ECONOMIA
Breve storia delle
dottrine economiche
(tratto dal dizionario di storiografia)
Origini dell’economia
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La nascita dell‘economia come disciplina autonoma positiva è
generalmente datata nella seconda metà del XVIII secolo,
anche se le sue origini si possono far risalire molto più indietro
nel tempo, fino all‘Etica a Nicomaco e alla Politica di Aristotele.
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Tra i precursori devono essere annoverati i mercantilisti, che nel corso
del XVI e XVII secolo affrontarono in chiave di “politica economica” i
problemi della nascita dello stato nazionale.
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Nel 1758 F. Quesnay pubblicò la versione originaria del Tableau
économique, considerato il testo fondamentale della scuola
fisiocratica.
Nella sua opera, il Quesnay sottolineata l'interdipendenza esistente
tra i processi produttivi e l'equilibrio macroeconomico: gli scambi
vengono rappresentati come flussi circolari di moneta e merci tra la
classe produttiva (i contadini), la classe distributiva (i proprietari
terrieri) e la classe sterile (i lavoratori delle manifatture che si limitano
a trasformare beni creati dalla classe produttiva).
I CLASSICI
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Nel 1776 venne pubblicata “La ricerca sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni” di Adam
Smith, considerata tradizionalmente il centro ideale dell'intera storia dell'economia.
In essa sono presenti due linee di pensiero strettamente interrelate, che nelle riflessioni successive finirono per
disgiungersi:
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da una parte c'è la riflessione macroeconomica sulla crescita della ricchezza reale,
dall'altra la riflessione microeconomica basata sull'equilibrio concorrenziale individualistico.
La prima, di derivazione fisiocratica, indica come principale condizione della crescita economica l'instaurarsi di un
circolo virtuoso tra divisione del lavoro, crescita della produzione, allargamento dei mercati e conseguente
intensificazione della divisione del lavoro. Questo processo è alimentato dall'accumulazione di capitale fisso (macchine,
impianti ecc.) e circolante (materie prime e fondo salari). La connessione tra gli input produttivi detenuti dalle classi
sociali (capitalisti, lavoratori e proprietari terrieri) e il processo di sviluppo è alla base della teoria della distribuzione tra
classi sociali. Infatti quanto maggiore è la quota di prodotto destinata ai profitti, tanto maggiore è il ritmo
d'accrescimento della ricchezza della nazione.
La seconda linea di pensiero, quella microeconomica, mette al centro del sistema l'interesse personale degli agenti
economici. Nel mercato ognuno è libero di perseguire il proprio interesse e solo l'azione della mano invisibile permette
il raggiungimento dell'equilibrio concorrenziale per cui la produzione consente di offrire le merci desiderate dai
compratori, i metodi produttivi sono quelli più efficienti e le merci vengono vendute al prezzo più basso possibile.
È proprio in questo meccanismo l'origine positiva delle concezioni liberiste di politica economica.
Contro la visione armonica dei meccanismi dell'economia si espressero T.R. Malthus e D. Ricardo:
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Il primo sottolinea nel Saggio sul principio di popolazione (1798) che lo squilibrio tra i meccanismi di crescita della
popolazione e della produzione non può essere ristabilito se non in seguito a epidemie o a guerre.
Il secondo nei Principi dell'economia politica e delle imposte (1817) mette in luce i conflitti distributivi tra rendita,
salari e profitti.
Nel clima del ripensamento ricardiano si svilupparono le prime riflessioni dei pensatori socialisti
(C.H. Saint-Simon, C. Fourier, J.C.L. Sismondi, P.J. Proudhon) che, preso atto della realtà conflittuale del sistema
economico, intendevano intervenire in esso. Il filone centrale della disciplina rimase tuttavia ancorato a una visione
dell'economia come orologio meccanico. Proprio alla metà dell'Ottocento essa trovò la sua massima espressione nei
Principi di economia politica (1848, ed. it. 1983) di J. Stuart Mill che vede la garanzia della meccanicità dell'ordine
economico nella tendenza al benessere individuale.
GLI STORICI E MARX
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Contro questo corpus di lavori, conosciuto con l'espressione economia
classica, nella seconda metà dell'Ottocento, si mossero:
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l'opera della scuola storica
K. Marx.
La scuola storica, fondata da W.G.F. Roscher, che ebbe tra i suoi
rappresentanti B. Hildebrande K. Knies e in seguito G. von
Schmoller, sostenne che il sistema economico è un organismo che
ha in sé una legge di svolgimento.
Il compito della scienza economica è quello di descrivere lo sviluppo dei sistemi
economici nella loro individualità storica e ricercarvi il principio unico che li muove.
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Una simile prospettiva non è estranea alla visione di Karl Marx che
costruì un sistema analitico per studiare le leggi di movimento
del sistema capitalistico (per esempio la caduta tendenziale del
saggio di profitto, l'immiserimento crescente della classe operaia, la
teoria delle crisi economiche).
L'attenzione di Marx è concentrata sulla sfera della produzione e in particolare sui
meccanismi che regolano la produzione del reddito e la sua distribuzione tra salari e
profitti. Nello scontro distributivo tra capitalisti e proletari Marx individua il meccanismo
economico che a lungo andare provoca la caduta del sistema capitalistico.
