Domenica La DOMENICA 2 GENNAIO 2011/Numero 307 di Repubblica l’immagine Sorpresa, un’altra Palermo è possibile GIORGIO VASTA cultura Il sacro e il bello dentro una cometa BARBARA FRALE e AMBRA SOMASCHINI Siamo elettroni sospesi intorno a un nucleo Compie un secolo il modello teorico che ha cambiato il nostro mondo PIERGIORGIO ODIFREDDI MICHELANGELO MANGANO gni nuovo anno porta con sé innumerevoli anniversari. Uno dei più significativi del 2011 è sicuramente il centenario del modello atomico, che ha cambiato la nostra percezione del mondo ed è entrato a far parte del nostro immaginario. Lo dimostra il fatto che ancor oggi, dai libri di testo per le scuole ai logo delle organizzazioni nazionali o internazionali, l’atomo si rappresenta come lo pensò per la prima volta Ernest Rutherford nel 1911: cioè, come un sistema solare in miniatura, con un nucleo di protoni e neutroni al posto del Sole, e un sistema di elettroni in orbita attorno ad esso al posto dei pianeti. Naturalmente, non è stato Rutherford a inventare l’atomismo. Anzi, non sono stati neppure gli scienziati moderni. L’idea risale agli antichi greci in generale, e Leucippo e Democrito in particolare. E già un secolo prima della nostra era il poeta latino Lucrezio l’aveva divulgata nel De rerum natura: un meraviglioso poema materialista e razionalista, che farebbe tanto bene agli studenti, se fosse insegnato al posto delle troppe opere idealiste e irrazionaliste. (segue nelle pagine successive) vunque, e praticamente da sempre. Non c’è angolo dell’universo in cui la materia non sia fatta degli atomi che conosciamo. Un secondo dopo il Big Bang si sono formati neutroni e protoni; dopo tre minuti questi si sono aggregati in nuclei leggeri (per esempio idrogeno ed elio), che sono diventati atomi circa trecentomila anni dopo. Gli atomi più pesanti, come carbonio, ossigeno, ferro, hanno iniziato a formarsi dopo circa un miliardo di anni, all’interno delle prime stelle. Alla fine degli anni Sessanta, con esperimenti simili a quelli di Rutherford, abbiamo “osservato” che protoni e neutroni sono a loro volta composti da altre particelle, i quark. Ai laboratori dell’acceleratore lineare di Stanford, elettroni di alta energia vennero scagliati contro un bersaglio di protoni. Studiando come gli elettroni rimbalzavano sul protone, si svelò l’esistenza di qualcosa di ancora più piccolo al suo interno, che si comportava come una particella puntiforme. Era stata dimostrata sperimentalmente l’esistenza dei quark. La scoperta non arrivò di sorpresa. Prima ancora di essere osservati, i quark erano stati introdotti come ausili matematici. (segue nelle pagine successive) O O ILLUSTRAZIONE DA GETTY IMAGES L’Anno dell’Atomo spettacoli Boombox, perché la musica è da strada ANGELO AQUARO e SPIKE LEE i sapori In cucina è ora di andare a tutto vapore LICIA GRANELLO e MASSIMO MONTANARI le tendenze Asia style, l’Oriente mai tanto vicino LAURA ASNAGHI l’incontro Edgar Morin: “E io dico viva la crisi” ANAIS GINORI Repubblica Nazionale 32 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 2 GENNAIO 2011 la copertina LE APPLICAZIONI ENERGIA NUCLEARE BOMBA ATOMICA Con la fissione nucleare controllata (rottura dell’atomo) si sviluppa calore che viene trasformato in energia La sua energia è prodotta dalla fissione nucleare: ovvero dalla divisione, spontanea o indotta, del nucleo dell’atomo Nel 1911 Ernest Rutherford confermava ciò che i filosofi antichi avevano sempre sospettato: l’esistenza di particelle infinitamente piccole alla base della materia. Il suo modello planetario di neutroni, protoni ed elettroni e le sue applicazioni cambiarono la storia. Ecco, a un secolo da quella scoperta, quanta strada abbiamo fatto e quanta ancora ce ne resta ATOMO LA PREVALENZA DEL VUOTO Il diametro di un atomo è diecimila volte quello del nucleo: se il nucleo fosse un millimetro l’atomo sarebbe dieci metri L’ENERGIA DEL BIG BANG Per 10 milionesimi di secondo calore e densità sono troppo alti: i quark sono liberi, non racchiusi in protoni e neutroni PIERGIORGIO ODIFREDDI (segue dalla copertina) T ra le molte cose utili e belle che Lucrezio dissemina nei suoi versi, ci sono anche gli argomenti a favore dell’esistenza degli atomi. In particolare, quello che sarà poi ripreso da Kant nella seconda antinomia della Critica della ragion pura: «Se non ci fossero gli atomi, ogni corpo consisterebbe di parti infinite, e allora quale sarebbe la differenza fra l’universo e la più piccola delle cose?» Soprattutto, Lucrezio suggerisce che le cose possono essere costituite da atomi invisibili alla vista, attraverso una serie di convincenti analogie. Il pulviscolo atmosferico, reso visibile da un raggio di Sole che penetra in una stanza, e la cui danza offre un modello dell’eterno tumulto degli atomi nel grande vuoto. Oppure, le pecore che si aggirano saltellando sui prati, e i soldati delle legioni che avanzano nei campi, i cui movimenti individuali appaiono indistinti a un osservatore lontano. E infine le parole, che pur essendo tutte costituite delle stesse poche lettere dell’alfabeto, «denotano il cielo, il mare, la terra, i fiumi, il sole, le messi, gli alberi e gli esseri viventi». Nonostante la divulgazione di Lucrezio, i brillanti argomenti degli atomisti non convinsero gli antichi, così come non li avevano convinti gli altrettanto brillanti argomenti degli eliocentristi. Il risultato fu che entrambe queste verità rimasero ibernate per due millenni, fino a quando vennero scongelate dagli scienziati moderni: Galileo, in particolare, che pagò cara la sua audacia in entrambi in campi. Per sdoganare scientificamente la teoria atomica della materia si dovettero aspettare le ricerche chimiche intraprese agli inizi dell’Ottocento da John Dalton. Ma ancora agli inizi del Novecento, nonostante la sistematizzazione effettuata nel 1869 da Dmitrij Mendeleev con la sua tavola degli elementi, rimanevano degli scettici. Primo fra tutti Wilhelm Ostwald, premio Nobel per la chimica nel 1909, che riteneva l’atomismo solo un’utile finzione. La prova definitiva dell’esistenza degli atomi venne da un lavoro del 1905 di Albert Einstein. Non quello più famoso sulla relatività speciale, ma uno precedente «sul moto di piccole particelle in sospensione nei liquidi a riposo», scoperto nel 1823 da Robert Brown e osservabile al microscopio. La prima impressione è che si tratti di una qualche forma di vita, ma Einstein dimostrò che il movimento è in realtà prodotto dalla vibrazione delle molecole atomiche che compongono il liquido. Secondo un’immagine di Richard Feynman, che possedeva un po’ del talento lieve di Lucrezio, è come se noi osservassimo da molto lontano delle enormi palle in uno stadio (le LE TAPPE particelle in sospensione), urtate da una folla di persone che va e viene (le molecole del liquido), ma che non riusciamo a distinguere per la distanza. Vedremmo allora soltanto le palle muoversi, con un incessante movimento irregolare (il moto browniano). Ovviamente, il problema fondamentale dell’atomismo riguarda la struttura stessa degli atomi. Lucrezio li immaginava provvisti di uncini. Nel 1696 Niklaas Hartsoecker sostituì agli uncini degli aculei. Nel 1808 Dalton passò alle palle da biliardo. Ma le cose si complicarono nel 1897, quando Joseph Thomson scoprì che gli atomi non erano affatto indivisibili e risultavano invece composti di particelle positive pesanti (protoni) e particelle negative leggere (elettroni). La scoperta gli fruttò il premio Nobel per la fisica nel 1906, e gli ispirò un modello in cui gli elettroni erano conficcati nella pallina del nucleo come le uvette nel panettone. Alla fine di questa lunga storia arrivò finalmente Rutherford, che nel 1908 scoprì che se si sparavano delle particelle alfa leggere contro una sottilissima lamina di un materiale pesante come l’oro, la maggior parte di esse l’attraversava senza deviare la propria traiettoria: dunque, la materia doveva essere in massima parte vuota. Ma a volte alcune di quelle particelle rimbalzavano indietro, come se avessero incontrato un ostacolo: dunque, la materia doveva essere in massima parte concentrata in un nucleo pesante. La scoperta valse a Rutherford il premio Nobel per la chimica