Vivere al tempo della crisi.
Un’indagine longitudinale nel territorio riminese
a cura del
Centro studi Politiche del lavoro e società locale
Provincia di Rimini
Ottobre 2012
1
Indagine:
Come agisce un territorio in tempi di crisi economica.
Percorsi individuali fra rappresentazioni, comportamenti e contesto locale
Comitato tecnico scientifico
Nicola De Luigi
Annamaria Diterlizzi
Enzo Finocchiaro
Tatiana Giorgetti
Alessandro Martelli
Marco Vincenzi
Equipe di ricerca
Giuseppe Delmagno
Nicola De Luigi
Antonella Giallombardo
Alessandro Martelli
Tatiana Saruis
Luca Tonelli
Marco Vincenzi
Hanno collaborato
Mirco Tamagnini – dirigente Azienda USL di Rimini
Massimo Semprucci – Azienda USL di Rimini
Isabella Mancino – responsabile Osservatorio delle povertà Caritas diocesana di Rimini
Valter Chiani – dirigente Settore Servizi alla persona del Comune di Riccione
Carla Bedei – responsabile Ufficio Rette scolastiche del Comune di Rimini
Cinzia Bizzocchi - Ufficio Rette scolastiche del Comune di Rimini
Silvia Zavatta – Sportello sociale professionale del Comune di Rimini
Stefano Spadazzi – responsabile U. O. Servizi Amm.vi – Area sociale del Comune di Rimini
Ester Angelini - dirigente Ufficio Servizi sociali del Comune di Santarcangelo di Romagna
Elena Barzanti – Ufficio Servizi sociali del Comune di Santarcangelo di Romagna
Massimo Stefanini - dirigente Ufficio Servizi sociali del Comune di Verucchio
Daniela Manfroni - responsabile Ufficio Politiche sociali della Provincia di Rimini
Denise Magrini - Ufficio Politiche sociali della Provincia di Rimini
Si ringraziano tutti gli intervistati e i partecipanti ai focus, che non nominiamo per motivi di privacy, nonché
coloro che hanno promosso il loro coinvolgimento.
Provincia di Rimini
Centro studi Politiche del lavoro e società locale
p.le Bornaccini, 1 – 47900 Rimini
tl. 0541 363964 / [email protected]
2
INDICE
Presentazione di Meris Soldati
1.
1.1
1.2
1.3
1.4
Le ragioni di una ricerca: obiettivi, metodologia e contesto sociale
Prospettiva analitica, obiettivi e metodologia
Il contesto socio-economico riminese: elementi descrittivi
La risposta delle istituzioni alla crisi
La rappresentazione della crisi nei media locali
2.
2.1
2.2
2.3
2.4
2.5
L’impatto della crisi
Tra continuità e condizionamento
Insicurezza e logoramento delle risorse
Destabilizzazione e peggioramento delle condizioni di vita
Vulnerabilità sociale, povertà provvisorie e marginalizzazione
Sintesi conclusiva
3.
3.1
3.2
3.3
3.4
3.5
3.6
Fronteggiare la crisi
Le reti sociali
Riduzione dei consumi e ricorso al risparmio
Integrazione del reddito
Strategie professionali e ridefinizione delle aspettative
Le reazioni degli imprenditori
Sintesi conclusiva
4.
4.1
4.2
4.3
4.4
4.5
La dimensione temporale della crisi: le traiettorie degli intervistati
Introduzione
Le letture della crisi tra locale e globale
Impatti della crisi e mutamenti nelle strategie individuali e familiari
Scegliere il futuro in tempi di crisi: le traiettorie dei più giovani
Aspettative, difficoltà, soluzioni per i giovani-adulti: gestire la crisi tra
flessibilità e ricerca di stabilità
La crisi destabilizza le sicurezze: gli effetti, le traiettorie, le scelte
nell’età di mezzo
Sintesi conclusiva
4.6
4.7
5.
5.1
5.2
5.3
5.4
5.5
5.6
5.7
Vivere al tempo della crisi: alcuni profili emblematici
Giovanna: l’equilibrio infranto e la difficoltà di ripartire
Giorgio: quando la crisi aggrava una situazione già vulnerabile
Loredana: le responsabilità di una madre verso i figli
Klady: le responsabilità di un figlio verso i genitori
Carlo: la crisi nella vita di un imprenditore
Stefano: la crisi come possibilità di cambiamento (da lavoratore a
studente)
Laura: il turismo come trappola?
3
5.8
5.9
5.10
Greta: il turismo come ammortizzatore sociale improprio?
Sabrina: impasse cognitiva e sospensione dei progetti
Vincenzo: “non gioco più … me ne vado”. Fuga dall’apatia
6.
Gli intervistati di fronte alla crisi: strategie di risposta ed implicazioni
per le policies
Impatto e strategie di risposta: gli intervistati di fronte alla crisi
Dinamiche emergenti ed implicazioni per le policies
6.1
6.2
7.
7.1
7.2
7.3
Il confronto con il territorio: il punto di vista degli attori economici e
degli amministratori locali
Il mondo produttivo riminese di fronte al protrarsi della crisi economica
La crisi vista dagli amministratori locali
Otto possibili passi sulla strada del cambiamento
Elenco interviste
Bibliografia
4
Presentazione
Il rapporto di ricerca che ho il piacere di presentare costituisce un nuovo tassello del lavoro condotto in
questi anni dal Centro studi Politiche del lavoro e società locale della Provincia di Rimini.
La pubblicazione raccoglie i risultati di uno studio singolare ed inedito, con cui abbiamo inteso indagare
come il nostro territorio, ma soprattutto la gente che lo vive, ha affrontato l’attuale crisi economica, che
quando demmo inizio alla ricerca, si pensava potesse essere superata in un paio d’anni.
Un lavoro che è stato sollecitato non solo dalla volontà di conoscere come i riminesi si sono posti ed hanno
reagito ad una delle crisi economiche ed occupazionali più pesanti degli ultimi decenni, ma anche dalla
necessità di riuscire a coglierne ed esplorare le complesse implicazioni prodotte socialmente.
Questa crisi ha prodotto, infatti, un impatto che ha modificato e continua a modificare il modo di vivere
della nostra comunità.
Proprio per questo motivo, inizialmente abbiamo monitorato ed indagato l’evolversi degli eventi
intervistando ogni sei-otto mesi, per almeno tre volte ognuna, le stesse persone, identificate come un
campione rappresentativo, poi abbiamo capito che, non potendo continuare in questo modo ad oltranza,
dovevamo confrontarci anche con gli attori sociali del territorio, le istituzioni pubbliche e i privati, gli
imprenditori, le associazioni di categoria, i sindacati, ecc.
Abbiamo realizzato cinque incontri pubblici nelle scuole della nostra provincia, posizionate sia sulla costa, a
Rimini e Riccione, sia nell’entroterra, a Morciano di Romagna, Novafeltria e Santarcangelo, dove, presentati
al pubblico i primi risultati della ricerca, ci siamo aperti al confronto.
Alla luce di questa integrazione, la ricerca che leggerete offre uno spaccato importante sulle conseguenze
sociali prodotte dalla crisi e sul punto di vista che su questo hanno espresso gli interlocutori pubblici e
privati della nostra provincia; un fenomeno che i media ci continuano a mostrare in modo stereotipato e
banale e che, invece, è molto complesso, tanto d’aver prodotto alterazioni profonde alle condizioni e ai
meccanismi di funzionamento del contesto socioeconomico e sociale riminese, trasformando regole,
meccanismi sociali e logiche d’intervento che si erano consolidate in modo positivo fino ad un recente
passato.
Da tutto questo abbiamo ricavato una lezione che ci prospetta la necessità di mantenere un confronto che
possa rinsaldare la solidarietà sociale, affinché questo nostro territorio non sia identificabile solo come uno
spazio fisico, ma come una realtà socioeconomica dove gli attori locali sono chiamati a cooperare e la
politica ad amministrare in una logica di “nuova” visione comune. E’ questo il messaggio che vogliamo
lasciare come testimone agli attori istituzionali che opereranno nel nuovo assetto che nascerà a seguito
degli attuali interventi normativi, che stanno investendo soprattutto le Province. Con l’auspicio che venga
raccolto e fatto fruttare per la costruzione di scenari futuri di maggiore benessere e coesione.
Meris Soldati
Assessore Scuola, Formazione e Lavoro
5
1. Le ragioni di una ricerca: obiettivi, metodologia e contesto sociale
“Poiché l'agire è elaborato dall'attore in base a ciò che egli
percepisce, interpreta e giudica, si dovrebbe considerare la
situazione effettiva come l’attore la vede, percepire gli oggetti come
l’attore li percepisce, stabilire il loro significato in base al significato
che essi assumono per l’attore, e ricostruire la linea di condotta
dell’attore in base al modo in cui egli la elabora – in breve si
dovrebbe assumere il ruolo dell’attore e vedere il suo mondo dal suo
punto di vista”1.
1.1
Prospettiva analitica, obiettivi e metodologia
Negli ultimi mesi del 2008 nel mercato del lavoro riminese iniziano ad avvertirsi i primi segnali della crisi
economica ancora in corso: le assunzioni complessive registrano una prima lieve flessione rispetto all’anno
precedente (particolarmente marcata nel settore industriale e in quello edile), il tasso di disoccupazione
cresce di un punto percentuale (attestandosi al 5,5%) e il crescente ricorso alle diverse forme di
ammortizzatori sociali – a cui peraltro possono accedere solo alcuni segmenti della forza-lavoro – è
testimoniato da un’impennata significativa delle ore autorizzate2. Altri segnali evidenti del manifestarsi
della crisi si colgono sul fronte imprenditoriale ed istituzionale: alcune aziende locali (in primis quelle di
dimensioni più contenute) nel settore manifatturiero e in quello edile chiudono i battenti per mancanza di
ordinativi e commesse, mentre le istituzioni locali e le associazioni di categoria iniziano ad attivarsi con
varie modalità nel tentativo di fronteggiare con soluzioni condivise il rischio di una contrazione ulteriore
della base occupazionale. Sui media locali, inoltre, cominciano a trovare spazio i racconti di frustrazione,
angoscia e disperazione raccolti tra imprenditori, lavoratori e nuclei familiari che all’improvviso – dopo anni
di crescita economica e relativo benessere – si trovano a fare i conti con un peggioramento del tenore di
vita, a cui fanno seguito rinunce, disagi e richieste di aiuto, mentre su quelli nazionali si alternano profezie
allarmanti e tentativi di minimizzare la portata della crisi, con l’unico risultato di instaurare un clima di
incertezza diffusa.
Sarebbe un errore, tuttavia, limitarsi a cercare i segni della crisi economica soltanto nelle manifestazioni più
evidenti ed esteriori. Queste ultime trovano oggi facilmente spazio sui media, le cui agende sono spesso
1
Blumer H., Symbolic Interactionism, Berkeley, University of California Press, 1969, p. 4.
Per maggiori dettagli sulle trasformazioni che hanno interessato il mercato del lavoro riminese nel periodo in cui la
crisi ha iniziato a manifestarsi si rinvia al paragrafo seguente.
2
6
costruite secondo specifiche modalità di selezione ed enfasi delle notizie che rispondono primariamente a
logiche di spettacolarizzazione della realtà. La fenomenologia della crisi, tuttavia, pur nutrendosi di eventi
straordinari che irrompono nella vita delle persone disgregandone gli equilibri, non si esaurisce nel
racconto di aziende che chiudono o lavoratori che perdono l’impiego e improvvisamente si ritrovano più
poveri o addirittura bloccati nelle sabbie mobili dell’indigenza. Il catalogo delle conseguenze sociali è molto
più ampio e complesso da decifrare rispetto a quanto si osserva in superficie.
Prima di tutto non va dimenticato che la crisi è un fenomeno che altera le condizioni di contorno, i
meccanismi di funzionamento di uno specifico contesto, rendendo obsolete molte delle regole, dei
meccanismi sociali e delle logiche di intervento più consolidate. In questo senso, dunque, la crisi economica
si configura come un evento potenzialmente stressante nella vita di un individuo e di un nucleo familiare
anche quando non si manifesta nella forma più evidente della perdita del lavoro, perché mette in
discussione riferimenti e modelli di condotta socialmente regolati, con conseguenze non trascurabili sul
piano dei progetti di vita complessivamente intesi. In altre parole, la crisi può spingere gli individui fuori da
condizioni di normalità anche quando non si traduce in situazioni di vulnerabilità o sofferenza economica,
richiedendo comunque un riorientamento cognitivo e una ridefinizione degli schemi d’azione.
Inoltre, i mutamenti che innesca si manifestano generalmente in maniera graduale, dando luogo tanto a
livello di contesto, quanto a livello individuale a piccoli e a volte impercettibili smottamenti che, se
prolungati nel tempo, finiscono per logorare equilibri economici, cognitivi e relazionali più o meno precari.
In definitiva, la crisi economica si traduce e si rivela anche in processi e aspetti meno visibili e produce
conseguenze non scontate che possono interessare molteplici sfere della vita sociale, oltre a quella
lavorativa. Non va mai dimenticato, a questo proposito, che esiste “una differenza tra il verificarsi di un
evento e il suo essere trattato come causa degli effetti che ne conseguono. Il verificarsi di un particolare
evento agirà come una causa risolutiva in certe circostanze, ma non in altre. È probabile che gli effetti
dipendano dalle capacità personali, dalle circostanze presenti, ma anche dalle traiettorie pregresse”3.
Ad esempio, la perdita del lavoro si configura come una causa spesso necessaria, ma di certo non
sufficiente, affinché si determini non solo un processo di scivolamento verso una condizione di vulnerabilità
o, peggio ancora, di indigenza, ma anche un’alterazione del tenore di vita. Le traiettorie individuali
discendenti sono in genere più complesse e tortuose e dipendono dalla specifica combinazione di molteplici
fattori quali, ad esempio, l’età, le condizioni fisiche, l’istruzione, la composizione della famiglia, la
disponibilità di un’abitazione e il risparmio accumulato, il capitale sociale e il radicamento territoriale, le
aspirazioni e i progetti di vita, l’ammontare e la durata delle prestazioni erogate dal welfare locale e
nazionale4. Ciò significa, pertanto, che per comprendere appieno le conseguenze che può avere su una
persona un evento negativo come l’esperienza della cassa integrazione o, peggio ancora, la perdita del
lavoro, occorre allargare lo sguardo alla specifica configurazione che assume nella biografia di quella
persona l’interazione tra molteplici fattori appartenenti non solo alla sfera economica, ma anche a quella
sociale e istituzionale. Detto in altri termini, le conseguenze che l’evento critico può avere non sono
riconducibili in modo lineare e univoco a caratteristiche intrinseche dell’evento. Gli eventi, in quanto
passaggi di stato in cui non sempre è individuabile un confine netto fra un prima e un dopo, esercitano la
propria influenza in maniera interattiva e soprattutto non necessariamente hanno effetti immediati o
automatici: innescano processi e hanno esiti che si sviluppano e assumono connotazioni diverse nel corso
del tempo.
Peraltro, è vero anche che non necessariamente deve verificarsi concretamente un evento negativo sul
versante lavorativo affinché una persona, sulla base della propria visione delle cose influenzata dall’ambito
sociale circostante, assuma la decisione di ridurre il proprio tenore di vita o modifichi significativamente i
3
Walker R. e Leisering L., New tools. Towards a dynamic science of modern society, in L. Leisering e R.G. Walker
(eds.), The dynamics of modern society. Poverty, policy and welfare, Policy Press, Bristol, 1998, p. 24.
4
Sgritta G.B., Dentro la crisi. Povertà e processi di impoverimento in tre aree metropolitane, FrancoAngeli, Milano,
2010.
7
propri progetti di vita: “gli uomini non rispondono solo agli elementi oggettivi di una situazione, ma anche,
ed a volte in primo luogo, al significato che questa situazione ha per loro. E una volta che essi hanno
attribuito un qualunque significato ad una situazione, questo significato è causa determinante del loro
comportamento e di alcune conseguenze di esso”5. Possono ritenersi manifestazioni della crisi economica,
allora, anche quelle condotte ispirate ad una logica di prudente attesa che si rivelano in molte aziende e
famiglie riminesi non direttamente interessate, rispettivamente, da flessioni consistenti della domanda o da
contrazioni occupazionali e retributive.
Di fronte ad un futuro che diviene sempre meno intellegibile, ad esempio, alcune imprese preferiscono non
assumere, anche se il mercato a tratti lascia intravedere alcuni segnali di ripresa della domanda oppure,
quando non ne possono fare a meno, ricorrono ai contratti a termine, con una scadenza ben definita, per
evitare di contrarre impegni di più lunga scadenza che potrebbero diventare dopo poco difficilmente
sostenibili. Anche a livello familiare la prudenza appare un atteggiamento piuttosto diffuso, specialmente
quando alcuni membri sperimentano un’indeterminatezza di fondo rispetto alle prospettive di durata
dell’impiego svolto. Concretamente l’atteggiamento di prudenza si traduce in una maggiore attenzione alle
spese ordinarie nella gestione del bilancio e in una dilazione dei progetti più impegnativi dal punto di vista
finanziario, come l’acquisto di un’abitazione o la sostituzione dell’automobile.
Se un limite evidente delle più diffuse narrazioni delle conseguenze sociali della crisi economica è dunque
quello di limitare l’osservazione alle manifestazioni più evidenti e spettacolari, non va sottovalutato anche il
rischio – altrettanto diffuso – di considerare le persone che sperimentano direttamente o indirettamente gli
effetti della crisi come monadi isolate che si adattano passivamente agli eventi, come se non potessero far
altro che rassegnarsi, in modo meccanico e standardizzato, ai vincoli imposti dal sistema economico e
produttivo in termini di offerta di opportunità di lavoro. Ogni soggetto è inserito in una rete di relazioni
sociali e familiari in cui assume ruoli sociali specifici, in una trama di significati, immagini, simboli e
rappresentazioni attraverso i quali interpreta il proprio ruolo in campo economico, ma non solo. Ciò
significa, dunque, che per comprendere la gamma diversificata di modalità utilizzate dai lavoratori e dalle
loro famiglie per adattarsi ad un contesto di crisi economica occorre tanto considerare il mercato del lavoro
come ‘immerso’ nel più ampio contesto sociale, quanto focalizzare l’attenzione sui significati – cognitivi ed
emotivi – che gli attori attribuiscono alle situazioni che si trovano a vivere. E dato che gli attori sono inseriti
in sistemi concreti e mutevoli di relazioni sociali, tali significati non possono essere che il frutto di una
negoziazione sociale rispetto a credenze e desideri (vale a dire le ragioni per agire), da un lato, e il ‘menù’
delle opportunità a disposizione, dall’altro.
Quanto sin qui affermato suggerisce non solo di affrontare l’analisi delle conseguenze sociali della crisi
economica evitando semplificazioni, ma anche come tale analisi non possa necessariamente esaurirsi
affidandosi unicamente all’esame dei principali indicatori relativi ai fatturati delle aziende, ai trend
occupazionali, all’andamento dei consumi familiari o alla loro capacità di risparmio. Si tratta certamente di
questioni determinanti per cogliere l’estensione delle situazioni di disagio (effettivo e potenziale) e
metterne a fuoco le principali caratteristiche, ma è anche vero che tali strumenti non consentono di
comprendere pienamente l’articolazione dei processi in atto e l’intricato rapporto tra dinamiche
economiche e sociali. A volte, infatti, interpretando i tradizionali indicatori con cui solitamente si
monitorano le dinamiche occupazionali o le risorse economiche a disposizione dei nuclei familiari si tende a
dimenticare che essi ignorano situazioni individuali e circostanze sociali su cui i fenomeni vanno ad
impattare e, in particolare, il significato attribuito da chi vi è implicato, con la conseguenza di arrivare a
spiegazioni della realtà anche molto distanti da quelle utilizzate dalle persone per giustificare i propri
comportamenti.
Al fine di approfondire l’analisi dell’impatto della crisi economica ed occupazionale nel territorio riminese, il
Centro studi Politiche del lavoro e società locale della Provincia di Rimini ha deciso di affiancare alla
5
Merton R.K., Teoria e struttura sociale, il Mulino, Bologna, 1970, p. 766.
8
tradizionale attività di monitoraggio delle dinamiche del mercato del lavoro locale – realizzata tramite le
informazioni rese disponibili dalla banca-dati SILER – un’indagine sul campo in grado di acquisire ulteriori
elementi relativi alle forme concrete della vita economica e sociale e ai relativi intrecci, attraverso la
raccolta dei punti di vista degli attori sociali direttamente implicati. L’obiettivo, in altre parole, è stato
quello di indagare le modalità di costruzione della realtà economica e sociale, per fare emergere la persona
che si nasconde dietro la figura astratta e talvolta stereotipata del lavoratore, del disoccupato o del
cassaintegrato e, dunque, mettere in luce la varietà di significati che la crisi può assumere nelle diverse
situazioni sociali più o meno direttamente interessate da eventi negativi. Come anticipato, infatti, se la crisi
modifica il quadro di vincoli e opportunità a livello sociale e individuale, materiale e cognitivo, è altrettanto
vero che gli eventi che ne conseguono acquisiscono una certa connotazione e sviluppano determinate
conseguenze in base alla complessità situazionale e relazionale entro la quale le persone costruiscono le
proprie modalità di azione (in termini di rielaborazione delle esperienze, attribuzione di senso,
riorganizzazione delle priorità date certe risorse e informazioni a disposizione).
In tal modo si è cercato di ricostruire una rappresentazione più precisa e approfondita dei meccanismi e
delle sequenze causali – intese come combinazioni diverse di fattori – che emergono dalle forme concrete
di vita di uno specifico territorio, osservato nella sua complessità, nel momento in cui è chiamato a
interagire con i flussi e le dinamiche della crisi economica nazionale e internazionale.
Una volta definito l’obiettivo dell’indagine, la scelta degli strumenti di osservazione e di analisi ha
sollecitato un’attenta riflessione metodologica. Comprendere i fenomeni sociali attraverso il significato e le
rilevanze che assumono per gli attori in essi coinvolti richiede infatti la messa a punto di un disegno di
ricerca articolato: innanzitutto si è deciso di privilegiare una modalità di osservazione in grado di tenere
sotto controllo la dimensione processuale della crisi economica e dei cambiamenti che da questa possono
derivare; in secondo luogo si è optato per la definizione di strumenti di ricerca utili per accedere al mondo
della vita delle persone, al modo originale ed unico in cui ognuna attribuisce senso alle proprie azioni,
all’esperienza concreta del proprio vissuto.
Per quanto riguarda la dimensione processuale, è stato impostato un disegno di ricerca di tipo
longitudinale, che permette di seguire nel tempo le traiettorie di vita di uno stesso gruppo di individui.
L’approccio longitudinale, del resto, pur essendo altamente dispendioso in termini di tempo richiesto ai
ricercatori, è senza dubbio quello più adatto quando si analizzano processi di cambiamento e quando si ha
a che fare con persone che possono essere direttamente o indirettamente coinvolte in tali processi o che
potrebbero ritenere di esserlo in un prossimo futuro.
Sul versante degli strumenti di ricerca, la scelta è ricaduta sull’intervista biografica semi-strutturata,
impiegata sia per la ricostruzione dei comportamenti legati al manifestarsi di specifiche circostanze, sia per
far emergere il livello simbolico-culturale del discorso, vale a dire le definizioni della situazione messe in
campo dagli intervistati stessi6.
L’intervista si è articolata secondo i seguenti nuclei tematici, che hanno costituto per certi versi dei passaggi
obbligati a partire dai quali sollecitare ed indirizzare gli intervistati, lasciando ad essi, tuttavia, sempre
ampia libertà di sviluppare una propria riflessione:
 la ricostruzione della storia personale antecedente alla prima intervista, con una specifica attenzione
alla sfera educativa, professionale e familiare;
 la situazione corrente per quanto riguarda la sfera lavorativa e familiare, con un focus particolare sulla
capacità di risparmio, sulle pratiche di consumo e, più in generale, sulle modalità di gestione
delle risorse economiche all’interno del nucleo familiare di riferimento;
 i significati e le interpretazioni della crisi economica in termini di cause e conseguenze in relazione al
loro contesto di riferimento;
6
Ruspini E., Alla ricerca della qualità, in de Lillo A. (a cura di), Il mondo della ricerca qualitativa, Utet, Torino, 2010.
9
 le prospettive future in relazione ai possibili effetti connessi alla crisi economica in corso tanto nella
sfera professionale, quanto in quella familiare.
Le persone intervistate sono state selezionate tenendo conto, oltre che degli obiettivi della ricerca, anche di
una serie di aspetti evidenziati dalla letteratura sull’argomento.
In primo luogo, al fine di mettere sotto osservazione non solo gli eventuali flussi dentro e fuori la
condizione di disoccupato o cassaintegrato, ma anche i cosiddetti effetti indiretti della crisi (derivanti ad
esempio dalla perdita del lavoro di un familiare) o le possibili implicazioni sul piano delle condotte di vita in
chi non ha subito alcuna conseguenza dalla crisi economica sul piano materiale, si è preferito non limitare la
selezione degli intervistati a chi era direttamente interessato da eventi negativi verificatisi nella sfera
occupazionale, come la perdita del lavoro o l’ingresso in cassa integrazione.
In secondo luogo, si è deciso di differenziare gli intervistati soprattutto in base all’età, al genere e al settore
occupazionale di riferimento (settore manifatturiero, comparto turistico-alberghiero e servizi alla persona),
dato che la crisi economica – come noto – ha interessato in maniera differente i diversi segmenti del
sistema economico e produttivo locale. In particolare, l’attenzione all’età si è concretizzata
nell’individuazione di tre gruppi differenti rispetto alla fase del corso di vita (giovani, giovani-adulti e adultimaturi), nell’ipotesi che le conseguenze derivanti dalla crisi ed i significati che questa può assumere
nell’esperienza quotidiana siano graduate anche in base alla posizione occupata nel calendario del corso di
vita, a cui ogni contesto sociale offre e impone significati e risorse differenti7.
Nelle tre classi di età selezionate, inoltre, le persone sono alle prese con transizioni particolarmente
complesse nel panorama contemporaneo, perché socialmente meno regolate che in passato e dunque più
imprevedibili: la conclusione delle scuole superiori e l’iscrizione all’università oppure l’ingresso continuativo
nel mondo del lavoro per i più giovani; il conseguimento di una posizione sociale stabile, autonoma e
indipendente tanto all’interno della sfera professionale quanto in quella familiare per i giovani-adulti; la
conclusione della propria carriera lavorativa per gli adulti-maturi.
Si è così composto un aggregato composto da 54 persone (27 donne e 27 uomini; 10 appartenenti alla
fascia giovanile, 21 a quella dei cosiddetti giovani-adulti e 23 all’area degli adulti-maturi; 45 italiani e 9
stranieri; 26 occupati al momento della prima intervista (la maggior parte come dipendenti annuali e
stagionali, a cui si aggiungono anche 6 imprenditori) e 15 disoccupati, in condizione di cassa integrazione o
in mobilità, a cui si aggiungono 10 studenti e 3 pensionati, individuate grazie alla collaborazione dei Centri
per l’impiego della Provincia di Rimini, delle organizzazioni sindacali, delle associazioni non profit e
attraverso l’utilizzo di contatti informali e di alcuni ‘mediatori’ che si sono fatti primi interpreti delle
richiesta di intervista, realizzando così quello che in termini tecnici è denominato campionamento a catena.
La rilevazione sul campo è stata avviata nel maggio 2009 con la prima fase di interviste, e si è conclusa nel
febbraio 2011. Nell’arco temporale di 22 mesi le persone selezionate sono state intervistate in 3 sessioni
successive, a distanza di circa 7 mesi l’una dall’altra8. Dopo ogni intervista è stata redatta una scheda di
sintesi da utilizzare come base di riferimento nel colloquio successivo. Complessivamente sono state
realizzate 147 interviste, dato che per 10 intervistati non è stato possibile completare l’iter previsto delle 3
interviste. A ciò si aggiungono 9 colloqui individuali e un focus group con testimoni privilegiati (referenti dei
centri per l’impiego e dei servizi sociali di alcuni comuni del territorio, operatori del privato sociale,
funzionari di istituti di credito, sindacalisti, imprenditori e referenti delle diverse organizzazioni di
rappresentanza).
7
A questo proposito, il celebre studio di Glenn Elder (Elder G.H. Jr., Children of the Great Depression: Social Change
in Life Experience, University of Chicago Press, Chicago, 1974) sui figli della Grande Depressione americana degli
anni ’20 e ’30 del secolo scorso ha evidenziato come la crisi economica abbia avuto conseguenze anche molto differenti
in relazione alle diverse coorti di nascita.
8
Per maggiori informazioni sulle persone intervistate si rinvia all’appendice, in cui sono riportate le principali
caratteristiche socio-anagrafiche di ciascuna.
10
Le interviste, raccolte con l’uso del registratore e in seguito integralmente trascritte, sono state realizzate in
luoghi differenti, a seconda della disponibilità degli intervistati: alcuni hanno preferito recarsi presso i locali
delle diverse sedi dei Centri per l’impiego, altri hanno scelto di essere intervistati presso la propria
abitazione e una piccola parte hanno incontrato l’intervistatore all’uscita della sede di lavoro o di studio.
Il materiale raccolto è stato particolarmente ricco e voluminoso e l’analisi di conseguenza complessa e
dispendiosa: inizialmente si è proceduto ad analizzarlo in maniera trasversale ad ogni fase di interviste (cfr.
i capitoli 2 e 3); successivamente si è messa sotto osservazione la dimensione processuale, vale a dire le
trasformazioni che si sono manifestate nelle singole traiettorie biografiche e le differenze tra le diverse
traiettorie in termini di transizioni tra uno status e l’altro nelle differenti sfere della vita sociale (cfr. il
capitolo 4), con l’individuazione, inoltre, di specifici profili biografici (cfr. il capitolo 5). Una sintesi delle
dinamiche emerse e delle principali implicazioni per le policies è presentata nel capitolo 6.
L’analisi del materiale empirico è stata infine sottoposta all’attenzione del territorio, coinvolgendo i
soggetti e le istituzioni che operano nei diversi ambiti in cinque incontri aperti al pubblico nei comuni di
Morciano di Romagna, Rimini, Novafeltria, Riccione e Santarcangelo (cfr. il capitolo 7): durante il mese di
maggio 2012 amministratori e funzionari degli enti locali, rappresentanti delle categorie economiche, del
sistema creditizio, del mondo sindacale e dell’associazionismo, singoli lavoratori, imprenditori, artigiani,
professionisti, insegnanti e cittadini sono stati chiamati – a partire dai risultati emersi dall’indagine – a
fornire il proprio punto di vista sull’evoluzione della crisi (che peraltro ha conosciuto una fase di ulteriore
inasprimento nel periodo successivo alla conclusione delle tre fasi di intervista), sulle strategie messe in
atto per fronteggiarla e sui possibili interventi attuabili in ambito provinciale al fine di rintracciare
l’esistenza di visioni condivise a livello locale circa ciò che è accaduto, ciò che potrebbe ancora accadere e
ciò che si potrebbe fare. Con tale scelta si è tentato di restituire centralità ad una prospettiva che assegna
agli attori locali presenti sul territorio spazi di autonomia e iniziativa in quanto “portatori non solo della
tradizione, ma anche dei mestieri, del know how pratico, di abilità dialogiche, di capacità di interpretazione
e di giudizio autonomo”9.
È utile precisare che l’impostazione metodologica adottata si riflette inevitabilmente anche sulle
considerazioni riportate nelle pagine seguenti. A differenza delle indagini con tecniche più standardizzate
come i questionari strutturati, infatti, il ricco e diversificato materiale raccolto con l’intervista biografica
non consente una immediata generalizzazione dei risultati tramite il ragionamento probabilistico e
l’individuazione di specifiche macrotendenze. Se ciò può costituire un indubbio limite conoscitivo, è tuttavia
circoscrivibile tramite la collocazione – in fase di analisi – di ogni racconto, logica d’azione, meccanismo
sullo sfondo di un contesto locale costantemente monitorato nelle principali dinamiche socio-economiche
che interessano il mercato del lavoro. Inoltre, il tipo di materiale raccolto agevola un’esplorazione più
approfondita e attenta alle manifestazioni meno consuete della vita sociale, che trova espressione nella
costruzione di tipi ideali emergenti di corsi di azione.
Detto in altri termini, le tecniche di tipo qualitativo, interrogando la prospettiva dell’attore, non intendono
realizzare un semplice resoconto della vita delle singole persone, bensì – attraverso l’osservazione attenta e
rigorosa del singolo – giungere alla comprensione dell’intero contesto in cui l’attore opera. Pertanto, pur
considerando le vite degli individui come certamente uniche, la prospettiva di analisi qualitativa ritiene che
“la loro unicità non dipenda da fattori personali inafferrabili, ma dalla diversità delle mosse che possono
effettuare individui collocati storicamente all’interno di mondi sociali collocati storicamente”10.
9
E. Rullani, “Il potere e le reti: rigenerare appartenenze e identità nel governo del territorio”, in Sociologia del Lavoro,
n.109, 2008, p. 43.
10
Abrams A., Sociologia storica, il Mulino, Bologna, 1983, p. 360.
11
1. 2
Il contesto socio-economico riminese: elementi descrittivi
Nel corso del triennio 2009-2011 la provincia di Rimini è stata oggetto di un significativo ampliamento
territoriale con l’acquisizione dei sette comuni dell’Alta Valmarecchia (Casteldelci, Maiolo, Novafeltria,
Pennabilli, San Leo, Sant’Agata Feltria e Talamello) recentemente annessi all’Emilia-Romagna (Legge n. 117
del 3 Agosto 2009). In seguito a tale annessione, all’inizio del 2011, i cittadini residenti sul territorio
provinciale risultano 329.244, con una leggera prevalenza della componente femminile (51,6%) su quella
maschile (48,4%)11.
I minori sino ai 14 anni di età sono 45.676 e rappresentano il 13,9% della popolazione, mentre i soggetti in
età lavorativa (15-64 anni) si avvicinano alle 216 mila unità, corrispondenti al 65,5% del totale. Le persone
ultra 65enni sono oltre 67 mila e incidono per il 20,6% sui residenti complessivi; una quota più bassa della
media regionale (22,4%), ma che è cresciuta di circa 5 punti percentuali negli ultimi venti anni (era del
15,9% nel 1991)12. Il progressivo invecchiamento della popolazione viene confermato dalla dinamica
dell’indice di vecchiaia salito fra il 1991 ed il 2010 da 118,3 a 148,513.
Sempre nel 2010, delle oltre 135.000 famiglie residenti il 48% è rappresentato da coppie coniugate (con e
senza figli e/o altri soggetti), le persone sole costituiscono il 32,6%, i nuclei monogenitoriali con figli sono il
13,7% ed il restante 5,7% è costituito da altre tipologie di convivenza14.
Riguardo ai tempi e ai modi di ‘fare famiglia’ il contesto riminese negli ultimi anni è stato interessato dalle
principali tendenze registrate a livello regionale e nazionale.
Sono cresciute le famiglie unipersonali, (erano il 14,9% nel 1981 sono il 32,6% nel 2010), così come l’età
media al matrimonio (nel decennio 1981-1990 era di 27,8 anni per gli uomini e 24,8 per le donne, dopo il
2006 sale rispettivamente a 35,3 e 31,7 anni). È aumentata l’instabilità coniugale, mentre si è ridotto il
numero medio dei componenti per famiglia (da 3,04 membri nel 1981 a 2,35 nel 2010)15. I nuclei con prole
sono il 45% del totale e circa metà di essi ha un figlio minorenne. Negli ultimi vent’anni è salita l’età media
delle donne al parto (oggi poco più di 31 anni), ma si è anche registrato un leggero incremento della
natalità, grazie soprattutto al contributo delle madri straniere (nel 2010 il tasso di fecondità totale era di
2,27 figli rispetto all’1,34 delle residenti italiane)16.
L’invecchiamento della popolazione è da mettere in relazione sia all’allungamento della vita media, sia a
tassi di natalità che risultano ancora piuttosto bassi nonostante i segnali di crescita evidenziati in
precedenza. Anche sul territorio riminese si sta assistendo ad una differenziazione delle strutture familiari
legata da un lato al progressivo disgregarsi della famiglia nucleare (nuclei monogenitoriali e anziani soli) e
dall’altro alla diffusione dei processi di individualizzazione (aumento dei single e delle coppie senza figli).
11
Provincia di Rimini – Servizio Statistica, Osservatorio demografico provinciale. Anno 2011, www.provincia.rimini.it.
Il 43% degli ultra 64enni che vivono da single o in coppia con un altro anziano ha almeno un figlio/a residente sul
territorio provinciale. Cfr. Provincia di Rimini – Servizio Statistica, Osservatorio Popolazione anziana. La popolazione
senior nella provincia di Rimini. Una risorsa a rischio fragilità: sperimentazione di una metodologia di analisi,
www.provincia.rimini.it.
13
L’indice di vecchiaia si ottiene moltiplicando per 100 il rapporto tra la popolazione ultra 65enne e quella da 0 a 14
anni. Cfr. Istat, Censimento generale della Popolazione e delle Abitazioni 1991, www.dwcis.istat.it; Camera di
Commercio di Rimini - Ufficio Studi, Quaderni di Statistica. Edizione 2011, www.starnet.unioncamere.it.
14
Provincia di Rimini – Servizio Statistica, Osservatorio provinciale sulle famiglie. Anno 2010,
www.provincia.rimini.it.
15
Ibidem.
16
I dati sono ricavati dal datawarehouse delle statistiche prodotte dall’Istat, disponibili al sito
http://dati.istat.it/Index.aspx. Il tasso di fecondità totale esprime il numero medio di figli per donne in età feconda (1549 anni).
12
12
Tuttavia, i legami familiari continuano a rappresentare una risorsa fondamentale per rispondere ai
crescenti bisogni di cura della popolazione e supplire alle carenze del sistema pubblico di welfare.
Un altro fenomeno tipicamente italiano presente nella realtà provinciale riguarda la prolungata
permanenza dei figli nella casa paterna, come testimoniano gli oltre 41.000 giovani (il 38,5%) con età
compresa tra 25 e 34 anni che nel 2010 vivevano ancora insieme ai genitori17. Il mondo giovanile riminese
ha conosciuto nell’ultimo ventennio un significativo incremento nel tasso di scolarizzazione passato
dall’81,3% dell’anno scolastico 1990/91 al 94,2% del 2010/11.18 L’allungamento dei percorsi formativi
comprende anche l’istruzione universitaria se si considera che nell’anno accademico 2010/11 circa sei neodiplomati su dieci (59,4%) si sono iscritti all’università, con un tasso di passaggio dalla scuola superiore
decisamente più elevato tra le ragazze (64%) rispetto ai coetanei maschi (54,2%)19.
Un ultimo elemento da evidenziare rispetto alla struttura socio-demografica concerne il notevole impatto
dei processi migratori che hanno interessato la realtà riminese, così come larga parte dell’Italia centrosettentrionale. La popolazione straniera residente sul territorio provinciale all’inizio dell’anno è passata
dalle 8.322 unità del 2001 alle 33.113 del 2011 e la sua incidenza sul totale è aumentata nello stesso
periodo dal 3% al 10,1%20, con un tasso di crescita leggermente inferiore alla media regionale (gli stranieri
residenti erano il 3,3% al 1.1.2001 e arrivano all’11,3% nel 2011)21. I ‘nuovi riminesi’ provenienti dall’estero
sono tendenzialmente più giovani degli autoctoni (l’età media è vicina ai 32 anni, mentre quella degli
italiani supera i 43); al loro interno prevale la componente femminile (52,2%) ed oltre un terzo di essi risulta
stabilmente radicato nel contesto locale (il 34,8% risiede in provincia da oltre cinque anni)22.
L’aumento della popolazione straniera ha avuto importanti conseguenze non solo sull’assetto demografico
ma anche sulla struttura imprenditoriale e occupazionale del territorio. Nel 2011, le imprese guidate da
cittadini stranieri sono oltre 3.600, prevalentemente concentrate nell’edilizia e nel commercio e
corrispondenti al 10% del totale provinciale23. Inoltre, nello stesso anno, i lavoratori comunitari ed
extracomunitari rappresentano circa il 30% delle persone assunte alle dipendenze in provincia di Rimini24. Il
mercato del lavoro locale è meta di flussi migratori non solo dall’estero ma anche dalle altre regioni
italiane (nel 2011 il 34% degli assunti risiede fuori provincia) e ciò grazie soprattutto alla vitalità del sistema
produttivo.
Esso si caratterizza per una netta prevalenza delle attività terziarie a cui sono riconducibili il 67,5% delle
aziende attive sul territorio alla fine del 2011. Questo dato rispecchia la vocazione turistica di Rimini, che
vede storicamente nei servizi ricettivi e nel loro indotto il motore trainante dell’economia locale. Anche se
inferiori per numero di imprese, rivestono comunque un ruolo rilevante sia l’edilizia (circa il 16% del totale)
17
Provincia di Rimini – Servizio Statistica, op. cit.
Nel calcolo del tasso di scolarizzazione (iscritti scuole secondarie II grado / popolazione residente in età 14-18) si
tiene conto anche degli iscritti con più di 18 anni. Cfr. Provincia di Rimini - Centro studi Politiche del lavoro e società
locale (a cura di) Giovani, sistema scolastico-formativo e mercato del lavoro. Un approfondimento conoscitivo sui 1534enni della provincia di Rimini, Ottobre 2005, www.riminimpiego.it; Provincia di Rimini – Assessorato all’istruzione,
La popolazione scolastica in provincia di Rimini. Anno scolastico 2010-2011, www.provincia.rimini.it.
19
Il tasso di passaggio dalla scuola all’università esprime il rapporto tra gli immatricolati di un dato anno accademico e
i diplomati dell’anno scolastico precedente. Cfr. Provincia di Rimini – Servizio Statistica, 10° Osservatorio Istruzione
universitaria nella provincia di Rimini. Anno accademico 2010/2011, Aprile 2011, www.provincia.rimini.it.
20
Provincia di Rimini – Servizio Statistica, Osservatorio fenomeni migratori. Rapporto 2010, www.provincia.rimini.it.
21
Cfr. Regione Emilia-Romagna - Osservatorio regionale sul fenomeno migratorio (a cura di) L’immigrazione straniera
in Emilia-Romagna. Dati al 1.1.2001, FrancoAngeli, Milano, 2002; Id. (a cura di) L’immigrazione straniera in EmiliaRomagna. Dati al 1.1.2011, CLUEB, Bologna, 2012.
22
Provincia di Rimini – Servizio Statistica, op. cit.
23
Ove non diversamente indicato i dati relativi alle imprese sono ricavati dal portale degli Uffici Studi delle Camere di
Commercio italiane (www.starnet.uniocamere.it) nella sezione dedicata alla provincia di Rimini.
24
Si veda il capitolo sul mercato del lavoro all’interno del Rapporto sull’economia della provincia di Rimini
2011/2012, curato dall’Ufficio Studi della Camera di Commercio di Rimini.
18
13
che le attività manifatturiere (circa l’8%). All’interno di queste ultime le realtà produttive più importanti
appartengono ai settori tradizionali, come la meccanica (es. macchine per il legno e cantieristica navale), il
tessile-abbigliamento, l’industria alimentare e del legno.
Nel complesso si tratta di una struttura imprenditoriale centrata su aziende di piccole dimensioni, in cui
prevalgono il carattere artigianale e la conduzione familiare. Infatti, delle circa 36.000 imprese attive alla
fine del 2011, il 92,6% ha meno di dieci addetti, mentre solo lo 0,5% supera i 50 dipendenti. Le realtà
artigiane sono oltre 10 mila e rappresentano quasi il 30% del totale, con una quota che arriva al 76,2% tra le
aziende manifatturiere e all’81,5% tra quelle edili. Rispetto alla forma giuridica, al 30 settembre 2011, le
società di capitali costituivano una netta minoranza (15,9%) rispetto alle società di persone (26,5%) e alle
imprese individuali (55,8%).
Quello riminese è un territorio riconducibile alla ‘Terza Italia’ descritta da Bagnasco, che ha conosciuto, a
partire dagli anni sessanta del secolo scorso, un processo di industrializzazione diffusa, basato sulla piccola
impresa, in cui hanno svolto un ruolo centrale la famiglia e la comunità locale25. La prima permette di
ammortizzare le fluttuazioni del mercato, mentre la seconda, con la sua rete di istituzioni a carattere
associativo, fornisce un contesto di riferimento impermeabile ai consistenti costi sociali e agli squilibri
territoriali causati altrove dallo sviluppo economico.
Il sistema produttivo della provincia di Rimini è stato inevitabilmente coinvolto dal rallentamento del ciclo
economico che ha interessato nell’ultimo triennio gran parte delle regioni italiane ed europee. La crisi ha
colpito il territorio riminese a partire dalla seconda metà del 2008, ma gli effetti più deleteri si sono avuti
nell’anno successivo e soprattutto all’interno del comparto manifatturiero. Nel 2009, infatti, i principali
indicatori congiunturali registrano forti variazioni negative sia rispetto alla produzione (la media annua
delle variazioni trimestrali registra - 13,5%), sia al fatturato (- 13,4%) e sia al valore delle esportazioni (7,4%) che sono, tuttavia, inferiori a quelle rilevate sugli stessi indicatori in Emilia-Romagna.
Il 2010 vede una leggera ripresa della produzione (+ 1,6%), dei fatturati (+ 2,2%) e dell’export (+ 2,5%) con
valori che risultano, però, ancora al di sotto di quelli precedenti la crisi. Tuttavia, nel terzo trimestre del
2011, l’industria riminese evidenzia segnali contrastanti poiché, da un lato, la produzione e il fatturato
mostrano variazioni negative (rispettivamente - 1,4% e - 0,9% su base annua), dall’altro le esportazioni
presentano un andamento positivo (+ 3,4%). Un ultimo dato riassume l’impatto della crisi sul settore: se
alla fine del 2008 le aziende manifatturiere attive a livello locale erano 3.435, tre anni dopo il loro numero
scende a 2.842, con una riduzione del 17,3% (- 593 unità al 31.12.2011).
Nonostante le difficoltà del comparto industriale, nel triennio 2009-2011 l’iniziativa imprenditoriale in
provincia di Rimini ha mantenuto un certo dinamismo. Infatti, il saldo annuale delle imprese attive, che
esprime la differenza tra le aziende iscritte e quelle che hanno cessato l’attività, risulta complessivamente
positivo. Il numero delle partite IVA sul territorio provinciale è cresciuto, seppur di poco, nel 2009 (+ 43
unità), in misura maggiore nel 2010 (+ 654) e ancora nel 2011 (+ 139).
Si è detto dell’importanza dell’industria turistica per l’economia locale ed i dati relativi agli esercizi ricettivi
della provincia evidenziano una sostanziale tenuta del settore nel biennio 2009-2010 e addirittura una
crescita nell’anno successivo. Le presenze di turisti italiani e stranieri presso le strutture alberghiere della
Riviera si sono mantenute ben oltre i 15 milioni nei primi due anni della crisi, confermando i livelli de
200826, per poi aumentare nel 2011 e superare la quota di 16 milioni, con un incremento del 4,3% rispetto
al 201027.
25
Bagnasco A., Tre Italie. La problematica territoriale dello sviluppo italiano, il Mulino, Bologna, 1977.
Provincia di Rimini – Servizio Statistica, Osservatorio sul turismo. Report 2010, www.provincia.rimini.it.
27
Nel momento in cui stiamo scrivendo il dato è ancora provvisorio, ma la tendenza alla crescita appare certa e
particolarmente significativa se rapportata al quadro negativo del turismo italiano. Cfr. Provincia di Rimini – Servizio
Statistica, Movimento clienti nelle strutture ricettive. Anno 2011 (dati provvisori), www.provincia.rimini.it.
26
14
Il riferimento al dinamismo del mondo imprenditoriale riminese, anche in una fase recessiva, rimanda ad un
tratto caratteristico della realtà locale che si distingue per una spiccata vocazione all’autoimprenditorialità. Nel 2011, secondo l’Istat, la quota di lavoratori autonomi sul totale degli occupati risulta
a livello provinciale del 31,9%; un valore significativamente più elevato sia della media emiliano-romagnola
(24,5%), sia di quella nazionale (24,9%)28.
Entrando maggiormente nel dettaglio della struttura occupazionale, essa si compone per un 3,4% di
persone impegnate in agricoltura, un 19,6% nelle attività manifatturiere, un 8,4% nelle costruzioni e un
68,6% nei servizi. Tale distribuzione differenzia la provincia di Rimini dal contesto regionale, sia per una
minore incidenza del comparto manifatturiero, sia per il maggiore rilievo delle attività terziarie che in
Emilia-Romagna pesano rispettivamente per il 27,4% e per il 62,7%.
Su questo tratto distintivo influisce ovviamente il ruolo del settore turistico che caratterizza l’economia
locale creando posti di lavoro, sia direttamente grazie ai servizi ricettivi e ristorativi (alberghi, ristoranti e
pubblici esercizi), sia indirettamente attraverso le attività terziarie dell’indotto (commercio,
intrattenimento, trasporti, ecc.). L’industria ricettiva riminese continua a raccogliere gran parte delle
presenze nei mesi estivi, con evidenti riflessi sulla stagionalità dell’occupazione ad essa collegata29. Nel
triennio 2009-2011 il settore ricettivo-ristorativo ha fatto registrare circa la metà di tutti nuovi rapporti di
lavoro dipendente avviati a livello provinciale, aumentando addirittura il suo peso sul totale dal 44,9% del
2008 al 49% del 2011 (oltre 50.000 assunzioni)30.
Nonostante le buone performances del comparto turistico, la crisi ha avuto complessivamente effetti
piuttosto negativi sull’occupazione provinciale. Il numero di occupati, stimato dall’Istat, è rimasto
sostanzialmente stabile tra il 2008 ed il 2009, attestandosi intorno alle 135 mila unità, per poi calare
vistosamente sotto i 131 mila nel 2010. Questo calo ha interessato soprattutto il lavoro autonomo ed in
modo particolare quello impegnato nel settore edile (- 20% su base annua) e nei servizi (- 13,4%). Sono
sempre i lavoratori autonomi a determinare una parziale ripresa dell’occupazione, che nel 2011 viene
stimata intorno alle 134 mila unità, con una crescita su base annua dovuta sostanzialmente all’aumento
delle partite IVA nelle attività terziarie (+ 12,4%).
In termini relativi, il tasso di occupazione generale (15-64 anni) è sceso dal 67,1% del 2008 al 66,1% del
2009 e quindi al 63,9% nel 2010, per poi risalire al 64,8% nel 2011, che rappresenta comunque una
percentuale inferiore al periodo pre-crisi. Su questo versante si confermano le notevoli differenze fra la
componente maschile e femminile della forza lavoro, che risultano colpite in misura assai difforme dal calo
occupazionale. Infatti, tra gli uomini in età lavorativa la quota di occupati si riduce dal 75,9% del 2008 al
72,7% del 2010 (- 3,2 punti percentuali), ma poi risale nel 2011 sino al 75,7%. Nello stesso periodo, invece,
il tasso corrispondente relativo alle donne (15-64 anni) declina senza soluzione di continuità dal 58,3% al
54,2% (- 4,1 punti).
Nel triennio 2009-2011 al calo complessivo dell’occupazione si unisce un consistente incremento delle
persone in cerca di impiego. I disoccupati residenti sul territorio provinciale erano circa 8 mila nel 2008,
salgono a 11 mila nel 2009, mantenendosi intorno a questa cifra nell’anno seguente, per poi avvicinarsi alle
12 mila unità nel 2011. Altrettanto significativo risulta l’aumento del tasso di disoccupazione generale,
28
I dati relativi all’occupazione sono stati ricavati dalle Indagini sulle Forze di Lavoro dell’Istat relative agli anni 2008,
2009, 2010 e 2011. È opportuno precisare che le recenti modificazioni territoriali riguardanti la provincia di Rimini,
non sono state recepite dall’Istat nelle rilevazioni del 2010 e del 2011; pertanto tutti i dati relativi all’occupazione
provinciale, presentati di seguito, non comprendono i residenti dell’Alta Valmarecchia.
29
Sotto questo profilo, va sottolineato come abitualmente in provincia di Rimini nei mesi di maggio, giugno e luglio si
concentri una quota fra il 55% ed il 60% delle assunzioni effettuate ogni anno da alberghi, ristoranti e pubblici esercizi.
30
I dati sulle assunzioni (avviamenti) sono di fonte amministrativa e vengono estratti dal Sistema informativo lavoro
dell’Emilia-Romagna (SILER). Ormai da alcuni anni il Centro studi Politiche del lavoro e società locale della Provincia
di Rimini utilizza tali dati per analizzare il mercato del lavoro locale, attraverso la redazione di report che sono
disponibili al sito www.riminimpiego.it.
15
passato dal 5,5% del 2008 all’8% del 2011; un valore che allontana Rimini dalla media regionale (5,3% nel
2011) e la avvicina al dato nazionale (8,4%).
Così come per gli occupati anche relativamente a chi cerca lavoro esiste una notevole differenza fra uomini
e donne, che la crisi ha contribuito ad accentuare. Infatti, il tasso di disoccupazione maschile è salito dal
4,8% del 2008 al 5,7% del 2009, ma nel 2010 ha invertito la tendenza, scendendo al 5,2% e poi ancora al
4,9% nell’anno successivo. D’altro lato, la quota di donne disoccupate è sempre aumentata nell’ultimo
triennio, passando dal 6,3% del 2008 all’12,1% del 2011, allargando così il divario con la componente
maschile (da 1,5 punti percentuali nel 2008 a 6,2 punti nel 2011) e raggiungendo un valore quasi doppio
rispetto alla media regionale (6,2% nel 2011).
Queste dinamiche negative sul versante occupazionale si sono innestate in un mercato del lavoro che negli
ultimi anni ha conosciuto una notevole diffusione delle forme contrattuali flessibili. Il numero dei rapporti
lavorativi avviati con un contratto a tempo indeterminato si è progressivamente ridotto, così che oggi su
dieci assunzioni registrate sul territorio provinciale nove sono regolate da un contratto a termine. Sotto
questo profilo va evidenziata l’autentica ‘esplosione’ del lavoro intermittente la cui incidenza è passata dal
2,7% del 2008 al 23,8% del 201131. Tale contratto, per la sua natura aleatoria e discontinua, non può essere
accomunato agli altri rapporti alle dipendenze sotto il profilo delle tutele assicurative, ma rappresenta il
segnale della crescente precarizzazione in atto nel mercato del lavoro.
In estrema sintesi il triennio 2009-2011 ha visto diminuire l’occupazione, crescere la disoccupazione e la
precarietà come conseguenza di una crisi i cui effetti negativi in termini occupazionali sono stati comunque
attenuati dall’impiego degli ammortizzatori sociali. Secondo i dati forniti dall’INPS, il ricorso alla cassa
integrazione ordinaria (CIGO), straordinaria (CIGS) e in deroga a livello provinciale è passato dalle 450.236
ore autorizzate nel 2008 alle circa 3.230.000 del 2009, sino a raggiungere la considerevole cifra di 7.900.000
ore nel 2010 e, infine, superare di poco quota 7 milioni nel 201132.
Si tratta di numeri impressionanti che acquisiscono ulteriore significato se rapportati con altre realtà
territoriali. Negli ultimi due anni, infatti, la domanda di ammortizzatori sociali in provincia di Rimini è
cresciuta in modo più consistente rispetto a quanto rilevato a livello regionale e nazionale. Rispetto al 2009,
l’incremento complessivo della cassa integrazione nel contesto riminese è quasi del 118%; un valore
notevolmente più alto sia del 21,9% registrato in Emilia-Romagna, sia del 4,3% relativo all’Italia. Se nel
primo anno di crisi gli interventi ordinari hanno avuto un ruolo preponderante costituendo oltre i due terzi
(67,8%) del totale, durante il 2010 la CIGO scende notevolmente, mentre crescono sia i trattamenti
straordinari, sia soprattutto quelli in deroga che rappresentano quasi il 63% delle ore autorizzate nel
complesso. Questi ultimi diminuiscono sensibilmente nel 2011, determinando una riduzione della cassa
integrazione complessiva (- 11% su base annua) la cui entità risulta comunque di oltre quindici volte
maggiore al periodo precedente la crisi.
La sospensione parziale o totale dell’attività produttiva ha coinvolto le imprese di quasi tutti i settori del
comparto manifatturiero ed in modo particolare quelle metalmeccaniche. Come già evidenziato la
manifattura riminese è stata colpita duramente dalla recessione che, tuttavia, non ha risparmiato neppure
l’edilizia ed il commercio. In questa situazione molte realtà imprenditoriali hanno proceduto ad una
ristrutturazione dell’attività produttiva o hanno addirittura cessato di esistere con la conseguente
espulsione della manodopera in eccesso. Le persone inserite ogni anno nelle liste di mobilità in provincia di
Rimini sono salite dalle 924 unità del 2008 alle oltre 1.700 del 2009, quando si registra l’incremento più
consistente dei lavoratori licenziati (+ 88,2% su base annua). Nel 2010 questo numero sale ancora arrivando
a 1.871 (+ 7,6% annuo) ed il trend crescente prosegue anche nel 2011 durante il quale oltre 2.100 persone
sono state iscritte negli elenchi della mobilità provinciale (+ 14%)33.
31
Si veda ancora il capitolo sul mercato del lavoro all’interno del Rapporto sull’economia della provincia di Rimini
2011/2012, curato dall’Ufficio Studi della Camera di Commercio di Rimini.
32
Tutti i dati sulla cassa integrazione sono ricavati dal sito dell’INPS nazionale www.inps.it.
33
Il dato del 2011 è ancora provvisorio poiché l’INPS non ha completato tutte le comunicazioni sulle richieste
presentate. Cfr. Ufficio Studi Camera di Commercio di Rimini (a cura di) Rapporto sull’economia della provincia di
Rimini 2011/2012, Rimini, 2012, www.rn.camcom.it.
16
Il quadro sin qui presentato, sebbene in modo sintetico, descrive un contesto socio-economico provinciale
che ha subito gli effetti della crisi sia nella sfera produttiva, sia sul versante occupazionale. Il
prolungamento della fase recessiva e la gravità delle sue conseguenze contengono delle implicazioni non
solo sul benessere materiale, ma anche sulla coesione sociale del territorio. Tutto ciò ha motivato una serie
di iniziative da parte delle istituzioni locali volte a sostenere imprese e lavoratori, che saranno illustrate nel
paragrafo seguente.
1. 3
La risposta delle istituzioni alla crisi
In questa sezione verranno sinteticamente analizzate le principali misure realizzate sul territorio provinciale
dal sistema istituzionale pubblico per fronteggiare l’impatto della crisi economica. Regione, Provincia e
Comuni si sono attivati sulla base delle proprie competenze seguendo la logica della concertazione,
coinvolgendo le istituzioni economiche, le organizzazioni sindacali e le associazioni di categoria. I
provvedimenti riportati di seguito fanno riferimento al triennio 2009-2011, prendendo in considerazione i
principali interventi destinati alle famiglie e alle aziende colpite dalla recessione.
Quest’ultima ha avuto come prima conseguenza una riduzione dell’attività produttiva, mettendo a rischio
migliaia di posti di lavoro. Per rispondere a questa emergenza, nel maggio del 2009, la Regione EmiliaRomagna, insieme Province, Comuni, sindacati e alle associazioni imprenditoriali presenti sul territorio
regionale, ha stipulato un ‘Patto per attraversare la crisi’. Una delle finalità principali dell’accordo è quella
di salvaguardare l’occupazione e sostenere il reddito dei lavoratori estendendo lo strumento della cassa
integrazione e della mobilità alle aziende precedentemente escluse da tali interventi. Nello specifico questi
ammortizzatori sociali vengono estesi alle attività manifatturiere con meno di 15 dipendenti, alle imprese
dei servizi, del commercio, nonché a quelle artigiane e cooperative che rappresentano, nel complesso,
l’asse portante dell’economia regionale e provinciale.
Possono accedere alla cassa integrazione ordinaria, straordinaria e alla mobilità in deroga i lavoratori
assunti come dipendenti a tempo determinato, indeterminato, con contratto di apprendistato, i socilavoratori di cooperativa e i titolari di contratto di somministrazione lavoro che durante la loro missione
vedano l’impresa utilizzatrice attivare procedure per l’accesso agli ammortizzatori sociali34. Beneficiano di
questi ultimi anche i lavoratori occupati presso quelle aziende che hanno già utilizzato tutti gli strumenti
previsti dalla legislazione ordinaria per la sospensione dell’attività35. Si tratta di un provvedimento assai
significativo in quanto riesce a compensare parzialmente gli squilibri esistenti nel sistema di coperture
assistenziali italiano. Alle misure passive di sostegno al reddito si uniscono anche azioni di politica attiva
volte ad accrescere l’occupabilità dei lavoratori colpiti dalla crisi.
A tal fine i soggetti beneficiari degli ammortizzatori sociali in deroga vengono convocati dal Centro per
l’impiego (CPI), competente per il luogo in cui essi sono domiciliati, che provvede a prendere in carico i
lavoratori36. Il collocamento pubblico al momento della presa in carico valuta l’offerta di prestazioni
34
Nel caso di richieste per la cassa integrazione ordinaria e straordinaria in deroga i lavoratori devono avere almeno 90
giorni di anzianità presso l’azienda che ha proceduto alla sospensione. Per quanto riguarda la mobilità i mesi di
anzianità sono 12, di cui almeno 6 di lavoro effettivamente prestato nell’impresa che ha deciso il licenziamento. Cfr.
Regione Emilia-Romagna, Delibera Giunta Regionale n. 692/2009, www.emiliaromagnalavoro.it.
35
Il sostegno al reddito per le persone interessate dalla cassa integrazione ordinaria e straordinaria in deroga è pari
all’80% dell’ultima retribuzione e viene erogato per sei mesi. Al termine di questo periodo, previo un ulteriore esame
congiunto, è possibile un rinnovo per ulteriori sei mesi. La mobilità in deroga ha invece una durata massima di 4 mesi.
Ai lavoratori licenziati che non avrebbero normalmente diritto all’indennità di disoccupazione ordinaria, viene subito
attribuito il trattamento di mobilità in deroga per una durata massima di sei mesi rinnovabili per altri sei, sempre in
connessione a programmi di reinserimento.
36
Cfr. Regione Emilia-Romagna, Delibera Giunta Regionale n.1769/2009, www.emiliaromagnalavoro.it.
17
secondo la situazione personale e tenendo conto della misura di politica attiva già eventualmente
individuata nell’accordo sindacale finalizzato alla richiesta del sussidio37. A tutti viene garantito un colloquio
di primo orientamento durante il quale vengono analizzate le competenze, la storia e gli obiettivi
professionali. Sulla base di questi elementi gli operatori del CPI propongono una serie di attività formative
rivolte in modo particolare ai lavoratori sospesi dall’attività produttiva.
Da un lato, ci sono percorsi di aggiornamento e specializzazione, di durata tendenzialmente breve (40 ore),
che mirano ad arricchire le conoscenze e svolgere al meglio la mansione in cui si è già occupati. Dall’altro, i
corsi di qualificazione e riqualificazione (tra le 50 e le 300 ore) attraverso i quali è possibile acquisire una
nuova professionalità o perfezionare le competenze possedute, rendendole più spendibili sul mercato del
lavoro. Infine, con i lavoratori posti in mobilità il collocamento pubblico concorda misure di politica attiva
finalizzate anche all’immediato reimpiego, attraverso l’inserimento nella propria banca dati per l’incrocio
domanda/offerta.
Oltre ai soggetti interessati dagli ammortizzatori sociali in deroga, i CPI provinciali si sono fatti carico del
notevole incremento nel numero di disoccupati generato dalla crisi. Infatti, le persone che hanno reso la
dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro38 nel corso dell’anno sono salite dalle 9.444 unità del
2008 alle 12.307 del 2009 (+ 30% su base annua) e poi ancora alle 12.989 del 2010, sino alle 12.876 del
2011.
L’erogazione dei trattamenti in deroga, iniziata nel 2009 e proseguita nei due anni seguenti, è stata
prorogata per tutto il 2012, in seguito ad una nuova intesa siglata dalla Regione con gli enti locali e le parti
sociali nel novembre 2011. Tale accordo, denominato ‘Patto regionale per la crescita intelligente,
sostenibile e inclusiva’, definisce alcune scelte strategiche finalizzate a sostenere la ripresa economica e lo
sviluppo della società emiliano romagnola, intervenendo sul sistema produttivo, le relazioni industriali ed il
mercato del lavoro. Su quest’ultimo versante la Regione attiverà per l’anno 2012 una misura di
agevolazione finanziaria alle imprese che assumeranno con contratto a tempo indeterminato i giovani,
compresi gli apprendisti, nel limite dei fondi previsti per il lavoro giovanile.
Tutte le forme di incentivo terranno conto della differenza di genere per sostenere l’occupazione femminile
con l’obiettivo di aumentare la presenza delle donne sul mercato. Particolare attenzione viene ancora
rivolta ai lavoratori disoccupati, in mobilità o coinvolti da situazioni di crisi, verso i quali sono orientati gli
strumenti formativi e i criteri premianti dei nuovi bandi regionali.
In tema di ammortizzatori sociali la Provincia di Rimini, nel 2010, ha concordato, con alcuni istituti di
credito, le associazioni di categoria e i sindacati, un Protocollo di intesa per richiedere l’anticipazione della
cassa integrazione ordinaria, straordinaria e in deroga. Di fronte al numero crescente di imprese che
trovano difficoltà ad anticipare i trattamenti integrativi, esso mira ad attenuare i problemi economici che le
famiglie colpite dalla crisi potrebbero incontrare in seguito a un ritardo nella ricezione del sussidio.
Mediante l’accordo, le banche aderenti anticipano al lavoratore sospeso le mensilità spettanti con un
finanziamento a tasso zero, corrispondente alle somme maturate, che si estingue nel momento in cui l’INPS
provvede al versamento dell’indennità.
Lo stesso Ente provinciale insieme ai Comuni del territorio e alla Camera di Commercio di Rimini hanno
sottoscritto nel 2011 un ulteriore Protocollo per assicurare liquidità alle imprese creditrici della pubblica
amministrazione. Visto il perdurare della recessione economica, il ritardo nel pagamento delle fatture,
37
La mancata presentazione alla convocazione del CPI e/o la mancata frequenza per due giornate consecutive del corso
di formazione, senza giustificato motivo, comporta la decadenza dai trattamenti previdenziali.
38
La dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro (DID), introdotta dal D.lgs. 181/2000, deve essere resa
personalmente presso il CPI di competenza (ovvero il CPI competente sul territorio in cui si ha il domicilio) e
costituisce un requisito indispensabile per ottenere lo status di disoccupato. Successivamente alla DID viene stipulato
un patto di servizio attraverso il quale le persone in cerca di occupazione ed il collocamento pubblico concordano una
serie di azioni/interventi finalizzati ad accrescere l’occupabilità individuale.
18
legato anche ai vincoli normativi imposti agli enti locali, contribuisce ad aggravare la situazione finanziaria
di molte aziende riminesi. Grazie a questo accordo viene resa possibile sia la cessione dei crediti esigibili a
favore di banche o intermediari finanziari, sia l’apertura di linee di credito agevolate. Inoltre, per abbattere
gli oneri legati a queste operazioni, la Camera di Commercio copre la totalità degli interessi a carico delle
imprese mediante l’attivazione di un apposito fondo.
Le difficoltà nel far quadrare i bilanci coinvolgono non solo le aziende ma anche i nuclei familiari colpiti
dalla crisi. Per questa ragione la Provincia di Rimini ha istituito nel 2009 uno specifico fondo anti-recessione
(FAP), grazie al quale i lavoratori e le famiglie con problemi economici potevano richiedere prestiti a ‘tasso
zero’ fino a 5.000 euro presso Eticredito - Banca Etica Adriatica che gestiva il fondo. Tra i potenziali
beneficiari di questo intervento ci sono i nuclei familiari con persone che, dopo il 30 giugno 2008, hanno
cessato un rapporto di lavoro subordinato o parasubordinato39 oppure sono stati messi in cassa
integrazione. Sia gli uni sia gli altri devono essere disoccupati o sospesi al momento dell’erogazione del
beneficio che è stato stanziato per tutto l’anno 2009 attraverso l’emanazione di due bandi. Le domande
complessivamente presentate sono state 263 e tra queste il 60,8% proveniva da nuclei stranieri, il 30,1% da
immigrati italiani e il restante 9,1% da famiglie originarie del contesto riminese.
Insieme alla Regione e alla Provincia, anche i Comuni del territorio hanno promosso specifiche misure di
politica sociale volte a supportare le famiglie con problemi economici. Oltre alla residenza nel comune che
concede il beneficio, i requisiti per poter richiedere gli interventi a sostegno del reddito sono legati ad uno
stato di difficoltà riconducibile alla crisi. Essi coinvolgono, quindi, persone rimaste senza lavoro da almeno
due mesi in seguito a licenziamento, dimissioni per giusta causa o mancato rinnovo di un precedente
contratto a termine, compresi i contratti di collaborazione a progetto e di somministrazione. A questi si
aggiungono i lavoratori collocati in cassa integrazione guadagni o sospesi da almeno due mesi e/o
interessati da una riduzione dell’orario non inferiore al 50% del limite contrattuale individuale.
Il Comune di Rimini, ad esempio, dall’anno scolastico 2008/2009 (periodo settembre-agosto) ha aggiunto
alle consuete forme di esonero dal pagamento delle rette scolastiche previste per i meno abbienti, delle
agevolazioni tariffarie in favore dei minori provenienti da nuclei familiari colpiti dalla crisi. Tali famiglie
possono chiedere il ricalcolo delle rette relative ai servizi scolastici e per l’infanzia (nido e scuola per
l’infanzia, refezione scolastica nella scuola materna, servizi educativi e ricreativi estivi); con una riduzione
che varia, a seconda delle situazioni, dal 25 al 100 per cento delle tariffe. Si tratta di un ausilio riconosciuto
anche ai lavoratori i cui familiari frequentino scuole d’infanzia paritarie o servizi educativi situati fuori dal
territorio comunale.
Le domande presentate agli uffici comunali, per ciascun utente frequentante i servizi di cui sopra, sono
state 812 per l’anno scolastico 2008/2009, 762 per l’anno scolastico 2009/2010 e 803 per l’anno
2010/2011. È interessante osservare come il numero delle agevolazioni/esenzioni richieste tra il periodo
precedente la crisi e il biennio successivo sia rimasto sostanzialmente simile.
Gli stessi interventi nel settore socio-educativo sono stati attivati da altri Comuni della provincia,
prevedendo in alcuni casi l’esenzione totale dalle tariffe per le famiglie monoreddito. Ulteriori agevolazioni
adottate sul territorio provinciale e riservate alle famiglie dei lavoratori colpiti dalla recessione riguardano il
pagamento della tassa sui rifiuti (TARSU) e delle utenze domestiche (acqua e gas).
Sempre il Comune di Rimini ha erogato nel 2010 contributi regionali in favore di persone che abbiano perso
il lavoro a causa della crisi economica e con un ISEE non superiore a 30.000 Euro annui. Tali contributi sono
39
Sono compresi i rapporti di lavoro dipendente (a tempo indeterminato, determinato, part-time, di lavoro a domicilio
e/o in telelavoro, somministrato, contratto di inserimento, di formazione e lavoro, di apprendistato, di lavoro
intermittente, di lavoro ripartito, di lavoro domestico, di lavoro nello spettacolo e/o sportivo solo se aventi carattere
subordinato) o assimilato sul piano fiscale (contratto di collaborazione coordinata e continuativa, a progetto e mini
Co.Co.Co.), o intercorso con associazione in partecipazione con apporto di solo lavoro e con permanenza.
19
finalizzati all’indennizzo di spese mediche non rimborsabili dal SSN, all’acquisto di libri scolastici, alle spese
per l’affitto dell’abitazione e al pagamento della rata del mutuo. Per tutto l’anno 2011 le amministrazioni
comunali del Distretto di Riccione hanno previsto trasferimenti in denaro rivolti a famiglie che versano in
una situazione di difficoltà economica legata ai problemi occupazionali di uno o più membri. Il contributo
può avere un importo variabile da un minimo di 300 ad un massimo di 2.500 euro e viene assegnato,
mediante la partecipazione ad un bando di concorso, sino all’esaurimento dei fondi disponibili.
