Leibniz
Un metafisico ottimista
La vita
1646 - nasce a Lipsia da famiglia protestante della borghesia colta.
1666- si laurea ad Altdorf, vicino a Norimberga, città dove si affilia alla setta esoterica
dei Rosacroce.
1668 diventa consigliere del principe elettore di Magonza e svolge per lui diverse
missioni diplomatiche, mentre comincia a redigere le prime opere di politica, logica
,fisica.
1672 è a Parigi dove conosce i migliori intellettuali del suo tempo. Si occupa di
matematica e fisica e studia la filosofia di Cartesio.
1676 scopre il calcolo integrale, autonomamente rispetto a Newton. Nello stesso anno
diviene bibliotecario presso il duca di Hannover, per il quale compie una complessa
ricerca genealogica che lo rende esperto anche di storia. Nel corso di tale ricerca
viaggia molto in Germania e in Italia. Si impegna anche per l’unità delle Chiese
protestante e cattolica, un progetto che allora più che oggi aveva uno schietto sapore
utopico.
1680 all’incirca a partire da questo periodo si moltiplicano i riconoscimenti ufficiali
della sua opera di studioso e uomo politico.
1700 fonda il primo nucleo dell’Accademia prussiana delle scienze.
1716 muore ad Hannover.
Le opere filosofiche
• Nel 1686 Leibniz compone il Discorso di metafisica, che
brevemente riassume le idee filosofiche che ha maturato fino a
quel periodo. A tale opera seguirà nel 1695 il Nuovo sistema
della natura, della comunicazione delle sostanze e dell’unione fra
anima e corpo, poi nel 1714 I principi della natura e della grazia
fondati sulla ragione. Dello stesso anno è la Monadologia, breve
ma famosissimo testo di metafisica. Verrà pubblicato postumo
un testo del 1703-4 critico nei confronti del filosofo inglese
empirista John Locke, intitolato Nuovi saggi sull’intelletto
umano. Infine i Saggi di teodicea usciti nel 1710, , affronteranno
da un punto di vista razionale la vexata quaestio del rapporto tra
giustizia e onnipotenza divine e presenza del male nel mondo.
L’ordine del mondo
• Differenziandosi fortemente da Spinoza, Leibniz
sostiene che l’ordine del mondo, che sicuramente è
compito del filosofo e dello scienziato rintracciare, non
è necessario, ma contingente, cioè è frutto di una
scelta, dipende da un atto di libertà, e in particolare
dall’atto liberamente creativo di Dio. Dio quindi crea un
mondo ordinato ma non coincide con tale mondo,
mantenendo tutte le tradizionali caratteristiche di
trascendenza. Tale ordine comporta non solo l’atto
creativo esterno di Dio, ma anche la possibilità interna
di una scelta.
Scelta, non caos
• La possibilità di scegliere nel mondo non è
caos, ma, quando realizzata, disegna nella
realtà una nuova costruzione, che pure è
pensabile e leggibile come un ordine.
Qualsiasi sia infatti la linea che tratteggio in
base a punti scelti a caso su una superficie, vi
sarà un’equazione che darà conto del percorso
della mia linea, dunque essa avrà una sua ratio
matematica.
L’ordine che concilia
• L’idea di ordine implica quella di un’armonica e razionale
disposizione delle parti all’interno di qualsiasi totalità. Dunque nella
realtà il problema degli eventuali conflitti tra visioni del mondo,
filosofie, prospettive di vita e religiose è risolvibile individuando la
corretta collocazioni di queste all’interno della loro totalità.
• Di qui l’idea leibniziana di poter conciliare diversi aspetti della
riflessione filosofica a lui contemporanea, come il meccanicismo e il
finalismo, il materialismo e lo spiritualismo, le idee filosofiche degli
antichi e dei moderni. Allo stesso modo si potevano conciliare i
diversi orientamenti religiosi (in particolare la cattolica e la
protestante) o i diversi interessi politici, come pure le diverse
discipline scientifiche (queste ultime in un’utopica «repubblica delle
scienze»).
