LADOMENICA
DOMENICA 1 SETTEMBRE 2013
NUMERO 443
DIREPUBBLICA
CULT
All’interno
La copertina
Da Richter
alla Biennale
l’arte soffre
di mal d’archivio
CRISTINA BALDACCI
e FABIO GAMBARO
Il libro
La sindrome
di Paperoga
nel testamento
di Zanotti
Prime cotte, primi giochi
primi balli, primi baci
ELENA STANCANELLI
Il diario inedito
del quattordicenne
Francis Scott Fitzgerald
Straparlando
Enrico Rava
“Vivere e suonare
sapendo di fare
la cosa giusta”
Il
piccolo
ANTONIO GNOLI
DISEGNO DI MASSIMO JATOSTI
Gatsby
La musica
L’attualità
Una casa per tutti,
ecco il mondo
visto dall’Ikea
ETTORE LIVINI
e GABRIELE ROMAGNOLI
La memoria
1973-2013
Quel settembre
di Salvador Allende
ANTONIO SKÁRMETA
FRANCIS SCOTT FITZGERALD
I
GABRIELE PANTUCCI
Le mie ragazze
AGOSTO 1910
miei ricordi di Nancy sono piuttosto confusi, ma c’è un giorno che spicca su tutti gli altri. La casa dei Gardeners era tre
miglia fuori città, e un giorno io e James Imham, soprannominato Inky, il mio migliore amico, fummo invitati da loro per l’intera giornata. Io avevo circa nove anni, Nancy più o meno otto, ed
eravamo infatuati perdutamente l’una dell’altro. Era pieno inverno, così appena arrivati cominciammo a giocare con la slitta canadese. Io, Nancy e Inky eravamo su una slitta, e arrivò Ham (il fratello maggiore di Nancy) e voleva salirci su. Fece un balzo sulla slitta,
ma io la spinsi avanti appena in tempo, e lui cascò a faccia in giù.
Andò su tutte le furie.
Diceva che mi avrebbe fatto scendere a calci, che non era la mia
slitta e che non potevo giocarci. Comunque Nancy appianò le cose e andammo a pranzo.
(segue nelle pagine successive)
F
rancis Scott Fitzgerald non aveva ancora compiuto quattordici anni quando cominciò a tenere un diario cui diede
l’impegnativo titolo di The Thoughtbook. Il termine non
esisteva in inglese ma il significato è chiaro: era il libro dei suoi pensieri. Gli amici più stretti sapevano che Scott teneva questo quaderno segreto in una cassetta sotto il letto. A noi ne sono arrivate solo
ventisette pagine, che però restituiscono un chiaro ritratto del futuro scrittore. Riprodotto nel 1965 in trecento copie destinate agli studiosi dell’autore del Grande Gatsby, il volume The Thoughtbook of
Francis Scott Fitzgerald. A secret Boyhood Diary (Minnesota University Press) viene pubblicato negli Stati Uniti soltanto oggi.
Nel 1910 la famiglia Fitzgerald era da poco tornata a Saint Paul, nel
Minnesota, dove Francis Scott era nato e dove suo padre aveva messo su una piccola impresa di mobili in vimini.
(segue nelle pagine successive)
Muti sul podio
a Salisburgo
porta in trionfo
l’Opera di Roma
LEONETTA BENTIVOGLIO
L’arte
Il Museo
del mondo
l’alchimia
secondo Kiefer
MELANIA MAZZUCCO
la Repubblica
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■ 30
LA DOMENICA
La copertina
Francis Scott Fitzgerald
Il diario dei miei primi amori
FRANCIS SCOTT FITZGERALD
(segue dalla copertina)
i KittyWilliams ho un ricordo molto più nitido. Ci incontrammo la prima volta alla
scuola di ballo, e quando il signor Van Arnumn (il nostro maestro di ballo) mi scelse
per guidare la Marcia, le chiesi di ballare
con me. Il giorno seguente disse a Marie
Lautz, e Marie lo ripeté a Dorothy Knox, che a sua volta lo
riferì a Earl, che ero al terzo posto nelle sue simpatie. Non
ricordo chi fosse al primo, ma so che Earl era al secondo e
siccome ero già completamente sopraffatto dal suo fascino, decisi lì per lì che mi sarei guadagnato il primo posto.
Come nel caso di Nancy, c’è un giorno in particolare che è
rimasto impresso nella mia memoria. Una mattina andai
nel cortile della Honey Chilenton, dove di solito si riunivano i bambini, e scorsi Kitty. Non facemmo che parlare, e alla fine mi chiese se sarei andato alla festa di Robin, e fu lì il
giorno fatale. Giocammo all’ufficio postale (ragazzi e ragazze si dividono in due stanze diverse, quindi gli uni vanno dalle altre per baciarle e poi viceversa, ndt) al gioco del
cuscino, all’applauso (uno dei giocatori esce dalla stanza,
quando rientra deve indovinare chi l’ha scelto come compagno: se indovina gli altri battono le mani, ndt) e ad altri
giochi sciocchi ma interessanti. È impossibile contare il
numero di volte in cui baciai Kitty quel pomeriggio. Ad ogni
modo, quando tornammo a casa mi ero assicurato l’agognato primo posto. Lo mantenni fino alla primavera,
quando terminò la scuola di ballo, e poi lo cedetti a Johnny
Gowns, un rivale. Il giorno di San Valentino, quell’anno,
Kitty ricevette qualcosa come ottantaquattro valentine.
Me ne mandò una, che ho ancora, come ne ho ancora una
che mi diede Nancy. Insieme, in una scatola, conservo una
ciocca di capelli, ma aspettate, ci tornerò su poi. Quel Natale comprai una scatola di caramelle da cinque libbre e me
la portai dietro verso casa sua. Che sorpresa quando Kitty
aprì la porta. Quasi svenni dall’imbarazzo, ma alla fine balbettai: «Da’ questo a Kitty», e corsi a casa.
D
“Ieri ero al terzo posto
nel cuore di Kitty,
oggi sono in testa!”
Amici-nemici da battere,
fidanzatine da collezionare,
giochi proibiti e gelosie,
bisticci, perdoni e strategie
Gli affanni adolescenziali
dell’autore
del “Grande Gatsby”
E così feci. Violet e io ci sedemmo sulla collina, dietro casa
di Schultze, un po’ in disparte dagli altri.
«Violet», cominciai io, «hai detto che sono un monello?».
«No».
«Hai detto che rivolevi indietro il tuo anello, la tua fotografia e i tuoi capelli?».
«No».
«Hai detto che mi odiavi?».
«Certo che no; è per questo che te ne sei andato a casa».
«No, ma Archie Mudge mi ha detto queste cose ieri sera».
«È un piccolo furfante», disse Violet indignata.
Quel pomeriggio sculacciai Archie Mudge e feci definitivamente la pace con Violet.
Estratti dal mio diario dei giorni dopo
MERCOLEDÌ 20 AGOSTO
Oggi non ho fatto molto, ma ho appreso alcune cose prezziose, cioè:
1) che sono stato uno sciocco a far pace con Violet; da Harriet Foster;
2) che Violet vorrebbe avere i miei denti; da Eleonor Mitchell;
3) che Violet aveva detto che voleva il suo anello appena
possibile; da Betty Mudge.
GIOVEDÌ 21 AGOSTO
Ho saputo due cose da Betty Mudge:
1) che Violet ha detto che sono un donnaiolo;
2) che a Violet non piaccio più neanche la metà di quanto
le piacevo prima.
VENERDÌ 22 AGOSTO
Ho saputo:
1°) che Betty Mudges ha un debole per Bob Harrington,
Tim Daniels e Bob Driscoll;
2°) che avevo un nuovo rivale, Wharton Smith;
3°) che Dorothy aveva un debole per me e Aurther Foley;
4°) ho saputo anche che, come ha detto Harriet Foster, Violet ha detto delle cose che non erano sincere.
Indiani e Violet
SETTEMBRE 1910
Violet Stockton era una nipote della signora Finch e trascorse un’estate a Saint Paul. Era molto carina, con i capelli castano scuro e gli occhi grandi e dolci. Parlava con un leggero accento del Sud, mangiandosi le erre. Aveva un anno
più di me, ma a me, come a quasi tutti gli altri ragazzini, piaceva molto. La conobbi attraverso Jack Mitchell, che viveva alla porta accanto. Anche lui le era molto affezionato, come lo era Art Foley, e insieme le arrivavano di soppiatto alle spalle e le tagliavano i capelli, una piccola sforbiciata intendo. C’era un gioco che facevamo chiamato “gli indiani”,
che avevo inventato io. Alcuni di noi erano gli indiani e si
andavano a nascondere da qualche parte. I cowboy allora
cominciavano a cercarli, e al momento giusto gli indiani
saltavano fuori e li prendevano di sorpresa. Eravamo tutti
armati di mazze da croquet. Eravamo circa una quindicina. Tutti i giorni, per un mese, giocammo a questo gioco, e
poi tornammo alla realtà. A quel tempo fra le ragazze ero
più popolare di quanto non fossi mai stato. Ero il preferito
di Kitty Schulz, Dorothy, Violet, Marie e Catherine Tre. Attualmente è il contrario, probabilmente con quasi tutte loro; per lo meno con due. Ma adesso sto divagando. Alla fine Violet diede una festa, che fu molto carina, e fu il giorno
dopo che avemmo un bisticcio. Lei aveva una specie di libro intitolato Flirtare con i gesti, e io e Jack glielo strappammo dalle mani e lo facemmo vedere a tutti i maschi.
Violet andò su tutte le furie ed entrò in casa. Mi infuriai anch’io e quindi me ne tornai a casa. Violet si pentì immediatamente e mi chiamò al telefono per sapere se ero arrabbiato. Io però non volevo fare subito pace, e quindi riattaccai il ricevitore. Il mattino seguente toccava a me pentirmi,
Cap. VII Scuola di ballo nel 1911
12 FEBBRAIO 1911
Da quando ha riaperto la scuola di ballo ho lasciato Alida.
Mi sono preso due nuove cotte: per Margaret Armstrong e
Marie Hersey. Non ho ancora deciso bene chi mi piace di
più. La seconda è la più carina. La prima è più brava a conversare. La seconda va per la maggiore fra T. Ames, J. Portefield, B. Griggs, C. Read, R. Warner, ecc., e io sono pazzo
di lei. Trovo incantevole quando le dico che qualcuno le ha
fatto un complimento e che glielo riferirò se lei a sua volta
mi dirà di un complimento che è stato fatto a me, e lei mi
dice: «Dimmi il complimento in modo complimentoso».
