Domenica
il fatto
Le nuove imprese della Banda del Buco
La
di
DOMENICA 2 MARZO 2008
PIERO COLAPRICO e GIANCARLO DE CATALDO
i luoghi
Repubblica
Alessandria, nel Forte della lentezza
DANIELE DEL GIUDICE e MASSIMO NOVELLI
Reduci
d’Italia
Un ritorno segnato
dalla sofferenza
JENNER MELETTI
L
SAVONA
a stretta di mano è forte. «Brigadiere Piero Follesa, 13°
reggimento carabinieri Gorizia, compagnia Alpha. Ecco, se mi avesse incontrato prima della strage di Nassirya, mi sarei presentato così. Ora invece devo dire: Piero Follesa, brigadiere a congedo per stato ansioso — cronicizzato —
di grave entità. Non più idoneo al servizio militare e alla pubblica amministrazione. Ho quarantacinque anni e devo prendere almeno nove pastiglie al giorno per mandare via l’angoscia che ho dentro. Quando ero giovane, i carabinieri anziani mi dicevano: anche quando sarai in pensione non ti dimetterai mai dall’Arma perché gli alamari sono attaccati alla pelle e non solo alla divisa. È vero. Io mi sento sempre
carabiniere e l’Arma ce l’ho dentro. La “mia” Arma, però. Quella che
ho servito per ventisette anni, non quella che dopo Nassirya ha dimenticato me e i miei compagni».
(segue nelle pagine successive)
FOTO CRISTIANO LARUFFA / AGF
E dal silenzio
delle Forze armate
e dell’opinione pubblica
FABIO MINI
cultura
S
Vigorelli, l’archivio delle lettere
appiamo, noi militari, che per capire la guerra e i soldati di
oggi bisogna capire i reduci: quelli che hanno fatto la guerra
ieri e che hanno qualcosa da raccontare. Perciò, sentire e ricordare i loro racconti è un modo di addestrarsi al comando
e alla psicologia di guerra. E così noi militari abbiamo coltivato e sviluppato la cultura del Reduce. Lo abbiamo onorato ed abbiamo ascoltato
decine di volte la sua storia sempre uguale e sempre diversa. Perché c’era sempre un particolare nuovo o una contraddizione. I primi reduci
da ascoltare erano quelli di famiglia, i nonni, gli zii, i padri e poi i vecchi
del paese che si rivolgevano sempre ai giovani. Paradossalmente i più
restii a parlare erano quelli con la memoria più fresca, che non avevano ancora rimosso i traumi della guerra. La storia del Reduce formava
e univa le generazioni ed era un patrimonio comune da conservare e
tramandare come Epos del nostro popolo, della nostra famiglia.
(segue nelle pagine successive)
PAOLO MAURI e GIAN PAOLO SERINO
la lettura
Quelli che ci rubano l’identità
TOMMASO PINCIO
spettacoli
I formidabili settanta di Bruno Bozzetto
ANNA BANDETTINI e BRUNO BOZZETTO
Repubblica Nazionale
32 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
la copertina
Reduci d’Italia
DOMENICA 2 MARZO 2008
“Tutto è iniziato la mattina del 12 novembre 2003
a Nassiriya”, racconta il brigadiere Follesa,
ex carabiniere, in cura per disordine da stress
post traumatico. Depressione, incubi, eccessi di rabbia,
crisi dei rapporti familiari. Il pensiero costante
dei compagni che non sono tornati. E il silenzio dell’Arma
La guerra di Piero non è finita
JENNER MELETTI
(segue dalla copertina)
ppuntamento in un bar di
piazza Galilei, e non certo per
caso. «Qui ogni giorno alle sei
di sera suona la campana che
ricorda i Caduti. I vigili bloccano le auto, anche i pedoni si
fermano. Per un attimo, almeno qui, si ricorda chi è morto per l’Italia».
Il brigadiere in congedo Piero Follesa è diagnosticato come Ptsd, Post-traumatic stress
disorder, vittima di stress post traumatico,
sindrome che ha colpito migliaia di soldati
americani e inglesi tornati dalla guerra dell’Iraq. In America il Ptsd era studiato già dopo
la guerra del Vietnam, ma in Italia — dice
l’Ufficio comunicazione pubblica dello Stato Maggiore dell’Esercito — «sul fenomeno
non esistono studi e dati statistici». Anche la
storia del brigadiere Follesa è diventata pubblica per caso. Un’auto che corre troppo veloce, chi è alla guida viene multato. Fa ricorso al giudice di pace di Savona. «Sono un ex
carabiniere, in cura presso il Centro di salute
mentale di Finale Ligure. Ci sono altri cinque
colleghi che hanno disturbi seri come me.
Quando uno di noi è in crisi, chiama gli altri,
che corrono per stargli vicino. Per questo andavo forte ed ero al telefono per dire all’amico: stai calmo, sto arrivando».
Non è facile chiedere a un uomo quali siano le paure che sente dentro. «Tutto è iniziato la mattina del 12 novembre 2003 a Nassirya. Ero un veterano, avevo già fatto una
missione in Albania, due in Bosnia ed ero in
Iraq per la seconda volta. Ho sentito lo scoppio del camion bomba, mi sono preso delle
schegge nella schiena. Tre della mia compagnia, Daniele Ghione, Andrea Filippa e Ivan
Ghitti sono morti da eroi. Erano nella prima
postazione, potevano scappare ma hanno
bloccato il camion sparando con tutte le armi che avevano. E non hanno la medaglia
d’oro perché c’è chi sostiene che non c’è stato conflitto a fuoco. Se il camion fosse entra-
A
MARÒ
Un marò del reggimento
San Marco in una postazione
di controllo nel corso
della missione Antica Babilonia
AVAMPOSTO
Il reggimento lagunari durante
un’operazione di controllo
nell’avamposto dell’ex base
Libeccio a Nassiriya
to nella base, i morti sarebbero stati almeno
cento. Ecco, mi rivedo mentre salgo sanguinante su un Vm, assieme al sottotenente di
complemento Ballerini. Voglio proteggere il
lato sud della base perché temo altri attacchi.
Poi corro all’ospedale dai feriti. Ricordo che
ad un certo momento entra un iracheno,
quasi mi getta fra le braccia una bambina che
avrà avuto un mese o due, una ferita devastante nella schiena. Due occhioni neri, una
meraviglia. Muore dopo poche ore».
Un caffè ristretto, gli occhi che sembrano
vedere solo la sabbia e il sangue dell’Iraq. «Mi
mandano a casa per curare le ferite, ma non
voglio il rimpatrio definitivo. Dopo cinque
mesi chiedo di tornare nella Nuova Babilonia. I miei amici sono morti e non voglio che
il loro martirio sia inutile. Troppe volte, nelle
missioni, sembriamo chirurghi che aprono il
paziente e poi vanno via. Ancora quarantasette giorni di Iraq poi il mal di schiena, causato dalle schegge, riesce a vincere. Il 31 luglio
2004 vengo rimpatriato». Il trasferimento da
Gorizia alla Liguria, al radiomobile di Cairo
Montenotte. «Non stavo bene ma rifiutavo di
essere malato. Ho ripreso a fare il carabiniere, in pattuglia come altri. Nel marzo 2005 ho
chiesto però il supporto psicologico. Non
dormivo, ero teso, nervoso, bastava un nulla
per farmi arrabbiare. Il comando regionale
mi ha mandato dalla dottoressa Mortara che
mi ha prescritto gli psicofarmaci. A fine anno
la dottoressa non era più a disposizione dei
carabinieri e allora, per fortuna, ho saputo
che a Finale Ligure ci si poteva rivolgere al
Centro di salute mentale della Asl 2 savonese, per un aiuto medico e psicologico. Già nei
primi colloqui mi hanno spiegato che per
me, e anche per gli altri, sarebbe stata opportuna una lunga convalescenza».
Ptsd è una sigla che racconta un dramma.
«Mi sveglio di notte con uno scatto improvviso, colpisco chi sta al mio fianco, mi metto
a correre al buio nella stanza e grido chiamando i miei compagni di Nassirya. Per questo da tre anni non dormo più nella stanza
con mia moglie. A causa della tensione puoi
arrivare a mettere le mani addosso a un figlio.
TIRATORI SCELTI
Tiratori scelti in addestramento
nella base di White Horse
a Nassiriya durante la missione
italiana in Iraq
ALZABANDIERA
Militari italiani assistono
all’alzabandiera nella base
di Nassirya. La foto è stata
scattata nel 2004
Per questo l’8 gennaio 2006 sono tornato in
caserma e ho consegnato la pistola e tutte le
munizioni. Per questo ho accettato il congedo, cinque ricoveri in psichiatria e tre in neuropsichiatria, l’ultimo la settimana scorsa.
Lo scriva pure, non me ne vergogno. Devi riconoscere la tua malattia, se vuoi tirartene
fuori. Adesso ingoio pillole tutto il giorno, vado ai colloqui con la psicologa e ho una speranza: arrivare ad essere il Piero di prima almeno al cinquanta per cento. Per fortuna i
commilitoni in cura come me stanno meglio. Tre vengono a Finale, gli altri due sono
seguiti da altri medici delle Asl. Ma la cura
principale ce la siamo inventata noi: siamo
diventati fratelli. Se uno ha un problema, gli
altri arrivano subito. A volte senti la crisi che
arriva e pensi: ecco, telefono e fra dieci minuti avrò un amico al mio fianco. Non gli dovrò spiegare nulla, anche lui ha visto Nassirya».
Le stanze del centro salute mentale di Finale Ligure sono in un vecchio palazzo con i
soffitti affrescati. Ci sono anche gli uffici della Coldiretti e della comunità montana, così
chi entra nel portone non viene marchiato.
«Nei casi di Ptsd», dice il dottor Daniele Moretti, lo psichiatra che dirige il centro dove lavora anche Sabrina Bonino, psicoterapeuta,
«i pazienti cercano innanzitutto qualcuno
che li stia ad ascoltare. I reduci della Seconda
guerra mondiale raccontavano una guerra
che aveva coinvolto tutti: “Ho fatto la fame in
un campo di concentramento”, “e noi a casa
siamo stati bombardati dagli Alleati”. Questi
militari, e parlo non dei casi che abbiamo in
cura ma in generale di chiunque soffra di Ptsd, hanno vissuto episodi di guerra in missioni di peace keeping, hanno subito traumi
pesantissimi e in un attimo si ritrovano in
una società dove la vita è continuata esattamente come prima. È un contrasto che si vive anche durante la missione. Sei lì in Iraq, vedi i bambini dilaniati dalle bombe, e poi con
la mail o il videotelefonino parli con la moglie
che ti dice che c’è il mutuo da pagare e che il
figlio ha una brutta pagella. Troppi contatti
possono diventare un’arma a doppio taglio».
Repubblica Nazionale
DOMENICA 2 MARZO 2008
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33
AFGHANISTAN 2002-?
Missione segnata da forti dissensi tra il comando Usa
e quello italiano, poi passata sotto comando Onu
Oltre 2.100 militari italiani sono impegnati, in ambito Nato,
nella ricostruzione del Paese. Nove i caduti
IRAQ 2003-2006
LIBANO 1978-?
La più impegnativa missione italiana. Diciassette militari
uccisi nell’attacco alla base di Nassiriya il 12.11.2003
Missione Onu sotto comando italiano, rafforzata nel 2006
Oltre duemila i nostri soldati, quattro i caduti
FOTO BRUNO MURIALDO
SOMALIA 1992-95
I reduci dell’Iraq si sentono isolati. «Si sentono dire: in fondo eravate volontari, fatti vostri. E allora si chiudono. C’è chi sta troppo a
letto. Gli tocchi una spalla e scattano impauriti. Un petardo di carnevale a loro sembra
una bomba. Tanti soffrono di insonnia, depressione, eccessi di rabbia, incubi. C’è chi
non riesce più ad andare a trovare l’amico carabiniere in caserma ma solo quando è a casa, senza divisa. In tutti, la domanda angosciante: perché lui è morto e io sono ancora
vivo? Succede anche nelle grandi calamità,
come le alluvioni o gli attentati ai treni. E
quelli di Nassirya non erano casuali compagni di viaggio: erano colleghi dei nostri pazienti, con loro avevano vissuto in caserma,
mangiato la pizza assieme a mogli e figli». Il
lavoro del medico non è semplice. «I ricordi
dolorosi vanno rielaborati. Nel Ptsd invece il
ricordo è una cosa ferma, atemporale. E ogni
stimolo fa rientrare in testa i pensieri intrusivi. Per fortuna in questi anni di assistenza soprattutto psicologica abbiamo registrato
netti miglioramenti. Non va però dimenticato il peso della separazione dall’Arma, che
non era solo un mestiere ma una scelta di vita».
Il maresciallo dei carabinieri Giantullio
Maniero, seguito dagli psicologi del San Martino di Genova, dice che, «nonostante tutto,
l’Arma è sacra». «Io devo, voglio continuare a
crederlo. Il colonnello Garau e il tenente Valvano mi sono stati vicini e li ringrazio ma l’istituzione in questi anni è stata troppo lontana. Dal novembre 2003 noi viviamo un’odissea. Abbiamo dovuto cercare noi gli esperti
che ci prendessero in cura. E siamo soli anche quando chiediamo quella medaglia d’oro al valor militare per chi non è più tornato
da Nassirya. Noi li abbiamo visti, i nostri colleghi, mentre sparavano contro i terroristi. E
un ex ministro come Martino si è permesso
di dire: “Non si può dare la medaglia a tutti”».
L’Ufficio comunicazione pubblica dello
Stato Maggiore dice che, anche se non ci sono studi o statistiche, «l’insorgere di tali disturbi in operazioni è comunque noto nella
letteratura militare». «Le tecniche di preven-
STATI UNITI
REGNO UNITO
Secondo uno studio pubblicato l’anno scorso
dagli Archives of Internal Medecine, un terzo
dei 103.788 reduci assistiti dai servizi sanitari
dei Veteran Affairs nel periodo 2001-2005
soffre di disturbi psichici. Oltre la metà
di essi (13.205 casi) sono stati diagnosticati
come casi di stress post traumatico
Sono oltre duemila, riferisce la Bbc, i soldati
britannici rientrati dall’Iraq (su un totale di circa
100mila) ad aver richiesto cure psicologiche
L’ong Combat Stress ne assiste 700 all’anno
I ministeri della Salute e della Difesa hanno
lanciato un programma pilota per l’assistenza
ai reduci che soffrono di disturbi mentali
Il racconto del soldato
patrimonio di tutti
FABIO MINI
(segue dalla copertina)
bbiamo rigettato, noi militari, il reducismo, perché come tutti gli “ismi” distorce il concetto di
base. Non ne sopportavamo la petulanza, l’autoesaltazione, l’esclusività di ciò che il narratore diceva
di aver fatto, visto o sentito. E quando dalla storia raccontata si passava alla lettura dei documenti matricolari, asciutti ma veri, ci si rendeva conto che il reducismo
era la caratteristica di chi non aveva fatto niente di eccezionale o che si era addirittura imboscato.
Ho avuto la fortuna d’incontrare reduci in ogni parte
del mondo e di non essere traviato da mitomani o affabulatori. Un nonno fante nella Grande guerra era già
paralizzato e muto quando nacqui. Insegnava con lo
sguardo. Il nonno bersagliere e cavaliere di Vittorio Veneto non mi ha mai parlato del suo passato militare. Era
riservato e lavorava tanto. Insegnava con l’esempio.
Mio padre, da buon toscano, tendeva a dissacrare tutto. Delle esperienze di guerra parlava soltanto per riderci su. Insegnava con l’ironia.
Ho quindi preso coscienza dei Reduci e del reducismo quando da bersagliere mi sono trovato immerso
nel mondo del valore e del folklore. E poi quando ho collaborato con un capo di Stato maggiore Reduce e prigioniero di guerra che con serenità mi ha insegnato cosa significa stare da una parte o dall’altra di un reticolato. In America ho incontrato il primo ammalato di reducismo cronico. Era un colonnello di origine cubana
reduce della Baia dei Porci. Non nascondeva di dovere
a quell’impresa (fallita) la propria carriera folgorante.
Diceva cose probabilmente vere, ma che apparivano
come fanfaronate. Dopo una settimana dall’assunzione del comando di battaglione fu destituito. Fine della
carriera. Il reduce era inciampato in una spacconata di
troppo. Ma c’erano in servizio con me i reduci del Vietnam che avevano vissuto la gloria e l’abiezione del fango, delle conquiste a suon di massacri e delle ritirate ordinate dall’alto. Come i nonni. Anche loro parlavano
A
poco e cercavano sempre di capire chi e perché sbagliava.
In Cina, ai piedi della Montagna Bianca, ho trovato i
reduci della guerra di Corea. I volontari di Lin Piao che
buttarono quasi a mare gli americani. Gente modesta
che parlava del forzamento notturno del fiume Yalu come di un viaggio in cielo. Non erano più tornati a casa
perché trattenuti al confine con la Corea del nord. A far
ricordare. Ho incontrato i reduci cinesi della guerra
contro il Vietnam. Avevano raggiunto i vertici dell’esercito e trasformavano la guerra persa in una lezione per
l’ammodernamento: la loro vittoria. In Argentina è un
reduce delle Falkland che mi elenca i novanta cognomi
italiani tra i seicento caduti. E il suo Epos diventa il mio.
A El Alamein e a Montelungo ho incontrato i reduci di
tutte le nazioni belligeranti e le loro storie coincidono
sempre, come la commozione di un cameratismo tardivo ma non inutile. In Kosovo ho trattato con eguale rispetto i reduci serbi e dell’Uck. Quelli che si erano combattuti come soldati e non i criminali di guerra. Le loro
storie non coincidevano mai. Tutti volevano apparire
come vittime innocenti. I serbi cercavano ancora i
compagni scomparsi e quelli dell’Uck dopo quattro anni dalla guerra tentavano disperatamente di estrarre le
poche migliaia di veri combattenti da una lista di circa
trentamila pretendenti.
Penso che si capisca che sto parlando da reduce.
Guardando al passato come ad una realtà estinta. Senza recriminazione ma con rimpianto. Oggi abbiamo i
reduci delle operazioni di peace keeping e fatichiamo a
considerarli veri reduci costringendoli al reducismo.
