n. 2 - aprile 2011 - Anno 65
Giornale della comunità parrocchiale Maria Immacolata di Nave (BS)
Calendario
Liturgico
SETTIMANA SANTA
21 Giovedì Santo
“Il tuo calice, Signore, è dono di
salvezza”
(Gv 13,1-15)
ore 9,00: Celebrazione delle Lodi
ore 16,00:S. Messa anziani e ragazzi
ore 20,00:
S. Messa in Cœna Domini
22 Venerdì Santo
LA CROCE
“Padre, nelle tue mani consegno il mio
(Gv 18,1-19,42)
Spirito”
ore 9,00: Celebrazione delle Lodi
ore 10,00:Preghiera per i ragazzi
ore 15,00:Passione del Signore
e Adorazione della Croce
ore 20,00:Via
Crucis
e
Processione con il Cristo
Morto
23 Sabato Santo
ore 9,00: Celebrazione delle Lodi
ore 10,00:Adorazione e Bacio del
Crocifisso (per i Ragazzi)
ore 21,30:Veglia Pasquale
“Alleluia, Alleluia, Alleluia!”
( Lc 24,1-12)
24 PASQUA DI RESURREZIONE
“Questo è il giorno che ha fatto il
Signore: rallegriamoci ed esultiamo”
(Lc 24,13-35)
ore 7.30 – 9,30 – 18,00: SS. Messe
ore 10,45: S. Messa Solenne con la
partecipazione del Coro del Garza
ore 15,30: Vespri Solenni
Campo Primavera
12 Giovedì 20,30: Consiglio Pastorale
1 3 Venerdì 20,30:
Animatori Centri di Ascolto
14 Sabato: Ritiro riconciliazione
25 4ª Domenica di Pasqua
“Il Signore è il mio pastore: non manco
(Gv 10,1-10)
di nulla”
Ritiro gruppo Cafarnao
17 Martedì Genitori ICFR 3
1 8 Mercoledì
14,30: Centri di Ascolto Pomeridiani
20 Venerdì ore 20,30:
Centri di Ascolto
21 Sabato: Pellegrinaggio Bambini
ore 21,00: Oradinotte
22 5ª Domenica di Pasqua
“Il tuo amore, Signore, sia su di noi: in
(Gv 14,1-12)
te speriamo”
Prima Riconciliazione
ore 18,00: Incontro Giovani
23 Lunedì: ore 20,30: ICFR 5 –
Incontro genitori e padrini
24 Martedì: ore 20,00: S. Messa e
processione di
Maria Ausiliatrice
27 Venerdì ore 20,30:Liturgia
Penitenziale Gruppo Cafarnao
28 Sabato ore 15,00: prove per
Cresima e Comunione
29 6ª Domenica di Pasqua
“Acclamate Dio, voi tutti della terra” MAGGIO
GIUGNO
Mese dedicato a MARIA:
Santo Rosario nelle Zone consuete
Pregheremo la Madonna affinché
interceda per noi il dono della PACE
nel mondo e nei cuori di tutti gli uomini.
5 Domenica della Ascensione
“Ascende il Signore tra canti di gloria” (Mt 28,16-20)
20,19-31)
Mandato ai Genitori ICFR 1
3 Martedì Genitori ICFR 4
2
Risurrezione:
lo sgomento della morte
8 3ª Domenica di Pasqua
“Mostraci, Signore, il sentiero della
(Lc 24,13-35)
vita”
Ammissione ai Sacramenti – Gruppo
Gerusalemme
Rievocazione Battesimale – Gruppo
Nazareth
25 Lunedì dell’Angelo
ore 7,30 – 10,00 – 18,00: SS. Messe
Pasquetta in Conche
e a Sant’Antonio
1 2ª Domenica di Pasqua
“Rendete grazie al Signore perché è
buono: il suo amore è per sempre” (Gv
La parola del Parroco
(Gv 14,15-2)
10,30: Celebrazione dei Sacramenti
dell’Iniziazione Cristiana
1 1 Sabato
Conclusione
dell’Anno Catechistico
ore 20,00:
Veglia di Pentecoste
12 Domenica di Pentecoste
“Manda il tuo spirito, Signore, a
(Gv 20,19-23)
rinnovare la terra”
Nave Nostra n. 2/2011
In Copertina: La Pieve della Mitria in
primavera
Giornale della comunità parrocchiale “Maria Immacolata” di Nave
n. 2 - Aprile 2011 - Anno 65
Sommario
Calendario Liturgico ���������������� 2
La parola del Parroco���������������� 3
Risurrezione: lo sgomento della morte
le chiese di Nave������������������������ 4
La Pieve della Mitria
L’ampia decorazione pittorica della Pieve
La Pasqua ebraica ���������������������������� 8
Donna, perché piangi?�������������������� 9
Giornata di Preghiera
per le Vocazioni������������������������������ 10
“Nave nella Storia” ������������������������ 11
Oratorio �������������������������������� 12
Carnevale 2011
Ero Carcerato
Voci Fraterne
DL-Day?!?
Calendario Attività Estive
Azione Cattolica �������������������� 18
Costruire, da cristiani, la città dell’uomo a mi�
sura d’uomo
La libertà vera �������������������������������� 20
Beatificazione
di Giovanni Paolo II���������������������� 22
Taccuino Economico���������������� 23
Cosa significa che la morte di Gesù
ha riscattato l’umanità dal potere della
morte?
In questo antico scritto di San’Efrem
(306-367) ascoltiamo una straordinaria
descrizione della vittoria di Cristo sulla
morte.
La stessa che viene rappresentata nelle
icone della risurrezione dove il Risorto
scardina le porte degli inferi (lo Scheol)
e libera l’umanità che vi era tenuta prigioniera.
***
Nostro Signore trattenne la sua potenza, ed essi (gli uomini) lo afferrarono, così che attraverso la sua morte
vivente potesse dare vita ad Adamo.
Egli dette le sue mani per essere forate
dai chiodi per rimediare alla mano che
aveva colto il frutto;
Egli fu colpito sulla guancia nella camera del giudizio per rimediare alla bocca
che aveva mangiato nell’Eden;
e mentre il piede di Adamo era libero i
suoi piedi furono trafitti;
nostro Signore fu spogliato perché noi
possiamo essere vestiti;
con il fiele e l’aceto Egli addolcì il veleno del serpente che aveva morso l’uomo.
“
Responsorio/
Benedetto Colui che mi ha conquistato e ha portato vita ai morti per la sua
gloria!
La morte: “Se tu sei Dio, mostra il tuo
potere, e se sei uomo prova la nostra
forza!
Ora, se è Adamo che tu cerchi, puoi andartene: è imprigionato qui per i suoi
debiti; e non c’è cherubino o serafino
che sia capace di ottenere la sua liberazione: non ci sono mortali tra di loro
che possano offrirsi in cambio.
Chi può aprire la bocca dello Sheol,
tuffarsi dentro e prenderlo da là, dato
che lo Sheol lo ha inghiottito e lo tiene
stretto per sempre?
Ero io che ho vinto tutti i saggi; li ho
ammucchiati negli angoli dello Sheol.
Vieni ed entra, figlio di Giuseppe, e
guarda questi orrori: le membra dei
giganti, il cadavere enorme di Sansone, lo scheletro del crudele Golia; c’è
anche Og, il figlio dei giganti, che fece
un letto di ferro dove giaceva: io l’ho
buttato giù di lì e l’ho gettato a terra,
ho abbattuto questo cedro alla porta
dello Sheol.
Da sola ho vinto molti, e ora l’unigenito cerca di vincermi!
Ho portato via profeti, sacerdoti ed
eroi, ho vinto i re con le loro schiere, i
giganti con le loro cacce, i giusti con le
loro buone azioni – fiumi pieni di cadaveri – io butto nello Sheol, che resta
assetato per quanti io ve ne getti!
Per quanto un uomo ne sia vicino o
lontano, l’esito finale lo conduce alla
porta dello Sheol…
Chi è questo? Il figlio di chi?
E di che famiglia è quest’uomo che mi
ha vinto?
Il libro con le genealogie è qui con me,
ho iniziato e mi sono presa il disturbo di leggere tutti i nomi, a partire da
Adamo, e nessuno dei morti mi scappa;
tribù dopo tribù sono tutti scritti sulle
mie membra.
È per te, Gesù, che ho intrapreso questo conto, proprio per mostrarti che
nessuno scappa alle mie mani”.
La Morte aveva finito il suo beffardo
discorso e la voce di nostro Signore
risuonò fragorosamente nello Sheol,
aprendo ogni tomba una per una.
Terribili spasimi afferrarono la Morte
nello Sheol; dove la luce non era mai
stata, raggi brillarono dagli angeli che
erano entrati per far uscire i morti a
incontrare il Morto che ha dato vita a
tutto.
I morti andarono avanti e la vergogna
coprì i vivi
Che avevano sperato di aver vinto Colui che dà la vita a tutto.
Nave Nostra n. 2/2011
“Potessi tornare ai tempi di Mosè”, dice
la morte, “egli mi fece una festa: perché
l’agnello in Egitto mi dette le primizie
di ogni casa; mucchi su mucchi di primogeniti furono ammassati per me alle
porte dello Sheol.
Ma questo Agnello della festa ha depredato lo Sheol, prendendo la sua decima
dei morti e portandoli lontano da me.