Un’altra area di intervento rispetto alla quale si sono registrate iniziative sul nostro territorio, sia da parte
delle istituzioni pubbliche che di quelle private, riguarda la questione abitativa. Oltre ai sussidi previsti
ordinariamente per l’accesso ad abitazioni in locazione ed erogati sulla base del valore ISEE, i cittadini
residenti nel capoluogo possono beneficiare di un intervento straordinario.
Infatti, dalla fine del 2010 il Comune di Rimini, destina contributi a fondo perduto per la corresponsione
dell’affitto in favore di famiglie che sono a rischio o già versano in stato di morosità. Il progetto
‘salvasfratti’, questo è il nome dell’iniziativa, intende specificamente aiutare quei nuclei che incontrano
problemi nel pagamento del canone locativo a causa di una riduzione, temporanea e significativa (minimo
del 25%), del reddito disponibile dovuta alla crisi. Tra i beneficiari del progetto ci sono, infatti, quelle
famiglie nelle quali almeno un componente sia disoccupato, sia stato licenziato, messo in mobilità o in
cassa integrazione nel recente periodo. Secondo i dati dell’Ufficio casa del Comune di Rimini, nei primi sei
mesi di applicazione del progetto le domande pervenute sono state 71, di cui 64 motivate da problemi
occupazionali.
In tema di sostegno economico legato all’abitazione va, infine, segnalato l’accordo fra l’ABI e le associazioni
dei consumatori per la sospensione della rata del mutuo, che ha trovato applicazione anche sul territorio
provinciale. Esso prevede una sospensione del rimborso, di almeno 12 mesi, per categorie di mutuatari con
un reddito imponibile fino a 40.000 euro annui, che, nel biennio 2009-2010, hanno subito eventi
particolarmente negativi, tra i quali la perdita del lavoro o la cassa integrazione. L’obiettivo dell’intervento
è chiaramente quello di aiutare le famiglie con problemi nell’onorare debiti già stipulati, alleggerendo
temporaneamente la pressione finanziaria su di esse.
1.4
La rappresentazione della crisi nei media locali
Come è stato trattato il tema della crisi economica dalla stampa locale? Quale rappresentazione emerge?
A partire da questi interrogativi sono stati presi in esame gli articoli sul tema della crisi economicofinanziaria usciti sulla stampa locale a partire dall’autunno del 2008 (quando la crisi economica inizia a
manifestare segnali evidenti anche nel territorio riminese) fino al maggio 2011.
Nella disamina della lettura che i media locali hanno offerto del fenomeno si è posta l’attenzione in
particolare a tre aree tematiche:
- gli effetti della crisi sulle condizioni di vita e sul mercato del lavoro;
- le aziende colpite dalla crisi e le ricadute sui lavoratori di tali aziende;
- i casi di cronaca che trattano di storie di persone colpite dalla crisi.
Per ognuna delle tre aree tematiche abbiamo preso in esame gli articoli usciti sulle testate locali, avendo
come riferimento temporale il periodo che va dall’ultimo trimestre del 2008 ai primi cinque mesi del 2011.
Le domande che hanno guidato l‘analisi del materiale sono:
- Quali sono stati gli argomenti ricorrenti e su quali si è concentrata maggiormente l’attenzione?
- In che modo se ne è parlato?
- Quali ‘parole chiave’ sono state utilizzate per descrivere la crisi e il suo impatto sul territorio della
provincia di Rimini?
20
Gli effetti della crisi sulle condizioni di vita e sul mercato del lavoro
Il primo segnale della crisi che trova spazio nei media locali riguarda gli effetti che l’esplosione della
‘tempesta’ finanziaria ha sui risparmiatori riminesi “colpiti dal fallimento della banca statunitense Lehman
Brothers”, che li avrebbe portati a perdere “in media 30 euro dei loro risparmi investiti in obbligazioni” e la
responsabilità delle banche locali, accusate in particolare di non aver “informato i clienti dei rischi che
correvano comprando i titoli di banche e finanziarie americane”.
La rappresentazione della crisi si connota per le ripercussioni sul mercato del lavoro e sull’economia reale
del territorio provinciale. Il quadro delineato rispetto agli effetti della crisi sul mercato del lavoro a fine
2009 mette in evidenza l’aumento del numero di persone in cerca di un’occupazione e “il ricorso sempre
più massiccio alla cassa integrazione, [che] in provincia di Rimini, nei primi dieci mesi di quest’anno è
aumentata del 600%, colpendo in modo particolarmente pesante l’industria”.
Nel corso del 2009 il tema più ricorrente trattato dai media locali è l’aumento esponenziale delle ore di
cassa integrazione che, insieme alla mancanza di segnali di ripresa nel sistema economico-produttivo
riminese, segnalano il rischio di “una crisi sociale”. Il settore maggiormente coinvolto dalla crisi è quello
della meccanica “[…] dove le ore di cassa integrazione sono il 54% del totale. Inoltre vi sono 1.200
dipendenti di piccole imprese che non percepiscono alcuna indennità e sostentamento”.
Significativi a riguardo i termini utilizzati, che ben tratteggiano la situazione del territorio riminese alla fine
del 2009: “lo scenario anche in provincia di Rimini resta grigio” e ancora “nessuna ripresa all’orizzonte” e
infine”[…] come la ripresa per il lavoro non ci sia è confermato dal ricorso sempre più massiccio alla cassa
integrazione”.
Un altro effetto della crisi è l’aumento del lavoro nero: viene evidenziato infatti come “la crisi economica
non fa che aggravare una situazione che a Rimini è già molto preoccupante […]: molti disoccupati e
cassintegrati sono costretti ad accettare lavori non in regola per arrivare a fine mese”. Un altro aspetto
della crisi è il ritorno al lavoro stagionale nel settore turistico da parte di persone residenti in provincia di
Rimini, pratica questa abbandonata negli ultimi anni.
In definitiva, nel 2009 la rappresentazione della crisi delineata dai media locali si caratterizza come un
fenomeno che ha i suoi effetti non solo sulla sicurezza degli investimenti dei risparmiatori, ma anche sulla
regolarità del lavoro, sull’occupazione e sull’economia reale, dove sono saltati gli equilibri precedenti.
Ciò ha contribuito a creare un clima di insicurezza e disorientamento: non a caso le metafore usate sulle
testate della stampa locale sono quelle della “malattia”, della “febbre” e dell’ “onda anomala”, tutti eventi
e situazioni che pregiudicano l’equilibrio di un sistema e rappresentano la crisi quasi come un virus, che ha
attaccato il mercato del lavoro e l’economia locale. Per usare una terminologia medica, si potrebbe dire che
se il quadro sintomatologico è ben evidente, ciò che non è ben chiaro è quale sia la cura più efficace. D’altra
parte la stampa locale si sofferma molto a descrivere gli effetti della crisi sulle aziende e sul mercato del
lavoro, ma poco si discute delle sue cause profonde e su come si possa agire su di esse per trovare una
possibile via d’uscita. È come se la crisi fosse una malattia di tipo endemico, di cui ancora non si è trovato il
vaccino.
Nel 2010 si conferma la rappresentazione della crisi come malessere e disagio che colpisce l’occupazione e i
lavoratori. Viene evidenziato come la provincia di Rimini sia “[…] al primo posto in regione per ‘disagio del
mercato del lavoro”.
Le espressioni utilizzate per descrivere questo triste primato sono: “La crisi economica non lascia respiro
[…]” e “trend negativo da cui uscire al più presto” e ancora “lavoro a picco: a Rimini il triste primato” e
21
ancora” negli ultimi tre mesi del 2009 la cassa integrazione è salita del mille per cento rispetto allo stesso
periodo del 2008. Quasi il 200% in più rispetto ai valori regionali”.
A marzo del 2010 si inizia a parlare di “timidi segnali di ripresa” e del fatto che “le aziende della provincia di
Rimini, rispecchiando l'andamento dell'intero Paese, vivono ancora una situazione complicata, sebbene si
notino alcuni primi timidi segnali confortanti […]”.
Ma a maggio 2010 gli indicatori economici del primo trimestre 2010 illustrati dalla Camera di Commercio
ancora evidenziano “tendenze negative”, le quali in particolare si sostanziano nella grande flessione
dell’export, che cala del 10% e nell’aumento del numero di imprese in difficoltà: “l'aumento delle aziende
fallite, o soggette ad altre procedure concorsuali, sfiora il 9%, mentre il numero di quelle in scioglimento o
in liquidazione cresce del 6%. […] Il dato che sintetizza maggiormente i segni della crisi in provincia di Rimini
è senza dubbio quello relativo alle ore di Cassa Integrazione, cresciute del 121,4%. Il settore che ha risentito
maggiormente della crisi è quello della meccanica”.
In altre parole, se si intravedono timidi segnali di ripresa , è pur vero che si tratta di “ripresa [che] sarà
ancora più lenta per il lavoro”, in quanto “il riassorbimento della manodopera sarà ancora più lento della
stessa ripresa economica e imprenditoriale”.
Un altro indicatore dei cambiamenti del mercato del lavoro locale, imputabili alla crisi, viene messo in
risalto dall’Acli Colf di Rimini , che registra “un incremento di candidature da parte di cittadine italiane,
segno che la crisi economica spinge molte donne del posto verso lavori fino ad oggi svolti dalle straniere”.
Emerge dunque un’immagine della crisi come fattore peggiorativo della legalità e qualità del lavoro, che si
manifesta con l’ aumento delle persone disponibili a lavorare in nero e a fare lavori poco qualificati.
A giugno 2010 i dati relativi all’utilizzo degli ammortizzatori sociali confermano la gravità della crisi ed il suo
protrarsi nel tempo. Viene evidenziato come “la nostra provincia è, tra quelle dell'Emilia Romagna, una di
quelle in cui le ore di cassa integrazione a maggio sono cresciute di più rispetto al mese precedente. Nel
mese di maggio infatti le ore autorizzate di cassa integrazione sono state 576mila, il 39% in più rispetto ad
aprile. Se è in calo quella ordinaria (- 15%), aumentano purtroppo drasticamente quella straordinaria (+
103%), che per molti lavoratori rischia di essere solo l'anticamera del licenziamento, e la cassa in deroga (+
59%). Impietoso poi il confronto con un anno fa. Rispetto al maggio del 2009 la cassa integrazione è
aumentata del 38%, e quella in deroga (utilizzata soprattutto nell'artigianato e nel commercio) ha subito
addirittura un incremento del 12.799%”.
Riguardo le parole-chiave utilizzate dai media locali nella costruzione dell’immagine della crisi è
emblematica l’espressione “la crisi si 'mangia' altri 1.620 lavoratori”, nel senso che “a farne le spese sono,
inevitabilmente, i lavoratori.”
Emerge qui l’immagine della crisi come un mostro vorace, che divora il lavoro e i lavoratori, sui quali i “lenti
segnali di ripresa” non sembrano produrre alcun effetto.
Un ulteriore effetto della crisi è l’aumento del tasso di disoccupazione tra i giovani: “nel 2009 la crisi ha
colpito soprattutto i più giovani, la categoria più esposta perché spesso costretta ad accettare contratti
precari e a tempo determinato. Gli effetti sono stati devastanti, soprattutto per le ragazze. Se il tasso di
disoccupazione è arrivato a inizio 2010 al 21,5%, tra le donne si sale al 27,7% (contro il 14,9% registrato nel
2009). Va meglio ai ragazzi, dove il tasso è più basso e si attesta al 17,5%. Ma anche in questo caso la
disoccupazione è raddoppiata in confronto al 2008, quando tra gli uomini non superava l’8% . Va detto che
rispetto alla media italiana i giovani riminesi lavorano di più. Addirittura il 43% dei ragazzi, nel 2009, ha
avuto una qualche forma di impiego, mentre tra le ragazze la percentuale scende al 24,4%”.
22
A novembre 2010 si parla ancora di come “qualche piccolo segnale di ripresa cominci a intravedersi.
Nell’ultimo trimestre i dati degli avviati al lavoro sono aumentati […] del 6,6% . Il problema è che a Rimini il
lavoro è sempre più precario [e che vi è una] cassa integrazione da record”.
Riemerge la contraddizione tra i seppur “lenti segnali di ripresa” e il trend ancora negativo della cassa
integrazione straordinaria: si potrebbe ipotizzare [ndr] che alcune imprese stiano strumentalizzando la crisi
per avvalersi degli ammortizzatori sociali.
Il bilancio alla fine del 2010 del segretario territoriale di una delle più importanti organizzazioni sindacali
appare negativo: “si chiude un anno da ‘fame’. […] Un anno davvero pesante dal punto di vista lavorativo.
Quello che ci lasciamo alle spalle è uno scenario peggiorato, perché il reddito è minore, maggiore la
precarietà e risulta più difficile trovare un'occupazione. E anche a fronte di una pur leggera ripresa del
settore manifatturiero non corrisponde un incremento dell'occupazione”. Un altro campanello d'allarme
viene dallo sportello della Caritas diocesana, che da tempo accoglie sempre più famiglie in difficoltà: “C'è
chi deve scegliere se dare da mangiare ai figli o pagare l'affitto – racconta don Renzo Gradara, direttore
della Caritas; c’è chi non ha i soldi per pagare le utenze, chi rischia di dover tenere i bambini al freddo, chi
fatica a sostenere le spese scolastiche. Non si hanno più i soldi per fare niente”.
Emblematiche le espressioni utilizzate per descrivere l’anno 2010: “Un 2010 nero per l'industria riminese”.
E ancora: “L'annus horribilis. Crescita solo per l'export”. Un'analisi di Confidustria–Rimini parla di risalita “a
macchia di leopardo, diversificata da settore a settore”. I valori di produzione e fatturato sono ancora
piuttosto distanti dai livelli pre-crisi. L'indagine annuale di Confindustria-Rimini sull'internazionalizzazione
mostra una crescita del numero di aziende associate che dichiarano di avere rapporti con l'estero: nel 2010
sono state 120, il doppio rispetto alla prima indagine effettuata nel 2003. Nel primo semestre di quest’anno
il fatturato export della provincia di Rimini è cresciuto del 23%”. Sembra quindi che l’export sia stata una
strategia utilizzata da alcune aziende per ovviare all’impatto della crisi sul territorio locale. A febbraio 2011
gli effetti della crisi si fanno sentire nei confronti dei diversamente abili: “se la crisi ha influito sul mercato
del lavoro in generale, si è fatta sentire soprattutto per chi è in una condizione di disabilità”. A marzo 2011
dai dati dell’analisi congiunturale di Confindustria-Rimini, relativa al secondo semestre 2010 e alle
previsioni per il primo semestre 2011, emerge che “cresce il fatturato, [ma] l'occupazione resta il tasto
dolente. […] Il cammino è ancora lungo”.
Ad aprile 2011 sono emblematici i termini utilizzati per rappresentare gli effetti della crisi: ” raddoppiano i
riminesi ridotti in povertà”. I dati del Rapporto Caritas 2010 delineano una “drammatica fotografia […]: nel
2010 le persone accolte sono state 6.130 […]. I problemi sono sempre quelli: mancanza del lavoro”. A dire
che la crisi non è finita è don Renzo Gradara, responsabile della Caritas, il quale afferma che“[…] il 2010 è
stato l’anno peggiore per l’occupazione e con conseguenze drammatiche per le famiglie. Oltre ai problemi
legati al reddito e all’affitto ci sono sempre più persone in difficoltà per il vizio del gioco”.
Il quadro che emerge è quello di una recessione economica che produce e contribuisce ad acuire il disagio
sociale.
Si riconferma l’immagine di una crisi che fa sentire i suoi effetti peggiorativi sulla legalità del lavoro e,
quindi, sulle condizioni dei lavoratori. Nelle parole chiave utilizzate ritorna la metafora della malattia: “La
piaga del lavoro nero. […] La crisi non è finita" e ancora: “tanti stranieri, ma anche italiani che pur d'avere
un'occupazione accettano di lavorare in nero e si ritrovano a sgobbare anche 16 ore al giorno”.
Si conferma nel 2011 la valenza di ammortizzatore sociale del lavoro stagionale nel settore turistico–
alberghiero: a conferma di ciò vi è l’aumento del numero di domande per lavoro stagionale presentate dai
residenti ai Centri per l’impiego.
A maggio 2011 si parla di “stabilizzazione della crisi”, nel senso che secondo “i dati della Cgil: le ore di CIG
[sono] in lieve flessione, cresce il lavoro a chiamata”. Sulla flessione delle ore di Cassa integrazione –
23
secondo Massimo Fusini della Cgil – “pesa anche la chiusura di alcune attività”. Sono 12 le aziende che
hanno chiuso per fallimento nel primo trimestre dell’anno.
Sempre a maggio 2011 emblematici i termini utilizzati per descrivere l’impatto della crisi: “la crisi continua a
falcidiare il mercato del lavoro in provincia di Rimini” e ancora “crisi, esplodono le liste di mobilità […]. I dati
della Cgil dipingono un mercato in affanno: circa il 50% di nuovi contratti a tempo determinato e oltre il
25% intermittenti. Urbinati: ‘nessuna ripresa’. Raddoppiato in due anni il numero di quelli a spasso. E
aumenta il precariato”. Il commento a questi dati del segretario della Cgil delinea un “quadro
preoccupante”, dove aumentano i carichi di lavoro e chi ha un impiego cerca di tenerselo stretto
accettando anche condizioni peggiorative. Quindi, se da una parte la crisi fa sentire i suoi effetti nefasti sul
mercato del lavoro, per altri versi vi sono imprese che hanno aumentato il fatturato e c’è chi investe, o
acquista immobili, accendendo mutui immobiliari, il cui trend è in netto aumento rispetto al 2009.
Per quanto riguarda le previsioni per i prossimi anni si parla di “difficile scenario provinciale”, in quanto “se
il trend del mercato del lavoro riminese non è stato positivo nel 2010, le previsioni contenute nel Rapporto
sull’economia provinciale della Camera di Commercio di Rimini “prefigurano che […] lo scenario non subirà
troppi cambiamenti nemmeno per i prossimi due-tre anni”.
Volendo fare una sintesi del primo semestre 2011, secondo la stampa locale, pur scorgendo dei “timidi” e
seppur “lenti segnali di ripresa”, gli effetti della crisi sono ancora visibili sul mercato del lavoro locale e le
previsioni non sono affatto rosee, anzi aumenta il precariato e “l’occupazione resta il tasto dolente”.
Le aziende colpite dalla crisi e la rappresentazione dei media locali
Ad ottobre 2008 emerge all’attenzione della stampa locale il caso del pastifico Ghigi di Morciano di
Romagna: otto lavoratori hanno ricevuto la lettera di licenziamento. Emblematica l’espressione utilizzata
per descrivere il fatto: “futuro sempre più grigio per un gruppo di dipendenti del pastificio Ghigi”. La crisi
mette a rischio il futuro che diventa sempre più nebuloso e incerto, questa è l’immagine qui rappresentata.
L’altro caso di azienda colpita dalla crisi è lo stabilimento della Buzzi-Unicem di S. Arcangelo, che “dovrà
chiudere entro fine anno”. Presentato un piano di ricollocazione per 20 dei 60 dipendenti, per gli altri “non
resta che l’ammortizzatore sociale”. L’azienda produce cemento e nel 2008 ha avuto un calo di fatturato
del 9,8%”.
Anche la Caterpillar, azienda edile multinazionale, leader nella costruzione di macchine stradali e da terra,
ha chiesto la cassa integrazione per i suoi 50 operai. Emblematici i termini utilizzati per descrivere la crisi,
definita come la ‘Caporetto’ del lavoro. La metafora qui adottata nella costruzione dell’immagine della crisi
è quella della “guerra”, che ricompare anche a proposito di un’altra impresa di S. Giovanni in Marignano,
che viene ritratta mente “vacilla sotto le bombe della crisi economica”.
A maggio 2009 emerge all’attenzione della cronaca il caso della Valleverde, che ha messo in cassa
integrazione straordinaria per un anno 50 dipendenti su un totale di 250. E quello dell’azienda Aeffe di
S.Giovanni in Marignano, i cui 84 dipendenti sono a rischio cassa integrazione. E ancora: l’azienda Robopac
di Verucchio, specializzata in macchine di imballaggio, ha chiesto la cassa integrazione a rotazione per 13
settimane per 130 dipendenti e a zero ore per gli altri restanti dipendenti”.
A settembre 2009 viene riportato il caso della SCM, dove uno sciopero dei lavoratori contro la decisione
dell’azienda di aprire la procedura di cassa integrazione straordinaria richiama l’attenzione della stampa.
L’espressione utilizzata è: ”autunno caldo in provincia per le rivendicazioni sindacali”.
A novembre 2009 la costruzione della crisi si arricchisce di un altro tratto, non poco significativo: la crisi è
stata strumentalizzata da alcune aziende, definite “sciacalli” della crisi, che secondo quanto affermano i
lavoratori iscritti alla Cgil riuniti in assemblea al Teatro degli Atti “la usano per tagliarci”. Riportiamo
24
l’espressione utilizzata nell’articolo dal titolo emblematico “gli sciacalli della crisi”, dove è scritto che “si
insinua il sospetto che le imprese usino la crisi per tagliare il personale”.
Nell’articolo viene riportato uno stralcio della testimonianza di un lavoratore della SCM, da aprile in cassa
integrazione, che afferma: “la ditta è cresciuta in misura esponenziale e dopo il boom del 2000 sono arrivati
i tagli. Le ragioni sono due: l’acquisizione forsennata di nuove aziende per fare terra bruciata attorno e un
nuovo piano industriale ispirato al toyotismo del ‘produrre di più con meno’. Il racconto acquista toni più
amari quando lo stesso lavoratore afferma di non poter accettare che l’azienda scarichi “tutto il peso della
crisi sulle spalle dei lavoratori”. Sulla stessa lunghezza d’onda è la testimonianza di un altro lavoratore in
cassa integrazione del gruppo Ferretti, il quale non si spiega “come un’azienda, che per due anni incrementi
a due cifre percentuali il fatturato, si ritrovi improvvisamente con i debiti”.
Sempre a novembre 2009 riemerge il caso della Valleverde, dove fino ad aprile 2010 la cassa
integrazione straordinaria ha coinvolto i dipendenti, perché l’azienda ha deciso di delocalizzare la
produzione. A fine novembre ritorna all’attenzione il caso dell’azienda Ferretti Yachts, dove a San
Giovanni e Cattolica circa 40 dipendenti “[…]potrebbero finire in cassa integrazione, che peraltro è stata
utilizzata dall’azienda da febbraio 2009. Ma la situazione da allora è peggiorata”.
A dicembre 2009 viene evidenziato dalla stampa locale il caso dell’azienda Antonelli di S. Giovanni in
Marignano, che produce bracci per calcestruzzo ed il cui fatturato nel 2009 è calato del 70%; dove da
agosto 80 dipendenti sono senza stipendio e “la proprietà dell’azienda è stata rilevata per il 60% da
investitori cinesi”.
A febbraio 2010 si scrive della situazione riguardante lo stabilimento Biesse di Secchiano, dove da gennaio
sono in cassa integrazione 58 lavoratori, di cui 18 a zero ore e 30 a rotazione. L’espressione utilizzata è
“assoluta incertezza sul destino dello stabilimento”.
Il caso che occupa più spazio sulle testate locali nel 2010 è quello della SCM; già a gennaio si parla di “due
anni di sofferenze e di “cassa integrazione per 700 lavoratori, di cui 350 a zero ore e 360 a rotazione
mensile. Per tutti gli altri riduzione dell’orario di lavoro di 16 ore a settimana”.
A giugno 2010 emerge all’attenzione “qualche notizia positiva nella vicenda SCM”. La stampa locale parla di
“un lieve aumento dell'attività specie per i prodotti della divisione ‘premium’ che ha avuto come primo
risultato la riduzione dei lavoratori sospesi a zero ore”. La piega presa dalla vicenda dell’SCM sembra
confermare la versione di chi intravede dei segnali di ripresa, che hanno in questo caso un effetto sulla
forza lavoro e non solo sulla produzione o sul fatturato.
Un altro caso emerso all’attenzione della stampa locale è quello della Carim , dove “si teme una
ristrutturazione 'pesante' degli sportelli e del personale, che potrebbe avere ripercussioni sui 180
dipendenti che a oggi lavorano con un contratto di apprendistato”.
Anche il Grand Hotel di Rimini a dicembre 2010 richiama l’attenzione della stampa per il fatto che sono
state “aperte le procedure di mobilità per 40 dipendenti a tempo indeterminato più 31 stagionali. Lunedì
picchetto in piazza, quasi certo lo sciopero di Capodanno”. A fine dicembre la situazione critica del Grand
Hotel sembra attenuarsi e la stampa annuncia che è stato raggiunto l'accordo tra i sindacati e la proprietà
del cinque stelle”.
Dopo qualche mese ritorna all’attenzione della stampa locale il caso SCM , dove “sono 125 i cassintegrati a
zero ore e 70 a rotazione. Mentre sono 130 quelli che hanno abbandonato gli stabilimenti SCM in seguito a
dimissioni o per pensionamenti anticipati. Questo il punto della situazione presentato ieri alle sigle sindacali
dalla direzione della SCM sull’accordo firmato a gennaio riguardante il piano di 348 a zero ore si è passati a
125 e dai 687 a rotazione si è scesi a 70”.
25
Sempre a gennaio 2011 l’altro caso di azienda riportato dalla stampa locale è quello della Buzzi-Unicem, di
cui si scrive: “Buzzi chiusa da 2 anni: il lavoro resta un miraggio per tanti operai”.
Nella rappresentazione della crisi il lavoro appare sempre più come un bene in estinzione e il termine
utilizzato nel titolo dell’articolo sopracitato lo evidenzia. Se ne riporta uno stralcio, in quanto è significativo
per l’impatto sui lavoratori: ”Dei 66 ex dipendenti dell'ex cementificio di S.Arcangelo, infatti, sono pochi
quelli che hanno trovato un'occupazione stabile. Gli altri si sono dovuti accontentare degli 800 euro mensili
di cassa integrazione, che però si è chiusa alla fine di dicembre. Al termine della cassa integrazione scatterà
la mobilità, il cui importo mensile è ancor a minore (tra i 500 e i 600 euro). Il problema c'è tutto dice Franco
Antonini, sindaco di Torriana, anche lui ex dipendente della Buzzi — soprattutto per i colleghi più anziani,
quelli che hanno più di 50 anni, che sono una decina. Praticamente nessuno di loro ha trovato
un'occupazione, e rischiano di dover attendere la pensione senza riuscire ad avere un lavoro per anni e
anni”.
Sempre a gennaio 2011 un altro caso che desta l’attenzione della stampa è quello delle Officine Omc
Locomotive di Rimini, uno degli stabilimenti storici di Rimini, su cui aleggiano “Ombre di
ridimensionamento” sul futuro dei lavoratori, preoccupati perché “temono di perdere il posto”.
A marzo 2011 l’attenzione dei media locali è richiamata dal caso Gir+A&F, azienda di San Giovanni in
Marignano operante nel settore della moda, dove ”la crisi economica ha colpito […] undici dipendenti a
casa. Gli altri, oltre un centinaio, a orario ridotto”. Ed il titolo è emblematico: la cassa integrazione va
ancora di moda, titolo che ben sintetizza come la crisi sia percepita e rappresentata alla fine del primo
trimestre 2011 dalla stampa locale.
Alcuni casi di cronaca
Il titolo quasi tragi-comico dell’articolo Noi, in questa valle al…verde, pubblicato a ottobre 2009, riporta le
storie di due lavoratori della Valleverde: un giovane apprendista assunto 3 anni prima e una signora con il
50% di invalidità e 20 anni di servizio che si sono ritrovati senza lavoro e senza un’entrata stabile. Le
espressioni utilizzate per definire i casi dei due dipendenti della Valleverde sono: “due categorie ‘deboli’,
che finiscono per essere ancora più fragili in mezzo alle difficoltà con cui l’azienda fa i conti”.
Da ottobre 2009 sui media è ampiamente utilizzata l’espressione “autunno caldo” per riferirsi in particolare
alle relazioni tra imprese e lavoratori. In particolare, con il titolo di “Sciopero finito … in pronto soccorso” si
fa riferimento ad un caso di cronaca relativo ad un’azienda di S.Giovanni in Marignano, la M.C., che effettua
cromature e ha una ventina di dipendenti, i quali da mesi sono in cassa integrazione, senza peraltro il
rispetto degli accordi sindacali, e da luglio 2009 si trovano senza stipendio. Tale situazione ha inasprito i
rapporti tra dipendenti e titolare dell’azienda, al punto che il 28 ottobre 2009, durante uno sciopero con
presidio pacifico dei lavoratori, secondo il resoconto di rappresentanti della Fiom Cgil, il proprietario “ha
perso le staffe” e due operai sono finiti al pronto soccorso a causa delle ferite riportate in seguito all’urto
di un muletto guidato dallo stesso proprietario dell’azienda, fuori dai cancelli dello stabilimento.
A luglio 2009 sono riportate dalla stampa le vicende di alcuni cassaintegrati della SCM che hanno iniziato il
presidio fisso contro i licenziamenti. Una delle storie è quella di un dipendente di 46 anni che così descrive
la ricerca di un nuovo impiego: “sto facendo un sacco di colloqui e nei fine settimana faccio il buttafuori.
Ma in certi posti mi hanno fatto offerte come operaio a 6 euro l’ora. Roba che nemmeno i cinesi…”. Gli altri
suoi colleghi confermano questa tendenza affermando: “con la crisi c’è chi cerca di approfittare del bisogno
altrui per rifilare paghe da fame”. Sui media dunque trova spazio una lettura della crisi secondo cui
quest’ultima è stata strumentalizzata da alcune aziende per ridurre il costo della manodopera, avvalendosi
degli ammortizzatori sociali o addirittura riducendo il personale.
26
Un altro titolo degno di attenzione apparso nei primi mesi del 2010 è: Cassaintegrati, oltre al danno la
beffa. L’articolo riporta alcune storie di lavoratori in cassa integrazione: “lavoratori che pagano la
recessione sulla propria pelle, raccontano ancora una volta le loro testimonianze. A due su tre la busta
mensile, oltre ad essere più leggera, viene pagata con forti ritardi, anche di diversi mesi”.
Riportiamo uno stralcio dell’articolo, che tratta la storia di un trentaseienne il quale “vive da solo con un
cane, paga un affitto di 450 euro, da un anno è in cassa integrazione e prende 750 euro al mese”. Per un
ritardo nel pagamento dell'affitto, fino a poco tempo fa in nero, il proprietario, una sera, gli ha perfino
tagliato luce ed acqua. Poi con un prestito di 3 mila euro dal fondo provinciale si è rimesso in pari. Il
contratto adesso è regolare, grazie all’intervento dell’avvocato del sindacato, “ma andare avanti —
racconta — è sempre più difficile”. Deve ridurre tutto: "delle uscite nemmeno se ne parla, ogni svago è
abolito, l'uso della macchina è diventato un lusso […] Alla fine 2008, causa la crisi, scattano le prime misure
di cassa integrazione: prima a giorni e settimane alterne, per gruppi di lavoratori, poi, da marzo 2009, a
zero ore. Finita la cassa integrazione ordinaria, da poco è scattata quella straordinaria. “Non ci rimani bene
— prosegue Gabriele — perché ti chiedi cosa sia servito fare sempre il proprio dovere. lo da marzo scorso
non sono più stato richiamato, altri magari fanno persino lo straordinario. Perché, pur con la crisi, qualcuno
lavora ed altri no? È una punizione per chi non piega sempre la testa? Sono domande che mi faccio.
Rimanere per tanto tempo senza lavoro, oltre alle ristrettezze economiche, ti scombussola il normale ritmo
di vita, diventi nervoso e un po' perdi la fiducia”.
A dicembre 2010 desta l’attenzione della stampa il caso di alcuni operai che hanno minacciato “di buttarsi
giù” in due cantieri del territorio. I fatti di cronaca hanno a che fare con le conseguenze della crisi sul
settore dell’edilizia. Il sindacato denuncia un calo del 15% delle aziende edili del Riminese e del 17% della
forza lavoro. Francesco Lo Russo (Feneal- Uil) dice che un caso di “operai sulle gru” simile a quello
lombardo, ora risolto, si è verificato durante la costruzione dell'istituto magistrale, “con operai che hanno
minacciato di buttarsi giù”. Altro caso similare è accaduto nelle ultime fasi di realizzazione del nuovo
palazzo dei congressi di via della Fiera, da parte di un muratore extra comunitario ingaggiato da una
impresa edile che lavorava in subappalto.
A dicembre 2010 un indicatore degli effetti della crisi è la “drammatica situazione abitativa riminese”, in
seguito alla crisi che ha lasciato sul campo centinaia di posti di lavoro. Sì tratta soprattutto di nuclei familiari
all'interno dei quali c’è un solo soggetto occupato, in genere l'uomo. Quando l'unico stipendio certo viene a
mancare o comunque si riduce fortemente per effetto della cassa integrazione, “le famiglie – come
sottolinea il segretario del Sunia di Rimini – devono fare una scelta se pagare l’affitto e non avere i soldi per
le bollette o per mangiare. E allora scelgono di non versare l'affitto. In media sono composte da quattro
persone: i genitori più due figli. In quali settori lavoravano? In quello produttivo, in genere, Ma ci sono stati
anche casi di dirigenti che si sono rivolti a noi, anche loro in difficoltà con l'affitto perché non avevano più
l'impiego”. Quindi non ci sono solo le fasce di occupazione, diciamo, un po' più basse con forti
preoccupazioni in questo momento, ma anche quelle di livello più alto.
Ad aprile 2011 il tema che desta l’attenzione della stampa locale è ancora una volta quello del lavoro
irregolare, definito come “piaga del lavoro nero”. L’articolo tratta dei casi di “tanti stranieri, ma anche
italiani che pur d'avere un'occupazione accettano di lavorare in nero, e si ritrovano a sgobbare anche 16
ore al giorno”. L’articolo riporta il caso di una donna di 45 anni, originaria del Piemonte, venuta a Rimini per
lavorare come stagionale nel settore alberghiero. Dalle sue parole si ricava una situazione di grave
sfruttamento che non riguarda solo l’aspetto retributivo (“ho percepito una retribuzione di 1.000 invece
che di 1.600 euro), ma anche quelle di alloggio: “[…]avevo una camera senza finestra e spesso mi svegliavo
nel cuore della notte per rifare le camere ai clienti …”.
27
APPENDICE STATISTICA
Tab. 1 – Indice di vecchiaia e incidenza percentuale degli stranieri residenti su totale popolazione residente in
provincia di Rimini, Emilia-Romagna e Italia. Valori percentuali. Censimenti 1991 e 2001; anni 2007-2011.
Indice di vecchiaia
Incidenza % stranieri su totale pop. residente
Rimini
Emilia-Romagna
Italia
Rimini
Emilia-Romagna
Italia
118,3
170,9
92,5
n.d.
n.d.
n.d.
1991
151,6
192,9
127,1
3,3
3,4
2,3
2001
151,8
180,1
141,7
6,7
7,5
5,0
2007
150,6
173,0
142,8
7,6
8,6
5,8
2008
148,9
172,8
143,4
8,6
9,9
6,5
2009
149,7
170,0
144,0
9,4
10,5
7,0
2010
148,5
167,2
144,5
10,1
11,3
7,5
2011
Note: L’indice di vecchiaia si ottiene moltiplicando per 100 il rapporto tra la popolazione ultra 65enne e quella da 0 a 14 anni. I valori relativi al
periodo 2007-2011 sono riferiti al 1 gennaio di ogni anno. I dati della provincia di Rimini per gli anni 2010 e 2011 comprendono anche i 7 comuni
dell’Alta Valmarecchia.
Fonti: Ufficio Statistica della Provincia di Rimini – Sistema degli Osservatori provinciali; Camera di Commercio di Rimini - Ufficio Studi, Quaderni
di Statistica, Edizioni 2008-2011; Istat, Censimento generale della Popolazione e delle Abitazioni. Anno 1991 e 2001
Tab. 2 – Tasso di iscrizione, di cessazione e di crescita delle imprese in provincia di Rimini, Emilia-Romagna e Italia.
Valori percentuali; serie storica 2007-2011.
Tasso di iscrizione imprese
Tasso di cessazione imprese
Tasso di crescita imprese
Rimini
Emilia
Italia
Rimini
Emilia
Italia
Rimini
Emilia
Italia
Romagna
Romagna
Romagna
8,2
7,5
7,1
7,2
7,4
7,2
0,8
0,1
-0,1
2007
7,2
6,8
6,7
7,4
7,3
7,1
-0,2
-0,5
-0,4
2008
6,6
6,2
6,3
6,5
7,2
6,7
0,1
-1,0
-0,4
2009
7,9
6,8
6,7
6,3
6,7
6,4
1,6
0,1
0,3
2010
7,1
6,3
6,4
6,7
6,3
6,4
0,4
0,0
0,0
2011
Note: Tasso di iscrizione imprese = (Imprese iscritte / Imprese registrate medie) x 100; Tasso di cessazione imprese = (Imprese cessate / Imprese
registrate medie) x 100; Tasso di crescita imprese = tasso di iscrizione imprese – tasso di cessazione imprese.
Fonte: Camera di Commercio di Rimini - Ufficio Studi, Quaderni di Statistica, Edizioni 2008-2012
Tab. 3 – Distribuzione percentuale delle assunzioni registrate annualmente in provincia di Rimini per macro- settore
economico. Serie storica 2007-2011
2007
2008
2009
2010
2011
Agricoltura, pesca, attività estrattive
1,9
1,7
2,0
2,1
2,3
Industria
6,4
5,7
3,9
4,8
4,8
Costruzioni
5,5
4,5
4,1
3,9
3,7
Servizi
86,2
88,1
90,0
89,2
89,2
di cui
Commercio
8,4
8,2
8,8
8,4
8,4
Alberghi, ristoranti e pubblici esercizi
44,6
44,9
48,9
49,1
49,0
Totale
100,0
100,0
100,0
100,0
100,0
(N)
(97.968)
(97.505)
(89.750)
(97.675)
(102.443)
Note: Le percentuali di ogni anno sono calcolate sulle comunicazioni obbligatorie di avviamenti per i quali è disponibile il dato corretto relativo al
settore. Sono inoltre esclusi gli avviamenti relativi a: rientro da sospensione; lavoro domestico; lavoro autonomo a partita IVA; lavoro marittimo;
tirocinio e lavoro socialmente utile.
Fonte: Sistema Informativo Lavoro Emilia-Romagna; elaborazione Centro studi
28
Tab. 4 – Tasso di attività (15-64 anni), tasso di occupazione (15-64 anni) e di disoccupazione per genere in provincia
di Rimini, Emilia-Romagna e Italia. Valori percentuali; medie anni 2007-2011.
Tasso di attività (15-64 anni)
Tasso di occupazione (15-64 anni)
Tasso di disoccupazione
Uomini
Donne
Totale
2007
2008
2009
2010
2011
76,3
79,8
79,4
76,8
79,7
61,8
62,2
64,0
62,0
61,7
69,0
71,0
71,6
69,3
70,5
2007
2008
2009
2010
2011
80,1
80,1
78,9
78,6
78,6
64,6
64,9
65,1
64,5
64,9
72,4
72,6
72,0
71,6
71,8
2007
2008
2009
2010
2011
74,4
74,4
73,7
73,3
73,1
50,7
51,6
51,1
51,1
51,5
62,5
63,0
62,4
62,2
62,2
Uomini
Donne
Totale
RIMINI
73,4
58,4
75,9
58,3
74,8
57,5
72,7
55,2
75,7
54,2
EMILIA-ROMAGNA
78,4
62,0
78,2
62,1
75,5
61,5
74,9
59,9
75,0
60,9
ITALIA
70,7
46,6
70,3
47,2
68,6
46,4
67,7
46,1
67,5
46,5
Uomini
Donne
Totale
65,9
67,1
66,1
63,9
64,8
3,7
4,8
5,7
5,2
4,9
5,4
6,3
10,0
11,0
12,1
4,5
5,5
7,6
7,8
8,0
70,3
70,2
68,5
67,4
67,9
2,1
2,4
4,2
4,6
4,5
3,9
4,3
5,5
7,0
6,2
2,9
3,2
4,8
5,7
5,3
58,7
58,7
57,5
56,9
56,9
4,9
5,5
6,8
7,6
7,6
7,9
8,5
9,3
9,7
9,6
6,1
6,7
7,8
8,4
8,4
Fonte: Istat, Indagine sulle Forze di Lavoro – Medie 2007-2011
Fig. 1 – Assunzioni registrate in provincia di Rimini per tipo di contratto. Serie storica 2008-2011; valori percentuali
Note: Sono esclusi gli avviamenti relativi a: rientro da sospensione; lavoro domestico; lavoro autonomo a partita IVA; lavoro marittimo; tirocinio e
lavoro socialmente utile.
Fonte: Sistema Informativo Lavoro Emilia-Romagna; elaborazione Centro studi
29
Fig. 2 - Incidenza percentuale dei lavoratori stranieri sul totale delle persone assunte in provincia di Rimini per anno e
genere. Serie storica 2007-2011
Note: Sono esclusi gli avviamenti relativi a: rientro da sospensione; lavoro domestico; lavoro autonomo a partita IVA; lavoro marittimo; tirocinio e
lavoro socialmente utile.
Fonte: Sistema Informativo Lavoro Emilia-Romagna; elaborazione Centro studi
Fig. 3 – Totale ore autorizzate di Cassa integrazione ordinaria, straordinaria e in deroga. Numeri indici a base fissa
(2009=100) per provincia di Rimini, Emilia-Romagna e Italia.
Fonte: INPS; elaborazione Centro studi
30
2. L’impatto della crisi
In questo capitolo verrà analizzato l’impatto della crisi sul territorio provinciale, prendendo in esame le
conseguenze che essa ha avuto sulla vita dei cittadini riminesi nell’arco dei 22 mesi trascorsi fra il maggio
2009 e il febbraio 2011. Tale fenomeno ha interessato in modo diretto alcuni dei nostri intervistati, che
hanno perso il lavoro, sono stati sospesi o messi in cassa integrazione; mentre altri sono stati colpiti
indirettamente attraverso il coinvolgimento di un familiare. Taluni, invece, hanno mantenuto invariata la
condizione occupazionale e nessun membro all’interno della famiglia ha vissuto una sospensione o un
licenziamento. In ogni modo, la pervasività del fenomeno sul territorio fa sì che ognuna delle persone
interpellate abbia nella cerchia sociale di appartenenza (amici, vicini, conoscenti) almeno una situazione
critica provocata dalla recessione. Essa è entrata nella routine quotidiana attraverso le notizie dei mass
media, diventando argomento di conversazione a scuola, nei bar, sui luoghi di lavoro e negli altri contesti di
socializzazione.
Per molti intervistati l’evento in questione segna un elemento di discontinuità nel proprio corso biografico,
nonché la rottura di un equilibrio materiale e psicologico rispetto al quale si rende necessaria una qualche
forma di riadattamento. Ovviamente la crisi ha avuto effetti differenti nella vita dei riminesi sia in relazione
al grado di coinvolgimento, sia in virtù delle caratteristiche personali e sociali degli stessi.
Nelle pagine che seguono tali effetti saranno descritti partendo da quelle situazioni di sostanziale
indifferenza rispetto ad essa, sino ai casi più gravi di scivolamento nella marginalità sociale. Le conseguenze
della recessione economica, quindi, verranno interpretate come un continuum in relazione all’entità
dell’impatto con cui essa ha inciso sugli atteggiamenti, sui comportamenti, nonché sul livello di benessere
individuale e familiare.
2.1
Tra continuità e condizionamento
Il primo passo nell’analizzare l’impatto della recessione sulle vicende biografiche di individui e famiglie
riminesi, consiste nel considerare coloro i quali ne sono rimasti fondamentalmente estranei. Si tratta in
realtà di pochi intervistati che, tuttavia, non hanno risentito della crisi né sul piano psicologico, né
tantomeno su quello materiale. Per questi soggetti l’evento in questione lascia immutato l’equilibrio
precedente, senza condizionare le scelte e i comportamenti della vita quotidiana. Anche a livello cognitivo,
la crisi viene rappresentata come ‘altro da sé’, qualcosa di lontano dalla propria esperienza e che vi entra
solo come argomento occasionale di discussione.
“No, la crisi non mi tocca. È brutto da dire, però mi rendo conto che io posso andare a mangiare fuori e posso
spendere tranquillamente 40 euro senza problemi. Adesso ho il mutuo, quindi anche io mi sono dato una bella
calmata, però comunque, pago il mutuo, esco, faccio dei viaggi e non ho cambiato le mie abitudini di vita. Un po’ mi
sento in colpa, però dall’altra parte mi dico anche che non ho ammazzato nessuno” (Int. n.18, occupato nell’industria,
36 anni)
“Devo dire che riesco abbastanza bene e riesco anche a fare quello che mi piace: esco spesso, vado al cinema, a
teatro. Insomma ci sono cose a cui faccio fatica a rinunciare troppo, perché mi piacciono, quindi magari esco due o tre
sere di seguito, una sera vado al cinema, una sera vado a teatro un’altra sera ad una cena fuori. Certo, sto attenta in
generale alle spese, però magari su queste cose ci rinuncio un po’ a malincuore; é la vita extralavorativa e mi serve,
serve un po’ alla mia testa ed alla mia vita in generale” (Int. n.19, occupata nei servizi, 33 anni)
31
“Ogni tanto capita di parlarne, però sono quei discorsi che si aprono e si chiudono, perché secondo me, finché non ti
colpisce direttamente, non ne parli approfonditamente; invece, quando hai una persona colpita o quando sei colpito
in prima persona, inizi ad affrontare il discorso, come in tutte le cose […] Sinceramente non sono mai stata una che si è
segnata le spese, ho alcune amiche che fanno così e a me vien da ridere perché si segnano tutto quello che spendono.
Io cerco di andare un po’ ad occhio, magari c’è il mese che spendo pochissimo, che spendo solo nelle uscite il fine
settimana e magari c’è il periodo che vedo tante cose che mi piacciono e allora le acquisto, però non riuscirei proprio a
quantificare” (Int. n.46, lavoratrice stagionale nel turismo, 27 anni)
“Ringrazio di avere questo posticino apparentemente sicuro. Io ringrazio il Padreterno, mi ritengo fortunato per
questo, quindi mi dà ottimismo, fiducia. Se fossi in fabbrica … l’intervista sarebbe totalmente un’altra cosa! […] La
situazione è ottimale, nel senso che io e mia moglie siamo due dipendenti comunali, lavoriamo, per fortuna non
abbiamo sentito la crisi … fino a questo momento nel senso che addirittura siamo riusciti a fare un viaggio - una cosa
che non facevamo da cinque anni - due settimane fa abbiamo fatto un viaggio a Parigi”. (Int. n.37, dipendente
pubblico, 52 anni)
I primi tre brani di intervista si riferiscono ad altrettanti giovani-adulti riminesi, privi di responsabilità
familiari che, tuttavia, sperimentano condizioni differenti dal punto di vista sociale ed economico. Il primo
ricopre un ruolo dirigenziale presso un’industria alimentare, percepisce uno stipendio elevato e vive solo.
Anche la seconda intervistata, pur essendo single, è uscita dalla casa dei genitori, ma il suo livello di reddito
è inferiore dal momento che lavora come impiegata a tempo indeterminato in un’azienda di servizi. La
terza, invece, abita ancora insieme ai familiari ed è occupata stagionalmente presso un parco tematico.
Infine, l’ultimo brano appartiene ad un dipendente pubblico, sposato e con un figlio ancora convivente che
frequenta l’ultimo anno della scuola superiore.
Tutte le testimonianza citate descrivono una sostanziale continuità nel livello di benessere e nelle
abitudini di vita rispetto al periodo precedente la crisi. Quest’ultima non ha modificato la condizione
occupazionale degli intervistati, né tanto meno dei loro familiari, garantendo a tutti una significativa
linearità sia nel ruolo professionale, sia nelle entrate economiche. Esiste comunque la percezione di vivere
una situazione per certi versi ‘privilegiata’ all’interno di un contesto segnato chiaramente dalla recessione.
Sintomatico in proposito è il senso di colpa provato dal giovane manager nei confronti di alcuni amici che
nello stesso periodo sono stati messi in cassa integrazione. Allo stesso modo il dipendente pubblico si
definisce ‘fortunato’ per la relativa sicurezza dell’impiego che gli consente di guardare con fiducia e
ottimismo al futuro in una fase caratterizzata da una notevole incertezza occupazionale.
La solidità del bilancio familiare garantisce il mantenimento dello stesso tenore di vita. Esistono ovviamente
differenze nel reddito a disposizione, così come nei livelli di consumo che determinano una diversa
attenzione verso le spese. Tuttavia, a livello percettivo, non emergono limitazioni significative né rispetto ai
consumi per il cibo o l’abbigliamento, né per quelli legati alle uscite serali o alle vacanze. L’assenza di un
coinvolgimento nella crisi tra i componenti della famiglia giustifica uno scarso interesse per questo tema,
che compare solo sporadicamente come argomento nelle conversazioni domestiche. Essa viene avvertita
più che altro di riflesso attraverso il contatto con le persone e la realtà circostante, ma non costituisce un
evento in grado di condizionare il proprio presente e le scelte future.
Tra gli intervistati che hanno mantenuto inalterato il loro livello di vita si possono quindi individuare tre
profili esemplificativi: le persone sole con un impiego stabile e ben remunerato; gli adolescenti e i giovani
che vivono ancora in famiglie non colpite dalla crisi40; le coppie mature con figli che percepiscono due
redditi da lavoro rimasti invariati.
40
Nel 2009 in Emilia-Romagna i giovani, celibi e nubili con età fra i 18-34 anni, che vivevano con almeno un genitore
erano il 47,7%; un valore significativamente più basso rispetto al 52,4% del Nord-Est e al 58,6% della media nazionale.
Cfr. ISTAT, La vita quotidiana nel 2009, Roma, 2010, www.istat.it.
32
I tratti distintivi di questi soggetti, fondamentalmente estranei alla crisi, risiedono in due aspetti principali
tra loro collegati. Innanzitutto, come già detto, la continuità occupazionale di tutti i componenti il nucleo
familiare, che può realizzarsi tanto nel settore privato quanto in quello pubblico. In secondo luogo, alla
sicurezza lavorativa si unisce quella materiale. Quest’ultima deriva non solo dal patrimonio personale e
dalla retribuzione percepita, ma anche da una solida rete familiare capace di supportare le esigenze
quotidiane e intervenire prontamente nelle situazioni di necessità. La combinazione di questi elementi
permette alle persone interessate di attraversare la crisi senza particolari preoccupazioni e con una
sostanziale continuità sia nei comportamenti, sia nell’atteggiamento verso la realtà.
Tuttavia, anche laddove le condizioni economiche risultano complessivamente inalterate, l’avvento della
recessione è riuscito talvolta a condizionare la vita degli individui non solo nella prassi quotidiana, ma anche
nella dimensione progettuale.
“Anche nella mia famiglia ho visto che c’è un’attenzione maggiore nelle spese, in qualsiasi cosa, che prima non c’era.
Forse perché il lavoro di mio padre è un lavoro molto in bilico, in quanto dipende sempre da molte variabili,
dipendendo dal turismo. Ha visto che c’era un calo nei turisti e perciò c’è stata una maggiore attenzione da parte sua
nello spendere i soldi, nell’investire altro denaro per le ristrutturazioni, ad esempio. Sono tre anni che mio padre
ristruttura l’albergo in inverno da solo, proprio per una sorta di risparmio. A fronte di questo, ho cercato di spendere il
meno possibile, quindi anch’io di giocare la mia parte, di stare più attenta. Chiaramente penso di essere in una
situazione estremamente privilegiata, nel senso che ho l’opportunità di studiare, di studiare fuori casa, che è una cosa
che non tutti possono permettersi al giorno d’oggi” (Int. n.1, studentessa,18 anni)
“Può essere che adesso, invece di andare a mangiare la pizza una volta settimana, ci vado tre volte in un mese […]
Bisogna stare attenti, perché è anche una questione psicologica; la crisi non ti spinge a spendere, ti spinge a pensarci
due volte, se è una spesa superflua poi non la fai” (Int. n.24, imprenditore nei servizi, 53 anni)
“Più che altro l’unico cambiamento è stato questo fatto di motivarmi più allo studio, per il resto non mi ha influenzato.
All’inizio non pensavo che la crisi si manifestasse così a lungo termine, invece devo dire che ha influenzato le mie
scelte. Adesso vediamo un po’ come evolve questa situazione […] Io dico la verità se mi avessero offerto una buona
proposta di lavoro, come hanno avuto studenti che sono riusciti prima di me, l’avrei accettata senza neanche pensarci
più di tanto; avendone ricevuta una messa lì, così, non troppo interessante, dopo un po’ mi sono scoraggiato. Anche
perché poi sentendo in giro, la crisi alla fine c’è, e stanno licenziando piuttosto che assumere, di conseguenza ho detto
che era meglio studiare, così impegniamo il nostro tempo e non lo perdiamo” (Int. n.8, studente, 19 anni)
Le parole del primo brano appartengono ad una studentessa liceale che vive in una famiglia tipica del
contesto riminese, in cui uno o entrambi i genitori gestiscono un’attività turistica stagionale. Il padre,
infatti, è un piccolo imprenditore alberghiero, mentre la madre lavora come dipendente pubblica. L’intero
nucleo familiare gode di una certa tranquillità economica, che l’avvento della crisi non ha modificato in
modo tangibile. Tuttavia, precedenti segnali di riduzione nei flussi turistici e l’allarme creato dalla
recessione in vista della stagione estiva, hanno indotto il padre a risparmiare sulle spese per le
ristrutturazioni invernali dell’albergo. Di fronte a tale comportamento e al clima generale in cui esso si
colloca, questa giovane intervistata ha sentito l’esigenza di prestare una maggiore attenzione alle spese
quotidiane.
D’altra parte lei stessa è consapevole dell’assenza di problemi economici, come testimonia la scelta di
intraprendere tranquillamente gli studi universitari fuori sede, a differenza di altri coetanei. Nonostante i
genitori continuino a provvedere alle sue esigenze così come fatto in passato, la consapevolezza di vivere in
un momento di crisi condiziona psicologicamente i comportamenti di consumo. Questa maggiore
attenzione verso le spese non nasce però da un’effettiva esigenza economica quanto piuttosto da un
condizionamento sociale legato all’ambiente circostante e alle rappresentazioni veicolate al suo interno.
Una condizione analoga viene descritta nella seconda citazione che riguarda un 53enne piccolo
imprenditore nei servizi, coniugato e senza figli. Nel bilancio familiare converge, oltre ai profitti della sua
33
attività, anche lo stipendio della moglie, commessa a tempo indeterminato in un negozio. L’impresa è
finanziariamente solida ed il fatturato, nonostante le difficoltà nel reperire ordini e nel riscuotere i
pagamenti, si è mantenuto su livelli tali da non pregiudicare il tenore di vita acquisito. Tuttavia, nel corso
dell’intervista vengono evidenziate delle modificazioni nei comportamenti di consumo legati alle uscite
serali. Tali cambiamenti, peraltro assai limitati, sono da lui stesso attribuiti al contesto sociale che esercita
un condizionamento psicologico, inducendo le persone a limitare le spese superflue.
L’influenza della crisi nel condizionare i comportamenti individuali non interessa solo la sfera del consumo,
ma si estende alle scelte riguardanti la carriera professionale. L’esempio, riportato nel terzo brano, è quello
di un giovane diplomato presso un istituto tecnico. Dopo aver brillantemente superato l’esame di stato, egli
si trova di fronte, come molti coetanei, alla scelta fra la prosecuzione del percorso formativo con l’iscrizione
all’università oppure l’ingresso nel mondo del lavoro.
Altri giovani usciti prima di lui con lo stesso titolo hanno avuto subito proposte professionali interessanti e
attinenti al proprio profilo. Viceversa né lui, né alcuno dei compagni di classe diplomati nel 2009 ha ricevuto
offerte di impiego e ciò viene messo in stretta relazione con la crisi. Senza l’opportunità di un rapido
inserimento lavorativo, la decisione è quella di intraprendere gli studi accademici in attesa di un
miglioramento del quadro economico generale. L’iscrizione universitaria rappresenta un modo per investire
su sé stessi e farsi trovare pronti per il primo impiego quando la fase recessiva terminerà. Quest’ultima ha
condizionato la scelta di prolungare l’iter formativo tuttavia, senza una forte motivazione e un progetto
professionale definito, l’università rischia di diventare un’area di ‘parcheggio’ dove ‘impegnare il tempo’
per qualche anno.
Le storie citate rappresentano casi tipici di situazioni in cui le persone, pur non avendo subito contraccolpi
economici, non sono rimaste completamente indifferenti alla crisi, poiché essa ha influenzato i
comportamenti e le scelte individuali. Tale condizionamento si è concretizzato in due modi. Da un lato, la
percezione di un mercato del lavoro povero di opportunità può indurre i neo-diplomati a rinviarne
l’ingresso, preferendo la carriera universitaria. Dall’altro, una maggiore attenzione verso le spese
quotidiane ha coinvolto anche quei nuclei familiari i cui componenti hanno mantenuto inalterato il proprio
status socioeconomico.
In entrambi i casi si fa riferimento ad un ‘clima generale’ segnato dalla crisi che può influenzare anche
coloro i quali non ne sono effettivamente colpiti. Tale influenza prende forma sia mediante l’interazione
diretta e quotidiana con i soggetti che appartengono al proprio intorno sociale, sia attraverso i contenuti
veicolati dai mass media. È comunque in questi processi di comunicazione che vengono continuamente
prodotti e condivisi i significati, le immagini e le rappresentazioni sociali. Tutte queste forme di conoscenza
rispondono al bisogno di comprendere, interpretare e dare senso agli eventi che attraversano l’esperienza
umana. Nel caso specifico, alla crisi si collegano la disoccupazione, l’incertezza professionale, i timori per il
futuro che diventano aspetti normali del contesto circostante. Questa rappresentazione sociale della realtà
può condizionare il comportamento di individui e famiglie, anche laddove non esistono rischi immediati
riconducibili alla situazione economica.
2.2
Insicurezza e logoramento delle risorse
Il tema della sicurezza e della sua percezione soggettiva costituisce un ulteriore aspetto da introdurre
nell’analizzare le conseguenze della crisi41. La sezione precedente ha fatto emergere due modalità di
41
Secondo una recente indagine nazionale il 41% degli italiani afferma di sentirsi frequentemente preoccupato, per sé o
per i propri familiari, dall’eventualità di non avere un lavoro, di perderlo o di non trovarne uno. Tale percentuale è
34
impatto. Da un lato, coloro i quali sperimentano una sostanziale continuità nel livello di benessere e nelle
abitudini di vita, rimanendo quasi indifferenti all’evento in questione. Dall’altro, i soggetti che mostrano un
condizionamento legato alla recessione sia per quanto concerne la sfera dei consumi, sia rispetto alla scelta
fra università e lavoro.
In entrambi i casi si tratta di profili sociali che godono di una fondamentale stabilità economica e
appartengono a famiglie in cui nessuno dei membri è stato coinvolto dalla crisi. Qualora esistano dei
condizionamenti il loro effetto appare circoscritto e soprattutto non genera nei soggetti alcuna forma di
disagio, né tanto meno la necessità di fronteggiare problemi reali.
Tra i nostri intervistati, però, emergono situazioni in cui gli effetti della recessione arrivano a toccare la
propria condizione professionale o quella dei familiari, accrescendo la percezione del rischio legato a
questo evento.
“Anche se ho un posto fisso non mi sento sicura, perché comunque significa fare una vita senza sprechi e senza
emergenze, devi solo sperare di non avere delle emergenze o degli imprevisti, perché diversamente è certo che si vive.
Io spero solo di non avere emergenze […] Tra virgolette, lo premetto, io mi sento fortunata rispetto a tante altre
persone. Però la vivo anch’io sulla mia pelle come le dicevo, quindi quello che mi rimane è questo affanno che provo
nel dover sempre trovare soluzioni o pensare domani cosa mi aspetta. Non avere mai la sicurezza e la certezza di
quelle che possono essere le tue scelte per il futuro” (Int. n.36, dipendente pubblica, 52 anni)
“Probabilmente nelle persone la crisi ha provocato anche una paura per quanto riguarda il loro futuro. Forse è questo
più che altro. Nei discorsi delle persone che conosco e di quelle che lavorano con me viene sempre fuori che non è poi
così scontato che la crisi sia finita. Probabilmente ci vorranno ancora due o tre anni prima di tornare ai livelli di prima,
per cui le persone subiranno ancora questa pressione […] Mia moglie lavora in uno studio commerciale privato. Finché
lei mantiene questo lavoro, va tutto bene. Invece io lavoro in una ditta in cui in certi periodi ci sono dei cali – e in
questi momenti si taglia del personale – mentre in altri periodi ci sono dei flussi di mercato notevoli. Oggi, nel
momento in cui uno entra in un’azienda, non sa fino a quando potrà durare il lavoro, quindi questo crea tensione”
(Int. n.28, occupato nell’industria, 56 anni)
“A rischio di povertà, secondo me, ci siamo tutti. Eh sì, tanto la situazione al momento non è ancora tranquilla […]
Anche se sei una persona che si impegna, brava, che ha aiutato la propria azienda a crescere … però nonostante quello
ormai siamo dei numeri. Se un’azienda decide di licenziare, decide di ridurre, si va a caso, non c’è più il valore della
persona e del lavoratore. Per questo dico che siamo tutti a rischio di povertà, perché uno può impegnarsi, essere una
persona indispensabile, la più brava del mondo, ma alla fine conta poco […] Devo essere sincera, in questi mesi ho
avuto paura di non trovare lavoro, perché si parla solo di crisi, effettivamente io l’ho subita in prima persona, pur
essendomi sempre comportata bene sul lavoro eccetera, purtroppo qualcosa più grande di me stava entrando nella
mia vita, qualcosa che io non potevo gestire, perché se fosse stato un mio problema personale ci avrei lavorato su e
avrei potuto risolvere, in questo caso non potevo far niente, ed è stata dura sopportarlo” (Int. n.13, disoccupata, 29
anni)
La prima testimonianza appartiene ad una dipendente pubblica over 50 che ha dovuto sostenere
economicamente uno dei figli, le cui entrate professionali si sono sensibilmente ridotte in seguito alla crisi.
Inoltre, anche l’altro figlio vive una situazione lavorativa incerta poiché l’azienda dove lavora come
dipendente a termine, ha risentito della fase recessiva, mettendo in discussione alcuni rinnovi contrattuali.
A completare il quadro occupazionale della famiglia, c’è la posizione del marito che svolge la mansione di
manutentore presso un albergo con un rapporto a tempo determinato.
Per questa intervistata la garanzia personale del posto fisso non è sufficiente a creare una percezione di
sicurezza economica. I problemi lavorativi, che hanno interessato soprattutto uno dei suoi figli, accrescono
cresciuta di oltre dieci punti fra il 2007 ed il 2010. Cfr. Demos&PI - Osservatorio di Pavia - Fondazione Unipolis, IV
Rapporto sulla sicurezza in Italia e in Europa. Significati, immagine e realtà, 2010, www.osservatorio.it.
35
le preoccupazioni per l’equilibrio economico familiare. Quest’ultimo può mantenersi solo conducendo
un’esistenza piuttosto modesta nella quale non avvengano imprevisti e non insorgano gravi emergenze. La
necessità di intervenire in aiuto dei figli, la loro incertezza professionale, unite alla precarietà lavorativa del
coniuge, generano inquietudine, apprensione e un sostanziale senso di insicurezza.
Un sentimento analogo di inquietudine verso il futuro viene descritto nel secondo brano riguardante un
operaio occupato presso un mobilificio riminese. Egli racconta le ansie di amici e colleghi che guardano con
un certo pessimismo all’evolversi della situazione, delineando un atteggiamento tipico rispetto alla crisi.
Essa è una argomento ricorrente nelle discussioni giornaliere ed il suo avvento ha generato timore, sfiducia
e un sorta di ‘pressione’ in larga parte della manodopera. Sono soprattutto i lavoratori over 50 a vivere
questa fase con particolare preoccupazione sia per la consapevolezza delle difficoltà di reimpiego, cui
andrebbero incontro in caso di licenziamento, sia per le responsabilità familiari che spesso hanno assunto.
Nel caso di questo intervistato lo stipendio da impiegata della moglie costituisce un fattore essenziale per
garantire un buon livello di benessere a tutta la famiglia, nella quale vivono anche due figli in età scolare.
Tuttavia, se la posizione lavorativa della moglie appare sostanzialmente stabile, non altrettanto può dirsi
della sua. Infatti, l’impresa per cui lavora opera in un settore non estraneo alla crisi e per contenere i costi
ha già provveduto alla ristrutturazione di un reparto, con conseguente taglio del personale. Nonostante
l’assunzione a tempo indeterminato e una lunga militanza aziendale, il protrarsi della fase recessiva
estende il rischio occupazionale persino ai soggetti contrattualmente garantiti e alimenta così un
sentimento di insicurezza che pervade il vivere quotidiano.
Tale sentimento ricorre anche tra le persone che hanno perso il lavoro in seguito al mancato rinnovo del
contratto a termine con cui erano occupati prima della crisi. È questo il caso raccontato nella terza
testimonianza appartenente ad una 29enne laureata che vive ancora insieme ai genitori. Dalle sue parole
emerge la convinzione secondo cui l’attuale fase recessiva abbia evidenziato la condizione di grande
precarietà in cui versa il mondo del lavoro. Ciò vale soprattutto per chi, come lei e come un numero sempre
crescente di lavoratori, si trova occupata con forme contrattuali flessibili che, per definizione, non possono
garantire alcuna sicurezza. Il protrarsi della crisi, unito al vissuto di una crescente precarizzazione lavorativa,
inducono a considerare il rischio di povertà come una condizione che accomuna oggi tutta la popolazione.
La perdita del lavoro ha generato in lei anche un sentimento di frustrazione legato alla mancata
corrispondenza fra l’impegno profuso e i risultati raggiunti a livello professionale, da un lato e, dall’altro, i
tagli lineari adottati dall’azienda. Emerge, inoltre, un significativo senso di impotenza di fronte alla perdita
del lavoro che ricorre anche nelle parole di altri intervistati coinvolti da questa esperienza. La crisi viene
rappresentata come un fenomeno imponente, imprevedibile e incontrollabile che entra nella vita delle
persone senza che queste ultime abbiano responsabilità dirette e, soprattutto, senza lasciare ad esse la
possibilità di controllarne gli esiti.
Quest’ultimo aspetto può essere la chiave di lettura che permette di comprendere le motivazioni alla base
di questo senso di insicurezza sociale. Di fronte all’imprevedibilità e all’incontrollabilità del rischio legato
alla perdita del lavoro si crea un sentimento generalizzato di impotenza che a sua volta genera timori,
preoccupazione e paura per il futuro. Il processo di flessibilizzazione del mercato del lavoro avviato in Italia
nell’ultimo decennio del secolo scorso ha progressivamente ridotto la stabilità occupazionale, colpendo in
modo particolare le fasce più deboli dell’offerta lavorativa. Sotto questo profilo l’insicurezza sociale non è
un fenomeno nuovo, ma la crisi ne ha accentuato le dimensioni, ampliando il numero di persone coinvolte.
La dipendente pubblica e l’operaio assunto da oltre 20 anni a tempo indeterminato sono profili sociali che
sino a ieri potevano godere di una sostanziale tranquillità. Nel momento in cui l’incertezza lavorativa
colpisce un familiare oppure l’azienda di appartenenza attraversa una fase difficile il precedente equilibrio
si infrange e cresce l’insicurezza. Tale sentimento coinvolge anche i giovani-adulti, i quali sono
comprensibilmente condizionati da una recente disoccupazione e guardano con timore al futuro
professionale. Nonostante molti di essi abbiano alle spalle carriere lavorative ‘flessibili’, costituite
36
prevalentemente da rapporti a termine, il mancato rinnovo contrattuale o l’esperienza del licenziamento
rappresentano comunque eventi in grado di minare la fiducia in sé stessi e la capacità progettuale.
Il senso di insicurezza costituisce un sentimento diffuso in tempo di crisi, tuttavia, tra i profili sociali descritti
in precedenza, la percezione del rischio rimane circoscritta ad una area specifica: quella professionale.
Questi intervistati, infatti, godono di buona salute, possiedono un’abitazione di proprietà, possono contare
su almeno un altro reddito da lavoro o vivono ancora nella casa dei genitori. In questo modo l’impatto della
crisi risulta complessivamente contenuto, senza compromettere in un modo significativo il livello di
benessere raggiunto.
Al di là delle preoccupazioni e dell’incertezza rispetto al futuro che evidenziano comunque un malessere sul
piano psicologico, altre testimonianze raccolte indicano il logoramento, più o meno consistente, delle
risorse materiali disponibili.
“Una cosa invece che mi salta agli occhi in questo periodo è che io, a confronto di qualche mese fa, quando si lavorava
e si prendeva la paga normale e qualche paio di centinaia di euro al mese forse si riusciva a mettere da parte … in
questo periodo mi accorgo che ci sono dei mesi che invece bisogna intaccare il risparmio. Magari non ti bastano
perché, per esempio, ho avuto un problema con la macchina, spendi 280 euro, è una spesa extra, per cui devi andare a
prendere dalla riserva che, per fortuna, c’è, non so quanto dura, però …” (Int. n.32, lavoratore in CIG nell’industria, 55
anni)
“Come ti dicevo, vai avanti con uno stipendio e cerchi di stare attento. Non è che ti limiti, non è che la pizza non
l’andiamo a mangiare, però cerchi di stare più attento […] Per me la situazione non è messa male, ma lo dico insomma
anche guardandomi intorno con i miei amici, perché comunque bene o male hai la tua famiglia di appoggio, i genitori
di lei, i genitori di lui, sei legato ad una situazione che ti potrebbe dare anche una mano tra virgolette ... Quindi non ti
indebiti come dicevamo prima, magari hai un aiuto, fortunatamente non ce ne è stato bisogno, però affronti la crisi
con tranquillità” (Int. n.15, lavoratore in CIG nell’industria, 29 anni)
“Mio babbo prende un buon stipendio a San Marino, io ho il mio gruzzoletto, poi non è che sia una che pretende
chissà che cosa. Da quel lato lì per fortuna andiamo bene, non ci lamentiamo, c’è gente che è messa peggio, molto
peggio. La casa è di nostra proprietà, quindi niente affitto, niente mutui, eccetera […] Quello che salta subito all’occhio
è che gli stipendi sono più bassi rispetto a quando avevamo la lira. L’euro, a detta di tutti e comunque è vero, ci ha
fregato, perché noi una volta stavamo bene o perlomeno erano molto più equilibrati gli stipendi nei confronti dei
prezzi. Adesso, si sa, con l’euro non li hanno trasformati, li hanno raddoppiati. Dopo è normale, le conseguenze non le
abbiamo viste subito, le abbiamo viste con gli anni” (Int. n.21, disoccupata, 31 anni)
La prima testimonianza appartiene ad un operaio 55enne messo in cassa integrazione all’inizio del 2009. Le
sue parole descrivono una situazione tipica tra quelle presenti nelle nostre interviste. La sospensione dal
lavoro colpisce un membro adulto della famiglia, che, nonostante la contrazione del reddito complessivo,
può comunque contare sulla retribuzione di un altro componente. Questa nuova situazione, però,
impedisce al nucleo familiare di risparmiare e lo obbliga ad attingere al patrimonio accumulato per poter
affrontare delle spese impreviste. Tuttavia, nel breve periodo la riduzione delle entrate appare
sostanzialmente gestibile senza intaccare significativamente lo status socioeconomico precedente la crisi.
Viene sottolineata l’importanza dei risparmi per mantenere l’equilibrio del bilancio domestico42, ma allo
stesso tempo emerge la preoccupazione per il progressivo assottigliarsi del denaro accantonato.