Con il mito del soldato di pace nessuno vuole ammettere che i nostri soldati sono stati in guerra: a tutti gli effetti. La cultura del Reduce rischia di finire per non riconoscere che anche il sacrificio dei soldati di oggi fa
parte dell’Epos nazionale. E non ci rendiamo conto che
senza il loro patrimonio rimane solo la responsabilità
di averli esposti a rischi inutili. Come spesso accade in
guerra.
zione fanno parte del normale addestramento del soldato. È in fase di completamento un manuale di prevenzione dei disturbi da stress in zone di operazione». Non
si sa quanti siano in cura per Ptsd ma si assicura che «il supporto ai militari colpiti è fornito dai medici psicologi delle nostre strutture ospedaliere».
Domenico Leggiero, ex maresciallo pilota
che a Firenze ha fondato l’Osservatorio militare, centro studi che segue soprattutto i soldati vittime dell’uranio impoverito, dice che
«il Ptsd è una realtà che solo lo Stato Maggiore finge di ignorare». «Solo noi abbiamo ricevuto quasi centocinquanta segnalazioni. Ci
mandano mail soprattutto le mogli dei soldati, dicendo che il marito picchia i figli, ha
reazioni violente o sta separandosi dalla famiglia. Bisogna affrontare il problema a viso
aperto, perché solo studiando chi è rimasto
vittima di stress da guerra si può preparare la
formazione di chi deve partire per le nuove
missioni».
Uomini come Pietro Follesa, brigadiere,
per l’Arma sono diventati dei fantasmi. «Per
più di due anni nessun comandante si è fatto vivo con me. Solo l’altro giorno, il 21 febbraio, un colonnello del Comando generale
ha chiamato me e gli altri carabinieri in cura
e ha detto: «Come state? Cosa possiamo fare
per voi?». Lei non può capire, per un attimo ci
è sembrato di rinascere. Spero che l’Arma
torni a farsi sentire, vivere nell’oblio è terribile. Noi non siamo nemmeno stati invitati alle cerimonie dei carabinieri per Nassirya. Ma
bisogna resistere, anche se è dura. Quando
leggo sui giornali che qualcuno ancora oggi
grida «dieci, cento, mille Nassirye», sento
dentro di me una rabbia totale. E spesso nei
cortei ci sono dei parlamentari, che si dissociano, ma solo dopo. La mia strada è in salita
ma, quando sarò al cinquanta per cento il
Piero di una volta, tornerò a fare il soccorritore volontario della Croce rossa. Non può
immaginare che soddisfazione c’è quando
una persona, magari solo con gli occhi, ti dice grazie». Suona, nel silenzio della piazza, la
campana dei Caduti.
Repubblica Nazionale
34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
il fatto
Cronaca nera
PIERO COLAPRICO
onli conosce nessuno. Preferiscono impugnare il trapano e non la ballerina, la pistola, che
quando spari ti balla in mano. I “bucanieri”,
come si chiamano gli uomini della banda del
buco, costituiscono una specie di segretissima
setta criminale. Ci sono stati assalti ai caveau
clamorosi e miliardari, ma arresti altrettanto clamorosi mai,
o quasi mai. Secondo “Radiomala”, sono napoletani, romani
e milanesi i migliori di questo settore. E forse al top restano i
milanesi, come confermerebbe l’ultimo colpo, quello della
settimana scorsa a Casa Damiani, la gioielleria quotata in Borsa che ha visto la sua sede di corso Magenta svuotata da sette
uomini d’oro. Un colpo da «svariati milioni», forse addirittura quindici.
Un precedente che fa scuola c’è. Maggio 1984, piazza Diaz.
Nella città dove tutti corrono, dove si lavora e si produce, c’è
una banca che esalta l’uso delle rampe, per permettere ai
clienti più affezionati alle quattro ruote una serie di operazioni senza nemmeno mettere il freno a mano, il tutto a duecento metri dal Duomo. La Banca provinciale lombarda sembra
perfetta per la Milano rampante di quel periodo, ma sotto la
pioggia del penultimo weekend di quel mese, accanto al muro, non posteggia una Ferrari. Appare uno strano, gigantesco
cubo nero. Nasconde una “carotatrice”, e cioè una macchina
da oltre una tonnellata capace di succhiare una carota di cemento larga quaranta centimetri e alta quarantadue.
Il materiale impiegato dai ladri-ingegneri per quel cubo è un
misto di truciolato e gommapiuma, coperto di catrame. Funziona come il silenziatore della pistola. E anche come il sipario
di un teatro. Il cubo attutisce il rumore dei denti della carotatrice e impedisce agli estranei di vedere la tempesta di scintille che sarebbe scoppiata da lì a poco. “Svitato” il tappo di cemento, i muratori cedono il passo a chi sa usare la lancia termica per fondere come burro in padella l’ultima protezione
d’acciaio del muro di cinta della banca. Si può accedere al caveau. Il lavoro di attacco dura alcune ore, c’è chi dice tredici o
quattordici. Su mille cassette di sicurezza, ne vengono svuota-
N
DOMENICA 2 MARZO 2008
Il recente colpo a Casa Damiani, nel cuore di Milano, riporta
alla ribalta l’arte criminale dei “bucanieri”, quella élite di ladri
che confeziona pochi, ricchissimi furti senza armi e senza violenza
ma con sperpero di carotatrici, lance termiche, tecnologia elettronica
Una mala leggendaria e popolata soltanto di fantasmi
che nelle indagini sull’assalto della
carotatrice insonorizzata di piazza
Diaz, spuntò infatti Ugo Ciappina. Esattamente lui. E cioè uno dei “cervelli” della
famosissima rapina delle tute blu di via
Osoppo, di cui ricorreva il cinquantenario pochi giorni fa. Condannato per l’assalto al furgone
che segnò l’epoca storica del boom, finita la lunga
detenzione, Ciappina era rimasto fedele alle regole della vecchia “ligera”, la mala milanese.
Aveva girato alla larga dalle grandi bande
dei Turatello e degli Epaminonda. Si faceva
gli affari suoi. Appena venne sbattuto in cella
come inventore della carotatrice silenziata,
proclamò la sua innocenza. In appello venne prosciolto per insufficienza di prove. E se l’è sempre cavata in tutti questi anni, anche se è stato notato in banche e uffici poi razziati dai “bucanieri”, anche se è stato
arrestato un’altra volta, nel marzo di cinque anni fa, a settantaquattro anni. Era in viale Piave, non lontano da un negozio di moda, che stava per essere svuotato dalla “banda del buco”. I ladri erano entrati nel vicino palazzo, in ristrutturazione,
e avevano fatto un buco nelle cantine. Che ci fai qua, Ciappina?,
gli chiesero i poliziotti. «Cercavo una farmacia», rispose.
Confidò un suo conoscente al cronista: «In casa non ha un
romanzo. Ho visto la sua biblioteca, ci sono decine e decine di
manuali di elettronica, sui metalli, sulle chiavi…». Oggi Ciappina ha quasi ottant’anni. Non ha mai dato un’intervista. Non
ha mai cambiato casa, a Porta Vittoria. Al telefono, quelle rare
volte che hanno provato a metterlo sotto intercettazione, non
gli hanno sentito dire più di qualche parola ai parenti. «Un
caffè insieme? Lo bevo da solo», risponde a chi va a cercarlo.
Dice che non sta bene, ma gli occhi sono quelli di sempre: attenti, fiammeggianti. E forse anche per colpa dei suoi occhi,
per colpa della sua storia e — diciamolo — perché è tra i pochi
ancora in grado di saper fare qualsiasi “lavoro”, il nome di questo decano delle bande sconosciute dei “bucanieri” è stato rilanciato dall’anticrimine anche per ragionare su quest’ultimo
assalto, quello a Casa Damiani.
La
Banda
del
Buco
il ritorno
te duecento: per un bottino sui cinquanta miliardi di lire di allora. Agli investigatori, basiti, rimasero in mano un bel po’ di
bottigliette vuote di Enervit e sette paia di stivali usati dai sette uomini d’oro e lasciati lì, per andarsene carichi di soldi e, si
immagina, con le scarpe perfettamente pulite.
Una carotatrice era stata usata anche per fare razzia, sei anni prima, in un’altra banca, in via Moscova. E circa sedici anni
dopo ecco che tocca alla Cariplo di piazza della Scala subire
l’assalto. Nei giorni delle vacanze del Natale del 2001 la filiale è
in ristrutturazione interna e ha spostato il locale dove sono custodite le cassette di sicurezza: ai ladri, in possesso di ottime
informazioni, basta bucare con la lancia termica la porta blindata di un cortile, sfondare un muro a picconate e poi, invece
di usare di nuovo la lancia termica per la pesante porta d’accesso al caveau, picconano e trapanano il muro tutt’intorno.
L’incasso è di poco più di un milione di euro in contanti e altre
centocinquanta cassette di sicurezza vengono aperte.
Chi si nasconde dietro questi blitz? Chi ha le “dritte” per arrivare al caveau? La speciale qualità umana dei “bucanieri”
aiuta a spiegare il fallimento di tante indagini. Questi banditi
non-violenti hanno un rapporto con il tempo, con il sudore
della fronte e con l’adrenalina molto più sano rispetto ai “duristi”: gli esperti della “dura”, e cioè della rapina, vivono infatti con il cronometro nel cervello, sanno che devono stare in
banca per pochi minuti e poi l’imperativo è scappare, scappare, tutto sul filo della velocità, delle pulsazioni, dei nervi tesi. Se
molti rapinatori, per via delle telecamere difensive, delle impronte che lasciano, dei “pentiti” che parlano, vengono prima
o poi catturati, gli uomini della “banda del buco” sono quasi
tutti rimasti dei signori nessuno. Ricchi quanto basta e inafferrabili. In più, come dicono, «tra noi non ci sono rifarditi»,
mancano cioè i traditori al loro interno.
Per due ragioni. Un po’ perché quel loro mondo di tecnologia ed elettronica è un mondo di amicizie decennali (anche politiche), chiuso, molto speciale, dove se si sbaglia, si sbaglia da
professionisti. E perché spesso le grandi organizzazioni mafiose hanno tentato di “rubare” a loro volta il bottino a chi, grazie ai buchi nel sottosuolo, ai cunicoli delle fogne, alle ristrutturazioni, penetrava dove i loro picciotti non erano riusciti a
entrare. Insomma, si sono cementati rapporti privilegiati che
nessuna carotatrice potrebbe bucare e nessuno spione sporcare.
Una persona è — anche se lui non vuole e protesta quando lo
si cita — l’incarnazione di questo universo. Bisogna ricordare
Come si ricorderà, una settimana fa è comparso in una cantina di corso Magenta 80 un foro nel muro di sessanta centimetri per ottanta.
I lavori, notturni e misteriosi, erano cominciati
per lo meno a Natale. Alcuni inquilini s’erano lamentati per i rumori: «Sentivamo lo zzz zzz del trapano». Un paio di custodi avevano dato un’occhiata. Non
avevano notato nulla. E nulla era successo per mesi, sino
alle prime ore di domenica scorsa, quando da quel buco
spuntano sette persone, quattro con la pettorina della Guardia di Finanza. Si materializzano nel caveau del palazzo al numero 82, sede della famosa gioielleria e svuotano un armadio
blindato di due metri per tre, pieno di cassetti carichi di preziosi. Questo colpo rappresenta un “ibrido”. E cioè alla tecnica del buco, si è sommata la rapina con travestimento. È risuonato il «fermi tutti e non vi succederà niente». In un’epoca
di rapinatori cocainomani, i sette uomini di Casa Damiani sono sembrati dei signori perché non c’è stato l’uso di armi, a parte le manette per immobilizzare i dipendenti.
Ma mentre i “bucanieri” classici non entrano quasi mai in
contatto con i “dannati”, i derubati, in questo caso è successo.
Proprio come succedeva negli anni Ottanta e Novanta, quando non erano rari colpi simili, soprattutto ai danni di grossisti
di gioielli, con bottini record di decine e decine di chili di preziosi portati via, soprattutto a Napoli, Roma e Milano. Uno di
questi colpi, a Napoli, ebbe come vittima Diego Armando Maradona. I ladri-rapinatori, passando dalle fogne e sfondando
una parete, erano riusciti a immobilizzare i dipendenti di una
banca vicino piazza del Mercato. Avevano svuotato centinaia
di cassette di sicurezza, nella fuga in via Orefici avevano anche
perso gioielli per settecento milioni di lire, ma non il pallone
d’oro consegnato al campione argentino da France Football. E
a Roma, nel novembre del 2000, una banda sbucata da un muro che si sbriciola tenne in ostaggio settanta tra clienti e dipendenti, in una filiale della Banca di Roma al quartiere Magliana.
Decine e decine di colpi ci sono stati in Italia, a banche, poste, gioiellerie, tutti praticamente senza colpevoli. Gli investigatori pensano di avere a che fare con persone che hanno superato gli “anta”, persone abili e mature. Con gli eredi di quel
ladro celebrato in un noir francese degli anni Cinquanta, dove
si diceva che quando occorreva un esperto in casseforti, si
chiamava «l’italiano, uno di Milano». La realtà investigativa,
negli anni, ha solo confermato quell’intuizione letteraria.
Repubblica Nazionale
DOMENICA 2 MARZO 2008
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35
SCASSINATORI
IN SMOKING
L’illustrazione
di Walter Molino
pubblicata
il 17 aprile 1960
descrive un furto
in banca
a Benevento
eseguito
da scassinatori
in smoking
I SOLITI
IGNOTI
Mario Monicelli,
1958. Il debutto
della commedia
all’italiana: il furto
fallimentare
di cinque balordi
della periferia
romana
SETTE UOMINI
D’ORO
Marco Vicario,
1965. A Ginevra
una sofisticata
banda
internazionale
svaligia la Banca
Nazionale
Svizzera
OCEAN’S
ELEVEN
Steven
Soderbergh,
2001. Ocean
(George Clooney)
recluta dieci
superspecialisti
per un colpo
a Las Vegas
INSIDE
MAN
Spike Lee, 2006
Un ladro filosofo
a capo di una
banda di finti
imbianchini
realizza la
“rapina perfetta”
a Manhattan
Il triste tramonto
del Buon Bandito
GIANCARLO DE CATALDO
enza denaro è triste il destino/
ma il coraggio non ci è mai
mancato/ se sei la mala passi
dappertutto/ se sei la mala ti puoi pagare
tutto/ evviva il vino e la bella vita/ viva le
donne e la ladreria!». Fu il vezzo di mettere in versi le scorribande del suo terzetto
di scassinatori che condannò monsieur
Clement: un poliziotto in borghese orecchiò il ritornello della ballata in argot che
spopolava nelle bettole lungo la Senna e
dal prezioso indizio fu agevole risalire all’inafferrabile rapinatore che aveva fatto
razzia di casseforti nella Parigi di fine secolo. Inevitabilmente processato e condannato, Clement venne tuttavia osannato come un eroe popolare. Stesso destino sarebbe occorso, anni dopo, al rapinatore anarchico Jacob, la cui destinazione al bagno penale fu accolta dai francesi
con la morte nel cuore.
Maurice Leblanc, il padre di Arsenio
Lupin, s’ispirò tanto a Clement che a Jacob. Gran seduttore, fascinoso conversatore, elegante commensale, inafferrabile
e gentile spirito libero, Lupin è l’archetipo
del Buon Bandito moderno, il degno figlio
della rivoluzione industriale, del modernismo, dell’incalzare del pensiero scientifico. Legioni di lettori spasimano per le
sue imprese, le donne sognano di incontrare dal vivo uno come lui, i giovani godono della disfatta degli sbirri che invano
gli danno la caccia. Eppure, il Buon Bandito non ha niente a che vedere con il pio
Robin Hood. Il quale non si limitava a derubare i ricchi, ma usava reinvestire ben
più dell’“otto per mille” in beneficenza
sociale. E nemmeno con il brigante della
tradizione (l’Angiolillo, il Vardarelli) che
raddrizza i torti e conforta le vedove. I vari Clement, Jacob, Lupin non sono dei filantropi, rubano per vivere alla grande, in
quanto a coscienza sociale risultano alquanto primitivi anche all’osservatore
più benevolo. Tuttavia, il processo di
identificazione scatta immediato.
Tratti precisi delineano la figura del
Buon Bandito: detesta la violenza, per
giocarsi la partita sul terreno delle idee e
di geniali, arditissimi piani. Punisce l’avidità, rispetta i deboli, ogni impresa è per
lui una sfida da condurre nel rispetto di
regole comuni e condivise. E, soprattutto, rischia in prima persona: se preso, non
piagnucola, non si “butta a Santa Nega”,
semmai, orgogliosamente, rivendica, ritorcendo le accuse contro i “borghesi” e
la loro mentalità gretta e utilitaristica.
Flessibile, come ogni mito che si rispetti,
quello del Buon Bandito si adegua al mutare dei tempi. Già pochi anni dopo Lupin
al “padrone delle ferriere” si sostituiscono gli anonimi consigli d’amministrazione delle società finanziarie. Il Buon Bandito legge Brecht e fa tesoro del celebre
aforisma sulla natura ontologicamente
“criminale” delle banche. Legge
Horkheimer e Adorno, capisce che gangster e statisti tendono ad assimilarsi sotto
il profilo morale e anche antropologico,
che hanno non solo le stesse abitudini,
ma persino la stessa faccia, e allarga l’orizzonte dei suoi interessi. È il “cassettaro” che ripulisce il caveau senza nemmeno degnarsi di comperare un’arma sul
mercato clandestino. L’hacker che, con
un colpetto del dito indice, dirotta sul suo
conto cifrato il patrimonio di una multinazionale. È George Clooney che svuota
le casse del casinò dove le mafie vanno a
candeggiare i proventi dei loro sporchi
traffici.
Ma è proprio quel contesto che il Buon
Bandito sa così bene leggere e interpretare che sta decretando, a rapidi passi, la fine del suo mito. Fine che avverrà, forse tra
breve, per colpa dell’Auditel: perché le
sue gesta ci lasceranno indifferenti, sedotti, come siamo, da ben altri stimoli. Il
pregio del Buon Bandito è di restare fedele a se stesso, ai suoi “ideali” non violenti
e sottilmente provocatori. Siamo noi a essere cambiati. È cambiata, forse irrimediabilmente, la nostra percezione del
rapporto fra il crimine e la normalità. Da
molto, ormai, abbiamo smesso di provare interesse per genesi e prassi di qualunque impresa, sportiva come criminale.