Distinguere e collocare
• Ovviamente per conciliare è necessario anzitutto
distinguere e collocare gli enti nella loro corretta
dimensione, dove essi trovano razionale spiegazione.
• In primis per Leibniz è necessario distinguere, come
abbiamo visto, ordine da necessità. Vi è un ordine
reale, ma non necessario. Ed è precisamente l’ordine
di questo mondo.
• Necessarie propriamente sono le VERITA’ DI
RAGIONE, altro discorso va compiuto per le VERITA’
DI FATTO.
Verità di ragione e verità di fatto: le
verità di ragione
• Le verità di ragione – che coincidono con quelle individuate
dalla logica formale - si fondano sul principio di identità («ogni
cosa è ciò che è) e non contraddizione (ogni cosa è vera o
falsa e non può essere al contempo vera e falsa) e sono
espresse da proposizioni in cui il predicato nulla aggiunge a
ciò che si dice nel soggetto (p. es. «il triangolo ha tre lati»).
Esse sono vere necessariamente, ma non aumentano la nostra
conoscenza della realtà esistente. Non sono quindi derivate da
quest’ultima e sono innate. Esse, pur essendo innate, quindi
contenute nella nostra mente, non lo sono in modo attuale,
ma in modo confuso e oscuro, e che la loro esplicitazione
segue le esperienze che noi facciamo con la realtà.
Verità di ragione e possibilità
• Le verità di ragione ci dicono tutto ciò che,
essendo non contraddittorio, sarebbe
possibile che avvenisse. Ma ciò che
effettivamente avviene è un numero di eventi
molto minore. Dunque all’interno di quanto è
puramente possibile, si realizza ciò che è reale
ed effettuale.
Verità di fatto
• Le verità di fatto riguardano la realtà effettiva. Esse non sono
fondate sul principio di identità non contraddizione, quindi il loro
contrario è possibile. Il loro fondamento è il principio di ragion
sufficiente, che dice che nulla mai avviene senza una ragione per
la quale avvenga e in modo che tale ragione sia sufficiente a
spiegare perché è avvenuto un evento e non il suo contrario.
Tale principio non dice che deve avvenire per forza una cosa, ma
che ciò che avviene è legato a ciò che già è avvenuto in una
catena di eventi in cui il precedente realizza il successivo.
Tuttavia tale catena non è necessaria. Infatti la ragion sufficiente
inclina senza necessitare..
Il contrario di ciò che accade
• Perché il contrario di ciò che accade è sempre
possibile. Un quadrato triangolare è impossibile che
venga pensato, mentre è possibile pensare che
Napoleone avesse vinto a Waterloo, anche se poi tale
possibilità, in virtù della concatenazione di cause che
si determinata, non si è realizzata. Se Napoleone
avesse vinto non vi sarebbe stata contraddizione di
fatto, mentre un quadrato triangolare è
contraddittorio
Necessità assoluta e necessità ex
hypothesi
• La necessità delle verità di ragione è assoluta:
l’impossibile è semplicemente impossibile. La necessità
delle verità di fatto non è piena e assoluta necessità,
giacché esse necessitano solo ammettendo che
(hypothesis) vi sia la causa precedente, che è ragion
sufficiente perché accada un dato evento. Quindi la
spiegazione causale del mondo contingente è
ugualmente sicura, perché dà per vera l’ipotesi, ma
non è necessitante, perché l’ipotesi contraria rimane
possibile in quanto non contraddittoria.
Esempio
• Se pensiamo al nostro mondo come alla realizzazione
di una particolare configurazione della realtà tra le
infinite
possibilità
tutte
ugualmente
noncontraddittorie, dobbiamo trovare la ragion sufficiente
perché si sia realizzato proprio questo che di fatto
esiste. Tale ragione è la scelta di Dio e il suo atto
creativo. Una scelta che, in quanto divina, dà origine al
migliore dei mondi possibili. Ciò perché la scelta di Dio
ha uno scopo, cioè è una causa finale, non meccanica
del mondo, e il fine è ciò che ha motivato la scelta
stessa.
