Domenica
l’attualità
Quel che resta dei vecchi bar
La
di
DOMENICA 26 LUGLIO 2009
SIEGMUND GINZBERG
cultura
Repubblica
Gli eterni ragazzi del Club Salgari
ERNESTO FERRERO e MASSIMO NOVELLI
Il
Secolo
del
petrolio
Centocinquant’anni fa
a Titusville, Pennsylvania
FOTO ©SEBASTIAO SALGADO/AMAZONAS/CONTRASTO
fu aperto il primo pozzo
del carburante
che ha mosso il Novecento
VITTORIO ZUCCONI
T
TITUSVILLE (Pennsylvania)
utto quello che resta del fiotto che allagò la Terra è
un’ampollina di liquido scuro, esposta ai fedeli dietro
una vetrina, come la reliquia di un santo. «Petrolio», mi
addita senza toccare l’ampolla la signora Zolli, direttrice e sacerdotessa di questo tempio-museo costruito fra le quiete colline della Pennsylvania, accanto a un bosco di larici e di cervi, esattamente sopra il terreno dal quale, il 27 agosto del 1859, un avventuriero che si faceva chiamare «colonnello» fece sgorgare il greggio dalla terra perforata. E lanciò, senza neppure rendersene conto, quella
rivoluzione e quella industria che oggi muovono il pianeta Terra e
che lo stanno asfissiando. Se nell’Inghilterra del carbone e del vapore cominciò la rivoluzione industriale, fu da qui, dalla terra che un
tempo apparteneva alle sei nazioni degli Irochesi che raccoglievano col cucchiaino il «succo delle rocce» in superficie per usarlo come medicinale, che si avviò quella carovana di barili, oleodotti, petroliere, raffinerie, stazioni di servizio, catene di montaggio e armi
che raggiungono sei miliardi di esseri umani, poveri o ricchi, ovunque un sacchetto di plastica arrivi.
(segue nelle pagine successive)
MAURIZIO RICCI
spettacoli
L’
Eduardo e Peppino oltre la lite
ossessione del mondo per il petrolio non è irragionevole. Al contrario, è assolutamente ragionevole: niente contiene così tanto in così poco. Un solo litro di benzina vale 9 kilowattore di energia, il 30 per cento in più
di un litro (per dire) di bioetanolo. Non c’è da stupirsene: quel litro
di benzina è figlio di 25 tonnellate di antiche piante, lasciate a cuocere nel sottosuolo per decine di milioni di anni, fino a diventare petrolio. L’uomo, per ora, non è in grado di replicare un simile concentrato di energia, prontamente usabile e trasportabile. Peraltro,
ci vorranno oltre quarant’anni, dalla prima trivellazione del colonnello Drake, perché il mondo si renda conto della portata rivoluzionaria di quella scoperta. Alla fine dell’Ottocento, il petrolio, oltre che
per le ultime lampade pre-Edison, veniva usato sempre più per le
prime automobili, ma in concorrenza con un ventaglio di altri carburanti. All’Expo di Parigi del 1900, Rudolf Diesel esibì, con orgoglio,
il primo motore, appunto, diesel. Che funzionava, però, a noccioline: il carburante era olio di arachidi. In quel momento, in tutti gli Stati Uniti, c’erano complessivamente quindicimila automobili.
(segue nelle pagine successive)
LUIGI DE FILIPPO, RODOLFO DI GIAMMARCO e ALESSANDRA ROTA
i sapori
Cucina creola, tentazione agrodolce
LICIA GRANELLO e ANTONIO SKÁRMETA
le tendenze
I robot di casa docili e inquietanti
PINO CORRIAS e JAIME D’ALESSANDRO
l’incontro
Dennis Hopper, ribelle di successo
ARIANNA FINOS
Repubblica Nazionale
30 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
la copertina
Secolo del petrolio
DOMENICA 26 LUGLIO 2009
Era il 27 agosto 1859 quando la rudimentale trivella di Edwin Drake,
un avventuriero che si faceva chiamare “colonnello”, fece sgorgare
in Pennsylvania un fiotto del carburante che avrebbe cambiato la Storia
Siamo tornati in quel paese sperduto tra i monti Appalachiani per vedere
cosa resta della “rivoluzione nera” che, dopo centocinquant’anni,
sembra aver esaurito la sua spinta propulsiva
Titusville, la città-fantasma
che inventò l’oro nero
VITTORIO ZUCCONI
(segue dalla copertina)
ppure luogo meno trionfale, meno
pomposo, più timido, con la scontrosità della Pennsylvania che Michael
Cimino raccontò nel suo Cacciatore,
potrebbe essere immaginato di questa languida cittadina di seimilaquattrocento abitanti, molti dei quali studenti in un
campus della Università di Pittsburgh.
Un villaggio qualsiasi, nel «grande ovunque
americano», che sta nascosto tra le infinite valli degli antichissimi monti Appalachiani, la spina di roccia logorata dalle ere geologiche fra l’Alabama e
Terranova. Ironicamente, per il Paese che inventò
l’industria del petrolio, nessuna autostrada lo raggiunge, nessun viandante lo attraversa se non
smarrisce la strada, e rari turisti transitano avanti e
indietro lungo una Main Street rimasta intrappolata nel tempo, dove non ti sorprenderebbe vedere
Superman bambino sulla Ford Modello T del padre. Soltanto perché io sono l’unico passeggero, e
visibilmente adulto, sul finto tranvaino turistico
che offre per cinque dollari il giro della città, la guida mi addita, con pudore, un palazzetto di mattoni
rossi a tre piani che negli anni della “corsa al petrolio” era il più vivace e frequentato bordello della
contea. E oggi ospita, per pura coincidenza, un negozio di abiti da sposa che quelle povere ragazze di
fine Ottocento costrette ad amplessi fetidi con i trapanatori del petrolio avrebbero sognato invano.
Tutto quello che rimane del fiotto che sgorgò dal
campo dove ora sorge il museo è appena abbastanza greggio per alimentare la riproduzione (autentica, come si dice qui) della prima trivella del finto colonnello Edwin Drake, un secolo e mezzo fa, e
per mostrare ai visitatori delle scuole come funziona l’estrazione del petrolio che non c’è più. Se Titusville, battezzata
con il nome del
fondatore, non è
diventata una città
fantasma come le
città minerarie del
Colorado, del
Klondike, della California quando le
vene aurifere si
esaurirono, è per il
campus universitario e per la presenza di una fabbrica di plastica,
alimentata con il
petrolio importato
dall’Arabia Saudita. Due motel a una
stellina, l’immancabile grande magazzino di ciarpame made in Cina, il
Wal Mart, quattro
saloon e una dozzina di ristoranti alla
svelta sono tutto
quello che rimane di una scoperta che avrebbe prodotto, centocinquanta anni più tardi, una ricchezza mondiale da milletrecento miliardi di dollari annui per le nazioni produttrici di petrolio. E che qui,
nella terra spompata, è un ricordo.
Il petrolio greggio, per chi non lo avesse mai visto
da vicino, è una cosa che fa schifo, come è ovvio che
sia un distillato di putrefazioni organiche millenarie. Ma qui non si avverte più nell’aria quell’odore
di corruzione sulfurea che mi rimase per sempre
nelle narici dai giorni della Prima guerra del Golfo,
quando Saddam Hussein nel febbraio del 1991 allagò il Kuwait per la rabbia di averlo perduto. Sono
ormai solo i nomi dei paesi e dei luoghi che si attraversano nel labirinto degli Appalachiani per raggiungere Titusville da Pittsburgh che ricordano che
cosa esplose qui, nomi come Oil City, Pithole (il buco del pozzo, oggi villaggio fantasma) e Oil Creek, il
torrente del petrolio, nel quale ancora affiorano
striature luminescenti di greggio. Alla metà del-
l’Ottocento, quando arrivò il “colonnello” Drake,
che si era attribuito il grado fasullo, il fetore di petrolio era pungente.
Furono quell’odore, la tradizione dei nativi che lo
scucchiaiavano dalle pozzanghere e il traffico dei
pochi barilotti usati per accendere i lumi a petrolio
ad attirare il “colonnello” e a spingerlo a chiedere i
diritti di esplorazione al proprietario dei terreni, che
neppure immaginava di essere seduto sopra il futuro del mondo. Drake arrivò a Titusville quando il
paese era un grumo di casette di legno attorno a un
“trading post”, un emporio per il commercio con gli
indiani della vicina valle dell’Ohio, con una borsa di
pelle, un cambio di mutandoni, duemila dollari in
contanti ottenuti da finanziatori di Wall Street e lo
spazzolino da denti con le setoline logore che la badessa del tempio, la signora Zolli, figlia di generazioni di immigrati italiani piovuti sulla Pennsylvania, mi mostra compiaciuta. Ai geologi, come agli
abitanti originali degli Appalachiani, la presenza di
FOTO ©SEBASTIAO SALGADO/AMAZONAS/CONTRASTO
FOTO ©SEBASTIAO SALGADO/AMAZONAS/CONTRASTO
FOTO ©SEBASTIAO SALGADO/AMAZONAS/CONTRASTO
E
petrolio nel sottosuolo era evidente, e la nafta, da esso derivata, era conosciuta all’umanità da secoli,
probabilmente parte della inestinguibile miscela
infernale che le navi di Bisanzio lanciavano sulle
flotte nemiche, il fuoco greco.
Ma quando, dopo ripetuti fori nella terra, e debiti per rifinanziare la ricerca, il primo “gusher”, il primo fiotto uscì dal praticello fangoso, la sua intuizione non fu la materia oleosa succhiata ai sedimenti
lasciati dall’oceano tiepido che aveva inondato
questa valle per milioni di anni. Fu nella visione della domanda insaziabile che il mondo avrebbe sviluppato per quella schifezza maleolente e fino ad allora quasi inutile, perché il petrolio in quel 1859 era
una soluzione alla ricerca di un problema. Un carburante senza un motore. Mancavano ancora diciassette anni alla messa a punto del primo motore
a quattro tempi e a combustione interna, creato da
Daimler, Otto e Maybach nella lontanissima Germania. E decenni alla scoperta della superiorità del
motore diesel sulle caldaie a carbone per le navi da
battaglia, insaziabili divoratrici di nafta.
Ma qualcun altro, anche meglio del finto colonnello, aveva capito quale inimmaginabile ricchezza la sua trivella in Pennsylvania aveva stappato. Il
suo nome era John D. Rockefeller, piccolo commerciante di Cleveland, che dieci anni dopo la scoperta del giacimento nel cuore dei monti della
Pennsylvania già si era impadronito del controllo
dell’ottanta per cento di tutte le raffinerie della regione, necessarie per trasformare il brodo nero in
carburanti, con la sua Standard Oil.
La reazione a catena che avrebbe travolto l’intero pianeta era partita. In tre anni, le catapecchie di
Titusville sarebbero cresciute per ospitare quindicimila persone, il doppio di oggi, diecimila nella vicina Pithole, ventimila a Oil City, con tralicci fitti come oggi i larici e i pioppi che hanno misericordiosamente ricoperto e risanato la terra trasformata in
fango dalle ruote dei carri e dagli zoccoli dei cavalli
Repubblica Nazionale
DOMENICA 26 LUGLIO 2009
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 31
SEBASTIÃO SALGADO
Le foto di queste pagine e della copertina
sono state scattate da Sebastião Salgado
in Kuwait dopo la fine della Prima guerra
del Golfo: i pozzi petroliferi continuano
a bruciare e i pompieri giunti da tutto
il mondo cercano di estinguere gli incendi
Sole, atomo, idrogeno
Cosa c’è dopo Big Oil
MAURIZIO RICCI
(segue dalla copertina)
utto cambia, solo pochi mesi dopo: il 10 gennaio 1901, l’ex capitano della marina austriaca Anthony Lucas, esperto di miniere di sale,
trova il petrolio sotto la collina di Spindletop, nel
Texas orientale. Spindletop non è il primo pozzo.
