Domenica
La
DOMENICA 24 GENNAIO 2010
di
Repubblica
l’attualità
Coppa Davis, sangue blu e business
GIANNI CLERICI e ADRIANO PANATTA
cultura
Il Piemonte nudo di Josef Koudelka
CARLO PETRINI
PRIMO LEVI
“Io, vivo
per miracolo”
Alla vigilia del Giorno
della Memoria,
FOTO ARCHIVIO PRIVATO DI GIULIA COLOMBO DIENA
in una lettera inedita
dello scrittore
lo stupore di essersi “salvato”
PRIMO LEVI
B
spettacoli
TAHAR BEN JELLOUN
KATTOWICE 6 giugno 1945
ianca carissima, finalmente mi si presenta un’occasione di comunicare con l’Italia con una certa
garanzia di arrivo a destinazione. Io non accompagno il latore della presente che viaggia con mezzi suoi solo perché le finanze non me lo permettono, ed inoltre
perché il giorno del rimpatrio collettivo sembra prossimo.
Come i pochi compagni italiani superstiti, io sono vivo per miracolo. Al momento in cui i tedeschi hanno abbandonato l’Alta
Slesia, io ero convalescente di scarlattina nell’Ospedale di Monivitz con altri ottocento malati; pare che i tedeschi avessero ordine di ucciderci (come fecero altrove in altre circostanze) e forse non ne ebbero il tempo. Sono riuscito a sfamarmi alla meglio,
per dieci giorni sfuggendo a un tremendo bombardamento, poi
il 27 gennaio, sono arrivati i russi. Dopo parecchi pellegrinaggi,
sono finito qui, in un campo cosiddetto “di attesa”. Effettivamente, tutti gli stranieri che hanno soggiornato qui sono stati
smistati verso le relative patrie, solo gli italiani attendono ancora. Di coloro che partirono con me da Fossoli siamo ora qui in sei.
(segue nelle pagine successive)
C
CARPI (Modena)
arpi, una delle più graziose cittadine dell’Italia settentrionale, cinquantotto chilometri da Bologna,
non va confusa con Capri. Un gruppo di turisti
americani vi si è ritrovato qualche mese fa, e si è
chiesto per quale motivo il mare non si vedesse. Carpi ha sessantamila abitanti, più di diecimila dei quali immigrati in buona parte da Pakistan, Marocco e Cina e al lavoro nei campi e nell’industria dell’abbigliamento. È una cittadina tranquilla che va fiera
della propria piazza, la più grande in Europa: si chiama piazza dei
Martiri in memoria di sedici partigiani, i cui cadaveri furono
esposti per tre giorni dai soldati fascisti nell’agosto 1944. Carpi,
da sempre di sinistra, conserva una buona qualità della vita. Ma
questa città che a fine Ottocento contava oltre cinquemila ebrei
oggi se ne ritrova soltanto sette, un numero insufficiente per aprire una sinagoga. Gli ebrei di Carpi erano andati incontro a persecuzioni tra il 1290 e il 1294, ma soltanto nel 1719 il ghetto fu chiuso e ricevettero l’autorizzazione a costruirsi un luogo di culto.
(segue nelle pagine successive)
con un servizio di MASSIMO NOVELLI
Carlo Verdone, trent’anni di cinema
CURZIO MALTESE
i sapori
Frutta & alcol, convergenze parallele
GIAN LUCA FAVETTO e LICIA GRANELLO
le tendenze
Passerella addio, la moda è di tutte
LAURA ASNAGHI e IRENE MARIA SCALISE
l’incontro
Carmen Consoli, musica da non sprecare
GINO CASTALDO
Repubblica Nazionale
36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 24 GENNAIO 2010
la copertina
Lettera di un salvato
Il 6 giugno 1945 l’autore di “Se questo è un uomo” è appena
stato liberato e per la prima volta scrive all’amica Bianca
Guidetti Serra dell’arrivo dei russi, del tatuaggio al braccio,
“segno di infamia per chi ora dovrà espiare”, ma soprattutto
chiede notizie sulla sorte degli altri compagni. Ecco il documento
inedito in occasione di una grande mostra a Torino
Primo Levi: “Cara, sono vivo”
PRIMO LEVI
(segue dalla copertina)
egli inabili al lavoro (donne, vecchi, bambini) non abbiamo che pochissime
notizie, risulta purtroppo certo che Vanda Maestro è morta. Luciana Nissim
partì in settembre per Breslavia: forse si è salvata. Di noi 95 del campo di Monivitz, 75 sono morti colà di fame e di malattia; quattordici furono deportati
dai tedeschi in fuga (fra questi Alberto della Volta di Brescia, Franco Sacerdoti di Torino, l’ing. Aldo Levi di Milano, Eugenio Gluecksmann di Milano). Di loro non si hanno notizie sicure, ma corrono voci assai preoccupanti sulla loro sorte.
Restiamo noi sei. Qui non si sta male. Si mangia in abbondanza (ma la cucina russa richiede stomaci appositi) si dorme bene, non si lavora, si gode una certa libertà, per cui con un po’
di iniziativa si può circolare, pagarsi il lusso di qualche alimento extra, di qualche cinematografo, o almeno qualche visita economica turistica alla città. Siamo ora più di mille italiani, fra
prigionieri di guerra, politici e “rastrellati”. La popolazione è molto benevola, i russi anche.
Non credere a quanto ho potuto scrivere da Monovitz; l’anno passato sotto le SS è stato spa-
D
ventosamente duro a causa della fame, del freddo, delle percosse, del pericolo costante di essere eliminato in quanto inabile al lavoro.
Porterò (spero) in Italia il numero di matricola tatuato sul braccio sinistro, documento di
infamia non per noi, ma per coloro che ora cominciano ad espiare. Ma la maggior parte dei
miei compagni portano nelle carni più gravi segni delle sofferenze patite. Spero di poter salire presto la tradotta: ad ogni modo tieni presente che il servizio postale non è ancora regolare e ti sarei gratissimo se tu cercassi di affidare ad un polacco o un russo rimpatriante anche
sommarie notizie delle mie carissime e di Voi tutti. Con l’incarico una volta giunto in Polonia
di scriverle indirizzando a Primo Levi, presso il Comitato Ebraico di qui. CENTRANLY KOMITET ZYDOW POLSKICH — KATOWICE ULICA MARIAWKA 21.
Viviamo qui con l’ansia terribile di qualche vuoto al nostro ritorno: se fossimo rassicurati
su questo, non ci sarebbe grave l’attesa. Ti prego tenta tutte le vie: Croce Rossa, Svizzera, i partiti: pensate alla nostra tremenda incertezza
Il mio cuore è con Voi.
(Torino, Archivio Ebraico “B. e A. Terracini”, Delegazione per l’assistenza agli emigranti ebrei
(Delasem), Privati, enti diversi. Fascicoli nominativi (L) 1945-1946, n. 82 sottofascicolo 62)
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FOTO DI GRUPPO
FOTO ARCHIVIO PRIVATO DI GIULIA COLOMBO DIENA
Primo Levi (nel tondo)
con Carla Consonni,
un amico sconosciuto,
Anna Maria Levi, Laura Jona
e dietro Silvio Ortona
e Giulia Colombo
a Saccarello nel ’43
La fame
e le ricette
del lager
MASSIMO NOVELLI
lla sera, al rientro in baracca accucciate nei
letti a castello, s’incominciava a parlare di minestre e pietanze; di tante minestre da sentirne il profumo e di tante pietanze da sentirne il sapore e
parlando si scrivevano ricette sui ritagli bianchi dei giornali». Campo di concentramento di Ravensbrück, sottocampo di Rechlin, novanta chilometri a nord di Berlino.
Qui, tra il settembre del 1944 e l’8 maggio del ’45, quando
verranno liberate dall’Armata Rossa, le sorelle Maria Camilla e Maria Alessandra Pallavicino di Ceva e di Priola,
giovani nobildonne piemontesi, vivono l’inferno del lager. Arrestate nell’aprile del ’44 dai tedeschi a Nucetto, vicino a Ceva, nella loro casa di villeggiatura, con l’accusa
di avere collaborato con la Resistenza e aiutato il fratello
partigiano, sono deportate in Germania.
«A
Ravensbrück, il Ponte dei Corvi, a Maria Camilla, ventunenne, appare «come un enorme paese di baracche di
legno dipinte di verde scuro», con le strade «coperte di
carbonina». Il «tutto lugubre, ma davanti ai blocchi principali non mancano i fiorellini molto ben curati». Negli
ultimi mesi, dopo le evacuazioni dei lager polacchi, «i forni cominciarono a funzionare notte e giorno». Bisogna
sopravvivere, soprattutto alla denutrizione. È in quei mesi trascorsi nei block che Maria Camilla e le compagne
provano a dimenticare per un po’ la fame che le lacera. Lo
fanno parlando di «meravigliose pietanze» e discutendone l’esecuzione fino anche «a litigare per le divergenze di come avrebbero dovuto essere preparate». Giorni e
notti senza fine, una babele di lingue — polacco, russo,
ceco, slovacco, ungherese, francese, italiano — che vuo-
Repubblica Nazionale
DOMENICA 24 GENNAIO 2010
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ORIGINALE
A sinistra,
un disegno
di Primo Levi
e la lettera inedita
di Levi a Bianca
Guidetti Serra;
nell’altra pagina
in basso,
il ricettario
originale
di Maria Camilla
e Maria
Alessandra
Pallavicino
Ritorno a Fossoli
stazione per l’inferno
TAHAR BEN JELLOUN
(segue dalla copertina)
iò non rese loro in ogni caso la vita facile. Se ne andarono: nel 1898 a Carpi erano rimasti non più di trenta
ebrei, e ciò portò alla chiusura della sinagoga nel 1922.
Quando nel 1938 furono promulgate le leggi razziali — sulla
falsariga delle leggi tedesche del 1935 — gli ebrei italiani furono presi apertamente di mira. Formavano l’élite intellettuale,
appartenevamo alla borghesia o a una classe media molto
agiata. Per loro quelle leggi furono veramente inimmaginabili. Non pensavano affatto che un giorno sarebbero stati discriminati nel loro stesso Paese, scacciati dalle scuole, esclusi
dai mezzi pubblici, umiliati pubblicamente dai fascisti. Attesero il peggio e il peggio arrivò. Il premio Nobel per la medicina del 1986 Rita Levi Montalcini, oggi centenaria, nel 1938 era
scappata in Belgio. Il governo di Mussolini aprì alcuni campi
di concentramento per ammassarvi l’opposizione politica da
una parte e gli ebrei dall’altra.
