DEL POPOLO
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UN CAFFÈ CON... Gordana Jeromela Kaić Pagine 2 - 3 / LA CONTRADA
DRAMMA ITALIANO Camere da letto/ Riflessioni Pagine 6 - 7/
LA RECENSIONE Ben Hur/Spamalot Pagina 8
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56 • Martedì, 7 giugno
35 anni di emozioni Pagine 4 - 5 /
2 palcoscenico
Martedì, 7 giugno 2011
Gordana Jeromela Kaić
UN CAFFÈ CON...
Gordana Jeromela Kaić
di Daria Deghenghi
C
inque anni al timone del
Teatro Popolare Istriano. Non sono pochi, anzi,
si potrebbe dire che bastino per
conferire alla scelta del repertorio, alla selezione degli artisti e
all’amministrazione delle risorse, quell’impronta personale che
ogni direzione vuole e crede di
poter imprimere all’istituzione, a
patto però, di non avere le mani
legate e il portafogli vuoto, come
era successo altre volte in passato. A colloquio con Gordana Jeromela Kaić, che dirige il teatro
cittadino dal 2006, abbiamo cercato di riassumere obiettivi e traguardi, ostacoli e perplessità di
percorso.
Di che tipo è stata la sua impronta?
Premetto di avere all’attivo
quattro anni di gestione ma cinque stagioni di prosa. A questo
punto occorrerà precisare che
l’inizio del mio primo mandato al timone del Teatro Popolare Istriano è coinciso con il varo
della nuova Legge sul teatro, in
applicazione dal primo gennaio
del 2007. La mia nomina risale
infatti al dicembre del 2006. Va
detto che le modifiche alla normativa hanno spianato la strada al
concetto di professionalizzazione
dei teatri, anche quelli di carattere
regionale, che da allora in avanti
avrebbero dovuto assumere attori e fondare compagnie di prosa
stabili ai fini di una professionalizzazione della produzione teatrale. Ora io non sto dicendo che
il teatro polese fino ad allora non
abbia avuto una propria “filiera”
ben collaudata, anzi, dico che ci
sono stati spettacoli degni della nostra massima considerazione, solo che sono stati portati in
scena da studenti e hobbisti, per
non dire amatori, giacché il termine potrebbe suscitare reazioni
di sdegno mentre non era assolutamente così. Al contrario, tra gli
interpreti arruolati a quel tempo
ci sono stati dei veri talenti, ma
non sono stati dei professionisti
nel senso di non essere stati attori che si guadagnavano da vivere solo con la propria arte. Detto
questo, ribadisco che con il mio
mandato ha avuto inizio questo
percorso di professionalizzazione
del teatro polese. L’idea era quella di fondare una compagnia stabile con un nucleo di cinque o sei
interpreti regolarmente retribuiti,
cui affiancare all’occorrenza attori ospiti da ingaggiare a contratto. Purtroppo non ci siamo ancora riusciti perché messi alle strette
da una crisi delle entrate che non
ci ha permesso di arrivare al traguardo. Per il momento possiamo
contare su Helena Minić e Lana
Gojak, che ci hanno regalato numerose soddisfazioni.
plasmare un pubblico che possa
recepire anche questo profilo di
arte scenica. Così ora possiamo
dire di poter offrire tutti gli anni
almeno un testo drammatico classico se non due, croato o europeo
che sia, un testo contemporaneo,
uno spettacolo di prosa in dialetto
ciakavo oppure in lingua standard
ma di uno scrittore istriano e uno
spettacolo di danza moderna. A
mio avviso in questi cinque anni
abbiamo avuto dei titoli e degli
allestimenti straordinari che sono
stati apprezzati sia in casa che all’estero. Vorrei ricordare in questa sede “Orkestar Titanic”, diretto da Dino Mustafić e interpretato
da un eccellente Borko Perić: la
parte del protagonista gli è valsa
il titolo di miglior attore protagonista (Zlatni smijeh za mušku
ulogu) alla rassegna della satira di
Zagabria. E c’è un altro particolare. L’autore stesso, il gettonato
bulgaro Hristo Bojčev, ci ha fatto l’onore di assistere alla prima
croata del suo testo.
Una bella soddisfazione...
Direi. Quell’anno avevamo allestito anche il nostro primo spettacolo di danza, “Prazna soba na
suncu” (La stanza vuota al sole)
con Aleksandra Mišić nel ruolo
di coreografa. Insisto sul fatto di
essere stati proprio noi di Pola,
il primo teatro ad avere aperto i
battenti alla danza, un’arte ingiustamente e incomprensibilmente
trascurata. Al mio secondo anno
abbiamo proposto pertanto “Plavi petak” (Venerdì blu) che è valso alla coreografa, Andrea Gotovina, la vittoria alla rassegna di
danza contemporanea di Zagabria
(Platforma suvremenog plesa). Il
premio consisteva nel diritto di
portare in scena lo spettacolo al
Raduno dei giovani coreografi
d’Europa, che quell’anno si teneva in Portogallo, dove i nostri
interpreti, Andrea Gotovina, Roberta Milevoj e Ivan Blagajčević,
hanno fatto incetta di premi.
Della stagione 2007/08 è
“Riva i druxi” di Larry Zappia,
tratto dal romanzo omonimo di
Milan Rakovac. Quella è stata la
prima volta che abbiamo lavorato
a quattro mani con il Teatro Popolare di Fiume, ed è stato uno
sforzo coronato da lodi di pubblico e di critica. Lo spettacolo
si è guadagnato due nomination
per il Premio nazionale del Teatro (regia e produzione), due Leoni d’oro (regia e drammaturgia)
oltre ad apprezzamenti e ammirazione alle Giornate di Marulić
e alle Serate di Gavella. Quello
stesso anno abbiamo esteso il repertorio alla lirica.
Stagioni plurisapori
Benché la musica classica
sia stata sempre scarsamente
rappresentata nei cartelloni del
teatro...
Vero è che nel 2004, con le
modifiche allo statuto e la nuova determinazione dell’ente, ora
definito “teatro civico”, ci è stata
sottratta la promozione di eventi
musicali e di conseguenza tolti
i finanziamenti destinati a questo tipo di attività. Ciò nonostante, abbiamo trovato il modo per
fronteggiare anche questa crisi.
Nell’impossibilità di allestire un
In termini di repertorio invece?
Bisogna dire che malgrado
tutto portiamo in scena in media
sei o sette titoli di nostra produzione (o coproduzioni) all’anno,
senza contare gli spettacoli d’importazione, le serate e i concerti
delle SAC, delle orchestre eccetera. Un altro dato di fatto è che abbiamo aperto le porte del nostro
teatro alla danza contemporanea
perché siamo convinti di poter
Una formula
per l’opera
serio programmma lirico per il
quale non siamo né attrezzati né
abbastanza ricchi, abbiamo avviato una stretta collaborazione
con la compagnia Opera bb di
Zagabria, per portare in scena almeno un atto unico all’anno, ed è
con grande soddisfazione che abbiamo avuto in cartellone “Rita”
di Gaetano Donizetti, seguita da
“Il signor Bruschino” di Rossini
e poi anche da “Il campanello” di
Donizetti, visto il 2 giugno. Tornando però alla prosa, vorrei ribadire il successo strepitoso di
“Furbaciona”, l’adattamento di
Lučić de “La Moscheta” del Ruzzante, che continua ad andare in
scena tutt’oggi, ma soprattutto la
nostra versione di “Girls’ night
out” (Addio al nubilato) di Dave
Simpson. Anche in questo caso
l’autore ci ha onorato della sua
presenza in sala per l’anteprima
nazionale. Infine in quello stesso
anno abbiamo allestito “Il grattacielo” di Lana Šarić, terza alle
Giornate di Držić, ma anche la
“Tomizziana” di Dora Delbianco,
diretta da Damir Zlatar Frey.
Nel 2009 abbiamo festeggiato il sessantesimo della fondazione con un convegno che ha riunito allo stesso tavolo teorici della
cultura e del teatro, sociologi e
storici e il risultato di questo incontro è stata una raccolta di saggi di alto valore documentaristico
che certamente verrà consultata
per anni da quanti intendono studiare i problemi dei teatri regionali. Della stessa stagione è stato lo spettacolo “Drugo za jedno”
(L’altro per l’uno) del coreografo
Matija Ferlin, mentre nella stagione successiva abbiamo portato
in scena “2 žene, 2 brata, 2 metra”
(Due donne, due fratelli, due metri) sempre di Ferlin. Ma il cavallo di battaglia di quell’anno è stata decisamente “Salomè”.