Soggetto e predicato
• Nelle proposizioni che esprimono le verità di ragione
(esempio: il triangolo ha tre lati) il predicato (ha tre lati) è
contenuto nel o è identico al soggetto (triangolo). Nelle verità
di fatto (esempio: Cesare passò il Rubicone) il predicato
relativo all’azione di Cesare, non è logicamente contenuto nel
soggetto, tanto che si può dire il contrario senza cadere in
contraddizione (es. Cesare non passò il Rubicone). Il soggetto
nelle verità di fatto è una realtà esistente, cioè una sostanza
individuale: questo rende possibile la contraddizione del suo
predicato, cioè pensabile, anche se il suo predicato deve avere
nel soggetto la sua ragione sufficiente.
Ragion sufficiente
• Dire che il predicato deve avere nel soggetto la sua
ragion
sufficiente
significa,
nell’esempio
precedentemente fatto, che nella personalità di Cesare,
nelle sue capacità militari, nelle sue prospettive politiche,
devo trovare i motivi che gli hanno permesso di passare il
Rubicone. Questo significa che la realizzazione della
semplice possibilità logica di passare il Rubicone - che è
tale accanto alla possibilità logica di non passarlo
(entrambe le cose infatti sono logicamente
incontraddittorie) - deve trovare il suo motivo, la sua
ragione nelle caratteristiche del soggetto.
La sostanza individuale
• Ciò è caratteristico della realtà esistente, cioè della
sostanza individuale. Essa è il corrispondente reale di ciò
che nel piano logico è il soggetto cui si attribuiscono dei
predicati.
• Di essa quando se ne possieda una nozione compiuta, è
possibile dare un descrizione tale che tutto ciò che ne
viene predicato è giustificabile in base a tale nozione.
Cioè di Cesare io posso avere una nozione così compiuta
da essere in grado di dedurre dalla sua nozione tutto
quanto vi attribuisco, ossia in pratica tutte le azioni che
egli compie.
La nozione compiuta e incompiuta
• Una nozione perfetta di una sostanza individuale la possiede solo Dio. Dio
sa che cosa ha creato quindi sa il perché profondo di ogni azione o
manifestazione di quella cosa. Gli uomini non hanno tale nozione e
devono perciò dedurla dalla storia. Essi devono dunque ricostruire a
posteriori, indagando gli eventi, le ragioni degli eventi stessi nei soggetti
che ne sono protagonisti. Dunque in base alla conoscenza divina tutto ciò
che avverrà è certissimo così come lo è tutto ciò che è avvenuto per gli
uomini.
• Questi ultimi, dal canto loro, in quanto sostanze agiscono in modo
determinato dalla loro natura, e sotto tale profilo la loro libertà appare
necessariamente limitata. Tuttavia detta libertà è mantenuta, poiché sul
piano logico, il contrario di ciò che hanno fatto rimaneva possibile, anche
se concretamente, date alcune loro caratteristiche (ex hypothesi) non
poteva accadere.
Libertà
• Nelle verità di fatto il contrario è pensabile e possibile sul
piano logico. Tuttavia, data l’effettiva esistenza di una sostanza
individuale e alcune sue determinate caratteristiche, ne
discendono con certezza assoluta tutti i suoi ulteriori attributi
e tutte le sue azioni nel tempo. Ciò, come abbiamo visto, limiti
fino ad annullare la libertà, e in particolare la libertà di quella
sostanza individuale che è l’uomo.
• Di tale difficoltà Leibniz si rende conto, così come si rende
conto che, in questo senso, agli occhi di Dio, che ha una
nozione compiuta di tutte le sostanze individuali, alla fine
verità di ragione e verità i fatto coincidono.
