Istituto MEME
associato a
Université Européenne
Jean Monnet A.I.S.B.L. Bruxelles
UN CASO DI OMICIDIO PASSIONALE
Scuola di Specializzazione: Scienze criminologiche
Relatore: Avv. Emanuele Monte
Correlatore: Dott.ssa Roberta Frison
Contesto di Project Work: Studio legale
Tesista specializzando: Dott.ssa Monte Marianna
Anno di corso: Primo
Modena,10-06-2007
Anno accademico 2006-2007
ISTITUTO MEME S.R.L.- MODENA ASSOCIATO UNIVERSITÉ EUROPÉENNE JEAN MONNET A.I.S.B.L. BRUXELLES
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INDICE
INTRODUZIONE AL CASO ………………………………….. p. 4
CAPITOLO I
IL DELITTO PASSIONALE ………………………………….. p. 6
§1) INTRODUZIONE ……………………………………………… p. 6
§2) ALCUNI DATI …………………………...……………………. p. 6
§3) DEFINIZIONE DEI TERMINI ………………………………... p. 7
§4) MOTIVAZIONI DEI CRIMINI PASSIONALI …...…………... p. 9
§5) LA DIMENSIONE PATOLOGICA DELL’AMORE …………. p. 10
§6) DELITTO PASSIONALE E RESPONSABILITÀ PENALE …. p. 18
CAPITOLO II
LA TRISTE STORIA DI GIUSEPPE E NICOLA ……….... p. 20
§1) L’OMICIDIO A CAUSA D’ONORE ………………………..... p. 20
§2) LA VICENDA ATTRAVERSO IL PROCESSO ………….….. p. 23
§3) LA CONFESSIONE DI G. AL PM ……………………….…... p. 28
§4)L’ORDINANZA APPLICATIVA DI MISURA CAUTELARE p. 35
§5) LA PRIMA LETTERA AI FAMILIARI DI N ………………... p. 38
§6) LA SECONDA LETTERA AI FAMILIARI DI N ……………. p. 44
§7) LA PERIZIA MEDICO-LEGALE ……………………………. p. 44
§8) LA VALUTAZIONE MEDICO-LEGALE …………………… p. 48
§9) DOCUMENTAZIONE FOTOGRAFICA …………………….. p. 52
§10) ESAMI ISTOLOGICI ………………………………………... p. 63
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§11) ESAME PALLINI E BORRE ………………………………... p. 63
§12) DOCUMENTAZIONE FOTOGRAFICA ……………………. p. 65
§13) VERBALE-PRELIEVO RESIDUI DI SPARO …………...…. p. 70
§14) RELAZIONE PSICHIATRICA ……………………...………. p. 70
§15) LA SENTENZA ……………………………………………… p. 71
CAPITOLO III
L’ANALISI CRIMINOLOGICA
§1) INTRODUZIONE …………………………………………..…. p. 81
§2) TEORIE SOCIOLOGICHE E CRIMINALITÀ …….……….... p. 82
§3) CONTESTO FAMILIARE E CRIMINALITÀ ……….….…… p. 85
§4) TEORIE PSICOLOGICHE E CRIMINALITÀ ………….……. p. 89
§5) PSICHIATRIA E PSICODIAFNOSTICA FORENSE ………... p. 93
§6) CONSIDERAZIONI ………………………………………...… p. 97
§7) LA PERIZIA PSICHIATRICA …………………………...…... p. 100
BIBLIOGRAFIA …………………………………………..….. p. 101
SITOGRAFIA ………………………………………….…..….. p. 102
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INTRODUZIONE AL CASO
Il caso oggetto della presente trattazione offre, a mio avviso, per la sua singolarità,
notevoli spunti per riflettere su alcune tematiche di rilievo giuridico, ma soprattutto
criminologico.
Innanzitutto appare opportuno fare una premessa su come si è sviluppata l’intera
vicenda, che vede come protagonista il sig. G., uomo di mezza età, la cui repulsione per
una difficile situazione venutasi a creare all’interno delle mura domestiche, sfocia, in
seguito ad una sorta di empasse psicologico dello stesso G., in un gesto estremo nei
confronti della sua vittima, anzi, del suo rivale, il sig. N.: l’omicidio.
E’ palese che il fatto-reato appena descritto rimanda alla delicata tematica dei delitti
passionali, la quale ha da sempre suscitato interessanti stimoli per gli studiosi del diritto
penale e per i loro “cugini” criminologi.
Il fatto delittuoso che si vuole analizzare richiama alla memoria anche una categoria
di reati (ormai espunti dal nostro codice penale): i delicta honoris causa, nei quali assume
particolare rilievo, fra i motivi a delinquere, la causa d’onore (cui verranno fatti dei brevi
cenni, per offrire un quadro di maggiore organicità e sistematicità al presente lavoro).
G. scopre che N. ha intrattenuto una relazione sentimentale con sua moglie,
quantomeno dal settembre del 1997 sino al termine dell’estate 1999, epoca in cui, appunto,
viene a conoscenza della cosa.
Secondo G., N. avrebbe intrapreso la relazione de qua approfittando di un momento
di fragilità psicologica della moglie, con la quale, anche perché colpita da un importante
stato depressivo, lui stava vivendo una fase di raffreddamento del rapporto.
Sfruttando tale fragilità, N. avrebbe, altresì, chiesto ed ottenuto dalla donna un
prestito di ₤ 8.000.000, al fine di coprire un ammanco di cassa da lui provocato:
circostanza, questa, appresa da G. in un secondo momento (autunno 2000).
G. (in sede di vari interrogatori resi innanzi all’Autorità Giudiziaria) riferisce,
inoltre, di aver progressivamente preso coscienza del sostanziale sgretolamento della
propria vita e dei valori familiari in cui credeva, non riuscendo più a ricostruire il rapporto
con la propria moglie, dal canto suo caduta in una china depressiva ed autolesionistica
sempre più grave, non accettando l’idea della separazione; di avere contattato varie volte
N., e di avere atteso anche a lungo una sua risposta (tenendo il proprio telefono cellulare
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acceso anche di notte) al fine di avere da lui un chiarimento ed anche per ottenere la
restituzione della somma di denaro prestatale dalla coniuge, più che altro come gesto
simbolico di resipiscenza.
A fronte della totale indifferenza mostrata da N., e delle sempre maggiori
sofferenze psichiche subite dalla coniuge, culminate nel ricovero presso il reparto di
psichiatria del Presidio Ospedaliero della comune città di residenza, maturava la decisione
di fare partecipe N. della sua sofferenza e di quella di tutta la sua famiglia, ferendolo e
specificatamente colpendolo all’organo genitale, in modo da eliminare la sua funzione
riproduttiva …
L’amore è un bellissimo fiore
sull’orlo di uno spaventoso precipizio
(Stendhal)
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CAPITOLO I
IL DELITTO PASSIONALE
§1) INTRODUZIONE
Scopo del lavoro è di mettere in risalto i meccanismi sottostanti alle vicende in cui
si articola la passione amorosa, che hanno come tragico epilogo “l’omicidio del proprio
partner di relazione”.
Quotidianamente i mass-media richiamano crimini passionali, spesso definiti di
ordinaria follia, sottolineando in modo a volte eccessivo una “insana passione” presente
negli autori di questo tipo di omicidio, adoperando il termine raptus, quando il delitto
appare illogico, non razionale, o dovuto alla pazzia.
È innegabile che i delitti passionali maturino all’interno di un disagio relazionale
inespresso, ma crescente, che esplode e del quale nessuno è capace a capire i sintomi,
difatti, i delitti passionali sono spesso la conclusione di amori infelici o non corrisposti.
Ciò che viene spesso sottolineato dai frequenti fatti di cronaca, riguardo i moventi
degli artefici di questo tipo di omicidi, sono gli aspetti di esagerata rabbia, di gelosia
incontrollata, il non rassegnarsi all’abbandono del proprio partner, o il disagio psichico
sottostante. In quasi in tutti i delitti passionali, il motivo conduttore più vistoso è però di
solito l’amore.
Vedremo qui di seguito, partendo da alcuni dati statistici e da una breve
definizione, di inquadrare le motivazioni e la genesi di questo tipo di delitti, considerando
gli aspetti di personalità spesso associati agli autori. Metteremo, inoltre, in risalto gli
aspetti giuridico-legali correlati a simili eventi, evidenziando come un simile gesto
possieda un’implicazione penale (essendo considerato “reato” il privare la persona della
vita), ponendo l’accento, per concludere, sulla necessità dell’utilizzo di una perizia
psichiatrica in questo genere di crimini.
§2) ALCUNI DATI
Secondo quanto rilevano le statistiche, i delitti passionali costituiscono la maggior
parte dei crimini consumati in Italia.
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Non c’è dubbio che i mass media abbiano un ruolo fondamentale nel focalizzare
l’attenzione dell’opinione pubblica su questo fenomeno, ma, in effetti, sembra proprio che
al loro interesse attuale corrisponda un incremento dei casi registrati.
Il bilancio dell’eurispes-Associazione Ex nei primi quattro mesi del 2003, mette il
risalto che a finire nel sangue sono soprattutto i legami fra uomo e donna: 34 su 54, sono
gli omicidi che riguardano le coppie, 18 delitti su 34 riguardano coppie sposate; 4 coppie
separate; 1 ex convivente; 2 amanti e fidanzati e 2ex amanti ed ex fidanzati, di cui 30 sono
assassini e 4 assassine. Dai numeri, dicono i ricercatori statistici, appare come il
matrimonio sia il tipo di relazione esposta al delitto. La sindrome conflitto-delitto si
scatena soprattutto là dove albergano legami affettivi tra donne ed uomini e cioè nella
coppia.
Il quadro occupazionale e professionale degli autori dei delitti è risultato
bassomedio con un’alta presenza di disoccupati o occupati saltuari. L’età và dai 31 e 51
anni. Al primo posto, tra le cause e le motivazioni che spingono a compiere omicidi,
l’Eurispes rileva la sofferenza mentale (www.eurispes.it).
§3) DEFINIZIONE DEI TERMINI
Il termine “delitto”, dal latino delinquere, indica commettere azioni contrarie alla
legge penale per cui sono stabilite le pene dell’ergastolo, della reclusione, della multa.
Il delitto è un assassinio, un crimine, un reato, nonché una colpa che lo stato
punisce.
L’omicidio consiste nell’uccisione di un uomo, in senso giuridico è un delitto
contro la vita, caratterizzato da elementi soggettivi o psicologici ed oggettivi o materiali.
L’art. 575 c.p. così recita: “Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la
reclusione non inferiore ad anni ventuno”.
Il termine passionale deriva dal greco Phatos che letteralmente significa sofferenza,
sentimento profondo, istintivo, che non dipende dalla volontà e dalla ragione. Le passioni
sono parti fondamentali della nostra vita; esse accompagnano la condotta di un individuo
in modo soggettivo, opponendosi alla razionalità. Le passioni, così come le emozioni
scaturiscono dalla “parte istintiva” del nostro essere, che in determinate situazioni
drammatiche riaffiora, generando gesti, talvolta apparentemente immotivati, ma comunque
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sproporzionati rispetto alla causa, che, riuscendo ad oltrepassare la sfera della coscienza,
possono indurre a commettere delitti.
La passione è un’emozione profonda che non si esaurisce in breve periodo di
tempo, ma diviene duratura, ad essa sono riconducibili l’amore, l’odio, la gelosia, l’invidia,
la rabbia.
Essa comporta una tendenza a predominare sull’attività psichica in modo esclusivo
ed invadente, con ripercussioni che possono portare ad un’alterazione della condotta, è un
inclinazione che si esagera, che domina stabilmente e che tende a stabilizzarsi
perseverando nel tempo e comporta il dispiegarsi di una strategia, cioè di una serie di
rappresentazioni mentali e comportamentali possibili per raggiungere un fine (Pasca, 2001,
104).
Il delitto passionale ha come movente principale l’amore verso un’altra persona,
caratterizzato da una passione e da una lunga serie di pensieri a volte accompagnati da una
preparazione che potrebbe farlo sembrare premeditato, da una lenta maturazione che
corrode ogni stimolo antagonista (Altavilla, 1949).
A volte il gesto criminale può sembrare spropositato rispetto all’offesa subita, in
realtà il soggetto ha “ruminato” a lungo sul suo dolore e sulla sua condizione e basta un
piccolo segnale per scatenare la sua aggressività, come se fosse in attesa di un’occasione
per esplodere. Ciò che distingue questo tipo di delitto da quello emotivo è la progressiva
corrosione della volontà, una concentrazione affettiva che paralizza i poteri di critica e di
controllo e che assorbe tutta la vita di un individuo (Pasca., 105).
Quando vi è un delitto passionale si manifesta un particolare tipo di coscienza,
perché il delitto è il momento in cui un desiderio tanto agognato diventa realtà e la lucidità
ci deve essere per godere tutta la scena (vi è un relativo controllo di sé) (Ibib., 106).
Tali stati passionali, pertanto, provocano dei profondi e duraturi perturbamenti
psichici che sono in grado di disorganizzare l’equilibrio mentale dell’Io a tal punto da
indurlo, in determinate circostanze, a commettere un gesto criminale.
In particolare, l’amore è una passione che normalmente non porta ad uccidere ma,
quando diventa troppo intensa ed incontrollata, si trasforma in un vero e proprio assillo che
può assumere connotati patologici ed arrivare a distruggere equilibri interpersonali.
Ferracuti definisce la differenza fra emozione e passione: emozione è l’intenso
turbamento affettivo di breve durata ed in genere d’inizio improvviso, provocato come
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reazione a determinati avvenimenti e che finisce col predominare sulle altre attività
psichiche. Passione è uno stato affettivo violento e più duraturo, che tende a predominare
sull’attività psichica in modo più o meno invadente od esclusivo, si da comportare talora
alterazioni della condotta, che può diventare del tutto irrazionale per difetto di controllo
(Ferracuti, 1990).
Abbiamo fin qui considerato con il termine passionale tutti i delitti caratterizzati
dall’esistenza di un pensiero ricorrente che si è trasformato in azione (gelosia eccessiva,
violenza continua), non solo quando c’era la premeditazione. La premeditazione si riferisce
al piano dell’azione, la passionalità a livello del pensiero.
Focalizzeremo qui di seguito la nostra attenzione, sulle motivazioni che possono
spingere un individuo a commettere un simile gesto delittuoso.
§4) LE MOTIVAZIONI DEI CRIMINI PASSIONALI
Canestrari definisce la motivazione come “spinta o stato interiore che dirige un
individuo verso il raggiungimento di un determinato scopo od obiettivo” (Canestrari, 2002,
213).
Il movente è legato alle condizioni psichiche che determinano la volontà di
commettere o non commettere un’azione; è l’impulso, lo stimolo che induce un individuo a
compiere un atto. Lo stimolo di ogni movente è determinato da un bisogno (Cozzolino,
2001, 29).
Riteniamo utile, dunque, descrivere quali siano i meccanismi criminogeni con cui la
passione amorosa opera all’interno di un individuo. Delineeremo, con attenzione le diverse
cause determinanti, che inducono un soggetto, pervaso da un amore passionale ad uccidere.
In un’alta percentuale dei delitti passionali vi è il movente della gelosia, insieme
con l’abbandono, reale o simbolico, in verità quasi tutti i delitti sono legati alla rabbia ed
alla vendetta. Esiste un accumulo di tensione interna, di rabbia che cerca disperatamente un
modo per scaricarsi. L’assassinio rappresenta una valvola di sfogo, un urlo per farsi
ascoltare. In questo tipo di delitto vi è una disgregazione della volontà, una concentrazione
affettiva che paralizza i poteri di critica e di controllo e che assorbe tutta la vita di un
individuo.
L’offesa al proprio onore, il tradimento del partner suscitano un dolore travolgente
dovuto non soltanto all’orgoglio ferito o all’egoismo, ma soprattutto alla perdita dell’amore
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ed al senso di abbandono. Valenti sostiene che un delitto è costantemente determinato
dall’odio, tranne che in un caso, quando si uccide la persona amata.
Dal momento in cui lo sguardo si posa sulla vittima, fino all’uccisione, l’unico
sentimento che trapela è l’amore. Un amore che è stato respinto, tradito o sciupato dai
continui litigi ed incomprensioni, ma che si può continuare a controllare e conservare solo
attraverso la sua morte (Valenti, 1922).
Non appare così facile riuscire a rintracciare una spiegazione logica del perché un
individuo possa arrivare ad un simile gesto. Ritengo, infatti, che a volte sia quasi
inverosimile dare una motivazione plausibile, soprattutto laddove si ha a che fare con le
emozioni e passioni. Le storie di molti delitti, infatti, hanno dell’inspiegabile, perché
avvenuti “apparentemente “ senza motivo, così come un “fulmine a ciel sereno”.
Per quello che riguarda le motivazioni o le cause che possono portare l’autore a
togliere la vita esamineremo: alcune forme psicopatologiche dell’amore, la gelosia,
l’erotomania, la fine di una storia d’amore, la vendetta.
§5) La dimensione patologica dell’amore
È evidente che dietro un terribile evento come un delitto ci sia quasi sempre una
storia di coppia tempestosa, dove l’omicidio non è altro che la tragica risoluzione di un
rapporto di coppia patologico. “Ogni alterazione patologica dei sentimenti può riflettersi
sull’amore frenandolo, soffocandolo, uccidendolo” (Callieri, 2002, 7).
Molte volte, perciò, queste forme patologiche d’amore disperato possono costituire
una valida spiegazione per comportamenti aggressivi nei confronti della persona amata e la
giustificazione di averla amata troppo, diventa la difesa più logica quando si arriva ad
ucciderla. Una psicopatologia significativa può interferire con lo sviluppo di relazioni
d’amore mature. Nell’autore di delitto passionale come afferma Cappiello: “sembra
prevalere una personalità di tipo bordeline con il suo carico di scissione, insicurezza e di
rabbia irrisolta che esplode nel momento in cui viene meno il dominio, il controllo, quando
si allontana il suo irrinunciabile punto di riferimento, ossia la sua stessa vittima; senza di
lei crollano le sue certezze e lui stesso è completamente perso” (Cappiello, 2001, 54).
All’interno delle relazioni amorose, vi è spesso una violenza silenziosa, è una realtà
segreta fatta di continue mortificazioni, di ricatti morali che crea un legame sottile con
l’aggressore difficile da rompere o da accettare perché è “normale”, perché celate dal
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sacrificio amoroso che fà sentire in colpa. Questo bisogno di fondersi completamente con
l’amato rappresenta, probabilmente, un tentativo che tali persone mettono in atto, per
cercare di superare un vissuto d’inadeguatezza personale. In un’ottica psicodinamica
questo ha origini nell’infanzia, in particolare nel rapporto che ognuno di noi ha vissuto con
i propri genitori (la madre in particolare) che si rende in concreto in due esperienze
particolari:
- Attaccamento insicuro e incerto del piccolo nel primo anno di vita con una figura
significativa (madre).
- Esperienza del vuoto affettivo, sperimentato anche come carenza notevole di cure
fisiche da parte della figura di attaccamento, con conseguente desiderio di un’amorefusionale ed una sorta di fissazione a questo stadio che impedisce la realizzazione di un
amore adulto (Bowlby, 1989; 1983).
L’amore adulto presuppone che ci sia stato un rapporto gratificante e sano tra
genitori e figli ed il superamento delle fasi di crescita. Una chiara consapevolezza della
nostra individualità e l’acquisizione di un’identità unica e singolare ci portano al confronto
con gli altri e quindi anche col partner in una posizione di pari dignità. Il disagio amoroso,
l’attaccamento romantico ansioso o l’amore insicuro si nutre dell’ossessione
amorosa o dell’eccessivo distacco, che escludono questa pari dignità: è come se noi
volessimo divorare la persona amata, l’oggetto d’amore.
La paura della solitudine e del rifiuto possono essere sottese ad ogni amore
insicuro, come la scarsa autostima può essere alla base della gelosia che diventa anch’essa
una parte essenziale del disagio amoroso. Talvolta i partner possono scambiarsi ed
interpretare i ruoli drammatici di vittima, persecutore, salvatore, talora in modo sottile e
nascosto.
Lo schema dell’amore insicuro caratterizzato da comportamenti ipercontrollanti e
vendicativi pongono in evidenza l’estrema dubbiosità, può portare al momento della rottura
del rapporto a sentimenti di disperazione, rabbia, infelicità, impotenza (Carotenuto, 2002,
10-13).
Tutte le volte che una coppia si trova a vivere una relazione sentimentale profonda,
si scatenano dei meccanismi proiettivi attraverso i quali l’uno attribuisce all’altro dei
significati inconsci di possesso, fusione ed idealizzazione. Se la psiche contiene conflitti e
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patologia, l’intesa di coppia si strutturerà all’insegna della rabbia reciproca (subita ed
agita), ma in ogni modo prodotto dalla coppia psicopatologica.
Molto spesso l’omicidio apparentemente impulsivo nella realtà psichica soggettiva
viene più volte mediato ed esplode per motivi futili che coprono dinamiche profonde molto
più significative, frequentemente di difficile comprensione, come ad esempio l’estrema
dipendenza dalla persona amata, che finisce per oggettivarsi, consentendo ed autorizzando
inconsciamente il partner a distruggerla.
Ad essere dipendente spesso è la donna, la cui sottomissione, voluta od imposta
dalle circostanze, spesso è palese. Ma ove il partner osi ribellarsi, la reazione è spesso
sconsiderata: la rivolta è scambiata per tradimento di un tacito contratto, il clima diventa
violento e sovente giungendo a comportamenti estremi (Callieri, 2002,6).
Come sottolinea Sgalambro in un suo articolo uscito su internet: “la dipendenza
inizia dove finisce la capacità di vivere il rapporto come flusso e riflusso, movimento
eterno tra separatezza e fusionalità. Quando l’altro non è più libero di “essere”, ma è
costretto ad assumere un ruolo od una funzione-finzione, l’amore non è più moto d’animo,
ma compensazione di qualcosa che supplisce i nostri vuoti, le nostre paure, i nostri
bisogni”(Sgalambro V., www.ilcouseling.it).
La morte è un esempio di controllo estremo, esercitare controllo sull’ambiente
implica potere e sicurezza, in quanto viene esclusa la possibilità che si verifichino
imprevisti, sentendosi così immuni da qualsiasi minaccia. I delitti scaturiscono spesso dal
timore che il destinatario del legame affettivo possa frustrarli, allontanandosi da loro,
ferirli.
Il desiderio di sicurezza è talmente intenso che il criminale tenta di realizzarlo
impiegando i mezzi concepiti dalla sua fantasia, quindi di natura violenta (Burgess, 1986).
L’innamoramento è il punto di partenza centrale di ogni esperienza passionale
amorosa. Gelosia delirante ed erotomania sono aspetti estremizzati dell’esperienza
dell’innamoramento, dove l’elemento di una soggettiva costruzione dell’altro, appare
difficile, se non nell’inquietante persecuzione che apre la possibilità dell’ira giustiziera.
Le due condizioni cliniche individuano due realtà psicopatologiche estreme, ma ben
definite. Da un vissuto di questo genere possono seguire comportamenti aggressivi che
possono arrivare sino all’omicidio.
Tracceremo qui di seguito le principali caratteristiche.
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L’erotomania
L’erotomania è stata identificata dal DSM-IV-TR, come un quadro delirante
costituito dalla convinzione di essere amato da un individuo di sesso opposto, solitamente
di rango più elevato. Tale delirio fu spiegato inizialmente da Esquirol De Clerembault, il
quale puntualizzò come dal postulato di base (la convinzione di essere amati) sarebbe
derivato da tutta una serie di convinzioni secondarie e di comportamenti collegati,
articolati in tre fasi successive: la fase della speranza, la fase del dispetto e la fase del
rancore. Può non esistere alcun rapporto di conoscenza tra il soggetto e la persona oggetto
del delirio: qualche volta può essere avvenuta una fuggevole presentazione.
Il soggetto erotomane, partendo dall’incrollabile certezza di essere amato,
organizza ed interpreta la realtà in accordo col nucleo ideo-affettivo patologico. Nella
prima fase la gratificazione non si fonda tanto nei sentimenti d’amore che nutre verso
l’oggetto, quanto dalla gratificazione derivante dalla certezza di essere amato da un
personaggio importante.
In un successivo momento, se la situazione (ovviamente) non si evolve, il delirante
elabora tutta una serie di giustificazioni per spiegare i mancati progressi. In questa fase
quindi il soggetto è indispettito nei confronti di coloro che ritiene cerchino di impedire la
relazione, ma conserva ancora un’immagine intatta del supposto amante. Ma anche
quest’ultimo alla fine diviene oggetto del rancore dell’erotomane ed in questa fase si
possono verificare condotte clamorose od aggressive, dirette conseguenze del sentirsi
offeso od abbandonato.
