LADOMENICA DOMENICA 1 SETTEMBRE 2013 NUMERO 443 DIREPUBBLICA CULT All’interno La copertina Da Richter alla Biennale l’arte soffre di mal d’archivio CRISTINA BALDACCI e FABIO GAMBARO Il libro La sindrome di Paperoga nel testamento di Zanotti Prime cotte, primi giochi primi balli, primi baci ELENA STANCANELLI Il diario inedito del quattordicenne Francis Scott Fitzgerald Straparlando Enrico Rava “Vivere e suonare sapendo di fare la cosa giusta” Il piccolo ANTONIO GNOLI DISEGNO DI MASSIMO JATOSTI Gatsby La musica L’attualità Una casa per tutti, ecco il mondo visto dall’Ikea ETTORE LIVINI e GABRIELE ROMAGNOLI La memoria 1973-2013 Quel settembre di Salvador Allende ANTONIO SKÁRMETA FRANCIS SCOTT FITZGERALD I GABRIELE PANTUCCI Le mie ragazze AGOSTO 1910 miei ricordi di Nancy sono piuttosto confusi, ma c’è un giorno che spicca su tutti gli altri. La casa dei Gardeners era tre miglia fuori città, e un giorno io e James Imham, soprannominato Inky, il mio migliore amico, fummo invitati da loro per l’intera giornata. Io avevo circa nove anni, Nancy più o meno otto, ed eravamo infatuati perdutamente l’una dell’altro. Era pieno inverno, così appena arrivati cominciammo a giocare con la slitta canadese. Io, Nancy e Inky eravamo su una slitta, e arrivò Ham (il fratello maggiore di Nancy) e voleva salirci su. Fece un balzo sulla slitta, ma io la spinsi avanti appena in tempo, e lui cascò a faccia in giù. Andò su tutte le furie. Diceva che mi avrebbe fatto scendere a calci, che non era la mia slitta e che non potevo giocarci. Comunque Nancy appianò le cose e andammo a pranzo. (segue nelle pagine successive) F rancis Scott Fitzgerald non aveva ancora compiuto quattordici anni quando cominciò a tenere un diario cui diede l’impegnativo titolo di The Thoughtbook. Il termine non esisteva in inglese ma il significato è chiaro: era il libro dei suoi pensieri. Gli amici più stretti sapevano che Scott teneva questo quaderno segreto in una cassetta sotto il letto. A noi ne sono arrivate solo ventisette pagine, che però restituiscono un chiaro ritratto del futuro scrittore. Riprodotto nel 1965 in trecento copie destinate agli studiosi dell’autore del Grande Gatsby, il volume The Thoughtbook of Francis Scott Fitzgerald. A secret Boyhood Diary (Minnesota University Press) viene pubblicato negli Stati Uniti soltanto oggi. Nel 1910 la famiglia Fitzgerald era da poco tornata a Saint Paul, nel Minnesota, dove Francis Scott era nato e dove suo padre aveva messo su una piccola impresa di mobili in vimini. (segue nelle pagine successive) Muti sul podio a Salisburgo porta in trionfo l’Opera di Roma LEONETTA BENTIVOGLIO L’arte Il Museo del mondo l’alchimia secondo Kiefer MELANIA MAZZUCCO la Repubblica DOMENICA 1 SETTEMBRE 2013 ■ 30 LA DOMENICA La copertina Francis Scott Fitzgerald Il diario dei miei primi amori FRANCIS SCOTT FITZGERALD (segue dalla copertina) i KittyWilliams ho un ricordo molto più nitido. Ci incontrammo la prima volta alla scuola di ballo, e quando il signor Van Arnumn (il nostro maestro di ballo) mi scelse per guidare la Marcia, le chiesi di ballare con me. Il giorno seguente disse a Marie Lautz, e Marie lo ripeté a Dorothy Knox, che a sua volta lo riferì a Earl, che ero al terzo posto nelle sue simpatie. Non ricordo chi fosse al primo, ma so che Earl era al secondo e siccome ero già completamente sopraffatto dal suo fascino, decisi lì per lì che mi sarei guadagnato il primo posto. Come nel caso di Nancy, c’è un giorno in particolare che è rimasto impresso nella mia memoria. Una mattina andai nel cortile della Honey Chilenton, dove di solito si riunivano i bambini, e scorsi Kitty. Non facemmo che parlare, e alla fine mi chiese se sarei andato alla festa di Robin, e fu lì il giorno fatale. Giocammo all’ufficio postale (ragazzi e ragazze si dividono in due stanze diverse, quindi gli uni vanno dalle altre per baciarle e poi viceversa, ndt) al gioco del cuscino, all’applauso (uno dei giocatori esce dalla stanza, quando rientra deve indovinare chi l’ha scelto come compagno: se indovina gli altri battono le mani, ndt) e ad altri giochi sciocchi ma interessanti. È impossibile contare il numero di volte in cui baciai Kitty quel pomeriggio. Ad ogni modo, quando tornammo a casa mi ero assicurato l’agognato primo posto. Lo mantenni fino alla primavera, quando terminò la scuola di ballo, e poi lo cedetti a Johnny Gowns, un rivale. Il giorno di San Valentino, quell’anno, Kitty ricevette qualcosa come ottantaquattro valentine. Me ne mandò una, che ho ancora, come ne ho ancora una che mi diede Nancy. Insieme, in una scatola, conservo una ciocca di capelli, ma aspettate, ci tornerò su poi. Quel Natale comprai una scatola di caramelle da cinque libbre e me la portai dietro verso casa sua. Che sorpresa quando Kitty aprì la porta. Quasi svenni dall’imbarazzo, ma alla fine balbettai: «Da’ questo a Kitty», e corsi a casa. D “Ieri ero al terzo posto nel cuore di Kitty, oggi sono in testa!” Amici-nemici da battere, fidanzatine da collezionare, giochi proibiti e gelosie, bisticci, perdoni e strategie Gli affanni adolescenziali dell’autore del “Grande Gatsby” E così feci. Violet e io ci sedemmo sulla collina, dietro casa di Schultze, un po’ in disparte dagli altri. «Violet», cominciai io, «hai detto che sono un monello?». «No». «Hai detto che rivolevi indietro il tuo anello, la tua fotografia e i tuoi capelli?». «No». «Hai detto che mi odiavi?». «Certo che no; è per questo che te ne sei andato a casa». «No, ma Archie Mudge mi ha detto queste cose ieri sera». «È un piccolo furfante», disse Violet indignata. Quel pomeriggio sculacciai Archie Mudge e feci definitivamente la pace con Violet. Estratti dal mio diario dei giorni dopo MERCOLEDÌ 20 AGOSTO Oggi non ho fatto molto, ma ho appreso alcune cose prezziose, cioè: 1) che sono stato uno sciocco a far pace con Violet; da Harriet Foster; 2) che Violet vorrebbe avere i miei denti; da Eleonor Mitchell; 3) che Violet aveva detto che voleva il suo anello appena possibile; da Betty Mudge. GIOVEDÌ 21 AGOSTO Ho saputo due cose da Betty Mudge: 1) che Violet ha detto che sono un donnaiolo; 2) che a Violet non piaccio più neanche la metà di quanto le piacevo prima. VENERDÌ 22 AGOSTO Ho saputo: 1°) che Betty Mudges ha un debole per Bob Harrington, Tim Daniels e Bob Driscoll; 2°) che avevo un nuovo rivale, Wharton Smith; 3°) che Dorothy aveva un debole per me e Aurther Foley; 4°) ho saputo anche che, come ha detto Harriet Foster, Violet ha detto delle cose che non erano sincere. Indiani e Violet SETTEMBRE 1910 Violet Stockton era una nipote della signora Finch e trascorse un’estate a Saint Paul. Era molto carina, con i capelli castano scuro e gli occhi grandi e dolci. Parlava con un leggero accento del Sud, mangiandosi le erre. Aveva un anno più di me, ma a me, come a quasi tutti gli altri ragazzini, piaceva molto. La conobbi attraverso Jack Mitchell, che viveva alla porta accanto. Anche lui le era molto affezionato, come lo era Art Foley, e insieme le arrivavano di soppiatto alle spalle e le tagliavano i capelli, una piccola sforbiciata intendo. C’era un gioco che facevamo chiamato “gli indiani”, che avevo inventato io. Alcuni di noi erano gli indiani e si andavano a nascondere da qualche parte. I cowboy allora cominciavano a cercarli, e al momento giusto gli indiani saltavano fuori e li prendevano di sorpresa. Eravamo tutti armati di mazze da croquet. Eravamo circa una quindicina. Tutti i giorni, per un mese, giocammo a questo gioco, e poi tornammo alla realtà. A quel tempo fra le ragazze ero più popolare di quanto non fossi mai stato. Ero il preferito di Kitty Schulz, Dorothy, Violet, Marie e Catherine Tre. Attualmente è il contrario, probabilmente con quasi tutte loro; per lo meno con due. Ma adesso sto divagando. Alla fine Violet diede una festa, che fu molto carina, e fu il giorno dopo che avemmo un bisticcio. Lei aveva una specie di libro intitolato Flirtare con i gesti, e io e Jack glielo strappammo dalle mani e lo facemmo vedere a tutti i maschi. Violet andò su tutte le furie ed entrò in casa. Mi infuriai anch’io e quindi me ne tornai a casa. Violet si pentì immediatamente e mi chiamò al telefono per sapere se ero arrabbiato. Io però non volevo fare subito pace, e quindi riattaccai il ricevitore. Il mattino seguente toccava a me pentirmi, Cap. VII Scuola di ballo nel 1911 12 FEBBRAIO 1911 Da quando ha riaperto la scuola di ballo ho lasciato Alida. Mi sono preso due nuove cotte: per Margaret Armstrong e Marie Hersey. Non ho ancora deciso bene chi mi piace di più. La seconda è la più carina. La prima è più brava a conversare. La seconda va per la maggiore fra T. Ames, J. Portefield, B. Griggs, C. Read, R. Warner, ecc., e io sono pazzo di lei. Trovo incantevole quando le dico che qualcuno le ha fatto un complimento e che glielo riferirò se lei a sua volta mi dirà di un complimento che è stato fatto a me, e lei mi dice: «Dimmi il complimento in modo complimentoso». Sono impegnato in ogni ballo, fino al nono, per tutta la stagione. Noi ragazzi avevamo preparato una petizione perché ci insegnino il Boston. Circa una settimana fa, alcuni ragazzi, tra cui Arthur Foley, Cecil Reade, Donald Bigelow e Lawrence Boardman si sono rifiutati di fare la Gran Marcia. Sono usciti fuori nell’atrio e hanno cominciato a mettersi le scarpe. Il signor Baker era quasi fuori di sé dalla rabbia, ma i suoi tentativi per convincerli a fare la Marcia si sono rilevati vani. Quelli di noi che stavano facendo la Marcia hanno fatto ogni pasticcio immaginabile, quindi ora la Gran Marcia è abolita e al suo posto abbiamo altri tre balli. A PRINCETON Fitzgerald ventenne