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direttore
simone siliani
redazione
gianni biagi, sara chiarello, aldo
frangioni, rosaclelia ganzerli,
michele morrocchi, barbara setti
progetto grafico
emiliano bacci
N° 1
Io ne ho viste cose che voi elettori
non potreste immaginarvi:
Vele elettorali in fiamme al largo
dei bastioni di Orione,
e ho visto lodevoli iniziative balenare nel buio vicino
alle porte di Tannhäuser.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,
come stuzzichini sul banco del buffet.
Con la cultura
non si mangia
21
Blade
Eugenio
È tempo di votare.
editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze
Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012
Da non
saltare
2
maggio
2015
pag. 2
Simone Siliani
[email protected]
di
G
iorgio Van Straten è fresco
di nomina alla direzione
dell’Istituto Italiano di
Cultura a New York; prenderà servizio a luglio. Ci concede questa
intervista “a caldo”: ha appena
avuto il tempo di prendere atto
della nomina e di cominciare a
pensare a cosa vorrebbe fare in
questo ruolo, ma soltanto all’indomani di questa intervista andrà
alla Farnesina a prendere informazioni e dettagli sull’incarico.
Prendiamo subito di punta il
problema: gli Istituti Italiani di
Cultura all’estero sono per lo più
considerati come degli antichi
cascami di un vecchio modo di fare
diplomazia da un lato e, dall’altro come dei salotti per elité più o
meno decadenti. Ora, conoscendoti,
immagino che andrai a New York
per cambiare questa immagine. O
pensi che questo sia uno stereotipo
e che la realtà sia anche diversa? Se
si va a vedere i servizi che questi
Istituti svolgono (formazione, aiuti
agli italiani all’estero, borse di studio, corsi), si capisce che sono anche
altro. Ecco, come ti immagini di
svolgere questo ruolo?
Intanto, devo premettere che
parlare prima di andare sul posto
è abbastanza complicato. Ciò
di cui mi sono reso conto in
questi anni quando mi è capitato
di avere a che fare con Istituti
Italiani di Cultura all’estero, è che
ovviamente chi concretamente è lì
– in primo luogo il direttore, ma
anche il resto del personale – fa
l’Istituto. Noi non siamo un Paese
in grado di dire che ogni struttura
deve fare la promozione culturale nello stesso modo; e quando
succede, diamo il nostro peggio,
burocratizzando e appiattendo
il nostro modo di lavorare e la
nostra immagine. Tutto dipende
da chi è lì, sul campo. Mi ricordo
quando c’è stato Guido Fink a
Los Angeles o Gioacchino Lanza
Tommasi a New York, che hanno
fatto un gran lavoro. Sono ruoli
che si basano molto su rapporti,
relazioni, non solo in loco ma
anche che ti porti dietro dalle
esperienze precedenti; quindi sulla
possibilità di portare personaggi
interessanti. La cosa di cui sono
sicuro (ed è una discussione che
ho fatto anche ai tempi in cui ero
nel CdA della RAI, perché la questione è analoga a quella di “Rai
Italia”) è che si possono seguire
Un fiorentino
a New York
due strade. La prima è quella di
considerarle strutture di supporto
per gli italiani all’estero (tanto
quelli che vi risiedono temporaneamente, quanto gli italo-americani). La seconda è considerarli
degli strumenti attraverso cui
suscitare interessi per la cultura
italiana negli americani. Questa
seconda è ovviamente più complicata, però a mio avviso molto
più interessante. Io penso che gli
istituti di cultura dovrebbero essere strumenti di promozione del
“sistema Paese”, come dicono al
Ministero. Quindi strutture che
si rivolgono agli americani; che
incuriosiscono gli americani che
poi possono decidere di andare
in Italia, o di studiare l’italiano o,
comunque, di interessarsi al nostro Paese. Perché il problema che
noi abbiamo è che il nostro Paese
ha una immagine molto debole
in quanto Paese, ma gli italiani
hanno una immagine molto forte
all’estero. Quindi vorrei seguire la
seconda strada.
In secondo luogo, io credo che
uno degli strumenti di promozio-
ne dell’Italia all’estero sia anche
la sua lingua, che poi è una delle
cose che pesano di più nella sua
identità nazionale. Trovo che sia
una forma di provincialismo il
fatto che la maggioranza delle
iniziative che vengono fatte negli
Istituti di Cultura si svolgano
nella lingua del posto. Certo
posso pormi il problema che chi
non sa l’italiano abbia a disposizione degli strumenti per capire
(traduzioni simultanee o consecutive). Ma se andiamo all’American Accademy a Roma o nelle
varie strutture francesi sentiremo
parlare in inglese nel primo caso
e in francese nell’altro, non il
tedesco a Berlino o l’italiano a
Roma. Diverso è se organizzo una
conferenza stampa. Ma in linea
di massima, siccome io cerco di
promuovere una cultura, il primo
strumento di promozione è la
lingua.
Terza questione: io non credo che
il problema sia la quantità di cose
che fai, bensì la loro qualità e questo vale tanto più in una situazione come New York dove succede
di tutto, e anche la cultura italiana
ha molti spazi.. Per esempio in autunno c’è una grandissima mostra
al Guggenheim su Burri: ne devi
tenere conto e non puoi fare all’Istituto Italiano di Cultura, che so,
la mostra dei medici che dipingono! Io vedo, ad esempio, che le
iniziative musicali in queste nostre
strutture all’estero sono davvero
di bassa qualità: non è quello che
dobbiamo fare. A New York ci
sono così tante strutture, da Casa
Zerilli Marimò che è di NYU al
“Primo Levi” Center che ha aperto anche una libreria italiana, al
Dipartimento di Italianistica della
Columbia University, ai musei
che fanno mostre sull’Italia: penso
quindi che mettere insieme questi
soggetti – che invece di solito
sono molto gelosi della propria
autonomia – o anche cercare di
aiutare questi soggetti per esempio
ad ottenere i prestiti o a metterli
in contatto con strutture italiane,
sarebbe già un grande lavoro.
Penso, infine, che quando si dice
“cultura”, per quanto io non sia
per usare in modo troppo ampio
questo termine, bisogna dire che
sono cultura italiana anche il
design, la moda, il cibo. E queste
cose sono anche dei grimaldelli
attraverso i quali puoi far passare
altre parti della cultura che hanno
minore visibilità su un mercato
globale.
Parlando di New York, qualche
tempo fa era uscito su qualche
giornale il modo con cui gli americani considerano l’Italia, cioè come
un paese poco affidabile. Ma qui
parliamo di cultura, per la quale si
ritiene tradizionalmente che l’Italia
abbia un primato, anche se oggi
lo si avverte meno. Che immagine
pensi di trovare lì dell’Italia e come
pensi di interagirci?
Qualche anno fa ho fatto un
lavoro per un’associazione che si
chiama “Alta Gamma”, che è una
fondazione che mette insieme
una serie di imprese del lusso o
dell’alta qualità, e pubblicammo anche un volume dal titolo
“Bella e possibile” che rispondeva,
appunto, alla domanda su come si
possa promuovere l’Italia verso l’estero. Tenuto conto dell’immagine
molto forte che hanno gli italiani,
intesi come singoli. Se chiediamo
ad un newyorchese cosa pensa di
un italiano, lui penserà che un
italiano ha sempre un potenziale.
Quindi un italiano porterà un
di più di creatività, inventiva,
Da non
saltare
2
maggio
2015
pag. 3
fantasia. Poi, però, il sistema paese
ha un’immagine pessima: non
funziona niente, la burocrazia è
soffocante, ecc. Noi dovremmo
cercare di avvicinare queste due
immagini, che sono entrambe un
po’ stereotipate, perché se il paese
facesse davvero così schifo come si
crede, allora anche le persone che
crescono in quel paese dovrebbero
essere mediocri. E’ un po’ come il
nostro sistema dell’istruzione: se
fosse così pessimo, perché quando
vanno all’estero i nostri studenti
o studiosi sono fra i migliori?
Bisognerebbe riuscire a collegare
di più e a far essere molto più
presenti dentro questi Istituti di
Cultura (che sono emblematicamente dello Stato) queste capacità
italiane e farle vedere. Così da stabilire nel pubblico internazionale
il legame fra questi due aspetti,
eccellenze individuali e paese. La
difficoltà in questa operazione
è data dal fatto che, certamente
c’è una grande tradizione e per
certi aspetti un grande presente, ma l’interesse per l’Italia ad
esempio come lingua in una serie
di realtà (in Gran Bretagna, per
esempio) appare in calo,, anche
per il motivo banale che l’italiano
non è fra le lingue più parlate
nel mondo. E’ una crisi che, in
misura minore, riguarda anche il
tedesco, il francese: ma questo è
un problema dell’Europa.
