Poste Italiane. Spedizione in abbonamento postale - 70% aut. DRT/DCB/Torino - N. 2 - Anno 2009 - CARTA E PENNA, Via Susa 37 - 10138 TORINO
ANNO VII – N.27 Estate 2009 Poesia, narrativa, letteratura, cultura generale RIVISTA TRIMESTRALE
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LA STAMPA
Specchio dei Tempi
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DELLE BELLE ARTI IN TORINO
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Anche questÕ anno
lÕ Associazione Culturale
Carta e Penna, oltre
a presentare i suoi Autori,
ha confermato la sua
sensibilitˆ e il suo impegno
in ambito sociale, aderendo
allÕ iniziativa ArtQuake
per lÕ Abruzzo.
Donatella Garitta e
Stefano
Veronesi
(Conferenza Stampa
- Salone Internazio
nale
del Libro Torino 20
09)
Estate 2009
IL SALOTTO DEGLI AUTORI
ANNO VII - N. 27 - Estate 2009
Editore: Carta e Penna - Via Susa, 37
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Sommario
Raccontami una storia... d’amore - Rubrica a cura di Gennaro Battiloro ................................................. 12
Il Quattrocento e l’Umanesimo - Prima parte - di Carlo Alberto Calcagno (Arenzano - Ge) ....................... 13
Dedicato a tutti i perdenti Gaetano Pizzuto (Torino) ............................................................................. 16
Storia del Teatro di Maria Francesca Cherubini (Perugia) ..................................................................... 17
Riflettere, pensare, meditare di Giovanni Reverso (Torino) ................................................................... 19
Ferrara la città della tranquillità Alberto Mongardi (Torino) .................................................................. 20
Amore come peccato: la sublimazione dantesca di Francesca Luzzio (Palermo) ...................................... 23
Breve panoramica della narrativa brasiliana moderna
di Maria Zilda Ferreira Curi dell’Università di Minas Gerais - Traduzione di Alessandro Parrinello ........ 25
E tu, sei connesso? di Riccardo Vecellio Segate (Cavalcaselle - Vr) ........................................................ 27
Iter di un sentimento di Mariateresa Biasion Martinelli (Orbassano - TO) .............................................. 29
La pace nel mondo, anelito e speranza di tutti i popoli Vittorio Sartarelli (Trapani) ................................. 30
Le fiabe marchigiane: un mondo di scherzi, di gioia e di magia Bruna Tamburrini (Montegiorgio - AP) .... 32
Narrativa ........................................................................................................................................... 34
Le tre venezie, il fascino di una storia millenaria di Giuseppe Belli (Monfalcone – GO) ........................... 43
Recensioni ........................................................................................................................................ 44
X Edizione Premio Internazionale Città di Pomigliano 2008 ................................................................ 48
Premi letterari ................................................................................................................................... 49
Dal libro È triste esser orfani, pur avendo padre e madre, presentato a pagina 3
Gentile maestra,
Ci dico sempre anche io, ma dove hai la
testa e lui mi dice qui!!!!
Non mi ascolta!
-1-
I l S alotto degli A utori
La vetrina dei libri pubblicati dagli autori
di Carta e Penna
Tutti i libri pubblicati da Carta e Penna sono presentati sia al sito www.cartaepenna.it sia in queste pagine - I
lettori interessati all’acquisto dei testi possono contattare la segreteria che provvederà a far recapitare il libro
direttamente dall’autore - Per ulteriori informazioni sia per la stampa, sia per l’acquisto dei libri contattare la
segreteria dell’associazione allo 011.434.68.13 oppure al cellulare n. 339.25.43.034 o inviare un e-mail a
[email protected] - Nelle pagine centrali di questa rivista sono riportate le modalità associative e di
pubblicazione dei libri senza codice ISBN ANTOLOGIE DEL CONCORSO DEGLI ASSI
- Terza edizione Il concorso degli Assi si ripropone di rimettere in
gara poesie e racconti già premiati in altri concorsi
letterari: un’occasione di confronto che molti autori
hanno accettato partecipando a questa terza edizione. Questi volumi raccolgono tutti i racconti e le poesie presentate al concorso.
TO BE OR NOT TO BE… THIS IS THE PROBLEM
(Dubbi e certezze… in tratti di penna) di Aldo DI GIOIA
Prezzo: 10,00 euro ISBN: 978-88-96274-03-3
Aldo Di Gioia è nato a Torino nel 1953. È da una nuova vita che comincia a prendere
forma, visualizzandosi materialmente nella dolce piccola Sara, che l’Autore prende
spunto per questo suo: “To be or not to be…this is the problem” “Dubbi e
certezze…in tratti di penna”
È curiosa Sara, affronta la vita a piccoli morsi affondando gli incisivi nella polpa
tenera del suo futuro, assaporandone ogni sfumatura e puntando l’indice alla guancia
paffuta in segno di piacere e di coinvolgimento emotivo. Il suo è un centellinare la
vita, come un assaggiatore professionista che gode di ogni attimo, riponendo in una
sacca laterale quelle sensazioni che le avranno procurato fastidio, forse per ripescarle
un giorno come esperienze personali, che provocheranno qualche dubbio ma renderanno il vivere esperienza degna.
AZZURRA - Racconto per ragazzi, scritto dai ragazzi - STEFANIA GROPPO e i ragazzi della IV C*
ISBN: 978-88-96274-01-9 - Prezzo: € 7,00
La storia di Azzurra, nasce tra i banchi della mia classe, a poco a poco, passo dopo
passo…
Ho incoraggiato, incitato, maltrattato fantasie arrugginite e pigre e da penna e colori è
nata lei.
Desidero condividere con voi, questo traguardo, a conferma del grande potenziale
creativo dei nostri ragazzi, ed offrire, a grandi e piccini, l’occasione di ritrovare l’
Azzurra che c’è in ognuno di noi.
Stefania Groppo
Azzurra cerca un amico, un compagno di giochi.
Non è cosa semplice e, quando pensa di averlo trovato, qualcosa accade a rovinare la
sua felicità, per fortuna solo per poco!
Acquistando questo libro si contribuisce a sostenere la Federazione Malattie Rare
Infantili di Torino, poiché parte del ricavato sarà devoluto a sostegno delle attività.
* Classe del Secondo Circolo di Venaria Scuola A. Gramsci
-2-
Estate 2009
È TRISTE ESSER ORFANI... PUR AVENDO PADRE E MADRE
di Stefania Groppo e Alberto Musso - ISBN: 978-88-96274-02-6 Prezzo: €. 8,00
Non è certo questo il primo volumetto che raccoglie castronerie e buffe storielle su alcune
categorie di persone. È però sempre divertente leggere le “insufficienze” degli altri perché un
po’ ci consola delle nostre ed anche (mai ammetterlo però!) ci fa sentire più bravi.
Qui però abbiamo voluto porre l’accento sui figli. Infatti indubbiamente ci divertiremo leggendo le varie stupidaggini e buffe avventure che sono state raccolte in questo volumetto.
Ma questi poveri bambini, sempre i veri protagonisti delle storielle, sono vittime vere di
questi genitori un po’ sprovveduti, talvolta egoisti, e per lo più, anche se incolpevolmente,
ignoranti. Ed anche io mi ci metto in mezzo!
Alberto Musso
Disegni: Saracino Gianguido Silvio
PLAY, SATCHMO di Mario PARODI - Silloge poetica ISBN: 978-88-89209-99-8 - € 11,00
MARIO PARODI (Torino, 1950), laureato in Semiologia, ha insegnato per trentacinque
anni materie letterarie presso istituti inferiori e superiori torinesi. Torna a pubblicare
dopo venti anni una silloge di poesie. Nel frattempo ha spaziato dai romanzi (“La
lama di Pascal”, “Giocavamo senza numero”) al saggio letterario (“La sfida di
Demodoco”) ai testi sportivi (“In bianco e nero”, “Boom!”) scritti a quattro mani con
suo figlio Andrea. Da decenni si segnala come un instancabile artefice di svariate
iniziative culturali. Tra queste ha fondato e gestito dal 1991 al 1995 per il Comune di
Torino l’Osservatorio Poetico Giovanile “Opere d’inchiostro”. Ama recitare in pubblico, compiere lunghi percorsi in bicicletta, ammirare superbi paesaggi alpini.
ONDE RUGGENTI di Sabina POLLET - Silloge poetica
ISBN: 978-88-96274-07-1 - 6,50 euro
SABINA POLLET, nata a Bollate (MI) il 27 febbraio 1970, è laureata in Lettere Moderne
presso l’Università Cattolica di Milano. Negli anni 2005-2006 ha partecipato a numerosi
concorsi di poesia ottenendo risultati soddisfacenti. Ha pubblicato due raccolte di poesie:
“MARE DI STELLE” (Noialtri Edizioni, 2005); “LA MAGIA DEI CORALLI” (Montedit, 2006).
Ha inoltre realizzato il quaderno “SACRO ISTANTE DI LEI” (Fondaz. Sandro Penna, 2006);
tre calendari poetici: “ALBA COLORATA”, 2006; “SEGRETI TURCHESI”, 2007; “LUNULA”,
2009 (Carello Editore).
Molti suoi testi sono inseriti in antologie.
Oltre a scrivere poesie, si dedica da anni allo studio dell’astrologia e in particolare dei tarocchi, come espressione del linguaggio simbolico dell’anima.
IL TUTTO E IL NULLA di Rino PIOTTO
ISBN:978-88-96274-05-7 - 10,00 euro
Rino Piotto, ex insegnante di scuola media, è nato il 7 luglio 1950 a Fontaniva (PD). Collabora
da una trentina di anni con “IL GAZZETTINO” di Venezia, seguendo in particolare la squadra di calcio del Cittadella (PD) che milita nel campionato di serie B.
Oltre a racconti e poesie, inserite su varie riviste e antologie letterarie, ha pubblicato nel 2002
il libro “Canti di Primavera” (Nicola Calabria Editore), nel 2004 “Canti del Nuovo Mondo”
(Edizioni del Leone Spinea), nel 2005 “Progetto Tshumbe-Congo” (Edizioni del Leone) e
“Progetto Uomo Nuovo” (Edizioni Universum Trento), nel 2007 “Le Sabbie nel deserto”
(Tipografia Sartore Fontaniva) ed un Trittico per la Pace in sei lingue (Edizioni Universum)
con il conferimento della nomina di “Ambasciatore di Pace nel Mondo”.
-3-
I l S alotto degli A utori
FILA... FILA... FILASTROCCA di Pier Carlo MASCHERA
ISBN: 978-88-96274-00-2 - 7,50 euro
Tante belle filastrocche... come questa:
Qui nel mare la barchetta
va pian piano, senza fretta,
e nel cielo, assai lontano,
vola libero un gabbiano.
E poi stendersi nel sole
e goder del suo calore
mentre un granchio poveretto
s’avvicina circospetto.
Com’è bello passeggiare
sulla spiaggia e poi nuotare
mentre l’onda chiacchierina
culla il bimbo e la bambina.
E la pelle, prima ambrata,
è color di cioccolata
mentre il vento l’accarezza
con la sua leggera brezza.
Ed il bimbo, col secchiello,
fa di sabbia un bel castello.
Com’è bello essere al mare
divertendosi a giocare!
SOGNANDO... VOLANDO di Francesco Maria GROSSO
ISBN: 978-88-96274-06-4 - 11,00 euro
FRANCESCO MARIA GROSSO è nato e vive a Torino. Poeta, scrive anche testi per canzoni.
Ha pubblicato con le Edizioni Werner:
Foglie Gialle, novembre 1968; in questa silloge la vena poetica traspare sicura. L’accoratezza,
la pudicizia, gli abbandoni, i lamenti, le ansie, hanno forza e grazia. Le immagini brillano
all’insegna dell’ umiltà.
Ricaldone silente, dicembre 1969 dove l’autore dialoga con l’amico Luigi Tenco nelle ore
che concludono drammaticamente la sua Vita. Muta, al dialogo assiste la madre.
IN ATTESA DI TE - Riflessioni per nove mesi di Piera ALLOATTI PIERA ALLOATTI, nata a Torino il 5 marzo 1951, madre di due figli e due volte nonna, poetessa
e scrittrice, ha pubblicato cinque sillogi di poesie: SOGNANDO CIELI AZZURRI, STAGIONI
E PASSIONI SOTTO IL SEGNO DEI PESCI, BURRASCHE EDARCOBALENI, GIRANDOLE
DI PAROLE, NONTISCORDARDIME; e tre brevi romanzi: DAL 1800 AL 2000: STORIE DEI
NOSTRI NONNI, FUORI ORARIO, TU SEI GIA’ QUI.
Ha ottenuto numerosi riconoscimenti in vari concorsi letterari. Nel 2007 ha lasciato il lavoro di
impiegata, per dedicarsi con entusiasmo alla professione di nonna.
Dopo “TU SEI GIA’ QUI – NOVELLE PER NOVE MESI”, dedicato alla nipote Alessia, ha
scritto “IN ATTESA DI TE - RIFLESSIONI PER NOVE MESI”, dedicato alla nipote Giorgia.
Il libro, scritto nei nove mesi precedenti la nascita della bambina, è una lunga lettera in cui, fra
cronache e riflessioni, si fondono ricordi del passato, momenti del presente e speranze per il
futuro. Filo conduttore di entrambi i libri è l’amore per la vita, che ha sempre ispirato tutta la
sua produzione letteraria.
RACCONTAMI UNA STORIA... D’AMORE a cura di Gennaro Battiloro - 15,00 euro
Hanno collaborato alla realizzazione della silloge: Marzia Carocci, Gabriella Di Luzio, Mara
Faggioli, Rosa Pia Vermiglio, Marzia Braglia, Anna Maria Scarlatti, Flora Gelli, Elena Andreoli,
Mariolina Molino, Samanta Milanesi, Maria Grazia Mancino,Nadia Semeja.
Dalla prefazione di Marzia Carocci: L’AMORE, quanti sorrisi, pianti, inquietudini ed emozioni abbraccia il sovrano dei sentimenti; irrazionale, incoerente, folle da far stare male, intenso da far scoppiare il cuore, innocente o passionale è ossigeno a tutte l’età, non teme spazi ne
distanze; è l’Amore il motore che ci sostiene, il fine di ogni essere, la linfa vitale, è la carezza
nel cuore, l’abbraccio costante, è complicità nel silenzio, l’essenza dell’uomo; là dove non
servono parole è il cuore che parla. L’Amore, trepidazione che arricchisce l’anima, l’inquietudine che da un senso ai nostri giorni e ci rende vulnerabili, fragili, facendoci anche soffrire
quando non siamo compresi, quando urliamo in silenzio di quell’amore che ci fa male, che è
trascurato, ignorato, deriso, dileggiato… negato...
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Estate 2009
IN DIECI MINUTI di Maria Angela BROGGI - 10,00 euro
La poesia di Maria Angela Broggi ricca, matura, a volte ironica è poesia di una donna del nostro
tempo, sempre in movimento alla ricerca del senso profondo dell’esistere, un mosaico di
immagini e frammenti di vita, che comprende in sé versi preziosi, musicali come canti d’amore
lanciati attraverso il tempo, ma anche ritmi spezzati, irti del palato, scanditi da aggettivi incalzanti, intensi, precisi come rapidi tocchi di pennello.
È poesia densa di metafore, di fuoco e gelo e sensazioni nitide e cristalline, che nasce da
riflessioni sul mistero del creato e dello scorrere del tempo, da uno sguardo attento ed appassionato alla natura e dal bisogno di dare forma e senso alle proprie emozioni, di ritrovare una
pausa di distacco dalla corsa caotica, interminabile del quotidiano, per dipanare la matassa
altrimenti inestricabile e rituffarsi, carica di nuova energia, nel moto eterno dell’universo in
divenire.
Prof. Edmondo Masuzzi
NON ERA CHE IERI di Roberto BRUCIAPAGLIA - 12,00 euro
ROBERTO BRUCIAPAGLIA, nato a Milano vive a Torino dove ha compiuto i suoi studi e si è
laureato in ingegneria elettronica presso il Politecnico.
Ha fatto l’Assistente universitario, quindi ha lavorato alla Fiat in vari settori strategici.
Si è, in seguito, occupato di consulenza aziendale presso diverse Aziende.
Nel tempo libero si è dedicato alla pittura e alla scultura partecipando a molte mostre collettive.
Ultimamente è tornato al suo vecchio amore: la poesia ed i racconti e ha pubblicato il suo primo
volume I fiori del sole.
Ha partecipato ad alcuni concorsi letterari e le sue opere sono state premiate con importanti
riconoscimenti
Con Carta e Penna Editore ha pubblicato, nel 2005, le sillogi poetiche Un altro domani e
Lucciole nel 2006 e il romanzo Torino, un inverno anni ‘60.
DONNA CAROLINA di Rossella CATANIA - 10,00 euro
Carolina Varnatora, Donna che non ha avuto paura di aver coraggio. Il suo vissuto ricco di
avvenimenti a volte lieti a volte tragici è collegato a episodi storici, politici, sociali e culturali. Il
periodo presente nel racconto ha visto l’Italia, protagonista, di tragedie, di conquiste e di
migrazioni. Ricco soprattutto di fatti che hanno dato una svolta sociale: la caduta della monarchia, la vittoria ottenuta da parte delle donne nel poter esprimere liberamente il loro pensiero e
il diritto di voto. Le grandi conquiste da parte della medicina nell’utilizzo di farmaci il cui
impiego ha ridotto la mortalità infantile. La presa di coscienza da parte dell’Uomo riguardo
alcuni mali sociali come la pedofilia, piaga tuttora attiva. Il racconto un po’ vero un po’ fantastico è ambientato in un paesino in provincia di Reggio Calabria, regione ricca di storia e
cultura, spesso dimenticata per far spazio a un altro tipo di cultura ahimè: la “‘Ndrangheta”. I
nomi dei protagonisti del racconto come pure quelli dei paesi coinvolti direttamente sono stati
cambiati per rispettare la loro privacy.
MOUSSE AL CIOCCOLATO E FRAGOLE
di Nicoletta FERRANTE - 11,00 euro
Sedetevi comodi, rilassatevi con una musica di sottofondo che non impegni troppo la vostra
mente, preparatevi a leggere. Vi racconterò la storia di Occhiverdi e Cuoredoro.
Non vi narrerò avvenimenti sconvolgenti, colpi di scena, biografie strane o fantastiche.
Vi presenterò due persone normali che vivevano nella stessa città, ma solo in un momento
particolare della loro vita si sono incontrate.
È una storia dove probabilmente potrete riconoscervi, con riflessioni che sicuramente avrete
fatto anche voi.
Forse non avete mai trovato le parole per esprimere le stesse sensazioni che qui leggerete.
Spero di riuscire a farvele rivivere intensamente come le avreste volute raccontare.
Leggerete parole semplici, a volte banali, ma dettate dalla sincera voce del cuore.
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I l S alotto degli A utori
SENTIERI D’ESPERANZA di Andrea FIGARI - 10,00 euro
ANDREA FIGARI è nato a Torino il 21 gennaio 1983, ha conseguito la Laurea specialistica in
giurisprudenza presso la Facoltà di Torino nell’ottobre del 2008 con una tesi in Diritto dei
paesi Afro-asiatici.
Appassionato di scacchi e poesia, Sentieri d’Esperanza è la sua prima pubblicazione.
Quest’opera è un breve cammino verso un ipotetico mondo perfetto accompagnati da una
figura affascinante e misteriosa.
Dedicata a coloro che Andrea ha incontrato lungo il cammino della vita, essa ha come obiettivo finale il lettore, il quale viene coinvolto in questo percorso alla scoperta di Esperanza.
E VIENE LA SERA di Paolo GRECCHI - Silloge poetica NELTEMPO
QUELLANOTTE
Nel tempo delle ore spente,
quando sullo schermo opaco della vita Cadeva la sera lungo l’orizzonte ormai spoglio e,
mentre avanzava l’ombra del tempo morente,
il fluire dei pensieri
cercavo di trattenere le ultime carezze di luce
si mescola coll’effimero dei sogni,
prima che divenissero ricordi,
tolgo sempre dallo scrigno dei ricordi
quando … fruscii di emozioni
un’ombra con le ali di seta
preannunciarono
nuovi
sogni nella notte a venire,
e nel vuoto privo di voci e di colori
ma,
già
sapevo
che
non
sarei riuscito a dormire
resto in attesa che la farfalla
ed
i
sogni
non
avrebbero
reso
frizzante il mio cuore
torni di nuovo a volare
in
quella
notte nuda e buia.
nell’intimo mio giardino.
UOMINI E DONNE SOLI 3 di Gianfranco GREMO
- Prezzo di copertina: 12,00 €. Con questa sua terza fatica (lungi da lui l’intenzione di ripercorrere le tappe di Ercole) continua la narrazione dei casi di chi è solo e ha mille urgenti ragioni per non averne coscienza.
Volutamente, alcune delle vicende qui narrate cadono nel grottesco.
Non prendersi troppo sul serio è la migliore cura per ricercare la serenità.
Chi è alla ricerca della felicità, sappia che dura pochi attimi, meglio accontentarsi della serenità.
BRENDA LA LUPA BIANCA
e
BRANDO IL LUPO SOLITARIO
di Monica FIORENTINO
Due brevi racconti che hanno, quali protagonisti, questi
animali che intimoriscono l’uomo ma... possono anche
vivere storie d’amore, nel mondo fantastico dell’autrice.
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Estate 2009
POESIE di Carlo MURZI - Silloge poetica - 10,00 euro
INTRODUZIONE
L’acqua ha il potere di
accendere, trasportare,
vivificare i pensieri
che mai si dissolveranno
fluendo assieme ad essa.
CIELO NEBULOSO
Nubi nel cielo,
con linee a raggiera
dagli inerti colori;
fuoco alternante
pronto ad esplodere
da un occulto riposo.
COSÌ SEI
Sei un fiore sbocciato in una notte
calda d’estate attraverso il brivido
dei tuoi occhi sognanti.
I suoi petali rigogliosi mi avvolgono
come ovatta nel calore dei tuoi
sentimenti.
QUASI MISTERO di Agata FERNANDEZ MOTZO - 6 euro
QUASI MISTERO
Vette innevate
fra azzurri intervalli di cielo
ondulati da catene contigue
di monti frastagliati….
Verdi pinnacoli
svettanti verso il sole
e spazi immensi
verso l’infinito…..
Nella circostante serenità
alberi secolari riflettono
nello specchio placido
del lago
il loro essere,
che con perenne
e silenzioso linguaggio
ILDOLORE
parla di origine remota…..
È il dolore
Quasi mistero!
che
a
Gesu’
ci unisce,
Aleggia intorno
nel
dolore
si vive
da lontano
la
divina
passione
lo spirito di Dio,
e nella santa unione,
che nel mormorar della cascata
che esso sancisce,
fa sentire,
continua nel Corpo Mistico
divina,
la Redenzione.
la sua voce…
IO SONO LINDA di Claudi RACCAGNI - 12,00 €. Dalla prefazione di Rachele Zinzocchi
Wozu Dichter in dürftiger Zeit?
(Friedrich Hölderlin, Brot und Wein, 1801)
«A che i poeti in tempo di povertà?». Questo si chiedeva il tedesco Friedrich Hölderlin nella
sua elegia Brot und Wein («Pane e vino») nel 1800. Più di due secoli sono passati da allora.
Ma le parole del poeta suonano ancora terribilmente attuali.
Hölderlin non fece una bella fine. Morì pazzo (o considerato tale) nella Torre di Tubinga, in
Germania, non troppo distante, nei modi e nel pensare, da quella che fu l’Ellade. La sacra
Ellade dell’Antichità. Hölderlin finì la sua vita là, dopo esservi stato rinchiuso per anni.
Eppure i suoi versi ci trafiggono il cuore, perché sembrano scritti oggi: per l’oggi.
Che cos’è infatti la dürftiger Zeit, questo «tempo di povertà», se non lo stesso tempo in cui
anche noi oggi viviamo, al quale siamo destinati e con cui ci troviamo a fare i conti tutti i
giorni? Non viviamo forse anche noi, più di Hölderlin, in un «tempo di povertà» globale ...
IL SEGRETO DI ALAIN
e
IL SEGRETO DI SOPHIE
di Cristina CONTILLI - 6,90 €.
Due nuovi capitoli dell’intricata storia tra il conte Alain
De Soissons (Alain Philippe Eugéne De SavoiaSoissons), ufficiale della marina francese in servizio presso la caserma della Guardia Costiera di Calais e la
marchesina Juliette (Julie) De Sade, figlia del marchese
De Sade e dell’attrice Marie Costance Rolland Quesnet.
-7-
I l S alotto degli A utori
PROCLO - COMMENTARIO ALLA REPUBBLICA PLATONICA
di Alessio MANZO - 5 euro
Dalla premesa: Il neoplatonico Proclo sulla scorta del maestro Siriano si propone “di esaminare, in quale modo si potrebbero dire convenienti parole a difesa d’Omero contro il Socrate
della Repubblica e dimostrare con la natura della cose e con quanto al filosofo è più di tutto
gradito che insegna sulle cose divine e umane quelle più consone, rimuovere da Platone la
discordanza con sè”. Quindi procede all’esame “della disposizione dei miti divini da parte dei
teologi”, dei “diversi modi della teomachia”, dei “miti che sembrano accusare dei mali gli dei”,
“come la poesia sembra riferire agli dei la violazione dei giuramenti”, delle “mutazioni degli dei
introdotte nella mitologia”, “dell’invio del sogno che sembra riportare agli dei la menzogna”,
“dei miti omerici e platonici, in cui delle regioni nell’Ade parlano”, delle “cause per cui la
poesia riferisce lamenti e sugli eroi e sugli dei”, della “causa del riso detto degli dei nei miti”,
“dei luoghi che nella poesia d’Omero sembrano eccitare gli uditori al disprezzo della temperanza”, “sulla cupidigia attribuita da Omero agli eroi”...
ZARATHUSTRA LE “GATHA” di Alessio Manzo - 5 euro Il Mazdeismo è la religione fondata da Zarathustra-Zoroastro sulla credenza nel Sapiente
Signore.
“Ahura Mazda… l’Intelligente… della stessa indole della verità… il Primo… il Padre del
buon pensiero, il vero Creatore della verità, (e) il Signore dell’esistenza….. il rivelatore….. in
conseguenza….. della Sua abbondante autorità di dominio sulla totalità e immortalità…
l’Onnipotente… che governa a Suo piacimento”.
“Ci sono due spiriti fondamentali, gemelli che sono rinomati per essere in conflitto. Nel
pensiero e nella parola, nell’azione sono due: il bene e il male.
E fra questi due, i benefici hanno scelto correttamente, non i malefici. Inoltre quando questi
due spiriti prima di tutto vennero insieme, crearono vita e morte, e come, alla fine, la peggiore
esistenza sarà per i falsi ma il migliore pensiero per la persona veritiera”.
SELEZIONE EDITORIALE DI CARTA E PENNA
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Per partecipare alla SELEZIONE EDITORIALE DI
CARTA E PENNA inviare una copia di
z un’opera di narrativa (raccolta di racconti o romanzo) composto da non più di 80 pagine composte da
circa 1800 battute ogni pagina;
z una raccolta di poesie composta da un massimo di
80 pagine.
Gli autori dovranno trasmettere a Carta e Penna,
Via Susa 37 - 10138 Torino:
un breve curriculum contenente i propri dati (nome,
cognome, indirizzo completo, numero di telefono ed email);
dichiarazione di essere autore dell’opera e del possesso dei diritti di pubblicazione.
A sostegno delle spese di segreteria si chiede un contributo di 10,00 euro da versare sul conto corrente
postale n. 43279447 intestato a Carta e Penna Ass.
Cult. - oppure con bonifico IBAN: IT 27 N076 0101
0000 0004 3279 447, assegno non trasferibile o in
contanti. Gli autori possono partecipare ad entrambe
le selezioni versando le quote dovute.
Tra tutti i testi pervenuti entro il 30 settembre 2009
sarà scelta un’opera di narrativa e una di poesia. L’autore si impegna a trasmettere il file dell’opera al fine
della pubblicazione.
Saranno stampate 100 copie; 90 copie saranno inviate all’autore che sarà comunque detentore dei diritti. Le 10 copie trattenute saranno utilizzate per gli
adempimenti di legge e per le recensioni.
I libri avranno il codice ISBN e saranno pubblicizzati
su questa rivista e su www.cartaepenna.it.
I dati personali raccolti saranno trattati con estrema
riservatezza e nel rispetto della normativa vigente (Legge
n. 675 del 31 dicembre 1996 e successive integrazioni e
modificazioni).
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Estate 2009
Quattro chiacchiere col Direttore
Care Autrici e cari
Autori,
vi è piaciuta la novità
apparsa subito ai vostri
occhi?
La copertina a colori
della nostra rivista è il
primo di molti cambiamenti che avverranno nei
prossimi mesi e voglio
ringraziare, per la “colorata” novità apportata al nostro Salotto, Stefano Veronesi
direttore creativo di MOOD36 e ARTEMOOD di Torino. Con la sua società abbiamo anche organizzato il Concorso Letterario a favore delle popolazioni dell’Abruzzo,
colpite dal terremoto: come avrete modo di leggere nel
bando, pubblicato nelle ultime pagine di questo numero
della rivista, le quote di iscrizione e di partecipazione
andranno al fondo che «Specchio dei Tempi», del quotidiano La Stampa di Torino, ha istituito per aiutare
finanziariamente la ricostruzione di quella regione così
duramente ferita. Il Concorso vuole essere un segno, anche se modesto, di grande solidarietà con chi, in pochi
istanti, ha perso tutto…
Sono sicura che arriveranno moltissime adesioni, come
avvenne per il «Concorso degli Assi», al quale si iscrissero 302 opere!
Grande successo è stato riscosso dal Concorso Letterario «Città di San Gillio», la cui premiazione ha avuto
una sentita partecipazione da parte dei sangilliesi che
hanno applaudito con entusiasmo i vincitori. I risultati di
entrambi i Concorsi citati, sono pubblicati nelle pagine
51 e 52, dedicate ai Premi letterari, dove pubblichiamo
anche i risultati di «Scrivimi…», organizzato da Monica
Fiorentino di Sorrento.
Per concludere la carrellata concorsuale, rammento che
il 31 dicembre 2009 scadrà il termine di adesione al
Concorso Letterario «Profumo d’Antan», seconda edizione
di una kermesse letteraria dedicata ai ricordi, a quei
sapori e a quei profumi legati a momenti di particolare
intensità, emotiva o sentimentale.
Nei mesi scorsi abbiamo aderito a molte importanti
manifestazioni, come la Fiera Internazionale del Libro
di Torino, che ci ha visti a fianco della Federazione Malattie Rare Infantili della città subalpina: è stata un’occasione d’incontro con molti autori che sono venuti a trovarci da ogni parte d’Italia.
Sempre a maggio abbiamo partecipato, presso l’Ospedale «Martini Nuovo» di Torino, alla 4a Giornata della
Salute Guadagnare Salute Lavorando: in questo ambito
abbiamo avuto modo di promuovere le pubblicazioni dei
nostri autori, le iniziative intraprese e abbiamo collabo-
rato all’attuazione dell’omonimo Concorso Letterario riservato ai dipendenti dell’ASL.TO1.
Si sono conclusi, in vista della pausa estiva, gli incontri
settimanali del mercoledì, e mensili del venerdì, al Circolo dei Lettori; nel mese di ottobre riprenderanno gli
incontri e ci auguriamo di poter rinnovare i nostri spazi.
Tornando alle novità che riguardano la nostra rivista,
ve ne sono alcune in gestazione.
La prima riguarda la lunghezza dei testi che gli autori
potranno inviare alla redazione per l’eventuale pubblicazione nei prossimi numeri; come avete avuto modo di
verificare, chiediamo, ormai da tempo, testi composti da
non più di due cartelle (max 4.000 battute spazi inclusi)
e vi invitiamo a rispettare tale limite poiché altrimenti,
per esigenze grafiche e di spazio, dovremo apportare un
lavoro di editing sui testi pervenuti e accettati, al fine di
rientrare nei margini richiesti.
Abbiamo inoltre deciso di pubblicare, a partire dal
materiale che arriverà in redazione da settembre in avanti,
i racconti che ci perverranno, inserendoli in un volume
antologico che sarà presentato a ottobre o novembre del
2010 (in tempo comunque per i regali strenna di Natale),
al fine di dare un più ampio respiro editoriale ai testi
degli autori che desidereranno aderire all’iniziativa.
Tale antologia sarà codificata con l’ISBN e acquistabile
in altri canali distributivi (che saranno comunicati), oltre
che dal nostro sito internet. I testi saranno sottoposti a
lettura da parte di un comitato editoriale e sottoposti a
valutazione e a editing.
Nel prossimo numero della rivista, dopo le ferie, vi
daremo indicazioni più dettagliate in merito. I racconti
inviati sino a ora, comunque, saranno regolarmente pubblicati nei prossimi due numeri della rivista.
