamenti presentati in Senato, dove la
manovra è sbarcata per la conversione. In particolare si chiede di anticipare la misura al 2016 ma anche di
introdurre alcune novità come il prestito pensionistico. Ad ogni modo no tax area e mini indicizzazione,
come pure la settima salvaguardia per gli esodati, non sono interventi facoltativi, mentre la scelta è lasciata
al lavoratore nel caso degli altri due interventi previsti dalla stabilità, il part-time volontario per gli over 63 e
l'opzione donna. Nel primo caso si tratta di una new entry assoluta per il sistema italiano, che permetterà ai
lavoratori a non più di tre anni alla pensione (quindi almeno 63 anni e sette mesi e un monte contributi
minimo) di optare per un orario ridotto tra il 40 e il 60% di quello pieno. La scelta dovrà essere avallata dal
datore di lavoro, che oltre a pagare la retribuzione prevista per la quantità di ore lavorate, inserirà in busta
paga anche i contributi pieni che spetterebbero al lavoratore, permettendo quindi al pensionando part-time
di avere una busta paga più pesante rispetto a quella a cui avrebbe avuto diritto in caso di part-time puro e
semplice. La legge prevede che non si dovrà rinunciare neanche a un euro di contributi, perché mentre il
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datore di lavoro verserà in busta paga i contributi pieni per non ridurre troppo l'assegno a fine mese, lo
Stato si farà carico di quelli figurativi. Risultato: l'assegno pensionistico al momento del ritiro dal lavoro non
risulterà intaccato e la rinuncia in termini economici per la scelta del part-time dovrebbe aggirarsi attorno al
45% dello stipendio. Per chi considerasse allettante questa ipotesi è bene tenere presente che, secondo i
calcoli del servizio Bilancio del Senato, con i circa 60 milioni di euro a disposizione per il 2016, potranno
approfittare del part-time maggiorato non più di 30 mila lavoratori. Il tetto massimo annuale è considerato
come un limite invalicabile e l'Inps non accetterà nuove domande una volta raggiunto l'importo massimo
previsto nella Stabilità (tabella nella pagina accanto). E in ogni caso l'opzione è attivabile solo dai lavoratori
del settore privato. Dedicato a dipendenti anche del settore pubblico, ma solo a quelli di sesso femminile, è
invece la proroga della cosiddetta Opzione Donna che permette alle lavoratrici con almeno 57 anni di età e
35 anni di contributi versati di poter lasciare il lavoro a partire dal 2016 se i requisiti saranno raggiunti entro
la fine del 2015. Una possibilità che però viene pagata con il ricalcolo dell'assegno pensionistico sulla base
del solo sistema contributivo. Un bel sacrificio, visto che per queste donne in gran parte l'assegno era
calcolato con il ben più generoso retributivo. Secondo i calcoli contenuti nella relazione tecnica alla legge di
Stabilità, per le lavoratrici dipendenti e autonome scegliere l'Opzione Donna significherà in media poter
contare su un assegno di valore medio pari a 1.100 euro per le prime e di 760 euro per le seconde, con un
taglio del 27,5% per le dipendenti e di ben il 36% per le autonome. Una scelta davvero costosa insomma,
che tuttavia ha riscontrato un successo sempre crescente, come dimostrano i dati relativi alle dipendenti
pubbliche che secondo le stime nel 2015 la sceglieranno in 7 mila, quasi il doppio rispetto alle 3.900
registrate nel 2014. Probabilmente a dare appeal a questa forma estrema di flessibilità in uscita è proprio il
fatto che finora non se ne intravedevano altre e piuttosto che restare bloccate al lavoro fino a 67 anni, molte
donne hanno preferito scegliere un sacrificio economico. Ma ora queste lavoratrici, come pure tutti i
lavoratori potenzialmente interessati al part-time, dovrebbero seguire con attenzione il dibattito sulla
flessibilità in uscita, come accennato dalle proposte di Boeri. Proposte che ancora ieri il ministro del Lavoro
Poletti ha definito non prive di elementi interessanti, sebbene non in linea con le direttrici del governo. Il
riferimento implicito è alla sforbiciata sulle pensioni più ricche e non sorrette da adeguati contributi, secondo
Boeri, che già da tempo ha messo nel mirino, con l'Operazione trasparenza, una serie di categorie
particolarmente privilegiate. Ma al di là delle polemiche su questo aspetto la vera novità è che dalle tabelle
pubblicate sul sito Inps emerge che la flessibilità proposta dal presidente, con uscite anticipate dai tre anni
in giù rispetto ai requisiti attuali, non peserebbe in maniera particolarmente penalizzante sugli assegni
futuri, limitandosi a un alleggerimento compreso tra l'8 e il 10% dell'importo base. Insomma, numeri non
molto lontani da quelli contenuti nell'altra proposta al momento sul tavolo, quella di iniziativa parlamentare
che porta le firme dell'attuale sottosegretario all'Economia, Pier Paolo Baretta, e dell'ex ministro del Lavoro,
Cesare Damiano. Insomma, se è vero che il governo ha rinviato tutti i suoi ragionamenti al 2016 è anche
vero che, se questi sono i numeri in ballo, alla fine il sacrificio richiesto per la flessibilità futura potrebbe non
risultare così terribile. Non è detto però che aspettare non possa nascondere altre insidie. E di certo ancora
non c'è chiarezza sul dove reperire le risorse necessarie, vista la bocciatura dell'ipotesi Boeri sulle pensioni
più corpose. Forse nei prossimi mesi ne sapremo di più, intanto gli occhi rimangono puntati alle possibili
modifiche alle norme già presenti in Stabilità per pensionati e pensionandi. (riproduzione riservata)
STABILITÀ 2016, QUANTO COSTA LA MINI-FLESSIBILITÀ...
... E I RISPARMI DAL SETTORE PREVIDENZIALE Indicizzazione parziale pensioni Dal 2017 Fasce di
importo GRAFICA MF-MILANO FINANZA Fino a 3 volte il trattamento minimo Tra 3 e 5 volte il trattamento
minimo Tra 5 e 6 volte il trattamento minimo Sopra 6 volte il trattamento minimo 100% 90% 75% 75%
Risparmi da proroga indicizzazione parziale 2017-2018 Milioni di euro Anno 2016 2017 2018 TOTALE 0
514 1.146 1.660 Opzione donna - Dati in milioni di euro Milioni di euro Anno 2016 2017 2018 COSTO
COMPLESSIVO MISURE (OPZIONE DONNA + PART-TIME OVER 63) 160 405 702,2 Part-time over 63 -
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Dati in milioni di euro Milioni di euro Anno 2016 2017 2018 60 120 60 1.507,2
Foto: Matteo Renzi
Foto: Giuliano Poletti
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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SCENARIO PMI
11 articoli
09/11/2015
Pag. 24 N.37 - 9 novembre 2015
Il risveglio della chimica Prove di ripresa in provetta
È tornato a crescere anche il mercato interno (+1%) Ma il volano è sempre l'export salito quasi del 5 per
cento
ISIDORO TROVATO
U na leadership che non ti aspetti. L'Italia è il terzo produttore chimico europeo dopo Germania e Francia e
il decimo a livello mondiale. Per alcune produzioni della chimica fine e specialistica riveste posizioni anche
più rilevanti.
In un simile contesto, al contrario di quanto si possa immaginare, le piccole e medie imprese di settore
giocano un ruolo tutt'altro che secondario: rappresentano infatti il 67% del comparto che offre evidenti
segnali di ripresa. La produzione chimica in Italia, infatti, secondo gli ultimi dati disponibili, si conferma in
crescita dell'1% su base annua. Un'inversione di tendenza che coinvolge (e questa è la novità più
importante del 2015) anche il mercato interno.
Nel corso dell'anno la tendenza al miglioramento si è consolidata in quasi tutti i settori di riferimento (con
l'esclusione dell'edilizia, settore trainante per l'economia nazionale).