Quell’agnello riempì le tombe per me,
questo vuota le tombe che erano state
riempite.
La morte di Gesù è un tormento per
me, vorrei averlo lasciato vivo: sarebbe
stato meglio per me che la sua morte.
Qui c’è un morto la cui morte trovo
detestabile; alla morte di ogni altro gioisco, ma la sua morte mi tormenta, e
aspetto che torni alla vita: durante la
sua vita egli ha fatto rivivere e portato
di nuovo alla vita tre morti.
Ora attraverso la sua morte i morti che
sono venuti di nuovo alla vita mi calpestano alle porte dello Sheol quando
vado per trattenerli.
Correrò e chiuderò le porte dello Sheol
davanti a questo Morto la cui morte mi
ha rapinato.
Chi sentirà ciò si meraviglierà della mia
umiliazione, perché sono stata sconfitta da un morto venuto da fuori: tutti i
morti vogliono andare fuori, e lui insiste per entrare.
Un farmaco di vita è entrato nello Sheol e ha riportato i suoi morti indietro
alla vita.
Chi è colui che ha introdotto per me e
nascosto il fuoco vivente in cui le fredde
e scure viscere dello Sheol si fondono?”
da: Efrem il Siro
Inni di Nisibi, n.36
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le chiese di Nave
le chiese di Nave
La Pieve della Mitria
N
umerosi sondaggi compiuti
negli ultimi decenni hanno
permesso di stabilire con precisione l’origine ed il successivo evolversi
storico-architettonico di questo edificio
religioso, posto poco a nord dell’odierno abitato di Nave su una strada, che già
in epoca romana, collegava la pianura al
colle di S. Eusebio ed alla Valle Sabbia.
I primi resti della Pieve, ben inseriti
nel tessuto di edifici e contesti romani,
sembrano risalire ad età paleocristiana,
IV-V secolo, quando i vescovi Filastrio
e Gaudenzio si prodigarono per la
creazione di nuovi centri religiosi nei
territori rurali con a capo dei presbiteri
che potevano amministrare il battesimo
e celebrare l’Eucaristia.
La dedicazione a Maria, pur apparendo
solo dopo il Mille, è un indizio ulteriore
in favore della matrice cittadina e degli
stretti collegamenti con la cattedrale di
Brescia (Duomo Vecchio).
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La chiesa, del tipo battesimale dalla pianta a T con possenti murature,
abside semicircolare, al cui centro sorgevano l’altare e sedili per il clero, al
pari delle altre chiese dell’epoca, doveva essere officiata da presbiteri che
si prendevano cura della comunità, lì
risiedevano e tenevano presso di sé alcuni chierici non sposati per la formazione religiosa.
Ad essi erano dovuti da parte degli
abitanti le decime frutto della povera
agricoltura di sostentamento, della
cerealicoltura e del legname ricavato
dai boschi che in quell’epoca dovevano ricoprire in gran parte l’area circostante.
In epoca romanica (XI-XII secolo) la
Pieve subisce numerose trasformazioni: viene ampliata la chiesa, trasportata
all’interno la vasca battesimale, eretto il
nuovo campanile e adeguata la vicina
canonica.
Nave Nostra n. 2/2011
All’inizio del XV secolo vasta è la giurisdizione della Pieve; inserita nella Quadra di Nave, comprende pure Caino,
Bovezzo, Concesio, S. Vigilio, Collebeato ed Urago.
Tra la metà del XV secolo e l’inizio del
successivo la Pieve subisce un’ulteriore
trasformazione: un’ampia aula unica ripartita in quattro campate coperte da
volte a crociera impostate su profondi
fornici laterali sestiacuti, preceduta da
una larga facciata a capanna e conclusa
da un profondo presbiterio a terminazione poligonale.
Nel 1448 si erige la Disciplina della
Pieve, distrutta poi nel 1580; nel 1452
si diffonde la peste seguita da quella
ben più violenta databile tra il 1630
ed il 1631, resa celebre da Alessandro
Manzoni nei “Promessi Sposi” e alla
quale possono essere forse attribuiti i
teschi conservati in un locale a sinistra
dell’ingresso.
Nella seconda metà del XVI secolo,
come si riferisce nel resoconto della visita pastorale voluta dall’arcivescovo di
Milano, la Pieve, persa la giurisdizione
ecclesiastica, si trasforma in Parrocchia,
con adiacenti un cimitero e una cappella di S. Rocco dotata di ben otto altari,
distrutta poi nel corso del XX secolo.
Suggestivo è il ricco apparato decorativo
interno che serviva non solo a catturare
l’attenzione dei fedeli, ma a trasmettere
loro, vera “bibbia di poveri”, i contenuti della fede: le Storie di Sant’Orsola, la
Vita di San Francesco, la cui esecuzione
risente del clima di rinnovamento religioso dovuto alla predicazione a Brescia
di San Bernardino da Siena, il Compianto del Cristo Morto voluto dal
parroco Giovanni de Stefanis e legato
all’ottenimento delle indulgenze, il cui
testo si legge sul sepolcro.
La presenza poi di figure sacre, quali
Sant’Antonio Abate, San Rocco, San
Sebastiano, le Vergini in trono con il
Bambino, ci parlano della devozione popolare che esprimeva in questo
modo gratitudine, speranza, semplice
esternazione della fede.
Sul lato sinistro del presbiterio si trova un affresco datato 1517 voluto dal
parroco de Stefanis come ex voto per
lo scampato pericolo; raffigura al centro Tommaso Becket, arcivescovo di
Canterbury affiancato da S. Girolamo
in abito cardinalizio e da S. Antonio da
Padova che, con la mano alzata, tiene
lontani due soldati, avanguardia di una
banda di invasori, detti Marani o Todeschi, che avevano messo a ferro e a
fuoco l’intero paese.
Nella prima metà del XVIII secolo,
dopo l’erezione dell’attuale Parrocchia
di Maria Immacolata, la Pieve viene a
perdere sempre più importanza, fino
alla metà del secolo scorso quando una
serie di accurati restauri la riporta al suo
primitivo splendore.
La Pieve, rimasta sempre molto cara
agli abitanti di Nave, viene ancor oggi
officiata più volte la settimana e particolarmente onorata il 25 marzo in
occasione della solennità dell’Annunciazione, alla quale è intitolata; oscure
invece restano l’origine e l’etimologia
della parola Mitria, titolo che peraltro
non si trova negli antichi documenti,
dove viene menzionata soltanto come
Pieve Vecchia.
Clara Stella
Nave Nostra n. 2/2011
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le chiese di Nave
L’ampia decorazione pittorica della Pieve
al valore storico si aggiunge la grande ricchezza dei dipinti
A
lla fase di grandi lavori di ristrutturazione risale anche la decorazione pittorica, che ricopre i
muri perimetrali e quelli delle cappelle,
con affreschi di ampio respiro narrativo
insieme ad umili ex voto: la data più antica che vi si trova segnata è il 1446.
L’Ultima cena
e le Storie di S. Orsola
Fra i dipinti a fresco rivestono particolare importanza i due cicli collocati su
due registri sulla parete sud, ora in parte occultati dai pilastri di scarico delle
volte a crocera, raffiguranti, come si è
già detto, l’Ultima Cena e le Storie di
Sant’Orsola. L’anonimo Maestro della
Cena, è di quelli che operano alla maniera romanica, scevro da influssi della diffusa cultura bizantina: la tecnica
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della rudimentale rappresentazione,
sia delle figure umane che delle nature morte, è quella consueta agli artisti
romanici dell’ultimo quarto del secolo XIII, con colori appiattiti, semplici
campiture con tinte stese uniformemente entro un disegno dal contorno
molto marcato.
Il Maestro delle Storie di Sant’Orsola
è invece più raffinato e colto, si muove
nell’ambito della cultura ispirata dalle
correnti bizantine, con figure allungate
e costrette in spazi esigui, ma di eleganza sottile e flessuosa.
La Crocifissione
Sulla parete di fondo della terza cappella di sinistra è stata scoperta una
decorazione che mostra una parte di
Crocifissione e una figura di giovane
in veste di pellegrino, da identificare
Nave Nostra n. 2/2011
le chiese di Nave
fonte: www.pievemitria.org
con S. Rocco. Questa figura, mutilata
dal busto in giù, è affiorata per caduta
del soprastante affresco più recente. L’
affresco, assieme a quelli della terza e
quarta cappella di destra, appartiene al
nucleo più antico dei numerosissimi affreschi che decorano i muri della Pieve.
La Cappella di San Francesco
Un discorso molto peculiare va invece
fatto per gli affreschi della Cappella di
san Francesco, tutta dipinta dalla mano
di uno stesso artista, che, all’ atto della scoperta nei lavori di restauro del
1950, venne designato come Maestro
di Nave, intorno al quale vennero poi
aggregati molti altri dipinti che denotavano la stessa cultura pittorica e lo
stesso stile.
Studi più recenti hanno permesso di
individuare nel Maestro di Nave Paolo
da Caylina il Vecchio, cognato di Vincenzo Foppa. Il substrato culturale di
questo pittore appare impregnato degli
umori di cui era rigogliosa la pittura tra
Lombardia e Veneto sullo scorcio del
secolo XV.
Vincenzo Civerchio (l’ascrizione più
ricorrente), di Girolamo Romanino, di
Francesco Prata da Caravaggio, e, recentemente, del Moretto giovane, con
proposte anche al Bramantino, al Boccaccino e ad Altobello Melone.
