Le nuove schiavitù della
globalizzazione
La merce usa e getta
(K.Bales)
Di Irene Mauriello e Paola Perrero
Elaborato discusso e condiviso da: Irene Mauriello e
Paola Perrero
Le nuove schiavitù della globalizzazione
Che cosa vuol dire
globalizzazione
Globalizzazione: con questo termine si intende la standardizzazione di tutti i mercati mondiali
rispetto ad un modello unico dominante, in cui è possibile la libera circolazione di capitali
finanziari, commerciali e produttivi che si rendono in un certo modo indipendenti dai singoli
governi politici. La globalizzazione, imprimendo un dinamismo senza precedenti al sistema
economico, non ha però fatto diminuire le differenze fra le varie parti del mondo ma ha
accentuato la funzione di predominio di un modello standard, quello capitalistico occidentale.
La globalizzazione come fenomeno tecnologico e di comunicazione è stata colta da Mc Luhan
che, in occasione della guerra del Vietnam diffusa tramite la televisione in tutto il mondo, ha
usato per la prima volta l'espressione di "villaggio globale". La globalizzazione, fenomeno al
momento essenzialmente economico, necessita di un'analisi complessa fra i cui aspetti è
compreso ed è fondamentale quello tecnologico-comunicativo. Le moderne comunicazioni, in
cui ormai Internet è centrale, e che in prospettiva ravvicinata dovrebbero diventare ancora più
raffinate e "totali", rendono possibile l'interconnessione mondiale e la creazione di veri e propri
reticoli che eludono sempre di più qualsiasi controllo, in particolare quello dello Stato-nazione.
Quest'ultimo, oggi secondo taluni in crisi irreversibile e secondo altro in crisi di crescenza, poco
può fare rispetto all'economia e finanza, aspetti fondamentali della globalizzazione e che hanno
assunto, strada facendo, una dimensione virtuale : esse, sganciate il più possibile dall'economia
reale e da qualsiasi vincolo politico, seguono infatti un proprio "piano" di svolgimento su cui gli
organismi statuali hanno scarso potere di intervento.
I NUOVI SCHIAVI
Sfruttamento,
asservimento,
assoggettamento, tratta, schiavitù: non
sono parole inventate, descrivono storie
drammatiche di bambini, di donne e di
uomini che, nel mondo e in Italia, per
sopravvivere subiscono forme disumane di
soprusi. Ventisette milioni di persone
sarebbero nel mondo i nuovi schiavi: non
per
colore
della
pelle
o
per
discriminazione razziale, solo per povertà
e per condizioni personali e familiari
misere. I nuovi schiavi trasformano
carbone nell’Amazzonia, si ammalano di
Aids nel mercato del sesso di Bangkok,
sopravvivono
nell’immondizia
delle
immense
metropoli
d’Africa
e
dell’America latina, si adattano a ogni
mestiere nelle case, nei laboratori e nei
ristoranti
del
mondo
civilizzato.
L’attenzione è oggi rivolta a tre grandi
focolai di nuova schiavitù, presenti anche
in Italia: riguardano i minori, il sesso, il
lavoro.
La schiavitù non è solo un triste ricordo del passato, ma una piaga che si fa presente anche
oggi. Acutizzata dal processo di globalizzazione. Larga parte delle vittime del traffico degli
esseri umani è costituita da giovani donne e minori destinati ad alimentare il business dello
sfruttamento sessuale. I dati sul coinvolgimento femminile nel mercato del sesso parlano
chiaro. Nella solo Europa le attività sessuali a pagamento coinvolgerebbero circa 500.000
ragazze. Secondo l'Organizzazione internazionale delle migrazioni, un milione di donne sono
vittime ogni anno di questo "mercato". Ben 200 mila sono quelle che transitano attraverso i
Balcani, provenienti da Russia, Ucraina, Moldavia, paesi dell'ex Iugoslavia, dirette verso
l'Europa occidentale. In alcune zone del mondo il turismo sessuale e la prostituzione sono
ormai un business sedimentato. Se nella seconda metà degli anni '80 si potevano contare
approssimativamente 100.000 prostitute su 241.000 donne occupate nella sola regione di
Bangkok, meno di dieci anni dopo le donne dedite a questa attività su scala nazionale erano
già 2 milioni di cui il 40% minorenni. «L'altra faccia della medaglia della globalizzazione commenta Gabrio Forti, docente di Criminologia all'Università Cattolica di Milano - è
rappresentata da quella fascia di popolazione che subisce la mobilità forzata: i poveri che si
spostano da una parte all'altra del mondo per acciuffare un po' di benessere. Questi soggetti
sono schiavi e non protagonisti della mobilità».