Ogni loro sentimento si trasforma in una sconvolgente passione che la ragione non
può domare e che soggioga completamente la loro mente al punto che, se questi individui
vengono ripetutamente respinti dai loro amati, possono sviluppare delle tendenze omicide.
Vi è, infatti, una forte disposizione ad oggettivare la vittima, considerata come
oggetto su cui esercitare il potere esclusivo (Cabras, 1992, 1520-1521).
Mellusi ha considerato l’erotomane come uno tra i più gravi disturbi
psicopatologici che possono indurre a compiere un omicidio passionale (Mellusi, 1924).
La persona erotomane vive il proprio delirio come un regalo da custodire dentro di
sé. Il rancore, le proteste, le condotte aggressive stesse appaiono come un disperato
tentativo di salvare una fantasia amorosa resa concreta dalla certezza delirante e che in
molti casi rappresenta l’unica esperienza sentimentale di queste persone.
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Il tema erotomane quindi in quest’ottica rappresenta un compenso nei confronti di
un’esistenza contrassegnata dall’incapacità d’instaurare solidi rapporti affettivi, il delirio,
infatti, gli consente di vivere un’intensa storia d’amore senza correre il rischio di doversi
cimentare in una vera e propria relazione interpersonale.
La gelosia
La gelosia è uno dei tormenti relazionali più noti. Nel geloso i due termini
dell’alternativa, infedeltà constatata o timore d’infedeltà, si situano in una stessa ottica,
quella di un soggetto che si sente profondamente frustrato nel possesso dell’altro, con
conseguenti sentimenti di umiliazione ed inferiorità aggressiva verso il supposto rivale. La
gelosia ignora che il suo movimento possessivo (e ossessionato) è essenzialmente
egocentrico, anche se strettamente dipendente dal partner.
Il geloso spesso non può tollerare che l’oggetto del suo amore sia o sia stato amato
anche da altri, egli ne deve possedere anche il passato e i più reconditi pensieri. È il vero
disastro della relazione amorosa, tormentoso e disperante (Callieri 2002, 6).
Dalle cronache, dei delitti passionali, emerge in modo manifesto che una delle
cause più frequenti dei crimini passionali è la gelosia, sentimento caratterizzato da un
amore causato dalla passione verso il partner e contemporaneamente, dal sospetto e da una
stato d'animo aggressivo nei suoi confronti per paura di perderlo.
Abrahamsen, ritiene che, nei casi di gelosia delirante, il gesto omicida rappresenti
una sorta di meccanismo di difesa contro la sofferenza provata per la ferita inferta alla
propria autostima dal partner infedele (Abrahamsem, 1944).
L’omicidio è atto di giustizia e di liberazione interiore per il geloso che, grazie ad
esso, è convinto di poter riaffermare il suo valore e dimostrare la sua superiorità sulla
vittima.
Il deliro di gelosia, inserito in un contesto patologico delirante così come viene
classificato dal DSM-IV-TR, consiste nella certezza di essere traditi dal proprio partner
con una o più persone, con convinzione che il tradimento sia stato già consumato e si
distingue dalla gelosia che riguarda più il sospetto e timore di un possibile tradimento.
Il delirante di gelosia, pur già certo del tradimento, cerca e trova prove, a suo
giudizio schiaccianti, di quanto è avvenuto. Nel rapporto col partner egli si mostra ansioso,
di fare ammettere all’altro il tradimento. Le richieste di confessioni sono continue,
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assillanti, ossessive nel loro ripetersi, talvolta il partner arriva a confessare sotto tali
pressioni un inesistente tradimento. Lungi dal placarsi il delirante, che ha finalmente avuto
la conferma delle sue certezze, potenzia la sua aggressività e tenta di far ammettere altre
infedeltà.
Da questa esposizione appare quindi evidente che il rapporto tra il delirante di
gelosia e partner è caratterizzato da un legame intensissimo quanto perverso di tipo
sadomasochistico. Il delirio di gelosia è sempre stato ritenuto appannaggio del sesso
maschile. Di frequente la gelosia degenera in emozioni ancor più negative come la rabbia,
l’ira.
Secondo alcuni autori quando aumenta a dismisura l’intensità di gelosia, si
compiono azioni disdicevoli, poiché si perde il controllo, non solo di sé ma anche dell’altro
e della relazione, della situazione. La gelosia patologica è spesso associata ad altri disturbi
di tipo psichico come la schizofrenia, la depressione, l’alcolismo etc. (Cabras, 1992, 1521).
La fine di un amore
La perdita, dell’oggetto d’amore a causa di abbandono o separazione, costituisce
un’esperienza molto forte e drammatica, una mancata elaborazione del lutto per la
privazione della persona amata, la rabbia li porta ad un’esperienza tale che, l’unica via
d’uscita dal vortice del dolore, sembra essere l’eliminazione fisica della fonte della loro
sofferenza. La fine di un rapporto è, per molti, un fallimento e quindi una frustrazione.
Molti ed in particolare quelli che poi esplodono, non sono in grado di vivere in
maniera sana i propri stati d’animo negativi e risolvono il tutto con un acting-out omicida.
Come afferma la Cozzolino “lasciare il proprio compagno è come dire di avere il
30% di probabilità di essere minacciate, molestate o addirittura uccise da lui. Per gelosia,
per rabbia, per paura dell’abbandono, della solitudine, ma anche per vendetta e per
punizione”.
L’autore di abusi è nel 63,2% dei casi il marito, nel 36,8% dei casi un’ex
(Cozzolino, 2001, 13). I maltrattamenti sono a volte lunghi, laddove, non esplodono subito
in omicidio. La genesi pare sia simile a tutti: messaggi ingiuriosi, persecuzioni varie, si
innesta così una spirale d’odio, se la vittima reagisce a sua volta, è più probabile che l’ira
del suo carnefice diventi incontrollabile e sfoci in omicidio (Ibib., 14).
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Qualora si è lasciati dal proprio partner, l’angoscia dell’abbandono può divenire
una vera malattia, una frattura che spezza la vita in due, lasciando svuotati e confusi.
Anche a livello biochimico le cose cambiano nell’organismo: durante
l’innamoramento si ha un aumento della produzione dell’endorfine e di feniletilamina (con
conseguente senso di benessere, euforia, vitalità e desiderio sessuale), laddove la relazione
finisce, si ha invece un crollo dei livelli di queste sostanze (con conseguente ansia, apatia,
senso di frustrazione, irritabilità).
Nelle vicende della passione amorosa e nei congiunti rischi di rotture
psicopatologiche un posto in primo piano spetta alla fine di un rapporto, realtà non facile
da accettare per chi ancora ama. La perdita non desiderata dell’altro, il suo abbandono dà
comunemente luogo ad una condizione caratterizzata da un dolore profondo, una pena con
sentimenti di abbandono e conseguente relativa perdita del senso della vita. Caratteristico è
il ritiro sociale con incapacità di svolgere le consuete occupazioni, con difficoltà di
concentrazione, memoria, sonno, appetito, pianto e disperazione sono frequenti oltre che
passaggi all’acting-out per la ricerca spasmodica dell’altro.
Un lutto amoroso, non elaborato porta il soggetto alla ricerca di un
ricongiungimento, di un ristabilimento della relazione senza la quale si ritiene di non poter
vivere. Questo può avere esito nell’estrema possibilità di un attacco aggressivo-omicida,
freddamente perpetuato, accuratamente preparato. Lo scopo è di riprendere il controllo
dell’altro che sfugge; attraverso la soppressione dell’oggetto d’amore, a cui a volte fa
seguito il suicidio, si cerca di ritrovare quell’unità persa nella vita. (Palhe-Mullen, 1997).
Analizzando lo svolgimento di questo tipo di crimine, si è scoperto tra le prime
cause l’essere abbandonati o respinti dalla persona amata. L’amore non corrisposto,
nonostante procuri un’enorme sofferenza nell’innamorato, generalmente accresce il
sentimento anziché diminuirlo, perché la difficoltà di conseguimento della meta, spesso,
esalta l’attrattiva della stessa. Tali rifiuti alimentano talvolta, l’insorgenza di una
passionalità intensa ed incontrollata, con conseguenze anche molto disastrose per la
persona amata: in tali circostanze, l’innamorato respinto può diventare talmente assillato
dal desiderio dell’amato, da giungere ad ucciderlo nel disperato tentativo di possederlo,
impadronendosi della sua vita (Altavilla, 1953).
Si è inoltre evidenziato come, in questi casi il reo per amore può anche non provare
rimorso, perché ritiene il suo delitto una conseguenza logica dei ripetuti rifiuti subiti.
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Il tradimento e la vendetta
Tra i moventi che inducono ad uccidere per amore, la vendetta per ragione d’onore
non è da trascurare. In tali circostanze, infatti, si parla di reati rivendicatori piuttosto che
crimini passionali, in quanto, l’impulso omicida si originerebbe soprattutto da un concetto
di salvaguardia dell’onore virile e non tanto dalla passione amorosa.
Il delitto d’onore, anche se scomparso dal codice penale, ritorna periodicamente
nella cronaca nera, risulta essere tipico delle culture in cui è particolarmente sentito il
concetto di onore ed esiste una sub cultura maschile della violenza. In alcune società, la
frustrazione che deriva dal tradimento del coniuge è cosi grande che gli impulsi aggressivi
si tramutano direttamente in azione determinando l’omicidio. Spesso rappresenta un
tentativo di salvare la reputazione perduta, l’odio si rivolge contro un rivale che ha preso
possesso di una cosa che prima era propria, è un modo per dimostrare il proprio valore,
coraggio attraverso atti virili" (Pasca, 2001, 101).
Fin dal passato, sono sempre stati gli uomini i maggiori protagonisti di questo
genere di crimini: infatti, lo stimolo dell’onore perduto agirebbe con più efficacia
nell’uomo, che si mostrerebbe maggiormente preoccupato di vendicare l’offesa subita con
un tradimento. Tale visione prende origine da stereotipi culturali risalenti all’età
medievale, in cui il ricorso alla violenza privata per vendicare l’onore offeso rappresentava
un fatto di costume accettato da tutti, anche per la mancanza di una giustizia ufficiale
efficiente.
La legge, infatti nel determinare la punibilità di questi rei, ha ritenuto per molto
tempo la ragione d’onore una valida attenuante; nei confronti dell’uxoricida per adulterio.
L’art. 587 c.p. stabiliva, infatti, una pena molto ridotta, che andava da i tre ai sette
anni di reclusione. Nel 1981, tale articolo è stato abolito e, oggi, non esiste più alcun
genere di clemenza da parte della legge verso questo genere di crimini.
Calvanese, ha compiuto alcune indagini in proposito e alla luce dei risultati ricavati
è stato possibile tracciare una sorta di profilo tipo di questo delinquente. Da queste ricerche
è emerso in primo luogo, che si tratta di generalmente di un soggetto di sesso maschile, con
un’età compresa tra i 26 e i 35 anni e con un grado d’istruzione medio-basso.
Uno dei motivi per cui questi delitti vengono commessi più da uomini che da donne
consiste nella loro differente modalità di reazione di fronte ad una delusione sentimentale:
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di solito la reazione maschile tende all’aggressività, mentre le donne reagiscono più spesso
in modo depressivo e autocolpevolizzante (Pines-Aronson, 1983).
Tali comportamenti dipendono probabilmente da ruoli sociali appresi che
assegnano alla donna una maggiore passività nel campo sentimentale.
Focalizzeremo ora qui di seguito la nostra attenzione, su gli aspetti prettamente
giuridico-legali, a livello di responsabilità penale che l’autore di un crimine passionale,
deve affrontare una volta commesso il reato.
§6) DELITTO PASSIONALE E RESPONSABILITÀ PENALE
Come abbiamo sin qui compreso è indubbio che gli stati emotivi e passionali
assumono un ruolo importante nel determinare le azioni umane, per quel che concerne la
responsabilità penale, l’art. 90 c.p. del vigente codice penale stabilisce che: “Gli stati
emotivi e passionali non escludono né diminuiscono l’imputabilità”.
Come appare evidente da tale dettato, ai fini dell’imputabilità le alterazioni
dell’affettività sono ritenute irrilevanti, a meno che non sottintendano una comprovata
infermità o seminfermità di mente, nel senso che una manifestazione dell’animo, per
quanto violenta possa essere, non diminuisce la responsabilità dell’individuo fintanto che è
espressione di una psiche normale, ovverosia perfettamente in grado di controllare i propri
impulsi (Ferracuti, 1990), in quanto "soltanto la malattia” è veramente idonea a conferire la
certezza o quanto meno consentire un motivato giudizio d’imputabilità al momento del
fatto.
Nozione e fondamento dell’imputabilità, che costituisce sicuramente uno dei
cardini del diritto penale italiano, è l’art. 85 c.p. che così recita: “Nessuno può essere
punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se, al momento in cui lo ha
commesso, non era imputabile. È imputabile chi ha la capacità d’intendere e di volere,
considerata come: capacità di decidersi secondo ragione, libertà di autodeterminarsi
razionalmente, l’insorgenza di uno stato emotivo o passionale in un soggetto autore di
reato non inficia l’imputabilità dello stesso, in quanto in tal caso manca il presupposto
dell’anormalità psichica. Dall’infermità di mente vanno distinti gli stati emotivi
(turbamenti improvvisi e passeggeri della psiche del soggetto) e passionali (odio, amore,
gelosia etc.), che non escludono, né diminuiscono l’imputabilità, ma possono, al più
integrare gli estremi delle attenuanti di cui ai nn. 2 (l’aver agito in stato d’ira determinato
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da un fatto ingiusto altrui) e 3 (l’aver agito per suggestione di una folla in tumulto) dell’art.
62 c.p. (Beltrani, 1996).
Da quanto appena esposto, appare evidente, che un parametro fondamentale per la
discriminazione tra uno stato emotivo o passionale ed uno stato di infermità è
rappresentato dalla transitorietà della reazione. Infatti, in caso di soggetto normale il
“turbamento psichico” che porta al concretarsi dell’azione, lascia ben presto il posto ad un
ripristinato stato di lucidità mentale, solo annebbiato dell’acquisita consapevolezza della
gravità dell’azione, nonché dal timore della pena. Al contrario nell’infermità di mente, tale
turbamento psichico può essere non altro che spia rivelatrice di uno psichismo già alterato,
sebbene misconosciuto.
Gli stati passionali od emotivi possono anche escludere o diminuire l’imputabilità
nel caso in cui si traducano in un vero e proprio stato patologico, tale da configurare un
vizio parziale o totale di mente (art. 88 e 89 c.p.) od anche quando sottintendano un
disturbo mentale transitorio che si scatena ed esaurisce in coincidenza con l’azione
delittuosa.
In quest’ultimo caso l’omicidio può essere dovuto da un discontrollo episodico che,
costituisce il prototipo di un’infermità momentanea che esclude l’imputabilità perché
l’autonomia dell’Io nei confronti dell’Es è in quel momento perduto (Gullotta, 1981). In
questi casi appare necessario l’utilizzo di una perizia psichiatrica, che come vedremo qui di
seguito può dare un forte contributo alla constatazione della personalità del reo.
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CAPITOLO II
LA TRISTE STORIA DI GIUSEPPE E NICOLA
§1) L’OMICIDIO PER CAUSA D’ONORE
La causa d’onore era una figura prevista dal codice penale del 1930 in ordine a
talune fattispecie criminose (aborto, feticidio ed infanticidio, omicidio, lesioni personali e
percosse, abbandono di neonato) e consisteva in un particolare movente psicologico preso
in considerazione dal legislatore come ragione di irrogazione di una pena sensibilmente
minore rispetto a quella prevista per le corrispondenti fattispecie comuni: movente-motivo
costituito dal desiderio di vendicare l’onore proprio e della propria famiglia – onore inteso
con riferimento essenzialmente alla sfera sessuale – offeso da un rapporto o da una
relazione sessuali extra-coniugali (così nell’art. 587) ovvero di nascondere ai terzi il frutto
del rapporto o della relazione stessa (così negli artt. 551, 578 e 592)1.
Si aveva, sotto questo profilo, un benevolo adattamento della legislazione al
costume generalmente accettato nelle zone meridionali del nostro Stato, rinunciando la
prima a svolgere una funzione d’innovazione del costume.
Nel 1930, data di approvazione del codice Rocco, questa situazione non suscitava
scandalo, ma con l’andar del tempo, soprattutto a partire dagli Anni Sessanta, le mutate
concezioni sociali hanno fatto sentire come particolarmente superata la categoria dei
delicta honoris causa, ritenendosi eccessivamente miti le pene per fatti gravi, soprattutto se
messe a confronto con le pene previste per le corrispondenti figure comuni, sol perché
commessi per una ragione attinente alla difesa, più o meno sentita, più o meno esteriore,
dell’onore sessuale.
Per lungo tempo si è dibattuto, anche vivacemente, il problema in sede politica e
giornalistica, senza addivenire ad un risultato concreto, e ciò sia a causa di resistenze
conservatrici, sia a causa della lentezza che caratterizza da sempre i lavori parlamentari.
1
In generale v. Caraccioli, “causa d’onore” in Enc. Dir., VI, Milano, 1960, p. 580; Casalinuovo, La causa
d’onore nella struttura del reato, 1939; Sotgiu, L’omicidio e la lesione per causa d’onore, 1934.
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La modifica legislativa si è avuta, finalmente, soltanto con la legge 05-08-1981 n.
442 (“Abrogazione della rilevanza penale della causa d’onore”); una legge, comunque, che
non risolve tutti i problemi, lasciando aperte alcune smagliature di disciplina.
E’ noto che la norma che aveva maggiormente suscitato critiche e polemiche, anche
ironiche, era l’art. 587 c.p., e ciò principalmente a cagione dell’esiguità della pena edittale
prevista per fatti molto gravi, soprattutto se paragonata con quella per analoghi reati
sorretti da motivazioni assai più nobili (es. omicidio commesso per motivi di particolare
valore morale o sociale: minimo di 14 anni di reclusione, di contro alla reclusione da 3 a 7
anni per l’omicidio per causa d’onore).
In conseguenza dell’abrogazione dell’art. 587 c. p., le percosse – non punibili in
base al 4° comma di tale art. – tornano ad acquistare rilevanza penale.
Quanto all’omicidio, è indubbio che, venuto meno lo specifico titolo autonomo di
delitto, saranno applicabili le aggravanti speciali per l’omicidio comune: nel caso che la
vittima sia la figlia, l’art. 577 n. 1 c.p.; nel caso sia il coniuge o la sorella, l’art. 577 cpv.
c.p. Riemerge, altresì, l’applicabilità di tutte le altre aggravanti speciali per l’omicidio.2
In ordine alle attenuanti comuni – salva ovviamente l’applicabilità dell’art. 62 bis
c.p. – il problema riguarda essenzialmente i nn. 1, 2 e 5 dell’art. 62 c.p.
Per quanto concerne i “motivi di particolare valore morale o sociale”3, è chiaro che
se si è agito spinti (anche da) motivi del genere, non attinenti alla difesa dell’onore
sessuale, l’applicazione dell’art. 62 n. 1 c.p. è fuori discussione; il problema, quindi, si
pone solo con riferimento all’omicidio del familiare commesso all’esclusivo fine di
difendere l’onore sessuale nelle circostanze di cui alla disposizione abrogata. Orbene,
siccome l’attenuante in questione è una tipica circostanza che deve essere valutata con
riferimento al comune sentire in un determinato contesto storico, non riteniamo che
attualmente possano dirsi di particolare valore morale o sociale le spinte psicologiche prese
in considerazione dall’abrogato art. 587 c.p.; anzi, proprio il fatto che il legislatore abbia
2
Non sussistono, dunque, più ragioni che si oppongano nemmeno alla premeditazione (art. 576 n. 2 c.p.)
ritenuta in passato dalla giurisprudenza incompatibile con l’art. 587 c.p. (Cass. 28.01.1963 n. 1223; Cass.
18.05.1964 n. 1251).
3
Sull’inapplicabilità dell’attenuante stessa all’abrogato art. 587 c.p. v., ad es., Cass. 30.06.1950; nel senso
che, al di fuori delle circostanze temporali e di fatto di cui alla norma speciale suddetta, l’uccisione del
coniuge infedele o dell’amante dello stesso non dà luogo all’applicazione dell’art. 62 n. 1 c.p., Cass.
23.04.1971 n. 1629.
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sentito la necessità di eliminare la norma è la dimostrazione che la collettività non è
disposta a qualificare come degni di particolare apprezzamento tali moventi.
Circa l’attenuante della provocazione4, riteniamo che essa non possa essere negata,
almeno nel caso in cui la vittima sia il coniuge o la figlia minorenne, non potendo mettersi
in dubbio che, in casi del genere, sussistano sia lo “stato d’ira” che il “fatto ingiusto altrui”.
Precise norme del codice civile, anche dopo la riforma del diritto di famiglia, continuano a
considerare rilevante sia la fedeltà coniugale che una certa correttezza di comportamento
dei figli minorenni.
Perplessità sussistono, invece, allorché siano vittime la figlia maggiorenne od
emancipata ovvero la sorella maggiorenne od emancipata (o minorenne, ma non affidata
alla custodia ed all’educazione di fratello e sorella maggiorenni). In tal caso, infatti,
ancorché lo stato d’ira possa indubbiamente insorgere, è discutibile che sussista il requisito
dell’ “ingiustizia” del fatto, se riferito alla relazione carnale dei familiari suddetti.
Il problema coinvolge l’interpretazione del requisito dell’ “ingiustizia” di cui
all’art. 62 n. 2 c.p. Se, come si ritiene esattamente in dottrina5, occorre che il fatto sia
contrastante con una qualunque disposizione extra-penale dell’ordinamento, deve essere
escluso che possa essere qualificata tale la relazione carnale della figlia o della sorella
maggiorenni od emancipate, ancorché conviventi; identica soluzione, a nostro avviso, vale
per la sorella minorenne, quando però essa, sebbene convivente di fatto, non sia affidata
all’autorità ed all’educazione dell’autore del comportamento. In relazione a queste persone,
invero, non esistono norme civilistiche che attribuiscano all’autore stesso alcuna potestas
di controllo sul comportamento della vittima.
Non è applicabile, infine, l’attenuante del fatto doloso della persona offesa (art. 62,
n. 5 c.p.), in quanto, a parte ogni discussione sulla possibilità di qualificare “doloso” il
comportamento della vittima in casi del genere, non si può certo dire che la relazione
carnale della vittima “concorra”, in senso tecnico, a determinare l’evento6.
Quanto alle lesioni per causa d’onore, si propendeva a ritenere, malgrado la
formulazione letterale della norma, che l’art. 587, 3° comma c.p. delineasse un’autonoma
4
Sull’inapplicabilità dell’art. 62 n. 2 c.p. all’art. 587 c.p., siccome ricompresso in tale figura speciale, v.
Antolisei, Manuale di diritto penale, parte speciale, I, 1977, p.52; Maggiore, Diritto penale, II, parte
speciale, II, 1958, p. 791.
5
Marini, Il fatto “ingiusto” nella provocazione, RIDPP, 1961, p. 806.
6
Su tale circostanza v. Marini, Fatto doloso della persona offesa (art. 62 n. 5 c.p.), RIDPP, 1960, p.930.
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figura delittuosa, non una circostanza attenuante7. L’intervenuta abrogazione della norma
rende ora applicabili, sussistendone i presupposti, le aggravanti di cui agli artt. 576, 577
c.p., per il tramite del richiamo fattone dall’art. 585 c.p. In ordine alle attenuanti comuni, si
fa rinvio alla problematica esaminata con riferimento all’omicidio8.
§2) LA VICENDA ATTRAVERSO IL PROCESSO
Il 28 luglio del 2001, alle ore 07:45 la Stazione Carabinieri di un centro della
Calabria Jonica avvertiva via radio le pattuglie automontate della Giurisdizione che poco
prima N.,il direttore dell’ufficio postale di una frazione del suddetto centro, era stato attinto
da colpi di arma da fuoco e che l’attentatore era a bordo di un’autovettura Ford di colore
rosso.
Verso le ore 08:05 la stessa C.O. allertava, sempre via radio, il maresciallo Tizio,
dichiarando che l’attentatore si era portato presso il Pronto Soccorso di questo centro dove
era anche ricoverato l’uomo ferito.
Immediatamente il maresciallo Tizio unitamente al Carabiniere Caio, si portavano
in quel nosocomio. Giunti all’altezza del Pronto Soccorso, un uomo, G., si faceva incontro
ai militari asserendo che poco prima aveva trasportato N., ferito con colpi da arma da
fuoco e che a ferirlo era stato lui stesso, esplodendo alcuni colpi di fucile da lui detenuto
regolarmente.
L’uomo veniva subito perquisito e, rilevato che nulla aveva addosso, forniva le sue
generalità, asserendo di aver trasportato N. a bordo della sua autovettura lì parcata.
