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direttore
simone siliani
redazione
gianni biagi, sara chiarello,
aldo frangioni, rosaclelia ganzerli,
michele morrocchi, barbara setti
progetto grafico
emiliano bacci
61
228
N° 1
Immaginate l’Alto-Adige, dove ci sono ragazze
belle, bionde e cristianissime che si trovano
invase da giovani mossi talvolta dagli ormoni
Michaela Biancofiore
deputata
La rivincita
delle bionde
editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze
Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012
Con la cultura
non si mangia
Da non
saltare
di John
E
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MARZO
2016
pag. 2
Iniziamo con questi due articoli, di John Stammer e Michele Morrocchi, una riflessione su
Firenze e il suo centro storico, anche alla luce del nuovo regolamento del commercio che obbliga
i locali ad avere un Dna toscano in caso di nuove aperture. Ma la questione non è solo commerciale, ma soprattutto urbanistica: qual è l’idea di città che Firenze vuol dare?
Stammer
gregio Direttore, leggo
sempre con attenzione il
suo giornale e le riflessioni
che propone per la vita culturale
della città e sulla difficoltà della
città di fare fronte al crescente
numero di turisti che già oggi, ma
sempre più nel futuro, vorranno,
avranno il diritto, di visitare uno
dei luoghi simbolo della storia
del mondo. Ho parlato di diritto
perché tale a mio parere si configura la volontà di un numero
sempre maggiore di individui
di volere conoscere il mondo. Si
tratta di un fenomeno di proporzioni mai viste prima, frutto
del processo di “globalizzazione”
che si è manifestato nell’intero
pianeta negli ultimi 30 anni, e
destinato, nonostante guerre e
crisi economiche, a progredire ed
aumentare nel tempo. Il “gran
tour”, che prima era appannaggio
di poche illuminate persone, è
ora il sogno di milioni di persone.
Come affrontare questo problema? Alcune riflessioni sono state
svolte da Andrea Branzi nel libro
“Dentro Firenze” uscito lo scorso
anno con le edizioni Maschietto.
Riflessioni che vorrei riproporre
ora prima di affrontare il tema di
cosa si può fare, a livello locale,
per cercare per migliorare le condizioni di vita e di funzionalità
della città.
Scriveva Branzi:
“Firenze è una delle capitali di
questo nuovo consumo bidimensionale. Vedere i capolavori
comporta non la conoscenza della
storia dell’arte, dei suoi meandri
e dei suoi spessori spirituali, ma il
loro possesso in quanto superfici
del cui fascino si può godere rapidamente, senza dovere indagare le
ragioni profonde, la storia che c’è
dietro, la vita degli artisti.
Questa è la nuova forma di conoscenza del mondo nell’epoca della
globalizzazione, dove l’immagine
del David di Michelangiolo si
diffonde in Cina o in India come
una divinità immateriale. Questo
approccio puramente ‘visivo’ alla
cultura non deve essere disprezzato come una volgare degenerazione che profana e disperde
‘l’aura’ dell’arte, ma deve essere
inteso piuttosto come il risultato
di una democrazia diffusiva, priva
di problematiche metafisiche, informata attraverso le immagini su
ciò che esiste o è esistito. Imma-
Lettera sulla città
gini che possono circolare, essere
trasferite su superfici domestiche,
fotografate, conservate o spedite
via e-mail.
Questo possesso ‘oculare’
dell’arte diffonde in ogni caso
singole molecole di bellezza,
dosi omeopatiche di estetica, che
possono raggiungere aree sociali
a cui un tempo tutto questo era
ignoto. La conoscenza è stata
sostituita dall’informazione visiva
e patinata; un’informazione che
rispecchia la ‘superficie del mondo’, senza le sue tragedie, le sue
guerre, la sua violenza.”
Un giudizio come si vede non
negativo, oserei quasi dire
pragmatico. Ma anche intriso
da valutazioni diverse da quelle
che ho visto scritte su alcuni
giornali cittadini. È comunque
positivo che milioni di persone
si affaccino alla “bellezza” (altro
termine ambiguo e non privo
di letture interessate), perché
comunque porzioni di quella
bellezza permarrano nelle retine e
nelle cellule cerebrali dei visitatori
e aumenteranno le possibilità
di lettura e di comprensione del
mondo. Ma se è così, e se visitare
le città d’arte italiane, e Firenze
in particolare, è un diritto, oltre
che un accrescimento culturale
anche se in dosi omeopatiche,
che cosa può fare l’amministrazione pubblica per evitare che
questo flusso di persone stravolga
l’oggetto stesso della visita e cioè
il luogo che viene visitato?. Certo
si possono mettere in atto politiche pubbliche di orientamento
dei flussi turistici indirizzandoli
in luoghi esterni al centro della
città, lontani, anche non molto,dal classico sistema Pitti, Uffizi,
Duomo, Accademia.
Certo possiamo cercare di valorizzare altri luoghi, e ce ne sono
moltissimi non molto lontani da
queste icone del turismo mondiale. Ma saranno palliativi. Chi
si muove dalla Cina, dal Giappone, dalla Russia, dal Brasile ,
dalla Malesia o dall’India vorrà
comunque vedere la Venere del
Botticelli e il David di Michelangelo. Non potrà essere soddisfatto
solo dalle splendide opere del
Beato Angelico al Museo di San
Marco o dal Ghirlandaio della
Cappella Sassetti in Santa Trinità,
e forse neppure dal Crocifisso di
Giotto in Orsanmichele. Quindi
il lavoro da fare non può riguardare solo una diversa politica di
promozione dei luoghi della città,
anche se questa politica è necessaria e deve essere fatta. Perché
il turismo produce effetti sulla
struttura socio-economica della
città, introduce elementi di modificazione strutturale della composizione sociale di parti sempre più
ampie della città, produce effetti
sulla rendita urbana modificando
le relazioni economiche alla base
della convivenza urbana, e questi
fenomeni devono essere indagati
e affrontati con gli strumenti
del governo del territorio e della
pianificazione urbana, e non solo
con quelli delle politiche culturali. E devono essere messe in campo scelte conseguenti sul piano
della localizzazioni delle funzioni
urbane pregiate, delle politiche
tese ad incamerare al pubblico la
maggior quota possibile di quella
rendita urbana prodotta proprio
dai flussi turistici, delle politiche abitative nel centro storico.
Insomma è necessario procedere
con un intervento del decisore
pubblico che detti nuove regole
del gioco e soprattutto giochi
in prima persona mettendo sul
piatto le proprietà e le risorse
pubbliche necessarie.
Se è vero che la pianificazione
urbanistica non sempre è efficace,
è anche senz’altro vero che in
assenza di pianificazione, o con
scelte non meditate, vincono solo
i più forti, le rendite urbane non
hanno contrasto e la città rimane
priva di quelle capacità di risposta
che è la sua unica possibilità di
vittoria in questa battaglia per il
mantenimento della sua identità, cercando di evitare un lento
declino verso la città vetrina.
Quali azioni si possono quindi
mettere in campo per contrastare alla radice il fenomeno
di “gentrificazione” del centro
storico della città contenuto
all’interno della cerchia dei viali,
l’espulsione di sempre maggiori
quote di residenti da quest’area e
l’affermarsi sempre di più di una
rendita parassitaria che vive solo
in relazione ad un’attività turistica
mordi e fuggi? In primo luogo
è importante dare attuazione
operativa ad alcuni strumenti che
sono stati introdotti nella strumentazione urbanistica della città
Da non
saltare
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MARZO
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già dal 2004 e che sono diventati operativi con l’approvazione
del Regolamento Urbanistico
quale ad esempio l’obbligo, per
interventi di nuova costruzione
ma anche di ristruttuturazione
urbanistica, di realizzare una
quota del 20% di abitazioni per
l’affitto convenzionato. Ma questo sarebbe poca cosa considerando che sono poche le occasioni
di ristrutturazione urbanistica
all’interno delle vecchie mura
demolite dal Poggi. Ben maggiori risultati potrebbero portare
altre due scelte che dovrebbero
essere perseguite con rigore e
con determinazione. La prima è
evitare di utilizzare gli edifici non
più utilizzati presenti nel centro
storico per localizzarvi nuove
strutture espositive e museali,
oppure le sedi, anche prestigiose,
di università straniere. E utilizzarli invece per mantenere nel centro
della città funzioni qualificate
quali uffici della amministrazio-
ne pubblica (come è stato fatto
per l’ex convento delle Badia
Fiorentina) e di altre strutture al
servizio diretto della residenza.
