n. 2 - aprile 2011 - Anno 65 Giornale della comunità parrocchiale Maria Immacolata di Nave (BS) Calendario Liturgico SETTIMANA SANTA 21 Giovedì Santo “Il tuo calice, Signore, è dono di salvezza” (Gv 13,1-15) ore 9,00: Celebrazione delle Lodi ore 16,00:S. Messa anziani e ragazzi ore 20,00: S. Messa in Cœna Domini 22 Venerdì Santo LA CROCE “Padre, nelle tue mani consegno il mio (Gv 18,1-19,42) Spirito” ore 9,00: Celebrazione delle Lodi ore 10,00:Preghiera per i ragazzi ore 15,00:Passione del Signore e Adorazione della Croce ore 20,00:Via Crucis e Processione con il Cristo Morto 23 Sabato Santo ore 9,00: Celebrazione delle Lodi ore 10,00:Adorazione e Bacio del Crocifisso (per i Ragazzi) ore 21,30:Veglia Pasquale “Alleluia, Alleluia, Alleluia!” ( Lc 24,1-12) 24 PASQUA DI RESURREZIONE “Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci ed esultiamo” (Lc 24,13-35) ore 7.30 – 9,30 – 18,00: SS. Messe ore 10,45: S. Messa Solenne con la partecipazione del Coro del Garza ore 15,30: Vespri Solenni Campo Primavera 12 Giovedì 20,30: Consiglio Pastorale 1 3 Venerdì 20,30: Animatori Centri di Ascolto 14 Sabato: Ritiro riconciliazione 25 4ª Domenica di Pasqua “Il Signore è il mio pastore: non manco (Gv 10,1-10) di nulla” Ritiro gruppo Cafarnao 17 Martedì Genitori ICFR 3 1 8 Mercoledì 14,30: Centri di Ascolto Pomeridiani 20 Venerdì ore 20,30: Centri di Ascolto 21 Sabato: Pellegrinaggio Bambini ore 21,00: Oradinotte 22 5ª Domenica di Pasqua “Il tuo amore, Signore, sia su di noi: in (Gv 14,1-12) te speriamo” Prima Riconciliazione ore 18,00: Incontro Giovani 23 Lunedì: ore 20,30: ICFR 5 – Incontro genitori e padrini 24 Martedì: ore 20,00: S. Messa e processione di Maria Ausiliatrice 27 Venerdì ore 20,30:Liturgia Penitenziale Gruppo Cafarnao 28 Sabato ore 15,00: prove per Cresima e Comunione 29 6ª Domenica di Pasqua “Acclamate Dio, voi tutti della terra” MAGGIO GIUGNO Mese dedicato a MARIA: Santo Rosario nelle Zone consuete Pregheremo la Madonna affinché interceda per noi il dono della PACE nel mondo e nei cuori di tutti gli uomini. 5 Domenica della Ascensione “Ascende il Signore tra canti di gloria” (Mt 28,16-20) 20,19-31) Mandato ai Genitori ICFR 1 3 Martedì Genitori ICFR 4 2 Risurrezione: lo sgomento della morte 8 3ª Domenica di Pasqua “Mostraci, Signore, il sentiero della (Lc 24,13-35) vita” Ammissione ai Sacramenti – Gruppo Gerusalemme Rievocazione Battesimale – Gruppo Nazareth 25 Lunedì dell’Angelo ore 7,30 – 10,00 – 18,00: SS. Messe Pasquetta in Conche e a Sant’Antonio 1 2ª Domenica di Pasqua “Rendete grazie al Signore perché è buono: il suo amore è per sempre” (Gv La parola del Parroco (Gv 14,15-2) 10,30: Celebrazione dei Sacramenti dell’Iniziazione Cristiana 1 1 Sabato Conclusione dell’Anno Catechistico ore 20,00: Veglia di Pentecoste 12 Domenica di Pentecoste “Manda il tuo spirito, Signore, a (Gv 20,19-23) rinnovare la terra” Nave Nostra n. 2/2011 In Copertina: La Pieve della Mitria in primavera Giornale della comunità parrocchiale “Maria Immacolata” di Nave n. 2 - Aprile 2011 - Anno 65 Sommario Calendario Liturgico ���������������� 2 La parola del Parroco���������������� 3 Risurrezione: lo sgomento della morte le chiese di Nave������������������������ 4 La Pieve della Mitria L’ampia decorazione pittorica della Pieve La Pasqua ebraica ���������������������������� 8 Donna, perché piangi?�������������������� 9 Giornata di Preghiera per le Vocazioni������������������������������ 10 “Nave nella Storia” ������������������������ 11 Oratorio �������������������������������� 12 Carnevale 2011 Ero Carcerato Voci Fraterne DL-Day?!? Calendario Attività Estive Azione Cattolica �������������������� 18 Costruire, da cristiani, la città dell’uomo a mi� sura d’uomo La libertà vera �������������������������������� 20 Beatificazione di Giovanni Paolo II���������������������� 22 Taccuino Economico���������������� 23 Cosa significa che la morte di Gesù ha riscattato l’umanità dal potere della morte? In questo antico scritto di San’Efrem (306-367) ascoltiamo una straordinaria descrizione della vittoria di Cristo sulla morte. La stessa che viene rappresentata nelle icone della risurrezione dove il Risorto scardina le porte degli inferi (lo Scheol) e libera l’umanità che vi era tenuta prigioniera. *** Nostro Signore trattenne la sua potenza, ed essi (gli uomini) lo afferrarono, così che attraverso la sua morte vivente potesse dare vita ad Adamo. Egli dette le sue mani per essere forate dai chiodi per rimediare alla mano che aveva colto il frutto; Egli fu colpito sulla guancia nella camera del giudizio per rimediare alla bocca che aveva mangiato nell’Eden; e mentre il piede di Adamo era libero i suoi piedi furono trafitti; nostro Signore fu spogliato perché noi possiamo essere vestiti; con il fiele e l’aceto Egli addolcì il veleno del serpente che aveva morso l’uomo. “ Responsorio/ Benedetto Colui che mi ha conquistato e ha portato vita ai morti per la sua gloria! La morte: “Se tu sei Dio, mostra il tuo potere, e se sei uomo prova la nostra forza! Ora, se è Adamo che tu cerchi, puoi andartene: è imprigionato qui per i suoi debiti; e non c’è cherubino o serafino che sia capace di ottenere la sua liberazione: non ci sono mortali tra di loro che possano offrirsi in cambio. Chi può aprire la bocca dello Sheol, tuffarsi dentro e prenderlo da là, dato che lo Sheol lo ha inghiottito e lo tiene stretto per sempre? Ero io che ho vinto tutti i saggi; li ho ammucchiati negli angoli dello Sheol. Vieni ed entra, figlio di Giuseppe, e guarda questi orrori: le membra dei giganti, il cadavere enorme di Sansone, lo scheletro del crudele Golia; c’è anche Og, il figlio dei giganti, che fece un letto di ferro dove giaceva: io l’ho buttato giù di lì e l’ho gettato a terra, ho abbattuto questo cedro alla porta dello Sheol. Da sola ho vinto molti, e ora l’unigenito cerca di vincermi! Ho portato via profeti, sacerdoti ed eroi, ho vinto i re con le loro schiere, i giganti con le loro cacce, i giusti con le loro buone azioni – fiumi pieni di cadaveri – io butto nello Sheol, che resta assetato per quanti io ve ne getti! Per quanto un uomo ne sia vicino o lontano, l’esito finale lo conduce alla porta dello Sheol… Chi è questo? Il figlio di chi? E di che famiglia è quest’uomo che mi ha vinto? Il libro con le genealogie è qui con me, ho iniziato e mi sono presa il disturbo di leggere tutti i nomi, a partire da Adamo, e nessuno dei morti mi scappa; tribù dopo tribù sono tutti scritti sulle mie membra. È per te, Gesù, che ho intrapreso questo conto, proprio per mostrarti che nessuno scappa alle mie mani”. La Morte aveva finito il suo beffardo discorso e la voce di nostro Signore risuonò fragorosamente nello Sheol, aprendo ogni tomba una per una. Terribili spasimi afferrarono la Morte nello Sheol; dove la luce non era mai stata, raggi brillarono dagli angeli che erano entrati per far uscire i morti a incontrare il Morto che ha dato vita a tutto. I morti andarono avanti e la vergogna coprì i vivi Che avevano sperato di aver vinto Colui che dà la vita a tutto. Nave Nostra n. 2/2011 “Potessi tornare ai tempi di Mosè”, dice la morte, “egli mi fece una festa: perché l’agnello in Egitto mi dette le primizie di ogni casa; mucchi su mucchi di primogeniti furono ammassati per me alle porte dello Sheol. Ma questo Agnello della festa ha depredato lo Sheol, prendendo la sua decima dei morti e portandoli lontano da me. Quell’agnello riempì le tombe per me, questo vuota le tombe che erano state riempite. La morte di Gesù è un tormento per me, vorrei averlo lasciato vivo: sarebbe stato meglio per me che la sua morte. Qui c’è un morto la cui morte trovo detestabile; alla morte di ogni altro gioisco, ma la sua morte mi tormenta, e aspetto che torni alla vita: durante la sua vita egli ha fatto rivivere e portato di nuovo alla vita tre morti. Ora attraverso la sua morte i morti che sono venuti di nuovo alla vita mi calpestano alle porte dello Sheol quando vado per trattenerli. Correrò e chiuderò le porte dello Sheol davanti a questo Morto la cui morte mi ha rapinato. Chi sentirà ciò si meraviglierà della mia umiliazione, perché sono stata sconfitta da un morto venuto da fuori: tutti i morti vogliono andare fuori, e lui insiste per entrare. Un farmaco di vita è entrato nello Sheol e ha riportato i suoi morti indietro alla vita. Chi è colui che ha introdotto per me e nascosto il fuoco vivente in cui le fredde e scure viscere dello Sheol si fondono?” da: Efrem il Siro Inni di Nisibi, n.36 3 le chiese di Nave le chiese di Nave La Pieve della Mitria N umerosi sondaggi compiuti negli ultimi decenni hanno permesso di stabilire con precisione l’origine ed il successivo evolversi storico-architettonico di questo edificio religioso, posto poco a nord dell’odierno abitato di Nave su una strada, che già in epoca romana, collegava la pianura al colle di S. Eusebio ed alla Valle Sabbia. I primi resti della Pieve, ben inseriti nel tessuto di edifici e contesti romani, sembrano risalire ad età paleocristiana, IV-V secolo, quando i vescovi Filastrio e Gaudenzio si prodigarono per la creazione di nuovi centri religiosi nei territori rurali con a capo dei presbiteri che potevano amministrare il battesimo e celebrare l’Eucaristia. La dedicazione a Maria, pur apparendo solo dopo il Mille, è un indizio ulteriore in favore della matrice cittadina e degli stretti collegamenti con la cattedrale di Brescia (Duomo Vecchio). 