universitario a Princeton In copertina, un ritratto di quando aveva quindici anni (Traduzione di Fabio Galimberti) ©1965 by Eleanor Lanahan, Thomas P. Roche, and Christopher T. Byrne, Trustees under Agreement dated July 3, 1975 created by Frances Scott Fitzgerald Smith © RIPRODUZIONE RISERVATA la Repubblica DOMENICA 1 SETTEMBRE 2013 ■ 31 Il pensiero unico del narciso GABRIELE PANTUCCI (segue dalla copertina) azienda era fallita, e Edward Fitzgerald aveva trovato lavoro nell’Upper State New York, dove era rimasto insieme a moglie e figli fino al 1908, quando di nuovo perse il lavoro. Dalle interviste che Fitzgerald — diventato ormai l’autore famoso e acclamato de Il grande Gatsby — diede molti anni dopo, di quel periodo abbiamo l’immagine di una famiglia sull’orlo della povertà estrema. In realtà le cose non stavano esattamente così. Il giovane Francis Scott frequentava la Saint Paul Academy, una scuola privata la cui retta non era alla portata di tutti. Dopodiché passò alla Newman Academy, che costava alla sua famiglia non meno di venticinquemila dollari all’anno, prima di entrare alla prestigiosa Princeton University (che di dollari ne costava circa il doppio). Lo scrittore arrivò persino a raccontare a un giornalista di quella volta in cui, sentendo che il papà aveva perso il lavoro, decise di restituire alla mamma i cinquanta centesimi della sua paghetta: nulla di più improbabile visto che sua madre, Mollie McQuillan, era la figlia di un ricco grossista di generi alimentari che le aveva lasciato un’eredità assai cospicua. Probabilmente il motivo di tanto deformate narrazioni della (propria) realtà sono dovute al fatto che Francis Scott Fitzgerald ha sempre saputo dare al pubblico quello che il pubblico si aspettava. In questo caso un’altra storia di successo americano costruito con le proprie mani nonostante la miseria degli inizi e le contingenze sfavorevoli. A conferma di questa ipotesi, The Thoughtbook riflette un clima famigliare privo di ogni preoccupazione circa bilanci da far quadrare o paghette da restituire. Scrivendo il suo diario Francis si sente invece molto orgoglioso del proprio retaggio irlandese-cattolico, consolidatosi una generazione dopo l’altra a partire dal bisnonno Francis Scott Key, avvocato di Baltimora e soprattutto autore di The Star Spangled Banner, l’inno nazionale degli Stati Uniti. Anche il tono che permea ogni pagina di The Thoughtbook è costantemente positivo e ottimista. Non ci sono astuzie né sottintesi. C’è invece tutto il fascino dell’adolescente, spesso quasi infantile, preoccupato soltanto di conquistare la ragazza più bella e pronto a prendere a sculacciate i rivali. Non è un grande atleta, Francis, ma partecipa a tutti gli sport perché è consapevole dell’importanza che hanno nella vita sociale. Il suo obiettivo è essere il ragazzo più popolare, il preferito dalle ragazze, il più baciato, quello che ha la collezione più vasta di ciocche di capelli femminili. Tiene il conto del numero di cartoline che riceve per San Valentino: quest’anno quindici, quattro di più dell’anno scorso. Ma tiene pure la contabilità delle “valentine” ricevute dalle ragazze. Altrettanta minuzia è dedicata alla descrizione delle persone di cui si interessa, così come all’analisi di talune personalità. E poi lunghe liste, di ragazze e di ragazzi: quasi a mitizzare la vastità d’un mondo di cui si sente sovrano. La meticolosità di queste liste si estende fino a farne documenti della sua storiografia personale. Fitzgerald ci offre per esempio la lista delle ragazze in ordine di bellezza e si preoccupa di fornirci anche quella dell’anno precedente: Kitty Schulz è scesa al secondo posto, mentre Marie Hersay è salita dal quarto al terzo e Elenor Alair dal terzo è passata incredibilmente testa. Tanta accuratezza, come pure una buon varietà e proprietà di linguaggio, curiosamente contrastano con l’occasionale sciatteria della scrittura. È vero che gli errori di ortografia non sono moltissimi, ma sembrano quasi sempre espressione di una pigrizia che gli impedisce di verificare se, per esempio, avverbi del tipo before, therefore abbiano oppure no la e finale. Oppure i verbi: to receivelo scrive spesso con la iprima della e (errore che di tanto in tanto continuerà fare anche nei suoi scritti da adulto). Ciò detto ci sono brani di The Thoughtbookche certamente sono serviti a Fitzgerald da spunto per scrivere This Side of Paradise, il suo primo romanzo. Altri echi li ritroviamo in racconti brevi. Ma ci sono anche quelli che riascoltiamo nella voce narrante di Nick Carraway nel Grande Gatsby. Circa trent’anni dopo, quando l’alcol aveva già semidistrutto il suo fisico, Scott ha ancora momenti di straordinaria lucidità che lasciano posto all’ironia e potrà scrivere a Sheila Graham, la donna con cui visse gli ultimi anni: «Uno scrittore non spreca nulla». Nemmeno i nomi dei compagni di scuola e dei primi amori. L’ SUL PALCO Foto di gruppo per la classe del corso di recitazione. Francis Scott Fitzgerald è l’ultimo bambino a destra nella fila in alto IN CAMPO La squadra di football della Newman School. Il futuro scrittore qui ha sedici anni, è il terzo da sinistra nella fila in basso © RIPRODUZIONE RISERVATA la Repubblica DOMENICA 1 SETTEMBRE 2013 ■ 32 LA DOMENICA L’attualità Casa dolce casa Settant’anni fa nasceva per servire due piccoli villaggi tra i boschi, cinquant’anni fa apriva il suo primo negozio fuori dalla Svezia. Oggi che ne ha ovunque e che arreda i tinelli di chiunque, il marchio più globale che ci sia tocca il suo punto più alto: stampando il celebre catalogo in 220 milioni di copie. Uguali per tutti 220 milioni le copie del catalogo 2014, il testo più stampato dopo la Bibbia (3,9 miliardi di copie) e il Libretto rosso di Mao (900 milioni) Nell’illustrazione, alcune copertine del catalogo dagli anni ’50 a oggi Unacerta dimondo 1963 29 è l’anno in cui Ikea apre in Norvegia, data importante perché da quel primo negozio fuori dalla Svezia comincerà a conquistare il mondo Oggi i negozi sono ben 330 suddivisi in 40 paesi e in 4 continenti ETTORE LIVINI l Big Mac? La Coca-Cola? Sbagliato. La globalizzazione — come Saturno — ha iniziato a mangiarsi i suoi figli. Hamburger e bevande gasate non tirano più. I veri cittadini del mondo — dall’America alla Cina, da Carugate alla Nuova Zelanda — nascono oggi con una dieta a base di Kötbullar(polpette) al mirtillo rosso, consumate dentro i giganteschi parallelepipedi gialli e blu in cui il Grande Fratello della Casa Globale sta ridisegnando a sua immagine e somiglianza il look di tinelli, cucine e camere da letto del pianeta. Lo stile, ormai, abbiamo imparato a conoscerlo tutti: una libreria Billy qui, un sofà Klippan là, due candele profumate Jubla sul comò per fare ambiente. Al ritmo di una sup- I le lingue in cui viene tradotto il catalogo. Le diverse categorie di prodotti sono diffuse nel mondo con il termine svedese di un certo ambito linguistico. Esempio: le librerie hanno nomi di mestieri pellettile d’arredamento alla volta, l’Ikea ha cancellato confini geografici, gusti e tradizioni nazionali. Entrando da padrona (ma con discrezione tutta scandinava) negli appartamenti di mezzo mondo. Settant’anni fa, quando è nata, la sua missione era tutt’altra: fornire una piccola comunità di campagna. E il nome, acronimo delle iniziali del fondatore Ingvar Kamprad, di Elmataryd, la fattoria in cui era nato e di Agunnaryd, il villaggio di duecento anime in cui viveva, segnava da solo i limiti territoriali delle sue ambizioni. Oggi il colos- so svedese ha 330 punti vendita in 40 paesi (il primo fuori dalla Svezia fu aperto 50 anni fa, in Norvegia) e il suo catalogo 2013-2014, fresco di rotativa e per la prima volta in versione unica per tutto il pianeta secondo quanto anticipato da Le Monde che al tema ha recentemente dedicato la copertina del suo magazine, è stato stampato in 220 milioni di copie: il terzo volume più stampato nella storia dopo la Bibbia (3,9 miliardi di copie) e il Libretto rosso di Mao (900 milioni). Sui suoi materassi, vuole la vulgata, viene concepito un europeo su dieci e nei magazzini — uguali come gocce d’acqua a ogni latitudine — entrano 700 milioni di clienti ogni anno. L’omologazione, del resto, è il segreto con cui i profeti della globalizzazione — riducendo i costi di produzione — riescono a far soldi. Passa il tempo, cambiano stagioni e governi, scoppiano le guerre. Ma una volta varcata la soglia dell’Ikea e lasciata sulla sinistra l’area-bimbi, si entra nella bambagia delle certezze estetiche planetarie. Le uniche note distoniche: i prezzi e le marginali concessioni alle consuetudini locali, ultimi frammenti di biodiversità domestica sopravvissuti alla filosofia egualitaria del marchio giallo-blu. L’Italia, per dire, è stata la culla del boom delle scarpiere: nate nei magazzini tricolori, in nome del culto della scarpa del Belpaese, e diventate oggi un best-seller dovunque. Negli Stati Uniti vanno di più i letti king-size e i materassi molli, in Asia quelli rigidi come marmo. In Cina hanno più spazi gli specchi — si vendono co- la Repubblica DOMENICA 1 SETTEMBRE 2013 ■ 33 Come si dice tavolo a Beirut ieci anni fa, avendo traslocato a Beirut e dovendo arredare casa, rell. Gente di tutto il pianeta con l’aria di chi va a una festa. Li aspettava un mi rivolsi a un falegname nel quartiere musulmano. Lui parlava luogo riconoscibile, una parte di mondo che non cambia nel mondo. Sei solo arabo, io ne conoscevo poche parole. Riuscii a dire tavolo (taun immigrato nomade e vuoi sentirti a casa, a Roma come a New York: vai rabesa) e tentai di spiegargli come lo volevo, provai a farne