Ciò accadde proprio nei dintorni di Carpi, per la precisione
a Fossoli, in aperta campagna. Agli ebrei furono destinate otto baracche, nelle quali furono rinchiuse intere famiglie. In
ogni camerata c’erano tra le centocinquanta e le centosessanta persone. Le condizioni di detenzione erano «più o meno corrette» — raccontano oggi alcuni dei sopravvissuti —, soprattutto se paragonate a quelle che avrebbero vissuto a Auschwitz o a Bergen-Belsen, dove il novantadue per cento dei
prigionieri fu sterminato dai nazisti. Gli oppositori politici furono spediti a Mauthausen, in Austria.
Primo Levi fu arrestato per motivi politici il 13 dicembre
1943 in Val d’Aosta, ma nel suo interrogatorio confessò di essere anche ebreo. Fu spedito immediatamente nel campo di
Fossoli dove rimase un mese nelle baracche riservate
agli ebrei, per la precisione nella sesta. Poi, il 22 febbraio 1944, fu deportato ad Auschwitz. Nel suo libro
Se questo è un uomo parla poco di Fossoli: «Ci caricarono sui torpedoni, e ci portarono alla stazione di Carpi. Qui ci attendeva il treno e la scorta per il viaggio. Qui
ricevemmo i primi colpi e la cosa fu così nuova e insensata che non provammo dolore, nel corpo né nell’anima. Soltanto uno stupore profondo: come si può
percuotere un uomo senza collera?».
La discrezione e il coraggio di Levi furono notati dai
suoi compatrioti, come testimoniamo alcuni sopravvissuti. Egli aveva assistito all’esecuzione di donne incinte e di anziani, perché in attesa della morte in ogni
caso certa non erano risultati adatti a lavorare nei
campi. Quell’uomo ferito così profondamente si convinse che le parole non potessero bastare a reggere il
peso di una simile tragedia.
Il 12 luglio 1944 i nazisti uccisero nel campo di Fossoli settanta antifascisti, i cui nomi sono scritti sulle
pareti del museo di Carpi. Il campo di Fossoli è diventato oggi un luogo della memoria. È visitato dalle scolaresche (fino a quarantamila studenti ogni anno), da
stranieri, da storici, dai familiari di chi vi perse la vita.
Una mostra permanente ricorda che cosa fu quel luogo, cosa fu quell’epoca. È interessante vedere il primo
numero della rivista fascista La difesa della razza, datato agosto 1938, un mese prima che entrassero in vigore le leggi razziali. Foto, testimonianze, disegni,
modellini, tutto ciò che serve a rendere l’idea di quello che accadde in quegli anni disgraziati è lì esposto.
La sinagoga principale, situata all’angolo tra la
piazza dei Martiri e via Giulio Rovighi, è vuota. Funge
da ufficio per la Fondazione dell’ex-campo
di Fossoli. Più lontano, il museo della memoria è situato di fronte alla più vecchia
chiesa di Carpi, Santa Maria del Castello
detta la Sagra. Sulle sue pareti sono incisi
migliaia di nomi. Vi sono delle voci registrate, dei disegni su pietra, uno dei quali di Picasso, e un muro dipinto da Guttuso in ricordo delle Fosse Ardeatine, l’esecuzione di 335 civili nella rappresaglia per l’attentato del 23 marzo 1944 a
Roma nel quale erano stati uccisi trentatré tedeschi.
Le pareti del museo sono interamente ricoperte di brani di lettere
scritte dai deportati: «Le porte si
aprono… ed ecco i nostri assassini.
Sono vestiti di nero. Le loro mani
sporche indossano guanti bianchi»
(Esther); «Io muoio, ma vivrò»
(Alekscin); «Se tu avessi visto, come io ho visto in questa prigione, ciò che fanno patire agli ebrei, rimpiangeresti di non averne salvati in
numero maggiore» (Odoardo); «Sono fiero di meritare questa
pena» (Pierre); «Che cosa può fare un uomo che si trova in prigione e che è minacciato di morte sicura? Eppure mi temono»
(Sawa); «La mia bocca vi porterà sulle labbra mute» (Emile).
E così Carpi mantiene viva la memoria delle vittime del fascismo e del nazismo. I suoi abitanti amano altresì ricordare
che è una regione ricca, che non ha mai votato a destra e che
coltiva le sue tradizioni culinarie, famose per il parmigiano e
l’aceto balsamico. C’è un centro culturale molto attivo, e ogni
anno si organizza un grande festival letterario, la Festa del racconto. Alcuni ricordano con umorismo che i genitori dell’attore americano Ernest Borgnine sono di Carpi. Dicono: «Carpi ha regalato al cinema il più celebre interprete di ruoli secondari, spesso cattivo e crudele. Ma Ernesto Bordino (il suo
vero nome) è un uomo così affascinante!».
Traduzione di Anna Bissanti
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FOTO ARCHIVIO FONDAZIONE FOSSOLI
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DISEG
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37
LA MOSTRA
Dal 27 gennaio al 20 marzo 2010 all’Archivio
di Stato di Torino, in via Piave 21, la mostra
A noi fu dato in sorte questo tempo 1938-1947,
prodotta dall’Istituto nazionale per la storia
del movimento di liberazione in Italia e promossa
dal Museo diffuso della Resistenza di Torino
Un percorso interattivo e multimediale,
che attraverso un gruppo di giovani amici, tra cui
Primo Levi, racconta le vicende degli ebrei torinesi
La mostra è nata dagli studi di Alessandra
Chiappano, che ne è la curatrice, sull’archivio
privato di Luciana Nissim Momigliano e su altri
documenti inediti (www.iltempoinsorte.it)
FOTO A
le allontanare la morte. «La nostra fantasia lavorava, immaginando l’impasto del burro con la farina e le uova, se
ne sentiva quasi il sapore. Forse questo rendeva ancora
più triste il nostro destino di affamate croniche, ma era
una cosa più forte di noi e non la si poteva controllare».
Le ricette vengono scritte su pezzi di carta trovati qua e
là, nascosti alle ispezioni. Anche Maria Camilla le copia:
«In minutissima calligrafia c’è la cucina di gran parte
d’Europa. Si trovava sempre un’interprete gentile che
traduceva le ricette come quella per confezionare il dolce di Pasqua russo. Tra noi italiane avevamo discusso dell’enorme difficoltà che avremmo incontrato a casa per
trovare la panna acida o altri ingredienti strani per le pietanze ungheresi e polacche; più il piatto era difficile e più
ci aveva interessate».
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Il ricettario la seguì nel lungo viaggio di ritorno: «Non
abbandono certo questo libretto, conservato con grandi
fatiche e sotterfugi». Ritrovato nella casa di Nucetto, viene proposto in versione anastatica (su cd) nel libro che
raccoglie le memorie dell’ex matricola numero 49569,
morta nel 1989. Curato da Elisa Mora, Non perdere la speranza. La storia di due sorelle in Lager è pubblicato dalle
Edizioni dell’Orso, nella collana Quaderni della Memoria diretta da Mariarosa Masoero e da Lucio Monaco. Da
tempo si sapeva dell’esistenza di quaderni del genere. Ma
finora, come sottolinea la professoressa Masoero, «non
ne erano mai stati scoperti». È dunque «un documento
eccezionale; una testimonianza, tipicamente femminile, di resistenza. Ed è un atto di fiducia nel futuro».
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ANO D
ONATO
A ISTO
RETO
PRIGIONE
In alto, Luciana
Nissim,
una cartolina
che spedì
dal campo
di Fossoli
e un’immagine
del campo
di prigionia
In copertina,
Primo Levi
il giorno
della laurea
nel ’41
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Repubblica Nazionale
38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
l’attualità
Sport e costume
DOMENICA 24 GENNAIO 2010
Centodieci anni fa, all’esordio del Novecento, nasceva
il prestigioso torneo di tennis per squadre nazionali
La sua storia ci accompagna dai “gesti bianchi”
dei gentlemen pionieri al circo tv degli atleti
muscolari e sponsorizzati. E adesso c’è chi propone
di rivoluzionare il trofeo in nome del box office
I MOSCHETTIERI FRANCESI
Da sinistra, Cochet, Brugnon, Muhr, Lacoste e Borotra nel 1923; Panatta e Bertolucci nel 1976 in Cile;
a destra, la foto della prima edizione con Whitman, Davis e Word
Sangue blu e business
la parabola della Davis
GIANNI CLERICI
os’è la Davis Cup? Fisicamente una
coppa di sei chili e centocinquanta
grammi d’argento, commissionata
da Dwight Filley Davis, studente ad
Harvard (Boston) ai gioiellieri Shreve Crump and Lowe, disegnata da
Rowland Rose e realizzata dai cesellatori William
Morton e Warren Peckman.
Com’è nata? In seguito a un viaggio in California, compiuto dallo stesso Davis in compagnia di
Beals Wright, Malcolm Whitman e Holcombe
Ward, i campioni della costa atlantica, nell’intento di meglio conoscere, o addirittura affratellare, i
club di tennis americani. Da quell’iniziale proposito, in seguito ad una conversazione con il dottor
James Dwight, padre della patria tennistica, il giovane Davis trasse l’audacia per immaginare un
C
match con la Gran Bretagna, il paese che gli anglosassoni, ignari delle origini rinascimentali, ritenevano avesse inventato il tennis: soprattutto grazie
ad un copyright depositato a Londra dal maggiore
Walter Clopton Wingfield nel 1874. In seguito al
suggerimento del giovane Davis, James Dwight,
allora presidente della Federazione americana,
inviò ai parigrado britannici una lettera che ebbi
occasione di leggere, nel cottage di Dwight jr: «La
Lawn Tennis Association pensa che sia desiderabile, nell’interesse del gioco, organizzare un match tra il Regno Unito e gli Stati Uniti d’America».
Erano talmente compresi dalla loro presunta
invenzione, e insieme intrisi del loro complesso di
superiorità, i britanni, che impiegarono tre anni
per accettare con degnazione l’invito americano.
E non inviarono nemmeno al Longwood Tennis
Club di Boston i loro migliori giocatori, i primi
campioni della storia, i Fratelli Laurie e Reggy
Doherty. I presuntuosi furono giustamente
puniti, con un netto tre a zero, che avrebbe
potuto addirittura tramutarsi in umiliante
cinque a zero, non fosse giunto un temporale ad interrompere la terza giornata.
Gli inglesi non affrontarono nemmeno la
traversata l’anno seguente, e si sarebbe dovuto attendere la riluttante adesione dei Fratelli
Doherty perché portassero la Coppa a Londra,
nel 1903. Di lì sarebbe iniziata una storia squisitamente anglosassone, in pratica limitata agli
inglesi, agli americani e ad un paese inesistente,
Dopo la Grande guerra
si affacciò a sorpresa anche
il Giappone, in finale nel ’21
denominato Australasia, un team composto dall’australiano sir Norman Brookes e dal neozelandese e grandissimo Tony Wilding, che tennero la
Coppa dal 1909 al 1911.
