Kierkegaard
Sì sì, no no
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Vita e opere
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1813: nasce a Copenhagen, figlio di un ricco mercante che, rimasto vedovo, sposa
la sua domestica. La seconda moglie gli dà sette figli di cui Søren è l’ultimo.
In gioventù viene educato secondo i principii del protestantesimo.
1819-34: muoiono cinque dei suoi fratelli.
1831: si iscrive alla facoltà di Teologia della sua città
1837: incontra per la prima volta Regina Olsen, figlia di un funzionario del governo
danese.
1838: muore il padre lasciandogli una cospicua eredità.
1840: si fidanza con Regina.
1841: senza una ragione precisa, o comunque espressa chiaramente, tronca il
rapporto con la fidanzata pur essendone profondamente innamorato. Lei ne
rimane fortemente colpita e addolorata.
1841: si laurea con la tesi intitolata Sul concetto di ironia con costante riferimento a
Socrate.
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Vita e opere (2)
• 1841: dopo la laurea si reca a Berlino ad ascoltare le lezioni di Schelling,
dalle quali rimane, solo per un breve periodo, molto affascinato (è il suo
breve periodo «idealista»).
• 1842: deluso dalle lezioni schellinghiane, torna i primavera a Copenaghen,
dove vive con la rendita paterna.
• 1843: pubblica le seguenti opere:
- Aut aut ( sotto lo pseudonimo di Victor eremita)
- Timore e tremore (sotto lo pseudonimo di Johannes de Silentio)
- La ripresa (sotto lo pseudonimo di Costantin Costantius)
- Discorsi edificanti (a suo nome).
1844: pubblica le seguenti opere:
- Briciole di filosofia (sotto lo pseudonimo di Johannes Climacus)
- Il concetto di angoscia (sotto lo pseudonimo di Virgilius Haufniensis)
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Vita e opere (3)
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- Prefazioni (sotto lo pseudonimo di Nicolaus Notabene).
1845: pubblica Stadi sul cammino della vita a suo nome.
1846: pubblica la Postilla conclusiva non scientifica (sotto lo pseudonimo
di Johannes Climacus). Nello stesso anno deve affrontare una querelle nei
riguardi del giornale satirico «il corsaro» che mette alla berlina lui e la sua
filosofia.
1849: pubblica La malattia mortale (sotto lo pseudonimo di Anti
Climacus).
1850: pubblica l’Esercizio del cristianesimo.
Muore per un malore nel 1855.
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Una filosofia dell’esistenza
• Il pensiero del filosofo danese appare tutto
rivolto a dare conto dell’esistenza del
soggetto umano concreto (il soggetto
empirico, di contro all’enfasi idealista sulla
soggettività trascendentale), a coglierne il
senso, l’inquietudine e il destino sempre in
bilico tra realizzazione e fallimento a seconda
del rapporto che il singolo riesce ad instaurare
con Dio ossia con l’infinito e l’eterno.
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L’uso degli pseudonimi
• L’enfasi sull’esistenza del singolo ha effetto anche sul modo in
cui egli presenta i propri scritti. Utilizzare infatti degli
pseudonimi diversi da opera ad opera, talora complicando le
relazioni con l’uso nomi di fantasia, ma significativi, anche per
i curatori ed editori delle opere, ha lo scopo di
individualizzare al massimo una certa dottrina e una certa
idea. Idee e dottrine hanno senso in quanto espressioni della
singolarità vivente del loro autore. Sono punti di vista che, pur
essendo argomentati razionalmente e quindi accessibili e
rivolti agli altri, esprimono una certa vita concreta con i suoi
modi di essere vissuta e pensata.
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I due episodi decisivi della sua vita
• Se l’esistenza è importante come oggetto
d’indagine, essa ha un ruolo rilevante anche
come punto di partenza della riflessione
kierkegaardiana. Dunque è necessario riferirci
alla sua vita per capire più a fondo il suo
pensiero. In particolare nell’esperienza del
nostro filosofo due episodi sono decisivi:
• il rapporto con il padre e
• quello con la fidanzata Regina Olsen.