Veniva, a questo punto, ispezionata l’autovettura dell’uomo e, con l’ausilio di altri
operatori giunti in loco si constatava che il sedile anteriore lato passeggero era intriso di
sangue, mentre nel bagagliaio posteriore si rinveniva un fucile monocanna automatico
7
V. Ranieri, Manuale di diritto penale, parte speciale, III, 1967, p. 291.
Nel caso che dalle lesioni derivi la morte emerge il problema dell’applicabilità dell’art. 586 c.p. (v. in senso
affermativo, Antolisei, Manuale, parte speciale, I, cit., p. 74; la giurisprudenza è, invece, orientata in senso
negativo, in quanto l’art. 586 c.p. si riferirebbe ad un evento dannoso non voluto, derivante da un’azione
dolosa non diretta a ledere l’altrui integrità fisica o comunque ad esercitare una violenza fisica sul soggetto
passivo; v. Cass. 24.05.1967 n. 826).
Si pone, infine, il problema interpretativo non risolto espressamente dalla L. n. 442, se si debbano ritenere
abrogati gli artt. 199 e 249 c.p.m.p., che contengono entrambi un riferimento alle “circostanze indicate
nell’art. 587 c.p.”, avuto riguardo, rispettivamente, ai fatti d’insubordinazione e di abuso di autorità a causa
d’onore: la risposta sembra dover essere senz’altro positiva, tenuto conto del fatto che tali norme aggiungono
che “si applicano le disposizioni di detto codice” (cioè del codice penale).
8
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calibro 12 marca Benelli, senza sicura, con due cartucce marca Aquila, a pallini,
posizionate all’interno della camera di carico, una busta contenente 19 cartucce calibro 12
dello stesso tipo di quelle trovate all’interno del fucile, un fodero di pelle marrone, per
fucile, una borsa di colore blu con all’interno degli indumenti da uomo puliti.
G. asseriva di aver commesso il gesto quella mattina stessa perché stanco di una
situazione ormai insopportabile e che N. gli aveva rovinato la vita, ma non specificando i
motivi. G. riferiva di aver aspettato l’arrivo di N. nel piazzale antistante il suo luogo di
lavoro e, dopo il sopraggiungere di N., scendeva dall’autovettura e prendeva il suo fucile
dal portabagaglio, gli si faceva incontro e, ad una distanza molto ravvicinata gli esplodeva
contro tre colpi, indirizzando l’arma verso la parte bassa del corpo della vittima. Per come
riferito da G. solamente in seguito alla caduta al suolo di N., lo stesso carnefice gli si
avvicinava e lo caricava sulla sua autovettura e, vedendolo sanguinante, lo trasportava
presso il Pronto Soccorso,da dove, col suo cellulare, contattava prima il 112 per avvertire
del gesto i Carabinieri e poi la propria suocera, la quale era rimasta a casa con i figli.
L’uomo, molto pacato e per nulla scosso, ammetteva di essere cosciente di quello
che aveva fatto ma che quell’estremo gesto era l’unico rimasto dopo che N. gli aveva
rovinato la vita. G. aveva voluto ferire N. cosicché questi si ricordasse in futuro di tutto il
male inferto a lui ed alla sua famiglia.
Al momento in cui G. veniva accompagnato presso la C.O., N. era sotto le cure dei
medici del Pronto Soccorso e le sue condizioni di salute non erano a conoscenza
dell’attentatore.
Verso le 08:15 i medici contattavano gli uffici della C.O. per renderli edotti del
decesso del loro paziente, in seguito allo schok emorragico provocato dalla ferita da arma
da fuoco.
A tal punto G. veniva dichiarato in stato d’arresto per il reato ascrittogli (575 e 577
n. 3 c.p.) e, contestualmente, di tutto ciò veniva informata l’Autorità Giudiziaria, nella
persona del P.M. di turno presso la Procura competente, nonché il difensore dell’indagato.
Si procedeva, altresì, al sequestro dell’autoveicolo, del fucile e di tutti gli oggetti rinvenuti.
L’arrestato rimaneva presso la C.O. a disposizione del Procuratore in attesa di
ulteriori indagini, dopodichè veniva tradotto presso la Casa Circondariale, per rimanervi a
disposizione delle Autorità.
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Nel verbale di spontanee dichiarazioni rese ai sensi dell’art. 374 c.p.p. innanzi al
P.M. e al difensore di fiducia, dopo aver fornito le proprie generalità, l’indagato espone
quanto segue:
“Il sig. N. mi ha distrutto l’esistenza. Mia moglie, fin dal settembre 1997 ha stretto
una relazione extra-coniugale con N., che all’epoca era un suo collega di lavoro presso
l’agenzia postale del nostro paese. La relazione è andata avanti sino al termine dell’estate
1999, allorquando mia moglie, messa da me alle strette in quanto avevo avuto già dei
sentori di una sua possibile relazione con un altro uomo, mi dichiarava che in effetti aveva
avuto questa storia col sig. N., ma che la stessa si era interrotta dopo che quest’ultimo
aveva cambiato ufficio.
Io suppongo che la storia che mia moglie ha avuto con N. sia iniziata in quanto la
mia coniuge, in quel particolare momento (autunno 1997), si trovava in una condizione
psicologica molto instabile e fragile; infatti era caduta in uno stato depressivo che le aveva
fatto perdere molti chili nel giro di pochi mesi.
Voglio sottolineare che N. si approfittava della fragilità psicologica di mia moglie
anche economicamente; infatti, verso la metà dell’ottobre del 1999, egli si fece prestare £
8.000.000 per far fronte ad un ammanco di cassa venutosi a creare per sua colpa.
A seguito di questo ulteriore episodio mi decisi ad incontrarlo presso il suo ufficio,
anche per conoscerlo, ma in quella occasione ebbi modo solo di vederlo e non ci
parlammo. Nella primavera del 2000 nuovamente mi recai all’agenzia postale presso la
quale lavorava e questa volta riuscii a parlargli. Gli dichiaravo che con me aveva due conti
in sospeso e che, nonostante fosse passato del tempo nulla era stato dimenticato,
riferendomi sia alla sua relazione con mia moglie sia al prestito fatto dalla stessa a suo
favore. Dal canto suo N. mi rispondeva che avrebbe provveduto al più presto a saldare il
debito finanziario, ma non proferì alcuna parola circa la relazione.
A causa di quella relazione extra-coniugale, i rapporti tra me e mia moglie sono
cambiati ed io, che avevo basato la mia vita sulla famiglia, mi sono visto crollare il mondo
addosso e da allora ho iniziato a prendere in considerazione l’idea di separarmi da mia
moglie, come si è poi verificato, consensualmente (nel 2000, a novembre).
Io sin dall’autunno del 1999 avevo messo in preventivo l’idea di lasciare mia
moglie, ma lei non ha mai accettato questo, tant’è che, vedendo che facevo sul serio, in
alcune occasioni ha messo in atto comportamenti autolesionistici, come, ad esempio,
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ingerire della candeggina. Anche nel corso del 2000 mia moglie ha messo in atto questi
gesti dimostrativi ed io, per amore dei figli non ho potuto e voluto lasciare l’abitazione
familiare, anche se internamente mi sentissi distrutto, visto che non avevo ancora chiarito
fino in fondo il suo tradimento.
Nel 2000, tra l’altro, mia moglie ha iniziato a richiedere un’assistenza psichiatrica
visto che ormai era psicologicamente fragile. Gli episodi di autolesionismo di mia moglie
andarono avanti anche agli inizi del 2001 e ormai era diventata una situazione abituale per
me assistere a quelle scene e alla fine nel maggio 2001.
In quella occasione lo psichiatra decise che mia moglie poteva rientrare a casa dato
anche il fatto che il giorno successivo sarebbe dovuta tornare per una visita dallo psichiatra
curante. Il giorno successivo, però, vi fu da parte di mia moglie un altro gesto
autolesionistico e in quella occasione fu prelevata dal 118 e ricoverata presso il reparto di
psichiatria del Capoluogo più vicino per 10 giorni.
Dopo quell’episodio mi ero imposto di riprovare per l’ultima volta a riformare una
famiglia e tornavo, quindi, ad abitare nella casa familiare, ma purtroppo ancora una volta
mia moglie non faceva nulla per aiutarmi in questo mio sforzo, volendo saltare a piè pari il
problema della sua relazione extra-coniugale.
Fu a quel punto che decisi di mettermi in condizione di dare una svolta alla vicenda
rendendo partecipe N. della mia sofferenza. Così, agli inizi del mese di maggio 2001
iniziai le pratiche per ottenere il porto di fucile per uso caccia, acquisendo prima l’idoneità
all’esercizio venatorio e, dopo averlo ottenuto, agli inizi di luglio acquistai un fucile, il
tutto per poter essere in condizione di attuare il mio proposito. Dell’acquisto del fucile non
ne era a conoscenza nessuno a casa; mia moglie sapeva soltanto che avevo ottenuto il porto
di fucile per esercitare la caccia.
Circa 15 giorni fa mia moglie decideva di ricoverarsi presso il reparto di psichiatria
del nosocomio del nostro paese, in quanto soffriva di crisi depressive acute. Fu a quel
punto che maturò in me la decisione di far partecipe N. della mia sofferenza e di quella di
tutta la mia famiglia, ferendolo e, specificatamente, colpire all’organo genitale in modo da
eliminare la sua funzione riproduttiva.
Giovedì scorso, il 26.07.2001 andavo a trovare mia moglie in ospedale, la quale mi
preannunciava che probabilmente sarebbe stata dimessa alla fine della settimana.
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Così ritenni di mettere in atto i miei propositi e quella sera stessa, a casa, iniziai a
preparare una valigia con dei panni puliti pensando che se avessi messo in atto quanto
proposto sarei andato in galera. Ieri ho rimuginato sul da farsi e questa mattina, alle ore
06:15 circa mi sono svegliato ed ho caricato sull’autovettura la valigia ed il fucile. L’ho
tolto dal fodero ed ho caricato nel serbatoio del fucile 4 cartucce a pallini. In macchina ho
messo tutte le altre cartucce che avevo. Sono uscito di casa verso le ore 07:00, quando tutti
ancora dormivano. Ho prelevato l’autovettura in garage e mi sono portato nella frazione in
cui lavorava N. Prima ho preso un cafè al bar e, verso le ore 07:20 ho posteggiato nei
pressi dell’ufficio postale, precisamente subito a destra delle scale della chiesa, in attesa di
N.
Quando sono giunto non vi era nessuno nella piazza. Appena arrivato sono sceso
dal mezzo ed ho inserito il colpo in canna al fucile che tenevo sempre nel bagagliaio, libero
dalla custodia in pelle. Verso le ore 07:45 circa notavo l’arrivo di N. a bordo della sua
autovettura Alfa 33 di colore verde che andava a parcheggiare proprio affianco alla mia,
sul lato passeggero.
Mentre N. richiudeva la sua autovettura io scendevo dalla mia e mi dirigevo al
portabagagli da dove prelevavo il fucile nel momento in cui lui stava proprio di fronte a
me. N. mi vedeva che imbracciavo il fucile e mi diceva testualmente in tono a me parso
normale: “ragioniamo?”. Io a quella domanda non rispondevo nulla e decidevo di sparargli
alle gambe, indirizzando il fucile in quella direzione, ma premendo il grilletto mi
accorgevo che l’arma era in sicura e così il colpo non partiva.
A questo punto N. faceva per allontanarsi di scatto verso l’ingresso dell’ufficio
postale, ma scivolava a terra. Io mi avvicinavo a lui e da circa un paio di metri di distanza
direzionavo l’arma verso le gambe al fine di colpirlo rendendolo immobile e quindi poterlo
definitivamente colpire agli organi genitali.
Esplodevo, quindi, il primo colpo quando N. si era appena rialzato. A questo punto
N. ricadeva a terra agitandosi. Io mi avvicinavo di più verso di lui fino ad una distanza di
circa un metro e direzionavo l’arma verso gli organi genitali di N. sparando. N. si rigirava
ed il colpo lo attingeva all’altezza del cavallo dei pantaloni nella parte posteriore. Dopo
pochi secondi N. rigirandosi su se stesso mi offriva la parte anteriore del suo corpo ed io
nuovamente, mirando agli organi genitali, esplodevo un altro colpo che lo penetrava
all’altezza dell’inguine.
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Dopo il terzo colpo, accortomi che N. perdeva sangue dall’inguine, punto dove io
volevo colpirlo, decidevo di posare l’arma e di trasportarlo in Ospedale. Salivo in
macchina e mi avvicinavo in retromarcia al ferito che era a terra e lo caricavo sul sedile
anteriore lato passeggero e, vedendolo dolorante, gli dicevo che l’avrei accompagnato in
Ospedale.
Giungevo pochi minuti dopo al Pronto Soccorso, cercando di fare il più in fretta
possibile per aiutare il ferito. Durante il viaggio, comunque, non ho parlato col trasportato
sofferente. Ai medici del Pronto Soccorso riferivo che avevo un ferito a bordo. Subito i
medici portavano il ferito nella sala d’urgenza ed io, dopo aver spostato l’autovettura
dall’ingresso del Pronto Soccorso telefonavo col mio cellulare prima ai Carabinieri e subito
dopo a mia suocera, ai quali riferivo di aver ferito una persona; dopodichè telefonavo alla
moglie di N., presentandomi dicendole che avevo ferito suo marito e che lo stesso si
trovava in ospedale, ma la donna non mi credeva.
Ho cercato di rintracciare un mio collega d’ufficio senza riuscirvi. Sono andato poi
dai medici dicendo che l’uomo era stato ferito con colpi d’arma da fuoco. Aspettavo,
quindi, l’arrivo dei Carabinieri, i quali, giunti sul posto, mi portavano nella loro caserma.
§3) LA CONFESSIONE DI G. AL P.M.
“E’ stato solo un anno dopo la scoperta della relazione e la sua fine che mia moglie
mi confessò e chiarì il senso di una frase che più volte avevo ascoltato: “lui si era
approfittato della sua debolezza”.
Mi spiegò, così, come N. avesse accettato allo sportello, con leggerezza, un assegno
di £ 8.000.000, risultato in seguito rubato, di come l’ammanco si fosse trascinato fino al
cambio della direzione dell’ufficio. Di come a causa di quella relazione extra-coniugale, i
rapporti tra me e mia moglie sono cambiati ed io, che avevo basato la mia vita sulla
famiglia, mi sono visto crollare il mondo addosso e da allora ho iniziato a prendere in
considerazione l’idea di separarmi da mia moglie, come si è poi verificato,
consensualmente (nel 2000, a novembre).
A ottobre 1999, su richiesta degli ispettori postali, dovette lei telefonare a N. per
comunicargli che doveva ripianare immediatamente l’ammanco e di come davanti alla sua
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richiesta d’aiuto si offrì di fornirgli la somma occorrente: £ 8.000.000 prelevati dal nostro
libretto postale. Di come, dopo un anno dal prestito, nulla avesse avuto restituito.
Questo fu per me, forse anche per lei, la prova definitiva della qualità delle persone
coinvolte in quella storia. Da una parte una donna fragile, ingenua, senza difese, dall’altra
un uomo senza scrupoli e morale che aveva usato e abusato della debolezza altrui.
Mi sentii mortificato per lei che aveva ricevuto una così spietata dimostrazione di
quanto fosse stata infondata la sua illusione, e confortato e liberato da ogni dubbio nel mio
giudizio sul valore di quanto mi aveva colpito. Si trattava, quindi, di un piccolo miserabile
farabutto, niente di problematico da capire.
Nella divisione dei risparmi, quando ci siamo separati, mia moglie abilmente era
riuscita a nascondere il prelievo e, nello stesso tempo ad accollarsi l’ammanco. Il rapporto
col denaro era uno dei punti che ci vedeva totalmente concordi. Consapevoli della sua
importanza, della sua necessità, esclusivo frutto del nostro impegno lavorativo e per questo
prezioso ed oculatamente gestito, il denaro aveva rappresentato contributo determinante
alla serenità del vivere, niente che fosse stato di stimolo ad aspirazioni fuori misura, ma
tranquillità davanti ai sempre possibili problemi, terreno solido e reale per progetti futuri.
Gli otto milioni erano, certo, una somma per noi significativa, ma niente che
potesse condizionare, pregiudicare il futuro nostro e dei figli. Il debito è stato sempre visto
e vissuto nel suo valore simbolico, di inganno ed abuso per mia moglie, di qualificante ed
inequivocabile elemento di giudizio, per me, su chi ben altro mi aveva tolto.
Ho sempre considerato il legame affettivo e coniugale come la manifestazione di
due individui che liberamente si scelgono.
L’immagine che mi viene in mente è quella di due persone che tendono il braccio
(volontà) l’uno verso l’altro fino a prendersi per mano per procedere insieme nella stessa
direzione, uno a fianco dell’altro. Non l’ho mai visto come un contratto a cui, una volta
stipulato, bisognasse tener fede obbligatoriamente per tutta la vita, in qualsiasi condizione
e ad ogni costo.
La legittima richiesta di sentirsi realizzati e di vivere felici può anche portare in una
direzione diversa da quella imboccata col matrimonio, purché sia manifesta, aperta al
confronto e ad ogni chiarimento. Inammissibile è una condotta ingannevole e sleale
protratta nel tempo, una seconda vita che degrada l’altro ad oggetto, a comodo paravento, e
del quale si perde, alla lunga, ogni rispetto. Rispetto, che come ebbi a dire a mia moglie in
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altri tempi, poteva e doveva essere presente anche in quegli eventuali episodi di infedeltà
che non potevano essere categoricamente esclusi.
Un’attrazione fisica per un bel corpo poteva giustificare il cedimento ad
un’occasionale avventura, l’incontro con una persona affascinante e dalla grande
personalità poteva giustificare un’infatuazione, e, se corrisposta, portare ad un
coinvolgimento totale.
Non penso che il matrimonio debba essere la tomba delle aspettative, delle
aspirazioni al meglio, ma sicuramente costituire un valore di riferimento con cui valutare
quanto nella vita si incontrerà. Ho sempre sottolineato l’importanza di mostrare lealmente
all’altro quello che si è, non un’immagine che esalti gli aspetti più graditi, cosa che non
regge alla prova del tempo.
L’idea che ‘la moglie bisogna sapersela tenere’, come fosse un animale da
produzione da foraggiare e portare al pascolo per poterne ricavare un utile o un animale da
affezione da nutrire e curare per averne fedele compagnia non mi è mai interessata, la trovo
degradante. Anche per rispetto di me stesso, ho sempre riconosciuto a mia moglie la
dignità, la fiducia ed il rispetto che doveva avere la mia compagna; sempre, anche quando
gli avvenimenti prendevano una certa piega. Ero stato lasciato solo, con nella mano ancora
ed ostinatamente presente quella calda sensazione che qualcuno è con te.
Ritrovarsi all’improvviso solo, solo con quell’illusione, che un momento prima era
certezza, è stata l’esperienza più angosciante e devastante che abbia mai fatto.
Il solo bisogno di capire riuscì a distogliermi dall’atroce sofferenza, dovevo
compiere un lavoro di rilettura degli ultimi due anni, recuperare dalla memoria ogni
momento e riviverli per quello che realmente erano stati.
Che fare? Il mio posto non poteva essere, per quanto sopra detto, al fianco di quella
donna; i figli avevano perso la famiglia … come ridurre il danno per loro? Toglierli alla
madre sarebbe più che giusto, per tante considerazioni che sorvolo, ma sarebbe stato, per
bambini di quell’età, un danno maggiore che avere un padre lontano (non assente). Decisi
di separarmi e consensualmente, senza traumi e ricerche di vani riconoscimenti di una
ragione.
Dai fumi delle macerie emergeva, di tanto in tanto, una figura ancora oscura,
lontana, sconosciuta, quella, si direbbe oggi, del terrorista che aveva operato, coadiuvato a
quella distruzione. C’era altro cui far fronte: dare il migliore assetto possibile ai frammenti
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di quella che una volta era stata una famiglia unita. Un solo pensiero era costantemente
presente nella mia mente: minimizzare il danno e per tutti.
‘Cumpare Turiddu’ non abita nel mio animo! Il sangue non arriva alla testa, dal
cuore, dopo due anni e cosa più importante le mie azioni sono normalmente rivolte al
positivo, al costruire, al risultato utile, non alla distruzione. La vendetta nulla poteva
restituirmi di quanto irrimediabilmente perso ed il mio orgoglio, la mia dignità poggiano su
altre basi, non certo sulla povertà e lo squallore che caratterizzano la vita di certe persone.
Infondo ero stato solo travolto da un’onda anomala di quell’immenso oceano di
miseria umana che mi circondava.
Ad un certo punto della mia esistenza ho avuto un quadro sufficientemente chiaro e
stabile di chi fossi e di cosa potevo aspettarmi dalla vita.
Ero e sono una persona sensibile, emotiva e di normali capacità. Non mi sono mai
sentito completamente immerso, compenetrato, amalgamato con la realtà del mondo o, per
dire meglio, con la rappresentazione che gli uomini ne fanno.
Questo sentire è stato ed è alla base del mio vivere e della mia fragilità.
Consapevole di questo ho elaborato, in una certa misura istintivamente, una strategia di
vita che si può definire ‘defilata’. Non era mia intenzione consumare la vita in sterili
confronti-scontri con gli altri e li ho rifuggiti, anche per l’alto costo emotivo che avevano.
Ho cercato invece il confronto con persone di valore che mi aiutassero a crescere, e non
sono mancate.
La consapevolezza dei miei limiti è servita ad accettarli, a non farmene un
problema. Mi è sempre pesata la mediocrità e la povertà d’animo; i miei nemici mortali
sono stati e sono l’insensibilità e la stupidità. Non ho mai seguito passivamente modelli di
vita preconfezionati da accettare in toto: religioni, ideologie, filosofie, mentalità correnti
etc…ed ho ricercato una mia via vita. Non ricerca esasperata di una formula originale,
come le mie scelte testimoniano: famiglia, figli, lavoro.
Insomma una vita da percorrere in punta di piedi attento a non calpestare e a non
essere calpestato. Un grande spirito di adattamento e l’abitudine a sottoporre ad attenta
riflessione ogni importante decisione mi hanno permesso di raccogliere buoni risultati e di
condurre una vita dignitosa e soddisfacente.
Persona sensibile ed emotiva, capace quindi di reazioni davanti ad un
comportamento ostile, offensivo, di prevaricazione, ma capace di valutare, di modulare la
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risposta in modo proporzionale ed adeguata: non reazione istintiva, animale, ma rispettosa
del mio essere uomo. Molte volte nella vita ho fatto un passo indietro, ho ridimensionato il
mio spirito di affermazione, ritenendo di non compromettere così le possibilità future e ho
aggirato gli ostacoli, rinviando un atteggiamento più fermo a miglior causa; convinto che
all’occasione avrei saputo mostrare tutta la determinazione necessaria per difendere quelli
che ritenevo dei punti fermi.
Il tradimento di mia moglie è stato ed è vissuto nell’accezione più piena del
termine, non come mancata esclusiva di un rapporto affettivo e sessuale, ma come
tradimento di chi si trasforma da alleato sincero, da persona su cui contare nella battaglia di
tutti i giorni, in nemico sleale.
Per quanto devastante fosse stato il comportamento di mia moglie per la mia vita,
ero consapevole dell’ordinarietà di quanto accadutomi.
Convinto che simili squallori non sarebbero mai entrati nella mia vita, ero cosciente
che il mondo vive da sempre di queste cose. Lo stesso amante in fondo non era che una
normalissima persona che molto normalmente aveva colto l’occasione, una facile e non
impegnativa occasione, di vivere un’esperienza normale e diffusa.
Cosa potevo rimproverare alla loro normalità? Nessuno mi aveva imposto di
scegliere quella compagna, ero io che avevo voluto vedere in lei qualcuno capace, almeno
in una certa misura, di non essere normale. Tutta miserabile ordinarietà quindi; le nostre
strade si sarebbero separate.
Tutto è cambiato con la conoscenza di quel prestito così meschinamente estorto.
L’ordinarietà che aveva reso improponibile una mia reazione a quanto accaduto, andava
riconsiderata. Un piccolo farabutto aveva approfittato della fragilità e ingenuità di mia
moglie per fare quello che aveva voluto, e cosa aveva voluto lo qualificava fino in fondo.
Mi sono sentito come se mi avessero slegato le mani, ora potevo, dovevo reagire.
Possibile che avevo bisogno di quel pretesto? Poteva essere così importante? Una
modesta somma poteva fare la differenza?
Il fatto è che una gomitata nello stomaco, nella ressa della vita la si può prendere
senza per questo pensare ad una aggressione personale, ma quando a seguire ti arriva un
calcio nei testicoli bisogna almeno chiedersi chi è stato e cosa vuole!
La mia prima silenziosa visita al suo ufficio servì, oltre che a vedere che faccia
avesse, a renderlo consapevole che io sapevo di lui. A fugare ogni equivoco, una seconda
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visita mi permise di informarlo verbalmente di quanto fosse in debito e che il tempo nulla
avrebbe cancellato; ebbi generiche rassicurazioni sulla restituzione dei soldi.