La scalata
Se il risveglio del mercato interno è la felice novità dell'anno, l'export chimico resta ancora la locomotiva
della ripresa: i dati parlano di un +4,9% in valore malgrado prezzi lievemente calanti. Il cambio favorevole
offre un importante sostegno, ma una crescita così consistente è soprattutto il risultato degli sforzi di
riposizionamento delle imprese, conseguenti alla profonda crisi del mercato interno.
A trainare le performance dell'export sono le vendite nei mercati extra-europei: non solo negli Stati Uniti
(+15%) ma anche in Cina (+11%) .
In questo scenario il comparto prevede che nel 2016 la crescita della produzione potrà consolidarsi
raggiungendo l'1,5% grazie al rafforzamento della domanda interna e alla continua espansione dell'export.
Sarà così possibile lasciarsi alle spalle la più lunga e pesante recessione del Dopoguerra, ma l'intensità
della ripresa rimarrà modesta e le conseguenze della crisi continueranno a farsi sentire soprattutto per le
Pmi chimiche dipendenti dal mercato interno i cui livelli di attività risultano, in molti casi, ancora
decisamente inferiori al pre-crisi.
«L'importanza delle piccole e medie imprese nell'industria chimica italiana ed europea è spesso
sottovalutata - conferma Cesare Puccioni, presidente di Federchimica -. Ne sono conferma le normative
inutilmente complesse che, richiedendo gli stessi requisiti a prescindere dalla dimensione, agiscono come
un costo fisso e penalizzano di più le piccole imprese. Il rischio è addirittura quello di bloccare i processi di
sviluppo delle Pmi perché le complicazioni sottraggono risorse ad attività strategiche come la ricerca o
l'attività stessa dell'imprenditore».
La seconda «mission» della chimica italiana riguarda l'ambiente. Dal 1990 l'industria ha ridotto
drasticamente il suo impatto sull'ambiente: -62% di gas serra, - 95% di altre emissioni in atmosfera e -65%
di sostanze inquinanti negli scarichi idrici.
L'ambiente
Un risultato ottenuto grazie a ingenti investimenti a favore della sostenibilità: 2% medio del fatturato annuo,
oltre il 20% degli investimenti in sicurezza, salute e ambiente. «Un'industria chimica forte e competitiva è
una leva di sviluppo sostenibile. - continua Piccioni -. Perciò la nostra possibilità di competere deve essere
posta al centro dell'agenda politica italiana ed europea, anche e soprattutto quando si discute di obiettivi
ambientali. La sostenibilità è un obiettivo complesso, che si persegue con efficacia solo se tutti - imprese,
politica, società civile - opereranno per creare un ambiente favorevole alla nascita di nuove idee, di ulteriore
impulso alla ricerca e all'innovazione. Noi abbiamo anticipato i tempi e da anni facciamo la nostra parte,
SCENARIO PMI - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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Ripartenze Un settore fatto di piccole imprese dinamiche e innovative
09/11/2015
Pag. 24 N.37 - 9 novembre 2015
SCENARIO PMI - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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come dimostrano i numeri. Sappiamo di poter dare un contributo innovativo, moderno e rispettoso degli
aspetti sociali e ambientali».
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Fonte: stime Federchimica, 2014 Fonte: Eurostat Piccole e medie A capitale estero Gruppi medio grandi
LA CHIMICA IN ITALIA Distribuzione della produzione per imprese PMI CHIMICHE IN EUROPA E ITALIA
Incidenza % sugli addetti Italia 67 % 45 % Europa 38% 38% 24% Pparra
Foto: Chimica Cesare Puccioni, presidente di Federchimica punta a uno sviluppo sostenibile
07/11/2015
Pag. 20
diffusione:150811
tiratura:209613
Il farmaco italiano vince in competitività
Le imprese farmaceutiche sono le più competitive del comparto manifatturiero: battono la chimica, la
meccanica, la metallurgia, la gomma-plastica. Grazie all'innovazione generata dall'industria farmaceutica si
vive di più e meglio. L'industria farmaceutica in Italia comprende 174 fabbriche sul territorio, 63mila addetti
(90% laureatio diplomati), quasi 6mila ricercatori, 2,5 miliardi di investimenti nel 2014 (1,3 in R&S e 1,2 in
produzione). E ancora 29 miliardi di euro di produzione, il 72% destinato all'export. Sonoi numeri che hanno
portato l'Italia al secondo posto in Europa, dietro la sola Germania, per valore assoluto della produzione ma
al primo per produzione procapite. Senza dimenticare l'aumento dell'occupazione, anche grazie al Jobs
Act: nell'ultimo anno le 5mila assunzioni - la metà under 30 - hanno superato il numero dei lavoratori in
uscita. Trend di crescita dei livelli occupazionali che si conferma pure nella prima metà del 2015 (1%),
dovuto all'incremento di investimenti in Ricerca (10% circa secondo le prime stime) e della produzione (6%
rispetto all'1% del totale industria), ancora una volta trainata dall'export (8%, con una punta del 13% per i
vaccini). Risultati che fanno ben sperare in vista di un futuro- ormai prossimo - rivoluzionario: i 7mila farmaci
in sviluppo nel mondo avranno un ruolo fondamentale nella cura di diverse patologie. In questo contesto
l'Italia potrà acquisire una sempre maggiore importanza nella competizione mondiale. Così come nella
ricerca - sempre più biotecnologica, come dimostranoi 303 prodotti biotech in sviluppo- grazie alle sue diffuse
eccellenze, competenze e una sinergia sempre maggiore tra imprese, centri di ricerca e università. E
l'importanza delle imprese del farmaco è evidente anche considerando il contributo economico offerto al
Paese: 13,7 miliardi versati insieme all'indotto (3,3 miliardi in investimenti, 6 in stipendi e contributi, 4,4 in
imposte) a fronte di una spesa pubblica di 12,5 miliardi. Ecco perché l'industria farmaceutica è un
patrimonio che l'Italia non può perdere. Ecco perché è necessario puntare sulla farmaceutica per far
crescere la produttività dell'industria in Italia.
SCENARIO PMI - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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LEADER NELLA PRODUZIONE PRO-CAPITE
07/11/2015
Pag. 26
diffusione:150811
tiratura:209613
UniCredit, due miliardi per le Pmi della moda
PIANO A TRE ANNI Sostegno attraverso la piattaforma messa a disposizione da UniCredit Factoring alle
imprese affiliate a Smi
Chiara Beghelli
pDue miliardi di euro in tre anni per sostenere le Pmi italiane del tessile-moda:a tanto ammonta il plafond
iniziale messo a disposizione da UniCredit Factoring nell'ambito dell'accordo con Federazione Tessile
Moda - Sistema Moda Italia, presentato ieri all'UniCredit Pavillion a Milano. Firmato da Claudio Marenzi,
presidente di Smi, e da Gabriele Piccini, Country Chairman Italy di UniCredit, alla presenza
dell'amministratore delegato del gruppo, Federico Ghizzoni, e del viceministro allo Sviluppo Economico,
Carlo Calenda, l'accordo ha decorrenza immediatae si rinnoverà tacitamente ogni anno fino al 30
settembre 2018. Il sostegno avviene attraverso la piattaforma di reverse factoring messaa disposizione da
Uni- Credit Factoring alle imprese affiliate a Smi: grazie al reverse factoring (accessibile tramite una
piattaforma digitale e da remote banking), a un'azienda capofiliera viene proposto un servi- zio che le
consente di offrire ai propri fornitori lo smobilizzo per cessione del credito delle fatture che vantano nei suoi
confronti. L'azienda capofiliera stipula una convenzione con la società di factoring, che regola le condizio- ni
finanziariee operative che possono essere offerte ai fornitori, come le modalità di riconoscimento delle
fatture da parte dell'azienda debitrice. La cessione del credito consente all'azienda fornitrice di beneficiare
del rating dell'azienda capofiliera, e quindi ottenere importi e condizioni di smobilizzo molto vantaggiose. Da
parte sua, l'azienda capofiliera può stabilizzare così i propri fornitori. «La moda è oggi uno dei comparti
economici che più stanno trainando la ripresa in Italia- ha detto Ghizzoni - . Abbiamo rapporti con 20mila
impresee impieghi per 2,3 miliardi al settore, oltre a una quota di mercato del 14%. Siamo determinati ad
aumentare il volume di credito e essere la banca di riferimento del manifatturiero italiano ed europeo».