Il logoramento delle risorse interessa non solo i capofamiglia in età avanzata, ma anche i giovani-adulti che
vivono ancora in famiglia o ne hanno appena formata una. Gli esempi citati sono quelli di un neo-papà
42
Nell’agosto 2011 Il Sole 24 Ore ha pubblicato i risultati di un’indagine sui risparmi delle famiglie italiane condotta
dal Centro Studi Sintesi. Secondo questa ricerca nel dicembre 2007 l’importo medio dei depositi bancari tra i correntisti
riminesi era pari a 25.630 euro; un valore sensibilmente più elevato rispetto ai 21.821 euro della media nazionale. Cfr.
www.centrostudisintesi.com.
37
29enne sospeso dal lavoro e di una 31enne disoccupata. Le conseguenze generate dalla crisi sono le stesse
viste in precedenza e possono essere gestite con una relativa tranquillità grazie ad una situazione
economica sostanzialmente solida. Tale solidità viene garantita anche dalla rete parentale che sostiene la
giovane coppia nei compiti di cura quotidiani e rispetto ad eventuali necessità materiali. L’ultima
testimonianza, inoltre, introduce un argomento che ricorre frequentemente tra i nostri intervistati,
secondo cui l’origine della crisi risiede nell’adesione dell’Italia alla moneta unica europea. L’introduzione
dell’euro viene associata ad un progressivo impoverimento della condizione economica, dal momento che il
livello dei salari risulta inadeguato rispetto all’andamento dei prezzi. Gli effetti negativi di questo
cambiamento si sono manifestati nel corso del tempo e hanno contribuito ad ampliare le conseguenze della
recessione.
Ciò detto, l’impatto di quest’ultima sui profili sociali indicati può considerarsi sostanzialmente limitato.
L’equilibrio che esisteva prima della sospensione o del licenziamento può essere temporaneamente
ristabilito grazie alle condizioni familiari e all’esistenza di alcune risorse fondamentali. In primo luogo, si
tratta dunque di famiglie integre e che non hanno dimensioni particolarmente ampie, essendo composte
da 3 o 4 componenti al massimo. In secondo luogo, all’interno dell’ambito domestico è presente un
secondo reddito da lavoro che, unito alla cassa integrazione o all’indennità di disoccupazione, garantisce un
livello di entrate economiche adeguato alle proprie esigenze43. In terzo luogo, la famiglia dispone di un
patrimonio mobiliare e immobiliare rappresentato dalla proprietà dell’abitazione e da un capitale
risparmiato. Infine, soprattutto per le coorti di età giovani-adulte, la possibilità di poter contare sul
sostegno di un solida rete parentale garantisce sicurezza e relativa tranquillità44. La combinazione di queste
variabili rappresenta il tratto caratterizzante di quei profili sociali che sono riusciti a contenere le
conseguenze della recessione, mantenendo sostanzialmente inalterato il proprio status socioeconomico.
Appare, tuttavia, evidente come questo evento ed il suo protrarsi nel tempo si traduca in un progressivo
logoramento di quelle risorse che hanno garantito negli anni determinate condizioni di vita. La gestione del
periodo critico, per i profili indicati, avviene senza modificare in modo consistente il livello di benessere
raggiunto, ma intervenendo su una riduzione dei consumi e attingendo occasionalmente al patrimonio
accumulato. Allo stesso modo esistono delle differenze preesistenti nel reddito disponibile e nella capacità
di risparmio, che incidono sull’entità delle restrizioni e sulla possibilità di mantenere l’equilibrio economico
familiare nel medio-lungo periodo.
È opportuno ribadire come molte famiglie riminesi colpite dalla recessione siano riuscite a contenerne gli
effetti, garantendo complessivamente una sostanziale tenuta del tessuto sociale. Licenziamenti e cassa
integrazione hanno avuto sicuramente un impatto diverso in altre zone del Paese, così come evidenziato da
una recente ricerca condotta nelle aree metropolitane di Torino, Roma e Napoli45. Il modello di sviluppo
economico locale, centrato sulla piccola impresa e sull’industria turistica, ha consentito la diffusa presenza
nel territorio di nuclei familiari con due redditi da lavoro.
Tale modello è caratterizzato da una spiccata vocazione imprenditoriale e da tassi di occupazione più
elevati rispetto alla media nazionale, soprattutto per quanto concerne la componente maschile. Inoltre, la
43
La crisi ha aumentato anche in Italia il numero delle jobless households, cioè dei nuclei familiari in cui nessun
membro percepisce un salario. Tuttavia, il calo dell’occupazione tra il 2008 ed il 2009 ha riguardato soprattutto famiglie
dove almeno un altro adulto mantiene il posto di lavoro e che grazie a ciò sono riuscite a contenere gli effetti negativi.
Cfr. S. Mocetti, E. Olivieri, E. Viviano, “Le famiglie italiane e il lavoro: caratteristiche strutturali e effetti della crisi”, in
Stato e mercato, n. 2, 2011, pp. 223-243.
44
Da un’indagine comparativa svolta in 10 paesi europei emerge come il trasferimento di risorse finanziarie dai genitori
ai figli risulti una modalità ampiamente diffusa e trasversale sia rispetto ai modelli di welfare, sia alle diverse matrici
culturali (paesi scandinavi, continentali e mediterranei). Cfr. C. Attias Donfut, J. Ogg, F-C. Wolff, “Financial transfers”
in A. Borsch-Supan et al. (a cura di) Health, Ageing and Retirement in Europe. First results from the Survey of Health,
Ageing and Retirement in Europe, 2005, www.share-project.org.
45
G. B. Sgritta (a cura di), Dentro la crisi. Povertà e processi di impoverimento in tre aree metropolitane,
FrancoAngeli, Milano, 2010.
38
presenza di una forte economia del turismo a carattere stagionale ha permesso anche ai segmenti più
deboli sul mercato (giovani, donne, individui poco scolarizzati) di accedere ad un lavoro retribuito. Così le
generazioni professionalmente attive negli ultimi decenni del secolo scorso, hanno potuto costruire una
ricchezza mobiliare e immobiliare significativa, garantendo un buon tenore di vita per sé e per i propri
figli46.
La crisi, tuttavia, si colloca al termine di un periodo durante il quale si è progressivamente allargata la
forbice fra l’andamento delle retribuzioni e la dinamica dei prezzi al consumo47. Tutto questo ha portato ad
una perdita del potere d’acquisto e una riduzione nella capacità di risparmio, che ha indebolito quelle
risorse essenziali per fronteggiare eventi negativi quali, ad esempio, la disoccupazione.
Da una recente indagine condotta a livello nazionale emerge come siano soprattutto le nuove generazioni
ad essere più vulnerabili sotto il profilo del risparmio e del patrimonio48. Questa difficoltà appare evidente
anche dalle nostre interviste, come testimoniano i brani riportati di seguito.
“Il potere d’acquisto del nostro stipendio si è ridotto a vivere senza extra, senza potere pensare di fare nulla in più,
solo mangiare, pagare l’affitto e pagare le bollette, perché se penso ai miei genitori, che invece son riusciti a comprare
la casa, a fare tutto … io non ce la farò mai, non lo so … quindi sì, parte un po’ da questo, dal fatto che abbiamo
stipendi forse bassi.” (Int. n.51, lavoratrice stagionale nel turismo, 36 anni)
“Poi un altro problema che secondo me, non solamente con la crisi nello specifico, ma che ho visto in questi anni, è il
fatto di non potere garantire lo stesso tenore di vita che mi ha permesso di avere mio padre. Io per prima, se avessi
una famiglia non potrei … e questa cosa, secondo me, è un problema molto grave della nostra società … perché pochi
al momento potrebbero permettersi di far fare una vita uguale a quella che hanno vissuto da bambini ai propri figli,
perché le case sono costose, i risparmi sono pochissimi, probabilmente abbiamo alzato anche noi le nostre aspettative
… E secondo me è un problema perché c’è un impoverimento proprio generale … Adesso penso a molti miei amici,
hanno avuto la possibilità di avere una casa dai genitori … Secondo me questo è un progredire: un padre che magari
aveva la terza media, ha fatto un lavoro nel tempo, cioè ha posto il figlio in una condizione di poter magari laurearsi e
svolgere un lavoro che gli facesse guadagnare di più e potesse scegliere anche il tipo di lavoro che voleva fare. Però
adesso, noi nuova generazione … non abbiamo degli stipendi adeguati alla vita che facciamo, per cui, ripeto, non
potremmo praticamente garantire una vita così piacevole ai nostri figli” (Int. n.13, disoccupata, 29 anni)
Le testimonianze appartengono a due giovani donne che esemplificano chiaramente le difficoltà di
un’intera generazione. La prima, una lavoratrice stagionale di 36 anni, è già uscita dalla casa paterna,
mentre la seconda, una 29enne rimasta senza lavoro in seguito alla crisi, vive ancora insieme ai genitori.
Entrambe, pur ricoprendo o avendo ricoperto mansioni impiegatizie, evidenziano l’inadeguatezza delle
retribuzioni percepite rispetto al costo attuale della vita. Emerge la sensazione di un impoverimento
generale che nasce dalla mancata corrispondenza tra i livelli salariali e l’andamento dei prezzi al consumo.
46
Nel 2007, anno precedente la crisi, il patrimonio medio delle famiglie riminesi ammontava a 496.075 euro; un valore
superiore del 5,1% alla media regionale (470.769) e del 24,8% al dato nazionale (372.770). Tale patrimonio è composto
per il 55,3% (274.243euro) da abitazioni, per l’1,5% (7.491 euro) da terreni e per il restante 43,2% (214.340 euro) da
attività finanziarie (depositi, valori mobiliari e riserve). Cfr. Regione Emilia-Romagna – NuovaQuasco (a cura di),
Osservatorio Regionale sul Sistema Abitativo. Rapporto Regionale 2009, Bologna, 2009.
47
Nell’ultimo rapporto sulla situazione italiana, l’ISTAT sottolinea come dal 2000 al 2010 il potere d’acquisto delle
famiglie italiane si sia progressivamente ridotto. Ne consegue anche una riduzione nella capacità di risparmio che è
scesa dal 14,4% del 2002 al 9,1% del 2010, il valore più basso dal 1990. Cfr. ISTAT, Rapporto annuale. La situazione
del Paese nel 2010, Roma, 2011, www.istat.it.
48
Le famiglie con persona di riferimento under 45 sono quelle che mostrano più difficoltà a sostenere le spese correnti
(il 29,8% è riuscito a risparmiare qualcosa contro il 32,2% medio) e quelle che con maggior frequenza vivono in affitto
(30,9% contro la media del 20,4%). Cfr. Censis-Unipol, Affrontare il futuro. Le tutele sociali nell’Italia che cambia,
presentazione del progetto “Welfare, Italia - Laboratorio per le nuove politiche sociali”, Roma, 6 luglio 2011,
www.censis.it.
39
Tale dinamica ha colpito soprattutto il lavoro dipendente rispetto a quello autonomo generando un
tendenziale peggioramento nelle condizioni di vita della classe operaia e di quella impiegatizia, con evidenti
conseguenze in termini di divaricazione sociale49. La difficoltà ad arrivare alla fine del mese non coinvolge
più soltanto le famiglie operaie, ma anche quelle degli impiegati che hanno visto progressivamente
scendere il valore del salario reale. Non è questo il caso delle due giovani citate che, tuttavia, manifestano
la preoccupazione per una significativa differenza fra il livello di benessere acquisito dai genitori e quello
potenzialmente raggiungibile per loro. Le nuove generazioni condividono, senza dubbio, aspettative
differenti da quelle dei padri sia in relazione alla sfera professionale, sia rispetto alle abitudini di consumo e
agli stili di vita. In parallelo, appare chiara anche la frustrazione di chi, provenendo dalla classe media e
condividendone valori e aspirazioni, è consapevole delle difficoltà nel garantire in futuro ai propri figli le
stesse condizioni e speranze di vita ricevute in famiglia.
In passato, l’esistenza di un certo livello di disuguaglianza nelle opportunità non ha impedito che ampie
quote di individui provenienti dalle classi più svantaggiate riuscissero comunque nell’età adulta a migliorare
la posizione sociale d’origine. Questa dinamica di mobilità sociale ascendente appare invece preclusa alle
nuove generazioni, che si trovano piuttosto nella difficoltà di mantenere lo status socioeconomico
ereditato50. I giovani, che già lavorano o si stanno affacciando sul mercato, sembrano oggi sperimentare
una sorta di ‘declassamento’, non solo per una reale o temuta dinamica sociale discendente, ma anche per
il peggioramento delle prospettive di vita. Al di là del problema, peraltro non irrilevante, di un sistema
sociale poco ‘fluido’ che rende difficile la mobilità intergenerazionale, la questione per le nuove generazioni
è riuscire a garantirsi un livello di benessere sufficiente per poter affrontare i rischi legati alla crescente
precarietà economica e professionale.
Se oggi molti riminesi hanno potuto sostanzialmente neutralizzare l’impatto della crisi grazie al patrimonio
accumulato e al sostegno economico della rete parentale, questi due elementi non saranno disponibili
all’infinito. Da un lato, una parte di quelle risorse è già stata utilizzata dalla coorte degli over 50, al fine di
aiutare sé stessi e/o i propri figli durante questa fase critica. Dall’altro, le mutate condizioni del contesto
economico, che l’attuale recessione ha sicuramente aggravato, rendono più difficile la riproduzione delle
stesse condizioni materiali tra le nuove generazioni51. La combinazione di questi due fenomeni rappresenta
un elemento da non trascurare per capire la futura tenuta del sistema.
2.3
Destabilizzazione e peggioramento delle condizioni di vita
Tutte le interviste sin qui presentate hanno evidenziato situazioni di relativa tranquillità economica, nelle
quali l’impatto della crisi appare circoscritto e sostanzialmente gestibile mantenendo inalterato il livello di
benessere raggiunto. La recessione ha interessato i diversi profili descritti condizionandone atteggiamenti e
comportamenti, ma senza modificarne in modo traumatico l’equilibrio psicologico e materiale. Perfino nei
49
Attraverso un’analisi dei dati, contenuti nell’Indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane, si rileva
come nel periodo intercorso fra il 1993 ed il 2004 sia cresciuto sensibilmente il divario in termini di reddito fra operai e
impiegati da un lato e lavoratori autonomi dall’altro. Cfr. A. Schizzerotto, “Trasformazioni e destini delle classi medie
italiane”, in R. Catanzaro, G. Sciortino (a cura di), La fatica di cambiare. Rapporto sulla società italiana, il Mulino,
Bologna, 2009.
50
Dagli studi compiuti sulla realtà italiana emerge come nel nostro Paese le chances di mobilità siano distribuite in
modo disuguale, dal momento che risultano fortemente influenzate dalla posizione sociale della famiglia in cui si nasce.
Cfr. M. Pisati, La mobilità sociale, il Mulino, Bologna, 2000.
51
Dal 1993 al 2008 le retribuzioni lorde per unità di lavoro dipendente, deflazionate con l’indice del costo della vita,
sono cresciute a un tasso moderato pari su base annua allo 0,6%, mentre nel periodo 1970-1993 erano aumentate in
media, sempre utilizzando l’indice dei prezzi al consumo, del 2,5% annuo. Cfr. A. Brandolini, “Indagine conoscitiva sul
livello dei redditi di lavoro nonché sulla redistribuzione della ricchezza in Italia nel periodo 1993-2008”, audizione
presso l’11^ Commissione (Lavoro, previdenza sociale) del Senato della Repubblica, Roma, 21 Aprile 2009.
40
casi di cassaintegrati o soggetti rimasti senza impiego, la nuova condizione non sembra generare particolari
problemi alla luce delle loro caratteristiche personali e sociali.
Tuttavia, anche sul territorio riminese si registrano molteplici situazioni nelle quali l’evento crisi ha prodotto
un effetto realmente destabilizzante sulla vita di individui e famiglie. Tale destabilizzazione è sempre
originata da un problema nella sfera professionale, riconducibile ad un licenziamento, una sospensione o
all’incertezza di un rinnovo contrattuale e può assumere due forme principali, talvolta congiunte. Da un
lato, ad essere destabilizzato è soprattutto, l’equilibrio materiale dell’intera famiglia che sperimenta un
effettivo peggioramento nelle condizioni di vita, arrivando in alcuni casi alla perdita del proprio status
socioeconomico. Dall’altro, esso produce uno stato di sofferenza psichica, che colpisce l’identità della
persona, sfociando a volte in un vero e proprio disagio psico-fisico e minando la qualità stessa delle
relazioni familiari.
I brani riportati di seguito esemplificano il secondo di tali effetti e cioè una destabilizzazione sul piano
soggettivo-identitario legata al venir meno del ruolo professionale.
“È bruttissimo. A parte il fatto che mi sentivo di non valere niente, ti viene meno la tua vita, soprattutto nella mia
situazione, non avendo famiglia mi sono trovata sola. I primi due mesi non li voglio neanche più ricordare, li ho messi
da parte, poi cominci a reagire, anche perché se no è peggio, dopo, oltre a non avere il lavoro, non hai neanche più la
salute … La giornata era vuota, non sapevo dove sbattere la testa, ed io non sono una che girava nei centri
commerciali, tanto non potevo nemmeno prendere niente. Poi se non ci vuoi rimettere la salute devi reagire, per
forza” (Int. n.33, lavoratrice in CIG nell’industria, 50 anni)
“È triste, cioè ancora non riesco ad organizzarmi bene, perché essendo abituata ad essere sempre fuori casa la
mattina, ancora non riesco … poi il morale è comunque a terra e allora ancora non riesco a … cioè facevo molto di più
a casa quando lavoravo che adesso. Sono un po’ depressa, diciamo. Ho problemi di diabete … insomma, ancora devo
farmi una ragione, dire: sono a casa tutto il giorno e devo … è difficile, perché ho iniziato a lavorare che avevo 14 anni
in Svizzera, dunque è molto difficile” (Int. n.34, lavoratrice in mobilità nell’industria, 51 anni)
“Mia moglie è tra quelle – ma non credo sia la sola – che non lavora solo per i soldi. I soldi le interessano ovviamente,
ma a lei il lavoro piaceva, lo faceva con passione, andava anche con 40 di febbre, con la neve. Il lavoro ce l’aveva
dentro. Siccome abbiamo un figlio grande che sta da solo, alzarsi alla mattina e non sapere che cosa fare, è la cosa
peggiore che possa capitare ad una persona. Io ce l’ho in casa adesso e va in crisi un giorno sì e l’altro pure. È una
disgrazia. Non abbiamo problemi: la casa è la mia, i debiti non li abbiamo, io ho un reddito con cui posso campare, anzi
con cui possiamo campare in due. Questo però non serve a niente. Se uno non ha un impegno, essendo abituato ad
averlo, se non per tutto l’anno, almeno per cinque, sei, sette mesi, sapendo che poi riprenderà il lavoro, sapendo che
poi un po’ di mesi si lavorerà … Se uno ha una prospettiva pari a zero, capisco quelli che si suicidano. È un dramma. Mi
credi? Io ce l’ho in casa adesso” (Int. n.48, lavoratore stagionale nel turismo, 62 anni)
“Della mia vita è cambiato tutto, proprio tutto. Mi sono trovato di fronte ad una realtà che non conoscevo e
sinceramente non pensavo mai di trovarmi in una situazione del genere. È cambiato tutto e a livello mentale forse
sono cambiato anch’io. Molto spesso sono sconfortato. Molto spesso sono nervoso. Comincio a perdere un po’
l’autostima che durante gli anni lavorativi avevo acquisito, principalmente dovuto a tutte le negatività, a tutti i
curriculum strappati e ai colloqui fatti senza neanche una telefonata di riscontro su come era andato. Molte aziende ti
fanno il colloquio e poi spariscono nel nulla. Se chiami, non trovi mai il responsabile che ti ha fatto il colloquio […] È
stato un periodo bruttissimo e non nego che adesso sto subendo anche a livello fisico questa cosa, sto passando da un
medico all’altro perché non riesco a dormire la notte, ho attacchi di panico, insonnia, dormo male, sono spesso
nervoso, eccetera ... Ovviamente dai controlli che ho fatto non scaturisce nulla perché fisicamente sto bene ma è tutto
a livello mentale, infatti molti mi hanno detto che è un accumulo di stress che mi ha portato a questo. Effettivamente
ho passato un brutto periodo e non me ne rendevo conto mentre lo stavo vivendo perché comunque mi rimboccavo
le maniche e cercavo di fare di tutto per ricollocarmi nel mondo del lavoro, perché sai, un uomo che non lavora non è
41
una bella cosa, cioè perdi molta credibilità, non stai bene con te stesso, ti senti inutile...” (Int. n.14, lavoratore in
mobilità nei servizi, 31 anni)
Il primo brano si riferisce a un’operaia 50enne che è stata sospesa dal lavoro nella primavera del 2009
insieme ad altri tre colleghi. La riduzione dell’unico reddito disponibile ha peggiorato le condizioni materiali
dell’intervistata che, tuttavia, anche prima della crisi conduceva un’esistenza modesta e piuttosto
appartata. Essa vive sola, non ha figli e questo isolamento sociale accresce il disagio creato dalla
sospensione. Il periodo di inattività, pur continuando a mantenere il posto di lavoro, viene vissuto con una
forte preoccupazione legata soprattutto all’incertezza sul reinserimento in azienda. Le conseguenze più
gravi della crisi non sono quelle riconducibili alla sfera materiale, quanto a quella soggettiva e psicologica.
Lo stesso può dirsi per un’altra intervistata over 50, le cui riflessioni sono riportate nel secondo brano. Il
licenziamento da parte dell’azienda, dopo oltre 30 anni di lavoro, ha creato un vuoto esistenziale e una
forte demoralizzazione, le quali inibiscono l’agire quotidiano. L’indennità di mobilità permette di integrare il
reddito familiare che si compone, oltre al suo contributo, anche della retribuzione del coniuge, occupato a
tempo indeterminato, e quella della figlia 24enne, impiegata precaria presso un’agenzia viaggi. L’incapacità
di riorganizzare le proprie giornate senza il lavoro in ufficio esemplificano l’impatto destabilizzante che la
crisi ha avuto sull’esistenza. Inoltre, la necessità di rivedere lo stile di vita, limitando alcune spese e le uscite
serali, accresce il disagio psicologico e le difficoltà di adattamento alla disoccupazione.
La vicenda di un’altra signora quasi 50enne, coniugata e rimasta senza lavoro, viene descritta nel terzo
brano dalle parole del marito. Egli sottolinea come l’inattività della moglie, ex commessa in una boutique,
abbia minato l’equilibrio psicologico personale, facendo venire meno una componente essenziale di
gratificazione e auto-realizzazione. Evidenzia, inoltre, la particolare drammaticità che la condizione di
disoccupato riveste per coloro i quali hanno scarse opportunità di reimpiego. Anche in questo caso ad
essere destabilizzata è soprattutto la dimensione soggettiva e identitaria della persona coinvolta, dal
momento che non esistono oggettivamente problemi economici a livello familiare.
Infine, l’ultima testimonianza si riferisce ad un 31enne messo in mobilità da una società di marketing. Il
periodo successivo al licenziamento viene descritto come notevolmente pesante sotto il profilo psicologico.
Lo sconforto nasce in particolare dalle numerose candidature presso aziende del settore che sono rimaste
prive di riscontro. L’attività professionale ha sempre avuto un ruolo centrale nella sua identità e per questo
motivo la disoccupazione finisce per minare le sicurezze acquisite e indebolire l’autostima. Nel suo caso,
l’impatto della crisi ha avuto ripercussioni anche sul benessere psico-fisico con la comparsa di sintomi quali
insonnia, agitazione e attacchi di panico.
Appare evidente come il venir meno o la riduzione di un reddito da lavoro comporti un peggioramento
delle condizioni di vita più o meno significativo. Come si vedrà meglio nel prossimo capitolo, tale
cambiamento si concretizza in una riduzione dei consumi, che non ha intaccato però quelli essenziali (cibo,
riscaldamento, luce, ecc.). Le restrizioni interessano sostanzialmente le spese per il tempo libero, le uscite
serali, l’acquisto di abbigliamento, andando a modificare lo stile di vita precedente, senza che ciò implichi lo
scivolamento verso uno stato di deprivazione materiale52. Per questi soggetti l’impatto della crisi sul piano
economico può essere contenuto grazie a tre caratteristiche essenziali già evidenziate in precedenza. La
prima è l’esistenza di un patrimonio mobiliare e immobiliare che, da un lato, risolve il problema abitativo
senza il pagamento di mutui o affitti e dall’altro garantisce risorse finanziarie per provvedere ad eventuali
spese impreviste. La seconda è la possibilità di accedere a trasferimenti pubblici quali la cassa integrazione,
52
La Commissione di indagine sull’esclusione sociale, riprendendo i dati ISTAT, definisce lo stato di deprivazione
materiale dalla concomitante presenza di alcuni indicatori quali ad esempio ‘non potersi permettere una settimana di
ferie lontano da casa in un anno’ (nel 2009 l’incidenza di questa voce per le famiglie italiane è del 40,6%); ‘non riuscire
a sostenere spese impreviste di 750 euro in un anno’ (33,4%); ‘non avere avuto denaro sufficiente per l’abbigliamento’
(17,1%); ‘aver contratto debiti diversi dal mutuo’ (16,4%). Cfr. Commissione di indagine sull’esclusione sociale,
Rapporto sulle politiche contro la povertà e l’esclusione sociale. Anno 2009-2010, Roma, Luglio 2010,
www.lavoro.gov.it.
42
l’indennità di mobilità o di disoccupazione che integrano il reddito disponibile nel periodo di non lavoro. La
terza, relativa ai giovani-adulti e a chi vive con un partner occupato, consiste nella presenza di una solida
rete parentale in grado di garantire aiuti materiali e sostegno sociale.
Se il cambiamento dello status occupazionale ha richiesto una modificazione nelle abitudini di vita,
l’impatto destabilizzante della crisi per i soggetti in questione riguarda prevalentemente la sfera soggettivoidentitaria. Tutti i profili presentati raccontano la tristezza, la sensazione di inutilità, lo smarrimento,
l’apatia e altri stati d’animo negativi che hanno accompagnato un periodo, più o meno lungo, di inattività.
Inoltre, la percezione di sé stessi come annoiati e frustrati rende gli individui coinvolti particolarmente
nervosi e l’irritabilità diviene una caratteristica regolare del comportamento, che rischia di compromettere
le relazioni interpersonali.
Il riferimento alle giornate vuote, nelle quali manca persino la motivazione ad uscire di casa, testimonia
l’importanza del lavoro come attività che garantisce una strutturazione temporale al vivere quotidiano53. La
routine lavorativa divide il tempo in segmenti, ciascuno dei quali assume un obiettivo e significati specifici,
contribuendo a regolare anche i momenti liberi da impegni professionali. Alla destrutturazione del tempo si
accompagna il senso di inadeguatezza per la mancanza di un ‘posto’ nella società e di quel ruolo lavorativo
che ha rappresentato per tanto tempo non solo la normalità, ma un elemento identitario essenziale.
Attraverso l’occupazione gli individui possono attivare il proprio bagaglio di abilità cognitive e
comportamentali, restituendo agli altri un’immagine di sé stessi come soggetti capaci di esprimere
determinate potenzialità. In questo senso il lavoro, nonostante le trasformazioni intervenute, conserva una
funzione di riconoscimento e legittimazione sociale, benché non più esclusiva come in passato. Se la sfera
professionale costituisce una fonte di risorse simboliche importanti, allora una deprivazione in tale ambito
può rappresentare una seria minaccia per l’identità personale. Di fronte ai ripetuti insuccessi nelle ricerca di
un impiego, anche la stima e la fiducia in sé stessi vengono progressivamente meno. Oltre alla diminuzione
dell’autostima, lo stress provocato da questo tipo di evento può causare seri problemi psicologici come
disturbi d’ansia e stati depressivi.
Appare chiaro come la mancanza del lavoro abbia destabilizzato un equilibrio precedente la crisi,
generando effetti negativi sul benessere psico-fisico individuale. Tali effetti, tuttavia, variano in relazione
alle condizioni personali e sociali in cui il soggetto interessato sperimenta questa situazione.
Innanzitutto, entrano in gioco le differenze nelle risorse psicologiche disponibili che derivano da
caratteristiche della personalità individuale. Avere, ad esempio, un immagine di sé sostanzialmente positiva
è un fattore protettivo di fronte alla perdita del lavoro, così come evidenziato dalla letteratura
sull’argomento54.
In secondo luogo, va considerata la rete di relazioni in cui la persona coinvolta si trova inserita. Nel primo
brano citato, l’intervistata fa esplicito riferimento alla condizione di solitudine in cui vive, non avendo né
una famiglia, né una rete di amicizie sulla quale contare. Nel suo caso è una sospensione dal lavoro e non
un licenziamento ad avere effetti destabilizzanti sull’equilibrio psichico individuale e ciò va attribuito anche
alla condizione di isolamento che ne caratterizza l’esistenza. L’essere parte di un sistema di comunicazioni
interpersonali e di impegni reciproci rappresenta una risorsa importante per affrontare gli eventi
problematici55. La presenza di familiari e amici garantisce sia sostegno sociale, sia un forte supporto
emotivo, rinsaldando la convinzione di essere accettati e amati per quello che si è, indipendentemente dal
53
La questione del tempo nella vita dei disoccupati costituisce uno dei temi centrali dello studio realizzato negli anni
‘30 sulla comunità operaia di Marienthal. Cfr. M. Jahoda, P.F. Lazarsfeld, H. Zeisel, I disoccupati di Marienthal,
Edizioni Lavoro, Roma, 1986.
54
Cfr. F.M. McKee-Ryan, Z. Song, C.R. Wanberg, A.J. Kinicki, “Psychological and physical well-being during
unemployment: a meta-analytic study” in Journal of Applied Psychology, vol. 90, n. 1, 2005, pp. 53-76.
55
Cfr. M. Depolo, G. Sarchielli, Psicologia della disoccupazione, il Mulino, Bologna, 1987.
43
proprio status occupazionale. Inoltre, le reti di relazioni sono una componente esterna che fornisce la
possibilità di continuare a strutturare il proprio tempo sulla base di interazioni sociali significative.
In terzo luogo, il disagio causato dalla mancanza del lavoro sembra essere in stretta relazione con
l’importanza ad esso soggettivamente attribuita. L’attività professionale rappresenta non solo un mezzo
per garantirsi il sostentamento economico, ma anche una fonte di relazioni sociali significative e un ambito
di auto-realizzazione personale. Essa risulta essere una fondamentale risorsa di identità tanto per gli uomini
quanto per le donne. Queste ultime si caratterizzano sempre più per una doppia presenza che le vede
operosamente impegnate sia nell’attività professionale, sia in ambito domestico. Tutte le testimonianze
femminili riportate appartengono a donne ultra 50enni che, al momento dell’intervista, non avevano
carichi di cura familiare significativi. Ciò significa che esse non possono trovare nel ruolo materno quella
risorsa identitaria capace di compensare il disagio derivante dall’assenza di un incarico professionale56.
Infine, una variabile rilevante è la percezione soggettiva circa la possibilità di poter uscire dallo stato di
disoccupazione che è ovviamente correlata con la durata della stessa57. Come evidenziato in una recente
indagine condotta a livello europeo, l’impatto di questo evento sul benessere individuale è minore tra
coloro i quali ritengono di avere buone prospettive di reinserimento lavorativo58. Sotto questo profilo è
opportuno sottolineare come tre dei quattro brani riportati si riferiscano a donne over 50. Data la
persistenza nel mercato del lavoro italiano di dinamiche segregative basate sul genere e l’età, che
penalizzano la componente femminile e più anziana della popolazione attiva, appare comprensibile un
sentimento di sfiducia circa le effettive opportunità occupazionali. Tale percezione risulta ovviamente
accentuata dal protrarsi della recessione e da una situazione di profonda incertezza che caratterizza il
sistema produttivo locale.
Questo progressivo affievolirsi delle speranze circa un possibile re-impiego introduce un ulteriore elemento
da considerare come effetto destabilizzante della crisi: il diffondersi di un sentimento di rassegnazione,
che fa emergere la figura dello scoraggiato.
“Sinceramente mi chiedo: cosa faccio? Non trovano i giovani. Un giovane non riesce a fare quello che vorrebbe,
figuriamoci se riesce una persona di 50 anni. Per carità, a 50 anni ancora posso lavorare, però comunque è difficile
trovare a questa età. Cerco di fare il mio meglio a casa, cerco di pensare alla mia famiglia, poi se capita qualcosa, ben
venga, però non è che mi metta a pensare: adesso cosa faccio? Forse perché ancora arrivo alla fine del mese grazie
all’indennità, allora sto tranquilla. Fino ad adesso riesco ad andare avanti, poi vedremo domani. Cerco di vivere alla
giornata” (Int. n.34, lavoratrice in mobilità nell’industria, 51 anni)
“Preoccupazione sì, ma c’è molta rassegnazione più che altro in giro, secondo me. Nel senso che è così, che cosa vuoi
fare? Non è una cosa in tuo potere, quindi aspetti che passi. Penso che sia questo il clima generale dei dipendenti che
magari non hanno altre strade, perché se adesso vai in giro non trovi lavoro. Adesso sarebbe sciocco fare
diversamente, come dicono tutti. Sarebbe sciocco andare via da un posto attualmente e andare in un altra ditta che
magari non conosci e chissà se fra tre mesi c’è o non c’è, se tiene aspettiamo che passi il periodo” (Int. n.15, lavoratore
in CIG nell’industria, 29 anni)
56
Cfr. L. Artazcoz, J. Benach, C. Borrell, I. Cortès, “Unemployment and mental health: understanding the interactions
among gender, family roles and social class”, in American Journal of Public Health, vol. 94, n. 1, January 2004, pp. 8289.
57
Nel 2010 l’Italia, tra le principali economie europee, è quella in cui l’incidenza dei disoccupati di lunga durata sul
totale dei disoccupati risulta più elevata. Tale quota ha raggiunto il 48,4%, con un aumento di 4 punti percentuali sul
valore del 2009 (44,4%) e una differenza di circa 9 punti percentuali sul dato medio dell’UE (39,9%). Cfr. Eurostat,
Statistics in focus, n.60/2011, http://epp.eurostat.ec.europa.eu.
58
Cfr. N. Ahn, J.R. Garcia, J.F. Jimeno, “The impact of unemployment on individual well-being in the EU”, in
European Network of Economic Policy Research Institutes Working Paper, n. 29, July 2004, www.enepri.org.
44
“Chi aveva meno opportunità, adesso ne ha davvero pochissime, con una ricaduta sul piano personale in termini di
sfiducia … sono persone che fanno tentativi, più o meno corposi, più o meno razionali, ma che a un certo punto
proprio hanno l’atteggiamento della rinuncia. Si piantano. Perché sanno di non avere possibilità. Dopo, magari la
spiegazione che si danno è quella che gli stranieri gli portano via il lavoro …” (operatrice CPI Rimini)
La prima testimonianza appartiene ad una delle persone citate in precedenza, che è stata licenziata in
seguito al fallimento dell’impresa dove ha lavorato per oltre un trentennio, ricoprendo varie mansioni a
livello amministrativo. Superata la soglia dei 50 anni vorrebbe essere ancora attiva professionalmente, ma
tale desiderio non è supportato da una forte motivazione alla ricerca di un impiego. Sebbene il quadro
economico familiare non risulti particolarmente critico, la perdita dell’occupazione ha destabilizzato la sua
vita. Insieme al disagio psicologico, nelle settimane successive al licenziamento è maturata una evidente
rassegnazione circa le opportunità di reinserimento professionale.
Lo stesso atteggiamento viene evidenziato nel secondo brano da un geometra 29enne sospeso dal lavoro.
Egli osserva come di fronte alla crisi prevalga una sostanziale rinuncia alla ricerca occupazionale che viene
motivata dalla mancanza di posti disponibili. Attendere la ripresa del ciclo economico diviene quindi la
scelta più razionale, soprattutto per i cassaintegrati che sono ancora titolari di un posto di lavoro. La
rassegnazione viene riferita in modo particolare a quei lavoratori i quali non hanno un curriculum
facilmente spendibile sul mercato.
Una conferma in tal senso arriva dalle parole di un’operatrice del Centro per l’impiego di Rimini che
racconta il senso di sfiducia e scoramento con cui gli utenti si presentano ai Servizi. Esso è anche il risultato
di una serie di insuccessi nella ricerca del lavoro che portano il disoccupato a perdere ogni speranza di
essere nuovamente assunto. Molti di questi lavoratori individuano negli immigrati stranieri la causa della
loro disoccupazione, seguendo un meccanismo di attribuzione causale che appartiene al senso comune.
Prima della crisi la manodopera straniera presente in Italia era caratterizzata dalla segregazione
occupazionale nelle mansioni a bassa qualificazione e da un gap salariale rispetto ai nostri connazionali. Con
l’avvento della recessione molte aziende scelgono di ridurre i costi di gestione comprimendo i salari e
quindi la disponibilità degli immigrati ad accettare retribuzioni più basse diventa un fattore di occupabilità.
Come è stato recentemente osservato, nell’ultimo triennio è cresciuta la disoccupazione tra i lavoratori
stranieri, ma tale crescita è stata compensata dall’aumento degli occupati; a differenza di quanto avvenuto
tra gli italiani. I primi, quindi, presentano complessivamente maggiori chances occupazionali nel confronto
con la manodopera nativa e rispetto a quest’ultima mostrano una minore esposizione al rischio di
scoraggiamento59.
Il profilo delle persone rassegnate corrisponde in larga parte alle fasce più deboli della forza lavoro italiana:
giovani, donne, over 45, soggetti privi di una qualifica professionale. Per questi profili la sfiducia e la
mancanza di prospettive si traducono in un atteggiamento di rinuncia e quindi ad una sostanziale inattività.
Gli stati di rassegnazione possono essere visti anche come un modo per superare sul piano cognitivo la
dissonanza dovuta al conflitto fra gli insuccessi nella ricerca e il rifiuto del soggetto di considerarsi
disoccupato60. Secondo la teoria del lavoratore ‘scoraggiato’, di fronte all’insufficienza della domanda
59
La popolazione attiva (occupati + persone in cerca di lavoro) italiana è scesa dalle 23.253.393 unità del I trimestre
2008 alle 22.525.823 del I trimestre 2011; nello stesso periodo si riduce anche il numero degli occupati passati da
21.651.140 a 20.674.516. Tra gli stranieri, invece, crescono sia le forze di lavoro salendo dalle 1.678.374 unità del I
trimestre 2008 alle 2.503.458 del I trimestre 2011, sia gli occupati, saliti da 1.519.317 a 2.199.770. Si osserva come, in
questa fase recessiva, ampliando il ricorso alla manodopera straniera a bassa retribuzione, sono possibili tensioni sul
piano della coesione sociale dal momento che può diffondersi la percezione degli stranieri quali ‘concorrenti sleali’ sul
mercato del lavoro. Cfr. L. Zanfrini, “Immigrati e lavoro”, relazione presentata alla Presentazione del XVII Rapporto
sulle migrazioni 2011, Milano, Fondazione ISMU, 12 Dicembre 2011, www.ismu.org.
Anche l’analisi sul lavoro dipendente mediante i dati di fonte amministrativa evidenzia nel triennio 2009-2011 un
aumento della presenza straniera tra le nuove assunzioni in provincia di Rimini. I lavoratori stranieri costituivano nel
2008 il 26,4% delle persone assunte nel corso dell’anno sul territorio provinciale, ma tale quota cresce
progressivamente sino a raggiungere il 29,5% nel 2011. Cfr. Ufficio Studi Camera di Commercio di Rimini (a cura di)
Rapporto sull’economia della provincia di Rimini 2011/2012, Rimini, 2012, www.rn.camcom.it.
60
Cfr. M. Depolo, G. Sarchielli, op. cit.
45
aggregata, derivante da un rallentamento del ciclo economico, l’offerta di lavoro può reagire
temporaneamente non presentandosi sul mercato61. Sotto questo profilo la recessione ha sicuramente
contribuito a creare un clima di scoraggiamento, aumentando il numero di individui che smettono di
impegnarsi attivamente nella ricerca.
Se la rassegnazione rappresenta uno dei correlati negativi generati dalla crisi sul piano individuale,
quest’ultima ha avuto effetti destabilizzanti anche sui legami familiari.
“Io e mio marito viviamo insieme ormai da quindici anni, le liti ci sono state ma discordie normali su banalità e poi ci
passava. Adesso ogni minima cosa ti fa scattare, sei come dinamite pronta a esplodere, aggressiva, hai una rabbia
dentro perché senti che ti manca qualcosa e non sai con chi prendertela, di conseguenza me la prendo con lui. A volte
mi sento impotente, vorrei fare tante cose, realizzare dei sogni e avere qualcosa di mio … Purtroppo anche mio marito
è nervoso. Lui vede che sono nervosa, ma lo è anche lui, anche se cerca di non farsi accorgere, perché non vuole
preoccuparmi. Noto che beve di più. Quando è un po’ giù, beve un po’ di più per dimenticare. Quando vedo che
rimane da solo in cucina a fumare una sigaretta o a bere, capisco che ha qualcosa che non va. Purtroppo anche noi
siamo stati quasi per separarci. Pensavamo di non farcela più. In quel periodo, spesso gli dicevo: mi voglio separare,
non voglio più vederti, non voglio sapere più nulla di te, sono stanca. Mi usciva dalla bocca, ma non lo sentivo
veramente. Quando mi mettevo a ragionare da sola, capivo che non lo volevo veramente” (Int. n.50, occupata nel
turismo, 35 anni)
“Ci sono state parecchie separazioni dovute alla crisi perché non si riesce a gestire quella che era la vita di prima con
quella che invece è la vita attuale, che è fatta molte volte anche di rinunce. Per cui chi è abituato in una certa maniera,
ha dovuto considerare che non poteva fare più la vita di prima; e chi non era abituato, continua a fare questa vita …
Sono cose che poi lasciano il segno sia dal punto di vista fisico, che morale. Perdere il posto di lavoro in queste
condizioni qui e poi dovere anche dare un assegno di mantenimento per i figli io penso sia frustrante” (Int. n.28,
occupato nell’industria, 56 anni)
I problemi sul posto di lavoro, le rinunce derivanti da una riduzione del reddito, le difficoltà a far quadrare i
bilanci familiari creano nervosismo e tensione, i quali possono compromettere gli equilibri della coppia. La
crisi ha comportato per molte famiglie il ridimensionamento dei consumi e un conseguente cambiamento
nello stile di vita, al quale non tutti riescono ad adattarsi. Il fumo o l’alcool risultano spesso inutili palliativi
per alleviare una condizione di stress che, protraendosi nel tempo, si scarica inevitabilmente sulle relazioni
quotidiane in ambito domestico. Questa accresciuta conflittualità familiare può essere gestita dai coniugi,
seppur con costi psicologici non irrilevanti, mantenendo in essere il rapporto oppure portare alla rottura del
legame matrimoniale. In questo caso la concomitante presenza di due eventi traumatici quali la
separazione e la perdita del lavoro hanno conseguenze drammatiche sulla vita delle persone62.
Là dove la crisi colpisce uno o più componenti del nucleo familiare, portando un significativo
peggioramento nelle condizioni di vita, si creano le premesse per l’insorgere dell’instabilità coniugale. Gli
effetti di questo evento sull’equilibrio emotivo della famiglia dipendono non solo dalle sue conseguenze
materiali ma anche dal significato attribuito alla sfera lavorativa. Tale equilibrio tende ad essere tanto più
compromesso quanto più i soggetti colpiti vedono nel lavoro lo strumento principale per sentirsi realizzati e
definire il proprio status. La rottura del matrimonio rappresenta, comunque, un evento traumatico e
destabilizzante sia per le conseguenze sul piano psicologico, sia per quelle economiche.
61
Cfr. A. Accornero, F. Carmignani, I paradossi della disoccupazione, il Mulino, Bologna, 1986.
Secondo uno studio recente sull’instabilità coniugale in Italia sono ancora le donne, e i figli minori che vivono con
loro, a subire le conseguenze maggiori sul piano economico dalla rottura del matrimonio. Ciò è legato sia alla
persistente disuguaglianza nella ripartizione dei compiti di cura in ambito domestico, sia alla maggior debolezza della
componente femminile sul mercato del lavoro e sia all’inadeguatezza del sistema degli assegni di mantenimento nel
nostro Paese. Cfr. L. Todesco, “Chi paga per la rottura? Le conseguenze economiche dell’instabilità coniugale in Italia”,
in Polis, n.1, 2009, pp. 83-111.
62
46
Nell’analizzare la crisi come fattore di destabilizzazione si è fatto riferimento alla sfera soggettivoidentitaria delle persone e ai legami familiari. I profili sin qui descritti hanno sofferto la perdita del lavoro o
la cassa integrazione certamente per il peggioramento delle condizioni di vita, ma soprattutto per gli effetti
sul piano relazionale e psicologico. Tuttavia, per altri soggetti l’avvento della crisi ha significato non solo
sofferenza psichica e conseguenze materiali, più o meno consistenti, ma anche la perdita del proprio status
socioeconomico. Queste situazioni non coinvolgono direttamente i nostri intervistati, ma emergono dalla
loro rete di conoscenze.
“I lavoratori nel settore dell’edilizia, io li incontro la mattina al caffè, ci si ferma a parlare e a commentare le notizie del
giornale e poi immancabilmente si va a finire su quello che è il periodo di crisi. C’è un mio amico che fa il piastrellista e
dice: dall’oggi al domani … ieri lavoravo, mi davano i lavori, consegnami qui, consegnami là, oggi devo riscuotere
6.000, 7.000 euro e nessuno mi paga perché nessuno ha i soldi. Sono cose che... E ha detto: io sono in bolletta perché
vivo in affitto; perché tra l’altro questo lavoratore non è neanche di queste parti, è delle parti di Lecce, è in una
grossissima difficoltà finanziaria, deve far fronte all’affitto, al vestire, al mangiare, perché vivendo da solo … e sono
cose che ti colpiscono, ti fanno riflettere un po’ su quello che è l’andamento economico attuale” (Int. n.32, lavoratore
in CIG nell’industria, 55 anni)
“Una storia di un mio amico che lavorava all’SCM, che poi si è messo in proprio a fare dei pezzi al tornio ed aveva
tantissime commesse. Nei primi due anni ha lavorato veramente tanto. Poi è calato l’indotto del metallurgico, si sono
chiusi anche i grandi stabilimenti e ne ha risentito. Ha dovuto cercarsi un lavoro qualsiasi; adesso porta le bibite e i
caffè nei distributori delle ditte e quindi si è dovuto arrangiare, considerando che ha una famiglia, due figli e un tenore
di vita che prima gli ha dato la possibilità di affrontare questa emergenza e di ritenersi fortunato. Perché prima bene o
male qualcosa aveva messo da parte … Aveva cinque dipendenti. Dall’oggi al domani non ha avuto più commesse,
proprio tagliato fuori completamente”. (Int. n.28, occupato nell’industria, 56 anni)
“Ne ho più di uno di amici e di conoscenti che hanno fatto la stessa cosa che ho fatto io, purtroppo non ce l’hanno
fatta, si sono mangiati la casa, gli appartamenti, si sono mangiati tutto e sono andati a pagare l’affitto. Sono arrivati a
questi livelli, l’azienda ha chiuso, gliel’hanno portata via e alcuni fanno i dipendenti, altri cercano di ripartire, non da
zero ma da sottozero, dalle ceneri, però gli è sparito tutto, cioè la banca gli ha portato via la casa, i capannoni se li
avevano e quant’altro, insomma. Purtroppo di queste storie io ne conosco più di una e tutti questi imprenditori a cui è
successo non sono più ragazzini giovani, di 30 e 40 anni, hanno purtroppo la mia età e ripartire a 60 anni credo che sia
difficile e sia dura … Tutta gente, quella di cui sto parlando, che sono partiti loro, la prima generazione e dopo si sono
fermati … Credo non siano stati sostenuti fino in fondo perché altrimenti questa fine non l’avrebbero fatta, cioè
quando si mette qualcosa di traverso, può essere una banca, un fornitore, qualcuno che magari tu non riesci a
rispettare per i pagamenti … ti dà addosso oltre il limite, non vuole aspettare, non ha più fiducia in te” (Int. n.25,
imprenditore manifatturiero, 58 anni)
Gli esempi riportati descrivono alcuni profili tipici di categorie sociali che in seguito alla crisi hanno subito
un forte ridimensionamento del proprio tenore di vita. Il primo riguarda gli artigiani con partita IVA
(piastrellisti, imbianchini, ecc.) che lavorano nell’edilizia; uno dei settori più colpiti dalla recessione anche
sul territorio riminese. I problemi nella riscossione dei crediti per lavori già eseguiti, uniti alla diminuzione
delle nuove commesse, creano evidenti difficoltà finanziarie. Nel caso specifico le difficoltà risultano
accentuate per un lavoratore immigrato dal Meridione che non possiede un’abitazione di proprietà e non
può contare sul sostegno della rete parentale. L’assenza di responsabilità familiari limita il fabbisogno
economico, tuttavia, la mancanza di liquidità finanziaria incide inevitabilmente sul tenore di vita
complessivo, dovendo provvedere da solo al pagamento dell’affitto e alle altre spese quotidiane.
Il secondo profilo comprende i neo-imprenditori titolari di micro-imprese artigianali e contoterziste nel
comparto manifatturiero. L’esempio descritto è quello di ex dipendente dell’SCM che, come tanti operai
specializzati del Nord-Est italiano, decide ad un certo punto della carriera lavorativa di mettersi in proprio.
Grazie alle commesse, provenienti prevalentemente dalla stessa SCM e da altre imprese del circondario, i
primi due anni di vita dell’azienda hanno visto una crescita progressiva di ordini e fatturato. L’avvento della
47
crisi, che ha colpito in particolare i settori della meccanica e della metallurgia, ha però causato un rapido
tracollo degli ordinativi, determinando in breve tempo la chiusura dell’attività. Per provvedere al
sostentamento di una famiglia con quattro persone, l’imprenditore citato è stato costretto a rimettersi sul
mercato del lavoro, trovando impiego come piazzista di bibite e caffè. Le conseguenze economiche di
questo evento sono state limitate grazie alle risorse accumulate nel tempo, ma appare evidente come il
livello di benessere raggiunto sia stato seriamente compromesso dalle vicende recenti.
Considerazioni analoghe possono essere estese al terzo profilo indicato che include gli imprenditori over
50, titolari di piccole imprese manifatturiere con una presenza produttiva già consolidata. La grave
recessione e le difficoltà di accesso al credito hanno indotto molti imprenditori ad intaccare non solo i beni
dell’azienda, ma anche il patrimonio personale per reperire quella liquidità necessaria a mantenere in vita
l’azienda. Alcuni di loro sono riusciti a superare la fase critica, mentre altri sono stati costretti a cessare
l’attività, perdendo tutte le proprietà immobiliari. Di fronte ai ritardi nei pagamenti le banche e i creditori
hanno perso la fiducia nelle possibilità di ripresa facendo precipitare la situazione sino alla procedura
fallimentare. Si tratta di persone ultra 50enni, imprenditori di prima generazione, che si sono dovuti
rimettere in gioco cercando lavoro come dipendenti o ripartendo da zero con una nuova attività.
Un’ulteriore conseguenza dell’esposizione debitoria riguarda la perdita della casa e la necessità di andare a
vivere in affitto con evidenti risvolti sul bilancio economico familiare.
Tutti i profili delineati condividono oltre al disagio psicologico anche un sensibile peggioramento nelle
condizioni materiali dell’esistenza. Per queste persone la rottura dell’equilibrio precedente la crisi richiede
un significativo sforzo di adattamento, dal momento che l’effetto destabilizzante non riguarda solo la sfera
professionale, ma coinvolge anche la dimensione economico-patrimoniale e, in alcuni casi, persino quella
abitativa. In particolare il passaggio dalla posizione di imprenditore a quella di lavoratore dipendente
descrive un perdita di status con evidenti implicazioni sul piano identitario. Ciò risulta ancora più
drammatico se si considera l’età avanzata dei soggetti coinvolti che devono giustificare a sé stessi, ai loro
dipendenti e ai gruppi sociali di appartenenza il fallimento del proprio progetto professionale63.
L’acquisizione del nuovo ruolo comporta inoltre una rilevante diminuzione del reddito disponibile, poiché la
retribuzione media di un operaio o un impiegato non è comparabile quella di un imprenditore.
Infine, artigiani, piccoli imprenditori e più in generale titolari di partita IVA sono accomunati dall’assenza di
ammortizzatori sociali. Come si vedrà meglio nel prossimo capitolo, la fruizione di trasferimenti pubblici,
mediante la cassa integrazione o l’indennità di disoccupazione, ha rappresentato una risorsa importante
per fronteggiare questa fase critica. L’impossibilità di beneficiare di tali strumenti fa parte del rischio di
impresa, tuttavia, la mancanza di una ‘rete di protezione’, nel caso in cui non sia disponibile un patrimonio
cui attingere risorse, può aggravare le conseguenze materiali della recessione. In estrema sintesi, le
difficoltà finanziarie e/o l’abbassamento dello status socioeconomico si traducono in una significativa
riduzione del livello di benessere individuale e familiare.
2.4
Vulnerabilità sociale, povertà provvisorie e marginalizzazione
Le storie descritte in precedenza testimoniano chiaramente l’impatto destabilizzante della crisi sulla vita
delle persone. I problemi legati alla sfera lavorativa creano sofferenza, preoccupazione, incidendo
sull’equilibrio soggettivo e sull’identità degli individui coinvolti che vengono talvolta sopraffatti da un
63
Disperazione, debiti, paura di perdere la propria azienda sono all’origine di una serie di eventi luttuosi che, dall’inizio
della crisi al marzo del 2010, ha portato nel solo Nord-Est 18 piccoli imprenditori a togliersi la vita, ponendo
all’attenzione generale il dramma dei suicidi all’interno di questa categoria. Cfr. la Repubblica.it, 28 marzo 2010,
www.repubblica.it.
48
sentimento di rassegnazione. Le tensioni correnti e i timori per il futuro destabilizzano anche i rapporti
familiari, generando fenomeni di instabilità coniugale. La perdita del lavoro ha ovviamente dei risvolti
materiali che vengono tuttavia attenuati grazie ai sussidi pubblici, alla retribuzione del coniuge o al
sostegno della famiglia d’origine (ove esistenti). Non solo i lavoratori dipendenti, ma anche gli artigiani e i
piccoli imprenditori, operanti nei settori più colpiti dalla crisi (edilizia, manifattura) hanno subito gli effetti
in termini di declassamento e perdita di status socioeconomico. Essi non beneficiano di ammortizzatori
sociali e molto spesso hanno il coniuge inattivo o impegnato nell’azienda familiare caduta in disgrazia. La
chiusura dell’attività comporta una ridefinizione del ruolo professionale e la necessità di riadattarsi ad un
differente livello di benessere.
Tuttavia, nonostante un significativo peggioramento del tenore di vita, per la gran parte dei soggetti
intervistati non si può parlare di un vero e proprio disagio economico. Sotto questo profilo, per
comprendere meglio le situazioni maggiormente problematiche correlate alla crisi, è opportuno riferirsi al
concetto di vulnerabilità. Essa, infatti, definisce non tanto una condizione statica di reddito insufficiente,
quanto una situazione dinamica di esposizione ai fattori di rischio64. Essere vulnerabili implica sia una
ridotta disponibilità di risorse patrimoniali e reti sociali, sia una limitata capacità di fronteggiamento in
presenza di eventi critici.
Tra i nostri intervistati emergono alcune situazioni riconducibili a questo profilo. Ad esse si possono, però,
aggiungere le storie di amici, colleghi o conoscenti che, in seguito alla crisi, stanno vivendo particolari
difficoltà economiche.
“Se io vado a vedere la busta paga, quello che prendo adesso nel 2009, prendevo nel 2001, è sempre quello, ma il
costo della vita dal 2001 ad oggi non è quello. Io vedo che ogni anno, tra quello che prendo e quello che spendo,
adesso sono sotto di duemila euro di sicuro, ma non perché faccio chissà quali spese, io molte spese le ho eliminate.
Non è che dico così per fare il piagnucolone, perché non mi piace, a me piace dire le cose veramente come stanno.
Dagli ultimi anni ad adesso non c’è più la soddisfazione e la dignità di dire: ho lavorato e riesco a mantenere la mia
famiglia con un tenore di vita normale. Io dico questo perché la mia famiglia è una famiglia monoreddito, purtroppo
mia moglie si è ammalata diversi anni fa e non ha più potuto lavorare. Io sento che anche chi lavora in due ha delle
difficoltà, capirai se è solo uno a lavorare […] La mia idea è che quando uno lavora, la soddisfazione del lavoro, la
dignità del lavoro ti dovrebbe dare da mantenerti una famiglia e riuscire anche a mettere da parte qualcosa perché un
domani, se ti capita qualcosa, oppure se serve qualcosa in più da comprare non devi sempre fare debiti o mutui.
Andare a lavorare per sopravvivere. Anche tante altre persone che vengono da posti più lontani del nostro, sono
costrette a lavorare e più della metà della paga gli va nell’affitto. Quali prospettive ci sono per queste persone?
Diciamo che io non mi sento povero, ma se calcoliamo in maniera moderna la povertà, come viene calcolata, allora
sono a rischio e questa è una cosa che mi fa molto male”. (Int. n.31, lavoratore in CIG nell’industria, 52 anni)
Si tratta del profilo di un operaio 52enne messo in cassa integrazione da un’azienda metalmeccanica
all’inizio del 2009. La sua famiglia è composta da quattro persone e vive in affitto in un appartamento alla
periferia di Rimini. La moglie, in seguito ad una malattia, ha dovuto abbandonare definitivamente il mondo
del lavoro diversi anni fa e da allora il livello di benessere dell’intero nucleo risulta poco soddisfacente. Egli
osserva in proposito come la situazione economica sia significativamente peggiorata nell’ultimo decennio a
causa di quella riduzione nel potere d’acquisto dei salari descritta in precedenza. Il suo reddito da lavoro
viene giudicato sufficiente per sopravvivere, ma inadeguato per mantenere uno standard di vita ‘normale’.
Questo nucleo familiare ormai da anni non può permettersi una vacanza, deve prestare attenzione ai
consumi e non riesce a risparmiare risorse per affrontare spese impreviste o investimenti importanti. La
condizione di vulnerabilità sociale è stata aggravata dalla cassa integrazione che ha costretto la famiglia a
ridurre ulteriormente i consumi, intervenendo anche su quelli essenziali, come il riscaldamento.
64
Cfr. C. Ranci, “Fenomenologia della vulnerabilità sociale” in Rassegna Italiana di Sociologia, n. 4, 2002, pp. 521551.
49
Lo stesso operaio racconta la vicenda di un collega che ha subito drammaticamente le conseguenze
negative della crisi.
“C’è un collega che ha avuto un figlio da poco e ha un mutuo non piccolo. È stato messo in cassa integrazione a zero
ore, ma lì è stata fatta un’ingiustizia totale perché nel reparto dove lavora lui stanno lavorando sotto organico … Gli
veniva da piangere perché con un bambino piccolo, oltretutto ha avuto un bambino prematuro che ha dovuto essere
operato dopo pochi mesi, quindi si è sfiorata quasi la tragedia … Con un mutuo perché il lavoro c’era, ha comprato
casa e ha fatto un mutuo sostanzioso e alto, non da 10.000, 20.000 o 30.000 euro e poi adesso si trova a casa” (Int.
n.31, lavoratore in CIG nell’industria, 52 anni)
Questo secondo profilo descrive un'altra famiglia operaia che si trova, però, nella fase iniziale del suo ciclo
di vita. A causa della crisi il marito, nonché unico percettore di reddito, è stato messo in cassa integrazione
a zero ore e ciò ha comportato una notevole riduzione delle risorse disponibili. L’equilibrio economico
familiare viene colpito pesantemente poiché senza la retribuzione normale diviene assai problematico
pagare la rata mensile di un sostanzioso mutuo acceso per acquistare la casa. Come per altre giovani
coppie, la prospettiva di un buon futuro occupazionale ha incoraggiato importanti scelte esistenziali come
quella di formare una famiglia, comprare un’abitazione e avere un figlio. Le conseguenze sul piano
materiale di questi cambiamenti implicano un significativo incremento del fabbisogno economico legato
soprattutto alle spese per la cura di un bimbo piccolo e quelle necessarie al pagamento del mutuo. Ad
aggravare la situazione economica è molto probabilmente la mancanza di una rete parentale di sostegno
(genitori, suoceri) capace di garantire un valido aiuto materiale per superare questa fase di difficoltà. La
crisi ha indiscutibilmente intaccato il precedente equilibrio già precario, evidenziando quegli elementi di
vulnerabilità insiti nella mancanza di un patrimonio immobiliare e nell’inadeguatezza delle reti sociali di
supporto.
Entrambe queste caratteristiche si ritrovano nella vicenda di una famiglia immigrata dal Sud Italia, che
viene raccolta attraverso una conoscenza indiretta
“Parlavo con mia moglie. Hanno preso una donna nel suo albergo in questi giorni, che adesso sta a Riccione ma sono
di Taranto. Il marito lavorava per una compagnia telefonica, quelle ditte a cui danno in appalto il lavoro, c’è stato il
calo di lavoro e lui l’hanno lasciato a casa. Lei va a fare la stagione, il figlio che lavora … lei ha detto a mia moglie che
tirano avanti con lo stipendio che prende il figlio, per il momento, perché il marito non lavora. Il figlio poteva
frequentare l’università, che era bravissimo, non ha potuto farla perché non hanno i soldi e adesso dice: se riesco a
lavorare questi due, tre mesi all’albergo, a fine mese prendo due soldi e tiriamo avanti”. (Int. n.30, lavoratore in CIG
nell’industria, 58 anni)
Questo terzo profilo descrive un nucleo familiare nel quale alla retribuzione continuativa del marito si
aggiunge quella occasionale della moglie impegnata nella stagione turistica. La crisi ha privato il coniuge
maschile del lavoro, costringendo la famiglia a fare affidamento sulla retribuzione del figlio per arrivare alla
fine del mese. L’impossibilità per quest’ultimo di intraprendere gli studi universitari a causa delle
ristrettezze economiche, testimonia una situazione di vulnerabilità preesistente che il licenziamento del
padre ha purtroppo aggravato. Il nucleo familiare vive in affitto e, come la gran parte degli immigrati italiani
e stranieri, non ha sul territorio adeguate risorse sociali cui chiedere aiuto per fare fronte ad una difficoltà
temporanea. Infine, il debole radicamento territoriale condiziona anche la disponibilità di quei canali
informali che accrescono le occasioni di reimpiego.
Un’altra situazione di evidente precarietà emerge dalla testimonianza di una 35enne nata a Cuba e
naturalizzata italiana in seguito al matrimonio con un riminese.
“Per me, il periodo peggiore è stato quest’anno perché ho risentito molto della crisi e non prevedo niente di buono. È
una vita più misera. Anche quando vado a far la spesa è triste, perché non riesco più a riempire un carrello. Si campa
alla giornata. I due figli crescono e le spese aumentano […] Ogni anno i costi per il dentista aumentano. Tutti gli anni, i
libri per la scuola costano di più. Mio figlio avrà bisogno di quindici o venti libri per la scuola. Quest’anno abbiamo
50
fatto diversamente: abbiamo usato il mercatino del libro usato a Santarcangelo e internet. […] Se dovessimo comprare
soltanto il cibo, ce la faremmo ad arrivare a fine mese perché in casa non siamo dei grandi mangiatori, inoltre non
mangiamo ogni giorno la carne ... I bambini mangiano sempre da mia suocera e noi mangiamo sempre in modo
veloce, però facciamo fatica lo stesso ad arrivare a fine mese. Arriviamo a fine mese sempre con quattro soldini […]
Abbiamo rinunciato ad andare a trovare la mia famiglia. L’ultima volta siamo andati nel 2005, è passato del tempo che
sono stata a Cuba con la mia famiglia … Fortuna che io non sono in affitto … Noi in questo ultimo anno il mare ce lo
siamo scordati, anche quello sembra un lusso, che uno si permette di andare alla sera al mare. Noi andavamo con i
bambini, giocavamo a calcio balilla, a prendere un gelato. Adesso quello è uscito dalla nostra vita completamente.”
(Int. n.50, occupata nel turismo, 35 anni)
Tale ultimo profilo riguarda una famiglia nella quale entrambi i coniugi lavorano nel settore turistico,
essendo occupati nello stesso albergo. Si tratta però di due occupazioni sostanzialmente precarie poiché
entrambi lavorano con contratti a tempo determinato rinnovati periodicamente. La stagione estiva copre il
periodo da Pasqua alla metà di settembre, ma negli altri mesi tanto l’impegno orario quanto la retribuzione
variano in base alle esigenze dell’albergo. Sotto questo profilo nell’inverno 2009-2010 c’è stato un calo
delle presenze che, oltre a creare notevoli preoccupazioni per il futuro, ha ridotto le ore lavorate e
conseguentemente le entrate familiari.
La diminuzione del reddito disponibile mette in discussione un equilibrio economico che già da tempo
appare assai vulnerabile. La fatica ad arrivare alla fine del mese viene motivata con le spese per il
mantenimento e l’istruzione dei figli i quali, oltre tutto, necessitano regolarmente di cure dentistiche
piuttosto costose (400 euro mensili). Il tenore di vita è senza dubbio modesto e richiede parecchie rinunce:
dal viaggio a Cuba per fare visita ai parenti, sino alle uscite serali per mangiare una pizza o un gelato con
tutta la famiglia.
I quattro profili indicati descrivono altrettanti casi tipici in cui l’impatto della recessione ha aggravato una
vulnerabilità sociale preesistente, peggiorando in maniera sensibile le condizioni materiali del nucleo
familiare. Tutte le storie presentate risultano accomunate da una precarietà economica, più o meno
accentuata, che si caratterizza per la concomitanza di almeno due fra i seguenti fattori critici.
In primo luogo, l’assenza di un patrimonio immobiliare e quindi la possibilità di godere dell’abitazione solo
mediante il pagamento di un affitto o di un mutuo. In secondo luogo, la riduzione del reddito da lavoro in
seguito al licenziamento, alla cassa integrazione o ad una situazione occupazionale sostanzialmente
precaria. In terzo luogo, la debolezza o la mancanza di una rete sociale di sostegno con particolare
riferimento alla famiglia d’origine e agli altri legami parentali. Infine, la presenza di figli minori o di altri
familiari a carico, soprattutto se questi risultano inabili al lavoro e/o hanno problemi di salute che
richiedono rilevanti spese di cura.
Sono famiglie composte da operai, tecnici, addetti ai servizi e impiegati esecutivi; categorie professionali
riconducibili al lavoro dipendente, che negli ultimi anni ha subito quella dinamica di impoverimento
descritta in precedenza. La vulnerabilità sociale si concretizza in un forte ridimensionamento del tenore di
vita, nella riduzione dei consumi e più in generale nell’impossibilità di garantire ai componenti del nucleo
familiare la soddisfazione di quei bisogni, più o meno indotti, che definiscono i modelli culturali dominanti.
L’incertezza che caratterizza gli equilibri individuali e familiari condiziona inevitabilmente la capacità
progettuale impedendo, ad esempio, l’accesso all’istruzione universitaria. Essere vulnerabili significa anche
percepire il rischio della povertà, vivere un sentimento di insoddisfazione verso il presente e di inquietudine
rispetto al futuro. Significa, soprattutto, avere una scarsa capacità nel fronteggiare le situazioni critiche,
potendo fruire in modo limitato di quelle risorse materiali e relazionali che ne neutralizzano l’impatto.
Sotto questo profilo la crisi ha contribuito dunque ad estendere l’area della vulnerabilità sociale,
accelerando quel processo di precarizzazione che caratterizza ormai la vita di molte famiglie italiane, il cui
51
reddito si pone poco sopra la linea della povertà relativa65. Per questi soggetti un evento quale la cassa
integrazione o la perdita del lavoro può comportare il momentaneo scivolamento verso uno stato di vera e
propria deprivazione materiale. Tale condizione può essere definita di povertà occasionale o provvisoria,
poiché le persone coinvolte hanno la possibilità di ripristinare in breve tempo condizioni di vita dignitose e
un reddito sufficiente a garantire la sopravvivenza del nucleo familiare66. Tra i nostri intervistati non si
rilevano casi nei quali le conseguenze della crisi siano state così drammatiche; tuttavia queste situazioni
sono presenti anche sul territorio riminese, come si evince dalla testimonianza seguente.
“Alla Mensa dei Poveri del Santo Spirito organizziamo spese per le famiglie in difficoltà che si vergognano a venire a
mangiare alla mensa e sono in forte aumento. Fortunatamente non sono nella cerchia delle mie amicizie, che sono
quella generazione che ha lavorato molto ed è in pensione, quindi risentiamo nel togliere frivolezze. Però ci sono
famiglie dove lavora una persona sola che ora è in cassa integrazione e pur non venendo a mangiare alla Mensa dei
Poveri, vengono a chiedere la spesa, vengono a prendere latte, pasta, pomodori” (Int. n.39, pensionata, 67 anni)
Attraverso l’appartenenza ad un’associazione benefica questa intervistata è venuta in contatto con famiglie
che, in seguito alla recessione, vivono gravi difficoltà economiche. La richiesta di generi alimentari e altri
beni di prima necessità (pannolini, indumenti) proviene da nuclei monoreddito nei quali il capofamiglia
maschio ha perso il lavoro o è stato messo in cassa integrazione. Queste persone vivono con grande
imbarazzo l’impossibilità, seppur temporanea, di provvedere al proprio sostentamento e rifiutano di essere
etichettati come poveri, preferendo ricevere un ‘pacco spesa’ piuttosto che sedersi alla mensa riservata a
questa categoria sociale. Anche per loro la crisi ha avuto un impatto destabilizzante dal punto di vista
soggettivo-identitario, ma in questi casi è il disagio economico ad emergere con maggiore drammaticità.
Grazie alle testimonianze di alcuni operatori dei servizi sociali operanti nei Comuni della provincia è
possibile delineare più specificamente dei profili tipici, per i quali la crisi ha comportato il passaggio a
condizioni di deprivazione rispetto a beni e servizi essenziali.
“Italiani, con un’età che va dai 25 ai 45 anni, uomini, però con famiglie a carico, con minori in età scolare, sotto i 12-13
anni, uno o due; con la casa acquistata con mutuo di lunga durata, con un lavoro dipendente di bassa qualifica, o
comunque un lavoro operaio o piccolo impiegatizio, quindi al massimo diplomati. Questo è un po’ il target, che ho
visto più frequentemente ... per la maggiore parte persone che non hanno una rete familiare solida sul territorio,
quindi o dal Sud, sì, dal Sud tanto, o comunque non originari del posto […] Non riescono a pagare le rette o pasti
scolastici, non riescono a pagare la tassa dei rifiuti, molto spesso sono molto indietro con il pagamento dell’affitto, non
raramente capita che le bollette, quindi poi succedono delle cose spiacevoli, perché ci sono i minori in casa e, se ti
tagliano l’acqua, i minori non li puoi lavare; se ti tagliano il riscaldamento in inverno è un problema […] famiglie alle
quali dobbiamo magari anche dare un buono per andare ad acquistare degli alimenti, perché abbiamo il timore che i
bambini non abbiano sufficiente alimentazione e questo è un problema talvolta derivato da una cattiva gestione del
denaro, perché poi vedi il bambino con le scarpe alla moda, vedi il telefonino di ultima generazione, ma c’è l’acqua
non pagata, che la stanno distaccando e quindi c’è una forma mentis … ad esempio durante la crisi sono capitate un
paio di famiglie giovani del Sud, dove avevano perso proprio la direzione … non pagavano più le bollette, non
riuscivano a stare dietro ai figli e quindi lì è stato un aiuto di ascolto, re-indirizzamento … e queste persone sono
riuscite pian piano a riprendere il bandolo a trovarsi un altro lavoro e a riavviarsi” (operatore servizi sociali comune di
Verucchio)
65
Essa indica una soglia convenzionale che individua il valore di spesa per consumi al di sotto del quale una famiglia
viene definita povera in termini relativi. Nel 2008, ad esempio, per un nucleo di due componenti tale soglia è pari a
999,67 euro mensili. Nello stesso anno in Italia sono 2 milioni e 737 mila le famiglie classificate dall’ISTAT in
condizione di povertà relativa, pari all’11,3% dei nuclei familiari residenti. In Emilia-Romagna l’incidenza di queste
famiglie è del 3,8%; un valore circa tre volte inferiore al dato medio nazionale. Cfr. Commissione di indagine
sull’esclusione sociale, op. cit.
