Teatro Studio gennaio - giugno 2007 …per quanto ignominioso sia il presente io mai rinuncerei, potendo scegliere, a starci, magari di sghembo e rattrappito d’amarezza, dentro Giovanni Raboni La parola è il significativo tema scelto da Michael Speier, curatore dell’edizione 2006/2007 - la quattordicesima, per la precisione - per la rassegna dedicata ai Poeti Europei del ’900, quella parola che, per il poeta, assume duplice senso, intesa come “significato” ma anche come “significante”, suggestione sonora nella creazione di un verso. La parola, la vera protagonista attorno a cui ruota il grande gioco del teatro, la parola che cambia che, come oggetto, anticipa ciò che non abbiamo ancora “visto”, capito. La parola strumento - con una propria vita, autonoma del teatro, la parola che si fa “veggente”. Come la poesia. Sfogliando questo libretto, ma ancor più nel corso degli incontri con i poeti, sarà possibile capire quanto diversificate siano le anime della lirica contemporanea nell’Europa dei giorni nostri. Complice, forse, anche un fattore anagrafico: 1962, 1954, 1968, 1958, addirittura 1977 per il giovane poeta che rappresenta la Spagna, sono alcune delle date di nascita degli autori proposti nella rassegna, accanto a un “grande vecchio”, da noi amatissimo, come Guido Ceronetti, chiamato a rappresentare il nostro paese. Età, quindi, ambienti, storie culturali differenti così come differente è il ruolo da ciascuno di loro assegnato alla parola. La rassegna sarà l’occasione, anche, per riscoprire le liriche di grandi poeti della tradizione europea, da Rafael Alberti a Giuseppe Ungaretti, letti dai giovani attori, diplomatisi alla Scuola di Teatro del Piccolo. Tutti ricorderanno, ma credo sia sempre il caso di ribadirlo, che l’idea di questo nostro piccolo quanto amato dal pubblico “Festival Internazionale della Poesia” fu concepita da Giovanni Raboni, in questa forma semi-spettacolare, ben lontana dalla proposopea di certa fasulla accademia. Oggi la sua idea continua a vivere, grazie all’attivo coinvolgimento dell’AICEM, Associazione che riunisce gli Istituti di Cultura Europei presenti a Milano. Sergio Escobar Direttore Piccolo Teatro di Milano - Teatro d’Europa 2 3 Finché uomini respireranno o occhi vedranno, fin tanto vivrà questa poesia, e questa darà vita a te. William Shakespeare La parola, il lavorare sul parlato sarà il motto dell’edizione 2007 della rassegna Poeti Europei del ’900, sulle tracce e nel vero spirito del suo promotore ed iniziatore, Giovanni Raboni. La parola come materia prima e fondamentale di ogni autore ed attore, dedicata a celebrare il Sessantesimo del Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa e a commemorare opere e vita di uno dei più grandi poeti contemporanei. La parola come espressione delle informazioni, concetti, idee, e messaggio spirituale ed artistico, ma anche come mezzo di comunicazione, con il consueto pericolo della manipolazione verbale. La parola come esempio di una vasta gamma di registri linguistici, come strumento per piacere e per scioccare, dal tempo di Mozart (e delle sue famose lettere) fino al forte linguaggio di Elfriede Jelinek. La parola alla quale Sigmund Freud preferisce il silenzio: per lui il pensiero è stato il mezzo più efficace di una comunicazione immediata e non mediata, rispetto alla parola che si presta invece a continui fraintendimenti e manipolazioni. La parola, infine, intesa da Giovanni Raboni, come messaggio attento ai grandi temi morali, politici e civili. Insieme a Sergio Escobar e Italo Gregori, abbiamo cercato di continuare la strada indicata da Giovanni Raboni nel segno dell’europeizzazione del progetto. Dopo Martin Rueff, che, come esponente del mondo culturale francese e membro della redazione della rivista “Po&sie”, ha diretto e coordinato la rassegna del 2006, l’edizione del 2007 è curata da Michael Speier, autore, traduttore e storico della letteratura a Berlino, fondatore e editore, tra l’altro, della rivista “Park. Zeitschrift für neue Literatur”. Vorremmo ringraziarlo per aver accettato questo prezioso compito, che si aggiunge ai suoi molti impegni in Germania e all’estero. Auguri al Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa per il suo anniversario, che festeggeremo insieme ai nostri poeti e agli autori presenti nel calendario della stagione 2006-2007, da William Shakespeare a Samuel Beckett, da J. W. Goethe a Heiner Müller, da Cervantes a Hofmannsthal e Hermann Broch, per non dimenticare certamente il grande scrittore europeo, Carlo Goldoni! Stella Avallone Presidente per la Stagione 2006/2007 dell’AICEM - Associazione degli Istituti di Cultura Europei a Milano 4 5 Introduzione A voi parole, orsù, seguitemi! (Ingeborg Bachmann) Le parole possono guardare contemporaneamente in diverse direzioni. Quest’anno l’iniziativa Poeti Europei del ’900 vuol essere un momento di riflessione sul legame naturale tra poesia e teatro attraverso la parola. Non soltanto sono entrambi radicati nella parola parlata; a ciò si aggiunge che la poesia si mette in scena sul palcoscenico delle parole e il teatro a sua volta non potrebbe esistere