Noi abbiamo una grande quantità
di studenti americani che vengono
in Italia (e in particolare a Firenze). Perché scelgono l’Italia’ Cosa ritengono del periodo che trascorrono
qui? E, soprattutto, come si sviluppa
questo rapporto con l’Italia e cosa ne
rimane quando tornano negli USA?
Qui vedi un ruolo dell’Istituto?
Non so. Tutti gli studenti italiani che vanno con l’Erasmus in
Spagna non credo che ritengano
molto della cultura spagnola e non
so fino a che punto scelgano quella
destinazione per un interesse per
la cultura spagnola. Ho l’impressione che molti di questi ragazzi
americani che vengono a studiare
in Italia, lo fanno perché vengono
in un posto dove non ti fanno storie per gli alcolici, dove si mangia
bene e ci si diverte. Qui, è vero, ci
sono molte università statunitensi
con proprie sedi e programmi, ma
tuttavia non stabiliscono un legame molto forte con il territorio.
Intanto, sarebbe interessante capire
da dove vengono questi studenti,
da quali luoghi degli Stati Uniti,
Intervista a Van Straten
appena nominato
direttore dell’Istituto
Italiano di Cultura
nella Grande Mela
perché questo fa una notevole
differenza. In questo senso New
York è una città molto particolare
e difficile. Quando ho fatto il
colloquio come candidato all’Istituto di New York, ho evidenziato
come il problema lì sia riuscire a
comunicare anche le cose buone
che si possono eventualmente fare
perché è un posto in cui accadono talmente tante cose, di livello
così alto, che obiettivamente è
difficile dare risonanza a quello
che si fa. Ma d’altro canto, non
possiamo neppure ridurci a fare
iniziative con cinquanta anziani
nostalgici del paese in cui, magari,
non sono neanche mai stati, ma
comunque vengono perché li
fa sentire un po’ a casa ascoltare
l’inflessione italiana. New York è
piena anche di cultura italiana: il
problema è tirarla fuori. C’è tanta
Italia lì: Renzo Piano, per dire
il maggiore, tanti professionisti,
intellettuali che occupano ruoli di
responsabilità. Sono lì ed ognuno
ha probabilmente una visibilità in
quanto singolo: bisogna tentare
di costruire una serie di fili fra
loro, in modo tale che alla fine il
fatto che questi siano tutti italiani
appaia palesemente l’elemento
unificante.
Parlami della “tua” New York. Tu
la conosci bene e la frequenti. Qual
è il tuo luogo preferito nella Grande
Mela? E’ una città complicatissima:
tenere le fila o anche avere la sola
percezione di tutto quello che vi accade, è un’impresa ardua; e tuttavia
è città davvero unica.
Sì, è difficile tenerne le fila e
soprattutto c’è questo continuo
mutamento, per cui i riferimenti
cambiano in continuazione: trovi
un posto bello o particolare, ci
torni dopo due anni e non lo trovi
più, sostituito da un’altra cosa.
Da un lato è la città in cui, dopo
Firenze e Roma, ho trascorso più
tempo, quindi dovrei dire che la
conosco. E in effetti, quando ci
vado, mi sembra di conoscerla.
Allo stesso tempo hai sempre
questa sensazione che quello che
conta di più sta succedendo in
questo momento, in un luogo
della città dove però tu non sei;
ti senti sempre un passo indietro
rispetto alle cose importanti che
accadono. Ed è una nevrosi.
Quello che più amo di New York
è la luce, nel senso che la ho sempre pensata il contrario di Roma:
Roma è una città che ha una
luce malinconica, mentre la luce
di New York non lascia alcuno
spazio alla malinconia; ti dà una
specie di senso energetico.
Posso anche dire che la cosa che
mi piace meno di New York è il
rumore.
Vivere per un periodo a New York
è uno dei sogni della mia vita. Ne
avevo tre: partecipare ad un’Olim-
piade, anche nel tiro al piattello,
ma parteciparvi; fare il crooner, il
cantante confidenziale; stare un
anno in un college. Questa cosa
che mi succede ora, assomiglia
molto a quest’ultimo desiderio:
fare un’esperienza totalizzante in
un altro paese.
Vi sono molte parti di New York
che mi piacciono, anche non a
Manhattan. Adoro fare a piedi il
ponte di Brooklyn e ritrovarmi nel
quartiere di Dumbo. Mi piace un
posto con le case basse con l’edera
sulle facciate sull’East River che
si chiama Sutton Place. Mi piace
moltissimo la Frick Collection,
perché preferisco i musei piccoli:
quelli grandi, intendiamoci, sono
bellissimi ma mi danno la vertigine. Al Metropolitan in un giorno
normale vicino a Natale entrano
circa 50.000 persone. Invece alla
Frick Collection ci sono pochi
quadri, tutti capolavori, e hai
la possibilità di osservarli con il
tempo e l’attenzione necessari.
Per quanto la cultura non sia petrolio, ovviamente esiste un significato
economico della cultura: imprese
che operano in questo settore, di
ogni tipo; ricadute economiche
delle iniziative culturali. Come
pensi di poter vivere e gestire questa
relazione?
Intanto gli stessi soggetti industriali che producono quell’oggetto di design, o quella bottiglia di
vino, o quella giacca di pelle, ti
direbbero – in modo non retorico
- che nel loro prodotto è incorporata una quota di quella cultura
perché quelle forme di sensibilità,
gusto, capacità di lavoro artigianale che esistono in Italia nascono
da una storia, che è la nostra cultura. Quindi, quando vendiamo
la Ferrari, che pure è un prodotto
estremamente tecnologico, stiamo
vendendo anche un modo di
vivere. Secondo me quello che
noi dobbiamo riuscire a far capire
è che questo modo di vivere si
riproduce. Ovviamente, in ogni
epoca si riproduce in modo diverso, e ci sono epoche in cui hai Fellini o Bassani e epoche in cui non
ce li hai. Però bisogna evitare che
gli americani si riducano a pensare
che l’Italia sia ancora Napoli,
spaghetti e mandolino, oppure –
come nel caso di un film, per certi
aspetti molto bello, come “La
grande bellezza” - Via Veneto, gli
anni ‘60, Fellini, perché siamo nel
2015 e credo che abbiamo anche
oggi le nostre carte da giocare.
riunione
di
famiglia
2
maggio
2015
pag. 4
Le Sorelle Marx
Prosegue senza soste la campagna
elettorale dell’uomo-trottola, l’Harlem Globe Trotter di casa nostra,
l’immarcescibile Eugenio Giani,
che – oh ,lodevole iniziativa – è
stato finanche premiato dall’Unione Imprese Storiche Italiane in
occasione della rassegna “Futuro
Antico”. Si potrebbe pensare che quei
mattacchioni dell’UISI lo abbiano
premiato perché, essendo la rassegna
inserita nelle celebrazioni per i 150
anni di Firenze Capitale, un’idea
originale poteva essere premiare
Giani che del Comitato per le
celebrazioni è presidente (ma, alla
fine, di cosa non è presidente?)... e
invece no, malfidati pettegoli! Lo
hanno premiato perché Eugenione
impersonifica ciò che l’UISI ha
inteso premiare, cioè i migliori 10
corti che raccontano alcuni tra i più
longevi brand italiani. Ora, Eugenio
corto non è, ma quale più longevo
brand di lui che da 30 anni calca,
senza soluzione di continuità, le
I Cugini Engels
Va beh, la “prima” del “Fidelio” al Maggio è andata come
è andata: ridotta in formato
concertistico, fra grida manzoniane e ardor di polemiche per
lo sciopero indetto dalle maestranze. Il Nardella inferocito,
più verdiano che beethoveniano:
“di quella pira l’orrendo foco;
tutte le fibre m’arse, avvampò!
Empi, spegnetela, o ch’io fra poco
col sangue vostro la spegnerò!” E
se non glieli levavano di sotto le
mani i lavoratori della GCIL, il
Nardella furioso li avrebbe davvero annegati nel loro stesso sangue. Ma la cosa più complessa è
stata spiegare al Giani la trama
del “Fidelio”. Tutto invalvolato
per la semifinale di coppa Uefa,
Eugenio era convinto che l’opera
del maestro di Bonn fosse in realtà una parodia per irridere alla
Viola. In fondo l’azione si svolge
in una prigione a qualche miglio
fuori da Siviglia; don Pizarro è
il governatore della prigione in
cui ha fatto imprigionare ingiustamente il suo nemico personale
Florestan; e poi c’è quel Jaquino
che s’invaghisce di Marzelline,
la figlia del carceriere. Tanto
che il Giani è entrato in teatro,
petto in fuori e mento in alto,
Il brand di Eugenio
istituzioni cittadine a dispetto di
cambi di alleanze politiche e di rottamazioni varie? Per dirla con le sue
stesse parole: “Un modo affascinante
per celebrare le grandi eccellenze del
made in Italy!”