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Il padre
Da Michael Pedersen Kierkegaard, il nostro filosofo
ereditò una religiosità severa e dalle disgrazie che egli
subì (pur avendo fatto fortuna dal punto di vista
economico-sociale, vide morire la moglie e 5 dei suoi 7
figli) trasse l’idea di una sorta di maledizione che avrebbe
gravato sulla famiglia, forse per una specie di colpa
originaria – un’imprecazione contro Dio lanciata dal padre
in giovane età a causa dell’indigenza in cui era costretto a
vivere -, per nulla risanata dalle successive fortune
economiche, anzi da queste indirettamente confermata
(“Ok, vuoi i soldi? Ti do i soldi, ma ti tolgo tutto quanto
rende la tua vita felice”).
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8
Regina Olsen
• Dalle vicende familiari, K. evinse l’idea che la sua
sarebbe dovuta essere una vita da penitente, una
vita “speciale” che non si sarebbe potuta
accontentare di un percorso di normale
integrazione nella quotidianità media delle
persone del suo tempo. Così anche il matrimonio,
dopo il fidanzamento con Regina, avrebbe
rappresentato un tradimento della sua vocazione
eccezionale cui le vie della normale felicità
coniugale erano inevitabilmente precluse.
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La carriera di pastore protestante
Allo stesso modo un inserimento nella vita della
Chiesa protestante alla quale apparteneva, resa
possibile ai massimi livelli dal conseguimento della
licenza in teologia, non era plausibile.
• Ciò innanzitutto per il deteriorarsi dei rapporti
con il vescovo Myster (già amico di suo padre),
• poi per la progressiva consapevolezza del
tradimento che la “cristianità stabilita”, cioè la
Chiesa istituzionale, avrebbe perpetrato ai danni
del vero cristianesimo e della sua serietà.
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Contro Martensen
• Il successore di Myster, il vescovo Martensen fu ancor più
oggetto delle polemiche di K., essendo un teologo di matrice
hegeliana che il nostro filosofo accusava di essersi adagiato su
una vita di onori e godimenti, mentre il cristianesimo,
secondo K. è
INQUIETUDINE,
IMPAZIENZA DELL’ETERNITÀ,
SERIETÀ TREMENDA,
TIMORE E TREMORE.
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Contro Hegel (Diario)
• Infatti a K. Hegel appare colui che in modo più plastico
ha voluto risolvere tutto il mistero e l’inquietudine
dell’esistenza concreta nel concetto trasparente e
pacificato, nell’idea (lo spirito) che fa del singolo una
semplice funzione dell’universale. Nell’hegelismo
veniva messo in primo piano non più l’io inquieto ed
esposto ai casi della vita con la responsabilità di
decidere del proprio destino, ma l’Io ideale che
riassume in sé le tappe di uno sviluppo inarrestabile. In
questo idealtipo non vi è posto per il fallimento, ma
tutto alla fine si riconcilia in un happy end a tarallucci e
vino.
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Contro Hegel 2
• Per Hegel, l’ Io ideale coincide anche con la razionalità del mondo
(“tutto il reale è razionale e viceversa”) in modo che l’universo
viene interamente spiegato dalla ragione umana e dal sistema
filosofico. Questo atteggiamento, nella sua pretesa di risolvere il
mistero nella chiarezza della ragione, è superbo e tracotante e
favorisce l’identificazione del cristianesimo con il suo sviluppo
storico, segnato dalla medesima razionalità universale.
• Ma così il cristianesimo si realizzerebbe nella cristianità stabilita,
perdendo la sua capacità di criticare il finito in funzione dell’infinito
e di suggerire all’uomo la necessità di un salto nella fede che lo
porti fuori dal finito, oltre il mondo e il tempo, nella trascendenza e
nell’eternità.
• L’hegelismo invece, facendo coincidere l’universale con il mondo (la
razionalità con la realtà), imprigiona il singolo nella miseria della sua
vita mondana dove già, secondo l’errore di Hegel, egli potrebbe
ottenere la sua emancipazione e la sua liberazione.
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IL SINGOLO
• Ciò che conta veramente è invece il singolo e le
scelte che egli si trova a fare nella sua vita. La vita
umana di per sé non soddisfa alcun criterio di
razionalità e non realizza mai appieno se stessa,
ma esige invece scelta e responsabilità.
• Solo così e non tramite la conciliazione, egli può
realizzare se stesso, oltre le deficienza della sua
ragione finita, verso quella trascendenza (Dio)
che, sola, garantisce una piena realizzazione.