quello stesso anno. Poi, nel 1911, propose finalmente il modello planetario che, a onor del vero, oggi è doppiamente sorpassato. Anzitutto perché, come scoprì il suo studente Niels Bohr nel 1913, non è stabile: per renderlo tale, bisogna supporre che gli elettroni non possano stare a qualunque distanza dal nucleo, come i pianeti col Sole, ma solo a particolari distanze fisse. E poi, perché gli elettroni non sono in realtà palline, ma nubi: dunque, risultano più simili a fasce di asteroidi che a pianeti. Ma tant’è, il modello è troppo bello per essere abbandonato, e noi continuiamo a mostrarlo e amarlo. Così come facciamo con le foto che ci ricordano i bei tempi andati, quando ci sentivamo tanto più giovani e belli, benché fossimo solo molto più semplici e ingenui. IL NUCLEO “PESANTE” Nel nucleo si concentra il 99,95 per cento della massa di un atomo © RIPRODUZIONE RISERVATA DEMOCRITO E L’INDIVISIBILE IL “PANETTONE” DI THOMSON A cavallo del 400 a.C. Democrito teorizza l’esistenza dell’atomo, elemento «indivisibile» e sempre uguale a se stesso Nel 1897 J.J. Thomson scopre l’elettrone: l’atomo è come un panettone, gli elettroni sono al suo interno come l’uvetta Repubblica Nazionale DOMENICA 2 GENNAIO 2011 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33 RISONANZA MAGNETICA NANOTECNOLOGIE GRAFENE È la tecnica di indagine sulla materia usata in campo medico nella diagnosi delle malattie (cervello, addome, ossa, cuore) Sono tecniche che manipolano la materia a livello atomico allo scopo di ottenere nuove sostanze utili anche in medicina Formato da uno strato di atomi di carbone può essere utilizzato al posto del silicio per schermi ultrasottili (pc e pannelli solari) metri 10-14 LE MISURE metri La scala in metri: da 10 alla -14 dell’atomo fino a 10 alla 21 di una galassia 10-10 L’ultimo mistero MICHELANGELO MANGANO L’UNIONE FORTE FRA LE PARTICELLE (segue dalla copertina) I tre quark sono tenuti insieme dalla cosiddetta “forza forte”: la stessa che unisce protoni e neutroni nel nucleo metri 10 21 LE SFERE AZZURRE Al suo interno protoni e neutroni hanno tre quark (nell’illustrazione rappresentati da tre sfere azzurre) I MATTONI DELLA MATERIA I quark sono di sei tipi, ma i più diffusi sono up e down Con gli elettroni sono i mattoni principali della materia LA MATERIA E L’ENERGIA Il 5 per cento del cosmo è fatto di materia conosciuta Il 25 è materia oscura e il 70 energia oscura OSSERVARE L’INVISIBILE ILLUSTRAZIONE DI MIRCO TANGHERLINI Non si possono osservare i quark direttamente La forza è come una molla: cresce se i quark si allontanano L’ESPERIMENTO Rutherford spara particelle alfa contro un foglio d’oro Solo una su ottomila rimbalza: la maggior parte dello spazio fra i nuclei è vuoto L’ESISTENZA DEI QUARK IL PLASMA PRIMORDIALE Alcuni esperimenti riproducono i primi istanti del cosmo: a duemila miliardi di gradi gli atomi non possono esistere Facendo correre le particelle negli acceleratori e poi facendole scontrare, negli anni ’60 si prova l’esistenza dei quark Lamina d’oro Fonte particelle alfa Raggio particella alfa Schermo fluorescente Particelle alfa ervivano per descrivere le proprietà della moltitudine di particelle che, a partire dagli anni Cinquanta, vennero scoperte studiando i raggi cosmici e facendo esperimenti con gli acceleratori. Le misure a Stanford indicarono che tutte queste particelle sono composte da quark, aprendo la porta alla comprensione e semplificazione dei fenomeni subnucleari. Né la scoperta sconvolse le leggi della fisica note fino ad allora. Si scoprì che le leggi che governano le interazioni fra quark sono concettualmente semplici e simili alle interazioni fra cariche elettriche. Le forze fra quark sono mediate da altre particelle elementari, i gluoni, successivamente scoperti, così come le forze fra particelle cariche sono mediate dai fotoni. Se pensiamo alla chimica, anche le reazioni più complesse sono riducibili alle semplici interazioni fra le cariche elettriche di protoni ed elettroni che compongono atomi e molecole. Analogamente, le forze che legano protoni e neutroni all’interno del nucleo sono il risultato delle interazioni fra i quark e i gluoni che li compongono. Oggi abbiamo ragione di pensare che il fondo sia stato raggiunto. Esistono modelli teorici in cui anche i quark sono composti, ma al momento non hanno riscontro sperimentale: la ripetizione dell’esperimento di Rutherford, bersagliando i quark usando gli acceleratori più moderni come l’Lhc del Cern di Ginevra, continua a indicare che sono puntiformi, e appaiono dunque come i costituenti elementari del nucleo atomico. Se con i quark abbiamo forse definitivamente risolto il mistero di come sia fatto l’atomo, un mistero che rimane aperto è quello della composizione della materia ed energia presenti nell’universo. La materia a noi nota, fatta di nuclei, elettroni e atomi, rappresenta infatti solo il cinque per cento dell’energia contenuta nel cosmo. L’intensità della forza gravitazionale che lega ammassi di galassie richiede l’esistenza di un addizionale venticinque per cento di cosiddetta materia oscura, la cui origine è tuttora ignota. L’accelerazione nell’espansione dell’universo stesso, infine, richiede l’esistenza di un settanta per cento di pura energia, nota come energia oscura. La scoperta della natura della materia oscura potrebbe arrivare entro breve, grazie a esperimenti di ricerca diretta, osservazioni di raggi cosmici, e alle ricerche all’Lhc. Chiarire la natura dell’energia oscura, invece, sarà probabilmente una delle grandi e complesse sfide scientifiche del Ventunesimo secolo. (L’autore è un fisico teorico del Cern di Ginevra) S metri 10 12 © RIPRODUZIONE RISERVATA Nuclei LE INTUIZIONI DI EINSTEIN IL MODELLO DI RUTHERFORD BOHR E LA FISICA QUANTISTICA Einstein inizia a elaborare la teoria della relatività nel 1905, prima ancora che fosse scoperta la struttura dell’atomo L’esperimento di Rutherford dimostra che quasi tutta la massa dell’atomo è concentrata nel suo nucleo Nel 1913 Bohr scopre che gli elettroni possono seguire solo determinate orbite: è la nascita della meccanica quantistica Atomi di lamina d’oro Repubblica Nazionale 34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 2 GENNAIO 2011 l’immagine Dal cielo siamo abituati a vederla solo attraverso i filmati della polizia in onda sui tg. A sorvolarla stavolta, in deroga alle normative antimafia, è invece l’occhio di un architetto Che, come racconta uno scrittore qui nato e da qui fuggito, con le sue foto ci regala a sorpresa una metropoli sconosciuta PALERMO Le ali sulla città PORTA FELICE Fu eretta nel 1582 in simmetria con Porta Nuova, dalla parte opposta del rettifilo GIORGIO VASTA a storia è nota. Un giorno il re ordina al ministro di riunire in una piazza tutti coloro i quali, nel regno, sono ciechi dalla nascita. Il ministro esegue, il re raggiunge la piazza, comanda che venga introdotto un elefante e invita i ciechi ad avvicinarsi e toccare l’animale. A quel punto chiede che cos’è un elefante. Il cieco che ha toccato le orecchie dice che un elefante è un ventaglio ruvido e spesso, quello che ha toccato una zampa dice che un elefante è una colonna, chi ha toccato le zanne dice che è una lancia, il cieco che ha toccato la coda dice che è una cordicella. Ovvero, ogni punto di vista ci consente una lettura delle cose e contemporaneamente, se non ci preoccupiamo di immaginarne altre, a quella lettura ci inchioda. Palermo dal cielo, il volume fotografico di Giuseppe Anfuso — “architetto volante” catanese da anni residente a Roma — è una straordinaria occasione per schiodarsi dalla percezione consueta di Palermo e reinventarne un’altra, tanto fisicamente inedita (la città «sorvolata» in uno spazio aereo «in deroga al vigente divieto», come specificato all’inizio del libro) quanto psicologicamente — e, direi, epistemologicamente — in grado di spalancare una lettura della città che costringe a una riconsiderazione complessiva. Palermo dal cielo è dunque, di fatto, la scoperta di un’ulteriore percezione dell’elefante (che, tra parentesi, è l’animale simbolo di Catania). Perché il valore di questo libro, la sua delicatissima potenza, sta proprio nel dimostrare che una città che