senza le parole - ancorché non dette. Oggi la parola poetica sembra collocarsi trasversalmente rispetto allo Zeitgeist, allo spirito del tempo. Nell’“era dell’informazione” infatti essa non vede più la sua funzione precipua nello scambio di informazioni, ma mira a oltrepassare il mero aspetto comunicativo per produrre nuove realtà e attivare strati più profondi del linguaggio. Nell’era del mercato, non esprime valori materiali ma piuttosto l’essenza del Dasein, dell’esser-ci, generando significato anziché nuovi marchi. Perché abbiamo bisogno della parola poetica? Per riprendere i versi di Ungaretti: “poesia / è il mondo l’umanità / la propria vita / fioriti dalla parola”. Che le poesie siano fatte di parole e non di idee è già stato osservato di frequente, ma la funzione e il significato della parola variano molto da poeta a poeta. Mentre Gottfried Benn definiva ancora la parola “un bagliore, un fuoco, un lampo di stella cadente”, Patrick McGuinness la intende come “attrezzo e strumento”, Michel Deguy come “il mezzo immediato della poesia del pensiero”, e Guido Ceronetti la definisce “grido silenzioso”. Gonzalo Escarpa cerca soprattutto “il suono della parola, la sua linfa”, mentre Christoph W. Aigner nega che le poesie siano fatte di parole. Ulrike Draesner, per contro, concepisce la parola come “barca ondeggiante”. Si potrebbe pensare anche ad altre perifrasi - traccia, cifra, aratro, oggetto rinvenuto… Ogni poeta si rapporta in modo personale con le parole e sviluppa un idioma proprio, un “linguaggio non comune” (Pietro De Marchi). Oppure, per usare la formulazione di Paul Celan, “un linguaggio attualizzato, affrancatosi sotto il segno di un processo individuante, indubbiamente radicale, ma allo stesso tempo perennemente consapevole dei limiti che la lingua gli impone”. E se invece non fossero le parole ad essere lo strumento del poeta, ma al contrario si servissero esse stesse del poeta quale strumento per garantire la propria sopravvivenza e continuare a trasmettere i propri messaggi in veste sempre nuova? Michael Speier Una riflessione sulla parola. Michael Speier rivolge alcune domande ai poeti della rassegna La parola quale materia di costruzione della poesia è da lungo tempo oggetto di confronto tra esponenti di diverse concezioni artistiche, e le opinioni su quello che è oppure può essere una parola, su quali sono le sue qualità e su come viene utilizzata nella poesia hanno ancora oggi un ruolo importante per l’appartenenza del poeta all’una o all’altra corrente lirica. Guardando allo sviluppo storico, si può affermare, da una parte, che, nell’Europa occidentale da Mallarmé in poi, la contrapposizione tra il linguaggio poetico e la lingua comunicativa si è notevolmente estremizzata (riferendo questo concetto al teatro, si potrebbe parlare della rivalutazione del gesto rispetto alla parola); dall’altra che sono entrate a far parte della poesia nuove parole, per esempio i termini del linguaggio scientifico e colloquiale: ciò, alla luce dell’affermazione di A. W. Schlegel, secondo cui il linguaggio corrente non può mai essere completamente “spoetizzato”, da far sì che in esso non si trovino una quantità di elementi poetici sparsi, anche con un utilizzo cognitivo delle parole più arbitrario e freddo possibile. Accanto a tendenze linguistiche più tradizionali, come quelle della poesia narrativa e del pensiero che caratterizzano gran parte delle poesie dell’America Latina e dell’Asia, troviamo poeti con un approccio “sperimentale” che - per dirlo con le parole di Mandelstam - si muovono volentieri nel “fitto andirivieni della radice della parola”, nella notte dell’etimologia, che rallegra il cuore e la mente del lettore sagace (Über die Natur des Wortes, 1921). Rispetto alle correnti e alle diverse tendenze, qui solo accennate, dove collocherebbe il suo linguaggio poetico? Le parole sono per Lei (ancora) delle fonti “ad alto vantaggio” per la poesia? Secondo Lei quanto aperta deve essere la parola poetica per poter accogliere la nuova realtà contemporanea? Michael Speier, poeta lirico, traduttore e studioso di letteratura, è nato nel 1950 e vive a Berlino. Le sue poesie compaiono in oltre quaranta antologie. È fondatore ed editore della rivista internazionale di lirica “Park” e del “Paul Celan Jahrbuch”. Traduce poesia contemporanea dall’inglese, dal francese e dall’italiano. Dal 1997 è professore presso l’Università di Cincinnati (USA); ha insegnato in varie università negli Stati Uniti e in Germania (Berlin, Leipzig, Hildesheim). Ha pubblicato otto volumi di poesie, tra cui scherbenschnitte (1999) e wüste pfade (2004). 