Grecia
Una vita
di traslochi
Marion Quillard, XXI, Francia
Foto di Carlotta Zarattini per Internazionale
Omaggio a Kenneth Josephson di carlotta zarattini
Nella Grecia della crisi, Nikos è sempre in
movimento: trasporta mobili da ville lussuose in
piccoli appartamenti, aiuta la gente a cambiare
casa senza dare nell’occhio. E ogni tanto scoppia
a piangere davanti a un bambino che ha fame
Il biglietto da visita
della Eracle Trasporti,
la ditta di Nikos Falieros.
Atene, giugno 2013
Grecia
Nikos sulla spiaggia di Alepochori, nel golfo di Corinto
D
opo aver parcheggiato
la sua grossa HarleyDavidson davanti a un
camion blu, si passa
una mano tra i capelli in
modo lezioso. I suoi uomini, con la schiena bagnata di sudore, la
fronte lucida e le mani impegnate a sollevare divani, scaffali, piante e scatoloni, lo salutano con un cenno del mento.
Appoggiato al portone di casa, un signore anziano osserva la scena in silenzio. Nikos, il capo della Eracle Traslochi, lo squadra dall’alto in basso, poi si avvicina con un
grande sorriso per salutarlo. L’uomo risponde con una smorfia. Una stretta di mano. Si scosta per lasciarlo passare: “Bisogna
salvare quello che dev’essere salvato”.
La villa, immensa, cubica, è quasi vuota. Il proprietario si fissa le scarpe di vernice. Starà forse ripensando a quando è arrivato in questa zona residenziale a nord di
Atene? La località si chiama Anixi, “primavera” in greco. Ci si era trasferito per l’ambiente, la scuola e i vicini. Nikos è incantato dal panorama: Atene da un lato, un limoneto dall’altro. “Qui le case avevano raggiunto dei prezzi... Non potete immaginare...”, dice.
Il signore anziano non ha più nulla: “Mi
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restano una bici e i debiti”. Non sa dove far
sedere Nikos né dove riposare le sue gambe
stanche. “Ho sessantasette anni. Le banche mi hanno preso tutto. Ho lottato, ho
provato a uscirne. Se resto dovrò cercare da
mangiare nei cassonetti. Se parto forse riuscirò a riposarmi. Vorrei solo riposare”.
Nikos invita l’ex proprietario ad appoggiarsi al tavolo che qualche ora prima troneggiava probabilmente al centro del salotto. Spiega ai suoi dipendenti che “questo
tavolo non si tocca” e li esorta ad accelerare
il lavoro: “Su, diamoci una mossa”. Altre
famiglie di Atene hanno bisogno delle loro
braccia.
Il signore anziano sta per partire per
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l’Inghilterra, dove ha studiato negli anni
sessanta. “Ho dei parenti che mi aspettano,
e dei vecchi amici”. Nikos si finge sollevato.
L’uomo aggiunge, con rabbia: “Hanno lasciato che la mia vita andasse a rotoli, ce
l’ho con il mondo intero”.
La fiorente azienda di telecomunicazioni, lo stipendio a quattro zeri, le unghie pulite e le camicie sempre immacolate e stirate sono solo un ricordo. Il signore impreca
contro i politici, tutti degli incapaci. Dice
che se avesse una pistola, li ammazzerebbe
tutti. Mima il gesto, così, davanti a Nikos, e
il tavolo si becca un bel calcio. Poi si calma
e guarda, con le braccia a penzoloni, il viavai degli uomini della Eracle. Ripete piano:
“Bisogna salvare quello che dev’essere salvato”.
Nikos gli risponde con una pacca sulle
spalle. Gli ha fatto uno sconto di cinquecento euro. Questa sera il camion blu farà
rombare il suo motore e attraverserà l’Europa, direzione nordovest, Inghilterra. La
“primavera” di Anixi è già lontana.
Nikos inforca la sua Harley e propone
una deviazione: “La vede quella casa, laggiù? Abbiamo svuotato anche quella. I proprietari sono partiti per gli Stati Uniti”. Nel
2011 ha fatto oltre quattrocentocinquanta
traslochi verso l’estero, un record.