ad altezza occhi è — per me — luogo dell’inerzia e della rassegnazione, una città vinta e abbandonata a se stessa (senza, fra l’altro, nessuna particolare sofferenza, anzi con una specie di torpido compiacimento), può diventare, modificato drasticamente l’angolo visuale, qualcosa che a uno stato d’animo cupo, censorio e mai minimamente indulgente riesce a collegare un sentimento di tutt’altro segno, un’improvvisa tenerezza per gli spazi e le morfologie cittadine, per la percezione molecolare delle cose, per quella specie di gloria contorta che sta dentro la miseria. È chiaro che quanto appena detto, come già evidenziato, corrisponde a una prospettiva del tutto personale. Alla mia specifica percezione dell’elefante. Palermo è la città nella quale ho vissuto per ventisei anni e nella quale non vivo più da quattordici (anche se forse, in una specie di filigrana, continuo a vivere a Palermo senza più abitarci). La mia esperienza della città — la città d’originee dunque, a tutti gli effetti, l’origine— è contrastata e contraddittoria. Nel corso degli anni il rancore primigenio si è radicalizzato diventando ideologia. Il problema è che il rancore è uno spazio psicologico a forma di labirinto. È un vagare ostile, un aggirarsi senza andare. E inoltre il rancore — che pure può essere un motore straordinario — è autotrofo, si nutre di sé, dunque è potenzialmente inesauribile. L TEATRO MASSIMO L’architettura tipicamente neoclassica del più grande teatro d’Italia è ben visibile in questa immagine dall’alto Un libro come Palermo dal cielo— un catalogo visivo costruito attraverso dieci itinerari aerei che coprono l’intero territorio cittadino — è un modo per arrestare il girovagare a vuoto nel labirinto, intravedere una direzione e far esistere un movimento vivo e fertile, qualcosa di simile all’andare, al venir fuori dal rancore. Palermo, vista dal cielo, è un colpo di scena mite, la rivelazione di un’armonia che diversamente, percorrendo la città immersi nelle sue strade, risulta impensabile. Infatti in una prospettiva planimetrica, o meglio stereometrica, Palermo appare tersa, persino logica, effetto di un pensiero che ha saputo saldare nel tempo la razionalità di un progetto — il cardo e il decumano che si intersecano nella sintesi curvilinea dei Quattro Canti, l’intelligenza formale della Fontana di piazza Pretoria, l’impianto a raggi concentrici, al contempo limpidissimo e misterioso, di Villa Giulia — a un territorio che tende di continuo a fare eccezione a ogni criterio organizzativo — le vie piccole e circonvolute di quell’arcaico cervello palermitano che è il mercato della Vucciria (uno spazio eternamente crivellato, le macerie come locale monumento all’inerzia amministrativa e a una sostanziale indifferenza a una gestione del patrimonio urbanistico), i resti del Castellammare (distrutto nel 1922, una specie di rimosso che nelle foto di Anfuso ritorna visibile), la struttura concentrazionaria dello Zen, l’espansione incontrollata di quelle che in Zero maggio a Palermo Fulvio Abbate chiama le «zone nuove». In una nota Giuseppe Anfuso chiarisce di non aver voluto proporre immagini strumentali a un’esaltazione della scenografia urbana, nessuna intenzione di teatralizzare lo spazio; semmai — sulla scorta dei grandi cartografi del passato che si affidavano al disegno e a un’incredibile capacità di astrazione — ha voluto fondare la sua ricognizione sul bisogno etico di leggere Palermo attraverso fotografie «piatte e acritiche», sulla necessità di fabbricare uno sguardo che riesca a farsi struggimento per sottrazione, tenendo il giudizio sotto controllo. Un sentimento, potremmo dire, che nasce da una programmatica desentimentalizzazione. A uno sguardo a volo d’uccello (se non addirittura satellitare, extraterrestre) Palermo è dunque una città normale, serena e struggente. Attraverso lo spazio Palermo dal cielo sovverte la percezione del tempo, distanzia le immagini della città riconoscendo in esse una strana composta classicità, scioglie il rancore in tenerezza, inventa una nostalgia (non tanto del passato quanto del futuro). In fondo al gruppo di ciechi che circondano l’elefante ce n’è uno che senza potersene accorgere è rimasto qualche passo indietro. All’ordine del re si sporge anche lui in avanti, allunga un braccio, apre la mano, brancola per un poco e infine stringe tra le dita un pugno d’aria: il suo elefante — la Palermo di Giuseppe Anfuso, il mio elefante — è un sentire la mancanza. © RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale 35 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 2 GENNAIO 2011 O PIAZZA PRETORIA CATTEDRALE Al centro la Fontana e ai lati il Palazzo Pretorio, la Chiesa di Santa Caterina, Palazzo Bonocore e Palazzo Bordonaro Il grandioso complesso architettonico della Cattedrale E a fianco, a sinistra, Villa Giulia: fu disegnata nel 1777 IL LIBRO Le immagini di queste pagine sono tratte dal volume fotografico di Giuseppe Anfuso, Palermo dal cielo (Lussografica Editore, 100 euro) con prefazione di Paolo Portoghesi SANTA MARIA DELLA PIETÀ PIAZZA VITTORIO VENETO Barocca, si trova nel cuore del quartiere Kalsa, poco distante dalla chiesa gemella di Santa Teresa Al termine di via Libertà, la grande piazza con il monumento dedicato ai caduti della Prima guerra mondiale Repubblica Nazionale 36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 2 GENNAIO 2011 CULTURA* Il linguaggio figurativo pagano ha sempre interpretato gli eventi astrali come un segno del soprannaturale. Per la dottrina cristiana questi divennero poi il simbolo stesso con cui si raffigurava la natura divina di Cristo Ora un prezioso catalogo che si rifà a una Bibbia illustrata del Cinquecento ci ricorda quanta bellezza possa contenere il grande disegno dell’Epifania COMETE Il volto sacro delle stelle BARBARA FRALE o lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino: una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele». Così il profeta Balaam figlio di Beor nel Libro dei Numeri (24, 17), risalente al secolo VI a. C., vedeva la rinascita del popolo d’Israele annunciata da un evento astrale straordinario: l’emergere di una stella speciale, vistosa, foriera insomma di buone novità. Secondo alcune teorie astronomiche, verso l’anno 6 o 7 a. C. si sarebbe verificata una particolare congiuntura astrale che vide i due pianeti Giove e Saturno entrare nella costellazione dei Pesci: in tal modo, allineandosi, avrebbero causato un fenomeno particolarmente luminoso. E questo fenomeno sarebbe in relazione con l’evento descritto nel vangelo di Matteo: alcuni màgoi, che secondo lo storico greco Erodoto (VI secolo a. C.) erano sacerdoti del popolo dei Medi dediti allo studio dei corpi celesti, notarono un astro particolarmente brillante che secondo la loro dottrina specifica poteva intendersi come legato alla nascita di un figlio di re. La teoria sembra condivisa da Simo Parpola, docente di Assirologia all’università di Helsinki, il quale vede il viaggio dei Magi in accordo con certe fonti storiche e pone la prima manifestazione del fenomeno celeste agli inizi di ottobre, seguito, ai primi di dicembre, da un secondo evento astronomico. La stella osservata, secondo la sua ricostruzione, non era quindi una cometa (e va detto che il testo greco del vangelo non parla di comete, cioè komètes, ma dice solo «un astro», ò astèr), bensì una sovrapposizione ottica dovuta all’allineamento dei due pianeti. «I Che nella figura dei Re Magi cara alla tradizione si nascondessero personaggi storici reali si sospettava concretamente. Per esempio, si sa che nell’anno 614 i Persiani del re Cosroe II invasero la Palestina, ma non distrussero la basilica della Natività a Betlemme perché sulla facciata c’era un mosaico bizantino che raffigurava proprio l’adorazione dei Magi: in base agli ornamenti speciali dei loro abiti, i Persiani li riconobbero come nobili del loro popolo. La cultura cristiana interpretò sin dall’inizio questi segni celesti come un annuncio messianico di enorme portata spirituale, e la più antica immagine di Maria di Nazareth che ci sia giunta, presente nelle catacombe di Priscilla a Roma e dipinta ad affresco poco dopo l’anno Duecento, la raffigura proprio