Ciò che ci sta a cuore è unicamente il risultato finale. Il “come va a finire”, assolutamente svincolato da modi, tecniche,
percorsi. Che sia gentiluomo o feroce, un
bandito è tale soltanto se viene catturato,
processato e — a volte persino accade —
condannato. Altrimenti, è uno che ce l’ha
fatta, e buon per lui. A noi, magari, toccherà la prossima.
Questo confine fra “noi” e “loro” che
rendeva così unici gli Jacob e i Lupin oggi
lo avvertiamo sempre più vago e scontornato. Segni inequivocabili di criminofilia
ci circondano. Vediamo uomini d’affari
vestiti all’ultima moda come pusher dei
ghetti. Respiriamo tutti, consapevolmente o meno, nelle notti elettriche delle
metropoli come nei viottoli della “sana”
provincia italiana, la coca, allegra compagna di scorribande. La ricchezza è un
valore che affratella, se si porta appresso
la violenza, nessun problema. È la regola
del gioco. Il Buon Bandito passa il testimone a Superciuk. Quel personaggio inventato dal genio dei fumettari Magnus &
Bunker: lui che ruba ai poveri per dare ai
ricchi, ecco uno che ha capito come vanno le cose.
«S
ILLUSTRAZIONE DI WALTER MOLINO DAL LIBRO “LA DOMENICA DEL CORRIERE” © 2007 FONDAZIONE CORRIERE DELLA SERA / © 2007 SKIRA EDITORE
Repubblica Nazionale
36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 2 MARZO 2008
il viaggio
Imprese dimenticate
Per novecento giorni, dal 1872 al 1874, prima di Nansen
e di Peary, il tenente di vascello Carl Weyprecht esplorò
il Mare Artico, scoprì la Terra di Francesco Giuseppe,
poi tornò a casa con una eroica marcia sul pack
La sua ciurma, sotto bandiera austro-ungarica,
era composta di marinai dalmati e cacciatori sudtirolesi
La nave dei triestini
nell’inferno di ghiaccio
PAOLO RUMIZ
enivano dalle terre della
bora — si chiamavano
Marola, Zaninovich,
Scarpa, Lusina o Catarinich — e stupirono il
mondo tornando vivi
dall’inferno bianco che li aveva inghiottiti per novecento giorni. Una
ciurma di quattordici marinai dalmati, fiumani e triestini che, dopo aver
abbandonato la nave, rientrarono a
casa dal mare artico con una terribile
traversata a piedi tra i ghiacci, dopo
due inverni di tenebra a meno cinquanta. Era il 1874 e quegli uomini,
con i loro ufficiali, si erano spinti alla
massima latitudine Nord mai raggiunta, gli 82’ 51” gradi del desolato
arcipelago da loro battezzato Terra di
Francesco Giuseppe, punto più settentrionale d’Europa. Al ritorno in
Norvegia, poi in Germania e a Vienna,
furono accolti come eroi, ma ancora
oggi il nome del loro comandante,
Carl Weyprecht, triestino, dice poco o
niente agli italiani.
Che strano. Il 2008 è ormai il quarto
anno polare mondiale, e il Belpaese
sembra ignorare ancora questa favolosa storia. Eppure la prima grande
spedizione scientifica verso il Polo
non fu quella del norvegese Nansen o
dell’americano Peary, ma venne compiuta da questo indomito triestino nato in Germania e della sua ciurma
adriatica. Inglesi e tedeschi gli riconoscono tale primato; il suo nome figura
nel sito della Nasa — l’agenzia spaziale americana — come padre della ricerca scientifica internazionale;
Vienna gli tributa onori e l’Accademia
delle scienze austriaca pubblica proprio in questi giorni il suo epistolario;
ma in Italia solo pochi specialisti ne
hanno sentito parlare e persino a Trie-
V
ste manca una via con il suo nome.
Erano gli anni della febbre geografica mondiale e i mappamondi contenevano grandi spazi bianchi inesplorati. Il Polo Nord era il più grande di
tutti e Weyprecht, tenente di vascello
poco più che trentenne, pieno di ardore scientifico, contagiò del suo entusiasmo sponsor e istituzioni, raccogliendo quanto bastava. Fece costruire un piroscafo adatto ai ghiacci, lo foderò di ferro, caricò a bordo ventitré
uomini scelti, e il 13 giugno del 1872
fece rotta sul Polo col compito di cercare anche il passaggio a Nordest per
il Pacifico. Incappò in un’estate freddissima e fu subito intrappolato dalla
banchisa senza avere alcun aiuto dalla corrente del Golfo che in condizioni normali avrebbe dovuto aprirgli la
strada dagli iceberg per un migliaio di
chilometri almeno.
Quando il 28 ottobre il sole sparì e rimase sotto l’orizzonte, la pressione
del gelo sulla chiglia era già così spaventosa che la nave si sollevò fra cigolii e tonfi terrificanti. Il buio era tale
che per vincere la depressione dei suoi
uomini il comandante inventò lavori
di ogni tipo e lui stesso tenne lezioni
all’equipaggio, come su una nave
scuola. A mezzanotte di capodanno
tutti uscirono con fiaccole attorno alla nave e bevvero pezzi di champagne
gelato, mentre qualche orso bianco
tentava di arrampicarsi in coperta.
L’estate dopo fu avvistata la nuova
terra, ma i ghiacci si strinsero di nuovo e arrivò la notte del secondo inverno. Bisognò aspettare altri sei mesi
per esplorare la Franz Josef Land, in
tempo per iniziare la traversata a piedi verso la salvezza, la Novaja Zemlja.
Una fatica di Sisifo, con i ghiacci che
andavano alla deriva nella direzione
opposta.
Certo. Weyprecht compì l’impresa
A bordo
della “Tegetthoff”
si parlavano
nove lingue diverse:
una vera spedizione
“internazionale”
LE IMMAGINI
Nelle pagine sono riprodotti i disegni
di Julius Payer, comandante
delle operazioni di terra della spedizione
L’uomo del ritratto è Carl Weyprecht
La mappa riporta la marcia sul ghiaccio
tra Terra di Francesco Giuseppe,
Novaja Zemlja e Norvegia
sotto bandiera austriaca. Ma crebbe a
Trieste e ne fu fino all’ultimo cittadino
entusiasta. Lì ebbe la sua formazione
scientifica e marinara, e lì iniziò ad apprezzare i figli delle ventose montagne a picco sul mare. Narrano che
quando rivelò ai tedeschi di voler affrontare il Mare Artico con marinai
mediterranei, quelli sorrisero con sufficienza, ma lui non si lasciò smontare e ricordò che nella ritirata di Russia
i reparti napoleonici che avevano
subìto meno perdite erano quelli delle province illiriche, fra Trieste e la
Dalmazia. Anche sulle navi austriache i marinai che si ammalavano meno erano i figli della costa illirica, temprati da estati torride e inverni durissimi. Gli stessi uomini che avevano difeso Vienna e Venezia dai Turchi.
A Bremerhaven si può vedere ancora oggi un obelisco dedicato a loro: i
giuliani, istriani e dalmati che batterono l’Italia nelle acque di Lissa — correva l’anno 1866 — agli ordini dell’ammiraglio austriaco Wilhelm von
Tegetthoff, cui sarebbe stata dedicata
post mortem la nave polare di Weyprecht. A Pola, oggi Croazia, c’è un’altra lapide che con vanagloria non
infondata esalta gli «uomini di ferro su
navi di legno» che allora sconfissero
«uomini di legno su navi di ferro». Gli
“iron-men” erano il nostro nemico:
ma in manovra parlavano veneto e a
ogni bersaglio colpito gridavano «viva
San Marco», in onore della grande Venezia per la quale avevano navigato
per secoli. «Demoghe drento!» urlò
letteralmente Tegetthoff al suo timoniere prima di speronare l’ammiraglia piemontese, zeppa di marinai napoletani.
A Lissa Weyprecht affondò pure lui
la sua nave, e c’è da capire perché sia
finito nel vasto arcipelago delle amnesie nazionali. Trieste — l’italianissima
— è luogo di memoria strabica, concentrata sull’epica irredentista e disattenta sul resto: soprattutto alle storie della lunga stagione asburgica,
quando Trieste fu porta di un impero
e toccò la sua massima fioritura. Così,
gli italiani non sanno che qui fu inventata l’elica e la prima corazzata con i
cannoni girevoli; che la scommessa
dello scavo di Suez partì non a Parigi
ma nella città di San Giusto; non sanno che a Gorizia furono progettati i
primi aerei da combattimento oppure che nella vicina Pola vennero messi a punto i primi siluri e i primi overcraft sperimentali. L’Italia sabauda e
quella fascista erano tirreno-centriche, e poiché l’Austria era stata erede
di Venezia, anche la leggenda serenissima passò in second’ordine. E con
essa i capitani coraggiosi dell’Adriatico.
L’odissea del ritorno in un mare gelato a metà sfiancò gli uomini, già distrutti dalla diarrea, dal vento e dagli
sbalzi di temperatura. Scrive Weyprecht: «Il lavoro consisteva nel mettere
alternativamente i battelli sul ghiaccio e poi rimetterli in acqua. I campi di
ghiaccio erano piccolissimi, giacevano l’uno in stretta vicinanza dell’altro
ed erano divisi per lo più da canali angusti. Qualche giorno, per ben venti
volte si ripeteva il lavoro di mettere i
battelli sopra le slitte e quindi le slitte
sopra i battelli, e la maggior parte delle nostre fatiche andava perduta senza profitto alcuno».
Testimonianze straordinarie, mai
tradotte in italiano su pubblicazioni
scientifiche, e semi-ignorate dal
mondo accademico, nonostante il bel
romanzo sull’epopea artica scritto
più di vent’anni fa dallo scrittore viennese Christoph Ransmayr. Un silenzio rotto solamente da un dilettante
triestino — Enrico Mazzoli — che ha
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DOMENICA 2 MARZO 2008
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37
I LIBRI
Sulla spedizione polare Weyprecht-Payer,
Enrico Mazzoli ha scritto due libri: Dall'Adriatico
ai Ghiacci. Ufficiali dell'Austria-Ungheria
con i loro marinai istriani, fiumani e dalmati
alla conquista dell'Artico (Edizioni della Laguna,
Mariano del Friuli 2003, 25 euro, disponibile
su ordinazione) e Viaggio ai Confini del Mondo
La spedizione polare Weyprecht-Payer, alle origini
dell'Anno Polare Internazionale (Biblion Edizioni,
Milano 2007, 18 euro). Una versione parzialmente
romanzata della storia è contenuta nel libro
dello scrittore austriaco Christoph Ransmayr
Gli orrori dei ghiacci pubblicato in Italia
da Leonardo (1991) e da Il Mandarino (1989),
ma ormai per entrambi fuori catalogo
dedicato anni a raccogliere scritti e
immagini sulla grande avventura, anche per saldare il debito di memoria
della sua città. Maggiore della polizia
municipale e assiduo viaggiatore tra i
poli e l’equatore, ha raccontato la storia in due libri ricchi di curiosità e iconografie: Dall’Adriatico ai ghiacci e
Viaggio ai confini del mondo.
Julius Payer, ufficiale dei Kaiserjaeger, comandante delle operazioni di
terra e straordinario illustratore dell’avventura, ricorda in un libro sulla
scoperta della Terra di Francesco Giuseppe che a bordo la confusione delle
lingue rasentava il comico. «Tra loro i
marinai parlano per lo più in slavo, ma
in servizio usano l’italiano. In cabina
si parla tedesco, e norvegese col ramponiere Carlsen... il quale conversa in
inglese con l’ufficiale di coperta Lusina... Il dottor Kepes dialoga con gli uomini usando il suo latino professionale o l’ungherese, ma con Lusina parla
in francese. Infine abbiamo a bordo
una strana lingua, quella dei due tirolesi, che all’inizio riuscivo a comprendere io solo».
Nove lingue a bordo: quella della
“Tegetthoff” non fu una spedizione
austriaca ma europea. La prima spedizione internazionale della storia. Il
fascismo liquidò Weyprecht come tedesco dimenticando che, quando la
stampa d’Oltralpe lo definiva tale, egli
stesso si ribellava. Si offendeva, anzi. E
ribadiva la triestinità di adozione,
perché nel porto dell’impero egli aveva scoperto non solo il mare ma anche
una visione internazionalista della
scienza. La prova fu proprio quel piroscafo plurilingue che vinse una sfida
inaudita e mai divenne Babele. Nelle
sue ultime lettere il comandante dichiarò di non aver niente da spartire
col nazionalismo crescente che già allora spingeva l’Europa verso il gran
burrone.
«Voglio tu sappia — scrive Weyprecht poco dopo essere tornato in terraferma all’amico scienziato Heinrich
von Littrow — quanto sono stati bravi
gli ufficiali e l’equipaggio durante tutto il periodo. Quale contrasto con l’indisciplinata accozzaglia della spedizione americana di Hall! Lì contrasti,
mancanza di coraggio, ammutinamenti, meschinità. Da noi armonia,
pronta ubbidienza, subordinazione
fino alla fine, in quelle situazioni così
difficili, talvolta senza speranza; mai
un accenno di mancanza di coraggio,
nonostante le sconfortanti prospettive e i duri strapazzi. Questo è il mio più
bel trionfo, che io festeggio e tu con
me, perché tu eri uno dei pochi che era
d’accordo con me sulla scelta dell’equipaggio».
Appena tornato dalle terre del
Nord, Weyprecht il triestino spese tutte le sue energie per spiegare che lo
studio del pianeta Terra richiedeva
uno sforzo internazionale i poli dovevano essere il baricentro di questa
esplorazione. Tanto fece, che nel 1882
fu istituito il primo anno polare mondiale e dieci paesi costruirono quattordici basi tra Artide e Antartide, e altre trentacinque nel resto del mondo.
Weyprecht morì poco dopo per una
fulminante malattia, ma la sua opera
rimase scolpita negli annali della
scienza, al punto che nel 1907 —
quando Amundsen, Scott, Shackleton
e il Duca degli Abruzzi si riunirono per
istituire la Commissione polare internazionale — il nome fu solennemente evocato per dire che la spinta determinante era partita da lui. L’ultimo a
morire, di quel favoloso equipaggio,
fu il dalmata Antonio Zaninovich, nel
1937 a Trieste, pochi mesi prima che vi
fossero proclamate le leggi razziali e il
mondo ripiombasse nella barbarie.
Repubblica Nazionale
38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 2 MARZO 2008
i luoghi
Genio militare
La Cittadella
di Alessandria
è stata per due secoli
una delle basi
più importanti
dell’esercito
Resistette a francesi
ed austriaci,
ad assedi e rivolte,
tenne imprigionati
La fortezza dove è nata l’Italia
MASSIMO NOVELLI
L
ALESSANDRIA
uigi XIV non doveva avere
una buona opinione dei
suoi “cugini” piemontesi, se
un giorno esclamò che «i Savoia non terminano mai una guerra sotto la stessa bandiera con cui l’hanno iniziata». Il Re Sole ce l’aveva con Vittorio
Amedeo II, il futuro Re di Sicilia e di Sardegna, che proprio i francesi aveva sconfitto nel settembre del 1706 durante la
battaglia di Torino. I repentini cambi di
alleanze non deposero certamente a favore del duca sabaudo, detto la Volpe savoiarda, ma nessuno osò mai mettere in
discussione la sua spiccata vocazione
per le arti militari. Se non bastassero gli
avvenimenti storici raccontati nei libri, a
testimoniarlo sopravvive ancora adesso
un monumento eloquente, addirittura
straordinario: il grandioso complesso
della Cittadella di Alessandria, a forma di
mazziniani
e partigiani
Un anno fa è stata
abbandonata
e chiusa per sempre
Siamo andati
a esplorare,
tra silenzi irreali,
quei bastioni segreti
esagono stellare schiacciato, che è un
esempio raro e unico in Europa di architettura difensiva.
Vittorio Amedeo ne ordinò la costruzione nel 1728 a Ignazio Giuseppe Bertola, tortonese, «Primo Ingegnere di Sua
Maestà», nominato conte d’Exilles nel
1742. Già nel 1745 ebbe il battesimo del
fuoco. I soliti francesi strinsero in una
morsa la città allungata nella pianura
piemontese, ponendo il blocco all’enorme fortezza edificata lungo la sponda sinistra del fiume Tanaro. Ma gli assediati
resistettero. Concepita massiccia e pressoché invisibile, dietro ai bastioni, per essere al riparo dal tiro del cannone, la Cittadella non fu espugnata e l’esercito di
Carlo Emanuele III poté attendere l’arrivo dell’armata di soccorso. Da allora ai
giorni nostri, in più di due secoli di assedi, rivoluzioni, occupazioni, imprigionamenti e fucilazioni di patrioti mazziniani
e poi di partigiani, passando dalla battaglia napoleonica di Marengo ai moti risorgimentali del 1821, dalle guerre d’In-
dipendenza alla Resistenza, la Cittadella
e i suoi 478.340 metri quadrati di superficie, una vera città nella città, inaccessibile, è stato un teatro della storia, la base
principale dell’esercito piemontese e in
seguito una delle più importanti dello
Stato unitario.
Oggi, invece, tra il fossato, i sei bastioni possenti, i rivellini, le controguardie, i
lunghi viali, le caserme, i magazzini che
rifornivano di vestiario e di viveri l’intera
regione militare del Nord-ovest, il palazzo del governatore e il piazzale di trentamila metri quadrati, a dominare è il silenzio. Un silenzio irreale, quasi uno smisurato silenzio metafisico di un dipinto
di Giorgio de Chirico o di una sequenza di
un film di Michelangelo Antonioni, rotto
soltanto dall’irrompere del vento, dall’apparire su un bastione di un fenicottero, dal crepitio delle foglie secche nei mulinelli di polvere. E il silenzio colma, nel
freddo, le ampie sale vuote, desolatamente nude, delle caserme Giletti e Beleno, dove prima riecheggiavano le voci dei
soldati, i comandi impartiti seccamente,
il battere dei tacchi, lo sferragliare delle
sciabole. Lasciata libera dall’esercito nel
2007, quando l’ultimo militare chiuse
dietro di sé a doppia mandata il portone
d’ingresso e l’abbandonò per sempre, la
Cittadella è passata all’Agenzia del Demanio, cioè allo Stato, che nel frattempo
ha firmato un protocollo d’intesa con il
comune di Alessandria per la gestione e
la valorizzazione di un bene architettonico e artistico che rappresenta, senza alcun dubbio, uno dei più notevoli monumenti europei nell’ambito delle fortificazioni.
