PROGRAMMA OPERATIVO NAZIONALE
“Competenze per lo sviluppo”
finanziato con il FSE - Annualità 2007- 2013
a.s. 2007-2008
PON - AOODGAI 872 2007 – Obiettivo C1
INTERCULTURA ED EMPOWERMENT
MODULO INTERCULTURA
Esperto: dott.ssa Fausta Di Falco
Tutor: prof.ssa Elisabetta Giarrizzo
Alunni classi: II CL, II DX, III DX
Il modulo “Intercultura”, ha previsto la realizzazione di
elaborati grafici e brevi racconti sul tema
dell’integrazione, della tolleranza e del confronto fra
culture. Tutti i corsisti hanno contribuito, singolarmente
o in gruppo, alle attività e, guidati dal docente esperto,
dott.ssa Fausta Di Falco, hanno selezionato alcuni degli
elaborati ritenuti più aderenti al tema assegnato,
realizzando questa semplice presentazione.
INTERCULTURA ED
EMPOWERMENT
SIMONA BURGIO
GIOELE E IL SUO SOGNO
Alessandra Venuti
LUCIA GUERRERI
Una volta, in una piccola casetta che
sorgeva tra i boschi, viveva un bimbo molto
povero, Gioele, in compagnia di un anziano
saggio, il suo caro nonno.
Gioele era un bambino di dieci anni e viveva
con il nonno da quando aveva solo un anno.
Il giovinetto aveva un grande sogno: riavere
i suoi genitori. Era già passato tanto tempo
dalla loro morte e le domande, le curiosità e
tanti pensieri si facevano sempre più
frequenti nella sua mente. Per la sua tenera
età nessuno poteva dargli quelle spiegazioni
che aspettava con ansia; solo il nonno
sapeva la verità di quella strana morte,
quella morte atroce, spaventosa e crudele
che aveva cancellato il sorriso di quel
povero bimbo indifeso.
Ogni sera, prima di andare a dormire, Gioele si recava nel lago dove i suoi
genitori erano soliti andare. Infatti la sua povera madre era una bellissima ninfa
che trascorreva interamente le proprie giornate in quel luogo dove aveva
conosciuto il marito, il grandissimo eroe del bosco.
Il bimbo sporgeva il capo e cominciava a sognare ad occhi aperti i suoi
genitori.
Una notte, recatosi nel medesimo luogo, intravide in quel limpido specchio
d’acqua, l’immagine riflessa di mamma e papà. Rimase sbalordito e i suoi
occhi cominciarono a riempirsi di lacrime. Quell’immagine lontana sembrava
non andarsene e in Gioele cresceva sempre più la voglia di rivedere il loro
volto e risentire la loro voce. Si immerse nel lago e cominciò a nuotare, senza
paura. Nuotava, nuotava e ancora nuotava ma la sua meta sembrava
irraggiungibile. Quando stava per arrivare, una luce abbagliante lo fermò e si
sentì in lontananza una tenera voce che gli diceva: “Mio dolce bambino, presto
scoprirai la verità; non temere la vita e ricorda che tra i boschi vi sono creature
mostruose e solo tu sarai in grado di sconfiggerle. Un bacio, la tua mamma”.
Gioele credeva di sognare, chiuse gli occhi e li riaprì, ma era tutto vero. Quella
luce si stava dileguando nell’ aria. Tornò subito a casa e raccontò ciò che era
successo al nonno, ormai considerato un papà. Col passare degli anni il bimbo
divenne un ragazzo maturo e autonomo, quindi la sua voglia di essere
consapevole della scomparsa dei genitori era cresciuta notevolmente.
Un mattino si svegliò e non trovò il nonno nella sua camera. Uscì sconcertato e
vide una scena che non si sarebbe mai immaginato di vedere: suo nonno stava
combattendo con un enorme drago.
Gioele portò immediatamente l’anziano sul letto. Era ormai in fin di vita e tutte
le sue energie stavano svanendo nel nulla. Il giovane non sapeva spiegarsi il
perché di questa lotta e si affrettò per chiederlo al nonno il quale, con una
flebile voce, rispose: “Figlio mio, adesso che devo volare in cielo, ritengo giusto
dirti cosa successe tanti anni fa… Tutto a quei tempi trascorreva nel migliore
dei modi; la vita era tranquilla, serena e soprattutto pacifica. In famiglia
regnava l’ amore che i tuoi genitori si scambiavano vicendevolmente. Tua
madre se ne stava sempre lì, in quel lago incantato dove i pesci le giravano
attorno, i coniglietti le saltavano addosso e i cerbiatti le portavano bellissime
decorazioni floreali. Insomma, era venerata come una dea dei boschi.
