UFFICIO DEI RESOCONTI
Senato della Repubblica
XVII LEGISLATURA
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Giunte e Commissioni
RESOCONTO STENOGRAFICO
n. 1
BOZZE NON CORRETTE
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COMMISSIONI CONGIUNTE
4a (Difesa)
e
IV (Difesa)
AUDIZIONE DEL CAPO DI STATO MAGGIORE DELLA DIFESA,
AMMIRAGLIO LUIGI BINELLI MANTELLI
a
2 seduta: mercoledì 22 maggio 2013
Presidenza del presidente della 4a Commissione del Senato della
Repubblica LA TORRE
I testi contenuti nel presente fascicolo – che anticipa a uso interno l’edizione del
Resoconto stenografico – non sono stati rivisti dagli oratori.
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INDICE
Audizione del Capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Luigi
Binelli Mantelli
PRESIDENTE
BINELLI MANTELLI
ALICATA (PdL), senatore
DIVINA (LN-Aut), senatore
DURANTI Donatella (SEL), deputata
MARTON (M5S, senatore
ROSSI (SCpI), deputato
SCANU (PD, deputato
Sigle dei Gruppi parlamentari del Senato della Repubblica: Grandi Autonomie e Libertà: GAL;
Il Popolo della Libertà: PdL; Lega Nord e Autonomie: LN-Aut; Movimento 5 Stelle: M5S; Partito
Democratico: PD; Per le Autonomie (SVP, UV, PATT, UPT) - PSI: Aut (SVP, UV, PATT, UPT) - PSI;
Scelta Civica per l'Italia: SCpI; Misto: Misto; Misto-Sinistra Ecologia e libertà:Misto-SEL.
Sigle dei Gruppi parlamentari della Camera dei deputati: Partito Democratico: PD;
MoVimento 5 Stelle: M5S; Il Popolo della Libertà - Berlusconi Presidente: PdL; Scelta Civica per
l’Italia: SCpI; Sinistra Ecologia Libertà: SEL; Lega Nord e Autonomie: LNA; Fratelli d’Italia: FdI;
Misto: Misto; Misto-MAIE-Movimento Associativo italiani all’estero: Misto-MAIE; Misto-Centro
Democratico: Misto-CD; Misto-Minoranze Linguistiche:Misto-Min.Ling.
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Interviene, ai sensi dell'articolo 47 del Regolamento del Senato e
dell'articolo 143, comma 2, del Regolamento della Camera dei deputati, il
Capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli,
accompagnato dal colonnello Fernando Paglialunga.
I lavori hanno inizio alle ore 14,40.
PROCEDURE INFORMATIVE
Audizione del Capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Luigi
Binelli Mantelli
PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca l'audizione del Capo di Stato
maggiore della Difesa, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli.
Comunico che, ai sensi dell’articolo 33, comma 4, del Regolamento
del Senato, è stata chiesta l’attivazione dell’impianto audiovisivo a circuito
chiuso e che la Presidenza del Senato ha già preventivamente fatto
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conoscere il proprio assenso. Se non si fanno osservazioni, tale forma di
pubblicità è dunque adottata per il prosieguo dei lavori.
Colleghi, permettetemi di porgere il benvenuto, a nome della
Commissione difesa del Senato e mio personale, anzitutto al presidente
della Commissione difesa della Camera, onorevole Elio Vito, per la sua
disponibilità a svolgere qui oggi questa seduta congiunta e poi a tutti i
deputati e al Capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Binelli
Mantelli, che ringraziamo davvero per la sua cortese presenza.
Con questa audizione prosegue l'illustrazione - avviata alla Camera,
sempre in seduta congiunta, dal ministro Mauro - delle linee
programmatiche del Dicastero delle difesa. Si apre quindi il ciclo di
incontri con i vertici delle Forze armate sullo stesso argomento, che
continueremo a svolgere in seduta congiunta, alternandoci tra incontri qui
in Senato e incontri alla Camera.
Consideriamo tali incontri - e questo in particolare - molto importanti
perché, senza enfasi, senza retorica, ritengo che la Legislatura appena
iniziata possa, anzi, debba avere per il comparto Difesa un vero e proprio
carattere costituente. Lo dico perché, anche alla luce delle considerazioni
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importanti che il ministro Mauro ha fatto alla Camera, ho particolarmente
apprezzato l'impostazione che alludeva a questa consapevolezza. Mi auguro
pertanto che Parlamento e Governo, ciascuno nel proprio ambito, siano
all'altezza di questo compito.
Vorrei subito spiegare cosa intendo per fase costituente, scusandomi
con l'ammiraglio Binelli Mantelli se ruberò qualche minuto alla sua
audizione.
Nella scorsa Legislatura abbiamo approvato una legge che ridisegna
il nostro strumento militare adeguandolo alle risorse disponibili. Questo
passaggio è stato molto importante. Tale riforma dovrà ora essere
completata in un rapporto dialettico tra Parlamento e Governo.
Come dicevo, si tratta di una legge di sistema che riassetta
l'equilibrio della Difesa nel suo complesso mettendola in grado di assolvere
ai propri impegni. Noi, però, siamo chiamati a fare anche qualcosa di più.
La politica di Difesa di un Paese è espressione di un disegno nazionale, le
cui finalità sono, da un lato, assicurare la sicurezza all'interno dei confini
nazionali, dall'altro, contribuire alla pace e alla stabilità del contesto
internazionale.
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Com'è noto, si è via via accresciuta la nostra assunzione di
responsabilità nel quadro della comunità internazionale per difendere la
pace e garantire la sicurezza, per diventare coproduttori di sicurezza e non
esserne soltanto fruitori. Questo è stato un passaggio straordinario che ha
dato inizio a un percorso graduale che comporta - e comporterà
inesorabilmente - un progressivo salto di qualità nell'adeguare il nostro
ruolo e la nostra funzione a questa dimensione.
Peraltro, in un quadro come quello attuale che impone anche scelte
difficili, siamo ancor più interessati a un sistema multilaterale che funzioni
sulla base di regole e di principi condivisi. Quindi, poiché il nostro Paese
ha assunto la scelta strategica della dimensione europea come ambito entro
il quale si deve sempre più collocare la nostra iniziativa, è chiaro che
dovremo governare il passaggio a una politica europea della Difesa anche
perché carico di un valore costituente.
Tutto questo credo imponga a noi, alla politica, alle istituzioni, di
mettere innanzi tutto le nostre Forze armate nelle condizioni di assolvere
alle proprie funzioni. Allo stesso tempo, però, dobbiamo saper compiere un
ulteriore passo e introdurre una profonda riflessione sul nostro modello di
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difesa. Su questo canovaccio imposteremo e proseguiremo il nostro lavoro.
È un passaggio complesso ma indispensabile.
Il Ministro della difesa, nella sua audizione alla Camera dei deputati,
ha ricordato come la riforma (legge delega n. 244 del 2012) sia stata
approvata senza voto di fiducia e a larghissima maggioranza. Ciò dimostra
che su temi rilevanti le parti politiche - pur mantenendo opinioni che spesso
alimentano un dibattito, un confronto e talvolta anche lo scontro politico riescono a collaborare soprattutto quando ci si deve stringere attorno agli
interessi generali.
È con questo spirito che ritengo di poter dare inizio a questa
audizione e di dare la parola al nostro ospite, ammiraglio Binelli Mantelli.
BINELLI MANTELLI. Signori Presidenti, onorevoli deputati e senatori,
intanto ringrazio per queste parole, che troveranno eco in alcuni passaggi
della mia presentazione, in particolare per quanto riguarda il rapporto con
l'Europa.
Desidero esprimere a tutti voi, componenti delle Commissioni difesa
di Camera e Senato, il sentito ringraziamento e l'apprezzamento mio
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personale e di tutte le Forze armate per l'odierna convocazione, che è un
segnale di grande attenzione nei nostri confronti.
In questa audizione proverò a dare indicazioni sulle linee
programmatiche del mio mandato come Capo di Stato maggiore della
Difesa. Cercherò inoltre di cogliere l'opportunità per illustrare, con
trasparenza e senza eccessivi tecnicismi, quello che lo strumento militare,
articolato sulle tre Forze armate e sull'Arma dei carabinieri fa, perché e
come lo fa e come intende continuare ad assolvere ai suoi compiti
nell'ambito dello scenario geostrategico e finanziario, attuale ed
ipotizzabile, in aderenza agli indirizzi del Parlamento e delle disposizioni
del Governo.
