dal quartiere alla regione per una Comunità europea federale
ANNO XXXV - N. 5
MAGGIO 1987
MENSILE DELL'AICCRE
ASSOCIAZIONE UNITARIA DI COMUNI PROVINCE REGIONI
Come le Regioni possono contribuire,
con un impegno concreto ed esperto,
all'tuiità del19Europae d'incremento
globale delle autonomie territoriali
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LA REGIONE ITALIANA
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I1 volume edito dall'AICCE nel 1971 in colla-
2 borazione con la Regione Friuli-Venezia Giu-
o lia e l'elenco dei membri della commissione
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permanente per l'ordinamento regionale
Di tanto in tanto taluni nominalisti, un po'
fiscali, si sono preoccupati del nostro nome
d'origine, Consiglio dei Comuni d'Europa: insomma noi commettevamo il reato di sineddoche (cfr. i principali vocabolari italiani). Perfino il mensile dell'AICCRE «Comuni d'Europa», che ha 35 anni di vita e il sottotitolo
«dal quartiere alla regione per una Comunità
europea federale» è stato accusato perché metteva in ombra la parola Regione, mentre nessun Sindaco o Presidente di Provincia ha mai
eccepito perché la nostra Agenzia settimanale
- 8 anni di vita - si intitola cEuropaRegioni». Viceversa - veniamo alla nostra storia noi eravamo figli della realtà europea e gli ignari non se ne rendevano conto. Fondato da non
pochi regionalisti (e tra i maggiori e i più combattivi: Massimo Severo Giannini ha partecipato all'assemblea costitutiva a Ginevra, e tutti
ricordano la sua battaglia italiana per Regioni
più avanzate - anche con la competenza industriale - di quelle previste dall'articolo 117
della Costituzione), il CCE si trovava a nascere
in una Europa di ben poche Regioni istituzionali e democratiche, calcolando che la Spagna
aveva ancora la dittatura franchista ed era fuori dei consessi europei: per altro per l'Italia partecipò alla fondazione la Regione Siciliana, con
l'Assessore D'Angelo, in rappresentanza della 4 (allora 4) Regioni a Statuto speciale (e poco dopo il Presidente della Regione Restivo ricevette solennemente gli organi dirigenti del
CCE a Palermo). Nel 1955 I'AICCE - la sezione italiana - dedicò larga parte del suo congresso di Forlì alla richiesta appassionata (relazione di Costantino Mortati, uno dei padri
delle regioni italiane) della realizzazione delle
Regioni a Statuto ordinario. Agli Stati generali di Cannes (1960) - intitolati alllEuropa
delle Regioni - il relatore, appunto, sull'argomento della regionalizzazione democratica
della pur mo' nata Comunità economica eu-
ropea fu Gaspare Ambrosini, allora presidente della Corte Costituzionale italiana: in quel
torno di tempo un giurista del calibro di Dehousse senior redasse per il CCE un progetto
di Senato europeo delle Regioni. Frattanto ci
si avvicinava, in Italia, alla richiesta attuazione delle Regioni a Statuto ordinario e 1'AICCE proponeva di correggere il bicameralismo
italiano trasformando il Senato della Repubblica in Senato delle Regioni, avvalendosi anche dell'esperienza del Bundesrat tedesco occidentale; a sua volta sulle Regioni e il CCE
era imperniata la relazione di Gianfranco Martini agli Stati generali di Londra (1970). Poi,
nate finalmente queste regioni a Statuto ordinario, l'AICCE, con la collaborazione della più
giovane Regione a Statuto speciale (la Regione Friuli-Venezia Giulia), pubblicava quel classico - di redazione collegiale - che è «La Regione italiana nella Comunità europea» (1971).
Si accende quindi la polemica del CCE contro le Regioni tecnocratiche previste dal gollismo e più tardi Defferre, presidente della Sezione francese del C C E e adesso ministro del
governo nazionale francese, opera nel suo Paese la riforma regionale in senso democratico,
con la continua consulenza dell'AICCE: del
resto per merito del C C E tutto il fronte europeo delle autonomie si muove in sintonia, si
ispira alla «Carta europea delle libertà locali*,
cerca di contribuire nei vari Paesi alla costruzione - concreta, non giornalistica - dell'Europa delle Regioni.
Per opera del CCE era stata creata negli anni cinquanta, presso il Consiglio d'Europa, la
Conferenza europea dei Poteri locali (CEPL);
per merito del CCE essa è divenuta al momento opportuno la Conferenza dei Poteri locali
e regionali europei (CPLRE). Per opera del
C C E , sempre negli anni cinquanta, la CEPL
aveva costituito un Comitato a Sei (per i problemi della CECA): dopo l'entrata in vigore
dei Trattati di Roma si è tentato a lungo di
ottenere dalla Comunità europea una CEPL
(e quindi una CPLRE) a sua misura (o una sezione comunitaria della vecchia CEPL), ma
l'eurocrazia è sempre stata esitante a uscire dalle strettoie dei Trattati di Roma. A un certo
punto il CCE - d'accordo con la Intevnational Union of Local Authovities (IULA) - ha
convocato a Parigi (1976) una Conferenza europea (comunitaria) delle Regioni e di Enti territoriali democratici al cui complesso era affidato il governo del territorio regionale: la Conferenza (per gli amatori il caso è divertente)
fu ospitata dall'Assemblea Nazionale francese presieduta da Edgar Faure; essa creò il Comitato Consultivo delle Regioni e degli Enti
1oc;ili della Comunità, che da allora ha cercato I i tuzionalizzazione sia da parte del Parlamento F.~iropeosia della Commissione esecutiva di Brukclles. Nel Parlamento Europeo,
eletto a partire dal 1979 a suffragio universale, il CCE ha collaborato attivamente con la
Commissione per la politica regionale e l'assetto territoriale e ha provocato la costituzione di un Intergruppo per i problemi regionali
e locali: ma una certa resistenza della Presidenza del Parlamento Europeo ha ritardato a
lungo il riconoscimento formale del Comitato
consultivo. Invece da parte della Commissione esecutiva di Bruxelles, e in particolare del
Commissario competente (Pfeiffer), è venuta
- dopo ripetute pressioni - l'offerta di costituzione di un Consiglio consultivo delle Regioni e dei Poteri locali: l'offerta è conseguenza
diretta delle reiterate richieste del CCE (che
ormai chiameremo - i nominalisti sono stati
nel frattempo soddisfatti - CCRE, cioè Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa):
ma sugli sviluppi ulteriori di questa proposta
il discorso è aperto.
Negli anni in cui il CCRE e la sua sezione
italiana - I'AICCRE (di cui converrà rivedere
anche - in «Comuni d'Europa», ottobre 1984
- l'intervento in sede di «indagine conoscitiva sulle regioni» da parte della Commissione
parlamrntare bicamerale - italiana - presieduta dal Sen. Cossutta) - combattevano queste battaglie istituzionali per l'Europa delle Regioni (tutte e 20 le Regioni italiane avevano
via via aderito all' AICCRE e partecipato alla
sua vita, ai suoi organi dirigenti e alle sue battaglie), non si trascuravano parallelamente le
iniziative politiche, economiche e sociali riguardanti le Regioni (annunziate in buona parte dal citato volume dell'AICCRE del 1971,
basato sulla consolidata esperienza regionalista ed europea dei suoi redattori). Difficile riassumere in breve la vasta, preveggente, tenace
attività del CCRE in merito: ci limiteremo a
ricordarne alcuni aspetti.
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Nel 1956 (Stati generali di Francoforte sul
Meno) si imbastì il problema di una Ostpolitik europea (senza piìi trascurarlo, fino agli Stati generali di Berlino nel maggio 1986) e dei
rapporti con le regioni igeografiche e culturali) dell'Est europeo; nella stessa occasione partì
(ordine del giorno Lugger-Serafini) l'impegno
del CCRE a favore delle minoranze regionali
etniche, religiose e linguistiche. Prima (si badi: prima) e dopo l'entrata in vigore dei Trattati di Roma il CCRE ha impostato la strategia a favore di una politica regionale europea
- con un attento studio per correlare la maero e la micro economia e per un amenagement
du tevvitoive al di sopra delle frontiere
(Claudius-Petit)-; successivamente - ciò appartiene alla storia della Comunità europea ha lottato per un maggior spazio e un diverso
impiego dei fondi strutturali finanziari (continuando ed estendendo nella nuova sede la
battaglia, cominciata agli inizi degli anni cinquanta, a favore di un credito finanziario equamente distribuito sul territorio europeo: ma
agli inizi la totale assenza di un orientamento
monetario convergente: rendeva insuperabile
lo scoglio delle garanzie di cambio: di qui la
memorabile battaglia del CCRE - che ancora dura - per una moneta europea e comunque per un ampliamento e un progresso dello
SME). La presenza delle Regioni e degli altri
Enti democratici di governo del territorio nelle
conferenze per lo «sviluppo regionale* della
C E E fu ottenuta con una lotta asperrima dal
CCRE, dopo che una lettura burocratica del
Trattato istitutivo della Comunità economica
(«gli interlocutori saranno i datori di lavoro e
le organizzazioni dei lavoratori...») avevano
orientato la Commissione esecutiva di Bruxelles in senso restrittivo. La grande stagione del
piano agricolo di Mansholt ha visto il CCRE
alla testa delle sue Regioni: la sconfitta fu di
tutti i più solerti uomini dell'agricoltura non
basata su rendite di posizione, ma la battaglia
ancora dura e ha sempre visto il CCRE fare
proposte concrete per modificare, nel FEOGA, il rapporto tra garanzie (protezione dello
statu quo) e orientamento (riforme strutturali). Mentre la battaglia «finanziaria» proseguiva
incessante e toccava anche alti livelli scientifici (cfr. il volume dell'AICCRE, redatto dalla Sigrid Esser, sul federalismo fiscale della
Germania federale e i problemi della perequazione interregionale), il CCRE accresceva il
suo impegno «ecologico» (Carta di Bruges), sottolineando i compiti specifici delle Regioni;
proponeva le Agenzie regionali del lavoro, affiancate a una seria politica comunitaria per
l'occupazione; si interessava di un turismo moderno organizzato sulle grandi aree continentali e basato sulla «mobilità regionale» (confe-
l - Editoriale
3 - La dimensione europea dei problemi essenziali
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-
Alla figura di Spinelli si rivolge l'Europa dei cittadini, un ricordo di Giulio Andreotti
- Decentramento amministrativo in Grecia, di Costantino Kareglis
- Lettere al Direttore
-
XIII Congresso del19UEF, di Francesco Rossolillo
- Cronaca delle Istituzioni europee, di Roberto Santaniello
- I libri, di Fabio Pellegrini e di G . h1.
INSERTO: Dai Trattati di Roma allYAttounico: un passo indietro?
COMUNI D'EUROPA
renza europea di Rimini); agli inizi del 1986,
a Bari e in collaborazione con la Regione Puglia I'AICCRE e tutto il CCRE lanciavano la
parola d'ordine delle Regioni europee alla testa di un ordinato progresso attraverso le tecnologie avanzate (e alcuni dei punti più scottanti affrontati a Bari saranno ripresi l'anno
prossimo agli Stati generali di Glasgow). Sull'insufficiente utilizzo dei fondi comunitari,
specie nel ~ r o f o n d oSud, I'AICCRE ha pubblicato il polemico libretto «Lo sviluppo distratto» di Luigi Troiani - che ha raccolto la
grata attenzione dei regionali più attenti alle
proposte comunitarie - così come, dopo che
il CCRE aveva dato prova della sua capacità
creativa proponendo al top della C E E la costituzione di un Fondo regionale (il FESR),
I'AICCRE, subito dopo l'offerta dei PIM, ha
organizzato la prima concreta conferenza in cui
si incontrassero le Regioni interessate, gli imprenditori, i sindacati, le università, a fianco
del presidente della Commissione per la politica regionale del Parlamento Europeo e dei
rappresentanti della Commissione esecutiva di
Bruxelles, oltre che della Banca europea per
gli investimenti, e del Ministero italiano per
gli affari comunitari.
Non ci dilunghiamo oltre - ci sarebbe da
empire un volume -, ma abbiamo fatto questo schizzo - come dire? - per mettere una
pulce nell'orecchio di quei colleghi regionali
che, più freschi nelle questioni europee, si chiedessero cosa mai fa per le Regioni il CCRE:
non è colpa loro se la normale rotazione di incarichi ai vertici delle Regioni suscita talvolta
disinformazione. Qui vogliamo per altro fare
una riflessione di ordine generale. Cioè: una
azione concreta del fronte europeo delle autonomie territoriali (democratiche) - azione
economica, sociale, culturale e politica - non
si realizza se non facendo lavorare insieme i
rappresentanti dei diversi livelli (Comuni, Enti
intermedi, Regioni). Tutti gli autentici regionalisti sanno che le Regioni hanno o dovrebbero avere soprattutto compiti programmatorii: ciò si verifica anche in sede di prospettive
sovranazionali, europee. Cioè il CCRE, di mano in mano che l'Europa si regionalizza «democraticamente» (si badi: democraticamente,
cioè il territorio è affidato a Regioni istituzionali amministrate da eletti dal popolo, e non
da Comitati di esperti o da burocrati decentrati), realizza una azione «integrata» delle Regioni con gli Enti territoriali infraregionali. I1
CCRE e particolarmente 1'AICCRE hanno seguito e seguiranno questa linea politica, che
ha dato risultati eccellenti e che sarebbe una
colpa grave guastare. Sono nati così le Consulte europee regionali (nelle quali 1'Ammini(continuo in ultima)
Cosa può o, meglio ancora, cosa devefare una
Associazione come I'AICCRE, nella quale operano soci appartenenti alle diverse forze politiche, in una campagna elettorale politica qual è
quella che si concluderà il prossimo 14 giugno?
Tre sono le ipotesi. La.prima consiste nel restare
spettatrice del dibattito elettorale, evitando accuratamente di prendewi parte nel timore di essere accusata di non rispettare l'equilibrio tra i
partiti e di turbare il suo carattere globalmente
rappresentativo delle autonomie in prospettiva europea. La seconda ipotesi è quella di scendere
nell'agone elettorale prendendo posizione, sia pure privilegiando gli atteggiamenti più europeistici di questa o quella forza politica, rischiando
comunque di divenire oggetto di dure critiche e
di rompere quella unitarietà di azione che si è
rivelata in più occasioni indispensabile e che è
la sua forza. La terza ipotesi si traduce nella volontà dellJAICCREdi animare il dibattito elettorale - ampliandone cosi anche i confini inserendovi i problemi dell'unificazione europea,
con gli obiettivi che essa postula, le responsabilità che gravano sulle forze politiche in tale prospettiva, il collegamento necessario e sempre più
stretto tra istituzioni e società italiane da un lato e istituzioni e società europea dall'altro.
Questa è l'ipotesi prescelta dagli organi delZ'AICCRE: essa si è tradotta nel documento che
qui a fianco pubblichiamo col titolo: «La dimensione europea dei problemi essenziali. Appello
delllAICCRE ai partiti, ai candidati alle prossime elezioni nazionali, agli elettori, per un'azione necessaria e possibile)).
La lettura del documento smentierà subito chi
pensasse che questa decisione della nostra Associazione sia frutto di una specie di monomania
e di una autenticaforzatura che spinge Z'AICCRE
ad agitarsi in ogni e qualsivoglia circostanza per
ricordare che c'è sul tappeto il problema delllEuropa e della sua unificazione. Certamente un 'Associazione politica che crede nella validità degli
obiettivi che essa si è posta e nell'urgenza di realizzarli, deve sempre ripercowere, in un modo o
nell'altro, il cammino del romano Catone che
non perdeva occasione per battere e ribattere il
chiodo del pericolo rappresentato da Cartagine:
nel nostro caso il pericolo della persistente disunione degli europei sul piano economico e, uncor più, politico.
Tuttavia si sbaglierebbe chi ritenesse questo viferimento all'Europa una specie di gesto rituale
e ripetitivo da utilizzare, come tale, nella presente
campagna elettorale. Siamo invece profondamen-
Appello dell'AICCRE ai partiti per le elezioni nazionali
La dimensione europea
dei problemi essenziali
Vogliamo la sicurezza? e la pace?
Mentre in Italia è in corso la campagna elettorale nazionale, si svolge a livello internazionale
un negoziato sul disarmo di eccezionale importanza, che può incidere in modo decisivo - non
è un'espressione pomposa - sul destino nostro e dei nostri figli: ma la mancanza di unità politica europea e di integrazione nel sistema di sicurezza fa sì che i nostri Paesi non facilitano
la soluzione più razionale e avanzata. L'Europa occidentale sembra, nella disunione, preferire
un sistema perenne di tutela e di dipendenza dall'America e tende a rigettare perfino proposte, che essa ha già fatto in altri momenti, non giudicandole più dotate delle necessarie garanzie americane. I n effetti la rinuncia, da entrambe le parti - Est e Ovest - e sul teatro europeo,
ai missili di media e di corta gittata, fa ricascare largamente il problema della difesa sulle cosiddette armi convenzionali: e qui i paesi della Comunità Europea, con il più che sufficiente potenziale finanziario, tecnologico e umano che possiedono, non sarebbero soverchiati da Est,
ma si debbono presentare economicamente integrati e politicamente uniti: la sicurezza dipende infatti in primo luogo da decisioni coerenti e tempestive. L'Europa viceversa ha rinunciato
finora all'efficienza t: ai risparmi finanziari che provengono da una globale integrazione, continuando quindi ad essere incapace di divenire ancora una volta, in piena autonomia pur nell'ambito di una leale alleanza (l'equal partnership nella NATO), un soggetto di politica
internazionale: essa ha allontanato così la distensione e la costruzione della pace nella sicurezza, e non ha aiutato ad alzare la soglia di una teorica guerra nucleare con una razionale difesa
convenzionale. Ecco un problema che, al di sopra dei partiti nazionali, si pone come prioritario a qualsiasi Parlamento e a qualsiasi Governo italiano: e non a lunga scadenza, ma subito.
Occupazione in Europa e giustizia per il Terzo Mondo
Ci si avvia al Vertice di Venezia dei Paesi «occidentali» di massima industrializzazione, mentre
all'orizzonte si profila una minacciosa recessione mondiale, con una crescita dolorosa della disoccupazion5 e sofferenze sociali sempre più gravi per tutti, a cominciare dai Paesi cosiddetti
della fame. E convinzione della grande maggioranza degli studiosi di economia e degli operatori economici che non si tratta più di realizzare labili manovre monetarie e semplici accordi
commerciali, poiché occorrono corrette decisioni strutturali e, in sostanza, squisitamente politiche. Ebbene, nella crisi economica che sembra inarrestabile negli Stati Uniti d'America e
nella manifesta impossibilità da parte del Giappone o di altri di esercitare un ruolo di guida
nel riordinamento dell'economia mondiale, le principali responsabilità sembrerebbero ricadere sull'Europa, che finora, disunita, non è capace di farvi fronte. E infatti assai strano che
la Comunità Europea si presenti a Venezia per singoli Stati nazionali e senza una sua voce
coerente e credibile. Recessione internazionale e prospettive drammatiche del Terzo Mondo,
indebitato e strumentalizzato, potrebbero ricevere un raddrizzamento fondamentale da un grand e Piano di aiuti e di collaborazione dell'unione europea - che non è l'Europa del problematico «mercato unico» del lontano 1992 e dell'Atto unico, che non contempla idonei strumenti
decisionali -, piano per il quale l'Europa unita avrebbe, a giudizio unanime degli esperti, i
mezzi. Viceversa l'Europa è incapace di combattere al suo stesso interno la recessione, ben
lontana come è dal vecchio progetto MacDougall, con un Sistema monetario europeo fermo
COMUNI D'EUROPA
te convinti, e con adeguate motivazioni, che il
parlare di Europa nel corso di un'elezione nazionale è una precisa esigenza politica che nasce non
da posizioni e scelte preconcette, ma da un'attenta analisi dei fatti. La lettura delllAppello confermerà questa nostra scelta di argomentare pacatamente ma con estrema convinzione sull'attuale situazione dei cittadini europei e degli Stati ai quali essi appartengono di fyonte ad alcuni
problemi essenziali che ne condizionano la vita
attuale ed a venire. Nessuno può infatti più negare che le fondamentali questioni della pace e
della sicurezza chiamino in causa l'uugenza di una
posizione unitaria e quindi di una integrazione
economica e politica dei paesi della Comunità
europea in questo campo, per consentire all'Europa, di divenire un vero soggetto di politica internazionale. Altrettanto può dirsi per i problemi economici e dell'occupazione. Particolarmen-
alla prima tappa e privo ancora dell'adesione di quattro partners, tra l'arroganza della Bundesbank e i privilegi oscillatori della lira, senza fiscalità comune, senza una autentica politica regionale della Comunità, con fondi strutturali elargiti oggi piuttosto come una elemosina che
come elemento di un programma di comune interesse. A questo punto non si tratta di chiacchierare a vuoto sull'Atto unico, ma di vergognarsi, nei riguardi del Terzo Mondo, del dumping agricolo comunitario - simmetrico al dumping americano -.
