Teatro Studio
gennaio - giugno 2007
…per quanto
ignominioso sia il presente io mai
rinuncerei, potendo scegliere,
a starci, magari di sghembo
e rattrappito d’amarezza, dentro
Giovanni Raboni
La parola è il significativo tema scelto da Michael Speier,
curatore dell’edizione 2006/2007 - la quattordicesima, per la
precisione - per la rassegna dedicata ai Poeti Europei del ’900,
quella parola che, per il poeta, assume duplice senso, intesa
come “significato” ma anche come “significante”, suggestione
sonora nella creazione di un verso.
La parola, la vera protagonista attorno a cui ruota il grande
gioco del teatro, la parola che cambia che, come oggetto,
anticipa ciò che non abbiamo ancora “visto”, capito.
La parola strumento - con una propria vita, autonoma del teatro, la parola che si fa “veggente”. Come la poesia.
Sfogliando questo libretto, ma ancor più nel corso degli incontri
con i poeti, sarà possibile capire quanto diversificate siano le
anime della lirica contemporanea nell’Europa dei giorni nostri.
Complice, forse, anche un fattore anagrafico: 1962, 1954,
1968, 1958, addirittura 1977 per il giovane poeta che
rappresenta la Spagna, sono alcune delle date di nascita degli
autori proposti nella rassegna, accanto a un “grande vecchio”,
da noi amatissimo, come Guido Ceronetti, chiamato
a rappresentare il nostro paese. Età, quindi, ambienti, storie
culturali differenti così come differente è il ruolo da ciascuno
di loro assegnato alla parola.
La rassegna sarà l’occasione, anche, per riscoprire le liriche
di grandi poeti della tradizione europea, da Rafael Alberti
a Giuseppe Ungaretti, letti dai giovani attori, diplomatisi alla
Scuola di Teatro del Piccolo.
Tutti ricorderanno, ma credo sia sempre il caso di ribadirlo,
che l’idea di questo nostro piccolo quanto amato dal pubblico
“Festival Internazionale della Poesia” fu concepita da Giovanni
Raboni, in questa forma semi-spettacolare, ben lontana dalla
proposopea di certa fasulla accademia.
Oggi la sua idea continua a vivere, grazie all’attivo
coinvolgimento dell’AICEM, Associazione che riunisce gli Istituti
di Cultura Europei presenti a Milano.
Sergio Escobar
Direttore Piccolo Teatro di Milano - Teatro d’Europa
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Finché uomini respireranno o occhi vedranno,
fin tanto vivrà questa poesia, e questa darà vita a te.
William Shakespeare
La parola, il lavorare sul parlato sarà il motto dell’edizione
2007 della rassegna Poeti Europei del ’900, sulle tracce
e nel vero spirito del suo promotore ed iniziatore,
Giovanni Raboni. La parola come materia prima
e fondamentale di ogni autore ed attore, dedicata
a celebrare il Sessantesimo del Piccolo Teatro di Milano-Teatro
d’Europa e a commemorare opere e vita di uno dei più grandi
poeti contemporanei.
La parola come espressione delle informazioni, concetti, idee,
e messaggio spirituale ed artistico, ma anche come mezzo di
comunicazione, con il consueto pericolo della manipolazione
verbale.
La parola come esempio di una vasta gamma di registri
linguistici, come strumento per piacere e per scioccare,
dal tempo di Mozart (e delle sue famose lettere) fino al forte
linguaggio di Elfriede Jelinek.
La parola alla quale Sigmund Freud preferisce il silenzio:
per lui il pensiero è stato il mezzo più efficace di una
comunicazione immediata e non mediata, rispetto alla parola
che si presta invece a continui fraintendimenti
e manipolazioni.
La parola, infine, intesa da Giovanni Raboni, come messaggio
attento ai grandi temi morali, politici e civili.
Insieme a Sergio Escobar e Italo Gregori, abbiamo cercato di
continuare la strada indicata da Giovanni Raboni nel segno
dell’europeizzazione del progetto.
Dopo Martin Rueff, che, come esponente del mondo culturale
francese e membro della redazione della rivista “Po&sie”, ha
diretto e coordinato la rassegna del 2006, l’edizione del 2007
è curata da Michael Speier, autore, traduttore e storico della
letteratura a Berlino, fondatore e editore, tra l’altro, della
rivista “Park. Zeitschrift für neue Literatur”.
Vorremmo ringraziarlo per aver accettato questo prezioso
compito, che si aggiunge ai suoi molti impegni in Germania e
all’estero.
Auguri al Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa per il suo
anniversario, che festeggeremo insieme ai nostri poeti e agli
autori presenti nel calendario della stagione 2006-2007, da
William Shakespeare a Samuel Beckett, da J. W. Goethe a
Heiner Müller, da Cervantes a Hofmannsthal e Hermann
Broch, per non dimenticare certamente il grande scrittore
europeo, Carlo Goldoni!
Stella Avallone
Presidente per la Stagione 2006/2007
dell’AICEM - Associazione degli Istituti di Cultura Europei a Milano
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Introduzione
A voi parole, orsù, seguitemi! (Ingeborg Bachmann)
Le parole possono guardare contemporaneamente in diverse
direzioni. Quest’anno l’iniziativa Poeti Europei del ’900 vuol
essere un momento di riflessione sul legame naturale tra
poesia e teatro attraverso la parola.
Non soltanto sono entrambi radicati nella parola parlata;
a ciò si aggiunge che la poesia si mette in scena sul
palcoscenico delle parole e il teatro a sua volta non potrebbe
esistere senza le parole - ancorché non dette.
Oggi la parola poetica sembra collocarsi trasversalmente
rispetto allo Zeitgeist, allo spirito del tempo. Nell’“era
dell’informazione” infatti essa non vede più la sua funzione
precipua nello scambio di informazioni, ma mira a
oltrepassare il mero aspetto comunicativo per produrre nuove
realtà e attivare strati più profondi del linguaggio. Nell’era del
mercato, non esprime valori materiali ma piuttosto l’essenza
del Dasein, dell’esser-ci, generando significato anziché nuovi
marchi. Perché abbiamo bisogno della parola poetica?