4 La chiesa, del tipo battesimale dalla pianta a T con possenti murature, abside semicircolare, al cui centro sorgevano l’altare e sedili per il clero, al pari delle altre chiese dell’epoca, doveva essere officiata da presbiteri che si prendevano cura della comunità, lì risiedevano e tenevano presso di sé alcuni chierici non sposati per la formazione religiosa. Ad essi erano dovuti da parte degli abitanti le decime frutto della povera agricoltura di sostentamento, della cerealicoltura e del legname ricavato dai boschi che in quell’epoca dovevano ricoprire in gran parte l’area circostante. In epoca romanica (XI-XII secolo) la Pieve subisce numerose trasformazioni: viene ampliata la chiesa, trasportata all’interno la vasca battesimale, eretto il nuovo campanile e adeguata la vicina canonica. Nave Nostra n. 2/2011 All’inizio del XV secolo vasta è la giurisdizione della Pieve; inserita nella Quadra di Nave, comprende pure Caino, Bovezzo, Concesio, S. Vigilio, Collebeato ed Urago. Tra la metà del XV secolo e l’inizio del successivo la Pieve subisce un’ulteriore trasformazione: un’ampia aula unica ripartita in quattro campate coperte da volte a crociera impostate su profondi fornici laterali sestiacuti, preceduta da una larga facciata a capanna e conclusa da un profondo presbiterio a terminazione poligonale. Nel 1448 si erige la Disciplina della Pieve, distrutta poi nel 1580; nel 1452 si diffonde la peste seguita da quella ben più violenta databile tra il 1630 ed il 1631, resa celebre da Alessandro Manzoni nei “Promessi Sposi” e alla quale possono essere forse attribuiti i teschi conservati in un locale a sinistra dell’ingresso. Nella seconda metà del XVI secolo, come si riferisce nel resoconto della visita pastorale voluta dall’arcivescovo di Milano, la Pieve, persa la giurisdizione ecclesiastica, si trasforma in Parrocchia, con adiacenti un cimitero e una cappella di S. Rocco dotata di ben otto altari, distrutta poi nel corso del XX secolo. Suggestivo è il ricco apparato decorativo interno che serviva non solo a catturare l’attenzione dei fedeli, ma a trasmettere loro, vera “bibbia di poveri”, i contenuti della fede: le Storie di Sant’Orsola, la Vita di San Francesco, la cui esecuzione risente del clima di rinnovamento religioso dovuto alla predicazione a Brescia di San Bernardino da Siena, il Compianto del Cristo Morto voluto dal parroco Giovanni de Stefanis e legato all’ottenimento delle indulgenze, il cui testo si legge sul sepolcro. La presenza poi di figure sacre, quali Sant’Antonio Abate, San Rocco, San Sebastiano, le Vergini in trono con il Bambino, ci parlano della devozione popolare che esprimeva in questo modo gratitudine, speranza, semplice esternazione della fede. Sul lato sinistro del presbiterio si trova un affresco datato 1517 voluto dal parroco de Stefanis come ex voto per lo scampato pericolo; raffigura al centro Tommaso Becket, arcivescovo di Canterbury affiancato da S. Girolamo in abito cardinalizio e da S. Antonio da Padova che, con la mano alzata, tiene lontani due soldati, avanguardia di una banda di invasori, detti Marani o Todeschi, che avevano messo a ferro e a fuoco l’intero paese. Nella prima metà del XVIII secolo, dopo l’erezione dell’attuale Parrocchia di Maria Immacolata, la Pieve viene a perdere sempre più importanza, fino alla metà del secolo scorso quando una serie di accurati restauri la riporta al suo primitivo splendore. La Pieve, rimasta sempre molto cara agli abitanti di Nave, viene ancor oggi officiata più volte la settimana e particolarmente onorata il 25 marzo in occasione della solennità dell’Annunciazione, alla quale è intitolata; oscure invece restano l’origine e l’etimologia della parola Mitria, titolo che peraltro non si trova negli antichi documenti, dove viene menzionata soltanto come Pieve Vecchia. Clara Stella Nave Nostra n. 2/2011 5 le chiese di Nave L’ampia decorazione pittorica della Pieve al valore storico si aggiunge la grande ricchezza dei dipinti A lla fase di grandi lavori di ristrutturazione risale anche la decorazione pittorica, che ricopre i muri perimetrali e quelli delle cappelle, con affreschi di ampio respiro narrativo insieme ad umili ex voto: la data più antica che vi si trova segnata è il 1446. L’Ultima cena e le Storie di S. Orsola Fra i dipinti a fresco rivestono particolare importanza i due cicli collocati su due registri sulla parete sud, ora in parte occultati dai pilastri di scarico delle volte a crocera, raffiguranti, come si è già detto, l’Ultima Cena e le Storie di Sant’Orsola. L’anonimo Maestro della Cena, è di quelli che operano alla maniera romanica, scevro da influssi della diffusa cultura bizantina: la tecnica 6 della rudimentale rappresentazione, sia delle figure umane che delle nature morte, è quella consueta agli artisti romanici dell’ultimo quarto del secolo XIII, con colori appiattiti, semplici campiture con tinte stese uniformemente entro un disegno dal contorno molto marcato. Il Maestro delle Storie di Sant’Orsola è invece più raffinato e colto, si muove nell’ambito della cultura ispirata dalle correnti bizantine, con figure allungate e costrette in spazi esigui, ma di eleganza sottile e flessuosa. La Crocifissione Sulla parete di fondo della terza cappella di sinistra è stata scoperta una decorazione che mostra una parte di Crocifissione e una figura di giovane in veste di pellegrino, da identificare Nave Nostra n. 2/2011 le chiese di Nave fonte: www.pievemitria.org con S. Rocco. Questa figura, mutilata dal busto in giù, è affiorata per caduta del soprastante affresco più recente. L’ affresco, assieme a quelli della terza e quarta cappella di destra, appartiene al nucleo più antico dei numerosissimi affreschi che decorano i muri della Pieve. La Cappella di San Francesco Un discorso molto peculiare va invece fatto per gli affreschi della Cappella di san Francesco, tutta dipinta dalla mano di uno stesso artista, che, all’ atto della scoperta nei lavori di restauro del 1950, venne designato come Maestro di Nave, intorno al quale vennero poi aggregati molti altri dipinti che denotavano la stessa cultura pittorica e lo stesso stile. Studi più recenti hanno permesso di individuare nel Maestro di Nave Paolo da Caylina il Vecchio, cognato di Vincenzo Foppa. Il substrato culturale di questo pittore appare impregnato degli umori di cui era rigogliosa la pittura tra Lombardia e Veneto sullo scorcio del secolo XV. Vincenzo Civerchio (l’ascrizione più ricorrente), di Girolamo Romanino, di Francesco Prata da Caravaggio, e, recentemente, del Moretto giovane, con proposte anche al Bramantino, al Boccaccino e ad Altobello Melone. La Cappella della Scuola del S.S. Sacramento In tutti gli innumerevoli affreschi votivi che ricoprono i muri della chiesa, si scorgono stili e tendenze diverse, con salti evidenti di qualità, ma prevalentemente legati alla cultura della città e del contado. Raccontano, con varietà d’accenti, di raccolte devozioni private, di miracoli implorati ed ottenuti, dai singoli e dalla comunità, come quell’affresco che orna la parete sinistra del presbiterio, con i Santi Girolamo, Tommaso vescovo e Antonio da Padova, quest’ultimo in atto di allontanare dei soldati armati, sotto cui campeggia la scritta MARANI E TODESCHI, cioè spagnoli e tedeschi, invasori temibili quando calarono sulla città nel 1516, probabilmente non risparmiando nemmeno il contado di Nave, che certamente