Mi auguro che le novità proposte siano di vostro gradimento e, nell’augurarvi buone vacanze, vi do appuntamento al prossimo numero.
Donatella Garitta
Gentile Donatella Garitta,
nel complimentarmi con Lei per la continuità dei successi che ottiene sia come direttrice della rivista che in tutte
le altre iniziative che porta avanti, vorrei altresì ringraziare con la presente la scrittrice Rosanna Murzi per aver
trovato bellissimo il mio articolo “Chacun sa formule”.
Chi, come me, scrive sinceramente, dando in fondo tutto
se stesso e la propria continua esperienza, quando vede e
sente di essere apprezzato, non può non provare una sottile commozione che parte dal cuore. Grazie dunque.
Siccome apprezzo quanto scrive Giuseppe Dell’Anna,
mi ha fatto anche piacere la sua citazione del mio articolo “Testimonianza del tempo che passa”. Pertanto ringrazio anche lui.
-9-
I l S alotto degli A utori
Mi sia permesso elencare ciò che è scritto su due meridiane. La prima dice: “Tutte le ore feriscono, l’ultima
uccide”. La seconda recita: “Souviens-toi de vivre”.
Pur nella tragica verità della prima, dobbiamo accettare la seconda cercando di allontanare più che la morte,
la vita. Questo è possibile cercando in noi la forza di non
fermarci, perché, se ci fermiamo, purtroppo è finita, e
arriva... l’ultima ora.
Tanti cordiali saluti di cuore, a Lei e a tutti coloro che
vi scrivono, leggono, assimilano e commentano il contenuto del “Salotto degli Autori”.
Carissima Donatella,
sono certo che questi primi mesi dell’anno in corso siano
stati molto densi di iniziative per te ed i tuoi collaboratori,
in particolare l’impegno della Fiera del Libro qui a Torino
che ha fornito consensi e numero di visite lusinghieri.
La copertina della Rivista n° 26 mi ha fornito, in questa occasione, un flash inaspettato (che allego come poesia) e che coinvolge anche te in un determinato luogo e
viene incontro al tuo desiderio di fare una pausa e sorseggiare, senza stress, un buon caffè!
Auguro una buona estate a te, lettori e amici tutti!
Giovanni Reverso (Torino)
Giuseppe Dell’Anna (Torino)
Congratulazioni a...
FOSCA ANDRAGHETTI: 1° Premio sezione racconto
per il Premio Letterario città di Pontinia - XIII edizione
Premio Fragolina d’oro
a PIER CARLO MASCHERA
M. FRANCESCA CHERUBINI: 1° premio nella sezione Regioni d’Italia nel Concorso Internazionale Giovanni Gronchi di Pontedera col libro di teatro Essere e
Conoscere - teatro scritto in poesia.
San Mauro (To) - Dopo Nuto Revelli, Franco Piccinini,
Luca Ponzi, Alain Elkann, Bruno Gambarotta, Laura
Mancinelli, Younis Tawfick e, ultimo in ordine di tempo,
Paolo Giordano, quest’anno la “Fragolina d’Oro”, il premio letterario nato su proposta dei coltivatori diretti ed
assegnato, da diciannove anni a questa parte, al personaggio maggiormente distintosi in ambito culturale, è stato
consegnato a Pier Carlo Maschera, collaboratore della
“Nuova Periferia”.
La cerimonia ufficiale si è svolta sabato scorso presso
la Sala Consiliare del Comune , alla presenza di un folto
pubblico, fra cui il vice presidente del consiglio provinciale Beppe Cerchio, il sindaco di Baldissero Carlo Corinto
con gli assessori Bruna Castelli e Bruno Todesco, gli
assessori sanmauresi Augusta Montaruli e Monica Friolo
unitamente a diversi consiglieri e rappresentanti
dell’associazionismo locale, fra cui una rappresentanza
degli “Amis ‘dla Fròla”.
Dopo il ringraziamento rivolto dal sindaco baldisserese
Carlo Corinto a Pier Carlo Maschera “nostro cittadino
onorario a cui va riconosciuto il merito di essere sempre
stato attivo in campo culturale e di aver dato un forte
impulso qualitativo alla nostra Pro Loco durante il suo
periodo di presidenza”, ha preso la parola il sindaco di
San Mauro Giacomo Coggiola, che ha sottolineato come
“la scelta di Maschera quale destinatario del premio letterario “Fragolina d’Oro” è motivata dal suo forte impegno in ambito culturale, come poeta in lingua italiana e
piemontese, come giornalista attento e sensibile alla vita
ed alle vicende sanmauresi, come persona sempre presente e disponibile nel seguire o partecipare, in prima
persona, alla realizzazione di eventi culturali in ambito
sanmaurese, unitamente al suo impegno di volontariato”.
Dopodichè il sindaco Coggiola ha voluto omaggiare il
M.GRAZIA STIAVELLI SILVANI: al XXVII Concorso Nazionale di Narrativa e Poesia “FRANCO
BARGAGNA”- PONTEDERA le è stato attribuito il 2°
Premio minisilloge per “Riconoscimenti speciali”
MARIA TERESA BIASIONI MARTINELLI: Primo Premio al Concorso “Città di Rivoli”, sez. Poesia.
Premio Internazionale di Poesia e Narrativa Napoli
Cultural Classic - Sezione Poesia:
3° classificato ROBERTO MESTRONE con Come
cade l’onda;
Menzione d’onore a GIACOMO GIANNONE con Il
sole – la 500
Sezione Narrativa, menzione d’onore ad ARTURO
BERNAVA per il racconto Linea 17
GIUSEPPINA IANNELLO SICCARDO: terzo posto ex-aequo per la sezione poesie al 13° Concorso di
Pasqua “Andrea da Pontedera” indetto dal Comune di
Pontedera.
FRANCESCA RAIMONDI: primo posto al 4^ Premio al Concorso Internazionale di Poesia Città di Voghera
2009.
GIUSEPPE TONA: Menzione d’onore al concorso Premio San Valentino di Terni, al libro La mia poesia
- 10 -
Estate 2009
pubblico presente con la lettura della poesia in lingua
piemontese dedicata da Maschera alla città di San Mauro,
poesia che, incorniciata, fa bella mostra di sé nell’ufficio
del primo cittadino. Ha quindi preso la parola il vice
sindaco Roberto Olivero che, dopo aver brevemente ricordato come Pier Carlo Maschera sia socio onorario
della Pro Loco di San Mauro e del gruppo “Amis ‘dla
Fròla”, vincitore di numerosi premi di poesia e autore di
quattro libri in versi, ha sottolineato come “la scelta di
indicarlo come vincitore del premio “Fragolina d’Oro
2009" sia stata unanime, proprio in virtù della stima che
ha saputo conquistarsi con il suo costante impegno in
molteplici settori della cultura”. Autore di tre libri di
poesia (due in italiano ed uno in piemontese), Pier Carlo
Maschera ha recentemente pubblicato, per la Casa Editrice “Carta e Penna” di Torino, un libro di filastrocche
dedicato al mondo dell’infanzia. E, nel ringraziare per il
riconoscimento ottenuto, dopo aver ricordato il forte impegno dell’attuale Amministrazione che, in ideale continuità della vocazione culturale da sempre dimostratasi
in San Mauro , ha realizzato eventi di notevole portata
quali lo splendido “Dicembre in musica” ed il concorso
di poesia che ha incassato un successo insperato, Maschera ha annunciato che, in accordo con l’assessore
Monica Friolo, il suo libro “Fila…fila…filastrocca” è a
completa disposizione per essere riprodotto, nella sua
completezza o in parte, per finalità scolastiche.
(mpi)
Pier Carlo Maschera, ritira il premio letterario Fragolina d’Oro
I
CRITICI
LETTERARI
Gli associati a Carta e Penna hanno diritto annualmente ad una recensione gratuita di un libro edito che
sarà pubblicata sulla rivista e sul sito Internet nella pagina personale - Inviare i libri direttamente ai critici
letterari con lettera di accompagnamento contenente indirizzo, numero di telefono, breve curriculum e numero della tessera associativa a Carta e Penna. z Gli autori che non sono associati a Carta e Penna e
richiedono una recensione dovranno versare un contributo economico variabile a seconda del tipo di libro e
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OPINIONISTA: GUIDO BAVA via Dante 9 13900 Biella [email protected]
-Inviare solo libri di poesia editi- 11 -
I l S alotto degli A utori
Raccontami una storia... d’amore
Rubrica a cura di Gennaro Battiloro
L’ultima lettera a Lorena di Gennaro Battiloro (Sesto
F.no – FI)
In una mia poesia pubblicata qualche mese fa e che
aveva per titolo “A San Valentino”, parlavo dell’Amore,
di quello, per intendersi, con la “A” maiuscola…Dicevo
di aver sentito tante volte parlare d’amore, a volte con
leggerezza, ed a volte a sproposito… E quante volte avevo visto naufragare amori che si ritenevano “indistruttibili”… “eterni” … L’Amore “vero” (quello con la”A” maiuscola) è un’altra cosa! Come la storia “toccante” che
vorrei narrarvi, e che ha per protagonisti Francesco e
Lorena (i nomi , ovviamente, sono di fantasia, ma la storia è “vera”…) Continuando una tradizione iniziata nel
1994 durante un pellegrinaggio con la moglie Lorena
alle Basiliche Mariane dell’Austria, ogni anno, il giorno
di San Valentino, scrive l’ultima lettera alla moglie
Lorena, inviandola ad un giornale perché la pubblichi:
Perché lo faccio? – scrive Francesco – Non lo so. Forse ,
per comunicare la gioia d’aver ricevuto in dono l’amore,
quello unico, pienamente umano, senza alcuna divisione,
conquistato nella gioia e nella sofferenza. Sì, è così. Ecco
il testo della lettera scritta alla moglie Lorena: Carissima, quando nel 1999, per la tua malattia i medici non mi
diedero alcuna speranza, io, con tutta la mia forza e tutto
il mio essere, mi rivolsi a Dio per ottenere la guarigione
e poterla ridonare a te nella carità, che è amore. Mi fu
data, perché pur nell’accettazione della realtà e a pochi
giorni dalla tua dipartita, tu mi chiamasti “uomo di speranza”. Di questo ti ringrazio. E, soprattutto, ringrazio,
Dio che mi ha permesso d’avere speranza. Così, ogni
tanto, mi accorgo di dire a voce alta due parole: “Io amo.
Un sentimento così dolce e, al tempo stesso, così struggente! E penso a te, che con occhi nuovi guardi “il mistero immenso del cielo dove ora vivi”. E penso a me che,
sul luogo dove il tuo corpo riposa, guardo quel Cristo di
bronzo col capo rialzato e la destra, che dalla croce è un
po’distaccata, quasi nell’atto di venirmi incontro, di venirmi a prendere. E certo che quello che fu il tuo patimento, e quello che ora è il mio per la tua mancanza, è
nella al confronto di ciò che ha patito Gesù, trafitto dai
chiodi e appeso alla croce. Il senso di questo, a te ora, è
completamente svelato e puoi contemplarlo nella gloria,
mentre a me resta la libertà di contemplarlo nella speranza, perché la sua inevitabile morte è stata per tutti noi
la “vera vita”. E la tua vita non può, quindi, essere stata
vana. Così, “Io ama” quando di pianto mi si velano gli
occhi, consumando l’Eucaristia nella Santa Messa; così
“Io amo” soprattutto nelle angustie del tempo, quando in
Dio mi addormento nel sonno quotidiano. Così, “Io ora
amo, raccontandomi a te in questo significativo giorno di
metà febbraio 2005: San Valentino martire” GRAZIE,
Signor Francesco per questa “toccante” testimonianza
d’amore, un Amore veramente con la “A” maiuscola.
ASSOLUTO
di Grazia FASSIO SURACE
(Moncalieri)
SORSEGGIANDO UN CAFFÈ
di Giuseppe DELL’ANNA (Torino)
(Poesia ispirata dalla copertina della
Rivista “Il Salotto degli Autori” n° 26
Primavera 2009")
Un bisogno di esami clinici
ti portò presso questa struttura sanitaria.
Leggevo nel tuo sguardo
che era bello trovare un volto amico
in un luogo che – solitamente –
si tiene ai margini dell’ego,
così, dopo gli accertamenti,
ci avviammo sotto il colonnato
all’interno di un bar
dove, seduti ad un tavolo,
sorseggiammo un caffè
e parlammo senza più occuparci del tempo
che pigro transitava
oltre il vetro fumè del locale.
Gli steli dei nostri pensieri
ci avvolgevano con discrezione
senza bisogno di fornire contenuti:
bastava il calore delle nostre parole
a creare i contorni del nostro tempo
spesso avaro
eppure anche tanto meraviglioso…
Era blu il mare
oltre il bianco muro
e bianca la vela
solitaria.
Era chiaro il cielo
oltre il blu del mare
immoto in un’alba
senza nubi.
Niente interrompeva lo sguardo
sdraiata
oltre il muro bianco.
Tratta dalla raccolta poetica
BIANCO E NERO
Estro Versi - Montedit ed.
- 12 -
Estate 2009
IL QUATTROCENTO E L’UMANESIMO
- Prima parte di Carlo Alberto Calcagno (Arenzano - Ge)
La letteratura italiana trova nel Quattrocento terreno
poco fecondo poiché la gran parte delle opere è scritta in
lingua latina. I letterati umanisti1 , infatti, tennero in
poco riguardo il volgare in quanto lo consideravano carente dal punto di vista estetico e privo della necessaria
sensibilità umana. Quando posero il volgare alla loro attenzione lo fecero per il solo desiderio di elevarlo ai modi
alti del modello latino. Venne recuperato però il latino
classico e non quello medioevale come si potrebbe pensare vista la contiguità dei periodi.
Sappiamo già che anche Petrarca e Boccaccio considerarono la lingua latina come strumento letterario privilegiato, nonostante abbiano acquisito fama e vengano ricordati soprattutto per la produzione volgare. La nuova
cultura guarda dunque ai valori e alla lingua latina antica: una lingua morta e utilizzata ormai solo per la letteratura. Il letterato umanista, fine nel gusto estetico, tiene
parimenti in grande considerazione i sentimenti e le concezioni morali e spirituali; e la sua attività viene assicurata da un mecenate o committente che è sostanzialmente un borghese desideroso di nobilitare le sue basse origini e nel contempo di innalzarsi politicamente.
Su commissione dunque l’umanista va alla ricerca dei
codici più fedeli all’originale classico; si formano allora
le prime biblioteche private, e ciò a discapito del monopolio culturale riservato fino ad allora al mondo ecclesiastico; si diffonde conseguentemente il mestiere del
libraio e, dopo la scoperta di Gutemberg della stampa,
sul finire del Quattrocento si poterono contare nelle più
importanti città italiane più di settanta stamperie2.
La cultura aristocratica diviene elitaria, dato che si restringe al cenacolo dei letterati che scrivono tra loro o
per omaggiare il loro mecenate. Si affianca, in altre parole, alla tradizionale Università la cosiddetta Accademia,
presente in ogni corte d’Italia, che è un circolo di dotti,
ma anche un mezzo prezioso per educare gli eredi della
nobiltà di corte3.
L’Accademia fiorentina, voluta dai Medici e detta
“platonica”, è di fondamentale rilievo: così come il Medioevo esalta Aristotele, il Quattrocento pone al centro
della sua indagine la dottrina platonica, ovvero ammette
l’esistenza di un mondo ideale differenziato sia dal mondo sensibile sia dalle costruzioni della mente umana.
L’idealismo platonico è appunto ricerca di armonia e
di bellezza, perfezionamento del gusto, discrezione dei
comportamenti, visione di un’umanità perfetta, di cui la
corte può rappresentare lo specchio: in quest’ambito si
cerca la sintesi tra l’umanesimo pagano e l’ascetismo
cristiano, armonizzando spiritualità e sensibilità, anima
e corpo, bellezza e verità, entro un disegno primordiale,
da paradiso terrestre della perpetua innocenza.
La corte è proprio il luogo edenico ove la natura e l’invenzione collaborano all’avvento del regno della “Grazia”. Ci si vuole riappropriare del mondo e dell’umano,
purificandoli alla luce dei valori cristiani. Firenze è, come
detto, il primo centro della cultura umanistica grazie all’opera del Boccaccio. Qui opera anche Coluccio Salutati4, un politico che si occupa di letteratura; in lui essa si
salda alla cosa pubblica5, le humanae litterae sono addirittura un esempio per la conduzione della vita attiva; è
una figura che ricorda Cicerone, l’oratore classico di cui
scopre le Epistulae ad Familiares. In particolare ed in
dissonanza con i dotti del suo tempo abbandona la retorica medioevale a favore appunto di quella ciceroniana.
Sotto il profilo politico Coluccio esalta la Firenze democratica 6: nel De Tyranno afferma al proposito
l’ammissibilità del tirannicidio7. Nei vari trattati affronta
poi il rapporto che c’è tra la fortuna e la libera volontà
(tema che poi verrà ripreso, tra gli altri, da Machiavelli),
cerca un’integrazione tra l’umanesimo e la scienza, si
occupa della delicata relazione tra i miti pagani e le verità cristiane. Coluccio Salutati sostituì infine negli studi
classici la grafia gotica con la più leggibile minuscola
carolina convinto che fosse la grafia romana: tale introduzione sarà importantissima per la nascita e la diffusione dei libri stampati8.
A Firenze giunge anche la letteratura greca con Manuele
Crisolora, un diplomatico e maestro del greco classico9,
emigrato da Costantinopoli in Italia nel 1397 - su invito
del Salutati - che traduce in latino la Repubblica di Platone e le Vite di Plutarco, opere di grandissima risonanza nel secolo. Per la lingua greca va ricordato anche il
cardinale Bessarione, non solo per il suo tentativo di conciliare platonismo e Cristianesimo, ma soprattutto per il
lascito (1468) a San Marco di Venezia di una grandissima biblioteca (primo nucleo della Marciana) di testi greci provenienti da Costantinopoli e dai conventi greco-ortodossi. Allievo del Salutati e suo successore alla Cancelleria di Firenze è Leonardo Bruni (1374-1444)
grecista10, ma soprattutto storico11 che esalta Firenze
come la città ideale; scrive anche in volgare una Vita di
Dante ed una Vita del Petrarca.
Niccolò Niccoli (1364-1437) fu grande ricopiatore e
raccoglitore di libri12 (tutti quelli del Boccaccio), ma scrittore di scarso peso; più che altro si ricorda perché fiero
avversario della lingua volgare. Il maggiore degli
umanisti-filologi è senza dubbio l’aretino Gian Francesco Poggio Bracciolini (1380-1459), allievo a sua volta
del Salutati e membro della stessa Cancelleria fiorentina. Si tratta di un letterato libero da vincoli comunali e
- 13 -
I l S alotto degli A utori
disposto assai più del Petrarca, a mettere la sua professionalità (il B. era anche notaio) a servizio dei committenti che più lo retribuiscono.
Fu straordinario cercatore13 e ricopiatore di Codici
anche per commissione della Curia romana.
A differenza del Salutati e del Bruni egli non concepisce la letteratura come strumento di intervento civile, ma
come consolazione e bellezza opposte allo squallore e
alla malinconia del tempo che passa. Mentre quelli proiettano in Firenze l’immagine dell’Eden Bracciolini pensa ad un Eden prettamente naturalistico14.
Nel De avaritia e nel Contra Hypocritas Bracciolini
polemizza poi contro i monaci ghiottoni che secondo lui
esasperano i temi del peccato e delle pene e sono perciò
da lui considerati i peggiori nemici della concezione
umanistica di un mondo innocente in cui il piacere è libero da ogni colpa, come nell’Eden.
All’aspirazione di un mondo innocente si unisce nel
Bracciolini, il senso della ineluttabile della fuga del tempo e della decadenza di tutte le cose; il mondo classico
diventa così ragione di riflessione sulla caduta della antichi splendori.
Di Bracciolini ricordiamo in ultimo il Liber facetiarum15
(1438-1452), la più importante raccolta di motti arguti
del Qattrocento.
NOTE
Che furono detti tali per la scelta rigorosa della humanae
litterae (poesia, oratoria, epistolografia, storiografia, filosofia
morale).
2
Con almeno un grande artista della stampa come Aldo
Manuzio, autore dei più belli incunaboli (i primi libri a stampa,
appunto ancora “in culla”) della storia.
3
Si tratta del nucleo del futuro liceo, scuola “classica” per
eccellenza.
4
Nato a Signano Val di Nievole nel 1331 e morto in Firenze
nel 1406. Fu prima notaio e poi cancelliere di Lucca e Todi ed
infine segretario della Prima cancelleria di Firenze (il Cancelliere di Firenze era la più alta magistratura della Repubblica
fiorentina anche se aveva alcun potere politico); divenne amico del Petrarca e confidente del Boccaccio,
5
In questo senso v. le Epistulae e i trattati De saeculo et
religione, De fato, fortuna, et casu, De tyranno.
6
Soprattutto nel momento in cui Gian Galeazzo Visconti
(1385-1402), novello Cesare, tenta invano di impadronirsene.
7
L’uccisione del tiranno fu per la prima volta considerata
legittima dal filosofo medievale Giovanni di Salisbury (metà del
XII secolo). Il tirannicidio, in difetto di altra azione possibile,
lo troviamo in seguito nel De Guelphis et Gebellinis e e nelle
Glosse alla Costituzione enriciana Qui sint rebellis, opere del
grande giurista trecentista Bartolo da Sassoferrato. La tematica
sarà ripresa anche nel secolo dei Lumi con il Trattato sulla
Tirannide (1777-1789) di Vittorio Alfieri ove si configurano
come unici rimedi alla tirannia il suicidio o appunto il tirannicidio.
8
Il processo sarà poi perfezionato da Poggio Bracciolini.
9
Questa lingua in Grecia era stata soppiantata dal greco
moderno.
1
Traduce Platone, Aristotele, Senofonte e Plutarco grazie
agli insegnamenti di Crisalora a cui viene affidata dal Salutati
la cattedra di letteratura greca.
11
Da ricordare di questo autore con particolare attenzione
Le Historiarum Florentini populi libri XII (Dodici libri di storie
fiorentine, 1420) che insieme ad altre opere (le Istorie fiorentine (1525) di Niccolò Machiavelli, la Storia d’Italia (15611564) di Francesco Guicciardini, e il Methodus ad Facilem
Historiarum Cognitionem di Jean Bodin), abbandonavano la
visione degli storici medievali legata a un concetto di tempo
segnato dall’avvento di Cristo per sviluppare un’analisi degli
avvenimenti che ha origine da un punto di vista laico del tempo e dall’atteggiamento critico verso le fonti. La storia divenne
una branca della letteratura e non più della teologia. Gli storici
del Rinascimento rifiutavano la divisione cristiana della storia
che doveva avere inizio con la Creazione, seguita dall’incarnazione di Gesù Cristo e dal Giudizio Finale. La visione
rinascimentale della storia esaltava il mondo greco e romano,
condannava il Medioevo come un’era di barbari e proclamava
la nuova epoca come quella della luce e della nascita del classicismo.
12
Alla sua morte lasciò ottocento codici.
13
Nel 1414 in seguito alla partecipazione al concilio di Costanza aveva ritrovato nelle abbazie di Cluny e di San Gallo
molti codici, dati per scomparsi, conservanti le opere di autori
latini come Quintiliano, Lucrezio (il De Rerum Natura),
Ammiano Marcellino, Silio Italico, Stazio e Valerio Flacco.
14
Tale paradiso lo ritroviamo in una celebre lettera dove il
B. descrive le ricreazioni balneari di Baden, dove donne e
uomini nudi giocano senza malizia in un clima fascinoso di
primitiva innocenza;
15
Una raccolta che consta di 273 facezie, di un’introduzione e di una conclusione. Dopo una diffusione manoscritta (anche in redazioni parziali in anni precedenti il completamento
della raccolta), l’operetta ebbe una notevolissima fortuna di
stampa: si contano poco meno di una trentina di edizioni, ad
esempio, tra il 1470 e il 1500 molti autori prenderanno le
mosse dal Bracciolini: Poliziano, Pontano, Baldessar Castiglione,
Thomas More, Erasmo da Rotterdam ecc. Il titolo dell’opera
nelle intenzioni del Bracciolini sarebbe dovuto essere
Confabulationes (conversazione famigliare), ma il termine
facetiae (frase scherzosa ed arguta) si impose in quelli poi divulgati: Facetiae, Poggi Florentinii Facetiae, Liber facetiarum.
Dal punto di vista strutturale le facezie sono brevi racconti
d’intrattenimento che vogliono insegnare con sagacità l’arte
del vivere; gli umanisti utilizzano molte figure retoriche per
ottenere l’effetto voluto come l’entimema (sillogismo che tende
a suggestionare partendo da premesse solo probabili), la metafora, l’allegoria, la paronomasia (avvicinamento di parole di
suono uguale ma di significato differente), l’ironia ecc.
In quanto al contenuto le facezie mostrano un desiderio di
libertà dal consenso, dall’ordine costituito sia esso laico o religioso, di licenziosità e trasgressione anche delle convenzioni
linguistiche (specie quando dalla logica si giunge al paradosso); il vir doctus et facetus si prende così l’impegno di smascherare la rusticitas, l’ottusità e la limitatezza della falsa od
improvvisata cultura.
- 14 -
10
Estate 2009
PROFONDO AZZURRO
di Guido BAVA (Biella)
Profondo azzurro sui monti
carichi di bianca neve
e il sole che già indora,
timido,le loro alte cime.
Volo di corvi neri e di colombi
ad animare il grande cielo
che io, solitario, ammiro
con l’occhio vecchio e stanco.
Pensieri, lembi di ricordi
sfiorano la mente confusa
che, trepida, li attende
mentre fisso quel raggio
di sole che lentamente scende
ad illuminare la mia valle
e a toglierle quel freddo
che, anch’io,sento tra le spalle……..
PER LE TUE FIGLIE
di Gian Claudio VASSAROTTO
(Lombriasco – TO)
A te, mamma,
la mia preghiera
per le tue figlie.
Le tue figlie cadute
dagli arcobaleni di luce
delle aurore del divino,
negli oscuri tramonti
dei firmamenti umani.
Le tue figlie sposate
al principe delle tempeste
del secolo che ebbre
di tempo abbracciano
gli sfuggenti tesori
del mondo.
IL RICHIAMO DEL MARE
di Mariateresa BIASION
(Orbassano – TO)
Raccolta
nel grembo del mare,
ne respiro la vita.
Baci di salsedine
e
grovigli di alghe
trattengono
i miei passi,
volti alla riva,
porto sicuro
alle tempeste della vita.
Ma,
sepolto
dalle sabbie del tempo,
il canto delle onde
inebria la mente,
protesa ad inseguire
il volo di un gabbiano
e
l’avvolge,
come canto di sirene.
Voci
di antichi dei
sconvolgono
il silenzio dell’anima.
E’ buio nei miei occhi,
pur nell’accecante
bagliore del sole.
Lontano,
scorre,
sulla terraferma,
la monotonia
dell’esistenza.
Le tue figlie
calpestate dai ciechi
galoppi dell’era che uccide
la poesia ed i sogni.
Per le tue figlie annegate
nell’oceano della violenza.
Per i loro giardini di seta
invasi dai demoni della materia.
Per le candide rose straziate
dai bruchi della lussuria.
Per le ridenti gazzelle rinchiuse
nelle gabbie degli orrori
dove lacrime di sangue cadono
dagli occhi dell’amore.
Ti prego, o madre,
per la rugiada di grazia
che stilla sul loro prato.
Per la luna di speranza
che brilla sui loro volti
in questa terribile notte
nel regno del peccato.
- 15 -
I l S alotto degli A utori
DEDICATO A TUTTI I PERDENTI
Gaetano Pizzuto (Torino)
Sono senza vergogna nel confessare che nel trovarmi in
una qualsiasi toilette di bar, cinema o ristoranti l’unico
inetto che Fantozzianamente non riesce a trovare il pulsante della luce, a capire il funzionamento del rubinetto
o addirittura non sa riaprire la porta del bagno sono io.
A volte mi capita d’infilare in quelle macchinette infernali gli ultimi soldi in tasca e loro se li inghiottono, senza
dare in cambio un bel niente e la gente d’intorno con
sorrisetti e sguardi ironici sembra dire: “Che imbranato
sei!“ Quando fui imberbe giovincello, come un perfetto
Charlie Brown arrossivo come un papavero davanti alle
ragazze, non riuscendo ad emettere una sola sillaba e
l’impaccio era patetico, imbarazzante.
La matematica sentenzia la mia appartenenza all’albo
degli spiantati professionali, come Paperino e nel cimentarmi con infantile entusiasmo tra le avventure del vivere
capita d’ottenere i suoi stessi disastrosi risultati. Inoltre
come un Whill coyote qualsiasi mi ritrovo sbeffeggiato
dal solito Bip Bip di turno. Tutta la simpatia, la solidarietà ed il mio affetto è rivolta a questi personaggi creati
dalla fantasia degli autori, perché in quell’essere “sfigati“
si rispecchia gran parte della mia vita.
Ho un sogno: che tutti i perdenti riescano ad alzare la
testa, senza che qualcuno o qualcosa li ricacci ogni volta
nel ruolo di sconfitti cronici. Vorrei che Fantozzi venga
rispettato e la smetta di far figure di m... ( pardon, volevo
dire barbine ) circondato dall’insulsa signora Pina e dalla figlia-mostro Mariangela e che giri finalmente su una
spider piuttosto che su quella scalcagnata giardinetta. Che
un giorno Charlie Brown vinca il campionato di baseball
e riesca a conquistare la ragazzina dai capelli rossi. Vorrei che Paperino abbia la stessa fortuna del borioso cugino Gastone e quel taccagno dello zio Paperone gli regali almeno un decimo dei famosi fantastiliardi e possa
così sposare l’eterna fidanzata Paperina. Che Whill coyote
riesca ad acciuffare una volta per sempre quell’indisponente antipatico di Bip Bip per poi farlo a fettine. Un
sogno, forse rimarrà solo un sogno: che i miei eroi, che
tutti i perdenti, siano essi di fantasia o siano reali esseri
umani, abbiano una botta di c... ( pardon, volevo dire
fortuna ) e vengano colti da un attacco d’improvviso benessere.
PICCOLO MANUALE DEL MIO DOLORE di Annalisa T.
ISBN: 978-88-6096-284-3 - Prezzo: 10,00 euro - Kimerik Edizioni
Nessuna donna potrà leggere queste pagine senza identificarsi almeno un po’ nella protagonista: vivere con lei, gioire, illudersi e, finalmente, aprire gli occhi. Nessun uomo potrà
leggere queste pagine senza sentire, almeno un po’ in fondo al cuore, un latente senso di
colpa. La storia sa di quell’amaro che tante donne conoscono. È quasi banale, “già vista”,
già sentita, eppure struggente, inesorabile, coinvolgente dalla prima all’ultima riga. Una
donna incontra un uomo. Ogni cosa intorno a lei le suggerisce di fuggire da quel legame, che
non sarà mai abbastanza solido, mai abbastanza forte, mai veramente un legame. Ma lei ci
crede, ci vuole credere; mette una benda sugli occhi, si copre le orecchie e va avanti come un
treno. Perché questa volta no, questa volta è diversa da tutte le altre, questa volta lui è
davvero cambiato. Qualcuno ha già detto: “Gli uomini non cambiano...”. Annalisa T. racconta la storia di una delusione d’amore con lucidità e grande capacità autocritica, riuscendo ad esorcizzare il dolore con frasi ironiche e ricche di humour. La sua scrittura è fresca,
briosa e cattura l’attenzione del lettore inevitabilmente.
- 16 -
Estate 2009
STORIA DEL TEATRO
Il Melodramma
di Maria Francesca CHERUBINI (Perugia)
Il Melodramma nacque a Firenze negli ultimi anni del
sec. XVI (1580) dalla Camerata dè Bardi.
Questo genere totalmente nuovo e totalmente italiano
scorse dalla collaborazione di un gruppo di artisti, eruditi, poeti e musicisti che solevano riunirsi nella casa del
Conte Giovanni Bardi, musicista ed erudito lui stesso e,
inoltre, generoso mecenate. Tra essi vi furono nomi insigni
quali Vincenzo Galilei, padre del grande Galileo, che fu
sia liutista sia il massimo teorico della musica. Scrisse
infatti, il “Dialogo della musica antica e moderna” (1581);
il musicista romano Giulio Caccini che elaborò il testo
“Nuove musiche” (1602); i musicisti Jacopo Peri e Jacopo
Corsi ecc, ecc.
Questi studiosi e artisti vollero attuare una riforma in
campo musicale in quanto sostenevano, contro la Polifonia
imperante derivata dai Fiamminghi, la dolcezza e l’eccellenza della Monodia, appoggiata a testi letterari di
alta dignità poetica.
Questi grandi eruditi, mossi dall’ambizioso desiderio
di dare al nostro Paese quella Tragedia la cui mancanza
era da loro considerata come una grave colpa della Letteratura Italiana, volsero lo sguardo all’antichità e
ristudiarono gli elementi costitutivi della Tragedia Greca: poesia, musica, danza.