I nuovi musei (se necessari e di
alto livello culturale e scientifico
e non improvvisate realizzazioni)
e le università straniere potranno
trovare posto in altri luoghi al di
fuori dal centro storico, magari
riutilizzando strutture dismesse
come ad esempio la ex Manifattura Tabacchi che rischia di
diventare invece un semplice e
poco appetibile quartiere residenziale. Ma la scelta di maggior
rilievo consiste nell’utilizzazione
di questi edifici per riportare
(letteralmente e con un gesto
politico consapevole) la residenza
pubblica e convenzionata nel
centro della città. Innervando la
città storica di una costellazione
di luoghi dove il pubblico gioca a
tutto campo il suo ruolo di attore
nella scena urbana. Moltiplicare
l’effetto che ha avuto il recupero
dell’ex carcere delle Murate in
altri luoghi della città a partire da
Sant’Orsola, per continuare con
l’ex Tribunale di San Firenze, e
con la Scuola dei Marescialli in
piazza Stazione, per finire con
interventi mirati anche sulle
più piccole (dimensionalmente)
proprietà pubbliche. Uno sforzo
economico non banale, ma non
impossibile in un medio periodo
(come ha dimostrato l’intervento
delle Murate), che segnerebbe
una discontinuità palese nella
gestione del problema. Un intervento che potrebbe riportare nella
città storica qualche migliaia di
persone (il numero dipende dalle
scelte del decisore pubblico e da
quanti edifici metterà a disposizione di questa scelta) che non
potrebbero viverci in assenza di
politiche pubbliche, perché il loro
reddito non lo permetterebbe. E
ciò contribuirebbe a ricreare quel
mix di attività residenziali, artigianali, artistiche e commerciali
Troppo facile fare i liberisti
col lampredotto degli altri
Michele Morrocchi
twitter @michemorr
di
L
a lotta di classe nel centro
storico fiorentino, di cui
già descrissi le peripezie
nel numero 155, ha una nuova
battaglia in corso.
È di questi giorni infatti la notizia che il Comune, all’interno
del perimetro del centro storico
patrimonio dell’UNESCO,
consentirà l’apertura di esercizi
dedicati alla ristorazione in base
ad alcuni criteri “geografici”, filiera corta e “genuinità” alle radici
enogastronomiche del territorio.
Un’apposita commissione
valuterà questi criteri, consentirà
deroghe e decreterà le aperture.
Al di là della tenuta giuridica
della norma, di cui dubito parecchio, sulla quale prevedo non
tarderà di occuparsi il TAR, quello che qui interessa è l’intento e
l’efficacia della norma.
L’intento appare chiaro e coerente con la strategia di questa e
delle passate amministrazioni di
conformare la realtà del centro
storico alla sua rappresentazione
immaginifica che il suo fruitore
ideale porta con sé. E chi è, nei
pensieri di chi Firenze governa, il
primo fruitore delle proprie politiche? Non certo il cittadino (che
non immaginiamo desideroso di
peposo e lampredotto) ma il turista che invece questo immagina
di trovare e questo deve trovare.
La creazione della quinta scenica
del consumo attraverso l’apposizione di un limite, regolamentato, al Kebab o al cous cous a
meno che le verdure non siano
coltivate nei verdi campi del
Mugello.
Eppure la regolamentazione delle
attività di ristorazione è tema serio e affrontato in varie parti del
mondo. A Los Angeles, dunque
non in un “regime” statalista, alcuni anni fa fu proibita, in alcune
aree della città, l’apertura di locali
di Junk food (cibo spazzatura).
Erano i quartieri più poveri della
che era, ed è ancora in alcune
parti della città, il cuore identitario della città di Firenze. In questi
grandi edifici pubblici potrebbero
trovare posto proprio quelle attività che la rendita selvaggia tende
ad espellere, e da questa attività di
riequilibrio troveranno giovamento anche gli altri residenti,
quelli che sono ancora in grado
di permettersi di vivere nel centro
della città, perché se aumenta
la massa critica di una residenza
“normale”, aumentano anche i
servizi finalizzati a soddisfare la
domanda dei cittdini. E invece
diminuiscono quelli destinati solo
ai turisti o ai residenti occasionali.
Per fare questo è necessaria una
politica urbanistica di lungo
respiro, che guardi alla Firenze
che sarà fra 15-20 anni e non
alle conseguenze immediate del
domani. Una visione insomma
di lungo periodo, al di la delle
scadenze elettorali e delle contingenze dell’oggi e del domani.
città, dove le condizioni della vita
della popolazione, e in particolare dei più giovani, non consentivano un’alimentazione sana con
conseguenze sulla (già precaria)
qualità della vita e sulla salute.
Dunque un’amministrazione
ha titolo a normare in materia,
anche se personalmente trovo le
motivazioni di decoro e tradizione meno importanti di quelle
relative alla salute dei cittadini.
Il tema successivo, però, è quale
efficacia hanno queste norme?
Nel caso di Los Angeles pare
molto poca, a Firenze vedremo. Qualche previsione però
possiamo provare a farla. Intanto
il provvedimento arriva dopo
che il centro storico si è ormai
trasformato pesantemente.
Questo è avvenuto per l’effetto di
scelte urbanistiche, della perdita
di valore delle merci (non solo
alimentari) vendute dagli esercizi
commerciali, dal processo di
gentrizzazione dovuto anche a fenomeni come airbnb e dalla crisi
economica. Dunque l’azione del
provvedimento non avrà l’effetto
di modificare l’offerta in essere
ma di determinare quella futura
e di farlo verso un determinato
obiettivo: quella della progressiva
trasformazione del centro storico
in un compound turistico fatto
degli stessi ingredienti dei sogni
dei tour operator.
riunione
di
famiglia
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pag. 4
Le Sorelle Marx
Certo che ne è passato di tempo
da quando la ridente cittadina di
Scandicci, nella Piana fiorentina,
assurgeva agli onori della canzone
d’autore nazionale nella famosissima
“Un signore di Scandicci”, cantata da
Sergio Endrigo che, insieme a Bacalov,
era autore della musica su testo, scusate se è poco, di Gianni Rodari. Ben
prima del mostro che imperversò negli
anni ‘80, dell’uscita dell’autostrada
A1 recente e della tramvia recentissima, Scandicci finì sulla bocca di tutti,
grandi e piccini, per i versi Un signore
di Scandicci, Buttava le castagne e
mangiava i ricci, Quel signore di
Scandicci”. Oggi invece Scandicci la
canta un tale Simone Centineo che in
un video musicale in stile brasileiro ci
informa che gl’è molto bella Scandicci,
che lui ci è nato e che vorrebbe anche
moricci e via di seguito illustrando
i pregi della ridente cittadina, fra i
quali il Centineo annovera anche
il sindaco Fallani. Il quale non si è
lasciata scappare l’occasione e, armato
Scandicci
in music
di fascia tricolore, gli ha conferito
formalmente la cittadinanza onoraria
con delega alle bischerate. Ogni
commento è superfluo, basta dire che
i due si sono evidentemente trovati.
La vicenda ha avuto anche uno
strascico istituzionale perché pare che
il presidente del Consiglio Regionale
Eugenio Giani si sia risentito per non
essere stato invitato alla cerimonia del
conferimento della cittadinanza onoraria, dove avrebbe potuto sfoggiare il
suo fascione regionale, partecipando
alla pregevole iniziativa.
Mala tempora currunt, dicevano gli
antichi: oggi imperversa la samba
brasileira di Centineo, mentre ieri la
canzone di Endrigo terminava con i
versi di Rodari: “Tanta gente non lo
sa, non ci pensa e non si cruccia La
vita la butta via e mangia soltanto la
buccia!”. Quanto è vero! E, forse, pure
Scandicci merita di meglio.
I Cugini Engels
Matrimonio allo stadio
Ragazzi, al Giani non scappa niente! A Firenze non c’è idea, progetto,
realizzazione che a qualcuno possa
venire in mente che lui non abbia
già concepito e realizzato nei suoi
5 lustri di presenza continuata a
Palazzo Vecchio. E guai a chi si provasse a avanzare una proposta senza
il suo copyright!
Così, abbiamo scoperto che la
tramvia a Firenze non l’ha concepita
Primicerio, realizzata Domenici,
sudata centimetro per centimetro
Giuseppe Matulli e, infine, inaugurata Renzi (noto tagliatore di nastri
durante il suo mandato sindacale).
No, fu Eugenio, durante la Giunta
Morales (DC, PSI, PRI, PSDI e
PLI) del 1990 di cui, manco a dirlo,
il Nostro era assessore, a immaginare
e realizzare la tramvia, ergendo il
suo petto villoso contro i fautori della
metropolitana. Eh no, cari Primicerio-Domenici-Renzi, fu Egli l’inventore del tram, oggi utilizzato da
13 milioni di fiorentini (ovviamente
tutti votanti e grati, con preferenza,
a questo luminare della trasportistica
mondiale).
Ma, come si diceva, a Eugenio non
sfugge nulla. Così, quell’improvvido Michele Pierguidi (presidente
del Quartiere 2), che si è permesso
di pensare di utilizzare lo stadio
“Franchi” per celebrarvi le nozze di
sposini tifosi, è stato bacchettato sulle
dita dal Nostro: fu lui, nel 2005,
da assessore allo sport della Giunta
Domenici ad avere per primo l’idea
e a realizzarla e “dopo la cerimonia
in Comune al mattino, ‘riproducemmo’ al pomeriggio il rito nuziale di
Stefania Pronti, avvocato, consigliere
comunale a Fiesole: io e gli sposi in
mezzo al campo, con gli invitati....
Feci presente già allora che l’idea
sarebbe stata molto apprezzata se
solo si fosse potuta realizzare con
sistematicità”. E così il Pierguidi
è servito: giù le mani dal Franchi
matrimoniale! L’idea il Giani l’ebbe
nella Pallida Albione, quando al
seguito della Fiorentina in Champions edizione 1999-2000, gli fu
illustrata la pratica dai dirigenti del
Manchester United nell’Old Trafford. Perché Eugenio è moderno; per
lui lo stadio deve essere “un servizio
alla comunità: matrimoni, feste
di compleanno di bambini, ...”. E
soprattutto, tanti buffet, cerimonie,
fasce e preferenze come piovessero.
