DEL POPOLO ce vo /la .hr dit w.e ww palcoscenico An no VII • n. Sipario UN CAFFÈ CON... Gordana Jeromela Kaić Pagine 2 - 3 / LA CONTRADA DRAMMA ITALIANO Camere da letto/ Riflessioni Pagine 6 - 7/ LA RECENSIONE Ben Hur/Spamalot Pagina 8 1 201 56 • Martedì, 7 giugno 35 anni di emozioni Pagine 4 - 5 / 2 palcoscenico Martedì, 7 giugno 2011 Gordana Jeromela Kaić UN CAFFÈ CON... Gordana Jeromela Kaić di Daria Deghenghi C inque anni al timone del Teatro Popolare Istriano. Non sono pochi, anzi, si potrebbe dire che bastino per conferire alla scelta del repertorio, alla selezione degli artisti e all’amministrazione delle risorse, quell’impronta personale che ogni direzione vuole e crede di poter imprimere all’istituzione, a patto però, di non avere le mani legate e il portafogli vuoto, come era successo altre volte in passato. A colloquio con Gordana Jeromela Kaić, che dirige il teatro cittadino dal 2006, abbiamo cercato di riassumere obiettivi e traguardi, ostacoli e perplessità di percorso. Di che tipo è stata la sua impronta? Premetto di avere all’attivo quattro anni di gestione ma cinque stagioni di prosa. A questo punto occorrerà precisare che l’inizio del mio primo mandato al timone del Teatro Popolare Istriano è coinciso con il varo della nuova Legge sul teatro, in applicazione dal primo gennaio del 2007. La mia nomina risale infatti al dicembre del 2006. Va detto che le modifiche alla normativa hanno spianato la strada al concetto di professionalizzazione dei teatri, anche quelli di carattere regionale, che da allora in avanti avrebbero dovuto assumere attori e fondare compagnie di prosa stabili ai fini di una professionalizzazione della produzione teatrale. Ora io non sto dicendo che il teatro polese fino ad allora non abbia avuto una propria “filiera” ben collaudata, anzi, dico che ci sono stati spettacoli degni della nostra massima considerazione, solo che sono stati portati in scena da studenti e hobbisti, per non dire amatori, giacché il termine potrebbe suscitare reazioni di sdegno mentre non era assolutamente così. Al contrario, tra gli interpreti arruolati a quel tempo ci sono stati dei veri talenti, ma non sono stati dei professionisti nel senso di non essere stati attori che si guadagnavano da vivere solo con la propria arte. Detto questo, ribadisco che con il mio mandato ha avuto inizio questo percorso di professionalizzazione del teatro polese. L’idea era quella di fondare una compagnia stabile con un nucleo di cinque o sei interpreti regolarmente retribuiti, cui affiancare all’occorrenza attori ospiti da ingaggiare a contratto. Purtroppo non ci siamo ancora riusciti perché messi alle strette da una crisi delle entrate che non ci ha permesso di arrivare al traguardo. Per il momento possiamo contare su Helena Minić e Lana Gojak, che ci hanno regalato numerose soddisfazioni. plasmare un pubblico che possa recepire anche questo profilo di arte scenica. Così ora possiamo dire di poter offrire tutti gli anni almeno un testo drammatico classico se non due, croato o europeo che sia, un testo contemporaneo, uno spettacolo di prosa in dialetto ciakavo oppure in lingua standard ma di uno scrittore istriano e uno spettacolo di danza moderna. A mio avviso in questi cinque anni abbiamo avuto dei titoli e degli allestimenti straordinari che sono stati apprezzati sia in casa che all’estero. Vorrei ricordare in questa sede “Orkestar Titanic”, diretto da Dino Mustafić e interpretato da un eccellente Borko Perić: la parte del protagonista gli è valsa il titolo di miglior attore protagonista (Zlatni smijeh za mušku ulogu) alla rassegna della satira di Zagabria. E c’è un altro particolare. L’autore stesso, il gettonato bulgaro Hristo Bojčev, ci ha fatto l’onore di assistere alla prima croata del suo testo. Una bella soddisfazione... Direi. Quell’anno avevamo allestito anche il nostro primo spettacolo di danza, “Prazna soba na suncu” (La stanza vuota al sole) con Aleksandra Mišić nel ruolo di coreografa. Insisto sul fatto di essere stati proprio noi di Pola, il primo teatro ad avere aperto i battenti alla danza, un’arte ingiustamente e incomprensibilmente trascurata. Al mio secondo anno abbiamo proposto pertanto “Plavi petak” (Venerdì blu) che è valso alla coreografa, Andrea Gotovina, la vittoria alla rassegna di danza contemporanea di Zagabria (Platforma suvremenog plesa). Il premio consisteva nel diritto di portare in scena lo spettacolo al Raduno dei giovani coreografi d’Europa, che quell’anno si teneva in Portogallo, dove i nostri interpreti, Andrea Gotovina, Roberta Milevoj e Ivan Blagajčević, hanno fatto incetta di premi. Della stagione 2007/08 è “Riva i druxi” di Larry Zappia, tratto dal romanzo omonimo di Milan Rakovac. Quella è stata la prima volta che abbiamo lavorato a quattro mani con il Teatro Popolare di Fiume, ed è stato uno sforzo coronato da lodi di pubblico e di critica. Lo spettacolo si è guadagnato due nomination per il Premio nazionale del Teatro (regia e produzione), due Leoni d’oro (regia e drammaturgia) oltre ad apprezzamenti e ammirazione alle Giornate di Marulić e alle Serate di Gavella. Quello stesso anno abbiamo esteso il repertorio alla lirica. Stagioni plurisapori Benché la musica classica sia stata sempre scarsamente rappresentata nei cartelloni del teatro... Vero è che nel 2004, con le modifiche allo statuto e la nuova determinazione dell’ente, ora definito “teatro civico”, ci è stata sottratta la promozione di eventi musicali e di conseguenza tolti i finanziamenti destinati a questo tipo di attività. Ciò nonostante, abbiamo trovato il modo per fronteggiare anche questa crisi. Nell’impossibilità di allestire un In termini di repertorio invece? Bisogna dire che malgrado tutto portiamo in scena in media sei o sette titoli di nostra produzione (o coproduzioni) all’anno, senza contare gli spettacoli d’importazione, le serate e i concerti delle SAC, delle orchestre eccetera. Un altro dato di fatto è che abbiamo aperto le porte del nostro teatro alla danza contemporanea perché siamo convinti di poter Una formula per l’opera serio programmma lirico per il quale non siamo né attrezzati né abbastanza ricchi, abbiamo avviato una stretta collaborazione con la compagnia Opera bb di Zagabria, per portare in scena almeno un atto unico all’anno, ed è con grande soddisfazione che abbiamo avuto in cartellone “Rita” di Gaetano Donizetti, seguita da “Il signor Bruschino” di Rossini e poi anche da “Il campanello” di Donizetti, visto il 2 giugno. Tornando però alla prosa, vorrei ribadire il successo strepitoso di “Furbaciona”, l’adattamento di Lučić de “La Moscheta” del Ruzzante, che continua ad andare in scena tutt’oggi, ma soprattutto la nostra versione di “Girls’ night out” (Addio al nubilato) di Dave Simpson. Anche in questo caso l’autore ci ha onorato della sua presenza in sala per l’anteprima nazionale. Infine in quello stesso anno abbiamo allestito “Il grattacielo” di Lana Šarić, terza alle Giornate di Držić, ma anche la “Tomizziana” di Dora Delbianco, diretta da Damir Zlatar Frey. Nel 2009 abbiamo festeggiato il sessantesimo della fondazione con un convegno che ha riunito allo stesso tavolo teorici della cultura e del teatro, sociologi e storici e il risultato di questo incontro è stata una raccolta di saggi di alto valore documentaristico che certamente verrà consultata per anni da quanti intendono studiare i problemi dei teatri regionali. Della stessa stagione è stato lo spettacolo “Drugo za jedno” (L’altro per l’uno) del coreografo Matija Ferlin, mentre nella stagione successiva abbiamo portato in scena “2 žene, 2 brata, 2 metra” (Due donne, due fratelli, due metri) sempre di Ferlin. Ma il cavallo di battaglia di quell’anno è stata decisamente “Salomè”. Internazionali con «Salomé» Una svolta. “Salomé” ci ha