66
In un articolo recente sull’argomento si sostiene che le povertà provvisorie coinvolgono principalmente famiglie con
redditi medio-bassi, classi medie impoverite, nuclei in cui la persona di riferimento ha rapporti lavorativi instabili. Cfr.
R. Siza, “Il diffondersi di povertà provvisorie”, in Autonomie locali e servizi sociali, n. 2, 2009, pp. 191-203.
52
“Non solo immigrati extracomunitari, ma immigrati dal Sud o da altre regioni. Abbiamo notato che la crisi ha fatto sì
che anche i cittadini riminesi cominciassero a rivolgersi ai servizi […] Sono tendenzialmente uomini, una fascia di età
dai 50 ai 60, profili bassi, medio bassi, con una specificità magari nel loro lavoro, che una volta perso quello, non
riescono a spendersi in altro modo, perché comunque formati solo in un ambito […] persone sole, quindi senza nucleo
familiare o che magari vengono da una storia di separazione, quindi che si trovano magari a dover pagare gli alimenti
alla famiglia o sennò nuclei familiari con più di due figli” (operatrice servizi sociali comune di Rimini)
Il primo caso emblematico comprende nuclei familiari italiani relativamente giovani (coniugi tra i 25 e i 45
anni), che hanno comprato la casa accendendo un mutuo e in cui si trovano figli in età scolare. Sono
prevalentemente immigrati dal Sud Italia e ciò significa che non hanno sul territorio una solida rete
parentale di sostegno su cui poter contare nei momenti di difficoltà. L’evento critico riguarda di solito il
capofamiglia maschio che è stato sospeso o ha perso un’occupazione alle dipendenze con qualifica mediobassa. Vengono, inoltre, evidenziati casi di cattiva gestione del poco denaro disponibile, che risulta sovente
impiegato per seguire comportamenti di consumo alla moda (capi firmati, cellulari di ultima generazione,
gioco d’azzardo e lotterie) invece di soddisfare bisogni essenziali.
La prevalenza di cittadini immigrati, italiani e stranieri, tra quanti hanno subito maggiormente l’impatto
della crisi è confermata dalla seconda testimonianza che, tuttavia, sottolinea come l’evento in questione
abbia determinato l’accesso ai servizi sociali anche di nuovi utenti riminesi.
Un altro profilo descritto è quello degli uomini over 50 che vivono soli, sia perché privi di legami familiari,
sia in seguito ad una separazione. La rottura del vincolo matrimoniale, oltre a privare i soggetti coinvolti di
un fondamentale sostegno psicologico e sociale, crea spesso problemi economici derivanti dalla perdita
dell’abitazione e dal pagamento degli alimenti. Si tratta di soggetti che, a causa dell’età avanzata e di una
bassa qualifica professionale, incontrano particolari difficoltà di reinserimento lavorativo.
Quest’ultima caratteristica si ritrova anche in un terzo profilo evidenziato dagli operatori dei servizi sociali e
comprendente le famiglie numerose (due o più figli) nelle quali il capofamiglia maschio è il solo percettore
di un reddito da lavoro. Appare evidente come il venir meno dell’unica entrata disponibile provochi
situazioni di forte disagio economico per tutto il nucleo familiare. Questi nuclei basati sul modello del male
breadwinner si fondano su una rigida divisione dei ruoli in base alla quale la donna provvede alle esigenze
di cura e riproduzione, mentre l’uomo ricava il salario sul mercato. Tuttavia, come evidenziato da una
recente ricerca sulla crisi, in una fase recessiva tali gruppi sociali risultano particolarmente vulnerabili sotto
il profilo economico67. Infatti, qualora la capacità lavorativa si sia concentrata per lungo tempo su un solo
membro della famiglia, di fronte a un evento negativo, che colpisce l’unico percettore di reddito, le
possibilità di reinserimento professionale dell’altro coniuge risultano verosimilmente limitate dalla
prolungata inattività.
La riduzione delle entrate disponibili comporta l’impossibilità di provvedere ad alcune spese essenziali
come quelle relative all’abitazione (mutuo o affitto), alle rette scolastiche, alle utenze domestiche e persino
all’alimentazione. Il mancato pagamento delle bollette crea frequenti situazioni di disagio abitativo nel
quale possono essere coinvolti anche dei minori68. Gli elementi che concorrono a determinare l’insorgenza
di una condizione di povertà sono quelli già visti in precedenza: assenza di un patrimonio mobiliare e
immobiliare, inadeguatezza delle reti sociali e scarsità del reddito disponibile. Ad essi si può aggiungere una
posizione di sostanziale debolezza sul mercato del lavoro, derivante dalla combinazione di età avanzata e
competenze poco spendibili. Al di là di queste rilevanti caratteristiche socio-demografiche, la crisi ha
particolarmente colpito le famiglie monoreddito. La perdita del lavoro dell’unico membro attivo ha
67
Cfr. A. Meo, M. Romito, “Torino. Cassa integrazione e processi di impoverimento”, in G.B. Sgritta (a cura di) op. cit.
Secondo i dati forniti dall’ASL di Rimini, i minori presi in carico annualmente sul territorio provinciale per disagio
economico sono cresciuti dai 1.195 del 2007, ai 1.236 del 2008, ai 1.263 del 2009, sino ai 1.388 nel 2010.
68
53
generato contesti di jobless households, vale a dire situazioni in cui nessun componente del nucleo
familiare ha un’occupazione retribuita.
Nonostante le gravi difficoltà sul versante materiale, i testimoni privilegiati confermano la temporaneità di
questo stato di deprivazione. Grazie soprattutto al conseguimento di un nuovo lavoro molti di questi
soggetti riescono progressivamente a ristabilire l’equilibrio finanziario e a ripristinare condizioni di vita
simili al periodo precedente la crisi. Tuttavia, alcuni ne rimangono ‘intrappolati’ per lungo tempo, anche a
causa di lavori precari e intermittenti, con il rischio di cronicizzare tale condizione sino a cadere nella
marginalità e nell’esclusione sociale. Sono proprio queste storie di disagio conclamato, riconducibili
specificamente alla recessione, ad emergere nelle testimonianze di operatori della Caritas di Rimini69
“All’inizio è stato moltissimo … il discorso soprattutto dei marocchini, che sono le prime persone venute in Italia, che
si sono integrate, che hanno trovato il lavoro … quindi abbiamo avuto un afflusso di persone italiane che venivano qui
a cercare almeno di far qualcosa per l’estate. E continuano a venire, perché …. c’è gente che viene addirittura da
Aosta, dai posti dove lavorava e adesso non trova più niente. Più o meno [italiani e stranieri] si equivalgono … Quelli
che sono stati colpiti dalla crisi … erano quelli che avevano una situazione, diciamo, stabile perché anche quelli che
vengono da Bergamo lavoravano in una fabbrica, facevano componenti metallici, facevano quei lavori abbastanza
pesanti, però lavoravano e adesso le fabbriche pian, piano chiudono o hanno chiuso e quindi loro si trovano senza
niente! […] Un’altra fascia è quella di chi aveva problemi di salute, che magari era stato inserito nelle aziende o grazie
alle leggi che permettono l’inserimento lavorativo o con dei tirocini, con delle speranze, con contratti a tempo
determinato, che dovevano servire a passare nell’indeterminato. Con la crisi queste promesse sono state buttate via e
spesso queste persone, oltre ad avere problemi di salute personale, avevano anche a casa dei problemi: o legati ad
altri familiari ammalati o un gruppo familiare numeroso … o altre difficoltà quali le separazioni e i divorzi […] Magari
delle persone da noi ci son venute solo una volta, poi non si son più viste, perché si son riuscite ad agganciare alla
famiglia, mentre altre son continuate a venire da noi a chiedere aiuto, proprio perché mancava un rapporto stretto di
aiuto con la famiglia, in tutti i sensi: appunto dai genitori, ai fratelli, agli zii … manca proprio l’unità familiare e il
sostegno … Molte persone, anche l’anno scorso raccontavano al Centro di ascolto: io ho perso il lavoro, ho perso la
casa, ma se ho la famiglia, posso andare avanti. Se invece non ho una famiglia che mi sostiene; io anche moralmente,
psicologicamente sono così devastato, che non ho più la voglia, la forza per cercare qualcosa in più, perché chi me lo
fa fare?” (operatrice Caritas Rimini)
Tra coloro i quali hanno richiesto l’intervento della Caritas spicca il profilo dei lavoratori adulti, che
ricoprivano mansioni poco o per nulla qualificate e che, in seguito alla crisi, sono stati espulsi dalle aziende
del Nord. All’interno di questo gruppo si trovano sia immigrati extracomunitari, residenti stabilmente in
Italia ormai da molti anni, sia nativi italiani. La perdita del lavoro rompe un equilibrio già assai fragile, nel
quale si ritrovano quei tratti di vulnerabilità sociale descritti in precedenza: disponibilità limitata di risorse
materiali, stress economico legato all’abitazione, debolezza delle reti sociali di sostegno. Di fronte alle
difficoltà di reinserimento professionale nei loro contesti di provenienza, questi soggetti hanno scelto di
trasferirsi in Riviera, convinti di poter trovare nuove opportunità di impiego, grazie soprattutto all’industria
turistica. Tale aspettativa può però rivelarsi infondata, sia per una scarsa occupabilità individuale, sia per
l’esiguità della rete di relazioni sul territorio che rappresentano il principale canale di accesso
all’occupazione. La mancanza di un lavoro, di una casa, di risorse economiche e sociali sono elementi che
rendono assai improbabile l’uscita da una condizione di povertà.
Un’altra situazione emblematica è quella dei lavoratori che hanno disabilità fisiche o psichiche, i quali sono
stati inseriti nelle imprese con contratti a termine o mediante tirocinio. L’avvento della crisi ha fatto svanire
ogni speranza di stabilizzazione, poiché le aziende in difficoltà hanno innanzitutto eliminato il personale
precario. I problemi di salute di un componente accrescono il rischio di povertà del nucleo familiare poiché
69
Secondo i dati della Caritas di Rimini le persone che si sono rivolte al Centro di Ascolto diocesano manifestando
problematiche legate al lavoro sono cresciute dalle 1.771 unità del 2008 alle 2.537 del 2010, con un incremento del
43,2%. Cfr. Caritas - Migrantes Diocesi di Rimini, Rapporto sulle povertà 2010, Rimini, 2011.
54
gravano su di esso in un duplice senso70. Da un lato comportano un carico di cura che deve essere coperto
da un altro membro o acquisito sul mercato; dall’altro limitano notevolmente la stessa capacità di azione
della famiglia. Quest’ultima sembra essere una risorsa fondamentale per evitare non solo la caduta in uno
stato di povertà, ma anche la cronicizzazione della stessa. Di fronte ad un evento critico come la
disoccupazione la presenza di un valido sostegno sociale può contrastarne gli effetti negativi sul piano
psicologico, accrescendo quella volontà di reazione indispensabile per riacquisire un ruolo professionale.
In conclusione, il processo di marginalizzazione che ha coinvolto i lavoratori colpiti dalla crisi appare
sempre riconducibile ad un situazione di multi-problematicità. Quando lo stato di deprivazione interessa la
sfera economica, professionale, abitativa, sociale e familiare le biografie individuali possono scivolare verso
la marginalità estrema. Sono queste le storie raccontate da un operatore della Capanna di Betlemme; una
struttura della Comunità Papa Giovanni XXIII di Rimini rivolta alle persone senza fissa dimora.
“In questo ultimo periodo, parliamo degli ultimi tre anni, effettivamente abbiamo notato un aumento di persone che
prima avevano un lavoro e riuscivano a sopravvivere e a galleggiare nella società con tutto ciò che è il precariato e
riuscire a pagarsi una stanzetta per sopravvivere …. Sono persone che non hanno un contesto alle spalle, che un
minimo gli fa da cuscinetto e quindi, crollato questo lavoro, si sono trovate a rivolgersi a noi, che siamo un centro di
accoglienza per senza fissa dimora. Il salto è: fine del lavoro-strada. Quindi è molto drammatico … sono quelle
situazioni di padre di famiglia, che arrivano da delle separazioni e avevano un lavoro ma … andati via di casa,
comunque devono pagare gli alimenti, pagarsi l’affitto di una stanza, ricominciare in un’altra situazione, non avendo
dei capitali alle spalle, che gli fanno da cuscinetto e se poi perdono quel lavoro … Io parlo prevalente di italiani non
residenti a Rimini o extracomunitari con permesso di soggiorno o senza permesso di soggiorno […] la maggior parte
delle persone sono dei caratteriali, sono delle persone che hanno dei problemi personali che le portano a delle
separazioni, hanno problemi personali che li portano magari ad averla una famiglia alle spalle, ma che non li accetta,
che non li vuole, perché hanno tagliato i ponti per vari motivi” (operatore Capanna di Betlemme Rimini)
Nel triennio 2008-2010 sono aumentate le richieste di aiuto da parte di coloro che prima della crisi erano,
sebbene in modo precario, fondamentalmente integrati nel contesto sociale. Si tratta di persone che, pur
lavorando, percepivano un reddito appena sufficiente a garantire l’affitto di un monolocale e il proprio
mantenimento. Il profilo è quello tipico dei working poor che, però, uniscono ad un basso salario e
all’assenza di un patrimonio, anche una condizione di isolamento sociale. La perdita del lavoro costituisce
un evento capace di compromettere il fragile equilibrio preesistente, facendo precipitare la persona
coinvolta nella marginalità. Questa traiettoria interessa uomini adulti separati che hanno abbandonato la
famiglia, rompendo ogni legame anche con la rete parentale più ampia. La fine del matrimonio e
l’allontanamento da casa sono molto spesso originati da problemi caratteriali che rendono difficile la
gestione dei rapporti interpersonali.
L’impatto della crisi nella biografia di questi soggetti assume risvolti particolarmente drammatici in quanto
segna il passaggio da una vita ‘normale’ all’emarginazione sociale. In realtà sarebbe fuorviante stabilire un
nesso di causa-effetto tra il singolo evento critico e la condizione di homeless71. Essa risulta piuttosto l’esito
finale di un percorso in cui la situazione di disagio riguarda diverse dimensioni dell’esistenza (lavoro, casa,
famiglia, ecc.) che, interagendo tra loro, attivano un processo di marginalizzazione, non sempre reversibile.
Si tratta ovviamente di casi estremi che, pur coinvolgendo persone provenienti da altre realtà italiane o
immigrati extracomunitari, interessano comunque il contesto riminese.
70
Cfr. C. Ranci, Le nuove disuguaglianze sociali in Italia, il Mulino, Bologna, 2002.
Questa considerazione emerge da un’indagine recente condotta nell’area napoletana che analizza i percorsi biografici
delle persone senza fissa dimora. Cfr. E. Morlicchio, L. de Pascale, M. Sapio, “Napoli. Senza fissa dimora”, in G. B.
Sgritta (a cura di), op. cit.
71
55
2.5
Sintesi conclusiva
A conclusione di questo capitolo dedicato alle conseguenze della crisi sulle biografie individuali e familiari, è
utile riprendere sinteticamente i punti principali descritti nel corso dell’analisi.
Tra le nostre testimonianze sono maggioritarie le figure sostanzialmente estranee agli effetti più gravi e
vistosi della crisi economica, poiché il suo avvento non ha condizionato né le abitudini di vita, né tanto
meno le scelte future. Si tratta per lo più di adolescenti e giovani i quali vivono ancora in famiglie non
colpite dall’evento in questione e di coppie mature, con o senza figli, che continuano a percepire due
redditi da lavoro. Tuttavia, anche all’interno di questi profili affiorano fenomeni di condizionamento sociale
legati all’ambiente circostante e al clima generale di incertezza. Tale influenza si concretizza sia nei
comportamenti quotidiani, attraverso una maggiore attenzione nelle spese, sia nel progettare il proprio
futuro professionale. Sotto questo profilo alcuni neo-diplomati hanno scelto di intraprendere la carriera
universitaria e rinviare l’ingresso nel mercato del lavoro, percependo quest’ultimo come povero di
opportunità a causa della fase recessiva.
Per coloro che hanno perso il lavoro, hanno subito la cassa integrazione o sono stati colpiti indirettamente
attraverso il coinvolgimento di un familiare, la crisi ha modificato un equilibrio materiale e psicologico
preesistente. Innanzitutto, si rileva un crescente senso di insicurezza sociale che nasce da un evento
improvviso e incontrollabile, rendendo sempre più incerto il destino professionale. Ad avvertire questo
sentimento sono sia lavoratori over 50 con un’occupazione stabile, ma consapevoli delle notevoli difficoltà
di reinserimento, sia i giovani con carriere flessibili, per i quali la precarietà rappresenta ormai un elemento
strutturale della carriera lavorativa. Insieme alle preoccupazioni per il futuro la recessione determina un
logoramento delle risorse materiali necessarie a compensare la riduzione del reddito da lavoro.
Il venir meno del ruolo professionale può avere un effetto destabilizzante sul piano soggettivo-identitario
creando una situazione di sofferenza psicologica, che comporta un notevole sforzo di riadattamento. Tale
impatto appare particolarmente significativo nei soggetti che trovano nella sfera professionale
un’importante risorsa di identità; vivono situazioni di isolamento sociale oppure percepiscono poche
prospettive di reimpiego. Sotto questo profilo emerge una diffusa rassegnazione circa le possibilità di
reinserimento lavorativo che coinvolge le fasce più deboli della popolazione attiva, scoraggiando la loro
presenza sul mercato del lavoro. Inoltre, i problemi occupazionali e le tensioni da essi generati possono
riflettersi in ambito domestico, accrescendo la conflittualità coniugale sino alla rottura del matrimonio.
La destabilizzazione personale e familiare si accompagna in alcuni casi ad un peggioramento delle
condizioni di vita che, tuttavia, raramente arriva ad intaccare l’accesso a beni e servizi essenziali. Gli effetti
negativi della crisi sul piano materiale vengono sostanzialmente circoscritti dalla diffusa presenza di alcuni
fattori protettivi.
Innanzitutto, la disponibilità di un patrimonio mobiliare e immobiliare rappresentato dalla proprietà
dell’abitazione e da un capitale risparmiato, che assicurano dal rischio abitativo e consentono di gestire la
fase di transizione.
In secondo luogo, la presenza in ambito domestico di un numero limitato di componenti (tre o quattro) e di
un secondo reddito da lavoro in grado di compensare la riduzione delle entrate familiari.
In terzo luogo, la fruizione di trasferimenti pubblici legati alla cassa integrazione, all’indennità di mobilità o
disoccupazione.
56
Infine, la possibilità di poter contare sul supporto di una solida rete parentale che garantisce sicurezza
economica e sostegno sociale, con riferimento soprattutto alle coorti dei giovani-adulti.
Come si vedrà meglio nel prossimo capitolo, la concomitanza di questi fattori, per ciò che emerge dalle
interviste realizzate, ha consentito una sostanziale tenuta del tessuto sociale riminese. La riduzione del
reddito disponibile comporta una maggiore attenzione nelle spese e un contenimento dei consumi la cui
entità dipende dalle condizioni economiche preesistenti. Da un lato, la crisi ha colpito in modo improvviso i
lavoratori autonomi e i piccoli imprenditori del comparto edile e manifatturiero, costringendoli talvolta ad
un brusco ridimensionamento nel tenore di vita e alla perdita del proprio status socioeconomico. Dall’altro,
essa rappresenta il punto culminante di un lungo periodo che ha visto il progressivo impoverimento del
lavoro dipendente, sia nelle figure operaie, sia in quelle impiegatizie. A questo proposito vanno evidenziati i
timori delle nuove generazioni, che faticano a riprodurre gli stessi livelli di benessere vissuti nelle famiglie di
origine e percepiscono il rischio di essere coinvolti in dinamiche di mobilità sociale discendente.
Esistono poi situazioni in cui la ridotta capacità reddituale, una scarsa disponibilità di risorse patrimoniali e
di reti sociali sono antecedenti la crisi. In questi casi il suo impatto determina un aggravamento nella
condizione di vulnerabilità sociale, peggiorando ulteriormente la qualità della vita. Non mancano sul
contesto riminese situazioni di deprivazione materiale che assumono prevalentemente carattere
occasionale, ma possono anche cronicizzarsi nel tempo, sino a scivolare in vere e proprie forme di
esclusione sociale.
Su questo territorio emergono alcuni profili sociali che hanno subito in modo particolare le conseguenze
negative della crisi. Le famiglie monoreddito con quattro o più componenti; i nuclei familiari giovani,
immigrati dall’Italia o dall’estero; le persone sole over 50 che hanno perso un impiego poco o per nulla
qualificato; le famiglie con figli minori in cui entrambi i coniugi lavorano in modo precario nel turismo.
Ricorrono in questi profili alcuni fattori penalizzanti quali l’assenza di un patrimonio immobiliare, la
debolezza delle reti sociali e la scarsità del reddito disponibile. La combinazione di questi tratti determina
un equilibrio economico sostanzialmente fragile e, soprattutto, una limitata capacita di reazione di fronte
agli eventi critici.
57
3. Fronteggiare la crisi
Dopo aver considerato gli effetti negativi generati dalla recessione sulla vita delle persone, in questo
capitolo verranno analizzate le modalità con cui i diversi attori hanno cercato di fare fronte alle
conseguenze della crisi. Si prenderanno in esame sia le modalità di azione elaborate, sia le risorse utilizzate
al fine di ripristinare un equilibrio sostenibile dal punto di vista materiale e psicologico. Le strategie di
fronteggiamento rimandano al repertorio di comportamenti attivati a livello individuale e familiare per
affrontare gli eventi critici della vita quotidiana. Esse dipendono in gran parte dalle caratteristiche personali
dei soggetti coinvolti, nonché dalle risorse disponibili in termini economici, simbolici e sotto forma di
supporto sociale. Tali strategie possono implicare non solo il cambiamento di alcuni comportamenti o la
messa in atto di altri, ma anche una ridefinizione delle aspettative e del proprio orizzonte progettuale per
adattarsi meglio alle mutate condizioni dell’ambiente circostante.
Nelle pagine che seguono verranno descritte le diverse modalità adottate e le risorse cui gli intervistati
hanno attinto per fronteggiare l’evento crisi. Va subito precisato come la trattazione separata di ciascuna
risponda solo ad esigenze analitiche, poiché nella realtà esse vengono sovente utilizzate congiuntamente
dagli attori, che le combinano secondo i propri bisogni e disponibilità.
3.1
Le reti sociali
Ogni individuo si trova inserito all’interno di una rete di rapporti interpersonali che assicurano la
disponibilità di beni materiali e simbolici, nonché una fonte di riconoscimento sociale. Questo insieme di
risorse relazionali, che il soggetto parzialmente eredita e in parte costruisce da sé, sono prodotte e riprodotte quotidianamente nella famiglia, nei legami di parentela, nelle amicizie, nei rapporti di vicinato e in
quelli professionali, così come in tutte le altre relazioni personali dirette e indirette72.
Senza dubbio, il nucleo familiare è il punto di riferimento principale nell’elaborazione delle strategie
necessarie a garantire le migliori condizioni di benessere. Essa, inoltre, nonostante le significative
trasformazioni intercorse negli ultimi decenni, continua a svolgere un importante ruolo di ammortizzatore
sociale e di protezione dai rischi connessi alle circostanze della vita. Ciò vale in modo particolare nel
contesto italiano, che si caratterizza per la connotazione spiccatamente familista del modello di welfare, in
cui è soprattutto il legame genitore-figlio ad assicurare un aiuto rilevante di fronte ad eventi critici
(maternità, malattia, disoccupazione, ecc.). Tale intervento può assumere molteplici forme che vanno dalla
sostituzione nell’esecuzione dei compiti di cura, alla mobilitazione in caso di situazioni di emergenza, sino
ai prestiti in denaro e ad altri aiuti materiali.
Dalle nostre interviste emerge come il sostegno della famiglia sia una risorsa fondamentale e ampiamente
utilizzata per fare fronte alle difficoltà derivanti dalla recessione economica. Vengono riportati di seguito
alcuni esempi emblematici che descrivono le modalità con le quali si concretizza l’aiuto dei familiari.
“Non ho cambiato più di tanto perché ho una famiglia alle spalle, io ancora vivo con i miei genitori, quindi le esigenze
primarie le ho garantite da loro in un certo senso” (Int. n.13, disoccupata, 29 anni)
72
Dal punto di vista del soggetto sono tutte queste relazioni ad incorporare il capitale sociale, vale a dire l’insieme delle
risorse materiali e simboliche di cui l’individuo, attraverso la sua rete di relazioni sociali, può appropriarsi per
conseguire i suoi scopi. Cfr. A. Bagnasco, F. Piselli, A. Pizzorno, C. Trigilia, Il capitale sociale. Istruzioni per l’uso, il
Mulino, Bologna, 2001.
58
”I miei genitori mi aiutano sulla macchina, ad esempio mi hanno pagato l’assicurazione, che non è poco. Io non ho
un’assicurazione altissima, però è sempre una spesa in meno […] Cioè, capita che se salgo su, mio papà mi dice, dai
tieniti dei soldi, pagati la benzina, magari queste cose qui sì. E se comunque ho bisogno me li darebbero, lo so già, mi
aiutano. Per il momento l’affitto, spese varie così, le pago con i soldi che avevo da parte, sul libretto […] Però
effettivamente, non avendo un’entrata, cala sempre di più.” (Int. n.11, disoccupata, 27 anni)
“Qualche sacrificio sicuramente ci sarà, ma non sarà nemmeno esagerato perché fortunatamente mia moglie ha uno
stipendio che ci permette di arrivare alla fine del mese, inoltre i genitori ci danno una mano. Fortunatamente non
abbiamo da pagare un mutuo per la casa in cui viviamo e questa è già un’agevolazione, poi i genitori ci aiutano un po’
[…] Al di là dell’eventuale aiuto economico, che può esserci, c’è anche l’aiuto che riguarda il tenere il bambino durante
i momenti di studio. Mia moglie fa i turni all’Ospedale, quindi quando lei non c’è a casa ed io ho bisogno di studiare,
porto il bambino da loro, così posso permettermi di studiare in tutta tranquillità. È tanto che i nonni danno una mano,
altrimenti sarebbe molto difficile” (Int. n.15, lavoratore in CIG nell’industria, 29 anni)
“Se mi trovo proprio in difficoltà, quelli della banca cerco di toccarli il meno possibile. Ho mio cognato che mi ha detto:
se hai bisogno, non andarli a prendere in banca sennò dopo vogliono gli interessi, te li do io senza interessi. Però per il
momento non ne ho bisogno, sono sincero, facciamo con quelli che abbiamo e con quelli che prende mia moglie dalla
stagione” (Int. n.30, lavoratore in CIG nell’industria, 58 anni)
La prima testimonianza appartiene ad una laureata 29enne che, all’inizio del 2009, ha perso il suo impiego
presso un’azienda manifatturiera in seguito al mancato rinnovo del contratto a termine, motivato con la
recessione in atto. Tale testimonianza esemplifica la situazione, tipicamente italiana, di quei giovani che,
pur avendo un lavoro, continuano a vivere presso la famiglia d’origine, rimandando il momento dell’uscita
dalla casa paterna. I tratti caratteristici di questa modalità di fronteggiamento della crisi sono la coresidenza
e la condivisione dei consumi essenziali. In questa condizione, la cassa integrazione o il licenziamento
possono essere affrontati con una relativa tranquillità, dal momento che i genitori continuano a provvedere
al vitto e all’alloggio dei figli, consentendo agli stessi di non modificare in modo sostanziale il proprio tenore
di vita.
Il secondo caso riguarda sempre una giovane, immigrata dal nord Italia ed ex impiegata di un’azienda
tessile, alla quale non è stato prolungato il rapporto a tempo determinato. Rispetto alla situazione
precedente si tratta di una ragazza che non vive più nella casa paterna, ma si è trasferita in Riviera, dove ha
affittato un bilocale insieme al fidanzato. Le spese quotidiane sono ancora sostenibili grazie ai risparmi
accumulati in passato, ma il ruolo dei genitori appare significativo per fronteggiare la temporanea
mancanza di un reddito da lavoro. Al di là della pur significativa sicurezza psicologica, questo tipo di
supporto familiare ‘a distanza’ si caratterizza per il trasferimento di risorse finanziarie. In questo ed in casi
analoghi, la famiglia interviene prevalentemente sul versante materiale sia attraverso elargizioni in denaro
o il pagamento di alcune spese (assicurazione, benzina, ecc.), sia garantendo la presenza di un ‘paracadute’
sempre disponibile in caso di bisogno.
Il terzo brano si riferisce ad un 29enne, occupato presso un’azienda di infissi e sospeso dal lavoro in seguito
alla crisi. La riduzione dello stipendio può essere affrontata senza particolari problemi sia grazie alla
retribuzione della moglie, sia in virtù dell’aiuto offerto da genitori e suoceri. Nel caso di giovani coppie con
figli piccoli, i nonni rappresentano un valido supporto non solo per il sostegno economico, ma anche per la
preziosa attività di cura rivolta alla prole. La protezione offerta dalla famiglia per fronteggiare gli effetti
della crisi si traduce in trasferimenti di risorse finanziarie e supporto sociale. Grazie anche alla solidità della
rete parentale questo giovane diplomato ha potuto riprendere gli studi, iscrivendosi all’università e
aprendosi nuove opportunità professionali per il futuro.
L’ultima testimonianza appartiene ad un lavoratore over 50 sospeso da un’azienda metalmeccanica. Essa
riprende una modalità ricorrente di fronteggiamento della crisi che abbiamo riscontrato nelle nostre
interviste. All’interno di un nucleo familiare il venir meno o la diminuzione del reddito da lavoro di uno dei
59
due coniugi viene compensato dalla retribuzione dell’altro che, in questo caso tipicamente riminese,
proviene da un impiego stagionale nel turismo. Inoltre, a differenza delle citazioni precedenti, l’intervento
della famiglia va oltre il legame genitori-figli, allargandosi alla rete parentale (il cognato) che offre il proprio
sostegno economico di fronte ad eventuali necessità. In queste circostanze il trasferimento di risorse non
segue una traiettoria verticale (genitori-figli), ma esclusivamente orizzontale (marito-moglie; fratellosorella) lungo la linea delle generazioni.
La solidarietà intergenerazionale si attiva non solo in relazione al lavoratori dipendenti, ma anche a quelli
autonomi, come nel caso dei titolari di partita IVA che si trovano agli inizi della carriera professionale. Nelle
storie raccolte emergono le difficoltà di giovani architetti, psicologi, grafici pubblicitari o geometri che
ricorrono all’aiuto dei familiari per fare fronte al momento di crisi. Le parole di due intervistate descrivono il
tipo di intervento prestato.
“Dedicare del tempo, magari una mezza giornata. Io sono nella fase dei primi mesi e quindi una qualsiasi parte della
giornata è utile per dare sollievo ad una giovane mamma. Ad esempio tenere il bambino mentre la mamma va a fare
la spesa. Anche un sostegno economico. Mia figlia aveva la partita IVA e non ha nessuna agevolazione, né
integrazione, quindi si ritrovano con uno stipendio solo in questi mesi. Anche se non si danno soldi, comunque si
mangia tutti assieme e c’è un risparmio anche pranzando e cenando insieme […] Nel nostro piccolo, perché siamo due
pensionati, però io ho sempre fatto qualche piccolo lavoro per allungare 100 o 200 euro ai figli; anche mio marito,
quando è andato in pensione, aiuta un’agenzia immobiliare, in regola, quindi anche lui prende qualche soldo in più
della pensione. Stando bene ed essendo abbastanza giovani, lavoriamo un po’ per aiutare i figli […] Si paga una
bolletta, una cosa o un’altra. Non è un gesto di affetto, come può essere un regalo di Natale oppure di compleanno, è
proprio un contributo essenziale per loro” (Int. n.39, pensionata, 67 anni)
“A mio figlio che è geometra, è calato moltissimo il lavoro. È chiaro che la preoccupazione c’è, perché lui che è libero
professionista proprio quest’anno, insieme alla moglie, ha preso l’appartamento e quindi hanno acceso un mutuo e ci
sono degli impegni finanziari da onorare. Hanno due bambini piccoli, tutte le spese conseguenti e via dicendo. Poi si
devono organizzare, metà giornata uno e metà giornata l’altro per tenere i bambini a turni e quindi a discapito della
loro attività professionale […] Il fatto di poter avere dei genitori è importantissimo, perché prima di tutto avere
l’appoggio di persone conosciute, già la fiducia è importante, e poi soprattutto per poter risparmiare anche sulle spese
della baby-sitter o quant’altro” (Int. n.36, dipendente pubblica, 52 anni)
Entrambe le testimonianze fanno riferimento a giovani coppie composte da liberi professionisti che hanno
risentito della recessione nella loro attività. Esse si trovano in una fase particolare del ciclo di vita
caratterizzata dalla formazione di una nuova famiglia. Ciò comporta sia una ristrutturazione dei tempi,
derivante dalla nascita di un figlio e dai compiti di cura, sia dover affrontare investimenti rilevanti come
quello legato all’acquisto della casa. In queste circostanze il contributo della famiglia d’origine appare
importante e si concretizza in forme diverse. Da un lato, prendendosi cura dei bambini e quindi
assistendoli, trascorrendo del tempo insieme o accompagnandoli negli spostamenti (asilo, scuola, pediatra,
palestra, ecc.), liberando così il tempo dei genitori e consentendo di risparmiare sulle spese di baby-sitting.
Sotto questo profilo, le carenze del nostro sistema di welfare rispetto ai servizi per l’infanzia non bastano a
spiegare il ricorso ai nonni nell’accudimento della prole, ma emerge l’importanza del criterio fiduciario nel
determinare tali scelte.
Dall’altro, la famiglia interviene con un sostegno economico che può essere diretto, attraverso l’elargizione
di denaro, oppure indiretto mediante, ad esempio, l’acquisto di vestiario, il pagamento delle bollette, gli
inviti a pranzo o la donazione di cibi pronti. Nel complesso l’aiuto dei nonni risulta essere uno strumento
fondamentale per fare quadrare il bilancio domestico, soprattutto in un momento di crisi. In entrambe le
situazioni descritte l’intervento familiare si concretizza mediante aiuti materiali e supporto sociale. Su
60
quest’ultimo aspetto è necessario evidenziare come la solidarietà intergenerazionale nelle attività di cura
sia ancora fortemente caratterizzata al femminile73.
Il quadro che emerge dalle interviste rispetto alla capacità delle famiglie di sostenere le persone colpite
dalla crisi è sostanzialmente positivo. Soltanto per tre lavoratrici immigrate, due straniere e una italiana, il
nucleo familiare non è in grado di garantire una qualsiasi forma di supporto. Anzi i legami intergenerazionali
con la famiglia d’origine rappresentano più un vincolo che una risorsa, in quanto genitori e parenti
richiedono frequentemente aiuti in denaro. Tuttavia, grazie ad un benessere economico diffuso che
caratterizza il nostro territorio, all’interno delle famiglie riminesi, la presenza del coniuge così come la
solidarietà tra le generazioni sono riusciti ad attutire gli effetti negativi della crisi.
Emergono la presenza di forti vincoli familiari e il persistere di norme morali che incoraggiano relazioni di
aiuto tra parenti, le quali si concretizzano in un maggior supporto sociale e materiale in caso di necessità.
L’aiuto intergenerazionale sembra basarsi su una logica che tende a privilegiare il sostegno della
generazione anziana nei confronti di quella più giovane, anche per favorirne la realizzazione nel mondo del
lavoro. Anche se prevale un modello di aiuto che segue la linea ‘discendente’ genitori-figli non mancano, tra
le testimonianze raccolte, gli esempi di solidarietà ‘ascendente’ in cui sono le nuove generazioni a venire
incontro alle esigenze del nucleo familiare.
“Quando ero ancora alle superiori, i soldi che prendevo durante la stagione estiva e come baby-sitter, li usavo subito,
magari per uscire ogni tanto, per i vestiti e quindi durante l’inverno, chiedevo i soldi anche ai miei genitori. Invece
adesso preferisco più rinunciare ad una cosa per metterli da parte, anche per il fatto del mutuo, i ridurre le spese per i
regali di Natale. Sono un po’ più consapevole del fatto che i soldi vanno messi un po’ più da parte per il futuro, prima
non ci pensavo più di tanto. Anche il fatto di pagare il mutuo ai miei genitori, appunto all’inizio mi ha fatto un po’
paura, poi ho pensato che diventando grande devo aiutare i miei e impegnarmi a mantenermi da sola.” (Int. n.2,
studentessa, 18 anni)
“Adesso poi lavora solo mio padre. Capisco che mi dica di cercarmi un lavoro, però adesso non ho la possibilità di
aiutarlo. Quest’estate ho lavorato tutti i giorni. Non mi posso dividere in due. Cerco sempre di spendere il meno
possibile … Del guadagno estivo non ho mai tenuto niente. Ho tenuto solo le mance per uscire. Non sono mai stato
senza soldi, anche se la paga l’ho sempre messa in famiglia ... Mio fratello e mia sorella non si accorgono di questa
difficoltà … loro si trovano bene perché non hanno questa responsabilità, vanno a scuola, non è che si preoccupano
molto di queste cose, perché io li vedo tutti i giorni a casa, loro pensano più a divertirsi, come ero io, anch’io a 14 anni
mi divertivo.” (Int. n.9, studente, 17 anni)
Il brano iniziale si riferisce ad una giovane studentessa che frequenta il primo anno di università a Rimini. La
sua famiglia è composta dal padre operaio, dalla madre centralinista part time e da due fratelli più piccoli.
Come molti coetanei riminesi, sin dalle scuole superiori ha sempre lavorato durante i mesi estivi, unendo
all’attività stagionale quella di baby sitter nel periodo invernale. Prima dell’iscrizione universitaria, i
guadagni derivanti da questi lavori erano impiegati per gestire autonomamente le spese legate
all’abbigliamento ed al tempo libero, mentre oggi vengono soprattutto accantonati pensando al futuro.
Inoltre, alla fine del 2010 il padre è stato messo in cassa integrazione e ciò ha inciso sul reddito familiare,
inducendo i genitori a chiederle di contribuire al pagamento del mutuo. Questa giovane studentessa
sostiene la famiglia sia direttamente, attraverso un aiuto economico in una fase di temporanea difficoltà,
sia indirettamente, cercando di gravare il meno possibile sul bilancio domestico. A motivare questi
comportamenti solidali non è solo un bisogno materiale, ma anche il senso di responsabilità e
l’obbligazione morale verso i genitori.
73
In Italia le donne continuano ad essere le principali protagoniste delle reti di solidarietà che coinvolgono il 25,1%
della popolazione femminile a fronte del 20,1% di quella maschile. Cfr. G. Rossi, S. Meda, “La cura degli anziani, la
cura agli anziani”, in Sociologia del Lavoro, n. 119, 2010, pp. 114-134.
61
Le stesse motivazioni emergono nella seconda testimonianza appartenente ad un giovane albanese che ha
deciso di riprendere il percorso scolastico dopo aver conseguito la qualifica professionale. Vive in una
famiglia con tre figli, immigrata in Italia prima della crisi, in cui l’unica entrata stabile è quella del padre,
occupato come muratore, mentre la madre lavora saltuariamente come domestica o cameriera ai piani. In
un nucleo numeroso, senza abitazione di proprietà e sostanzialmente mono-reddito, uno stipendio
aggiuntivo diviene una risorsa essenziale per mantenere l’equilibrio economico familiare. L’aiuto del figlio
maggiore si è già concretizzato dando ai genitori la retribuzione stagionale e limitando il più possibile le
spese quotidiane. Egli, inoltre, vista la perdurante fase recessiva del settore edile dove il padre è occupato,
non esclude di abbandonare gli studi e dedicarsi esclusivamente al lavoro nel caso in cui il reddito del
capofamiglia dovesse temporaneamente venire meno.
Nella loro diversità le due storie riportate esemplificano situazioni tipiche nelle quali la solidarietà
intergenerazionale segue una linea ‘ascendente’. Sono, infatti, i figli che intervengono a sostegno dei
genitori sia con aiuti materiali diretti, sia indirettamente limitando il proprio ‘peso’ sul bilancio domestico.
Tali interventi si concretizzano prevalentemente all’interno di contesti familiari numerosi e/o monoreddito,
nei quali l’avvento della crisi mette a rischio la stabilità economica di tutto il nucleo. In presenza di queste
condizioni emerge anche tra gli adolescenti intervistati un’assunzione di responsabilità e la conseguente
adozione di comportamenti solidali con le generazioni più anziane.
Preso atto dell’importanza della famiglia, esistono differenze sia nella possibilità di ricorrere a questa
risorsa, sia nella modalità con cui essa si concretizza nonché nella sua efficacia per affrontare l’evento
‘crisi’.
La prima variabile è ovviamente l’esistenza o meno di familiari che siano in grado di sostenere la persona in
difficoltà. Ove possibile le persone coinvolte dalla crisi sono state aiutate dalla presenza di un coniuge, dei
genitori, di un figlio o della rete parentale allargata per affrontare un periodo di sospensione lavorativa o di
disoccupazione. Sotto questo profilo, gli individui separati o divorziati così come gli adulti che vivono soli
risultano essere i soggetti più vulnerabili. L’intervento della rete familiare si realizza sia su un piano
psicologico, fornendo un sostegno morale ed emotivo al componente colpito dalla crisi; sia a livello di
supporto sociale, attraverso la cura dei bambini; sia a livello finanziario, compensando la momentanea
riduzione delle entrate.
Quest’ultima evenienza chiama in causa una seconda variabile in grado di condizionare l’attivazione e
l’efficacia dell’intervento parentale: lo status socioeconomico della famiglia. È evidente che i nuclei
familiari con un reddito medio-alto, derivante dalla condizione occupazionale dei suoi membri, sono in
grado di garantire un sostegno adeguato e una relativa tranquillità materiale. Ciò vale anche per le famiglie
di origine, il cui livello socioeconomico influisce non solo sulla trasmissione delle disuguaglianze, ma anche
sulla possibilità di intervenire in aiuto delle giovani coppie o dei single usciti dalla casa paterna74. Viceversa,
le persone che vivono all’interno di un contesto familiare socioeconomicamente deprivato non riescono a
trovare nella rete parentale un supporto efficace per contenere gli effetti della crisi. All’interno di queste
famiglie, infatti, alle difficoltà occupazionali si accompagnano sovente sia l’indisponibilità di un patrimonio
(mobiliare e immobiliare), sia una scarsa capacità di risparmio.
Un’altra variabile che incide sul tipo di sostegno offerto dalla famiglia è l’età. Sono, infatti, soprattutto i
soggetti giovani-adulti a beneficiare della solidarietà intergenerazionale. Da un lato, attraverso la
permanenza nella casa dei genitori, essi riescono a garantirsi quella sicurezza economica fondamentale per
gestire la disoccupazione e la fase di transizione verso un nuovo lavoro. Dall’altro, per le giovani coppie con
figli piccoli l’intervento delle reti parentali non è limitato agli aiuti economici diretti e indiretti, ma si
concretizza attraverso l’attività di cura dei bambini.
74
Cfr. M. Albertini, “La trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze in Italia: classi sociali e il sostegno dei
figli nelle prime fasi della vita lavorativa”, in Sociologia del Lavoro, n. 110, 2008, pp. 187-200.
62
Tale forma di supporto sociale appare molto importante ed è condizionato dalla vicinanza geografica tra
genitori e figli. Essa, ovviamente, risulta agevolata dalla prossimità delle abitazioni, così come accade per
un’ampia quota di famiglie italiane75. Invece, nei casi in cui questi nuclei familiari vivono in città, regioni o
addirittura Paesi diversi, la distanza geografica impedisce la partecipazione dei nonni alla cura dei nipoti,
limitando il loro eventuale contributo ai soli trasferimenti finanziari.
Nonostante la famiglia rappresenti una risorsa fondamentale di protezione dagli eventi negativi della vita,
anche la rete delle relazioni sociali costituisce un punto di riferimento importante per fronteggiare le
conseguenze della crisi. I network sociali sono, innanzitutto, chiamati in causa dalle persone sia come
canale da utilizzare per la effettiva ricerca di un impiego, sia come possibile aiuto in caso di disoccupazione.
Amici, conoscenti, ex colleghi vengono attivati da coloro che hanno perso il lavoro, si trovano in cassa
integrazione o hanno un familiare in queste condizioni.
“Mi sono rivolta ai genitori del fidanzato di mia figlia che hanno un’impresa a Mondaino. A parte che è molto difficile
andare a lavorare lì per diversi motivi. Non hanno messo nessuno in cassa integrazione, stanno andando avanti a
lavorare, ma non hanno bisogno di altro personale. Un altro mio amico ha un’impresa molto piccola e anche lui non ha
bisogno” (Int. n.34, lavoratrice in mobilità nell’industria, 51 anni)
“Abbiamo girato molto. Siamo andati anche da persone che hanno vari negozi e che avevano addirittura delle aziende
che hanno chiuso […] Io ho anche la fortuna di conoscere qualche imprenditore nel settore dell’abbigliamento, quindi
ci hanno accolto con gentilezza. Siamo andati nei loro uffici, più di uno ci ha detto che al massimo potevano dare una
possibilità fra qualche mese, con l’arrivo dell’estate, ma è una speranza perché ne avevano già troppo di personale. Mi
ha fatto capire che se potessero lasciarli a casa, sarebbe meglio; però, essendo persone serie, non le mandano via così.
In quel settore, il lavoro non si trova” (Int. n.48, lavoratore stagionale nel turismo, 62 anni)
“Chiederei il lavoro a persone che conosco. Sì, ho degli amici con cui ho lavorato assieme. Ho un amico che ha
un’azienda a Rimini. Il mio attuale lavoro l’ha trovato lui, parlando tra i suoi conoscenti. La ditta dove lavoro è stata
creata da degli operai che si sono messi per conto proprio ed in quel momento serviva del personale, così mi hanno
assunto. Chiederei aiuto a loro, ma sarebbe dura perché con l’età che ho non c’è tanto da saltare”. (Int. n.30,
lavoratore in CIG nell’industria, 58 anni)
“Sono le conoscenze che mi hanno potuto aiutare, come ad esempio l’ultimo lavoro che ho trovato è solo grazie a un
mio amico che lavorava qua già da cinque anni e mi ha detto che si stava liberando un posto, mi ha detto di inviare il
curriculum e che lui ci avrebbe messo una buona parola. Poi abbiamo fatto la selezione, sono andato a Roma e
comunque mi hanno scelto però grazie all’aiuto di un amico” (Int. n.14, lavoratore in mobilità nei servizi, 31 anni)
Il primo brano si riferisce ad una donna 51enne messa in mobilità da un’azienda manifatturiera dopo oltre
trenta anni di servizio. Nella sua cerchia di conoscenze rientrano anche due imprenditori ai quali si è rivolta
in seguito al licenziamento, nella speranza di un nuovo impiego. Sempre al mondo imprenditoriale ha fatto
ricorso il secondo intervistato per cercare di aiutare la moglie, ex commessa presso un negozio di
abbigliamento che ha dovuto ridurre il personale a causa di un calo nelle vendite. In entrambi i casi, però, il
ricorso alle reti sociali ha avuto un esito negativo riconducibile non solo alla situazione generale di crisi, ma
anche all’età avanzata dei candidati. Questo problema emerge anche nella terza testimonianza relativa ad
un ultra 50enne, sospeso dal lavoro, che, aspettando di essere reintegrato nella sua azienda, indica negli
amici la risorsa principale per trovare un nuovo impiego. Si tratta di una modalità già adottata con successo
nel passato, quando è riuscito ad ottenere il lavoro grazie al passaparola di un ex-collega che aveva iniziato
un’attività imprenditoriale.
75
Secondo l’ISTAT i dati sulla prossimità residenziale con i parenti rivelano una forte connessione delle reti familiari
nel nostro Paese. Ad esempio il 33,4% delle donne in coppia, con età fra 35-44 anni e almeno un figlio tra 0 e 13 anni,
vive entro un kilometro dall’abitazione della madre o della suocera, il 19,4% nello stesso caseggiato ed il 19,3% nel
resto del comune. Cfr. ISTAT, Indagine multiscopo sulle famiglie. Famiglia e soggetti sociali, Roma, 2010.
63
Se nei primi due esempi il ricorso ai network sociali non è stato positivo, l’ultimo brano riporta il successo di
un 31enne immigrato a Rimini dal Meridione, che ha trovato un nuovo impiego dopo essere stato messo in
mobilità da un’azienda di servizi. Grazie ad un amico è riuscito a conoscere l’esistenza di un’opportunità
professionale e attraverso la mediazione di quest’ultimo è stato selezionato fra altri candidati. In questo
caso, l’attivazione di un canale informale è avvenuta al di fuori del contesto riminese e la collaborazione a
progetto che ne è scaturita si svolge nella regione di provenienza del soggetto. Per fare fronte alla
disoccupazione e alle conseguenti difficoltà economiche, il giovane in questione non solo ha usufruito
dell’intervento di un amico, ma ha scelto di lasciare la provincia di Rimini e ritornare presso la casa paterna.
Il ricorso alle reti sociali per fronteggiare gli effetti negativi della crisi non è limitato unicamente alla
mediazione nella ricerca di un impiego, bensì assume una forma più ampia di supporto sociale e sostegno
economico.
“A livello di vita sociale ho cercato di non ridurre più di tanto le mie uscite, le frequentazioni con gli amici perché
erano uno stimolo per me […] se mi fossi chiusa in casa, non avessi più fatto niente e non mi fossi svagata,
probabilmente sarebbe stato un periodo ancora più duro di quello che era” (Int. n.13, disoccupata, 29 anni)
“Ho chiesto aiuto a tutti e ho avuto un prestito dai miei amici e da mia sorella che vive fuori dall’Italia. Ho fatto un
debito con una coppia di amici delle Filippine che lavorano qui. Ci hanno prestato 300 euro che però, anche un po’ alla
volta, devo pagare […] Siamo buoni amici e hanno fiducia che li restituisco tutti i soldi che abbiamo chiesto” (Int. n.26,
occupata nei servizi, 50 anni)
Il primo brano appartiene ad una giovane riminese che, dopo aver perso il lavoro, è rimasta a casa per
alcune settimane, durante le quali la frequentazione degli amici ha rappresentato un supporto
fondamentale per limitare gli effetti della disoccupazione sul piano psicologico. La possibilità di distrarsi, di
condividere emozioni, stati d’animo e paure con il gruppo dei pari sono state di grande aiuto per superare
un momento particolarmente critico.
Altrettanto significative sono le parole contenute nel brano successivo, relative ad una immigrata filippina,
il cui marito dopo l’avvento della recessione economica non riesce a trovare una nuova occupazione. Per
fare fronte alle difficoltà economiche ha dovuto rivolgersi non solo alla sorella, ma anche ad un’altra coppia
di filippini che le hanno prestato una piccola somma di denaro. Si tratta di un aiuto frequente fra i
lavoratori stranieri i quali, avendo i familiari lontani e/o spesso non in grado di prestare alcun sostegno,
trovano nel gruppo dei connazionali un’importante fonte di solidarietà. Dalle interviste raccolte emerge il
ruolo delle reti sociali extra-familiari quale risorsa significativa per affrontare eventi negativi come la
perdita del lavoro e, di conseguenza, i rischi derivanti da una situazione di isolamento sociale. Sotto questo
profilo è opportuna una distinzione all’interno dei networks di appartenenza.
Da un lato, si trovano i legami ‘forti’, riguardanti persone con cui esiste sia un rapporto di intimità emotiva,
sia una frequentazione ricorrente e sulle quali si è certi di poter contare in caso di bisogno. Essi appaiono
sempre più svincolati da contesti come il vicinato o l’ambiente di lavoro e si reggono sovente su affinità di
interessi, stili di vita e status socioeconomico76. Questo tipo di legami può essere attivato non solo per la
ricerca di un impiego, ma anche per ricevere un supporto sociale e/o un sostegno economico in situazioni
di difficoltà. L’intervento in questione si fonda su delle obbligazioni morali condivise, le quali strutturano i
comportamenti e le aspettative di comportamento reciproco di coloro che appartengono a un dato circuito
76
Si parla in proposito di una de-contestualizzazione delle reti comunitarie che sta coinvolgendo anche il nostro Paese.
Secondo una recente indagine condotta a livello nazionale prevalgono oggi relazioni ampiamente elettive, fondate
sull’affinità e sull’omofilia, più che sulla vicinanza spaziale o l’appartenenza a un determinato ambito. Cfr. P. Di
Nicola, S. Stanzani, L. Tronca, Reti di prossimità e capitale sociale in Italia, FrancoAngeli, Milano, 2008.
64
relazionale77. Al suo interno si stabiliscono rapporti di fiducia, di scambio, nonché norme di reciprocità, che
derivano dall’intensità del legame e sono caratterizzati da una certa stabilità nel tempo.
Dall’altro lato, le risorse relazionali su cui un individuo può contare comprendono anche i cosiddetti legami
‘deboli’78. Essi si differenziano dai primi per una minore intensità del rapporto in termini di frequentazione,
confidenza e obbligazioni reciproche; tuttavia rappresentano una componente significativa del capitale
sociale individuale. Conoscenti ed ex colleghi vengono chiamati in causa dai nostri intervistati per la ricerca
di un nuovo impiego, seguendo una modalità ampiamente diffusa non solo nel mercato del lavoro
italiano79. L’importanza dei canali informali nelle dinamiche occupazionali è motivata da due ragioni
principali. Innanzitutto, attraverso tali canali è possibile acquisire informazioni circa i posti vacanti
disponibili, permettendo di accedere ad un numero maggiore di opportunità professionali. In secondo
luogo, con il loro intervento, i conoscenti svolgono una funzione di ‘intermediazione fiduciaria’ garantendo
il datore di lavoro circa l’affidabilità del candidato.
La possibilità di poter ricorrere alle reti sociali extra-familiari per fronteggiare le conseguenze negative della
crisi non è però identica per tutti gli intervistati. Esistono, infatti, differenze nelle dimensioni e nella
composizione dei networks su cui le persone possono contare. Ovviamente tanto più ampia è la quantità di
individui (non parenti) su cui un soggetto può fare affidamento, tanto più è probabile che dalla rete sociale
allargata arrivi un aiuto adeguato in caso di reale necessità80.
Una variabile significativa sotto questo profilo è il radicamento territoriale degli intervistati ed in particolare
la durata della loro permanenza sul territorio. Emerge, infatti, come i neo-immigrati dall’Italia o dall’estero
siano inseriti all’interno di reti sociali più limitate rispetto ai residenti riminesi. Tale differenza si manifesta,
soprattutto, nella ridotta disponibilità di canali informali per accedere alle opportunità di lavoro o nella
possibilità di attivarli solo nel contesto di provenienza. Esemplificativa in proposito è la vicenda citata del
giovane meridionale che ha beneficiato della segnalazione di un amico per ottenere un incarico nella
regione di origine. Egli ha potuto fronteggiare la crisi, facendo ricorso alla propria rete di relazioni, ma è
stato costretto a lasciare la provincia di Rimini per trovare un lavoro soddisfacente.
Se il ricorso ai networks sociali rappresenta una modalità ampiamente utilizzata per risolvere il problema
occupazionale, l’efficacia di questo intervento è condizionata da altre variabili quali l’età e la qualifica
professionale. I nostri intervistati confermano le difficoltà di reinserimento lavorativo degli over 50, anche
di coloro che possono beneficiare di molteplici contatti nel mondo imprenditoriale. Tali difficoltà risultano
accentuate qualora il lavoratore maturo possieda un bagaglio di competenze poco spendibile nella ricerca
di un impiego, avendo ricoperto mansioni generiche o esecutive nei servizi e nell’industria.
In realtà l’efficacia dei canali informali appare indebolita dalle conseguenze negative della crisi
sull’andamento del mercato, così come sottolineato da un operatore del collocamento pubblico.
“Oggi vedo molte persone che vengono al Centro per l’impiego e dicono: mi devi trovare il lavoro perché io da solo
non ci riesco. Quindi c’è già questa difficoltà. Prima le persone mi dicevano: tutte le volte che ho cambiato attività
lavorativa non dico che mi han cercato a casa però … un passaggio col fornitore, un passaggio con l’amico … trovavo
lavoro come e quando volevo. Oggi non riesco: ho bussato a tutte le porte e non ci riesco. La grande difficoltà in
questo momento è questa. Mi viene da dire che probabilmente il lavoro non c’è o, contestualizzando, ce n’è molto
meno” (operatore CPI Rimini)
77
Cfr. P. Barbieri, “Le fondamenta micro-relazionali del capitale sociale”, in Rassegna Italiana di Sociologia, n.2,
2005, pp. 345-384.
78
La distinzione fra legami ‘forti’ e ‘deboli’ è stata introdotta da Granovetter all’inizio degli anni ’70. Cfr. M.
Granovetter , “The strength of weak ties”, in American Journal of Sociology, vol.78, n.6, 1973, pp. 1360-1380.
79
Il legame tra network sociali e opportunità professionali è stato recentemente confermato dall’Indagine ISFOL PLUS,
dalla quale emerge come la mediazione di amici, parenti e conoscenti sia il principale canale di accesso all’occupazione.
Nel 2010 il 30,7% dei rispondenti ha trovato lavoro attraverso canali informali. Cfr. ISFOL, ISFOL Notizie, n.7-8/2011,
www.isfol.it.
80
Secondo la prospettiva del capitale sociale anche la qualità delle relazioni gioca un ruolo importante, dal momento
che, tra coloro i quali usano canali informali per cercare lavoro, lo status professionale del contatto personale sembra
condizionare l’esito occupazionale. Cfr. T. Mouw, “Social capital and finding a job: do contacts matter?”, in American
Sociological Review, vol. 68, n. 6, 2003, pp. 868-898.
65
Prima di questa grave fase recessiva un’ampia parte della manodopera locale era in grado, attraverso le
proprie reti sociali allargate, di cambiare occupazione in tempi relativamente brevi. Soprattutto per i
soggetti più radicati sul territorio la mobilità professionale si realizzava grazie alla mediazione di amici,
conoscenti e colleghi. Il rallentamento del ciclo economico ha inciso sia sul lato della domanda di lavoro,
riducendone la quantità e peggiorandone la qualità, sia sul lato dell’offerta, accrescendo il numero di coloro
che cercano un impiego. La percezione di un significativo mutamento sotto questo profilo non appartiene
solo agli operatori del settore, ma emerge frequentemente nel corso delle interviste.
Una conseguenza diretta della maggiore difficoltà di reinserimento professionale consiste nell’incremento
di coloro che si rivolgono al Centro per l’impiego per la ricerca di un lavoro. Non solo quindi fasce deboli e
persone prive di radicamento territoriale, ma anche operai, tecnici, addetti ai servizi e figure impiegatizie
che prima si muovevano in modo autonomo sul mercato del lavoro locale, ora richiedono la mediazione del
collocamento pubblico. Si può concludere sostenendo che l’attivazione di un canale istituzionale
rappresenta una modalità di comportamento ampiamente adottata per affrontare la crisi sul versante
occupazionale.
3.2
Riduzione dei consumi e ricorso al risparmio
La disoccupazione o una sospensione lavorativa hanno come conseguenza immediata una riduzione del
reddito disponibile che può richiedere la rimodulazione del budget familiare, intervenendo sui
comportamenti di consumo. Sotto questo profilo la selezione, l’acquisto e l’impiego di beni e servizi
costituisce un aspetto essenziale nella riproduzione dell’esistenza quotidiana. Ciò vale sia per gli individui
che per le famiglie, le cui esigenze cambiano in relazione alla numerosità e alle caratteristiche dei
componenti il nucleo, nonché a seconda della fase del ciclo di vita.
Il consumo di beni e servizi non ha solo la funzione di garantire la sopravvivenza materiale, ma viene da
sempre impiegato per scopi simbolici legati all’espressione del proprio status e alla definizione dei rapporti
sociali, secondo una logica di inclusione ed esclusione. Nelle società occidentali contemporanee questa
funzione simbolica è diventata tanto importante da caratterizzare l’esistenza degli individui, sempre più
liberata dalla fatica e dal lavoro. È in modo particolare il tempo libero ad essere sostanzialmente dedicato a
consumi di varia natura che acquisiscono sovente una valenza rituale81. Al di là delle pratiche ludiche, le
scelte correlate al consumo rivestono grande importanza nel bilancio domestico e quindi la necessità di
fronteggiare l’evento crisi ha determinato una modificazione di questo comportamento nelle sue diverse
forme.
“Avendo uno stipendio in meno … Prima se magari andavi a mangiare la pizza in un mese tre volte, adesso vai una
volta. Se magari volevi comprare un paio di scarpe, invece di due volte non le compri per niente e fai con quelle che
hai. Se ti serve di comprare dell’abbigliamento, fai a meno, perché è ancora buona la roba che hai. Cioè su molte cose
cerchi di tirare e i soldi per le spese che hai da pagare cerchi di tenerli quando ti arrivano le bollette, quando hai
l’assicurazione e quelle cose lì. Cerchi di non buttare via i soldi […] Si fa la spesa una volta alla settimana e poi, quando
nei supermercati ci sono le offerte, le prendi. Compri il doppio quando ci sono le offerte, però anche lì c’è il pro e il
contro. Poi, quando non ci sono, fai la spesa e non compri le ‘pataccate’. Magari vedi la merendina o quei biscottini
che ti piacciono, ma non li prendi. Prendi solo la roba essenziale che ti serve, anche perché ormai i bambini in casa non
ci sono più”. (Int. n.30, lavoratore in CIG nell’industria, 58 anni)
81
La ritualità dei consumi può assumere forme diverse che comprendono sia i rituali collettivi, sia quelli individuali, sia
quelli privati ma condivisi, in cui gruppi sociali circoscritti, come famiglie, amici e colleghi costruiscono un mondo
comune ricco di significati. Cfr. R. Bartoletti, “L’efficacia simbolica delle cose: forma e significato dei rituali di
consumo”, in Sociologia del Lavoro, n. 116, 2009, pp. 132-146.
66
“Io non mi considero povera, avendo sempre lavorato, però adesso che arriva il Natale se prima spendevo 100 euro
per il regalo, quest’anno sono per spenderne 25, un quarto. Anche la famiglia dei nonni risente del momento di crisi
[…] Per la prima volta, pur venendo da una famiglia non particolarmente benestante, mi rendo conto che devo stare
attenta anche sul cibo […] Ho messo in atto piccoli cambiamenti, nel senso che vado a fare la spesa all’ipermercato,
che non mi sarebbe mai piaciuto perché c’è troppa confusione, però lì si trovano le grandi occasioni e quindi vado a
cercare i prodotti in offerta” (Int. n.39, pensionata, 67 anni)
Le due citazioni si riferiscono a persone ultra 50enni colpiti dalla crisi nel primo caso direttamente e nel
secondo in modo indiretto. La riduzione delle entrate all’interno del proprio nucleo familiare o la necessità
di integrare il reddito dei figli coinvolti dalla recessione vengono affrontate mediante un cambiamento nei
comportamenti di consumo e, di conseguenza, nelle abitudini di vita82. Si tratta di una strategia ricorrente
nelle interviste raccolte e che si traduce praticamente in un contenimento delle spese legate alla vita
quotidiana. In primo luogo, viene prestata maggiore attenzione al denaro speso per l’alimentazione;
attraverso una valutazione del punto vendita dove acquistare, approfittando delle offerte promozionali e
concentrando le scelte sui generi alimentari essenziali. In secondo luogo, vengono ridotti i consumi per
vestiario e abbigliamento, così come quelli relativi alla cura del corpo (parrucchiera, estetista, ecc.) e
all’attività sportiva (piscina, palestra, ecc.). Inoltre, viene rinviato il ricambio di beni durevoli (auto,
elettrodomestici) oppure si modificano le modalità di pagamento scegliendo la rateizzazione sia per i costi
assicurativi, sia per eventuali spese straordinarie (es. dentista). Infine, si modificano le abitudini legate al
tempo libero, riducendo la frequenza delle uscite serali e orientando le stesse verso luoghi più economici.
Gli esempi citati si riferiscono a coppie mature con figli autonomi, ma le stesse modalità appartengono sia
ai nuovi nuclei familiari con bimbi piccoli, sia ai giovani usciti dalla casa paterna.
“Avendo due stipendi, ed erano due stipendi buoni, uno sfizio ce lo potevamo anche levare […] Con sfizio, intendo il
week end, il ristorante, la pizza o altre cose. Adesso è chiaro che non è più possibile pensare di andare a sciare
spendendo 800 euro per quattro giorni. Se vogliamo andare a mangiare una pizza, andiamo, anche se non si può fare
cinque volte in un mese, ma solo due volte. Fortunatamente ci aiuta molto il bimbo perché, avendo un bimbo piccolo,
si fa fatica ad andare ovunque […] Il controllo c’è ed è normale che ci sia. Si risparmia molto di più rispetto a prima,
però secondo me non è stata una cosa che ci ha stravolto completamente le abitudini. C’è gente che dice che prima
viveva, mentre adesso rimane chiusa in casa. No, per noi non è stato così.” (Int. n.15, lavoratore in CIG nell’industria,
29 anni)
“Sicuramente uno deve fare delle rinunce, ma sono rinunce che neanche te ne accorgi, non sono sostanziali.
Praticamente, compri un vestito in meno e vai una volta al ristorante in meno e sei già a posto […] Quest’estate ho
fatto una di quelle vacanze sostenibili ad un prezzo molto basso. Sono andata in Calabria da un agricoltore che
affittava la sua casa all’interno di un circuito di associazioni che combattono la mafia; per cui si cerca di alimentare
questo turismo con una spesa bassissima, tipo 15 euro a persona al giorno ad agosto in un bel posto.” (Int. n.16,
contratto di solidarietà nei servizi, 32 anni)
Le testimonianze riportate appartengono a due giovani che hanno visto ridursi lo stipendio in seguito alla
contrazione dell’impegno lavorativo. Dalle loro parole traspare uno stile di vita, precedente la crisi, in cui le
spese per il tempo libero erano affrontate senza alcun problema. La nuova situazione richiede, invece, un
controllo delle stesse senza però dover rinunciare a costi non essenziali, come quelli legati alla vacanza
estiva, ma semplicemente contenendone l’entità. Nei due esempi citati, le limitazioni adottate per fare
fronte alle temporanee difficoltà economiche, vengono giudicate di lieve entità e non compromettenti la
qualità della vita. Tuttavia, esistono tra i nostri intervistati casi in cui le restrizioni sin qui elencate hanno un
costo psicologico non indifferente.
82
A partire dalla seconda metà dell’Ottocento, le nozioni di consumo e di consumatore sono divenute progressivamente
sempre più importanti per definire l’ordine sociale e l’identità personale. Per un’analisi sulla genesi storica della cultura
di consumo contemporanea e delle principali teorie interpretative si veda R. Sassatelli, Consumo, cultura e società, il
Mulino, Bologna, 2004.
67
“Andare a fare la spesa è diverso, guardo le offerte, sto attenta. Anche la parrucchiera, prima andavo ogni settimana,
ogni quindici giorni, adesso vado un po’ di meno, cioè bisogna stare attenti e a 50 anni è difficile abituarsi. Mia figlia
lavora, fortunatamente non devo pensare a lei, però è tutta un’altra cosa. Se prima si andava a cena spesso fuori,
adesso si va qualche volta di meno, perché tanto è inutile, bisogna stare attenti” (Int. n.34, lavoratrice in mobilità
nell’industria, 51 anni)
Il brano in questione si riferisce ad una 50enne coniugata e residente in un piccolo centro della Valconca,
che è stata messa in mobilità. Nonostante la figlia abbia raggiunto una propria indipendenza economica,
per fronteggiare la riduzione del reddito familiare, lei e il marito devono prestare attenzione al bilancio
domestico. Le limitazioni imposte alle spese per l’alimentazione, la cura del corpo e le uscite serali creano
disagio e impongono la necessità di riadattarsi ad uno stile di vita differente. Le stesse restrizioni che per
altri individui risultano sostanzialmente accettabili possono essere percepite non solo come una modifica
del proprio status socioeconomico, ma come un decadimento dell’immagine di sé. Infatti, se a livello
soggettivo le pratiche di consumo costituiscono una fondamentale risorsa di identità, ne consegue che un
ridimensionamento delle stesse avrà effetti psicologici non irrilevanti per la persona coinvolta.
Va, inoltre, evidenziato come una riduzione delle entrate familiari colpisca non solo gli adulti, ma anche gli
adolescenti che vivono ancora con i genitori.
“Ci sono ragazzi che hanno dovuto ridurre le uscite, magari non escono più il sabato sera … Invece di andare in
discoteca spendendo quindici o venti euro per il biglietto, vanno a fare un giro in città e magari vanno in un pub
spendendo solo cinque o dieci euro. Per alcuni, quei dieci euro risparmiati, sono fondamentali” (Int. n.5, studente, 18
anni)
“Capita spesso anche nel gruppo di amici che dobbiamo rinunciare ad andare a mangiare una pizza prima di andare a
ballare e andiamo subito direttamente a ballare perché qualcuno non ha abbastanza soldi, quindi decidiamo tutti di
non andare” (Int. n.2, studentessa, 18 anni)
I giovani diplomandi intervistati riscontrano all’interno del gruppo dei pari o della cerchia sociale allargata
situazioni in cui i loro coetanei hanno modificato le abitudini di vita. Si tratta prevalentemente di
cambiamenti legati alla fruizione del tempo libero e, nello specifico, alle uscite serali durante le quali si
cerca di contenere le spese (pizza e/o discoteca) oppure vengono scelti luoghi di aggregazione più
economici. È comunque significativo che una ridefinizione dei comportamenti di consumo, per fare fronte
alle conseguenze della crisi, abbia coinvolto anche un parte del mondo giovanile riminese.
Tutte le testimonianze sin qui presentate, al di là delle differenze nei soggetti interessati, riguardano
restrizioni che non arrivano a toccare le spese essenziali come quelle legate alle utenze domestiche.
Esistono, però, situazioni in cui le difficoltà economiche familiari richiedono interventi anche su questo
versante.
“Il superfluo non lo facevamo neanche prima, però ci sono certe cose che hanno una priorità, non si può farne a meno
ed invece ci sono altre cose che pur essendo essenziali si possono anche ridurre. Ti faccio un esempio: noi siamo qui
con il gas metano come quasi tutti quanti; questa estate quando ero a casa sono andato in campagna, ho fatto della
legna, ho trovato una persona che mi ha regalato una stufa economica anche se era usata, però era in buono stato e
non sapeva che cosa farci, ho messo su la stufa ed io al momento [novembre 2009, n.d.r.] non ho ancora acceso il
riscaldamento e quello vuol dire” (Int. n.31, lavoratore in CIG nell’industria, 52 anni)
Le parole citate appartengono ad un operaio metalmeccanico in cassa integrazione che vive in affitto,
insieme alla moglie (casalinga) e due figlie, nella periferia di Rimini. Prima della crisi, le entrate economiche
del nucleo familiare permettevano un tenore di vita sostanzialmente modesto e livelli di consumo piuttosto
ridotti. L’attenzione nelle spese alimentari, per i costi legati all’abbigliamento, così come quelli del tempo
libero, rappresentano una modalità quotidianamente adottata per garantire l’equilibrio di bilancio. In
presenza di una riduzione nel reddito del capofamiglia, a cui si unisce solo la modesta retribuzione di una
68
figlia impiegata precaria, diviene necessario adottare nuovi accorgimenti. Insieme all’eliminazione delle
spese ritenute superflue, per fare fronte alla situazione economica vengono ridotti anche i consumi
essenziali, come il riscaldamento.
Quest’ultima testimonianza descrive uno dei casi di vulnerabilità sociale visti nel capitolo precedente e
consente di evidenziare le differenze nei comportamenti di consumo legati al reddito. Se il contenimento
delle spese costituisce una pratica ricorrente per affrontare temporanee difficoltà materiali, tuttavia,
l’entità delle restrizioni e il tipo di consumi verso cui essa si orienta variano sensibilmente in relazione allo
status socioeconomico familiare83.