Punto di vista divino e umano
• Tuttavia per l’uomo, che delle sostanze
individuali ha per forza una nozione
incompiuta, la libertà rimane, poiché l’uomo
prende coscienza degli sviluppi delle nozioni
contenute nelle sostanze individuali solo nel
tempo e non li conosce anticipatamente.
Dunque se per Dio il futuro è già dato, per
l’uomo è aperto e ciò permette di concepirlo
ancora come libero.
La fisica leibniziana tra Aristotele e
Cartesio
Leibniz vuole offrire una visione complessiva del mondo che
tenga conto dei suoi principi primi e delle sue manifestazioni
fenomeniche. Il mondo è una collezione di corpi che
funzionano in un dato modo, ma tale funzionamento (il
“come” studiato dalla scienza che legge il linguaggio
matematico della natura e misura gli eventi con esattezza) è
fondato su alcuni principi che ci dicono il “perché” della
natura. Se si vuole costruire un’immagine coerente e al tempo
stessa completa della realtà bisogna affrontare entrambi
questi aspetti. Ora, per il “come” è necessario riferirsi alle
scoperte scientifiche e al loro quadro meccanicistico, per il
“perché” è necessario assumere il punto di vista metafisico
che fu di Aristotele, la cui riflessione in tale campo rimane
quindi valida e imprescindibile.
Nei corpi: leggi naturali e principi primi
• Nei corpi si individuano leggi naturali del loro
comportamento, ma tali leggi non ne spiegano
l’origine. Per esempio le nozioni scientifiche di
estensione e movimento rimandano ad altro.
L’estensione descrive la molteplicità dei corpi e il
movimento il loro comportamento, la loro azione
come qualcosa di dato. Ma la molteplicità
presuppone l’unità e l’azione presuppone un
principio di attività. Quindi il dato della scienza va
spiegato attraverso l’individuazione dei principi primi
dell’unità dei corpi e della loro attività.
La forma sostanziale
• Per spiegare il dato bisogna ricorrere alla
nozione aristotelica di forma sostanziale. La
forma sostanziale è il principio per cui una
cosa è quello che è. Tale principio è
individuato attraverso la ricerca della sua
entelechia (en-télos-écho = ho dentro il fine =
ciò che ha in sé il fine verso cui tende), cioè
della finalità intrinseca della cosa per la quale
essa realizza nel corso della sua esistenza ciò
che deve essere.
Ogni cosa è forma sostanziale
• Ogni cosa o SOSTANZA ha in sé un fine verso
cui tende, cioè cammina verso la sua FORMA,
ovvero verso la sua compiutezza perfetta. In
ogni cosa vi è dunque un seme che sboccia
per diventare pianta, cioè quello che sin
dall’inizio doveva essere. Quindi per capire
che cosa è una cosa bisogna individuare la sua
forma sostanziale.
Enetelechia=energia
• Il fatto che ogni corpo sia un entelechia, significa che ha
dentro di sé una forza attiva che è principio del suo
movimento, quel movimento che viene individuato da
Cartesio come carattere fondamentale dei corpi, senza essere
spiegato. Tale forza, che genera il movimento, che a sua volta
si trasmette tra i corpi, è attiva. Ma affinché il movimento
possa trasmettersi da corpo a corpo, i corpi devono essere
impenetrabili tra loro. Bene, il fatto che l’estensione non
comporti penetrabilità, è dato da una forza passiva, che
permette ai corpi di RESISTERE alla penetrazione quando
interagiscono con altri corpi. Tale forza passiva è chiamata da
Leibniz forza d’inerzia.
La forza, vera essenza della materia
• Allora la materia e il suo movimento è
spiegata dal concetto di forza, che fa a sua
volta riferimento alla nozione di entelechia e
di forma sostanziale. Questi ultimi concetti
danno dunque conto della natura dei corpi,
conciliandosi pienamente con la scienza dei
fenomeni che studia le interazioni dei corpi,
propria della fisica moderna, in cui la nozione
di forza attiva è per esempio chiamata
“energia cinetica”.