Ma è il primo megapozzo. Fino ad allora, i giacimenti producevano, in media, fra i 300 e i 1000 barili al giorno. Spindletop ne sputa 110mila al giorno.
Una eruzione immane: il più grosso problema per
Lucas fu capire come contenere quel getto che stava inondando ettari e ettari di terreno. Era la dimostrazione che il petrolio era una fonte d’energia abbondante e facilmente disponibile. Presto, la rivoluzione sarebbe diventata mondiale. Nel 1908,
l’Anglo Persian Oil Company (poi Bp) trova in Iran
alle pendici dei monti Zagros, un giacimento con riserve per un miliardo e mezzo di barili, cambiando,
di colpo, la storia del Medio Oriente.
Ma la rivoluzione ancora non è compiuta: gli ingegneri devono aggiustare il giovane motore a
scoppio per poter utilizzare la benzina invece di un
altro (e più costoso) distillato del petrolio, il kerosene. Solo nel 1919, chiusa la Prima guerra mondiale,
nelle 667mila auto in circolazione negli Usa il numero di quelle a benzina supererà quelle a kerosene. E bisognerà aspettare la fine della Seconda guerra mondiale perché il petrolio invada il mondo.
A questo punto, infatti, i passaggi chiave, nel romanzo dell’oro nero, sono due. Il primo avviene nei
deserti dell’Arabia saudita, dove la Standard Oil
(poi insieme alla Texaco) trova un oceano di petrolio. È vicino alla superficie, vicino al mare. Estrarlo
costa pochi spiccioli: due dollari a barile. L’energia
a prezzi stracciati diventa il volano di un imponente sviluppo economico, che le auto sempre più
grandi e potenti simboleggiano ai quattro angoli del
mondo industrializzato. Attenzione, però: l’equazione petrolio uguale auto è sbagliata. Solo il 50 per
cento dell’oro nero viene bruciato nei trasporti.
Guardate questa lista: microchip, telefoni, detersivi per lavapiatti, piatti infrangibili, sci, lenti a contatto, anestetici, carte di credito, ombrelli, dentifrici, valvole cardiache, paracadute e si potrebbe continuare a lungo. Sono tutti derivati del petrolio. Il secondo passaggio chiave è l’invenzione della plastica. Non ci muoviamo solo con il petrolio. Ci nuotiamo dentro: il petrolio è tutto intorno a noi (nel caso
delle valvole cardiache, anche dentro). Farne a meno sarà doloroso e difficile.
Ce ne siamo resi conto, una prima volta, negli anni Settanta, quando l’embargo dell’Opec (i paesi
produttori) lo rese scarso e costoso. E, ancora di più,
negli ultimi anni, con il prezzo del barile in ascesa,
apparentemente, irrefrenabile. Cosa è successo? Di
fatto nessuno nega che sia finita l’era del petrolio facile, abbondante e poco caro. Ma sul perché esistono due interpretazioni.
La prima è politica. Il petrolio c’è, e in quantità
adeguate, peccato che sia nei posti sbagliati. Nel
1954, con un colpo di Stato, la Bp riuscì a rovesciare
la nazionalizzazione del petrolio iraniano, ma, negli anni Ottanta, quando a nazionalizzare furono i
sauditi e poi tutti i paesi del Golfo Persico, le multinazionali si ritirarono in buon ordine. Oggi, il grosso del petrolio rimasto nel sottosuolo è di proprietà
di compagnie nazionali che, dicono i sostenitori di
questa tesi, non investono nella ricerca di nuovi
pozzi e hanno di fatto interesse a tenersi stretta, finché dura, questa fonte di ricchezza.
La seconda interpretazione è geologica. Qui, la
data cruciale non è il 1980 e la nazionalizzazione del
petrolio saudita, ma dieci anni prima, nel 1971,
quando la produzione americana di petrolio ha
raggiunto il suo picco e ha iniziato inesorabilmente a scendere, trasformando gli Usa nei maggiori
importatori di petrolio al mondo. Lo stesso processo, dicono questi geologi, è destinato a ripetersi via
via in tutto il mondo. Il petrolio diventerà sempre di
meno, sempre più difficile e costoso (sotto la banchisa artica, in fondo all’oceano) da estrarre.
Da due anni a questa parte è lo schieramento dei
geologi che guadagna consensi. Gli organismi internazionali rivedono al ribasso le stime sulla disponibilità di petrolio nei prossimi decenni. Gli uomini delle multinazionali sono anche più bruschi:
Cristophe de Margerie, boss della Total, uno dei
grandi di Big Oil, ha detto recentemente che «il
mondo non riuscirà mai a produrre più di 89 milioni di barili al giorno». Oggi, siamo già a 85 milioni. E
poi? La rivoluzione del colonnello Drake e del capitano Lucas l’abbiamo bruciata in centocinquant’anni. Nessuno sa se il futuro sarà il sole, l’atomo o l’idrogeno. L’era del dopo-petrolio si apre
con molte domande e poche risposte.
FOTO ©SEBASTIAO SALGADO/AMAZONAS/CONTRASTO
T
Un villaggio qualsiasi,
nel “grande
ovunque americano”
Ironicamente, nessuna
autostrada raggiunge
il paese che lanciò
l’industria del petrolio,
nessun viandante
lo attraversa
se non sbaglia strada
che trasportavano le botti. Pozzi e trivelle spuntarono a caso, senza regole o norme di sicurezza, come i cercatori d’oro con i pentolini nel Klondike, talmente vicini e fitti da scatenare incendi ed esplosioni che in un solo giorno avrebbero incenerito ottanta persone, cremate e raccolte in una fossa comune senza croci o nomi. Sgorgarono marche di lubrificanti e carburanti destinate a stamparsi sulle
pareti di ogni garage, Quaker Oil, dalla setta di quaccheri che qui erano emigrati, Pennzoil, Kendall, Sunoco, e la più celebre, la Exxon, partorita dalla Standard Oil dei Rockefeller, a sua volta figlia della Pennsylvania Rock Oil Company. Titusville era diventata la città del fango, dove era più faticoso estrarre i
carri dalla terra collosa che estrarre il petrolio.
Una vampata che, come quella che consumò la
vita di ottanta uomini, cominciò a spegnersi nei primi anni del Ventesimo secolo, quando un oceano
incomparabilmente più vasto e facile da estrarre fu
scoperto sotto la prateria del Texas. Il regno di Titu-
sville, i suoi sontuosi bordelli e saloon, le fonderie
che erano spuntate nelle valli vergini degli altri fiumi vicini, il Monogahela, il fiume della luna, l’Ohio,
l’Allegheny, conobbero una seconda, fuligginosa
primavera nella Seconda guerra mondiale, quando
si dissanguarono per alimentare la mobilitazione
bellica. Mentre Detroit era l’arsenale della democrazia, Titusville e la sua regione fornivano il carburante per far funzionare le macchine da guerra.
Oggi il “jurassic park” della rivoluzione nera sta
esausto, come se il parto di quella mostruosità l’avesse sfiancato. I sedicimila pozzi ancora attivi in
queste valli producono 4.027 barili al giorno, appena un cucchiaio di “olio di roccia” rispetto agli otto
milioni di barili pompati — ogni giorno — soltanto
dai deserti d’Arabia. Resta, sotto l’occhio affettuoso
della signora Zolli, la reliquia di un santo che li ha sedotti e abbandonati. Il tranvaino per turisti che non
ci sono funziona a batterie elettriche, per non inquinare la città fossile di un combustibile fossile.
Repubblica Nazionale
32 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
l’attualità
Trasformazioni
DOMENICA 26 LUGLIO 2009
Questa settimana anche la Turchia ha detto addio al fumo
nei suoi caffè. Il paese del narghilè aderisce così al divieto
che in gran parte del mondo occidentale ha mutato l’aspetto
dei locali pubblici. Con i bistrot francesi in via di estinzione
e i pub inglesi in crisi profonda, nell’era di Facebook cambia
definitivamente un altro spazio dedicato allo “stare insieme”
Quel che resta del vecchio bar
SIEGMUND GINZBERG
«D
i quanti editti
imperiali, di
quante dispute
di teologi e lotte
sanguinose è
stato cagione
questo “nemico del sonno e della fecondità”, come lo chiamavano gli ulema austeri; questo “genio dei sogni e
sorgente dell’immaginazione”, come
lo chiamavano gli ulema di manica larga, ch’è ora, dopo l’amore e il tabacco, il
conforto più dolce… Ora si beve il caffè
sulla cima della torre di Galata e della
torre del Seraschiere, il caffè in tutti i vaporini, il caffè nei cimiteri, nelle botteghe dei barbieri, nei bagni, nei bazar».
Così Edmondo De Amicis nel suo resoconto ottocentesco di viaggio Costantinopoli. L’autore di Cuore era impressionato dalle «file di botteghe basse ed
oscure, dove si vende il tabacco “la
quarta colonna della tenda della voluttà” dopo il caffè, l’oppio ed il vino, o
“il quarto sofà dei godimenti”, anch’esso, come il caffè, fulminato un tempo da
editti di sultani e da sentenze di muftì, e
cagione di torbidi e di supplizi, che lo resero più saporito». Per pagine e pagine
quasi non parla d’altro: «Tutta la strada
è occupata dai tabaccai. Il tabacco è
messo in mostra sopra assicciuole, a piramidi e a mucchi rotondi, ognuno sormontato da un limone. Sono piramidi
di latakié d’Antiochia, di tabacco del
Serraglio biondo e sottilissimo che par
seta della più fina, di tabacco da sigarette e da cibuk, di tutte le gradazioni di sapore e di forza, da quel che fuma il facchino gigantesco di Galata a quello che
concilia il sonno alle odalische annoiate nei chioschi dei giardini imperiali. Il
tombeki, tabacco fortissimo, che darebbe al capo anche a un vecchio fumatore, se il fumo non giungesse alla bocca purificato dall’acqua del narghilè, è
chiuso in boccie di vetro come un medicinale. I tabaccai son quasi tutti greci
od armeni cerimoniosi, che affettano
un certo fare signorile; gli avventori tengono crocchio; vi si fermano degli impiegati del ministero degli esteri e del
Seraschierato; alle volte vi dà una capa-
tina qualche pezzo grosso; vi si
spolitica, si va a raccogliervi la
notizia e a raccontarvi il fattarello; è un piccolo bazar appartato e aristocratico, che invita al riposo, e fa sentire, anche
a passarvi soltanto, la
voluttà della chiacchiera e del fumo».
Ad Apollinaire, che faceva
il soldato nella Istanbul occupata, i caffè gli ricordavano quelli della
sua Parigi. Mentre per l’americano Curtis erano come i saloon di Chicago, con
la sola differenza che vi si serviva raki
anziché whisky. Per secoli ai viaggiatori la Turchia, anzi l’Oriente più in generale apparivano come immensi barcaffè e tabaccheria insieme. «Ci sono
luoghi in cui la storia è inevitabile come
un incidente automobilistico — luoghi
in cui la geografia provoca la storia, la
voluttà del caffè si accompagna a quella del fumo. Uno è Istanbul, alias Costantinopoli, alias Bisanzio», si potrebbe dire parafrasando il Nobel Iosif
Brodskij.
Tutto torna, prima o poi, come sempre. Anche gli editti e le dispute più o
meno teologiche. Non so quanto i turchi rimpiangeranno la sigaretta, il “puro” o il narghilè al caffè. Penso che se ne
faranno una ragione. E forse con meno
drammi di quanto ci immaginiamo.