Chi sono e da dove vengono i
nuovi schiavi?
In Italia, così come in tutto il mondo, il fenomeno
è gigantesco. I nuovi schiavi presenti sul nostro
territorio provengono soprattutto dall'Europa
dell'est, dall'Albania e dalla Nigeria. Si registrano
inoltre, soprattutto nella zona di Prato, numerosi
casi di cinesi vittime del lavoro nero e dello
sfruttamento della manodopera. E non bisogna
dimenticare i bambini ridotti in mendicità: sono
migliaia quelli coattivamente trasportati dalla
Romania alle nostre strade.
Cosa sta facendo il nostro Paese per
combattere questo fenomeno?
• Le intenzioni sono buone, i risultati da dimostrare. La recente legge (228
del 2003) "Misure contro la tratta delle persone" è un passo in avanti nella
corretta definizione e interpretazione del fenomeno. L'articolo 600 della
suddetta legge configura una responsabilità penale a carico dei soggetti
che riducono altri in uno stato di soggezione continuativa, costringendo a
prestazioni lavorative e sessuali, all'accattonaggio o comunque in
condizioni di sfruttamento. Questa dichiarazione è esplicita, fuga ogni
dubbio e mette la schiavitù in relazione all'esercizio di poteri
corrispondenti al diritto di proprietà. Possiamo definire questa legge una
sorta di testo unico contro le nuove forme di schiavitù? Tecnicamente la
legge in materia di "Misure contro la tratta delle persone" non rappresenta
un testo unico. Tuttavia, essa ha ampliato il concetto di schiavitù
integrandolo con misure di prevenzione. Quali? L'ultima parte della legge
prevede che il ministro degli Affari esteri definisca politiche di
cooperazione nei confronti dei Paesi interessati. Sono inoltre previste,
grazie all'impulso del ministero delle Pari opportunità, campagne di
informazione anche nei Paesi di provenienza delle vittime
Come reagire a queste nuove
forme di schiavitù?
La strada è quella della cooperazione all'interno degli organismi internazionali,
della cooperazione bilaterale con gli Stati di provenienza, e della ricerca
informazioni per rintracciare gli sfruttatori. Essendo un fenomeno globale la nuova
schiavitù ha bisogno di una risposte globali. L'attivismo degli organismi
internazionali lo dimostra. La prima definizione del termine schiavitù è riportata
nella Convenzione sulla schiavitù del 1926 predisposta dalla Società delle Nazioni
in una fase storica in cui destava un forte allarme sociale il problema della "tratta
delle bianche". Nel 1975 è diventato attivo un Gruppo che opera nell'ambito della
Sottocommissione delle Nazioni Unite per la promozione e la tutela dei diritti
umani. Il compito fondamentale di questo organismo è quello di monitorare quelle
situazioni in cui sono rilevabili forme di sfruttamento riconducibili alla schiavitù o a
pratiche ad essa analoghe. Questa iniziativa ha favorito lo scambio di informazioni
fra gli Stati arrivando a conquistare una conoscenza più precisa della diffusione del
lavoro-schiavo nel mondo e delle politiche di contrasto alla diffusione di forme di
asservimento di tipo schiavistico o servile. In tempi più recenti, il protocollo
aggiuntivo delle Nazioni Unite firmato il 6 ottobre 2000 è un atto ancor più
importante, perché mette in moto la cooperazione fra le nazioni al fine di
sconfiggere il fenomeno. L'Onu si fa portavoce dei più deboli e preme sui governi
per cercare di fermare i traffici di schiavi all'origine.
