64 — carta canta
libri
Quattro recensioni
L
di Giuseppina La Face Bianconi
carta canta / libri
’Italia, scrigno di beni culturali d’ogni specie, vanta
ricche collezioni di strumenti musicali. E se ne sta accorgendo. Negli ultimi anni l’organologia – lo studio
scientifico degli strumenti musicali in prospettiva storica e sistematica – è uscita dai recinti dei costruttori e dei rari eruditi.
Nel 2006 la mecenate milanese Fernanda Giulini ha pubblicato il catalogo della sua vasta collezione di strumenti a tastiera e
di arpe ospitata nella villa Medici Giulini di Briosco, in Brian-
za. A quella lussuosa iniziativa editoriale, denominata Alla ricerca dei suoni perduti, fa ora seguito Schanz, lo strumento dei principi: si tratta di uno studio approfondito e a più mani su un singolo pianoforte del viennese Johann Schanz (o Schantz), circa 1816, appartenuto a Cristina Archinto Trivulzio, arrivato di
recente nella collezione Giulini; nel dvd d’accompagnamento la proprietaria esegue su di esso ballabili di Haydn Beethoven Schubert. Oltre all’indagine organologica su strumento e
costruttore, il volume reca saggi di storia civile e storia dell’arte che contestualizzano la florida cultura musicale aristocratica della Milano restaurata, gravitante verso Vienna.
Con la collezione Giulini compete per ricchezza e pregio
quella costituita da Luigi Ferdinando Tagliavini, musicista e
musicologo bolognese. Già parzialmente descritta negli anni
ottanta dal compianto John Henry van der Meer, la raccolta,
arricchita nel frattempo di altri preziosi strumenti da tasto (e
anche a fiato), è destinata al pubblico godimento per iniziativa
della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, che la col-
locherà in una sede museale apposita. Intanto Bononia University Press ne pubblica il sontuoso catalogo analitico, amorosamente curato dallo stesso van der Meer e dal proprietario:
un lavoro che sotto ogni profilo stabilisce uno standard scientifico esemplare.
L’organologia italiana deve molto alla competenza e all’entusiasmo di Renato Meucci, docente di Storia della musica nel
Conservatorio di Novara e incaricato di Storia degli strumenti
musicali alla Statale di Milano. La Fondazione Cologni di Milano, che valorizza le tradizioni storiche dell’artigianato e delle arti applicate, dal vignaiolo all’orologiaio, dal tipografo al
cioccolataio, ha commissionato a Meucci il volume sullo Strumentaio. Il raro termine, attestato a Firenze nel Seicento, riassume come meglio non si potrebbe l’insieme delle tante categorie in cui si dividono i costruttori di strumenti. Il pregio primario della monografia di Meucci – un libro che non ha eguali
in altre lingue – sta proprio nell’aver adottato una visuale ampia sull’universo dei saperi tecnici e dei segreti di bottega settoriali che connotano il profilo professionale e il rango sociale dei produttori di strumenti, dai campanari del medioevo ai
cembalari fiamminghi del rinascimento, dai liutai cremonesi
di fine Seicento ai modernizzatori ottocenteschi di legni e ottoni (perlopiù franco-tedeschi), giù giù fino alle applicazioni
elettroniche del Novecento, un secolo che ha pure ridato fiato alle prassi antiche e agli strumenti d’epoca. Storia della tecnologia come storia sociale della cultura e dell’arte, dunque.
Gli strumenti musicali, che in Occidente hanno goduto di una fioritura rigogliosa, sono la materia prima di quella meraviglia dell’arte e dello spirito che è l’orchestra sinfonica: la più mirabile macchina sonora inventata dall’ingegno umano, metafora vivente della società civile. Lo studio
dell’orchestrazione di Samuel Adler, compositore tedesco naturalizzato statunitense, rappresenta un arricchimento notevolissimo rispetto agli intramontabili testi sacri di Berlioz,
Strauss e Casella. Con ammirevole chiarezza e generosa dovizia d’esempi Adler aggiunge all’esame analitico delle peculiarità di ciascuno strumento – risorse e limiti – la discussione comparata degli impasti tra strumenti diversi della stessa classe o di classi distinte. Ottima la curatela dell’edizione
italiana, dovuta a un uomo del mestiere, Lorenzo Ferrero. ◼
Schanz lo strumento dei Principi. Arte e musica nella Milano dell’Ottocento al
tempo di Cristina Archinto Trivulzio / Schanz the Instrument of Princes. Art
and Music in the Nineteenth Century Milan at the Time of Cristina Archinto
Trivulzio, a cura di Fernando Mazzocca, Grant O’Brien, Giovanni
Paolo Di Stefano, Lavinia Galli e Andreina Bazzi, Briosco
(Milano), Villa Medici Giulini, 2008, 143 pp., con un dvd, ISBN
978-88-95325-02-6, 70,00 euro.