Anche perché il divieto arriva con mano
pesante: 5.600 Yeni Turk Lira, 2.600 euro di multa per ristoranti e locali che
non applichino il divieto, 69 lire, 32 euro per, come dire, gli “utilizzatori finali”, ben cinquemila sbirri e delatori,
agenti speciali formati dal Ministero
della sanità, per controllare l’applicazione delle nuove norme. “Farsi occidentali” ha un prezzo. Specie se si è meno europei e meno americani di quanto si dovrebbe su altre cose più di sostanza. Si comincia sempre da dove si
può. Atatürk aveva cominciato abolendo con estrema severità il fez, il velo, tonache e turbanti dei religiosi in pubblico. Nei miei ricordi d’infanzia le sue fattezze sono associate più alla bottiglia di
rakimarca Klup, dove era ritratto in impeccabile smoking, e ai pacchetti di sigarette, che al resto. Ma è evidente che
Georges Simenon
Quei locali erano frequentati
solo dagli habitué o da gente
come me cui piaceva
una cucina popolare,
non ricercata. Il menù
era scritto su una lavagnetta
e comprendeva un solo
piatto, oltre alle sardine
e al sedano bianco
da “UN BANC AU SOLEIL”
il percorso della
modernità democratica è stato molto più lento e complicato.
C’è in tutto questo qualcosa di già visto e già sentito. Quando
l’anno scorso passò definitivamente in
Francia la proibizione del fumo in tutti
i luoghi pubblici, la stampa del resto del
mondo era sgomenta. Come, niente
più fumo al Cafè de Flore o ai Deux Magots o alla Brasserie Lipp che sono passate ai libri di storia — e alle guide turistiche — grazie alla frequentazione di
fumatori accaniti come Jean-Paul Satrte e Simone de Beauvoir? Si lamentò la
fine di una cultura, si derise il fatto che
la Bibliotheque Nationale arrivasse al
punto di falsificare i ritratti in cui Sartre
o Malraux comparivano con la gauloise
in bocca. Da noi ci sono norme analoghe, si erano accesi per un momento gli
animi, ma ora è come se non ci fossimo
mai accorti del cambiamento. In America praticamente non si vede più fu-
mare, non solo in pubblico ma anche
nelle case, da molti anni. Esattamente
come non si vede più bere alcol, grazie
all’ipocrisia, credo ereditata dal protezionismo, per cui la bottiglia in pubblico viene nascosta dai sacchetti di carta.
Se ti invitano a cena, neanche a pensarci, a meno di assentarsi furtivamente,
come un tossicomane, all’aria aperta.
Ricordo ancora gli sguardi di odio e sospetto assassino che suscitai una volta
che mi ero messo in fila in posta: avevo
gli abiti ancora impregnati di toscano.
Mi feci l’idea che il disprezzo pubblico
nei confronti di Clinton per aver dissacrato l’Oval office nella faccenda
Lewinsky si fondasse sulla voce che aveva tirato fuori il famigerato sigaro cubano, sia pure per farne un uso improprio,
ancor più che sul resto. Paese che vai usi
che trovi, ma su una cosa non ci piove:
se non sta bene fumare (o derubare l’erario, o mentire, o andare a puttane),
deve valere per tutti, e più ancora per chi
sta più in alto.
Eppure, non credo affatto che i nuovi divieti turchi si debbano catalogare
nel faldone del “molto rumore per nulla”. Ho anzi l’impressione che tocchino
un argomento più profondo e universale, il senso di perdita, la nostalgia di
qualcosa che faceva parte del nostro
modo di vivere, che in qualche modo,
talvolta anche inconsciamente, permane nella nostra memoria collettiva, e
di cui continueremo a sentire la mancanza. Qualcosa che abbiamo vissuto
— vale per i più anziani — o che magari
abbiamo solo letto nei romanzi o visto
al cinema. Non mi riferisco alla sigaretta, che a questo punto può anche essere considerata un dettaglio, anzi un pretesto, come lo era la madeleine inzuppata nella tazza di tè di Proust. Intendo
un certo modo di stare insieme.
Ci sono modi di stare insieme che
hanno dato il sapore ad intere epoche,
e che ci sono scivolati tra le dita talvolta
senza che nemmeno ce ne accorgessimo. I pub in Inghilterra non erano solo
un luogo per farsi una birra, fornicare
con le servette, erano nati con la libertà
di stampa, erano il luogo dove si discuteva, si facevano affari, e si leggevano i
giornali. Ho letto l’altro giorno in un gu-
Repubblica Nazionale
DOMENICA 26 LUGLIO 2009
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33
Orhan Pamuk
Dopo aver bevuto un bicchiere di birra e vodka
in uno di quei locali dove la televisione copre il rumore
della folla, avrei fumato una sigaretta come tutti e quindi,
sentendo di attirare l’attenzione per il fatto di essere
un giovane curioso e solo (e con la faccia da bambino)
in mezzo a tutta quella ressa di uomini con i baffi,
sarei uscito per entrare nel buio della notte
da “ISTANBUL”
Nick Hornby
È un pub enorme, con soffitti
alti che il fumo di sigaretta
ti si raccoglie sopra la testa
come la nuvoletta dei fumetti
Non lo tengono bene, ci sono
un sacco di spifferi, i sedili
perdono l’imbottitura,
il personale è scorbutico,
la clientela è terrificante
da “ALTA FEDELTÀ”
stoso servizio del New York
Times che stanno scomparendo, negli ultimi anni hanno chiuso al ritmo di tre al
giorno, metà dei villaggi inglesi non ne hanno più nemmeno
uno.
Nella Turchia di fine impero ottomano, checché ne dicessero i viaggiatori in cerca di folklore orientale, i
caffè erano spesso “saloni di lettura”,
kiraathane. Il sultano Murad IV nel
1633 (così come di tanto in tanto i suoi
successori) li avevano fatti chiudere non certo
per ragioni teologiche, ma perché vi si discuteva di politica. Lo zar
Michele di
R u s s i a
proibì il fumo, sotto
pena di fustigazione,
taglio del naso,
deportazione in
Siberia e persino
morte, non certo perché ce l’avesse col tabacco, ma perché
incoraggiavano “crimini” ben più pericolosi per lo Stato. Il secolo dei Lumi e la
Rivoluzione francese erano maturati
tra il fumo del Procope e degli altri caffè
parigini. La grande cultura europea del
Novecento sarebbe inconcepibile senza i caffè di Berlino, Vienna, Praga e Budapest. Non ci sarebbe Simenon, non ci
sarebbe Maigret, non ci sarebbe la
Francia che resiste al nazismo senza le
sale fumose della Rive gauche, che gli
ufficiali igienisti delle Ss evitavano come la peste. Ma ho letto che in Francia
nell’ultimo mezzo secolo bar e bistrot
da 200mila che erano sono scesi a poco
più di 38mila. Colpa anche, dice qualcuno, dell’invasione di “le sandwich”.
Hitler, notoriamente, non fumava e denunciava il tabacco come «punizione
dell’Uomo rosso nei confronti dell’Uomo bianco, giusta vendetta per averlo
avvelenato con l’alcol». Fidel Castro ha
smesso di fumare sigari dal 1986, ma
non per questo Cuba è diventata democratica.
Il fatto è semplicemente che non si
sta più insieme come lo si faceva una
volta. Nelle campagne cinesi di
trent’anni fa avevo fatto ancora in tempo a vedere le ultime case da tè dei villaggi, dove i contadini si recavano all’alba, per fare quattro chiacchiere e magari una partita a mahjong prima di recarsi nei campi. Il fumo delle candele si mischiava a quello del tabacco, all’umidità del fiato e del sudore. A Pechino le
Serge Latouche
in libreria
Mondializzazione
e decrescita
L’alternativa africana
prefazione di M. Giannini
e V. D’Amico
www.edizionidedalo.it
case da tè sono tornate a migliaia, ma
non è la stessa cosa.
Mia madre amava sedersi ai tavolini
del Biffi in Galleria a Milano per «vedere la gente». Non sono nemmeno sicuro che ci sia ancora, e comunque non c’è
più niente e nessuno da “vedere”.
Quando arrivammo a Milano da Istanbul negli anni Cinquanta scoprimmo
un fenomeno unico e irripetibile: le serate al bar di quartiere, tutti a vedere Lascia o raddoppia?. Ora la televisione la si
guarda in casa, in atroce solitudine. Sì,
certo, si chatta al computer e c’è Facebook, ma ho l’impressione che sia un
modo per stare ancora più soli, non un
modo per “stare insieme”.
In Italia abbiamo ancora qualcosa di
meraviglioso, di cui non ho trovato l’eguale in nessuna altra parte al mondo,
nemmeno dopo il boom degli Starbucks: un bar a quasi ogni angolo. Non
so se si fanno ancora le discussioni interminabili al bar sulla partita. Non vorrei che fossero state del tutto soppiantate da quelle che si sentono fare in tv,
come avviene per la politica ai talkshow. Il vecchio biliardino sarà stato
stupido, e certo rumoroso, ma consentiva di “stare insieme” più dell’andare
su e giù per il corso o della gimcana coi
motorini. Per anni, quando ero più giovane, passavo le mie estati alle Feste
dell’Unità, è lì che incontravo le ragazze, altro che i festini. Nessuno le ha proibite, ma è un dato di fatto che non ci sono più, o comunque non sono quelle di
una volta. Il fumo è il dito, temo che sia
caduta la luna, e non ho idea di come
sarà quella nuova.
Repubblica Nazionale
34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 26 LUGLIO 2009
CULTURA*
C’è chi ne ristampa i libri, chi gli dedica sale nei musei, chi colleziona
carte autografe e cimeli e chi, come Ernesto Ferrero, addirittura abita
nella sua ultima casa, a Torino. I fedelissimi dell’autore che inventò
il romanzo italiano d’avventura sono tanti. Tutti pronti a celebrarlo
nel 2011, per il centenario della morte. Intanto, è in preparazione
un dizionario che ne raccoglierà personaggi, temi e luoghi
MASSIMO NOVELLI
S
TORINO
i definiscono salgarofili
piuttosto che salgariani. Sono una pattuglia composita
di donne e uomini sparsi
per l’Italia che dell’inventore del romanzo nostrano d’avventura sanno
davvero tutto, ne collezionano edizioni
preziose, carte autografe e cimeli, ne
tengono vivo il ricordo in convegni, mostre, pubblicazioni. C’è chi, come Giovanna e Franca Viglongo, da anni stampa e ristampa i suoi libri. Chi gli ha dedicato una sala nel Museo della scuola e
del libro per l’infanzia, come ha fatto
Pompeo Vagliani a Torino, a Palazzo
Barolo. E chi, da Roberto Antonetto a
Ernesto Ferrero, a Silvino Gonzato, a
Felice Pozzo e a Vittorio Sarti, scrive di
lui, ovviamente di capitan Emilio Salgari, con una fedeltà pari a quella di Yanez
per Sandokan.
Ognuno di loro ha cominciato in netto anticipo a preparare la celebrazione
del centenario della morte dello scrittore veronese, che si suicidò sulla collina
di Torino il 25 aprile 1911, oppresso dal
carico impressionante di lavoro, dalla
miseria, dagli editori che lo pagavano
poco o niente, dalla malattia mentale
della moglie Ida. Tra questi c’è Ernesto
Ferrero, narratore, saggista e direttore
della Fiera del libro di Torino, che sta
scrivendo un romanzo sugli ultimi sei
mesi di vita del nostro “Tusitala”, Colui
Eterni ragazzi
uniti dal sogno
di Sandokan
che racconta, come gli abitanti di Samoa avevano chiamato Robert Louis
Stevenson. È un’idea nata in un contesto e in uno scenario perfetti. Il letterato abita nella stessa casa che fu l’estrema dimora di Salgari, in corso Casale
205, a due passi dal Po. Il destino e i suoi
giochi, uniti ai richiami misteriosi, fantasmatici, di un coinquilino segreto
hanno avuto la loro brava parte nell’indurlo a cimentarsi con la tragica fine del
creatore del Corsaro Nero, di TremalNaik, dei Pirati della Malesia, dei Naviganti della Meloria.