Sono efficaci questi interventi di
prevenzione?
Esistono delle realtà culturali diverse che non
vedono in modo negativo questo flusso
migratorio, che poi spesso dà origine a forme
di schiavitù. Il governo italiano ha riscontrato
infatti alcune difficoltà di dialogo con alcuni
Paesi, la cui diversità culturale si trasforma in
alterità.
Il fenomeno dell'immigrazione rende stringente l'affermarsi
della figura professionale del mediatore culturale. E' realmente
utile questa professione?
Il ruolo del mediatore culturale e linguistico è
indispensabile per il processo dell'integrazione. La
prevenzione mina il terreno sul quale giocano i
criminali e gli sfruttatori perché, attraverso
l'inserimento dello straniero nel contesto sociale, ne
riduce la vulnerabilità nel territorio. Tuttavia,
aumentano i bambini stranieri nelle scuole e
diminuiscono i mediatori culturali. Nella scuola
elementare di via Colletta a Milano, ad esempio, due
anni fa erano quattro per circa 50 bambini. Oggi i
bambini sono una settantina, i mediatori rimasti solo
due. Non ci sono più i soldi per pagarli.
Piccoli schiavi per produrre il
cacao
Sono almeno 15mila i bambini sotto gli 11 anni che vengono trasferiti a forza dal Mali alla Costa d'Avorio. Venduti dai genitori per 30 dollari.
E sfruttati nelle piantagioni di caffé e di cacao.
Sono piccoli schiavi neri venduti ad altri neri più ricchi.
Costano trenta dollari Usa l’uno e sono almeno 15mila, secondo la polizia del Mali, ma stime esatte non esistono.
Il loro unico compito è di trasportare e lavorare il cacao per trasformare la polvere del cioccolato.
E’ una delle tristi storie della globalizzazione e questa volta i bianchi non c’entrano, almeno direttamente.
Ad alimentare questo esodo forzato è invece la logica del mercato del cacao, uno dei prodotti naturali più trattati nelle borse merci del mondo.
La BBC conduce da mesi un’inchiesta su queste nuove forme di schiavitù nell’Africa sub-sahariana e ora ha presentato un reportage impressionante dal
Mali, uno Stato stabile, ricco di turisti francesi e in decollo economico ma dove si vive ancora con un dollaro Usa al giorno.
Il traffico dei bambini nasce da questa miseria senza uscita, ma si alimenta nella malavita locale.
I bambini di Sikasso, un paesino, sono ad esempio solo nomi su un registro di scomparse.
La polizia sa per prima che sono stati rapiti ai loro genitori per 30 dollari Usa.
E’ il capo della polizia stessa ha confermato che è un’autentica tratta degli schiavi.
Curiosamente la storia si ripete, perché il percorso di questi schiavi è lo stesso di secoli fa, quando finivano in America: ora vanno nella ricca Costa
d’Avorio. E lì restano per portare e sgrezzare il cacao appena raccolto.
Sono tenuti prigionieri in fattorie e picchiati duramente se tentano di scappare.
Molti di loro sono sotto gli undici anni.
I pochi dati disponibili su questo schiavismo attuale vengono dalla associazione Save the Children Fund che ha raccolto testi monianze su piantagioni di
cacao, caffé e anche fattorie normali.
Il punto di raccolta allestito per gli scampati resta però vuoto.
Malick Doumbia, uno sfuggito diventato nel frattempo adulto, dice che solo in casi sporadici i bambini riescono a fuggire.
Non è retorica a questo punto aggiungere che sulle confezioni di cacao o cioccolata nei supermercati non esistono informazioni sui luoghi di produzione.
L’invito di Salia Kanté di Save The Children Mali è di fare conoscere questa realtà, così come avvenuto per i capi di abbigliamento o gli articoli sportivi in
Asia. “Chi beve cacao o caffé, beve anche il loro sangue. E’ il sangue di bimbi che portano sei chili di cacao in sacchi che coprono le loro spalle”.