Chi e perché blocca l'integrazione
L'Europa che ha fallito è l'Europa intergovernativa, l'Europa diplomatica, la cosiddetta Europa dei «piccoli passi», che sono passi del tutto inefficaci a risolvere i problemi reali, gravi
e urgenti e a costruire una Europa politica, attraverso la quale anche le nostre democrazie nazionali possono riacquistare potere e dignità. I governi nazionali sono tutti più o meno prigionieri di situazioni corporative, di cui non sanno (e forse non possono) liberarsi a favore
dell'interesse generale delle nostre nazioni e di tutti i cittadini europei: viceversa il Parlamento Europeo, per la sua stessa composizione, ha dimostrato (in maniera chiarissima con l'approvazione a larga maggioranza del Progetto di Unione il 14 febbraio 1984) la sua capacità di
elaborare positivi compromessi - non «piccoli passi» ambigui, ma i giusti passi nel momento
giusto -, se opportunamente stimolato, incoraggiato, appoggiato - cosa che di rado avviene
da parte dei governi nazionali, del Consiglio dei Ministri comunitario e del Consiglio europeo -.
La soluzione di buon senso e la sola via per arrivarci
te alla vigilia del Vertice di Venezia dei Paesi occidentali di massima industrializzaziowe e mentre si parla con preoccupazione di una possibile
recessione mondiale, gli Stati della Comunità europea devono porsi seriamente e con urgenza l'esigewza di far fronte uniti a queste sfide sul piano economico e monetario, cosi come uniti essi
devono risolvere i problemi del proprio viequilibrio interno e di un efficace programma di cooperaziowe e di sviluppo nei corijronti del Terzo
Mondo.
Il documewto dellJAICCREnon si limita a vichiamare queste responsabilità e ad indicare la
via da percorrere: esso sottolinea anche la via non
eludibile per realizzare l'unione europea che può
nascere dalla «collaborazione del Parlamento Europeo con i Parlamenti nazionali, con la nuova
redazione di un Progetto di Unione da parte del
Parlamento e con la sua ratifica da parte degli
organi costituzionali competenti dei diversi
paesi)).
Per questo I'AICCRE si rivolge ai candidati
alle prossime elezioni, a coloro che saranno eletti - particolat-rizentea coloro che entreranno nel
Parlamento dopo aver fatto una preziosa esperienza nelle assemblee elettive, comunali e regionali
- al partiti e, più in generale ai cittadini elettori, perché rijlettario su queste motivate considerazioni e perché si impegnino per dare una visposta europea, unitaria ed efficace (una risposta politica) ai problemi essenziali sopra richiamati,
Crediamo francamente che questo Appello costituisca una testimonianza valida e un invito pressante da non sottovalutare.
Gianfranco Martini
COMUNI D'EUROPA
Solo se espresso dal Parlamento Europeo (Camera dei popoli europei) a parità di poteri col
Consiglio dei Ministri comunitario (Senato europeo), un Esecutivo europeo potrà e saprà decidere su ciò che interessa il nostro prossimo destino, nazionale ed europeo. A ciò si arriverà
se la nuova redazione di un Progetto di Unione, compiuta dal Parlamento Europeo, non sarà
poi consegnata ad una Conferenza intergovernativa, che decida all'unanimità, cioè, necessariamente, al livello più basso: il che vuol dire stasi e impasse, come insegna l'esperienza della
Conferenza intergovernativa, convocata al termine del Vertice di Milano del 1985 (che si è
conclusa con l'emarginazione, anche grossolana, del Parlamento Europeo). L'Unione europea
può nascere dalla collaborazione del Parlamento Europeo coi Parlamenti nazionali, con la nuova redazione di un Progetto di Unione da parte del Parlamento Europeo, con la ratifica del
Progetto - non con una ennesima conferenza - da parte degli organi previsti dalle Costituzioni dei diversi Paesi, con l'entrata in vigore, infine, delllUnione se si realizza un quorum
prestabilito di Paesi favorevoli - fermo rimanendo che la porta resterà aperta per quei paesi
che ancora non si rendano conto che Europa unita e nazionalismo miope non sono conciliabili -.
Le possibilità di un Parlamento nazionale, dei partiti, dei singoli
parlamentari
Naturalmente in questa prospettiva il ruolo di un Parlamento nazionale, dei partiti democratici e dei singoli eletti si ingigantisce: prima delle querelles nazionali, interne, si profila una
grande iniziativa europea, a cominciare (ecco il punto) dai rapporti con gli altri Parlamenti
nazionali. I1 Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa, con l'esperienza dei suoi 36 anni
di lotta, appoggerà nella società tale iniziativa - anche se la minaccia corporativa vorrebbe
render difficile la vita allo stesso nostro fronte unitaro, dal Comune alla Regione, delle autonomie europee territoriali -. La nostra argomentazione è che, sia pure in forma necessariamente generica, l'opinione pubblica europea è nel suo complesso molto più avanzata dell'Europa
intergovernativa: 1't:uropessimismo dei media si basa, a ben vedere, su manifestazioni clamorose ma chiaramente minoritarie e sulla facile udienza che trovano, per la loro stessa caratterizzazione, gli interessi corporativi, dannosi ma precisi e ricchi di mezzi per farsi ascoltare.
Ai parlamentari eletti (e ci rivolgiamo in particolare con g a n d e fiducia a quelli che proverranno dalle nostre Amministrazioni comunali, provinciali e regionali) e ai partiti noi chiediamo dunque di convergere nel grande moto, che dovrà portare in due anni l'Europa dei cittadini
- la vera Europa dei cittadini, sovrani non sulla carta - a conferire al prossimo Parlamento
Europeo - quello che uscirà dalle elezioni del 1989 - poteri reali e un mandato costituente:
e frattanto, in un quadro di onesta, esplicita, leale strategia federalista, chiediamo di battersi
non solo per un «mercato unico», ma per un negoziato sul disarmo con la partecipazione unitaria europea, per il pzlssaggio alla seconda tappa dello SME - a cui tutti coloro che appoggiano
una strategia unitaria dovranno aderire -, per la riforma della PAC con riguardo soprattutto
al Terzo Mondo, per una effettiva ~ o l i t i c aindustriale e tecnologica comunitaria, per un Piano
di cooperazione e sviluppo, che aiuti gli altri aiutando noi stessi e allontanando lo spettro della
recessione crescente e della disoccupazione senza speranza.
L'europessimismo non offre alternative: si limita ad affermare cinicamente che il nostro destino non può che essere servile e tragicamente infelice.
La manifestazione promossa dalle associazioni federaliste italiane
Alla figura di SpineIli
si rivolge l'Europa dei cittadini
un ricordo di Giulio Andreotti
Portare avanti l'eredità di Spinelli
significa continuare nella ricerca
di un 'Europa moderna,
senza tentazioni egemoniche
ma che abbia capacità e volontà
di emergere come soggetto pieno
della politica internazionale
La vita di Altiero Spinelli, al d i là delle rievocazioni ed anche della straordinaria testimonianza sul suo tempo che essa offre, resta ancora oggi in grado, come poche, di ispirare
comportamenti concreti, in particolare verso
quello che fu il suo obiettivo principale, 1'Unione europea. Su tre aspetti di questa grand e lezione vorrei soffermarmi brevemente: la
lungimiranza proprio nei momenti apparentemente più avari di speranze; l'elaborazione di
progetti capaci di far convergere forze politiche al di là dei loro schieramenti tradizionali;
il realismo, infine, che lo ha sempre sorretto
anche verso i traguardi più ambiziosi, senza
tuttavia smarrire in esso le motivazioni superiori.
La lungimiranza. Nell'Europa della giovinezza di Spinelli le democrazie avevano saputo opporre, tra compromessi ed incertezze, una
fragile difesa nei confronti delle dittature. Di
qui la sua ricerca di un potere democratico che
non solo rendesse impossibile un'altra guerra
ma che potesse contribuire a controllare gli in-
Nel primo annivevsavio della scomparsa di Altievo Spinelli, si sono tenute a Roma due manifestazioni, promosse una dalMovimento fedevalista europeo (MFE), dal Consiglio italiano del
Movimento Europeo (CIME) e dall'Associazione italiana per il Consiglio dei Comuni e delle
Regioni d'Europa (AICCRE), e l'altva dal Gruppo comunista e appaventati del Pavlamento Euvopeo (insieme ai gvuppi comunisti della Cameva e del Senato). Pubblichiamo qui di sopva il
testo integvale dell'intervento del Ministro degli
estevi, Giulio Andveotti, pronunciato nella manifestazione pvomossa dalle associazioni fedevaliste nella Sala del Cenacolo il 33 maggio e alla
quale hanno pavtecipato anche Mario Albevtini,
presidente del MFE, Cavlo Ripa di Meana, commissavio della CEE, Mauvo Fewi, pvesidente del
CIME, che ha presieduto ildibattito, e Gabriele
Panizzi, membro della Giunta dell'AICCRE e
vicepresiclente del Consiglio vegionale del Lazzo.
Nei pvossimi numevi di Comuni d'Europa contiamo di vipovtave gli altvi interventi alla manifestazione, che è stata apevta da un bveue intewento dell'assistente dz Spinelb, Pie7 Virgilio Dastoli, membvo della Direzione dellJAICCRE.
teressi economici e politici nei singoli Paesi.
I1 manifesto di Ventoi.ene è del 1941, il momento nel quale la dittatura in Europa aveva
raggiunto la sua massima espansione geografica. Nella ipotesi federalista Spinelli riversava
una vocazione sopranazionale, frutto di un cosmopolitismo spontaneo, ma anche di riflessioni sull'esperienza storica di un Paese, gli
Stati Uniti, che sarebbe poi diventato, nel dopoguerra, il principale alleato delllEuropa Occidentale. La prigionia politica si trasformò per
lui quasi in un monologo sulla libertà, una ininterrotta, in parte solitaria, meditazione d a un
carcere all'altro, da un'isola all'altra. Era già
allora un colpo d'ala autenticamente rivoluzionario puntare sull'unità europea e vederla come condizione per le riforme democratiche da
attuare nell'Europa liberata. Dopo la fine delle
dittature sarebbe stato possibile ricominciare
a sperare, ma i democratici avrebbero rischiato di essere «ebri turaccioli in balia dei venti», se non avessero saputo incanalare il movimento di liberazione verso l'unità del vecchio
continente. La federazione di Stati europei
non avrebbe potuto più, come in passato, essere l'opera di una dinastia né, come negli Stati
Uniti, passare attraverso la guerra di indipendenza ed una successiva, terribile, guerra civile. Nel mondo di oggi non era concepibile
che l'unità venisse dall'alto, essa doveva essere piuttosto il risultato di un'attiva partecipazione popolare.
H o ricordato il secondo insegnamento di
Spinelli, la capacità di raccogliere sui suoi
obiettivi un consenso al di là degli schieramenti
politici tradizionali. Spinelli considerava la divisione dei partiti politici italiani tra destra e
sinistra paralizzante ed anzi per lui i veri progressisti erano i militanti dell'unificazione europea. L'Italia, egli diceva, avrebbe dovuto
ispirarsi di nuovo a Cavour, che l'aveva introdotta all'Europa.
Con questo presupposto fondò, su scala internazionale, il movimento federalista che ha
guidato per un quarantennio. H a contribuito
più di ogni altro nel nostro Paese a convertire
all'Europa, lo ha ricordato di recente Napolitano, anche quelle forze che all'inizio nutrivano diffidenza. I n questi anni, e soprattutto
in questi ultimi anni, l'azione di politica estera del Governo italiano si è ispirata alla continuità postulata dalle grandi scelte ormai sentite ed accettate d a tutti. Le celebrazioni per
il Trentennale dei Trattati di Roma non sono
state né dell'una né dell'altra parte bensì un
ennesimo momento unitario, come unitario era
stato l'appoggio fornito per ben due volte dal
Parlamento italiano al progetto di Unione europea di Spinelli. Se in questi anni in Europa
si sono attenuate le rigide alternative ideologiche che hanno caratterizzato nel dopoguerra l'Europa, luogo di miti e credi politici capaci di generare ogni antagonismo, questo si
deve ad uomini come Spinelli. Uomo laico fino al midollo, non poteva certo essere incline
alla tenerezza verso i democratici cristiani. Ma
di De Gasperi non esitava a dire che era stato
uomo di Stato più profondamente europeista
che avesse mai conosciuto (lo disse a Leo Valiani) e più di recente aveva paradossalmente
affermato: «in Italia mi segue un solo uomo
politico, Andreotti, non posso farci niente se
è democristiano)).
Infine la lezione del realismo di Spinelli. La
sua proposta di riforma della C E E fu il suo
capolavoro politico. Progetto realistico e coerentemente difeso dal Governo italiano, senza gli esiti sperati ma non senza alcun esito.
Era rimasto fra gli ultimi grandi europeisti in
un'Europa che si voleva sempre più pragmatica e falsamente realista, quando per realismo
si intende, di fatto, la rinuncia delllEuropa ad
essere se stessa. In Italia nessuno aveva continuato, come lui, a dedicare tutte le energie intellettuali, morali e politiche alla idea dell'Europa. IVon più nelle circostanze tragiche degli
anni della guerra, in condizioni oggi meno
drammatiche ma non meno insidiose, se allo
slancio nato allora dalla disperazione succede
una pigrizia che si alimenta di un falso senso
di sicurezza. A questo sentimento Spinelli ha
fconlrnuu u pug. 7)
a un anno dalla scomparsa di
ALTIERO SPINELLI
23 maggio 1986 - 23 maggio 1987
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approvato ii
14 febbraio 1984 - a larga maggioranza. dal Parlamento europeo e re.
iplnto praticamente dai governi nazionah. che non riescono a costruire
un'Europa unita e democratica e rischiano dl perdere l'appuntamento
per una pace stabile. Alla ligura dl Spinelll si rlvolge l'Europa dei cittache nelle prossimeelerloni europee pretenderà mandatocosliluen.
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COMUNI D'EUROPA
Decentramento amministrativo in Grecia
Programmazione democratica: le regioni
come livello intermedio fra stato e distretti
di Costantino Kareglis
Ci si chiede se
il grande tema delle autonomie
locali, collocato oggi al centro del
dibattito politico e culturale,
resterà di viva e palpitante
attualità portando a dei risultati
concreti
Nel passato in Grecia si sono fatti vari tentativi per attuare un altro tipo di decentramento amministrativo con degli obiettivi differenti
e sotto la denominazione di amministrazioni
generali dello stato.
I1 primo tentativo si colloca cronologicamente al 1913, previsto dalla legge 413411913, e
che prevedeva la creazione deile regioni di Epiro, Macedonia, Isole del Nord Egeo e di Creta.
I1 secondo con la legge 292311941, il terzo
al 1945 e il quarto con la legge 208155 imponeva la rifondazione in sostanza delle quattro
soprariferite amministrazioni dello stato ma
senza successo poiché s,itrattò del classico decentramento amministrativo o burocratico.
Le recenti dichiarazioni governative hanno
posto in evidenza l'urgente bisogno di decentramento e della programmazione democratica che, secondo loro, rende necessaria l'istituzione di un livello intermedio fra lo stato e
i distretti. I n tale direzione spinsero anche le
conclusioni di una accurata ricerca, eseguita
daila Commissione tecnico-politica del Politec-
I1 progettato decentramento amministrativo del paese mediterraneo è stato chiamato dai
suoi fautori «una scelta decisiva favorevole al
decentramento democratico e alle autonomie
locali».
I1 ministro agli Interni del governo socialista di Atene on. Agamèmno Kutsògiorgos ha
dichiarato che tale scelta decisiva rispecchia
la volontà politica di spostare successivamente ulteriori ambizioni dalla sfera di competenza
degli organi centrali dello stato ad organismi
periferici ed enti locali.
REGIONI
Sede
DISTRETTI
nico ateniese, condotta dall'on. Antonio Tritsi,
attuale ministro della P.I., in cui si sottolinea
il fatto della inesistenza del terzo g a d o di amministrazione come causa della ritardata programmazione democratica a livello regionaleperiferico, in un paese con morfologia geografica e capacità produttive differenti da una zona all'altra.
L'attuale titolare del dicastero degli Interni on. Papastefanàcis, subentrato nel frattempo all'on. Kutsògiorgos, ha comunicato il numero definitivo delle regioni che sarà attuato
dopo la promulgazione della relativa legge. In
tale maniera il paese sarà composto da tredici
grandi regioni come enti di terzo grado comprendenti gli esistenti quarantadue distretti.
La relativa legge prevede i seguenti organi
delle regioni:
1) I1 Segretario generale di nomina governativa, responsabile della linea politica del governo al livello regionale. Tale organo sarà investito d i varie competenze spettanti attual-
COMUNI
VILLAGGI
Popolazione
totale
I
Macedonia Orientale e
Tracia
Komotinì
Etros, Rodòpi, Xenti
Drama e Kavàla
19
73
575210
I1
Macedonia Centrale
Salonicco
ThessaloniE;is, Chaladica, Kilkìs, Pélla, Imathia, Pierria, Sèrres
39
592
1601420
I11
Macedonia Occidentale
Cazàni
Flòrina, Kastòria,
Cozàni, Grevenà
13
357
289071
IV
Epiro
Giannina
Giannina, ,4rta
Tespròtia, Prèveza
12
556
32451
V
Tessalia
Larissa
Larissa, Magnissa
Trikala, Karditsa
18
517
695564
VI
Isole d'Iano
Corfù
Corfù, S. Maura,
Cafallonia, Zanre
7
271
182651
VI1
Grecia Occidentale
Patrasso
Etolo-Acarnania
Acahai, Ilia
23
667
655262
VI11
Grecia Centrale
Lamia
Etiòtide, Euritània,
Focide, Ba:zia, Eubea
27
570
537984
IX
Attica
Atene
Attica
70
80
3369424
X
Peloponneso
Tripoli
Corinto, Argòlide,
Arcadia, Messinia, Lacònide
23
872
577030
XI
Egeo del Nord
Mitilini
Lesbo, Chios, Samos
Lèmmo
16
198
195004
XII
Egeo del Sud
Ermipoli
Cicladi, Dodecanèsso
22
169
233529
XIII
Creta
Iràclio
Chanèa, Rèthimno,
Iràclio, Lositio
14
563
502 165
303
5485
9738855
Totale
COMUNI D'EUROPA
mente ad altri poteri centrali.
2) I1 Consiglio regionale di cui il numero dei
componenti sarà composto da:
a) Segretario generale della regione in veste di Presidente;
b) Prefetti dei vari distretti compresi in ogni
ente di terzo grado;
C) presidenti dei Consigli distrettuali;
d) un rappresentante delle Unioni distrettuali dei comuni e dei villaggi.
I1 governo ha fornito delle assicurazioni ai
partiti politici al momento della presentazione del progetto di legge alla stampa ma essi «sono rimasti contrari al cosiddetto decentramento regionale vedendo - come sostengono una maggiore ingerenza del governo negli enti locali».
La «Nea Democrazia», primo partito d'opposizione, ha sottolineato di «non essere di
fronte ad un decentramento politico nella direzione degli enti locali, caratterizzato da una
maggiore partecipazione possibile dei cittadini alle realtà locali e alla attribuzione a questi
enti di funzioni politiche e di vere autonomie».