6 7 giovedì 25 gennaio 2007 ore 17.30 Originaria di Monaco di Baviera (dove è nata nel 1962) Ulrike Draesner, studiosa di anglistica e letteratura, ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie Gedächtnisschleifen, nel 1995. Autrice anche di romanzi (Mitgift, Spiele), racconti (Reisen unter den Augenlidern, Hot Dogs) e di numerose pubblicazioni in antologie tedesche e straniere, giornali e riviste, nonché traduttrice e saggista, ha ricoperto incarichi universitari a Monaco, Birmingham, Magonza, Kiel, Lipsia e Bamberg. È membro fondatore dell’“Internet Forum per poetica e poesia” e nel 1998 ha realizzato due drammi radiofonici (Beziehungsmachine e Dieser Bottich, ach das Ich). Ha ottenuto molteplici riconoscimenti letterari tra i quali il “Premio promozione” presso il “Leonce-und-Lena Preis” nel 1995, il “Bayerischer Staatsförderpreis für junge Literatur” nel 1997, il “Preis der Literaturhäuser” nel 2002 e recentemente il “Droste-Preis der Stadt Meersburg”. Ulrike Draesner Risposta alla domanda di Michael Speier (pag. 7) Silvia Masotti legge Gottfried Benn 8 Ulrike Draesner indica Gottfried Benn quale riferimento letterario © Franziska Muheim, 2006 La parola nella poesia mi appare talvolta come una piccola barca. E com'è riottosa! Come si gira! In fondo le barche mi incutono paura. Soprattutto nei mari in tempesta o in quelli abitati da mostri, nei mari della poesia dalle rive selvagge o nei mari in costante mutamento. Una barca. Una volta saliti sopra ci si può rallegrare e accomodarsi. Ora tuttavia mi chiederete, e a ragione: gentile signora Draesner, ma come si accede alla parola? Questa metafora non conduce piuttosto a una palude che verso le acque libere? Posso rispondere soltanto: vedete, la parola si comporta così. Un attimo fa il termine Boot (barca) sembrava ancora meraviglioso - quella simmetria affascinante delle lettere all’inizio e alla fine con racchiuso al centro il guscio della doppia “o” che si presta ottimamente a fungere da banco del vogatore. E poi Boot suona bene, una parola in cui sentirsi a proprio agio, quasi una piccola terza “o”. Così la parola Boot si allunga per far posto anche al Brot (pane). Forse le parole sono qualcosa come il pane quotidiano del poeta. Sono necessarie, che lo si voglia o no. Talvolta una parola si offre, quasi fosse un’unità familiare e arrendevole al punto da divenire pressoché invisibile. Altre volte invece non si addice per nulla. È vero che è possibile apportare cambiamenti, ma questi generano sempre perdite d’attrito percepibili. In effetti è la parola ciò che ci troviamo dinanzi. Ora si tratta di inventare possibili riferimenti, bilancieri e raccordi nella lingua che le appartiene, che le viene incontro. In tal modo inizierà a emanare luce, in modo udibile e sensibile. Poiché una parola da sola può essere tutto o niente, non appena si inizia appaiono da ogni dove altre barche. Sembrano del tutto diverse dalla prima, in una nuova luce, in una luce estranea e a volte cambiano linguaggio, come lo potrebbe fare anche la parola Boot che intesa come boot potrebbe rimestare qualcosa dal basso o che come vecchia megèra potrebbe percorrere, è questa la speranza, la riga in formazione. Il lavoro da compiere è all’incirca questo: le barche riottose devono essere messe in riga sull’acqua, mentre noi stessi non si sta da nessuna parte. Talvolta vi sono moltissime barche; si tratta di scoprire quali sono le tre alle quali non si può rinunciare. A volte ne manca giusto una e non la si trova. Ma si rema sempre soli. Tutto ondeggia vorticosamente perché una specie di mostro agita l’acqua dal basso. È quello che viene chiamato volentieri “senso” o “significato” e a volte, se le cose si mettono proprio male, addirittura “messaggio”, ma tutte queste definizioni sono espedienti, perché nessuno ha mai visto questo “qualcosa” tranne per l’appunto in quella forma che le barche assumono alla fine sul lago, sulla linea di galleggiamento. Compreso l’orizzonte e il poeta appeso senza speranza, contorto, nel groviglio delle cime della barca - come una mosca impigliata in una ragnatela. Sopra un mare dagli strani riflessi. Sono tutte metafore, certo, e non potrebbe essere altrimenti. In effetti le barche ondeggiano parecchio. Una volta, da bambina, accadde che, seduta in una barca, venissi trascinata alla deriva su un lago prealpino. Spaventata, mi consideravo già perduta; le rive del lago si stagliavano nell’oscurità della sera, nella barca non c’erano remi. E improvvisamente dal bordo del lago giunse una musica e le cime delle Alpi cominciarono a rispecchiarsi meravigliosamente da ogni angolo nelle acque… ma suppongo che questa sia già un’altra storia. Medico prima ancora che poeta, Benn nasce a Mansfeld (Westpriegnitz) nel 1886, figlio di un pastore protestante. Nel 1912 compone il primo ciclo di poesie, Morgue, il cui titolo fa chiaro riferimento alle immagini raccolte negli obitori ospedalieri. In Gehirne (Cervelli), del 1915, compare l’alter-ego Rönne, cui lo scrittore affida il proprio pensiero. Gli altri cicli di poesie risalgono agli anni tra il 1948 e il 1958: Statische Gedichte (Poesie statiche), Aprèslude e Primäre Tage (Giorni primarii). Particolarmente preziosi per misurare le carica nichilista e la forza dirompente della scrittura espressionista sono Dorische Welt (Il mondo dorico, 1934), Der Ptolemäer (Il Tolemaico, 1949) e Roman des Phänotyps (Romanzo del fenotipo), rimasto in forma di frammento. La raccolta Flutto ebbro è pubblicata nel 1949. Lo scrittore scompare nel 1956. lunedì 5 febbraio 2007 ore 17.30 Gonzalo Escarpa è nato a Madrid nel 1977. Laureato in Filologia