Internazionali
con «Salomé»
Una svolta.
“Salomé” ci ha portato nei
teatri più importanti di tutti i paesi dell’ex Jugoslavia. A Zagabria
è stata vista al teatro nazionale,
a Maribor nello Slovensko naradno gledališče, e c’è da dire che
i biglietti per tutti e novecento i
posti a sedere sono andati a ruba
quindici giorni prima della rappresentazione. Anche a Belgrado
abbiamo avuto l’onore di essere andati in scena nel prestigioso teatro nazionale. A Skopje,
al MOT Festival, il Teatro dell’Opera, con la sua platea di settecento posti, ci ha regalato una
standing ovation. A Sarajevo, al
MESS, altre acclamazioni. Vede,
il fatto che un teatro di classe regionale come il nostro abbia realizzato una tournée internazionale di successo presso i teatri che
non sono del nostro stesso livello, è qualcosa di eccezionale: significa che avete fatto centro, che
avete uno spettacolo, un prodotto, per così dire, degno di esportazione. “Salomé” ha avuto tredici
repliche di cui cinque fuori sede.
È stata seguita da 6.000 spettatori ed è stata un record d’incassi. E
manca l’uscita in Italia, al 20.esimo MittelFest di Cividale del
Friuli. Ma il suo grande merito è
quello di aver spianato la strada a
titoli quali “Honour” ed “Elettra”.
“Honour” è stata rappresentata 22
volte: solo a Zagabria ha avuto sette repliche. Per non dire di “Elettra”, che ha scioccato il pubblico.
In molti sono rimasti stupiti da ciò
che il teatro polese era in grado di
sfornare.
Ed anche arte...
finanziaria
Malgrado le ristrettezze economiche, del momento e di sempre. Come ve la cavate, in termini di denaro?
Da sei anni in qua, i nostri incassi derivano nella misura del 70
per cento dal bilancio municipale, tra il 20 e il 25 per cento dalla vendita dei biglietti e il resto ci
viene devoluto dal ministero della Cultura e dalla Regione, poca
cosa comunque. Il budget annuale
ruota intorno ai sette milioni e ciò
significa che cinque sono stanziati
dalla Città, 1,7 ce li guadagnamo
da noi, mentre arrivano da Zagabria e dalla Regione cifre dell’ordine di 100.000 o 200.000 mila
kune. Inutile dire che le spese sono
elevate. Per tenere la “macchina”
in piedi, quindi solo per stipendi,
manutenzione e spese correnti, abbiamo bisogno di 3,8 milioni di
kune l’anno. L’allestimento degli
spettacoli ci costa altri 3,4 milioni, e ciò significa che il rapporto è
del 55 contro il 45 per cento. Ora,
gli altri teatri del Paese presentano relazioni molto più sfavorevoli
a scapito del programma. Secondo
alcuni l’ideale sarebbe un rapporto
del 60 contro il 40 per cento, quindi noi ce la caviamo anche meglio
di quanto si consiglia.
Tuttavia, dovremmo avere più
attori “fissi”. Almeno sei: un numero che non graverebbe eccessivamente sul nostro bilancio e ci
permetterebbe di selezionare titoli e autori che oggi non siamo in
grado di portare in scena. Avendo
in casa solo due attrici, per quanto
brave, ed essendo costretti a cercare collaborazioni esterne di spettacolo in spettacolo, che non è facile, dobbiamo fare i conti con dei
seri condizionamenti programmatici che cerchiamo di superare in
partenza con la scelta del testo più
conciliante con i profili delle nostre due interpreti, consultando in
proposito registi fidati quali Ivica
Šimić e Damir Zlatar Frey. Finora abbiamo fatto un buon lavoro.
Quelle di Salomé ed Elettra sono
parti ambite da ogni attrice, a maggior ragione dalle giovani in cerca
di affermazione. Helena Minić ha
avuto questa occasione e l’ha sfruttata. L’abbinamento è riuscito. Ciò
non toglie che spesso abbiamo le
mani legate. Con una compagnia
nel vero senso del termine, avremmo certamente più scelta, più testi,
più spettacoli e più repliche. Ogni
cosa a suo tempo...
Posto (fisso)
ai giovani
Che ne è stato, invece, dell’MKMF, il festival estivo dei
giovani interpreti?
I giovani hanno il loro posto
nel nostro teatro. Lo Studio drammatico c’è sempre e c’è sempre il
nostro MKFM. È cambiata solo
l’impostazione. Se prima era una
specie di scuola estiva con labo-
ratori tematici dedicati ai vari mestieri dell’arte scenica (scrittura,
regia, musiche, costumi, scenografie eccetera), oggi ci siamo specializzati nella produzione del teatro
degli oppressi e la consacrazione
di questa scelta l’abbiamo avuta
nel 2008, quando siamo riusciti a
portare a Pola il fondatore stesso
di questa caratteristica forma di
teatro, il brasiliano Augusto Boal.
Ovviamente ci abbiamo guadagnato in prestigio, essendo gli unici in questo angolo d’Europa a fare
questo tipo di teatro, e ora possiamo dire di avere tutti gli anni fino
a 150 iscritti ai laboratori di Aleksandar Bančić, gente che arriva
letteralmente da tutto il mondo:
India, Parigi, Rio de Janeiro... In
più abbiamo esteso il programma
alla danza contemporanea, con i
laboratori a cura della “Liberdance” che hanno luogo ad agosto.
Pare di capire che si cerci a
tutti i costi di conciliare gusti
e preferenze di ogni fascia del
pubblico. Ma è possibile?
Siamo un teatro a carattere regionale ed è importante poter offrire al pubblico sia spettacoli
per così dire colti, sia quelli prettamente commerciali, ma anche
scelte di tipo educativo. Siamo costretti a considerare la complessità
e l’eterogeneità del pubblico che
frequenta il nostro teatro, conciliando gusti e necessità di ogni categoria. Di conseguenza seguiamo
due filoni programmatici paralleli
e complementari: nel primo caso si
tratta di titoli di elevato valore letterario e artistico tra cui i già citati “Elettra”, “Honour”, “Salomè”,
“Tomizziana”, “Riva i druxi” ma
anche “Cruel and tender” (Tenero e crudele). Nell’altro si parla di
testi di carattere popolare, in prevalenza commedie, testi dialettali, intrecci divertenti e trame comprensibili che possono raggiungere anche il più piccolo dei paesini
dell’Istria.
Cartelloni: occorre
stratificare
In questo caso si tratta dei titoli più redditizi immagino, ma
qual è stato lo spettacolo più
conveniente, in termini puramente economici, che avete lanciato in questi cinque anni?
Non ci ho mai pensato, a dire
il vero. Sicuramente, però, le più
gettonate sono state commedie
come “Furbaciona” e “Girls’ Night out”. Ma anche “Honour” ha
avuto un ottimo seguito, benché
non appartenesse al genere: il testo
era semplicemente ottimo e questo è bastato. Tuttavia anche “Salomé” ha avuto il suo bel riscontro economico, sebbene indiretto.
Grazie a “Salomé” abbiamo realizzato scambi che ci hanno permesso di arricchire il programma con
titoli che altrimenti non avremmo
mai potuto permetterci, tra cui “Il
borghese gentiluomo” (Zagabria),
“Le nozze dei piccoli borghesi”
(Maribor) e “Dervis i smrt” (Belgrado), e c’è da precisare che queste sono messe in scena dell’ordine di diecimila euro l’una. Sì, “Salomé” è stato uno spettacolo a dir
poco esclusivo.
Tornando alla nostra “struttura”
del repertorio, accanto ai due filoni
principali che ho appena citato, ci
sono poi i titoli che esulano dalla
palcoscenico 3
Martedì, 7 giugno 2011
nostra produzione e da ogni nostro
apporto professionale. Sono spettacoli votati al puro divertimento
che ospitiamo affittando la sala e
che raggiungono senza problemi
la quota di 1.500 spettatori. Sono
i gettonatissimi Edo Z, Arijana
Čulina, “Sarajevska audicija” eccetera. Il quarto gruppo è riservato
alla danza, che in termini di denaro
rende poco. Ciò nonostante siamo
convinti della necessità di formare
ed allargare progressivamente un
pubblico sensibile anche a questo
tipo di arte scenica. Probabilmente titoli come “L’altro per l’uno”
di Matija Ferlin non avranno mai
il pienone, ma questo non significa che il teatro non abbia l’obbligo
di portarlo in scena. Il quinto filone
appartiene ai ragazzi e agli studenti. Nel primo caso si tratta di rappresentazioni che realizziamo quasi interamente con gli attori dello
studio drammatico, mentre nell’altro stimiamo che possano assecondare le esigenze formative degli
studenti anche tutti gli altri spettacoli che portiamo in scena per
il pubblico adulto. Ciò nonostante, gli studenti, sia quelli del liceo
che gli universitari, sembrano poco
interessati al nostro repertorio e io
non so spiegarmi i motivi di questo rifiuto.
