Primo intervento Capire e non capire. Capire e farsi capire A) Automatismi e luoghi comuni. Quando si parla di ‘comprensione’ scattano nella nostra mente alcuni automatismi: ad esempio, l’idea che il capire riguardi in particolare i testi scritti. Eppure, gli studi più recenti sulla comprensione e i suoi meccanismi hanno riportato l’attenzione sull’oralità (e il suo primato), e quindi sulla pragmatica, sui problemi di interazione in classe, sul dialogo e sugli scambi comunicativi quotidiani. Gli studiosi che di questi problemi si sono particolarmente occupati sono, nel tempo, Pontecorvo e Lumbelli, e, più recentemente, Basile e Ferrari, solo per citare i primi che vengono in mente. E ancora. Solitamente si pensa alla comprensione come problema che coinvolge passivamente il soggetto. Eppure il capire è processo quanto mai complesso che coinvolge pesantemente e attivamente il soggetto che capisce. Normalmente si ritiene che il capire riguardi alla fine gli studenti. Raramente ci si pone il problema con lo sguardo rivolto a chi parla o a chi guida le operazioni del capire. E’ forte l’impressione che negli ultimi anni - a imbuto - la questione si sia fatta sempre più stretta: la comprensione pare sentita come questione che riguarda in primis le prove INVALSI. Tali pregiudizi sono naturalmente da smontare per riuscire a vedere il capire in tutta la sua complessità. Si possono smontare con tre slogan: A) leggere è mettersi dalla parte di chi ha scritto; e quindi, prima del capire degli studenti, è opportuno preoccuparsi dei problemi legati al ‘farsi capire’ B) prima di preoccuparci del capire degli studenti è forse opportuno preoccuparci del farci capire dagli studenti o, in generale, da chi ci ascolta. E’ un problema personale di ciascuno, ma anche professionale per chi esercita la professione più nobile del mondo C) scrivere è funzione del capire (Meneghello); alla fine, se scrivere è ‘chiarimento del pensiero’ come afferma Leopardi, lo scrivere parafrasando è la cartina al tornasole che dà innanzitutto a noi la certezza dell’aver capito. Ma la parafrasi non è attività propria ed esclusiva dello scritto: quando parliamo, parafrasiamo, senza averne spesso coscienza, quel che diciamo nel tentativo di chiarire a noi stessi ciò che ancora non ci è chiaro. E in classe lo strumento più efficace per incoraggiare a parlare chi ha difficoltà è dato dalla cosiddetta ‘parafrasi a specchio’ (vd. Lucia Lumbelli). Porci il problema del farci capire ci permette di ripercorrere le fasi del complesso processo della comprensione: riflettere su tali (nostri) meccanismi (metacognizione) aiuta a capire le difficoltà di chi impara a capire. 1 B) Le difficoltà oggi del farsi capire. Sempre più oggi la scuola sembra essere diventata ‘scuola del silenzio’ (Don Milani). Tre in particolare i fatti che si possono constatare: la sempre meno praticata ‘cultura del dialogo’ e i sempre più rari momenti di interazione in classe; il diffondersi di pratiche di valutazione scritte (test o provette di verifica scritte); il diffondersi della mediasfera (per usare una espressione di Raffaele Simone), vale a dire di un ambiente in cui i media elettronici in rete giocano un ruolo fondamentale, non più come strumenti ma ormai come presenze arroganti (Simone 2012, p. 11). C) La buona comunicazione. Passa per onesti e convinti atteggiamenti di decentramento, per la conoscenza dell’enciclopedia degli studenti (singoli e in quanto componenti di una classe), per l’adozione di efficaci attività e strategie di potenziamento (parafrasi incoraggianti, ascolto rispettoso, valorizzazione di ciascuno per quel che è e che ha). Il termine enciclopedia deve essere qui inteso come A) il sapere organizzato - più o meno unitariamente - di ciascuno e il bagaglio di conoscenze acquisite dentro e fuori la scuola B) il sapere affettivo di ciascuno C) il sapere relazionale. D) Fallimenti e scarti comunicativi. Hanno la loro causa in saperi che non si incontrano e non si integrano. Tali incontri mancati sono spesso dovuti a conti malfatti con l’enciclopedia di chi ci ascolta o, in genere, con chi entra in comunicazione con noi. A monte ci sono spesso scarti generazionali e culturali profondi, scambi comunicativi mancati (informazioni non dette e date per presupposte), uso di elementi linguistici difficili da decodificare (uso improprio di deittici, ad esempio). La cattiva comunicazione avviene anche per la presenza di vere e proprie patologie. Monica Berretta ne ha individuate alcune: il disaccordo sulla relazione, le risposte tangenziali, l’uso frequente e poco vigile dei paradossi, l’uso incauto dell’ironia (pp. 58-65). E) Gli studi più recenti. Gli studi di Grice hanno dato un grande impulso alla ricerca in questi ambiti. Qui si richiama il principio della cooperazione nella comunicazione e le quattro massime che lo accompagnano: 2 quella della quantità (non essere reticente); quella della qualità (non dire ciò che credi sia falso), della relazione (sii pertinente); del modo (evita l’ambiguità). In Italia Marina Sbisà in particolare ha sviluppato importanti ricerche in questa direzione occupandosi degli impliciti nella comunicazione. Il testo, la cui sostanza è semantica, presenta contenuti espliciti e contenuti impliciti. Gli impliciti nei testi non sono una ‘patologia’, ma una necessità: la lingua ha per sua fondamentale legge l’economicità. Devono essere sciolti secondo procedure vigili e attente che sono fondamentalmente processi di decodifica e di inferenza. L’inferenza può essere definita come un ragionamento naturale che fa interagire contenuti veicolati tramite la lingua con vari tipi di contenuti di origine extralinguistica. L’inferenza si appoggia su informazioni contestuali che fanno parte di un insieme di informazioni che chiamiamo contesto. Al termine contesto si danno due accezioni: a) sfondo cognitivo costituito da conoscenze potenzialmente disponibili per gli interlocutori. Vengono da 1) la situazione fisica; 2) dal cotesto; 3) dall’enciclopedia mentale; b) insieme di conoscenze estratte dallo sfondo cognitivo necessarie per capire il significato esplicito di un discorso e arrivare alle informazioni implicite che esso intende comunicare. Gli impliciti del testo sono scopi e sovrascopi del testo, presupposizioni, implicature. Scopo è il motivo per il quale un parlante produce un discorso; il sovrascopo, al quale si arriva per inferenze, è lo scopo ulteriore rispetto al quale lo scopo immediato non è che un mezzo. Se si loda qualcuno (scopo scoperto) a volte lo si fa per ottenere benefici (sovrascopo). Più complesso e meno intuitivo il tema delle presupposizioni, delle inferenze cioè che rimangono vere anche nel caso in cui la proposizione che le contiene sia negata o modalizzata. Le presupposizioni sono necessarie per la comprensione degli enunciati; sono importanti perché danno continuità al testo (esempi da ritrovare nelle fotocopie). Le implicature sono invece contenuti semantici che il testo suggerisce grazie a ragionamenti inferenziali. La loro caratteristica è di aggiungere significati nuovi al testo, in linea col principio di cooperazione. Hanno sempre carattere sfumato e incerto, ma non per questo suppongono interpretazioni ‘anarchiche’ o del tutto libere. Alla fine, si deve dire che il testo ha un alone di senso da elaborare secondo determinate linee guida; in altre parole, al testo si deve poter far dire quello che dice. Nel praticare testi c’è un etica da seguire rigorosamente. In ambito educativo, la certezza di aver colto il senso di un testo viene da una pratica continua e rigorosa di parafrasi esplicitanti per cui alla fine si deve dire che la 3 comprensione è un cammino da fare insieme e di cui rendere costantemente ragione gli uni agli altri. Deon, ottobre 2014 4 Secondo intervento. I tanti capire dei tanti testi Brevi note (forse inutili) sulla fenomenologia del leggere e capire. Ambedue i verbi - leggere e capire - hanno una origine latina: legere (di diffusione indoeuropea) - come dice il DELI di Cortelazzo-Zolli - oscuramente passato dal primitivo sign. di ‘raccogliere’ a quello di ‘ leggere’ attrav. uno specifico uso liturgico e politico. Si può risalire all’espressione legere oculis ‘raccogliere (le lettere di uno scritto) con gli occhi’. L’etimologia del termine dà immediatamente l’idea della complessità di questa operazione: quando leggiamo mettiamo insieme inconsapevolmente, e in modo quasi automatico, le singole lettere: uniamo il segno verbale alla cosa che il segno denota o indica (e costruiamo così il significato di un termine); leghiamo le singole parole, e quel che significano, nella frase e nel testo; uniamo le singole frasi e le parti nel tutto del testo per arrivare alla costruzione del significato complessivo (del senso cioè) della pagina che abbiamo sotto gli occhi. Queste, e tante altre operazioni nascoste e quanto mai complesse, sono le operazioni che stanno alla base di questa importante abilità linguistica. Il leggere è legato alla nostra individualità e alla nostra fisicità: c’è chi ama leggere nel silenzio, chi ama leggere nel rumore, chi legge seduto davanti a un tavolo, chi legge in piedi o sdraiato. Tanti sono i leggere legati allo scopo per il quale leggiamo: possiamo leggere per divertirci, per studiare e assimilare conoscenze, per informarci quando leggiamo il giornale; leggiamo in ogni momento della nostra vita in relazione ai bisogni immediati che abbiamo: un orario ferroviario, un cartello pubblicitario, un avviso, un segnale stradale, una insegna. Ecc… Insomma, leggere è una attività complessa che esercitiamo (su testi) più o meno consapevoli e più o meno vigili nei tenti momenti della nostra vita. Ma i tanti leggere sono anche legati ai testi che leggiamo: una cosa è leggere un giornale, più o meno distrattamente, altra cosa è leggere un libro di scuola per imparare (leggere per studiare); una cosa è leggere un romanzo, altra cosa è leggere un saggio di storia o di scienze. Una cosa è leggere una poesia, altra cosa è leggere un saggio critico che la riguarda. L’ampia abilità del leggere si differenzia per tempi, attenzione, scopi soggettivi, ma anche per la natura dei testi che pratichiamo. Paradossalmente possiamo dire che ogni testo comporta e richiede strategie di lettura diverse. O anche, i leggere sono tanti quanti i sono i testi che leggiamo e che sono legati alla nostra condizione fisica, psicologica, emotiva. Ma in legere si può intravedere anche un altro verbo latino, eligere, vale a dire scegliere, prendere solo una parte. Ed eligere ci porta subito a capire ciò che rende ancor più complicato il processo del leggere. Anche capire è legato a un verbo latino. Sempre il DELI dice che viene da capere ‘prendere, comprendere’ (di orig. Indeur.) e significa intendere, afferrare con la mente. Anche capire rinvia quindi al mettere insieme, al raccogliere: quando leggiamo e capiamo non facciamo che legare i significati 5 delle parole che si susseguono e che, messi insieme, ci portano a cogliere il significato, anzi il senso del testo che leggiamo. Senso e significato non sono sinonimi. Ma leggere e capire non camminano con lo stesso passo: si può leggere e capire, leggere e capire solo in parte, e anche leggere e non capire. Quando si legge, così come quando si ascolta, il lettore, e l’ascoltatore, scelgono più o meno consapevolmente le cose, le informazioni da trattenere. In questo momento del processo entrano in gioco mille fattori: l’attenzione, il coinvolgimento personale, fatti legati al nostro essere in quel momento; ma quel che più interessa qui è lo ‘scegliere’ legato al nostro conoscere: in termini tecnici, alla nostra enciclopedia, al patrimonio di sapere lessicale e testuale che abbiamo (contesto cognitivo); alle letture cioè che abbiamo fatto, alle nostre conoscenze, in una parola al nostro mondo più o meno ricco di informazioni. E quindi, il più delle volte inconsapevolmente, selezioniamo le cose che hanno addentellati con quello che siamo e con quello che sappiamo. Più vasto è il nostro conoscere, più capiamo, meglio riusciamo a mettere insieme in nuove sintesi il nostro sapere. E, soprattutto, più consapevolmente selezioniamo quel che leggiamo. Per tutte queste ragioni, leggere è necessario: è necessario per favorire automatismi di lettura veloce, di comprensione e, alla fine, di arricchimento del nostro patrimonio o bagaglio di sapere. Per questo è opportuno leggere di tutto, sempre, e possibilmente con attenzione, interesse e anche passione. E far leggere. A questo punto sarà più chiaro che cosa significa ‘leggere’. Se siamo davanti a un testo (la parola richiama: tessuto), attraverso una serie di segni dobbiamo: 1. seguire la tramatura del testo (tessuto) e individuarne gli intrecci, i legami, i nodi che lo stringono. Individuare in un una parola i tanti rinvii, i tanti legami, i tanti nodi presenti (coesione); 2. arrivare, attraverso le parole che si rincorrono, che sono vicine nel significato, al senso del testo, al tema di base. Con una metafora, si potrebbe dire ‘arrivare al sugo’ del testo (coesione e coerenza); 3. orientarci nell’infinita varietà dei testi per trovare costanti (tipologia dei testi) e attrezzarci così di strategie sempre più raffinate per leggere e capire sempre più efficacemente. Sono tutte operazioni estremamente complicate, che facciamo spesso senza esserne completamente coscienti, anche se sarebbe bene che cercassimo, con pazienza e intelligenza, di riflettere sui processi che si compiono nella nostra mente quando leggiamo, parliamo, ascoltiamo, scriviamo: riflettere, e educare a riflettere, su quel che ci succede ci aiuta sicuramente a correggerci, ad affinare le nostre abilità e la nostra sensibilità linguistica. A) Il problema del testo. I processi che mettiamo in atto per capire si diversificano da testo a testo. E quindi il primo problema è di capire se è possibile articolare una proposta tipologica potente per provare a 6 stabilire alcune costanti e caratteristiche comuni tra i tanti e diversissimi testi che pratichiamo. E individuare così strategie comuni per la comprensione di testi vicini. Anche se (come avvertiva Pier Marco Bertinetto già negli anni ’801) una tipologia testuale risulta impossibile: l’unica possibilità è quella di parlare al massimo di una tipologia dei testi. Alla fine, ogni testo è un unicum per la situazione, lo scopo, la forma in cui e con cui nasce. Il termine testo, uno dei più vasti in linguistica e il più difficilmente sostituibile, è stato nel tempo definito in modi diversi. Definizioni. Dressler 1974 Il testo è una unità linguistica, formata secondo le regole grammaticali della particolare lingua usata, che l’intenzione del/degli emittenti e riceventi ritiene linguisticamente compiuta. Weinrich 1976 Un testo è una sequenza ordinata di segni linguistici tra due marcate interruzioni della comunicazione. Il limite inferiore di un testo è dell’ordine di due monemi… Il limite superiore è aperto. Bertinetto 1981 Testo è un insieme di frasi (al limite, una sola frase) tematicamente coerente, dotato di funzione comunicativa riconoscibile in rapporto ad un preciso potenziale illocutivo, e situato all’interno di un’azione comunicativa concreta (ossia, individuabile nel tempo e nello spazio). (Eventuale definizione data pensando al testo letterario) Qualsiasi sequenza coerente di segni linguistici, effettivamente prodotta, dotata di intenzionalità comunicativa e di una specifica funzione culturale. De Beaugrande- Dressler 1984. Testo è una occorrenza comunicativa che soddisfa sette condizioni di testualità (coesione, coerenza, intenzionalità, accettabilità, informatività, situazionalità, intertestaulità). (Questi sono principi costitutivi; accanto a questi, ci sono tre principi regolativi: dell’efficienza, dell’effettività, dell’appropriatezza). Cardona 1988 1 Bertinetto Pier Marco, 1981, I paradossi della nozione di testo, in Goldin D. (a cura di), Teoria e analisi del testo, cleup: Padova, pp. 1-27 7 Testo indica le unità linguistiche di ordine superiore alla frase, un insieme di N frasi non importa quanto esteso, purché caratterizzato da funzione comunicativa, tema, coesione, coreferenza. Simone 1990 (definizione minima) Testo è un enunciato che esibisca almeno le due proprietà della coesione (unità strutturale) e della coerenza (unità di significato) Dardano-Trifone 1997 Un testo è, in senso proprio e specifico, un messaggio che, svolgendosi intorno a un unico tema, presenta i caratteri dell’unità e della completezza. Ciò avviene in rapporto a chi produce (emittente) e a chi riceve (ricevente) il testo. Ferrari – Zampese (2000) Testo è una delle forme che può assumere l’enunciato. o Qualsiasi espressione linguistica utilizzata per comunicare. DISC. Sabatini – Coletti. Messaggio verbale, orale, scritto o in qualsiasi altro modo trasmesso, prodotto da un determinato emittente in una determinata situazione e che acquista il suo significato specifico sulla base di tali fattori. B) Una prima distinzione - specialistica - è tra testi continui e testi non continui. Con i primi si indicano i testi costituiti interamente da linguaggio verbale: testi in prosa o in poesia, letterari o meno. Con i secondi si indicano quei testi nei quali il linguaggio verbale si confonde e si integra con elementi di altri linguaggi: con figure, grafici, tabelle, mappe, moduli, annunci, ecc… Sono testi sempre più numerosi nella vita quotidiana (e sempre più frequentati dagli studenti), presenti in libri specialistici o di divulgazione, nella stampa o nei tanti siti e pagine web. Richiedono intuitivamente operazioni di lettura e di comprensione diverse rispetto ai primi; in particolare, suppongono capacità di decodifica e di integrazione di/con segni altri rispetto a quelli del linguaggio verbale. C) Se definire il testo è opera complessa, individuare tratti comuni tra i testi per costruire una ‘tipologia credibile e potente’ risulta impresa altrettanto complessa. 8 In generale, il termine testo si accompagna ad aggettivi che rimandano alle diverse proposte tipologiche presenti in letteratura: gli aggettivi più comuni sono narrativo, descrittivo, argomentativo, con riferimento alle più note classificazioni dei testi per tipi. Subito dopo si deve aggiungere che, nell’ambito della tipologia testuale, la coerenza, anche terminologica, è difficile da tenere, sia per la diversità delle varie proposte sia per le difficoltà interne ad ogni singola proposta. D) Con queste riserve si tengono fermi alcuni termini, generalmente riconosciuti dal mondo della scuola, entrati da tempo nel linguaggio e nelle pratiche didattiche (appunto: testi narrativi, descrittivi, argomentativi). La distinzione, teorizzata in particolare da Dressler2 e riferita in particolare ai testi letterari, è fondata sulla specificità e particolarità delle operazioni mentali che presiedono alla ideazione, alla formazione, alla realizzazione dei singoli testi, in particolare, di quelli letterari. In questa prospettiva per il riconoscimento dei singoli testi - misti nella realtà concreta - vale il criterio della dominanza. Accanto ai testi così qualificati, si collocano i cosiddetti testi didattici, testi che nascono con lo scopo di diffondere il sapere comune (i testi di divulgazione scientifica e non) e i testi che si propongono invece di allargare il campo delle conoscenze date. Entro quest’ampia categoria vengono compresi i cosiddetti testi espositivi. Posizione distinta occupano a loro volta i testi regolativi che hanno lo scopo appunto di regolare i comportamenti. E) Se le distinzioni proposte si fondano sulle primarie operazioni mentali che presiedono alla creazione dei testi, la diffusione degli strumenti telematici, l’allargarsi progressivo delle fonti di informazione, l’arricchimento continuo e il diversificarsi delle forme3 concrete che i testi 2 E’ una tipologia costruita su basi funzionali-cognitive, mediante la combinazione di due parametri relativi a) alle macrofunzioni comunicative o macroatti linguistici che presiedono alla costruzione dei testi; b) alle matrici o processi cognitivi loro correlati. Gli autori distinguono i tipi testuali in descrittivi, narrativi, argomentativi. 1) Il tipo testuale descrittivo è la realizzazione del macroatto del descrivere ed è consentito dalla capacità cognitiva di cogliere le differenze e interrelazioni di percezioni relative a fenomeni, oggetti, stati di cose o situazioni visti nel contesto spaziale. 2) Il tipo testuale narrativo è il risultato del macroatto del narrare ed è consentito dalla capacità cognitiva di cogliere le differenze e le interrelazioni di percezioni relative a eventi e azioni situati in un contesto temporale. 3) Il tipo testuale argomentativo è correlato al macroatto dell’argomentare per dimostrare o sostenere (con lo scopo di convincere l’interlocutore, e quindi di agire su di lui) la validità di una tesi, e comporta la capacità cognitiva di selezionare/giudicare i concetti (gli argomenti) più pertinenti allo scopo, istituendo relazioni tra tali concetti e accostando gli uni agli altri per similarità o per contrasti. 3 Il termine forma è qui usato nella più comune accezione: è usato per indicare - tra le altre - le caratteristiche di editing, di supporto, di materialità del testo. Non quindi nella accezione specialistica di forma storicamente affermatasi in letteratura in un certo periodo e in un certo contesto culturale: in questi casi si deve parlare di generi letterari. E quindi, ad esempio, quello del racconto breve è stato un genere 9 assumono, fanno sentire la limitatezza di tali criteri e la loro indebolita potenza. Postulano quindi la necessità di integrare i tradizionali strumenti e categorie classificatorie con strumenti che richiamano l’attenzione più che sulla profondità dei testi sulla loro superficie. Se il criterio della dominanza è riuscito fin qui a dare sufficienti certezze, il mescolarsi delle forme dei testi, il loro contaminarsi e il loro continuo rinnovarsi (linguistico, ma non solo linguistico), spingono ad adottare, nella classificazione e anche nella loro denominazione, categorie e strumenti integrati, più attenti alla superficie dei testi. Da questo punto di vista, la proposta di Francesco Sabatini, articolata in 30 indicatori raccolti intorno ai tre larghi insiemi, di considerare i testi fortemente vincolanti, mediamente vincolanti, poco vincolanti, è di ulteriore ausilio. Il focus sul lettore, e quindi sulla superficie del testo, è dato dal quale oggi, considerata la grande varietà dei testi, non è possibile prescindere. F) Francesco Sabatini considera innanzitutto il grado di rigidità dei vincoli posti dall’emittente all’interpretazione del destinatario. Piuttosto che partire dai processi cognitivi che presiedono alla costruzione dei testi, lo studioso prende le mosse dalla superficie del testo, da come cioè il testo si presenta immediatamente al lettore, nella forma e nella scrittura appunto che legge chi legge. Poiché il lettore ha un suo scopo o bisogno e cerca nel testo ciò che gli interessa, trova più spazio nel far valere il proprio punto di vista quando l’autore del testo ha posto minori vincoli all’interpretazione, e viceversa. Dinanzi a una dimostrazione scientifica o a una legge chiara e precisa, ha uno spazio ridottissimo per sé; di fronte a un romanzo o, in particolare, a una poesia invece è chiamato a far vivere pienamente il senso del testo mettendo tra sé e il testo le proprie conoscenze, la propria esperienza, la propria sensibilità, il proprio sapere. Naturalmente per fare ciò gli sono richiesti metodo, conoscenza e, soprattutto, rispetto del testo: al testo è necessario far dire quel che il testo dice: il termine ‘interpretazione’ deve essere inteso in senso stretto. Interpretare un testo non significa far prendere il volo alle nostre fantasie e far dire al testo quel che noi vogliamo; significa invece fargli dire quel che dice e non dice, ma sempre cavando fuori dal testo quel che è scritto (o detto) e ciò che è implicito: il testo stesso mette limiti e paletti al lettore attento a troppo coraggiose inferenze. A partire da queste premesse, Sabatini distingue appunto testi con discorso molto vincolante, testi con discorso mediamente vincolante, testi con discorso poco vincolante. Tra i primi sono compresi i testi scientifici e tecnici, i testi giuridici e prescrittivi; tra i secondi i testi espositivi, educativi, informativi (<<testi comuni in prosa>>); tra gli ultimi, i testi letterari sia in prosa (narrativa, diaristica, favolistica, opere teatrali, saggistica letteraria e varia), sia in poesia, vale a dire i componimenti poetici di qualsiasi tipo4. Ogni singolo testo ha naturalmente una letterario che si è affermato in un certo periodo della storia letteraria italiana. Date le premesse, il racconto breve rientra nel tipo testo narrativo. 4 Chi voglia avere più ampie e dettagliate informazioni sulla proposta di Francesco Sabatini vada alla bella e utilissima grammatica dello stesso autore La comunicazione e gli usi della lingua. Raccomando la grammatica anche per chi abbia legittimi e seri dubbi grammaticali: il libro ha il pregio della chiarezza che 10 lingua e una forma testuale proprie: un saggio di medicina sarà scritto con un lessico e una forma che sono diversi da un testo di divulgazione scientifica pur di contenuto medico. Un testo di legge sarà vicino nel lessico e nella sintassi al testo di una sentenza, ma se ne allontanerà per alcuni tratti. G) I linguaggi settoriali o speciali sono quelli usati da particolari categorie di persone (professionisti di un certo settore ad esempio) e sono caratterizzati da lessico fatto di tecnicismi specifici e collaterali: i più comuni e conosciuti sono il linguaggio medico, il linguaggio giuridico, il linguaggio burocratico. Ad essi Luca Serianni (2003) in particolare ha recentemente dedicato un agile libretto dal titolo Italiani scritti, pubblicato da il Mulino. Ma i linguaggi settoriali si sono fatti nel tempo sempre più numerosi e complessi: basti pensare al linguaggio con il quale parliamo dei computer o degli altri mezzi che ci complicano (o semplificano, a seconda dei punti di vista) la vita. Valter Deon, ottobre 2014 viene dalla competenza dello studioso e dalla raffinata sensibilità dell’autore per la lingua e i suoi fenomeni. È pubblicata da Loescher; nella seconda edizione è del 1990. La grammatica - per la scuola superiore - ha avuto una larga diffusione nella scuola. Nel 2011 l’autore ha rinnovato il testo al quale ha dato il titolo Sistema e testo. Lo ha rinnovato con la collaborazione di Carmela Camodeca e Cristiana De Santis. 