ISM-Italia
Corso di formazione e training per attivisti “in e per” la Palestina
Milano, 17-18 marzo 2012
L’industria del processo di pace
di Alfredo Tradardi
1
Prima guerra mondiale
La guerra scoppia il 28 luglio 1914
La guerra termina l’11 settembre 1918
Il trattato di pace è firmato a Versailles
il 10 gennaio 1920
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Seconda guerra mondiale
La guerra scoppia l’1 settembre 1939
La guerra termina l’8 maggio 1945 in Europa
La guerra termina il 2 settembre 1945 in Giappone
Il trattato di pace è firmato a Parigi il 10 febbraio
1947
3
4
5
6
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L’industria del processo di pace
Un compito enorme:
l’imperativo ebraico per la sopravvivenza
la potente trama del sostegno occidentale
l’incapacità degli arabi di farvi fronte
la loro paralizzante dipendenza dal più fedele
alleato di Israele, gli Stati Uniti
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L’industria del processo di pace
Imperativi che richiedono una azione urgente:
• l'espropriazione subita sotto l’occupazione
• l’inaccettabile prolungamento di una vita da profughi
• il solco sempre più ampio tra le varie comunità palestinesi
• la distruzione in corso della causa nazionale palestinese
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L’industria del processo di pace
“Mi venne in mente quanto preziosa sia la
libertà di movimento, quanto impensabile sia
l’idea di perderla, come noi tutti la diamo per
scontata e come sia scandaloso che possa
essere tolta a milioni di palestinesi come se
fosse una inezia.” Ghada Karmi
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L’industria del processo di pace
La eccezionale indulgenza dell’Occidente:
• forti sentimenti di invincibilità e di presunzione
• una serie di idee esagerate sul loro ruolo nel mondo
• il diritto internazionale non si applica a Israele
IMMUNITA’ E IMPUNITA’
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L’industria del processo di pace
Per gli israeliani, dopo la vittoria del ’67:
•
•
•
•
l’intera Palestina storica gli appartiene
i palestinesi non hanno diritti su di essa
sono lì perché tollerati
le esigenze di Israele hanno la priorità
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L’industria del processo di pace
Il sostegno a una specie di entità palestinese in
Cisgiordania e a Gaza:
• una risposta, recente e pragmatica, dovuta alla paura
del «terrorismo» palestinese
• non è stato un tardivo riconoscimento dei diritti dei
palestinesi
• ogni offerta è una concessione e come un «doloroso
sacrificio» per la pace
Vi sono due narrazioni, una israeliana e una palestinese.
Lo squilibrio di potere tra le due parti fa prevalere
quella israeliana.
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L’industria del processo di pace
Come risolvere il problema?
l’uomo di una vecchia storiella irlandese
«Bene, io non avrei cominciato da qui».
Ma da qui bisogna cominciare.
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L’industria del processo di pace
Nel 2006 la situazione lasciava poco spazio
all’ottimismo:
• i protagonisti principali diseguali
• equilibrio delle forze a favore di Israele
• unico sostegno dei palestinesi:
governi arabi in preda all’influenza occidentale
incapaci di affrontare Israele
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L’industria del processo di pace
è una reazione umana familiare
come prendere a calci il gatto
quando ci si sente allo stesso tempo
provocati e impotenti.
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L’industria del processo di pace
• Conclusione: dato lo schieramento delle forze
e l’imperativo occidentale di difendere il suo
petrolio e i suoi interessi strategici, con
Israele protagonista, l’esito è scontato.
• Nulla può essere fatto a meno che l’intera
struttura imperialista non sia smantellata e i
servi arabi eliminati.
• Solo allora si potrà risolvere il problema di
Israele.
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L’industria del processo di pace
• il conflitto con Israele è diventato più
insolubile che mai
• vengono proposti molti piani di pace che non
approdano a nulla
• Israele consolida quotidianamente la presa
sui territori palestinesi che restano
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L’industria del processo di pace
• Il
coinvolgimento
della
numerosa
popolazione
musulmana
dell’Europa,
soprattutto in Francia e Germania.
• L’invasione dell’Afghanistan aveva già acceso
queste passioni e se l’Iran e la Siria
diventeranno i prossimi bersagli verrebbe
confermata la tesi di una crociata antiislamica.
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L’industria del processo di pace
Gli Stati Uniti hanno voluto credere e
convincere gli altri che «il terrorismo» è un
fenomeno mondiale, come una epidemia, le
cui cause non hanno nulla a che fare con la
loro politica estera o con quella di alcuni dei
suoi alleati.
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L’industria del processo di pace
«Il processo di pace arabo-israeliano»
un termine abusato e privo di significato.
Come un poveraccio è sempre con noi
ma senza una soluzione in vista.