Spettatori si diventa
(da piccoli)
Sarà questione di soldi?
Non penso proprio. Con lo
sconto i biglietti sono accessibili.
Si parla di venti kune a spettacolo, il prezzo che i ragazzi pagano
tranquillamente per un pacchetto
di sigarette e due caffè al bar, a
cui ovviamente non rinunciano.
Sarà piuttosto quello che insegnamo loro noi adulti. Ai miei tempi,
andare a teatro sarà stato pure imposto dal preside o dal professore
di turno, ma intanto c’era questa
convinzione che frequentarlo fosse un elemento integrante del processo formativo. Oggi la pratica
esige il libero arbitrio e i giovani scelgono di non andare a teatro
ma di fumare e prendere il caffé
al bar. Edificante. A volte è anche una scelta dei professori, che
per evitare la responsabilità per la
classe, preferiscono non portarli
da nessuna parte e men che meno
a teatro. Inoltre c’è una specie di
concorrenza sleale che ci sta minando il campo: si tratta di un attore o due che chiedono di poter
recitare a scuola nelle aule o nelle
palestre pezzi di scarso o nessun
valore. Ma in palestra che prosa
si può fare? Che scena si può allestire senza luci, senza costumi,
senza scenografie e senza attrezzi? Non è teatro questo, e non insegna niente, né ricorda minimamente la profondità delle scene, la
sontuosità dei tendaggi, l’acustica
di un teatro vero. A mio avviso
uno spettacolo quale “Putevima
glagoljaša” (Le strade dei glagolitici) dovrebbe essere visto da tutti
i liceali dell’Istria, senza nessuna
pubblicità da parte nostra, mentre
attualmente ci tocca implorare le
scuole di venire a seguirlo. Incredibile. Ma questo non è solo un
problema nostro. Tutti i teatri regionali lo denunciano. Abbiamo
anche fatto fronte comune presso il ministero affinché qualcosa
cambi, ma non penso proprio che
qualcuno si sia mosso...
Il discorso ci porta inevitabilmente al numero degli spettatori.
Contrariamente alla congiuntura sfavorevole, il numero sale di
anno in anno. Ci basti prendere in
esame gli ultimi due: se nel 2009
avevamo totalizzato 51.000 spettatori, l’anno successivo sono stati
ben 55.000. Ciò vale anche cambiando di prospettiva. Per i soli
spettacoli di prosa, l’incremento è
stato del 18 per cento, da 30.000 a
36.000. Stesso discorso per i titoli
in regime di vendita (escluse, dunque, le rassegne della SAKUD, i
concerti di fine anno, ovvero tutti gli spettacoli gratuiti o patrocinati): l’aumento è del 9 per cento,
da 22.300 del 2009 a 24.500 dello scorso anno. Resta fermo che
il bacino d’utenza è limitato se
si tiene conto del fatto che Pola
abbia meno di 60.000 abitanti.
Le statistiche dicono che soltanto
l’uno per cento della popolazione
costituisce il numero dei possibili spettatori di un teatro e nel caso
nostro si tratterebbe di seicento
persone. Ciò equivale a dire che
un sola rappresentazione dei nostri spettacoli di prosa esaurirebbe il nostro potenziale. Ma non è
così, perché i nostri titoli hanno
diverse repliche, e quando un pezzo è stato visto da 2.900 spettatori, il successo è bello e documentato. Ad ogni modo, i limiti sono
limiti: più di otto rappresentazioni
per un titolo non sono realmente
possibili, a meno che non si vada
fuori città.
Il palcoscenico
su carta
Da qualche anno in qua il
teatro pubblica i testi di alcuni suoi spettacoli in una collana piuttosto elegante che funge
da documento, da archivio, ma
anche da manuale destinato agli
spettatori più interessati all’elemento letterario.
Contemporaneamente all’anteprima di “Elettra” è uscito il decimo numero della Collana INK.
La recente abitudine di pubblicare i testi di prosa che portiamo in
scena risale alla fine del 2007.
Copiando una prassi piuttosto
frequente nel mondo del teatro,
cerchiamo di arricchire la percezione dell’evento teatrale da parte dello spettatore, dedicandogli
un volume che sia in gtrado di
fornire informazioni, fotogrtafie,
prefazioni e recensioni al testo
drammatico accanto alla versione integrale del testo stesso. L’altra finalità è quella di conservare
e custodire, per la memoria delle future generazioni, una traccia
che documenti l’avvenuta messa
in scena.
La nostra impresa editoriale include ancora la raccolta dei saggi
del convegno del 22 gennaio 2009
sul tema de “Il teatro come azione” dedicato al nostro sessantesimo. Attualmente è in preparazione
il libro di Marija Crnobori Fotez
che raccoglierà testi scelti in cui
la celebre attrice racconta la sua
carriera, le parti più significative
(Antigone, Iffigenia, Laura, Clittenestra...), l’esperienza del teatro
ambientale (Ragusa, Spalato), la
recitazione della poesia dialettale
ciakava eccetera. Il volume dal titolo “Životić, saggi di teatro e altri”, prossimante in uscita, è stato
curato da Jelena Lužina.
Buoni padroni
di casa
In quale stato versa lo stabile? Dovrebbe avere centoquarant’anni ormai.
Infatti la sua manutenzione,
come del resto gli investimenti
nelle macchine e negli attrezzi, è
un elemento determinante della
gestione dell’ente ma, trattandosi di attività generalmente costose, ogni nostra mossa dipende di
rigore dall’entità dei mezzi che ci
vengono destinati dal bilancio in
conformità con le leggi. Da quando ho assunto le redini del teatro
ad oggi, sono stati rifatti o sostituiti i tetti, le finiture in rame, il
soffitto, il palcoscenico, l’impianto luci e l’impianto sonoro, alcuni
arredi e i sistemi di riscaldamento
e raffreddamento. Per fare questo
abbiamo speso grossomodo tre
milioni di kune stanziate dal bilancio municipale, mezzo milione del ministero della Cultura e
altre 250.000 kune dal fondo di
risarcimento dei danni. Ciò non
toglie che sono passati vent’anni
dall’ultima ristrutturazione e che
lo stabile invoca oggi stesso una
nuova radicale opera di restauro.
Ci vorrebbero però somme ben
più ingenti, o meglio una volontà politica ferma, per restaurare da
capo quel “politeama” che l’imprenditore Ciscutti decise di regalare a Pola.
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palcoscenico
Martedì, 7 giugno 2011
Martedì, 7 giugno 2011
LA CONTRADA Sette lustri di teatro in mostra
Trentacinque anni di ricordi con Paolo Quazzolo
di Rossana Poletti
Paolo Quazzolo, docente universitario, ha insegnato drammaturgia e dal prossimo anno accademico storia del teatro. Il
teatro lo frequenta sin da piccolissimo, il padre lo portava con
sé già a 4 anni, e così fa con la figlia, perché è con l’esempio
e con la frequentazione che si stimolano nelle giovani generazioni l’amore e la curiosità per l’arte, la cultura e il teatro.
Assieme a Diego Matuchina e Maria Grazia Plos in pochissimo tempo hanno allestito una bella mostra ospitata nelle
sale espositive di Palazzo Gopcevich a Trieste.
35 anni è la vita lavorativa media di una persona. La
Contrada non va in pensione ma fa una mostra per illustrare tutta la sua lunga e feconda attività.
Quando si parla di teatro, un attore con 35 anni di carriera non dico sia giovane, ma arriva appena alla maturità. Per
una compagnia teatrale è invece una bella età; con la precarietà che c’è oggi poi, a teatro e più in generale nel mondo
culturale, raggiungere questo traguardo è un risultato considerevole.
La Contrada nasce come compagnia.
I quattro fondatori Orazio Bobbio, Ariella Reggio, Francesco Macedonio e Lidia Braico diedero vita alla compagnia
Emigranti
Marcovaldo
Tango viennese
del Teatro popolare “La Contrada”, Orazio oggi non c’è più.