Sono impegnato in ogni ballo, fino al nono, per tutta la
stagione. Noi ragazzi avevamo preparato una petizione
perché ci insegnino il Boston. Circa una settimana fa, alcuni ragazzi, tra cui Arthur Foley, Cecil Reade, Donald Bigelow e Lawrence Boardman si sono rifiutati di fare la Gran
Marcia. Sono usciti fuori nell’atrio e hanno cominciato a
mettersi le scarpe. Il signor Baker era quasi fuori di sé dalla
rabbia, ma i suoi tentativi per convincerli a fare la Marcia si
sono rilevati vani. Quelli di noi che stavano facendo la Marcia hanno fatto ogni pasticcio immaginabile, quindi ora la
Gran Marcia è abolita e al suo posto abbiamo altri tre balli.
A PRINCETON
Fitzgerald ventenne universitario a Princeton
In copertina, un ritratto di quando aveva quindici anni
(Traduzione di Fabio Galimberti)
©1965 by Eleanor Lanahan, Thomas P. Roche,
and Christopher T. Byrne,
Trustees under Agreement dated July 3, 1975
created by Frances Scott Fitzgerald Smith
© RIPRODUZIONE RISERVATA
la Repubblica
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Il pensiero unico
del narciso
GABRIELE PANTUCCI
(segue dalla copertina)
azienda era fallita, e Edward Fitzgerald
aveva trovato lavoro nell’Upper State
New York, dove era rimasto insieme a
moglie e figli fino al 1908, quando di nuovo perse il lavoro.
Dalle interviste che Fitzgerald — diventato
ormai l’autore famoso e acclamato de Il grande
Gatsby — diede molti anni dopo, di quel periodo abbiamo l’immagine di una famiglia sull’orlo della povertà estrema. In realtà le cose non
stavano esattamente così. Il giovane Francis
Scott frequentava la Saint Paul Academy, una
scuola privata la cui retta non era alla portata di
tutti. Dopodiché passò alla Newman Academy,
che costava alla sua famiglia non meno di venticinquemila dollari all’anno, prima di entrare
alla prestigiosa Princeton University (che di
dollari ne costava circa il doppio). Lo scrittore
arrivò persino a raccontare a un giornalista di
quella volta in cui, sentendo che il papà aveva
perso il lavoro, decise di restituire alla mamma
i cinquanta centesimi della sua paghetta: nulla
di più improbabile visto che sua madre, Mollie
McQuillan, era la figlia di un ricco grossista di
generi alimentari che le aveva lasciato un’eredità assai cospicua.
Probabilmente il motivo di tanto deformate
narrazioni della (propria) realtà sono dovute al
fatto che Francis Scott Fitzgerald ha sempre saputo dare al pubblico quello che il pubblico si
aspettava. In questo caso un’altra storia di successo americano costruito con le proprie mani
nonostante la miseria degli inizi e le contingenze sfavorevoli.
A conferma di questa ipotesi, The Thoughtbook riflette un clima famigliare privo di ogni
preoccupazione circa bilanci da far quadrare o
paghette da restituire. Scrivendo il suo diario
Francis si sente invece molto orgoglioso del
proprio retaggio irlandese-cattolico, consolidatosi una generazione dopo l’altra a partire dal
bisnonno Francis Scott Key, avvocato di Baltimora e soprattutto autore di The Star Spangled
Banner, l’inno nazionale degli Stati Uniti. Anche il tono che permea ogni pagina di The Thoughtbook è costantemente positivo e ottimista.
Non ci sono astuzie né sottintesi. C’è invece tutto il fascino dell’adolescente, spesso quasi infantile, preoccupato soltanto di conquistare la
ragazza più bella e pronto a prendere a sculacciate i rivali. Non è un grande atleta, Francis, ma
partecipa a tutti gli sport perché è consapevole
dell’importanza che hanno nella vita sociale. Il
suo obiettivo è essere il ragazzo più popolare, il
preferito dalle ragazze, il più baciato, quello che
ha la collezione più vasta di ciocche di capelli
femminili. Tiene il conto del numero di cartoline che riceve per San Valentino: quest’anno
quindici, quattro di più dell’anno scorso. Ma
tiene pure la contabilità delle “valentine” ricevute dalle ragazze. Altrettanta minuzia è dedicata alla descrizione delle persone di cui si interessa, così come all’analisi di talune personalità. E poi lunghe liste, di ragazze e di ragazzi:
quasi a mitizzare la vastità d’un mondo di cui si
sente sovrano. La meticolosità di queste liste si
estende fino a farne documenti della sua storiografia personale. Fitzgerald ci offre per esempio
la lista delle ragazze in ordine di bellezza e si
preoccupa di fornirci anche quella dell’anno
precedente: Kitty Schulz è scesa al secondo posto, mentre Marie Hersay è salita dal quarto al
terzo e Elenor Alair dal terzo è passata incredibilmente testa.
Tanta accuratezza, come pure una buon varietà e proprietà di linguaggio, curiosamente
contrastano con l’occasionale sciatteria della
scrittura. È vero che gli errori di ortografia non
sono moltissimi, ma sembrano quasi sempre
espressione di una pigrizia che gli impedisce di
verificare se, per esempio, avverbi del tipo before, therefore abbiano oppure no la e finale. Oppure i verbi: to receivelo scrive spesso con la iprima della e (errore che di tanto in tanto continuerà fare anche nei suoi scritti da adulto). Ciò
detto ci sono brani di The Thoughtbookche certamente sono serviti a Fitzgerald da spunto per
scrivere This Side of Paradise, il suo primo romanzo. Altri echi li ritroviamo in racconti brevi.
Ma ci sono anche quelli che riascoltiamo nella
voce narrante di Nick Carraway nel Grande Gatsby. Circa trent’anni dopo, quando l’alcol aveva
già semidistrutto il suo fisico, Scott ha ancora
momenti di straordinaria lucidità che lasciano
posto all’ironia e potrà scrivere a Sheila
Graham, la donna con cui visse gli ultimi anni:
«Uno scrittore non spreca nulla». Nemmeno i
nomi dei compagni di scuola e dei primi amori.
L’
SUL PALCO
Foto di gruppo per la classe del corso di recitazione. Francis Scott Fitzgerald è l’ultimo bambino a destra nella fila in alto
IN CAMPO
La squadra di football della Newman School. Il futuro scrittore qui ha sedici anni, è il terzo da sinistra nella fila in basso
© RIPRODUZIONE RISERVATA
la Repubblica
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LA DOMENICA
L’attualità
Casa dolce casa
Settant’anni fa nasceva per servire due piccoli villaggi
tra i boschi, cinquant’anni fa apriva il suo primo negozio
fuori dalla Svezia. Oggi che ne ha ovunque e che arreda i tinelli
di chiunque, il marchio più globale che ci sia tocca il suo punto più alto:
stampando il celebre catalogo in 220 milioni di copie. Uguali per tutti
220 milioni
le copie del catalogo 2014,
il testo più stampato
dopo la Bibbia (3,9 miliardi
di copie) e il Libretto rosso
di Mao (900 milioni)
Nell’illustrazione,
alcune copertine
del catalogo
dagli anni ’50 a oggi
Unacerta
dimondo
1963
29
è l’anno in cui Ikea apre in Norvegia,
data importante perché
da quel primo negozio fuori dalla Svezia
comincerà a conquistare il mondo
Oggi i negozi sono ben 330
suddivisi in 40 paesi e in 4 continenti
ETTORE LIVINI
l Big Mac? La Coca-Cola? Sbagliato. La globalizzazione — come Saturno — ha iniziato a mangiarsi i suoi figli. Hamburger e bevande gasate non tirano più. I veri cittadini del mondo — dall’America alla Cina, da
Carugate alla Nuova Zelanda — nascono
oggi con una dieta a base di Kötbullar(polpette) al
mirtillo rosso, consumate dentro i giganteschi parallelepipedi gialli e blu in cui il Grande Fratello
della Casa Globale sta ridisegnando a sua immagine e somiglianza il look di tinelli, cucine e camere da letto del pianeta. Lo stile, ormai, abbiamo
imparato a conoscerlo tutti: una libreria Billy qui,
un sofà Klippan là, due candele profumate Jubla
sul comò per fare ambiente. Al ritmo di una sup-
I
le lingue in cui viene tradotto
il catalogo. Le diverse categorie
di prodotti sono diffuse nel mondo
con il termine svedese di un certo
ambito linguistico. Esempio:
le librerie hanno nomi di mestieri
pellettile d’arredamento alla volta, l’Ikea
ha cancellato confini
geografici, gusti e tradizioni
nazionali. Entrando da padrona (ma con discrezione
tutta scandinava) negli appartamenti di mezzo mondo.
Settant’anni fa, quando è
nata, la sua missione era tutt’altra:
fornire una piccola comunità di
campagna. E il nome, acronimo delle iniziali del fondatore Ingvar Kamprad, di Elmataryd, la fattoria in cui
era nato e di Agunnaryd, il villaggio
di duecento anime in cui viveva, segnava da solo i
limiti territoriali delle sue ambizioni. Oggi il colos-
so svedese ha 330 punti vendita
in 40 paesi (il primo fuori dalla
Svezia fu aperto 50 anni fa, in
Norvegia) e il suo catalogo 2013-2014,
fresco di rotativa e per la prima volta in
versione unica per tutto il pianeta secondo quanto anticipato da Le Monde
che al tema ha recentemente dedicato
la copertina del suo magazine, è stato
stampato in 220 milioni di copie: il terzo volume più stampato nella storia dopo la Bibbia (3,9 miliardi di copie) e il Libretto rosso di Mao (900 milioni). Sui
suoi materassi, vuole la vulgata, viene
concepito un europeo su dieci e nei magazzini — uguali come gocce d’acqua a ogni latitudine — entrano 700 milioni di clienti ogni anno.
L’omologazione, del resto, è il segreto con cui i
profeti della globalizzazione — riducendo i costi di
produzione — riescono a far soldi. Passa il tempo,
cambiano stagioni e governi, scoppiano le guerre.
Ma una volta varcata la soglia dell’Ikea e lasciata
sulla sinistra l’area-bimbi, si entra nella bambagia
delle certezze estetiche planetarie. Le uniche note
distoniche: i prezzi e le marginali concessioni alle
consuetudini locali, ultimi frammenti di biodiversità domestica sopravvissuti alla filosofia egualitaria del marchio giallo-blu. L’Italia, per dire, è stata
la culla del boom delle scarpiere: nate nei magazzini tricolori, in nome del culto della scarpa del Belpaese, e diventate oggi un best-seller dovunque.