Convennero dunque che solo dall’intimo legame tra
suono e parola , tra musica e poesia, poteva scaturire una
molteplicità di sentimenti che potesse esercitare quel
particolarissimo effetto (partecipazione e commozione)
sugli astanti, di cui fanno parola gli scrittori antichi.
Dunque, occorreva bandire l’eccessivo tecnicismo e
virtuosismo della Polifonia dando risalto alla parola. Era
necessario cioè liberare la parola dalle eccessive
sovrapposizioni vocali della Polifonia nei meandri delle
quali, il significato delle frasi si dissolveva. Impossibile
infatti percepire, nel groviglio delle voci, l’espressione
dei sentimenti e degli affetti. La “Camerata de’ Bardi”
decise dunque di tornare al “predominio di una sola voce”
e di riportare la parola ad una “perfetta coincidenza con
la musica”. Questo nuovo stile fu poi chiamato “Recitar
cantando”.
La “Camerata fiorentina o de’ Bardi” dette dunque il
primo manifesto estetico e la prima teorizzazione del rapporto tra musica e dramma, tra musica e canto. Fu scelto
il “Dramma pastorale” a costituire il “libretto” su cui i
musicisti avrebbero intessuto le loro note. E dall’insieme di dramma pastorale e melodia nacque il Melodramma (Melodia + dramma). In tal modo, partiti da una
rivisitazione della Tragedia greca, i componenti della
“Camerata fiorentina” trovarono un nuovo originale genere d’Arte: il Melodramma, la più tipicamente italiana
delle forme teatrali.
Il Melodramma si differenziava fortemente dagli antichi drammi greci in quanto in essi la musica e la danza
servivano solo di commento alla parola del poeta; nel
Melodramma invece si affidava preminentemente alla
musica il compito di esprimere il sentimento, pur legandovi, in perfetta coincidenza, la parola del poeta.
Così dalla inclinazione melodica del letterato e dalla
sensibilità poetica del musicista nacque quel nuovo genere artistico chiamato “Opera in musica”, genere che
conobbe alterne vicende fino alla morte del Metastasio,
ma che conquistò nel periodo Romantico la sua eccellenza sia per opera di insigni musicisti che scrissero capolavori eterni, sia per la grande popolarità estesasi in tutta
Europa, trovando ovunque ammiratori e emulatori.
“L’Opera in musica”, nel periodo Romantico fu legata
indissolubilmente alle intramontabili figure di “Norma”,
tratta dall’omonima Opera lirica di Vincenzo Bellini, di
“Lucia” tratta dalla “Lucia di Lammermoor” di
Donizetti, di Tell protagonista del “Guglielmo Tell” di
Rossini, di Otello e Desdemona, figure tratte dall’ “Otello”
di Verdi, di “Aida” dall’omonima Opera di Giuseppe
Verdi, di “Don Carlos” ancora di Verdi, etc etc.
“L’Opera in musica” poiché si avvale di scenografie e
spesso di azioni coreografiche, può essere considerata
una delle manifestazioni artistiche più complete.
La nascita ufficiale del melodramma può senz’altro
essere indicata con la prima rappresentazione di “Dafne”
(1594), opera sorta dalla ottima collaborazione di un
celebre cantore Jacopo Peri e dal geniale Poeta
melodrammatico Ottavio Rinuccini (Firenze 1564-1621)
che ne scrisse il “libretto”.
«Impostata su un’azione semplicissima, suddivisa in
un Prologo e 4 episodi, questa favola tratta da Ovidio
(Dafne inseguita da Apollo è tramutata in lauro) si muove ancora nell’ambito pastorale: tuttavia, benché priva di
calore drammatico, essa ci presenta già nella verseggiatura
la suggestiva tonalità musicale indispensabile a chi doveva rivestirne di note l’elegante ed aggraziato recitativo»1
A questo primo illustre esempio di “libretto” fece seguito “Euridice” (1600) opera ugualmente scritta dal
Rinuccini e ancora musicata da Jacopo Peri.
L’Opera “Euridice” è complessa e si rifà alla famosa
favola mitologica di Euridice morta per il morso di una
serpe, ma restituita da Plutone allo sposo Orfeo.
Questa fiaba mitologica era già stata cantata dal
Poliziano (Montepulciano 1454-Firenze 1494) ma qui
compare con una variante: si parla del felice viaggio nell’Ade da parte di Orfeo.
La prima rappresentazione avvenne nel 1600 in occasione delle nozze di Maria de’ Medici con Enrico IV di
Francia.
- 17 -
I l S alotto degli A utori
Ma il testo di maggiore autenticità poetica di Ottavio
Rinuccini e opera che raggiunge una più intensa drammaticità e forza di sentimenti è l’ “Arianna” che ebbe la
fortuna di essere musicata dal celeberrimo Claudio
Monteverdi (Cremona 1567-Venezia 1643) il vero creatore della musica melodrammatica. Vi si narra la storia
dell’abbandono di Arianna da parte di Teseo e il suo
susseguente matrimonio con Bacco. Anche l’ “Arianna”
ebbe la sua prima rappresentazione in occasione di nozze principesche.
«In tutte e due le composizioni poetiche, Euridice e
Arianna, il Rinuccini giunse ad una notevole caratterizzazione dei personaggi principali, ma soprattutto si servì
del verso, limpido sempre e sempre diffuso di squisita
dolcezza, per creare quell’aura melodica che è già musica in potenza, e per avviare il genere, ormai libero dagli
impacci della Tragedia e della Favola Pastorale, alle
fortune dei secoli seguenti»2
Dopo il Rinuccini il Melodramma, nonostante divenisse sempre più importante e diffuso, iniziò a contravvenire alla sua regola fondamentale: far sorgere ogni Opera
d’Arte da una necessità interiore, da un sentimento e
non da elementi esterni e meccanici.
Iniziò una decadenza artistica che con il tempo divenne grave.
Inoltre, con l’apertura del Teatro di S. Cassiano a Venezia si ebbe il primo teatro pubblico a pagamento. E
qui fatalmente tra poesia e musica si inserì un terzo elemento: lo Spettacolo.
Esso portò a messinscene barocche sbalorditive per
assecondare i gusti del pubblico, ma parimenti condusse
il Melodramma a grave decadenza artistica.
La scenografia più bizzarra cercava di portare sul palco magnificenze esteriori mai viste, rapidi cambiamenti
di scena, apparizioni improvvise di personaggi simbolici
e ciò al fine di guadagnarsi il favore degli astanti. Si
avvalse anche dell’opera di architetti insigni quali lo
Juvara (1678-1736) e il celebre Gian Lorenzo Bernini
(Napoli 1598-1680).
Ben presto la parte decorativa ebbe la meglio su quella poetica. La poesia perse ogni sua libertà d’azione sottomessa come era al capriccioso virtuosismo dei cantanti, e la ricerca frenetica di grandiosità della scena dette
il colpo finale alla poeticità. Il “libretto” scade di valore,
perde ogni dignità letteraria.
«Così il Melodramma da strumento capace di esprimere profondamente la passione significata dalle parole, di
indurre lo spirito ad un’intelligenza ètica della vita e del
suo valore, quale era stato con il Monteverdi, decadde a
spettacolo scenografico e canoro atto a rapire lo spirito in
voluttuosi e superficiali abbandoni»3.
Risollevò in parte le sorti del Melodramma all’inizio
del Settecento il letterato veneziano Apostolo Zeno (16681750). Ma per ricondurre il Melodramma al primitivo
splendore, occorrerà attendere un nuovo grande poeta:
Pietro Metastasio (1698-1782).
NOTE
1
Egidio Curi – Storia della Letteratura Italiana Vol II
– Zanichelli – Bologna – Luglio 1967
2
Gianni, Balestrieri, Pasquali “Antologia della Letteratura italiana” – Casa Editrice G. D’Anna Firenze –
Aprile 1964
3
Idem
INTRIGHI NELLA CAPITALE di GALEOTTI Idilio
ISBN: 978-88-6096-301-7 Pagine: 298 - Prezzo: €. 15,00
Si giunge, nella vita, ad un’età (credo variabile per ciascuno di noi) in cui si sente il bisogno di fare dei bilanci.
Tirare delle somme algebriche tra le cose fatte e quelle non fatte, o, anche tra le cose positive e quelle negative. Nel
corso della nostra esistenza, se essa non è troppo breve, è probabile poter fare più di un bilancio fino purtroppo a
giungere all’ultimo, quello definitivo. Io, superato in modo fisicamente egregio la cinquantina (per ora, facendo i
debiti scongiuri, non posso certo lamentarmi), ho sentito fortemente questo bisogno sperando comunque di non fare l’ultimo. Ad essere onesto, confesso che più volte nella mia
vita ho analizzato il passato con tutte le decisioni prese e le conseguenze delle stesse,
nonché le circostanze inevitabili che hanno condizionato il mio cammino, però, questa
volta, ho sentito la necessità di far seguire determinate azioni alle mie amare valutazioni.
Purtroppo ho parlato di amarezza nelle valutazioni generali della mia esistenza e, se non
intendo annoiarvi elencando ed argomentando le delusioni della mia sfera privata (dove
comunque rimane la grande gratificazione di aver centrato il principale obiettivo della
vita che è quello di aver procreato e di essere diventato un padre), confesso di essere
molto insoddisfatto anche per la mia attività artistica. Ho la presunzione di parlare di
attività artistica perché, al di là di qualsiasi valutazione obiettiva che si può esprimere su
ciò che leggerete più avanti, io ho tentato di esprimere le vere e forti sensazioni provate
con l’unico mezzo che ritengo a me consono: la parola scritta.
- 18 -
Estate 2009
RIFLETTERE, PENSARE, MEDITARE
di Giovanni Reverso (Torino)
Riflettere su una cosa, su qualunque cosa, o su un fatto
accaduto o che accadrà: ne nasce un pensiero che mi fa
meditare su ciò che ho riflettuto.
Cosa ci spinge a riflettere? Intanto cosa intendiamo
per riflessione? Una riflessione è sempre un meditare,
cioè uno sconfinamento del ragionare.
Ragionare, è più che meditare? Ragiono in base a delle conoscenze acquisite , magari in tempi diversi e anche
contraddittorie. In base a queste conoscenze e solo in
base a queste, cerco di ottenere un risultato o di capire
un fatto accaduto. Il risultato lo ottengo muovendomi in
base alle conoscenze che possiedo e che dovrebbero in
ogni modo darmelo. Se devo invece capire un fatto accaduto, il mio ragionamento si basa su come questo fatto è
capitato, cercando di capire le ragioni del suo accadere.
Cosa l’ha fatto accadere? Rientra nelle mie conoscenze
ciò che è accaduto? O devo cercare altre ragioni, altri
motivi che hanno contribuito al suo accadere? Il ragionamento può partire dal basso, cioè da zero, da prima che
il fatto accadesse e via via trovarne la o le ragioni che
l’hanno fatto accadere. O dall’alto, cioè dal fatto compiuto percorrendo a ritroso le vicende. Sembra la stessa cosa,
ma non lo è. Un conto è immaginare una cosa che accadrà, un altro è capire perché è accaduta. quando è accaduta la cosa resta ferma; se invece deve ancora accadere
tutto è in movimento, e le cose possono essere completamente diverse. Il pensiero nasce dalla riflessione o prima del riflettere? Il pensiero è solo o anche un’idea? E’
forse un insieme di idee o un’idea sola? Se è un’idea
sola, se è buona, ha molte probabilità di affermarsi. Un
pensiero formato da più idee può suscitare incomprensione nello stesso formulatore creando uno stato di incertezza che deve essere annullato, pena l’inutilità o la
pericolosità del pensiero stesso.
E l’idea in fondo che cos’è? Una soluzione nuova? Un
proseguimento del raggiunto verso nuovi obbiettivi? Un
ripensamento? Un capire mai riuscito prima? Si dice che
l’idea non muore, e in effetti prosegue rinnovandosi continuamente. Esistono i fatti, d’accordo, come risultati di
idee. Ma, l’idea si attua col fatto accaduto e ritorna con
un nuovo fatto, ma non è mai la stessa, segue una continua metamorfosi. L’idea, quindi, è solo un fluire di pensieri “fermati”.
Il pensiero è anche indubbiamente una costruzione.
Ma, per diventarlo ha bisogno di ricorrere alla meditazione. Meditare non è semplicemente pensare. Meditare
è costruire usando le parole come mattoni, cemento e
altri materiali da costruzione. Meditando si può costruire di tutto. Una delle cose più belle che può fare la meditazione, è la costruzione di ponti. Ponti che collegano
tante, tantissime cose. Ponti che sono una salvezza, una
vera salvezza per l’umanità se si facessero davvero. Ma,
l’umanità è avara di ponti, preferisce distruggerli per cui
sarà sempre una lotta continua, lotta tra religioni, tra partiti, tra popoli, tra nazioni, tra ricchi e poveri, istruiti e
analfabeti, ecc. Tutte queste lotte potrebbero essere evitate con la costruzione di ponti. Ponti virtuali s’intende,
ma validissimi a districare diatribe che sembrano
irrisolvibili e problemi che in realtà non esistono, ma
sono stati solamente creati per fomentare discordie, lotte, guerre a non finire.
Riflettere porta a pensare, e pensare, secondo Giovanni Gentile, è sempre filosofare. E la filosofia trova sempre, o quasi sempre, la strada migliore, quella più adatta
al momento in cui la si deve percorrere, in quanto la vera
filosofia non ha secondi fini, come invece altre scienze,
ma mira diritto alla migliore soluzione di qualsiasi problema. Non solo, ma la sua opera è fonte e ricerca di
soddisfazione, serenità e piacere. Tutte cose che creano
benessere e, di conseguenza, migliorano la salute e la
qualità della vita. “Pensare per agire; agire per pensare!” Ben detto Goethe!
Chi agisce senza pensare, difficilmente agisce bene o,
quantomeno, non così bene se prima pensasse.
Suttapitaka ha detto che “Tutto ciò che è, è il risultato
di ciò che abbiamo pensato”. Direi non completamente
perché molte cose, forse le più brutte, ma non sempre,
sono il risultato di quello che è stato fatto senza pensarci.
Il troppo storpia, da’ ragione al Tasso: “Ma nulla fa chi
troppe cose pensa”. Per Leonardo da Vinci: “Chi poco
pensa, molto erra”.
Sono sempre e ancora convinto con Demostene: “Si
pensa come si vive”.
Difatti ho sempre affermato che “L’uomo è il suo pensiero” e, senz’altro questo pensiero è influenzato da come
uno vive o è costretto a vivere.
Riflettere, pensare, meditare: insieme devono portare
all’azione, perché solo nell’azione è la serenità.
Se si resta fermi si finisce per morire, e allora agiamo,
allunghiamo la vita e ritardiamo l’ultima e definitiva partenza.
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NINFEE
di Alberto PAPADIA (Torino)
Soffici e vaporose corolle
galleggiano sul cristallino e limpido
smeraldo delle acque
eburnei,
quasi irreali diademi
forse all’istante
come per magia,
emersi da un sogno.
I l S alotto degli A utori
FERRARA LA CITTÀ DELLA TRANQUILLITÀ
Alberto Mongardi (Torino)
Oggi si parte per Ferrara
città mai vista in passato e
che ora desidero visitare.
Partenza alle 8,36 da Adria
tramite la linea ChioggaRovigo, cambio a Rovigo in
attesa del regionale Venezia Bologna Centrale con
discesa a Ferrara. Quanto
colpisce sia alla stazione di
Rovigo sia a quella di
Ferrara è la presenza di
frotte di giovani. Abitanti
nella provincia e che al mattino si recano a scuola o all’università nel capoluogo nonché di turisti per lo più inglesi, ma soprattutto tedeschi. Per allenare la mia lingua
straniera provo a scambiare qualche parola e noto con
sorpresa di conoscere ancora qualcosa.
Appena sceso a Ferrara mi avvio verso il centro storico
che dista dieci minuti dalla stazione: su giovani marmotte, la meta è vicina , è una bella giornata di sole che ci
permetterà di vedere molte cose. Appena giunto nel centro troneggia in primo piano il Castello Estense , circondato da un fossato. Tale palazzo in cui vissero i vissero i
duchi d’Este è considerato patrimonio di altissimo valore culturale per la città tanto da meritare da parte dell’UNESCO il titolo di patrimonio dell’Umanità Ora inizia
la visita con la salita alla Torre dei Leoni alquanto faticosa , ma ne vale la pena perché si vede il panorama di
Ferrara con il centro storico. Tornati al pian terreno inizia la discesa alle prigioni (poveretti i detenuti costretti a
stare in cunicoli così stretti) . La visita al piano terra alle
sale gotiche (sala dell’Aurora, saletta dei giochi e sala
della pazienza) le cucine ducali ed il cortile d’onore. Non
visitabile il secondo piano perché sede di uffici della provincia.. La mia visita prosegue verso piazza Trento - Trieste con la visita alla cattedrale costruita intorno al XII
secolo dapprima in stile romanico quindi alla fine del
secolo decorata in stile gotico. Nella piazza si vedono
inoltre il loggiato ed il campanile del Duomo. Fuori le
macchine fotografiche e zac zac una foto tira l’altra.
Quanto colpisce di questa città è il fato che sia a misura d’uomo e la maggior parte degli abitanti si sposti in
bici. Mi avvio quindi verso il borgo antico dove incrocio il
segnale ghetto ebraico : mi avventuro nell’attesa di incontrare il fantasma di Giorgio Bassani autore de Il giardino dei Finzi Contini, Gli occhiali d’oro e altri romanzi
che descrivono la Ferrara. Lo scrittore ferrarese deve
avere ambientato il proprio romanzo all’interno di questo ghetto. Mi fermo indi in una libreria a dare una
sbirciatina ai libri .
Pausa pranzo in un bar cinese in ogni senso: pure la
toilette è a misura di cinese tanto è bassa e… occhio alla
testa. Nuovamente in viaggio verso la casa del Romei:
trattasi di Giovanni Romei
banchiere degli estensi e
dalla ricchezza in sculture
classiche ed affreschi penso
fosse un creso. In ultimo al
Palazzo dei Diamanti fatto
costruire per volontà di
Sigismondo d’Este e così
chiamato per le bugne a forma di diamante che ne ricoprono la facciata. Ivi è sita
la Pinacoteca Nazionale con quadri di maestri dal XIII
al XVI secolo che causa tempo si visita velocemente. Pazienza sarà un’occasione per ritornarci.
Ora lemme lemme mi avvio verso la stazione nell’attesa del treno che mi riporti ad Adria.
- 20 -
VELLUTO
di Fiorella REY di VILLA REY
(Torino)
Tornerò dove il mare
s’arriccia sugli scogli.
Scenderò del molo
le scale muscose.
Là sedeva il vecchio
che pescava labridi
con bianche mollìche.
Accanto, il secchio rugginoso
rifletteva il cielo
e spegneva dei pesci
gli ultimi guizzi.
Darò voce ai grilli
che gridano arrabbiati
fra gli steli,
nei meriggi sudati.
Vedrò correre i ragazzi
tra le rose canine
e, certo, sarò felice,
come al tempo delle trecce.
Sapevo ridere, allora,
ai racconti un po’ folli
di mia nonna,
e cantare alla fiera dell’uva
sui bastioni,
al suono di un’armonica.
Arcano rifugio della memoria
che trasforma in velluto
l’aspro salire
della giovinezza,
su pareti senza appigli.
Estate 2009
IL TEMPO
di Silvia SPALLONE (Torino)
LA QUARTA STELLINA
Giuseppina IANNELLO
SICCARDO (Brescia)
Ogni tanto mi fermo e tu mai!
Di mattina per tirare su le tende
della nebbia ch ingrigisce il panorama
offerto dal balcone affacciato
sopra un lembo di fiume
per lasciare al sol sorgente
uno spiraglio di luce
ingrato sei che corri sempre
più veloce
non interessa a nessuno
dove vai, da dove vieni
ma corri in giro per il mondo
sei sempre uguale
per tutti noi del globo terrestre.
Eri un piccolo fiore
che trema
e non volevi dirci, tuttavia,
che stavi così male.
Ma quando un po’
di vita ti baciava,
eri un raggio di sole...
A sera...
Una stella che si spegne
sul tremolio del mare.
“Te la ricordi, mamma,
la poesia?
Quella che parla
di quattro stelline?”
Tu mi rispondevi:
“Sì, me la ricordo.”
E un po’ la recitavi:
“Quattro stelline,
ho visto passare,
quattro stelline,
sull’orlo del mare...”
Poi, ti fermavi;
il tuo sguardo si perdeva,
forse cercando,
nell’immaginario,
i contorni di una vastità marina.
Mamma, ora so che eri
proprio tu, la quarta stellina.
Perdonami, mamma
se ravvisavo in Te,
più l’angelo del cielo
che un angelo, anche, terreno
con tante paure.
Nel cielo dei miei sogni,
ove anche tu ci sei,
perdonami,
proteggimi.
GLI SPENSIERATI
di Giovanni REVERSO (Torino)
Chi sono gli spensierati? I senza pensieri?
Sicuramente coloro che pensano poco.
Il pensiero è la fonte d’ogni cosa.
Per questo si dice che il pensiero può
dare la vita come portare la morte.
Più pensieri uno ha, più si crea dei
problemi, che poi, in un modo o nell’altro,
dovranno trovare una soluzione.
Essere completamente senza pensieri
è impossibile: si fermerebbe tutto.
L’idea, cioè il pensiero, procede e spinge
all’azione, al movimento, alla comprensione,
ad avere altre idee, a non fermarsi mai.
Quindi un minimo di pensieri,
li hanno anche “gli spensierati”.
E’ una fortuna avere pochi pensieri?
Dipende, a volte sì, a volte no.
In fatto d’amore, di sesso, di piacere,
serve senz’altro. Invece di avere “troppi”
pensieri al riguardo, è meglio lasciare
che il corpo parli da solo con l’istinto.
Le parole dei pensieri seducono,
ma le carezze esaltano l’amore.
Con il corpo si può narrare tutto, meglio
che con la parola. Il linguaggio
del corpo ha infinite sfumature.
Al lato opposto degli spensierati, ci sono
i pensatori, coloro che pensano a tutto.
Ma pensare troppo non conduce a niente,
creando soltanto confusione nella mente.
I filosofi che avanzano sono quelli razionali:
riescono a dare ai loro pensieri concreti finali.
Gli spensierati: sono sempre accettati,
la loro spensieratezza porta allegria e,
di conseguenza, sono anche molto amati.
COMMUTATIO LOCI
di Michele ALBANESE (Rutigliano -BA)
Tutto contrario alle tue dicerie
A me piace viaggiare
e la velocità mi dilata l’animo
Il paradosso einsteiniano è efficace
Con sé si porta il Tempo
non mutabili sentimenti
Pericol sulla terra è l’incidentistica
che tanti cadaveri dissemina
Sogno un razzo astronautico
i paesaggi mi allietano
e ogni amarezza vien dimenticato
Seneca, istruisci male l’alunno Lucilio
“Un dì il bello trionferà” diceva un Moscovita
Ma è anche estasi, come il Divino Contemplar
- 21 -
I l S alotto degli A utori
RAGAZZO DI CRISTALLO
di Maria Grazia STIAVELLI (To)
PREGHIERA
di Mirella PUTORTÌ
(RC)
(Dedicato a Giovannino Agnelli)
Dio, salvaci
nelle conchiglie del tempo
non illuse…
salva l’anima del fiore
prigioniero d’anfore…
Ragazzo di cristallo
lo splendido disegno
che stavi realizzando
si è chiuso in un cassetto.
Salva i mattini
dipinti di stagioni
i fanciulli assolati
tra i cespugli…
Ci sei stato sottratto
negli anni ancora verdi:
la punizione è nostra
non ti meritavamo!
Salva i cuori dell’erba
ancora ignoti
e i battiti materni
delle palpebre.
L’arma segreta avevi
in un limpido sguardo
che rifletteva esempio
d’impegno e serietà.
Salva il raggio d’azzurro
che ci insegue
Quel modo tuo di essere
senza però apparire
ti rese popolare.
Ragazzo di cristallo
sarai sempre con noi
stretto nel forte abbraccio
di tutta una città
che ora vedrà sfrecciare
la tua vespa d’argento
su nell’immensità.
e il dolore dei ricordi
antichi e vivi d’infinito.
LA CONOSCENZA
di Baldassarre TURCO (Genova)
Fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza (Dante)
Alcune gioie della nostra vita
son contenute dentro una parola
e possono contarsi sulle dita
(e non su tutte) d’una mano sola.
SOGNO di Luciana MELLANA (To)
D’improvviso nel sogno
la tua vecchia casa
dentro, il silenzio
eco del mio passato.
Nulla è mutato
malgrado il vento tra le crepe,
gli inverni, quel dolore.
Come uccello morente
stride il cancello,
ma l’animo mio s’allegra
sei lì sorridente
tra il rosa – rosso dei gerani
e la gazza bianca e nera ammiccante
sul ramo del lillà.
La finestra affacciata sull’orizzonte
riflette la campagna,
nella vetrina i libri dei poeti
amati.
Cantano le cicale,
sirene di nenie antiche
nel gioco dell’attesa.
Tal termine si chiama ‘conoscenza’
ch’è nome astratto con varie accezioni:
può valer dire scienza e competenza
ed avere altre significazioni.
Conoscenza, nel senso d’amicizia
o di rapporti con altre persone,
allarga l’orizzonte con dovizia
d’uman consorzio e di civile unione.
Conoscenza, nel senso di sapere,
richiama una fatica assai gravosa,
fatta di sacrificio e di dovere,
ma che sa di conquista luminosa.
Conoscenza, nel senso scritturale:
‘conoscere qualcuno per amore’,
è gioia immensa che non ha l’uguale,
è gran tripudio di mente e di cuore.
...Conoscenza, comunque la si dica,
in modo dotto o in modo popolare,
è sempre acquisizione positiva
che giova a non lasciarsi fuorviare.
- 22 -
Estate 2009
AMORE COME PECCATO:
LA SUBLIMAZIONE DANTESCA
Francesca Luzzio (Palermo)
L’amore è uno dei temi fondamentali della letteratura
di tutti i tempi.
Anche nel Medioevo quando, presso la maggior parte
delle società del tempo, regna incontrastata una religiosità severa e la donna viene considerata quasi un’espressione demoniaca, non mancano i cantori dell’amore, anzi
la civiltà cortese-cavalleresca trova in tale tema la sua
essenza, definendo esso una “weltanschauung”, ossia un
determinato modo di intendere e praticare la vita.
Il teorico per eccellenza dell’amore cortese è Andrea
Cappellano, autore del trattato DE AMORE, in cui vengono fissate le norme e i canoni di tale concezione. Nonostante la condanna della chiesa che lo induce a ritrattare nel terzo libro il contenuto dei due precedenti, l’opera
ha un enorme successo, permeando profondamente la
cultura aristocratica del Medioevo.
Se la caratteristica essenziale del cavaliere della chanson de geste è la prodezza, nota essenziale dell’ideale
umanità dei cavalieri-poeti, detti trovatori (dal latino “tropare”: cercare e trovare versi e musica) è la giovinezza
alacre e gioiosa, splendidamente liberale, elegante e
raffinata, amante della donna, dell’arte, della cultura;
poi nel romanzo cortese queste due umanità vengono
sapientemente fuse da Chrétien de Troyes.
La concezione dell’amore cortese si manifesta per la
prima volta nel sud della Francia, in Provenza e la neonata lingua d’Oc è il suo strumento espressivo; da qui si
diffonde nella tradizione lirica italiana ed europea.
Secondo tale concezione, la donna è un essere sublime e irraggiungibile e l’amante si pone nei suoi confronti
in una condizione di inferiorità: egli è un umile servitore
“obediens” alsuo “midons” (obbediente al suo signore).
Tali termini adoperati dall’ iniziatore della lirica cortese, Guglielmo IX d’Aquitania, diverranno elementi fondamentali di un linguaggio che esprime una dottrina dell’amore intesa come vassallaggio alla donna, come servizio feudale, come omaggio.
Nella sua totale dedizione, l’amante non chiede nulla
in cambio, il suo amore è destinato a restare perennemente inappagato (“desamantz”) ma tale insoddisfazione se da un lato genera sofferenza, dall’altro è anche
gioia, una forma di pienezza vitale che ingentilisce l’animo, privandolo di ogni rozzezza e viltà. Amore si identifica con cortesia, e solo chi è cortese ama “finemente”,
ma il “fin’amor”a sua volta rende ulteriormente cortesi e
gentili (A. Cappellano, De Amore), sicchè si viene a istituire una concatenazione di causa-effetto che esclude ogni
possibilità di appagamento fisico, poichè quest’ultimo
determinerebbe un’interruzione del processo di ingentilimento; tuttavia non bisogna pensare che si tratti di un
amore del tutto platonico, infatti l’inappagabilità non esclude né la sensualità, considerato che l’ultimo momento
della manifestazione dell’amore consente “l’esag”, ossia l’ammissione dell’amante nudo alla presenza della
donna, ma senza congiungersi con lei, nè un formale
adulterio, visto che il rapporto si realizza rigorosamente
al di fuori del vincolo coniugale, nel cui ambito, d’altra
parte, si ritiene che non possa esistere “fin’amor”. La
spiegazione di tale convinzione trova le sue radici nel
carattere contrattuale del matrimonio di quell’epoca in
cui ragioni dinastiche ed economiche prevalgono sui sentimenti.
L’amore adultero implica da un lato il segreto, per tutelare l’onore della donna ed evitare “i lauzengiers”, ossia
i “malparlieri” (da qui l’uso del “senhal”, ossia di uno
pseudonimo anziché del vero nome per rivolgersi all’amata), dall’altro un conflitto tra amore e religione, tra culto
della donna e culto di Dio. L’amore cortese è quindi
peccato per la Chiesa e i trovatori vivono sinceramente il
senso di colpa, al punto che molti di loro negli ultimi
anni di vita si ritirano in convento per espiare le loro
colpe; prescindendo da tale leggenda, è significativo che
il senso di colpa affiori anche nella produzione lirica provenzale e soprattutto italiana.
Dopo la crociata contro gli Albigesi, infatti, molti trovatori scoprono una nuova patria presso la corte di Federico
II e la scuola poetica siciliana fa sua la concezione cortese
dell’amore, per poi trasmetterla ai poeti di transizione,
detti anche siculi-toscani e, attraverso essi, al Dolce stil
novo. Nell’ambito di quest’ultima scuola, grazie a Dante,
assistiamo alla sublimazione dell’amore e la donna che
diventerà tramite tra cielo e terra, angelo-guida verso la
comprensione di valori metafisici ed eterni.
Cercheremo ora di esemplificare, attraverso versi di
autori particolarmente significativi sia tale conflitto tra
amore e religione, sia il conseguente senso di colpa che
ne deriva.
Guglielmo IX di Aquitania conclude il suo canzoniere
proprio con una “canzone di pentimento” in cui dichiara
che non sarà più “obbediente”, cioè servente d’amore,
non più sarà fedele vassallo ligio alla donna: “No serai
mais obediens/ En Peitau ni en Lemozi” e, colto da rimorso per le sue colpe, ormai stanco, si chiude nell’ansia del poi e invoca il perdono di Dio nella coscienza
della fine imminente.
Spirito possente e tenebroso è Marcabruno; moralista
feroce, egli giudica e condanna con parole tremende,
come animato da spirito profetico, la società cortese e, in
special modo, si erge a giudice del “fin’amors”. Marcabruno dice che “Amore è simile alla favilla che brucia
sotto la cenere e brucia poi la trave e il tetto; …chi fa
mercato con amore, fa patto con il diavolo…”.
Parole altrettanto aspre dice contro le donne che “dolci in principio, poi diventano più amare e crudeli e cocen-
- 23 -
I l S alotto degli A utori
ti dei serpi”; e altrove aggiunge “Dio non mai perdoni a
coloro che servono queste puttane ardenti, brucianti, peggiori ch’io non possa dire… che non guardano a ragione
o a torto.
Prendendo in considerazione la produzione letteraria
della Scuola poetica siciliana, constatiamo il persistere
del senso del peccato e del conseguente rimorso, sì da
indurre i poeti a giustificare le loro parole e i loro comportamenti. Iacopo da Lentini in un sonetto (forma metrica, molto probabilmente, da lui inventata) afferma: “Io
m’ag[g]io posto in core a Dio servire / com’io potesse
gire in paradiso/… Sanza mia donna non vorrai gire, /…
ché sanza lei non poteria gaudere / estando da la mia
donna diviso. / Ma non lo dico a tale intendimento, /
perch’io pec[c]ato ci volesse fare; / se non veder lo suo
bel portamento/… chè lo mi terria in gran consolamento,
/ veg[g]endo la mia donna in ghioria stare.”
I versi evidenziano una forte ambiguità tra amore terreno e amore celeste, anzi un vero conflitto: se in conformità all’ideologia cortese è normale dire che senza la
propria donna non c’è gioia, affermare che la beatitudine
paradisiaca è menomata senza la sua presenza è addirittura blasfemo.