con il Bambino in braccio mentre davanti a lei il profeta Balaam alza il dito verso l’astro prodigioso. La stella vistosa e brillante, che secondo il testo apocrifo detto Protovangelo di Giacomo era «tanto brillante da oscurare le altre stelle», divenne nell’iconografia cristiana il simbolo stesso con cui si raffigurava la natura divina di Cristo e il suo concepimento verginale, indicato da tre stelle rifulgenti sulla fronte e sulle spalle di Maria, a ricordare la triplice verginità prima, dopo e durante il parto. Del resto l’immagine della stella come espressione del divino era comune anche nel linguaggio figurativo pagano, e diversi tipi di monete ellenistiche e romane di età imperiale mostrano divinità in trono che sorreggono lo scettro, emblema del potere, mentre di lato la presenza di una stella assicura che la loro regalità non è terrena. Lo stesso imperatore Costantino, Repubblica Nazionale DOMENICA 2 GENNAIO 2011 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37 uomo romano per cultura, gusti e mentalità, secondo la tradizione lesse la sua futura vittoria proprio in un fenomeno apparso in cielo: la scelta di aderire al cristianesimo, cui già apparteneva la madre Elena, dipese dall’aver visto le iniziali del nome di Cristo (X e P, nella sua forma greca Christòs) disegnate fra le nubi in modo rifulgente. E consultati gli astrologi proprio come avrebbe fatto qualunque imperatore pagano, si sentì dare dai sacerdoti cristiani quel responso passato poi alla civiltà latina con la frase in hoc signo vinces, «in questo segno tu vincerai». Benché con estrema cautela, anche la dottrina cristiana moderna accoglie l’ipotesi che un fenomeno osservato in cielo, quando scientificamente inspiegabile, possa rientrare nella categoria del miracolo. Si ammette che tutto ciò possa appartenere alla sfera del mistero, che la razionalità umana deve accettare senza pretendere di scandirlo con la propria misura. Le maggiori apparizioni della Madonna, ad esempio, sono collegate a fatti anomali osservati in cielo, come a Fatima, dove i testimoni videro il sole spostarsi e mutare vistosamente di colore. In seguito, il 30 ottobre 1950, papa Pio XII, persona molto sensibile ai segni del soprannaturale, dopo aver visto un fenomeno simile di cui resta testimonianza nei suoi appunti privati credette fosse giusto proclamare il dogma dell’Assunta, sul quale stava ancora riflettendo. Sempre lo stesso pontefice ordinò a suor Lucia di mettere per iscritto il Terzo segreto di Fatima, poi lo conservò nel suo appartamento fino al giorno della morte. Miracoli da collezione AMBRA SOMASCHINI e comete scintillanti nel cielo nero e lapislazzuli, le lune cerchiate da quattro colori, le albe e i tramonti di un sole rosso fuoco, le scene del Vecchio Testamento e quelle didascalie scritte a mano con l’inchiostro lucido dalla grafia ordinata, perfetta. Sono stati messi insieme in un libro tra il 1547 e il 1552, inseriti in una collezione privata all’inizio dell’Ottocento, recuperati in un prezioso catalogo e infine esposti in una galleria londinese. Wunderzeicheunbuch, The Book of Miracles, Il libro dei miracoli, nato ad Augusta, Baviera, su commissione privata, è stato riprodotto in un fac-simile da James Faber e Richard Day, collezionisti d’arte nell’Old Bond Street londinese. Un editore inglese ripubblicherà il testo nel 2011 in versione patinata e extra large, ma per ora il titolo resta ancora segreto. Come pure è un mistero l’identità del collezionista privato di Manhattan che se lo è accaparrato. Il libro contiene centotrentuno rappresentazioni di miracoli ed è diviso in tre parti: la prima con le scene della Bibbia; la seconda con i miracoli raffigurati tra il 63 a. C. e il 1552 e con sessanta dipinti di eventi cosmici; la terza illustra il Libro della Rivelazione. La stesura originale si è ispirata a un libro di Hans Holbein disegnato e scritto nel 1520 e l’autenticità del testo è stata provata da due studiosi. «Sono sicuro che non esistono altri esempi del genere», ha detto il professor Jean Michael Massing dopo aver esaminato The Book of Miracles. Stessa certezza ha avuto Peter Bower della British Association of Paper Historians che lo ha collocato a metà del Cinquecento nell’area delle dell’arte fiamminga. Come era nato in quel periodo storico l’interesse per i miracoli lo spiega Robin Barnes in Prophecy and Gnosis: Apocalypticism in the Wake of the Lutheran Reformation (Stanford): «I luterani tedeschi si sentivano circondati da racconti di miracoli. E dal 1560 in poi l’attenzione nei confronti di tutto quello che era inusuale, come i miracoli appunto, era diventata una specie di ossessione». L © RIPRODUZIONE RISERVATA L’OPERA The Book of Miracles, da cui sono tratte le immagini che illustrano queste pagine, è stato riprodotto da James Faber & Richard Day © RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale 38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 2 GENNAIO 2011 SPETTACOLI ««« L’EVOLUZIONE Ghetto blaster, radioloni Chiamateli come vi pare Erano quelli che pompavano decibel nella New York nera raccontata da Spike Lee Zittiti da walkman e iPod ora si fanno risentire grazie a un libro sparato a tutto volume JVC modello RC-838 ANGELO AQUARO oom bàmba boom boom. Da dove cominciare se non da qui? Quel ritmo incalzante ti entrava nelle orecchie per non uscirne più. Pump up the volume: alza il volume. I ragazzi con i radioloni erano ovunque. Da Brooklyn a San Babila. A Milano sulle scalinate dietro al McDonald’s — proprio lì in centro: altro che ghetto. I radioloni a palla che razzisticamente si chiamavano «da neri». Mica solo da noi. Anche qui a New York. Lo dice pure Spike Lee che non gli è mai piaciuta la definizione razzista di ghetto blaster: le radio del ghetto che la sparavano a tutto volume. Però Spike è politicamente corretto. Anche troppo. Per dire: lo storico della musica nera Nelson George ricorda che la prima volta che ascoltò quella diavoleria chiamata rap si trovava sotto la sede dell’Amsterdam Newslassù ad Harlem: «Un ragazzino avanzò con il suo ghetto blaster col volume alzato a dieci». Nel 1978 era «una tipica esperienza urbana per quei tempi: le radiolone portacassette avevano portato devastazione nella sacralità degli spazi pubblici ormai da qualche anno». Boom bàmba boom boom. Una giornalista della Npr l’altro giorno è andata in giro per Washington Square trascinandosi dietro uno di questi vecchi boombox. Lì, proprio nel cuore del Village. Tra l’università e la Quarta Strada West dove Bob Dylan abbracciava Suze Rotolo sulla copertina di Freewhellin’: 1963. E che cosa hanno risposto quei signori che pure convivono da sempre con ogni tipo di bohème? Che cosa ricordano di quei mostri? «Il rumore!». Sì, è passato quasi un quarto di secolo e solo Lyle Owerko poteva provare a riscattare quest’obbrobrio dall’oblio. «Sono sempre stato affascinato dal significato delle cose piuttosto che dal semplice aspetto». Ci mancherebbe. Come fai a chiamarli belli questi colossi di transistor e di watt? The Boombox Project è il libro in cui Lyle prova a ripercorre la storia delle «macchine, la musica e l’underground urbano». Ma occhio: Owerko non è il fotografo glamour che t’aspetti. Da New York ha girato mezzo mondo prima di rientrare dal Sudafrica proprio la mattina dell’11 settembre 2001. Per correre sotto casa e scattare le foto delle Due Torri in fiamme finite sulla copertina di Time. E quella dell’Uomo che cade che è diventato il titolo di un romanzo di Don DeLillo. Ecco: DeLillo saprebbe cos’è il rumore. Il Rumore Biancodi un altro suo successo. Il rumore della solitudine che la rockstar Bucky Wunderlick rinchiude nel suo amplificatore nel primo romanzo sulla crisi del rock: Great Jones Street. Il nome di una via proprio dietro a Ground Zero. Del resto la storia dei boombox sarà mica solo storia della musica nera. «La prima volta che ho sentito Kashmirdei Led Zeppelin» dice sempre Owerko «veniva dai radioloni». Kashmir??? Oddio: il gioco senza frontiere non si ferma più. Per esempio: solo uno scherzo poteva far nascere lo strumento che sarebbe stato il simbolo della rabbia nera nel diligentissimo Giappone. È laggiù che Sharp, Jvc, Aiwa, Sony si lanciano