La Cappella della Scuola
del S.S. Sacramento
In tutti gli innumerevoli affreschi votivi che ricoprono i muri della chiesa,
si scorgono stili e tendenze diverse, con
salti evidenti di qualità, ma prevalentemente legati alla cultura della città e
del contado. Raccontano, con varietà
d’accenti, di raccolte devozioni private,
di miracoli implorati ed ottenuti, dai
singoli e dalla comunità, come quell’affresco che orna la parete sinistra
del presbiterio, con i Santi Girolamo,
Tommaso vescovo e Antonio da Padova, quest’ultimo in atto di allontanare
dei soldati armati, sotto cui campeggia
la scritta MARANI E TODESCHI,
cioè spagnoli e tedeschi, invasori temibili quando calarono sulla città nel
1516, probabilmente non risparmiando nemmeno il contado di Nave, che
certamente non poteva vantare una
posizione appartata e fuori dagli avvenimenti.
Sulle pareti della cappella della Scuola
del Santissimo Sacramento, la prima a
sinistra di chi entra in chiesa, è steso un
pregevole ciclo decorativo con al centro la Cena del Signore e nelle lunette
episodi della Passione, affreschi a tratti
di alta ispirazione, derivati dagli stilemi
del Quattrocento lombardo
Le Opere del primo ‘500
La parete sud è ricca di alcuni brani
intensissimi e problematici, quali il patetico Compianto sul Cristo deposto
tra i santi Rocco e Sebastiano, il Cristo
flagellato e la figura isolata di San Rocco, opere tutte del primo Cinquecento,
di alta qualità pittorica, per le quali dagli studiosi furono proposti i nomi di
Nave Nostra n. 2/2011
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La Pasqua ebraica
L
a prima e principale festa dell’anno
liturgico ebraico è la Pasqua, madre di tutte le feste dell’anno religioso. Nata come festa agricola del primo
raccolto o festa pastorale quale sacrificio
dei primi nati del gregge nel plenilunio
di primavera, passò ben presto a significare la liberazione degli Israeliti dalla
schiavitù d’Egitto o Pessach, cioè passare
oltre, vocabolo che troviamo nell’Esodo
e che si riferisce all’ordine dato al popolo
di Israele di marcare gli stipiti delle loro
case con il sangue dell’agnello per essere
salvati dall’angelo sterminatore (Esodo,
12; Deuteronomio 16, 1-8).
La festa cade sempre all’inizio di primavera, il 14 del mese di Nissan, termine
babilonese questo che indica il primo
mese dell’anno, tra marzo ed aprile.
La vigilia di Pessach i primogeniti, al
di sopra dei tredici anni, digiunano
in memoria del castigo che si abbatté
sull’Egitto, la decima e più terribile delle dieci piaghe che causò la morte dei
primogeniti.
La Pessach non è una commemorazione
di eventi lontani, ma un’esperienza che
invita a partecipare oggi a un evento
storico fondamentale per tutto il popolo e l’umanità intiera. Celebrando la
Pasqua, l’Ebreo collabora con Dio nella
redenzione del mondo.
In questa notte gli Ebrei si siedono,
famiglia per famiglia, per celebrare il
Seder come facevano i loro padri attorno a una mensa addobbata con i segni
della redenzione e proclamano le meraviglie che Dio ha operato per loro, poi
mangiano e bevono i segni della loro
salvezza. Prima di mangiare, attraverso domande e risposte tra padri e figli,
l’Ebreo deve parlare dell’Esodo e solo di
questo, perché rappresenta l’inizio della
storia di Israele come popolo di Dio.
Uno dei simboli principali, che deve essere presente sulla mensa, è il pane azzimo, preparato di anno in anno subito
dopo la mietitura con la farina più pura
e incontaminata da qualsiasi sostanza
che possa farla fermentare o lievitare.
Secondo un precetto del Talmud, qualche settimana prima di Pasqua l’Ebreo
osservante pulisce la casa da qualsiasi
residuo di cibo lievitato (chametz), alla
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cui categoria appartengono i cereali citati nella Bibbia. Durante la notte della
vigilia tutta la famiglia percorre, a lume
di candela, ogni angolo della casa, per
eliminare ogni minima traccia di chametz, che la mattina di Pasqua viene
bruciato mentre la famiglia danza attorno al fuoco. Con questo si intende che
l’Ebreo deve scoprire dove si nasconde
il suo istinto malvagio, le sue proprietà
corrosive e le opere cattive per poterli
distruggere e annientare.
Al contrario, il cibo senza lievito (o
matzah), simboleggia quanto di buono è nell’animo umano. La matzah
unisce l’esilio alla redenzione; è il pane
dell’umiliazione e della povertà che veniva mangiato in Egitto dagli schiavi,
che non potevano aspirare ad un pane
migliore, è il segno della libertà perché
quando scoccò l’ora della liberazione
tutto si svolse così in fretta che gli Ebrei
non ebbero il tempo di far lievitare il
pane ed uscirono con il pane azzimo
non cotto. La matzah è fatta a mano,
di forma rotonda a significare il cerchio
della schiavitù nel quale gli Ebrei erano
rinchiusi senza via d’uscita.
Per evitare ogni lievitazione, questo
pane non deve essere vecchio, non deve
aver avuto contatto con la minima goccia d’acqua, il mulino deve servire solo
per macinare il frumento destinato alla
cottura delle matzah, l’imbuto sopra
la pietra va acquistato ogni anno, così
come i contenitori, la stessa acqua che
serve per impastare deve essere acqua
di fontana o di sorgente; la lavorazione
non deve essere interrotta… .
Nel tempio di Gerusalemme, con una
particolare ritualità, il pomeriggio della
vigilia di Pasqua, gli Ebrei, accorsi da
ogni angolo di Israele, offrivano il sacrifico dell’agnello. Il Talmud racconta
che per far fronte all’ingente numero di
pellegrini, si sistemavano le strade, si
riempivano le cisterne e i pozzi lungo
il cammino per garantire l’approviggionamento dell’acqua e in Gerusalemme
si preparavano gli alloggi, mai sufficienti, per fornire ospitalità a tutti.
Altri simboli sacrificali sono il maror,
l’erba amara che ricorda la durezza della
schiavitù, beitza l’uovo sodo in ricordo
Nave Nostra n. 2/2011
Donna, perché piangi?
del lutto per la distruzione del tempio,
il Charoset, dolce di marmellata, frutta
secca e vino a forma di mattone simbolo della malta usata dagli Ebrei durante la schiavitù per la costruzione delle
città egiziane di Pit’om e Ramses, e il
karpas, o sedano, che sta a significare la
corrispondenza della festività di Pessach
con la primavera e la mietitura che può
essere sostituito con la lattuga o altro
genere d’insalata.
Inoltre, non devono mancare sulla
mensa quattro coppe di vino alle quali
attingeranno tutti i commensali e che
richiamano le quattro notti durante le
quali si manifestarono altrettante principali salvezze di cui fu fatto oggetto il
popolo d’Israele: la prima notte quella
della creazione, la seconda notte quando
il Signore si manifestò a Abramo preannunciandogli la nascita di Isacco, la
terza notte quando il Signore si manifestò contro gli Egiziani e la quarta
notte quando il mondo giungerà alla
fine per essere redento.
Ed è proprio la notte di Pasqua, una
notte santa preparata per la redenzione di tutti, non solo degli Israeliti, ma
anche di noi, che dobbiamo dar lode e
benedizione per tutto quello di grande
che Dio ha compiuto per l’intera umanità.
Clara Stella
È
di nuovo Pasqua!
Tante le domande che sorgono, a
cominciare dai bambini: “perché,
mamma, tutti gli anni i cristiani ricordano le stesse cose? Non sono stufi?”,
“ma, maestra, quando Gesù è risorto,
tu c’eri?”, “e tu catechista, sei sicura e
convinta di quello che dici? Gesù era
morto davvero? O forse solo per finta?”… fino al mondo adulto: “ha ancora senso oggi avere il coraggio di dire, di
annunciare, la risurrezione di Cristo?” e
così via.
Il centro della nostra fede è qualcosa
che nessuno ha visto, a cui nessuno
ha assistito. Un evento avvenuto nel
nascondimento e senza clamori. Un
evento affidato a dei testimoni, a chi ha
vissuto in prima persona le apparizioni
“silenziose” di Cristo risorto.
Il tema della Risurrezione è un tema
così arduo che per raccontarlo i Vangeli
non hanno un termine proprio per dirlo, usano invece tre parole: svegliarsi,
alzarsi, il vivente.
I primi due sono i verbi del mattino e
il terzo è il nome presente nelle parole
degli angeli: “perché cercate tra i morti
colui che è vivo?”.
“Voglio sentire dall’alba il tuo amore e
tornare a sperare” dice il Salmista, poiché il Signore nuovamente e per sempre intreccia i suoi passi con i miei.
Colpiscono sempre le prime parole
del Risorto rivolte a Maria di Magdala, quel mattino che ha cambiato il
mondo: “Donna, perché piangi? Chi
cerchi?”. E’ lo stile inconfondibile di
Gesù. Il Risorto riprende a fare ciò che
ha sempre fatto: il suo primo sguardo
non va sul peccato ma sulla sofferenza.