In altri termini, desidero fornire loro elementi informativi utili a
valutare più compiutamente le proposte in materia di Difesa del
Documento programmatico pluriennale 2013-2015, presentato dal Ministro
della difesa al Parlamento lo scorso mese di aprile. Un Documento
completo e particolarmente trasparente, che definisce, con un approccio
onnicomprensivo, tutti gli aspetti strategici, politico-militari e operativi,
mettendo a sistema le priorità stabilite per il personale, le esigenze e in
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particolare i programmi di investimento, nonché le previsioni di spesa di
tutto il Dicastero della difesa.
Le successive audizioni dei vertici dell'Esercito, della Marina,
dell'Aeronautica, dell'Arma dei carabinieri e del Segretariato generale della
difesa consentiranno anche di entrare nel dettaglio delle singole
organizzazioni, con ulteriori elementi utili per un più completo quadro della
nostra realtà militare.
Esattamente un anno fa, il 23 maggio 2012, in qualità di Capo di
Stato maggiore della Marina venivo audito nell'ambito dell'iter di
approvazione del disegno di legge delega sulla revisione dello strumento
militare nazionale. Già allora sostenevo l'urgenza di tale provvedimento per
avviare, senza risorse aggiuntive, una graduale riqualificazione della spesa
militare, attraverso la riduzione delle dotazioni organiche complessive del
personale militare e civile e una ridefinizione, in senso riduttivo,
dell'assetto organizzativo delle Forze armate.
A maggior ragione oggi, in qualità di Capo di Stato maggiore della
Difesa, avendo competenza generale e sovraordinata sull'organizzazione, la
programmazione e l'impiego operativo delle Forze armate, confermo
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l'esigenza di dare attuazione alla riforma con la massima possibile urgenza,
attraverso i decreti legislativi delegati, per sanare una situazione non più a
lungo sostenibile.
Ciò anche in totale condivisione delle priorità programmatiche e di
indirizzo già indicate dal ministro della difesa, senatore Mario Mauro, nella
recente audizione del 15 maggio ultimo scorso, e nelle quali mi riconosco
pienamente e in piena coerenza con la sua linea di continuità rispetto alla
precedente amministrazione. Non può che essere così perché la continuità
nel cambiamento - cioè il costante e graduale adeguamento dello strumento
militare alle esigenze ed al quadro di riferimento politico e strategico - è
una peculiare prerogativa, una imprescindibile esigenza delle Forze armate,
che sono un sistema complesso e articolato che non deve avere soluzione di
continuità al suo operare, pena il rapido decadimento di preziose e
complesse capacità il cui recupero sarebbe molto dispendioso e
problematico.
Per sgombrare il campo da possibili sospetti verso una mera
«adesione di comodo» a quanto detto dal Ministro, consentitemi di
riprendere alcuni passaggi del mio intervento all'atto dell'avvicendamento
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alla Difesa con il generale Abrate, lo scorso 31 gennaio, che ritengo in
piena assonanza con gli indirizzi programmatici dati dal Ministro.
Cito testualmente: «Un percorso certamente impervio e non sempre
gradevole è quello di rendere sostenibile il sistema di sicurezza e difesa,
assicurandone capacità coerenti con gli interessi e il ruolo della Nazione,
anche nel contesto delle alleanze e delle organizzazioni internazionali cui
aderisce. Ma è un percorso indifferibile, se davvero vogliamo il bene delle
nostre Istituzioni, che deve tuttavia tutelare le giuste aspirazioni del
personale: guardare con grande attenzione alla sua coesione, alla sua tenuta
morale, etica e professionale, su cui poggia ogni nostra capacità e
possibilità di rinnovamento e di crescita».
Vorrei qui precisare che la motivazione del personale militare è un
fattore complesso, che non poggia nemmeno sostanzialmente sulla
retribuzione o sull'occupazionalità; essa poggia su valori condivisi, molto
forti, ed è quindi un sistema delicato. Quando il sistema militare viene
criticato - giustamente o ingiustamente -, questo influisce sul morale e sulla
coesione del personale, perché la stragrande maggioranza dei nostri militari
non tiene soltanto alla propria occupazione, ma anche alla sua istituzione:
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vuole operare in un ambiente efficace e potersi confrontare con le altre
Forze armate del mondo dei nostri alleati in maniera onesta e senza
complessi di inferiorità.
Riprendo ora la citazione: «Il futuro che riusciamo a intravedere
presenta caratteristiche di incertezza e imprevedibilità, in un contesto di
estrema e crescente complessità nel quale dovremo confrontarci.
All'imprevedibilità e alla complessità occorre poter rispondere con la
formazione dei quadri (culturale, prima ancora che professionale), con la
tempestività e la flessibilità degli strumenti operativi, con una forte
interdisciplinarità delle decisioni e delle azioni conseguenti.
In questo quadro, tre sono gli indirizzi che ritengo irrinunciabili per
assicurare alla Nazione una Difesa credibile ed efficace. Anzitutto
l'operatività, ampiamente provata in tutte le missioni assegnate alle nostre
Forze armate con una formidabile crescita dell'integrazione interforze e
dell'interoperabilità con i nostri alleati: un capitale di capacità e di
esperienza che non possiamo disperdere e che si alimenta con
l'addestramento e il mantenimento in efficienza dei mezzi. Si tratta di due
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elementi che garantiscono tempestività e flessibilità, ma anche sicurezza a
chi deve operare in ogni condizione, talvolta anche la più estrema.
Ciò richiede, a favore di tutte le componenti dello strumento militare,
un costante e coerente flusso di risorse, non soltanto e non esclusivamente
correlato alla preparazione delle missioni fuori area approvate dal
Parlamento. La recente crisi libica ci ha dato una chiara evidenza di questa
necessità (mi riferisco all'anno scorso).
Un secondo indirizzo è la ricerca della massima integrazione
interdisciplinare con tutte le realtà e con i Dicasteri che concorrono al
sistema di sicurezza e difesa nazionale (e non solo).
Credo che la cultura militare, le sue capacità progettuali, gestionali e
di analisi operativa, debbano essere rese disponibili all'intero sistema Paese,
per una più efficace e razionale risposta alle opportunità che si presentano,
come alle sfide che ci attendono.
Le Forze armate sono pronte ad operare come sistema aperto e
inclusivo, disponibili a fornire il loro contributo, senza incertezze, gelosie o
sterili difese corporative, con mente aperta, spirito innovativo e visione
proiettata al futuro.
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Un terzo indirizzo importante quanto i primi due è quello
dell'attenzione all'identità e ai ruoli di ogni singola Forza armata, in un
quadro di sinergico impiego delle componenti operative, logistiche e di
supporto: capacità e professionalità, motivazioni e coesione, che devono
essere sostenute nelle loro diverse peculiarità, perché contengono i
riferimenti valoriali del passato, ma anche l'entusiasmo dell'agire presente,
la propulsività e le risorse morali rese disponibili alla Nazione per
affrontare qualsiasi futuro impegno».
Queste sono le linee programmatiche e le priorità che, dopo circa 4
mesi alla guida delle Forze armate, sento di confermare e - anzi avvalorare, forte del sostegno e della guida autorevole del Ministro che, in
merito allo scenario di riferimento e ai ruoli fondanti della Difesa, ha
affermato come «la libertà ha un costo e la Difesa è il presidio della
libertà». Libertà e sovranità vogliono dire «tutela degli interessi dello Stato
e degli italiani, libertà di scambi economici, fondamentali nel mondo
globalizzato, per un'economia sempre in trasformazione, come quella
dell'Italia». Pertanto - prosegue il Ministro -, «non dobbiamo concentrarci
solo sulla gestione delle crisi già in atto, perché la prevenzione, che vuol
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dire presenza, capacità di sorveglianza, cooperazione internazionale, è
altrettanto e forse più importante ancora».
Se la difesa dello Stato, nella più ampia accezione di difesa degli
interessi nazionali, è la missione di riferimento delle Forze armate, i
molteplici elementi di imprevedibilità e indeterminatezza dell'attuale
quadro geo-strategico non fanno escludere che, nel prossimo futuro, si
ripresenti la necessità di una disponibilità immediata di assetti idonei anche
in scenari a elevata conflittualità. Al riguardo, basti pensare alla rapidità
con cui si sono manifestate ed evolute le crisi del cosiddetto Risveglio
arabo in un'area - quella mediterranea - che pure ritenevamo
sufficientemente stabile: Tunisia, Egitto e Libia, che sono tutti Paesi legati
alla sponda Nord del Mediterraneo da intense relazioni economiche e
attività di cooperazione civile e militare.
Vorrei anche citare le situazioni di crescente instabilità che rischiano
di degenerare in nuove crisi internazionali dalle conseguenze imprevedibili,
soprattutto in Siria, in Libia e nell'area sub-sahariana, ma anche in altre
aree mondiali cui sono legati precipui interessi nazionali ed europei. Si
tratta di situazioni che potrebbero richiedere operazioni di intervento a
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favore di concittadini in pericolo, di protezione delle linee di
comunicazione strategiche, di garanzia della libertà di accesso alle risorse
energetiche e a tutela degli interessi della comunità internazionale.