non poteva vantare una posizione appartata e fuori dagli avvenimenti. Sulle pareti della cappella della Scuola del Santissimo Sacramento, la prima a sinistra di chi entra in chiesa, è steso un pregevole ciclo decorativo con al centro la Cena del Signore e nelle lunette episodi della Passione, affreschi a tratti di alta ispirazione, derivati dagli stilemi del Quattrocento lombardo Le Opere del primo ‘500 La parete sud è ricca di alcuni brani intensissimi e problematici, quali il patetico Compianto sul Cristo deposto tra i santi Rocco e Sebastiano, il Cristo flagellato e la figura isolata di San Rocco, opere tutte del primo Cinquecento, di alta qualità pittorica, per le quali dagli studiosi furono proposti i nomi di Nave Nostra n. 2/2011 7 La Pasqua ebraica L a prima e principale festa dell’anno liturgico ebraico è la Pasqua, madre di tutte le feste dell’anno religioso. Nata come festa agricola del primo raccolto o festa pastorale quale sacrificio dei primi nati del gregge nel plenilunio di primavera, passò ben presto a significare la liberazione degli Israeliti dalla schiavitù d’Egitto o Pessach, cioè passare oltre, vocabolo che troviamo nell’Esodo e che si riferisce all’ordine dato al popolo di Israele di marcare gli stipiti delle loro case con il sangue dell’agnello per essere salvati dall’angelo sterminatore (Esodo, 12; Deuteronomio 16, 1-8). La festa cade sempre all’inizio di primavera, il 14 del mese di Nissan, termine babilonese questo che indica il primo mese dell’anno, tra marzo ed aprile. La vigilia di Pessach i primogeniti, al di sopra dei tredici anni, digiunano in memoria del castigo che si abbatté sull’Egitto, la decima e più terribile delle dieci piaghe che causò la morte dei primogeniti. La Pessach non è una commemorazione di eventi lontani, ma un’esperienza che invita a partecipare oggi a un evento storico fondamentale per tutto il popolo e l’umanità intiera. Celebrando la Pasqua, l’Ebreo collabora con Dio nella redenzione del mondo. In questa notte gli Ebrei si siedono, famiglia per famiglia, per celebrare il Seder come facevano i loro padri attorno a una mensa addobbata con i segni della redenzione e proclamano le meraviglie che Dio ha operato per loro, poi mangiano e bevono i segni della loro salvezza. Prima di mangiare, attraverso domande e risposte tra padri e figli, l’Ebreo deve parlare dell’Esodo e solo di questo, perché rappresenta l’inizio della storia di Israele come popolo di Dio. Uno dei simboli principali, che deve essere presente sulla mensa, è il pane azzimo, preparato di anno in anno subito dopo la mietitura con la farina più pura e incontaminata da qualsiasi sostanza che possa farla fermentare o lievitare. Secondo un precetto del Talmud, qualche settimana prima di Pasqua l’Ebreo osservante pulisce la casa da qualsiasi residuo di cibo lievitato (chametz), alla 8 cui categoria appartengono i cereali citati nella Bibbia. Durante la notte della vigilia tutta la famiglia percorre, a lume di candela, ogni angolo della casa, per eliminare ogni minima traccia di chametz, che la mattina di Pasqua viene bruciato mentre la famiglia danza attorno al fuoco. Con questo si intende che l’Ebreo deve scoprire dove si nasconde il suo istinto malvagio, le sue proprietà corrosive e le opere cattive per poterli distruggere e annientare. Al contrario, il cibo senza lievito (o matzah), simboleggia quanto di buono è nell’animo umano. La matzah unisce l’esilio alla redenzione; è il pane dell’umiliazione e della povertà che veniva mangiato in Egitto dagli schiavi, che non potevano aspirare ad un pane migliore, è il segno della libertà perché quando scoccò l’ora della liberazione tutto si svolse così in fretta che gli Ebrei non ebbero il tempo di far lievitare il pane ed uscirono con il pane azzimo non cotto. La matzah è fatta a mano, di forma rotonda a significare il cerchio della schiavitù nel quale gli Ebrei erano rinchiusi senza via d’uscita. Per evitare ogni lievitazione, questo pane non deve essere vecchio, non deve aver avuto contatto con la minima goccia d’acqua, il mulino deve servire solo per macinare il frumento destinato alla cottura delle matzah, l’imbuto sopra la pietra va acquistato ogni anno, così come i contenitori, la stessa acqua che serve per impastare deve essere acqua di fontana o di sorgente; la lavorazione non deve essere interrotta… . Nel tempio di Gerusalemme, con una particolare ritualità, il pomeriggio della vigilia di Pasqua, gli Ebrei, accorsi da ogni angolo di Israele, offrivano il sacrifico dell’agnello. Il Talmud racconta che per far fronte all’ingente numero di pellegrini, si sistemavano le strade, si riempivano le cisterne e i pozzi lungo il cammino per garantire l’approviggionamento dell’acqua e in Gerusalemme si preparavano gli alloggi, mai sufficienti, per fornire ospitalità a tutti. Altri simboli sacrificali sono il maror, l’erba amara che ricorda la durezza della schiavitù, beitza l’uovo sodo in ricordo Nave Nostra n. 2/2011 Donna, perché piangi? del lutto per la distruzione del tempio, il Charoset, dolce di marmellata, frutta secca e vino a forma di mattone simbolo della malta usata dagli Ebrei durante la schiavitù per la costruzione delle città egiziane di Pit’om e Ramses, e il karpas, o sedano, che sta a significare la corrispondenza della festività di Pessach con la primavera e la mietitura che può essere sostituito con la lattuga o altro genere d’insalata. Inoltre, non devono mancare sulla mensa quattro coppe di vino alle quali attingeranno tutti i commensali e che richiamano le quattro notti durante le quali si manifestarono altrettante principali salvezze di cui fu fatto oggetto il popolo d’Israele: la prima notte quella della creazione, la seconda notte quando il Signore si manifestò a Abramo preannunciandogli la nascita di Isacco, la terza notte quando il Signore si manifestò contro gli Egiziani e la quarta notte quando il mondo giungerà alla fine per essere redento. Ed è proprio la notte di Pasqua, una notte santa preparata per la redenzione di tutti, non solo degli Israeliti, ma anche di noi, che dobbiamo dar lode e benedizione per tutto quello di grande che Dio ha compiuto per l’intera umanità. Clara Stella È di nuovo Pasqua! Tante le domande che sorgono, a cominciare dai bambini: “perché, mamma, tutti gli anni i cristiani ricordano le stesse cose? Non sono stufi?”, “ma, maestra, quando Gesù è risorto, tu c’eri?”, “e tu catechista, sei sicura e convinta di quello che dici? Gesù era morto davvero? O forse solo per finta?”… fino al mondo adulto: “ha ancora senso oggi avere il coraggio di dire, di annunciare, la risurrezione di Cristo?” e così via. Il centro della nostra fede è qualcosa che nessuno ha visto, a cui nessuno ha assistito. Un evento avvenuto nel nascondimento e senza clamori. Un evento affidato a dei testimoni, a chi ha vissuto in prima persona le apparizioni “silenziose” di Cristo risorto. Il tema della Risurrezione è un tema così arduo che per raccontarlo i Vangeli non hanno un termine proprio per dirlo, usano invece tre parole: svegliarsi, alzarsi, il vivente. I primi due sono i verbi del mattino e il terzo è il nome presente nelle parole degli angeli: “perché cercate tra i morti colui che è vivo?”. “Voglio sentire dall’alba il tuo amore e tornare a sperare” dice il Salmista, poiché il Signore nuovamente e per sempre intreccia i suoi passi con i miei. Colpiscono sempre le prime parole del Risorto rivolte a Maria di Magdala, quel mattino che ha cambiato il mondo: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. E’ lo stile inconfondibile di Gesù. Il Risorto riprende a fare ciò che ha sempre fatto: il suo primo sguardo non va sul peccato ma sulla sofferenza. Gesù prova dolore per il dolore dell’uomo e se ne prende cura. Nell’ultima ora del venerdì, sulla croce, Gesù si occupa del dolore di un ladro, e nella prima ora della Pasqua si prende cura delle lacrime di una donna! Nelle lacrime di una donna, le lacrime del mondo. Il mondo è un immenso pianto: guerre, violenze, ingiustizie, tradimenti, soprusi, malattie, miseria, devastazioni naturali, pericoli incombenti, solitudini… Gesù vuole intrecciare la sua vita con la nostra, in questo pianto non siamo abbandonati! San Giovanni nel suo vangelo annota: “avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”. L’amore è la strada che vince la morte, non solo la morte fisica ma tutte le morti che ci portiamo appresso. Il Padre ha risuscitato Gesù perché risultasse chiaro che un amore così è più forte della morte. Siamo qui sulla terra per fare cose che meritano di non morire. Tutto ciò che vivremo nell’amore non andrà perduto. Anche nel cuore del dolore, anche dentro l’abbandono, anche se non ho niente e sono svuotato dalla tristezza, ho mani inchiodate.. rimane la potenza dell’amore. Rimane Cristo vivo. Allora il mondo non è solo un immenso pianto, è un immenso parto. Con la risurrezione di Gesù andiamo oltre, abbiamo un’orizzonte, un approdo; possiamo vivere il dolore perché sappiamo che ormai l’amore ha già vinto. Lo snodo per noi sta nella seconda domanda di Gesù a Maria: “Chi cerchi?”