Gesù prova dolore per il dolore dell’uomo e se ne prende cura. Nell’ultima
ora del venerdì, sulla croce, Gesù si
occupa del dolore di un ladro, e nella
prima ora della Pasqua si prende cura
delle lacrime di una donna!
Nelle lacrime di una donna, le lacrime del mondo. Il mondo è un immenso pianto: guerre, violenze, ingiustizie, tradimenti, soprusi, malattie,
miseria, devastazioni naturali, pericoli
incombenti, solitudini… Gesù vuole
intrecciare la sua vita con la nostra, in
questo pianto non siamo abbandonati!
San Giovanni nel suo vangelo annota:
“avendo amato i suoi che erano nel
mondo, li amò sino alla fine”. L’amore
è la strada che vince la morte, non solo
la morte fisica ma tutte le morti che ci
portiamo appresso. Il Padre ha risuscitato Gesù perché risultasse chiaro che
un amore così è più forte della morte.
Siamo qui sulla terra per fare cose che
meritano di non morire. Tutto ciò che
vivremo nell’amore non andrà perduto. Anche nel cuore del dolore, anche
dentro l’abbandono, anche se non ho
niente e sono svuotato dalla tristezza,
ho mani inchiodate.. rimane la potenza
dell’amore. Rimane Cristo vivo. Allora
il mondo non è solo un immenso pianto, è un immenso parto. Con la risurrezione di Gesù andiamo oltre, abbiamo
un’orizzonte, un approdo; possiamo
vivere il dolore perché sappiamo che
ormai l’amore ha già vinto. Lo snodo
per noi sta nella seconda domanda di
Gesù a Maria: “Chi cerchi?”. Uomo di
oggi: chi cerchi? E tu, mondo, chi insegui a capofitto? Dimmi chi cerchi e ti
dirò chi sei! Maria cerca Gesù e ritrova,
Nave Nostra n. 2/2011
sentendosi chiamare per nome, la sua
identità. Ritrova la gioia. Ritrova l’amato. Ritrova il senso, la speranza. Sembra
oggi che i più cerchino semplicemente
delle cose quali: successo, potere, denaro, benessere, profitto, piacere…e
vi attacchino il cuore. Gli idoli piccoli o grandi che siano esistono ancora
e ci rendono schiavi. Tanti ritengono
che Gesù ormai è solo cosa da bambini, relegato in qualche angolo remoto
dell’esistenza. Cosa ha a che fare con le
mie giornate? Posso benissimo vivere
senza. Può darsi….ma, cercare il Risorto è una questione di vita! e non di
sopravvivenza più o meno bella, o più o
meno fortunata su questa terra. E’ un di
più di libertà!. “ Io sono venuto perché
abbiate la vita e la vita in abbondanza” dice Gesù. Una vita piena, degna di
essere vissuta, comunque e nonostante.
Questo è il dono grande del Risorto, un
dono che ci rende responsabili. Gesù ha
dato la sua vita perché altri, il mondo
abbia la vita. E noi siamo chiamati a
fare altrettanto perché solo così questo
nostro mondo può ritornare il giardino
fiorito degli albori della creazione.
Elisa
9
Art eCultura
Domenica 15 Maggio 2011
Giornata di Preghiera per le Vocazioni
L’
icona appartiene alla tradizione della chiesa copta
(dell’Egitto) e risale al VII secolo d.C. Proviene da un
monastero e rappresenta Gesù che accompagna san
Mena, abate del monastero di Alessandria e protettore della
città. Nel linguaggio divulgativo è denominata Icona dell’amicizia. Secondo questa lettura, Cristo cammina a fianco di un
anonimo, un amico sconosciuto: chi contempla può identificare se stesso all’amico ignoto e così immedesimarsi nel personaggio e nella sua amicizia con Cristo.
LA SPALLA, LE MANI, IL BRACCIO
Gesù appoggia la
mano destra sulla
spalla dell’amico:
è segno di coinvolgimento nella
sua umanità, di
condivisione della sofferenza, di fraternità, di guida ferma e
sicura. La spalla è il luogo delle nostre fatiche, lì i pellegrini
appoggiano la sacca, i carichi più pesanti, è la parte del corpo
che rimane indebolita e porta le ferite. La mano di Cristo è
la mano del medico che sana, guarisce, consola, conforta. Il
tocco di Cristo imprime energia al braccio destro dell’amico
e lo rende capace di benedire, di portare al mondo la sua
benedizione: Cristo è capace di trasformare in benedizione
le nostre fatiche, le nostre difficoltà e anche i nostri peccati.
la. Qui si tratta dell’ascolto della parola di Gesù. La bocca è
invece molto piccola: da un lato indica l’esigenza di silenzio,
per far tacere le voci che si agitano dentro e fuori di noi e
divenire prudenti nel parlare, dall’altro la bocca è luogo di
soddisfazione dei bisogni essenziali (il cibo, l’acqua) e il fatto
che sia piccola sta a significare la via dell’ascesi, della sobrietà
nel soddisfare gli istinti per trovare nella Parola il vero nutrimento.
GLI OCCHI
IL LIBRO E IL PICCOLO ROTOLO
LE ORECCHIE E LA BOCCA
L’amico ha due orecchie molto grandi
e sporgenti: esprimono l’importanza
dell’ascolto, via di accesso della paro-
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Dopo “Nave nell’Arte”, ecco la storia di Nave, dalle Origini al Settecento
L’
Il Cristo e l’abate Mena
(detta anche “Icona dell’amicizia” )
Le icone copte sottolineano i
tratti del volto.
Gesù ha due occhi molto grandi e aperti: esprimono la presenza viva e attenta di Cristo. Egli veglia e accompagna con cura la vita di
ogni uomo. Anche l’amico ha gli occhi grandi: la fede dona
occhi per vedere con uno sguardo nuovo e profondo la realtà
e la vita. Entrambi gli amici (ma in Gesù è meno evidente)
sono caratterizzati da strabismo: Gesù tiene d’occhio l’amico,
ma soprattutto l’amico è chiamato a tenere d’occhio Gesù
mentre guarda avanti sul cammino della vita. È importante
mantenere l’attenzione sul Maestro mentre trascorre il corso
della giornata, nella preghiera continua e incessante.
“Nave nella Storia”
Gesù, il maestro,
sostiene un grosso libro, prezioso,
sigillato. È il libro
delle sacre Scritture, la Verità tutta
intera che Gesù ha incarnato, egli è colui che può prendere
il libro e aprirne i sigilli. L’amico tiene in mano un piccolo
rotolo di pergamena sul quale annotare le parole di vita eterna
che escono dalla bocca di Gesù e imparare ad assimilarle.
L’AUREOLA
Questa
assimilazione si esprime poi all’esterno nell’aureola: l’aureola di Gesù (più grande) si trasmette
nell’aureola dell’amico (più piccola), riflesso della luce di
Cristo. L’uomo diventa ciò che contempla e ama: l’amico diventa copia di Cristo stesso.
Nave Nostra n. 2/2011
undici marzo dell’anno corrente il Comune di Nave ha
presentato la pubblicazione “Neve nella storia.Dalle origini alla prima età napoleonica.”; una preziosa iniziativa
editoriale decisa dall’assessorato alla cultura a seguito degli apprezzamenti rivolti al volume “Nave nell’arte” edito nel 2010.
Ancora una volta l’incarico di coordinare gli studiosi coinvolti e curare l’opera è stato affidato al prof. Carlo Sabatti ed
al Dott. Andrea Minessi con l’intento di mantenere la stessa
linea formale del primo libro ma soprattutto le caratteristiche più apprezzate quali il ricco e particolareggiato apparato
fotografico e le schede di approfondimento su temi specifici
e curiosi.
La rigida scansione temporale ha portato alla suddivisione
dei capitoli in grandi blocchi analizzati da storici locali o da
noti docenti universitari.
Al professor Alfredo Valvo, noto epigrafista, è spettato il compito di stendere il contributo d’apertura dedicato al periodo
romano analizzando il contesto generale per poi scendere nel
dettaglio seguendo il sottile filo rosso delle varie epigrafi ritrovate sul territorio.
Il professor Gabriele archetti ha invece analizzato l’ampia parabola della storia medievale focalizzando l’attenzione su alcuni aspetti essenziali della vita sociale, economica e religiosa
della comunità navese.
Giovan Battista Sabatti ed il curatore Carlo Sabatti hanno
poi ricostruito le vicende del XV secolo con un taglio prettamente sociale che poi, il solo Carlo Sabatti, ha riproposto nel
successivo capitolo che, spingendosi sino al termine della terza decade del 1600, ha sondato l’evolversi e l’intrecciarsi dei
rapporti delle famiglie del paese attraverso una meticolosa e
paziente analisi dei registri parrocchiale giunti a noi.
Il professo Vittorio Nichelo ha studiato l’evolversi della comunità durate il secolo XVII fra eventi di carattere generale e
curiosità del paese scorte fra le carte degli archivi ecclesiastici
e del recentemente riordinato Archivio Storico Comunale.
Chiude l’arco temporale della pubblicazione il contributo
del professor Marchesi sul secolo XVIII sino ai primi anni
dell’ottocento; un capitolo particolareggiato, dal taglio sociale ed economico, in cui emergono con interesse non solo i
dati sul territorio di Nave ma anche il diretto confronto con
le comunità limitrofe.