Ma l’impresa veramente degna del
Capitano, lussureggiante e sconfinata
quanto il delta gangetico delle Sunderbunds ne I misteri della Jungla Nera, ha
deciso di compierla Vittorio Sarti, lombardo di Casalbuttano (Cremona),
bancario in pensione che vive fra Milano e Parma, già autore di una pregevole bibliografia salgariana. Insieme a Silvino Gonzato, giornalista e scrittore veronese, qui in veste di coordinatore, e
all’editore Sergio Pignatone, sta componendo la bibbia delle bibbie in questa materia: si tratta del dizionario enciclopedico dei personaggi (oltre millequattrocento), della flora e della fauna,
dei luoghi geografici, che s’affollano
nelle decine di romanzi di Salgari.
‘‘
Una voce robusta, con una specie
di vibrazione metallica, s’alzò dal mare
ed echeggiò fra le tenebre, lanciando
queste parole minacciose: “Uomini
del canotto! Alt, o vi mando a picco!”
da “IL CORSARO NERO”
Un’opera eccessiva, che sarà terminata
nel corso del 2010, per un narratore che
dell’eccesso fantastico era il maestro.
Soprattutto una summa, spiegano Sarti e Gonzato, che ha uno scopo preciso:
«Vogliamo dimostrare che Salgari non
descriveva a casaccio o inventando di
sana pianta la natura, le popolazioni, gli
usi e i costumi, gli animali dell’India, del
Borneo, della Cina, dei Mari del Sud,
dell’Africa, delle Americhe. Si documentava scrupolosamente, invece,
consultando resoconti di viaggi, enciclopedie, atlanti, giornali e riviste».
Sarti, dopo avere elencato i personaggi dei libri, ha compilato una lista di
tutti i popoli, le tribù, i reami, i luoghi, le
montagne, i fiumi, i mari, gli animali, le
piante e i fiori citati nei romanzi e nei
racconti. Tanto per dire: da «Abad, voce
indo-iranica che significa luogo abitato» a «Fico delle pagode, grandissimo
albero delle Indie Orientali», passando
per «Sindhia, nome di un regno dell’Indostan» e per «Sandakan, porto dell’isola di Borneo». E chiudendo, perché
no, con «Valez-de-Gomera, città d’Affrica (sic) nel regno di Fez», che ispirò
verosimilmente il nome di Yanez de
Gomera. In seguito è andato a cercarne
i riscontri nelle enciclopedie e nei compendi scientifici, di viaggi e di esplora-
zioni dell’epoca, fra Ottocento e primo
Novecento, avendo la conferma di ciò
che sapeva: «Salgari non ha mai mentito o inventato. Si era semplicemente attenuto a quanto aveva letto».
Vittorio Sarti lavora a un tavolino che
sembra quello di Salgari, quel piccolo
tavolo nella casa di Torino su cui vergava febbrilmente e senza sosta migliaia
di pagine. Non è casuale, naturalmente. Nulla, tra i salgarofili, è ispirato dal
caso. Li lega un destino: quello di essere riusciti a restare ragazzi, di sapere ancora appassionarsi per un romanziere
che era la quintessenza dell’avventura
e della fantasia.
Repubblica Nazionale
DOMENICA 26 LUGLIO 2009
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35
Il timido scrittore della porta accanto
che viaggiava seduto in biblioteca
ERNESTO FERRERO
e ne stupivano tutti: il celebre scrittore che la regina
Margherita aveva fatto nominare cavaliere, l’uomo
che forniva sogni agli italiani viveva modestamente in
due stanze di un caseggiato popolare, in
un borgo sul fiume detto della Madonna del Pilone, ai piedi della collina di Superga. Una campagna d’acque placide
non ancora toccata dall’espansione
edilizia, rigata di canali, fitta di mulini,
botteghe artigiane, osterie che si chiamavano “Posta”, “Stella d’oro”, “Sebastopoli”. Ci potevi trovare fabbri, operai, cavatori di ghiaia, ortolani, mugnai,
cavallari, soldati. Bevevano freisa e barbere gagliarde, cantavano fino a notte
fonda. Gente allegra, quando non aveva il vino triste e litigava per donne.
Quando passeggiava sull’argine
S
Emilio Salgari poteva vedere la Mole
dell’Antonelli svettare oltre il ponte intitolato alla Regina, ma la città restava
sideralmente lontana, per lui, almeno
quanto i padiglioni di cartapesta che
stavano allestendo al Valentino per l’Esposizione Universale, magniloquente tempio della Modernità e del Progresso. A Torino andava soltanto per le
ricerche in biblioteca, poi affidate a una
serie di schede ordinatissime, o per
vendere a un amico libraio di piazza
Vittorio le copie d’autore che gli editori gli dovevano per ogni novità pubblicata.
Era una sorta di esilio volontario,
un’affermazione di estraneità, d’indipendenza. Con una venatura polemica
per quanti lo lasciavano lì a consumare
la grama esistenza di cottimista della
penna, quattro libri l’anno per contratto, nemmeno il tempo di rivedere quel
che aveva appena scritto. Il cavaliere
scriveva direttamente in bella: buona
la prima. O più semplicemente gli piaceva vivere in mezzo a quella vegetazione di tigli e platani che svettavano su canne e robinie, su erbe selvagge e sfacciate che nes-
COPERTINE
il dizionario
Amok
Si chiama così, presso alcuni
popoli malesi, il furore
cagionato dall’abuso
dell’oppio e manifestantesi
per lo più con la mania
di voler uccidere o ferire
Chiunque porti armi
ha diritto di uccidere
gli invasi dall’amok
Arak
Voce araba (rak)
dell’acquavite. Gli Indiani
danno questo nome a tutto
ciò che sa di forte. In Europa
si chiama così quel liquore
che nell’India si fabbrica
con una mistura di riso,
di zucchero di canna,
e di noce di cocco
Labuan
Isola e colonia della corona
britannica, nel Mar
della Cina, presso la costa
nord-est di Borneo,
davanti alla foce del fiume
Brunei, ceduta (1846)
da un sultano agli inglesi
Bassa, fertile, paludosa
in parte. Cave di carbon
fossile rinomate
Sandakan
Porto dell’isola
di Borneo, capoluogo
del Borneo settentrionale
britannico, sul Mare di Sulu,
a 1670 chilometri
da Singapore,
con circa 5000 abitanti
Sindhia
Nome d’un regno
dell’Indostan,
che i maratti
avevano invaso
contro la volontà
degli inglesi. Essendosi
questi ultimi opposti
colla forza, vinsero i primi
e resero lo Stato
all’antico sovrano
Le voci che pubblichiamo
sono un’anticipazione
dal dizionario salgariano
curato da Vittorio Sarti
e Silvino Gonzato che uscirà
nel 2010 dall’editore
Sergio Pignatone
In queste pagine,
una serie
di copertine
storiche dei libri
di Salgari
Sotto, una lettera
dello scrittore
A sinistra,
una sua foto
suno contrastava e che potevano evocare i viluppi vegetali tante volte descritti nei romanzi.
Uomo di statura modesta, per sembrare un po’ più alto si faceva mettere
alle scarpe tacchi spessi tre dita. Davano alla sua andatura qualcosa di esitante, quasi non fosse sicuro del terreno dove poggiava i piedi. Faccia rotonda, radi capelli brizzolati e inariditi, sarmenti secchi pronti per il camino;
baffoni a spazzola gialli di nicotina; occhi grigi, già velati come da una cataratta. Lamentava spesso d’aver consumato gli occhi sulle carte.
Atticciato, piuttosto robusto, diceva
d’essere stato buon nuotatore, ginnasta e schermidore, temperamento di
compagnone che amava esibire la propria destrezza. Dell’agilità di un tempo
gli restava una sorta di solidità contadina. Nelle rare immagini rimaste affiora
un’espressione di stanchezza stupita,
quasi offesa, incredula. Usciva in passeggiata intabarrato in un soprabito
color giallino chiuso fino al collo, anche
d’agosto. Il miglior modo per avvicinarlo era chiamarlo rispettosamente
«capitano». Avrebbe voluto navigare
mari lontani, si accontentava di canali
impigriti dall’estate, mulini cigolanti,
lavanderie. Le sole vele che poteva vedere erano le lenzuola che le lavandaie
mettevano ad asciugare oltre il ponte di
Sassi, in plotoni ordinati.
La famiglia Salgari si compone della
moglie Ida, che lui ama chiamare Aida,
di nervi fragili anche lei, e quattro ragazzi. La primogenita Fatima ha una
bella voce. Ogni settimana va tre o quattro volte in città a prendere lezioni di
canto. Si è già esibita con successo al
“Circolo dei meridionali”, dove ha cantato arie dell’Aida e del Trovatore. Talvolta il cavaliere si mette al pianoforte
perché vuole accompagnarla e strimpella come un matto. Suona piuttosto
male. Fatima deve smettere di cantare,
aspetta che lui finisca le sue sarabande.
Gli altri tre figli sono maschi ribelli e irrequieti come gatti randagi. Aida ci diventa matta.
Casa Salgari è un teatrino permanente. Il cavaliere ama ritrarre dal vero, per
questo avvolge Aida e i ragazzi di stoffe
a suo dire esotiche, fusciacche, pennacchi e turbanti. Anche i vicini vengono
coinvolti nelle recite improvvisate, possono diventare un visir orientale, un
principe pellerossa, un guerriero thug.
Il cortile echeggia di urli guerreschi,
ruggiti, barriti imitati alla meglio. Il cavaliere si è portato dietro vari cani, diciassette gatti, una scimmia, uno
scoiattolo, un pappagallo, un’oca che
di nome fa Sempronia e quando si innervosisce diventa aggressiva.
Per tirare avanti, per rimediare al calo dell’ispirazione e all’angoscia delle
consegne, il cavaliere si tiene su con il
marsala, e fuma troppo. Le molte sigarette di Yanez sono le sue. Vive segregato nella prima stanza, che fa da salotto,
pranzo e studio. In un angolo, vicino alla finestra che dà sul corso, dove arranca il trenino per Chivasso, ha sistemato
un tavolino traballante, ingombro di
carte geografiche disegnate da lui stesso, giornali illustrati, fotografie ingiallite. Scrive con un calamo che s’è tagliato
lui su misura, e poi ci ha legato un pennino con un po’ di refe. Fabbrica di persona anche gli inchiostri con certe bacche che crescono in abbondanza. Sui ripiani delle mensole giacciono impolverate statuette di divinità indiane, collane di conchiglie, cristalli di minerali, pistole ad acciarino, pipe, bussole. Appesi
alle pareti fucili, archibugi, un arco con
la sua freccia, uno scudo in cuoio, due
fiocine, reti,
canne da pesca, foglie di
palma ingiallite.
Ogni tanto
arrivano in visita delle scolaresche, anche se i
suoi romanzi a
molti educatori
non piacciono e
anzi, appena
possono ne denunciano gli eccessi come un segno di tempi
cambiati che non
promettono
niente di buono:
troppa violenza,
troppo sangue. Libri che possono
far male alle giovani menti, creare
degli esagitati, dei
sovversivi. Salgari è
l’anti-De Amicis.
Il suo è un mondo di folli impegnati a farsi la guerra, inseguirsi, massacrarsi, vendicarsi di qualcosa. Ogni intreccio rimanda a un pregresso di
tradimenti e offese da punire,
che non è nemmeno il caso di
stare a spiegare in dettaglio,
perché è il tradimento che governa il mondo. Ma chi ha tradito e offeso lui? Anche lui vive per vendicarsi di qualcosa,
per avere quello che la vita gli
ha negato. Ecco perché i suoi
personaggi non possono
aver pace: perché la pace è
un bene voluttuario che Emilio Salgari
non si è mai potuto concedere.
Repubblica Nazionale
36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 26 LUGLIO 2009
SPETTACOLI
Hanno dato vita alla più celebre dinastia del teatro italiano
del Novecento, ancora ricordata grazie alle versioni televisive
delle loro commedie riversate in dvd. Ma per decenni i due grandi
attori ruppero i rapporti. A trent’anni dalla loro riconciliazione, Luigi, figlio d’arte del minore
dei due, va in tournée con “La fortuna con la effe maiuscola”, una pièce dello zio
E racconta quel diverbio durante le prove, nella Napoli della guerra...