Semper Fideli(o)s
urlando: “Questi fetenti della
CGIL non hanno più rispetto
neppure per le nostre glorie cittadine: Pizarro e Joaquin non si
toccano e meno che mai la Fiore.
Fate pure tutti i vostri scioperi
del cavolo contro i Jobs Act, ma
Bobo
non prendete per il sedere la
Fiorentina!”. C’è voluta tutta la
pazienza proverbiale del Maestro
Zubin Metha a spiegargli che
Ludwig non voleva, mai e poi
mai, mancare di rispetto alla sua
squadra del cuore.
Lo Zio di Trotzky
Mille
e non più
mille
Alla Barbara D’Urso le zanzare
non le fanno un baffo. “Quanto
guadagni Barbara?” le hanno
chiesto quegli impertinenti de
“La Zanzara”. E lei, giuliva come
sempre: “Dieci volte meno di quello che immaginate”. Così il sito
Firmiamo.it l’ha sfidata a vivere
con 1.000 euro al mese, come
fanno 7 milioni di italiani. Alla
Barbara nazionale non manca
certo il coraggio e ha accettato
la sfida. Naturalmente, hanno
precisato quelli della petizione,
“in questi soldi deve essere tutto
compreso: bollette, spesa, pulizie,
benzina, eventuali mutui o prestiti
e tutto il resto”. La Barbara ha
battuto il record (megativo) della
Gwyneth Paltrow che, sfidata a
vivere con 29 euro la settimana
per contribuire alla nobile causa
della ltta alla fame, era caduta il
quarto giorno e ha commentato sul
suo blog “Ora sono consapevole che
è impossibile nutrirsi con quella
cifra per una settimana, che è poi
quello che i cittadini con un basso
reddito hanno a disposizione”. La
Barbara aveva però di fronte un
compito ben più arduo: se la Paltrow aveva acquistato riso scuro,
fagioli neri, piselli, uova, tortillas,
lime, coriandolo e verdura, la
D’Urso ha dovuto recarsi dopo la
prima ora dal chirurgo plastico
per una... caduta di tensione. Ma
il chirurgo, sebbene di fiducia e
fornitore abituale della soubrette,
le ha risposto che con 1.000 euro
poteva al massimo tirarle su un pochino l’alluce del piede sinistro. La
D’Urso ha issato subito bandiera
bianca con un video su Youtube
in cui cantava: “Se potessi avere,
1000 euro al mese senza esagerare, sarei certa di trovare tutta
la felicità. Una tiratina alla mia
periferia, un ritocchino alla mia
culotte, sodo come un bel tacchino,
tutto fatto in una notte”.
2
maggio
2015
pag. 5
Laura Monaldi
[email protected]
di
L
’immaginazione dell’uomo moderno è assoluta
nello sconfinare i limiti del
proprio essere e la forza creatrice
della mente umana è capace,
non solo di creare il mondo,
ma di ri-crearlo, appagando le
esigenze emotive e psicologiche
delle coscienze collettive, spesso
ignare di vivere e condividere la
medesima ansia espressiva. Nel
momento in cui gli intellettuali hanno avvertito lo stato di
crisi della cultura novecentesca
si è reso necessario attuare un
rinnovamento, operando concretamente una vera e propria
controproposta poetica, letteraria, artistica e, di conseguenza,
culturale. L’incondizionata
tensione naturale dell’uomo a
trovare nel pensiero divergente
lo strumento di comunicazione
ed espressione per eccellenza, ha
portato gli artisti a porsi oltre
la modernità alla ricerca di una
via di fuga dal labirinto delle
retoriche. Non a caso la prassi
sperimentale rivela il desiderio
di imporsi concretamente sull’evento artistico con l’obiettivo di
ristabilire i rapporti tra il modo
di concepire il mondo, la storia,
la realtà e l’opera d’arte, adesso
intesa come sintesi di ideologie
che nell’atto creativo divengono riflessioni estetiche, azione
creativa e segno verbale dalle
tonalità linguistico-iconografiche. Si tratta della consapevolezza dell’artista di vivere in una
dimensione culturale diversa,
che esige l’affermazione di una
nuova libertà poetica, aperta a
soluzioni formali nuove e capaci
di rinnovare il linguaggio estetico nella sua totalità di essere insieme espressione concettuale e
rappresentazione comunicativa.
In tale dimensione si inserisce
perfettamente la prassi poetica
e teorica di Giovanni Fontana,
la cui opera è tesa a mettere in
luce il bisogno sempre attuale di
una connessione intermediale
fra la parola poetica e le arti figurative, poiché la commistione
dei codici espressivi è una delle
poche modalità attuali in grado
di analizzare le pretestualità e
unire ai principi della Poesia
Totale la gestualità e la corporeità del personaggio estetico
che mette in scena se stesso e
la propria forza comunicativa.
L’altro Fontana
L’opera d’arte, la performance
e l’atto estetico ampliano la
portata del messaggio dell’artista che, attraverso l’ironia
e la materia sonora, rivela la
parola percepita finalmente al
grado zero della sua esistenza:
un esercizio pluri-artistico e pluri-linguistico, che trasfigura la
poesia in arte totale, in un’ope-
razione di fusione delle arti, in
cui la ricerca di nuovi espedienti
formali comunicativi approda a
una dimensione “ultra-verbale”
originale e inedita.
A sinistra “Plafond”, 1971 Collage su antica stampa litografica, a destra “Plafond”, 1971, Collage su antica stampa litografica
Sotto a snistra Indovina chi viene a cena, 1997, Tecnica mista e collage su tavola. A destra Sani e belli, 1997, Tecnica mista e
collage su tavola. Tutte courtesy Collezione Carlo Palli, Prato
2
maggio
2015
pag. 6
Franco Manescalchi
[email protected]
di
S
an Donato in Polverosa
era un borgo, al di là del
ponte di San Donato, di
cui non si ha più traccia, né, in
tutti gli studi e le ricerche su
Novoli, si trovano riferimenti
iconografici di questo insediamento agricolo raso al suolo
durante la costruzione degli
stabilimenti della Fiat degli
Anni Trenta.
Si citano: Novoli, M.Biagi,
Electaarchitettura, 2008; San
Donato in Polverosa, Parrocchia
San Donato, tipolitografia .E.
Ariana, feb.1990; San Donato a
Novoli-Firenze, P.Giovannini e
G. Potestà,, Polistampa Firenze,
set.2004; Novoli le chiese,le
ville i casali, Marco Conti-Vincenzo Migliore, circolo M.C.L.
ll Barco, feb.1989.
Ho chiesto anche all’Archivio
storico della Fiat a Torino, da
cui ho ricevuto una messe di
contratti, ma nessuna foto del
borgo; come non esiste niente
presso l’archivio Alinari ed altre
fototeche fiorentine.
La cancellazione di un borgo
composto da cascine e casolari
, alcuni dei quali di origine
storica, fu totale.
Su La Nazione, 20 agosto 1938
si legge: “Intanto, da qualche
giorno è stata iniziata la demolizione delle case coloniche
e degli altri edifici…perché il
Duce vuole Firenze adorabile,
sì, ma anche fascistissima”.
Dove “fascistissima” significava
l’azzeramento di un’urbanistica
di natura umanistica, tanto che
nel medesimo articolo si legge
che i contadini in questione non
avrebbero perso il lavoro perché
sarebbero stati usati nell’abbattimento degli edifici, nello scavo
e nel livellamento dei terreni.
Continuando la ricerca ho
trovato, presso l’Istituto degli
Innocenti, il cabreo del podere
di San Donato in Polverosa
che copriva l’intero spazio che
attualmente va da Via Sandro
Pertini, dov’è l’hotel Hilton,
Piazza Ugo di Toscana e Via
Forlanini.
Uno spazio di molti ettari dove
ora ci sono sedi universitarie
ancora definito San Donato.
Le cascine erano collocate proprio di fronte all’hotel Hilton,
in un riquadro di verde recintato con rete di plastica come
Un borgo
calcellato
si vede dall’annessa mappa
catastale. Ma la scoperta più
avvincente è stato il ritrovamenMassimo cavezzali
[email protected]
di
Scavez
zacollo
to di un disegno del 1885 di un
pittore svizzero, Heinrich Nàgeli, che dai viaggi di studio a
Firenze, Roma, Parigi e Monaco
mandava i suoi paesaggi pieni
di atmosfera alle esposizioni di
turno della associazione d’arte
svizzera e alle mostre della casa
degli artisti (Kunstlerhaus) di
Zurigo.