un disegno e all’Ikea. La disposizione degli oggetti è la stessa, i corridoi sono gli stessi, a quel punto lui disse, annuendo: «Bjursta». Pensai fosse un’altra parola le indicazioni le stesse. Vale anche per i negozi della Apple? Sì, ma la Apin quella lingua che mal conoscevo. Ma lui prese un catalogo dell’Ikea e ple è una casa virtuale, Ikea una casa reale. Una casa dove hai abitato anmi mostrò il tavolo Bjursta. In Libano non c’era un negozio Ikea ma esiche senza averlo mai fatto. È un luogo della memoria sovrapposta, coGABRIELE ROMAGNOLI stevano ugualmente i mobili. E così in tutto il Medio oriente, fino all’Iran. struito nel tuo cervello da un mosaico di lampade, librerie, letti che hai viUna forma di globalizzazione inedita e ineguagliata: senza bisogno di punti vendita, di centrali del sto in appartamenti di studenti, seconde case di sceneggiatori, ambienti da fiction televisiva. Finchè falso, di laboratori cinesi. Un’idea copiata e diffusa perché universale. Non un’allusione al lusso re- anche tu, inevitabilmente, ti sei comprato un tavolo Bjursta. Quello vero. E ti sei ricordato di quando so disponibile, ma un prodotto in scala 1:1. Anzi, talvolta il manufatto artigianale che duplica quello Romano Prodi stava a Bruxelles e si comprò una libreria Ikea decidendo di montarla da solo. Poi teindustriale ha un prezzo necessariamente più alto. Domenica scorsa ho preso un traghetto al molo lefonò desolato a un amico: «Son qui che prillo con ’sta brugola. Prillo, prillo, ma non succede nien11 di Manhattan. Andava dall’altra parte del fiume, a Brooklyn. Non esattamente: andava all’Ikea di te!». Quando esci dall’Ikea con il tuo acquisto scomposto, leggero sotto il braccio, ancora non lo sai, Brooklyn. Trasporto gratuito nel fine settimana, costo del biglietto detratto dagli acquisti negli altri ma ti hanno venduto un’idea spesso discutibile, quasi sempre irrealizzabile. giorni. C’era una fila lunga quanto quella vista al Guggenheim per ammirare le opere di James Tur© RIPRODUZIONE RISERVATA D 1/10 si calcola che un bambino su dieci in Europa potrebbe essere stato concepito su un letto made in Ikea 700milioni sono i clienti Ikea ogni anno nel mondo. Il 79% dei prodotti sono venduti in Europa, il 14% nel Nord America e il 7% tra Russia, Asia e Australia In Italia i negozi Ikea sono 20 me il pane — in Francia si restringono i letti matrimoniali. I punti vendita in Scandinavia non prevedono tende o porte per docce, quelli inglesi hanno solo pareti scorrevoli di vetro mentre in Spagna e Italia c’è più spazio per le tende plastificate bianche. Il massimo del disordine creativo è invece ovunque codificato nei Bulla-Bulla, i cestoni dove si ammucchiano con curatissima noncuranza gli oggetti per la casa. Un trucco di marketing vecchio come il mondo per dare un’impressione di convenienza. Il metodo, numeri alla mano, funziona. L’elenco dei clienti — dai reali delle corti europee ai bei nomi di Hollywood — dimostra come lo stile Ikea abbia sbriciolato le barriere sociali e dribblato le polemiche che hanno segnato i suoi sette decenni di esistenza. L’elenco, anche in questo caso, è lungo: dalle simpatie filo-naziste del fondatore alla segretezza dei dati di bilancio (il primo è stato pubblicato nel 2010). Dall’accusa di aver sfruttato i prigionieri politici nella ex-Ddr alla decisione di togliere le donne dalla versione saudita del suo catalogo. Fino alla carne di cavallo proprio nelle Kötbullar, ai sospetti di spionaggio su clienti e dipendenti in Francia e ai colibatteri trovati nella mitica Chokladkrokanttarta, la torta mandorle e cioccolata ritirata in 23 paesi e poi tornata sugli scaffali a pericolo scampato. In un’azienda davvero mondiale, del resto, i problemi — come le loro soluzioni — sono sempre a 360 gradi. E il colosso svedese, con rigore nordico, si è rimboccato le maniche per provare a fare da capofila — il tempo dirà con che risultati — anche nella globalizzazione dei doveri d’impresa e dei diritti dei consumatori. Il 47% dei manager è donna. Un terzo dell’energia bruciata nei grandi magazzini giallo-blu (recita il rapporto sociale del gruppo) deriva da energie rinnovabili. Il 22% dei materiali utilizzati (Ikea è il maggior compratore di legno al mondo) arriva da piantagioni certificate e centinaia di ispettori vigilano sulle condizioni di lavoro presso i fornitori. Un format che finora ha pagato: nel 2012 la società ha fatturato oltre 27 miliardi di euro e macinato 3 miliardi di utili. Ventottomila giovani italiani si sono messi in fila per i 200 posti di lavoro creati nel nuovo punto vendita di Pisa. Buon cuore, prezzi bassi e profitti. Tutto si tiene. I poveri di oggi, in fondo, saranno i clienti di domani. La Fondazione dell’azienda ha persino lanciato una “tenda per rifugiati”: in versione giallo-blu, è stata progettata con le Nazioni Unite per il comfort in stile-Ikea nei campi profughi. Resistente, termo-isolata, componibile (ci mancherebbe altro). Manca la cucina. Altrimenti, c’è da scommetterci, il benefattore svedese, in nome della globalizzazione della solidarietà, offrirebbe pure un piatto di Kötbullar. © RIPRODUZIONE RISERVATA la Repubblica DOMENICA 1 SETTEMBRE 2013 ■ 34 LA DOMENICA La memoria Settembre 1973-2013 “Lo sguardo attento dietro gli occhiali dalla montatura spessa, il petto gonfio come un piccione fiero”. Uno scrittore racconta l’uomo che quarant’anni fa sognò di cambiare il Cile Ricordo di mi S ne mai altre strategie se non le urne e il voto popolare per arrivare al potere. Prima di essere eletto, nel 1970, pronuncia la sua battuta autoironica più celebre, disegna il suo stesso epitaffio: «Qui giace Salvador Allende, futuro presidente del Cile». Allende è stato più volte personaggio dei miei romanzi, soprattutto ne La bambina e il trombone, un’opera che culmina appunto con i festeggiamenti popolari per la sua vittoria elettorale del 1970, e che si sofferma in modo corposo su altri momenti più intimi e caldi del mito. Allende, di professione medico, visita la giovane protagonista e narratrice del romanzo, che è malata, molto prima di diventare il tragico eroe mondiale del 1973. L’azione del romanzo si svolge nel 1958, proprio nel momento in cui la popolarità del candidato socialista è enorme e la destra si rende conto con trepidazione che ci sono fortissime probabilità che un «comunista» vinca le elezioni, e allora elabora una strategia per sottrargli voti: inventa un candidato dal pittoresco fascino popolare, che fa discorsi non meno di sinistra di Allende, ma che ha il vantaggio di non essere un tribuno marxista bensì un simpatico prete di paese, Catapilco. Le percentuali finali dei due candidati che contano veramente, nelle elezioni del 1958, sono le seguenti: il candidato della destra, Jorge Alessandri, vince con il 31,2 per cento dei voti; Salvador Allende ottiene il 28,5. E il pretino di Catapilco? Il 3,3 per cento! Giusto giusto quello che serviva per sconfiggere Allende. Era un’epoca di machiavellismo bonario. Sono gli amabili giorni della Bambina e il trombone. Nel 1973 il machiavellismo ludico sfuma: la destra conquisterà con bombardamenti aerei, carri armati e odio psicopatico quello che non era riuscita a ottenere con i voti. Allende aveva una postura fisica — un’espressione corporea, diciamo — che trasmetteva calore e rassicurazione. Era una posa straordinaria: lo sguardo attento dietro gli occhiali dalla montatura spessa e il petto gonfio come un piccione fiero. Una figura familiare e rotonda, quella di una persona che rappresenta la storia di un Paese che ha servito in tante vesti. Quando promuove la nazionalizzazione del rame, il Senato approva la legge all’unanimità. Nessuno voleva fare la figura dell’antipatriottico! Ma quando arriva il golpe di Pinochet, con la conseguente soppressione del Senato, la prima misura che promulga è la “snazionalizzazione” del rame: il «salario del Cile» ritorna nelle mani di aziende private e investitori esteri. A quarant’anni dalla morte di Allende, i cileni e tutti gli abitanti del pianeta consapevoli sanno fin troppo bene come avvenne la fine violenta del suo governo di appena mille giorni: i poteri forti del Cile, attraverso gli imprenditori e le corporazioni, attraverso i loro apparati di comunicazione, crearono uno stato di guerra interna, promuovendo FOTO © FONDAZIONE ALLENDE ANTONIO SKÁRMETA alvador Allende non era un guerrigliero che un giorno scese dalla montagna, non era un profeta visionario che sbarcò da un’arca con angeli armati fino ai denti, e non era nemmeno un poeta fuori dal mondo che confondeva le nuvole con i carri armati. Era la cosa più simile che ci fosse a un cittadino comune. Non un’apparizione improvvisa, ma una persona che stava tutti i giorni lì dove doveva stare. Il mondo lo ricorda, a quarant’anni dalla sua morte nel palazzo della Moneda, come un rivoluzionario. Per i cileni la sua “rivoluzione” non era l’esercizio della violenza per “far partorire” la storia, ma la paziente, laboriosa lotta di una vita per conquistare, nel 1970, la presidenza della Repubblica che gli avrebbe consentito di dare forma al sogno suo e della società che rappresentava: promuovere un socialismo democratico — con tutte le libertà permesse — differente dai socialismi o comunismi esistenti nel mondo. Con espressione fin troppo folcloristica Allende la chiamò «una rivoluzione che sa di empanada e vino rosso». Aveva attraversato tutte le istituzioni della Repubblica. Fu ministro, deputato, senatore, e prima di essere eletto presidente era stato presidente del Senato, l’istituzione legislativa suprema, il faro radioso di legittimità democratica. Prima di essere