L'accordo con Smi è una nuova declinazione del progetto "UniCredit International per la Moda", lanciato nel
2013 proprio per sostenere le pmi del settore, e che nel solo 2014 ha erogato alle aziende 400 milioni di
finanziamenti. Lo scorso settembre, inoltre, il gruppo ha siglato un accordo di sponsorship di quattro anni
con la Camera Nazionale della Moda. Durante la presentazione, il viceministro Calenda ha anche rilanciato
il progetto di organizzare,a partire dal 2016, una fiera che raccolga la filiera della moda italiana negli spazi
di Rho-Pero, in concomitazna con la fashion week di Milano. Oltre a Smi, al progetto stanno lavorando
anche Assocalzaturifici, Aimpese Milano Unica.
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Credito. Presentato l'accordo con Federazione Tessile Moda-Sistema Moda Italia
09/11/2015
Pag. 1
diffusione:150811
tiratura:209613
Pmi (quasi) fuori dalla crisi
Enrico Netti
Dopo cinque anni le Pmi riesconoa riportare in terreno positivo tutti gli indicatori economici chiave.A dirloè il
Rapporto Cerved che ha scandagliatoi bilanci 2014. Il manifatturiero si conferma il volàno della ripresa.
pagina 19 Spiragli di ottimismo dai conti delle Pmi italiane, che sono riuscite a chiudere i conti 2014 meglio
delle grandi aziende. Quelle che hanno imboccato un percorso di crescita hanno avuto un aumento medio
dell'1,5% del fatturato e del 3,3% del valore aggiunto, mentre la redditività lorda segna un +4,6 per cento.
Le grandi aziende, invece, vedono un calo dei ricavi dell'1,9%, un +1% di valore aggiunto e un Mol che
perde un decimo di punto. È quanto emerge dal rapporto Cerved Pmi 2015, che verrà presentato domania
Milano in occasione di Osservitalia, con il patrocinio del Mise, e che Il Sole 24 Ore è in grado di anticipare.
«Dal 2010 - commenta Gianandrea De Bernardis, ad di Cerved è la prima volta che tutti gli indicatori delle
Pmi sono in terreno positivo. Inoltre la loro redditività netta è superiore a quella delle grandi imprese». Il
2014 diventa così l'anno di demarcazione tra la lunga crisi e l'inizio dell'uscita dal tunnel. Oltre ai segnali del
miglioramento congiunturale, confermati giovedì scorso dall'analisi del Centro studi Confindustria, le Pmi
riescono con la loro flessibilità ad agganciare meglio il treno della ripresa, grazie anche al rafforzamento
patrimoniale agevolato dai tassi ai minimi storici. Ci sono, poi, i primi segnali di ripresa degli investimenti,
che quest'anno sono attesi in accelerazione per effetto del bonus super-ammortamento al 140 per cento. Si
arresta anche l'emorragia delle Pmi: tra il 2007 e il 2013 sono uscite dal mercato circa 13mila realtà (-9%),
quasi sempre le meno strutturate coni ricavi in caloe soffocate dal credit crunch. In questo periodo chiè
riuscito ad aumentarei ricavi lo devea una struttura finanziario-economica fortee poco dipendente dal
sistema bancario. Nel 2014 il numero delle Pmi in attività (intese come società di capitale non finanziarie
individuate secondo i requisiti della Commissione europea) è stimato in circa 137mila realtà, lo stesso del
2013. Dall'analisi dei bilanci 2014 - oltre 104mila, pari a circa il 75% dei bilanci presentati - emerge una
crescita in termini reali di poco superiore al punto percentuale. Il comparto migliore è quello industriale
(+3,1%), che distanzia quello dei servizi (+1,3%), mentre l'agricoltura ritorna in terreno negativo (-1,8%),
facendo peggio delle costruzioni (-1%). La maglia nera, però, spetta al settore dell'energia (-3,3%), a causa
del calo delle materie prime. L'occupazione nelle Pmi continua a soffrire, anche se c'è un rallentamento: nel
2014 l'universo considerato ha visto la perdita di altri 57mila addetti dopo i 97mila del 2013. Di
conseguenza migliora, anche grazie alle policy di contenimento dei costi, il valore aggiunto per addetto che
per le Pmi si avvicina ai livelli pre-crisi. Nel corso dell'ultimo triennio è stato affrontato il tradizionale tallone
d'Achille del tessuto produttivo italiano: la sottocapitalizzazione delle imprese. Tassi ai minimi e il "bazooka"
di Draghi con le massicce iniezioni di liquidità che le banche hanno in parte girato alle imprese hanno
migliorato la situazione debitoria, che nel 20112012 aveva raggiunto il picco. Migliora così il rapporto tra
debiti finanziari e capitale netto e lo stock di imprese sottocapitalizzate nel 2014 siè attestato intorno al 25%
rispetto al 30% del 2012. «Prevediamo un rafforzamento dei conti economici delle Pmi nel prossimo
biennio, con un maggiore ricorso al capitale di debitoe un ulteriore rafforzamento della loro posizione
patrimoniale - aggiunge De Bernardis -. Su questa ripresa grava l'incognita dell'elevato volume di crediti
deteriorati durante la crisi: un loro rapido smaltimento potrebbe aumentare l'offerta di credito alle Pmi e
rafforzarne la crescita». Per finire il report indaga, utilizzando il database Payline di Cerved, i termini di
pagamento B2B. I tempi concordati delle Pmi arrivanoa 60 giorni, mentre le grandi saldano a quasi 67
giorni. Inoltre le Pmi riducono i ritardi in media di un paio di settimane, mentre le grandi si avvicinano alle
tre.
Sotto la lente
SCENARIO PMI - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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BILANCI 2014
09/11/2015
Pag. 1
diffusione:150811
tiratura:209613
SCENARIO PMI - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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4,6
7,1
6,8 6,4
3,3
5,9
1,5
1,0
-0,1
-1,9 -3 -2 -1 0 1 2 3 4 5 0 0 1 2 3 4 5 6 7 8 80 60 40 20 40 30 20 10 Pmi Mol 2013 Pmi Grandi aziende
Grandi Medie Piccole
Fonte: Cerved Fatturato Andamento delle principali voci del conto econimico Dati in % PRODUTTIVITÀ
Valore aggiunto per addetto Dati in migliaia di euro Quota di aziende fortemente sotto capitalizzate Dati in
% IL CONFRONTO RAFFORZAMENTO VAR. 2014/2013 2014 2013 2007 Val. aggiunto 2014 2013 2007
2014 2013 2007 2014 2013 2007 Redditività netta (Roe) 2014 2013 2014 VAR. 2014/2013 VAR.