Un container della Eracle Trasporti
I limoni si allontanano. Nikos consulta
la sua agenda sul cellulare, poi si lascia
sfuggire un sospiro. Sono già tre anni che
ha tra i cinque e i dieci appuntamenti al
giorno. Ne ha viste di vittime della crisi:
uomini che sbraitano, donne in lacrime,
ville di ricchi e catapecchie. Le ha svuotate
tutte e, sì, a volte senza essere pagato.
La giornata è appena cominciata. Sfrecciando sull’autostrada a quattro corsie,
Nikos Falieros ha l’impressione di respirare un po’. “Strano paese, vero?”.
C0s’è la crisi?
Il capo della Eracle Traslochi ha una buona
memoria, ma ha un problema. Non riesce
a ricordare tutti i “suoi” traslochi: ne ha visti troppi. C’è la giovane coppia che aveva
preso casa nel 2008, dopo il matrimonio, e
che l’ha appena richiamato perché è costretta a tornare a vivere con i genitori, insieme ai due figli. C’è la nonna un po’ sorda, Marianthi, che l’anno scorso non ha
potuto pagare il riscaldamento. La figlia
cerca di convincerla a spostarsi prima
dell’inverno e lei ripete: “Per me va bene,
ma chi si occuperà delle piante?”.
E poi c’è la famiglia partita per la Svezia, quella che ha scelto Cipro, altre che si
trasferiscono in campagna nella speranza
di vivere dei frutti dell’orto di casa. E c’è
lui, Nikos, che ha imparato come “alla fine
tutti gli infelici si somigliano”.
Ad Atene le persiane verdi, azzurre,
arancioni o marroni sono scolorite dal sole, rovinate qua e là. Ovunque si vedono
graffiti. Non c’è una vetrina, una cassetta
delle lettere o un palo della luce che non sia
imbrattato. A volte con un messaggio:
“Grazie per il vostro aiuto, ora ce la sbrighiamo da soli”. Spesso è solo una macchia
di colore, una lettera, un disegno rapido,
un momento d’ira.
Con la sigaretta in bocca e il cellulare in
mano, Nikos ricorda i primi segnali della
crisi: nel marzo del 2009 alcune famiglie
che vivevano nei quartieri ricchi di Atene
hanno cominciato a chiamarlo per trasferirsi in appartamenti più piccoli. Un centinaio di chiamate in un mese, più di tre al
giorno. “Era una cosa nuova, mai vista. Le
persone mi raccontavano che avevano perso il lavoro, che il capo gli aveva tagliato gli
stipendi, che non potevano più permettersi l’affitto”.
La Eracle Traslochi, la ditta di Nikos,
era sommersa dalle richieste. “Non avevamo mai avuto così tanti traslochi, andava
tutto benissimo. Non capivo cosa fosse
questa crisi”. Un anno dopo ha abbassato
le tariffe per adattarsi alle disponibilità
delle persone. Ma non è bastato: sono arrivati i primi lavori a credito, i primi assegni
a vuoto, i primi traslochi mai pagati. Il giro
d’affari è crollato del 40 per cento. E Nikos
ha tagliato di un terzo lo stipendio dei suoi
dipendenti, quaranta euro al giorno. “A
quel punto ho capito”, dice.
Oggi non dice più le tariffe al telefono:
va sul posto, incontra le famiglie, valuta il
carico da trasportare e i mezzi di chi ha di
fronte. Al momento del caffè – c’è sempre
qualcuno che offre un caffè – si siede e
ascolta. Nel giro di mezz’ora sa quanto
chiederà e se dovrà fare credito. A volte
sorride, annuisce con aria d’intesa, firma il
contratto ed esce sospirando: sa che non
vedrà mai i soldi. “Non posso mica abbandonare queste persone...”.
Ricordi e follia
I suoi depositi sono pieni di mobili che nessuno verrà a riprendersi. Chi ha perso tutto
parte in fretta, senza guardarsi indietro.