Per riprendere i versi di Ungaretti: “poesia / è il mondo
l’umanità / la propria vita / fioriti dalla parola”. Che le poesie
siano fatte di parole e non di idee è già stato osservato di
frequente, ma la funzione e il significato della parola variano
molto da poeta a poeta. Mentre Gottfried Benn definiva ancora
la parola “un bagliore, un fuoco, un lampo di stella cadente”,
Patrick McGuinness la intende come “attrezzo e strumento”,
Michel Deguy come “il mezzo immediato della poesia del
pensiero”, e Guido Ceronetti la definisce “grido silenzioso”.
Gonzalo Escarpa cerca soprattutto “il suono della parola, la
sua linfa”, mentre Christoph W. Aigner nega che le poesie
siano fatte di parole. Ulrike Draesner, per contro, concepisce
la parola come “barca ondeggiante”. Si potrebbe pensare
anche ad altre perifrasi - traccia, cifra, aratro, oggetto
rinvenuto… Ogni poeta si rapporta in modo personale con le
parole e sviluppa un idioma proprio, un “linguaggio non
comune” (Pietro De Marchi). Oppure, per usare la
formulazione di Paul Celan, “un linguaggio attualizzato,
affrancatosi sotto il segno di un processo individuante,
indubbiamente radicale, ma allo stesso tempo perennemente
consapevole dei limiti che la lingua gli impone”. E se invece
non fossero le parole ad essere lo strumento del poeta, ma al
contrario si servissero esse stesse del poeta quale strumento
per garantire la propria sopravvivenza e continuare a
trasmettere i propri messaggi in veste sempre nuova?
Michael Speier
Una riflessione sulla parola. Michael Speier
rivolge alcune domande ai poeti della rassegna
La parola quale materia di costruzione della poesia è da lungo
tempo oggetto di confronto tra esponenti di diverse concezioni
artistiche, e le opinioni su quello che è oppure può essere
una parola, su quali sono le sue qualità e su come viene
utilizzata nella poesia hanno ancora oggi un ruolo importante
per l’appartenenza del poeta all’una o all’altra corrente lirica.
Guardando allo sviluppo storico, si può affermare, da una
parte, che, nell’Europa occidentale da Mallarmé in poi,
la contrapposizione tra il linguaggio poetico e la lingua
comunicativa si è notevolmente estremizzata (riferendo questo
concetto al teatro, si potrebbe parlare della rivalutazione
del gesto rispetto alla parola); dall’altra che sono entrate a far
parte della poesia nuove parole, per esempio i termini
del linguaggio scientifico e colloquiale: ciò, alla luce
dell’affermazione di A. W. Schlegel, secondo cui il linguaggio
corrente non può mai essere completamente “spoetizzato”,
da far sì che in esso non si trovino una quantità di elementi
poetici sparsi, anche con un utilizzo cognitivo delle parole
più arbitrario e freddo possibile.
Accanto a tendenze linguistiche più tradizionali, come quelle
della poesia narrativa e del pensiero che caratterizzano gran
parte delle poesie dell’America Latina e dell’Asia, troviamo
poeti con un approccio “sperimentale” che - per dirlo con le
parole di Mandelstam - si muovono volentieri nel “fitto
andirivieni della radice della parola”, nella notte
dell’etimologia, che rallegra il cuore e la mente del lettore
sagace (Über die Natur des Wortes, 1921).
Rispetto alle correnti e alle diverse tendenze, qui solo
accennate, dove collocherebbe il suo linguaggio poetico?
Le parole sono per Lei (ancora) delle fonti “ad alto vantaggio”
per la poesia? Secondo Lei quanto aperta deve essere la
parola poetica per poter accogliere la nuova realtà
contemporanea?
Michael Speier, poeta lirico, traduttore e studioso di letteratura, è nato
nel 1950 e vive a Berlino. Le sue poesie compaiono in oltre quaranta
antologie. È fondatore ed editore della rivista internazionale di lirica “Park”
e del “Paul Celan Jahrbuch”. Traduce poesia contemporanea dall’inglese,
dal francese e dall’italiano. Dal 1997 è professore presso l’Università
di Cincinnati (USA); ha insegnato in varie università negli Stati Uniti
e in Germania (Berlin, Leipzig, Hildesheim). Ha pubblicato otto volumi
di poesie, tra cui scherbenschnitte (1999) e wüste pfade (2004).
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giovedì 25 gennaio 2007
ore 17.30
Originaria di Monaco di Baviera
(dove è nata nel 1962)
Ulrike Draesner, studiosa
di anglistica e letteratura,
ha pubblicato la sua prima raccolta
di poesie Gedächtnisschleifen,
nel 1995. Autrice anche di romanzi
(Mitgift, Spiele), racconti (Reisen
unter den Augenlidern, Hot Dogs)
e di numerose pubblicazioni
in antologie tedesche e straniere,
giornali e riviste, nonché traduttrice
e saggista, ha ricoperto incarichi
universitari a Monaco, Birmingham,
Magonza, Kiel, Lipsia e Bamberg.
È membro fondatore dell’“Internet
Forum per poetica e poesia”
e nel 1998 ha realizzato due
drammi radiofonici
(Beziehungsmachine e Dieser
Bottich, ach das Ich). Ha ottenuto
molteplici riconoscimenti letterari
tra i quali il “Premio promozione”
presso il “Leonce-und-Lena Preis”
nel 1995, il “Bayerischer
Staatsförderpreis für junge
Literatur” nel 1997, il “Preis der
Literaturhäuser” nel 2002 e
recentemente il “Droste-Preis der
Stadt Meersburg”.
Ulrike
Draesner
Risposta alla domanda di Michael Speier (pag. 7)
Silvia Masotti legge
Gottfried Benn
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Ulrike Draesner indica
Gottfried Benn
quale riferimento letterario
© Franziska Muheim, 2006
La parola nella poesia mi appare talvolta come una piccola barca.