L’estensione-fenomeno
• Se il principio della materialità, cioè impenetrabilità,
della materia è la forza passiva e quello del suo
movimento è la forza attiva, che cosa è l’estensione?
Diremmo in termini moderni, che cosa costituisce la
massa di un corpo? L’estensione/massa è il modo in
cui l’energia che caratterizza i corpi si manifesta alla
nostra sensibilità, cioè è un fenomeno. Sono le
caratteristiche sensibili che noi individuiamo nella
materia come proprie di alcuni corpi. Se i corpi SONO
forza, essi APPAIONO a noi come estensione/massa.
Spazio e tempo
• Spazio e tempo sono anch’essi proprietà
fenomeniche
della
materia,
cioè
rappresentano l’ordine in cui la materia
estesa si dispone. L’ordine delle coesistenze,
cioè l’ordine in cui si collocano i corpi che
esistono assieme contemporaneamente è lo
SPAZIO, l’ordine delle successioni, cioè l’ordine
in cui i corpi si dispongono uno dopo l’altro, è
il TEMPO.
L’immagine fisica del mondo
• Il mondo per Leibniz ci si presenta come una collezione di centri di energia
(i corpi), che ci appaiono estesi, impenetrabili, ordinati in serie spaziotemporali, e dotati di una forza di resistenza-azione.
• Il concetto di forza ci permette, in quanto elemento fisico e misurabile, di
determinare i fenomeni in un quadro meccanicistico, dall’altro ci consente
di elevarci ad un livello di spiegazione metafisica del mondo,
corrispondente al concetto di forma sostanziale.
Nella forma sostanziale l’attività delle cose ha un carattere finalistico
(conatus).
L’individuazione delle forme sostanziali oltrepassa la dimensione della
percezione sensibile.
• Dunque c’è una forza viva che è misurabile e utilizzabile per descrivere i
fenomeni, ma quella stessa forza viva è principio di spiegazione non
meccanica e non quantitativa, della loro natura profonda.
Le monadi
• I centri di energia che costituiscono tutta la realtà vengono da Leibniz
chiamati MONADI.
• Esse sono di natura spirituale
• Costituiscono la forma dei corpi cioè ci dicono ciò che essi devono essere
realizzandosi pienamente
• Sono assolutamente semplici e indivisibili e pertanto indistruttibili, poiché
non se ne può concepire la morte per disgregazione.
• Per la loro stessa assoluta semplicità non possono essere nate da altro, ne
originare altro, poiché nessuna parte di loro può essere trasferita, e tutto
ciò che possiedono l’hanno da sempre posseduto nella loro forma,
direttamente creata da Dio.
• Possono essere rappresentati come una sorta di atomo spirituale
• Sono inestese e non percepibili tramite i sensi
Le monadi ossia ciò che è semplice e unitario posto a
spiegazione di ciò che è complesso e molteplice
• Come si giunge a postulare le monadi? E’ un
esigenza razionale che ci spinge a ciò. I corpi
sono aggregati e composti di parti, ma per
essere composti di parti, vi deve essere un
principio
assolutamente
semplice
e
incomposto che li costituisce, giacché il
molteplice va ricondotto ad un principio
unitario: questo è la monade. Bene, i corpi
risultano essere un aggregato di monadi.
Diversità tra le monadi
• Le monadi sono ciascuna diversa dall’altra. Non
esistono infatti due sostanze perfettamente uguali.
Secondo il principio degli indiscernibili, se vi fossero
in natura due sostanze perfettamente uguali, il solo
fatto di essere due ed occupare spazi diversi, le
renderebbe
diverse,
viceversa
se
fossero
perfettamente uguali non si potrebbe discernere tra
di loro, quindi sarebbero una sola sostanza.
Che cosa accade all’interno delle
monadi?