Negli Stati Uniti vanno di più i letti king-size e i materassi molli, in Asia quelli rigidi come marmo. In
Cina hanno più spazi gli specchi — si vendono co-
la Repubblica
DOMENICA 1 SETTEMBRE 2013
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Come si dice
tavolo a Beirut
ieci anni fa, avendo traslocato a Beirut e dovendo arredare casa,
rell. Gente di tutto il pianeta con l’aria di chi va a una festa. Li aspettava un
mi rivolsi a un falegname nel quartiere musulmano. Lui parlava
luogo riconoscibile, una parte di mondo che non cambia nel mondo. Sei
solo arabo, io ne conoscevo poche parole. Riuscii a dire tavolo (taun immigrato nomade e vuoi sentirti a casa, a Roma come a New York: vai
rabesa) e tentai di spiegargli come lo volevo, provai a farne un disegno e
all’Ikea. La disposizione degli oggetti è la stessa, i corridoi sono gli stessi,
a quel punto lui disse, annuendo: «Bjursta». Pensai fosse un’altra parola
le indicazioni le stesse. Vale anche per i negozi della Apple? Sì, ma la Apin quella lingua che mal conoscevo. Ma lui prese un catalogo dell’Ikea e
ple è una casa virtuale, Ikea una casa reale. Una casa dove hai abitato anmi mostrò il tavolo Bjursta. In Libano non c’era un negozio Ikea ma esiche senza averlo mai fatto. È un luogo della memoria sovrapposta, coGABRIELE ROMAGNOLI
stevano ugualmente i mobili. E così in tutto il Medio oriente, fino all’Iran.
struito nel tuo cervello da un mosaico di lampade, librerie, letti che hai viUna forma di globalizzazione inedita e ineguagliata: senza bisogno di punti vendita, di centrali del sto in appartamenti di studenti, seconde case di sceneggiatori, ambienti da fiction televisiva. Finchè
falso, di laboratori cinesi. Un’idea copiata e diffusa perché universale. Non un’allusione al lusso re- anche tu, inevitabilmente, ti sei comprato un tavolo Bjursta. Quello vero. E ti sei ricordato di quando
so disponibile, ma un prodotto in scala 1:1. Anzi, talvolta il manufatto artigianale che duplica quello Romano Prodi stava a Bruxelles e si comprò una libreria Ikea decidendo di montarla da solo. Poi teindustriale ha un prezzo necessariamente più alto. Domenica scorsa ho preso un traghetto al molo lefonò desolato a un amico: «Son qui che prillo con ’sta brugola. Prillo, prillo, ma non succede nien11 di Manhattan. Andava dall’altra parte del fiume, a Brooklyn. Non esattamente: andava all’Ikea di te!». Quando esci dall’Ikea con il tuo acquisto scomposto, leggero sotto il braccio, ancora non lo sai,
Brooklyn. Trasporto gratuito nel fine settimana, costo del biglietto detratto dagli acquisti negli altri ma ti hanno venduto un’idea spesso discutibile, quasi sempre irrealizzabile.
giorni. C’era una fila lunga quanto quella vista al Guggenheim per ammirare le opere di James Tur© RIPRODUZIONE RISERVATA
D
1/10
si calcola che un bambino
su dieci in Europa
potrebbe essere stato
concepito su un letto
made in Ikea
700milioni
sono i clienti Ikea ogni anno
nel mondo. Il 79% dei prodotti
sono venduti in Europa,
il 14% nel Nord America
e il 7% tra Russia, Asia e Australia
In Italia i negozi Ikea sono 20
me il pane — in
Francia si restringono i letti matrimoniali. I punti
vendita in Scandinavia non prevedono tende o porte
per docce, quelli inglesi hanno solo pareti scorrevoli di vetro mentre in Spagna e Italia c’è più spazio per le tende plastificate bianche. Il massimo del
disordine creativo è invece ovunque codificato nei
Bulla-Bulla, i cestoni dove si ammucchiano con
curatissima noncuranza gli oggetti per la casa. Un
trucco di marketing vecchio come il mondo per
dare un’impressione di convenienza.
Il metodo, numeri alla mano, funziona. L’elenco dei clienti — dai reali delle corti europee ai bei
nomi di Hollywood — dimostra come lo stile Ikea
abbia sbriciolato le barriere sociali e dribblato le
polemiche che hanno segnato i suoi sette decenni
di esistenza. L’elenco, anche in questo caso, è lungo: dalle simpatie filo-naziste del fondatore alla segretezza dei dati di bilancio (il primo è stato pubblicato nel 2010). Dall’accusa di aver sfruttato i prigionieri politici nella ex-Ddr alla decisione di togliere le donne dalla versione saudita del suo catalogo. Fino alla carne di cavallo proprio nelle Kötbullar, ai sospetti di spionaggio su clienti e
dipendenti in Francia e ai colibatteri trovati nella
mitica Chokladkrokanttarta, la torta mandorle e
cioccolata ritirata in 23 paesi e poi tornata sugli
scaffali a pericolo scampato.
In un’azienda davvero mondiale, del resto, i
problemi — come le loro soluzioni — sono sempre
a 360 gradi. E il colosso svedese, con rigore
nordico, si è rimboccato le maniche per provare a fare da capofila — il tempo dirà con che
risultati — anche nella globalizzazione dei
doveri d’impresa e dei diritti dei consumatori. Il
47% dei manager è donna. Un terzo dell’energia
bruciata nei grandi magazzini giallo-blu (recita il
rapporto sociale del gruppo) deriva da energie rinnovabili. Il 22% dei materiali utilizzati (Ikea è il
maggior compratore di legno al mondo) arriva da
piantagioni certificate e centinaia di ispettori vigilano sulle condizioni di lavoro presso i fornitori.
Un format che finora ha pagato: nel 2012 la società
ha fatturato oltre 27 miliardi di euro e macinato 3
miliardi di utili. Ventottomila giovani italiani si sono messi in fila per i 200 posti di lavoro creati nel
nuovo punto vendita di Pisa. Buon cuore, prezzi
bassi e profitti. Tutto si tiene. I poveri di oggi, in fondo, saranno i clienti di domani. La Fondazione dell’azienda ha persino lanciato una “tenda per rifugiati”: in versione giallo-blu, è stata progettata con
le Nazioni Unite per il comfort in stile-Ikea nei
campi profughi. Resistente, termo-isolata, componibile (ci mancherebbe altro). Manca la cucina.
Altrimenti, c’è da scommetterci, il benefattore
svedese, in nome della globalizzazione della solidarietà, offrirebbe pure un piatto di Kötbullar.
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la Repubblica
DOMENICA 1 SETTEMBRE 2013
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LA DOMENICA
La memoria
Settembre 1973-2013
“Lo sguardo attento dietro gli occhiali
dalla montatura spessa, il petto gonfio
come un piccione fiero”. Uno scrittore
racconta l’uomo che quarant’anni fa
sognò di cambiare il Cile
Ricordo
di
mi
S
ne mai altre strategie se non le urne e il
voto popolare per arrivare al potere.
Prima di essere eletto, nel 1970, pronuncia la sua battuta autoironica più
celebre, disegna il suo stesso epitaffio:
«Qui giace Salvador Allende, futuro
presidente del Cile».
Allende è stato più volte personaggio dei miei romanzi, soprattutto ne La
bambina e il trombone, un’opera che
culmina appunto con i festeggiamenti popolari per la sua vittoria elettorale
del 1970, e che si sofferma in modo corposo su altri momenti più intimi e caldi del mito. Allende, di professione
medico, visita la giovane protagonista
e narratrice del romanzo, che è malata, molto prima di diventare il tragico
eroe mondiale del 1973. L’azione del
romanzo si svolge nel 1958, proprio nel
momento in cui la popolarità del candidato socialista è enorme e la destra si
rende conto con trepidazione che ci
sono fortissime probabilità che un
«comunista» vinca le elezioni, e allora
elabora una strategia per sottrargli voti: inventa un candidato dal pittoresco
fascino popolare, che fa discorsi non
meno di sinistra di Allende, ma che ha
il vantaggio di non essere un tribuno
marxista bensì un simpatico prete di
paese, Catapilco. Le percentuali finali
dei due candidati che contano veramente, nelle elezioni del 1958, sono le
seguenti: il candidato della destra, Jorge Alessandri, vince con il 31,2 per cento dei voti; Salvador Allende ottiene il
28,5. E il pretino di Catapilco? Il 3,3 per
cento! Giusto giusto quello che serviva
per sconfiggere Allende. Era un’epoca
di machiavellismo bonario. Sono gli
amabili giorni della Bambina e il trombone. Nel 1973 il machiavellismo ludico sfuma: la destra conquisterà con
bombardamenti aerei, carri armati e
odio psicopatico quello che non era
riuscita a ottenere con i voti.
Allende aveva una postura fisica —
un’espressione corporea, diciamo —
che trasmetteva calore e rassicurazione. Era una posa straordinaria: lo
sguardo attento dietro gli occhiali dalla montatura spessa e il petto gonfio
come un piccione fiero. Una figura familiare e rotonda, quella di una persona che rappresenta la storia di un Paese che ha servito in tante vesti. Quando
promuove la nazionalizzazione del rame, il Senato approva la legge all’unanimità. Nessuno voleva fare la figura
dell’antipatriottico! Ma quando arriva
il golpe di Pinochet, con la conseguente soppressione del Senato, la prima
misura che promulga è la “snazionalizzazione” del rame: il «salario del Cile» ritorna nelle mani di aziende private e investitori esteri.
A quarant’anni dalla morte di Allende, i cileni e tutti gli abitanti del pianeta
consapevoli sanno fin troppo bene come avvenne la fine violenta del suo governo di appena mille giorni: i poteri
forti del Cile, attraverso gli imprenditori e le corporazioni, attraverso i loro apparati di comunicazione, crearono uno
stato di guerra interna, promuovendo
FOTO © FONDAZIONE ALLENDE
ANTONIO SKÁRMETA
alvador Allende non era un
guerrigliero che un giorno
scese dalla montagna, non
era un profeta visionario
che sbarcò da un’arca con
angeli armati fino ai denti,
e non era nemmeno un poeta fuori dal
mondo che confondeva le nuvole con
i carri armati. Era la cosa più simile che
ci fosse a un cittadino comune. Non
un’apparizione improvvisa, ma una
persona che stava tutti i giorni lì dove
doveva stare.
Il mondo lo ricorda, a quarant’anni
dalla sua morte nel palazzo della Moneda, come un rivoluzionario. Per i cileni la sua “rivoluzione” non era l’esercizio della violenza per “far partorire”
la storia, ma la paziente, laboriosa lotta di una vita per conquistare, nel 1970,
la presidenza della Repubblica che gli
avrebbe consentito di dare forma al sogno suo e della società che rappresentava: promuovere un socialismo democratico — con tutte le libertà permesse — differente dai socialismi o comunismi esistenti nel mondo. Con
espressione fin troppo folcloristica Allende la chiamò «una rivoluzione che
sa di empanada e vino rosso».