Tuo padre, invece, trascorreva tutte le mattine a controllare cosa succedeva tra
i folletti, aiutava le streghe a preparare delle pozioni magiche e gironzolava tra i
fiumi divertendosi a guardare i combattimenti fra i maghi. Ma la cosa più bella
che tuo padre potesse fare era quella di riuscire a far sorridere tutti. Erano
queste le specialità dei tuoi genitori!
Ma un brutto giorno tutto questo finì. Era cominciata l’ era della scienza e della
tecnologia; tutto nelle grandi città si era evoluto.
Tutto successe a causa di uno scienziato che viveva, insieme al suo dragone,
nella buia caverna al di là del bosco. A lui l’orco-postino, tornato dalla città,
diede un piccolo pacco, quel pacco che da allora sarebbe stato la rovina dell’
intera umanità. Lo scienziato lo aprì e trovò uno strano oggetto verde a forma
di pappagallo. Quella notte il drago si svegliò e mangiò in un boccone
quell’aggeggio che gli sembrava un gioco. Da allora divenne una vera e propria
macchina da guerra.
Ogni volta che sputava fuoco qualcosa si distruggeva e lo scienziato, non
trovando più l’ oggetto, capì che le tante distruzioni erano dovute alla presenza
di strane sostanze all’ interno del drago”.
Il giovane era atterrito e fissava il nonno senza battere ciglio; continuò il nonno:
“Un mattino i tuoi genitori erano sulla riva del lago e parlavano di te, già nato
da un anno. Ad un tratto si avvicinò loro il drago che, dopo una lunga lotta con
tuo padre, riuscì ad ucciderlo con un lampo di luce accompagnato da un
rumore mai sentito prima. Stessa fine fece tua madre, ormai sola e indifesa”.
Alla fine del racconto il nonno incoraggiò Gioele e subito dopo chiuse gli occhi
e la sua anima salì in cielo. Per la seconda volta il ragazzo era rimasto solo,
senza un punto di riferimento e senza qualcuno che potesse consolarlo.
Si recò al lago e cominciò a piangere; ma le sue lacrime non erano lacrime
normali, erano fosforescenti. Non capiva cosa stesse succedendo e una voce
gli disse che da allora in poi lui sarebbe stato il nuovo eroe dei boschi, proprio
come suo padre. Sentì una strana forza dentro di sè, una forza che non aveva
mai percepito. Con lo sguardo immerso nel vuoto pensava alla sua vita mentre
tutte le creature del bosco svolgevano una danza particolare attorno a lui.
Ad un tratto tutti scomparvero e comparve quell’enorme mostro che aveva
ucciso i suoi genitori.
Cominciò una lotta spietata. Gioele era in difficoltà ma l’ immagine dei genitori
e del nonno gli diede la forza per reagire. Il drago sfinito cadde nel lago e così
la maledizione si ruppe e migliaia di pappagalli verdi volarono via e non
tornarono più perché per tutto il bosco loro rappresentavano il male del mondo.
Gioele cadde per terra e si risvegliò con un bacio, aprì gli occhi ed era il bacio
delle persone che desiderava da molti anni. Mamma e papà erano tornati e
Gioele visse per sempre con i genitori che aveva aspettato con ansia da una
vita.
Il suo sogno si era finalmente realizzato.
CLELIA E IL GIOVANE PRINCIPE
Antonella Malespini
Tanto tempo fa, in una casa vicino al bosco viveva una ragazza appartenente ad una
povera famiglia di origine marocchina.
In un freddo giorno invernale, la giovane
ragazza uscì a fare una passeggiata nel
bosco per raccogliere la legna che
sarebbe servita ad alimentare il fuoco
del camino di casa sua. Mentre faceva
ritorno verso casa, incontrò un giovane
principe, in sella al suo bellissimo
unicorno bianco, che, non appena la
vide, se ne innamorò. La ragazza
intimidita fuggì verso casa.
Il giorno seguente, sempre nel bosco, i
due si incontrarono; questa volta il
principe le chiese il suo nome e lei
SARAH ARELLA & ILARIA LEOCATA
rispose dicendogli di chiamarsi Clelia.
