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Sede legale:
20 – 22 Wenlock Road London
England N1 7 GU
Supervisore progetto: Paolo Bonaccorso
Edizione elettronica: Antonio Ferrante
Titolo : Il Teatro La Fenice
Realizzazione Ebook:
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Il Teatro La Fenice, ubicato nel Sestiere di San Marco in campo San Fantin,
è oggi il principale teatro lirico di Venezia. Due volte distrutto e
riedificato, è stato sede di importanti stagioni operistiche, sinfoniche e del
Festival Internazionale di Musica Contemporanea.
Il Teatro è stato nell’Ottocento sede di numerose prime assolute di opere
di Giocachino Rossini, Vincenzo Bellini, Gaetano Donizetti e Giuseppe
Verdi.
Anche nel Novecento grande è l’attenzione alla produzione
produz
contemporanea, con prime mondiali di Igor Stravinskij Britten, Sergej
Prokofiev,Luigi Nono e Bruno Maderna e recentemente di Mauricio Kagel,
Adriano Guarnieri, Luca Mosca e di Claudio Ambrosini.
Negli anni 1921, 1922, 1927 ha ospitato la Stagione di Operette e sempre
nel 1922 anche la stagione autunnale di Operette. Nel 1923 c’è stata in
cartellone la Stagione Primaverile di Operette e nel 1924 la Stagione
Quaresimale di Operette.
La Fenice è tuttora un centro polivalente con oltre cento recite l’anno,
l’an
una
stagione sinfonica affidata a direttori di livello internazionale, come MyunMyun
Whum Chung, Riccardo Chailly, Jeffrey Tate, Yuri Temirkanov, spettacoli
di balletto e concerti di musica da camera.
La sala, la cui proprietà è del Comune di Venezia, è gestita dalla
Fondazione Teatro La Fenice, un ente di diritto privato che conta tra i suoi
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soci la Repubblica Italiana, la Regione del Veneto, il Comune ed altri
soggetti pubblici e privati.
Nel bando di concorso per l’erigendo Teatro La Fenice, pubblicato il 1
novembre del 1789 recitava la seguente:
« La Nobile Società del nuovo Teatro da erigersi in Venezia sopra il fondo
acquistato nelle contrade di Sant’Angelo e di Santa Maria Zobenigo ha
incaricato i suoi presidenti ed aggiunti di procurarsi disegni e modelli»…
invitando a concorrenza tanto architetti nazionali che forestieri a proporre la
forma di teatro … il più soddisfacente all’occhio ed all’orecchi degli
spettatori….»
Una volta superati i limiti di una legge suntuaria che fissava a sette il
numero dei Teatri Funzionanti.
Nei quartordici articoli di cui era composto, il documento stabiliva che la
futura costruzione avrebbe avuto prevedere cinque ordini di palchetti per
ciascun ordine. Una chiara scelta di campo a favore della piccole logge
secondo il costume d’Italia, tesa a raggiungere un risultato che avrebbe
dovuto offrire una giusta mediazione tra le due caratteristiche
generalmente richieste ad una sala teatrale, e cioè tra l’eccellenza della
visibilità e la meraviglia dell’acustica.
Soluzione teatrale in linea con la tradizione italiana, si diceva dal momento
che altre erano le scelte che in fatto di costruzione di teatri nel corso del
XVIII secolo si operavano per esempio in Francia, dove veniva preferito il
sistema dei palchi aperti in gallerie a corono di una platea semicircolare o
leggermente allungata. Scelta tipicamente nostrana, tanto più che essa
veniva a ricreare nello spazio teatrale la tipologia della piazza italiana.
E di certo, in qualche misura, decisione anche svantaggiosa quella dei
palchi chiusi, ma giustificata dall’impossibilità del pubblico di allora di
rinunciare alle infinità comodità delle logge separate, che consentivano di
vivere ogni palco come la propria casa, in cui stare soli o in compagnia,
mangiare o giocare, consentendo i palchi chiusi di realizzare uno spazio
teatrale privatizzato, quella trama di relazioni e di comportamenti tipici
della società dell’epoca.