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L’industria del processo di pace
dal 1949 non è stato raggiunto nessun
accordo che metta fine alle ostilità e assicuri
una pace duratura nella regione.
numerose proposte di pace si sono
susseguite nel tempo.
nessuna è riuscita a mettere fine in modo
positivo alle molteplici ostilità tra Israele e gli
arabi.
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L’industria del processo di pace
Perché nessuna soluzione ha funzionato?
Perché tutti gli sforzi internazionali e
regionali non sono riusciti a risolvere il
conflitto?
L’esame delle principali proposte di pace
presentate fino ad oggi potrebbe aiutare a
rispondere a queste domande.
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L’industria del processo di pace
Fino al 1993, quando furono firmati gli
Accordi di Oslo tra Israele e l’OLP, i negoziati
di pace non riguardavano esclusivamente il
problema palestinese.
Sola eccezione il Piano di pace Fahd del 1981
nel quale si faceva riferimento alla necessità
di uno Stato palestinese.
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L’industria del processo di pace
In qualche modo i palestinesi erano diventati
come un parente povero che tu sai di dover
aiutare e, sentendoti in imbarazzo, gli dai
qualcosa ogni tanto per permettergli di
andare avanti.
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L’industria del processo di pace
Il nodo cruciale: i profughi palestinesi
• in teoria tutti sanno che c'è bisogno di una giusta
soluzione
• ma in pratica vengono ignorati e trattati con
condiscendenza
• guardati dall’alto in basso come individui inferiori
Questo principio è stato costantemente presente
nell’approccio al processo di pace arabo-israeliano.
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L’industria del processo di pace
La risoluzione 242
Il primo esempio è rappresentato dalla
famosa, ma inapplicata, Risoluzione 242 del
Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite
approvata dopo la guerra del 1967.
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L’industria del processo di pace
• La Risoluzione 242 creò le premesse per i
successivi tentativi di pace arabo-israeliani
ponendo ai margini il problema palestinese.
• Le ostinate manovre di Israele, nel periodo
immediatamente successivo alla Risoluzione,
hanno anche rappresentato un modello per il
futuro.
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L’industria del processo di pace
• Nelle more Israele ha continuato a occupare le terre arabe
e a costruirvi insediamenti rimandando la soluzione del
problema palestinese.
• La comunità internazionale ha fatto poco per opporsi con
efficacia a questi stratagemmi israeliani - anzi ha avuto
una posizione molto vicina a quella israeliana – le cui
conseguenze ci perseguitano da allora.
• Non è mai stato istituito alcun meccanismo internazionale
per costringere Israele a ritirarsi dai territori arabi, né per
ingiungergli di rispettare i diritti umani e politici dei
palestinesi.
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L’industria del processo di pace
• Un’ampia
attività
diplomatica
l’approvazione della Risoluzione 242.
seguì
• Le Nazioni Unite nominarono un negoziatore
speciale, Gunnar Jarring.
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L’industria del processo di pace
• Israele insisteva perché si facesse ogni sforzo
per condurre separatamente negoziati di
pace diretti con ciascuno dei paesi arabi .
• Gli Stati arabi e l’Unione Sovietica
sostenevano che il ritiro fosse la precondizione per ogni ulteriore colloquio.
• Jarring non fu in grado di superare questo
scoglio e la sua missione fallì.
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L’industria del processo di pace
• Gli Stati Uniti proposero il Piano Rogers nel 1969,
cercando di favorire il desiderio di Israele di colloqui
bilaterali con l’Egitto, chiedendo il ritiro dai territori
egiziani in cambio di una pace completa, ma Israele rifiutò
anche questa proposta.
• Dal 1970 gli Stati Uniti si erano allineati al punto di vista
israeliano, cioè che fossero possibili solo accordi di pace
limitati con singoli Stati arabi.
• Golda Meir, il Primo Ministro israeliano del tempo,
dichiarò che anche se era intenzionata a restituire il
territorio di Sharm al-Sheikh e Gaza o le colline del Golan
siriano, Israele avrebbe continuato a tenere saldamente
sia Gerusalemme sia la Cisgiordania, dove entro il 1972
aveva già installato 44 colonie.
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L’industria del processo di pace
• Intanto, in queste frenetiche attività, il problema
palestinese era stato accantonato.
• L’OLP si vendicò di questa emarginazione della causa
palestinese iniziando la campagna di resistenza
armata contro obiettivi israeliani, prima dalla
Giordania.
• Quando le sue forze furono cacciate dalla Giordania,
continuò la sua campagna dal sud del Libano.
• L’effetto negativo di questa mossa sulla stabilità del
Libano, sulla sua economia e sulla sua popolazione
nei decenni seguenti, è ben noto.
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L’industria del processo di pace
• Qualsiasi progresso nella soluzione del
conflitto tra Israele e gli arabi è avvenuto
soltanto attraverso una miscela di lusinghe,
di corruzione e di coercizione, sempre viziato
dalla scarsa attenzione data alla questione
palestinese.