E com'è riottosa! Come si gira! In fondo le barche mi incutono paura.
Soprattutto nei mari in tempesta o in quelli abitati da mostri, nei mari della
poesia dalle rive selvagge o nei mari in costante mutamento.
Una barca. Una volta saliti sopra ci si può rallegrare e accomodarsi. Ora
tuttavia mi chiederete, e a ragione: gentile signora Draesner, ma come si
accede alla parola? Questa metafora non conduce piuttosto a una palude
che verso le acque libere? Posso rispondere soltanto: vedete, la parola si
comporta così. Un attimo fa il termine Boot (barca) sembrava ancora
meraviglioso - quella simmetria affascinante delle lettere all’inizio e alla fine
con racchiuso al centro il guscio della doppia “o” che si presta ottimamente
a fungere da banco del vogatore. E poi Boot suona bene, una parola in cui
sentirsi a proprio agio, quasi una piccola terza “o”. Così la parola Boot si
allunga per far posto anche al Brot (pane).
Forse le parole sono qualcosa come il pane quotidiano del poeta. Sono
necessarie, che lo si voglia o no. Talvolta una parola si offre, quasi fosse
un’unità familiare e arrendevole al punto da divenire pressoché invisibile.
Altre volte invece non si addice per nulla. È vero che è possibile apportare
cambiamenti, ma questi generano sempre perdite d’attrito percepibili.
In effetti è la parola ciò che ci troviamo dinanzi.
Ora si tratta di inventare possibili riferimenti, bilancieri e raccordi nella
lingua che le appartiene, che le viene incontro. In tal modo inizierà a
emanare luce, in modo udibile e sensibile.
Poiché una parola da sola può essere tutto o niente, non appena si inizia
appaiono da ogni dove altre barche. Sembrano del tutto diverse dalla prima,
in una nuova luce, in una luce estranea e a volte cambiano linguaggio,
come lo potrebbe fare anche la parola Boot che intesa come boot potrebbe
rimestare qualcosa dal basso o che come vecchia megèra potrebbe
percorrere, è questa la speranza, la riga in formazione.
Il lavoro da compiere è all’incirca questo: le barche riottose devono essere
messe in riga sull’acqua, mentre noi stessi non si sta da nessuna parte.
Talvolta vi sono moltissime barche; si tratta di scoprire quali sono le tre alle
quali non si può rinunciare. A volte ne manca giusto una e non la si trova.
Ma si rema sempre soli. Tutto ondeggia vorticosamente perché una specie
di mostro agita l’acqua dal basso. È quello che viene chiamato volentieri
“senso” o “significato” e a volte, se le cose si mettono proprio male,
addirittura “messaggio”, ma tutte queste definizioni sono espedienti,
perché nessuno ha mai visto questo “qualcosa” tranne per l’appunto in
quella forma che le barche assumono alla fine sul lago, sulla linea di
galleggiamento. Compreso l’orizzonte e il poeta appeso senza speranza,
contorto, nel groviglio delle cime della barca - come una mosca impigliata in
una ragnatela. Sopra un mare dagli strani riflessi.
Sono tutte metafore, certo, e non potrebbe essere altrimenti. In effetti le
barche ondeggiano parecchio. Una volta, da bambina, accadde che, seduta
in una barca, venissi trascinata alla deriva su un lago prealpino.
Spaventata, mi consideravo già perduta; le rive del lago si stagliavano
nell’oscurità della sera, nella barca non c’erano remi. E improvvisamente
dal bordo del lago giunse una musica e le cime delle Alpi cominciarono a
rispecchiarsi meravigliosamente da ogni angolo nelle acque… ma suppongo
che questa sia già un’altra storia.
Medico prima ancora che poeta,
Benn nasce a Mansfeld
(Westpriegnitz) nel 1886, figlio di un
pastore protestante.
Nel 1912 compone il primo ciclo di
poesie, Morgue, il cui titolo fa
chiaro riferimento alle immagini
raccolte negli obitori ospedalieri.
In Gehirne (Cervelli), del 1915,
compare l’alter-ego Rönne, cui lo
scrittore affida il proprio pensiero.
Gli altri cicli di poesie risalgono agli
anni tra il 1948 e il 1958: Statische
Gedichte (Poesie statiche),
Aprèslude e Primäre Tage (Giorni
primarii). Particolarmente preziosi
per misurare le carica nichilista e la
forza dirompente della scrittura
espressionista sono Dorische Welt
(Il mondo dorico, 1934), Der
Ptolemäer (Il Tolemaico, 1949) e
Roman des Phänotyps (Romanzo
del fenotipo), rimasto in forma di
frammento. La raccolta Flutto ebbro
è pubblicata nel 1949.
Lo scrittore scompare nel 1956.
lunedì 5 febbraio 2007
ore 17.30
Gonzalo Escarpa è nato a Madrid
nel 1977. Laureato in Filologia
Ispanica, dirige la rivista digitale di
creazione “Fósforo”, il bollettino
“Circo de pulgas” insieme alla
scrittrice María Salgado e la rivista
letteraria “Nayagua” del “Centro di
Poesia José Hierro”, dove tiene un
laboratorio di creazione poetica.
Appartiene a vari gruppi di
sperimentazione poetica e visuale,
ha studiato teatro e ha lavorato
come attore e regista nel cinema,
in teatro e in televisione.
Ha ottenuto vari premi letterari
e collabora con riviste nazionali
ed internazionali. Ha coordinato
e realizzato recital e laboratori
di creazione poetica nelle
università, spazi culturali e festival.
La sua opera è raccolta nei libri
Inéditos (2002), Después de todo
(2003), Como un sello (2003),
Antolojaja. Humor en la poesía
española joven (2003), Salida de
emergencia (2004), 33 de Radio 3
(2004), Alfileres (2004),
Vento/Viento (2004), Homenaje a
la Fiesta del Soneto (2006), Agua.
Símbolo y memoria (2006) e La voz
y la escritura 2006 (2006).