presidente, Allende si sente orgoglioso di questo Paese in cui la Costituzione governa la vita del popolo e vincola a sé le leggi che la Repubblica produce. Il popolo lo conosce bene: già tre volte è stato candidato alla presidenza, nel 1952, nel 1958 e nel 1964. Qualche volta ha perso largamente, qualche altra volta di stretta misura. Non prende in considerazio- FOTO © FONDAZIONE ALLENDE Salvador Allende LE TAPPE SALVADOR ALLENDE LE ELEZIONI GLI AMERICANI I CAMIONISTI LE FORZE ARMATE Nasce a Valparaiso il 26 giugno 1908 in una famiglia borghese. Si laurea in medicina, nel ’33 fonda il Partito socialista Sarà ministro in vari governi e presidente del Senato Nel 1970 la coalizione dei partiti di sinistra Unidad Popolar vince le elezioni con il 36% dei voti Allende diventa il primo presidente marxista democraticamente eletto L’amministrazione Nixon è preoccupata La Cia conduce operazioni di propaganda per spingere il Congresso cileno a non ratificare la vittoria elettorale di Allende Gli Stati Uniti fanno crollare il prezzo del rame per danneggiare le esportazioni cilene. Uno sciopero dei camionisti getta il paese nel caos La destra insorge Nel 1973 la destra organizza azioni violente alle quali Unindad Popular risponde con grandi manifestazioni In agosto le forze armate dichiarano illegittimo il governo Allende la Repubblica DOMENICA 1 SETTEMBRE 2013 FOTO © FONDAZIONE ALLENDE ■ 35 PRESIDENTE A sinistra il neopresidente in automobile per le strade della capitale cilena scortato dal generale Pinochet (a cavallo): è il 1970 Sopra, mentre accarezza il suo collie IN FAMIGLIA Nella foto grande a colori, Salvador Allende e la moglie Hortensia Bussi con i nipoti nel 1971 Qui sopra il presidente passeggia su Calle Morandè, a Santiago, insieme alla figlia Beatriz (“Tati”, morirà suicida a Cuba nel 1977) accompagnati da Gonzalo Leyton, Hernán Medina Poblete e Danilo Albán, le sue guardie del corpo loro genitori e nonni questo sentimento, per usare una parola più ampia di “politica”. E gran parte di questa nobile immagine del Cile come di un Paese che scelse di percorrere con dignità e allegria la strada verso una democrazia più profonda ha a che fare con la figura di Allende. Confrontato a un mare di turbolenze, Allende cercò di portare avanti il suo programma rivoluzionario senza limitare le libertà di nessuno, senza cancellare l’opposizione e senza reprimere con la violenza i gruppi insurrezionali che paralizzavano il Paese. Una settimana prima del golpe io fui fra quel milione di persone che sfilarono di fronte a lui per dimostrargli il nostro appoggio e il nostro apprezzamento. Fra quella moltitudine spiccava un gruppo di cinquecento giovani che sfilavano con passo militare gridando slogan di violenza rivoluzionaria e portando sulle spalle un pezzo di legno, forse un manico di scopa. Giovani che si illudevano che sarebbero stati in grado di difendere il loro presidente quando il golpe, ormai prossimo, sarebbe arrivato. I manici di scopa che portavano avrebbero potuto essere la metafora dei fucili, e invece no, erano solo quello: manici di scopa. La battaglia di Pinochet fu contro un popolo disarmato. Un altro fattore che contribuisce alla straordinaria memoria di Allende in Cile e nel mondo è la dignità con cui morì. Quando il palazzo della Moneda è alla mercé degli aerei che lo bombar- © FONDAZIONE ALLENDE scioperi e serrate che affossarono l’economia. Questa insurrezione senza tregua, come è largamente documentato negli atti del Senato degli Stati Uniti, fu istigata e finanziata dalla Cia. Ci si potrebbe chiedere, meravigliati, perché in quasi tutto il mondo occidentale si conservi una memoria così viva ed emotiva del Cile, quando ci sono molti altri Paesi che hanno sofferto sopraffazioni, repressioni barbare e violazioni dei diritti umani assai simili, Paesi che come il Cile hanno messo in pratica lo stesso terrorismo di Stato che instaurò Pinochet. La mia risposta è che quando Allende, nel 1970, diventa il primo marxista democraticamente eletto, i Paesi europei, in preda a gravi crisi e destini incerti, vedono negli episodi del piccolo e lontano Paese sudamericano segnali che possono risultare importanti nel vecchio continente. In Spagna c’è ancora Franco, in Francia Mitterrand è lontanissimo dal prendere il potere, in Germania i Verdi non si sono ancora costituiti come partito. L’attenzione dell’Europa si concentra sul mio Paese con curiosità, simpatia e affetto. Quello che offre è quanto mai auspicabile: un socialismo democratico e con mezzi pacifici. E quando questo sogno viene distrutto a cannonate, scoppia anche la tristezza e la rabbia dei cittadini di tutto il mondo. Non solo la generazione che visse il golpe quando era nel pieno degli anni ne conserva un ricordo profondo. Anche i giovani delle diverse generazioni hanno ereditato dai Nato ad Antofagasta nel 1940, Skármeta divenne famoso in tutto il mondo con El Cartero de Neruda (il Postino), il romanzo del 1985 sull’esilio in Italia del poeta, e premio Nobel, cileno Pablo Neruda, che divenne poi un film interpretato da Massimo Troisi Negli anni del governo di Allende, Skármeta militò nel Mapu, il partito nato da una scissione a sinistra della democrazia cristiana. Autore di numerosi romanzi e opere teatrali, ha scritto anche il testo da cui è tratto il film No sul plebiscito che pose fine alla dittatura Da sinistra: l’ultima foto di Allende che parla con i suoi sostenitori da un balcone de La Moneda la mattina dell’11 settembre; il presidente-medico visita un ospedale; sopra, nel 1950, è allo stadio con le tre figlie: da destra Carmen Paz, Isabel e Beatriz. A destra, 11 settembre 1973, ore 14,26: pompieri e militari portano via dal palazzo presidenziale il corpo senza vita di Allende LA REPRESSIONE NIXON Alle 11,52 dell’11 settembre 1973 due caccia bombardano La Moneda, il palazzo presidenziale dove si trova Allende Il presidente si uccide col mitra regalatogli da Castro Lo stadio di Santiago viene trasformato in un campo di concentramento La repressione della dittatura sarà durissima: 5mila gli oppositori uccisi o scomparsi (desaparecidos) Nel 1974 il Nyt rivela che il presidente Usa Nixon ha stanziato oltre otto milioni di dollari per le attività messe in atto dalla Cia contro il governo di Salvador Allende © RIPRODUZIONE RISERVATA L’AUTORE CON LE FIGLIE IL GOLPE dano meticolosamente, lui pronuncia il suo ultimo discorso. Sono molte le frasi commoventi di questo uomo che annuncia che pagherà «con la vita la difesa dei principi che sono cari a questa patria». Ma nessuna mi tocca nel profondo quanto questo sentito omaggio alla pace, all’etica e alla responsabilità repubblicana, quando conclude dicendo: «Ho la certezza che il mio sacrificio non sarà vano, perché sarà perlomeno una lezione morale che castigherà, l’infamia, la vigliaccheria e il tradimento». «Perlomeno»… Ah, presidente, quanto «più» c’è in quel «meno». I generali che la spodestarono oggi sono parte dell’ignominia universale. I loro nomi sono stati dimenticati e quando vengono ricordati è solo come icone di orrore e disumanità. I golpisti, dopo la loro vittoria-massacro, battezzarono il viale principale del quartiere più ricco del Cile Avenida 11 de Septiembre, per commemorare la loro impresa. Quarant’anni più tardi, perfino quella parte ricca e destrorsa della popolazione ha voltato le spalle al più fanatico dei sindaci pinochettisti, il colonnello Labbé, e ha scelto una donna del quartiere, Josefa Errázuriz, che è riuscita a cambiare quel nome che offendeva i cileni con la sua designazione tradizionale, Nueva Providencia. Oggi, nella memoria dei cileni, settembre non appartiene a Pinochet: appartiene ad Allende. (Traduzione di Fabio Galimberti) IL REFERENDUM Il 5 ottobre 1988 i cileni devono decidere se Pinochet può restare al potere per altri otto anni I “no” vincono con il 60% dei voti Pinochet abbandona ma resta a capo delle forze armate AUGUSTO PINOCHET Nell’ottobre 1998 viene arrestato per crimini contro l’umanità Nel 2000 viene condannato e messo agli arresti domiciliari Muore in Cile il 10 dicembre 2006 la Repubblica DOMENICA 1 SETTEMBRE 2013 ■ 36 LA DOMENICA Spettacoli Maschere Così ho conosciuto Hannibal Lecter Un carcere messicano, vari psicopatici e un certo dottor Salazar L’autore del “Silenzio degli innocenti” racconta come, venticinque anni fa, creò il personaggio che diventerà un classico del cinema horror THOMAS HARRIS V SAG HARBOR, NEW YORK maggio 2013 enticinque anni fa, in una vecchia casa di Sag Harbor con il pavimento sbilenco, scrissi queste parole: «il silenzio degli innocenti». In quel momento mi resi conto di aver finito il romanzo, ma non solo: avevo trovato il titolo. Sopraffatto dalla felicità, mi staccai dalla scrivania, andando a sbattere contro la parete con lo schienale della sedia. Ancora rapito dai personaggi del libro e dall’odore di cordite nella stanza, provai l’istinto di pronunciare ad alta voce i nomi delle persone che amavo. Ma un ricordo d’infanzia si mise di traverso: un giorno, da bambino, giocando ai cowboy tutto solo, avevo sparato a un passero. Prendendolo in mano ne avevo sentito il calore ed ero rimasto a osservarlo in mezzo alle erbacce, le guance rigate dalle lacrime. Scuotendo la testa, ripensai a come tutto era cominciato... Tanto tempo fa la rivista Argosy mi aveva chiesto di recarmi nel carcere di Nuevo León a Monterrey, in Messico, per intervistare un americano condannato all’ergastolo per l’omicidio di tre giovani. All’epoca avevo ventitré anni, ed ero convinto che aver fatto un reportage su un turno di pattuglia della polizia in Texas mi avesse insegnato tutto