Dato poi che a quel tempo la via d’accesso privilegiata lungo la quale il
pubblico si recava a teatro era quella acquea, il bando raccomandava ai
progettisti di pensare un ingresso dal Rio Menuo di almeno venti piedi,
misurandone la gondola, mezzo di trasporto per eccellenza. Visto
l’estremo rischio di incendio che tutti i teatri dell’epoca correvano, per via
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dei materiali in gran parte lignei delle costruzioni e per la pericolosità del
sistema di illuminazione, la Nobile Società richiedeva dagli architetti un
particolare studio,promettendo in cambio di riconoscere merito a quel
progetto che, pur in presenza di elementi costruttivi necessariamente di
materia accendibile come legno, avesse reso meno esposta alle fiamme la
costruzione, grazie a pronti e facili ripari. Una certa attenzione era anche
rivolta alle necessità di coloro che, a vario titolo, nel nuovo teatro
sarebbero convenuti, raccomandando quindi agli architetti di pensare e
migliorare le strutture destinate all’uso di chi gravitava intorno alla scena
per ragioni di lavoro, e provvedendo ad aumentare l’agio e la tranquillità
degli spettatori agevolando le vie d’accesso e, perché no, la sosta in
luoghi adatti al caffè ed alla vendita di altri generi anche commestibili.
I progetti, concludeva il bando, avrebbero dovuto essere presentati entro
quatto mesi, aumentati successivamente a sei, ed all’architetto prescelto
sarebbe stato dato in dono un medaglione d’oro del peso di trecento
zecchini oltre al pagamento di una giusta mercede, per sovrintendere ai
lavori di costruzione di un decoroso teatro che finalmente corrisponda ad
una capitale ove Palladio Sansovino, Sammicheli, Scamozzi ed altri
talentuosi uomini del Bel Secolo hanno lasciato insigni monumenti.
Gli studi illustrati furono in totale ventotto. Tra i nove concorrenti il
vincitore fu l’architetto Giannatonio Selva, che presentò alla giuria uno
schema di decorazione nel proprio modello ligneo, modello tutt’oggi
conservato.
Da esso vediamo come egli prevedesse di inserire un riquadro con
Apollo,e le Muse, che civilizzano l’umanità sulla facciata verso il canale,
mentre quella verso San Frantin avrebbe dovuto essere ornata con scene
di Apollo e Marsia e di Orfeo che ammansisce Cerbero. Detti riquadri
avrebbero dovuto, secondo il progetto, essere prodotti a fresco, in quanto,
come osservava nella relazione alla giuria, sarebbe desiderabile che tal
modo di dipingere sol proprio della veneta scuola ritornasse parcamente
anche all’esterno delle fabbriche. Per quanto riguarda le decorazioni del
soffitto,il modello del Selva opta per una semplice struttura a intreccio che
forma motivi di losanga,incorniciata da una rigogliosa corona vegetale.
Le demolizioni degli edifici che sorgevano sull’area destinata ad ospitare
la nuova costruzione iniziarono nell’aprile del 1790 sotto al supervisione di
Antonio Solari, e i lavori furono portati a termine nell’aprile 1792,
consentendo che il 16 maggio, festa della Sensa il teatro venisse
ufficialmente inaugurato con I giuochi d’Agrigento di Giovanni Paisiello su
libretto del conte Alessandro Pepoli con Giacomo David, Gaspare
Pacchierotti e Brigida Banti.
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In occasione della serata di inaugurazione, il cronista della Gazzetta
Urbana Veneta scrive a proposito della decorazione della Fenice:
« ha tutti i requisiti che sono necessari all’effetto; chiarezza di tinete,armonia,
solidità e leggerezza cose difficili a combinarsi, e che mirabilmente
s’uniscono in questo lavoro… ».
Lo stesso cronista sottolinea che « … tutti i 174 palchi componenti questo
Teatro sono simili perfettamente… » trasponendo in tale uguaglianza
architettonica l’ideale di un teatro repubblicano.
Il 26 dicembre dello stesso anno avviene la prima assoluta di Tarara o sia
La Virtù premiata di Francesco Bianchi nel 1793 di Ines de Castro di
Giuseppe Giordani, di Tito e Berenice di Sebastiano Nasolini con Girolamo
Crescentini, di Apelle di Nicola Antonio Zingarelli, e di Virginia di Felice
Alessandri con Matteo Babini, nel 1794 di Saffo o sia i Riti d’Apollo
Leucadio di Johann Simon Mayr, di Achille in Sciro di Marcello Bernardini
con Luigi Marchesi di il Conte di Saldagna di Zingarelli, nel 1795 di
Artaserse di Giuseppe Nicoli, nel 1796 di Lodoioska di Mayr,di L’issipile di
Gaetano Marinelli con Giuseppina Grassini e gli Orazi e i Curiazi.