11 Terzo intervento Leggere e capire un testo poetico Alcuni anni fa Lorenzo Renzi pubblicava un libricino dal titolo Come leggere la poesia (il Mulino: Bologna, 1985). Era un libro leggero, quasi confidenziale; sembrava fatto da un lettore dilettante. Lo consiglio vivamente a tutti quelli che, specie dalla scuola, sono stati demotivati a leggere poesia o, almeno, che fanno risalire alla scuola la responsabilità di non aver fatto loro conoscere questo linguaggio. Le generalizzazioni sono sempre pericolose, ma è un fatto che la scuola in questi ultimi anni ha trascurato la poesia. E’ vero che prima della bella stagione dell’educazione linguistica democratica degli anni ’70 l’insegnamento dell’italiano girava intorno ai due nuclei tradizionali della grammatica e della ‘letteratura’ (in particolare, della letteratura in poesia; nella scuola, fino agli anni ’70 appunto, i testi che ai quali i ragazzi venivano avvicinati erano i testi classici dei luoghi classici della poesia: Pascoli era il X agosto, Leopardi L’infinito, Quasimodo Alle fronde dei salici, ecc…); ed è anche vero che la rivoluzione copernicana nel campo dell’educazione linguistica aveva spostato l’attenzione degli insegnanti di lettere sulle quattro abilità, sulla lingua parlata e sui testi cosiddetti funzionali. Ciò allora era stato giusto, e i tempi, d’altra parte, ciò richiedevano. E dunque, per un certo periodo di tempo, le pagine della nostra tradizione poetica sono state come messe in un angolo. Eppure, la lunga storia della cultura letteraria nella nostra scuola, almeno a certi livelli, ha resistito tenacemente se è vero come è vero che nei Programmi didattici per l’insegnamento dell’italiano per la scuola elementare del 1985 c’è un esplicito riferimento alla lingua come espressione di pensiero, di sentimenti, di stati d’animo, particolarmente nella forma estetica della poesia. Il ministro Falcucci in prima persona aveva inserito nella prima parte del testo al punto d) questa affermazione; e questa citazione aveva rotto – come avevano fatto notare i fini ermeneuti del testo e gli studiosi di cose linguistiche – la coerenza di un testo alto, raffinato e sapiente; anche a un inesperto tale incoerenza lessicale e di pensiero, e anche di enciclopedia, saltava agli occhi. Eppure, il Ministro richiamava fortemente la scuola a non mettere in un cassetto la cultura poetica e a non far mancare alle giovani generazioni le esperienze di tante buone pagine di poesia. Perché fare poesia a scuola? Solitamente – in una mala intesa concezione dell’educazione – alla poesia è riconosciuto un alto valore educativo e formativo: la poesia insegna i buoni sentimenti, eleva gli spiriti nell’empireo, avvicina agli ideali alti. Solitamente nel fare poesia agli studenti si insegna a cercare il messaggio più o meno nascosto che il poeta manda al lettore. E la poesia è normalmente concepita come il mezzo più alto per avvicinare al bene, al buono e al bello. Anche questa idea malsana ha 12 contribuito ad allontanare i giovani dai testi poetici ed ha contribuito a deformare in loro l’idea buona che della poesia è bene avere. Tra l’altro, è tutta da dimostrare la tesi secondo cui la poesia sia il regno della esaltazione del bene e dei buoni sentimenti. I pregiudizi che girano intorno a questo insegnamento sono: la poesia è formativa, ha un forte valore etico, e perciò è educativa; subito dopo, è illuminazione e ispirazione, e privilegio dato a pochi; inoltre, è una delle più alte attività dell’uomo ed è quindi riservata a pochi (eppure, sempre e in ogni tempo, tutti in giovinezza hanno provato a saggiare l’ebbrezza di scrivere qualche poesia); infine, è linguaggio universale e manda messaggi universali. In questi pregiudizi ci sono pezzi di verità: la poesia ha un forte valore formativo, la poesia è luogo e occasione privilegiata per avvicinarsi al mondo dell’inconsueto e del nuovo, la poesia fa scoprire cose che altri testi nascondono. Il problema non è in questi pezzi di verità, ma invece – almeno in ambito educativo – nei mezzi e negli strumenti attraverso cui il valore educativo della poesia è arrivata e arriva ai giovani, e non solo a loro. Ho fatto cenno a questi pregiudizi perché sono i pregiudizi che la scuola ha consegnato a tutti e perché sono cattivo patrimonio dei più. Dove risiedono i valori nascosti della poesia? La poesia innanzitutto è mestiere, fatica, sforzo e studio. Chi fa poesia non sempre ha a che fare direttamente con lo Spirito Santo. E meno che meno con le sue illuminazioni. Ha invece a che fare con tutti i valori che la lingua ha in sé e che essa scopre e disvela solo a chi li cerca. Nella parola poetica sono sempre presenti: il valore semantico (la parola porta significato e rinvia a tutti i significati che la storia le ha messo addosso; la parola indica: è referenziale; e la parola rinvia, evoca, suggerisce: connota ); il valore musicale (la parola è suono in sé, e le parole insieme fanno ritmo, musica, armonia); il valore sintattico (la parola si unisce ad altre parole con regole che rispetta, ma anche che viola, e insieme alle altre si arricchisce di significato e di musica); il valore storico e culturale (una parola rinvia ad un’altra scritta e detta prima; e porta dentro di sé tutta la storia degli uomini: e quindi, insegna e evoca, parla e ricorda, fissa e rinvia); il valore etico (la parola inchioda alla verità, si sottopone a regole, ma è anche segno e regno della libertà); il valore sociale (la parola unisce, comunica, nasce in un ambiente sociale e in una situazione, ma li supera andando oltre e spingendosi indietro); il valore personale (la parola serve a sé per conoscersi, per dirsi, per scoprirsi, ma anche per aprirsi agli altri; per consolarsi, e anche per aprirsi sul futuro). Nella poesia tutti questi valori sono esaltati. Eppure tali valori non sono dati, ma devono essere cercati da chi fa o legge testi poetici. E perché tali valori vengano esaltati è necessario il lavoro del poeta che li deve cercare, costruire, rendere evidenti. La ricerca della parola giusta è lavoro lungo, faticoso, sapiente. In un altro libricino che consiglio vivamente (Giovanni Giudici, Andare in Cina a piedi, Edizioni e/o: Roma, 1992), Giudici scrive ad esempio, presentando una sua poesia dal titolo Il ritratto in ricordo di Umberto Saba: … il ricordo di Saba vi è presente anche per alcune parole che ricorrono nella sua opera. Per esempio, la parola “ingenuo” nella prima strofa (cfr. “La dolcezza 13 che opponi ingenuo al male”), la parola “orrori” (gli orrori del tempo”) nella quarta. “Affanni” è una scelta casuale, indotta da ragioni di rima e tutt’al più da una certa aura ottocentesca; ma “ingenuo” e “orrori” non sono scelte del tutto inconsapevoli, forse le ho adottate seguendo un criterio analogo a quello di certi restauratori di mobili antichi che ricostruiscono le parti mancanti usando legno d’epoca (p. 9-10). Nella poesia la lingua raggiunge i livelli massimi di tensione: la poesia è quindi il luogo nel quale i conflitti linguistici vengono esaltati. Nella poesia la parola è sottoposta ai vincoli più stretti (le regole del suono, del significato, delle combinazioni di senso, suono, significato), ma la poesia è anche il luogo nel quale la parola si libera da ogni vincolo e si prende tutte le libertà. E’ quindi importante frequentare - da soggetti attivi e passivi - la lingua della poesia perché qui la lingua svela i suoi misteri, le sue ambiguità, le sue leggi, i suoi vincoli, la sua storia. In altre parole. Se in un testo funzionale, con scopi precisi, con destinatario ben individuato, con regole lessicali e testuali ben definite, la parola deve seguire regole in qualche modo esterne a sé, nella poesia essa si impone per quel che è. Scrivere e far leggere lettere o relazioni insegna e allena a scrivere lettere e relazioni; frequentare la lingua della poesia (oltre che della prosa letteraria) insegna ad avere con la lingua relazioni problematiche, aperte, difficili e ardue. Ma insegna a leggere e a scrivere lettere, relazioni, e ogni altro testo. Qui risiede il valore della lingua poetica e qui sta la cosiddetta potenza della lingua poetica e letteraria. E anche il suo valore formativo. Nella poesia la forma è contenuto, come ha detto il buon Croce, critico, storico, filosofo che pure non sempre è stato correttamente inteso. Ciò significa che la poesia parla con le parole scritte, ma anche e soprattutto con la forma che tali parole assumono nella poesia. La poesia parla con le parole piene, ma anche con la forma che tali parole assumono nel verso, nella organizzazione metrica, nella ricerca degli effetti musicali, nelle ricorrenze lessicali, in tutti gli eventi che il mestiere poetico produce. E quindi, i messaggi che cerchiamo e facciamo cercare agli studenti nelle parole, si devono cercare nella forma che le parole assumono nel testo – tutto speciale – poetico. Qui la parola parla col suono che produce, con le cose che evoca, con i testi, letti o non letti, ai quali rimanda. Per questo la sua interpretazione e la sua reinvenzione non sono mai finiti. E quella parola può sempre essere scritta e riscritta, letta e riletta. La parola della poesia segue logiche e leggi che sono quelle più semplici ed elementari, vale a dire quelle della massima economia e della musicalità. La lingua della poesia è economica e musicale. La parola deve dire il massimo col minimo dispendio di energie, e parlare con tutte le sue forze, compresa quella del suono. Da questo punto di vista parafrasare poesia significa allargare e non stringere. Dressler, nel suo già citato Introduzione alla linguistica testuale, definisce il testo letterario come un testo il cui mondo sta in una relazione sistematica di alternativa alla versione accettata del “mondo reale”. E i testi poetici sono quelli nei quali l’alternatività viene ampliata tanto da riorganizzare le strategie entro cui sono riprodotti nel testo di superficie i progetti e il contenuto. (p. 242). Le complesse definizioni dello studioso dicono in sostanza che il mondo che il testo letterario rappresenta è un mondo sempre alternativo a quello che conosciamo e che pratichiamo, 14 è un mondo che va più in là, che supera il dato: e quello della poesia è perciò il regno della libertà e della inventività, della creazione e del superamento. E qui sta il valore formativo della poesia, che educa per la sua stessa natura ad andare oltre, a superare il mondo presente, a proiettarsi in una realtà altra da quella che conosciamo. Inoltre, il mondo della poesia non è alternativo solo nei contenuti, negli spazi che crea e che inventa, ma lo è anche e soprattutto nelle forme in cui tali contenuti ricrea e rimanda, nella forma con cui dice le cose che dice. E’ alternativa, alla fine, anche la lingua della poesia rispetto alla lingua di testi di altra natura: dei testi divulgativi, ad esempio, dei testi dei giornali, della lingua di tutti i giorni: ed è alternativa nel lessico, nella sintassi, nel suono delle singole parole e nella loro combinazione, ecc… La poesia, specie quella moderna, nasce da situazioni concrete, dalla storia, più che da visioni ‘soprannaturali’ (il termine è usato qui nella sua accezione originaria: sopra e oltre il mondo delle cose quotidiane). Solitamente si pensa che la poesia si muova nel mondo del dover essere, della perfezione, della trasfigurazione del reale. Non è necessario scomodare Dante per avere conferma a queste affermazioni; o Leopardi, che nell’Infinito, ad esempio, parte da una concreta visione a lui vicina (il colle dell’infinito e la siepe che gli chiudevano lo sguardo impossibilitato ad andare oltre il limite). Questo per dire che quando leggiamo poesia e quando la parafrasiamo dobbiamo innanzitutto cominciare a vedere cose e situazioni, momenti concreti di vita, esperienze ‘normali’ di uomini solitamente normali che vedono e dicono quel che normalmente altri non vedono o non colgono. La stessa poesia ‘metafisica’ di Montale nasce da concrete visioni o da momenti di vita quotidiana - che il poeta naturalmente trasfigura - ma che partono dal solito ‘vedere’ ed esperire, vivere e sentire. Le situazioni che la poesia crea o evoca sono sempre nuove perché nuovi e diversi sono sempre quelli che vivono esperienze che altri hanno eventualmente o apparentemente già vissuto. Ogni poesia non è staccata dalle altre, ma è un pezzo di storia dentro la storia poetica di un autore; non è mai singola illuminazione e irripetibile esperienza, ma è un pezzo di storia