Ad imitazione della Americas Cup di vela, e forse di un suggerimento esoterico rintracciabile ne
Il ramo d’orodi Frazer, la struttura della Davis prevedeva che il detentore non partecipasse alle eliminatorie dell’anno seguente, ma attendesse in
casa la sfida (challenge) del vincitore di una prima
fase, chiamata All Comers.
A rendere la Coppa un tantino meno anglosassone si sarebbero via via inseriti i più ricchi e sportivi tra i paesi europei, e la Germania sarebbe giunta a minacciare gli australiani, in semifinale, proprio alla vigilia della guerra ’15-18. Terminata
quella strage, che rapì tra gli altri il grandissimo
Wilding, vincitore di ben quattro Wimbledon,
giunsero ad affacciarsi molti paesi, tra i quali, sorprendentemente, il Giappone che raggiunse la finale del 1921 contro gli Stati Uniti. Era divenuta di
fatto internazionale, la Davis, come ormai la si
chiamava succintamente. E finì per uscire dalla
gravitazione anglosassone con l’irruzione della
Francia, una straordinaria squadra formata dai
Quattro Moschettieri, Cochet, Lacoste, Borotra e
Brugnon. Capaci, I Moschettieri, di imporsi a Filadelfia, la città natale del grande Big Bill Tilden,
considerato sin lì imbattibile. A Parigi, nei sotterranei della Banque Nationale, la Coppa sarebbe rimasta dal ’27 al ’31, sinché un nuovo fenomeno, il
professionismo, non fosse giunto a privare, ogni
anno, la nazione vincitrice di qualche tennista né
nobile né facoltoso, come i campioni d’inizio secolo.
Con un ritardo certo comprensibile a chi si occupi di storia, anche i nostri si erano affacciati alla
Coppa, nel 1922. Una squadra composta dal genovese Mino Balbi di Robecco e dal milanese Cesare Colombo venne sorteggiata contro un Giap-
pone privo del grande Satoh, suicidatosi in mare
per depressione tennistica. I giapponesi non affrontarono la traversata, e i nostri si ritrovarono in
secondo turno contro gli ingiocabili britanni.
L’anno successivo vide l’accesso in squadra di uno
dei migliori italiani di tutti i tempi: italiano di passaporto, perché il Barone Uberto de Morpurgo,
nato a Trieste, si professava cittadino dell’impero
austroungarico, e si rivolgeva in francese al suo
partner Gaslini. Questa squadra, confortata dall’altro singolarista De Stefani, primo nella storia a
servirsi di due diritti, sarebbe giunta a superare
due volte l’Australia, e avrebbe addirittura affrontato gli americani nella semifinale di Parigi, dove
si disputava il match di accesso al Challenge
Round. Fu, quello del 1930, il nostro maggior successo sino al termine di un’altra guerra mondiale,
i cui vincitori non ci consentirono di ritornare in
campo sino al 1948, addossando ai tennisti le colpe di Mussolini.
Ma, in quegli anni e nei seguenti, una congiuntura tra ex-raccattapalle e signorini impoveriti issò il paese a ruoli di primo piano. Un giovane profugo dalla Tunisia, Nicola Pietrangeli, e un fiumano scacciato da Tito, Orlando Sirola, riuscirono
addirittura a battere gli americani, in Australia, e
ad accedere alla finale 1960, seguita da un’altra,
anch’essa vana contro gli imbattibili aussies, l’anno seguente. I loro nipotini, quattro piccolo borghesi, Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli,
riuscirono a fare ancor meglio, conquistando ben
quattro finali, tutte fuori casa, e la nostra unica vittoria.
Fu, quel successo del 1976 a Santiago, complicatissimo per gli scoraggianti dissidi politici del
Paese, ancor prima che per la non eccelsa qualità
degli avversari. Il Partito comunista si oppose a
lungo alla Dc e ai tennisti, il cui capitano, Pietrangeli, si comportò non meno coraggiosamente del
numero uno Panatta, che si dichiarò pronto a li-
Repubblica Nazionale
DOMENICA 24 GENNAIO 2010
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39
Quella coppa-mamma raddrizzava
le storture di un gioco per uomini soli
ADRIANO PANATTA
l regalo per la vittoria in Coppa Davis, a
Santiago, mille e passa anni fa, fu addirittura doppio, e noi nemmeno ci eravamo abituati. Tre giorni di vacanza a Rio de
Janeiro e un orologio. I giorni a Rio servirono a convincerci che nessuna formazione di tennisti italiani, adulti e ben
allenati, avrebbe potuto battere una
qualsiasi squadra di ragazzini fra i
nove e gli undici anni reclutata sulla spiaggia. Ci facevano passare il
pallone fra le orecchie… Sull’orologio, invece, sfoggiammo le
nostre più recondite manie di
grandezza. Scegliemmo, figurarsi, un Rolex d’acciaio,
con la scritta Davis 1976 sul retro. La federazione acconsentì,
poi ce ne regalò un altro. Il Rolex,
dissero, costava troppo.
I
Ma andava bene così. Appartengo a una
delle ultime generazioni di tennisti che ha
avuto una Coppa per mamma. E di Coppa,
va da sé, ce n’è una sola. La Davis era al centro della preparazione e della programmazione annuale. Coppa, Roma, Parigi, per me.
Coppa, Miami e Us Open per un americano… E così via.
Poi si giocava ovunque, certo, ma quelli
erano gli obiettivi e su quelli si costruiva la
carriera. Oggi è diverso, e non vi verrò di certo a dire che sia peggio. È diverso e basta. La
Coppa si divide con altre esigenze, sconta
quell’individualismo un po’ ottuso che permea i nostri tempi. A noi faceva da contraltare, bilanciava con lo spirito di gruppo le
storture di uno sport per uomini soli, ci faceva bene e ci apriva gli occhi. Avvertivamo che
fosse giusto tenerla in gran conto, non solo
per la bandiera, ma anche per noi stessi. Oggi questo non è venuto meno, ma altre esigenze si sono fatte avanti, prima fra tutte fare cassa.
Così, c’è chi vuole cambiarla la vecchia
Davis. Un’aggiustatina, certo, le farebbe bene, ma organizzarla come un Mondiale ogni
due anni la condurrebbe a morte certa. Questa è l’ultima proposta. Ma mi sono informato, anche fra gli addetti ai lavori ne parlano come della barzelletta di fine anno. Meglio così… La Coppa crea ancora opportunità, e per molti paesi c’è solo quella. Fosse
solo per questo, meriterebbe
di vivere in eterno.
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ALBUM
Da sinistra, in senso orario,
la premiazione del 1914; un incontro
del ’53; Jack Kramer con i reali inglesi;
gli italiani nel ’76; Kramer in famiglia
Uberto de Morpurgo, barone, Dopo il match con il rumeno
nato a Trieste, si professava Ion Tiriac, l’americano Stan
cittadino austroungarico
Smith fu ribattezzato “San”
berarsi del passaporto italiano. Ma, alla fine, riuscimmo a partire nonostante lo scoraggiante atteggiamento di balilla rossi capaci di invadere gli
uffici federali, o del cantautore Modugno, autore
dello slogan «Non si giocano volé contro il boia Pinochet».
Era, in quegli anni, giunto alla presidenza della
Federtennis il romano Luigi Orsini, la cui proposta avrebbe mutato la struttura della Davis. Pareva infatti ingiusto, a Orsini e ai suoi sostenitori, che
la squadra detentrice dovesse affrontare un solo
incontro, e per di più in casa, contro un avversario
che aveva dovuto superare quattro altri paesi. La
proposta di Orsini venne approvata e, nel 1972,
fummo costretti ad assistere all’aspetto più preoccupante della Coppa, un rigurgito di sciovinismo
di un pubblico ineducato al tennis, integrato da
giudici di linea capaci di ben sedici chiamate dolose nel match della finale tra il rumeno Ion Tiriac
e l’americano Stan Smith, da quel giorno ribattezzato San Smith.
Il nuovo formato non si limitò tuttavia all’abolizione del Challenge Round. Dapprima si crearono tre ripartizioni geografiche, America, Europa e
Asia, e nel 1981 si procedette all’attuale divisione
tra una Serie A di sedici squadre e una B le cui vincitrici si battono con le retrocedende dalla A. Oltre
a ciò, una base variamente assortita che ammonta alle attuali centotrenta iscritte.
È contro questo aspetto nazionalistico ed elefantiaco, del tutto opposto alla filosofia del gioco
più individuale e internazionale, insieme al golf,
che sembra apparentemente diretta l’opposizione di Federer e Nadal, e del loro portavoce Djokovic. Rappresentanti, insieme a Ljubicic, di una Associazione (Atp) troppo a lungo maldiretta da dirigenti sciaguratamente eletti e strapagati dagli
stessi tennisti.
Hanno di recente suggerito, i giocatori, che la
obsoleta Davis Cup venga sostituita da una sorta
di Campionato mondiale biennale, una competizione da svolgersi in un’unica sede, tra trentadue
paesi raggruppati in gironi, con i vincitori destinati a scontri diretti dagli ottavi di finale in poi. Simile semplificazione assumerebbe aspetti innovatori con la possibilità di sostituzioni tipo basket,
tempi ridotti tra un punto e l’altro, e tie-break accorciato a cinque punti.
Sotto questa nuova pelle giovanile, si celano
tuttavia ben altri interessi. Il calendario mondiale,
imperniato sulle date in altri tempi accettabili dei
quattro Grand Slam (Melbourne, Parigi, Wimbledon, Flushing Meadows), costringe oggi i pur ricchi tennisti ad un minimo di dodici tornei obbligatori, più la finale della Masters per i primi otto. I
quattro ipotetici turni di Davis vanno a collocarsi
in date disagevoli, prima di Indian Wells (11 marzo), subito dopo Wimbledon (9 luglio), la settimana seguente lo U.S. Open (17 Settembre) e, nell’ultima settimana della stagione subito dopo il
Masters (4 Dicembre). Alla indubbia fatica di simili collocazioni, va sommato un probabile mancato guadagno, poiché i compensi sono gestiti
dalle Federazioni.
È, a mio parere, soprattutto questa la svolta decisiva del problema. Pur avendo perduto il controllo del sindacato giocatori, le Federazioni sono
rimaste proprietarie non solo dei quattro più
grandi impianti, ma del copyright di Davis. I tennisti spingono per sottrarsi all’obbligo di una gara
faticosa e non redditizia. Schierate con loro appaiono le multinazionali produttrici dell’abbigliamento, delle racchette, e di molte implicazioni televisive. Guarda caso, il nuovo direttore Atp,
Adam Helfant, era sino a ieri un importante funzionario della Nike. Non si tratta ancora di guerra
che, dice il proverbio, è fatta dall’argent, dal denaro. E forse non ci si arriverà, se il bilancio economico pendesse a favore dei tennisti.