2014/2013 2014 2013 2012 2014 2013 2012 2014 2013 2012 2014 2013 2012 0
Foto: [email protected]
08/11/2015
Pag. 1
diffusione:189394
tiratura:278795
I due fratelli che tengono in vita la sedia di Chiavari
Federico Taddia
A PAGINA 16 «Quando hai una tavola di legno tra le mani devi saperla leggere e interpretare come fosse
un rebus: è u n a p a g i n a s c r i t t a e s o l o l'esperienza assorbita dai tuoi maestri ti aiuta a decifrare
ogni venatura e a immaginar e l 'o g ge t t o che potrebbe diventare». I p r o f u m i d e l faggio, del cil i e g i
o e d e l f ra s s i n o, i n t e n s i e i n e b r i a n t i , c h e pervadono la stanza. I rumori del tornio e della
sega che danno il ritmo alle giornate. I trucioli, che volano nell'aria e cadono sul pavimento, creand o i m p
reve d i b i l i fa n t a s i e. L'odore della colla scaldata a bagnomaria, che all'istante evoca saperi di un
tempo andato. Un tempo sì andato, ma qui custodito e riscoperto. E' questo il mondo di Gabriele Levaggi,
36 anni, e del fratello Paolo, 29 anni: un geometra e un architetto che si sono messi in testa di rilanciare la
sedia di Chiavari nel mondo. Con gusto. Tradizione. E innovazione. La tradizione «Quella del legno è una
storia di famiglia - spiega Paolo -. Il nonno e il bisnonno erano segantini: passavano le giornate nei boschi a
cercare i tronchi migliori, poi seguendo l'alternarsi delle fasi lunari tagliavano gli alberi a mano, per portare i
legni più pregiati agli artigiani della zona. Nel 1963 invece zio Rinaldo, spinto dal successo globale della
"chiavarina", convinse gli altri fratelli ad aprire una piccola impresa artigiana. Io e mio fratello ci siamo
cresciuti tra queste mura: i miei primi ricordi da bambino sono mentre gioco tra i pezzi di legno, da
adolescente guadagnavo la paghetta con piccoli lavoretti, ma solo da adulto ho capito che era qualcosa di
straordinario quello che accadeva qui dentro. Questa sedia è un patrimonio unico, è un emblema del tanto
decantato "Made in Italy", racchiude due secoli di cultura e manualità: valeva davvero la pena di provarci».
Progettata nel 1807 dal falegname Giuseppe Gaetano Descalzi, e definita dallo scultore Antonio Canova
«un miracolo di tecnica ed eleganza», la sedia di Chiavari è un mix perfetto di leggerezza e solidità,
eleganza e funzionalità. Un gioco ad incastri, senza chiodi e metalli, di una ventina di pezzi perfettamente
sagomati e calibrati, rinforzati da un seduta ottenuta da sottili filamenti di giunco intrecciati con un disegno
di trama ad ordito direttamente sulla sedia già montata. Fino agli Anni 80 erano una ventina le azienda
impegnate nel territorio, poi la produzione in scala industriale in altre regioni e la produzione di modelli in
plastica simili nella forma e uguali nel nome, hanno dato il colpo di grazia ai piccoli artigiani. «Noi siamo
partiti proprio da qui, dall'utilizzare il metodo tradizionale in tutti i suoi passaggi. Dalla scelta degli alberi del
nostro entroterra fino alla lenta e lunga stagionatura delle tavole. Facendo nostre le conoscenze degli avi,
puntando solo sulla qualità». Dal laboratorio escono una, massimo due sedie al giorno. Insieme a Gabriele
e Paolo lavorano altri due collaboratori, mentre spesso fanno capolino papà Ettore e lo zio Italo, ormai in
pensione ma sempre pronti ad indossare il grembiule e a dare i giusti consigli. Lo studio L'analisi delle
nervature e delle fibre delle assi, il taglio, la levigatura, la scelta della dima da utilizzare per sagomare
nuove forme, la foratura delle parti, l'assemblaggio: decine di passaggi, sempre uguali e sempre diversi,
che chiedono attenzione, sapienza, confidenza con gli attrezzi e una passione che non conosce né orari e
né giorni festivi. «Ci sono cose che si imparano solo guardando chi le sa fare. Come la tornitura, che è il
momento più bello e affascinante: vedi il legno cambiare forma, diventare quella immagine che tu hai ben
impressa nella testa». A rc h i t e t t i , a r re d at o r i o semplici clienti che cercano un pezzo unico e
personalizzato: grazie al web e al passaparola le «chiavarine» dei fratelli sono sempre più richieste ed
esportare all'estero. Rigorosamente senza rivenditori, per avere un rapporto stretto, diretto e complice con
chi desidera proprio quell'oggetto. Perché per trovare spazi di mercato non basta sudare con gli attrezzi del
mestiere, ma bisogna inventarsi esperti di marketing, curare la comunicazione, partecipare a progetti
europei per la salvaguardia delle foreste e rubare ore al sonno per dedicarsi ai social network. Con un
occhio all'ieri e l'altro al domani. Il futuro «Quello che ci sprona è il piacere e la soddisfazione nel fare una
cosa bella. Zio Rinaldo, l'uomo che ha dato inizio a tutto questo, mi ha trasmesso, senza che me ne
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ECCELLENZE ARTIGIANE
08/11/2015
Pag. 1
diffusione:189394
tiratura:278795
SCENARIO PMI - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato
accorgessi, il gusto della progettualità e della creatività. Per giungere a "Sefora", la mia prima sedia, ci ho
impiegato un anno e mezzo: intere giornate a plasmare il legno e lunghe nottate passate tra disegni e
scarabocchi. Prove ed errori, per non tradire la t rad i z i o n e m a n e l l o s t e s s o tempo guardare
avanti, per trovare una linea sinuosa e minimalista che fosse in grado di garantire comodità e gioia nello
stare seduti. Stando sempre accorti a sprecare meno materiale possibile: è legno naturale, frutto di alberi
che hanno impiegato anni per crescere, formarsi, rinforzarsi. Avere rispetto per gli alberi è quello che
dobbiamo rammentare ogni istante per rispettare le nostre sedie».
ÇQuest'estate vi abbiamo raccontato i nuovi lavori che hanno aiutato la ripresa negli S tati Uniti. O
ra il nostro viaggio ci porta nelle eccellenze artigiane dell'Italia, perché la rinascita deve ripartire
dalla capacità di fare le cose per bene
Al lavoro La fase iniziale di preparazione del legno: Ettore col figlio Gabriele. Prima del taglio la tavola
stagiona fino a 5 anni Tutte insieme Una volta assemblate le sedie vengono «impagliate» a mano: in
origine si utilizzava il salice, ora il giunco indonesiano
Foto: PAOLO LEVAGGI Gabriele Levaggi, 36 anni, il fratello Paolo, 29 anni, nel loro laboratorio Sefora
Nome ebraico che significa «passero», è la sedia progettata da Paolo Levaggi. In questi giorni è anche
esposta a «Operae» a Palazzo Cavour a Torino, in concomitanza con Artissima PAOLO LEVAGGI A mano
«Un miracolo di tecnica ed eleganza»: così lo sculture Antonio Canova descriveva la sedia di Chiavari che
oggi i fratelli Laveggi costruiscono con tecniche tradizionali nel loro laboratorio
07/11/2015
Pag. 1 N.220 - 7 novembre 2015
diffusione:71470
tiratura:135127
L'associazione che rappresenta il Sistema moda Italia e il gruppo bancario hanno siglato un accordo per
favorire l'accesso al credito delle pmi attraverso lo strumento del reverse factoring. E il ministro Calenda ha
auspicato per il 2016 un unica grande fiera di settore
Chiara Bottoni
Facilitare l'accesso al credito per le pmi della filiera tessile-abbigliamento, attraverso il ricorso allo
strumento del reverse factoring. È questo il cuore dell'accordo siglato ieri tra Smi-Sistema moda Italia e
UniCredit Factoring, società del gruppo UniCredit che ha stanziato per l'iniziativa un platfond creditizio
iniziale di 2 miliardi di euro da spalmare nell'arco di tre anni (vedere MFF del 23 luglio 2014). Oggi più che
mai, infatti, le piccole e medie imprese che si collocano a monte del fashion made in Italy costituiscono un
patrimonio da preservare, nell'ottica di valorizzare il principale plus del sistema, ovvero la presenza di una
filiera integrata unica nel suo genere e già pesantemente danneggiata da anni di prolungata crisi. «In un