personale dentro una storia più lunga o dentro il pezzo piccolo di una storia che sempre si dipana, si svolge, si sviluppa. E quindi, è sempre bene leggere una singola poesia non come un pezzo eccezionale e ben riuscito, unico e irripetibile, ma come un passo dentro un percorso concreto, di pensieri o di sentimenti – che diventano, ad esempio, un tema ricorrente - che un poeta in un certo tempo della sua vita sta vivendo. E quindi, dentro una raccolta, una sezione, un pezzo intero di un’opera poetica. Nella scuola gli studenti hanno mancato di appassionarsi alla poesia anche perché gliela abbiamo fatta vedere come una cosa eccezionale, come un fiore in uno stagno. I Canti di Castelvecchio ad esempio sono una raccolta tenuta insieme da un interesse, dal premere sul Pascoli di un tema in un certo momento della sua vita. Naturalmente la storia del poeta non è solo storia di eventi e di vicende, ma anche e soprattutto storia di usi linguistici, di innovazioni linguistiche che sono il cambiamento dentro una continuità. L’invenzione poetica non comincia mai dal nulla, ma è frutto di mestiere di consuetudine, di letture, di richiami, di risonanze, di pratica intesa nella più vasta accezione. Una lunga parte della nostra storia poetica è fatta di modelli, di scuole, di schemi, di invenzioni fatte dentro una 15 tradizione. Il petrarchismo è solo un esempio tra i più raffinati e rilevanti del fare poesia dentro forme date e costrette (il sonetto è stata la forma o l’involucro nel quale tanti poeti hanno rinnovato temi, contenuti, ma anche tecniche formali, linguaggio e altro). Si fa poesia copiando poesia. Ogni poeta rinnova una tradizione e si pone dentro una scuola. E la scuola non è sempre quella che critici e studiosi di arte poetica individuano o formalizzano. Questo è eventualmente lavoro e materia della storia delle poetiche o, più largamente, di storia della letteratura poetica. Un solo esempio. Nel Novecento – l’affermazione vale in particolare per la poesia italiana a partire degli anni ’30 – i poeti più noti (Montale, Ungaretti, Quasimodo per dire dei tre più noti) vengono (o forse è meglio dire ‘venivano’) classificati come poeti ermetici, e l’ermetismo veniva indicata come la scuola o la poetica che li accomunava. Alla fine, il termine ermetico stava a indicare un modo chiuso e misterioso di esprimersi. Eppure, anche se una certa storia univa le esperienze di questi tre poeti, un comune denominatore che li unisse, sul piano della poetica, era impossibile trovare. E l’etichetta ha mostrato nel tempo tutta la sua angustia. Valter Deon, testo rivisto nel novembre 2014 16 Quarto intervento Il testo narrativo (letterario): leggere e capire quel che si vuole? Il piacere del testo Non intendo naturalmente aprire qui il dibattito su che cosa sia o non sia un testo letterario e in che cosa consista la ‘letterarietà’ di un testo. Intendo semplicemente cercare una strada per trovare un criterio - da utilizzare in sede scolastica - che aiuti lo studente a individuare la qualità e le caratteristiche che rendono ‘speciale’ un testo per gli effetti che provoca nel lettore. In altre parole, un criterio che aiuti a cogliere il quid di un testo ‘letterario’. Limiterò le mie osservazioni al testo narrativo che, insieme al testo argomentativo, rappresenta il prius del nostro comunicare. A tal proposito riporto una significativa pagina di Persuadere e convincere oggi di Vincenzo Lo Cascio. E’ strano che parlare ci sembri tanto naturale. Narriamo e argomentiamo5 e non pensiamo mai a come facciamo. Ci accorgiamo di queste attività e del complesso lavoro che ogni giorno svolgiamo quando abbiamo difficoltà ad esprimerci nella nostra lingua o in una lingua straniera, quando non troviamo le parole o non riusciamo a convincere gli altri perché non sappiamo chiaramente esternare il nostro pensiero. Quanto queste attività siano difficili lo notiamo anche quando ciò che diciamo non ci sembra tanto bello quanto i sentimenti e le immagini che con quelle parole vogliamo esprimere. A volte, invece, è vero proprio il contrario: le parole ci trascinano, ci aiutano a trovare o inventare immagini, sentimenti per un’affasciante legge associativa tra le parole, concetti ed esperienze. Invero non sappiamo se pensiamo attraverso le parole o attraverso un insieme di codici espressivi. Ma certamente la lingua è uno dei componenti fondamentali della nostra vita comunicativa e dell’espressione del nostro pensiero. Affascinanti sono i meccanismi del narrare e dell’argomentare attraverso la lingua. Narrare significa organizzare fatti e cose in ordine di spazio e di tempo, mettere in un ordine di successione avvenimenti, reali o fantastici, creando un universo complesso di emozioni, creando quindi catene di espressioni dei nostri stati d’animo. Da qui l’interesse per l’architettura (linguistica) che ci 5 Non credo necessario sottolineare il fatto che manchi un riferimento al testo descrittivo. In effetti – a ben pensarci – quello che noi consideriamo correntemente ‘testo descrittivo’ è un testo poco autonomo, presente cioè tra le righe dei testi – sempre misti – narrativi o argomentativi: le parti di descrizione sono solitamente quelle nelle quali chi scrive dà informazioni di sfondo e di contesto. Mi pare importante sottolineare la cosa dal momento che nella scuola, specie primaria, si invitano gli studenti a produrre testi descrittivi con la convinzione che sia facile o semplice scrivere testi di tale tipo. Ciascuno di noi può agevolmente sperimentare la fatica e lo sforzo che richiede la scrittura e la tenuta di un testo (quasi impossibile) tutto descrittivo. 17 permette di calare in un quadro di rappresentazione narrativa il nostro pensiero creando legamenti che riescono a farci vivere una storia come un’unità. Argomentare significa anche disporre idee e conoscenze in un rapporto di logica interazione e opportuna successione, in modo da produrre adesione o confutazione rispetto a certe asserzioni. E’ una delle attività più complesse dell’essere umano in quanto essere parlante. E’ l’attività che ci permette di produrre e capire ragionamenti per chiarire le nostre posizioni, definire le nostre opinioni sulla realtà che ci circonda e che ci coinvolge. Tutti noi aspiriamo a saper manifestare il nostro pensiero e le nostre emozioni in modo esatto. Le due cose, narrare e argomentare, hanno dunque dei legami tra di loro e sono gli assi portanti del nostro comportamento linguistico, quali che siano le occasioni di produzione linguistica: orale o scritta, dibattito, articolo scientifico, processo giuridico, conferenza, racconto, rapporto, semplice conversazione, ecc. La strategia del convincimento e quella della narrazione, inoltre, sono entrambe legate alla retorica, all’abilità di usare la lingua in modo che riesca a rendere, perfettamente e certe volte ancora meglio, le idee, le emozioni, i ragionamenti che si sviluppano e vivono in noi. Per la narrazione mi sono soffermato in particolare sulla struttura temporale e quindi sul come linguisticamente disponiamo in successione temporale gli avvenimenti e le situazioni di cui vogliamo parlare, affinché formino una catena o un fascio di catene o di storie. … Un solo cenno alla sostanza letteraria di un testo. Riprendo qui una breve ma larga definizione6 di testo letterario di de Beaugrande-Dressler (p. 241): un testo il cui mondo sta in una relazione sistematica di alternativa alla versione accettata del “mondo reale”. … ovviamente, il mondo testuale non è “reale”, ma, al massimo, un esempio di un modo alternativo di vedere la “realtà”. Solo nella misura in cui questa intenzione prevale su quella di riferire dei “fatti”, si può considerare anche prodotto letterario. Il criterio sul quale mi soffermerò è quello della ‘interrogabilità’ di un testo. Un testo quanto più è generoso nel suscitare domande e risposte tanto più è legittimato a essere definito ‘letterario’7. Il criterio non si riferisce tanto agli aspetti enciclopedici – del sapere comune o del sapere da trasmettere - quanto invece a quelli linguistici in particolare. In altre parole, alla forma piuttosto che ai contenuti. In questo senso il buon Croce – ben letto – aveva detto cose ragionevoli, successivamente stravolte da ‘idealismi’ mal digeriti. Quanto detto presuppone sul piano didattico una intensa azione volta a educare ‘a fare domande’ piuttosto che ‘a dare risposte’. Ma anche una educazione a cercare innanzitutto le risposte che un testo legittimamente e prudentemente può dare. 6 Ho già riportato la definizione nelle pagine dedicate al testo letterario e poetico in particolare. Qui ho voluto riprenderla per la sua efficacia e visibilità. 7 Ho sostenuto questa tesi nel primo articolo che la collega Claudia Provenzano ha distribuito. 18 Da questi due punti di vista (della ricchezza e complessità delle domande che suscita e delle prudenti risposte che rimanda) il testo narrativo letterario si avvicina, per le caratteristiche che presenta, al testo poetico. Un ‘oggetto’ particolarmente interessante da interrogare nei testi narrativi (letterari) è la dinamica dei tempi verbali. Harald Weinrich indica la strada. Nella prospettiva dello studioso la prima distinzione da tener presente è quella tra tempo reale e tempo verbale (tempo e tempus). I tempi verbali – l’autore per la loro frequenza in un testo li chiama segni ostinati - fanno parte di una catena più o meno lunga che in un processo comunicativo si muove dal parlante all’ascoltatore o da chi scrive a chi legge. In questo senso, e in una prospettiva testuale, le singole forme verbali che indicano il tempo devono essere considerate nella loro concatenazione. E quindi le concentrazioni di alcuni tempi verbali rappresentano dei veri e propri ‘nidi’ di tempi (dominanza di tempi). Con queste premesse Weinrich individua due gruppi di tempi verbali: i tempi commentativi (presente, passato prossimo, futuro) e tempi narrativi (imperfetto, passato remoto, trapassato prossimo e i due condizionali). Chi parla o chi scrive si serve dei segni verbali per dare all’ascoltatore o al lettore istruzioni circa: a) l’atteggiamento che deve assumere (di tensione o di distensione); b) la disposizione ad accogliere una preinformazione o una postinformazione; c) il modo di interpretare la messa in rilievo di un fatto o di un evento da parte dell’autore. Mettere gli occhi sulla dinamica e sull’alternarsi dei tempi verbali in un testo dà frutti interessanti. Ed è una esperienza che tutti noi possiamo fare anche con i prodotti degli studenti. Sono pane quotidiano i temi nei quali è facile riscontrare l’inesperienza dei ragazzi nel maneggiare i tempi in un testo: sono noiosi ad esempio quei testi (frequenti) nei quali lo studente attacca – raccontandoci una sua esperienza – col passato remoto e tiene fermo tale tempo per tutto il testo: “Andai con i miei genitori in vacanza. Al mare mi divertii tanto. Trovai tanti amici con i quali giocai al pallone. ….”. Sono testi noiosi dinanzi ai quali la lettura appare subito faticosa e pesante. Un segno della riuscita di un testo è dato dall’alternarsi continuo di tempi verbali dei due gruppi. Tale alternarsi è segno della capacità dello scrittore di assumere atteggiamenti diversi, molto mossi, dinanzi ai quali il lettore è chiamato a seguire il narratore tra il tempo della narrazione e il tempo narrato. A cogliere i passaggi dal mondo narrato al mondo commentato, e quindi ad assumere atteggiamenti di tensione o di distensione. O a cogliere in un testo narrativo dai segnali del passato remoto la messa in rilievo di fatti ed eventi che risultano essere quelli che il lettore deve accogliere come i dati rilevanti del narrare. Per dare l’idea della dinamica cui ho appena accennato riporto una pagina di J. D. Salinger da Il giovane Holden. Avevano ognuno la sua stanza e tutto quanto. Erano tutt’e due sulle settantina, e forse anche più. Però c’erano cose che li mandavano in sollucchero – in modo stupido, naturalmente. So che pare cattivo dirlo, ma 19 non lo dico in senso cattivo. Voglio dire che ci pensavo molto al vecchio Spencer, e se ci pensavi troppo, finiva che ti domandavi perché diavolo vivesse ancora. Voglio dire che era tutto piegato in due e stava su per miracolo e in classe, alla lavagna, tutte le volte che gli cadeva un pezzo di gesso, qualche ragazzo in prima fila doveva sempre alzarsi per raccoglierlo e darglielo. Per me questo è tremendo. Ma se pensavi a lui solo quel tanto, non troppo dico, potevi farti l’idea che non se la cavava poi tanto male. Per esempio, una domenica che io e certi altri ragazzi eravamo andati a casa sua a prendere la cioccolata calda, ci fece vedere quella vecchia coperta Navajo che lui e la signora Spencer avevano comporta da un indiano a Yellowstone Park. Era chiaro che quell’acquisto mandava in sollucchero il vecchio Spencer. Ecco quello che voglio dire. Prendi uno che è un vecchio bacucco, come il vecchio Spencer, comprare una coperta può mandarlo in sollucchero… (da J. D. Salinger, 1961-2001-2002, Il giovane Holden, La Biblioteca