Il centocinquantesimo anniversario
dell’Unità d’Italia, nel 2011, potrebbe essere il volano ideale per eseguire i lavori
di restauro e cominciare a progettare in
concreto la rinascita dell’ex complesso
militare, che all’epoca d’oro arrivò a
ospitare trentamila uomini e negli anni
Cinquanta del Novecento fu ancora sede
del Cinquantaduesimo reggimento di
artiglieria pesante. È però difficile che si
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LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39
È stata una culla del Risorgimento: qui nel 1821,
innalzando il tricolore, insorse una guarnigione
di patrioti. Prima della battaglia di Montebello
FOTO FOTOTECA GILARDI
la “Gazzetta del Popolo” indisse una sottoscrizione
per munirla di cento cannoni da puntare
contro i soldati di Francesco Giuseppe
A STELLA
A sinistra, un’antica pianta
della Cittadella di Alessandria
Nelle foto, particolari di esterni
e di interni della fortezza
riesca a sfruttare l’opportunità. A causa
dei tagli ai fondi pubblici destinati alla ricorrenza unitaria e per la priorità data alle opere in fase già esecutiva, con ogni
probabilità la Cittadella non avrà reali
benefici. A meno che non venga accolta
l’ipotesi di realizzazione di un parco urbano nel fossato e nelle aree fortificate
esterne, il cui costo è stato calcolato in oltre quattro milioni di euro e che è stato
progettato da un gruppo di architetti torinesi: da Aimaro Isola a Paolo Pejrone,
allo Studio Deferrari, a Giovanni Durbiano, a Luca Reinerio, all’Icis srl.
La Cittadella alessandrina è stata
realmente una culla del Risorgimento,
dato che qui, nella notte fra il 9 e 10 marzo 1821, innalzando il tricolore e proclamando la Costituzione di Spagna,
insorse la guarnigione agli ordini di patrioti come Ansaldi, Baronis, Bianco di
Saint Jorioz, Palma, mentre a Torino e
nel resto del Piemonte agivano Santorre di Santa Rosa, Asinari di San Marzano, Moffa di Lisio, i protagonisti della
prima rivoluzione liberale d’Italia, insieme a quella napoletana del 1820.
Sempre in Cittadella, nel 1833, vennero
messi ai ferri e quindi uccisi l’avvocato
Andrea Vochieri e altri aderenti e simpatizzanti della Giovine Italia. Nel suo
celeberrimo libro I martiri della libertà
italiana, Atto Vannucci narra che «all’avvocato Vochieri, uomo venerabile
per onestà e dottrina e fermo contro
ogni tormento, usò trattamenti bestiali
il general Galateri governatore di Alessandria». Lo sgherro di re Carlo Alberto,
prima di procedere con la fucilazione,
lo fece incatenare per le mani e per i piedi, oltre che con un collare di ferro. La
terribile cella in cui agonizzò è rimasta
come allora. È in un sottotetto della caserma Beleno. Sulla porta c’è il suo nome, accanto una targa che rammenta il
sacrificio dell’avvocato mazziniano.
Dentro, in uno spazio esiguo, nella luce
avara che filtra malamente da una finestrella, sono conservati il tavolaccio di
legno, le catene, il collare.
Fuori, sul piazzale, si ritrovano il silenzio di un mattino di febbraio, un sole che
carezza le facciate delle vecchie caserme
dalle tinte marroni e rosse corrose dagli
anni e le lapidi a ricordo di atti eroici e valorosi, come quelli compiuti dai fanti
della Brigata Ravenna nella disastrosa
campagna di Russia dell’Armir. Camminando per i viali, svoltando in piazzale
Gorizia, scorrono idealmente i giorni di
Napoleone, che diede impulso al completamento delle fortificazioni, e quelli
della mobilitazione per le guerre risorgimentali; i giorni dei francesi, accasermati tra queste mura prima della battaglia di
Montebello, e della sottoscrizione della
Gazzetta del Popolo, che la indisse per
munire la fortezza di cento cannoni da
puntare contro gli austriaci di Francesco
Giuseppe. Fantasmi, echi, memorie,
oblio. La nuova battaglia, ingaggiata ora
dell’esercito delle ombre dei soldati che
vissero e combatterono tra questi bastioni, ha un scopo preciso: impedire
che la Cittadella muoia in tempo di pace.
Una macchina del tempo
per fabbricare lentezza
DANIELE DEL GIUDICE
uasi ogni città italiana ha in sé o nei dintorni una fortezza,
un sistema di mura e torri da avvistamento, opere belliche e
difensive che sono diventate con il tempo opere d’arte e
d’architettura.
C’è un profondo intreccio di rapporti tra l’architettura militare e quella civile; le opere militari talvolta anticipano i temi di
quelle civili o li riprendono immediatamente, e, all’epoca di Michelangelo o Francesco di Giorgio Martini o Leonardo, l’“artista”
edificava sia i palazzi sia le fortezze, riassumeva in sé le due attività. Le fortezze sono in qualche modo templi di una scienza, la scienza militare. Anche
le chiese sono templi di un sapere, cantato e
magnificato dall’edificio che lo ospita, perennemente sicuro di sé. Ben diverso è il caso della fortificazione; non ci sono dogmi
sedimentati e per sempre validi e la scienza
di cui è tempio è destinata a diventare velocemente obsoleta. La caduta, l’espugnazione di un forte e del territorio che esso presidia implica la caduta della concezione architettonica e conoscitiva che ne è l’anima,
come mostra il rapido evolversi e mutare
delle teorie della fortificazione e della loro
pratica attraverso i secoli. Una retta o un angolo mal progettati si trasformano prima o
poi in un tracollo militare.
Le fortificazioni come le vediamo oggi nelle città italiane sono opere d’arte e sono anche dei musei, vuoti o prevalentemente vuoti di arredi: non espongono immagini della
propria dottrina ma solo se stesse, racchiudono un’idea speciale di tempo, un’idea dello sguardo, e un’idea complessiva del rapporto tra dentro e fuori, relazione, questa, di
cui la fortezza è l’emblema più caparbiamente e istituzionalmente significativo.
La fortezza è un tipo di architettura ma anche un tipo di macchina; è un’architetturamacchina e segnatamente una “macchina
del tempo”, che non può muoversi lungo il
tempo come quelle di H.G. Wells ma può
“muovere” il tempo, e tra le possibili macchine del tempo appartiene al tipo specializzato
nel produrre ritardo. In un trattato di Bonaiuto Lorini, architetto rinascimentale, si legge
che il suo fine era fabbricare «il corpo della
fortezza […] con ordine tale che i pochi difensori si possano difendere da numero assai
maggiore col fargli perdere tempo». La vera arma della fortificazione era produrre lentezza,
dilatare il tempo fino a renderlo inoffensivo.
E la durata del ritardo prodotto poteva essere
calcolata; gli allievi di Sébastien de Vauban (m. 1707) avevano messo a punto un metodo teorico per stabilire, sulla carta, la quantità di
lentezza prodotta da una fortificazione e dunque il tempo necessario per espugnarla. Tale metodo, che prese il nome di «analisi delle
fortezze» e fu alla base della scuola francese di Mézières, la scuola
del genio militare creata nel 1748, prevedeva, ad esempio, che l’esagono bastionato dovesse cadere in mano all’attaccante in ventitré giorni; peraltro questo tipo di calcolo, che spesso produceva
grandi illusioni, fu decisamente contestato da Napoleone. Tempo
ritardato, dilatato, furono i quarantadue giorni dell’assedio di
Ostenda nel 1601, i trentanove giorni dell’assedio di Luxemburg nel
1684, diretto dallo stesso Vauban, e l’intero anno necessario per la
caduta di La Rochelle nel 1627. Era un tempo impiegato a costruire
altre parti di quella macchina della lentezza, come nell’assedio di
Candia (1637), quando difensori e attaccanti condussero una guerra di mine e contromine davvero al limite e la stessa postazione saltò
in aria diciassette volte in ventiquattro mesi. Era il tempo delle ronde notturne, degli occhi che si sforzavano di distinguere il minimo
movimento o un baluginio nel buio, il tempo degli appostamenti alle feritoie sparando alla cieca, presi dal terrore, oppure con parsimonia, valutando il tempo di avvicinamento del nemico e quello di
ricarica delle proprie armi, era un tempo abbastanza rallentato da
permettere l’agonia, il dolore, la percezione di un significato possibile e di un finale.
Le fortezze sono musei muti che conservano un’idea speciale dello sguardo. Il modo in cui si guarda una fortezza, o si guarda da una
fortezza, benché opera d’arte, non ha nulla dello sguardo contemplativo della chiesa, la fortificazione non è il luogo del vedere, della
“visione”, ma del “guardare”, anzi del traguardare, è il luogo dello
sguardo per collimazione, e della mira. Qualunque costruzione doveva permettere di guardare e colpire di fronte a sé, ma anche di fiancheggiare ed essere fiancheggiata, proteggere ed essere protetta,
ogni punto doveva essere visibile da un altro punto, e tutto stava nell’evitare luoghi coperti allo sguardo e alla mira. Il modo di guardare
si trasformava immediatamente in un modo di colpire, i calcoli erano quasi gli stessi, con molta probabilità la prospettiva e la balistica
sono nate dalla stessa teoria. È quasi impossibile capire una fortificazione senza immaginare questo sistema di sguardo e mira che era
parte fondante della sua funzionalità e della sua sicurezza.
Le fortezze sono musei di un rapporto speciale tra dentro e fuori. Senza dubbio la fortificazione nasce dall’interno, anzi dal centro di un giro di compasso. Quale figura inscrivere all’interno di
questo cerchio? un pentagono? un esagono? una figura con più
lati, una stella? Ma più lati vuol dire più angoli, e più sono gli angoli più sono ottusi, e più le mura sono frontali, e più offrono possibilità di impatto ai colpi. Nei secoli, la trattatistica delle fortificazioni non fa che discutere se è meglio l’angolo acuto o l’ottuso,
se molti lati o pochi lati, se lati corti o lunghi. Ogni angolo proiettato in fuori crea angoli morti verso l’interno, cioè punti morti allo sguardo e al tiro, dove gli attaccanti possono insinuarsi e alzare scale o ammassare cumuli di terra, aprire varchi nelle mura e
metterci del materiale esplosivo. Tutto nasce dall’interno, ma
tutto può essere modificato dall’esterno. Sono i tiri di artiglieria e
le loro accresciute potenza e precisione nei secoli a determinare
il mutamento o l’evoluzione delle fortezze, occorreva tenere conto dei diversi tipi di fuoco: fuoco di infilata, fuoco ficcante, fuoco
rovescio o obliquo, fuoco diretto, e questi tipi di fuoco, sia da parte dei difensori sia degli assedianti, erano direttamente complementari alla forma della fortificazione, ne erano in qualche modo il calco esterno. Ogni oggetto teso verso l’esterno serviva a
guardare e a prendere la mira e a proteggere i punti più rientrati
verso l’interno, ma poi bisognava fare postazioni più avanzate,
aggettate sull’esterno per controllare quell’interno da fuori, bisognava farsi esterno, vedersi da fuori, vedere la fortezza come la
vedevano gli assedianti. E comunque i nemici potevano aprire
una breccia e penetrare nella fortificazione, tutto poteva capovolgersi da un momento all’altro, dunque tutto ciò che era stato
pensato verso l’esterno doveva essere a rovescio, rivoltarlo verso
l’interno. Una caponiera avanzata serviva soprattutto a colpire
alle spalle chi fosse arrivato sotto le mura, ogni interno doveva poter essere difeso dall’esterno, la fortificazione doveva guardare e
colpire gli attaccanti dal proprio punto di vista, ma anche guardarsi dal punto di vista di chi la assediava, e proteggersi.
In fondo, la fortificazione è l’arte di essere dentro e anche fuori, di dire noi e anche gli altri.
Q
Repubblica Nazionale
40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 2 MARZO 2008
CULTURA*
Un libro, “Così tante vite”, e una prossima
mostra online ricostruiscono la vicenda
culturale del secondo Novecento
attraverso le carte lasciate da Giancarlo Vigorelli, intellettuale
e giornalista: i salotti letterari, i giochi dietro le quinte dei premi
più prestigiosi, i rancori e le rivalità tra sommi poeti vincitori di Nobel
PROTAGONISTI
Nelle cinque foto qui sopra e accanto, da sinistra:
Giancarlo Vigorelli con Ignazio Silone; Dacia Maraini;
Emilio Vedova; Salvatore Quasimodo; André Gide
E Quasimodo insultava Montale
PAOLO MAURI
li archivi di Giancarlo Vigorelli riserveranno probabilmente molte sorprese viste le numerose
amicizie testimoniate
nell’album fotografico
Così tante vite a cominciare da quella con
Gadda foriera di lettere inedite: di volume in volume l’epistolario gaddiano comincia a diventare davvero cospicuo,
una sorta di racconto parallelo alle opere. Ci dobbiamo, intanto, contentare dei
frammenti finora emersi e diluiti nel corso del tempo: lettere di Montale, di Quasimodo, di Moravia e di Dacia Maraini,
della Ginzburg. Lettere al critico, ma anche lettere all’amico: la società letteraria
italiana è sempre stata abbastanza ristretta, limitata a pochi circoli, geograficamente legati alle solite città, Milano,
Firenze e poi Roma e, finché c’erano, ai
soliti caffè. Nel nostro caso è Vigorelli a
spostarsi: da lombardo diventa romano
e da critico giornalista per dirigere Momento sera. Tornerà poi a Milano. Ma veniamo ai «frammenti»: il primo, cospicuo, è firmato da Montale (Eusebio) che
gli scrive chiamandolo Eustachio. La lettera, da Firenze, è datata 4 marzo 1940 e
qui la trascrivo:
«Caro Eustachio, sono atterrito. Come
farai? E poi chi legge l’“Assalto”? Ti pagano almeno? Finirai per maledirmi. Ma
non fare note biografiche. Quelle poche
le vedi nella Treccani “volume supplemento”. Non ho però compiuto studi come crede A. Bocelli al quale io non l’ho
mai detto. Ne ho fatti, dai Barnabiti, senza esito. Sapevo qualcosa di latino, nulla
di greco. Ma queste cose non dirle, ché mi
rovineresti. In più puoi dire che ho tradotto 3 lavori di Shak.: Winter’s Tale, Timon of Athens e Comedy of Errore — e da
Eliot, da Guillén, da Leonie Adams. (Non
sono, tra parentesi, come crede Titta Rosa, un eliotiano: il monthly (allora) criterion ha pubblicato Arsenio nel 1928, “prima” cioè che uscissero le liriche che avrei
imitato in Arsenio. Confronta e vedi.) Ora
traduco persino dello Steinbeck, per vivere. Delle Occasioni esce a giorni la 2a
ediz. con quattro aggiunte da poco. Inediti proprio non ne ho. Come fare? Se mi
venisse fatto qualcosa in questi giorni
non mancherei di avvisarti. Puoi dire, en
passant, che il New York Timesdel 29 gennaio mi ha dedicato un grosso feuilleton,
che se t’interessa poso anche mandarti. È
di Henry Furst. In Corrente mi ha salvato
Traverso, altrimenti si restava alla nota
dell’aficionado Elio. Stroncature poche:
quella di Sigillino e quella di Eurialo. E
G
questa, io non ho mai detto che sia stata
suggerita da altri: ma che certe conversioni di E. (che ormai non è più fermo a
Betti) escludendomi rivelano il solito
traffico, al quale non mi assoggetto. All right. Tutto è andato bene. Io sono un bischero ma non è colpa mia se gli altri sono più bischeri...
«Nell’antologia metti anche due o tre
ossi, in modo che le occasioni non siano
più di un 60% dell’intera serie pubblicata. (Anche per ragioni editoriali)
Sai che Ojetti m’aveva proposto (dopo essersi comprato il libro) per un piccolo pourboire dell’Accademia, ma Papini si oppone a spada tratta, persino
con accuse politiche? Quanto alle poesie dice che le faceva meglio lui 20 anni
fa, ma che ora ha mutato idee. Quindi è
probabile che resterò a becco asciutto.
Tanto meglio, se non fosse per quei
quattro maledetti soldi.
«Qui noia, ma non si sta certo peggio
che altrove. Il Marques girava con una tua
lettera pazzo di felicità. È convinto di
muoversi in una pepiniera di genii che gli
faranno una piattaforma immortale. Siccome l’ho scoperto io, anni fa, tra gli abbonati del W.C. (Vieusseux), mi crede il
suo Virgilio. Carlino è un po’ abbacchiato, sospeso tra la vita militare incomben-
“Eusebio
nei miei riguardi
si è dimostrato
il peggior lacchè
di un monarca
decaduto...”
te e le varie stroncature; ma si rimetterà.
«Come vedi, temo di poterti dare poco
aiuto. Se vuoi rifiutare l’onorifico incarico del camerata Granzotto fallo pure. Ti
devo già fin troppo.
«Non so come stai fra i varii “gruppi”
e se puoi ancora uscire di casa. Salutami quelli che si ricordano benevolmente di me».
La lettera è firmata con un «sempre aff.
mo Eugenio Montale».
A questo punto servirebbero molte
chiose per mettere in chiaro, fin dove
possibile, i numerosi riferimenti a persone ed eventi. Mi limito a far notare il pro-
blema dei «maledetti soldi». Montale
è stato licenziato dal Vieusseux in data 1 dicembre 1938, «nonostante i
suoi meriti letterari e lo zelo e competenza», si legge nel verbale, poiché
sprovvisto dell’appartenenza al Pnf.
Gli viene liquidata l’indennità di
preavviso e quella di licenziamento,
ma all’atto pratico si ritrova privo di
uno stipendio. Come accenna anche
in questa lettera incomincia a tradurre per sopravvivere. Nel ‘40 esce un solo articolo di Montale ed è la recensione al Ricordo della Basca di Antonio
Delfini. Quanto alle Occasioni, il libro
di poesie cui si fa più di un cenno, è
uscito alla fine di ottobre del ‘39.
