Domenica
il fatto
Atletica, ai confini dei corpi da record
La
di
DOMENICA 9 SETTEMBRE 2007
EMANUELA AUDISIO e MARINO NIOLA
il reportage
Repubblica
Il ritorno delle fabbriche degli orrori
FEDERICO RAMPINI
L’ultimo
morto
Torri
delle
11 settembre, sei anni dopo
ILLUSTRAZIONE DI GIPI
l’America vuole voltar pagina
Ma la cronaca quotidiana
e le parole di un grande
scrittore la tengono
ancorata a Ground Zero
MARIO CALABRESI
D
la memoria
DON DELILLO
NEW YORK
iane Kettenacker aveva aspettato per tutto il mese di settembre notizie di suo marito Edward Ryan,
poi all’inizio di ottobre aveva rotto gli indugi, non
si poteva più attendere, anche i suoi quattro figli
avevano il diritto di piangere il padre, di sentirlo ricordare, di fare i conti con la sua morte. Non che si fosse mai fatta illusioni,
Edward lavorava al novantaduesimo piano della Torre Nord del
World Trade Center, la prima ad essere colpita, e nessuno dei
suoi sessantotto colleghi alla Carr Futures era tornato a casa l’11
settembre.
Il volo numero 11 dell’American Airlines, un Boeing 767 partito dall’aeroporto Logan di Boston con destinazione Los Angeles
e dirottato da Mohammed Atta, si era infilato poco sopra la testa
di Edward, tra il novantaquattresimo e il novantottesimo piano.
Poteva essere morto subito, nell’incendio che il carburante
scendendo lungo la struttura aveva propagato fino al quartier
generale della Carr, o molto più probabilmente era stato soffocato dal fumo dopo essere rimasto intrappolato dal crollo delle
strutture interne. Ma, se anche fosse riuscito a sopravvivere all’impatto, era certamente rimasto intrappolato sulle scale.
(segue nelle pagine successive)
Manzi, maestro a suon di pugni
N
on era più una strada ma un mondo, un tempo e
uno spazio di cenere in caduta e semioscurità.
Camminava verso nord tra calcinacci e fango e c’erano persone che gli correvano accanto tenendosi asciugamani sul viso o giacche sulla testa. Avevano fazzoletti
premuti sulle bocche. Avevano scarpe in mano, una donna gli
corse accanto, una scarpa per mano. Correvano e cadevano, alcuni, confusi e sgraziati, tra i detriti che scendevano tutt’intorno, e qualcuno cercava rifugio sotto le automobili.
Nell’aria c’era ancora il boato, il tuono ritorto del crollo. Il
mondo era questo, adesso. Fumo e cenere rotolavano per le strade e svoltavano angoli, esplodevano dagli angoli, sismiche ondate di fumo cariche di fogli di carta per ufficio in formati standard dai bordi taglienti, che planavano guizzando in avanti, oggetti soprannaturali nel sudario del mattino.
Lui indossava giacca e pantaloni e portava una valigetta. Aveva vetri tra i capelli e sul viso, capsule marmorizzate di sangue e
luce. Superò un cartello “Breakfast Special” e altri gli sfrecciarono accanto, una corsa di vigili urbani e guardie private, con le
mani premute sui calci delle pistole per tenerle ferme.
ALBERTO MANZI, MASSIMO MANZI e MICHELE SMARGIASSI
la società
Riecco i precetti di Donna Letizia
LAURA LAURENZI e COLETTE ROSSELLI
cultura
Le parole ribelli della nuova America
VITTORIO ZUCCONI
spettacoli
Tutte le strade del cinema erotico
CONCITA DE GREGORIO e AMBRA SOMASCHINI
(segue nelle pagine successive)
Repubblica Nazionale
28 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 9 SETTEMBRE 2007
la copertina
New York è sempre più restia a ricordare l’attentato,
ma la piaga di Ground Zero è ancora aperta. Lo dimostra
11 settembre
il caso di Edward Ryan, dissolto nel crollo e ritrovato,
in forma di qualche frammento d’ossa, solo un mese fa
ILLUSTRAZIONI DI GIPI
Questa è la sua storia e la storia dell’incubo vissuto
dalla moglie Diane e dai suoi quattro figli
Sei anni, aspettando Eddie
L’
MARIO CALABRESI
(segue dalla copertina)
unica certezza che aveva è
che il corpo del marito non
c’era, non era tra quelli di
coloro che si erano lanciati nel vuoto in preda alla
disperazione e nemmeno
tra i cadaveri recuperati nelle prime tre
settimane di scavo tra le macerie. Aveva
atteso una notizia, aspettato che le telefonassero, poi aveva capito che era inutile
attendere ancora e si era decisa a chiamare il sacerdote che da quasi undici anni incontravano ogni domenica.
Così il 6 ottobre del 2001, alle dieci e tre
quarti del mattino, nella piccola chiesa
cattolica dell’Immacolato cuore di Maria
a Scarsdale, quarantadue minuti di treno
a nord di Manhattan, aveva fatto celebrare una messa in suffragio. Un funerale
senza una bara, senza niente da poter
seppellire. Al posto dei fiori aveva chiesto
opere di bene e non aveva avuto nessun
segna tutte le formule di rito, «un grande
imbarazzo a dare il suo numero di conto
figlio, un grande padre, un grande maricorrente e a spiegare che i soldi sarebbeto, un grande lavoratore, un grande amiro serviti per far studiare Edward jr, Meco», disse la frase su cui tutti si trovarono
gan, Joseph e Kelly.
d’accordo: «Era un grande cuoco». Così
La chiesa era pienissima e il primo a
Eddie, il vicepresidente della Carr Futuprendere la parola alla fine della funzione
res, lo studente che aveva preso una lauera stato William, il padre di Edward: «La
rea e un master, il
sua reputazione di
broker che si era
uomo gentile e corconquistato un uffiretto era leggendacio con vista su tutta
ria. Diciamo la veI DISEGNI
la Baia di New York,
rità, era il più simpaIl disegno di queste pagine
dalla Statua della Litico di tutti». Per ine quello di copertina sono di Gipi,
bertà all’Atlantico,
cantesimo si ruppe
le cui opere sono esposte da ieri fino
laggiù dopo il ponte
ogni formalismo e
al 7 ottobre alla Galleria comunale
di Verrazzano, lagli amici, a turno, cod'arte contemporanea
sciò questo mondo
minciarono a ricordi Monfalcone (Gorizia)
con la fama di re dei
dare le battute di pefornelli. Ma non
sca sulla costa del
trovò un posto al ciNew Jersey, la birra, i
mitero, perché Diane e i suoi figli non ebsigari, le partite della piccola lega di basebero nulla da poter mettere nella terra, un
ball di Eastchester, in cui giocava Eddie jr,
luogo dove andare a trovarlo, portare i
a cui non era mai mancato. Poi Tommy
fiori, raccontare segreti ad alta voce, un
Taylor, compagno di scuola e di giochi fin
posto dove piangere.
dall’infanzia, raccontò l’amore di Eddie
Sette mesi dopo attraversarono il canper la cucina e dopo aver passato in ras-
cello in ferro battuto dello Scarsdale Memorial Garden, un piccolo giardino, poco meno di un ettaro, situato tra la piscina comunale e il campo d’atletica. Lì, il 5
maggio del 2002, all’ombra di un boschetto di aceri e querce piantato da un
gruppo di reduci alla fine della Seconda
guerra mondiale, venne inaugurato un
monumento in memoria delle vittime
che vivevano nell’area di Westchester.
C’erano i boy scout e la banda, e lì sarebbero tornati ogni anno la sera dell’11 settembre, per una veglia a lume di candela
dopo il tramonto. Poi il nome di Edward
venne inciso sulla stele posta alla base
della diga di Kensico, dove il Bronx river
viene intrappolato e diventa acqua potabile per tutta la città di New York. Nacquero borse di studio in memoria di
Edward, la prima nel 2003 la organizzò
Eugene Desoiza, presidente delle “Aquile di Eastchester”, lo sport club dove portava tutta la famiglia, poi gli venne perfino intitolato un torneo di golf.
Da Ground Zero però nessuna notizia.
I lavori di rimozione della macerie finiro-
Repubblica Nazionale
DOMENICA 9 SETTEMBRE 2007
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 29
Cadevano uomini e torri
il mondo era anche questo
DON DELILLO
(segue dalla copertina)
entro, dove avrebbe dovuto trovarsi, le cose erano distanti e immobili. Stava accadendo ovunque intorno a lui, un’automobile mezzo sepolta dai detriti, finestrini sfondati e rumori che fuoriuscivano, voci radiofoniche che sfioravano i
calcinacci. Vide persone che correndo spargevano acqua, abiti e corpi infradiciati dai
getti dei sistemi antincendio. C’erano scarpe abbandonate per strada, borsette e computer portatili, un uomo seduto sul marciapiede che tossiva sangue. Bicchieri di carta avanzavano rimbalzando in modi strani.
Il mondo era anche questo, sagome dentro finestre a trecento metri d’altezza, che
cadevano nel vuoto, e tanfo di combustibile in fiamme, e lo squarcio costante delle sirene nell’aria. Il rumore si posava ovunque fuggissero, strati di suono che si raccoglievano intorno a loro, e lui se ne allontanava e vi entrava al tempo stesso.
Poi ci fu un’altra cosa, fuori da tutto questo, qualcosa che non c’entrava, su nel cielo. La osservò discendere. Dall’alto del fumo sbucò una camicia, una camicia che risalì e fluttuò nella poca luce, per poi di nuovo cadere, giù verso il fiume.
Correvano e si fermavano, alcuni di loro, continuando a ondeggiare, cercando di
strappare fiato all’aria bollente, e poi le grida convulse di incredulità, e le bestemmie
e le urla perdute, e le carte che si ammassavano nell’aria, contratti, curricula che volavano, frammenti intatti di affari, veloci nel vento.
Continuò a camminare. Di quelli che correvano, alcuni si erano fermati, altri imboccavano vie laterali. C’era chi camminava all’indietro, lo sguardo fisso al centro di
tutto, alle tante vite che laggiù si dibattevano, e le cose continuavano a cadere, oggetti bruciati che si trascinavano dietro scie di fuoco.
Vide due donne singhiozzare nella loro marcia al contrario, guardando al di là di lui,
entrambe in calzoncini sportivi, le facce appese.
Vide membri del gruppo di tai chi del vicino parco, in piedi, con le mani tese grosso
modo all’altezza del petto e i gomiti piegati, come se tutto questo, loro stessi inclusi,
potesse essere collocato in uno stato di sospensione.
Qualcuno uscì da una tavola calda e cercò di porgergli una bottiglia d’acqua. Era una
donna che indossava una mascherina antipolvere e un cappellino con la visiera e ritrasse la bottiglia e svitò il tappo e quindi gliela tese di nuovo. Lui posò la valigetta per
prenderla, a malapena conscio che non stava usando il braccio sinistro, che aveva dovuto posare la valigetta prima di poter prendere la bottiglia. Tre furgoni della polizia
svoltarono e si precipitarono verso downtown, a sirene spiegate. Chiuse gli occhi e
bevve, e sentì l’acqua scorrergli nel corpo trascinando giù con sé polvere e fuliggine.
La donna lo stava fissando. Gli disse qualcosa che lui non sentì, quindi le restituì la bottiglia e raccolse la valigetta. Il lungo sorso d’acqua gli lasciò un retrogusto di sangue.
Riprese a camminare. Un carrello del supermercato giaceva immobile e vuoto. Dietro c’era una donna, rivolta verso di lui, con del nastro della polizia avvolto intorno alla testa e al viso, di quel nastro giallo con la scritta CAUTION che delimita la scena di
un delitto. I suoi occhi erano piccole increspature bianche nella maschera sgargiante, e lei stringeva la maniglia del carrello e se ne stava lì, a guardare dentro il fumo.
Fece in tempo a udire il suono del secondo crollo. Attraversò Canal Street e cominciò a vedere le cose, per qualche motivo, in modo diverso. Non parevano pregnanti
come al solito, le strade lastricate, i fabbricati in ghisa. C’era una qualche mancanza
cruciale nelle cose intorno a lui. Erano incompiute, per così dire. Erano inosservate,
per così dire. Forse era quello l’aspetto che avevano le cose quando non c’era nessuno che le vedesse.
Udì il suono del secondo crollo, o lo avvertì nel tremore dell’aria, la torre nord che cadeva, uno sconcerto sommesso di voci in lontananza. La torre nord che crollava era lui.
Il cielo era più leggero, lì, e riusciva a respirare più facilmente. C’erano altri dietro di
lui, migliaia, che andavano riempiendo la media distanza, una massa prossima a formarsi, gente che fuoriusciva dal fumo. Proseguì finché non dovette fermarsi. Lo investì rapida, la consapevolezza di non poter andare oltre.
Provò a dirsi che era vivo, ma era un’idea troppo oscura per riuscire a prendere corpo. Non c’erano taxi e il traffico in genere scarseggiava e allora apparve un vecchio
furgoncino, una ditta elettrica di Long Island City, e gli si accostò e il conducente si
sporse verso il finestrino dal lato del passeggero a esaminare ciò che stava vedendo,
un uomo incrostato di cenere, di materia polverizzata, e gli chiese dove voleva andare. Fu solo una volta salito in macchina e chiusa la portiera che capì dov’era diretto fin dall’inizio.
D
© Don DeLillo 2007
no, venne costruito il memorial e cominciarono i piani per stabilizzare il terreno e
costruire le fondamenta della nuova Torre della Libertà che sarà alta 1776 piedi
(541 metri), in onore dell’anno della dichiarazione d’indipendenza americana,
e verrà inaugurata nel 2011. Ma del corpo
di Edward nessuna traccia. Finché il capo
dei medici legali parlò chiaro: ormai le
possibilità scientifiche di identificare
nuovi resti sono bassissime, con le attuali tecnologie tutto il possibile è stato fatto.
Le famiglie di più di millecento scomparsi nell’attentato alle Torri Gemelle si convinsero che non avrebbero mai avuto una
certezza né la possibilità di seppellire
qualcosa.
Poi, l’anno scorso, a sorpresa, ricevettero una lettera del capo dei medici legali, che parlava di una nuova tecnica di esame del dna, del Bode Technology Group,
un laboratorio capace di estrarre informazioni da frammenti di ossa finora ritenuti inutilizzabili. «Non sappiamo quanto tempo ci metteremo, ma non smetteremo di provare», spiegarono. E si misero
a lavorare al più grande progetto di idenpersone», come recitò il comunicato uffitificazione dei dna della storia: ripresero
ciale. Erano frammenti di ossa di dimenventimila frammenti umani che erano
sioni che andavano da uno ad otto centistati catalogati ma che non avevano trometri. Ma rappresentavano la scoperta
vato un’appartenenza. Ricominciarono
più consistente da molto tempo. La notigli esami incrociati con tutto il materiale
zia rianimò speranze e riaccese dolori.
genetico recuperato nei pettini e negli
Finché, il 24 luglio di quest’anno, Diane
spazzolini da denti
ricevette la telefonaforniti dai parenti
ta di Ellen Borakove,
degli scomparsi alla
portavoce del diretfine di settembre del
tore dei medici legaIL LIBRO
2001. Riuscirono
li della città di New
Falling man (Scribner, 246 pagine,
quasi subito ad
York. Le comunica26 dollari), il romanzo di Don DeLillo
identificare dodici
va che avevano trodi cui pubblichiamo qui il primo
identità.
vato Eddie, o perlocapitolo, descrive l’America post
meno quello che re11 settembre. In Italia sarà edito
Ma nemmeno tra
stava di Edward
da Einaudi nel 2008
quelle c’era qualcoRyan. Era lui l’ultimo
sa che appartenesse
morto identificato
a Edward. Fino aldelle Twin Towers.
l’ottobre dell’anno
Era la fine di un’incertezza, dei fantasmi,
scorso quando, passando al setaccio la
era la sicurezza che era morto intrappolaterra di una rampa d’accesso usata in queto nella Torre Nord. Ma i resti di suo maristi anni per scendere nel cratere di
to erano talmente poca cosa che le sono
Ground Zero e di una cabina elettrica non
stati consegnati custoditi in una provetta.
più funzionante della Con Edison, si scoprirono i resti di «potenziali trentacinque
Lei è rimasta in silenzio, non ha voluto
raccontare cosa prova, non ha voluto dire se lo avrebbe sepolto come hanno fatto altre famiglie. «È una cosa che provoca
sentimenti contrastanti», ha detto per lei
Eugene Desoiza, il presidente dello sport
club, la persona che è stata più vicina ai ragazzi in questi sei anni. Ora c’è un punto
fermo, una sicurezza, ma il dolore di vedere che di una persona è rimasto così poco è terribile. «Posso solo dirvi che in tutta la comunità sentiamo ancora la sua
mancanza, che la sua perdita è ancora
davvero dolorosa».
Diane e i ragazzi martedì ascolteranno
in televisione il nome del loro padre letto
insieme a quello degli altri 2.749 morti degli attacchi terroristici a New York. Ma
forse sarà l’ultima volta, perché i network
non ne vogliono più sapere di trasmettere la cerimonia, sostengono che la città è
stanca del lutto. A loro resterà la cerimonia al tramonto con le candele sotto le
querce. William Ryan invece è morto ad
aprile di quest’anno, senza fare in tempo
a sapere che i resti di suo figlio Edward
erano stati trovati.
Repubblica Nazionale
30 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 9 SETTEMBRE 2007
il fatto
Ai Mondiali d’atletica di Osaka nessun primato è caduto
Miti dello sport
C’entra naturalmente la lotta al doping, c’entrano
la velocità nello sviluppo di metodi di allenamento
e tecnologie dei materiali. Ma c’è anche da chiedersi
se non sia stata raggiunta quella frontiera fisica
e psicologica oltre la quale l’atleta non può più spingersi
Ai confini dei corpi da record
N
EMANUELA AUDISIO
OSAKA
el ‘69 l’uomo andò sulla luna. Ma nel
‘68 lo sport anticipò l’orbita e andò
su Marte. Si allacciò le cinture soprattutto l’atletica, sempre più marziana. Niente più limiti, né confini, solo alta velocità. Uno schiaffo agli dei. A Città del Messico era
autunno, i record caddero come foglie. Una ventina in sette giorni, quattro solo nel triplo. Ai Giochi
esordiva il tartan, la rabbia nera, la consapevolezza
bianca. L’aria rarefatta fece il resto. Bob Beamon
nel lungo prese l’unica pedana della sua vita e allunò a 8.90 metri, quasi fuori della buca. Ralph Boston, suo compagno, disse: «È un fenomeno, ma è
completamente idiota». La notte prima Beamon
aveva fatto sesso con una prostituta, solo al momento dell’orgasmo, scrisse lui, si ricordò che l’indomani aveva la gara olimpica. L’atletica mise i razzi, se ne fregò della gravità, e continuò a volare. Tut-
CECOSLOVACCHIA
JARMILA
KRATOCHVÍLOVÁ
dell’83 in classifica mondiale era sesto con 80,94.