Collezione Tagliavini. Catalogo degli strumenti musicali, a cura di John
Henry van der Meer e Luigi Ferdinando Tagliavini, con contributi
di Wanda Bergamini, Maria Cristina Casali, Friedemann Hellwig
e Denzil Wraight, Bologna, Bononia University Press, 2 voll. di
complessive 760 pp., ISBN 978-88-7395-265-7, 150,00 euro.
Renato Meucci, Strumentaio. Il costruttore di strumenti musicali nella
tradizione occidentale, Venezia, Marsilio – Fondazione Cologni, 2008,
391 pp., ISBN 978-88-317-9590-6, 29,00 euro.
Samuel Adler, Lo studio dell’orchestrazione, edizione italiana e
traduzione a cura di Lorenzo Ferrero, Torino, EDT, 2008,
xxiii-923 pp. (un cd audio disponibile a parte),
ISBN 978-88-7063-702-1, 49,00 euro
Il «Lessico
della letteratura
musicale italiana
dal 1490 al 1950»
L
di Giuseppina La Face Bianconi
a musica, si dice, è l’arte dell’ineffabile. A fatica ne tra-
duciamo in parole gli effetti, in concetti le forme e i contenuti. Così, nei secoli, si è sviluppato il gergo arcano di
chi la musica la fa (i musicisti), la insegna (i teorici) o la descrive (i critici, gli storici). Lo studio della terminologia rappresenta perciò un ramo importante della musicologia: storia della musica e storia delle
sue parole combaciano.
In Italia è mancato a lungo
un filone di ricerca lessicologico-musicale. Tra il 1989 e il
2006, infine, Fiamma Nicolodi (Firenze) e Paolo Trovato (Ferrara) hanno mobilitato una sessantina di
musicologi – molti i giovani
e i giovanissimi – e alcuni pionieri della lessicologia informatica come il pisano Eugenio Picchi per realizzare il Lesmu. Questo nomignolo, che è divenuto a sua volta una «parola della musica», designa colloquialmente il Lessico della letteratura musicale italiana
dal 1490 al 1950. Un
editore specializzato in filologia e lessicologia, il fiorentino Franco Cesati,
lo ha pubblicato poco più d’un anno fa, in
cd rom. Il costo, 900 euro, ne fa un oscuro oggetto
del desiderio per molti privati e per le biblioteche: ma a poco a
poco si diffonderà, giacché i musicologi e gli storici della lingua
si stanno rendendo conto di non poterne fare a meno.
Per le circa 22500 schede che nel Lesmu attestano 8000 lemmi, documentati nel loro contesto fraseologico, sono stati passati al vaglio e «spogliati» – così si dice in gergo – qualcosa come ottocento testi della più varia natura, trattati manuali libretti epistolari carteggi periodici dizionari. Il sistema, aperto a passeggiate lessicali istruttive e redditizie, consente interrogazioni plurime, per locuzioni, per categorie grammaticali, per sinonimi e contrari, per autori o date o luoghi eccetera.
Facciamo un assaggio. Prendiamo pertichino, che nel teatro
d’opera ottocentesco indica una particina secondaria, un intervento vocale di contorno in un brano cantato da uno o più
personaggi primari. Nel Lesmu il termine compare dapprima
nell’uso gergale, documentato nel libretto delle Inconvenienze teatrali del Sografi (1800): «La prima dona ghe manda a
dir… che la se fa metter un perteghin all’aria del secondo
atto, e che la vien subito». Segno che il fenomeno era già
noto anche agli spettatori, almeno ai più scaltriti: nelle partiture lo si osserva infatti dal tardo Settecento. La
seconda occorrenza è in una lettera di Rossini del 1815,
che fa mandare a un cantante il «piego delle particelle» (ossia lo spartito suddiviso parte per parte): tra queste
c’è il suo «pertichino dell’aria della primadonna». Bisogna
però attendere una recensione alla Traviata (1853) perché
il termine compaia in un ambiente linguistico diffuso:
«una frase nel duetto… si ripete poi a pertichino del tenore di dentro, nell’ultimo tempo
della cavatina» di Violetta. E solo nel 1958
se ne trova una definizione, stavolta personalizzata: i pertichini, dice Tullio Serafin,
«sono personaggi che assistono allo svolgersi di una aria o di una scena, senza prendervi
parte, o intervenendo parzialmente, in modo del
tutto frammentario e decorativo». Quel che il Lesmu
non ci dice direttamente, poiché lavora su materiali stricto sensu musicali, è l’etimologia del termine, che andrà ricondotta a quel «terzo cavallo» che in un tiro a due si attaccava a una delle pertiche «per rinforzo ad un veicolo
in salita» (così il Nuovo vocabolario italiano d’arti e mestieri del
Carena, 1868, che in questo caso non parla di musica).