Nel 1797 di La morte di Mitridate di Zingarelli, di Inno Patriottico per la
guardia civico di Catterino Cavos, e di Carolina e Mexicow di Zingarelli
con Angelica Catalani, nel 1798 di Lauso e Lidia di Mayr e di Alceste di
Marcos Antònio Portugal, nel 1799 di Adelaide di Guesclino di Mayr, di
Antigona di Francesco Basili e di il ratto delle Sabine di Zingarelli, nel
1800 gli Sciti di_Mayr, nel 1801 di Artemisia di Cimarosa con Anna Selina
Storace e di Argene di Mayr con Gaetano Crivelli, nel 1802 di Il Cid delle
Spagne di Giuseppe Farinelli e di Edipo o Colono, nel 1803 di La caduta
della nuova Cartagine di Farinelli,di Adria Consolata di Ferdinando
Bertoni, di riti d’Efeso di Farinelli, Brigida Banti e di Arsace e Semira di
Francesco Gnecco, nel 1804 di La vergine del Sole di Farinelli, nel 1805 di
Amare e non volere essere amante ossia L’abitatore del Bosco di Stefano
Pavesi, di La rocca di Frauestein di Mayr e di Gli americani di Mayr e nel
1806 di Adria risorta di Michele Mortellari di Eguenio Beauharnais ed
Augusta di Baviera.
Nel Gennaio 1807 avviene la prima assoluta di I Cherusci di Pavesi,in
Aprile di Sapersi scegliere un degno sposo ossia Amor vero e amor
interessato di Pavesi e di Le metamorfosi di Vincenzo Lavigna ed in
novembre di Belle ciarle e tristi fatti di Mayr. Pur rimanendo di proprietà
della Societas che l’aveva costruita, durante la dominazione francese La
Fenice assunse chiaramente la funzione di teatro di Stato.
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Per accogliere come si conveniva Napoleone, si pensò di addobbare la
sala in celeste e argento secondo il nuovo stile Impero che si stava
diffondendo. La visita avvenne il martedi 1 dicembre 1807 ed in onore
dell’illustre ospite venne rappresentata la cantata Il Giudizio di Giove di
Lauro Corniani Algarotti. Seguì il giovedì successivo, una grande festa da
ballo. La sala del teatro, sfarzosamente addobbata, nella testimonianza del
regio bibliotecario Abate Morelli « presentava l’aspetto d’un luogo
destinato al ricetto di personaggio della più alta portata ».
Nel gennaio 1808 avviene la prima assoluta di Calliroe di Farinelli ed in
aprile La festa della rosa di Pavesi.
Alla fine di ovviare alla mancanza di un palco reale si costruì una loggia
provvisoria per accogliere l’imperatore, e solo l’anno dopo si pensò di
dare incarico al Selva, che già aveva sovrinteso ai preparativi fatti per la
visita del 1807, di progettare una struttura fissa appositamente studiata per
ospitare il sovrano. Nel contempo si stabilì di procedere ad una nuova
decorazione della sala. Questa trasformazione napoleonica sulla struttura
della Fenice era stata preceduta l’anno prima da un intervento attuato alla
Scala di Milano, capitale del Regno Italico. E da Milano, infatti,
giunsero,assieme ai quattrini necessari ai lavori ( 150.000 lire italiane),
anche le linee direttrici per la costruzione del palco del Governo nel
Teatro della Fenice, occupandovi sei palchetti e per le nuove decorazioni .