Possibile questo balzo in avanti? 20 luglio, Hohn
(Germania Est), 104,80 nel giavellotto. Per la prima
volta si superano i 100 metri. Hohn era scomparso
dalle scene agonistiche, non risultava nemmeno
tra i primi trenta. Le donne non stavano a guardare: 27 maggio, Lissoskaia (Urss), 22,53 nel peso.
L’anno prima era sesta, ma le sue masse muscolari
sono molto cambiate. 3 giugno, la staffetta tedesca
dell’est, 3’15’’92 nella 4x400. Brave e veloci, il colpo
d’occhio su alcune loro trasformazioni però lascia
dubbi. 5-6 giugno, Paetz (Germania Est), 68,67 nell’eptathlon. Gara in cui si afferma che l’autoemotrasfusione è «necessaria». 20 luglio, Andonova
(Bulgaria), 2,07 nell’alto. Sara Simeoni commenta:
«Si può migliorare di una decina di centimetri in un
attimo?». 17 agosto, Meszynsk (Germania Est),
73,36 nel disco. Mai a quelle misure prima. 26 agosto, Kazankina (Urss), 8’22’’62 nei 3000. Un record
migliorato di quattro secondi a trentatré anni. Una
grandissima atleta, ma tutto regolare? 26 agosto,
Silhava (Cecoslovacchia), 74,56 nel disco. Undice-
to sembrava fantastico, il corpo umano si mise in
viaggio, attraversò gli anni Ottanta e Novanta, senza mai una sosta. Aveva benzine naturali, ideologiche, chimiche. Tutto al meglio: la metodologia di
allenamento, la disponibilità al sacrificio, l’aiuto
della scienza. Il campione era un sacerdote, il record la sua religione. Pietro Paolo Mennea, ragazzo di Barletta, passava sul campo di Formia anche
il giorno di Natale. Con la sua schiena piegata, le sue
gambe storte, la sua corsa da schiavo che diventa
padrone fermò per diciassette anni il cronometro a
19”72 sui 200 metri. Poco dopo a Las Vegas venne
presentato a Muhammad Ali come uno che correva veloce. Ali lo squadrò sorpreso: «Ma tu sei bianco». Sì, gli rispose Pietro, però sono nero dentro.
L’est rispose con lo stacanovismo, il partito andava servito, in pista come in miniera. La scuola
russa conosceva la pedagogia, il resto dell’impero
offrì i corpi. Nei laboratori di Lipsia si costruirono
campioni e si generarono mostri. Era bello illudersi, tutto era magico, l’anno 1984 soprattutto: 4 luglio, Syedik (Urss) 86,34 nel martello. Alla fine
DDR
DDR
sima a Mosca, sesta a Helsinki. Un exploit troppo
inaspettato.
Il 10 aprile ‘87 nella clinica di Magonza muore
l’eptathleta Brigitte Drexel, l’autopsia le trova nel
corpo tracce di centodue farmaci differenti. Il doping fa volare, ma anche ammalare. Diventa programma di allenamento: lavoro e steroidi. Il soprannome di Marita Koch, 47”60 sui 400 metri, è
Compagna Milligrammi. E dal doping di stato si
passa a quello del bricolage, del fai-da-te, degli specialisti delle droghe. Ogni primato ha la sua pillola:
Apocalypse Now. Qualsiasi tempo e misura viene
profanata. Ben Johnson è il napalm della velocità.
Il diserbante delle piste. I cronometri impazziscono: 9”83 a Roma nell’87, 9”79 a Seul nell’88. Tra le
donne Florence Joyner Griffith mostra la sua parte
maschia: 21”34 sui 200. Roba da extra-terrestri, da
corpi marziani. Che però paga con la morte ad appena trentanove anni.
Ma la rotta dell’atletica non si ferma, scendere al
volo non si può, contraffazione e violazione sono
ormai compagni di viaggio, le acrobazie si trasfor-
DDR
URSS
CORSA
800 METRI
CORSA
400 METRI
4X100
FEMMINILE
LANCIO
DEL DISCO
LANCIO
DEL MARTELLO
Registrato
a Monaco
il 26.07.1983
Registrato
a Camberra
06.10.1985
Registrato
a Camberra
06.10.1985
Registrato
a Neubrandenburg
06.06.1986
Registrato
a Stoccarda
30.08.1986
1:53.28
MARITA
KOCH
47.60
MARLIES
GOHER
41.37
JÜRGEN
SCHULT
74.08
YURIY
SEDYKH
86.74
LA CLASSIFICA DEI RECORD LONGEVI
USA
FLORENCE
GRIFFITH-JOYNER
URSS
USA
USA
USA
CORSA
200 METRI
4X400
FEMMINILE
LANCIO
DEL PESO
SALTO
IN LUNGO
400
OSTACOLI
Registrato
a Seul
il 29.09.1988
Registrato
a Seul
il 01.10.1988
Registrato
a Westwood (Ca)
20.05.1990
Registrato
a Tokyo
il 30.08.1991
Registrato
a Barcellona
il 06.08.1992
21.34
TATYANA
LEDOVSKAYA
3:15.17
RANDY
BARNES
Gli erculei eroi
che sfidarono
le leggi di Zeus
MARINO NIOLA
23.12
MIKE
POWELL
8.95
importante è vincere, non partecipare. Con buona pace del barone de Coubertin. Ed è sempre
stato così. Ai nobili ideali sportivi del creatore
delle Olimpiadi moderne in realtà non credevano neanche atleti e pubblico di quelle antiche.
Per i campioni di Olimpia infatti una vittoria valeva
più dell’oro. Significava diventare ricchi e famosi. E soprattutto conquistarsi la fama di eroi. Essere adorati come semidei proprio perché capaci di imprese impossibili per i comuni mortali. Corridori, pugili, lottatori e altri recordmen dell’antichità venivano idolatrati dall’uomo della strada e celebrati da grandi poeti come Pindaro e Simonide che immortalavano quei mitici fuoriclasse nei loro epinici. Un genere poetico dedicato
proprio ai trionfi sportivi, lo dice il nome stesso che deriva dalla parola nike, che significa vittoria. Proprio come quelle scarpe che ai nostri giorni promettono di dare le ali ai piedi.
L’
KEVIN
YOUNG
46.78
È chiaro che per una vita da superstar gli atleti erano
disposti a tutto. Sacrifici e sotterfugi per superare se
stessi e stracciare i rivali. Come Milone di Crotone, vincitore di ben trentuno ori tra il 540 e il 512 avanti Cristo.
Sei alle Olimpiadi, sei ai giochi Pitici, dieci a quelli Istmici e nove alle gare Nemee. La strapotenza atletica di
questo superman degli stadi era il risultato di un programma alimentare che avrebbe stroncato anche
Schwarzenegger. Ogni giorno una fiorentina da dieci
chili annaffiata da dieci litri di vino di Samo. Una bomba proteica per un corpo da ciclope.
Altri ricorrevano invece ad abbuffate pantagrueliche
di carni di maiale, o alle prodigiose virtù dei testicoli di
toro per assicurarsi una preziosa riserva di testosterone
da spendere nel rush finale, quando gli avversari erano
ormai scoppiati. Non tutti però si accontentavano di
questi integratori caserecci. Molti volevano tutto e subito. Così giocavano sporco, dopandosi con sostanze
Repubblica Nazionale
DOMENICA 9 SETTEMBRE 2007
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 31
IL MIRAGGIO DEGLI 800 FEMMINILI
Nell’infografica sopra e sotto l’illustrazione
di pagina è riportata la classifica dei venti record
più longevi dell’atletica mondiale. Quello che resiste
da più tempo è il primato di Jarmila Kratochvílová
negli 800 metri femminili, imbattuto da ventiquattro anni
Al ventesimo posto il leggendario Sergey Bubka
col primato del salto con l’asta, che dura da tredici anni
mano in spettacolo, lo show paga alti ingaggi, i primati rendono la vita più soft, l’illusione è che ogni
barriera abbia i secondi contati. E la pillola va giù.
Le cliniche hollywoodiane offrono agli attori dello
sport cicli per ripulirsi. Bisognava superare e superarsi, il corpo è un ostacolo, guai avere dubbi, fare
controlli seri. Non si spara mica ai trapezisti. I dottori diventano più ricercati degli allenatori: seguire
la forza bruta e brutta, il suo lato oscuro, Guerre
Stellari diventa marcio. Il doping diventa il braccio
armato del record. Si avanza, senza stile, ma con
potenza: se hai più forza vai più su. Salti male, in
modo orribile, ma vinci. I farmaci sostituiscono la
tecnica, perché perdere tempo a memorizzare un
gesto? Se sei d’accordo con il croupier è inutile studiare i numeri, basta puntare. Primo Nebiolo, presidente della federazione internazionale, asciuga
lo stile anglosassone e spinge per una megalomania latina. L’atletica deve strafare, i suoi campioni
oscurare il calcio. Nei meeting dilagano «le lepri»,
atleti che hanno il solo compito di condurre il predestinato al record. E poi all’orizzonte c’era la ge-
URSS
BULGARIA
più asciugata e depressa. Le nuove generazioni non
cercano più lo scontro, l’esaltazione agonistica, al
contrario vogliono un riparo dalla battaglia per paura di vedere abbassare la loro quotazione. Vivono i
confronti diretti come un verdetto di condanna. Prima i grandi duelli incendiavano l’estate, ora bisogna
aspettare mondiali e olimpiadi. Meglio non ferire le
carriere, proteggerle dai tagli. Bubka, invece, tuttora
primatista mondiale dell’asta nella sua vita è stato in
volo più del Concorde, più di tredicimila salti l’anno.
Oggi è diversa anche la selezione, il modo di trovare i talenti: non più la pratica a scegliere i forti e
condannare i deboli, ma tabelle e misurazioni dettate da basi scientifiche. Test, non strada. Prove di
muscoli, non di cervello. Spiegò Mennea: «Oggi c’è
una società che rifiuta tutto quello che ho rappresentato: io allenavo la fatica con l’allenamento, ogni
giorno, fino all’esaurimento. Soffrivo, ma sognavo
di più».
Così dal Duemila l’atletica è diventata una bella
addormentata. Sette anni senza più voglia o forza di
stupire. Pochi (e falsi) movimenti in avanti. Bassa in-
URSS
tensità di talenti, meglio dare poco e durare. Anche
ai Mondiali di Osaka belle prestazioni, ma zero primati. L’atletica non affascina più, non ribalta il mondo. Senza l’erezione del doping la corsa, i lanci, i salti, tornano a misure normali. Si è persa la pratica
quotidiana del lavoro, il tempo dell’attesa, il sapere
del tecnico. Mancano i riferimenti culturali: una volta c’era la patria, lo stato, l’orgoglio di appartenere ad
una scuola e a una tradizione, di seguire orme antiche; oggi c’è l’individuo, lo sponsor, la taglia per il record. Centomila dollari, grazie. Il francese Thierry
Vigneron, nell’84 tra un primato e l’altro dell’asta si
accendeva sigarette Gauloises. Oggi l’atleta è più sano, non fuma, mangia meglio, spesso è vegetariano,
usa integratori dietetici. Ma sembra quasi che cominci ad accettare i limiti e che senza doping si senta menomato, incapace di reagire. Bubka a ventidue
anni a Parigi era solo un ragazzo, studente di educazione fisica, appena diventato padre, che amava
Prokofiev e Celentano. Impugnò l’asta, guardò il cielo, non vide cancelli, e si disse: perché no? Oggi invece i campioni non sanno più cavalcare senza sella.
DDR
USA
LANCIO
DEL PESO
SALTO
IN ALTO
SALTO
IN LUNGO
LANCIO
DEL DISCO
CORSA
100 METRI
Registrato
a Mosca
il 07.06.1987
Registrato
a Roma
30.08.1987
Registrato
a Leningrado
l’11.06.1988
Registrato
a Neubrandenburg
il 09.07.1988
Registrato
ad Indianapolis
il 16.07.1988
22.63
STEFKA
KOSTADINOVA
2.09
GALINA
CHISTYAKOVA
7.52
GABRIELE
REINSCH
76.80
FLORENCE
GRIFFITH-JOYNER
10.49
FOTO FOTOTECA GILARDI
NATALYA
LISOVSKAYA
netica e la tecnologia: il materiale migliorava, piste
pedane e scarpette pure. Diceva Pasteur: un po’ di
scienza ci allontana da Dio, più scienza ci avvicina.
Arrivò il Duemila e lo shuttle dall’atletica si trovò
sfiatato, chi avvisava Houston del problema? Nessun record ai Giochi di Sydney, nessuno ai mondiali di Edmonton, niente salti mortali, solo un respiro
corto e affannato. L’antidoping cominciava a fare
vittime, i controlli a sorpresa aumentavano. L’atletica si stava scaricando: niente prestazioni, campioni
spesso rotti, troppe gare, pochi confronti, tanto
stress. Lo sprint accelerava di poco, per il problema
dei meccanismi di sincronizzazione ad alta frequenza. La muscolatura aumentava, ma una Ferrari con i freni della Cinquecento è inutile. Il problema
era il tendine, non allenabile, e che protetto da una
guaina, che si irrita e s’infiamma, comincia a gonfiarsi e a comprimere. Troppa la sollecitazione per
l’organismo umano, il sistema immunitario si indebolisce, il corpo non riesce più a recuperare la forma.
Più gare, più soldi, meno allenamento, prendi i soldi e scappa. Basta miracoli, l’atletica tornava a terra,
USA
CARL
LEWIS
CINA
CINA
CUBA
URSS
4X100
MASCHILE
CORSA
10.000 METRI
CORSA
1500 METRI
SALTO
IN ALTO
SALTO
CON L’ASTA
L’
Registrato
a Barcellona
l’08.08.1992
Registrato
a Pechino
l’08.09.1993
Registrato
a Pechino
l’11.09.1993
Registrato
a Salamanca
il 27.07.1993
Registrato
al Sestriere
il 31.07.1994
37.40
JUNXIA
WANG
cui venivano attribuiti poteri miracolosi. Come i semi di
sesamo, tassativamente proibiti al punto da costare la
squalifica a chi ne veniva trovato in possesso. Ugualmente vietati erano anabolizzanti naturali come il fieno
greco, nonché certi cocktail di frutta fermentata e alcool.
A fare i controlli antidoping erano nientemeno che i sacerdoti di Zeus che, nella loro veste di garanti supremi
della morale pubblica, annusavano l’alito dei concorrenti per assicurarsi che non avessero violato le regole
della giustizia sportiva prendendo intrugli per migliorare artificialmente le loro prestazioni.
Se i più sleali cercavano di pompare il proprio corpo
altri invece lavoravano per alleggerirlo, per ridurre al minimo peso e attrito. Come Orsippo di Megara, che alle
Olimpiadi di duemilasettecento anni fa corse totalmente nudo sbaragliando gli avversari appesantiti da ingombranti perizomi. L’astuto velocista aveva intuito
che la pelle è il più aerodinamico dei tessuti. Con un an-
29:31.78
YUNXIA
QU
3:50.46
ticipo di tre millenni sulle prodigiose tutine hi-tech che
oggi ricoprono gli atleti di una seconda nudità: un film
più liscio e sottile di qualsiasi epidermide naturale. Finendo così per ibridare i corpi degli sportivi che appaiono sempre più simili a quelle creature mitologiche —
centauri, tritoni, uomini uccello — che con la loro natura doppia, metà uomini metà animali, simboleggiavano l’oltrepassamento dei confini dell’umano.
Come il birdman Patrick De Gayardon che planava
nel più alto dei cieli con la sua tuta da Batman, dotata di
membrane ispirate a quelle degli scoiattoli volanti del
Madagascar. Molto più di una semplice protesi tecnologica, le ali spalancate del surfista celeste erano un’estensione del suo corpo. E insieme il mascheramento
della natura umana e dei suoi limiti invalicabili. La tragica fine del temerario francese, il 13 aprile del 1998, ne
fa per molti versi un Icaro moderno. E la sua caduta assume il senso di un ammonimento sulle terribili conse-
JAVIER
SOTOMAYOR
2.45
SERGEY
BUBKA
6.14
guenze di una sfida alla morte che sconfina in un atto di
folle arroganza. In quella fatale mancanza di misura che
i Greci chiamavano hybris.
Ancor più che nelle gare atletiche, dove pure scendere al di sotto di certi tempi sembra ormai impossibile, è
dunque nelle performance estreme che vengono veramente rimessi in discussione i confini del corpo. Questi
eroi dell’impossibile — discesisti della morte che sciano
su pareti verticali, canoisti che si gettano in cascate violente, bungee jumpers che si lanciano da altezze vertiginose — sono in realtà degli Ercoli moderni. Le loro imprese sovrumane ricordano le agonistiche fatiche del
divino forzuto.
Con la differenza che le dodici prove del figlio di Zeus
— un autentico dodecatlon — avevano un valore sociale. Insegnavano ai giovani che l’uomo non è un dio. Che
il coraggio no limits è solo una narcisistica, funesta ipertrofia dell’io.
Repubblica Nazionale
32 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 9 SETTEMBRE 2007
il reportage
Specchio retrovisore
I recenti allarmi sull’industria cinese accusata di sfornare
prodotti tossici o contraffatti hanno un precedente illustre:
le inchieste di Dickens e Sinclair sui misfatti dell’industria Usa
tra Ottocento e primo Novecento. Ora un libro dello storico
americano Stephen Mihm stabilisce il parallelo tra due forme
di capitalismo adolescente, allo stesso tempo uguali e molto diverse
Le fabbriche dell’orrore
una storia già raccontata
FEDERICO RAMPINI
FOTO CORBIS
n fumo immenso dalle ciminiere
oscura il cielo e sporca la terra… avvicinandosi alla città l’atmosfera
cambia, diventa più cupa, l’erba dei
campi sempre meno verde, il paesaggio è spoglio e squallido.
E insieme col fumo sempre più spesso si comincia a sentire
un odore strano, nauseabondo». Nella fabbrica «ci sono bambini piccoli, appena sopra i dieci anni, che arrivano a stento
all’altezza della catena di montaggio. I genitori hanno mentito sulla loro età, per trovargli un posto pagato cento dollari
all’anno». Nel reparto dove gli operai preparano il manzo in
scatola «il pavimento è lurido, ma un vecchio deve raccogliere con la scopa tutti gli scarti. I rifiuti finiscono nel camion mescolati al resto della carne».