Il principe si presentò spiegando alla ragazza che apparteneva ad una nobile
famiglia che viveva poco lontano da lì, in un bellissimo castello.
Il nobile principe invitò Clelia a fare una passeggiata in sella al suo unicorno e la
ragazza accettò. Passeggiando nei pressi del castello, i due incontrarono il re
Ugobaldo, padre del principe, che appena vide Clelia insieme al figlio iniziò a
dire frasi poco cortesi nei suoi confronti, soffermandosi soprattutto sul colore
della sua pelle. Clelia, ferita dal comportamento del re, scese dall'unicorno e
scappò via piangendo. Il principe, con tono arrabbiato, disse al padre che si era
perdutamente innamorato della giovane fanciulla e che le avrebbe chiesto al più
presto di sposarla. Il padre trasalì e, infuriato, cacciò il figlio minacciandolo di
negargli il trono se quel matrimonio fosse avvenuto. Il giovane principe, dando
un ultimo sguardo a suo padre, gli disse che non gli importava nulla del trono,
salì in sella all'unicorno e si diresse verso casa di Clelia.
Giunto sul posto bussò alla porta; ad aprire non fu Clelia, ma l'anziana madre
che lo accolse contenta. Il principe salì nella stanza della ragazza e le disse che
per lui non era importante il colore della pelle ma il sentimento che provava per
lei, cosi le chiese di sposarlo e lei, felice, lo abbracciò rispondendo di sì alla sua
proposta.
Poco dopo si celebrò una semplice ma bellissima cerimonia che unì i due che
vissero per sempre felici e contenti.
INSIEME
Federica Malfa
SIMONA BURGIO
C’erano una volta, non molto tempo fa, un
re ed una regina che abitavano in un
maestoso e lussuoso castello.
Nonostante fossero ricchi e potenti, erano
amati da tutti gli abitanti, perché
governavano con generosità il loro piccolo
regno, situato sulla cima di una collina.
Il re e la regina avevano una figlia: Gemma,
una bellissima principessa dagli occhi di
ghiaccio, vanitosa e viziata.
Una sera il re e la regina videro in sogno
una dea, Esmeralda, che adirata
dall’ingratitudine e dall’egoismo della figlia,
li mise in guardia: disse loro che se
Gemma non avesse imparato ad amare,
sarebbe scesa sulla terra per punirla
severamente.
Spaventati, il re e la regina cercarono invano di educare Gemma nel miglior
modo possibile, ma lei era testarda e diffidente e talvolta anche prepotente nei
confronti dei suoi servi; dava ormai per scontato tutto ciò che la vita le aveva
offerto.
I genitori, disperati, pensarono allora che per aiutarla la cosa migliore da fare
fosse quella di iscriverla in una scuola pubblica, ma il contatto con i coetanei
non la aiutò a socializzare. Al contrario Gemma continuò ad imporre le sue
idee con decisione e si rivolgeva agli altri sempre in modo sgarbato e scortese,
perché si sentiva superiore rispetto ai suoi compagni.
Ma un giorno la sua vita cambiò: una mattina decise, infatti, di tornare a casa
da scuola a piedi. Adorava camminare da sola ascoltando la musica dal suo
mp3, perché la aiutava a pensare e a rilassarsi.
Camminava lungo una piccola stradina, quando improvvisamente si accorse di
non essere sola; infatti, poco più avanti, vide un gruppo di ragazzi scherzare
tra di loro. Gemma li guardava da lontano quasi invidiosa, ma ben presto si
accorse che fra di loro vi era un ragazzo che non aveva mai visto prima d’allora
nel suo paesino. Così si avvicinò incuriosita e quando vide che gli altri ragazzi
lo stavano deridendo, provò una sensazione che non sapeva spiegarsi:era
triste e allo stesso tempo arrabbiata; improvvisamente sentì il bisogno di
aiutare quello sconosciuto. Si avvicinò e cacciò gli altri ragazzi che scapparono
a gambe levate.
A terra vi erano dei libri, probabilmente i suoi compagni li avevano fatti cadere
di proposito, si abbassò per prenderli.
Finalmente incrociò lo sguardo del giovane: il suo volto dolce, dai lineamenti
delicati e gli occhi penetranti come stille di petrolio freddo e lucente, diamanti
preziosi, incastonati su di un viso da angelo dark; ne rimase affascinata, quasi
come fosse caduta in trance per un momento. Era come un manga, un manga
giapponese.