• Benché varie parti tentassero di fare qualcosa
per loro, ogni accordo di pace veniva
raggiunto a spese dei palestinesi.
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L’industria del processo di pace
• Il presidente egiziano Anwar Sadat, nella sua
fallita offerta di un accordo di pace con
Israele, inserì una condizione relativa alla
soluzione del problema dei profughi
palestinesi che fu respinta da Israele.
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L’industria del processo di pace
• In modo simile, in un insolito ed incisivo
documento del 1975, William Saunders,
Sottosegretario di Stato con Henry Kissinger,
sottolineò la centralità del problema palestinese
nel conflitto e dichiarò che «i legittimi interessi»
dei palestinesi dovevano avere un ruolo
importante in tutti i negoziati di pace araboisraeliani.
• Israele respinse anche questa proposta che
venne abbandonata.
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L’industria del processo di pace
• Con lo stesso spirito, il Presidente Jimmy Carter
mostrò una iniziale volontà di risolvere il problema
palestinese.
• Nel 1977 propose, insieme all’Unione Sovietica, una
conferenza di pace internazionale sulla base della
Risoluzione 242 per una soluzione del problema
palestinese e per il riconoscimento dei «legittimi
diritti del popolo palestinese».
• Israele doveva ritirarsi dai territori occupati nel 1967,
sebbene non da tutti, e ogni stato di belligeranza
sarebbe finito, portando ad una pace completa e al
riconoscimento reciproco tra Israele e gli Stati arabi.
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L’industria del processo di pace
•
Carter era andato anche oltre parlando lo stesso anno della necessità di una
«patria palestinese».
•
Benché questo concetto fosse riferito solo ai profughi e fosse inteso come un
gesto umanitario e non politico, Carter cominciò a subire forti pressioni da parte
del Dipartimento di Stato, di Israele e della lobby degli ebrei americani e fu
costretto a ritirare la nota e il riconoscimento dell’OLP con cui aveva iniziato a
trattare.
•
Per le stesse ragioni dovette anche abbandonare l’idea di una conferenza di pace
internazionale perché, come è diventato consueto fino ad oggi nelle relazioni
degli Stati Uniti con Israele, non era preparato a esercitare una qualche pressione
affinché Israele accettasse.
•
La storia della marcia indietro di Carter di fronte alle pressioni israeliane è
deprimente: dopo aver espresso simili ideali sul conflitto li ha abbandonati, in
modo vile, di fronte alle pressioni israeliane.
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L’industria del processo di pace
Gli accordi di Camp David
• Alla fine, Egitto e Israele finirono per concludere un accordo di pace
separato nel 1979.
• Anche così, la situazione palestinese giocò un ruolo nei colloqui di pace.
• Nel corso di faticosi negoziati che andarono avanti fino al 1980 venne
discusso un piano di autonomia per i territori occupati.
• Il piano prevedeva che dopo un periodo di cinque anni, durante il quale i
palestinesi della Cisgiordania e di Gaza, Gerusalemme Est era «offlimits», si sarebbero preparati a una piena autonomia, sarebbe stata
istituita una autorità di auto-governo, risultato di libere elezioni. Quando
ciò fosse avvenuto e i poteri dell’Autorità fossero stati definiti, Israele
avrebbe «trasferito» - trasferito non ritirato - le sue forze nei territori
palestinesi.
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L’industria del processo di pace
• Dopo tre anni sarebbero iniziati i colloqui definitivi su
questioni come la sicurezza, i confini e altro.
• Nel frattempo l’Autorità avrebbe potuto avere una
forza di polizia dotata di armi leggere che avrebbe
agito in coordinamento con Israele, Egitto e Giordania
e i cui compiti avrebbero contemplato, inter alia,
quello di proteggere Israele da attacchi palestinesi.
• Non si faceva menzione del ritiro israeliano dalla
Cisgiordania o da Gaza
• Lo status di Gerusalemme era lasciato nell’incertezza
• Non vi erano riferimenti né agli insediamenti illegali
di Israele, né ai diritti nazionali dei palestinesi.
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L’industria del processo di pace
• Nei cinque anni tra il 1977 e il 1983 il numero di
insediamenti illegali passò da 47 a 149, non
contando le sei colonie sorte intorno a
Gerusalemme.
• Questa sequenza di avvenimenti – le richieste
americane o anche solo le sollecitazioni sul
programma degli insediamenti si scontrano con
l’inflessibilità israeliana che porta ad una
situazione di stallo – si sarebbe ripetuta in
seguito numerose volte.
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L’industria del processo di pace
La sola volta che un presidente americano si
allontanò da questo modello fu nel 1991,
quando George Bush senior bloccò la
garanzia per un prestito di dieci miliardi di
dollari a Israele per impedire che venissero
costruite nuove colonie.