Ciò induce il poeta a giustificarsi, pertanto precisa che
non vuole la donna con sé in paradiso per commettere
peccato, ma per trarne consolazione guardandola, visto
che lei, considerata la sua bellezza, è degna di stare in
“gloria”. Tuttavia tali giustificazioni non rinnegano il suo
atteggiamento di fondo e nei versi conclusivi la contemplazione ipotetica della donna gloriosa finisce con il sostituirsi a quella di Dio.
Questo conflitto investirà anche i poeti del Dolce stil
novo e, a dimostrare tale asserzione, basta prendere in
considerazione quella che viene considerata la canzone
manifesto del Dolce stile: “Al cor gentil rempaira sempre amore” di Guido Guinizzelli.
Nell’ultima stanza che funge da congedo, il padre degli Stilnovisti, rivolgendosi all’amata, immagina un dialogo diretto con Dio per mezzo del quale non solo ripropone il motivo capitale della donna-angelo, già presente
nella tradizione provenzale e siciliana, ma attua un’autocritica che rivela il solito conflitto amore-religione:
“Donna, Deo mi dirà: «Che presomisti?», / siando l’alma mia a lui davanti. / «Lo ciel passasti e’nfin a Me
venisti / e desti in vano amor Me per semblanti / ... Dir Li
porò: «Tenne d’angel sembianza / che fosse del tuo regno; / non me fu fallo, s’in lei posi amanza».
Dio quindi, rimprovera il poeta per essersi presentato
dinanzi a lui indegnamente, dopo avere attribuito sembianze e poteri divini ad un peccaminoso amore terreno
(è quanto il poeta fa nella strofe precedente). Guinizzelli
si giustifica elegantemente con una nuova lode alla donna: aveva l’aspetto di un angelo, perciò non era una colpa
amarla. Tale conclusione viene considerata dal critico
Contini, “uno spiritoso epigramma”; da Luperini “un’ ironica autocritica che difende e riafferma il proprio errore”; da Baldi, “un’elusione del conflitto amore-religione
attraverso un’iperbole squisitamente letteraria”, quale
quella che identifica la donna con un angelo.
La metafora della donna-angelo è destinata a molta
fortuna presso gli Stilnovisti, ma è solo con Dante che
essa esce dalla categoria degli attributi esornativi per
acquisire una connotazione morale e metafisica.
La vicenda narrata nella Vita nova è divisibile in tre
parti: la prima tratta gli effetti che l’amore produce sull’amante, la seconda propone le lodi di Beatrice, la terza
la morte della donna. La seconda parte è quella innovativa, perché il poeta, privato del saluto della gentilissima, comprende che la felicità deve nascere non da un
appagamento esterno, ma dentro di lui, dalle parole dette in lode della sua donna, senza averne nulla in cambio,
così l’amore diviene fine a se stesso e l’appagamento
consiste nel contemplare e lodare la sua Beatrice “cosa
venuta / da cielo in terra a miracolo mostrare” (Vita
nova, Tanto gentile), cioè angelo che manifesta in terra
la potenza divina. Come afferma C. Singleton, questa concezione dell’amore ripropone quella dell’amore mistico
elaborata dai teologi medioevali, infatti, alla visione cortese che considera l’amore una passione terrena che, pur
raffinata e sublimata attraverso la sua funzione, non elude mai del tutto il senso di colpa, si sostituisce una considerazione di tale sentimento quale aspetto dell’amore
mistico, forza che muove l’universo e che innalza le creature sino a ricongiungersi a Dio.
Insomma l’amore con Dante, afferma il Singleton, diviene un “itinerarium mentis in deum”.
- 24 -
PIOGGIA di Alda FORTINI
(Villongo – BG)
Lenta nella sera una fiaba
e sotto questo tetto incline
una leggera pioggia cade.
Mi rammento di un incontro
sotto tardi cieli e scrivo
la memoria che si spegne lenta.
Chiaro cielo nella sera
e custodisco ragioni avare
dove l’ultimo sorriso
coglie la luce del mattino.
E dentro lamia soffitta
una lenta canzone nel vento.
Tiepido è il cielo di sera
lungo una storia felice
e sotto tempi sicuri
una distanza voluta
fatta di gelsomino e favole.
Accolgo una stagione chiara
e costringo la mia fantasia
nell’illusione del cielo
sotto un istante voluto.
Estate 2009
BREVE PANORAMICA DELLA NARRATIVA
BRASILIANA MODERNA
di Maria Zilda Ferreira Curi dell’Università di Minas Gerais
Traduzione di Alessandro Parrinello
La letteratura brasiliana, attualmente – anche con notevole originalità se la si rapporta alla produzione contemporanea in genere –, presenta molti testi con questa
forma narrativa condensata, con un forte effetto di ricezione, “metafora della velocità con cui circolano gli esseri, i messaggi, gli oggetti, i testi nella società odierna
(CURY et al., 2001, p. 138). Molti romanzi e racconti
della letteratura brasiliana moderna potrebbero ben porsi
come esempi di questa tendenza. Si pensi ad esempio a
racconti e romanzi come Passaporte (Passaporto), di
Fernando Bonassi, o ancora ai ventidue “instantâneos”
che compongono la A coleira no pescoço (Il collare al collo) di Menalton Braff. Oltre a questi, i testi istiganti e
forti di Marcelino Freire e Marçal Aquino che, con una
prosa rapida e tagliente, accentuano il tratto di denuncia
delle loro narrative. Come esempio, si potrebbe citare il
libro organizzato da Marcelino Freire, ironicamente intitolato Os cem menores contos brasileiros do século (I cento
più brevi racconti brasiliani del secolo, 2004), che mostra narrative brevissime, di uno o due paragrafi, fortemente segnate dal tono di critica sociale.
Un altro gruppo di scritti potrebbe essere formato da
quelli con enfasi sui meccanismi della memoria, legati a
interpretazioni della storia del Paese, che mettono in rilievo strategie narrative di recupero della memoria collettiva e storica, ma anche personale. Di questo gruppo
fanno esemplarmente parte i romanzi di Milton Hatoum:
Dois irmãos (Due Fratelli) e Cinzas do norte (Ceneri del
Nord), oltre al suo romanzo di debutto Relato de un certo
oriente (Rapporto di un certo oriente), ed il più recente Os
órfãos do Eldorado (Gli orfani di Eldorado). Sempre qui
troverebbe posto il trittico formato da Música Perdida
(Musica perduta), O pintor de retratos (Il ritrattista), A
margem imóvel do rio (Il bordo immobile del fiume), di
Luiz Antonio de Assis Brasil, romanzi che si impadroniscono del discorso storico con una cornice volontariamente
regionale (della regione nord, nel caso di Hatoum, e delle
pampas del sud, nel caso di Assis Brasil), percorrendo i
meandri atemporali del memorialismo, con una prosa
raffinatissima e sfaccettata. Sempre qui vanno inseriti
romanzi come Música anterior (Musica anteriore), Longe
da água (Lontano dall’acqua) e O segundo tempo (Il secondo tempo), di Michel Laub, il cui discorso, sottili fili
di memorie che tentano di ricostruire il passato, lo fa
solo come possibilità di rifuggire la coscienza tragica del
presente, con uno spostamento verso l’interno, verso il
mondo interiore del narratore, volgendosi a uno spazio
di soggettivazione. Narrative che si presentano spostate
come “memorie performative”, che fanno convergere nello
spazio della fiction l’esperienza e il passato, spesso il
tempo dell’infanzia – tempo nel quale meglio si evidenzia
il linguaggio come fenomeno umano (Cf. AGAMBEN,
2005) –, e possono essere viste come “locali del linguaggio”. Ancora si potrebbero inserire in questo gruppo i romanzi di “deformação” (deformazione) di Marcelo
Mirisola e Juliano Garcia Pessanha, che mescolano testimonianza e fiction, e il romanzo di conio politicomemorialista di Menalton Braff, Na teia do Sol (Nella
tela del sole). È interessante rimarcare, in relazione a
quest’ultimo testo, che il contenuto politico dei ricordi di
un uomo che restò in clandestinità – cui fu costretto dalla
dittatura militare che si era installata in Brasile nel 1964
–, si spoglia del carattere del reportage o della testimonianza di chi ha vissuto l’evento, carattere che ha segnato
tanti scritti di tema similare nella letteratura brasiliana
(Cf. SÜSSEKIND, 1984). Le denunce della repressione
politica si delineano innanzitutto con le memorie affettive, con la acuta coscienza física del corpo, con i ricordi di
infanzia, come strategia di resistenza politica (Cf.
RICHARDS, 2002). Infine, romanzi che vanno in direzione opposta a quella della ricerca dell’identità nazionale che tanto ha caratterizzato, e per cosí tanto tempo,
la produzione letteraria e culturale brasiliana, per esprimere uno spazio di “desterritorialização” (deterritorializzazione), remoto, estraniato e distante, spazio di ricerca identitaria per narratori in crisi. L’idea della
traversata, che enfatizza la precarietà dei punti di partenza e d’arrivo, si unisce alla questione del “luogo della
cultura”, al luogo del ritorno dell’accaduto (Cf. BHABHA,
1998) ma come disarticolazione e estraniamento. Anche
lo spazio sociale qui è concepito come luogo di scontro
tra individuo e collettività. Secondo Hoffman (1999), la
deterritorializzazione implica condizioni nelle quali la
conoscenza, l’azione e l’identità si svincolano dall’origine fisica e da un luogo specifico, e proprio la
deterritorializzazione è la caratteristica dominante della
produzione letteraria di questi “nuovi nomadi”. Sin dal
titolo, si vedano come esempi di questa tendenza i romanzi Budapeste (Budapest), di Chico Buarque, Mongólia
e Nove noites (Nove notti) de Bernardo Carvalho. Di quest’ultimo scrittore, si veda anche O sol se põe em São
Paulo (Il sole tramonta a San Paolo), che sotto il rumore
di fondo della metropoli ricostruisce storie proprie e altrui, di immigrati ed emigrati, nella spazio prossimo e
distante. Al contempo, questo estraniarsi non toglie a
questi testi un profondo senso politico e di riflessione
sulla realtà sociale urbana brasiliana. In essi inoltre si
rende acuta la problematica dell’espatrio della lingua –
come intesa nei lavori di J. Derrida (2003) e Julia Kristeva
(1998) – che è lì collocata come indissociabile dalla condizione dello scrittore/intellettuale, sempre un estraneo,
un “out of place”, per usare l’espressione di Edward Said
- 25 -
I l S alotto degli A utori
che, per di più, è il titolo della sua autobiografia (Cf.
SAID, 1999, 1993). Come anche in altre pubblicazioni,
in questo libro Said sviluppa l’idea secondo cui l’intellettuale deve parlare a partire dai margini della produzione
delle idee, evitando il pensiero centrale e prendendo in
considerazione gli emarginati dall’insieme sociale. La
condizione dell’intellettuale è quella dell’esilio, del “fuoriposto”, spostando il fronte della scena. E tale condizione
è assunta da questi scrittori, nomadi e trasferiti, spesso
esiliati dentro il loro stesso spazio nazionale. João Gilberto
Noll, con testi come Harmada (Armata)1 e Quieto animal
da esquina (Quieto animale dell’angolo) si iscriverebbero
in questo spazio letterario di deterritorializzazione. In
quest’ultimo romanzo, per esempio, l’autore fa convergere verso il suo narratore – poeta, emarginato, aggregato
– una storia di esilio e inadeguatezza, in uno spazio
urbano e sociale dell’ordine della disaggregazione e del
disfacimento, mentre si riflette sulla “figura” del poeta/
intellettuale nel suo percorso di “de-formazione”, in un
vagare senza scopo per gli spazi della città. Si veda anche dello stesso scrittore Berkeley em Bellagio nel quale
s’inscena il ritorno della protagonista in Brasile, ma come
una straniera, privata della lingua materna, sovvertendo,
nelle parole dello stesso scrittore, certo paradigma
localista della letteratura brasiliana, e mettendo in dubbio l’identità regionale ed il “luogo di origine”, attraverso la messa in scena di “non-luoghi”, per usare l’espressione che da titolo al libro di Marc Augé (2007), ovvero,
spazi non fissi sulla mappa, spazi in movimento e di non
appartenenza. É la condizione propria alla “località”,
condizione che, secondo Appadurai (1996), affermerebbe lo spazio come relazionale, superando la costrizione
spaziale e di contesto.
Liberamente estratto e tradotto da Alessandro Parrinello
dal saggio “Novas geografias narrativas”, di Maria Zilda
Ferreira Cury, titolare di Teoria della Letteratura presso
l’Università Federale di Minas Gerais (UFMG).
NOTE
1
In realtà il termine così com’è, ovvero con la “h” iniziale, non esiste in lingua Portoghese.
LA MIETITREBBIA
di Donato DE PALMA (TO)
Sul colle un mattino d’estate,
guardavo la bassa pianura,
vedo dei campi di grano,
dorati dal frutto maturo.
Col sole che illumina i monti.
in questo bel giorno d’estate,
che sale radioso nel cielo,
e scalda la vasta pianura.
Quel grano che aspetta nei campi.
la falce di quel contadino,
per esser rasato e raccolto,
e portato nel proprio granaio.
Ma quel contadino è cambiato,
non prende la falce nel pugno,
ma guarda soltanto il lavoro,
che è fatto in modo diverso.
E’ questa la nuova raccolta,
come era negli anni passati,
ma è cambiato il lavoro dell’uomo,
lui guarda e raccoglie quel frutto.
La scienza e la tecnica avanza,
insieme ne fanno il progetto,
di una macchina che serve nei campi,
alleviando il lavoro dell’uomo.
Ed ecco una macchina nuova,
è arrivata la giù in quel campo,
pronta e guidata da un uomo,
per mieter quel campo di grano.
Affilati sono i suoi denti,
per l’inizio del proprio lavoro,
parte da un lato del campo,
e prosegue girandogli intorno.
Falcia e raccoglie le spighe,
trebbia e separa la paglia,
riempie i sacchi di grano,
e lascia il terreno pulito.
SON DI CERA LE MIE ALI
di Cristina SACCHETTI
(Riva di Chieri – TO)
Quel campo di grano dorato,
diventato un campo di stoppia,
il grano è stato raccolto,
ora tutto è già nel granaio.
Spiego ali di speranza
e mi libro verso il sole
fiduciosa m’immergo
nel suo splendore
Di questa buona raccolta,
ora il lavoro è finito,
contenti andiamo al Paese,
là si prepara la festa.
Poi, fragile creatura
m’accorgo d’avere ali di cera
che si liquefanno al suo calore
La festa del santo e del grano,
dopo un anno d’intenso lavoro,
è la festa della raccolta,
della raccolta del grano.
Precipito nel nulla
boccheggiando apro gli occhi
e nella notte … urlo!
- 26 -
Estate 2009
Giovani penne
E TU, SEI CONNESSO?
di Riccardo Vecellio Segate (Cavalcaselle - Vr)
Da due decenni il nostro modo di vivere, di relazionarci
con le persone, di cercare e trasmettere informazioni è
radicalmente cambiato: è nato Internet. “Internet”, una
sola parola che ha cambiato il mondo, una vera e propria
rivoluzione.
Nato timidamente negli ultimi anni del ventesimo secolo, ha rapidamente conquistato i popoli di tutto il mondo: da poche migliaia di utenti, ora i visitatori di questa
gigantesca rete mondiale sono miliardi, cioè una gran
parte della popolazione totale del pianeta. Internet fa
sentire ognuno parte di un qualcosa di immensamente
infinito e indefinito, dove le persone sono tante e vicine.
Navigando ci si accorge di quanto siamo “insignificanti”
nel grande mondo dove abitiamo, e di quante cose ci
circondano.
Ci rendiamo conto che, all’alba del ventunesimo secolo, le sorti di ogni individuo sono strettamente legate a
quelle di tutti gli altri. Internet può essere forse considerato l’esponente di spicco di quella nuova concezione della
realtà chiamata “globalizzazione”. Ormai su Internet si
può fare di tutto: cercare i propri idoli e scrivere al cantante preferito, guardare le foto dei compagni di classe e
il sito dell’amico del cuore, vedere interi film e brevi
filmati, scaricare, ascoltare e condividere musica, tenere
un diario online (blog) o una pagina di discussione (forum),
scrivere ai propri amici dall’Australia alla Groenlandia,
giocare a scacchi con un indiano, pagare il biglietto del
treno, iscriversi ad un concorso...
Io sono molto aggiornato su Internet, e lo conosco davvero bene, perchè lo utilizzo in maniera costante e regolare dall’età di otto anni. Attualmente ho sette indirizzi
e-mail, tre blog, l’Official Web Site, dozzine di pagine
personali in forum e vari siti, e sono amministratore unico della sezione giovani di ventisette siti. Ma, come tutte
le cose oggetto di un’espansione così rapida ed improvvisa, ha aspetti controversi e discutibili, e spesso ci si
chiede: “Internet è principalmente positivo o negativo?”.
Ecco, a questa domanda adesso cercherò brevemente di
dare una risposta, grazie alla mia esperienza, analizzando qualità e difetti del “fenomeno Internet”. Inizio affermando che, secondo me, Internet è soprattutto positivo.
Esso riduce le distanze, facilita le amicizie, fa risparmiare tantissimo tempo nella ricerca di qualsiasi cosa, ti
tiene aggiornato in tempo reale su fatti che avvengono a
centinaia di migliaia di chilometri da te. Un piccolo esempio per quanto riguarda la facilità e l’immediatezza di
comunicazione con il mondo: da due anni sono iscritto al
più grande e famoso sito per poeti in Italia (http://
www.scrivere.info) e in breve tempo sono arrivato alle
vette delle visite da tutto il Paese: grazie ad Internet le
mie poesie sono lette, commentate e conosciute da mi-
gliaia di ragazzi e adulti ogni giorno. Quotidianamente,
grazie ad Internet, le mie poesie hanno raggiunto una
grande popolarità in tutti gli angoli del mondo, dall’Australia agli Stati Uniti, dalla Cina alla Grecia. E, come
me, sono sempre di più gli scrittori, i giornalisti e i poeti
che affidano le loro opere al vasto pubblico virtuale prima che alla carta. Un esempio, invece, per quanto riguarda le amicizie vere e talvolta anche profonde che possono nascere e svilupparsi tramite la rete: da qualche mese
sono iscritto al più grande sito di musica del mondo
(MySpace Music) e ho già tantissimi amici, famosi e non.
All’inizio, lo ammetto, la diffidenza era tanta e la freddezza dilagava sempre: mi chiedevo se davvero fossero
chi dicevano di essere, se avessero davvero quella determinata età, se la fotografia corrispondesse effettivamente a loro, se quando mi dicevano qualcosa fosse vera o
inventata ecc. Poi però, poco a poco, ho iniziato a fidarmi, anche perchè il Sito è estremamente controllato e
rispetta la privacy degli utenti ai massimi livelli. Addirittura, milioni di utenti in tutto il mondo trovano il vero
amore della loro vita proprio su Internet, e ciò può essere
considerato il simbolo della sua bellezza.
Un altro pregio di questo sconfinato mezzo di comunicazione istantanea è la rapidità, la qualità, l’immediatezza e la facilità di reperibilità dei dati: su Internet vige la
regola del “tutto e subito” e il motto “la fortuna aiuta gli
audaci!”. Personalmente ne aggiungerei anche un altro:
“chi va piano va lontano, e soprattutto arriva sano”, per
indicare che navigando nello strabiliante oceano di siti
non bisogna perdere l’obiettività e andare dritti all’obiettivo prefissato, senza perdersi in inutili percorsi o in devianti situazioni. Ma quali possono essere gli ostacoli che
un utente può incontrare connettendosi a questo sistema
telematico? Sono tantissimi, alcuni molto conosciuti, altri
un po’ meno, ma tutti pericolosissimi. Eccone una panoramica generale: truffatori che si spacciano per amministratori delegati di famose aziende, poste, banche, e società economico-finanziarie e che chiedono l’inserimento
di codici per accedere ai conti personali (per esempio:
“Gentile Cliente, abbiamo ricevuto una richiesta di accredito di • 5000,00 lordi dall’Ufficio Postale di
Brandizzo. La preghiamo di verificare i Suoi dati cliccando
qui.”); persone disoneste che creano e inviano ai computer programmi che controllano ogni minimo movimento,
individuando informazioni private o sensibili e analizzando le abitudini giornaliere del malcapitato; programmi che rovinano il computer, cancellano i dati o modificano la struttura di base del sistema, chiamati “virus”,
creati dagli hacker più o meno professionisti; c’è il rischio di creare intensi rapporti di amicizia o anche di
amore con persone che non sono come dicono di essere
- 27 -
I l S alotto degli A utori
o come pensiamo che siano; controllando le mail ricevute nella posta elettronica, c’è il pericolo di ricevere il
cosiddetto “spam”, cioè “mail spazzatura” che intasano
la casella mail facendo perdere tempo e ingannando i
più ingenui con annunci commerciali falsi o non del tutto
conformi alla realtà; Internet è il regno dei pedofili, quindi i bambini (e in particolare le bambine) dovrebbero
visitare solo siti sicuri e protetti utilizzando la funzione
del “controllo famiglia”; infine, è il luogo privilegiato da
tutti i partiti politici, i gruppi, i comitati, le associazioni e
le organizzazioni per diffondere le proprie idee e reclutare nuovi adepti e sostenitori, e il problema esiste quando
questi gruppi non sono riconosciuti legalmente dalla legge o sono addirittura pericolosi per la sicurezza interna
dello Stato (pensiamo ad esempio ai naziskin, al
fondamentalismo islamico, alle Brigate Rosse, a tutte le
illusorie micro-religioni, al “mito” di Mussolini e del fascismo ecc.).
Dopo aver esaminato attentamente i difetti di Internet
derivanti da “aggressioni esterne”, concentriamoci ora
sui problemi “interni”, come i danni alla propria salute
fisica o psicologica: come qualsiasi altra cosa, usarlo nella
necessità è giusto e corretto, ma l’esagerazione porta a
diversi disagi. A livello fisico, può aumentare difetti della vista (come la miopia), contribuire alle malformazioni
della schiena (lordosi, cifosi, scoliosi), rendere l’utente
ancora più sedentario con conseguente sovrappeso e problemi cardio-circolatori, determinare un forte bruciore
agli occhi.
Ma è sul piano psicologico che l’uso intensivo e
inappropriato di Internet porta a risultati davvero drammatici!!! Esso, a lungo andare, rende “schiavi”: non si è
più liberi di decidere autonomamente quando e come
accedere, la frequenza con cui guardare i messaggi ricevuti e spedirne di nuovi, cosa far sapere o non far sapere
di noi stessi sui vari siti... Internet può diventare una
gabbia, una strettissima prigione dalla quale è molto difficile uscire.
Comunque tutti i problemi psichici legati ad Internet si
possono riassumere nella sigla “IAD”, cioè “disturbo di
dipendenza da Internet”, espressione coniata dagli psicologi della Columbia University of New York per riunire in una nuova malattia del terzo millennio tutto quello
che Internet modifica in noi e nel nostro “io”. La IAD
presenta tutte le caratteristiche della tossicodipendenza:
con l’aumento fuori controllo del tempo di navigazione,
si crea l’assuefazione e successivamente la dipendenza.
Sicuramente, tutti i rapporti sociali, familiari, scolastici,
professionali e sentimentali vengono irrimediabilmente
compromessi, venendo a trovarsi in secondo piano rispetto
all’ingenua fantasia dell’irrealtà virtuale nel web, dove è
tutto possibile, controllabile, a disposizione, sotto controllo.
Come prevede la maggioranza dei sociologi, Internet
nei prossimi decenni potrebbe portare ad una drammatica diminuzione dei rapporti umani e ad una spaventosa
involuzione delle capacità creative e della fantasia. Inoltre, alcuni concetti fondamentali che accompagnano l’uomo da sempre, come “natura” o “gioco all’aperto”, saranno gradualmente sostituiti da “seconda vita virtuale”
e “messaggeria istantanea (Msn).
Concludendo, secondo me il vero problema è alla base,
e sta nel fatto che le vecchie generazioni non si sono
ancora quasi mai allineate a quelle nuove, determinando
una scarsa cultura in materia e una visibile disparità nelle conoscenze.
Probabilmente, quando questa tecnologia moderna sarà
“assorbita” bene anche dai più responsabili, molti rischi
saranno solo un lontano, triste ricordo.
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STRADE INTERROTTE
(Agli Ideali)
di Maria Francesca CHERUBINI
(Perugia)
Pallida luce
di ore già fuggite
e strade ormai interrotte.
Riflessi di voi
ancora singhiozzano
nel fondo dell’anima.
Nell’assurdo pozzo dei desideri
quali Re incontrastati
sedevate a mensa
e nell’avarizia dei giorni
sconsolato cuore
vi coltivava
con ferrea tenacia d’usuraio.
Accorto giardiniere
di difficile roseto
m’improvvisai.
Ma non bastarono né crepe
né squarci
in mani devote.
Costernato Cirenèo
v’accompagnai
sino alla sommità
del Calvario
e lì alla vostra fine
assistetti.
E fu morte senza
Resurrezione.
Tratta dal testo teatrale inedito
“Essere e Conoscere”
Estate 2009
ITER DI UN SENTIMENTO
Mariateresa Biasion Martinelli (Orbassano - TO)
T’assale come un ciclone, spazza via ogni altro sentimento, che, in quell’istante si affaccia alla tua anima, ti
stritola come un serpente “costrittore” nelle sue spire,
rende insonni e cupe le tue notti, ti toglie la voglia di
vivere, gli entusiasmi, la creatività, lasciandoti come
un panno strizzato da mani forti e vigorose.
Poi, diventa un dolore sordo, in fondo al cuore,
onnipresente, un peso quasi fisico, che intralcia le tue
mosse.
Per lenire le sue pene, a volte, ne scrivi con liricità e
dolore.
E, finalmente, la tua quotidianità comincia a risorgere da quella sorta di nebbia, che ti avvolgeva, pesante,
gelida, ma la tua vita è ancora prigioniera di quelle
surreali catene, tenaci, indistruttibili.
La ragione ti soccorre, inizia a darti una spinta verso
la superficie, dopo l’immersione totale, però non ti sei
liberato della pesante zavorra che ti tiene ancorato sul
fondo.
Ogni qual volta, la causa scatenante del tuo stato d’animo ricompare, tutto ritorna alle origini, il cammino percorso verso la guarigione viene bruscamente annullato
e la gioia momentanea della riconquista, si trasforma
nuovamente in aspro dolore, come in un viaggio fisico
e mentale, compiuto a ritroso.
Il tempo, la vita, le gioie che essa ci riserva, insieme
alle inevitabili sconfitte, nonostante tutto, malgrado te
stesso, stemperano il sapore amaro, che sempre risale
alla gola, quando il buio riavvolge la mente.
Giorni, mesi, anni, a volte molti, a volte troppi, sono
necessari per appianarne le punte più acuminate, per
smussarne gli angoli più acuti, per cicatrizzarne le ferite più laceranti.
Ti sembrerà di averla superata, ma basteranno un
pensiero, un ricordo, un rimpianto, le note di una canzone, un profumo nell’aria, uno stormire di fronde, un
alito di vento, per riesumarla dal fondo del cuore, dove,
in realtà, era rimasta, più o meno latente.
E ci sono periodi in cui ricompare in tutta la sua
crudezza, quando accade qualcosa di molto triste, o di
molto felice e tu non potrai partecipare a tali eventi,
sapendo che ormai non ne fai più parte, se non col
pensiero.
Pochi si accorgeranno della tua assenza.
Pur stemperandosi nel procedere dell’esistenza, in
cui luoghi e persone si amalgamano con altri affetti e
legami, i quali rimuovono la primitiva sofferenza, lei è
sempre in agguato, indistruttibile, incancellabile, anche se ridotta ad un’ombra, o ad un grumo che non
toglie più il respiro, ma lo rallenta.
Ci puoi convivere, perché è ormai una parte profonda di te, oppure hai raggiunto uno stadio tale di
assuefazione, da riuscire a mitigarne gli effetti.
Ci sono sentimenti che con l’età e con il tempo s’inaspriscono, lei no, diventa più dolce, meno soffocante,
quasi tenera.
Ormai, a questo punto, non ne parli singhiozzando, o
stringendo i denti, ma con gli occhi lucidi, lo sguardo
trasognato, il cuore ricomposto, che ne conserva, comunque, i solchi, come rughe impresse su di un volto.
Straordinariamente, è come se quelle rughe si
sovrapponessero alle antiche cicatrici, rendendole tue,
non più solchi provocati da fattori esterni, come può
essere per queste ultime, ma segni naturali, che il tuo
corpo finisce per accettare.
Ed arriva un giorno, né allegro, né triste, né felice,
né tragico, in cui lei diventa tenue, come un alone,
lasciato da una macchia, nonostante tutto indelebile, o
sottile come un filo, teso fra il passato ed il presente.
Allora ti accorgi che lei esiste ancora, ma ha cambiato natura, si è sdoppiata, come due personalità coesistenti in un’unica anima: ed è quello il giorno più amaro, perché senti di non appartenere interamente alla
terra che hai lasciato, alle persone che costituivano, un
tempo, tutta la tua vita, ma non appartieni neppure alla
terra che ti ha accolto, che hai scelto tu stesso, dove
vivi con il nucleo familiare che hai costituito con amore, senza dimenticare quello d’origine e che vive ancora in te e con i nuovi amici, che non hanno oscurato
quelli della tua infanzia, dell’adolescenza, della prima
giovinezza, semmai si sono aggiunti a loro, perché il
tuo cuore è grande e può contenere molteplici affetti,
senza dividersi, anzi, moltiplicando la sua capacità di
amare.
Ciò che ti manca, dopo questo impervio percorso, è
l’appartenenza, la solidità delle radici, che, senza essere state divelte, sono diventate così profonde da non
poterle scorgere in superficie. L’inserimento in una
realtà diversa è finalmente avvenuto, però una sottile
barriera ti impedisce di esserne parte integrante.
In fondo, sai che ha vinto ancora lei: LA NOSTALGIA.
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I l S alotto degli A utori
LA PACE NEL MONDO
ANELITO E SPERANZA DI TUTTI I POPOLI
Vittorio Sartarelli (Trapani)
Un tema, quello della Pace, che appare complesso nella sua implicazione storica, culturale, politica e, altrettanto, complesso nel contesto morale e psicosociale.
Per parlare di un tema così universale che appare, purtroppo, strettamente collegato a quello ugualmente importante della guerra e per questo, tanto dibattuto e sviscerato da sociologi, politici, uomini di cultura, scrittori e
poeti, mi pare essenziale ed emblematica sul concetto di
pace, riportare una breve poesia di Bertolt Brecht:
La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Tra i vincitori
faceva la fame la povera gente.
Ugualmente.
Nella storia dell’umanità, infatti, l’uso della violenza è
sempre stato strettamente intrecciato con la ricerca della
Pace, l’umanità ha sempre vissuto e tuttora vive la tragica esperienza della violenza, quale estrema manifestazione di uno stato di conflittualità. Brecht vuole dire che
la guerra che è poi l’esaltazione estrema della violenza
non risolve nulla; gli sconfitti patiscono la fame come i
vincitori perché ambedue sono nella distruzione e nella
miseria: la povera gente soffre ugualmente, anche se il
suo paese vince.
Il termine pace, nella sua ecumenicità esprime, in senso psicologico, la pace interiore, in ambito sociologico,
indica l’assenza di violenza diretta tra individui o organizzazioni collettive. Più chiaramente, la pace viene considerata un valore universalmente riconosciuto che sia in
grado di superare qualsiasi barriera sociale ed ogni pregiudizio ideologico.
L’umanità si è sforzata e continua a fare sforzi per
mantenere la pace, purtroppo esistono tanti altri fattori
contingenti che sembrano congiurare contro di essa. La
pace è considerata come una condizione necessaria per
la realizzazione di alti valori come la giustizia, la libertà,
il benessere, l’uguaglianza.
Spesso nel mondo occidentale, culla del sapere giuridico e filosofico dei diritti umani e civili, quando l’assunto dei diritti umani si deve tradurre in azioni, in comportamenti e strategie, nascono le reticenze, le doppie verità, i doppi binari, i distinguo, pur di stabilizzare equilibri
politici instabili e precari, pur di salvaguardare interessi
di varia natura.
Ma allora, la pace è possibile e, soprattutto, essa sarà
durevole e mantenuta tale? Questa è la sfida che tutti
debbono cercare di vincere, ad ogni costo, altrimenti non
c’è futuro per l’umanità. Certo considerando solo alcuni
dei fattori avversi, come 854 milioni di uomini che soffrono la fame, come la crescita esponenziale delle spese
militari – ca. 1.158 miliardi di dollari nel 2006 – contro
i 37 miliardi spesi per combattere la sete, i 24 miliardi
per debellare la fame, i 5 miliardi per combattere l’analfabetismo e i 3 miliardi per l’immunizzazione contro le
malattie infettive, questi non ci confortano molto. Quali
possibilità di pace noi abbiamo se si perpetuano e s’inaspriscono le disuguaglianze sociali basate sull’etnia, sulla religione, sull’identità nazionale e sulla diversa
redditività? In teoria, purtroppo poche.