Il disoccupato Montale, che
per un po’ pensò anche di andarsene in America,
aveva scritto in
quei mesi a Bobi Bazlen di
aver evitato
due suicidi
in due mesi: e così registrava
l’invio a Einaudi dell’opera: «Sono 50 poesie di cui 40 brevi e 17 sono
inedite. Verrà un 120 pagine.
Versi 1131 di fronte ai 1600
degli Ossi. Totale versi 2731;
Leopardi ne ha scritto
(esclusa la Batracomiomachia) 3996». Delle stroncature e delle altre chiacchiere
del tempo non c’è ormai
quasi più traccia.
***
Vent’anni dopo un altro
poeta italiano, Premio Nobel (1959) molto prima di
Montale, e cioè Salvatore
Quasimodo, scrive a Vigorelli a proposito di una intervista venezuelana contenente giudizi su Ungaretti e Montale. «Quello
che riguarda Ungaretti, è
chiaro, non l’avrei detto
oggi e di questo puoi rassicurare il poeta. Per
Montale, pur non avendo
detto nulla in quella occasione, non mi pentirei
di sottoscriverlo anche
oggi perché Eusebio nei
miei riguardi si è dimostrato, e continua a dimostrarsi, come il peggior lacchè di un monarca decaduto. Comunque
Repubblica Nazionale
DOMENICA 2 MARZO 2008
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41
NERI POZZA
Accanto, una lettera dell’editore
Neri Pozza a Vigorelli (nel cerchio
la firma). Nelle foto, Neri Pozza
con Eugenio Montale, ancora
Montale e, sotto, Alberto Moravia
ENNIO FLAIANO
“Caro Vigorelli, grazie
di cuore per il tuo articolo
sul mio libro”,
comincia così la lettera
di Ennio Flaiano
riprodotta qui accanto
Nel cerchio la firma,
sotto una foto di Flaiano
NATALIA GINZBURG
A sinistra, una lettera di Natalia
Ginzburg e, sotto, la scrittrice
con Mario Soldati e Guido Piovene
EUGENIO MONTALE
A sinistra, una lettera autografa
di Eugenio Montale (nel cerchio
la firma) e, parzialmente coperta,
una sua lettera dattiloscritta
L’avventura di vivere
tra libri, quadri e film
GIAN PAOLO SERINO
n libro e una mostra on line raccontano le
«così tante vite» di Giancarlo Vigorelli,
protagonista della vita culturale del secondo Novecento. Critico instancabile, scopritore di talenti destinati alla storia, da Pier Paolo
Pasolini al pittore naïf Antonio Ligabue, sceneggiatore per Roberto Rossellini, consigliere e
amico di Luchino Visconti, Sartre, Borges, Ionesco, Bacon, de Chirico, Pound e Senghor. Intellettuale capace tra i primi di intuire l’importanza del dialogo tra letteratura, cinema e arte, Vigorelli ha diretto per anni la Settimana Incom e
ha fondato nel 1958 la Comunità europea degli
scrittori, poi La nuova rivista europea, battendosi per l’idea che l’Europa andasse unita nella
cultura prima ancora che «nel carbone e l’acciaio». Tra i principali promotori della liberazione di Solgenitsyin e di Aksionov, ha assegnato il Premio Taormina a Anna Achmatova, priva
di passaporto e da anni ridotta al silenzio, ha
fondato Il Corriere lombardo, è stato presidente
della Segisa, società editrice del Giorno e fino alla morte, il 16 settembre 2005, presidente del
Centro nazionale di studi manzoniani.
Davvero Così tante vite, come testimonia anche il volume da pochi giorni in libreria e curato
dalla moglie Carla Tolomeo: oltre trecento fotografie inedite che raccontano un altro Novecento. I salotti letterari, i giochi dietro le quinte
dei premi più prestigiosi e i molti segreti mai raccontati dei tanti amici artisti. Immagini tratte
dall’Archivio Vigorelli, ora acquisito dalla Biblioteca Sormani di Milano, che testimoniano
la vivacità di un intellettuale che ha sempre inseguito l’idea di un’Europa unita ante litteram e
che fino all’ultimo è stato incredulo di aver vissuto, come scrive Claudio Magris nella prefazione del libro, «una vita avventurosa, che lo
portava a battersi per scrittori e culture perseguitate». E proprio dal libro, pubblicato dalla casa editrice Mattioli 1885 (336 pagine, 33 euro),
prende vita una mostra su internet: sarà inaugurata venerdì 7 marzo alle 11 su www. wuz. it,
il portale culturale di Ibs. Un vero e proprio vernissage virtuale durante il quale verranno esposte una trentina delle foto pubblicate, la prefazione integrale di Magris, uno scritto inedito di
Vigorelli sull’amato Manzoni e una sezione, Caro Giancarlo, con molte delle lettere inedite che
qui in parte anticipiamo. Da Gide a Moravia,
dalla Morante a Quasimodo, da una poesia inedita di Attilio Bertolucci a uno scritto di Eugenio
Montale. Autografi che testimoniano, citando
Magris, un tempo in cui la letteratura non era
ancora assenza ma autentica vita d’avanguardia e non, come spesso accade oggi, da ritirata.
U
LETTERE INEDITE
I documenti inediti che pubblichiamo in queste pagine per gentile concessione
dell’archivio Vigorelli testimoniano la fitta attività della “cucina” letteraria del critico
novecentesco. Scrittori, poeti, artisti, intellettuali si rivolgevano a lui per i motivi
più svariati: chiedere un parere su un’opera, sollecitare un appoggio presso
un editore o la giuria di un premio letterario, protestare per una stroncatura
e così via. Dal basso in alto, a partire dalla macchina da scrivere, le lettere sono di:
Dacia Maraini; André Gide (completa di busta); Emilio Vedova con un disegno
dell’artista; Salvatore Quasimodo; Alberto Moravia; un altro manoscritto di André Gide
non sono stato io mai a dirottare dalle
buone qualità umane che ogni uomo di
cultura dovrebbe avere “dentro”. E se Eusebio, invece di fare gli scongiuri insieme
col suo diletto fossile salottiero appena
sente il mio nome, si mettesse una mano
al posto del cuore (almeno sulla giacca) le
cose andrebbero meglio. Io vivo a Milano
e la città di Milano (parlo della ruota dei
chierici) non mi sarebbe stata per lungo
tempo nemica in virtù della presenza del
nostro poeta». Dunque se Montale alludeva ai benevoli nei suoi confronti, Quasimodo reclama meno ostilità: Vigorelli,
ma non solo lui, avrebbe potuto testimoniare della complessa vita (e psiche) dei
letterati, spesso alle prese con invidie,
maldicenze e colpi bassi.
***
Di un colpo basso si lamenta Dacia
Maraini in una lettera del ‘62 a Vigorelli,
piena di amarezza. Era accaduto che Vigorelli se la prendesse con L’età del malessere, opera della giovanissima Maraini candidata al Premio Formentor (che
poi vinse). Vigorelli aveva attaccato la
scrittrice, presentata da Moravia, alla libreria Einaudi di Roma. Poi aveva scritto alla Maraini ed ecco che lei gli rispondeva: «Caro Vigorelli, La ringrazio per la
sua lettera. Soltanto non riesco a capire
come lei possa scindere così facilmente
la persona dello scrittore dalla sua opera. Lei non può dire che non ha nulla
contro di me se tratta con tanto disprezzo ciò che scrivo e i termini in cui mi si è
attaccato quella sera alla libreria Einaudi mi hanno offesa proprio perché i miei
libri sono la più diretta espressione della mia persona. Ed io non mi presento al
pubblico per essere ammirata per la mia
faccia o per la mia giovane età, ma lavoro seriamente per dire alcune cose che
mi stanno a cuore...».
A sostegno della Maraini era intervenuto anche Moravia con una successiva
lettera a Vigorelli: «Caro Vigorelli, come
già ti dissi il giorno del nostro incontro
per strada, non ho niente in contrario,
per quanto riguarda la mia persona, a dimenticare quanto è accaduto dentro e
fuori la libreria Einaudi. Tuttavia vorrei
dire alcune cose circa la tua lettera a Dacia Maraini. Secondo me avresti dovuto
riflettere un poco prima di riconfermare con tanta sicurezza e decisione il tuo
giudizio negativo sull’opera della Maraini». Moravia aveva scritto una prefazione e presentato l’opera al premio
Formentor. Grande bagarre. I premi sono un’altra occasione di scontro, non
sempre effimero, tra i letterati. Per questo mi piace citare una lettera a Vigorelli di Natalia Ginzburg che, a proposito
della candidatura al Campiello del suo
libro Caro Michele, avverte il giurato Vigorelli: «Non desidero concorrere al
Premio, anche perché, essendovi fra
quei libri scelti alcuni libri che trovo
molto belli, e nomi di amici che mi sono
molto cari, non desidero entrare in
competizione».
Repubblica Nazionale
42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
la lettura
Impostori
DOMENICA 2 MARZO 2008
“Identità rubate” è un romanzo di T.C. Boyle che racconta
come si possono trafugare i dati di un altro, entrare
nella sua vita e devastarla. Lo spunto, per un giovane
scrittore italiano, per riflettere su un fenomeno che colpisce
dieci milioni di americani ogni anno e che mette a rischio
ogni giorno un cittadino europeo su quattro
TOMMASO PINCIO
o pagato i miei
debiti, ho persino lasciato una
mancia» dice di
sé Christopher
Rocancourt. Se
lo ha davvero fatto lo sa soltanto lui. Di sicuro, però, non lo ha fatto di tasca sua.
Oggi Rocancourt ha una quarantina
d’anni ed è uno fra i più grandi impostori in circolazione. Nel corso della sua poco onorata ma fantasiosa carriera si è
spacciato per membro della famiglia
Rockefeller, produttore cinematografico, finanziere, figlio di Sophia Loren e nipote di Dino De Laurentis. Le sue effettive origini sono assai più modeste, sebbene dal sapore vagamente romanzesco. Sua madre era una prostituta a tempo perso e suo padre adottivo un alcolizzato che lo ha pescato in un orfanotrofio
«H
giare video con l’intenzione di non restituirli oppure molestare telefonicamente
una ragazza. Quindi si passa al livello
successivo, il più ricorrente: accumulare
debiti e svuotare conti correnti. Infine, se
siete davvero sfortunati, si può arrivare a
reati di prima grandezza quali traffico di
stupefacenti e terrorismo.
La possibilità di vedersi sottratti pezzi
della nostra persona è meno remota di
quel che si potrebbe credere. «In America viene rubata un’identità ogni sei secondi» si diceva in un film di qualche
tempo fa ispirato a una storia vera. Probabilmente è un’esagerazione. I numeri
ufficiali non sono però più confortanti. I
rapporti governativi parlano di dieci milioni di vittime ogni anno. Dalle nostre
parti il fenomeno non è ancora altrettanto diffuso ma è comunque preoccupante. In base a una recente ricerca effettuata da una nota azienda specializzata nella sicurezza informatica, un per-
siete persa d’animo e conducete un’esistenza normale. Insegnate inglese in
una scuola per non udenti e avete un fidanzato che lavora nel cinema, ritocca
gli effetti speciali al computer. Una mattina uscite di casa un po’ trafelata perché
siete in ritardo sulla tabella di marcia. È
un vostro difetto, quello di essere sempre ritardo. Così vi mettete a correre un
po’ più del dovuto e nella foga vi capita di
bruciare uno stop sotto il naso della polizia. Vi viene intimato di accostare. Vi
vengono chiesti patente e libretto. L’agente si allontana per i controlli di rito.
Voi restate in attesa. Sbuffate e pensate
che la giornata è cominciata male. Non
immaginate quanto avete ragione. Dopo qualche minuto l’agente torna e vi
punta la pistola contro. Sembra piuttosto agitato. Urla qualcosa. Voi non potete udirlo ma vedete le sue labbra. Ciò che
vi leggete non è il genere di cosa che ci si
aspetta di sentirsi dire per non avere ri-
spettato uno stop. «Metta le mani dove
possa vederle»: è questo che vedete nel
movimento delle labbra. Complimenti,
siete appena diventati un pericoloso criminale. La lista di accuse a vostro carico
è lunga: assegni scoperti, droga, rapina a
mano armata e una sfilza di altri reati
commessi un po’ qui un po’ là, in posti di
cui fino a ieri ignoravate perfino l’esistenza.
L’incubo in cui precipita Alex Halter e
che potrebbe riguardare ciascuno di noi
è il tema di un romanzo dell’americano
T. Coraghessan Boyle: Identità rubate,
per l’appunto. Abbiamo dunque scherzato? Niente affatto. Benché si tratti di
finzione narrativa, il libro di Boyle è «così attuale e ben informato che l’Fbi potrebbe perquisirgli casa in cerca di carte
di credito clonate» ha scritto il Washington Post. La sua storia immaginaria ha
inoltre molti aspetti in comune con un
caso presentato quattro anni fa nella tra-
per lui così da poter carpire al padre Isacco la sua benedizione. Lo fece presentandosi al cospetto del genitore con il
corpo coperto di pelli di capra perché
suo fratello era molto peloso. «Sono
Esaù, il tuo primogenito. Dammi la tua
benedizione» gli disse. Isacco, la cui vista
era ormai indebolita, lo invitò ad avvicinarsi perché lo voleva tastare. Sentendo
tutto quel pelo si convinse e diede la sua
benedizione, seppur con qualche dubbio: «La voce è quella di Giacobbe, ma le
mani sono di Esaù». Questa storia biblica è una metafora perfetta del mondo in
cui viviamo oggi. I sistemi di verifica e
controllo sono spesso ciechi come Isacco. Non potendo vedere, si affidano alle
pelli di capra dell’era informatica: stringhe di dati. Non di rado la cecità non è un
inconveniente della tecnologia, bensì
della cultura del credito istantaneo.
Compra oggi, paga quando sarà: è l’affare del secolo e chi lo gestisce è talvolta di-
Quelli che ci rubano il nome
all’età di cinque anni. Ma vai a sapere se
è realmente così. Questa storia l’ha raccontata lui stesso in un’intervista rilasciata un paio di anni fa, e tutto quello
che dice Rocancourt va preso con le molle. Si stima che l’ammontare delle sue
truffe superi i quaranta milioni di dollari. Il New York Times ha tracciato il suo
profilo con un’iperbole: «Le donne si
gettavano ai suoi piedi, gli uomini gli gettavano contante».
Di talenti come Rocancourt non ne
esistono molti, ciò nonostante la truffaldina arte dell’impostura è un’attività in
continua espansione. Tecnicamente si
chiama furto d’identità. In parole povere
significa che qualcuno ha pensato bene
di appropriarsi dei vostri dati personali.
Nome, indirizzo, data di nascita, codice
fiscale, numero di cellulare e forse anche
della carta di credito. Se ne è appropriato
per essere voi. Gli scopi possono essere
molteplici, per non dire infiniti. Si parte
da abusi quasi innocenti, come noleg-
sona su quattro in Europa rischia di subire un furto d’identità perché usa password troppo semplici per accedere ai
propri account online. E internet costituisce soltanto una faccia del problema,
in quanto la sottrazione dei dati personali avviene perlopiù nel mondo reale. A
peggiorare le cose c’è poi il fatto che la
scoperta del furto non è mai immediata.
Non è come quando ti rubano l’auto. Il
ladro può servirsi della vostra identità
per mesi o addirittura per anni prima che
ve ne accorgiate, e quando ciò avviene è
sempre perché, da un giorno all’altro e
senza motivo apparente, vi ritrovate nei
guai.
Ecco uno dei tanti modi in cui può andare: vi chiamate Alex Halter, siete una
giovane donna di trentatré anni che non
ha mai avuto a che fare con la giustizia.
Da bambina, una meningite spinale vi
ha danneggiato i nervi uditivi e siete rimasta sorda. La natura vi ha però fornito
di un carattere indomito, per cui non vi
IL LIBRO
Identità rubate è il nuovo
romanzo di T.Coraghessan
Boyle in libreria
il 4 marzo
(Einaudi, 300
pagine, 17 euro)
È la storia
di una donna
alla quale viene
clonata l’identità
Dopo essersi
trovata carica
di debiti
per spese non fatte
e denunciata per violazioni
mai commesse,
decide di mettersi
sulle tracce del truffatore
smissione Mi manda Rai Tre, quello di
un giovane napoletano affetto da una
grave malattia invalidante la cui identità
è stata rubata per aprire due conti correnti ed emettere assegni a vuoto. È opinione diffusa che la proliferazione di simili truffe sia dovuta a internet. In effetti
una delle tecniche preferite dai criminali è il cosiddetto phishing, lo “spillaggio”
di dati sensibili attraverso l’invio di falsi
messaggi di posta elettronica che simulano la comunicazione di una banca o
magari di un ente pubblico. Il fine è quello di convincere il malcapitato a rispondere fornendo informazioni personali.
Questa è però soltanto una delle insidie
possibili. Spesso il furto viene messo in
atto con sistemi ben più artigianali e che
non lasciano tracce.
Del resto, stiamo parlando di un imbroglio vecchio quanto il genere umano.
Nel libro della Genesi si legge che Giacobbe, approfittando della momentanea assenza del fratello Esaù, si spacciò
sposto a chiudere un occhio pur di accaparrarsi un nuovo debitore.
Quanto ai Giacobbe di oggi, hanno
mille modi per procurarsi le loro pelli di
capra. Internet, lo si è detto, è soltanto
uno di questi e nemmeno il più consistente: soltanto l’uno per cento dei furti
avviene attraverso il famigerato phishing. I ladri d’identità possono sapere
quello di cui hanno bisogno rubando
portafogli o la corrispondenza dalle cassette della posta o addirittura rovistando
alla maniera dei barboni tra i rifiuti. Oppure rivolgendosi a chi le informazioni le
ha già. Un tabloid britannico ha fatto una
prova assoldando un esperto di sistemi
di sicurezza. Costui ha preso contatto
con l’operatore di un call center il quale
gli avrebbe offerto dati riservati, inclusi
codici di carte di credito, al modico prezzo di quattro sterline e venticinque per
ogni informazione. Ma c’è dell’altro.