Il risultato fu che Israele incrementò il
programma di costruzioni e che Bush non fu
rieletto per un secondo mandato.
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L’industria del processo di pace
• L’accordo di Camp David significò anche che
Israele era riuscito a sviare ogni tentativo di
convocare
una
conferenza
di
pace,
internazionale o regionale, dando il via alla
pratica di colloqui di pace separati con i singoli
Stati arabi, secondo la sua volontà iniziale.
• Ma la conseguenza più grave degli accordi di
Camp David, dal punto di vista palestinese, fu il
fatto che garantivano al possesso israeliano dei
territori palestinesi una falsa legittimità
retroattiva.
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L’industria del processo di pace
• Era come se l’Egitto, stringendo con Israele
un accordo che riguardava solo il territorio
egiziano, avesse dato il suo assenso a ogni
azione in altri territori.
• Questo non sarebbe accaduto se l’Egitto
avesse vincolato la firma del trattato
all’accettazione, da parte israeliana, delle sue
condizioni
riguardanti
il
problema
palestinese.
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L’industria del processo di pace
Dopo Camp David
• Con l’arrivo di Ronald Reagan nel 1980, il più filoisraeliano dei Presidenti americani fino a quel
momento, Israele divenne più forte.
• Il Segretario di Stato di Reagan, George Schultz,
strinse una alleanza strategica con lo Stato ebraico,
così forte che, come disse in seguito, gli accordi
istituzionali da lui creati, che legavano gli Stati Uniti a
Israele, avrebbero reso impossibile a un futuro
incaricato meno ben disposto nei confronti di Israele
di lui di annullarli.
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L’industria del processo di pace
• Nel 1982 l’Arabia Saudita avanzò la proposta di un piano di
pace «arabo» nella forma del Piano Fahd, Israele lo
ignorò.
• Era un primo passo importante verso l’accettazione di
Israele da parte degli arabi suggerito dagli arabi stessi.
• Il piano proponeva che, in linea con la Risoluzione 242:
Israele si ritirasse dai territori conquistati nel 1967
che ai palestinesi fosse garantito uno Stato in
Cisgiordania e a Gaza, con Gerusalemme Est capitale
• Così gli Stati della regione «avrebbero vissuto in pace».
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L’industria del processo di pace
• 1987 cessione della Cisgiordania all’OLP da
parte di re Hussein di Giordania
1988 incontro di Algeri
• Il Consiglio Nazionale Palestinese (PNC) offre
a Israele il riconoscimento reciproco
• Accetta ciò che l’OLP aveva sempre respinto,
ovvero le Risoluzioni 242 e 338
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L’industria del processo di pace
La Conferenza di Pace di Madrid, 1991
• La strategia israeliana, appoggiata dagli Stati Uniti, di
privare la causa palestinese di ogni significato o di
ogni importanza a fronte di una opposizione araba
inefficace, sembrò avere successo.
• I tentativi di convocare una conferenza di pace
internazionale non erano approdati a nulla fino a quel
momento e Israele era stato lasciato indisturbato
mentre consolidava il suo possesso sui territori arabi
occupati.
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L’industria del processo di pace
• Nel 1991 gli Stati Uniti, sotto il presidente
George Bush Senior, erano determinati a
risolvere il conflitto arabo-israeliano come parte
di quel «nuovo ordine mondiale» che Bush
aveva sposato.
• Era anche ansioso di dare qualche soddisfazione,
nel periodo immediatamente successivo alla
prima guerra del Golfo, agli Stati arabi i quali,
avendo aiutato la coalizione occidentale ad
attaccare l’Iraq, si aspettavano qualche cosa.
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L’industria del processo di pace
La conferenza di Madrid
• Una grande conferenza di pace fu convocata a Madrid nell’ottobre
del 1991.
• James Baker, il Segretario di Stato americano, si batté in modo
determinato per coinvolgere i palestinesi in questo tentativo.
• Israele, con un Primo Ministro duro e riluttante come Ytzhak
Shamir, fu convinto a prendervi parte usando tutte le lusinghe
possibili.
• A questo scopo l’Unione Sovietica si offrì di riaprire le relazioni
diplomatiche con Israele sospese dal 1967 e al team di Shamir fu
permesso di trattare con ogni Stato arabo separatamente in
incontri a quattr’occhi all’interno della conferenza.
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L’industria del processo di pace
• L'OLP,
nonostante
fosse
l’unico
rappresentante legittimo dei palestinesi
venne esclusa dagli incontri secondo il volere
di Israele.
• Un accomodamento assurdo per il quale i
negoziatori di Gaza e della Cisgiordania, che
dietro le quinte conferivano apertamente con
l’OLP, sedevano al posto dei dirigenti di
quest’ultima.
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L’industria del processo di pace
• La conferenza di Madrid si svolse con una serie di colloqui
multilaterali che tentarono di trovare soluzioni per i più
importanti problemi della regione, quali l’acqua, il
controllo degli armamenti, il commercio, i profughi e che
si trascinarono fino al 1993.