Spesso cambia numero di telefono. Nikos
non ha più notizie di molti suoi clienti. Potrebbe svendere tutto, ma custodisce i loro
beni e mantiene la sua promessa.
Il cellulare squilla per l’ennesima volta.
Nikos risponde e urla degli ordini. Il cellu-
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Grecia
Atene vista dalla collina del Licabetto
Nikos al lavoro
Durante un trasloco
lare atterra sul tavolo. C’è silenzio, una voluta di fumo nell’aria. Nikos dice che a volte crolla. E racconta di quando uno dei suoi
uomini l’ha chiamato per chiedergli aiuto:
“Vieni subito”.
Ricorda di essere entrato in un appartamento fatiscente del centro di Atene. I mobili erano stati appena scaricati, i cartoni
erano ancora chiusi. Una donna incinta era
seduta su una cassa, un bambino urlava
senza che lei ci facesse caso.
Terrorizzata, aveva spiegato che non
poteva pagare il trasloco subito, che doveva aspettare il ritorno del marito. Disse che
non avrebbe tardato, che i soldi li aveva lui,
che il suo capo doveva pagarlo. Nikos l’ha
rassicurata, ha accettato un caffè ed è spro-
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fondato in una poltrona. Il bambino continuava a strillare.
“Si è fatto male?”.
“No, no”, ha risposto la madre.
Nikos non aveva fretta, era abituato ad
aspettare, ma le urla del bambino gli “spezzavano il cuore”.
“È malato? Gli è successo qualcosa?”.
“Niente, niente”, ha ripetuto la madre.
Alla fine, dopo un’ora, il marito è rincasato. Indossava dei pantaloni troppo larghi
e camminava mogio, con le spalle curve.
Uno sguardo alla moglie e al figlio, poi ha
annunciato, con lo sguardo basso, che aveva ricevuto solo la metà dello stipendio.
Giurandogli che avrebbe pagato il resto in
un secondo momento, ha dato duecento
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euro a Nikos.
Il bambino continuava a piangere. Nikos è sbottato: “Dio santo, cos’ha questo
bambino?”. La madre ha preso a singhiozzare: “Ha fame...”. Il padre ha tenuto lo
sguardo incollato a terra. Nikos ha scosso
la testa e ha infilato i biglietti nel bavaglino
del bambino. E, uscito dall’appartamento,
ha cominciato a piangere “come un coglione”. Quel giorno neanche la sua Harley
l’ha tirato su.
La memoria di Nikos è piena di ricordi
di traslochi. Si ammassano nell’attesa che
qualcuno venga a fare ordine, che un salvatore trascini il paese fuori dalla sua pazzia.
È tutto brutto, sporco.
Nikos potrebbe svuotarsi la mente, ma
custodisce ancora i nomi, i quartieri, le storie. Forse per via delle mani che stringe e
del sapore del caffè.
Tornando a casa
Nikos non è un tipo nostalgico, però ricorda un passato non troppo lontano, in cui
tutto era più semplice: la strada da seguire,
la vita, i soldi. Figlio di piccoli commercianti, si era comprato un camion “per vedere il mondo” e aveva promesso alla moglie di chiamarla spesso.
Giovane e aitante, il camionista dagli
occhi blu e dall’abbronzatura perfetta trasportava mandarini, limoni e olive nei paesi senza sole e ripartiva carico di vestiti,
mobili e macchine. L’idea dei traslochi è
venuta a un amico. Nikos ha accettato subito.
Viaggiare dall’Arabia Saudita alla Scozia, dalla Norvegia al Marocco. E incontrare persone, uomini e donne che ti offrono il
caffè: era un sogno. “Ti aprono la loro casa,
entri nella loro intimità: sono cose da rispettare. Fare traslochi richiede una certa
delicatezza”. Nikos lo dice serio, assolutamente convinto che la parola “delicatezza”
non stonerà con la battuta un po’ volgare
che sta per fare. Racconta la sua vita seduto
nel suo ufficio, un bilocale, con i piedi appoggiati su una scrivania di legno massiccio
coperta di oggetti antichi e modellini di navi. Accanto a lui, un paio di stivali da motociclista degli anni quaranta.