Alcuni indicatori della NATO fanno ritenere che, entro 15 anni, la
dipendenza dell'Europa dall'importazione di risorse energetiche passerà
dall'attuale 60 all'80 per cento e quella dei Paesi asiatici dal 40 al 65 per
cento. È evidente - dunque - che aumenterà la competizione per
l'approvvigionamento di tali risorse, con i conseguenti rischi politicomilitari ed economici, in particolare in un'area come quella dell'Oceano
Indiano e del Golfo Persico, fortemente legata al nostro import-export e già
oggi teatro di notevoli tensioni, non solo e non principalmente legate al
fenomeno della pirateria, che è peraltro in via di riduzione.
Tutti questi imponderabili sviluppi richiedono allo strumento militare
di mantenersi flessibile, tempestivo nell'intervento, pronto e credibile, con
piena conoscenza della situazione e con la possibilità di aderire a coalizioni
con i nostri partner NATO ed europei (cioè l'interoperabilità delle capacità
disponibili, dei reparti e dei comandi operativi e logistici). A ciò si
affiancano
compiti
duali
di
concorso
alla
comunità
nazionale,
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istituzionalmente assegnati alla Difesa e che sono insiti e residuali
(constabulary, nell'accezione anglosassone) nelle più articolate e complesse
capacità gestionali e di intervento operativo delle Forze armate, come le
attività a supporto delle Forze dell'ordine, della Protezione civile e
dell'autorità giudiziaria (penso alla bonifica di residuati bellici, alla
demolizione di opere abusive e alle consulenze negli incidenti più gravi),
senza pensare al ruolo davvero duale e prezioso svolto dall'Arma dei
carabinieri in innumerevoli settori della vita civile e sociale, così come
nelle delicate fasi di sostegno per il ritorno alla normalità post-conflittuale
in Paesi terzi.
Da qui la necessità di un coerente sostegno all'operatività,
focalizzando e riqualificando le risorse finanziarie su addestramento e
mantenimento in efficienza dello strumento in servizio. A questi ruoli di
fondo va associato l'impegno continuativo che, da oltre 20 anni, ha
caratterizzato le missioni e le operazioni all'estero delle Forze armate, con
punte di oltre 12.000 militari contemporaneamente impiegati. Si tratta di
missioni internazionali sotto la guida dell'ONU, della NATO e della
Comunità europea, o di coalizioni ad hoc, sempre avallate da chiare
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risoluzioni delle Nazioni Unite, nelle quali le Forze armate hanno raggiunto
altissimi livelli di interoperabilità con gli alleati, inusitati in passato, e
acquisito preziosissime esperienze operative, assolutamente comparabili a
quelle dei nostri maggiori e ben più ricchi alleati.
Oggi sono circa 5.300 i militari in operazioni fuori dai confini
nazionali. Non cito le varie operazioni che sono abbastanza note e che
saranno oggetto di successive audizioni, ma ricordo le principali, cioè
quelle in Afghanistan, in Libano (sotto il comando ONU), in Kosovo,
nell'Oceano Indiano ed in molte parti del mondo.
Sottolineo al riguardo come l'affidabilità e la professionalità dei
nostri reparti, la qualità delle nostre capacità operative e la competenza e
l'approccio interdisciplinare dei nostri comandanti abbiano guadagnato per
il nostro Paese dividendi preziosi di stima e apprezzamento a livello
internazionale e permesso di acquisire a più riprese il comando di alcune
delle principali missioni internazionali, a cominciare da UNIFIL in Libano,
alle operazioni marittime NATO in Libia (Unified Protector) e NATO
europea Ocean Shield-Atalanta nel Corno d'Africa, sottolineando anche la
prossima assunzione del comando nei Balcani nell'ambito dell'Operazione
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KFOR in Kosovo, anche qui in un momento di transizione particolarmente
delicato.
Atteso che - come affermato dal Ministro della difesa - "nel mondo
di oggi, né l'Italia, né alcun altro Paese è in grado di far fronte, in
autonomia, all'intero spettro di rischi e minacce", è sempre più cogente la
necessità di sviluppare forme di integrazione e di cooperazione in ambito
internazionale. Da qui nasce l'esigenza di assicurare senza soluzione di
continuità la più spinta interoperabilità con le Forze armate dei nostri
alleati, con una coerente e condivisa progettualità delle future capacità
militari.
Si tratta in pratica di condividere e rendere sinergiche capacità e
assetti, soprattutto quelli più pregiati e sofisticati, la cui accessibilità è
molto ridotta e riservata a pochi.
In questa direzione vanno le iniziative di Smart Defense (in ambito
NATO) e di Pooling and Sharing (in ambito Unione Europea), alle quali
già contribuiamo in concreto. Ciò implica che occorre mettere in comune le
nostre esigenze e le nostre capacità operative con quelle dei Paesi atlantici
ed europei, nonché di stimolare e sviluppare sempre più ampie forme di
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cooperazione anche al di fuori da queste alleanze, con nazioni amiche che
condividono con noi interessi e valori, e in particolare con i Paesi della
sponda Sud del Mediterraneo, con le realtà emergenti nel continente
sudamericano nonché nel vicino Medio Oriente.
Il forte richiamo del Ministro della difesa a una maggiore, più
convinta e spedita integrazione europea va esattamente in questo senso e
comporta due riflessioni fondamentali: la prima sulla necessità di
accompagnare l'integrazione militare con una altrettanto coerente
integrazione delle politiche estere e di sicurezza, senza la quale parlare di
Difesa europea sarebbe utopistico; la seconda sui possibili risparmi
complessivi non tanto in termini di capacità e qualità dello strumento
militare europeo quanto in termini di sinergia e integrazione delle
sovrastrutture tecnico-logistiche e burocratico-amministrative.
L'integrazione delle politiche europee presuppone lo sviluppo di più
chiare strategie di presenza, cooperazione e prevenzione in aree di interesse
comunitario (che andranno definite), piuttosto che di mera e tardiva
gestione delle crisi in atto, nonché processi decisionali ben più rapidi,
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coesi, condivisi ed efficaci nel settore della Politica europea di sicurezza e
difesa (PESD).
Questi aspetti saranno oggetto di specifiche e incisive proposte
nazionali, oggi in fase di concertazione con il Ministero degli affari esteri,
anche in relazione al prossimo Consiglio dell'Unione Europea di fine anno
e al turno di Presidenza italiana nel secondo semestre del 2014.
Parallelamente, come ha sottolineato il ministro Mauro, "non dobbiamo
trascurare l'importanza di saper sviluppare sinergie attraverso una
integrazione delle risorse militari con quelle di altri Dicasteri, soprattutto
per alcune missioni - quali la sorveglianza degli spazi aerei e marittimi per loro natura interministeriali".
Senza intaccare le attribuzioni e le competenze delle diverse
amministrazioni, occorre quindi ricercare un impiego sempre più sinergico
e coordinato di tutte le risorse che concorrono alle funzioni interdisciplinari
(c'è molto da fare al riguardo) di tutti i Dicasteri potenzialmente coinvolti:
esteri, economia e finanze, giustizia, infrastrutture e trasporti, interno,
istruzione, università e ricerca, sviluppo economico.
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Significativo è anche il contributo che la Difesa è in grado di
assicurare in altri settori strategici quali lo spazio, la cyber defense, la
sorveglianza e osservazione satellitare, le comunicazioni e così via, in un
quadro di cooperazione interministeriale volto ad ottimizzare le capacità ed
a sinergizzare le risorse e i mezzi.
La Difesa è pronta a mettere a disposizione le numerose e qualificate
capacità tecnico-industriali esistenti, il proprio personale, le proprie
esperienze e cercare forme sempre nuove di cooperazione per condividere
le conoscenze, le esperienze e le tecnologie più sofisticate, pur nel rispetto
dei vincoli e delle regole industriali e commerciali. In tal modo, si potrà,
come espressamente indicato dal Ministro della difesa, contribuire
attivamente al "rilancio dell'economia nazionale, stimolando la domanda
interna, generando un indotto occupazionale, sviluppando il know-how per
le nostre industrie e la loro competitività, anche tecnologica, sul mercato
internazionale, in particolare valorizzando tecnologie e produzioni dual
use".
La Difesa ha avanzato la proposta (che sarà inserita nelle proposte
europee), non tanto di condividere lo sviluppo di mezzi (che determina
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competitività tra le nazioni), quanto di fare uno share di tecnologie al fine
di sviluppare tecnologie a seconda delle nicchie di eccellenza esistenti;
queste tecnologie vanno sui mezzi e quindi rappresentano un modo per
superare le competitività europee. Tutto ciò sta riscuotendo grande
attenzione anche da parte dei francesi.