È solo un esempio, e tutto sommato banale, della messe d’informazioni filologiche e storiche che il L esmu
fornisce. Ci sono casi ben più eloquenti e nevralgici, soprattutto quando una stessa parola denomina, in epoche e contesti diversi, fenomeni disparati. Si pensi a cavatina, che nel Sette e nell’Ottocento indica due tipi diversi
di aria; a concertato, che designa vuoi uno stile vuoi un
pezzo operistico a più parti; a cadenza (142 attestazioni dal 1525 in poi), riferita di volta in volta al contrappunto, all’armonia, alla metrica, all’agogica, alla fraseologia, alla morfologia, alla prassi esecutiva. Una miniera per
lo studioso, una cuccagna per l’amatore. ◼
Al centro: Hans Baldung Grien, Musica, 1529,
Alte Pinakothek, Munaco
Lesmu. Lessico della letteratura musicale italiana 1490-1950, a cura
di Fiamma Nicolodi e Paolo Trovato, con la collaborazione di
Renato Di Benedetto, redazione Luca Aversano e Fabio Rossi,
Firenze, Franco Cesati Editore, 2007, 167 pp. più un cd rom,
ISBN 978-88-7667-342-9, 900,00 euro.
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libri
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dischi
Celebrando
Petrucciani e
cinquant’anni
Ørsted Pedersen,
un duo leggendario di Bossanova
L
di Giovanni Greto
a prima sensazione che proviamo ascoltando questo
carta canta / dischi
splendido doppio album – un inedito dei due musicisti scomparsi, il primo nel 1999 a 37 anni, il secondo nel
2005 a 59 – è quella di rimpianto per non aver assistito a un simile concerto, che ebbe luogo nella casa del jazz di Copenhaghen nell’aprile del 1994. Un’ora e 51 minuti di standard plurinterpretati dai jazzisti di ogni latitudine – fa eccezione la brevissima «Future Child» di Pedersen, 2 minuti di morbido contrabbasso solo – che nelle mani dei due virtuosi acquistano una
nuova freschezza, facendo affiorare brividi a fior di pelle. La seconda è che non si avverte mai la mancanza della batteria, talmente ritmico risulta il pianismo di Petrucciani e l’accompagnamento, detto senza alcun intento riduttivo, del contrabbasso di
Pedersen. Difficile dare la preferenza a uno standard piuttosto
che a un altro. Inoltre il primo cd inanella otto brani collegati tra loro come fossero incollati l’uno all’altro al punto che po-
Michel Petrucciani
Niels-Henning
Ørsted Pedersen
tremmo pensare a un’unica, immensa, coinvolgente suite. Il disco si apre con «All the Things You Are», un rincorrersi tra i due
musicisti, capaci di ascoltarsi e di caricarsi l’un l’altro attraverso dei pedali di sospensione da parte del contrabbasso e di velocizzazioni della tastiera, sostenute da una scansione rapidissima, che esce senza fatica dalle dita dell’artista danese. Il finale
accorato fa temere qualche eccesso mielistico, evitato con acume da Petrucciani, che passa con eleganza a delineare il tema di
«I Can’t Get Started»: di lui apprezziamo, accanto al tocco delicato, l’attacco potente che provoca una sonorità quasi metallica. Eccezionale e spiazzante per la velocità pazzesca, l’esposizione all’unisono del tema di «Oleo», famosissimo pezzo di
Sonny Rollins, cui segue un’appassionata improvvisazione, incredibile per limpidezza, nonostante, come detto, il metronomo supersonico. Un altro bel pezzo, pagina esemplare del Bebop redatta da Charlie Parker, è «Billie’s Bounce», in cui trapela l’animo bluesy di Petrucciani. Del secondo cd, altrettanto incantevole, citiamo il brano iniziale, nuovamente di Sonny Rollins, «St.Thomas», un calypso tropicale pieno di colori, grazie
alla sensibilità di questo, purtroppo, non più ascoltabile duo. ◼
Michel Petrucciani – Niels-Henning Ørsted Pedersen,
Petrucciani/NHOP (Dreyfus Jazz)
Michel Petrucciani, pianoforte; Niels-Henning Ørsted
Pedersen, contrabbasso
O
ltre a essere un disco piacevole, scacciapensieri, il che
non significa banale, ma apportatore di gioia e quindi
con una funzione, se vogliamo, musico-terapeutica,