ciò che c’era da sapere sul mondo. Dykes Askew Simmons, ex paziente psichiatrico, era un bianco sui trentacinque anni, un metro e ottanta per ottanta chili, capelli brizzolati e occhi nocciola. Tratti distintivi: una plastica a Z mal eseguita sul labbro leporino, piccole cicatrici sulla testa. Aveva gli occhi di una tartaruga inferocita, quasi sempre nascosti dietro un paio di occhiali da sole neri. Simmons mi presentò alcuni compagni di prigionia: un ufficiale giudiziario del suo processo, in carcere per aver ripulito qualcuno di tutti i suoi beni, e un fotografo arrestato perché rubava gli orologi alle vittime degli incidenti stradali. Quest’ultimo si rim- IL FILM Diretto da Jonathan Demme, Il silenzio degli innocenti (1991) vinse cinque premi Oscar Protagonisti principali Anthony Hopkins/dottor Hannibal Lecter (nella foto) e Jodie Foster/agente Fbi Clarice Starling la Repubblica DOMENICA 1 SETTEMBRE 2013 LE FRASI ■ 37 ‘‘ Il suo polso non superò mai gli ottantacinque battiti, anche quando mangiò la lingua della donna Lo tengo chiuso lì dentro... boccò la manica per mostrarmi i cinque orologi che aveva al polso, offrendomi un prezzo stracciato per un Bulova con il cinturino sporco. Simmons mi presentò anche la moglie, un’attraente infermiera dell’Ohio che lo aveva sposato dopo l’arresto. Il sabato sera potevano usufruire delle visite coniugali, appendendo delle coperte all’ingresso della cella per assicurarsi un minimo d’intimità. Guardare quella donna era piacevole e rassicurante, un’oasi di tranquillità in un posto del genere. Circa un anno prima Simmons aveva tentato di evadere, corrompendo una guardia perché lasciasse una porta aperta e gli procurasse una pistola. Una volta consegnato il denaro, però, aveva trovato la porta chiusa come sempre. Non solo, ma dopo essersi intascato la mazzetta, l’infido secondino gli aveva sparato, lasciandolo a rantolare in una pozza di sangue sulla terra crepata. Simmons si era salvato solo grazie a un eccellente medico del carcere. Mi informai allora sulle cure che aveva ricevuto. La guardia aprì la porta dell’infermeria e mi presentò il medico. Corporatura minuta e snella, capelli rosso scuro, il dottor Salazar se ne stava perfettamente immobile e non era privo di una certa eleganza. Mi invitò ad accomodarmi. L’arredamento era spartano: un paio di sgabelli per sedersi e, contro la parete, un mobiletto con una serie di barattoli etichettati. Gli strumenti erano pochi: ago e filo, uno sterilizzatore, un paio di forbici mediche con la punta arrotondata e, stranamente, uno speculum. Il dottor Salazar rispose alle mie domande sulle ferite di Simmons e sul modo in cui le aveva tamponate. Quindi, puntellando il mento con le dita, mi guardò. «Signor Harris, cosa ha pensato quando ha visto Simmons?». «L’ho osservato con attenzione per verificare se corrispondesse alla descrizione dei testimoni oculari». «Qualche altra impressione?». «Non direi». «Ha risposto alle sue domande?» «Be’, sì, ma non è servito a granché. È un tipo impenetrabile, si era preparato le risposte». «Si era preparato le risposte alle domande che si aspettava. Portava gli occhiali da sole dentro la cella?» «Sì». «Era buio là dentro, vero?» «Sì». «Perché li portava, secondo lei?» «Forse per nascondersi». «Gli occhiali da sole gli rendevano il volto più simmetrico? Ne miglioravano l’aspetto?» «Davvero non saprei, dottore. Aveva vari segni di percosse sulla testa». Il dottor Salazar chiuse gli occhi, forse per non perdere la pazienza, poi li riaprì. Erano di un rosso cupo, picchiettati di scintille granulose, come elioliti. «Mentre parlava, ruotava il volto una decina di gradi verso sinistra?» «Può darsi, alla gente capita di distogliere lo sguardo». «Ritiene che Simmons sia fisicamente ‘‘ ‘‘ - Posso vedere le sue credenziali? - Certo - Più vicino per favore, più vicino... brutto? Non gli hanno fatto un gran bel lavoro al labbro». «No». «Lo rivedrà, signor Harris?» «Credo di sì. Abbiamo l’autorizzazione a scattare qualche fotografia all’interno del recinto carcerario con la sua auto». «Ha portato gli occhiali da sole, signor Harris?» «Sì». «Posso consigliarle di non indossarli mentre lo intervista?» «Perché?» «Perché si vedrebbe riflesso nelle lenti. Crede che da piccolo Simmons subisse le angherie dei compagni di scuola per via del volto deturpato?» «È probabile. Di solito è così». Il dottore sembrava divertito. «Già. Di solito. Ha visto le fotografie delle vittime, le due ragazze e il loro fratellino?» «Sì». «Le sono sembrati gradevoli?» «Sì. Belle facce, buona famiglia. Ed era- IL LIBRO Sarà in libreria martedì la riedizione italiana de Il silenzio degli innocenti scritto da T. Harris nel 1988 (Arnaldo Mondadori, 12 euro, 348 pagine, con prefazione dell’autore che qui pubblichiamo) Il volume esce nella collana NumeriPrimi° in contemporanea con altri titoli che hanno ispirato grandi successi cinematografici no molto educati, così mi hanno detto. Non vorrà insinuare che l’avessero provocato?» «No di certo. Ma i supplizi patiti in gioventù rendono i supplizi inflitti da adulti più... concepibili». A quel punto mi guardò, ed ebbi l’impressione di veder cambiare la sua fisionomia: i lineamenti si erano aperti all’improvviso, come una falena che mostra il gufo disegnato sulle ali. «Lei è un giornalista, signor Harris. Come lo scriverebbe sul suo giornale? Come si racconta la paura del supplizio in giornalese? Avrebbe il coraggio di trovare una formula brillante sul supplizio, che so, “il vizio del supplizio”?» In quel momento una guardia bussò alla porta e fece capolino. «Dottore, sono arrivati i pazienti». Il dottor Salazar si alzò in piedi. «La prego di scusarmi» disse. Lo ringraziai e lo invitai, se mai si fosse trovato in Texas, a darmi un colpo di telefono per un pranzo insieme, un drink o Anthony Hopkins “In fondo era solo uno a cui piaceva l’ordine” SILVIA BIZIO S LOS ANGELES ir Anthony, Hannibal Lecter festeggia il suo venticinquesimo compleanno. Cosa rappresenta questo personaggio per lei? «Sono successe talmente tante cose da quando Il silenzio degli innocenti è diventato un film, e io stesso ho fatto talmente tante altre cose nel frattempo che non sarebbe esatto dire che io conviva con il signor Hannibal Lecter. Diciamo però che mi sono divertito a interpretare la sua parte, questo sì, e anche che sono piuttosto contento che il film sia diventato un classico. Come pure non mi dispiace che, grazie a lui, io abbia vinto l’Oscar. Ciò detto, a onor del vero, non sto lì a pensarci troppo». Perché secondo lei ha avuto un così straordinario successo? «Vero. È una vita che interpreto eroi di vario genere, re, imperatori o anche soltanto bravissime persone comuni, eppure quando la gente mi vede per strada ancora mi chiede di Hannibal Lecter. Anche io mi chiedo il perché, e la risposta che mi do è questa: i personaggi cattivi sono affascinanti. La seconda domanda è: quali istinti scatenano nello spettatore? quale dinamica di proiezione/introiezione attivano? Un personaggio come Hannibal non lo vorresti certo come amico nella vita reale, ma nella fiction ne siamo in qualche modo Vorrei che potessimo parlare più a lungo ma so che sto per avere un vecchio amico per cena stasera attratti perché siamo in qualche modo attratti dai lati oscuri della psiche e della stessa esistenza umana. Sì, umana. Anche Lecter è umano, solo che la sua umanità è, diciamo così, spinta all’eccesso. Ed è proprio questo stare continuamente in bilico tra normalità ed eccesso che risiede, forse, il segreto del fascino di personaggi di questo tipo». Fece ricerche particolari per interpretare al meglio Hannibal Lecter? «Neppure tantissime. Tutto era già ben delineato, fin nei dettagli, nel romanzo di Harris, un romanzo tanto potente quanto inquietante. E poi fui diretto alla perfezione da Jonathan Demme. Alla fine mi sono solo dovuto affidare all’istinto e una volta trovata la sua voce, nasale, piatta e con qualcosa di sintetico, è stato piuttosto facile abbandonarmi — devo dire anche con un certo gusto — alla sua follia e al suo genio. La voce di Lecter secondo me doveva ricordare un po’ quella di Hal, il computer di 2001 Odissea nello spazio: suadente e freddissima insieme. Hal è uno molto pulito e molto ordinato, e sarebbe capace di uccidere freddamente chiunque si mettesse di traverso ai suoi obiettivi. Se c’era una cosa che anche Hannibal Lecter non sopportava era il disordine. Anche lui avrebbe fatto qualsiasi cosa, persino la più orribile, per mantenere l’ordine». © RIPRODUZIONE RISERVATA quant’altro. Ripensandoci, non ricordo alcuna traccia di ironia nella sua risposta: «Grazie, signor Harris. Non mancherò di chiamarla, la prossima volta che ci capito». Fuori dalla porta, nel corridoio, vidi un piccolo gruppo di persone in attesa con due guardie e una suora infermiera arrivata da un convento poco lontano. C’erano uomini e donne in abiti da lavoro stirati e huaraches (tipici sandali messicani, ndr), puliti e strigliati per la visita dal medico. Non erano carcerati, ma gente che abitava nei dintorni, e il dottor Salazar li curava gratis. La guardia mi accompagnò fuori. Ringraziandolo, gli dissi che avevo apprezzato la collaborazione del dottore e gli domandai da quanto tempo lavorasse al carcere. «Hombre! Ma lei lo sa chi è quello?» «No. Abbiamo parlato solo di Simmons.» Sui gradini, la guardia si voltò verso di me. «Il dottore è un assassino, un chirurgo così bravo che riesce a inscatolare le vittime in contenitori minuscoli. Non uscirà mai di qui. È pazzo». «Pazzo? Ma l’ho visto ricevere dei pazienti nell’infermeria». La guardia alzò le spalle e aprì le braccia. «È