Ebbene, nel febbraio del 1885
si trovava a Firenze ed eseguì
alcuni disegni a Fiesole, a Boboli e, appunto, a San Donato
in Polverosa dove rappresentò,
con particolarità di dettagli la
cascina omonima.
Dal Curriculum vitae: Neue Ziircher Zeitung 1899, N.° 192,
Morgenbeilage. Brun, Verzeichnis der Kunstwerke, 4. Auflage
(Edizione), p. 50. - Catalogue
Exposition national suisse,
Genève, 1896, p. 20. (P autore)
H. Appenzeller ricaviamo questo piccolo medaglione:
“Di questo artista recentemente è stata tenuta a Zurigo una
Mostra commemorativa.. Con
il paesaggista Heinrich Nàgeli
(1841-1936) viene messo al
Kunsthaus di Zurigoun un artista in apparenza quasi completamente dimenticato.
Originariamente attivo come
commercialista, fu incoraggiato
da Robert Ziind in uno studio
serio e si dedicò dal 1884 alla
carriera artistica.
Egli cercava di preservare la
visuale libera per ampi paesaggi
con massicci possenti e boschi
in una pittura atmosferica, ma
dai toni piuttosto seccchi.”
Si deve dunque a questo paesaggista se rimane almeno un’immagine dell’antico borgo di San
Donato in Polverosa.
2
maggio
2015
pag. 7
di John
È
Stammer
piacevole tenere nella mani
il nuovo libro di Francesco
Gurrieri su Frank Llyod
Wright. Il formato, la trama in
rilievo della copertina, la snellezza, tutto contribuisce a farne
un libro piacevole da vedere,
toccare e guardare. E da leggere.
Un libro agevole che introduce
alla figura di uno dei più grandi
architetti degli ultimi due secoli
scorsi attraverso semplicità e
chiarezza.
Il libro è costituito da una
biografia ragionata, un saggio di
Gurrieri che è anche il titolo del
libro “La rivoluzione dell’architettura”, molti scritti dello stesso
Wright sui temi della propria
architettura, del rapporto fra
architettura e democrazia, della
propria vita professionale e non,
una sintetica, ma scelta, bibliografia e un corpus di documenti
visivi di grande interesse, anche
per la presenza di fotografie di
incontri e di persone, e non solo
di opere. Un format da replicare.
E nel suo saggio Gurrieri parla di
Wright anche, se non soprattutto, attraverso la propria esperienza di studente e di docente.
Un’esperienza in una facoltà di
architettura dove insegnavano
Adalberto Libera, Ludovico Quaroni, Raffaello Fagnoni, Riccardo
Morandi, Edoardo Detti, Leonardo Benevolo, Leonardo Ricci
e Leonardo Savioli, Giovanni
Klaus Koenig, e dove studiavano
Renzo Piano, Andrea Branzi,
Gianni Pettena, Adolfo Natalini
per citarne alcuni. Un luogo di
studio e di crescita personale e
culturale come pochi in Italia.
Gurrieri parla dell’influenza
che la visita a Fiesole di Frank
Llyod Wright nel 1910 ebbe
per l’elaborazione del suo modo
di progettare, e della nascita,
proprio in quel periodo, di un affinarsi di quelle teorie progettuali
che portarono alla costruzione
del concetto di Architettura
Organica. Dice Gurrieri, citando
Sidney k Robinson che “Taliesin
crea una connessione tra il terreno e l’edificio, un rapporto che
Wright vedeva evidentemente
nei muri di contenimento, nelle
terrazze e nei vicoli di Fiesole (...)
Fiesole fu uno stimolo per un’immaginazione pronta a riceverlo.
Taliesin è il capolavoro che ne
risultò”.
I muri di Fiesole
nella rivoluzione
di Wright
Foto di Ugo Bardi
Un modo di progettare “rivoluzionario” che fu per primo
percepito da Edoardo Persico e
pienamente compreso e divulgato da Bruno Zevi, che fu il vero
esegeta dell’opera di Wright.
Gurrieri si dilunga giustamente sull’opera di Bruno Zevi e
sull’importanza dei suoi scritti
per comprendere completamente
la lezione di Wright. Nel suo
libro “il Linguaggio dell’architettura moderna” Zevi ricorda,
citando Norris Kelly Smith,
come “con Wright il pensiero
biblico ( “la concezione biblica
della vita punta sul percorso e sul
mutamento” dice poche pagine
prima) entra per la prima volta
nel campo architettonico domi-
nato durante duemila anni dalle
concezioni greco-romane”.
Le sue opere più famose rendono pienamente conto di
queste parole. In particolare
nel Solomon R. Guggenheim
Museum di New York si percepisce fisicamente questo rapporto
fra il tempo e lo spazio che è
icasticamente rappresentato dalla
passeggiata a spirale che costituisce il museo vero e proprio. Ma
anche, come racconta Francesco
Dal Co nel suo libro “Il tempo
e l’architetto”, dal tempo che
fu necessario per la costruzione
della sua ultima opera rimasta
ancora incompiuta alla sua morte
nel 1959.
Il libro di Gurrieri è quindi un
buon viatico per ripercorrere con
attenzione, e attraverso le sue
stesse parole, la vita e il pensiero
di F.L.Wright. Un architetto
americano nato nel XIX secolo,
che credeva nella democrazia
americana e a cui Nancy Horan
nel suo “Mio amato Frank” fa
dire queste parole: “Pensavo
non ci fosse nulla di più nobile
di costruire una bella casa. E lo
penso ancora.”
2
maggio
2015
pag. 8
Alessandro Michelucci
[email protected]
di
I
l 24 aprile scorso è stato
commemorato in tutto il
mondo il centenario del
genocidio armeno. O per meglio dire, il genocidio di tutte le
minoranze cristiane dell’impero
ottomano, quindi anche Assiri e
Greci del Ponto. Almeno tre milioni di persone vennero uccise
nelle stragi ideate e realizzate dai
Giovani Turchi, il partito repubblicano che voleva costruire un
nuovo stato sulle ceneri dell’impero ottomano. La repubblica
turca fondata da Atatürk nel
1923 nacque con un’ossessione:
quella di cancellare il retaggio
multietnico dell’impero ottomano per creare un paese con
un solo popolo, una sola lingua,
una sola cultura. Naturalmente questa omogeneizzazione
spietata non risparmiò neanche
la musica. La furia giacobina
del nuovo regime non colpì
soltanto le espressioni musicali
delle minoranze, ma bandì dalla
radio anche la musica classica
ottomana, che secondo Atatürk “non rifletteva i veri valori
della cultura musicale turca”.
Animato dal desiderio funesto
di creare un uomo nuovo, come
Fabrizio Pettinelli
[email protected]
di
Scrive “La Nazione” del 28
febbraio 1894: “Stamani alle ore
10:30 il marchese Carlo Ginori
è uscito dalla sua scuderia con
la nuova carrozza che è messa
in moto a gas di petrolio. E’
una carrozza a quattro posti che corre quanto un’altra
tirata da due cavalli al trotto. Il
marchese Ginori oggi è stato il
primo a far vedere ai fiorentini
la carrozza a petrolio”. Questa
carrozza era una Panhard Levassor, che Ginori aveva ordinato
direttamente alla fabbrica di
Parigi (pagandola £ 5.000, pari,
secondo i coefficienti di rivalutazione ISTAT, a circa € 22.000
di oggi) che l’aveva consegnata
ai primi di febbraio a Nizza;
di qui Ginori aveva imbarcato
l’auto sul suo yacht, era arrivato
a Livorno e aveva proseguito
via terra fino a Firenze. Carlo
Ginori sarebbe stato il primo
presidente dell’Automobile
Club di Firenze (fondato nel
1905) e uno dei fondatori della
Fabbrica Toscana Automobili
Fratello armeno, fratello turco
tanti altri prima e dopo di lui,
doveva distruggere qualunque
traccia di quello esistente.
Ma torniamo ai nostri giorni.
Il centenario del genocidio ha
stimolato un’intensa attività
pubblicistica che si sta espri-
mendo in migliaia di iniziative:
articoli, conferenze, libri e saggi
sull’argomento. Anche la musica
sta facendo la sua parte.
Sarebbe molto difficile fare un
elenco esaustivo delle composizioni che sono state scritte
recentemente per commemorare
il genocidio. Possiamo citare
a titolo di esempio quelle di
Michael Gandolfi (“Ascending
Light”), Ian Krouse (“Armenian
Requiem”) e Tigran Mansurian
(“Requiem”).
