IL GENOCIDIO
IN RUANDA E
NELLA EX
JUGOSLAVIA
DEFINIZIONE
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Il termine genocidio deriva dal greco (ghénos razza) e dal latino
(caedo uccidere) ed è stato definito dall‘ONU come "Gli atti commessi
con l'intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo
nazionale, etnico, razziale o religioso". Anche la sottomissione
intenzionale di un gruppo a condizioni di esistenza che ne
comportino la scomparsa sia fisica sia culturale, totale o parziale, è di
solito inserita sotto la definizione di genocidio.
Questo termine viene preso in sostituzione di termini più forti come
violenza di massa o massacro collettivo.
Il termine è entrato nell'uso comune e ha iniziato ad essere
considerato come un crimine, recepito nel diritto internazionale e nel
diritto interno di molti Paesi. Il genocidio è uno dei peggiori crimini
che l'uomo possa commettere perché comporta la morte di migliaia, a
volte milioni, di persone, e la perdita di patrimoni culturali immensi. È
pertanto definito un crimine contro l’umanità dalla giurisprudenza.
MOTIVI DEL GENOCIDIO
Nel 1990 i Tutsi provarono invano un altro tentativo di golpe, invadendo la
parte settentrionale dello Stato. Nel 1991 furono apportate modifiche alla
Costituzione, introducendo, fra l'altro, il multipartismo e la figura del primo
ministro.
I premier che furono eletti negli anni successivi tentarono più volte un
accordo fra i vari partiti, tra i quali il Movimento fronte patriottico ruandese
Repubblicano Nazionale per la Democrazia e lo Sviluppo e il (FPR).
Per secoli le tre tribù ruandesi Hutu (85%), Tutsi e Twa condivisero la stessa
cultura, lingua e religione. Nel 1916 il Belgio assunse il controllo del
Rwanda al posto della Germania ed instaurò un rigido sistema coloniale di
separazione razziale e sfruttamento. Concedendo ai Tutsi la supremazia
sugli Hutu, alimentarono un profondo risentimento tra la maggioranza Hutu.
Nel 1959 i Belgi cedettero il controllo del Ruanda alla maggioranza Hutu.
Con l'indipendenza ebbe inizio da parte delle istituzioni un lungo periodo di
segregazione e massacri anti-Tutsi. Centinaia di migliaia di Tutsi e Hutu
moderati furono costretti all'esilio. Nel 1988 alcuni rifugiati diedero vita ad
un movimento di ribellione chiamato Fronte Patriottico Rwandese (RPF)
rivendicando la loro patria. Nel 1990 dalla sua base in Uganda l' RPF sferrò
un'offensiva contro il regime Hutu che fu fermata con l'aiuto militare
francese e belga. Un periodo funesto di guerre e massacri continuò fino al
1993, anno in cui le Nazioni Unite negoziarono un accordo che spartiva il
potere tra le parti. Per preservare il proprio potere, gli estremisti Hutu
fecero in modo che l'accordo non fosse messo in atto e organizzarono uno
dei più terribili genocidi della storia.
Il genocidio del Ruanda fu uno dei più sanguinosi episodi della storia del
XX secolo. Dal 6 aprile alla metà di luglio del 1994, per circa 100 giorni,
vennero massacrate sistematicamente una quantità di persone stimata tra
800.000 e 1.000.000.
Le vittime furono in massima parte di etnia Tutsi (Watussi); i Tutsi erano una
minoranza rispetto agli Hutu, gruppo etnico maggioritario a cui facevano capo
i due gruppi principalmente responsabili dell'eccidio: Interahamwe e
Impuzamugambi. I massacri non risparmiarono una larga parte di Hutu
moderati, soprattutto personaggi politici.
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L'atteggiamento del mondo
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La storia del genocidio ruandese è anche la storia dell'indifferenza dell'Occidente di
fronte ad eventi percepiti come distanti dai propri interessi. Emblematico fu
l'atteggiamento dell'ONU che si disinteressò del tutto delle tempestive richieste di
intervento inviategli dal maggiore generale canadese Romeo Dallaire, comandante
delle forze armate dell'ONU. Un passo tratto dal fax inviato all'ONU da Dallaire
denuncia il rischio dell'imminente genocidio: Dal momento dell'arrivo della MINUAR,
ha ricevuto l'ordine di compilare l'elenco di tutti i tutsi di Kigali. Egli sospetta che sia in
vista della loro eliminazione. Dice che, per fare un esempio, le sue truppe in venti
minuti potrebbero ammazzare fino a mille tutsi. l'informatore è disposto a fornire
l'indicazione di un grande deposito che ospita almeno centotrentacinque armi... Era
pronto a condurci sul posto questa notte - se gli avessimo dato le seguenti garanzie:
chiede che lui e la sua famiglia siano posti sotto la nostra protezione. Il Dipartimento
per le Missioni di Pace con sede a New York non inviò la richiesta d'intervento alla
Segreteria Generale né al Consiglio di Sicurezza.