portato nei teatri più importanti di tutti i paesi dell’ex Jugoslavia. A Zagabria è stata vista al teatro nazionale, a Maribor nello Slovensko naradno gledališče, e c’è da dire che i biglietti per tutti e novecento i posti a sedere sono andati a ruba quindici giorni prima della rappresentazione. Anche a Belgrado abbiamo avuto l’onore di essere andati in scena nel prestigioso teatro nazionale. A Skopje, al MOT Festival, il Teatro dell’Opera, con la sua platea di settecento posti, ci ha regalato una standing ovation. A Sarajevo, al MESS, altre acclamazioni. Vede, il fatto che un teatro di classe regionale come il nostro abbia realizzato una tournée internazionale di successo presso i teatri che non sono del nostro stesso livello, è qualcosa di eccezionale: significa che avete fatto centro, che avete uno spettacolo, un prodotto, per così dire, degno di esportazione. “Salomé” ha avuto tredici repliche di cui cinque fuori sede. È stata seguita da 6.000 spettatori ed è stata un record d’incassi. E manca l’uscita in Italia, al 20.esimo MittelFest di Cividale del Friuli. Ma il suo grande merito è quello di aver spianato la strada a titoli quali “Honour” ed “Elettra”. “Honour” è stata rappresentata 22 volte: solo a Zagabria ha avuto sette repliche. Per non dire di “Elettra”, che ha scioccato il pubblico. In molti sono rimasti stupiti da ciò che il teatro polese era in grado di sfornare. Ed anche arte... finanziaria Malgrado le ristrettezze economiche, del momento e di sempre. Come ve la cavate, in termini di denaro? Da sei anni in qua, i nostri incassi derivano nella misura del 70 per cento dal bilancio municipale, tra il 20 e il 25 per cento dalla vendita dei biglietti e il resto ci viene devoluto dal ministero della Cultura e dalla Regione, poca cosa comunque. Il budget annuale ruota intorno ai sette milioni e ciò significa che cinque sono stanziati dalla Città, 1,7 ce li guadagnamo da noi, mentre arrivano da Zagabria e dalla Regione cifre dell’ordine di 100.000 o 200.000 mila kune. Inutile dire che le spese sono elevate. Per tenere la “macchina” in piedi, quindi solo per stipendi, manutenzione e spese correnti, abbiamo bisogno di 3,8 milioni di kune l’anno. L’allestimento degli spettacoli ci costa altri 3,4 milioni, e ciò significa che il rapporto è del 55 contro il 45 per cento. Ora, gli altri teatri del Paese presentano relazioni molto più sfavorevoli a scapito del programma. Secondo alcuni l’ideale sarebbe un rapporto del 60 contro il 40 per cento, quindi noi ce la caviamo anche meglio di quanto si consiglia. Tuttavia, dovremmo avere più attori “fissi”. Almeno sei: un numero che non graverebbe eccessivamente sul nostro bilancio e ci permetterebbe di selezionare titoli e autori che oggi non siamo in grado di portare in scena. Avendo in casa solo due attrici, per quanto brave, ed essendo costretti a cercare collaborazioni esterne di spettacolo in spettacolo, che non è facile, dobbiamo fare i conti con dei seri condizionamenti programmatici che cerchiamo di superare in partenza con la scelta del testo più conciliante con i profili delle nostre due interpreti, consultando in proposito registi fidati quali Ivica Šimić e Damir Zlatar Frey. Finora abbiamo fatto un buon lavoro. Quelle di Salomé ed Elettra sono parti ambite da ogni attrice, a maggior ragione dalle giovani in cerca di affermazione. Helena Minić ha avuto questa occasione e l’ha sfruttata. L’abbinamento è riuscito. Ciò non toglie che spesso abbiamo le mani legate. Con una compagnia nel vero senso del termine, avremmo certamente più scelta, più testi, più spettacoli e più repliche. Ogni cosa a suo tempo... Posto (fisso) ai giovani Che ne è stato, invece, dell’MKMF, il festival estivo dei giovani interpreti? I giovani hanno il loro posto nel nostro teatro. Lo Studio drammatico c’è sempre e c’è sempre il nostro MKFM. È cambiata solo l’impostazione. Se prima era una specie di scuola estiva con labo- ratori tematici dedicati ai vari mestieri dell’arte scenica (scrittura, regia, musiche, costumi, scenografie eccetera), oggi ci siamo specializzati nella produzione del teatro degli oppressi e la consacrazione di questa scelta l’abbiamo avuta nel 2008, quando siamo riusciti a portare a Pola il fondatore stesso di questa caratteristica forma di teatro, il brasiliano Augusto Boal. Ovviamente ci abbiamo guadagnato in prestigio, essendo gli unici in questo angolo d’Europa a fare questo tipo di teatro, e ora possiamo dire di avere tutti gli anni fino a 150 iscritti ai laboratori di Aleksandar Bančić, gente che arriva letteralmente da tutto il mondo: India, Parigi, Rio de Janeiro... In più abbiamo esteso il programma alla danza contemporanea, con i laboratori a cura della “Liberdance” che hanno luogo ad agosto. Pare di capire che si cerci a tutti i costi di conciliare gusti e preferenze di ogni fascia del pubblico. Ma è possibile? Siamo un teatro a carattere regionale ed è importante poter offrire al pubblico sia spettacoli per così dire colti, sia quelli prettamente commerciali, ma anche scelte di tipo educativo. Siamo costretti a considerare la complessità e l’eterogeneità del pubblico che frequenta il nostro teatro, conciliando gusti e necessità di ogni categoria. Di conseguenza seguiamo due filoni programmatici paralleli e complementari: nel primo caso si tratta di titoli di elevato valore letterario e artistico tra cui i già citati “Elettra”, “Honour”, “Salomè”, “Tomizziana”, “Riva i druxi” ma anche “Cruel and tender” (Tenero e crudele). Nell’altro si parla di testi di carattere popolare, in prevalenza commedie, testi dialettali, intrecci divertenti e trame comprensibili che possono raggiungere anche il più piccolo dei paesini dell’Istria. Cartelloni: occorre stratificare In questo caso si tratta dei titoli più redditizi immagino, ma qual è stato lo spettacolo più conveniente, in termini puramente economici, che avete lanciato in questi cinque anni? Non ci ho mai pensato, a dire il vero. Sicuramente, però, le più gettonate sono state commedie come “Furbaciona” e “Girls’ Night out”. Ma anche “Honour” ha avuto un ottimo seguito, benché non appartenesse al genere: il testo era semplicemente ottimo e questo è bastato. Tuttavia anche “Salomé” ha avuto il suo bel riscontro economico, sebbene indiretto. Grazie a “Salomé” abbiamo realizzato scambi che ci hanno permesso di arricchire il programma con titoli che altrimenti non avremmo mai potuto permetterci, tra cui “Il borghese gentiluomo” (Zagabria), “Le nozze dei piccoli borghesi” (Maribor) e “Dervis i smrt” (Belgrado), e c’è da precisare che queste sono messe in scena dell’ordine di diecimila euro l’una. Sì, “Salomé” è stato uno spettacolo a dir poco esclusivo. Tornando alla nostra “struttura” del repertorio, accanto ai due filoni principali che ho appena citato, ci sono poi i titoli che esulano dalla palcoscenico 3 Martedì, 7 giugno 2011 nostra produzione e da ogni nostro apporto professionale. Sono spettacoli votati al puro divertimento che ospitiamo affittando la sala e che raggiungono senza problemi la quota di 1.500 spettatori. Sono i gettonatissimi Edo Z, Arijana Čulina, “Sarajevska audicija” eccetera. Il quarto gruppo è riservato alla danza, che in termini di denaro rende poco. Ciò nonostante siamo convinti della necessità di formare ed allargare progressivamente un pubblico sensibile anche a questo tipo di arte scenica. Probabilmente titoli come “L’altro per l’uno” di Matija Ferlin non avranno mai il pienone, ma questo non significa che il teatro non abbia l’obbligo di portarlo in scena. Il quinto filone appartiene ai ragazzi e agli studenti. Nel primo caso si tratta di rappresentazioni che realizziamo quasi interamente con gli attori dello studio drammatico, mentre nell’altro stimiamo che possano assecondare le esigenze formative