di Repubblica, Roma, p. 9). Il brano dà subito l’idea di un testo mosso e ‘inquieto’ nel quale sono evidenti i diversi atteggiamenti che l’autore assume, e che intende far passare al lettore. Nell’alternarsi dei tempi verbali l’autore segnala in alcuni momenti il suo intento di narrare, in altri quello di riflettere su quanto appena detto, e di commentare. Dinanzi a tale alternarsi di tempi verbali – inusitato – il lettore attento si interroga o, per lo meno, si sente incuriosito o spiazzato. Far leva su tali curiosità credo che valga la pena. Sono porte che si aprono sui meccanismi del testo e sono varchi che agevolano la comprensione. Questa chiave di lettura è buona principalmente per i testi letterari, ma, usata con ogni prudenza, è utile anche per leggere e capire meglio le strategie di scrittura di tanti testi divulgativi e di tanti testi scolastici. Trascrivo due capoversi di un paragrafo di un libro di storia per una terza media. Alla cauta idea liberale di Cavour, alla fedeltà monarchica, alla prudente politica piemontese si opponevano l’irruenza, la fede repubblicana, la fiducia nella democrazia e nel popolo, le speranze nella rivoluzione di altri gruppi. Mazzini, Pisacane, Cattaneo impersonificarono questo secondo aspetto del grande problema dell’unificazione d’Italia. Tra il 1850 e il 1853 Mazzini riallacciò una fitta rete clandestina di cospirazioni e di contatti, tutti volti a preparare un’insurrezione che avrebbe dovuto iniziare in Lombardia per poi espandersi a tutta Italia, forse in altre parti d’Europa. Ma quel tentativo fallì: nel 1853 quelle trame furono scoperte, furono arrestate centinaia di persone, furono impiccati numerosi patrioti. (da Carlo Cartiglia, 1985, Storia e lavoro storico, III, Loescher: Torino, p. 90) Il testo che ho riportato è tratto da un buon testo per la scuola media; la frattura qui tra la parte di cornice e la parte di informazioni di primo piano è evidente: il testo è ben fatto e ben costruito. La chiave di lettura suggerita da Weinrich aggiunge strumenti a strumenti per una buona comprensione. Valter Deon, febbraio 2015 20 Quinto intervento Il giornale in classe: deittici e informazioni esplicite. Le furbizie della scrittura giornalistica Fino ad alcuni anni fa si leggeva il giornale in classe per motivi ‘formativi’: era necessario che lo studente cominciasse a conoscere il mondo che lo circondava. Ed era importante che la scuola gli fornisse spirito critico; che lo formasse, in una parola, a distinguere le informazioni, a confrontarle, a vagliarle. In questo senso era necessario che in classe arrivassero giornali di orientamento culturale e politico diverso in modo tale che lo studente potesse mettere a confronto medesime informazioni date da fonti di ‘colore’ diverso. Due le premesse. La prima. Nel momento storico in cui questa esigenza si faceva strada, i giornali, quotidiani in particolare (ma poco da questo punto di vista è cambiato), arrivavano in poche case degli italiani. E la scuola (seconda premessa), che doveva formare l’uomo e il cittadino, aveva il dovere, e quindi il compito, di arrivare là dove la famiglia non arrivava. Il tempo. Sono gli anni ’70/’808. Sono gli anni in cui l’educazione civica diventa ‘quasi’ materia di studio (insieme alla storia) e la democrazia, anche e soprattutto attraverso la scuola, ha bisogno di consolidarsi. Sono gli stessi anni in cui si scrivono i Programmi per la scuola media (1979) e, subito dopo, quelli per la scuola elementare (1985). Alle spalle ci sono Don Milani, e tutta la cultura dell’impegno civile e formativo della scuola. La scuola doveva e poteva cambiare il mondo. Se la scuola era il luogo e lo strumento primo per la formazione del cittadino, il potere politico si mostrava molto attento a che tale educazione fosse fatta nel modo più equilibrato e obiettivo possibile. E’ da dire che in quegli anni la passione e l’impegno politico erano molto accesi, giustamente: la democrazia era debole e doveva perciò consolidarsi. Per queste ragioni la lettura del giornale in classe, se era progetto universalmente condiviso, era anche attività guardata con particolare attenzione dalle forze politiche di ogni colore. La premessa era quindi che in classe dovessero arrivare giornali di diverso orientamento o, almeno, se di orientamento diverso, che tra ‘i colori’ ci fosse equilibrio. Per cui L’Unità sì, ma neutralizzata dal Corriere della Sera o da altro giornale non di partito o di opposto orientamento. Oggi tutte le preoccupazioni di allora fanno quasi sorridere. Per tante ragioni. Innanzitutto l’obiettività è una chimera che si può inseguire, ma che mai si potrà raggiungere. Ogni notizia è in qualche modo manipolata a cominciare dal fatto di essere stata scelta, e anche per l’evidenza con cui viene data, dallo scopo o sovrascopo con cui viene scritta, dal tempo in cui viene comunicata. E 8 Per dare l’idea dell’importanza che al giornale – e conseguentemente al giornale in classe – veniva data in quegli anni cito tre titoli significativi: Gian Luigi Beccaria (cura di), 1973, I linguaggi settoriali in Italia, Bompiani, Milano; e, in particolare, il saggio dello stesso Beccaria ivi contenuto Il linguaggio giornalistico (pp.61-89); il classico Paolo Murialdi, 1975, Come si legge un giornale, Laterza, Bari-Roma; Maurizio Dardano, 1976, Il linguaggio dei giornali italiani, Laterza, Roma-Bari. Non sto a citare le antologie che in questi anni portano intere sezioni e guide dedicate alla lettura del giornale in classe. 21 ancora (ma la lista delle cose che sono cambiate sarebbe lunga e incompleta), dal fatto che oggi tutta l’informazione è profondamente mutata, a cominciare dalle sue fonti. Questa situazione, se rende meno problematica la gestione del giornale in classe, complica però la vita dell’insegnante per la complessità che oggi ha assunto il mondo dell’informazione: per l’incalzare delle informazioni e per il loro numero e quantità. E anche per la loro qualità. Resta il fatto che il giornale cartaceo resta uno strumento importante da far entrare in classe e da usare senza le preoccupazioni ‘politiche’ di un tempo. Perché il giornale in classe? Per tante e varie ragioni9. E’ stato ed è tuttora luogo e strumento di innovazione linguistica: parole nuove e nuove espressioni nascono nei giornali (sicuramente meno di un tempo, ma ancora in quantità significativa: oggi le innovazioni linguistiche hanno anche altri luoghi in cui nascere). Presenta testi di ogni tipo e forma, e testi dai contenuti più vari: dall’articolo di fondo (argomentativo), al pezzo di cronaca (narrativo), alla pagina divulgativa (espositivo), alla recensione, ai consigli per mantenersi in salute (regolativo), ecc… Da questo punto di vista presenta ogni giorno una varietà di tipi e forme testuali, anche inusitate, sulla quale sarebbe opportuno far riflettere gli studenti. E inoltre dà l’opportunità e l’occasione per riflettere su fenomeni linguistici di ogni tipo: formazione di parole, etimologie, fatti sintattici, semantici, grammaticali, ecc. E’ da dire – per amor del vero – che se un tempo i giornalisti, e soprattutto i ‘compositori’ del giornale, erano vigili, attenti e rispettosi della lingua e delle sue norme (che pure ci sono!), oggi i tempi di ‘confezione’ del giornale, la quantità e la velocità delle informazioni, la varietà delle rubriche e quant’altro hanno fatto abbassare la guardia sul rispetto che alla lingua è dovuto. La prima preoccupazione che un insegnante che usi il giornale in classe deve avere riguarda il punto di partenza da cui prendere le mosse per una fruttuosa fruizione del mezzo e per una educazione alla sua lettura di lungo respiro. Torna alla mente uno storico articolo di Raffaele Simone del 197610 nel quale lo studioso sosteneva la priorità e la primarietà del linguaggio sulla lingua che, non a caso, ha il suo sinonimo (?)11 nel sintagma ‘linguaggio verbale’. Nell’articolo Simone – partendo da Saussure – sosteneva che il linguaggio è la base su cui poggia una solida e ben fondata educazione linguistica. Da qui la necessità di sviluppare nel bambino, fin dai primi anni di vita, tutti i linguaggi che pure naturalmente usa: quello corporeo, quello gestuale, quello grafico, quello artistico nelle sue varie forme, ecc... Per il giornale tutto questo si traduce nella necessità di educare gli studenti alla decodifica di ogni segno non verbale, attraverso cui passano, ad esempio, informazioni circa importanza e gerarchia delle informazioni (forma e grandezza dei caratteri), posizione del pezzo, icone che presentano rubriche, e altro. Sull’importanza di una 9 Non farò naturalmente riferimento all’importanza del giornale come strumento di informazione politica, culturale, civile. 10 Il pezzo di Simone si intitolava Dalla lingua al linguaggio ed era stato pubblicato nella rivista “Scuola e città” de La Nuova Italia (numero dell’agosto 1976). Era poi stato ripubblicato in un volume L’educazione linguistica sempre da La Nuova Italia 3 anni dopo. 11 Il punto di domanda vuole segnalare il fatto che sinonimi perfetti nella lingua non ce ne sono, ma solo parole vicine nel significato o – se proprio si vuole - quasi sinonimi. 22 educazione alla lettura e decodifica dei segni in epoca digitale poi non è necessario soffermarsi più di tanto: qualsiasi strumento digitale suppone una capacità – da educare – di lettura, decodifica, gestione delle icone e del paratesto presente in ogni pagina, su carta o su altro supporto. Un fenomeno sul quale il giornale costringe a guardare con particolare attenzione è quello della deissi (anche se ieri il fenomeno era molto più accentuato, specie nel giornalismo degli inviati). La deissi è – secondo la definizione che Sabatini-Coletti danno nel loro dizionario - la proprietà, inerente al linguaggio verbale, mediante la quale ci si può riferire, con elementi e forme della lingua, ai partecipanti all’atto comunicativo (I e II persona del verbo; imperativo; forme vocative), a chi in esso è menzionato (pron. personali), alle coordinate spazio-temporali di riferimento (avv. come ora, qui, lunedì scorso, fra due ore), o agli oggetti indicati (agg. o pronomi dimostrativi). O, più chiaramente: deittico si dice di elemento, espressione, che ha la funzione di definire la dimensione spazio-temporale di un enunciato (p.e. questo, qui, ora, il mese scorso) o di individuare i protagonisti (p.e. io, lui, mio, tuo). Quello della deissi è un fenomeno frequente nella lingua, nel nostro parlare quotidiano, nei nostri scritti, ma risulta poco studiato e poco osservato a scuola. Risponde alla fondamentale legge dell’economicità della lingua e della comunicazione; è presente soprattutto nel parlato e, soprattutto nel linguaggio dei bambini, risponde all’idea che all’interlocutore tutto (o quasi) sia noto. Se diciamo (con Ferrari-Zampese, p. 126): Oggi io mangio qui con te. Per costruire il significato di oggi devo sapere quando ha parlato il locutore; per costruire il significato comunicativo di io è necessario sapere chi è il locutore; per decodificare qui bisogna sapere il luogo in cui ha parlato il locutore; infine, per costruire il significato comunicativo di te devo sapere a chi è rivolta la frase. Ieri il fenomeno della deissi era particolarmente evidente nei servizi degli inviati: Qui New York; ieri il Presidente…: i segni di luogo e di tempo erano naturalmente riferiti a chi avrebbe letto. L’oggi poteva essere l’ieri per chi scriveva ma l’oggi appunto per chi leggeva. Alla fine, la deissi rappresenta il punto di appoggio o di riferimento che chi parla o scrive attacca il prima o il dopo, il lontano o il vicino rispetto a quel che segue nel testo; e inoltre, la deissi spinge a riconoscere i protagonisti dell’evento comunicativo. E’ interessante sottolineare come il fenomeno riguardi in particolare il parlato, ma come sia presente anche nello scritto (deissi testuale). E ancor più interessante è notare come in un testo le diverse forme verbali siano deittiche: passato, presente e futuro nei testi non riflettono ‘il tempo reale’, ma quello del testo. Passato e futuro sono tali rispetto al presente del tempo dell’enunciazione. Sono quindi sempre deittici, vale a dire relazionati, interconnessi e interdipendenti. Il giornale è inoltre strumento per conoscere dal vivo altri fenomeni di lingua presenti nel nostro parlare e nel nostro scrivere: la parafrasi per anticipazione ad esempio, la connotazione dei titoli e la loro relazione col contenuto del testo; gli strumenti linguistici per persuadere. Ogni giornale presenta caratteristiche di impostazione, impaginazione, composizione, originali e mobili. Se ieri, anche nella ‘forma’ e nella veste esterna, il giornale seguiva alcuni canoni (è 23 sufficiente aprire il Murialdi per averne coscienza e conoscenza), oggi ogni giornale quotidiano si distingue da altri per dimensione, caratteri, colori, modi della titolazione, ecc… Si deve aggiungere che tali forme mutano molto più rapidamente di ieri. Il senso di tutto il discorso è che il giornale è il luogo nel quale la lingua