. Uomo di oggi: chi cerchi? E tu, mondo, chi insegui a capofitto? Dimmi chi cerchi e ti dirò chi sei! Maria cerca Gesù e ritrova, Nave Nostra n. 2/2011 sentendosi chiamare per nome, la sua identità. Ritrova la gioia. Ritrova l’amato. Ritrova il senso, la speranza. Sembra oggi che i più cerchino semplicemente delle cose quali: successo, potere, denaro, benessere, profitto, piacere…e vi attacchino il cuore. Gli idoli piccoli o grandi che siano esistono ancora e ci rendono schiavi. Tanti ritengono che Gesù ormai è solo cosa da bambini, relegato in qualche angolo remoto dell’esistenza. Cosa ha a che fare con le mie giornate? Posso benissimo vivere senza. Può darsi….ma, cercare il Risorto è una questione di vita! e non di sopravvivenza più o meno bella, o più o meno fortunata su questa terra. E’ un di più di libertà!. “ Io sono venuto perché abbiate la vita e la vita in abbondanza” dice Gesù. Una vita piena, degna di essere vissuta, comunque e nonostante. Questo è il dono grande del Risorto, un dono che ci rende responsabili. Gesù ha dato la sua vita perché altri, il mondo abbia la vita. E noi siamo chiamati a fare altrettanto perché solo così questo nostro mondo può ritornare il giardino fiorito degli albori della creazione. Elisa 9 Art eCultura Domenica 15 Maggio 2011 Giornata di Preghiera per le Vocazioni L’ icona appartiene alla tradizione della chiesa copta (dell’Egitto) e risale al VII secolo d.C. Proviene da un monastero e rappresenta Gesù che accompagna san Mena, abate del monastero di Alessandria e protettore della città. Nel linguaggio divulgativo è denominata Icona dell’amicizia. Secondo questa lettura, Cristo cammina a fianco di un anonimo, un amico sconosciuto: chi contempla può identificare se stesso all’amico ignoto e così immedesimarsi nel personaggio e nella sua amicizia con Cristo. LA SPALLA, LE MANI, IL BRACCIO Gesù appoggia la mano destra sulla spalla dell’amico: è segno di coinvolgimento nella sua umanità, di condivisione della sofferenza, di fraternità, di guida ferma e sicura. La spalla è il luogo delle nostre fatiche, lì i pellegrini appoggiano la sacca, i carichi più pesanti, è la parte del corpo che rimane indebolita e porta le ferite. La mano di Cristo è la mano del medico che sana, guarisce, consola, conforta. Il tocco di Cristo imprime energia al braccio destro dell’amico e lo rende capace di benedire, di portare al mondo la sua benedizione: Cristo è capace di trasformare in benedizione le nostre fatiche, le nostre difficoltà e anche i nostri peccati. la. Qui si tratta dell’ascolto della parola di Gesù. La bocca è invece molto piccola: da un lato indica l’esigenza di silenzio, per far tacere le voci che si agitano dentro e fuori di noi e divenire prudenti nel parlare, dall’altro la bocca è luogo di soddisfazione dei bisogni essenziali (il cibo, l’acqua) e il fatto che sia piccola sta a significare la via dell’ascesi, della sobrietà nel soddisfare gli istinti per trovare nella Parola il vero nutrimento. GLI OCCHI IL LIBRO E IL PICCOLO ROTOLO LE ORECCHIE E LA BOCCA L’amico ha due orecchie molto grandi e sporgenti: esprimono l’importanza dell’ascolto, via di accesso della paro- 10 Dopo “Nave nell’Arte”, ecco la storia di Nave, dalle Origini al Settecento L’ Il Cristo e l’abate Mena (detta anche “Icona dell’amicizia” ) Le icone copte sottolineano i tratti del volto. Gesù ha due occhi molto grandi e aperti: esprimono la presenza viva e attenta di Cristo. Egli veglia e accompagna con cura la vita di ogni uomo. Anche l’amico ha gli occhi grandi: la fede dona occhi per vedere con uno sguardo nuovo e profondo la realtà e la vita. Entrambi gli amici (ma in Gesù è meno evidente) sono caratterizzati da strabismo: Gesù tiene d’occhio l’amico, ma soprattutto l’amico è chiamato a tenere d’occhio Gesù mentre guarda avanti sul cammino della vita. È importante mantenere l’attenzione sul Maestro mentre trascorre il corso della giornata, nella preghiera continua e incessante. “Nave nella Storia” Gesù, il maestro, sostiene un grosso libro, prezioso, sigillato. È il libro delle sacre Scritture, la Verità tutta intera che Gesù ha incarnato, egli è colui che può prendere il libro e aprirne i sigilli. L’amico tiene in mano un piccolo rotolo di pergamena sul quale annotare le parole di vita eterna che escono dalla bocca di Gesù e imparare ad assimilarle. L’AUREOLA Questa assimilazione si esprime poi all’esterno nell’aureola: l’aureola di Gesù (più grande) si trasmette nell’aureola dell’amico (più piccola), riflesso della luce di Cristo. L’uomo diventa ciò che contempla e ama: l’amico diventa copia di Cristo stesso. Nave Nostra n. 2/2011 undici marzo dell’anno corrente il Comune di Nave ha presentato la pubblicazione “Neve nella storia.Dalle origini alla prima età napoleonica.”; una preziosa iniziativa editoriale decisa dall’assessorato alla cultura a seguito degli apprezzamenti rivolti al volume “Nave nell’arte” edito nel 2010. Ancora una volta l’incarico di coordinare gli studiosi coinvolti e curare l’opera è stato affidato al prof. Carlo Sabatti ed al Dott. Andrea Minessi con l’intento di mantenere la stessa linea formale del primo libro ma soprattutto le caratteristiche più apprezzate quali il ricco e particolareggiato apparato fotografico e le schede di approfondimento su temi specifici e curiosi. La rigida scansione temporale ha portato alla suddivisione dei capitoli in grandi blocchi analizzati da storici locali o da noti docenti universitari. Al professor Alfredo Valvo, noto epigrafista, è spettato il compito di stendere il contributo d’apertura dedicato al periodo romano analizzando il contesto generale per poi scendere nel dettaglio seguendo il sottile filo rosso delle varie epigrafi ritrovate sul territorio. Il professor Gabriele archetti ha invece analizzato l’ampia parabola della storia medievale focalizzando l’attenzione su alcuni aspetti essenziali della vita sociale, economica e religiosa della comunità navese. Giovan Battista Sabatti ed il curatore Carlo Sabatti hanno poi ricostruito le vicende del XV secolo con un taglio prettamente sociale che poi, il solo Carlo Sabatti, ha riproposto nel successivo capitolo che, spingendosi sino al termine della terza decade del 1600, ha sondato l’evolversi e l’intrecciarsi dei rapporti delle famiglie del paese attraverso una meticolosa e paziente analisi dei registri parrocchiale giunti a noi. Il professo Vittorio Nichelo ha studiato l’evolversi della comunità durate il secolo XVII fra eventi di carattere generale e curiosità del paese scorte fra le carte degli archivi ecclesiastici e del recentemente riordinato Archivio Storico Comunale. Chiude l’arco temporale della pubblicazione il contributo del professor Marchesi sul secolo XVIII sino ai primi anni dell’ottocento; un capitolo particolareggiato, dal taglio sociale ed economico, in cui emergono con interesse non solo i dati sul territorio di Nave ma anche il diretto confronto con le comunità limitrofe. A cappello dell’opera sta un breve ma interessante testo della dottoressa Mariella Annibale Marchina dell’Archivio di Stato di Brescia che ha brevemente analizzato le fonti archivistiche su Nave che l’archivio statale custodisce. Preziosi sono poi i materiali inediti pubblicati, dalle carte delle collezioni private ai recenti ritrovamenti sulla chiesa di Muratelo agli esiti dei restauri e delle opere che ahnno interessato gli edifici storici negli ultimi decenni. Fra le schede di approfondimento, legate ad alcuni personaggi locali o a particolari eventi e luoghi, spicca il dettagliato resoconto dei recenti interventi di restauro nella cappella di S. Francesco nella Pieve della Mitria; un testo dettagliato che si fregia di una breve ma chiara ed interessante introduzione