degli studenti anche tutti gli altri spettacoli che portiamo in scena per il pubblico adulto. Ciò nonostante, gli studenti, sia quelli del liceo che gli universitari, sembrano poco interessati al nostro repertorio e io non so spiegarmi i motivi di questo rifiuto. Spettatori si diventa (da piccoli) Sarà questione di soldi? Non penso proprio. Con lo sconto i biglietti sono accessibili. Si parla di venti kune a spettacolo, il prezzo che i ragazzi pagano tranquillamente per un pacchetto di sigarette e due caffè al bar, a cui ovviamente non rinunciano. Sarà piuttosto quello che insegnamo loro noi adulti. Ai miei tempi, andare a teatro sarà stato pure imposto dal preside o dal professore di turno, ma intanto c’era questa convinzione che frequentarlo fosse un elemento integrante del processo formativo. Oggi la pratica esige il libero arbitrio e i giovani scelgono di non andare a teatro ma di fumare e prendere il caffé al bar. Edificante. A volte è anche una scelta dei professori, che per evitare la responsabilità per la classe, preferiscono non portarli da nessuna parte e men che meno a teatro. Inoltre c’è una specie di concorrenza sleale che ci sta minando il campo: si tratta di un attore o due che chiedono di poter recitare a scuola nelle aule o nelle palestre pezzi di scarso o nessun valore. Ma in palestra che prosa si può fare? Che scena si può allestire senza luci, senza costumi, senza scenografie e senza attrezzi? Non è teatro questo, e non insegna niente, né ricorda minimamente la profondità delle scene, la sontuosità dei tendaggi, l’acustica di un teatro vero. A mio avviso uno spettacolo quale “Putevima glagoljaša” (Le strade dei glagolitici) dovrebbe essere visto da tutti i liceali dell’Istria, senza nessuna pubblicità da parte nostra, mentre attualmente ci tocca implorare le scuole di venire a seguirlo. Incredibile. Ma questo non è solo un problema nostro. Tutti i teatri regionali lo denunciano. Abbiamo anche fatto fronte comune presso il ministero affinché qualcosa cambi, ma non penso proprio che qualcuno si sia mosso... Il discorso ci porta inevitabilmente al numero degli spettatori. Contrariamente alla congiuntura sfavorevole, il numero sale di anno in anno. Ci basti prendere in esame gli ultimi due: se nel 2009 avevamo totalizzato 51.000 spettatori, l’anno successivo sono stati ben 55.000. Ciò vale anche cambiando di prospettiva. Per i soli spettacoli di prosa, l’incremento è stato del 18 per cento, da 30.000 a 36.000. Stesso discorso per i titoli in regime di vendita (escluse, dunque, le rassegne della SAKUD, i concerti di fine anno, ovvero tutti gli spettacoli gratuiti o patrocinati): l’aumento è del 9 per cento, da 22.300 del 2009 a 24.500 dello scorso anno. Resta fermo che il bacino d’utenza è limitato se si tiene conto del fatto che Pola abbia meno di 60.000 abitanti. Le statistiche dicono che soltanto l’uno per cento della popolazione costituisce il numero dei possibili spettatori di un teatro e nel caso nostro si tratterebbe di seicento persone. Ciò equivale a dire che un sola rappresentazione dei nostri spettacoli di prosa esaurirebbe il nostro potenziale. Ma non è così, perché i nostri titoli hanno diverse repliche, e quando un pezzo è stato visto da 2.900 spettatori, il successo è bello e documentato. Ad ogni modo, i limiti sono limiti: più di otto rappresentazioni per un titolo non sono realmente possibili, a meno che non si vada fuori città. Il palcoscenico su carta Da qualche anno in qua il teatro pubblica i testi di alcuni suoi spettacoli in una collana piuttosto elegante che funge da documento, da archivio, ma anche da manuale destinato agli spettatori più interessati all’elemento letterario. Contemporaneamente all’anteprima di “Elettra” è uscito il decimo numero della Collana INK. La recente abitudine di pubblicare i testi di prosa che portiamo in scena risale alla fine del 2007. Copiando una prassi piuttosto frequente nel mondo del teatro, cerchiamo di arricchire la percezione dell’evento teatrale da parte dello spettatore, dedicandogli un volume che sia in gtrado di fornire informazioni, fotogrtafie, prefazioni e recensioni al testo drammatico accanto alla versione integrale del testo stesso. L’altra finalità è quella di conservare e custodire, per la memoria delle future generazioni, una traccia che documenti l’avvenuta messa in scena. La nostra impresa editoriale include ancora la raccolta dei saggi del convegno del 22 gennaio 2009 sul tema de “Il teatro come azione” dedicato al nostro sessantesimo. Attualmente è in preparazione il libro di Marija Crnobori Fotez che raccoglierà testi scelti in cui la celebre attrice racconta la sua carriera, le parti più significative (Antigone, Iffigenia, Laura, Clittenestra...), l’esperienza del teatro ambientale (Ragusa, Spalato), la recitazione della poesia dialettale ciakava eccetera. Il volume dal titolo “Životić, saggi di teatro e altri”, prossimante in uscita, è stato curato da Jelena Lužina. Buoni padroni di casa In quale stato versa lo stabile? Dovrebbe avere centoquarant’anni ormai. Infatti la sua manutenzione, come del resto gli investimenti nelle macchine e negli attrezzi, è un elemento determinante della gestione dell’ente ma, trattandosi di attività generalmente costose, ogni nostra mossa dipende di rigore dall’entità dei mezzi che ci vengono destinati dal bilancio in conformità con le leggi. Da quando ho assunto le redini del teatro ad oggi, sono stati rifatti o sostituiti i tetti, le finiture in rame, il soffitto, il palcoscenico, l’impianto luci e l’impianto sonoro, alcuni arredi e i sistemi di riscaldamento e raffreddamento. Per fare questo abbiamo speso grossomodo tre milioni di kune stanziate dal bilancio municipale, mezzo milione del ministero della Cultura e altre 250.000 kune dal fondo di risarcimento dei danni. Ciò non toglie che sono passati vent’anni dall’ultima ristrutturazione e che lo stabile invoca oggi stesso una nuova radicale opera di restauro. Ci vorrebbero però somme ben più ingenti, o meglio una volontà politica ferma, per restaurare da capo quel “politeama” che l’imprenditore Ciscutti decise di regalare a Pola. 4 palcoscenico Martedì, 7 giugno 2011 Martedì, 7 giugno 2011 LA CONTRADA Sette lustri di teatro in mostra Trentacinque anni di ricordi con Paolo Quazzolo di Rossana Poletti Paolo Quazzolo, docente universitario, ha insegnato drammaturgia e dal prossimo anno accademico storia del teatro. Il teatro lo frequenta sin da piccolissimo, il padre lo portava con sé già a 4 anni, e così fa con la figlia, perché è con l’esempio e con la frequentazione che si stimolano nelle giovani generazioni l’amore e la curiosità per l’arte, la cultura e il teatro. Assieme a Diego Matuchina e Maria Grazia Plos in pochissimo tempo hanno allestito una bella mostra ospitata nelle sale espositive di Palazzo Gopcevich a Trieste. 