Ma un disco che ci pare particolarmente significativo è Adana
(Muziekpublique, 2015), un
lavoro prevalentemente strumentale realizzato da Vardan
Hovanissian e Emre Gültekin. La collaborazione dei
due musicisti ha un significato preciso: Hovanissian
(duduk) è armeno, mentre
Gültekin (saz, tanbur, voce)
è turco.
La loro collaborazione sottolinea che i due popoli, divisi
in seguito alla tragedia del
1915, possono trovare nella
musica un terreno comune
che permetta di superare
rancori e incomprensioni.
Com’è noto, la Turchia ha
sempre rifiutato di riconoscere il
genocidio. Questa linea negazionista è stata riaffermata dal
presidente Erdogan nelle scorse
settimane.
Il disco, al contrario, si muove
nel solco della riconciliazione.
Non a caso uno dei brani,”Hrant Dink”, è dedicato al
giornalista armeno ucciso da
un nazionalista turco nel 2007.
Direttore responsabile di Agos,
sulle colonne di questo giornale
Dink si batteva per promuovere
un dialogo tra turchi ed armeni.
Il titolo del CD allude alla
città (anticamente Antiochia di
Cilicia) dove nel 1909 vennero
massacrati circa 3000 cristiani
armeni e assiri. Fu il preludio
del genocidio che pochi anni
sarebbe stato realizzato con
precisione spietata.
Hovanissian e Gültekin sono
affiancati da due validissimi
musicisti belgi: il contrabbassista Joris Vanvinckenroye, leader
del gruppo Aranis, e il giovane
percussionista Simon Leleux. Il
secondo è un componente del
Lâmekân Ensemble, fondato da
Tristan Driessens, musicista e
musicologo fiammingo.
Affascinante fusione di influenze anatoliche, armene e jazzistiche, Adana viene pubblicato da
Muziekpublique, un’associazione-etichetta discografica fondata
nel 2002 da Marisol Palomo e
Peter Van Rompuy per promuovere la musica tradizionale
e la world music. La sua attività
culturale merita la massima
attenzione.
che, alle 20:30 del 24 novembre
1826, Angela Orzali partorì
Carlo Lorenzini, meglio noto
come Collodi, come inconfutabilmente attestato dal di lui
fratello Ippolito. Voci maligne
insinuarono che Carlo fosse
figlio illegittimo dell’omonimo
marchese Carlo che, se ciò fosse
vero, avrebbe aggiunto al danno
la beffa lasciando che la moglie fosse madrina del piccolo
Collodi. Comunque nel 1941,
dopo una lunga battaglia a suon
di carte bollate con il comune di
Collodi, Firenze potè finalmen-
te apporre la lapide ricordo della
nascita del padre di Pinocchio.
Nel frattempo, però, era
successo un altro fatto destinato a segnare la storia di Via
Taddea. Al n.c. 2 della strada
c’è la redazione del giornale
“L’Azione Comunista”, organo
della federazione fiorentina del
neonato Partito Comunista.
La sera del 27 febbraio 1921
Spartaco Lavagnini, sindacalista
dei ferrovieri, sta lavorando a un
articolo per il numero successivo quando quattro squadristi
irrompono nei locali e lo uccidono sparandogli vilmente alle
spalle. La città insorge e, fino
al 3 marzo, Firenze e le località
vicine sono bloccate dalle barricate: prima che le cannonate
del regio esercito stronchino la
rivolta, gli insorti si oppongono
validamente ai fascisti, come
ci ricorda Vasco Pratolini nello
“Scialo”, rievocando i fatti di
Scandicci, dove operai e contadini respinsero la ciurmaglia
fascista alle barricate del ponte
sulla Greve.
Via Taddea
Burattini,
marchesi
e rivoluzionari
(il cui modello di punta era
l’auto “Florentia”), che aveva la
sede al n.c. 24 di Via del Ponte
all’Asse e l’officina riparazioni
nel Viale in Curva (oggi Viale
Belfiore), dove, molti anni più
tardi, ci sarebbe stata la FIAT; il
figlio Lorenzo, anche lui a lungo
presidente dell’ACI, nel 1905
avrebbe vinto, alla guida di una
Zust, il primo giro automobilistico d’Italia e sarebbe stato fra i
primi organizzatori del circuito
del Mugello.
La scuderia dalla quale era
uscita la mirabolante “carrozza
a petrolio” si trovava in Via
Taddea, strada di proprietà della
famiglia Ginori, “titolare” dei
palazzi agli angoli delle Via. E
fu al n.c. 21 di quella strada
2
maggio
2015
pag. 9
Simonetta Zanuccoli
[email protected]
stazione incontrò il suo ideatore, Charles Fourier che così
gli spiegò la sua idea: le grandi
agglomerazioni umane debbono
cessare. Gli uomini debbono
raccogliersi in “Falansteri”, cioè
in grandi edifici in ognuno dei
quali si raccolgono tanti uomini
e donne da rappresentare tutte
le passioni umane...I fabbricati
sono vasti e comodi con giardini ombrosi, verande, gallerie e
teatri. Nel Falansterio i bambini
vivono quasi del tutto separati
dai genitori, in compagnia dei
vecchi, cioè di coloro che hanno la
passione di stare insieme a loro....
Liberate dalle preoccupazioni
dei figli le donne godono parità
di diritti con l’uomo, assoluta
emancipazione e relativa libertà
d’amare..Con il venir meno
della fedeltà obbligatoria vien
meno anche il delitto relativo
all’adulterio... Nel Falansterio
tutti debbano lavorare e tutti
sono remunerati, ma il lavoro
deve piacere, cioè deve essere
di breve durata e vario. Nella
di
P
asseggiando lungo la
Senna, mi sono fermata
distrattamente davanti
a una bancarella di libri usati
e, con mia grande sorpresa,
ho trovato Niente villeggiatura
ma...qualche viaggetto di fantasia
di Gianni Sertori, un piccolo
libretto a 50 centesimi. E’ uno
dei 6 volumetti stampati nel
1944 dalle Edizioni Polilibri di
Roma. Il titolo della piccola,
ormai introvabile, raccolta è
Fatti di un Giorno. L’editore ci
dice in un foglietto allegato che
il suo intento era quello di affidare ad autori diversi il compito
di scrivere un breve racconto
che descrivesse la realtà del
tempo. Di questo libretto vi voglio riportare alcuni brani che,
ancora oggi, possono con la
loro ironia dare spunti di riflessione. Il protagonista è un certo
Amilcare Passerelli che, deciso a
concedersi un viaggio veramente speciale, arrivò tutto trafelato
alla stazione per la paura di perdere il treno. Calma, calma, gli
disse gentilmente il guardiasala,
se ne perdete uno potete prendere l’altro. Di treni in partenza
ve ne sono uno al minuto alla
stazione del Desiderio. Tutte le
ore son buone per la partenza dei
treni-sogno. Nulla si paga all’andata. Si paga solo il ritorno con
la moneta della delusione. Nel
vagone tanti incredibili personaggi finché Amilcare Passerelli
scese in un posto chiamato Utopia. Tutta la città era tappezzata
di manifesti contro la guerra. Ma
ad un tratto, uno due, uno due,
ecco spuntare da una strada un
battaglione di soldati armati di
tutto punto. Come mai, chiese
Passerelli a qualcuno, se lo Stato
è contrario alla guerra ci sono
tanti soldati? Quello rispose: Ci
sono per essere pronti a vendicare
qualsiasi aggressione al paese o ai
popoli alleati. Tutto starà poi a
vedere che s’intenda per aggressione...Se chi invade un territorio
altrui è aggressore o aggredito. Un
po’ confuso Passerelli riprese il
suo treno-sogno per fermarsi a
visitare il famoso Falansterio sul
quale aveva letto un libro. Alla
Storie di utopie e altro
a 50 centesimi
Archeologia mediatica
foto di
Maurizio Berlincioni
stessa giornata la stessa persona
è ora falegname, ora fabbro, ora
contadino. L’essere intellettuale,
filosofo, poeta, musicista non lo
esime dalle occupazioni più modeste. Passerelli, piacevolmente
impressionato, ricordò però al
pensatore il Falansterio realizzato da un ricco proprietario
terriero che, fanatico delle teorie di Fourier, si era spossessato
di tutto per vivere con i suoi
servi dividendo gli stessi diritti e
doveri. Ma questi non ne vollero sapere della vita in comune e
alla prima occasione bruciarono
il falansterio. Fourier si strinse
nelle spalle e rispose: Chi gli
aveva detto di privarsi della proprietà sua per farne un Falansterio? Certe cose si teorizzano; non
si mettono in pratica; specie, poi,
a spese proprie.