pazzo, ma non con i poveri». Tornato a casa, scrissi il mio articolo su Dykes Simmons. Una cosa portò a un’altra e mi ritrovai a occuparmi di crimini in altre zone del Messico, ma non vidi mai più il dottor Salazar. Nel frattempo la moglie di Simmons aveva annunciato di essere incinta, e col passare delle settimane cominciò ad aumentare di circonferenza. Un sabato sera, durante il terzo trimestre, ci fu una visita coniugale. Era il giorno in cui le suore arrivavano dal convento per prendersi cura dei prigionieri malati. La moglie di Simmons si accomiatò da lui con particolare calore. In carcere erano arrivate dodici suore. Alla fine della giornata se ne andarono in tredici. Una di loro era Dykes Simmons, in abito e scarpe da suora. Glieli aveva portati la moglie, nascosti sotto un vestito premaman. Simmons tornò in Texas. Qualche mese dopo fu trovato morto dentro un’automobile a Fort Worth, dopo una rissa. Quanto al dottor Salazar passò altri vent’anni in prigione. Quando fu rilasciato, si dedicò alla cura di anziani e poveri nel barrio più povero di Monterrey. Il suo vero nome non è Salazar. Preferisco lasciarlo in pace. Parecchi anni dopo, stavo cercando di scrivere un romanzo. Il detective a cui mi affiancavo doveva avvalersi della collaborazione di qualcuno che conoscesse alla perfezione la mentalità criminale. Perso nei meandri del lavoro, lo seguii passivamente al Manicomio criminale statale di Baltimora per avere una consulenza da uno degli internati. E chi pensate che ci fosse ad aspettarlo, dentro la sua cella? No, non il dottor Salazar, ma quello che, grazie al dottor Salazar, fui in grado di riconoscere come un suo collega: il dottor Hannibal Lecter. (Traduzione di Michele Piumini) © RIPRODUZIONE RISERVATA la Repubblica DOMENICA 1 SETTEMBRE 2013 ■ 38 Next Men at work LA DOMENICA Da qui al 2020 la richiesta di informatici crescerà del trenta per cento E se la scuola latita, a formare gli inventori dei nipotini di Googlee Facebook ci sta già pensando la Rete Perché immaginare nuovi siti web e nuove app è anche un gioco da ragazzi (e perfino da bambini) RICCARDO STAGLIANÒ U na vecchia battuta dice che un pessimista è un ottimista al corrente dei dati. Ma si può avere fiducia nel futuro anche conoscendoli. Ad esempio questo, fornito dall’ufficio statistiche del Ministero del lavoro statunitense: c’erano 913 mila posti da programmatore nel 2010 e ce ne saranno il 30 per cento in più entro il 2020. Ovvero più del doppio della media della crescita delle altre occupazioni. Per chi ne terrà conto il sol dell’avvenire resta splendente. Nonostante la crisi. Eppure quelli che sanno scrivere codice (il linguaggio dei computer, ndr) scarseggiano, anche in Italia, e l’America è costretta a importarli dall’India dove gli informatici sono tanti e tanto bravi. Non è che stiamo sbagliando qualcosa? Cioè, piuttosto che studiare lettere e finire a lavorare in un call center forse varrebbe la pena fare un’altra fa- (pensate ai videogiochi). In ogni caso, piaccia o no, ci viviamo dentro. Comprendere un po’ come funziona diventerà competenza obbligatoria. Ovviamente la Rete se ne è accorta, e con una quantità di siti che insegnano a programmare già dall’età in cui si mettono le astine alle T. Per esempio Scratch, visuale e intuitivo, si rivolge a Creativi del software è il vostro momento coltà e inventarsi call center più intelligenti. Oppure i prossimi Google o Facebook. Tutto sta nel migliorare la reputazione dell’informatica. Che non è quella cosa arida e noiosa che siamo stati indotti a credere da prof. senza immaginazione. Ma è un linguaggio pluripotente per costruire mondi, anche più entusiasmanti di quello vero bimbi dagli 8 anni in su e ha avuto tanto successo che da solo totalizza il dieci per cento delle pagine web del Mit. Mitchel Resnick, direttore del progetto, non ha dubbi: «Così come tutti dovrebbero saper scrivere, tutti dovrebbero saper programmare». Né più né meno. Oppure Hopscotch, che funziona sui tablet rendendo l’interazione più naturale. Per i ragazzini più grandi c’è App Inventor, che creare le applicazioni per iPhone o Android. Anche per gli adulti la scelta non è mai stata così ampia. Da Codecademy a Treehouse, molti promettono di farvi passare dal livello Neanderthal a due tacche sotto Steve Jobs in poche settimane. Che probabilmente è la nemesi sbagliata dell’approccio tradizionalista. Dunque: è realistico imparare da soli, davanti a un computer, ciò che altrimenti richiederebbe un intero corso universitario? «No, se si inizia da zero è fondamentale un buon tutor» ritiene Paolo Ruscitti, cervello tecnologico dell’aggregatore di blog Liquida, «se invece si conosce già almeno un linguaggio di programmazione, anche il fai-da-te online può funzionare». Per consuetudine risalente agli inventori del linguaggio C, il primissimo programma di un principiante consiste nel far apparire sullo schermo la scritta “Hello World”. «Dopo qualche ora di lezione, bastano pochi minuti per ottenerla» stima Ruscitti. «Per qualcosa di più consistente, 4-5 lezioni da un paio d’ore l’una». Un softwarista esperto impiega almeno tre mesi di immersione totale per imparare benino un nuovo linguaggio. Bene, un IMPARARE ON LINE Under 16 Ragazze Bambini Per bambini e ragazzi 8-16 permette di programmare storie interattive, giochi e animazioni. È disponibile in più di 40 lingue diverse ■ www.scratch.mit.edu Pensato per le ragazze che vogliono imparare lo sviluppo di software attraverso tutoraggio e istruzioni pratiche ■ www.girldevelopit.com Disponibile solo su tablet insegna ai bambini a creare giochi interattivi Ognuno può scegliere il livello che preferisce ■ www.gethopscotch.com la Repubblica DOMENICA 1 SETTEMBRE 2013 ■ 39 GLOSSARIO CODICE BIT La disposizione simbolica di dati o comandi in un programma per impartire alla macchina le istruzioni dell’uomo Acronimo di binary digit è un simbolo dell’alfabeto binario (fatto solo di zero e uno) su cui è basato il codice COMPILATORE ALGORITMO Programma che traduce un linguaggio di programmazione (codice sorgente) in un altro (codice oggetto) Procedimento che risolve un problema con un numero finito di passi Un problema risolvibile così si dice computabile PYTHON Linguaggio di programmazione “orientato agli oggetti” Lo ideò Guido van Rossum nei primi anni ’90 tura di lezioni universitarie. Dopo una laurea in fisica e ingegneria a Cambridge, dove ha preso anche il dottorato in filosofia, Upton ha messo in piedi una fondazione che produce Raspberry Pi, un mini-computer delle dimensioni di una carta di credito e dal prezzo di una cena al ristorante (35 dollari) sul quale bimbi tra 7 e 9 anni Pensare meglio Imparare a programmare amplia la mente e aiuta a pensare meglio. Crea un nuovo modo di ragionare che credo sia utile in tutti i campi Bill Gates Fondatore e presidente di Microsoft imparerebbero a programmare in Python. Dice: «Per un principiante produrre qualcosa in pochi minuti è la chiave per tenerne desti attenzione ed entusiasmo». Quella stessa gratificazione istantanea che è tra i motivi per cui tanti suonano la chitarra e tanti meno la tromba, dove solo il far uscire un suono giusto può rivelarsi un investimento di mesi. shkoff, autore di Program or Be Programmed. Al Congresso, dove è stato ascoltato come esperto, ha scandito: «Le classi di informatica non possono essere i luoghi dove insegnare ai ragazzi a usare il software di oggi, ma dove imparino a creare quello di domani». In Estonia lo fanno. Il Miur è in ascolto? © RIPRODUZIONE RISERVATA App Android Principianti Esperti Insegna a creare siti interattivi in Javascript, Jquery e Php. Python e Ruby per inventare applicazioni per il web ■ www.codecademy.com Aiuta a costruire siti web e a creare applicazioni per Iphone e Android Utilizza circa mille video creati da esperti ■ www.teamtreehouse.com Offre corsi online per principianti e esperti Insegna a programmare siti, applicazioni per cellulare e giochi ■ www.learntoprogram.tv Corso online per imparare l’informatica e superare esami di livello intermedio. Insegna a programmare con Python ■ www.udacity.com INFOGRAFICA ANNALISA VARLOTTA anno. Benissimo, una vita. «In poche ore si crea una semplice pagina web in html e javascript» garantisce Emanuele Terracina, co-fondatore della web-agency Gag, «Per cose più complesse servono anni. E non basta mai». Soprattutto, avverte, ci vuole una disciplina da maestro Jedi: «Ore e ore davanti al computer, in solitaria. E poi auto-formazione continua, perché questo è un ambiente che si rinnova totalmente ogni pochi mesi». Quanto alla turbo-crescita prevista in America, fa notare, riguarda i progettisti, i creativi che si inventano programmi nuovi, più che gli esecutivi. Per un entusiasmo senza riserve sui tutorial online bisogna espatriare. Il britannico Eben Upton è convinto che «sì, è realistico imparare da soli anche da zero. D’altronde negli anni ’80, quando ho iniziato io, ordinavo i manuali in biblioteca e ci mettevano settimane ad arrivare. Volete mettere oggi la comodità: l’accesso istantaneo a materiali, video e gruppi di discussione!». Nonché corsi impartiti a distanza, gratis, da prof. di Stanford come Andrew Ng, non a caso seguiti da oltre centomila persone. Sull’onda del successo, ha fondato Coursera che compete con Udacity nella forni- La verità sui tempi di apprendimento starà verosimilmente nel mezzo. Di certo i bravi programmatori non temono la routine. Paul Allen, il più dotato del duo con Bill Gates, motivò così il trasloco di Microsoft dal New Mexico a Seattle: «Piove sempre, è un posto ideale per programmare». Quanto alla psiche periclitante dei