Gonzalo
Escarpa
Risposta alla domanda di Michael Speier (pag. 7)
Scelgo il suono della parola, la sua linfa, il suo valore vibrante ed
abbagliante. Il poeta dice le cose come stanno. Non esistono i sinonimi:
ogni voce è esattamente unica. Credo nei “binomi fantastici” di Gianni
Rodari: la parola isolata entra in gioco solo quando è provocata da una
seconda. Il linguaggio, come la bellezza, si trova lì: ci circonda. La parola
cucchiaio è così emozionante come qualsiasi altra. L’ardente saggezza
della bocca, viva, rende il poema. La parola, abitata da ombra e luce,
ci pone di fronte ad esso. E poi giunge l’allegria del dire.
Dimmi quali sono per te
Le dieci parole più belle della lingua castigliana,
e ti dirò chi sei
Nicanor Parra
Per me
la prima barcarola
perché è bugia ed inoltre si può
cantare in più di due lingue
la 2 potrebbe essere
un aggettivo femminile
bianca
la terza, tálamo,
non richiede spiegazioni
4 scalpello
5 papavero
epitalamo potrebbe essere la sesta,
anche se talvolta può sembrare un po’ ricercata
amore sarebbe più facile
ma anche più stupido
la settima bordo della manica (paramano)
potrei scegliere angelo
ma preferisco fiera
sì, fiera è l’ottava
la nona parola è artefatto
(mi è sempre piaciuto)
la decima giardino
10
© Espido Freire
Simone Toni legge
Rafael Alberti
Gonzalo Escarpa indica
Rafael Alberti
quale riferimento letterario
Pittore prima ancora che poeta,
Rafael Alberti (1902-1999) pubblica
nel 1922 i primi lavori e poco dopo
entra in contatto con gli artisti e gli
scrittori nella Residencia de
Estudiantes, futuri protagonisti della
Generazione del ’27. Nel 1924
pubblica la raccolta di poesie
Marinero en tierra, “Premio nacional
de Literatura”. Nel 1927 partecipa
alle celebrazioni per Góngora, in
omaggio al quale pubblica Cal y
Canto. È poi la volta di Sobre los
ángeles, che segue una profonda
crisi personale, poi Sermones y
moradas e El hombre deshabitado.
Nel 1931 entra nel Partido
Comunista de España (PCE); con la
compagna Maria Teresa León fonda
la rivista rivoluzionaria “Octubre” e
partecipa alla lotta contro il
fascismo. Nel 1939 si rifugia in
Francia, poi in Argentina quindi in
Italia, a Roma. Rientrato in Spagna
dopo la morte di Franco, è insignito
del “Premio Cervantes”.
lunedì 26 febbraio 2007
ore 17.30
Patrick
McGuinness
Risposta alla domanda di Michael Speier (pag. 7)
Le parole sono attrezzi, strumenti. Attrezzi, strumenti meravigliosi, ma
nonostante ciò attrezzi e strumenti. Io non credo che si tratti di cose
misteriose o occulte, per quanto io ammiri poeti come Mallarmé,
Mandelstam, Rilke i quali credono - o sembrano credere - nel potere
spirituale del linguaggio. Io penso che la poesia di oggi non abbia nulla da
guadagnare da simili concezioni. Si tratta di un problema pratico, di un
manufatto, e non di un mistero iniziatico. La mia poesia si interessa di
confini e di spazi, di soggetti trasversali e agli estremi, e io sono
affascinato da ciò che è impercettibile, ambiguo e sfuggente. Tuttavia io ho
sempre saputo che il linguaggio di per sé, il medium, deve essere utilizzato
in modo concreto e preciso. È necessario fare una netta distinzione tra la
mia visione del mondo formato da una serie di relazioni impercettibili e
spesso oscure, e la mia convinzione che il linguaggio sia uno strumento
che si colloca al di sopra di tutti gli altri, e che la poesia sia un manufatto
e non qualcosa di misterioso.
Il poeta ha un unico obbligo verso la poesia stessa e il suo argomento;
il resto viene di conseguenza, se pur ne consegue.
Una delle affermazioni sulla poesia che mi sono ben impresso nella
memoria è questa osservazione del poeta inglese Donald Davie: che il
lettore dovrebbe sempre e soltanto “accomodarsi dentro la poesia”,
“sovra-ascoltandola”. La composizione poetica consiste in una relazione tra
il poeta e ciò di cui scrive, e non tra il poeta e il lettore. L’abilità consiste
nell’offrire al lettore un appoggio all’interno della composizione poetica
senza tralasciare nulla. Si può fare questo parlando con la gente, scrivendo
alla gente, destando l’attenzione della gente, tenendo conferenze alla
gente. Una poesia deve essere qualcosa di diverso. Essa non potrebbe
ovviamente esistere senza un lettore, ma il lettore deve percepire che la
poesia esisterebbe anche senza di lui. Io non sono sicuro di poter spiegare
quello che sta dietro tutto questo. Mi interessa la forma, non
necessariamente la formalità del verso, ma la forma - come le cose si
compongono o divengono. Mi interessa la forma in astratto: come trovano
le cose la propria forma, come assumono la loro propria rappresentazione?
La rappresentazione è qualcosa di esterno, una costrizione imposta, oppure
è qualcosa di organico che il poeta deve trovare, estrarre da una idea o da
una emozione? In una grande quantità di discussioni sulla poesia si è
assunto che essa sia qualcosa di innaturale, di artificioso, di imprecisato...
Ma per la verità quasi nulla di ciò che è naturale si manifesta senza forma.
Un disegno spirituale - una frase per me religiosamente priva di senso - può
trovare un significato nella poesia.
Patrick McGuinness è nato
a Tunisi nel 1968, vive a Cardiff
ed insegna letteratura francese
al St. Anne’s College di Oxford.
Le sue poesie compaiono
nell’antologia New Poetries II
(1999) e la sua raccolta The Canals
of Mars (2004) è stata finalista del
“Roland Mathias Prize” per la
letteratura gallese in lingua inglese.