Aveva attraversato tutte le istituzioni della Repubblica. Fu ministro, deputato, senatore, e prima di essere
eletto presidente era stato presidente
del Senato, l’istituzione legislativa suprema, il faro radioso di legittimità democratica. Prima di essere presidente,
Allende si sente orgoglioso di questo
Paese in cui la Costituzione governa la
vita del popolo e vincola a sé le leggi che
la Repubblica produce. Il popolo lo conosce bene: già tre volte è stato candidato alla presidenza, nel 1952, nel 1958
e nel 1964. Qualche volta ha perso largamente, qualche altra volta di stretta
misura. Non prende in considerazio-
FOTO © FONDAZIONE ALLENDE
Salvador
Allende
LE TAPPE
SALVADOR ALLENDE
LE ELEZIONI
GLI AMERICANI
I CAMIONISTI
LE FORZE ARMATE
Nasce a Valparaiso
il 26 giugno 1908
in una famiglia
borghese. Si laurea
in medicina,
nel ’33 fonda
il Partito socialista
Sarà ministro in vari
governi e presidente
del Senato
Nel 1970 la coalizione
dei partiti di sinistra
Unidad Popolar
vince le elezioni
con il 36% dei voti
Allende diventa
il primo presidente
marxista
democraticamente
eletto
L’amministrazione
Nixon è preoccupata
La Cia conduce
operazioni
di propaganda
per spingere
il Congresso cileno
a non ratificare
la vittoria elettorale
di Allende
Gli Stati Uniti
fanno crollare
il prezzo del rame
per danneggiare
le esportazioni
cilene. Uno
sciopero dei
camionisti getta
il paese nel caos
La destra insorge
Nel 1973 la destra
organizza azioni
violente alle quali
Unindad Popular
risponde con grandi
manifestazioni
In agosto le forze
armate dichiarano
illegittimo
il governo Allende
la Repubblica
DOMENICA 1 SETTEMBRE 2013
FOTO © FONDAZIONE ALLENDE
■ 35
PRESIDENTE
A sinistra
il neopresidente
in automobile
per le strade
della capitale
cilena
scortato
dal generale
Pinochet
(a cavallo):
è il 1970
Sopra,
mentre
accarezza
il suo collie
IN FAMIGLIA
Nella foto grande a colori, Salvador Allende e la moglie Hortensia Bussi con i nipoti nel 1971
Qui sopra il presidente passeggia su Calle Morandè, a Santiago, insieme alla figlia Beatriz
(“Tati”, morirà suicida a Cuba nel 1977) accompagnati da Gonzalo Leyton, Hernán Medina
Poblete e Danilo Albán, le sue guardie del corpo
loro genitori e nonni questo sentimento, per usare una parola più ampia di
“politica”.
E gran parte di questa nobile immagine del Cile come di un Paese che scelse di percorrere con dignità e allegria la
strada verso una democrazia più
profonda ha a che fare con la figura di
Allende. Confrontato a un mare di turbolenze, Allende cercò di portare avanti il suo programma rivoluzionario senza limitare le libertà di nessuno, senza
cancellare l’opposizione e senza reprimere con la violenza i gruppi insurrezionali che paralizzavano il Paese.
Una settimana prima del golpe io fui
fra quel milione di persone che sfilarono di fronte a lui per dimostrargli il nostro appoggio e il nostro apprezzamento. Fra quella moltitudine spiccava un gruppo di cinquecento giovani
che sfilavano con passo militare gridando slogan di violenza rivoluzionaria e portando sulle spalle un pezzo di
legno, forse un manico di scopa. Giovani che si illudevano che sarebbero
stati in grado di difendere il loro presidente quando il golpe, ormai prossimo, sarebbe arrivato. I manici di scopa
che portavano avrebbero potuto essere la metafora dei fucili, e invece no,
erano solo quello: manici di scopa. La
battaglia di Pinochet fu contro un popolo disarmato.
Un altro fattore che contribuisce alla straordinaria memoria di Allende in
Cile e nel mondo è la dignità con cui
morì. Quando il palazzo della Moneda
è alla mercé degli aerei che lo bombar-
© FONDAZIONE ALLENDE
scioperi e serrate che affossarono l’economia. Questa insurrezione senza tregua, come è largamente documentato
negli atti del Senato degli Stati Uniti, fu
istigata e finanziata dalla Cia.
Ci si potrebbe chiedere, meravigliati, perché in quasi tutto il mondo occidentale si conservi una memoria così
viva ed emotiva del Cile, quando ci sono molti altri Paesi che hanno sofferto
sopraffazioni, repressioni barbare e
violazioni dei diritti umani assai simili, Paesi che come il Cile hanno messo
in pratica lo stesso terrorismo di Stato
che instaurò Pinochet.
La mia risposta è che quando Allende, nel 1970, diventa il primo marxista
democraticamente eletto, i Paesi europei, in preda a gravi crisi e destini incerti, vedono negli episodi del piccolo
e lontano Paese sudamericano segnali che possono risultare importanti nel
vecchio continente. In Spagna c’è ancora Franco, in Francia Mitterrand è
lontanissimo dal prendere il potere, in
Germania i Verdi non si sono ancora
costituiti come partito. L’attenzione
dell’Europa si concentra sul mio Paese
con curiosità, simpatia e affetto. Quello che offre è quanto mai auspicabile:
un socialismo democratico e con mezzi pacifici. E quando questo sogno viene distrutto a cannonate, scoppia anche la tristezza e la rabbia dei cittadini
di tutto il mondo. Non solo la generazione che visse il golpe quando era nel
pieno degli anni ne conserva un ricordo profondo. Anche i giovani delle diverse generazioni hanno ereditato dai
Nato ad Antofagasta nel 1940, Skármeta divenne
famoso in tutto il mondo con El Cartero de Neruda
(il Postino), il romanzo del 1985 sull’esilio in Italia
del poeta, e premio Nobel, cileno Pablo Neruda,
che divenne poi un film interpretato da Massimo Troisi
Negli anni del governo di Allende, Skármeta
militò nel Mapu, il partito nato da una scissione
a sinistra della democrazia cristiana. Autore
di numerosi romanzi e opere teatrali, ha scritto
anche il testo da cui è tratto il film No
sul plebiscito che pose fine alla dittatura
Da sinistra: l’ultima foto di Allende che parla
con i suoi sostenitori da un balcone de La Moneda
la mattina dell’11 settembre; il presidente-medico
visita un ospedale; sopra, nel 1950, è allo stadio
con le tre figlie: da destra Carmen Paz, Isabel
e Beatriz. A destra, 11 settembre 1973, ore 14,26:
pompieri e militari portano via dal palazzo
presidenziale il corpo senza vita di Allende
LA REPRESSIONE
NIXON
Alle 11,52
dell’11 settembre 1973
due caccia
bombardano
La Moneda, il palazzo
presidenziale dove
si trova Allende
Il presidente
si uccide col mitra
regalatogli da Castro
Lo stadio di Santiago
viene trasformato
in un campo
di concentramento
La repressione
della dittatura
sarà durissima:
5mila gli oppositori
uccisi o scomparsi
(desaparecidos)
Nel 1974 il Nyt
rivela che
il presidente Usa
Nixon ha stanziato
oltre otto milioni
di dollari
per le attività messe
in atto dalla Cia
contro il governo
di Salvador Allende
© RIPRODUZIONE RISERVATA
L’AUTORE
CON LE FIGLIE
IL GOLPE
dano meticolosamente, lui pronuncia
il suo ultimo discorso. Sono molte le
frasi commoventi di questo uomo che
annuncia che pagherà «con la vita la
difesa dei principi che sono cari a questa patria». Ma nessuna mi tocca nel
profondo quanto questo sentito
omaggio alla pace, all’etica e alla responsabilità repubblicana, quando
conclude dicendo: «Ho la certezza che
il mio sacrificio non sarà vano, perché
sarà perlomeno una lezione morale
che castigherà, l’infamia, la vigliaccheria e il tradimento».
«Perlomeno»… Ah, presidente,
quanto «più» c’è in quel «meno». I generali che la spodestarono oggi sono
parte dell’ignominia universale. I loro
nomi sono stati dimenticati e quando
vengono ricordati è solo come icone di
orrore e disumanità. I golpisti, dopo la
loro vittoria-massacro, battezzarono
il viale principale del quartiere più ricco del Cile Avenida 11 de Septiembre,
per commemorare la loro impresa.
Quarant’anni più tardi, perfino quella
parte ricca e destrorsa della popolazione ha voltato le spalle al più fanatico
dei sindaci pinochettisti, il colonnello
Labbé, e ha scelto una donna del quartiere, Josefa Errázuriz, che è riuscita a
cambiare quel nome che offendeva i
cileni con la sua designazione tradizionale, Nueva Providencia.
Oggi, nella memoria dei cileni, settembre non appartiene a Pinochet:
appartiene ad Allende.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
IL REFERENDUM
Il 5 ottobre 1988
i cileni devono
decidere se Pinochet
può restare al potere
per altri otto anni
I “no” vincono
con il 60% dei voti
Pinochet abbandona
ma resta a capo
delle forze armate
AUGUSTO PINOCHET
Nell’ottobre 1998
viene arrestato
per crimini contro
l’umanità
Nel 2000 viene
condannato
e messo agli arresti
domiciliari
Muore in Cile
il 10 dicembre 2006
la Repubblica
DOMENICA 1 SETTEMBRE 2013
■ 36
LA DOMENICA
Spettacoli
Maschere
Così
ho conosciuto
Hannibal
Lecter
Un carcere messicano,
vari psicopatici
e un certo dottor Salazar
L’autore
del “Silenzio
degli innocenti”
racconta come,
venticinque anni fa,
creò il personaggio
che diventerà un classico
del cinema horror
THOMAS HARRIS
V
SAG HARBOR, NEW YORK
maggio 2013
enticinque anni fa, in una
vecchia casa di Sag Harbor
con il pavimento sbilenco,
scrissi queste parole: «il silenzio degli innocenti». In quel momento mi resi conto
di aver finito il romanzo, ma non solo:
avevo trovato il titolo. Sopraffatto dalla
felicità, mi staccai dalla scrivania, andando a sbattere contro la parete con lo
schienale della sedia. Ancora rapito dai
personaggi del libro e dall’odore di cordite nella stanza, provai l’istinto di pronunciare ad alta voce i nomi delle persone che
amavo. Ma un ricordo d’infanzia si mise
di traverso: un giorno, da bambino, giocando ai cowboy tutto solo, avevo sparato a un passero. Prendendolo in mano ne
avevo sentito il calore ed ero rimasto a osservarlo in mezzo alle erbacce, le guance
rigate dalle lacrime.
Scuotendo la testa, ripensai a come
tutto era cominciato...
Tanto tempo fa la rivista Argosy mi aveva chiesto di recarmi nel carcere di Nuevo León a Monterrey, in Messico, per intervistare un americano condannato all’ergastolo per l’omicidio di tre giovani.
All’epoca avevo ventitré anni, ed ero convinto che aver fatto un reportage su un
turno di pattuglia della polizia in Texas
mi avesse insegnato tutto ciò che c’era da
sapere sul mondo.