momento in cui la moda sta vivendo un periodo di rinnovato successo», ha sottolineato Federico Ghizzoni,
amministratore delegato di UniCredit, «vogliamo aiutare le imprese a crescere. UniCredit vanta già impieghi
per 2,3 miliardi di euro al settore e ha rapporti con 20 mila imprese, ma questo è il momento giusto per fare
ancora di più». L'accordo firmato da Claudio Marenzi, presidente di Smi e da Gabriele Piccini, country
chairman Italy di UniCredit, prevede che, grazie allo strumento del reverse factoring realizzato su
piattaforma totalmente informatizzata e accessibile mediante remote banking, venga proposto a un'azienda
capo filiera associata a Smi un servizio che consente di offrire ai propri fornitori lo smobilizzo per cessione
del credito delle fatture che vantano nei continua a pag. II confronti dell'azienda stessa. I vantaggi per i
fornitori saranno molteplici, dall'erogazione in anticipo delle fatture alla possibilità di appoggiarsi al merito
creditizio della capo filiera, che godrà a sua volta di maggiore flessibilità nella gestione dei pagamenti. «Per
consolidare la ripresa del sistema tessile moda italiano è necessario continuare a sostenere anche le più
piccole realtà imprenditoriali, perché sono elemento fondamentale per il successo del made in Italy», ha poi
sottolineato Claudio Marenzi, numero uno di SmiSistema moda Italia, «spero che l'accordo smuova grandi
quantità i produzione. Cosa che permetterà di rilanciare un sistema che quest'anno tornerà ai livelli precrisi, generando 54 miliardi di euro di turnover». (riproduzione riservata) Chiara Bottoni LA
PRESENTAZIONE DI ANGELOS BRATIS ALL'UNICREDIT PAVILION (IMAXTREE) S E)
SUL SITO MFFASHION.COM LE GALLERY DALLE SFILATE SPRING-SUMMER 2016 DI MILANO,
PARIGI, LONDRA E NEW YORK OLTRE A SAN PAOLO E AL PORTOGALLO
SCENARIO PMI - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato
Smi-UniCredit , pronti 2 miliardi per la filiera della moda*
07/11/2015
Pag. 1
diffusione:41112
tiratura:81689
Calenda: 260 mln per promuovere le aziende A Milano super fi era della
moda con Smi-Unicredit
Giornata a doppia velocità ieri per il viceministro per lo sviluppo economico Carlo Calenda. Prima di
annunciare il sostegno alla promozione delle aziende italiane all'estero al Forum Wpp-Ambrosetti ha siglato
una nuova alleanza per sostenere il mondo del fashion e il suo indotto. Nell'ambito di un accordo con Smi,
Sistema Moda Italia e Unicredit, l'esponente di governo ha annunciato a partire da febbraio 2016 «una
grande fi era che si svolgerà in contemporanea alla fashion week di Milano», destinata a portare a Rho
Pero tutte le eccellenze del manifatturiero legato alla moda e agli accessori. Progetto a cui lavorano anche
Assocalzaturifi ci, Aimpes (accessori) e Milano Unica (tessile). Razionalizzare le spesa e rilanciare le
eccellenze è la parola d'ordine. «In 10 anni le sfi late milanesi hanno perso il 30% e il vero dilemma a oggi
è la litigiosità del sistema delle associazioni in Italia. Dal mio arrivo ho posto le basi per avere aiuti da parte
del governo ovvero creare piattaforme e fiere vincenti», ha spiegato al Forum Wpp-Ambrosetti. «Non sono
mancati i malumori e ricordo benissimo la chiamata dei sarti napoletani quando abbiamo appoggiato Pitti
come appuntamento internazionale. Ma bisogna fare sistema nell'interesse di tutti». Uno scenario simile a
quello che Calenda ha profi lato agli esponenti di Ucina Confi ndustria Nautica e alla neonata associazione
Nautica Italiana all'ultimo Salone di Genova. Langue ancora la politica per il marchio Italia e per il turismo
per cui non esiste un budget dedicato alla promozione. «Mi piacerebbe ma posso solo dire», ha spiegato a
ItaliaOggi, «che abbiamo stanziato 260 milioni di euro per sostenere le imprese con fatturato dai 50 ai 170
milioni per l'internazionalizzazione. Dobbiamo ancora lavorare molto, ma vogliamo che gli investitori
scoprano il patrimonio produttivo italiano e visitino le nostre aziende eccellenti». Dal suo insediamento
Calenda ha creato un nuovo sito e una prima guida agli investitori esteri «mai esistita fi no a oggi». ©
Riproduzione riservata
Foto: Carlo Calenda
SCENARIO PMI - Rassegna Stampa 09/11/2015 - 09/11/2015
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Pagina a cura DI FRANCESCA SOTTILARO
07/11/2015
Pag. 24
diffusione:85021
tiratura:120193
Unicredit aiuta le Pmi tessili
(A. D'A.)
Due miliardi di euro in tre anni per le imprese della filiera del tessile abbigliamento. È quanto metterà a
disposizione Unicredit, grazie all'accordo siglato ieri a Milano da Gabriele Piccini, Country Chairman Italy di
UniCredit, e da Claudio Marenzi, presidente di Sistema moda Italia. La novità sta nel reverse factoring :
realizzato su una piattaforma totalmente informatizzata e accessibile mediante remote banking, con questo
strumento viene proposto ad un'azienda capofiliera un servizio che consente di offrire ai propri fornitori lo
smobilizzo per cessione del credito delle fatture che vantano nei confronti dell'azienda stessa. La società di
factoring stipula una convenzione con l'azienda capofiliera che regola le condizioni finanziarie e operative
che possono essere offerte ai fornitori e le modalità di riconoscimento delle fatture da parte dell'azienda
debitrice. Grazie alla cessione del credito, l'azienda fornitrice può beneficiare pienamente del rating
dell'azienda capofiliera e quindi ottenere importi e condizioni di smobilizzo decisamente migliori. «In pratica,
si trasla il rischio al capofiliera» spiega Renato Martini, Ad di Unicredit Factoring, che parla di «accordo
innovativo. La moda arriva quasi per ultima: è un meccanismo già diffuso nell'industria meccanica o nella
grande distribuzione organizzata». «Il problema dei piccoli fornitori - aggiunge Marenzi - non è solo di avere
piccole aziende che hanno rating alti o bassi: dipende da come si leggono, ma è difficile per loro accedere
la credito. In Italia siamo fatti da Pmi che hanno bisogno di piccoli investimenti supportati da garanzie e
questo è poco applicabile col sistema bancario europeo». Questo accordo, insomma, «aiuterà i piccoli a
entrare in una catena sfruttando la capofila, che deve impegnarsi su una filiera corta. Si deve iniziare a
ragionare di non avere fornitori a ventaglio, ma di concentrarsi su poche linee».
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L'intesa.
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«Per produrre angeli serve una come Angela»
La sua azienda realizza le statuette conosciute in tutto il mondo «Il talento non basta se non è incanalato. E
serve un governo stabile, come in Germania»
Piera Anna Franini
Èil re dei cieli. Quelli abitati da angeli fiabeschi, dalla boccuccia aperta e occhi sognanti. È Peter Thun,
presidente dell'omonima azienda. Nato a Innsbruck, 60 anni fa, è cresciuto a Bolzano dove nel 1978 - rilevò
l'azienda dei genitori, i conti Lene e Otmar. La Thun ora ha 1187 punti vendita, di cui 318 monomarca,
annualmente produce 10 milioni di pezzi e ha un fatturato di 81 milioni. Peter Thun, altoatesino, è uomo di
fatti e parole nette. Per meglio chiarirle, non esita a metterle nero su bianco. Il caso delle «Otto Regole» cui
attenersi se si lavora in azienda: dare il meglio di sé, puntare al successo, essere orientati al cliente, aver
rispetto degli altri, innovare nella tradizione. Ma regola numero uno, via i musi lunghi, bisogna portare gioia.
La gioia di vivere è il motto aziendale. Lei come persegue questo obiettivo? «Credo che la società sia divisa
in tre categorie. Si parte da chi non si pone obiettivi e che, dunque, non penso possa avere grandi momenti
di gioia. C'è poi chi si ostina a puntare all'impossibile, dunque vive in uno stato di perenne frustrazione. Io
appartengo a quanti si pongono mete ambiziose, magari leggermente fuori portata, ma conseguibili.