Da parte sua il P.C.G. sostiene che il governo crea con la rifondazione delle regioni
un'altra struttura burocratico-politica, aggiugendola così all'esistente macchina burocratica poca funzionante, mentre non le dota del
necessario grado di autonomia.
Secca replica del governo socialista che afferma la sua volontà politica di dotare gli enti
locali di tutte le prerogative e competenze ne-
cessarie in modo da renderli dei protagonisti
nella vita del paese.
Alcuni però si chiedono se i tre livelli del
governo locale cioè comune, distretto e regione - l'ente provincia non esiste - saranno
solamente uno, il «vecchio» comune unico e
Alla figura di Spineli si rivolge l'Europa dei cittadini
(confinitada pag. 5)
contrapposto la sua costruzione federalista, il
coraggio della ragione, la forza del demiurgo.
Egli non ammetteva dolenti pessimismi sull'Europa, non accettava la sconfitta se non
quando era incontrovertibile nei fatti e senza
appelli. Ma diceva anche, guardando indietro
alla sua vita, che «il valore di un'idea, prima
ancora che dal suo successo finale, è alimentato dalla capacità di risorgere dalla propria
sconfitta».
Proprio sulle vicende dell'Atto Unico ci died e una ultima grande lezione di realismo politico, in quei giorni di tentazioni dell'europeismo più intransigente. Dinanzi al Parlamento
di Strasburgo raccontò la favola del vecchio
pescatore che ha catturato la più grande preda della sua vita ma che rientra in porto con
una lisca perché gli squali hanno tutto divorato durante il viaggio di ritorno. I1 Parlamento
era il vecchio pescatore, il suo progetto di trattato per l'Unione europea il grande pesce. Passando attraverso le acque agitate dei vertici europei, attraverso quelle cancellerie per le quali Spinelli non nascondeva la sua insofferenza, il grande pesce si era ridotto ad una lisca.
Stiamo rientrando in porto, avvertiva Spinelli, è ora di tirare i remi in barca e prepararsi
ad uscire di nuovo in mare aperto forti dell'esperienza già fatta. Tirare i remi in barca, quindi, non per rinunciare ma per ricominciare meglio. I1 conferimento di un potere costituente
al Parlamento Europeo sarebbe stato infatti il
suo traguardo principale di questi anni che precedono le elezioni del 1989. Per lui il fascino
dell'Europa era anche nella difficoltà di un disegno politico arduo ma che un giorno o l'altro dovrà pur materializzarsi, nella convinzione che le opinioni pubbliche, come i referendum ci hanno talvolta dimostrato, sono più europeiste dei loro governanti, che le sconfitte
d i oggi non sono che le premesse delle vittorie di domani.
La realizzazione del mercato unico è un
grande obiettivo ma non possiamo, se vogliat o Spinelmo restare fedeli a l l ' i n ~ e ~ n a m e n di
li, confondere l'Europa con la circolazione delle sue merci. La spinta politica, rappresentata
dal Parlamento Europeo e quella economica,
proveniente dalla Commissione, dovranno invece convergere verso l'obiettivo della integrazione. Continueremo quindi a lavorare perché
le istituzioni della Comunità evolvano in senso sempre più democratico, per dare al Parlamento di Strasburgo reali poteri decisionali,
contro chi vuole imprigionarlo entro limiti puramente consultivi, per restituire alla Commissione la pienezza del suo ruolo propositivo.
Realizzeremo il mercato unico cercando anche
di rafforzare la coesione monetaria e di ridurre le disparità economiche e sociali tra le diverse aree della Comunità. Occorrerà cioè continuare per il doppio binario che mira d a un
lato ad un assetto politico autonomo rispetto
ai Governi e dall'altro vede anche lo sviluppo
validissimo interlocutore, oppure il grande tema delle autonomie locali collocato oggi al centro del dibattito politico e culturale resterà di
viva e palpitante attualità portando a dei risultati concreti.
C. K.
politico-istituzionale come uno dei risultati della integrazione economica e finanziaria. I due
metodi si completano a vicenda. Se i federalisti sono stati troppo spesso sconfitti, la prospettiva storica insegna che la loro attività di
mobilitazione è stata necessaria a superare i
gradini più ripidi (da ultimo appunto il mercato unico) all'interno della stessa integrazione economica.
Portare avanti l'eredità di Spinelli significa
continuare nella ricerca di un'Europa moderna, senza tentazioni egemoniche ma che abbia capacità e volontà di emergere come soggetto pieno della politica internazionale, quindi
di porsi concretamente sul cammino della unità
politica. Significa superare il prevalere di strutture separate e condizioni di incertezza rispetto ai due poli dinamici come gli Stati Uniti ed
il Giappone, di procedere in questa direzione
non troppo lentamente, poiché andare nella direzione giusta ad un ritmo insufficiente può
equivalere ad un sostanziale fallimento.
I n una lettera da Ventotene Spinelli scriveva di essere rimasto sempre affascinato da
un'immagine dei Prigioni di Michelangelo,
«quella di un torso umano che cerca di divincolarsi dal marmo. Solo il corpo ha preso forma. Chissà che faccia avrebbe avuto la statua,
se Michelangelo l'avesse completata». Spinelli non è vissuto abbastanza per vedere completare la statua dell'Europa, soprattutto per
vederne realizzata congiuntamente quella «testa politica)) per la quale si era tanto battuto.
I1 modo migliore di ricordarlo, di rendere
omaggio alla sua coscienza critica dell'Europa, è di restare fedeli a questo obiettivo. i
COMUNI D'EUROPA
LETTERE AL DIRETTORE
ma lasciami l'onore~
Caro Direttore,
leggo tzel tzumero di ottobre di «Comuni d'Europa» - che ricevo soltanto ora - una severa
critica che Luciano Bolis vivolge a due miei scritti
commemorativi di Altiero Spinelli.
Poiché l'uno è difficilmente trovabile, e l'altro del tutto irreperibile - essendo stato solo diffuso privatametzte a pochi amici - vorrei ricordare itz sintesi il contenuto di questi due scritti.
Il pensiero federalista di Spinelli, dicevo, èfondamentale: «a veder tanto non surse il secondo))
e da lui ho imparato quatzto da nessun altro. Il
coraggio morale e l'abnegazione di lui, testimoniati in lunghi anni di prigione e di confino, sono di esempio a tutti. L'azione invece - sempre
legata all'impostazione del federaìismo come movimento - appare, certo, più che comprensibile, anzi probabilvzente la sola possibile all'epoca in cui fu iniziata e promossa (il periodo cìandestino e l'immediato dopoguerra). Oggi tuttavia
essa appare in parte abtzeno superata: e chi voglia perciò seguir degnamente le omze di tanto uomo, dovrà ispirarsi alla saggia massima che dice:
«Se volete imitar Napoleone, non fate quello che
egli fece, ma quello che farebbe se vivesse oggi».
E a ciò devono esser di sprone, aggiungevo, anche i significativi cambiamenti di rotta che più
di una volta ha compiuto Spinelli, perché - a
mio avviso - intuiva appunto la crescente insufficienza di quell'azione di movimento.
Bolis - che segue disciplinatamente e fedelmente da sempre la linea ufficiale del M.F.E.,
quale tracciata dai suoi dirigenti xallobrogo-longobardi))- ha tutto il diritto di dissentir da me.
Non ha invece quello, che intransigentementegli
contesto, di far apparire quella c/7e era una commemorazione sincera e appassionata come una
stroncatura: degna, magari, della penna di Papini, ma che in quel momento sarebbe stata solo
un deplorevole atto di sciacallaggio (e tale appunto appare al lettore di ~Cottzunid'Europa»). E
tu, che sei fra i pochi ad aver ricevuto entrambi
quegli scritti, dovresti d a m i pubblicamente atto
di questa verità - e di quel travisanzento.
Anche qui, certo, Bolis ha tutto il diritto di
ritenere che le comttzemorazioni positive valide
siano solo le imbalsamazioni, sulgenere di quella che i comunisti ,lecretarono a Stalin al monzewto tlella sua morte. iZla deve lasciar a me il
diritto di pensare che simili imbalsamazioni, lungi
da giovare al celebrato, lo uccidono una seconda volta: giacché ogni uomo, anche il più grande, è sempre figlio del proprio tempo e non può
non aver, accanto a grandi doti, anche i limiti
imposti appunto dall'epoca storica in cui è vissuto. Farne un dio intoccabile significa trasformarlo in una mummia, che si guarda con rispetto dallesterwo, ttza che in realtà non dice più nulla a nessuno. E per me, invece, Spinelli ha ancora molto da dire a tutti: per il pensiero, per la
forza vzorale e anche, coi dovuti adattamenti, per
l'azione.
«Uccidi, ma lasciami l'onore)),canta Andrea
Chénier al grande accusatore Fouquier-Tinville,
nell'opera di Giordano. Lo stesso vorrei cantare
io, a piena voce, a Bolis - anche lui qui in ve-
ste di pubblico ministero -- che ha davvero troppo defomzato quanto ho scritto, e soprattutto lo
spirito con cui l'ho scritto.
Amica Pavia, sed magis amica veritas.
Con molti saluti.
Andrea Chiti-Batelli
Il federalimo
contro la
cultura europeista
Caro Direttore,
ricevo oggi l'ultimo numero di «Comuni d'Europa» dedicato alll«Atto unico europeo» e al dibattito parlamentare svoltosi alla Camera il 16
e 17 dicembre scorso. Po,;chémi auguro che siano molti i federalisti che, ricevendolo, lo leggeranno, mi petrnetto di segnalarti alcune sviste che
hanno sensibilmerrte alterato il mio intervento in
quella sede, rendendolo - anche a me! - incomprensibile. Mi rendo ben conto della vostra
esigenza di ridurre il pionzbo, perché lo spazio
è senzpre tiranno, ma forse le correzioni che ti
chiedo potranno risultare, in definitiva utili: credo
sia bene che la posizione radicale non venga fraintesa, magari per una innocente svista.
Dunque, a pag. 14, trovo scritto: «Questo Atto unico che stiamo, o meglio che state per rati-
ficare, è concepito, ancora utza volta, da una cultura federalista, dall'essere federalisti».
Ebbene, io ho detto esattamente l'opposto, e
cioè che l'Atto unico «è concepito, ancora una
volta, da una cultura europeista, che è altro dall'essere federalisti». E in tutto il mio itztervento
ho polemizzato, da federalista, contro gli europeisti.. .
Ancora, sempre a pag. 14, esigenze tiranne di
spazio vi hanno costretto a tagliare, dopo la riga
15, un lungo periodo nel quale indicavo, come
contraddizione dell'attuale Europa delle nazioni, il problema del SudtirololAlto Adige, dove
si confronta e si dilatzia il peggio delle nostre storie nazionali e si sviluppano però anche esigui semi di «transtzazionalismo», molto positivi. Tagliando il brano, resta letteralmetzte incomprensibile tutto il periodo successivo, dove lamento
che l'Europa non abbia «laforza di fornire un'indicazione a coloro che combattono nelle regiotzi
di frontiera», ecc..
Poiché penso che il dramma del Sudtirolo/Alto Adige sia un esempio non secondario del perché ci vuole l'Europa, la correzione mi pare necessaria. Tralascio gli altri tagli, perché secondari.
Ti prego, carissimo Direttore, di perdonare questa pedanteria. Ma sono un «federalista» molto
fedele, e puntiglioso, e mi spiaceva e spiace essere, su questo, frainteso.
Cordialmente,
Angiolo Bandinelli
A trent'anni dai Trattati di Roma
Comuni d'Ezdropa dedicherà nei prossimi numeri ampio spazio alla seduta del Consiglio nazionale dell'AICCRE, tenutosi a Roma il 27 aprile nella
Sala del Cenacolo della Camera dei Deputati. I lavori della seduta «aperta», sul tema «dopo le celebrazioni dei Trattati di Roma: e ora?» sono stati
introdotti dall'on. Tina Anselmi, da Andrea Amato, dirigente della CGIL
e membro del Comitato economico e sociale della Comunità europea, e dal
prof. Antonio Roncaglia, dell'università di Roma.
Dai Trattati di Roma
d'atto m c o :
un passo mdletrol
Tavola rotonda sul trentennale della firma dei Trattati di Roma
li Ministro per il coordinamento delle politiche comunitarie, Fabio Fabbri, I'on. Emilio Colombo, i giornalisti Fr~rncescoGozzano e Mario
Pirani hanno dato vitu ad una Tavola rotonda,
coordinata dal presidente dell'AICCRE, Umberto Serafini, promossa ~dall'Associazionestampa
europea (ASE) in occasione del trentennale della firma dei Trattati di Roma. Alla Tavola rotonda, che si è tenuta il 5 marzo presso la sede
della nostra Associaziclne (che ospita I'ASE), sono anche intewenuti il' Segretario dell'lntergruppo federalista del Parlamento Europeo, Pier Virgilio Dastoli, il responsabile del Sewizio relazio-
ni comunitarie e internazionali della Camera dei
deputati, Vincenzo Guizzi, e il parlamentare europeo Carlo Alberto Graziani. All'inizio della
manifestazione, aperta dal presidente dell'ASE,
Antonio Spir~osa,I'on. Colombo ha consegnato
a Mario Pirani il premio giornalistico "Rinaldo
Forti-Associazione stampa europea" che, nella
prima edizione, era stato conferito ad Altiero Spinelli per la sua lunga efondamentale attività pubblicistica.
Pubblichiamo, qui di seguito, un ampio stralcio degli intewenti.
COMUNI D'EIUROPA
Umberto Seraf ini
Debbo dire che questa saletta, che ci ospita, prima di noi ha ospitato (è vero, Ursula?)
l'attività degli anni ruggenti del Movimento
federalista europeo. Quanti uomini politici,
che non solo adesso sono invecchiati ma che
sono addirittura usciti dalla scena, ho visto discutere e dibattere in questa sede.. .
hla prima di iniziare il dibattito vorrei dire
due cose diverse. Prima di tutto ho da 29 anni un debito (lui non lo sa) con l'on. Colombo. Io ero nascosto in un angolino di Pozzuoli, nel 1958 - campagna per le elezioni nazionali -,quando lei venne a fare il comizio per
la Democrazia Cristiana. Era poco dopo l'entrata in vigore dei Trattati di Roma e lei sa
che noi vecchi federalisti siamo cattivi e sempre stiamo col fucile puntato: verifichiamo se
un uomo politico sia debitamente europeista.
Debbo darle atto che rimasi sbalordito a Pozzuoli: era sera, e lei fece un comizio europeo
dalla prima all'ultima parola. Mi lasciò sbalordito, debbo ripetere: è un uomo politico diverso, mi dissi. Lei trattò soprattutto del rapporto tra il Mezzogiorno e l'Europa. Sono tanti anni che aspettavo l'occasione per rievocare il nobile evento: noi critichiamo i partiti e
gli uomini di partito (ma io stesso ho la tessera di un partito) solo quando lo meritano.
Un'altra cosa (perchè cosi la digerisco siibit01 che voglio osservare, è su quello che ha detto Mario Pirani, che è un amico. In fatto di
Europa c'è posto per il commento, non c'è posto per l'azione: ebbene, non c'è posto probabilmente per l'azione di Palazzo, ma c'è un silenzio della stampa su quello che pensa, su
quello che sente la società europea malgrado
il Palazzo. Io non mi interesso dell'eiirobarometro, ma sono 35 anni e più che giro per 1'Europa - piccoli Comuni, periferie - e la gente è
molto p i ì ~europea non solo della cosiddetta
classe politica, ma soprattutto delle burocrazie di stato e di partito. Chi milita in un partito sa bene che se in una sezione periferica
propone un dibattito sull'Europa, avrà tutto
il direttivo contro: si fa con-iiinque il dibattito
e vengono quattro volte i soci - amici o compagni - abituali, quelli che si sorbiscono i discorsi sulla staffetta o siigli opposti estremismi. Viceversa non solo in Italia, ma in Francia e in Germania se si parla di Europa in termini duri e chiari. la gente è propensa a seguirci. Certo, l'Europa bisogna proporglierla
in termini concreti e combattivi, questo è il
punto. Esistono razzismo e neo-nazionalismo,
ma sono delle attive e clamorose minoranze
quelle razziste o nazionaliste che compaiono
ABBONA TE VI A:
sui giornali: purtroppo la maggioranza europea è silenziosa, questo è vero.
Non voglio irrompere riel dibattito, ma queste cose mi stavano sullo stomaco; d'altronde
esse giustificano una azione diretta nella società europea, sono la nostra ragion d'essere.
I1 tema che affrontiamo mi spaventa, nel
senso che è molto vasto e complesso, quindi
bisognerà un pò contenerlo. Dai Trattati di
Koma alllAtto unico impllicherebbe tante questioni, la prima, direi, ncn solo la valutazione
del sovrastante Atto unico ma anche la valutazione dei Trattati di Roma, che, voi lo sapete, sollevarono un ampio dibattito: i no furono di diie parti, cioè i no degli antieuropei
e quelli dei federalisti massimalisti, e ci fu una
complicata battaglia in questo senso. I Trat-
maggio 1987
tati di Roma nel campo eiiropeistico ebbero
il no dei federalisti massimalisti, ebbero una
approvazione condizionata dei federalisti centristi (Hirsch, il sottoscritto, ecc.), ebbero
un'approvazione fideistica di quell'ala che
chiamerei di seguaci di Hallstein (cioè di coloro che pensavano che si verificasse autornaticamente il pàssaggio dall'iinione doganale alla
comunità economica, da questa a quella politica: ma la caduta poi del pacchetto Hallstein,
dimostrò che questo automatismo non c'era).
La valutazione anche dell'Atto unico, quello
che qualcuno di noi chiama il topolino di Lussemburgo, implica non un'analisi puramente
formale e giuridica di questo Trattato, ma il
suo raffronto su ciò che si pensa, da una parte
o dall'altra, delle possibilità reali per l'azione
europea diretta, non diplomatica. Questo interessa ai federalisti e in particolare al Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa.
l+rancesco
In trenta anni 1' Europa ha vissuto varie vicissitudini l'Europa comunitaria beninteso.
Dall'embrione dei 6 Stati fondatori è passata
a 12, attraverso tre successivi amplianienti e
questo già di per sé è iiri indizio della validitiì
della costruzione europea. Si è oggi un po' snaturata la funzione dei Consigli europei prefigurati all'origine, e questo è uno dei sintomi
della crisi che ha attraversato, e che attraversa in questi ultimi anni, la Comunità europea,
nel senso che la sua volontà di giungere a dei
risultati positivi e concreti nell'ordinaria amministrazione ha spesso trovato un ostacolo nel
disegnare i grandi obiettivi. Soltanto negli ultimi anni abbiamo visto un risveglio verso l'interesse più propriamente politico dell'iinione
della Comunità, a cominciare dalla Dichiarazione di Stoccarda del 1983, frutto di quell'Atto Genscher-Colombo che fu visto come momento di passaggio nodale per trasformare veramente la Comunità europea in una unione
politica. Premesse che sono state accolte nell'Atto unico di Lussemburgo, dove proprio ci
si richiama a questa Ilichiarazione di Stoccarda.
Nella Dichiarazioncj.-preambolo dell'Atto
unico di Lussemburgo si fa cenno ad una esigenza sentita da più parti, soprattutto dei movimenti federalisti, quella che l'Europa parli
con una voce sola. All'atto pratico noi vediamo le difficoltà che si incontrano per far sì che
l'Europa parli con una \loce sola, anche per le
misure p i ì ~modeste (ricordo gli iiltinii casi, le
sanzioni contro il Sud- Africa o le rappi-esaglie inglesi contro la Siria, e sono episodi marginali). Senza contare la grande assenza dell'Europa sui g a n d i temi del disarmo, della distensione, sui quali proprio le posizioni particolari di taluni paesi, c,egnatamente Francia e
Gran Bretagna, che dispongono di una forza
nucleare autonoma, contrastano con la soluzione di una comune rc:sponsabilità politica dei
paesi della Comunità europea.