Cosa mi aspettavo? Che adesso sapesse di trovarsi davanti non solo l’ingenua e
infelice moglie da consolare, ma un marito offeso e per i più gravi motivi. Cosa significava
nella mia mente? Significava ‘ti sfido a togliermi il pretesto, dimostrami che l’episodio del
prestito è solo ordinarietà, che è solo un addendo non un esponente che eleva a potenza la
prima offesa’.
In seguito, nell’attesa, ho sperato e temuto che restituisse i soldi; speravo perché
avrebbe evitato quello che definirei ‘la madre di tutti i confronti-scontri’ quello che mi ero
sempre sforzato di evitare; temuto perché mi avrebbe lasciato un velo di dubbio sul vero
significato di quel ‘voler evitare’. Ho atteso e senza impazienza; avevo ben altro compito
da affrontare, dovevo verificare quanto fosse rimasto della mia capacità e voglia di vivere
le cose che, anche grazie al comportamento di mia moglie, sembravano andare nella
direzione peggiore.
A metà luglio, con mia moglie ancora una volta ricoverata in un reparto di
psichiatria, avendo bruciato le ultime speranze di recuperare qualcosa dalle macerie della
mia vita, mi sono trovato solo, solo col sig. N. e la sua indifferenza nei miei confronti! Non
era un ostacolo da eliminare per continuare a vivere, ormai ero giunto al capolinea, quando
ormai non rimane che fare i conti con se stessi e … i conti non tornavano.
Non tornavano perché un’anonima nullità era entrata nella mia vita e aveva
distrutto quanto era per me di più vitale (la serenità), aveva attaccato, come un acido, la
stessa struttura della mia esistenza corrodendo nel tempo la mia forza, la mia capacità di
trovare una soluzione utile a tutti, la mia capacità di cogliere intorno a me quanto di bello e
meritevole di essere vissuto ci fosse. Stavo diventando insensibile.
Non tornavano perché un pirata della strada aveva travolto la mia famiglia, la mia
vita lasciandola dietro un cumulo di macerie, forse anche morte, sicuramente sofferenza
per tutti.
Si sarebbe allontanato senza aver subito alcun danno, come se avesse attraversato
dei fantasmi. Questa era la mia vita? Un’inconsistente nebbia che una folata di vento
poteva spazzare via. Un granello di sabbia, certamente, come tutti, ma pur sempre qualcosa
di reale, che viveva, di cui tener conto.
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Quanto ho fatto va visto non come gesto necessario all’economia di una vita futura
(vendetta), ma atto conclusivo possibile e necessario per affermare il mio essere a chi
aveva voluto negarlo. Come un costo che mi era dovuto e che avrebbe restituito me e lui ad
una vita accettabile: in cui io sarei forse rimasto incapacitato a vivere ma lui avrebbe
portato per il resto della vita i segni di quel confronto-scontro che non aveva voluto evitare.
Considerazioni ulteriori dell’indagato
Pre-meditazione: ciò che è stato ideato, progettato e quindi messo in atto secondo
una precisa volontà e per raggiungere un determinato obiettivo.
Per esserci premeditazione deve esserci una stretta, meccanica correlazione di tutti
gli elementi di una catena di eventi necessari l’uno all’altro.
Volontà→ideazione→ progetto→esecuzione→obiettivo.
La premeditazione va necessariamente riferita all’obiettivo che giustifica e
racchiude gli elementi che lo precedono.
Certamente mi sono rappresentato la catena di eventi fino al momento in cui gli ho
puntato l’arma, ed i preparativi erano finalizzati a ‘mettermi in condizione di’; il seguito
era necessariamente condizionato e dipendente dal suo comportamento, come del resto lo
era sempre stato nel lungo tempo che aveva preceduto quella mattina.
Quanto ho messo in atto era solo stato immaginato come un evento possibile e
(visto il suo fermo e perdurante atteggiamento) altamente probabile; solo il suo
comportamento ha ristretto le possibilità a quell’unica (l’invito fattomi ‘ragioniamo’ fu
l’ennesima prova di come non mi vedesse come una persona reale, capace di colpirlo come
di avere pietà; ero solo un marito tradito, un personaggio per definizione perdente e verso il
quale avere un atteggiamento di sufficienza ed indifferenza).
Ho cercato più volte nel tempo di dargli e darmi modo di uscire da una situazione in
sé piena di gravi conseguenze.
Mi sono sempre astenuto dal fare minacce, in qualsiasi forma, proprio per non
essere vincolato da queste a dover agire di conseguenza. Ho tenuto a conservare fino
all’ultimo la possibilità di agire o meno. Questo perché non c’è mai stato il fermo ed
irrevocabile proposito di compiere un gesto che non apparteneva al mio stile di vita. Tanto
è stato possibile quando ho realizzato che nulla di ciò che era la mia vita era rimasto.
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L’essermi io preparato a quanto avvenuto fa solo parte del mio modo di affrontare
le cose. L’improvvisazione è qualcosa che lascia completamente fuori la riflessione, è
pretesa di avere la risposta giusta ed in qualsiasi momento. Non sopporto il dovermi
confrontare col senno di poi, col dover constatare di aver ignorato considerazioni
macroscopiche. Per questo mi concedo tutto il tempo. Tempo che mette alla prova gli stati
d’animo, spesso passeggeri, che offre a me e agli altri la possibilità di metabolizzare gli
eventi, valutare i comportamenti, modificare le reazioni. C’è un momento oltre il quale
l’attesa perde ogni valore e costituisce solo accettazione e resa davanti a ciò che ci ha
schiacciati.
La mancata reazione rischia di legittimare l’offesa, di dare valore reale a quanto in
essa contenuto.
Offesa che non è possibile ridurre a provocazione o addebitare ad un umano
cedimento ad un corretto comportamento, ma reale offesa che compromette
irrimediabilmente la possibilità di vivere come si è sempre fatto, come si voleva, come si
poteva.
Quando ho sparato sicuramente ho voluto ferire quell’uomo e gravemente
(relativamente alla funzione di cui volevo privarlo) e la modalità (distanza ravvicinata)
rispecchia solo la determinazione di raggiungere lo scopo senza coinvolgere parti vitali.
L’uso di un’arma da fuoco mi è sembrata l’unica scelta possibile e alla mia portata, per una
persona priva di qualsiasi esperienza nel campo della violenza. Premere un grilletto era
qualcosa che sicuramente sarei riuscito a fare anch’io.
Purtroppo non è andato tutto per come volevo, la mancata immobilità ha reso meno
‘chirurgico’ il colpo e sicuramente ho sopravvalutato l’intervento medico come risolvente
l’inevitabile emorragia.
Sono certamente responsabile della morte di quell’uomo così come è altrettanto
certo che non era nella mia volontà causarla”.
§4) ORDINANZA APPLICATIVA DI MISURA CAUTELARE
Nell’ordinanza applicativa di misura cautelare, emessa ex art. 292 c.p.p. dal G.i.p.,
in seguito alla richiesta avanzata dal P.M. nell’udienza di convalida del 30.07.2001, viene
ribadita l’assunzione, da parte di G., della qualità di indagato, nel procedimento a suo
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carico, per il delitto p. e p. ex art. 575 c.p. e artt. 61 n. 2, 12 e 14 della L. n. 497/1974
(porto illegale di fucile da caccia).
Inoltre, dopo un’elencazione fedele ed esaustiva dei gravi indizi di colpevolezza a
carico di G. (Verbale di spontanee dichiarazioni rese ai sensi dell’art. 374 c.p.p.; verbale di
ispezione del locus commissi delicti; verbale di sommarie informazioni rese da persone
informate sui fatti; referto medico; etc…), il G.i.p. osserva:
“L’indagato, nel corso delle indagini, ha reso ampia e particolareggiata confessione
in ordine ai fatti contestati.
In sede di convalida si è riportato integralmente alle spontanee dichiarazioni rese al
P.M. a tale fine.
La confessione appare credibile, intrinsecamente, in quanto è stata manifestata sin
dall’inizio, con spirito liberatorio e con dovizia di particolari sulle cause che hanno
determinato il feroce delitto, estrinsecamente, in quanto i particolari narrati relativi alla
fase pre e post delictum hanno ricevuto concreti riscontri investigativi.
Il movente del delitto è stato determinato da motivi passionali: la moglie di G.
aveva intrattenuto una relazione extra-coniugale con la vittima fino all’ottobre 1999. Nel
corso di tale relazione la donna aveva prestato ad N. del denaro che questi non aveva più
restituito.
Se questo è il movente remoto del crimine, l’impulso criminale – come ha più volte
sottolineato l’indagato anche in sede di convalida – è stato determinato da una situazione di
profonda depressione nella quale egli era caduto e dalla quale non riesce a sollevarsi.
La relazione extra-coniugale della moglie, chiusa ormai da due anni, aveva
condotto alla separazione dei coniugi ed alla genesi di una difficile situazione, nel corso
della quale la donna tentava di recuperare il rapporto col marito, ponendo in essere atti
autolesionistici per indurlo a riprendere la convivenza.
Questa situazione, che si protraeva da tempo, determinava, a dire dell’indagato, un
profondo dissidio interiore: questi, da un lato, non riusciva a recuperare serenamente il
rapporto con la moglie (rapporto, peraltro, descritto in termini di padre-marito, a causa dei
tratti infantili della personalità della moglie); dall’altro, si vedeva pressato da forme di
coartazione psicologica poste in essere dalla donna.
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Tale dissidio induceva in G. la convinzione di un’esistenza ormai irrimediabilmente
distrutta e la volontà, al contempo, di partecipare il suo dolore e la sua rabbia a N. che
continuava, per conto suo, ad avere una vita familiare tranquilla.
Tali circostanze risultano dalle dichiarazioni di G. e sono confermate dalla
deposizione della moglie.
L’indagato ha riferito circa i suoi tentativi vani di riottenere dalla vittima il denaro
carpito alla moglie e circa i colloqui avuti in precedenza con la moglie di N., la quale,
nonostante fosse a conoscenza della relazione extra-coniugale del marito, manifestava
totale indifferenza ai fatti.
Tutto ciò ha contribuito a determinare il suo gesto. La premeditazione del reato
risulta dalle dichiarazioni dell’indagato, di sua moglie, dai documenti relativi al porto
dell’arma, nonché dal rinvenimento della borsa contenente i vestiti preparati per il carcere.
L’indagato ha confermato di aver conseguito la licenza di caccia al solo scopo di
procurarsi legittimamente l’arma del delitto.
Tutto, dunque, conferma che il proposito vendicativo era stato preparato ed ha
avuto sfogo in occasione dell’ennesimo ricovero nel reparto psichiatrico della moglie.
In ordine alle modalità di esecuzione dell’omicidio la versione fornita dall’indagato
collima con le dichiarazioni, tra loro concordanti, rese dai testimoni presenti nella piazzetta
antistante l’ufficio postale.
Ulteriori riscontri sul punto derivano dai rilievi fotografici effettuati sul posto, che
confermano i dettagli forniti da G., nonché dai sequestri del fucile, delle cartucce, della
borsa coi vestiti e della custodia del fucile.
Più difficile appare la ricostruzione dell’elemento psicologico.
L’animus necandi, negato dall’indagato, non può essere escluso, in questa fase
delle indagini, tenuto conto del fatto che G., sia pur mirando in basso, ha esploso più colpi
di fucile in direzione della vittima ed a distanza ravvicinata: le dichiarazioni dell’indagato
e il suo comportamento post delictum contrastano con un’indiscutibile idoneità oggettiva
dei mezzi adoperati.
Ricorrono, altresì, le esigenze cautelari di cui all’art. 274, lett. c), in quanto sussiste
il concreto pericolo di reiterazione di condotte criminose della stessa specie di quello per
cui si procede, pericolo che si desume dalle modalità con le quali il reato è stato commesso
e dai moventi psicologici dell’indagato.
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Il grave reato è stato commesso con lucida freddezza, di mattina ed in pieno centro
abitato.
G. si è recato sul posto di lavoro della vittima, ha preso un caffé al bar, ha atteso la
vittima ed ha esploso con determinazione i colpi mortali.
La circostanza che si tratti di soggetto senza precedenti penali, non esclude il
rischio di reiterazione di condotte violente verso se stesso o verso altri: l’indagato, infatti,
sta vivendo un periodo di profonda disperazione esistenziale, che lo induce a ritenersi – in
un’altrettanto lucida autocoscienza – impreparato a riprendere la vita sociale.
Di tale circostanza non può non tenersi conto a fini di cautela sociale.
Lo stesso indagato ha dichiarato di non sentirsi pronto per riprendere la convivenza
con la moglie, rispetto alla quale, tuttavia, non nutre alcun rancore. Si ritiene, pertanto, che
la misura della custodia cautelare in carcere sia l’unica idonea a garantire le esigenze
cautelari esposte; inoltre, il titolo di reato esclude la concessione del beneficio condizionale
della pena.”
§5) LA PRIMA LETTERA AI FAMILIARI DI N. (agosto 2001)
Sono G.; ha sentito già due volte questa presentazione e ormai, purtroppo, sa chi
sono. Vorrei, comunque, aiutarla a capire perché e cosa ha causato un così tragico ed
indesiderato epilogo.
Sono una persona semplice e tranquilla, che dopo un tormentato e lucido processo
di crescita ha sentito che la sua vita poteva realizzarsi percorrendo il sentiero più battuto:
formare una famiglia, crescere dei figli e godere della vita per quanto sensibilità e capacità
mi permettessero.
Così è stato; mi sono unito ad una donna semplice e, anche se con spiccati tratti
infantili, piena e sincera di profondo affetto. Su questo ho costruito, con il massimo
impegno, tutto quello che pensavo potesse servire ad avere una vita serena e soddisfacente.
Avevamo tutto: una casa come la desideravamo, buona salute, tre figli belli, sani e
che promettevano bene, un lavoro gradito, tranquillità economica e specialmente avanti a
noi un futuro sereno da percorrere in discesa. Certo era presente l’inevitabile costo di tutto
ciò, piccole rinunce, carenze in alcuni aspetti della vita, insoddisfazioni, niente comunque
rispetto a quanto avevamo. La differenza di personalità e di visione della vita è emersa a
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questo punto causando un raffreddamento del rapporto ed un allontanamento. Io, pur
consapevole dei suoi limiti, guardavo comunque a quello che era in grado di darmi,
minimizzando le sue carenze e dando la dovuta importanza a quanto ritenevo dei punti
fermi: l’affetto, la lealtà, la partecipazione ad un comune progetto di vita. Purtroppo per lei
era diverso; è riuscita a ignorare quanto avevamo costruito e la sua importanza, è riuscita a
riempirsi l’animo di insoddisfazione e tristezza fino a precipitare, in occasione di una
mancata gravidanza, nella più nera infelicità e conseguente stato depressivo. Ha iniziato a
non mangiare e se mangiava subito dopo andava a vomitare tutto; in poco più di un mese
perse più di venti chili. Tutto questo chiudendosi totalmente in se stessa e impedendomi di
fare alcunché per aiutarla.
E’ a questo punto che suo marito, già collega da alcuni anni, deve aver deciso di
esserle vicino e di conforto. Queste attenzioni, lontano dall’essere amichevoli e
disinteressate, devono essere sembrate a mia moglie qualcosa che poteva riempire il vuoto
che aveva creato nel suo animo; attenzioni che la facevano sentire considerata. E così, in
questo stato di totale irresponsabile incoscienza, si è lasciata prendere da quelle attenzioni.
Non era e non è in grado di valutare criticamente quanto le accade intorno, né suo marito si
è fatto scrupolo di una dona fragile e sofferente e madre di tre figli; ha voluto vedere in lei
solo una preda così facile da dominare e usare a suo piacere.
Sorvolo su tutte l considerazioni ed avvenimenti accaduti nei circa due anni della
loro relazione. Anni per me d’infelicità e di tormenti, che nonostante tutto non mi hanno
impedito di credere in lei, in me e nella mia famiglia; l’idea che potesse tradirmi era
inaccettabile!
Fu proprio ai primi di settembre 1999, quando mi sembrava di cogliere dei segnali
di riavvicinamento, che a causa di una bolletta telefonica alta e conseguente accertamento
fui messo davanti alla terribile realtà. Non era più possibile interpretare, potevo solo
constatare quanto, come solo nel peggiore degli incubi, si era abbattuto su di me. Lei ha
tentato, infantilmente, prima di negare, poi di minimizzare per poi lentamente nel tempo
confermare quanto avevo capito. La mia reazione, oltre che di sentirmi annientato, fu di
cercare di capire, capire cosa era successo e perché. Ho cercato di trovare un valore in
quella storia: una passione travolgente, una tenera ad intensa storia d’amore, un lucido e
cosciente atto di trasgressione che arricchisse una vita che scorreva monotona per lei.
NIENTE, semplicemente e angosciosamente NIENTE. Attraverso il suo racconto e le sue
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reticenze emergeva soltanto la povertà, lo squallore di una relazione che vedeva da una
parte l’allucinata illusione di essere oggetto di un affetto vero, di essere stimata e
considerata, dall’altra un individuo senza scrupoli che ha colto l’occasione per avere a
propria disposizione una donna totalmente dipendente dalle sue attenzioni.
Il quadro era completo: mia moglie, la persona nelle cui mani avevo messo il mio
cuore e la mia vita, con un atto di irresponsabile leggerezza, provocato e assecondato da
suo marito, aveva gettato via me, i suoi figli e tutto quanto avevamo costruito, per
NIENTE. Né mi era di conforto l’idea che tutto apparteneva all’umana debolezza. Di fatto
la mia vita era distrutta.
Mio unico pensiero da quel momento è stato quello di minimizzare il danno, di
recuperare dalle macerie tutto quello che si poteva salvare. Al primo posto era evitare
traumi ai figli garantendo loro di continuare a vivere nella casa in cui erano cresciuti e con
la loro madre; io mi sarei limitato a seguirli a distanza.
Sorvolo su tutto quello che ho fatto per avere una vita; pur consapevole, fin
dall’inizio, di quanto devastante e letale fosse stato il colpo da me ricevuto, non ho
rinunciato a tentare di trovare una via d’uscita. Ho provato a restare a casa, ho provato a
vivere da solo, ho continuato a lavorare, anche se con grande fatica; quando ho visto che da
solo non arrivavo a niente mi sono rivolto ad uno psichiatra. Ho provato di tutto: farmi
prendere da nuovi interessi, impegnarmi di più sul lavoro, coltivare nuove amicizie,
aprirmi alla possibilità di un nuovo rapporto con una donna, etc…
Solo nell’autunno 2000 mia moglie mi ha confidato il particolare che ha gettato
nuova luce, anzi ombre, su quanto accaduto. Dopo il passaggio di suo marito all’ufficio
della frazione del nostro paese, la verifica contabile della sua gestione all’ufficio postale
precedente aveva evidenziato un ammanco di circa £ 10.000.000; chiamato dagli ispettori a
ripianare immediatamente l’ammanco, ha pensato bene alla soluzione più indolore:
chiedere aiuto a mia moglie, che ancora soggiogata da suo marito, prontamente prelevava
dai nostri risparmi £ 8.000.000 occorrenti e li consegnava a lui che poté risolvere il
problema.
Davanti a questa notizia provai una gran pena per mia moglie, che dopo circa un
anno non si era vista restituire la somma prestata e che evidentemente aveva ormai
realizzato a chi aveva dato il suo affetto. Ai miei occhi fu altrettanto chiaro che un piccolo
miserabile farabutto aveva prima usato e poi abusato della semplicità, ingenuità, stupidità
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di mia moglie. Evidentemente riteneva che queste doti e il fatto che io fossi all’oscuro di
tutto, lo mettessero a riparo da qualsiasi timore e obbligo. Fu solo a questo punto che il
comportamento di suo marito divenne un ineludibile problema con cui confrontarmi.
Persona che era entrata nella mia vita e che di fatto aveva distrutto e depredato. Mi recai
una prima volta al suo ufficio, chiedendo di lui; quando si mostrò mi invitò con un gesto ad
entrare, ma il mio scopo era solo vedere che faccia avesse questo sconosciuto che tanto
aveva fatto alla mia famiglia, andai via senza rivolgergli la parola. Era dunque così, un
piccolo anonimo Fantozzi era riuscito ad avere il suo momento di gloria e a rovinarmi la
vita; questo moltiplicò a dismisura il mio dolore. Non certo di avergli comunicato, con la
mia silenziosa visita, che ero a conoscenza di quanto mi aveva fatto, andai a trovarlo una
seconda volta e questa volta chiesi di parlargli. Ci appartammo nel suo ufficio e mi limitai
ad informarlo che non pensasse “chi aveva avuto aveva avuto e chi aveva dato aveva dato”
e che aveva due conti in sospeso con me e con la mia famiglia; rispose nervosamente,
come gli conveniva, che non aveva dimenticato e che era suo dovere provvedere al più
presto. Aggiunsi solo che gli davo tempo fino a fine anno e andai via. Adesso non poteva
più nascondersi dietro la convinzione che nessuno sapeva, doveva essere cosciente che una
persona cui aveva fatto del male gli chiedeva conto. Non poteva certo rimediare al rapporto
coniugale, ormai e per sempre distrutto, ma poteva certo alleggerire la sua posizione,
portando la soglia di una mia legittima reazione più in alto.
Voglio precisare che la somma, non esigua, ma modesta, nulla ha pesato
sull’economia della famiglia; la restituzione aveva per me un valore simbolico,
rappresentava un gesto, dovuto, riparatore, un’ammissione di qualcosa che mi era stato
tolto e che mi doveva essere restituito (l’unica possibile). Un gesto che senza nulla
risolvere, avrebbe restituito al mio dramma una dimensione diversa, da affrontare
all’interno della mia vita e di ciò che vi aveva fatto parte. Passò l’anno senza che nulla
accadesse. Non le parlo di come ho vissuto in tutto questo tempo, del mio animo, dei miei
pensieri, le dirò solo che era ormai normale per me iniziare la giornata tra le lacrime.
Dimenticavo, dall’autunno 1999 fino al luglio 2001 ho dovuto convivere con innumerevoli
tentativi di suicidio da parte di mia moglie; può immaginare cosa questo significhi con in
casa tre bambini.
Ad aprile 2001, se ricordo bene, decisi di giocare le ultime carte per sbloccare la
situazione; decisi di parlare, di metterla a conoscenza del comportamento di suo marito.
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Cominciava ad essere insopportabile l’idea che, per quanto accaduto, la sofferenza fosse
tutta da una parte. Purtroppo ho potuto parlarle solo per telefono non riuscendo forse a
comunicarle tutto il mio dramma e ricevendo l’impressione di una sua impotente
indifferenza. Quella stessa mattina decisi di affrontare suo marito per un ultimo energico
‘energico’ messaggio. Gli ho telefonato dal piazzale dell’ufficio chiedendogli di uscire per
cinque minuti, mi rispose che era troppo occupato in ufficio e che comunque stava
provvedendo, sollecitando anche i sindacati per la concessione dell’anticipo T.F.R. e che
intendeva andare personalmente a Roma per seguire la pratica; mi chiese il numero di
cellulare per comunicarmi il momento della restituzione. Mi limitai a dirgli che non avevo
alcuna intenzione di fare l’esattore di mia moglie. Passarono altri mesi, terribili con mia
moglie ricoverata al reparto di psichiatria ed io che lasciavo il cellulare acceso anche di
notte nella speranza di ricevere quella telefonata che avrebbe disinnescato una situazione
ormai esplosiva.
Quella telefonata non è mai arrivata e (sapendo che le P.T. concedevano ai
dipendenti con c\c postale, in tre giorni, prestiti da £ 3.000.000 a £ 30.000.000, senza
problemi) ho dovuto prendere atto che suo marito non aveva avuto mai alcuna volontà di
restituire la somma avuta e che evidentemente si riteneva in diritto di aver fatto quello che
aveva fatto senza nulla temere.
La mia vita già da tempo (esauriti tutti i tentativi di venirne a capo) aveva smesso di
significarmi qualcosa; ho vissuto letteralmente alla giornata, il futuro davanti a me aveva la
grandezza di una settimana, massimo un mese. Era tutto finito e l’idea di togliermi la vita
era una possibilità sempre più presente. Una sola idea mi tormentava di più, l’idea
insopportabile di una profonda ingiustizia. Come era possibile che una famiglia che aveva
tutto, che poteva continuare la sua crescita serenamente, era stata distrutta, riempita di
dolore, vedere i propri figli manifestare i chiari segni di uno smarrimento per la perdita di
quel rassicurante riferimento che è la famiglia, vedere per loro il più incerto dei futuri. No,
non era sopportabile, non per me che avevo sempre pensato di difendere il mio piccolo
angolo di vita nel modo più feroce. Dovevo sanare in qualche modo questa ingiustizia; non
poteva essere che da una parte ci fosse tutta la sofferenza e dall’altra qualcuno che
continuava a godere della vita anche a nostre spese. Dovevo creare un costo al
comportamento cinico e crudele di chi era stato responsabile di tanta sofferenza. Qualcosa
che segnasse con la sofferenza il resto della sua vita senza per questo crearne di nuova.