2
maggio
2015
pag. 10
Michele Morrocchi
twitter @michemorr
di
E
ra il 1985 quando fu pubblicata la prima edizione
italiana di Neuromante,
romanzo fantascientifico di
William Gibson, che l’anno
prima aveva vinto il premio
Hugo; il più importante premio
letterario per la fantascienza.
Quel volume uscito da noi nella
serie oro dell’editore Nord, ha
per sempre cambiato il rapporto
della fantascienza con il futuro.
Nel 1985 la rete, internet, era
poco più di un esperimento, la
globalizzazione non si sapeva
cosa fosse in un mondo incardinato sul bipolarismo USA
URSS e il potere dell’economia transnazionale non aveva
dispiegato la sua forza. Eppure
Gibson riuscì a disegnare un
futuro in cui la connessione alle
reti dati diventa fondamentale
per la società, le multinazionali
dominano la vita degli individui
e l’urbanizzazione crea ammassi
di città senza soluzione di continuità: lo sprawl o BAMA (asse
metropolitano Boston Altanta). Certo la rappresentazione
grafica del cyberspazio gibsoniano è totalmente diversa dalla
normalità del nostro internet,
le arcologie delle multinazionali
non sono diventate la regola
urbanistica (anche se certe tendenze di molte archistar hanno
qualche debito con questa
teoria) e soprattutto nessuna Las
Vegas spaziale orbita intorno
alla terra. Eppure il futuro di
Gibson conteneva tante tracce
del nostro presente, esasperate
in un’allegoria come solo la
migliore fantascienza sa fare. Per
esempio l’individualismo estremizzato (Gibson scrive negli
anni dell’edonismo reaganiano)
e la totale assenza di ogni struttura politica o statuale ad esclusione del potere repressivo o la
successione di guerre e conflitti.
Gibson elabora ed esaspera, attualizza, il pessimismo di Philip
K. Dick e ne riprende uno dei
temi centrali di “Do Androids
Dream of Electric Sheep?”
(da cui Ridley Scott trarrà le
varie versioni di Blade Runner)
ovvero il rapporto tra uomo
e macchina. Anzi tra uomo e
intelligenza artificiale. Quelle
che per Turing (omaggiato non
a caso da entrambi gli autori) e
la comunità scientifica sono in
Il passato del futuro
Rileggere Gibson
a 30 anni
dalla prima edizione
di Neuromante
grado non tanto di apprendere
ma di rappresentare la propria
conoscenza. In parole povere
di pensare, seppure in modo
diverso da un essere umano (col
paradosso che nessun essere
umano potrà mai descrivere
Lido Contemori
[email protected]
di
Il migliore
dei Lidi
possibili
Improvvido
mail portatore
Disegno
di Lido Contemori
Didascalia di Aldo Frangioni
un modo diverso di pensare da
quello con cui pensa). Ecco quel
nodo e quel tema, l’interazione
con Neuromante e Invernomuto o i replicanti di Dick, ci
appare ancora oggi fantascientifico, irreale. Eppure anche quel
futuro è molto più vicino di
quello che speriamo. Software
in grado di apprendere, potenze
di calcolo inimmaginabili sono
già oggi realtà e tutti i giorni ci
sottoponiamo a test di Turing
ogni qualvolta immettiamo
un codice CAPTCHA (quelle combinazioni di numeri e
lettere scritti strani) per accedere
a servizi online e dimostrare così
di non essere macchine. Insom-
ma il futuro di Gibson rimane
maledettamente attuale e la
cultura pop americana continua
ad interrogarsi sul rapporto tra
uomo e intelligenza artificiale
in un percorso che arriva fino
agli Avengers che combattono
Ultron in questi giorni nelle
nostre sale cinematografiche,
come nota Raffaele Alberto
Ventura su internazionale.
it, colpevole soltanto di non
citare Gibson tra i riferimenti
dell’ultimo blockbuster Marvel.
A partire da Gibson abbiamo
preso coscienza marxianamente
che androidi, multinazionali e
supercomputer continueranno a popolare i nostri sogni e
incubi di cittadini occidentali
e costituire un immaginario
collettivo fondamentale in
società modellate sempre più da
comunità di informatici e scienziati, che prima di diventare tali,
sono stati NERD divoratori di
fantascienza.
2
maggio
2015
pag. 11
Gianni Pozzi
[email protected]
di
R
onaldo Fiesoli è un autore
che si muove su molti
fronti: su quello artistico in senso specifico, dove
ha al proprio attivo una ormai
lunga carriera. Ma anche su
quello, diciamo, del creatore di
ambienti. Che non è l’architetto e neppure quella cosa un po’
frivola che è l’interior design.
O almeno, è tutto questo ma
anche – per fortuna - qualcosa
di più. Così, capita di trovarlo
impegnato in qualche attentissimo restauro, in qualche
ristrutturazione di edifici ( la
sede della stilista Patrizia Pepe
a Capalle ), nel disegno di un
negozio, nei consigli a un amico, nella curatela di un ciclo di
mostre. E non c’è differenza tra
come affronta questi incarichi
e come affronta la pittura. La
stessa facile manualità che lo
porta disegnare, progettare,
ricostruire; la stessa attenzione
puntuale ai materiali, agli oggetti e ai rapporti fra questi, la
stessa capacità di ragionarci su
trovando una soluzione che ne
riveli un possibile senso. La modalità è sempre la stessa. E non
si può non pensare a una attitudine che ha vaste eco: proprio
a Firenze infatti, il quadrilatero
fra San Marco e via Alfani è
stato a lungo la cittadella di un
sapere artistico così concepito:
circolare direi. Dove gli artisti
dell’ Accademia dialogavano
con gli architetti di Architettura, con le arti applicate, con
la musica, con il restauro e con
il Museo che tutto raccoglieva.
Un insieme fantastico di saperi
che si rilanciavano l’un l’altro.
Lo stesso insieme del quale si
ritrova diversa traccia odierna
nell’operare di un curatore
come Harald Szeemann che tra
le tante memorabili rassegne,
non disdegnava la mostra in
memoria del nonno parrucchiere. E disponeva pettini e specchietti come, altrove, le opere
capitali di Morris o di Beuys.
Di tutto questo lavoro di Fiesoli si trova ora una sintesi in una
piccola ma intensa mostra allo
spazio C2 Contemporanea di
Antonio Lo Pinto (Via Foscolo,
6 a Firenze ). La dimensione
è quella intima di uno studio
privato e qui sono riunite una
quarantina di opere, come una
Io e l’altro
riflessione su trenta anni di
ricerca, dal 1984 al 2014. Sono
disegni, foto, progetti, in genere
di piccola dimensione, collocati
in cornici d’epoca e allestiti. Un
gruppo di questi, nella prima
stanza, forma come una nuvola
che sale al soffitto; segue un
evanescente autoritratto nella
parete di mezzo e nella seconda
stanza, tappezzata con teli di
plastica azzurri ( come il cielo
all’interno di un tabernacolo ),
altri due gruppi di lavori, disposti però a terra, gli uni sugli
altri. E sono le riflessioni di
Ronaldo
Fiesoli
allo spazio
C2
sempre, il declino dell’Occidente nel il paesaggio che cambia
e deflagra tra baracche e terreni
incolti; le vestigia del passato,
qualche cipressetto, le figure
dei santi/amici su fondo oro
come presenze protettrici e poi i
progetti di lavoro. Le baracche fotografie ridipinte - diventano
i cubi di Giotto, i cipressi superstiti suggerisco un paesaggio
quattro-cinquecentesco, i santi
diventano l’ attualizzazione di
una memoria. Walter Siti, in
una bella pagina di accompagnamento, parla dell’arrivare al
sublime attraverso il degrado
e cita Dostoewkij e il pudore di Federico Tozzi. Fiesoli,
l’autore, parla di “tappezzeria
protettiva”, di una quadreria,
che è appunto ostentazione di
un qualcosa ormai composto,
fisso, consegnato alla storia.
Ma anche abito identitario con
il quale presentarsi al mondo,
luogo dove accogliere il mondo
e affrontare l’oggi. E’ un lavoro
che si presenta con discrezione
e umiltà estreme ma che mira
in alto: a riconsiderare, attraverso trenta anni di ricerca, la
nostra cultura, i suoi fallimenti
e le tracce che restano e che altri
guardano trasformando con il
loro stesso sguardo. Noi e noi,
noi e loro, noi e l’ieri, noi e
(forse ) il domani.