Gli altri tre hanno ormai una bella età e volevano che si festeggiassero i 35 anni di attività, poi verranno sicuramente
anche altri traguardi tondi: quaranta, cinquanta…
E così avete pensato ad una mostra.
Abbiamo contattato il Comune di Trieste per avere una
sede per l’esposizione, inaspettatamente ci è stato proposto
Palazzo Gopcevich, che è molto prestigioso; a quel punto avevamo solo un mese per pensare a quello che dovevamo esporre, la volontà però era così forte che ce l’abbiamo fatta.
Quale è stata la principale difficoltà?
La Contrada conserva tutto il materiale dal primo spettacolo ad oggi: foto, locandine, costumi, attrezzerie, scenografie. Abbiamo dovuto fare una grande selezione alla base che
non è bastata, perché al momento in cui dovevamo allestire
si è tagliato ancora. Una delle regole auree è quella di non
riempire troppo altrimenti il visitatore non si raccapezza.
Quali sono stati i criteri di scelta?
Abbiamo deciso di raccontare questi 35 anni attraverso le
nostre produzioni. Abbiamo dovuto omettere completamente
le ospitalità: sul palcoscenico della Contrada sono passati
fior di attori e compagnie nazionali, ma sarebbe stato un capitolo troppo vasto da affrontare in questa occasione. Abbiamo pensato che fosse giusto puntare sulle anime della Contrada e realizzare tre sezioni. La prima riguarda il Teatro Ragazzi ed è quella che il visitatore incontra all’inizio, perché
dopo il debutto del primo spettacolo drammatico della Compagnia “A casa tra un poco” su testo di Damiani e Grisancich, La Contrada scelse un suo percorso particolare quello
del teatro dedicato ai ragazzi appunto, producendo e curando
importanti rassegne. Si ricorderà il teatro in piazza a Muggia, con personaggi del calibro di Lindsay Kemp e altri eventi internazionali. Comunque la compagnia si specializzò nella produzione di spettacoli d’attore (fino a quel momento per
i bambini si prediligeva il teatro delle marionette), entrando
così nel novero delle realtà più importanti in Italia. Famosissimo è il Marcovaldo del 1977, che diventò un caso teatrale,
fu messo in scena a Torino e poi l’anno successivo girò tutta
l’Italia. La sezione contiene tutte le produzioni, fino ai giorni
nostri. La Contrada è ancora oggi uno dei pochi teatri che ha
un cartellone per i ragazzi, una stagione a sé stante con produzioni proprie e ospitalità.
C’è in mostra una bellissima automobilina.
L’utilizzava nei primissimi spettacoli Orazio Bobbio, uno
di quegli attrezzi che si sono conservati; è in mostra affianco
alla foto di scena. Ci sono pezzi a cui siamo affezionati, che
non si possono buttare o smontare per riutilizzare diversamente, questo è uno di quelli.
Continuiamo con le altre sezioni.
Naturalmente la drammaturgia in lingua triestina, a partire appunto da “A casa tra un poco”, di cui è esposta la locandina, una delle due superstiti. Cronologicamente vengono
poi raffigurati i vari filoni che si sono affrontati: Carpinteri
e Faraguna, Tullio Kezich, i testi di Macedonio, fino alle ultime produzioni di Pierluigi Sabatti, Roberto Curci, Enrico
Lutmann e altri.
La terza sezione invece riguarda le produzioni nazionali.
La Contrada è radicata al territorio per la sua attività dialettale, ma ahimè questo genere non è esportabile fuori dal
contesto della regione e dell’Istria, benché siano spettacoli
costosi e impegnativi, a volte con orchestra, corpo di ballo
e tanti attori. La Contrada ha dovuto investire sul teatro in
italiano con produzioni nazionali. All’inizio della sua attività era conosciuta per il filone sulla drammaturgia centroeuropea: “Tango viennese”, “Emigranti”, “La panchina”,
“Omobono e gli incendiari” erano testi di autori non ancora
conosciuti in Italia. La Contrada così svelava al pubblico un
universo ancora sconosciuto. Poi c’è stata la stagione in cui
si è indagato il teatro italiano degli anni ’30: Achille Campanile con “150 la gallina canta”, ad esempio portò a Trieste Antonio Calenda, chiamato da Orazio Bobbio. Da qui poi
l’avventura di Calenda è proseguita fino ai giorni nostri in altri teatri (ndr Calenda è direttore del Rossetti e Sovrintendente del Verdi). E ancora “Sorelle Materassi” e “Non ti conosco
più” di Aldo De Benedetti che peraltro aprì la stagione delle
collaborazioni con i grandi artisti della scena: Lauretta Masiero, Isa Barzizza, e ancora Johnny Dorelli, Antonio Salines
e tanti altri. Per arrivare alle produzioni più recenti di teatro
brillante che però, come voleva Orazio, deve essere di divertimento intelligente, con qualcosa su cui riflettere.
Poi viene l’ultima sezione.
Racconta La Contrada al di fuori del palcoscenico, cioè
tutte quelle attività teatrali di divulgazione e conoscenza che
hanno trovato collocazione in luoghi diversi: il teatro di Italo
Svevo, ad esempio. La Contrada ha messo in scena quasi tutti i testi dell’autore triestino in luoghi alternativi come piazza
Hortis davanti alla Biblioteca Civica, e nel giardino di Villa
Sartorio. C’è poi l’attività dell’Accademia Teatrale della Città di Trieste, quella degli Amici della Contrada, associazione
che affianca la compagnia sul versante culturale, i laboratori
nelle scuole, progetti speciali come Le vie del caffè, un progetto su James Joyce e innumerevoli altri.
Quale è l’elemento identificativo della mostra?
All’ingresso da una parte c’è una gigantografia con le immagini dei quattro fondatori e dall’altra parte ce n’è una che
riproduce l’immagine della locandina della mostra: proviene
da uno dei primissimi spettacoli “Un teatrino, due carabinieri, tre pulcinella e uno spazzino” di Tonino Conte e Lele Luzzati, dove si vedono Orazio Bobbio e Ariella Reggio vestita da
Pulcinella, scelta perché c’è il bel gioco della maschera che
si ammira nello specchio tenuto in mano da Orazio.
Un Orazio giovanissimo e affascinante
È un’immagine con una sua atmosfera e magia e l’abbiamo voluta mettere in rilievo.
Passando in rassegna tutte le foto abbiamo avuto tra le
mani immagini di un mondo teatrale incredibile. C’erano
quelle di Sergio Endrigo con Giorgia Trasselli, quella che poi
fu la colf di Casa Vianello. Erano agli inizi della loro carriera. Chissà se e quanti di quelli che abbiamo visto hanno continuato a fare gli attori?
Ariella Reggio ha detto ridendo “non abbiamo messo
in mostra le cambiali”, l’operazione di avvio della compagnia costò molto?
La cultura e il teatro nello
specifico vivono un momento
terribile... ma i momenti di
crisi spronano e servono a far
emergere e sopravvivere chi
vale di più. Le grandi intuizioni
registiche, i grandi spettacoli,
è provato, sono venuti fuori là
dove non c’erano soldi
Era ovviamente una battuta, anche oggi se qualche pazzo
decidesse di avventurarsi per questa strada dovrebbe sopravvivere per almeno tre anni con le proprie forze prima di poter
eventualmente accedere ai contributi ministeriali. La Contrada venne fondata nell’aprile del 1976 e sfortunatamente il
mese successivo ci fu il terremoto del Friuli. La gente si rifiutava di chiudersi in teatro per paura e quindi la sala era mezza vuota. Anche se lo spettacolo di debutto fu bello, gli incassi
furono molto magri. C’è da dire, ad onor del vero, che se lo
Stabile regionale avesse voluto non far nascere la Contrada
(ricordiamo che Macedonio era il regista di riferimento del
Rossetti e Bobbio, Reggio e Braico attori della Compagnia
stabile) avrebbe avuto tutti gli strumenti per stroncare sul nascere l’iniziativa. Non a caso per “A casa tra un poco” scene
e costumi vengono firmati da Sergio D’Osmo, come dire “con
al benedizione” dello Stabile. Poi all’inizio La Contrada sondava settori nei quali il Rossetti non si avventurava o aveva
abbandonato, come per il Teatro Ragazzi. Era una sorta di
complementarietà necessaria a coprire tutta l’offerta teatrale. I primi anni furono ovviamente difficili ma poi La Contrada trovò la sua strada con la drammaturgia centro-europea e
il teatro dialettale fino a diventare Teatro Stabile.
Quale fu la chiave di volta?