Dykes Askew Simmons, ex paziente
psichiatrico, era un bianco sui trentacinque anni, un metro e ottanta per ottanta
chili, capelli brizzolati e occhi nocciola.
Tratti distintivi: una plastica a Z mal eseguita sul labbro leporino, piccole cicatrici sulla testa. Aveva gli occhi di una tartaruga inferocita, quasi sempre nascosti
dietro un paio di occhiali da sole neri.
Simmons mi presentò alcuni compagni di prigionia: un ufficiale giudiziario del suo processo, in carcere per aver ripulito qualcuno
di tutti i suoi beni, e un fotografo arrestato perché rubava gli orologi alle vittime degli incidenti
stradali. Quest’ultimo si rim-
IL FILM
Diretto da Jonathan Demme,
Il silenzio degli innocenti (1991)
vinse cinque premi Oscar
Protagonisti principali
Anthony Hopkins/dottor Hannibal Lecter
(nella foto) e Jodie Foster/agente Fbi
Clarice Starling
la Repubblica
DOMENICA 1 SETTEMBRE 2013
LE FRASI
■ 37
‘‘
Il suo polso non superò mai
gli ottantacinque battiti,
anche quando mangiò
la lingua della donna
Lo tengo chiuso lì dentro...
boccò la manica per mostrarmi i cinque
orologi che aveva al polso, offrendomi un
prezzo stracciato per un Bulova con il cinturino sporco. Simmons mi presentò anche la moglie, un’attraente infermiera
dell’Ohio che lo aveva sposato dopo l’arresto. Il sabato sera potevano usufruire
delle visite coniugali, appendendo delle
coperte all’ingresso della cella per assicurarsi un minimo d’intimità. Guardare
quella donna era piacevole e rassicurante, un’oasi di tranquillità in un posto del
genere.
Circa un anno prima Simmons aveva
tentato di evadere, corrompendo una
guardia perché lasciasse una porta aperta e gli procurasse una pistola. Una volta
consegnato il denaro, però, aveva trovato la porta chiusa come sempre. Non solo, ma dopo essersi intascato la mazzetta,
l’infido secondino gli aveva sparato, lasciandolo a rantolare in una pozza di sangue sulla terra crepata. Simmons si era
salvato solo grazie a un eccellente medico del carcere. Mi informai allora sulle cure che aveva ricevuto. La guardia aprì la
porta dell’infermeria e mi presentò il medico. Corporatura minuta e snella, capelli rosso scuro, il dottor Salazar se ne stava
perfettamente immobile e non era privo
di una certa eleganza. Mi invitò ad accomodarmi.
L’arredamento era spartano: un paio
di sgabelli per sedersi e, contro la parete,
un mobiletto con una serie di barattoli
etichettati. Gli strumenti erano pochi:
ago e filo, uno sterilizzatore, un paio di
forbici mediche con la punta arrotondata e, stranamente, uno speculum.
Il dottor Salazar rispose alle mie domande sulle ferite di Simmons e sul modo in cui le aveva tamponate. Quindi,
puntellando il mento con le dita, mi
guardò.
«Signor Harris, cosa ha pensato quando ha visto Simmons?».
«L’ho osservato con attenzione per verificare se corrispondesse alla descrizione dei testimoni oculari».
«Qualche altra impressione?».
«Non direi».
«Ha risposto alle sue domande?»
«Be’, sì, ma non è servito a granché. È
un tipo impenetrabile, si era preparato le
risposte».
«Si era preparato le risposte alle domande che si aspettava. Portava gli occhiali da sole dentro la cella?»
«Sì».
«Era buio là dentro, vero?»
«Sì».
«Perché li portava, secondo lei?»
«Forse per nascondersi».
«Gli occhiali da sole gli rendevano il
volto più simmetrico? Ne miglioravano
l’aspetto?»
«Davvero non saprei, dottore. Aveva
vari segni di percosse sulla testa».
Il dottor Salazar chiuse gli occhi, forse
per non perdere la pazienza, poi li riaprì.
Erano di un rosso cupo, picchiettati di
scintille granulose, come elioliti.
«Mentre parlava, ruotava il volto una
decina di gradi verso sinistra?»
«Può darsi, alla gente capita di distogliere lo sguardo».
«Ritiene che Simmons sia fisicamente
‘‘
‘‘
- Posso vedere
le sue credenziali?
- Certo
- Più vicino per favore,
più vicino...
brutto? Non gli hanno fatto un gran bel lavoro al labbro».
«No».
«Lo rivedrà, signor Harris?»
«Credo di sì. Abbiamo l’autorizzazione
a scattare qualche fotografia all’interno
del recinto carcerario con la sua auto».
«Ha portato gli occhiali da sole, signor
Harris?»
«Sì».
«Posso consigliarle di non indossarli
mentre lo intervista?»
«Perché?»
«Perché si vedrebbe riflesso nelle lenti.
Crede che da piccolo Simmons subisse le
angherie dei compagni di scuola per via
del volto deturpato?»
«È probabile. Di solito è così».
Il dottore sembrava divertito.
«Già. Di solito. Ha visto le fotografie
delle vittime, le due ragazze e il loro fratellino?»
«Sì».
«Le sono sembrati gradevoli?»
«Sì. Belle facce, buona famiglia. Ed era-
IL LIBRO
Sarà in libreria martedì
la riedizione italiana
de Il silenzio degli
innocenti scritto
da T. Harris nel 1988
(Arnaldo Mondadori,
12 euro, 348 pagine,
con prefazione
dell’autore
che qui pubblichiamo)
Il volume esce
nella collana
NumeriPrimi°
in contemporanea
con altri titoli che hanno
ispirato grandi successi
cinematografici
no molto educati, così mi hanno detto.
Non vorrà insinuare che l’avessero provocato?»
«No di certo. Ma i supplizi patiti in gioventù rendono i supplizi inflitti da adulti
più... concepibili».
A quel punto mi guardò, ed ebbi l’impressione di veder cambiare la sua fisionomia: i lineamenti si erano aperti all’improvviso, come una falena che mostra il
gufo disegnato sulle ali.
«Lei è un giornalista, signor Harris. Come lo scriverebbe sul suo giornale? Come
si racconta la paura del supplizio in giornalese? Avrebbe il coraggio di trovare una
formula brillante sul supplizio, che so, “il
vizio del supplizio”?»
In quel momento una guardia bussò
alla porta e fece capolino. «Dottore, sono
arrivati i pazienti».
Il dottor Salazar si alzò in piedi. «La prego di scusarmi» disse.
Lo ringraziai e lo invitai, se mai si fosse
trovato in Texas, a darmi un colpo di telefono per un pranzo insieme, un drink o
Anthony Hopkins
“In fondo era solo uno
a cui piaceva l’ordine”
SILVIA BIZIO
S
LOS ANGELES
ir Anthony, Hannibal Lecter festeggia il suo venticinquesimo compleanno.
Cosa rappresenta questo personaggio
per lei?
«Sono successe talmente tante cose da
quando Il silenzio degli innocenti è diventato un film, e io stesso ho fatto talmente
tante altre cose nel frattempo che non sarebbe esatto dire che io conviva con il signor Hannibal Lecter. Diciamo però che
mi sono divertito a interpretare la sua parte, questo sì, e anche che sono piuttosto
contento che il film sia diventato un classico. Come pure non mi dispiace che, grazie a lui, io abbia vinto l’Oscar. Ciò detto, a
onor del vero, non sto lì a pensarci troppo».
Perché secondo lei ha avuto un così
straordinario successo?
«Vero. È una vita che interpreto eroi di
vario genere, re, imperatori o anche soltanto bravissime persone comuni, eppure
quando la gente mi vede per strada ancora mi chiede di Hannibal Lecter. Anche io
mi chiedo il perché, e la risposta che mi do
è questa: i personaggi cattivi sono affascinanti. La seconda domanda è: quali istinti
scatenano nello spettatore? quale dinamica di proiezione/introiezione attivano?
Un personaggio come Hannibal non lo
vorresti certo come amico nella vita reale,
ma nella fiction ne siamo in qualche modo
Vorrei che potessimo
parlare più a lungo
ma so che sto per avere
un vecchio amico
per cena stasera
attratti perché siamo in qualche modo attratti dai lati oscuri della psiche e della stessa esistenza umana. Sì, umana. Anche
Lecter è umano, solo che la sua umanità è,
diciamo così, spinta all’eccesso. Ed è proprio questo stare continuamente in bilico
tra normalità ed eccesso che risiede, forse,
il segreto del fascino di personaggi di questo tipo».
Fece ricerche particolari per interpretare al meglio Hannibal Lecter?
«Neppure tantissime. Tutto era già ben
delineato, fin nei dettagli, nel romanzo di
Harris, un romanzo tanto potente quanto
inquietante. E poi fui diretto alla perfezione da Jonathan Demme. Alla fine mi sono
solo dovuto affidare all’istinto e una volta
trovata la sua voce, nasale, piatta e con
qualcosa di sintetico, è stato piuttosto facile abbandonarmi — devo dire anche con
un certo gusto — alla sua follia e al suo genio. La voce di Lecter secondo me doveva
ricordare un po’ quella di Hal, il computer
di 2001 Odissea nello spazio: suadente e
freddissima insieme. Hal è uno molto pulito e molto ordinato, e sarebbe capace di
uccidere freddamente chiunque si mettesse di traverso ai suoi obiettivi. Se c’era
una cosa che anche Hannibal Lecter non
sopportava era il disordine. Anche lui
avrebbe fatto qualsiasi cosa, persino la più
orribile, per mantenere l’ordine».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
quant’altro. Ripensandoci, non ricordo
alcuna traccia di ironia nella sua risposta:
«Grazie, signor Harris. Non mancherò
di chiamarla, la prossima volta che ci capito».
Fuori dalla porta, nel corridoio, vidi un
piccolo gruppo di persone in attesa con
due guardie e una suora infermiera arrivata da un convento poco lontano.
C’erano uomini e donne in abiti da lavoro stirati e huaraches (tipici sandali
messicani, ndr), puliti e strigliati per la visita dal medico. Non erano carcerati, ma
gente che abitava nei dintorni, e il dottor
Salazar li curava gratis.
La guardia mi accompagnò fuori. Ringraziandolo, gli dissi che avevo apprezzato la collaborazione del dottore e gli domandai da quanto tempo lavorasse al
carcere.
«Hombre! Ma lei lo sa chi è quello?»
«No. Abbiamo parlato solo di Simmons.»
Sui gradini, la guardia si voltò verso di
me. «Il dottore è un assassino, un chirurgo così bravo che riesce a inscatolare le
vittime in contenitori minuscoli. Non
uscirà mai di qui. È pazzo».
«Pazzo? Ma l’ho visto ricevere dei pazienti nell’infermeria».
La guardia alzò le spalle e aprì le braccia. «È pazzo, ma non con i poveri».