• Ciascuna monade non può essere influenzata dall’esterno:
“Non si può neppure spiegare come una monade possa essere
alterata, ovvero cambiata da una qualche creatura, perché
non vi si potrebbe trasporre nulla, né si potrebbe concepire in
essa alcun movimento interno che possa essere eccitato,
come si può fare nei composti, nei quali si dà mutamento
delle parti” (Monadologia ,7). La monade è infatti sostanza
semplice ed autosufficiente, che ha in sé la sua forma cioè
tutta l’attività di cui è capace. I mutamenti che pur accadono
in essa sono da essa stessa prodotti, e sono dati dalla sua
capacità rappresentativa che percepisce la realtà esterna, la
quale è mossa da uno specifico impulso, l’appetizione, quello
stesso impulso a divenire ciò che si è, che è nella loro forma.
Tutte le monadi percepiscono
• Ogni monade che compone ogni corpo è dotata di facoltà
rappresentativo-percettiva, cioè in sostanza di energia vitale
che è al tempo stesso mentale e spirituale. Che cosa
differenzia le monadi che caratterizzano le sostanze pensanti
da quelle che caratterizzano la materia inerte o la vita
animale? Le prime sanno di percepire, cioè sono dotate di
quella percezione autocosciente che Leibniz chiama
appercezione, le altre hanno solo piccole percezioni, che
giungono solo alla sensazione e alla memoria, ma non sono
coscienti (anche l’anima umana ha piccole percezioni, cioè
sensazioni che non sanno di sé, si immagini il rumore di
sottofondo di un fiume durante una conversazione
coinvolgente: c’è come sensazione, eppure non è
appercepito).
Una realtà piena di spirito
• Se la monade è principio energetico-spirituale
delle cose e se tutto è costituito da monadi, la
realtà è nel suo fondo qualcosa di spirituale.
Nondimeno vi sono diversi gradi di attività
delle monadi. Le monadi che posseggono
autocoscienza e ragione sono quelle che
costituiscono ciò che noi chiamiamo anima.
Il “corpo” delle monadi e la materia
prima
• La monade può percepire chiaramente e in piena
autocoscienza, o possedere solo piccole percezioni. Le piccole
percezioni sono percezioni confuse, non autotrasparenti, cioè
all’interno della monade sono come un elemento di passività
inerte. Ecco propriamente la materia prima della monade. Ciò
che non è chiaro a se stessa è il suo primario elemento
materiale, che costituisce al tempo stesso il suo elemento di
impenetrabilità e resistenza: in termini fisici, la sua massa
inerte o estensione. Il corpo delle monadi è dunque il loro
spirito non rischiarato, non sviluppato, non trasparente.
Gli aggregati di monadi e la materia
seconda
• Per questo le monadi aggregandosi, pur
essendo di per sé inestese, generano corpi
estesi. I quali dunque sembrano essere
aggregati di opacità percettive, che Leibniz
chiama materia seconda. Alcuni di questi
aggregati sono sottoposti ad una monade
dominante, cioè propriamente la loro anima.
Corpo e anima
• Se alcuni aggregati sono sottoposti ad una monade dominante,
sembrerebbe che tale monade influisca sulle monadi sottoposte,
ma ciò abbiamo visto essere impossibile: la monade non ha
finestre attraverso cui penetrare quindi non è influenzabile. Che
rapporto allora si stabilisce tra la monade dominante, cioè
l’anima, e l’aggregato, cioè il corpo? Come giustificare il fatto che
noi vediamo la nostra mente influire sui corpi e viceversa? E’ il
vecchio problema cartesiano che si ripropone, nonostante
Leibniz abbia superato il dualismo tra res cogitans e res extensa.
Infatti se per Leibniz non c’è una dualità di sostanze, poiché tutto
è fatto di monadi energetico-spirituali, nondimeno la loro
incomunicabilità ripropone la questione del rapporto tra quelle
che compongono l’aggregato corporeo e quella che coincide con
l’anima.