Un grande cambiamento fu rappresentato dall’acquisizione nel 1983 dell’allora cinema Cristallo. La proprietaria, la
mitica signora Spadoni, voleva chiudere l’attività. Il grande
5
Un nido di memorie
Le sorelle Materassi
intuito, ma anche l’incoscienza, che ha sempre contraddistinto Orazio, lo spinsero a chiedere di poter rappresentare uno
spettacolo, “Teatro per fisarmonica” per ragazzi. Andò bene
e chiese di poter tenere il teatro per una stagione, da lì La
Contrada ebbe poi definitivamente una casa. Una compagnia
senza teatro non può accedere al meccanismo degli scambi
e non può quindi fare una stagione con gli abbonati. Il primo anno c’erano rappresentazioni con due repliche, un po’ di
tutto perché non si sapeva ancora cosa il pubblico prediligesse, 186 abbonati. Nella stagione successiva si arrivò però a
2000. Ci fu poi un momento in cui Bobbio stava contrattando
per avere “Buonanotte mamma” con Lina Volonghi e Giulia
Lazzarini. Il produttore disse “mi dai 4 repliche o io non ti do
lo spettacolo”; la Volonghi e la Lazzarini erano due grandissime del teatro, erano contese in tutta Italia e non si muovevano per due sole serate. Orazio rischiò, le prese e diede 4 repliche a tutti gli spettacoli in cartellone, gli abbonati schizzarono alle stelle. Quando facemmo il libro per i vent’anni della
Contrada, Bobbio mi consegnò questa immagine di un’avventura in discesa, che però poteva contenere delle insidie
che avrebbero potuto creare intoppi e disastri. Questo non
è fortunatamente mai accaduto, anche perché Orazio aveva
grandi qualità di organizzatore, molto fiuto, sapeva sempre
quali spettacoli e attori chiamare, vedeva sempre giusto anche quando agli altri le sue scelte sembravano azzardi.
Tante storie, peccato non poterle riassumere tutte in
una pubblicazione.
Ho scritto già il libro per i 20 anni di Contrada, ma ci fermiamo al ’96. Lì ci sono tanti fatti e aneddoti. È anche una questione di fondi, quando ne troveremo sicuramente provvederemo ad aggiornare quella pubblicazione. Facendo questa mostra sono saltate fuori tante storie che erano state dimenticate.
La mostra sarà aperta fino al 12 giugno.
E a latere abbiamo proposto alcune conversazioni, giovedì 9 giugno sarà la volta di un incontro dedicato interamente
a Svevo, con proiezioni e letture.
I Rusteghi
Tu sei responsabile delle relazioni culturali della Contrada e docente universitario.
Ho una grande gratitudine nei confronti di Orazio Bobbio, perché da giovane laureato in storia del teatro, avevo
alcune collaborazioni, ma ancora un futuro incerto sul fronte della carriera universitaria. Lui credette in me, mi volle al
suo fianco e mi diede da vivere, cosa di non poco conto per
me all’epoca. Venne il momento in cui entrai all’Università
e nel frattempo alla Contrada era arrivato Vernelli, le cose
si assestarono. L’Università collabora attivamente con tutti i
teatri cittadini e io non posso dire di prediligere uno rispetto
all’altro. Posso affermare invece che La Contrada è sempre
stata molto attiva sul versante delle iniziative da realizzare
assieme. Dico sempre da docente che il teatro lo studi ma lo
devi anche vedere, ancor meglio se ci puoi entrare attraverso la porta di servizio, vivere il dietro le quinte, l’allestimento di uno spettacolo: per gli studenti sono esperienze molto
formative.
Hai curato anche un’enorme monografia sul Rossetti.
Ho fatto il mio primo libro di circa mille pagine, scritto
per i quarant’anni del Teatro Stabile, grazie all’immenso archivio del Museo Teatrale “Carlo Schmidl” del Comune di
Trieste. Ho aggiornato poi il libro ai cinquant’anni in versione informatica, che sta ora sul sito, costantemente implementato dal teatro stesso.
Sei nipote illustre di Manlio Cecovini, avvocato e scrittore.
L’amore per il teatro mi viene dai nonni e dai genitori,
l’avere in casa il prozio che scriveva romanzi era una cosa
curiosa, strana. Fintanto che ero piccolo lo zio Manlio voleva
dire la sua casa in Carso e Poppi, la cagnetta. Credo di aver
letto tutti i suoi romanzi, mi sono avvicinato a lui negli anni
della maturità, con il confronto letterario e il perché di certe scelte. Mi affidò la presentazione dei carteggi che andava
pubblicando nell’ultimo periodo. Mi piace dire di lui che invecchiando, invece di sclerotizzarsi su alcune sue idee, ebbe
Ragazzi irresistibili
un superamento delle stesse, con un’apertura verso il mondo
slavo. Pubblicò questo carteggio con Rebula, grande intellettuale sloveno. Pensava che la storia era andata avanti, che
erano caduti i confini, che siamo una terra di confine con tante anime che non possono essere scisse e che si mescolano, un
po’ come scriveva Slataper nel “Mio Carso”.
La Contrada ha sempre avuto un occhio di riguardo
per il territorio, che nel nostro caso è rappresentato dall’Istria e dalla sua Comunità italiana.
Da quando si è cominciato a fare teatro dialettale la tournée comprendeva sempre l’Istria, sempre con grande successo e ottimi riscontri. Poi ci sono state le collaborazioni con il
Dramma Italiano di Fiume, ci sono state coproduzioni, nostri
attori hanno poi recitato nei loro spettacoli e viceversa. La
Contrada ha ospitato loro produzioni. Ci sono poi progetti didattici che tengono conto di questo entroterra che Trieste non
ha, ma che in realtà c’è. La Contrada ha avuto sempre quest’anima radicata nel territorio. Orazio diceva “Noi facciamo teatro, ma offriamo principalmente un servizio”. Per citare un fatto, il canone associativo agli Amici della Contrada
è irrisorio, e Dio solo sa quanto bisogno avremmo di aumentarlo, ma non l’abbiamo fatto perché appunto anche questo è
un servizio destinato alla comunità e deve poter raggiungere
il numero più ampio possibile di persone.
Da esperto che futuro pensi abbia il teatro?
Per rispondere dovrei avere la sfera magica. La cultura e
il teatro nello specifico vivono un momento terribile, i finanziamenti sono stati tagliati in corso d’opera, quando cioè già
si era avviata una stagione confidando in un certo budget. La
fortuna di Trieste è il pubblico, ma non è così dappertutto.
Qui ci sono molte realtà peraltro, la concorrenza comunque
fa sempre bene, costringe a fare meglio. Poi la crisi ha spinto a fare sempre di più, contrariamente a quello che si pensa. I momenti di crisi spronano e servono a far emergere e
sopravvivere chi vale di più. Le grandi intuizioni registiche,
i grandi spettacoli, è provato, sono venuti fuori là dove non
c’erano soldi.
6 palcoscenico
Martedì, 7 giugno 2011
DRAMMA ITALIANO «Camere da letto» commedia brillante confezionata a pennello per la
Quando l’amore passava attra
di Ilaria
Rocchi
S
i può ridere “degli” altri,
quando si fa dell’ironia; o
ridere “con” gli altri, quando si fa dell’umorismo; e si può
anche ridere di sé, esplorando i risvolti e i numerosi punti di vista
del proprio vissuto, dei tanti paradossi, della propria esistenza inadeguata, delle tante assurdità della vita (come insegna Pirandello).
E di situazioni paradossali viste
in “Camere da letto” ce ne sono
davvero tante, e per di più condite con quel pizzico di “peperoncino” che rende più saporito e vario
il nostro essere su questo mondo: l’amore e il sesso (o meglio
la mancanza di questo). Pertanto
era quasi scontato che piacesse
questo pezzo allestito dal Dramma Italiano sul tramonto di una
stagione teatrale così così. Dopo
un avvio non del tutto convincente, un po’ titubante – “Michelstaedter –Biografia di un pensiero furioso” –, la compagnia di prosa italiana del Teatro Nazionale
Croato “Ivan de Zajc” di Fiume
si è riappropriata del palcoscenico offrendo un’eccellente prova
in “Euridice”, reinterpretando i
temi amore-dolore-vita-morte. E
ha trionfato nella brillante farsa
di Alan Ayckbourn, mirabilmente
orchestrata da Paola Galassi, insegnante e regista, punto di riferimento del teatro comico italiano.