35 anni è la vita lavorativa media di una persona. La Contrada non va in pensione ma fa una mostra per illustrare tutta la sua lunga e feconda attività. Quando si parla di teatro, un attore con 35 anni di carriera non dico sia giovane, ma arriva appena alla maturità. Per una compagnia teatrale è invece una bella età; con la precarietà che c’è oggi poi, a teatro e più in generale nel mondo culturale, raggiungere questo traguardo è un risultato considerevole. La Contrada nasce come compagnia. I quattro fondatori Orazio Bobbio, Ariella Reggio, Francesco Macedonio e Lidia Braico diedero vita alla compagnia Emigranti Marcovaldo Tango viennese del Teatro popolare “La Contrada”, Orazio oggi non c’è più. Gli altri tre hanno ormai una bella età e volevano che si festeggiassero i 35 anni di attività, poi verranno sicuramente anche altri traguardi tondi: quaranta, cinquanta… E così avete pensato ad una mostra. Abbiamo contattato il Comune di Trieste per avere una sede per l’esposizione, inaspettatamente ci è stato proposto Palazzo Gopcevich, che è molto prestigioso; a quel punto avevamo solo un mese per pensare a quello che dovevamo esporre, la volontà però era così forte che ce l’abbiamo fatta. Quale è stata la principale difficoltà? La Contrada conserva tutto il materiale dal primo spettacolo ad oggi: foto, locandine, costumi, attrezzerie, scenografie. Abbiamo dovuto fare una grande selezione alla base che non è bastata, perché al momento in cui dovevamo allestire si è tagliato ancora. Una delle regole auree è quella di non riempire troppo altrimenti il visitatore non si raccapezza. Quali sono stati i criteri di scelta? Abbiamo deciso di raccontare questi 35 anni attraverso le nostre produzioni. Abbiamo dovuto omettere completamente le ospitalità: sul palcoscenico della Contrada sono passati fior di attori e compagnie nazionali, ma sarebbe stato un capitolo troppo vasto da affrontare in questa occasione. Abbiamo pensato che fosse giusto puntare sulle anime della Contrada e realizzare tre sezioni. La prima riguarda il Teatro Ragazzi ed è quella che il visitatore incontra all’inizio, perché dopo il debutto del primo spettacolo drammatico della Compagnia “A casa tra un poco” su testo di Damiani e Grisancich, La Contrada scelse un suo percorso particolare quello del teatro dedicato ai ragazzi appunto, producendo e curando importanti rassegne. Si ricorderà il teatro in piazza a Muggia, con personaggi del calibro di Lindsay Kemp e altri eventi internazionali. Comunque la compagnia si specializzò nella produzione di spettacoli d’attore (fino a quel momento per i bambini si prediligeva il teatro delle marionette), entrando così nel novero delle realtà più importanti in Italia. Famosissimo è il Marcovaldo del 1977, che diventò un caso teatrale, fu messo in scena a Torino e poi l’anno successivo girò tutta l’Italia. La sezione contiene tutte le produzioni, fino ai giorni nostri. La Contrada è ancora oggi uno dei pochi teatri che ha un cartellone per i ragazzi, una stagione a sé stante con produzioni proprie e ospitalità. C’è in mostra una bellissima automobilina. L’utilizzava nei primissimi spettacoli Orazio Bobbio, uno di quegli attrezzi che si sono conservati; è in mostra affianco alla foto di scena. Ci sono pezzi a cui siamo affezionati, che non si possono buttare o smontare per riutilizzare diversamente, questo è uno di quelli. Continuiamo con le altre sezioni. Naturalmente la drammaturgia in lingua triestina, a partire appunto da “A casa tra un poco”, di cui è esposta la locandina, una delle due superstiti. Cronologicamente vengono poi raffigurati i vari filoni che si sono affrontati: Carpinteri e Faraguna, Tullio Kezich, i testi di Macedonio, fino alle ultime produzioni di Pierluigi Sabatti, Roberto Curci, Enrico Lutmann e altri. La terza sezione invece riguarda le produzioni nazionali. La Contrada è radicata al territorio per la sua attività dialettale, ma ahimè questo genere non è esportabile fuori dal contesto della regione e dell’Istria, benché siano spettacoli costosi e impegnativi, a volte con orchestra, corpo di ballo e tanti attori. La Contrada ha dovuto investire sul teatro in italiano con produzioni nazionali. All’inizio della sua attività era conosciuta per il filone sulla drammaturgia centroeuropea: “Tango viennese”, “Emigranti”, “La panchina”, “Omobono e gli incendiari” erano testi di autori non ancora conosciuti in Italia. La Contrada così svelava al pubblico un universo ancora sconosciuto. Poi c’è stata la stagione in cui si è indagato il teatro italiano degli anni ’30: Achille Campanile con “150 la gallina canta”, ad esempio portò a Trieste Antonio Calenda, chiamato da Orazio Bobbio. Da qui poi l’avventura di Calenda è proseguita fino ai giorni nostri in altri teatri (ndr Calenda è direttore del Rossetti e Sovrintendente del Verdi). E ancora “Sorelle Materassi” e “Non ti conosco più” di Aldo De Benedetti che peraltro aprì la stagione delle collaborazioni con i grandi artisti della scena: Lauretta Masiero, Isa Barzizza, e ancora Johnny Dorelli, Antonio Salines e tanti altri. Per arrivare alle produzioni più recenti di teatro brillante che però, come voleva Orazio, deve essere di divertimento intelligente, con qualcosa su cui riflettere. Poi viene l’ultima sezione. Racconta La Contrada al di fuori del palcoscenico, cioè tutte quelle attività teatrali di divulgazione e conoscenza che hanno trovato collocazione in luoghi diversi: il teatro di Italo Svevo, ad esempio. La Contrada ha messo in scena quasi tutti i testi dell’autore triestino in luoghi alternativi come piazza Hortis davanti alla Biblioteca Civica, e nel giardino di Villa Sartorio. C’è poi l’attività dell’Accademia Teatrale della Città di Trieste, quella degli Amici della Contrada, associazione che affianca la compagnia sul versante culturale, i laboratori nelle scuole, progetti speciali come Le vie del caffè, un progetto su James Joyce e innumerevoli altri. Quale è l’elemento identificativo della mostra? All’ingresso da una parte c’è una gigantografia con le immagini dei quattro fondatori e dall’altra parte ce n’è una che riproduce l’immagine della locandina della mostra: proviene da uno dei primissimi spettacoli “Un teatrino, due carabinieri, tre pulcinella e uno spazzino” di Tonino Conte e Lele Luzzati, dove si vedono Orazio Bobbio e Ariella Reggio vestita da Pulcinella, scelta perché c’è il bel gioco della maschera che si ammira nello specchio tenuto in mano da Orazio. Un Orazio giovanissimo e affascinante È un’immagine con una sua atmosfera e magia e l’abbiamo voluta mettere in rilievo. Passando in rassegna tutte le foto abbiamo avuto tra le mani immagini di un mondo teatrale incredibile. C’erano quelle di Sergio Endrigo con Giorgia Trasselli, quella che poi fu la colf di Casa Vianello. Erano agli inizi della loro carriera. Chissà se e quanti di quelli che abbiamo visto hanno continuato a fare gli attori? Ariella Reggio ha detto ridendo “non abbiamo messo in mostra le cambiali”, l’operazione di avvio della compagnia costò molto? La cultura e il teatro nello specifico vivono un momento terribile... ma i momenti di crisi spronano e servono a far emergere e sopravvivere chi vale di più. Le grandi intuizioni registiche, i grandi spettacoli, è provato, sono venuti fuori là dove non c’erano soldi Era ovviamente una battuta, anche oggi se qualche pazzo decidesse di avventurarsi per questa strada dovrebbe sopravvivere per almeno tre anni con le proprie forze prima di poter eventualmente accedere ai contributi ministeriali. La Contrada venne fondata nell’aprile del 1976 e sfortunatamente il mese successivo ci fu il terremoto del Friuli. La gente si rifiutava di chiudersi in teatro per paura e quindi la sala era mezza vuota. Anche se lo spettacolo di debutto fu bello, gli incassi furono molto magri. C’è da dire, ad onor del vero, che se lo Stabile regionale avesse voluto non far nascere la Contrada (ricordiamo che Macedonio era il regista di riferimento del Rossetti e Bobbio, Reggio e Braico attori della Compagnia stabile) avrebbe avuto tutti gli strumenti per stroncare sul nascere l’iniziativa. Non a caso per “A casa tra un poco” scene e costumi vengono firmati da Sergio D’Osmo, come dire “con al benedizione” dello Stabile. Poi all’inizio La Contrada sondava settori nei quali il Rossetti non si avventurava o aveva abbandonato, come per il Teatro Ragazzi. Era una sorta di complementarietà necessaria a coprire tutta l’offerta teatrale. I primi anni furono ovviamente difficili ma poi La Contrada trovò la sua strada con la drammaturgia centro-europea e il teatro dialettale fino a diventare Teatro Stabile. Quale fu la chiave di volta? Un grande cambiamento fu rappresentato dall’acquisizione