Ecco la Weltanschauung gianesca:
“Lo stadio come gli Uffizi, il teatro,
la storia, la cultura, l’arte, i personaggi illustri della città”. Pregevole
iniziativa.
Lo Zio di Trotzky
La culla della finocchiona
Dopo il partito unico della Nazione adesso anche il panino unico. Se una volta si
poteva tranquillamente dire che il prosciutto cotto era fascista, la mortadella comunista e la finocchiona radicale, adesso no: i salumi son tutti belli e buoni, purché arrivino a chilometro zero. E non c’è spazio per roba straniera come il Jamon
Serrano o il curry-wurst. I grembiuli neri della milizia culinaria di Nardella
sono pronti a stanare gli ultimi focolai di opposizione negli all-can-eat nippo-cinesi e nelle pizzerie napoletane per bloccare l’orrenda contaminazione alla tradizione fiorentina della focaccia col salame a 10 euro senza scontrino. Dopo questo
pogrom la protezione del centro storico avrà il secondo giro di vite: si potrà aprire
un locale solo se il proprietario avrà almeno tre nonni nati lungo l’Arno e almeno
un Lapo, un Cosimo, un Niccolò in famiglia. Solo allora potremo ammirare la
grande bellezza di Firenze, culla del Rinascimento e della finocchiona.
Le avventure di Nardellik
Il “Fabbro” Tedesco s’era dato da fare e aveva trovato la soluzione. Una soluzione semplice come l’uovo di Colombo. Per fare transitare i turisti dal Corridoio
Vasariano aveva deciso di togliere tutti i quadri degli autoritratti che lì stazionavano, senza grande interesse, da molti anni.E così il Corridoio poteva tornare
ad essere quello che era stato nel passato. Un semplice e meraviglioso passaggio sui
tetti della città di Sottofaesulum. La soluzione era piaciuta a tutti e aveva messo
in ottima luce il “Fabbro” Tedesco e il Leader Minimum che lo aveva voluto in
quel posto.Ma il Servitor Cortese era cupo. Doveva trovare qualcosa da fare per
non essere messo in ombra. La soluzione sembrava a portata di mano. Ma come
era possibile che fosse stato trovato un dipinto del Botticelli nella cantina di Villa
la Quiete? E come si permettevano quelli di lasciare il capolavoro dell’artista più
amato dagli inglesi in un sottosuolo? Salvare Botticelli dall’inedia e fare una bella
figura come il Fabbro Tedesco. Ecco l’idea. “La metto nella Sala D’Arme” aveva
tuonato il Servitor Cortese. “Anzi espongo tutte le opere di Botticelli neglette al
grande pubblico anche quelle che il grande Sandro Filipepi aveva fatto per la villa Tornabuoni-Lemmi. Basta con queste ville pubbliche che nascondono il sommo
Botticelli” Manu Brakant detto Ragion Pura sbiancò in volto. Ma come faceva il
Servitor Cortese a non sapere che “L’incoronazione della Vergine” era conservata
con tutte le cure al primo piano della villa in una stanza climatizzata e protetta
e soprattutto che gli affreschi di Villa Tornabuoni-Lemmi ora si trovavano al
Louvre? Ci voleva Nardellik. E Nardellik trovò la soluzione. Il Servitor Cortese
era stato frainteso. Aveva voluto dire che per salvare Botticelli si sarebbe “messo in
armi”. La libera stampa credette al fraintendimento e tutto finì bene. Ma nella
mente di Nardellik si era insinuato un dubbio. Chi era l’assessore alla Cultura
della città di Sottofaesulum che su questa vicenda non si era fatto vivo?
Lettera al Presidente
Caro Barak, ti scrivo
Ciao Barak, sono Manciulli da Piombino, ci siamo visti a Bruxelles alla Nato
due anni fa. Sono quello che ti ha dato la mano unta di fegatini al rinfresco, il
capodelegazione italiano all’assemblea atlantica. Come stai? Michelle ti costringe
ancora con quella dieta con le verdure dell’orto? Se passi dalla California (quella di
Bibbona) ti porto a mangiare un frittino di paranza che è la fine del mondo, così
ti ripigli perché ti ho visto un po’ sciupatino in foto. Ma veniamo al punto, come
avrai letto sul New York Times la mia bella Toscana ha un grosso problema. No
non è l’ISIS, ma i cinghiali. Siamo pieni. E anche daini e caprioli non mancano.
Fanno milioni di danni e rovinano le vigne. Anche quelle di quelle bottiglie che ti
ha portato Renzi quando è venuto a trovarti. Ecco che a me sarebbe venuta un’idea.
Siccome i tuoi droni sono a Sigonella pronti a colpire in Libia, nel frattempo
potresti dirottarli a colpire i cinghiali. Con la vostra tecnologia avanzata potreste
colpirli chirurgicamente senza rovinare troppo la carne così dopo ci si fa anche
le pappardelle per la più grande sagra del cinghiale della Maremma. Alla quale
naturalmente ti si invita e si trova anche il modo di fare un menù vegetariano per
la tu’ moglie. Naturalmente noi non siamo mica come gli iracheni irriconoscenti: a
te e alle tue truppe garantiamo una importante percentuale di insaccati. Sperando
tu possa considerare questa mia umile richiesta di aiuto, un abbraccio
tuo Andrea
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MARZO
2016
pag. 5
Danilo Cecchi
[email protected]
di
S
i sfonda una porta aperta
affermando che i primi
fotografi in Italia sono stati
degli stranieri. A parte i primi
esperimenti di tipo “scientifico”
che replicano fra il 1839 ed il
1840 il così detto “esperimento di
Daguerre”, e che vengono condotti
autonomamente in diverse città
italiane, le prime “raccolte” di registrazioni ottiche di un certo peso
e di una certa importanza storica e
documentaria, vengono realizzate
dagli intellettuali stranieri che
transitano o soggiornano in Italia,
e si tratta per lo più di inglesi e
francesi. Per una strana combinazione, sono prevalentemente
gli inglesi, da John Ruskin ad
Alexander John Ellis, che utilizzano il dagherrotipo inventato da un
francese, mentre sono prevalentemente i francesi ad utilizzare il
calotipo, inventato viceversa da un
inglese. Sulla triangolazione delle
tecniche fra Francia, Inghilterra ed
Italia fra il 1840 ed il 1860 ci sarebbe molto da dire e da scoprire.
Uno degli aspetti più particolari di
questo flusso di tecniche e di personaggi si riassume nella così detta
“Scuola di Roma” che fiorisce
attorno all’Accademia di Francia
negli anni Cinquanta dell’Ottocento. L’Accademia di Francia
(fondata nel 1666 da Colbert)
offre ai letterati ed artisti francesi,
attraverso il concorso “Grand Prix
de Rome”, un soggiorno di studio
da tre a cinque anni presso la sede
di Roma, situata dal 1803 nella
Villa Medici al Pincio. Alloggiati
all’interno della villa o nelle immediate vicinanze, i “pensionnaires”
di Villa Medici godono di grandi
privilegi, hanno la possibilità di
approfondire la loro conoscenza
delle antichità romane, sottoponendo con cadenza annuale i
propri lavori al giudizio di Parigi,
e formano una piccola comunità
molto affiatata ed intellettualmente aperta. Nel 1839, pur essendosi
classificato al secondo posto al
“Prix de Rome”, l’incisore di medaglie e pietre dure Jean François
Carl André Flachéron, noto come
conte Frédéric Flachéron (18131883), figlio dell’architetto Louis
Flachéron, decide comunque di
partire per Roma, dove comincia a
frequentare assiduamente i borsisti
di Villa Medici, e dove si unisce in
matrimonio con Caroline Hayard,
figlia del proprietario di un ne-
La scuola di Roma
gozio di materiali per belle arti la
cui clientela è composta da artisti
ed incisori, ma anche dai primi
fotografi. Flachéron comincia così
attorno al 1848 ad interessarsi
alla fotografia, ma ai dagherrotipi
su metallo preferisce le immagini
calotipiche su carta, che all’epoca
presentano già dei miglioramenti
rispetto al processo brevettato da
Talbot nel 1841. La passione per
la calotipia si trasmette ben presto
agli altri frequentatori di Villa
Medici, i quali sono soliti riunirsi
la sera presso il Caffè Greco,
vicino a Piazza di Spagna, dando
origine al così detto “Circolo del
Caffè Greco” o “Scuola Romana
di Fotografia”. Ad opera di un
francese, ed in maniera del tutto
informale, nasce a Roma la prima
associazione fotografica italiana.