La sua traduzione di Pour un
tombeau d’Anatole di Mallarmé
(For Anatole’s Tomb, 2003) è stata
insignita della “Poetry Book Society
Recommendation”. Ha ricevuto altri
riconoscimenti tra cui l’“Eric
Gregory Award” e il “Levinson Prize”
dalla Poetry Foundation.
Patrick McGuinness indica
Valery Larbaud
quale riferimento letterario
Gaia Zoppi legge
Valery Larbaud
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Di famiglia agiata - e di salute
cagionevole - Larbaud (1881-1957) soggiorna nelle più famose stazioni
termali europee.
Il romanzo Fermina Màrquez spesso paragonato al Grand
Meaulnes di Alain-Fournier - lo porta
subito all’attenzione della critica.
Poliglotta, fa conoscere in Francia
Samuel Butler e Joyce, di cui
traduce le opere. Amico di Gide,
Léon-Paul Fargue e Jean Aubry,
scrive, tra gli altri, Enfantines
(1918), ammirato da Proust,
Beauté, mon beau souci (1920-23),
Amants, heureux amants (1921),
Mon plus secret conseil (1922),
Ce vice impuni, la lecture (1925) e
Allen (1927).
Colpito da emiplegia e afasia nel
1935, finisce i suoi giorni
inchiodato a una poltrona. Le
precarie condizioni economiche lo
costringeranno nel 1948, a vendere
le sue proprietà e la magnifica
biblioteca di 15.000 volumi.
lunedì 12 marzo 2007
ore 17.30
Michel
Deguy
Risposta alla domanda di Michael Speier (pag. 7)
Una crisi, una “mutazione” (secondo il titolo di un recente numero della
rivista “Critique”, 2006) attraversa - e forse disperde - il campo un tempo
omogeneo, anche se estremamente ricco e composito, di ciò che tuttora è
consuetudine designare con il termine “omonimico” poesia.
Da un lato, sullo sfondo della tradizione del “logos” (dal logikon greco, o
“logica”) la poesia e i suoi versi trovano dimora nelle “parole”, se con
questo si intende il “verbo”, il dire con le parole del linguaggio vernacolare,
composto da “proposizioni” grammaticali nell’“elastico ondeggiare”
(Baudelaire) e nel “coup de dés” del linguaggio (Mallarmé). Dal nominare
“con nomi propri” al “discorrere in sintassi” (Mallarmé), la cosa è
complessa, tropo-logica; ma si tratta sempre - anche in grandi opere e
manovre recenti come quelle di Celan - di prendere la poesia su parola,
nell’elemento grammato-logico (Derrida), al di qua della distinzione (minore)
tra oralità e scrittura.
Dall’altro, l’emancipazione del significante fino alla dispersione stocastica
dei fonemi e dei quasi-lessemi, non più sulla “pagina” bensì sullo
“schermo” (del computer ad esempio, il quale a sua volta dà ordini a…
un grande schermo disegnato sul muro) o su altri “supporti”, termine in
uso oggi, incluso il corpo, il tutto unito (“meticciato”) a mescolanze sonore,
plastiche, corporali, numeriche rese possibili dalla tecnologia, essa stessa
in “progresso” continuo; tutto ciò, esposto nella “performance” multipla,
strappa la “poesia” al suo antico “medium”, che non era precisamente
un “medium fra altri” bensì “logos”.
Per me, le parole, per riprendere questa… parola, in sé inadeguata, sono e
rimangono il mezzo immediato (unmittelbares Dasein, avrebbe detto Hegel)
della poesia del pensiero. Il programma è mettere in cerchio pensiero della
poetica e poetica del pensiero, al servizio dello spirito fenomeno-logico
in generale: la poesia deve rispondere al (e del) quesito cosa vi è al mondo,
in questi nostri “tempi oscuri” (Arendt) dove non vi è più gran che.
Michel Deguy, poeta, filosofo,
professore di letteratura. Da
trent’anni direttore della rivista
“Po&sie” (Belin Editore), presiede
il consiglio di amministrazione del
Collegio internazionale di filosofia.
Ha al suo attivo una quarantina di
opere, tra cui Fragments du
cadastre (premio Fénéon 1960),
Poèmes de la presqu’île (premio
Max Jacob 1961), Gisants (premio
Mallarmé 1985).
Nel 1989 ha ricevuto il “Grand Prix
national de la poésie”, nel 2000 il
premio della Société des Gens de
lettres e nel 2004 quello
dell’Académie Française.
In prosa ha pubblicato La Machine
matrimoniale ou Marivaux (1982),
La Poésie n’est pas seule (1987),
Le Comité (1988), La Raison
poétique (2000), Un Homme de
peu de foi (2002).
In Italia ha pubblicato Gisants a
cura di Andrea Zanzotto (1999)
e Manutenzione a cura di Adriano
Marchetta (2001).
Le due prossime pubblicazioni,
sono Desolatio (2007) e
Réouverture après travaux (2007).
Michel Deguy indica
Gerard Manley Hopkins
quale riferimento letterario
Pasquale Di Filippo legge
Gerard Manley Hopkins
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Poeta inglese (1844-1889), fin da
ragazzo scrive poesie, vincendo
importanti premi e si appassiona
anche alla pittura. Nato in una
famiglia di confessione anglicana,
studia ad Oxford e si converte in
seguito al cattolicesimo. Ordinato
prete nel 1877, dopo l’ingresso
nella Compagnia di Gesù
interrompe per qualche tempo la
produzione poetica, ritenendola
troppo individualistica e arrivando
al punto di bruciare diverse opere.
La studio della filosofia di Duns
Scoto lo riconcilia con la poesia.
Si dedica anche allo studio della
lingua gaelica. Esercita il ministero
sacerdotale in varie città inglesi
(Sheffield, Oxford, e Londra), per
poi insegnare lingue e letterature
classiche in alcune università di
Dublino (University College, poi
Royal University of Ireland). Colpito
dalla depressione nell’ultima fase
della vita, muore pronunciando la
frase: “I am happy, so happy”.
lunedì 19 marzo 2007
ore 17.30
Pietro De Marchi, nato a Seregno
nel 1958, è cresciuto a Milano.