L’armonia prestabilita
• In effetti la monade dominante non influenza le monadi
inferiori, non vi è comunicazione tra monadi. Non e possibile
nemmeno pensare all’idea che la reciproca influenza tra
mente e corpo sia dovuta a cause occasionali (Malebranche),
che nascondono la vera causalità di Dio, il quale
continuamente interverrebbe nel mondo, senza sottostare a
quel principio di economia che limita la necessità di un suo
intervento. In realtà anima e corpo sono come due orologi
perfettamente sincronizzati in modo tale che ad ogni moto
dell’anima ne corrisponda uno del corpo e viceversa (armonia
prestabilita). Anche la finalità propria dell’anima e la necessità
delle cause efficienti propria del corpo è stata da Dio
perfettamente armonizzata.
Armonia mundi
• Tutto è stato da Dio perfettamente
sincronizzato e armonizzato fin dalla
creazione, in modo che una monade, agendo
a partire dal proprio irripetibile serbatoio
energetico e rappresentativo, si incastri
perfettamente con tutte le altre sia nello
spazio sia nel tempo.
Dio
• L’autore del mirabile ordine dell’universo è Dio,
monade delle monadi, ente perfettissimo e del tutto
spirituale (infatti non vi è in lui alcuna opacità e alcun
difetto rappresentativo). A lui e al suo atto creativo e
libero dobbiamo rivolgerci se intendiamo rispondere
alla domanda più radicale della filosofia: “Perché
l’essere piuttosto che il nulla?”( Principi della natura
e della grazia). La sua esistenza è dimostrata sulla
base della prova tommasiana ex contingentia,
opportunamente sostenuta dalla prova ontologica
anselmiana, già accolta da Cartesio.
La conoscenza
• Le monadi hanno dentro di sé l’universo intero, cioè
virtualmente uno sguardo totale che essere traggono dalla
loro interiorità energetica. Nella monade c’è una dinamica
di progressiva realizzazione di sé (entelechia) che rende
effettiva la conoscenza che sin dall’inizio era contenuta in
essa sul piano delle piccole percezioni. Questo realizzarsi
della conoscenza coincide con il processo conoscitivo
stesso, che, a differenza di quanto pensano gli empiristi,
non ha alcun bisogno dell’influsso reale degli oggetti
esterni sulla monade stessa. Tutto ciò costituisce il
particolare innatismo conoscitivo di Leibniz.
Nihil est i intellectu quod prius non
fuerit in sensu, nisi intellectus ipse
• Nulla è nell’intelletto che prima non sia stato nel senso, questo è
l’adagio scolastico fatto proprio dagli empiristi (proprio su questi
problemi Leibniz entra in polemica con Locke). Leibniz aggiunge
“nisi intellectus ipse” cioè “tranne l’intelletto stesso”. Ciò
significa che l’intelletto contiene già sia la forma sia la materia
della conoscenza, la forma come disposizioni conoscitive, la
materia come contenuti conoscitivi non ancora giunti a
coscienza (piccole percezioni). Il cammino conoscitivo consiste
nel rendere chiare tali percezioni. Nella conoscenza sensibile tale
chiarificazione avverrà in armonia con un evento esterno, nella
conoscenza razionale in armonia con uno sforzo dell’intelletto
stesso nel porre ad oggetto di conoscenza il suo proprio
contenuto rappresentativo. Dunque si passerà nei due momenti
da percezioni confuse a percezioni e rappresentazioni sempre
più chiare e distinte.
Dalle piccole percezioni
all’appercezione
• Le piccole percezioni sono proprie anche agli esseri inanimati;
• Gli animali posseggono percezioni chiare ma confuse, cioè in
grado di permettere di distinguere oggetto da oggetto e
riconoscere gli oggetti senza però poterne enumerare i singoli
caratteri distintivi.
• Gli uomini possiedono percezioni chiare e distinte, cioè le
appercezioni che permettono di cogliere l’essenza delle cose
percepite.
• Il percorso della conoscenza si delinea allora come passaggio
dalle piccole percezioni solo animali all’appercezione
pienamente umana.
La teodicea (Principi della natura e
della grazia; Saggi di teodicea)
• Teodicea significa “giustificazione di Dio”.