firmata direttamente dal sovrintendente per i beni Architettonici e Paesaggistici delle soprintendenze di brescia Cremona e Mantova: l’architetto Andrea Alberti. Con questo testo si completa un altro capitolo della ricerca e della valorizzazione della storia e del patrimonio locale con l’augurio che questi testi, disponibili gratuitamente per le famiglie di Nave, possano stimolare una sempre maggiore conoscenza del territorio ed un conseguente amore della popolazione per lo stesso. Andrea Minessi Nave Nostra n. 2/2011 11 www.oratoriodinave.it Oratorio Carnevale 2011 Oratorio www.oratoriodinave.it Carnevale 2011 : Invenzioni & Scoperte Domenica 6 marzo - festa di Carnevale in Oratorio 12 Nave Nostra n. 2/2011 Nave Nostra n. 2/2011 13 www.oratoriodinave.it Oratorio ERO CARCERATO quattro serate sulla condizione dei carcerati Il sistema penale costituisce davvero un elemento sintomatico del livello di civiltà di un popolo e, per questo, diviene un paradigma significativo dei criteri con cui vengono gestiti i problemi inerenti i rapporti fra le persone, ma anche i rapporti politici, economici, internazionali. A sintesi delle quattro serate di riflessione proposte in oratorio sul tema delle carceri e della condizione dei carcerati, proponiamo questa intervista del prof. Eusebi, rilasciata al giornale “Avvenire” il 2 novembre 2010. «Non è con il carcere che si riducono i reati» «Il carcere deve essere l’extrema ratio. Una soluzione da adottare nei casi in cui c’è il pericolo della ripetizione di reati gravi o se c’è un legame con le organizzazioni criminali. Anche perché far leva sul carcere incide poco sui tassi di criminalità e non produce reinserimento sociale». Superare la centralità della detenzione «ma non solo per umanitarismo», precisa Luciano Eusebi, ordinario di Diritto penale nell’università Cattolica di Milano. «Il carcere, inoltre, ha costi molto alti e la società dà per scontato che debbano essere tollerati. Pochi però sanno che una pena eseguita in libertà costa circa un quinto rispetto a una pena detentiva». 14 Ma per raggiungere questo scopo è necessario investire su una prevenzione che «sia vera e non solo di facciata»: neutralizzando i fattori che favoriscono le scelte criminose (come i paradisi bancari o l’infedeltà fiscale), incidendo sugli interessi economici alla base delle condotte criminali (con la confisca dei profitti illeciti), spiegando che la prevenzione non dipende dal timore, bensì dalla capacità di tenere elevata l’autorevolezza delle norme (e nulla la rafforza maggiormente dell’avvenuto recupero del trasgressore). «Però promettere la costruzione di tre nuove carceri porta consenso elettorale, al contrario impegnarsi nell’assunzione di 100 educatori che lavorino nell’esecuzione della pena - puntualizza Eusebi -viene visto come uno spreco. Occorre superare questa visione o non si va da nessuna parte». Perché non è sufficiente costruire nuove prigioni per affrontare l’emergenza-carcere? Perché la dilatazione dei posti non risponde a esigenze preventive, ma continua a presentare all’opinione pubblica un modello inefficiente e che colpisce soprattutto fasce di condannati che vengono da gravi condizioni di emarginazione. Occorre fare un passo in più. Quale? Lavorare sulla prevenzione reale. Oltre a quanto s’è detto, occorrono servizi sociali che sappiano intercettare Nave Nostra n. 2/2011 Oratorio situazioni di disagio esistenziale le quali, talvolta, sfociano in omicidi efferati ma assai poco contrastabili con la minaccia della pena. Professore, se il carcere deve rappresentare l’extrema ratio, quali possono essere le alternative alla detenzione? Da un lato sanzioni di tipo monetario commisurate alla capacità economica, sanzioni interdittive, ma anche la generalizzazione della responsabilità degli enti giuridici. Dall’altro lato percorsi riabilitativi seriamente seguiti e tutto il filone, oggi poco attuato, della giustizia riparativa: che rimette al centro il rapporto infranto con la società e la vittima. Cosa intende con giustizia riparativa? Pensiamo a un istituto diffuso in vari paesi: l’imputato, entro una certa fase delle indagini, può fare una proposta riparativa al giudice, non coincidente col risarcimento del danno. Se il giudice la considera adeguata il processo si chiude ottenendo così risultati importanti: l’autore del reato ha riconosciuto la propria responsabilità, la vittima è soddisfatta e l’autorevolezza della norma è stata ristabilita in tempi brevi. In Italia è già possibile ricorrere a strumenti simili? È senza dubbio positiva l’esperienza della “messa alla prova” in ambito minorile, che può durare fino a tre anni e, se superata, consente l’estinzione del reato. Nel medesimo ambito è di grande interesse l’apertura alla “mediazione penale”: il giudice invita l’imputato e la parte offesa a presentarsi a un ufficio di mediazione; i mediatori, poi, preparano imputato e vittima all’incontro. In questo modo torna possibile rielaborare i fatti secondo verità, rimettere al centro la persona offesa, costruire un percorso ripartivo, del quale il giudice potrà tenere conto. La mediazione penale, quindi, chiama in causa anche le vittime dei reati? Chi ha subito un reato non chiede, nel profondo, ritorsione. Chiede, da un lato, la verità e il riconoscimento che quanto accaduto è stato un’ingiustizia, dall’altro che ciò serva affinché non si ripeta in futuro. Se la giustizia si riduce a una bilancia che riproduce negli anni della pena la negatività del reato, la vittima resta sola nel suo dolore, senza aver avuto modo di rielaborarlo. Abbiamo bisogno di modalità sanzionatorie che cerchino di gettare un ponte sopra la frattura che quel reato ha prodotto e che nessuna pena potrà mai colmare. www.oratoriodinave.it Voci Fraterne U na casa, dei “coinquilini”, preghiera, studio, lavori domestici, dialogo…ecco gli ingredienti delle giornate di fraternità che abbiamo vissuto con i vari gruppi degli adolescenti in questa quaresima 2011. La casa: quella dove abitavano le suore, per capirci sotto don Giangi. I coinquilini: i vari gruppi degli adolescenti (2ª-3ª-4ª superiore) che si sono avvicendati nelle varie settimane di questa esperienza. La preghiera: quella condivisa al mattino prima di partire per la scuola (mezzi addormentati), quella della sera prima di dormire e la celebrazione dell’eucaristia. Studio: fatto insieme nel giardino della casa, i compiti condivisi, le ripetizioni e gli aiuti reciproci di chi ne sa un po’ di più. Lavori domestici: una casa va curata e pulita, le cene vanno preparate (per i pranzi un grazie ancora alla Valentina, nostra cuoca ufficiale!), ci sono da fare le spese e lo sporco da buttare: insomma la routine quotidiana di ogni famiglia. Dialogo: forse l’ingrediente più bello! Abitando insieme si condividono opinioni personali sull’attualità, sulle fatiche della scuola, sul senso della vita e anche sulla fede nel Buon Dio. Una vita comune di una famiglia un po’ particolare che, ne sono sempre più convinto, educa e fa crescere! Per dirlo passo la parola a chi l’esperienza l’ha vissuta… “Per me i giorni di FRATERNITA’ sono stati una nuova esperienza che mi piacerebbe rivivere ancora xchè in quei giorni si possono conoscere veramente le persone, come sono tutti i giorni e non come si potrebbero far vedere una volta ogni tanto. E’ stato bello provare a vivere “solo” tra noi ragazzi anche con i nostri vari impegni e la scuola! Fare i compiti tutti insieme un po’ distrae ma aiuta se c’è bisogno di darsi una mano a vicenda. E poi.... siamo stati anche se solo per pochi giorni liberi dai nostri genitori!” EC “Per me le giornate di fraternità sono state un’esperienza nuova. La cosa che più mi è piaciuta era il clima di felicità che c’era in casa…questo è quello che più mi ha colpito” MB “Un’occasione x vivere insieme la quotidianità, per parlare di cose che il tempo e le circostanze non permettono di affrontare in altre situazioni. Conoscersi!” CF “Le giornate sono state stupende xké oltre a trovare smp un aiuto se ti serviva, eri smp in compagnia ed è bello per alcuni giorni vivere con altri coetanei” AL “La fraternità è stata un’esperienza piacevole perché mi è servita per imparare a condividere giornate intere in compagnia di coetanei rispettando i loro limiti. La cosa che ho trovato più difficile è stata l’organizzazione per mantenere pulita la casa. Mi ha aiutato a crescere e a essere