coders, Douglas Coupland ne ha scritto nel memorabile Microservi. «Si fatica a trovare ottimi softwaristi» ammette Ruscitti, «e quando lo sono effettivamente hanno spesso seri problemi relazionali». Terracina conferma e insiste su un carenza diffusa: «Ci vuole una buona capacità di esposizione, per farsi capire dai clienti e da chi lavora nella tua squadra». Bisogna, soprattutto, sapere astrarre dal problema per generalizzare la soluzione. Non illudersi che sia una passeggiata, né lasciarsi spaventare. «Facendo un’analogia con l’auto, un programmatore non è come un meccanico, ma solo uno che non vuole essere un passeggero» scrive Douglas Rou- la Repubblica DOMENICA 1 SETTEMBRE 2013 ■ 40 LA DOMENICA I sapori Da Renzo Piano a Pistoletto, dal Barolo allo Zibibbo Strutturati Così si trasformano le migliori cantine d’Italia DOVE MANGIARE RISTORANTE BOVIO Via Alba 17 bis La Morra Tel. 0713-590303 Chiuso mercoledì e giovedì, menù da 35 euro Ceretto DOVE DORMIRE CASTIGLIONE FALLETTO (Cuneo) Vetro e acciaio per il cubo realizzato da Luca e Marina Deabate nell’ampliamento della cantina affacciata sulle Langhe Vino Barolo Bricco Rocche, 170 euro CASA BALADIN Piazza 5 luglio 1944 Piozzo Tel. 0173-795239 Camera doppia da 120 euro, colazione inclusa DOVE MANGIARE SAN MARCO Via Alba 136 Canelli Tel. 0141-823544 Chiuso martedì sera e mercoledì, menù da 35 euro DOVE DORMIRE Chiarlo CALAMANDRANA (Asti) Per i dieci anni del parco artistico La Court, Ugo Nespolo ha realizzato una porta che apre idealmente la cantina sulle vigne Vino Barbera La Court, 27 euro AGRITURISMO LA CORTE Regione Quartino 7 Calamandrana Tel. 0141-769109 Camera doppia da 90 euro, colazione inclusa DOVE MANGIARE LA DISPENSA via Principe Umberto 23 Torbiato di Adro Tel. 030-7450757 Chiuso lunedì, menù da 35 euro Ca’ del Bosco DOVE DORMIRE ERBUSCO (Brescia) Un rinoceronte imbragato nella cantina franciacortina è Il peso del tempo sospeso secondo Stefano Bombardone Vino Cuvée Prestige, 26 euro IL DOSSO B&B Via Calvarole 2 Corte Franca Tel. 030-9826645 Camera doppia da 60 euro, colazione inclusa LICIA GRANELLO nche l’occhio vuole la sua parte. Una gita nei giorni della vendemmia fa scoprire nuovi modi di concepire e vivere il vino, a partire da dove tutto comincia, la vigna, fino a dove il mosto sboccia, ovvero la cantina. Tecniche produttive, aggiustamenti economici, strategie di mercato: il mondo del vino deve adeguarsi, si dice, perché il paesaggio enologico è cambiato. Ma il paesaggio è, o dovrebbe essere, prima di tutto un altro, geografico e ambientale, ben più necessario, importante, decisivo. Da questo punto di vista, il paesaggio enologico, quello vero, reale, è cambiato moltissimo, e quasi sempre in meglio. Merito di vignaioli illuminati e architetti curiosi, che insieme hanno ripensato sguardo e sostanza del vino, accorpando nuove tecnologie e rispetto ecologico, sviluppando nel contempo uno sguardo originale e armonico sulla terra madre dell’uva. Appassionati e addetti ai lavori hanno visto l’avvicinamento di artisti internazionali e super architetti con sospetto evidente: troppo sensibile la materia, troppo alto il rischio di confondere i piani del bello e del buono. E invece, il binomio arte-vino ha funzionato così bene che installazioni e costruzioni dedicate si sono diffuse in maniera (quasi) indolore, guadagnando consensi trasversali, dai produttori storici ai vignaioli di nuova generazione. A Archi Wine La fantasia al podere Il primo a rallegrarsene è proprio il vino, perché i bravi produttori sono gente tosta, caparbia, appassionata, che non baratterebbe mai un’installazione modaiola con la certosina selezione delle uve o la qualità dell’affinamento in botte. Le archistar hanno ascoltato, studiato e modificato i loro progetti, mentre gli artisti hanno dimensionato gli spazi e modulato i loro interventi. I risultati sono ottimi e abbondanti, tanto che le richieste si moltiplicano, fra sculture e materiali ecocompatibili, dipinti e sfruttamento della forza di gravità (al posto delle pompe), tappeti sonori e isolamenti termici naturali. Chi ha scelto l’arte, avendo già esaurito le opere di aggiornamento tecnologico, sceglie di fare abitare vigne e cantine dalle testimonianze di Michelangelo Pistoletto e Anish Kapoor, Arnaldo Pomodoro e Igor Mitoraj, Chen Zhen e Ugo Nespolo, esaltando il principio della multisensorialità di vino e sculture e condividendole con i visitatori. Altri, invece, hanno rivoluzionato lo sguardo della propria azienda. Così, Renzo Piano ha progettato la cantina di Rocca di Frassinello a Gavorrano (Grosseto), facendo ruotare la produzione intorno alla barricaia, mentre la famiglia Frescobaldi è fiera della cantina maremmana “Ammiraglia”, il cui tetto è coperto da un giardino di piante officinali, e i bolzanini di Manincor vantano un impianto di biomassa a base di trinciati provenienti dal legno di meli e viti, fino alla Distilleria Nardini di Bassano del Grappa, per la quale Massimiliano Fuksas ha disegnato un doppio spazio laboratorio-ricevimento a forma di bolle. Prima di andare a visitare la cantina d’autore prescelta, fate una deviazione a Este (Padova) o Reggio Emilia, che dedicano il prossimo fine settimana al pane. Tra gli artigiani di «Comunipane» e quelli di «Pan de Re» troverete sicuramente la merenda giusta da battezzare con un bicchiere di vino buono all’ombra di una bellissima cantina. © RIPRODUZIONE RISERVATA LE IMMAGINI FOTO DI A. MULAS “Carapace” si chiama la cantina realizzata da Arnaldo Pomodoro in Umbria nella Tenuta Castelbuono della famiglia Lunelli Nella foto piccola, all’interno dell’articolo nella pagina accanto, la nuova cantina Antinori Chianti Classico di Bargino progettata da Marco Casamonti e dallo studio Archea la Repubblica DOMENICA 1 SETTEMBRE 2013 ■ 41 Sulla strada DOVE MANGIARE ZUR ROSE Via Josef Innerhofer 2 San Michele Tel. 0471-662249 Chiuso domenica, menù da 40 euro GUSTIBUS Piazza del Comune 11 Osimo Tel. 07-1714450 Chiuso domenica, menù da 20 euro MAGRÈ (Bolzano) Mario Airò ha progettato una ninna nanna video-sonora per barriques, che accompagna il vino mentre matura in botte Vino Am Sand Gewürztraminer, 19 euro DOVE MANGIARE BADIA COLTIBUONO Località Badia a Coltibuono Castellina in Chianti Tel. 0577- 749031 Sempre aperto, menù da 35 euro Castello di Ama GAIOLE IN CHIANTI (Firenze) Ogni anno, un artista firma un pezzo di cantina. Ora è il turno dell’installazione Revolution di Kendall Geers Vino Haiku, 32 euro DOVE DORMIRE BioAgriturismo Poggio Asciutto Via Montagliari 40 Greve in Chianti Tel. 055-852835 Camera doppia da 85 euro, colazione inclusa DOVE MANGIARE IL SALE Via San Bartolo 100 San Vincenzo Tel. 0565-798032 Sempre aperto, menù da 30 euro Petra SUVERETO (Livorno) Parte dalla pietra latina, l’idea di Mario Botta per la cantina maremmana della famiglia Moretti (spumanti Bellavista) Vino Rosso IGT Toscana, 40 euro DOVE DORMIRE IL CHIOSTRO Via del Crocifisso Suvereto Tel. 0565-827067 Camera doppia da 80 euro, colazione inclusa DOVE DORMIRE Umani Ronchi OSIMO (Ancona) È stata scavata sotto i vigneti per sfruttare il microclima ideale, la cantina disegnata da Marco Vignoni Vino Pelago Marche Rosso IGT, 30 euro PIERO ANTINORI irando per il mondo si scopre che i vini più prestigiosi e straordinari sono figli di terre modellate in maniera magistrale dall’uomo, ricchi di storia e cultura. La Toscana è così, plasmata nel rispetto dell’ambiente e della natura, dai filari dei vigneti disegnati in modo da non impattare sui profili delle colline alle case coloniche inserite intelligentemente nel paesaggio. Dovevamo progettare una nuova struttura nella zona del Chianti Classico, perché la nostra era diventata obsoleta sia dal punto di vista tecnico che urbanistico. La prima decisione è stata quella di unire la parte produttiva con il cuore pensante dell’azienda di Palazzo Antinori a Firenze. La zona poteva essere solo questa, anche da un punto di vista simbolico, visto che nel Trecento la mia famiglia operava già nella campagna di Badia Passignano dove ancora oggi realizziamo uno dei nostri migliori vini. Il secondo pensiero è stato architettonico. Non abbiamo fatto una vera e propria gara, ma valutato una serie di proposte. Fino a quando ci è arrivato sotto gli occhi il progetto di un giovane architetto fiorentino, Marco Casamonti, che ci ha entusiasmati. Sette anni di fatiche, dubbi e preoccupazioni, anche economiche. Ma siamo contenti di non aver cambiato in corso d’opera. Della cantina Antinori Chianti Classico di Bargino mi piace l’inserimento armonico nel paesaggio. Vista dalla collina di fronte è magnifica, anche se la mia parte preferita è la bottaia con le tradizionali botti toscane da 50 ettolitri. E mi piace il fatto che sia una cantina aperta, perché la comunicazione migliore è far vedere ciò che sta dietro la bottiglia. Annessi alla cantina ci sono un ristorante, un negozio, un frantoio, la vinsanteria: tutto per ricreare il microcosmo delle fattorie toscane. Speriamo solo di esserci riusciti, nel rispetto dei nostri predecessori, della bellissima terra di Toscana e dei suoi grandi vini. G FOTO DI A. MULAS Lageder LOCANDA TURMBACH Via del Rio della Torre 4 Appiano Tel. 0471-662339 Camera doppia da 95 euro, colazione inclusa Non il classico Chianti AIRONE COUNTRY HOUSE Via Calavaldrese 154 Osimo Tel. 071-7107537 Camera doppia da 75 euro, colazione inclusa DOVE MANGIARE RISTORANTE COCCORONE Largo Tempestivi 11 Montefalco Tel. 0742-379535 Chiuso sabato a pranzo e domenica, menù da 30 euro Tenuta Castelbuono DOVE DORMIRE BEVAGNA (Perugia) Per Arnaldo Pomodoro la cantina umbra della famiglia Lunelli (spumanti