nel 1983 dell’allora cinema Cristallo. La proprietaria, la mitica signora Spadoni, voleva chiudere l’attività. Il grande 5 Un nido di memorie Le sorelle Materassi intuito, ma anche l’incoscienza, che ha sempre contraddistinto Orazio, lo spinsero a chiedere di poter rappresentare uno spettacolo, “Teatro per fisarmonica” per ragazzi. Andò bene e chiese di poter tenere il teatro per una stagione, da lì La Contrada ebbe poi definitivamente una casa. Una compagnia senza teatro non può accedere al meccanismo degli scambi e non può quindi fare una stagione con gli abbonati. Il primo anno c’erano rappresentazioni con due repliche, un po’ di tutto perché non si sapeva ancora cosa il pubblico prediligesse, 186 abbonati. Nella stagione successiva si arrivò però a 2000. Ci fu poi un momento in cui Bobbio stava contrattando per avere “Buonanotte mamma” con Lina Volonghi e Giulia Lazzarini. Il produttore disse “mi dai 4 repliche o io non ti do lo spettacolo”; la Volonghi e la Lazzarini erano due grandissime del teatro, erano contese in tutta Italia e non si muovevano per due sole serate. Orazio rischiò, le prese e diede 4 repliche a tutti gli spettacoli in cartellone, gli abbonati schizzarono alle stelle. Quando facemmo il libro per i vent’anni della Contrada, Bobbio mi consegnò questa immagine di un’avventura in discesa, che però poteva contenere delle insidie che avrebbero potuto creare intoppi e disastri. Questo non è fortunatamente mai accaduto, anche perché Orazio aveva grandi qualità di organizzatore, molto fiuto, sapeva sempre quali spettacoli e attori chiamare, vedeva sempre giusto anche quando agli altri le sue scelte sembravano azzardi. Tante storie, peccato non poterle riassumere tutte in una pubblicazione. Ho scritto già il libro per i 20 anni di Contrada, ma ci fermiamo al ’96. Lì ci sono tanti fatti e aneddoti. È anche una questione di fondi, quando ne troveremo sicuramente provvederemo ad aggiornare quella pubblicazione. Facendo questa mostra sono saltate fuori tante storie che erano state dimenticate. La mostra sarà aperta fino al 12 giugno. E a latere abbiamo proposto alcune conversazioni, giovedì 9 giugno sarà la volta di un incontro dedicato interamente a Svevo, con proiezioni e letture. I Rusteghi Tu sei responsabile delle relazioni culturali della Contrada e docente universitario. Ho una grande gratitudine nei confronti di Orazio Bobbio, perché da giovane laureato in storia del teatro, avevo alcune collaborazioni, ma ancora un futuro incerto sul fronte della carriera universitaria. Lui credette in me, mi volle al suo fianco e mi diede da vivere, cosa di non poco conto per me all’epoca. Venne il momento in cui entrai all’Università e nel frattempo alla Contrada era arrivato Vernelli, le cose si assestarono. L’Università collabora attivamente con tutti i teatri cittadini e io non posso dire di prediligere uno rispetto all’altro. Posso affermare invece che La Contrada è sempre stata molto attiva sul versante delle iniziative da realizzare assieme. Dico sempre da docente che il teatro lo studi ma lo devi anche vedere, ancor meglio se ci puoi entrare attraverso la porta di servizio, vivere il dietro le quinte, l’allestimento di uno spettacolo: per gli studenti sono esperienze molto formative. Hai curato anche un’enorme monografia sul Rossetti. Ho fatto il mio primo libro di circa mille pagine, scritto per i quarant’anni del Teatro Stabile, grazie all’immenso archivio del Museo Teatrale “Carlo Schmidl” del Comune di Trieste. Ho aggiornato poi il libro ai cinquant’anni in versione informatica, che sta ora sul sito, costantemente implementato dal teatro stesso. Sei nipote illustre di Manlio Cecovini, avvocato e scrittore. L’amore per il teatro mi viene dai nonni e dai genitori, l’avere in casa il prozio che scriveva romanzi era una cosa curiosa, strana. Fintanto che ero piccolo lo zio Manlio voleva dire la sua casa in Carso e Poppi, la cagnetta. Credo di aver letto tutti i suoi romanzi, mi sono avvicinato a lui negli anni della maturità, con il confronto letterario e il perché di certe scelte. Mi affidò la presentazione dei carteggi che andava pubblicando nell’ultimo periodo. Mi piace dire di lui che invecchiando, invece di sclerotizzarsi su alcune sue idee, ebbe Ragazzi irresistibili un superamento delle stesse, con un’apertura verso il mondo slavo. Pubblicò questo carteggio con Rebula, grande intellettuale sloveno. Pensava che la storia era andata avanti, che erano caduti i confini, che siamo una terra di confine con tante anime che non possono essere scisse e che si mescolano, un po’ come scriveva Slataper nel “Mio Carso”. La Contrada ha sempre avuto un occhio di riguardo per il territorio, che nel nostro caso è rappresentato dall’Istria e dalla sua Comunità italiana. Da quando si è cominciato a fare teatro dialettale la tournée comprendeva sempre l’Istria, sempre con grande successo e ottimi riscontri. Poi ci sono state le collaborazioni con il Dramma Italiano di Fiume, ci sono state coproduzioni, nostri attori hanno poi recitato nei loro spettacoli e viceversa. La Contrada ha ospitato loro produzioni. Ci sono poi progetti didattici che tengono conto di questo entroterra che Trieste non ha, ma che in realtà c’è. La Contrada ha avuto sempre quest’anima radicata nel territorio. Orazio diceva “Noi facciamo teatro, ma offriamo principalmente un servizio”. Per citare un fatto, il canone associativo agli Amici della Contrada è irrisorio, e Dio solo sa quanto bisogno avremmo di aumentarlo, ma non l’abbiamo fatto perché appunto anche questo è un servizio destinato alla comunità e deve poter raggiungere il numero più ampio possibile di persone. Da esperto che futuro pensi abbia il teatro? Per rispondere dovrei avere la sfera magica. La cultura e il teatro nello specifico vivono un momento terribile, i finanziamenti sono stati tagliati in corso d’opera, quando cioè già si era avviata una stagione confidando in un certo budget. La fortuna di Trieste è il pubblico, ma non è così dappertutto. Qui ci sono molte realtà peraltro, la concorrenza comunque fa sempre bene, costringe a fare meglio. Poi la crisi ha spinto a fare sempre di più, contrariamente a quello che si pensa. I momenti di crisi spronano e servono a far emergere e sopravvivere chi vale di più. Le grandi intuizioni registiche, i grandi spettacoli, è provato, sono venuti fuori là dove non c’erano soldi. 6 palcoscenico Martedì, 7 giugno 2011 DRAMMA ITALIANO «Camere da letto» commedia brillante confezionata a pennello per la Quando l’amore passava attra di Ilaria Rocchi S i può ridere “degli” altri, quando si fa dell’ironia; o ridere “con” gli altri, quando si fa dell’umorismo; e si può anche ridere di sé, esplorando i risvolti e i numerosi punti di vista del proprio vissuto, dei tanti paradossi, della propria esistenza inadeguata, delle tante assurdità della vita (come insegna Pirandello). E di situazioni paradossali viste in “Camere da letto” ce ne sono davvero tante, e per di più condite con quel pizzico di “peperoncino” che rende più saporito e vario il nostro essere su questo mondo: l’amore e il sesso (o meglio la mancanza di questo). Pertanto era quasi scontato che piacesse questo pezzo allestito dal Dramma Italiano sul tramonto di una stagione teatrale così così. Dopo un avvio non del tutto convincente, un po’ titubante – “Michelstaedter –Biografia di un pensiero furioso” –, la compagnia di prosa italiana del Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” di Fiume si è riappropriata del palcoscenico offrendo un’eccellente prova in “Euridice”, reinterpretando i temi amore-dolore-vita-morte. E ha trionfato nella brillante farsa di Alan Ayckbourn, mirabilmente orchestrata da Paola Galassi, insegnante e regista, punto di riferimento del teatro comico italiano. È