Nikos ama accumulare cose, esibirle.
Oltre alla Harley e alla Mercedes ha sei automobili e una moto da collezione (“i miei
gioielli”), un quad, una barca a motore, una
casa al mare, un cavallo (Zeus), un rottweiler (Ortega) e uno yorkshire coi fiocchi in
testa (Joujou). Alla figlia, Panagiota, ha
comprato un monolocale in centro. Lui abita in un quartiere residenziale un po’ fuori
città. Il suo appartamento ha la vista su Atene: sulle sue luci, sull’Acropoli. La sera tardi, è lì che si ritrova con la moglie Litsa e il
figlio Michalis, l’erede.
Ha l’aria soddisfatta e insiste per mostrarci le foto dei suoi viaggi. Poi gli torna in
mente un altro tesoro. Dal cassetto della
scrivania estrae degli scatti strani, qualcu-
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no direbbe brutti: si vedono solo righe bianche, tunnel e specchietti retrovisori. Nikos
elenca date, paesi e tipi di trasloco, tutto a
memoria.
Ha macinato oltre un milione di chilometri tra il 1988 e il 1997. Per battere la concorrenza lavorava duro, dormiva poco e
chiedeva meno degli altri. “È il mercato!”,
dice ridendo. Non contava le ore di lavoro,
ma guadagnava parecchio. In quegli anni i
pensionati europei compravano la seconda
casa in Grecia per venire a trascorrerci la
vecchiaia. “Se ci pensi, è stato un periodo
d’oro...”.
Si è anche occupato spesso dei traslochi
degli emigrati greci che tornavano a casa.
Chi aveva lasciato il paese durante la seconda guerra mondiale, la guerra civile o la
dittatura, negli anni ottanta ha cominciato
a rientrare in patria. La Grecia era appena
entrata nell’Unione europea, le città esplodevano, la crescita galoppava, il paese era
in festa. “Ma non era sempre facile, qui non
avevamo neanche la televisione”. Gli emigrati e le loro valigie erano la fortuna di Nikos.
Silenzio, un’altra voluta di fumo. Nikos
ha appena rispedito in Australia un tizio
che era tornato vent’anni fa. “Perfino morire è diventato impossibile qui!”, gli ha detto
l’uomo prima di partire.
Per Nikos la crisi è come una mosca:
sarebbe bello poterla scacciare con una
mano. Con gli occhi che brillano, si sofferma ancora un po’ sugli anni di vacche grasse. La sua ditta – la Eracle, che oggi ha una
ventina di impiegati e otto camion – l’ha
aperta nel 1994.
Nella mitologia greca Eracle, mezzo
uomo e mezzo dio, simboleggia la forza.
Nikos gonfia i bicipiti e scoppia in una risata fragorosa. “Andiamo a mangiare?”.
A tutto volume
Nikos va a prendere la sua Mercedes in garage e si dirige fuori Atene, con la musica a
tutto volume. Il suo migliore amico, Markos, lo aspetta. I due si sono conosciuti dieci anni fa: Nikos doveva occuparsi del trasloco di una banca e aveva bisogno di camion supplementari. Markos, che consegna e monta cucine, gli ha dato una mano.
Da allora i due si incontrano ogni settimana
per pranzare insieme.
Sulla cinquantina, con i capelli lunghi e
grassi, Markos vive ad Ano Liosia, un quartiere di Atene periferico ma moderno ed
elegante, spuntato su alcune colline dove
trent’anni fa c’erano solo campi ingialliti
dal sole. Dopo le prime ville, distrutte dal
terremoto del 1999, nella zona sono appar-
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se abitazioni ancora più imponenti.
Nell’estate del 2007 Atene è stata devastata
dagli incendi. La natura è cocciuta, gli uomini pure: oggi qui le case sembrano dei
castelli.
Quella di Markos, quattrocento metri
quadrati su quattro piani, ha una “sala per i
ricevimenti” al piano terra, uno strano spazio che dovrebbe far venire voglia di bere,
mangiare e ballare. I ninnoli del salotto non
ricordano nessun viaggio. Le foto sono rare, i libri inesistenti e le tende leopardate. In
una gabbia c’è un colibrì.