• Ai palestinesi, come durante i negoziati di Camp David,
venne offerto un accordo provvisorio che questa volta
anche per la loro condizione indebolita accettarono a
condizione che portasse a uno Stato indipendente.
• Ma, come già in precedenza, Israele rifiutò dichiarandosi
d’accordo solo per una forma di autonomia mentre la
sicurezza e gli affari esteri sarebbero rimasti sotto il suo
controllo.
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L’industria del processo di pace
• Shamir, come ammise in seguito, era pronto a tirare avanti i
negoziati per altri dieci anni mentre Israele continuava a costruire
colonie nei territori occupati.
• Alla fine, tutti questi accordi complicati e le manovre diplomatiche
approdarono a un nulla di fatto sul fronte palestinese e siriano.
• Le relazioni israelo-giordane avevano fatto, invece, qualche
progresso, ma la conferenza di Madrid si chiuse senza una
soluzione del conflitto.
• Una volta ancora le esigenze israeliane avevano vinto e gli arabi
avrebbero dovuto aspettare ancora per avere un’altra
opportunità.
• Ancora una volta la questione palestinese era stata relegata a un
ruolo secondario.
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L’industria del processo di pace
Gli accordi di Oslo, 1993
• Nel 1993 i palestinesi stessi si assunsero la funzione di peacemaker. Fu
una svolta importante nella storia del processo di pace.
• Sebbene l'OLP avesse continuato a fare proposte per la coesistenza con
Israele fin dal 1974, sempre ignorate, adesso negoziava con Israele
direttamente e non tramite i soliti intermediari.
• Eppure, come si vedrà, il tutto fu segnato dal fallimento nell’affrontare le
cause del conflitto e si concluse con un imbroglio come in precedenza.
• Sono state scritte pagine e pagine sugli Accordi di Oslo, che hanno
attirato sostenitori e detrattori in ugual misura.
• Hanno rappresentato senz’altro una pietra miliare nella storia del
conflitto tra Israele e i palestinesi con conseguenze di vasta portata.
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L’industria del processo di pace
•
•
•
•
•
La pratica bizantina del baratto
la slealtà
I sotterfugi
l’inganno
l’inesorabile umiliazione della
palestinese
posizione
55
L’industria del processo di pace
•
•
•
•
Era, nel suo complesso, un accordo buono o cattivo?
Probabilmente era inevitabile, date le circostanze.
Nel 1993 l’OLP era irrilevante ed era praticamente in rovina.
I traumi che si erano succeduti negli anni precedenti, come
l’espulsione dal Libano nel 1982, l’esilio della sua leadership e dei
suoi combattenti verso la periferia del mondo arabo in Yemen e a
Tunisi e la condanna per l’appoggio dato a Saddam Hussein in
occasione della guerra del Golfo, stavano a significare che il
prestigio rimastole era piuttosto scarso e lo stesso valeva per la
risorse finanziarie.
• I palestinesi dei territori occupati, che si erano sollevati contro
l’occupazione israeliana nella prima Intifada del 1987
indipendentemente dall’OLP, erano stati colpiti negativamente dal
suo comportamento alla conferenza di Madrid
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L’industria del processo di pace
La divisione del fronte palestinese, che
l’Intifada aveva acutizzato, tra coloro che
vivevano sotto occupazione e coloro che
vivevano all’estero con a capo una leadership
impotente e demoralizzata, procedeva
velocemente e corrispondeva esattamente
alle aspirazioni di Israele e alle sue
macchinazioni nel corso degli anni.
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L’industria del processo di pace
• Quando nel 1992 cominciarono i colloqui segreti tra
l’OLP e Israele, nella fase di preparazione degli accordi
di Oslo, l’interpretazione generale fu che Arafat stava
cercando di riavere un ruolo e che desiderava rendere
l’OLP di nuovo influente.
• Yitzhak Rabin, il leader laburista eletto nel 1992,
cercava di sbarazzarsi di Gaza, colonia ribelle,
sovraffollata e impoverita, ormai fonte solo di
preoccupazioni.
• Arafat provocò l’ira di molti palestinesi, che ritennero
che si fosse venduto agli israeliani per interesse
personale.
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L’industria del processo di pace
• Uno dei suoi più inesorabili critici è stato l’intellettuale palestinese
Edward Said che parlò a nome di molti quando scrisse, subito
dopo l’entrata in vigore dell’accordo:
«Yasser Arafat e alcuni dei suoi più stretti consiglieri hanno già
deciso di accettare qualsiasi cosa gli Stati Uniti e Israele gettino
sulla loro strada, solo per sopravvivere come parte del “processo
di pace”».
• Il maggior beneficio dell’accordo fu quello di restituire a Yasser
Arafat e a una stretta cerchia di suoi intimi un potere e una
autorità molto relativi.