più responsabile.” CP “La fraternità è stata bella, la rifarei + lunga…!” SM “La fraternità è stato un modo nuovo e divertente x conoscerci meglio e x farci capire l’importanza della collaborazione e dell’aiuto xkè senza di essi la convivenza non sarebbe stata possibile.” VR “1-Fermarsi e stare ai tempi degli altri (preghiera mattino), aspettare e guardare dove è l’altro; 2-condividere tanto, anche le scelte (spesa); 3-educare all’attenzione verso l’altro (latte parzialmente scremato); 4-riabituarsi a vivere la fede a livello comunitario (compieta e mattina)” MR Aggiungo una voce fuori campo: “Perché si abbia la fraternità cristiana, tutto dipende da una cosa sola, che deve essere chiara fin da principio: primo, la fraternità cristiana non è un ideale, ma una realtà divina; secondo, la fraternità cristiana è una realtà dello spirito, non della psiche” (D. Bonhoeffer) Allora al prossimo anno coinquilini, o forse suona meglio fratelli… dE Anagrafe Parrocchiale MATRIMONI 18 Massimiliano con Nicoletta DEFUNTI 19 Michele anni 77 20 Elsa anni 61 21 Guerrino anni 84 22 Giuseppe anni 82 23 Luciano anni 64 Nave Nostra n. 2/2011 15 www.oratoriodinave.it Oratorio Oratorio DL-Day?!? “V ieni al ‘DL-Day’?” - “DLche?!?” - “Ma sì! Dai! Il ‘DLDay’!” - “E cos’è?” Già, “Cos’è il DL-Day?” per vederci un po’ più chiaro abbiamo provato a chiederlo ai ragazzi di I media e 5 elementare del nostro Oratorio che Domenica 27 Marzo vi hanno partecipato. Uno di loro ci ha raccontato: «Domenica mattina ci siamo trovati davanti al teatro San Costanzo; eravamo in quattordici ragazzi insieme a Paolo e Matteo. Alcuni genitori ci hanno accompagnato alla stazione di Brescia dove, con ad altri 60 ragazzi degli oratori della zona, abbiamo preso il treno diretto all’oratorio salesiano di Chiari. Siamo arrivati tra i primi, ma il “Domenico e Laura-DAY” era già cominciato, così ci siamo subito lanciati in mezzo alla pista dove altri ragazzi come noi stavano già partecipando ai balli di gruppo che venivano proposti. Continuavano ad arrivare altri gruppi e alla fine eravamo in 1500! Alle 10:00 abbiamo cominciato la festa: ci hanno spiegato che partecipavamo ad una giornata di giochi e di festa intitolata a San Domenico Savio e alla Beata Laura Vicuna (due giovani santi). C’erano ragazzi e ragazze da tanti posti della Lombardia e dell’Emila-Romagna. Un breve spettacolo teatrale ha introdotto il tema della giornata intitolata “Chi gira la ruota?”. Parlava dell’importanza … un tempo per vivere insieme l’estate con gioia ed amicizia … di trovare un buon mugnaio per macinare il nostro grano… io l’ho capita così: se voglio farmi santo come Domenico e Laura devo farmi aiutare da qualcuno che se ne intende, ad esempio il mio don! Finita la presentazione sono iniziati i giochi a stand, troppo belli! Abbiamo sfidato, in 10 giochi diversi, le squadre provenienti dagli altri paesi e abbiamo tenuto alto il nome dell’Oratorio di Nave. A mezzogiorno abbiamo partecipato alla Santa Messa celebrata da don Enrico Ponte, il catechista della Comunità salesiana di Nave. Nella predica, sul Vangelo della Samaritana, ci ha parlato dell’importanza di essere anche noi “acqua viva” una volta tornati nei nostri oratori, per comunicare ai nostri compagni la gioia di stare insieme che abbiamo vissuto in questa splendida giornata di festa. Dopo pranzo ci siamo sfogati con una partita a calcio… in fretta però, perché alle 14:00 sono ricominciati i giochi. Alla premiazione speravamo di essere arrivati almeno sul podio, invece… Vabbè, speriamo nel prossimo anno. Per riprenderci dalle “fatiche” abbiamo fatto merenda con un budino buonissimo e poi… e poi… “Dai che perdiamo il treno!” ci hanno gridato. Peccato, è finita… Ma ci rivediamo l’anno prossimo!!!». Paolo e Matteo sdb GIORNATE A CARISOLO ESTATE 2011 CASA ALPINA don BOSCO CARISOLO ospitalità solo per gruppi associati • Medie Materna 20 giugno - 9 luglio 20 giugno - 8 luglio 11 luglio - 29 luglio dal lunedì al venerdì dalle 13.30 alle 18.30 dal lunedì al venerdì dalle 13.30 alle 18.30 dal lunedì al venerdì dalle 14.00 alle 18.00 LUOGO: Oratorio LUOGO: ex Oratorio Femminile LUOGO: Istituto Salesiani COSTO: €. 5,00 di iscrizione; €. 25,00 a settimana COSTO: €. 5,00 di iscrizione; €. 25,00 a settimana COSTO: €. 5,00 di iscrizione; €. 25,00 a settimana (riduzione quota per più fratelli) Comprende merenda, gite e materiale vario. (riduzione quota per più fratelli) Comprende merenda, gite e materiale vario. (riduzione quota per più fratelli) Comprende merenda, gite e materiale vario. Informazioni e iscrizioni presso la Segreteria dal 16 al 28 maggio - Pagamento all’iscrizione. un tempo per stare insieme, crescere nell’amicizia, vivere l’incontro con la natura 1° tempo: dal 14 al 21 LUGLIO da giovedì (pranzo) a giovedì (colazione) Costo: Euro • (7 giorni a pensione completa) 280 per gli adulti 240 minori con più di 6 anni 200 minori con meno di 6 anni 2° tempo: dall’1 al 16 AGOSTO Costo: Euro (15 giorni a pensione completa) 800 per gli adulti 680 minori con più di 6 anni 560 minori con meno di 6 anni Agevolazioni per famiglie con più di 2 figli e/o con figli con meno di 2 anni NB. È possibile anche un sottogruppo per la prima o la seconda settimana di agosto, con costi maggiorati del 10% la prima, del 20% la seconda. Iscrizioni: Istituto Salesiano Nave (030 2530262) incaricato: don Vincenzo Biagini cellulare 338 910660 e.mail: [email protected] Nave Nostra n. 2/2011 Elementari possibilità di un Gruppo “Famiglie di Nave” e dintorni da domenica (pranzo) a martedì (colazione) 16 www.oratoriodinave.it Per famiglie o gruppi Elementari Medie dal 14 al 18 luglio dal 18 al 23 luglio dal 1 giugno al 14 luglio dal 23 luglio al 6 agosto da 20 agosto al 30 settembre campo residenziale campo residenziale fino a 40 posti LUOGO: casa in Val Malga, vicino a Edolo COSTO: euro 100,00 LUOGO: casa in Val Malga, vicino a Edolo COSTO: euro 120,00 Comprende viaggio, vitto, alloggio. Comprende viaggio, vitto, alloggio. Informazioni e prenotazioni: Luciano:3357292039 - 0302533193 Informazioni e iscrizioni presso la segreteria dal 13 al 25 giugno. Massimo 30 posti - Pagamento all’iscrizione. Giornate per Animatori Pinarella con i disabili Campo Famiglie dal 10 al 12 luglio dal 31 luglio al 7 agosto Frassilongo (Valsugana) - TN Orari di segreteria Lunedì: dalle ore 20.00 alle ore 23.00 da Martedì a Venerdì: dalle ore 14.00 alle ore 17.00 dalle ore 20.00 alle ore 23.00 Sabato: dalle ore 14.00 alle ore 17.00 Nave Nostra n. 2/2011 dal 7 al 12 agosto 17 Gruppo AC Costruire, da cristiani, la città dell’uomo a misura d’uomo Servo di Dio Giuseppe Lazzati 1909-1986 Q uest’anno il gruppo adulti di Azione Cattolica ha scelto di approfondire nel proprio cammino formativo i temi della cittadinanza e del bene comune come forme per vivere la santità. Il Concilio ha affermato con forza che questo è l’impegno primario a cui siamo chiamati: “Per loro vocazione è proprio dei laici cristiani cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio” (Lumen Gentium). Si parla di vocazione. Dunque, di strada alla santità cui Dio stesso ci chiama. “Il Concilio esorta i cristiani, cittadini dell’una e dell’altra città, di sforzarsi di compiere fedelmente i propri doveri terreni, facendosi guidare dallo spirito del Vangelo. Sbagliano coloro che, sapendo che qui noi non abbiamo una cittadinanza stabile ma che cerchiamo quella futura, pensano che per questo possono trascurare i propri doveri terreni, e non riflettono che invece proprio la fede li obbliga ancora di più a compierli, secondo la vocazione di ciascuno. A loro volta non sono meno in errore coloro che pensano di potersi immergere talmente nelle attività terrene, come se queste fossero del tutto estranee alla vita religiosa, la quale consisterebbe, secondo loro, esclusivamente in atti di culto e in alcuni doveri morali. La dissociazione, che si constata in molti, tra la fede che professano e la loro vita quotidiana, va annoverata tra i più gravi errori del nostro tempo... Il cristiano che trascura i suoi impegni temporali, trascura i suoi doveri verso il prossimo, anzi verso Dio stesso, e mette in pericolo la propria salvezza eterna.” (Gaudium et spes). L’assenteismo, il rifugio nel privato, la delega in bianco non sono leciti a nessuno, ma per il cristiano sono peccati di omissione. È il mondo, diceva Paolo VI, il luogo teologico della santificazione dei laici. In