Ha studiato al liceo “Parini”
e all’Università Statale di Milano,
dove si è laureato in Lettere.
A Zurigo, dove risiede dal 1984,
ha conseguito il dottorato e la libera
docenza in Italianistica. Insegna nelle
Università di Zurigo e di Neuchâtel.
Si è occupato di Dante, di poesia
dialettale lombarda dell’età tra Parini
e Porta, nonché di altri autori del
Sette e Ottocento italiano, di poesia
e narrativa del Novecento italiano,
di letteratura della Svizzera italiana.
Ha pubblicato l’edizione delle Poesie
milanesi di Francesco Bellati (Milano,
1996) e due volumi di saggi: Dove
portano le parole. Sulla poesia di
Giorgio Orelli e altro Novecento
(2002); Uno specchio di parole
scritte. Da Parini a Pusterla, da Gozzi
a Meneghello (Firenze, 2003). Come
poeta, ha pubblicato alcune
plaquettes (presso il Pulcinoelefante
e la Libreria Pilotto di Feltre) e due
raccolte: Parabole smorzate e altri
versi (1990-1999), con prefazione di
Giorgio Orelli, (Bellinzona, 1999);
Replica (ivi, 2006).
Pietro
De Marchi
Risposta alla domanda di Michael Speier (pag. 7)
Tre le risposte di Pietro De Marchi:
1) Quando scriviamo siamo soli e le parole sono davvero tutto quello che
abbiamo. Cerco di fare poesia, che per definizione è un linguaggio speciale,
un linguaggio non comune, usando fin dove possibile la lingua di tutti.
2) Quale che sia il “voltaggio” delle singole parole, l’importante è che in un
testo si verifichi un passaggio di corrente: è sempre e solo l’elettricità
verbale (fonica, ritmica, sintattica…) che consente a delle parole messe in
fila (in orizzontale e in verticale) di diventare quello che riconosciamo come
una poesia.
3) Per chi si trova a scrivere in italiano, c’è fin dalle origini un modello
straordinario di “apertura”: la lingua della Commedia dantesca. Benché
lontanissimi da Dante, siamo però sempre nella sua scia. Nella mia
raccolta più recente, Replica (2006), c’è poi, credo, una non timida
apertura verso altri modi di scrittura: la narrazione, il dialogo.
Una poesia sul tema “parola”:
L’entomologo
Con lo spillino trafigge l’insetto
appena catturato,
poi sotto
vi incolla il cartellino
col nome e altri dati.
Così - beato tra le parole e le cose
riduce lo iato.
(da Pietro De Marchi, Parabole smorzate
e altri versi, 1990-1999,
prefazione di Giorgio Orelli,
Bellinzona, Casagrande, 1999)
Fausto Cabra legge
Seamus Heaney
16
© Klaus Pichler
Pietro De Marchi indica
Seamus Heaney
quale riferimento letterario
Originario dell’Ulster (nasce nel
1939 in una famiglia cattolica), nel
1976 si stabilisce a Dublino dove
insegna inglese fino al 1984, anno
in cui è chiamato ad Harvard a
insegnare discipline classiche
(rhetoric and oratory). Nel 1989
vince la cattedra di poesia a Oxford.
Nel 1995 ottiene il Nobel.
Tra le sue raccolte, Death of a
Naturalist (1966), Wintering Out
(1972), North (1975), Station
Island (1984).
Tra gli anni ’70 e ’80, nel periodo di
massima tensione, nell’Ulster, fra
cattolici e protestanti, affascinato
da alcuni ritrovamenti archeologici
compone poesie come The Tollund
Man (contenuta in Wintering Out) in
cui paragona il destino delle vittime
sacrificali dell’età del ferro ai
“martiri” politici dell’Irlanda del
Nord. Del 1991 è Seeing Things,
in cui si assiste ad un ritorno alla
fisicità, al contatto con la natura e
con la fibra stessa dell’universo.
lunedì 21 maggio 2007
ore 17.30
Christoph Wilhelm Aigner, poeta,
scrittore e giornalista è nato il 18
novembre 1954 in Alta Austria. Ha
all’attivo numerose raccolte poetiche
tra le quali Weiterleben (Salisburgo,
1988), Drei Sätze (Salisburgo,
1991), Der Mönch von Salzburg
(Salisburgo, 1995), Die Berührung
(Stoccarda/Monaco 1998), Vom
Schwimmen im Glück (Stoccarda/
Monaco 2001). Ha selezionato e
tradotto alcune poesie di Ungaretti
confluite nella raccolta Zeitspüren
(Stoccarda/Monaco 2003).
Ha inoltre pubblicato opere in prosa,
l’ultima delle quali è il romanzo
Die schönen bitteren Wochen des
Johann Nepomuk (Monaco 2006).
Nel 1998 ha esercitato una docenza
presso l’Università di Innsbruck.
Ha conseguito innumerevoli premi
letterari: “Premio della Lirica di
Merano” (1993), “Premio Else
Lasker-Schüler” (1996), “Premio
Scrittore della Città di Dresda”
(2004), “Premio Anton Wildgans”
(2004), la Borsa di Studio “Heinrich
Heine” (2004) e il “Premio
d’apprezzamento per la letteratura
della Repubblica Austria” (2006).
Christoph W.
Aigner
Risposta alla domanda di Michael Speier (pag. 7)
Le Poesie non sono fatte di parole.
Lo so così bene, come so che una persona umana non è fatta del suo
corpo visibile.
La sua vita invisibile dà a una persona il suo carattere e a un corpo di testo
la sua poesia.
Si vorrebbe sezionare un cervello con l’aspettativa di trovare dei pensieri?