Al concorso, bandito il 4 giugno 1808 dall’Accademia delle Belle Arti,
quattro furono i progetti che vennero esaminati dalla commissione, tra cui
membri figurava anche il Selva. Questa scelse, il 28 giugno successivo, i
disegni dell’ornatista Giuseppe Borsato presentati con il motto « nec
audacia defunti, sed vires» il quale, una volta che il progetto venne
approvato dal vice re Eugenio Beauharnais, potè aver il contratto siglato
già il 25 settembre. Il progetto di Borsato, di netto stile Impero, prevedeva
una struttura a regolari comparti geometrici attorno ad un Trionfo di
Apollo sul cocchio attorniato dal coro delle Muse. Un soggetto, quindi
chiaramente conveniente ad un teatro e, nel contempo, una facilmente
riconoscibile allusione al nuovo potente che, nella migliore tradizione
barocca, veniva assi militato al Dio solare. Attorniavano la scena teatrale
centrale dieci medaglioni con teste laureate, e sul bordo, quattro finti
rilievi allusivi alla musica, il tutto incorniciato da un fregio con maschere e
festoni retti da fenici e da genietti. Collaborarono alla decorazione, che fu
portata a termine in tempo da permettere la regolare riapertura il 26
dicembre 1808, altri pittori come figuristi.
Dei tre chiamati dal Borsato a collaborare, sembra che Giambattista Canal
abbia lavorato all’affresco maggiore con il cocchio di Apollo; Costantino
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Cedini abbia dipinto il nuovo sipario, mentre Pietro Moro si sarebbe
occupato dell’esecuzione dei finti rilievi. Di netto contenuto ideologico
furono, invece le decorazioni della loggia imperiale fatte per mano di
Giovanni Carlo Bevelacqua che scrisse di aver dipinto a guisa di
bassorilievi sulle tre pareti e a tempera Ercole che uccide l’Idra ed Ercole
che coglie i frutti nell’Orto delle Esperidi, raffigurando sopra la porta un
Genio Militare in una biga tirata da quattro cavalli, coronato dalla Fama, e
guidato dal Dio Marte.
Quella loggia che già il Selva il 6 luglio 1808 ebbe modo di precisare che
sarebbe stata nell’interno armonicamente ripartita con pilastri,
quadrature, intagli e quattro specchiere, il tutto messo ad oro e vernice..
Il Baldaccino e lo Strato.. di velluto foderato di raso con ricchi galloni,
frangie, e fiocchi d’oro.
La nuova loggia imperiale dovette attirare l’attenzione di tutti i presenti
alla serata inaugurale il 26 dicembre per la prima assoluta di il ritorno
d’Ulusse di Mayr, essendo essa diventa il fulcro della sala teatrale, tanto
più che la decorazione, secondo una scelta di coerente gusto neoclassico
che consentiva anche un apprezzabile contenimento di spesa, offriva
raffinate variazioni in monocromo. Comunque si conquistò il sincero
favore del Segretario della I.R. Accademia Antonio Diedo che la definì la
comodità all’eleganza, nonché gli apprezzamenti di Klemens Von
Metternich che, omaggiato nuovo signore, potè assistere la sera del 16
dicembre 1822 ad un spettacolo che lui stesso definì « sans pareil » in una
loggia che gli apparì meravigliosamente bella.
Nel 1809 avviene la prima assoluta di Il colpevole salvato dalla colpa di
Farinelli, nel 1810 di il Pegno di pace di Francesco Caffi con Isabella
Colbran e Giacomo David, nel 1811 di Idomeneo di Farinelli e nel 1812 di
Il sogno verificato di Coccia ed di Teodoro di Pavesi con Adelaide
Malanotte.
Nel 1825 si rende necessario un restauro radicale dato che le autorità
governative avevano espresso ripetutamente il malcontento per lo stato
indecoroso nel quale era ridotta la decorazione della sala teatrale sia a
causa del tempo sia per le emanazioni di fumo delle lumiere ad olio.
Ad essere incaricato de nuovi lavori è ancora una volta Giuseppe Borsato,
scenografo ufficiale del Teatro. Elemento cardine della sala diviene ora il
grande lampadario una volta appeso ad un padiglione.
Al posto del cocchio di Apollo, Borsato raffigura le dodici ore della notte,
mentre per i parapetti dei palchi sceglie decorazioni monocrome
raffiguranti fogli di acanto, strumenti musicali,festoni, maschere, genietti.
L’inaugurazione della nuova sala avviene il 27 dicembre 1828.
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Il 13 dicembre 1836 un incendio, causato probabilmente dal cattivo
funzionamento di una stufa, distrugge la sala teatrale e parte del teatro.