in quella corsa alla miniaturizzazione del suono che porterà alla produzione di due apparecchi diametralmenti opposti. I radioloni appunto. E il walkman. Se non li metti insieme non cogli le due facce della stessa medaglia. I radioloni e le cuffiette sono la disintegrazione del moloch della radio e dell’alta fedeltà. Certo: per i giapponesi vale più l’esigenza di fare spazio nelle loro case sempre più piccole. Ma per il resto del mondo è una rivoluzione sociale. La fine dell’ascolto di famiglia. Ricordate Walter Benjamin? Come cambia l’opera d’arte nell’epoca della FOTO DI LYLE ORWERKO B NEW YORK La musica in una scatola sua riproducibilità tecnica. Beh: lui pensava a fonografo e radio. E che rivoluzione fu la sala da concerto che si godeva in salotto. Ma poi dal salotto la musica finì sulle strade. Con i radioloni e il walkman. Boom bàmba boom boom. Dalla libertà allo sfregio (dello spazio pubblico) il passo è breve: soprattutto se sei una montagna nera di muscoli e rabbia che non vuole abbassarsi al gusto degli altri. L’aveva capito David Foster Wallace nel Rap spiegato ai bianchi: «In molti sensi — parecchi piuttosto perversi — il rap, a livello di forma e contenuto, rispedisce al mittente la busta “libertà” con una forza che non si era più vista dai tempi di James Dean ed Elvis Presley». Dice in parole più povere Owerko: il boombox è grosso, è ostentazione. Rappa in parole ancora più povere LL Cool J: «Mi dispiace se non capite / ma io ho bisogno di sentire / questa radio tra le mani / Non voglio mica disturbare nessuno / ma il mio volume / resta fisso al massimo». Ma allora perché alla fine ha vinto il walkman? «Il mio boombox oggi si chiama iPod» dice Fab 5 Freddy: che oltre a essere un profeta dell’hip hop fu compagno d’arte di Basquiat. La fine di un mondo? Ma no: in fondo dai radioloni alle cuffiette è la continuazione del volume con altri mezzi. Boom bàmba boom boom: e tanto peggio per chi non sta mai ad ascoltare. © RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale DOMENICA 2 GENNAIO 2011 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39 RADIO A TRANSISTOR WALKMAN COMPACT DISC IPOD Inventata nel 1948 sarà commercializzata negli anni Cinquanta Già all’inizio degli Ottanta si cominciano a vedere i primi modelli Nasce nel 1985 e contribuisce alla fine del boombox Nel 2001 la Apple lo lancia sul mercato ed è subito un successo CANDLE modello JTR-1251 SHARP modello GF-777 LASONIC modello TRC-920 Hanno fatto la cosa giusta SPIKE LEE ono cresciuto a Cobble Hill, un quartiere di Brooklyn e lì, verso la metà degli anni Sessanta, qualcuno mi fece scoprire la potenza della musica portatile. C’era uno che tutti chiamavano Joe Radio. Gli avevano messo quel soprannome perché stava sempre all’angolo tra la Henry e la Warren Street, con una piccola radio a transistor sulla spalla. Attaccata alla spalla, per essere esatti, perché ogni volta che vedevi Joe Radio, lo vedevi con quella radiolina a transistor sulla spalla. Ascoltava WMCA Good Guys o WABC con Cousin Brucie notte e giorno, giorno e notte. Joe Radio era l’unico che lo facesse di quelli che conoscevo. L’immagine di lui che ascolta la sua radio è rimasta impressa nella mia mente quando avevo solo otto anni. Molti, molti anni dopo, quell’esperienza di quando ero bambino riemerse nel personaggio di Radio Raheem nel mio film Fa’ la cosa giusta, del 1989. Sono stato testimone di come quella piccola radio a transistor si è trasformata nei boombox degli anni Ottanta. Non ne ho mai avuto uno; primo motivo, pesava una tonnellata; secondo motivo, costava una fortuna in batterie. Non avevo un magazzino pieno di Eveready o di Duracell. Era una faticaccia portarsi dietro quella roba, dovevi essere veramente deciso a imporre i tuoi gusti musicali a tutti. Non aveva senso avere un boombox se non lo usavi a un volume da far scoppiare i timpani. Dovevi anche essere pronto a litigare se qualcuno osava chiederti di abbassare quel coso. Radio Raheem morirà per il suo stereo, per la sua musica, per il suo boombox che spara a tutto volume Fight the Power, l’inno dei Public Enemy durante tutto il film. Questo bel libro del fotografo Lyle Owerko documenta in modo superbo l’epoca ormai passata del walking boombox in tutta la sua sonora gloria (non mi è mai piaciuto il termine razzista “ghetto briefcase”, “la ventiquattrore del ghetto”). Ne ho nostalgia? Assolutamente no. Ringrazio Dio per il walkman della Sony, che si è poi evoluto nell’attuale iPod della Apple. Anche se a volte, quando me ne vado in giro sulla mia Mustang con i simboli dei New York Yankees per l’isola di Martha Vineyard (dove abitano molti tifosi degli odiati Boston Red Sox), metto a tutto volume Fight the Power dei Public Enemy e faccio rivivere Radio Raheem. Traduzione di Luis E. Moriones © Lyle Owerko / Abrams images S I FILM E IL LIBRO Dall’alto: Fa’ la cosa giusta, Il principe di Bel Air e Say Anything A lato la copertina di The Boombox Project, di Lyle Owerko (Abrams Image, New York) MONTGOMERY WARD modello Airline General 3996A MAGNAVOX modello D8443 © RIPRODUZIONE RISERVATA RISING modello SRC-2005B Repubblica Nazionale 40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 2 GENNAIO 2011 i sapori Sopravvissuti al surplus gastro-alcolico di Natale e Capodanno si impone immediato il rientro nei ranghi alimentari Senza alcun intento punitivo, però. Ma riscoprendo, Passata la festa anche grazie alla grande tradizione culinaria orientale, il consolante piacere delle acque-brodo e del fuoco lento Sogliola Panini Cotechino Patate Cous cous Il principe dei pesci al vapore: carne bianca, delicata, di struttura sottile Timo, sedano, pepe rosa e un bicchiere di vino bianco nell’acqua di cottura I Man Tou della cucina tradizionale cinese — farina, acqua, lievito — si cuociono per mezz’ora su garza umida nella vaporiera. Esiste anche la versione farcita Niente di meglio del vapore per sgrassare l’insaccato di Natale, senza sminuirlo con una super bollitura Invece dell’acqua, il lambrusco è il suo vino d’elezione Cottura ideale per la base della macedonia di verdure da insalata russa (aggiungendo maionese, tonno e capperi) Ottime anche schiacciate con un filo d’extravergine I piccolissimi grumi incocciati con mani e forchetta si cuociono nella parte superiore della cuscussiera con i vapori di carni e verdure posizionate nella parte bassa Day After Cestello L’utensile da appoggiare sul fondo delle pentole, purché siano fonde a sufficienza perché il liquido di cottura non tocchi i cibi Pentola a pressione La soluzione più efficace per cuocere in tempi ridotti, grazie all’utilizzo del cestello da posizionare all’interno della casseruola pone il rientro nei ranghi alimentari. Che la punizione cominci. Nulla di più avvilente e necessario di un petto di pollo o una sogliolina al vapore... Errore. Dismessa l’immagine tristanzuola del pentolino pieno d’acqua a metà con piatto appoggiato e odore di carote nell’aria, il vapore è ormai una risorsa ineludibile della gastronomia d’autore. Certo, bisogna mandare a memoria i tempi di cottura per evitare appassimenti e stopposità, apprendere i segreti dei bouillons(le acque-brodo da cui esalano le molecole di vapore che cuociono i cibi) prendere dimestichezza con le nuove tecnologie come il sottovuoto, ibrido culinario di inizio millennio che concentra i vapori all’interno del sacchetto sigillato, calato in acqua a temperatura bassa. I risultati possono essere esaltanti. Perché il vapore aromatizza senza invadere, cuoce senza stravolgere, lascia intatti i succhi interni più segreti e preserva le forme. Una riscoperta figlia della globalizzazione — le cucine asiatiche lo utilizzano da millenni per le preparazioni più sofisticate — che ha sdoganato i piatti al vapore dai carrelli delle mense d’ospedale e dal capezzale dei bambini. La strumentistica si è rapidamente adeguata, pur senza snobbare i buoni vecchi vassoietti bucherellati, o i mitici cestelli di bambù, capaci di cuocere verdure e panini, pesci e carni, alghe e sformati, nell’irresistibile formato monoporzione come a strati sovrapponibili. Dalle pentole a pressione alle poderose casseruole di ghisa, fino alle vaporiere elettriche e ai forni combinati, la