Una bella fetta dei furti d’identità avviene alla maniera di Giacobbe, vale a dire
Repubblica Nazionale
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43
ILLUSTRAZIONE DI GIPI
DOMENICA 2 MARZO 2008
in casa. Un rapporto della Federal Trade
Commission rivela che ben il sedici per
cento delle vittime conosce il ladro. A
quanto pare, bisognerebbe guardarsi da
amici, vicini, domestici e, nel sei per cento casi, persino da parenti e membri del
nucleo familiare.
La buona notizia è che al momento più
della metà delle vittime riesce a cavarsela senza sborsare una lira sbrigando le
noie burocratiche derivate dal furto in
un tempo medio di quattro ore. Basta
dunque augurarsi di non finire in quello
sventurato cinque per cento che ci rimette almeno cinquemila dollari e passa più di centotrenta ore tra banche, studi legali e commissariati. Per quanto: i
danni di un furto d’identità non si pesano soltanto in termini economici. Ci sono persone che hanno perso il posto di
lavoro o si sono viste negare un prestito
o sono state molestate in vario modo e
per lungo tempo da un’agenzia di recu-
Solo l’un per cento
dei furti avviene
su Internet mediante
DAVID HAMPTON
CARLOS LOMAX
JEAN-CLAUDE ROMAND
FRÉDÉRIC BOURDIN
ALAN CONWAY
Immortalato da John
Guare in Sei gradi
di separazione,
negli anni Ottanta
derubò alcuni milionari
newyorkesi
convincendoli che era
figlio di Sidney Poitier
Condannato di recente
a 37 mesi di reclusione
dopo essere stato
riconosciuto colpevole
dell’apertura di 14
linee di credito usando
l’identità dell’attore
Will Smith
Sterminò la famiglia
quando non poté più
impersonare la falsa
identità che si era
costruito. La sua
tragica vicenda
è narrata in un romanzo
di Emmanuel Carrère
Denunciato nel 2005
per aver frequentato
a 31 anni un liceo
francese spacciandosi
per un orfano
quindicenne.
La preside: «Sembrava
un po’ più grande»
Ha girato l’Europa
e gli States nei panni
di Stanley Kubrick
offrendo pranzi
nei più costosi
ristoranti. Nel 2006
la storia è diventata
un film, Color Me Kubrick
riconoscerlo in quanto tale è impresa
non da poco. Nella nostra società la soluzione più pratica di cui disponiamo sono piccoli pezzi di carta o plastica con
una fotografia, un nome, una data di nascita e pochissimo altro. Sappiamo bene
però che questi documenti sono un’espressione assai riduttiva e falsificabile
della persona. Il codice genetico potrebbe essere un’alternativa infallibile e
nemmeno troppo fantascientifica, ma
siamo disposti ad accettarla? Il controllo
è una sicurezza a doppio taglio. In Francia, la carta d’identità fu introdotta nel
1940 e l’uso immediato che ne fece il governo di Vichy fu di facilitare l’individuazione di settantaseimila ebrei da deportare nei campi di concentramento.
Senza contare che quel che la scienza
prova è solo la nostra identità biologica.
Il cuore dell’identità umana è però un altro: il posto che ciascuno di noi occupa
nella società. Qui il discorso si fa più
Il codice genetico
il famigerato phishing
può essere
l’alternativa
Ma è accettabile?
pero crediti. Un uomo ha pure rischiato
di essere lasciato dalla moglie perché il
suo ladro d’identità ha avuto un incidente automobilistico mentre se ne andava in giro con una graziosa fanciulla.
Essere impersonati da qualcun altro ha
conseguenze imprevedibili e rappresenta inoltre un grosso shock emotivo.
Michelle Brown, una ragazza il cui caso è stato tra i più pubblicizzati negli Stati Uniti, ha definito l’esperienza come il
«capitolo più terrificante della mia vita».
La si può capire. Ognuno di noi tende a
considerare la propria identità come un
patrimonio scontato, naturale. Eppure
basta che qualcuno si appropri di frammenti della nostra esistenza per ritrovarci nella sconvolgente situazione di dover
provare chi siamo. E può non essere facile. Come definire l’identità? Per il sentire comune è l’insieme di cose che ci
rende persone, vale a dire esseri unici e
distinti dagli altri. Ma anche un fiocco di
neve è unico e distinto, ciò nonostante
complesso perché l’identità sociale
comprende tantissime cose, va dalla fedina penale al pettegolezzo. È proprio
questo sterminato territorio dagli incerti confini che gli impostori inquinano rubandoci l’identità. Ciò che costoro ci sottraggono è quel che gli altri pensano di
noi, il nostro buon nome, forse la cosa
più preziosa che abbiamo, giacché, non
dimentichiamolo, siamo pur sempre
animali sociali. La paura di perdere la reputazione è talmente radicata che talvolta arriviamo addirittura al punto di
temere che il ladro siamo noi. Gli psicologi la chiamano sindrome dell’impostore: è la paura di aver imbrogliato il
prossimo inducendolo a sopravvalutarci, a stimarci più bravi, competenti e
onesti di quel che in effetti siamo. Una
sindrome connessa a un malessere tipico del nostro tempo: l’ansia da prestazione. Poi ci sono quelli che impostori di
se stessi lo sono veramente, ma questa è
un’altra storia. O forse no.
Repubblica Nazionale
44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 2 MARZO 2008
SPETTACOLI
Il più celebre cartoonist italiano si racconta
Mezzo secolo di carriera, centinaia
di film, una nomination all’Oscar
“La mia fortuna sono stati i Caroselli: mi hanno dato da vivere
e mi hanno permesso di fare i corti, dove non guadagno nulla
ma posso esprimermi in totale libertà”. E per festeggiare
regala a “Repubblica” uno dei suoi mini-racconti
inediti: da leggere come un piccolo cartoon
ANNA BANDETTINI
i voleva la
mano di un
inventore geniale per trasformare
un omino di cartone, timido e ordinario, animoso
e bonaccione, uno che arditamente, ma solo talvolta, osa mostrare una nascosta faccia di
bronzo, in un piccolo, splendido eroe che fa ridere e fa venire il magone. Il signor Rossi, che in
doppiopetto e senza sorriso si ficca sempre nei
guai, come uno di noi, uno dei tanti che sempre
si rialza, era tragicomico allora e tragicomico
adesso, dopo mezzo secolo di avventure animate.
«Mi è sempre piaciuto raccontare l’uomo ridendoci su. Deve essere per via di mio padre,
gran spirito critico. Se guardi il mondo con occhio critico, lo vedi più in profondità e dunque
puoi anche scherzarci. Ecco da dove sono nati i
miei film», dice Bruno Bozzetto, settant’anni domani, ancora ironici, entusiasti, appassionati.
«Ma di festeggiarli non se ne parla. Starò con
Tommaso, il mio piccolo nipote, che tanto mi diverte».
Dopo centinaia di film e una cinquantennale,
lusinghiera carriera, il più amato cartoonist italiano, un culto del cinema animato per invenzione grafica, ironia, impegno morale, il più celebre all’estero, il solo che sia riuscito a raggiungere una nomination all’Oscar (col magistrale
Cavallette del 1990), continua a godersela immerso nelle sue passioni. «Non so star fermo —
racconta Bozzetto — Sono una locomotiva. Nei
rari momenti in cui non lavoro, disegno ma soprattutto scrivo. Raccontini, nulla di più, che poi
rimetto prontamente nel cassetto. Meglio
che faccia cinema».
Pochi grandi hanno fatto tanto
come lui, anche partendo da giovani. Un Oscar per il signor Rossi, il primo vero cortometraggio — dopo l’esperimento di Tapum! La storia
delle armi del
’58 —, il primo con l’omino qualunque che sarebbe poi diventato una celebrità, è del ‘60. «A
Bergamo c’era un festival del film d’arte diretto
da un certo Nino Zucchelli, dove ero di casa. Al
festival ci si divertiva, era pieno di artisti jugoslavi che mi svuotavano la cantina. A un
certo punto decisi di mandare un mio film
in concorso, che però non fu accettato.
Me la presi anche perché sinceramente
al festival vedevo cose più brutte delle
mie. Fu lì che mi venne la storia dell’omino appassionato che sta su la notte
per montare il film della sua vita… La
storia è la mia caricatura, ma il signor
Rossi è quel Zucchelli che mi rifiutò
il film».
Quello sguardo sarcastico è rimasto come un marchio di fabbrica: dalla parodia western di West
C
and soda del ’65 all’imitazione ironica dei zuccherosi cartoon Disney di Allegro non troppo del
’77 (qualche anno fa entrambi restaurati dalla Cineteca Italiana di Milano), agli indimenticabili
lungometraggi con l’altro popolarissimo personaggio Vip mio fratello superuomo del ‘68, fino
agli sberleffi delle serie tv (Spaghetti family, I Cosi). Ma soprattutto quello sguardo ha marchiato
gli innumerevoli cortometraggi, dirompente
sintesi di una commedia umana: undici minuti
di sarcasmo sulla guerra, la fame e la tv con I sottaceti(‘71), due minuti di disastri planetari con la
Storia del mondo per chi ha fretta (2001), sei minuti per lo sghignazzante ritratto degli italiani in
Europa di Europa & Italia, primo film in 2D
(2000), trafugatissimo sul web... e così via.
«La mia vera passione è il cinema, non il cinema d’animazione. Fin da quando era ragazzino.
Mio padre aveva comprato una Bauer, come la
“Allegro non troppo
Ho settant’anni”
Bruno
Bozzetto
vidi non la mollai più scoprendo che il cinema era bellissimo come mezzo per
raccontare storie. Bello ma impegnativo. Perché voleva dire ogni volta chiamare gli amici, mettere le luci... Allora cominciai a fare pasticci nel block notes e a riprenderli. Deve essere nato così Donald Duck
Cartoon, primissima prova animata». Aveva
quindici anni, mai avrebbe pensato che quello
era il suo futuro. «Con coerenza mi ero iscritto
prima a biologia, poi a geologia e infine a legge. I
cartoon li facevo per passione, finché dopo qualche pubblicità mi chiamarono a Carosello. Allora i maestri che mi avevano stimolato erano Pagot dei Fratelli dinamite, Richard Williams della
Pantera Rosa, gli autori della Zagreb Fil di Zagabria. Poi soprattutto Norman Mc Laren che mi ha
dato il coraggio di fare qualcosa di diverso, di di-
verso da Disney e Tom e Jerry, voglio dire. Io volevo fare discorsi sulla società. Oggi posso dire
che la pubblicità è stata una fortuna, perché dandomi da vivere mi permise di fare i tanti cortometraggi che non facevano guadagnare nulla
ma dove mi esprimevo in totale libertà e creatività. Sono stati anni formidabili».
Erano gli anni Sessanta in una Milano, dove è
nato, che aveva la voglia di vivere della sua gioventù. «Il primo studio fu il salotto di casa, in San
Babila. Quando cominciai con i Caroselli c’erano centinaia di disegni da far asciugare, erano
dovunque, per terra, in corridoio. Poi, una
volta sposato, andai ad abitare a Bergamo
e lo studio si trasferì in via Melchiorre
Gioia». Di lì sono passati devoti allievi come Manuli, Nichetti, Alvise Avati, il figlio
di Pupi. Luogo mitico per i cinefili, lo studio
ha chiuso nel 2000 sostituito da una strana
“factory famigliare”: Bruno, il figlio Andrea e
Pietro Pinetti lavorano insieme a Bergamo, dove
adesso abitano; Fabio, l’altro figlio, ha aperto a
Milano una sua società di animazione; di computer si interessa anche una delle due gemelle
che con moglie, cane, canarino compongono la
«banda di matti» autoritratta nella serie la Famiglia Spaghetti.
«Le idee più belle le ho avute in coda in auto-
Repubblica Nazionale
DOMENICA 2 MARZO 2008
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45
LE IMMAGINI
Tutte le immagini delle pagine sono opera
di Bruno Bozzetto Quella grande al centro
è una scena da West and Soda (1965)
Dall’alto a sinistra: i personaggi
di Vip mio fratello superuomo e de Il Signor
Rossi; una scena da Vip mio fratello
superuomo (1968); una da Cavallette
(1990); la scena di folla è stata realizzata
per Superquark. La vignetta qui accanto
sul tema del compleanno è stata
disegnata apposta per la Repubblica
in occasione dei settant’anni di Bozzetto
Sotto, una scena da Il Signor Rossi
La strega e il piccoletto
BRUNO BOZZETTO
orse era lui. Non lo so con sicurezza, e d’altronde è più che normale sbagliarsi dopo tanti anni. E se non
era lui gli assomigliava moltissimo. Piccoletto, con gli occhi molto vicini tra loro e le orecchie a sventola. Non era una bellezza, lo so, ma in questi casi non é il lato esteriore che conta.
La prima volta che lo vidi stava attraversando una strada del centro. Un tram gli stava volando addosso e
riuscii ad evitare la tragedia facendo lievitare il piccoletto da terra e deponendolo due metri più avanti… Lui
non capì, e, tranne un bambino che mi lanciò una strana occhiata, nessuno notò il fatto. Ma il bambino pensò di aver sognato, e tutto finì lì.
Poi ci fu il ristorante. Avevo appena varcata la soglia, quando ti vedo il piccoletto già seduto al suo tavolo,
proprio sotto al lampadario centrale. Mi bastò un’occhiata per “sentire” che pochi secondi dopo quell’ammasso di cristalli gli sarebbe precipitato sulla testa, sfracellandogliela. Il piccoletto dalle orecchie a sventola non si poteva certo definire un tipo fortunato…
Comunque mi affretto a passargli accanto e scivolo a terra, fingendo un malore. Lui si alza per soccorrermi, e il lampadario piomba giù come una freccia, polverizzando la sua sedia e schizzando miliardi di cristalli
nei piatti di tutti i commensali. Tanta paura, ringraziamenti alla sorte, brindisi e pace amen.
E poi questa sera, davanti al teatro. Eccotelo ancor lì, con tanto di smoking e papillon, in compagnia di
una grassa occhialuta. Due vetture si urtano, poco distante, e la più gagliarda sbanda veloce verso la donna
e il piccoletto. Riesco a far deviare l’auto di quel poco necessario per salvargli la pelle anche stavolta. La grassa occhialuta invece si fratturò tre costole.
Si sa che stando alle “regole” non dovrei far di queste cose sotto gli occhi della gente, ma il piccoletto era
fatto spaccato quel tipo che avevo incontrato in una delle mie precedenti vite. Credo nel 1320 o 21, non ricordo la data con esattezza. Ricordo solo che stava iniziando l’inverno. Ero una poveraccia allora, senza una
gamba e sicuramente meno attraente di adesso. Un balordo di cavallo mi aveva urtato mentre tornavo dal
mercato, e caddi nel fango.
In quel secolo avevo una brutta reputazione perché ero stata vista più volte raccogliere erbe di gatto che
poi usavo bollire nelle notti di plenilunio. Dicerie senza alcun fondamento, ma a quei tempi tra una faccenda del genere e l’affibbiarti l’epiteto di “strega” non ci correva molto. E si sa che con un appellativo del genere davanti al tuo nome di battesimo le probabilità di morire di morte naturale diminuivano del 97 per cento.
Comunque ero lì in mezzo al fango, incapace di rialzarmi, e tutti mi evitavano, sghignazzando e preferendo ignorarmi che mostrare amicizia verso una donna «fortemente sospetta di pratiche occulte». Tranne quel piccoletto con le orecchie a sventola. Lui ignorò quelle stolte dicerie, non si preoccupò del pericolo
e mi aiutò a rimettermi in carreggiata.
Ed era anche un nobiluomo, con tanto di spada, stivali di vero cuoio e mantello di seta rossa. Mi aiutò porgendomi la mano, proprio come si fa con una vera signora. Fu un gesto molto carino, e dopo avermi fatta
rialzare e raccolto le cose che mi erano cadute, mi regalò anche un bella moneta d’argento.
Sembra incredibile. Erano trascorsi quasi settecento anni ma quel piccoletto me lo ricordavo come fosse oggi…
F
LA FOTO
Qui a destra, Bruno Bozzetto
in una foto di Federico Buscarino
A sinistra, un disegno tratto
dal film Allegro non troppo
strada durante i tragitti Milano-Bergamo. Avevo, anzi ho ancora, un registratore. Quando mi
viene una frase indovinata, un pensiero, registro. Per anni, per esempio, vedevo di fianco all’autostrada una montagna di rifiuti che cresceva e che poi un giorno fu coperta di terra. E se un
domani un contadino va a zappare lì sopra, cosa
ci trova sotto? Mi chiesi un giorno». Venne fuori
Big Bang, un corto dove la terra diventa un enorme cassonetto in procinto di scoppiare, che oggi sarebbe perfetto… «Le idee non sono un problema, il difficile è svilupparle perché il cartoon
richiede tempo e professionalità». E tecnica, che
Bozzetto ha sperimentato avidamente. «Per lazzaronismo, mi creda. Il cartone è un lavoro lungo, arcaico. Il digitale rende tutto più veloce. Per
questo sono un fan della Pixar e di John Lassiter,
vera pietra miliare dell’animazione 3D. Prima di
lui c’erano delle sagome meccaniche senza anima, dopo di lui sono diventati umani. Prenda
Nemo, con Bambi è il più bel cartone mai fatto.
Anche internet è un mezzo stupendo, fai un film
e dilaga come una epidemia, te lo vedono in trequattro milioni. Il problema è che non ci guadagni niente. Da anni mi sto spaccando la testa per
trovare un modo per farlo fruttare, per i giovani
sarebbe l’ideale. Ma ora ho altri progetti».
Il primo progetto è un film pilota per Disney
Channel che potrebbe diventare una serie di
ventisei episodi. «Sempre la Disney mi ha chiesto un altro film pilota sulla falsariga dei miei corti su internet, stilisticamente semplici. Ci
sono poi i cartoon sulle pensioni per
Superquark. E nel cassetto una sceneggiatura di un lungometraggio,
un Minivip e Supervip nella fantascienza, ma trovare una produzione oggi è dura. Quello che mi
dà ai nervi è che in Italia fai il cartoon e tutti pensano ai bambini.
Per adulti non è concepito e produrne diventa sempre più difficile. Così io che sono un velocista ho dovuto rallentare.
Avrei potuto fare trenta lavori, ne faccio dieci. Pazienza, un
po’ di tempo per il windsurf lasciamocelo».