La pace significa molte cose, per esempio il rispetto
dei bambini che magari hanno la pelle più scura. Bisogna imparare a rispettare tutti, anche quelli che non sono
come noi e aiutare chi ne ha bisogno, per esempio gli
anziani che sono soli e non hanno nessuno che li possa
aiutare. Bisogna impegnare un po’ del nostro tempo per
dare una mano a chi è in difficoltà, liberarsi dell’egoismo è Pace. E’ necessario essere buoni e giusti con chi ci
circonda e donare agli altri non solo cose materiali, ma
soprattutto amore a chi non ha niente perché bisogna seminare la Pace.
Si deve lottare per ottenere la Pace, non con le armi ma
con la forza di volontà e l’amore. La Pace è una pianta
che alberga dentro il nostro cuore e non bisogna farle
mancare la luce perché, altrimenti, morirà. La Pace è
tutto ciò che serve al mondo.
Occorre una forte mobilitazione, oggi più di ieri, affinché le forze della Società civile esercitino una consistente
pressione sui governi, sulle classi politiche, sui cittadini
perché, a tutti i livelli della Società, si instauri stabilmente quella Cultura della Pace che rappresenta il maggiore
impegno da parte di una Società che vuole essere civile.
Indubbiamente, l’affermazione di questa cultura richiede e richiederà un lungo e sofferto iter educativo, soprattutto, rivolto alle nuove generazioni.
I principi che reggono questa cultura debbono essere
inculcati nei giovani, dalla famiglia, dalla Scuola, dalle
Istituzioni e da tutti quanti noi, ciascuno faccia la sua
parte e alla fine, ciascuno potrà dire di sentirsi in pace
con sé stesso e con gli altri.
Mai come oggi, infatti, nel nostro paese pur nelle
contrapposizioni ideologiche che sono alla base delle riforme dei corsi di studio, nella Scuola è giunta ed è pre-
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Estate 2009
sente una forte domanda di educazione alla democrazia,
ai diritti umani, alla legalità, alla tutela dell’ambiente e
della salute, alla tolleranza, alla libertà, alla solidarietà,
alla identità interculturale e, quindi, alla Pace.
Sono questi i valori che ampliano ed arricchiscono i
contenuti dell’educazione civica e si traducono nell’educazione ai valori etici, sociali, civili e politici.
La Scuola deve diventare il centro di un “progetto di
vita” in cui il giovane viene educato all’accettazione di sé
e degli altri, uguali o diversi, ed alla conoscenza della
realtà socioculturale in cui vive.
Questa è la sfida che dobbiamo cogliere perché: “Tutto è perduto con la guerra, niente è perduto con la pace”
(Papa Pio XII, 1939)- “…la pace non si improvvisa, ma
richiede un’educazione fatta di saggi insegnamenti e di
validi modelli in famiglia, nella scuola e in ogni ambiente della società.”. (Giovanni Paolo II 30 gennaio 2005).
IL TRENO SPECIALE
di Graziano SIA (Tesserete – Svizzera)
CARTA... E PENNA...
di Francesco Maria GROSSO
(To)
Aveva poco di “speciale” quel treno;
se non il carico d’emigranti
e il tragitto, da Siracusa a Francoforte.
Pigiati sui vagoni di solo seconda classe…
sonnecchiamo come cavalli;
si sente forte l’odore del sudore umano,
del cacio e del salame.
Intanto il treno va costeggiando il mare
rumoroso e sbuffante;
corrono, martellano sulle rotaie i vagoni.
Arrivederci mare… porto nei miei occhi
la tua infinità azzurra,
sono stato felice nelle tue chiare acque,
pienamente felice.
Senza sosta arrivano i campi,
i boschi, i fiumi, i villaggi e le città,
e senza sosta se ne vanno…
Con la stessa velocità
passano i pensieri nella nostra mente;
nei nostri cuori passa il mondo perduto.
Uomini accomunati
dall’inseparabile nostalgia
che come un’ombra ci sta accanto;
dalla speranza e dai sogni
riposti nelle valigie di cartone.
Milano ore dieci; il treno entra ansimando
sotto la grande volta metallica,
i facchini sono già schierati sulla banchina,
pronti a caricare i bagagli.
Nella breve sosta appoggiato al finestrino
seguo con lo sguardo chi scende;
in fondo al binario li aspettano sorridenti
amici e parenti…
Beati loro! Dico tra me;
per noi diretti oltre frontiera,
stasera non ci aspetta nessuno
nella fredda stazione.
Forse nevica e in quel gelo né un pasto caldo,
né un sorriso… o Signore! Guarda giù,
tu da oggi sarai la mia ancora;
sii benedetto anche nei miei amari giorni.
Carta... e penna...
mentre... la Mente...
s’annota... un qualcosa...
un concetto...
un idea... improvvisa... ,
bizzarra... balzana... ,
un po’... allegra...
o forse... soltanto...
un po’... strana...
Carta... e penna...
e... la mano...
veloce... già vola... ,
componendo... scrivendo...
rivestendo...
di Magia... di Fiabe... ,
tutte quante... le righe...
d’ un foglio...
Carta... e penna...
fantasticando... sognando...
tornando... ,
nuovamente... di certo... ,
a volare...
Come... un Bimbo...
che... ,
tra le coperte... del sonno... ,
si gira... il cuscino...
si guarda... attorno...
e... dolcemente...
abbracciandosi... ,
tenendosi stretto... ,
un tenero... amorevole...
amico Orsacchiotto... ,
socchiudendo... gli occhietti...
ringraziando... Gesù... ,
s’ addormenta... e poi vola...
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I l S alotto degli A utori
LE FIABE MARCHIGIANE:
UN MONDO DI SCHERZI, DI GIOIA E DI MAGIA
Bruna Tamburrini (Montegiorgio - AP)
Nella fiaba “Li latri e lu capu latrò (I ladri e il capo
ladrone) si riscatta un’intera classe sociale attraverso la
maschera della stupidità (Ccuscì succede a li signori che
te’ da stupiti li puritti e se creda d’esse loro soli jente de
talentu” (Così succede ai signori che credono di essere
gente di talento e considerano stupidi i poveretti). A volte all’interno delle fiabe si ripetono vere e proprie frasi
rimate, una specie di canzone intermedia, come per
esempio nella fiaba “U’ rre ciecu” (Un re cieco) I versi
interni vengono cantati da un “ciuffulo” (una specie di
flauto ricavato da un albero cresciuto in un luogo dove un
giovane era stato ucciso da suo fratello. Il giovane era
partito alla ricerca dell’acqua fresca e della piuma “dell’uccello grifò” per far guarire il padre e “ciuffolo” parla
o canta al pastore: “Pecorà, pecorittu/ so’ statu mazzatu ‘n
campu de breccia/ senza causa e senza cagiò/ pe’ pijjasse
l’acqua e la piumma de lu grifò” (Pecoraio pecoretto,
sono stato ammazzato in un campo di breccia senza causa e senza ragione per prendere l’acqua e la piuma del
grifone). Il re arriva a conoscere le qualità eccezionali
del “ciuffolo” e invita il pecoraio a corte per suonarlo ai
suoi due figli. Un’altra caratteristica delle fiabe (e non
solo marchigiane) è la totale insignificanza del passare
del tempo. I personaggi spesso sono tutti d’un pezzo,
senza il naturale invecchiamento e in un certo senso la
fiaba diventa per forza semplice, si semplifica nella storia in quanto non ci sono bagagli da ricordare, tutti i personaggi sono unici e tipici e assumono soprattutto un ruolo che mantengono sempre sia nel bene che nel male: il
personaggio positivo si contrappone da sempre e per forza di cose a quello negativo, il protagonista all’antagonista, l’eroe al falso eroe. Vengono messi in evidenza i
contrasti estremi, i personaggi sono bellissimi o bruttissimi, l’eroe è un principe o un figlio di contadini, la principessa sposa lo stupidotto di campagna. Di solito gli
antagonisti vengono presentati con cavalli, dolci e vesti,
mentre l’eroe è al contrario. I tempi della fiaba sono
molto lunghi e vince quasi sempre un atto d’amore; l’eroe
spesso sceglie cose insignificanti per la sua qualificazione e di solito si trova in una posizione di svantaggio rispetto agli altri personaggi, ma poi si mette in risalto la
risalita, a volte sembra che il mondo che lo circonda non
gli appartenga, egli non si sconforta mai di fronte a nessuna difficoltà, è sempre pronto a sostenere delle prove.
Si ha la caratteristica ripetizione fiabesca nelle forme e
nei movimenti, o nelle filastrocche rimate ed è come se
ci fosse un discorso già acquisito nel tempo, è un ritmo
universale, un formulario linguistico che si ripete e che
contraddistingue gli eventi e i personaggi facendo loro
acquisire una sensazione “anzitempo” o meglio “fuori
tempo”. Di solito ci sono delle prove da superare (in
genere tre). Il tre è anche il simbolo dell’immaginazione
erotica “Li tre pili d’oro”, mentre l’eroe deve regalare
l’anima al diavolo dopo un anno e tre giorni (Lu muratò).
Anche i figli abbandonati sono tre. La storia del muratore potrebbe essere raccontata ed è questa: c’era una volta un muratore molto povero che quando andava a lavorare passava davanti ad un cimitero chiamato “La bocca
della verità” e ogni giorno ripeteva a se stesso che se
avesse potuto, avrebbe preso i soldi del diavolo. Un giorno
il diavolo, che stava nel cimitero a rosicchiare le ossa dei
morti, lo sentì, si vestì da signore e andò dal muratore
per strappargli una promessa: il diavolo gli avrebbe dato
i soldi se il muratore, nel giro di tre anni, gli avesse
donato la sua anima. Fu così che il muratore divenne
ricco, fino a che arrivò il giorno della resa dei conti ed
arrivò in anticipo perché, secondo il diavolo, ogni 24 ore
passavano due giorni. Il muratore allora raccontò il fatto
alla moglie e lei chiamò il prete che rinchiuse il muratore
in una sagrestia, mentre il diavolo passeggiava fuori della chiesa ad aspettare e ogni tanto mandava al muratore
un messaggero per incitarlo a scappare. Il muratore resisteva a tutte le tentazioni. Un giorno fu il sagrestano stesso che gli disse che fuori c’era un signore ad aspettarlo,
allora il muratore spiegò cosa gli era successo e a questo
punto il curato (col quale il sagrestano si era confidato)
ordinò che il muratore fosse condotto davanti al tribunale del Sant’Uffizio per essere giudicato. Il Tribunale, però,
diede ragione al diavolo e il muratore precipitò nell’inferno, i suoi beni furono pignorati e il suo corpo bruciato,
perché non contagiasse i vicini. Anche il numero “sette”
è significativo in diverse storie, sette sono di solito le
astuzie di cui alcuni personaggi si servono per apparire
di una forza smisurata, sembra esserci anche una profezia su questo numero. A proposito di profezie si può
ricordare la bella storia del “Gran meschino” (da precisare che non è quella di Andrea da Barberino, pur avendo qualche caratteristica in comune) nel quale la profezia
diventa elemento importante. Questa storia racconta di
un bambino che era stato abbandonato dai suoi genitori
e fu raccolto da un contadino e da sua moglie che lo
riscaldarono, perché era stato buttato in un pozzo d’acqua. Il bambino fu allattato, ma venne chiamato “Gran
Meschino” proprio perché era sfortunato. Diventò un bel
giovane, ma il padre un giorno gli rivelò la sua storia ed
il ragazzo volle andare in cerca dei suoi genitori, ma
dovette subire diverse peripezie fino a quando giunse in
una torre dove la gente era prigioniera e lì ritrovò i suoi
genitori, dispiaciuti di aver dato via il loro figlio. Tutti
furono contenti ed andarono dal re che consacrò la loro
famiglia. Prima di giungere alla torre il giovane aveva
chiesto dei suoi genitori a molte persone che aveva incontrato per strada e tutte gli avevano rivelato qualcosa
fino a condurlo alla torre della quale divenne padrone e
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Estate 2009
poté così liberare i prigionieri tra cui appunto i suoi genitori che vi erano rinchiusi.
All’interno delle fiabe marchigiane sono importanti
anche i doni che spesso si personificano, come un “Viuì”
(un violino) che si mette a suonare o “una sarvietta” ( una
salvietta) che si mette ad apparecchiare, oppure c’è il
dono di un anello che permette di superare incredibili
avventure, o un “cappello fatato” che all’improvviso fa
fiorire un immenso giardino. Altra tecnica narrativa della fiaba: l’uso della trasformazione dei personaggi i quali, anche per un semplice incantesimo, possono trasformarsi in qualcosa che non sono: una ragazza bellissima
in una bruttissima e così via, a volte può anche esserci
una fattura fatta per esempio al figlio di un re e allora la
metamorfosi oscilla tra il mondo animale e quello umano. Per quanto riguarda la fattura bisogna provvedere a
scioglierla magari pungendo con un ago il malcapitato.
A volte c’è l’apparizione del sangue e, in questo caso,
nella fiaba popolare sembra esserci quel legame con gli
antichi riti iniziatici. Non manca naturalmente nelle fiabe
marchigiane la cosiddetta vena comica che a volte può
sfociare in un insolito patto con il diavolo, come nella
storia già citata, c’è anche un significativo gusto per il
cibo “Na magnata de tajjulì puliti”(Una scorpacciata di
tagliolini puliti) . Anche i contrasti fanno parte integrante del mondo fiabesco marchigiano, ma forse è il caso di
dire di tutte le fiabe, perché è una caratteristica comune,
oltre al contrasto tra il bene e il male, c’è quello tra l’astuzia e la stupidità in cui si inserisce anche qualcosa di
erotico. L’astuzia, infatti, a volte si abbina ad una curiosità sessuale (Li tre pili d’oro) .
Nel libro di Verdenelli (unico e completo per quanto
riguarda la struttura e la presentazione delle fiabe
marchigiane) le storie sono raccolte in parti chiarificatrici
e divise sapientemente in generi: una parte riguarda “I
doni magici” e lì sono inserite le fiabe in cui c’è la presenza del re o la regina, in cui i personaggi poveri cambiano e diventano ricchi. In queste storie ci sono gli incantesimi. Altra raccolta riguarda i cosiddetti “Compiti
difficili” in cui bisogna superare delle prove per raggiungere l’obiettivo, è questo il caso del già citato Gran
Meschino. Segue poi la raccolta “Le metamorfosi” dove
sono inserite le fiabe con i cambiamenti dei personaggi,
da belli diventano cattivi e sfortunati, mentre da brutti
diventano buoni e fortunati (La ragazza perseguitata). Sono
da menzionare anche le fiabe che evidenziano casi umoristici e sono tante, simpatiche, strane, certamente popolari. Altro elemento importante a livello di contenuto è il
cibo, come la già citata fiaba “Una scorpacciata di tagliolini
puliti” in essa c’è umorismo in quanto i tagliolini, con
tutte le peripezie che sono costretti a subire, non possono
di certo essere puliti! Altra raccolta esamina il mondo
dell’astuzia e della stupidità con personaggi che si contrappongono creando ovviamente un umorismo quasi paradossale. Per ultimo le fiabe sono raccolte nel titolo
“Bambini abbandonati” dove si ripercorre la classica
storia dei fanciulli che vengono allevati da animali, perché abbandonati e in questi casi c’è quasi sempre un
eremita che alla fine fa quasi da eroe della vicenda e il
personaggio cattivo viene sempre sconfitto come in tutte
le fiabe del mondo.
Principali testi di riferimento:
Caterina Pigorini-Beri, Costumi e superstizioni
dell’Appennino marchigiano, Città di Castello, S. Lapi
Tipografo-Editore, 1889;
Marcello Verdenelli, traduzione di Giuseppe Bonura,
Fiabe marchigiane, Mondadori, Milano, 1985.
LAVORO ERGO SUM
EMANUELA VASTO
- 10,00 euro Un pensiero al giorno per
apprezzare la gioia del lavoro -Se sei in cerca di lavoro e
già pensi alla noia che potrebbe sopraggiungere dopo averlo trovato… Se sei un dipendente e provi sensazioni poco
piacevoli quando senti pronunciare le parole “cartellino”
e “collega”… Se lavori come
libero professionista e due o
più volte al giorno ti lasci prendere dalla voglia di mollare tutto… Se sei pensionato e ti
manca il tuo posto di lavoro… In tutti questi casi sei il
lettore giusto! Buona lettura...
KIMERIK EDIZIONI -ISBN: 978-88-6096-312-3
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I SUPERSTITI
di Francesco Luigi PAOLILLI
(Maglie – Le)
I superstiti del naufragio
chiedono asilo alla vita
e il dono dell’oblio agli angeli
del tempo. Ha cessato
la tempesta il suo battito
di tuono, sputando i semi
di nuovi scrosci malefici.
Grande la corsa e incalzante
la fretta: impastano i superstiti
la scorza, la corazza di giada,
antiche mura senza chiavistello,
baluardo estremo dell’anima.
I l S alotto degli A utori
NARRATIVA
Bartolo e le streghe
Mariateresa Biasion Martinelli
Chi si trovasse a passare sulla strada di campagna che dal
paese di C.T. porta verso la località detta: Piano dei Meli, può
scorgere, fra gli sterpi e le ortiche, che crescono ormai liberamente lungo i bordi, sul lato superiore, in leggera pendenza,
una pietra, con incise delle misteriose parole: “Mai più!”.
Per la verità sono misteriose soltanto per chi non conosce la
disavventura successa a Bartolo, verso gli inizi del secolo scorso, in una notte di luna piena, dopo la solita sosta all’osteria.
Purtroppo, Bartolo e gli amici di allegre bevute si attardavano
sempre fino oltre la mezzanotte, dopo che l’oste aveva chiuso
le porte della locanda, per scolarsi parecchie caraffe di vino,
giocando a carte.
E se gli altri riuscivano a non arrivare a casa all’alba, perché
vivevano in paese e raramente bevevano tanto da ubriacarsi,
Bartolo, dovendo percorrere qualche chilometro per raggiungere la propria abitazione, non rincasava mai prima che il sole si
affacciasse al di là della cima del Monte Celado e, quel che è
peggio, non sapeva fermarsi prima di raggiungere quello stato
che dà l’alcool, quando viene ingerito in quantità troppo abbondanti.
La moglie lo attendeva sveglia, incapace di prendere sonno,
con la speranza che almeno una sera tornasse in tempo per la
cena, senza aver speso tutto quello che lei riusciva a racimolare
con il duro lavoro della terra, terra dove lui metteva raramente
piede, perché la mattina era sempre troppo assonnato e stordito.
Ma, puntualmente, le speranze della povera donna venivano
deluse.
Così, una sera in cui la disperazione e la solitudine erano più
forti del solito, nonostante la stanchezza e il timore di avventurarsi nella notte, si avvolse uno scialle attorno alla testa ed
uscì, con una lanterna, dirigendosi verso il paese.
Era circa a metà strada, quando, alla luce della luna, scorse una
figura barcollante, nella quale riconobbe Bartolo.
Infuriata, si mise a correre vero si lui, poi, la folgorazione…
Si arrampicò sull’erta, che costeggiava la strada, spense la lanterna, proprio mentre la luna veniva in parte coperta da una
nuvola e si nascose dietro ad un cespuglio.
Quando Bartolo raggiunse il punto in cui lei si trovava, la donna uscì allo scoperto, urlando in un linguaggio incomprensibile, il viso celato dallo scialle.
Bartolo svenne.
La moglie tornò sui suoi passi e quella sera non lo aspettò
alzata.
L’uomo arrivò più tardi del consueto, ma, stranamente sobrio, il
viso color della cenere, prese la zappa e si avviò insolitamente
verso i campi.
Non fece parola con nessuno di quella strana apparizione, ma
lavorò per parecchie sere per incidere delle parole su di una
pietra, levigata dall’acqua del torrente, che scorreva vicino ai
suoi terreni, trascurando così gli amici, l’osteria e le carte, per
molto tempo.
Un giorno, finito di incidere le parole, che pensava suonassero
oscure ai compaesani, portò la pietra sul luogo dell’apparizione, di quella che, nella sua mente, ottenebrata dai vapori delle
pesanti libagioni, credeva fosse una strega.
Quando, dopo quello che ritenne un ragionevole periodo di
astinenza, tornò all’osteria, non eccedette più nel bere, anzi, si
accontentava di qualche bicchiere, che rende il cuore contento, senza offuscare la ragione.
Non capiva, però, perché lo guardassero tutti con un pizzico di
ironia, non sapeva che la moglie, per completare la giusta vendetta, aveva raccontato alle comari la sua “disavventura”, sicura che l’avrebbero riportata ai loro mariti, come, puntualmente, avvenne.
Bartolo, dal canto suo, rimase fedele alla promessa incisa sulla
pietra: non si ubriacò “mai più”!
Vita segreta
Fosca Andraghetti
Gloria lasciò scivolare lo sguardo oltre il vetro dove la vita
pulsava frenetica. Tutti sembravano avere fretta come, d’altra
parte, a volte capitava pure a lei.
Sua figlia le stava dicendo qualcosa e cercò di riacchiappare in
fretta il filo del discorso senza riuscirvi. Di certo si trattava di un
argomento assolutamente noioso e lei, come sempre in questi
casi, si era estraniata rivolgendo i suoi pensieri altrove, a qualcosa di più interessante, almeno dal suo punto di vista. Una
tecnica già collaudata ai tempi della scuola, quando, per evitare
sbadigli più o meno mascherati per la sua incapacità di sopportare professori noiosi, aveva scoperto che si può governare la
mente assentandosi solo in parte in modo da percepire, come
una voce bisbigliata, ciò che dicevano dall’altra parte della
cattedra. Erano passati tanti anni da allora e forse la mente non
aveva più l’elasticità necessaria per questo tipo di giochetto!
Oppure sua figlia era noiosa più del solito.
“Mamma, tu e le tue fantasticherie! Puoi ascoltarmi una buona
volta? Noi partiamo la prossima settimana e tu non hai ancora
parlato con la zia Poldina. Come farti capire che per lei sarebbe
un piacere averti sua ospite! Vi fate compagnia e risparmiate
sulle spese! Mi sembra la cosa più naturale, no? E non guardarmi con quella faccia. Giuro che non ti capisco. Noi tutti cerchiamo di facilitarti la vita in ogni modo, ma ho l’impressione che tu
faccia apposta a non capirlo!”
Era bella sua figlia, anche quando era arrabbiata. Ma in certi
momenti aveva l’impressione che fosse l’unica dote, se così si
può chiamare la bellezza. La guardò mentre, forse stanca di
andare avanti e indietro per la stanza, sedette in modo impeccabile sul divano. Accavallò le gambe con grazia, lasciando in
parte scoperte le cosce ben tornite. Beh, quelle le aveva prese
da lei e si assomigliavano anche nelle ciglia arcuate e nel nocciola intenso dello sguardo. Oh, santo cielo, stava di nuovo
vagando nei suoi pensieri.
“Oh, mamma, mi ascolti oppure no? Mica posso stare qua tutto
il giorno!”
Gloria sfoderò il più amabile dei sorrisi, lisciò la gonna sulle
ginocchia, si passò una mano nei capelli freschi di parrucchiere
poi, accondiscendente, disse che sì, nel pomeriggio avrebbe
telefonato a sua sorella per prendere ogni accordo. In fondo
era una buona idea: compagnia, risparmio e niente pensieri per
la figlia e il genero che andavano in vacanza.
Parlarono per un poco del più e del meno, ma Francesca
scalpitava e a lei non interessava trattenerla. Anzi!
Non si alzò a salutare la figura quasi anoressica che si stava
- 34 -
Estate 2009
dirigendo verso l’uscita con il solito passo da atleta. Ma l’aveva educata lei quella donna? Non un bacetto, un ciao mamma,
niente di niente. In compenso si preoccupava della sua solitudine. Mica poco! Eppure lei di solitudine non aveva mai sofferto: aveva le sue amiche, il teatro, qualche buon cinema e, alla
biblioteca di quartiere, c’era una ragazza davvero carina che le
suggeriva piacevole letture, comprese quelle di autori giovani
dove sembra che il gergo abbia perso ogni pudore. Ecco, di
sicuro da quel lato era rimasta un po’ all’antica.
“Non sono poi così malandata! - disse al gatto che stava sgusciando da sotto una poltrona – Che dici tu micio? Sono fortunata, mia figlia non mi ha proposto una di quelle orrende case
di riposo dove posso stare con quelli della mia età a giocare a
carte, a guardare la televisione e a rincitrullirmi! Forse dovrei
decidermi a parlarle della mia vita segreta, ma come faccio! Lei
non ha mai tempo, è una manager lei. E poi è convinta che stia
in casa a guardare la televisione tutto il giorno. Sì, dopo che è
morto suo padre sono stata parecchio tempo rintanata qui, fra
queste mura piene di ricordi, poi mia sorella Poldina, con tanta
dolcezza, è riuscita a farmi uscire qualche volta. Non mi ha mai
fatto fretta, ha sempre rispettato i miei improvvisi silenzi, gli
sbalzi d’umore, il volere di colpo tornare a casa dopo pochi
minuti che eravamo uscite. E un giorno è arrivata con una cesta: dentro, micetto mio, c’eri tu che continui a farmi tanta compagnia. E inoltre, come si dice sempre, la vita continua e così ho
fatto, ma a mia figlia, che si era creata da tempo la sua famiglia,
non interessava molto quello che facevo e, dopo i primi tentativi di parlargliene, ho lasciato perdere. E lei è sempre più distratta nei miei confronti, quindi… Se fosse al mondo suo padre! Ma che dico, lui l’adorava la sua Chicchi che sta sempre
per Francesca. Così continuo a farmi i fatti miei, mi tengo i miei
segreti, faccio la mia vita. Qualche soldo mi avanza e, se nostro
Signore mi mantiene la salute, dei grossi pensieri non dovrei
avere anche per il futuro. E allora, perché mai devo fare la vecchia? Sono pure piacente! Potrei avere anche un filarino. E tu
non ti preoccupare che il gattile è quanto di meglio ci sia nei
dintorni!”
Baciò il gatto che, indifferente oramai ai soliloqui della sua
padrona, se ne andò per i fatti suoi in giro per casa.
Il postino suonò e lei disse lasci in buca poi, visto che era in
piedi, cominciò a preparare il pranzo. Un po’ presto per la verità,
ma in fondo non doveva rendere conto a nessuno. Certo che
quel burino di suo genere avrebbe trovato da ridire. Ecco, forse, anzi niente forse, Francesca aveva preso da lui: i vecchi al
ricovero, ai vecchi bisogna insegnare tutto, ma quando mai!
Chissà perché spesso le persone giovani dimenticano
anzitempo che le loro mamme, e anche padri, li hanno amati e
curati e non sono passati poi così tanti anni da quando spazzavano i loro sederini!
Gloria sembro improvvisamente ricordarsi di qualcosa. Lasciò
pentole e fornelli per dirigersi verso la poltrona; da sotto il
cuscino estrasse una piccola guida turistica e sospirò. Lasciò
di nuovo scivolare le dita tra i capelli, lentamente, ripetutamente.
Sì, li avrebbe tagliati, un taglio come quello della Jane Fonda
nella pubblicità della Oreal, e pieni di piccoli colpi di luce.
Gli abiti? Un intero guardaroba nuovo! C’era solo da augurarsi
che la banca non comunicasse a Francesca la storia della carta
di credito, considerata la frequenza con cui l’aveva usata negli
ultimi tempi! Ma era solo questione di giorni. La nave sarebbe
partita esattamente il giorno successivo a quello di sua figlia.
Bella la crociera! Avrebbe speso altro denaro, avevano tutto il
tempo, lei e la zia Poldina, di godersi il sole e il mare, le città dove
avrebbero fatto scalo, il teatro dopocena e il casinò ancora
dopo. Poi a dormire nella stessa cabina. Da qualche parte bisognava pur risparmiare! O no?
Gli incontri di Spello
Franco Pignotti (Petritoli - AP)
II. Un anno sabbatico fra comunitari, eremiti ed alternativi
vari
Nei miei vagabondaggi estivi del 1983, finalmente, dopo averci
girato intorno, un giorno andai a conoscere fratel Carlo Carretto; gli raccontai la mia storia, i miei dubbi, le mie incertezze, i miei
timori. Mi ascoltò come sapeva fare lui e mi propose di fare
discernimento con la preghiera, con il lavoro che spezza il corpo e lo prepara al silenzio e alla contemplazione. Mi propose di
restare a Spello per un anno sabbatico. Capii immediatamente
che quella era la cosa giusta che avrei dovuto fare. Promisi di
tornare alla fine dell’estate. Per ora avevo altre tappe da percorrere, volevo ancora continuare il mio pellegrinaggio per altri
luoghi dello spirito che in quegli anni erano meta di giovani in
ricerca. E così fu per l’intera estate del 1983, una estate di puro
vagabondaggio spirituale.
Verso i primi di ottobre, dopo aver chiuso dietro di me tutte le
porte da cui me ne andavo, mi presentai a Spello. Essendomi
affidato all’autostop, arrivai di sera, mentre la fraternità era riunita in preghiera nella cappellina. Stavano cantando il salmo:
“Ecco i miei piedi sono giunti a te Gerusalemme, città di Dio”.
Mi commossi e mi sentii subito parte di questa avventura dello
spirito. Nei giorni che seguirono avvertii una grande serenità:
almeno per una lunga serie di mesi sarei vissuto secondo quello stesso spirito che avevo conosciuto nei miei incontri precedenti con Maddalena alla Casa della Povera gente, con Giovanna presso la fraternità del Casale, e con Luigina nel suo
eremo di Nottiano. Fui assegnato alla fraternità del San Girolamo,
mentre Carlo era al Giacobbe. Rimasi per l’intero periodo nel
‘convento’ del San Girolamo, con il suo bellissimo chiostro e il
suo pozzo; un convento dove non vivevano monaci o frati,
troppo spesso casta di persone separate dalla vita. Qui viveva
invece solo gente normale, fatta di uomini e donne, soprattutto
giovani, che alla mattina sciamavano per confondersi con i
contadini e gli operai del paese, senza distinzione e al pomeriggio si raccoglievano per aprirsi all’infinito attraverso il silenzio,
la contemplazione e la preghiera.
Sono arrivato a Spello dietro la spinta di un disagio interiore di
lunga durata, alla ricerca di qualcosa di cui non avevo idea, ma
che mi aspettavo fosse capace di cambiare la mia vita. Ho vissuto tutti gli incontri a Spello con una forte carica emotiva;
ogni persona che varcava la soglia di quel chiostro per chiedere ospitalità diventava un nuovo membro della mia famiglia
‘religiosa’, la famiglia di Dio. L’incarico datomi da fratel Carlo, e
che ho rivestito per circa sei mesi, quello dell’accoglienza, ha
facilitato questo approccio. Elisabetta, Francesca, Anthony,
Jure, Renzo, Walter, Marco, Emilio, Antonietta, Carmelo, Fulvio,
Giovanni, Tarcisio, Lelio, e quant’altri, mi sono diventati più
cari della mia stessa famiglia. Conoscevamo le nostre sofferenze, la nostra ricerca, i nostri dubbi. E quando man mano il tempo
di ciascuno finiva e arrivava il momento di partire era una parte
di me che se ne andava. Per questo mi è rimasto dentro
insopprimibile il desiderio di continuare l’amicizia fraterna in
tutti questi venticinque anni successivi. Partecipazione e curiosità per percorsi di vita così diversi, così unici, ma anche così
significativi! L’esperienza di Spello era stata la concretizzazione
- 35 -
I l S alotto degli A utori
più piena dell’ideale che mi muoveva, di ciò che andavo cercando.
E allora perché non rimanere, perché non costruire qui la propria tenda? Chi cerca trova, afferma Gesù nel Vangelo, e Carlo
lo aveva testimoniato anche scrivendo il suo libro “Ho cercato
e ho trovato”. Perché allora mi sono rimesso in moto? Perché
ciò che avevo trovato era esattamente la fraternità nel cammino, il fiume che continuamente scorre e che nessuno può davvero fermare, se non il mare, fratelli e sorelle che vanno e vengono, la fraternità della strada. Chi aveva veramente scoperto
lo spirito di Spello, doveva ripartire, perché l’Oreb di Elia era
ancora lontano, oltre il deserto, e le forze erano state in parte
riacquistate. E io sono ripartito ancora una volta senza sapere
dove andare, con più buio di prima, ma questa volta con il
sentimento di Abramo che aveva ricevuto il comando di andare, di abbandonare la sua casa, la famiglia, la sua terra per una
terra non ancora definita, per una direzione non ancora indicata, con la necessità impellente di inventarsi una direzione, una
meta … nella consapevolezza della fede che così facendo, affidandosi radicalmente e laicamente a se stesso e alle proprie
autonome scelte del percorso, Dio lo avrebbe misteriosamente
diretto.