stato quasi “un gioco” per la regista, che per questa sua seconda collaborazione con il DI (l’esordio lo scorso anno con “Somehwere city” di Goran Lelas) è tornata a confrontarsi con il testo di Ayckbourn (ricordiamo che inizialmente era prevista un’altra commedia, “Sesso matto”). Attraverso le avventure e sventure di quattro coppie, Ayckbourn analizza paure, tabù, desideri repressi, insicurezze, crisi d’identità, rapporti un po’ arrugginiti dal tran tran quotidiano (nello stesso letto da anni, protetti da un soffice piumone, da un tetto, anche se poi spande)... un carosello di sentimenti e situazioni tanto spassosi quanto forse prevedibili, con immancabile happy end. Per ridere, senza amarezze, senza starci a filosofare su, senza cercare (improbabili) moralismi... Un testo intelligente e molto preciso, soprattutto godibile, che descrive, con piglio brillante e disinvolto, storie tutto sommato semplici, seccature comuni, una “tipologia” di problemi di coppia presenti trasversalmente nella nostra società. La trasposizione di Paola Galassi è fedele, ma non troppo, all’originale. L’ha rivisitato infondendogli un tocco di (sana) passione mediterranea, senza però strafare. E, soprattutto, l’ha reso praticamente “universale”. In un posto qualunque in un anno qualunque Siamo a metà anni Settanta, ma non si direbbe, per certi versi potrebbe essere anche oggi; siamo nella provincia inglese, ma potremmo essere in una qualunque altra città d’Europa; siamo nella middle class... e beh, qui ci siamo, sono le tematiche, le preoccupazioni, i conformismi tipici di certi ambienti... Difatti, chi altri, se non dei medio bor- Ernest (Bruno Nacinovich) e Delia (Elvia Nacinovich) accolgono tra il caldo confortante delle loro lenzuola una nuora, Susannah (Elena Brumini), in crisi con il marito, il loro egocentrico e viziato figlio Trevor (Woody Neri) ghesi, arrivano a scandalizzarsi per una lite tra coniugi, al punto di far saltare un festino che con la coppia centra poco? Chi, se non dei medio (piccolo) borghesi, si preoccupano di lasciare la “mancia giusta” per non dare di sé un’immagine sbagliata? Allestendo nel 1977 il testo di Alan Ayckbourn al National Theatre, Peter Hall andava consapevolmente incontro al rischio di tirarsi addosso le ire dei tradizionalisti, per i quali il “tempio” londinese era un luogo fin troppo sacro per accogliere una pièce così “commerciale” come la commedia brillante “Bedroom Farce”, in italiano “Camere da letto”. Oggi, a distanza di trentaquattro anni, ci è difficile capire le ragioni di tanto snobismo critico nei confronti del drammaturgo più prolifico della Gran Bretagna. Comunque sia, la “barriera” verrà abbattuta, tant’è che lo spettacolo resterà in cartel- Autore di brillanti commedie di ambiente borghese Il drammaturgo Alan Ayckbourn nasce ad Hampstead (Londra) nel 1939. Dopo svariate esperienze in ambito teatrale, accetta il posto di direttore di scena e attore nello Studio Theatre Company, la compagnia di Stephen Joseph, fondatore del Library Theatre di Scarborough. Nel 1958 Ayckbourn scrive la sua prima commedia, “The Square Cat”, che diventa un enorme successo per la compagnia. Stephen Joseph gli commissiona per l’inverno del 1959 un secondo testo: “Love after all”. Ayckbourn continua a recitare e a scrivere per la Studio Theatre Company fino al 1962, quando viene coinvolto nella costituzione del Victoria Theatre a Stocke On-Trent. In questo nuovo scenario prosegue alacremente l’attività di attore e scrittore, ricevendo dei riconoscimenti per le commedie “Christmas V Mastermind” e “Mr Whatnot”. Nel 1967 la commedia “Relatively Speaking” debutta, con successo, al West End. Nel 1972 diventa direttore artistico del Library Theatre, carica che mantiene ininterrottamente. Attualmente Ayckbourn continua l’attività presso il Library Theatre (oggi noto come “Stephen Joseph Theatre”). La comparsa e il bisticcio tra Susannah e Trevor fa saltare il festino offerto per gli amici da Malcom (Giuseppe Nicodemo) e Kate (Rosanna Bubola), freschi di trasferimento nella nuova casa lone nel West End di Londra per oltre tre decenni. Ora, verrebbe da pensare che dopo tanto tempo il testo di Ayckbourn sia ormai superato, si sia come dire... esaurito, logorato, consumato. Dopo tutto, i tempi sono cambiati, e dagli anni ‘70 del secolo scorso a oggi ne è passata di acqua sotto i ponti, la società è cambiata, per cui è legittimo un dubbio: può ancora soddisfare i gusti della platea, quelli di un pubblico moderno? Mah, personalmente ho trovato il pez- Autore di 73 opere teatrali, il suo lavoro è stato tradotto in 35 lingue e le sue commedie sono costantemente rappresentate in tutto il mondo, tra cui “Camere da letto” (“Bedroom Farce”), “Family circles”, “Sinceramente bugiardi” e “Confusions”. Per le sue prolifiche doti da regista e autore ha ricevuto più di 25 premi e onorificenze tra cui spiccano un CBE (Companion of the Order of the British Empire) nel 1987 e la nomina a “Cavaliere per i servigi resi al teatro” nel 1997. Le sue commedie, quasi sempre incentrate sulle relazioni tra moglie e marito, si caratterizzano per la coralità dell’interpretazione. Attraverso la vita in famiglia e l’istituzione del matrimonio, considerato come una prigione, ma al tempo stesso fonte indispensabile di sicurezza, l’autore mette in scena il malessere sociale della media borghesia provinciale inglese. Dotato di notevole intuito sociologico, Ayckbourn riesce a costruire dei personaggi assolutamente credibili, riuscendo a non cadere mai nella caricatura. Dagli anni Ottanta, inoltre, il suo lavoro si è evoluto, affrontando problemi sociali più ampi mediante idee fantasiose e ambientazioni diverse. La sua opera è inoltre connotata da temi tragicomici e dalla costante volontà di sperimentare con il tempo e lo spazio scenico. zo divertente, ma non esilarante; indubbiamente confezionato con stile e raffinatezza, interpretato ad arte da una compagnia che, seppur rinforzata per l’occasione da alcuni ospiti, in produzioni di questo genere – un testo che mette in risalto le doti comiche ed eclettiche degli attori, che richiede uno spiccato senso dell’umorismo, autoironia e spirito di gruppo – riesce sempre a dare il meglio di sé. E da Fiume a Lussinpiccolo – passando per Pola, Capodistria, Umago e Rovigno –, la risposta di chi l’ha visto è stata univocamente più che positiva, anche se un certo divario si è comunque percepito. Infatti se il pubblico degli adulti si è riconosciuto, si è immedesimato, ha capito, riso, e apprezzato, quello dei giovani ha partecipato forse meno, rimanendo comprensibilmente più in sordina... Nell’epoca del fast food – anche dei sentimenti –, dell’esibizionismo facebookiano, di ritmi frastornanti che scandiscono le loro giornate, della violenza dei giochi che li incollano agli schermi... e beh, è troppo lontano, per loro, non solo l’argomento, ma il modo stesso di ragionare, di concepire il mondo, l’amore, il sesso, i rapporti interpersonali... La storia di “Camere da letto” appartiene infatti ai tempi in cui l’amore... passava attraverso lo stomaco. E pare tutta condensata in quelle sardine sul toast che due conuigi di vecchia data, Delia ed Ernest – due convincenti Elvia e Bruno Nacinovich – consumano complicemente tra le lenzuola. E tra quelle stesse lenzuola accolgono amorevolmente una nuora, Susannah – una “nevrotica” Elena Bru- palcoscenico 7 Martedì, 7 giugno 2011 Compagnia averso lo stomaco Rincorrendo la «ciambella col buco» mini – in difficoltà con sé stessa e di riflesso anche con il suo inesperto ed egocentrico maritino Trevor (io ho visto un ottimo Woody Neri). Due giovani che, come (quasi) tutti i giovani, credono che il mondo giri tutto intorno a loro; e nel loro egoismo non comprendono i “danni collaterali” che le loro