I NEOCLASSICI
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La cosiddetta “rivoluzione marginalista”, che segnò l'inizio del sistema teorico neoclassico e
che è tuttora struttura portante della disciplina economica, coincide con la pubblicazione di tre
volumi:
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2.
3.
Economia politica (1871, ed. it. 1883) di S.W. Jevons;
i Principi di economia politica (1871, ed. it. 1976) di C. Menger;
gli Eléments d'économie politique pure (1874) di M.E.L. Walras.
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Da questo momento in poi la visione del processo economico si concentrò sul problema dell'allocazione
ottimale di risorse scarse tra usi alternativi. Il punto di partenza è la nozione di utilità.
Gli anni seguenti videro economisti di diversi paesi impegnati nella costruzione dell'ortodossia neoclassica.
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In Gran Bretagna la scena fu dominata da A. Marshall i cui Principles of Economics (1890) divennero il
testo fondamentale nella formazione accademica dello studioso di economics. A.C. Pigou, allievo di Marshall,
è considerato il fondatore dell'economia del benessere.
In Austria operarono C. Menger, E. Böhm Bawerk e F. von Wieser.
In Francia la scena fu dominata da L. Walras che giunse alla formulazione matematica dell'equilibrio
economico generale.
In Italia gli esponenti di questo filone furono F. Ferrara, M. Pantaleoni e V. Pareto. Proprio a Pareto è
dovuta la riformulazione dell'equilibrio walrasiano nei termini delle sue proprietà ottimali (un'allocazione è
massima quando risulta impossibile aumentare una grandezza economica senza farne diminuire un'altra) che
è alla base della moderna economia del benessere.
Negli Stati Uniti furono attivi J.B. Clark e J. Fisher; qui contemporaneamente si sviluppò la corrente
eterodossa dell'istituzionalismo di T. Veblen.
La cosiddetta scuola scandinava infine fu dominata dalla figura di K. Wicksell.
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La grande crisi economica del 1929 mise in dubbio il valore dei risultati raggiunti dal sistema neoclassico
e spostò l'attenzione dai problemi microeconomici dell'allocazione statica di risorse a quelli della
dinamica macroeconomica.
DA KEYNES ALLA RICERCA
CONTEMPORANEA
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Nel 1936 venne pubblicata la Teoria generale di J.M. Keynes che rappresenta l'attacco più forte al
sistema neoclassico.
Keynes rovesciò il tradizionale nesso causale per cui la produzione genera la spesa e la domanda,
sostenendo che sono le decisioni di spesa per consumi e investimenti che generano la domanda,
cui poi si adegua, attraverso meccanismi moltiplicativi, la produzione.
Corollario di questa visione è la considerazione interventista dello stato che può favorire, attraverso
la spesa pubblica, lo sviluppo dell'intera economia.
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Sempre nell'ottica di una analisi dinamica del sistema economico si mosse J.A. Schumpeter che sottolineò
l'importanza della funzione imprenditoriale nello svolgimento dei meccanismi economici.
Il meccanismo della concorrenza impone agli imprenditori di non accettare i vincoli tecnologici e di cercare di
realizzare profitti dinamicamente scegliendo strategie innovative di lungo termine.
In quegli anni vennero altresì gettate le basi della teoria della crescita (R.F. Harrod e E.D. Domar) e
presero piede alcune importanti riflessioni sul ciclo economico (W.C. Mitchell, J.M. Clark, e, in Austria, F.
von Hayek).
Alle discussioni sul ciclo si legò lo sviluppo dell‘econometria (J. Tinbergen). Gli sviluppi critici della teoria
marshalliana condussero all'analisi dei mercati di concorrenza imperfetta e di oligopolio, alle cui origini c'è un
saggio di P. Sraffa (1926).
La gran parte della riflessione teorica del secondo dopoguerra è legata alla discussione dei problemi di
esistenza (dimostrata nel 1954 da K.J. Arrow e G. Debreu) e stabilità dell'equilibrio economico
generale.
In macroeconomia la Teoria generale di Keynes diede vita, sulla scia di un articolo di J. Hicks del 1937 in
cui per la prima volta veniva formulata la celebre curva IS-LM, alla cosiddetta sintesi neoclassica ovvero
all'incorporazione di Keynes nell'ortodossia. (Approfondimenti su internet vedi curva IS-LM )
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Nel 1944 John von Neumann (che è universalmente noto come il padre dell'omonima architettura dei calcolatori,
impiegata nella maggior parte dei computer moderni ) e Oskar Morgenster pubblicarono Theory of Games and
Economic Behaviour che, rimettendo in gioco la nozione di razionalità propria della tradizione neoclassica,
diede origine alla moderna teoria dei giochi (giochi cooperativi a somma zero) applicata all'economia.
Un filone di studio di moda negli ultimi anni si basa sulla teoria dei giochi ampliata da John F. Nash (giochi
non cooperativi e a somma non zero).
Gli sviluppi recentissimi vedono un interesse crescente per l'affinamento della strumentazione analitica, oltre
alla ripresa del filone schumpeteriano, articolata attorno al ruolo dell'impresa e dell'innovazione
tecnologica nel sistema economico e, infine, alla discussione dei microfondamenti della macroeconomia.
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