È stato quasi “un gioco” per la regista, che per questa sua seconda
collaborazione con il DI (l’esordio lo scorso anno con “Somehwere city” di Goran Lelas)
è tornata a confrontarsi con il testo di Ayckbourn (ricordiamo che
inizialmente era prevista un’altra
commedia, “Sesso matto”). Attraverso le avventure e sventure di quattro coppie, Ayckbourn
analizza paure, tabù, desideri repressi, insicurezze, crisi d’identità, rapporti un po’ arrugginiti dal
tran tran quotidiano (nello stesso
letto da anni, protetti da un soffice piumone, da un tetto, anche se
poi spande)... un carosello di sentimenti e situazioni tanto spassosi
quanto forse prevedibili, con immancabile happy end. Per ridere,
senza amarezze, senza starci a filosofare su, senza cercare (improbabili) moralismi... Un testo intelligente e molto preciso, soprattutto godibile, che descrive, con
piglio brillante e disinvolto, storie
tutto sommato semplici, seccature comuni, una “tipologia” di problemi di coppia presenti trasversalmente nella nostra società. La
trasposizione di Paola Galassi è
fedele, ma non troppo, all’originale. L’ha rivisitato infondendogli un tocco di (sana) passione
mediterranea, senza però strafare. E, soprattutto, l’ha reso praticamente “universale”.
In un posto
qualunque in un
anno qualunque
Siamo a metà anni Settanta,
ma non si direbbe, per certi versi
potrebbe essere anche oggi; siamo nella provincia inglese, ma
potremmo essere in una qualunque altra città d’Europa; siamo
nella middle class... e beh, qui
ci siamo, sono le tematiche, le
preoccupazioni, i conformismi
tipici di certi ambienti... Difatti,
chi altri, se non dei medio bor-
Ernest (Bruno Nacinovich) e Delia (Elvia Nacinovich) accolgono
tra il caldo confortante delle loro lenzuola una nuora, Susannah
(Elena Brumini), in crisi con il marito, il loro egocentrico e viziato figlio Trevor (Woody Neri)
ghesi, arrivano a scandalizzarsi
per una lite tra coniugi, al punto
di far saltare un festino che con
la coppia centra poco? Chi, se
non dei medio (piccolo) borghesi, si preoccupano di lasciare la
“mancia giusta” per non dare di
sé un’immagine sbagliata? Allestendo nel 1977 il testo di Alan
Ayckbourn al National Theatre,
Peter Hall andava consapevolmente incontro al rischio di tirarsi
addosso le ire dei tradizionalisti,
per i quali il “tempio” londinese
era un luogo fin troppo sacro per
accogliere una pièce così “commerciale” come la commedia brillante “Bedroom Farce”, in italiano “Camere da letto”. Oggi, a distanza di trentaquattro anni, ci è
difficile capire le ragioni di tanto
snobismo critico nei confronti del
drammaturgo più prolifico della
Gran Bretagna. Comunque sia, la
“barriera” verrà abbattuta, tant’è
che lo spettacolo resterà in cartel-
Autore di brillanti commedie
di ambiente borghese
Il drammaturgo Alan Ayckbourn nasce ad
Hampstead (Londra) nel 1939. Dopo svariate
esperienze in ambito teatrale, accetta il posto di
direttore di scena e attore nello Studio Theatre
Company, la compagnia di Stephen Joseph, fondatore del Library Theatre di Scarborough. Nel
1958 Ayckbourn scrive la sua prima commedia,
“The Square Cat”, che diventa un enorme successo per la compagnia. Stephen Joseph gli commissiona per l’inverno del 1959 un secondo testo:
“Love after all”.
Ayckbourn continua a recitare e a scrivere per la
Studio Theatre Company fino al 1962, quando viene coinvolto nella costituzione del Victoria Theatre a Stocke On-Trent. In questo nuovo scenario
prosegue alacremente l’attività di attore e scrittore, ricevendo dei riconoscimenti per le commedie
“Christmas V Mastermind” e “Mr Whatnot”. Nel
1967 la commedia “Relatively Speaking” debutta,
con successo, al West End. Nel 1972 diventa direttore artistico del Library Theatre, carica che mantiene ininterrottamente. Attualmente Ayckbourn
continua l’attività presso il Library Theatre (oggi
noto come “Stephen Joseph Theatre”).
La comparsa e il bisticcio tra Susannah e Trevor fa saltare il festino
offerto per gli amici da Malcom (Giuseppe Nicodemo) e Kate (Rosanna Bubola), freschi di trasferimento nella nuova casa
lone nel West End di Londra per
oltre tre decenni. Ora, verrebbe
da pensare che dopo tanto tempo
il testo di Ayckbourn sia ormai superato, si sia come dire... esaurito,
logorato, consumato. Dopo tutto, i
tempi sono cambiati, e dagli anni
‘70 del secolo scorso a oggi ne è
passata di acqua sotto i ponti, la
società è cambiata, per cui è legittimo un dubbio: può ancora soddisfare i gusti della platea, quelli
di un pubblico moderno? Mah,
personalmente ho trovato il pez-
Autore di 73 opere teatrali, il suo lavoro è stato
tradotto in 35 lingue e le sue commedie sono costantemente rappresentate in tutto il mondo, tra cui
“Camere da letto” (“Bedroom Farce”), “Family
circles”, “Sinceramente bugiardi” e “Confusions”.
Per le sue prolifiche doti da regista e autore ha ricevuto più di 25 premi e onorificenze tra cui spiccano un CBE (Companion of the Order of the British Empire) nel 1987 e la nomina a “Cavaliere per
i servigi resi al teatro” nel 1997.
Le sue commedie, quasi sempre incentrate
sulle relazioni tra moglie e marito, si caratterizzano per la coralità dell’interpretazione. Attraverso la vita in famiglia e l’istituzione del matrimonio, considerato come una prigione, ma al tempo
stesso fonte indispensabile di sicurezza, l’autore
mette in scena il malessere sociale della media
borghesia provinciale inglese. Dotato di notevole
intuito sociologico, Ayckbourn riesce a costruire
dei personaggi assolutamente credibili, riuscendo
a non cadere mai nella caricatura. Dagli anni Ottanta, inoltre, il suo lavoro si è evoluto, affrontando problemi sociali più ampi mediante idee fantasiose e ambientazioni diverse. La sua opera è
inoltre connotata da temi tragicomici e dalla costante volontà di sperimentare con il tempo e lo
spazio scenico.
zo divertente, ma non esilarante; indubbiamente confezionato con stile
e raffinatezza, interpretato ad arte da
una compagnia che, seppur rinforzata per l’occasione da alcuni ospiti, in
produzioni di questo genere – un testo che mette in risalto le doti comiche ed eclettiche degli attori, che richiede uno spiccato senso dell’umorismo, autoironia e spirito di gruppo
– riesce sempre a dare il meglio di sé.
E da Fiume a Lussinpiccolo – passando per Pola, Capodistria, Umago e
Rovigno –, la risposta di chi l’ha visto
è stata univocamente più che positiva,
anche se un certo divario si è comunque percepito. Infatti se il pubblico
degli adulti si è riconosciuto, si è immedesimato, ha capito, riso, e apprezzato, quello dei giovani ha partecipato forse meno, rimanendo comprensibilmente più in sordina... Nell’epoca
del fast food – anche dei sentimenti
–, dell’esibizionismo facebookiano,
di ritmi frastornanti che scandiscono le loro giornate, della violenza dei
giochi che li incollano agli schermi...
e beh, è troppo lontano, per loro, non
solo l’argomento, ma il modo stesso
di ragionare, di concepire il mondo,
l’amore, il sesso, i rapporti interpersonali...
La storia di “Camere da letto” appartiene infatti ai tempi in
cui l’amore... passava attraverso
lo stomaco. E pare tutta condensata in quelle sardine sul toast che
due conuigi di vecchia data, Delia
ed Ernest – due convincenti Elvia
e Bruno Nacinovich – consumano
complicemente tra le lenzuola. E
tra quelle stesse lenzuola accolgono
amorevolmente una nuora, Susannah – una “nevrotica” Elena Bru-
palcoscenico 7
Martedì, 7 giugno 2011
Compagnia
averso lo stomaco
Rincorrendo la «ciambella col buco»
mini – in difficoltà con sé stessa e di riflesso anche con il suo
inesperto ed egocentrico maritino Trevor (io ho visto un ottimo
Woody Neri). Due giovani che,
come (quasi) tutti i giovani, credono che il mondo giri tutto intorno a loro; e nel loro egoismo
non comprendono i “danni collaterali” che le loro azioni provocano di riflesso su chi gli sta
accanto. Infatti, il loro rincorrersi (per ritrovarsi) passerà, con effetto tornado, attraverso le camere da letto di Delia-Ernest, genitori-suoceri di Trevor-Susannah,
di Malcom-Kate (eccellenti Rosanna Bubola e Giuseppe Nicodemo), due amici che stanno festeggiando il trasferimento nella
loro nuova casa, e di Nick e Jan
(gli spassosissimi e bravi Giorgio
Amodeo e Leonora Surian), lui
costretto a letto da un lacerante
mal di schiena, lei alle prese con
i dolori del consorte e i dolori del
suo ex, Trevor. Alla fine tutto si
risistemerà, o almeno così pare...