si presenta con tante delle sue facce e con tanti dei suoi più significativi fenomeni. Solo per esemplificare, in ogni quotidiano sono presenti idealmente e potenzialmente tutti i possibili lettori e fruitori: testi per la persona colta, testi per la gente comune, testi per appassionati di…, testi per professionisti. E quindi, lingue di ogni colore. Insomma, a chi sa guardarlo il giornale è una sorta di inventario di quel che la lingua è stata, è e diventerà. Il giornale infine prova a piegarsi alle tante e varie enciclopedie delle tante e diverse persone. Le varie rubriche e i vari inserti hanno questo significato. Se negli ultimi anni il giornale su carta ha conosciuto trasformazioni e cambiamenti significativi (nelle dimensioni, nelle impostazioni, nella scrittura, nel modo di dare informazione, ecc.), una autentica rivoluzione è scoppiata con l’avvento del digitale. Ormai ogni giornale ha la propria ‘versione’ on line che naturalmente risente delle caratteristiche del mezzo attraverso cui passa. Le caratteristiche sono quelle che tutti conosciamo: velocità e immediatezza delle informazioni; presenza ‘invadente’ di titoli e immagini che anticipano e rinviano a siti o a link; facilità per il lettore di scegliere l’approfondimento della notizia di interesse; velocità e scarsa cura della scrittura. Ecc, ecc, ecc. Alla scuola devono interessare almeno due cose: una educazione al linguaggio che porti gli studenti a saper leggere, capire e decodificare segni, icone, simboli, figure e ogni altra cosa che vada oltre il linguaggio verbale; una educazione all’approfondimento, al controllo di fonti, alla lettura critica, lenta e non superficiale. In questo senso, e considerato il momento di passaggio e di trasformazione, il giornale tradizionale su base cartacea rappresenta ancora uno strumento importante per una educazione all’informazione12. Attrezzare lo studente degli strumenti per una efficace comprensione dei tanti e vari testi di un giornale è compito non eludibile della scuola. Valter Deon, febbraio 2015 12 Anche a questo proposito, consiglio vivamente, non tanto per i giornali on line quanto invece per capire i tratti della rivoluzione informatica e digitale, i due libri di Raffaele Simone: del 2000, La terza fase, Laterza: Roma-Bari; e del 2012, Presi nella rete, Garzanti, Milano. 24 Sesto intervento Capire e usare i testi/manuali scolastici. Digitali o non digitali?13 Il libro di testo è sempre stato un grosso problema per la scuola, e per quella italiana in particolare. Chi ha esperienza di vita scolastica sa benissimo che il collegio-docenti più atteso (e forse temuto) è quello dedicato alle nuove adozioni dei libri di testo. Ed è sempre molto difficile per chi tiene le chiavi della riunione gestire intese, far arrivare a compromessi, chiudere con decisioni tranquille. Questa dei libri di testo è una caratteristica tutta italiana: in molti paesi del Nord Europa a scuola libri se ne usano pochi (in Belgio ad esempio ma anche Francia, pur se in maniera più contenuta): tra i banchi girano fotocopie, manualetti artigianali su carta d’emergenza; solo in Italia i libri di testo sono uno strumento senza il quale la scuola ai più sarebbe inconcepibile. Questa ‘cultura del libro’ - come si è detto – è caratteristica della nostra scuola. Ed è cosa buona: il libro è una realtà con la quale la scuola deve far prendere familiarità e confidenza; con lo scopo – tra gli altri – di far diventare tali familiarità e confidenza costume di vita. Il libro ha odore14, si fa maneggiare e toccare come nessun altro oggetto; è materialità, oltre che strumento per la testa da usare per saperne di più (almeno quello di scuola). E ognuno di noi lo tratta in modo originale: lo legge stando in piedi, lo piega, ne ha cura a volte eccessiva, lo sottolinea, ne piega le pagine, ecc. La sua eventuale scomparsa dalla scuola, ma anche la sua semplice sottovalutazione, sarebbe un danno grave. E’ vero che intorno ai libri di testo girano tante cattive pratiche che accompagnano tante cattive abitudini. Ad esempio. Il fatto di farlo acquistare senza poi farlo usare. O di sottoutilizzarlo clamorosamente (e costa!). O di fare con lui conti sbagliati; se si pensa ad esempio a un libro di storia e se ne contano le pagine calcolando il numero di ore a disposizione in un anno per l’insegnamento della materia, una semplice divisione finale può portare a sorprese interessanti: ogni ora di storia dovrebbe prevedere la lettura, e lo studio conseguente, di non meno di 3 o 4 pagine intere; interrogazioni, spiegazioni, vacanze comprese. E inoltre, di far acquistare libri ‘pesanti’ per materie essenzialmente pratiche e operative (ho assistito a cruente battaglie per la adozione del libro di testo di educazione fisica). Nell’elenco delle contraddizioni si potrebbe andare avanti all’infinito. Resta il fatto che il libro nella nostra cultura occidentale è stato un protagonista di primo piano. La questione ‘libri di testo’ nella nostra scuola ha una lunga storia, difficile ma affascinante da ripercorrere, specie se la si guarda dalla parte degli autori. Gli ultimi 50 anni in particolare sono stati da questo punto di vista quanto mai interessanti e istruttivi. Per il libro di testo passa – volendo leggerla – anche la storia di un paese. Gli anni ’70 sono stati caratterizzati da un grande fermento culturale, civile, democratico. Sono stati gli anni alle spalle dei quali c’era il ‘68, dentro i 13 Sulla situazione dei libri di testo a scuola è ancora attuale – nonostante gli anni – il Quaderno GISCEL /18 di Rosa Calò e Silvana Ferreri (a cura di), 1997, Il testo fa scuola, La Nuova Italia, Firenze. Il libro raccoglie saggi di vari autori delle più diverse discipline. 14 Nell’ultimo numero (49) de La Crusca per voi Claudio Marazzini, attuale Presidente dell’Accademia della Crusca, in un lungo articolo dedicato al libro (Il libro italiano fuori d’Italia) scrive dell’importanza del libro cartaceo e manifesta le sue opinioni sul libro elettronico, affrontando naturalmente anche la questione dei libri scolastici (pp. 2-4). 25 quali si sono visti tentativi di profondi rivolgimenti in ogni campo, dopo i quali c’è stato un rallentamento ‘ riflessivo’ di quanto era successo. In questo clima la scuola e l’Università si sono trovate col medesimo bisogno di rinnovarsi e di contribuire a trasformare il paese: l’impegno culturale si coniugava strettamente con quello civile. La ricerca investiva sia la scuola sia l’Università. E tra le due istituzioni si era stabilito un tacito e fruttuoso accordo di collaborazione e di comune impegno. L’Università guardava con interesse alla scuola in quanto istituzione impegnata nell’educazione delle giovani generazioni; e la scuola guardava all’Università, in quanto luogo privilegiato della ricerca, per rinnovarsi e rinnovare i contenuti di studio. I libri di testo per la scuola (per ogni grado di scuola) erano visti in quegli anni come i canali attraverso cui poteva e doveva passare la nuova cultura del paese e quindi i suoi contenuti. In particolare, in campo linguistico, campo investito da grandi e profonde novità, i più sensibili docenti universitari si erano sentiti impegnati in prima persona a scrivere libri di testo con la convinzione che per i manuali potesse passare indirettamente anche l’aggiornamento degli insegnanti. Alla fine, sono stati anni segnati da veri e propri classici: grammatiche o antologie hanno curato Tullio De Mauro, Raffaele Simone, Gaetano Berruto, Monica Berretta, Francesco Sabatini, Maria Corti, Emilio Manzotti, e tanti altri che riesce difficile ricordare. Autori famosi come Calvino15 – solo per citare un nome – si sono trovati coinvolti in progetti per la scrittura di una antologia per la scuola media16. Il manuale per la scuola era lo strumento attraverso cui passavano dall’Università alla scuola i risultati più recenti della ricerca accademica ma, contemporaneamente, erano gli strumenti attraverso cui arrivavano all’Università, per mezzo di giovani insegnanti-ricercatori, le voci della scuola: si pensi, solo per citare un nome, a Daniela Bertocchi. E’ stata una stagione irripetibile. Forse è bene aggiungere che gli stessi docenti universitari, impegnati su tutti fronti del rinnovamento, hanno contribuito alla stesura di storici documenti istituzionali per la scuola: dietro i Programmi per la scuola media del 1979 si sente la penna e l’intelligenza di Francesco Sabatini; dietro quelli del 1985 per la scuola elementare si sente - tra gli altri - il piglio di Raffaele Simone. Col passare degli anni il legame che si era stretto tra scuola e Università si allenta e, anche per questa ragione, la manualistica scolastica comincia a conoscere un lento ma evidente e progressivo impoverimento. Due, in particolare, i fatti che caratterizzano questo passaggio: i libri di testo si fanno sempre più uguali gli uni agli altri; l’Accademia si disimpegna lentamente ma progressivamente e, a parte qualche eccezione, la scrittura della manualistica scolastica viene affidata ad équipe redazionali più o meno affiatate e omogenee o a gruppi di insegnanti particolarmente esposti in Associazioni professionali. 15 Nel 1967, in una lettera ai responsabili della casa editrice Zanichelli che gli avevano proposto di fare una antologia per la scuola media, lo scrittore parlava di <<dannato lavoro>>, di un lavoro assai duro a meno che non ci si contentasse di <<fare quello che mi pare facciano tutti gli autori di antologie, cioè antologizzare le antologie già antologizzate>> (da Gianni Sofri, 2013, Del fare libri, Zanichelli: Bologna, p. 44). 16 Qui il focus è stato mirato sui libri di testo di educazione linguistica e, in particolare, sulle grammatiche. Ma le considerazione possono essere estese a manuali e libri di testo di altre materie. E’ sufficiente citare per la matematica i libri innovativi e rivoluzionari di Emma Castelnuovo editi da La Nuova Italia. Per la geografia Mezzetti, per la letteratura per le superiori Armellini-Colombo o, anni prima, Ceserani-De Federicis, Il materiale e l’immaginario. 26 Quel che balza agli occhi in particolare nel campo della manualistica per l’educazione linguistica è una progressiva omogeneizzazione dei prodotti: se il manuale di educazione linguistica di De Mauro o di Simone portava la forte personalità dell’autore, le grammatiche che si vedono nelle scuole sono grammatiche che non sposano fedelmente alcuni modelli e non portano segnali inequivocabili e originali di un autore, ma assumono, con esiti naturalmente diversi, scelte e impostazioni sincretiche. In questo orizzonte fa parte a sé Francesco Sabatini che vede imporsi – lentamente ma decisamente - il modello valenziale da lui elaborato. Per usare e far bene operare il libro di testo è bene forse pensare alla sua genesi e, in particolare, alla sua genesi di scrittura. Naturalmente le generalizzazioni lasciano il tempo che trovano, ma quel che colpiva nei gloriosi manuali degli anni ‘70-’80 era lo sforzo che si percepiva di pensare non tanto a spezzare il pane della scienza agli studenti, ma di immaginare una materia e un testo per studenti di una data età. Nella sostanza: in quei testi il destinatario primo era lo studente con i suoi problemi, le sue possibilità, le sue potenzialità cognitive. E la grammatica scolastica (o l’antologia o Il libro di Italiano) diventava in qualche misura disciplina-materia con una sua logica e una sua interna coerenza. Questa era la grande qualità di quei manuali per la scuola. Monica Berretta17 a suo tempo aveva ben caratterizzato questo fenomeno. Per esemplificare e rendere più chiaro questo dato si può pensare ai manuali di storia. L’esempio naturalmente deve essere adattato ai diversi libri delle diverse materie. La genesi di scrittura di un manuale di storia (con le debite meritorie eccezioni) è, da un lato, molto semplice e, dall’altro, difficile per le complesse operazioni che richiede. Nasce normalmente o da manuali di storici esperti - destinati all’università – o da monografie di storici esperti (più raramente), o anche da rifacimenti e aggiornamenti a partire da manuali collaudati. Nascono in sostanza da un prodotto ‘alto’, sul quale viene fatta una serie di operazioni di scelta, adattamento, riduzione di informazioni. Alla fine, operazioni di parafrasi riduttiva di un testo A. Un esempio tratto da un sussidiario di scuola elementare. Il Cristianesimo. Gli antichi culti degli dei non offrivano una risposta soddisfacente al problema della morte e dell’oltretomba. Nuove teorie ponevano la felicità nell’appagamento di ogni piacere e spingevano gli uomini alla ricerca e all’uso sfrenato delle ricchezze. Nella società dilagava l’ingiustizia: ai privilegi di pochi si contrapponevano la miseria, l’umiliazione, la schiavitù di molti. Nell’animo degli oppressi sovente si annidava l’odio e il desiderio di vendetta. In un’epoca di così grandi incertezze e di gravi ingiustizie si diffondeva un messaggio di speranza per l’intera umanità18. E’ chiaro che quel che resta, tolta la polpa della narrazione