azioni provocano di riflesso su chi gli sta accanto. Infatti, il loro rincorrersi (per ritrovarsi) passerà, con effetto tornado, attraverso le camere da letto di Delia-Ernest, genitori-suoceri di Trevor-Susannah, di Malcom-Kate (eccellenti Rosanna Bubola e Giuseppe Nicodemo), due amici che stanno festeggiando il trasferimento nella loro nuova casa, e di Nick e Jan (gli spassosissimi e bravi Giorgio Amodeo e Leonora Surian), lui costretto a letto da un lacerante mal di schiena, lei alle prese con i dolori del consorte e i dolori del suo ex, Trevor. Alla fine tutto si risistemerà, o almeno così pare... Trevor e Susannah sembrano infatti riconciliarsi, anche se il finale lascia qualche dubbio sul fatto che la loro storia possa davvero continuare. La vita dal buco della serratura In una delle battute iniziali Aychburn fa dire a Delia: “…da una camera da letto si possono ca- Jan (Leonora Surian) deve consolare i due uomini della sua vita che soffrono: il marito Nick (Giorgio Amodeo), bloccato dal mal di schiena, e l’ex Trevor, che non sa come ricucire il rapporto con la mogliettina Susannah “Camere da letto” Testo: Alan Ayckbourn Regia: Paola Galassi Traduzione: Masolino D’Amico Scene e costumi: Rosaria Ricci Collaboratore scene e costumi: Geoffrey De Bartolomeo Luci: Predrag Potočnjak Consulente musicale: Oscar Genovese Personaggi e interpreti: Delia – Elvia Nacinovich Ernest – Bruno Nacinovich Jan – Lenora Surian Nick – Giorgio Amodeo Kate – Rosanna Bubola Malcom – Giuseppe Nicodemo Susannah – Elena Brumini Trevor – Woody Neri / Oscar Genovese Assistente alla regia: Oscar Genovese Assistente per le scene e i costumi: Anton T. Plešić Direttrice di scena: Lili Švrljuga Suggeritrice: Sintia Lacman pire tante cose…”. Ed è questa constatazione che rivela lo spirito dell’autore, che attraverso gli interpreti quasi dialoga con lo spettatore. Per suo merito si ravviva, cioè, la simbiosi fra palcoscenico e platea. Del pezzo di Ayckbourn – che si conferma come una delle commedie contemporanee più divertenti, rappresentata da anni in tutto il mondo e sempre con grande successo – è stato rilevato che la vicenda gioca sulla progressiva messa a nudo della precarietà del matrimonio con un riflettore che, spostandosi di stanza in stanza, scopre nella normalità, un malessere di fondo. Ma non aspettatevi un commento serio, filosofico, sullo stato del matrimonio come istituzione o sui rapporti sessuali in generale. Fose con un accostamento più coraggioso si potevano sviluppare alcune tematiche, attualizzando la pièce alla luce della “rivoluzione” sessantottina, del movimento anticonformista giovanile, dell’emancipazione femminile, del conflitto generazionale e dello scontro tra genitori e figli alle prese con due concezioni opposte, della crisi d’identità del maschio, e, perché non, del fenomeno dei “mummy’s boys” (e “girls”), che pur non vivendo sotto lo stesso tetto dei genitori, non riescono comunque a gestire da soli le situazioni difficili della loro vita. E dunque, questo “Camere da letto” è proprio così come detto sopra: una confezione di sardine su un pezzo di pane tostato. Un bocconcino tradizionale, ma saporito, gustoso. Che può venir più che bene in caso di un leggero languorino. Guardando già alla stagione successiva, il Dramma Italiano si lascia alle spalle l’annata 2010/2011. Orbene, un’altra ciambella è fatta. Più che il momento di riflettere se sia riuscita con o senza buco – inutile solo piangere su latte e farina forse inutilmente versati – ora è soprattutto l’occasione più adatta per (ri)pensare agli ingredienti e alle dosi da utilizzare in futuro, affinché la “ricetta” ci dia il risultato più gradito. E la ciambella riesca con il buco, per l’appunto. Del resto, di tentativi e sperimentazioni varie non mancano; come del resto non scarseggiano consigli e indicazioni che l’esperienza – una storia con tanti allori – ci tramanda. Ovviamente, non è detto che ciò che ha funzionato in passato sia valido anche oggi e per il futuro, ma, tutto sommato, parecchi accorgimenti “attempati” potrebbero rivelarsi più che utili. Sorge però un dubbio: esiste una, “la” ricetta adatta a soddisfare tutti i palati? Sì, perché le aspettative sono davvero tante e alte. Innanzitutto – condizione sine qua non – dai fornelli della “cuisine” dovrebbero uscire dei pezzi che sapranno – ancora – emozionare, arrivare al cuore, al cervello, allo stomaco... colpendo tutte le particolarità delle papille gustative di chi sta seduto in quelle poltronicne di velluto... E non è semplice, perché la tipologia di questi ultimi è estremanente varia: si deve riuscire in primis a “toccare” i sensi e l’intelletto di quei fruitori che sono la stessa ragion d’essere della nostra compagnia: la Comunità Nazionale Italiana; adulti e minorenni – bambini delle elementari e ragazzini un po’ più cresciutelli delle medie superiori –; contadini, operai, casalinghe, professionisti, intellettuali... ciascuno con i propri interessi e attese. In terzo luogo, occorre portare in piatto qualcosa che farà presa sul pubblico più vasto, quello della/e maggioranza/e, a sottolineare quell’apertura e quella compenetrazione che contraddistingue – o almeno dovrebbe essere così – l’ambiente in cui il DI opera. E non basta. Il menu dovrebbe offrire poi anche un qualcosa che lo renderà appetibile in un contesto ancor più ampio, sia a livello di Croazia e Slovenia, sia in Italia, riconfermando così il triplice ruolo e posizione della compagnia in quanto espressione della particolare civiltà istroquarnerina, ma anche emanazione della grande cultura italiana – di cui la CNI fa indubbiamente parte –, nonché ponte fra culture confinanti ma diverse, come quelle italiana, croata e slovena. Dunque, vediamo di ricapitolare: Ci vuole una proposta per “i nostri”, la CNI; magari una bella commedia – di goldoniana memoria – e magari pure in dialetto. È una ricetta a prova di bomba. Ci vuole poi una proposta per “gli altri”, la maggioranza; magari un autore croato/ sloveno tradotto per la prima volta in italiano; oppure un autore italiano da far conoscere (e apprezzare) alle platee più vaste. Ci vuole poi una proposta “di crescita”, un testo/ allestimento elaborato, innovativo, magari anche sperimentale, che permetta al DI di proporsi come esempio di alto teatro (italiano). Ci vuole però anche una proposta “educativa” e di avvicinamento al teatro, pensata per i ragazzi (eccellente il ripristino delle matinée nelle scuole, da riproporre anche in futuro). Ci vuole poi una proposta in grado di valorizzare e promuovere noi stessi, la nostra realtà: e perché allora non provare ad affidare a uno dei brillanti drammaturghi presenti oggi sulla scena italiana, l’allestimento del testo di uno dei nostri tanti autori? La materia non manca, non c’è che l’imbarazzo della scelta... Altre proposte? A questo punto ci vorrebbe proprio un bel brain trust di chef, nostrani e non... uno scambio di idee, suggerimenti, strategie. E queste poche righe non vogliono essere altro che uno spunto, un invito a farlo. Affinché a fine pranzo/ stagione si possa tutti – gli spettatori, che hanno comprato i biglietti e gustato le pietanze, e gli enti patrocinatori, che hanno investito fondi pubblici – brindare con fiduciosa gioia e compiacimento. Senza dover ricorrere all’Alka-Seltzer. 