Detto questo vorrei brevemente sofferniarmi su quelli che sono stati i progressi compiuti, sia pure parzialmente, dall'Atto unico, ri-
spetto ai 'Trattati di Koma.
L'Atto unico riconosce un dato di fatto oggettivo, cioè l'aumento delle competenze della Comunità europea in settori che non erano
previsti dai Trattati di Roma, vaIe a dire in
quello della politica dell'ambiente, della tecnologia, della cooperazione monetaria e delle
politiche sociali, tutti temi oggetto di appositi capitoli inseriti nel Trattato comunitario.
Questa modifica dei Trattati è indubbiamente un passo avanti rispetto al vecchio Trattato di Roma, ma è soltanto il portato, direi, di
una crescita fisiologica della Comunità europea. Laddove c'è &:ora una carenza, è nelle
strutture politiche e soprattutto nel tema essenziale dei rapporti con il Parlamento Europeo, che sono stati oggetto di ampi ed approfonditi dibattiti, anche aspri, talvolta, e che
sono nati in seguito alla famosa iniziativa di
Spinelli di dotare il Parlamento Europeo di
maggiori poteri. Su questa strada ci si è tro17ati di fronte a numerosi ostacoli, proprio da parte di quei paesi che maggiormente fluttiiavano all'idea di cedere un maggiore potere decisionale al Parlamento Europeo, cioè all'organismo che prornana dalla volontà popolare.
Quale bilancio possiamo trarre in definitiva, e concludo, di questi trenta anni della Comunità europea?
Trarre un giudizio storico forse è prematuro, perlomeno non è nelle mie intenzioni arrivare a questo, comunque possiamo dire che
qualche progresso è stato indubbiamente compiuto, ma molto ancora resta da fare. E proprio su questo molto che resta da fare che devono insistere tutte le forze federaliste, tutte
le forze europeiste, tutti coloro che si sono battuti e si battono perchè l'Unione europea sia
veramente qualcosa di più di una semplice
unione doganale, assorbita dalle preoccupazioni estenuanti sul prezzo del latte, sull'amrnontare del burro: sia veramente una entità politica tale da dare una svolta alla storia delllEuropa e non soltanto una svolta nei suoi rapporti economici e commerciali.
maggio 1987
Gozzano mi pare abbia puntualizzato gli argomenti che riguardano in particolare una
schematica traiettoria dai Trattati di Roma all'Atto unico. Cercherei adesso in qualche modo di fissare i punti di fondo attorno a cui poi
questi eventi istituzionali-diplomatici si collocano, per chiedermi e per chiederci se effettivamente, e non soltanto nelle aspirazioni, sia
possibile andare al di là di quello che è oggi
la costruzione europea.
Vedo oggi l'Europa, e credo anche che questa sia la sede adatta per dirlo, dato che siamo
nella sede dei Comuni d'Europa, come un
grande municipio. Non credo che il fatto che
si discuta del prezzo del latte o del tasso di
piombo nella benzina sia un qualche cosa che
immiserisca l'Europa, ma il segno di quello che
è la sua concreta realtà. Oggi il Consiglio dei
ministri è una specie di consiglio comunale, diciamocelo pure, che discute come i consigli comunali di cose molto concrete, non riesce, come tutti i grandi comuni, ad andare molto al
di là, stabilisce regolamenti per i suoi cittadini, e, come tutti i municipi, non può porsi problemi di politica statale o ancor più internazionale.
Dovremo chiederci, anche per la nostra funzione professionale, se è possibile andare al di
là. Non so se sarà possibile, credo comunque
che sia un problema da porsi in rapporto agli
Stati Uniti. Mi trovavo qualche mese fa ad un
convegno di premi Nobel a Washington, erano duecento persone, grandi ricercatori, studiosi, ed erano quasi tutti europei. H o avuto
la strana impressione che l'unita europea si realizzasse in realtà lì: parlavano un'unica lingua,
l'inglese, avevano una unica moneta in tasca,
il dollaro, parlavano di una unica tecnologia
e di una unica scienza, che fandamentalmente poi veniva elaborata nei grandi centri di ricerca americani, erano chiaramente inseriti in
un unico sistema di difesa, di trasporto, di comunicazioni, che era il sistema americano, ed
erano quasi tutti europei. 11 problema del rapporto con l'America si pone in modo specifico da due punti di vista, dal punto di vista economico e monetario e dal punto di vista della
difesa. Mi fermerò brevemente su tutti e due.
La crisi, quella che viene chiamata la crisi del
dollaro, ha delle caratteristiche che ci riguardano in modo diretto. Fino a ieri il dejiclt pubblico americano, finanziato attraverso gli alti
tassi, consentiva un forte aumento della domanda da parte degli Stati Uniti. Quando è
arrivato ad una soglia di allarme tale da non
poter essere accettato, attraverso la leva monetaria gli Stati Uniti tentano di risolvere, in
qualche modo di rovesciare, la situazione. Io
credo che questo ponga un grande problema
all'Europa. Noi giustamente, negli anni scorsi, abbiamo sostenuto ed abbiamo attuato, con
diverse, una politica di controllo dell'inflazione, una politica che ha messo in soffitta tutte le tesi keynesiane e con esse anche
le politiche riformatrici, fossero esse di segno
socialista o cattolico poco importa. Mi chiedo
se di fronte alla situazione dell'economia mondiale, e in particolare alle prospettive dell'economia americana, l'Europa non debba riti-
COMUNI D'EUROPA
19
rare fuori dal cassetto quelle vecchie ricette e
non debba riproporsi, in questa fase, il tema
di un rilancio keynesiano del mercato interno
europeo, che agisca da controtendenza agli
aspetti recessivi che vengono oggi dalla politica statunitense. Noi andiamo verso una situazione entropica dell'Europa, nel senso che lo
sbocco verso i mercati americani, come verso
i mercati petroliferi clel Terzo Mondo, tende
a ridursi. Allora, solo un grande rilancio del
mercato interno europeo può consentire un riequilibrio, ma un garide rilancio del mercato
interno europeo è proprio quello che ha permesso, a suo tempo, gli anni di sviluppo della
Comunità europea.
L'altro punto riguarda la difesa e anche qui
secondo me forse la paura può fare da deterrente contro la pigrizia antieuropeistica.
L'eventualità del ritiro degli euromissili,
l'accettazione di Gorbaciov del distacco tra
SDI ed euromissili, viene salutato da più parti come un grande evento, come dire, di pacificazione: il che è vero, ma è vero in parte ed
è vero soprattutto per i rapporti tra le due
grandi potenze. Io mii chiedo se non dovremmo quanto meno, pur senza prendere un atteggiamento contrari<],riflettere sull'altra faccia della medaglia, perchè da un certo punto
di vista 1:) politica di Gorbaciov può far passare la linea che è sempre stata la linea dei suoi
predecessori: di staccare ed indebolire 1'Euro-
pa nei confronti degli Stati Uniti e di farne una
specie di appendice finlandese del continente
eiiro-asiatico. D'altra parte un accordo sull'opzione zero degli euromissili può anche secondo me facilitare ancor più l'emergere di un forte isolazionismo americano, o quanto meno di
una collocazione dell'alleanza su un piano molto più distaccato.
È chiaro che un accordo sugli euromissili lascia la difesa europea affidata fondamentalmente alle forze convenzionali, e lasciarla affidata alle forze convenzionali o alla dissuasione strategica nucleare, cioè ai missili intercontinentali, apre due opzioni altrettanto agghiaccianti. Questo scenario di affievolimento dell'impegno europeo degli Stati Uniti avrebbe
un senso secondo me positivo anche ai fini di
pace, se si accompagna ad un forte rilancio di
una politica di difesa europea, se invece di sollecitare il neutralismo tedesco, l'isolazionismo
americano o le presunzioni francesi, sbocca in
un'accelerazione di una politica di difesa europea anche in termini convenzionali.
Se questi termini sono presenti nell'azione
europeistica, e sostanziano e raccordano quella
che è la discussione istituzionale, l'Atto unico acquista un senso e si colloca in una prospettiva possibile. Altrimenti non potremmo
andare molto al di là. Certamente non siamo
noi che possiamo dare una risposta, credo però che dobbiamo almeno porci i termini della
questione e per quanto spetta al nostro ruolo
parlarne e scriverne.
Emilio Colombo
H o riflettuto spesso, e vado riflettendo in
questi giorni al modo come io stesso presento
le questioni europee, e certo non le presento
come nel discorso del 1958 a Pozzuoli, allora
eravamo pochi mesi dopo la firma del Trattato ed io avevo in qualche modo partecipato in
Italia alla redazione clel Trattato con il Ministro dell'agricoltura. Allora noi vedevamo il
Trattato di Roma corne una grande speranza
di ripresa di un'azione concreta per l'unità europea, pure naturalmente collocandola in un
settore specifico. Avevamo il rammarico che
nel Trattato non vi Icrano più quelle norme
chiaramente ispirate al principio della sovranazionalità, che erano iscritte nel Trattato della CED.
Ma il primo periodo di applicazione dei
Trattati di Roma è stato un periodo bello, entusiastico (allora ero sempre rappresentante
dell'Italia nella Comunità qualunque fosse il
mio incarico: cominciai quando ero ministro
per il commercio estero, poi ministro dell'indiistria ed ho proseguito
ero ministro
del tesoro).
La funzione della C:ommissione inoltre, pur
nell'ambito dei Trattati attuali, si svolgevn nella sua autonomia e con quella funzione provocatoria del Consiglio dei Ministri che è e deve essere propria della Commissione.
Ora siccome queste sono sempre state le nostre speranze, siamo portati un po' a sottovalutare quello abbiamo perchè non corrispon-
de a ciò che desideriamo. Però mi domando
se questo è giusto, me lo sono domandato ieri
parlando in Campidoglio, celebrando questo
anniversario, me lo ero domandato già prima.
Questa forma di pessimismo, europessimismo,
va bene se è una coscienza critica per dire quello che si deve fare, non va bene se vogliamo
sminuire questo dato di fatto, che è non economico ma è politico. Non si possono ignorare tutte le cose che si sono realizzate: la capacità attrattiva come fatto politico dell'Europa
e la capacità di organizzazione del Continente, di unificazione, di aggregazione del continente, dai sei ai nove, ai dodici, dal rapporto
con il Sud al rapporto con gli Stati Uniti, adesso ai rapporti con l'Unione Sovietica. Comunque siamo legati fra di noi, nessuno può andare a spasso. Anche la Francia in questo momento non potrebbe mai fare la politica della
sedia vuota. Queste conclusioni non sono concliisioni economiche, sono conclusioni politiche, questo è un dato della realtà internazionale che ha modificato la condizione, la carta
geopolitica del nostro Continente, e orienta la
nostra politica.
Vengo ora ad un secondo aspetto. Abbiamo davanti una serie di cose da farsi: penso,
per esempio, all'attuazione di quello che è uno
degli elementi importanti dell'Atto unico: il
grande mercato unico. Quel mercato unico, se
si fa, credo che avrebbe, se non la stessa, certamente una incidenza simile siill'economia eu-
maggio 1987
COMUNI D'EIUROPA
ropea come lo smantellamento dell'unione doganale all'inizio della Comunità.
Ci sono tante cose da fare, e io mi auguro
che i governi siano in grado di decidere, sarebbe già un fatto molto importamte. C'è da
riequilibrare la bilancia dei pagamenti, la bilancia commerciale soprattutto degli Stati Uniti, e per riequilibrarla ci vuole ancora un abbassamento del corso del dollaro. Un fatto monetario può avere riflessi importanti sui fatti
economici, però non bisogna mai chiedere alle monete d i avere un riflesso al di là di quella
che è la incidenza effettiva che un cambiamento di tasso può avere sull'economia.
La tesi di Pirani è bella, entusiasmante e credo che meriti di essere approfondita, solo però che dobbiamo sempre tener presente, ed ecco qui i difetti di quello che abbiamo fatto finora, che mentre la Germania, pur sempre impaurita di questo rilancio dell'inflazione, ha alcune condizioni concrete su cui potrebbe poggiare il suo rilancio, l'Italia e la Francia devono essere prudenti perchè tutti abbiamo sempre l'inflazione sotto il cuscino.
Ne11'80 ci siamo tutti accorti che, di fronte
alla controversia inglese sul contributo di bilancio, il Consiglio dei ministri era inceppato,
così come il Coniitato dei rappresentanti permanenti che rimandava ai ministri, e i ministri a loro volta finivano con il rimandare permanentemente al Consiglio europeo, che era
diventato la Corte di cassazione delle istituzioni comunitarie. Fu allora che io feci un discorso a Firenze, Genscher lo fece a Stoccarda, senza averli affatto concordati, e ci trovammo a dire le stesse cose. Se continuiamo a discutere fra di noi soltanto di contributi di bilancio, equilibri finanziari, giusto ritorno,
quindi anche cose anticomunitarie, noi non
riusciremmo a niente: perchè non rilanciamo
di nuovo gli ideali di fondo in nome dei quali
l'Europa cominciò a camminare?
Ora l'Atto unico che si può considerare lo
sviluppo dell'Atto di Stoccarda, contiene alcune cose, e rispetto alle grandi speranze non
è un passo indietro, è un passo avanti. Se noi
sommiamo nell'indietro i Trattati e il compromesso di Lussemburgo, se quella è la base di
partenza questo è un certo passo avanti, ma
non quello che dà scio1tr:zza agli organi, non
quello che dà il voto di maggioranza come regola permanente nell'ambito del Consiglio dei
ministri. La mia conclusione, che non ha assolutamente niente di ret.orico è che non dobbiamo pretendere una grande battaglia dalle
istituzioni, non possiamci pretenderla nemmeno dal Parlamento Europeo, che continuerà la
battaglia di Spinelli, ispirata al sovranazionale. La battaglia europea si deve svolgere in una
grande mobilitazione della gente di cultura,
dell'opinione pubblica, delle grandi forze politiche, delle grandi associazioni: se noi non
riusciamo a far capire che un Presidente del
Consiglio o un cancelliere, o chiunque sia, non
viene investito alla Camera dei deputati se non
ha una sua piattaforma europea, che non è soltanto quella degli scambi in materia di politiche agricole o tecnologiche, ma che ha anche
la sua caratterizzazione politica; se i segretari
dei partiti non saranno investiti, se non assumeranno impegni in questi settori, e poi verranno giudicati nella loro azione a secondo che
avranno fatto o che non avranno fatto in questa materia, non si andrà avanti. Quindi, lo
dico qui perchè voi siete una grande forza di
mobilitazione e di formazione dell'opinione
pubblica, deve essere una politica europea fatta
di assunzioni di impegni e valutabile anche per
la sua qualità, una qualità che deve corrispondere alle idee che più o meno ci siamo scambiati questa mattina, e cioè che cammini verso l'obiettivo, l'ideale dell'unione politica.
Pier Virgilio Dastoli
Partirei da alcune osservazioni che sono state fatte dal Presidente Colombo, in particolare dai ricordi del perio'do fra il '64-'65-'66.
Questi ricordi mi portano a dire che in fond o la Comunità europea dal 1969 ha perso
quella si chiama la sua forza propulsiva. Cioè,
realizzato quello che era iscritto nei Trattati
e per i quali i Trattati prevedevano dei calendari obbligati, a partire dal 1969 la Comunità
europea è stata incapace di realizzare quegli
altri obiettivi che erano iscritti nei Trattati e
per i quali non erano previsti calendari precisi. I n particolare la Co:munità europea non è
stata capace di realizzare quel mercato unico
che oggi è iscritto nelllAtto unico e che sarebbe dovuto essere realizzato nel 1969.
I1 fatto che assieme alla non realizzazione
del mercato interno non si sia realizzato quello che era iscritto fra gl:i obiettivi del Trattato
di Roma, cioè uno sviluppo equilibrato delle
economie della Comunità, ci deve portare a dire che se tutto questo non si realizzato è se-
Da sinistra: Pirani, Colombo, Serafini, Gozzano e Fabbri
gno che il sistema sulla base del quale sono stati
elaborati i Trattati di Roma non funziona. La
forza propulsiva si è arrestata nel momento in
cui c'è stato il contrasto tra la Francia di d e
Gaulle e il resto della Comunità, che in buona parte poi si nascondeva dietro la Francia
di d e Gaulle, con la questione della cosiddetta sedia vuota e con la questione del cosiddetto compromesso di Lussemburgo.
Era fisiologico che una Comunità europea
nella quale il Consiglio dei ministri occupava
ed occupa la maggior parte dell'area di potere, arrivata ad un certo punto si incontrasse
con il compromesso di Lussemburgo e che
quindi da quel momento in poi ci trovassimo
di fronte ad una progressiva paralisi del processo di costruzione europea. È a partire da
questo momento che si è posto il problema di
andare al di là di quello che c'era scritto nei
Trattati: perchè si è detto che per realizzare
gli obiettivi scritti nei Trattati di Roma bisognava fare l'unione economica e monetaria, e
l'unione economica monetaria non si è fatta;
bisognava fare delle vere e proprie politiche
comuni, a cominciare dalla politica regionale,
e le vere politiche comuni non si sono fatte;
bisognava dare più democrazia alla Comunità, e si è eletto il Parlamento Europeo ma lo
si è mantenuto al rango di un'assemblea consultiva o peggio lo si è mantenuto al rango di
un parlamento dei paesi dell'est. Quando nel
corso del tempo, attraverso cicli progressivi
che sono cominciati e si sono conclusi tutti nello stesso modo, si è tentato di riformare la politica agricola, si è tentato di rafforzare i fondi strutturali, si è tentato di aumentare le risorse proprie, le conclusioni di tutti questi cicli, affidati al meccanismo del negoziato intergovernativo, sono state sempre le stesse, anche se gli obiettivi fissati dai capi di Governo
e dai ministri degli esteri erano molto più ambiziosi delle conclusioni a cui poi si è giunti.
I1 presidente Colombo ha fatto I'esperienza amara del mandato del 30 maggio de11'80,
nel quale si diceva che il bilancio della Comunità avrebbe dovuto essere equiiibrato, mettendo sotto controllo le spese agricole sviluppando le politiche strutturali e aumentando le
maggio 1987
risorse proprie: il risultato del mandato del 30
maggio è stato il giusto ritorno alla Gran Bretagna.
Inoltre, tutte le Commissioni che sono venute dopo Hallstein sono state una peggiore
delle altre, e la Commissione Delors non è differente dalle altre, anzi la Commissione Delors sta ripetendo passo dopo passo lo stesso
percorso che è stato fatto dalla Commissione
Jenkins e dalla Commissione Thorn con il mandato del 30 maggio. Cioè Delors, che avrebbe
dovuto far proprio il diritto di difendere fino
in fondo l'iniziativa della Commissione, presentando già l'anno scorso ai governi le proposte di regolamento per la riforma della politica agricola, per il rafforzamento dei fondi
strutturali e per l'aumento delle risorse proprie, invece ha seguito lo stesso metodo di allora, cioè ha accettato abbastanza rapidamente il mandato che gli hanno dato i governi, ha
fatto il giro delle capitali e ha presentato delle
comunicazioni che sono dei bei testi filosofici, senza presentare invece quelle proposte legislative sulla base delle quali poi si deve confrontare la responsabilità dei governi. Se si va
a vedere la concretezza delle proposte di Delors, si vede quante trappole sono seminate sul
percorso che vuole percorrere la Commissione, perchè si dice che si vuole riformare la politica agricola e poi si rimane al livello dello
strumento delle quote o della riduzione dei
prezzi, e non si interviene invece radicalrnente a modificare lo strumento dell'intervento;
per quanto riguarda il rafforzamento dei fondi strutturali, si dice genericamente che questi dovrebbero essere raddoppiati, ma se poi
si vanno a vedere le cifre si vede che in questo raddoppio è compreso il riassorbimento del
cosiddetto peso del passato, che sono circa 7
miliardi di unità di conto, ed il riassorbimento delle eccedenze, che sono circa 5 miliardi
di unità di conto; se si passa alla questione del
bilancio, si vede che con il sistema dell'aggancio al PIL si vuole in fondo tornare ai contributi nazionali, che nel 1970 erano pagati con
una certa chiave di ripartizione e nel sistema
Delors-Christophersen sarebbero invece pagati
sulla base del PIL.