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40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 24 GENNAIO 2010
CULTURA*
Il grande fotografo della Primavera di Praga
alle prese con i campi, le colline e i resti industriali
di una delle regioni più addomesticate dal lavoro dell’uomo
Scatti di tristezza o di speranza per il male e il bene fatti alla natura
E un messaggio per il figlio nella dedica: “Che ami la sua terra e la rispetti
più di quanto non abbiano fatto le generazioni che l’hanno preceduto”
TORINO. Lingotto, ex stabilimento Fiat, pista di collaudo
Il
Piemonte
di
imbarazza vedere il Piemonte nudo. Non tanto per la nudità
in sé, ma perché essa fa sembrare indifesi. Josef Koudelka dedica al Piemonte una raccolta di fotografie (Piemonte, Contrasto, 168 pagine, 82 foto, 45 euro) che spiazzano, perché raccontano di un paesaggio che immaginiamo e crediamo di conoscere bene — montagne, colline, laghi, prati, pianure — ma
del quale sottovalutiamo
l’antropizzazione. La mano dell’uomo disegna, cura, costruisce, ma spesso
sfregia, devasta, ricopre,
snatura per sempre.
È questa mano comunque pesante, che i piemontesi hanno imposto
sulla propria terra, la protagonista di un volume
elegante ma essenziale,
con ottantadue fotografie
di un bianco e nero senza
accenti, lancinante per il
suo realismo. Koudelka
non ha bisogno di presentazioni perché ha fatto la
storia della fotografia, a partire dalla sua documentazione della Primavera di Praga,
quando le truppe del Patto di Varsavia repressero il riformismo ceco e lui fu in grado
di far trapelare il reportage attraverso la Cortina di ferro. Nel suo ultimo periodo, dopo aver collezionato premi di ogni tipo e rango, Koudelka ha focalizzato la sua attenzione sui paesaggi vuoti da uomini in carne ed ossa, ma a ben vedere pregni di presenza umana. Sono indeciso sul fatto se queste foto comunichino più malinconia e
tristezza per l’assenza, oppure speranza per una presenza che resiste anche se ingombrante e sregolata.
Il Piemonte è nudo perché il paesaggio si fa imbrigliare dalle reti per la raccolta nei
frutteti vicino a Saluzzo, perché teli di plastica coprono la terra smossa dai lavori all’Oval di Torino. È nudo nei tubi e nei reticoli che raccontano di tanti lavori di costruzione, momenti di passaggio che svestono la natura per vestirla di ciò che dovrebbe
essere cultura. Ma il freddo cementificio ne è l’emblema. Anche di fronte al paesaggio
M’
Koudelka
Paesaggio nudo
con tracce umane
CARLO PETRINI
TORINO. Piazza Carlo Alberto
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DOMENICA 24 GENNAIO 2010
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41
IL LIBRO
Si intitola Piemonte il libro di Josef Koudelka
pubblicato da Contrasto e ora in libreria
(con un testo di Giuseppe Culicchia, 168 pagine,
82 foto in bianco e nero, 45 euro). Nato nel 1938
in Cecoslovacchia, Koudelka nel ’68 documenta
l’invasione di Praga. Le sue foto passano la frontiera
di nascosto e Magnum le distribuisce anonime
Verranno pubblicate con il suo nome solo nel 1984
TORINO. Dintorni di Porta Palatina
LA MORRA. Vigne e vigneti
FOTO DI JOSEF KOUDELKA/MAGNUM/CONTRASTO
più idilliaco, al prodigio della natura, si contrappone l’opera dell’uomo: la schiera del
pioppeto sullo sfondo di un vecchio e rugoso albero solitario; la diga che imbriglia il
torrente appena sceso tra rocce imponenti; quelle stesse rocce tagliate nette, come
burro, in una cava. Anche il maestoso Belvedere delle Langhe, a La Morra, ha in primo piano la mappa che aiuta a leggerlo e dare nomi ai paesi. Non credo sia un caso che
Koudelka l’abbia ritratto offuscato da nuvole basse, una nebbia che fa perdere l’orientamento tra i colli, che così diventano anonimi e indistinti. Il cedro dell’Annunziata, cartolina perfetta sempre di La Morra, è tra la foschia in fondo: in primo piano
una siepe alta e ordinata e la sbarra di un cancello.
I luoghi più duri da raggiungere, più apparentemente incontaminati, contengono
il bestiame, tracce di trattori, stradine precarie. C’è una continua tensione tra ordine
e disordine, tra il tentativo (vano?) di sistemare qualcosa che però già seguiva il suo sistema interiore, il suo perché, da millenni. Tracce della storia, tracce rivolte al futuro.
Imbarazza questo sguardo, ma è un voyeurismo su ciò che è stato, che ha un’utilità,
una missione, alta o bassa che sia. Il primo impatto è di tristezza, o di rimpianto per
ciò che si è perso e rovinato. Poi subentra il compiacimento per la capacità di costruire, di inventare, di caratterizzare, di sforzarsi in una convivenza che vorrebbe essere
armonica anche se non sempre ci riesce. Infine emerge il monito, che non è una condanna: possiamo fare del bello e del funzionale, possiamo toccare con la nostra mano, a patto che sia leggera e intelligente. È ciò che dice Koudelka a suo figlio Nicola, che
vive e studia a Torino, nelle uniche parole che l’autore riserva per il libro: «Che ami la
sua terra e la rispetti più di quanto non abbiano fatto le generazioni che l’hanno preceduto».
Ripeto, non è una condanna, perché Koudelka certo non fotografa soltanto il male
che l’uomo sa procurare ai suoi luoghi, ma restituisce piuttosto il distaccato racconto di una presenza, che pur ha avuto meriti, compiuto imprese, reso importante una
terra. Una presenza di passaggio: «In Piemonte come altrove non interpretiamo altro
che la parte degli ospiti», ricorda giustamente Giuseppe Culicchia nello scritto che fa
da introduzione al libro. E siamo ospiti in una terra fortunata, perché di confine, e molto diversa al suo interno, dove manca soltanto il mare.
Perseverare nell’imparare a rispettarla è il nostro compito, conservarla, celebrarla.
Forse presi dal viverla non riusciamo a vedere le cose come Koudelka: se guardiamo
il Belvedere quello vediamo, se guardiamo il vecchio albero o il cedro dell’Annunziata non scorgiamo altro. È un po’ il contrario del vecchio adagio: guardiamo la luna e
ne restiamo affascinati, ma non vediamo di che pasta è fatto il dito che la indica. Perché quello, forse, potrebbe essere imbarazzante.
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ROBILANTE. Cementificio
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42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 24 GENNAIO 2010
Nel gennaio 1980 usciva il primo film dell’attore e regista
romano. Da quell’opera fino a “Io, loro e Lara”,
adesso nelle sale, ha catturato tic, difetti e mutazioni
degli italiani in una memorabile galleria di personaggi. Siamo andati a trovarlo
per ripercorrere assieme tre decenni: “Gli Ottanta sono stati la fine dell’utopia
I Novanta quelli del grande imbroglio. E ora siamo alla resa dei conti”
SPETTACOLI
Tutto iniziò trent’anni fa
con gli schiaffi di Leone
CURZIO MALTESE
LEO
L’ingenuo e goffo
ragazzo trasteverino
che in Un sacco bello
si imbatte nella turista
spagnola Marisol
ENZO
Jeans attillati, camicia
aperta sul petto, ciondolo
al collo, in Un sacco bello
è il coatto in partenza
per la Polonia
RUGGERO
Hippie alla romana,
praticante dell’amore libero
In Un sacco bello, il padre
cerca di riportarlo
sulla retta via con Don Alfio
DON ALFIO
Tenta di convincere
l’hippie Ruggero a tornare
alla normalità. Ma le sue
troppe divagazioni
non ottengono il risultato
L
ROMA
a casa di Carlo Verdone è dove te l’immagini, sulla salita per il Gianicolo,
con un’imperiale vista su Roma, ma
non come l’immagini. «Sembra la casa di un critico rock, vero?», anticipa l’ospite. I ricordi di trent’anni di cinema e sessanta di vita, vissuta da prima e sempre nel mondo del cinema, sono sommersi dal magazzino di cimeli pop, chitarre, bacchette (Verdone è un batterista di valore),
album in vinile con dediche degli Who e dei Led
Zeppelin, poster di Jimi Hendrix. La raccolta completa dei Walker Brothers, il suo culto personale,
una meteora negli anni Sessanta, un trio dallo stile londinese, salvo che non erano di Londra, non
erano fratelli e non si chiamano Walker. Ma il più
sconvolgente di tutti è appeso alla parete davanti
all’ingresso: un quadro cupo e potente. Ed è davvero quello. «È il primo quadro dipinto da Yoko
Ono a quarantotto ore dall’assassinio di John Lennon. Sono le parole di Imagine spezzate da nuvole
grigie. Ho smosso mezzo mondo per averlo». Ogni
generazione conserva nella memoria il suo tragico fermo immagine. Dov’era, cosa faceva quando
hanno ucciso i Kennedy o l’11 settembre. Chi è nato nel 1950 come Carlo Verdone non può dimenticare la notizia della morte di Lennon. Tanto più viste le circostanze. «È stato Sergio Leone a darmela.
Ero all’ultimo giorno di montaggio di Bianco, rosso e Verdone. Entrò maestoso come sempre e mi
disse: “Mi sa che hai perso un idolo”. Rimasi agghiacciato, non so per quanto tempo, a contemplare la fine della mia giovinezza. Poi arrivò Ennio
Morricone che voleva festeggiare la fine del film.
Mi scattò lui questa foto con Sergio Leone, dove mi
sforzo di essere allegro».