A muovere tutto è una disperata sete di denaro: tanti bambini sono in realtà venduti da parenti o loro amici in Mali.
L’aspetto più grottesco è che gli schiavi hanno assoluto divieto di chiedere soldi per un anno e se lo fanno vengono picchiati.
E, ultima nota, le multinazionali che producono cacao non hanno voluto aderire (ovviamente) a questa campagna di Save the Children Mali.
La violenza, attraverso la quale si ottiene l'obbedienza.
La durata: tipiche della nuova schiavitù sono, infatti, le
cattività di breve durata; breve può voler dire 10
settimane come 10 anni, ragion per cui gli schiavisti
non hanno interesse per la salute e / o per la
riproduzione del loro investimento. I nuovi schiavi
sono una merce "usa e getta".
La perdita del controllo sulla propria vita da parte della
schiavo
L'inesauribilità del debito nei confronti del padrone1.
1la
ricerca più completa sulle nuove schiavitù è quella
effettuata da KEVIN BALES, I nuovi schiavi- La merce
umana nell’economia globale, Feltrinelli, Milano,
2002. Bales è considerato tra i massimi esperti
mondiali della schiavitù contemporanea; è militante
dell’associazione internazionale Anti – Slavery e
lavora presso il Roehampton institute
dell’Università del Surrey, in Gran Bretagna.
Schiavitù ed economia
globale
E' molto difficile stabilire con esattezza il contributo fornito dagli schiavi all'economia mondiale; dai calcoli
di K. Bales si stima un profitto totale annuo di tredici miliardi di dollari (una somma paragonabile alle
"spese" annuali della Germania nelle attività turistiche). Se il valore diretto può apparire relativamente
contenuto, il suo valore indiretto è notevolmente maggiore: il carbone prodotto dagli schiavi è alla base
della produzione dell'acciaio brasiliano. Gran parte di tale acciaio è utilizzata dall'industria automobilistica
e da altri manufatti in metallo che, nell'insieme, rappresentano un quarto del prodotto esportato dal
Brasile. La sola Gran Bretagna importa ogni anno dal Brasile beni per un miliardo e seicento milioni di
dollari e molto di più gli USA.
La schiavitù riduce i costi di produzione industriale: tale risparmio risale la corrente economica, fino a
raggiungere i negozi dell'Europa e dell'America del nord sotto forma di prezzi più bassi e profitti più alti per
i commercianti. Anche i beni prodotti direttamente dagli schiavi vengono esportati e seguono lo stesso
andamento; non solo, spesso capita che stabilimenti delle multinazionali chiudano in città del primo
mondo perché la manodopera ,schiavile e non, è decisamente più conveniente in termini di profitti, con
l'ovvia conseguenza che, in qualunque parte del mondo si produca , il lavoro degli schiavi è una minaccia
per i posti di lavoro in tutto il mondo.
Bales nella sua analisi confronta la nuova schiavitù con la vecchia rilevando un medesimo procedimento:
molte imprese multinazionali fanno oggi quello che alcuni imperi coloniali facevano già nel secolo
diciannovesimo: sfruttare le risorse naturali e servirsi di manodopera a basso costo senza bisogno di
appropriarsi dell'intero paese e governarlo. Allo stesso modo la nuova schiavitù si appropria del valore
economico degli individui "esercitando su di loro un controllo assoluto e coercitivo, pur senza
assumersene la proprietà o accettare la responsabilità della loro sopravvivenza” Il risultato è un'efficienza
economica notevolissima: ci si libera dei bambini inutilizzabili ai fini del profitto, degli anziani, dei malati,
di chi rimane vittima degli incidenti sul lavoro. In regime di economia globale i nuovi schiavi sono merce usa e
getta ; lo schiavo è dunque un articolo di consumo: in caso di necessità può aggiungersi al processo di produzione,
ma non è più un bene ad alta intensità di capitale.