Ispanica, dirige la rivista digitale di creazione “Fósforo”, il bollettino “Circo de pulgas” insieme alla scrittrice María Salgado e la rivista letteraria “Nayagua” del “Centro di Poesia José Hierro”, dove tiene un laboratorio di creazione poetica. Appartiene a vari gruppi di sperimentazione poetica e visuale, ha studiato teatro e ha lavorato come attore e regista nel cinema, in teatro e in televisione. Ha ottenuto vari premi letterari e collabora con riviste nazionali ed internazionali. Ha coordinato e realizzato recital e laboratori di creazione poetica nelle università, spazi culturali e festival. La sua opera è raccolta nei libri Inéditos (2002), Después de todo (2003), Como un sello (2003), Antolojaja. Humor en la poesía española joven (2003), Salida de emergencia (2004), 33 de Radio 3 (2004), Alfileres (2004), Vento/Viento (2004), Homenaje a la Fiesta del Soneto (2006), Agua. Símbolo y memoria (2006) e La voz y la escritura 2006 (2006). Gonzalo Escarpa Risposta alla domanda di Michael Speier (pag. 7) Scelgo il suono della parola, la sua linfa, il suo valore vibrante ed abbagliante. Il poeta dice le cose come stanno. Non esistono i sinonimi: ogni voce è esattamente unica. Credo nei “binomi fantastici” di Gianni Rodari: la parola isolata entra in gioco solo quando è provocata da una seconda. Il linguaggio, come la bellezza, si trova lì: ci circonda. La parola cucchiaio è così emozionante come qualsiasi altra. L’ardente saggezza della bocca, viva, rende il poema. La parola, abitata da ombra e luce, ci pone di fronte ad esso. E poi giunge l’allegria del dire. Dimmi quali sono per te Le dieci parole più belle della lingua castigliana, e ti dirò chi sei Nicanor Parra Per me la prima barcarola perché è bugia ed inoltre si può cantare in più di due lingue la 2 potrebbe essere un aggettivo femminile bianca la terza, tálamo, non richiede spiegazioni 4 scalpello 5 papavero epitalamo potrebbe essere la sesta, anche se talvolta può sembrare un po’ ricercata amore sarebbe più facile ma anche più stupido la settima bordo della manica (paramano) potrei scegliere angelo ma preferisco fiera sì, fiera è l’ottava la nona parola è artefatto (mi è sempre piaciuto) la decima giardino 10 © Espido Freire Simone Toni legge Rafael Alberti Gonzalo Escarpa indica Rafael Alberti quale riferimento letterario Pittore prima ancora che poeta, Rafael Alberti (1902-1999) pubblica nel 1922 i primi lavori e poco dopo entra in contatto con gli artisti e gli scrittori nella Residencia de Estudiantes, futuri protagonisti della Generazione del ’27. Nel 1924 pubblica la raccolta di poesie Marinero en tierra, “Premio nacional de Literatura”. Nel 1927 partecipa alle celebrazioni per Góngora, in omaggio al quale pubblica Cal y Canto. È poi la volta di Sobre los ángeles, che segue una profonda crisi personale, poi Sermones y moradas e El hombre deshabitado. Nel 1931 entra nel Partido Comunista de España (PCE); con la compagna Maria Teresa León fonda la rivista rivoluzionaria “Octubre” e partecipa alla lotta contro il fascismo. Nel 1939 si rifugia in Francia, poi in Argentina quindi in Italia, a Roma. Rientrato in Spagna dopo la morte di Franco, è insignito del “Premio Cervantes”. lunedì 26 febbraio 2007 ore 17.30 Patrick McGuinness Risposta alla domanda di Michael Speier (pag. 7) Le parole sono attrezzi, strumenti. Attrezzi, strumenti meravigliosi, ma nonostante ciò attrezzi e strumenti. Io non credo che si tratti di cose misteriose o occulte, per quanto io ammiri poeti come Mallarmé, Mandelstam, Rilke i quali credono - o sembrano credere - nel potere spirituale del linguaggio. Io penso che la poesia di oggi non abbia nulla da guadagnare da simili concezioni. Si tratta di un problema pratico, di un manufatto, e non di un mistero iniziatico. La mia poesia si interessa di confini e di spazi, di soggetti trasversali e agli estremi, e io sono affascinato da ciò che è impercettibile, ambiguo e sfuggente. Tuttavia io ho sempre saputo che il linguaggio di per sé, il medium, deve essere utilizzato in modo concreto e preciso. È necessario fare una netta distinzione tra la mia visione del mondo formato da una serie di relazioni impercettibili e spesso oscure, e la mia convinzione che il linguaggio sia uno strumento che si colloca al di sopra di tutti gli altri, e che la poesia sia un manufatto e non qualcosa di misterioso. Il poeta ha un unico obbligo verso la poesia stessa e il suo argomento; il resto viene di conseguenza, se pur ne consegue. Una delle affermazioni sulla poesia che mi sono ben impresso nella memoria è questa osservazione del poeta inglese Donald Davie: che il lettore dovrebbe sempre e soltanto “accomodarsi dentro la poesia”, “sovra-ascoltandola”. La composizione poetica consiste in una relazione tra il poeta e ciò di cui scrive, e non tra il poeta e il lettore. L’abilità consiste nell’offrire al lettore un appoggio all’interno della composizione poetica senza tralasciare nulla. Si può fare questo parlando con la gente, scrivendo alla gente, destando l’attenzione della gente, tenendo conferenze alla gente. Una poesia deve essere qualcosa di diverso. Essa