In generale la diversa disponibilità finanziaria si traduce in una differente struttura della spesa per consumi.
I nuclei meno abbienti tendono a destinare quote più alte del loro budget mensile alle spese per
l’alimentazione, le utenze e l’abitazione (affitto o mutuo), mentre quelle con redditi più elevati spendono
maggiormente per acquistare beni e servizi tipici di un tenore di vita benestante come quelli legati al tempo
libero, alla cultura, e alle vacanze.
Ne consegue che le famiglie con status socioeconomico medio-alto hanno fatto fronte alla cassa
integrazione o al licenziamento di uno dei componenti, soprattutto riducendo i consumi non essenziali
(uscite serali, pasti fuori casa, cura del corpo, ecc.) e senza compromettere in modo sostanziale il proprio
livello di benessere. D’altra parte per quei nuclei familiari, che già vivevano una condizione di precarietà
economica, la riduzione delle entrate mensili ha richiesto interventi anche sulle spese più difficilmente
comprimibili (es. riscaldamento) con il conseguente ulteriore abbassamento dello standard di vita.
Non solo il reddito ma anche gli orientamenti di valore condizionano le scelte correlate ai comportamenti di
consumo, sia per quanto concerne i livelli di spesa, sia per le conseguenze sul piano psicologico derivanti da
una modificazione degli stessi.
“Io conosco gente dalle superiori che non ha né arte né parte e compra la macchina da 40.000 euro perché fanno il
mutuo o il finanziamento. Non hai niente da parte e inizi a vivere col debito, cioè qui si vive con il debito, lo pagherò,
tanto lavori, qualche cosa metti via, quindi si vive oltre i mezzi. Si parla anche di queste situazioni e ci si accorge che
comunque adesso i giovani vivono molto sul finanziamento: c’è una moto da 3.000 euro, non li ho, facciamo il
finanziamento, lo pagherò, alla fine della fiera mi viene a costare 4.000, però ce l’ho subito la moto, invece che
aspettare di guadagnarli e spenderli.” (Int. n.15, lavoratore in CIG nell’industria, 29 anni)
“Purtroppo ci hanno inculcato, ci hanno reclamizzato di continuo che uno con una paga potrebbe comprare tutto. Non
è vero, con una paga sopravvivi, solo che facendo così tanta gente si è indebitata anche per cose non necessarie. Il mio
punto di vista è che per una cosa necessaria, uno può anche indebitarsi. Per una cosa non necessaria, e a volte frivola,
nel senso che se non la compro non mi cambia niente, secondo me non è giusto … non è giusto che uno faccia un
mutuo per andare in vacanza, anche se alle vacanze logicamente hanno diritto tutti quanti. Ma se io devo fare un
mutuo per andare in vacanza in Sardegna, vado al mare a Rimini” (Int. n.31, lavoratore in CIG nell’industria, 52 anni)
Le due testimonianze, seppur riconducibili a situazioni socioeconomiche differenti, evidenziano alcuni
aspetti interessanti. Se è vero che le identità sociali si esprimono anche mediante i consumi, tuttavia le
scelte di acquisto e il modo di utilizzare i beni variano sensibilmente in base agli orientamenti valoriali84. Nei
83
Le indagini sociologiche su questo tema hanno evidenziato come anche all’interno della famiglia il potere decisionale
sui consumi sia correlato al livello di reddito posseduto da ciascun membro. Ne deriva che nelle coppie dove entrambi i
coniugi svolgono un lavoro retribuito le dinamiche di scelta diventano più egualitarie. Cfr. V. Codeluppi, Manuale di
Sociologia dei consumi, Carocci, Roma, 2005.
84
In un celebre saggio sull’argomento si sostiene l’importanza del consumo poiché permette la ‘riclassificazione’ del
mondo circostante e un continuo confronto con gli altri. I comportamenti di acquisto non sono semplicemente
determinati dal mercato o dalla moda, ma attraverso di essi il consumatore mette in pratica una filosofia di vita,
comunicando a sé stesso e agli altri la propria identità. Cfr. M. Douglas, B. Isherwood, Il mondo delle cose. Oggetti,
valori, consumo, il Mulino, Bologna, 1984.
69
brani vengono riportati esempi di persone che hanno fatto ricorso a prestiti e finanziamenti per soddisfare i
propri bisogni, sicuramente influenzati da un forte condizionamento mediatico e dalla diffusione di un
modello culturale iper-consumistico. Tuttavia, le due persone citate, così come altri nostri intervistati,
prendono le distanze da tali comportamenti, in quanto condividono un atteggiamento più ‘sobrio’ verso il
consumo e scelgono abitualmente di spendere in base ai propri mezzi, dando priorità a beni e servizi
essenziali. D’altra parte condurre uno stile di vita centrato su consumi vistosi e non supportato da risorse
economiche adeguate rappresenta un notevole fattore di rischio per almeno due motivi. Da un lato,
l’eventualità di ridurre le spese per fare fronte a una diminuzione del reddito viene vissuta con notevole
disagio; dall’altro la propensione all’indebitamento, che ad esso si accompagna, mina alle radici la solidità
finanziaria dell’intero nucleo familiare.
Quest’ultimo aspetto introduce un elemento fondamentale emerso dalle interviste come risorsa utilizzata
per superare le difficoltà della crisi: il ricorso ai risparmi. La possibilità di poter attingere a un patrimonio
finanziario accumulato nel tempo garantisce una relativa sicurezza materiale e permette di affrontare
temporanee riduzioni del reddito con maggiore serenità. Tale eventualità è ovviamente riconducibile alla
situazione economica della famiglia, ma risulta condizionata anche da un atteggiamento culturale verso il
risparmio.
“Sono sempre stato del parere che quando hai due soldi è meglio tenerli. Dopo è chiaro, se ci sono delle necessità che
capitano delle malattie, quello è un altro discorso. Però, quando stai bene e hai due soldi, è meglio che te li tieni,
cerchi di spendere il minimo indispensabile e vai avanti […] Io prendevo circa 1.000 euro al mese. Quando era fine
mese, delle volte mettevo via 100-200 euro. Prendevo lo stipendio e con quello tiravo avanti mettendo da parte
qualche soldo. C’erano dei mesi che riuscivo a tenerli da parte, mentre altri non riuscivo proprio, perché ne avevo
bisogno. Quando ti capitavano delle spese impreviste, andavi a prendere quelli messi da parte, poi il mese dopo
magari riuscivi a risparmiare qualcosa. I soldi che guadagna d’estate mia moglie cercavo di non toccarli” (Int. n.30,
lavoratore in CIG nell’industria, 58 anni)
“Sono un risparmiatore, perché penso sempre a un domani. Quando ci sono vacche grasse bisogna metterne un po’ da
parte per tempi più duri, perché nella vita non sai mai, un anno va l’altro no, devi saperti un po’ tutelare. I giovani
d’oggi, hanno cento e spendono centoventi, il problema è lì, a me il mio povero babbo ha insegnato così, poi ognuno
fa ciò che vuole” (Int. n.24, imprenditore nei servizi, 53 anni)
“Sarà dovuto alle mie esperienze di vita, sono sempre partito dal presupposto che quando c’è la possibilità di fare
reddito, una parte del denaro vada ripartita per investire, per la casa, per il divertimento e una piccola quota – questo
da sempre – va messa da parte per i momenti di difficoltà. Forse adesso, visto anche che non sono uno che spende
moltissimo, non sono in difficoltà vera. Io ho sempre diviso le spese in base alle entrate e una parte di quello che
riuscivi a portare a casa come reddito doveva andare a riserva, accantonata. Per cui questo è sempre stato un mio
modo di vivere, anche negli anni ’80, dove si spendeva anche per le cose più futili, io ho sempre tenuto questo stile, a
costo anche di critiche feroci da parte di fratelli, sorelle e moglie perché nei momenti di difficoltà hai un fondo a cui
attingere” (Int. n.32, lavoratore in CIG nell’industria, 55 anni)
Questi intervistati, due operai ed un piccolo imprenditore, pur vivendo situazioni materiali differenti
condividono un orientamento simile nella gestione del bilancio domestico. L’idea che una parte del reddito
guadagnato vada sistematicamente accantonata in previsione delle necessità future descrive chiaramente
l’esistenza di una forte etica del risparmio. Essa ha rappresentato dal secondo dopoguerra un tratto
culturale condiviso dalle famiglie italiane, che per molto tempo si sono distinte sotto questo profilo a livello
internazionale. Tale specificità, tuttavia, negli ultimi anni si sta progressivamente riducendo; sia per una
graduale perdita nel potere d’acquisto dei salari, sia per la crescente diffusione di stili di vita marcatamente
orientati al consumo85.
85
Da un’elaborazione realizzata dal CERM su dati OCSE si evince che la percentuale di risparmi sul reddito netto
disponibile delle famiglie italiane era del 21,67% nel 1990; un valore quasi doppio rispetto alla media dei paesi membri
70
Detto questo, però, è importante sottolineare come tra i nostri intervistati la disponibilità di un capitale, più
o meno consistente, venga citata come un fattore determinante per mantenere l’equilibrio economico
familiare di fronte alla cassa integrazione o al licenziamento di uno dei componenti. A tale proposito non è
azzardato affermare che il ricorso ai risparmi sia stato uno strumento essenziale per limitare gli effetti della
crisi sul territorio provinciale. Grazie ad una condizione di relativo benessere costruito negli anni, molte
famiglie riminesi nel momento del bisogno hanno potuto attingere ad importanti risorse finanziarie per
tamponare le difficoltà senza compromettere seriamente il proprio tenore di vita. Sotto questo profilo un
orientamento cognitivo incline all’accumulazione e non al consumo costituisce senza dubbio un ulteriore
mezzo per affrontare una fase temporanea di ristrettezze economiche.
Esistono, tuttavia, differenze significative nell’entità del risparmio accumulato che condizionano la
possibilità presente e futura di ricorrere a questa risorsa. Innanzitutto, lo status socioeconomico della
famiglia rappresenta una variabile discriminante poiché, ovviamente maggiore è il reddito ed il patrimonio
disponibile più ampia sarà la capacità di risparmiare. Essa, d’altra parte, risulterà particolarmente
compromessa per i nuclei familiari meno agiati come, ad esempio, quelli monoreddito con figli costretti a
pagare l’affitto o rimborsare un mutuo per godere dell’abitazione. Ad essere penalizzati sono anche i
giovani-adulti, che vivono nell’epoca della flessibilità lavorativa e percepiscono retribuzioni non sempre
rispondenti agli standard di benessere attesi.
Come già detto, però, se la posizione sociale è senza dubbio importante per determinare l’entità del
capitale accumulato, sulla decisione di risparmiare intervengono anche fattori psicologici e culturali. Infatti,
il rapporto di una persona con il denaro è da un lato rivelatore di aspetti non secondari della sua
personalità e dall’altro ne risulta inevitabilmente condizionato. La parsimonia è un tratto distintivo del
carattere individuale che può permeare completamente lo stile di vita, essere limitata a certi tipi di spese
oppure risultare del tutto assente.
Dalle parole dei nostri intervistati emerge come l’etica del risparmio abbia una significativa dimensione
valoriale in grado di orientare il comportamento quotidiano, resistendo alle pressioni del contesto sociale. Il
richiamo all’esempio dei genitori evidenzia come questo atteggiamento sia stato condiviso e rinforzato in
età giovanile durante il processo di socializzazione familiare. Sotto questo profilo, si accenna anche ad un
divario generazionale che separa le coorti cresciute negli anni ’40 e ’50 del secolo scorso, da quelle nate alla
fine del novecento. Le nuove generazioni, da un lato, hanno avuto genitori già ampiamente integrati nella
società dei consumi e dall’altro vivono quotidianamente una realtà pervasa da messaggi consumistici in cui
la propensione all’indebitamento costituisce la norma.
Se è vero che i giovani riminesi condividono aspettative differenti rispetto ai padri per quanto concerne lo
stile di vita e il livello di benessere, è altrettanto vero che è notevolmente mutato il contesto
socioeconomico nel quale i trentenni di oggi costruiscono il percorso nell’età adulta. Molti di loro hanno già
sperimentato la precarietà economica, la frammentazione delle carriere lavorative, la necessità di
indebitarsi per accedere alla casa; tutte condizioni che limitano oggettivamente la capacità di risparmio.
3.3
Integrazione del reddito
La struttura reddituale di una famiglia può essere composta da risorse economiche provenienti da tre fonti
diverse: le retribuzioni lavorative, i redditi derivanti da trasferimenti pubblici e quelli da capitale.
Ovviamente le necessità materiali mutano secondo la tipologia del nucleo familiare, in base alla sua
numerosità e alla presenza di persone non autosufficienti. Tuttavia, sia per i giovani che vivono ancora in
famiglia, sia nelle coppie senza figli, sia per i nuclei adulti con tre o più componenti, il mancato rinnovo di
(11,14%) e al dato europeo (10,15%). Tuttavia, la quota di risparmio in Italia è scesa progressivamente sino a
raggiungere il 6,9% nel 2007 che rappresenta un valore di poco superiore alla media OCSE (5,14%), ma inferiore a
quello europeo (7,15%). Cfr. www.cermlab.it/grafici.php?doc=23.
71
un contratto a termine, così come il licenziamento o la sospensione dal lavoro di uno dei membri,
determina una temporanea contrazione delle entrate disponibili.
Nel paragrafo precedente si è visto come il ricorso ai risparmi sia stata una modalità di azione ampiamente
utilizzata per fronteggiare l’impatto della crisi. In alternativa, o congiuntamente ad essi, un ruolo molto
importante per gestire questa fase critica è stato svolto dagli ammortizzatori sociali. Sotto questo profilo
l’Italia è tra i paesi europei con la minore generosità nel sostegno al reddito per i disoccupati e presenta
anche un basso tasso di copertura86. Nonostante gli evidenti limiti delle politiche passive per il lavoro, i
trasferimenti pubblici sono risultati particolarmente utili come si evince dalle parole che seguono.
“Io sono un po’ più tranquilla perché so che mi arriva la disoccupazione, quindi non è che sono proprio sul fuoco:
aiuto, non ho il lavoro, come faccio? Dico: lo cerco, ci provo, male che vada ho la disoccupazione. Mi consolo con
quello, però, se dovessi avere una situazione diversa dove non avessi la disoccupazione, effettivamente il pensiero ti
rimane e dici: o prendi quello che capita, la prima cosa, commessa o quello che è, oppure te ne stai buona a casa,
aspetti che arrivi settembre e cerchi di trovare il lavoro che fa per te”. (Int. n.21, disoccupata, 31 anni)
“Ho fatto domanda per la disoccupazione, dovrebbe arrivare, poi ho fatto una considerazione: se devo andare a fare la
stagione per prendere 1.000 euro, non avrei tempo di studiare per niente. Mi sono detto, prendo la disoccupazione
che sono 600 euro per otto mesi vado avanti a studiare, e se arriva qualche lavoro, o magari mi richiama la Ferretti dal
primo gennaio ben venga, adesso ne approfitto per studiare”. (Int. n.12, disoccupato, 28 anni)
“Io spesso due viaggi all’anno me li facevo prima, ora non li farei, questo sicuramente, perché comunque con i viaggi
spendi un po’, ma dal punto di vista dei consumi per il momento non è cambiato molto, perché ho avuto la
liquidazione e poi ho già percepito la prima rata della mobilità, quindi per il momento non ci sto facendo caso. Però la
mia testa pensa anche in futuro, più a lungo termine e so che questi soldi hanno una fine se non dovessi trovare
un’altra occupazione”. (Int. n.14, lavoratore in mobilità nei servizi, 31 anni)
La possibilità di percepire una forma di reddito attraverso l’indennità di disoccupazione o la mobilità
consente alle persone licenziate, o comunque rimaste senza lavoro, di affrontare il periodo di transizione da
un impiego all’altro con una relativa tranquillità. Nel primo brano il beneficio degli ammortizzatori sociali
permette ad una giovane con precedenti esperienze in mansioni impiegatizie, di affrontare la ricerca del
lavoro con un atteggiamento selettivo. Nella seconda testimonianza, uno studente-lavoratore, a cui non è
stato rinnovato il contratto a termine, valuta più conveniente percepire la disoccupazione e dedicarsi
temporaneamente solo agli studi universitari, piuttosto che impegnarsi in un lavoro stagionale. Va detto
che entrambe le persone citare vivono ancora con un genitore e non hanno, quindi, responsabilità familiari
proprie. Questa condizione, unita al godimento di un sussidio, solleva i due giovani dalla necessità di
doversi reimpiegare in tempi rapidi, lasciando maggiore spazio per cercare di realizzare le aspirazioni
professionali.
Diverso è il caso della terza testimonianza appartenente ad un giovane meridionale immigrato a Rimini per
frequentare l’università, che ha trovato lavoro qui presso un’agenzia di marketing dal quale è stato
licenziato nell’aprile del 2009. L’indennità di mobilità, insieme al TFR, garantiscono quelle risorse
indispensabili per poter pagare l’affitto, le utenze e le altre spese legate alla vita quotidiana. Tuttavia, c’è la
consapevolezza che tali risorse andranno progressivamente ad esaurirsi e ciò costituisce motivo di
preoccupazione non potendo contare nel conteso riminese su una rete parentale di sostegno.
Le tre testimonianze riportate appartengono a persone senza carichi familiari, ma il ricorso agli
ammortizzatori sociali come strumento per affrontare la crisi interessa anche soggetti coniugati e con figli.
86
Il tasso di copertura misura la capacità di un dato sistema istituzionale di ammortizzatori sociali di ‘coprire’ la platea
effettiva dei disoccupati. In Italia nel 2010 il 28,9% delle persone rimaste senza lavoro ha beneficiato della
disoccupazione ordinaria o dell’indennità di mobilità. Cfr. CNEL, Rapporto sul mercato del lavoro 2010-2011, Roma,
14 Luglio 2011, www.portalecnel.it.
72
“Non essendo uno spendaccione, facendo una vita molto semplice … le spese ci sono perché ci sono, vivere con 800
euro al mese non è facile, perché ci sono le bollette, c’è tutta una serie di problematiche, però io dico sempre:
abbiamo vissuto anche periodi forse più drammatici di questo” (Int. n.32, lavoratore in CIG nell’industria, 55 anni)
“Forse perché ancora arrivo alla fine del mese grazie all’indennità, allora sto tranquilla. Fino ad adesso riesco ad
andare avanti, poi vedremo domani” (Int. n.34, lavoratrice in mobilità nell’industria, 51 anni)
“Perché attualmente comunque il lavoro ce l’ho, va bene, sospeso, paga ridotta e tutto quello che vuoi, però è lì,
insomma un’entrata c’è ancora, quindi una tranquillità relativa” (Int. n.15, lavoratore in CIG nell’industria, 29 anni)
La cassa integrazione guadagni ordinaria, straordinaria o in deroga viene citata più volte dai nostri
intervistati i quali ne evidenziano l’importanza per far quadrare i bilanci familiari. Tali strumenti sostengono
i lavoratori temporaneamente sospesi dall’attività produttiva che rimangono nei libri paga delle aziende. È
evidente che un assegno mensile di 800 euro può essere sufficiente per vivere se all’interno del nucleo
esiste un altro reddito da lavoro e la famiglia vive in una casa di proprietà. Questa è la situazione che
accomuna le tre persone intervistate, le quali manifestano una sostanziale tranquillità sotto il profilo
economico, pur sottolineando una certa attenzione nelle spese quotidiane. Nel caso di famiglie
monoreddito e/o che devono pagare un affitto o un mutuo per l’abitazione, le risorse derivanti dalla cassa
integrazione o dalla mobilità sono comunque essenziali, ma non sempre sufficienti a garantire l’equilibrio
economico familiare.
Sotto questo profilo una variabile discriminante risiede nel possesso dei requisiti per poter accedere agli
ammortizzatori sociali, visto il carattere non universalistico che essi hanno nel nostro Paese.
“Penso alle volte come facciano ad andare avanti quelle persone che sono state licenziate e non hanno niente.
Certamente stanno peggio di me. Non hanno un’integrazione, essendo state licenziate e non trovano niente, perciò
stanno peggio di me. Se poi devono pagare anche l’affitto, se devono pagare il mutuo, e hanno magari i figli che vanno
a scuola, stanno peggio di me. Avranno i risparmi da prima, però è dura”. (Int. n.30, lavoratore in CIG nell’industria, 58
anni)
“Quest’anno non ho preso neanche la disoccupazione […] Perché non ci stavo dentro coi giorni. Me l’hanno respinta e
adesso sto vivendo con quello che ho fatto durante la stagione e avrò difficoltà a pagare il mutuo e tutto quanto (Int.
n.41, lavoratrice stagionale nel turismo, 57 anni)
La prima testimonianza appartiene ad un operaio metalmeccanico sospeso dal lavoro nel gennaio del 2009
che percepisce la cassa integrazione in deroga in quanto la sua azienda ha meno di 15 dipendenti. Gli
accordi fra Stato e Regione hanno allargato il bacino degli aventi diritto agli ammortizzatori sociali alle
imprese artigiane, a quelle del settore dei servizi ed agli apprendisti. Alcuni intervistati, percettori dei
trattamenti in deroga, hanno lamentato ritardi da parte dell’INPS nell’erogazione delle somme spettanti,
che hanno accentuato i problemi economici familiari. D’altra parte, molte persone rimaste senza lavoro in
seguito alla crisi non hanno potuto beneficiare di alcuna indennità di disoccupazione, essendo privi dei
requisiti necessari per accedervi.
Un esempio in proposito si trova nel secondo brano relativo ad una 57enne separata, lavoratrice stagionale
nel turismo, che vive insieme a due figli, uno dei quali rimasto disoccupato in seguito alla crisi. Il mancato
raggiungimento delle giornate lavorative indispensabili per ottenere l’indennità a requisiti ridotti
(disoccupazione stagionale) crea un scompenso nell’equilibrio finanziario di tutta la famiglia. Il caso
riportato è tipico di un sistema produttivo centrato sull’industria turistica come quello riminese, nel quale
la struttura di molti redditi familiari si compone di una retribuzione continuativa e di una saltuaria a
carattere stagionale che viene integrata da un’indennità nei mesi invernali.
In conclusione, le risorse derivanti da trasferimenti pubblici sotto forma di cassa integrazione, mobilità o
assegno di disoccupazione sono risultate particolarmente utili per affrontare un periodo critico. Esse hanno
73
consentito, da un lato, di integrare il reddito a disposizione delle famiglie e, dall’altro, di affrontare con
maggiore serenità la fase di transizione da un impiego ad un altro. D’altra parte non va dimenticato che nel
nostro Paese non esistono sussidi di disoccupazione per i lavoratori autonomi, né per coloro che cercano il
primo impiego o rientrano nel mercato del lavoro dopo una lunga assenza87. Inoltre, la misura e la durata
del trattamento erogato ai disoccupati dipende dalle caratteristiche del lavoro perso (settore, dimensioni
aziendali e tipo di contratto) e dei motivi che hanno portato alla cessazione (licenziamento collettivo o
individuale).
Da uno studio recente, condotto su base nazionale mediante una simulazione statistica, emerge come nel
periodo 2008-2010 la crisi abbia colpito in particolare tre categorie di lavoratori: i giovani-adulti sotto i 40
anni, quelli con bassa scolarità e gli immigrati stranieri88. Viceversa a beneficiare dell’estensione della cassa
integrazione sono stati i lavoratori di mezza età e quelli con cittadinanza italiana. Ne consegue che i
trasferimenti pubblici hanno da un lato attenuato l’impatto della crisi sui redditi delle famiglie e dall’altro
accresciuto le diseguaglianze sul mercato del lavoro.
Gli interventi a sostegno del reddito non riguardano solo la sfera professionale ma si estendono più in
generale alle misure di politica sociale previste per i ceti meno abbienti. Come evidenziato nella parte
introduttiva, gli enti territoriali (Regione, Provincia e Comuni) si sono attivati, con una serie di interventi
specifici, per sostenere i nuclei familiari colpiti dalla crisi. Al di là delle misure straordinarie, le istituzioni
socio-assistenziali, sia pubbliche che private hanno registrato un aumento nelle richieste di aiuto.
“Sicuramente la perdita del lavoro da parte dei cittadini ha avuto ripercussioni sull’accesso ai vari servizi, quindi, al di
là dello sportello sociale, l’Ufficio Casa per il problema degli affitti o per le domande di case popolari, il nostro Ufficio
ISE per l’aiuto economico sulle bollette, oppure nel 2009 … è uscito un bando anti-crisi, dove era stato messo a
disposizione un fondo economico per tutti quei lavoratori che avevano perso il lavoro […] Abbiamo notato che le più
grandi difficoltà sono in quello: quindi gli affitti alti e uno stipendio inadeguato o inesistente da un certo punto in poi,
perché anche tutte le persone in cassa integrazione, quindi con un riconoscimento economico inferiore rispetto a
quello che era lo stipendio normale hanno riscontrato delle difficoltà nel pagamento dell’affitto o delle bollette,
perché poi d’inverno sappiamo che i costi delle utenze non sono così agevoli per le famiglie … nonostante i vari bonus
luce, gas, tassa dei rifiuti, comunque i costi di gestione della casa sono consistenti” (operatrice Servizi Sociali comune
di Rimini)
“Per molti aiutano anche i ‘pacchi viveri’, che comunque danno la possibilità almeno di poter continuare a farti da
mangiare a casa con la tua famiglia e non trovarti per forza nella condizione di dover venir a mangiare alla Caritas , che
per gli italiani può essere una situazione imbarazzante” (operatrice Caritas Rimini)
La richiesta di sostegno materiale alle istituzioni socio-assistenziali pubbliche e private è una strategia di
fronteggiamento utilizzata da individui e famiglie per superare un periodo critico. La mancanza o
l’inadeguatezza della retribuzione percepita pongono una serie di problemi economici cui provvedere
urgentemente. Il più importante è senza dubbio quello legato alla casa, da cui deriva la domanda di
contributi pubblici per il pagamento del canone locativo. In secondo luogo, c’è la necessità di provvedere
alle utenze domestiche (acqua, luce, gas) che, soprattutto nel periodo invernale, incidono particolarmente
sul budget familiare. Quindi, come evidenziato nella parte introduttiva, emerge la richiesta di agevolazioni
tariffare sia rispetto ai servizi socio-educativi (rette scolastiche, centri estivi, ecc.), sia riguardo al
versamento di imposte locali (es. TARSU). Infine, per le famiglie con maggiori difficoltà, l’aiuto si concretizza
nella distribuzione, da parte di organizzazioni del Terzo Settore, di generi alimentari che permettano di
sopravvivere alla fase critica.
87
Cfr. S. Colombo, M. Regini, “Quanti ‘modelli sociali’ coesistono in Italia?”, in Stato e mercato, n. 86, 2009, pp. 235261.
88
Cfr. M. Baldini, E. Ciani, “Inequality and poverty during the recession in Italy”, Paper for the Espanet Conference
“Innovare il welfare. Percorsi di trasformazione in Italia e in Europa”, Milano, 29 Settembre – 1 Ottobre 2011,
www.espanet-italia.net.
74
Sussidi, esenzioni e altri aiuti consentono di alleviare temporaneamente i problemi finanziari e gestire una
situazione di emergenza nella speranza di poter ristabilire in breve tempo una condizione di autosufficienza
economica. I profili che ricorrono al sostegno delle istituzioni socio-assistenziali sono quelli caratterizzati da
una condizione di vulnerabilità sociale preesistente la crisi. Come evidenziato nel secondo capitolo, essa ha
colpito questi soggetti infrangendo un equilibrio economico precario e determinando nei casi più gravi
situazioni di vera e propria deprivazione materiale. L’indisponibilità di risorse economiche e sociali cui
attingere in presenza di eventi negativi fa sì che l’aiuto istituzionale divenga la sola strada percorribile per
affrontare il momento critico.
Qualora non sussista la possibilità di accedere ai trasferimenti pubblici oppure la loro entità sia insufficiente
a soddisfare le esigenze materiali del nucleo familiare, emerge la necessità di reperire risorse in altro modo.
“Ho visto più di una volta la gente che lavora nell’albergo riesce solo a sopravvivere e purtroppo molti sono indebitati:
hanno finito la stagione, hanno finito già i soldi […] perché le persone - almeno così mi raccontavano - in inverno non
trovavano niente “ (Int. n.43, lavoratrice stagionale nel turismo, 48 anni)
La testimonianza appartiene ad una 48enne straniera, occupata stagionalmente nel turismo che racconta le
difficoltà materiali di molti suoi colleghi, i quali durante il periodo invernale non riescono a trovare un’altra
occupazione. In questi casi una precarietà economica precedente la crisi viene aggravata dalle mutate
condizioni del contesto che costringono le persone coinvolte ad attuare strategie di ‘sopravvivenza’. Non
avendo evidentemente un capitale risparmiato cui attingere, per fare fronte alle necessità quotidiane si
rende necessario il ricorso all’indebitamento. Tale eventualità può realizzarsi sia mediante la richiesta di
prestiti personali a società finanziarie o istituti di credito, sia attraverso l’apertura di un fido bancario89. La
diffusione di questa pratica a livello locale e le modalità con le quali essa si realizza in tempo di crisi viene
descritta dalle testimonianze di due funzionari di banca.
“Diciamo che la richiesta è stata in termini quantitativi la stessa, più o meno … è cambiata la finalità: se prima io
chiedevo un prestito per l’acquisto di un’automobile, per l’acquisto di un bene; sostanzialmente oggi io chiedo
soprattutto prestiti per avere dei soldi per vivere. E’ diverso: io magari, come famiglia, non avendo i soldi per arrivare
a fine mese, perché magari c’è un componente familiare che è in cassa integrazione e aveva perso il lavoro
momentaneamente o difficoltà nell’incassare dei crediti …. sicuramente questi prestiti sono stati chiesti proprio con
questa finalità, quindi di liquidità pura. Si sono modificate sostanzialmente le finalità delle richieste dei prestiti. […]
perché il primo comportamento che abbiamo realizzato è che la famiglia cerca di mantenere lo stesso tenore di vita …
all’inizio non cambia i modi di vivere; si accorge effettivamente che è in difficoltà, quando ormai la situazione è
compromessa e incomincia ad avere delle difficoltà manifeste. Allora la soluzione più semplice è quella di riuscire ad
avere della liquidità immediata, per tamponare delle falle nei conti familiari; dopodiché ovviamente bisogna capire se
la situazione si possa evolvere positivamente o negativamente e lì è dovuto unicamente al fatto che si continui a
mantenere una perdita di lavoro, o l’assenza di lavoro, parzialmente il lavoro perso, quindi minori ricavi familiari. […]
Quelle che hanno avuto maggiori difficoltà sono: la famiglia con figli, dai due figli in su, perché magari appunto erano
già tirati prima con due stipendi, venendo a mancare o a mancare parzialmente un reddito, questi vanno in difficoltà
immediata. E l’altra fascia è di quei single, che hanno un’attività, titolari di una partita IVA, che magari nei momenti
d’oro, vivevano anche molto bene e oggi si trovano, se hanno difficoltà ad incassare i loro crediti, fanno fatica a
rispettare gli impegni presi … coloro che sono single perché magari in seguito ad una separazione si trovano a dover
affrontare da soli la vita o single semplicemente che magari decidono di uscire dal nucleo familiare di appartenenza e
che son partiti con delle basi buone, ma che trovandosi a ridurre fortemente il tenore di vita, sono andati in difficoltà”
(funzionario banca MPS Rimini)
“L’aumento dei volumi erogati , che è avvenuto a marzo 2008, ha fatto registrare l’aumento delle insolvenze, anche
perché siamo caduti in una fase in cui molti hanno perso il lavoro, molte imprese hanno licenziato, messo in cassa
89
Si tratta in pratica di un finanziamento con il quale la banca concede al titolare di un conto corrente di andare in
passivo sul suo conto fino all'ammontare del fido stesso.
75
integrazione anche nel nostro territorio tantissime persone e molte famiglie che avevano, o che hanno rendimento da
un’attività di impresa - artigiani, piccole imprese, piccolo commercio - hanno sofferto e soffrono una crescita delle
sofferenze ... Anche qui , come le dicevo, il 2010 è stato l’anno di picco. Quest’anno [2011 n.d.r.] va ancora molto
male, ma meno peggio dell’anno scorso […] I redditi più bassi sono quelli che, essendo precedentemente in una
situazione di impatto forte delle uscite da rate di mutuo, da rate di prestiti personali, rispetto ad un reddito
contenuto, si son trovati più in difficoltà. Quindi le richieste di moratoria, di sospensione delle rate sono avvenute
soprattutto dalle fasce socialmente più deboli … il lavoratore dipendente monoreddito, la famiglia con lavoratore
dipendente monoreddito” (funzionario Banca di Rimini)
L’esposizione finanziaria delle famiglie è mutata significativamente in seguito alla crisi. Se in precedenza la
richiesta di un prestito o di un finanziamento era legata ad un investimento importante (es. prima casa) o
all’acquisto di beni durevoli (auto, elettrodomestici); nell’ultimo triennio il ricorso all’indebitamento serve a
far quadrare i bilanci familiari. Questi ultimi, in seguito al licenziamento o alla cassa integrazione di un
membro del nucleo, hanno subito una riduzione delle entrate e per mantenere l’equilibrio finanziario
necessitano di liquidità aggiuntiva.
Viene, inoltre, evidenziato come molte famiglie, nonostante la diminuzione del reddito disponibile,
cerchino di mantenere lo stesso tenore di vita, non mettendo in atto quella strategia di riduzione dei
consumi vista in precedenza. Tale comportamento si rivela, però, particolarmente rischioso, dal momento
che, una volta esauriti i risparmi disponibili, le famiglie si trovano senza risorse per provvedere al
pagamento delle spese quotidiane90. Ai problemi di liquidità si collega un aumento delle insolvenze nella
restituzione dei prestiti. Coloro che già avevano contratto un mutuo o richiesto un prestito personale, a
causa delle ridotte disponibilità economiche si trovano costretti a chiedere una sospensione delle rate
poiché non sono più in grado di farvi fronte91.
Il ricorso all’indebitamento e le difficoltà finanziarie collegate alla crisi interessano in modo particolare tre
profili sociali. Il primo comprende i nuclei familiari con due o più figli che già prima della crisi vivevano una
condizione di vulnerabilità, dovendo prestare attenzione agli equilibri di bilancio. Appare evidente come il
venir meno o la significativa riduzione di un salario possa creare in breve tempo problemi finanziari,
soprattutto se il nucleo in questione non possiede un patrimonio mobiliare e immobiliare. Il secondo profilo
è quello delle persone sole, rimaste single per non essersi sposate dopo l’uscita dalla casa paterna oppure
in seguito ad una separazione.
Sono prevalentemente titolari di partita IVA che avevano un livello di benessere piuttosto elevato, il cui
mantenimento, però, è divenuto insostenibile a causa di una repentina contrazione del reddito disponibile.
Infine, ma non meno rilevanti, ci sono le famiglie monoreddito di lavoratori dipendenti. Anche se il modello
del male breadwinner non è quello prevalente sul nostro territorio, tuttavia l’impatto della crisi su questa
tipologia familiare risulta destabilizzante, alla luce di un equilibrio economico generalmente fragile.
Un'altra particolare forma di ‘finanziamento’ è la richiesta di anticipi in denaro al datore di lavoro che viene
descritta da un imprenditore alberghiero locale.
90
Secondo un’indagine campionaria realizzata nel 2009, gli italiani richiedono credito al consumo per acquistare beni
essenziali, pagare parcelle sanitarie o affrontare spese impreviste. La probabilità di questa richiesta è legata soprattutto
ai problemi finanziari della famiglia. Cfr. S. Magri, R. Pico, C. Rampazzi, “Questioni di Economia e Finanza, n. 100 Which households use consumer credit in Europe?”, Luglio 2011, www.bancaditalia.it.
91
Da una recente indagine qualitativa emerge come i due eventi che incidono maggiormente sulla disponibilità
finanziaria delle famiglie siano il divorzio e le conseguenze occupazionali della crisi. Sotto questo profilo la
sospensione del rimborso delle rate rappresenta la soluzione immediata soprattutto per i lavoratori dipendenti. Nella
stessa ricerca si sottolinea che la crisi ha avuto ripercussioni molto negative sui clienti che erano già in situazioni di
vulnerabilità finanziaria. Non è dunque l’evento critico in sé a compromettere le biografie personali, ma la
combinazione nel tempo delle condizioni socioeconomiche con le scelte individuali. Cfr. V. Moiso, “Rischi e
opportunità per l’accesso al credito delle famiglie: un nuovo campo per le politiche di welfare?”, Paper for the Espanet
Conference “Innovare il welfare. Percorsi di trasformazione in Italia e in Europa”, Milano, 29 Settembre – 1 Ottobre
2011, www.espanet-italia.net.
76
“Mi sono fatto l’idea che la crisi si sente … Ci sono alcuni campanelli di allarme che sono ad esempio qualche
dipendente che mi chiede se posso anticipargli dei soldi perché vuole essere pagato subito, cosa che gli altri anni non
succedeva. Ci conosciamo da talmente tanto tempo che uno ha bisogno e basta, non sto lì a sindacare. Anche perché
poi vedo che è un problema al limite della vergogna, nel senso che è una cosa molto pesante. Quindi, quando arrivano
a chiedertelo vuol dire che proprio sono abbastanza provati. Dopo gli si dice o sì o no, non stai lì a fare tante questioni.
Almeno io la vedo così, non è che sono ragazzini che li usano per andare a comprarsi i pantaloni, è gente di una certa
età che probabilmente ha una famiglia, quindi probabilmente se li chiede vuol dire che ha un bisogno urgente” (Int.
n.52, imprenditore alberghiero, 39 anni)
La richiesta da parte di alcuni dipendenti di ricevere in anticipo una parte delle retribuzioni stagionali,
rappresenta una circostanza nuova per questo albergatore che collega tale evenienza all’avvento della
recessione. Si tratta di un’istanza particolare e urgente che viene presentata, non senza imbarazzo, da parte
di lavoratori adulti con carichi familiari. Essi appartengono probabilmente a famiglie nelle quali uno dei
componenti è stato colpito dalla crisi e che, di fronte ad una scadenza immediata o una spesa imprevista,
non hanno altre risorse cui poter attingere. L’unica modalità disponibile per fronteggiare le difficoltà
economiche risulta quella di farsi anticipare lo stipendio, ipotecando praticamente le prestazioni lavorative
future.
Come si è visto l’integrazione del reddito familiare rappresenta una modalità ampiamente utilizzata
durante il periodo in esame. Tuttavia, tra i comportamenti messi in atto per raggiungere questo obiettivo
emergono non solo pratiche trasparenti e previste dalla legge, ma anche deviazioni nell’economia
sommersa. Solamente due tra i nostri intervistati hanno dichiarato, a microfono spento, di aver svolto
prestazioni lavorative non in regola per fronteggiare le necessità del momento. Ciò nonostante l’esercizio
del lavoro irregolare ricorre nelle testimonianze raccolte come una prassi presente all’interno della propria
cerchia di conoscenze.
“Ho visto in giro diversi volantini con i numeri di telefono in cui ho riconosciuto persone che conosco, ora messe in
cassa integrazione, che adesso si attivano per fare dei lavoretti di manutenzione o giardinaggio, perché comunque
hanno bisogno di arrotondare. Questi sono segnali forti che ci dicono che qualcuno inizia a non farcela più” (Int. n.15,
lavoratore in CIG nell’industria, 29 anni)
“Ad esempio invece il marito di una mia amica che lavora presso un mobilificio, ha già fatto in un mese due settimane
di cassa integrazione e sono trecento euro in meno nella busta paga … Lui prende mille e cento euro, pagano un affitto
di quattrocentoventi euro e hanno un figlio che ha 13 anni, quindi sono proprio alla miseria … Lei fa un lavoretto non
in regola e racimola qualcosa nei fine settimana” (Int. n.35, dipendente pubblica, 50 anni)
“Per esempio un mio amico è andato a lavorare in un bar al mare, mentre prima lavorava alla SCM. Dopo i primi
licenziamenti che sono iniziati a febbraio-marzo dell’anno scorso, lui ad aprile è andato a fare la stagione, chiaramente
in nero, lavora per cinque, sei mesi a dodici ore al giorno, ma chiaramente guadagni” (Int. n.17, occupato
nell’industria, 33 anni)
Il primo brano riporta un caso tipico di occupazione non regolare riguardante persone che percepiscono
sussidi pubblici e contemporaneamente svolgono un’attività lavorativa in nero. Quest’ultima permette di
aggiungere altre entrate a quelle derivanti dalla cassa integrazione, integrando in maniera più cospicua il
bilancio familiare. Si tratta di interventi di manutenzione, piccole riparazioni o giardinaggio nelle quali i
lavoratori sospesi dell’industria possono far valere le proprie competenze manuali.
La seconda testimonianza descrive, invece, l’attività in nero di una donna adulta priva di occupazione. È
questa un’altra modalità tipica di lavoro non regolare che si concretizza attraverso prestazioni occasionali
da parte di soggetti normalmente esclusi dal mondo della produzione (casalinghe, studenti, pensionati). In
particolare le donne riescono a trovare impieghi irregolari e poco qualificati nelle attività ricettivoristorative, nel commercio, nei servizi alla persona e in quelli domestici svolti presso le famiglie. Nello
specifico, la persona in questione si trova obbligata dalla cassa integrazione del marito a reperire altre
77
risorse per fare fronte alle spese dell’affitto e al mantenimento di un figlio 13enne. Di fronte
all’immediatezza del bisogno e, probabilmente, non avendo un profilo facilmente spendibile per un impiego
regolare, la strategia adottata è quella di svolgere occasionalmente un lavoro in nero con il quale
compensare le minori entrate mensili del coniuge.
La terza citazione si riferisce ad un giovane licenziato in seguito alla crisi che ha colpito il più grande gruppo
industriale sul territorio. Il passaggio di manodopera dal settore manifatturiero a quello turistico durante il
periodo estivo è senza dubbio un tratto caratterizzante dell’economia riminese. La possibilità di trovare con
facilità ed in tempi brevi un impiego che, pur con ritmi di lavoro particolarmente intensi, garantisce
guadagni relativamente elevati, rende accettabile anche l’occupazione irregolare. Il suo carattere
stagionale, permette di vivere questa esperienza come una parentesi nella carriera lavorativa che consente,
però, sia di rimanere professionalmente attivo, sia di accantonare risorse con cui affrontare più
tranquillamente la ricerca di un altro impiego.
L’ultima testimonianza indica, inoltre, la capacità dell’industria turistica di riassorbire manodopera espulsa
dalle aziende durante la crisi, svolgendo sul territorio una vera e propria funzione di ammortizzatore
sociale. A questo proposito va evidenziata un aumento nella richiesta ad alberghi, ristoranti e pubblici
esercizi di poter lavorare non in regola per integrare il reddito familiare.
“L’unica cosa che ho notato è che alcuni miei amici e conoscenti riminesi mi hanno chiesto se in estate avevo bisogno,
per fare degli extra. Rispetto agli altri anni, ci sono state un po’ di più queste richieste, vale a dire il passaparola di
gente del posto, amici. La persona che in questo momento magari ha più difficoltà a lavorare nella propria azienda,
perché o è in cassa integrazione o ha avuto una riduzione delle ore, mi chiede di fare gli extra, i famosi extra, nel
weekend venire a fare qualche ora, a dare una mano, qualche lavoretto. Però quelli ovviamente sono più passaparola,
cioè amici degli amici che arrivano a te tramite conoscenze comuni […] Extra vuol dire che nel mese di agosto, in quei
quindici giorni in cui hai tutto pieno, magari ti serve una persona in più e, invece di prendere una persona e di fargli un
contratto regolare di lavoro oppure di chiedere ai lavoratori che hai già di fare gli straordinari, viene qualcuno che
conosci o qualcuno di Rimini che ti dice che sta a casa, per cui viene lui a fare i servizi per due o tre ore al giorno e
viene pagato così …” (Int. n.52, imprenditore alberghiero, 39 anni)
Le parole di questo giovane albergatore descrivono con chiarezza una modalità lavorativa tipica del
contesto locale che la recessione ha solamente accentuato. Egli osserva, infatti, come nelle estati del 2009
e del 2010, rispetto agli anni precedenti sia aumentato il numero di amici e conoscenti che, attraverso il
passaparola, chiedono di poter fare degli ‘extra’. Con questo termine si intendono quelle prestazioni
lavorative non regolate contrattualmente che si svolgono presso gli esercizi turistici (alberghi, bar,
ristoranti, pub) durante i week end estivi o nei periodi di maggiore affluenza. In seguito alla crisi, tra le
persone interessate a queste attività si trovano anche i cassaintegrati riminesi che devono fronteggiare una
situazione di temporanea difficoltà economica.
Il ricorso al lavoro irregolare come strategia di fronteggiamento per superare la fase recessiva non interessa
però solo il settore dei servizi, ma anche quello dell’edilizia, come riferisce un piccolo imprenditore edile.
“Tutta questa situazione fa sì che i prezzi che fai non puoi alzarli perché se no non lavori, perché c’è la crisi, la
concorrenza eccetera, le spese invece ti aumentano e di conseguenza le due cose non vanno di pari passo. Poi è
assurdo tutto quello che gira attorno. Perché la gente lavora in nero? Io non me lo posso permettere di lavorare in
nero perché mi fanno chiudere. Ma come fai a metterti in regola? Non ce la puoi fare. Da solo non riesci a lavorare,
devi prendere un operaio, dopo, quando hai preso un manovale sei finito. Chi inizia adesso è veramente costretto a
lavorare in nero, se no non ce la fai ad andare avanti” (Int. n.23, imprenditore edile, 50 anni)
Il settore delle costruzioni ha registrato un forte calo della domanda, unito ad un aumento delle imprese
concorrenti che si trovano a dover contenere i costi per rimanere competitivi sul mercato. Il profilo
descritto, già evidenziato in un recente saggio sull’argomento, si riferisce a quei soggetti che svolgono
prestazioni artigianali nel comparto edile, operando in modo autonomo ma senza essere titolari di una ditta
78
individuale92. La scelta di lavorare in nero è motivata dalla non convenienza a registrare la propria attività,
poiché il carico fiscale e contributivo previsto dalla legge italiana viene giudicato eccessivo in rapporto al
reddito guadagnato. A differenza degli esempi precedenti, in questo caso non si tratta di un’attività
secondaria rispetto all’impiego principale, né di un impegno occasionale o temporaneo, ma di un lavoro
continuativo svolto non rispettando la normativa vigente.
Sotto questo profilo la definizione di occupazione non regolare comprende tutte le situazioni in cui la
prestazione lavorativa viene effettuata in maniera non conforme alle leggi e ai contratti nazionali. Tuttavia,
le violazioni possono essere di varia ampiezza e natura, determinando solo un parziale occultamento
dell’attività lavorativa: il cosiddetto lavoro grigio.
“Il lavoro nero io non lo conosco. Però, parlando in generale, è così: ci sono delle persone che fanno lavorare in nero.
Ma non è solo il settore turistico, è anche il settore edile […] Quando sono andato in azienda un collega giovane mi ha
detto: io ho la morosa che è andata a cercare un lavoro a Rimini. È andata a parlare in un albergo e lì fa la cameriera ai
piani. Ha chiesto la paga mensile quant’è? Le hanno detto: 800 euro. Questa ragazza ha risposto: vanno bene 800 euro
e il resto? Le hanno risposto: sono fuori busta, sono in nero, sennò niente” (Int. n.30, lavoratore in CIG nell’industria,
58 anni)
Il brano descrive la vicenda di una giovane donna che è stata assunta come cameriera ai piani presso un
albergo della Riviera, accettando condizioni lavorative parzialmente irregolari. Il pagamento di una parte
della retribuzione al di fuori della busta paga consente al datore di lavoro di risparmiare sugli oneri
contributivi e previdenziali, riducendo così il costo complessivo per il personale. Alla pratica del fuori-busta
può accompagnarsi l’inquadramento contrattuale a tempo parziale cui corrisponde nella realtà un impegno
lavorativo per l’intera giornata; oppure l’utilizzo improprio delle forme contrattuali flessibili, come ad
esempio il lavoro intermittente, il cui impiego è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi anni. Nelle sue
diverse forme l’occupazione irregolare rappresenta comunque una delle risorse utilizzate dai riminesi per
affrontare l’attuale fase recessiva93.
Non è questa la sede per proporre un’analisi approfondita sull’argomento che richiederebbe un’indagine ad
hoc, tuttavia è opportuno indicare alcuni fattori in grado di spiegare il ricorso a tale opzione.
Innanzitutto, va evidenziata la presenza di un contesto socio-culturale in cui la riprovazione sociale verso
alcuni comportamenti, come l’evasione fiscale ed il lavoro non in regola, appare non molto elevata.
In secondo luogo, esistono settori (agricoltura, edilizia, servizi) che per le caratteristiche del processo
produttivo (stagionalità ed elevata intensità di lavoro), la tipologia di impresa (piccole dimensioni) e
l’elevato livello di turn over rendono più probabile l’elusione delle norme sul lavoro94. A tale proposito, la
marcata terziarizzazione e la vocazione turistica dell’economica riminese creano un tessuto produttivo
permeabile a forme di occupazione parzialmente irregolare.
In terzo luogo, poiché le informazioni relative a questo tipo di impieghi vengono veicolate prevalentemente
attraverso canali informali, l’inserimento all’interno di reti sociali estese e radicate sul territorio
rappresenta una variabile importante per accedere a tali opportunità.
In quarto luogo, la scelta del lavoro nero può rispondere ad una reciproca convenienza da parte di chi offre
e chi riceve la prestazione. Per coloro i quali tale attività ha un carattere occasionale e secondario, come ad
esempio i cassaintegrati o i lavoratori in mobilità, svolgere un ‘lavoretto’ non in regola permette di
continuare a beneficiare del sussidio pubblico. Lo stesso vale per alcuni profili come le casalinghe o le
92
Cfr. E. Pugliese (a cura di), “Indagine su ‘Il lavoro nero’”, in CNEL-Commissione di Indagine sul Lavoro (a cura di),
Le trasformazioni del lavoro in Italia, Roma, 2009, http://www.portalecnel.it.
93
In un recente articolo pubblicato sulla stampa locale vengono riportati i dati della Direzione Provinciale del lavoro di
Rimini, secondo i quali dalle ispezioni effettuate nell’estate 2011 su 289 imprese controllate, in 244 sono stati
riscontrati degli illeciti (84% dei casi). Cfr. Corriere di Romagna, 19 ottobre 2011.
94
Cfr. E. Reyneri, Sociologia del mercato del lavoro. Le forme dell’occupazione, il Mulino, Bologna, 2005.
79
donne adulte in reinserimento lavorativo per le quali mancano alternative accettabili sul piano
professionale e/o compatibili con il proprio ruolo familiare. Dalle nostre interviste emerge come per gli
adulti, che appartengono alle famiglie meno abbienti colpite dalla crisi, la scelta di lavorare in nero risponde
innanzitutto alla logica del bisogno. Essi, infatti, scelgono tale opzione per fare fronte alle difficoltà
economiche impellenti che rendono necessaria un’integrazione del reddito familiare, non avendo
evidentemente altre risorse cui attingere.
Infine, in una fase di rallentamento del ciclo economico, per i lavoratori che svolgono come attività
principale mansioni poco o per nulla qualificate l’opzione dell’impiego irregolare assume un carattere
forzoso. È questo il caso del lavoro grigio, riguardante la giovane cameriera ai piani, che viene imposto
senza margini di trattativa ad una manodopera contrattualmente sempre più debole.
3.4
Strategie professionali e ridefinizione delle aspettative
Le diverse modalità di adattamento sin qui analizzate si riferiscono alle relazioni sociali, all’impiego di
determinate risorse materiali o alla modificazione dei comportamenti di consumo. Tuttavia, la crisi
economica ha innanzitutto colpito la vita professionale di molti riminesi che nel volgere di breve tempo
hanno dovuto riadattarsi ad una nuova condizione. Di fronte al mancato rinnovo di un contratto a termine,
ad un licenziamento o alla cassa integrazione, le persone coinvolte hanno scelto strategie di azione
differenti. Esse risultano condizionate sia da elementi oggettivi quali l’età, le responsabilità familiari, le
competenze spendibili, ma anche da valutazioni soggettive come il significato attribuito alla dimensione
professionale, le aspirazioni ad essa collegate e la rappresentazione del mercato del lavoro.
Una parte dei nostri intervistati pur mantenendo il posto in azienda è stato messo in cassa integrazione con
diverse modalità. Alcuni per un certo periodo hanno sospeso completamente l’attività, rimanendo a
disposizione del datore di lavoro per eventuali necessità produttive, mentre altri hanno ridotto l’impegno
lavorativo, ruotando la presenza in fabbrica con altri colleghi.
“Ormai sono arrivato ad una certa età e non sono mai andato via da dove sono. Anche se cerchi di fare qualcos’altro,
non trovi nulla. Speri sempre che il lavoro riprenda, in modo che si possa lavorare altri tre, quattro anni e poi vedo.
Tengo botta perché non mi hanno mandato via, con la speranza che il lavoro riprenda, altrimenti diventa più dura
andare avanti. Cosa fai? Licenziarmi non conviene neanche a me, perché dov’è che vai a trovare a 58 anni? E allora tiro
avanti così con la possibilità che, se c’è qualcosa, la ditta mi richiama” (Int. n.30, lavoratore in CIG nell’industria, 58
anni)
“Sicuramente se fossi stato più giovane l’avrei affrontata in una maniera diversa. Se sei giovane hai meno la
preoccupazione della famiglia, hai la preoccupazione che te la devi fare la famiglia, però quando ce l’hai a carico è
diverso. Quando sei giovane hai forze fisiche: non faccio più questo lavoro? Riesco a trovarne un altro. Mi devo
spaccare un po’ la schiena, però mi butto. A cinquant’anni la schiena ti fa già male e hai la famiglia. A livello
psicologico a cinquant’anni la botta è più grossa e la assorbi di meno […] Da quando abbiamo ripreso a settembre
abbiamo avuto un trasloco, diciamo che sotto il profilo del lavoro abbiamo fatto un passo indietro. Nel senso che noi,
essendo in meno, essendo in una situazione un po’ traballante, non sicura, ci siamo dovuti adattare come non
succedeva dagli anni Ottanta … Quindi, cambiamenti di lavoro, altri tipi di lavoro, pedalare un po’ più forte perché si è
in meno, perché magari, con il fatto anche della cassa integrazione, hai un po’ una spada di Damocle sempre lì, sul
collo. Io personalmente, purtroppo, mi sono dovuto adattare alla mia età, che non sono più un ragazzino, comincio ad
avere certi acciacchi. Perché di solito quando uno arrivava vicino alla pensione, gli si cercava di dare magari un posto
un po’ meno faticoso: dopo 35, 36, 37 anni di fabbrica, come è giusto che sia. Invece, ti dico la sincera verità: io sono
stato mandato a fare delle mansioni che mi pesano anche...dal punto di vista fisico. Le ho fatte, non ho reclamato
perché c’era questa situazione, perché sono abituato sempre a lavorare. Anche molti colleghi sono stati spostati in
80
altri stabilimenti a fare lavori di carpenteria, di saldatura, di smerigliatura, mentre prima, magari, erano al montaggio,
montavano dei pezzi, non c’era rumore, non c’era sporcizia, non c’erano i gas da inalare … sono stati mandati in dei
posti dove c’era tutta questa robaccia da sorbirsi. La stragrande maggioranza ha accettato, c’è anche stato qualcuno
che non ha accettato ed è stato messo in cassa integrazione” (Int. n.31, lavoratore in CIG nell’industria, 52 anni)
“Ho degli amici che sono in cassa integrazione ma quasi tutti sono ancora in famiglia, quindi non c’è un vero grado di
allarmismo, alcuni addirittura dicono: lavoro meno, c’è l’estate mi riposo. Perché anche se hanno 29, 30 anni, essendo
in famiglia, gli pesa meno la situazione. Spenderai 200 euro in meno, però sei tranquillo” (Int. n.15, lavoratore in CIG
nell’industria, 29 anni)
“Ad esempio a questi due amici della SCM dico: sei in cassa integrazione, approfittane. Manda 200 curriculum al
giorno e loro mi hanno risposto: eh ma dopo? … Ribatto: cambia lavoro. Se devi star lì a non sapere cosa ti succede è
meglio cercarti un altro lavoro, poi magari lo trovi e dici di no … Qui fanno più fatica, però un’industria meccanica nel
modenese o nel reggiano la troverebbero. Capisco che non è facile dire: prendo e mi trasferisco … Muoversi comporta
delle scelte grosse, perché si può trovare lavoro a Bolzano, piuttosto che a Napoli o a Udine, però anche stare lì ad
aspettare è inutile. Purtroppo anche noi stiamo andando verso un mercato del lavoro dove il posto di lavoro oggi è qui
e fra due anni è a Milano, poi può essere a Roma. Ci si deve adattare molto. Noi riminesi, no. Quelli che conosco io,
sono persone che fanno fatica ad andare via da Rimini. La battuta è: vanno all’estero e se non hanno la tagliatella
piangono. Sono molto radicati qui, che da un lato è un bene, dall’altro però coi tempi che corrono e come si sta
evolvendo il mercato del lavoro, bisogna anche incominciare a pensare diversamente” (Int. n.18, occupato
nell’industria, 36 anni)
La prima testimonianza appartiene ad un 58enne operaio metalmeccanico che dopo oltre venti anni di
permanenza all’interno della stessa azienda è stato sospeso in seguito ad un consistente calo degli
ordinativi. Di fronte a questa situazione egli, così come altri intervistati nelle stesse condizioni, ritiene
opportuno mantenere il posto di lavoro confidando in una ripresa dell’attività produttiva. Questa strategia
di conservazione e attesa viene motivata sostanzialmente dalla consapevolezza che le possibilità di
reimpiego risultano estremamente basse. Da un lato, c’è una carriera lavorativa iniziata precocemente e
caratterizzata da esperienze professionali poco o per nulla qualificate, che rendono il bagaglio di
competenze acquisite difficilmente spendibili sul mercato del lavoro. Dall’altro, c’è il fattore anagrafico, dal
momento che l’età avanzata rappresenta un ostacolo rilevante al reinserimento lavorativo. Per lui, come
per altri operai ultra 50enni, non esiste più una progettualità dal punto di professionale e l’unico obiettivo
desiderabile rimane il raggiungimento della pensione.
Tale atteggiamento viene condiviso anche dal secondo intervistato: un operaio 52enne che è stato messo in
cassa integrazione. Dalle sue parole emerge, inoltre, il sentimento di forte preoccupazione che ha pervaso
molti lavoratori di fronte alla crisi dell’azienda in cui erano occupati e alle pesanti incertezze sul versante
occupazionale. Tale preoccupazione deriva soprattutto dalle responsabilità familiari che differenziano le
generazioni adulte da quelle più giovani. Rispetto a questi ultimi, si rileva una minore disponibilità di risorse
fisiche e psicologiche da spendere nella ricerca di un nuovo impiego, nonché una grande difficoltà a
rimettersi in gioco sul versante professionale.
La consapevolezza di questi limiti legati all’età, alla mansione ricoperta e ai vincoli familiari inibisce ogni
strategia alternativa all’attesa e al mantenimento del posto in azienda. La conservazione del proprio lavoro
richiede inoltre un significativo adattamento alle nuove condizioni imposte dalla riorganizzazione aziendale
conseguente alla crisi. Questo operaio 52enne lamenta il fatto che lui, come altri coetanei intervistati, si
sono dovuti adattare a mansioni fisicamente pesanti e a ritmi di lavoro più intensi per compensare le
riduzioni di organico, con un generale peggioramento delle condizioni lavorative. Tuttavia, di fronte al clima
di perdurante incertezza e alla minaccia della cassa integrazione, prevale chiaramente l’accettazione
passiva di questi cambiamenti.
81
Lo stesso comportamento di attesa, tendente alla conservazione dell’impiego senza attivarsi per la ricerca
di alternative, emerge nei brani successivi che riportano le vicende di alcuni giovani riminesi. Innanzitutto, è
importante sottolineare come la riduzione dell’impegno lavorativo possa essere vissuta senza particolare
affanno, con una reazione psicologica molto lontana dalla preoccupazione espressa nei due casi precedenti.
Appare evidente che qualora la cassa integrazione colpisca dei giovani che vivono in famiglie prive di
problemi economici, questa situazione non genera particolare apprensione. La rete di protezione sociale di
cui questi soggetti possono godere permette loro di rimanere in attesa senza modificare lo status di
cassaintegrati. Interessanti sono, infine, le considerazioni espresse nell’ultimo brano dove si evidenzia la
scarsa propensione alla mobilità territoriale che caratterizza la gioventù riminese. Persino quei profili
potenzialmente spendibili, come nel caso di due tecnici diplomati cui si riferisce l’intervista, scelgono di
restare in attesa, rinunciando a promuovere il proprio curriculum presso aziende di altre realtà territoriali.
Mentre i soggetti posti in cassa integrazione prediligono sostanzialmente mantenere il posto di lavoro,
attendendo la ripresa del ciclo economico, tra gli intervistati rimasti senza occupazione prevale ovviamente
l’impegno attivo per la ricerca di un nuovo impiego.
“Adesso la mia preoccupazione principale è trovare un altro impiego e anche se dovessi trovare un impiego
interessante a Milano me ne andrò a Milano, anche se mi piace moltissimo non è che posso stare qua a battermi le
mani, a questo punto nella mia vita l’obiettivo è trovare un lavoro, spero un lavoro che mi piaccia, perché mi spaventa
l’idea di trovare un lavoro come ripiego, da fare proprio perché ho bisogno di guadagnare […] A molte persone piace
avere un lavoro in cui devi seguire uno schema fisso, in cui tutti i giorni hai quello da fare; alle 18:30 finisci, chiudi il
computer e te ne vai. Per me non è mai stato così. A volte mi capitava di lavorare il sabato e la domenica, di lavorare
anche sotto le festività natalizie. D’estate non sono mai uscito all’orario giusto dall’ufficio. Nonostante non mi
pagassero gli straordinari, uscivo anche due o tre ore dopo, perché era un lavoro che a me piaceva fare. Andavo via
dall’ufficio ed ero soddisfatto solo se il mio cliente era contento di quello che gli avevo offerto o perché gli avevo
risolto un problema […] Vivo fuori casa e non ho una casa di proprietà, come può avere la maggior parte dei riminesi
che lavorano qui e magari si possono accontentare di uno stipendio anche basso. I miei colleghi, ad esempio, avevano
uno stipendio molto più basso del mio, però non avevano problemi. Ogni due anni mi ritrovavo sempre a rompere le
scatole per avere cento euro in più per poter campare meglio” (Int. n.14, lavoratore in mobilità nei servizi, 31 anni)
“Io rimango coerente su questo, se una persona ha bisogno di me, come professionista che sono arrivato al livello
dove sono arrivato, bene! Altrimenti no, assolutamente. Anche perché le cose negli alberghi sono cambiate
moltissimo e si tira il collo alla gente, per cui non c’è più quell’affabilità di una volta, il cameriere, il maitre, tutti quanti,
che sono molto disponibili verso il cliente anche per delle sciocchezze. Ci vuole una certa attenzione verso il cliente,
non puoi essere lì sempre al tavolo in modo affannoso […] Devo trovare un posto che possa darmi molto, secondo le
mie aspettative, più che altro. Perché arrivato alla mia età non si ha solo bisogno di un lavoro, ma si ha bisogno di
lavorare con un certo entusiasmo e l’entusiasmo ce lo metti solo se puoi dimostrare che sei capace di fare, non di
tirare i piatti” (Int. n.53, disoccupato, 61 anni)
“Ho cercato lavoro ma non c’è stato verso, nel senso che ho inviato curriculum, ho fatto colloqui, però comunque sia
propongono dei contratti che non stanno né in cielo, né in terra. Collaborazione occasionale, contratti a progetto, cioè
per impiegata non si può, secondo me, proporre un contratto a progetto o di collaborazione occasionale. Anche
perché a prescindere dai contributi che sono meno, però comunque sia un domani se vuoi fare la domanda di
disoccupazione non la puoi fare. Sono quelle situazioni, quelle realtà molto strane che dici come mai? Perché? Si sa,
c’è la crisi okay, tutto quanto, però arrivare a fare un contratto di collaborazione per impiegata, mi sembra che siamo
proprio a livelli, non bassi, ma di più … allora me ne sto a casa con la disoccupazione” (Int. n.21, disoccupata, 31 anni)
La prima testimonianza appartiene ad un 31enne laureato trasferitosi a Rimini dal Meridione, che è stato
messo in mobilità da una società di servizi. Il suo obiettivo è quello di poter tornare a lavorare nel
marketing, un settore che conosce bene e del quale apprezza la possibilità di svolgere un ruolo
professionale dinamico, creativo e soprattutto gratificante dal punto di vista personale. Sotto questo profilo
egli esprime una concezione secondo cui il lavoro rappresenta non tanto uno strumento per garantire la
82
sopravvivenza materiale quanto un’importante fonte di auto-realizzazione e una fondamentale risorsa di
identità. Lo stesso intervistato non sembra propenso ad accettare un impiego solo per ottenere un salario,
ma desidera proseguire la carriera professionale con un incarico rispondente alle sue aspirazioni e per
questo si dichiara disponibile a trasferirsi in un’altra città. Egli evidenzia, inoltre, come rispetto ai coetanei
riminesi che vivono ancora in famiglia o hanno una casa di proprietà, la sua condizione di immigrato
richiede livelli retributivi più elevati per mantenere lo stesso tenore di vita.
Queste parole descrivono una strategia di attivazione selettiva attraverso cui le persone colpite dalla crisi
si impegnano nella ricerca di un nuovo lavoro, mantenendo intatte le aspettative circa le caratteristiche del
ruolo da occupare ed escludendo le alternative non rispondenti ai requisiti richiesti. Va, però, aggiunto che
per i lavoratori non radicati sul territorio, come il giovane meridionale citato, questa selettività comporta
dei rischi. Egli, infatti, non possiede nel contesto riminese una rete parentale e sociale che possa sostenerlo
significativamente nella delicata fase di transizione da un impiego all’altro.
Esistono, inoltre, difficoltà oggettive legate sia alla congiuntura negativa del ciclo economico, sia alla ridotta
domanda di giovani laureati che caratterizza strutturalmente il mercato del lavoro italiano. Tutti questi
elementi hanno indotto l’intervistato, dopo alcuni mesi di ricerca infruttuosa, ad accettare un impiego nella
regione di provenienza. Tale soluzione, professionalmente interessante, gli ha consentito di tornare nella
città di origine dove il salario percepito, insieme al minor costo della vita, garantiscono un buon livello di
benessere. Questo caso esemplifica non solo la selettività nella scelta professionale, ma anche una
modalità di fronteggiare la crisi tipica dei lavoratori italiani immigrati. Il ritorno nel contesto di provenienza
può diventare il percorso migliore per coloro che non hanno sul territorio riminese legami familiari e sociali
in grado di sostenerli nel tempo.
Un analogo atteggiamento selettivo si riscontra nel secondo brano che riporta le parole di un lavoratore
stagionale over 60 rimasto per la prima volta senza occupazione nell’estate del 2010, dopo una lunga
carriera come maitre presso alberghi di categoria elevata. Egli rivendica una professionalità costruita nel
tempo e conferma di non essere disposto ad accettare incarichi inadeguati al suo profilo sul piano
retributivo e delle condizioni lavorative. Esprime, inoltre, una critica verso la tendenza, presente nel
sistema alberghiero locale, a risparmiare sui costi di gestione, rinunciando alla competenza del personale e
riducendo la qualità del servizio.
Infine, la terza testimonianza descrive i molteplici tentativi di trovare un nuovo impiego da parte di una
31enne diplomata. La sua ricerca si muove nell’area delle professioni impiegatizie all’interno delle quali ha
realizzato tutte le esperienze professionali precedenti. Di fronte alla proposta di un contratto di
collaborazione a progetto per un lavoro da impiegata questa giovane esprime il proprio disappunto e
l’indisponibilità ad accettare. Anche in questo caso emerge una dissonanza tra le aspettative
dell’intervistata e l’offerta lavorativa che in questo caso riguarda le modalità di regolazione del rapporto
professionale. Insieme al rifiuto della proposta, essa sottolinea l’utilizzo improprio di alcune forme
contrattuali flessibili che la crisi economica ha probabilmente accentuato.
Nel complesso gli intervistati che condividono una strategia di attivazione selettiva sono accomunati da
alcuni elementi. Innanzitutto, essi vivono una condizione di sicurezza economica, in cui non esistono
necessità materiali immediate, grazie alla presenza di una rete sociale di sostegno e al godimento degli
ammortizzatori sociali. In secondo luogo, i soggetti in questione hanno acquisito, mediante il percorso
formativo e/o le esperienze lavorative, delle competenze professionali specifiche. Infine, essi condividono
una visione del lavoro in cui l’aspettativa professionale appare fortemente influenzata dalle condizioni e dai
contenuti della prestazione lavorativa.
Se queste persone mantengono nella ricerca di un impiego una forte selettività, altri intervistati hanno
operato una ristrutturazione sul piano cognitivo, ridefinendo le proprie aspettative e individuando nuovi
obiettivi.
83
“A questo punto [mia moglie] ha capito la situazione e si adatterebbe anche ad avere un lavoro stagionale. Come le
ho già detto, lei non è una persona che andrebbe a fare le camere in un albergo. Si potrebbe adattare a fare la barista.
Lei vorrebbe lavorare nel suo settore. Non è che voglia lavorare sempre in una boutique di Rimini, potrebbe andare
bene anche una bottega di Misano o dove vendono le chincaglierie, gli zoccoli e il salvagente, però rimanendo in quel
settore” (Int. n.48, lavoratore stagionale nel turismo, 62 anni)
“Essendoci la crisi, in giro ci sono meno turisti, quindi gli albergatori scelgono di prendere al lavoro delle persone
giovani, soprattutto i ragazzi delle scuole alberghiere, perciò degli apprendisti, che economicamente sono più
convenienti rispetto a delle persone che hanno un’età superiore, intorno ai trent’anni … capisco che adesso ci sono
più richieste di impiego, quindi i datori di lavoro hanno più possibilità di scegliere persone che sono disposte di
lavorare con uno stipendio più basso. Adesso è difficile pretendere qualcosa di particolare” (Int. n.42, lavoratrice
stagionale nel turismo, 35 anni)
“Devi tirarti su le maniche e riprendere dove c’è qualche possibilità di lavoro, perché lei lo sa che ci sono delle
possibilità di lavoro, che adesso sono tutte in mano alle straniere … Mi riferisco all’assistenza agli anziani. Lì c’è una
possibilità di lavoro, solo che adesso purtroppo è invaso dalle straniere questo mercato, però io penso che se si mette
in campo una persona italiana, le straniere vengono anche eliminate, perché io penso che degli anziani, certe persone,
preferiscono avere un’italiana, una persona del posto, almeno con questa persona ci parli. Perciò qualche prospettiva
di lavoro è solo lì. Non puoi più pensare di andare in una fabbrica. Io, perlomeno, se rimango senza lavoro, penso che
non ci sia più posto per me presso una fabbrica e gli unici posti dove potrei trovare sono questi” (Int. n.33, lavoratrice
in CIG nell’industria, 50 anni)
Nel primo brano un intervistato descrive la difficoltà della moglie che ha lavorato per molti anni come
commessa specializzata nell’abbigliamento. Questa donna over 50, nella primavera del 2010, ha perso
l’impiego in seguito alla crisi e sta vivendo con notevole disagio psicologico la forzata inattività. Dopo
essersi attivata a lungo per trovare un’occupazione coerente con le proprie aspirazioni, il fallimento di
questi tentativi ha modificato gli obiettivi di partenza, orientando la ricerca verso un impiego stagionale.
Nonostante il cambiamento di prospettiva permane, tuttavia, l’indisponibilità a ricoprire alcuni ruoli, come
ad esempio quello di cameriera ai piani, ritenuti ancora inadeguati al suo profilo.