Tornato a casa, scrissi il mio articolo su
Dykes Simmons.
Una cosa portò a un’altra e mi ritrovai
a occuparmi di crimini in altre zone del
Messico, ma non vidi mai più il dottor Salazar.
Nel frattempo la moglie di Simmons
aveva annunciato di essere incinta, e col
passare delle settimane cominciò ad aumentare di circonferenza. Un sabato sera, durante il terzo trimestre, ci fu una visita coniugale. Era il giorno in cui le suore arrivavano dal convento per prendersi
cura dei prigionieri malati. La moglie di
Simmons si accomiatò da lui con particolare calore. In carcere erano arrivate
dodici suore. Alla fine della giornata se ne
andarono in tredici. Una di loro era Dykes
Simmons, in abito e scarpe da suora.
Glieli aveva portati la moglie, nascosti
sotto un vestito premaman.
Simmons tornò in Texas. Qualche mese dopo fu trovato morto dentro un’automobile a Fort Worth, dopo una rissa.
Quanto al dottor Salazar passò altri
vent’anni in prigione. Quando fu rilasciato, si dedicò alla cura di anziani e poveri nel barrio più povero di Monterrey.
Il suo vero nome non è Salazar. Preferisco lasciarlo in pace.
Parecchi anni dopo, stavo cercando di
scrivere un romanzo. Il detective a cui mi
affiancavo doveva avvalersi della collaborazione di qualcuno che conoscesse
alla perfezione la mentalità criminale.
Perso nei meandri del lavoro, lo seguii
passivamente al Manicomio criminale
statale di Baltimora per avere una consulenza da uno degli internati. E chi pensate che ci fosse ad aspettarlo, dentro la sua
cella? No, non il dottor Salazar, ma quello che, grazie al dottor Salazar, fui in grado di riconoscere come un suo collega: il
dottor Hannibal Lecter.
(Traduzione di Michele Piumini)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
la Repubblica
DOMENICA 1 SETTEMBRE 2013
■ 38
Next
Men at work
LA DOMENICA
Da qui al 2020 la richiesta di informatici
crescerà del trenta per cento
E se la scuola latita, a formare gli inventori dei nipotini
di Googlee Facebook ci sta già pensando la Rete
Perché immaginare nuovi siti web e nuove app
è anche un gioco da ragazzi (e perfino da bambini)
RICCARDO STAGLIANÒ
U
na vecchia battuta dice che un pessimista è un ottimista al corrente dei dati. Ma si può avere fiducia nel futuro
anche conoscendoli. Ad esempio
questo, fornito dall’ufficio statistiche
del Ministero del lavoro statunitense:
c’erano 913 mila posti da programmatore nel 2010 e ce ne saranno il 30
per cento in più entro il 2020. Ovvero
più del doppio della media della crescita delle altre occupazioni. Per chi
ne terrà conto il sol dell’avvenire resta
splendente. Nonostante la crisi. Eppure quelli che sanno scrivere codice
(il linguaggio dei computer, ndr) scarseggiano, anche in Italia, e l’America è
costretta a importarli dall’India dove
gli informatici sono tanti e tanto bravi. Non è che stiamo sbagliando qualcosa? Cioè, piuttosto che studiare lettere e finire a lavorare in un call center
forse varrebbe la pena fare un’altra fa-
(pensate ai videogiochi). In ogni caso,
piaccia o no, ci viviamo dentro. Comprendere un po’ come funziona diventerà competenza obbligatoria.
Ovviamente la Rete se ne è accorta, e
con una quantità di siti che insegnano
a programmare già dall’età in cui si
mettono le astine alle T. Per esempio
Scratch, visuale e intuitivo, si rivolge a
Creativi del software
è il vostro momento
coltà e inventarsi call center più intelligenti. Oppure i prossimi Google o
Facebook.
Tutto sta nel migliorare la reputazione dell’informatica. Che non è
quella cosa arida e noiosa che siamo
stati indotti a credere da prof. senza
immaginazione. Ma è un linguaggio
pluripotente per costruire mondi, anche più entusiasmanti di quello vero
bimbi dagli 8 anni in su e ha avuto tanto successo che da solo totalizza il dieci per cento delle pagine web del Mit.
Mitchel Resnick, direttore del progetto, non ha dubbi: «Così come tutti dovrebbero saper scrivere, tutti dovrebbero saper programmare». Né più né
meno. Oppure Hopscotch, che funziona sui tablet rendendo l’interazione più naturale. Per i ragazzini più
grandi c’è App Inventor, che creare le
applicazioni per iPhone o Android.
Anche per gli adulti la scelta non è mai
stata così ampia. Da Codecademy a
Treehouse, molti promettono di farvi
passare dal livello Neanderthal a due
tacche sotto Steve Jobs in poche settimane. Che probabilmente è la nemesi sbagliata dell’approccio tradizionalista.
Dunque: è realistico imparare da
soli, davanti a un computer, ciò che altrimenti richiederebbe un intero corso universitario? «No, se si inizia da zero è fondamentale un buon tutor» ritiene Paolo Ruscitti, cervello tecnologico dell’aggregatore di blog Liquida,
«se invece si conosce già almeno un
linguaggio di programmazione, anche il fai-da-te online può funzionare». Per consuetudine risalente agli inventori del linguaggio C, il primissimo
programma di un principiante consiste nel far apparire sullo schermo la
scritta “Hello World”. «Dopo qualche
ora di lezione, bastano pochi minuti
per ottenerla» stima Ruscitti. «Per
qualcosa di più consistente, 4-5 lezioni da un paio d’ore l’una». Un softwarista esperto impiega almeno tre mesi
di immersione totale per imparare benino un nuovo linguaggio. Bene, un
IMPARARE
ON LINE
Under 16
Ragazze
Bambini
Per bambini e ragazzi 8-16
permette di programmare
storie interattive, giochi
e animazioni. È disponibile
in più di 40 lingue diverse
■ www.scratch.mit.edu
Pensato per le ragazze
che vogliono imparare
lo sviluppo di software
attraverso tutoraggio
e istruzioni pratiche
■ www.girldevelopit.com
Disponibile solo su tablet
insegna ai bambini
a creare giochi interattivi
Ognuno può scegliere
il livello che preferisce
■ www.gethopscotch.com
la Repubblica
DOMENICA 1 SETTEMBRE 2013
■ 39
GLOSSARIO
CODICE
BIT
La disposizione simbolica
di dati o comandi
in un programma
per impartire alla macchina
le istruzioni dell’uomo
Acronimo di binary digit
è un simbolo dell’alfabeto
binario (fatto solo di zero
e uno) su cui è basato
il codice
COMPILATORE
ALGORITMO
Programma che traduce
un linguaggio
di programmazione
(codice sorgente)
in un altro (codice oggetto)
Procedimento che
risolve un problema con
un numero finito di passi
Un problema risolvibile
così si dice computabile
PYTHON
Linguaggio
di programmazione
“orientato agli oggetti”
Lo ideò Guido van Rossum
nei primi anni ’90
tura di lezioni universitarie. Dopo una
laurea in fisica e ingegneria a Cambridge, dove ha preso anche il dottorato in filosofia, Upton ha messo in
piedi una fondazione che produce
Raspberry Pi, un mini-computer delle dimensioni di una carta di credito e
dal prezzo di una cena al ristorante (35
dollari) sul quale bimbi tra 7 e 9 anni
Pensare meglio
Imparare a programmare amplia la mente
e aiuta a pensare meglio. Crea un nuovo modo
di ragionare che credo sia utile in tutti i campi
Bill Gates
Fondatore e presidente di Microsoft
imparerebbero a programmare in
Python. Dice: «Per un principiante
produrre qualcosa in pochi minuti è la
chiave per tenerne desti attenzione
ed entusiasmo». Quella stessa gratificazione istantanea che è tra i motivi
per cui tanti suonano la chitarra e tanti meno la tromba, dove solo il far uscire un suono giusto può rivelarsi un investimento di mesi.
shkoff, autore di Program or Be Programmed. Al Congresso, dove è stato
ascoltato come esperto, ha scandito:
«Le classi di informatica non possono
essere i luoghi dove insegnare ai ragazzi a usare il software di oggi, ma dove imparino a creare quello di domani». In Estonia lo fanno. Il Miur è in
ascolto?
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Android
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Esperti
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Jquery e Php. Python
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INFOGRAFICA ANNALISA VARLOTTA
anno. Benissimo, una vita. «In poche
ore si crea una semplice pagina web in
html e javascript» garantisce Emanuele Terracina, co-fondatore della
web-agency Gag, «Per cose più complesse servono anni. E non basta mai».
Soprattutto, avverte, ci vuole una disciplina da maestro Jedi: «Ore e ore davanti al computer, in solitaria. E poi
auto-formazione continua, perché
questo è un ambiente che si rinnova
totalmente ogni pochi mesi». Quanto
alla turbo-crescita prevista in America, fa notare, riguarda i progettisti, i
creativi che si inventano programmi
nuovi, più che gli esecutivi.
Per un entusiasmo senza riserve sui
tutorial online bisogna espatriare. Il
britannico Eben Upton è convinto
che «sì, è realistico imparare da soli
anche da zero. D’altronde negli anni
’80, quando ho iniziato io, ordinavo i
manuali in biblioteca e ci mettevano
settimane ad arrivare. Volete mettere
oggi la comodità: l’accesso istantaneo
a materiali, video e gruppi di discussione!». Nonché corsi impartiti a distanza, gratis, da prof. di Stanford come Andrew Ng, non a caso seguiti da
oltre centomila persone. Sull’onda
del successo, ha fondato Coursera
che compete con Udacity nella forni-
La verità sui tempi di apprendimento starà verosimilmente nel mezzo. Di certo i bravi programmatori
non temono la routine. Paul Allen, il
più dotato del duo con Bill Gates, motivò così il trasloco di Microsoft dal
New Mexico a Seattle: «Piove sempre,
è un posto ideale per programmare».
Quanto alla psiche periclitante dei coders, Douglas Coupland ne ha scritto
nel memorabile Microservi. «Si fatica
a trovare ottimi softwaristi» ammette
Ruscitti, «e quando lo sono effettivamente hanno spesso seri problemi relazionali». Terracina conferma e insiste su un carenza diffusa: «Ci vuole
una buona capacità di esposizione,
per farsi capire dai clienti e da chi lavora nella tua squadra». Bisogna, soprattutto, sapere astrarre dal problema per generalizzare la soluzione.