Il teatro crolla,ma sono risparmiati dal fuoco l’atrio e le sale Apollinee.
La società proprietaria del teatro incarica i fratelli ingegneri Tommaso e
Giovan Battista Meduna per il progetto della ricostruzione del teatro.
Tranquillo Orsi lavora per la decorazione del soffitto; a Giuseppe Borsato,
invece, il governo affida la decorazione del palco reale. Si rifecero anche
gli stucchi dell’atrio del Selva per mano del Giambattista Lucchesi e
Giambattista Negri, concordemente elogiati per lo stupendissimo risultato
ottenuto sostituendo le scene affrescate del Settecento con specchi e
marmorini che mettevano in risalto l’architettura.
Qualche intervento toccò pure alla facciata sul Rio Menuo dove gruppi di
putti a monocromo vennero affrescati nelle sette lunette del portico da
Sebastiano Santi; mentre nel vestibolo dell’entrata via terra furono
collogate
due
steli.
Una
a
sinistra,
opera
di
Luigi
Zandomeneghi,raffigurante Carlo Goldoni; l’altra a destra scolpita da
Antonio Giaccarelli su disegno di Giambattista Meduna in omaggio al
Selva, mentre sulla facciata faceva la sua comparsa la nuova insegna del
Teatro in oro e celeste. Il 26 dicembre 1837 il nuovo teatro viene
inaugurato completo delle nuove decorazioni con la prima assoluta di
Rosmunda in Ravenna di Giuseppe Lillo.
Gli unici interventi che si registrano dopo la ricostruzione del 1837
riguardano solo il palco imperiale che la sollevazione popolare del’48
volle fosse abolito in quanto simbolo dell’oppressione austriaca. Tuttavia, i
sei palchi che allora vennero costruiti al posto della loggia imperiale, che
riportarono la Fenice alle sue origini settecentesche,ebbero vita effimera.
Il 22 agosto 1849,infatti ritornato l’Imperial Regio Governo Austriaco
venne da questo ordinato di ricostruire la loggia nella stessa precedente
sua forma, e ne fu tosto attuato il lavoro dai Meduna.
Per la decorazione del palco imperiale venne nuovamente chiamato
l’ormai Vecchio Giuseppe Borsato.
Il successivo intervento sulla sala della Fenice avvenne nel 1854, e fu
dovuto alla necessità di restaurare il soffitto, il che costituì l’occasione per
procedere ad una nuova decorazione secondo l’estetica allora in voga.
Al gusto allora imperante, tutto aperto ai più diversi stili del passato ed
all’estetico, la decorazione del teatro, improntata a canoni tardoneoclassici, doveva sembrare ormai superata.
Richiamandosi ad un Settecento immaginario, il Teatro, nuovamente
restaurato dal Meduna, si riallacciava al mito di un tempo felice ed
irrimediabilmente passato, quando ancora a Venezia poteva essere
annoverata tra le capitali dell’arte e della cultura.
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Cosi, allo spettatore che vi entrava, la ricca sala del Teatro poteva dare
per un momento l’illusione di rivivere questo passato glorioso e
magnifico, facendolo evadere dalla realtà di profonda crisi e declino che
la città invece drammaticamente viveva.
E il Teatro che venne inaugurato nel dicembre 1854 era praticamente lo
stesso andato perduto nel corso dell’ultimo recente incendio: il 29 gennaio
del 1996.
Il 29 gennaio 1996 un devastante incendio doloso distrugge il teatro.
Il rogo impegna i vigili del fuoco per tutta la notte. Il mondo intero piange
la perdita di uno dei teatri più belli d’Italia dalla straordinaria acustica e
protagonista da sempre della vita operistica, musicale e culturale italiana
ed europea. Dal dolore della perdita nasce la volontà di ricostruire lo
storico teatro ispirandosi al motto “com’era dov’era”, ripreso dalla
ricostruzione del campanile di San Marco. Immediatamente dopo
l’incendio si eseguono tutti gli interventi necessari a prevenire ed evitare
situazioni di pericolo per la pubblica incolumità, come ad esempio le
opere di puntellamento delle murature perimetrali.
Solo dopo il dissequestro del cantiere viene quindi avviata la rimozione
delle macerie,smaltite in circa tre mesi.