INSIEME
Eduardo e Peppino
De Filippo in una rara
foto degli anni Trenta
col campione di boxe
Primo Carnera
In alto a sinistra,
i due con la sorella Titina
in una caricatura
di Onorato
LUIGI DE FILIPPO
u una bella lite, accesa, mio
padre si ribellò in maniera
non solo violenta, ma, se vogliamo, anche ironica. Stavano provando al teatro Diana
di Napoli, era il 1944. L’atmosfera era già tesa da un po’ di tempo, due
galli in un pollaio non ci possono stare.
Peppino voleva fare una cosa, Eduardo
un’altra. Quella mattina Eduardo notò un
atteggiamento svogliato da parte di mio
padre alle prove e lo rimproverò davanti
agli altri attori. Mio padre si risentì parecchio di quello che gli sembrò un gesto dittatoriale e si rivolse a Eduardo facendo il
saluto romano e gridandogli in faccia:
«Duce… duce… duce…». Gli astanti dovettero intervenire per separarli. Anni e
anni dopo, quando mio padre si ammalò,
avvisai Eduardo. Un po’ si fece pregare,
ma poi riuscii ad accompagnarlo in clinica; li lasciai da soli. Avevano tante cose da
dirsi e poco tempo. Devo ammettere che
come famiglia siamo stati molto uniti in
scena, ma una volta chiuso il sipario,
ognuno faceva la sua vita.
Ho continuato a vedere Eduardo anche
dopo il litigio. Andavo spesso nella villetta di via Nomentana a Roma e sono stato
il primo ascoltatore di Filumena Marturano. Una mattina, a Napoli, mi fece sedere e cominciò a leggere, interpretando
da solo tutti i personaggi. Quella commedia in origine aveva un altro titolo, Filumena Maisto, ma il cognome della protagonista corrispondeva a quello di una nota famiglia napoletana che si risentì mol-
F
intervenivano le forze per aiutare i cittadini ad andare al ricovero. Questa Unione
era formata da gerarchetti fascisti, gente
anziana che non poteva andare al fronte,
mezzi rimbambiti. Eduardo capì al volo la
battuta improvvisata e rilanciò: «Ma come? Tu sei cretino». «Appunto mi hanno
preso all’Unpa». La cosa venne riferita al
federale di Roma, che decise di mandare
una squadraccia per dargli una lezione.
Fu lo stesso Mussolini a salvarli decretando: «Lasciateli perdere, sono la mia valvola di sicurezza».
I De Filippo da una certa area politica
non sono mai stati amati. Eduardo è stato
molto vicino al Pci e rammento la sua
commozione ai funerali di Berlinguer; mi
ricordo anche che Togliatti portava la figlia al Teatro delle Arti a Roma e andavano a salutare mio padre, che allora lo gestiva. La Dc invece ha sempre osteggiato
Eduardo, per esempio impedendogli di
aprire la sua scuola di recitazione. Non
hanno mai censurato le sue commedie in
tv perché sarebbe stato come “tagliare”
un monumento nazionale, ma queste sue
simpatie di sinistra gli sono costate care.
Peppino De Filippo ha girato cento
Mio padre rifiutò
l’offerta della Titanus:
film di serie B
ne aveva girati tanti,
Erano accaniti
antifascisti
e non perdevano
occasione per sfottere
il regime, anche
davanti al pubblico
tissimo di vedersi rappresentata da una
prostituta. Così Maisto diventò Marturano. Mia zia Titina ha interpretato moltissime volte quella parte e un giorno, nel camerino del teatro romano Eliseo, un
gruppo di signore entrò per complimentarsi, ma soprattutto per chiederle di svelare il nome del padre dei tre ragazzi Marturano. Titina, come se confidasse un segreto, rispose: «Lo so ma non ve lo posso
dire, mio fratello Eduardo farebbe una
tragedia!».
La famiglia De Filippo si trasferì nella
capitale nel ‘42, due anni prima della celebre rottura. A Roma c’erano i grandi palcoscenici, Cinecittà, la radio e, soprattutto, non c’erano i bombardamenti. I De Filippo erano accaniti antifascisti e non
perdevano occasione per sfottere il regime. Mi viene in mente un episodio che riguarda La fortuna con la effe maiuscola.
Durante una replica serale al Quirino, eravamo in pieno conflitto, Peppino cambiò
il copione: «Finalmente ho trovato un lavoro. Mi sono iscritto all’Unpa», proferì,
rivolto a Eduardo, con lui in scena. Ora,
l’Unpa era l’Unione nazionale protezione antiaerea: quando squillava la sirena
ma insieme a Totò
era un’altra faccenda
I fratelli
De Filippo
“Eduardo, Peppino
e quella lite coi fiocchi”
film, ha scritto una cinquantina di commedie, con lui ho conosciuto tantissima
gente. Fellini, per esempio. Scherzava
sempre e, come me, aveva il problema
della perdita dei capelli. Un giorno sul set
di Boccaccio ‘70 mi fermò per dirmi: «Luigi, ho trovato che cosa impedisce la caduta dei capelli… il pavimento».
La televisione è stato un mezzo di comunicazione che i due fratelli De Filippo,
in maniera diversa, hanno saputo usare:
ero a casa di Eduardo quando arrivò una
telefonata della Rai. Mio zio, finita la conversazione, ce la raccontò: «Pronto, qui è
la televisione…», «Piacere, adesso le passo subito il frigorifero». Peppino accettò di
condurre Scala Reale negli anni Sessanta
ma gli ascolti non erano soddisfacenti. Allora gli venne in mente il personaggio di
un cuoco che si esprimeva per strafalcioni e che aveva usato in teatro. Pappagone
diventò più di una maschera, la gente parlava come lui («ecque qua...»). La Titanus
gli offrì di fare una serie di film con Pappagone, ma lui rifiutò. Di B-movie, come si
direbbe adesso, ne aveva girati tanti; ma
insieme a Totò, era un’altra faccenda».
(testo raccolto da Alessandra Rota)
Repubblica Nazionale
DOMENICA 26 LUGLIO 2009
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37
Va in scena la riappacificazione
I DVD
Ogni venerdì in edicola
con Repubblica
e L’espresso
le commedie in tv
di Eduardo
a 7,90 euro in più
ALESSANDRA ROTA
La fortuna con la effe maiuscola la commedia
che sancisce idealmente la riconciliazione tra
i due fratelli De Filippo, Eduardo e Peppino.
Dall’abbraccio sul letto di morte
sono passati trent’anni, era il
1980, e Luigi De Filippo, figlio di
Peppino, di fatto l’artefice della
sofferta riappacificazione,
mette in scena il testo dello zio
(scritto insieme al giornalista
Armando Curcio) e debutta il
29 luglio al Festival di Borgio
Verezzi (Savona). Sarà però
nei cartelloni dei maggiori
teatri italiani nel 2010 per-
È
ché, oltre al trentennale della pace dei De Filippo,
sono anche i sessant’anni di carriera di Luigi.
«Adesso posso confessarlo», dice l’attore (come
gli illustri parenti anche prolifico autore), «sono stato sempre in mezzo a persone che mi ripetevano
“tuo zio, tuo padre... divisi”. In realtà mi sono sempre meravigliato che, considerati i caratteri, avessero lavorato insieme per quattordici anni. Il loro sodalizio ha indubbiamente segnato pagine bellissime nella storia del teatro. Ma a distanza di tanto
tempo devo ammettere che il fatto che si siano separati ha decretato la loro diversa fortuna: mio padre ha potuto recitare i grandi del teatro europeo;
mio zio ha trasformato Napoli nel palcoscenico dell’umanità».
CARTOLINE
In alto
una cartolina
di Peppino
in tournée
a Praga (1965),
che si firma
col nome
del suo
personaggio
A destra
i tre De Filippo
con Luigi
Pirandello
La scommessa di intrecciare i repertori
di una “famiglia difficile”
RODOLFO DI GIAMMARCO
zzeccatissimo, il titolo d’un volume biografico di Peppino De Fi- grado il legame di sangue e il sodalizio, nei primi anni Quaranta Peppilippo, Una famiglia difficile, che nel 1975 esplose come una bom- no arrivò a comunicare per lettera a Eduardo, ed è storia patria quello che
ba urticante nel terreno già minato (e laconico) dei rapporti tra accadde nella rottura con plateale litigio nel ‘44 al Teatro Diana di Nal’autore e il fratello Eduardo. Fu proprio una famiglia difficile, quella che poli. Come apprendiamo soprattutto dal libro-sfogo di Peppino — che
originò dal ceppo di Eduardo Scarpetta, sfacciato e sfaccettato artista rivela una scrittura umorale, fatalmente soggettiva, con ereditario sedell’Otto-Novecento che non volle riconoscere la paternità di Eduar- quel nei due volumi sempre di famiglia, un po’ più pacati, Oje vita, Oje
do, Peppino e Titina, destinati a fregiarsi del solo cognome della ma- vita mia!... e De Filippo & De Filippo scritti dal figlio Luigi, vena cui corridre Luisa De Filippo. Se il sangue non mentì affatto, e se il palcosceni- sponde una speculare riluttanza autobiografica di Eduardo e del figlio
co conobbe il miracolo di tutti e tre splendidamente uniti per tredici Luca — la spaccatura irritò soprattutto Eduardo, che dopo il divorzio,
anni, dal 1931 al 1944, in quel fenomeno irripetibile che fu la Com- giudicato da lui un tradimento, trovò da più teatri sbarrate le porte, tanpagnia del Teatro Umoristico, è vero pure che le difficoltà dovettero ta era la delusione di non vedere più assieme due artisti così unici.
Ma davvero c’erano strade ormai diverse, per loro. E avendo ben pregià un po’ segnare una diseguale gavetta in cui Eduardo ebbe la fortuna di fare più apprendistato ufficiale con lo zio Vincenzo Scar- sente il carattere di fondo “cattivo” di entrambi, sarà stato carico di senpetta. Poi il fare ditta assieme creò, sì, una bella coesione e una so quel silenzio comune mentre s’affacciarono fuggevolmente da un tercomplementarietà tra i due De Filippo maschi, dove lo humour razzo (di Eduardo) a Posillipo, o il gioco del teatro mentre consolavano
prosciugato e scarnito di Eduardo soprannominato “sic sic” (di qui, Thea Prandi, moglie di Eduardo, prossima a morire, o la disputa all’inSik Sik l’artefice magico...) si sposava bene con la comicità più tornita e domani della scomparsa di Titina. Non furono Coppi e Bartali, furono
gagliarda di Peppino. Senonché apparve progressivamente difficile molto di più. E fa bene Luigi a reintrecciare i repertori, come quando già
un’intesa sulla linea drammaturgica, e qui Eduardo affermò (contrat- cinque anni fa recitò Non ti pago! di Eduardo. Questo ceppo è un patritualmente) una sorta di primato che il fratello accettava con riserva. Mal- monio difficile ma indivisibile.