Ferrari) è come un carapace di tartaruga Vino Montefalco Sagrantino, 21 euro IL POGGIO DEI PETTIROSSI Via del Poggio 1 Bevagna Tel. 0742-361744 Doppia da 80 euro, colazione inclusa DOVE MANGIARE MARENNÀ Località Cerza Grossa Sorbo Serpico Tel. 0825-986666 Chiuso domenica sera, lunedì, martedì Feudi San Gregorio SORBO SERPICO (Avellino) È firmata Hikaru Mori, la cantina della famiglia Capaldo esposta alla Biennale di Architettura di Venezia Vino Serpico Aglianico d’Irpinia, 50 euro DOVE DORMIRE HOTEL SERINO Via Terminio 119 Serino Tel. 0825-594901 Camera doppia da 80 euro, colazione inclusa DOVE MANGIARE FOTO DI ANNA PAKULA DOVE DORMIRE FOTO ARCHEA DOVE MANGIARE LA NICCHIA Contrada Scauri Basso Pantelleria Tel. 0923-916342 Sempre aperto la sera, menù da 25 euro © RIPRODUZIONE RISERVATA Donnafugata PANTELLERIA (Trapani) Pietra lavica e giardino pantesco caratterizzano la cantina che Gabriella Giuntoli ha disegnato per la famiglia Rallo Vino Ben Rye Zibibbo Passito, 38 euro DOVE DORMIRE BLUE MOON HOTEL Via Don Alonso Errera Pantelleria Tel. 0923 912785 Camera doppia da 80 euro, colazione inclusa la Repubblica DOMENICA 1 SETTEMBRE 2013 ■ 42 LA DOMENICA L’incontro Innamorati Fuggì dal paesino in Calabria per inseguire il suo grande amore, il cinema. E adesso che ritorna per la sesta volta in concorso a Venezia racconta: “Ho cominciato a vedere film da ragazzino e poi non ho più smesso Sono uno spettatore onnivoro, provo un vero godimento quando si spengono le luci in sala. Ma se non pago il biglietto non mi diverto: non mi sento libero” Gianni Amelio l cinema? Prima che una vocazione, per me è stata una via di fuga. Fuga dalla miseria intanto, non intesa in senso economico, piuttosto come mancanza di aspirazioni temerarie. I miei compagni di scuola sognavano giustamente la laurea in giurisprudenza, magari per il posto pronto nello studio del papà avvocato. Mio padre invece faceva l’autista e io ho faticato parecchio a prendere la patente e anche adesso guido in maniera micidiale. Era quasi un obbligo partire, uscire da una casa non protetta, tentare altre strade. Insomma, non avevo niente da perdere». Nel bar a due passi da casa sua dove è solito avere i suoi incontri di lavoro, nel cuore dell’elegante quartiere Prati, a Roma, Gianni Amelio non ha bisogno di ordinare. Ci accomodiamo nel silenzio di un primo pomeriggio di fine estate e comincia a raccontare cosa ha voluto dire crescere nel piccolo villaggio della Sila dove nacque sessantotto anni fa. E raccontando racconta una storia per certi versi assai simile a quella da lui narrata ne Il primo uomo film che, attraverso le memorie di Albert Camus, è quasi una sua autobiografia. Amelio è partito e negli anni ha collezionato riconoscimenti in tutto il A dodici anni Amelio è già un precoce fan del cinema d’autore: «Mi ricordo che nel ’57 ho visto, scegliendoli da solo, i film italiani più belli: Il grido, Le notti di Cabiria, Le notti bianche... Allora, più che di fare il regista, mestiere molto nebuloso, sognavo di entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia. Non ci ho nemmeno provato come allievo, ma l’ho frequentato come docente, molti anni dopo. E poco tempo fa, quando mi hanno dato una bella pergamena col diploma honoris causa, mi sono un anche po’ commosso, non lo nego». Alla professione ha avuto accesso, per sua stessa ammissione, da una porta di lusso: «A vent’anni, di passaggio a Roma, ho avuto la sfrontatezza di fare una telefonata a Vittorio De Seta, che aveva già fatto Banditi a Orgosolo, e lui mi ha ingaggiato per il film Ho conosciuto mio padre all’età di sedici anni Quando sono nato lui era partito per l’Argentina in cerca del suo FOTO GETTY IMAGES «I ROMA mondo, con titoli come Colpire al cuore, Porte aperte, Il ladro di bambini, Lamerica, Le chiavi di casa, La stella che non c’è. Ed è l’ultimo italiano che ha vinto, con Così ridevano, il Leone d’oro alla Mostra di Venezia, nel 1998. A Venezia ritorna anche quest’anno per la sesta volta (quasi un record) con L’intrepido, in concorso mercoledì prossimo, protagonista Antonio Albanese in un ruolo che, si sussurra, ricorda Charlot. Il cinema, dunque, come via di fuga. E come ragione di vita, come lui stesso ha scritto nella prefazione al libro Il vizio del cinema: «Ho smesso da tempo di fumare, bevo con moderazione, e in quanto ai peccati capitali non li pratico proprio tutti e sette. Se andrò all’inferno, com’è probabile, sarà per aver abusato del cinema, fin da ragazzino». «Quando — ricorda oggi — alla fine degli anni Cinquanta, per fare le scuole medie, mi sono trasferito da San Pietro Magisano a Catanzaro, ho cominciato ad andare al cinema ogni volta che potevo, e da allora non ho più smesso. Anche adesso che faccio il regista sono uno spettatore onnivoro, una sorta di malato che vede tutto, quasi senza scegliere, senza puzza sotto il naso. Chi fa cinema di solito frequenta poco la sala, al massimo va alle anteprime, alle proiezioni private. Io se non pago il biglietto non mi diverto, perché non mi sento libero. Penso di aver conservato nonostante tutto un’innocenza da spettatore ragazzino, provo un vero godimento quando si spengono le luci e comincia il film». «È chiaro che oggi non c’è più lo stesso amore che ha segnato in modo così forte la mia generazione — si appassiona ancora mentre racconta— Una volta si attraversava la città e si spendevano ore per infilarsi in un cineclub o in un pidocchietto, come si chiamavano allora le sale di terza visione. Oggi è talmente facile vedere un film con mezzi diversi dall’andare in sala che, come succede nelle storie d’amore, tutto si è intiepidito, è caduta la passione... Si arriva al paradosso di comprare un dvd non per vedere un film ma per tenerlo in casa sullo scaffale, come un libro che non leggerai mai e però ha vinto l’ultimo premio importante… Per non parlare di chi scarica dalla Rete il titolo che sta oggi sugli schermi e trova, giustamente, un vecchio porno». che stava preparando, offrendomi pure un modesto settimanale. Era una pacchia. Mi svegliavo alle quattro di mattina, per paura di arrivare in ritardo alla convocazione, mentre la troupe ancora dormiva beata… Ho avuto bisogno di tempo per metabolizzare la fortuna che mi era arrivata addosso. Per anni sono stato assillato da un incubo: che tutto potesse finire e che fossi costretto a tornare indietro. Nel momento in cui sono riuscito ad arrivare su un set, mi sono trovato ad amare il cinema-cinema senza guardare tanto per il sottile: di sicuro mi sono divertito di più a fare l’aiuto nei western che nei film intellettuali. A questo mi è servito l’apprendistato: non a imparare la tecnica, perché la tecnica si impara in fretta e si mette da parte. Mi è servito ad assaporare il gusto di fare questo mestiere». Proprio grazie a questa gavetta, fin da subito, nella esperienza dei tv-movie che Amelio ha iniziato a realizzare a partire dagli anni Settanta, quando la Rai assolveva al proprio compito di servizio pubblico producendo film sperimentali e investendo sui nuovi registi, gli è stata riconosciuta grande professionalità, rigore raffinato, straordinaria abilità nella messa in scena. «Ma non mi reputo affatto — commenta — un regista di nicchia. Mi piacerebbe essere considerato uno che il cinema cerca di farlo perché lo ama e non lo vuole tradire. Le mie vacanze più belle sono i periodi che passo lavorando: dover trascorrere un’estate da disoccupato l’ho sempre giudicata una punizione. Negli ultimi anni ho accettato di dirigere il festival di Torino anche per poter vedere centinaia di film. Ed ero pure pagato per farlo. Che si può volere di più? ». Da regista l’incontro con il cinema in sala arriva relativamente tardi, nel 1982, con Colpire al cuore, il primo film italiano incentrato sul tema del terrorismo. «Si può dire che per dieci anni io sia stato confinato in un limbo: facevo piccoli film che andavano ai festival, vincevano premi, come nel caso de Il piccolo Archimede, ma non uscivano in sala. Anche perché nel frattempo il mercato stava crollando e le sale stavano sparendo, decimate una dopo l’altra. È un problema che ha segnato tutta una generazione di cineasti: Peter Del Monte, Giuseppe Bertolucci, solo per fare qualche nome… Per un certo periodo mi sono domandato io stesso se fossi davvero un regista. Sulla carta d’identità, che gli avevo chiesto di rinnovarmi, mio padre aveva fatto scrivere “operatore cinematografico”, e in tanti pensavano che facessi il proiezionista…. Forse per questo Colpire al cuore è stata un’esperienza lavorativa traumatica, l’unica veramente traumatica della mia vita. L’avevo caricato di troppe responsabilità». E tuttavia in Colpire al cuore, più ancora che il tema del terrorismo, emerge quello che sarà il centro di tutto il cinema di Amelio: la figura del padre. «Il mio l’ho conosciuto a sedici anni. Era partito per l’Argentina che io ero nato da poco. E c’era andato per cercare il suo, di padre, che non dava più notizie. Io sono cresciuto con una mamma giovanissima e una nonna gran lavoratrice e buona come il pane, al contrario di quella di Camus. Quando mio padre è tornato eravamo due estranei, ma per fortuna non ne abbiamo fatto un dramma. Io me ne sono andato di casa e basta, meglio così. Ci ho fatto sopra qualche film e soprattutto sono diventato padre a mia volta quando, guarda caso, ho adottato un ragazzo che aveva sedici anni anche lui, come me quando sono diventato figlio. L’altro giorno una delle mie nipotine (sei anni) mi ha chiesto: “Ma tu sei vecchio o anziano?” E la sua gemella si è intromessa: “Che dici? Nonno è maturo”». © RIPRODUZIONE RISERVATA ‘‘ FRANCO MONTINI