un momento storico complesso in cui si fa fatica a “trovare la bussola”, a 18 Bruegel, la Torre di Babele coniugare fede e vita, ad essere coerentemente cittadini delle due città, abbiamo scelto come figura guida Giuseppe Lazzati. Un uomo che con grande rigore ha cercato la “bussola” in un periodo della nostra storia altrettanto difficile (internato nei campi di concentramento, padre Costituente, rettore dell’Università Cattolica negli anni della contestazione). L’ha cercata come uomo, da cristiano, da educatore. L’ha cercata chiedendosi che cosa volesse dire essere laici cristiani, come si potesse amare Dio e il mondo, come si potesse cercare la città di Dio costruendo quella dell’uomo. Un maestro e testimone vero di laicità. L’espressione a lui tanto cara “Costruire, da cristiani, la città dell’uomo a misura d’uomo”, sottotitolo di un suo famoso volumetto pubblicato nel 1984, esprime con efficacia il cuore del suo pensiero e della sua esperienza umana e politica. Costruire Il verbo costruire esprime un’azione frutto di molti e diversi apporti. Indica quel lavorare insieme che esige coscienza di quello che si fa e impegno a farlo al meglio quale garanzia del miglior risultato possibile. I costruttori, dunque, non possono che essere tutti i cittadini. Con i compiti più svariati: dai più umili ai più alti, da quelli che del cantiere – la città – portano le maggiori responsabilità, a quelli che compiono i servizi meno appariscenti, a quelli che possono sembrare, e forse lo sono, esterni al cantiere. L’immagine del costruire ci rimanda immediatamente all’esigenza di un progetto, da elaborare tenendo conto dei materiali che si ha a disposizione e immaginando strutture che possano soddisfare al meglio coloro che nell’edificio abiteranno. È la mancanza di un tale progetto che oggi chiude la politica nei soffocanti confini di un pragmatismo che finisce per mostrare rapidamente Nave Nostra n. 2/2011 le proprie insufficienze, generando situazioni di indifferenza e disistima da parte di un sempre maggior numero di cittadini. Da cristiani Gli uomini non rimangono soli nella costruzione della città. Dio, che ci ha affidato questo compito nel giardino di Eden, veglia e fatica insieme a noi (Salmo 126). Il cristiano è colui che ha coscienza di essere chiamato da Dio a questo compito e sa che questa è la via per fare la Sua volontà nella storia. La fede non gli chiede altro che umanizzare la città dell’uomo con la consapevolezza di lavorare in compagnia di Dio. Il credente deve quindi partecipare alle attività del cantiere non in quanto credente, come avviene invece per l’impegno di evangelizzazione, ma perché credente, ossia come uomo fra gli uomini che, pur animato dalla fede, non presume di derivare le sue competenze dalla fede stessa. La sua azione ha l’obiettivo, comune a tutti gli uomini, di conseguire il bene comune, di cercare cioè la maggior pienezza possibile di ogni valore veramente umano, dandogli però una ragione di fede: quella di essere coerente col compito assegnatogli da Dio di assecondare il suo progetto di creazione e di redenzione. Il cristiano ha il privilegio e la responsabilità di portare in tale ricerca il supplemento d’anima e di luce che gli deriva dal vivere il mistero della vita in Cristo. A misura d’uomo o a misura di cristiano? Se è vero che, secondo Lazzati, la città dell’uomo deve essere costruita da cristiani, è anche vero che essa deve essere costruita a misura d’uomo, cioè “secondo la misura dei completi bisogni temporali dell’uomo, sia esso cristiano o non cristiano”. Questo concetto è legato al riconoscimento dell’autonomia delle realtà terrene, ossia al fatto che “le cose create e le stesse società hanno leg- gi o valori propri, che l’uomo gradatamente deve scoprire, usare e ordinare” (Gaudium et spes). È lo stesso fondamento in cui pone le proprie radici il concetto di laicità. Per tale autonomia l’agire politico non è deducibile direttamente dalla rivelazione. Esso deve ricorrere all’intelligenza e alla ragione, facoltà proprie di ogni uomo, ed esige quindi una ricerca permanente a cui tutti, credenti o no, devono contribuire. È dunque in un contesto di dialogo e di confronto con tutti gli uomini e con tutte le famiglie culturali che operano nella storia che deve svolgersi l’impegno dei laici cristiani. Ci si rende allora conto che la città progettata da Lazzati, non è una città cristiana, in senso integristico e fondamentalistico. Lazzati ha profetizzato una città dell’uomo a misura d’uomo, resa possibile dal dialogo di ciascuno con tutti, in vista del vero bene comune. Bene comune inteso non come la somma di tutti i beni individuali esistenti nella società, ma come possibilità offerta a ciascuno di sviluppare tutto se stesso, di divenire tutto ciò che può essere. La portata profetica del pensiero e della testimonianza di Lazzati, la forza ispiratrice della nostra Costituzione e lo stimolo critico della Dottrina Sociale della Chiesa ci hanno aiutato a cogliere il significato e valore di un impegno, la costruzione della città dell’uomo, a cui tutti siamo chiamati. E ci è sembrato bello, in questo tempo in cui ci avviciniamo ad un nuovo appuntamento elettorale, condividere le nostre riflessioni con tutta la comunità attraverso un piccolo libretto. Un tentativo di mettere in circolo pensieri, idee, interrogativi che, nella loro dinamicità, suscitino altri pensieri, idee, interrogativi, senza la presunzione di presentarci come detentori della “verità”. Gruppo AC Quattro generazioni a confronto Bisnonna Agnese, nonne Antonietta e Giusi, nipoti Cristina e Federica, pronipoti Nicole e Cristian Nave Nostra n. 2/2011 19 La libertà vera “È in momenti come questo che dobbiamo mostrare compassione e gratitudine” Konna toki koso omoiyari kansha S i trovavano in una classe, intenti a crescere in età e conoscenza, nel luogo proprio della formazione personale e che è normalmente protetto ed al riparo dai pericoli del mondo. Erano lì anche quel giorno maledetto, mentre intorno a loro si scatenava improvviso l’inferno, metafora del male sempre in agguato, nella forma di uno sconvolgente terremoto di spaventose proporzioni, pari a 9 gradi Richter, cui, come se non bastasse, si è presto anche aggiunto il disastro di un maremoto di annichilente furore distruttivo, con onde alte oltre dieci metri. Rannicchiati sotto i banchi, come certo hanno prontamente fatto sulla base di collaudate pratiche di emergenza, li immaginiamo stringersi l’uno all’altro, in quei momenti di panico, soffocando angoscia e terrore nel contatto fisico coi vicini di posto, come è naturale per bambini, dai sei agli otto anni d’età, soli davanti a tanta incomprensibile, spaventosa, improvvisa ed inarrestabile violenza e rinfrancati, solamente in parte, dalle presenze protettive degli adulti loro insegnanti. In quella stessa classe, senza uscirvi, hanno passato lunghi giorni di crescente preoccupazione, finché è trascorsa una settimana nell’attesa, indefinita quanto determinata, dell’arrivo dei familiari, quelle mamme, papà, nonni, che “dovevano” arrivare, era solo questione di tempo, e che come ogni giorno, dopo averli portati a scuola con fiducia, con pari trepidazione sarebbero infine tornati a riprenderli, ancora una volta, anche dopo quel giorno così spaventoso, così terribile e diverso da ogni altro giorno delle loro giovani vite. Ma non stavolta, e non più. Quei bambini si sono infine arresi, loro malgrado, all’evidenza che nessuno più li avrebbe ripresi da scuola. I loro cari sono infatti stati spazzati via, come migliaia di altre persone innocenti, si calcola che siano oltre ventimila, dalla ribellione della natura all’ordine perfetto della creazione, come presen- 20 te nel disegno di Dio, che è progetto mirabile di vita e di vero amore, puro ed incontaminato, prima dell’inizio dell’azione del Male nella storia, in quella del mondo e di ciascuno di noi. È successo recentemente in Giappone dove, sulla lavagna di una classe della scuola elementare Arahama di Sendai, in cui oltre trecento persone, tra bambini e residenti, hanno trovato scampo dallo tsunami, è stato scritto a caratteri grandi un messaggio di speranza e che guarda alla vita, nonostante tutto: “È in momenti come questo che dobbiamo mostrare compassione e gratitudine” (こん な時こそ 思いやり 感謝), Konna toki koso omoiyari kansha). È una lezione di civiltà e saggezza che ci proviene dall’animo forte e ad