Della “Scuola” fanno parte personaggi prestigiosi, come l’architetto Alfred-Nicolas Normand
(1822-1909), vincitore del “Prix
de Rome” per l’architettura nel
1846, che soggiorna a Roma fra
il 1847 ed il 1851 realizzando
vedute della città, ma anche di
Pompei e di Palermo, il fotografo
Eugène Constant (1820-?) presente a Roma fra il 1848 ed il 1855,
ma anche a Venezia, ed il principe
spagnolo Pedro Tellez-Giron de
Anglona (des Anglonnes) (18121900), pioniere della fotografia
in Spagna. Accanto a questi nomi
sono presenti il pittore di origini
padovane Giacomo Caneva
(1813-1890), professionista dedito alla calotipia fino dal 1847 ed
autore, fra l’altro, nel 1855 di un
“Trattato pratico della fotografia”,
uno dei primi del genere in lingua
italiana, autore di una immagine
calotipica in cui sono raffigurati,
tutti insieme, alcuni dei personaggi
della Scuola Romana, e l’acquarellista inglese Isaac Atkinsons, noto
con il nome di James Anderson
(1813-1877), arrivato a Roma nel
1838 e conquistato dalla tecnica
calotipica fino ad arrivare a fare
della fotografia una professione,
passando più tardi alla tecnica del
collodio e diventando come altri
suoi contemporanei fotografo ed
editore. Fa parte del gruppo anche
il fotografo romano Ludovico Tuminello (1824-1907), attivo fino
dal 1842, che però deve lasciare
la città nel 1849, in seguito alla
caduta della Repubblica Romana,
per rifugiarsi temporaneamente a
Torino. Inutile sottolineare che i
calotipisti francesi come Maxime
Du Camp (1822-1894) o Louis
Alphonse Davanne (1824-1912),
anche solo di passaggio in Italia,
si soffermano presso la “Scuola
Romana”, che a metà degli anni
Cinquanta comincia tuttavia ad
esaurire la propria carica innovativa. Nel 1866 anche Flachéron
abbandona Roma per tornare a Parigi, dopo avere lasciato un segno
indelebile.
12
MARZO
2016
pag. 6
Laura Monaldi
[email protected]
di
S
e è vero che attraverso la
pittura l’uomo può esprimere il proprio mondo
interiore e la propria personale
prospettiva in un’esplosione
di forme e colori, è anche vero
che attraverso la scultura e la
tendenza a plasmare la materia
il mondo dell’artista si riduce e
si ‘comprimÈ nella semantica
dell’oggetto creativo. In tal senso
César è stato un seguace della libertà creativa, utilizzando la materia per rappresentare l’universo
antropomorfo grazie alle infinite
possibilità del metallo e dei pezzi
di scarto del contemporaneo: un
realismo in piena aderenza alla
società contemporanea, che ha
dato vita a un nuovo modo di
concepire la creazione dell’opera d’arte e l’idea stessa della
scultura contemporanea, con un
linguaggio artistico architettonico ed estremamente controllato.
A partire dal 1960 le compressioni di César hanno sconvolto
il mondo dell’arte segnando
una svolta storica fondamentale: anche il metallo e qualsiasi
altra sostanza chimica possono
raggiungere l’aulico podio del
materiale scultoreo, offrendo al
pubblico una bellezza verosimile
all’apparente quotidianità. Si
tratta della presa di posizione dell’artista nei confronti
della materia, una vera e propria
messa in scena dell’ideazione
rispetto alla pratica manuale
e al lungo labor lime, a cui gli
scultori da secoli si dedicano
alla ricerca della forma perfetta.
Passando dalle compressioni agli
ingrandimenti giganteschi del
calco del suo pollice, fino al poliuretano César è stato in grado
di insegnare che l’Arte scaturisce
là dove persiste un profondo
studio analitico della materia da
plasmare, poiché solo conoscendo nel dettaglio il linguaggio da
utilizzare è possibile comunicare
e dare vita all’espressione pura
ed esaustiva dell’Arte contemporanea, procedendo oltre le constatazioni ermetiche dell’intenzionalità estetica. L’opera d’arte
non è altro che il compimento
di un processo chimico o fisico,
sapientemente veicolato da una
mano saggia ed esperta, tesa
alla presa di coscienza che allo
scultore non sono concessi limiti
e che l’homo faber è un ‘ludens’
Cesar
eternamente affascinato dal
potere metamorfico della natura.
La prassi artistica di Cèsar è una
poesia industriale in cui di fatto
prevale la metamorfosi e l’affascinante mistero della creazione
Tutte le immagini
Courtesy
Collezione
Carlo Palli, Prato
umana: come un demiurgo ha
manipolato la materia contemporanea dando luogo a un gioco
formale di rinascite mistiche
ma razionalmente guidate, nella
necessità di un fare artistico
teso non solo alla messa in crisi
della tradizione, ma anche alla
constatazione di fatto che la
bellezza si cela dietro i piccoli e
microscopici meccanismi della
vita inorganica.
12
MARZO
2016
pag. 7
Alessandro Michelucci
[email protected]
di
di quest’anno. Appartenente
al mondo affascinante della
mitologia nordica, la selkie è una
foca che si trasforma in donna
quando si trova sulla terraferma.
È tipica del folklore faroese,
irlandese e scozzese, ma figure
analoghe si ritrovano in Islanda,
nelle Orcadi e nelle Shetland. In
questo ambizioso concept album
la donna-foca è protagonista
assoluta.
Al disco hanno partecipato la
Danish Radio Big Band, diretta
da Peter Jensen, e i cantanti del
Danish National Vocal Ensemble. L’orchestra e la cantante
avevano già collaborato in Trøllabundin (Cope Records, 2005).
Ai testi ha provveduto Marjun
Syderbø Kjelnæs, un’affermata
scrittrice locale. Il disco è interamente cantato in faroese (detto
anche feringio), una lingua
germanica derivata dall’antico
norreno dei Vichinghi.
A brani melodici e suadenti
(“Verð mín”, “Elskaði”) se ne
alternano altri dove il coro è
protagonista (“Når jeg betænker
den tid og stund”, “Jeg vil mig
Herren love”). In due brani si
odono in sottofondo alcuni inni
religiosi composti da Thomas
Kingo, arcivescovo danese del
Seicento. Alcuni pezzi, come
“Salt” e “Slør”, erano già stati
proposti in un diverso arrangiamento sul CD precedente (Slør,
Tutl 2015). L’intervento orchestrale è efficace e preciso ma mai
ridondante.
Autrice di tutti i brani, Eivør si
conferma un’interprete convincente, dotata di una voce
versatile e aggraziata.
La confezione è molto curata, con un libretto che spiega
ciascuna canzone e ne fornisce la
traduzione inglese. Sarebbe bello
se tutti facessero i dischi con
questa accuratezza.
consolarsi con una bella partita
a bocce.
D’altra parte i bocciofili non
avevano altri spazi dove dare
sfogo alla loro passione. Per
la verità ci s’erano provati in
Piazza Santo Spirito, dove
l’ampio Piazzale antistante la
chiesa sembrava fatto apposta,
ma li Signori Otto di Guardia e
di Balia, occhiuta magistratura
fiorentina che abbiamo già incontrato, avevano fatto affiggere
immediatamente apposito divieto: “Li signori Otto proibiscono
il gioco delle pallottole in tutta
questa Piazza sotto pena di scu-
di dieci a chi contraffarà del bando”.
I bocciofili, che
m’immagino come
una sorta di società
segreta, decisero allora
di cercare un luogo più
appartato e ripiegarono
su Piazza del Giglio (se
non la conoscete, vi
sfido a trovarla senza
uno stradario). Niente
da fare: la longa manus
dei terribili Otto li
raggiunse anche lì:
“Gli spettabili signori Otto di
Guardia e di Balia della città di
Firenze proibiscono a qualsiasi
persona il giocare a palla, pallottole etc. etc.”.
Nuovi tentativi a vuoto in Via
Dante Alighieri e in Via dei
Magazzini, dove gli Otto affissero identico divieto: “Li signori
Otto proibiscono il gioco di
palla pallottole et ogni altro
strepitoso vicino alla Badia a
braccia venti sotto pene rigorose”, finchè i fiorentini dovettero
rassegnarsi a giocare nella piazzetta vicina al Duomo.
S
yðrugøta è un piccolo
villaggio situato su Eysturoy, una delle diciotto isole
che formano le Faroe (Føroyar
nella lingua autoctona). Appena
500 persone vivono in questo
luogo remoto situato fra Scozia
e Islanda, a meno di 700 km dal
Circolo Polare Artico. Eppure
non si tratta di un villaggio
qualunque. Qui nacque Tróndur
(945 circa-1035), che guidò la
strenua resistenza indigena alla
cristianizzazione imposta dal re
norvegese Olaf I. La sua storia
viene raccontata nella Faereyinga
saga (Saga dei faroesi), che appartiene alla ricca letteratura nordica
del basso Medioevo. L’opera è
stata recentemente pubblicata
in una nuova tradizione inglese
(Faroe-Islander Saga, a cura di
Robert K. Painter, McFarland,
2016).
Oggi, mille anni dopo, Syðrugøta è noto come paese natale di
Eivør Pálsdóttir, una giovane
cantautrice che sta uscendo dai
ristretti confini locali. Nota semplicemente col nome di battesimo, Eivør è un’artista che rifiuta
Fabrizio Pettinelli
[email protected]
di
Dal sito della FIB (Federazione
Italiane di Bocce) apprendiamo che “Le prime tracce di
un’attività ludica, che probabilmente rappresentano la più
antica testimonianza del gioco
delle bocce, datano al 7000
a.C. con il rinvenimento, nella
città neolitica di Catal Huyuk,
in Turchia, di alcune sfere in
pietra che mostrano chiaramente i segni di rotolamento su
un terreno accidentato” e che
“Nel 1299, a Southampton, in
Inghilterra, nacque quello che
possiamo considerare il primo
club boccistico: l’Old Bowling
Green”.
Non c’è ovviamente competizione con gli antichi turchi, ma
bisogna dire che con gli inglesi
Firenze se la batte alla grande,
visto che già nel 1327 uno
slargo irregolare in prossimità
dell’erigenda cattedrale di Santa
Maria del Fiore fu chiamato, in
omaggio alla sua già consolidata
“vocazione”, Platea Palottarum,
poi volgarizzato in Piazza delle
Pallottole nel 1551 e che il gio-
Sirena boreale
le etichette: attiva dal 2000, ha
dimostrato di saper spaziare dalla
musica tradizionale al pop, dal
jazz alla musica sacra.