Sembrano descrizioni da un reportage sulle “fabbriche
dell’orrore” che pullulano nella Cina di oggi: lo smog denso
che avvolge le metropoli industriali e rende l’aria irrespirabile, lo sfruttamento del lavoro minorile, le condizioni igieniche disastrose. Un incubo che tormenta i consumatori occidentali, dopo la catena di scandali sui prodotti made in China contaminati e nocivi per la salute, scoperti nei nostri supermercati. Ma quelle citazioni iniziali non dipingono il gigante asiatico che ha invaso i nostri mercati nel Ventunesimo
secolo. Sono brani tratti da un romanzo-denuncia che ha più
di cent’anni: La Giungladello scrittore americano Upton Sinclair, pubblicato nel 1906. Il luogo è Chicago, allora una città
di frontiera lanciata in uno sviluppo economico tumultuoso.
I protagonisti che si aggirano in quel paesaggio industriale sinistro sono poveri immigranti lituani, prima attratti dal “sogno americano”, e ben presto stritolati negli ingranaggi di un
capitalismo senza pietà.
Mezzo secolo prima di Sinclair, un altro scrittore celebre ha
descritto la nascente potenza americana come una nazione
senza regole. Il romanziere inglese Charles Dickens fa il suo
primo viaggio negli Stati Uniti nel 1842. Nel diario dove raccoglie le sue impressioni annota una caratteristica del capitalismo americano: «È il dominio dei furbi che ingannano la
fiducia degli altri; i truffatori e i disonesti la fanno franca e sono ai vertici della società». Lo colpisce anche la «diffusione di
malattie che potrebbero essere prevenute con semplici precauzioni igieniche… come le fognature». Nel centro di New
York, sulla Broadway, vede passeggiare indisturbati i maiali
randagi «che sono i veri spazzini della città». Soprattutto
Dickens è sconvolto dal dilagare della contraffazione. Ne è
vittima lui per primo. Tutti i suoi romanzi di successo, come
Oliver Twist e Il circolo Pickwick, vengono copiati e diffusi sul
mercato locale senza pagargli i diritti d’autore. Le sue proteste sono inutili: lo stesso diario di viaggio in cui denuncia l’industria del falso (America) esce in versione-pirata appena
quattro giorni dopo la pubblicazione in Inghilterra. A New
York se ne vendono centomila copie illegali in un mese.
Oggi il pubblico occidentale è sgomento di fronte alle rivelazioni che arrivano dalla Cina: la salute del consumatore, la
sicurezza dei prodotti, il rispetto del copyright, ogni valore
viene calpestato in nome del profitto. Reagire è legittimo ma
stupirsi è ingenuo. Solo un’amnesia storica può farci credere
che le “fabbriche dell’orrore” siano una novità. A rinfrescarci
la memoria ci prova uno storico americano, Stephen Mihm,
docente all’università della Georgia. In questi giorni la Harvard University Press pubblica il suo saggio A Nation of Counterfeiters. La patria della contraffazione a cui allude il titolo
non è la Cina, è l’America. Quello che sta accadendo oggi dall’altra parte del mondo non è un fenomeno inedito, sostiene
il professor Mihm. «Un secolo e mezzo fa un’altra nazione in
rapido sviluppo aveva la reputazione di sacrificare le regole
“La Cina - dice Mihm - siamo noi da giovani
Se ce ne rendiamo conto, capiamo
che il capitalismo mordi-e-fuggi
non è un fenomeno cinese né un complotto
per avvelenarci ma una fase dello sviluppo”
FOTO CORBIS
«U
PECHINO
alla rincorsa del profitto, e quella nazione emergente era l’America».
Dalle edizioni-pirata dei dvd di Hollywood e dei libri di
Harry Potter fino agli scandali recenti dei cibi adulterati e dei
medicinali tossici, osservare la Cina del Ventunesimo secolo
secondo lo storico è come vedere nello specchietto retrovisore l’economia americana dell’Ottocento. Lo stesso dinamismo spregiudicato e spesso disonesto. «La Cina — dichiara
Mihm — per certi aspetti è la versione giovane di noi stessi. Se
ce ne rendiamo conto, allora capiamo che il capitalismo mordi-e-fuggi non è un tratto del carattere nazionale cinese, né
tantomeno un complotto per avvelenare noi, ma è una fase
dello sviluppo. Lo chiamerei il capitalismo-adolescente:
scoppia di energia, è esuberante, dinamico. E come tutti gli
adolescenti ha anche comportamenti folli, irresponsabili,
pericolosi».
Riscoprendo cos’era davvero l’America dell’Ottocento impressionano le analogie con la Cina dei nostri giorni. Non è
esatto sostenere che gli Stati Uniti allora fossero la terra del liberismo sfrenato, del laissez-faire. Sulla carta c’erano tante
regole (così come abbonda di regole la Repubblica popolare,
che ha ereditato l’armamentario del dirigismo comunista).
Ma erano state scritte per una realtà ormai superata, non erano adeguate alla impetuosa modernizzazione che stava avvenendo. Le istituzioni che avrebbero dovuto disciplinare il
mercato erano inefficienti, o più deboli degli interessi privati. La corruzione regnava. In un passaggio illuminante della
Giungla Sinclair descrive con perfidia l’ispettore sanitario:
pagato per sorvegliare lo stabilimento dove i maiali vengono
macellati e trasformati in prosciutti, spesso costui finge di
non vedere le nefandezze che avvengono in fabbrica. «Questo funzionario statale non aveva l’aria di uno che si ammazza di lavoro; non sembrava molto preoccupato che qualche
maiale potesse sfuggire ai suoi controlli. Bastava rivolgergli la
parola e lui era felice di spiegarti il pericolo mortale per chi
mangia carne di maiali malati di tubercolosi; e mentre lui ti
parlava dozzine di carcasse gli passavano dietro aggirando l’ispezione… Nel reparto per la produzione delle salsicce uomini e donne lavoravano in mezzo a un fetore vomitevole, i
visitatori fuggivano per non soffocare». Sinclair non lavorava
di fantasia. Prima di scrivere quel romanzo si era documentato accuratamente, con mesi di inchieste nelle tre maggiori
aziende alimentari di Chicago, i famigerati “meatpackers”
(produttori di carne in scatola) Armour, Swift e Morris. Come
racconta in uno dei brani più disgustosi, nelle salsicce e nei
prosciutti finivano non solo le carni scadenti o infette, ma
perfino arti umani o interi cadaveri delle vittime di incidenti
sul lavoro.
Nell’industria americana i vizi abominevoli non erano limitati alla produzione di carne in scatola che Sinclair prese di
mira nel suo romanzo-verità. Mihm ricorda che il primo studio sistematico sulla qualità dei prodotti alimentari, realizzato a Boston nel 1859, rivelò una situazione terrificante: caramelle all’arsenico, birra con stricnina, sottaceti imbevuti di
solfato di rame, farina e zucchero “allungati” con gesso e polvere di marmo, latte contaminato da mucche al pascolo nelle discariche di rifiuti. Proprio come accade oggi ai cinesi, le
principali vittime erano i consumatori americani, ma gli
scandali scoppiarono all’estero. Nel 1879 le autorità tedesche
accusarono l’America di esportare maiali malati di colera e
salsicce piene di vermi. Nel 1880 fu l’Inghilterra a bloccare
partite di margarina importata dagli Stati Uniti, adulterata
con interiora di bestiame putrefatte. I paesi europei più evoluti nella tutela della salute pubblica cominciarono a boicottare il “made in Usa” e a stendere un cordone sanitario attorno ai prodotti alimentari sospetti.
«Nella Cina di oggi — sostiene Mihm — la facilità con cui
proliferano l’industria della pirateria e gli imprenditori senza
scrupoli si spiega con gli stessi mali che perseguitavano gli
Stati Uniti centocinquant’anni fa: una legislazione inadeguata, superata dalla rapida evoluzione dell’economia; la
scarsa motivazione dello Stato nel combattere le frodi; e una
Repubblica Nazionale
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33
FOTO CORBIS
DOMENICA 9 SETTEMBRE 2007
LE IMMAGINI
In alto, un bambino trasporta
le confezioni di cibo in scatola
in una fabbrica alimentare
Baltimora
Maryland, 1909
Qui accanto, Addie Laird,
di dodici anni, al lavoro
in una fabbrica di cotone
North Pownal
Vermont, 1910
Nella pagina accanto, in alto,
due bambini arrampicati
su un telaio elettrico al lavoro
in uno stabilimento
Macon
Georgia, 1910
FOTO CORBIS
In basso, Nannie Coleson, undici
anni, cuce calzini
per tre dollari alla settimana
Scotland Neck
North Carolina, 1914
Tutte le immagini pubblicate
in queste pagine sono frutto
di un reportage fotografico
di Lewis Hine
percezione sociale inadeguata della distanza tra l’arricchimento onesto e quello disonesto». Resta una differenza: gli
Stati Uniti erano già allora una democrazia, la Repubblica popolare fondata dalla rivoluzione comunista del 1949 è un regime autoritario. Che non sia una distinzione da poco lo dimostra la vicenda di Upton Sinclair. La Giungla ebbe un immenso successo popolare prima come feuilleton a puntate su
una rivista socialista, poi come libro vendette centinaia di migliaia di copie. Secondo la studiosa di storia letteraria Cynthia
Brantley Johnson «nessun romanzo americano del Novecento provocò una tale indignazione, e nell’ultimo secolo solo il
romanzo anti-schiavista La capanna dello zio Tom ha avuto
un’influenza paragonabile a La Giungla». Non sembrano affermazioni esagerate. Tra gli ammiratori di Upton Sinclair
c’era il presidente Theodore Roosevelt. All’estero la sua fama
era tale che Gandhi gli scrisse lettere dal carcere. Il successo
di quel libro incoraggiò una nuova tendenza nella stampa
americana, il giornalismo d’inchiesta, i cosiddetti muckraker
(letteralmente “rastrellatori di letame”), i reporter specializzati nel denunciare la corruzione. Nel 1906 l’impatto della
Giungla contribuì a far passare al Congresso di Washington il
Pure Food and Drug Act, la prima legislazione generale con-
tro l’adulterazione dei cibi. Nel 1908 il Congresso metteva al
bando il lavoro minorile.
Esiste un autore cinese contemporaneo che si può considerare l’erede di Upton Sinclair. È lo scrittore Zhou Qing, che
in un romanzo del 2004 ha rivelato le vergogne dell’industria
alimentare del suo paese. Ha descritto operai che versano insetticidi nei barattoli di conserve alimentari per uccidere gli
scarafaggi; supermercati che aggiungono la candeggina sulle torte di panna perché siano più bianche; fabbriche di bibite che riciclano le bottiglie scadute cambiando semplicemente l’etichetta con la data di produzione. Ma la sua storia
è stata letta da pochi intimi. La censura del regime controlla i
mass media e vieta di diffondere “allarmismo” tra la popolazione. L’ignoranza dei consumatori resta abissale.
In mancanza di libertà politica e di una società civile agguerrita in Cina, la pressione internazionale può essere utile.
Lo storico Mihm ricorda che un secolo fa l’embargo decretato da varie nazioni europee sulla carne americana ebbe l’effetto di un elettroshock. Privata di sbocchi sui mercati esteri,
l’industria americana dovette correre ai ripari. I controlli sui
metodi di produzione e sulla qualità si fecero più severi. «Avvenne un cambiamento fondamentale: gli imprenditori più
avanzati capirono che conquistarsi la fiducia del mercato era
la migliore garanzia per fare profitti».
Dickens ebbe solo una rivincita postuma. La prima legge
internazionale sul diritto d’autore fu adottata dagli Stati Uniti nel 1891, vent’anni dopo la sua morte. Non per effetto delle
sue denunce ma perché nel frattempo era fiorita la letteratura americana e con essa un business editoriale che aveva interessi da tutelare.
Sinclair da parte sua rimase deluso dall’impatto della Giungla. Lui aveva sperato che quel libro servisse la causa del movimento operaio. Sognava una rivoluzione di sinistra contro
il capitalismo americano. L’opinione pubblica invece si mobilitò contro le “fabbriche dell’orrore” soprattutto perché gli
alimenti prodotti in quelle condizioni erano un attentato alla salute. Colui che sperava di essere un profeta del socialismo
fu involontariamente il precursore del consumerismo. Sul finire della sua vita Sinclair commentò: «Avevo puntato al cuore dei miei lettori, invece li ho colpiti allo stomaco».
Repubblica Nazionale
34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 9 SETTEMBRE 2007
la memoria
A dieci anni dalla morte il Festival Filosofia di Modena dedica
una mostra al protagonista di quella leggenda catodica
che fu “Non è mai troppo tardi”. E, a sorpresa, si scopre
Pionieri tv
che Alberto Manzi non era un santino buonista ma un uomo
di ideali, furori, delusioni e ribellioni. E che si conquistò,
perfino a botte, il diritto di insegnare in un carcere minorile
Manzi, maestro a suon di pugni
MICHELE SMARGIASSI
I
MODENA
l diritto di chiamarsi maestro non glielo diede
il diploma magistrale, che prese di malavoglia; non glielo diede neppure la tivù, che lo
consacrò maestro d’Italia per antonomasia;
non glielo diedero di certo i provveditori che lo sospesero otto volte dall’insegnamento per ripetuti
ammutinamenti didattici. Il diritto di chiamarsi
maestro, il maestro Manzi se lo conquistò a suon di
cazzotti. Autentici e sonanti manrovesci da ex marò
della San Marco.
Lo volle raccontare lui stesso, dieci anni fa, imbarazzato ma anche orgoglioso, nell’intervista filmata
che l’Università di Bologna gli fece poco prima che
morisse, per mettere al sicuro l’eredità dell’uomo
che inventò, con quella leggenda catodica che fu la
trasmissione Non è mai troppo tardi, l’alfabetizzazione televisiva. Forse gli stava ormai stretto, quel
cliché di maestro in bianco e nero, buono, dolce, timido e quasi ingenuo, dopo tanti anni passati a far
tutt’altre cose, dopo aver rischiato la galera in Sudamerica, dopo essere diventato (con Orzowei, primo
di molti romanzi) lo scrittore italiano per ragazzi più
tradotto nel mondo dopo Collodi, dopo aver litigato
con ministri e ispettori, dopo aver fatto, soprattutto,
quotidianamente, per quarant’anni, il maestro puro e semplice, il maestro di scuola elementare.
Insomma la storia dei cazzotti andò così: che nel
1946 l’unica cattedra per il giovane Alberto Manzi
era la più terribile di Roma, quella del carcere minorile Aristide Gabelli, novanta piccoli guappi tra gli otto e i diciotto, quattro maestri già fuggiti in un mese
per disperazione. «All’inizio della prima lezione mi
s’avvicina un ragazzo, il boss dei detenuti, e mi dice:
tu ti metti lì a leggere il giornale e noi ci godiamo quattro ore di tranquillità. E io: mi spiace ma mi pagano,
qualcosa devo insegnarvi. E lui: allora ce la giochiamo, se vinci tu insegni, se vinco io te ne stai zitto e
buono. Bene, ce la giochiamo a carte? No, a botte.
Eravamo quasi coetanei, ma io uscivo da quattro anni di Marina. Vinsi senza fatica, e salii in cattedra».
Qualche mese dopo usciva il primo numero del giornalino del carcere, La tradotta. Di quei novanta,
Manzi s’informò, solo due tornarono in carcere da
grandi.
A pugni e schiaffi contro l’ignoranza che fa schiavi: non era un santino buonista, il maestro Manzi, era
un essere umano. Per Andrea Canevaro, pedagogista che lo conobbe bene, era anzi «uomo di furori, di
ideali, di delusioni, di ribellioni». È ora che lo sappiano le migliaia di italiani oggi cinquantenni che,
prima ancora di sedersi sui banchi, davanti alla sua
cattedra di vetro impararono l’abicì, intrufolandosi
di straforo tra i destinatari di quei tardi pomeriggi Rai
(ore diciannove,
quando i contadini tornano dai
campi) che dovevano in realtà aggredire l’analfabetismo adulto, e lo
fecero, portando
alla licenza elementare tardiva
l’incredibile massa di un milione e
mezzo di persone in otto anni, e per questo si meritarono la medaglia Unesco di migliore trasmissione
educativa del mondo.
Scommettiamo sulle lacrime, tra pochi giorni nei
corridoi del Castello dei Pio a Carpi, dove il Festival
Filosofia di Modena gli tributa una mostra a dieci anni dalla morte, davanti agli schermi che rimanderanno i violini stiracchiati e le ombre incrociate della sigla di Non è mai troppo tardi. «Siamo qui per imparare a leggere, ma anche a conoscere noi stessi e il
mondo», l’esordio di quel maestrino gentile ed educato, bel viso da attore. «Mare pino casa nave» le prime parole calligrafate sul foglio bianco, «voi non sapete decifrare questi segni, eppure vogliono dire
queste cose», e la mano rapida col gessetto nero di-
segnò un mare, un pino, una casa, una nave, «e noi
impareremo a capire le parole come capiamo i disegni». Quel gessetto nero grasso era un disastro per i
polsini. Manzi riceveva dalla Rai duemila lire di «indennità camicia» ogni puntata. Unico pagamento,
perché «come maestro prendevo già uno stipendio
dallo Stato».
Stipendio da fame: lo aveva scritto al ministro Gonella in una lettera amarissima e feroce, che esordiva «Onorevole adesso mi stia ad ascoltare». Ma questo, i tele-alunni non lo sapevano. Che ci fosse un uomo, dietro il personaggio nella scatola di vetro, un
uomo un po’ diverso da Mike Bongiorno o da Mario
Riva, magari lo sospettavano: si vede dalle lettere che
gli scrivevano, valanghe, tanto che Manzi dovette ingaggiare lo zio Filippo, tipografo a
Torino, che gliene
facesse una sintesi
settimanale, da
quello che gli contestava la grafia di
aeroplano, a quella che gli rimproverava l’accento
romanesco, «non
si dice conzonante!». Ma di che pasta fosse fatto quell’uomo, è rimasto per i più un mistero.
Bene, eccolo finalmente, il vero maestro Manzi,
fuori dall’icona. L’uomo passionale, provocatore,
iperattivo. L’intellettuale con due lauree, Biologia e
Filosofia, che abbandona un incarico alla Scuola
sperimentale di Magistero «perché non si sperimentava niente», e torna sulla cattedra delle elementari. Il maestro che ama la scuola al punto da detestare chi ne fa cattivo uso, infuriato con i «provveditori che non provvedono», con i colleghi sfaticati o
indegni. Dai documenti privati (donati dalla seconda moglie Sonia alla Regione Emilia Romagna, che
ne ha fatto un archivio pubblico), dai dattiloscritti
inediti, dagli appunti pieni di sfoghi e «cattivi pen-
Il primo incarico lo ebbe a Roma,
al riformatorio Gabelli
Il primo giorno il boss lo sfidò:
“Insegni solo se mi batti...”