cottura più salubre del pianeta ha costretto cuochi e industria a ripensare una fetta importante della tecnologia culinaria, tanto che si contano sulle dita di una mano i ristoranti stellati orfani di piatti al vapore nei loro ricercati, golosi menù. Se andate a cena da “Vittorio”, ristorante con tre stelle Michelin a pochi chilometri da Bergamo, chiedete a Chicco Cerea di preparavi il pesce cotto al tavolo: sarete voi stessi a decidere come profumare il vapore all’interno della Staub — le mitiche cocotte francesi — dove langue il vostro branzino. Poi, scatenatevi nei dessert. È ora di cucinare a tutto vapore LICIA GRANELLO l vaporeper amico. Che altro, per restituire tranquillità a fegato e colesterolo? Un tempo, l’attesa delle feste di fine anno era ripagata da una sequenza codificata: cenone di vigilia da noi, pranzo di Natale da loro, Santo Stefano dai cugini, etc... Pasti ineguagliabili per quantità e qualità, rifiniti con pazienza certosina grazie al coinvolgimento dell’intero nucleo familiare. Oggi, possiamo mangiare ciò che ci pare tutti i giorni, delegando a ristoranti e gastronomie gran parte dei nostri menù festaioli, perché il tempo è diventato molto più che semplice denaro: non ne abbiamo nemmeno a pagarlo a peso d’oro. In più, i pasti celebrativi hanno straripato dallo stretto recinto dell’ultima settimana di dicembre per invadere il mese intero, tra saluti aziendali e scambi di regali, in un day by day che non ci dà tregua. Sopravvissuti anche al surplus gastro-alcolico di fine anno, si im- I © RIPRODUZIONE RISERVATA Vaporiera Possono vantare due o più piani, in plastica o metallo, e garantiscono con esattezza tempi e gradi di cottura Bambù Il simbolo della cucina cinese, con i suoi piccoli cesti sovrapposti e coperti, viene prodotto anche in versione monoporzione Forno Grazie a ventilazione e vapore, consente di risparmiare energia e tempo, per cibi morbidi dentro, croccanti fuori Repubblica Nazionale DOMENICA 2 GENNAIO 2011 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41 itinerari Il bretone Philippe Leveillè è chef e proprietario del ristorante “Miramonti l’Altro” a Concesio, nel bresciano Molto goloso ma altrettanto leggero il suo cotechino cucinato al vapore con contorno di spinaci e purè Milano Torino Modena Verona Il campione della cucina vegetariana Pietro Leeman impasta farina bianca e integrale per i dischi di pane al vapore imbottiti con code di gamberi e petali di pomodoro Nella magnifica reggia restaurata alle porte di una delle capitali del bollito, Alfredo Russo cuoce nel forno a vapore la terrina di coniglio da servire con peperoni confit Nella terra-madre degli insaccati Massimo Bottura farcisce i ravioli con tre qualità di lenticchie, mescolate a briciole di cotechino cotto nei vapori del lambrusco Pochi chilometri separano la città del bollito con la pearà (salsa al midollo) dal ristorante di Giancarlo Perbellini, che serve i tranci di branzino al vapore con stracciatella d’uova DOVE DORMIRE DOVE DORMIRE DOVE DORMIRE DOVE DORMIRE TARA VERDE Via Delleani 22 Tel. 02-36534959 Camera doppia da 120 euro colazione inclusa B&B VIA DELLA ROCCA Via della Rocca 10 Tel. 348-8829485 Camera doppia da 95 euro colazione inclusa HOTEL CANALGRANDE Corso Canalgrande 6 Tel. 059-217160 Camera doppia da 130 euro colazione inclusa ARENA SUITE Stradone Porta Palio 36 Tel. 045-2370167 Camera doppia da 90 euro colazione inclusa DOVE MANGIARE DOVE MANGIARE DOVE MANGIARE DOVE MANGIARE JOIA Via Panfilo Castaldi 18 Tel. 02-29522124 Chiuso sabato a pranzo e domenica menù da 50 euro DOLCE STIL NOVO Piazza della Repubblica 4, Venaria Reale Tel. 011-4992343 Chiuso domenica sera e lunedì menù da 75 euro OSTERIA FRANCESCANA Via Stella 22 Tel. 059-210118 Chiuso domenica menù da 80 euro PERBELLINI Via Muselle 130, Isola Rizza Tel. 045-7135352 Chiuso lunedì e martedì menù da 65 euro Le antiche magie del “digestore” MASSIMO MONTANARI el centro di Blois, in cima a una scenografica scalinata che apre un suggestivo scorcio sulla valle della Loira, un monumento ritrae Denis Papin, figlio illustre della città, nato nel 1647. Fisico e matematico, egli è noto soprattutto per essere stato l’inventore di una «macchina di cottura» che, per la prima volta, si propose di applicare la tecnologia moderna all’antica pratica di cuocere al vapore. La macchina di Papin, un doppio cilindro in ferro chiuso con viti e barre, destinato a cuocere a bagnomaria, è ritenuta l’archetipo della pentola a pressione. Il suo inventore, divenuto membro della Royal Society britannica, ne illustrò le potenzialità in un libro pubblicato a Londra nel 1681 e l’anno successivo a Parigi: con quello strumento — spiegava — era possibile abbreviare i tempi di cottura e risparmiare sul combustibile; inoltre si potevano mettere a frutto materiali apparentemente inutilizzabili, come le ossa, con cui produrre brodi e gelatine per i poveri. A questa vocazione del marchingegno è dedicato il titolo dell’opera, che lo definisce digester ovvero «macchina per ammorbidire le ossa». La macchina di Papin suscitò subito interesse in Italia, dove fu chiamata “digestore” e divulgata dallo scienziato veneziano Ambrogio Sarotti. Nel secolo successivo, il milanese Sangiorgio la utilizzò per produrre decotti e brodi medicinali. L’abate Ottolini dichiarò di usare Il digestore di Papino (titolo di un suo libretto del 1783) per cuocere «la carne di manzo in meno di un’ora, un vecchio cappone in un quarto d’ora, il riso in tre minuti». Il problema maggiore del “digestore” era la regolazione del vapore. Priva di una valvola, difficile da chiudere, pericolosa da gestire, la nuova pentola faticò a diffondersi. Bisogna aspettare più di un secolo per trovarla in un manuale pratico di cucina, quello di Caterina Prato, tradotto dal tedesco in italiano nel 1902. La pentola di Papin è raccomandata non solo per la sua economicità e praticità, ma anche perché «si aumenta sostanza e aroma delle pietanze». Nel corso del Novecento la pentola a vapore comincerà a diffondersi nelle case, sia per il progressivo perfezionamento della tecnologia (con l’introduzione di valvole di sicurezza) sia perché, con l’introduzione delle cosiddette “cucine economiche”, il controllo del calore si farà più stabile e sicuro. Inoltre, la rapidità di cottura sarà sempre più percepita come un valore positivo. Tre secoli dopo, la pentola a vapore continua a tradurre in linguaggio tecnologico la millenaria saggezza di un sistema di cottura che unisce i vantaggi dell’umido a quelli del secco, utilizzando l’acqua non per diluire ma per concentrare sostanza e aroma. Quasi una magia, nuovissima e antica. N © RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale 42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 2 GENNAIO 2011 le tendenze Fantasie al potere Sete, broccati, colori sgargianti, il tutto rivisitato con modernissimo taglio europeo. Ecco il mix che ha catturato l’alta moda. E così da Chanel a Cavalli, da Gaultier a Elena Mirò il 2011 si inchina ai nuovi padroni del mondo LAURA ASNAGHI L a voglia di Oriente contamina la moda. Su tutte le passerelle, da Milano a Parigi, passando per Londra e New York, si scoprono echi, dettagli e reminiscenze di mondi una volta lontani, dalla Cina al Giappone. Gli abiti tradizionali — dal kimono delle geishe al qipao delle donne cinesi — tornano in una versione aggiornata e sexy, mescolati all’abbigliamento più classico europeo. E questo fenomeno non è da attribuire solo a un omaggio degli stilisti ai Paesi che in questo momento hanno una forza economica trainante. Anche se è lì che il mercato della moda pesca le sue più ricche clienti, quelle che possono spendere alla grande e comprare vestiti dalle cifre esorbitanti. La moda guarda a Oriente con una forte motivazione estetica. Era già accaduto negli anni Cinquanta. Niente di strano. Lo stile asiatico ha sempre esercitato un grande fascino negli atelier di tutto il mondo. I tessuti, le preziose sete e i broccati, le linee sensuali dei tagli, i colli, le maniche larghe e i dettagli della moda che arriva dall’Est, sono oggi fonti di ispirazione dichiarata dai grandi couturier sia francesi che italiani. Nelle collezioni la forza dell’Oriente balza