non potrebbe ovviamente esistere senza un lettore, ma il lettore deve percepire che la poesia esisterebbe anche senza di lui. Io non sono sicuro di poter spiegare quello che sta dietro tutto questo. Mi interessa la forma, non necessariamente la formalità del verso, ma la forma - come le cose si compongono o divengono. Mi interessa la forma in astratto: come trovano le cose la propria forma, come assumono la loro propria rappresentazione? La rappresentazione è qualcosa di esterno, una costrizione imposta, oppure è qualcosa di organico che il poeta deve trovare, estrarre da una idea o da una emozione? In una grande quantità di discussioni sulla poesia si è assunto che essa sia qualcosa di innaturale, di artificioso, di imprecisato... Ma per la verità quasi nulla di ciò che è naturale si manifesta senza forma. Un disegno spirituale - una frase per me religiosamente priva di senso - può trovare un significato nella poesia. Patrick McGuinness è nato a Tunisi nel 1968, vive a Cardiff ed insegna letteratura francese al St. Anne’s College di Oxford. Le sue poesie compaiono nell’antologia New Poetries II (1999) e la sua raccolta The Canals of Mars (2004) è stata finalista del “Roland Mathias Prize” per la letteratura gallese in lingua inglese. La sua traduzione di Pour un tombeau d’Anatole di Mallarmé (For Anatole’s Tomb, 2003) è stata insignita della “Poetry Book Society Recommendation”. Ha ricevuto altri riconoscimenti tra cui l’“Eric Gregory Award” e il “Levinson Prize” dalla Poetry Foundation. Patrick McGuinness indica Valery Larbaud quale riferimento letterario Gaia Zoppi legge Valery Larbaud 12 Di famiglia agiata - e di salute cagionevole - Larbaud (1881-1957) soggiorna nelle più famose stazioni termali europee. Il romanzo Fermina Màrquez spesso paragonato al Grand Meaulnes di Alain-Fournier - lo porta subito all’attenzione della critica. Poliglotta, fa conoscere in Francia Samuel Butler e Joyce, di cui traduce le opere. Amico di Gide, Léon-Paul Fargue e Jean Aubry, scrive, tra gli altri, Enfantines (1918), ammirato da Proust, Beauté, mon beau souci (1920-23), Amants, heureux amants (1921), Mon plus secret conseil (1922), Ce vice impuni, la lecture (1925) e Allen (1927). Colpito da emiplegia e afasia nel 1935, finisce i suoi giorni inchiodato a una poltrona. Le precarie condizioni economiche lo costringeranno nel 1948, a vendere le sue proprietà e la magnifica biblioteca di 15.000 volumi. lunedì 12 marzo 2007 ore 17.30 Michel Deguy Risposta alla domanda di Michael Speier (pag. 7) Una crisi, una “mutazione” (secondo il titolo di un recente numero della rivista “Critique”, 2006) attraversa - e forse disperde - il campo un tempo omogeneo, anche se estremamente ricco e composito, di ciò che tuttora è consuetudine designare con il termine “omonimico” poesia. Da un lato, sullo sfondo della tradizione del “logos” (dal logikon greco, o “logica”) la poesia e i suoi versi trovano dimora nelle “parole”, se con questo si intende il “verbo”, il dire con le parole del linguaggio vernacolare, composto da “proposizioni” grammaticali nell’“elastico ondeggiare” (Baudelaire) e nel “coup de dés” del linguaggio (Mallarmé). Dal nominare “con nomi propri” al “discorrere in sintassi” (Mallarmé), la cosa è complessa, tropo-logica; ma si tratta sempre - anche in grandi opere e manovre recenti come quelle di Celan - di prendere la poesia su parola, nell’elemento grammato-logico (Derrida), al di qua della distinzione (minore) tra oralità e scrittura. Dall’altro, l’emancipazione del significante fino alla dispersione stocastica dei fonemi e dei quasi-lessemi, non più sulla “pagina” bensì sullo “schermo” (del computer ad esempio, il quale a sua volta dà ordini a… un grande schermo disegnato sul muro) o su altri “supporti”, termine in uso oggi, incluso il corpo, il tutto unito (“meticciato”) a mescolanze sonore, plastiche, corporali, numeriche rese possibili dalla tecnologia, essa stessa in “progresso” continuo; tutto ciò, esposto nella “performance” multipla, strappa la “poesia” al suo antico “medium”, che non era precisamente un “medium fra altri” bensì “logos”. Per me, le parole, per riprendere questa… parola, in sé inadeguata, sono e rimangono il mezzo immediato (unmittelbares Dasein, avrebbe detto Hegel) della poesia del pensiero. Il programma è mettere in cerchio pensiero della poetica e poetica del pensiero, al servizio dello spirito fenomeno-logico in generale: la poesia deve rispondere al (e del) quesito cosa vi è al mondo, in questi nostri “tempi oscuri” (Arendt) dove non vi è più gran che. Michel Deguy, poeta, filosofo, professore di letteratura. Da trent’anni direttore della rivista “Po&sie” (Belin Editore), presiede il consiglio di amministrazione del Collegio internazionale di filosofia. Ha al suo attivo una quarantina di opere, tra cui Fragments du cadastre (premio Fénéon 1960), Poèmes de la presqu’île (premio Max Jacob 1961), Gisants (premio Mallarmé 1985). Nel 1989 ha ricevuto il “Grand Prix national de la poésie”, nel 2000 il premio della Société des Gens de lettres e nel 2004 quello dell’Académie Française. In prosa ha pubblicato La Machine