A
ALLA RIBALTA
Foto di scena di Peppino e Eduardo
nel 1931 (in alto) e nel 1960 (qui sopra)
Repubblica Nazionale
38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 26 LUGLIO 2009
i sapori
Non ammette alcuna rigidità la gastronomia del Caribe
Creola di nome e di fatto si abbandona a una ricombinazione
continua di ingredienti e colori. La parola d’ordine
Contaminazioni
è “mescolare” e i soli tratti comuni sono l’abolizione
del confine tra dolce e salato e la predilezione per il piccante
itinerari
Architetto
e produttore
di uno strepitoso rum
a Barbados,
Larry Warren
è proprietario della storica
residenza St. Nicolas Abby,
con distilleria e ristorante,
dove vengono serviti
piatti della cucina
tradizionale bajan
Giamaica
Santo Domingo
Curaçao
La terra del reggae e del jerk salsa a base di pollo o maiale
piccante e speziata è un paradiso di materie prime
e gastronomia, “bagnate”
da birra, caffè e rum
Un’isola sola per due nazioni:
Repubblica Dominicana e Haiti
Il risultato è un mix di ricette
indigene, africane e spagnole,
dal sancocho (zuppa-stufato)
alla bandera (riso, fagioli e carne)
Famosa per il suo liquore
a base di scorza di laraha,
un agrume locale, l’isola
“del cuore”, gioiellino
delle Antille Olandesi, vanta
una cucina variegata e speziata
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
STRAWBERRY HILL
New Castle Road
Irish Town (Kingston)
Tel. (+876) 944-8400
Camera doppia da 120 euro,
colazione inclusa
HOSTAL NICOLAS DE OVANDO
Calle Las Damas Cuidad
Colonial, Santo Domingo
Tel. (+809) 685-9955
Camera doppia da 115 euro,
colazione inclusa
LODGE KURA HULANDA
Playa Kalki 1
Westpunt
Tel. (+5999) 839-3600
Camera doppia da 100 euro,
colazione inclusa
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
NORMA’S ON THE TERRACE
26 Hope Road, Kingston
Tel. (+876) 968-5488
Chiuso domenica,
menù da 40 euro
EL MESÓN DE LA CAVA
Mirador del Sur 1
Santo Domingo
Tel. (+809) 533-2818
Menù da 35 euro
DE GOUVERNEUR
Rouvilleweg 9
Otrabanda, Willemstad
Tel. (+5999) 462-5999
menù da 30 euro
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
OLD TAVERN COFFEE ESTATE
Blue Mountains National Park
Kingston
Tel. (+876) 924-2785
LA CUCHARA DE MADERA
Freddy Prestol Castillo 86
Santo Domingo
Tel. (+809) 566-2420
FLOATING MARKET
Caprileskade corner
Handelskade Punda
LICIA GRANELLO
venne il tempo della cucina del sole. Estate, vacanze, temperature bollenti, momento ideale
per sperimentare quello che la quotidianità lavorativa reprime: una late dinner, perniciosissima cena pre-sonno al chiringuito vicino a casa o
sulla spiaggia, un aperitivo lungo, un paio di appetitosi cartocci take away comprati nel negozio di gastronomia etnica appena aperto. Per i più fortunati, la scoperta di
una cucina senza regole eccitante e golosa, conosciuta direttamente in loco, tra le foci del Mississippi e il triangolo dell’America Latina. Perché la cucina creola ha confini così lassi
e ingredienti così variegati che ognuno può infilarci dentro il
proprio piccolo contributo alimentare o impossessarsi di
una nuova, inattesa variante.
Dici creolo, e pensi alla bellezza impossibile di certi bimbi:
capelli ricci, biondissimi, occhi come due bottoni di carbone,
E
Caraibi
sole
la cucina
del
Mille ricette senza regole
ardenti in un viso colore dell’ambra. Oppure, stessa pelle
mielata, ma capelli corvini e sguardo di smeraldo. La cucina
dei Caraibi, intrisa di sole e di energia vitale, è trascrizione fedelissima di quella ricombinazione genetica che fa dei creoli il popolo diffuso più bello del pianeta. Come per gli umani,
anche le ricette creole sono orfane di una specifica terra d’origine, che in qualche modo ne limiterebbe il respiro gourmand, per riuscire invece come miscellanee magnifiche di
ingredienti e tradizioni sovrapposte nei secoli grazie a dominazioni e liberazioni, tra storie di migranti e di accoglienze.
L’unico vero guaio è classificarla. Perché da Cuba al New
Mexico, dal Perù a Barbados, dal Salvador al Belize, ogni piatto rappresenta un unicum, per come è stato riletto e interpretato, figlio spurio di chissà quante ricette originarie, arrivate da Africa, Giappone, Inghilterra, Indonesia, Francia e
cento altri paesi.
Certo, qualche minimo comun denominatore esiste: il sapore piccante, l’abolizione del confine tra dolce e salato, un
debole dichiarato per agrodolce e spezie, l’accorpamento
mattocchio di materie prime che usate in solitudine metterebbero tristezza. Dalla cucina degli schiavi a quella dei latifondisti, l’arte di trasformare l’insipida banana verde negli
irresistibili tostones (chips), il pesce crudo nel succulento ceviche (marinatura in lime e peperoncino), l’avocado in una
salsa mirabolante chiamata guacamole, ha ispirato i cuochi
di tutto il mondo. In contemporanea, l’aver provato da vicino i gusti variopinti della cucina creola ha fatto sì che lentamente ma inesorabilmente si allargasse a dismisura la curiosità verso alimenti di creola provenienza: papaia, avocado,
guaiava, christophine, boniato, maracuja, yuca, ma anche tequila, rum, cachassa...
Se dal Caribe volete risalire la geografia della cucina creola,
fermatevi a Senigallia tra il 14 e il 23 di agosto, luogo e tempo
del “Jamboree Summer Festival”, appuntamento con la musica e la cultura degli anni Cinquanta made in Usa. Troverete
le prelibatezze della cucina cajun, servite a ritmo di gospel.
L’APPUNTAMENTO
Da non perdere
la diciannovesima edizione
di Latinoamericando Expo,
nell’area del forum di Assago,
Milano, fino al 17 agosto,
sotto la direzione artistica
di Franca De Gasperi
In programma,
le “Latin American
Show Cooking Classes”,
lezioni di cucina tenute
da Vittorio Castellani,
in arte chef Kumalè
Conch
Chowder
Accra mori
Cinnamon
fried bananas
Stuffed Jack
Nasi goreng
Christophine
farcie
Pregiata la zuppa
delle Bahamas
con i grandi
molluschi
dalla conchiglia
rosata. Cottura
in brodo a base
di cipolle, sedano,
carote, pepe, patate
e pomodoro
Di derivazione
africana, popolari
a Porto Rico
e in buona parte
dei Caraibi,
le crocchette
di merluzzo,calde
e fragranti,
che accompagnano
l’aperitivo
La ricetta
delle banane verdi
fritte attraversa tutta
l’America latina
A Grenada,
le rondelle
di platanos vengono
saltate nel burro
e addolcite con
zucchero e cannella
A St Vincent il jack,
versione caraibica
del pesce sugherello,
viene marinato
in lime e sale, poi
farcito con pastella
aromatizzata
alle erbe, infine
impanato e fritto
nella margarina
È la ricetta
indonesiana
del Suriname
con il riso bollito
e poi fritto
Dentro: gamberi,
carne, cipolla, uova,
pesce fermentato,
semi di coriandolo
e cumino
La chayote, metà
pera e metà
zucchina,
è il contorno di pesci
e carni bianche
nelle Antille francesi,
soprattutto nella
versione ripiena
di besciamella e
gratinata al Groviera
Repubblica Nazionale
DOMENICA 26 LUGLIO 2009
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39
Kassav
Flying fish
melts
Peas and rice
Ajiaco
In Guadalupe,
le crêpes hanno
per ingrediente
base la manioca,
da cui si ricava
l’impasto. Cottura
sulle piastre bollenti,
cocco o cioccolato
e bacche di vaniglia
per farcire
Alle Barbados,
i testicoli del pesce
volante sono una
prelibatezza:
marinati in acqua
di mare e lime, si
mescolano a una
crema di formaggio
con farina, latte,
pepe e prezzemolo
A Trinidad come
a Tobago, il riso
e piselli parte
da tocchetti
di maiale essiccato,
cotti nel latte di
cocco. Aggiungere
un soffritto di cipolla,
pepe, pomodori,
erba cipollina
A Cuba è il piattosimbolo di una
cucina povera
ma gustosa
Prende il nome
dal peperone
con cui si prepara
un minestrone
di verdure e carne
(pollo, maiale)
Quei piatti croce e delizia di noi poeti
tutti obesi a cominciare da Neruda
ANTONIO SKÁRMETA
acconta Neruda nel suo bacchico libro Abbiamo assaggiato l’Ungheria che il poeta spagnolo Rafael Alberti gli disse che questa era l’epoca dei poeti grassi, degli aedi di buon appetito come Paul Éluard, e che era finito il tempo dei poeti pallidi ed emaciati, con la lira
denutrita che sospirava sublimemente. In America Latina queste parole sembrano trovare
conferma. Molti dei nostri poeti sono autentici tori di muscolo, grasso e passione. Il più vorace
forse è Pablo de Rocka, il cui libro più emblematico appropriatamente si intitola Epopeya de las
bebidas y comidas de Chile (Epopea delle bevute e mangiate del Cile).
Molti hanno interpretato come un semplice scherzo quella scena del mio romanzo Il postino di Neruda in cui il vate cerca di convincere il suo messaggero che vuole esser poeta a desistere dal suo intento: «In Cile sono tutti poeti. È più originale che continui a fare il postino. Almeno cammini molto e non ingrassi. In Cile noi poeti siamo tutti obesi».
Non era uno scherzo, miei cari lettori. È un dramma. Lo dico per esperienza personale e lo
certifica la mia bilancia. Anni fa la rivista per la quale scrivevo mi mandò a Isla Negra per intervistare Neruda e io, sapendo della sua fervente ghiottoneria, gli proposi maliziosamente questa domanda: «Quale piatto chiederebbe nella sua Ultima Cena?». Il vate lasciò cadere le palpebre e mi rispose: «Per quella malinconica occasione mi piacerebbero delle ceche (le anguille neonate) al pil-pil (salsa a base di olio e aglio)». Da buon drogato di chili in più e cucina criolla cerco di posticipare la mia ultima cena mangiando almeno una volta alla settimana un’invenzione peruviana che vale un sole, o che vale un Perù, come si diceva in secoli passati. Il mio
top one è il tiradito assortito di salmone, ombrina e polipo, un piatto che consiste di filetti crudi di queste delizie del mare, tagliati sottilissimi e che acquisiscono una dinamica nuova grazie a una preparazione che fa emergere i loro sapori più segreti. Il condimento è criollo che più
criollo non si può, perché ha come base l’ají amarillo, quella varietà di peperoncino giallo che
è la nostra seconda ricchezza dopo l’oro che si sono portati via gli spagnoli. I “cerotti” di polipo
e pesce si lasciano a mollo per una ventina di minuti nel complicato condimento dove cuociono. Il composto include una tazza di succo di limone, un rocoto (peperoncino rosso del Perù) a
rondelle, un ají amarillo, una cucchiaiata di coriandolo tritato, un cucchiaino di aglio schiacciato, sale e un pizzico di pepe. Il polipo, che ha una consistenza più dura, deve soccombere
nella stessa salsa, ma prima di tuffarcelo dentro è meglio pulirlo, sfilettarlo e poi metterlo in uno
scolapasta, quindi bagnarlo con acqua bollente, lasciare che si raffreddi e solo a quel punto tuffarlo nel recipiente insieme al salmone e all’ombrina, dando vita alla santissima trinità.
L’opera d’arte si conclude poi con una grande foglia di lattuga accompagnata da enormi
chicchi di pannocchia tenera, che con la loro pacata dolcezza smorzano l’effetto un po’ acido
dell’insieme. Qualche fetta tostata di pane col burro è imprescindibile per raccogliere il condimento restante, poiché la tentazione di inzuppare il pane nel piatto è poco diplomatica ma irresistibile. E se il commensale vuole completare la delizia, e en passant dare il suo contributo
all’amicizia tra Cile e Perù — oggi ai ferri corti all’Aja per qualche miglio nautico di oceano —
intrattenga il palato fra un boccone e l’altro con un cilenissimo Chardonnay Marqués de Casa
Concha.