A cappello dell’opera sta un breve ma interessante testo della
dottoressa Mariella Annibale Marchina dell’Archivio di Stato
di Brescia che ha brevemente analizzato le fonti archivistiche
su Nave che l’archivio statale custodisce.
Preziosi sono poi i materiali inediti pubblicati, dalle carte
delle collezioni private ai recenti ritrovamenti sulla chiesa di
Muratelo agli esiti dei restauri e delle opere che ahnno interessato gli edifici storici negli ultimi decenni.
Fra le schede di approfondimento, legate ad alcuni personaggi locali o a particolari eventi e luoghi, spicca il dettagliato
resoconto dei recenti interventi di restauro nella cappella di
S. Francesco nella Pieve della Mitria; un testo dettagliato che
si fregia di una breve ma chiara ed interessante introduzione
firmata direttamente dal sovrintendente per i beni Architettonici e Paesaggistici delle soprintendenze di brescia Cremona e Mantova: l’architetto Andrea Alberti.
Con questo testo si completa un altro capitolo della ricerca e della valorizzazione della storia e del patrimonio locale
con l’augurio che questi testi, disponibili gratuitamente per
le famiglie di Nave, possano stimolare una sempre maggiore
conoscenza del territorio ed un conseguente amore della popolazione per lo stesso.
Andrea Minessi
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Oratorio
Carnevale 2011
Oratorio
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Carnevale 2011 : Invenzioni & Scoperte
Domenica 6 marzo - festa di Carnevale in Oratorio
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Nave Nostra n. 2/2011
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Oratorio
ERO CARCERATO
quattro serate sulla condizione dei carcerati
Il sistema penale costituisce davvero un
elemento sintomatico del livello di civiltà
di un popolo e, per questo, diviene un
paradigma significativo dei criteri con cui
vengono gestiti i problemi inerenti i rapporti fra le persone, ma anche i rapporti
politici, economici, internazionali.
A
sintesi delle quattro serate di riflessione proposte in oratorio sul
tema delle carceri e della condizione dei carcerati, proponiamo questa
intervista del prof. Eusebi, rilasciata al
giornale “Avvenire” il 2 novembre 2010.
«Non è con il carcere che si riducono
i reati»
«Il carcere deve essere l’extrema ratio.
Una soluzione da adottare nei casi in
cui c’è il pericolo della ripetizione di reati gravi o se c’è un legame con le organizzazioni criminali. Anche perché far
leva sul carcere incide poco sui tassi di
criminalità e non produce reinserimento sociale». Superare la centralità della
detenzione «ma non solo per umanitarismo», precisa Luciano Eusebi, ordinario di Diritto penale nell’università
Cattolica di Milano. «Il carcere, inoltre,
ha costi molto alti e la società dà per
scontato che debbano essere tollerati.
Pochi però sanno che una pena eseguita
in libertà costa circa un quinto rispetto
a una pena detentiva».
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Ma per raggiungere questo scopo è necessario investire su una prevenzione
che «sia vera e non solo di facciata»:
neutralizzando i fattori che favoriscono le scelte criminose (come i paradisi
bancari o l’infedeltà fiscale), incidendo
sugli interessi economici alla base delle
condotte criminali (con la confisca dei
profitti illeciti), spiegando che la prevenzione non dipende dal timore, bensì
dalla capacità di tenere elevata l’autorevolezza delle norme (e nulla la rafforza
maggiormente dell’avvenuto recupero
del trasgressore). «Però promettere la
costruzione di tre nuove carceri porta
consenso elettorale, al contrario impegnarsi nell’assunzione di 100 educatori
che lavorino nell’esecuzione della pena
- puntualizza Eusebi -viene visto come
uno spreco. Occorre superare questa visione o non si va da nessuna parte».
Perché non è sufficiente costruire
nuove prigioni per affrontare l’emergenza-carcere?
Perché la dilatazione dei posti non risponde a esigenze preventive, ma continua a presentare all’opinione pubblica
un modello inefficiente e che colpisce
soprattutto fasce di condannati che
vengono da gravi condizioni di emarginazione. Occorre fare un passo in più.
Quale? Lavorare sulla prevenzione reale. Oltre a quanto s’è detto, occorrono
servizi sociali che sappiano intercettare
Nave Nostra n. 2/2011
Oratorio
situazioni di disagio esistenziale le quali,
talvolta, sfociano in omicidi efferati ma
assai poco contrastabili con la minaccia
della pena.
Professore, se il carcere deve rappresentare l’extrema ratio, quali possono
essere le alternative alla detenzione?
Da un lato sanzioni di tipo monetario
commisurate alla capacità economica,
sanzioni interdittive, ma anche la generalizzazione della responsabilità degli
enti giuridici. Dall’altro lato percorsi
riabilitativi seriamente seguiti e tutto il
filone, oggi poco attuato, della giustizia
riparativa: che rimette al centro il rapporto infranto con la società e la vittima.
Cosa intende con giustizia riparativa?
Pensiamo a un istituto diffuso in vari
paesi: l’imputato, entro una certa fase
delle indagini, può fare una proposta
riparativa al giudice, non coincidente
col risarcimento del danno. Se il giudice la considera adeguata il processo si
chiude ottenendo così risultati importanti: l’autore del reato ha riconosciuto
la propria responsabilità, la vittima è
soddisfatta e l’autorevolezza della norma è stata ristabilita in tempi brevi.
In Italia è già possibile ricorrere a
strumenti simili?
È senza dubbio positiva l’esperienza
della “messa alla prova” in ambito minorile, che può durare fino a tre anni
e, se superata, consente l’estinzione del
reato. Nel medesimo ambito è di grande interesse l’apertura alla “mediazione
penale”: il giudice invita l’imputato e la
parte offesa a presentarsi a un ufficio di
mediazione; i mediatori, poi, preparano imputato e vittima all’incontro. In
questo modo torna possibile rielaborare i fatti secondo verità, rimettere al
centro la persona offesa, costruire un
percorso ripartivo, del quale il giudice
potrà tenere conto.
La mediazione penale, quindi, chiama in causa anche le vittime dei reati?
Chi ha subito un reato non chiede, nel
profondo, ritorsione. Chiede, da un
lato, la verità e il riconoscimento che
quanto accaduto è stato un’ingiustizia,
dall’altro che ciò serva affinché non si
ripeta in futuro. Se la giustizia si riduce
a una bilancia che riproduce negli anni
della pena la negatività del reato, la
vittima resta sola nel suo dolore, senza
aver avuto modo di rielaborarlo. Abbiamo bisogno di modalità sanzionatorie
che cerchino di gettare un ponte sopra
la frattura che quel reato ha prodotto
e che nessuna pena potrà mai colmare.
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Voci Fraterne
U
na casa, dei “coinquilini”, preghiera, studio, lavori domestici,
dialogo…ecco gli ingredienti
delle giornate di fraternità che abbiamo vissuto con i vari gruppi degli adolescenti in questa quaresima 2011. La
casa: quella dove abitavano le suore, per
capirci sotto don Giangi. I coinquilini:
i vari gruppi degli adolescenti (2ª-3ª-4ª
superiore) che si sono avvicendati nelle
varie settimane di questa esperienza.
La preghiera: quella condivisa al mattino prima di partire per la scuola (mezzi
addormentati), quella della sera prima
di dormire e la celebrazione dell’eucaristia. Studio: fatto insieme nel giardino
della casa, i compiti condivisi, le ripetizioni e gli aiuti reciproci di chi ne sa un
po’ di più. Lavori domestici: una casa va
curata e pulita, le cene vanno preparate
(per i pranzi un grazie ancora alla Valentina, nostra cuoca ufficiale!), ci sono
da fare le spese e lo sporco da buttare:
insomma la routine quotidiana di ogni
famiglia. Dialogo: forse l’ingrediente
più bello! Abitando insieme si condividono opinioni personali sull’attualità, sulle fatiche della scuola, sul senso
della vita e anche sulla fede nel Buon
Dio. Una vita comune di una famiglia
un po’ particolare che, ne sono sempre
più convinto, educa e fa crescere! Per
dirlo passo la parola a chi l’esperienza
l’ha vissuta…
“Per me i giorni di FRATERNITA’
sono stati una nuova esperienza che mi
piacerebbe rivivere ancora xchè in quei
giorni si possono conoscere veramente
le persone, come sono tutti i giorni e
non come si potrebbero far vedere una
volta ogni tanto. E’ stato bello provare
a vivere “solo” tra noi ragazzi anche con
i nostri vari impegni e la scuola! Fare i
compiti tutti insieme un po’ distrae ma
aiuta se c’è bisogno di darsi una mano
a vicenda. E poi.... siamo stati anche se
solo per pochi giorni liberi dai nostri
genitori!” EC
“Per me le giornate di fraternità
sono state un’esperienza nuova. La cosa
che più mi è piaciuta era il clima di felicità che c’era in casa…questo è quello
che più mi ha colpito” MB
“Un’occasione x vivere insieme la
quotidianità, per parlare di cose che il
tempo e le circostanze non permettono
di affrontare in altre situazioni. Conoscersi!” CF
“Le giornate sono state stupende
xké oltre a trovare smp un aiuto se ti
serviva, eri smp in compagnia ed è bello
per alcuni giorni vivere con altri coetanei” AL
“La fraternità è stata un’esperienza
piacevole perché mi è servita per imparare a condividere giornate intere
in compagnia di coetanei rispettando
i loro limiti. La cosa che ho trovato
più difficile è stata l’organizzazione per
mantenere pulita la casa. Mi ha aiutato
a crescere e a essere più responsabile.”