Non illudersi che sia una passeggiata,
né lasciarsi spaventare. «Facendo
un’analogia con l’auto, un programmatore non è come un meccanico,
ma solo uno che non vuole essere un
passeggero» scrive Douglas Rou-
la Repubblica
DOMENICA 1 SETTEMBRE 2013
■ 40
LA DOMENICA
I sapori
Da Renzo Piano a Pistoletto,
dal Barolo allo Zibibbo
Strutturati
Così si trasformano le migliori cantine d’Italia
DOVE MANGIARE
RISTORANTE BOVIO
Via Alba 17 bis
La Morra
Tel. 0713-590303
Chiuso
mercoledì e giovedì,
menù
da 35 euro
Ceretto
DOVE DORMIRE
CASTIGLIONE FALLETTO (Cuneo)
Vetro e acciaio per il cubo realizzato
da Luca e Marina Deabate
nell’ampliamento della cantina
affacciata sulle Langhe
Vino Barolo Bricco Rocche, 170 euro
CASA BALADIN
Piazza 5 luglio 1944
Piozzo
Tel. 0173-795239
Camera doppia
da 120 euro,
colazione inclusa
DOVE MANGIARE
SAN MARCO
Via Alba 136
Canelli
Tel. 0141-823544
Chiuso martedì sera
e mercoledì,
menù da 35 euro
DOVE DORMIRE
Chiarlo
CALAMANDRANA (Asti)
Per i dieci anni del parco artistico
La Court, Ugo Nespolo ha realizzato
una porta che apre idealmente
la cantina sulle vigne
Vino Barbera La Court, 27 euro
AGRITURISMO
LA CORTE
Regione Quartino 7
Calamandrana
Tel. 0141-769109
Camera doppia
da 90 euro,
colazione inclusa
DOVE MANGIARE
LA DISPENSA
via Principe
Umberto 23
Torbiato di Adro
Tel. 030-7450757
Chiuso lunedì,
menù
da 35 euro
Ca’ del Bosco
DOVE DORMIRE
ERBUSCO (Brescia)
Un rinoceronte imbragato
nella cantina franciacortina
è Il peso del tempo sospeso
secondo Stefano Bombardone
Vino Cuvée Prestige, 26 euro
IL DOSSO B&B
Via Calvarole 2
Corte Franca
Tel. 030-9826645
Camera doppia
da 60 euro,
colazione inclusa
LICIA GRANELLO
nche l’occhio vuole la sua parte. Una gita nei giorni della vendemmia fa
scoprire nuovi modi di concepire e vivere il vino, a partire da dove tutto
comincia, la vigna, fino a dove il mosto sboccia, ovvero la cantina.
Tecniche produttive, aggiustamenti economici, strategie di mercato: il
mondo del vino deve adeguarsi, si dice, perché il paesaggio enologico è
cambiato. Ma il paesaggio è, o dovrebbe essere, prima di tutto un altro,
geografico e ambientale, ben più necessario, importante, decisivo.
Da questo punto di vista, il paesaggio enologico, quello vero, reale, è cambiato moltissimo, e quasi sempre in meglio. Merito di vignaioli illuminati e architetti curiosi, che
insieme hanno ripensato sguardo e sostanza del vino, accorpando nuove tecnologie e
rispetto ecologico, sviluppando nel contempo uno sguardo originale e armonico sulla terra madre dell’uva. Appassionati e addetti ai lavori hanno visto l’avvicinamento di
artisti internazionali e super architetti con sospetto evidente: troppo sensibile la materia, troppo alto il rischio di confondere i piani del bello e del buono. E invece, il binomio arte-vino ha funzionato così bene che installazioni e costruzioni dedicate si sono
diffuse in maniera (quasi) indolore, guadagnando consensi trasversali, dai produttori storici ai vignaioli di nuova generazione.
A
Archi
Wine
La fantasia al podere
Il primo a rallegrarsene è proprio il vino, perché i bravi produttori sono gente tosta, caparbia, appassionata, che non baratterebbe mai un’installazione modaiola con la certosina selezione delle uve o la qualità dell’affinamento in botte. Le archistar hanno ascoltato, studiato e modificato i loro progetti, mentre gli artisti hanno dimensionato gli spazi e modulato i loro interventi. I risultati sono ottimi e abbondanti, tanto che le richieste
si moltiplicano, fra sculture e materiali ecocompatibili, dipinti e sfruttamento della forza di gravità (al posto delle pompe), tappeti sonori e isolamenti termici naturali.
Chi ha scelto l’arte, avendo già esaurito le opere di aggiornamento tecnologico, sceglie
di fare abitare vigne e cantine dalle testimonianze di Michelangelo Pistoletto e Anish Kapoor, Arnaldo Pomodoro e Igor Mitoraj, Chen Zhen e Ugo Nespolo, esaltando il principio
della multisensorialità di vino e sculture e condividendole con i visitatori. Altri, invece,
hanno rivoluzionato lo sguardo della propria azienda. Così, Renzo Piano ha progettato la
cantina di Rocca di Frassinello a Gavorrano (Grosseto), facendo ruotare la produzione intorno alla barricaia, mentre la famiglia Frescobaldi è fiera della cantina maremmana
“Ammiraglia”, il cui tetto è coperto da un giardino di piante officinali, e i bolzanini di Manincor vantano un impianto di biomassa a base di trinciati provenienti dal legno di meli
e viti, fino alla Distilleria Nardini di Bassano del Grappa, per la quale Massimiliano Fuksas ha disegnato un doppio spazio laboratorio-ricevimento a forma di bolle.
Prima di andare a visitare la cantina d’autore prescelta, fate una deviazione a Este (Padova) o Reggio Emilia, che dedicano il prossimo fine settimana al pane. Tra gli artigiani
di «Comunipane» e quelli di «Pan de Re» troverete sicuramente la merenda giusta da battezzare con un bicchiere di vino buono all’ombra di una bellissima cantina.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
LE IMMAGINI
FOTO DI A. MULAS
“Carapace” si chiama la cantina realizzata
da Arnaldo Pomodoro in Umbria
nella Tenuta Castelbuono della famiglia Lunelli
Nella foto piccola, all’interno dell’articolo
nella pagina accanto, la nuova cantina
Antinori Chianti Classico di Bargino
progettata da Marco Casamonti
e dallo studio Archea
la Repubblica
DOMENICA 1 SETTEMBRE 2013
■ 41
Sulla strada
DOVE MANGIARE
ZUR ROSE
Via Josef Innerhofer 2
San Michele
Tel. 0471-662249
Chiuso domenica,
menù da 40 euro
GUSTIBUS
Piazza del Comune 11
Osimo
Tel. 07-1714450
Chiuso domenica,
menù da 20 euro
MAGRÈ (Bolzano)
Mario Airò ha progettato
una ninna nanna video-sonora
per barriques, che accompagna il vino
mentre matura in botte
Vino Am Sand Gewürztraminer, 19 euro
DOVE MANGIARE
BADIA COLTIBUONO
Località Badia
a Coltibuono
Castellina in Chianti
Tel. 0577- 749031
Sempre aperto,
menù da 35 euro
Castello di Ama
GAIOLE IN CHIANTI (Firenze)
Ogni anno, un artista firma
un pezzo di cantina. Ora è il turno
dell’installazione Revolution
di Kendall Geers
Vino Haiku, 32 euro
DOVE DORMIRE
BioAgriturismo
Poggio Asciutto
Via Montagliari 40
Greve in Chianti
Tel. 055-852835
Camera doppia
da 85 euro,
colazione inclusa
DOVE MANGIARE
IL SALE
Via San Bartolo 100
San Vincenzo
Tel. 0565-798032
Sempre aperto,
menù
da 30 euro
Petra
SUVERETO (Livorno)
Parte dalla pietra latina, l’idea
di Mario Botta per la cantina
maremmana della famiglia Moretti
(spumanti Bellavista)
Vino Rosso IGT Toscana, 40 euro
DOVE DORMIRE
IL CHIOSTRO
Via del Crocifisso
Suvereto
Tel. 0565-827067
Camera doppia
da 80 euro,
colazione
inclusa
DOVE DORMIRE
Umani Ronchi
OSIMO (Ancona)
È stata scavata sotto i vigneti
per sfruttare il microclima ideale,
la cantina disegnata
da Marco Vignoni
Vino Pelago Marche Rosso IGT, 30 euro
PIERO ANTINORI
irando per il mondo si scopre
che i vini più prestigiosi e
straordinari sono figli di terre
modellate in maniera magistrale dall’uomo, ricchi di storia e cultura. La
Toscana è così, plasmata nel rispetto
dell’ambiente e della natura, dai filari
dei vigneti disegnati in modo da non
impattare sui profili delle colline alle
case coloniche inserite intelligentemente nel paesaggio.
Dovevamo progettare una nuova
struttura nella zona del Chianti Classico, perché la nostra era diventata
obsoleta sia dal punto di vista tecnico
che urbanistico. La prima decisione è
stata quella di unire la parte produttiva con il cuore pensante dell’azienda
di Palazzo Antinori a Firenze. La zona
poteva essere solo questa, anche da
un punto di vista simbolico, visto che
nel Trecento la mia famiglia operava
già nella campagna di Badia Passignano dove ancora oggi realizziamo
uno dei nostri migliori vini. Il secondo
pensiero è stato architettonico. Non
abbiamo fatto una vera e propria gara, ma valutato una serie di proposte.
Fino a quando ci è arrivato sotto gli occhi il progetto di un giovane architetto fiorentino, Marco Casamonti, che
ci ha entusiasmati.
Sette anni di fatiche, dubbi e
preoccupazioni, anche economiche. Ma siamo contenti di non aver
cambiato in corso d’opera. Della
cantina Antinori Chianti Classico di
Bargino mi piace l’inserimento armonico nel paesaggio. Vista dalla
collina di fronte è magnifica, anche
se la mia parte preferita è la bottaia
con le tradizionali botti toscane da 50
ettolitri. E mi piace il fatto che sia una
cantina aperta, perché la comunicazione migliore è far vedere ciò che sta
dietro la bottiglia. Annessi alla cantina ci sono un ristorante, un negozio,
un frantoio, la vinsanteria: tutto per
ricreare il microcosmo delle fattorie
toscane. Speriamo solo di esserci riusciti, nel rispetto dei nostri predecessori, della bellissima terra di Toscana
e dei suoi grandi vini.