Il silenzio
La luce si è scissa sul dorso del monte
Nella valle sono sparsi tutt’intorno i frammenti
Le pendici neroverdi fissate
Con cipressi. E grande il silenzio
grande come il cielo incatramato di fresco
Bisognerebbe saperlo ascoltare. Una
nota che sorregge un paio di frasi
(da Prova di stelle, Milano 2001)
Giorgio Sangati legge
Jan Skácel
18
© CAREL
Christoph W. Aigner indica
Jan Skácel
quale riferimento letterario
Una vita all’insegna della
persecuzione politica e ideologica è
quella di Skácel (1922-1989) nato
nella Moravia Meridionale. Vittima
del nazismo, è condannato ai lavori
forzati in Austria. Dal 1945 al 1948
torna a studiare a Brno, per poi
lavorare come redattore culturale
per il quotidiano “Rovnost” fino al
1952. Licenziato per motivi politici,
comincia a lavorare da operaio in
una fabbrica di trattori. Nel 1954
diventa redattore letterario della
radio Cecoslovacca e dal 1963 al
1969 è caporedattore della rivista
“Host do domu” (“L’Ospite nella
Casa”). Pubblica poesie, un volume
di prosa e libri per bambini, prima di
essere censurato per tredici anni.
Soltanto nel 1981 può nuovamente
pubblicare una selezione delle sue
poesie. Nel 1989 gli vengono
assegnati il “Premio Petrarca”
e il “Premio Mitteleuropeo” per la
Letteratura.
lunedì 4 giugno 2007
ore 17.30
Guido Ceronetti (1927 Andezeno,
Torino) è poeta, filologo, artista di
teatro, pubblicista e grafico. Dal ’72
collabora con “La Stampa”.
Ha scritto, tra gli altri, Il silenzio del
corpo, La carta è stanca, Qohélet,
La pazienza dell’arrostito, Il Libro
dei Salmi, Pensieri del Tè, Il Cantico
dei Cantici, Un viaggio in Italia,
Le poesie di Catullo (saggi e
traduzioni in versi con commento).
L’opera narrativa comprende
Aquilegia, Deliri Disarmati e Nuovi e
Ultimi Deliri Disarmati, La vera storia
di Rosa Vercesi e della sua amica
Vittoria. Le poesie si trovano quasi
tutte in La Distanza (BUR) e (sotto il
nome di Memet Gayuk) in Il Gineceo.
Ha fondato, nel 1970 ad Albano
Laziale, il Teatro dei Sensibili, per più
di vent’anni esclusivamente di
marionette a filo; dopo il 1993 per
messinscene con attori, mostre,
seminari, spettacoli di strada. Ha
esordito al Piccolo nel 2001 con
Ceronetti Circus; poi M’illumino di
tragico, Rosa Vercesi, Qohélet, Una
mendicante cieca cantava l’amore.
Il Teatro dei Sensibili ha per motto:
“Dare gioia è un mestiere duro”.
Guido
Ceronetti
Risposta alla domanda di Michael Speier
Ogni parola che tocca la sponda della Poesia (non sono certo molte, né
tutte si sanno) è una forma del grido. C’è sempre soggiacente, un grido
silenzioso. Il grido senza forma (quello udito e rappresentato da Munch)
trova nella poesia modi e alvei infiniti, senza mutare sostanze.
(da La Distanza, 1996)
Voce
“Cara non ti ho trovata mi dispiace
Già riparto stasera addio.”
Questo il banale
Messaggio che ripete
A tarda notte la telefonica
Segreteria.
Figura al solitario
Orecchio muta. Chi sia
L’ignoto…Bella però
La voce. Era
Il Messia.
Tommaso Minniti legge
Giuseppe Ungaretti
20
© Sante Prevarin
Guido Ceronetti indica
Giuseppe Ungaretti
quale riferimento letterario
Quello che è uno dei massimi
esponenti della poesia italiana del
Novecento nasce ad Alessandria
d’Egitto nel 1888, da genitori di
origine lucchese. Durante il primo
conflitto mondiale combatte sul
fronte del Carso, quindi in Francia.
La vita di trincea è un’esperienza
devastante e decisiva per Ungaretti,
che scopre la vocazione poetica e
pubblica, nel 1917, Il porto sepolto.
Seguono Allegria di naufragi (1919),
Sentimento del tempo (1933),
Il dolore (1947), La terra promessa
(1950), Un grido e paesaggi (1952),
Il taccuino del vecchio (1960).
Dal 1942 insegna letteratura
italiana moderna e contemporanea
all’Università di Roma. Del ’61 è un
volume di prose Il deserto e dopo.
Nell’edizione definitiva delle opere,
Vita di un uomo (1969), sono
raccolte anche traduzioni poetiche
di Racine, Shakespeare, Gongora,
Blake, Mallarmé. Muore a Milano
nel 1970.
Poeti Europei del ’900: tutte le edizioni
1993/94
I nuovi Maestri
P. Villoresi legge Mario Luzi
presentazione di S. Agosti
F. Nuti legge Vittorio Sereni
presentazione di G. Raboni
A. Jonasson legge Sandro Penna
presentazione di C. Garboli
F. Graziosi legge Giorgio Caproni
presentazione di G. Agamben
G. Lazzarini legge
Attilio Bertolucci
presentazione di E. Siciliano
1994/95
I Pionieri
P. Villoresi legge
Aldo Palazzeschi
F. Nuti legge
Clemente Rebora
G. Strehler legge
Dino Campana
F. Graziosi legge
Camillo Sbarbaro
G. Lazzarini legge
Guido Gozzano
1995/96
Dialetti e altre eresie
G. Dettori legge
Giacomo Noventa
G. Lazzarini e L. Puggelli leggono
Delio Tessa
R. De Carmine legge
Franco Fortini
G. Strehler e U. Ceriani leggono
Giovanni Testori
F. Nuti legge Carlo Betocchi
1996/97
Giorgio Orelli
presentazione di G. Raboni
Peter Porter
presentazione di N. Gardini
Antonio Colinas
presentazione di G. Caravaggi
Giovanni Giudici
presentazione di A. Bertoni
Bernard Noël
presentazione di F. Scotto
Günter Kunert
presentazione di L. Forte
Hans Karl Artmann
presentazione di M. E. D’Agostini
1997/1998
R. De Carmine legge
Dylan Thomas
G. Dettori legge
Antonio Machado
0. Piccolo legge
Andri Peer
F. Nuti legge
Gottfried Benn
G. Lazzarini legge
Giuseppe Ungaretti
F. Graziosi legge
René Char
22
A. Jonasson legge
Rainer Maria Rilke
1998/1999
L. Marinoni legge
Marguerite Yourcenar
A. Jonasson legge
Ingeborg Bachmann
F. Nuti legge
Amelia Rosselli
Milva legge
Else Lasker-Schüler
I. Danieli legge
Gloria Fuertes
0. Piccolo legge
Corinna Bille
G. Lazzarini legge
Sylvia Plath
1999/2000
Scrittura d’artista
M. Popolizio legge
Paul Klee
L. De Filippo legge
Alberto Giacometti
G. Lazzarini legge
David Herbert Lawrence
A. Jonasson legge
Oscar Kokoschka
G. Dettori legge
Henri Michaux
R. Herlitzka legge
Toti Scialoja
S. Lombardi legge
Salvador Dalì
2000/2001
I poeti dei poeti.