E così è stato. Se infatti Spello è stato per me la stagione degli
incontri, il periodo successivo, quello che, in un certo senso,
perdura ancora oggi, è stato per me la stagione del cammino
aperto da quegli incontri. Io che non avevo mai pensato prima
di uscire dall’Italia, partii da Spello, senza una meta precisa, con
un biglietto di sola andata per la Francia, con solo due indirizzi
in tasca: quello di una ragazza di Grenoble che faceva parte di
un gruppo denominato “Chrétiens et non violence” e di una
coppia che viveva in una delle comunità dell’Arca di Lanza del
Vasto: entrambi frutto dei miei incontri fatti a Spello.
La Francia fu forse il periodo più duro, ma quello in cui cominciò a delinearsi un percorso. Vi trascorsi in tutto all’incirca sei
mesi tra Grenoble, la comunità dell’Arca di Lanza del Vasto1 il
Villar Saint’Anselme, vicino a Carcassonne, nel Midi. Fu il periodo di maggiore solitudine, completamente abbandonato a
me stesso, senza più nessuna ‘famiglia’ attorno, né quella naturale, né quella religiosa, né quella dei sabbatici. Ma a Spello
avevo appreso che il mondo era la mia famiglia e mi sentivo
comunque a casa ovunque fossi. Il momento più bello che
ricordo e che mi è rimasto indelebile fu quando feci amicizia con
quattro barboni di Limoux e ce ne andammo a prendere un birra
insieme in uno dei locali più sostenuti del paese, sotto gli occhi
sgranati del gestore, comunque convinto del grosso biglietto
in franchi che fui in grado di mostrargli sotto il naso, frutto del
mio duro lavoro nei vigneti della zona, dove in quel momento
mi trovavo a lavorare. “Pecunia non olet” deve aver pensato, e
ci accettò ugualmente. In Francia infatti avevo conosciuto alcuni ‘clochard’ per i quali la strada era stata una scelta di vita.
Erano una sorta di barboni filosofi, di personaggi che sembravano essere usciti integralmente dalla penna di Hermann Hesse;
e già in un certo senso, mi vedevo anch’io, durante quella
estate francese del 1984, sotto la medesima luce. La lettura più
importante che feci in quel periodo fu infatti il famoso Siddharta
di Hesse.
Ma l’esperienza fondamentale di quella estate francese, fu quella
dell’Arca, una realtà di famiglie che vivano insieme con una
regola comune, come in una sorta di monastero laico, seguendo i principi gandhiani. I mesi passati presso La Borie Noble
(Beziér – Montpelllier), la comunità centrale dell’Arca2, per certi versi mi sembrarono una diretta continuazione di Spello: la
stessa semplicità della vita, il lavoro nei campi, la comunità
come un porto di mare dove si potevano fare gli incontri più
diversi, la preghiera vissuta in maniera spontanea ma altrettanto profonda, con le sue pause di silenzio (le rappel) che
cadenzavano la giornata e con i suoi suggestivi momenti del
mattino rivolti verso il sorgere del sole e della sera attorno al
fuoco. Non ebbi la fortuna di conoscere il fondatore, Lanza del
Vasto, scomparso qualche anno prima, ma leggevo qualche
suo libro e mi piacevano davvero3. L’Arca dava forma ad una
vita alternativa che mi affascinava e che sono stato lì lì per
scegliere come approdo definitivo. Ecco, questa era la differenza con Spello: all’Arca ci si poteva fermare, l’arca ti proponeva
di mettere radici; non era il fiume che continuamente scorre e ti
spinge altrove; era la prateria che ti chiedeva radicamento. A
Spello aleggiava lo spirito francescano; all’Arca aleggiava lo
spirito benedettino. Ma sia Spello che l’Arca proponevano
queste spiritualità non ad una casta separata, ma alla gente
comune, ai singoli come alle coppie. All’Arca ho scoperto soprattutto la realtà di una comunità di famiglie che vivevano in
una comunione radicale, monastica, nella fiducia e nell’appartenenza reciproca. Un altro sogno prendeva forma dentro di
me, rimaneva discreto in qualche angolo del cuore. Non era
infatti ancora tempo di radicamenti, era ancora il tempo del
cammino. Dovevo lasciare l’Arca, sia pure con molta nostalgia.
[email protected]
NOTE
1
Lanza del Vasto è stato, nel periodo tra le due guerre, discepolo di Gandhi in India, dove, in seguito ad un pellegrinaggio alle
sorgenti del Gange, si sentì chiamato a diffondere in Europa, il
movimento nonviolento del suo maestro. Tornato in patria,
dopo la seconda guerra mondiale darà inizio alla comunità dell’Arca, una comunità ecumenica, interreligiosa e basata sui
principi della non violenza gandhiana. Da non confondere con
l’altra realtà francese, l’Arche di Jean Vanier, legato invece alle
problematiche dell’handicap e del disagio.
2
All’interno di una tenuta di circa quattrocento ettari di territorio boschivo, erano stati riattivati due villaggi precedentemente abbandonati dai contadini all’inizio del secolo: La Borie Noble,
e La Flessiére con una popolazione di circa un centinaio di
persone.
3
Tra i suoi libri più famosi: Il pellegrinaggio alle sorgenti e
L’arca aveva una vigna per vela, entrambi editi in italiano
dalla Jaca Book.
Una giornata al mare
Cristina Sacchetti (Riva di Chieri – TO)
Minuscole onde rese argentate dal riflesso del sole al tramonto
lambiscono il mio corpo languidamente abbandonato sulla
battigia ad assaporare gli ultimi attimi dell’ora più bella, (naturalmente questa è una mia opinione) della giornata, e senza che
me ne renda conto i pensieri iniziano a fluttuare nella mia mente
fino ad un attimo prima vuota ed assente.
Come per incanto, prendono forme di note musicali dando inizio ad una danza sfrenata per trasformarsi all’improvviso in
dolce sinfonia su ali di farfalle, orchestra invisibile agli occhi
altrui ma non ai miei, che, involontario direttore d’orchestra ho
dato il La agli orchestrali immobili in attesa di un mio cenno.
Pigramente mi alzo per andare a rovistare nel borsone che ho
lasciato sotto l’ombrellone con gli abiti e stracolmo di tutto un
po’, alla ricerca di una biro e dell’immancabile moleskine, per
- 36 -
Estate 2009
fissare nero su bianco i pensieri affastellati nella mente.
Tutto vibra in me, sento che sta nascendo poesia (che dolce
suono racchiude in se questa parola) e già ne pregusto la chiusa quando dagli scogli vicini mi giunge un pianto disperato di
bambino, mi volto per capirne di più e vedo un piccolo riccioluto
color caffelatte che cerca di divincolarsi dalle mani di una signora biondissima e dall’accento milanese, dall’apparente età
di circa quarant’anni, imbarazzata sotto i nostri sguardi (la spiaggia era affollatissima).
Vedo un signore avvicinarsi per dar man forte alla donna e
calmare con coccole e carezze il piccolo africano, che, più veloce della luce gli sfugge per inseguire una ragazza di colore che
sta transitando sulla spiaggia carica di scialli colorati, monili e
occhiali da sole; comprendo in un attimo la situazione e con me
gli altri bagnanti, sorridiamo di tenerezza perché il bimbetto che
risponde al nome di Lorenzo si è riconosciuto in lei. La donna
che gli ha donato la vita, con molta probabilità assomiglia alla
venditrice, se non altro per il colore della pelle e lui non aveva
ancora rimosso quel ricordo, infatti con le sue veloci gambette
la insegue per un tratto di spiaggia; a sua volta inseguito dai
genitori adottivi, preoccupati per le conseguenze che un tale
episodio potrebbe avere in futuro sulla psiche del loro adorato
figlio.
Finalmente lo raggiungono e prendendolo teneramente tra le
braccia gli promettono zucchero filato e un giro sulle giostrine
poco distanti.
I singhiozzi si calmano e un luminoso sorriso rischiara il suo
volto, poi con la paffuta manina saluta la ragazza che nel frattempo ha intuito la situazione e con gli occhi umidi di pianto lo
saluta nella sua lingua, poi tira dritto, con la speranza di floridi
guadagni, forse a casa nel Corno d’Africa anche lei ha un piccolo Lorenzo che l’aspetta, ma soprattutto, ha bisogno che lei
invii denaro per far si che possa crescere bene dandogli la
possibilità di frequentare una scuola, anche se la mamma gli
manca, sono tutte mie supposizioni, naturalmente.
Ho il cuore stretto in una morsa, ormai l’afflato si è dissolto con
l’ultimo raggio di sole, a malincuore raccolgo le mie mercanzie,
saluto i vicini d’ombrellone che ancora commentano l’accaduto e m’avvio verso l’albergo ripromettendomi di ritornare l’indomani, ma, questa volta all’alba per non farmi coinvolgere
dagli avvenimenti di questo scorcio pittoresco e con la speranza di ritrovare le rime che ho smarrito oggi tra i numerosi granelli
di sabbia.
Come suicidare il tempo
Gianfranco Gremo (S.Gillio – TO)
- Che facciamo stasera? - chiese Max già in preda ad alcool e
pasticche varie.
Pep, un tipo grande e grosso coi capelli a spazzola e dall’espressione stolida, Sabri, una biondina insipida piena di piercing e
tatuaggi nei posti caldi e Blu, un tizio mingherlino e rasato a
zero dall’eloquio ridotto a pochi concetti di natura stercoraria
gli risposero in coro:
- Riscaldiamo il barbapulci, è inverno e avrà freddo!
I quattro componenti la “sbanda”, come definivano il loro gruppo per rivendicare con orgoglio la loro condizione di sbandati,
aborrivano le gerarchie. Tra loro non esistevano capi, tutto
erano uguali, in perfetta democrazia. Ma questa società così
democratica aveva una falla che a ben vedere era meglio definire “fallo”, non nel senso di errore ma di organo maschile, un
tempo assai riproduttivo ma ormai sempre meno atto a quella
bisogna, essendo la sterilità, accoppiata allo stress, dilagante
ormai in grande misura. A Sabri e compagni della sterilità sua e
loro non importava un bel nulla, per loro era invece una benedizione (si fa per dire) non essere fecondi. Una fortuna, da una
parte, che il mondo non venisse popolato dal frutto di tali congiunzioni carnali, altrimenti sarebbero venuti al mondo tanti
potenziali delinquentucoli quali erano tutti e quattro.
Si diceva della mancanza di gerarchie nella “sbanda”. Tutto
vero sino e che non si trattava di spartirsi le grazie (un povero
mucchietto d’ossa) della biondina tatuata. Lì vigeva una regola precisa ed in primo luogo da lei stabilita ed accettata senza
grandi rovelli dai tre, tanto era questione di minuti. Gerarchicamente toccava prima a Max, non si sapeva bene il perché (forse
perché il più ottuso dei tre, anche se si trattava di una bella
gara, giocata sul filo di lana) ma così aveva stabilito Sabri. Poi
spettava a Pep e, per ultimo, a Blu che, nella circostanza, sgranava una sequela verbale di variazioni al suo tema preferito.
Per il resto la gerarchia non esisteva. Quando si trattava di
mettere in atto il riscaldamento del “barbapulci” (termine figurato per definire un qualunque barbone che dormisse dove
capitava “protetto” da cartoni per imballaggio), cioè di dargli
fuoco per intiepidirgli le notti gelide (un altruismo forse eccessivo ma efficace) tutti contribuivano alla pari. Un po’ di benzina, quattro accendini e via! Qualcuno, non ricordo chi, ma si
trattava di un tipo intellettuale, non diceva forse: “la fiamma è
bella!”?
Questa unanimità di intenti si infrangeva presto, ahimè!, sugli
scogli della perenne litigiosità che contraddistingueva i loro
rapporti:
- L’abbiamo già fatto, serve a niente, c’è troppa umidità, la
fiamma si spegne subito - disse con asprezza Pep.
- Ma che ne capisci tu, ci vuole più benzina, gli accendini non
bastano, ci vorrebbe una torcia a vento - replicò stridula Sabri
mostrando un dito medio magro e provvisto di anello a forma di
teschio.
- Meglio prenderlo a botte, così il calore lo sente davvero e se
lo ricorda per giorni - vomitò con rabbia Max.
- Merda, ma allora non avete il cervello, meglio sfasciare i vetri
di una macchina. Se ci beccano a pestare l’omino è gattabuia sentenziò inarticolando le parole Blu.
- Ehi, ma qui come passiamo la serata, a girarci i pollici? Io con
voi mi annoio, mai che si faccia qualcosa di divertente. Parole,
parole e basta. Me ne vado, vado a cercare quelli della piazzetta,
lì almeno ci sono degli uomini, non dei cacasotto come voi. E
poi… - affermò con veemenza Sabri.
- E poi? E poi? E poi? Te li vuoi fare tutti quelli là? - ringhiò Pep.
- Se è per questo, già fatto, grazie – Sabri ripresentò il suo
gracile medio.
- P…..a, tr..a, vattene allora, ci pensiamo noi al barbapulci tuonò Max.
Sentendosi così apostrofare, Sabri stranamente si calmò. Dicono che la verità offende ma lei non seguiva questa regola. In
fondo, anche se la definizione di Max corrispondeva al vero, lei
aveva una sua dignità, in quel momento apparteneva alla “sbanda” ed avrebbe rispettato la decisione collettiva. C’era sempre
tempo per quelli della piazzetta.
I quattro pensarono che era meglio ripiegare su qualcosa di
apparentemente meno pericoloso, c’è sempre il rischio che un
pestaggio od un falò degenerino e ci scappi il morto. Idioti sì,
ma non al punto di finire in galera per aver arrostito un sacco di
pulci, un essere “inutile” per loro ma, guarda la sfiga, considerato “umano” dalla Giustizia.
- 37 -
I l S alotto degli A utori
Avessero amministrato loro la giustizia non avrebbero perso
tanto tempo. Ma che fare? Sapevano di vivere in un porco di
mondo dove non si può fare tutto quello che si vuole e tanto
meno quello che ti aiuta a vincere la noia e la monotonia delle
ore, dei giorni, delle notti, uno schifo di mondo dove si deve
pestare qualche testa per racimolare un po’ di denaro e campare. La birra costa, i liquori anche, le pasticche non ne parliamo,
le dosi poi, ancora di più. Se avessero avuto loro il potere in
mano, tutto gratis per tutti, sussidio di disoccupazione per tutti
e se occorreva ancora qualche soldo per arrivare alla fine del
mese (come si dice) rubacchiando qui e là i conti sarebbero
presto tornati.
Visto che la notte era ancora lunga andarono a cercare il loro
“pusher” di riferimento dopo essersi assicurati di avere in tasca i soldi necessari per quattro dosi.
Il tizio non c’era, dannazione! Eppure tutte le sere era lì. Lo
avevano mica beccato? Ogni tanto qualcuno di quelli finiva
per qualche tempo in galera e trovarne un altro era facile ma
bisognava vedere che merda spacciava. Se volevano trasformare il barbapulci in Giovanna d’Arco bisognava prima trovare
la “roba” che poi il coraggio sarebbe arrivato di getto nelle
vene.
Ma quella maledetta faccia di cioccolato non si trovava. Chiesero ad un tizio che si faceva come loro notizie del “pusher” ma
questo era così fatto che non sapeva neppure se fosse giorno
o notte.
Se questo era fatto, faccia di cioccolato era nei paraggi, occorreva trovarlo se no sarebbero cominciati i casini. Sabri era già
tutta un tremore ed era sudata come uno strofinaccio bagnato,
smoccolava a tutto spiano stesa sulla panchina sgangherata
del giardinetto. Gli altri tre percorrevano nervosamente i vialetti
gelidi non sapendo dove trovare il tizio, l’angelo della neve,
come lo chiamavano, non per il colore della sua pelle ma per ciò
che faceva come per magia scaturire dalle sue tasche.
Ai tre si avvicinò uno che conoscevano di vista per averlo già
visto trafficare nella zona. Puzzava di spacciatore lontano un
miglio, ma c’era da fidarsi? E poi, chissà che porcheria vendeva. Ed a che prezzo, poi?
Non c’era però da fare tanto gli schizzinosi, il tempo passava e
Sabri era al limite, sapevano che era quella, tra loro, che meno
sopportava l’astinenza e che avrebbe presto cominciato a dare
visibilmente i numeri. Occorreva fare presto e quindi chiesero
al tizio quanto voleva per quattro dosi. Il prezzo era più alto
della somma da loro racimolata ma, vedendo la stato della
poveretta stesa sulla panchina, il “pusher” fornì loro le dosi per
la somma che avevano in tasca.
- Sei sicuro che è roba buona, tagliata bene? – chiese preoccupato Blu.
- Tranquilli, tutto regolare – rispose l’altro filandosela via svelto.
Rapidamente spuntarono dalle loro tasche le siringhe. La prima a raggiungere il temporaneo e sempre più breve paradiso fu
Sabri che presto si acquietò. Poi, uno alla volta, gli altri, quasi a
rispettare un ordine gerarchico non scritto ma tacitamente accettato. Questo per sfatare una volta di più la loro dichiarata
paritarietà.
Ci fu un periodo di silenzio e distensione, Sabri era ancora
distesa sulla panchina, gli altri tre seduti intorno sulla ghiaia
gelida quasi a protezione di quella che sapevano esser la più
debole del gruppo e non perché donna ma in quanto da più
tempo schiava della droga e, già per sua natura, di più fragile
costituzione.
Presto rimontò in loro la frenesia. Le loro vittime, i barbapulci,
stavano laggiù, dalle parti della stazione dei bus, nel gelo. Uno
di loro, in particolare, il più coriaceo e meno disponibile a subire
le loro angherie (manco ne sapevano il nome) era il loro bersaglio preferito. Vigliacchi sì, ma almeno se la prendevano con
quello col quale c’era più gusto a mandarlo arrosto.
- Stai bene, Sabri? Ce la fai? Andiamo a mettere alla griglia il
“barba”? Ti va? - chiese concitato Max.
In fondo era lui il capo, non era forse lui che lei sceglieva
sempre come primo partner del terzetto? Era stanchissima ma
non voleva fosse detto che si tirava indietro proprio adesso. Si
alzò dandosi coraggio ma le gambe risposero male ai suoi comandi. Che le succedeva? Le sentiva come di legno, peggio,
come di cemento, faticava a muoverle.
Le si accese nel cervello già parzialmente fuso un lampo di
paura, cercò di ricacciarlo ma se lo vide amplificato in un fiotto
quasi fisico di terrore. Quello spacciatore nuovo, doveva essere uno dell’est dalla pronuncia. Si era sempre fidata di “mister
cioccolato” e stavolta era stata costretta a fidarsi di un bastardo che certo vendeva porcheria. Si resse in piedi a fatica fingendo di essere forte per non passare per la cagona del gruppo, la femminuccia indifesa e bisognosa di protezione da parte
degli uomini. Meglio non sapessero quanto lei avesse bisogno, da anni, di affidarsi ad un uomo e smettere di recitare la
parte della dura autosufficiente. Le sarebbe piaciuto un bell’amore con tanto di tenerezza, di piccoli regali ogni tanto, di
coccole. Ma dovendo recitare la parte della dura, e della puttana, per farsi accettare dal gruppo era mai emerso questo suo
tremendo e lacerante sogno. Si sarebbe portato il segreto nella
tomba.
- Oh, Dio, ma cosa sto pensando? - disse tra sé percorsa da un
brivido, e non era il freddo a procurarglielo.
Scacciò il pensiero ma ormai sentiva l’odore umido e pesante
della terra che a palate le avrebbero buttato nella fossa. Già,
perché mica l’avrebbero seppellita in una bara ma, povera reietta,
nella nuda terra. Meglio, avrebbe finalmente avuto quella madre che mai aveva conosciuta. Una madre che l’avrebbe coperta e protetta, la notte, sino all’eternità.
Mosse pochi passi verso i tre, accendino in mano, pronta all’ennesima bravata idiota, ma le mancò la terra da sotto i piedi,
allungò una mano verso Pep, il più vicino a lei, per sorreggersi
ma lo vide crollare nella sua direzione con tutto il suo peso. Le
rovinò addosso e la travolse senza controllo. Sentì, nella caduta, le sue povere ossa scricchiolare, forse rompersi. Era soffocata da quella massa umana, non poteva muoversi. A fatica
cacciò un urlo, forse un rantolo. Sì, era vero, qualche osso le
era partito, ma ormai che importava?
I due rimasti in piedi guardavano la scena atterriti, senza poter
parlare. Sentivano che avrebbero presto raggiunto i due a terra, o dove si trovavano adesso, se morti. A fatica si sedettero
sulla panchina, Max al margine sinistro, Blu a quello destro.
Respiravano a fatica, le loro menti vorticavano, i pensieri non
riuscivano a trovare la strada della bocca.
- Quel bastardo del barbapulci stasera l’ha scampata, ma domani sera…
- Non volevi farti riscaldare, egoista di merda, eh? Spero tu
possa morire di freddo stanotte!
Ma erano pensieri disperati, la morte a volte redime; altre volte,
quando se ne ha tanta paura, fa diventare oltremodo cinici.
Fortuna che poi la pace prende il sopravvento. La pace eterna?
In fondo tutti e quattro la cercavano da tempo, pur non sapendolo.
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Estate 2009
Forse la troveranno se, l’indomani, qualcuno, scoprendo i loro
quattro corpi stesi intorno alla panchina, un uomo, una donna,
un solo essere umano avrà pietà di loro.
Un tempo da cani...
Guido Bava (Biella)
Dalla finestra dello studio, vedevo benissimo la valle o, almeno, ne vedevo i contorni montagnosi e il verde scuro dei boschi che lasciava trasparire le ultime tracce di neve. Inverno
lungo e nevoso che si era protratto fino al principio di aprile
costringendomi a rinunciare a mettere mano al giardino ed ora,
a metà maggio, il tempo non si metteva ancora al bello. La casa
in valle, detta a torto seconda casa quando invece, in ossequio
alla storia e all’importanza affettiva, dovrebbe essere considerata la prima, era ancora inaffrontabile per l’umidità nonostante
il deumidificatore costantemente in funzione e ciò,in aggiunta
al freddo latente delle murature in pietrame, forniva un quadro
desolante.
Pensavo ancora a tutto ciò mentre l’auto affrontava le ultime
curve della strada panoramica e già vedevo il bianco cancelletto
che avrei faticato ad aprire, come al solito.
Non passai di dentro, ma affrontai decisamente la scala esterna
e mi fermai in corrispondenza della pietra tombale di Meme, la
mia gattina, e riandai col pensiero a quei vent’anni insieme e al
momento dell’addio. Strano a dirsi, ma mi pareva quasi di non
essere solo e, infatti, intravidi, tra i cespugli di azalee un qualcosa di grigio che cercava di nascondersi alla mia vista. Cercavo di pensare ad un ratto, ad un moscardino impaurito, al riccio
che, da anni era come sparito dal terrario delle tartarughe e, a
quel pensiero, cercai di frugare fra i rami dei cespugli. Non
dovevo e non volevo pensare che Meme fosse uscita per vedermi di nascosto e mi rialzai con la schiena dolente e la convinzione di essere impazzito. Tornai sulla scala e mi imposi di non
guardare verso la tomba dirigendomi verso la fioriera da ripulire per far posto ai nuovi fiori. Mi dedicai al lavoro concentrandomi in esso e, mentalmente, progettando la disposizione dei
bulbi, dimenticai le precedenti preoccupazioni. Mi irrigidii quando udii come un lamento alle mie spalle, veniva dalla cantina
sempre aperta da quando, a causa della comprovata presenza
di gas radon era stata abbandonata.
Più che di un miagolio pareva un guaito, diversi guaiti per cui,
con circospezione, spinsi la porta e rimasi di stucco: su un
ripiano vuoto,tra un mucchietto di stracci dimenticati dagli ultimi operai, c’erano due esseri minuscoli che, a tutta prima pensai fossero gattini ma poi, sollevandone uno, compresi trattarsi
di cagnolini nati da poco tempo. Uscii richiudendo la porta alle
mie spalle e guardai in giro per vedere, o rivedere, il manto
grigio della cagnolina che si era nascosta al mio arrivo. Ovviamente interruppi il mio lavoro, tornai all’auto, scesi in paese e
acquistai due scatole grandi di cibo per cani e latte intero poi
tornai a casa e scelti due grossi contenitori, vi versai cibo e
latte ponendoli appena dentro la porta della cantina poi me ne
andai e, giunto presso il cancello, mi volsi verso il giardino;
presso la scala della cantina stava una cagnetta grigia scodinzolante. Guardava verso di me ed io cercai di capire che razza di
cane fosse infatti pareva un pechinese incrociato con
un barboncino, un connubio discutibile ma simpatico se non
altro per lo scodinzolare e l’abbaiare verso di me il suo grazie. In
quel mentre cominciò a piovere ed io raggiunsi l’auto pensando a quella famigliola che, forse, avevo contribuito a salvare,
udii ancora l’abbaiare festoso mentre la pioggia cominciava a
cadere fitta e pensai che, dopo tutto, era un tempo da cani e
sorrisi.
Vecchia lanterna del nonno
Raffaella Carrisi Martini (Torino)
Mi rivedo per le vecchie strade di campagna polverose...
Un uomo dalla folta barba bianca siede in cassetta su un carro
che lo conduce verso i suoi campi, nei quali s’aggira in cerca di
qualcosa: ...un grappolo d’uva, una piantina di patata, guardando o di qua o di là con tanta tenerezza da commuovere!
Il carro prosegue lentamente il cammino, mentre una lanterna
arrugginita, appesa sotto il fondo, col suo cigolio lento e
sincronico, sembra tenerci compagnia: il lucignolo è quasi spento
e la poca luce che emana non basta a rischiarare il buio, a
dimostrazione che essa, vecchia lanterna di casa mia, è già
abbastanza vecchia e quindi logora dagli anni!
Occhio indiscreto, irrequieto, senza alcuna ragione, se il tempo
piove o tira vento, il vecchio procede per la sua strada.
Col suo ombrellone verde, egli non teme il tempo.
Sotto quel carro c’è il suo fido compagno, che trotterella tranquillo; ma abbaia furiosamente se una bicicletta gli taglia la
strada.
Questo personaggio, col suo linguaggio, con la sua barba bianca, col suo vecchio cappello scolorito, con quella lanterna di
casa che ha cigolato per tanto tempo sotto il suo carro, è il mio
nonno paterno, il nonno Angelo Carrisi!
Mi sono chiesta qualche volta: “Ma quella lanterna è ancora al
mondo?”... Se verso sera tirava vento, essa era sempre accesa,
appesa allo stesso gancio.
Vecchia lanterna di casa al nonno: ritorna in quella polverosa
via!
Erano belli quei giorni lontani, se pur tristi e con tanti affanni!
Ma, allorché penso a qual carretto, mi chiedo se oggi un
giovinetto potrebbe sostituirlo alla guida, di quel cimelio antico di casa mia.
Oggi son anziana anch’io, con tante pene, con tanti affanni
inganni. Ancor più la tua luce, vecchia lanterna, mi ricorda la
mamma quando mi cantava la ninnananna.
Vecchia lanterna! Senza la tua luce, non trovo pace.
Ancora ti ricordo a malincuore, seppur con tanto amore, in
questo triste cuore.
Spesso scuoto la testa per sviare i tetri pensieri, e non solo
quelli di ieri, ma di oggi e anche di domani.
Buon Natale Katia
Giacomo Giannone (Torino)
“Nonno quanti abitanti fa Torino?”
- Un milione o poco meno. “ Sono tanti?”
- Si sono tanti. “ E la Polonia?”
- Quarantacinque-quantasei milioni, ma attenta la Polonia non
è una città, è una nazione e ha tante grandi città. Ma tu perché
me lo chiedi?“Sai oggi è stato l’ultimo giorno di scuola di una mia compagna
di classe, Katia. Lei domani dovrà ritornare nel suo paese, la
Polonia.”
- Forse perché è Natale e va a passare le feste con i suoi parenti
lontani.“No nonno, non ci vedremo mai più, mai mai. Hanno tolto il
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I l S alotto degli A utori
lavoro a suo padre e lei piangeva.”
- Mi dispiace tanto sentire queste cose. E voi cosa le avete
detto?“ Noi tutti l’abbiamo abbracciata, tutti insieme, forte, e anche
noi abbiamo pianto.
Lei è bella, porta i capelli lunghi-lunghi biondi e ha gli occhi
azzurri. I suoi occhi oggi tutto il giorno hanno pianto, erano
rossi e tristi tristi. Ma nonno perché si perde il lavoro?”
- Io non so Ilaria, forse perché la ditta dove lavorava è fallita e
magari il padrone non aveva più clienti a cui vendere quello
che produceva. Sono tanti oggi quelli che perdono il lavoro.
“ Ma a che serve il lavoro?”
- Per guadagnare il denaro che occorre per comprare i vestiti, il
pane, la pasta, per potere vivere e possibilmente per comprare
una casa dove abitare. Anche la tua mamma e tuo babbo lavorano per mantenere la famiglia, e acquistare tutto ciò che utile
a casa.“ Ma la mia amica non ha una casa?”
- Non so, forse l’ha in Polonia.“ Non è vero nonno, lei piangeva voleva restare con noi. La
maestra ha detto che Katia ritorna in Polonia per colpa della
crisi.Ma che significa crisi?”
- Crisi significa mancanza di lavoro, l’uomo non ha lavoro e
diventa povero e a volte non si ha niente da mangiare.”
“ E’ brutto, vero?”
- Si è brutto, fa soffrire molto.“ Si nonno, io ho sofferto tanto e l’ abbracciata tutto il giorno la
mia amica. Ora il suo accanto al mio rimarrà vuoto. E io con chi
starò? Io voglio bene a Katia.”
- Vedrai verrà un’altra bambina come lei, bella e brava e le vorrai
bene lo stesso.“ No nonno, io voglio Katia.”
La sera già oscurava la via, s’accendevano le luci. Le luminarie
multicolori di Natale luccicavano. Luccicavano anche gli occhi
della mia nipotina. Io sentivo un vuoto nel cuore, un vuoto
profondo. Era forse dolore per quanto di sconosciuta sventura, amarezza soffrono le innocenti anime del mondo.
A giorni sarà Natale. Buon Natale a te Katia, che il ritorno nella
tua terra natale ti porti fortuna.
Nero il lupo dei mari
Monica Fiorentino Sorrento (Na)
C’era una volta nello sperduto regno di Terre Lontane, una
piccola coccinella vagabonda con un’ala soltanto, di nome
Tilde.
Forte e coraggiosa, amante dell’avventura, l’insetto aveva intrapreso sin dalla tenera età, il suo errare in cerca di posti sempre nuovi da scoprire e affrontando mille vicissitudini aveva
imparato sulla propria pelle il sacro dono della saggezza e della
sopravvivenza.
Un giorno affamata, la creatura era salita sopra al ramo di un
albero e avvistata una grossa ciliegia succosa, subito le si era
aggrappata intorno per mangiarsela.
Ma staccatasi di colpo dal ramo, la ciliegia era caduta di peso
nello stagno sottostante e con essa incollata anche lei.
“Annegherò!” pensò spaventata la poverina che priva di un’ala
per volare non sapeva neppure nuotare “E’ la mia fine!” piagnucolò impaurita.
Ma un lupo dagli occhi viola, che di lontano, di passaggio in
quelle terre col suo passo schivo e solitario, aveva assistito per
caso alla scena, scorgendola in pericolo, si fiondò subito nello
stagno per correrle in soccorso “Non aver paura coccinella!
Tieniti ben salda alla tua ciliegia! Adesso appena mi sarò avvicinato abbastanza a te, tu salta sul mio muso, ed io ti riporterò
a riva! Tranquilla” la rassicurò lui, bestia conosciuta da tutti,
lupo bianco con una macchia nera sul muso, che per quel particolare era da tutti chiamato col nome di Nero.
“Non fidarti mai di un lupo!” era sempre stata la voce più
ricorrente fra gli animali del bosco “Il lupo è un animale perfido ed astuto! Non avvicinarti mai a lui, oppure sarai divorata in un solo boccone!” era la frase che da sempre aveva
echeggiato fra le creature del bosco “Perché pensi che sia
stato coniato il termine lupo dei mari, per un animale come
lui?” ricordò in quell’istante la sventurata ormai cianotica “Perché lui è una delle bestie più scaltre ed esperte, navigato, fine
conoscitore dell’antica arte della persuasione! Dai sette mari
ha appreso saggezza e sapienza, ed è capace di usare in
modo privilegiato le parole, col suo piglio solitario e schivo
sa come raggirare la sua preda!” era sempre stata il ritornello
di coloro i quali al solo scorgere l’ombra dell’animale, già si
lanciava in urla disperate “Al lupo!” “Al lupo!” per richiamare
l’attenzione generale e indurlo alla fuga.
Ma la coccinella nel vedere avvicinarsi con tanta premura quel
ringhio, bevendo boccate d’acqua pur di trarla in salvo, avvertendo nel suo cuore qualcosa di diverso, sentì per la prima
volta il suo istinto in subbuglio.