matrimoniale ou Marivaux (1982), La Poésie n’est pas seule (1987), Le Comité (1988), La Raison poétique (2000), Un Homme de peu de foi (2002). In Italia ha pubblicato Gisants a cura di Andrea Zanzotto (1999) e Manutenzione a cura di Adriano Marchetta (2001). Le due prossime pubblicazioni, sono Desolatio (2007) e Réouverture après travaux (2007). Michel Deguy indica Gerard Manley Hopkins quale riferimento letterario Pasquale Di Filippo legge Gerard Manley Hopkins 14 Poeta inglese (1844-1889), fin da ragazzo scrive poesie, vincendo importanti premi e si appassiona anche alla pittura. Nato in una famiglia di confessione anglicana, studia ad Oxford e si converte in seguito al cattolicesimo. Ordinato prete nel 1877, dopo l’ingresso nella Compagnia di Gesù interrompe per qualche tempo la produzione poetica, ritenendola troppo individualistica e arrivando al punto di bruciare diverse opere. La studio della filosofia di Duns Scoto lo riconcilia con la poesia. Si dedica anche allo studio della lingua gaelica. Esercita il ministero sacerdotale in varie città inglesi (Sheffield, Oxford, e Londra), per poi insegnare lingue e letterature classiche in alcune università di Dublino (University College, poi Royal University of Ireland). Colpito dalla depressione nell’ultima fase della vita, muore pronunciando la frase: “I am happy, so happy”. lunedì 19 marzo 2007 ore 17.30 Pietro De Marchi, nato a Seregno nel 1958, è cresciuto a Milano. Ha studiato al liceo “Parini” e all’Università Statale di Milano, dove si è laureato in Lettere. A Zurigo, dove risiede dal 1984, ha conseguito il dottorato e la libera docenza in Italianistica. Insegna nelle Università di Zurigo e di Neuchâtel. Si è occupato di Dante, di poesia dialettale lombarda dell’età tra Parini e Porta, nonché di altri autori del Sette e Ottocento italiano, di poesia e narrativa del Novecento italiano, di letteratura della Svizzera italiana. Ha pubblicato l’edizione delle Poesie milanesi di Francesco Bellati (Milano, 1996) e due volumi di saggi: Dove portano le parole. Sulla poesia di Giorgio Orelli e altro Novecento (2002); Uno specchio di parole scritte. Da Parini a Pusterla, da Gozzi a Meneghello (Firenze, 2003). Come poeta, ha pubblicato alcune plaquettes (presso il Pulcinoelefante e la Libreria Pilotto di Feltre) e due raccolte: Parabole smorzate e altri versi (1990-1999), con prefazione di Giorgio Orelli, (Bellinzona, 1999); Replica (ivi, 2006). Pietro De Marchi Risposta alla domanda di Michael Speier (pag. 7) Tre le risposte di Pietro De Marchi: 1) Quando scriviamo siamo soli e le parole sono davvero tutto quello che abbiamo. Cerco di fare poesia, che per definizione è un linguaggio speciale, un linguaggio non comune, usando fin dove possibile la lingua di tutti. 2) Quale che sia il “voltaggio” delle singole parole, l’importante è che in un testo si verifichi un passaggio di corrente: è sempre e solo l’elettricità verbale (fonica, ritmica, sintattica…) che consente a delle parole messe in fila (in orizzontale e in verticale) di diventare quello che riconosciamo come una poesia. 3) Per chi si trova a scrivere in italiano, c’è fin dalle origini un modello straordinario di “apertura”: la lingua della Commedia dantesca. Benché lontanissimi da Dante, siamo però sempre nella sua scia. Nella mia raccolta più recente, Replica (2006), c’è poi, credo, una non timida apertura verso altri modi di scrittura: la narrazione, il dialogo. Una poesia sul tema “parola”: L’entomologo Con lo spillino trafigge l’insetto appena catturato, poi sotto vi incolla il cartellino col nome e altri dati. Così - beato tra le parole e le cose riduce lo iato. (da Pietro De Marchi, Parabole smorzate e altri versi, 1990-1999, prefazione di Giorgio Orelli, Bellinzona, Casagrande, 1999) Fausto Cabra legge Seamus Heaney 16 © Klaus Pichler Pietro De Marchi indica Seamus Heaney quale riferimento letterario Originario dell’Ulster (nasce nel 1939 in una famiglia cattolica), nel 1976 si stabilisce a Dublino dove insegna inglese fino al 1984, anno in cui è chiamato ad Harvard a insegnare discipline classiche (rhetoric and oratory). Nel 1989 vince la cattedra di poesia a Oxford. Nel 1995 ottiene il Nobel. Tra le sue raccolte, Death of a Naturalist (1966), Wintering Out (1972), North (1975), Station Island (1984). Tra gli anni ’70 e ’80, nel periodo di massima tensione, nell’Ulster, fra cattolici e protestanti, affascinato da alcuni ritrovamenti archeologici compone poesie come The Tollund Man (contenuta in Wintering Out) in cui paragona il destino delle vittime sacrificali dell’età del ferro ai “martiri” politici dell’Irlanda del Nord. Del 1991 è Seeing Things, in cui si assiste ad un ritorno alla fisicità, al contatto con la natura e con la fibra stessa dell’universo. lunedì 21 maggio 2007 ore 17.30 Christoph Wilhelm Aigner, poeta, scrittore e giornalista è nato il 18 novembre 1954 in Alta Austria. Ha all’attivo numerose raccolte poetiche tra le quali Weiterleben (Salisburgo, 1988), Drei Sätze (Salisburgo, 1991), Der Mönch von Salzburg (Salisburgo, 1995), Die Berührung (Stoccarda/Monaco 1998), Vom Schwimmen im Glück (Stoccarda/ Monaco 2001). Ha selezionato e tradotto alcune poesie di Ungaretti confluite nella raccolta Zeitspüren (Stoccarda/Monaco 2003). Ha inoltre pubblicato opere in prosa, l’ultima delle quali è il romanzo Die schönen bitteren Wochen des Johann Nepomuk (Monaco 2006). Nel 1998 ha esercitato una docenza presso l’Università di Innsbruck. Ha conseguito innumerevoli premi letterari: “Premio della Lirica di Merano” (1993), “Premio Else Lasker-Schüler” (1996), “Premio Scrittore della Città di Dresda” (2004), “Premio Anton Wildgans” (2004), la Borsa di Studio “Heinrich Heine” (2004) e il “Premio d’apprezzamento per la letteratura della Repubblica Austria” (2006). Christoph W. Aigner Risposta alla domanda di Michael Speier (pag. 7) Le Poesie non sono fatte di parole. Lo so così bene, come so che una persona umana non è fatta del suo corpo visibile. La sua vita invisibile dà a una persona il suo carattere e a un corpo di testo la sua poesia. Si vorrebbe sezionare un cervello con l’aspettativa di trovare dei pensieri? Il silenzio La luce si è scissa sul dorso del monte Nella valle sono sparsi tutt’intorno i frammenti Le pendici neroverdi fissate Con cipressi. E grande il silenzio grande come il cielo incatramato di fresco Bisognerebbe saperlo ascoltare. Una nota che sorregge un paio di frasi (da Prova di stelle, Milano 2001) Giorgio Sangati legge Jan Skácel 18 © CAREL Christoph W. Aigner indica Jan Skácel quale riferimento letterario Una vita all’insegna della persecuzione politica e ideologica è quella di Skácel (1922-1989) nato nella Moravia Meridionale. Vittima del nazismo, è condannato ai lavori forzati in Austria. Dal 1945 al 1948 torna a studiare a Brno, per poi lavorare come redattore culturale per il quotidiano “Rovnost” fino al 1952. Licenziato per motivi politici, comincia a lavorare da operaio in una fabbrica di trattori. Nel 1954 diventa redattore letterario della radio Cecoslovacca e dal 1963 al 1969 è caporedattore della rivista “Host do domu” (“L’Ospite nella Casa”). Pubblica poesie, un volume di prosa e libri per bambini, prima di essere censurato per tredici anni. Soltanto nel 1981 può nuovamente pubblicare una selezione delle sue poesie. Nel 1989 gli vengono assegnati il “Premio Petrarca” e il “Premio Mitteleuropeo” per la Letteratura. lunedì 4 giugno 2007 ore 17.30 Guido Ceronetti (1927 Andezeno, Torino) è poeta, filologo, artista di teatro, pubblicista e grafico. Dal ’72 collabora con “La Stampa”. Ha scritto, tra gli altri, Il silenzio del corpo, La carta è stanca, Qohélet, La pazienza dell’arrostito, Il Libro dei Salmi, Pensieri del Tè, Il Cantico dei Cantici, Un viaggio in Italia, Le poesie di Catullo (saggi e traduzioni in versi con commento). L’opera narrativa comprende Aquilegia, Deliri Disarmati e Nuovi e Ultimi Deliri Disarmati, La vera storia di Rosa Vercesi e della sua amica Vittoria. Le poesie si trovano quasi tutte in La Distanza (BUR) e (sotto il nome di Memet Gayuk) in Il Gineceo. Ha fondato, nel 1970 ad Albano Laziale, il Teatro dei Sensibili, per più di vent’anni esclusivamente di marionette a filo; dopo il 1993 per messinscene con attori, mostre, seminari, spettacoli di strada. Ha esordito al Piccolo nel 2001 con Ceronetti Circus; poi M’illumino di tragico, Rosa Vercesi, Qohélet, Una mendicante cieca cantava l’amore. Il Teatro dei Sensibili ha per motto: “Dare gioia è un mestiere duro”. Guido Ceronetti Risposta alla domanda di Michael Speier Ogni parola che tocca la sponda della Poesia (non sono certo molte, né tutte si sanno) è una forma del grido. C’è sempre soggiacente, un grido silenzioso. Il grido senza forma (quello udito e rappresentato da Munch) trova nella poesia modi e alvei infiniti, senza mutare sostanze. (da La Distanza, 1996) Voce “Cara non ti ho trovata mi dispiace Già riparto stasera addio.” Questo il banale Messaggio che ripete A tarda notte la telefonica Segreteria. Figura al solitario Orecchio muta. Chi sia L’ignoto…Bella però La voce. Era Il Messia. Tommaso Minniti legge Giuseppe Ungaretti 20 © Sante Prevarin Guido Ceronetti indica Giuseppe Ungaretti quale riferimento letterario Quello che è uno dei massimi esponenti della poesia italiana del Novecento nasce ad Alessandria d’Egitto nel 1888, da genitori di origine lucchese. Durante il primo conflitto mondiale combatte sul fronte del Carso, quindi in Francia. La vita di trincea è un’esperienza devastante e decisiva per Ungaretti, che scopre la vocazione poetica e pubblica, nel 1917, Il porto sepolto. Seguono Allegria di naufragi (1919), Sentimento del tempo (1933), Il dolore (1947), La terra promessa (1950), Un grido e paesaggi (1952), Il taccuino del vecchio (1960). Dal 1942 insegna letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Roma. Del ’61 è un volume di prose Il deserto e dopo. Nell’edizione definitiva delle opere, Vita di un uomo (1969), sono raccolte anche traduzioni poetiche di Racine, Shakespeare, Gongora, Blake, Mallarmé. Muore a Milano nel 1970. Poeti Europei del ’900: tutte le edizioni 1993/94 I nuovi Maestri P. Villoresi legge Mario Luzi presentazione di S. Agosti F. Nuti legge Vittorio Sereni presentazione