Ritornò alla realtà, porse i libri al ragazzo e pian piano si allontanò. Quando ad
un tratto sentì una voce pronunciare una semplicissima parola grazie.
Gemma si fermò senza girarsi, il ragazzo la raggiunse e percorsero la strada
insieme: Bill era il nome del ragazzo tedesco, non sapeva parlare bene
l’italiano e aveva un accento quasi buffo, questo era tutto quello che sapeva di
lui.
Poco tempo dopo la preside annunciò l’arrivo di un nuovo alunno e Gemma si
accorse che si trattava proprio del ragazzo straniero. Stavolta, quando incrociò
il suo viso, vide i suoi occhi intimiditi davanti all’espressione curiosa e
invadente dei presenti, ma gli bastò vedere Gemma per illuminarsi; si sedette
vicino a lei e trascorsero ore interminabili a parlare. Avevano più cose in
comune di quante non ne avrebbero mai avute con nessun altro; ascoltavano
la stessa musica, e la pensavano allo stesso modo su tantissime cose.
Bill era molto intelligente, imparò presto l’italiano e riuscì con facilità a
raggiungere in tutte le materie grandi risultati. Gemma all’inizio stava sulla
difensiva,quasi fosse impaurita all’idea di aprirsi con qualcuno, impaurita di
mostrare le sue debolezze, ma Bill era sempre gentile e paziente e aveva un
sorriso dolce per tutti, anche per chi lo trattava male.
Con il passare del tempo i due si affezionarono sempre di più: Gemma lo
aiutava a divertirsi e Bill le fece scoprire il piacere di studiare, di imparare, di
vivere, di sorridere.
L’ostilità da parte dei compagni, però, non era svanita del tutto, infatti un
pomeriggio di primavera un gruppo di bulletti si scontrarono volontariamente
contro il motorino di Bill, causando un grave incidente che fece finire Bill in
coma.
Bill aprì gli occhi e riconobbe, seppur in maniera confusa le luci di una fredda
stanza di ospedale, la sua mano era calda, stretta con quella di Gemma, che
sedeva accanto a lui.
Gemma si svegliò, vide che Bill era cosciente e sorrise, non erano necessarie
le parole per esprimere quello che sentivano: gli occhi di Gemma erano
stanchi, perché durante quella settimana di coma aveva trascorso intere
giornate in ospedale, solo per vederlo, per trasmettergli la sua forza.
Era diventata un’altra persona, tanto che anche i suoi genitori stentavano a
riconoscerla: aveva accolto Bill e la sua famiglia al palazzo reale e venivano
trattati come nobili. Ma il segreto dell’amicizia di Gemma e Bill era l’affetto
reciproco e la consapevolezza di poter sempre contare l’uno sull’altra.
Bill pian piano si riprese e grazie alla vicinanza di Gemma, riuscì a continuare
gli studi.
Quattro anni più tardi Bill e Gemma, ormai diciottenni dovevano diplomarsi; Bill
era il rappresentante d’istituto, perciò sarebbe toccato a lui raccontare la
propria esperienza davanti all’intera scuola. Gemma non riusciva a credere alle
sue orecchie quando sentì che Bill stava raccontando proprio il loro primo
incontro.
Gli occhi di Bill divennero lucidi quando mise al corrente i suoi compagni di ciò
che quel giorno lo turbava: aveva deciso di farla finita, ma incontrando Gemma
capì di aver trovato un’amica ed era stata la sua vicinanza nel corso degli anni
a fargli scoprire la gioia della vita, perché tutto diventa più semplice quando si
ha un amico accanto.
I genitori di Gemma rimasero colpiti dalle parole del ragazzo, al punto di
commuoversi e la sera stessa videro apparirgli in sogno, la stessa dea che,
tempo prima li aveva avvertiti; ma questa volta disse loro che Bill era stato un
segno inviato da lei, a dimostrazione che anche nel cuore apparentemente più
freddo si nasconde tanto amore e lui era l’amico che Gemma aspettava, la
chiave per liberare i sentimenti che entrambi nascondevano dentro…
Molto spesso consideriamo gli stranieri inferiori a noi, ma questa storia
racconta di come Gemma abbia salvato Bill e di come poi Bill abbia salvato
Gemma, perché aiutandosi sono cresciuti INSIEME!"
E’ SOLO UN’UTOPIA?