CARTA
Presente in tutte le forme, dal foglio protocollo
al brandello di giornale, puntualmente coperta
da appunti e disegni. La riciclava in tutti i modi
non solo per spirito ecologico ma per onnivora
voracità del suo materiale preferito
LESSICO
FAMIGLIARE
MASSIMO MANZI
ANIMALI
Di ogni taglia e specie, popolavano in egual
modo l’aula scolastica e le mura domestiche
ma guai a non rispettarli. Le visite allo zoo
(il bioparco era di là da venire) erano
una costante delle nostre passeggiate romane
sieri» gelosamente conservati, dai quaderni a righe
riempiti in diligente calligrafia con amarissimi brandelli di diario, affiora il ritratto di una scuola italiana
anni Cinquanta approssimativa, clientelare, tragicomica e burocratica, piena di maestri tanto maneschi quanto ignoranti, diretta da funzionari tronfi e
inefficienti, fin troppo simile a quella dei romanzi di
Mastronardi, fin troppo specchio all’Italia di allora.
Disgustato: «Ho visto molte maestre leggere Grand
Hotelcome le domestiche». Indignato: «Alcuni maestri frequentano le bettole e ne escono ubriachi. Ne
ho visto uno con un occhio pesto, glielo avevano tappato con un pugno all’osteria». Sarcastico: «Una
maestra di facili costumi suscitò la protesta delle
madri, il direttore prese provvedimenti: la nominò
sua segretaria». Contegno, dignità: il maestrino
Manzi sembra inclinare al moralismo. Ma non è indignazione bacchettona, è preoccupazione civile.
Nel romanzo-verità di quell’italietta meschina, il cittadino Manzi intravede un futuro nero per quella
che non si vergogna di chiamare Patria: «Provate a
far leggere gli alunni di una quinta rurale... La scuola passa e non lascia traccia...».
Non aveva neanche la tivù in casa nel 1960
quando il direttore didattico lo spedì a fare un provino in Rai, dove si cercava affannosamente un
maestro telegenico; ne avevano già scartati un
centinaio e la trasmissione doveva iniziare a giorni. «Di tivù non sapevo nulla, se non che le immagini si muovevano». Per questo strappò il copione
che prevedeva un’inquadratura fissa, si fece portare fogli e gessetti neri e improvvisò un’animata
lezione sulla lettera O. «Abbiamo trovato il maestro!», gridò fuori campo la voce del regista. La Rai
di Bernabei, senza crederci molto, inaugurava la
sua trasmissione più rivoluzionaria. Socialmente
avanzata. Interattiva, perfino: duemila “punti
d’ascolto” nei circoli, nei bar, nei municipi, dove
duemila maestri riunivano ogni sera migliaia di
adulti davanti al televisore: «Il merito fu tutto loro,
io ero solo un pupazzo televisivo». Ma il democristianissimo direttore di viale Mazzini celebrò in
LIBRI
L’amore di una vita, tappezzavano la casa
Gelosamente custoditi e firmati a pagina 101
come uccelli migratori con l’anellino alla zampa
Tra i preferiti, i volumetti Bur essenziali nella loro
copertina grigia, allineati uno accanto all’altro
DISEGNI
Schizzi velocissimi utilizzati da sempre
per accompagnare una lezione ma anche
nel corso di una telefonata o riunione:
sempre intento a scarabocchiare qualcosa
La chiave di volta delle sue trasmissioni tv
L’educazione dei ragazzi, un testo-invettiva del maestro
“Scuola di oggi, rovina del futuro”
ALBERTO MANZI
ensierini sulla scuola d’oggi. Non è un’inchiesta. Sono forse pensierini cattivi, scaturiti da
una mente malsana, avvelenati dalla bile di un fegato marcio. Scuola d’oggi: rovina d’un
prossimo futuro. Il male è alle radici, è nel tronco, è nei rami: ovunque. È nei maestri, nei direttori, negli ispettori, nel ministro. Cosicché le patrie galere rigurgitano di minorenni. Maestri
improvvisati e che non vogliono prepararsi sono dilagati nella scuola travolgendo i pochi onesti,
tutti presi dal loro lavoro. Concorsi che non sono stati concorsi hanno aperto la diga facendo tutto sommergere. «Ti sei preparato?» «No. Che importa? Conosco il tale…». Oppure: «No! Tanto sono reduce!». Oppure, e meglio: «Sono dieci anni che insegno!», «Monsignor Tale m’ha assicurato… L’onorevole Caio ci pensa… Ho pagato il ragionier Cappiccia… Ho il tema… Sono profugo…
Sono partigiano… antifascista… razziata… bombardata…». (...) Quanti sono? Centinaia e centinaia. Impreparati, ma ricolmi di titoli e di patacche. E nella classe portano i titoli e le patacche. Poi,
appena nominati, trasferiti in sedi più comode. Il signor L. F. comandato a Roma per allattamento. Sicuro: ben quindici maestri allattano a Roma. Uno l’ho prenotato per il prossimo pargolo. (...)
Un’apparenza di cultura e via. Chi s’interessa dell’animo infantile? Chi lo cura? Chi lo educa? Qualcuno: lo scemo, il pignolo. E gli ridono dietro, l’allontanano. E quello o cede o cammina solo. Didattica? E cos’è ‘sta bestia? Attivismo? Sì, delle mie mani su quelle teste dure.
Avanti, avanti! (...)
E ci sono maestri che vorrebbero prepararsi, che cercano aiuto. Ma il direttore si fa vedere
ogni morte di papa, e quando viene cerca i pidocchi nella testa dei ragazzi. (...) «Signor direttore, quel ragazzo, sa, che devo fare? Mi disturba gli altri». «Lo bocci». Direttori così e peggio.
Direttori che si vedono una volta all’anno, alla fine, e brontolano perché il programma non è
stato svolto tutto. Direttori in gamba: due. Ispettori che non si vedono mai. O ogni tre anni,
affogati, impelagati in ordinanze, contrordinanze, circolari e conti. Ispettori che non ispezionano. Provveditori che non provvedono a nulla, ignari dei più semplici problemi della
scuola elementare. (...)
E forse ci rivedremo tutti all’inferno: io e voi, maestri che dimenticate il vostro sacrosanto dovere, che ve ne infischiate dei ragazzi; io e voi, direttori illustri incogniti; io e voi, ispettori viventi
fra le tarme. Ma con loro signori provveditori, no. Loro andranno un pochino più giù di me, perché «potevano provvedere e non hanno provveduto». Ma speriamo di non incontrarci. Speriamo
che queste mie siano tutte cattiverie. Speriamo. Perché è col nostro lavoro che potremo migliorare il mondo. Perché non voglio credere che la scuola sia tutta così: che quei visi rosei e paffutelli si tramutino in visi duri, crudeli. No! Le mie son cattiverie. Servano però a svegliare i dormienti.
P
TIMBRO POLEMICO
Nella foto grande a centro pagina, Alberto Manzi
durante una puntata di Non è mai troppo tardi
Nelle altre immagini, in senso orario: il maestro Manzi
all’epoca del successo tv; il timbro che si fece fabbricare
per valutare, in polemica col ministero, gli alunni a fine
anno; la copertina del suo manuale per il disegno veloce
alla lavagna; un’altra copertina di un suo libro didattico
sulla lettura
Questo testo, inedito, scritto negli anni Cinquanta,
è stato trovato nelle carte di Alberto Manzi.
Il “Lessico famigliare”pubblicato sopra è scritto da suo figlio Massimo Manzi
Repubblica Nazionale
DOMENICA 9 SETTEMBRE 2007
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35
LA MOSTRA
Il Festival filosofia ripercorre nella sede di Carpi
la vita di Alberto Manzi attraverso le sue opere:
la collezione dei materiali esposti comprende
infatti l’archivio del maestro e dei suoi allievi
Curata da Francesco Genitoni ed Ernesto Tuliozi,
la mostra verrà inaugurata il 14 settembre
(fino al 21 ottobre) all’interno di Palazzo Pio,
in concomitanza con l’avvio del Festival filosofia
L’evento si svolge in collaborazione
con il Centro studi Alberto Manzi
e il patrocinio del Segretariato sociale della Rai
Manzi «un benefattore del popolo italiano».
Avesse saputo a quale «testa calda» rivolgeva i
suoi elogi. Il Manzi extra-televisivo era la disperazione degli ispettori. Si rifiutava di insegnare storia
«perché un bambino di dieci anni non ha ancora un
chiaro concetto di spazio e tempo». Aveva letto Piaget, lui: gli ispettori forse no. Sospeso da cattedra e
stipendio. Si rifiutava di dare i voti. Si rifiutò anche
di dare i «giudizi», quando arrivarono: «I bambini
cambiano, ma i giudizi restano nero su bianco, non
posso bollare un ragazzo per sempre». Sui primi
moduli, per rabbia, scrisse «merda»: sospeso ancora. Allora si fece confezionare un timbro con la scritta Fa quel che può, quel che non può, non fa, «didatticamente ineccepibile», e stampigliò pagelle in serie. Sospeso di
nuovo. Non piegato: «Continuai a
scrivere quella
frase a mano sui
moduli».
Ribelle solitario. Si firmava, a
volte, El loco, il
matto, come il
personaggio di un
suo romanzo. «La
Rai mi proibì di parlare dell’assassinio di Kennedy:
ma andavamo in diretta, e lo feci lo stesso». Sovversivo senza partito. I colleghi impegnati, anzi, lo insospettivano: «Partecipano alle lotte politiche in
modo fazioso, aspirano tutti a divenire sindaci. Raggiunto lo scopo si rivelano incapaci di fare sia i sindaci che i maestri». La ministra Falcucci, incontrandolo in una commissione, lo canzonò: «Lei è un
cane sciolto? Allora può abbaiare quanto vuole».
Credente, certo: nella lunghissima lista dei libri che
scrisse c’è anche un catechismo per bambini, per
conto della Cei. Idealista, senza dubbio. Non stava
a chiedersi per chi suona la campanella. Nel ‘56 un
ateneo lo mandò in Amazzonia a studiare certe formiche (in fondo era un biologo). Ma lì Manzi scoprì
cose più importanti. Andò a vivere nei villaggi Kjivari, «quelli che essiccano le teste umane», cominciò ad alfabetizzare i campesinos perché potessero
iscriversi al sindacato. «Infilare le dita nelle piaghe
del mondo era vietato, quindi mi attirò subito». Un
dirigente Alitalia gli forniva biglietti gratis, purché
partisse quando c’era posto: maestro last-minute.
Per vent’anni passò le estati sulle Ande, prima solo,
poi con discepoli. Quel piccolo esercito armato di
matite insospettiva i governi: fu cacciato come «indesiderabile», sospetto di simpatie «guevariste, papiste, marxiste o di un qualunque accidente che finisse con — iste», e senza la protezione dei salesiani forse non sarebbe neppure tornato a casa. A scrivere, ovviamente, romanzi di denuncia: «Con grande rammarico devo affermare che i
fatti qui narrati sono veramente accaduti».
«Fate funzionare il macinino del
vostro cervello», si
congedò dagli ultimi alunni. Aveva
voluto essere un
maestro globale:
per l’Italia restò solo un maestro televisivo. Una tivù
«sempre più futile» gli commissionò nuovi programmi, per insegnanti, per extracomunitari, alcuni gli piacquero, altri meno, non si tirò mai indietro.
Dicono che ci rimase male quando il ministro Berlinguer non lo volle consulente della sua riforma.
Pensionato, incapace di riposarsi, fece il sindaco a
Pitigliano. Continuavano ad arrivargli lettere dei
suoi tele-alunni, come Marzia: «Caro maestro ti volio bene, lego senpre». Se ne andò tra necrologi sui
giornali locali e striscioni della scuola elementare
del paese, «Ciao maestro». L’Italia ministeriale, cattedratica, l’Italia dei provveditori e degli ispettori,
non gli ha mai detto grazie. Qualche volta non è vero, che non è mai troppo tardi.
Nel 1960, quando fece il provino
per la Rai, non aveva neanche
il televisore. Alla fine il regista
gridò: “Lo abbiamo trovato”
TELEVISORE
Fonte in egual misura, come tutti gli amori,
di soddisfazione e aspre delusioni
Gli chiesi perché non avesse mai scritto
un trattato di pedagogia, mi guardò strano
come fossi un ispettore del ministero
Anni dopo mi illuminò una frase di Pennac:
non esistono pedagogie ma solo pedagoghi
MACCHINA DA SCRIVERE
Il ticchettio di una vecchia Olivetti fece
da sottofondo ai pomeriggi della nostra infanzia
intervallato dal “dling” dell’a capo. Ci leggeva
spesso la pagina appena terminata o ce la dava
da leggere, infilava un nuovo foglio e via così
STORIE DI SUCCESSO
FOTO ARCHIVIO RAI TECHE /ALINARI
Qui sopra: quattro copertine
di libri di Alberto Manzi
tra cui le edizioni, in lingua
italiana e slava, di Orzowei
In basso, da destra:
un biglietto di ringraziamento
spedito al maestro
e una sua poesia inedita
Repubblica Nazionale
36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 9 SETTEMBRE 2007
la società
Torna in libreria dopo oltre mezzo secolo la bibbia
delle buone maniere di Donna Letizia. Consigli preziosi
e regolette per comportarsi in ogni occasione privata
Nel dopoguerra le italiane impararono leggendoli a gestire
casa e marito mantenendo il ruolo di “angeli del focolare”
IL SAPER VIVERE
Così il galateo diventò l’ancora di salvezza della signora senza qualità
DI DONNA LETIZIA
INVITATI
BALLI
a signora che è invitata a una colazione evita di
fare, prima, molte commissioni, per non presentarsi carica di pacchetti. Non si toglie il cappello se non è intima della casa. Prima di entrare in salotto, affida alla cameriera il mantello e l’ombrello e si sfila i guanti per porgere la mano ai padroni di
casa. In sala da pranzo, l’invitata si siede senza aspettare l’esempio della padrona di casa, ma fa in modo di non
precederla troppo. L’invitato, invece, si siede dopo le signore. Gli invitati incominciano a mangiare appena si
sono serviti: solo per il dessert è consuetudine aspettare che la padrona di casa sia stata servita. In nessun caso, la persona invitata si rivolge al cameriere per chiedere del pane, del sale, del vino, o qualsiasi altra cosa. Questo comportamento è ammesso solo al ristorante.
L
N
RACCOMANDAZIONI
AUTOMOBILE
a signora che desidera un posto per il nipote,
non approfitti di un cocktail o di una serata
brillante per parlarne con l’influente commendatore che le è stato proprio allora presentato. Tutt’al più si limiti, in quell’occasione, a chiedergli se può riceverla in ufficio uno dei giorni seguenti.
Quando sarà nel suo studio, sia breve, precisa e seria. Ottenuto il favore, ringrazi con una lettera. Alcuni giorni
dopo, se crede, lo inviti a pranzo. Il nipote andrà in persona a ringraziare. Se la visita al commendatore non ha
dato i risultati sperati, la vera signora si riterrà comunque sua debitrice (è stata cortesemente ricevuta e ascoltata), l’invito a pranzo avrà luogo lo stesso, e la sua cordialità non apparirà offuscata.
L
I
ADOLESCENTI
SEPARAZIONE
olte mamme si proclamano con un misto di
compiacenza e civetteria «le migliori amiche» delle loro figliole, concludendo immancabilmente: «Non abbiamo segreti, ci
raccontiamo tutto!». I rapporti tra madre e
figlia che «si raccontano tutto» covano quasi sempre
epiloghi burrascosi. Alla prima divergenza di una certa
importanza, la mamma cerca invano di risalire in fretta
gli scalini dell’autorità: la figlia le risponde da pari a pari, magari rinfacciandole le sue confidenze, come farebbe appunto con un’amica che volesse improvvisamente imporle la propria volontà. L’assoluta confidenza «reciproca» è ragionevole e naturale solo quando la figlia,
ormai sposata, ha assunto la responsabilità della propria vita.
M
L
FIDANZAMENTO
VILLEGGIATURA
S
G
e, passati i ventitré o i venticinque anni, la ragazza che fino a ieri era un fiore incomincia improvvisamente ad appassire, si fa acida e nervosa, la madre accorta non tarda a “capire”.
Capisce cioè che quello che angustia la poverina è il fatto di non aver ancora trovato marito, e che è giunto il momento, per lei, di intervenire. Con estrema discrezione
comincerà a darsi da fare: riaggancerà i rapporti con la
signora X, che forse non le è simpatica ma ha tre figli in
gamba, tutti scapoli. Solleciterà il consiglio e l’aiuto dell’immancabile amica che «conosce tutti». Spronerà il
marito a invitare a teatro il giovane ingegner Rossi che è
povero, ma ha una zia ricchissima e zitella, o l’avvocato
Bianchi che non è più di primo pelo, ma ha una vasta
clientela e un appartamento arredato...
ei dancing si va a coppie o in comitiva. Se la comitiva è stata invitata da una coppia, lui inviterà a ballare per prima la signora più di riguardo, e pazienza se è vecchia e sgraziata. La
moglie verrà invitata dal signore che le siede più vicino.
Se la comitiva è in numero dispari, non si lascerà mai una
signora sola al tavolo. Di volta in volta, una coppia rimarrà a farle compagnia. La signora non dovrà mai ballare con sconosciuti. Se una tra le invitate balla meglio
delle altre, i cavalieri non devono precipitarsi a contendersela all’inizio di ogni giro. Oltre tutto le farebbero
maturare intorno un’atmosfera nociva di antipatia femminile. Se il giovane con cui balla non la lascia più tornare al tavolo, la signora potrà interrompere il giro con
il facile pretesto che è stanca.
l vero signore non si lascia stordire dal possesso di una macchina. Non scambia un’utilitaria
per un’Alfa da corsa, assordando con lo scappamento aperto i passanti e terrorizzandoli
con sterzate stridenti come ha visto nei film polizieschi.
E la signora non strombetta irritata se un pedone esita
nell’attraversare: se lei ha fretta, lui ne ha forse altrettanta, senza avere il vantaggio di un mezzo veloce. Se a
smontare la sua impazienza non vale la buona educazione, valga almeno una certa prudenza: gettando in faccia al pedone un adirato: «Cretino», rischia di provocare
un «Ma stia zitta tardona!» o qualche altro complimento
del genere, particolarmente scottante se accanto a lei
siede un ammiratore.
a separazione e l’annullamento, sinonimi di
fallimento, non vanno partecipati, come non
si partecipa una bancarotta o l’epilogo disastroso di un affare. Del resto, le notizie di questo genere volano rapidamente e, in quei periodi di crisi, è consigliabile tenersi appartati, parlare il
meno possibile e soprattutto non lasciarsi andare a sfoghi rancorosi contro l’altra parte, sfoghi che tutti, naturalmente, son pronti ad accogliere avidamente e con apparente simpatia, per poi trarne conclusioni raramente
benevole. In caso di separazione, dovrebbe essere il marito a lasciare il domicilio coniugale. La moglie si deciderà a questo passo soltanto se la situazione sarà diventata insostenibile per lei: andrà ad abitare, almeno provvisoriamente, in casa dei genitori...
iustamente persuasa che da una vacanza
estiva possa fiorire l’agognato fidanzamento
della figlia, la madre previdente prima di decidere la villeggiatura sottopone la sua ragazza a un lucido, spassionato esame. Ha le gambe stortine? Alta un metro e sessanta pesa ottanta chili? Montagna e gonne a campana. Ha le gambe affusolate e un busto da statua? Spiaggia e bikini. Ma anche su questo punto la madre accorta ha idee precise. Il reggiseno del
“due pezzi” non avrà le proporzioni di un paio
di occhiali da sole, e le mutandine non saranno così piccole da potersi confondere con
quelle di un neonato. La signorina protesta?