Quando raggiungiamo i nostri obiettivi, proviamo gioia». Non mi dica che riesce sempre a rispettare le otto
regole... «Non passa giorno che non riprenda in mano il biglietto dove le ho annotate. Da noi si dice che il
pesce puzza dalla testa. O si vive in prima persona queste norme o tutto rimane sterile. Forse sono valori
che nella loro pienezza non si raggiungeranno mai, però sono parametri a cui tendere. Erano nel
subconscio da quando ho rilevato l'azienda, poi via via sono andati definendosi». In casa Thun volete che
si coltivi - leggo - «un equilibrio tale da poter lavorare e vivere al meglio delle proprie possibilità». Sembra
fantascienza... «O forse è solo una meta ambiziosa e in quanto tale richiede impegno. Bisogna lavorarci.
Per sviluppare questo aspetto, in Thun è prevista una formazione in ingresso e poi continua. Devono poi
essere chiare le tre colonne della salute: movimento, alimentazione e spirito. Io stesso le seguo. Se non
abbiamo un equilibrio interno è difficile essere pienamente efficienti. Questi corsi e regole non sono un
dovere, ma un'opportunità». E così vengono percepiti? «Al primo e secondo livello gerarchico aziendale i
corsi vanno seguiti obbligatoriamente, poi è a discrezione del singolo. Tuttavia il 90% dei dipendenti
partecipa ai corsi». Regole, corsi, strategie rifinite al millimetro. Approccio anglosassone? «Sì per quanto
riguarda l'idea di funzionalità e il pragmatismo. Per il resto, hanno influito i 25 anni di presenza in Asia e il
continuo confronto con la cultura orientale». La Cina di oggi è ben diversa rispetto a quella in cui vi siete
imbattuti 25 anni fa. Come affrontate la crisi d'Oriente? «Da sette anni i costi della manodopera cinese sono
esplosi, negli ultimi cinque anni praticamente raddoppiati. Per questo ci siamo trasferiti in Vietnam e
Thailandia dove, in quattro anni, abbiamo raccolto risultati sorprendenti. Il management è ormai pressoché
locale, i costi di produzione sono sostenibili. In Cina stiamo terminando le ultime attività». Cina non più
concorrenziale, insomma... «E ci si aspetta che tra un po' non lo saranno più nemmeno i suoi Paesi satelliti.
Stiamo infatti valutando fabbriche in Cambogia. Il Vietnam vive una straordinaria crescita, quindi è meglio
prepararsi. La Cina sta tentando di ritrovare un equilibrio, ma non sarà facile, e richiederà tempi lunghi». La
recente inchiesta su Amazon ha messo a nudo modalità di lavoro al limite della sostenibilità. «Noi vogliamo
che i dipendenti stiano bene. Oggi raggiungere gli obiettivi è più difficile di un tempo. Ma proprio per questo
ha senso concentrarsi ancora di più sulla cura della persona e dell'ambiente in cui opera. C'è uno stress
positivo e uno negativo, va trovato il giusto equilibrio. Bisogna capire quali sono le abilità del singolo e
ottimizzarle». E se il dipendente fallisce? «Se non riesce a ottenere risultati entro un certo periodo, dico con
schiettezza che ci dobbiamo lasciare. La chiusura di un rapporto non deve essere un tabù». Dicono che lei
viaggi nei negozi in incognito per verificare di persona se tutto procede come dovrebbe... «Stamani sono
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IL PERSONAGGIO CONTRO CORRENTE PETER THUN
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stato nei punti vendita di Brescia e Verona. Faccio ciò regolarmente». Soddisfatto di quello che ha visto?
«In generale sono molto soddisfatto dei negozi che conduciamo noi direttamente, i commessi sono
eccezionali. Non posso sempre dire altrettanto dei negozi affiliati, alcuni credono di delegare tutte le
responsabilità a un marchio. Senza indole creativa imprenditoriale non si va da nessuna parte. E lo
dimostra il fatto che a parità di problemi nazionali, internazionali eccetera, i nostri negozi hanno registrato
un più 18% e gli altri solo il 4%». Come sono cambiate le abitudini di consumo degli ultimi anni? «Abbiamo
una media di 200mila visite al mese. Tuttavia la crescita di fatturato non è proporzionale all'aumento dei
tassi di visita. C'è molta prudenza nell'acquisto, del resto prodotti assolutamente non necessari, l'80% della
nostra clientela è costituita da collezionisti». Lei è altoatesino fino all'ultima fibra anche nell'approccio alla
professione. Corretto? «Credo di sì. Qui a Bolzano si guarda molto al mondo anglosassone. Faccio un
esempio. Nel dopoguerra, il tedesco si rimboccò subito le maniche. L'italiano, pur dotato di una creatività
invidiata dal tedesco, e senza gli enormi danni avuti dal tedesco, non ha raggiunto la solidità della
Germania». Morale? «Puoi avere tutto il talento che vuoi, ma se non viene incanalato, se non si procede ad
analisi e a strategie orientate a obiettivi misurabili, tutto si disperde. La sola creatività non produce crescita.
La sistematicità nel pensare le cose aiuta, aiuta anche a compensare una creatività minore. E poi ci vuole
massima dedizione e rispetto del prossimo. In Germania si è votata Angela Merkel e la si lascia lavorare. In
Italia, ogni primo ministro viene messo sotto processo, si ridiscutono le regole». A che punto è il dialogo fra
italiani e tedeschi a Bolzano? «Abbiamo bisogno di un ulteriore cambio generazionale perché questo
rapporto sia naturale. È un processo lungo. A mia madre venne cambiato il nome, dal tedesco all'italiano. Io
sono stato battezzato Peter e tale sono rimasto, quindi è stato fatto un passo in avanti. Ora mio figlio si
chiede perché si discuta di questo: forse il processo si sta completando, ma ci vuole ancora del tempo».
Vero che alcuni marchi bolzanini stanno facendo rete per meglio fronteggiare il mercato? «Siamo in quattro,
noi, Salewa, Dr Schar e Loacker. È un progetto di network, ci incontriamo per pianificare azioni e strategie
comuni. Ci conosciamo tutti da una vita, abbiamo più o meno la stessa età. Però l'imprenditore è una brutta
bestia, prima che diventi un libro aperto, come richiederebbe questa operazione, ce ne vuole». È un
inguaribile sportivo. Vero? «Ho praticato sci, moto, macchina, deltaplano, classificandomi anche in
campionati. Lo sport ti porta a lottare con te stesso, a dare il meglio di te e a puntare al successo». Non
solo lavoro, insomma. «Chi non ha il giusto distacco dal proprio lavoro perde l'obiettivitae puoincappare in
errori. E poi fisico e mente hanno bisogno di rigenerarsi. Giornate con 14 ore di lavoro devono essere
un'eccezione, alla lunga non sono produttive». Tecnicamente lei è conte. Nella realtà? «Ho ereditato
questo titolo, ma non credo nei titoli come punti di forza. La forza si esprime attraverso i fatti». Ha ereditato
solo il titolo? «Appartengo a quel ceppo che durante le guerre perse tutto». I legami fra i Thun sono
comunque vivi? «Siamo in 228 maschi Thun, cerchiamo di mantenere i contatti di una famiglia che conta
mille anni di storia. Il Castello Thun, vicino a Mezzolombardo, prima che morisse zia Teresina era il nostro
punto di ritrovo. Il mio ceppo è stato lì fino al 1604, poi passò in Boemia».
chi è Peter Thun, presidente dell'omonima azienda produttrice di articoli da regalo, nasce nel 1955 a
Bolzano, dove i suoi genitori cinque anni prima avevano aperto il primo laboratorio di ceramica nello
scantinato del loro castello Klebenstein. A soli 23 anni, entra in azienda e ne assume la gestione. In venti
anni porta la piccola impresa artigiana a diventare una delle maggiori holding a livello internazionale
OTTO REGOLE
Vanno rispettate da tutti i dipendenti La prima? Via i musi lunghi
TALIANI-TEDESCHI
Sono stati fatti passi avanti, oggi mio figlio mi chiede perché se ne parla...