Trevor e Susannah sembrano infatti riconciliarsi, anche se il finale lascia qualche dubbio sul fatto
che la loro storia possa davvero
continuare.
La vita dal buco
della serratura
In una delle battute iniziali
Aychburn fa dire a Delia: “…da
una camera da letto si possono ca-
Jan (Leonora Surian) deve consolare i due uomini della sua vita
che soffrono: il marito Nick (Giorgio Amodeo), bloccato dal mal di
schiena, e l’ex Trevor, che non sa come ricucire il rapporto con la
mogliettina Susannah
“Camere da letto”
Testo: Alan Ayckbourn
Regia: Paola Galassi
Traduzione: Masolino D’Amico
Scene e costumi: Rosaria Ricci
Collaboratore scene e costumi: Geoffrey De Bartolomeo
Luci: Predrag Potočnjak
Consulente musicale: Oscar Genovese
Personaggi e interpreti:
Delia – Elvia Nacinovich
Ernest – Bruno Nacinovich
Jan – Lenora Surian
Nick – Giorgio Amodeo
Kate – Rosanna Bubola
Malcom – Giuseppe Nicodemo
Susannah – Elena Brumini
Trevor – Woody Neri / Oscar Genovese
Assistente alla regia: Oscar Genovese
Assistente per le scene e i costumi: Anton T. Plešić
Direttrice di scena: Lili Švrljuga
Suggeritrice: Sintia Lacman
pire tante cose…”. Ed è questa constatazione che rivela lo spirito dell’autore, che attraverso gli interpreti
quasi dialoga con lo spettatore. Per
suo merito si ravviva, cioè, la simbiosi fra palcoscenico e platea. Del
pezzo di Ayckbourn – che si conferma come una delle commedie
contemporanee più divertenti, rappresentata da anni in tutto il mondo
e sempre con grande successo – è
stato rilevato che la vicenda gioca
sulla progressiva messa a nudo della precarietà del matrimonio con un
riflettore che, spostandosi di stanza
in stanza, scopre nella normalità, un
malessere di fondo. Ma non aspettatevi un commento serio, filosofico, sullo stato del matrimonio come
istituzione o sui rapporti sessuali
in generale. Fose con un accostamento più coraggioso si potevano
sviluppare alcune tematiche, attualizzando la pièce alla luce della “rivoluzione” sessantottina, del movimento anticonformista giovanile, dell’emancipazione femminile,
del conflitto generazionale e dello
scontro tra genitori e figli alle prese
con due concezioni opposte, della
crisi d’identità del maschio, e, perché non, del fenomeno dei “mummy’s boys” (e “girls”), che pur non
vivendo sotto lo stesso tetto dei genitori, non riescono comunque a
gestire da soli le situazioni difficili
della loro vita.
E dunque, questo “Camere da
letto” è proprio così come detto
sopra: una confezione di sardine
su un pezzo di pane tostato. Un
bocconcino tradizionale, ma saporito, gustoso. Che può venir più
che bene in caso di un leggero languorino.
Guardando già alla stagione successiva, il Dramma Italiano si lascia alle spalle l’annata 2010/2011. Orbene, un’altra
ciambella è fatta. Più che il momento di riflettere se sia riuscita
con o senza buco – inutile solo
piangere su latte e farina forse
inutilmente versati – ora è soprattutto l’occasione più adatta
per (ri)pensare agli ingredienti
e alle dosi da utilizzare in futuro, affinché la “ricetta” ci dia il
risultato più gradito. E la ciambella riesca con il buco, per
l’appunto. Del resto, di tentativi e sperimentazioni varie non
mancano; come del resto non
scarseggiano consigli e indicazioni che l’esperienza – una
storia con tanti allori – ci tramanda. Ovviamente, non è detto che ciò che ha funzionato in
passato sia valido anche oggi e
per il futuro, ma, tutto sommato,
parecchi accorgimenti “attempati” potrebbero rivelarsi più
che utili.
Sorge però un dubbio: esiste
una, “la” ricetta adatta a soddisfare tutti i palati? Sì, perché le
aspettative sono davvero tante e
alte. Innanzitutto – condizione
sine qua non – dai fornelli della “cuisine” dovrebbero uscire
dei pezzi che sapranno – ancora
– emozionare, arrivare al cuore,
al cervello, allo stomaco... colpendo tutte le particolarità delle papille gustative di chi sta
seduto in quelle poltronicne di
velluto...
E non è semplice, perché la
tipologia di questi ultimi è estremanente varia: si deve riuscire
in primis a “toccare” i sensi e
l’intelletto di quei fruitori che
sono la stessa ragion d’essere della nostra compagnia: la
Comunità Nazionale Italiana;
adulti e minorenni – bambini
delle elementari e ragazzini un
po’ più cresciutelli delle medie
superiori –; contadini, operai,
casalinghe, professionisti, intellettuali... ciascuno con i propri
interessi e attese.
In terzo luogo, occorre portare in piatto qualcosa che farà
presa sul pubblico più vasto,
quello della/e maggioranza/e,
a sottolineare quell’apertura
e quella compenetrazione che
contraddistingue – o almeno dovrebbe essere così – l’ambiente
in cui il DI opera.
E non basta. Il menu dovrebbe offrire poi anche un qualcosa
che lo renderà appetibile in un
contesto ancor più ampio, sia a
livello di Croazia e Slovenia, sia
in Italia, riconfermando così il
triplice ruolo e posizione della
compagnia in quanto espressione della particolare civiltà istroquarnerina, ma anche emanazione della grande cultura italiana – di cui la CNI fa indubbiamente parte –, nonché ponte
fra culture confinanti ma diverse, come quelle italiana, croata
e slovena.
Dunque, vediamo di ricapitolare: Ci vuole una proposta
per “i nostri”, la CNI; magari
una bella commedia – di goldoniana memoria – e magari pure
in dialetto. È una ricetta a prova
di bomba.
Ci vuole poi una proposta
per “gli altri”, la maggioranza; magari un autore croato/
sloveno tradotto per la prima
volta in italiano; oppure un autore italiano da far conoscere
(e apprezzare) alle platee più
vaste.
Ci vuole poi una proposta “di crescita”, un testo/
allestimento elaborato, innovativo, magari anche sperimentale, che permetta al DI di proporsi come esempio di alto teatro
(italiano).
Ci vuole però anche una proposta “educativa” e di avvicinamento al teatro, pensata per
i ragazzi (eccellente il ripristino
delle matinée nelle scuole, da riproporre anche in futuro).
Ci vuole poi una proposta in
grado di valorizzare e promuovere noi stessi, la nostra realtà: e perché allora non provare
ad affidare a uno dei brillanti
drammaturghi presenti oggi sulla scena italiana, l’allestimento
del testo di uno dei nostri tanti
autori? La materia non manca,
non c’è che l’imbarazzo della
scelta...
Altre proposte? A questo
punto ci vorrebbe proprio un
bel brain trust di chef, nostrani e
non... uno scambio di idee, suggerimenti, strategie. E queste
poche righe non vogliono essere
altro che uno spunto, un invito
a farlo. Affinché a fine pranzo/
stagione si possa tutti – gli spettatori, che hanno comprato i biglietti e gustato le pietanze, e gli
enti patrocinatori, che hanno investito fondi pubblici – brindare
con fiduciosa gioia e compiacimento. Senza dover ricorrere all’Alka-Seltzer.
8 palcoscenico
Martedì, 7 giugno 2011
BEN HUR
La quotidiana guerra per sopravvivere
T
rieste. Politeama Rossetti. Cosa
c’entra Ben Hur con la prosa? Passi il colossal cinematografico dell’eroe tutto muscoli dove gli americani si
possono come al solito sbizzarrire nelle
corse e negli inseguimenti, con le bighe
nel caso in questione; ma a teatro… In
realtà la biga c’entra eccome e lo vedremo.