Le verrà ricordato che l’immodestia, se attrae
i mosconi, mette in fuga i partiti seri.
Repubblica Nazionale
DOMENICA 9 SETTEMBRE 2007
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37
APPARECCHIATURA
Ci sono due tipi di apparecchiatura:
alla latina e all’americana .
La prima comporta la tovaglia grande,
la seconda centrini di tessuto...
Nel pranzo normale posate e piatti
si dispongono così:
1) tovagliolo
2) forchetta da 2ª pietanza (normale)
3) piatto normale, sul quale verrà
appoggiato il piatto fondo
da minestra già pieno prima
che ci si metta a tavola
4) coltello da 2ª pietanza (normale)
5) cucchiaio da minestra
6) piattino per il pane
7) posate da dolce. Quelle da frutta
verranno servite sul piattino da frutta
8) bicchiere acqua
9) bicchiere vino
MOBILE BAR
La signora bene attrezzata
avrà sempre a disposizione
nel mobiletto bar:
Una bottiglia di Carpano
Una bottiglia di Campari
Una bottiglia di Martini (secco)
Una bottiglia di anisette
Una bottiglia di cognac
Una bottiglia di gin
Una bottiglia di whisky
Una bottiglia di rabarbaro
per chi non beve alcoolici
(da servirsi allungato con un po’
di spremuta di limone, ghiacciata)
Potrà anche avere in soprappiù:
Una bottiglia di sherry (jerez), da servirsi
in sostituzione del Carpano e Campari
Una bottiglia di menta (pippermint)
Avrà anche una scorta di biscottini
da cocktail e di mandorle salate
COCKTAIL
Inviti a cocktail
di tono formale
Erano gli anni Cinquanta,
vigilia del boom, quando si passò
bruscamente dal colletto di lapin
alla mantellina di visone, dal filobus
all’utilitaria, dalla pensioncina
alla crociera mediterranea
E nuovi dilemmi attanagliavano
i ceti sociali emergenti
L’Italia vorrei ma non posso
svelata da Colette Rosselli
LAURA LAURENZI
Q
uantoc’è, quanto c’era di Colette Rosselli in
Donna Letizia? Amava ripetere: «Donna Letizia è una maschera che mi sono messa per
anni, ma che non mi appartiene neppure tanto».
Spiegava: «Io sono tutt’altro che perfetta, sono distratta, pressappochista, scendo sulla terra soltanto quando c’è qualcosa che davvero mi colpisce».
L’espressione non poteva essere più azzeccata:
«sulla terra». Colette era così chic, così ironica e
colta che sembrava arrivata da un altro pianeta.
Svagata ma neanche tanto. Sempre presente a se
stessa, informata, lieve. Inarrivabile, assai poco
latina. Padrona di una dote rarissima, oltre al senso dell’umorismo: l’autocontrollo, la supremazia
sulle emozioni. Sorrideva realizzando che era toccato a lei insegnare agli italiani a «saper vivere».
Erano gli anni Cinquanta, quelli del boom, dell’improvviso benessere, quando si passò bruscamente dal colletto di lapin alla mantellina di visone, come amava ripetere lei, dal filobus all’utilitaria, dal tinello finto-provenzale al salotto finto-inglese, dal Ferragosto in pensioncina alla crociera
mediterranea, e nuovi dilemmi attanagliavano i
ceti emergenti. Non semplici quesiti di etichetta
ma modelli di comportamento, scelte di eleganza d’animo, codici dello stare insieme civilmente, con rispetto reciproco.
Come apparecchiare il tè, come rivolgersi a un
arcivescovo o a un principe ereditario, come utilizzare le forchette da ostriche, ma anche come lenire la solitudine, come capire e come crescere i
propri figli, come non fare scorrettezze e offese
gratuite. Non solo i «guanti galcés di antilope finissima» o le mezzelune da insalata, ma anche il
rapporto con la suocera, le gaffes da evitare con
scrupolo, i passi falsi che ti possono azzoppare.
Cominciò a dispensare quei consigli di stile che
un giorno sarebbero confluiti — rielaborati — nel
Saper vivere nel lontano 1953, prima su Grazia e
più tardi su Gente. Riceveva centinaia di lettere alla settimana: quesiti di galateo ma spesso anche
problemi umani. Non soltanto da donne, ma anche da uomini (le arrivarono pure varie proposte
di matrimonio, con tanto di foto del candidato, il
che la divertiva moltissimo).
Insegnare a saper vivere: un’impresa. «Per tutti ho cercato di trovare la parola giusta, e a molti
piaceva proprio quel mio cocktail di humour e serietà, quella mia ironia talvolta pungente ma molto più spesso benevola, di fioretto e mai di spada,
così diversa dall’amaro sarcasmo degli italiani»,
mi raccontò molti anni dopo, seduta nel suo salotto affacciato su Piazza Navona, nella casa che
divideva col marito Indro Montanelli, quando —
era l’ottobre dell’84 — decise che Donna Letizia
non esisteva più. Basta. Un’epoca era finita per
sempre.
Ero andata a intervistarla per La Repubblica. Fu
allora, accarezzando il magnifico e scontroso gatto persiano Bel Ami, che mi raccontò come nacque quel suo pseudonimo così fortunato: «In quel
periodo sulla Settimana Incom Irene Brin teneva
una rubrica di bon ton molto sofisticata, dai timbri letterari, estremamente raffinati, un po’ proustiani, firmata Contessa Clara. Arnoldo Mondadori mi propose di scrivere qualcosa del genere,
ma in cui si insegnassero veramente le buone maniere. Era l’epoca dei noms de plume blasonati e
raggelanti, provinciali e tutti fasulli, Duchessa di
Bedford, Lady Troubridge. Mondadori voleva
darmi un nome del tipo marchesa non so come;
io dissi che di titoli nobiliari non volevo saperne».
Nacque così Donna Letizia e nacquero i primi
fondamenti del Saper vivere. Uscì come manuale, ed ebbe immenso successo, nel 1960, con illustrazioni — spiritosissime — dell’autrice, che sapeva disegnare con lo stesso garbo intuitivo, lo
stesso brio e lo stesso stile con cui scriveva, e aveva pubblicato suoi schizzi su riviste estremamente raffinate come Vogue, Harper’s Bazaar, New
Yorker. In Italia basta andarsi a guardare con quale grazia e con quale ironia illustrò Il Diario della
signorina Snob scritto da Franca Valeri.
Insegnava l’elegante signora a scrivere correttamente i segnaposti e a «non arricciare il mignolo a coda di volpino», ad aborrire stuzzicadenti e
calzini corti e a dare le giuste precedenze davanti
a una porta girevole. Citava Montesquieu e l’Inno
alla pazienzadi Kipling, il barone de Rothschild e
Edoardo VII. Inventava prototipi come la signora
Casachiesa e la signora Semprelesta, suggeriva
un rimedio per ogni occasione, una formula magica per trarsi d’impaccio, una soluzione brillante per cadere miracolosamente in piedi. Invocava il buon gusto ancora prima del buon senso,
sconsigliava alle signore di essere frivole, insegnava l’arte difficilissima della conversazione. E
aveva ritmo.
L’Italia che ne esce, guardata oggi attraverso la
lente d’ingrandimento della nostalgia, è remota
e idillica insieme. Un mondo sparito quello in cui
si muoveva la Grande Signora, divisa fra crociere
in transatlantico, viaggi in wagon-lit, hostess di
volo «affabili e premurose», colazioni cui era impensabile presentarsi senza cappello. Quanti
cambiamenti, e in quanto poco tempo. Era l’Italia pre-divorzio in cui alle ragazze veniva chiesta
la «prova d’amore» e in cui il costume a due pezzi, decretava Donna Letizia, era «sconsigliabile
sopra i trent’anni, anche se magrissime».
Inevitabile che il Saper viverepossa oggi per certi versi risultare datato, ma non certo nell’eleganza che lo sottende, e nei valori fondanti che lo contraddistinguono dalla prima pagina all’ultima. La
stessa Colette — che Federico Fellini, affettuosamente, chiamava Colettona, e cui, proprio negli
anni ruggenti di quella fortunata rubrica, voleva
affidare una parte ne La dolce vita — si poneva il
problema, a ogni fortunata ristampa. Aggiornarlo? Modificarlo? Lasciarlo così com’è? Riscriverlo
da capo a fondo? Tutto è cambiato così velocemente, diceva, si è come capovolto: «In trent’anni mi sono passati davanti agli occhi vari periodi
storici». Raccontava di aver risposto alla ragazza
disperata per aver perduto la verginità e a quella,
vent’anni più tardi, ancora più disperata, addirittura in lacrime, ma per il motivo opposto, che le
scriveva: come faccio? sono ancora vergine.
Sì, tutto è cambiato. Tranne una cosa, ripeteva
Colette: la solitudine di fondo, l’ansia, l’angoscia,
il senso di incertezza, la paura di sbagliare. E
quando sono in troppi a voler dare lezioni, meglio
fare un passo indietro. Nel 1984, proprio nella stagione in cui le librerie furono sommerse e inflazionate da nuovi manuali di buone maniere, Colette Rosselli, che su Gentevide ridimensionare gli
spazi della sua rubrica a favore di una pagina fissa di lettere affidata a Raffaella Carrà, scelse di abbandonare la sua trincea. Donna Letizia è morta
e sepolta, ripeteva, non esiste più.
E invece è vivissima, e ci ha raccontato giorno
dopo giorno come eravamo e soprattutto come
avremmo voluto, o dovuto, essere, come siamo
cambiati e come si è evoluto, o involuto, il nostro
Paese.
IN LIBRERIA
Torna in libreria
il 12 settembre
nella collana BurSaggi Il saper vivere
di Donna Letizia
(280 pagine, 8,60 euro)
Il libro che ha formato
generazioni
di italiani alle norme
della buona
educazione uscì
la prima volta
nel 1953. Oggi Bur
ripropone il volume
in un’edizione
arricchita dai disegni
originali dell’autrice
In queste pagine
pubblichiamo alcuni
brani e alcuni disegni
di Colette Rosselli
tratti dal volume
Repubblica Nazionale
38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 9 SETTEMBRE 2007
Va in libreria per Mondadori un insolito dizionario
che raccoglie e traduce venticinquemila voci dei nuovi
gerghi americani. Un’opera di consultazione ma anche
una lettura curiosa che ci guida nel mosaico dei gruppi - etnici, professionali,
generazionali - che formano l’impasto degli States. E che racconta, malgrado
lo scandalo dei puristi, la furiosa vitalità di una società e di una cultura
ALKY
ANGST
Alcolizzato
nel gergo
dei vagabondi
È storico
alky-cooking,
la distillazione
clandestina
durante
il proibizionismo
Stato di inquietudine
esistenziale
che spesso sfocia
nella depressione
In voga tra i membri
della Generation X
DOGGONE
America
Maledetto,
dannato
Ma usato
avverbialmente
significa
“con i cazzi”,
nel senso
di moltissimo
Lo slang
della
nuova
I cacciatori delle parole ribelli
VITTORIO ZUCCONI
S
WASHINGTON
ua Altezza Reale era inquieta. Due secoli e mezzo
dopo avere perduto un continente per mano di un
gruppo di contadini evasori armati di schioppi e
forconi, un’altra perdita catastrofica si annunciava per la Corte di San Giacomo. Questi maledetti americani,
intonò Sua Altezza Reale principe Carlo d’Inghilterra in conferenza stampa, «si sono messi a inventare ogni sorta di parole nuove e di verbi che non dovrebbero esistere» lamentò
e poi lanciò il grido di battaglia: «Dobbiamo agire subito per
salvare l’inglese inglese, non quella cosa che parlano in America». Hey, Prince, ‘a principe, gli rispose a stretto giro da Los
Angeles l’attore comico Bill Maher: «Ma vai a farti fottere tu e
il cavallo che ti ci ha portato», espressione non soltanto rudemente texana, ma, peggio ancora, figlia di quell’orrore che
la povera altezza, e il suo cavallo, aborrivano: dello slang.
Un miliardo di esseri umani usano oggi per comunicare tra
loro qualche forma o metamorfosi della lingua che genericamente chiamiamo inglese, ma che re Giacomo, traduttore della Bibbia nel 1611, faticherebbe a riconoscere come il
Queen’s English, l’inglese inglese. Dalle frasette rudimentali
e buffe dei principianti, come quelle usate da Silvio Berlusconi nei memorabili incontri con Bush e immortalate negli
archivi di You Tube, al pidgin english, i dialetti incomprensibili parlati nel Caribe, per arrivare al glossario da catecumeni impiegato dai fedeli di Internet e dei messaggini, la frantumazione dell’inglese e la sua reinvenzione quotidiana sono semplicemente la conferma del dominio planetario della cultura e delle sottoculture che esso rappresenta. Ma dopo essere sfuggito al controllo di troni e virtù.
Ma non è di Berlusconi o del dialetto giamaicano che Sua
Altezza Reale s’inquieta. L’oggetto della sue preoccupazione è quella fucina meravigliosa e per lui satanica di espressioni, verbi, forme, sintassi, grammatica che l’America alimenta da quando nacque, partorita dalla mescolanza furiosa di popoli e dal comune desiderio di ribellarsi al proprio
passato e dunque alle lingue che il potere impiegava per controllarli. Ogni popolo, ogni gruppo sociale, ha sempre creato una propria lingua privata, un argot, un lingo, un patois,
un vocabolario informale, furbesco e spesso criminoso (la
madama per la polizia, nel gergo della mala milanese) per costruire la propria identità. Ma in nessuna epoca o luogo, la
produzione di derivati linguistici è stata cosi furiosa, ingorda e strutturale come negli Stati Uniti.
Si può dire che non esista gruppo — dai brothers, dagli afro
americani che vivono nell’hood, abbreviazione obbligatoria
di neighborhood, quartiere, vicinato, agli yuppies oggi trasformati in metrosexual che ruotano attorno alla street, che
non è la strada felliniana, ma Wall Street — che non abbia inventato un proprio glossario e che non ne inventi uno ogni
giorno. William Cran, autore di una meravigliosa Storia del-
l’Inglese trasmessa dalla televisione pubblica americana, ha
calcolato che alla fine di ogni puntata di due ore, almeno dieci parole nuove sarebbero state nel frattempo inventate da
qualcuno, in qualche college, o liceo, o ghetto, o stadio, o taverna. Una osservazione che rende ogni tentativo di produrre un dizionario dello slang un’impresa tanto encomiabile
quanto frustrante.
Lo Ncid, il centro nazionale per le ricerche sulla tossicodipendenza, calcola, con ogni approssimazione, che esistano
almeno 180 sinonimi di gergo per definire la cocaina, e 270
per la marijuana, dalla Santa Marta usata dagli ispanici che
esprimono la loro profonda devozione cattolica, fino all’ormai universale grass, erba. Soltanto il sesso tenta di competere con la droga come fucina di neologismi che, senza il bisogno di passare per i tribunali, entrano nell’alveo del linguaggio corrente e accettato, come screw, avvitare, dove il
senso figurato è evidente, o lo snafu, parola che nessuno studente di inglese potrebbe mai adoperare in classe, ma che è
l’acronimo, diffusissimo tra i militari, in pace e in guerra: situazione normale, siamo tutti fottuti. Forme e formule che
indignarono il sociolinguista Kenneth Wilson: «La nuova lingua sembra costruita usando verbi e sostantivi ripresi dai
muri dei gabinetti».
Ma di principini e di studiosi l’America, che non ha un sistema educativo centralizzato e affida programmi e insegnamenti all’autonomia degli stati e delle contee, si disinteressa. L’ameringlish, l’amerese o l’inglano, parlato nella vita
quotidiana, che nessuno studente straniero, per quanto diligente, potrà mai imparare in un corso a Milano o a Delhi, è
stato paragonato al grande fiume padre e madre del continente nordamericano, il Mississippi, che trascina con sé detriti, terriccio, carogne, fortune e nutre e travolge tutto ciò
che gli si oppone. Sulle acque della istintiva riottosità alle regole e all’autorità, la nuova lingua dell’informale, del permissivo, spesso del trasgressivo, corre come quei battelli a
pale che portavano anch’essi il proprio carico linguistico e
idiomatico, nei gilet dei riverboat gamblers, dei giocatori
d’azzardo, e di espressioni come «la mano del morto», la doppia coppia di assi e otto che Wild Bill Hickok stringeva fra le
dita quando fu ammazzato.
La schizzinosa e celebre osservazione di George Bernand
Shaw, secondo il quale «Inghilterra e America sono due popoli divisi soltanto dalla lingua» è sempre meno vera, nelle
onde di ritorno che portano anche in Inghilterra il riflusso
dell’americanizzazione dell’inglese attraverso il cinema, la
televisione, la musica e la pubblicità. Lo slang delle ragazzine bene della California, le Valley Girls cresciute nella grande vallata oltre le colline di Hollywood, raggiunge le loro coetanee della vecchia costa atlantica, le ragazze inglesi, e diventa il glossario di una generazione di donne, che se lo porteranno dietro da adulte e lo trasmetteranno ai figli, interpuntando ogni discorso con l’avverbio totally, totalmente,
che infilano ovunque: sono totalmente stanca, quello è totalmente carino, mi sono totalmente divertita. Squittendo
continuamente ohmygod, ohmygod, omioddio omioddio.