Conseguenze
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Ancora oggi, dopo più di dieci anni dal genocidio, rimangono in libertà numerosi
autori delle stragi, alcuni paradossalmente protetti da paesi occidentali, come la
Gran Bretagna, con il pretesto dell'assenza di trattati di estradizione con il Ruanda.
L'UNAMIR restò in Ruanda fino all'8 marzo 1996, con l'incarico di assistere e
proteggere le popolazioni oggetto del massacro. L'ufficio dell'ONU fu capace di
lavorare a pieni ranghi solo dopo il termine del genocidio, e questo ritardo costò alle
Nazioni Unite una quantità di accuse che le portarono, nel marzo 1996 appunto, a
ritirare i propri contingenti. Nel corso del mandato, avevano perso la vita 27 membri
dell'UNAMIR – 22 caschi blu, 3 osservatori militari, un membro civile della polizia in
collaborazione con l'ONU e un interprete.
Gran parte dei mandanti e dei perpetratori della carneficina trovarono rifugio nel
confinante Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo). Gli odi razziali, che
avevano fomentato la tragedia e che hanno lasciato un'impronta indelebile sul suolo
ruandese, passarono così alle nazioni vicine: si suppone infatti che essi abbiano
carburato la Prima e la Seconda guerra del Congo (rispettivamente, 1996-97 e
1998-2003), e che siano stati uno dei principali fattori della Guerra civile del Burundi
(1993-2005). L'attuale conflitto del Darfur richiama da vicino il ruolo della comunità
internazionale durante il genocidio ruandese, suscitando il timore che l' ONU non sia
effettivamente in grado di svolgere un'efficace prevenzione.
Nel marzo 2008, un processo di appello ha condannato il sacerdote cattolico
Athanase Seromba all'ergastolo, affermando che ha partecipato attivamente ai
massacri e non ha dimostrato alcun segno di pentimento.
Il 18 dicembre 2008, il tribunale internazionale speciale istituito ad Arusha, in
Tanzania, ha condannato all'ergastolo per genocidio il colonnello Théoneste
Bagosora, nel 1994 a capo del Ministero della Difesa ruandese e ritenuto l'ideatore
del massacro, il maggiore Aloys Ntabakuze e il colonnello Natole Nsengiyumva.
Massacro di Srebrenica
(JUGOSLAVIA) 1995
Il massacro di Srebrenica fu un genocidio e
crimini di guerra, consistito nel massacro di
migliaia di musulmani bosniaci nel luglio
1995 da parte delle truppe serbo-bosniache
guidate dal generale Ratko Mladić nella
zona protetta di Srebrenica che si trovava al
momento sotto la tutela delle Nazioni Unite.
È considerato uno dei più sanguinosi stermini
di massa avvenuti in Europa dai tempi della
seconda guerra mondiale: secondo fonti
ufficiali le vittime del massacro furono circa
7.800, sebbene alcune associazioni per gli
scomparsi e le famiglie delle vittime
affermino che furono oltre 10.000.
Possibili cause del massacro
Alle forze Bosniache sotto il comando di Naser Orić (nella foto) era
stato permesso di tenere le armi in posizioni all'interno della
zona protetta, contrariamente alle condizioni stabilite nel patto
col quale si conveniva il "cessate il fuoco".
Orić approfittò della situazione per condurre attacchi notturni
contro villaggi serbi nei dintorni. Il caso più clamoroso fu
quello di Kravica, attaccato nella notte del 7 gennaio, il Natale
Ortodosso. Queste azioni militari prendevano la forma di
pulizia etnica e rappresaglie contro i serbi. Centinaia furono
torturati, feriti e brutalmente uccisi durante questi attacchi. Nel
1994 il governo serbo fece istanza all'ONU, fornendo una lista
di 371 serbi uccisi nell'area. I media serbi, da allora, hanno
riportato numeri molto più alti, fino a 3287. Non è attualmente
chiaro quanti di questi fossero civili. Il generale Philippe
Morillon dichiarò la sua convinzione che l'attacco serbo su
Srebrenica fosse una reazione diretta ai massacri di Orić e
delle sue forze avvenuti nel 92 e nel 93.
I familiari delle vittime e la Corte Penale Internazionale ritengono
questa una teoria negazionista. Infatti la Corte Penale
Internazionale inserisce questa strage nella strategia di
sterminio della popolazione bosniaca musulmana pianificata
da parte delle truppe e dai paramilitari serbo-bosniaci.
I terribili fatti avvenuti a Srebrenica in quei giorni
sono considerati tra i più orribili e controversi
della storia europea recente e diedero una
svolta decisiva al successivo andamento della
guerra in Jugoslavia. Il Tribunale penale
internazionale per l'ex-Jugoslavia istituito
presso le Nazioni Unite ha accusato, alla luce
dei fatti di Srebrenica, Mladić e altri ufficiali
serbi di diversi crimini di guerra tra cui il
genocidio, la persecuzione e la deportazione.
Gran parte di coloro cui è stata attribuita la
principale responsabilità della strage, siano essi
militari o uomini politici, è tuttora latitante.