di G. Raboni A. Jonasson legge Sandro Penna presentazione di C. Garboli F. Graziosi legge Giorgio Caproni presentazione di G. Agamben G. Lazzarini legge Attilio Bertolucci presentazione di E. Siciliano 1994/95 I Pionieri P. Villoresi legge Aldo Palazzeschi F. Nuti legge Clemente Rebora G. Strehler legge Dino Campana F. Graziosi legge Camillo Sbarbaro G. Lazzarini legge Guido Gozzano 1995/96 Dialetti e altre eresie G. Dettori legge Giacomo Noventa G. Lazzarini e L. Puggelli leggono Delio Tessa R. De Carmine legge Franco Fortini G. Strehler e U. Ceriani leggono Giovanni Testori F. Nuti legge Carlo Betocchi 1996/97 Giorgio Orelli presentazione di G. Raboni Peter Porter presentazione di N. Gardini Antonio Colinas presentazione di G. Caravaggi Giovanni Giudici presentazione di A. Bertoni Bernard Noël presentazione di F. Scotto Günter Kunert presentazione di L. Forte Hans Karl Artmann presentazione di M. E. D’Agostini 1997/1998 R. De Carmine legge Dylan Thomas G. Dettori legge Antonio Machado 0. Piccolo legge Andri Peer F. Nuti legge Gottfried Benn G. Lazzarini legge Giuseppe Ungaretti F. Graziosi legge René Char 22 A. Jonasson legge Rainer Maria Rilke 1998/1999 L. Marinoni legge Marguerite Yourcenar A. Jonasson legge Ingeborg Bachmann F. Nuti legge Amelia Rosselli Milva legge Else Lasker-Schüler I. Danieli legge Gloria Fuertes 0. Piccolo legge Corinna Bille G. Lazzarini legge Sylvia Plath 1999/2000 Scrittura d’artista M. Popolizio legge Paul Klee L. De Filippo legge Alberto Giacometti G. Lazzarini legge David Herbert Lawrence A. Jonasson legge Oscar Kokoschka G. Dettori legge Henri Michaux R. Herlitzka legge Toti Scialoja S. Lombardi legge Salvador Dalì 2000/2001 I poeti dei poeti. Le grandi traduzioni del secolo L. Marinoni legge William Shakespeare tradotto da G. Ungaretti M. Popolizio legge Hugo von Hofmannsthal tradotto da L. Traverso G. Ranzi legge Pedro Salinas tradotto da V. Bodini F. Nuti legge Philippe Jaccottet tradotto da F. Pusterla Milva legge Bertolt Brecht tradotto da F. Fortini 0. Piccolo legge T.S. Eliot tradotto da E. Montale, A. Bertolucci, G. Giudici e R. Sanesi G. Dettori legge Guillaume Apollinaire tradotto da V. Sereni 2001/2002 Tra futuro e passato. I poeti di oggi e i maestri della modernità Fabjan Hafner G. Ranzi legge Rainer Maria Rilke Juan Vicente Piqueras P. Villoresi legge Fernando Pessoa Tony Harrison M. De Francovich legge Wilfred Owen Durs Grünbein M. Popolizio legge Eugenio Montale Leopoldo Lonati F. Nuti legge Giorgio Caproni François Boddaert G. Dettori legge André Frénaud Riccardo Held G. Lazzarini legge Gottfried Benn 2002/2003 Europa+Europa. Sette poeti alla scoperta del continente Jolanda Insana G. Dettori legge Attila József Sylviane Dupuis L. Marinoni legge Osip Mandel’stam Eliane Feinstein G. Ranzi legge Marina Cvetaeva Liliane Giraudon G. Crippa legge Vladimír Holan Hans Raimund M. Popolizio legge Ghiannis Ritsos José Maria Álvarez S. Santospago legge Constantinos Kavafis Thomas Kling G. Lazzarini legge Gunnar Ekelóf 2003/2004 La lingua dell'ospitalità. Sette incontri per l’altrove e il futuro Vénus Khoury-Ghata Warner Bentivegna legge Yves Bonnefoy Doron Rabinovici Massimo Popolizio legge Robert Schindel Gézim Hajdari Massimo Popolizio legge Dino Campana Dubravko Pusek Warner Bentivegna legge Tommaso Landolfi Fabio Moràbito Antonio Zanoletti legge Octavio Paz Moniza Alvi Serra Yilmaz legge Stevie Smil Renan Demirkan Fausto Russo Alesi legge Erich Fried L’ospitalità linguistica. Traduzione come luogo dell’incontro Intervengono Nadir M. Aziza, Gianfranco de Bosio e Giovanni Raboni 2004/2005 La lingua dell’ospitalità. Salah Stétié Gian Carlo Dettori legge Pierre-Jean Jouve Zehra Cirak Massimo De Francovich legge Hilde Domin Chantal Maillard in occasione della “Giornata Mondiale della Poesia” Lluís Pasqual legge Federico García Lorca Mimi Khalvati Umberto Ceriani legge William Wordsworth Diamant Abrashi Franco Graziosi legge Giuseppe Ungaretti Serafettin Yildiz Giulia Lazzarini legge Nazim Hikmet Omaggio a Giovanni Raboni a cura di Patrizia Valduga con la partecipazione di Franca Nuti 2005/2006 La scena della poesia Valère Novarina con la partecipazione di Maddalena Crippa Kate Clanchy con la partecipazione di Massimo De Francovich Albert Ostermeier con la partecipazione di Giorgio Sangati e Saam Schlamminger Luis Muñoz con la partecipazione di Fausto Cabra Pierre Lepori con la partecipazione di Giovanni Crippa Franzobel con la partecipazione di Massimo Popolizio Mariangela Gualtieri con la partecipazione di Laura Curino 23 giovedì 25 gennaio 2007 Ulrike Draesner Silvia Masotti legge Gottfried Benn lunedì 5 febbraio 2007 Gonzalo Escarpa Simone Toni legge Rafael Alberti lunedì 26 febbraio 2007 Patrick McGuinness Gaia Zoppi legge Valery Larbaud lunedì 12 marzo 2007 Michel Deguy Pasquale Di Filippo legge Gerard Manley Hopkins lunedì 19 marzo 2007 Pietro De Marchi Fausto Cabra legge Seamus Heaney lunedì 21 maggio 2007 Christoph W. Aigner Giorgio Sangati legge Jan Skácel lunedì 4 giugno 2007 Guido Ceronetti Tommaso Minniti legge Giuseppe Ungaretti Ingresso libero fino ad esaurimento posti