che pure nei testi degli storici esperti è solitamente buona parte del testo, rimane la tesi o l’opinione di chi scrive appunto. Essenziale e ridotta all’osso: non più tesi o opinione sostenuta con argomentazioni, ma semplice affermazione. Così, di riduzione in riduzione quel che viene perduto è l’articolazione, la complessità di tutti gli elementi che sostengono la tesi che a questo punto diventa appunto – se priva di riscrittura chiarificatrice e semplificata – pura esposizione di una affermazione. Senza tutti gli elementi che la 17 18 Faccio riferimento al già citato Linguistica e educazione linguistica del 1977. Da Calonghi, 1981, p. 64 27 accompagnano e la arricchiscono, lo studente trova insormontabili difficoltà a capire l’informazione prima e a ricordare poi. Tutte le teorie della costruzione della conoscenza dicono quel che per tutti è lapalissiano: che senza articolazione, senza complessità, senza ricchezza una informazione scivola nella testa di chi apprende. La difficoltà che uno studente incontra nella gestione e nella pratica dei suoi libri scolastici è anche lessicale e semantica. Se il testo non ha fin dall’inizio un chiaro e definito destinatario, se cioè il testo non viene pensato per lo studente, il lessico, oltre alla organizzazione dell’informazione e più in generale alla architettura del testo, rappresentano per lo studente ostacoli insormontabili. Naturalmente la comprensione ne viene ostacolata e pregiudicata. Il breve testo di scuola elementare poco sopra riportato è esemplare anche da questo punto di vista. Le procedure appena descritte si possono ritrovare in manuali scolastici di materie scientifiche (di scienze in particolare), di geografia, di materie tecniche per le scuole superiori. Digitali o non digitali? Con sempre maggiore frequenza sembra diffondersi l’interesse e la pratica per testi fatti a scuola dagli stessi studenti con strumenti che la tecnologia oggi mette a disposizione (vd l’esperienza del liceo scientifico di Bari-Brindisi). L’esperimento sembra avere una forte carica innovativa sul piano didattico, specie per quel che riguarda la costruzione delle conoscenze da parte dello studente, sempre più attivo nel fare il proprio sapere. E, dato da non sottovalutare, sicuro e significativo impatto sui costi per studenti e famiglie. Confesso di avere scarsa conoscenza del fenomeno e, soprattutto, dei prodotti. Ho maggiore conoscenza di certe dispense che girano per numerose università italiane, specie nel triennio. Guardo al fenomeno con un certo interesse ma anche con un qualche scetticismo (pregiudiziale), date anche le premesse di questo intervento. Quel che ritengo vada salvaguardato è il modo di arrivare alla conoscenza che – digitale o non digitale sia il tempo - suppone metodo, sforzo, fatica, rigore. Resta il fatto che le mani almeno su qualche classico (testo naturalmente: di storia letteraria, di grammatica, di matematica almeno) sarebbe importante che lo studente nel corso dei suoi studi potesse metterle. Ciascuno di noi ricorda almeno un libro sul quale ha faticato, ma dal quale ha tratto gratificazione. Valter Deon, marzo 2015 28 Settimo intervento Leggere e capire testi fortemente vincolanti Non a caso il titolo dell’intervento fa riferimento alla proposta di classificazione e riconoscimento dei testi di Francesco Sabatini19. La proposta mi pare la più potente per caratterizzare i testi funzionali in particolare; come è noto, essa assume il punto di vista del lettore ed ha come oggetto la superficie del testo. Considera i testi per i vincoli che essi pongono a chi legge, in modi e forza diversi; in particolare, i testi giuridici, quelli della medicina o quelli della burocrazia stringono fortemente a sé il lettore che non ha quindi margini per più o meno libere interpretazioni. I vincoli passano soprattutto per il lessico, ma anche per la sintassi diversamente complessa e per una organizzazione testuale dai tratti particolari per ciascuno di tali linguaggi. In un agevole manuale Luca Serianni20 affronta – insieme ad altri - il tema dei tre citati linguaggi settoriali, tra i più noti e comuni: quello medico, quello giuridico, quello burocratico. Lo fa non tanto per sviluppare il tema in sé, complesso e difficile, dei linguaggi speciali, quanto invece ma per assicurare a studenti universitari e a laureati delle facoltà umanistiche i presupposti necessari ad affrontare con idonei strumenti imprese di scrittura e riscrittura di testi specialistici. Lo fa cioè in vista di attività di riscrittura – parafrasi per riduzione in particolare o riassunto, come l’operazione viene comunemente chiamata – sempre più necessarie a tutti nella vita di tutti i giorni. Le note dello studioso sul tema più generale sono in ogni caso veloci, chiare ed esemplari. Se fino a ieri la questione dei linguaggi specialistici rientrava nel grande tema delle varietà linguistiche – orali ma anche scritte21 – ed era ‘dominabile’, oggi il problema è più che mai sfuggente e complesso. Si pensi – solo per esemplificare – alle innovazioni lessicali, ma anche morfologiche e sintattiche, che intervengono nella lingua in generale; alle novità che investono la costruzione, la struttura e l’architettura del testo; alle contaminazioni con altri linguaggi, evidenti soprattutto nella lingua dell’informatica e, più in generale, nella lingua dell’era digitale. E’ da sottolineare il fatto che nella pubblicistica sul tema il sintagma usato è linguaggi settoriali o specialistici: il sintagma richiama la distinzione fatta da de Saussure tra lingua e linguaggi, ripresa negli anni ’70 da Simone nel più volte citato articolo del 1976. Il termine linguaggio è naturalmente sovraordinato rispetto a lingua e ne rappresenta, soprattutto sul piano educativo, il fondamento. Nel DISC quello settoriale o specialistico è definito come l’uso della lingua, tipico di un ambiente sociale o professionale, di un gruppo, di un individuo particolare;22 … La definizione è molto larga, 19 Rinvio per più puntuali informazioni alla tabella di circa trenta voci nella più volte citata grammatica di Francesco Sabatini per la scuola superiore. L’editore è Loescher. 20 Luca Serianni, 2003, Italiani scritti, il Mulino, Bologna. 21 Non a caso Serianni intitola il suo manuale Italiani scritti. 22 Michele Cortelazzo definisce il linguaggio settoriale come la varietà di una lingua naturale, dipendente da un settore di conoscenze o da un ambito di attività professionali; un linguaggio settoriale è utilizzato, nella sua interezza, da un gruppo di parlanti più ristretto rispetto a quelli che parlano la lingua base e risponde allo scopo di soddisfare le necessità comunicative di un certo settore specialistico (citato da Serianni, p. 80). 29 tanto che la si potrebbe facilmente usare anche per indicare un gergo o – come fanno i due autori del dizionario – un idioletto. La definizione – funzionale a segnare i larghi confini di tali linguaggi e a caratterizzarli a tinte tenui – mostra anche i suoi limiti: o meglio, mette in evidenza il fenomeno sempre più diffuso, e più che mai evidente oggi, della stretta connessione tra linguaggi settoriali e lingua standard, e l’osmosi e il continuo passaggio e il confondersi di lingua comune e linguaggi specialistici. I confini tra l’una e gli altri si fanno sempre labili e sempre meno certi. Molti termini del linguaggio della medicina o della legge o della burocrazia (per non parlare di quello dell’informatica) passano da un ambito d’uso a un altro con una frequenza, facilità e velocità fino a ieri sconosciute. Naturalmente i tre linguaggi citati hanno caratteristiche diverse ma sono uniti da tratti comuni. Ad esempio, il linguaggio della medicina è fatto di termini facilmente riconoscibili per la loro scarsa comprensibilità al comune parlante, e quindi per il loro uso ristretto; quello giuridico invece è costituito da termini per lo più comuni, anche se caratterizzati da forte densità semantica. Il tratto comune è dato dalla prevalente monosemia delle parole. Il linguaggio della medicina è fatto per lo più di parole di origine dotta, greca e latina in particolare; quello giuridico di parole comuni di varia origine ed è restio ad accogliere foresterismi se non legati a ‘fatti’, eventi, fenomeni reali ben precisi (si pensi ad esempio ai tanti nuovi fenomeni economici e quindi ai reati nuovi che la legge ha dovuto prevedere). In altre parole, ogni linguaggio ben rappresenta il mondo che dice: quello della medicina è caratterizzato da tecnicismi collaterali, lessicali in particolare, che possono essere definiti come espressioni che, pur appartenendo al linguaggio tecnico, hanno alternative sinonimiche di registro interno più o meno alto. Una patologia può essere chiamata con un nome, pur di linguaggio tecnico, che il paziente può e deve capire, ma anche con un nome altamente specializzato che solo il medico e lo specialista usano. Quello giuridico invece è fatto da termini di uso comune23 – come si è detto - ma che assumono all’interno del particolare sistema specifiche accezioni: è linguaggio che entra per tante vie nella vita di tutti, ma che non può e non deve prestarsi a essere piegato a interpretazioni libere. Il diritto dovrebbe essere certezza24. Le attività propedeutiche particolarmente utili a entrare nei linguaggi tecnici o specialistici e a capirli sono sostanzialmente due. La prima è quella che si esercita sulle parole polisemiche cui si è accennato: un buon dizionario e una costante attenzione a tali parole sono le strade da battere per arrivare all’obiettivo. La seconda è quella di un mirato percorso sul tema: formazione delle parole. Luca Serianni ad esempio si sofferma, parlando del linguaggio della medicina, su tre suffissi in particolare: -ite, -osi, -oma. Il primo indica un fenomeno infiammatorio che colpisce un organo: bronchite è l’infiammazione dei bronchi; il secondo si oppone al primo e non indica un Michele Cortelazzo è tra i massimi esperti in Italia di linguaggi specialistici e, in particolare, del linguaggio della burocrazia. 23 La polisemia è un campo solitamente poco ‘arato’ dalla scuola o, forse meglio, è un fenomeno al quale si attribuisce poca importanza rispetto alla rilevanza che ha. In altre parole, se è quanto mai importante educare gli studenti a usare termini propri, altrettanto importante è educarli a vedere in parole di largo uso i tanti significati che ciascuno ha nel contesto nel quale viene usato. Si pensi alla parola ponte, forza, potenza, ecc… che hanno naturalmente significati diversi. 24 Per chi voglia approfondire con piacere e gratificazione intellettuale il linguaggio giuridico italiano può leggere il bel libro di Bice Mortara Garavelli, 2001, Le parole e la giustizia, Einaudi, Torino. Riporto l’originale sottotitolo che invita alla lettura Divagazioni grammaticali e retoriche su testi giuridici italiani. 30 fenomeno infiammatorio, ma una affezione di carattere degenerativo; il terzo si accompagna a parole che si riferiscono alle patologie tumorali (epitelioma, melanoma, ecc.). L’attenzione ai suffissi naturalmente non è funzionale solo a entrare nel mondo dei linguaggi tecnici o specialistici, ma anche e soprattutto alla comprensione di parole di uso comune. Il suffisso –tore ad esempio viene unito a una base verbale (in genere il participio passato) per formare un aggettivo o un sostantivo che indica la persona o la cosa che compie l’azione espressa dal verbo (lavoratore, calcolatore…). Giocare con questi strumenti che la lingua mette a disposizione è quanto mai utile e produttivo. Così come produttivi sono in generale tutti i fenomeni di formazione di parole (di composizione o di derivazione) per dare un nome a fatti, eventi, fenomeni, cose, che sempre più velocemente entrano ogni giorno nella vita di ciascuno. Particolarmente produttivi sono i processi di formazione di parole con semiparole o prefissoidi di origine greca e latina: si pensi a auto, bio, mono, grafia, … tutti pezzi di parole sul cui significato primo non pare il caso di spendere parole per segnalarne l’utilità didattica. Alla fine, pare essenziale guidare gli studenti a guardare dentro le parole per vederne elementi costitutivi, storia (etimologie), ed eventualmente per coglierne gli slittamenti, le trasformazioni, le variazioni nel tempo anche morfologiche, oltre che di significato, e anche per verificarne i tempi di attestazione. I linguaggi specialistici e settoriali senza questi accorgimenti sarebbero terreno minato per gli studenti. Sul linguaggio della burocrazia poche le parole da spendere. Già il dizionario fornisce alcune utili informazioni, facilmente gestibili da studenti di scuola superiore, pur ai primi anni. E’ un francesismo ed è composto da bureau (ufficio) e da -cratie (-crazia); è attestato nel sec. XVIII. Sabatini-Coletti ne riportano due significati: il primo, L’insieme degli uffici nei quali si articola la pubblica amministrazione, degli impiegati che vi lavorano e delle funzioni da essi assolte; il secondo, Tipo di organizzazione inutilmente complicata, ottusamente