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Singolo-genere/esistenza essenza
«Hegel fa in fondo degli uomini, come il
paganesimo, un genere animale dotato di
ragione. Perché in un genere animale vale
sempre il principio: il singolo è inferiore al
genere.
INVECE
Il genere umano ha la caratteristica – appunto
perché ogni singolo è creato a immagine di Dio –
che il singolo è più alto del genere».
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Singolo-genere/esistenza-essenza 2
Il singolo è superiore al genere dunque l’esistenza
singolare e concreta è superiore all’essenza, cioè al
concetto astratto con cui si indicherebbe l’idea razionale
che definisce molte singolarità
(per es. l’uomo come animale razionale = essenza; il
singolo uomo, qui ed ora = esistenza, ma siccome Dio ha
voluto un rapporto singolare con ogni persona, grazie a
tale rapporto ognuno è superiore a qualsiasi concetto
possiamo farci di lui).
L’esistenza è il regno della libertà e il luogo della
DECISIONE
L’essenza è il luogo della necessità e della scienza.
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Testimonianza
Se il singolo è al centro dell’interesse di K., abbiamo visto
che per lui è fondamentale il rapporto con Dio. Dunque
nessuna filosofia umana può garantirgli la salvezza, visto
che la filosofia sconta, in quanto prodotto di un uomo
finito, la stessa finitezza di colui che l’ha elaborata.
La verità, dunque, non è ciò che la filosofia raggiunge e
porge agli uomini (la filosofia ha più che altro una
funzione critica), bensì quella che è stata testimoniata
innanzitutto da Gesù e poi da tutti color che lo hanno
seguito, fornendo un esempio di come la vita concreta
possa decidersi per l’infinito superando, GRAZIE A DIO, i
limiti che la contraddistinguono e la feriscono.
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Modelli per interpretare la vita
• Il soggetto concreto è sempre messo in
condizione di scegliere la propria esistenza, la
quale può configurarsi secondo alcune tipologie
universali (che forniscono solo MODELLI di come
il singolo PUÒ vivere, senza pretendere di definire
esaustivamente la sua essenza).
• Queste tipologie sono STADI, cioè tappe che il
singolo percorre nel suo cammino e che
individuano alcune esperienze comuni e istruttive
per coloro che vogliono cercare la verità.
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LO stadio ESTETICO (Aut Aut, 1843 e
Stadi sul cammino della vita, 1845)
Il primo stadio della vita è quello che K. definisce della PERDITA-GODIMENTO.
Qui il singolo si trova completamente preso nel ricerca del piacere e del
godimento in cui egli cerca di soddisfare invano la sua ansia di infinito. Tale
ricerca è destinata al fallimento perché egli, per soddisfare il desiderio di
infinito, “sceglie” nondimeno di restare nel finito,
cercando
- la ripetizione continua di una edonistica soddisfazione istantanea del senso
(le innumerevoli e continue avventure amorose di Don Giovanni, in Aut-Aut,
prima parte),
oppure
- il gusto della conquista spirituale, più intensa e profonda ma egualmente
evanescente: il seduttore Johannes nel Diario di un seduttore (Aut-aut), che
tenta di appropriarsi intellettualmente e “psicologicamente” dell’amata e vive
come l’esteta romantico e un po’ dandy alla ricerca del godimento
intellettuale.
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Fallimento della vita estetica
L’uomo estetico tenta di sottrarsi al fluire del
tempo senza tuttavia riuscire a pervenire ad una
vera eternità, condannandosi a ripetere
continuamente nella vita finita le effimere
soddisfazioni che lì può trovare. Così egli
sembra scegliere, ma in realtà NON SCEGLIE
perché si “fa vivere” dal mondo, si consegna ad
esso, invece che assumere un atteggiamento
attivo nei suoi confronti.
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Disperazione e decisione
Lo stadio estetico conduce alla disperazione, una
disperazione che si fa consapevole del proprio
autoinganno (credere ingannevolmente che il finito
possa soddisfare pienamente) e può aggrapparvisi
fino alla fine oppure preparare il tentativo di
uscirne.
Tale tentativo non è però automatico (non è
prodotto necessariamente secondo uno schema
prestabilito come nella dialettica hegeliana), ma
richiede una decisione.