Vengo ora alla risorsa più pregiata e delicata delle Forze armate: il
personale militare e civile.
Al personale intendo dedicare la massima attenzione anche nel
riconoscimento della profonda dedizione e dello spirito di servizio con cui
opera in modo pressoché generalizzato. Il personale merita di essere
adeguatamente formato e addestrato, ma soprattutto fortemente motivato
per svolgere al meglio i propri compiti in contesti sempre più complessi e
impegnativi.
È fondamentale investire sulla componente umana, soprattutto
capitalizzando sulla formazione e sulla motivazione dei giovani. In primis i
cosiddetti junior leader sono chiamati a operare, spesso in regime di grande
autonomia, in contesti diversificati e complessi, in cui la cultura
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interdisciplinare e le capacità relazionali, di leadership e di comunicazione
rappresentano un valore aggiunto imprescindibile.
Il passaggio dal modello professionale a 190.000 a quello a 150.000
entro il 2024 e la riduzione di circa 9.500 unità di personale civile sancite
dalla legge delega non devono essere visti come un mero ancorché
necessario (e oggi direi emergenziale) provvedimento finanziario inteso a
riqualificare e a rendere più coerente secondo parametri europei il bilancio
della Difesa, ma piuttosto come una imperdibile opportunità per rivedere
criticamente le realtà organizzative, infrastrutturali e logistiche, assicurando
una migliore qualità della vita e dell'ambiente di lavoro al nostro personale
e un complessivo efficientamento del sistema.
In questo delicato settore la priorità è rivolta innanzi tutto a
salvaguardare la specificità della condizione militare, che tenga conto degli
obblighi, dei vincoli e delle limitazioni di libertà necessarie e imposte dalla
appartenenza alle Forze armate secondo i dettami della legge n. 183 del
2010. In particolare, è necessario garantire adeguate condizioni di
retribuzione, un regolare avanzamento in carriera, un corretto impiego e
giusti limiti di età per poter assolvere al meglio i compiti istituzionali.
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In
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secondo
luogo,
occorre
favorire
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un
corretto
ricambio
generazionale dei militari e un turn over necessario dei civili, per
scongiurare il progressivo "invecchiamento" dello strumento e la
dispersione di preziose professionalità. In questo senso, in particolare,
occorre valorizzare la potenzialità del personale civile attraverso una sua
mirata formazione in una prospettiva di sempre più spinta integrazione in
tutte le attività istituzionali del Dicastero.
Altrettanto essenziale è il ruolo dell'addestramento, che deve essere
sviluppato in maniera continuativa, reiterata e caparbia, pena il
decadimento delle capacità operative o, peggio, degli stessi standard di
sicurezza. Occorre quindi capitalizzare le preziose esperienze maturate in
decenni
di
operazioni
internazionali,
reinvestendo
risorse
nell'addestramento, contestualmente alla riduzione degli impegni fuori area.
Desidero spiegare che, passando da una presenza fuori aerea di
12.000 uomini a una di 5.000, è come se le risorse per l'addestramento
fossero state dimezzate; mi riferisco a quelle rinvenienti dai decreti "fuori
area". Tali risorse devono essere in qualche modo ricapitalizzate
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nell'addestramento in patria per tenere le Forze armate pronte a qualunque
tipo di evenienza.
L'impiego dei nostri militari avviene e avverrà in dispositivi
complessi, multinazionali e interforze, in scenari rischiosi, dove la
sicurezza del personale dipende fortemente dal grado di preparazione e dal
livello di interoperabilità con gli alleati. Negli ultimi anni si è fatto un
sempre più ampio utilizzo della simulazione, ma l'addestramento virtuale
non può sostituire del tutto quello reale, condotto sul campo, con realismo e
competitività, che non è surrogabile.
Occorrono quindi specifiche risorse finanziarie e disponibilità di aree
addestrative. Una risorsa umana ben formata ed addestrata, dotata di mezzi,
sistemi e materiali efficienti e tecnologicamente validi è per sua natura
fortemente motivata e coesa, così come è oggi lo strumento militare
nazionale impiegato in operazioni.
Le nostre Forze armate, grazie ad un'accorta gestione e ad una attenta
politica di investimenti, dispongono di materiali, sistemi d'arma e mezzi
adeguati all'impegno attuale e il cui standard possiamo considerare, dal
punto di vista qualitativo, paritetico a quello di molti nostri alleati. Sussiste,
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tuttavia, l'esigenza di mantenerli in efficienza, di ammodernare e rinnovare
costantemente le dotazioni delle nostre unità, sia per l'impiego continuato
in operazioni lontane dal supporto logistico in patria, che ne ha fortemente
accresciuto l'usura, sia per la rapida evoluzione della tecnologia e delle
esigenze di interoperabilità a livello interforze e multinazionale. Ciò
presuppone anche un più corretto bilanciamento tra i fondi dedicati
all'esercizio (operatività), obiettivo primo della legge delega, e quelli
dedicati all'investimento (ammodernamento dei mezzi per mantenere
l'interoperabilità nel tempo).
Ma le Forze armate non hanno atteso inerti la zattera di salvataggio,
avviando da tempo e a più riprese una riduzione dei mezzi in inventario e
delle infrastrutture, secondo criteri di costo/efficacia, volta a focalizzare le
scarse risorse di funzionamento sui mezzi, sui reparti e sulle realtà
infrastrutturali più moderni e di pregio.
In particolare, nel prossimo futuro: l'Esercito prevede la riduzione da
tre a uno dei comandi di divisione proiettabili e da undici a nove delle
brigate di manovra. Contestualmente, saranno attuate significative riduzioni
delle linee dei mezzi pesanti (i carri armati scenderanno da 337 a circa 200,
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mentre le blindo centauro da 300 a 136), le unità di supporto al
combattimento (principalmente quelle di artiglieria ruotata) passeranno da
110 a 56 e gli elicotteri complessivamente subiranno una contrazione da
250 a circa 168 velivoli.
La Marina prevede invece di ridurre le unità d'altura di prima linea,
con una contrazione delle unità cacciatorpediniere, cioè le unità antiaeree,
da quattro a due, e delle fregate che passeranno da 12 a 10, mentre le unità
destinate al pattugliamento e alla ricerca delle mine, sostituite da una futura
classe di unità multiruolo, si ridurranno a 18, a fronte delle attuali 30, i
sommergibili da sei a quattro. Anche la componente elicotteri subirà una
significativa riduzione, attestandosi a 70 macchine a fronte delle precedenti
105.
Per l'Aeronautica, 236 velivoli Tornado e AMX raggiungeranno i
limiti di vita operativa e saranno sostituiti da 75 JSF. Parallelamente, è
prevista la riduzione dei velivoli EFA (72 a fronte degli attuali 90).
Continuerà inoltre la riduzione del numero complessivo degli aeroporti
militari, che negli ultimi 20 anni si sono ridotti del 50 per cento (da 42 a
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21). Analoghi criteri valgono per la componente operativa dell'Arma dei
Carabinieri.
Le infrastrutture non più utili ai fini istituzionali sono un patrimonio
per l'intera comunità nazionale, pertanto tra gli obiettivi programmatici
rientra un ulteriore impulso al piano di dismissione degli immobili non più
necessari attivando meccanismi che favoriscano la riassegnazione in
bilancio delle relative risorse, al fine di migliorare gli standard delle basi in
uso e di sostenere il riassetto organizzativo con la rilocazione delle unità
militari.
Signori Presidenti, onorevoli deputati e senatori, mi avvio alle
conclusioni richiamando le priorità irrinunciabili per la Difesa, ovvero la
motivazione e la coesione del personale, l'operatività, il giusto rateo di
rinnovamento dello strumento militare.
Come efficacemente evidenziato dal signor Ministro, le risorse sul
bilancio ordinario del Dicastero (Funzione difesa) hanno subito un trend
fortemente decrescente a partire dal 2005, peraltro in concomitanza con il
processo di professionalizzazione delle Forze armate (e quindi correlati a
maggiori costi per il personale) e con l'accresciuto impiego operativo.
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Nel 2012, in termini percentuali sul PIL, la media europea si è
attestata sull'1,29 per cento, mentre l'Italia si è fermata allo 0,87 per cento
(0,98 per cento se si aggiungono i fondi destinati dal Ministero dello
sviluppo economico a specifici programmi di comune interesse). Tale
"divario" risulta ancor più marcato qualora confrontato con la media degli
stanziamenti devoluti nel 2012 dai Paesi BRICS (Brasile, Russia, India,
Cina e Sud Africa), accomunati tra loro da caratteristiche simili quali:
economie in via di sviluppo, popolazione numerosa, vasto territorio,
abbondanza di risorse naturali e strategiche, forte crescita del PIL. Infatti,
la media di questi Paesi si attesta all'1,92 per cento, cioè, circa l'l per cento
del PIL in più di quanto è destinato dal nostro Paese.