G
FOTO DI A. MULAS
Lageder
LOCANDA
TURMBACH
Via del Rio della Torre 4
Appiano
Tel. 0471-662339
Camera doppia
da 95 euro,
colazione
inclusa
Non il classico
Chianti
AIRONE COUNTRY
HOUSE
Via Calavaldrese 154
Osimo
Tel. 071-7107537
Camera doppia
da 75 euro,
colazione
inclusa
DOVE MANGIARE
RISTORANTE
COCCORONE
Largo Tempestivi 11
Montefalco
Tel. 0742-379535
Chiuso sabato a pranzo
e domenica,
menù da 30 euro
Tenuta Castelbuono
DOVE DORMIRE
BEVAGNA (Perugia)
Per Arnaldo Pomodoro la cantina
umbra della famiglia Lunelli
(spumanti Ferrari)
è come un carapace di tartaruga
Vino Montefalco Sagrantino, 21 euro
IL POGGIO
DEI PETTIROSSI
Via del Poggio 1
Bevagna
Tel. 0742-361744
Doppia da 80 euro,
colazione inclusa
DOVE MANGIARE
MARENNÀ
Località Cerza Grossa
Sorbo Serpico
Tel. 0825-986666
Chiuso
domenica sera,
lunedì, martedì
Feudi San Gregorio
SORBO SERPICO (Avellino)
È firmata Hikaru Mori, la cantina
della famiglia Capaldo
esposta alla Biennale
di Architettura di Venezia
Vino Serpico Aglianico d’Irpinia, 50 euro
DOVE DORMIRE
HOTEL SERINO
Via Terminio 119
Serino
Tel. 0825-594901
Camera doppia
da 80 euro,
colazione
inclusa
DOVE MANGIARE
FOTO DI ANNA PAKULA
DOVE DORMIRE
FOTO ARCHEA
DOVE MANGIARE
LA NICCHIA
Contrada Scauri Basso
Pantelleria
Tel. 0923-916342
Sempre aperto
la sera, menù
da 25 euro
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Donnafugata
PANTELLERIA (Trapani)
Pietra lavica e giardino pantesco
caratterizzano la cantina
che Gabriella Giuntoli ha disegnato
per la famiglia Rallo
Vino Ben Rye Zibibbo Passito, 38 euro
DOVE DORMIRE
BLUE MOON
HOTEL
Via Don Alonso Errera
Pantelleria
Tel. 0923 912785
Camera doppia
da 80 euro,
colazione inclusa
la Repubblica
DOMENICA 1 SETTEMBRE 2013
■ 42
LA DOMENICA
L’incontro
Innamorati
Fuggì dal paesino in Calabria
per inseguire il suo grande amore,
il cinema. E adesso che ritorna
per la sesta volta in concorso a Venezia
racconta: “Ho cominciato
a vedere film
da ragazzino
e poi non ho più
smesso
Sono uno spettatore
onnivoro, provo un vero
godimento quando si spengono le luci
in sala. Ma se non pago il biglietto
non mi diverto: non mi sento libero”
Gianni Amelio
l cinema? Prima che
una vocazione, per me
è stata una via di fuga.
Fuga dalla miseria intanto, non intesa in senso economico, piuttosto come mancanza di aspirazioni temerarie. I miei compagni di
scuola sognavano giustamente la laurea in giurisprudenza, magari per il
posto pronto nello studio del papà avvocato. Mio padre invece faceva l’autista e io ho faticato parecchio a prendere la patente e anche adesso guido
in maniera micidiale. Era quasi un obbligo partire, uscire da una casa non
protetta, tentare altre strade. Insomma, non avevo niente da perdere».
Nel bar a due passi da casa sua dove è solito avere i suoi incontri di lavoro, nel cuore dell’elegante quartiere
Prati, a Roma, Gianni Amelio non ha
bisogno di ordinare. Ci accomodiamo nel silenzio di un primo pomeriggio di fine estate e comincia a raccontare cosa ha voluto dire crescere nel
piccolo villaggio della Sila dove nacque sessantotto anni fa. E raccontando racconta una storia per certi versi
assai simile a quella da lui narrata ne
Il primo uomo film che, attraverso le
memorie di Albert Camus, è quasi una
sua autobiografia.
Amelio è partito e negli anni ha collezionato riconoscimenti in tutto il
A dodici anni Amelio è già un precoce fan del cinema d’autore: «Mi ricordo che nel ’57 ho visto, scegliendoli da solo, i film italiani più belli: Il grido, Le notti di Cabiria, Le notti bianche... Allora, più che di fare il regista,
mestiere molto nebuloso, sognavo di
entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia. Non ci ho nemmeno
provato come allievo, ma l’ho frequentato come docente, molti anni
dopo. E poco tempo fa, quando mi
hanno dato una bella pergamena col
diploma honoris causa, mi sono un
anche po’ commosso, non lo nego».
Alla professione ha avuto accesso,
per sua stessa ammissione, da una
porta di lusso: «A vent’anni, di passaggio a Roma, ho avuto la sfrontatezza di fare una telefonata a Vittorio De
Seta, che aveva già fatto Banditi a Orgosolo, e lui mi ha ingaggiato per il film
Ho conosciuto
mio padre
all’età
di sedici anni
Quando sono nato
lui era partito
per l’Argentina
in cerca del suo
FOTO GETTY IMAGES
«I
ROMA
mondo, con titoli come Colpire al
cuore, Porte aperte, Il ladro di bambini, Lamerica, Le chiavi di casa, La stella che non c’è. Ed è l’ultimo italiano
che ha vinto, con Così ridevano, il Leone d’oro alla Mostra di Venezia, nel
1998. A Venezia ritorna anche quest’anno per la sesta volta (quasi un record) con L’intrepido, in concorso
mercoledì prossimo, protagonista
Antonio Albanese in un ruolo che, si
sussurra, ricorda Charlot.
Il cinema, dunque, come via di fuga. E come ragione di vita, come lui
stesso ha scritto nella prefazione al libro Il vizio del cinema: «Ho smesso da
tempo di fumare, bevo con moderazione, e in quanto ai peccati capitali
non li pratico proprio tutti e sette. Se
andrò all’inferno, com’è probabile,
sarà per aver abusato del cinema, fin
da ragazzino». «Quando — ricorda
oggi — alla fine degli anni Cinquanta,
per fare le scuole medie, mi sono trasferito da San Pietro Magisano a Catanzaro, ho cominciato ad andare al
cinema ogni volta che potevo, e da allora non ho più smesso. Anche adesso che faccio il regista sono uno spettatore onnivoro, una sorta di malato
che vede tutto, quasi senza scegliere,
senza puzza sotto il naso. Chi fa cinema di solito frequenta poco la sala, al
massimo va alle anteprime, alle
proiezioni private. Io se non pago il biglietto non mi diverto, perché non mi
sento libero. Penso di aver conservato nonostante tutto un’innocenza da
spettatore ragazzino, provo un vero
godimento quando si spengono le luci e comincia il film».
«È chiaro che oggi non c’è più lo
stesso amore che ha segnato in modo
così forte la mia generazione — si appassiona ancora mentre racconta—
Una volta si attraversava la città e si
spendevano ore per infilarsi in un cineclub o in un pidocchietto, come si
chiamavano allora le sale di terza visione. Oggi è talmente facile vedere
un film con mezzi diversi dall’andare
in sala che, come succede nelle storie
d’amore, tutto si è intiepidito, è caduta la passione... Si arriva al paradosso
di comprare un dvd non per vedere un
film ma per tenerlo in casa sullo scaffale, come un libro che non leggerai
mai e però ha vinto l’ultimo premio
importante… Per non parlare di chi
scarica dalla Rete il titolo che sta oggi
sugli schermi e trova, giustamente,
un vecchio porno».
che stava preparando, offrendomi
pure un modesto settimanale. Era
una pacchia. Mi svegliavo alle quattro
di mattina, per paura di arrivare in ritardo alla convocazione, mentre la
troupe ancora dormiva beata… Ho
avuto bisogno di tempo per metabolizzare la fortuna che mi era arrivata
addosso. Per anni sono stato assillato
da un incubo: che tutto potesse finire
e che fossi costretto a tornare indietro. Nel momento in cui sono riuscito
ad arrivare su un set, mi sono trovato
ad amare il cinema-cinema senza
guardare tanto per il sottile: di sicuro
mi sono divertito di più a fare l’aiuto
nei western che nei film intellettuali.
A questo mi è servito l’apprendistato:
non a imparare la tecnica, perché la
tecnica si impara in fretta e si mette da
parte. Mi è servito ad assaporare il gusto di fare questo mestiere».
Proprio grazie a questa gavetta, fin
da subito, nella esperienza dei tv-movie che Amelio ha iniziato a realizzare
a partire dagli anni Settanta, quando
la Rai assolveva al proprio compito di
servizio pubblico producendo film
sperimentali e investendo sui nuovi
registi, gli è stata riconosciuta grande
professionalità, rigore raffinato,
straordinaria abilità nella messa in
scena. «Ma non mi reputo affatto —
commenta — un regista di nicchia. Mi
piacerebbe essere considerato uno
che il cinema cerca di farlo perché lo
ama e non lo vuole tradire. Le mie vacanze più belle sono i periodi che passo lavorando: dover trascorrere un’estate da disoccupato l’ho sempre giudicata una punizione. Negli ultimi
anni ho accettato di dirigere il festival
di Torino anche per poter vedere centinaia di film. Ed ero pure pagato per
farlo. Che si può volere di più? ».
Da regista l’incontro con il cinema
in sala arriva relativamente tardi, nel
1982, con Colpire al cuore, il primo
film italiano incentrato sul tema del
terrorismo. «Si può dire che per dieci
anni io sia stato confinato in un limbo:
facevo piccoli film che andavano ai festival, vincevano premi, come nel caso de Il piccolo Archimede, ma non
uscivano in sala. Anche perché nel
frattempo il mercato stava crollando
e le sale stavano sparendo, decimate
una dopo l’altra. È un problema che
ha segnato tutta una generazione di
cineasti: Peter Del Monte, Giuseppe
Bertolucci, solo per fare qualche nome… Per un certo periodo mi sono
domandato io stesso se fossi davvero
un regista. Sulla carta d’identità, che
gli avevo chiesto di rinnovarmi, mio
padre aveva fatto scrivere “operatore
cinematografico”, e in tanti pensavano che facessi il proiezionista…. Forse per questo Colpire al cuore è stata
un’esperienza lavorativa traumatica,
l’unica veramente traumatica della
mia vita. L’avevo caricato di troppe
responsabilità».
E tuttavia in Colpire al cuore, più
ancora che il tema del terrorismo,
emerge quello che sarà il centro di tutto il cinema di Amelio: la figura del padre. «Il mio l’ho conosciuto a sedici
anni. Era partito per l’Argentina che io
ero nato da poco. E c’era andato per
cercare il suo, di padre, che non dava
più notizie. Io sono cresciuto con una
mamma giovanissima e una nonna
gran lavoratrice e buona come il pane,
al contrario di quella di Camus. Quando mio padre è tornato eravamo due
estranei, ma per fortuna non ne abbiamo fatto un dramma. Io me ne sono andato di casa e basta, meglio così. Ci ho fatto sopra qualche film e soprattutto sono diventato padre a mia
volta quando, guarda caso, ho adottato un ragazzo che aveva sedici anni
anche lui, come me quando sono diventato figlio. L’altro giorno una delle
mie nipotine (sei anni) mi ha chiesto:
“Ma tu sei vecchio o anziano?” E la sua
gemella si è intromessa: “Che dici?
Nonno è maturo”».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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FRANCO MONTINI
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