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La soluzione (se nulla fosse intervenuto nel frattempo) era colpire suo marito là da
dove era partita la motivazione del suo comportamento. Privarlo della possibilità, per il
futuro, di ricevere nuovi stimoli da quella parte di sé che tanto aveva prevalso su ogni
considerazione umana, su ogni scrupolo. Era mio intento ferirlo mutilandogli i genitali,
null’altro.
Doveva vivere per poterne soffrire e lavorando nulla togliere alla sua famiglia. Il
modo, sparandogli, era l’unico che, mi sembrava, fosse praticabile. Cosa è accaduto lo sa.
Mi è sembrato di aver fatto quanto mi ero proposto nel modo che mi era sembrato giusto,
niente di meno e niente di più.
Quando il P.M., a fine interrogatorio, mi ha comunicato che la vittima era deceduta
è stato un momento terribile; quella parola mi resterà per sempre nella testa: ‘deceduto’, io
ero un assassino!
Le giuro che MAI, nemmeno per un istante ho pensato di uccidere suo marito,
anche nei momenti di massima amarezza e rabbia, semplicemente perché la sua morte
nulla mi avrebbe restituito e niente avrebbe appagato.
Il mio obiettivo, ripeto, era solo quello di ridistribuire il carico di sofferenza in
maniera più giusta. Non posso fare a meno di chiedermi se la presenza di un buon chirurgo
ed un intervento più deciso potesse salvargli la vita. Voglio concludere che sempre nella
vita mi sono preso la responsabilità delle mie azioni e delle sue conseguenze. Conseguenza
del mio gesto, pur se non voluta, è aver privato una famiglia di un padre-marito e di questo
e solo di questo sento il peso e mi fa sentire in debito verso di voi. La morte di suo marito
nulla ha cambiato nella mia vita; ne ho avuto conferma in questo carcere in cui la
mancanza di libertà non mi ha tolto nulla, perché nulla avevo e nulla mi può essere tolto;
anzi, il non essere circondato da tutte le cose che un tempo avevano fatto di me un uomo
felice e soddisfatto, ha attenuato di molto la mia sofferenza.
Non so se sarò capace di risorgere da quella che io chiamo ‘morte interiore’; non
voglio negarmene la possibilità, come non l’ho negata a mia moglie, come non l’ho negata,
fino all’ultimo istante a suo marito. Se la sorte me ne darà la possibilità, non mancherà in
me il dovere di far fronte al debito che ho verso i miei figli e i suoi, gli unici veri innocenti
in questa penosa storia.”
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§6) LA SECONDA LETTERA AI FAMILILIARI DI N.
(novembre 2001)
“Le scrivo per dar seguito concreto a quanto le ho detto nella conclusione della
precedente lettera. In questo momento nulla è definito riguardo al mio futuro, ma la
situazione nuova (sono agli arresti domiciliari presso i miei genitori a…), mi permette di
sperare di poter riprendere a lavorare in un prossimo futuro.
Questo significa essere in grado di tener fede all’impegno preso con lei di
rimediare, per quanto possibile, al danno che ho provocato alla sua famiglia.
Conseguenza della separazione con mia moglie è stata per me il dover
corrispondere un assegno di mantenimento per i figli, dovere che ho sentito, da subito,
anche nei confronti dei suoi figli. La mia retribuzione era di poco più di £ 2.000.000; il
giudice ha stabilito, per il mantenimento dei miei tre figli la somma di £ 600.000; vorrei
contribuire al sostegno dei suoi con un assegno mensile di £ 700.000.
Ci tengo a chiarire che questo risponde esclusivamente al mio bisogno di poter
rimediare, almeno in una certa misura, al danno materiale che le ho arrecato. Non ha
nessuna pretesa di essere compensazione di quanto, incolpevoli, avete patito. Rappresenta
solo quanto posso fare, al momento, per voi.
Posso capire che non vogliate avere a che fare con me; nel caso potete comunicare
al mio avvocato la vostra disponibilità ad accettare il mio aiuto e con le modalità che
riterrete più opportune. Sarà mio dovere provvedere appena le condizioni me lo
permetteranno.”
§7) LA PERIZIA MEDICO - LEGALE
Il giorno 29 luglio 2001 per incarico della S.V. Ill.ma il sottoscritto, Prof. C.,
associato di Medicina legale nell’Università degli Studi di B. eseguì nella sala settoria
dell’ospedale di …, l’autopsia del cadavere di N.
Scopo dell’incarico era quello di rispondere ai seguenti quesiti:
“dica il consulente, presa visione degli atti e compiuti tutti gli accertamenti del
caso, compresa la visita esterna sul cadavere e l’esame autoptico:
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1) quale sia stata la causa del decesso di N.;
2) quale sia stata la dinamica degli eventi che condussero all’evento letale ed in
particolare: il mezzo usato, il numero, la direzione di provenienza e la zona
d’ingresso dei colpi di arma da fuoco esplosi; la distanza dell’aggressore dal suo
bersaglio;
3) se per la natura dell’arma usata, le modalità dell’aggressione e le parti del corpo
raggiunte dai colpi esplosi, può ritenersi che la condotta dell’agente fosse tale da
ferire la vittima ovvero ad ucciderla anche soltanto rappresentandosi il rischio della
morte;
4) se vi fu negligenza da parte dei medici ed infermieri che ebbero in cura N. subito
dopo il suo ingresso al Pronto Soccorso dell’Ospedale;
5) quant’altro utile ai fini di giustizia.
Per il deposito della relazione scritta ci fu concesso il termine di giorni sessanta,
successivamente prorogato.
Il dato storico
In sede di affidamento di incarico apprendemmo dai Carabinieri della locale
Compagnia che in data 28.07.2001 era stato attinto da alcuni colpi di fucile esplosi da una
persona a lui nota. Trasportato al Pronto Soccorso dell’Ospedale di…(ore 08:10), fu
riconosciuto affetto da: “ferita l.c. da arma da fuoco con spappolamento dei muscoli
perineali, shock emorragico, deceduto al P.S.”
Il dato obiettivo
L’autopsia: alle ore 10:40 del 29.07.2001 si diede inizio alle operazioni di
autopsia presso la sala autoptica dell’Ospedale di…rilevando che:
Trattasi di cadavere di soggetto di sesso maschile della apparente età di anni 50-55
di normale costituzione corporea, lungo cm 163, che presenta segni di stazionamento in
ambiente refrigerato e che indossa una camicia di colore grigio. La rigidità cadaverica è
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presente e valida in ogni settore articolare; le ipostasi sono discretamente rappresentate alle
regioni posteriori e declivi del tronco, hanno colorito rossastro chiaro e sono fisse alla
digitopressione. Non segni di putrefazione.
L’esame esterno rivolto alla ricerca di lesioni violente o loro esiti segnala: 1) la
regione inguinale sinistra e l’attigua superficie mediale della coscia sinistra sono
interessate da ampia soluzione di continuo, irregolarmente circolare, del diametro di cm 8
con bordi appena cincischiati. Dal polo latero-superiore di tale lesione prende origine una
lacerazione di forma triangolare dell’altezza di 4 cm, diretta lateralmente con leggera
obliquità verso l’alto; appena più medialmente a tale lacerazione ed in corrispondenza delle
ore 1 (di un ipotetico quadrante di orologio), è presente altra lacerazione anch’essa di
forma triangolare, ma lunga 1 cm con bordi appena festonati. I tessuti cutanei posti
medialmente al polo interno dell’ampia soluzione di continuo mostrano due piccole
soluzioni di continuo del diametro di 2 mm circa; la palpazione dei tessuti a tale livello
lascia apprezzare la presenza di corpi estranei di consistenza dura riferibili a pallini di
piombo. Tale lesione dista cm 62 dalla pianta dei piedi. 2) La regione perineale di destra è
interessata da soluzione di continuo tondeggiante a bordi netti, appena festonati, del
diametro di cm 2, circondata da esile orletto escoriato. Tale lesione dista cm 62 dalla pianta
dei piedi; 3) la superficie mediale della coscia destra, al passaggio con quella posteriore, è
sede di un’altra soluzione di continuo tondeggiante del diametro di cm 3 con bordi netti,
appena festonati e circondati da esile orletto escoriato più evidente a livello del polo
inferiore. Tale lesione dista cm 58 dalla pianta dei piedi. 4) La superficie posteriore della
coscia sinistra, alla sua radice ed al passaggio con la superficie mediale è interessata da una
soluzione di continuo irregolarmente circolare del diametro di cm 6 con ampia esposizione
dei piani muscolari sottostanti e bordi netti, leggermente festonati e circondati da orsetto
ecchiomotico-escoriato. Lungo l’emiciclo laterale della soluzione di continuo sono presenti
numerose altre piccole soluzioni di continuo del diametro di cm 0,3 circa, disposte tutte
intorno alla soluzione di continuo stessa per un’ampiezza di circa 1 cm. Nella parte
inferiore dell’emiciclo mediale si osservano altre soluzioni di continuo del diametro di cm
0,3 per un’area larga cm 0,5. Tale lesione si trova a cm 57 dalla pianta dei piedi. Detta
soluzione di continuo è ampiamente comunicante, mediante un tramite largo cm 4, con la
soluzione di continuo descritta in regione inguinale sinistra (contraddistinta dal n. 1). 5)
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Sulla piega del gomito destro è visibile una medicazione a piatto rimossa la quale si
apprezza un segno di agopuntura.
Sezione cadaverica: testa: inciso con taglio bimastoideo il cuoio capelluto, lo
si ribatte in avanti ed all’indietro rilevando l’integrità anche a carico della sua superficie
profonda. Si seziona con taglio circolare la calotta cranica che si presenta ovoidale,
simmetrica, con diploe di normale spessore ed integra. Dura meninge grigiastra e tesa.
Encefalo normale per forma e volume, leptomeninge liscia e lucente; al taglio si osserva
che il parenchima appare pallido; nei ventricoli cerebrali sono contenuti pochi cc di liquido
citrino limpido; nulla a carico dei nuclei della base, del ponte, bulbo e cervelletto. Integra
la base cranica.
Cavo orale ed organi del collo: incisi i tessuti molli del collo, si rileva
l’integrità dell’esofago e del lume tracheale.
Torace: si dissecano a strati i tessuti molli toracici e si prepara ed asporta il
piastrone sternale che risulta integro. Pericardio liscio e lucente; nel cavo sono contenuti
pochi cc di liquido citrino limpido. Cuore normale per forma e volume, miocardio di
colorito rossastro e di normale spessore. Nulla a carico degli osti atrio-ventricolari e delle
valvole semilunari. Imbocchi e lume delle coronarie pervi. Cavi pleurici liberi da aderenze,
contengono pochi cc di liquido citrino limpido. Polmoni normali per forma e volume; al
taglio il parenchima si presenta appena edematoso. Integro lo scheletro toracico.
Addome: sierosa peritoneale liscia. Nulla a carico dello stomaco, che appare
vuoto. L’intestino tenue, in corrispondenza delle ultime anse e a circa cm 40 dalla valvola
ileo-cecale, risulta interessato da alcune soluzioni di continuo, del diametro di cm 0,3.
Integro il colon. Lo scavo pelvico risulta diffusamente infarcito di sangue. Le pareti del
sigma e del retto sono interessate da numerose soluzioni di continuo rotondeggianti del
diametro di circa 0,3 cm. Fegato normale per forma e volume, glissoniana liscia e lucente;
al taglio si apprezza la trama lobulare. Pervie le vie biliari. Milza normale per forma e
volume, capsula grinzosa; al taglio la polpa rossa è ben trattenuta. Nulla al pancreas ed ai
surreni. I reni sono normali per forma e volume, si scapsulano agevolmente ed al taglio,
sulle superfici di sezione, si apprezzano i limiti fra le due sostanze. Nulla a carico delle vie
urinarie e dei genitali. La vescica mostra alcune lesioni di continuo del diametro di cm 0,3.
Asportati i visceri della pelvi si ispeziona il piccolo bacino rilevando spappolamento dei
tessuti muscolari con lacerazione dei vasi; a tale livello si rinvengono una borra di plastica
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e numerosi pallini di piombo che in parte vengono repertati. Il bacino mostra frattura in
sede ischio-pubica di destra. Si provvede all’apertura dell’aorta e delle arterie iliache
comuni rilevando che l’intima è interessata da numerose formazioni ateromasiche. Si
procede quindi alla ispezione dei tessuti profondi sottostanti la soluzione di continuo
presente in regione inguinale sinistra, rilevando ampia lacerazione dei tessuti muscolari e
dei vasi femorali alla loro origine (arteria e vena), nonché piena comunicazione con la
soluzione di continuo descritta sulla superficie posteriore della coscia sinistra; in
corrispondenza dei tessuti molli della regione inguinale vengono repertati alcuni pallini di
piombo. L’esame dei tessuti molli della coscia destra, a ridosso della soluzione di continuo
descritta al n. 3 dell’esame esterno, mostra la presenza di ampio cincischiamento degli
stessi, nel cui contesto si rinviene una borra di plastica e numerosi pallini di piombo che in
parte vengono repertati; l’ispezione dei piani profondi mostra la presenza di un tramite
tunnelliforme diretto dal basso verso l’alto ed appena obliquo in senso medio-laterale.
§8) LA VALUTAZIONE MEDICO - LEGALE
L’epoca della morte di N. risulta già acquisita agli atti e fissata alle ore 08:10 del
28.07.2001.
I dati tanato-cronologici emersi al tavolo settorio ed in particolare il rilievo di
rigidità cadaverica presente e valida in ogni settore, di ipostasi fisse e di assenza di segni di
putrefazione, opportunamente correlati con le condizioni stagionali in cui il cadavere venne
a soggiornare e soprattutto in considerazione del fatto che la salma stazionò in ambiente
refrigerato, nonché con il tipo di morte, di cui appresso diremo, confermano il dato storico
in quanto depongono per un decesso avvenuto 24 ore circa prima del riscontro settorio.
Causa della morte di N. fu uno shock emorragico acuto secondario a gravi lesioni
dei tessuti molli del bacino e degli arti inferiori, prodotte da colpi d’arma da fuoco a
proiettile multiplo.
In sede di autopsia rilevammo infatti un notevole spappolamento dei tessuti molli
del piccolo bacino e della radice della coscia sinistra con lacerazione di importanti
formazioni vascolari arteriose e venose ed in particolare dell’arteria femorale e della vena
femorale di sinistra. La lacerazione di ampie aree di tessuto muscolare e soprattutto di
importanti vasi sanguigni quali quelli arteriosi del plesso pelvico e dei vasi femorali di
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sinistra, comportò una profusa ed irrefrenabile emorragia capace di condurre a morte, in
breve tempo, il soggetto con il quadro dello shock emorragico acuto.
Passando a considerare i mezzi che produssero le lesioni mortali, va rilevato che in
sede di esame esterno riscontrammo sulla superficie perineale in sede paramediana destra,
sulla superficie mediale della coscia destra, al limite con la superficie posteriore e sulla
superficie posteriore della coscia sinistra, altrettanti fori del diametro rispettivamente di cm
2, 3 e 6 aventi bordi netti e circondati da orletto escoriato; in particolare la soluzione di
continuo localizzata sulla superficie posteriore della coscia sinistra era contornata da altre
piccole soluzioni di continuo (diametro di 2-3 mm) anch’esse tondeggianti. Le lesioni testé
descritte presentavano le caratteristiche dei fori d’ingresso di proiettili d’arma da fuoco; in
regione inguinale sinistra inoltre fu rilevata la presenza di ampia lacerazione cutanea
irregolarmente circolare, del diametro di 8 cm con bordi appena cincischiati; tale lesione
era inquadrabile come foro d’uscita di proiettili d’arma da fuoco. A conferma della corretta
diagnosi di lesioni prodotte da proiettili d’arma da fuoco, nel corso dell’autopsia
rilevammo che dai fori d’ingresso prendevano origine altrettanti tramiti lungo i quali
repertammo dei pallini di piombo e nel contesto dei tramiti che prendevano origine dalle
soluzioni di continuo localizzate in regione perineale e sulla superficie mediale della coscia
destra, rinvenimmo e repertammo due borre in plastica di cartucce per fucile da caccia.
Sulla base di questi dati si deve affermare che N. fu attinto da tre colpi di fucile da
caccia dei quali due diedero luogo a tramiti a fondo cieco (con ritenzione della borra) ed il
terzo determinò un tramite transfosso. Il rilievo di due borre del diametro di 18 mm
consente di affermare che si trattò di colpi esplosi da un fucile da caccia calibro 12; i dati
metrico-ponderali dei pallini repertati, poi, indicano che le cartucce erano caricate con
piombo n. 8 della numerazione italiana.
Prima di affrontare la discussione in merito alla distanza dalla quale furono esplosi i
colpi è necessario ricordare che per le armi a proiettile multiplo (fucili da caccia), allorché i
pallini fuoriescono dalla bocca dell’arma, sono raggruppati tra loro sì da determinare il
cosiddetto effetto palla; nel caso in cui il bersaglio viene a trovarsi in tutta prossimità della
bocca dell’arma, si produrrà pertanto un unico foro il cui diametro corrisponde
sostanzialmente a quello dell’arma. Man mano che si allontanano dall’arma, i singoli
proiettili tendono a divergere determinando in un primo momento un aumento del diametro
del foro determinato dall’effetto palla e quindi si allargano a produrre la cosiddetta rosata
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che sarà tanto più ampia quanto più lontano viene a trovarsi il bersaglio, fino a giungere a
valori massimi per poi ridursi in ampiezza progressivamente sì che un solo pallino (il
centrale) è in grado di giungere sul bersaglio. Sulla scorta di questi elementi è possibile,
pertanto, stabilire la distanza di sparo, sia pure con una certa approssimazione in quanto gli
effetti dei colpi possono subire variazioni in rapporto al tipo della canna dell’arma
(uniforme o strozzata), allo stato di conservazione dell’arma stessa ed al tipo di cartuccia
impiegata. Tenuto conto di questi fattori è possibile sostanzialmente affermare che allorché
fu attinto alla coscia destra, la distanza di sparo doveva essere appena superiore al metro,
mentre quando fu attinto alla radice della coscia sinistra, la distanza di sparo poteva
aggirarsi intorno ai 3-4 metri.
Passando ora a considerare la posizione reciproca tra vittima e sparatore, va rilevato
che allorché fu attinto alla coscia sinistra (superficie posteriore), N. volgeva le spalle allo
sparatore; poiché il tramite ebbe direzione postero-anteriore ed appena obliqua dal basso
verso l’alto, è da ipotizzare che la vittima si potesse trovare su di un piano appena più
elevato rispetto allo sparatore, oppure che la vittima avesse il tronco flesso in avanti. Dal
foro presente in regione perineale prendeva origine un tramite diretto decisamente verso
l’alto e dall’indietro in avanti, che interessava le parti molli del piccolo bacino e pertanto la
vittima volgeva le spalle allo sparatore; la singolare direzione dal basso verso l’alto ed
appena obliquo in senso medio-laterale.
In definitiva, sulla scorta dei dati desunti dall’esame autoptico è possibile affermare
che N. fu attinto dapprima alla coscia sinistra da uno sparatore che gli si trovava alle spalle
e quindi, accasciatosi al suolo, in posizione prona, fu raggiunto dagli altri due colpi dallo
sparatore che, essendosi avvicinato e stando in piedi, lo sovrastava.
Passando a rispondere al terzo quesito va osservato che i colpi d’arma da fuoco a
proiettili multipli, hanno la caratteristica, specie quando esplosi a breve distanza, di
determinare tramiti ampi con conseguente notevole sfacelo dei tessuti molli interessati, sì
che, anche nel caso di mancato interessamento di organi vitali, le lesioni risultano
oltremodo gravi per la compromissione di formazioni vascolari responsabili di profuse
emorragie spesso irrefrenabili proprio per la lacerazione di numerosi vasi. Nel nostro caso
l’esplosione di ben tre colpi, indirizzati non già all’estremità degli arti inferiori, ma alla
loro radice, sede, com’è noto, di importanti formazioni vascolari rendevano più che
verosimile il realizzarsi del rischio morte, ancorché l’intenzione dello sparatore fosse
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quella di ferire soltanto; del resto l’esplosione di tre colpi a distanza ravvicinata costituisce
elemento che rendeva non solo possibile, ma altamente probabile l’evento morte.
In ordine al quarto quesito va rilevato che N. a causa della imponente emorragia
giunse in Ospedale praticamente agonizzante sì che non vi fu il tempo materiale per
approntare una qualsivoglia terapia; fu incannulata una vena periferica (vedi segni di
agopuntura alla piega del gomito destro, ma, attesa l’estrema gravità delle lesioni, il
soggetto venne a morte rapidamente. Non si ravvisano, pertanto, nel trattamento
terapeutico del soggetto.
Conclusioni
Ai quesiti proposti si risponde:
1) Causa della morte di N. fu uno shock emorragico acuto secondario a gravi lesioni
dei tessuti molli del bacino e degli arti inferiori, prodotte da colpi d’arma da fuoco a
proiettile multiplo.
2) La vittima fu attinta da tre colpi d’arma da fuoco a proiettile multiplo (fucile da
caccia calibro 12 caricato con piombo 8) che giunsero a bersaglio in regione
perineale, alla superficie mediale della coscia destra ed a quella posteriore della
coscia sinistra. Detti colpi furono esplosi da uno sparatore che si trovava alle spalle
della vittima; due dei colpi (quelli giunti in regione perineale ed alla coscia destra),
furono esplosi, con tutta verosimiglianza, da uno sparatore che sovrastava la vittima
mentre questa si trovava bocconi a terra. Tutti i colpi furono esplosi a distanza
molto breve.
3) Tenuto conto che trattatasi di colpi di fucile esplosi a breve distanza ed in
considerazione delle sedi attinte, l’evento morte era da considerarsi altamente
probabile.
4) Attesa l’estrema gravità delle lesioni il soggetto giunse in Ospedale praticamente
agonizzante per cui non vi fu il tempo materiale necessario ad approntare
qualsivoglia terapia; non si ravvedono, pertanto, elementi di inidoneo trattamento.
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§10) ESAMI ISTOLOGICI
Frammenti di encefalo, cuore, polmoni, fegato e reni furono fissati in formalina e,
previo prolungato lavaggio in acqua corrente, disidratati nella serie ascendente degli
alcools, diafanizzati in xilolo ed inclusi in paraffina. Al microtomo si ottennero sottili
sezioni che furono colorate col metodo all’ematossilina-eosina.
La lettura dei preparati al microscopio ottico permise di rilevare:
ENCEFALO: struttura dell’organo conservata. Maglie della neurorete dissociate;
spazi chiari pericellulari e perivascolari aumentati di volume. Vasi piali e parenchimali
otticamente vuoti di contenuto.
CUORE: tessuto adiposo subepicardico discretamente rappresentato. Le fibre
miocardiche, orientate in varie direzioni, mostrano evidente la striatura traversa e si
presentano per lo più dissociate da liquido di edema e spesso frammentate; in alcuni tratti
le miocellule risultano infiltrate da tessuto connettivo fibroso. Vasi coronarici con pareti di
spessore appena aumentato e lume pervio.
POLMONI: il lume alveolare è pressoché costantemente occupato da materiale
amorfo acidofilo nel contesto del quale si riconoscono numerosi macrofagi; in altre aree le
pareti degli alveoli risultano collabite.
FEGATO: ancora riconoscibile la struttura globulare, gli epatociti mostrano di
aspetto similvegetale. Il lume dei sinusoidi appare vuoto di contenuto.
RENE: glomeruli di normale aspetto. L’epitelio dei tubuli mostra citoplasma
finemente granulare, spesso sfaldato nel lume.
§11ESAME DEI PALLINI E DELLE BORRE
In sede di laboratorio si è proceduto all’esame dei pallini repertati durante le
operazioni settorie rilevando che tutti hanno forma sferica e sono costituiti da un nucleo in
piombo. Essi sono stati esaminati distintamente in rapporto alla regione di repertazione ed
hanno mostrato le seguenti caratteristiche metrico-ponderali (rilevate con calibro Maser e
bilancia digitale):
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• Pallini rinvenuti nel piccolo bacino: 19 pallini di morfologia ben conservata ed
integri, del peso di g 0.0795 e del diametro di cm 0.225. Questi pallini corrispondono a
quelli numero 8 secondo la numerazione italiana.
• Pallini rinvenuti nella coscia di sinistra: 18 pallini di morfologia ben conservata ed
integri, del peso di g 0.079 e del diametro di cm 0.225. Questi pallini corrispondono a
quelli numero 8 secondo la numerazione italiana.