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Vita etica
• Lo stadio etico trova la sua migliore rappresentazione nella
figura del marito o, più nello specifico, nel personaggio del
Consigliere di Stato Wilhelm, la cui esistenza è circoscritta
alle sfere del matrimonio, della famiglia, della professione,
della fedeltà allo Stato.
• Se l'esteta trapassa di istante in istante senza impegnarsi
mai in nulla, la vita dell'uomo etico è invece
contrassegnata dalla scelta.
• In primo luogo, egli compie la scelta fondamentale tra bene
e male; in secondo luogo, una volta scelto un determinato
bene, una certa sposa, una certa professione, etc., egli
conferma in ogni momento la sua scelta, tornando a
scegliere in ogni istante ciò che ha già scelto per sempre.
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Continuità e…
Se la vita dell'esteta si frantuma in una miriade di istanti privi
di storia, quella dell'etico si sviluppa nella continuità del
tempo (una sorta di ripetizione dell’identico, mentre la vita
estetica è contrassegnata dalla ripetizione del diverso).
All'esasperata ricerca dell'eccezionalità da parte dell'esteta,
egli contrappone la tranquilla universalità del dovere, di cui
l'esistenza etica è una continua realizzazione.
Ma per l'uomo etico il dovere non è un'imposizione esteriore
(come sarebbe per l'esteta), bensì un concreto impegno
coniugale, professionale o civile che egli spontaneamente
riconosce come la propria condizione. Il dovere morale non è
altro che "il compito che si è a se stessi", ciò che ciascuno ha
deciso di diventare in virtù della sua libera scelta.
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…pentimento
Anche la vita etica, tuttavia, appare limitata.
Se sceglie se stesso fino in fondo, l'individuo raggiunge la propria
origine, cioè Dio. Ma poiché di fronte alla maestà di Dio l'unico
sentimento che l'uomo può provare è quello della propria
inadeguatezza morale, cioè della propria colpevolezza, l'esito finale
della vita etica è
il pentimento.
L'uomo etico giunge alla fine ad essere posto di fronte al peccato, il
quale però non è più una categoria etica, bensì una determinazione
religiosa, nella quale l’individuo non è solo affidato alla propria
coscienza, ma entra in rapporto con qualcun’altro. Con il pentimento,
dunque, si esce dalla sfera dell'etica per entrare in quella della
religione, sebbene, anche in questo caso, il passaggio non sia
automatico, ma comporti un salto ancora più radicale di quello che
divideva l'ambito etico da quello estetico.
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Lo stadio religioso (Timore e tremore,
1843)
Di fronte al senso della propria inadeguatezza e
all’incontro con Dio, ogni ripetizione, cioè ogni
regolarità e stabilità di comportamento etico
(fare sempre il bene, scegliere sempre per il
meglio etc.) appare insufficiente.
Dunque vi è bisogno di un ulteriore salto, il salto
nella fede.
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L’eccezionalità della vita religiosa
Mettersi in rapporto con Dio significa porsi in una condizione
in cui nulla può essere prestabilito, perché Dio in ogni istante
ci sorprende. Se il nostro rapporto è autentico, cioè se ci
poniamo come dei singoli di fronte all’assoluta singolarità di
Dio, ci consegniamo a Lui, facendoci continuamente
sorprendere dalle istanze di infinito che da lui vengono.
La vita religiosa non può dunque essere una vita regolare,
ma assolutamente segnata dall’imprevedibilità e dalla fiducia
nell’imprevedibile.
Questo è il momento della RIPRESA che raccoglie tutta la
nostra vita (la riprende appunto) e la pone al cospetto
dell’eternità in modo diretto e immediato, che si oppone
dunque alla ripetizione estetico-etica, come un ATTO
DEFINITIVO di contro ad atti dilatori.
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La ripresa
«Kierkegaard definisce la ripresa una sorta di retrocedere
procedendo in cui “l’esistenza passata viene ad esistere ora”. Ciò
che è stato ritorna nel presente, sottratto alla caducità del non
essere, in vista di una continuità futura che gli conferisce senso.
Il ricordo è altro dalla ripresa. Se il primo ripete il suo movimento
esclusivamente all’indietro, condannandosi all’infelicità di vivere
nella proiezione esangue dei ricordi, la seconda “ricorda il suo
oggetto in avanti”. Nella ripresa c’è l’irrompere di un nuovo che
spezza il piano immanente del ricordo per aprire al passato una
dimensione altra che si traduce nella continuità della vita.