Inoltre, la ripartizione qualitativa della spesa ha cominciato a
"sbilanciarsi" verso la componente personale (67 per cento nel 2013), a
detrimento dell'esercizio (9 per cento nel 2013) e dell'investimento (24 per
cento nel 2013) con un impatto diretto sull'operatività.
L'Italia è sotto la media europea sia quantitativamente (parametro
"per soldier spending", cioè bilancio della Difesa diviso per il numero di
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soldati) sia qualitativamente (parametro "per soldier investing", cioè il
bilancio degli investimenti diviso per il numero dei militari).
La "scure" si è abbattuta sempre più pesantemente sui cosiddetti
"consumi intermedi" locuzione orribile e anche un po' inquietante che
invece per le Forze armate è una boccata di ossigeno perché racchiude voci
di
spesa
indispensabili
all'operatività
(formazione,
addestramento,
carburanti, manutenzione dei mezzi e dei materiali e quant'altro) oggi
attestate su livelli gravemente insufficienti. Nonostante ciò, e lo dico con
orgoglio, le Forze armate hanno costantemente migliorato in questi ultimi
anni le loro capacità operative.
Oggi le Forze armate sono un'eccellenza del nostro Paese
internazionalmente riconosciuta, uno strumento privilegiato di politica
estera, di tutela dei nostri interessi, di sviluppo e cooperazione, di sostegno
diretto e indiretto all'economia e alla stabilità; uno strumento che si
confronta senza timori reverenziali con quelli di Nazioni che dedicano alla
Difesa ben più ampie risorse.
Questo risultato è stato certamente ottenuto grazie alle scelte
lungimiranti e accorte dei miei predecessori, al costante confronto sul piano
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multinazionale imposto dalle partecipazioni alle operazioni di pace, ma
soprattutto grazie alla disciplinata dedizione, alla grande professionalità,
alla determinazione e ai sacrifici dei nostri uomini e donne, in divisa e in
abito civile, che ogni giorno hanno compiuto e compiono con passione e
sensibilità il loro dovere, in patria come nei più difficili e tormentati scenari
operativi all'estero.
Vorrei inoltre sottolineare come la Difesa sia stata particolarmente
virtuosa, in particolare nella capacità d'impegno dei fondi assegnati,
riuscendo nel triennio 2008-2011 a impegnare oltre il 99 per cento delle
assegnazioni, a fronte di una media di tutti i Dicasteri, che comprende
anche il 99 per cento della Difesa, di circa il 94 per cento. Ciò ha consentito
di tenere il passo con gli altri Paesi amici e alleati che potevano contare su
risorse finanziarie decisamente più consistenti, razionalizzando la spesa,
ma nel contempo dando fondo alle scorte di materiali in inventario
(combustibili, munizioni, pezzi di rispetto, e quant'altro).
Oggi è necessario e urgente invertire questa tendenza per cui
sottolineo, in conclusione, l'esigenza di portare a termine in tempi brevi la
riforma sottesa dalla legge n. 244 del 2012, finalizzando in tempi contenuti
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la riorganizzazione della Difesa e delle Forze armate, attraverso i
discendenti decreti legislativi attuativi.
Signori Presidenti, onorevoli deputati e senatori, al rientro da una
settimana di lavori a Bruxelles nell'ambito del Comitato militare della
NATO e dell'Unione europea, vorrei rendervi partecipi della grande
soddisfazione e del grande orgoglio provato in quella circostanza per gli
attestati di rispetto e riconoscenza riservata all'Italia dai vertici politici e
militari di quelle alleanze e dai miei stessi colleghi, in riconoscimento della
qualità e della capacità del nostro peculiare contributo alla stabilità
internazionale: la miglior conferma che le nostre Forze armate sono una
preziosa risorsa a sostegno del ruolo internazionale e della credibilità della
nostra Nazione.
Anche per questo sento di dover chiedere la massima attenzione e
rispetto da parte delle forze politiche verso quegli uomini e quelle donne
che ho citato prima. Attenzione e rispetto che, per la verità, non sono mai
mancati da parte del Parlamento, ma che ora richiedono un impegno più
concreto e fattuale.
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Concludo qui il mio intervento e sono disponibile a fornire ogni
ulteriore delucidazione sia oggi che in futuro, nei tempi e nei modi che i
Presidenti delle Commissioni riterranno opportuni. Ringrazio per
l'attenzione.
PRESIDENTE. Sono io che la ringrazio, ammiraglio Binelli Mantelli.
Diamo ora inizio al dibattito. Avviso i colleghi che alle ore 16
avranno inizio i lavori dell'Assemblea, quindi sono pregati di regolare di
conseguenza la durata dei loro interventi.
SCANU (PD). Signor Presidente, nelle brevissime considerazioni che farò,
cercherò di declinare, per quanto mi sarà possibile, l'incipit che lei ha
voluto offrire in apertura di questa seduta e che personalmente condivido.
Aver detto che questa potrebbe essere - e vorremmo che fosse - una
legislatura costituente nell'ambito della politica di difesa, significa di fatto
tradurre concretamente, non solo ciò che era ed è contenuto nei nostri
programmi, ma anche ciò che abbiamo sviluppato con i nostri lavori
parlamentari nella passata Legislatura.
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Quindi, rivolgendomi al Capo di Stato maggiore, che saluto con tutta
la possibile cortesia e stima, mi muovo proprio dalla straordinaria
innovazione che è costituita e rappresentata dalla legge n. 244 del 2012. Lo
stesso Ministro, nell'audizione, che lei, ammiraglio, richiamava, ha
implicitamente sottolineato che quella celere approvazione è stata resa
possibile anche grazie alla condivisione alla quale si è pervenuti con il
governo di allora, che aveva più o meno i medesimi vertici che ci sono
adesso, anche se lei all'epoca, come ricordava, era Capo di Stato maggiore
della Marina. Dunque quella riforma, oltre che cogente, parte da lontano.
Vorrei, con tutto il garbo possibile, richiamare un fondamentale, per
così dire, contenuto in quella riforma. Faccio riferimento alla centralità del
Parlamento, intesa, non come mera espressione di un concetto, ma come
sistema e metodo. Questo significa che i sistemi d'arma, non solo nella loro
tipologia, ma, a valle, anche in quella che sarà la quantità di uomini e
mezzi, dovranno essere definiti dal Parlamento. Eppure io oggi ho sentito,
se non ho capito male, parlare di 75 JSF. Questo numero, personalmente,
mi giunge nuovo. Io avevo sentito parlare di 90. Non è che la cosa mi
dispiaccia ...
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BINELLI MANTELLI. Mi riferivo all'Aeronautica. Quindici sono per la
Marina.
SCANU (PD). Allora ho capito male. Quindi mi pare di intendere che gli
Stati maggiori e, verosimilmente, il Ministero, discuteranno, intorno al
livello di dotazione rimasto, con il Parlamento.
Mi permetto di farle qualche richiesta, scusandomi per questo con il
Presidente, anche se assicuro che sarò davvero breve.
A fine anno ci sarà il Consiglio europeo. Lei giustamente ha messo
tra i primissimi punti l'interoperabilità anche tra gli alleati. Allora, il
vecchio Parlamento ha votato dei provvedimenti all'unanimità, con il parere
favorevole del Governo per la riconversione di un poligono (Salto di
Quirra) e per la chiusura di altri due poligoni (Capo Teulada e Capo
Frasca), tutti in Sardegna. Signor ammiraglio, lei non avrà bisogno dei miei
suggerimenti, però quella del Consiglio europeo, che si occuperà proprio
della Difesa, sarà un'occasione straordinaria per costruire l'interoperabilità
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con
gli
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alleati,
individuando
altre
aree
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nelle
quali
sviluppare
l'indispensabile addestramento.
Mi permetto quindi di offrire questo elemento di riflessione e, infine,
manifestarle, per quel che può valere, tutto il mio personale apprezzamento
per il tenore della sua relazione, con una osservazione finale. Lei ha citato
le fonti dalle quali si desumerebbe che il nostro Paese spende per la Difesa
lo 0,98 per cento del PIL. Al Gruppo del Partito Democratico della Camera
risultano altri valori, ossia circa l'1,50 per cento. Ciò vuol dire che, nei
prossimi giorni, le telefoneremo per far quadrare i conti.