Perché Dio va giustificato? Perché la sua
giustizia e onnipotenza va coordinata con la
presenza del male nel mondo. I due elementi
starebbero in una contraddizione radicale, se
la ragione non facesse lo sforzo di andare oltre
l’apparenza e spiegarne la compossibilità.
Il migliore dei mondi possibili
• Secondo Leibniz, di fronte agli infiniti mondo
possibili, che Dio ha di fronte a sé dispiegati
nella loro eternità senza tempo, Dio ha scelto
il migliore, cioè quello che contenesse la
maggiore quantità di bene e la minima
quantità di male. Tale scelta è dovuta alla sua
essenza buona che lo vincola moralmente – e
non ontologicamente – al meglio (se Dio è
buono, non può non scegliere il meglio).
Ma perché nel “meglio” deve essere
presente il male
• Perché nel migliore dei mondi possibili, che Dio
realizza tramite la sua volontà, deve per forza esservi
la presenza del male? Il concetto di male per L. può
essere determinato secondo tre modalità:
• Il male metafisico, che allude alla necessaria finitezza
del mondo. Il mondo creato è finito, giacché se fosse
finito coinciderebbe con Dio e non sarebbe più una
creatura ma il Creatore stesso.
Il male fisico e morale
• Il male fisico è parimenti conseguenza della
limitatezza e imperfezione delle cose.
• Il male morale coincide con il peccato ed è segno
della fragilità dell’uomo che non riesce mai a
giungere alla piena chiarezza e distinzione dei suoi
pensieri. Tale oscurità che rimane presente nella
coscienza umana è la radice di tutti i suoi errori e
della possibilità di scambiare un bene solo apparente
con un bene reale.
Fragilità e impulso verso il bene
• Malgrado la sua imperfezione, l’uomo è stato da Dio
dotato di un naturale impulso al bene, dimostrati dal
fatto che il piacere rimane il fiore della virtù, ciò che
sempre sopravviene al compimento di una buona
azione. Per raggiungere il bene, l’uomo deve
emanciparsi dalla confusione delle percezioni
sensibili, che immediatamente lo attraggono con
l’apparenza del bene, alla ricerca di “piaceri luminosi
e ragionevoli” (Nuovi saggi sull’intelletto umano), che
rappresentano la verità del bene nella sa razionale
trasparenza.
Il bene e la società
• Il bene ritrovato in sé tramite l’opera di
chiarificazione dell’oscurità sensibile, fonda le norme
fondamentali della convivenza civile, cioè quelle
regole di giustizia (diritto naturale) che sono alla base
di ogni diritto positivo (cioè dei vigenti codici
legislativi). Queste norme si riassumono nei precetti
dell’antica
tradizione
giuridica
romana
(Ulpiano,Regulae): “non fare del male a nessuno”
(alterum non laedere); “dai a ciascuno il suo” (suum
cuique tribuere), “vivi onestamente” (honeste vivere)
cioè fai del bene agli altri senza interesse alcuno.
La società perfetta e il regno degli
spiriti
• E’ quel luogo di cui ogni uomo è chiamato ad
essere cittadino, quando si passa dal regno
dell’osservanza legale, al regno dell’amore e
della grazia cui l’osservanza legale introduce
imperfettamente. Tale regno è quello in cui
noi siamo soggetti all’universale monarchia
divina e realizziamo sotto tale guida l’amore
reciproco, così come insegnato da Gesù Crtisto
all’umanità.
Filosofia e religione
• Così la filosofia morale e giuridica di Leibniz,
così come la metafisica e la gnoseologia,
conducono a Dio, che è sempre il culmine del
sistema. Si tratta ovviamente di un Dio dei
filosofi, che però Leibniz afferma essere
rivelato all’umanità nella sua maggiore
compiutezza possibile dal cristianesimo, che
per questo rappresenta il vertice dello spirito
religioso umano.
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LEIBNIZ: un metafisico ottimista