Passato e presente convivono in una mediazione vivente che è
insieme rottura ed integrazione…»
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La ripresa (2)
•
•
«…L’immediatezza dell’accadere è tale nella scissione dal passato. Visto sotto
questa prospettiva, il tempo si determina come frattura rispetto al passato. Pur
differenziandosene, il nuovo non può tuttavia prescindere dal vecchio in quanto è
nel rapporto con esso che afferma la sua alterità. Nel seno di tale conflitto il
presente scopre un contenuto che è insieme contrasto e appartenenza. La
categoria del momento porta con sé tale ambiguità» (A. Fimiani, Il tempo che noi
stessi siamo. Ripetizione e desiderio in Kierkegaard, http://www.kainosportale.com).
Qui dunque il soggetto nel tempo fluisce non solo differenziandosi in ogni istante
dal passato, ma riprendendo in ogni istante il passato, cioè facendolo
consapevolmente proprio, per offrirlo futuro. Non c’è dimenticanza, né un
semplice ricordo nostalgico che vorrebbe riprodurre il passato nel presente, cioè
ripeterlo, bensì l’idea che in ogni momento si decide al cospetto del futuro, cioè
dell’Altro divino che ne è il «padrone», come portando una dote, quella della
totalità di sé ai piedi di questo altro, offrendola, ossia offrendo tutto se stesso,
all’imprevedibile e sorprendente progetto di Dio.
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La fede di Abramo
Quando Abramo in Gen 22, 1-19 si mostra disposto, contro ogni precetto
etico, a sacrificare suo figlio Isacco, perché Dio lo ha chiesto, si mostra la
vera qualità della vita religiosa. Essa è totale affidamento a Dio in un
rapporto singolare che non può essere pre-determinato da nessuna forma
di razionalità umana. Ciò perché il dovere generale verso gli uomini (etica)
non è commensurabile con il dovere assoluto verso Dio (religione).
Inoltre, non essendoci proporzione tra il finito umano e l’infinito divino,
nessuno può dire che cosa sorgerà dal rapporto intimo dell’uomo con Dio.
Questo rapporto nasce quando si sperimenta l’insufficienza della legge
(dovere-etica), cioè l’impossibilità dell’adeguarsi al dovere e dalla
condizione di peccato e pentimento ci si abbandona all’iniziativa divina
(grazia: legge e grazia sono due categorie fondamentali della teologia di
San Paolo).
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29
Il principio del cristianesimo
Alla luce di quanto detto, la vita religiosa
configura l’essenza del rapporto uomo-Dio come
quello tra due termini fra i quali vi è un’infinita
e abissale DIFFERENZA. Essa esige totale
abbandono all’iniziativa divina per accogliere
non la nostra ma la sua verità.
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Possibilità
• Nella scelta di accogliere l’eterno si realizza
una possibilità positiva per l’uomo. Tuttavia
abbiamo visto che ciò dipende dalla decisione
che l’uomo opera. L’uomo, avendo da
scegliere è nella POSSIBILITÀ.
• La possibilità è la più pesante delle categorie
perché in essa permane il rischio del
fallimento e della perdizione e su di essa pesa
la minaccia del nulla.
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Possibilità 2
• Dalla possibilità – che è categoria più pesante
di quella di realtà – emerge la nostra
situazione emotiva. Che è quella dell’angoscia,
giacché ciò che può accadere è molto più
terribile di ciò che già è. Ma l’incombere
ANGOSCIOSO del nulla ha anche una VALENZA
FORMATIVA, poiché ci permette di esaminare
noi stessi, scacciando tutti i pensieri finiti e
gretti e rivolgendoci a DIO.
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L’angoscia
• “L’angoscia è la possibilità della libertà; soltanto
quest’angoscia ha, mediante la fede, la capacità
di formare assolutamente, in quanto distrugge
tutte le finitezze, scoprendo tutte le loro illusioni.