2
maggio
2015
pag. 12
di John
L
Stammer
a nuova sede del servizio
di emergenza 118 è la
seconda opera di Fabrizio
Rossi Prodi a Firenze che ha
realizzato molte opere fuori
dalla città in cui insegna al Dipartimento di Architettura. Sta
in disparte come la sua prima
opera (il centro di accoglienza per il Giubileo del 2000
in prossimità dell’inizio della
Autostrada A11 per il mare di
fronte all’edificio aeroportuale)
ed è quasi nascosta alla vista. Per
vederla è necessario salire fino
alla Villa dei Serristori, risalente
al 1427, dove era la originaria
sede dello IOT (Istituto Ortopedico Toscano già Ospedale
Piero Palagi), e poi seguire la
piccola strada che conduce sulla
sommità del colle.
Qui, quasi all’improvviso, come
emersa dalla roccia della collina,
si staglia la costruzione su due
piani.
Rossi Prodi racconta che per la
realizzazione di questo edificio
ha lavorato come se fosse uno
scavo, togliendo “virtualmente”
la terra intorno all’edificio, e
facendolo risaltare come se fosse
sempre stato li, ma semisepolto.
In effetti la vista del piano
seminterrato, e di quella parte
quasi completamente interrata
che ospita le strutture tecnologiche, è possibile solo da alcuni
punti di vista, mentre chi arriva
sulla sommità vede solo il piano
superiore rivestito di acciaio
“corten”, oramai debitamente
invecchiato.
La parte seminterrata è invece
rivestita in pietra di Santa Fiora
a rimarcare il diretto collegamento, anche materico, con la
terra dalla quale è stata “liberata”. Un intervento sobrio, e
anche coraggioso in considerazione della speciale collocazione
dell’opera sulla sommità di uno
dei colli che circondano la città
e dal quale si vede, e quindi si è
anche visti, il Forte di Belvedere
e gli altri colli contermini.
Un intervento che conclude,
viene proprio da dire, il lavoro
fatto da Domenico Cardini e
Rodolfo Raspollini con il progetto dell’ampliamento dell’Ospedale Piero Palagi. Progetto,
redatto a cominiciare dagli
ultimi anni sessanta del secolo
scorso, e concluso con l’inaugurazione nel 1986 , che secondo
Architettura
di pronto
soccorso
G.K.Koenig è “la seconda opera
fiorentina dopo la stazione”, e
che si adagia sul crinale della
collina in modo volutamente
mimetico. L’intervento di Rossi
Prodi si colloca esattamente in
parallelo ai padiglioni di degenza dell’ampliamento di Cardini
e Raspollini, nella parte più alta
della collina, e chiude il progredire verso l’alto dei padiglioni
stessi.
L’edificio presenta alcune caratteristiche costanti del lavoro di
Rossi Prodi, ed in particolare la
riproposizione di elementi “classici”, come il portico, declinati
in una sintassi contemporanea,
e come le aperture delle finestre
per le quali si è scelta una ricercata inclinazione che conferisce
alle stesse il ruolo non solo di
illuminazione e aerazione, ma
anche di rappresentazione del
linguaggio dell’edificio.
La struttura presenta anche
alcuni elementi di innovazione
tecnologica, necessari in un edificio che deve funzionare sempre, ed in particolare proprio
nelle condizioni di emergenza,
come gli “smorzatori” delle forze sismiche. Si tratta di appoggi
elastici che fungono da isolatori
sismici e che impediscono alle
onde sismiche, che ricevono dal
suolo, di propagarsi alle strutture in elevazione.
L’interno, su due piani, è
occupato da aule per la formazione, per lo svago e il relax del
personale, per le attività della
unità di crisi, oltre che naturalmente dalla grande sala operativa, dotata delle più aggiornate
tecnologie informatiche.
L’edificio, inaugurato nell’aprile
del 2014, è operativo dal maggio dello stesso anno.
2
maggio
2015
pag. 13
Paolo Marini
[email protected]
di
C
he cosa è il liberalismo?
E insieme, quanti sono i
liberalismi? Articolando
qui un discorso succinto, essi
danno vita ad un universo
plurale e ricco di conflitti.
Ecco perché come circolo
“Piero Gobetti” di Firenze ci
è piaciuta l’idea di passarli in
rassegna, organizzando specifici eventi, senza fretta ma con il
puntiglio di dare conto, anzi di
valorizzare i contrasti, che sono
materia viva - poiché al centro
di un confronto avviato e che
prosegue, nel tempo, tra persone in carne ed ossa (non solo
filosofi e studiosi da passare
in rassegna sui libri). Si vorrà
guardare senza troppa (anche
dove non infondata) alterigia
intellettuale alla inevitabile
(per ragioni di tempo e di
risorse) semplificazione con cui
abbiamo provvisoriamente diviso il liberalismo in tre grandi
famiglie: il liberalismo classico,
il liberalismo c.d. “progressista”, l’anarco-capitalismo. Del
primo abbiamo trattato lo
scorso anno, prendendo a base/
motivo della riflessione l’opera
preziosa del prof. Antonio
Masala (“Crisi e rinascita del
liberalismo classico”, Edizioni
ETS). Del secondo tratteremo
a breve, il prossimo 6 maggio
(presso la libreria IBS di Firenze, ore 17,30), presentando il
libro del Prof. Paolo Bonetti
dal titolo “Breve storia del liberalismo di sinistra”, della casa
editrice Liberilibri che, come
ho già avuto modo di scrivere,
è – assieme a poche altre in
Italia - una continua delizia per
gli appassionati di cultura liberale tout court. L’indagine che
condurremo con Paolo Bonetti
ha un orizzonte – va precisato per lo più italiano (in linea con
questa sua opera) e il pensiero
su cui riflettere riguarda nomi
certi e nomi tutt’altro che
sicuri, quanto alla loro riconduzione al pensiero liberale
(ex multis, dunque, non solo
Giovanni Amendola, Piero
Gobetti, Benedetto Croce e
Luigi Einaudi ma anche Aldo
Capitini, Carlo Rosselli e
Norberto Bobbio). Se, ancora
schematizzando, il pensiero
liberale di sinistra è la risposta
al problema della “libertà di”,
la tradizione del costituziona-
Sul liberalismo di sinistra
ovvero sulla libertà espansiva
lismo liberale e la concezione
dei diritti di stampo classico
non si spinge oltre il contesto
della “libertà da”; questa, che è
libertà tipicamente ‘negativa’,
viene giudicata insufficiente e
superata – come si legge nel
libro - da “una libertà, (...),
espansiva ed inclusiva, che
rifiuta di essere la semplice
apologia dell’ordine liberale
dato...“. La scelta non è senza
conseguenze, al punto che per
alcuni ciò situerebbe questo
filone di pensiero al di fuori
del liberalismo e il termine
“liberalismo di sinistra” rappresenterebbe quasi un ossimoro.
Per dare spazio ad una dialettica filosofica-culturale e
Roberto Giacinti
[email protected]
di
Tutto avviene in un lungo e
incredibile week end di Maggio.
La 33a edizione della Mille Miglia
2015 infatti si svolgerà dal 14 al
17 Maggio 2015.
La corsa nasce nel 1929 a Brescia
da dove partiva un percorso a
forma di otto che arrivava a Roma
e ritorno, su una distanza allora di
circa 1000 miglia.
Qui convergono, una volta l’anno, tesori di inestimabile valore
che hanno scritto le più belle
pagine del motorismo internazionale.
Le auto formeranno un museo
viaggiante sulle strade di Italia,
potranno essere ammirate in
movimento e durante le soste da
spettatori che potranno così ripercorrere la storia dell’auto, riportando alla memoria antichi ricordi
dei loro genitori e nonni.
Una gara unica, senza tappe, alla
scoperta dell’Italia: sabato 16
maggio, il percorso dalla capitale
resterà pressoché invariato fino
alla Toscana dove toccherà Pisa
e Lucca, ma dimenticando lo
storico passaggio sulla Cassia fino
a Firenze, la verifica in piazza della
Signoria e poi via fino ad imboccare la Bolognese per arrivare
attraverso la Futa fino a Bologna.
Firenz purtroppo non è riuscita
anche politica, nel senso più
nobile del termine, contraddittore di Paolo Bonetti sarà
Giacomo Zucco, portavoce di
“Tea Party Italia”, movimento
fondato a Prato nel maggio
2010 (l’incontro è giusto nel
cartellone delle sue iniziative
di festeggiamento del quinto
compleanno), nel cui simbolo è scritto: “Meno tasse più
libertà”. L’istanza non vuole
intercettare adesioni scontate
e banali, bensì sottende una
filosofia dello Stato che contraddice il ruolo che gli assegna
proprio quella “libertà di” del
liberalismo progressista.
Ne sentiremo – ci auguriamo –
delle belle!