• Ma dietro questo logica ogni leader aveva un progetto più vasto.
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L’industria del processo di pace
Con l’Intifada Rabin aveva capito che i palestinesi non
sarebbero né scomparsi né avrebbero lasciato per
sempre Israele in pace.
I gruppi islamici militanti, Hamas e la Jihad Islamica,
erano diventati una forza importante.
Alla fine del 1992 Rabin deportò 416 loro membri nel
Libano del Sud. Bisognava fare qualcosa per
affrontare la rivolta e per prevenire la sua
recrudescenza.
Rabin pensava anche che il rischio di una eventuale
minaccia palestinese alla natura sionista dello Stato
ebraico.
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L’industria del processo di pace
• Cercò di preservare il sionismo in uno spazio geografico
più piccolo se necessario, pur di lasciare intatto un Israele
ebraico «puro».
• Fece questo perfezionando la dottrina della separazione
(hafradah, in ebraico), assicurando cioè una divisione
fisica tra le due parti.
• Confinati nel loro spazio i palestinesi erano liberi di
costruire una qualche sorta di entità, che potesse
assumere le competenze di uno Stato e darsi il nome che
preferivano.
• Potevano anche occuparsi dell’ordine pubblico, cosa
molto conveniente per Israele, in modo da garantire la
sicurezza di Israele.
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L’industria del processo di pace
• Gli Accordi di Oslo, furono conclusi tra uno
Stato da una parte e una organizzazione
dall’altra.
• La trattativa venne presieduta da Bill Clinton,
il Presidente americano fortemente proisraeliano eletto nel 1992, i cui consiglieri per
il Medio Oriente erano tutto fuorché
imparziali.
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L’industria del processo di pace
Gli Accordi di Oslo hanno significato che Arafat, in
apparenza rappresentante dell’intera nazione palestinese
ha firmato di fronte al mondo:
• di riconoscere a Israele il diritto di esistere in pace e in
sicurezza, cosa che aveva già fatto anche se nel più piccolo
forum del PNC del 1988
• di rinunciare al «terrorismo» e di controllarlo e di
cancellare quelle parti della Carta dell’OLP considerate
ostili a Israele.
• L’OLP riconobbe lo Stato di Israele, ma non ricevette in
cambio un analogo riconoscimento del diritto dei
palestinesi
ad
avere
una
nazione.
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L’industria del processo di pace
• Israele aveva ottenuto il premio più grande che mai potesse
sperare.
• In un colpo solo, firmando gli accordi, Arafat aveva
legittimato il sionismo, l’ideologia che aveva creato e che
contribuiva a perpetuare la tragedia palestinese.
• Naturalmente Israele aveva già manovrato in modo da non
aver bisogno di una simile accettazione da parte dei
palestinesi.
• Dopo Oslo i palestinesi potevano essere veramente messi da
parte.
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L’industria del processo di pace
• Fu tentato ogni genere di approccio verso i
palestinesi, sia nei territori occupati che all’estero,
allo scopo di impegnarli in quello che fu definito un
«dialogo» con gli israeliani, per preparare insieme
progetti apparentemente vantaggiosi per loro e per
consigliarli e indirizzarli.
• Abbondavano i gruppi di contatto giovanili,
scolaresche palestinesi e israeliane venivano invitate
dalle due parti a partecipare a campi estivi e ad altre
attività, con l’idea di influenzare le loro giovani menti
in favore di una «cultura di pace».
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L’industria del processo di pace
•
•
•
•
I punti deboli degli accordi di Oslo:
non portavano a nulla
non riconoscevano ai palestinesi alcun diritto di avere
uno Stato oppure l’autodeterminazione
non mettevano un limite alla costruzione di
insediamenti ebraici
rinviavano tutti i problemi cruciali:
Gerusalemme, gli insediamenti, le frontiere, la
sicurezza e i profughi – dando a Israele il tempo di
creare «fatti sul terreno» sempre più irreversibili.
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L’industria del processo di pace
• Gli Accordi di Oslo formalmente intitolati
«Dichiarazione dei principi sulle disposizioni di autogoverno provvisorio» erano iniziati come un audace
tentativo dei palestinesi di prendere in mano la
questione e di confrontarsi con la dirigenza di Israele.
• Ma ciò si rivelò più difficile di quello che avrebbero
potuto immaginare.
• Non solo erano troppo deboli per farlo, ma erano
anche svantaggiati dal fatto di non essere riusciti a
capire il complesso carattere di Israele e la sfaccettata
natura del suo sostegno.
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L’industria del processo di pace
• Le loro speranze iniziali furono, inevitabilmente, infrante
da una serie di delusioni non appena l’accordo entrò in
vigore.
• Israele violò ripetutamente le sue scadenze e divenne
chiaro che le aree che erano finalmente passate sotto il
«governo» palestinese, non godevano, nel modo più
assoluto, di alcuna sovranità.