Un video che mostrerebbe l'"evidenza dei fatti" fu
trovato in possesso di Natasha Kandic, un
abitante del luogo, e ritrasmesso dai media e
utilizzato come prova nel processo contro
Milošević (ex presidente della Serbia e della
Jugoslavia) alla corte Internazionale dell'Aja (il
principale organo giurisdizionale dell'ONU).
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Il 6 maggio 1993 il Consiglio di sicurezza
dell'ONU, istituì come zone protette le città di
Sarajevo, Tuzla, Zepa, Goražde, Bihać e
Srebrenica; inoltre, dichiarò che gli aiuti umanitari
e la difesa delle zone protette sarebbero stati da
garantire anche all'occorrenza con uso della
forza, utilizzando soldati della Forza di protezione
delle Nazioni Unite, i cosiddetti “Caschi blu”.
 La cosiddetta zona protetta di Srebrenica fu
delimitata dopo un'offensiva serba del 1993 che
obbligò le forze bosniache ad una
demilitarizzazione sotto controllo dell'ONU. Le
delimitazioni delle zone protette furono stabilite a
tutela e difesa della popolazione civile bosniaca,
quasi completamente musulmana, costretta a
fuggire dal circostante territorio, ormai occupato
dall'esercito serbo-bosniaco. Decine di migliaia di
profughi vi cercarono rifugio.
 Verso luglio 1995, la zona protetta di Srebrenica e
il territorio circostante furono attaccati dall'armata
serbo-bosniaca. Dopo un'offensiva durata alcuni
giorni, l'11 luglio l'esercito serbo-bosniaco riuscì
ad entrare definitivamente nella città di
Srebrenica.
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Gli uomini, dai 14 ai 65 anni furono separati dalle donne, dai bambini e dagli
anziani, apparentemente per procedere allo sfollamento; Fino ad oggi circa
5000 corpi sono stati esumati, di cui appena 2000 sono stati identificati. A dieci
anni dalla sanguinosa strage i suoi responsabili politici e militari sono ancora
largamente impuniti: solamente sei dei 19 accusati dal Tribunale Penale
Internazionale per il massacro di Srebrenica sono stati finora processati e
condannati. Il 26 febbraio 2007 la Corte Internazionale di Giustizia dell'Aja, si è
pronunciata sul ricorso della Bosnia contro la ex-Jugoslavia, ovvero l'attuale
Stato della Serbia. La sentenza afferma che il Montenegro non è parte in causa
in quanto si è reso indipendente dalla Serbia solo dal 2006, ben oltre il periodo
in cui si sono verificati i fatti oggetti del processo. Rosalyne Higgins, britannica e
presidente del collegio giudicante di appello, ha dato lettura della sentenza. La
sentenza di appello del 26 febbraio è stata votata all'unanimità dal collegio
giudicante, e conferma quella di primo grado del 2 agosto 2001, nel riconoscere
il massacro di Srebrenica come un genocidio. Il Tribunale ha respinto la richiesta
di indennizzo a favore dei sopravissuti a Srebrenica. La Corte ha stabilito che
quello che avvenne fu un genocidio ad opera di singole persone, ma che lo
Stato Serbo non può essere ritenuto direttamente responsabile per genocidio e
complicità per i fatti accaduti nella guerra civile in Bosnia-Herzegovina dal 1992
al 1995, fra i quali rientra la strage di Srebrenica
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Il fatto è riconosciuto come genocidio poiché "l'azione commessa a Srebrenica
venne condotta con l'intento di distruggere in parte la comunità bosniaco musulmana
della Bosnia-Erzegovina e di conseguenza si trattò di atti di genocidio commesse dai
serbo bosniaci".La Serbia non fu responsabile di genocidio perché "non vi sono
prove di un ordine inviato esplicitamente da Belgrado" né di complicità perché non vi
sono prove che "l'intenzione di commettere atto di genocidio fosse stata portata
all'attenzione delle autorità di Belgrado", anche se viene riconosciuto che Radovan
Karadzic e Ratko Mladic dipendessero da Belgrado, che forniva assistenza
finanziaria e militare ed esercitava una influenza sul leader politico serbo-bosniaco e
sul capo militare. La Corte rileva che "vi era un serio rischio di massacro, ma la
Serbia non ha fatto nulla per rispettare i suoi obblighi di prevenire e punire il
genocidio di Srebrenica" e che "ha fallito nel cooperare pienamente con il Tribunale
penale internazionale per la ex Jugoslavia, che ha incriminato i responsabili". In
particolare, la Serbia è accusata di non aver aiutato il Tribunale per l'ex Jugoslavia
ad arrestare quanti sono ritenuti colpevoli del fatto, e di ospitarne alcuni in stato di
latitanza. Il Tribunale per l'ex Jugoslavia ha il compito di accertare responsabilità di
singoli individui, mentre la Corte Internazionale dirime controversie fra Stati membri
dell'ONU che ne hanno riconosciuto la giurisdizione.
FINE
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IL GENOCIDIO IN RUANDA E NELLA EX JUGOSLAVIA