E nessun grande inquisitore tiene pronte torture
così terribili come l’angoscia; nessuna spia sa
attaccare con tanta astuzia la persona sospetta,
proprio nel momento in cui è più debole, né
preparare così bene i lacci per accalappiarla come
sa l’angoscia …”
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L’angoscia (continua)
“… nessun giudice, per sottile che sia, sa
esaminare così a fondo l’accusato come
l’angoscia che non se lo lascia mai sfuggire, né
nel divertimento, né nel chiasso, né sotto il
lavoro, né di giorno, né di notte. Colui che è
formato dall’angoscia, è formato mediante la
possibilità; e soltanto chi è formato dalla
possibilità, è formato secondo la sua infinità …”
(Il concetto di angoscia, V).
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L’alternativa a Dio: la disperazione
L’alternativa a Dio è la paralisi della non scelta (che
equivale ad una scelta sbagliata) e la caduta nella
disperazione. Questa e la vera e propria MALATTIA
MORTALE dell’uomo (cfr. il testo omonimo del 1849) il
quale, non confidando più che il suo peccato possa essere
redento, cioè non accettando più che Dio abbia in mano il
suo destino, si orienta volontariamente verso la propria
perdizione. Ma anche in questa situazione, in quanto
basata comunque sulla tematizzazione del problema di
Dio, è possibile un cambio di atteggiamento, a patto che
si elabori nella giusta direzione la propria angoscia.
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35
Alla fine
L’esistenza autentica è quella che,
a partire dall’angoscia e nel rischio della
disperazione,
decide di affidarsi e di dislocarsi
completamente in Dio.
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36
Uno stile IRONICO
Nell’opera di Kierkegaard, scrittore e letterato oltre
che filosofo, è presente sempre una sottile vena
ironica, che si associa alla sue capacità di polemista,
da un lato, e alla sua raffinatezza raziocinativa
dall’altro.
L’ironia fa arte dello stile di Kierkegaard ma ha
anche un preciso significato filosofico che egli ha
messo sin dall’inizio della sua carriera in luce (cfr. la
sua tesi di laurea Sul concetto di ironia con costante
riferimento a Socrate -1841).
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Sul concetto di ironia
L’ironia ha una fondamentale funzione: «prendere in giro» il
finito, fare emergere il suo nonsenso, le sue aporie, i suoi
buchi neri, aprendo il soggetto umano alla prospettiva di
un’altra dimensione.
Socrate ne aveva vista la funzione disincantatrice delle
presunzioni di sapere dei suoi interlocutori e i romantici
avevano notato che, se ironicamente si nega il finito, si può
oltrepassarlo verso l’infinito.
Tuttavia entrambe queste versioni hanno il difetto di lasciare
come residuo dell’opera di distruzione ironica, il soggetto
come unico interesse e, nei romantici, come unico appiglio
per il salto nell’infinito (nella soggettività infinita).
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Dio e l’ironia
• Nel Romanticismo l’ironia appare come principio
esclusivamente critico e senza alcuna prospettiva valoriale
superiore. Così effettivamente il soggetto che esercita
l’ironia, e che dunque ne è il punto di irradiazione si trova
improvvisamente al centro della realtà, e caricato di
significati “infiniti” che di per sé non può sopportare.
• Al contrario, l’ironia in una prospettiva religiosa (che tiene
conto del primato assoluto di Dio) può assolvere al compito
di criticare ogni finitezza e di adombrare la prospettiva
dell’infinito, chiaramente ben oltre le illusioni della
soggettività infinita romantica e invece nell’apertura alla
soggettività infinita del Dio personale.
• Ciò è proprio di quella forma di ironia interna alla fede che
Kierkegaard indica con il nome di UMORISMO.
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Ironia e paradosso
L’ironia è un’iniziativa del soggetto che distrugge le sue
pretese, allo stesso modo che la ragione kierkegaardiana, «nel
suo essere una dialettica spezzata, è tale perché cozza contro il
lato irriducibile dell'individuale all'universalità del concetto: si
spezza proprio per amore dell'oggetto» (V. Melchiorre). e
spezzandosi lascia che l’Oggetto cioè Dio, divori completamente
il Soggetto, cioè l’uomo. Egli rimane soggetto ma soggetto di
una decisione, il salto nella fede, che lo cancella di fronte a Dio.
Questo è tipicamente paradossale: «Il paradosso è la passione
del pensiero... La passione più alta della ragione» (Kierkegaard,
Briciole di Filosofia), una ragione il cui culmine è la sua stessa
fine.