Federica Malfa
C’era una volta, un bellissimo paese chiamato Peace. Era un paese grande e
colorato dove vivevano serenamente uomini, donne e bambini in pace tra di loro. In
questo paese non esistevano le stagioni, perché in base alla persona il luogo
abitato si adattava alle esigenze:
c’era la casa dei bambini neri,
calda e solare; quella degli
eschimesi, fredda e innevata;
quella degli inglesi, ordinata e
con un bel giardino verde;
quella degli americani, caotica
e un po’ rustica e quella degli
italiani accogliente e con un
clima mite.
I bambini frequentavano tutti la
stessa scuola e le giornate
trascorrevano in armonia,
perché queste persone non
SIMONA BURGIO
conoscevano il male e stavano insieme senza mai preoccuparsi delle
differenze che li distanziavano, perché in qualche modo per loro la diversità
era qualcosa di speciale: un modo per conoscersi e mettere insieme i propri
punti di vista, stili di vita e idee nei confronti della vita e del mondo.
Nell’angolo più oscuro del paese viveva un uomo triste e solitario, esiliato da
Peace perché egoista e crudele. Da tempo stava progettando una vendetta,
finche, non trovò il modo di rompere l’equilibrio di Peace.
Con una pozione magica si trasformò in un vecchietto per non farsi
riconoscere e andò al mercato. Una volta giunto sul luogo vide una famiglia
felice: un africano marito di una eschimese.
Gli sembrò la coppia giusta da colpire così si avvicinò loro dicendo: “Se un
delfino e un’aquila dovessero innamorarsi dove andrebbero a vivere? Ve lo
dico perché vi sono amico, mia moglie era eschimese come lei ed è morta
perché non è mai riuscita ad abituarsi alle calde temperature di casa mia”.
La famiglia felice si allontanò stupefatta, ma una volta tornati a casa non era
più la stessa cosa, qualcosa dentro di loro era stata colpito!
La sera stessa vi fu un terremoto che creò una spaccatura nella zona di Peace
dove vivevano gli africani. Allo stesso modo il vecchietto disse ad un gruppo di
amici: “Ho aiutato una amico cinese nel momento del bisogno, ma lui non ha
mai fatto lo stesso per me, anzi mi ha voltato le spalle, solo perché era diverso
da me”.
Il vecchietto continuò ad importunare i passanti con questi discorsi e per ogni
persona colpita, una nuova spaccatura si formava nel terreno. Un giorno il
vecchio ritornò al mercato e fece cadere la sua maschera mostrando la sua
vera identità, poi sogghignando disse: “Peace non esiste più. Con le mie
parole vi ho convinto a credere che l’uguaglianza è qualcosa di negativo e
grazie al mio intervento la Terra adesso è divisa in cinque continenti e gli
abitanti di ognuno di questi classificherà una razza, con la priorità di farla
apparire migliore e superiore rispetto alle altre. Non ci sarà più l’utopia di un
mondo uguale, ma regneranno il pregiudizio e il razzismo”.
Inizialmente gli abitanti della vecchia Peace non diedero peso alle sue parole,
ma in breve tempo la profezia si avverò: gli uomini si separarono e non
consideravano più fratelli coloro che si differenziavano per luogo d’origine,
abitudini, lingua e religione.
Si guardavano con disprezzo fra di loro e non mandarono più i loro figli nella
stessa scuola. La situazione nel corso dei secoli andò sempre a peggiorare e
dall’amore si passò all’indifferenza, al disprezzo e poi all’odio. Era così tanta la
sete di potere da uccidersi a vicenda solo per ragioni politiche ed economiche,
o semplicemente perché si trovavano in disaccordo su banali questioni.
Il mondo di un tempo venne completamente dimenticato, mentre il nuovo
mondo era pieno di persone spietate, governate a bacchetta dall’egoismo e
dall’idea di superiorità, che muovevano i fili come fossero burattini. I loro cuori
erano stati avvolti da una nube di tenebre, colpa di cattivi sentimenti. In un
primo momento Lucifero, colui che era riuscito a portare caos nel paese della
pace si divertì per ciò che aveva creato, o meglio per ciò che aveva distrutto,
ma con il passare del tempo capì che l’ordine, la disciplina e l’amore che
aveva sempre sottovalutato erano in realtà un punto di riferimento nella vita di
ogni uomo, così si pentì della sua azione e pianse.