È paradossale che il magico 1980 di Carlo Verdone, l’anno dell’esordio travolgente con Un sacco bello, sia celebrato nella sua casa soprattutto da
quel triste ricordo. «Eppure è andata così. L’inizio
dell’avventura nel cinema coincise con la fine di
un’avventura ancora più bella, gli anni Sessanta e
Settanta. I più belli della storia d’Italia, di sicuro i
miei, di quando ero felice e sconosciuto. Gli anni
dell’amicizia, delle gite in Vespa alla spiaggia di
Anzio, delle sere al cineclub e delle notti poi volate
a parlare di Buñuel o De Sica, Fritz Lang e Dreyer,
gli anni degli studi al centro sperimentale, della
bella politica. In fondo a un’infanzia trascorsa,
grazie a mio padre, in mezzo a personaggi straordinari, da Federico Fellini a Pier Paolo Pasolini,
passando per Monicelli, Germi, Lattuada e tanti
altri. Quel giorno di dicembre del 1980, mentre tutti volevano festeggiare il successo, io avevo capito
che quell’epoca era finita per sempre. Massì, sono
un malinconico di natura e si vede anche nei miei
film più comici. La verità è che non capivo cosa stava accadendo. Fu tutto troppo veloce. Ero uscito
dal centro sperimentale deciso a fare il regista di
documentari. Una via di mezzo fra le avanguardie
underground di Warhol e Julian Beck e il cinema
politico. Per passare il tempo e divertire gli amici,
ogni tanto facevo qualche spettacolino comico al
teatro Alberichino, roba di quaranta posti, scomodi. Ma un giorno sono arrivati Enzo Trapani e Bruno Voglino, un geniale capostruttura Rai, e così mi
sono ritrovato a fare il comico a No Stop. In meno
di un anno ero sul set, con Sergio Leone, a girare Un
sacco bello. Un sogno, una follia».
Con Un sacco bello nasce una galleria di personaggi che ci accompagnerà per trent’anni. Un cinema umile, intelligente, generoso che ha raccontato l’Italia reale meglio forse di qualunque altro.
Da dove prendeva l’ispirazione? «Mi guardavo intorno e imitavo senza forzature. La realtà era già
abbastanza caricaturale. Il mammone che ospita
la spagnola era un mio amico del cortile. Il viaggio
in Polonia per rimorchiare ragazze l’avevo fatto
davvero, a Breslavia, in un ostello della gioventù
dove gli unici stranieri erano italiani. Perfino la Fiat
Dino nera targata Viterbo era la stessa di un playboy da ostello incontrato laggiù. Quanto alla regia,
mi ha insegnato tutto Sergio Leone».
Le interviste a Carlo Verdone andrebbero filmate. Uno spettacolo. Si alza, vaga per la stanza, assume la voce e i gesti dei personaggi citati e dopo
un po’ sei immerso in una folla. Una delle sue imitazioni formidabili è Sergio Leone. Il primo colloquio fu catastrofico. «Qual è il mio film che ti piace
di più?», chiede il maestro. E lui: «Il buono, il brutto e il cattivo». «Sei proprio un burino…».
«Leone interpellò mezzo cinema, dalla
Wertmüller a Steno, poi decise: “Lo giri tu”. Mi disse di dimenticare quello che avevo imparato al
centro sperimentale e di andare ogni giorno a lezione da lui, dalle 10 alle 18. Lo feci per sei mesi. Era
durissimo. Mi menò due volte. Uno schiaffo in pieno viso perché non avevo fatto il giro di corsa dell’isolato che mi aveva chiesto per farmi venire l’affanno in una scena. Si era appostato alla finestra
per controllare. E poi un calcio violento nel sedere
perché avevo rimontato un primo piano secondo
lui tagliato male. Ma naturalmente fu anche un
maestro formidabile».
Un sacco bello diventa un fenomeno d’incassi e
di costume. L’avvio di una nuova stagione della
commedia. «Allora non me ne resi conto. Pensavo
di aver vinto una lotteria e basta. Non andai mai a
vederlo in sala, mi vergognavo. Non capivo nemmeno perché la gente ridesse tanto. I grandi sì. Tullio Kezich, Ermanno Olmi, Oreste Del Buono. Beniamino Placido, per esempio, disse: “Ma ti rendi
conto che hai fatto una rivoluzione?”». A distanza
di tanti anni, se ne rende conto? «Era una miscela
giusta, fra qualcosa di riconoscibile e di nuovo. Da
una parte il carattere perenne italiano, quello che
meglio di tutti ha descritto Ennio Flaiano e che era
al centro della commedia all’italiana. Dall’altra i
mutamenti antropologici dell’italiano medio al
principio degli Ottanta».
Il trionfo di Un sacco bello è anche un boomerang. Spiana la strada al successo di una nuova generazione della commedia, da Massimo Troisi a
Roberto Benigni a Francesco Nuti. E Verdone finisce un po’ nell’ombra. «Bianco, rosso e Verdone
non incassò altrettanto. Se ne andarono tutti, Sergio Leone, la Medusa, rimasi solo. Per un paio di
mesi pensai seriamente di rispolverare la laurea e
mettermi a fare documentari. Ma un giorno mi
MEMORABILIA
Il copione aperto sulla prima scena di Un sacco bello; il David
di Donatello vinto e la foto di Carlo Verdone con Sergio Leone
alla fine delle riprese di Bianco, rosso e Verdone nel 1980
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DOMENICA 24 GENNAIO 2010
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43
FURIO
PASQUALE
MIMMO
IVANO
Metodico,
ansiogeno,
esaspera
la moglie Magda
prima e durante
il viaggio
in Bianco, rosso
e Verdone
È l’emigrato
in Germania
che in Bianco,
rosso e Verdone
si mette
in viaggio verso
il paese natale
per votare
Bambinone
inesperto
che viaggia
con l’anziana
e saggia nonna
(la Sora Lella)
in Bianco, rosso
e Verdone
“Lo famo
strano?” è il suo
richiamo
d’amore
indirizzato
a Claudia
Gerini in Viaggi
di nozze
chiamò Mario Cecchi Gori. S’era innamorato di un
personaggio del film, l’immigrato che torna in Italia per il voto. Ne uscì Borotalco, il film che ha avuto più riconoscimenti, cinque David, le lodi della
critica. Ma per me, soprattutto, l’apprezzamento
di mio padre, Mario. Ero passato da virtuosista ad
autore, per raccontare un’Italia che stava cambiando, sempre più prigioniera del mito dell’immagine».
Torniamo un po’ al rapporto con la sua generazione, Troisi, Benigni, Nanni Moretti. «Stima, am-
mirazione, affetto e anche, perché no,
un pizzico d’invidia. A me la
critica non mi ha mai preso tanto sul serio. Forse c’entra anche la politica. Io non andavo
alle feste dell’Unità, non ero considerato uno impegnato, un riferimento. Insomma, a un mio film
la stelletta Repubblica non l’ha mai data». Eppure
è Verdone a inaugurare la comicità “di sinistra”, un
modo di guardare con sarcasmo un po’ moralista
e non con compiacimento ai vizi nazionali. L’erede eversore di Alberto Sordi. «Sordi l’ho conosciuto proprio nel momento più difficile, quando mi propose di girare In viaggio con papà. Mi
considerava davvero un figlioccio e mi sequestrava per giorni, raccontandomi tutta la sua
incredibile vita. Un genio, si capisce. È stato
rivoluzionario quando menava le vecchiette e faceva il compagnuccio della parrocchietta. Ma anche un gran reazionario. Un
giorno Marcello Veneziani scrisse che era
stato il peggior educatore degli italiani.
“Ma chi è ’sto comunistaccio?” urlò lui.
Quando gli spiegai che veniva dall’Msi,
ci rimase malissimo. Anche con lui sbagliai la domanda sul film migliore. Per me era I vitelloni. Sordi protestava che Fellini era un falso mito, un grande imbroglione».
Ora Verdone si alza dalla poltrona, dov’era Sordi, e diventa Fellini. «Prima di capire chi fosse, da
bambino Fellini era lo zio Federico, il più formidabile narratore di storie di provincia che abbia mai
conosciuto». Quanto ha contato quell’infanzia
passata all’ombra dei grandi, tutti amici di quella
magnifica figura intellettuale che è stata Mario
Verdone? «È quello che più manca nell’Italia di oggi. Grandi figure di artisti, sostenuti da una forte visione etica. Perché è l’etica, l’ho imparato da loro,
che ti fa guardare avanti. Il berlusconismo c’è già
tutto in Ginger e Fred di Fellini, scritto venticinque
anni fa. L’Italia televisiva degli anni Ottanta era
stata prevista e paventata da Pasolini. Era importante per me, perché il lavoro del comico ha una
natura cinica, ti spinge a ridere di qualcosa di
cui dovresti vergognarti. I miei amici
francesi non capiscono il culto di Alberto Sordi: come
fate, dicono, ad amare uno
che vi rappresenta come
mostri?».
Gli chiedo quale di questi
decenni è stato il più difficile
da raccontare. «Gli Ottanta sono stati la vera svolta, la fine dell’utopia. Borotalco e Compagni
di scuola sono i film dove ho cercato di raccontare un’Italia di bugie, cinismo e solitudine. A un tempo edonista e lugubre. Come la politica che ha espresso, nella miseria del
rampantismo. In Compagni di scuola
c’è per la prima volta un politico, Ghini,
che sniffa cocaina in bagno. Ma la figura
più patetica e significativa è quella di Christian De Sica, il cantante senza talento e
senza successo che supplica una raccomandazione o almeno un prestito. Gli anni
Novanta sono quelli del grande imbroglio,
degli hedge found. Dei mitomani che diventano leader, come il Gallo Cedrone, che vuole
trasformare Roma in una Los Angeles con i lungotevere a sei corsie. Anni fragili, dove tutti vanno in analisi. Questi sono gli anni della resa finale all’assurdo. Ma anche, mi piace
pensarlo, della fine del
tunnel. Il punto più basso l’abbiamo toccato e
non si può che risalire.
Sta tornando, in maniera
magari caotica, la voglia di partecipare. Quando
vedo mio figlio con gli amici a discutere di futuro,
quando giro l’Italia per presentare un film e incrocio tante storie straordinarie, dopo tanti anni mi
torna un po’ di ottimismo».
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44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
i sapori
Armonie di opposti
DOMENICA 24 GENNAIO 2010
Dalle antiche ricette da alchimisti che mettevano insieme
distillati e bacche ai Bellini, Cosmopolitan e Piñacolada,
passando attraverso la tradizione universale dall’acquavite
Il binomio tra pere, mele, noci, prugne e alta gradazione
accompagna da sempre l’uomo. Come testimonieranno
i maestri dell’alambicco il prossimo weekend
Sangria
Slivovitz
Sotto spirito
Distillato
Frutta, alcol e zucchero
sono alla base
della bevanda spagnola
più festaiola. Oltre al vino
rosso (color sangue,
sangre in spagnolo),
cannella, chiodi
di garofano, frutta
e, volendo, brandy
La tradizionale acquavite
serba, sorellina
della balcanica rakija
e del britannico old plum
brandy, è un distillato
ricavato dalle prugne
Gusto abboccato
e robusto, si beve liscio
e a temperatura ambiente
La golosità della frutta
spiritosa ha come base
una leggera sbollentatura
in acqua. Una volta scolata
e messa in vaso,
si riempie di metà acqua
zuccherata e metà alcol
puro. Due mesi di riposo
prima del consumo
Frutta matura pressata,
fermentata grazie ai lieviti
e distillata nell’alambicco
tradizionale discontinuo
Il kirsch (acquavite
alla ciliegia)
prevede l’utilizzo
anche di parte
dei noccioli
Frutta
&alcol
Se lo spirito
tenta il corpo
LICIA GRANELLO
l’appuntamento
Festa grande a Percoto, Udine,
il prossimo fine settimana, in occasione
del trentacinquesimo Premio Nonino
La famiglia che ha riscattato l’acquavite
dai piani bassi della qualità alcolica
e introdotto in Italia la cultura dei distillati
di frutta, accoglierà un migliaio di ospiti
celebrando i premiati, sotto la regia
di Ermanno Olmi, con il nuovissimo distillato
di frutti e bacche dei boschi di Carnia
ssaggio con Angelo Solci il distillato di
uva malvasia rosa di Vittorio Capovilla.