BINELLI MANTELLI. Onorevole Scanu, i dati sono di dominio pubblico e
sono contenuti, tra l'altro, anche nel Documento programmatico pluriennale
presentato al Parlamento. Probabilmente c'è una aggregazione diversa. Noi
ci riferiamo alla Funzione difesa, perché nell'ambito del bilancio della
Difesa ci sono altre voci, come le Pensioni provvisorie o le Funzioni di
sicurezza, che non sono contemplate, perché non fanno parte dei parametri
NATO ed europei di valutazione delle spese per la Difesa stessa. Quindi i
dati, a secondo di come si aggregano, si prestano a diverse interpretazioni.
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Quanto all'integrazione europea, non c'è dubbio che questa potrà
portare soprattutto alla condivisione dei sistemi d'arma più costosi (i
sistemi di osservazione satellitare, i sistemi unmanned, i sistemi di air
ground surveillance), che nessuna nazione, tranne gli Stati Uniti, si può
permettere. È un lavoro che stiamo svolgendo in maniera molto attenta, ma,
come ho detto, prima di rinunciare o di mettere in comune le capacità
bisogna affrontare altre questioni.
Il problema delle capacità è l'accessibilità. In un'operazione come, ad
esempio, quella per la Libia di due anni fa, l'accessibilità alle risorse non
era garantita da nessuno. Ognuno ha fatto la sua politica. Solo
successivamente, su spinta italiana, si è giunti al coinvolgimento della
NATO, ma all'inizio - ripeto - ognuno faceva la sua politica. In questi
settori bisogna che ci sia prima di tutto una forte integrazione politica o,
quantomeno, in materia di politica estera europea, altrimenti lo strumento
militare non ha alcun senso.
MARTON (M5S). Signor ammiraglio, sia lei sia il Ministro la settimana
scorsa avete spesso pronunciato la parola "competitività". Questo in ambito
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aziendale mi può anche star bene, ma in ambito Difesa mi terrorizza.
Aggiungo in più il suo riferimento alle accresciute richieste energetiche da
parte di Asia ed Europa.
Ciò detto, questo ammodernamento dei sistemi d'arma ci sta
preparando a qualcosa?
BINELLI MANTELLI. Senatore Marton, ho citato la competitività in due
contesti. Nel primo caso in materia di addestramento, che non ha alcun
riferimento guerrafondaio, ma vuol dire soltanto che quando si fa
addestramento bisogna che i reparti siano messi in competizione in maniera
da stimolare il coinvolgimento. Più l'addestramento è realistico e
coinvolgente, più è un investimento produttivo. Ma questo è un aspetto
tecnico-militare.
Nel secondo caso in materia industriale. Per risolvere i problemi di
competitività industriale europea - che ci sono ed è inutile negarlo - una
soluzione che noi italiani stiamo proponendo, anche con una certa
concertazione con l'industria e con il Ministero degli affari esteri, è quella
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di passare dal prodotto (aereo o carro armato o, se duale, camion o altro)
alla tecnologia.
Lo sviluppo coordinato, articolato e concertato in ambito europeo
delle tecnologie che vanno a finire sui mezzi, potrebbe portare a una
riduzione di competitività e, quindi, a una maggiore cooperazione in
ambito europeo.
A cosa ci stiamo preparando? Ci stiamo preparando soltanto ad
assolvere i compiti che ci sono assegnati dalla Costituzione, dal Governo e
dal Parlamento: niente di più. Siamo militari ed eseguiamo gli ordini: li
abbiamo eseguiti in momenti politici molto più difficili di questo,
sacrificandoci e pagando anche conseguenze politiche che, forse, non erano
solo nostre (anzi, non erano assolutamente nostre). Lo faremo ancora,
poiché siamo miliari e abbiamo giurato fedeltà alla Costituzione e alla
Nazione.
ROSSI (SCpI). Signori Presidenti, intervengo per porre due domande,
peraltro piuttosto dirette.
Ammiraglio Binelli Mantelli, lei ha citato diverse volte la coesione
morale. Vorrei sapere la sua opinione su come incidano i due atti del
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Governo precedente, che sono in questo momento all'attenzione della
Camera dei deputati e del Senato, in materia di armonizzazione dei limiti di
età e di blocco degli assegni funzionali e delle promozioni. Ritiene, come
me, che ciò abbia una rilevanza sulla coesione morale?
Passo alla seconda domanda. Tenuto conto del fatto che stiamo
parlando di ricollocamento delle risorse e di riallocazione in termini di
soddisfacimento di esigenze addestrative e operative, questa manovra
porterebbe i suoi frutti se, in prospettiva, il bilancio della Difesa diminuisse
ancora?
BINELLI MANTELLI. Onorevole Rossi, la ringrazio per le sue domande,
che sono importanti e mi consentono di esplicitare meglio il mio pensiero.
È anzitutto evidente che tutto ciò incide, più che sulla remunerazione
in senso stretto, su certe tradizioni e regole di comportamento insite nei
militari. Abbiamo fortemente insito, fin da piccoli, il concetto della
gerarchia: quando si viene promossi al grado superiore, c'è un'assunzione di
responsabilità che normalmente comporta anche un salto stipendiale. Il
cosiddetto blocco delle promozioni (che poi, in realtà, è blocco stipendiale)
certamente crea una demotivazione, quindi auspichiamo che esso venga
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rimosso il prima possibile, appena le condizioni economiche della Nazione
lo consentiranno.
È chiaro che siamo consci di aver anche noi compiuto la nostra parte
e lo abbiamo fatto in maniera abbastanza pesante, non solo con la spending
review, ma già - come ho detto - a partire dal 2004-2005. Quindi, siamo
consci di farlo. È chiaro quindi che questo fattore incide, così come incide
quell'incertezza
ancora
presente
con
riferimento
all'andamento
pensionistico e soprattutto all'età pensionabile. Stiamo parlando di un
fattore che, oltre ad essere demotivante per il singolo, incide
sull'operatività. Avere delle Forze armate con un'età media molto alta
corrisponde - mi pare piuttosto ovvio - a una riduzione di operatività.
La seconda domanda è stata posta con riferimento a come ciò
potrebbe incidere sull'ammodernamento dei mezzi. Come è riportato in
maniera piuttosto chiara nel documento consegnato agi Atti della
Commissione, abbiamo sviluppato una pianificazione delle forze che, nei
prossimi tre anni, rientra pienamente nell'assegnazione di bilancio del
Parlamento. Non vi è alcuna sovraprogrammazione. Abbiamo chiaramente
sviluppato una programmazione dell'investimento che va ben oltre, perché
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le Forze armate si progettano su una proiezione di 10-15 anni. Stiamo
facendo delle ipotesi: non stiamo parlando di realtà, ma appunto di ipotesi
di bilancio. Lo abbiamo fatto a bilancio invariato, ossia senza crescita, né
inflazione. Ciò evidenzia, dal 2016 in poi, delle criticità, che cercheremo di
appianare.
Se si dovesse scendere ancora di più, in maniera sostanziale, nel
bilancio, saremmo sicuramente costretti a rivedere l'intera pianificazione,
svuotando tutti i cilindri dei vari programmi (quelli da programmare) e
riducendo quelli in corso. Ma oggi - ripeto - la pianificazione delle Forze
armate, che è stata approvata dal Ministro precedente e confermata
dall'attuale, ci consente, sia pure con ulteriori tagli (ho infatti detto che ci
saranno ancora parecchi tagli allo strumento esistente), di mantenere gli
impegni che al momento ipotizziamo.
ALICATA (PdL). Signori Presidenti, desidero anzitutto ringraziare
l'ammiraglio Binelli Mantelli per l'appassionata relazione, confermandogli
tutta la stima e il rispetto che nutro per le Forze armate italiane.
Con riferimento alla manovra e ai tagli previsti, il progetto di
revisione dello strumento militare prevede - se non vado errato - che le
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risorse per il personale passeranno, entro il 2024, dal 70 al 50 per cento nel
bilancio del settore Difesa (il restante 50 per cento sarà destinato, in parti
uguali, all'operatività e agli investimenti). Ci sarà, quindi, una notevole e
corposa riduzione del personale civile e militare nel corso degli anni,
prevedendo il nuovo modello di difesa 150.000 unità entro il 2024.
Vorrei fare un appunto, che non rivolgo certo al Capo di Stato
maggiore della difesa, ma - semmai - alla politica, che dovrebbe reperire
più risorse, perché credo che il comparto Difesa sia il più penalizzato
rispetto agli altri Ministeri. Ci auguriamo che tale riorganizzazione abbia il
minimo impatto sul territorio, perché ci sono zone del nostro territorio
nazionale che versano già in una drammatica crisi occupazionale e socioeconomica e che vivono anche dell'indotto della manutenzione dei mezzi
delle nostre Forze armate. La dismissione e gli accorpamenti libereranno
risorse economiche e umane. Le chiedo, quindi, ammiraglio Binelli
Mantelli, se riusciremo a contemperare il contenimento della spesa con la
garanzia di efficienza dello strumento militare.