In quel momento gli apparve un angelo dicendogli che Dio lo aveva messo alla
prova. Lucifero aveva sempre disprezzato un mondo dove tutti vivessero
insieme, dove non ci fossero discriminazioni razziali, perché lo considerava
monotono, ma adesso ne sentiva la mancanza e voleva ristabilire l’ordine per
farne parte e smettere di essere un esiliato.
Creare il caos era stato semplice, mentre riportare l’ordine non era altrettanto
facile! Doveva dimostrare cosa voleva dire collaborare, così trascorse mesi
andando continente per continente aiutando i più bisognosi e predicando che
chi faceva del bene agli altri traeva del beneficio anche per se stesso…
Ma improvvisamente, una luce accecante colpì Samir che si risvegliò in un
letto d’ospedale con mani e braccia fasciate o almeno quello che ne rimaneva.
Era solo un sogno e l’ultima cosa che ricordava prima di esso, era una strana
farfalla verde, un giocattolo, che aveva trovato in un marciapiede e aveva
portato a casa per mostrarlo ai suoi amici. In realtà non sapeva si trattasse di
un inganno: quella non era una comune farfalla verde, bensì un marchingegno
ideato appositamente per colpire i bambini, una mina anti-uomo.
Dio crea gli uomini e questi invece di ringraziarlo sprecano il loro tempo
distruggendosi l’un l’altro.
Avere un mondo dove regni la pace e la serenità non è solo un’utopia, con
l’aiuto di tutti può diventare una realtà.
UNA BAMBINA SPECIALE
Federica Lorefice
Londra, 17 marzo 1988
SIMONA BURGIO
Prima contrazione, primi dolori.
“Subito in ospedale” disse il
papà e fu così che mise piede
in questo mondo di comuni
mortali, Claire, una bambina
speciale.
La primogenita, una gioia per la
famiglia Burgh.
Un giorno, pochi mesi dopo il
lieto evento, i genitori di Claire
decisero di andare a trovare i
nonni in una città all’altro capo
dell’Inghilterra per far
conoscere loro il motivo di tanta
felicità.
Non appena giunsero in città i nonni rimasero stupiti da tanta grazia e tanto
candore. Trascorsero due settimane ed era tempo di rientrare a Londra. Per
questo la nonna, tanto gentile e premurosa, fece preparare per la bimba un
ciondolo d’oro bianco con inciso: “Bentornata”.
Purtroppo, però, durante il volo di ritorno, l’aereo precipitò per cause
sconosciute schiantandosi non ebbe superstiti a parte Claire. Dopo alcuni
giorni di controlli in ospedale i medici si accorsero, sorpresi, che la bimba era
illesa. “Un miracolo”, esclamò uno di loro.
Dimessa dall’ospedale venne accolta in un orfanotrofio dove veniva
maltrattata e malnutrita e dove non aveva le cure necessarie ad una
bambina così piccola.
Raggiunto il secondo anno d’età fu affidata ad una coppia di coniugi sterili
ma premurosi e gelosi tanto che tolsero il ciondolo che la bambina portava al
collo e lo nascosero accuratamente.
Gli anni passarono in fretta e Claire cresceva bella e aggraziata. Di tanto in
tanto, però, le accadeva qualcosa di strano… Una notte la bambina si trovò
sospesa a un metro dal letto, ma per paura non disse niente ai genitori.
Confidò il suo segreto ad un’amica immaginaria, Lizzy. Tra notti passate a
fluttuare per la camera e giochi con Lizzy, Claire arrivò alla maggiore età.
La ragazza si accorse che i genitori passavano tanto tempo a parlare tra loro
non intromettendola nel discorso; inoltre, quando si accorgevano che Claire
avrebbe potuto sentire, cambiavano argomento.
Una sera, dopo cena, i genitori decisero di parlarle e le rivelarono che, il
giorno in cui erano andati a prenderla in orfanotrofio, avevano notato appeso
al suo collo un ciondolo.
Attraverso vari contatti i genitori erano venuti a sapere che quel gioiello era
un dono della nonna della ragazza ma, per paura di perderla, le dissero che
era deceduta pochi anni prima.
Claire, triste e amareggiata nei confronti dei genitori che le avevano
nascosto tutto, sentiva in cuor suo che le avevano mentito. Allora,
nascondendo tutto ai genitori, iniziò a fare delle ricerche partendo
dall’orfanotrofio che l’aveva accolta da piccola. La nuova custode la indirizzò
a Liverpool.