Ambedue le borre repertate sono risultate essere costituite da materiale plastico a
forma di bicchierino con alette arrovesciate e del diametro di mm 18, compatibile con il
calibro 12 di fucile.
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§13) VERBALE DI PRELIEVO DEI RESIDUI DI SPARO
“Il 28.07.2001, alle ore 16:00, negli uffici del Comando dei Carabinieri di… è
presente il sig. G., assistito dal suo difensore. Il predetto G., a seguito di delega orale di
accertamento sulla persona emessa in data odierna dal Sost. Proc. Della Repubblica di…,
viene sottoposto al prelievo dei residui dello sparo sulle mani tramite kit-tampone. Si dà
atto che il kit, contraddistinto dal numero…è regolarmente sigillato e una volta aperta la
busta e calzati i guanti monouso, si procede al prelievo sulla mano destra, utilizzando il kit
contrassegnato con la lettera “D” e poi sulla mano sinistra utilizzando il kit contrassegnato
con la lettera “C”. Ultimata l’operazione, seguendo le specifiche indicazioni del foglio
notizie contenuto nella busta recante n… Si utilizza altresì il kit contraddistinto dalla
lettera “A” per prelievo sull’avambraccio sinistro e il kit contraddistinto dalla lettera “B”
per l’avambraccio destro, si procede al sigillo degli Stub mediante idonee fascette, nella
busta recante n… Il tutto sarà inviato alla ditta… per le analisi del caso. Si invia, altresì,
tampone col quale sono stati eseguiti prelievi nelle narici del soggetto”.
§14) RELAZIONE PSICHIATRICA
In data 10.10.2001 ho sottoposto a visita psichiatrica, presso la Casa Circondariale
di…, il sig. G. Lo stesso era stato in trattamento presso il C.S.M. di … dall’aprile al luglio
2001 per l’emergere di una sindrome di tipo ansioso-depressivo.
Nel corso dei colloqui, tale stato di sofferenza veniva messa in relazione con
l’esasperarsi nel tempo, di difficoltà relazionali di coppia: il sig. G. sentiva di non poter
uscire da uno stato di “empasse” (anche psicologico) né nella direzione di un rilancio, su
basi nuove, del rapporto matrimoniale. Tale condizione era stata accentuata, negli ultimi
mesi, dall’aggravarsi dello stato di sofferenza psichica della moglie, stato che aveva
determinato numerosi interventi psichiatrici, anche di tipo coattivo.
Le tematiche depressive presentate dal sig. G. erano incentrate anche sul dolore
causato dal fatto di non riuscire a tutelare i figli dalle inevitabili ricadute di tale complessa
situazione familiare.
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Il tentativo di elaborare in terapia la convinzione di essere ingabbiato in una
condizione senza vie d’uscita e senza futuro è stato interrotto dagli eventi che hanno
portato al suo stato di detenzione.
Le condizioni attuali del sig. G. sono caratterizzate dal perdurare delle tematiche
sopra descritte, controllate grazie ad una notevole propensione alla razionalizzazione. Egli
si sente impegnato nel tentativo di rimettere ordine e dare senso a tutto ciò che è accaduto.
Sottolinea di sentirsi in dovere di dimostrare la non volontarietà dell’accaduto e di voler
riparare alle conseguenze subite dagli altri, soprattutto dai figli, per il suo gesto. Sulla base
della conoscenza precedente della personalità e delle dinamiche interiori del sig. G. è
possibile affermare che egli voglia dimostrare una perfetta padronanza sugli eventi e sulle
problematiche interiori, al fine di tranquillizzare gli interlocutori e ribadire che non è
necessario attivarsi in alcun modo per migliorare le sue condizioni.
Tale tentativo, perseguito con molta tenacia, ha forse anche, tra le altre motivazioni,
uno scopo espiatorio.
In conclusione, al di là di una salda barriera razionale, sono tutti ancora evidenti i
nuclei depressivi già evidenziati.
Per tale motivo e per la complessità delle dinamiche psichiche sottostanti, sarebbe
necessario instaurare un idoneo trattamento, sia farmacologico che di sostegno
psicoterapeutico.”
§15) SENTENZA PRONUNCIATA DAL G.U.P.
Nell’udienza camerale del 04.10.2002, il Giudice per l’Udienza Preliminare presso
il Tribunale di… ha pronunciato la seguente
SENTENZA
Nel procedimento penale n…R.G.I.P.
CONTRO
G., nato a…il… e domiciliato in…, V.le…, n… - PRESENTE
IMPUTATO
A) del delitto p. e p. dall’art. 575 c.p., perché attingendo N. nella zona perineale, con
tre colpi di fucile da caccia semiautomatico calibro 12 marca Benelli mod. 123 SL
80 (matr…), ne cagionava la morte avvenuta per shock emorragico acuto
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conseguente allo spappolamento dei muscoli perineali ed alle gravi lesioni riportate
agli arti inferiori; con l’aggravante di cui all’art. 577 n. 3 c.p., per aver commesso il
fatto con premeditazione;
B) del delitto p. e p. dagli artt. 61 n. 2 c.p., 12 e 14 della L. n. 497/1974, perché al fine
di eseguire il reato di cui al capo A), portava illegalmente in luogo pubblico un
fucile da caccia semiautomatico calibro 12, marca Benelli mod. 123 SL 80
(matr…).
In…, il 28.07.2001
Sono presenti:
Il P.M.: dott …
Il difensore di fiducia: avv …
Il difensore di Parte Civile: avv … Emanuele Monte.
CONSLUSIONI DELLE PARTI
Il P.M.: chiede la condanna ad anni 14 di reclusione e ad € 1.200,00 di multa;
Il difensore P.C.: deposita le sue conclusioni con le richieste di liquidazione dei
danni subiti dalla parte civile;
Il difensore: chiede l’imputato venga condannato per omicidio preterintenzionale e
si rimette all’equa decisione del giudice.
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO E MOTIVI DELLA DECISIONE
Tratto in giudizio per i reati di cui in rubrica, nell’udienza preliminare del
28.06.2002 l’imputato G., presente, chiedeva l’ammissione del giudizio abbreviato.
Precedentemente si costituivano P.C. i familiari della vittima, i quali venivano
ammessi al beneficio del gratuito patrocinio a spese dello Stato.
Questo giudicante ammetteva il rito alternativo e, udite le conclusioni delle parti,
nell’udienza del 04.10.2002, emetteva sentenza come da dispositivo allegato in atti.
Il capo d’accusa:
Il P.M. ha addebitato all’imputato i delitti di omicidio aggravato da premeditazione
e porto illegale di arma in luogo pubblico aggravato da nesso teleologico, per aver
cagionato la morte di N., attingendolo nella zona perineale con tre colpi di fucile da caccia
semiautomatico calibro 12, la cui detenzione era autorizzata solo per attività venatoria.
Si rinvengono in atti prove sufficienti a che sia dichiarata la penale responsabilità
dell’imputato.
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Le fonti di prova:
Si sostanziano negli atti investigativi dei CC, nelle s.i.t. rese da vari testimoni, nelle
dichiarazioni e memorie confessorie rese dall’imputato, nella consulenza tecnico-balistica,
chimico-fisica e medico-legale disposta dal P.M.
I fatti:
Dalle suindicate fonti di prova, emerge che il giorno 28.07.2001, l’imputato
attendeva la vittima N., direttore dell’ufficio postale di una frazione di…, nei pressi del
predetto ufficio, intorno alle ore 07:45. Giunto N., prima che questi entrasse nei locali
dell’ufficio, G. lo affrontava col fucile in mano e, senza proferire parola, esplodeva tre
colpi da distanza ravvicinata all’indirizzo del basso ventre della vittima e comunque al di
sotto della cintola. Arrestata, quindi, la propria azione delittuosa, sollevava N., lo caricava
sulla propria autovettura e lo trasportava presso il P.S.
N. decedeva poco dopo, intorno alle ore 08:15.
I fatti, così come sopra descritti nel loro materiale accadimento, sono incontestati ed
ampiamente confessati dall’imputato, compresa la circostanza dell’acquisto del fucile al
solo scopo di compiere l’insano gesto.
Questione più complessa si appalesa la valutazione del movente e, in definitiva,
dell’elemento soggettivo, al fine dell’esatta qualificazione giuridica dell’evento
omicidiario.
Il movente e l’elemento soggettivo:
Dichiara G. di aver scoperto che N. aveva intrattenuto una relazione sentimentale
con sua moglie, quantomeno dal settembre 1997 sino al termine dell’estate 1999 (epoca in
cui, appunto, era venuto a conoscenza della cosa).
Sostiene, altresì, che N. avrebbe intrapreso la relazione, approfittando di un
momento di fragilità psicologica della moglie, con la quale, anche perché colpita da un
importante stato depressivo, lui stava vivendo una fase di raffreddamento del rapporto e di
allontanamento. Sfruttando tale fragilità, N. avrebbe, altresì, chiesto ed ottenuto dalla
donna un prestito di £ 8.000.000, al fine di coprire un ammanco di cassa da lui provocato.
Riferisce, quindi, l’imputato di aver progressivamente preso coscienza del
sostanziale sgretolamento della propria vita e dei valori (familiari) in cui credeva, non
riuscendo più a ricostruire il rapporto con la propria moglie, dal canto suo caduta in una
china depressiva ed autolesionistica sempre più grave, non accettando l’idea della
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separazione; di aver contattato varie volte N. e di aver atteso anche a lungo una sua
risposta al fine di avere da lui un chiarimento, ed anche per ottenere la restituzione della
somma di denaro prestatale dalla coniuge, più che altro come gesto simbolico di
resipiscenza.
Evidenzia, infine, che, a fronte della totale indifferenza mostrata da N. e delle
sempre maggiori sofferenze psichiche subite dalla coniuge, culminate nel ricovero presso il
reparto di psichiatria del Presidio ospedaliero di …, maturava la decisione di “fare
partecipe N.” della sua sofferenza.
Sostiene, in definitiva, la difesa di G. che il fatto omicidiario debba qualificarsi ai
sensi dell’art. 584 c.p. (omicidio preterintenzionale) e non già ai sensi dell’art. 575 c.p.,
non avendo l’imputato mai avuto l’intenzione di uccidere la vittima, bensì solo di colpirla
ai genitali, di fatto evirandola.
A sostegno di tale assunto la difesa allega le dichiarazioni testimoniali della
coniuge di G. (“… mi disse che avrebbe avuto piacere di prenderlo per i coglioni e
strizzarceli … la notizia della mia relazione extra-coniugale ha distrutto moralmente mio
marito, che non aveva più fiducia nella vita, e come diceva lui, voleva solamente che anche
N. avesse la sua vita familiare distrutta …”), nonché della sorella dello stesso, (“…
concluse che l’unica maniera di rendergli tutto il male ricevuto era quello di castrarlo
perché era questo ciò che si meritava ed in tale occasione mi esplicitò le maniere in cui gli
sarebbe piaciuto farlo, tra cui, ricordo, quello di castrarlo chirurgicamente con il bisturi,
che escluse immediatamente poiché evidenziò l’impossibilità della realizzazione … per cui
doveva pensarne altri … Io non potevo … immaginare che mio fratello avesse avuto
realmente l’intenzione di mettere in atto le sue proposizioni … Ricordo inoltre che mio
fratello specificò che non desiderava assolutamente la morte di N. e che, anzi, una sua
eventuale dipartita era contraria ai suoi desideri, in quanto voleva che vivesse per soffrire
quanto lui e la sua famiglia stavano soffrendo per colpa sua e che, quindi, la sua
castrazione era l’unico mezzo possibile per far sì che questi capisse il male fatto …”) e di
un amico dell’imputato.
Osserva questo giudicante che non vi è dubbio che la causa originaria della
condotta posta in essere da G. sia stata proprio la scoperta della relazione sentimentale
intercorsa tra la coniuge e la vittima, aggravata dalla dazione di denaro attuata dalla
predetta coniuge in favore di N.
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La circostanza è stata, infatti, ampiamente illustrata dall’imputato e trova conferma
nelle dichiarazioni della coniuge e soprattutto dei testimoni escussi dalla difesa, sulla cui
credibilità non vi è motivo di dubitare.
Può anche ritenersi credibile che l’imputato desiderasse, invero con un’intensità
tale da raggiungere livelli ossessivi, evirare N., così da “chiudere il cerchio” e ristabilire
quella sorta di “equilibrio naturale”, che nella sua distorta percezione aveva ritenuto
inaccettabilmente turbato dalla condotta della vittima e soprattutto dalla successiva
(asserita) indifferenza mostrata.
La moderna scienza penalistica insegna, tuttavia, che il desiderare, il volere un
determinato risultato non esclude per ciò solo l’esistenza del dolo concernente un diverso,
più grave evento prodotto dalla condotta dell’agente.
Invero, proprio in tema di omicidio la Suprema Corte ha specificato che il criterio
distintivo tra omicidio volontario e omicidio preterintenzionale consiste nell’elemento
psicologico, nel senso che nell’ipotesi della preterintenzione la volontà dell’agente è diretta
a percuotere o a ferire la vittima con esclusione assoluta di ogni previsione dell’evento
morte, mentre nell’omicidio volontario la volontà dell’agente è quella di uccidere la
vittima. Tale volontà deve ritenersi sussistente non soltanto quando l’agente abbia agito
con l’intenzione di uccidere, ma anche quando egli si è rappresentato l’evento morte come
conseguenza altamente probabile della sua condotta che, ciò nonostante, ha posto in essere
(Cass. Pen., Sez. I, 03.03.1994, Mandarino; Cass. Pen., Sez. I, 14.12.1992, Di Grande;
Cass. Pen., Sez. V, 28.05.1990, Moschetti).
La domanda che, dunque, occorre porsi nel caso di specie è se la morte
dell’aggredito possa ritenersi come evento non voluto dall’imputato neppure nella forma
eventuale ed indiretta della previsione del rischio. Ed a tali fini occorre avere come
parametro di riferimento la risolutiva statuizione delle Sezioni Unite della Cassazione
(Cass. Pen., Sez. Un., 14.02.1996, n. 3571 Mele), secondo cui “sussiste il dolo eventuale
quando l’agente, ponendo in essere una condotta diretta ad altri scopi, si rappresenta la
concreta possibilità del verificarsi di ulteriori conseguenze della propria azione e,
nonostante ciò, agisce accettando il rischio di cagionarle; quando invece l’ulteriore
accadimento si presenta all’agente come probabile, non si può ritenere che egli, agendo, si
sia limitato ad accettare il rischio dell’evento, bensì che, accettando l’evento, lo abbia
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voluto, sicché in tale ipotesi l’elemento psicologico si configura nella forma di dolo diretto
e non in quella di dolo eventuale”.
Non può, peraltro, trovarsi una risposta alla sopra indicata domanda nelle
dichiarazioni rese dai testimoni escussi dalla difesa. Questi ultimi hanno, infatti, riferito
sull’esteriorizzato desiderio dell’imputato di evirare la vittima, ma non hanno aggiunto
alcun particolare che consenta di gettare luce su quanto si sia rappresentato l’imputato nel
proprio intimo.
Né può ritenersi decisivo, di per sé solamente, quanto sostenuto dall’imputato, che
è pur sempre soggetto inevitabilmente orientato, anche inconsciamente, all’autodifesa e,
nel caso di specie, disperatamente proteso ad offrire alla collettività ed alla famiglia della
vittima una giustificazione razionale al proprio gesto.
In definitiva, per accertare l’elemento psicologico, soprattutto in ipotesi di evento
omicidiario, l’individuazione del processo volitivo, normalmente del tutto intimo, e della
direzione della volontà che ne costituisce il risultato, non può essere effettuata attraverso la
normale indagine probatoria, e cioè un accertamento dall’esterno che prescinda dagli
elementi di natura oggettiva concernenti la materialità dell’azione, quali, soprattutto se
trattasi di morte provocata con arma da fuoco, la parte del corpo attinta e comunque presa
di mira, il numero dei colpi sparati, la micidialità dell’arma; l’utilizzazione di tali elementi,
estrinseci all’azione criminosa, non esclude, però, quella concomitante e sussidiaria, di altri
elementi come la causale dell’azione stessa, i rapporti antecedenti tra l’autore della
condotta lesiva e la vittima, il comportamento antecedente ovvero contemporaneo dei
protagonisti in modo che la valutazione della correlazione tra tali elementi e quelli
concernenti la materialità dell’azione possa fornire al giudice la dimostrazione esauriente
della sussistenza della voluntas necandi ovvero della sua esclusione (così Cass. Pen.,
19.10.1987, Battaglino). E d’altra parte, nel caso in cui il fatto sia commesso con arma da
sparo, la volontà omicida non deve necessariamente manifestarsi con l’esplosione di tutti i
colpi di cui l’agente e l’arma siano dotati, quando sia accertato che il colpo sparato sarebbe
stato sufficiente e determinare la morte, se non fossero intervenuti fatti indipendenti dalla
volontà dello stesso agente (così Cass. Pen., 28.04.1989, Filippi).
Ciò premesso, ai sopra indicati fini valutativi non può prescindersi dalle risultanze
tecnico-balistiche e medico-legali in atti.
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In sostanza, si è trattato di tre colpi esplosi a distanza ravvicinata, con arma
certamente di elevata potenzialità offensiva, che hanno prodotto gravi ferite (notevole, in
particolare, quella alla regione inguinale sinistra con foro d’uscita addirittura di cm 8,0!) in
sedi delicatissime (come notoriamente sono le regioni inguinale e perineale), tali da portare
in brevissimo tempo (meno di 30 minuti) all’evento morte.
Il complesso delle sopra esposte univoche circostanze, rende in primo luogo
insostenibile affermare che G., che pure mai aveva detenuto armi, potesse in qualche modo
essere ignaro della micidialità di più colpi di fucile da caccia calibro 12 a pallini sparati da
distanza ravvicinata in zona inguinale-perineale. Le medesime circostanze, inoltre, anche
tenuto conto del rancore indubbiamente conseguente all’attribuzione alla vittima, da parte
di G., della sostanziale distruzione della propria famiglia, consente, pacificamente, di
ritenere che l’imputato, ossessionato dal desiderio (ormai giunto a livelli parossistici anche
a fronte della ritenuta indifferenza della vittima) di far soffrire quest’ultima, così come lui
e la sua famiglia avevano sofferto, abbia verosimilmente agito con l’intento primario di
distruggere le facoltà riproduttive di N., accettando comunque pienamente l’elevatissimo
(quindi probabile) rischio della morte del medesimo, pur di ottenere il risultato prefissato.
Consegue, secondo l’insegnamento della già citata Cass. Pen., S.U., n. 3571/1996,
la prova del dolo diretto di G.
Le circostanze del reato:
Si reputa, in primo luogo, sussistente la contestata aggravante della premeditazione
(compatibile con l’accertato dolo diretto), intesa come particolare intensità del dolo,
ovvero soluzione criminosa, che permane ferma nell’animo dell’agente per un apprezzabile
periodo di tempo e fino alla commissione del reato (ex multis Cass. Pen., Sez. I., n.
2586/1997).
Invero, la meditata preparazione e realizzazione del gesto, mediante il
conseguimento della licenza di caccia, l’acquisto del fucile, l’attesa (non solo sul luogo del
delitto, ma anche, in precedenza, di un contatto da parte della vittima) e la successiva
risoluta esecuzione del proposito criminoso costituiscono elementi sintomatici del tutto
sufficienti per ritenere integrata l’indicata circostanza.
Evidente anche l’aggravante del nesso teleologico contestato con riferimento al
delitto di cui al capo B), in quanto, per ammissione dello stesso imputato, l’arma è stata
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acquistata (e portata in luogo pubblico) al solo scopo di commettere il delitto di cui al capo
A).
Quanto alle circostanze attenuanti (oggetto anche di specifiche richieste dalla
difesa), può osservarsi quanto segue.
Non sussiste la circostanza attenuante di cui all’art. 62 n. 6 c.p., non solo perché la
pur manifestata volontà dell’imputato di devolvere parte del proprio stipendio, anche in
permanenza, ai familiari della vittima non si traduce di per sé in un ristoro satisfattivo del
danno realizzato, ma soprattutto perché l’indicata circostanza solo in via eccezionale opera
dopo l’commissione del reato e trova fondamento nella minore capacità a delinquere del
colpevole, il quale, per ravvedimento, si adopera per eliderne le conseguenze che, pur
strettamente inerenti alla lesione o alla messa in pericolo del bene tutelato dalla norma
incriminatrice, sono d’altra parte estranee all’esecuzione ed alla consumazione del reato
stesso.
Ne consegue l’inapplicabilità a reati in cui il danno penale sia per sua natura
irreversibile e non eliminabile neppure in parte dall’opera del colpevole e, in particolare, al
delitto di omicidio, in quanto reato di danno il cui evento consiste nella distruzione del
bene giuridico protetto, non più suscettibile di eliminazione o attenuazione successiva da
parte del colpevole (ex multis, Cass. Pen., Sez. I, n. 1285/1996.
Non sussiste, altresì, l’attenuante della provocazione.
Ovvero, per quanto possa ritenersi che lo stato d’ira possa permanere per un certo
lasso di tempo, non può ragionevolmente sostenersi che detto stato alterato possa essersi
protratto per circa un anno, dopo la conoscenza della relazione extra-matrimoniale della
coniuge, non risultando essere avvenuti, nelle more, particolari fatti tali da giustificare
un’improvvisa ‘esplosione’ in esito ad un’accumulazione conseguente a continuativa
esposizione a stimoli psichici (arg. ex Cass. Pen., Sez. I, n. 6285/1999).
Pare ritenersi sussistente l’attenuante di cui all’art. 62 bis c.p.
Invero, non vi è dubbio che la distruzione dell’armonia familiare, seppure
nell’ambito di un rapporto già in crisi, nonché l’ulteriore colpo subito in esito alla
conoscenza della dazione di denaro operata dalla moglie in favore della vittima (e la
mancata restituzione della somma) siano circostanze che non possano essere prese in
considerazione per valutare il comunque particolare stato d’animo dell’imputato.
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Apprezzabile appare anche l’intenzione (che si auspica si traduca nella realtà),
manifestata per iscritto, di destinare permanentemente parte del proprio stipendio ai
familiari della vittima.
La gravità del gesto compiuto, anche alla luce dei mezzi utilizzati, consente di
ritenere l’indicata attenuante solo equivalente rispetto alle contestate aggravanti della
premeditazione e del nesso teleologico.
La pena e gli accessori di legge:
Possono unificarsi i contestati reati sotto il vincolo della continuazione, risultando
evidente l’unicità del disegno criminoso, per avere l’imputato acquisito la licenza venatoria
ed acquistato il fucile proprio allo scopo di mettere in atto l’insano gesto.
Partendo dalla ritenuta equivalenza tra attenuanti generiche e contestate aggravanti
e ritenuto pacificamente più grave il delitto di cui al capo A), si reputa equo, valutate ai
sensi dell’art. 133 c.p., l’incensuratezza dell’imputato, la sostanziale collaborazione
offerta, la manifestata intenzione di devolvere parte del proprio stipendio ai familiari della
vittima, individuare come pena-base anni ventuno di reclusione.
Si reputa, quindi, equo operare un aumento ad anni ventitrè ex art. 81 c.p., tenuto
conto della micidialità dell’arma illegalmente portata in luogo pubblico.
La riduzione per la scelta del rito alternativo porta alla pena definitiva di anni
quindici e mesi quattro di reclusione.
All’accertata responsabilità penale di G. consegue la responsabilità civile del
medesimo in relazione ai danni patrimoniali e non patrimoniali sofferti da coniuge e figli
superstiti della vittima, da liquidarsi in separata sede civile, non sussistendo prove
sufficienti in atti per una loro completa quantificazione. Si reputa, tuttavia, equo liquidare,
tenuto anche conto del pacifico elevatissimo danno morale sofferto dai familiari medesimi,
a titolo di provvisionale, la somma di € 25.000,00 in favore di ciascuna delle costituite
parti civili e anticipate dallo Stato, liquidate nell’onorario come da dispositivo, oltre
accessori di legge e spese tassa parere di congruità del Consiglio dell’Ordine.
Va disposta ex art. 240 c.p. la confisca dell’arma e delle munizioni in sequestro.
Va, infine, disposto il dissequestro degli indumenti e dell’autovettura Ford Orion di
proprietà del G., con restituzione al medesimo, non permanendo particolari esigenze
probatorie.
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La complessità della vicenda richiede il termine di giorni novanta per il deposito
della motivazione.
P.Q.M.
Il giudice dott …;
letti gli artt. 438 e ss., 533, 535, 538, 539 e 541 c.p.p.;
DICHIARA
G. colpevole dei reati a lui ascritti e, concesse le attenuanti generiche equivalenti
rispetto alle contestate aggravanti, unificati i contestati reati sotto il vincolo della
continuazione e applicata la diminuente prevista per il rito, lo condanna alla pena di anni
quindici e mesi quattro di reclusione, nonché al pagamento delle spese processuali.