La seconda testimonianza appartiene ad una straniera 35enne che, ormai da alcuni anni, lavora
stagionalmente come cameriera di sala o aiuto cucina. In questo caso la ridefinizione delle aspettative
riguarda non solo il tipo di impiego, ma anche le condizioni complessive della prestazione professionale che
includono l’orario di lavoro, l’inquadramento contrattuale, la retribuzione, le ferie, ecc. L’esigenza di
percepire un salario e la mancanza di concrete alternative contribuiscono a rivedere le proprie aspirazioni
per adattarsi alla nuova situazione del mercato. Questa giovane donna descrive con molta chiarezza una
dinamica in atto nel comparto turistico che, dalle testimonianze di altri intervistati, può essere estesa ad
altri settori produttivi. In un momento di crisi l’offerta (persone in cerca) tende a superare la domanda di
occupazione (posti vacanti) creando le premesse per una rischiosa ‘gara al ribasso’ nella definizione della
prestazione professionale. Ciò interessa in modo particolare i profili generici o poco qualificati per i quali
esiste una forte concorrenza di manodopera disposta a lavorare in condizioni di semi-sfruttamento.
Sicuramente più radicale è la trasformazione descritta nel terzo brano che raccoglie le considerazioni di
un’operaia 50enne, occupata presso un’azienda di elettronica e sospesa dal lavoro. In questo caso la
ridefinizione delle aspettative arriva a contemplare un possibile impiego come assistente agli anziani,
rendendosi disponibile a ricoprire una mansione poco qualificata e sostanzialmente riservata alle immigrate
straniere. La scelta di questa strategia nasce dalla convinzione che, in caso di licenziamento, il suo profilo
non sia più spendibile all’interno di un’impresa. Emerge una lettura del mercato del lavoro in cui una
donna, non più giovane e che ha sempre ricoperto mansioni manuali, può trovare opportunità di impiego
solo prestando servizio in ambito domestico. Di fronte alla necessità di reinserirsi professionalmente,
questa operaia appare consapevole dei vincoli legati al genere, all’età e alle limitate competenze, che
rendono opportuna una ristrutturazione cognitiva sul versante professionale.
84
Il relativo benessere economico raggiunto negli ultimi decenni ha affrancato molte famiglie italiane dalla
condizione di bisogno materiale immediato, aumentando le aspettative circa i requisiti minimi per
l’accettazione di un impiego. Ciò vale in modo particolare per le nuove generazioni che hanno
progressivamente innalzato il livello di istruzione e tendono a rigettare lavori di basso prestigio sociale. In
realtà, il rifiuto di mansioni lavorative poco salubri, pesanti dal punto di vista fisico oppure scarsamente
qualificate riguarda anche i soggetti più adulti, soprattutto se in possesso di una specializzazione
professionale. Ne deriva che, ormai da alcuni anni, all’interno del mercato del lavoro nazionale e locale,
alcuni profili siano ormai diventati appannaggio quasi esclusivo dei lavoratori immigrati.
Tuttavia, di fronte ad un contesto economico segnato dalla crisi, alcuni connazionali hanno ridefinito le
proprie aspettative rendendosi disponibili a ricoprire mansioni o ad accettare condizioni lavorative
considerate in precedenza inaccettabili. Questa modalità di adattamento sembra coinvolgere le fasce più
deboli presenti nel mercato ed in modo particolare le donne adulte scarsamente qualificate. Appare
evidente come la contemporanea presenza di genere femminile, età avanzata e bassa qualificazione,
accresca la probabilità di ridefinire le aspettative professionali per fronteggiare la fase recessiva.
Non tutti i nostri intervistati, però, hanno rivolto prioritariamente l’attenzione allo svolgimento di
un’attività lavorativa. Alcuni di essi, infatti, approfittando del periodo di non lavoro derivante da un
licenziamento o dalla cassa integrazione, hanno scelto di rimettersi in gioco, ridefinendo i propri progetti
professionali.
“Cercherò di fare qualche corso senza ombra di dubbio perché ho voglia di formarmi, comunque intanto sto cercando
di lavorare anche part-time, per non rimanere tagliato fuori. Preferisco comunque formarmi ancora e continuare la
formazione, più che stare a spasso senza fare niente. Comunque i soldi li investirei in qualcosa che magari mi può
ritornare utile. Qualsiasi cosa nell’ambito del wellness secondo me a livello di massaggio vedo che c’è una grandissima
richiesta e potrei fare un corso base di massaggi. Sono passato l’altro giorno al Centro per l’impiego a Cattolica e
hanno aperto un nuovo centro fisioterapico, ne stanno aprendo ancora. Poi vedo che c’è questa gran richiesta, quindi
è un settore che adesso si sta sviluppando” (Int. n.45, disoccupato, 27 anni)
“Mi sono messo a studiare. Ho fatto l’esame di ammissione in agosto per tecnico di radiologia e fortunatamente sono
riuscito a passare l’esame. Ho deciso di riprendere lo studio perché ho valutato che è un investimento per il futuro, nel
senso che il diploma universitario ti permette di inserirti nel mondo del lavoro […] Nella ditta presso cui ero occupato
stavo benissimo. Lavoravo a due passi da casa e lo stipendio non era assolutamente malvagio. Quindi, se non ci
fossero stati problemi, non ci sarebbe stato motivo. Invece, la sospensione dal lavoro è stata la motivazione che mi ha
agevolato nella decisione. Comunque non è stata una scelta facile perché c’è da tenere in conto il discorso economico,
quindi c’è stata una considerazione tra me e mia moglie, ma deve esserci anche la voglia di rimettersi a studiare […]
Nel corso del primo anno che sto frequentando c’è un signore che ha 44 anni. A causa della crisi questo signore ha
perso il lavoro e quindi ha provato questa nuova strada e ce la sta facendo benissimo. Lavorava in una ditta della zona
di Cesena, che sembrerebbe crollata. Non pagavano più gli stipendi. Adesso sono in arretrato. Sono stati messi tutti in
mobilità e lui è rimasto senza lavoro. Parlando con un medico è finito a raccontare la sua storia e il medico gli ha
consigliato di fare questo corso perché così è sicuro che, dopo tre anni trova facilmente lavoro. Saranno sicuramente
tre anni di sacrifici però se tanto deve rimanere senza lavorare, è meglio che si dia da fare frequentando questo corso.
Ancora percepisce la mobilità, quindi qualcosa prende ancora. Ha la moglie che è maestra, quindi anche loro due
hanno fatto le considerazioni che abbiamo fatto io e mia moglie” (Int. n.15, lavoratore in CIG nell’industria, 29 anni)
La prima citazione appartiene ad un diplomato 27enne, ex operaio metalmeccanico, che è stato licenziato
dall’azienda all’inizio del 2009, in seguito ad un calo dell’attività produttiva. Nonostante le ristrettezze
economiche lo costringano a cercare un impiego part time, l’attenzione viene rivolta in primo luogo verso
un’attività formativa. Avendo a disposizione il tempo e potendo contare su una piccola somma risparmiata,
l’intenzione è quella di investire risorse in un corso di formazione professionale per acquisire nuove
competenze meglio spendibili sul mercato del lavoro. L’obiettivo è riconvertire la propria professionalità
85
verso il settore del benessere che, oltre a rispondere ad un interesse personale, rappresenta un comparto
in continua espansione.
Queste parole descrivono l’adozione di una strategia di riconversione professionale con cui si sceglie di
fronteggiare la crisi intraprendendo un percorso formativo, più o meno complesso, che permetta di
accrescere la propria occupabilità.
Tale strategia appare ancor più evidente nella seconda testimonianza relativa ad un geometra 29enne,
messo in cassa integrazione dall’impresa presso cui lavorava da circa dieci anni. Questo evento ha generato
una riflessione complessiva sull’intero progetto professionale portando alla decisione di lasciare l’impiego
in fabbrica per riprendere gli studi, iscrivendosi al corso di laurea triennale in radiologia medica. Si tratta di
una scelta senza dubbio coraggiosa dal momento che, nonostante la giovane età, egli è già sposato e ha un
figlio a carico. La sicurezza dello stipendio della moglie (dipendente nella sanità pubblica a tempo
indeterminato) insieme alla solidità della rete parentale sono due requisiti importanti per affrontare una
scelta di questo tipo che comporta la necessità di vivere per un lungo periodo con una sola entrata
economica.
Egli racconta inoltre la vicenda analoga di un collega di corso che, dopo essere stato messo in mobilità, ha
scelto all’età di 44 anni di sospendere l’attività lavorativa per dedicarsi completamente agli studi
universitari. Anche in questo caso la strategia di riconversione professionale è condivisa dal coniuge, che
garantisce una retribuzione sicura e viene inoltre supportata dall’assegno di mobilità percepibile per due
anni. Come conferma una recente indagine sulla crisi realizzata in tre province toscane, un cambiamento
così radicale risulta agevolato da un ambiente domestico che sostiene questa scelta95.
Insieme alla condivisione in ambito familiare tale opzione sembra essere condizionata da altri due fattori. Il
primo è la solidità economica del nucleo, resa possibile dalla disponibilità di risorse interne (coniuge,
genitori) e/o esterne alla famiglia (trasferimenti pubblici), che permettano alla stessa di sostenere nel
tempo una significativa riduzione delle entrate. L’alternativa è quella di doversi mantenere attraverso un
impiego part time il quale consenta di sopravvivere durante il periodo della formazione. Il secondo è la
presenza di un buon livello di scolarizzazione (diploma o laurea) unita ad una forte motivazione allo studio
che devono sostenere le persone nel passaggio delicato, soprattutto in età adulta, dallo status di lavoratore
a quello di studente.
È interessante osservare che questa strategia, così come quella connotata da una ridefinizione delle
aspettative, implica fondamentalmente una ristrutturazione cognitiva per affrontare la realtà. Quando le
logiche di azione, e le rappresentazioni ad esse sottese, si rivelano non più adatte alle mutate condizioni sia
personali sia del contesto circostante, tale dissonanza richiede un sostanziale riadattamento dal punto di
vista cognitivo. Questo processo può andare al di là della sfera professionale e coinvolgere il modo stesso di
affrontare l’esistenza quotidiana e l’orizzonte progettuale dell’individuo.
“Ormai io ho paura anche dell’essersi un po’ abituati a questa situazione di dramma, di vivere alla giornata. Uno poi si
abitua anche a vivere così, non programma più niente. Questo è brutto. Negli ultimi mesi la mentalità è cambiata su
questo, cioè non si pensa più ad avere un futuro, si pensa solo all’oggi … Adesso non puoi progettare, devi solo
pensare a vivere oggi, domani si vedrà … Vivi alla giornata, vai avanti così e non progetti più niente. Tanto è così.
Adesso devi vivere alla giornata, fino a quando questo clima non finisce, perché comunque la speranza ce l’ho che
finisca. Però, fino a quando non finisce, vivo alla giornata … È brutto, però perlomeno adesso non sono più come
all’inizio” (Int. n.33, lavoratrice in CIG nell’industria, 50 anni)
95
R. Benedetti, “Lavoro, crisi e impoverimento. Strategie di fronteggiamento soggettive tra rischi di esclusione e
attivazione”, Paper for the Espanet Conference “Innovare il welfare. Percorsi di trasformazione in Italia e in Europa”,
Milano, 29 Settembre – 1 Ottobre 2011, www.espanet-italia.net.
86
“Non è proprio il tempo dei progetti, non saprei neanche che progetti fare, perché ho bisogno di quello stipendio; non
immagino niente, non c’è proprio la possibilità di immaginare, fino a qualche anno fa qualcosa immaginavo … adesso
no. Non ho neanche i soldi: ho un fido che mi serve per campare, cosa immagino? Non immagino niente; è che mi
preoccupa che non immagino niente neanche per le mie figlie! Questo mi preoccupa di più. E questo è grave!” (Int.
n.27, occupata nei servizi, 53 anni)
Il primo brano appartiene ad un’operaia 50enne, sospesa dal lavoro, che descrive il cambiamento di
prospettiva successivo all’avvento della crisi. Dopo un periodo iniziale di grande disagio psicologico, è
avvenuto un parziale adattamento alla nuova condizione, ma esso ha richiesto l’adozione di un diverso
atteggiamento verso la realtà, centrato in modo esclusivo sul presente.
Considerazioni analoghe vengono dalla seconda intervistata; un’educatrice professionale 53enne, separata
e madre di tre figlie, una delle quali rimasta senza lavoro in seguito alla recessione. Come capofamiglia di
un nucleo monogenitoriale, questa donna si trova ormai da anni in una condizione di precarietà economica,
che condiziona inevitabilmente le aspettative e la capacità progettuale. Tuttavia, l’impossibilità di
proiettarsi verso il futuro non riguarda soltanto sé stessa, ma coinvolge anche le figlie, per le quali non
riesce a immaginare uno scenario futuribile.
Queste testimonianze esemplificano l’adozione di un diverso atteggiamento cognitivo, adottato per
sostenere e gestire l’impatto negativo della crisi. La logica del vivere ‘giorno per giorno’ può essere
metabolizzata solo assumendo la discontinuità e la frammentarietà come criteri ordinativi dell’esistenza.
D’altra parte, la focalizzazione sul presente, sui risultati a breve termine, al di fuori di una prospettiva che
implichi mobilità e obiettivi realistici, compromette seriamente l’attitudine a progettare.
Le due donne citate hanno ormai un’età avanzata, ma anche le generazioni più giovani per affrontare il
momento di crisi hanno dovuto ridefinire le aspettative e i progetti futuri.
“Purtroppo a ventisette anni ti ritrovi che se non hai alle spalle una famiglia che ti possa aiutare un po’, non che sia
ricca, ma che ti possa aiutare, secondo me fai veramente fatica” […] “Quando sento dire che ti devi fare una famiglia,
che devi andare a vivere da solo, rispondo: sì, grazie. Però si fa veramente fatica e sei costretto a volte a scegliere le
opzioni più facili, quindi cerchi di rimanere a casa e farti aiutare, anche se in realtà pensi che sarebbe ora che mi
arrangi con la mia vita” (Int. n.11, disoccupata, 27 anni)
“I progetti ci sarebbero, anzi, da parte del mio lui ci sono già da gennaio, voleva andare a convivere, ma io gli ho detto:
dove andiamo? Tu tra un po’ vai in cassa integrazione, io ho il lavoro precario che arriva fino a settembre. Per mettere
su un qualcosa minimo uno dei due deve avere un lavoro stabile” (Int. n.21, disoccupata, 31 anni)
“Avevamo intenzione di comprare casa, ma da quando mi è successo il fattaccio … dopo il licenziamento abbiamo
messo tutto nel cassetto. Adesso viviamo anche a distanza e le cose tra di noi non vanno più come andavano una
volta, perché i problemi di uno poi si scaricano sull’altro”. (Int. n.14, lavoratore in mobilità nei servizi, 31 anni)
“Io convivo da più di un anno e mi sono detta che al di là della convivenza, di come va e non va, il discorso della
maternità ho deciso di rimandarlo, finché non vedevo un po’ com’era la situazione, giusto per non mettermi proprio a
cercare un figlio, quando invece ti trovi di fronte ad una situazione più critica possibile” (Int. n.16, contratto solidarietà
nei servizi, 32 anni)
Tutte le testimonianze citate appartengono a soggetti con un’età compresa tra i 27 e i 32 anni. Si tratta di
una fase del ciclo vitale in cui oggi in Italia molti individui vivono quelle esperienze decisive che segnano
convenzionalmente il passaggio dall’età giovanile a quella adulta. Dalle nostre interviste emerge, invece,
come il posponimento di tali esperienze rappresenti una strategia di fronteggiamento rispetto alla crisi.
In primo luogo, le difficoltà occupazionali giustificano la permanenza nella casa paterna all’interno della
quale molti giovani italiani continuano a trovare un rifugio sicuro. Come si è visto, la rete parentale
87
rappresenta una risorsa determinante per superare il momento della crisi, ma la continua richiesta di aiuto
materiale ai genitori condiziona negativamente il processo di autonomizzazione dalla famiglia d’origine.
Rimandare l’uscita da casa risulta non solo una scelta di comodo o un’opzione culturalmente determinata,
ma l’unica strategia praticabile di fronte al quadro occupazionale generato dalla recessione.
In secondo luogo, viene rinviato l’avvio della convivenza che può rappresentare il coronamento di una
relazione affettiva oppure un periodo in cui sperimentare la vita insieme nella prospettiva del matrimonio.
Nell’esempio citato, la probabile cassa integrazione dell’uno, unita alla precarietà lavorativa dell’altra, ha
indotto entrambi i membri della coppia a rimanere nella casa paterna. Appare evidente come la creazione
di un nuovo nucleo familiare non possa prescindere dall’autosufficienza economica dello stesso. Ne
consegue che in presenza di prospettive occupazionali incerte per i futuri componenti, essi possano
decidere di posticipare la scelta di convivere.
In terzo luogo, strettamente legata alla decisione di vivere insieme c’è l’acquisto di una nuova abitazione.
Dalle parole del giovane intervistato emerge come il licenziamento (il ‘fattaccio’) abbia provocato il rinvio
del progetto abitativo in attesa di tempi migliori. Fare fronte alla crisi significa quindi rinunciare ad
investimenti importanti come quello della casa, soprattutto se non si ha la disponibilità di un capitale.
Spesso, inoltre, le giovani coppie possono affrontare questa spesa solo ottenendo un mutuo, la cui
accensione richiede sia delle garanzie economiche, sia delle entrate stabili per onorarne il pagamento.
Entrambe le condizioni sono difficilmente realizzabili in mancanza di un impiego continuativo.
Infine, ma non meno importante, c’è la scelta di rimandare la maternità. La 32enne citata convive da un
anno con il compagno, ma dalla fine del 2008 la società di servizi in cui lavora ha concordato, insieme a
sindacati e dipendenti, un contratto di solidarietà con riduzione dell’orario lavorativo. Questa situazione di
incertezza sul versante professionale ha portato a riconsiderare il progetto di diventare madre. Il rinvio
della maternità costituisce una tendenza sempre più diffusa tra le giovani donne italiane, riconducibile
tanto a motivi economici, quanto a fattori sociali, nonché agli orientamenti di valore e culturali. D’altra
parte, avere un figlio significa non solo ampliare la famiglia o assumere responsabilità genitoriali, ma anche
proiettare sé stessi nel futuro. Ne consegue che il rinvio di questa decisione conferma la presenza di un
orizzonte progettuale piuttosto limitato.
In conclusione, vivere alla giornata, rimandare investimenti e scelte esistenziali importanti, rappresentano
strategie di adattamento ricorrenti tra i nostri intervistati. A ridefinire le aspettative verso il futuro e di
conseguenza l’orizzonte progettuale sembrano essere in modo particolare due categorie di persone. Da un
lato, gli adulti over 50, privi di una solida rete sociale di sostegno, che già prima della crisi avevano una
condizione economica non agiata e scarse prospettive di carriera professionale. Dall’altro i giovani, colpiti
da un licenziamento o dalla cassa integrazione nel momento in cui avrebbero voluto avviare o completare il
processo di autonomizzazione dalla famiglia d’origine, assumendo completamente ruoli e responsabilità
adulte.
3.5
Le reazioni degli imprenditori
Nelle pagine precedenti sono state considerate le diverse modalità con cui le persone e le famiglie
coinvolte dalla crisi hanno fatto fronte alle difficoltà del momento. È ora interessante allargare la
prospettiva dai nuclei familiari al mondo delle imprese, che ha ugualmente dovuto modificare
comportamenti e strategie per cercare di superare la fase recessiva. Ciò avverrà utilizzando le
testimonianze sia degli imprenditori, sia dei lavoratori che operano nelle aziende del settore manifatturiero
e del comparto turistico.
88
Prima di passare all’analisi delle interviste è opportuno richiamare sinteticamente alcune caratteristiche
strutturali del sistema produttivo riminese, che ritroviamo anche a livello nazionale. Il primo elemento è
dato da un’imprenditorialità diffusa, caratterizzata dalle dimensioni ridotte e da una conduzione
prevalentemente familiare delle attività economiche. Il nanismo delle imprese italiane viene motivato con
ragioni di varia natura, tuttavia, se negli anni settanta e ottanta del secolo scorso poteva rappresentare un
punto di forza, nell’ultimo decennio è diventato un fattore di debolezza96.
Le ridotte dimensioni aziendali sono correlate sia ad un basso livello di innovazione tecnologica, sia alla
mancanza di investimenti in ricerca e sviluppo che una piccola impresa non è in grado di sostenere. Inoltre,
la centralità del rapporto impresa-famiglia limita l’accesso di risorse dall’esterno, determinando spesso una
sottocapitalizzazione e una scarsa diversificazione del patrimonio aziendale da quello familiare. Infine, la
specializzazione produttiva della manifattura riminese vede un peso rilevante dei settori tradizionali e
quindi una maggiore esposizione sui mercati internazionali alla concorrenza da parte dei Paesi con basso
costo della manodopera. Tutti questi elementi hanno senza dubbio condizionato gli interventi rispetto alla
crisi.
“Negli ultimi incontri che abbiamo fatto le parole testuali della direzione sono state: cerchiamo di tenere duro e
vediamo di superare indenni questo momento. Da una parte si trova nella grossa difficoltà, dall’altra parte si trova una
forza lavoro, però, essendo un’azienda dove la professionalità e l’esperienza dei lavoratori ha una certa importanza, se
ci dovesse essere un taglio di personale – che fino adesso non ce l’ha prospettato – sarebbe un problema, perché poi il
ragionamento è: se poi mi riparte il lavoro, come faccio a recuperare? In certi reparti non ci sono figure professionali
che in due e due quattro riesci a prepararle … qua serve una preparazione specifica” (Int. n.32, lavoratore in CIG
nell’industria, 55 anni)
“Loro hanno detto: noi non vi licenziamo anche perché vi dobbiamo dare, dopo tanti anni, la liquidazione. Seconda
cosa, se riprende il lavoro, vi dobbiamo riassumere per forza perché non possiamo assumere delle altre persone
nuove e allora vi sospendiamo” (Int. n.30, lavoratore in CIG nell’industria, 58 anni)
“Quando io sono andato in crisi avevo un’azienda molto liquida, anche a livello finanziario, era un’azienda che stava
molto bene e io personalmente stavo molto bene. Un anno e mezzo di crisi ha portato l’azienda ad andarsi a
indebitare, ha portato il mio patrimonio personale dentro l’azienda per salvare il salvabile, se si guarda questo lato,
uno dirà: tu sei un coglione, potevi benissimo chiudere … ma io non mi sono sentito di fare una vigliaccata del genere,
io il mio mestiere, fare l’imprenditore, l’ho voluto fare fino in fondo, insomma. Io l’ho vista in questa maniera qui,
l’azienda andava salvata in toto, i dipendenti andavano salvati in toto e quello che io ho me lo ha dato l’azienda e
credo che sia stato giusto rimetterlo lì […] Le piccole aziende come la mia e tante altre, abbiamo ipotecato la casa, i
capannoni, abbiamo ipotecato anche le scarpe con cui camminiamo. Cosa ha ipotecato l’Alitalia con i soldi che gli
hanno dato? Cosa ha ipotecato la Piaggio per dargli tutti quei soldi e poi è andata a costruire la Vespa in Vietnam? O la
Fiat, che gli hanno dato i soldi ed è andata a fare la 500 in Polonia […] Prima si era creato un meccanismo all’interno
del lavoro, cioè se avevo bisogno di 10 persone ne prendevo 12, perché qualcuno non veniva a lavorare, stava a casa,
cioè c’era un sistema un po’ malato ... Oggi, secondo me, questa cosa non esiste più e che cosa succede? Che le
aziende con meno personale riescono a fare, più o meno, lo stesso fatturato, lo stesso prodotto che facevano prima ...
Il personale che è rimasto all’interno lavora con ritmi differenti perché … se ne erano accorti anche loro che erano
andati di là del fosso e adesso lavorano con un ritmo diverso. Per di più le aziende si sono tutte ristrutturate, cioè i
tempi morti li abbiamo tolti tutti, non abbiamo più in azienda l’omino che spazza, adesso l’azienda la spazza il
dipendente mentre ha una macchina che ha il termine breve del lavoro o la sera si fermano tutti 5 minuti e spazzano
alla fine. In più nelle aziende, era quasi automatico, tutti avevano il giardiniere che ti veniva a tagliare l’erba; oggi il
giardiniere non esiste più, oppure se prima veniva 10 ore al mese, adesso viene a fare 2 o 3 ore per i lavori più grandi.
96
Per un’analisi sociologica sui motivi del persistente nanismo del sistema produttivo italiano si veda A.M. Chiesi,
“Perché gli imprenditori italiani non vogliono crescere?” in R. Catanzaro, G. Sciortino (a cura di) La fatica di cambiare.
Rapporto sulla società italiana, il Mulino, Bologna, 2009.
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È diventata tutta una cosa completamente diversa, vedi la differenza totale”. (Int. n.25, imprenditore manifatturiero,
58 anni)
“Rispetto all’anno scorso abbiamo avuto un meno 25% delle vendite e ciò ha fatto sì che per far fronte a questa
situazione, stanno cercando di contenere i costi […] Ad esempio noi facciamo tre turni e in estate un turno aggiuntivo
legato alla stagionalità. Quest’anno non l’abbiamo fatto. Per cui questo 25% si è comunque ripercosso poi sul fatto che
non abbiamo fatto il terzo turno e quindi vuol dire che non sono stati assunti 10 stagionali per assolvere a questa
esigenza […] Sei in quella fase in cui assumere della gente sarebbe un costo comunque difficile oggettivamente da
gestire per l’azienda, però rimanendo così siamo all’osso” (Int. n.17, occupato nell’industria, 33 anni)
La prima conseguenza della crisi è stata una contrazione dell’attività produttiva a cui si è fatto fronte
riducendo l’impegno lavorativo o sospendendo una quota più o meno consistente della manodopera. Le
aziende con oltre 15 dipendenti rientranti nel campo di applicazione della cassa integrazione guadagni
hanno fatto ampio ricorso a questo strumento sia nella forma ordinaria che straordinaria. I lavoratori delle
imprese artigiane hanno invece potuto beneficiare inizialmente della cassa EBER e, solo a partire dal 2009,
sono stati interessati dagli ammortizzatori sociali in deroga. Lo strumento della cassa integrazione risulta
conveniente non solo per i dipendenti che mantengono il posto di lavoro, ma anche per gli imprenditori.
Infatti, il licenziamento di manodopera con molti anni di anzianità aziendale ha un effetto negativo sia in
termini di risorse finanziarie che di capitale umano. Da un lato, il pagamento delle liquidazioni ridurrebbe
ulteriormente la solvibilità delle aziende; dall’altro la perdita di personale esperto e specializzato sarebbe
difficilmente sostituibile in tempi rapidi nel caso di una ripresa dell’attività. Attraverso il ricorso alla cassa
integrazione le imprese esprimono la volontà di continuare senza tagli all’organico, valutando
periodicamente le necessità produttive in relazione all’andamento del mercato.
Anche per le aziende finanziariamente più solide, come quella nel brano citato, il protrarsi della crisi nel
corso dei mesi ha reso necessario ricorrere all’indebitamento per continuare l’attività produttiva. La
recessione in atto ha comportato non solo un significativo calo nella domanda di beni, ma anche una
riduzione nella quantità di denaro circolante, creando ‘a cascata’ difficoltà di natura finanziaria per tutti gli
attori economici. Esiste infatti un problema di solvibilità nei pagamenti o un eccessivo dilazionamento degli
stessi che riguarda sia i consumatori finali, sia le imprese committenti. Le industrie produttrici di beni finiti,
così come quelle contoterziste hanno quindi bisogno di liquidità per superare la fase critica.
Di fronte alla stretta creditizia operata dalle banche locali e nazionali, alcuni imprenditori hanno scelto di
investire nell’azienda anche il patrimonio personale, attingendo ai risparmi, vendendo o ipotecando i beni
immobili. Si tratta di una decisione estrema che non tutti hanno avuto il coraggio o la forza di adottare,
preferendo chiudere le aziende prima di compromettere drammaticamente il proprio livello di benessere.
Ricorre, inoltre, tra gli imprenditori intervistati, una netta contrapposizione tra le piccole imprese che
rischiano con il proprio denaro e i grandi gruppi industriali, che oltre ad essere maggiormente tutelati
ricevono aiuti pubblici e trasferiscono la produzione nei Paesi in via di sviluppo.
Un’altra strategia, adottata peraltro in modo trasversale a tutti i settori, è senza dubbio il contenimento dei
costi di gestione. Nel brano citato si fa l’esempio del giardiniere le cui prestazioni, in seguito alla crisi, sono
state drasticamente ridotte o addirittura eliminate per risparmiare sulle spese. Altri compiti, come la pulizia
dei locali, vengono ripartiti tra i dipendenti che li possono eseguire durante i tempi morti della produzione,
oppure sono svolti dallo stesso datore di lavoro. Questa forma di razionalizzazione delle spese è senza
dubbio agevolata dalle dimensioni ridotte e dalla conduzione a carattere sostanzialmente familiare che
contraddistingue il sistema produttivo locale. Rientrano all’interno di questa strategia anche la riduzione
degli investimenti per la pubblicità, la comunicazione, la regalistica aziendale e tutte quelle funzioni non
essenziali.
Tuttavia, il contenimento dei costi di gestione si è realizzato prevalentemente attraverso un processo di
ristrutturazione e riorganizzazione interna. I gruppi industriali più importanti presenti sul territorio hanno
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ristrutturato la propria attività riducendo gli stabilimenti, accorpandone le funzioni e riorganizzando l’intero
ciclo produttivo. Gli stessi accorgimenti, sebbene in scala ridotta, sono stati adottati dalle aziende più
piccole di fronte ad un significativo calo degli ordinativi. In termini pratici questi processi comportano quasi
inevitabilmente una riduzione del personale, che può avvenire per un periodo limitato (es. cassa
integrazione) o essere definitiva. Il licenziamento o l’inserimento nelle liste di mobilità sono due pratiche
connesse a questa strategia, così come il mancato rinnovo dei contratti a termine o l’accordo, tra azienda
ed RSU, per un percorso di mobilità volontaria che riguarda i lavoratori vicini alla pensione.
L’idea di fondo, condivisa da molti imprenditori, è quella di un cambiamento necessario nella composizione
degli organici aziendali. A loro avviso, già prima dell’avvento della crisi essi erano sovra-dimensionati
rispetto alle effettive necessità e questo squilibrio si è chiaramente aggravato di fronte alla diminuzione
della domanda. Per superare questa crisi e probabilmente anche negli anni a venire, la strategia adottata è
quella di mantenere gli organici al minimo, ottimizzando i tempi e chiedendo la disponibilità al lavoro
straordinario.
Dall’altro lato, alcuni lavoratori evidenziano una strumentalizzazione da parte delle aziende le quali hanno
‘sfruttato’ la presenza della crisi per ridurre il personale.
“Parecchie ditte grosse ci stanno marciando sopra, vicine anche alla nostra realtà di Rimini. C’è chi fa delle
‘ristrutturazioni interne’; in questo termine è inteso anche ‘eliminare del personale’ e adesso è l’occasione giusta per
eliminarlo. Si prende l’occasione. Di queste ditte che fanno ristrutturazioni interne ce ne saranno tante altre anche a
livello mondiale, in più si è aggiunta la crisi finanziaria e questo ha giocato parecchio” (Int. n.33, lavoratrice in CIG
nell’industria, 50 anni)
“La mia azienda è ciclica, ogni dieci anni, ‘track’, chiude il rubinetto e vediamo chi rimane fuori. Stavolta il ciclo è
caduto a pennello, nella crisi vera, che non era nata come crisi di lavoro, perché questa è una crisi finanziaria non
voluta né da noi né dall’impresa ... Siccome la mia azienda, appunto, è ciclica e ogni dieci anni gira questo famoso
rubinetto per ripulire un po’ i suoi orti, stavolta l’ha stretto di più. Ha dato due giri perché ha approfittato del fatto che
ci fosse la crisi finanziaria e in generale anche quella lavorativa. Perché un po’ di crisi è chiaro che c’è, ma non è così
come ci vogliono far credere, quella lavorativa. Approfitta della cosa per tagliare il più possibile”. (Int. n.29, lavoratore
in CIG nell’industria, 53 anni)
Le testimonianze appartengono a due operai over 50 entrambi colpiti dalla cassa integrazione; la prima
occupata in un’azienda di componenti elettrici e il secondo in un’impresa metalmeccanica. Viene avanzata
una lettura della crisi come evento che consente alle realtà produttive più grandi di ‘giustificare’ i processi
di ristrutturazione interna agli occhi dei dipendenti e dell’opinione pubblica. Tali ristrutturazioni implicano
di solito una riduzione degli organici aziendali con la conseguente espulsione di manodopera assunta nelle
fasi espansive del ciclo economico e attualmente giudicata in eccesso. In estrema sintesi, emerge tra i
lavoratori la convinzione che il momento di difficoltà attuale possa essere usato strumentalmente per
ridurre il personale occupato senza particolari problemi e potendo usufruire degli ammortizzatori sociali.
Ritornando alle strategie adottate dalle imprese, viene evidenziato un importante mutamento di paradigma
nell’operatività gestionale. Per poter continuare a produrre in tempi di crisi si deve attuare una
programmazione limitata o, come sostiene un imprenditore, seguire ‘programmi di sopravvivenza’.
“Facciamo piccoli programmi, tre mesi, massimo sei mesi. Li chiamo programmi di sopravvivenza. Questa volta lo
faremo per sei mesi, un po’ più lungo; dobbiamo sapere che lì ci dobbiamo arrivare e che ci arriviamo con questo e
con quest’altro. Dobbiamo lavorare così. Non puoi fare programmazione a lungo perché lo scenario cambia
continuamente […] Le dico sinceramente che noi oggi, non voglio dire che viviamo alla giornata però si vende se tu hai
il prodotto pronto o quasi pronto. La consegna deve essere quasi immediata. Spesso e volentieri i nostri macchinari li
vendiamo entro il mese, cioè entro il mese li vendiamo e li consegniamo, dunque sono già a buon punto, facciamo dei
lanci di produzione un po’ così, li tiriamo avanti e poi vengono venduti a mano a mano. Questo dall’inizio dell’anno, le
vendite sono fatte così … Stiamo innanzitutto tirando molto di più, i ragazzi dentro sono pronti a questo, perché
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potrebbe succedere che un giorno facciamo 10 ore e il giorno dopo recuperiamo quelle due ore in più che abbiamo
fatto, perché purtroppo sono in queste condizioni. Le macchine vanno via in fretta, vengono ordinate e devono essere
consegnate in fretta. Abbiamo dovuto cambiare un pochino anche la tipologia del magazzino che andiamo a fare …
cioè magazzino più corto però più veloce […] Nonostante questa crisi abbiamo in progetto altre due macchine nuove,
mentre tre sono terminate e solo da mettere in produzione. Questi sono costi non indifferenti. Ma continuo a
progettare macchine nuove. Capisce che se riesco a fare un mese di buon fatturato per me è una boccata di ossigeno
importante. I nuovi progetti costano, ma l’azienda non vive senza nuovi progetti, l’azienda deve stare a galla e ogni
fiera devi presentare qualcosa di nuovo, come abbiamo fatto a Milano […] Ci siamo interrogati e, secondo noi,
l’operazione giusta è andare sul posto, sui mercati esteri, aprire delle nostre filiali, com’è successo in Francia,
mettendo in società un francese con minime quote, però la gestione è tutta a carico nostro … Cercheremo nel giro di
poco tempo di fare in Germania la stessa operazione che abbiamo fatto in Francia e cioè di portare la nostra società e
questo lo vorremmo fare in tutti i Paesi più interessanti, dove troviamo dei partner” (Int. n.25, imprenditore
manifatturiero, 58 anni)
Mentre in passato le aziende potevano pianificare la propria attività anche su base pluriennale, le mutate
condizioni dei mercati riducono l’orizzonte temporale a tre o massimo sei mesi. Si tratta di una
trasformazione radicale, ma assolutamente necessaria in questa fase per sopravvivere in un mercato
segnato dall’incertezza e dai cambiamenti repentini. Le conseguenze di una programmazione molto limitata
nel tempo coinvolgono ovviamente tutte le funzioni dell’azienda. Nel brano riportato si fa riferimento alla
gestione del magazzino che deve seguire il criterio delle scorte minime, tipico della produzione just in time.
Tuttavia, l’impossibilità di programmare condiziona anche la gestione delle risorse umane, riducendo gli
investimenti in nuovo personale e assumendo quasi esclusivamente mediante contratti a termine.
Per soddisfare le esigenze della domanda e rimanere competitivi diviene indispensabile ridurre il tempo che
intercorre tra l’arrivo dell’ordine e la consegna del prodotto. Ciò significa richiedere ai propri dipendenti
non solo un rilevante sforzo produttivo, ma anche una notevole flessibilità in quanto di fronte a una
scadenza improrogabile si rende necessario lavorare anche oltre l’orario stabilito. Questa modalità
operativa è ovviamente finalizzata a minimizzare gli sprechi ed aumentare la produttività del lavoro,
rendendo però lo stesso sempre più pesante per il personale occupato.
Dall’ultimo brano citato si evince come alcuni imprenditori abbiano deciso di fronteggiare la crisi
affiancando ai cambiamenti di processo anche l’innovazione di prodotto. Lo sviluppo di nuovi modelli
richiede degli investimenti importanti nell’attività di progettazione e ricerca, che non tutte le aziende
possono affrontare. Al di là dei vincoli economici, ancor più stringenti in tempi di crisi, questa scelta riflette
una visione lungimirante dell’attività imprenditoriale che accetta di rinunciare ad una parte del profitto
immediato per avere in futuro maggiori opportunità di crescita. L’azienda citata nell’intervista, anche nel
periodo più negativo della recessione, ha sempre continuato a progettare nuovi prodotti da promuovere
presso le fiere del settore. Non è un caso che essa abbia una dimensione maggiore (circa 50 dipendenti)
rispetto alle micro-imprese contoterziste le quali, sotto questo profilo, risultano notevolmente penalizzate.
Tale strategia, nonostante i costi iniziali, è risultata vincente dal momento che non appena il mercato
internazionale ha iniziato la ripresa, essa è riuscita ad acquisire importanti commesse dall’estero.
Questo importante risultato è stato ottenuto non solo attraverso la creazione di nuovi modelli, ma anche
con una decisa strategia di internazionalizzazione. Per poter penetrare efficacemente nei mercati esteri,
l’impresa in questione ha scelto di avere proprie filiali prima in Francia e poi in Germania, seguendo un
progetto che prevede la presenza strutturata in tutti quei Paesi dove esiste un potenziale di sviluppo
interessante. La formula adottata è quella di creare joint venture con operatori economici locali che
entrano come soci di minoranza, lasciando all’azienda riminese il controllo sulla società e sulle scelte
strategiche. Internazionalizzare la propria attività consente anche alle piccole e medie imprese di farsi
conoscere al di là dei confini italiani, allargando il mercato dei prodotti in Europa e nel mondo. Le imprese
che investono all’estero accedono a competenze e tecnologie nei Paesi ospiti, dando luogo a un processo di
trasferimento tecnologico di cui possono beneficiare anche fornitori e concorrenti nazionali. Da una
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recente indagine condotta su un campione di PMI italiane, emerge come l’ampliamento dei mercati di
sbocco risulti essere una strategia efficace per affrontare la fase recessiva97. La ricerca evidenzia, infatti, che
tutti i casi di aziende vincenti sono accomunati dall’internazionalizzazione della propria attività, mediante la
quale hanno potuto raggiungere gli obiettivi di crescita prefissati.
Se l’industria manifatturiera e l’edilizia sono stati i settori maggiormente colpiti dalla crisi, gli effetti del
rallentamento nel ciclo economico hanno coinvolto anche le attività del terziario. All’interno di questa
macro-categoria la nostra attenzione è stata rivolta in particolare al comparto turistico, che rappresenta
senza dubbio il motore trainante dell’economia locale. Vengono riportate di seguito alcune testimonianze
significative di imprenditori e dipendenti che svolgono la loro attività nelle strutture ricettive e ristorative
della Riviera.
“Subito finita la stagione del 2009, si è sentito da tutte le parti che è stato un anno addirittura eccezionale, in cui gli
albergatori, i ristoratori e tutti quanti hanno lavorato molto di più, però, in previsione che si lavorasse meno, cosa è
successo? Che ogni albergo ha preso, chi uno, chi due, chi tre, chi quattro persone in meno e quelli che sono rimasti si
sono fatti un mazzo così […] Mi sono accorto che non si cerca più la professionalità, anzi, si cerca esclusivamente la
manodopera a basso costo. E questo purtroppo succede in tutti gli alberghi, anche negli alberghi di prima categoria,
perché cercano di tenere quell’una, due persone necessarie che possono indirizzare i giovani o i nuovi ad una certa
categoria di lavoro, e vedo che tutti quanti devono farsi un mazzo per arrivare a fine mese. Perché purtroppo il lavoro
qua è diventato così: si cerca proprio di minimizzare i costi, perché purtroppo i costi di gestione e i costi del personale
sono altissimi, non c’è niente da fare.” (Int. n.53, disoccupato, 61 anni)
“Nel 2010 il parco ha avuto un calo di presenze […] Alcuni contratti non sono stati rinnovati, ci sono stati dei tagli a
sproposito, […] All’inizio si poteva pensare di fare dei tagli per contenere le spese e ci stava bene, adesso sono proprio
tagli a caso, per contenere i costi, ma dopo perde il parco, ne perde il prodotto del parco, perché se inizi a togliere
una persona all’ufficio informazioni, quella che ti fa la visita guidata, tagli gli orari dei negozi, chi viene nel parco, non
ha più il servizio.” (Int. n.51, occupata stagionale nel turismo, 36 anni)
““L’idea è questa: in un anno di crisi, molti clienti hanno chiamato e mi hanno detto che gli sarebbe piaciuto venire,
ma essendo in cassa integrazione non potevano; oppure perché stavano per entrare in cassa integrazione e non
sapevano che fine avrebbero fatto, per cui mi dicevano che ci saremmo risentiti l’anno successivo. Molti hanno
rinunciato, molti sono venuti e abbiamo fatto dei prezzi supercompetitivi per mantenere il cliente, sperando che nella
prossima stagione ritornino. Gli albergatori che hanno avuto l’albergo tutto pieno sono quelli che negli anni hanno
fatto questa politica e quindi sono riusciti a mantenersi i clienti […] Il timore dal punto di vista professionale è che ci
sia una corsa al ribasso per paura di non riuscire a fare affari … perché il problema è quello del panico, la crisi c’è,
magari invece di investire nella qualità del servizio, nella pubblicità di un certo tipo eccetera, faccio cassa ... Ma è una
cassa che dura poco perché incassi subito, poi alla fine quando vai a pagare i fornitori non ci sono i margini … Anche
adesso, l’ultima richiesta è a luglio, 25 euro pensione completa: sono dei prezzi che in nessuna altra parte di Italia si
possono fare … Non si capisce poi come una struttura riesca a stare in piedi, perché non hai margini di nessun tipo.
Anche perché i prezzi dei generi alimentari non sono diminuiti, il personale meno di tanto non lo puoi pagare … cioè
non è che puoi stare a rosicchiare sul personale perché dopo il rischio è che non hai persone qualificate, non hai del
personale in grado di gestire la situazione lavorativa. I costi fissi sono rimasti, cioè non è diminuito niente, ti chiedono
solo di diminuire gli incassi … Ci sono tantissimi alberghi quindi la concorrenza è molto alta. I grandi tour operator e le
agenzie di viaggio devono piazzare qualcuno, su mille alberghi ne troveranno 10, 20, 30 che sono disposti a trattare
per queste cifre … però dopo bisogna vedere anche che servizio dai, perché se dai un servizio scadente e ovviamente
non puoi permetterti un servizio più alto, dopo Rimini diventa una Riviera dove sussiste un turismo al ribasso, dove la
gente viene trattata male. Poi basta fare un giro sui portali di Internet per vedere i commenti; ci vuole poco a
screditare un settore intero per colpa di qualche concorrente sleale o di una gara al ribasso” (Int. n.52, imprenditore
alberghiero, 39 anni)
97
Cfr. A. Arrighetti, L. Paolazzi, F. Traù, “I tratti, i comportamenti e gli orientamenti delle imprese vincenti”, in G.
Nardozzi, L. Paolazzi (a cura di), Costruire il futuro. PMI protagoniste: sfide e strategie, SIPI, Roma, 2011.
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In seguito all’applicazione della cassa integrazione o alla minaccia di essa, molti turisti italiani, abituali ospiti
delle strutture ricettive riminesi, hanno dovuto rinunciare alla vacanza estiva. Altri, invece, hanno scelto
comunque di trascorrere alcuni giorni in Riviera, riducendo magari il periodo di soggiorno oppure
preferendo muoversi nelle settimane di ‘bassa stagione’. Per venire incontro alle esigenze di questo
segmento di clientela, colpita direttamente dalla crisi, molti albergatori hanno applicato tariffe
particolarmente convenienti, con l’obiettivo di non perdere il cliente e quindi fidelizzarne la presenza.
Una politica tariffaria competitiva rappresenta senza dubbio una strategia largamente adottata dalle
imprese alberghiere con risultati nel complesso positivi, vista la sostanziale tenuta del sistema turistico
locale nel triennio 2009-2011. Tuttavia, le testimonianze raccolte descrivono chiaramente i rischi insiti in
una competizione ‘al ribasso’ che questo tipo di strategia potrebbe implicare. Qualora i margini di
redditività siano inadeguati a giustificare l’attività imprenditoriale, prende corpo l’ipotesi che alcune
strutture perseguano logiche poco trasparenti e non sempre lecite. Di fronte alla necessità di mantenere
comunque un margine di utile sufficiente a garantire l’esistenza dell’impresa, l’applicazione di tariffe troppo
basse finisce inevitabilmente per compromettere la qualità del servizio.
Sotto questo profilo un problema evidenziato nelle interviste riguarda le spese per il personale e il suo
livello di professionalità. In previsione di un calo generalizzato delle presenze, che però non si è verificato,
l’esigenza di contenere i costi ha indotto alcuni albergatori a risparmiare su questa voce di spesa. Il
risparmio è avvenuto sia mediante una riduzione degli organici, sia offrendo retribuzioni più basse, le quali,
però, possono portare ad una svalutazione del profilo professionale.
Il contenimento dei costi rappresenta una strategia condivisa con le imprese del comparto manifatturiero.
Tuttavia, nei servizi turistico-ricettivi la componente relazionale determina il valore dell’esperienza vissuta e
quindi la qualità stessa del prodotto. Un parco tematico, ad esempio, può fare fronte ad un calo di presenze
riducendo il personale, ma contemporaneamente riduce il livello del servizio offerto ai visitatori. Assumere
manodopera a basso costo o limitare gli organici al minimo, accrescendo di conseguenza lo stress
lavorativo, non contribuisce certamente a diffondere quegli atteggiamenti di cordialità ed empatia, che
rappresentano un tratto caratteristico dell’ospitalità romagnola e un importante fattore competitivo sul
mercato turistico.
Altri imprenditori alberghieri hanno scelto come strategia per affrontare la crisi il miglioramento nella
qualità dei servizio.
“I soldi li ho investiti nel buffet. I clienti fanno sempre man bassa quando trovano il buffet. Quando poi i clienti vanno
al mare, in giro raccontano che un giorno hanno mangiato certi piatti, che un altro giorno ne hanno mangiati altri.
Questa è tutta pubblicità. Gli alberghi vicini chiedono 50 centesimi per un bicchiere d’acqua, un euro per un’insalata,
tre euro per un piatto di spaghetti doppio. Quegli albergatori si sono dati la zappa sui piedi: io ho soddisfatto il cliente
e mi sono fatto una pubblicità di riflesso […] Poi tra di noi c’è concorrenza: se io faccio 30 euro per notte, l’altro fa 25,
l’altro ancora fa 22 euro. È già accaduto. È successo a Pasqua, è successo per il Primo Maggio. Poi, se magari il cliente
ritorna nello stesso albergo, si sente rispondere che non possono più dargli la camera con il prezzo dell’altra volta. Il
cliente, arrabbiato, ribatte che la camera non aveva nemmeno il riscaldamento. Perché vuoi che con 30 euro ti diano
anche il riscaldamento? … Necessariamente i servizi offerti sono di basso livello” (Int. n.44, imprenditore alberghiero,
53 anni)
“Durante l’estate invece è meglio fare gruppo, perché così guadagniamo tutti. Per esempio, abbiamo fatto delle feste
con l’albergo di fronte, abbiamo fatto un buffet insieme. Dipende anche dalle persone. Un po’ quello che ci invidiano
gli altri settori turistici, secondo me, e ci viene detto dai turisti stessi, è che qui c’è una buona sinergia tra il bagnino e
l’albergatore. Se un cliente arriva da me e in quel momento ho una camera che non gli piace, invece di mandarlo via,
chiamo un mio collega, che magari ha un albergo più grande, più bello e li può trovare una camera migliore. È capitato
anche a me. Questa cosa è molto apprezzata, perché il cliente – come diciamo noi colleghi – ‘non deve uscire dalla
via’, cioè una volta che arriva qui, se non viene da me, deve venire da te. Il cliente lo teniamo nella stessa zona, perché
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lì ha i suoi amici. È una strategia commerciale: come il ragno, facciamo la nostra tela. Poi molti clienti si innamorano
più che dell’albergo della spiaggia oppure della zona in generale, per cui prima o poi ritornano. Magari un cliente va in
un albergo, ma non essendoci più posto per i suoi parenti che sono venuti a trovarlo, devono andare nell’albergo di
fronte. Questa cosa fa girare i clienti, fa girare i soldi. Questa è una strategia vincente ... Anche perché poi più di tanto
non si può fare, tanto i prezzi più o meno sono quelli, le strutture più o meno sono quelle. Puoi dare qualcosa in più da
mangiare, però te la giochi su altre cose: sulla cordialità, sulla simpatia, su come stanno le persone, sulla disponibilità”
(Int. n.52, imprenditore alberghiero, 39 anni)
Nel brano citato si ricorda l’importanza della ristorazione per valutare una struttura ricettiva e, quindi,
l’allestimento di un ricco buffet permette di aumentare il grado di soddisfazione della clientela. In questo
modo i clienti stessi diventano dei ‘referenti attivi’ che sono in grado di pubblicizzare l’albergo dove
alloggiano sia durante la vacanza ad altri turisti, sia al ritorno nella località di provenienza ai loro
conoscenti. Per innalzare qualitativamente l’offerta ricettiva è necessario investire nella propria struttura,
seguendo quelle che sono le mutevoli e molteplici esigenze della domanda turistica. Soprattutto negli
alberghi di categoria superiore, che si rivolgono a segmenti di utenza con redditi elevati, l’offerta di un
servizio migliore giustifica anche un aumento delle tariffe applicate. L’obiettivo è quello di mirare su quelle
fasce di clientela che non hanno risentito degli effetti della crisi e puntare sulla qualità per restare
competitivi.
Nonostante l’esistenza di una notevole concorrenza fra strutture alberghiere, che la crisi ha purtroppo
incrementato, emerge un ruolo strategico del fare rete a livello zonale nella gestione della clientela. Ciò
significa creare delle sinergie operative sia tra stabilimenti balneari ed alberghi, sia tra gli albergatori stessi.
La collaborazione si concretizza nell’organizzazione di eventi, serate, momenti ricreativi e conviviali che
coinvolgono strutture adiacenti, migliorando complessivamente l’offerta turistica. Significativi sono i
meccanismi di reciprocità che coinvolgono operatori della stessa zona. Essi, qualora non possano
soddisfare l’esigenza di un cliente lo rinviano verso un esercizio vicino, che sia in grado di accoglierlo
adeguatamente. L’obiettivo viene espresso nella formula secondo la quale il turista “non deve uscire dalla
via”. In questo modo si cerca di fidelizzare le persone non tanto al singolo albergo, quanto alla località
specifica, nella convinzione che tale strategia crei vantaggio a tutto il sistema turistico locale.
Anche in presenza di una congiuntura negativa che ha condizionato l’industria delle vacanze, per molte
strutture ricettive della Riviera le ‘stagioni’ 2009 e 2010 sono risultate comunque positive.
“Se il 2010 potesse andare come il 2009 io ci metterei la firma. Ho avuto più richieste dei miei soliti clienti. Ho notato
una differenza nella clientela, una buona parte era ligure e toscana che da un pezzo non si vedeva qui. Era la clientela
che andava sul Tirreno, in Versilia, ma che è tornata da noi anche perché con i nostri prezzi di pensione completa in
altri posti fai fatica a trovare da dormire. Sono venuti da Alessandria, Pistoia, ma soprattutto dalla provincia di Genova
e La Spezia. Prima al massimo li vedevo in qualche weekend di Pasqua o il ponte del Primo Maggio, mentre quest’anno
hanno richiesto una settimana o dieci giorni. Per me è stata la crisi. Noi italiani non rinunciamo alle ferie, magari una
sola settimana, ma la facciamo; di là costa 10, di qua 5: vengono di qua. Anche chi i soldi li ha sta attento a spendere.
Io non ho avuto flessioni, ma credo che globalmente anche nel turismo qualcosa sia calato”. (Int. n.44, imprenditore
alberghiero, 53 anni)
“La stagione 2010 è andata complessivamente bene. Avevo una serie di punti interrogativi, che erano il nuovo albergo,
la nuova zona, nuovi clienti oppure clienti vecchi che dovevano seguirmi, eccetera. Complessivamente mi sono trovato
bene come struttura, come zona, come risposta dei clienti. Poi ovviamente il prossimo anno farò dei miglioramenti,
perché conosco un po’ meglio il contesto.” (Int. n.52, imprenditore alberghiero, 39 anni)
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“L’estate 2010 è stata positiva, nonostante tutto, nonostante anche il tempo, perché abbiamo avuto un giugno molto
brutto. Ovviamente la situazione economica non era buona, però in ogni caso l’estate è stata più che positiva … forse
siamo andati a prendere quella fascia di famiglie e di clienti che non hanno risentito particolarmente della crisi” (Int.
n.54, occupata nel turismo, 32 anni)
Il primo degli intervistati sottolinea come la vacanza sia ormai diventata un consumo essenziale per le
famiglie italiane che, in presenza di una ridotta disponibilità finanziaria, hanno modificato il luogo di
soggiorno, orientandosi su destinazioni più economiche. Sotto questo profilo la crisi ha spinto verso la
Riviera nuovi ospiti che negli anni passati preferivano altre località balneari, divenute in questa fase meno
competitive nel rapporto qualità-prezzo.
Politiche tariffarie vantaggiose unite ad un buon livello di servizi hanno consentito non solo di acquisire
nuova clientela, ma soprattutto di fidelizzare quella già esistente. A tale proposito si conferma di
fondamentale importanza un approccio, evidenziato nel secondo brano, volto al continuo miglioramento
dell’offerta ricettiva. Ciò vale per le strutture con 2-3 stelle che rappresentano la maggioranza degli alberghi
riminesi e che si rivolgono ai segmenti di utenza con redditi medio-bassi. Ma vale anche per gli hotel di
categoria superiore, come quello cui si riferisce la terza testimonianza, i quali sono riusciti ad intercettare
fasce di clientela non toccate dalla recessione economica.
3.6
Sintesi conclusiva
Prima di concludere questo capitolo è opportuno ritornare alle strategie di fronteggiamento adottate da
individui e famiglie per sintetizzare quanto emerso nei paragrafi precedenti.
Dalle nostre interviste appare chiaro il ruolo determinante della rete parentale per limitare le conseguenze
negative della crisi e compensarne gli squilibri sul piano materiale e psicologico. Innanzitutto, per un
lavoratore disoccupato o messo in cassa integrazione la presenza di un altro reddito in ambito domestico
permette di gestire la momentanea riduzione delle entrate con minore apprensione. Sono, però,
soprattutto i giovani-adulti a beneficiare della solidarietà intergenerazionale come risorsa per fronteggiare
un passaggio critico. Da un lato, prolungando la coabitazione nella casa paterna essi riescono a garantirsi
una sicurezza materiale e a mantenere pressoché immutato il tenore di vita. Dall’altro, le giovani coppie
con figli piccoli ricevono dalle generazioni over 50 aiuti significativi, sia sotto forma di beni materiali, sia
attraverso il sostegno nei compiti di cura, che si rivelano determinanti per mantenere gli equilibri familiari.
Importante è anche il ricorso alla cerchia sociale di appartenenza nella quale compaiono tanto gli amici più
intimi quanto i semplici conoscenti. Se i primi forniscono un supporto sul piano emotivo e psicologico, i
secondi rappresentano quei canali informali che vengono attivati per la ricerca del lavoro.
Di fronte ad una riduzione del reddito disponibile una strategia utilizzata trasversalmente per adattarsi alla
nuova situazione consiste nel modificare i comportamenti di consumo. Ciò comporta sia una maggiore
attenzione nelle spese quotidiane (cibo, abbigliamento), sia una riduzione dei consumi legati al tempo
libero (uscite serali, vacanze), la cui entità varia in relazione allo status socioeconomico precedente la crisi.
Si tratta generalmente di piccoli cambiamenti nello stile di vita, i cui risvolti sul livello di benessere
percepito dipendono non solo dal tipo di restrizioni, ma anche dagli orientamenti di valore e
dall’importanza soggettivamente attribuita alle pratiche di consumo.
Un ruolo fondamentale per mantenere inalterata la capacità di acquisire beni e servizi risiede nel ricorso ai
risparmi. La possibilità di accedere ad un capitale accumulato nel tempo appare diffusa tra le famiglie
riminesi che hanno attinto a questa risorsa per fronteggiare situazioni di temporanee ristrettezze
96
finanziarie. La diminuzione del reddito disponibile è un problema comune a tutti i nuclei familiari colpiti
dalla crisi, che si trovano nella necessità di dover integrare il bilancio domestico. Sotto questo profilo va
riconosciuta l’efficacia degli ammortizzatori sociali per contenere le conseguenze negative della recessione
sul piano occupazionale. Gli interventi di cassa integrazione ordinaria e in deroga, così come le indennità di
mobilità e disoccupazione sono stati ampiamente utilizzati per affrontare questa fase di transizione. Altre
famiglie, invece, si sono viste costrette dalla mancanza di alternative a chiedere aiuto alle istituzioni socioassistenziali e ricevendo da esse contributi per il pagamento dell’affitto, delle utenze domestiche,
agevolazioni tariffarie o generi di prima necessità.
I problemi finanziari derivanti dalla recessione sono affrontati anche facendo ricorso all’indebitamento,
utilizzato non più per l’acquisto della casa o di altri beni durevoli, ma per sopperire alle spese quotidiane. La
richiesta di prestiti, rivolta a banche o società finanziarie, coinvolge sia le famiglie con preesistenti situazioni
di precarietà economica, sia coloro che non rinunciano al proprio stile di vita nonostante una significativa
riduzione dei mezzi di sussistenza. Un’altra modalità di azione adottata per integrare le entrate familiari in
tempo di crisi è quella dell’occupazione irregolare. Si tratta certamente di una pratica non nuova per la
realtà italiana, che assume forme differenti in relazione ai soggetti coinvolti. Da un lato, esistono i ‘lavoretti’
occasionali svolti sia dai cassaintegrati per accrescere le entrate familiari mantenendo il sussidio pubblico,
sia dai soggetti normalmente esclusi dal sistema produttivo (donne, anziani, studenti) che in questa fase
hanno maggiore necessità di reperire risorse. Dall’altro, c’è il cosiddetto lavoro ‘grigio’ di coloro i quali
svolgono l’attività abituale in modo parzialmente irregolare ricevendo, ad esempio, una parte della
retribuzione al di fuori della busta paga.
Al di là delle pratiche informali, la questione occupazionale risulta comunque centrale nelle strategie
elaborate dai soggetti colpiti dalla crisi. Tra i cassaintegrati over 50, così come tra quelli giovani-adulti che
vivono ancora in famiglia, prevale la volontà di conservare il posto di lavoro, attendendo una ripresa del
ciclo economico e la conseguente reintegrazione in ruolo. La conservazione dell’impiego comporta spesso
la necessità di adattarsi faticosamente alle nuove condizioni lavorative imposte dalle ristrutturazioni
aziendali. Invece, coloro i quali sono rimasti disoccupati si orientano prevalentemente verso la ricerca attiva
di un nuovo impiego che avviene però con modalità differenti. Da un lato, i soggetti che hanno acquisito
competenze specifiche e godono di una relativa sicurezza materiale si attivano in modo selettivo,
mantenendo inalterate le aspettative professionali sia rispetto ai contenuti, che alle condizioni lavorative
(orario, retribuzione, inquadramento contrattuale). Dall’altro, le fasce più deboli e soprattutto la
componente femminile pongono in atto una ridefinizione delle aspettative, da cui deriva la disponibilità ad
accettare mansioni e/o modalità regolative precedentemente inammissibili. Altri lavoratori scelgono,
invece, di riconvertirsi professionalmente e acquisire nuove competenze, ritenute più spendibili sul
mercato del lavoro, partecipando a corsi di formazione o iscrivendosi all’università. Tale strategia risulta
appannaggio degli individui con un buon livello di scolarizzazione e che possono contare sul supporto della
rete parentale.
Costruire percorsi formativi o professionali lontani dalla propria storia lavorativa comporta una
ristrutturazione cognitiva che ridefinisce ruoli e aspettative, modificando la proiezione di sé nel futuro. Tale
ristrutturazione, tuttavia, non è limitata alla sfera professionale, ma si estende ad altre dimensioni
dell’esistenza. Vivere alla giornata diviene una strategia di adattamento che consente di affrontare la
quotidianità, gestire la paura del futuro e superare le difficoltà derivanti dalla situazione occupazionale.
Focalizzarsi sul presente vuol dire anche limitare il proprio orizzonte progettuale, rinunciando a scelte di
vita e investimenti importanti. In particolare, per i giovani-adulti ciò significa rimandare decisioni
fondamentali come quella di formare una famiglia, acquistare una casa o avere un figlio.
Come già anticipato, nell’affrontare l’impatto della recessione gli attori sociali combinano insieme più
risorse e modalità di azione al fine di ristabilire un equilibrio sostenibile sul piano materiale e psicologico.
Dalle testimonianze raccolte si evince come le strategie messe in atto da individui e famiglie sul territorio
provinciale siano riuscite a contenere gli effetti della crisi in modo complessivamente migliore rispetto a
97
quanto emerso in altre realtà italiane. Il supporto della famiglia e delle reti sociali, la disponibilità
patrimoniale, i trasferimenti pubblici hanno consentito di gestire questa fase senza stravolgere il
precedente tenore di vita. Detto questo, va sottolineata l’esistenza di profili sociali che hanno un accesso
limitato a queste risorse e ciò ovviamente condiziona la capacità di reazione all’evento critico. Persone sole,
nuclei monoreddito, famiglie immigrate hanno maggiori probabilità di ricorrere all’indebitamento, al lavoro
irregolare o a rientrare nei contesti di origine per fronteggiare l’impatto della crisi.
98
4. La dimensione temporale della crisi: le traiettorie degli intervistati
4.1
Introduzione
Analizzati in precedenza gli impatti, le risposte e le strategie individuali rispetto alla crisi economica, in
questo capitolo si propone una loro lettura combinata che si focalizza sulla dimensione temporale.
Attraverso le azioni di ricerca empirica svolte nell’arco di 18-20 mesi, si è inteso infatti valorizzare una
prospettiva di lettura dinamica delle percezioni e delle reazioni alla crisi da parte delle persone coinvolte
nell’indagine. Si ricorda, dunque, che a tal fine, tra maggio 2009 e febbraio 2011, sono state svolte con gli
stessi soggetti tre sessioni di intervista98 a distanza di circa 6-7 mesi l’una dall’altra; alle quali si sono
aggiunte, nella prima metà del 2011, alcune interviste con testimoni significativi e un focus group con i
referenti dei servizi territoriali. In questo modo si è inteso cogliere, attraverso il mutare nel tempo delle
percezioni di chi è stato coinvolto nell’indagine, l’evoluzione delle idee, delle letture, dei comportamenti,
delle strategie di fronteggiamento da parte degli individui, delle famiglie, delle aziende e degli altri attori
coinvolti in una crisi economica che nel frattempo faceva il suo corso.
In un primo momento, si darà conto proprio delle rappresentazioni generali della crisi, così come emergono
dalla lettura che ne hanno dato gli intervistati: la sua origine, le cause, i protagonisti, gli effetti immediati e
le possibili conseguenze future.
In un secondo momento, ci si concentrerà nuovamente sulla dimensione individuale e familiare degli
intervistati, per rintracciare, a partire dagli effetti, reali e percepiti, della crisi, le combinazioni di strategie e
lo sviluppo dei percorsi di lavoro e di vita che emergono durante le tre sessioni di intervista.
Infine, si proverà a tirare le fila del discorso, evidenziando le principali costanti e le specificità più
interessanti che emergono dalle storie raccolte.
Le interviste hanno dunque consentito di cogliere, in primo luogo, le percezioni della crisi in generale
rispetto alle possibili cause, alle responsabilità, alle conseguenze, alle possibili soluzioni. In secondo luogo,
si sono raccolte le percezioni ad un livello più individuale per quanto riguarda le possibilità per se stessi, per
la propria cerchia familiare ed amicale, per la comunità di appartenenza di prendere decisioni ed operare
delle scelte, più o meno significative, nell’ambito della crisi. Anche qui si tratta di idee, opinioni, visioni,
“letture” più o meno fondate sull’esperienza diretta, sulle informazioni di cui si dispone, sull’analisi di
eventi e fatti a partire da strumenti culturali e conoscitivi di cui ciascuno diversamente dispone.
Su entrambi i versanti presi in esame, insomma, non si tratta di analizzare dati pienamente “oggettivi” sulla
crisi, ma di elaborare informazioni: da un lato, esse danno un’idea del “clima” generale nel quale si sta
vivendo il momento, dall’altro, occorre ricordare che le percezioni hanno vere e proprie conseguenze reali
in quanto influenzano le concrete condotte degli individui99. I comportamenti di consumo, come l’acquisto
di un’automobile o di un nuovo televisore, o decisioni cruciali, come la scelta di “mettere su famiglia”, la
stessa ricerca del lavoro o della facoltà universitaria da frequentare, sono orientate dalle rappresentazioni
circa le opportunità e gli ostacoli cui si va incontro. Ed in un periodo di crisi, le rappresentazioni
sull’andamento dell’economia possono, a loro volta, deprimere ulteriormente i consumi e la produzione,
frenare i progetti individuali e aziendali per limitare i rischi, ma anche produrre coraggiose scelte innovative
e spazi creativi per nuovi progetti di vita e di lavoro.
98
Nel complesso dei 54 intervistati (esclusi i testimoni privilegiati), per l’esattezza, con 43 è stato possibile effettuare
tutte le tre sessioni di intervista, in 7 casi se ne sono effettuate due ed in 4 solamente uno.
99
Secondo il cosiddetto “Teorema di Thomas”, se gli uomini definiscono reali certe situazioni, esse saranno reali nelle
loro conseguenze. La definizione sociale della situazione, per quanto possa essere basata su informazioni incomplete o
errate rispetto a dati oggettivi, dunque falsa nelle sue premesse, avrà però effetti e conseguenze reali, in quanto gli attori
che la ritengono vera agiranno di conseguenza. Cfr. Thomas W. e Znaniecki F., Il contadino polacco in Europa e in
America, Comunità, Milano, 1968 (l’opera originale è del 1918-20).
99
4.2
Le letture della crisi tra locale e globale
L’origine della crisi: dubbi, idee, ipotesi su quando e come
In un recente saggio sulla crisi economica, Gallino100 sintetizza le ipotesi interpretative formulate in questi
anni dagli esperti e dai media in quattro schemi esplicativi: in primo luogo, sarebbe l’esplosione del debito
americano ad averla innescata e ad aver prodotto effetti negativi a catena negli altri Paesi; in secondo
luogo, si tratta di uno sviluppo patologico del sistema finanziario globale che, a partire dagli anni Novanta,
avrebbe preso il sopravvento sulla produzione e sull’economia reale, sfuggendo alla tracciabilità e ad ogni
sistema di controllo; in terzo luogo, si spiega la recessione con una cattiva regolazione del mercato da parte
delle istituzioni pubbliche competenti, o in termini di carenza o all’opposto di eccesso di regole e vincoli;
infine, essa sembra la conseguenza inevitabile delle logiche implicite e connaturate al funzionamento del
sistema economico e finanziario, fragile, teso alla disuguaglianza ed a squilibri insostenibili per lo stesso
sistema economico.
In effetti, le testimonianze raccolte sono, come si vedrà, perfettamente riconducibili a questi quattro
schemi esplicativi proposti da Gallino. Se da un lato le ipotesi hanno l’ovvio limite di essere descritte in
modo meno sistematico e più frammentato, tanto da comporre solo nell’insieme il quadro completo delle
cause e degli effetti della crisi, dall’altro risultano arricchite da qualche sfumatura in più che deriva dalla
descrizione delle condizioni quotidiane e degli aspetti pratici attraverso i quali si vive la recessione.
Quando è cominciata la rilevazione empirica, nel maggio 2009, la crisi aveva già cominciato a far sentire i
suoi effetti in modo piuttosto evidente, sia sull’economia finanziaria, con i grandi fallimenti negli Stati Uniti
ed i crolli ripetuti anche delle borse europee alla fine del 2008, sia sulla cosiddetta economia reale. Nella
stessa provincia di Rimini, alcune importanti aziende del territorio avevano già avviato processi di
ristrutturazione interna con effetti sul piano occupazionale. Un referente dei servizi sociali di un Comune
della provincia di Rimini ricorda alcune avvisaglie della crisi manifestatisi anche prima del 2008:
“C’erano dei segnali antecedenti all’ottobre 2008, che è il periodo che viene definito come avvio della crisi. C’erano
dei segnali già precedentemente che poi si sono manifestati nel periodo della crisi, tant’è che l’SCM ha chiuso per un
periodo per ristrutturarsi, quindi ha fatto un progetto industriale nuovo e quindi tutto quello che ruota nell’indotto
attorno ne ha sofferto. E ricordo una riunione del 2009 con dei genitori che avevano dei bambini a scuola, che erano in
cassa integrazione o comunque in una situazione di precarietà, che chiaramente ponevano delle istanze al Comune:
Come facciamo? Come possiamo vivere?” (intervista a referente dei servizi sociali comunali)
Alcuni segnali erano evidenti dunque da qualche tempo, almeno a chi per professione si occupava di settori
più direttamente “toccati” dalla crisi, avendo la possibilità di esaminarne gli effetti e di ipotizzarne le cause
da un punto di osservazione “privilegiato”. È il caso di un giovane dirigente aziendale che appare in grado,
meglio di altri intervistati, di interpretare l’andamento dei mercati finanziari.
“Per anni ci hanno raccontato che stiamo bene, ma non è vero che stiamo bene. La crisi è arrivata e ci hanno detto
all’improvviso, una notte: è arrivata la crisi. Ma c’erano da cinque o sei anni i segnali che sarebbe arrivata questa botta
molto grossa. Perché siamo arrivati ad un’economia di fantasia. Ormai la Borsa fa i bilanci di uno Stato, ma la Borsa è
un gioco, infatti si dice ‘giocare’ in Borsa. Non è un’economia reale basata sulla produzione di acciaio piuttosto che
grano … Siamo andati a spostare miliardi, che poi non esistono, fra parentesi, perché sono soldi che non esistono.
Siamo andati a spostare miliardi sul niente, però quel niente lì ha incasinato tutta l’economia mondiale e i segnali
c’erano. Ci siamo inventati le cose più assurde, come per esempio andare ad investire sull’andamento dei mutui
americani. Che, per carità, si può fare, però è come andare in sala scommesse e scommettere sui cavalli” (36 anni,
occupato nell’industria, I fase)
100
Gallino L., Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, Einaudi, 2011, pp. 45-84.
100
Eppure, la situazione non appare ugualmente chiara ad altri intervistati e, anzi, emerge in alcuni colloqui la
tendenza a negare, minimizzare o rimuovere la crisi, assegnandola all’ambito delle percezioni collettive e a
visioni pessimistiche costruite dai media.