Nikos si arrotola le maniche della camicia. “Passo il tempo a lavorare, ma ora...
pausa! Ti faremo vedere che i greci sanno
mangiare e bere bene”.
Il vino scorre a fiumi, gli invitati pescano nei piatti, condividono sformati, carne
alla griglia e formaggi in un allegro frastuono. Il cellulare di Nikos squilla in continuazione: “Gli affari”, si scusa a intervalli regolari. Quello del suo amico rimane muto.
Con il boom immobiliare, anche il settore delle cucine aveva conosciuto un rapido sviluppo. Ma Markos ha sperperato tutto. Per costruirsi la casa ha preso
un prestito di centottantamila
euro. Poi, quando sono finiti i lavori, tutti hanno smesso di comprare cucine. Markos e Anna
hanno smesso di pagare le rate
del mutuo due anni fa. La loro bella casa
sarà ipotecata. “Certo, ho scambiato i miei
sogni per la realtà. Ma perché non avrei dovuto?”, chiede Anna.
Per anni la Piraeus bank ha proposto alla coppia prestiti a tassi imbattibili. “Mi
chiamavano tre volte a settimana: ‘Vuole
un televisore nuovo?’, ‘Deve cambiare l’auto?’, ‘Le farebbero comodo diecimila euro?’. Cosa avrei dovuto rispondere?”. Anna
ha 23 carte di credito. Quando apre il portafogli, il ventaglio di schede di plastica le
arriva dal petto fin quasi al pavimento .
Nikos, invece, non ha mai preso in prestito un centesimo. Non ha studiato, ma ha
ereditato dal padre un pragmatismo punti-
Ci sono persone che
sognano di sparire
senza farsi vedere.
Nikos lo sa. E sa che
non è del tutto legale.
Ma è sempre pronto a
dare una mano
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glioso. Non vuole dipendere da nessuno.
“Sono un caso raro”, ripete. “Se mi porgessero una borraccia in pieno deserto, risponderei: ‘Se hai i soldi, prendi; se non ne hai,
guardi’”.
Si accende una sigaretta alla finestra. Il
quartiere è popolato da arricchiti che hanno avuto gli occhi più grandi della pancia.
“Le banche si sono già prese la casa del vicino”, sospira Anna. La notte è calata. Le
strade deserte non sono illuminate. Il comune non ha avuto il tempo di installare i
lampioni.
Nikos ha promesso ai suoi amici che, se
saranno sfrattati, li aiuterà a traslocare.
Gratis, ovviamente. Se ne va, con la musica
sempre a tutto volume. Mentre guida mi
confessa che potrebbe partire anche lui: un
amico gli ha proposto un lavoro in Australia. “Ma sarebbe da vigliacchi. Se sei un uomo, rimani e combatti”.
La rovina del paese
Nikos ha dormito male. Ha avuto un incarico dal ministero dell’economia: dovrà occuparsi del trasloco di diversi uffici esattoriali. Ad Atene ce n’erano 26. Con
la crisi sono diventati otto. Non
sono ancora le sei di mattina e
Nikos, con il telefono incollato
all’orecchio e il caffè e il posacenere sul tavolo, dà ordini alle sue
truppe. Se qualcuno gli chiede perché sta
urlando, lui nega di parlare ad alta voce e
spiega che un bravo capo deve essere chiaro quando dà istruzioni.
Un vecchio, Iakovos, entra, si siede davanti a Nikos e apre il giornale. Poi si alza e
spinge un interruttore nascosto in un armadio e accende la luce. Nikos, che si sgola al
telefono da tre ore, non ci aveva pensato.
Iakovos, 86 anni, è un vicino. Un giorno
Nikos l’ha trovato riverso a terra. Aveva
avuto un malore. “Me lo sono caricato in
spalla e l’ho portato dal dottore. E siccome
non ha più nessuno, l’ho adottato”. Nikos
gli paga la benzina, la spesa, lo accompagna dal medico, si assicura che venga ogni
mattina, lo chiama ogni sera e ha promesso di accompagnarlo “fino alla sua ultima
dimora”.