È sbalordito. Lo vedo impallidire. O vita
mia. Sprezza anche lui, come Jacopone
da Todi, la vita celeste de l’odorifera rosa?». Luigi Veronelli non era uomo da
commenti banali. L’emozione sua e dell’amico Solci — storico
enotecaro milanese — davanti al gioiello di uno dei grandi mastri distillatori italiani regala brividi alcolici. Perché magico è l’incontro tra alcol e frutta, purché guidato da mani sapienti.
Se è vero che i superalcolici fruttaioli sanno inebriare, la prima corrispondenza di amorosi sensi tra due ingredienti tanto diversi da sembrare inconciliabili si realizza molti gradi più in bas-
«A
so e attraversa l’intero panorama gastronomico. Da dove cominciare, Bellini o sangria, pere al vino rosso o marroni al rum,
fragole&champagne o pesche al rosolio? In realtà, ogni volta che
la frutta non basta, quando occorre irrobustire e corroborare,
aggiungere personalità e forza, sensualità e trasgressione, l’alcol si presenta come il serpente tentatore. I verbi della contaminazione danno il senso della resa: la frutta viene profumata, macerata, avvolta, immersa, ricoperta, cotta, pressata, disciolta e
poi lasciata riposare prima di finire in piattini, tazze e bicchieri.
Esistono frutti a cui la manipolazione alcolica regala una passerella altrimenti impraticabile: pere martin sec, graffioni, mele e pere cotogne, a cui aggiungere gran parte della cosiddetta
frutta dimenticata (giuggiole, azzeruoli, nespole, corniole, uva
spina…). Così, non c’è banco-bar senza ciliegie candite e fettine d’arancia, rondelle di mela e succo di limone. Guai al pasticciere che non tiene a portata di mano kirsch e cointreau o che
scorda di battezzare il “monte bianco” con il rum. Quanto agli
chef, agrodolci e brasati difficilmente prescindono da frutta
(fresca o secca) e alcol.
Ma la lavorazione più rigorosa, delicata, speciale, è quella dedicata alla fusione tra alcol puro e frutta, ottenuta grazie alla tecnica della distillazione. Fino a trent’anni fa, i segreti di questa alchimia erano tutti nelle mani di distillatori tedeschi e austriaci,
fieri dei loro tipi di acquavite di bacche e frutti di bosco, mentre
qui non si andava al di là della grappa. Gli sforzi dei migliori artigiani italiani arrivarono a compimento il 27 novembre 1984
quando, grazie alla pervicacia di Giannola Nonino, un decreto
ministeriale sancì l’autorizzazione a produrre acquavite d’uva
(che i Nonino chiamarono ÙE, uva in dialetto friulano).
Se avete la vocazione dei distillatori, comprate una delle
435mila reticelle di arance rosse che sabato i volontari dell’Associazione per la ricerca sul cancro venderanno nelle piazze.
Prendete un vaso dalla bocca larga, sospendete un’arancia a pochi millimetri dalla superficie di mezzo litro d’alcol da dolci e
chiudete ermeticamente. Una settimana più tardi, mescolate
l’alcol aromatizzato con uno sciroppo di zucchero e godetevi il
profumo del sole di Sicilia a piccoli sorsi. Con il resto delle arance, fate spremute per tenere lontana influenza e sensi di colpa.
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DOMENICA 24 GENNAIO 2010
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45
San Vigilio (Bz)
itinerari
Mattia Pastori,
barman dell’Hotel
Park Hyatt a due
passi dal Duomo
di Milano,
è fresco vincitore
del concorso Wirspa
con il cocktail “Carribean
Sun”. Tra gli ingredienti,
oltre al rum, frutto
della passione,
ananas e lime
Cesenatico (Fc)
Ercolano (Na)
L’Emilia Romagna
è terra benedetta
per le ciliegie. In un’antica
pasticceria artigianale
della riviera romagnola,
si perpetua la tradizione
dei golosi boeri
Le Dolomiti abbracciano
l’incantato borgo
adagiato in Val Marebbe,
tra boschi e malghe, dove
Enrico Willeit distilla mele,
frutti di bosco e bacche
raccolte in alta quota
Tra Costiera e Parco
Nazionale del Vesuvio,
la frutta gode di terreno
fertilissimo e microclima
straordinario. Noci e limoni
vengono trasformati
in liquori squisiti
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
HOTEL OLYMPIA (con cucina)
Strada Valiares 40
Tel. 0474-501028
Mezza pensione da 78 euro a persona
GATTI DI MARE
Via Cremona 23
Tel. 338-7654005
Camera doppia da 60 euro, colazione inclusa
IL CRATERE B&B
Via San Vito 140
Tel. 347-1667414
Camera doppia da 70 euro, colazione inclusa
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
OSTARIA PLAZORES (con camere)
Strada Plazores 20
Tel. 0474-506168
Chiuso lunedì, menù da 25 euro
OSTERIA DEL GRILLO
Via Fiorentini 94
Tel. 0547-82140
Chiuso mercoledì, menù da 25 euro
’E CURTI
Via Padre Michele Abete 6, Sant’Anastasia
Tel. 081-5313840
Chiuso la domenica, menù da 25 euro
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
MASO CIANORÈ
Strada Cianorè 1, Pieve di Marebbe
Tel. 0474-501203
DALBA
Via Adriatica 15
Tel. 0547-86089
ENOTECA CAROTENUTO
Via Madonnelle 9/11
Tel. 081-7390246
Punch
La versione elegante
del grog prevede cinque
ingredienti (da cui il nome,
di derivazione hindi):
tè, zucchero, cannella,
limone e acquavite
o rum arricchiti
da frutta secca o passa
e buccia d’arancia
Grappa alla Williams
La bottiglia vuota
viene infilata sul frutto
appena sviluppato,
fissata al ramo
con il collo rivolto a terra
Quando la pera è giunta
a maturazione, si stacca
dall’albero e si riempie
la bottiglia di grappa
Boeri
I cioccolatini dalla carta
rossa come la divisa boera
(seicentesca colonia
olandese in Sudafrica)
I frutti sotto spirito
vengono immersi prima
nella glassa di zucchero
e poi nel cioccolato
fondente fuso
Cocktail
Ciliegie da tinello per ospiti mai visti
GIAN LUCA FAVETTO
ruttasotto alcol. L’immagine che viene è gozzanian-gargantuesca, da signorina Felicita che si
accoppia con Pantagruel. Un’immagine morotea: da Aldo Moro (1916-1978), politico e statista di talento democristiano, capace di formule ardite che sfidano la logica, annunciano un paradosso e certificano la realtà. L’immagine è quella delle convergenze
parallele. Non tanto tra frutta e alcol, che stanno bene insieme, quanto fra zia Romilda e Sias, che insieme non sono immaginabili.
Zia Romilda era esile e caparbia, l’ostinazione fatta esistenza, voce educata e cristallina, una gran capote di capelli bianchi raccolti in un largo chignon, indossava grembiuli scuri, calze di lana grezza al ginocchio — o collant, sempre al ginocchio — e mocassini.
Era l’incarnazione della vecchiaia: vecchia a quarant’anni, è rimasta vecchia fino a ottantanove. Aveva due specialità, che faceva con le sue manine.
Sias è sempre stato grosso. A quindici anni era il più
grosso di tutti. A trenta, non parliamone. Oggi, che ne
ha cinquanta, è grosso al cubo. Sias viene da Ezio,
Eziaccio, poi girato in dialetto. Simpatico, di buon colorito, con la voce emetteva tuoni non parole. Pochi
capelli, ma molto in disordine. Magliette e camiciotti anche d’inverno. Uno che ha sempre mangiato due
piatti di tutto; d’insalata, tre. Anche lui aveva due specialità, che faceva con le sue manone.
Sono loro le mie convergenze parallele. Convergono parallelamente sulla frutta sotto alcol. La specialità di zia Romilda erano le amarene al cherry — ton
F
sur ton, gusto su gusto — i mirtilli alla grappa e i datteri al rum. Preparava tutto da sola. Mentre lo faceva,
era inavvicinabile. Conservava il frutto del suo lavoro
nella credenza della sala, in bottiglie di foggia ricercata che sembravano ricamate. Non l’offriva mai a nessuno: era sempre per un’altra occasione. Bisognava
rubarlo. Da ragazzi, il sapore ci faceva schifo: ma vuoi
mettere l’ebbrezza del furto? Bevevamo sorsate, più
che masticare mirtilli, e poi rimboccavamo con acqua e zucchero, una volta anche con un resto di birra.
Quando è morta, ha lasciato in eredità una mezza
dozzina di bottiglie. Piene. Una è ancora lì.
La specialità di Sias, invece, era qualunque cosa
con l’alcol: albicocche, ciliegie, uva. Soprattutto, castagne alla Vecchia Romagna. Sapeva far lui, garantiva, ed era piuttosto veloce. In un pomeriggio, con i
suoi al lavoro, era tutto fatto. Le metteva in una latta
con coperchio e dopo una settimana erano già buone, diceva. Tendevamo a dar ragione a Sias e mandavamo giù senza masticare, a golate. Il suo motto era:
tieni alto lo spirito, bocia. Bocia, nel senso di ragazzo
e, spirito, nel senso di alcol. Lo diceva in dialetto. E noi
in dialetto bevevamo.
Per completezza. La seconda specialità di Sias era
annodare gambe e braccia dei gagni che si mettevano contro di lui. La seconda specialità di zia Romilda
era tirare il collo alle galline: ancora meglio, tagliare
loro la lingua e lasciarle dissanguare appese per le
zampe. Diceva venissero più buone.