8 palcoscenico Martedì, 7 giugno 2011 BEN HUR La quotidiana guerra per sopravvivere T rieste. Politeama Rossetti. Cosa c’entra Ben Hur con la prosa? Passi il colossal cinematografico dell’eroe tutto muscoli dove gli americani si possono come al solito sbizzarrire nelle corse e negli inseguimenti, con le bighe nel caso in questione; ma a teatro… In realtà la biga c’entra eccome e lo vedremo. Ben Hur in effetti è solo il pretesto per raccontare una storia di miseria umana, uno stratagemma divertente per far riflettere gli spettatori su quanto facile sia da vittima del sistema diventare carnefice. Il protagonista è uno stuntman che, feritosi durante le prove di un film, finisce disoccupato nella perenne e inutile attesa di un risarcimento per il danno subito. Per sbarcare il lunario fa il centurione romano al Colosseo. Va di moda tra i turisti farsi fotografare vicino ai monumenti della città eterna affianco ad uno in costume antico. Sergio, così si chiama, in tutte le stagioni e con qualsiasi tempo esce di casa, brontolando alla povera sorella, depressa perché da poco separata dal marito, che racimola qualche soldo facendo le chiamate erotiche. La svolta avviene il giorno in cui alla porta di casa bussa Milan, immigrato irregolare, disposto a tutto pur di trovare qualche lavoro per mandare un po’ di soldi alla famiglia che non ce la fa a campare. Non è uno sprovveduto Milan, è ingegnere al suo paese, in Bielorussia, bravissimo, sa fare tutto, è dotato di grande inventiva e disponibilità. Si mette al servizio di Sergio, lavora più ore dell’orologio. Restaura appartamenti, fa l’idraulico, il falegname, l’imbianchino. Instancabile racimola poche lire, intanto che il suo “padrone” si arricchisce alle sue spalle. Si sa lui è irregolare, non potrebbe lavorare, basta una parola e viene spedito via, e non può permetterselo. Da centurione sbaraglia la concorrenza, costruisce una biga (eccola qua!), e con questa fa soldi a palate perché tutti vogliono lui, ma il danaro non gli resta in tasca, solo una minima percentuale, il resto ingrassa Sergio e la sorella, che ora cominciano a vestire bene, si comprano la macchina, i mobili di casa nuovi, ostentano insomma. Ma non sempre chi fa del bene ne riceve in cambio, questa è l’amara constatazione della storia di Gianni Clementi, che vede in scena un terzetto spettacolare di attori: Paolo Triestino (Milan), Nicola Pistoia (Sergio) e Elisabetta De Vito (la sorella Maria), perfettamente affiatati e singolarmente perfetti per i ruoli che si trovano a interpretare. È la solita tiritera del “non siamo razzisti, siamo povera e buona gente”, ma se capita l’occasione ingordigia, disonestà e sopruso fanno subito capolino. Maria si innamora di Milan, che a sua volta ama la moglie e i figli lasciati a casa. La vendetta di una donna, che in qualche modo si sente rifiutata, può essere tremenda, anche più perniciosa dell’essere semplicemente sfruttati. Il disastro è comunque dietro l’angolo, i colleghi concorrenti del Colosseo si organizzano in una spedizione punitiva: Milan viene picchiato e la biga distrutta. Il mondo è una guerra continua anche quando la guerra non c’è, questa è la dura realtà: una guerra che porta con sé ovviamente solo distruzione e rovina. Questa è la triste lezione di Ben Hur, che a teatro però diverte tantissimo. Poscaro SPAMALOT Come Shakespeare, con qualche canzonetta T rieste. Politeama Rossetti. Che cos’è Spamalot, la domanda sorge obbligatoria allorché ti invitano ad andare a teatro per assistere ad uno di quegli eventi che, se li perdi, difficile ribeccarli in un’altra occasione. Ce lo spiega Eric Idle in una gremitissima Sala Bartoli il giorno prima del debutto sul palcoscenico del Rossetti. Nel periodo immediatamente successivo alla Seconda guerra mondiale in Inghilterra si produceva carne in scatola chiamata Spam. Era un alimento che costava poco ed era parte integrante della dieta della famiglia tipica inglese. Il contenuto e l’origine della carne “spam” sono stati sempre un mistero. Ma la pubblicità fu assidua e martellante. I Monty Python, gruppo comico inglese, trasformarono la storia della carne in scatola in uno sketch, che coinvolgeva il pubblico in un crescendo di spam, servita in tutte le salse e per tutti i gusti. Di fatto “spam” in bilico tra pubblicità esagerata e spazzatura andò a definire il nome con cui oggi cestiniamo i messaggi pubblicitari indesiderati sul nostro computer. Tra parentesi sembra che la prima spam fu addirittura del 1978. Per concludere la domanda, Spamalot è la fusione di Spam e Camelot, a sottolineare quanta spazzatura gira sulla storia medievale di re Artù, dei Cavalieri della Tavola Rotonda e della ricerca del Sacro Graal, ma anche quanto si sono divertiti gli autori di questo musical a deridere i loro più seri colleghi, come nel caso di Andrew Lloyd Webber, di cui prendono in giro le melodie con la canzone The Song That Goes Like This. Chi è quindi Eric Idle, egli è un grazioso e divertente signore, molto in- glese, anche nell’abbigliamento (presentatosi con una splendida mise tutta verde acqua, tono su tono), che vive però come tutte le star dello spettacolo in California. Fece parte sin dall’esordio dei Monty Phyton, attivi dal 1969 al 1983, assieme a Graham Chapman, John Cleese, Terry Gilliam, Terry Jones e Michael Palin. Tutti laureati a Oxford e Cambridge, i loro lavori sono divertentissimi ma acutamente intellettuali. Sono conosciuti in Italia principalmente per i film Monty Python – Il senso della vita (The Meaning of Life), che ha vinto il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes nel 1983, e Brian di Nazareth (Life of Brian) del 1979, che probabilmente per la sua tematica religiosa fu distribuito in Italia solo nel 1991. Il musical Spamalot è tratto dalla sceneggiatura originale del gruppo, Eric Idle ne ha scritto il libretto, le liriche e le musiche assieme a John Du Prez. Re Artù piomba sulla scena con un fedele scudiero, dovrebbe andare a cavallo, ma evidentemente il mezzo non è funzionale allo spettacolo. Lo scudiero pertanto battendo due gusci di noce di cocco mima il suono degli zoccoli e i due procedono al trotto. Arrivano sotto le mura di un castello da cui si sporge un uomo, a cui Artù chiede di entrare, per poter trovare altri cavalieri disposti a seguirlo nella ricerca del Sacro Graal. L’uomo, invece di rispondere a tono, comincia a dissertare con un passante sul come siano arrivate le noci di cocco a quelle latitudini, essendo queste dei climi tropicali. Saranno state portate dalle rondini, ma può una rondine di 475 grammi trasportare un frutto che pesa tanto di più, e poi le rondini che arrivano in Inghilterra mica vengono dall’Africa. E giù avanti di questo tenore, con in mezzo uno sbalordito re dei Britanni a cui un altro chiede chi l’abbia mai eletto. Artù non riesce a far comprendere che i sovrani non si eleggono, ma provengono dalla volontà divina. E via con lo sfruttamento delle masse oppresse, con lo sconvolgimento dei diritti sindacali, in un crescendo di ilarità che durerà per tutto lo spettacolo. In mezzo tanta musica. Sempre Idle, a chi gli aveva chiesto cos’è Spamalot, aveva risposto “Avete presente Shakespeare, la stessa cosa solo con le canzonette”. Detto questo, credo sia semplice comprendere il livello di surreale e anche demenziale comicità che pervade tutto lo spettacolo, mai banale e molto, molto intelligente. Il musical in scena a Trieste è l’allestimento originale inglese, firmato da Christopher Luscombe, con un ottimo cast, che canta, balla e recita, e la band dal vivo. Le scene alla guisa del Varietà di altri tempi, i costumi sgargiantissimi, le divertenti rincorse tra i cavalieri francesi e quelli della Tavola Rotonda, i numeri musicali, tra cui vanno ricordati almeno Always Look on the Bright Side of Life e Diva’s Lament, contribuiscono al successo clamoroso dell’evento. (rp) Anno VII/ n. 56 del 7 giugno 2011 “LA VOCE DEL POPOLO” - Caporedattore responsabile: Errol Superina IN PIÙ Supplementi a cura di Errol Superina Progetto editoriale di Silvio Forza / Art director: Daria Vlahov Horvat Edizione: PALCOSCENICO Redattore esecutivo: Carla Rotta / Impaginazione: Saša Dubravčić Collaboratori: Daria Deghenghi, Rossana Poletti e Ilaria Rocchi