“Abbi fiducia in lui! Non ascoltare ciò che dicono gli altri
ma solo ciò che realmente ti detta il tuo cuore!” l’ammonì al
suo orecchio, la voce della bella Fortuna, venuta per consigliarla, spirito di luce, col suo sguardo bendato, vestita di sincerità e coraggio, splendida con le sue chiome adorne di sfavillanti quadrifogli color dello smeraldo e l’Ancora d’oro ben stretta sotto il braccio.
E la coccinella inspirando forte l’odore di lui, riconoscendolo
buono, convinta, saltò sul naso del lupo e tornò a riva sana e
salva.
“Grazie Nero … grazie per avermi salvato la vita!” gli sussurrò
lei, rossa in viso, prendendo fiato a tratti.
“Di nulla … per fortuna ero di passaggio in queste terre … e
ancor più per fortuna … tu non hai creduto a quelli che di tutto
il mio pelo bianco vedono solo la macchia nera che porto sul
muso, e in base a quella mi chiamano con disprezzo col nome di
Nero, quando questo nome mi era stato posto alla nascita come
vezzeggiativo!” grattò lui con una zampa il terreno “La prossima volta stai più attenta!” le sorrise con fare benevolo.
E da quel giorno la coccinella trovò in quel lupo nero il suo
miglior compagno.
La parte di Andromaca
Nella Re Rebaudengo (Torino)
Angela Dabbene lottava da sempre con il suo cognome: più di
cinquant’anni passati a correggere tutti quelli che scrivevano
D’Abbene o Da Bene.
Anche quel mattino aveva tirato fuori dalla buca varie pubblicità, quasi tutte con D’Abbene sull’etichetta. Era un periodo in
cui Da Bene non era granché in auge. Le sfogliò, le buttò nel
cestino, poi si mise davanti allo specchio: era un cesso. Non
era certo così che si immaginava una volta vecchia: una pazza
ridicola, e non sapeva neanche con chi prendersela. Chissà,
forse era ancora in tempo per rimediare, almeno un po’; ma le
sembrava uno sforzo troppo grande, e, a ben guardare, inutile.
Tutti i giochi erano fatti a quel punto della sua vita, e lei li aveva
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Estate 2009
persi tutti, insieme alle scommesse; tanto che essere pazza e
ridicola le sembrava il meno; a volte era perfino divertente. E
poi l’importante era non dare troppo l’idea dello sprofondo;
meglio quella della pazzia.
E basta, adesso. Ebbe un guizzo di amor proprio. Si pettinò con
più impegno del solito e mise anche il rossetto. Non lo faceva
più da tanto tempo: l’ultima foto in cui aveva il rossetto era
quella della Cresima di suo nipote, che adesso andava all’università. Era bella, in quella fotografia, la zia Angela. Era anche
passabilmente felice, quasi innamorata. Aveva ancora un paio
di scommesse da vincere, la sera della foto, oltre al rossetto.
“Si passò un filo di colore sulle labbra, gli corse incontro, e lui
la vide bellissima.”
Nei fotoromanzi che leggeva da ragazza andava così.
Rise, e il rossetto le sbavò tra le pieghe naso-labiali. Sì, le rughe, insomma: quelle che trasformano la bocca in un culo di
gallina. Secondo le riviste femminili vengono soprattutto a chi
fuma, per via del gesto meccanico di contrarre le labbra intorno
al filtro. Angela Dabbene non aveva mai fumato; forse le sue
erano dovute ai pompini.
Fatto sta che somigliava a Bette Davis in CHE FINE HA FATTO BABY JANE?
Strusciò via quella pasta violacea dalla faccia e lasciò perdere.
Fra cinque anni sarà peggio, si disse.
Uscì con il suo borsone da strega (una strega brutta, alla Maga
Magò) e delle scarpacce che le ricordavano le barche sfondate
dietro alle quali, nell’estate dei dodici anni, andava a nascondersi con quel ragazzo di Roma che non aveva rivisto mai più.
Sul viale Angela inciampò. Si tenne allo schienale di una panchina. Un tipo neanche troppo orrendo le disse: non si faccia
male, sarebbe un peccato, lei è così bella. E le sorrise. Angela
sentì una piccola gioia in gola, poi concluse che doveva trattarsi di un gigolò un po’ attempato che cercava vecchie
carampane disposte a farsi trombare a pagamento.
Valutò se prendere l’automobile: avrebbe fatto più in fretta, ma
l’idea di attraversare mezza città la scoraggiò.
No, niente automobile, meglio una passeggiata. Cercò un telefono pubblico e avvisò la sua amica che sarebbe arrivata un
po’ in ritardo, poi si incamminò.
Sorrise alla sua scuola di bambina, quella con un angelo dipinto su ogni pianerottolo. Mandava sempre un saluto a se stessa
piccola, quando passava lì davanti. Non si vedeva il giardino,
la recinzione era troppo alta, ma lei sapeva che proprio in quel
punto c’era l’albero con la panca di pietra che lo circondava
alla base, più in là la statua della Madonna e gli alberi dove
giocava ai quattro angoli durante la ricreazione; la scala della
palestra, il lungo corridoio che passava sotto la strada e dalle
cui finestrelle guardava le gambe dei passanti; l’ippocastano
che alle quattro del pomeriggio faceva l’ombra sulla lavagna,
coprendone giusto metà quando suonava la campanella della
fine.
Quel giorno però la recinzione era aperta, proprio dietro all’ippocastano: stavano facendo dei lavori alla facciata. Entrò senza che nessuno la notasse. Rivide i tre gradini di pietra dove si
sedeva a legarsi le stringhe prima di andare a fare ginnastica e
il piazzaletto un po’ discosto dove una volta aveva fatto a
pugni con una compagna, con le cartelle appoggiate a una
colonna a due passi dai paltò. Angela le aveva strappato la
foto del suo attore preferito, per puro dispetto; fatto sta che si
erano picchiate, buttate per terra, tenute strette, con le gonne
sollevate. Quella era stata l’unica occasione che avevano avuto per toccarsi, per stringersi, per rimanere attaccate.
Pamela: quella che aveva fatto Andromaca nella recita della
scuola. Avrebbe voluto averla lei, quella parte, ma Pamela era
più bella e aveva i capelli più lunghi. Forse era anche più brava.
Chissà che fine aveva fatto, Pamela Noguera. Si erano perse di
vista, e alla cena di vent’anni dopo nessuno sapeva niente di
lei. Forse la sua famiglia a un certo punto era tornata in Spagna;
venivano da Orihuela, verso il Sud. Angela aveva cercato il
suo cognome sulla guida, per invitarla, ma non c’era più. Mancava solo lei, a quell’agghiacciante cena dei ricordi.
Bevve il tè che restava nella tazza: pessimo. Detestava il tè, il
limone, il goccio di latte, insomma, quel gesto da vecchia di
prendere il tè con i dolcetti verso le cinque del pomeriggio. Da
ragazza le piacevano, i biscotti di pasta di mandorla con i canditi in mezzo. Si preparava il tè con il latte e faceva merenda tutti
i pomeriggi. Ma da ragazza aveva un senso, alla sua età era
inutile e ridicolo.
Mentre la sua amica portava di là gli avanzi della merendina,
Angela si alzò e fece il giro della stanza, fingendosi interessata
all’inutile ciarpame che soffocava le pareti del salotto. Si soffermò
su un manifesto comprato in Spagna, uno di quei raccapriccianti souvenir per turisti in cui il nome dell’acquirente viene
stampato vicino a quello di un torero più o meno famoso, il
tutto con lo sfondo originale del quotidiano del giorno. Si avvicinò per guardare meglio quell’inutile ciapa-ciapa, e la faccia di
Pamela saltò fuori all’improvviso, bella e giovane, dal giornale
di tanti anni prima. Lesse le righe intorno alla foto, stampate in
piccolo rispetto all’exploit turistico dei cretini, e lo seppe così,
da vecchia, per caso: Pamela Noguera, incinta al sesto mese, si
era buttata giù dal terrazzo sulla scogliera; l’intervista al marito
e la foto della villa erano state tagliate via dal foglio.
Come Astianatte, pensò Angela.
Pamela era morta: Pamela con le treccine, la faccia sporca di
marmellata, le scarpine rosa e il cerchietto.
Pamela che faceva Andromaca.
E lei, Angela, sullo sfondo, con un bambolotto in braccio, a fare
la nutrice.
Decise di rincasare in autobus. Una ragazza le cedette il posto
e lei avrebbe voluto ucciderla: era vecchia davvero, senza scampo.
Invece le sorrise e viaggiò seduta, con lo sguardo fisso sulle
luci alle finestre, come quando, da bambina, giocava a immaginare la vita degli sconosciuti là dietro. Passando davanti alla
sua scuola disse a bassa voce: ciao, Pamela. Ma la recinzione
era stata chiusa, non si vedeva più il giardino
Cercò la chiave del portone in fondo alla borsa, salì le scale a
piedi, entrò in casa e vide le pubblicità che spuntavano dal
cestino. Le prese in mano e le posò sulla scrivania, poi si sedette e le lesse con attenzione.
Stavano per inaugurare un nuovo centro estetico a due isolati
da lì, con tanto di parrucchiere e studio del look. Un gradito
omaggio a chi si fosse presentato con il volantino. Ci andrò, si
disse Angela. Chiederò di studiare un taglio di capelli adatto a
me e anche un rossetto di una tinta decente. Ma sì.
Infilò il foglietto nella tasca laterale della borsa alla Magò e
cominciò a fare le prove davanti allo specchio.
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I l S alotto degli A utori
Tra sogno e realtà
Santi Zagami
La casa di Roberto era attigua alla stazione ferroviaria e così fu
facile incontrarlo e stringere con lui una solida amicizia. Un
giorno in cui egli era in vena di confidenze, mi raccontò la sua
particolare vicenda sentimentale.
“Dopo vent’anni di matrimonio felice, Roberto era rimasto vedovo. La sventura lo aveva prostrato profondamente ed egli si
era chiuso in se stesso, tanto da immalinconire sempre più.
Ma un giorno avvenne in lui un repentino cambiamento. L’imprevisto aveva giocato un ruolo determinante per distoglierlo
dal grigiore di vita in cui si era deliberatamente lasciato scivolare. Fu solo molto più tardi che egli mi raccontò la straordinaria
vicenda sentimentale riservatagli dal destino e che ora mi accingo a descrivervi:
Roberto si era reso conto che doveva reagire, se voleva uscire
dall’opprimente cerchio di malinconia, che gli avvelenava l’esistenza. Decise così, tanto per cominciare, di assistere ad una
rappresentazione della Bohème al teatro “Nuovo” di Torino.
Era una domenica di fine febbraio e Roberto giunse a teatro
con molto anticipo. Aveva prenotato una poltrona numerata.
Prese posto e, nell’attesa, si immerse, come al solito, nei suoi
pensieri, quando due signore molto eleganti occuparono le
due poltrone attigue alla sua, dal lato destro. Roberto posò lo
sguardo sulle nuove venute e un’esclamazione di stupore gli
sgorgò spontanea dalle labbra:
- Lucia!
- Roberto… Seri proprio tu?... Quasi non credo ai miei occhi…
- Sì, sono io e sono lieto di rivederti, dopo tanto tempo, più
bella e più in forma che mai!
- Anch’io sono felice di averti incontrato, soprattutto perché
non ti trovo molto cambiato da allora e, se sei cambiato un po’,
lo sei certamente in meglio. Questa è Susanna, la mia migliore
amica.
Lucia, dopo avergli presentato l’amica, iniziò con Roberto un’affettuosa conversazione. Entrambi avevano gli sguardi accesi
dalla gioia. Di comune accordo e col permesso di Susanna,
decisero di portarsi nel ridotto per conversare meglio. Sarebbero rientrati per il secondo atto.
Quando uscirono dalla sala, Lucia s’appoggiò dolcemente al
braccio di Roberto quanto più poté.
- Sei tutta scintillante di gioielli - disse Roberto.
- Vedi, ostento la mia ricchezza in gioielli e pellicce di grande
valore, ma a me sarebbe bastato possedere appena un semplice cappottino qualunque, pur di esserti al fianco tutta la vita…
Fu allora che i ricordi del passato affiorarono nella mente di
entrambi con rinnovata commozione. Lucia e Roberto, un tempo, erano stati fidanzati. Il loro era stato il primo amore ed era
cresciuto bello e delicato come un fiore. I loro sorrisi di giovani
innamorati costituivano la reciproca promessa di una vita serena in comune armonia.
Lucia era allora una semplice impiegata e, poco per volta, aveva
innalzato troppo, nella sua mente, il piedestallo sul quale aveva
posto Roberto. Mille pensieri e mille scrupoli cominciarono a
torturare Lucia, che ormai non sorrideva più. Credeva di non
meritare il suo Roberto, s’incupì sempre maggiormente e si
chiuse in un mutismo, che stancò anche lui.
- Ricordi - rammentò Roberto - le nostre passeggiare in corso
Francia, nei pressi della “Tesoriera”?
- Certo. Ma ricordo soprattutto il momento del nostro distacco:
era una grigia giornata di autunno e un leggera nebbia sembrava fosse calata dal cielo proprio per aggiungere una spruzzatina
di tristezza in più. Gli alberi erano quasi spogli e nell’aria c’era
un odore che sapeva di foglie morte. Solo a tratti quell’odore
era sopraffatto da quello ancor più acuto delle caldarroste. All’angolo ci stringemmo la mano come due vecchi amici e Dio
solo sa come avrei voluto trattenerti ancora con me. Sperai che
tu tornassi, desideravo rivederti, ma l’attesa fu vana. Col trascorrere del tempo, mi rassegnai.
Conobbi, poi, un ragazzo, che mi propose di frequentarci. Dapprima rifiutai, ma, in seguito, anche se amavo sempre te, decisi
di accettare. Ci sposammo. Il nostro, però, fu un matrimonio di
accomodamento, non d’amore. Giulio si rivelò ben presto un
pessimo marito. Io avevo dovuto lasciare l’impiego per la nascita di una bambina e il suo magro stipendio non era mai
sufficiente. Decisi di fare qualcosa e così cominciai a confezionare vestitini per bambini. Ebbi successo. Allargai la mia attività e assunsi parecchi dipendenti. Ora è Giulio che dirige il mio
laboratorio. Io mi prendo cura della casa. Tutto potrebbe andare a gonfie vele se mio marito non si prendesse troppe libertà
che mi amareggiano l’esistenza.
Quest’incontro è per me semplicemente meraviglioso perché
tu rappresenti il momento più bello della mia vita. Ti ho pensato
tanto, sai. Nei cupi sconforti anelavo te come si anela il sole,
l’angolo di cielo azzurro in cui rifugiarsi o l’aria saluberrima che
ti purifica i polmoni, le idee, la vita.
- Ma io non merito tanto. Comunque ho avuto modo anch’io di
provare le mie pene: dopo una vita felice e serena accanto a
una donna meravigliosa, improvvisamente rimasi vedovo. Soffrii molto, tanto da non trovare pace per parecchio tempo. Oggi
mi trovo qui, a teatro, proprio per cercare di reagire un po’ alla
mia calamità e il caso vuole che incontri te. Ho detto “il caso”,
ma forse avrei dovuto dire “una forza misteriosa”, perché proprio l’altra notte ho fatto un sogno in cui c’era chiara l’allusione a questo incontro. Ho infatti avuto la visione di due velieri in
navigazione su mare aperto e, nel sogno, uno di essi rappresentava te e l’altro me. I due velieri si avvicinavano sino ad
incrociarsi.
La conversazione continuò ancora e, dopo quell’incontro,
Roberto e Lucia decisero di rivedersi. La loro vicenda sentimentale tornava a rivivere con un fascino tutto nuovo. Entrambi provavano reciproco conforto, trascorrendo qualche pomeriggio insieme.
un giorno Lucia decise di fare un regalo a Roberto. Acquistò
un magnifico anello con brillante e, prima che glielo donasse,
Roberto fece, anche questa volta, un sogno. Egli ebbe la certezza di dover ricevere qualche dono perché, nel sogno, Lucia
inviava a Roberto un valletto recante un ampio vassoio carico
di frutta. Sicché, quando il giorno successivo Lucia gli offerse
il magnifico regalo, egli, nell’ammirare lo splendore del gioiello,
ebbe la conferma che entrambi stavano vivendo uno straordinario momento magico.
Roberto e Lucia si sentivano più innamorati che mai; ma Roberto cominciò a pensare che quel loro amore così grande, così
tenero avrebbe potuto nuocere alla reputazione di Lucia e avrebbe potuto far del male a Renata, la figlia di lei, ormai signorinetta.
Entrambi avevano avuto dalla vita una gioia insperata, avevano assaporato momenti di commozione intensa, ma forse era
meglio fermarsi in tempo, per evitare che tutto potesse guastarsi.
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Estate 2009
Durante l’estate, Roberto aveva seguito Lucia a San Remo e
l’incanto della riviera ligure aveva aggiunto una nota ancor più
romantica alla loro felicità.
Ora che l’autunno era tornato e le prime foglie gialle cominciavano a cadere dagli alberi, Roberto pensava con tristezza a un
nuovo malinconico addio, per il bene di Lucia.
Si incontrarono, ma prima che Roberto parlasse, Lucia disse: -
Ho discusso con mio marito sulla nostra situazione. Egli non
ha nulla in contrario a lasciarmi libera per chiedere successivamente il divorzio. Ci vorrà del tempo, ma, alla fine, potremo
realizzare il nostro sogno di tanti anni fa.
Si commossero entrambi e si abbracciarono teneramente.
Quella notte Roberto sognò due aquile che, insieme, volavano
negli strati più alti del cielo, verso il sole.”
LE TRE VENEZIE,
IL FASCINO DI UNA STORIA
MILLENARIA
di Giuseppe Belli
(Monfalcone – GO)
Per apprezzare ed amare come meritano le Tre Venezie
bisogna conoscere il susseguirsi degli eventi storici che,
dagli albori della civiltà italica in poi, hanno concorso a
formare la loro grandezza nei secoli.
Queste terre sono ricche come poche di una natura incredibilmente generosa, dove il mare è stato per secoli
la principale fonte di potenza e splendore e le montagne,
uniche al mondo, si ergono maestose a voler proteggere
tanta bellezza. Lo splendore delle Tre Venezie però non
si esprime solo attraverso il mare, le montagne o i fiumi
di storica memoria, ma è testimoniato al mondo anche e
soprattutto dalle loro antiche città, custodi di inestimabili tesori d’arte e cultura.
PER MARIA MADDALENA
di Leila GAMBARUTO (Chieri – TO)
Sei polvere, Maria, ma fosti amore,
mistica rosa d’ombra diffamata,
ti volle a fianco Cristo il Salvatore,
ma il tuo sesso gentil t’ha emarginata.
Apostola tra apostoli invidiosi
tu fosti pietra, cielo e conoscenza,
discepola e sorella, ma i gelosi
t’avvolsero di zolfo e maldicenza.
Fosti giovane e bella? Bianca o nera?
Nascesti tra tre donne differenti?
Non meretrice fosti, messaggera,
vittima di sleali tradimenti.
Eppur Gesù ti amò come persona,
ti trattò con rispetto ed attenzione,
donna di carne sì, fedele buona,
presente sulle scene di Passione.
Ma il Mondo ancor non riesce ad accettare
che un apostolo indossi velo e gonna,
come potevi farti perdonare
la colpa misteriosa d’esser donna?
FIORE DI DONNA di Silvia ROLANDO
ISBN: 978-88-6096-295-9 - €. 12,00 - KIMERIK EDIZIONI
Un viaggio toccante e delicato nell’eterogeneo universo femminile, un ritratto a tinte forti che accarezza l’anima e spesso fa sanguinare il cuore.
L’odissea di alcune giovani donne, fragili ma determinate che si scontrano
quotidianamente nell’arena della vita e combattono tenacemente l’ignoranza
e l’ipocrisia per affermare la propria dignità contro i pregiudizi e le maldicenze. Un elemento fa da trait d’union a tutte le storie narrate: il difficile tema
dell’emigrazione. Ogni racconto è un piccolo universo a sé: c’è chi ha trovato
ospitalità ed accoglienza in Italia ed è riuscita a rifarsi una vita dignitosa e
felice; chi, tra mille difficoltà, deve portare avanti una famiglia e dei figli
ostili, lavorando duramente e con umiltà; chi è costretta ad affrontare, ogni
giorno, i fantasmi del passato cercando di ricostruire il puzzle della propria
esistenza e chi, infine, stanca e prostrata nel corpo e nell’anima per le angherie e le umiliazioni subite, medita di farla finita e di chiudere il conto col
proprio destino. Storie di donne composite e toccanti, delineate con estrema
abnegazione e viva partecipazione, uno sguardo commosso su una realtà così
vicina e pressante, ma nello stesso tempo, un monito severo a non abbandonarsi allo sconforto, a non demordere, a guardare al futuro con speranza e
fiducia.
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I l S alotto degli A utori
LE RECENSIONI DI...
FOSCA ANDRAGHETTI
DUE ZAMPE DI TROPPO – di Gabriele Astolfi –
Girali Editore 2007 – pag. 102 euro 10,00 –
Otto racconti deliziosi sono quelli che Gabriele Astolfi
propone in “Due zampe di troppo”. Otto racconti
dove i protagonisti “parlanti” sono i cani con le loro
vite spesso tribolate, le avventure, le situazioni inconsuete, le loro proteste che, talvolta, assomigliano
molto a quelle degli uomini pur con una logica tutta
canina. Ma soprattutto ci sono i loro occhi adoranti,
l’affetto incondizionato per i loro padroni. Gabriele,
nel dare voce a questi animali, riesce a creare dei ritratti che prendono vita con la prosecuzione del racconto e, attraverso il parlare dei cani, tratta temi scottanti come la vivisezione, il commercio orribile che
talvolta avviene, l’abbandono, i canili… Tutto con
una logica assolutamente canina che, in certi momenti, assume toni di divertente ironia nei confronti
degli esseri umani.
Gli atti di denuncia, poi, sono sempre fatti con forza
pur nella leggerezza del dialogo tra i protagonisti di
queste storie. E’ così che vengono a galla le realtà
diverse nei canili, il problema della vivisezione messo in luce da… cani poliziotti che hanno il linguaggio, la scaltrezza e il coraggio di questi animali straordinari.
Non ha dimenticato niente l’autore di questo libro
che racconta con tono cortese ma determinato. Non
ha dimenticato nemmeno il cane che può aggredire,
che racconta al giudice la sua storia di animale usato
per i combattimenti per scommessa; un groviglio di
ricordi e di richiami ancestrali che si mescolano nella
sua mente.
Sono storie di amore e allegria (“ferie non godute” raccontate con l’attenzione e la sensibilità verso questi
animali. Come nelle favole, contrappone il buono e il
cattivo, ne trae una indicazione, lucida e razionale,
che trasmette all’uomo tramite le voci fresche o rauche dei protagonisti riuscendo, attraverso i ruoli e
gli ambienti dove essi sono vissuti, oppure vivono
ancora, a comunicare gli stati d’animo, le sofferenze,
i sentimenti di questi straordinari amici dell’uomo
che non hanno solo gli occhi adoranti verso i loro
padroni, ma per gli stessi si sacrificano se necessario.
I cani, quelli bestie che entrano negli ospedali, che
fanno compagnia a giovani e vecchi, che possono
essere compagni di giochi per grandi e piccini, che
sono compagni di poliziotti e tante altre cose ancora,
appaiono, di volta in volta, come esseri parlanti, capaci di gioire, di soffrire, di aiutarsi reciprocamente
(Hansel e Gretel), di trasmettere la loro cultura ai propri simili come la cagnetta Lia (Una questione di ceto),
di esprimere le proprie opinioni come meglio non
farebbero gli umani (Doctor Detroit).
La raccolta si chiude con Per sempre, una storia dolce
e commovente, scritta, attraverso le parole del protagonista, con lucidità razionalità e affettuosa saggezza.
Storie, ambienti, “ritratti”, denunce fatte a volte con
sottile pacata ironia, un sottofondo di classe come
questa bellissima scrittura.
GUIDO BAVA
RICORDI DELLA MIA GUERRA D’AFRICA di
Libero Di Paolo - Ediz. Il Richiamo, Foggia 2008 euro 10,00
Una raccolta di ricordi tristi eppure, nello stesso
momento,di tempi eroici, di dovere, di obbedienza,
di Amor di Patria, Un libro inattuale per due generazioni prive di questi valori, senza nulla in cui credere se non ai propri diritti, al proprio tornaconto.
Cinque anni che hanno trasformato studenti in uomini nel più crudo dei modi, fatti eroici che riportano alla mente il nostro mondo giovanile di allora, il
nostro partecipare mentalmente ai fatti perché l’età
non consentiva altro, tra gli 11 ed i 14 anni si poteva
soltanto vivere i gloriosi fatti d’arme che altri vivevano direttamente morendo o restando segnati per
sempre.
Crudo il racconto dell’ufficiale medico in prima linea
che mi riporta alla mente quello che caricò mio zio,
Capitano del Genio della Divisione Sforzesca, sull’ultimo treno ospedale in partenza da Voroscilovgrad
ma che morì all’Ospedale Militare di Bologna dopo
l’amputazione tardiva della gamba ferita.
Si soffermino, i giovani d’oggi su questi racconti, su
questi resoconti e si domandino
se possiedono anch’essi valori tali da sacrificare la
vita e, soprattutto, se andrebbero a combattere o se
preferirebbero imboscarsi.
Bravo! Di Paolo, gli eroismi, i sacrifici, i Caduti, ebbero valore per noi e crebbero uomini da una generazione di ragazzi, grazie di cuore, Dottore, grazie.
MONTANTI RESURREZIONI, Poesie di Giovanni Tavcar - MAGI Editore, Patti (ME) 2009 Euro 7,00
Nuova opera morale dell’amico Tavcar, nuovi spunti di riflessione ispirati dai suoi concetti suggeriti con
tono garbato,come suo solito.
Questa volta, adottando versi liberi da
condizionamenti di forma,invita il lettore ad un approfondito esame di se stesso per giungere al traguardo delle “montanti resurrezioni”.
Riordinare i sentimenti “dipanare il semplice dal
complicato”,distingue-re i momenti sentimentali veri
dalle infatuazioni momentanee, la verità dall’illusione. Ritrovare la cognizione di Dio persa nei meandri
della mediocrità e riuscire a riconsiderare il nostro
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Estate 2009
tempo come un’ombra che passa e se ne va, secondo
la concezione salomonica.
La conclusione si avvicina, l’ombra già si avvia verso l’infinito, verso il Premio promesso, sempre più
libera dalla sua essenza terrena, verso Montanti
Resurrezioni.
I componimenti di Tavcar hanno una struttura sostanzialmente piana e lineare nella suddivisione in
terzine, quartine ed ottave, anche se queste si può
dire che vengano reinterpretate in modo “moderno”,
senza l’uso della rima, ma con l’uso di versi che hanno una lunghezza cadenzata e abbastanza regolare.
CRISTINA CONTILLI
ALDO DI GIOIA
LA LIBERTÀ IN CAMMINO, silloge poetica di
Ernesto D’ACQUISTO, Edizioni Universum,
Trento, 2007
“La libertà in cammino” di Ernesto D’Acquisto è una
raccolta di poesie che affronta il tema della natura
come specchio dei ricordi personali. Luoghi e paesaggi sono, infatti, descritti dall’autore non tanto per
se stessi, quanto per i sentimenti ed i ricordi, soprattutto di tipo autobiografico, che suscitano nel poeta.
I due momenti della giornata, preferiti dall’autore,
sono l’alba ed in particolare il momento del risveglio
e la sera con lo scendere della notte. Si tratta di due
momenti che non sono soltanto frutto di scelte personali, ma sono indubbiamente derivati da una lunga traduzione letteraria che vede in queste due fasi
della giornata due momenti che si adattano bene alla
riflessione e al ricordo, a volte sereno, altre volte triste e nostalgico del passato. Lo stile dell’autore è composto da versi lunghi e da un linguaggio alto e ricercato, come indica l’uso di termini quali negletta, scempio, ammanta, tuguri, etc. In alcuni componimenti
l’autore adotta la forma classica del sonetto o comunque anche quando sceglie di non dividere il testo in
strofe si avvale ugualmente della rima dando ai testi
un ritmo ed una musicalità di tipo classico.
DEDICATA A… Poesia di Umberto Muller
E’ delicato, dolce, sottilmente innamorato della vita
eppur cinico spettatore nei confronti del lettore di
questo, “Dedicata a…”, a cui non rivelerà se non
nell’ultimo verso, l’arcano, come bandolo di una
matassa che lentamente si svolge per svelare l’interiorità del suo animo gentile.
L’Autore è cinico e baro nei confronti degli uditori
di questa sua lirica e sorride dentro di sé nel
declamarla, quasi un sogghigno uno sberleffo mentre condisce con sale e pepe i suoi versi “Tu, sempre
nel mio cuore / e tuttavia / di un’altra donna ora mi
scopro innamorato,” fa intuire agli ascoltatori quasi
un suo tradimento, consumato ad arte e come in una
partita a briscola, ci mette un carico pesante, colmo
di emotività: “Quando la vidi, nuda, sopra il letto, /
a me tendere le braccia, sorridente, / di quanti baci,
con quanta tenerezza / tutta l’avrei coperta.”
Ride dentro di sé Umberto senza lasciar trapelare
nulla, fino alla fine: “Ed il ridicolo non temo, / non il
giudizio della gente,” pregustando, in un moto d’orgoglio mal celato, le espressioni attonite degli ascoltatori o dei lettori, che prima o poi si troveranno di
fronte alla realtà, solo da lui conosciuta, di un
“uomo” “che (cammina) lungo i viali, con (colei) che
la (sua) mano tiene stretta / (che) gli sorride / e (gli)
sussurra “Nonno”.
Cresce, questo nonno che gonfia il petto d’orgoglio,
e il suo sorriso, ora non più ghigno beffardo, conquista il suo volto per distenderne i lineamenti e accarezzare dolcemente la sua nipotina, teneramente,
con uno sguardo fiero, che ha il sapore dell’amore.
Ha saputo sorprenderci piacevolmente Umberto con
questa sua lirica, come solo lui è capace di fare con le
sue opere sempre piccate e piccanti, che spaziano tra
i più disparati argomenti regalandoci attimi di intensità emotiva di grande rilievo e spessore.
Con questo nostro appunto sul suo brano “Dedicata a…”, ci auguriamo di non avere attivato la permalosità che lo stesso Autore ci aveva a suo tempo
segnalato di possedere e se possibile, nel ricordare la
sua elefantiaca e proverbiale memoria, visto che quasi sempre recita a memoria i suoi testi, vogliamo porgere a lui e alla sua nipotina, di cui ignoriamo il nome,
un augurio sentito e fervido per una vita colma di
serenità.
GIOVANNI TAVCAR, “POESIE DELL’ANIMA”,
MACERATA, EDIZIONI SIMPLE, 2008
La raccolta L’eterna presenza. Poesie dell’anima dello scrittore triestino Giovanni Tavcar è un libro morale,
perché tratta temi etici riguardanti il senso stesso
dell’esistenza e li affronta in una prospettiva di fede,
come indica l’epigrafe iniziale: “Questa, | più che
poesia, | vuole essere opera | di fede; | fede che, | in
quanto grazia | e speranza, | è nello stesso tempo |
anche poesia; | poesia dell’anima, | poesia dell’Assoluto.”
Coerentemente con questa scelta, l’autore costruisce
un percorso, che parte da un componimento, intitolato “Uscita e ritorno”, in cui vengono tratteggiati i
temi della nascita e della morte e si conclude con un
componimento, intitolato “Pellegrino dell’assoluto”,
che descrive la vita dell’uomo come un “cammino
instancabile | verso la meta agognata.”
In quest’ultimo componimento Tavcar osserva, infatti, che: “La coscienza e la fede | lo spingono a vivere | la propria essenzialità | e il proprio cammino
| con piglio vigoroso e sicuro. | Lo muove e lo guida
| l’energia di Colui | che l’ha chiamato alla piena | e
completa fruizione | del suo io eterno.”
SOGNO di Luciana Mellana
Negli occhi, la solitudine di un sogno, perché quando si sogna si è sempre soli con sé stessi e si propone
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I l S alotto degli A utori
questa visione immaginifica agli altri, per renderli
partecipi del proprio vissuto, per donare loro brandelli della propria anima.
Si è improvvisamente destata da un sogno Luciana
Mellana e ha sentito il bisogno di trasferirlo sulla
carta, come momento emotivo da incasellare nell’angolo della memoria dedicato ai ricordi, a quei ricordi
che non si vuole rivivere da soli.
E’ malinconico questo sogno, per “il silenzio / eco
del mio passato” e per “gli inverni, quel dolore”, tanto
da farlo rivivere attraverso un cancello stridente come
uccello morente.
Solo nel rivedere quel volto, “tra il rosa/rosso dei
gerani / e la gaza bianca e nera ammiccante / sul ramo
dei lillà”, il suo volto si distende e “l’animo (suo) s’allegra”.