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Dal Cosmopolitan,
a cui il succo di mirtilli
selvatici regala il classico
colore rosa pallido,
alla Piñacolada (base
ananas e latte di cocco),
i barman celebrano
la frutta nelle loro
creazioni alcoliche
Calvados
La celebre acquavite
di mele nata in Normandia
e invecchiata nelle botti
di quercia è il prodotto
della distillazione del sidro,
ottenuto dai frutti
fermentati. È diffuso
tra Francia, Inghilterra
e Paesi Baschi
Limoncello
Limoni rigorosamente bio
per il liquore della Costiera
Amalfitana. Alle scorze,
affettate sottili e senza
il bianco, dopo due
settimane di infusione
in alcol, si aggiunge
sciroppo di zucchero
Filtratura finale
Repubblica Nazionale
46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 24 GENNAIO 2010
le tendenze
Sei sarebbero le silhouette a cui ricondurre le tipologie
del corpo femminile. Mediterranea tutte curve, “petite”
Stratagemmi
ovvero Venere tascabile, “a pera”, “Olivia”, androgina
e “compatta”. La moda prêt-à-porter offre a ognuna
una gamma di proposte per valorizzare al meglio le forme
Perché l’abito giusto, spesso, può fare miracoli
Una, nessuna e centomila
a ciascuna il suo stile
IRENE MARIA SCALISE
GLOSSARIO
• Androgina
Il tipo magro
con seno piatto
e spalle larghe
• A mela
Tipi appesantiti
e con pancetta
• A pera
Il tipo dal “fondoschiena
ingombrante”
• Stangona
Il tipo lungo e asciutto
• Petite
Il tipo piccolo e agile
• Tutta curve
Con seno abbondante
«L
a moda passa lo stile resta», ammoniva lapidaria Coco Chanel. Ma le donne, che pure
Mademoiselle la adoravano, non hanno mai
fatto tesoro dell’insegnamento. A ogni cambio di stagione affrontano con eccesso di disinvoltura lo scollamento tra aspirazione e
realtà. Strizzate dentro vestiti pensati per le magrissime, anche
se la bilancia scricchiola, o innalzate su tacchi vertiginosi, pur se
l’altezza è da giocatrici di pallacanestro, le ragazze di ogni taglia
s’interrogano su cosa osare ogni volta che incontrano uno specchio. Ma il più delle volte sfidano a testa alta ogni logica. E così il
rapporto tra le donne e la moda è burrascoso, contraddittorio e
in certi momenti esaltante. Secondo un ingeneroso Oscar Wilde: «La moda è una forma di bruttezza cosi intollerabile che siamo costretti a cambiarla ogni sei mesi». Complice anche la crisi
economica, il vorticoso valzer degli abiti ha però subìto un rallentamento. Se prima si compravano tre stivali adesso si riflette
LE FORME
anche sul singolo paio. Se una gonna lascia perplessi, in attesa di
congiunture più favorevoli si posticipa la decisione.
Ma quante sono le tipologie fisiche femminili? Sembrano riconducibili a sei silhouette, e le aziende, da Simona Barbieri e
Celin B sino a Pinko e Liu Jo, offrono soluzioni per tutte. La mediterranea, o tutta curve, dovrà valorizzare le forme con abiti attillati invece d’ingolfarsi in camuffamenti a sacco. Il tipo petite,
la Venere tascabile, è minuta e magra e potrà giocare con i tacchi
per conquistare i centimetri mancanti. Da evitare i cappotti lunghi. Meglio le giacche corte che slanciano la figura. Per la donna
“a pera”, quella dal fondoschiena un po’ ingombrante, l’importante è spostare l’attenzione sulla parte alta del corpo. Maglie a
righe, camicie bianche, tutto è lecito pur di distogliere lo sguardo da quell’ostile circonferenza sotto il punto vita.
Problemi opposti, ovvero la totale mancanza di forme, sono la
consuetudine per la donna troppo lunga e magra. Un’eterna
“Olivia” che dovrà cercare di creare delle curve illusorie. Per lei è
consigliato sovrapporre strati di tessuti e aggiungere volant e
pieghe. C’è poi la figura androgina, simile a quella di un ragazzo:
spalle larghe, seno piatto e gambe magre. Un fisico piuttosto fascinoso, se esaltato da pantaloni maschili, camicie e gilet che ricordano la meravigliosa Diane Keaton di Io e Annie. Ultima tipologia femminile, decisamente poco fortunata, è quella appesantita e compatta. Una donna a tutto tondo che può tentare di
allungarsi con sapienti scollature a V e, comunque, dovrà attingere tra i colori più scuri del guardaroba per un risultato snellente. Perché la moda, se ben gestita, può fare miracoli.
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tutta curve
l’androgina
la petite
LUI JO
DIOR
CHIARA BONI
PIANURA
ROSSETTI
NOLITA
COCCINELLE
JUCCA
FORNARINA
Per sdrammatizzare
qualche centimetro
in più ecco la t-shirt
Liu Jo con fumetto
di Mafalda
Orecchini Milly
Carnivora,
per la nuova
collezione firmata
Dior Joaillerie
Sarebbe piaciuto
alle formose star
anni Cinquanta
il vestito a drappeggi
di Chiara Boni
Camicia di Pianura
a mini quadretti
ingentilita dal collo
bianco che smorza
lievemente le forme
Scamosciata,
punta in vernice
e senza tacco,
la scarpa
dei Fratelli Rossetti
Elegante
e divertente
il pantalone Nolita
nero con le pence
È un capo-jolly
Pochette verde
stampa cocco
con fiocchetto
di Coccinelle
Must di eleganza
Per le Veneri
tascabili non può
mancare il vestitino
nero anni Trenta
a balze di Jucca
Mini gonna
per ragazze
non altissime. Questa
è di Fornarina
a disegni cachemire
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DOMENICA 24 GENNAIO 2010
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47
Simona Barbieri / Twin-Set
“Il mio guardaroba evergreen
disegnato dalla parte delle donne”
LAURA ASNAGHI
l twin-set è uno dei capi che non può mancare in un guardaroba iperfemminile, che
profuma di donna. Ed è forse per questo che
Simona Barbieri (lei creativa) e Tiziano Sgarbi
(lui la mente economica) hanno scelto questo
nome, quando, negli anni Novanta, hanno dato vita al loro marchio di moda, partendo dalla
maglieria. Twin-Set è cresciuto rapidamente e
oggi è un po’ il simbolo della griffe che rispetta
il corpo delle donne, non le costringe a diete
ferree per entrare in un abito e le fa belle, esaltando anche le rotondità e camuffando abilmente i “punti deboli”.
Simona Barbieri, lei è una stilista che disegna «stando dalla parte delle donne». Quali
sono i segreti per fare collezioni molto fashion
ma, allo stesso tempo, «tutte da mettere»?
«Quando disegno un abito penso a una donna come me. Che lavora ma è anche madre, che
è curiosa, gira il mondo e vuole sempre essere
molto femminile».
Un gioco non facile da reggere.
«Vero. Ma se chi crea è una donna, tutto diventa più semplice. Il cardigan con l’abito sottoveste è uno dei miei must. Sta bene a tutte,
magre e rotondette, piccole e alte, discrete o
esibizioniste. Questo abbinamento ha la fortuna di essere sexy e grintoso, senza sfiancarti».
Lei è una fan di Chanel. Nel suo studio ci sono molte immagini dei dettagli creati da “Mademoiselle Coco”: dai fiori al gioco dei bianchi e neri, dalle catene ai ricami. Elementi ricorrenti nelle sue collezioni.
«Vero. Io sono convinta che in un guardaroba femminile non possa mai mancare una catena dorata da usare come cintura o collana,
un tubino leggermente svasato sui fianchi o un
abito con un bel decolté che cattura subito l’attenzione dei maschi. Perché è vero che le don-
I
la stangona
a mela
ne vogliono, innanzitutto, piacere a se stesse
ma non dimentichiamo che vogliono anche
fare colpo sugli uomini».
Quali sono, secondo lei, i pezzi che non possono mancare in un guardaroba “evergreen”?
«Ai capi indicati prima vanno aggiunti un
cappotto sartoriale, tagliato a trapezio, perfetto per le occasioni importanti, i pantaloni
“skinny”, quelli super sottili (in alternativa ai
leggings delle ragazzine) e le canotte da vogatore veneziano, quelle a righe, molto care a
Chanel. Quelle canotte possono essere veramente eleganti con una gonna stretta o molto
sportive con un paio di jeans tagliati alla perfezione».
Le donne, a differenza degli stilisti maschi,
hanno una marcia in più. Qual è?
«Noi il corpo femminile lo conosciamo bene, non abbiamo bisogno di chiedere ad altri
com’è. E quando disegniamo una collezione
sappiamo fino a dove spingerci per uno spacco, una scollatura. Siamo più abili nell’usare i
pizzi “vedo non vedo”, abbiamo più malizia
nel creare un giro vita magari più morbido per
tollerare meglio qualche peccato di gola a tavola».
Simona Barbieri, lei, quando crea a chi si
ispira?
«Io sono una viaggiatrice accanita. E per
ogni città che frequento, da Parigi a Londra
piuttosto che a Los Angeles, mi attrezzo con i
miei quaderni foderati di cuoio. Annoto tutto
quello che mi piace. Un manifesto sorprendente, una vetrina speciale, il modo in cui una
donna porta una borsa, un fiore, un colore.
Raccolgo tutto e poi quello diventa il mio libro
dei sogni da cui ricavo idee per vestire la mia
donna».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
a pera
[email protected]
BRACCIALINI
FURLA
MISS SIXTY
REFRIGIWEAR
LOUIS VUITTON
TWIN-SET
PINKO
GANT
CELYN B
Sembra pensata
per la donna alta
la borsa
in stile gitano
di Braccialini
Ballerina in colore
rosa adatta anche
per l'abito
da gran sera di Furla
Piacerà a tutte
Per chi ha gambe
chilometriche
e troppo magre
c'è il jeans a tubo
secondo Miss Sixty
Un sobrio cappotto
come quello
Refrigiwear ideale
per assottigliare
la figura
Se il punto debole
sono le braccia
in carne, il guanto
Louis Vuitton
smagrisce e allunga
Per chi preferisce
agire in incognito
l'abito di Twin-Set
nasconde
ogni imperfezione
Copre qualsiasi
difetto il cappotto
nero di Pinko
di foggia militare
con collo in pelliccia
Gonna arricciata
ai fianchi di Gant
per chi non ama
mettere in primo
piano il lato b
Per chi preferisce
sorvolare sul punto
vita c'è l'abito
casacca in organza
di Celin B
Repubblica Nazionale
48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 24 GENNAIO 2010
l’incontro
Trentacinque anni, da quindici
sulla scena, la “cantantessa” siciliana
è cresciuta. Ha smesso i panni
della ragazza “Confusa e felice”
che si esibiva sul palco
di Sanremo. Adesso
è una donna riflessiva
e attenta all’ascolto di sé
Tanto da essersi fatta
una promessa: «D’ora
in poi tutti i dischi
che realizzerò saranno frutto
di un sentimento profondo e voluto
Non voglio più sprecare la mia musica»
Vulcaniche
Carmen Consoli
rima dell’espressione arrivano due occhi neri che bucano una piccola mappa siciliana impressa sul volto,
forza e malinconia incise come un graffito, da sirena minuta e caparbia un
tempo confusamente felice, oggi addirittura capace di calarsi nei panni di
Elettra, come ha intitolato il suo ultimo
disco nel quale mette fuori sentimenti
forti, molto privati. «Ha coinciso col
tentativo di superare un dolore forte,
quasi invalicabile. Ovvero la morte di
mio padre. Questo mi ha fatto capire
l’importanza che la musica ha nella mia
vita. Ha trasformato un sentimento di
disperazione in gioia».