Sono le nove. Irene, issata sui suoi tacchi alti, comincia la giornata di lavoro. Nikos le affida il vecchio e fila verso uno degli
uffici esattoriali. Qualcuno l’ha appena avvertito che una delle squadre, inviata in
un’agenzia in periferia, ha “un problema”.
L’ingresso dell’edificio, un fabbricato grigio di cinque piani, è bloccato da uno sciame di telecamere che riprendono una trentina di manifestanti arrabbiati. “Cos’è
Toula, un amica di Nikos, nella sua casa di Atene
Un cartone della Eracle Trasporti
Nikos e la moglie Litsa nella loro casa al mare
questo casino?”.
Nikos tuona: “Questi odiano le tasse,
ma sono pronti a difendere un’agenzia delle entrate perché ci lavora il fratello, il padre
o il cugino”. Aggrotta le sopracciglia, incrocia le braccia e sbotta: “I funzionari pubblici sono il cancro della società”.
Arrivato al primo piano, si tranquillizza.
Gli ultimi impiegati stanno mettendo via le
loro cose. I suoi uomini possono lavorare.
Gli uffici sono deserti, i corridoi sanno di
polvere. Si ferma per riprendere fiato: è tutto il suo corpo a rilassarsi.
Uscendo, per poco non va a sbattere
contro una donna bionda dal viso sciupato,
infagottata in una felpa viola. Anna Taxaki,
64 anni, lavora lì da vent’anni. “Questa era
un po’ una casa per me. È difficile dire addio alla propria casa”, dice, dondolandosi,
come i vecchi persi nei ricordi.
Con le dita stanche, separa pile di documenti per farne altre pile. Il gesto è assurdo,
l’ha ripetuto per anni. L’amministrazione
greca ha appena cominciato a informatizzare i servizi. La funzionaria vorrebbe andare in pensione, ma suo marito è morto e i
due figli sono disoccupati. Il suo stipendio
è sceso da duemila a milletrecento euro.
Nessuno l’aiuta a trasportare le sue cose.
Di sera l’ufficio del ministro chiama Nikos per congratularsi. Nikos è felicissimo. Il
seguito della storia non gli interessa. Che la
nuova agenzia apra nel caos, che gli scatoloni sventrati rimangano in giro senza essere svuotati, che l’ascensore non funzioni,
che non ci sia posto per la taglierina e la fotocopiatrice: tutto questo non lo riguarda.
Pensa al guadagno. Il trasloco gli è costato centomila euro netti. Ha proposto allo
stato di farsi pagare centoventimila euro
subito o duecentoventimila più in là. Il ministro ha preferito rimandare. “È fatta”, si è
detto Nikos, nella speranza che la Grecia
riesca a evitare il fallimento.
Ogni 22 del mese
Alle spalle del Museo archeologico nazionale di Atene un giovane incappucciato sta
sbraitando contro gli stranieri e agitando
un manganello. Alcune persone scappano
alla sua vista. “Ancora gli immigrati... Non
si sono stufati di crearci problemi?”, commenta Nikos.
Parla di Atene come fosse di sua proprietà: “Guarda questa piazza. Prima ci
venivamo sempre. Ora è piena di iracheni
o afgani che spacciano”. I cinesi “fanno
scendere il prezzo delle case”, i rumeni e i
bulgari “sono tutti borseggiatori”. Poi borbotta: “I greci non hanno più niente, non
hanno più lavoro, perché dovremmo aiutaInternazionale 1011-1012-1013 | 2 agosto 2013
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Grecia
Il villaggio olimpico di Atene, costruito per i giochi del 2004
re gli stranieri?”. Alle ultime elezioni ha
votato per i conservatori, anche se “tutti
sanno che gli estremisti di destra hanno
ragione”.
“Guarda questa vecchia casa: immagina quanto doveva essere bella un tempo”.