ligia alla lettera dei regolamenti, inefficiente. Ho inteso riportare l’apparato del lemma per mostrare quante informazioni date o implicite sono presenti alla semplice voce burocrazia. Tralascio di accennare ai dati relativi alla morfologia e alla grammatica in generale; faccio invece rilevare la presenza delle seguenti informazioni: a) i due significati del termine, l’uno neutro, l’altro – di più ampia diffusione – con una connotazione negativa (per questa strada il sollecito insegnante e l’intraprendente studente possono trovare innumerevoli analogie); b) gli elementi costitutivi del termine, tra cui la semiparola –crazia a partire dalla quale cercare parole similmente formate è cosa semplice. c) Un dato sul quale non sempre viene attirata l’attenzione dello studente è quello della attestazione. Se il termine appare per la prima volta in un testo nel sec. XVIII ciò significa che ‘la cosa’ diventa ‘reale’ in quegli anni; in effetti – con una semplice inferenza – la burocrazia nasce con le prime organizzazioni degli stati moderni. E’ possibile fare storia anche con la storia delle parole. La connotazione negativa che il termine ha assunto nel tempo viene soprattutto in Italia dalla complicazione della macchina dello Stato e dal linguaggio con il quale questo si rivolge al cittadino per dargli istruzioni, regolamenti, direttive alle quali attenersi per ottenere un servizio, per 31 accedere agli uffici, o per regolare comportamenti (sui mezzi pubblici ad esempio). Non è necessario ricordare l’astrusità di certe circolari e di alcune direttive (l’obliterazione del biglietto ad esempio): il linguaggio di questi testi può essere definito per la generalità dei casi autoreferenziale. Naturalmente nelle pieghe dell’incomprensione molto spesso il cittadino ha buon gioco a evitare di ottemperare a tali disposizioni. A meno che tra il cittadino che non capisce e lo Stato che intende far funzionare la sua macchina non si impongano agenzie, associazioni intermedie, con lo scopo di leggere e interpretare tali norme o regolamenti o istruzioni di vario genere. Non sempre le stesse comunicazioni di tali agenzie sono scritte in un linguaggio … comprensibile. Valter Deon, marzo 2015 32 Ottavo intervento L’INVALSI, uno sconosciuto? A) Qualche domanda … impertinente. L’INVALSI è l’Istituto che opera in autonomia (pur se in stretto collegamento col MIUR) per la valutazione del sistema scolastico in Italia. Opera in analogia con altri istituti a livello europeo e non soltanto europeo. In particolare, realizza quella parte del progetto di Lisbona volta a valutare i risultati dell’istruzione dei vari sistemi dei diversi paesi nel quadro della promozione dell’educazione permanente e del miglioramento del livello di istruzione in Europa. La prima domanda che può venire spontanea è chi mai sia interessato a conoscere i risultati del sistema dell’istruzione. Solo in Italia la domanda può sembrare fuori luogo: semplicemente si deve dire che in questo paese la cultura della valutazione, della vigilanza, e del necessario controllo, è poco sviluppata e diffusa. Nella scuola, in particolare, i tentativi sviluppati per fare il punto della situazione dell’istruzione sono falliti per i tanti ostacoli e per le tante resistenze interne incontrate. Nel paese nel quale per parecchio tempo l’insegnamento è stato vissuto come ‘opera d’arte’ (alla fine è incontro di anime, come ha insegnato per tanti anni la cultura idealistica), e quindi come azione unica e originale, ogni valutazione esterna è stata sentita e vissuta come indebita intromissione o come operazione impossibile oltre che illegittima. Eppure tutti avrebbero interesse a conoscere i ‘frutti’ di un sistema così importante per un paese. Lo Stato innanzitutto, che, pur in maniera insufficiente e in modi non sempre rispettosi per le persone che insegnano, paga il servizio scolastico; la scuola stessa subito dopo, che avrebbe tutto l’interesse di sapere dov’è e dove potrebbe andare; i soggetti istituzionali (imprenditori, sindacati, Banca d’Italia, ecc…); i cittadini; gli stessi studenti. Si migliora qualcosa soltanto se la si conosce; in altro modo si procede per tentativi. E’ per tutte queste ragioni che nei documenti di Lisbona la valutazione dei vari sistemi scolastici è stata posta come obiettivo ineludibile. In che cosa consistono la misurazione e la valutazione che l’INVALSI opera? Le due operazioni appena citate A) in Italia sono censuarie e non a campione: sono fatte cioè sull’intera popolazione scolastica B) interessano l’insegnamento linguistico e valutano la padronanza linguistica e la competenza matematica (circa la padronanza linguistica è bene dire che l’INVALSI si limita a valutare le competenze di lettura e comprensione dei testi, e solo indirettamente le altre abilità linguistiche) 33 C) investono la scuola primaria, la scuola secondaria di primo grado (qui le prove entrano per il 6% circa nella valutazione finale), la seconda superiore; nel futuro è probabile che arrivino alla maturità. Viene a questo punto legittima una ulteriore domanda: è possibile misurare e valutare una abilità linguistica? La risposta è affermativa se A) si considerano realisticamente i limiti dell’operazione B) se ne conoscono gli strumenti. I limiti sono dati dal fatto di porre nella lettura e nella comprensione di un testo l’oggetto del proprio cercare: l’INVALSI non ha la presunzione di valutare la padronanza linguistica nel suo complesso; e gli strumenti sono quelli che le scienze tassonomiche hanno in questi ultimi anni costruito, specie nel mondo anglosassone. Circa A), forse non è inutile ricordare che la scienza moderna (Kant ne ha posto le basi filosofiche) nasce quando pone nella coscienza dei propri limiti il fondamento delle proprie certezze; circa B), è opportuno ricordare che nei paesi con altre tradizioni culturali rispetto alla nostra da decenni la dicotomia quantità/qualità è stata se non superata sicuramente attenuata, anche in ambiti educativi e linguistici. E infine è da aggiungere che - a parole - la massima aspirazione di un insegnante, anche di italiano o di lingua in genere, è sempre stata quella di arrivare a una valutazione oggettiva. Colpisce il fatto che nel momento in cui si pongono le basi per una valutazione con basi verificabili la scuola accetti a fatica il tentativo. Eppure tanti segnali dicono che la strada si deve percorrere. Alcuni anni fa La Crusca ha istituito un gruppo di studio con lo scopo di confrontare i giudizi sui temi di italiano dati dalle diverse Commissioni agli Esami di maturità con le valutazioni date da un gruppo di esperti di lingua. Lo scarto tra le valutazioni dei primi e dei secondi è risultata di circa 30 punti (un 50% abbondante di valutazioni positive contro un 20% circa). La cosa è facilmente comprensibile e giustificabile, ma non accettabile fino in fondo. Anche per la lingua sembra necessario arrivare a costruire strumenti che assicurino un minimo di oggettività nella valutazione delle produzioni scritte (ma non solo scritte) degli studenti; ciò anche per poter stabilire confronti interni ed esterni. B) L’organizzazione dell’Istituto e le fasi di composizione di un fascicolo. Per le proprie operazioni l’INVALSI rinvia a un Quadro di Riferimento che viene aggiornato periodicamente. Il testo è accessibile nel sito dell’Istituto. In tale Quadro sono richiamati i principi ideali e i riferimenti scientifici ai quali si ispira l’azione di chi predispone le prove. Le prove naturalmente sono diverse da scuola a scuola. Gruppi di lavoro ‘specializzati’ predispongono singoli fascicoli che rinviano naturalmente agli obiettivi che le Indicazioni Nazionali stabiliscono per ogni classe dei diversi gradi di scuola. 34 Le competenze che vengono considerate sono quelle di lettura e comprensione dei testi. Entro questa cornice in particolare vengono valutate la competenza semantico-lessicale, quella pragmatico-testuale, quella grammaticale. La prima operazione, forse la più delicata, riguarda la scelta dei testi. Non tutti i testi infatti si fanno interrogare, e non tutti i testi sono generosi nel provocare quesiti intelligenti, e funzionali a discriminare le prestazioni degli studenti. Quantità e qualità dei testi varia naturalmente da ‘destinatari a destinatari’. In ogni caso, in ogni fascicolo è solitamente presente un testo letterario e uno o più testi cosiddetti funzionali. Per la II classe di scuola superiore fino a ieri erano presenti: un testo ‘leggero’ di introduzione, un testo letterario di media lunghezza (una pagina, una pagina e mezza), un testo argomentativo, un testo non-continuo, un testo di divulgazione. E’ attualmente in atto nel gruppo di lavoro una riflessione per riequilibrare ‘il dosaggio’ e per far posto a nuovi testi che l’era digitale ci rende familiari. Anche alla luce del fatto che individuare testi che siano rappresentativi di tipi e generi tradizionali oggi risulta impresa ardua. Naturalmente per la scelta dei testi sono stati fissati paletti di buon senso: ad esempio, non vengono presi in considerazione testi che colpiscano ad esempio la sensibilità di determinate persone. La seconda operazione in ordine di tempo riguarda la formulazione dei singoli quesiti che possono avere formati diversi. Quesiti a risposta chiusa: quesiti a risposta multipla (una domanda con 4 alternative); quesiti a scelta multipla complessa (domande articolate su tabella ad esempio); quesiti nei quali si chiede allo studente di stabilire corrispondenze associando elementi di due o più categorie o quesiti volti al riordino di testi disordinati; infine prove con cloze. Quesiti a risposta aperta: quesiti aperti a risposta univoca, quesiti cioè che richiedono una risposta breve e univoca appunto; quesiti a risposta articolata che sono accompagnati da esempi di risposte accettabili. Per questi ultimi il problema che si pone è quello della correzione che – con prove censuarie – richiedono la formazione di correttori. ‘Fare domande è più complicato che dare risposte’. In effetti, nella formulazione dei quesiti è necessario A) saper con chiarezza che cosa si vuole conoscere B) definire il focus della domanda conoscendo in quale ambito essa si colloca C) arrivare alla massima semplicità e chiarezza possibili nella formulazione linguistica D) evitare di sovrapporre piani diversi (nella scelta degli item deve essere rispettata coerenza tematica, contenutistica, formale; se l’item mira a valutare la competenza semantico-lessicale tra le alternative non può essere inserita una alternativa che riguarda la testualità o il contenuto del testo) E) che una sola delle alternative sia la risposta giusta. 35 Nella composizione del fascicolo è necessario un controllo attento al fine di verificare che gli aspetti siano stati coperti nella loro complessità. E che i quesiti siano tra di loro equilibrati in relazione agli aspetti che si vogliono toccare (p. 11 e segg del QdiR). A questo punto il fascicolo viene sottoposto a un pretest, vale a dire viene fatto compilare a un gruppo consistente (dai 1500 ai 2000 studenti) e viene rinviato al gruppo di lavoro che comprende esperti di lingua ed esperti di scienze statistiche e sociometriche. Con complessi programmi matematici ogni quesito viene analizzato e ogni item valutato per la sua efficacia, in particolare per la sua capacità di discriminare. In altre parole, e per semplificare, per controllare il grado di difficoltà del quesito. Se il quesito non funziona (ad esempio, se due alternative vengono scelte da un ugual numero di studenti), il gruppo interviene per i dovuti aggiustamenti. Il fascicolo rivisitato torna ad un secondo pretest e quindi al gruppo di lavoro per gli ulteriori accertamenti. Viene quindi ‘mandato in onda’. Tra le prime e le ultime operazioni passano solitamente due anni. I risultati della prova vengono infine commentati in una relazione che viene pubblicamente presentata. E pubblicata nel sito a disposizione di tutti. I risultati vengono infine trasmessi ad ogni scuola accompagnati da brevi ma intensi commenti circa ogni quesito. Ad ogni collegio-docenti il compito di analizzarli, commentarli, e di usarli per interventi volti al miglioramento dell’azione educativa. Ultime brevi note. L’istituto opera non per valutare singoli insegnanti, singole scuole, e non è Equitalia. Mette le proprie competenze per la conoscenza e il miglioramento del sistema di istruzione del Paese. E’ un Istituto intorno al quale i pregiudizi sono numerosi e spesso alimentati a ragion veduta. Forse si può aggiungere che, essendo l’anello debole della catena dell’Istituzione-scuola, sull’Istituto si abbattono frustrazioni (legittime e comprensibili), disagi, malessere dei tanti insegnanti e operatori della scuola, e non solo della scuola. Eppure un paese civile ha il diritto-dovere di conoscersi sempre meglio per migliorarsi. Grazie a tutte le persone che hanno lavorato per il buon esito del corso; grazie a chi ci ha ospitato; e un grazie particolare ai pazienti e collaborativi corsisti. Valter Deon, aprile 2015 36