all’occhio per le fantasie SOL LEVANTE Firmata Rebecca la lunga catena stile Estremo Oriente L’Oriente è vicino BORSETTA Da sera, di Braccialini Perfetta per un oriental-look dai colori brillanti, esaltati dai neri totali, sui quali spiccano gli arabeschi dai decori molto elaborati. La moda familiarizza con la Cina, gioca con la sensualità del kimono, e mette in scena sfilate dai titoli evocativi come “Paris-Shanghai”, scelto da Karl Lagerfeld di Chanel per sfilare, lo scorso anno, a Pechino. Tra i più grandi contributi alla Cina, c’è quello, destinato a passare alla storia, di Fendi che, già nel 2007, ha portato le sue modelle a sfilare sulla muraglia cinese, trasformando una delle sette meraviglie del mondo in una straordinaria passerella. Ma oggi per riscoprire il fascino dell’Oriente non occorre andare così lontano. Basta entrare nelle boutique delle griffe che si sono sintonizzate su quest’onda trendy. Da Etro è tutto un frusciare di sete per abiti da sera stretti in vita da fasce, con scolli profondi e maniche ampie come quelle dei kimono. Roberto Cavalli punta su sontuosi cappotti di broccato, riscaldati da interni di pelliccia maculata, mentre Jean Paul Gaultier usa le sete cinesi per farne gonne molto sexy da abbinare a giacconi sportivi. Un mix di impronta europea, che si ritrova, da sempre, anche nelle collezioni di Kenzo, dove Oriente e Occidente convivono in perfetta armonia. Tra i marchi che tengono alto il mito dell’Oriente c’è anche una griffe come Elena Mirò, che veste le donne “curvy”, quelle dalle linee tonde, dimostrando così che “la signora di Shanghai” non deve essere, per forza, sottile come un giunco, ma può avere le rotondità di una donna mediterranea. Cina forever anche per Max Mara: nella collezione per l’inverno ci sono molti dettagli ripresi dal guardaroba classico di una concubina della Città Imperiale. Impronta più giovane per le ragazze di Philosophy, la linea di Alberta Ferretti, che hanno sfilato con i classici cappelli di paglia cinesi e un corredo di pantaloni, casacche e abiti al ginocchio. L’Oriente è sbarcato nel guardaroba e fa proseliti, soprattutto tra le fashion victim. Asia style © RIPRODUZIONE RISERVATA SEVERA DORATA L’abito in seta nera con i grandi fiori stampati è firmato dall’inglese Paul Smith Si porta con la borsa a tracolla, le calze a rete e la fascia nera tra i capelli Omaggio alla Cina per Max Mara, tra i primi marchi ad aprire boutique in Oriente L’abito da sera, dalla gonna vaporosa, ha i colori dell’oro ANELLI Da Pomellato gli anelli della linea Arabesque con decori preziosi Repubblica Nazionale DOMENICA 2 GENNAIO 2011 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43 PERLE Hanno perle con decori in oro gli orecchini Fendi MANDALA Geometrie orientali nella collana griffata Rosato GILET È firmato da Philipp Plein il gilet in pelliccia bianca Antonio Marras, direttore artistico di Kenzo “L’essenza della donna? Sta tutta in un kimono” ntonio Marras, lei da otto anni disegna Kenzo ed è noto come “il più europeo degli stilisti orientali”. Ma perché siamo così attratti dal fascino dell’Oriente? «Fin da ragazzo sono stato stregato da questo mondo diametralmente opposto al mio. Vivo ad Alghero, in Sardegna, un’isola con stratificazioni culturali frutto di dominazioni diverse. Da noi ci sono stati i greci, i romani, i turchi, i francesi, che hanno lasciato tracce indelebili. Nei tessuti, nell’arte orafa ma anche nei costumi tradizionali. E il Giappone, che è un’isola come la Sardegna, mi ha sempre attratto per il suo attaccamento alla tradizione e la capacità di accettare nuove sfide. Un mix di rigore e innovazione, che si innestano perfettamente nel kimono, la quintessenza dell’abito, antichissimo ma di grande modernità». In che senso? «Il kimono è un vestito semplice ma con una magia incredibile. È fatto di un rettangolo di tessuto, più i due piccoli quadrati utilizzati per le maniche. Dunque, un inno all’essenzialità, esaltato dall’indiscutibile bellezza delle sete. Io, con mia moglie Patrizia, sono arrivato a collezionarne più di quattrocento, una fonte inesauribile di ispirazione». Cos’ha di magico il kimono? «Tutto, perché racchiude il mistero della femminilità. I kimono non sono tutti uguali. All’interno, nascondono i segreti delle donne. Le orientali amano personalizzare i loro abiti con ricami speciali, nastrini, fodere con i fiori o le righe. Tutti elementi che servono a tracciare un profilo della donna che li indossa». Ma oggi non è anacronistico? «Lo è se viene riproposto come un costume, vecchia maniera, lo stesso che portavano le geishe. Ma il kimono a cui mi riferisco io è una sorta di giacca, facile da portare con un abito corto da sera ma anche con i jeans». Operazione che sta alla base delle sue creazioni. «Io sono inebriato dalle collezioni lasciate in eredità da Kenzo. La sua è una cultura che mi appartiene e quando sono stato nominato direttore artistico mi sono sentito a casa. Di lui ho sempre apprezzato la capacità e il coraggio di mescolare colori e fantasie in contrasto tra loro ma alla fine in perfetta armonia». Quali sono i pezzi storici delle collezioni di Kenzo da cui è partito per ridare contemporaneità al marchio? «L’abito con le stampe a fiori, il kimono e il pantalone saruel. Sono tre elementi che si possono mescolare a piacere, dando vita a mise diverse. Per i quarant’anni di Kenzo, celebrati di recente a Parigi, sono partito, come faccio sempre, da una storia. Quella di un giapponese che approda in Sardegna dopo aver fatto il giro del mondo. E così ho mescolato abiti indiani con quelli peruviani, giacche afgane con gonne messicane, stampe marocchine con tessuti inglesi, e via elencando mix di grande fantasia e accessori etnici. Tutto questo attingendo dall’archivio storico di Kenzo. L’effetto finale è stato spettacolare». (l. as.) A CINTURA Lana intrecciata multicolore e pendagli in metallo in perfetto stile Missoni IMPERO Ecco gli stivaletti Roger Vivier della serie “Pour un empire” FLOREALI I ricami di fiori sugli stivali con la zeppa di Car Shoe © RIPRODUZIONE RISERVATA CURVY GRINTOSA ELEGANTE LEGGERA La giacca kimono per donne “curvy”, dalle linee tondeggianti È stata realizzata da Elena Mirò, caratterizza le collezioni ispirate alla moda orientale La moderna china-girl così come la immagina Jean Paul Gaultier Indossa stivali cuissard in seta nera con fiori In testa, un turbante con stampe orientali Il qipao delle donne cinesi interpretato da Veronica Etro, che usa sete e velluti per ricreare un abito che si adatta a più occasioni: dalla cena elegante al cocktail L’eterea leggerezza di un abito in seta, di gusto orientale, firmato da Antonio Marras per Kenzo Da indossare con un paio di stivali in pelle nera IL DISEGNO Il kimono in un disegno di Antonio Marras per Kenzo Repubblica Nazionale 44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 2 GENNAIO 2011 l’incontro La morte della madre da bambino, l’occupazione nazista, la Resistenza Ma anche i viaggi, le donne, gli studi che lo hanno reso famoso. Ora, sulla soglia dei novant’anni, il “Diderot del Novecento” che ha previsto i guasti della globalizzazione confessa di essersi “bevuto la vita” E pensa ai più giovani: “Noi ci siamo illusi con comunismo e consumismo. Loro hanno perduto il futuro, hanno bisogno di speranza” Pensatori Edgar Morin e fossi guidato solo dal lume della ragione, dovrei dire che il mondo va verso la catastrofe, che siamo sull’orlo dell’abisso. Tutti gli elementi che abbiamo sotto gli occhi ci prospettano scenari apocalittici. Ma nella storia dell’umanità esiste l’imprevisto, quel fatto inatteso che cambia il corso delle cose. Ecco perché, in fondo, sono ottimista». Anche quando si tratta di guardare al lungo periodo, Edgar Morin non rinuncia al suo famoso “pensiero complesso” che teorizza ormai da quarant’anni. Tesi, antitesi, sintesi. Il suo marchio di fabbrica. Unire gli opposti, abbracciare saperi diversi, come ha spiegato nei sei volumi della Méthode, l’opera enciclopedica scritta tra il 1967 e il 2006, che gli è valsa il soprannome di «Diderot del Novecento». Morin è un pensatore poliedrico, culturalmente onnivoro. Filosofo, sociologo, antropologo, una bibliografia fatta di oltre