CP
“La fraternità è stata bella, la rifarei
+ lunga…!” SM
“La fraternità è stato un modo nuovo e
divertente x conoscerci meglio e x farci
capire l’importanza della collaborazione e dell’aiuto xkè senza di essi la convivenza non sarebbe stata possibile.” VR
“1-Fermarsi e stare ai tempi degli altri (preghiera mattino), aspettare e
guardare dove è l’altro; 2-condividere
tanto, anche le scelte (spesa); 3-educare
all’attenzione verso l’altro (latte parzialmente scremato);
4-riabituarsi a vivere la fede a livello comunitario (compieta e mattina)” MR
Aggiungo una voce fuori campo:
“Perché
si abbia la fraternità cristiana, tutto dipende da una cosa sola,
che deve essere chiara fin da principio:
primo, la fraternità cristiana non è un
ideale, ma una realtà divina; secondo,
la fraternità cristiana è una realtà dello
spirito, non della psiche” (D. Bonhoeffer)
Allora al prossimo anno coinquilini, o
forse suona meglio fratelli…
dE
Anagrafe Parrocchiale
MATRIMONI
18 Massimiliano
con Nicoletta
DEFUNTI
19 Michele anni 77
20 Elsa
anni 61
21 Guerrino anni 84
22 Giuseppe anni 82
23 Luciano anni 64
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Oratorio
Oratorio
DL-Day?!?
“V
ieni al ‘DL-Day’?” - “DLche?!?” - “Ma sì! Dai! Il ‘DLDay’!” - “E cos’è?”
Già, “Cos’è il DL-Day?” per vederci un
po’ più chiaro abbiamo provato a chiederlo ai ragazzi di I media e 5 elementare del nostro Oratorio che Domenica
27 Marzo vi hanno partecipato.
Uno di loro ci ha raccontato: «Domenica mattina ci siamo trovati davanti al
teatro San Costanzo; eravamo in quattordici ragazzi insieme a Paolo e Matteo. Alcuni genitori ci hanno accompagnato alla stazione di Brescia dove, con
ad altri 60 ragazzi degli oratori della
zona, abbiamo preso il treno diretto
all’oratorio salesiano di Chiari. Siamo
arrivati tra i primi, ma il “Domenico e
Laura-DAY” era già cominciato, così ci
siamo subito lanciati in mezzo alla pista
dove altri ragazzi come noi stavano già
partecipando ai balli di gruppo che venivano proposti.
Continuavano ad arrivare altri gruppi
e alla fine eravamo in 1500! Alle 10:00
abbiamo cominciato la festa: ci hanno spiegato che partecipavamo ad una
giornata di giochi e di festa intitolata a
San Domenico Savio e alla Beata Laura Vicuna (due giovani santi). C’erano
ragazzi e ragazze da tanti posti della
Lombardia e dell’Emila-Romagna. Un
breve spettacolo teatrale ha introdotto
il tema della giornata intitolata “Chi
gira la ruota?”. Parlava dell’importanza
… un tempo per vivere insieme l’estate
con gioia ed amicizia …
di trovare un buon mugnaio per macinare il nostro grano… io l’ho capita
così: se voglio farmi santo come Domenico e Laura devo farmi aiutare da
qualcuno che se ne intende, ad esempio
il mio don!
Finita la presentazione sono iniziati i giochi a stand, troppo belli! Abbiamo sfidato, in 10 giochi diversi, le squadre provenienti dagli altri paesi e abbiamo tenuto
alto il nome dell’Oratorio di Nave.
A mezzogiorno abbiamo partecipato
alla Santa Messa celebrata da don Enrico Ponte, il catechista della Comunità salesiana di Nave. Nella predica, sul
Vangelo della Samaritana, ci ha parlato dell’importanza di essere anche noi
“acqua viva” una volta tornati nei nostri oratori, per comunicare ai nostri
compagni la gioia di stare insieme che
abbiamo vissuto in questa splendida
giornata di festa.
Dopo pranzo ci siamo sfogati con una
partita a calcio… in fretta però, perché
alle 14:00 sono ricominciati i giochi.
Alla premiazione speravamo di essere
arrivati almeno sul podio, invece…
Vabbè, speriamo nel prossimo anno.
Per riprenderci dalle “fatiche” abbiamo
fatto merenda con un budino buonissimo e poi… e poi… “Dai che perdiamo
il treno!” ci hanno gridato. Peccato, è
finita… Ma ci rivediamo l’anno prossimo!!!».
Paolo e Matteo sdb
GIORNATE A CARISOLO
ESTATE 2011
CASA ALPINA don BOSCO
CARISOLO
ospitalità solo per gruppi associati
•
Medie
Materna
20 giugno - 9 luglio
20 giugno - 8 luglio
11 luglio - 29 luglio
dal lunedì al venerdì
dalle 13.30 alle 18.30
dal lunedì al venerdì
dalle 13.30 alle 18.30
dal lunedì al venerdì
dalle 14.00 alle 18.00
LUOGO: Oratorio
LUOGO: ex Oratorio Femminile
LUOGO: Istituto Salesiani
COSTO:
€. 5,00 di iscrizione; €. 25,00 a settimana
COSTO:
€. 5,00 di iscrizione; €. 25,00 a settimana
COSTO:
€. 5,00 di iscrizione; €. 25,00 a settimana
(riduzione quota per più fratelli)
Comprende merenda, gite e materiale vario.
(riduzione quota per più fratelli)
Comprende merenda, gite e materiale vario.
(riduzione quota per più fratelli)
Comprende merenda, gite e materiale vario.
Informazioni e iscrizioni presso la Segreteria dal 16 al 28 maggio - Pagamento all’iscrizione.
un tempo per stare insieme,
crescere nell’amicizia,
vivere l’incontro con la natura
1° tempo: dal 14 al 21 LUGLIO
da giovedì (pranzo) a giovedì (colazione)
Costo:
Euro
•
(7 giorni a pensione completa)
280 per gli adulti
240 minori con più di 6 anni
200 minori con meno di 6 anni
2° tempo: dall’1 al 16 AGOSTO
Costo:
Euro
(15 giorni a pensione completa)
800 per gli adulti
680 minori con più di 6 anni
560 minori con meno di 6 anni
Agevolazioni per famiglie con più di 2 figli
e/o con figli con meno di 2 anni
NB. È possibile anche un sottogruppo per la prima o la seconda settimana di agosto, con costi maggiorati
del 10% la prima, del 20% la seconda.
Iscrizioni:
Istituto Salesiano Nave (030 2530262)
incaricato: don Vincenzo Biagini
cellulare 338 910660
e.mail: [email protected]
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Elementari
possibilità di un
Gruppo “Famiglie di Nave”
e dintorni
da domenica (pranzo) a martedì (colazione)
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Per famiglie o gruppi
Elementari
Medie
dal 14 al 18 luglio
dal 18 al 23 luglio
dal 1 giugno al 14 luglio
dal 23 luglio al 6 agosto
da 20 agosto al 30 settembre
campo residenziale
campo residenziale
fino a 40 posti
LUOGO: casa in Val Malga, vicino a Edolo
COSTO: euro 100,00
LUOGO: casa in Val Malga, vicino a Edolo
COSTO: euro 120,00
Comprende viaggio, vitto, alloggio.
Comprende viaggio, vitto, alloggio.
Informazioni e prenotazioni:
Luciano:3357292039 - 0302533193
Informazioni e iscrizioni presso la segreteria dal 13 al 25 giugno.
Massimo 30 posti - Pagamento all’iscrizione.
Giornate
per Animatori
Pinarella
con i disabili
Campo Famiglie
dal 10 al 12 luglio
dal 31 luglio al 7 agosto
Frassilongo (Valsugana) - TN
Orari di segreteria
Lunedì: dalle ore 20.00 alle ore 23.00
da Martedì a Venerdì: dalle ore 14.00 alle ore 17.00
dalle ore 20.00 alle ore 23.00
Sabato: dalle ore 14.00 alle ore 17.00
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dal 7 al 12 agosto
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Gruppo AC
Costruire, da cristiani,
la città dell’uomo a misura d’uomo
Servo di Dio Giuseppe Lazzati 1909-1986
Q
uest’anno il gruppo adulti di
Azione Cattolica ha scelto di approfondire nel proprio cammino
formativo i temi della cittadinanza e del
bene comune come forme per vivere la
santità. Il Concilio ha affermato con
forza che questo è l’impegno primario a
cui siamo chiamati: “Per loro vocazione
è proprio dei laici cristiani cercare il regno di Dio trattando le cose temporali
e ordinandole secondo Dio” (Lumen
Gentium). Si parla di vocazione. Dunque, di strada alla santità cui Dio stesso
ci chiama.