Riprendendo quanto detto dall'onorevole Scanu, il nostro compito di
parlamentari è capire come spendere al meglio i soldi dello Stato, in un
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momento di gravissima crisi economica. Comprendo che il nostro Paese è
impegnato in progetti di cooperazione con i Paesi dell'Unione europea.
Tuttavia, con riferimento al tema degli aerei F35, mi chiedo se non sia il
caso di riflettere ancora, atteso che il loro costo ascende a circa 15 miliardi
di euro. Detto costo peraltro - e lo dico a beneficio di chi non ne fosse al
corrente - non si riferisce al singolo aereo, ma comprende i ricambi, la
formazione del personale, eccetera.
Poiché mi risulta che nel corso dell'anno scadranno i contratti di
affitto degli aerei F16, non so se non sia il caso - pur di risparmiare
l'enorme somma di 15 miliardi di euro - rinnovare detti contratti di affitto.
Bisognerebbe forse valutare - e chiedo conferma all'ammiraglio - se gli
aerei F35, essendo di ultima generazione, sono in grado di competere con
gli aerei russi o cinesi.
Mi chiedo se il compito dell'Italia sia quello di competere con la
Russia e la Cina e quindi se, in un gravissimo momento di crisi economica,
non sia il caso di continuare a riflettere ulteriormente, anche a fronte delle
notizie apprese dalla stampa, circa i limiti strutturali al momento esistenti
di questo aereo (se non ho letto male, sarebbe suscettibile ai fulmini).
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BINELLI MANTELLI. Senatore Alicata, rispondo subito all'ultima parte
della sua domanda, parlando sul piano tecnico-militare e non su quello
finanziario o quello politico. Il velivolo F-35, dal punto di vista tecnicomilitare, è un mezzo che serve a colmare il gap di sistemi dell'Aeronautica,
e dunque di difesa aerea, oltre che di sostegno alle forze a terra, per i
prossimi 30-40 anni. Il velivolo F-16 ha ancora una possibilità di vita di
circa una decina d'anni. Quindi, il problema è rappresentato da quei 30
anni; non sappiamo cosa accadrà dopo. Qualcuno parla di tutti velivoli
unmanned; in realtà, non riesco a immaginare velivoli unmanned
commerciali o con passeggeri a bordo, ma può darsi che ciò accadrà.
Quindi, questa è una necessità rispetto alla quale non vi è alternativa
sul mercato.
Le capacità di tali velivoli (i quali, essendo ancora in sviluppo,
presentano qualche problema che però verrà risolto, come per tutti i sistemi
in sviluppo) non sono tanto poste a confronto con quelle dei russi, dei
cinesi, degli indiani o dei pakistani; si tratta piuttosto di poter continuare a
concorrere nelle operazioni che si ipotizzeranno della NATO, dell'Unione
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Europea e delle Nazioni Unite. Infatti, se non vi fosse interoperabilità, il
sistema difesa italiano verrebbe escluso.
A quel punto, si pone la seguente domanda: il sistema difesa italiano
serve a fare politica estera, a preservare i nostri interessi nazionali ed
europei, a conservare la pace? Vuole contribuire? Si tratta di un problema
politico.
Se dobbiamo fare questo, dobbiamo essere interoperabili; altrimenti
nessuna operazione sarà mai unilaterale dell'Italia, della Francia e neanche
degli Stati Uniti. L'Italia, per prima, non effettua mai operazioni unilaterali.
Si cercherà una risoluzione dell'ONU e poi le nazioni che vogliono contare
nel
mondo
dovranno
poter
partecipare.
Questo
è
il
discorso
dell'interoperabilità.
Sul piano della riduzione del personale, posso assicurare che da parte
della dirigenza militare vi è una grandissima attenzione a non creare
ulteriori demotivazione. Sappiamo che il 2024 è una meta difficile da
raggiungere, soprattutto se vi saranno interventi volti ad allungare l'età
pensionabile perché in quel caso si sposterà tutto in avanti. Infatti, la
riduzione del personale viaggia di pari passo con il passaggio in quiescenza
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e in ARQ del personale militare più anziano. È chiaro che tale disegno non
porta a risparmi immediati; sappiamo, infatti, che si otterranno le prime
riduzioni intorno al 2018-2019. Forse se avessimo iniziato dieci anni fa
sarebbe stato meglio, ma comunque bisogna pur cominciare.
DURANTI Donatella (SEL). Signori Presidenti, ringrazio il signor Capo di
Stato maggiore della difesa per la sua relazione e anche per la chiarezza
rispetto ai ruoli. Ovviamente il Parlamento e il Governo hanno un ruolo
politico e quindi devono intervenire anche su alcune questioni, poste
peraltro non solo dall'ammiraglio Binelli Mantelli, ma anche dal presidente
Latorre.
Anch'io ritengo che si debba avviare una profonda riflessione sul
modello di difesa, cercando di chiarire cosa intendiamo per Politica
europea di sicurezza e difesa (PESD). Credo che da lì si debba partire
anche per comprendere come intervenire sulla legge delega e sui decreti
attuativi.
Mi permetto solo di far notare che nella scorsa legislatura un'ampia
maggioranza ha sostenuto l'approvazione della legge delega, a pochi mesi
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però dalle elezioni. Oggi c'è un nuovo Parlamento che penso abbia il
diritto-dovere di confrontarsi su questo punto. Auspico, pertanto, che la
centralità del Parlamento - cui ha poc'anzi fatto riferimento il collega Scanu
- sia davvero praticata nel senso che, rispetto alla legge delega e a tutta la
questione riguardante la qualità e la quantità dei sistemi d'arma, il
Parlamento possa avere un ruolo da protagonista e non si limiti a ratificare
decisioni assunte altrove.
L'ammiraglio Binelli Mantelli ha fatto un riferimento, che desidero
sottolineare, al personale civile della difesa. Ritengo che dobbiamo prestare
particolare attenzione all'area tecnico-industriale della difesa. Quindi, ho
apprezzato che egli abbia parlato del turn-over. Penso che dobbiamo
impegnarci tutti per lo sblocco del turn-over che riguarda il personale civile
della Difesa dell'area tecnico-industriale.
Nella legge delega peraltro manca un passaggio: si parla di
formazione del personale civile ma non di riqualificazione. Credo che
anche questo tema sia importante, così come ritengo fondamentale il pieno
coinvolgimento (nel merito penso di trovare un interlocutore attento) delle
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rappresentanze militari rispetto alle scelte che verranno assunte sul
personale.
Concludo evidenziando che avremo tanto da lavorare. Anch'io
ritengo che come Parlamento dovremo approfondire alcuni punti. Mi
riferisco alle questioni poste sui nuovi sistemi d'arma, sui 90 velivoli F-35.
Credo che la politica dovrà assumere su di sé piena titolarità rispetto alle
scelte dei nuovi sistemi d'arma e delle nuove dotazioni.
BINELLI MANTELLI. Onorevole Duranti, parto dal fondo. Io considero la
componente civile parte integrante del comparto difesa, cioè perfettamente
integrata e complementare alla componente militare, ovviamente negli
aspetti tecnici e tecnico-amministrativi.
Quanto al turn-over, come marinaio credo di esserne tra i maggiori
sostenitori. Penso infatti che l'unico modo per salvare un patrimonio della
nazione, che io ritengo prezioso (gli arsenali militari), sia assicurare il turnover.
Stiamo
disperdendo
maestranze
con
grandissime
capacità
professionali, che stiamo poi utilizzando anche attraverso il sistema delle
permute, per ottenere qualche soldo dalla collaborazione, offrendo cioè il
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surplus di lavoro anche ad attività esterne. Dunque, dobbiamo sostenerlo.
Questa è una delle priorità che stiamo cercando di realizzare.
Non mi soffermo oltre sui velivoli F-35. I sistemi d'arma dovranno
certamente essere valutati nei tempi e nei luoghi idonei. L'onorevole
Duranti mi ha ringraziato per la franchezza, quindi le risponderò con
grande franchezza: quando si parla di difesa europea, nel retro cervello di
molte persone vi è l'idea di risparmiare e di spendere meno. Sottolineo,
però, che l'Europa siamo noi; l'Europa che conta è costituita da cinque-sei
Paesi trainanti. Non possiamo esimerci dalle nostre responsabilità.
Lo stesso discorso vale per i sistemi d'arma nell'ottica nazionale. Il
sistema d'arma risponde alle esigenze operative, ai compiti e ai ruoli che le
Forze armate devono assolvere; quindi, sta al Parlamento e al Governo la
definizione dei compiti e dei ruoli. Una volta fatto questo, e quindi sapendo
quanto la nazione è disposta a spendere per la propria difesa e sicurezza,
l'acquisto di un sistema d'arma o di un altro è un fatto tecnico che deve
essere confrontato anche a livello politico, ma deve essere innanzi tutto
coerente con tali disegni. Se manca questo disegno è chiaro che, non
essendoci un obiettivo da conseguire, si può comprare qualunque cosa.