Giunta l’estate decise di proporre ai genitori di mandarla in quella città per
una vacanza ed essi acconsentirono pensando che fosse abbastanza
matura e responsabile.
Claire sapeva che non sarebbe stata sola durante il viaggio, ma che la sua
amica Lizzy le avrebbe tenuto compagnia.
Giunta a Liverpool iniziò a girovagare per la città in cerca di informazioni; poi
ricordò le parole dei genitori durante l’ultima riunione di famiglia: “Quel
ciondolo è un regalo della tua vera nonna che è deceduta pochi anni fa”.
“In fondo perché avrebbe dovuto mentirmi?” si disse Claire. Perciò, con
l’aiuto di alcune cartine della città, arrivò fino ad un cimitero. Incontrò il
custode che però, dopo aver controllato i registri, le disse che lì non c’era
nessuna tomba con il nome Burgh.
Lo stesso fu per il secondo cimitero, per il terzo, il quarto e anche il quinto;
ma finalmente, al sesto, ebbe delle risposte concrete. Lì c’erano diverse
tombe di famiglia con il nome Burgh. Così iniziò la sua ricerca girovagando
per il cimitero.
“Come faccio a sapere chi è, se non l’ho mai vista e non possiedo una sua
foto?”, si chiese.
Ma il suo istinto la guidò verso la tomba giusta. Dalle date risultavano solo
decessi molto lontani; il più recente, del 1993, risultava essere di un uomo.
I giorni passavano in fretta, il tempo le scorreva addosso inesorabile e la
speranza di trovare la nonna si faceva sempre più debole.
Durante la notte una donna le apparve in sogno, mostrandole una casa
gialla, non molto grande, con le tendine verde scuro e la porta color
salmone.
Al risveglio Claire capì subito che quello era un segno e doveva trovare a
tutti i costi quella strana casa molto colorata.
Le tre settimane previste per la vacanza, però, terminarono rapidamente, ma
Claire, non avendo ancora trovato la nonna ed essendoci così vicina, decise
di non tornare a Londra. I genitori si preoccuparono molto e compresero che
la situazione era grave. Ma Claire doveva compiere il suo cammino
totalmente libera e indipendente.
“Rivedremo mai la nostra piccola?”, si domandarono i genitori, “un giorno
forse quando il sole smetterà di splendere!”.
Claire trovò undici case con quei colori in tutta Liverpool, ma in nessuna di
esse abitava un’anziana signora. Ma finalmente si accorse di una
dodicesima casa colorata che era proprio come quella che aveva visto in
sogno. Bussò. Aprì una bellissima donna, vestita con un abito rosso
elegante.
“Prego entrate ed accomodatevi in salotto in fondo a sinistra, fate come se
foste a casa vostra. Arriverò tra qualche minuto con quello che cercate”,
disse.
Quei pochi minuti a Claire sembrarono interminabili ma finalmente arrivò la
donna che si trasformò in una anziana signora. Quella stanza era piena di
tensione ed imbarazzo ma finalmente la donna, dopo un lungo silenzio,
disse: “Brava Lizzy, ottimo lavoro. Sapevo di poter contare su di te”. “Ma lei
riesce a vedere la mia amica Lizzy?”. “Certo! Io sono tua nonna”.
“Nonna! Ma allora sei viva e non morta come mi hanno fatto credere i miei
genitori”, urlò Claire abbracciando la donna. “No, ma non avercela con loro;
l’hanno fatto solo per proteggerti”. La nonna pensò che fosse tempo di
rivelare tutta la verità alla nipote. “Sai da dove proveniamo?”. La nonna iniziò
a raccontare che lei, Claire e Lizzy provenivano dal mondo delle streghe e
che la maestosa Regina Regnante aveva assegnato loro la missione di
abolire il razzismo e i pregiudizi. Spiegò che sua madre, a causa dell’aereo
schiantatosi molti anni prima, era ritornata nel loro mondo e avrebbe potuto
rivederla una volta tornata a casa.
“Come faremo a compiere la nostra missione?”, domandò incuriosita Claire.
“Semplice! Cadremo sulla terra sotto forma di stelle cadenti e tutti gli umani
che guarderanno le stelle riusciranno a convivere con gente diversa da loro
per razza, colore della pelle, religione, sesso, scelte di vita, cultura….senza
pregiudizi”.