“Il Concilio esorta i cristiani, cittadini
dell’una e dell’altra città, di sforzarsi di
compiere fedelmente i propri doveri
terreni, facendosi guidare dallo spirito
del Vangelo. Sbagliano coloro che, sapendo che qui noi non abbiamo una
cittadinanza stabile ma che cerchiamo
quella futura, pensano che per questo
possono trascurare i propri doveri terreni, e non riflettono che invece proprio la fede li obbliga ancora di più a
compierli, secondo la vocazione di
ciascuno. A loro volta non sono meno
in errore coloro che pensano di potersi
immergere talmente nelle attività terrene, come se queste fossero del tutto estranee alla vita religiosa, la quale
consisterebbe, secondo loro, esclusivamente in atti di culto e in alcuni doveri
morali. La dissociazione, che si constata
in molti, tra la fede che professano e la
loro vita quotidiana, va annoverata tra
i più gravi errori del nostro tempo... Il
cristiano che trascura i suoi impegni
temporali, trascura i suoi doveri verso il
prossimo, anzi verso Dio stesso, e mette
in pericolo la propria salvezza eterna.”
(Gaudium et spes).
L’assenteismo, il rifugio nel privato, la
delega in bianco non sono leciti a nessuno, ma per il cristiano sono peccati
di omissione. È il mondo, diceva Paolo
VI, il luogo teologico della santificazione dei laici.
In un momento storico complesso in
cui si fa fatica a “trovare la bussola”, a
18
Bruegel, la Torre di Babele
coniugare fede e vita, ad essere coerentemente cittadini delle due città, abbiamo scelto come figura guida Giuseppe
Lazzati. Un uomo che con grande rigore ha cercato la “bussola” in un periodo
della nostra storia altrettanto difficile
(internato nei campi di concentramento, padre Costituente, rettore dell’Università Cattolica negli anni della contestazione). L’ha cercata come uomo, da
cristiano, da educatore.
L’ha cercata chiedendosi che cosa volesse dire essere laici cristiani, come si
potesse amare Dio e il mondo, come si
potesse cercare la città di Dio costruendo quella dell’uomo. Un maestro e testimone vero di laicità.
L’espressione a lui tanto cara “Costruire, da cristiani, la città dell’uomo a misura d’uomo”, sottotitolo di un suo famoso volumetto pubblicato nel 1984,
esprime con efficacia il cuore del suo
pensiero e della sua esperienza umana
e politica.
Costruire
Il verbo costruire esprime un’azione
frutto di molti e diversi apporti. Indica
quel lavorare insieme che esige coscienza di quello che si fa e impegno a farlo
al meglio quale garanzia del miglior risultato possibile. I costruttori, dunque,
non possono che essere tutti i cittadini.
Con i compiti più svariati: dai più umili ai più alti, da quelli che del cantiere
– la città – portano le maggiori responsabilità, a quelli che compiono i servizi
meno appariscenti, a quelli che possono sembrare, e forse lo sono, esterni al
cantiere.
L’immagine del costruire ci rimanda
immediatamente all’esigenza di un progetto, da elaborare tenendo conto dei
materiali che si ha a disposizione e immaginando strutture che possano soddisfare al meglio coloro che nell’edificio
abiteranno. È la mancanza di un tale
progetto che oggi chiude la politica nei
soffocanti confini di un pragmatismo
che finisce per mostrare rapidamente
Nave Nostra n. 2/2011
le proprie insufficienze, generando situazioni di indifferenza e disistima da
parte di un sempre maggior numero di
cittadini.
Da cristiani
Gli uomini non rimangono soli nella
costruzione della città. Dio, che ci ha
affidato questo compito nel giardino
di Eden, veglia e fatica insieme a noi
(Salmo 126). Il cristiano è colui che ha
coscienza di essere chiamato da Dio a
questo compito e sa che questa è la via
per fare la Sua volontà nella storia. La
fede non gli chiede altro che umanizzare la città dell’uomo con la consapevolezza di lavorare in compagnia di Dio.
Il credente deve quindi partecipare alle
attività del cantiere non in quanto credente, come avviene invece per l’impegno di evangelizzazione, ma perché credente, ossia come uomo fra gli uomini
che, pur animato dalla fede, non presume di derivare le sue competenze dalla
fede stessa. La sua azione ha l’obiettivo,
comune a tutti gli uomini, di conseguire il bene comune, di cercare cioè la
maggior pienezza possibile di ogni valore veramente umano, dandogli però
una ragione di fede: quella di essere coerente col compito assegnatogli da Dio
di assecondare il suo progetto di creazione e di redenzione. Il cristiano ha il
privilegio e la responsabilità di portare
in tale ricerca il supplemento d’anima e
di luce che gli deriva dal vivere il mistero della vita in Cristo.
A misura d’uomo o a misura di cristiano?
Se è vero che, secondo Lazzati, la città
dell’uomo deve essere costruita da cristiani, è anche vero che essa deve essere
costruita a misura d’uomo, cioè “secondo la misura dei completi bisogni
temporali dell’uomo, sia esso cristiano
o non cristiano”. Questo concetto è legato al riconoscimento dell’autonomia
delle realtà terrene, ossia al fatto che “le
cose create e le stesse società hanno leg-
gi o valori propri, che l’uomo gradatamente deve scoprire, usare e ordinare”
(Gaudium et spes). È lo stesso fondamento in cui pone le proprie radici il
concetto di laicità. Per tale autonomia
l’agire politico non è deducibile direttamente dalla rivelazione.
Esso deve ricorrere all’intelligenza e alla
ragione, facoltà proprie di ogni uomo,
ed esige quindi una ricerca permanente a cui tutti, credenti o no, devono
contribuire. È dunque in un contesto
di dialogo e di confronto con tutti gli
uomini e con tutte le famiglie culturali
che operano nella storia che deve svolgersi l’impegno dei laici cristiani.
Ci si rende allora conto che la città
progettata da Lazzati, non è una città
cristiana, in senso integristico e fondamentalistico.
Lazzati ha profetizzato una città dell’uomo a misura d’uomo, resa possibile dal
dialogo di ciascuno con tutti, in vista
del vero bene comune. Bene comune
inteso non come la somma di tutti i
beni individuali esistenti nella società,
ma come possibilità offerta a ciascuno
di sviluppare tutto se stesso, di divenire
tutto ciò che può essere.
La portata profetica del pensiero e della
testimonianza di Lazzati, la forza ispiratrice della nostra Costituzione e lo
stimolo critico della Dottrina Sociale
della Chiesa ci hanno aiutato a cogliere
il significato e valore di un impegno, la
costruzione della città dell’uomo, a cui
tutti siamo chiamati. E ci è sembrato
bello, in questo tempo in cui ci avviciniamo ad un nuovo appuntamento
elettorale, condividere le nostre riflessioni con tutta la comunità attraverso
un piccolo libretto. Un tentativo di
mettere in circolo pensieri, idee, interrogativi che, nella loro dinamicità,
suscitino altri pensieri, idee, interrogativi, senza la presunzione di presentarci
come detentori della “verità”.
Gruppo AC
Quattro generazioni a confronto
Bisnonna Agnese, nonne Antonietta e Giusi,
nipoti Cristina e Federica, pronipoti Nicole e Cristian
Nave Nostra n. 2/2011
19
La libertà vera
“È in momenti come questo che dobbiamo mostrare compassione e gratitudine”
Konna toki koso omoiyari kansha
S
i trovavano in una classe, intenti
a crescere in età e conoscenza, nel
luogo proprio della formazione
personale e che è normalmente protetto
ed al riparo dai pericoli del mondo.
Erano lì anche quel giorno maledetto,
mentre intorno a loro si scatenava improvviso l’inferno, metafora del male
sempre in agguato, nella forma di uno
sconvolgente terremoto di spaventose
proporzioni, pari a 9 gradi Richter, cui,
come se non bastasse, si è presto anche
aggiunto il disastro di un maremoto
di annichilente furore distruttivo, con
onde alte oltre dieci metri.
Rannicchiati sotto i banchi, come certo hanno prontamente fatto sulla base
di collaudate pratiche di emergenza, li
immaginiamo stringersi l’uno all’altro,
in quei momenti di panico, soffocando angoscia e terrore nel contatto fisico
coi vicini di posto, come è naturale per
bambini, dai sei agli otto anni d’età,
soli davanti a tanta incomprensibile,
spaventosa, improvvisa ed inarrestabile
violenza e rinfrancati, solamente in parte, dalle presenze protettive degli adulti
loro insegnanti.
In quella stessa classe, senza uscirvi,
hanno passato lunghi giorni di crescente preoccupazione, finché è trascorsa
una settimana nell’attesa, indefinita
quanto determinata, dell’arrivo dei
familiari, quelle mamme, papà, nonni, che “dovevano” arrivare, era solo
questione di tempo, e che come ogni
giorno, dopo averli portati a scuola con
fiducia, con pari trepidazione sarebbero
infine tornati a riprenderli, ancora una
volta, anche dopo quel giorno così spaventoso, così terribile e diverso da ogni
altro giorno delle loro giovani vite.
Ma non stavolta, e non più.
Quei bambini si sono infine arresi, loro
malgrado, all’evidenza che nessuno più
li avrebbe ripresi da scuola.
I loro cari sono infatti stati spazzati via,
come migliaia di altre persone innocenti, si calcola che siano oltre ventimila,
dalla ribellione della natura all’ordine
perfetto della creazione, come presen-
20
te nel disegno di Dio, che è progetto
mirabile di vita e di vero amore, puro
ed incontaminato, prima dell’inizio
dell’azione del Male nella storia, in
quella del mondo e di ciascuno di noi.