Ma appena una studentessa universitaria scopre che qualche espressione viene adottata nei licei, la abbandonerà con
ribrezzo, come abiti usati passati alle sorelle minori. Il moto
linguistico deve sempre riciclarsi senza sosta, per sembrare
accettabile. E se arriva da ambienti guardati con sospetto o
paura, magari dalle strade dei ghetti, dove i giovani di colore
producono incessantemente neologismi e sintassi immaginarie e spaventosamente sessiste e politically incorrect,
quanto più forte sarà lo scandalo degli adulti, tanto più certo il successo. Il bello, l’interessante, il desiderabile diventa
phat, che si pronuncia come fat, grasso, ma tradisce le iniziali
di pretty hips, ass and tits, belle cosce, tette e sedere. Il fatto
amaro che anche lo slang tradisca la stessa prepotenza e violenza, in questo caso dei maschi sulle femmine, che vorrebbe sfidare nell’inglese ufficiale, sfugge ai creatori dei neologismi. Come la country music, che è la musica del sud, e il
jazz, così oggi rap e hip hop neri hanno influenzato e penetrato il vocabolario di tutti i giorni. Così ampio e complesso è
ormai il vocabolario dell’America nera, che molti vorrebbe-
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DOMENICA 9 SETTEMBRE 2007
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39
IL LIBRO
Il Dizionario global italiano - slang
americano (Mondadori, 608 pagine,
16,90 euro) presenta i termini di slang
in uso oggi nella lingua americana,
segnalandone gli ambiti di pertinenza:
dall’informatica al rap, dalla politica
allo sport, al sesso, al turpiloquio,
eccetera. È il risultato di un lungo
lavoro di linguisti madrelingua
e di esperti italiani di gergo, guidati
dagli anglisti Roberto Cagliero
e Chiara Spallino
ORANGES
Le arance
della traduzione
letterale
si trasformano
in metafora
nelle pasticche
di Lsd
REDNECK
Letteralmente
“collo rosso”
È un termine
spregiativo
che sta
per bifolco,
reazionario, razzista
MICKEY
Termine gergale per definire
una bevanda alcolica
drogata con un sedativo
Amico, compare
Ma anche sbirro,
poliziotto
Oppure: soldi, grana;
buco, pera,
l’alcol denaturato
bevuto dai barboni
BARF
Vomitare ma anche
non funzionare,
non capire, andare in tilt,
detto di un computer
che non esegue l’ordine
ro codificarlo e insegnarlo in una lingua nuova e autonoma,
l’Ebonics, da “ebano”, nero, e “phonics”, fonetica.
Le forze armate, nella loro perenne fretta, sono fabbriche
instancabili di slang e di acronimi. Dal tragico fraggin’, prodotto in Vietnam quando i soldati uccidevano gli ufficiali
troppo cretini o troppo aggressivi con una bomba a mano a
frammentazione lanciata fra le loro gambe, ai klicks, abbreviazione di kilometer, sostantivo troppo lungo, i militari vivono di Dod, Nco, Tlam, Aamram, Psyop, Bdg, Lams, e almeno altri millecinquecento acronimi in un universo linguistico tutto loro, che spesso finisce in un gigantesco Fubar come
il Vietnam o l’Iraq: Fottuto oltre ogni possibile riconoscimento.
Ed è inutile inseguire e spiegare la genesi dei significati, le
altalene del gergo, che può fiorire o tornare nell’oscurità dell’archeologia linguistica, morendo con le generazioni che
l’avevano partorito. Per l’America che sbarcò in Normandia,
una cosa buona era swell, espressione che oggi nessun giovane si farebbe cogliere a usare. Per i loro figli, era groovy, scomparsa con gli hippies, grandi fabbri di glossari. Per i loro nipo-
ti ciò che va bene, che piace è cool, fresco, ma può anche essere l’opposto, cioè hot, bollente, arrivando a generare frasi
apparentemente insensate, ma comprensibilissime per chi
le usa, come «quel ragazzo è fresco, perché è bollente».
Sono parole di «resistenza», come le definiva uno dei massimi poeti americani, Walt Whitman, sono la letteratura
informale di un popolo che parla a se stesso. La proposta di
creare un’Accademia nazionale della lingua, sul modello di
quella francese che insegue ogni giorno con la bombola del
ddt gli insetti dei neologismi stranieri, è sempre rimasta lettera morta, respinta come una possibile monarchia linguistica. Nella repubblica popolare del linguaggio, per ogni falla tappata dai difensori del linguisticamente corretto, un’altra se ne apre. Irrompe l’onda di internet, con la sua minestra
primordiale di Lol, iniziali di «lots of laughs», mi fai ridere, di
Blog. E puntualmente, un nome proprio diventa un verbo,
come Google, il famoso motore di ricerca: ho googled quell’uomo politico e ho scoperto che mente, I google, you google.
Può un insegnante, un accademico, arginare queste maree, respingere questi sciami? No, non lo deve fare, pensa
Jaesse Sheidlower, il direttore dell’edizione americana
dell’Oxford English Dictionary, un linguista di origine ebraica, nato e cresciuto in uno dei più ribollenti calderoni etnici
e linguistici d’America, Brooklyn. Sheidlower religiosamente compulsa le riviste più sordide, ascolta la musica più estrema, cataloga ogni espressione sconosciuta che affiori nel
web, la rete, osservando se essa ce la faccia, come la proverbiale ameba, a uscire dal brodo e camminare verso i media,
le tv, i quotidiani, i periodici più conosciuti. «Se la gente la
usa, chi sono io per respingerla?», si chiede questo rispettatissimo studioso che scrisse il saggio definitivo su una sola
parola: fuck. Scopare.
Dunque lo slang, essa stessa parola dall’etimologia oscura, non è la morte della lingua, ma il suo metabolismo. È l’America. «Una lingua appartiene a chi la parla, alle moltitudini ignoranti come alle élite ben istruite», diceva Mark Twain
che nel suo Huckleberry Finn aveva ampiamente saccheggiato i tesori dello slang. È un segnale di ribellione dei sudditi, e per questo spaventa il principe. Povero principe. E povero anche il cavallo.
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ILLUSTRAZIONE DI SAUL STEINBERG
JACK
40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 9 SETTEMBRE 2007
“Il sesso è più eccitante sullo schermo
che tra le lenzuola”. Sulla scia di quel che diceva Andy
Warhol, “Erotico”, l’ultimo dei dizionari del cinema
Electa-Accademia dell’Immagine, ci guida nella foresta dell’emozione
amorosa per fotogrammi e nell’esplorazione di quel confine malcerto
tra eros e luci rosse che nessuna regola potrà mai fissare
PEDRO ALMODOVAR
MAE WEST
TINTO BRASS
EDWIGE FENECH
Leader dell’ascesa del nuovo cinema
spagnolo, è il regista che ha una visione
più libertaria dell’erotismo
Attrice dalla spiccata verve provocatoria,
negli anni Trenta fu accusata di corrompere
con i suoi film la gioventù americana
È l’esponente per antonomasia dei film
erotici all’italiana. Esecrato dai critici,
ha lanciato una serie di star e starlette
Icona della commedia sexy italiana
degli anni Settanta, la bella attrice
si è trasformata ora in produttrice
Cinema
Erotico
BRIGITTE BARDOT
RUSS MEYER
PIER PAOLO PASOLINI
RODOLFO VALENTINO
L’attrice, che ha esordito sul grande
schermo a quindici anni, è stata uno dei sex
symbol degli anni Cinquanta
Il regista americano scomparso tre anni
fa inventò quel genere di film che hanno
per protagoniste vamp dagli enormi seni
Sul grande schermo lo scrittore
raccontò il sesso più problematico
e tormentoso. Feroci le stroncature
Morto a trentuno anni, ebbe il tempo
di diventare un mito del cinema muto,
adorato dalle donne di tutto il mondo
CONCITA DE GREGORIO
iceva un grande maestro di tango, a
Buenos Aires, durante una lezione
collettiva a ballerini provetti arrivati
da tutto il mondo ad ascoltarlo: «Immaginate di essere in un film: quando passate da una scena di tango a
una di sesso lo spettatore deve avvertire un netto calo di tensione erotica». Era un uomo piccolo di statura e sovrappeso, un uomo brutto a vederlo seduto al tavolino di un bar. Diventava irresistibile nel
ballo, desiderabile e magnetico come la nostalgia.
Fermava il passo e diceva con improvvisa freddezza quella faccenda del tango e del sesso come fosse
una semplice notazione tecnica.
In effetti lo è. La parola chiave è tensione. Questo
il segreto dell’erotismo e della danza. Mostrateci,
ballerini, il luogo verso il quale siete incamminati
senza farcelo vedere mai. Lasciatecelo indovinare,
che ciascuno degli spettatori possa immaginarne
l’esito secondo il suo privato e segreto desiderio: che
sia un rifiuto, persino, se questo è ciò che appaga il
bisogno di chi guarda. Uno schiaffo, uno sgarbo oppure un bacio e solo quello, una carezza e niente più.
Un congedo di sguardi o una fusione liquida di corpi, certo, ma qui, quando si arriva, il tempo del cammino è già finito. Il dopo è il meno. Il dopo è la fine
del viaggio la cui bellezza — come in quel tango — è
solo una promessa. Tensione verso, desiderio di.
Itaca, diceva il poeta, non è la meta: è il cammino per
raggiungerla. L’erotismo, scrivono i dizionari, si distingue dalla pornografia per la «presenza di un vissuto emotivo»: l’attesa, si potrebbe anche dire. Il
crescendo del preludio, l’intelligenza dei sensi che
si attiva e si mette in moto verso un orizzonte.
In Erotico di Valerio Caprara, l’ultimo dei dizionari del cinema Electa-Accademia dell’Immagine,
Lezioni di tango non c’è, per la fortuna di quelli che
lo considerano un patrimonio emotivo privato.
Non c’è il bacio di Notorius né Grace Kelly che poggia le labbra sulle mani di Cary Grant in Caccia al ladro («lei sa bene che questa collana è un’imitazione», «sì, ma io non lo sono»), non c’è lei che si spoglia ne La finestra sul cortile né niente di Hitchcock,
di nuovo e con sollievo per fortuna. Un’antologia
del cinema erotico è in realtà un’impresa impossibile perché niente è più privato, imprevedibile e individuale del desiderio. Cosa lo scateni, in memoria
di cos’altro, perché.
Chiedete a trenta persone, a quaranta: la scena
erotica per te più conturbante. Non otterrete due ri-
D
La parola-chiave
è “tensione”
Mostrateci,
registi e attori,
il luogo verso cui
siete incamminati
senza farcelo
vedere mai...
sposte uguali. Estratti dal mio campione: la carezza
di Harvey Keitel sulla nuca della pianista in Lezioni
di piano. La partita a scacchi fra Steve Mc Queen e
Faye Dunaway nel Caso Thomas Crown. Candice
Bergen che si cambia tenendo un telo tra i denti nel
Vento e il leone. La signora della porta accanto, tutto. Di Eyes Wide Shut solo la scena in cui lei, in mutande, discute in camera con lui. Di Ultimo Tango
non quella riprodotta all’infinito, no: l’altra invece,
quando lui la lava nella vasca. Fra i più giovani: Clooney e Lopez chiusi nel bagagliaio della macchina in
Out of sight. Scarlett Johansson che cammina tra la
folla in Lost in Translation e lui che scende dal taxi
per dirle qualcosa all’orecchio, sfiorandola alle
spalle. Cosa le dice, potete indovinarlo? È già un altro gioco, però: un altro desiderio. Y tu mamà tambien, la scena in cui ballano in tre, due ragazzi e una
donna, è lì che Garcia Bernàl diventa l’uomo (l’idea
di uomo) con cui andresti in vacanza anche in Islanda e senza parlare la sua lingua. Atame, dove Antonio Banderas poco più che ragazzino la lega perché
lui sa che lei non sa quel che lui invece sa perciò è costretto a costringerla, come sarebbe bello e desiderabile e quasi sempre impossibile fare negli incontri della vita.
It takes two for tango, dicono gli americani per
tornare al principio, il tango: bisogna essere in due
per dare forma al desiderio e se uno manca all’appello, se non riesce non vuole non può, non c’è ballo possibile. Almodovar, che dell’erotismo è un moderno genio poetico e dissacratore, ha fatto diventare un’icona sexy una donna in coma e bisogna
immaginarsi la scena di un regista qualunque che
va dal produttore e gli dice: dunque, io avrei un soggetto, lei è in coma tutto il tempo e c’è un infermiere vecchiotto basso e un po’ scemo che l’accudisce.
Era Almodovar, solo per questo gliel’hanno fatto fare. Non c’è scena erotica più divertente della gara di
virilità in cui i candidati espongono, in piedi e al
buio di un cortile notturno, le proprie qualità. Al
pubblico votante il banditore munito di centimetro annuncia cifre iperboliche: 82, applauso; 90,
boato; 94, ovazione. È Almodovar il primo a dirlo in
chiaro: lunghezza per circonferenza, è un prodotto
la chiave della felicità. Non serve il righello, ci vuole un metro a nastro. Marlene Dietrich diceva con
opportuna schietta sintesi che «solo i froci sanno
come si fa a far sembrare una donna sexy» ed in effetti Penelope Cruz se la incontri per strada dopo
averla vista in Volver non ti capaciti che sia la stessa
e non è per via del sedere imbottito che le ha messo
il regista in omaggio alla Loren, no. È come canta, è
FOTO HELMUT NEWTON/TDR
Il desiderio ai tempi della cinepresa
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DOMENICA 9 SETTEMBRE 2007
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41
Il nuovo dizionario
capolavori
LOLITA
(1962)
Tratto dal romanzo
di Vladimir Nabokov
e diretto da Stanley
Kubrick, il film
gioca sui flashback
di Humber Humbert,
pazzamente attratto
dall’eros di Lolita,
figlia adolescente
della sua compagna
Il regista si ispira
liberamente all’ultimo
capitolo del libro
BELLA DI GIORNO
(1967)
Primo film a colori
di Buñuel. Catherine
Deneuve-Séverine,
moglie insoddisfatta
di un medico,
si prostituisce
tutti i pomeriggi
in un bordello parigino
dando così sfogo
ai suoi desideri
più intimi e perversi
Ma poi un cliente
s’innamora di lei
ULTIMO TANGO A PARIGI
(1972)
Firmato da Bernardo
Bertolucci e interpretato
da Marlon Brando
e Maria Schneider,
il film racconta
di Paul e Jeanne,
due sconosciuti
che si abbandonano
ad un’intensa attività
erotica. Contestata
per anni la scena
in cui i protagonisti hanno
un rapporto anale
IL PORTIERE DI NOTTE
(1974)
Diretto da Liliana
Cavani, il film
ha imposto l’icona
Charlotte Rampling
nei panni di Lucia,
a torso nudo coperta
solo dall’ornamento
feticistico delle esili
bretelle, mentre balla
per gli ex ufficiali nazisti
con cui aveva
avuto rapporti sadomasochisti nei lager
L’IMPERO DEI SENSI
(1976)
Scritto e diretto
da Nagisa Oshima,
il film è centrato
sulla relazione sessuale
tra il ricco Kichizo
e Sada, sua cameriera
ed ex geisha
I loro rapporti
diventano sempre
più estremi fino a che
Sada strangolerà
l’uomo per renderne
più potente l’erezione
SU REPUBBLICA.IT
Quattro audiogallery a cura di Repubblica.it,
Repubblica tv e La Domenica di Repubblica
realizzate da Matteo Pucciarelli
e Valentina Clemente
Ottanta titoli
nell’hit parade
AMBRA SOMASCHINI
on esiste una distinzione certa tra
erotismo e pornografia. Il cinema
materializza i fantasmi e la abolisce, la cancella, la smonta. Esiste una linea di confine fragile, sottile, che si insinua tra erotico e pornografico senza seguire criteri morali, illuminata dal talento del regista e degli attori quando sanno
suscitare emozioni nello spettatore.
Erotico (di Valerio Caprara, Electa/Accademia dell’Immagine, 352 pagine, 20
euro, in libreria da martedì 11 settembre)
fa coincidere la nascita dell’eros filmico
con la nascita del cinema. Costruito su
nove parole chiave (trasgressione, letteratura, censura...), trenta protagonisti
(Monroe, Valentino, Madonna, Truffaut...), ottanta film e dieci capolavori, il
dizionario va avanti per immagini, divide, seleziona, racconta un genere trasversale che percorre gli altri generi:
Duello al sole, western-eros; Pulp Fiction,
noir-erotico; Hiroshima mon amour, politico-erotico... Una cascata di sequenze
centrate su sguardi magnetici, silenzi,
corpi avvinghiati che hanno fatto sognare l’erotismo anche a chi non l’ha mai conosciuto.
L’hit parade della cinepresa erotica va
da Lulù di Pabst, la frangia perfetta e perversa di Louise Brooks, a Lolita di Kubrick
tratto da Nabokov, da Bella di giorno di
Buñuel a Ultimo tango a Parigi, fino a
L’impero dei sensi, senza escludere Gilda,
i guanti di raso e Rita Hayworth dark-lady.
Ogni film condensato in ventiquattro fotogrammi, emozioni in bianco e nero che
riportano indietro, lontano, a un elenco
essenziale: Un tram che si chiama desiderio, Jules et Jim, Brivido caldo, il più recente In the Mood for Love in cui non succede
nulla e proprio per questo l’eros sale. Vorremmo rivederli tutti, uno dopo l’altro,
vorremmo restare inchiodati in poltrona
come si faceva nei Settanta quando si andava ancora al cinema, non si vedevano i
cult in dvd, cenando, leggendo, dormendo comunque facendo altro.
Caprara, professore di Storia e critica
del cinema all’Università Orientale di
Napoli, nell’elenco ha infilato Gola
Profonda. «Il cinema — spiega — colma il
fossato tra immaginazione e rappresentazione e questo film è rimasto impresso
nell’immaginario collettivo. Per selezionare i titoli — aggiunge — mi sono ispirato a L’érotisme du cinéma del ‘58, ho assistito a visioni infinite, ho fatto confronti
multipli e incrociati, sono stato tormentato da incertezze e dubbi spossanti. Alcuni film trascendono le divergenze suscitate negli spettatori per motivi religiosi o morali e, di fronte alla rappresentazione erotica, più o meno metaforica o
esplicita secondo l’evoluzione del costume, premiano soltanto le sensazioni del
pubblico». Perché, scrive Andy Warhol,
«Il sesso è più eccitante sullo schermo e
tra le pagine che tra le lenzuola».
N
come lava i piatti.
Di straordinario il dizionario di Valerio Caprara,
che pure ha fatto un lavoro notevolissimo tra gli infiniti possibili, c’è la selezione delle immagini. La
quasi totalità degli umani, per quanto amanti del cinema, non è in grado di ricordare come si chiamasse l’episodio di Wong Kar-wai nel film collettivo Eros
e di che anno fosse ma se vede l’immagine di lei spalle al muro e occhi bassi con quel vestito pazzesco e
la schiena di lui che le si fa addosso e la stringe alla
parete si ricorda, o crede di ricordare, che è lo stesso. Gli abiti accollatissimi e disegnati sul corpo perfetto di Maggie Cheung nell’amore mai consumato
di In the mood for love sono meno, più o altrettanto
erotici delle bretelle di Charlotte Rampling, anoressica quando non si usava, nel Portiere di notte?
Un film perché diventi patrimonio di tutti non è
necessario averlo visto: il foulard stretto al collo di
lui nell’Impero dei sensi, i corpi che rotolano in Zabrisky point, le mutande bianche di Richard Gere in
American Gigolo, le calze di Laura Antonelli in Malizia, la corsa di lei con loro due dietro in Jules e Jim,
i nudi carponi di Salò, gli occhiali e il lecca lecca di
Lolita. La sottoveste di seta di Kim Basinger ma soprattutto Joe Cocker che canta You can leave your
hat on, di quante autoradio predisposte all’uopo,
negli anni Ottanta, è stata la colonna sonora?