Condanna, altresì, G. al risarcimento dei danni nei confronti delle costituite parti
civili, da liquidarsi in separata sede, nonché al pagamento di una provvisionale di €
25.000,00 in favore di ciascuna delle suddette parti.
Condanna, infine, G. al pagamento delle spese processuali sostenute dalle costituite
parti civili, che liquida in complessivi € 2.600,00.
Dispone la confisca delle armi e munizioni in sequestro e la loro trasmissione alla
competente Direzione di Artiglieria.
Dispone il dissequestro degli indumenti di proprietà di G. e la restituzione degli
stessi al medesimo.
Dispone, altresì, il dissequestro dell’autovettura Ford Orion e la sua restituzione a
G.
Assegna giorni 90 per il deposito della motivazione.
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CAPITOLO III
L’ANALISI CRIMINOLOGICA
§1) INTRODUZIONE
Prima di analizzare il caso suesposto, appare opportuno svolgere alcune
considerazioni preliminari, relative all’integrazione (in campo criminologico) di due
diversi approcci, la quale è di notevole valore euristico nell’indagine criminogenetica e
criminodinamica.
Fin dalle sue origini, la criminologia si è andata sviluppando secondo due filoni:
quello sociologico e quello antropologico (di matrice lombrosiana). Questi due indirizzi si
sono
affiancati
a
lungo,
spesso
proponendosi
in
una
visione
contrapposta,
nell’interpretazione dei fatti criminosi.
Per l’approccio sociologico, lo scopo principale della criminologia sarebbe dovuto
essere quello di spiegare la delinquenza ricercandone le cause nella società stessa; per il
filone antropologico, invece, sarebbe dovuto essere ricercare cosa vi fosse di anormale o di
diverso nei delinquenti, che favorisce o determina il loro divenire criminali. La
semplicistica attribuzione delle responsabilità del delinquere alla società, così come,
all’opposto, alle anomalie del singolo soggetto, comporta che in ogni caso nessuno abbia
né merito né demerito per le proprie azioni, e impedisce che la collettività possa chiedere a
ciascuno di render conto della propria condotta.
Solo, dunque, una visione integrata che tenga conto sia dei fattori sociali, sia,
contestualmente, del diverso modo di rispondere ai fattori ambientali sfavorevoli e di
effettuare le proprie scelte, può consentire una valutazione serena della condotta
criminologia e suggerire quegli interventi sociali ed individuali idonei a contenere il suo
continuo incremento.
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§2) TEORIE SOCIOLOGICHE E CRIMINALITÀ
Meritano di essere menzionate, in questo lavoro, alcune teorie sociocriminologiche, le quali forniscono un sinergico aiuto, insieme a quelle psicologiche (che
esamineremo tra poco) per comprendere la genesi e le cause del comportamento delittuoso
di G.: le teorie della disorganizzazione sociale, nate nell’ambito della Scuola di Chicago; le
teorie dello struttural-funzionalismo e della devianza; le teorie multifattoriali, nate
nell’ambito della ‘criminologia del consenso’.
Le teorie della disorganizzazione sociale rappresentano il frutto di molteplici studi
sociologici che hanno posto l’accento sulle profonde trasformazioni che la sempre
maggiore industrializzazione ha indotto nella struttura della società, nella prima metà del
nostro secolo.
I fenomeni provocati da tali trasformazioni (urbanizzazione, crisi della vecchia
struttura patriarcale, crisi della famiglia) sono tutti fattori che hanno determinato la rottura
di molteplici equilibri sui quali si fondavano i precedenti valori normativi e l’etica sociale.
In questo clima, anche l’individuo, come singolo, diventa ‘disorganizzato’ nella sua
condotta (Sutherland, 1934; Johnson, 1960).
Le teorie dello struttural-funzionalismo pongono, invece, l’attenzione sul concetto
di devianza.
Premesso che per ‘struttura’ s’intendono tutti i rapporti esistenti fra le persone
all’interno di una data società, i soggetti, che agiscono nella società quali ‘attori sociali’
regolano il comportamento fra le persone e i gruppi in funzione di un complesso sistema di
norme che vengono, consapevolmente o inconsciamente, fatte proprie da ciascuno. Il
comportamento sociale, in funzione dell’osservanza o della non-osservanza delle norme, si
viene pertanto a collocare fra le due opposte alternative della conformità e della devianza,
la quale ricomprende sia le condotte che violano le norme penali (cioè i delitti) sia quelle
contrarie alle semplici regole sociali generalmente accettate. Vi è, però, devianza solo
quando la violazione è frutto di una precisa scelta e non è accidentale, e solo quando la
violazione avviene nei confronti di una norma verso la quale l’attore è orientato.
Dall’ambito della ‘criminologia del consenso’, in una prospettiva di criminologia
pragmatistica, che ha spostato l’accento dalla ricerca di cause o di fattori favorevoli
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individuali e sociali, a quello degli interventi operativi, traggono origine le teorie
multifattoriali, che ebbero come obiettivo quello di integrare la conoscenza di fattori
criminogenetici ambientali con quelli individuali.
Certamente la più importante (in ambito criminologico) fra quelle summenzionate è
la teoria dei contenitori di Reckless.
Essa mira, in generale, a spiegare il comportamento sociale identificando quei
fattori che favoriscono il contenimento della condotta nell’ambito della legalità; viceversa,
la carenza di questi fattori di contenimento costituisce elemento significativo nel favorire la
scelta criminale.
Reckless distinse:
a)
Contenitori interni – rappresentati da quegli aspetti della struttura psicologica
più significativi per favorire l’integrazione sociale. Essi consistono in: buon autocontrollo,
buon concetto di sé, forza di volontà, buon sviluppo delle istanze etiche.
b)
Contenitori
esterni
–
rappresentati
dall’insieme
delle
caratteristiche
dell’ambiente nel quale il singolo soggetto si trova a vivere. I contenitori esterni
rappresentano i freni strutturali che, operanti nell’immediato contesto sociale di una
persona, o agenti in senso più lato nella società, gli permettono di non oltrepassare i limiti
normativi. Detti contenitori sono rappresentati da fattori molteplici: da un ragionevole
insieme di aspettative di successo sociale, nel senso che quanto maggiori sono le
prospettive di successo legate al ceto, alle relazioni, alle qualificazioni professionali, tanto
più agevole sarà mantenersi nella conformità e non usare mezzi illegittimi per affermarsi;
l’opportunità di incontrare consensi nel proprio ambiente, il disporre di figure capaci di
offrire coerenti modelli di identificazione ed una salda guida di condotta morale. Si rende,
dunque, necessario considerare contemporaneamente l’integrazione e la correlazione tra le
variabili psicologiche e quelle ambientali. Esiste, cioè, tutto un complesso sistema di
correlazione fra i vari contenitori che consente di comprendere come l’accentuata carenza
di taluni di essi renda proporzionalmente meno rilevante la mancanza degli altri: in genere,
quanto più difettano i contenitori esterni, tanto minore importanza nel condurre alla
criminalità viene ad assumere la carenza di contenitori interni e viceversa.
In relazione al caso esaminato è palese come le teorie sociologiche, appena
menzionate, siano di notevole ausilio per comprendere la genesi del crimine commesso da
G. Infatti, da tutti gli atti di causa contenenti dichiarazioni dell’ormai condannato
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carnefice, emerge che lo stesso sia in pieno conflitto con se stesso, ma anche con una
società, la quale non rappresenta le istanze e i valori su cui egli stesso aveva improntato la
propria esistenza, con la quale ormai, tramite la lacerante esperienza del tradimento della
moglie, non ha più niente in comune.
Paradigmatiche sono, a riguardo, alcune frasi pronunciate da G., relative alla sua
visione del Mondo e della società: “Ero e sono una persona sensibile, emotiva e di normali
capacità. Non mi sono mai sentito completamente immerso, compenetrato, amalgamato
con la realtà del mondo o, per dire meglio, con la rappresentazione che gli uomini ne
fanno.
Questo sentire è stato ed è alla base del mio vivere e della mia fragilità.
Consapevole di questo ho elaborato, in una certa misura istintivamente, una strategia di
vita che si può definire ‘defilata’. Non era mia intenzione consumare la vita in sterili
confronti-scontri con gli altri e li ho rifuggiti, anche per l’alto costo emotivo che avevano.
Ho cercato invece il confronto con persone di valore che mi aiutassero a crescere, e non
sono mancate.
La consapevolezza dei miei limiti è servita ad accettarli, a non farmene un
problema. Mi è sempre pesata la mediocrità e la povertà d’animo; i miei nemici mortali
sono stati e sono l’insensibilità e la stupidità. Non ho mai seguito passivamente modelli di
vita preconfezionati da accettare in toto: religioni, ideologie, filosofie, mentalità correnti
etc…ed ho ricercato una mia via vita. Non ricerca esasperata di una formula originale,
come le mie scelte testimoniano: famiglia, figli, lavoro”.
Dalle dichiarazioni appena ricordate e dalle altre riportate precedentemente,
scaturisce un’ulteriore riflessione, dal punto di vista sociologico: la chiara e triste
prospettiva di vita futura di G., derivante anche da un certo complesso d’inferiorità (celato
da un’attenta descrizione del proprio carattere e da una razionalizzazione del reato
commesso); la sua sensazione di inadeguatezza a ricoprire il ruolo di padre-marito,
accompagnata dall’ormai irrecuperabile contesto familiare, anche a causa di una donna che
non vede più come madre-moglie.
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§3) CONTESTO FAMILIARE E CRIMINALITÀ
La ricerca criminologica classica si è ampiamente occupata dei rapporti esistenti tra
ambiente familiare e delinquenza, specie per ciò che riguarda il vasto campo della devianza
giovanile9.
Il ruolo dell’istituzione familiare è stato preso in considerazione sia da criminologi
ad orientamento sociologico, che hanno soprattutto studiato la famiglia (societas vitae)
come luogo di mediazione tra l’individuo e la società, sia da criminologi ad orientamento
psicologico, che hanno analizzato i complessi rapporti affettivi che si realizzano tra i
diversi membri del nucleo familiare.
Molti studiosi hanno analizzato i differenti processi mediante i quali la famiglia può
condizionare il comportamento deviante dei figli, attraverso inadeguati o particolari
processi di socializzazione o pratiche educative poco appropriate.
Numerosi fenomeni legati a particolari contesti familiari, quali ad esempio quello
del ‘contagio criminale’ e della funzione di contenimento della famiglia rispetto ad un
ambiente criminogeno, sono stati affrontati dalla criminologia classica e sono stati
esaminati nell’ambito di ampi studi, di tipo clinico-statistico (Glueck, 1950; McCord,
1969; West, 1982).
Attualmente, la ricerca socio-criminologica sulla famiglia si confronta soprattutto
con problematiche relative al cambiamento sociale, in quanto le principali ipotesi da
verificare riguardano il ruolo delle nuove strutture familiari, i processi di socializzazione
dei figli in rapporto ai cambiamenti delle abitudini di vita, l’influenza della nuova
condizione femminile, i rapporti tra la delinquenza giovanile e le nuove forme di
aggregazione degli adolescenti.
L’importanza della famiglia per lo studio dei fattori che pongono l’individuo ‘a
rischio’di evoluzione in senso delinquenziale è stata messa in rilievo anche da studiosi ad
orientamento psicologico che, in questa prospettiva, hanno condotto ricerche per
evidenziare situazioni familiari e sociali che possano condurre ad uno sviluppo di
9
T.Bandini-U.Gatti-B.Gualco-D.Malfatti-M.I.Marugo-A.Verde, Criminologia. Il contributo della ricerca
alla conoscenza del crimine e della reazione sociale, 2003, II ediz., vol.I, pagg. 141 e ss.
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personalità non armonico ed al sorgere di conflitti psicologici, problemi emotivi, disturbi
affettivi, ritenuti in qualche modo collegabili con il comportamento delinquenziale.
Le trasformazioni della struttura familiare:
Negli anni recenti l’istituzione familiare è stata interessata da notevoli
trasformazioni, legate a più generali mutamenti di ordine economico, culturale e sociale.
Secondo ben note analisi sociologiche, la razionalizzazione dei modelli produttivi,
l’affermarsi della grande industria e l’evoluzione in senso moderno dell’agricoltura hanno
trasformato il nucleo familiare da unità di produzione a unità di consumo o di fruizione del
tempo libero. Ciò ha condotto ad una caduta della tradizionale autorità patriarcale ed
all’attivazione di nuovi processi di negoziazione e di possibile conflitto tra i diversi
membri della famiglia.
In una ricerca sulla condizione familiare nei Paesi dell’Europa Occidentale,
eseguita per conto del Consiglio d’Europa, Roussel e Festy (1979) hanno rilevato la
contemporanea presenza di una svalorizzazione progressiva dell’aspetto istituzionale del
matrimonio e di una valorizzazione delle sue finalità affettive. Le relazioni tra i sessi
tendono sempre più ad assumere rilevanza soltanto nella vita privata, e la famiglia, come
afferma Bessone (1977) tende a divenire unicamente il ‘luogo degli affetti’, e come tale
pare particolarmente esposta al rischio di una disgregazione.
Roussel e Festy (1979) individuano un modello di sviluppo della famiglia che
prevede, nelle sue fasi più avanzate, tutta una serie di fenomeni, quali “la più grande
permissività nei confronti della sessualità pre-matrimoniale, lo sviluppo del controllo delle
nascite, la relativa emancipazione della donna, l’inversione della tendenza ad una
diminuzione progressiva dell’età del matrimonio, il forte calo della fecondità, ed infine
l’aumento improvviso del numero dei divorzi”.10
10
Queste trasformazioni della famiglia si sono realizzate con ritmi differenti nei vari Paesi, ma riguardano in
misura maggiore o minore la maggior parte dei Paesi industrializzati, ivi compresa l’Italia.
Secondo le più recenti rilevazioni (Zanatta, 1997), nel nostro Paese i fenomeni demografici più importanti
riguardano: il calo e il ritardo dei matrimoni, l’aumento delle convivenze, le famiglie di fatto e le unioni
libere, l’aumento delle separazioni e dei divorzi, l’aumento delle famiglie con un solo genitore, l’aumento
delle famiglie ricostituite, in cui almeno uno o entrambi i coniugi provengono da una precedente unione,
l’aumento delle famiglie unipersonali, il calo complessivo delle nascite, l’aumento delle nascite al di fuori del
matrimonio.
In realtà, proprio in considerazione della diffusione che hanno assunto tali cambiamenti della struttura
familiare, i sociologi preferiscono parlare di ‘famiglie’ piuttosto che di ‘famiglia’, riferendosi con ciò anche
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Un’evoluzione di questo tipo comporta la sempre maggiore diffusione di ‘famiglie
di fatto’ accanto a famiglie legalmente sancite, con il conseguente sorgere di tutta una serie
di problemi relativi alla disciplina di tali unioni ed al destino dei minori nati in tale ambito.
Queste trasformazioni dell’istituzione familiare sono oggetto d’interesse anche da
parte dei criminologi, che si interrogano sulle connessioni tra i nuovi modelli di
organizzazione familiare e la delinquenza.
Nello studio del rapporto tra famiglia e delinquenza viene dato particolare rilievo
alla distinzione tra fattori strutturali, che riguardano la sistemazione ed il ruolo dei singoli
membri all’interno della famiglia e nella comunità, e fattori funzionali, che si riferiscono
invece alle interazioni ed alle relazioni tra i membri della stessa (Wells e Rankin, 1991;
Junger-Tas, 1993).
Nel caso di specie, emerge chiaramente come abbia influito sul crimine commesso
da G. la sua concezione della famiglia: nucleo fondante della società, originato dall’unione
di due persone che, liberamente, decidono di fare un percorso comune, unendosi in
matrimonio. Risulta palese che G. provenga da una tradizionale famiglia patriarcale (del
Sud-Italia), dalla quale ha ricevuto un’educazione improntata su alcuni valori, in parte non
più sentiti e vissuti come un tempo. E’ manifestata chiaramente l’idea ferma di
‘famiglia=valore’, nella sua portata più ampia: da una parte, nucleo di importanti valori
condivisi dai suoi componenti, legati dal più stretto e sincero vincolo affettivo; dall’altra,
insieme di valori che gli stessi membri sono tenuti ad ‘esportare’ nella società, tramite un
meccanismo di ‘inter-scambio’ e ‘simbiotica-proiezione’, tale per cui il singolo
componente della famiglia si sente in continua ed armonica integrazione, sia con il ristretto
gruppo, col quale condivide appieno una serie di valori, sia con la società, organismo che
rafforza il significato di quegli stessi valori , i quali sono percepiti come condivisi da un
gruppo molto più ampio e complesso nella sua organizzazione (famiglia=istituzione).
A tal punto, ricordiamo le dichiarazioni fatte da G. in sede di interrogatorio
formale: “ho sempre considerato il legame affettivo e coniugale come la manifestazione di
due individui che liberamente si scelgono. L’immagine che mi viene in mente è quella di
due persone che tendono il braccio (volontà) l’uno verso l’altro fino a prendersi per mano
per procedere insieme nella stessa direzione, uno a fianco dell’altro”.
alla considerazione che una persona può trovarsi, nel corso della propria vita, a vivere una molteplicità di
esperienze familiari diverse (Zanatta, 1997).
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E, ancora, sull’importanza del vincolo coniugale:
“Non penso che il matrimonio debba essere la tomba delle aspettative, delle
aspirazioni al meglio, ma sicuramente costituire un valore di riferimento con cui valutare
quanto nella vita si incontrerà”
Dalle dichiarazioni di G. ed anche dalla comunicazione epistolare avuta coi
familiari di N., emerge l’assoluta importanza attribuita a valori quali la fedeltà e la lealtà,
da vivere all’interno del nucleo familiare, sereni del fatto che siano condivisi da tutti i suoi
membri. Da qui la grandissima delusione per la scoperta del tradimento della moglie, scelta
fra tante donne per fondare quel nucleo, fondamentale per la sua realizzazione di persona e
la sua stessa vita.
“Il quadro era completo: mia moglie, la persona nelle cui mani avevo messo il mio
cuore e la mia vita, con un atto di irresponsabile leggerezza, provocato e assecondato da
suo marito, aveva gettato via me, i suoi figli e tutto quanto avevamo costruito, per
NIENTE. Né mi era di conforto l’idea che tutto apparteneva all’umana debolezza. Di fatto
la mia vita era distrutta”.
Quindi, la disillusione e la ricerca di uno spiraglio tramite la separazione legale da
una donna fedifraga.
“A causa di quella relazione extra-coniugale, i rapporti tra me e mia moglie sono
cambiati ed io, che avevo basato la mia vita sulla famiglia, mi sono visto crollare il mondo
addosso e da allora ho iniziato a prendere in considerazione l’idea di separarmi da mia
moglie, come si è poi verificato, consensualmente (nel 2000, a novembre)”.
La tristezza per l’ulteriore aggravamento delle condizioni di salute mentale della
moglie (la quale non accetta l’idea di una separazione) sentite come un peso, ma anche
come l’ultimo stimolo a ricostituire un matrimonio ormai fallito ed una famiglia distrutta.
“…Mi ero imposto di riprovare per l’ultima volta a riformare una famiglia e
tornavo, quindi, ad abitare nella casa familiare, ma purtroppo ancora una volta mia
moglie non faceva nulla per aiutarmi in questo mio sforzo, volendo saltare a piè pari il
problema della sua relazione extra-coniugale”.
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§4) TEORIE PSICOLOGICHE E CRIMINALITÀ
Tenendo in considerazione il fondamentale apporto delle teorie sociologiche
sudelineate, per meglio interpretare i fenomeni criminosi (lo si ribadisce) è necessario
utilizzare un approccio integrato che miri ad evidenziare quali siano i fattori che rendono
ogni persona (e, a fortiori, l’autore di reato) un’entità unica ed irripetibile, così che
differiscono per ogni soggetto anche le risposte ai fattori criminogenetici insiti nella
società, fattori che rappresentano altrettanti componenti di vulnerabilità individuale nei
confronti delle scelte criminose11.
Vengono in ausilio, quindi, le teorie psicologiche che studiano la personalità
dell’individuo, l’influenzabilità della stessa (nei comportamenti) da parte del mondo
esterno, nonché le sue particolari connotazioni, le quali, in presenza di fatti-reati, devono
sempre essere tenute in considerazione per valutare sia l’entità del crimine commesso, sia
del reo.
Lo studio, poi, delle tossicodipendenze e delle malattie mentali, nei possibili
risvolti criminologici, è di competenza di quel ramo della criminologia che è formato dalla
psichiatria e dalla psicopatologia forense (c.d. criminologia clinica). Il maggior campo
applicativo di queste discipline riguarda la questione dell’imputabilità (sempre più da
considerarsi un ‘nodo gordiano’), a sua volta collegata alla valutazione della capacità
d’intendere e volere. Ma di questo ne parleremo più avanti, soffermandoci ora sulle teorie
psicologiche che qui interessano.
La psicodinamica della tendenza antisociale:
Gli studi psicoanalitici classici hanno tentato di interpretare i tratti nevrotici o i
disturbi caratteriali del delinquente attraverso l’esame in profondità di casi particolari
sottoposti a terapia analitica. Il delinquente per senso di colpa, come descritto da Freud nel
1916, l’impulso a confessare di Reik (1967), il super-io regressivo di Bonaparte (1966), la
criminalità come alternativa alla nevrosi di Rossi (1977), il concetto di delinquenza come
segno di speranza di Winnicott (1984), rappresentano interessanti ed illuminanti tentativi
di collegare determinati disturbi psichici con il reato.
La nozione di delinquente per senso di colpa è stata la più importante intuizione di
Freud nel campo della criminologia. Secondo Freud alcuni individui ricercano,
11
Canepa G., Personalità e delinquenza, Giuffrè, Milano, 1974.
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inconsciamente, attraverso il delitto, una punizione, come sollievo ad un intenso
sentimento di colpa che provano nel profondo e che deriva da un irrisolto conflitto edipico.
Il reato costituisce anche, secondo Freud, una razionalizzazione che nasconde, agli
occhi del criminale, la colpa edipica che egli inconsciamente si attribuisce e che è collegata
al desiderio di possedere la madre e distruggere il padre.
Questa interpretazione capovolge il normale ordine di causa ed effetto tra delitto e
colpa, in quanto presuppone che il sentimento di colpa non sia la conseguenza del reato,
come abitualmente si ritiene, ma esista precedentemente e ne costituisca addirittura la
causa.
E’ da notare, come sottolineato da Mannheim (1975), che in questi casi
“l’esecuzione del delitto può portare alla pena ed al sollievo psichico solo se il delitto è
scoperto. Ciò spiega perché così spesso tali delinquenti commettano i loro delitti in modo
da farli scoprire e perché essi mostrino così spesso un desiderio irresistibile di confessare, a
volte perfino mentendo”.
Queste acquisizioni sono state brillantemente approfondite da T. Reik, il quale ha
analizzato l’impulso a confessare, tipico di alcuni delinquenti, ed ha descritto i molti modi
indiretti coi quali il delinquente svela il proprio segreto (confessione inaspettata, oggetti
lasciati sulla scena del crimine, etc…).
L’interpretazione fornita da Reik di questi comportamenti concorda con quella di
Freud circa i delinquenti per senso di colpa. Come ricorda Trombi, “se si ritiene che una
persona afflitta da un intollerabile senso di colpa può commettere un crimine per poi
ricevere una punizione tranquillizzante, allora i fenomeni di inconscia coazione a
confessare costituiscono una conferma all’ipotesi di Freud, poiché – rendendo essi
materialmente possibile la cattura del criminale – si pongono oggettivamente al servizio
del bisogno inconscio di punizione presente nel criminale”.
Queste analisi ebbero una notevole diffusione, tanto che l’autopunizione divenne
uno dei concetti psicoanalitici più conosciuti.
Anche Adler, importante allievo di Freud che ha in seguito elaborato una teoria
autonoma, ha fornito interpretazioni utili alla comprensione della delinquenza, facilmente
collegabili a problematiche pedagogiche e sociali.
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Mentre la teoria di Freud considera la libido12 come la principale fonte dinamica
della vita psichica, quella di Adler considera fondamentali la volontà di potenza ed il
bisogno di autoaffermazione, che permettono all’individuo di superare i sentimenti
d’inferiorità che gli derivano da fattori individuali o da fattori ambientali. In alcuni casi il
sentimento d’inferiorità, che in una certa misura è presente in tutti gli uomini, si aggrava, si
cristallizza e determina un complesso d’inferiorità con la messa in atto di meccanismi
reattivi e compensatori.