I bambini sono bambini
COSTA D'AVORIO
"Mia madre mi ha venduto
facevo la serva senza paga"
Foussenatou aveva 13 anni quando lasciò il Benin per la Costa d'Avorio: la sua
famiglia l'aveva venduta come schiava. La sua giornata iniziava alle 5 del mattino:
doveva accudire i bambini della famiglia, portarli a scuola, poi rientrare per fare le
pulizie. È andata avanti così per tre anni, finché i rappresentanti dell'ong AntiSlavery non l'hanno liberata. Il piccolo stato agricolo africano del Benin è uno dei
paesi dove la piaga del lavoro minorile è più radicata: 50mila bambini ogni anno,
secondo le stime dell'Unicef, vengono venduti come schiavi.
"È una piaga difficile da estirpare - racconta Achille Tepa, rappresentante di Mani
Tese - perché ha radici nella cultura del paese: in passato, era uso comune affidare
un figlio a un parente più ricco, ma ora tutto questo non esiste più, i bambini
vengono venduti e basta". La chiave per spezzare il circolo vizioso sono le famiglie:
"Se sapessero a cosa vanno incontro i figli, nelle case di città, o nelle piantagioni
della Nigeria o della Costa d'Avorio, non li cederebbero", spiega Tepa
… ancora un caso
INDIA
"A quattro anni tessevo tappeti
adesso sono tornato bambino"
"Rischiamo di tagliarci le dita e passiamo giornate intere a lavorare. Spesso due giorni in una
stessa settimana dobbiamo lavorare tutto il giorno e la notte. Nihal è sempre depresso e
cerca di scappare. Allora il capo tessitore gli sta addosso e non lo lascia muovere per tre o
quattro giorni". È il racconto di Mohen, pakistano: insieme al fratello Nihal tesse tappeti da
quando aveva quattro anni. A lavorare ce lo hanno mandato i genitori: non avevano soldi per
mantenerli.
La sua storia è uguale a quella di migliaia di altre: il 61% dei bambini lavoratori del mondo è in
Asia. Buona parte di loro nell'industria tessile. Mohen non è a Firenze a raccontare la sua
esperienza: per lui, e per gli altri nelle sue condizioni, parleranno Koli dal Bangladesh e Raju
dall'India. Come Mohen, sono ragazzini fortunati: sono finiti nella rete delle ong, che
lentamente li hanno tirati fuori dalla schiavitù del telaio. Come, lo spiega Maria Rosa Cucillo
di Mani Tese: "Se la povertà è causa sfruttamento, noi combattiamo la povertà. Aiutiamo le
famiglie a mettere su piccole attività, in modo che non dipendano dal lavoro dei bambini".
…
BRASILE
"Ho cominciato a fare il lavavetri
quando avevo sette anni"
Gilberto ha 14 anni, ma il suo curriculum fa invidia a un quarantenne: ha fatto il
pescatore, l'attore di strada, il lavavetri, il musicista sugli autobus. Arriva da Recife
ed è uno dei cinque milioni di bambini lavoratori del suo paese. Ha lasciato i
giocattoli a sette anni, e non ci trova niente di strano. Necessità, colpa del governo,
che non ha i programmi giusti per togliere dalla strada quelli come lui. "Nessuno
mi ha costretto a lavorare - racconta - ma se non lo avessi fatto non avrei avuto
nulla da mangiare: ho iniziato lavando i vetri, poi mi sono messo a suonare con un
amico. Quanto guadagnavo? Quanto basta per dare qualche soldo a mia madre e
comprarmi un panino".
In strada ha incontrato quelli del "Grupo pè no chao": grazie a loro ha ripreso a
studiare e ha imparato cose nuove: fare graffiti, ballare danze tradizionali. Non ha
smesso di lavorare ma ha capito che nella vita può fare molte cose: una di queste è
unirsi ad altri come lui. Questo è venuto a raccontare a Firenze. Sul futuro Gilberto
ha le idee chiare: "Studierò e diventerò proprietario di una banca: così mio figlio
non dovrà lavorare e andrà in una bella scuola".
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