sia l’album del trio di giovani brasiliani che il dvd vogliono celebrare le nozze d’oro di un genere musicale, nato a Rio de Janeiro
negli anni cinquanta grazie alla batida – ossia il modo di accompagnare con la chitarra – e alla scansione vocale di Joao Gilberto, rivoluzionarie all’epoca, che influenzò una serie innumerevole di artisti. Il dvd propone dapprima un documentario, Na
base da Bossa, che ricostruisce al giorno d’oggi l’incontro tra i giovani musicisti di allora, innamorati della novità, i quali si davano appuntamento nell’appartamento a Rio di Nara Leao, la famosa cantante purtroppo scomparsa da molto tempo, che contribuì assieme a nomi che non abbisognano di presentazione –
Tom Jobim, Vinicius de Moraes, Carlos Lyra, Joao Donato … –
alla diffusione mondiale della bossanova. Oltre al trio, partecipano il quartetto che figura anche nel cd ed una serie di musicisti
ospiti della vecchia e della nuova generazione
che danno vita a una sorta di
festosa e coinvolgente jam
session. Nella
seconda parte
del video vediamo gli 11 brani
eseguiti dal viJoao Gilberto
vo nella storica sala concerto «Caneçao» di
Rio de Janeiro. Il cd, infine, ha in più del dvd tre pezzi registrati
nella casa di Nara Leao. Bossacucanova, che ha esordito nel ’98,
consolida la propria versione elettronica della Bossanova. Canzoni famosissime come le jobiniane «Aguas de março», «Agua
de beber», «Garota de Ipanema», vivono una nuova giovinezza,
grazie a interventi di scratches, programming, bass’n drum, non
invasivi, ma che sembrano voler indicare come un gran numero di giovani musicisti amino le canzoni immortali della Bossanova, reinterpretandole con l’aggiunta di riff strumentali e vocali vicini a un jazz fatto di swing e di scat. Tra i musicisti della
vecchia guardia invitati, il pianista, cantante e compositore Marcos Valle, che dà vita con l’effervescente cantante della band Cris
Delanno, a una versione velocizzata del suo più celebre successo, «Samba de verao», e il chitarrista e compositore RobertoMenescal, perfettamente a suo agio in mezzo a giovani scatenati, assieme ai quali interagisce al basso elettrico il figlio Marcio. (g.g.) ◼
Bossacucanova, Bossacucanova ao vivo. Celebrating 50 years of
Bossanova (Crammed Discs, cd+dvd)
Bossacucanova: Alex Moreira, tastiere, chitarre, programming
e voce; DJ Marcelinho da Lua, scratches, programming e
percussioni; MarcioMenescal, basso elettrico e programming.
The Bossacucanova band: Cris Delanno, voce solista e flauto;
Dado Brother, percussioni e batteria; Flavio Mendes, chitarre e
voce; Rodrigo Sha, sassofoni flauto e seconda voce solista
Musicisti ospiti:
Marlon Sette, trombone; Laudir de Oliveira, percussioni
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dischi – libri
C
inquantenne, veneziano doc, professore ordinario
di Filosofia Teoretica, Massimo Donà non è però solo
un grandissimo intellettuale nel panorama contemporaneo, ma anche un jazzman con i fiocchi, trombettista, bandleader, compositore, con ben sei album a proprio nome, senza contare le numerosissime collaborazioni. Donà alla tromba, da sempre, è in grado di proferire suoni inediti nelle musiche improvvisate, ma soprattutto riesce – unico in Italia e forse all’estero – a coniugare brillantemente l’attività performativa e il fervore speculativo: sono uscite, in tempi recenti, alcune sue opere in cui la musica e la filosofia sembrano quasi un
tutt’uno, a partire dal saggio esplicito Filosofia della musica (Bom-
La parola teatrale
di Jean-Luc Lagarce
È
un universo desolato quello che emerge dalle quattro
pièce di Jean-Luc Lagarce raccolte da Ubulibri nel primo
volume dedicato al commediografo francese, stroncato
nel 1995 dal «male del secolo». Soprattutto i primi due testi – Ultimi
rimorsi prima dell’oblio e Giusto la fine del mondo, magistralmente tradotti