Tutto questo ci deve portare a dire che se
non cambiamo fondamentalmente il modo in
cui funziona la Comunità, non affidando alle
diplomazie nazionali il compito di redigere le
proposte di riforma della Comunità, perchè è
evidente che le diplomazie nazionali non partoriranno altro che dei compromessi di basso
livello, ma rilanciando un processo profondo
di modifica della Comunità, cioè di realizzazione dell'unione europea, di una Comunità
che deve essere allo stesso tempo più efficace
più democratica, credo che tutti questi discorsi
di rilancio della coesione economica e sociale,
della realizzazione del mercato interno, dell'unione economica e monetaria, resteranno sulla carta come lo sono stati tutti i discorsi fatti
fino ad oggi.
È per questo che 1'Intergruppo federalista
che si è costituito al Parlamento Europeo intende riprendere e portare avanti la battaglia
lanciata da Altiero Spinelli, e intende portarla avanti proprio sulla base di quello che diceva il presidente Colombo, cioè la necessità di
una vasta mobilitazione dell'opinione pubbli-
COMUNI D'EUROPA.
presentato dalla sinistra indipendente e accolto
dal governo italiano come raccomandazione.
Può essere anche fatto attraverso altri strumenti, come le consultazioni popolari a livello regionale, come ad es. è scritto nella legge
della Regione Lazio che è stata presentata anche in altre regioni d'Italia. Occorre quindi dare voce ai cittadini europei attraverso gli strumenti tipici della nostra democrazia, per ottenere che questa mobilitazione popolare sia
finalizzata a qualche cosa, sia concretizzata,
si consolidi attorno a degli strumenti di democrazia diretta.
Se noi riusciremo a coniugare insieme mobilitazione popolare, attraverso lo strumento
delle consultazioni, e riconoscimento al Parlamento Europeo del ruolo di assemblea costituente, credo che avremo fatto un passo fondamentale sulla via dell'unione europea, e in
questo modo avremo dato anche la possibilità
alla Comunità di superare questa situazione di
paralisi e di realizzare tutto quello che si dice
nei discorsi domenicali e che poi non si riesce
mai a realizzare.
ca, però intorno a due obiettivi precisi; il primo è quello che deriva dalla considerazione che
facevo della incapacità strutturale della burocrazia dei partiti, delle diplomazie, a portare
avanti il processo di ccistruzione europea, sulla base della considerazione che un corpo politico sui generis, come la Comunità, il processo di trasformazione in Unione non può che
essere affidato all'unico organo che nella Comunità rappresenta leggittimamente i cittadini europei: cioè occorre riconoscere al Parlamento Europeo il diritto che gli è naturale di
assemblea costituente per l'Unione europea. In
secondo luogo è necesisario che questa mobilitazione dell'opinione pubblica deve essere fatta utilizzando gli strumenti, che sono propri
della nostra democrazia, per chiedere ai cittadini che cosa pensano1 dell'unione europea e
se pensano che questa Unione debba essere
realizzata, cioè attraverso lo strumento della
consultazione popolare:. Questo strumento può
essere attuato attraverso l'organizzazione di referendum di indirizzo,, come è stato deciso dal
Senato e come è stato confermato anche dalla
Camera dei deputati, nell'ordine del giorno
3
Se mettiamo a confronto l'Atto unico con
certi stupendi scritti di più di due secoli fa di
Emmanuel Kant, con "Il pacifismo non basta"
di Lord Lothian, o con gli scritti di Einaudi
o quelli straordinari di Spinelli che ruotano attorno al fondamentale "Manifesto di Ventotene", è chiaro che proprio l'Atto unico ne
esce ancora più ridimensionato. D'altra parte
io sono federalista, ma non sono un massimalista, e riesco a vederc qualcosa di positivo anche nell'Atto unico, pur se lo considero un forte arretramento rispetto agli altri tentativi di
cooperazione politica in questo senso. La dichiarazione di Stoccarda secondo me era molto più importante,'perchè, in fondo, rappresentava, in quella fase di paralisi quasi assoluta della Comunità, u11 tentativo di mettere in
circuito delle idee, e oltretutto non a caso precedeva quell'altra formidabile iniziativa di impulso politico che è stato il progetto del Parlamento Europeo, di cui fu motore Spinelli,
ma con il quale collaborarono certamente altri uomini politici. L Atto unico suscita grandi perplessità e grandi critiche, ma può dare
anch'esso qualcosa se noi riusciremo a metterci
quei contenuti che in parte dice di non voler
avere.
Si è enfatizzato tanto sul miglioramento del
meccanismo decisionale, ma se lo andiamo a
guardare, il Consiglio, ad una proposta respinta dal Parlamento Europeo alla sua precedente posizione, è obbligato a decidere all'unanimità
È stata inventata la stessa cooperazione politica anche per opera del Parlamento Europeo.
Si sono comunitarizzate alcune politiche che
i Trattati non prevedevano, che sono fondamentali certamente, la stessa politica regionale, tanto per portare un esempio, ma anche la
politica di ricerca: grazie ancora una volta allo stimolo del Parlamento Europeo, la Com-
Guizzi
missione e poi il Consiglio hanno elaborato un
qualche embrione di politica di ricerca e 1'Atto unico viene in un certo senso a sistemarlo.
L'ambiente, la stessa unione economica e
monetaria, in definitiva il Sistema monetario
europeo, non è stato frutto in fondo di meccanismi comunitari in senso stretto, è nato da
una decisione politica del Consiglio europeo
di Brema prima, nel luglio 1978, poi di Bruxelles, nel dicembre 1978. Si è introdotto il
criterio di un nuovo tribunale comunitario, il
tribunale di prima istanza, un fatto positivo,
anche se non dobbiamo farci illusioni.
E poi, ecco il punto sul quale si è fatta tanta enfasi, il grande mercato interno. Questo
veramente è l'aspetto più ambiguo e più equivoco, perchè, non dimentichiamo, il mercato
unico era l'oggetto fondamentale dei Trattati
comunitari, in particolare il Trattato C E E .
Quello che fa l'Atto unico è una sorta, come
dicono i civilisti di novazione del contratto;
cioè, visto e considerato che il grande mercato non si è realizzato in toto, ma anzi restano
forti manchevolezze, noi governi decidiamo di
novare il contratto, di rinnovarlo e di dire facciamo una sorta di nuovo contratto e il mercato unico deve essere realizzato. E allora io
vi dico che in questo senso la novazione mi
sembra in pejus, sempre per restare nel linguaggio dei giuristi. L'Atto unico, in questo campo non ha fatto che riaprire un lungo nuovo
periodo transitorio, ecco perché in questo senso rappresenta un forte arretramento, perché
fa dimenticare che il periodo transitorio è finito il 3 1 dicembre 1979, mentre invece riproduce una sorta di nuovo periodo transitorio di
armonizzazione, e questo effettivamente è una
cosa che non ci va bene, non può andarci bene.
Qual è quindi il pericolo, quali sono le reazioni che devono avere i federalisti, gli europeisti sinceri? I1 pericolo lo ha annunciato il
COMUNI D'EUROPA
22
presidente Colombo, io l'ho scritto in un recente articolo sulla revisione della politica agricola comune e ne sono convinto da sempre:
la suggestione peggiore dell'Atto unico è la rinazionalizzazione. Quando alcuni di noi chiedono la legittima presa in considerazione di interessi nazionali, non vuol dire rinazionalizzazione, che è cosa dannosissima e pericolosissima. Lo schema da riaffermare è quello della decisione comunitaria, cioè devono essere
le istituzioni comunitarie ad indicare quello
che un paese, o addirittura in certi casi una
regione, deve e non deve fare, altrimenti quello
sarà il primo germe di disgregazione della Comunità.
L'unica possibilità è quella di metterci qualcosa in questo Atto unico, se mi consentite,
di fare in modo che pirandellianamente il personaggio sfugga agli autori. Questo possono
farlo solo i parlamenti e le forze politiche, e
se le forze politiche non si fanno carico di questo processo involutivo, cercando invece di
renderlo evolutivo, se non c'è questa effetti-
va volontà politica, io credo che l'Atto unico
non sia effettivamente un dato positivo, ma
possa avere invece una carica fortemente negativa e di arretramento. Quindi l'impegno deve essere a far sì che il Parlamento Europeo
possa riprendere questa bandiera, e il significato, penso, dell'Intergruppo federalista è
questo.
Credo che i Parlameriti nazionali abbiano
una funzione importante, ma attenzione, vorrei che fosse chiaro che ridare un qualche potere ai Parlamenti nazionali è un fatto anche
queslo transitorio. Comunque è importante la
funzione che possono esercitare i Parlamenti
nazionali, perchè è lì che le forze politiche trovano il punto di scontro e di incontro.
Ecco perchè dico, a breve e medio termine,
venga anche una collaborazione tra Parlamento
nazionale e Parlamento Europeo, ma l'unica
via percorribile, senza demagogia, una sorta
di nostra costante delenda carthago, è quella
di lottare perchè al Parlamento Europeo vengano dati i poteri che gli spettano.
Fabio Fabbri
Ringrazio molto per questo invito. E un luogo di lavoro per me molto stimolante, anche
se la mia condizione psicologica è quella di chi,
avendo fatto un grosso sforzo per cercare di
fare una cosa possibile e utile, come la sanatoria delle nostre inadempienze rispetto all'applicazione delle direttive comunitarie, corre il
pericolo di vedere stroncato il proprio lavoro,
mentre si stava arrivando al filo di lana. L'amico Guizzi, che mi ha dato un aiuto molto
importante, sa che siamo riusciti, da11'84 ad
oggi, a fare approvare dal Senato il provvedimento che costituisce una svolta nei rapporti
fra l'Italia e la Comunità, e che conseritirebbe con un solo colpo di sanare le nostre inadempienze con l'applicazione per decreto di
ben 100 direttive, anche importanti.
Mi vorrei astenere dal tentare di fare un
esercizio di pesatura dell'Atto unico, che mi
pare è stato un po' il tema ddla vostra con-
versazione. L'Atto unico è certamente una delusione rispetto alle aspettative, alle necessità
e alla domanda di Europa che c'è; è però un
provvedimento normale nella vita lentissima
di questa Europa, che non va mai verso il suo
compimento, che resta l'eterna incompiuta nella storia oltre che nella cronaca politica di ogni
giorno. H o cercato di non dimenticare mai che
il mio lavoro di Ministro per le politiche comunitarie, come mi consigliarono i federalisti,
andava esercitato considerandosi un ambasciatore della Comunità in seno al Consiglio dei
Ministri e un ambasciatore dell'Italia europeista sui tavoli di Bruxellt:~.Nella politica ci sono due grandi filoni, l'appello agli ideali e il
lavoro perchè gli ideali :;i inverino, e il mercato politico, cioè la vita di ogni giorno, dare applicazione a quel tanto di Europa che c'è.
H o lavorato intorno ;i1 grande mercato, che
è, se si vuole, un impegno ad adempiere quel-
Da sinistra: Colombo, Serafini, Gozzano, Fabbri e Dastoli
maggio 1987
lo che non si è adempiuto quando è nato il
MEC, ma non è nè un imbroglio e neppure
è il surrogato, il sostituto accettabile dell'Unione europea. Non voglio enfatizzare, ma
nemmeno svalutare la creazione del grande
mercato europeo, perchè costringe tutti a pensare, a lavorare, ad agire in una dimensione
europea.
Le prime volte che sono approdato alla discussione sul mercato interno, ho visto che si
discuteva da 7 mesi se le Jeep o i trattori dovessero avere una barra sola per proteggere il
conducente, quando si rovescia il mezzo, o ne
dovessero avere due. Lasciamo pure che vada
avanti questo mare magnum di negoziati di
piccolo cabotaggio, ma guardiamo anche ad alcune grandi questioni attorno alle quali 1'Europa si può costruire. La vera scelta è combattere la battaglia per i poteri al Parlamento, per
l'assemblea costituente, ma nello stesso tempo fare un'altra battaglia, perchè l'Europa trovi dei punti di convergenza, di cooperazione
politica sulle grandi questioni che riguardano
il nostro tempo, da quella nucleare a quella della ricerca. Questa dovrebbe essere l'opera dei
governi e questo i cittadini dovrebbero chiedere: che ogni singolo governo di ciascuna nazione faccia uno sforzo per rispondere alla domanda di Europa e trovare quel tanto di convergenza, di cooperazione sulle questioni del
nostro tempo, che via via si affacciano. Vi sono questioni che non possono essere affrontate se non in un'ottica almeno europea, la questione alimentare, la questione energetica, la
questione ambientale ed ecologica, la ricerca
e le nuove tecnologie. E poi l'Europa della cultura. Se non si fa l'Europa della cultura non
nascerà mai l'Europa, poiché per fare 1'Europa ci vuole una ideologia e l'ideologia in senso buono è la cultura che già esiste, e allora
l'importanza del cinema europeo, della televisione europea, di non essere colonizzati dagli
americani.
Poi ci sono i rapporti con i due grandi mondi. I1 rapporto con il COMECON, con i suoi
singoli paesi, è una grande carta dell'Europa,
ma la si può giocare con unlEuropa così ectoplasma com'è adesso? Questa è una grande
questione. I rapporti con gli Stati Uniti: ma
vogliamo renderci conto di quale bisogno ci sarebbe dell'Europa, di che ruolo può esercitare l'Europa mentre gli Stati Uniti, la potenza
leader dell'occidente, vivoiio la grande crisi di
leadership, sono ammalati di protezionismo?
La questione delle politiche strutturali credo
che, tra le proposte di Delors, questa è la più
concreta, da prendere con più attenzione. I
fondi sono sempre pochi, però se si accetta
questo principio della loro concentrazione, della interdipendenza delle politiche che si realizzano, cioè dei progetti multidisciplinari - i
PIM sono un po' un test di questa nuova politica strutturale - una politica di riequilibrio può
anche essere avviata. Però, se per costruire
l'Europa serve il grande mercato, serve però
anche la spada. Infatti, la vera caduta, l'infortunio che ha azzoppato l'Europa, è stata la
CED, è stato quel momento in cui, diciamo
la verità, anche gli americani non vollero. Dobbiamo mettere nel conto, se vogliamo andare
avanti nel costruire l'Europa, un minimo di
conflittualità con gli Stati Uniti. Quando è ca-
COMUNI D'EUROPA
maggio 1987
duta la C E D , quando non si è fatto l'esercito
europeo, si è pensato che l'economia potesse
vicariare la costruzione di una difesa comune
europea: no, la cultura e la spada o lo scudo
non possono essere vicariati da niente e quindi questi sono ancora i tre capisaldi per costruire l'Europa. Fino a quando non avremo l'indipendenza nella difesa, non avremo una vera
indipendenza politica, saremmo sempre una
Comunità a sovranità semipiena.
Da ciò ho fatto una proposta operativa, di
cominciare intanto con una specie di Ei~rstl,zls
dell'esercito, cioè I'interscambio dei militari,
l'addestramento insieme, le scuole d'arma insieme, intanto si imparano le lingue, si conoscono gli altri paesi. La proposta è piaciuta un
poco, ma è stata ritenuta avveniristica; io invece ci credo, e credo che questa dell'esercito
sia una battaglia da fare. Quello che ci ama-
reggia è che quando si parla di temi europei
non c'è eco nella stampa, e questo ci deve far
pensare: cioè se la stampa è lo specchio dell'opinione pubblica, o noi presentiamo alla gente problemi e questioni che non interessano,
oppure c'è un provincialismo nei mezzi di informazione.
Ecco, io mi fermo qui, è un rapporto molto
disordinato di problemi; celebreremo tra due
settimane il trentennic dei Trattati e credo di
poter dire che malgrado tutto l'insoddisfazione per il poco che si è fatto non deve condurci nè alla rassegnaziorie nè alla frustrazione.
È meglio accettare la scommessa dell'Europa,
non solo perchè ci salviamo l'anima, ma perchè l'Europa potrebbe anche una volta o l'altra svegliarsi, e se noi riusciamo con la nostra
opera a dare un contributo perchè l'Europa si
svegli abbiamo fatto una cosa utile.
Carlo Alberto Graziani
Una considerazione rispetto a questa idea
del ministro Fabbri sull'esercito europeo. Sono molto preoccupato se l'immagine, ma non
è una questione solo di immagine, dell'Europa che noi vogliamo dare è quella dell'esercito. I1 problema fondamentale oggi è quello della spinta che provenga dal basso, che probabilmente è mancata, non sono le tematiche relative all'esercito, alla difesa.
Comunque, non era questo il discorso che
volevo fare, volevo riallacciarmi al discorso sull'Atto iinico. Un criterio è quello legato a cosa si chiede\ra, che chiedeva non soltanto il
Movimento federalista, gli europeisti, ma che
chiedevano i capi di governo, i Consigli europei, i Vertici ormai da p i ì ~di 15 anni. Quello
che si richiedeva era l'Unione europea, e l'Atto
unico non rappresenta l'Unione europea, l'ha
detto il Parlamento Europeo e lo hanno detto
tutti, non rappresenta non dico la federazione europea, ma quella Europa, quella Unione
europea realistica che il Progetto Spinelli ave-
va chiarito. Individuiamo allora altri criteri di
valutazione, che possono essere legati ai limiti profondi dell'attualt: ordinamento comiinitario. Il limite più pro'fondo, a mio avviso, è
legato al deficit democratico. Oggi si parla tanto di riforme istituzioiiali, si riflette sul ruolo
del Parlamento, ma quello a cui noi assistiamo, cioè questo trasferimento di coir-ipetenze
dai parlamenti nazionali al livello comunitario, senza un trasferimento del controllo democratico, (e l'Atto unico, anche giustamente sotto certi aspetti, amplia questo trasferimento) crea un vuoto di deir-iocrazia estremamente preoccupante. Le decisioni vengono
prese senza alcun coni:rollo democratico, e se
poi andiamo a vedere la maturazione di queste scelte, ci rendiamo conto anche degli ulteriori pericoli rappresentati dalle lobbies, che
pesano a livello di esperti governativi, di Consiglio dei ministri. Ecco, questo è il problema
più grave, secondo me, che presenta l'attuale
ordinamento comunitario.
Da questo punto di vista che cosa ha fatto
l'Atto unico? Esso certamente non ha risolto
il problema e le considerazioni che faceva prima Guizzi mi sembrano molto giuste. Certamente potrebbe aver dato maggiori poteri al
Parlamento, però in settori ben determinati,
non certamente in tutti i settori, eppoi comunque maggiori poteri che si scontrano con situazioni in cui l'ultima parola è quella del Consiglio dei ministri.
L allora il problema è tutto politico e una
certa preoccupazione la nutro sotto i due punti
di vista. Innanzitutto per quanto riguarda la
situazione italiana, perchè siamo in presenza
di una schizofrenia tra gli obiettivi politici che
tutti i partiti democratici si sono posti, di cui
l'Unione europea è un punto fondamentale e
la realtà concreta, per cui questo obiettivo generale non diventa poi orientamento nella politica quotidiana. Ecco, questa schizofrenia, secondo me, è un fatto estremamente grave che
deve farci riflettere. In una situazione del genere è illusorio pensare di fare l'Europa, perchè se non ci sono le forze politiche, le forze
sociali che spingono dal basso, allora la strada
non può essere che quella dei piccoli passi,
mentre invece l'esigenza è un problema di contenuti
L'altra preoccupazione è legata al fatto che
in fondo gli europeisti sono soltanto gli italiani, e forse i belgi. Significativo infatti che l'Intergruppo federalista nei parlamenti nazionali ha incontrato un grosso successo nel Parlamento italiano e nel Parlamento belga, ma
l'Europa non si fa in Italia e neanche in Belgio.
Credo che da questo punto di vista il nostro paese abbia una grossa responsabilità. Certamente le spinte autentiche, ideali esistono
anche nel nostro paese e come Italia dobbiamo lanciare, ma in maniera organica e coerente, la battaglia per l'Europa e credo che, se veramente ci si incammina su questa strada, la
soluzione oggi è la riappropriazione della battaglia per l'Europa da parte delle forze politiche, dei partiti, dei sindacati, dei movimenti,
perchè i problemi oggi possono essere risolti
solo a quel livello.