Questa varietà ha trovato espressione in numerose collaborazioni
con artisti e gruppi locali. Oltre a
questo, Eivør ha colpito l’attenzione del compositore inglese
Gavin Bryars, che l’ha voluta
come soprano in due lavori, il
CD Music from the Faroe Islands:
Hövdingar Hittast (GB Records,
2013) e l’opera teatrale Marylin
forever.
Come titolare la cantautrice
faroese ha realizzato 11 CD.
L’ultimo, At the Heart of a Selkie
(Tutl, 2016), è uscito all’inizio
Piazza delle pallottole
Antichi
bocciodromi
co delle pallottole, in gran voga
a Firenze, era né più né meno
che il gioco delle bocce.
Piazza delle Pallottole era
dunque il luogo dedicato agli
appassionati del gioco, e sicuramente anche Dante, mentre
era seduto sul suo famoso sasso
proprio all’angolo della Piazza,
avrà ogni tanto distolto gli occhi
dai lavori di costruzione della
cattedrale per dare un’occhiata a qualche partita. E c’è da
chiedersi se gli accaniti giocatori
si saranno almeno fatti distrarre
da quanto accadde lì nel 1528,
quando il giovanissimo Leone
Strozzi uccise a pugnalate Giuliano Salviati che, dopo aver
inutilmente attentato a Porta
San Miniato alla virtù di Luisa,
la sorella di Leone di ritorno da
una funzione religiosa al Monte
alle Croci, aveva pensato di
12
MARZO
2016
pag. 8
Claudio Gherardini
[email protected]
di
Macedonia Grecia
giovedì 10 marzo 2016
lle 7.45 molti sono ancora
nelle tendine estive. Si
sentono i bambini già
svegli, semmai abbiano dormito,
che giocano tra loro. I bambini
riescono a giocare sempre.
Perché rimaniamo bambini solo
per la parte sadica?
Il chiosco con le ruote, gestito
da colti da improvvisa ricchezza,
è già aperto e con la fila. Anche
la fila per il panino e acqua è già
lunghina. Sotto la pioggia battente da almeno un giorno e due
notti anche i bambini ai quali
non è toccato nemmeno un cappellino o un pezzetto di nylon.
Una persona un panino. Padri
e madri non possono prenderlo
per i figli. Tutti in fila.
Queste, almeno dodicimila,
PERSONE sono rimaste intrappolate nel più grande macchinario immaginabile. La Vigliaccheria Europea Unita. Popolazioni
che vivono senza guerra da molti
decenni non hanno dimenticato
come si fa la guerra ma come si
fa la Pace.
La guerra la fanno gli eserciti
ma la Pace la dovremmo fare
tutti. Sacrificando una goccia dei
nostri privilegi.
Ho portato una quindicina di
pacchi di vestitini qua a Eidomeni. Provengono da una famiglia
bosniaca dove tentano di vivere
in cinque e ora il padre ha perso
anche il mezzo stipendio di
duecento cinquanta euro perché
malato.
A noi occidentali spetterebbe di
dare qualcosa di più dato che se
venissero tutti a lavorare da noi
potrebbero pagarci la pensione
che presto non avremo.
Ma ormai si ragiona direttamente con l’intestino.
Queste PERSONE COLLATERALI stanno qua nel fango ma
loro ce la faranno. Sarà l’Europa
che non ce la farà. Questo fango
è per Sofia, Budapest, Bucarest, Vienna, Berlino, Varsavia,
Madrid, Roma, Praga, Bratislava,
Bruxelles, l’Aja, Londra, Dublino, Lisbona, Lussemburgo,
Parigi, e per gli altri famosi
leader delle mitiche “cancellerie”
europee e anche per le Nazioni
Unite, UNICEF, Oms, Imo,
Echo, e tante altre...
Questo fango è per noi che
A
potevamo scendere in piazza per
questi bambini, magari unendosi
al corteo per i cinghiali.
Poi arriverà l’estate e allora....
di
Remo Fattorini
Segnali
di fumo
Che immagine abbiamo del
nostro Paese? Per certi versi
sembrerebbe peggiore della realtà. Per altri migliore. La qual
cosa non è per niente tranquillizzante.
Da una parte l’Istat ci dice che
da noi vivono poco più di 5
milioni di stranieri, appena
l’8,3% della popolazione, solo
49mila in più del 2014. Ma basta orecchiare in giro e rendersi
conto che la percezione è molto
diversa. Qualunque persona ti
dirà che sono molti, molti di
più: il 30% ci dice l’Ipsos che
ha sondato gli italiani. Pensiamo che il 20% siano musulmani, mentre arrivano appena al
Eidomeni
confine e fine
dell’Europa umana
4. Che il 48% della popolazione sia over 65 mentre – e non
è affatto poco – è il 21. Che i
disoccupati siano addirittura 4
volte di più (49% contro il 12).
Insomma si drammatizza e di
molto.
Dall’altra i dati del Censis
ci dicono che sono oltre 17
milioni le persone a rischio di
povertà o esclusione sociale.
In aumento di oltre 2 milioni
negli ultimi 6 anni. In Italia
il tasso di persone a rischio
povertà è del 28,4%, superiore
alla Spagna (27,3%) al Regno
Unito (24,8%), alla Germania
(20,3%) e ben più alto della
media europea, ferma al 24,5.
Stesso discorso per le diseguaglianze. Nell’ultimo anno gli
operai hanno ridotto la spesa
mensile del 6,9%, gli imprenditori del 3,9 e i dirigenti
appena dell’1,9%. Chi ha di
meno perde di più e chi ha di
più perde di meno. E la forbice
si allarga. Insomma, salvo una
piccola minoranza, stiamo tutti
peggio. Ma di questo c’è scarsa
consapevolezza e ancor meno
reazioni.
Non si vive bene in un Paese
dove la percezione è così deformata. Dove nel mezzo di una
notte lunga e buia i professionisti della politica anziché studiare per capire la realtà e avanzare proposte per migliorarla,
fanno a gara – maggioranza e
opposizione - a chi la spara più
grossa, impegnati come sono
a “nutrire” la pancia degli italiani. Mentre l’informazione ci
propina un racconto fatto solo
di luci, oppure drammatizza a
senso unico, ben oltre il dovuto, rinunciando alla narrazione
della realtà.
Solo qualche decennio fa, per
molto meno, si sarebbe fatto
un bel casino.
12
MARZO
2016
pag. 9
Alberto Giuliani
twitter @moonspectator
di
Francesca Es e Alberto Giuliani
hanno 3 bambini, sono storyteller,
Alberto insegna all’università e
comunica con parole e immagini
per ONG e testate giornalistiche,
Francesca fa la fotografa.
Hanno deciso, con moonspectator,
di seguire il futuro del pianeta,
seguendo “gli scienziati che governano i nostri destini” in tutti gli
angoli della Terra.
Hanno un sito www.moonspectator.com e canali social twitter,
instagram e facebook.
Alberto e Francesca ci raccontano
qui perché moonspectator e il loro
progetto Surviving Humanity.
Barbara Setti
Moonspectator
S
eguendo il suggerimento
dei pediatri, avevo sempre
tenuto al riparo i miei
bambini dalle immagini più
dure trasmesse dai telegiornali.
Ma appena hanno raggiunto
l’età per muoversi agilmente
col mouse del computer, hanno
iniziato anche a scoprire un
mondo fatto di cose reali, che
in parte somigliavano ai loro
videogiochi, ma che non prevedevano nessuna seconda vita.
Ho cercato di spiegargli quante
più cose fosse possibile su
migranti e guerre, terzi mondi
e onde gravitazionali. Ma come
spesso accade, la domanda più
semplice ha fatto vacillare le mie
certezze. Come sarà il mondo
quando saremo grandi?
Non solo non ho trovato una
risposta semplice e convincente, ma nel clima di profonda
precarietà che ormai pervade
ogni cosa intorno a noi, mi
sono chiesto se esisterà ancora
un mondo per i nostri figli. Nel
2050 saremo dieci miliardi di
persone a popolare la terra. E se
la tendenza al surriscaldamento
globale non si inverte, entro
quella data, la temperatura del
nostro pianeta aumenterà di
6 gradi (fonte NASA Earth
Observatory), provocando un
innalzamento dei mari di almeno 63 cm (fonte UN-IPCC).
Intanto le tensioni politiche e le
strategie terroristiche, riportano il fantasma di una guerra
globale.
L’essere umano da sempre ipotizza la fine del mondo, che nel
corso dei secoli ha esorcizzato
con infiniti strumenti. Ma oggi,
per la prima volta nella storia,
ci troviamo davanti a una sfida
reale e finale, che non possiamo
perdere.
Dalla volontà di capire dove
stiamo andando, nasce il
progetto Surviving Humanity.
Insieme alla mia compagna,
storyteller come me, incontrerò
gli scienziati che hanno in mano
il nostro destino e visiterò i
luoghi nei quali si progetta la
resilienza della specie umana.
Come due moderni Adamo ed
Eva, alla ricerca di un Eden che
possa accogliere una nuova vita.