Un artigiano cinquantenne del settore industriale, ad esempio, si mostra restio ad ammettere la sussistenza
effettiva di condizioni di recessione, imputando ai mezzi di informazione l’allarmismo diffuso. I mass media
sono accusati di far assurgere alle cronache ed esacerbare l’interpretazione di fatti relativi a condizioni di
disagio economico, che si sono sempre verificati:
“La gente pensa che ci sia la crisi. Tutto quel terrorismo che ci hanno fatto, i mass media, i telegiornali, i giornali, alla
fine tu qualsiasi cosa, con qualsiasi persona parli, l’argomento primo è quello lì, è impressionante. Cioè che c’è crisi,
che al lavoro c’è poca gente, ieri sera ero lì che facevo due chiacchiere, mangiavo un gelato, si sono fermati due miei
amici, uno fa l’idraulico, l’altro fa il mobiliere e l’argomento è saltato subito lì: c’è poca gente, la gente non ha i soldi.
Però se noi continuiamo a parlare solo di questa cosa qui, hai voglia prima che ne usciamo fuori! Bisogna essere più
realisti nella vita … Purtroppo c’è della gente che non ce la fa, ma è sempre stato così. Il nostro problema è la
comunicazione. Tu hai mai fatto caso che quando cade un aereo nel giro di quei due, tre giorni lì ci sono mille incidenti
sugli aerei, perché questa è la notizia che è caduto un aereo, 238 morti. Se questo non cadeva, gli altri non li ricevevi.
Allora la crisi è importante, fa notizia. La comunicazione nostra è questa qui, è sbagliata. Tu mi stai facendo delle
domande e mi chiedi come fai a risolvere la crisi. Perché non lo fa il telegiornale, anzi che dire che c’è solo la crisi?...
Loro sono la crisi, loro sono la felicità, loro sono la ripresa” (50 anni, imprenditore nell’edilizia, I fase)
Anche un giovane studente sostiene la rilevanza del ruolo dei mezzi di comunicazione nella costruzione di
un eccessivo allarmismo rispetto alle condizioni di vita realmente percepite nella quotidianità:
“Diciamo che quando ho sentito della crisi al telegiornale ho cercato di stare più attento, però parlando anche con gli
amici alla fine tutta questa crisi non c’era, cioè alla fine, secondo l’idea di tutti, era stata un po’ troppo amplificata dai
telegiornali, diciamo che adesso è diventato indipendente dalla crisi, diciamo che se dovessi dire adesso se sento la
crisi la mia risposta sarebbe no” (19 anni, studente, I fase)
Questo scetticismo rispetto alla crisi è descritto esplicitamente dal già citato dirigente aziendale come un
tratto che caratterizzerebbe il contesto locale, come pure più in generale quello italiano: dal suo
osservatorio privilegiato, tra l’economia locale ed il mercato globale, tra il territorio riminese ed i frequenti
viaggi all’estero, propone una propria visione comparativa degli atteggiamenti verso la crisi:
“Noi stiamo tendendo a minimizzarla. Anche a Rimini non sento nessuno che dice: all’SCM sono tutti in cassa
integrazione. Si tende a non parlarne, a far finta che vada tutto bene, ma non va tutto bene. Ho amici in cassa
integrazione e con loro ne parlo, ma loro ne parlano perché sono colpiti direttamente, invece all’estero sto vedendo
che se ne parla in generale e ne parlano tutti i giorni alla televisione. Anche perché io, conoscendo le lingue, non
ascolto più i telegiornali italiani, ma guardo quelli stranieri per capire cosa succede in Italia, così almeno sono più
documentato. Sulla ZDF tedesca parlano continuamente della crisi che hanno, parlano della Volkswagen, che sta
licenziando 10.000 persone. Qui avessi sentito uno che ha detto: la Fiat ha licenziato 3.000 persone. Silenzio. Dicono
che c’è un po’ di cassa integrazione e la stanno facendo credere come una cosa sotto controllo, ma non è sotto
controllo” (36 anni, occupato nell’industria, I fase)
Non tutti, dunque, appaiono consapevoli del fatto che l’economia stia mostrando qualche cedimento, a
metà 2009. Non si tratta, tuttavia, dell’opinione più diffusa tra gli intervistati: anzi, la quasi totalità si
mostra consapevole di quanto si sta verificando già all’inizio dell’indagine. Ed infine, anche l’artigiano e lo
studente citati in precedenza avranno ben presto modo di ricredersi, come emerge chiaramente nei
colloqui svolti con questi stessi testimoni significativi nell’ultima fase dell’indagine:
“Ovviamente la crisi è mondiale, però, pensandoci bene, l’Italia è un Paese che negli ultimi venti anni non ha fatto
niente per crescere, anzi è andata indietro, invece gli altri Paesi sono cresciuti. Noi, con il discorso che abbiamo
101
questo, abbiamo la storia, abbiamo tante cose, non facciamo niente, quindi non vedo bene la situazione del nostro
Paese. Sicuramente una ripresa ci sarà. Forse, fra un paio di anni, riprenderà tutto bene” (50 anni, imprenditore
nell’edilizia, III fase)
“Diciamo che agli inizi perlomeno io, come d’altronde altre persone, a livello lavorativo non ce ne siamo accorti più di
tanto, pensavamo più che altro fosse uno spauracchio, che fosse successo solo in America, come dire: a noi non ci
tocca. Invece poi in Italia è arrivata un po’ in ritardo, se vogliamo dirla così. Più che altro è stato un periodo di
cambiamenti e anche un po’ d’incertezza, a parte il fatto che non è ancora finita, però si spera che si riesca a vedere la
luce entro qualche anno … All’inizio non pensavo che si verificasse così, si manifestasse così a lungo termine, invece
devo dire che ha influenzato le mie scelte” (19 anni, studente, III fase)
Insomma, l’idea che si stia attraversando un periodo di difficoltà economica sembra condivisa anche da
coloro i quali non ne hanno da subito colto gli effetti.
È interessante notare, nelle testimonianze dei tre intervistati appena presentate, il diverso ruolo assegnato
ai media nella rappresentazione della crisi: nella prima sono indicati come responsabili di una sorta di
psicosi all’origine della crisi stessa, anche nella seconda si mette in discussione la loro credibilità a partire
dal mancato riscontro ricercato nella propria quotidianità, mentre nell’ultima sembra che essi, al contrario,
ne trascurino o addirittura oscurino i segnali e le conseguenze, almeno in una prima fase, a livello nazionale
e locale101.
Questa osservazione agevola il passaggio ad un'altra questione relativa alle opinioni degli intervistati sulle
cause che hanno originato la crisi e su eventuali responsabilità specifiche. Dalle testimonianze raccolte
emergono diverse interpretazioni in proposito, che non necessariamente si escludono a vicenda o si
contraddicono, come quelle precedenti, ma che compongono un ‘puzzle’ ampio e complesso di un
fenomeno difficile da decifrare. Infatti, non è raro che gli intervistati si mostrino confusi, o addirittura
reticenti, se interrogati su questioni più generali relative alle dinamiche economiche, rispetto alle più
comprensibili vicende individuali. Vengono sovente proposte impressioni poco approfondite con scarsa
connessione logica o ipotesi frammentate e non comprese in un ragionamento organico.
“Credo che l’SCM o qualsiasi altra fabbrica ad un certo punto i beni che producono serviranno a qualcheduno … Mi
sembra strano che non debbano essere comprati da nessuno ... È come se si fosse fermato il mondo ad un certo
punto” (19 anni, studente, I fase)
“Il Governo dice che incomincia ad andare bene, invece altri dicono di no. È fatica capirci. Siamo arrivati ad un punto in
cui non si capisce niente” (58 anni, occupato nell’industria, II fase)
Di seguito, si riportano le opinioni più diffuse tra gli intervistati sull’origine della crisi. Principalmente si
tratta di testimonianze emerse nella prima fase delle interviste, a metà 2009, ed anche questo giustifica,
almeno in parte, l’incompletezza delle informazioni e la poca chiarezza dei ragionamenti. Fanno eccezione
alcuni referenti che, per professione, studio o ragioni personali, si occupano di economia, lavoro o altri
aspetti connessi con le ragioni della crisi stessa o i suoi sviluppi e che dunque dispongono di strumenti di
analisi più robusti degli altri.
101
Da un’analisi sulle rappresentazioni della crisi nei media italiani nel triennio 2008-2010 emerge una notevole
differenza tra il volume di articoli sul tema pubblicati dai principali quotidiani nazionali e lo spazio dedicato dai
notiziari televisivi RAI e Mediaset nella fascia di prime time. Mentre la stampa quotidiana ha sostanzialmente offerto
un’ampia copertura all’emergenza economico-finanziaria durante tutto il periodo considerato, i telegiornali hanno dato
risalto alla questione solo nei due mesi di massima allerta (settembre-ottobre 2008) per poi abbassare sensibilmente il
livello di attenzione (con l’unica eccezione del TG3). Cfr. L. Caruso, C. Cepernich e F. Roncarolo, “Le rappresentazioni
mediali della crisi tra bisogni informativi e strategie politico-comunicative”, in Rassegna Italiana di Sociologia, n. 1,
2012, pp. 137-168.
102

Il ruolo dei media
Come già anticipato, un certo ruolo nell’origine o per lo meno nell’amplificazione degli effetti della crisi è
assegnato ai mezzi di informazione, la cui forza comunicativa sembra sovrapporsi all’impreparazione, alla
fiducia o forse, come suggerisce qualcuno, alla credulità che il Paese ha mostrato verso di loro. Si può
aggiungere che essi stessi, similmente ad altri ‘responsabili’ della crisi, vengono indicati anche come
potenziali attori nel superamento della situazione critica, contribuendo all’elaborazione e diffusione di
nuove idee e possibili soluzioni.
“Far conoscere è giusto, perché altrimenti non si risolverebbero mai i problemi, però enfatizzarla così tanto,
soprattutto in alcuni periodi, perché magari ci sono periodi in cui uno è bombardato di queste notizie e poi altri
periodi in cui non se ne sente più parlare, perché al suo posto è subentrato un altro argomento che fa più ascolto ...
Magari fino a che il problema dura, bisognerebbe continuare a fare dei piccoli servizi su questo e cercare di trovare
delle soluzioni” (27 anni, occupata stagionale nel turismo, I fase)
“Molta gente ha comprato con gli occhi più che con la testa. La televisione diceva: compra quello che costa solo 10
euro al mese; compra quell’altro che costa 30 euro al mese! Ma alla fine del mese 10, più 30, più 50… si sono accorti
che facevano fatica ad arrivare al 31. Molte famiglie hanno comprato l’appartamento con neanche un soldo,
praticamente facendo un mutuo al 100%. A me non hanno insegnato di spendere 300 se non hai almeno 150, tanto
per dire ... Non siamo stati noi, è stata la generazione dopo la mia che ha fatto quello che ha fatto, secondo me. Anche
perché gli altri glielo hanno permesso e glielo hanno messo nella testa … I media. Chi è stato? Tanto parte tutto da lì”
(53 anni, imprenditore nei servizi, III fase)

L’introduzione dell’Euro
Non raramente, gli intervistati individuano il momento dell’introduzione della moneta unica come primo
evento destabilizzante dell’intera economia italiana, dunque all’origine della crisi. Non esattamente nel
passaggio all’Euro, ma nella gestione del processo della sua implementazione sembra essersi perso il
controllo dei prezzi e dell’inflazione, dunque dell’andamento del mercato, che ha finito per penalizzare gli
individui ed i nuclei con redditi più contenuti, che non sono cresciuti altrettanto.
Un trentaquattrenne occupato nell’industria sottolinea, più efficacemente di altre opinioni del tutto
concordi, come proprio la mancanza di supervisione del processo e di controllo sui comportamenti
opportunistici scatenatisi in occasione dell’introduzione dell’Euro abbia finito per rendere quest’ultimo una
concausa della crisi:
“Da quando è stato introdotto l’euro, non per incolpare l’euro, ma dal 2000 non c’è stato nessuno che abbia
controllato i prezzi, che sono aumentati, anzi sono proprio raddoppiati: cose che costavano 15 mila lire, adesso
costano 15 euro. Quindi non c’è stato un controllo … Di conseguenza, questo è stato l’incipit del tutto, poi dopo ci
sono cose più specificatamente economiche o politiche da ricercare”(34 anni, occupato nell’industria, I fase)
In questo caso l’origine della crisi si sposta all’inizio del nuovo millennio, indietro di alcuni anni rispetto alla
crisi finanziaria americana del 2008.

Gli stili di consumo
Direttamente collegata con quanto appena detto sulla distanza creatasi tra redditi disponibili e prezzi, è
l’argomentazione di coloro che collegano l’origine della crisi più direttamente all’andamento dei consumi.
L’idea dominante è che la corsa agli acquisti e la diffusione di stili di vita eccessivamente edonistici e
dispendiosi abbia innescato processi di indebitamento nelle famiglie e negli individui, così che una frenata
di un meccanismo evidentemente insostenibile ha finito per scontrarsi con una produzione crescente grazie
103
all’impiego di tecnologie sempre più avanzate. Una crisi di sovrapproduzione dunque, creatasi nella
discrasia tra la frenata della corsa ai consumi e la crescita delle possibilità produttive.
Un operaio cinquantacinquenne in cassa integrazione spiega la questione evidenziando appunto la
combinazione di tre fattori all’origine della crisi: la crescita della produzione, il credito facile concesso dalle
banche, lo stile consumistico diffuso nella popolazione:
“Io mi sono fatta un’idea, che negli ultimi anni, con questo boom economico, con questo ritmo produttivo, si andasse
ad intoppare, a fermare qualcosa, perché, come dicevo prima, i ritmi produttivi, con l’indotto, con le tecniche nuove,
con i macchinari, eccetera, c’è una quantità di prodotto che il mercato non assorbe. Se a questo sommiamo che la
finanza ha dato credito, disponibilità finanziaria anche a persone che non potevano poi restituire il denaro; se ci
mettiamo anche che la gente è abituata a spendere quasi prima di aver guadagnato il soldo, e io faccio una
sommatoria di questi 3 fattori, dico: mah, forse la crisi è una …” (55 anni, operaio in CIG, nell’industria, I fase)
Le responsabilità su quanto avviene in ambito economico andrebbero dunque estese all’intera società dei
consumi, dove per anni ha prevalso una corsa agli acquisti che affascinava tutti, rendendo le persone miopi
rispetto alle possibili conseguenze. Un lavoratore sessantaduenne del settore turistico auspica, in tal senso,
un cambiamento culturale che modifichi gli stili di vita, sebbene esso richieda tempi non brevi:
“Non è facile, premetto che questa crisi è una di quelle crisi che era prevedibile, perché si camminava ad un’altezza
che non era quella reale. E non parlo solo di chi lavora, ma parlo anche di chi sta benino, del ceto medio. Non si può
cambiare la macchina tutti gli anni, i cellulari sempre i più belli … Si camminava ad un livello che era oltre quello che
potevi fare e questo perché il consumismo esasperato, il tipo di capitalismo che c’è nel mondo ti porta a questo. Si
vede negli Stati Uniti. Sono abbastanza ottimista, nel senso che questa crisi si supererà nel tempo, quando dico nel
tempo fra qualche anno siamo ancora qui a parlare di crisi, se abbiamo la testa sulla spalle, non parlo dei governanti,
parlo della gente comune, della gente che lavora tutti i giorni. Ma se abbiamo la testa sulle spalle ci dovremmo trovare
meglio, perché il consumismo esasperato a tutti i costi non porta da nessuna parte, porta a questa crisi” (62 anni,
occupato stagionale nel turismo, I fase)
Sulla corsa al consumo si innesta la corsa al guadagno ‘facile’ come quello derivante dalle speculazioni
finanziarie. Nella sintesi proposta da un trentaseienne occupato nell’industria, all’origine della crisi ci sono i
comportamenti incauti dei risparmiatori, che hanno fatto investimenti sbagliati confidando sulla possibilità
di arricchirsi grazie alla Borsa.
“Ma alla fine ci è andata bene a tutti così, perché avevamo tutti due cellulari, due macchine. Però noi stiamo
consumando, bruciando, distruggendo più di quello che possiamo … I responsabili, alla fine, siamo noi stessi, perché ci
è andato bene a tutti. Adesso tutti a prendersela col tizio della Parmalat e con quello del Nasdaq, che sì hanno rubato
tanto e tutto, però siamo noi che abbiamo dato loro i soldi da investire. Se nessuno avesse dato loro una lira, questi
non avrebbero rubato. Poi, chi va in banca si fida ciecamente della banca e non va bene perché la banca non è un
istituto di carità, la banca deve fare profitto e lo farà sui clienti. Ci sono stati tanti anziani truffati dalle banche. Perché?
Perché volevano guadagnare di più, sul niente” (36 anni, occupato nell’industria, I fase)
Quest’ultima testimonianza si collega anche con il passaggio successivo sulla responsabilità delle banche e
dell’alta finanza nell’innesco dei meccanismi che hanno portato alla crisi economica.

Le banche e l’accesso al credito
Qui, come si vedrà, si comincia a ragionare anche sulla possibilità per alcuni attori di ottenere vantaggi e
guadagni dalla recessione. Per questo motivo essi vengono ritenuti capaci perfino di assumere
comportamenti mirati ad allungare i tempi della crisi ed esasperarne gli effetti, alla ricerca del profitto
personale. Le opinioni degli intervistati sconfinano a tratti in teorie ‘complottistiche’, ma complessivamente
104
rilevano il trasferimento di risorse dall’economia reale all’ambito finanziario dove prevalgono logiche
speculative.
Le seguenti testimonianze, appartenenti ad una pensionata di 67 anni ed ad un piccolo imprenditore
alberghiero cinquantatreenne, argomentano le ricadute della tendenza da parte delle banche a diminuire il
credito alle aziende nel contesto locale, popolato principalmente da piccoli attori economici che hanno
visto bloccati investimenti e produzione:
“Sono loro che influenzano, perché sono loro che tengono in mano le redini del potere, perché io vedo anche qui a
Rimini ci sono delle associazioni che fino adesso operavano e dietro la schiena avevano le banche che le aiutavano. Già
queste banche hanno stretto le corde e non possono più svolgere il loro lavoro in quel modo … Quindi molti settori,
secondo me, sono anche fermi per questo, non solo perché il cittadino non compra più … anche il semplice artigiano,
se deve comprare un camion nuovo, piccolo, una persona che lavora da sola, ha bisogno di comprare il camion nuovo,
non ha il sostegno, il camion nuovo non lo compra e quello vecchio lavora male, ecco già la crisi … Accesso al credito: è
quello tutto l’ingranaggio. E dell’accesso al credito ne hanno bisogno sia i piccoli che i grandi, anche i grandi ne hanno
bisogno, perché non possono fare le operazioni miliardarie se non hanno dietro il sostegno” (67 anni, pensionata, I
fase)
“Per me sono state le banche a volere la crisi. Tutt’ora le banche ti tagliano le gambe. I miei clienti sono tutte persone
che lavorano, piccoli artigiani e ce n’è un paio che sono venuti a giugno perché sono a casa senza fare nulla, hanno due
commesse da 5 milioni l’una, ma la banca non gli dà finanziamenti. Oppure hanno due commesse da 12 torni da fare,
ma di nuovo la banca non dà finanziamenti per comperare l’acciaio per farle e sono a casa con 60 operai. La banca ti
taglia le gambe, anche se hai un capitale sulle spalle non indifferente. La banca ti dice che ti ha dato soldi e rivuole
soldi, non vuole mattoni. Cominciano ad essere molti i mattoni che la banca ha ammucchiato. Sono convinto che se le
banche tornassero a dare un po’ di respiro dalla crisi verremmo fuori in parecchi” (53 anni, piccolo imprenditore
alberghiero)

La finanza internazionale: ipotesi e paure tra locale e globale
Dalla rilevazione della difficoltà dell’economia locale nell’accesso al credito, si passa alla descrizione degli
investimenti in un più ampio ambito finanziario. Qui, nell’esame di meccanismi sconosciuti ai più, sembrano
avvenire operazioni “oscure” che finiscono per danneggiare sempre l’economia reale. Di seguito, due
operai quasi coetanei provano a descrivere la propria rappresentazione dei meccanismi finanziari all’origine
della crisi:
“Le conoscenze tecniche di questa crisi non le ho, però io penso che derivi dal fatto che si è passati da un acquisto
cartaceo ad un acquisto, fittizio, che è quello di leasing, dei mutui, delle finanziarie … C’è una finanza che non ha
tenuto conto delle persone, ma ha tenuto conto solo delle cose. E questo ha portato la gente ad avere a che fare
veramente con dei farabutti, gente che si è impossessata di tutto. E così poi hanno dovuto chiudere fabbriche, hanno
dovuto chiudere agenzie, hanno dovuto chiudere tutta la parte marcia, perché non riuscivano più a gestire queste
cose” (56 anni, occupato nell’industria, I fase).
“È colpa della politica che ha fatto le scelte sbagliate, è colpa della finanza che hanno fatto i furbi e si sono messi in
tasca molti soldi. Perché poi dicono: in Borsa si bruciano miliardi. E io sostengo che il denaro non viene mai bruciato
ma cambia tasca, il denaro non è mai stato bruciato da che è stato inventato, io sono di questa opinione e ne sono
convintissimo, cambia solo la tasca, passa da una tasca all’altra” (55 anni, lavoratore in CIG nell’industria, I fase).
Qualcuno mostra una maggiore padronanza del discorso e strumenti di analisi più robusti, come il caso di
una trentaduenne laureata ed impiegata nei servizi, di cui si riporta la spiegazione sull’origine della crisi:
“C’è stata una crisi finanziaria grossissima. Dopo nello specifico devo andare a capire perché c’è stato questo discorso
collegato ai mutui. Fino in fondo non è che mi sono andata ad informare. Sostanzialmente il problema era che le
105
aziende non è che non avessero più ordinazioni, le ordinazioni le avrebbero avute, avevano dei macchinari pronti, ma
tutti i clienti non avevano più soldi per pagare, perché tutte le banche avevano bloccato i finanziamenti. E questo
derivava dalla crisi finanziaria degli Stati Uniti. Tutta questa serie di reazioni a catena ha fatto fermare tutto questo
sistema finanziario, che fermandosi ha fatto sì che anche il mercato e poi la produzione si fermasse” (32 anni,
occupata nei servizi, I fase).
Le opinioni sui comportamenti dei soggetti finanziari, che operano in un ambito così lontano dalla vita reale
delle persone ma con effetti così concreti anche a livello locale, sono più spesso supposizioni ed
impressioni, che frutto di conoscenze approfondite. Tuttavia, la necessità di trovare spiegazioni plausibili a
ciò che si osserva nella quotidianità ed alle informazioni che si colgono dai media, conduce alcuni ad
azzardare ipotesi, anche fondate sulle minime conoscenze di cui si dispone. Le competenze per analizzare i
meccanismi e le complesse dinamiche economiche internazionali sono ovviamente limitate nella
maggioranza degli intervistati, tuttavia vi è l’intuizione, più o meno approfondita, che qualcosa sia avvenuto
a livello globale, al di sopra delle loro “teste”, generando ricadute locali, delle quali si ricercano cause e
spiegazioni.
Le grandi banche, le multinazionali, gli Stati più potenti e le istituzioni internazionali, compresa l’Unione
Europea, sembrano, almeno nei racconti degli intervistati, aver creato una sorta di ultra-mercato, che non
si “vede”, non si riesce a mettere a fuoco precisamente, ma si “sente” invece molto chiaramente nella
quotidianità, dunque non si può totalmente ignorare.
Le vicende che hanno attraversato gli Stati Uniti alla fine del 2008 fanno collocare principalmente qui gli
attori che hanno dato vita alla crisi. E si rimarca l’ingenuità dei cittadini che si sono a volte lasciati
coinvolgere in meccanismi più grandi di loro, allettati dai possibili guadagni, ma che sono risultati poi i
“perdenti” in questo gioco tutto orientato a favorire i più “grandi”. Si tratta di avvenimenti lontani e
limitatamente verificabili, ma che creano, proprio per questa scarsa accessibilità e conoscenza, suggestioni
cospirative che non possono essere pienamente confermate, ma neppure smentite nella loro esperienza
diretta. La testimonianza seguente è l’esempio più chiaro di questo intreccio che nasce da informazioni
reali, ipotesi, sensazioni di timore e diffidenza. È formulata da un lavoratore del turismo sessantaduenne e
sintetizza bene le idee espresse da molti, anche se in modo più frammentato e non troppo chiaro:
“I responsabili, secondo me, sono quelli che io non conosco, ma ci sono, sono quelli che dirigono grandi banche, sono
quelli che dirigono le grandi multinazionali che ci hanno portato a questo perché questi qui ci hanno guadagnato,
perché nelle crisi, tutte, qualcuno ci guadagna tanti soldi. Quelli che ci hanno dato da intendere che bastava giocare
con la Borsa per fare i soldi, parlo dei grossi e non di quelli che poveretti hanno due soldini, e questi hanno delle
responsabilità che purtroppo, secondo me, non pagheranno, ma che dovrebbero pagare caro. Sono i grandi finanzieri,
i grandi dirigenti delle grandi banche, europee o addirittura negli Stati Uniti, e le grandi multinazionali che hanno
decine di migliaia di operai che non gliene frega niente di farli stare a casa. Questi sono i grandi responsabili che non
pagheranno mai” (62 anni, lavoratore stagionale nel turismo, I fase)
Si capisce quale possa essere l’importanza delle ricadute di opinioni come queste sulla crisi stessa.
Probabilmente la sfiducia verso i soggetti finanziari, le grandi aziende internazionali, le istituzioni pubbliche
stesse, finisce per influenzare gli atteggiamenti, le scelte ed i comportamenti, anche economici.

Le aziende: vittime o beneficiarie?
Una delle opinioni maggiormente ricorrenti tra gli intervistati riguarda il ruolo delle aziende nella crisi: Esse
non vengono indicate come dirette responsabili della recessione, quanto piuttosto come soggetti per i quali
la fase attuale può innescare comportamenti opportunistici.
Un giovane dirigente aziendale riconosce che:
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“Secondo me, molte aziende hanno anche approfittato della crisi … Qualche azienda, certamente non tutte, con la
storia della crisi ha chiuso gli stabilimenti qua per riaprirli in Cina piuttosto che in India, perché tanto sta succedendo
anche questo. Con la crisi stanno facendo digerire dei contratti da film dell’orrore, che penso quindici anni fa
avrebbero causato delle semirivoluzioni. Adesso siamo ad un livello in cui una persona viene sottopagata, ma deve
quasi dire ‘grazie’ perché almeno ha un lavoro. E, secondo me, le aziende, negli ultimi sei o sette anni, su questa cosa
ci hanno giocato. Ho visto aziende, tipo la Ford – e stiamo parlando della più grande azienda del mondo – dire: licenzio
26.000 dipendenti, però i miei utili sono in crescita. È una cosa che non sta né in cielo né in terra un discorso del
genere. Sei in crescita con gli utili e lasci a casa 26.000 dipendenti? Poi però se vai ad analizzare, vedi che gli utili sono
in crescita perché le macchine le fanno i messicani, che costano un terzo di un operaio americano. È anche quello che
succede qua con le scarpe, nel Veneto. Poi, per carità, un imprenditore fa i suoi conti. Però, secondo me, è un
capitalismo che non ha più il lato umano, ma ha solo il profitto” (36 anni, occupato nell’industria, I fase)
Si evidenzia però una differenza importante, per il ruolo svolto nella crisi, tra le piccole aziende e quelle più
grandi, le multinazionali in grado di spostare la produzione all’estero, sottraendo risorse al territorio. Si
ripresenta, in questa distinzione, la visione di una crisi originatasi a livello globale, in una dimensione
regolata da meccanismi poco chiari, che ha avuto poi conseguenze locali.
Un piccolo imprenditore cinquantottenne evidenzia nella delocalizzazione e nella possibilità per le grandi
aziende di ricevere finanziamenti pubblici e maggiore attenzione da parte dello Stato, alcune delle fragilità
del sistema economico italiano, che penalizza per contro le piccole ditte concorrenti:
“Le piccole aziende, come la mia e tante altre, abbiamo ipotecato la casa, i capannoni, abbiamo ipotecato anche le
scarpe con cui camminiamo per sostenerle. Chi di loro ha ipotecato queste cose qui? Cosa ha ipotecato l’Alitalia con i
soldi che gli ha dato? Cosa ha ipotecato Colaninno con la Vespa per dargli tutti quei soldi e poi è andato a costruire le
Vespe tutte in Vietnam? E a Pontedera ha rovinato mezzo mondo. O la Fiat, che gli hanno dato i soldi ed è andata a
fare la 500 in Polonia … Io alla globalizzazione ci credo, ma non ci credo al prendere i soldi dallo Stato italiano o dalle
nostre realtà locali e poi andare a produrre in altri Stati, questo non mi va bene” (58 anni, imprenditore nell’industria,
I fase)
Nella descrizione del ruolo delle aziende nella crisi, ognuno degli intervistati tende a portare aspetti legati
alla propria condizione lavorativa: alcuni imprenditori evidenziano l’eccessiva burocrazia cui sono
sottoposte le aziende in Italia, i ritardi nei pagamenti degli appalti, le restrizioni nel credito da parte delle
banche. Gli albergatori mettono in risalto la contrazione dei consumi ed il rischio che ciò incida sulla
disponibilità di spesa per le vacanze. Gli operai evidenziano le conseguenze depressive della
delocalizzazione produttiva, della diminuzione salariale, dei licenziamenti e della flessibilità sui consumi, la
cui riduzione determina una sovrapproduzione, alimentando un circolo vizioso, che prolunga la fase
recessiva.
Gli intervistati evidenziano come, da un lato, essa possa sicuramente costituire un problema, ma dall’altro
anche offrire alle aziende l’occasione, o per lo meno la giustificazione, per compiere scelte impopolari di
ristrutturazione interna e riorganizzazione della produzione. E qui cade anche la distinzione tra piccole e
grandi aziende.
Un cinquantatreenne imprenditore nell’ambito dei servizi, un’operaia sospesa dal lavoro ed una
disoccupata sintetizzano diversamente la strategia delle aziende nella riduzione del personale e come la
crisi abbia agevolato loro questo compito:
“Molto di questa crisi è un toccasana perché le aziende nel boom hanno assunto di tutto di più, perciò questa crisi qui
cade a fagiolo, buttano via tutta la marmaglia che hanno messo dentro per produrre il surplus che adesso non c’è più
e li possono lasciare a casa. Non dico sia una cosa organizzata però …” (53 anni, imprenditore nei servizi, I fase)
“Questa è stata una crisi abbastanza voluta, non so da chi, però qualcuno o parecchi ci stanno marciando sopra,
secondo me. Perché poi è venuta fuori in campo mondiale lo sappiamo, abbiamo visto i motivi, però, parecchie ditte
grosse ci stanno marciando sopra, vicine anche alla nostra realtà di Rimini. C’è chi fa delle ‘ristrutturazioni interne’,
107
questo termine è inteso anche ‘eliminare del personale’, adesso è l’occasione giusta per eliminarlo. Si prende
l’occasione. Come queste ditte che fanno ristrutturazioni interne ce ne saranno tante altre, a livello mondiale anche,
in più si è aggiunta la crisi finanziaria e questo ha giocato parecchio” (50 anni, lavoratrice in CIG nell’industria, I fase)
“Se vuoi c’è questo. Non lamentarti, sennò ti mandiamo a casa. E tu cosa fai? Butti giù i rospi e continui. Poi magari
cerchi … Se ti lamenti, c’è qualcun altro che prende il tuo posto. A volte, quindi, forse anche se ne approfittano di
questa crisi. Ci marciano un po’. Secondo me, sì. Non tutti, però in alcuni casi un po’ ci marciano” (27 anni,
disoccupata, I fase)
Le interviste hanno anche evidenziato strategie aziendali diverse: che puntano all’espansione,
all’innovazione ed agli investimenti. È il caso, ad esempio, di alcuni albergatori che hanno raccontato di aver
reagito alla crisi riducendo le tariffe o offrendo una migliore qualità nel cibo. In questo settore, come si è
visto, la crisi non ha avuto effetti dirompenti: ci si potrebbe chiedere quanto ciò sia prodotto da fattori
esterni e quanto dipenda dalla capacità di questa categoria di reagire rapidamente e riadattare la propria
strategia aziendale alle condizioni economiche in atto.

Le istituzioni
Infine, si evidenzia la percezione che gli intervistati hanno manifestato rispetto al ruolo delle istituzioni. In
genere, esse non sono collocate tra i responsabili della crisi, ma più spesso accusate di non aver saputo
reagire adeguatamente a quanto si è verificato. Questo modo di chiamare in causa le istituzioni è ben
sintetizzato dalle testimonianze di seguito, espresse da figure di età, condizioni lavorative e settori diversi:
“Secondo me siamo veramente in una situazione terrificante e vedere che non si fa molto per risolverla è ancora più
triste. Da quel che si sente, sembra che sia una cosa comune a tutti i Paesi. Io non so, non sono molto ottimista
guardando alla classe politica che c’è in Italia, secondo me si è proprio allo sfascio, allo sbando, non ci sono regole,
non c’è neanche la questione morale” (29 anni, occupata nell’industria, I fase)
“I politici si riempiono la bocca di parole, però alla fine pensano per loro e basta. Perché purtroppo è così, mi dispiace
dirle queste cose, perché non sono uno di quelli che non segue la politica, ci sono anche dentro, però vedo purtroppo
che è così” (59 anni, pensionato, I fase)
“Sono pessimista perché non credo più in quello che dicono, non mi sento più rappresentato, quindi sono pessimista,
ti parlo di destra e di sinistra, tutto … il sistema politico in quanto tale secondo me. Ti ripeto, non mi ritrovo, mentre
prima mi ritrovavo e ci credevo e andavo a votare fisso, ogni volta, adesso ho perso proprio la voglia di andare a
votare. Non ho più fiducia in queste persone qua, io metterei una bomba, le cancellerei tutte e ricomincerei da zero
fosse per me” (31 anni, lavoratore in mobilità nei servizi, I fase)
“Io credo che adesso sia un disastro. Viviamo in una situazione da fantascienza. Io non riesco neanche più a guardare
la televisione. Hanno riconfermato – cosa assurda – quei dieci, venti Parlamentari, ma chissà quanto gli avrà dato … Io
l’ho anche votato, però mi sono proprio reso conto di aver sbagliato. La cosa brutta non è neanche questa, ossia che ci
sia uno o l’altro: la cosa brutta è che non c’è l’alternativa. Tra quelli che ci sono adesso, chi può governare, chi può
mandare avanti un Paese? Qui sono tutti maledetti, qui c’è tutta gentaccia, come quelli di Tangentopoli” (50 anni,
imprenditore nell’edilizia, III fase)
È quasi esclusivamente il governo, a volte più genericamente lo Stato, ad essere chiamato in causa rispetto
alla responsabilità verso le conseguenze della crisi. Le tre testimonianze di seguito, raccolte presso
intervistati diversi per età, professione e genere, esprimono solo alcune delle rimostranze che emergono in
questo senso:
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“Il problema è che per quanto io possa non essere d’accordo con il Governo che c’è adesso, penso che - non ne faccio
un discorso politico – però penso che non stanno parlando dei problemi della gente, non stanno aiutando la gente.
Non stanno parlando dell’operaio, di quello che lavora, che prende 800 euro al mese e deve mantenere la famiglia”
(34 anni, occupato nell’industria, III fase)
“Che cosa sta facendo il Governo per la crisi? Niente. Ogni volta che si sente parlare chi ci governa, viene da
vergognarsi. I Parlamentari hanno uno stipendio altissimo e continuano a ridurre i servizi alle persone e ad aumentare
le tasse. Bisognerebbe ridurre lo stipendio ai Parlamentari, così forse lo Stato risparmierebbe un po’ e potrebbe
aumentare gli aiuti ai cittadini” (35 anni, occupata nel turismo, II fase)
“A questo punto veramente ho visto che tutti quanti … il Governo, tutti quelli che amministrano e dal punto di vista
politico indirizzano le scelte si stanno facendo veramente gli affari loro in piena coscienza oltretutto, sapendo di
farseli! Io sono molto arrabbiata” (53 anni, occupata nei servizi, III fase)
Si fa riferimento in qualche caso alla politica locale o all’Unione europea, ma molto più raramente. Come si
vedrà qui di seguito, questo sentimento, a volte risentito, verso le istituzioni sembra derivare dal fatto che
ad esse è assegnata la capacità e la possibilità di agire a contrasto della crisi: atteggiamento che di per sé si
fonda su una certa fiducia che sta alla base della critica, per quanto dura.
Come si uscirà dalla crisi?
Come si accennava, le istituzioni chiamate in causa dagli intervistati sono soprattutto il Governo o lo Stato,
ritenuti potenzialmente attori in grado di incidere su una crisi di vasta portata come quella in atto. È
dunque una sorta di immobilismo rintracciato a questo livello a motivare sentimenti di sfiducia e delusione
che, a volte, si trasformano in vera e propria rabbia. Tuttavia, si è anche evidenziato che, al di là di questa
diffusa opinione negativa, limitata per lo più a quanto non attivato per contrastare la crisi piuttosto che a
quanto fatto, le istituzioni rimangono il riferimento principale cui ricorrere per cercare “protezione” dal
mercato. Infatti, sembra quest’ultimo il luogo in cui si sono verificati i problemi ed i comportamenti ritenuti,
come si è visto in precedenza parlando dell’origine della crisi, poco corretti ed opportunistici messi in atto
da banche, imprese, investitori finanziari, responsabili delle difficoltà.
La critica rivolta alle istituzioni è di non aver contrastato tali comportamenti, intervenendo con strumenti di
politica pubblica. E gli intervistati propongono anche ricette di varia natura ed obiettivi ritenuti prioritari
per superare la recessione. Tra quelle menzionate, compaiono misure per l’occupazione, per agevolare in
particolare i giovani in questo ambito, per adeguare gli stipendi al costo della vita, per regolare in modo più
stringente i comportamenti delle banche, per incrementare gli investimenti pubblici, per sostenere le
piccole medie imprese. Vi sono insomma aspettative, più o meno frustrate, verso le istituzioni, perché si
attivino per risolvere le problematiche in atto.
Quando, dunque, si è domandato nel corso delle interviste in che modo si possa uscire dalla crisi, le risposte
sono state simili alle seguenti, riferite rispettivamente da un giovane studente e da un imprenditore
trentanovenne. Si tratta di due profili lontani tra loro, che pur esprimendosi differentemente e disponendo
di diverse competenze, si pongono in contrasto con un neoliberismo dominante fino a pochi anni fa: è lo
Stato ad essere chiamato in causa, quale attore in grado di limitare le disfunzioni venute a galla in un
sistema di mercato che sembra aver dimostrato di non funzionare al meglio se lasciato in autonomia:
“Per fare girare il mercato c’è bisogno dell’aiuto dello Stato, quindi, se non c’è l’aiuto dello Stato, il mercato non gira.
Io direi di fare come negli Stati Uniti nel ’29, di fare infrastrutture, cercare di dare lavoro alla gente e non lasciarla in
mezzo alla strada. Magari si indebita inizialmente lo Stato, ma poi prima o poi si riprende. È lo Stato che deve aiutare
le persone, non loro … Un modo sarebbe, da quello che ho studiato, magari, usare il protezionismo, cioè cercare di
vendere la merce che c’è in Italia senza aver bisogno di andare a comprarla all’estero” (19 anni, studente, I fase)
109
“La prima responsabilità ovviamente ce l’hanno i governanti dei vari Paesi, quindi le istituzioni a tutti i livelli, perché
bisognerebbe fare un passo indietro ed ancorare l’economia alla realtà, iniziando – dico delle cose che non so quanto
siano finanziariamente compatibili – per esempio, a tassare tutte le transazioni che sono nell’aria e che non hanno
nessuna attinenza con la realtà. Per esempio, tu compri delle azioni da qui a vent’anni o derivati o altre cose che non
esistono ancora e, se lo vuoi fare, ti tasso un bel po’. Le tasse le prendo da lì. Tu fai una scommessa sul futuro?
Perfetto. È una scommessa sul futuro, però una parte la dai a me nel presente, così inizio a riqualificare delle zone,
inizio a riconvertire delle attività, aumento gli ammortizzatori sociali, perché c’è bisogno, eccetera. Questa potrebbe
essere la prima cosa da fare. Un’altra cosa da fare è rivedere un po’ il sistema creditizio con le banche. Bisognerebbe
andare a vedere come le banche hanno chiuso il bilancio 2009 e vedere se ci sono delle banche che hanno un utile
strepitoso. È vero che alcune sono in utile, però le banche non mi possono dare i soldi soltanto quando ho tutte le
garanzie, ma me li devono dare quando devono scommettere su di me. In questo momento, i vari Governi devono
iniziare a dire alle banche: alimentate il sistema creditizio per chi ne ha bisogno. In altri Paesi, le diverse banche ti
premiano anche sul fatto che tu abbia un’idea vincente. Ti danno dei soldi perché scommettono sulla tua idea. È un
rischio per la banca. La banca è un’impresa anche quella, quindi, come tutte le imprese, deve rischiare anche lei. È
chiaro che su dieci investimenti, quattro le andranno male, però magari gli altri sei sono investimenti che poi le creano
un ritorno economico. Essendo un’impresa, rischi anche la banca” (39 anni, imprenditore alberghiero, I fase)
Nonostante le critiche più o meno esplicite nei confronti del sistema politico, il livello statale rimane il
riferimento principale per uscire dalla attuale recessione. Solo raramente sono menzionate le istituzioni
europee, mentre alcuni, come si è accennato, fanno riferimento alle istituzioni locali, come motore dello
sviluppo dell’economia nel contesto riminese. Di seguito, le testimonianze di un piccolo imprenditore
trentasettenne e di uno studente diciannovenne propongono alcune delle idee emerse, anche abbastanza
concrete, rispetto a chi e come dovrebbe attivarsi a livello locale con interventi positivi per affrontare la
crisi:
“La Provincia in questo momento dovrebbe attivarsi innanzitutto creando quelle occasioni sociali, più che altro, per
attutire nell’immediato la crisi: quindi, che ne so, piuttosto che assegni mensili o contributi, sotto la forma della
formazione, formazione seria, perché è in questi periodi che le persone sono innanzitutto più predisposte, perché c’è
reale necessità di rientrare poi nel mondo del lavoro” (37 anni, imprenditore nei servizi, I fase)
“Nel caso di Rimini posso dire che sicuramente quelli che si devono mobilitare sono comunque, oltre agli albergatori
perché comunque qui a Rimini abbiamo una capacità di alberghi veramente notevole, le istituzioni, come per esempio
la nuova Fiera di Rimini che ultimamente sta portando veramente tante persone, tanto turismo, promuovendo anche
diverse fiere molto interessanti e comunque oltre a questi due, direi anche che il Comune di Rimini potrebbe fare
qualcosa di più per promuovere l’immagine della città all’estero o comunque in tutta Italia, fare un po’ più di
pubblicità, questo aiuterebbe senz’altro ad avere maggiori turisti” (19 anni, studente, I fase)
Gli intervistati chiedono dunque un maggiore attivismo alle istituzioni locali, che restano un riferimento
privilegiato, un punto di orientamento di fronte ai destrutturanti flussi globali.
Il contesto locale, così come la Regione, sono per lo più “letti” come luoghi meno esposti alla crisi, grazie
alla presenza del settore turistico che non ha tutto sommato subito gravi danni, alle capacità ed alla
lungimiranza degli investimenti effettuati da imprenditori ancora fiduciosi nella propria riuscita, alla
capacità di risparmio dei nuclei familiari e delle aziende, che sono state in grado di fronteggiare la
situazione, almeno nel breve periodo. Forse è anche questo il motivo che non fa emergere quasi mai
l’esigenza o l’ipotesi di spostarsi altrove in cerca di lavoro ed opportunità, come si vedrà, neanche nei più
giovani.
In breve, si è chiesto agli intervistati cosa pensassero della crisi, delle sue cause e delle possibili soluzioni.
Ciò che emerge complessivamente dalle loro parole è un quadro frammentato di visioni ed ipotesi che
finisce solo nel suo insieme per ricostruire una lettura complessa dei meccanismi all’origine della crisi e
delle strategie per il suo superamento. I segnali si avvertono tutti, a volte con ricadute molto concrete, nella
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quotidianità delle persone. Ma è evidente che l’intreccio di eventi e responsabilità globali e locali richiede,
almeno su alcuni punti, strumenti di analisi robusti e saperi specifici che non tutti, ovviamente,
padroneggiano.
In molti domina, dunque, la sensazione che le dinamiche siano in parte oscure e ciò sembra creare negli
intervistati combinazioni diversificate di sensazioni contrastanti di impotenza, rinuncia a comprendere,
cautela nelle scelte, ansia per l’imprevedibilità ed incontrollabilità del mondo proprio ed esterno,
rassegnazione o rabbia per le conseguenze umane, speranza o sfiducia nelle istituzioni pubbliche e private,
stupore per come il presente ed il futuro siano sfuggiti al loro controllo; più raramente, fiducia in un
cambiamento positivo, verso una maggiore sobrietà degli stili di vita ed essenzialità dei bisogni. Sono
sensazioni che probabilmente incidono anche sui comportamenti e sulle scelte individuali, come si cercherà
di descrivere nel capitolo seguente, finalizzato ad esplorare questa dimensione.
Nei più giovani, emerge raramente il riferimento alla scuola o all’università come contesti privilegiati dove
approfondire ragionamenti di questo tipo, con qualche strumento di analisi in più ed attraverso percorsi
“guidati” da insegnanti ed esperti. Anche gli adulti appaiono in qualche caso “disarmati” nella
comprensione dei meccanismi economici sovranazionali, di cui si intuisce, tuttavia, l’influenza sulla società
e sulla vita quotidiana. La famiglia e gli amici sembrano rimanere i luoghi in cui si condividono e si
argomentano le posizioni, anche se il rischio di portare malumori ed ansie nei contesti affettivi, induce
qualcuno a trascurare l’argomento.
È evidente che manchino anche momenti o spazi in cui condividere questo deficit di elementi conoscitivi e
l’ansia che ne deriva, soprattutto rispetto alla visione del futuro e ad una possibile progettualità.
Alcuni “luoghi” di condivisione e supporti che una volta erano i riferimenti principali nella lettura dei
fenomeni sociali e che offrivano chiavi interpretative, come potevano essere i partiti, i sindacati, le
associazioni e così via, emergono raramente come spazi di elaborazione condivisa. Un po’ più spesso è il bar
ad essere menzionato come luogo di discussione sul tema della crisi, con amici e conoscenti.
Ci si potrebbe certo interrogare sul ruolo dei mezzi di informazione e sulla capacità dei cittadini di districarsi
nella lettura di fenomeni tanto complicati, comunicati tramite più fonti, linguaggi e varie modalità che
possono sovrapporsi, intrecciarsi e finire per disorientare. Così come su quello della scuola e dell’università
in quanto luoghi formativi, che possono fornire strumenti utili per decifrare, al di là del momento specifico,
ciò che avviene nella realtà circostante e gestire meglio la situazione senza lasciarsene sopraffare.
Il richiamo alle istituzioni, per quanto sovente accusate di inerzia, rimane un punto fermo per gli
intervistati: sono ritenute attori almeno potenzialmente in grado di farsi carico e risolvere le problematiche
emergenti, sia a livello nazionale che locale. Mentre il mercato è l’“attore” che esce maggiormente
screditato ed indebolito nella fiducia mostrata dai cittadini: le banche, le aziende e le altre istituzioni
finanziarie, come la Borsa, sono ritenute quanto meno responsabili di essersi approfittate della crisi o, nelle
tesi più massimaliste, le principali fautrici della recessione in atto. Sono considerate capaci di aver agito
consapevolmente per dare origine alla crisi al fine di incrementare i propri utili a scapito dei cittadini più
deboli (i lavoratori più giovani e quelli più anziani, i piccoli imprenditori, ecc.) che le istituzioni hanno
mancato di tutelare.
Come sarà il futuro: rappresentazioni del mondo dopo la crisi
Si è anche domandato agli intervistati come immaginassero il futuro una volta superata la crisi. E qui sono
emerse interessanti considerazioni sulle speranze, sulle potenzialità degli individui e delle istituzioni,
nonché su stili di vita alternativi rispetto a quelli dominanti.
Insomma, ci si divide tra chi auspica un ritorno alla spensieratezza del passato, al rilancio di settori
economici tradizionalmente trainanti e modelli di consumo diffuso, e chi sembra disponibile a rinunciare ad
alcuni “privilegi” ritenuti ormai insostenibili per adattarsi a nuovi e più essenziali modi di vivere.
111
Il passaggio tra il passato ed il presente è così descritto da uno degli intervistati, un operaio
cinquantaseienne:
“La maggior parte delle persone, per esempio i nuclei familiari anche giovani, una volta quando compravano la casa
acquistavano un arredamento costoso. Invece adesso vanno al Mercatone, vanno all’Ikea e già quello è un
cambiamento. Una casa che serva al momento, piuttosto che duri nel tempo. Poi una volta la macchina era uno status
symbol, adesso diventa invece una necessità solo per girare. E si è passati dalle macchine costosissime alle macchine
utilitarie. Anche le famiglie che una volta avevano macchine straniere di grossa cilindrata, ora hanno le utilitarie. Poi,
per quanto riguarda la spesa, io mi ricordo che si faceva incetta di tutto nei supermercati. Adesso, preso il latte, il pane
e le cose necessarie, frutta e verdura, per il resto si cerca di risparmiare. Anche della carne abbiamo calato il consumo.
Poi si usciva due, tre volte alla settimana, si andava a mangiare la pizza, si andava al ristorante. Adesso il sabato si va
giusto a mangiare una pizza e il ristorante diventa quasi un qualcosa da festeggiare” (56 anni, occupato nell’industria, I
fase)
Certamente occorre precisare che il passaggio descritto riguarda con tutta probabilità una fascia di
popolazione con reddito medio o medio-basso, come quella cui appartiene l’intervistato operaio, ma ci
sono persone e famiglie che conducevano già un’esistenza un po’ al limite, il cui equilibrio precario è stato
ben più compromesso dalla crisi economica. Le rinunce dovute alla recessione, insomma, sono
plausibilmente legate alla situazione di partenza, per cui non per tutti si tratta di limitare semplicemente le
cene al ristorante.
Comunque il riferimento allo scenario pre-crisi appena descritto è fondamentale per capire il senso delle
ipotesi sul futuro espresse nelle interviste, che hanno descritto situazioni personali e familiari, come si è
visto, quasi sempre per lo meno accettabili, a parte poche casi in cui emergono difficoltà più rilevanti.
Tra le visioni del futuro raccolte, ad un estremo si collocano alcuni “nostalgici” orientati ad un passato che
rimpiangono come un’età dell’oro e del benessere, la cui posizione è ben sintetizzata da un operaio
cinquantatreenne di un’azienda in crisi che, come il precedente, rimpiange un passato florido del quale
auspica il ritorno:
“Le banche potrebbero fare molto di più. A parte il fatto che hanno soldi da buttare via, perché ne hanno raccolti
ancora di più con la crisi, il problema è che se loro non danno una mossa al mercato edilizio, che poi è la base
trainante … Riparte tutto da lì. Se quello si ferma, si ferma tutto; se quello riparte, riparte tutto. È sempre stato così. In
tutte le crisi che io ho passato – io sono 40 anni che lavoro – se si ferma l’edilizia, si ferma tutto di conseguenza … Se
fermi le case, quindi non costruisci più case, non dai più la paga a nessuno, quindi non comprano né la macchina né i
vestiti né nient’altro, non vendi mobili, non vendi tutto quello che è intorno all’edilizia. Poi, se non vendi i mobili, non
vendi le macchine da falegname, eccetera, eccetera, è una catena. Purtroppo le banche, con la crisi che hanno creato,
perché l’hanno creata loro, non l’abbiamo creata io e te, hanno accumulato case a ufo, perché la gente non ce la fa a
pagarle” (53 anni, lavoratore in CIG nell’industria, II fase)
All’altro estremo emerge l’ipotesi dei “fiduciosi”, che ritengono non solo irripetibile ed insostenibile, ma
anche inopportuno dal punto di vista etico un modello di produzione e consumo simile al passato. Si
auspicano invece ripensamento e rigenerazione, resi possibili proprio da un punto di rottura netto, come
quello rappresentato dalla crisi e dalle sue sollecitazioni. Questa posizione è ben espressa da una
trentaduenne occupata nei servizi:
“Niente deve essere più come prima perché, per le conoscenze che ho io e per il mio modo di vedere la vita, questo
sistema produttivo non poteva sussistere. L’anno scorso, noi avevamo un obiettivo: di raddoppiare il fatturato di
quest’anno. Ecco, io non condivido, di questo mondo, questa esigenza continua di crescita produttiva economica.
Secondo me, questa è una cosa che questa crisi in qualche modo deve mettere in evidenza e in certi casi l’ha messa in
evidenza … Sono una di quelle che vedono nella crisi anche un aspetto positivo, perché tanto le cose così non
112
potevano andare avanti. È una cosa che doveva succedere, quindi è meglio che succeda e poi si riparte” (32 anni,
lavoratrice con contratto solidarietà nei servizi, I fase)
Insomma, come spesso si dice, la crisi può avere l’effetto collaterale di creare opportunità per la riflessione,
per il cambiamento, per il rinnovamento degli stili di vita e di produzione, per affermare diverse visioni del
mondo e del futuro ma, certo, tenuto conto dei costi sociali di questa ipotetica trasformazione.
4.3
Impatti della crisi e mutamenti nelle strategie individuali e familiari
Come preannunciato, in questo paragrafo l’analisi torna a concentrarsi sulla dimensione individuale e
familiare, per ricostruire le traiettorie temporali delle percezioni, degli eventi, delle strategie al mutare
delle condizioni di crisi. I precedenti capitoli hanno consentito di ricostruire un’immagine statica di come gli
intervistati affrontano i cambiamenti, i timori, le speranze, le difficoltà, reali o percepite, conseguenti alla
recessione. Qui si cercherà di completare il quadro evidenziando i mutamenti intercorsi nel periodo in cui la
rilevazione si è svolta. Si intende così valorizzare l’impostazione longitudinale dell’indagine che, come
spiegato, si è svolta nell’arco di 18-21 mesi con interviste ripetute agli stessi interlocutori, proprio al fine di
rilevare tale cambiamento.
I capitoli precedenti hanno mostrato come l’impatto della crisi, diretto o indiretto, comporti in genere un
ripensamento o addirittura una riorganizzazione di alcuni aspetti vitali relativi al lavoro, alle risorse
disponibili, ai consumi, ai progetti personali, alla stessa identità della persona. Ovviamente, il momento in
cui è cominciata l’indagine non coincide con il “tempo-zero” dell’impatto della crisi sul territorio e
sull’esistenza degli intervistati; dunque nel loro racconto, alcune riflessioni ed accorgimenti avevano avuto
già il tempo di essere elaborati, diffondersi ed anche, a volte, di consolidarsi. Tuttavia, nella prima fase si è
comunque rilevato un certo disorientamento, dovuto probabilmente alla complessità della situazione, alla
difficoltà nell’interpretarne i segnali e definirne la gravità, ed alla necessità di rivedere, anche
profondamente, percorsi e scelte.
Nel corso del tempo le interpretazioni e le strategie si sono in parte confermate ed in parte modificate. In
particolare si è individuata una sorta di convergenza verso un atteggiamento prudente nelle scelte, effetto
del riadattamento a nuove condizioni di vita e di lavoro, ritenute più o meno definitive. Tale percorso è
anche, però, differenziato per le tipologie di intervistati coinvolti nell’indagine.
Le differenze di età comportano sfide e punti di osservazione diversi. Per tale ragione, come si è visto, la
selezione degli intervistati è stata guidata anche dal criterio anagrafico: sono stati coinvolti nell’indagine tre
gruppi di persone afferenti a tre fasce d’età: quella giovanile, composta da 10 intervistati di età compresa
tra 16 e 20 anni, colti dunque alla fine o comunque in uscita dalla scuola superiore, in un momento di
riflessione sul futuro e di decisioni importanti per la propria vita personale e professionale; la fascia
intermedia dei cosiddetti giovani-adulti o adulti-giovani, che comprende 21 individui 27-39enni, un gruppo
che tendenzialmente dovrebbe trovarsi in una fase di consolidamento delle scelte e stabilizzazione delle
carriere, ma anche composto da lavoratori con percorsi e contratti più flessibili e discontinui, dunque con
un punto di vista specifico su questo tema; infine, gli adulti-maturi, un gruppo che comprende 21 individui
con un’età compresa tra i 48 e i 62 anni (cui si aggiungono due pensionati 67-68enni), colti dalla crisi in
quello che dovrebbe essere il momento finale della carriera di lavoro e probabilmente, nella tradizione
italiana, anche di maggiore supporto sia a figli e nipoti che ai genitori anziani.
A partire dalle caratteristiche tracciate, si cercherà di ricostruire differenze ed analogie nei percorsi della
crisi a seconda dell’intensità del contatto con i suoi effetti: come si è visto nei primi capitoli, le reazioni alla
recessione sono ovviamente differenziate tra chi non ne è stato toccato né personalmente, né nel proprio
intorno; chi ne è stato colpito solo nella cerchia amicale o nella famiglia allargata; chi li ha invece avvertiti
nel proprio nucleo familiare e chi personalmente. Ci si è chiesti dunque in che modo si modificano le
traiettorie a seconda di un’esperienza della crisi più o meno diretta.
113
A pesare su di esse sono anche le condizioni di “partenza” della persona e del nucleo familiare, dalle quali si
interpretano ed affrontano le eventuali difficoltà sopraggiunte. Condizioni che subiscono tendenzialmente
una riorganizzazione, in alcuni casi anche su individui non colpiti direttamente, ma per la percezione di una
potenziale influenza. Ci si è dunque chiesti come gli intervistati abbiano modificato, nel corso dell’indagine,
il modo di gestire numerosi aspetti della propria esistenza: dalle spese più ordinarie alla situazione abitativa
e lavorativa, fino alla sfera dei progetti futuri, combinandoli e reinterpretandoli, a seconda dell’età,
dell’influenza più o meno diretta della crisi, delle condizioni di partenza, riadattandosi all’idea stessa della
recessione ed ai suoi effetti.
4.4
Scegliere il futuro in tempi di crisi: le traiettorie dei più giovani

I FASE – maggio 2009 - gennaio 2010
Come si è detto, nella selezione degli intervistati una decina sono giovani con età compresa tra 16 e 20
anni, equamente suddivisi per genere. Si tratta per lo più di studenti che stanno concludendo il percorso di
scuola superiore e che si trovano a dover assumere decisioni importanti rispetto al futuro, proprio mentre
la crisi offre un quadro incerto perfino del presente.
“Succede che si è arrivati alla fine, è volato il tempo, già devi iniziare a pensare in altri termini, nel senso università o
lavoro, e lì incomincia un po’ la confusione, cioè almeno come l’ho vissuta io. La cosa principale di cui si parlava
quest’anno era: ma cosa vado a fare, se scelgo quella cosa lì il lavoro non lo trovo? E la cosa mi conforta perché è un
po’ una tematica comune” (19 anni, studentessa, I fase)
Nel corso dei primi colloqui si è cercato di ricostruire innanzitutto le condizioni familiari e di vita di questi
ragazzi e di comprendere come percepissero la crisi dal loro punto di vista. Le situazioni ovviamente sono
molto varie, quindi non tutti gli intervistati hanno colto delle difficoltà in famiglia o le hanno percepite allo
stesso modo.
Per lo più i ragazzi segnalano una tranquillità giustificata dall’assenza di ripercussioni della recessione sul
proprio nucleo e dalla consapevolezza di un risparmio familiare o di risorse patrimoniali di vario tipo che
possono offrire riparo qualora si verifichino eventi negativi. Questo gruppo di famiglie non toccate dalla
crisi comprende sette intervistati. Comunque le preoccupazioni per il futuro non mancano, come evidenzia
il figlio di un imprenditore le cui commesse si sono ridotte negli ultimi tempi, pur senza creare situazioni
drammatiche:
“Vedo che loro hanno molte preoccupazioni, mentre io queste preoccupazioni non me le pongo … Non lo so, forse
perché loro hanno paura di non farcela, non lo so … loro pensano che può peggiorare, però io dico che peggio di così
non si può andare. Magari loro ne sanno più di me, non lo so, forse fanno bene” (19 anni, studente, I fase)
In tre casi sembra invece emergere una situazione di rischio legata alle condizioni lavorative dei genitori,
che non sono diretta conseguenza della crisi, ma l’effetto di una debolezza preesistente del nucleo. In un
caso si tratta di una famiglia con madre casalinga e padre disoccupato, dove l’intervistata sta concludendo
gli studi per conseguire una qualifica professionale, svolgendo qualche lavoretto come parrucchiera e
contribuendo al sostentamento della famiglia, nonostante la giovanissima età (16 anni). Nel secondo caso
una ragazza moldava studia e lavora durante la stagione per aiutare la madre separata con due figlie a
carico. Il terzo caso riguarda una famiglia straniera con tre figli in cui solo il padre è occupato stabilmente,
mentre l’intervistato primogenito frequenta un istituto professionale e lavora per contribuire al bilancio
domestico. La prima di questi ragazzi racconta come sia stato necessario ridurre le spese in famiglia:
“La sera capitava che andavamo a farci un giro e magari per strada prendevamo una pizza e mangiavamo lì. Adesso
non succede più. Andiamo a farci un giro e al limite compriamo gli impasti e la facciamo noi a casa. Quindi
114
risparmiamo anche su quello. Oppure quando andavamo a San Marino, salivamo qualche volte sulla funivia. Adesso
non ci andiamo più, perché comunque c’è la crisi e quei soldi magari li utilizziamo per la spesa o altro” (16 anni,
studentessa, I fase)
In genere, trattandosi di ragazzi molto giovani, la crisi viene vista e vissuta con poco coinvolgimento. Solo
raramente la scuola è citata come un luogo in cui se ne discute, mentre è la famiglia ad essere il contesto
principale in cui il tema viene trattato, sia in generale che rispetto alle proprie specifiche condizioni. Non
sembra si tratti di un argomento particolarmente preso in considerazione anche tra gli amici ed i compagni
di scuola.
Eppure, un’importante osservazione che occorre fare a proposito dei ragazzi intervistati è che, nonostante
siano piuttosto giovani, otto dei dieci (compresi i tre casi che si sono considerati più a rischio almeno in
questa prima fase di indagine) raccontano di esperienze di lavoro pregresse che sono riusciti a conciliare
con il percorso scolastico e formativo, visto che sono praticamente tutti studenti. Non si tratta, di solito, di
situazioni di necessità familiari che li spingono a questa scelta, ma un certo orientamento all’autonomia. È
innanzitutto l’economia del turismo ad offrire l’occasione di occupare il tempo come baby sitter, PR in
discoteche, camerieri, aiuto-cuochi, lavapiatti o bagnini durante i mesi estivi oppure in affiancamento e
supporto alle attività dei genitori in imprese di famiglia, anche nel settore dell’edilizia.
“Nella mia comitiva d’estate lavoriamo tutti: chi fa il bagnino, chi fa il cameriere, chi fa il barista ... Ci prendiamo degli
impegni: volantinaggio, eccetera, perché se vogliamo poi avere qualcosa d’inverno, d’estate lavoriamo e ci mettiamo
da parte i soldi per poi divertirci d’inverno” (18 anni, studente, I fase)
“Mi hanno insegnato a dare un valore ai soldi, quindi io già da piccolo andavo a lavorare: oltre che con mio babbo, ho
fatto i lavori estivi, ho lavorato per 3 anni in un fruttivendolo, negozio, bar, un po’ tutto assieme … Poi quest’estate ho
fatto 3 lavori: oltre ad andare la mattina in ufficio dalle 9 fino alle 17.30, alla sera facevo il cameriere e poi dopo
andavo anche in una gelateria a fare il commesso fino alle 3 di notte” (19 anni, studente, I fase)
“Avevo voglia di lavorare. Economicamente non appartengo a quelle famiglie in cui devi lavorare per contribuire, no,
fortunatamente no. Però la soddisfazione personale: puoi usare i tuoi soldi, ti senti anche un po’ più grande in un
certo senso” (19 anni, studentessa, I fase)
I proventi di queste attività sono in genere utilizzati per le spese personali, cui contribuiscono anche i doni
dei nonni e la “paghetta” dei genitori, se previsti. Principalmente le spese sono indirizzate al divertimento,
ma anche ai vestiti e alla tecnologia. All’interno dei nuclei colpiti direttamente dalla crisi i ragazzi
contribuiscono alle spese della famiglia. Non manca però anche chi ha risparmiato qualche risorsa da
investire nel proprio percorso di studi. E rispetto alle risorse disponibili si evidenzia una prima
riorganizzazione della vita dei ragazzi in occasione della crisi: solo alcuni hanno cominciato a percepire
qualche apprensione in famiglia ed a controllare meglio il proprio denaro. Molti, invece, riferiscono di aver
osservato i propri amici o compagni di classe ridurre le spese per le uscite e l’intrattenimento. Alcuni
parlano, ad esempio, di qualche compagno che ha rinunciato al viaggio di istruzione oppure, pur
partecipando, ha manifestato la necessità di controllare le spese nel corso della gita oppure nelle uscite
serali o nel fine settimana.
Fin dalla prima intervista, dunque, emerge una certa influenza della crisi sulle scelte che i ragazzi di questa
fascia d’età stanno compiendo. Sia che decidano di lavorare, sia che preferiscano studiare, gli ostacoli nel
presente e le preoccupazioni per il futuro sono elementi ricorrenti nelle loro considerazioni. Di seguito due
testimonianze, relative rispettivamente ad un’intervistata il cui nucleo non è stato colpito dalla crisi e ad
una che invece rientra nel gruppo ‘fragile’, le quali mostrano come i ragazzi considerino nel proprio futuro
la possibilità di incapparvi:
“Io conosco persone che devono fare l’università a Rimini, perché non hanno risorse per potere studiare fuori e io
spero di non dover rinunciare a questo, perché mi ritroverei a Rimini a fare Economia o Farmacia o Moda e tutte tre
115
non mi piacciono, spero di no, però non si sa mai” (18 anni, studentessa, I fase)
“Faccio dei giri con mia sorella oppure con le mie amiche e, quando passiamo davanti ai negozi di parrucchiera, vado a
chiedere. Ma adesso la risposta è stata che non c’è lavoro. Non lavorano loro, quindi prendere una ragazza in un
negozio sarebbe inutile. Mi dicono: cosa vieni a fare se neanche io lavoro? Ti farei perdere tempo. Quindi dicono di no
… Comunque qualche anno fa c’era più lavoro rispetto ad adesso. Adesso non c’è proprio. Per esempio, nel mio
campo, quello della parrucchiera, si vede: le persone risparmiano, non vanno più a farsi i capelli, fanno da sole. Ora le
persone risparmiano su tutto, anche per esempio nel fare la spesa. Gente, che prima comprava un po’ di tutto, adesso
prende le cose utili e quelle meno utili no” (16 anni, studentessa, I fase)
A farsi strada, tra le varie prospettive ed i sogni che caratterizzano questa età, è l’emergere di una certa
esigenza di concretezza, nelle scelte formative come in quelle relative al lavoro. Le due seguenti
testimonianze sono di ragazzi non coinvolti nella crisi, almeno nella prima fase di indagine.
“Ho intenzione di fare molti corsi. Se mi fermo a geometra e non continuo all’università, fare dei corsi di
specializzazione, sicurezza del lavoro, montaggio, eccetera, comunque cose molto concrete che possono servire ad
aiutare nel lavoro” (19 anni, studente, I fase)
“Essendo studenti, non riescono ad andare a lavorare. Però d’estate, invece di non fare niente e andare a divertirsi, se
viene proposto loro un lavoro, devono accettarlo perché, essendoci la crisi, non è che possano dare i soldi solo i
genitori, devono dare una mano anche i figli probabilmente” (19 anni, studente, I fase)
Si tratta di una tendenza che emerge più chiaramente nei colloqui successivi, con il consolidarsi della
situazione di crisi, ma già si individua nei primi colloqui. Esiste una certa preoccupazione tra i ragazzi per il
futuro del proprio nucleo familiare, di cui sentono anche la responsabilità, per quanto possibile, di farsi
carico.

II FASE – novembre 2009 - luglio 2010
Nella seconda fase delle interviste affiorano alcuni segnali di mutamento, anche se minimi, nelle condizioni
di vita dei nuclei di appartenenza di alcuni dei ragazzi intervistati.
Nel gruppo dei tre nuclei ‘a rischio’ si evidenziano alcuni cambiamenti: un padre che risultava disoccupato
al primo colloquio, ha lavorato nel periodo successivo, ma solo per alcuni mesi ed in nero; un altro padre
osserva crescenti difficoltà nel luogo di lavoro e teme di rimanere senza occupazione.
Nel primo dei due nuclei la madre non lavora, convinta che un impiego non in regola, di fatica, per tante
ore al giorno e con un basso compenso non sia accettabile. Nell’altro, si tratta di una famiglia straniera
dove, nelle condizioni appena descritte (si parla di 3-4 euro l’ora), lavorano occasionalmente o durante la
stagione estiva sia la madre che l’intervistato stesso.
Inoltre, nel primo caso, la famiglia, composta oltre ai genitori da due figlie di cui una studentessa ed una
disoccupata, abita in un alloggio di edilizia residenziale pubblica; mentre nel secondo, si tratta di un nucleo
con tre figli che deve affrontare il costo di un affitto, il quale finisce per assorbire circa la metà del reddito
dell’unico componente con uno stipendio fisso.
Queste famiglie, già definite ‘fragili’ nella prima fase, sembrano avere in comune una certa abitudine alla
limitazione delle spese: in entrambi i casi non emerge una situazione di allarme o disperazione, tanto che in
diverse occasioni viene ribadito che non vi sono stati cambiamenti rilevanti nelle spese e negli stili di
consumo del nucleo in occasione della crisi economica. Tuttavia, i ragazzi raccontano i propri progetti per il
futuro, più o meno realistici, sostenendo di essere disponibili ad eventuali rinunce o rinvii.
Emerge un equilibrio reso precario dalla presenza di un solo genitore occupato stabilmente, il cui reddito è
così importante per il sostentamento del nucleo da essere esposto ad una certa ricattabilità. Ciò comporta
l’accettazione di condizioni lavorative molto dure, in nero o grigie, nonché riduzioni di compenso da parte
del datore di lavoro in occasione della crisi:
116
“Tutti dicono, per esempio, sento così: che non lavorano più perché questi due, tre mesi siamo in crisi, questa cosa
qui, ma a casa praticamente è sempre la stessa cosa. Anche se la paga forse è un po’ più bassa, non prende quanto
prendeva prima, scende un pochettino, perché dopo il responsabile ti dice, anche come dice a mio padre: se non vuoi
lavorare … Anche se è lì da 10 anni, a lui non gli cambia molto. Poi mio babbo non può neanche dire di no, se no è già
in crisi. Giacché se non lavorasse anche lui, noi come faremmo? … Almeno ci vogliono due a lavorare se vogliamo
andare avanti” (17 anni, studente, II fase)
Se queste sono le situazioni che appaiono più estreme, su altre situazioni si individua una certa
destabilizzazione o preoccupazione, ma meno allarmante.
Nel più folto gruppo che non era stato toccato dalla crisi, si segnala un caso di cassa integrazione del padre
operaio: la situazione non sembra destare particolari preoccupazioni perché se il padre in CIG lavora duetre giorni a settimana, la madre contribuisce al mantenimento del nucleo con un reddito da libera
professionista, inoltre la famiglia dispone di appartamenti in affitto e risparmi. L’intervistato segnala
dunque che gli standard di vita e di consumo non sono cambiati.
Sempre nel gruppo di persone che non hanno direttamente subito la crisi nella prima fase, durante il
secondo colloquio, una ragazza che si ritiene appartenente ad una famiglia di classe media, sottolinea
qualche difficoltà nel proprio nucleo. Nonostante entrambi i genitori siano occupati e lo stile di vita venga
definito “sobrio”, si evidenziano alcuni problemi nel lavoro del padre ed a sostenere alcune delle spese che
di solito riuscivano a soddisfare con maggiore disponibilità.