• Persino Arafat doveva chiedere il permesso israeliano per
usare il suo elicottero perché lo spazio aereo sopra i
territori occupati era sotto controllo israeliano.
• Ogni entrata o uscita dai territori era controllata da
Israele, nonostante un accordo ridicolo che avrebbe
dovuto favorire i palestinesi.
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L’industria del processo di pace
• Il ritiro delle forze israeliane dalle città veniva costantemente
rinviata a causa del dissenso sulla misura delle aree da consegnare
e sulla linea dietro la quale l’esercito doveva ritirarsi
• Ad esempio, il ripiegamento da Gerico, la più docile tra le città
della Cisgiordania e la prima a essere consegnata, fu effettuato
con quattro mesi di ritardo a causa di vari cavilli.
• Anche allora Israele stabilì dei checkpoints fuori delle aree
evacuate, scavò una profonda trincea intorno alla città che
ostacolava ancora di più i movimenti e si riservò il diritto di
invaderla in qualsiasi momento per inseguire i «terroristi».
• L’ANP provvisoria che doveva essere istituita nel 1994 non venne
eletta fino al 1996 e i colloqui sullo stato finale che dovevano
iniziare allora e terminare nel 1999 non ebbero mai luogo perché
tutto il processo era alla fine crollato nell’estate del 2000.
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L’industria del processo di pace
• Per isolare ulteriormente i palestinesi, Israele e la Giordania
firmarono nel 1994 un trattato di pace separato che prevedeva la
loro cooperazione per «combattere il terrorismo» e per prevenire
«infiltrazioni transfrontaliere», tutte allusioni, finemente
dissimulate, al movimento dei combattenti palestinesi e ai
membri dei gruppi di resistenza, inclusa ogni incitazione alla
violenza.
• I contatti storici e spesso segreti dei giordani con lo Stato ebraico
venivano ora formalizzati aggiungendo un altro pezzo male
assortito al mosaico dei rapporti arabo-israeliani.
• Mentre gli accordi con i palestinesi lasciavano a Israele il controllo
delle frontiere, dello spazio aereo e delle colonie, il suo esercito
poteva muoversi liberamente lungo tutte le strade e aveva la
giurisdizione della sicurezza sopra ogni aspetto della vita
palestinese.
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L’industria del processo di pace
• Non poteva sorprendere che il tortuoso processo dei negoziati, con le
sue interruzioni, le riprese, le offerte fatte e poi ritirate, fosse spesso
interrotto dalla violenza palestinese contro obiettivi israeliani che ogni
volta provocava la tradizionale eccessiva repressione di massa israeliana.
• E, ogni volta, Israele avrebbe chiesto ad Arafat di «controllare la
violenza» e di «combattere il terrorismo», un ritornello familiare da
allora in poi.
• Un impegno simile non era previsto da parte degli israeliani nei confronti
della violenza dei coloni o della indubbia violenza delle sue stesse
truppe. A Gaza, ad esempio, il coprifuoco durò dal giugno 1993 al
gennaio 1994.
• Le città di Jenin, Tulkarem, Qalqilya, Ramallah e Nablus vennero alla fine
trasferite all’area A e fu loro concessa l’autonomia rispetto agli affari
civili.
• Invece a Hebron, dove la parziale evacuazione dovette attendere fino al
1997, fu mantenuta la provocatoria enclave dei coloni ebrei più
oltranzisti al centro della città protetti da migliaia di soldati israeliani.
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L’industria del processo di pace
• La situazione di Hebron è veramente tragica.
• È stata una delle vittime più grandi degli Accordi di Oslo.
• A causa di 500 coloni ebrei, la vita quotidiana di 35.000 palestinesi
residenti in quella zona è diventata un incubo, isolati dagli altri
115.000 palestinesi che vivono nel resto di Hebron nell’Area H-2
così chiamata a causa di una ulteriore elaborata sub-divisione del
territorio, sottoscritta con l’Accordo di Hebron del 1997.
• Questa area comprende la città vecchia e il centro commerciale di
Hebron ed era parte dell’Area C, cioè sotto il controllo israeliano;
questo voleva dire che i palestinesi che vivono lì sono alla
completa mercé dei coloni, dell’esercito e della polizia di frontiera
israeliana notoriamente brutale.
• È incredibile che Arafat abbia sottoscritto queste condizioni visto
che i coloni di Hebron sono probabilmente i più odiosi e i più antiarabi di tutti.
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L’industria del processo di pace
• L’arrendevolezza di Arafat a questo proposito appare
ovviamente misteriosa quanto la sua accettazione
della rete di strade di collegamento riservate
sull’intero territorio della Cisgiordania che Israele era
stato autorizzato a costruire dopo l’Accordo
provvisorio sulla Cisgiordania e Gaza (Oslo 2), firmato
nel 1995.