Raggiungeremo i quattro angoli
del pianeta e ci spingeremo anche su Marte, partecipando alle
simulazioni NASA per lo studio
della vita sul pianeta rosso. Ci
siamo chiamati moonspecta-
tor, gli spettatori lunari, e con
questo nome condivideremo
il nostro viaggio e le nostre
scoperte, ogni giorno, sui principali canali social, convinti che
conoscere il mondo che verrà sia
un bene che riguarda tutti.
La prima tappa della nostra ricerca è stata la base scientifica di
Ny-Alesund, a pochi chilometri
dal Polo Nord. Qui un team di
cinquanta ricercatori provenienti da undici nazionalità diverse,
studia ogni giorno i cambiamenti del clima, lo scioglimento
dei ghiacci, e prova a interpretare i dati raccolti disegnando il
pianeta futuro.
Da questo osservatorio privilegiato sul mondo ci saremmo
aspettati di tornare a casa con
delle certezze, invece la risposta
che più frequentemente abbiamo ricevuto dagli scienziati
alle nostre domande sul clima
è stata “maybe”, forse. Giorno
e notte da questo avamposto
tra i ghiacci artici i ricercatori
studiano la terra e il cielo e
sfiorano le oscurità dello spazio,
con strumenti spesso fatti
artigianalmente. Ma la scienza si
muove per teorie e tentativi, che
richiedono decenni per essere
verificati. “Sappiamo di non
avere questo tempo a disposizione” ci ha raccontato Marionne,
una scienziata dell’Università
di Brema. “L’unica cosa che
noi possiamo fare è osservare le
cose che cambiano, supporne
delle ragioni, ma la verità è che
questa partita è nelle mani della
politica e di chi decide le regole
della nostra convivenza. Per il
bene dei miei figli, posso solo
sperare che il mondo sarà diversamente bello” ha poi concluso.
A pochi chilometri di distanza
dalla leggerezza della base di
Ny-Aalesund, i Governi del Pianeta hanno costruito il Global
Seed Vault, un bunker sotto i
ghiacci che conserva i semi di
tutto il mondo. Siamo scesi in
questo giardino dell’Eden ibernato, che in molti hanno rinominato l’arca dell’apocalisse. Un
colosso sommerso, di cemento
armato e acciaio, costruito per
resistere a un attacco nucleare o
missilistico. Qui sotto, dove la
temperature scende a -25 gradi,
si conserva la biodiversità del
pianeta e la speranza di sopravvivere alle carestie e ai disastri
che sembrano avvicinarsi. Appena lo scorso novembre, la Siria,
è stato il primo Paese a ricorrere
a questo deposito dopo che
la guerra aveva estinto alcune
colture tradizionali.
Da una parte gli scienziati che
si fanno domande ogni giorno,
e dall’altra la follia di chi ha
costruito col cemento le proprie
risposte. Queste sono le facce
della medaglia che ci anticipa
il difficile destino. Da qui è
partito moonspectator, sulle
tracce che ci portano nel futuro,
ben oltre i limiti della ragione
umana.
12
MARZO
2016
pag. 10
Cristina Pucci
[email protected]
di
N
ell’ambito della rassegna
Puccini d’Autore arriva questa emozionante
performance del duo attoriale
Gianluigi Tosto-Gaia Nanni,
dice sia la loro prima volta
insieme, si spera non l’ultima;
si cimentano con “Abelardo ed
Eloisa”. Leggono le lettere, nella
versione, comunque fedele, di
Ronald Duncan, che i due,
protagonisti di un grande ed
infausto amore, si scrissero nel
corso della cruenta, terribile e
definitiva separazione cui furono
costretti. In conventi lontani,
colpevoli, e lui, povero, castrato a
forza dagli scagnozzi di Fulberto,
zio di lei. Innanzi tutto gratitudine a Tosto, che è anche regista,
per questa scelta che ci permette
di conoscere meglio due personaggi di cui i più, me compresa,
sapevano solo i nomi, emblemi
di grande amore infelice. E qui
mi chiedo, ma gli amori per
essere immortali e noti a tutti
devono essere per forza infelici?
E mi rispondo di sicuro...non c’è
grandeur in un.. e vissero felici e
contenti, non c’è curiosità verso
un mediocre epilogo matrimoniale con produzione di felice e
sana prole e nemmeno, evento
comune ai nostri tempi, verso
un successivo divorzio urlato con
torme di avvocati e psicologi a
lato e bimbi, muti, tirati di qua
e di là. Medio Evo, 1100 circa,
Abelardo è un grande intellettuale di media età, esperto di logica
e teologia, arringatore di studenti
estatici, Eloisa una giovinetta, sedici anni, miracolosamente, per
l’epoca, avviata alla cultura dallo
zio che, visto che è bravissima,
vuole il meglio per lei. Ingaggia
il grande filosofo per delle lezioni
e lo ospita. Sboccia una passione
assoluta, le mani correvano ai
seni più che ai libri... racconta
Abelardo nelle sue memorie,
i due insieme conoscono ed
esplorano l’eros. Eloisa rimane
incinta, non vorrebbe sposare
Abelardo per non limitarne
attività di pensiero e carriera, si
sposano in segreto e poi lei viene
inviata in convento e lo zio, forse
più desideroso di possederla che
averla nella famiglia, parole di
Abelardo, fa castrare il malcapitato filosofo che, sopravvissuto,
si ritira anch’egli in convento.
Gaia Nanni dà il via allo spet-
Abelardo
ed Eloisa
pre, a ricordare i piaceri vissuti
insieme e rimpiangerli. Abelardo,
menomato orribilmente, orbato
del suo potere erotico, quasi folle
di gelosia non vuole ricordare,
teme che essa lo possa sostituire,
le propone infine di restituirle sì
il suo corpo, ma morto e mangiato dai vermi per ricondurla
alla negazione della fisicità del
piacere, vuole uccidere in lei anche il ricordo di quel piacere che
lui non potrà più darle temendo
che sia qualcun altro a poterlo
fare al suo posto. Esige che pensi
solo a Dio. Eloisa mi pare una
grande figura di donna che sa
mantenere memoria ed amore
all’infinito accettando come
suprema prova di esso, e solo perché è lui a volerlo, di non amarlo
più ed amare solo Dio. Gaia,
monacale e sicura nell’esprimere
la inutile e nostalgica malinconia
della sua emotività preservata ci
strazia, Tosto rende con sensibilità estrema l’infinita ed impotente
tristezza che ammanta l’animo
di ciò che resta di Abelardo. Pare
che davvero il corpo senza vita
di Abelardo sia stato condotto al
convento dove viveva Eloisa, ora,
dopo varie, macabre, riesumazioni e spostamenti riposano
insieme al Père Lachaise.
tacolo ripetendo le tue mani...
le tue mani...le tue mani... ed è
da subito chiaro che ricevere la
prima lettera dell’amato evoca in
lei emozioni e ricordi ricchi di
sensualità mai sopita. Le mani
che scrivono sono quelle che
accarezzavano, che percorrevano
vie di piaceri ancora molto presenti e che non vuole né rinnegare né dimenticare. Eloisa chiede
di restare in contatto con lui, di
continuare a scriversi, afferma il
suo diritto a sentirsi sua per sem-
Lido Contemori
[email protected]
Il migliore dei Lidi possibili
di
Disegno di Lido Contemori
Didascalia di Aldo Frangioni
Intelligenza
consumistica
“
12
MARZO
2016
pag. 11
Ci sono poche registe donne
in Corea del Sud, la maggior
parte delle donne nell’industria cinematografica coreana si
occupano del dietro le quinte
(marketing, produzione,montaggio o attività di scrittura). Io
credo che le donne rispetto agli
uomini possono creare dei film
con stile diverso, ma in Corea il
mercato del cinema non considera molto la figura femminile
nella regia”. Sono le parole della
regista Shin Su-won a Firenze
in occasione della prima italiana
del suo film “Madonna” alla
14esima edizione del Florence
Korea Film Fest, stasera, alle
ore 21.00 al cinema Odeon.
“In Corea del Sud nel cinema
le donne sono in qualche modo
discriminate - ha spiegato la
regista - ossia c’è una tendenza
a preferire un regista uomo
rispetto a una regista donna
anche a uno staff femminile.
Può essere che ci sia pregiudizio
nei confronti delle donne che
vengono viste come deboli o
inadeguate rispetto agli uomini. Tuttavia le donne rispetto
agli uomini possono creare dei
film con uno stile diverso. Io
come regista donna mi trovo
in processo in cui sto lottando
contro questi pregiudizi”. Il film
Madonna affronta la controversa questione del traffico di
organi. La storia è quella di
Moon Hye-rim, giovane donna
che lavora nel reparto vip di un
prestigioso ospedale come operatrice sanitaria. Tra i degenti
c’è un facoltoso anziano in stato
vegetativo, in attesa di trapianto
di cuore, che il figlio si ostina
a tenere in vita. Con l’arrivo di
una misteriosa paziente in coma
e prossima al parto, la routine
di Hye-rim subirà una scossa
inaspettata. Astro nascente
della cinematografia coreana e
tra le poche voci femminili che
riscono a distinguersi all’interno
del suo paese, Shin Su-won non
è nuova a tematiche scomode
e molto intense. Nel Pluto, ad
esempio, affrontava la competizione sfrenata all’interno delle
classi scolastiche.