Così come è determinata e forte nella vita, l’Autrice
diventa fragile di fronte ad un foglio bianco che sta
per accogliere le sue confessioni, i suoi sentimenti e le
sue emozioni.
“Cantano le cicale, / sirene di nenie antiche / nel gioco dell’attesa”.
NADIA SUSSETTO
esie arricchite da una serie molto delicati di ritratti di
personaggi che sono presenti nei versi del poeta
Gianfranco Aurilio che non canta solo l’amore, ma
scava nella sua interiorità per trovare delle risposte
ai molti quesiti esistenziali che ogni animo sensibile
si pone, quando si trova di fronte ad ingiustizie e
soprusi. Così troviamo la follia dell’olocausto, la tragica decisione di abortire o no, il destino dei cani
regalati e poi abbandonati sul bordo della strada al
finir dell’estate, lo stupore dell’alternarsi delle stagioni legati alle emozioni che suscitano in chi piange senza lacrime e urla stando zitto. Versi in cui si evince l’amore per la propria terra ricca di storia e tradizioni, si
sente possente il profumo del mare che sa consolare,
addolcire, domare l’animo tormentato dello scrittore. Un fraseggiare dal verso libero e dal sapore
classicheggiante, forse un po’ abbandonato ma non
per questo pesante. Ogni lirica riporta anche nelle
strofe lo stile del sentimento che ora stilla a fatica,
ora erompe vivace ed impulsivo come una cascata di
parole. Uno spaccato di vita che riporta riflessioni
legate a particolari momenti che lo scrittore ha voluto fermare con una data, come in un diario con il
quale apre il proprio cuore al lettore. Una raccolta
per fermarsi un attimo a riflettere sulle nostre scelte
di umani. Richiedibile direttamente all’autore 3471131927
SPINE DI MIELE DI LEILA GAMBARUTO - UNA
RAFFINATA RACCOLTA DI POESIE Quello che recensiamo è una raccolta di poesie della
Casa Editrice Penna d’Autore dal titolo “Spine di
miele” (pagg. 37 euro 7) dell’autrice Leila Gambaruto
che, dopo aver partecipato con successo a concorsi e
manifestazioni, ha deciso di dare alle stampe alcune
delle sue liriche.
Il libro è molto curato nei minimi particolari, a partire dalla copertina che riporta una bella rappresentazione di Amore e Psiche, molto indicata per il soggetto delle sue ispirazioni, in quanto è sempre l’amore che si evince tra le pagine impreziosite da delicate
rilegature. Le spine dell’amore si fanno sentire ora
più acuminate, ora più dolci, ma lasciano il segno
nelle strofe a rima alternata che caratterizzano il
fraseggio della scrittrice. I fiori non mancano e neppure le sfumature del tramonto che indora il cielo con i
colori d’un dipinto antico, le notti insonni, le lacrime versate, i ricordi traditi ed i desideri inespressi, una luna
di carta di riso, i sogni che muoiono all’alba, in queste
trenta liriche che riescono a trovare un linguaggio
sempre morbido e carico di phatos per parlare d’amore, ma anche della solitudine della figura del poeta
che vorrebbe sparire nei cieli stellati/ spiegando l’ali di carta
stampata/ ma, fosca l’ombra di sogni dannati,/ m’inchioda
al suolo tal foglia spezzata. Un libro da regalare e da
regalarsi per leggerlo e rileggerlo ancora. Richiedibile
sul sito www.pennadautore.it
AL SONNO, poesia di Baldassarre Turco, Salotto
n.26, pag.37
L’assillo di chi non riesce a prender sonno è un dramma che infierisce su tanti essere umani. Il solo pensiero, di coricarsi col timore di doversi girare e rigirare prima che il sonno arrivi, è un incubo che perseguita tanta gente. “Mi rigo e mi rigiro/ nel letto stanco, insonne/ e alquanto angustiato/ rinnovo il mio
lamento.” A questo punto Baldassarre Turco rivolge
al sonno un’invocazione: “Perché non vieni, o sonno/ ristoro del mio cuore/ riposo della mente/ quiete
dei miei pensieri?”.
Sovente si ha la speranza che un’invocazione simile
possa favorire l’arrivo del sonno, ma vista vana ogni
speranza, ci si rivolge alla preghiera: “Vieni, mio dolce amico/ che sai annullare i mali/ e tutte le paure/ del
buio della notte.” Turco insiste nell’implorare l’arrivo del sonno definendolo “divino dono/ di un’esistenza sana/ e avvolgimi, ti prego/ tra le tue calde
braccia.”. E’ con questa appassionata invocazione che
l’insonne spera di poter convincere il sonno ad arrivare al momento giusto.
L’insonnia è un guaio di cui molti si lamentano, c’è
anche chi ricorre alle cure del medico per ovviare
questo inconveniente.
TENERAMENTE, POESIE E DISEGNI di
Gianfranco Aurilio
Teneramente – Poesie e disegni della Casa Editrice
Orchicopio è una raccolta di una cinquantina di po-
DIFFIDENZE, poesia di Umberto Muller, Salotto
n. 26, pag. 57
Una composizione che vorrebbe smentire tutte le
lusinghe che la bella stagione estiva ostenta; una
PACIFICO TOPA
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Estate 2009
composizione poetica satura di pessimismo.
“Diffido dell’estate/ che la frutta/ fa esplodere si tinge/ riempie di nettare e dolcezza/ e subdola sospinge/ verso la corruzione.”. E’ abbastanza ardita questa affermazione, che addossa all’estate il vizio
della corruzione. Questa bella stagione,
che ostenta aria buona, sole dardeggiante,
arietta che fa frusciare le verdi foglie di
recente cresciute, questa stagione che l’autore definisce “sorniona” che logora le
bellezze naturali per dare “all’innocente
autunno/ la colpa del degrado” che conseguentemente arriverà. Muller arriva ad
affermare: “E de trionfo io diffido/ dello
splendore/ del successo, della gloria../ e
della giovinezza/ torbide anticamere/ di
quella decadenza che verrà.”. Per questo
autore che diffida dell’estate, addossandole la colpa che nasconde molte illusioni, facendo presagire la vecchiaia che giungerà inesorabilmente, malgrado tutto, col
passare del tempo. Creazione quanto mai
satura di pessimismo e di tristi presagi,
che Umberto Muller definisce “diffidenza”.
NOSTALGIA E RICORDI, poesia di
Giuseppina Eletto, Salotto n. 26, pag. 37
Una nostalgica evocazione della città natale: Trieste, ella ne ricorda gli aspetti più
appariscenti con tanta nostalgia. “Trieste, da te sono lontana / ed ogni notte
sogno / il tocco della tua campana.” Il
suono tipico della campana di San Giusto le è rimasto nel cuore “rimbomba forte
e chiaro” disperdendosi per l’ampio spazio della città. Lei ricorda i particolari della
sua nascita “in una via corta e terrosa /
ma piena di bimbi.” quindi molto animata e con molte speranze future. Le
mura sono cadenti, oggi valorizzate, perché ritenute d’epoca, ornate di marmi
d’Istria, che sono quasi scomparsi per il
logorio del tempo. ricorda “i tramonti
rosso fuoco” quando il sole che sembra
volesse attardarsi prima di nascondersi
dietro le montagne. Ma questi sono soltanto vaghi ricordi nostalgici, pensieri che
vengono a distanza di tanti anni; ebbene
questi ricordi sono dinanzi a me “come
se fossero realtà”. Ma c’è rammarico perché posso soltanto ricordarli con la memoria emozionandomi e rimpiangendoli
con nostalgia. Una composizione basata
soprattutto sul ricordo ed il rimpianto
della città natia!
MORSI DI LUCE di Giacomo Giannone
La poetica erotica di Giacomo Giannone contenuta nella raccolta titolata Morsi di luce, è un condensato di sensualità e di
slanci amorosi. Si tratta di esternazioni passionali, vissute
intensamente ed esaltanti attimi d’amore. La descrizione dettagliata del corpo femminile, di momenti topici di sesso, costituiscono il nucleo principale di questa raccolta, non limitandosi a pure e semplici allusioni, ma scendendo nel dettaglio di momenti euforici di scambio affettivo. Per chiarire
meglio il mio punto di vista riporto i versi della composizione Sul letto i giochi: Si sfila la camicia / la tuo braccio / il petto è nudo
/ il seno pungente. È la dettagliata descrizione di uno spogliarello
provocante. Questi versi dicono chiaramente il vero senso
della composizione, redatta allo scopo di rivivere momenti
esaltanti di una unione passionale.
La lettura di questi versi sono da stimolo ad un abbandono
sessuale che Giannone rivive nella sua memoria. Più oltre
dice: E noi si stava abbracciati / con gli occhi socchiusi / Le mani a
cercare carezze / Le labbra a chiedere baci / noi soli e tanto calore / noi
soli sul letto di piume. Sono versi che stimala il sesso e risvegliano vecchie passioni anche in chi è avanti negli anni. A conclusione di queste brevi note vorrei riportare quello che mi è
sembrato un motivo dominante: Folle la frenesia / ci avvolgeva
/ caldo il tuo ventre / mi accoglieva / si stava ansanti / Come in delirio.
Che dire di più?
SELENE?... CASSANDRA?
di Vittorio CATTANEO (Borgaro – TO)
Stasera, guardando la luna crescente, mi ha
Turbato l’espressione di quella “faccia sghemba,
Pallida e triste come candida maschera gessosa di
Personaggio d’antica tragedia greca, carico di mistero.
Le scure orbite vuote, il profilo camuso del naso
E l’amara piega dell’afona bocca, nulla svelano –
Ahimé – del criptico dramma che neppure è dato
Capire se trascorso, in atto o incombente.
Un prolungato osservare, fantasiosamente m’induce
A credere che qualcosa – forse una lacrima? – scivoli
Lenta verso la bazza, semi-nascosta da un cirro
Solitario in foggia curiosa (come sinistro velame
D’invisibile Pizia) poggiante su spalle inesistenti;
Quasi a creare l’inquietante miraggio di un
Oracolo astrale, che tenti invano lanciare nel
Vuoto cosmico un monito precluso all’udito e che
Solamente vigili sguardi, supportati da menti acute
Riuscirebbero a captare e, forse, comprendere…
Ma quaggiù, la platea – sempre più attratta dal
Suadente, ostinato canto di tecnologiche, mistificanti
Sirene, invischiata nell’infida tela di intriganti messaggi
Multimediali – ha già volto altrove occhi,
Orecchi, anima e mente.
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I l S alotto degli A utori
X Edizione PREMIO INTERNAZIONALE Città di Pomigliano 2008
Dedicata alla commemorazione del Magg. e Commendatore Raffaele Piccolo.
Il Premio Internazionale Città di Pomigliano d’Arco
giunto alla X edizione, grazie all’impegno, alla costanza,
ed ai sacrifici di Tina Piccolo e di quanti con lei collaborano, ha decretato i vincitori delle sei sezioni di cui si
compone. Le giurie tecniche sono formate da eminenti
giornalisti, presidenti di associazioni culturali, artisti,
critici d’arte ben noti, da personalità della didattica e
del mondo culturale. Per la sezione poesia in lingua edita
ed inedita il Premio della critica è stato assegnato a Federico Tarallo, il Premio della Presidenza ad Antonio
Rossi, terzo classificato, Maurizio D’Armi, secondo classificato, Salvatore Lavorgna, primo classificato Francesco Cece. Per la sezione Poesia in Vernacolo il Premio
della critica è stato assegnato a Mario Del Noce,il Premio della Presidenza a Nino Cesarano, terzo classificato
Vitantonio Boccia, secondo classificato Bruno Iaccarino,
primo classificato, Giuseppe Albano. Per la sezione
silloge/libri: Premio della Critica a Vincenzo Russo, Premio della Presidenza a Biagio Gentile, terzo classificato, Maria Rosa Gelli, secondo classificato Giorgio Corvi, primo classificato Rosa Spera. Per la sezione narrativa e saggistica : Premio della critica a Bruno Iaccarino,
Premio della Presidenza a Francesca Pagano, terzo classificato Antonio Ciccarelli, secondo classificato Vittorio
Saltarelli, primo classificato Vittorio Casali. Per la sezione Pittura e Arti Visive : il premio della critica è stato
assegnato ad Umberto Gobbato, il Premio della Presidenza a Rita Rossi , terzo classificato, Giulio Carandente
, secondo classificato M.Assunta De Frassine,primo classificato Daniela Cannia . Per la sezione Foto: il Premio
della critica a Mariangela Cioria , il Premio della Presidenza a Marisa Nussio, terzo classificato Vincenzo Maio,
secondo classificato, Lorella Diamantini, primo classificato, Maria Gaetana Cece. Encomi solenni per la poesia
Emilia Primicile, Domenico Meo,Pietro Catalano,Teresa
Baldrati, Amelia Valentini Ferdinando Cirillo, Giuseppe
Ferraro, Giuseppina Giudice, Rosalia Colella ,Michele
La Montagna, Salvatore Gualtieri, Nicola Casaburo,
Cosimo Clemente, Anna Mancini , Fiorella Silvestri, Maria
Mazza. Per la sezione silloge : Salvatore Giuseppe,
Annabella Mele, Pina Magro, Elena Caracciolo, Giancarlo
Bugarin, Rosa Muscarà, Egidio Perna, Lucrezia Di Giorgio, Concetta Onesti, Vitantonio Boccia, Salvatore
Lagravanese.Per la sezione poesia vernacolo/silloge :
Saverio Gatto, Armando Fusaro,Dora Della
Corte,Gennaro Schiavone,Giosuè Mangia alla Mem. ,Alberto Di Buono,Giuseppe Dionisio,Vincenzo Cerasuolo,
Aldo Esposito,Romano Rizzo,Giovanni Taufer. Encomi
solenni per la narrativa : Donato Mauriello, Maria Donata Ciceri, Vittorio Raimondo, Rosita Ponti, Grazia Maria
Tordi, Guido Bava, Katia Brentani,Vincenzo Russo,Renzo
Piccoli,M.F. Cherubini,Angelo Maria Tardio,Tiziana
Valentini,Lenio Vallati,Anna Mancini,Bruno De
Vito,Maria Russo,Mirella Putortì. Encomi solenni per la
Sezione Pittura /Arti : Paolo Fabbri,,Rose Godebert, Anita
Scola, Francesco Granata, Tonino Antici, Samanta Milanese, Lucia Capasso,Giorgio Iacobellis,Maria
Molino,Pino Lucchese,Maria Ventura,Alfonso Sibillo.
Encomi solenni per la Sezione Fotografia : Italo Ranalletta
e Patrizio Fegatilli. Premio speciale per l’arte e la cultura a Nico Valerio e Domenico Belpedio, M° Ernesto
Guarino e Nicola Toscano. Per il giornalismo : Antonio
Sasso Direttore del “Roma”,Armida Parisi Capo Red.
“Roma”, Pietro Gargano capo red. Il “Mattino”, Pasquale Sansone dir. “Tablo’”,Enrico Fontanarosa per
“Cosmoggi”, Italo Sgherzi Dir.”Cosmoggi”, Cosmo
Sallustio Salvemini Dir. “L’Attualità”, Giovanni Moschella
“ Il Ponte”. La direzione artistica è di Mimmo Cannone.
Momenti di musica e di spettacolo con “I lazzari e briganti”, M° Carlo De Luca con la banda musicale,
Antonello Rondi, Peppino Di Capri, Giacomo Rizzo,
Ilenia Borrelli “Danza Orientale”, Sonia De Francesco,
Chiara Di Mauro , Anna Caterino,il Trio Ardone –PelusoMassa, Luca Allocca, Piero Giulivo, Rossella Rossellà.
Per la televisione saranno premiati dott. Rosario Carello
“Rai”, Annamaria Piacentini “Canale 21”, dott.
Tagliamonte “Tele Akery”. Presentano Lino Sacchi e
Pina Fatigati, Genny D’Andrea e Maria Rea, con interventi di Ralph Stringile e Gianni Ianuale. Coordinerà la
stessa poetessa Tina piccolo, nominata “ Ambasciatrice
della poesia italiana nel mondo dalle più prestigiose accademie, ospite d’onore in innumerevoli manifestazioni
artistiche, didattiche, sociali.- Collaboratrice dinamica
del Premio è stata la poetessa Carmen Percontra con un
prestigioso comitato organizzativo.
Giovanni Moschella
COGITO ERGO SUM
di Giuseppe TONA (Milena -CL-)
- 48 -
Per nottate in edizione tonale
il racconto narra ogni decente
nomignolo del quaderno fluente
onnisciente e telaggio agevole
Tintinnante poesia maneggevole
ogni qual volta scerna dicente
ninnananna del duale scernente
attimo del “carpe diem” godibile
Olezzante a composizione lieve
svolteggiante sinfonia leziosa
progettante deliziose sue pose
Istauranti posatezze ove scuse
trastullino esposizione attesa
effigiante saggio lì o altrove
Metro: sonetto. Schema: ABBA ABBA CDE
EDC - Pensiero portante: Pino Tona ospite.
Estate 2009
P R E M I
L E T T E R A R I
Sui siti Internet dell’associazione è disponibile un servizio gratuito di inserimento automatico dei bandi.
ONDE D’ARTE IN VERSI
PER L’ABRUZZO
Concorso di poesia a favore delle
popolazioni abruzzesi, colpite dal terremoto
Col patrocinio della Città di Torino
Il concorso letterario è un’iniziativa no profit inserita
nella manifestazione ARTQUAKE - L’onda d’arte attiva il cuore - organizzata da: ARTEMOOD Comunicazione e Ass. Cult. CARTA e PENNA al fine di apportare un
concreto aiuto alle aree terremotate dell’Abruzzo.
Le quote inviate saranno interamente destinate a un’iniziativa di ricostruzione.
La partecipazione al concorso è aperta a tutti gli autori
che desiderano, in questo modo, sostenere con la propria arte la raccolta fondi indetta da SPECCHIO dei
TEMPI de LA STAMPA, quotidiano di Torino.
Sono previste due sezioni:
A) POESIA A TEMA LIBERO
B) POESIA SUL DISASTRO ACCADUTO IN ABRUZZO
Le quote di partecipazione sono le seguenti:
15,00 €. per entrambe le sezioni per autori dai 18 anni
in su;
5,00 €. per autori sino a 18 anni;
nel caso di partecipazioni collettive di minori (classi, gruppi di amici ecc.) si è stabilita la quota di 1,00 •. per ogni
partecipante; per i minori è necessaria l’autorizzazione
dei genitori oppure quella dell’insegnante.
Per tutti gli autori delle zone terremotate non è prevista
alcuna quota e comporranno una graduatoria speciale.
Tutte le opere presentate non devono mai essere state
premiate. Gli scrittori di lingua straniera dovranno allegare la traduzione italiana del testo. Ogni autore dovrà
inviare all’associazione CARTA E PENNA - Via Susa
37 - 10138 Torino:
- quattro copie di ogni elaborato. Una copia deve contenere le complete generalità dell’autore, l’indicazione a
quale sezione si intende partecipare ed essere firmata.
Per partecipazioni collettive sono necessari i dati di un
referente maggiorenne.
- ricevuta del versamento della quota da effettuare su:
conto corrente postale numero 7104 intestato a: La
Stampa - Specchio dei tempi - via Marenco, 32 10126 Torino
oppure
bonifico bancario su c/cc/c 100000120118 - INTESA
SAN PAOLO S.P.A. - Sede di Torino - p.zza - S.Carlo
156, Torino - CODICE IBAN: IT10 V030 6901 0001
0000 0120 118 intestato a: La Stampa - Specchio dei
tempi - via Marenco, 32 - 10126 Torino
- file contenente l’opera presentata (anche tramite posta elettronica a [email protected]);
- breve curriculum.
Il termine per la presentazione degli elaborati è fissato
per il 15 settembre 2009 e farà fede il timbro postale.
Gli autori conservano la piena proprietà delle opere e
concedono agli organizzatori del concorso il diritto di
pubblicarle senza richiedere alcun compenso.
PREMI
Per gli autori maggiorenni:
Primo Premio: trofeo personalizzato realizzato da uno
degli artisti partecipanti all’iniziativa ARTQUAKE - L’onda d’arte attiva il cuore - e diploma d’onore
Secondo Premio: pubblicazione di un libro di 56
pagine con omaggio di 90 copie all’autore, targa e diploma d’onore. Il libro sarà pubblicato con Carta e Penna
Editore, munito del codice ISBN.
Terzo Premio: medaglia, diploma d’onore e abbonamento a una rivista.
Menzioni d’onore: abbonamento a rivista., medaglia
ricordo e diploma.
Segnalazione di merito: abbonamento a rivista, medaglia ricordo e diploma.
I menzionati e segnalati avranno anche una pagina web
personale al sito www.cartaepenna.it per un anno.
Per gli autori minorenni i premi saranno commisurati
all’età ed al numero dei partecipanti.
Tutte le informazioni sull’andamento del concorso saranno diffuse a mezzo stampa, sui siti www.cartaepenna.it
e www.artemood.com.
L’autore, partecipando al concorso, autorizza il trattamento dei propri dati personali alla legge sulla privacy
vigente.
Per ogni altra informazione: [email protected]
- Tel.: 011.434.68.13
- 49 -
I l S alotto degli A utori
L’ Associazione Culturale CARTA E PENNA
indice la seconda edizione del Concorso Letterario Internazionale
Il tema del premio
è incentrato su un
caleidoscopio d’immagini,
sensazioni e
sogni di un tempo,
più o meno lontano,
che si è amato...
Profumo
d’antan
Gli autori conservano la piena proprietà delle opere e concedono all’Associazione Carta e
1) NARRATIVA: un racconto, max. 5 car- Penna il diritto di pubblicarle senza richiedetelle. (Le cartelle s’intendono composte da 60 re alcun compenso.
battute per 30 righe per un max. di 1800
I premi dovranno essere ritirati dagli autori
battute). Quota di partecipazione 10 euro.
o da delegati, pena la decadenza della vincita
2) POESIA : un massimo di due poesie, com- stessa. La data di premiazione sarà tempestiposte da non più di 60 versi ciascuna, titolo vamente comunicata ai vincitori ed a tutti i
compreso. Quota di partecipazione 10 euro. partecipanti.
L’autore, partecipando al concorso, autorizGli scrittori di lingua straniera dovranno al- za il trattamento dei propri dati personali in
conformità alla legge sulla privacy vigente.
legare la traduzione italiana del testo.
Ogni autore dovrà inviare all’associazione
Per ogni altra informazione:
CARTA E PENNA - Via Susa 37 - 10138
www.cartaepenna.it
Torino:
-tre copie di ogni elaborato. Una copia deve [email protected]
contenere le complete generalità dell’autore, - Tel.: 011.434.68.13 l’indicazione a quale sezione si intende partePREMI:
cipare ed essere firmata;
-bollettino del versamento della quota da effettuare sul c.c. postale n. 43279447(IBAN: 1° premio: pubblicazione libro di 56 pagine,
IT27 N076 0101 0000 0004 3279 447) con omaggio di 100 copie, targa e diploma;
intestato a Carta e Penna. La somma può essere allegata in contanti o con assegno non 2° premio: associazione a Carta e Penna in qualità di socio benemerito, targa e diploma;
trasferibile intestato a Carta e Penna;
-breve curriculum.
3° premio: associazione a Carta e Penna in qualità di socio autore, targa e diploma.
Il termine per la presentazione degli elaborati è fissato per il 31 dicembre 2009 e Saranno assegnate anche cinque Menzioni
d’onore e cinque Segnalazioni di merito.
farà fede il timbro postale.
Il premio si articola in due sezioni:
- 50 -
Estate 2009
GRADUATORIA DEL CONCORSO DEGLI ASSI
La giuria esaminatrice delle opere presentate al Concorso degli Assi, presieduta dal dr. S. Saracino – presidente
di Carta e Penna - e composta da: dott. Stefania Groppo – insegnante, dott. Silvia Ramasso – editore, dott.
Albertina Soldani – informatica e dott. Mario Parodi – insegnante, ha stilato la seguente graduatoria
SEZIONE NARRATIVA
1° classificato: Emanuela Massaglia col racconto
Timmy;
2° classificato: Giuseppe Perciabosco coi Racconti della
mente;
3° classificato: Angelo Gallea con Il segreto di Saad;
Menzioni d’onore a: Rita Fantinato per il racconto
Caverna; Daniela Antonello per Gina; Nella Re
Rebaudengo per La ghirlanda; Alba Coglitore per Il
canto del mare; Silvano Fecchio per 1901 Solo cinque
giorni;
Segnalazioni di merito a: Fabio Biasio per il racconto L’editore delle guide d’or; Giovanni Panci per La rimpatriata; Bruno Bianco per L’ultima misura; Angela
Rizzo per Lettera d’amore; Mauro Ursino per Il congedo del viaggiatore
SEZIONE POESIA
1° classificato: Pasquale Balestriere con la poesia Tramonto a Paestum;
2° classificato: Rodolfo Vettorello con la poesia L’attesa;
3° classificato: Maria Cristina Di Dio con la poesia
Canto andaluso;
Menzioni d’onore: Franco Casadei con la poesia Bruno e Rosalba; Valerio Cascini con Dilemma; Paolo
Sangiovanni con Ti dirò di mio padre questa sera; Roberto Gennaro con Il mio paese a San Lorenzo (Levanto);
Riccardo Fedeli con la poesia Voglio un figlio handicappato;
Segnalazioni di merito: Benito Galilea con La luna
dello scoglio; Anna Maria Marsegaglia con Anche stanotte il vento; Giacomo Manzoni di Chiosca con La vela;
Francesca Migliani con E si torna a cantare (1945);
Francesco Menghini con Poesia etrusca oggi.
Premi del Presidente alle Giovani Penne assegnati a Cecilia Ricci, Silvia Samoggia e Giorgio Bellanca.
TESTATE CHE COLLABORANO CON
CARTA E PENNA E IL SALOTTO DEGLI AUTORI
Per l’inserimento contattare la redazione - Si richiede e si offre la disponibilità all’inserimento di estratti
dei bandi di concorso e/o iniziative culturali intraprese Testata
Indirizzo
Responsabile
Dibattito Democratico
Piazza San Francesco, 60 - 51100 Pistoia
Enzo Cabella
Gli Artisti del giorno
Via San Pietro, 8 - 12012 Boves (CN)
Carlo Di Benedetto
Il Convivio
V. Pietramarina-Verzella 66
Enza Conti
95012 Castiglione di Sicilia
Il Mulino letterario
Hofstrasse,10 77787 Nordrach (Germania)
Antonio Pesciaioli
Le Nuvole
Via Enea, 47 - 80124 Napoli
Maria Pia De Martino
Le Voci
C.P. 124 - 80038 Pomigliano d’Arco (NA)
Claudio Perillo
Noialtri
Via C. Colombo, 11/a – 98040 – Pellegrino (ME)
Andrea Trimarchi
Poeti nella Società
Via Parrillo, 7 - 80146 Napoli
Pasquale Francischetti
Presenza
Via Palma, 59 - 80040 Striano (NA)
Luigi Pumbo
LITERARY
Casella postale, 750 – 35122 Padova
Giampietro Tonon
Silarus
Via B. Buozzi, 47 - 84091 Battipaglia (SA)
Pietro Rocco
Verso il futuro
Casella Postale 80 - 83100 Avellino
Nunzio Menna
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I l S alotto degli A utori
GRADUATORIA DEL CONCORSO LETTERARIO CITTÀ DI SAN GILLIO
Quarta edizione
Sezione Narrativa Ragazzi:
1° classificato ex aequo: Classe IV C del 2° Circolo di
Venaria – Ins. Stefania Groppo – col racconto Una
marachella dalla lungaaaa… coda;
1° classificato ex aequo: Miriam Brignolo (Alpignano –
TO) col racconto Il mito del sole e della luna.
Sezione Poesia Ragazzi:
1° classificato: Giulia Vannucchi (Viareggio) con la poesia Non versi;
2° classificato: Giacomo Dall’Ava (Santa Lucia Di Piave
- TV) con la poesia Delirio casereccio;
3° classificato: Marta Lovisari (Cafasse – TO) con la
poesia Poesia;
Menzione d’onore: Miriam Brignolo (Alpignano – TO)
per la poesia L’arcobaleno; Valeria Brignolo (Riva Ligure
– IM) La stupenda primavera; Miriam De Michele (Portici
– NA) Mi manchi cuore; Alice Cassinelli (Moncalieri –
TO) con L’Amore.
Sezione Narrativa:
1° classificato: Marinella Barbero (La Loggia – TO) col
racconto Osvalda;
2° classificato: Laura Giorgi (Grosseto) col racconto Il
tango della miniera;
3° classificato: Patrizia Scandroglio (Cairate – VA) col
racconto Un amore sbagliato;
Premio speciale della giuria: Alessandro Corsi
(Livorno)col racconto Ai margini del mondo;
Menzione d’onore: Francesco Sardi (Rivoli) per il racconto Il mare di Courmayeur; Alessandro Cuppini
(Bergamo) per La barzelletta di Mansour; Gloria Esposito
(Milano) e Gilberto Germani (Solaro – MI) per Il mercante La Porta; Giancarlo Barisone (Acqui Terme – AL) per
Qualcosa, qualcuno; Luca Zara (Givoletto – TO) per La
cripta dei cappuccini.
Segnalazione di merito: Laura Rossi (Mortara - PV) per
il racconto Il coraggio di Alessandra; Guido Ottolenghi
(Torino) Una sera a teatro; Maria Camilla Bellinato
(Loreggia – PD) per Il giardino dei ricordi; Nella Re
Rebaudengo (Torino) per Lei era più romantica; Alessio
Angelico (Palazzolo Acreide – SR) per Dannate caramelle!
Sezione Poesia:
1° classificato: Umberto Müller (Torino) con la poesia Il
colore della rabbia;
2° classificato: Giovanna Francese (Torino) con la poesia Pace;
3° classificato: Fulvia Marconi (Ancona) con la poesia
Nostalgia;
Menzioni d’onore: Magli Simone (Pistoia) con C’era una
volta; Luigi Di Legge (Rozzano) con Note mute; Giuseppe Bellisario (Roma) con Voglio svelare il tuo corpo; Claudio Beccalossi (Verona) Un ieri italiano; Claudio
Debernardi (Druento - TO) con A te;
Segnalazioni di merito: Ernestina Poiega (Negrar – VR)
con Di carta corre sul ruscello; Chantal Mazzacco (Tricesimo
– UD) con Immortali; Maria Francesca Giovelli (Caorso
– PC) con Come quando pioveva; Paolo Sangiovanni
(Roma) con Voglia di cantare; Fenice Rita Francalanci
Tognetti (Empoli – FI) con Infinito sconosciuto.
CONCORSO “SCRIVIMI …” - MEMORIAL CATELLO MARI - II EDIZIONE Nel ringraziare tutti coloro i quali hanno fatto parte di questo Concorso, rendendolo possibile, facendolo diventare
ancora più grande, più ricco e più bello, rivolgendo un pensiero particolare a tutti i partecipanti, i votanti, l’Associazione Culturale Carta e Penna, l’Associazione Club Tamlatoy, e la Giuria che ha affiancato gli offerenti il premio con
diligenza, imparzialità, sentimento e tanta passione nelle persone di: Giuseppe Ino, Teresiana Nocera, Mirjam
Spiezia, Flaviano Calenda, Fabio Di Pino e Antonio Iaccarino, i vincitori della Seconda Edizione del Concorso
“Scrivimi …” titolato alla memoria di Catello Mari sono i seguenti :
I POSTO: Aurelia Scialpi (Matera) con la poesia Un giorno
II POSTO Patrizia Scandroglio (Cairate -Va) con la lirica La vita in un tombino
III POSTO Federica Simone con Libertà nell’assenza (Santa Maria della Mole - RM)
MENZIONE SPECIALE Clara Moreale (Siracusa) con l’opera Tredici/dodici
CONCORSO AMATORIALE "SCRIVIMI ... UNA POESIA" MEMORIAL CATELLO MARI
Miriam De Michele, nata a Salerno il 20 febbraio 1996, residente in Portici (NA)
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Ideata e promossa da:
In collaborazione con:
LA STAMPA
Specchio dei Tempi
SOCIETË PROMOTRICE
DELLE BELLE ARTI IN TORINO
Con il patrocinio di:
Anche questÕ anno
lÕ Associazione Culturale
Carta e Penna, oltre
a presentare i suoi Autori,
ha confermato la sua
sensibilitˆ e il suo impegno
in ambito sociale, aderendo
allÕ iniziativa ArtQuake
per lÕ Abruzzo.
Donatella Garitta e
Stefano
Veronesi
(Conferenza Stampa
- Salone Internazio
nale
del Libro Torino 20
09)
Poste Italiane. Spedizione in abbonamento postale - 70% aut. DRT/DCB/Torino - N. 2 - Anno 2009 - CARTA E PENNA, Via Susa 37 - 10138 TORINO
ANNO VII – N.27 Estate 2009 Poesia, narrativa, letteratura, cultura generale RIVISTA TRIMESTRALE
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ANNO VII – N.27 Estate 2009 Poesia, narrativa, letteratura, cultura