NOBILTÀ
Ho ereditato questo titolo ma durante la guerra abbiamo perso tutto
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L'Unità
Il ministro: meno tasse e più semplificazione per favorire il rilancio del settore e sostenere il reddito degli
agricoltori. Destinati alle imprese 800 milioni. E un fondo straordinario per la sicurezza delle macchine
"Un'azienda che produce latte, con 400mila euro di fatturato, risparmia più di 10mila euro"
Isei mesi dell'esposizione universale hanno avuto il grande merito di rappresentare quali sono le sfide che
dobbiamo affrontare in agricoltura nei prossimi anni, adesso, volendo mantenere le promesse, è arrivato il
momento di dare seguito a questa fase di "semina", raccogliendo appunto queste sfide con risposte
concrete ai problemi reali degli oltre trecentomila agricoltori italiani protagonisti dello storico evento
milanese. L'agroalimentare rappresenta uno dei settori più dinamici del Paese e appare oggi uno dei fattori
chiave poten ziali per fare da traino a tutta l'economia nazionale, sarebbe quindi un danno alla collettività
non programmare politiche a lungo termine per il suo rilancio e il suo sviluppo. E a dire il vero, la risposta
del Governo guidato da Matteo Renzi non si è fatta attendere. I n molti infatti hanno espresso la
convinzione che, con le misure "stra ordinarie" per l'agricoltura contenute nella legge di Stabilità, ci sia stato
un segnale deciso da parte dell'esecutivo per mettere questo settore al centro del progetto politico ed
economico del Paese. Dopo anni in cui sono stati chie sti sacrifici all'agricoltura per la prima volta si
investono risorse finanziarie e si diminuiscono gli oneri fiscali sul settore. «Una legge di Stabilità tra le più
agricole degli ultimi anni», ricorda il ministro Maurizio Martina che crea i presupposti per una vera
espansione del settore primario. Se in questo qua dro si saprà inserire anche le finanza dei privati,
supportando adeguatamente le Pmi agricole, allora si potrebbero creare le basi di una vera svolta "verde"
del nostro Paese. M inistro Martina, che cosa cambia in concreto per l'agricoltura italiana con la legge di
Stabilità? «M eno tasse e più semplificazione per chi fa agricoltura ogni giorno. Abbiamo messo in campo
interventi strategici per il settore, con l'obiettivo numero uno di sostenere il reddito degli agricoltori e favorire
il rilancio deg li investimenti. Alle imprese agricole destiniamo complessivamente 800 milioni di euro.
Partiamo dalla can cellazione dell'Irap e dell'Imu sui terreni, con cui liberiamo dalle tasse fattori produttivi
cruciali. Un impegno mantenuto. A questo si aggiunge l'intervento inserito nel nostro Piano latte con
l'aumento della compensazione Iva da 8,8% a 10% per i produttori di latte fresco, con 32 milioni di euro per
aiutare gli allevatori in questa fase molto delicata. Intervenia mo concretamente anche sul fronte delle
assicurazioni contro le calamità naturali, con 140 milioni di euro in due anni per il programma di
agevolazioni assicurative». T radotto in cifre, quanto risparmia un'azienda con queste misure? «P rendiamo
il caso di un'azienda di produzione di latte in Lombardia, con un fatturato da 400mila euro. Tra il taglio
dell'Irap pari a 3.100 euro, dell'Imu con 1.800 euro e l'au mento della compensazione Iva di oltre 5500 euro
si arriva a un totale di 10500 euro di tasse in meno. Al sud ad esempio un'azienda agrumi cola in Sicilia da
14 ettari risparmierà oltre 12 mila euro». I n agricoltura un altro tema caldo è quello della sicurezza. Come
interviene la legge di Stabilità in merito? «C i sono ancora troppi incidenti, per questo abbiamo deciso di
interve nire con un fondo straordinario per aumentare la sicurezza delle macchine agricole. Dopo molti anni
torniamo a incentivare il rinnovo del parco macchine con 45 milioni di euro, che servono a finanziare gli
investimenti per l'acquisto o il noleggio con patto di acquisto di macchine o trattori agricoli e forestali.
Vogliamo proteggere meglio i lavoratori, e sostenere l'abbattimento di emissioni inquinanti e l'efficienza
energetica». S i direbbero buone notizie per il comparto. Eppure sulla legge di Sabilità non sono mancate
polemiche. Di Maio l'ha contestata duramente aermando in sostanza che si trattava dell'ennesimo inganno
del governo. «S i vede che non ha letto le norme che abbiamo approvato in Consiglio dei ministri, o che
vuole fare propa ganda prendendo sulle spalle dei nostri agricoltori. Purtroppo ancora oggi, invece di fare
un gioco di squadra per un settore come quello agroalimentare che è una leva centrale per tutto il sistema
Paese, ci troviamo a fare i conti con attacchi populisti agli impegni che il Governo sta mantenendo. Le
coperture complessive vengono per oltre l'85% da fuori il comparto agricolo, ovvero dal bilancio generale
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Martina: «Una legge di Stabilità che investe sull'agricoltura»
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L'Unità
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della Stato. Nel suo attacco Di Maio ha sostenuto che gli agricoltori sarebbero stati fortemen te penalizzati,
ha citato gli aumenti delle rendite agrarie e dominicali, ma non ha capito che non riguarderanno gli
imprenditori agricoli professionali e i coltivatori diretti. Sull'aumento dell'imposta di registro gli è sfuggito che
anche questo adeguamento non riguarderà chi fa agricoltura di professione. Dovrem mo pensare al bene
delle imprese e non lanciare allarmi ingiustificati, invocando addirittura i trattori in piazza». U no dei temi più
battuti ad Expo è stata la lotta agli sprechi alimen tari che torna anche nel provvedimento. Come? «P
artiamo da un fatto: un terzo del cibo prodotto nel mondo viene sprecato. È inaccettabile. In Italia lavoriamo
da anni su un modello di recupero che oggi arrivare a salvare 550 ,ila tonnellate di cibo, che poi vengono
distribuite agli indigenti. Entro il 2016 vogliamo arrivare a 1 milione. Per questo nella Stabilità siamo partiti
dalla semplificazione. Con il ministero dell'Economia, siamo riusciti a rendere più conveniente per le
aziende donare che sprecare. Lo facciamo innalzando a 15 mila euro la soglia per l'obbligo di
comunicazione preventiva in caso di donazione e lasciando a 10 mila euro la soglia per la distruzione. Un
esonero che vale anche per i prodotti deperibili. La questione degli sprechi è davve ro centrale per
raggiungere l'obiettivo di Spreco Zero. Serve arrivare a una rapida approvazione della legge contro gli
sprechi ora in Parlamento, che può essere una grande eredità di quello che abbiamo seminato a Expo».
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Pag. 38 N.428 - ott/nov 2015
diffusione:41431
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RILLACCIARSI ALLE CINTURE
Per due volte i Marsiaj hanno ceduto il controllo dell'azienda Sabelt, che fornisce le case di Formula uno.