Sharon Stone che accavalla, certo, ma bisogna
anche tenere conto dell’anagrafe. Se hai ottant’anni niente ti impressionerà più come il primo nudo
di Clara Calamai. Se ne hai quaranta non puoi dimenticare Valery Kaprinsky che balla nuda nella
Femme publiquedi Zulawsky né Maruska Detmers
in Prenom Carmen di Godard, chissà che fine hanno fatto tutte e due, erano senza dubbio i più bei
corpi degli anni Ottanta, seni piccoli pre-silicone e
sederi naturalmente tondi, nudità sfacciata e prepotente. Se ne hai trenta sei venuto al mondo con
Sesso bugie e videotapes, con le Età di Lulù di Bigas
Luna (e avevi già letto il libro, ovvio, fonte di inesauribili piaceri privati e fantasie). Agli animi più
torbidi piacque Tokyo decadence, alle minoranze
rivendicative Tokyo-Ga. Da quando sono arrivati i
giapponesi è stato tutto più violento e più esplicito,
va detto: un’altra cultura. Noi eravamo quelli delle
lenzuola sul terrazzo di Una giornata particolare.
Eravamo quelli del vorrei ma non posso. Poi è arrivato Crash e abbiamo persino detto bravo. Sì,
Johnny Depp in Chocolat è fantastico, Juliette Binoche è da portasela a casa ma diciamo la verità, anche a caro prezzo: come Marcello e Sofia non c’è
stato più nessuno.
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42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 9 SETTEMBRE 2007
i sapori
Il gorgonzola e i suoi “fratelli” si affinano, conquistano i palati
Peccati di gola
femminili e diventano, con la loro complessità piccantina, strumento
di seduzione gastronomica. Assaggiarli è un’esperienza da gourmet
Bleu di Moncenisio
Murianengo
Gorgonzola
Castelmagno
Ovinfort
L’erborinato vaccino dell’alta Val
di Susa si produce sui due versanti
del passo del Moncenisio, tra Italia
e Francia. Crosta sottile, pasta
morbida, di colore paglierino
con venature bluastre ben distinte,
ha gusto deciso ma non piccante
La toma di tre latti – bovino, ovino,
caprino – figlia della necessità
contadina negli alpeggi piemontesi,
è preziosa. Dopo la stagionatura,
subisce forature per facilitare
l’ingresso delle muffe, rade
ma intense. Ha gusto forte, burroso
Viene realizzato in due tipologie:
dolce e piccante. Secondo la ricetta
originaria, quasi scomparsa,
la cagliata del mattino si aggiunge
a quella della sera prima, fatta
sgrondare. Erborinatura naturale
dai fori praticati con aghi di rame
Due mungiture successive, latte
vaccino (d’alpeggio) e stagionatura
nelle grotte della zona
per l’erborinato-culto inventato
nel Medioevo dai contadini dell’Alto
Cuneese. La pasta color avorio
rigata di verde ha gusto d’erba
Forma cilindrica e crosta grigiomarrone per lo squisito erborinato
di pecora della provincia di Sassari
Almeno due mesi di stagionatura
perché la pasta, prima compatta,
divenga morbida, cremosa, venata
d’azzurro, dolce-piccante
Formaggi
Bleu
Il piacere ruvido delle muffe nobili
LICIA GRANELLO
lauschimmelkäse, bleu cheese, fromage persillé, queso azul. Il formaggio colorato inquieta sempre un poco, anche
se ha il giallo dello zafferano o il rosso dei
peperoncini, aggiunti per regalare sapore a caci altrimenti troppo timidi.
Ma il bleu è un’altra storia, perché le venature d’azzurro-verde che si irradiano nella fetta trionfalmente
burrosa di gorgonzola e roquefort non danno scampo.
Bastano un tozzo di pane, un grissino, perfino un magro
gambo di sedano (a uso e consumo dei refrattari alle farine)
per realizzare il boccone più goloso del pianeta, in via di assoluzione dopo tanto penare.
Gli ex simboli della grassezza casearia, conclamati attentatori
della colesterolemia, stanno uscendo dal ghetto. Smascherata la
finta superiorità dei prodotti cosiddetti magri, che magri non sono
— dai formaggini industriali a grana e parmigiano, capaci di assommare un buon dieci per cento di calorie in più! — i bleu hanno ritrovato il loro sacrosanto spazio sul carrello dei formaggi. Un mercato che i
grandi marchi cercano di aprire anche all’universo femminile, tradizionalmente restio a gusti ruvidi ed eccessivi carichi calorici. Pubblicità mirate stanno facendo di gorgonzola e i suoi fratelli un elemento di seduzione gastronomica ad alto impatto erotico, senza distinzione di sesso.
Il guaio è che la cremosità spinta oltraggia la complessità piccantina della ricetta originale. Chi li ha creati, molti secoli fa, infatti, non ha avuto dubbi, battezzandoli, da una parte all’altra
delle Alpi, con il nome del prezzemolo (erborìn nel dialetto
lombardo, persil in francese) per imprimere il legame indissolubile tra colore insolito e sapore voluttuosamente stuzzicante. Il “nonno” di erborinati e persillé, invece, si chiamava
Stracchino Tondo, perché stracche, stanche, erano le mucche in transumanza dagli alpeggi alla pianura, con sosta nella campagna intorno a Gorgonzola.
Difficile dire se all’inizio fu sapienza casearia o dimenticanza benedetta: il latte cagliato lasciato senza cura per una
notte, aggiunto a quello fresco del mattino, unione precaria che lascia aperti minuscoli spazi invasi dalle spore. Il risultato comunque fu così buono e particolare che gli erborinati furono promossi a cibo di riguardo. Raccontano che
Carlo Magno, invitato a pranzo da un prelato e redarguito
per aver scartato le parti verdognole, dopo una degustazione integrale se ne invaghì a tal punto, da pretendere un’abbondante fornitura annuale.
Figli di muffe nobili e pazienza contadina — la prima cagliata messa a sgrondare in attesa di essere unita alla seconda, la foratura con aghi di rame per incrementare l’erborinatura, la stagionatura accurata — i bleu più prestigiosi accettano malvolentieri le manipolazioni della gastronomia.
Troppo facile e banale impreziosire bistecchine, uova,
paste, risotti: lontani dalle ricette sontuose degli anni Settanta, quando in Francia (e in Italia per emulazione) imperversavano quiches e aragoste al roquefort, i nuovi
chef sono orgogliosi di proporre ricercatissime produzioni super-artigianali, accompagnate semplicemente da un cucchiaino di miele e un bicchiere di passito
(ma anche porto, rum e sherry non scherzano).
Se i formaggi sono in cima alla vostra personale
classifica gourmand, fate qualche giorno di penitenza culinaria e andate a godervi la summa della
cultura casearia in quel di Bra, dove i bleu verranno celebrati lungo tutti i quattro giorni di “Cheese”. Se poi i piaceri forti non vi intimoriscono, portatevi appresso dell’eccellente fondente (settanta
gli ettari di pascolo
per cento) e quando vi sentirete pronti, presentain Italia
tevi allo stand Guffanti. Lì troverete Carlo Fiori,
deus ex machina degli affinatori italiani, che ha inventato un abbinamento da brividi: piccole scaglie di cioccolato con un super gorgonzola stagionato trecento giorni. Il mondo sarà mille volte blu.
B
8 kg
il peso di una forma
di stilton
3,6 mln
le forme di gorgonzola
prodotte ogni anno
4,7 mln
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DOMENICA 9 SETTEMBRE 2007
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43
Occasione perfetta la rassegna “Cheese” che celebra,
a Bra tra pochi giorni, i preziosi erborinati( italiani ed esteri)
frutto della summa di un’antica sapienza casearia
Bleu di Termignon
Cabrales
Stilton
Roquefort
Fourme d’Ambert
Figlio degli alpeggi savoiardi –
e del borgo che lo battezza –
è un raro persillé dalle muffe naturali
come testimonia la pasta bianca
e friabile, con screziature irregolari
Stagiona almeno sei mesi
Sapore di pascolo e nocciole
Il queso azul, formaggio azzurro,
è prodotto millenario da agricoltura
montana delle Asturie. Stagionato
in grotte arieggiate dai venti
della Baia di Biscay,ha erborinatura
naturale, profumo intenso,
gusto forte, consistenza cremosa
“The king of cheese”, come
lo chiamano in Inghilterra, porta
il nome della cittadina a nord
di Londra dove venne gustato
a partire dal 1700. Iscritto nella pdo
(la nostra dop), è di latte vaccino
Cremoso, sapore burroso-piccante
Il magnifico cilindro persillé,
celebrato da Plinio il Vecchio,
è realizzato con latte di pecora
nelle campagne dell’Aveyron
Il disciplinare dell’aoc prevede
l’affinamento di tre mesi nelle grotte
di Roquefort-sur-Soulzon
L’etimo (fourmage, fromage)
e il paese identificano un’antica,
golosa toma vaccina dell’Auvergne,
protetta da aoc (la dop francese)
dopo anni di comunione
con la Fourme de Montbrison
Erborinatura intensa e gusto dolce
Aosta
Taleggio (Bg)
itinerari
Guglielmo Locatelli
è l’indomito casaro
che ha resuscitato
lo Strachitunt,
antenato
del gorgonzola
degli alpeggi bergamaschi
Ogni estate, accompagna
le mucche dai 1300 ai 2000
metri. Erbe, fiori e tradizione
per un formaggio
strepitoso
Montbrison (Francia)
Non un paese,
ma un ampio
altipiano tra le gole
del Brembo
La tradizione
casearia
si esprime
nei formai de mut
(monte) tra cui gli stracchini, quadrati come
il taleggio (Strachiquader) o tondi (Strachitunt)
I formaggi
valdostani –
dalla Fontina
d’alpeggio
alla Toma
di Gressoney –
si sono arricchiti
di un saporito
erborinato vaccino, il Blue d’Aoste, primo premio
alle Olimpiadi del formaggio di montagna 2005
Millenario borgo
della Loira,
fortificato dopo
i saccheggi
nella guerra
dei cent’anni,
ha dato i natali
al direttore
d’orchestra Pierre Boulez. Al suo nome è legata
anche la produzione di un eccellente bleu
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
ALBERGO DELLA SALUTE (con cucina)
Costa d’Olda di Taleggio
Tel. 0345-47003
Doppia da 70 euro, colazione inclusa
HOTEL MILLELUCI
Località Porossan Roppoz 15
Tel. 0165-235278
Doppia da 120 euro, colazione inclusa
MARYTEL
95 route de Lyon
Tel. (0033) 04-77587200
Doppia da 95 euro, colazione inclusa
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
LIBERTY (con camere)
Via Arnoldi 53, Peghera di Taleggio
Tel. 0345-47025
Chiuso in inverno (dicembre escluso)
menù da 25 euro
TRATTORIA DEGLI ARTISTI
Via Maillet 5
Tel. 0165-40960
Chiuso domenica e lunedì
menù da 30 euro
LA ROSERAIE
61 Avenue Alsace Lorraine
Tel. (0033)04-77581533
Chiuso domenica sera, martedì sera
e mercoledì, menù da 20 euro
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
ARRIGONI VAL TALEGGIO
Via Provinciale 160, Peghera di Taleggio
Tel. 0345-47059
CENTRALE LATIÈRE
Frazione La Cure de Chevrot 11
Tel. 0165-251511
HERVÉ MONS FROMAGER AFFINEUR
Le Pré Normand, Saint Haon le Chatel
Tel. (0033) 04-77644079
Gli ostinati casari
sentinelle del futuro
CARLO PETRINI
I formaggi erborinati sono il tema guida
della nuova edizione di “Cheese” (in programma
a Bra dal 21 al 24 settembre, informazioni
su www.cheese.slowfood.it), la manifestazione nata
dieci anni fa per promuovere le migliori produzioni
casearie tradizionali del pianeta. Nella casa dei bleu
sarà possibile degustare quaranta super latticini
realizzati con latte di mucca, pecora, capra, bufala,
in arrivo da Europa, Stati Uniti e Australia
‘‘
e si vivono tempi in cui si può arrivare a parlare di caseificazione eroica, forse più che sui casari sarebbe
meglio riflettere sui tempi che si vivono e del perché
chi fa certi formaggi arrivi ad assurgere addirittura allo status di eroe. Stare mesi in malga, vivere in zone montagnose lontane da quella che chiamiamo civiltà è già di per sé
una scelta di vita difficile e coraggiosa. Produrre secondo
metodi antichi, facendosi portatori di savoir faire che rischiano di scomparire per sempre, è poi un fatto che — per
loro più o meno consapevolmente — rende questi personaggi unici e preziosi per la nostra cultura materiale. Essi spesso restano soli, gli unici, che creano dei prodotti incredibili, dalle caratteristiche organolettiche superiori e capaci di dare una gratificazione particolare a chi se ne nutre.
In alcuni casi, come ad esempio per lo
Strachitunt o il Murianengo, pochissimi
casari, nell’isolamento dei loro alpeggi,
hanno consentito un futuro a questi
formaggi, li hanno tramandati alle
nuove generazioni. In altri casi invece hanno lottato stoicamente contro
le leggi iper igieniste e industriali
che di fatto decretavano la fine dei
loro prodotti.
Ma questi casari sono eroi perché
continuando a fare i loro formaggi
di fatto salvano anche un territorio
che altrimenti sarebbe abbandonato a se stesso, salvano il paesaggio
montano e la sua biodiversità, danno l’esempio di produzioni ecologicamente sostenibili e rinvigoriscono
le economie locali. Il valore del loro lavoro, svolto tra tante avversità, va ben al
di là del piacere gastronomico assoluto
che ci possono regalare assaggiando il loro formaggio. Si tratta di un
valore culturale ed economico
profondo, che supera quei
crismi della modernità che
l’hanno messo in secondo
piano. È un valore da era
post-moderna, in cui si
mescolano sensibilità
ecologica, tradizione,
innovazione e qualità
della vita. Per questo
li possiamo chiamare eroi: con la semplice forza della loro
identità hanno resistito a tempi avversi
e si affacciano a un
futuro che sicuramente li vedrà protagonisti.
S
Luciana Littizzetto
Via la soia, niente fagioli azuki,
basta col riso basmati. Gorgonzola
Gorgonzola a pranzo e a cena
Sì al bollito misto. Ok alle acciughe
al verde. E la mattina appena svegli
un bel bicchiere di bagna cauda. Fredda
Da COL CAVOLO
Mondadori
‘‘
Cheese
Repubblica Nazionale
44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 9 SETTEMBRE 2007
le tendenze
Nuovi business
Per decenni ha governato il paese più popoloso del mondo
e il suo volto è quello più riprodotto di tutti i tempi
Ma ora, nel passaggio dal socialismo al consumismo,
quel volto è il volano di un commercio modaiolo
che fa del Grande Timoniere, con la mostra “Mai dire Mao”,
l’attrazione del prossimo “Mercanteinfiera” a Parma
Icone
Pop
Dalla storia al modernariato
così Mao è diventato merce
RENATA PISU
uperstar del post modern
consumate, riprodotte in
ogni tipo di gadget, miti rinverditi la cui icona è diventata il logo di un merchandising di tendenza che punta a
riproporre personaggi di appena ieri
come se venissero dal passato più remoto, fossero senza tempo. E invece è il
nostro Tempo che avidamente fa di Elvis Presley, di Marilyn, di Che Guevara e
di tante altre divinità minori dell’Empireo del Kitsch, le belle statuine di un presepe globale e ne inventa la leggenda
per il mercato del modernariato, fratello minore dell’antiquariato ma non il
fratello povero perché gioca su di una
dimensione che all’antiquariato manca, la nostalgia.
E adesso, dalla Cina dove già da qualche anno impazza la “Febbre di Mao”,
arriva da noi anche Lui, l’ultima icona
uscita dalla storia e entrata nel modernariato. Sì, proprio Lui, il Mao che domina sulla piazza di Tian An Men circonfuso da un’aura sacrale, il quale si è
fatto merce insediandosi nei mille mercatini delle pulci della Cina dove consulenti di marketing, ingaggiati dal Partito comunista cinese, suggeriscono
quale sua immagine tirerà di più. Lui da
giovane, da signore di mezza età o da
S
Insieme con lui
tornano le immagini
di operai, contadini,
e guardie rosse
raffigurati nei gesti
dell’“ira proletaria”
Grande Vecchio? Meglio il Nuotatore, il
Poeta o Il Grande Timoniere? E quali
manifesti con la sua bella faccia riproporre sul mercato?
Ad ogni modo non si capisce bene
che Mao sarà mai questo Mao che ritorna: uno spettro che si aggira per la
Cina e “scaverà la fossa” ai nuovi padroni? Oppure un’icona inoffensiva,
un Mao per tutte le stagioni? Lo si evoca per scongiurarne l’ancora temibile
forza, oppure per irridere al suo culto
cucinandolo in salsa pop? Assieme a lui
tornano anche le immagini di operai,
contadini e soldati, di girasoli e bambini paffuti, di guardie rosse adolescenti
e vecchi contadini rugosi il cui sorriso
svela una chiostra di bianchissimi denti. Eroi, eroine, giustizieri, la cui ira proletaria si concentra nel sopracciglio arcuato e guizzante come coda di rondine nel momento in cui si scagliano contro il borghese, l’intellettuale, il professore, anche lui raffigurato nelle statuine del post-maoismo: il reprobo è in
genere costretto a stare in ginocchio,
con al collo il cartello dove sono elencati i suoi crimini nefandi, i caratteri del
suo nome cancellati con delle grandi
spregiative X.
Rispunta anche sui banchetti delle
fiere il suo Libretto Rosso dalla copertina di plastica, diventato un feticcio; e i distintivi con il suo volto, di
faccia o di profilo. Si stima che dal
1966 al 1969 in Cina ne siano stati
prodotti e messi in circolazione
dai tre ai quattro miliardi. I distintivi erano di vari colori ma prevaleva il rosso con scritte in oro. Le
forme erano le più variate, ce
n’erano di tondi, di rettangolari, di quadrati, a forma di cuore,
a goccia, di grandi e di piccolissimi, per lo più in alluminio ma
anche in altri materiali come
oro, argento, madreperla,
bambù, porcellana, legno e
rottami di aerei americani abbattuti in Vietnam.
Un giorno, il 12 giugno del
1969, Mao passando in rassegna migliaia di guardie rosse
esultanti, tutte con uno o più distintivi sulla giacca, esclamò:
«Restituitemi i miei aeroplani!».