La porta è serrata da una grossa catena. C’è
il cartello “vendesi”, ma ovviamente nessun compratore. Nikos conta i negozi chiusi: in certi quartieri la media è di uno su tre.
I locali vuoti e coperti di polvere gli mettono tristezza. Sui viali commerciali è tutto
un susseguirsi di banche: Piraeus, Alpha,
National Bank of Greece. Una folla omogenea aspetta paziente sui marciapiedi, davanti alle agenzie. Ogni 22 del mese le persone fanno la fila per ritirare la pensione.
Molte di loro sono sedute per terra, con le
gambe piegate al petto.
Da qualche mese hanno l’obbligo di firmare un registro che dovrebbe servire a limitare il rischio di frodi. “Migliaia di morti
e i loro parenti hanno continuato a riscuotere la pensione per anni: roba da matti!”,
brontola Nikos. Poi, con uno scatto, afferra
il telefono e chiama Irene, la segretaria:
“Iakovos è lì con te? Digli di andare in banca, oggi è il 22”.
Irene lavora alla Eracle dal 2011. Prima
della crisi, questa graziosa trentenne face-
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va la segretaria in un’azienda edile. Licenziata nel 2009, ha lavorato in un’agenzia di
recupero crediti. Ha retto un mese: “Moralmente era troppo duro. Eppure era l’unico
posto dove c’era lavoro”. Nikos l’ha assunta
per settecento euro al mese. Con un mutuo
di settecentocinquanta euro, non ce la faceva. Così si è rivolta a un tribunale: “Le
rate mensili sono state ridotte a cento euro.
Se non pago finisco per strada. Se pago, nel
2016 si farà il punto della situazione. In teoria dovrei finire di pagare la casa nel 2041.
Avrò sessantaquattro anni, mio figlio trentacinque”.
Di nuovo souvlaki
Una volta in ufficio, Nikos prende in giro
Irene per il suo pranzo: “Di nuovo souvlaki!”. Senza molta grazia gonfia le guance,
tira in fuori la pancia e mima un obeso. Irene non smette mai di sorridere.
Ha sempre sognato di avere il secondo
figlio, ma “negli ospedali pubblici bisogna
dare varie centinaia di euro ai medici per
partorire, e io non li ho”. Poi aggiunge:
“Nessuna madre dovrebbe dirlo, ma se tornassi indietro non farei neanche il primo”.
Continua a sorridere, con lo sguardo nel
vuoto.
All’inizio dell’anno scolastico, dopo
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l’estate del 2011, gli alunni non hanno ricevuto i libri di testo: non c’era abbastanza
carta per stamparli. Così Irene ha fatto delle fotocopie che sono durate fino a Natale,
quando i libri sono finalmente arrivati.
Quest’anno alcuni bambini di famiglie che
non si potevano permettere di pagare la
mensa spesso sono arrivati a scuola a mani
vuote, senza nemmeno uno spuntino. Irene ha proposto ai genitori più benestanti di
preparare delle porzioni doppie: “Non li
possiamo mica lasciare morire di fame!”.
Nikos protesta quando Irene arriva in
ritardo, ma apprezza la sua voce ferma,
dolce, e la sua memoria infallibile. Al telefono reclama le somme dovute e rassicura i
clienti. Sa improvvisare e risponde a tutte le
richieste, anche di chi chiede che il trasloco
sia fatto in piena notte. Nel 2011 ha ricevuto
una quarantina di proposte simili. Nikos le
ha accettate tutte. Capisce la situazione e
sa che ci sono persone che sognano di sparire senza farsi vedere. Sa che non è del tutto legale, ma è sempre pronto a dare una
mano.
Ricorda un uomo che aspettava, con la
moglie e i due figli piccoli, in un piccolo appartamento. Era una notte di aprile del
2012. Gli uomini della Eracle hanno lavorato in modo rapido e discreto, perché il pro-
Il Partenone
prietario, nonché creditore, abitava di fronte. Quando il camion blu si è allontanato
nell’oscurità, Nikos è andato a dormire.