Traduzione di Fabio Galimberti
(Dall’ultimo romanzo di Antonio Skármeta, “Il ballo della vittoria” (Einaudi),
il regista Fernando Trueba ha tratto un film che uscirà in Europa a dicembre)
R
Repubblica Nazionale
40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
le tendenze
Invasioni
DOMENICA 26 LUGLIO 2009
Assemblano pezzi di automobili, falciano il prato, cucinano
o intrattengono i bambini. Sempre più i nostri sostituti
tecnologici alleggeriscono il lavoro e riempiono la quotidianità
Se in Italia la loro diffusione è in crescita, il Giappone
resta il paese in cui la fantascienza diventa realtà
E dove automi simili all’uomo corrono e combattono
JAIME D’ALESSANDRO
Q
uelli utili non ci somigliano. Quando infatti
hanno forma umana o animale i robot sembrano essere destinati al solo trastullo o al
massimo a far notizia. Eppure c’è chi sostiene che le attuali otto milioni di macchine automatiche capaci di operazioni complesse,
diventeranno nel giro di due anni più di diciotto milioni.
La previsione, fantasiosa, è dell’International Federation of Robotics, ente non-profit con sede a Francoforte.
Che nel suo ultimo rapporto dice implicitamente una
cosa interessante: fra loro quelle capaci di cambiare sul
serio la nostra esistenza facendo i robota, termine usato
per la prima volta nel 1920 dallo scrittore ceco Karel Capek per definire i lavori pesanti, sono sempre prive di
gambe, braccia o occhi.
Non a caso i più promettenti, commercialmente, sono i robot aspirapolvere e i tagliaerba come il Roomba
dell’iRobot o l’Automower dell’Husqvarna, che di umano e di animale hanno davvero poco. Nel 2007 erano tre
milioni e trecentomila, per un modesto giro d’affari di
circa un miliardo di euro, ma in costante crescita. Tanto
che potrebbero raggiungere a breve quota quattro milioni e mezzo. Li si lascia in soggiorno o in giardino e loro
puliscono e falciano entrando in azione all’ora prestabi-
CHEF
Nato nel 1978
come semplice
frullatore, oggi
il Bimby della Vorwerk
grattugia, trita,
impasta, cuoce
Solo in Italia, abita
in un milione
e mezzo di cucine
Le macchine domestiche
che ci cambiano la vita
lita. A differenza di quelli usati in campo militare, dispositivi telecomandati in genere, questi hanno sensori per
interagire con l’ambiente circostante evitando gli ostacoli e agendo lì dove si è accumulata della sporcizia o dove l’erba è cresciuta troppo. Quando poi le batterie sono
al limite sanno ritrovare la strada verso la base di ricarica. La loro precisione, più che l’intelligenza vera e propria, sta aumentando di generazione in generazione.
Così come sono aumentate nel tempo le funzioni del
Bimby, capace ormai di cuocere e elaborare il cibo in maniera raffinata. E pensare che era nato come semplice
frullatore nel 1978, mentre oggi si ritrova a essere fra i robot domestici più diffusi al mondo. Solo in Italia ne hanno venduti poco meno di un milione e mezzo di pezzi.
Anche quelli che non si vedono mai perché impiegati
nelle fabbriche stanno lasciando un segno nella nostra
società. Un milione di unità in tutto, concentrate essenzialmente nel settore automobilistico (che poi qualcuno, come la tedesca Kuka, è riuscito perfino a riciclare in
giostra da parco divertimento). Qui Giappone e Italia sono davanti a tutti gli altri con, rispettivamente, 2.100 e
1.700 automi ogni diecimila operai.
A Tokyo e dintorni però, a differenza dell’Europa, il
culto della robotica è di massa. Il Giappone è uno dei pochi paesi dove il mito fantascientifico dell’automa simil
umano non è mai tramontato, malgrado la crisi stia mettendo a dura prova l’intero settore. Prendete ad esempio
Asimo, acronimo di Advanced step in innovative mobility. È il robot della Honda da un milione di dollari a esemplare che dal 2005 fa bella mostra di sé al National Museum of Emerging Science and Innovation di Odaiba,
isola artificiale nella baia di Tokyo. Fuori dai laboratori di
ricerca, rappresenta l’unico punto d’arrivo tangibile della costosa evoluzione dei robot antropomorfi: un breve
show a uso e consumo delle scolaresche dove il clou dello spettacolo è una corsetta a piccoli passi frettolosi. Il
suo erede? L’aspirante modella Hrp-4c, presentata il 16
marzo. Per ora sembra capace di camminare in maniera
rigida, dire quattro parole e abbozzare un sorriso, e, se
mai entrerà in produzione, costerà oltre tre milioni di
dollari. I robot dedicati al trastullo hanno avuto invece
sorti alterne. Dopo l’exploit dei primi anni Ottanta, con
prodotti stile Omnibot o Topo che tentavano di emulare
R2-D2 di Guerre Stellari, dal 1998 si sta assistendo a una
nuova ondata di automi giocattolo. Merito del Furby, esserino tutto pelo e occhioni che muoveva orecchie, bocca e palpebre, venduto in oltre quaranta milioni di pezzi. Capace di parlare, ottocento le frasi in memoria, era
alla continua ricerca di attenzioni come il Tamagotchi.
Ecco perché la Sony nel 1999 lanciò in pompa magna
il suo cane Aibo, per poi mandarlo in pensione nel 2006.
E lo stesso si può dire di Pleo, il dinosauro inventato recentemente da Caleb Chung, uno dei padri di Furby. Forma di vita artificiale, intelligente e sensibile alle carezze,
che però è riuscita solo a mandare in bancarotta la Ugobe che lo produceva.
Vanno meglio i robot giocattolo programmabili costruiti in una certa varietà fra Giappone, Corea del Sud e
Hong Kong. Il capostipite è il Mindstorm della Lego,
1998, seguito da robot abbastanza sofisticati come il Manoi, il Robonova-1, il Bioloid, il G-dog o il RoboSapien.
Ma sono prodotti di nicchia pensati per appassionati di
robotica e per tutti coloro che seguono il Robo One, torneo internazionale cominciato nel 2002 a Tokyo dove gli
automi in gara se le danno di santa ragione. Inutili pure
loro, ma almeno divertono il pubblico come a un incontro di wrestling.
CASALINGO
Roomba di iRobot è l’aspirapolvere
automatico con sistema di navigazione
intelligente. Grazie ai suoi sensori,
evita gli ostacoli e, terminato
il lavoro, torna a ricaricarsi
‘‘
Philip K. Dick
Eppure, quel suo fuoco interiore,
così oscuro e profondo, si era dileguato,
la sua forza vitale era svanita,
come aveva già visto in tanti altri androidi
da “MA GLI ANDROIDI
SOGNANO PECORE ELETTRICHE?”
ATLETICO
Corre, cammina,
conosce
sei mosse di kung fu,
balla e raccoglie
oggetti Robosapien,
l’androide prodotto
da WowWee
BAGNINO
Pulisce il fondo, le pareti
e il livello dell’acqua
della piscina Dolphin
Dynamic Plus. Dotato
di telecomando,
aiuta a prevenire l’accumulo
di alghe e batteri
Repubblica Nazionale
DOMENICA 26 LUGLIO 2009
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41
GIARDINIERE
Si prende cura del prato
fino a superfici di tremila
metri quadrati Automower
230 Acx, il tosaerbe
prodotto dalla svedese
Husqvarna
Androidi troppo umani
nell’era Blade Runner
MULTIFORME
Può assumere
diverse forme
e scopi Bioloid
di Robotis
Il suo kit
comprende
un software
per programmarne
i movimenti
PINO CORRIAS
a le macchine e i robot che ci circondano hanno un piano? Tecnologie
amabilmente ci assediano. Ronzano intorno a noi su rotte di innocua
vita quotidiana e ce la cambiano:
guidano, cucinano, puliscono, riparano, comunicano, proteggono, giocano con noi. È
possibile che sebbene fabbricati in polimeri e matematica binaria, percepiscano il sonno della ragione che
li sta generando? Che addirittura lo assecondino? Incorporano perfezioni di prossimità umana che aumentano di serie in serie, di progetto in progetto. Aspirano, insieme con la polvere e le imperfezioni, i nostri
desideri. Può essere che infine li realizzino per realizzare i loro?
Fate mente locale: le macchine progettano altre
macchine, le costruiscono, le riparano, faticano senza
fatica, non conoscono la noia, e per il momento ci salvano la vita persino in sala operatoria. Chi può davvero
dire che non arriverà il giorno in cui è la vita che ci ruberanno, o almeno il cuore? Non è del tutto secondario
che sia il sesso la loro prossima frontiera che (dicono)
sarà valicata a velocità crescente. Con crescente verosimiglianza a mimare l’umano, a sostituirlo, perfezionandolo con gli abbracci, il respiro, la temperatura. E
che renderà plausibile agli umani — secondo David
Levy, scienziato britannico, sessantadue anni, esperto
di intelligenza artificiale — avere «relazioni sentimentali a lungo termine», con robot maschili e femminili
entro il 2050.
Scrisse negli anni Sessanta Phlip K. Dick, il più visionario tra i cartografi del nostro presente: «Nell’universo esistono cose gelide e crudeli a cui ho dato il nome di
macchine. Il loro comportamento mi spaventa». Per
una volta la sua preveggenza si è manifestata con un
certo ritardo. Impedendogli di accorgersi che il futuro
aveva già cominciato ad accadere: l’universo era precipitato sulla Terra da quando il primo robot aveva lasciato la sua impronta sulla sabbia, tra noi.
Da allora le macchine e i robot si sono moltiplicati.
Sempre coltivando la specializzazione più pervasiva,
anche se occultata dall’utilità delle differenti funzioni:
la fedeltà artificiale. Che ha il potere di rassicurarci come un mantra. O di gettarci nel panico quando si interrompe — per guasto tecnico, per disfunzione del destino o di un fusibile — lasciandoci intravedere il buio che
ci separa dal funzionamento di tutte le cose artificiali
che portano luce e senso, vantaggi e dominio, calore e
nutrimento, dentro le piccole superfici della nostra fragilità umana.
In un tempo non molto lontano l’uomo comune conosceva gli ingranaggi di quasi tutto quello che maneggiava: dagli utensili, alle stagioni. Il resto del mondo ignoto apparteneva al capriccio degli dei: i fulmini,
i sogni, la malattia. Oggi quasi nulla di quello che assembla le nostre vite contiene equazioni risolvibili o
bulloni che possiamo riconoscere o manici che siamo
in grado di afferrare. Misteriosi meccanismi regolano
tutto quello che ci accade nel tempo quotidiano. Maneggiamo energia, cibo, immagini, velocità, comunicazioni, temperature, mestieri, burocrazie, sapendo
nulla, o quasi nulla, del flusso che ce le rende disponibili, tranne il pensiero magico che si autoavvera e che,
un giorno alla volta, ci assoggetta.
I robot e le macchine abitano questa misteriosa distanza tra noi e le funzioni animate dei loro involucri, le
luci che le mettono in moto, i chip che le governano.
Riempiono il vuoto che ci separa dalla materia. Nell’input di un telecomando, rendono istantaneo l’atto di volontà. Incorporano le nostre intenzioni e docilmente le
trasformano nelle loro. Ma se provano qualcosa, cosa
provano le macchine nei nostri confronti? La loro è solo indifferenza o è attesa? È un caso che milioni di motori a idrocarburi, ogni giorno, ci facciano viaggiare e
insieme ci avvelenino? I molti vantaggi della velocità
con cui attraversiamo lo spazio non sono la trappola
che accelera il nostro costante sterminio?
Ammettiamo pure che tutto vada letto come proiezione del nostro sofisticato istinto all’autodistruzione.
Che l’imperturbabilità delle macchine che tanto ci inquieta non sia altro che lo specchio della nostra. Ma prima o poi — crescendo la loro perfezione in ragione proporzionale alla nostra dipendenza — ci toccherà ridefinire cosa è umano e cosa è artificiale. E non è detto che
saremo solo noi a chiedercelo, proprio come accade ai
replicanti di Blade Runner che hanno acquisito, oltre a
tutti i saperi cibernetici, anche la consapevolezza umana della morte e dunque il senso della vita. A meno di
non svegliarci, un giorno, dal sogno che ci sta sognando chissà da quale dimensione. E aprendo gli occhi ci
riveli (con massimo spavento dei sensori) che siamo
noi stessi macchine programmate per crederci umani.