Parla con una cadenza perfetta dalla
quale affiora come un vezzo il dialetto
siciliano, anzi catanese, un chiddu e
chistu ogni tanto messo lì a intercalare
il suo sguardo spalancato sulla vita,
questo sì, ancora da bambina. «Da questo momento nutro una gratitudine ancora più grande nei confronti della musica. Non è la prima volta, certo, ma è la
prima volta che mi sono trovata a superare una fase così dura. Diciamo tre anni impegnativi, mi sembrava che mi
camminasse vicino il concetto di morte, è morto il mio bassista, poi c’è stata
la morte di mio padre, e poi intendiamoci ci sono state esperienze meravigliose, sono stati anni intensi e belli, e alla fine anche la scomparsa di mio papà
ha avuto una sua parte molto bella, diciamo una parte di saluto, avvenuta in
una maniera speciale».
La sua casa romana, in un palazzo
qualsiasi del quartiere Prati, è linda ed
essenziale, bianca, quasi a contrasto col
nero degli occhi e dei capelli. «Quando
ni e tanti dischi, rischi di non farlo più,
di fare le cose a tavolino. Da questo punto di vista forse sono anche un po’ tornata indietro, e sono molto ispirata, il
disco è uscito da tre mesi, ma io ho continuato a scrivere, scrivo di tutto, quello
che mi pare, pezzi onirici con accostamenti improbabili, pezzi strumentali,
ma del resto chi me lo impedisce? Dopo
quindici anni è facile crearsi degli schemi, invece gioco, sperimento, provo cose diverse. A volte in passato ho usato la
musica per esprimere rabbia, rancore,
oppure la mia insoddisfazione riguardo alle ingiustizie che vedevo, ora è diventato un atto d’amore, ho una sensazione di esaltazione, la passione è la
chiave, e vuol dire anche sofferenza, sudore, bisogna lavorare tanto per tirare
fuori il grano dalla gramigna, perché a
volte ci si inganna, ma quando si lavora
tanto, poi succede il miracolo. La canzone che ho scritto sul mio papà, Mandaci una cartolina, l’ho scritta in
mezz’ora, tutta intera, frrr… era fatta. A
volte mi sembra che noi da qualche parte lo sappiamo già quello che vogliamo
dire, ed è un mezzo, una cosa nobile, come la bellezza. È bello ciò che è vero,
Continuo a studiare:
armonia, basso,
quattro ore al giorno
Magari tra qualche
tempo scrivo
un bolero, un’opera,
chissà. Mi piace
l’idea di evolvermi,
superare i limiti
FOTO GUIDO HARARI/CONTRASTO
P
ROMA
ci arrivo da Catania preferisco arrivarci
in macchina, così per sedimentare la distanza. In aereo non mi piace, finisco
per avere nostalgia di quello che lascio,
della terra ai piedi dell’Etna, invece
quando ci metto delle ore ho il tempo di
assaporare tutti gli stati d’animo e alla
fine non vedo l’ora di arrivare a Roma. È
il problema che abbiamo tutti, oggi non
ci prendiamo più il tempo di cui le cose
hanno bisogno. A me piace sentirmi itinerante, non pellegrina o viandante,
semplicemente itinerante».
Ormai cresciuta, Carmen Consoli ha
imparato a pesare bene ogni cosa, ad
apprezzare le forme del vivere come
specchio dell’anima. La vita che racconta sembra un incastro prezioso,
senza sprechi e al centro campeggia
enorme il culto della musica. «A trentacinque anni la musica ha assunto un altro significato, non la voglio più sprecare. Tutti i dischi che farò saranno frutto
di un sentimento profondo e voluto,
non voglio sciupare queste opportunità, non l’ho mai fatto in realtà ma
adesso più che mai: la rispetto troppo e
ho capito che non la venderei mai, prescinde dal business, se un giorno mi
sentirò di fare un disco in arabo, assolutamente non commerciabile, ma è
quello che dice la mia voce interiore, allora lo farò. L’ho fatto anche con Elettra.
Ho iniziato dicendo faccio un disco
acustico, non ci voglio mettere troppo
ketchup (come dicono i discografici, visto che ormai è tutta una gastronomia).
Loro mi lasciano completamente libera, devo dire, però mi dicevano: così è
difficile da vendere, ma io ho insistito, lo
voglio così, e non è un problema di coraggio. Un disco è come fare un bambino, è un atto d’amore, esce come deve
uscire e lo accetto com’è. Poi è stato come una medicina, mi ha portato una
guarigione quasi completa, regalandomi momenti di estasi, di gioia, quindi
anche simbolicamente rappresenta un
punto importante della mia vita. Ci ho
lavorato tanto, in modo epidermico,
non l’ho lasciato un attimo, i dischi li ho
sempre fatti con trasporto, ma qui non
era più solo musica: è quello che sono,
non quello che faccio, sono io».
È talmente infervorata che sembra
diventata la sacerdotessa di uno speciale culto dell’arte. «Al di là dei fatti personali, sono arrivata alla decisione di dedicare la mia vita alla musica. Ed è sicuramente il frutto della mia crescita proprio in un’età che sembra stare nel mezzo del cammin di nostra vita. Diciamo
che ci sono state esperienze e circostanze che mi hanno portato a ricorrere alla musica tutte le volte che dovevo
centrarmi. Succede che, dopo tanti an-
questo mi interessa oggi. O meglio, non
è bello tutto ciò che è vero, ma sicuramente ciò che è bello è vero».
Dalla convinzione con cui afferma la
sua fiducia nella musica si intravede
qualcosa di spiritualmente forte. Da
qualche anno ha iniziato una pratica
buddista. Ed è facile immaginare che
questa scelta abbia avuto un ruolo importante nella sua crescita. Magari non
è una cosa di cui ha voglia di parlare, oppure sì? «La pratica c’entra molto, perché ti insegna a trasformare le avversità
in opportunità, quindi fondamentalmente ti spinge all’azione, è fondata su
un preciso rapporto di causa ed effetto,
per cui c’è di mezzo anche la passione
per la vita. E io la voglio celebrare, e nel
farlo sono come un archivista, come
Darwin, cerco di guidare i miei pensieri
e le mie azioni perché possano produrre valore. La pratica ha esaltato il gusto
di trovare piacere anche da piccole cose, ti rendi conto delle fortune che hai.
Prima se un giornalista diceva che il mio
disco faceva schifo, e altri dieci dicevano che era un capolavoro, io che andavo a pensare? Ovviamente a chiddu che
gli faceva schifo, e invece no, non è giusto. Quello che mi piace è che parla dell’oggi, non dice: tranquilli perché poi
sarete felici con Dio, e che facciamo, lo
statalismo della religione? Tutte quelle
anime messe lì in deposito che non fanno niente? A me piace l’attuazione nella pratica, nel buddismo quello che fai ti
torna, questa filosofia mi porta molta
calma, mi spinge a non prendermela
per questioni irrilevanti, a dare la giusta
gerarchia alle cose».
Ma non per questo è pacificata, anzi,
sembra un tumulto di ragazza, una che
il vulcano sotto il quale è cresciuta se lo
porta dentro, metabolizzato e relativamente sotto controllo. E non si stanca,
questo è importante, di trovare stupore
nel consumatissimo mestiere di fare
canzoni. Possibile, dopo un secolo in
cui sono state inventate milioni di canzoni e le combinazioni sembrano praticamente esaurite? «In realtà le combinazioni sono infinite, anche se le relazioni tra le note sono sempre le stesse. E
come quando dici che una donna è bellissima, lo dici dopo millenni di bellezze femminili, ma ciò non impedisce di
stupirti ed emozionarti di fronte alla
sua bellezza anche se in fondo gli elementi sono gli stessi di sempre. Per la
canzone accade la stessa cosa. Ma per
crescere bisogna studiare, io sto studiando armonia, studio il basso, insomma studio, sempre, quattro ore al
giorno, magari tra dieci anni scrivo un
bolero, un’opera, chissà, ma io intanto
studio perché voglio evolvermi, voglio
superare i miei limiti musicali proprio
in termini di conoscenza. Quando studio trovo soluzioni che mi stupiscono,
ci sono leggi incredibili, uno schema
matematico che sembra riflettere ordini superiori, la cosa incredibile è che oggi capisco che anni fa, senza rendermene conto, lo facevo d’istinto, c’ero arrivata con l’orecchio. Noi sappiamo riconoscere la bellezza, questo è l’orecchio,
l’essere umano sa quello che vuole dire
poi il linguaggio codifica, a volte avevo
riconosciuto il bello, che certe volte corrisponde anche a delle leggi matematiche irreversibili, inconfutabili, quando
automaticamente dici a orecchio questo accordo ci sta bene, poi lo vai a studiare teoricamente e ti rendi conto che
c’era un motivo matematico che tu non
conoscevi».
Poi alla fine prende la chitarra, fa
esempi di come un accordo possa cambiare con un semplice passaggio, una
settima qui, una diminuita lì: «Nel romanzo Presto con fuoco di Roberto Cotroneo c’è una cosa che mi ha colpito
moltissimo. La gente, dice, può essere
paragonata agli accordi musicali, uno
ci può avere una faccia da do maggiore,
l’accordo più bestia che c’è, oppure do
minore settima bemolle, e l’espressione si complica, una faccia triste va in minore, se invece si trasforma in nona è
più malinconico, insomma crea paralleli tra esseri umani e armonie». Così
che alla fine la domanda è praticamente obbligatoria. Ma lei, Carmen Consoli, con quale accordo si descriverebbe?
Prova a suonare, cerca, sembra che si
stia specchiando nella chitarra per poi
dire sicura: «Io sono un accordo in minore sesta, che non è triste, casomai è
quello della saudade brasiliana, è minore ma con la sesta ti apre la strada verso qualcos’altro».
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GINO CASTALDO
Repubblica Nazionale
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