Adesso l'hanno ripresa. Per essere leader nella sicurezza in auto
Andrea Nicoletti
VENDERE L'AZIENDA E POI RICOMPRARLA ha un costo, naturalmente. Ma riportare a casa la storia di
famiglia non ha prezzo». Giorgio Marsiaj, 68 anni fondatore, presidente e amministratore delegato di
Sabelt, ha ceduto e poi ripreso il controllo della sua azienda. Per due volte: prima ha ceduto il controllo agli
americani diTrw, colosso della componentistica, nel 1985, e se l'è ripreso a metà degli anni 90; poi nel 2008
il bis, ha ceduto una quota del 65% all'amico Alberto Bombassei di Brembo e, a distanza di qualche anno,
l'ha ricomprata. Da giugno scorso l'impresa è tornata completamente sua per la terza volta. «Ho riportato a
casa il futuro dei miei figli», dice l'imprenditore col tono pacato ma deciso che è quasi un marchio di
fabbrica delle dinastie imprenditoriali piemontesi. «Adesso che siamo al comando ci resteremo». Ma allora
che motivo c'era di vendere? Un'ottima ragione: ogni volta che Giorgio e il figlio Massimiliano,
vicepresidente e responsabile del business development, hanno preso la decisione, che fosse vendere o
ricomprare, era l'unica scelta che potessero ragionevolmente prendere. Una storia comune a decine di altre
aziende che fondatori e proprietari si trovano costretti a cedere, perché in difficoltà, oppure per crescere
mobilitando più ampie risorse finanziarie, come per Sabelt, e riescono a riprendere quando la situazione si
stabilizza. Nel caso di Sabelt, «la prima, nel 1985, fu una decisione strategica: vendere 1*80% del business
aTrw, colosso mondiale dei componenti per l'auto, ci permise di guardare da vicino che cosa sapevano fare
gli americani e di crescere in qualità grazie alle loro tecnologie, molto più avanzate delle nostre», racconta
Marsiaj. Sabelt era sul mercato dal 1972 e la legge sulle cinture obbligatorie del 1981 le aveva appena fatto
un regalo inaspettato. Per questo, al vertice c'era molto entusiasmo e voglia di crescere, anche su nuovi
mercati, compreso il mondo delle corse. Dopo gli esordi nei rally, Sabelt diventò fornitore delle vetture di
Formula uno, prima della scuderia Alfa Romeo, successivamente di Renault, Williams, Ligier, Arrows e
Ferrari. L'azienda era ormai cresciuta e si fece notare. Per crescere ancora servivano spalle più forti,
bisognava premere sul pedale dell'internazionalizzazione e Trw sembrava proprio il trampolino di lancio.
Allora Marsiaj decise di vendere. Non farlo sarebbe stato un errore di management. Ma Trw è anche una
grande corporation, una macchina imprenditoriale complessa. «Non potevo restare fermo a guardare
mentre il nome Sabelt rimpiccioliva all'ombra del più forte marchio Trw», ricorda l'imprenditore. «Così,
quando le ferree logiche di brand communication hanno inghiottito del tutto il nostro logo, ho deciso di
ricomprarmi il nome, quello con cui tutti ci conoscevano, Sabelt». Dunque, dopo 13 anni, nel 1998, le strade
di Sabelt e del gruppo Usa si dividono: aTrw rimangono le cinture di sicurezza destinate al primo impianto
nelle vetture che escono dalla fabbrica, mentre il brand e le attività nel settore sicurezza per bambini e
competizioni rimangono in Sabelt nuovamente controllata dalla famiglia Marsiaj. Giorgio, di nuovo al
volante, fa rotta sul mondo delle competizioni e veste tutti i piloti e i meccanici della scuderia Ferrari, cinture
comprese; poi con l'amico Pininfarina firma un sedile in carbonio per la Ferrari 430 Scuderia e la 458
Challenge. «Eravamo agli inizi degli anni Duemila e con Bombassei pioviamo a immaginare di crescere
insieme, unendo due business complementari, quello della sicurezza passiva, il nostro, e quello della
sicurezza attiva, di Brembo», che è leader nei freni deEe vetture top. Dopo una jointventure, nel 2008
Marsiaj cede a Bombassei il 65%. «Lo richiedevano gli assetti societari, con Brembo quotata in borsa, lo
esigeva il progetto industriale, da consolidare. Soprattutto, era l'unico modo per raggiungere una clientela
diversificata e un mercato globale», riassume l'imprenditore torinese. Sabelt esce così dall'orbita dei
Marsiaj ancora una volta. E forse sarebbe andato tutto bene se non fosse arrivata la crisi, nel 2008, a
mettere in discussione l'intero progetto. «Con la recessione entra in sofferenza anche il settore racing.
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La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato
Purtroppo, assieme alla maggioranza delle quote, avevo perso anche il focus sul business e sul prodotto».
La crisi si fa più dura e la soluzione, questa volta, è un'operazione delicata: Sabelt viene prima alleggerita,
cedendo il ramo sicurezza bambini a un'azienda di Indianapolis;il resto ritorna ai Marsiaj con un equity deal
che apre un nuovo capitolo. «Ho ricomprato, ora che la crisi inizia ad allontanarsi, perché mi fido del team e
del marchio. Ma soprattutto perché avevo un investimento generazionale da saldare». Sabelt oggi fattura
32 milioni di euro, punta a un ebitda del 12%, grazie al lancio di nuovi prodotti tecnologicamente avanzati e
nuove commesse da McLarenJaguar e Renault, che si aggiungono a quelle già ottenute da Abarth,Alfa e
Ferrari. Non è però solo una questione di portafoglio, ma di cuore. «È una scelta di vita: quella dei miei
figli», conclude Marsiaj. S
iorgio e Massimiliano Marsiaj: delle imprese che fanno sistema, con V una holding fondata da Michele
Marsia nel 1947 e oggi gestita dai fratelli Piero e Giorgio. Oltre a Sabeft (sotto), :% presente
nell'immobiliare con Olympic Real Estate (Italia) e Oly Re (Londra), gestita dal figlio di Giorgio, Gregorio;
nelle assicurazioni con ; Vittoria, nella finanza con Fenera Holding e Moncanino, nell'aviazione liprivata con
Jetfly Aviation. ^
Ma un nuovo socio aiuta a crescere Nel mondo del family business il vero problema non è solamente
vendere e ricomprare, ma essere disposti ad accogliere capitali di rischio esterni, un passo spesso
necessario per sostenere la strategia di crescita. Il blocco è più psicologico che tecnico e affligge
soprattutto i fondatori o i titolari anziani delle imprese familiari, che manifestano dubbi e timori a fare il
grande passo, mentre le generazioni successive sembrano molto più aperte, per mentalità e per scolarità.
E pensare che spesso l'ingresso di un finanziatore estemo rappresenta la chiave di volta di un passaggio
generazionale che funziona. Il rifiuto di aprire l'azienda può limitare il tasso di crescita ed è uno dei limiti
maggiori del capitalismo familiare italiano, frenando l'adeguamento del modello di governance. Certi
imprenditori preferiscono rimanere da soli al comando anche se le cose vanno male. Peccato: la paura di
perdere il controllo del business porta molte aziende familiari verso un blocco dello sviluppo potenziale. Il
fatto è che le imprese familiari hanno una logica finanziaria tutta loro: per esempio, il valore dell'azienda
non è dato solamente dal suo prezzo ma per il titolare include altri importanti fattori quali la tradizione, la
possibilità di offrire mansioni e impieghi ai familiari, il potere incontrastato per lunghi periodi. Non poche
aziende di famiglia crescono molto lentamente o non desiderano crescere quanto potrebbero anche se
usassero tutte le risorse finanziarie e umane disponibili. Certo, questi imprenditori hanno un livello
considerevolmente più basso di debiti rispetto ad aziende non familiari; ma hanno anche un capitale sociale
mediamente più modesto. Non accettano come soci altri se non componenti della famiglia, non
distribuiscono dividendi e hanno un quoziente più basso di ritorno sui mezzi propri. in conclusione, la
chiusura all'ingresso di capitali di rischio esterni è una criticità, non facile da superare per le pmi. Occorre
invece che titolari e famiglie proprietarie maturino l'idea che l'intervento professionale di un investitore
istituzionale non è una diminuzione dello status o del potere esercitato ma un vantaggio, talvolta assai
rilevante, per la famiglia e gli eredi. Claudio Devecchi (professore ordinario di strategia e politica aziendale,
Università Cattolica del Sacro Cuore)
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