Mille Miglia, un museo
itinerante
ad attrarre l’evento, la nostra terra
è stata la patria di Barsanti e Matteucci, gli inventori del motore
a scoppio ed ha scritto pagine
gloriose dello sport motoristico
con personaggi come Clemente
Biondetti e Pasquino Ermini che
fecero parte fin dalla fondazione a
Firenze nel 1949 degli “Allegri al
Volante”, un’Associazione di piloti
che portò nella Mille Miglia “aria”
e spirito fiorentini.
Questa manifestazione valorizza i
territori che attraversa e la cultura
dell’auto e degli uomini che ne
hanno determinato la storia.
La formula dell’evento non è più
la corsa, che peraltro avviene con
la formula delle prove di regola-
rità, ma l’esposizione al grande
pubblico di quello che può
veramente definirsi un museo a
cielo aperto!
Ultimamente non si fa che parlare
di crisi dell’auto ed ora anche di
quelle d’epoca.
Con la recente legge di stabilità
mirando a far cassa nell’immediato, elevando l’esenzione dal bollo
da 20 a 30 anni, non si è valutato il danno subìto dal nostro
patrimonio di auto d’epoca, che,
svalutate, sono svendute all’estero.
Ciò ha determinato un serio
danno al sistema economico
che ruota intorno a queste auto:
meccanici, carrozzieri, raccoglitori
di pezzi di ricambio, vedono parzialmente perduto il loro lavoro.
Da noi si è sempre pensato che
possedere una moto o un’auto
d’epoca fosse da benestanti, ma
non è sempre così; i veri appassionati si trovano soprattutto tra
le persone più modeste; quelle,
per intenderci, che spendono il
proprio tempo libero a sporcarsi
le mani, facendo sacrifici pur di
poter dare ai propri mezzi qualcosa di sè stessi.
2
maggio
2015
pag. 14
Scottex
Aldo Frangioni presenta
L’arte del riciclo di Paolo della Bella
Il fascino perverso di questi scottexxiani lavori
è determinato anche dalla loro vasta ambiguità:
l’opera qui a sinistra sarà un mastino napoletano che vaga per i bassi, o forse è il suo fantasma?
Potrebbe trattarsi anche di un lenzuolo dopo
una notte insonne o al termine di un amore
senza limiti. Ci viene anche il dubbio che sia
il fondo nero la parte più significativa della
scultura.
18
Scultura
leggera
Michele Rescio
[email protected]
di
Zona
Oggi lo spazio che meraviglia!
Senza morsi, speroni o briglia,
partiamo a cavallo del vino
verso un cielo magico e divino
come due angeli sotto il martellare
di un’implacabile febbre solare,
nell’azzurro cristallo del mattino
seguiamo il miraggio lontano
Guillaume Apollinaire
Ingredienti per 4 persone:
2 stinchi di maiale
Olio extravergine d’oliva q.b.
1 litro di vino bianco secco
4 rametti di rosmarino
10 foglie di alloro
3 spicchi d’aglio
sale q.b.
pepe
Preparazione: Per prima cosa,
prendete gli stinchi e lavateli
bene, poi riponeteli in una
ciotola abbastanza capiente
aggiungendo il vino, l’alloro, il
rosmarino, l’aglio e fateli marinare per circa mezza giornata,
avendo cura di girarli di tanto
in tanto. Una volta marinati,
togliete gli stinchi dalla ciotola
e tenete da parte 400 grammi
circa di marinata, dopo averla
filtrata.
Riponete la carne in una pentola in grado di reggere l’elevata
temperatura del forno assieme a
Lo stinco Human Awesomeness
Anthony Gromley
al Forte Belvedere.
di maiale
al vino
Carlo Francini
[email protected]
di
quattro o cinque cucchiai d’olio
e fateli rosolare per circa tre
minuti, poi aggiungete il sale
e il pepe e irrorate il tutto con
la marinata. Fate cuocere per
mezz’ora circa e poi riponete la
casseruola in forno preriscaldato
a 180 gradi, per almeno un’ora.
Lasciate il coperchio sulla
pentola per la prima mezz’ora e
toglietelo per il rimanente tempo di cottura. Una volta ben
cotti, riponente gli stinchi su
un piatto da portata bagnandoli
con il fondo di cottura.
La sensazioni delle opere e del
contesto sono assai forti. Lo
stesso cartello tra la Porta San
Giorgio e il cancello è sobrio,
elementare e per questo vibrante.
Nel percorso di avvicinamento
al grande portone buontalentiano, su per le scale si inizia a
fare i conti con l’essenzialità di
Gromley che si manifesta poi
nei baluardi, negli affacci nelle
due terrazze della palazzina del
Belvedere, nelle due stanze della
fortezza.
Semplice e potente.
All’impronta due diverse ispirazioni: nella sua cubica essenzialità i disegni di Luca Cambiaso
con la sua grafica geometrica di
solidi assemblati a crear corpi
umani e i calchi di Pompei.
I corpi sovramessi o isolati,
distesi, rigidi non possono che
scatenare il collegamento con le
impronte dei cadaveri dei pompeiani fissati nella loro agonia.
E i corpi scatolari apparentemente primitivi non paiono
forse, più che dei pixel tridimensionali, le composizioni
cinquecentesche del pittore
genovese Cambiaso?
Questo è solo l’inizio: conviene
ritornare al Belvedere più e più
volte, impossessarsi nuovamente di quello spazio e accostarsi
ai corpi di Gromley, traguardare
Firenze e riflettere.
E trovarne giovamento.
in
giro
2
maggio
2015
pag. 15
To be titled alla Galleria FuoriCampo
Terra di Tutti
Personale di João Freitas (Coimbra, 1989)
alla La Galleria FuoriCampo (Via Salicotto 1-3 a Siena) dal 1 maggio al 25 giugno
L’esposizione propone le ultime produzioni
dell’artista che vive e lavora a Bruxelles
realizzate con tecniche e materiali poveri sui
quali conduce una ricerca sul limite fra la
realtà fisica e spirituale. Curiosità, pratica ed
esperienza, quasi un esercizio di meditazione, un’ascesi che conduce però alla corporalità della fattura e alla realtà effettuale
dell’elemento, alla composta scomposizione
dei costituenti, dalla piega al brandello,
dallo strappo all’assemblaggio, dalla figura
all’immagine.
Un’analisi che non contempla dove si conduce, e agita se stessa sulle potenzialità ed
i confni del materiale. Una cieca e ostinata
disciplina quotidiana che esalta la versatilità della carta come luogo d’origine e di
approdo, come argomento sviscerato e mai
esaurito.
Il fatto, l’oggetto, diventa mutamento e
trasfigurazione, tensione obbligata al non
se(‘); il suo completamento in opera d’arte è
la decisione di un termine - limite, luogo e
verbo - che appaga.
Sono aperte le iscrizioni alla nona edizione
del Terra di tutti film festival!
Leggi il regolamento e compila la scheda
di partecipazione per iscrivere il tuo film al
Festival
Sono ammessi al concorso documentari,
animazioni e docufiction che trattino temi
sociali sul sud del mondo, sviluppo, ambiente, migrazioni e lotta alla povertà.
Le iscrizioni scadono il 15 giugno 2015.
Il Terra di Tutti Film Festival si terrà a Bologna dal 7 al 11 Ottobre 2015.
Informazioni e iscrizioni www.terradituttifilmfestival.org
Oltre alle opere realizzate appositamente per
la mostra di Siena, frutto di una residenza
condotta nella città lo scorso autunno e nei
quali è possibile rinvenire alcuni tòpoi della
cultura figurativa senese, saranno esposti i
lavori che sintetizzano la metodologia propria e la tensione espressiva dell’artista.
horror
vacui
2
maggio
2015
pag. 16
Disegni di Pam
Testi di Aldo Frangioni
Le ire di Giunone e Salvini non impedirono al clandestino Enea di sposare Lavinia e diventare il Padre di Roma.
L
immagine
ultima
2
maggio
2015
pag. 17
Dall’archivio
di Maurizio Berlincioni
[email protected]
D
ue immagini diverse questa settimana: dalla solarità del rodeo e dei suoi eventi d’intrattenimento collaterale agli abissi oscuri dei locali
dove ho visto spesso consumare i rituali del triste pranzo di mezzogiorno nel business district della città. Questo era uno dei tanti luoghi di ritrovo “mordi e fuggi” per tutti gli impiegati, quelli più fortunati, che avevano comunque i tempo per concedersi un piccolo
“breack” senza dover consumare fugacemente il loro “light lunch” sul proprio posto di lavoro. Le luci fredde e uniformi dei neon facevano il
resto! All’epoca non avrei mai pensato che gli stessi modelli sarebbero poi diventati un luogo comune anche alle nostre latitudini.
San Jose, California, 1972
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N° 121 - Cultura Commestibile