Già il 6 febbraio vengono stanziate con decreto legge le prime risorse
finanziarie e viene istituita la figura del Commissario Delegato per la
ricostruzione.
Il 7 settembre 1966 viene pubblicato il bando di gara cui partecipano dieci
imprese italiane ed estere. Dopo alcuni ricorsi si aggiudica l’appalto il
progetto dell’architetto Aldo Rossi.
I responsabili dell’incendio furono individuati e condannati, erano due
elettricisti, Enrico Carella, e suo cugino Massimiliano Marchetti, con la
loro ditta Viet stavano lavorando alla manutenzione del teatro e, per non
incorrere in una penale dovuta ai ritardi accumulati dalla propria impresa,
decisero di causare un piccolo incendio per provocare un ritardo
imputabile a causa di forza maggiore. I colpevoli riconosciuti con sentenza
definitiva della Cssazione del 14 luglio 2003, Carella e suo cugino furono
condannati rispettivamente a 7 e a 6 anni di prigione. Carella fece perdere
le proprie tracce poco prima della sentenza della Cassazione venne
ricercato dalla Digos e dall’Interpool. Catturato tra il Messico e Belize nel
febbraio del 2007. Dopo la sua estradizione è stato in carcere.
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Sovrintendenti:
_ 1937-1940: Goffredo Petrassi
_ 1940-1946: Mario Corti
_ 1946-1947: Dante Ferranti
_ 1947-1952: Luigi Cattozzo
_ 1952-1955: Pino di Valmarana
_ 1955-1959: Virgilio Mortari
_ 1959-1973: Floris Luigi Ammannati
_ 1975-1978: Gianmario Vianello
_ 1980-1987: Lamberto Trezzini
_ luglio 1987-1988: Giuseppe La Monaca
_ 1989-1992: Lorenzo Jorio
_ 1993-1997: Luigi Pontel
_ 1997-2000: Mario Messinis
_ 2001-2010: Giampaolo Vianello
_ 2010 -: Cristiano Chiarot
Direttori artistici:
_ 1967-1974: Mario Labroca
_ 1975-1977: Sylvano Bussotti
_ 1977-1978: Eugenio Bagnoli
_ 1979 (in qualità di consulente musicale): Ettore Gracis
_ 1980-1987: Italo Gomez
_ ottobre 1987-giugno 1989: Gianni Tangucci
_ 1990-31 ottobre 1992: John Fisher
_ 1993-1995: Francesco Siciliani
_ 1997-2000: Paolo Pinamonti
_ 2003-2006: Sergio Segalini
_ 2007-: Fortunato Ortombina
Cronologia:
1787 La Nobile Società, proprietaria del teatro San Benedetto, decide di
costruirne uno di nuovo a San Fantin.
1º novembre 1789 Così recita il bando di concorso per la costruzione del
Gran Teatro La Fenice. Giannantonio Selva è il vincitore.
16 maggio 1792 Il nuovo teatro del Selva viene ufficialmente inaugurato.
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1º dicembre 1807 Si costruisce una loggia provvisoria per accogliere
Napoleone in visita a Venezia.
4 giugno 1808 Si stabilisce di procedere ad una nuova decorazione
della sala. Il concorso, bandito dall'Accademia di Belle Arti, viene vinto da
Giuseppe Borsato.
26 dicembre 1808 Viene inaugurata la nuova loggia imperiale, fulcro
della sala teatrale.
1825-1828 Si rende necessario un restauro radicale.
Ad essere incaricato dei nuovi lavori è ancora una volta Giuseppe Borsato,
scenografo ufficiale del teatro.
Elemento cardine della sala diviene ora il grande lampadario appeso ad
una volta a padiglione. Al posto del cocchio di Apollo, Borsato raffigura le
dodici ore della notte, mentre per i parapetti dei palchi sceglie
decorazioni monocrome raffiguranti foglie di acanto, strumenti musicali,
festoni, maschere, genietti.
L'inaugurazione della nuova sala avviene il 27 dicembre 1828.
13 dicembre 1836 Primo incendio
1837 I fratelli ingegneri Tommaso e Giovan Battista Meduna per il progetto
della ricostruzione del teatro.
1844 L'illuminazione a olio del teatro è sostituita con un nuovo impianto a
gas.