• Anche i colloqui sulla divisione dell’acqua finirono con
un accordo sbilanciato, Israele avrebbe fatto la parte
del leone e lasciato ai palestinesi una quota troppo
piccola per le loro necessità.
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L’industria del processo di pace
• L’ANP come risultato avrebbe controllato il 90% della
popolazione ma solo il 30% del territorio, la maggior
parte del quale era sotto controllo congiunto con
Israele.
• Il programma di costruzione degli insediamenti che
non si era mai fermato riprese con rinnovato vigore
dopo Oslo 2, soprattutto nell’area intorno a
Gerusalemme che si allargò a nord verso Ramallah e a
sud verso Betlemme.
• Questa area, allargata artificiosamente, fu indicata da
Israele come parte della «Grande Gerusalemme» e
non negoziabile.
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L’industria del processo di pace
Il progetto di Arafat
• Perché Arafat e i suoi colleghi accettarono tutto questo e,
innanzitutto, perché accettarono i negoziati di Oslo?
• Per varie ragioni:
Israele aveva riconosciuto l’OLP e quindi aveva riconosciuto
l’esistenza di un popolo palestinese che aveva bisogno di una
soluzione.
la Risoluzione 242 era stata accettata come base del processo di
pace mettendo l’accento sulla formula «terra-in-cambio-pace» che
si sarebbe anche applicata ai territori palestinesi.
le questioni che Israele aveva trasformato in tabù, quali
Gerusalemme, gli insediamenti e i profughi, erano inserite nel
programma dei negoziati.
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L’industria del processo di pace
• Secondo gli Accordi, le istituzione culturali e scolastiche di
Gerusalemme Est, come la ottocentesca residenza di Husseini,
l’Orient House, sarebbero state riconsegnate ai palestinesi.
• Queste implicazioni degli Accordi di Oslo erano, a rigor di termini,
abbastanza vere, ma l'ottimismo generato fu di breve durata.
• I palestinesi vedevano con i propri occhi, con l’espansione degli
insediamenti, dei checkpoints e delle strade di collegamento
riservate che la realtà era diversa.
• Non significa che Arafat ignorasse questi fatti o che,
nell’apparente acquiescenza nei confronti della strisciante
colonizzazione israeliana, stesse tradendo la causa palestinese,
come da qualcuno fu accusato di fare.
• Il suo vero progetto trascendeva queste considerazioni.
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L’industria del processo di pace
• Egli credeva veramente nell’approccio del
«piede nella porta».
• Era così attaccato a questo concetto da
subordinare ogni obiezione, che avrebbe potuto
ragionevolmente fare nei confronti delle
richieste egemoniche israeliane, all’obiettivo più
importante, secondo la sua visione, di
mantenere la spinta verso l’inevitabile
indipendenza.
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L’industria del processo di pace
• La premessa di base di Arafat era che Israele era troppo potente
per essere sfidato direttamente.
• Il solo modo per raggiungere gli obiettivi palestinesi era quello di
raggirarlo entrando in un processo che, malgrado tutto, sarebbe
terminato con uno Stato palestinese.
• Fu per questo motivo che l’ANP assunse le sembianze esterne di
uno Stato con la nomina di ministri e la creazione di istituzioni,
con una bandiera nazionale e un passaporto palestinesi.
• Tutto questo è, a prima vista, ridicolo in una situazione di
occupazione coloniale, ma lo è di meno se lo si interpreta come la
versione palestinese del «creare i fatti», che dovevano proiettare
nel mondo l’immagine di uno «Stato in attesa».
• Si trattava di una strategia comprensibile, seppure ingenua, viste
le circostanze.
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L’industria del processo di pace
• Sottovalutava la tenacia con la quale la parte
israeliana rimaneva aggrappata alla acquisizione
di territorio palestinese e alla determinazione di
sconfiggere qualsiasi tentativo di indipendenza
dei palestinesi.
• Alla fine Arafat pagò un prezzo estremamente
alto per la sua ingenuità; imprigionato e
degradato da Israele andò incontro, nel 2004, ad
una morte sospetta da molti imputata a
macchinazioni israeliane.
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L’industria del processo di pace
I piani di persone di buona (?) volontà
• Proposta di pace di Gush Shalom 2001
• Dichiarazione di principi di Ayalon-Nusseibeh
2002
• Iniziativa di Ginevra 2003 o meglio, secondo
Ilan Pappé, “la bolla di Ginevra”
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L’industria del processo di pace
• Bibliografia
Sposata a un altro uomo di Ghada Karmi,
capitolo 4 “Il processo di pace”,
DeriveApprodi 2010
Non ci sarà uno Stato palestinese di Ziyad
Clot, Zambon 2011
Il muro di ferro – Israele e il mondo arabo di
Avi Shlaim, il Ponte 2003
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