La 14esima edizione (fino al
18 marzo, tra cinema Odeon e
teatro Niccolini) omaggia la star
asiatica Ryoo Seung-wan, attore
e regista considerato il Tarantino
coreano con una retrospettiva
di suoi film. In programma
Madonna
coreana
29 lungometraggi e 8 corti tra
anteprime europee e italiane,
oltre a 6 registi ospiti, 3 eventi
collaterali e una tavola rotonda,
per un viaggio alla scoperta dei
nuovi orizzonti cinematografici
nel paese del calmo mattino. Tra
le novità di quest’anno ci sarà
il focus K Music: una selezione
trasversale di 4 pellicole che
racconterà il ruolo della musica
nel cinema di Corea. A questa si
Massimo Cavezzali
[email protected]
di
S
cavez
zacollo
affiancheranno le ormai classiche sezioni Orizzonti Coreani,
dedicata alle opere contemporanee più viste e ai titoli campioni
d’incassi, e Independent Korea,
con pellicole che non trovano
spazio nella grande distribuzione,
all’interno delle quali saranno
assegnati il premio del pubblico
e della critica. Immancabile la
Notte Horror, consueto appuntamento col terrore per gli aman-
ti del genere, e una selezione di
cortometraggi in collaborazione
con Asiana International Short
Film Festval e Seoul International Extreme - Short Image &
Film Festival. Presenti accanto
a Ryoo Seung-wan vi saranno
anche il regista Oh Seung-uk,
che firma il film di apertura
“The Shameless”, applaudito
a Cannes; l’acclamata autrice
Shin Su-won, che presenterà
al pubblico “Madonna”, opera
struggente anch’essa accolta con
grande calore all’ultimo Festival
di Cannes; Kim Hyun-suk con
il suo “C’est Si Bon”, nell’ambito di K Music e il cineasta Lee
Joon-ik, autore della maestosa
pellicola in costume che concluderà la kermesse.
Da segnalare il film di chiusura: la prima europea di “The
Throne” a chiudere questa
edizione del festival. Candidato
per la Corea del Sud agli Oscar
2016, il film è una sontuosa
pellicola ispirata a fatti storici
realmente accaduti e ha un cast
stellare, con l’attore più celebre
del cinema coreano contemporaneo, Song Kang-ho, nella parte
del protagonista (Snowpiercer,
Lady Vendetta). L’opera, una
storia di lotte per il potere a corte
ambientata nel XVIII secolo, attraverso cui il regista Lee Joon-ik
indaga i meccanismi politici e le
dinamiche sociali con un occhio
rivolto al presente, sarà proiettata
alla presenza dell’autore.
12
MARZO
2016
pag. 12
Francesco Cusa
[email protected]
di
I
l cinema italiano contemporaneo esprime una delle
sue più rare perle in questo
“Lo chiamavano Jeeg Robot” di
Gabriele Mainetti (importanti
contiguità ci sono con l’ottimo
“Deathpool”, anch’esso in sala
in questi giorni). Finalmente un
approccio che riesce a distaccarsi
dalle stucchevoli autorialità à la
Salvatores, cinema vissuto, contrastato, che mira direttamente
allo stomaco di noi famelici
innamorati da sala. Film forte,
avvincente, scritto con sapienza, che si nutre del contesto
romano per nevrotizzare i codici
di genere. Periferie degradate,
storie di delinquenti e spacciatori, di bande rivali, di lotte per
il territorio, di criminali di bassa
manovalanza. Questo lo scenario
in cui muove la storia di Enzo
Ciccotti (un ottimo Claudio
Santamaria) che durante un
inseguimento entra in contatto
con delle sostanze radioattive
depositate sul fondale del Tevere,
secondo il più classico dei leitmotiv da supereroe. La trasformazione, i super poteri, condurranno Ciccotti verso un riscatto,
un’illuminazione sofferta e
travagliata, talmente annunciata
da risultare grottesca, ai confini
della comicità surreale. E Tor
(Thor) Bella Monaca diventa
la Gotham City “de noantri”,
sorta di Far West urbano privo
del professor Shiba, della Regina
Himika, semmai col popolo
Yamatai, qui rappresentato
dalle milizie dello spaccio e del
narcotraffico, sempre pronte a
porre fine all’ideale di un progetto amoroso e di riscatto. Il mito
di Jeeg e di Hiroshi è dunque
preservato da Alessia, ragazza
violentata e con disagi psichici,
vera memoria storica che fugge
dal terribile quotidiano vivendo
la perenne visione della serie
della “Toei Animation”. Lei si
trasformerà in principessa e darà
a Ciccotti la possibilità di convertirsi e dedicarsi alla funzione
salvifica degli abitanti dell’Urbe.
In questo senso la prova di Ilenia
Pastorelli è talmente carica di
espressività da ricordare quella
di certe nostre antiche dive, assieme a quella di Luca Marinelli,
alias “Lo Zingaro”, superlativo
“Joker de borgata”, che simboleggia il grottesco glamour
Jeeg Robot, una perla
del nostro immaginario anni
Ottanta, fatto di comparsate a
“Buona Domenica”, canzoni di
Zero e Anna Oxa.
Un film che apre i confini di un
nuovo filone di cinema italiano,
con pochi riferimenti alla pur
nobile tradizione nostrana di
Matteo Rimi
[email protected]
di
Si alzò di scatto puntando la
cattedra ma il professore se ne era
già andato forse confuso tra gli
studenti che si stavano accalcando verso l’uscita. Girò lo sguardo
verso il suo banco, dove aveva
lasciato il libro, ma non lo trovò,
come non ne trovò su quello degli altri né sulla cattedra. Se l’insegnate li aveva già ritirati, lo aveva
fatto con velocità e scioltezza pari
a quelle di un ninja!
Si rassegnò ad uscire anche lui
dalla classe mentre si persuadeva
di avere avuto un’allucinazione
uditiva, magari causata dall’ascolto troppo intenso di musica dagli
auricolari o dal suo continuo
lavoro di auto-isolamento dal
mondo esterno.
Decise quindi di non attaccarsi nuovamente all’MP3 come
abitualmente faceva e si preparò
a sopportare il sordo, continuo
brontolio della città che gli scorreva attorno.
Un passo dopo un altro, stava
ormai convincendosi che quel
marginale fatto (insignificante,
del resto) non era mai accaduto
e che, comunque, questo non
faceva poi tanta differenza per
la tenuta del suo approccio con
tutto il resto. D’altronde non
ricordava neanche più la poesia,
parodie di supereroi d’oltreoceano, quali “Arriva Dorellik”, “I
fantastici 3 Supermen”, “Superargo” ecc.
Narrazione a puntate
con finale a sorpresa
Capitolo 3
Mistero di carta
come certo era accaduto a tutti
quelli che l’avevano letta prima
di lui.
Tutto questo gli lasciò, però, un
vago senso di inquietudine.
L’infinita rampa di scale che
portava a casa sua non era mai
sembrata così cacofonica, piena
com’era dei tipici rumori e schiamazzi che le persone fanno all’ora
di pranzo e solo lo scattare della
serratura azionata premendo con
l’intero corpo sul portone lo isolò
bene o male come avrebbe voluto.
Gettando lo zaino sul divano,
lanciò un’occhiata alla tavola
apparecchiata a metà per lui e si
diresse a passo lento ma sicuro
verso la camera da letto.
Il corpo lasciato cadere mollemente sul letto, lo sguardo
puntato verso il soffitto, concesse
agli unici pensieri che ormai si
permetteva di andare a formulare una parvenza di piano per
la serata: c’era da prepararsi per
quell’accidenti di compito tanto
per arrivare alla sufficienza, c’era
da controllare lo stato di spedizione per quel paio di ordini fatti
on line, c’era da incontrarsi con
gli amici per organizzare il tanto
desiderato week-end …
… sì …
Questa volta arrivò senza preavviso e non gli dette neanche il
tempo di far scattare i suoi nervi,
sgranò semplicemente gli occhi
fino a far diventare la visione del
soffitto ancora più ampia.
Fu solo quando alzò la testa dopo
essersi preso qualche secondo
per decidere su come reagire alla
nuova “interferenza” che si accorse che il grado di stranezza della
faccenda si stava paurosamente
alzando.
Sulla parete davanti al letto il suo
sguardo non incontrò ciò a cui
era abituato: la scrivania, i poster
tenuti su con un po’ di scotch,
l’attaccapanni che si ostinava a far
penzolare quei tre o quattro vestiti dimenticati lì da chissà quando
erano svaniti per lasciare spazio
ad un bianco quasi abbagliante
che ricopriva tutta la parete.
Dal bianco, però, cominciarono
ad affiorare tante macchie nere
che a poco a poco vennero a
prendere forma di lettere.
continua
12
MARZO
2016
pag. 13
Barbara Setti
twitter @Barbara_Setti
di
I
l 4 marzo su la rivista Il Mulino online è uscito un articolo
di Edoardo Lombardi Vallaudi
che scardina il luogo comune che
l’università italiana non prepari al
lavoro.
Partendo dai rapporti del CNRS
francesi sulla preponderanza dei
ricercatori italiani nelle istituzioni
francesi e dai recenti successi dei
giovani ricercatori italiani nell’importantissimo bando europeo Erc
Consolidator (quello delle polemiche con il ministro Giannini,
per capirsi) e da valutazioni più
empiriche sui suoi laureati, il sunto
del discorso di Valluadi è che le alte
performance dei laureati italiani
all’estero in ambito lavorativo dimostrano che i laureati sono preparati e
che, in un sistema maturo, vengono
ben assorbiti dal mercato del lavoro.