Questi contributi sono stati utilizzati anche nel campo della criminologia. Come
afferma Mannheim, è stato rilevato che “un complesso d’inferiorità può indurre a
commettere un delitto, poiché questo è il modo migliore per attrarre su di sé l’attenzione,
per diventare il centro dell’interesse e compensare, perciò, la propria inferiorità. Per molti
individui questa può essere l’unica occasione per essere alla ribalta dell’attenzione
pubblica, cosa che essi desiderano ardentemente per sostenere la stima in se stessi”.
Un importante contributo all’interpretazione psicoanalitica del delitto e del diritto
penale è stato fornito da Alexander e Staub, psicoanalista il primo e giurista il secondo, i
quali hanno affrontato in modo sistematico molti problemi ritenuti fondamentali in
criminologia, quali la diagnosi della delinquenza, la criminogenesi e la classificazione dei
delinquenti.
Gli esimi studiosi affermano che per comprendere il delinquente è necessaria
un’indagine psicologica e che tale indagine deve essere compiuta attraverso lo strumento
psicoanalitico, il solo che permetta di cogliere quella parte della personalità che è inconscia
e che può avere un peso determinante nella genesi del reato.
Anche al fine di valutare la responsabilità del delinquente, questi autori
costruiscono una diagnosi che si basi sul grado di partecipazione dell’Io al delitto, in
quanto essi ritengono che tra l’antisocialità come forza tendenziale e l’antisocialità che si
traduce in azione delittuosa esistono tappe intermedie, che vanno dalla criminalità di
fantasia (sogno, reverie, etc.) ai delitti colposi, ai delitti coatti, alla condotta impulsiva del
delinquente nevrotico, ai delitti affettivi ed occasionali dell’uomo normale, ai delitti
sgombri di conflitti del delinquente normale.
12
“Termine psicoanalitico, che significa l’espressione dinamica dell’istinto sessuale, concepito come
un’energia” (Dalla Volta, 1974).
91
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Alexander e Staub hanno elaborato, inoltre, una classificazione che suddivide i
delinquenti in accidentali e cronici, distinguendo tra questi ultimi i criminali organici,
nevrotici e normali, per ognuno dei quali gli autori propongono un diverso tipo di
trattamento.
Alexander e Staub attribuiscono una notevole importanza, nella genesi del delitto,
alla formazione del Super-io, ritenendo che nel delinquente si possa spesso riscontrare una
carenza o incompletezza di questa istanza psichica, ovvero un vero e proprio ‘Super-io
criminale’. La debolezza del Super-io fa sì che le tendenze antisociali dell’Es si possano
più facilmente esprimere, perché non adeguatamente controllate, mentre la presenza di un
‘Super-io criminale’ è tipica di soggetti appartenenti a gruppi devianti, in cui vige una
morale impregnata di valori delinquenziali, alternativi a quelli della morale corrente.
Negli ultimi anni, in campo psicoanalitico, si è fatto un sempre maggior uso del
concetto di ‘narcisismo’, allo scopo di inquadrare una serie di disturbi di non facile
definizione e difficile schematizzazione all’interno della nosografia tradizionale.
Attraverso lo studio del narcisismo si è cercato di comprendere sia il
comportamento di chi, allo scopo di innalzare la sua fragile autostima, commette atti
antisociali al fine di ottenere l’ammirazione altrui, sia il più grave verificarsi di
comportamenti violenti legati ad un disprezzo degli altri talmente profondo da far ritenere
irrilevante l’esistenza stessa della vittima.
I disturbi narcisistici si manifestano quando, per l’assenza completa o per la carenza
qualitativa dell’empatia materna o paterna, le strutture primitive non si evolvono
integrandosi nella personalità, all’interno del sé, e quindi non si sviluppano il senso di
autostima e la sicurezza di sé (derivanti dal sé grandioso), la forma matura di ammirazione
per gli altri e la capacità di entusiasmarsi (derivanti dall’imago parentale idealizzata).
Secondo Kohut i disturbi narcisistici del comportamento sono espressione di
richieste più intense, urgenti e primitive, da parte del sé malato, rispetto ai disturbi
narcisistici della personalità: nei primi non appare ancora stabilizzata la distinzione fra la
fantasia e la realtà.
Si tratta, quindi, di un disturbo di mentalizzazione, che si esprime attraverso “una
diminuzione della differenziazione tra sé e non sé, e quindi… una minore differenziazione
tra impulso, pensiero ed azione. In altre parole, quella che ad un esame superficiale sembra
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un’azione alloplastica, in realtà non è azione, ma l’attività autoplastica di una fase di
sviluppo psicologico in cui il mondo è ancora investito di libido narcisistica”.13
Vanno considerati, inoltre, anche gli aspetti distintivi che caratterizzano queste
strutture di personalità dal punto di vista sintomatologico. In questi soggetti, che dipendono
dall’approvazione altrui, in cui, cioè, la fonte dell’autostima è esterna (cosa che sembra
corrispondere all’assenza dello sviluppo di un ideale dell’Io saldamente integrato nel
Super-Io ed alla predominanza dell’istanza più primitiva dell’Io-ideale o del Ségrandioso), non si sviluppano i sentimenti di colpa, ma piuttosto i sentimenti di vergogna,
inadeguatezza, inferiorità.
§5) PSICHIATRIA E PSICODIAGNOSTICA FORENSE
La scienza criminologica tradizionale ha cercato di tracciare un parallelismo tra
disturbo psichico e criminalità. E’ stato da molti sostenuto che il reato deve essere
considerato come l’espressione sintomatica di una malattia mentale o come diretta
conseguenza di un abuso di alcool o droghe; altri hanno dichiarato che il disturbo psichico
molto spesso determina comportamenti aggressivi e contrari alle norme. La pericolosità del
malato di mente è stata addirittura ratificata da norme di legge ed i trattati di criminologia
clinica hanno dedicato interi capitoli alla classificazione psichiatrica dei delinquenti.
In contrasto con queste radicate convinzioni, accurate indagini cliniche ed ampie
ricerche di tipo epidemiologico e statistico hanno accertato che la maggior parte dei
delinquenti non presenta disturbi psichici di rilievo e che i malati di mente non
commettono reati in misura superiore ai non-malati di mente (Monahan, 1981).
E’ da segnalare, peraltro, come afferma Quay (1983), che le ricerche sulle possibili
relazioni causali tra malattia mentale e crimine sono molto complesse, sia per le difficoltà
connesse con la definizione e la diagnosi di malattia mentale, sia per i problemi legati
all’accertamento della reale criminalità dei singoli soggetti.
13
Si verifica, cioè, l’apparente paradosso per cui un’azione, un comportamento nei confronti del mondo
esterno, appartiene in realtà alla sfera psicologica del paziente, in una fase del suo sviluppo in cui egli non è
ancora in grado di differenziare tra Sé e non Sé, fra soggetto ed oggetto, fra mondo esterno e mondo interno,
fra pensiero come attività autoplastica e azione come attività alloplastica. Le azioni autoplastiche nei
confronti degli oggetti esterni, investiti di libido narcisistica – e quindi appartenenti alla sfera del Sé (ogettisé) – rappresentano così antecedenti del processo di elaborazione fantasmatica esterna.
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Sin dagli albori della scienza criminologia i ricercatori hanno cercato di
comprendere il ruolo della malattia mentale nella realizzazione del comportamento
criminale ed hanno condotto numerose ricerche sull’argomento, utilizzando metodi
diversificativi d’indagine, quali lo studio delle correlazioni statistiche di tipo
epidemiologico, le ricerche sulla delinquenza dei dimessi da istituzioni psichiatriche o
quelle sull’incidenza della malattia mentale tra i carcerati e, più recentemente, gli studi
sulle carriere criminali o gli studi di coorte.
Come è possibile osservare dall’esame della vasta letteratura sull’argomento, le
ricerche concernenti il rapporto tra disturbo psichico e criminalità sono giunte a risultati
contraddittori sia per ciò che riguarda l’esistenza stessa di una relazione tra i due fenomeni
considerati complessivamente, sia per quanto concerne le singole psicopatologie
maggiormente connesse alla delinquenza, ovvero al compimento di specifici reati, come
quelli violenti14.
Tali discordanze sono riconducibili ad una serie di fattori, soprattutto di ordine
metodologico, che rendono particolarmente difficile anche solo il confronto dei risultati
ottenuti nelle ricerche realizzate.
Il primo fattore riguarda la stessa definizione di ‘disturbo psichico’ o ‘disturbo
mentale’, nonché l’esistenza di una molteplicità di tassonomie psichiatriche utilizzate
prima dall’introduzione del DSM, che ha classificato tutti i disturbi mentali sulla base di un
insieme di criteri oggettivi e che attualmente rappresenta il più diffuso strumento
diagnostico utilizzato in ambito clinico.
Per ciò che concerne le diverse categorie di disturbo mentale prese in esame dai
ricercatori, è stato dimostrato che la presenza di persone con diagnosi di abuso di sostanze,
all’interno dei campioni esaminati nei singoli studi, ha spesso contribuito a sovrastimare
l’incidenza della criminalità tra i soggetti con disturbo psichico, poiché tali individui
possono risultare maggiormente coinvolti in attività delinquenziali, anche in modo
indiretto.
Un secondo fattore riguarda la scelta del campione da studiare e della popolazione
alla quale comparare l’oggetto di studio. Al riguardo sono state descritte essenzialmente
14
T.Bandini-U.Gatti-B.Gualco-D.Malfatti-M.I.Marugo-A.Verde, Criminologia. Il contributo della ricerca
alla conoscenza del crimine e della reazione sociale, 2003, II ediz., vol.I, pagg. 163 e ss.
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due tipologie di ricerca, che hanno offerto un notevole contributo alla nostra conoscenza
sull’argomento, anche se sono giunte a risultati estremamente differenti tra loro.
Il primo gruppo è costituito dagli studi realizzati su campioni preselezionati sulla
base del riconoscimento della criminalità, ovvero su autori di reato arrestati, condannati o
detenuti, per i quali viene valutata la presenza o meno di disturbi psichici.
Nel secondo gruppo di ricerche i campioni sono preselezionati sulla base del
riconoscimento della malattia mentale e sono quindi costituiti da soggetti portatori di
disturbi psichici per i quali viene valutato il coinvolgimento nella criminalità.
Più recentemente, anche in rapporto alle critiche che hanno interessato gli studi
basati su campioni preselezionati di ‘malati mentali’ o di ‘autori di reato’, sono stati
effettuati più ampi studi di coorte, basati su grandi campioni della popolazione generale,
seguiti in una prospettiva longitudinale per un periodo di tempo prolungato, e per i quali
sono stati registrati tutti i contatti, sia con il sistema della giustizia, sia con quello della
salute mentale. Tali ricerche hanno permesso di seguire i percorsi individuali in modo
evolutivo e di offrire una spiegazione dinamica del rapporto tra malattia mentale e
delinquenza15.
La ricerca criminologica concernente il rapporto tra disturbo psichico e criminalità,
oltre a valutare l’esistenza di una connessione tra i due fenomeni nella loro globalità, ha
posto l’attenzione su taluni disturbi mentali specifici, più frequentemente collegati alla
delinquenza o alla realizzazione di alcuni reati, specie quelli di tipo violento.
La necessità di uniformare le classificazioni psichiatriche esistenti ha condotto negli
Anni Cinquanta all’edizione del primo DSM, che abbandonava i criteri eziologici per
focalizzarsi sull’utilità clinica delle singole categorie diagnostiche. In seguito il manuale è
stato ampiamente revisionato e, nel DSM-III, è stato introdotto il sistema multiassiale di
classificazione delle malattie mentali. Nel 1994 tale strumento è stato ulteriormente
rielaborato nella forma del DSM-IV, revisionato di recente.
Nel sistema del DSM ogni disturbo mentale è definito come ‘una sindrome o un
modello comportamentale o psicologico clinicamente significativo, che si presenta in un
individuo, ed è associato a disagio, a disabilità, o a un’importante limitazione della libertà’.
15
Cfr., tra i tanti studi, quelli condotti da Collins e Schlenger (1983); Adams (1980); Swank e Winer (1976);
Pollock (1938); Cohen e Freeman (1945); Giovannoni e Gurel (1967); Steadman, Cocuzza e Melick (1978).
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Non rappresentano disturbi mentali comportamenti devianti o conflitti tra
l’individuo e la società, a meno che la devianza o il conflitto siano il sintomo di una
disfunzione dell’individuo.
Dal punto di vista criminologico, la tassonomia descritta dal DSM-IV può essere
utile per la classificazione dei rapporti tra le diverse modalità con le quali si presenta il
disturbo psichico e la delinquenza.
Nell’ambito della categoria diagnostica della schizofrenia ed altri disturbi psicotici
è stata posta attenzione soprattutto alla forma paranoide del disturbo schizofrenico ed ai
rapporti tra la stessa e la criminalità violenta.
Negli anni recenti, infatti, la ricerca criminologia ha evidenziato la presenza di una
maggiore incidenza di comportamenti violenti in taluni gruppi di pazienti psichiatrici,
specie tra quelli con diagnosi di schizofrenia. Numerosi studi hanno focalizzato, quindi,
l’attenzione sul rapporto tra tale disturbo psichico e la violenza, giungendo peraltro a
risultati contraddittori.
Alcune ricerche mostrano che i pazienti schizofrenici sono più violenti rispetto ad
altri pazienti16, mentre altre ricerche li scoprono meno violenti degli altri o non individuano
differenze tra i malati mentali con diagnosi differente (Krakowsky, Jaeger e Volava, 1988).
Nella maggior parte dei casi, tuttavia, come si è visto precedentemente, la ricerca
criminologica ha tentato di verificare l’esistenza di un rapporto tra la malattia mentale in
generale e la criminalità, senza focalizzare l’attenzione in modo particolare su singoli
disturbi psichici o su specifici reati17.
Per quanto concerne, invece, la categoria dei ‘disturbi di personalità’, compresi
nell’Asse II18, la letteratura criminologia ha correlato ai comportamenti criminali
soprattutto alcuni disturbi di personalità, indicando in particolare il ‘disturbo antisociale di
personalità’, nonché il ‘disturbo borderline’ ed il ‘disturbo narcisistico’, come
frequentemente diagnosticati tra i soggetti delinquenti.
16
Cfr. Craig (1982); Pearson, Wilmot e Padi (1986); Sosowsky (1978).
Tra i ‘disturbi dell’umore’ è stato analizzato, in particolare, il rapporto tra ‘disturbo depressivo maggiore’ e
reato di omicidio. Nell’ambito dei ‘disturbi di adattamento’, che rappresentano uno sviluppo di sintomi
emotivi o comportamentali clinicamente significativi in risposta ad uno o più fattori psicosociali stressanti,
assume valore criminologico il sottotipo ‘con alterazione della condotta’, utilizzato quando la manifestazione
predominante è un’alterazione della condotta in cui si verifica una violazione dei diritti degli altri o delle
norme o regole della società appropriate per l’età adulta.
18
Disturbo paranoide, disturbo schizoide, disturbo schizotipico, disturbo antisociale, disturbo borderline,
disturbo istrionico, disturbo narcisistico, disturbo evitante, disturbo dipendente, disturbo ossessivocompulsivo, disturbo di personalità non altrimenti specificato.
17
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§6) CONSIDERAZIONI
Le osservazioni appena svolte, in ordine al rapporto, spesso molto complesso e
difficilmente circoscrivibile in un quadro nosografico ben delineato, tra disturbo psichico e
reato, appaiono tutte utili per la comprensione del gesto omicidiario commesso da G.
Si può constatare, innanzitutto, l’estrema complessità della personalità del reo e la
sua stessa organizzazione mentale.
Non appare azzardato (considerando anche le varie dichiarazioni fornite da G.)
ritenere che nello stesso possa celarsi un senso di colpa che si percepisce con l’impulso a
confessare (ricordiamo che, immediatamente dopo l’accaduto, G. telefona ai Carabinieri,
alla suocera e perfino alla moglie della vittima!) e rappresenta un inconscio bisogno di
punizione del criminale, oltreché una manifestazione del suo istinto di autoaffermazione,
emerso dopo una lunga latitanza (“Molte volte nella vita ho fatto un passo indietro, ho
ridimensionato il mio spirito di affermazione, ritenendo di non compromettere così le
possibilità future e ho aggirato gli ostacoli, rinviando un atteggiamento più fermo a
miglior causa; convinto che all’occasione avrei saputo mostrare tutta la determinazione
necessaria per difendere quelli che ritenevo dei punti fermi”).
E’ da osservare, quindi, che è presente in G. un certo complesso d’inferiorità (la
scelta di una ‘donna sbagliata’ quale compagna per la vita, l’insoddisfazione per non aver
raggiunto certi obiettivi, la frustrazione, forse più che il disonore, per aver rivestito il ruolo
di marito-tradito) che, nelle sue condizioni psicosociali, ben ha potuto scaturire
nell’omicidio di N.
L’efferato delitto (la minimizzazione del danno per G.!) ben può essere visto come
un modo per attrarre l’attenzione e, quindi, compensare la propria inferiorità, evitando a G.
il “sentirsi il Fantozzi di turno”(come scrive in una lettera ai familiari della vittima) ed
attirando l’attenzione pubblica, agognata per sostenere la stima in se stesso e anche per non
essere visto come (mi si consenta l’espressione dialettale) ‘curnutu e mazziatu’ !
Emblematica, poi, risulta la scelta della zona corporea della vittima (testicoli) da
attingere con colpi di un’arma da fuoco, la cui offensività apparirebbe a chiunque letale!
Un dato è certo: G. si sente offeso nella sua virilità e nella sua sessualità (probabilmente
non vissute con la moglie da ormai troppo tempo), che, nella sua mente, N. ha
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completamente schiacciato per esprimere le sue. Ecco, allora, che G. oggettivizza questi
suoi pensieri ossessivi, che possono richiamare una personalità con tratti narcisistici, non
riuscendo a compiere una differenziazione tra mondo esterno e mondo interno e
concentrando tutta l’espressione del suo disagio interno su ‘un oggetto esterno’. Ecco,
allora, che si attua in G. una minore differenziazione tra Sé e non-Sé, impulso, pensiero
e…azione.
Il ruolo della vittima:
Non volendoci addentrare in quella che appare una materia troppo ricca da poter
trattare in questa sede, bastino alcune considerazioni generali per far luce sulla dinamica
del caso de quo.
La vittima di reati è rimasta a lungo estranea ad ogni tipo di interesse, sia da parte
dell’opinione pubblica, sia da parte della dottrina criminologia e della ricerca empirica,
l’attenzione essendosi incentrata quasi esclusivamente sull’autore di reato. Le tradizionali
scuole di pensiero giuridico-criminologico, infatti, trascurarono sostanzialmente la vittima:
per la scuola classica questa non doveva avere alcun ruolo attivo in campo penale in
quanto il reato era considerato come un evento diretto contro la società; per il positivismo
l’attenzione andava rivolta alle caratteristiche biologiche, psicologiche e sociali del
delinquente ed alle possibilità di un suo ‘recupero’ tramite l’applicazione di misure
riabilitative, con scarsa considerazione degli interessi e dei bisogni della vittima.
A partire dagli Anni Quaranta-Cinquanta, peraltro, la vittima è diventata oggetto di
sempre maggiore interesse del criminologo, tanto da dar vita ad una nuova branca della
criminologia: la vittimologia.
La nascita della vittimologia come scienza empirica viene fatta coincidere con il
1948, anno in cui vide la luce il libro The Criminal and His Victim di Von Hentig, padre
indiscusso di questa disciplina19. Se è vero, infatti, che altri prima di lui avevano analizzato
in qualche modo il ruolo svolto dalla vittima nella dinamica del reato, è stato sicuramente
questo autore il primo che ha studiato la vittima del crimine in modo sistematico.
Uno dei concetti teorizzati da Von Hentig che ebbero più successo anche nelle
trattazioni posteriori, è quello relativo all’importanza del rapporto che lega la vittima al suo
aggressore.
19
Sebbene qualche autore ritenga che sia stato Mendelsohn (1956) a coniare il termine “vittimologia”, è
opinione comune che l’introduzione di tale definizione nel linguaggio scientifico sia da attribuire allo
psichiatra americano Wertham (1949).
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Wolfgang, nel suo famoso studio sulla fenomenologia dell’omicidio a Philadelfia,
ha coniato la nozione di “victim-precipitation” applicandola, in modo piuttosto restrittivo,
a quegli omicidi in cui la vittima appare direttamente ed attivamente implicata nella genesi,
nella dinamica e nell’esito finale del fatto delittuoso, vale a dire nei casi in cui la vittima è
stata la prima a prendere l’iniziativa sulla scena dell’omicidio, la prima ad usare la forza
fisica o un’arma contro il futuro assassino, la prima infine ad innescare il gioco reciproco
del ricorso alla violenza.
Più recentemente, alcuni autori hanno sottolineato la necessità di tenere ben distinto
il concetto di “partecipazione” da quello di “precipitazione”.
Focalizzando l’attenzione su quella che i criminologi chiamano “cooperazione della
vittima”, possiamo affermare come nel caso concreto sia stata determinante la linea di
condotta tenuta da N. per il verificarsi dell’evento omicidiario.
Tenuto conto di quanto sopra, possiamo asserire che la cooperazione della nostra
vittima
appare indiscutibile e non riguarda sic et sipliciter la relazione extra-coniugale con
la moglie dell’assassino, ma anche la questione del debito insoluto, da G. “vissuto nel suo
valore simbolico di inganno ed abuso”.
Le visite tanto silenziose quanto minacciose ed improduttive di G. nell’ufficio di
N., inoltre, sono state concepite dal reo quale indiscussa dimostrazione di indifferenza,
recalcitranza e, quindi, di provocazione ed istigazione a chi (tenendo il cellulare acceso
anche di notte) aveva bisogno solo di questi atteggiamenti omissivi per sentirsi le mani
slegate e reagire per minimizzare il danno.
A metà luglio (quindi, pochi giorni prima del delitto), il ricovero psichiatrico della
moglie e l’indifferenza del “suo debitore”, portarono G. a quel disperato gesto, che lo
stesso descrive “non come gesto necessario all’economia di una vita futura (vendetta), ma
atto conclusivo possibile e necessario per affermare il mio essere a chi aveva voluto
negarlo. Come un costo che mi era dovuto e che avrebbe restituito me e lui ad una vita
accettabile: in cui io sarei forse rimasto incapacitato a vivere ma lui avrebbe portato per il
resto della vita i segni di quel confronto-scontro che non aveva voluto evitare”.
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§7) LA PERIZIA PSICHIATRICA
L’esigenza di un’indagine psichica del reo, in sede giudiziaria, per appurare se
l’azione compiuta possa considerarsi consona rispetto alla personalità dell’autore, oppure
rivelatrice di una frattura della stessa, è utile al fine di stabilire se si tratta di “delitto
impulsivo”, ma frutto, comunque, di un’attività mentale sana, od, al contrario, di uno stato
solo apparentemente emotivo-passionale, ma che, in realtà, configura “una vera e propria
infermità di mente” (es. acting-out di uno schizofrenico, stato delirante paranoico, etc.)
(Ferracuti, 1990).
Nel caso in cui si sospetti una patologia psichiatrica nell’autore di un reato, il
giudice può avvalersi della presenza di esperti richiedendo una perizia psichiatrica. L’art.
220 c.p.p. afferma che la perizia è ammessa , quando occorre svolgere indagini o acquisire
dati o valutazioni che richiedono specifiche competenze tecniche. Essa costituisce una
prova giudiziaria, per stabilire il grado di infermità mentale e viene richiesta ai fini
dell’imputabilità e pericolosità. Lo scopo è stabilire se il reo, nel momento del reato, fosse
imputabile, ovvero capace di intendere e di volere (art.85.c.p.). La capacità di volere
riguarda la possibilità; si tratta di stabilire se, nel momento del delitto, il reo è libero di
scegliere, quindi, se poteva agire diversamente, tanto nel senso dell’azione concreta,
quanto in quella dell’inibizione.
Nel nostro caso, abbiamo una perizia psichiatrica (v. pag. 67) resa dal consulente
del difensore dell’imputato alquanto enigmatica. Innanzitutto, la circostanza del precedente
trattamento di G. presso il C.S.M. dall’aprile al luglio 2001 per l’emergere di una sindrome
di tipo ansioso-depressivo, consente alcune riflessioni di non poco momento. Il periodo del
trattamento, infatti, coincide con due importanti avvenimenti: il porto d’armi preso da G. in
maggio e… l’omicidio! Il giorno della visita (10.10.2001), G. si trova in carcere e mostra
uno stato depressivo, controllato, però, dalla razionalizzazione degli avvenimenti e dal
fatto che voglia dimostrare una perfetta padronanza della situazione, al fine di
tranquillizzare gli interlocutori e ribadire che non è necessario attivarsi in alcun modo per
migliorare le sue condizioni ... Se avesse avuto cure psichiatriche più adeguate sarebbe
comunque giunto G. a commettere l’efferato crimine?
Questo è un difficile e “terribile” dubbio, al quale, purtroppo, non può essere data
nessuna soluzione ..!
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