un tempo gentile, del grande popolo giapponese. Il terrificante evento, che tanta morte e distruzione ha disseminato, ha causato anche un incidente nucleare di portata planetaria, fatto ancora più tragico in una nazione come quella giapponese che troppe vite ha già perso a causa dell’energia nucleare, a mettere in evidenza e farci riflettere che, quando ai disastri della natura si aggiunge la temerarietà e la poca accortezza dell’uomo, il disastro che ne può derivare è davvero grande. Mentre la natura, imprevedibile e titanica, scatena la furia dei suoi elementi, in un sussulto tragico che è però movimento e segno di vita della materia e del cosmo, in costante evoluzione, l’uomo insegue i suoi bisogni, veri ed artificiali, la sete di potere e conoscenza, l’illusione di bastare a se stesso, il delirio della supponenza colpevole, cui concorre una superficialità miope, capace di guasti enormi. Cosa lega l’insipienza umana che ferisce altri uomini ed il creato, pregiudica il futuro delle nuove generazioni, altera equilibri ancestrali, per ingordigia mai sazia, con i moti di ribellione e le recenti rivolte di molti Paesi africani? E con il conflitto tra le maggiori nazioNave Nostra n. 2/2011 ni occidentali e la Libia? E con la nostra vita di ogni giorno? Apparentemente sono fatti distanti, non solo geograficamente o per la loro oggettiva natura, ma anche per genesi e conseguenze. Ma sempre dettati dagli interessi economici di singoli e nazioni, innanzitutto, giustificati formalmente da lotta all’ingiustizia o contro despoti e tiranni, per il bene delle popolazioni civili e per la libertà, se non per il progresso e la scienza. Sì, è questo il tema che lega l’uno all’altro fatti tanto dissimili e che unisce anche noi, ciascuno di noi, con tali eventi. In tutti gioca infatti un ruolo importante la libertà, come concetto oggi preteso, abusato, affermato con superficialità, frainteso nella sua accezione più autentica e vera, considerato come patrimonio dell’individuo e sua prerogativa intangibile ed illimitata. Ma la libertà è perfino molto di più di questo relativismo etico dilagante, ma anche di profondamente diverso da quel che ci si vuol far credere, dai tempi delle rivoluzioni illuministe del diciottesimo secolo. Se libertà è stato inizialmente il giusto affrancamento da vetuste ed inique tirannie ereditarie, non è però mai l’assolutizzazione dell’individuo e delle sue pretese edonistiche a discapito dei valori fondanti la dignità della persona e la sacralità della vita. Una tale fraintesa libertà si traduce infatti, come vediamo ogni giorno, nella peggiore delle schiavitù, quella dell’asservimento ai propri limiti e vizi e della perdita della bellezza del vivere, della felicità e della stessa vita, presente e futura. È così che uno tsunami - e ciascuno ne può avere uno in agguato, di forme e modi diversi, ma sempre travolgente diventa, anche per noi, un fatto che può trovarci preparati od impreparati, come quelle dieci vergini del Vangelo, alcune stolte e destinate all’esclusione, altre previdenti e sagge, capaci di vegliare con la lampada accesa, perché nessuno di noi conosce né il giorno, né l’ora. Davanti al male innocente, che tanto ci turba, non possiamo però non tentare una risposta, lo esige una fede consapevole ed anche lo richiede la nostra intelligenza. Partendo dalla certezza che Dio è Amore assoluto ed esclude il male, consideriamo la centralità della croce, nella vicenda stessa personale di Gesù, per ricordarci quanto, nel cristianesimo, Dio non si limiti a consolare dalla sofferenza, ma Egli stesso ne abbia fatta per primo una vera esperienza. «Chi vuol seguirmi, rinneghi se stesso (via espiativa), prenda la sua croce (via illuminativa) e mi segua (via unitiva)» (Mt 16,24). Anche la ragione allora ci segue, nella contemplazione del mistero della sofferenza, se recuperiamo la prospettiva dell’eternità come la più importante e dominante la nostra esistenza. Come cristiani siamo infatti chiamati ad una vera “conversione” che ci renda capaci di vivere realmente la parentesi terrena come solo un passaggio ed una “preparazione” per ciò che sarà davvero la vita vera e senza tramonto, nella luce di Dio. In questa circostanza acquista pieno significato un passo del Vangelo sulla morte di vittime innocenti «(...) quei diciotto, sopra i quali rovinò la Torre di Siloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» (Lc 13, 4-5). Gesù ci dice quindi che chi è vittima di una catastrofe non necessariamente è più peccatore degli altri; ma sottende: vi preoccupate di stabilire se coloro che sono morti fossero o meno peccatori (o di chi sia la colpa), ma non pensate che esiste una morte reale, molto peggiore di questa, quale è certo la morte eterna. È in questa giusta misura dell’esistenza che anche i drammi umani di questi giorni possono essere vissuti come un’occasione per la nostra salvezza e per quella degli altri, che è ciò che più conta e vale. E diventano, essi stessi, occasione di speranza e di Pasqua. Alessandro Piergentili Nave Nostra n. 2/2011 21 Beatificazione di Giovanni Paolo II 1° Maggio - II Domenica di Pasqua, Solennità della Divina Misericordia La Sua eredità N Ve g l i a di P re g h i e r a per la beatificazione di Giovanni Paolo II Cari fratelli e sorelle, come sapete, il 1° maggio prossimo avrò la gioia di proclamare Beato il Venerabile Papa Giovanni Paolo II, mio amato predecessore. La data scelta è molto significativa: sarà infatti la II Domenica di Pasqua, che egli stesso intitolò alla Divina Misericordia, e nella cui vigilia terminò lo sua vita terrena. Quanti lo hanno conosciuto, quanti lo hanno stimato e amato, non potranno non gioire con la Chiesa per questo evento. Siamo felici! Benedetto XVI, dopo l’Angelus del 16 gennaio 2011 22 Nave Nostra n. 2/2011 S.S. Giovanni Paolo II la Redazione di organizza Ente ecclesiastico parrocchia Maria Immacolata 5° Concorso Fotografico Direttore: don Gianluigi Carminati l’uomo& la natura Direttore responsabile: Alessandro Piergentili Coordinatore: Livio Tameni Redazione fotografica e video: Claudio Balzarini - Ferruccio Porta Piergiorgio Pasotti Tutte le informazioni sul sito www.oratoriodinave.it foto: valentino stefana 30 APRILE ore 20,00 - Centro Pastorale Paolo VI (Via Gesio Calni, 30 - Brescia) on abbiate paura! Chi non ricorda queste parole che ripeteva con forza e convinzione? Spalancate le porte a Cristo: questa raccomandazione costituisce la cifra del Suo ministero apostolico, che lo ha sospinto a recarsi in ogni parte del mondo per annunciare a tutti gli uomini il “mistero” che salva. La sua eredità è preziosa. Nessun Papa ha lasciato tante Encicliche (sono ben quattordici), oltre alle Esortazioni apostoliche. Non possiamo rievocarle tutte. Tra queste scegliamo la “Fides et Ratio”: fede e ragione non in contrasto, ma insieme per arrivare alle Verità Eterne, la “Dives in misericordia”: la chiesa ed il credente hanno il dovere di vivere l’amore compassionevole per gli altri; la “De Eucaristia”: l’enciclica che riguarda il “misterum fidei”, il mistero cristologico per eccellenza. Nessun Papa ha proclamato tanti Santi e Beati appartenenti ad ogni categoria e ceto sociale. Intendiamo proporre il messaggio che ha rivolto ai giovani: contiene parole che ci ripropongono il Suo paterno e incessante incitamento alla speranza. Sono parole che valgono anche per chi giovane non è più: fanno bene al cuore, infondono fiducia e invitano a meditare sul significato autentico della vita. “Non abbiate paura” Non abbiate paura della vostra giovinezza e di quei profondi desideri che provate di felicità, di verità, di bellezza e di durevole amore! Non abbiate paura e non stancatevi mai di cercare le risposte vere alle domande che vi stanno di fronte. Cristo, la verità, vi farà liberi! Non abbiate paura perché Gesù è con voi! Non abbiate paura di perdervi: più donerete e più riceverete voi stessi! Non abbiate paura di dire di “si” a Gesù e di seguirlo come suoi discepoli. Allora i vostri cuori si riempiranno di gioia e voi diventerete una Beatitudine per il mondo. Ve lo auguro con tutto il cuore. Direzione - Redazione Amministrazione: via S. Cesario 2, 25075 Nave (Bs) Telefono: 0302530119 Autorizzazione del Tribunale di Brescia n. 59/2000 del 5/12/2000 Retro: La Pieve della Mitria Crocifisso ligneo (prima metà del ‘400) R adio Parrocchiale: 92.700 in FM Nave Nostra n. 2/2011 23 Buona Pasqua