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Dialettica spezzata
•
Dire che la ragione è una «dialettica spezzata», significa sostenere che in essa è
spezzata la «catena logica delle sue conseguenze» (C. Fabro), ossia che il rapporto
tra le premesse dei suoi discorsi e le conseguenze non è più possibile. Questo
avviene in primis perché lo strumento del concetto universale, pur avendo per sua
natura tale scopo, non coglie mai appieno l’individualità di un oggetto di
conoscenza (quando io definisco che l’uomo con il concetto universale di
«animale razionale» dico qualcosa dell’uomo, ma ho detto pochissimo di questa
persona – Giuseppe, Francesca, Maria – che ho di fronte con il suo carattere e la
sua irripetibile individualità). Quindi una catena di ragionamenti generali e
universali infrange le proprie pretese di fronte all’individuo singolare e unico. In
secondo luogo la ragione non riesce a condurre i propri discorsi quando si trova di
fronte all’oggetto più alto del proprio pensiero cioè Dio. Qui essa è destinata allo
scacco e deve lasciare spazio al soggetto che decide, che non vuole più pensare ma
che deve «agire», cioè fare un salto nella fede: il che significa annullarsi nelle
proprie presunzioni e lasciarsi afferrare completamente da Dio, scomparire come
soggetto per lasciare tutto lo spazio a Dio.
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41
Il paradosso come cifra della
filosofia di Kierkegaard
• Nel paradosso - inteso come una contraddizione che non è
segno di un errore della ragione ma di una sua impossibilità
dovuta alla sua massima tensione ed espressione, cioè «un
ragionamento che contiene in sé una contraddizione la quale
appare senza possibile risoluzione» - vi è la radice di quel
superamento della ragione che è appunto la cifra paradossale
della filosofia kiekegaardiana. È paradossale perché la migliore
filosofia è la più alta espressione della ragione e per il Nostro
filosofo la più alta espressione della ragione rappresenta la
fine della ragione stessa nella fede che, mentre realizza le
massime possibilità del soggetto, lo fa sprofondare
nell’infinita soggettività divina.
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42
Che cosa è paradossale in
Kierkegaard?
• Ciò che è paradossale in K. è proprio il fatto che la meta più alta
che la ragione individua, il suo oggetto per eccellenza è ciò che è
al tempo stesso da lei maggiormente inconoscibile, cioè Dio:
«Questo è allora il supremo paradosso del pensiero: voler
scoprire qualcosa che esso non può pensare» (Briciole di
filosofia).
• Infatti Dio è un oggetto che per il suo carattere infinito non può
essere afferrato da una ragione umana costitutivamente finita.
Dunque Dio è quanto di più diverso dall’uomo si possa pensare
ma, proprio per la sua radicale diversità, risulta impensabile…la
ragione risulta così imprigionata in un paradosso, cioè
nell’impossibilità di procedere e in uno scacco matto.
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43
Il senso della filosofia di
Kierkegaard
•
L’opera di K. è un’opera dai mille raggi e da un solo centro Gesù Cristo, dalle mille
domande e da una sola risposta, Gesù Cristo… «inviso alle cricche della penna, egli
continuerà ad essere messo al bando dai miscredenti e attivisti arrabbiati delle
nuove sociologie del benessere come anche dai flaccidi teologi, cattolici e
protestanti, del cristianesimo dimissionario della secolarizzazione e della morte di
Dio. La realtà è che K. ha inferto al Moloch delle ideologie della finitezza un colpo
mortale. Artista sopraffino della penna, scrittore per scrittori e poeta per
vocazione, K. contesta la presunzione dell’estetica che è fine a se stessa ed
evasione dell’impegno dell’uomo per l’Assoluto. Pensatore classico, adusato allo
scandaglio del profondo contro tutti i virtuosismi della dialettica, K. contesta il
tradimento e le rapine della filosofia moderna dell’immanenza ai danni della
speranza cristiana di vincere la disperazione del peccato e il pungolo della morte.
Cristiano saldamente ancorato al messaggio del Nuovo Testamento […], K. contesta
alla cristianità stabilita le gherminelle delle sue false prospettive di benessere
terreno che l’hanno riconciliata con il mondo» (C. Fabro, Introduzione a S.
Kierkegaard, Opere, Sansoni, Milano, 1993, p. LXXIII).
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KIERKEGAARD: sì, sì, no, no