Ben Hur in effetti è solo il pretesto per raccontare una storia di miseria umana, uno
stratagemma divertente per far riflettere gli
spettatori su quanto facile sia da vittima del
sistema diventare carnefice. Il protagonista
è uno stuntman che, feritosi durante le prove di un film, finisce disoccupato nella perenne e inutile attesa di un risarcimento
per il danno subito. Per sbarcare il lunario
fa il centurione romano al Colosseo. Va di
moda tra i turisti farsi fotografare vicino
ai monumenti della città eterna affianco
ad uno in costume antico. Sergio, così si
chiama, in tutte le stagioni e con qualsiasi
tempo esce di casa, brontolando alla povera sorella, depressa perché da poco separata dal marito, che racimola qualche soldo facendo le chiamate erotiche. La svolta
avviene il giorno in cui alla porta di casa
bussa Milan, immigrato irregolare, disposto a tutto pur di trovare qualche lavoro per
mandare un po’ di soldi alla famiglia che
non ce la fa a campare. Non è uno sprovveduto Milan, è ingegnere al suo paese, in
Bielorussia, bravissimo, sa fare tutto, è dotato di grande inventiva e disponibilità. Si
mette al servizio di Sergio, lavora più ore
dell’orologio. Restaura appartamenti, fa
l’idraulico, il falegname, l’imbianchino.
Instancabile racimola poche lire, intanto
che il suo “padrone” si arricchisce alle sue
spalle. Si sa lui è irregolare, non potrebbe
lavorare, basta una parola e viene spedito
via, e non può permetterselo. Da centurione sbaraglia la concorrenza, costruisce una
biga (eccola qua!), e con questa fa soldi a
palate perché tutti vogliono lui, ma il danaro non gli resta in tasca, solo una minima percentuale, il resto ingrassa Sergio
e la sorella, che ora cominciano a vestire
bene, si comprano la macchina, i mobili di
casa nuovi, ostentano insomma. Ma non
sempre chi fa del bene ne riceve in cambio, questa è l’amara constatazione della
storia di Gianni Clementi, che vede in scena un terzetto spettacolare di attori: Paolo
Triestino (Milan), Nicola Pistoia (Sergio) e
Elisabetta De Vito (la sorella Maria), perfettamente affiatati e singolarmente perfetti per i ruoli che si trovano a interpretare.
È la solita tiritera del “non siamo razzisti,
siamo povera e buona gente”, ma se capita
l’occasione ingordigia, disonestà e sopruso fanno subito capolino. Maria si innamora di Milan, che a sua volta ama la moglie
e i figli lasciati a casa. La vendetta di una
donna, che in qualche modo si sente rifiutata, può essere tremenda, anche più perniciosa dell’essere semplicemente sfruttati. Il disastro è comunque dietro l’angolo, i
colleghi concorrenti del Colosseo si organizzano in una spedizione punitiva: Milan
viene picchiato e la biga distrutta. Il mondo è una guerra continua anche quando la
guerra non c’è, questa è la dura realtà: una
guerra che porta con sé ovviamente solo
distruzione e rovina. Questa è la triste lezione di Ben Hur, che a teatro però diverte
tantissimo.
Poscaro
SPAMALOT
Come Shakespeare, con qualche canzonetta
T
rieste. Politeama Rossetti. Che cos’è Spamalot, la
domanda sorge obbligatoria allorché ti invitano ad andare a
teatro per assistere ad uno di quegli eventi che, se li perdi, difficile ribeccarli in un’altra occasione.
Ce lo spiega Eric Idle in una gremitissima Sala Bartoli il giorno
prima del debutto sul palcoscenico del Rossetti.
Nel periodo immediatamente successivo alla Seconda guerra mondiale in Inghilterra si produceva carne in scatola chiamata
Spam. Era un alimento che costava poco ed era parte integrante
della dieta della famiglia tipica inglese. Il contenuto e l’origine della
carne “spam” sono stati sempre un
mistero. Ma la pubblicità fu assidua e martellante. I Monty Python,
gruppo comico inglese, trasformarono la storia della carne in scatola
in uno sketch, che coinvolgeva il
pubblico in un crescendo di spam,
servita in tutte le salse e per tutti i
gusti. Di fatto “spam” in bilico tra
pubblicità esagerata e spazzatura andò a definire il nome con cui
oggi cestiniamo i messaggi pubblicitari indesiderati sul nostro computer. Tra parentesi sembra che
la prima spam fu addirittura del
1978. Per concludere la domanda, Spamalot è la fusione di Spam
e Camelot, a sottolineare quanta
spazzatura gira sulla storia medievale di re Artù, dei Cavalieri della Tavola Rotonda e della ricerca
del Sacro Graal, ma anche quanto
si sono divertiti gli autori di questo
musical a deridere i loro più seri
colleghi, come nel caso di Andrew
Lloyd Webber, di cui prendono in
giro le melodie con la canzone The
Song That Goes Like This. Chi è
quindi Eric Idle, egli è un grazioso e divertente signore, molto in-
glese, anche nell’abbigliamento
(presentatosi con una splendida
mise tutta verde acqua, tono su
tono), che vive però come tutte
le star dello spettacolo in California. Fece parte sin dall’esordio dei
Monty Phyton, attivi dal 1969 al
1983, assieme a Graham Chapman, John Cleese, Terry Gilliam,
Terry Jones e Michael Palin. Tutti laureati a Oxford e Cambridge,
i loro lavori sono divertentissimi
ma acutamente intellettuali. Sono
conosciuti in Italia principalmente
per i film Monty Python – Il senso
della vita (The Meaning of Life),
che ha vinto il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes nel
1983, e Brian di Nazareth (Life
of Brian) del 1979, che probabilmente per la sua tematica religiosa fu distribuito in Italia solo nel
1991. Il musical Spamalot è tratto
dalla sceneggiatura originale del
gruppo, Eric Idle ne ha scritto il
libretto, le liriche e le musiche assieme a John Du Prez.
Re Artù piomba sulla scena
con un fedele scudiero, dovrebbe andare a cavallo, ma evidentemente il mezzo non è funzionale
allo spettacolo. Lo scudiero pertanto battendo due gusci di noce
di cocco mima il suono degli zoccoli e i due procedono al trotto.
Arrivano sotto le mura di un castello da cui si sporge un uomo, a
cui Artù chiede di entrare, per poter trovare altri cavalieri disposti
a seguirlo nella ricerca del Sacro
Graal. L’uomo, invece di rispondere a tono, comincia a dissertare con un passante sul come siano
arrivate le noci di cocco a quelle
latitudini, essendo queste dei climi tropicali. Saranno state portate
dalle rondini, ma può una rondine
di 475 grammi trasportare un frutto che pesa tanto di più, e poi le
rondini che arrivano in Inghilterra mica vengono dall’Africa. E
giù avanti di questo tenore, con
in mezzo uno sbalordito re dei
Britanni a cui un altro chiede chi
l’abbia mai eletto. Artù non riesce a far comprendere che i sovrani non si eleggono, ma provengono dalla volontà divina.
E via con lo sfruttamento delle
masse oppresse, con lo sconvolgimento dei diritti sindacali, in
un crescendo di ilarità che durerà
per tutto lo spettacolo. In mezzo
tanta musica. Sempre Idle, a chi
gli aveva chiesto cos’è Spamalot,
aveva risposto “Avete presente
Shakespeare, la stessa cosa solo
con le canzonette”. Detto questo,
credo sia semplice comprendere
il livello di surreale e anche demenziale comicità che pervade
tutto lo spettacolo, mai banale e
molto, molto intelligente. Il musical in scena a Trieste è l’allestimento originale inglese, firmato
da Christopher Luscombe, con
un ottimo cast, che canta, balla e
recita, e la band dal vivo. Le scene alla guisa del Varietà di altri
tempi, i costumi sgargiantissimi,
le divertenti rincorse tra i cavalieri francesi e quelli della Tavola Rotonda, i numeri musicali, tra cui vanno ricordati almeno
Always Look on the Bright Side
of Life e Diva’s Lament, contribuiscono al successo clamoroso
dell’evento. (rp)
Anno VII/ n. 56 del 7 giugno 2011
“LA VOCE DEL POPOLO” - Caporedattore responsabile: Errol Superina
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Progetto editoriale di Silvio Forza / Art director: Daria Vlahov Horvat
Edizione: PALCOSCENICO
Redattore esecutivo: Carla Rotta / Impaginazione: Saša Dubravčić
Collaboratori: Daria Deghenghi, Rossana Poletti e Ilaria Rocchi
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7.6.2011 - EDIT Edizioni italiane