Repubblica Nazionale
46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 2 MARZO 2008
i sapori
itinerari
Tavola italiana
Accademico della cucina,
Andrea Grignaffini è uno
dei più appassionati e colti esperti
di parmigiano reggiano
Insegna Metodologia
di degustazione all’Università
di scienze gastronomiche di Parma
Pasta in bianco
Nuvola
Tortellini
Aria
Consistenze
Con gli ingredienti
di un piatto basic, il torinese
Alfredo Russo elabora
una squisita millefoglie
di pasta all’uovo
Il parmigiano reggiano viene
utilizzato come farcitura
(crema cotta), spuma aerea
che avvolge la lasagna
e in piccole chips croccanti
Tra gli sfizi d’apertura
del suo affascinante menù,
Massimiliano Alajmo
propone un trittico
da acquolina in bocca
In alto di un bignè ripieno
di pomodoro e una cialda
croccante ai cereali,
troneggia una nuvola
di parmigiano reggiano
Moreno Cedroni rivisita
gli storici anolini parmigiani,
offrendoli con una piccola
battuta di manzo al coltello
e salsa di pomodoro
Al posto del ripieno
tradizionale (parmigiano
reggiano e pane grattugiato),
un cucchiaino
di golosa fonduta
Dopo il mitico gelato
di parmigiano, Ferran Adrià
ha inventato altre ricette
dedicate, estreme
e deliziose, come la finissima
polvere ghiacciata servita
nella tradizionale vaschetta
di polistirolo, accompagnata
da un muesli di chips
di frutta disidratata
Il modenese Massimo
Bottura trasforma cinque
stagionature (dai 18 ai 40
mesi) in un demi-soufflé
caldo. In alto, una spuma
fredda, una crema tiepida,
una galletta croccante,
un brodo fatto con le croste
e un “40 mesi” grattugiato,
montato ad aria
Mentre l’Europa boccia “Parmesan” e cloni,
nel fazzoletto di terra dove è nato si preparano
a festeggiarlo. E a difenderne la genuinità
Parmigiano
Reggiano
LICIA GRANELLO
na scheggia tira l’altra. Un assalto irresistibile alla “punta” che troneggia sul
tagliere: uno sguardo voglioso, il coltellino sagomato (mandorlina) che incide e separa con rustica gentilezza, rispettando la fine granulosità della polpa,
una sorta di ruvidezza setosa assaporata tra le dita, un attimo prima della bocca. Morbido, sapido, croccante, deliziosamente odoroso, ricco di calcio e fosforo, meno calorico di tanti suoi compagni di caseificazione, il parmigiano
reggiano è forse il più virtuoso dei formaggi in circolazione. Tutto, dalla lavorazione con solo latte crudo di mucche alimentate senza insilati, alla limitata area di produzione — uno
sghembo quadrato di terra tra le province di Parma, Modena, Reggio Emilia, Bologna (ma
solo a sinistra del Reno) e Mantova (ma solo a destra del Po) —, profuma di buono.
Raccontano che intorno all’anno mille, i monaci benedettini misero a punto un metodo
per trasformare il latte prodotto dai bovini con cui bonificavano le paludi della pianura padana in “formaggione”, capace di conservarsi nel tempo. Da allora a oggi, l’invenzione salva-latte si è trasformata in seimila aziende agricole, cinquecento caseifici, quasi trentamila
mucche e un fatturato al consumo che supera il miliardo e mezzo di euro.
La preparazione, in compenso, è rimasta
uguale e affascinante. Il latte, addizionato di caglio naturale e siero, viene scaldato fino a poco
più di cinquanta gradi in caldaie di rame. È l’uomo, e solo lui, con la sua mano callosa e arrossata, a palpare il liquido bollente, decidendo il momento in cui rompere la cagliata (ovvero il latte
coagulato) in granuli. La massa biancastra,
estratta con l’aiuto di pertiche di legno, avvolta in
tela di lino, e fatta scolare, viene divisa in due fascere, battezzate con placche di caseina (il grasso del latte) che le identificano. Dopo tre settimane di riposo “attivo” in salamoia (vanno rigirate spesso per uniformare la penetrazione del
sale), comincia l’anno di stagionatura, alla fine
del quale il marchio a fuoco promuove le forme
senza difetti, pronte per la seconda fase di affinamento.
Copiare tanta bontà non è facile, ma ci provano in molti, soprattutto fuori confine. In settimana, la Corte di giustizia europea ha bocciato la commercializzazione del Parmesan per la felicità di governo e consorzio di tutela, pur
evitando di sanzionare la Germania produttrice.
Il guaio è che non sempre il parmigiano reggiano mandato sugli scaffali è all’altezza delle
aspettative. E come spesso succede, quando l’eccellenza non è perfettamente riconoscibile, la tentazione di comprare un clone a prezzo minore è grande. Negli anni, il conferimento
del latte si è trasformato da garanzia a limite, perché non tutti gli allevatori puntano al meglio. Così, mentre in Francia è invalsa la tendenza a rendere più severi i disciplinari di produzione, da noi si abbassano i tempi di stagionatura, non si incrementa la qualità dei foraggi, si evitano parole chiare su un tema delicato come la presenza di ogm nell’alimentazione
animale. Un livellamento in basso che ha ridotto le distanze dal grana padano, l’acerrimo rivale realizzato secondo norme meno stringenti (sono consentiti insilati e antifermentativi).
Per fortuna, esistono gli artigiani. Produzioni piccole, appassionate, di qualità alta, altissima, rigorosamente ogm-free, che funzionano da volano per tutto il settore: biologici, di montagna, da razze locali. Il loro successo obbliga le aziende dei grandi numeri ad alzare l’asticella della qualità. Andate a gustarli sul posto, i parmigiani reggiani virtuosi: senza gocce di balsamico, mostarde, mieli, salse. Nudi come casaro li ha fatti. E fate posto in macchina, per portarvi una mezza forma a casa. Sarà l’investimento più saggio e goloso della vostra vita.
U
L’italiano
più imitato
nel mondo
Vacche rosse
Salvate dall’estinzione dopo anni
di strapotere delle iperproduttive
frisone, le rosse reggiane
producono latte altamente proteico,
che garantisce longevità e gusto
Mangimi ogm free, almeno
90 per cento di foraggio locale,
stagionatura minima di 24 mesi
Extra
È la dicitura premio
per la stagionatura di 18 mesi
e l’esame di “espertizzazione”
da parte dei “maestri” del Consorzio
La “prima stagionatura”, invece,
segnala le forme difettate
nella struttura o nella crosta, ma senza
alterazioni delle caratteristiche
Biologico
Il disciplinare di agricoltura bio viene
adottato lungo l’intera filiera, dal campo
alla stagionatura del formaggio
La naturalità della produzione
è supervisionata dall’Associazione
dei produttori biologici
e biodinamici dell’Emilia Romagna
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LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47
Reggio E.
Parma
Modena
Mantova
Bologna
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
LA GHIRONDA
Via XX Settembre 61
Montecchio Emilia
Tel. 0522-863550
Chiuso domenica
sera e lunedì,
menù da 30 euro
LOCANDA DEL SALE
Località Maestà
Lesignano de’ Bagni
Tel. 0521-857170
Chiuso lunedì
e martedì,
menù da 28 euro
OSTERIA VECCHIA
Via Michelangelo 690
Guiglia
Tel. 059-792433
Chiuso lunedì
e martedì,
menù da 30 euro
NEGRI
Martiri della Libertà 14
Gonzaga
Tel. 0376-52818
Chiuso domenica
sera e lunedì,
menù da 25 euro
TRATTORIA TOMBA
Via Armarolo 26
Budrio
Tel. 051-878104
Chiuso mercoledì
e domenica sera,
menù da 25 euro
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
ISTITUTO AGRARIO
ZANELLI
Via Fratelli Rosselli 41
Tel. 0522-280340
AZIENDA BONATI
Via Bosco 3
Piazza di Basilicanova
Tel. 0521-681707
CASEIFICIO ROSOLA
Casello 1026
V. Rosola 1083, Zocca
Tel. 059-987115
AZIENDA PORTIOLI
Via Viola Sacca 16
Pegognaga
Tel. 0376-58642
CASEARIA S. ANNA
Via Sparate 1
Anzola Emilia
Tel. 051-739659
La seconda vita
delle vacche rosse
CORRADO BARBERIS
opire, troncare: sopire». Ecco
la formula proposta dal contezio di manzoniana memoria
per soffocare sul nascere lo scandalo
Tutti con la mandorlina in mano
del nipote Rodrigo. E «segmentare,
domenica 30 marzo nel centro
frammentare: frammentare, segmendi Collecchio, cuore della Food Valley
tare» sembra eccellente rimedio contro la “scandalosa” inappetenza del
parmense. Nata da un’idea di Paolo
consumatore verso prodotti, anche tie Rosangela Gennari, appassionati
pici, di troppo vasta mole. In una conproduttori, la mostra-mercato
giuntura che tende alla diminuzione
più che all’aumento delle spese aliFormaggio & compagnia mette
mentari. Eppur si cresce. Secondo le
a confronto i migliori caselli
statistiche Assolatte quel simpatico pachiderma del parmigiano reggiano au(micro-caseifici) del territorio
menta il suo volume da 110 a 117mila
Tra gli assaggi più interessanti,
tonnellate tra 1998 e 2006. Grazie, in
il tosone, ma anche stagionature
primo luogo, alla sua straordinaria
bontà. Ma grazie, anche, ad una certa
estreme come il 60 mesi
immagine di novità che gli si è creata attorno. L’antichissimo si è intrecciato
col giovanissimo.
Frammentare, segmentare. A cominciare è stato, una ventina d’anni fa,
un coltivatore diretto laureato, Luciano Catellani, presidente dei superstiti
allevatori di vacche rosse, la tradizionale bovina reggiana dei tempi dell’Ariosto e di Filippo re, poi soppiantata
Altro salvataggio in extremis
dalle bruno-alpine in epoca fascista e
dalle frisone in era democristiana. Proper un parmigiano antico, prodotto
duceva meno latte questa razza — da
con latte di razza modenese,
qui la sua quasi scomparsa — ma un
latte adattissimo alla caseificazione.
e protetto da un presidio Slow Food
Non fu agevole impresa ottenere di
24 mesi per la stagionatura minima
coagularlo autonomamente invece di
delle forme, caratterizzate
disperderlo nei cento rivoli cooperativi, ma il Consorzio capì e oggi il parmida un eccellente rapporto
giano reggiano delle vacche rosse, il cui
fra grasso, proteine e caseine
marchio si affianca a quello principale,
spunta prezzi notevolmente superiori,
anche di un terzo, rispetto alla media.
Visto il successo reggiano, i modenesi
non hanno voluto essere da meno. Avevano anche loro un razza storica, dal
mantello bianco? Da circa un
anno è possibile acquistare
forme della razza bianca caseificata in purezza.
Il Consorzio Qualità Tipica
E ci si è messo
pure il ParlaVal Baganza e il Consorzio Terre
mento. La legge
di Montagna sono tra i protagonisti 97 del 31 gennaio 1994 autodelle produzioni da latte d’altura
a mar(sopra i 600 metri). Ricco, aromatico, rizzava
chiare come
spesso certificato come biologico,
prodotti della
montagna, cioè
garantisce un parmigiano adatto
di erbe particoa lunghe stagionature di prodotto
larmente pregiate, i formaggi che pur già godessero il marchio di
un consorzio di tutela. Altra occasione
perché alcuni caselli dell’Appennino
emiliano approfittassero della doppia
timbratura. E poi c’è la campagna biologica. La gente si sente rassicurata
quando compra bio: e non solo quando
si tratta di cereali o di frutta. A Cremona Fiere, nella manifestazione dedicata al Cheese of the year, per il secondo
anno consecutivo ha spopolato il Parmabio, una stalla di Bardi, nell’alta
quota parmense, che ostenta un prodotto biologico. Si aggiunga che, mentre fino a qualche tempo fa era considerato ottimo il cacio di due anni e venerando quello di tre, oggi fanno capolino quelli da quattro, da cinque anni e
ancor più. Una sfida per il gourmet, costretto a fare assaggi di tutte le varianti.
Segmentare, frammentare. O
non è stato così fin dai tempi di
Carlo Magno? Fu il grande imperatore a creare il primo bisticcio, assegnando alla contea di
Reggio ma alla diocesi di Parma alcuni territori oggi all’avanguardia
casearia. E poi fu la volta dei Landi,
gente emiliana con terre di sinistra di
Po, nel lodigiano. Il loro grana era così perfetto che la Camera di Commercio di Milano, con una delibera del
1895, vietava di chiamare parmigiano
IL LIBRO
le forme che non fossero prodotte a LoEsce il 4 marzo
di e dintorni. A ristabilire il buon senso
l’edizione
provvide una sentenza della Corte di
ampliata
Cassazione di Torino che riconobbe i
e aggiornata
diritti degli emiliani. Ma intanto tra Lodel Dizionario
di e Parma, tra Parma e Reggio, il forenciclopedico
maggio grana aveva vissuto un’appasdei formaggi
sionante vicenda della segmentazioa cura
ne. Proprio come oggi tra vacche rosse,
di Corrado
bianche o frisone, tra montagna e bioBarberis
logia, tra un’annata e l’altra.
(Mondadori,
L’autore è presidente dell’Istituto
1.215 pagine,
nazionale di sociologia rurale
30 euro)
«S
L’appuntamento
Bianca
Montagna
Repubblica Nazionale
48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
le tendenze
Abitare oggi
DOMENICA 2 MARZO 2008
In occasione dell’8 marzo s’inaugura a Torino una grande
mostra interamente dedicata al design al femminile
che mette in vetrina il meglio della produzione industriale
e artistica. Protagoniste, documenti e oggetti illustrano
un percorso di lavoro, spesso sconosciuto, del made in Italy
ed evocano i variegati successi degli ultimi anni
2
1 ELEONORE PEDUZZI RIVA
In argento, come tipico
del marchio De Vecchi,
Jarra (ovvero caraffa
in spagnolo) è modellata
senza angoli. Firmata
Eleonore Peduzzi Riva
2 LORENZA BOZZOLI
Cuore caldo, come dice
il nome, è una borsa
dell’acqua calda a forma
di cuore, pensata
da Lorenza Bozzoli
per Antiquità
3 CARLA BARATELLI
Ventiquattro antenne
telescopiche
che terminano con led
a basso consumo
È Bib Bang di Carla
Baratelli per Aldabra
4 FRANCESCA DONATI
Micama è un’isola
per il relax che si srotola
e si compone a piacere
Tutta sfoderabile,
di Francesca Donati
per Antidiva
Forme
Femmina
AURELIO MAGISTÀ
1
Altri progetti, altro futuro
così le donne si raccontano
«C
on il passare degli anni, ero diventata sempre più consapevole
di quanto più brava e preparata e determinata doveva essere una
donna per poter occupare spazi e mietere successi rispetto a un
uomo, malgrado pari condizioni, preparazione e opportunità».
Sono parole di Anty Pansera, curatrice con Luisa Bocchietto dell’evento D come Design, la mano, la mente e il cuore. L’appuntamento è una rassegna sul design al femminile che apre l’8 marzo (e proseguirà fino al
27 aprile) e propone un calendario di eventi con epicentro a Torino, World Design Capital per il 2008. Le parole della Pansera vogliono anticipare le accuse di femminismo
e i dubbi sull’opportunità di presentare ancora una volta un’ipotesi di lettura sessuata della creatività.
Legittimo chiedersi se esiste un design cui possiamo assegnare l’etichetta di femminile, e se la femminilità, il femminismo, non possano diventare una forma di ghettizzazione. Resta il dato di fatto, incontrovertibile e verificabile in tutte le società e in
tutti i contesti professionali, che per le donne è sempre più difficile affermarsi. Anche
se questo fosse l’unico argomento a sussistere, la rassegna avrebbe ragione di essere.
Perché assume il valore, se non di un risarcimento, almeno di un accertamento storico del ruolo che le donne ebbero e hanno nel design. E il centenario dell’8 marzo, il
giorno della donna, è proprio l’occasione giusta per cominciare questa elementare
operazione di giustizia.
L’operazione, articolata fra Alessandria, Bra, Biella, con altre iniziative che si
apriranno fino alla fine di maggio, adombra nei contenuti il sospetto di un cedimento a un certo provincialismo. Anche per questo resta di riferimento
l’appuntamento di Torino, con la mostra al Museo di scienze naturali (via
Giolitti 36, info allo 011-4326354) di cui si sottolinea la struttura tripartita.
La prima sezione, Un “cuore” torinese: dagli inizi del Ventesimo secolo ad
oggi, è dedicata alle pioniere, dalle donne presenti all’Esposizione universale di Torino del 1902, a progettiste e imprenditrici come Elena Scavini
Koenig e Paola Navone, e a car designer come Giulia Moselli e Anna Visconti. La seconda sezione fa da ponte tra la prima e la terza: focalizza l’attenzione sulle coetanee (entrambe del 1920) Anna Castelli Ferrieri e Franca
Helg. Da ponte nel senso che racconta due protagoniste del design che non ci
sono più per condurci al passato più recente e al presente. Nella terza sezione
infatti, Sei decenni di progettualità al femminile, 1948-2008, sono raccolti esempi,
oggetti (tra cui quelli riprodotti in queste pagine) e progetti che illustrano come le
donne hanno lavorato e sono intervenute negli spazi privati della casa, nell’ufficio,
nella scuola, negli ospedali e nelle comunità.
Il dato positivo resta l’impressionante aumento della presenza femminile nel design. Oltre ai pezzi in mostra, firmati anche da nomi simbolo come Gae Aulenti o Cini
Boeri, l’esposizione fa emergere figure come Patrizia Moroso, Maddalena De Padova, Adele Cassina, sottolineandone quell’eclettismo in cui qualità imprenditoriali e
creative si integrano bene.