“Quando compiremo questo nobile gesto?”
“Quando avrai risolto tutti i tuoi problemi terreni”.
Dopo di che la nonna scomparve.
“Sei partita da Londra per una vacanza e non sei più tornata dai tuoi genitori”
le spiegò Lizzy
“Ah, hai ragione, partirò oggi stesso”, concluse Claire.
Giunta a Londra Claire andò dai suoi genitori i quali erano quasi increduli di
rivederla.
Allora Claire chiese perdono loro e raccontò della nonna e delle sue
rivelazioni.
“L’importante è che ora tu sia qui con noi e che non vada più via”, disse la
madre. Ma Claire cercò di spiegarle che in realtà era una strega e che aveva
una missione da compiere e dopo sarebbe tornata dalla sua vera madre nel
mondo delle streghe. Ma le disse anche che non si sarebbe mai dimenticata
di loro, di quello che avevano fatto per lei, di tutto l’amore, dei loro
insegnamenti…
I genitori in lacrime dissero: “Ma almeno verrai a trovarci di tanto in tanto?
“No”, rispose la ragazza, “una volta partita non potrò più tornare”. I genitori,
disperati, la videro andar via.
Non appena Claire rientrò a Liverpool trovò tutto pronto per la partenza.
“Avviamo la missione piccola mia”, disse la nonna.
“Si nonna e speriamo di riuscire nel nostro intento! Vorrei tanto che gli uomini
smettessero di giudicare i propri simili” e come per incanto milioni di stelle
caddero sulla terra e gli uomini così diversi tra loro, ma in fondo uguali,
iniziarono ad apprezzare le differenze altrui imparando a conoscere la
tolleranza.
Le tre donne tornarono nel mondo delle streghe dove poterono abbracciare
anche i genitori di Claire. Tutti vissero insieme felici e contenti.
LE TRE LEPROTTE
Giordana Dell’Albani
C’erano una volta,
in un regno molto
lontano, tre leprotte
che abitavano in un
bosco fatato pieno
di animali. Il regno si
chiamava “regno del
no”.
Esso era ormai
caduto nello
sconforto, nella
tristezza e nel
pessimismo.
SIMONA BURGIO
Era governato da un leone, il re e da una tigre bianca, la regina, i quali non
avevano più fiducia in niente perché erano stati ipnotizzati da un serpente
malvagio che non voleva far tornare la felicità, l’ottimismo e la serenità nel
popolo.
L’animale più vecchio e saggio del regno era una volpe che ricordava il suo
regno ancora splendido e felice e che soffriva di quella situazione.
Un giorno chiamo a sé le tre leprotte, che reputava molto coraggiose e le
mandò a cercare un enorme uovo di struzzo capace di rompere qualsiasi
incantesimo.
Le tre leprotte si misero subito in viaggio, affrontando vari pericoli fin quando
finalmente giunsero in un luogo pieno di struzzi. Le leprotte non dovevano
affrontare un compito facile perché gli struzzi femmina non avrebbero
permesso a nessuno di rubare un loro uovo. Ma le leprotte, con molta astuzia e
maestria, riuscirono a prenderne uno e scapparono via.
Lungo il viaggio di ritorno si accorsero di essere seguite e rallentarono un po’ il
passo per vedere chi ci fosse dietro di loro. Si accorsero che a seguirle era un
picchio, che abitava nel loro stesso regno e che viveva nel bosco.
A quel punto le leprotte gli domandarono cosa volesse da loro ma lui, invece di
rispondere, si avvento contro di loro per rubare l’uovo ma non ci riuscì e sbatté
la testa a terra.
Le leprotte, allora, gli domandarono nuovamente cosa volesse e il picchio, con
molto alterigia, disse loro: “Come ha potuto la volpe, l’animale più saggio del
regno, affidare a voi una missione così importante?”. Le lepri, non capendo,
risposero: “Perché dici così? Cosa ti abbiamo fatto?”. Il picchio, con la solita
arroganza, rispose: “Siete solo delle lepri, e per di più femmine, non siete
all’altezza di un compito tanto importante”.
Dopo svariati tentativi da parte del picchio di impadronirsi dell’uovo, le lepri
corsero via a tutta velocità riuscendo a seminarlo. Finalmente giunsero alla
tana della volpe e le consegnarono l’uovo.
Grazie alle tre leprotte il regno ritrovo pace e allegria perdute.
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