AI CCR E
ASSOCIAZIONE ITALIANA
PER IL CONSIGLIO
DEI COMUNI E DELLE REGIONI D'EUROPA
ASSOCIAZIONE EUROPEA DEI COMUNI, DELLE PROVINCE, DELLE REGIONI E DELLE ALTRE COMUNITAy LOCALI
00187 ROMA
W
PIAZZA DI TREVI, 86
W
TELEFONO 67.84.556
-
67.95.712
-
67.97.320
FORZA FEDERALISTA E FRONTE DEMOCRATICO EUROPEO-
Riunito a Strasburgo il XIII Congresso dell'UEF
Tenere la posizione costituente
per consentire il rilancio dell'unione europea
di Francesco Rossolillo
Ora si tratta di passare dalle
risoluzioni al1'azione, E si tratta
di farlo con la consapevolezza
che l'attuale mancanza di coraggio
e di idee dei governi e
dello stesso Parlamento Europeo
non significa che l'obiettivo
dellYUnioneEuropea non sia
maturo oggi come ieri
Un aspetto paradossale - e non è certo il
solo - della lotta per l'unificazione dell'Europa è che uno dei problemi di cui essa presuppone la soluzione è quello dell'unificazione dei federalisti. Non si tratta - o, meglio,
non si tratta più - di un problema giuridico.
L'Unione europea dei federalisti, dopo la scissione del 1956 e la sua ricostituzione nel 1973,
ha oggi una sua normale vita istituzionale, e
nessuno mette in discussione il suo diritto all'esistenza. Si deve anzi sottolineare la natura
straordinaria - addirittura unica - di un'organizzazione che, dal punto d i vista giuridico, presenta un carattere genuinamente sovrannazionale, poiché i suoi organi sono eletti d a un congresso europeo, nel quale il voto
per i candidati viene espresso indipendentemente dalla loro provenienza nazionale.
Ma il problema rimane per quanto riguarda
la sostanza. Anche l'organizzazione europea
dei federalisti subisce l'influenza del quadro
politico-istituzionale nel quale deve agire anche se si propone di superarlo. Ogni componente nazionale ha a che fare con interlocutori diversi - i governi, i Parlamenti, le forze politiche nazionali - che ne condizionano
diversamente il comportamento. I pochi finanziamenti che i federalisti sono in grado di reperire sono ottenuti neiia loro quasi totalità dai
movimenti nazionali, mentre I'LTEF vive pressoché soltanto delle quote-tessera che le vengono trasmesse dalle sezioni. E infine non si
possono nascondere la realtà delle diverse culture politiche, che talvolta sono all'origine di
incomprensioni, e le difficoltà obiettive provocate dalla molteplicità delle lingue e dalla
perdita di immediatezza e di chiarezza del dibattito politico, che è spersonalizzato e spesso falsato dal filtro della traduzione.
Si tratta comunque di difficoltà superabili.
Se tali non fossero - poiché esse non sono
certo monopolio dei federalisti, ma investono
" membro del Bureau Exécutif
fédéralistes
dell'Union européenne des
tutti i rapporti politici, economici e sociali tra
gli Stati della CEE - lo stesso progetto di unificare politicamente 1'Eluropa sarebbe condannato a priori al fallimento. Si deve anzi dire
che i federalisti sono oggi in Europa il gruppo
politico più avanzato sulla strada dell'eliminazione degli ostacoli alla comunicazione interna e all'elaborazione di punti di vista comuni
Ma ciò non toglie che l'obiettivo di passare dalla sopranazionalità giuridica a quella politica
rimane un problema che I'UEF ha il dovere
non certo di nascondere, ma di affrontare.
I1 problema è oggi più grave che in passato,
perché la politica europea dei governi sta attraversando, dopo che - con l'approvazione
dell'«Atto Unico» al Vertice di Lussemburgo,
sono state frustrate le speranze suscitate dal
Progetto di Trattato del Parlamento Europeo,
una fase di riflusso, nella quale la scena politica europea non è occupata da alcun progetto
concreto, che sia capace di scuotere le forze
politiche dal torpore in cui paiono cadute. Lo
stesso Parlamento Europeo, dopo la morte di
Spinelli, è inerte e senza idee, e sembra non
rendersi ancora conto del pericolo che rappresenterebbe per l'istituzione, nell'89, un'elezione europea che non ricevesse senso e forza mobilitante dalla presenza di una prospettiva credibile di cambiamento resa concretamente visibile da un progetto preciso di riforma del modo di funzionare della Comunità.
Ma è proprio nelle fasi di riflusso della politica europea dei governi che diventa decisiva la capacità dei fedei-alisti di tenere la posizione costituente per consentire il rilancio del
processo. D'altra parte questa loro capacità si
deve manifestare a livello europeo, se è vero
che l'unificazione politica del continente è ormai storicamente matura, il che rende sempre
più chiaramente visibile l'insensatezza dell'idea di organizzare la lotta per conseguirla a livello nazionale.
È stato proprio questo il tema centrale anche se non l'unico -- sul quale si è giocato
il XII1 Congresso dell'UEF, che si è tenuto
a Strasburgo dal 10 al 12 aprile scorsi. I1 problema in discussione era quello della possibilità di realizzare una reale unità d'azione dei
federalisti a livello europeo. La risposta del
Congresso è stata il lancio europeo della Canzpagna per La Democrazia Europea: un'azione d i
raccolta di adesioni ad un appello rivolto a governi e Parlamenti nazionali (ed eventualmente
a forze politiche, sindacali, ecc.), nel quale enti
locali, associazioni di vario tipo e cittadini
chiedono l'attribuzione di un mandato costituente al Parlamento Europeo. La caratteristica di novità della Campagna (che servirà an-
che a dare unità, con una denominazione comune, a tutte le azioni che i federalisti intraprenderanno nella prossima fase della loro attività) consiste nella sua natura transnazionale, cioè nella previsione che gli appelli vengano rivolti d a enti, associazioni e cittadini di
un paese della Comunità - per il tramite degli organi dell'UEF e delle sue sezioni nazionali - ai governi e ai Parlamenti di altri paesi
della Comunità. È così che nel prossimo autunno in molte città italiane si organizzeran-no raccolte pubbliche di adesioni che saranno
inviate a Mitterrand, Kohl e ai rispettivi Parlamenti. Ciò aumenterà l'interesse dell'opinione pubblica e della stampa per la Campagna,
e consentirà ai federalisti, che chiederanno di
essere ricevuti dai Capi dei governi e dai Presidenti dei Parlamenti destinatari dell'appello, di rendere concretamente visibile la loro
presenza in quanto organizzazione di dimensione europea. L'importanza di tutto ciò può
non essere colta soltanto da chi non ricordi il
ruolo decisivo giocato - anche se a livello quasi soltanto italiano - da azioni come il Congresso del Popolo Europeo [il CPE, per la verità, ha avuto un sufficiente sviluppo sovranazionale - Ndr], il Censimento Volontario
del Popolo Federale Europeo e la raccolta di
firme per la legge di iniziativa popolare per l'elezione a suffragio universale dei deputati italiani al Parlamento Europeo nel processo di definizione dell'identità politica dei federalisti
di rafforzamento della loro struttura organizzativa e di consolidamento del loro prestigio
nell'opinione pubblica e presso la classe politica.
Ora si tratta di passare dalle risoluzioni all'azione. E si tratta di farlo con la consapevolezza che l'attuale mancanza di coraggio e di
idee dei governi e dello stesso Parlamento Europeo non significa che l'obiettivo dell'unione Europea non sia maturo oggi come ieri. Al
contrario. Mai come oggi è stato evidente l'enorme distacco esistente tra l'«Europa legale»
e l'«Europa reale». La ripresa del dialogo russoamericano ha messo in risalto agli occhi di tutti
il carattere insolubilmente contraddittorio della situazione dei governi europei che, a causa
della inesistenza politica dei rispettivi Stati,
invocano a gran voce il disarmo fino a che esso sembra una prospettiva lontana, ma lo rifiutano, spaventati dalle sue conseguenze, non
appena se ne manifesta la concreta possibilità. D'altra parte mai come ora è risultato chiaro, dopo la beffa dell'«Atto Unico», il carattere sempre più francamente antidemocratico
delle istituzioni comunitarie, alle quali è devoluto un numero crescente di decisioni, che
COMUNI D'EUROPA
vengono sottratte al controllo dei Parlamenti
nazionali senza per questo essere sottoposte a
quello del Parlamento Europeo.
Del resto i sondaggi stanno a dimostrare che
l'opinione pubblica è, nella sua stragrande
maggioranza, favorevole all'unione Europea
in tutti gli Stati della Comunità. Le condizioni per continuare a lottare con vigore sono
quindi riunite. I1 Congresso di Strasburgo ha
segnato una tappa importante nel consolidare
le posizioni dell'UEF sul fronte della battaglia
per il mandato costituente. D'altro lato, una
tappa altrettanto importante è stata segnata
per il CCRE dal V Congresso delle città gemellate di Bordeaux, che ha delineato obiettivi strategici del tutto coincidenti con quelli
dell'UEF. E tutti ricordano quali risultati ha
prodotto, in occasione della manifestazione di
Milano del giugno 1985, la collaborazione a
livello europeo tra federalisti e CCRE. È quindi essenziale che ognuno di noi, nelle rispettive organizzazioni, intensifichi gli sforzi per elaborare - instaurando un rapporto di collaborazione permanente e istituzionale - una comune strategia in vista della costituzione di
una vera e propria forza federalista europea.
Gernellaggio tra Giardini Naxos e Calcide
Riconfemati i rapporti millenari
le popolazioni delle due città
Il gemellaggio fra la città di Chalkida (Calcide), capoluogo della regione di Eubea e la città
di Giardini Naxos ha le sue radici prima ancora
del giuramento che venne sancito da una cerimonia. Non si trattava, i1 27 novembre 1965, di una
manifestazione turistica e di folklore, quanto invece di riconfermare rapporti millenari fra le popolazioni delle due città.
In quella data il Consiglio comunale della città
di Giardini Naxos, provincia di Messina, in seduta pubblica proclamava il gemellaggio fra le
due città. «Il Consiglio comunale considerato che
nel 737 a.C. un gruppo di arditi abitanti di Calcide Eubea guidato da Teocle, fondò Naxos, prima colonia greca della Sicilia, come concordemente affermano Tucidite e Senofonte; considerato ancora che nei tre secoli e 32 anni di vita
attivissima, piena di grandi avvenimenti, lantica Naxos non dimenticò mai le sue origini Calcidesi ed a Calcide rimase fedele, preferendo di
far abbattere le sue mura, le sue torri ed i suoi
edifici, pur di non tradire la madre Patria; ritenuto che la storia maturatasi nei t;ascorsi 2700
anni ha risvegliato sempre più in questa cittadinanza motivi di particolare attenzione ed amicizia verso Calcide Eubea, dal cui storico ricordo
ha tratto esempio per la propria vita; ritenuto che
su tali ricordi esistono oltre che motivi di particolare amicizia, anche e soprattutto accenti di affettuosa e consanguinea fraternità; la cittadinanza di Giardini, rinata a nuova vita, sente intensamente di stabilire rapporti di alleanza con CaG
cide Eubea, da cui trae le proprie origini, dichiara
i l gemellaggio fra le città di «Giardini Naxos e
Calciden.
Proprio in questo quadro storico si deve far
riferimento ai successivi continui rappouti e scambi fra delegazioni a livello di Consigli comunali,
scambi di ospitalità di numerosi giovani cittadini delle due città, rapporti culturali che potrebbero essere più intensi, persino l'innalzarsi di due
monumenti identici a Giardini Naxos e Calcide, rappresentanti una Nike ( = vittoria) senza
ali, in modo che non poteva mai andarsene dal
luogo ove era stata collocata!
COMUNI D'EUROPA
Nell'ottobre del 1966 l'allora sindaco di Calcide Demetrio Scuras, uipo della delegazione comunale greca, arrivò a Giardini, accolto con lo
spirito di ospitalità degno delle sue tradizioni. In
seguito ha avuto incontri con gli amministratori
comunali della Sicilia orientale progettando di
coinvolgere anche altri sindaci siciliani ed eubensi. La sua iniziativa di attuare un programma di
attività, congressi e scambi culturali, è stata interrotta dal regime dei colonnelli.
Dopo la caduta del regime dittatoriale e la restaurazione della democrazia in Grecia, i l sindaco di Calcide on. Ioannis .Tpanòs ha invitato
e ospitato nella città moltissimi giovani siciliani
creando cosi un clima favorevole a ulteriori scambi. Anche il suo successore avv. Eleufterio Papageovgòpulos ha proseguito nella stessa direzione. Cosi sotto la guida di questi due sindaci ripresero dinamicamente i rapporti ma sempre nella
linea storica del gemellaggio. L'attuale sindaco
di Calcide dr. Stilianò Margaritis, che ha assunto da poco l'amministrazione della città, intende proseguire nella stessa direzione e tramite questo nostro giornale esprime il desiderio di mettersi in contatto sia con dei comuni siciliani, sia
con dei comuni calabresi e specialmente quelli
grecanici dei quali ha avuto un'ottima impressione di amicizia e ospitalità durante una sua permanenza in Italia anni or sono. Il sindaco ha dichiarato di essere disposto ad ospitare per le vacanre estive dei giovani calabresi.
E evidente il fatto che i comuni greci vorrebbero e dovrebbero sviluppare una fitta rete di gemellaggi e di rapporti con altri enti locali del nostro continente. Il movente storico può essere utilizzato al massimo creando dei rapporti verso gli
enti locali dell'ltalia meridionale e centrale a cui
si sentono più vicini geograficamente e storicamente.
Di certo gli amministratori locali greci hanno
avuto un compito assai più dificile dei loro colleghi italiani poiché l'ente Comune non ha goduto mai delle stesse autonomie, mentre si devono superare un certo provincialismo e un certo
distacco dal processo dell'linità europea. L'ente
Comune può rendersi uno dei protagonisti della
vita politica e democratica di questo paese e su
questo versante si rende necessaria la preziosa
esperienza dell'AICCRE come risulta da recenti
contatti.
Intanto le elezioni per il Parlamento Europeo
che sarà eletto nel 1989 si avvicinano e ci si può
chiedere: è meglio fare prima l'Europa oppure i
cittadini europei? Per questa «Europa dei cittadini» sulla scia del famoso «Progetto Spinelli~,
che superi quella attuale dei burocrati e delle zuffe del vino o delle barbabietole, l'ente Comune
sia in Grecia che in tutta l'Europa dovrà svolgere il ruolo di protagonista.
A Giardini Naxos riunione congiunta con il consiglio comunale di Calcide
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CRONACHE DELLE ISTITUZIONI EUROPEE
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La riforma dei fondi strutturali
banco di prova deila costruzione comunitaria
di Roberto Santaniello
Siamo di fronte ad
un circolo vizioso: è chiaro
che con un volume di
risorse proprie insufficienti
e con un volume delle
spese agricole che non accenna
a diminuire è difficile
trovare delle risorse adeguate
per la realizzazione della politica
sociale e regionale
Tra le proposte avanzate da Jacques Delors
di fronte all'Assemblea di Strasburgo il 18 febbraio scorso, quelle riguardanti la riforma dei
fondi strutturali rappresentano, sicuramente,
una vittoria per I'Europarlamento, poiché quest'ultimo ha sempre chiesto alla Commissione
esecutiva e al Consiglio dei Ministri di rivedere radicalmente i criteri politici e finanziari
di gestione dei fondi a «vocazione strutturale)).
Il violento scontro tra il Consiglio e 1'Assemblea sul bilancio 1980, scontro culminato
con il rigetto del bilancio da parte del Parlamento, aveva preso le mosse proprio dai contrasti relativi all'ammontare finanziario del
Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR).
I n realtà, il Parlamento Europeo, fin dal marzo 1978, aveva posto l'accento sulla centralità politica prima che finanziaria del Fondo regionale ed aveva avvertito il Consiglio che ne
avrebbe fatto il tema di fondo della sua azione politica una volta eletto a suffragio universale diretto. Nell'ottica dell' Assemblea, si voleva sviluppare uno strumento finanziario, addizionale agli aiuti nazionali, con l'obiettivo
di ridurre le disparità regionali e facilitare la
convergenza delle economie.
La maggioranza dei parlamentari ha continuamente proposto il controllo e la riqualificazione della spesa agicola, rilanciando il tema del riequilibrio tra le varie spese comunitarie con l'obiettivo di superare gli squilibri
economici ed eliminare situazioni considerate
inaccettabili per una Comunità integrata. La
stessa iniziativa del Club del Coccodriilo, che
è culminata con l'adozione del Progetto di
Trattato di Unione europea, ha preso avvio da
una critica alla gestione del bilancio da parte
del Consiglio dei Ministri, gestione costantemente a favore della politica agricola a tutto
svantaggio delle politiche strutturali.
Dopo la firma dell'Atto Unico europeo, in
un contesto economico che non registra nessuna sensibile diminuzione del tasso di disoccupazione e che, per contro, vede accrescere
le spese di una politica agricola comune non
più adeguata alla situazione dei mercati mondiali, il Parlamento Europeo non ha cessato di
chiedere al Consiglio e alla Commissione di ridefinire la politica sociale, la politica regionale e la politica di rinnovamento delle strutture agricole. Ridefinire queste politiche comuni, significa anche dotare il Fondo sociale europeo (FSE), il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) e il Forido europeo di orientamento (FEOGA-sezione orientamento) di risorse adeguate ai compiti che devono svolgere. Per fare questo occorre però dotare la Comunità di fonti di finanziamento sicure ed aumentare le risorse proprie. Alcuni Stati membri, come ad esempio la Gran Bretagna, sono
contrari a qualsiasi aumento delle risorse proprie, senza mettere prima sotto controllo le
spese agricole. Altri Stati membri, come la
Francia, non vogliono riformare la politica
agricola comune, impedendone in tal modo la
diminuzione delle spese di gestione.
Siamo di fronte ad un circolo vizioso: è chiaro che con un volume di risorse proprie insufficienti e con un volume delle spese agricole
che non accenna a diminuire è difficile trovare delle risorse adeguate per la realizzazione
della politica sociale e regionale. È per questa
ragione che Jacques Ilelors, presentando a
Strasburgo il documento della Commissione
«Portare l'Atto Unico al successo», ha avanzato, oltre alle proposte relative alla diminuzione delle spese agricole e all'aumento della
dotazione dei fondi strutturali, delle proposte
riguardanti l'aumento delle risorse proprie della Comunità. Le proposte del «Piano Delors)),
anche se sono studiate per far «Riuscire 1'Atto Unico», si inseriscono al di fuori di esso.
L'Atto Unico europeo non ha dato, infatti, una risposta ai problemi di bilancio e di finanziamento, non essendo presenti nel testo
delle disposizioni normative al riguardo. I n tal
modo, l'Atto Unico europeo ha fornito una risposta solamente parziale ai problemi relativi
agli squilibri sociali e regionali all'interno della C E E . 11 Titolo V dell'Atto Unico sanziona
a livello giuridico il principio della coesione
economica e sociale, principio tanto più importante se si considera che la creazione di un vero
spazio economico senza frontiere può provocare degli squilibri ancora più marcati di quelli
attuali. L'articolo 130 C: formalizza la creazione del Fondo europeo di sviluppo regionale,
che in sostanza era stato istituito dopo il Vertice di Parigi nel 1974. L'articolo 130 D dichiara poi che «fin dall'entrata in vigore dell'Atto Unico, la Commissione presenta al Consiglio una proposta di insieme intesa ad apportare alla struttura e alle regole di funzionamen-
to dei Fondi esistenti a finalità strutturale
(FEOGA-orientamento, FSE, FESR) le modifiche eventualmente necessarie)).
È in questo quadro che il Presidente della
Commissione Jacques Delors ha esposto gli
orientamenti dell'esecutivo comunitario riguardo alla coesione economica e sociale. La
Commissione ha fissato 5 obiettivi prioritari:
1)il recupero del ritardo economico di alcune
regioni;
2) la riconversione delle regioni industriali in
crisi;
3) la lotta contro la disoccupazione di lunga
durata;
4) l'inserimento professionale dei giovani;
5) lo sviluppo rurale mediante I'adeguamento
delle strutture di produzione agricola.