M
UMANOIDE
Mindstorm
della Lego,
il robot costruibile
e programmabile
nato nel 1998,
ha inaugurato
la serie di giocattoli
hi-tech del terzo
millennio
SPAZZAGRONDAIE
Si pilota
con un telecomando
Looj di iRobot
Con la sua pala che ruota
a 500 giri al minuto,
pulisce le grondaie,
spazzando
via foglie e rami
Robot
casa
di
FIDO DIGITALE
Gioca e simula la crescita
da cucciolo ad adulto
Aibo, il cane digitale messo
in commercio
dalla Sony nel 1999
Repubblica Nazionale
42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 26 LUGLIO 2009
l’incontro
Ribelli di successo
Ha cominciato con James Dean
e, come lui, ha rischiato di bruciarsi
Ha infilato duecento ruoli nonostante
l’ostilità delle major. È stato il simbolo
della controcultura
sull’onda del trionfo
di “Easy Rider”
e si è dovuto accomodare
in comparsate nei B-movie
“Pensavo di non arrivare
ai trent’anni - dice adesso
- e ne ho settantatré. Ogni giorno
ringrazio Dio perché sono vivo
e ho una famiglia splendida”
Dennis Hopper
ennis è un genio. Non sono
sicura in cosa e
neanche lui,
credo, lo sappia. Certo, non nella recitazione. Ma è un genio». Chissà se l’eterna malinconia negli occhi dolenti da
cristo in croce di Dennis Hopper, quello sguardo che l’ha reso un cattivo perfetto in troppi film d’autore, di lussuosa
cassetta, perfino in alcuni horror di bassa lega, ma soprattutto l’ha destinato alla memoria come il compagno di viaggio di Peter Fonda in Easy Rider, sono
causati dall’ingrata missione di dover
essere un genio, come suggeriva nell’involontariamente crudele giudizio
l’attrice e amica Joanne Woodward, oggi vedova Newman.
Minuto e quieto, lontano anni luce
dagli psicopatici incarnati sullo schermo, Hopper socchiude gli occhi e si gode il sole seduto sulla terrazza del Residence Gray d’Albion che affaccia sulla
Croisette di Cannes. «Pensavo di non
arrivare ai trent’anni, ne ho settantatré.
Ogni giorno ringrazio Dio perché sono
vivo e sano e ho una famiglia splendida», sorride. Anche la sua carriera, duecento ruoli tra cinema e tv, è splendida
e tuttora attiva: nel 2008 ha girato sei
film, tra cui Palermo Shooting di Wenders e la serie Crash per il canale Usa
Starz, recentemente programmata in
Italia sul canale Cult di Sky. «Sento che
la mia avventura d’artista è tutt’altro
che conclusa, sento di aver ancora molto da dire, da dimostrare».
Il fuoco arde ancora, ma è ormai una
sorta di fiamma perpetua, calda e gentile, non più quell’incendio che ha ri-
va sparlato dell’autoritario Wayne.
Ma il ribelle senza causa viveva immerso in tutt’altra cultura. Per lui il Metodo era la nuova religione e la “memoria emozionale” lo strumento per aprire le porte di ogni arte, non solo la recitazione. «Ero un ragazzino che veniva
da Dodger City, Kansas profondo, avevo un unico approccio per tutti i campi
dell’arte moderna». Parigi ha da poco
celebrato alla Cinématéque il suo eclettico talento con la sontuosa mostra
Dennis Hopper e la nuova Hollywood:
non solo film ma anche quadri, scultura, scatti e le immagini del suo tesoro da
collezionista. Ha sempre avuto il fiuto
per gli artisti e oggi vive in una casa lussuosa a Venice Beach, la Los Angeles
freak, disegnata da Frank Gehry. «Comprai i primi quadri di Andy Warhol, uno
lo pagai 76 dollari. Presi un Roy Lichtestein per 1.100 dollari, lo cedetti in uno
dei divorzi e oggi ne vale 17.500. Amo Julian Schabel e considero un onore aver
girato con lui Basquiat». «Solo la musica non mi è mai appartenuta fino in fondo — confessa — anche se con Easy Rider, ed è una delle cose di cui vado più
Nel film tratto
da Kerouac
c’era l’affresco
di una provincia
americana perbenista,
ipocrita e violenta
E l’energia
di una generazione
on the road
FOTO CORBIS
«D
CANNES
schiato di rendere cenere la sua vita. La
prima scintilla arrivò a diciotto anni, sul
set di un film che si chiamava Gioventù
bruciata, insieme all’incontro con James Dean. «Lui sì, era un genio — spiega Hopper —. Io venivo da esperienze di
recitazione shakespeariana in cui ogni
battuta, ogni gesto erano precostruiti.
Ma questo giovane uomo non recitava,
lui era: non mostrare che apri uno sportello, aprilo e basta, mi diceva». Si ritrovarono insieme l’anno dopo per Il gigante, l’ultimo, incompiuto film del
giovane Dean. «È stato un grande dolore la sua morte e ugualmente grande è
stata la rabbia verso chi parlava di suicidio. Nessuno aveva tanta voglia di vivere quanto lui. Ricordo le lacrime di Liz
Taylor quando riprendemmo a girare.
Dovette abbandonare la scena decine
di volte. Scoppiava a piangere, non ce la
faceva. Non eravamo amici, James e io,
non andavamo a bere insieme. Aveva
cinque anni più di me, era maturo, io un
ragazzino. Ma mi dava consigli, guardava i giornalieri e mi diceva come andavo. E quando iniziò a interpretare il
personaggio che invecchiava, mi chiese di guardare i suoi girati».
Dean, la cui vicinanza avrebbe cambiato Hopper per sempre, «non era una
promessa del cinema, era una certezza.
Film come Lassù qualcuno mi ama e
Nick mano freddasarebbero stati suoi».
E invece andarono a Paul Newman, che
si vide aprire le porte di una luminosa
carriera. «Già, ma se lo meritava. Eravamo amici da quando avevo diciotto anni, ho trascorso cento fine settimana a
casa a sua e di Jeanne Woodward quando vivevano ancora in California. È stato l’uomo più buono e altruista che abbia mai conosciuto».
Dennis Lee Hopper era inquieto, invece. La fiammella di Stanislavskij, accesa da Dean, ardeva forte nel cuore del
giovane attore sotto contratto con la
Warner. Ma l’improvvisazione era poco
gradita da registi dirigisti come Henry
Hathaway. All’ennesima lite, Hopper
smise di lavorare con le major. Se ne
andò per cinque anni a New York, a studiare il metodo con Lee Strasberg. I
grandi contrasti con pezzi di potere hollywoodiano garantirono a Hopper anni
di serie televisive, come Ai confini della
realtà, e B-movie. Fu richiamato dallo
stesso Hathaway nel ‘65, sul set de I
quattro figli di Katie Elder e poi su quello de Il Grinta dove, leggenda vuole, fu
inseguito, pistola in pugno, da John
Wayne al grido: «Dove si nasconde
Pinko Hopper? Gli devo parlare». Hopper, rifugiatosi nel camper di un collega, era colpevole di essere amico di un
esponente delle Pantere Nere che ave-
fiero, per la prima volta al posto di un
commento orchestrale ho cucito la colonna sonora con le hit di artisti come
Steppenwolf, Jimi Hendrix, The Byrds.
Costò poco. Allora bastava andare a
cercare gli artisti e chiedere il permesso.
Il risultato è stato una sorta di capsula
sonora di quegli anni».
Ma Easy Rider, girato esattamente
cinquant’anni fa, è stato molto di più.
«L’affresco di una provincia americana
perbenista, ipocrita e violenta, l’energia
di una generazione on the road». Ricorda Hopper: «Per la prima volta al cinema
mostravamo personaggi che facevano
uso di marijuana senza, necessariamente, essere criminali». Divenne il manifesto perfetto della controcultura del tempo, sancì l’affermazione del cinema indipendente, la dimostrazione di un successo possibile fuori dalle major. Hopper l’ha scritto e diretto, oltre che interpretato. Ne è orgoglioso. Non parla
volentieri di Peter Fonda, con il quale ci
sono state spiacevoli questioni economiche legate ai diritti, mentre s’illumina
al nome di Jack Nicholson: «Un amico
generoso e presente, il professionista
più disponibile mai incontrato».
Sì, Jack Nicholson. Diventò l’interprete naturale, filologico di quegli anni
spostati, generosi. Aveva scritto lui Il serpente di fuoco, due anni prima di Easy,
nel cast c’erano Fonda e Hopper. Il titolo inglese, The Trip, raccontava il viaggio
nel lsd di un regista televisivo in crisi interpretato da Fonda. Nicholson sostiene che all’epoca le case farmaceutiche
incoraggiavano la sperimentazione
senza mettere in guardia dagli effetti devastanti delle droghe psichedeliche:
«Era davvero un modo per aprirsi alla
creatività, solo che poi spalancava le
porte dell’inferno. Prendevamo lsd per
cercare Dio e nella realtà ci ritrovavamo
a bussare alla porta di uno spacciatore».
Grazie allo straordinario successo di
Easy Rider il nuovo regista della controcultura americana poté finalmente realizzare Fuga da Hollywood, storia di un
film girato nelle Ande, in un villaggio
d’indiani peruviani. Era il ‘71. Fu premiato alla Mostra di Venezia, ma disconosciuto dalla casa di produzione. «Mi
chiesero di rimontarlo, rifiutai, mi dissero che non sarebbe mai uscito. Magari non sono diventato un genio, ma non
è stata solo colpa mia». Dopo quel disastro nessuno gli avrebbe più prodotto
niente. Il fondo, in quegli anni, lo raggiunse in New Mexico, dove si era trasferito e dove voleva girare un altro film:
una notte, dopo un mix di alcol e coca,
la polizia lo trovò nudo che correva tra i
boschi. Lo misero su un aereo per Los
Angeles dal quale, ride mentre lo rac-
conta, cercò di fuggire aprendo l’uscita
di sicurezza. Fu internato in un ospedale psichiatrico e gli fu somministrato un
farmaco che gli provocava gli stessi effetti del parkinson. «Tremavo, non riuscivo a parlare. Non pensavo per me ci
fosse la possibilità di una nuova vita, e
invece il miracolo avvenne».
Nel 1986 Dennis Hopper smise con alcol e droga, e smise di maltrattare le sue
donne. Qualche anno dopo avrebbe incontrato Victoria, la quinta moglie,
trent’anni più giovane, che gli ha regalato una vita serena. Il controverso Hopper
oggi ha ritrovato equilibrio e speranza
politica: agli anni della ribellione erano
seguiti quelli da conservatore, a sostegno di Reagan e di entrambi i Bush. È stato Barack Obama a riconciliarlo con la
tradizione familiare democratica. Ma
sulla sua difficile recitazione, dibattito
ancora aperto quando il protagonista
viaggia verso i settantaquattro anni, c’è
tutta una letteratura a supporto. Marlon
Brando sul set di Apocalypse Nowchiese
di non dividere scene con lui, non sopportava le sue ubbie improvvisative. Lo
stesso Francis Ford Coppola rischiò l’esaurimento nelle centinaia di strampalati ciak personalizzati: «Ne puoi fare
uno, soltanto uno, come dico io?». Poi, lo
richiamò in Rusty il selvaggio. Fu lì che il
giovane Sean Penn fu folgorato dall’Hopper’s Method. «Arrivai una notte
perché nel cast c’era mio fratello, Chris
Penn. Hopper girava la scena in cui diceva al figlio, Matt Dillon, della madre.
La battuta era: “No, tua madre non era
pazza, solo pensava in modo differente
dagli altri”. Invece al ciak partì: “Tua
madre non era pazza, vedeva zoccoli di
bufalo sul dorso di elefanti e arcobaleni
venire su dal culo di un’anatra, ma non
era pazza”. Capii che quello che avevo
imparato fino allora sulla recitazione
era da buttare».
‘‘
ARIANNA FINOS
Repubblica Nazionale
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Secolo del petrolio