1848 La loggia imperiale, in seguito ai motti patriottici, viene distrutta e
sostituita con palchetti.
1849 Il governo austriaco, stabilitosi alla guida della città, incarica i fratelli
Meduna di ricostruire la loggia imperiale.
1853 Viene bandito per due volte il concorso per la nuova decorazione
della sala. Il progetto prescelto è ancora quello di Giovan Battista Meduna.
La realizzazione è quella che verrà distrutta il 29 gennaio 1996 da un
secondo incendio.
1865 Nel quarto centenario della nascita di Dante una delle sale Apollinee
è decorata con episodi danteschi del pittore Giacomo Casa.
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1866 Dopo l'annessione di Venezia all'Italia, la loggia imperiale del teatro
è trasformata in palco reale collocando al centro del fastigio lo stemma
sabaudo con la prima assoluta della cantata Venezia liberata al suo re di
Antonio Buzzolla alla presenza di Vittorio Emanuele II di Savoia.
1876 La società proprietaria del teatro si scioglie.
1892 Introduzione dell'illuminazione elettrica nel teatro. Il teatro La Fenice
assume la veste giuridica di ente morale.
1904 Per aumentare i posti del teatro vengono trasformati in galleria i
settori laterali del 30 ordine di palchi.
1937 Il Comune, divenuto proprietario del teatro, ne affida il rinnovamento
all'ingegnere Eugenio Miozzi,incaricandolo di rendere lo stabile più
consono alle nuove esigenze sceniche e di riportarlo al suo aspetto
neoclassico.
L'atrio viene raddoppiato. Il pittore Giuseppe Cherubini restaura le
decorazioni della sala teatrale, delle sale Apollinee e il sipario sotto le
direttive di Nino Barbantini.
La scena diviene girevole, aumenta in altezza e viene attrezzata con nuove
macchine.
1938 Viene inaugurata la nuova Fenice del Miozzi.
1946 Con la proclamazione della Repubblica, lo stemma sabaudo sul
fastigio del palco reale viene sostituito dal simbolo del leone di San
Marco.
1976 È inaugurata la nuova sala Guidi, già sala Dante, al primo piano delle
sale Apollinee.
29 gennaio 1996 Il teatro brucia per la seconda volta.
14-21 dicembre 2003 settimana inaugurale La settimana inaugurale ha
inizio domenica 14 dicembre, con un concerto eseguito dall'Orchestra e
dal Coro del Teatro La Fenice diretti dal maestro Riccardo Muti.
Le Grandi Prime alla Fenice.
Tancredi di Rossini è stata rappresentata nel febbraio del 1813 con la
Malanotte ed Elisabetta Manfredini ed ha segnato un successo travolgente
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per il giovane compositore pesarese che si era già affermato al Teatro San
Moisè con La Cambiale di matrimonio nel 1810,L’inganno felice, La
scala di Seta, L’occasione fa il ladro nel 1812 ed il Signor Bruschino nel
1813. Un grande successo fu tributato a Semiramide, terza prima assoluta
data alla fenice nel 1823, quando Rossini era considerato il più noto
compositore d’opera del suo tempo.
L’anno successivo ancora a La Fenice il crociato in Egitto di Meyerbeer.
Nel teatro furono rappresentate in prima assoluta anche due opere di
Bellini I Capuleti e i Montecchi (1830) e Beatrice di Tenda (1833).
Poco dopo Belisario di Donizetti entusiamò il pubblico veneziano nella
prima assoluta del 1836 con Carolina Ungher ed Ignazio Pasini.
Voci prestigiose si succedettero frequentemente sul palcoscenico del
teatro,tra cui Isabella Colbran,Carolina Ungher, Giuseppina Strepponi,
Erminia Frezzolini,Domenico Donzelli, Giorgio Ronconi e Raffaele Mitrate,
oltre alle tre primedonne più apprezzate dal pubblico: Giuditta
Grisi,Giuditta Pasta, e soprattutto Maria Malibran, che nel 1835 recitò a
Venezia i ruoli di Norma, Rosina, Desdemona e Cenerentola.
Dopo il 1842 La Fenice ospitò una produzione intensa e prestigiosa al
Teatro alla Scala di Milano.
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TEATRO LA FENICE