È successo recentemente in Giappone
dove, sulla lavagna di una classe della
scuola elementare Arahama di Sendai,
in cui oltre trecento persone, tra bambini e residenti, hanno trovato scampo
dallo tsunami, è stato scritto a caratteri
grandi un messaggio di speranza e che
guarda alla vita, nonostante tutto: “È
in momenti come questo che dobbiamo
mostrare compassione e gratitudine” (こん
な時こそ 思いやり 感謝), Konna toki
koso omoiyari kansha).
È una lezione di civiltà e saggezza che
ci proviene dall’animo forte e ad un
tempo gentile, del grande popolo giapponese.
Il terrificante evento, che tanta morte e
distruzione ha disseminato, ha causato
anche un incidente nucleare di portata
planetaria, fatto ancora più tragico in
una nazione come quella giapponese
che troppe vite ha già perso a causa
dell’energia nucleare, a mettere in evidenza e farci riflettere che, quando ai
disastri della natura si aggiunge la temerarietà e la poca accortezza dell’uomo, il disastro che ne può derivare è
davvero grande.
Mentre la natura, imprevedibile e titanica, scatena la furia dei suoi elementi,
in un sussulto tragico che è però movimento e segno di vita della materia
e del cosmo, in costante evoluzione,
l’uomo insegue i suoi bisogni, veri ed
artificiali, la sete di potere e conoscenza, l’illusione di bastare a se stesso, il
delirio della supponenza colpevole, cui
concorre una superficialità miope, capace di guasti enormi.
Cosa lega l’insipienza umana che ferisce altri uomini ed il creato, pregiudica
il futuro delle nuove generazioni, altera
equilibri ancestrali, per ingordigia mai
sazia, con i moti di ribellione e le recenti rivolte di molti Paesi africani?
E con il conflitto tra le maggiori nazioNave Nostra n. 2/2011
ni occidentali e la Libia?
E con la nostra vita di ogni giorno?
Apparentemente sono fatti distanti,
non solo geograficamente o per la loro
oggettiva natura, ma anche per genesi e
conseguenze.
Ma sempre dettati dagli interessi economici di singoli e nazioni, innanzitutto, giustificati formalmente da lotta
all’ingiustizia o contro despoti e tiranni, per il bene delle popolazioni civili e
per la libertà, se non per il progresso e
la scienza.
Sì, è questo il tema che lega l’uno all’altro fatti tanto dissimili e che unisce anche noi, ciascuno di noi, con tali eventi.
In tutti gioca infatti un ruolo importante la libertà, come concetto oggi
preteso, abusato, affermato con superficialità, frainteso nella sua accezione
più autentica e vera, considerato come
patrimonio dell’individuo e sua prerogativa intangibile ed illimitata.
Ma la libertà è perfino molto di più di
questo relativismo etico dilagante, ma
anche di profondamente diverso da
quel che ci si vuol far credere, dai tempi
delle rivoluzioni illuministe del diciottesimo secolo.
Se libertà è stato inizialmente il giusto
affrancamento da vetuste ed inique tirannie ereditarie, non è però mai l’assolutizzazione dell’individuo e delle sue
pretese edonistiche a discapito dei valori fondanti la dignità della persona e la
sacralità della vita.
Una tale fraintesa libertà si traduce infatti, come vediamo ogni giorno, nella
peggiore delle schiavitù, quella dell’asservimento ai propri limiti e vizi e della
perdita della bellezza del vivere, della
felicità e della stessa vita, presente e futura.
È così che uno tsunami - e ciascuno ne
può avere uno in agguato, di forme e
modi diversi, ma sempre travolgente diventa, anche per noi, un fatto che può
trovarci preparati od impreparati, come
quelle dieci vergini del Vangelo, alcune
stolte e destinate all’esclusione, altre
previdenti e sagge, capaci di vegliare
con la lampada accesa, perché nessuno
di noi conosce né il giorno, né l’ora.
Davanti al male innocente, che tanto ci
turba, non possiamo però non tentare
una risposta, lo esige una fede consapevole ed anche lo richiede la nostra
intelligenza.
Partendo dalla certezza che Dio è Amore assoluto ed esclude il male, consideriamo la centralità della croce, nella
vicenda stessa personale di Gesù, per
ricordarci quanto, nel cristianesimo,
Dio non si limiti a consolare dalla sofferenza, ma Egli stesso ne abbia fatta
per primo una vera esperienza.
«Chi vuol seguirmi, rinneghi se stesso (via
espiativa), prenda la sua croce (via illuminativa) e mi segua (via unitiva)» (Mt
16,24).
Anche la ragione allora ci segue, nella
contemplazione del mistero della sofferenza, se recuperiamo la prospettiva
dell’eternità come la più importante e
dominante la nostra esistenza.
Come cristiani siamo infatti chiamati
ad una vera “conversione” che ci renda
capaci di vivere realmente la parentesi
terrena come solo un passaggio ed una
“preparazione” per ciò che sarà davvero
la vita vera e senza tramonto, nella luce
di Dio.
In questa circostanza acquista pieno
significato un passo del Vangelo sulla
morte di vittime innocenti
«(...) quei diciotto, sopra i quali rovinò la
Torre di Siloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di
Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi
convertite, perirete tutti allo stesso modo»
(Lc 13, 4-5).
Gesù ci dice quindi che chi è vittima
di una catastrofe non necessariamente
è più peccatore degli altri; ma sottende:
vi preoccupate di stabilire se coloro che
sono morti fossero o meno peccatori (o
di chi sia la colpa), ma non pensate che
esiste una morte reale, molto peggiore
di questa, quale è certo la morte eterna.
È in questa giusta misura dell’esistenza che anche i drammi umani di questi giorni possono essere vissuti come
un’occasione per la nostra salvezza e per
quella degli altri, che è ciò che più conta e vale.
E diventano, essi stessi, occasione di
speranza e di Pasqua.
Alessandro Piergentili
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Beatificazione di Giovanni Paolo II
1° Maggio - II Domenica di Pasqua, Solennità della Divina Misericordia
La Sua eredità
N
Ve g l i a
di
P re g h i e r a
per la beatificazione di Giovanni Paolo II
Cari fratelli e sorelle, come sapete, il 1° maggio prossimo avrò la gioia di proclamare
Beato il Venerabile Papa Giovanni Paolo II, mio amato predecessore. La data scelta
è molto significativa: sarà infatti la II Domenica di Pasqua, che egli stesso intitolò
alla Divina Misericordia, e nella cui vigilia terminò lo sua vita terrena. Quanti lo
hanno conosciuto, quanti lo hanno stimato e amato, non potranno non gioire con la
Chiesa per questo evento. Siamo felici!
Benedetto XVI, dopo l’Angelus del 16 gennaio 2011
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Nave Nostra n. 2/2011
S.S. Giovanni Paolo II
la Redazione di
organizza
Ente ecclesiastico
parrocchia Maria Immacolata
5° Concorso Fotografico
Direttore:
don Gianluigi Carminati
l’uomo&
la natura
Direttore responsabile:
Alessandro Piergentili
Coordinatore:
Livio Tameni
Redazione fotografica e video:
Claudio Balzarini - Ferruccio Porta
Piergiorgio Pasotti
Tutte le informazioni sul sito
www.oratoriodinave.it
foto: valentino stefana
30 APRILE ore 20,00 - Centro Pastorale Paolo VI (Via Gesio Calni, 30 - Brescia)
on abbiate paura! Chi non ricorda queste parole che ripeteva
con forza e convinzione?
Spalancate le porte a Cristo: questa raccomandazione costituisce la cifra del
Suo ministero apostolico, che lo ha sospinto a recarsi in ogni parte del mondo per annunciare a tutti gli uomini il
“mistero” che salva.
La sua eredità è preziosa. Nessun Papa
ha lasciato tante Encicliche (sono ben
quattordici), oltre alle Esortazioni apostoliche. Non possiamo rievocarle tutte. Tra queste scegliamo la “Fides et
Ratio”: fede e ragione non in contrasto,
ma insieme per arrivare alle Verità Eterne, la “Dives in misericordia”: la chiesa
ed il credente hanno il dovere di vivere
l’amore compassionevole per gli altri; la
“De Eucaristia”: l’enciclica che riguarda
il “misterum fidei”, il mistero cristologico per eccellenza.
Nessun Papa ha proclamato tanti Santi
e Beati appartenenti ad ogni categoria e
ceto sociale.
Intendiamo proporre il messaggio che
ha rivolto ai giovani: contiene parole
che ci ripropongono il Suo paterno e
incessante incitamento alla speranza.
Sono parole che valgono anche per chi
giovane non è più: fanno bene al cuore,
infondono fiducia e invitano a meditare sul significato autentico della vita.
“Non abbiate paura”
Non abbiate paura della vostra giovinezza e di quei profondi desideri che
provate di felicità, di verità, di bellezza
e di durevole amore!
Non abbiate paura e non stancatevi mai
di cercare le risposte vere alle domande
che vi stanno di fronte. Cristo, la verità,
vi farà liberi!
Non abbiate paura perché Gesù è con
voi!
Non abbiate paura di perdervi: più donerete e più riceverete voi stessi!
Non abbiate paura di dire di “si” a Gesù
e di seguirlo come suoi discepoli. Allora
i vostri cuori si riempiranno di gioia e
voi diventerete una Beatitudine per il
mondo. Ve lo auguro con tutto il cuore.
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Nave Nostra n. 2/2011
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Buona Pasqua
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n. 2 - aprile 2011 - Anno 65