cinquanta titoli, saggi che spaziano dall’elaborazione del lutto ai nuovi miti dello spettacolo, dall’ecologia alla riforma del welfare. Tra pochi mesi compirà novant’anni. Le Monde gli ha dedicato un numero speciale, secondo il Nouvel Observateur è uno dei «giganti del pensiero» del secolo trascorso. Davanti al computer, nello studiolo del suo appartamento di rue Saint-Claude, sopra alle vecchie tipografie del Marais, lavora al nuovo libro. Sarà dedicato alla speranza. «Sì, vorrei restituirla ai giovani che sentono di aver perso il futuro. Noi avevamo la fede nel alla lotta contro il nazismo, trascurando perciò i difetti dello stalinismo. Ma in tempo di pace, appena sono incominciati i processi e le epurazioni, ho stracciato la mia tessera». Nel 1951 viene definitivamente espulso dalla dirigenza del Pcf per aver criticato in un articolo il Gran Timoniere Mao Tse Tung. «Il partito era come una chiesa, un ambiente sacro — ricorda — qualcosa di inimmaginabile per i giovani di oggi». Morin scrive in quegli anni Autocritique, memorie di un ex comunista, genere destinato a fare proseliti, in Francia e non solo. Oggi si considera «droitier gauchiste». «A destra, perché secondo la tradizione rivoluzionaria voglio difendere le libertà, e a sinistra perché penso che ci sia bisogno di radicalità». Di Karl Marx, al quale ha dedicato un piccolo saggio l’anno scorso, dice che «è stato un formidabile profeta della globalizzazione capitalista, ma non ha visto che l’homo faber, l’uomo produttore, era anche l’homoeconomicus, e che l’homo Se fossi guidato solo dalla ragione, direi che il mondo va verso la catastrofe Ma nella storia dell’umanità esiste l’imprevisto, il fatto inatteso che cambia il corso delle cose FOTO EYEDEA «S PARIGI progresso, ci siamo illusi prima con il comunismo e poi con il consumismo, la democrazia sembrava ancora la formula perfetta di convivenza. Ora quest’orizzonte è stato spazzato via». Non farebbe mai a cambio con un ventenne di oggi, anche se cammina lentamente nella casa vuota, aiutandosi con un bastone. Due anni fa è morta la sua terza moglie, Edwige Lannegrace, alla quale ha dedicato un libro, Edwige l’inséparable. Con la modella e attrice canadese Johanne Harelle, conosciuta negli Usa, aveva trascorso i ruggenti anni Settanta viaggiando in America Latina. Gran seduttore, racconta di aver «bevuto la vita». Non si è fatto mancare niente. Nato nel 1921, nella comunità ebrea sefardita del quartiere di Menilmontant, ha rischiato di morire durante le fasi del parto, insieme alla madre Luna, gravemente malata di cuore. «I medici le avevano consigliato di non avere figli, lei aveva nascosto la sua patologia anche a mio padre Vidal». La madre sopravvive per miracolo, accudisce il figlio unico come un piccolo principe, ma nove anni dopo è vittima di un infarto. «Quella morte è stata la mia Hiroshima» ricorda. Non a caso il suo primo libro di antropologia, pubblicato nel 1951, s’intitola L’homme et la mort, e analizza tra l’altro il concetto di “resilienza”, la capacità di resistere agli urti. Durante l’occupazione nazista, trova la sua seconda famiglia. Entra nelle forze combattenti della Resistenza, nella fazione guidata da François Mitterrand. È così che Edgar Nahoum per l’anagrafe diventa Edgar Morin, nome di battaglia che poi terrà anche dopo la guerra. Impara a nascondersi, a comprare le soffiate, ad anticipare i movimenti della polizia. Un giorno sta raggiungendo Lione, per un appuntamento. Ha come un presentimento, decide di non andare. L’amico che l’aspetta viene catturato, torturato e ucciso. In clandestinità, conosce Violette Chapellaubeau, prima moglie e madre delle sue figlie Irène e Véronique. Il giorno della Liberazione entra a Parigi a bordo di un’automobile militare, sventolando la bandiera insieme all’amica scrittrice Marguerite Duras. Subito decide di partire per Baden-Baden. Nel 1946, due anni prima del film di Roberto Rossellini, scrive L’Anno Zero della Germania, un racconto sul paese in macerie, un tentativo di capire come la nazione di Goethe e di Beethoven abbia potuto provocare la barbarie del nazismo. Fino a trent’anni ha creduto nel Sol dell’Avvenire. «Sono stato un comunista di guerra, perché ho dato la priorità sapiensera anche l’homo demens, la follia umana che si manifesta in tutta la storia dell’umanità». Nel 2008 Nicolas Sarkozy citò la «politica di civilizzazione» teorizzata da Morin in un suo discorso. Lui fece sapere di non aver gradito. «Dubito che il presidente conosca i miei lavori e il significato reale di quest’espressione» ripete adesso, con un moto di fastidio. Per Morin la «politica di civilizzazione» consiste nel ritorno della supremazia della politica sull’economia, del pubblico sul privato. «I partiti di sinistra hanno accettato supinamente il liberalismo senza capire che bisognava prima discutere di regole e salvaguardia dei diritti. Con la globalizzazione economica abbiamo avuto cose positive, come la circolazione delle persone e delle idee, ma abbiamo integrato anche i ritmi di lavoro della Cina». Nel suo album personale conserva foto con molti dei leader della sinistra francese, da Maurice Thorez a Mitterrand, con i quali ha spesso polemizzato. Eppure ogni volta che la gauche è in difficoltà, Edgar Morin viene consultato come un oracolo. Tutti, anche i suoi nemici, gli riconoscono una grande capacità di fiutare l’esprit du temps, lo spirito dell’epoca, titolo di un suo studio del 1962. Ha battezzato negli anni Sessanta la generazione «yé yé», i ragazzi dipendenti dal consumismo, nel 1993 ha pubblicato un pamphlet sulla «Terra-Patria» prima che l’ambientalismo diventasse una moda, ha previsto il ritorno dei nazionalismi e della xenofobia in Europa. «Sono rimasto scioccato nel vedere quello che la Francia ha fatto ai rom, un popolo perseguitato da secoli, mandato nei campi di concentramento dai nazisti». Morin non teme di trovarsi su posizioni politicamente scomode. Si è schierato a fianco dei palestinesi durante l’Intifada, è andato a parlare all’università di Sarajevo sotto le bombe. Mentre parla, continua a consultare le email sul computer. «Sono già dipendente da questo aggeggio» scherza. Viaggia ancora per conferenze, soprattutto in Brasile dove ci sono diversi corsi dedicati al suo lavoro, ha appena ricevuto un invito per andare in Cina. Il suo sogno, oggi, sarebbe veder nascere una nuova stagione della sinistra. «Non ci sono segreti. Le due parole che dobbiamo riscoprire sono solidarietà e responsabilità. In senso etico ma anche politico. L’idea di un unico partito di sinistra mi sembra destinata a fallire perché contiene forze che si sono sempre combattute e che difficilmente possono superare le loro diverse identità. Piuttosto, è preferibile una coalizione che unisca le sinistre, senza che nessuno debba rinnegare la propria origine, seguendo un processo che io chiamo di metamorfosi». Nella natura, spiega, il bruco si autodistrugge per diventare una crisalide e poi una farfalla. Cambia ma rimane lo stesso essere vivente. «È l’esatto contrario del concetto di fare “tabula rasa”, come dice lo slogan dell’Internazionale. Io penso invece che dobbiamo andare avanti, integrando sempre il nostro passato». La paura è la nuova ideologia. Un sentimento che paralizza le coscienze, la malattia di questo secolo. Quando è scoppiata la crisi, Morin si è staccato dal coro. «È una straordinaria opportunità per ripensare il nostro stile di vita, il momento in cui si può finalmente imparare dai propri errori. Purtroppo non sta accadendo e siamo ancora dentro al tunnel. Ricordiamoci che Adolf Hitler è arrivato al potere in modo assolutamente legale, proprio dopo una lunga crisi economica». Ci salverà, forse, l’imponderabile. Quello che neanche accademici come Edgar Morin riescono a prevedere. La piccola Atene che resiste all’impero della Persia, facendo nascere la filosofia e la democrazia. L’Urss che nel 1941 respinge i nazisti all porte di Mosca, e prelude alla fine della guerra. «È già successo, succederà ancora» confida Morin, con il tono di chi ha ancora molto da studiare. Quando si balla sull’orlo dell’abisso non c’è tempo per annoiarsi. © RIPRODUZIONE RISERVATA ‘‘ ANAIS GINORI Repubblica Nazionale