9 ANGELETTI E RUZZA
Se ci si vuole dedicare
alla cucina meglio farlo
con le padelle tonde
Easy Cook di Stefania
Angeletti e Daniele
Ruzza per Guzzini
10 GARGAN E GIOVANNONI
Linea aerodinamica,
colori accesi e nome
molto ironico (Gnam)
per il porta pane firmato
Alessi. Di Elisa Gargan
e Stefano Giovannoni
11 MIRIAM MIRRI
Si chiama Giotto il vaso
totem di Miriam Mirri
per Plus Collection
È antropomorfo
anche nella dimensione:
quasi a misura d’uomo
5
12 MONICA GRAFFEO
Lazy (pigra) Mary: nome
di donna per la chaise
longue che dondola
di Monica Graffeo
Sfrutta il baricentro
del corpo.Da Disguincio
6
7
Repubblica Nazionale
DOMENICA 2 MARZO 2008
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 49
3
4
5 AULENTI E CASTIGLIONI
Il sistema di illuminazione
Cestello fu progettato
da Gae Aulenti e Piero
Castiglioni per i Guzzini
La prima versione
ha più di vent’anni
6 AGNOLETTO E RUSCONI
Laura Agnoletto
e Marzio Rusconi Clerici
disegnano El: da un lato
specchio in lamiera
acciaio inox, dall’altro
libreria. Da Pallucco
7 CHIARA, GIOIA E GIULIANA
Di Chiara Caramelli,
Gioia Giovannella
e Giuliana Gramigna,
Frog di Mandarina Duck
ha il guscio metà
morbido e metà rigido
8 GIBERTINI E MIRRI
Sembra un accessorio
moda, il porta-sacchetti
igienici per padroni di cani
creato da UnitedPets
Di Ilaria Gibertini
(nella foto) e Miriam Mirri
Matite creative crescono
dal merletto alla moto
LAURA LAURENZI
a mano, la mente e il cuore lavorano diversamente se
sono di una donna? Difficile stabilire se esista una via
femminile al design, come in qualunque altro campo,
un approccio specifico, difficile sbarazzarsi dei luoghi comuni, difficile non ricadere nello stereotipo. Se il maschio è
homo faber, la donna che disegna e progetta che cos’è? Aiuto. Quanto è meglio essere considerate prima di tutto una
persona, indipendentemente dal genere. Unica valutazione
accettabile è quella sul merito: l’oggetto che disegni è bellobrutto, è utile-inutile, è intelligente-stupido. Bene hanno
fatto gli organizzatori della mostra di Torino a intitolare la
mostra D come design e non D come donna. Le donne non sono una categoria.
No, non c’è e non deve esserci uno stile riconoscibile, un
linguaggio autonomo, una femminilità o, peggio, una femminilizzazione del design. Il design nasce dalla volontà di dare al maggior numero possibile di persone uno standard estetico elevato, e questo non attiene alle differenze di genere, ma
ci riguarda tutti.
In teoria. La pratica è molto diversa. La vita di tutti i giorni è
una strada in salita, fatta di insidie, trabocchetti e sgambetti.
Le designer, le donne che hanno avuto l’ardire e la passione
di scegliere uno dei lavori più contemporanei e moderni, sono molte (molte rispetto al passato) e sono brave, ma come
succede in altri settori, fanno il doppio di fatica per emergere
e per affermarsi. Il loro lavoro è spesso oscuro. Tante giornaliste donne ma così poche riescono a diventare direttori, tante donne in cucina ma i grandi chef sono tutti uomini, sempre più donne medico ma quante diventano primario?
La moda poi è una fucina di talenti femminili ma le
stiliste donne, quelle conosciute e riconosciute,
sono ancora un’eccezione. È così anche nel design: le vere star, i veri creativi sono uomini.
Certo il termine designer può essere inteso
con grande elasticità. È una designer Gae Aulenti ed è una designer anche un’oscura ricamatrice. Artigiana o artista, una donna è una
designer a tempo pieno, nell’uso creativo e geniale delle risorse che ha a disposizione, nel riempire la vita e le ore di sostanza e quando può di bellezza e di armonia, nella flessibilità, nella facoltà di
progettare spazi e cose, vita e quotidianità. E nel dare forma e corpo a un’idea immateriale che si trasforma in oggetto, nel caso faccia la designer di mestiere.
La mostra sul design delle donne allestita a Ferrara nel
2002, dal titolo Dal merletto alla motocicletta, censiva circa
un centinaio di donne affermate. Oggi a Torino il loro numero è triplicato. Qualche segnale di cambiamento c’è, lo conferma Luisa Bocchietto, art director della mostra di Torino,
nonché da pochissimo tempo presidente dell’Adi, associazione designer italiani, che dal 1956 ad oggi ha avuto una
donna alla sua guida soltanto una volta (con Anna Castelli,
dal ‘69 al ‘71) per il resto è sempre stata solidamente in mani
maschili: «Ci sono molti tabù da superare, ma qualcosa si sta
muovendo», assicura.
Le donne disegnano di tutto, certo non soltanto oggetti da
cucina, spremiagrumi e mestoli. Le donne disegnano radiatori, disegnano lavandini, lampade tecniche, sedie pieghevoli,
locomotive. Non esistono designer uomini e designer donne,
ma designer bravi e designer meno bravi, più o meno in grado
di creare non in modo astratto, ma tenendo conto delle rigide
regole dettate dalla produzione industriale. Creando non ci si
sente donna o uomo ma, immagino, progettista. Connotare le
forme soffici e tondeggianti come tipicamente femminili e fare distinzione fra l’attitudine progettuale dell’uomo e quella
della donna è un atteggiamento antico e stantio, un luogo comune banale, un’idea superata.
La ghettizzazione della donna con la matita in mano costretta a occuparsi soltanto di brocche e scolapasta o di food
design è al tramonto. «Faccio parte della giuria dell’Anfia che
ogni due anni premia i giovani carrozzieri di maggior talento, e nella rosa dei cinque finalisti del concorso, l’ultima edizione, c’erano due donne», racconta con orgoglio Luisa Bocchietto.
Il suo sogno, dice, è che il visitatore della mostra di Torino
non si accorga che gli oggetti esposti sono progettati da donne, ma li possa valutare soltanto per la loro qualità, accorgendosi magari soltanto alla fine del percorso che hanno tutti firme femminili. Allora perché organizzare un’esposizione di
designer donne? «Ad animarci non è stato uno spirito femminista o rivendicativo, ma semplicemente il desiderio di valorizzare il lavoro di tante donne, e di dar loro maggiore visibilità, di mettere in risalto la loro professionalità. Di fare un
omaggio alla passione che mettono nel loro lavoro. Non in
quanto donne, ma in quanto designer. Credo che ognuna di
noi vada valutata e considerata come un individuo, in base al
merito, all’intelligenza, alla creatività».
L
‘‘
Søren Kierkegaard
La donna ha soprattutto
un altro talento innato,
un dono originario:
un assoluto virtuosismo
per dar senso al finito
Da AUT-AUT (1843)
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Repubblica Nazionale
50 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 2 MARZO 2008
l’incontro
Tanto teatro, un film in lavorazione,
due regie d’opera lirica in progetto,
un nuovo disco in uscita dove si leva
lo sfizio di cantare brani di Paoli,
Battisti, perfino Vasco. La “seconda
giovinezza”
di questo artista arrivato
alla soglia dei 57 anni
è frenetica. Trasuda
forza e allegria ma sotto
si avverte il demone
della continua
insoddisfazione
“Sono fatto così - dice - sono curioso,
voglio sempre andare a vedere
cosa c’è un passo più avanti”
Perfezionisti
Massimo Ranieri
ove andare a cercare
Massimo Ranieri? Ma in
teatro, è ovvio. Dove altrimenti? Una casa ce
l’ha, com’è naturale, una di quelle vere,
con mura, balconi e stanze da letto, ma
il vero Ranieri è proprio lì, tra le assi del
palcoscenico dove vive una parte più
che rilevante della sua vita, sempre in
giro, zingaro d’elezione, come i saltimbanchi, come gli attori girovaghi che
piantavano la tenda in un angolo di
strada e mettevano in scena la loro recita. «Nel nostro caso dovremmo dire
emigranti, sapete, noi napoletani siamo sempre emigranti. Basta poco, basta venire a Roma, ma basta anche cambiare quartiere e già ci sentiamo emigranti». La sua casa è il teatro, la sua passione è il teatro, la sua massima aspirazione è il momento perfetto in cui celebrare quella magnifica ossessione del
rapporto col pubblico. Ora è a Napoli,
per girare un film di Maurizio Scaparro,
tratto da un antico copione di Roberto
Rossellini, la storia di un attore che
portò Pulcinella a Parigi, alla fine del
Seicento, la vera vicenda di Michelangelo Fracanzani, uno dei celebri Pulcinella della storia, ma trasportata ai nostri giorni in uno sdoppiamento e sovrapposizione tra la rappresentazione
teatrale e il mondo contemporaneo che
irrompe coi suoi conflitti.
Il camerino del San Carlo lo accoglie
come un figlio prediletto, gli posa addosso l’aura nobile della recitazione, la
grandezza dei foyer e il velluto delle sedie ricordano anni e anni di depositi di
antica arte teatrale. Ranieri è vestito da
Pulcinella, momentaneamente senza
maschera, che è lì sul tavolino, a un me-
l’immersione totale e incondizionata
nelle tante possibilità del suo lavoro,
come se fosse una seconda giovinezza,
anche se parliamo di un uomo di appena cinquantasei anni, nato a Napoli come Giovanni Calone il 3 maggio del
1951. Forse sarebbe meglio parlare di
maturità, ma priva di quella sedentaria
consapevolezza, della pigra soddisfazione che talvolta prende quelli che arrivano in cima. Meglio parlare piuttosto di uno stato di grazia. «Credo che in
gran parte lo si deve alla mia donna, giovane, bella, una donna che mi fa sentire amato come non mi sono mai sentito prima. Chi mi conosce da molto tempo, sa delle mie angosce, delle mie disperazioni, ora è tutto diverso e questa
è già una cosa molto importante. Poi sono in quell’età in cui si vive la piena maturità di artista e di uomo, e questa è una
conferma di una cosa che ho imparato
col tempo. Il pubblico vuole sentirsi garantito. I cantanti che hanno più successo ai concerti sono quelli che hanno
Io ringrazio sempre
’o pateterno:
faccio un lavoro
che mi piace,
non ho padroni,
non mi devo alzare
alle cinque come
faceva mio padre...
e mi pagano pure
FOTO OLYCOM
D
NAPOLI
tro dalla sua faccia, ma se ne percepisce
l’attrazione, il terribile, amoroso, conflittuale abbraccio tra il volto e il suo
doppio scenico. Ranieri si rilassa, inzuppa pane in una tazza di latte, universale panacea per molti napoletani,
si riposa tra un ciac e l’altro. Un film, il
teatro sempre incombente, i dischi,
un’attività vulcanica, incessante, già
programmata per mesi con incastri
perversi. Ma non sarà troppo? «Ma no»,
scandisce con flemma, con un sorriso a
mezza bocca, «non è mai troppo, in fondo prima di tutto è un piacere, è il mio
mestiere, la mia vita, se no questi ritmi
sarebbero impossibili da tenere, ma c’è
un’altra cosa. Io ringrazio sempre ‘o pateterno, faccio un lavoro che mi piace,
non ho padroni, non mi devo alzare alle cinque di mattina come faceva mio
padre, non devo rendere conto a nessuno, per fortuna me lo fanno fare, e poi...
mi pagano pure. Che posso volere di
più?».
Ora ride, sornione, il cerchio è chiuso, non c’è stress che tenga di fronte a
questo sogno a occhi aperti, confortato
da un successo di pubblico di proporzioni imbarazzanti, repliche su repliche, esauriti ovunque, gente che torna
a vederlo due o tre volte di seguito. Ora
c’è il film, ma sta già pensando al nuovo
spettacolo che deve allestire, a due regie d’opera lirica, e al disco in uscita,
che però ha inciso molti mesi fa temendo, a ragione, di non avere tempo in seguito. I dischi sono stati uno dei punti di
forza della sua rinascita, da quando si è
trovato con Mauro Pagani a rileggere la
storia della canzone napoletana, la sua
carriera di cantante ha preso una nuova entusiasmante piega. E ora? «Può
sembrare sorprendente ma erano quarant’anni di carriera e in questo disco
mi sono voluto togliere molti sfizi, canzoni che mi sono sempre piaciute, anche se sulla carta non sono adatte a me,
tipo Vita spericolata. Uno dice, e che
c’entra con te? Eppure c’entra, e l’ho voluta cantare. Ho cantato Paoli, Aznavour e perfino Battisti, ma sì, Prendi fra
le mani la testa. C’è un motivo: ero al
Cantagiro con lui quando la eseguiva.
Allora pensavo: quanto mi piacerebbe
cantarla. Ho aspettato quarant’anni
ma ce l’ho fatta. E poi c’è O sole mio, altra canzone napoletana, come dire, intoccabile. Però mi sono ricordato di come è nata. L’autore si trovava a Odessa,
davanti a una landa desolata, ‘nu
fridd’e pazz, e in quel momento gli è venuta in mente Napoli. Questo è il vero
significato di O sole mio, e allora l’abbiamo realizzata in una versione sobria, asciutta, ricordando quella visione ghiacciata nel contrasto con il calore di Napoli. Ho un solo grande rimpianto, volevo fare Zazà con Gabriella
Ferri, dissi a Mauro chiamiamola, ma
tre giorni dopo è morta».
C’è qualcosa nel suo modo di parlare
che riflette una speciale ebbrezza, un
appagamento interiore forse mai conosciuto prima, la pienezza dei sensi,
superato la quarantina, anche in altri
campi. Perfino nel rock, vedi Vasco e Ligabue. Perché danno garanzie, perché
hanno storie importanti da raccontare.
E il pubblico ama associare la sua storia
a quella di un artista».
Una strana maturità la sua. Il volto è
divertente, la simpatia è quella di un
monello, cresciuto ma mai del tutto addomesticato, eppure le pieghe del viso
stanno scavando un’espressione che a
tratti ricorda quella di Eduardo. Trasuda forza, allegria, ma sotto sotto si avverte il demone della continua insoddisfazione. La voglia di andare sempre
avanti, di vivere come se non ci si dovesse mai fermare a raccogliere, piuttosto salire, scalare, conquistare una vetta sempre più alta. «È il frutto di un lavoro continuo, massacrante, di dedizione. Io non è che ce l’ho da quest’anno il successo, con Canto perché non so
nuotare, l’ho accumulato in anni, giorno dopo giorno, cercando di fare sempre almeno un passo più in là nella qualità degli spettacoli, senza mai sedersi e
compiacersi. Non voglio dire da uno a
dieci quanto valgono i miei spettacoli,
non sta a me dirlo, ma se all’inizio valevano almeno uno, oggi valgono sicuramente di più, e il pubblico lo percepisce, ti segue, si sente garantito, sa che
non butterà i suoi soldi. E questo, strano a dirsi, invece di tranquillizzarmi mi
mette ancora più ansia, più senso di responsabilità».
Ma come si fa a riflettere, a capire dove si sta andando quando si corre ad alta velocità tra uno spettacolo, un film,
una regia e un disco? «Sono fatto così,
mentre sto facendo un lavoro, c’è qualcosa, magari una frase, un episodio, un
pensiero che mi dà lo spunto per qualcosa che magari farò tra due anni, quindi elaboro, costruisco quello che farò,
non è normale, lo so, ma sono fatto così, è il mio modo di riflettere, le cose, anche se sono sempre preso, hanno una
gestazione lunga, maturano nel tempo.
Il rischio è la maniacalità, elaboro sempre inconsciamente. Sono sempre curioso, voglio sempre vedere cosa c’è un
passo più avanti».
Allo steso tempo, se pure guarda
sempre avanti, Ranieri rivela qualcosa
di antico, le tracce di un’etica del lavoro, forse oggi in estinzione, un’etica che
lo spinge a pensare prima di tutto all’arte e poi al conto in banca. E quando
parla di questo il volto diventa serio, rigoroso, come se stesse trasmettendo
una lezione che viene da lontano: «Il
mio conto in banca non crescerà mai,
perché tutto quello che guadagno lo
reinvesto. Quando faccio uno spettacolo faccio in modo che non ci sia mai
una calza smagliata di una ballerina,
mai, che non ci sia un granello di polvere sul palcoscenico, mai. Ma questi sono insegnamenti che si ricevono. Io ho
avuto il privilegio di avere grandi maestri, che purtroppo non ci sono più, e i
giovani non possono avere questa stessa fortuna. Maestri come Scaparro,
Strehler, Patroni Griffi, Romolo Valli,
maestri che mi hanno spaccato in mille
pezzi, ma mi hanno dato prima di tutto
un’educazione civile e poi quella del
palcoscenico: guardare fino all’angolo
più piccolo del teatro e prenderne possesso, pienamente. Sono stato molto
fortunato».
In tutto questo tempo la maschera di
Pulcinella è lì, sembra ascoltare con
strafottente e irridente distacco. E non
è una maschera qualsiasi. È la maschera di Ranieri, fatta su misura, come si
usa, costruita da un grande artigiano,
Santelli, tutta in cuoio, è solo sua, da
quattordici anni, e solo lui può portarla, come una piacevole condanna, la
croce e delizia di un personaggio che ha
portato in scena innumerevoli volte e
che si insinua con forza spiritata, con
diabolica indipendenza nella persona
che la porta. «Me ne sono impossessato, ce l’ho sempre a casa». Alla fine gli
chiediamo di indossarla. Per favore,
Ranieri, la può indossare? Dobbiamo
fare una domanda proprio a lei. «A chi,
alla maschera?» Sì, proprio alla maschera: che ne pensa Pulcinella di Massimo Ranieri? L’attore la indossa, perplesso, la maschera si sovrappone perfettamente al volto, crea una strana
simbiosi, lo sguardo diventa un altro,
anche la bocca si deforma, guizza subito in uno sberleffo: «Ranieri?», dice la
maschera, «ha cercato di dominarmi,
ma non c’è riuscito. Io sono uno spirito
libero, senza catene, non ho serragli,
nessuno può prendermi del tutto». Ce
ne andiamo dal San Carlo con un dubbio: chi era veramente a parlare? Massimo Ranieri o la sua terribile maschera?
Pulcinella di sicuro lo sa, ha la coscienza della storia, ne ha viste tante, ha sofferto, riso, beffato, si è umiliato, ha
amato, ha vinto, proprio come l’attore
che lo impersona.
REPUBBLICA.IT
Oggi
su Repubblica.it
lo speciale
interattivo
con l'intervista
di Gino Castaldo
a Massimo Ranieri
(a cura
di Anna Zippel)
‘‘
GINO CASTALDO
Repubblica Nazionale
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