Questi obiettivi prioritari dovrebbero essere
raggiunti attraverso il perseguimento di politiche che seguano due linee direttrici princip ali. I n primo luogo si dovrebbe dare la preferenza a programmi pluriennali, a sostegno
delle azioni intraprese dai singoli Stati membri e dalle regioni. In secondo luogo, si dovrebbero decentralizzare il più possibile gli interventi.
La Commissione ritiene che solo concentrandosi su questi cinque obiettivi, gli aiuti e
i prestiti comunitari potranno raggiungere la
soglia di efficacia necessaria a livello comunitario, incoraggiando in particolare le politiche
macro-economiche degli Stati membri tendenti
allo sviluppo della coesione economica e sociale. Per il raggiungimento di questi obiettivi,
la Commissione propone di raddoppiare entro
il 1992, il volume delle risorse finanziarie dei
fondi strutturali in termini reali.
Il bilancio comunitario prevede per il 1987
un volume di spese pari a 7.230 milioni di
ECU (il 16% delle spese totali del bilancio
1987), mentre, per il 1992, in base alla proposta dell'eseciitivo, le spese per le politiche
strutturali dovrebbero raggiungere i 14.290
milioni di ECU (il 25% circa delle spese totali del bilancio 1992 che dovrebbero essere pari a 56.740 milioni di ECU).
Dei cinque obiettivi, quelli del recupero delle regioni aventi gravi problemi strutturali e
di quelle in fase di riconversione produttiva,
sono tra i cardini della coesione. Per questo
motivo le risorse dei fondi dovranno concentrarsi sulle regioni più sfavorite, cioé il Portogallo, l'Irlanda e la Grecia, talune regioni della Spagna e dell'Italia meridionale, l'Irlanda
del Nord ed i Dipartimenti francesi d'oltremare. I1 Fondo europeo di sviluppo regionale
deve diventare lo strumento di realizzazione
COMUNI D'EUROPA
di questi primi due obiettivi. I1 Fondo sociale
europeo, oltre a contribuire agli obiettivi che
sono del FESR, dovrà contribuire alla lotta
contro la disoccupazione di lunga durata e all'inserimento professionale dei giovani. L'intervento comunitario in questi settori si inserità nella fase di concezione delle politiche nazionali sull'occupazione e dovrà realizzarsi all'interno di programmi pluriennali. I1
FEOGA-sezione orientamento dovrà contribuire all'adeguamento e alla diversificazione
delle produzioni agricole in quelle regioni che
accusano particolari ritardi. Allo stanziamento quinquennale, la Commissione vuole sostituire una definizione di orientamenti triennali coerenti con il quadro pluriennale della PAC.
I n base a quanto disposto dall'articolo 130 D ,
la Commissione dovrà precisare, avanzando
proposte formali al Consiglio, le modalità della
riforma dei tre fondi strutturali.
È da sottolineare il fatto che l'iter legislativo della decisione che il Consiglio deve prendere non prevede la procedura di cooperazione con il Parlamento Europeo. Dicevamo all'inizio che le proposte della Commissione esecutiva sui fondi rappresentano una vittoria per
l'Assemblea di Strasburgo. Fino a questo momento però siamo di fronte ad una vittoria morale perché le proposte devono passare attraverso le cesoie del COREPER, del Consiglio
dei Ministri e del Consiglio Europeo.
Come già ricordato, il successo della riforma dei fondi strutturali dipende dalla riforma
del sistema delle risorse proprie e dalla diminuzione delle spese derivanti dalla politica agricola comune. Questa complessa equazione a
3 variabili rappresenta la chiave di volta dei
successivi sviluppi della CEE. Le prospettive
di successo per la verità non sono delle migliori, in quanto su tutto il «Piano Delorsn (oltre
al dubbio se si debba utilizzare o meno la procedura di cooperazione) pesa la scure del diritto di veto all'interno del Consiglio che l'Atto
Unico non ha eliminato. E d è facilmente immaginabile che uno stato membro, rivendicando la tutela dei suoi interessi vitali, si appelli
a questo egoistico ed antidemocratico diritto.
Non basta avere il coraggio di fare 1'Europa - e in questa occasione la Commissione
lo ha dimostrato - ma occorrono anche gli
strumenti istituzionali per raggiungere gli
obiettivi prescelti. Già prima di Delors, Jenkins e Thorn tentarono, con il «mandato del
30 maggio» di rifondare il sistema delle risorse proprie, ma fallirono perché sconfitti dagli
interessi nazionali. Una domanda allora ci viene spontanea: non avevano ragione coloro che
sostenevano che per creare un vero mercato
interno e garantire un sufficiente livello di coesione economica e sociale era prima necessaria una riforma in senso democratico del sistema istituzionale della C E E ?
filo diretto con il Parlamento Europeo
Referendum di S a t i v a popolare
a livello europeo
Intervista con l'eurodeputato
Bru Puron: riconoscere la
validità giuridica dello strumento
del referendum nel sistema
istituzionale della CEE significa
in fondo riconoscere, ai cittadini
europei, il diritto democratico
di essere partecipi alle scdte
che li concernono
Onorevole Bru Pzivon, prima di entrare nei dettagli tecnico-giuridici del suo documento di luuovo, vogliamo sapere il srio personale pensiero
sulla necessità di prevedeve uno stmmetzto di democrazia diretta tzel sistema istitzizionale della
A mio modo di vedere, prevedere uno strumento di democrazia diretta come quello del
referendum di iniziativa popolare nel sistema
normativo della C E E rappresenta una necessità oggettiva.
Attualmente in seno alla Comunità siamo
in presenza di una duplice contraddizione: da
una parte il manifestarsi di una forte realtà socio-economica prigioniera di forme politiche
COMUNI D'EUROPA
non più sufficienti, dall'altra il prorompere della coscienza popolare europea, operante tramite l'esercizio del suffragio attivo in due occasioni consecutive, di appartenere ad un collettivo al quale, però è vietato pronunciarsi sulle
attribuzioni dei rappresentanti da essi democraticamente eletti.
L'Atto unico europeo non realizza 1'Unione europea soprattutto perché non ha risolto
il problema centrale del «deficit democratico»
a livello di processo decisionale. Dunque, è necessario riformare in senso democratico l'iter
legislativo comunitario.
La dottrina costituzionalista ritiene indispensabile, in genere, la consultazione della popolazione in una riforma istituzionale. A mio
modo di vedere, uno strumento di democrazia diretta come il referendum deve essere utilizzato nel caso di urla qualsiasi riforma che
modifichi il Trattato di Roma. I1 cittadino europeo che fa parte della società civile europea
deve esercitare il suo diritto di partecipare alla vita civile dell'Europa comunitaria.
Il Consiglio dei Ministri non può dimenticare che si sono già tenute due elezioni a suffragio universale diretto che hanno portato una
legittimità nuova nella storia delle organizzazioni internazionali.
La fiducia riposta in questo elettorato, riconosciuto capace di dotarsi di una rappresentanza politica, implica necessariamente il riconoscimento della sua capacità di dare un contenuto reale a tale rappresentanza. Non riconoscerlo è cadere preda di una grave contraddizione e persino offensivo per l'elettorato.
Riconoscere la validità giuridica dello strumento del referendum nel sistema istituzionale
della C E E significa in fondo riconoscere, ai
cittadini europei, il diritto democratico di essere partecipi alle scelte che li concernono.
On. Bru Puron, quale è la «fattibilità» dell'organizzazione di un referendum nei singoli Stati
membri della Comunità?
Gli Stati in cui la pratica dei referendum è
fattibile a prima vista sono la Danimarca, la
Francia, I'lrlanda e la Spagna.
I n Italia, il tipo di referendum finora organizzato non ha corrisposto a quello che si propone ma, a mio avviso potrebbe essere inserito all'articolo 87 della Costituzione tra le funzioni del Presidente della Repubblica.
Vi sono Stati in cui il referendum è accolto
nel testo costituzionale, ma la sua prassi è nulla
o quasi: è il caso della Grecia e del Lussemburgo.
In altri Stati la costituzione non contempla
l'istituto del referendum e non esiste nessuna
prassi costituzionale al riguardo: è il caso di
Paesi Bassi, Repubblica Federale di Germania,
Belgio e Portogallo.
I1 Regno Unito, non avendo una costituzione scritta e basandosi esclusivamente sul diritto consuetudinario merita un trattamento a
parte: nonostante il referendum non sia stato
mai accolto nella tradizione britannica, fin dal
1984 ci sono stati quattro tentativi di organizzare un referendum e nel 1975 ha avuto luogo una consultazione sulla permanenza nella
CE; ed è proprio grazie alla partecipazione ed
ai risultati di questa consultazione che conosciamo l'accettazione popolare di questa istituzione nel Regno Unito.
I n definitiva, va segnalato che anche negli
Stati la cui tradizione costituziona:~si oppone al referendum è stato possibile organizzarne, il che rafforza sufficientemente la tesi della
fattibilità.
D'altro canto, se si eccettuano eventualmente la Grecia ed i paesi in cui la prassi referendaria è nulla o quasi nulla, la riforma costituzionale è stata frequente, il che appianerebbe
eventuali problemi di incostituzionalità. Per
esempio, in Germania dove in linea di principio si è contrari al referendum - a causa dei
plebisciti in epoche passate - esiste questa
pratica sia nel quadro dei «Lander» che nell'ambito della costituzione federale per quanto riguarda la cessione della sovranità a organizzazioni internazionali.
Quali sono secotzdo lei le cot~clusioniche si
possono travre da questa breve analisi?
Le conclusioni che si possono trarre sono in
teoria molto semplici poiché l'organizzazione
di un referendum consultivo di iniziativa po-
polare a livello europeo sarebbe possibile.
La consultazione dovrebbe avvenire parallelamente alle elezioni del giugno 1989 e avere un carattere «non obbligatorio», ma solamente di orientamento. Tale referendum dovrebbe tenersi preferibilmente nei 12 Stati
membri; però, qualora ciò fosse inattuabile per
impossibilità giuridica o per volontà contraria
di alcuni di questi, dovrebbe essere tenuto negli altri paesi tenendo conto della partecipazione analoga a quella prevista all'art. 8 1 del
progetto di Trattato di Unione europea: la
maggioranza degli Stati che rappresentano i
due terzi della popolazione, o nella fattispecie l'elettorato attivo, sarebbe un dato difficilmente trascurabile, capace di ribaltare la situazione precedente.
In pratica, però, l'organizzazione di questo
referendum pone diversi problemi: infatti, per
poter attuare la consultazione popolare sarebbe necessario l'adeguamento delle leggi elettorali di ciascuno degli Stati membri e in particolare quelle riguardanti i referendum nelle
varie modalità.
A tale riguardo lancerei un'idea: si parla con
sempre maggiore insistenza di adottare finalmente una legge elettorale uniforme per la scelta degli europarlamentari.
L'idea sarebbe quella di inserire nel progetto
di legge elettorale uniforme una disposizione
che permetta di istituzionalizzare la procedura del referendum consultivo di iniziativa popolare: in questo modo, forse, potrebbero essere superate le reticenze di alcuni Stati membri in seno al Consiglio dei Ministri.
a cura di Roberto Santaniello
Taccuino
da Bruxelles
Lussemburgo
e Strasburgo
Eurosportelli per la piccola e
media impresa
Le piccole e medie imprese della Comunità
possono beneficiare dei finanziamenti del Fond o regionale e del Fondo sociale, e potranno
presto ottenere prestiti dalla Banca europea
per gli investimenti e dal «Nuovo strumento
comunitario» (il Nic detto anche «sportello Ortoli» dal nome del presidente della Commissione che ne volle la creazione), ma esse spesso ignorano queste possibilità.
Per rimediare a questa carenza d'informazione, la Commissione ha deciso di istituire in
via sperimentale e prima della fine dell'anno
prossimo, 28 «Eurosportelli». Gli Eurosportelli
saranno dei centri d'informazione specializzati, aperti presso organismi che già si occupano
del sostegno alla piccola e media impresa come le Camere di commercio, le organizzazioni professionali, i Centri di sviluppo regionale.
Queste strutture saranno dotate dei migliori
strumenti di trattamento dati per rispondere
alle richieste delle aziende in tema di mercato
interno (aspetti giuridici, normativi, sociali e
tecnici che condizionano gli scambi intracomunitari) e sulle possibilità di beneficiare degli
interventi della Comunità (aiuti e strumenti
finanziari, programmi cli ricerca e di dimostrazione, azioni regionali, sociali, di formazione,
relazioni commerciali extra-comunitarie). Esse forniranno anche opera di assistenza e saranno direttamente collegate alla «Task force
piccole e medie imprese» che già opera a Bruxelles.
Orientamenti 1 988/1990 del Fse
La Commissione esecutiva ha adottato gli
orientamenti per la gestione del Fondo sociale europeo per gli anni 1988/1990. Questa decisione, secondo l'ultimo regolamento del Fondo, doveva intervenire prima del 1 maggio
1987.
Gli orientamenti sono decisi ogni anno e
vertono, secondo il principio della continuità
e della stabilità, su un periodo complessivo di
tre anni. Esiste però un problema di misure
transitorie, in quanto, una volta entrato in vigore l'Atto unico, si dovrà procedere entro il
1988 alla riforma dei tre fondi strutturali
(Feoga-sezione orientamento, Fondo sociale
europeo e Fondo europeo di sviluppo regionale). Per questo motivo, la compatibilità dei
nuovi orientamenti del Fondo sociale con le
nuove disposizioni normative sarà definita in
base a delle niisure transitorie opportunamente
stabilite.
Nella prospettiva di questa prossima riforma, la Commissione ha tenuto conto degli
obiettivi prioritari assegnati alla politica sociale
e al Fondo stesso. È per questo che è stato messo un accento particolare sulla lotta alla disoccupazione di lunga durata. La modificazione
più importante in rapporto agli orientamenti
dello scorso anno è quella di estendere ai giovani con meno di 25 anni i contributi riguardanti la formazione professionale di lunga durata dei quali normalmente possono beneficiare solamente gli adulti.
I n questo modo gli orientamenti assegnati
al Fondo sociale dovrebbero essere collegati nel
quadro delle misure di politica economica e
monetaria tendenti a creare un sufficiente grad o di coesione economica e sociale. L'obiettivo prioritario in questo contesto rimane la riconversione, la riqualificazione professionale
dei disoccupati di lunga durata e la formazione professionale dei giovani disoccupati.
Politica regionale e di concorrenza
Nel quadro della politica di concorrenza e
della politica regionale, la Commissione CE ha
precisato i criteri che essa utilizzerà nella gestione degli aiuti alle regioni in ritardo o meno sviluppate. La Commissione si fonda sulle
disposizioni giuridiche previste dall'art . 92 par.
3 del Trattato, che permette di considerare
compatibile il mercato comune con gli aiuti destinati a favorire lo sviluppo economico delle
regioni nelle quali il livello di vita è anormalmente basso o nelle quali esiste una grave situazione di sottoccupazione.
Le regioni meno sviluppate della C E sono
definite come quelle il cui livello del Prodotto
nazionale lordo si situa al 25% in meno del
livello comunitario. Queste regioni rappresentano il 20% della popolazione comunitaria,
comprendono i territori della Grecia, del Portogallo e delllIrlanda di alcune zone dell'Italia e della Spagna, i territori e i paesi d'oltremare e delllIrlanda del Nord.
La Commissione ha deciso di autorizzare
delle sovvenzioni in capitale relativamente cospicue e altre misure di assistenza destinate a
superare gli squilibri economici e di sostenere
le economie in maniera di perequare il livello
delle regioni più sfavorite. La nuova politica
riguardo le regioni in ritardo di sviluppo non
ha modificato la politica già attuata dalla Commissione in relazione agli aiuti destinati alle
regioni in declino industriale; questa politica
è anch'essa prevista dall'art. 92 par. 3 del Trattato di Roma ed è destinata a favorire gli investimenti e la creazione di nuove forme di impiego.
La Commissione ha applicato per la prima
volta i nuovi criteri relativi alle regioni in ritardo di sviluppo al nuovo sistema stabilito dal
governo italiano per gli aiuti allo sviluppo delle
regioni del Mezzogiorno.
COMUNI D'EUROPA
I LIBRI
di Fabio Pellegrini
La pubblicazione dei «Discorsi al Parlamento europeo 1978-1 9 8 6 ~(società editrice «I1
Mulino») di Altiero Spinelli, con il primo volume di «Memorie» («Come ho tentato di diventare saggio», «Comuni d'Europa» n. 9 settembre '84) e con quello che ci ha lasciato
del secondo volume («La goccia e la roccia»,
«Comuni d'Europa» n. 2 - febbraio '87), consente ora di avere una visione d'insieme di Spinelli, della sua personalità, della sua azione per
raggiungere l'obiettivo dell'unione europea. I1
volume contiene una prefazione di Pierre
Pflimlin, ex-presidente del Parlamento Europeo, di Gianni Cervetti, presidente del Gruppo comunista e apparentati del Parlamento Europeo, e una premessa del curatore Pier Virgilio Dastoli.
Per me, che ebbi modo di sentire pronunciare tutti i discorsi dalla viva voce di Spinelli, rileggerli ha significato il ripalpitare delle
tensioni e delle passioni che egli con tanta efficacia riusciva a determinare nell'uditorio; e
l'ho riletti con la sua voce, con i toni, i borbo ttii concitati talvolta incomprensibili, di
quell'oratore che fu: non retorico ed aulico,
ma efficace per la sua oratoria colta e
appassionata che trasportava tutti, anche coloro che erano più distanti dalle sue convinzioni.
Li pronunciava con la stessa passionalità e
«partigianeria» con le quali aveva cominciato
giovanissimo l'impegno politico e la lotta al fascismo nel Partito comunista italiano. Quel
partito nel quale si ritrovava di nuovo, da indipendente, ma anche da vice-presidente del
Gruppo comunista e apparentati al Parlamento Europeo, per combattere quella che egli
stesso definì la sua «ultima battaglia». Spinelli arrivò al Parlamento Europeo nel 1976, dopo l'esperienza come commissario alla CEE,
per volere soprattutto di Giorgio Amendola.
Un periodo deludente che non aveva dato risultati politici tangibili. Anche'il suo attivismo,
la sua determinazione innovatrice, era apparsa talvolta un po' confusa e comunque incapace, salvo procurare molto fastidio, di smuovere una Commissione più propensa a non
creare difficoltà ai governi che a promuovere
iniziative audaci o semplicemente a svolgere
attivamente i propri compiti ed esercitare le
proprie competenze.
Divenuto Presidente del Gruppo della Sinistra indipendente della Camera e parlamentare Europeo, il doppio mandato non lo distolse da un impegno pieno (ed esclusivo dal 1983)
nel Gruppo e nel Parlamento Europeo. E del
Gruppo comunista divenne il punto di forza
della Commissione parlamentare del Bilancio,
la commissione più importante, con quella Politica dov'era Amendola, del Parlamento Europeo.
I Comunisti, soprattutto quelli italiani fin
dal loro arrivo nel 1969, si erano impegnati in
COMUNI D'EUROPA
modo particolare per allargare i poteri del Parlamento Europeo in materia di Bilancio, essendo l'Assemblea parlamentare una, l'altra è
il Consiglio dei Ministri della Comunità, delle autorità di Bilancio: l'unico vero potere del
Parlamento Europeo.
L'autorevolezza dell'ex-commissario della
CEE e la positiva considerazione conquistata
dal Gruppo comunista per la serietà e l'impegno dimostrati nei dieci anni di presenza parlamentare, portarono a nominare Spinelli relatore per il Bilancio 1!)80. Spinelli si impegnò con tutte le sue forze per fare svolgere al
Parlamento Europeo il suo ruolo autonomo e
di democratica istituzione rappresentante dei
cittadini europei.