da Franco Quadri – offrono un quadro raggelato e profondamente poetico delle relazioni tra esseri umani, rese attraverso le «fessure»dellacomunicazione,chemettonoinrisaltogliabissinascostiin
una frase bloccata a metà, in un discorso che nel venire pronunciato allude sempre a un vissuto impenetrabile e feroce che gli spettatoripossonosoltantointuiretralerighe.Nelprimosiassistealritrovarsi dopo anni di due uomini e una donna, un tempo conviventi e ora riuniti per la volontà di due di loro – Hèléne e Paul, accompagnati dagli attuali coniugi – di vendere quella che era stata la casa
comune, occupata adesso dal solo Pierre. Le battute frante aprono
alla comprensione dei complessi rapporti che legarono un tempo i
piani, 2006) e dal disco Cose dell’altro mondo. Bi Sol Mi Fa
Re, (Caligola, 2006) fino al
penultimo L’anima del vinoAhmbè (libro e cd) che, nella formula, sembra anticipare il nuovissimo I ritmi della creazione (Bompiani, 2008) che comprende un ottimo cd intitolato
Big Bum, dove il quartetto di Massimo – Michele Folga, Davide Ragazzoni, Beo Best Baldan – è affiancato da ospiti illustri (Paolo Damiani, Luisa Longo, Maurizio Trionfo, Andrea
Ghezzo), da voci intellettuali odierne (Achille Bonito Oliva,
Giulio Giorello, Julio Bressane) e storiche (Marcel Duchamp,
Man Ray, André Breton). Il jazzrock originalmente davisiano
incontra quindi, sulla pagina, le riflessioni sulla genesi dell’universo, qui intesa non come brodo primordiale, ma come suono, ritmo costante suffragato dalle «testimonianze» riportate
via via dall’autore lungo i cammini delle arti e delle civiltà: infatti il ritmo dell’anima, del mondo, della vita, del trascendente viene individuato da Donà nella Bibbia, nella Commedia,
nei miti greci, in Petrarca e Leopardi, come pure in Mondrian,
Klee, Kandiskij e naturalmente nella musica jazz; è insomma
un bell’esempio di come l’idea filosofica possa farsi capire e insinuarsi negli anfratti del pensiero comune, senza nulla togliere alla complessità dell’esistente e dell’immaginario, come anche traspare nei dodici variegati brani dell’intero disco. (g.m.) ◼
tre protagonisti, mentre, tra ironie taglienti e maldestri tentativi di
socializzazione, si delineano con nitore le psicologie dei personaggi di contorno. Alla fine, senza venire a capo di nulla, Paul e Hèléne se ne tornano alle rispettive case. Tutta interna alla famiglia è invece la situazione del secondo dramma, messo in scena in marzo
da Luca Ronconi al Piccolo Teatro all’interno del «Progetto Lagarce»: tra rancori e non detti il dialogo s’infrange nelle pareti inscalabili dell’incomunicabilità che divide Louis – intellettuale dalla vita oscura che è tornato a casa con l’intenzione di annunciare la propria morteimminente–ei suoiduefratelli,Antoinee Suzanne.Alla fine Louis se ne andrà senza dire nulla.
Autore, regista, editore, Lagarce ha avuto il giusto riconoscimento alla sua opera soltanto dopo la morte, divenendo il più
rappresentato in patria dopo Molière, anche in virtù del suo straordinario utilizzo del linguaggio, come nota Jean-Pierre Thibaudat nella prefazione al libro: «L’oralità della lingua è qui presa alla sua fonte, nel suo emergere maldestro, esitante, [...] attraverso un ritmo, un respiro che dà filo da torcere agli attori prima di offrirgli un raro piacere nel recitarlo. Sotto l’apparente ripetizione di parole, si recita la recita della verità del dire». (l.m.) ◼
Massimo Donà, I ritmi della creazione, Bompiani,
Milano 2009, 210 pp., euro 17,00
Jean-Luc Lagarce, Teatro I (Ultimi rimorsi prima dell’oblio,
Giusto la fine del mondo, I pretendenti, Noi, gli eroi), a cura di
Franco Quadri, traduzioni di Franco Quadri, Gioia Costa e
Margherita Laera, Ubulibri, Milano 2009, pp. 196, euro 21.00
Giusto la fine del mondo
regia di Luca Ronconi
carta canta / dischi – libri
In volume e cd ecco
«I ritmi
della Creazione»
di Massimo Donà
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Carta canta - Euterpe Venezia