E che se questo non avviene in
Italia, è per colpa delle aziende
italiane, che non assumono e non
valorizzano personale con elevate
qualificazioni, con la collaborazione
di una legislazione italiana restrittiva
e soffocante.
A conferma di questa analisi,
un articolo degli stessi giorni di
Francesco Sylos Labini sul suo blog
evidenzia come, analizzando la spesa
BERD delle aziende in R&S, quella
italiana sia tra le più basse d’Europa, penultima prima della Grecia
(nelle prime tre posizioni ci sono
Finlandia, Danimarca e Svezia).
A dimostrare una insufficienza di
domanda di competenze qualificate
da parte delle aziende italiane e di
conseguenza una ridondanza di laureati ad alta qualifica, nonostante la
percentuale di laureati in rapporto
alla popolazione sia la metà che nel
resto dei paesi OCSE.
Ad approfondire queste analisi, si
potrebbe obiettare che se è pur vero
(e io credo che sia vero) che il nostro sistema economico privato non
sia capace di offrire lavoro, penso
però che sia un problema di sistema
più generale. Perché anche l’Università è un sistema che dovrebbe
offrire lavoro al suo interno (docenti
e ricercatori), ma che lo offre poco
e male, malissimo, secondo metodi
che tutti conosciamo. E i cervelli
fuggono non solo da un paese dove
le aziende sono inadeguate, ma anche spesso da università inadeguate.
Più in generale in Italia le ricerche
statistiche parlano di un mercato
del lavoro che vede, comunque,
un aumento delle professioni alte
Cultura tecnica
e di quelle a bassa qualificazione,
accompagnato da uno svuotamento
di quelle a qualifica intermedia.
L’istruzione duale è quindi diventata
una priorità politica, seppur con
ritardo rispetto a quanto avvenuto
in molti altri paesi europei. Con
istruzione duale si intende l’apprendimento che combina teoria
e pratica all’interno di un’impresa.
Numerosi studi europei dimostrano
i benefici che una formazione duale
di elevata qualità comportano per
l’individuo e i datori di lavoro.
L’offerta formativa di istruzione
e formazione tecnica superiore in
Italia è attualmente costituita dai
Poli Tecnico Professionali (PTP), i
percorsi di Istruzione e Formazione
Tecnica Professionale (IFTS) e gli
Istituti Tecnici Superiori (ITS).
In particolare, gli ITS sono istituti
di eccellenza ad alta specializzazione
tecnologica, intermedi post-professionali, fortemente orientati ai
bisogni delle imprese. Rispondono,
da un lato, alla domanda di formazione espressa prioritariamente
dai giovani (entro i 30 anni) non
occupati, e dall’altra, appunto, alla
domanda delle imprese di tecnici
altamente specializzati, in possesso
di un elevato livello di competenze
chiave e un livello specialistico di
competenze tecnico-scientifiche,
mirate e approfondite in un determinato settore. Inoltre, i percorsi
IFTS si collocano al V livello EQF
(Quadro Europeo delle Qualificazioni), un titolo automaticamente
riconosciuto in tutta l’Unione
Europea.
Gli ITS sono fondazioni di partecipazione, dotate quindi di autonomia statuaria, didattica, di ricerca,
organizzativa, amministrativa e
finanziaria. Gli indirizzi sono forniti
dalla programmazione regionale.
In Toscana ci sono 7 ITS nei settori
dell’agribusiness, energia e ambiente, meccanica, moda, nautica,
scienze della vita, turismo e beni
culturali. La programmazione è ispirata dalle analisi dell’IRPET ed è in
coerenza con i fabbisogni formativi
espressi dalle imprese.
Una recente indagine svolta dal
MIUR-Indire evidenzia che in Italia
dal 2010 sono stati realizzati 65
percorsi ITS, in diverse discipline e
regioni e, al completamento del secondo biennio, risultano avviati 247
Michele Morrocchi
twitter @michemorr
Tutto il calcio
pagina
per pagina
di
Il calcio è uno dei fenomeni
globali per eccellenza. Una perfetta
metafora dei nostri tempi, nel
bene o nel male, ultimamente
forse più nel male.
Comprendere quindi
il mondo del pallone è
impresa che non serve
soltanto agli appassionati ma che può diventare utile a tutti. Per
esempio capire come
il rapporto tra i nord e sud del
mondo (Europa vs. Sudamerica)
si manifesta nel pallone può essere
un utile esempio di come ci comportiamo noi europei in confronti
di altre “merci” rispetto
a Higuain o Neymar.
Oppure osservare in
quali paesi si è sviluppato maggiormente il
calcio femminile può
aiutarci a capire anche
l’effettiva femminilizzazione delle
società nel loro complesso. Oggi
l’osservazione di fenomeni come
quelli presi ad esempio diventa
molto più semplice grazie all’At-
percorsi formativi, con oltre 5.000
studenti coinvolti e 825 diplomati,
con un tasso di occupazione del
59,5%.
I corsi ITS sono biennali, con un
monte ore totale di 2.000 ore, di cui
almeno 1/3 di stage in azienda.
La Fondazione TAB Turismo Arte
e Beni Culturali è un ITS per
tecnologie innovative per i beni e le
attività culturali, nato nel 2015 in
Toscana, con sedi ad Arezzo, Siena,
Firenze e Lucca. Ha già avviato il
corso ad Arezzo per le lavorazioni
artistiche e orafe e a Lucca in hospitality management per le strutture
ricettive. Sta per partire il corso di
Firenze, rivolto alla formazione superiore per il recupero e la valorizzazione del patrimonio architettonico
“Re-Art”. Unico in Italia, Re-Art
non a caso nasce in Toscana, non
solo una delle regioni che vantano
il maggior patrimonio culturale
d’Italia, ma anche un importante
numero di imprese e realtà che lavorano nel campo della valorizzazione
dei beni culturali. Il corso nasce
dall’esigenza di creare una figura
professionale che combini le competenze della gestione di un cantiere
edile e le peculiarità dell’intervento
sul restauro e la manutenzione di
edifici e monumenti sottoposti a
tutela. Sono sedici i soggetti coinvolti, tutti tra i principali del settore
di riferimento, tra cui il Comune
di Firenze, l’Università di Firenze,
Cooperativa Archeologia, l’Ordine
dei Geometri di Firenze e il Centro
Studi Turistici.
Per informazioni contattare il numero
055 3438733-726, o scrivere una
mail a [email protected]
Le iscrizioni sono aperte sul sito www.
fondazionetab.it.
lante Mondiale del Calcio 2016,
ebook edito da GCC editore e
curato da Giacomo Goldkorn
Cimetta, Paolo e Davide Calzoni:
74 mappe molto curate e di facile
lettura per capire quanto e dove
gira il denaro nel calcio, dove c’è
più pubblico, chi vince di più e
tanti altri dati del giuoco più bello
del mondo. Una ricca bibliografia
con le fonti dei dati citati correda
il volume elettronico rendendolo
anche un bel trampolino per chi
volesse approfondire. Il volume,
in formato PDF, è reperibile in
italiano, inglese e spagnolo al sito
http://www.geopoliticalatlas.org
ed è scaricabile al prezzo di 9,99
Euro.
lectura
dantis
12
MARZO
2016
pag. 14
Disegni di Pam
Testi di Aldo Frangioni
La poetica guida che accompagna
fra i condannati senza più salvezza,
avanti mi spronò sanza più lagna,
Vidi gli sciagurati, che Caronte
avea tradotti a quella pena eterna
guardandoli quassù da un alto monte.
che mille serpi avevano abbracciata.
Eran color che s’erano appropriati
d’ogni cosa che niun le aveva data:
come per dir: avanti con destrezza!
Fu così che passammo il bieco ponte
sopra la bolgia, ad una bell’altezza.
Scoprii che immersa dentro la cisterna
c’era una folla di gente disperata
pungolata per sempre alla caverna,
marea di corpi da rettili cerchiati,
c’eran famiglie intere, figlie e padri,
che beni altrui avevan sgraffignati.
Presenti erano certo anche le madri
parea che lì tutto il mondo ci fosse,
forse in passato c’eran solo ladri.
Canto XXIV
8° cerchio
7a bolgia
I ladri, un trattamento
particolarmente feroce
è riservato a chi ruba
nella casa di Dio. Dante
giunge a questa bolgia
esausto, Virgilio lo
esorta a proseguire.
Il poeta si affaccia sul
dirupo e inorridito vede
un groviglio di serpenti
che avvinghiano e
mordono i dannati.
L
immagine
ultima
12
MARZO
2016
pag. 15
Dall’archivio
di Maurizio Berlincioni
[email protected]
U
n altro scorcio della Bowery. Un altro essere umano ridotto in condizioni penose. L’ho visto almeno tre volte in questo stato di semiveglia costante, come purtroppo accade a tantissimi come lui. Passava le sue giornate seduto sul portellone di un montacarichi sul retro
di un edificio industriale. Era la sua casa, il suo angolo di sopravvivenza. Ne ho visti molti come lui nelle mie scorribande quotidiane
per ii lati nascosti della città. Le persone cosiddette “normali” ormai non vedono più queste presenze, abituati come sono alla vita di una
metropoli in continuo movimento che si muove ad un ritmo frenetico, ma solo dalla parte di facciata. Nessuno ha mai il tempo o la voglia
di soffermarsi un attimo per capire realmente cosa si nasconda dietro questa efficienza e questa rispettabilità apparente.
NY City, agosto 1969
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