Lo scontro con il Consiglio dei Ministri fu
duro e si concluse con il voto, a larga maggioranza della sessione di Lussemburgo del dicembre 1979, con il quale il Parlamento Europeo
votava per la prima volta nella sua storia il
rigetto del Bilancio CEE. Veniva data così
una dura risposta all'arroganza del Consiglio
e, come aveva detto Spinelli 1'11 dicembre a
conclusione della sua relazione invitando i rappresentanti degli altri gruppi politici a votare
il rigetto, «chiuderemo quest'anno - l'anno
delle elezioni europee -- annunziando all'Europa, ai nostri paesi, ai nostri governi, alle nostre istituzioni, a noi stessi, che il popolo europeo ci ha inviati qui per elaborare insieme
una politica d i sviluppo e di progresso per 1'Europa e che noi abbiamo voliito che si cominci
a tener conto di ciò».
Era stata vinta una prima battaglia ma non
la guerra, questa continuava e Spinelli sapeva
che sarebbe stata lunga e dura. Ma questa prova apriva la strada ad un altro e più ambizioso
obiettivo, quello che aveva indicato anche
Amendola nel convegno organizzato dal Gruppo e dal CESPI nel novembre 1978 «Quale
Europa? I Comunisti italiani e le elezioni europee» (del quale il curatore ha voluto opportunamente pubblicare l'intervento di Spinelli): fare del nuovo Parlamento Europeo eletto
per la prima volta a suffragio universale diretto un'«assemblea costituente».
Le procedure istituzionali di negoziazione
del Bilancio 1980 risu1i:arono alla fine logoranti
e consentirono al Consiglio di esercitare tutto
il suo peso di condizioriamento e di paralisi delle istituzioni. I1 26 giugno 1980 Altiero Spinelli inviava una lettera ai parlamentari europei proponendo loro incontri nei quali studiare assieme i modi necessari per impegnare il
Parlamento Europeo in un'azione di riforma
delle istituzioni e indicando i tempi di questa
azione: «aprire un grande e forte dibattito sulla
crisi istituzionale della Comunità, nominare un
gruppo di lavoro ad hoc che gli prepari il progetto delle riforme ist:ituzionali necessarie; discutere e votare questo progetto, dandogli la
forma precisa di un progetto di trattato che
modifichi ed integri quelli attuali». Si apriva
una nuova fase. I1 gruppo ad hoc sarà la Commissione per gli affari istituzionali, Spinelli sarà nominato relatore-coordinatore e si giungerà
in breve tempo al voto del 14 febbraio 1984
e all'approvazione d i un «Progetto di Trattato che istitiiisce l'Unione europea».
Spinelli si dimostrò politico abile e tenace
tessitore di alleanze, duttile all'occorrenza per
allargare il fronte dei consensi e far avanzare
l'azione politica e parlamentare. Questo lo portò anche a qualche contrasto con gli stessi federalisti, almeno con i più intransigenti che
credevano l'Unione europea fosse una cosa di
breve tempo, mentre per lui la Comunità europea non era una realizzazione, ma una grande battaglia per costruire la democrazia europea.
Del «progetto» del Parlamento Europeo arrivò alla riva di Lussemburgo solo la «lisca»,
come aveva temuto nella discussione finale ricordando il romanzo di Hemingway e la sorte
del grosso pesce catturato dal vecchio pescatore e divorato a poco a poco dai pescecani durante il tragitto. La delusione fu grande da
sconfinare nello sconforto, ma durò poco e subito si mise a lavorare nella nuova situazione
per nuovi obiettivi politici. Malgrado tutto,
non aveva la vocazione alla sconfitta. Capovolgendo lo schema tattico iniziò una nuova
battaglia per concedere al Parlamento Europeo un mandato costituente prima di essere
eletto e non dopo. Dieci anni di attività parlamentare, oltre 130 discorsi che spaziano sulle
più diverse questioni politiche e settoriali, non
consentono neppure una rapida escursione. Mi
sono limitato ai due momenti più significativi, entrambi tesi a dotare il Parlamento Europeo di poteri reali: prima, sulle risorse proprie
ed i poteri di Bilancio, e poi, con l'approvazione del progetto di riforma dei Trattati.
In quest'ultimo anno è stato detto e scritto
molto su Spinelli. La ricorrenza del primo anniversario della morte ha consentito di metterne ulteriormente in evidenza gli aspetti della
sua vita e della sua opera.
Per me, come per molti altri, quasi sconosciuto fino a metà degli anni settanta, Spinelli diventa un «continente» che si rivela prepotentemente nell'azione politica quando si riniontra con un grande partito di massa, ed i
cittadini che si battono per l'Europa, almeno
in Italia, diventano massa e l'europeismo di oggi diventa obiettivo concreto attraverso un'azione politica. I n quella tiepida sera della fine
di agosto del 1976 a Modena, all'apertura del
Festiva1 nazionale d e l'Unità dedicata all'Europa, Spinelli si trovò di fronte 25-30 mila persone accorse a sostenere la battaglia per 1'Europa. Un mare di gente che dette certamente
nuovo vigore alle sue convinzioni e nuovo slancio alla sua indomita volontà di combattente.
Aveva ritrovato non solo un'organizzazione
politica forte e sicura alleata, ma in essa, nei
suoi militanti Spinelli poteva riconoscere la
stessa passione politica, la decisione di battersi
per gli obiettivi scelti, la concretezza di puntare agli obiettivi con una dedizione completa
e disinteressata. Da partigiano europeo aveva
saputo, come molti dei presenti, dedicare tutte le sue energie, sacrificare gli affetti, rischiare
la vita, per gli ideali di libertà e di giustizia.
Aveva percorso altre strade, si era allontanato dalle iniziali convinzioni, ma la sua formazione politica e la sua esperienza comunista avevano segnato l'uomo e la sua vita. Era
rimasto, in fondo, un «rivoluzionario professionale» dell'idea europeistica. Citava spesso
Marx e Lenin. Di fronte a discorsi vuoti e prolissi, ad atteggiamenti molli ed opportunistici
capitava sentirgli dire: «a noi vecchi bolscevici» oppure «a chi è stato leninista, queste cose
non accadono».
Gli obiettivi per i quali si batteva erano semplici, facilmente comprensibili, ma dietro c'era un uomo straordinario che si rivela nella sua
complessità e ricchezza anche in questi discorsi, da ogni riga, da ogni frase di questa raccolta.
m
NUOVE ADESIONI
DI ENTI TERRITORIALI
ALL' AICCRE
Comurii
Vicchio (FI) . . . . . . . . . . . . .
Fontaniva (PD) . . . . . . . . . . .
Fiano Romano (RM) . . . . . .
Marta (VT) . . . . . . . . . . . . . .
Cisterna di Latina (LT) . . . .
Roccagorga (LT) . . . . . . . . . .
Rio Marina (LI) . . . . . . . . . .
Cascina (PI) . . . . . . . . . . . . .
Cinigiano (GR) . . . . . . . . . . .
Felonica (MN) . . . . . . . . . . .
Magnacavallo (MN) . . . . . . .
S. Giuseppe Vesuviano (NA)
Santa Fiora (GR) . . . . . . . . .
ab.
europea
Manuale del cittadino europeo - dalle Nazioni
unite alla comunità regionale
(a cura dei Professori Giovanni Tranchina e
Ignazio Faso). S.F. Flaccovio Editore - Palermo 1987. L. 60.000
Si deve questo Manuale all'iniziativa del CISIER (Centro Internazionale Studi, Informazione e Ricerche ONU-CEE-Regioni) con sede in Palermo, il cui animatore è il Segretario
generale Prof. Ignazio Faso, Professore associato di Diritto costituzionale italiano e comparato all'llniversità di Messina: egli ha curato il volume assieme al Professor Giovanni
Tranchina, Preside della Facoltà di Giurisprudenza dell'università di Palermo e Presidente del Comitato Scientifico del CISIER.
I1 Manuale raccoglie vari testi normativi: lo
Statuto dell'ONU, la dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, la Convenzione per la
salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà
fondamentali, la Dichiarazione comune contro il razzismo e la xenocobia adottata dal Parlamento Europeo, dal Consiglio e dalla Commissione delle Comunità, il Trattato C E E e
l'Atto unico europeo, la Carta sociale europea
e una documentazione sull'unione economica e monetaria. I1 volume contiene anche lo
Statuto della Regione siciliana, ma le prossime edizioni dell'opera saranno, in un certo senso, «regionalizzate», cioè riporteranno gli Statuti ed altri testi delle singole Regioni italiane.
Ogni testo normativo è preceduto da una
introduzione affidata alla competenza di docenti universitari, del Segretario generale del
PE, e di un alto funzionario della Direzione
generale Ricerca e Studi dello stesso Parlamento. Opera di consultazione, dunque, utile a chi
ha bisogno di avere a disposizione rapidamente
una documentazione essenziale altrimenti dispersa. Essa rappresenta quindi uno sforzo lodevole di dare risposte all'esigenza di conoscenza e quindi di informazione sui vari contesti nei quali vive ed opera il «cittadino europeo», cioè quello regionale, quello comunitario europeo, quello internazionale, molto meno noti del tradizionale quadro proprio della
comunità nazionale.
Dal Manuale si possono fare due letture,
non alternative ma complementari: giuridica
e politica. Più diretta, in certo qual modo, la
prima, riferita a testi di diritto positivo e rivolta ad individuarne lo potenzialità pratiche
per la nostra condotta. Più proiettata in avanti, ad aprire prospettive nuove ed anche più
critica dell'esistente, la lettura politica. E forse quest'ultima che interessa maggiormente i
lettori di «Comuni d'Europa». Infatti - ed
è la domanda che dobbiamo porci - esiste attualmente «il cittadino europeo», esiste una cittadinanza europea nel significato che la dottrina giuridica ha elaborato, cioè quello di una
condizione o «status» proprio di colui che fa
parte di uno Stato, di una organizzazione politica, di una «civitas»? Di colui che appartie-
ne avendone coscienza, ad una «communis patria)>come definita fin dal I11 secolo d.c. dalla Constitutio antoniniana?
La risposta è, purtroppo, negativa. I cittadini dei dodici Paesi della Comunità hanno i
diritti elettorali concernenti il Parlamento Europeo, ma non sono ancora «cittadini europei».
Se il PE non ha poteri è il popolo europeo a
non avere poteri: i poteri del PE sono i poteri
dei cittadini europei. L'Atto unico di Lussemburgo non innova e non modifica questa situazione: è questo uno, ma non il solo, dei motivi di critica a detto documento, come del resto riconosce espressamente, proprio nel libro
qui recensito, lo stesso Segretario generale del
PE. Siamo «consumatori» delle possibilità offerte dalla Comunità per migliorare il nostro
vivere individuale e collettivo, ma non siamo
soggetti giuridici capaci di promuovere e influenzare, nelle istituzioni, i progressi dell'unificazione. Solo con l'impegno politico si può
tentare di far progredire il processo in corso,
puntando decisamente alla trasformazione della Comunità attuale in Unione europea, mediante un processo costituente affidato al PE.
Queste considerazioni nulla tolgono alla utilità del Manuale che ha altri due aspetti particolarmente interessanti per la nostra Associazione e per i suoi aderenti. Da un lato, la forte accentuazione del significato delle Regioni
anche nel quadro europeo e, quindi, della necessità di rapporti non episodici tra le Regioni stesse e le Istituzioni comunitarie; dall'altro, la sottolineatura dei limiti che 1'ONU (sul
piano internazionale) e la C E E (sul piano europeo) rivelano sempre più spesso per non aver
saputo affrontare il nodo essenziale della limitazione delle sovranità nazionali.
Nell'uno e nell'altro campo si tratta di problematiche abituali' al pensiero federalista: il
Manuale offre la possibilità di una loro verifica con la lettura diretta di testi tanto spesso
citati dagli specialisti quanto poco conosciuti
dall'uomo comune.
G . M.
COMUNI D'EUROPA
Come le Regioni
possono contribuire
(coniinuo da pag. 2)
strazione può ben tastare il polso europeo delle
forze vive del territorio), i Seminari federalisti come quello laziale (con partecipanti italiani
e poi europei) di Ventotene, le leggi regionali
di appoggio all'attività «globale» dell'AICCRE
e delle sue Federazioni regionali (lo sviluppo
di queste Federazioni si è appunto avuto maggiormente dove è risultato perfetto l'accordo
- diremmo: il codecisionismo - tra Regione
ed Enti minori, oltre che valido il lavoro di
tutta la «forza federalista», cioè di tutti i federalisti di buona volontà, al di sopra di patriottismi di organizzazione), le leggi regionali in favore dei gemellaggi (fondamentali per
i piccoli Comuni), i convegni regionali cogestiti (Regioni ed Enti minori) sull'utilizzazione dei Fondi strutturali, sulla finanza comunitaria, sul lavoro culturale.. . Bé, la questione
è poi luminosamente chiara sul terreno politico. Si prepara - il CCRE sente in materia tutta la sua enorme responsabilità: esso rappresenta l'autentica base democratica e territoriale
dell'europeismo - una grande campagna per
conferire il mandato costituente al Parlamento che uscirà dalle prossime elezioni europee
(1989), coi quaderni di protesta e di proposta,
con l'alleanza dei Poteri locali e regionali e di
tutte le altre «forze vive», con una Convenzione del popolo europeo (o congresso dell'Europa dei cittadini): vogliamo, in questa prospettiva di lavoro che ci fa tremare, spezzettare il fronte europeo delle autonomie, preoccuparci prioritariamente di una serie di problemi specifici con spirito corporativo, creare
alleanza fra le sole Regioni (dove ci sono!) o
fra le sole Province o fra le sole Comunità
montane?
Beninteso, quando si sono creati raggruppamenti di Regioni di particolare vocazione
(Regioni marittime, Regioni frontaliere, ecc.),
noi non li abbiamo mai scoraggiati, molti dei
nostri più fedeli amici regionali vi hanno partecipato: noi ci siamo limitati a dare consigli,
a cercare di correggere alcuni errori di impostazione (la scarsa distinzione tra le possibilità operative della Comunità euwpea e i compiti culturali o di semplice preparazione di convenzioni da parte del Consiglio d'Europa; l'esigenza di affrontare come se si parlasse a nome di tutta la Comunità europea i rapporti con
Paesi extra-comunitari o addirittura extra-europei - gravi sono i pericoli di neonazionalismo coperto da un ingenuo regiona-
lismo -, eccetera). Senonché a un certo punto si è profilata la costituzione di un Consiglio delle Regioni d'Europa.
Lo confessiamo: in un primo istante, dato
che noi lavoriamo da qualche tempo (diciamo
da trenta, quaranta, per alcuni da cinquant'anni) in tutta umiltà per la Federazione europea,
guardammo all'iniziativa, con semplice curiosità. Poi, di mano in mano che l'operazione
procedeva, con un sorriso inevitabile: assistevamo alla scoperta dell'acqua calda - cioè si
riscopriva e si raccontava ai mass medza tutto
quello per cui il CCRE lotta da trentasei anni, cioè la sostanza dell'Europa delle Regioni
-. Finalmente siamo restati perplessi. Ci siamo accorti che una azione corporativa come
la creazione di un Consiglio delle Regioni
d'Europa porta con sé un pericolo fondamentale per la lotta a favore di una Federazione
europea basata sulle autonomie: e sentiamo il
dovere di spiegarlo. I n tutta l'Europa occidentale democratica cresce l'antagonismo o, almeno, la scarsa collaborazione fra le Regioni (peggio se si tratta dei Laendev tedeschi) e gli Enti
locali infraregionali - ivi inclusi naturalmente i Comuni, per non parlare delle Aree metropolitane -: ciò è dannoso per le autonomie e ciò rompe il fronte europeo delle autonomie in favore di un salto di qualità sovranazionale, sospingendo - c'è poco da contorcersi: è così! - le Regioni in braccio alla controparte, cioè alla parte - statuale centrale che difende la ragion di Stato. Le Regioni finiscono per capovolgere il compito per cui Comuni, Province, Landkveise, Contee, eccetera,
le guardavano con speranza: la protezione proprio nei riguardi del governo centrale nazionale, per poter operare fattivamente a livello
europeo (e per quanto riguarda I'AICCRE si
tratta di difendere ci?) che si fa in nome degli
imperativi racchiusi nell'articolo 11 della Costituzione, articolo continuamente disatteso
dagli organi di controllo centrale e dallo stesso governo nazionale).
Per l'Italia, vorremmo anche, molto amichevolmente, domandare a qualche collega regionale se è giusto, razionale, amissibile prendere su questioni strategiche di capitale importanza decisioni «europee» in una Conferenza
dei Presidenti di Regione di rapido svolgimento, carica sempre di ordini del giorno assai nutriti e ove le «questioni europee* cadono sulla
testa di Presidenti di Regione - talvolta anche di recente nomina - che non hanno avuto tempo e modo di aggiornarsi sulla materia.
Ci domandiamo: se ne è discusso prima, esaurientemente, nelle rispettive Giunte regionali? Di più: si sono portate tali questioni alla
mensile dell' AICCRE
Direttore responsabile: Umberto Serafini
Condirettore: Giancarlo Piombino
Redattore capo: Edmondo Puolini
Direzione e redazione: Piazza di Trevi 86 - 00187 Roma
Indir. telegrafico: Comuneuropa - Roma
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Abbonamento annuo: per la Comunità europea, inclusa l'Italia L. 30.000; Estero
I,. 40.000; per Enti L. 150.000. Benemerito L. 1.000.000
COMUNI D'EUROPA
luce del sole, nel dibattito del Consiglio regionale? Crediamo che trentasei anni di impegno
europeo e regionale del CCRE ci diano il diritto di farci e di fare - sommessamente, perché non ci piace di gridare - questa domanda.
Oltretutto si prendono, senza adeguate informazioni, fastidiose cantonate. I n un recente
incontro a Venezia, promosso dal Comitato
permanente del Consiglio delle Regioni d'Europa - al quale è stata invitata largamente la
stampa, ma non i nostri troppo modesti organi, «Comuni d'Europa» e l'Agenzia «EiiropaRegioni» - si è parlato (e se ne è «preso atto
con soddisfazione») di un «accordo stabilito tra
il rappresentante del Consiglio dei Comuni e
delle Regioni d'Europa, il Presidente Jacques
Chaban Delmas, e il rappresentante del Consiglio delle Regioni d'Europa, il Presidente Edgar Faure». L'accordo non sussiste (e del resto Chaban Delmas, nostro vecchio amico, lo
ha già smentito) per la semplice ragione che
il CCRE ha un suo Presidente, Josef Hofmann, alcuni Vice-Presidenti (europei) e Chaban Delmas, Presidente di una Sezione nazionale (quella francese), non ha mai avuto mandato di trattare formalmente la questione (si
badi: neanche dalla Sezione francese). Si è
dunque, per errore, fatto passare per un accordo del CCRE una dichiarazione informale
di Chaban Delmas o di qualche suo collaboratorc, pressati - e chi non li capisce! - da problemi di parte interni alla Francia: Chaban
De'lmas è un gollista un po' eretico, ma pur
sempre un gollista, Faure è un Presidente ccentrista» eletto anche coi voti di Le Pen - o ci
sbagliamo? - e le grandi questioni regionali
europee non possono essere affrontate tranquillamente in questo quadro «elettorale». O
non è così?
Certo: un accordo ci vuole fra tutti i federalisti europei di buona volontà, fra tutti i regionalisti e gli autonomisti di provata fede e
disposti a insegnare ma anche ad imparare. Ma
il tutto va discusso pacatamente, al di sopra
di ogni preoccupazione di potere, di patriottismo d'organizzazione, di interessi corporativi. Frattanto noi torniamo alla nostra vecchia
e faticosa lotta per l'Unione europea basata su
tutte le autonomie: se volete, per l'Europa
(unita) delle Regioni. Oltretutto a chi se non
a noi -- al di là delle chiacchiere - spetta l'onore di avere ottenuto, nel sintetico progetto
Spinelli di Unione europea (è il progetto approvato dal Parlamento Europeo il 14 febbraio
1984: lo ricordiamo per i novizi e i catecumeni), l'esplicito riconoscimento dell'esigenza di
una partecipazione adeguata degli Enti locali
e regicnali alla Costruzione europea?
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Anno XXXV Numero 5 - renatoserafini.org