Qualche ora dopo è stato svegliato da
una telefonata. Era il conducente, perso
con la famiglia da qualche parte in montagna. “È una stalla per pecore, capo. Non c’è
acqua corrente, non c’è elettricità. Li lascio
qui?”. Nikos ha parlato con il padre, che gli
ha detto di non volere più nulla, né indirizzo né telefono. Il dipendente ha svuotato il
camion ed è tornato indietro, da solo.
La signora Toula
Oggi è domenica, l’aria sa di mare, il cielo è
limpido. Nikos sta guidando verso la sua
seconda casa, in un villaggio sul mare a
quarantacinque chilometri da Atene. Sua
moglie e il cane prendono il sole con i finestrini abbassati.
La radio trasmette dei successi di Giorgos Alkaios, “un amico”, dice Nikos. Il cantante ha partecipato all’Eurovision. Nel suo
video più famoso, Opa, ancheggia tra quattro efebi fasciati di pelle. Nikos, la moglie e
il cane si muovono al ritmo della musica.
“Ecco una canzone anticrisi!”, esclama Nikos.
Nel parcheggio di un ristorante Nikos
incontra Toula, una sua cara amica milio-
naria, che ha invitato alcuni amici a pranzo.
Le presentazioni sono rapide: c’è una mora
che vuole fare l’attrice ma detesta le scene
di nudo, una bionda che esita tra la cucina e
la carriera di fotomodella, un ragazzo che
ha preso un anno sabbatico e sta flirtando
con la bionda. Davanti a loro, una baia turchese. I tacchi a spillo stridono sulla ghiaia,
lo iodio solletica le narici.
Nikos ha conosciuto Toula nell’inverno
del 1997. Quel giorno, era la vigilia di Natale, stava aspettando il ritorno dei suoi dipendenti per pagarli e fargli gli auguri. Il
telefono ha squillato: una signora aveva urgentemente bisogno di un furgoncino per
trasportare la sedia a rotelle di un bambino.
“Va bene, arrivo fra tre quarti d’ora”, ha risposto Nikos, che solo molto più tardi ha
scoperto quanto fosse ricca la sua nuova
cliente. “Molto ricca”, dice con un fischio,
“e molto generosa”.
In seguito Nikos si è occupato dei traslochi della danarosa signora e dei suoi figli,
sparsi tra Regno Unito e Stati Uniti. A Natale manda per conto di Toula dei container
pieni di regali a Londra. “Nikos ha visto tutto della mia famiglia, i momenti belli e
quelli tristi, i battesimi e i funerali, i matrimoni e i divorzi”. Dopo tanti anni, lui continua a chiamare la sua cliente “signora Tou-
la”. Il tavolo trabocca di cibo: insalate, polpi, calamari, gamberi, sogliole, orate, feta
alla griglia, skordalia, melanzane fritte,
zucchine fritte, patate fritte. Tutti si servono, piluccano, mangiano direttamente dal
piatto di portata. La conversazione ruota
intorno alla sfilata di moda del giorno prima. La “signora Toula” conclude con un
“grazie a Dio siamo tutti in buona salute”.
Gli ospiti si dirigono verso casa di Nikos.
Sua moglie offre caffè e pasticcini. La bionda assaggia i liquori, la mora va in estasi
davanti a una pietra da taglio, il ragazzo
ammira la vista sulla baia.
Un albero di clementine profuma il terrazzo. Gli ospiti si ritirano. Di colpo c’è silenzio, e Nikos si accascia su una sedia con
la testa tra le mani. “E se fossi l’ultimo rappresentante della classe media? Ormai vedo solo gente molto ricca o molto povera”.
S’interrompe. “E se lo stato fallisse? Che
fine faremmo?”.
Nel garage lo aspetta il suo “bebè”. Nikos ha comprato la Mercedes di re Costantino, l’ultimo monarca greco, e la sta facendo restaurare, ma per ora non la tira fuori.
“Non voglio che le persone per strada mi
guardino a bocca aperta”. Per soffrire, come i suoi compatrioti, si è appena comprato
anche un motorino. u fs
Internazionale 1011-1012-1013 | 2 agosto 2013
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