Le grandi traduzioni del secolo
L. Marinoni legge
William Shakespeare
tradotto da G. Ungaretti
M. Popolizio legge
Hugo von Hofmannsthal
tradotto da L. Traverso
G. Ranzi legge
Pedro Salinas
tradotto da V. Bodini
F. Nuti legge
Philippe Jaccottet
tradotto da F. Pusterla
Milva legge
Bertolt Brecht
tradotto da F. Fortini
0. Piccolo legge
T.S. Eliot
tradotto da E. Montale,
A. Bertolucci, G. Giudici
e R. Sanesi
G. Dettori legge
Guillaume Apollinaire
tradotto da V. Sereni
2001/2002
Tra futuro e passato.
I poeti di oggi e i maestri
della modernità
Fabjan Hafner
G. Ranzi legge
Rainer Maria Rilke
Juan Vicente Piqueras
P. Villoresi legge
Fernando Pessoa
Tony Harrison
M. De Francovich legge
Wilfred Owen
Durs Grünbein
M. Popolizio legge
Eugenio Montale
Leopoldo Lonati
F. Nuti legge
Giorgio Caproni
François Boddaert
G. Dettori legge
André Frénaud
Riccardo Held
G. Lazzarini legge
Gottfried Benn
2002/2003
Europa+Europa. Sette poeti alla
scoperta del continente
Jolanda Insana
G. Dettori legge Attila József
Sylviane Dupuis
L. Marinoni legge Osip Mandel’stam
Eliane Feinstein
G. Ranzi legge Marina Cvetaeva
Liliane Giraudon
G. Crippa legge Vladimír Holan
Hans Raimund
M. Popolizio legge Ghiannis Ritsos
José Maria Álvarez
S. Santospago legge
Constantinos Kavafis
Thomas Kling
G. Lazzarini legge Gunnar Ekelóf
2003/2004
La lingua dell'ospitalità.
Sette incontri per l’altrove e il futuro
Vénus Khoury-Ghata
Warner Bentivegna legge
Yves Bonnefoy
Doron Rabinovici
Massimo Popolizio legge
Robert Schindel
Gézim Hajdari
Massimo Popolizio legge
Dino Campana
Dubravko Pusek
Warner Bentivegna legge
Tommaso Landolfi
Fabio Moràbito
Antonio Zanoletti legge
Octavio Paz
Moniza Alvi
Serra Yilmaz legge
Stevie Smil
Renan Demirkan
Fausto Russo Alesi legge
Erich Fried
L’ospitalità linguistica.
Traduzione come luogo
dell’incontro
Intervengono Nadir M. Aziza,
Gianfranco de Bosio
e Giovanni Raboni
2004/2005
La lingua dell’ospitalità.
Salah Stétié
Gian Carlo Dettori legge
Pierre-Jean Jouve
Zehra Cirak
Massimo De Francovich legge
Hilde Domin
Chantal Maillard
in occasione della
“Giornata Mondiale della Poesia”
Lluís Pasqual legge
Federico García Lorca
Mimi Khalvati
Umberto Ceriani legge
William Wordsworth
Diamant Abrashi
Franco Graziosi legge
Giuseppe Ungaretti
Serafettin Yildiz
Giulia Lazzarini legge
Nazim Hikmet
Omaggio a
Giovanni Raboni
a cura di Patrizia Valduga
con la partecipazione di Franca Nuti
2005/2006
La scena della poesia
Valère Novarina
con la partecipazione di
Maddalena Crippa
Kate Clanchy
con la partecipazione di
Massimo De Francovich
Albert Ostermeier
con la partecipazione di
Giorgio Sangati
e Saam Schlamminger
Luis Muñoz
con la partecipazione di
Fausto Cabra
Pierre Lepori
con la partecipazione di
Giovanni Crippa
Franzobel
con la partecipazione di
Massimo Popolizio
Mariangela Gualtieri
con la partecipazione di
Laura Curino
23
giovedì 25 gennaio 2007
Ulrike Draesner
Silvia Masotti legge
Gottfried Benn
lunedì 5 febbraio 2007
Gonzalo Escarpa
Simone Toni legge
Rafael Alberti
lunedì 26 febbraio 2007
Patrick McGuinness
Gaia Zoppi legge
Valery Larbaud
lunedì 12 marzo 2007
Michel Deguy
Pasquale Di Filippo legge
Gerard Manley Hopkins
lunedì 19 marzo 2007
Pietro De Marchi
Fausto Cabra legge
Seamus Heaney
lunedì 21 maggio 2007
Christoph W. Aigner
Giorgio Sangati legge
Jan Skácel
lunedì 4 giugno 2007
Guido Ceronetti
Tommaso Minniti legge
Giuseppe Ungaretti
Ingresso libero fino ad esaurimento posti
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Programma Poeti del `900, ed. 2007