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A questo proposito vorrei aggiungere che per attuare la legge delega,
la quale - ripeto - è emergenziale e urgente, sicuramente saranno sottoposti
al Parlamento i decreti delegati necessari a dare attuazione alla suddetta
legge. In tale occasione, quindi, il nuovo Parlamento avrà tutto il diritto e il
dovere di dare il proprio contributo.
In seguito, come ha detto anche il ministro Mauro, siamo disponibili
a collaborare con il Parlamento per elaborare una visione più generale del
ruolo, dei compiti e delle missioni che le Forze armate devono assolvere in
ambito nazionale, europeo, NATO e ONU. Questo è certamente un punto
che deve essere sviluppato in futuro perché molti Paesi l'hanno già fatto,
mentre noi l'abbiamo fatto solo in parte.
I compiti e i ruoli sono chiari, ma forse sarebbero necessari un
ripensamento e una ristrutturazione che sottolinei soprattutto un aspetto per
noi fondamentale: la specificità militare. Vorremmo evitare che il militare
in servizio venisse considerato come un lavoratore qualsiasi perché nel
corso delle operazioni, il militare rischia la vita, così come la rischia il
carabiniere in servizio di sicurezza interna. Per questo deve esserci una
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considerazione diversa rispetto a quella riservata a un qualsiasi lavoratore.
Su questo punto non siamo disposti a cedere.
DIVINA (LN-Aut). Signori Presidenti, ammiraglio, dobbiamo fare i conti
con un momento non felice a causa del quale tutti i settori, chiaramente,
sono chiamati a rivedere e a razionalizzare le proprie spese, compreso il
comparto della Difesa. Secondo le sue parole, però, il problema non è tanto
la progressione di carriera nel trattamento economico: ciò che conta è la
motivazione del personale che si può ottenere anche nel momento in cui,
partecipando alla famosa interoperatività, si ha un riscontro, la classica
"pacca sulle spalle".
A proposito di razionalizzazione, il primo schema di decreto che è
stato presentato verteva proprio sulla razionalizzazione degli istituti di
formazione e di addestramento. Ogni settore - ahimè - ha le sue pecche. La
Commissione difesa ha formulato le prime osservazioni in merito. Stiamo
parlando, ad esempio, della chiusura di Taranto e Capua o della
razionalizzazione di queste strutture. A tale riguardo ci si chiedeva quante
famiglie si dovranno mobilitare e quali disagi dovranno patire i militari.
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Partiamo da questa considerazione e non tocchiamo più niente. È
chiaro che ognuno di noi fa riferimento alla sua zona d'origine o al proprio
collegio elettorale, ma questo è il modo più sbagliato per affrontare il
problema. Se imponiamo una razionalizzazione della spesa, prevista
peraltro dal decreto-legge n. 95 del 2012 (la cosiddetta spending review), è
inutile far notare poi che tale razionalizzazione comporta qualche disagio
perché questo è ovvio.
Ciò detto, vorrei sapere come pensa di affrontare tale questione. In
altri termini, sarebbe come dire che si costruisce un ospedale per dare
occupazione a infermieri e medici, mentre un ospedale lo si costruisce per
curare i malati. Se facciamo questa operazione, però, non è per mantenere
posti di lavoro e famiglie in un certo territorio.
Quanto al rispetto delle nostre Forze armate, più volte abbiamo
sentito altri rifiutare il nostro appoggio ritenendo che creiamo più disagio
che aiuto. Aerei come i nostri, che hanno una vita media di 40 anni,
possono infatti creare più problemi che sostegno. Da parte nostra abbiamo
recepito l'istanza secondo la quale lo strumento militare va adeguato,
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modernizzato, in primo luogo, per dare sicurezza ai nostri militari, in
secondo luogo, per essere all'altezza, per essere efficace.
Si tratta di un piano che parte da 15 anni fa e che oggi viene
fortemente minato da una facile campagna mediatica perché gli F-35
costano tanto, sono attrezzature militari, sono cacciabombardieri, invocano
la guerra. Capisco che non è compito della Difesa fornire giustificazioni
ma, se i tecnici non indicano le linee guida per dare una risposta, è facile
che tanti si perdano leggendo magari un articolo che ne condiziona
l'opinione.
Tornando all'efficacia dei nostri strumenti militari, sappiamo che
questa è in relazione alla capacità delle nostre industrie del settore di essere
all'avanguardia e tecnologicamente avanzate. Le nostre aziende o industrie
militari non sono industrie libere, non producono ciò che vogliono, come
vogliono, come accade per gli altri beni, ma sono strettamente legate e
controllate, anzi, condotte per mano dal Ministero secondo piani
concordati. È giusto che il Ministero controlli l'operatività di queste aziende
ma ciò comporta anche un rischio. Non ricordo se il controllo spetti al
Ministero degli esteri o alla Difesa.
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BINELLI MANTELLI. Senatore Divina, l'esportazione degli armamenti è
prerogativa del Ministero degli esteri, ovviamente di concerto con la
Difesa.
DIVINA (LN-Aut). Tale controllo, però, sta frenando le aziende italiane che
possono operare solo secondo schemi dettati dal Ministero; le aziende non
italiane non hanno tale vincolo.
Tra l'altro, la legge specifica che il controllo è diventato una
concessione. Ciò significa che mentre il controllo deve essere esercitato e
basta, una concessione ha una contropartita, un canone. Sarebbe assurdo se
un giorno uno di noi venisse fermato da una pattuglia di carabinieri per
controllare che sia tutto a posto, libretto e patente, e poi si sentisse chiedere
il pagamento di 50 euro per coprire il costo del controllo. Il controllo è
istituzionale, non è una concessione. Le nostre aziende da controllate sono
diventate concessionarie e per questo sono penalizzate rispetto alla
concorrenza internazionale.
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Vorrei sapere come si può, secondo lei, uscire da questa situazione.
Per avere mezzi e strumenti efficaci serve un'industria di settore adeguata
ma non possiamo pretenderla tale se siamo quasi noi stessi a piantare
paletti per affossarla.
BINELLI MANTELLI. Quanto all'ultima domanda, senatore Divina, il
segretariato generale potrà darle ragguagli più precisi e dettagliati. Dico
solo che la marea sta cambiando nel senso di una maggiore apertura. Siamo
partiti, infatti, da posizioni molto demagogiche che non erano certo quelle
della Difesa né dell'industria. Non vendiamo armi, non siamo venditori di
morte, questa è una posizione che non discuto, ma che ovviamente ha
imposto determinate regole che ci hanno effettivamente penalizzati a fronte
di un mondo che si spostava in modo molto più, diciamo così, disinvolto.
Credo che la cooperazione con il Ministero degli affari esteri su questo
aspetto stia cambiando: è diventata molto attiva, come anche il segretariato
generale. Infatti, gli ultimi provvedimenti, quelli relativi al golden share,
sono finalizzati proprio a proteggere la nostra tecnologia e a promuoverla
all'estero.
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Direi che anche la movimentazione presenta un aspetto piuttosto
kafkiano. Dobbiamo ristrutturarci, ridurre le spese e concentrare le risorse
infrastrutturali nei poli più significativi dato che siamo un po' troppo
dispersi sul territorio, ciò nonostante, ogni volta che vogliamo chiudere una
caserma, che chiaramente porta un indotto, c'è la rivolta locale. In
Sardegna, ad esempio, abbiamo 5.000 militari e un migliaio di civili, oltre
alle famiglie, il che significa un indotto notevole; pertanto chiudere tutti i
poligoni porterebbe un penalizzazione per quei territori.
Stiamo bonificando i poligoni e vedremo quel che si potrà fare per
migliorare la situazione, ma è anche vero che l'area addestrativa deve
essere prossima al reparto operativo, altrimenti i costi vanno alle stelle. Se
ogni volta per una giornata di addestramento si deve spostare un reparto di
cento chilometri, la spesa sale moltissimo. La razionalizzazione che stiamo
facendo è stato mirata a evitare spostamenti eccessivi e a minimizzare
questi aspetti, che comunque, è inutile negarlo, ci sono.
Quanto ai decreti applicativi, è previsto già dai prossimi giorni un
confronto, sia con i COCER sia con le rappresentanze sindacali.
Ringrazio tutti per l'attenzione.
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PRESIDENTE. Ringrazio ancora l'ammiraglio Binelli Mantelli per la sua
disponibilità e dichiaro conclusa l'audizione.
I lavori terminano alle ore 16.
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Resoconto audizione Capo di SMD