Suonò bizzarra, allora, questa
sua richiesta ma c’è chi, dopo la
Rivoluzione culturale, ha fatto i
conti dell’alluminio impiegato per
una stima al ribasso di quattro miliardi e ottocentomila distintivi: se
per ogni distintivo ne sono stati usati
mediamente venti grammi, si ha un
totale di 96mila tonnellate. Posto che
per un Mig 21 occorrono due tonnellate e mezzo di alluminio, allora i distinti-
LIBRETTO ROSSO
Ai margini delle pagine,
due versioni del libretto rosso
che contiene “in pillole”
il pensiero di Mao
Durante la Rivoluzione
culturale ne circolavano
cinque miliardi di copie
MEDICO SCALZO
Giacca e berretto con stella
del distaccamento femminile
rosso. A sinistra, una borsa
da “medico scalzo” che risale
al periodo della Rivoluzione
culturale cinese
Repubblica Nazionale
DOMENICA 9 SETTEMBRE 2007
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45
CULTURA CONTRO
La statuetta in ceramica
rappresenta la guardia
rossa e l’intellettuale
controrivoluzionario
Sul cappello dell’uomo
in ginocchio c’è scritto:
“Abbasso la puzzolente
nona categoria”, riferito
al basso livello
della classe intellettuale
A sinistra: borsa in tela
con stella rossa
del periodo
rivoluzionario
LA BANDA DEI QUATTRO
Statuetta in ceramica
della Banda dei Quattro,
conosciuta anche come
Banda di Shangai
Da sinistra: Wang
Hongwen, Jiang Quing
(moglie di Mao),
Yao Wenyuan,
Zhang Chunquiao
L’ESPOSIZIONE
Dedicata a una grande icona
del Ventesimo secolo,
la mostra Mai dire Mao-Servire
il Pop (ideata e curata
da Gherardo Frassa)
è in programma a Parma
dal 22 al 30 settembre
nell’ambito della rassegna
“Mercanteinfiera”. Esposte
in oltre 1200 metri quadrati
della Fiera di Parma
(Padiglione 8) si trovano
circa diecimila oggetti
da collezionismo dedicati
al Grande Timoniere
e più di 250 opere inedite
realizzate da 170 artisti
contemporanei
vi di Mao sarebbero bastati per 39.600
aerei. E si capisce allora perché Mao si
fosse un po’ incazzato.
Oggi i collezionisti cinesi sono tantissimi, forse chi detiene il primato è il
signor Wang Anting, il quale vanta il
possesso di oltre ventimila pezzi, e
un collezionista americano pare
che gli abbia offerto cinque milioni di dollari, ma lui non ha venduto. I distintivi di Mao, infatti, sono
stati per la maggior parte ritirati
nel 1980 quando una circolare
del dipartimento di propaganda del partito ordinò che fossero restituiti e molti, ma ovviamente non tutti, obbedirono
all’ingiunzione.
La mania di raccogliere distintivi era comunque già diffusa alla fine degli anni Sessanta
quando, in alcune zone “segrete” si svolgeva un vero e proprio
mercato nero in cui si scambiavano distintivi di Mao come
francobolli o figurine dei calciatori, in genere non per soldi anche se si sa che c’era chi riusciva
a monetizzare sul Grande Timoniere; e già fiorivano i “falsi”, abili imitazioni eseguite da artigiani
che sottraevano alluminio o altri
materiali dalle fabbriche che producevano i pezzi autentici e forgiavano clandestinamente i loro. Insomma, calcolando anche tutti questi “falsi”, probabilmente in Cina circolarono appesi a petti intrepidi, appuntati a giacche blu o cachi di ordinanza, all’incirca otto miliardi di
distintivi. Otto miliardi di facce di Mao…
Wang Anting,
collezionista cinese,
ha rifiutato cinque
milioni di dollari
per i suoi ventimila
pezzi “maoisti”
Ma non basta. Una stima del 1979 fa
ammontare a circa due miliardi e trecento milioni i manifesti stampati con
un ritratto di Mao, cioè tre Mao per ogni
cinese (allora erano in meno). Se si sommano alle facce di Mao sui distintivi, a
quelle stampate sul frontespizio delle
sue Opere Complete nonché sul Libretto Rosso, quanti Mao avremo mai? E se
si pensa che oggi sul biglietto da cento
yuan appare il suo ritratto dallo sguardo benevolo e si osa immaginare quante banconote da cento circolino nella
sua Cina, allora quanti, ditemi per favore quanti Mao abbiamo mai?
Quella di Mao è senza dubbio l’effigie
più riprodotta nella storia dell’umanità
e la sua immagine dall’aura ambigua dimostra la versatilità del medium propagandistico che crea una corrispondenza inattesa tra il sistema di comunicazione di massa socialista e quello consumista. Mao ebbe a dire una volta che,
chissà, tra mille anni i posteri avrebbero riso di Marx e anche di lui. O li avrebbero ignorati. Invece è successo che
L’ORA DI CAMBIARE
Sveglia rosso Cina
degli anni Cinquanta
Sopra, un berretto
con la stella rossa
dell’Esercito
di liberazione popolare
Mao è entrato nel regno del kitsch, si è
fatto merce. La sua immagine e l’evento nel quale si è imposta come sacra,
cioè la Rivoluzione culturale, oggi non
evocano altro che nostalgia, cioè intrattenimento, facili lacrime e un corale
sommesso rimpianto di un “come eravamo” che genera profitto.
Così, grazie alla dilagante Febbre di
Mao è sorta una nuova fiorente industria, l’Industria Rossa, che ben si adatta a un “socialismo di mercato”, e si ha
oggi una forma davvero molto politica
di fuga dalla politica. No al museo della
Rivoluzione culturale che il grande
scrittore Ba Jin voleva che venisse costituito, ma sì a un parco a tema dedicato
ai Dieci Anni Terribili, quelli della Rivoluzione culturale, un complesso che
sorge nel distretto di Dayi nella provincia del Sichuan, tanti ristoranti con cibo
povero, tante belle ragazze in divisa da
guardie rosse con il cinturone ben stretto in vita, tante canzoni rivoluzionarie
adattate al karaoke, il tutto per fare soldi e ricordare ai cinesi che un tempo
erano “poveri ma belli”. Ma lo sanno, i
nuovi cinesi lo sanno, che il potere primordiale della politica (la politica al primo posto! diceva Mao) è stato sostituito dal potere spettrale del simulacro.
L’aura rimane ma ogni passione è spenta. È il disincanto, è il presepe, è il modernariato bellezza!
L’EFFIGE SACRA
Piattino in ceramica decorata
con l’effige di Mao Zedong
da appendere alle pareti di casa
RAZZI NEL CIELO
Una statuina in ceramica
con razzo militare risalente
all’epoca della Rivoluzione
culturale cinese
Repubblica Nazionale
46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 9 SETTEMBRE 2007
l’incontro
Gente contromano
È appena tornato dalle vacanze
e l’aria di casa gli ha causato
un mal di pancia psicosomatico
all’idea dei prossimi impegni:
la nuova serie di “Markette” e il palco
di Sanremo con Baudo
(“ ma non gli farò
da valletta”)
“Mal di pancia perché racconta - la televisione
è stata lo sfogo
della mia timidezza,
la rivincita di uno
che è sempre stato l’ultima ruota
del carro. Ma la timidezza, se ce
l’hai dentro, ti rimane per sempre”
Piero Chiambretti
è la fanfara macedone
che suona in piazza
Carlo Alberto, il sole di
settembre che accarezza le tovaglie gialle dei tavoli, e Torino,
la sua città, che non è mai stata più bella
di adesso. Eppure Chiambretti ha mal di
pancia. E non è colpa del ristorante, Sfashion è di sua proprietà (ne ha tre in tutto): il cuoco gli prepara manicaretti, il pizzaiolo la focaccia calda, il cameriere lo
coccola, il barista gli monta la panna proprio come facevano una volta le suore. Allora cos’è? «Lo stress. Ogni anno colleziono una serie di malattie psicosomatiche,
alcune allo studio all’università della California. Mi vengono dolori che poi spariscono, sintomi che sembrano più dei jingle che veri e propri malanni. Come il mal
di pancia che ho in questo momento.
Che, se mi conosco bene, è dovuto al ritorno a casa, alle vecchie abitudini collegate al lavoro, ai rapporti con gli altri, agli
obiettivi da raggiungere». Ma come? Allora la vacanza a che serve? «Anche quello è
un lavoro, bisogna fare una settimana di
vacanza per riprendersi dalla vacanza.
Quest’anno mi sono buttato sulla cultura con la K e adesso so tutto delle dominazioni berbere, arabe, normanne e spagnole in Sicilia».
Markettenon riprenderà prima di gennaio, un po’ presto per essere già in tensione. La rete felice, come Piero Chiambretti chiama La7, ha deciso di concedergli un po’ di tregua, dopo le settanta puntate e l’abbondante quattro per cento di
share dell’ultima edizione. «Markette è
stato qualcosa che è andato al di là del
prodotto televisivo riuscito», dice affondando la forchetta nella pasta in bianco
che, date le circostanze, gli hanno preparato. «È diventato un gruppo, un laboratorio. È il progetto di cui vado fiero, considerando che in certe zone d’Italia per trovare La7 bisogna chiamare un medium.
meni del nuovo trio che ha preso il posto
della fanfara macedone crederebbero alla sua timidezza. «Quella se ce l’hai dentro ti rimane per sempre», insiste. «Ancora oggi alle feste mi trovo in difficoltà. Anzitutto per l’effetto scimmia: entri e tutti
ti guardano. Poi il fatto che all’altezza del
mio naso vedo solo ginocchia, mi crea
una forma d’ansia. La televisione è stato
lo sfogo della mia timidezza, la rivincita di
uno che è sempre stato l’ultima ruota del
carro: senza una famiglia importante alle spalle, in una città che all’epoca non era
la meraviglia di oggi, senza tessere di partito né amici influenti, uno fatica anche
ad andare al chiosco a prendere il gelato».
Come avvenne il passaggio dal mondo
dello sport a quello dello spettacolo?
«Tentavo di giocare a tennis e a pallone
sperando che le donne si accorgessero di
me. Poi qualcuno mi disse: per rimorchiare ci vuole un cane. All’epoca era di
gran moda il cocker, ma costava sessantamila lire. Così decisi di andare ai mercati generali a scaricare cassette per recuperare i soldi, ma ero troppo minuto
per essere preso sul serio. Allora cambiai
tattica e decisi di buttarmi sulla disco mu-
Per anni ho militato
in radio e tv locali
senza prendere
una lira. Nella tv
di un vivaista
mi pagavano
in tronchetti
della felicità. Ero
felice ma al verde
FOTO WEBPHOTO
C’
TORINO
Insomma, quest’anno pensavo di starmene tranquillo, poi è arrivata la telefonata di Baudo. I risultati del Dopofestival
e la mia attitudine a far sempre bene a
Sanremo, mi hanno indotto ad accettare.
Starò sul palco con Pippo, ma non sarò la
sua valletta. Insomma, addio tranquillità».
A sottolineare la solennità del momento, neanche avessero capito che si parla di
canzonette, quelli della fanfara attaccano una languida versione zigana di Tico
tico. Chiambretti scruta i passanti, abbronzatissimi bellimbusti appena rientrati dalle località balneari, elegantissime
signore al primo shopping d’autunno.
Magari il tizio in pantaloni a quadri che
sbuca dalla galleria diventerà la prossima
star di Markette. «No, non funziona così,
se mi metto a cercarli non li trovo. Sono
loro che vengono a me, come gli animali
a san Francesco», scherza. «In tv tutti imitano tutti, rischi sempre di fare qualcosa
di già visto. Perché questo non avvenga,
devi trovare chi nonvede la tv. L’incontro
con questi personaggi è raro e casuale.
Per fortuna io catalizzo tipi bizzarri: in Sicilia ho conosciuto una “figurina” che
cercherò di far venire a Markette. L’ho
scoperta al Teatro Greco di Taormina,
dove sono stato invitato a vedere il concerto dei Pooh. Osservando un loro fan,
più che il concerto, ho capito che lì c’era
qualcosa che poteva far comodo, un ragazzo di diciotto anni. Mi ha detto subito:
sì, ma prima devo finire la scuola. E io:
guarda che devi venire solo per una registrazione. Lui: comunque prima ne devo
parlare col mio papà. E alla fine: però poi
i Pooh me li fai conoscere? In quel momento era già assunto».
Sono anni che si fa scudo con una presunta timidezza, eppure oggi, in bella
mostra davanti al passeggio del centro,
riesce a farsi udire sul fracasso della fanfara macedone. Il cantante passa con il
cappello, Piero ci fa scivolare dentro una
manciata di monete. A ruota, arriva un
barbone con i capelli rasta che chiede soldi e sigarette, un habitué. «Questo è l’unico clochard italiano», esclama il presentatore. «No, presentatore no, che mi aumenta il mal di pancia. Autore televisivo,
battitore libero, quel che vuole, ma non
presentatore. Sa che da piccolo volevo fare il giornalista sportivo, o il tennista? Poi
è successo che mi è cresciuta molto la testa e poco le gambe e ho dovuto abbandonare tutti gli sport. La carriera televisiva è stata un ripiego. Se dovessi rinascere,
mi butterei sullo sport, che ha la stessa
creatività del mondo dello spettacolo con
una marcia in più, un fisico bestiale. Ho
fatto outing anch’io: a vent’anni ero innamorato di Adriano Panatta. Avevo i
suoi manifesti, mi piacevano le sue Superga, le sue magliette Lacoste verdi un
po’ sbiadite, i capelli lunghi, il gioco sottorete, al punto tale che cercavo di emularlo, avevo anch’io i capelli lunghi e fino
a trent’anni ho giocato con la racchetta di
legno. Poi quando è diventato grasso, ho
cominciato a guardare le donne».
Con la verve che si ritrova, neanche i ro-
sic. Sempre per rimorchiare, sottinteso,
perché non sapevo neanche da che parte
cominciare. Destino volle che finissi in un
locale di Torino che si chiamava Ritual,
frequentato solo da ragazzi di colore. Il
proprietario, Claudio Barulli, mi disse:
sto cercando un dj bianco che metta della musica che li mandi via tutti, voglio farne un locale diverso. Con grande coraggio, senza aver mai visto una consolle, un
disco e neanche un nero, mi buttai nell’avventura. Negli anni della discoteca
nascevano anche le radio locali: non avevano una lira, ma cercavano gente che
avesse dischi (e io avevo quelli del locale).
Questa piccola catena di sant’Antonio mi
portò, nel giro di un anno, a diventare un
dj di Torino e un dj di una radio di Torino.
Ecco come entrai a far parte dello sfavillante mondo dei disoccupati dello spettacolo». E il cocker? «Ci rinunciai, ma le
donne arrivarono lo stesso. Per anni ho
militato in radio e tv locali senza prendere una lira. Ricordo che il proprietario della seconda televisione in cui lavorai aveva un grande vivaio, mi pagava con i tronchetti della felicità. Ero tanto felice, ma
sempre al verde».
Il colpo di fortuna arrivò un giorno del
1989, quando Angelo Guglielmi, direttore di RaiTre, gli chiese di realizzare il programma del pomeriggio contro una Domenica In che allora faceva dieci milioni
di spettatori. «In Prove tecniche di trasmissioneradunai tutti gli eroi che avevano popolato la tv della mia infanzia (ore e
ore di televisione in bianco e nero, che
non era bella come dicono, ma sempre
meglio di quella di oggi). Sandro Paternostro, che recuperai a Londra, dove viveva
già da pensionato in una casa modesta
della periferia, tornò in Italia, e dopo aver
vissuto tre anni straordinari con me, si risposò (purtroppo). Poi Marianini, Helenio Herrera, il Professor Cutolo e Nanni
Loy. Figure dimenticate della Rai che in
un contesto diverso riacquistavano una
incredibile vitalità».
Abbassa la voce quando gli tocca ricordare come, dodici anni dopo, l’azienda
che aveva sempre portato alle stelle
spezzò il sogno della tv in cui credeva. Si
rifugiò a La7 senza far la vittima né scrivere il suo nome nella lista degli epurati, ma
il giorno in cui la Rai disse no a Markette
fu assai più traumatico del primo stipendio pagato in tronchetti. «Non si può pretendere che la televisione sia meglio della società. Il motivo per cui la tv è peggiorata, è che sono peggiorati gli uomini. Fu
una storia dolorosa: l’anno in cui fui cacciato — perché di cacciata si trattò — riuscii a deprimermi talmente tanto che un
giorno, andando a giocare a tennis per allontanare la disperazione, riuscii a rompermi una gamba. In quel momento capii che il mio fisico stava dicendo stop, e
per un anno niente televisione. Ricordo
ancora l’ultimo incontro con Cattaneo,
accompagnato da Marzullo e dal loro capo ufficio stampa Paglia che masticava
chewingum. Mi guardavano come se già
fossi un cadavere che scivolava lungo il
fiume, anzi lungo il canale, visto che era-
vamo a Venezia».
Niente secondo, di dessert, oggi, neanche a parlarne. La Rai gli ha fatto passare
l’appetito più del mal di pancia. Resta solo il posto per un espresso, addolcito con
la panna delle suore, mentre il discorso
precipita sui cinquant’anni compiuti
l’anno scorso. «Il tempo che passa non mi
entusiasma. Mi fa paura la morte. L’ho visto anche quest’estate nella Sicilia grecoromana: l’angoscia della morte veniva
cantata, dipinta, mosaicata. La vita non
vale proprio nulla, è talmente poco preziosa che neppure fa notizia». Rimpianti?
«Avrei potuto occuparmi un po’ più di
me, della mia persona, della famiglia, delle amicizie. È chiaro che per raggiungere
dei risultati devi impegnarti anima e corpo e oggi, guardandomi indietro, mi rendo conto che avrei potuto concedere di
più ai sentimenti». Arriva Ingrid Muccitelli, la sua compagna, ventotto anni, anche lei volto de La7, parecchio più bella
che in tv. Il tempo di un saluto timido, poi
lei si accomoda un tavolo più in là, con altri amici. «Ho una bella storia d’amore,
ma non ci tengo a raccontarla, perché
quando parlo di queste cose mi sento nudo di fronte al lettore. Farà ridere, ma sono riservato e tradizionalista su argomenti che sono privati, privatissimi».
Ingrid ha riportato il sereno. Persino
Sanremo 2008 sembra meno spaventoso. «Ma sì, in fondo è un antistress. Che fai
quando sei a casa, bombardato dai telegiornali, assalito dall’ansia delle newsonline? A un certo punto chiudi la finestra
e ti guardi la partita. O Sanremo. Il Festival, per noi italiani, è come un discorso di
Fidel Castro per i cubani, una forte rassicurazione sul passato che non muore
mai e il timore che questo passato possa
essere il nostro presente. Il Festival è la
certezza che siamo vivi, che tutto cambia,
ma per il fatto che lui è ancora lì, in quel
teatro, in quelle date, con quei cantanti,
con quei criteri, vuol dire che non è cambiato niente. Sanremo è il simulacro della continuità. Vuol dire tutto va bene, almeno per cinque giorni».
‘‘
GIUSEPPE VIDETTI
Repubblica Nazionale
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