“Lo scorso mese mio padre è stato male, quindi non lo potevano pagare, cioè la paga arrivava due settimane in ritardo
e durante quel periodo abbiamo avuto dei problemi, perché io tipo dovevo fare delle fotocopie per lo studio e ho
dovuto rimandare le fotocopie perché non c’erano i soldi. Poi le uscite durante quelle due settimane erano molto
meno: tornavo a mangiare a casa invece di stare in giro anche se facevo tardi alla lezione del pomeriggio, comunque
tornavo a mangiare a casa” (18 anni, studentessa, fase II)
Come nella prima fase, la maggior parte dei ragazzi non avverte alcuna difficoltà in famiglia. Ad esempio, un
ragazzo i cui genitori gestiscono uno stabilimento balneare riporta la notizia di una stagione addirittura
migliore rispetto a quella precedente, che ha consentito alla famiglia di godersi alcuni mesi di riposo. In
questo gruppo, diversi intervistati raccontano di viaggi premio in occasione del diploma e spazi di svago e
riflessione sulle scelte future. Alcuni che di solito facevano la stagione hanno scelto di riposarsi in attesa di
cominciare l’Università. Ed a questo proposito si ribadisce quanto già accennato nella descrizione della
prima fase dei colloqui: i giovani in questo territorio lavorano durante gli studi anche per propria
soddisfazione e per mantenere un certo livello di consumo personale, non solo e non tanto per necessità
familiari.
Rispetto alla percezione della crisi, occorre precisare che non sempre i genitori sembrano affrontare il tema
o mettere a parte i ragazzi delle proprie preoccupazioni, sia rispetto alle condizioni della famiglia, sia
rispetto alla recessione a livello sociale. E questo sembra, a volte, creare confusione e disorientamento nei
ragazzi. La prima testimonianza viene da una giovane che non subisce direttamente la crisi in famiglia, la
seconda appartiene al gruppo che è stato definito ‘a rischio’.
“Non so, io personalmente non la vivo come una cosa grossa, nel senso che magari sono i miei genitori che non
vogliono far vedere e continuano normalmente come hanno sempre fatto. Però non lo so, vedo anche fra i miei amici,
ad esempio, che molto spesso andiamo al bowling di San Marino a giocare e capita che uno di noi, io compresa, dica di
no andiamo a farci un giro in città perché non abbiamo i soldi. Poi decidiamo una data dopo due settimane e ci
diciamo per quel giorno cerchiamo di mettere da parte i soldi per andare” (18 anni, studentessa, fase II)
“Non sapevo che cosa mi aspettasse fuori, vedevo tutto strano e dicevo: tanto sarà diverso. Poi una volta uscita dalla
scuola, gli sbalzi sono stati troppo grandi per una diciassettenne, quindi ho visto com’era la situazione e ho detto: no,
117
voglio tornare a scuola. Ma ormai ho quasi 18 anni, tornare in prima per fare un percorso di 5 anni, arriverò a 23-24
anni fuori, non mi sembra ormai logico. Quindi spero di trovare qualcosa, altrimenti ... Però tornerei a scuola”. (16
anni, studentessa, fase II)
In generale, le famiglie raccontate dai ragazzi hanno quasi sempre la forma della famiglia nucleare,
appaiono sempre molto coese nel supporto economico reciproco, anche nei casi di separazione, ma forse
anche orientate pressoché esclusivamente verso se stesse. Raramente si nominano altri parenti, esclusi i
nonni, ed ancora più raramente amici o vicini di casa, nelle strategie di fronteggiamento della crisi, magari
portando esempi di situazioni in cui si è dato o ricevuto un supporto, a parte un’intervistata del gruppo ‘a
rischio’ che segnala l’occasione di lavoro offerta al padre disoccupato da una conoscente. Il punto di vista
dei più giovani non fa emergere l’idea di un accresciuto senso comunitario sollecitato dalla crisi. Di seguito,
un raro esempio di supporto di vicinato raccontato, però, da una ragazza che appartiene ad un nucleo
affidatario, che svolge attività di volontariato, evidenziando una particolare sensibilità in questo senso:
“Non dico spesso, ma ogni tanto si aiutano a vicenda e capita che magari una amica di mia mamma che fa fatica ad
arrivare a fine mese, viene a casa nostra e ci chiede cento euro per fare la spesa e ce li restituisce il mese dopo” (18
anni, studentessa, II fase)
Come già evidenziato, emerge in modo piuttosto netto, invece, un forte senso dell’indipendenza economica
individuale, che spinge i giovani intervistati ad impegnarsi precocemente in attività lavorative, anche da
minorenni e durante il percorso di studio. Di solito non sono, si è detto, le condizioni economiche della
famiglia a spingere i ragazzi in questa direzione, ma per lo più la volontà di far fronte autonomamente
almeno alle spese personali. Non mancano però i casi in cui i ragazzi pensano a contribuire al benessere
complessivo della famiglia, che ve ne sia una necessità reale o meno, come nei due casi seguenti.
“Alla fine se c’è qualche spesa che devo fare per conto mio, cerco sempre di fronteggiarla con il mio budget
economico e non di usufruire di quello dei miei genitori, perché comunque so che ho 18 anni, ho il mio conto
corrente, ho il mio stipendio d’estate, quindi devo fronteggiare le mie spese. Non c’è motivo di andare a richiedere dei
soldi ai miei genitori. E poi bene o male riesco al 99% a fronteggiare le spese con il mio budget, quindi sono contento.
Anche, non so, abbiamo una macchina, mia mamma prende quella macchina e mette la benzina, poi la prendo io, la
uso io una settimana, vedi che la benzina non c’è più, sono io il primo a metterci dentro la benzina, perché so che è
per il bene di tutti, non è che alla fine io vado a prendermi i soldi dai miei genitori per impoverirli, alla fine sono soldi
di tutti” (18 anni, studente, II fase)
“Ogni tanto esco, vado al cinema, così … però cosa li tengo i soldi? Invece li do a lui (al padre), poi basta che glieli
chiedo … non è che devo chiedere molto spesso, però devo vedere anche quella situazione (della famiglia), anche se
per adesso non è che mi fa mancare molto” (17 anni, studente, II fase)
Nella seconda fase dei colloqui, alcuni dei ragazzi intervistati hanno cominciato l’Università, tra di essi
anche una intervistata appartenente alle famiglie definite ‘a rischio’.
È interessante capire come abbiano fatto fronte a questo aumento di spesa, rispetto alla scuola superiore,
per il pagamento delle tasse di iscrizione, dei libri, dei trasporti e, in alcuni casi, anche per il mantenimento
come studenti fuori sede. Un primo dato che emerge è l’utilizzo dei propri risparmi e dei piccoli redditi per
contribuire a queste spese; una modalità che riguarda anche la ragazza del nucleo ‘a rischio’. Inoltre, per
tutti, si evidenziano una serie di accorgimenti per limitare i costi: il ricorso alle biblioteche ed alle fotocopie
per i libri, maggiore attenzione nell’acquisto di abiti e nelle uscite serali. Insomma, si porta, in generale, un
certo senso di responsabilità verso i genitori, sia contribuendo alle spese, sia nello studio.
“Per quanto riguarda le tasse universitarie, sono i miei genitori che me le sostengono. I libri magari li andiamo ad
affittare, li andiamo a prendere in biblioteca, oppure la stessa biblioteca universitaria, oppure magari se vediamo che
ci serve solo una parte del libro, affittiamo il libro, ci fotocopiamo la parte che serve” (18 anni, studente II fase)
118
“Per i vestiti risparmio molto. Lo shopping lo faccio poche volte. E poi esco di meno. All’inizio diciamo quasi ogni fine
settimana, almeno due o tre volte al mese uscivo. Adesso invece neanche due, una volta al mese esco … Per pagare
invece le tasse universitarie e l’acquisto dei libri sto prendendo anch’io una borsa di studio, così mi aiuta molto” (20
anni, studentessa, II fase)
“I miei genitori non mi hanno mai privato di niente, quindi, se ho bisogno per delle cose, loro i soldi me li danno
tranquillamente e quindi non mi capita mai di pensare: beh, però, se avessi i miei soldi magari potrei fare più cose o
cose diverse. Anche perché io sono già contenta di quello che faccio, quindi penso non mi manchi niente …
Sicuramente il fatto di vivere fuori casa mi ha portato ad avere anche più attenzione nei confronti delle cose, nel senso
che magari a casa lascio tutto in confusione perché tanto c’è qualcuno che sistema per me, adesso invece mi devo
trovare un po’ a dovermi anche regolare con le lavatrici, con preparare da mangiare, pulire la mia stanza, e quindi è
una forma di responsabilizzazione piuttosto grossa” (18 anni, studentessa, II fase)
Chi ha provato ad affacciarsi sul mercato del lavoro alla fine del percorso di scuola superiore o dei corsi di
qualifica, non riporta esperienze positive, sia rispetto al trattamento ricevuto, sia dal punto di vista delle
opportunità disponibili. Le prime due testimonianze di seguito vengono da ragazzi appartenenti al gruppo
dei nuclei considerati ‘a rischio’, la terza da una famiglia più benestante:
“Mi hanno detto: per prima cosa sei minorenne, seconda cosa non hai esperienza e mi hanno dato quello che
volevano loro. E non potevo chiedere di più, perché non lo sapevo. Adesso quest’anno devo fare il colloquio ancora
con loro, però vediamo, perché io … Tredici ore al giorno, praticamente, mi sembra niente, diciamo, neanche due euro
all’ora mi davano, quasi. Perché avevamo fatto il patto, il contratto, e io non potevo fare niente: va beh, facevo 13 ore,
mi hanno messo 4 (ore sul contratto)” (17 anni, studente, II fase)
“Magari che questa crisi finisca … che magari io diventi quello che ho sempre voluto essere: una parrucchiera con un
negozio bene avviato. Insomma tutti i miei sogni spero che si realizzino … se va avanti così mi sa che questo sogno
scomparirà … Ormai sono abbastanza grande per capire, ho deciso di fare domanda per arruolarmi nell’esercito. Dato
che lì mi hanno dato più possibilità, hanno detto che sicuramente mi prenderanno” (16 anni, studentessa, II fase)
“Di proposte di lavoro non ne sono arrivate … No, non le ho nemmeno cercate. Perché comunque sia io avevo degli
amici che erano usciti dall’Itis anche con 60-70, insomma voti discreti, e sono stati tempestati di telefonate, allora
avevo detto: va beh, se hanno chiamato loro chiameranno anche me. E invece si vede che è un momento un po’ così
per il lavoro, eccetera. Però se devo essere sincero non le ho nemmeno cercate … Mah, le dico la verità, di quelli che si
sono diplomati quest’anno con me non ho sentito di particolari offerte di lavoro, però molti erano partiti con l’idea di
andare a lavorare di conseguenza le hanno cercate, alcuni hanno cambiato un po’ settore anche per lavori, quelli che
trovavano, però grandi proposte che sono arrivate direi di no” (19 anni, studente, II fase)
In generale per tutti gli intervistati, non sembra che vi sia un condizionamento eccessivo per quanto
riguarda l’influenza della crisi sulle scelte e progetti di vita futuri. I genitori sembrano suggerire
considerazioni più di senso pratico e riflessioni sulle future possibilità lavorative, soprattutto se svolgono
una professione che i figli possono ‘ereditare’, ma i ragazzi non appaiono disponibili a trascurare le proprie
preferenze e passioni. Si cercano dunque, per quanto possibile, soluzioni di compromesso, senza che
emergano forti conflitti o divieti perentori. E spesso emergono ipotesi alternative, da mettere in atto nel
caso in cui manchino gli sbocchi professionali desiderati.
È interessante che gli studenti universitari non si dicano restii ad accettare, anche dopo la laurea, lavori
meno qualificati in caso di necessità. Probabilmente anche l’esperienza dell’integrazione del lavoro estivo o
occasionale con il percorso di studio, rende più responsabili i ragazzi rispetto alla propria autonomia e dà
loro una certa consapevolezza rispetto alla possibilità di avere sempre un’alternativa percorribile nel caso le
aspettative vengano deluse. Appaiono dunque non troppo preoccupati per la spendibilità dei propri titoli di
119
studio, proprio in virtù della disponibilità a svolgere lavori meno qualificati. Le tre testimonianze di seguito
appartengono a ragazzi la cui famiglia non è stata colpita dalla crisi:
“Io non ti mantengo se sarai disoccupata. Ho risposto: va beh, farò la gelataia, ma andrò lì con una laurea in psicologia
in mano, che mi interessa … È stata un po’ una continua lotta, però diciamo che mio babbo si era ricreduto, non mi
ricordo se eravamo in quel periodo o ancora prima … Si era ricreduto nel senso che io l’avevo posto davanti alla
domanda: ma sei io adesso ti dicessi che vado a fare medicina, come ti sentiresti? Mi rispose: no, a questo punto no,
perché sono andata avanti un anno a dire ...” (19 anni, studentessa, II fase)
“Onestamente ero molto indeciso, perché come dicevo anche l’altra volta, mio babbo ha uno studio di ingegneria e di
conseguenza lui ed anche mio nonno, insomma un po’ tutti avrebbero avuto piacere a vedermi frequentare
ingegneria. Però rendendomi conto che comunque sia, conoscendo gente, persone che frequentano ingegneria, so
perfettamente di cosa si tratta: all’Itis erano tutte cose molto pratiche, grazie ai laboratori, che a me piacevano molto,
mentre invece ad ingegneria la pratica te la scordi, è tutto molto teorico, quindi non è che mi esaltasse molto la cosa.
Di conseguenza volevo una facoltà .. un po’ per cambiare … e come dicevo già l’altra volta stavo valutando la proposta
del turismo. Ed infatti poi, proprio all’ultimo momento, a settembre, mi sono deciso e mi sono iscritto a questa
facoltà: ad Economia del turismo, qui a Rimini” (19 anni, studente, II fase)
“In primis mi piacerebbe, come ho detto, diventare promotore finanziario, agente di borsa. Poi come seconda
opportunità, non sarebbe male riuscire ad aprire un bar (in spiaggia), oppure gestirlo … perché so che è una cosa
divertente: cioè è un lavoro che se fai con gli amici e con la gente giusta, è un lavoro divertente e fruttuoso … Sei tu a
gestirti il lavoro, quindi secondo me riesci anche nelle piene potenzialità, a soddisfare quello che vuole la gente, riesci
a lavorare meglio con te stesso, e penso che se una persona si deve gestire da sola il proprio piano di lavoro, riesce al
meglio. A differenza di un dipendente, che ha determinati orari, che ha determinate cose da fare, magari una persona
autonoma, un lavoratore indipendente riesce a gestirsi diversamente, e rendere il lavoro più efficace o più leggero”
(18 anni, studente, II fase)
In qualche caso, però, la famiglia è costretta non solo ad offrire un consiglio, ma a porre dei limiti alle
aspirazioni giovanili. È il caso di uno dei ragazzi del gruppo ‘a rischio’ che, desiderando portare a termine il
percorso di scuola superiore, deve tenere conto delle difficoltà del padre, unico percettore di un reddito
fisso nel nucleo. Egli viene messo al corrente del fatto che se dovessero aumentare i problemi economici
sarà costretto ad interrompere gli studi.
“Non ero deciso se iscrivermi o no, perché mio babbo è venuto qui, praticamente io ero al lavoro, e lui mi ha detto:
vai, comincia la scuola. Anche se c’è la crisi ha detto: tu intanto comincia, se vedi che non ce le faccio più ...” (17 anni,
studente, II fase)
In conclusione nella seconda fase delle interviste sono stati rintracciati alcuni cambiamenti più o meno
significativi nella situazione economica delle famiglie degli intervistati. I nuclei che sembrano più in
sofferenza sono quelli che già erano apparsi più fragili nel primo colloquio. Nel frattempo i ragazzi, di fronte
a decisioni importanti per il futuro, si sono risolti quasi sempre per il proseguimento dei percorsi formativi,
non solo ritenendo che il mercato del lavoro al momento non offra grandi opportunità, ma anche per
inseguire i propri desideri ed aspirazioni. In alcuni casi, chi aveva integrato il percorso scolastico con attività
lavorative o disponeva di risparmi ha investito parte delle risorse personali per supportare le spese
aggiuntive delle famiglie, anche affermando orgogliosamente la propria autonomia ed il rapporto
cooperativo all’interno del nucleo.
Viene sovente dichiarata la volontà di proseguire nel doppio binario di formazione e lavoro. La riflessione
sulla spendibilità del titolo di studio, spesso sollecitata dai genitori, è risolta in genere in favore dei desideri
e delle passioni dei figli. Tuttavia, queste decisioni sono sempre accompagnate da ipotetici progetti
alternativi, anche su professioni meno qualificate, da intraprendere nel caso tali aspirazioni dovessero
essere deluse.
120

III FASE – settembre - dicembre 2010
Rispetto alle condizioni lavorative ed economiche delle famiglie degli intervistati, si sono rilevati alcuni
cambiamenti rispetto alle fasi precedenti.
Nel gruppetto delle famiglie più fragili, il genitore che aveva lavorato alcuni mesi senza contratto ha trovato
un’occupazione regolare per tre mesi, al termine dei quali, però, anche a causa dei problemi di salute, è
rimasto nuovamente privo di impiego. Così la figlia, con il suo piccolo reddito saltuario, è stata per un
periodo l’unica percettrice di reddito in una famiglia di quattro membri. A sostenere la situazione sono stati
i risparmi accantonati dai nonni, che i nipoti avrebbero dovuto riscuotere alla maggiore età.
“Gli unici che tenevano su la baracca eravamo io e mio padre. Però mio padre ha finito, quindi ci sono solo io adesso
che porto a casa i soldi … Se erano 50 euro li davo a mio padre, 5 euro rimanevano a me. Quindi, con un po’ di
commissioni che facevo a lei, poi le signore che si volevano ‘fare i capelli’, quindi qualcosa sono riuscita ad ottenere …
Per tutti questi anni loro hanno fatto quello che volevo io, e adesso tocca ricambiargli il favore, cioè mi metto a
lavorare di più per dare qualcosa a loro” (16 anni, studentessa, fase III)
Un altro caso di ‘fragilità’ è rimasto stabile: si tratta del nucleo di 5 persone sostenuto principalmente dal
padre con basso stipendio e dai lavoretti più o meno occasionali della madre e del figlio, che al contempo
cerca di portare a termine la scuola superiore. La buona notizia è che gli studi del ragazzo proseguono
positivamente e non ha dovuto abbandonarli, come era stato ipotizzato in precedenza.
Nel gruppo che nella prima fase non risultava ‘a rischio’, era compreso un genitore operaio messo in cassa
integrazione nella seconda fase. Alla terza intervista egli risulta completamente reintegrato in azienda ed,
anzi, dichiara un aumento dell’impegno lavorativo. Si trattava, d’altra parte, di una famiglia con doppio
reddito da lavoro, rendite affittuarie e un discreto patrimonio mobiliare, nella quale l’intervistato, come sua
abitudine, ha continuato a lavorare in parallelo al percorso di studi, facendo fronte alle proprie spese.
“Mio padre adesso ha ripreso: ha ricominciato a lavorare e non l’ho mai sentito parlare male e lamentarsi perché in un
futuro potrebbe essere lasciato a casa. Anzi, dice che adesso il lavoro ce n’è, perché sono indietro: a volte deve fare di
più di otto ore al giorno” (19 anni, studente, III fase)
Nella terza fase si manifesta altro caso in cui la famiglia è stata colpita dalla crisi. È un altro padre a dover
affrontare un periodo di cassa integrazione nel piccolo mobilificio dove lavora. A differenza della famiglia
descritta in precedenza, dove la cassa integrazione del padre non costituiva un problema grave, in questo
caso si tratta di una famiglia che ha da poco contratto un mutuo per comprare una casa più ampia per
accogliere i suoi 6 componenti. Inoltre, è stata recentemente acquistata un’automobile per la figlia
maggiore ed in seguito a queste spese rilevanti si trova a gestire un equilibrio economico più precario.
I genitori hanno dunque annunciato ai figli la necessità di “tirare la cinghia” e che per far fronte all’impegno
del mutuo, si sarebbero tagliate le spese non essenziali, come l’andare a mangiare la pizza oppure i regali di
Natale. All’intervistata, in particolare, è richiesto di contenere i costi per l’università e le esigenze personali,
in modo da farvi fronte più possibile con i risparmi del lavoro estivo. A tal fine le viene suggerito di
monitorare le spese annotandole su un quaderno. Inoltre, le è richiesto di contribuire al bilancio familiare
con il proprio sussidio di disoccupazione, che riceve in seguito alla conclusione dell’impiego stagionale.
Infine, in altri casi, pur in assenza di reali difficoltà economiche o segnali preoccupanti, si comincia ad
avvertire il timore di essere coinvolti dalla crisi ed emergono comportamenti improntati alla prudenza, che
inducono a prestare maggiore attenzione alle spese.
“Da questo punto di vista, essendo ancora mantenuta, non ho visto una grandissima crisi; però, guardandomi attorno,
in realtà questa crisi l’ho percepita e l’ho percepita di più che nelle mie tasche. Ad esempio, anche nella mia famiglia
ho visto che c’è un’attenzione maggiore nelle spese, in qualsiasi cosa, che prima non c’era. Forse perché il lavoro di
mio padre è un lavoro molto in bilico, in quanto dipende sempre da molte variabili, dipendendo dal turismo. Ho visto
121
che c’era un calo nei turisti e perciò c’è stata una maggiore attenzione da parte sua nello spendere i soldi,
nell’investire altro denaro per le ristrutturazioni, ad esempio. Sono tre anni che mio padre ristruttura l’albergo in
inverno da solo, proprio per una sorta di risparmio. A fronte di questo, ho cercato di spendere il meno possibile,
quindi anch’io di giocare la mia parte, di stare più attenta. Chiaramente penso di essere in una situazione
estremamente privilegiata, nel senso che ho l’opportunità di studiare, di studiare fuori casa, che è una cosa che non
tutti possono permettersi al giorno d’oggi” (18 anni, studentessa, III fase)
La percezione della crisi, dunque, si consolida in questa terza fase. Ed anche tra i ventenni viene avvertita
l’esigenza di contenere le spese e la consapevolezza di possibili ostacoli ai progetti futuri. Dicono i ragazzi
non toccati direttamente dalla crisi:
“I ragazzi con cui esco provengono tutti da famiglie abbastanza agiate, quindi la crisi non l’hanno sentita più di tanto.
Ogni tanto esce fuori questo discorso con gli amici, però non li riguarda in particolare. Ci sono ragazzi che hanno
dovuto ridurre le uscite, magari non escono più il sabato sera … Invece di andare in discoteca spendendo quindici o
venti euro per il biglietto, vanno a fare un giro in città e magari vanno in un pub spendendo solo cinque o dieci euro.
Per alcuni, quei dieci euro risparmiati, sono fondamentali” (18 anni, studente, III fase)
“La crisi più o meno rimane sempre un tema che si affronta. La paura è tantissima e molte volte la paura di
intraprendere un percorso che possa non portare a niente, o comunque possa non soddisfare quelli che sono i propri
sogni e le proprie ambizioni, è sempre nella nostra conversazione. Ne parliamo di continuo di questo. Secondo me, è
triste perché, trovarsi a vent’anni con la paura di quello che si farà dopo, non credo che sia il massimo … Credo che la
crisi sia solo a volte un pretesto per nascondere quello che in realtà è il problema dell’Italia, ossia qui il problema c’era
anche prima della crisi economica, che poi questa abbia contribuito ad alimentarlo, è vero. Non penso che, in un
contesto di miglioramento globale, l’Italia possa, a questo punto, magicamente migliorare la condizione lavorativa
delle persone che vivono in questo Paese. Penso che il problema rimanga, perché lo vedo molto come un problema
strutturale” (18 anni, studentessa, III fase)
Nella terza fase di indagine, la maggior parte degli intervistati più giovani ha ripreso gli studi. Gli otto che
hanno dichiarato di lavorare solitamente nei mesi estivi hanno fatto ‘la stagione’ o dei lavori occasionali,
compresi i ragazzi dei tre nuclei ‘a rischio’. Alcuni hanno trascorso un periodo di vacanza a seguito
dell’esame di maturità.
I sette ragazzi che hanno cominciato l’esperienza universitaria si sono trovati a dover far fronte a nuove
responsabilità ed a nuove spese, cui contribuiscono anche con risorse proprie, integrando quelle messe a
disposizione dai genitori, sia che vi siano problemi in famiglia, sia che non ve ne siano di particolari.
“Non per necessità economica, per il mio interesse perché avevo voglia di fare qualcosa … è una cosa che mi piace,
non mi pesa e magari ho 20 euro in più per mangiarmi una pizza. Magari faccio pizza e cinema … Adesso spero troppo,
però … se mi comprano la macchina magari riesco a mantenermela, però mi sembra proprio di fantasticare” (19 anni,
studentessa, III fase)
“Ho avuto dei cambiamenti per quanto riguarda me stesso, per quanto riguarda gli studi, ma anche per quanto
riguarda le spese. Per esempio, durante il periodo dell’Università, non tornavo a casa a mangiare, ma andavo in
mensa, quindi avevo delle spese in più. Inoltre, quando andavo su in macchina, solo per il parcheggio, ogni giorno mi
andavano via quei tre o quattro euro” (18 anni, studente, III fase)
“Magari sono un po’ più consapevole. Anche, per dire, quando ero ancora alle superiori, i soldi che prendevo durante
la stagione estiva e come baby-sitter, li usavo subito, magari per uscire ogni tanto, per i vestiti e quindi durante
l’inverno, chiedevo i soldi anche ai miei genitori. Invece adesso preferisco più rinunciare ad una cosa per metterli da
parte, anche per il fatto del mutuo, di ridurre le spese per i regali di Natale. Sono un po’ più consapevole del fatto che i
soldi vanno messi un po’ più da parte per il futuro, prima non ci pensavo più di tanto. Anche il fatto di pagare l’affitto
ai miei genitori, appunto all’inizio mi ha fatto un po’ paura, poi ho pensato che diventando grande devo aiutare i miei
122
e impegnarmi a mantenermi da sola … Mi sembra giusto, li do volentieri, però magari preferivo metterli da parte per
un futuro” (18 anni, studentessa, III fase)
Chi ha concluso il proprio percorso formativo si trova a misurarsi con un mercato del lavoro non facile, che
può proporre attività non pienamente in regola e bassi compensi. È il caso di una delle intervistate del
gruppetto considerato ‘a rischio’:
“Ho trovato un’amica di mia madre che fa la parrucchiera, che ha un negozio, e mi disse: perché non vieni da noi che
ci serve una ragazza? Noi ti paghiamo. Più bene che mai: facevo 4 ore, la mattina ce l’avevo libera. Ma facevo pieghe,
tinte, bigodini, un po’ di tutto. Mi trovavo più bene che mai. Solo che verso luglio, compiuti i 18 anni, lei mi disse che
mi metteva in regola ... non è che fossi in nero però non ero ancora assunta quindi, se volevo 400 euro, non me li
dava, perché ero minorenne. Lei disse che, raggiunta la maggiore età, mi assumeva, cosa che proprio non ho visto,
perché disse che il contratto io non l’avevo firmato … Quindi sono stata costretta a prendere 100 euro: 4 ore, 100
euro, facevo la schiavettina in giro per il negozio … È successo anche che sono caduta dentro il negozio e non mi
hanno pagato. Quindi sono stati un po’... Il 18 agosto ho finito, quindi è stato per la fine di luglio. Ma niente, ho chiuso
i rapporti, perché loro mi promettevano ...” (16 anni, studentessa, III fase)
Anche sul fronte delle decisioni e dei progetti di vita si ravvisa qualche cambiamento. Chi ha cominciato
l’università continua a riflettere sull’appropriatezza della facoltà scelta in considerazione dell’impegno
richiesto e della possibilità di veder riconosciuto tale sforzo con un inserimento nel mercato del lavoro
coerente con le proprie aspettative.
“Io che faccio tutta questa fatica per fare Architettura … mi domando sempre se faccio bene a fare tutta questa fatica,
se poi le prospettive non ci sono, perché effettivamente non ci sono. Mi chiedo sempre se sto inseguendo un sogno
che non mi porterà da nessuna parte, oppure effettivamente se sto costruendo un percorso che poi mi darà, non dico
delle garanzie, però mi permetterà di fare quello che voglio fare” (18 anni, studentessa, III fase)
“Praticamente è successo che dopo gennaio del 2010, frequentando l’università sono arrivato fino a maggio del 2010,
ho dato più esami che potevo, dopodiché mi sono reso conto che magari Economia non era proprio la facoltà che
faceva per me. Di conseguenza, adesso, a giugno ho cominciato a valutare l’idea di cambiare facoltà e ho pensato sia a
radiologia e ho iniziato a pensare all’idea di potermi iscrivere a Ingegneria. Alla fine ha prevalso l’idea di fare
Ingegneria, anche perché in questi tempi possiamo dire che c’è la crisi, facendo ingegneria un lavoro ce l’hai, quindi
forse è meglio andare sul sicuro per questa volta” (19 anni, studente, III fase)
Se l’ambito professionale verso cui procedere non risulta troppo chiaro, a non essere messa in discussione
è la scelta di proseguire nel percorso formativo che viene considerata una decisione irreversibile. Qualcuno
ritiene sia un buon modo di investire su se stessi in attesa di tempi migliori.
“I dubbi sicuramente ci sono ancora, come ci sono sempre stati, però sicuramente sono meno pressanti di com’erano
appena finita la quinta superiore, perché ho visto un po’ come gira … Di crisi in questo momento ce n’é tanta, di
conseguenza per lasciarla passare è anche bene impegnare il tempo per studiare … Io dico la verità: se mi avessero
offerto una buona proposta di lavoro, come hanno avuto studenti che sono riusciti prima di me, l’avrei accettata senza
neanche pensarci più di tanto. Avendone ricevuta una, messa lì così, non troppo interessante, dopo un po’ mi sono
scoraggiato. Anche perché poi, sentendo in giro, la crisi alla fine c’è ... Stanno licenziando piuttosto che assumere, di
conseguenza ho detto che era meglio studiare, così impegniamo il nostro tempo e non lo perdiamo” (19 anni,
studente, III fase)
Nei due casi in cui si sono ricevute offerte di lavoro che richiedevano un abbandono o minore impegno
nello studio e che peraltro sono sembrate poco allettanti (un posto da magazziniere ed un’opportunità da
elettricista), esse sono state rifiutate.
123
“Visti i tempi duri fare una facoltà che ti offre l’opportunità di lavorare subito e comunque avere anche un discreto
futuro in prospettiva, sicuramente è allettante ed è anche stimolante dal punto di vista della motivazione.
Sicuramente ha influito anche quello, non lo nego, perché vedo anche molti miei amici che sono usciti dalle superiori e
cercano un lavoro, però le ditte assumono due anni, tipo tirocinante, stipendio zero e poi si vedrà” (19 anni, studente,
III fase)
“Anche quest’anno mi hanno offerto di fare l’elettricista, ma a mio padre non l’ho detto. Ho risposto che ancora sono
a scuola e poi vedrò … Mi ha consigliato di trovarmi qualche lavoro per il pomeriggio, ma adesso sto prendendo anche
la patente, quindi non ho tempo. Appena prendo la patente, spero al massimo entro verso febbraio, ho giusto due o
tre mesi per trovare lavoro, poi ricomincia quello estivo. Vorrei frequentare la scuola anche il prossimo anno, ma non
so ancora se di sera o di mattina, quasi sicuramente di mattina. Se proprio di mattina non ce la faccio, è ovvio che
frequenterò i corsi serali, perché voglio finirla. Non ho fatto tanti sacrifici per niente” (17 anni, studente, III fase)
In conclusione, i più giovani sembrano affrontare la crisi tra i sogni e le aspirazioni che caratterizzano la loro
età ed il pragmatismo ed il disincanto richiesti da un mercato del lavoro, che immaginano o hanno già
sperimentato come non troppo accogliente. La famiglia rimane il riferimento principale per le scelte e la
possibilità di realizzare i propri progetti, ma anche quello verso cui mostrare responsabilità, impegno,
reciprocità. I ragazzi si rivelano pronti a contribuire al sostegno della famiglia, quando emergono difficoltà o
fragilità e sostengono con orgoglio le proprie scelte di studio e lavoro ed i piccoli passi verso l’autonomia.
Un altro punto di forza sembra la disponibilità a svolgere professioni non conformi al percorso formativo
qualora le loro aspirazioni fossero deluse. Un punto di debolezza potrebbe essere il fatto che non emerge
quasi mai il riferimento ad una comunità più allargata sulla quale riflettere, impegnarsi e verso la quale
esprimere solidarietà e senso di reciprocità. Le sollecitazioni da parte degli intervistatori sui temi più
generali legati alla crisi, alle dinamiche che l’hanno prodotta, alle responsabilità, al mercato, alla politica,
hanno fatto emergere dubbi più che conoscenze ed inquietudini più che riflessioni. Forse l’importanza delle
scelte da effettuare a questa età, in un periodo complesso come quello in atto, richiedono un’attenzione
piuttosto totalizzante. In un mondo che si mostra insidioso e che cambia rapidamente appare un compito
impegnativo prevedere un possibile futuro e progettare nel presente, essendo pienamente consapevoli
delle difficoltà nel raggiungere i propri obiettivi.
Sembra dunque di intravedere una sorta di ripiegamento sull’individualità e sulla dimensione familiare.
Mentre verso la comunità e la società più in generale non emergono né particolare investimento, né
impegno, né aspettative. Solo in un caso si raccontano esperienze di volontariato. La formazione ed il
lavoro sono considerati i principali strumenti per governare il futuro ed il nucleo familiare è il luogo in cui
cercare riparo da possibili delusioni e sostegno nelle difficoltà. Sui primi si investe, al secondo ci si affida,
ma con un forte senso di reciprocità.
4.5
Aspettative, difficoltà, soluzioni per i giovani-adulti: gestire la crisi tra flessibilità e ricerca di
stabilità
Questa fascia d’età include soggetti che vanno dai 27 ai 39 anni, risultando piuttosto ampia e diversificata
come condizioni. Tuttavia, la scelta di selezionare questo gruppo composto da 21 persone mirava ad
individuare un segmento di popolazione impegnato tendenzialmente nella stabilizzazione dei percorsi
biografici e lavorativi. Infatti, si presume che in questa fase della vita i percorsi formativi più strutturati
siano pressoché conclusi, si sia intrapresa una carriera più definita e meno frammentata e vi sia almeno il
progetto di autonomia dalla famiglia d’origine e di creazione di un proprio nucleo. Siamo dunque anche in
questo caso in una fase di importanti scelte di vita.
124
Come già visto per la fascia d’età più giovane, anche per quella intermedia si proverà a seguire le traiettorie
nelle tre fasi della ricerca, tenendo conto delle condizioni familiari, lavorative e formative, nonché delle
differenze nella disponibilità di risorse, nei comportamenti di consumo e nella capacità progettuale.
Occorre subito una precisazione: non è facile seguire le vicende della fascia d’età intermedia nei diversi
mesi presi in esame. La generale frammentazione dei percorsi, anche di chi non è stato colpito
direttamente dalla crisi in questo periodo, rende molto simili gli atteggiamenti di disponibilità verso il
lavoro e la formazione; di prudenza nei consumi; di timore per il futuro. Infatti, spesso non emergono
differenze in questi ambiti nei due gruppi considerati, cioè tra i colpiti ed i non colpiti dalla crisi.
Come si vedrà, risulta più facile individuare dei veri e propri percorsi nelle tre fasi per la fascia d’età più
matura, poiché all’interno di quest’ultima la posizione professionale, la situazione familiare, le condizioni
abitative, gli stessi stili di consumo risultano più definiti. È, quindi, più semplice tracciare il confine tra chi è
stato colpito dalla crisi partendo da una certa stabilità e chi non lo è stato.

I FASE – maggio 2009 - gennaio 2010
Dei 21 intervistati, 13 sono donne ed 8 uomini. Rispetto alle condizioni familiari, 6 vivono nel nucleo
d’origine e sono la parte più giovane degli intervistati per questa fascia d’età, (hanno tra 27 e 31 anni); 6
abitano da soli o con coinquilini; 4 convivono col proprio partner, ma solo uno è coniugato; 5 hanno già dei
figli e sono tutti sposati tranne una coppia.
I laureati sono 10 e di questi la metà svolge un’attività pertinente rispetto al titolo conseguito: un tecnico
dell’alimentazione, una psicologa, un esperto di marketing, una laureata in lingue che è stata assunta nel
comparto turistico, una laureata in ‘Costume e moda’ che, sebbene temporaneamente disoccupata, ha
lavorato in aziende di questo settore. Due laureate in filosofia ed in lettere sono impiegate nei servizi del
lavoro e della formazione. Una laureata in giurisprudenza, attualmente disoccupata, proviene da
un’esperienza impiegatizia, mentre un’altra dottoressa in legge è occupata nel turismo; dunque in settori
diversi rispetto all’ambito di studio. Una donna laureata in economia all’estero lavora stagionalmente, ma è
anche impegnata in un percorso di formazione per diventare mediatrice culturale.
I diplomati svolgono in genere mansioni più coerenti con il titolo di studio e ciò probabilmente perché il
loro inserimento professionale è avvenuto in un momento in cui il mercato del lavoro era più favorevole.
Spiccano in questo gruppo le figure di un brillante dirigente aziendale, di una segretaria d’azienda, di un
tecnico alimentare specializzato, di una diplomata in studi turistici impiegata annualmente presso un hotel.
Chi ha un titolo di studio superiore o universitario evidenzia spesso di aver lavorato per mantenersi, almeno
in parte, durante gli studi, ed uno degli intervistati prosegue in questo percorso facendo il magazziniere
(anche se al momento è disoccupato) e portando avanti un percorso universitario impegnativo come quello
in Ingegneria.
Se Il turismo ha offerto a diversi giovani-adulti l’opportunità di finanziarsi gli studi; di arrotondare un
reddito o di occupare un periodo di transito tra due contratti, agendo un po’ come una sorta di
ammortizzatore sociale “informale” in caso di necessità, per altri si è trasformato in una professione stabile.
Il suo carattere stagionale non sempre corrisponde a precarietà: alcuni soggetti descrivono percorsi
continuativi e prevedono comunque continuità da un’estate all’altra. Si sono formati e specializzati,
acquisendo una professionalità solida e facilmente spendibile.
Come si vedrà meglio più avanti, nel corso dei primi colloqui alcuni intervistati hanno già subito
direttamente gli effetti della crisi in ambito lavorativo. Occorre però ribadire la situazione di notevole
frammentazione che in generale emerge nella descrizione dei percorsi lavorativi: istruzione, formazione e
lavoro non si autoescludono, ma più spesso procedono in contemporanea e non sempre il susseguirsi dei
periodi di non occupazione e di brevi esperienze professionali rappresenta un effetto della crisi economica
quanto piuttosto la continuazione di percorsi non standardizzati, che nascono e proseguono in modo
frammentato e non lineare.
125
Gli stage, i tirocini, i percorsi formativi professionalizzanti, i contratti a tempo determinato o a progetto
sono menzionati come condizioni di passaggio per la ricerca di una professione più soddisfacente, anche se
non sempre premiate in questo senso, svolte con la dovuta prudenza legata alle condizioni familiari ed alla
capacità di supporto del nucleo d’origine.
In generale, le scelte lavorative non appaiono motivate solo dal desiderio di autorealizzazione o di carriera,
ma anche dalla vicinanza alla famiglia ed al territorio. Alcuni degli intervistati si dicono motivati nelle scelte
effettuate o disposti a svolgere professioni meno qualificate più spesso di quanto si mostrino disponibili a
trasferirsi altrove.
“Ad esempio, a questi amici della SCM dico: sei in cassa integrazione, approfittane. Manda 200 curriculum al giorno e
vedi di … E loro mi hanno risposto: E ma dopo … Ribatto: cambia lavoro. Se devi star lì a non sapere cosa ti succede, è
meglio cercarti un altro lavoro, poi magari lo trovi e dici di no … Qui farebbero più fatica, però un’industria meccanica
nel modenese o nel reggiano la troverebbero. Capisco che non è facile dire: prendo e mi trasferisco. Ma non è facile
neanche stare li a non sapere di che morte morire … Muoversi comporta delle scelte grosse, perché si può trovare
lavoro a Bolzano, piuttosto che a Napoli o a Udine, però anche stare lì ad aspettare è inutile. Purtroppo anche noi
stiamo andando verso un mercato del lavoro che non è più il posto di lavoro fisso radicato alla città, ma il posto di
lavoro che oggi è qui e fra due anni è a Milano, poi può essere a Roma. Ci si adatta molto al lavoro. Nei riminesi, no.
Quelli che conosco io, sono persone che fanno fatica ad andare via da Rimini. La battuta è: vanno all’estero e se non
hanno la tagliatella piangono. Sono molto radicati qui, che da un lato è un bene, dall’altro però coi tempi che corrono
e come si sta evolvendo il mercato del lavoro, bisogna anche incominciare a pensare che la norma potrebbe essere
farsi Rimini-Bologna tutti i giorni avanti e indietro, o Rimini-Ancona. Allora a quel punto conviene andare ad abitare a
Bologna o ad Ancona” (36 anni, occupato nell’industria, I fase)
Sempre in generale, se alcuni degli intervistati si dicono soddisfatti della propria situazione occupazionale,
altri auspicano un miglioramento o un cambiamento nel futuro, considerandola un ripiego. Qualcuno aveva
anche tentato di intraprendere una carriera lavorativa coerente con la specializzazione formativa, ma
incontrando ostacoli e difficoltà:
“Finita l’università ho iniziato a cercare un po’ il lavoro, tramite il canale di ricerca come Infojobs, riguardava
ovviamente il settore del Centro per l’Impiego, e ho trovato un notaio. Quindi ero contenta perché mi avrebbe
permesso di continuare nella strada che avevo appena concluso con l’università. Solo che è stata un’esperienza un po’
tragica perché già alla mia prima esperienza lavorativa ho dovuto subire il lavoro in nero. Quindi dopo 5 mesi non ce
l’ho fatta più, perché dovevo chiedere io i soldi, non mi piaceva, i patti erano diversi e sinceramente non mi piaceva
dover lavorare così. Non lavoravo serena” (29 anni, disoccupata, I fase)
Infine, escluse rare eccezioni, che si sia colpiti dalla crisi o meno nel periodo considerato, emerge una
disposizione ad affrontare il mercato del lavoro con una certa flessibilità. Tale disposizione, come si vedrà,
nella terza fase dell’indagine sembra addirittura rafforzarsi in seguito al prolungarsi della crisi economica.
Tuttavia, il rischio di un susseguirsi di stage, rende per alcuni necessario porre un limite alle richieste del
mercato stesso. È chiaro che la formazione e le capacità professionali sviluppate negli anni non possono
garantire la sicurezza di una stabilità lavorativa.
“C’è ancora una mia collega che tra l’altro stimo tantissimo perché è una persona veramente in gamba, ancora non ha
trovato un lavoro, un po’ perché lei non ha avuto la fortuna che ho avuto io di avere questo tipo di aggancio, di rete di
conoscenze, e poi perché effettivamente anche lei dice che è stufa di doversi accontentare. È vero che in un periodo di
crisi non bisognerebbe buttare via niente, però effettivamente io capisco anche lei che mi dice che non ha voglia di
accettare un ulteriore stage, perché l’ha già accettato, l’ha già fatto come inizio d’esperienza professionale, non ha
voglia di ricominciare totalmente da capo e conoscendola, sapendo com’è, effettivamente non è giusto che una
persona della sua capacità debba ricominciare da capo pur avendo sempre dato tantissimo nel lavoro. Quindi vederla
così mi dispiace. Poi per fortuna ha anche lei un marito che la sostiene, che non le fa pesare questa situazione, però la
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vedo che è in difficoltà, anche a lei dispiace dover dire che è disoccupata, e ripeto, è una persona veramente in
gamba, valida, che non si merita questa situazione (29 anni, disoccupata, I fase)
A metà 2009, nella prima fase di svolgimento delle interviste, gli effetti della crisi hanno già cominciato a
farsi sentire per diversi intervistati, anche in modo particolarmente “pesante”.
In tre casi il contratto a tempo determinato non è stato rinnovato, in un caso vi è una sospensione del
tempo indeterminato, in un altro è stato il lavoratore a interrompere il rapporto ed infine, ad un altro
intervistato l’azienda ha ‘chiesto’ di rinunciare al tempo indeterminato per convertirlo in un contratto a
progetto.
“La crisi l’ho vista nella mia azienda: eravamo partiti in una quindicina – è un’azienda piccola – e sono rimasti,
togliendo i titolari, in quattro persone nel giro di due, tre anni … A luglio ho finito il contratto e mi hanno detto che
momentaneamente non me lo avrebbero rinnovato. In realtà, non mi hanno detto proprio così. Il titolare mi ha detto:
a settembre ci risentiamo perché vorremmo riprenderti, però vediamo un po’come va … Un’altra mia collega mi ha
chiamato un mese dopo, più o meno verso novembre, dicendomi che c’era, ma lo so, è così, periodo di campionario,
c’era molto lavoro, fa lei: secondo me potresti tornare e provare, magari con la scusa di una visita, vedere se ti dicono
qualcosa. Ma a quel punto ho detto: no guarda, mi hanno detto una settimana, o sì o no, potevano comunque avere il
buon gusto di chiamarmi anche perché sono rimasta lì, non tantissimo, 3 anni … e non mi fanno sapere niente” (27
anni, disoccupata, I fase)
“Come lavoro ho fatto solo quello: la stagione. Poi mi è capitato di trovare la morosa con la quale sto da tre anni e
l’anno scorso, visto che avevamo intenzione di sistemarci nel giro di un paio d’anni, ho deciso di trovarmi un lavoro
part-time (continuando a studiare). È un bel lavoro, che avrei tenuto per un paio d’anni ancora, anche se mi laureavo,
poi avrei cercato comunque qualcosa nel mio ambito, però nel frattempo avrei avuto quello. La prospettiva c’è ad
agosto, nel senso che a settembre, ottobre, iniziano le fiere quindi in quei periodi cominceranno a vendere un po’ di
barche … sono sicuro che mi chiederanno di tornare” (28 anni, disoccupato, I fase)
“Più che problema, c’è la preoccupazione, il pensiero di dire: io a settembre dovrei riprendere a lavorare, come mi
troverò. Perché comunque adesso rimango in contatto con la ditta e adesso non è che si muove chissà che cosa, è
tutto ai livelli di prima ecco, quindi tutto fermo. Speriamo che il lavoro arrivi, quindi la preoccupazione è più quella:
come si arriverà? Perché attualmente comunque il lavoro ce l’ho, va bene, sospeso, paga ridotta e tutto quello che
vuoi, però è lì, insomma un’entrata c’è ancora, quindi una tranquillità relativa. Speriamo che queste cose almeno ci
siano, cerchiamo di essere ottimisti, perché dopo se inizia a mancare quello, a me come ad un altro, iniziamo ad avere
gente disoccupata in giro che dove va? Cosa fa? “ (29 anni, lavoratore in CIG nell’industria, I fase)
I sussidi per la disoccupazione allentano la tensione rispetto alla disponibilità di risorse ed offrono il tempo
necessario sia ad una ridefinizione identitaria, che può comportare sofferenza psicologica, sia ad usufruire
eventuali opportunità di formazione e riqualificazione.
“È stato un periodo bruttissimo, e non nego che adesso ne sto subendo anche a livello fisico questa cosa, sto passando
da un medico all’altro perché non riesco a dormire la notte, ho attacchi di panico, insonnia, dormo male, sono spesso
nervoso, eccetera. Tutti i medici dove sono andato, ovviamente dai controlli che ho fatto non scaturisce nulla perché
fisicamente sto bene ma è tutto a livello mentale. Infatti molti mi hanno detto che è un accumulo di stress che mi ha
portato a questo. Anche se io mi sento bene e calmo, inconsciamente il cervello ha elaborato questo e mi sta facendo
passare un periodaccio. Effettivamente ho passato un brutto periodo e non me ne rendevo conto mentre lo stavo
vivendo, perché comunque mi rimboccavo le maniche e cercavo di fare di tutto per ricollocarmi nel mondo del lavoro,
perché, sai, un uomo che non lavora non è una bella cosa, cioè perdi molta credibilità, non stai bene con te stesso, ti
senti inutile” (31 anni, lavoratore in mobilità nei servizi, I fase)
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Chi ha avuto il contratto sospeso o non rinnovato, sottolinea di aver mantenuto i contatti con l’azienda,
nella speranza di essere richiamato. Sembra difficile cominciare a guardarsi intorno alla ricerca di
un’alternativa professionale: chi ha perso il lavoro sottolinea la necessità di un momento di rielaborazione.
Una degli intervistati ha intanto svolto un corso di formazione con relativo stage; un altro ha invece lasciato
una collaborazione part-time extra che avrebbe portato alla sospensione dell’erogazione dei sussidi; un
terzo ne ha approfittato per intensificare gli studi già in atto.
Percepire un sussidio è riconosciuto come fondamentale da tutti proprio per la possibilità di ripensare il
proprio percorso con più tranquillità, così come stare a casa con i genitori o avere comunque una famiglia
alle spalle .
“Io sono un pelo più tranquilla, perché so che mi arriva la disoccupazione, quindi non è che sono proprio sul fuoco:
aiuto, non ho il lavoro, come faccio? Dico: lo cerco, ci provo, male che vada ho la disoccupazione, mi consolo con
quello. Però, se dovessi avere una situazione diversa dove non avessi la disoccupazione, effettivamente il pensiero ti
rimane e dici: o prendi quello che capita, la prima cosa, commessa o quello che è” (31 anni, disoccupata, I fase)
Dei sei che hanno subito una sospensione o la perdita del lavoro, tre vivono nella famiglia d’origine, due
sono usciti dalla casa paterna ed uno è sposato con un figlio.
Chi è rimasto nel nucleo d’origine sottolinea l’importanza del sostegno non solo economico ma anche
‘morale’ da parte dei genitori. Le rinunce riguardano la palestra, qualche uscita serale o l’acquisto di una
nuova automobile. Altri ritengono di poter mantenere un progetto matrimoniale potendo usufruire di una
casa di proprietà donata dai genitori. Anche l’eventualità di proseguire negli studi dipende dalla possibilità
di fare affidamento sul nucleo familiare. La famiglia, insomma, rimane una risorsa fondamentale nei
momenti di difficoltà, garantendo la possibilità di affrontare un periodo di disoccupazione con relativa
tranquillità.
“Comunque sono fortunato perché ho dei genitori che mi vengono incontro, mi potrebbero dare anche una mano.
Ogni tanto ci penso. Se avessi acceso un mutuo prima che mi licenziassero e non avessi i genitori? Infatti mio padre
quel giorno lì al telefono mi ha detto di non stare ai loro patti, di stare tranquillo che se avessi avuto bisogno ci
sarebbero stati loro. Male che vada tornerò in Puglia dove una casa e da mangiare c’è sempre. Quindi io mi sono fatto
forza anche grazie alle loro parole” (31 anni, lavoratore in mobilità nei servizi, I fase)
“I miei genitori non mi hanno mai fatto pesare questa cosa, anzi, mio padre forse ha cercato di minimizzare molto la
crisi, nel senso che lui non ci ha mai creduto tantissimo che ci fosse un’effettiva crisi in atto, quindi mi ha sempre
rassicurato molto e non abbiamo parlato, soprattutto non ne abbiamo mai parlato in maniera negativa o catastrofica,
mi ha sempre detto di stare molto tranquilla che c’erano ancora delle aziende forti, che comunque avrei trovato a
breve termine un lavoro, quindi mi hanno sempre rassicurato e mi hanno sempre parlato in termini costruttivi, mai in
termini di paure, da questo punto di vista mi hanno sempre confortata molto” (29 anni, disoccupata, I fase)
Si conta comunque sulla famiglia d’origine per alcune spese più o meno significative (ad esempio,
l’assicurazione dell’auto), ma soprattutto nel caso di prolungamento della disoccupazione. I risparmi sono
la fonte principale cui si attingono le risorse necessarie e a tale comportamento si unisce una riduzione dei
consumi, prestando più attenzione alla spesa, anche per i generi alimentari, o trascorrendo le vacanze in
casa dei genitori.
In questa fase la distanza dalla famiglia e dalle reti di supporto primario può diventare un vincolo proprio
per la difficoltà a ricevere un sostegno economico e psicologico. Il peso della crisi per coloro che la
subiscono direttamente diventa così più difficile da sopportare.
“Le persone che conosco io, al di fuori del lavoro, sono persone che tutto sommato hanno una certa stabilità. Sono dei
riminesi che alle spalle hanno una famiglia, quindi non sono situazioni critiche sostanzialmente. I miei amici, se stanno
per un periodo in cassa integrazione, non è che non arrivano a fine mese. E quindi sono persone che parlano in una
maniera sì preoccupata, ma non sono disperate … Al contrario, le persone che frequentano l’agenzia manifestano un
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disagio più esplicito, che può addirittura sfociare in situazioni di violenza verbale: chi ho davanti in ufficio sono
persone che, soprattutto chi viene da fuori, magari hanno famiglia, un affitto da pagare … Ci sono stati dei casi anche
di persone aggressive, che proprio piantavano un po’ di scenate” (32 anni, lavoratrice con contratto solidarietà nei
servizi, I fase)
“Ad esempio, noi abbiamo rinunciato ad andare a trovare la mia famiglia. L’ultima volta siamo andati nel 2005, è
passato del tempo che sono stata a Cuba con la mia famiglia. È cambiato, non vedo crescita, non vedo niente, vivo
solo per pagare. Fortuna che io non sono in affitto … Noi in questo ultimo anno il mare ce lo siamo scordati, anche
quello sembra un lusso, che uno si permette di andare alla sera al mare. Noi andavamo con i bambini, giocavamo a
calcio balilla, a prendere un gelato. Adesso quello è uscito dalla nostra vita completamente … Lavoriamo solo per
mangiare e pagare le bollette, basta, e non si arriva alla fine del mese. Una volta almeno tu andavi a letto senza
pensieri. A me è rimasto qualcosina ... Ma lei lo sa quante volte io non posso andare a trovare la mia famiglia, perché
non mi posso permettere di partire tutti e quattro, parto soltanto io per fortuna. E vado stretta, con un nodo in gola,
perché devo lasciare loro” (35 anni, occupata nel turismo, I fase)
Per l’importanza attribuita alla famiglia, soprattutto in occasione della crisi, le situazioni più a rischio
possono essere quelle in cui la difficoltà economica si ripercuote negativamente sul nucleo d’appartenenza.
Solo in un caso, tra gli intervistati, si evidenzia un rischio di questo tipo, dunque sembra che
complessivamente questo pilastro del welfare stia reggendo di fronte alle conseguenze negative generate
dalla recessione economica.
Oltre agli ammortizzatori sociali ed al sostegno della famiglia, anche la proprietà della casa fa la differenza. I
costi degli affitti e dei mutui sono significativi e chi ha fatto la scelta di uscire dal nucleo d’origine destina a
questo fine parte notevole delle proprie entrate. Che la crisi abbia o meno colpito direttamente queste
persone, emerge comunque la necessità di controllare il budget.
“Per l’età che ho e per il grado di indipendenza che ho raggiunto, mi posso ritenere soddisfatto. È chiaro che si può
fare sempre di meglio. Pago un mutuo perché vivo in una casa di mia proprietà, che ho acquistato circa un annetto fa.
È chiaro che da uno stipendio, se ci togli 600-700 euro di mutuo, alla fine del mese devi stare attento” (33 anni,
occupato nell’industria, I fase)
“È difficile viverre qui per una persona che deve pagare un affitto. Io avevo una casa grande, ma pagavo 750 euro, con
le spese delle bollette sono 1000 euro, e uno che lavora solo d’estate non può permetterselo. Adesso sto in una casa
piccola, ma comunque sono 550 euro e non ci sono le camere per le bambine” (32 anni, occupata stagionale nel
turismo)
Altri intervistati, nella prima fase, evidenziano di non aver subito, sia nella sfera familiare sia in quella
professionale, alcun effetto negativo dalla crisi economica. È però interessante osservare che, come si è
visto per i ragazzi più giovani e si vedrà per la fascia più matura, anche quando non esistono conseguenze
negative dirette, si tende a mantenere un atteggiamento prudente, soprattutto nella gestione delle risorse.
Il controllo delle spese per i consumi riguarda, insomma, quasi tutti gli intervistati.
Solo poche testimonianze di chi non è stato colpito dalla crisi appaiono particolarmente positive e
ottimiste. Si tratta di persone altamente specializzate e collocate ai livelli superiori delle aziende in cui
operano: un manager aziendale con elevate competenze professionali e reti di relazioni consolidate in
ambito lavorativo, un imprenditore in fase di espansione all’estero ed un tecnico specializzato di alto livello
che opera nell’industria alimentare. In questi casi si riesce ancora ad intravedere margini di miglioramento,
nel fronteggiare la crisi e controllarne gli effetti, anche se non senza sforzi.
“Dal punto di vista imprenditoriale, che è una cosa completamente diversa, ci sono ancora dei risultati che devo
ottenere: far crescere l’azienda, farla diventare leader nel settore, che specificatamente è il settore del rapporto con
la clientela, quindi software che si occupano del rapporto con la clientela, c’è ancora da lavorare e ci stiamo
lavorando. Insomma … però la strada presa è quella …. è buona … Vado all’estero, cosa che stiamo facendo, perché è
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l’unica via possibile in questo momento, perché in altri Paesi si sono comportati diversamente e quindi ci sono un po’
più di prospettive, ovviamente ci sono anche molti più costi, o, altrimenti, sinceramente se avessi un altro tipo di
attività, in questo momento, sarei molto preoccupato, anche perché se chiudi non hai prospettive di lavoro, perché le
aziende stanno licenziando; il discorso è quello” (36 anni, imprenditore nei servizi, I fase)
In generale, quasi nessuno degli intervistati si lamenta particolarmente per le rinunce nei consumi: molti
affermano di aver abitualmente condotto uno stile di vita piuttosto sobrio e di non soffrire particolarmente
la riduzione delle uscite serali o degli acquisti di beni considerati superflui, sia nei casi di necessità effettiva
che in quelli di riguardo precauzionale.
“Bisogna fare un po’ un passo indietro, che non vuol dire non alimentare i consumi, ma vuol dire non alimentare i
consumi a sproposito. Certo, devi andare mangiare una pizza se prima ci andavi. Devi mantenere lo standard che
avevi, se era uno standard legato a quello che ho detto prima, cioè devi fare le cose che ti puoi permettere. Se hai già
due televisori in casa, non devi avere anche un terzo televisore perché te lo offrono a prezzo scontato in dodici rate.
Cosa te ne frega? In questo caso, non è alimentare i consumi, ma è alimentare un pezzettino di crisi che tu avrai non
adesso ma quest’anno” (39 anni, imprenditore alberghiero, I fase)
“Senza imprevisti sì … sperando che non succeda niente, perché dopo uno inizia a dire, devo fare la macchina, devo
fare quello … non è che campi d’aria, i soldi servono, però si può fare. C’è gente che vive con tre figli! Abbiamo un
nostro amico che ha tre figli e la moglie casalinga, gli si è rotta la televisione e lui ha detto: adesso c’è bel tempo,
giocherò con i miei figli il pomeriggio. I soldi li ha messi da parte e l’ha riparata dopo quattro mesi. Sembra fuori dal
tempo questo discorso oggi giorno, perché ti si rompe la tv e cosa stai senza televisione? Assolutamente no. A loro gli
è stato bene. Si è goduto la sua famiglia. Cioè siamo tutti vincolati a stereotipi e cose varie, io se mi si rompe la
televisione domani, o la porto ad aggiustare o la compro nuova insomma, mi viene da pensare. Lui ha dimostrato che
può farlo: fa bene, fa male, vive fuori dal tempo? Non lo so, però lui l’ha fatto insomma, non sta male, non è morto e
si è goduto i figli” (29 anni, lavoratore in CIG nell’industria, I fase)
“Il mio stipendio paradossalmente è leggermente aumentato, perché mi sono aumentate le responsabilità e in più il
parco, forse proprio per questa crisi, perché le persone non vanno più all’estero, si concedono più week-end qui e
quest’anno è andato veramente bene, quindi diciamo, che da noi non si è sentita tantissimo questa crisi, anche
personalmente, ecco … più che altro perché magari sono un po’ più accorta: ho evitato un viaggio, comunque sono
andata a vivere da sola, quindi devo pagare l’affitto, ecco … però non l’ho molto sentita sulle mie spalle, anche perché
non ho famiglia, probabilmente se l’avessi, avrei accusato” (36 anni, occupata nel turismo)
Se la famiglia è la risorsa principale sulla quale fare affidamento in un momento di difficoltà, come
evidenziato anche per la fascia più giovane, a maggior ragione negli intervistati di età intermedia non
manca la logica di reciprocità e l’attenzione verso il nucleo d’origine.
“Diciamo che io ho sempre dovuto fare molta attenzione, proprio perché devo anche aiutare a casa, bisogna sempre
fare due conti. Quindi per esempio io ho sempre fatto la spesa al discount, non ho iniziato a farla dalla crisi ma già
prima la facevo. È ovvio che adesso le bollette sono aumentate, i prezzi sono aumentati, quindi bisogna fare ancora
più attenzione. Qualcosa è cambiato sicuramente. Qualche taglio l’ho dovuto fare” (32 anni, occupata nel turismo, I
fase)
Lo stesso atteggiamento prudente nell’amministrazione del bilancio personale e familiare che, come si è
detto, sembra piuttosto diffuso tra gli intervistati, si ritrova nella gestione dei progetti e delle scelte di vita.
Per tutti, l’effetto della crisi in questo ambito sembra aver sospeso le decisioni più impegnative in termini di
investimento (economico, ma anche affettivo) e creato una situazione di attesa per sviluppi non troppo
prevedibili, con possibili risvolti di sofferenza individuale.
130
“Io ho trovato lavoro ad aprile. Però da dicembre, quando mi è stato ribadito che non sarei più stata confermata al
lavoro, fino ad aprile, per me sono stati dei mesi terribili perché mandavo il curriculum, quelle poche aziende che mi
hanno risposto erano aziende o molto piccole o che non definivano bene il tuo contratto: sì, faremo … Ma erano
aziende che mi davano poca fiducia, quelle. Le aziende grandi, che magari mi potevano interessare di più, non mi
rispondevano. È stata dura. Io ogni volta che ho inviato il curriculum gli anni passati, bene o male, nel breve termine,
ho sempre avuto un riscontro; in questo caso neanche una risposta, silenzio. È stato pesante anche perché pensavo di
comprare casa dopo un anno di essere confermata a tempo indeterminato, perciò potevo pensare anche al mio futuro
… Avevo fatto dei progetti di vita, certo. Io sono fidanzata, avrei potuto comprare una casa assieme al mio fidanzato, i
viaggi, insomma pensare anche ad una vita. Quando non si ha un contratto stabile non si progetta niente, quindi è
dura, poi ad una certa età si sente” (27 anni, disoccupata, I fase)
“Diciamo che la prima batosta grossissima che ho preso, appena mi hanno fatto la proposta in ufficio, è perché da tre
mesi stavo cercando una casa insieme alla mia ragazza da acquistare qui a Rimini e quindi già quella è stata una
batosta, perché ho dovuto lasciar tutto, quindi precedenti accordi con persone che mi hanno fatto vedere la casa,
tirato il prezzo, la trattativa commerciale, perché eravamo intenzionati ad acquistare casa, dopo quattordici anni che
paghiamo affitti a Rimini, avevamo seria intenzione di acquistare casa … Il contratto a tempo indeterminato ti fa
pensare a una casa, ti fa pensare a un futuro, poi con la mia ragazza siamo da 8 anni insieme, quindi diciamo che gli
obiettivi c’erano. Però adesso è stato tutto accantonato, sia da parte mia per questa situazione qua e sia da parte sua
perché comunque un anno ancora ce l’ha da fare a Padova per il master, quindi per un anno sicuramente è stato
accantonato e dopo si vedrà insomma, vediamo il futuro cosa ci aiuta a fare” (31 anni, lavoratore in mobilità nei
servizi, I fase)
“Mi sono sposata un anno fa … Sono arrivate le trenta ore e un briciolo di stabilità, che non è contrattuale per niente,
però nella mia testa mi dico che è da tre anni e mezzo che mi rinnovano il contratto, il posto è stabile, mi continuano a
dire a parole che comunque … Sono soddisfatta, non so nel tempo, nel senso che è chiaro che mi dico anche che un
figlio ... ho 33 anni quasi, quindi credo che ad un certo punto arriverà il momento giusto e quindi forse lì vorrò anche
investire un po’ di meno nel lavoro, però in questa parte della mia vita ho investito molto e sto investendo molto” (32
anni, occupata nei servizi, I fase)
Anche chi non ha subito effetti diretti dalla crisi non è tranquillo sui progetti di vita. Ci si concentra sulle
possibilità che si intravedono nel breve periodo con un po’ di preoccupazione, mentre guardare al lungo
periodo diventa difficile. Nelle testimonianze raccolte affiora una sensazione di impotenza verso una crisi
rispetto alla quale si “sente” di non poter agire.
“Preoccupazione sì, ma c’è molta rassegnazione più che altro in giro, secondo me. Nel senso che è così, che cosa vuoi
fare? Non è una cosa in tuo potere, quindi aspetti che passi. Penso che sia questo il clima generale dei dipendenti che
magari non hanno altre strade, perché se adesso vai in giro non trovi lavoro. Adesso sarebbe sciocco fare
diversamente, come dicono tutti. Sarebbe sciocco andare via da un posto attualmente e andare in un altra ditta che
magari non conosci e chissà se fra tre mesi c’è o non c’è. Se tiene aspettiamo che passi il periodo” (29 anni, lavoratore
in CIG nell’industria, I fase)
“Per il momento nella vita in cui sono, ho deciso di concentrarmi più sul lavoro, quello che poi succederà, succederà. È
vero che se dovesse mai succedere che accada, che riesca a trovare una persona con cui pensare ad una famiglia,
allora a quel punto dovrei fare delle scelte lavorative diverse, perché conciliare le due cose sarebbe molto difficile.
Sicuramente dovrei cambiare mansione, nel senso che comunque se avessi una famiglia vorrei seguire la mia famiglia,
vorrei seguire i miei figli, perché non ha senso, secondo me, mettere al mondo dei figli e poi non vederli mai. Quindi
sicuramente dovrei, come dire, tornare magari a fare un altro tipo di lavoro, magari ricevimento, in modo da avere dei
turni, perché il lavoro con i turni permetterebbe comunque di conciliare i tempi” (32 anni, occupata nel turismo)
131

II FASE – novembre 2009 - luglio 2010
Nella seconda fase dell’indagine alcuni intervistati, che vivevano una situazione di disoccupazione o
sospensione dal lavoro, sono riusciti a trovare un nuovo impiego. Uno degli intervistati, sostenuto dalla
moglie e dalla famiglia d’origine, ha deciso di intraprendere un percorso universitario, con l’obiettivo di
accrescere le proprie opportunità di impiego.
Altri, invece, fanno i conti col prolungarsi della situazione di difficoltà e, in questo stato di attesa, iniziano a
rivedere le proprie strategie per affrontare la crisi. La ricerca del lavoro si intensifica, coinvolgendo anche
coloro che aspettavano di rientrare nell’azienda in cui erano occupati. I canali di ricerca segnalati sono le
inserzioni sui giornali, il CPI, le agenzie interinali, il ricorso alla rete sociale e parentale. Quest’ultima
modalità viene riconosciuta come la più diffusa e qualcuno lo evidenzia con amarezza. Si dichiara la
disponibilità a svolgere una mansione poco qualificata; a fare la stagione; a lavorare non in regola; alla
formazione; a cambiare settore e, qualcuno, anche allo spostamento, opzione che in precedenza era
emersa di meno e rispetto alla quale rimangono più resistenze.
“Valutare se spostarti da altre parti e trovare altre aziende più lontane. Però dici, devo decidere: o si sposta anche lui,
o mi sposto io, se lui si vuole spostare da un’altra parte. Siamo su un bivio, è un periodo un po’, fra virgolette, di
cambiamenti, nel senso di decisioni effettivamente da prendere. Adesso per il momento abbiamo optato per
continuare a provare qui, però effettivamente se a lungo andare, oddio adesso, a me se va male ho già deciso, farò la
stagione, che non inizia adesso, fra qualche mese, però uno inizia a mandare i curriculum, qualcosa si spera, bene o
male, magari trovi da fare, insomma, almeno per tamponare. Se non altro hai un’entrata per qualche mese, dopo uno
si rimetterà a cercare, nel frattempo cerchi sempre qualcosa, però un’entrata la devi avere se no non ce la fai …
L’unica cosa è che vedo che anche in queste aziende di moda, come figure, fanno molta fatica ad ingranare magari,
proprio il mio settore. Ecco, forse dovrei valutare di fare magari anche altri corsi, magari un corso di lingua, qualcosa
sull’informatica … Qui i lavori cambiano sempre: ci sono sempre nuove figure richieste e uno si deve un po’ adattare,
provare a fare, tra virgolette, un po’ di tutto. Nel senso che se non trovi proprio lì … non mi posso intestardire. Certo
mi piacerebbe, però effettivamente se poi vedi che non hai risultati, non riesci a trovare, devi trovare una scappatoia
in qualche modo, o vinci il Superenalotto e quindi stai tranquilla … ma è un po’ fatica” (27 anni, disoccupata, II fase)
“Per esempio, un mio amico è andato a lavorare in un bar al mare, mentre prima lavorava alla SCM. Dopo i primi
licenziamenti, che sono iniziati a febbraio-marzo dell’anno scorso, lui ad aprile è andato a fare la stagione,
chiaramente in nero. Lavora per cinque-sei mesi dodici ore al giorno, ma chiaramente guadagna …” (33 anni, occupato
nell’industria, II fase)
“Se non trovassi niente qui, inizierei veramente a pensare a un’esperienza all’estero, che secondo me è sempre valida.
Mi sembra che all’estero ci siano un po’ più di possibilità di trovar lavoro rispetto a qui, in alcuni Paesi esteri. A quel
punto lì, forse mi converrebbe prendere quella strada” (27 anni, occupata stagionale nel turismo, II fase)
Chi è rimasto in azienda, non subendo gli effetti più drammatici della crisi, racconta strategie di
investimento ed espansione all’estero ed in altri settori, riorganizzazioni, contratti di solidarietà,
trasferimenti, licenziamenti o riduzione del personale con conseguente aumento del lavoro, blocco degli
scatti di carriera e dei premi di produzione.
“Il mercato del Nord-Italia è molto più allettante per noi. Come dicevo l’altra volta, vogliamo provare a rimanere qui.
Fortunatamente ci stiamo riuscendo, perché abbiamo, diciamo, commesse di un certo peso qui … inserendoci in
settori di mercato che magari non sono propriamente i nostri però stiamo cominciando ad approcciare. Abbiamo
raggiunto un discreto risultato anche qui e ci rimarremo ancora per un po’ di tempo … In questo momento stiamo
pensando di portare giù almeno un paio di programmatori, perché siamo riusciti ad ottenere le commesse che ci
danno la possibilità di poter fare … però non nuove assunzioni, ma solo un dislocamento di personale … Non abbiamo
dovuto fare scelte drastiche, che ne so … tagli di personale o altre cose. Pensavamo di doverlo fare, perché noi
dipendiamo per il nostro lavoro comunque dalle aziende che producono … visto quello che c’era in giro .. questo ci fa
132
essere molto ottimisti, perché ormai il grosso della crisi dovrebbe essere passato, di conseguenza, da qui si dovrebbe
pian piano ripartire” (36 anni, imprenditore nei servizi, II fase)
“La riduzione dell’orario è la cosa più grossa. La riduzione dello stipendio ancora non l’ho avvertita molto, perché
stiamo smaltendo le ferie dell’anno precedente. Smaltendo quelle ferie lì, lo stipendio ti cambia veramente poco,
perché sono giornate a otto ore, non a sei sostanzialmente. Quindi adesso sulla busta paga ho visto una riduzione di
40/50 €. È poco. Per esempio, non c’è stato un premio produttivo di 200/300 €, che mediamente ci sono in questo
periodo, per due mesi consecutivi (aprile e maggio). Questa è stata una mancanza, che però non ha avuto una grossa
influenza” (32 anni, lavoratrice con contratto solidarietà nei servizi, II fase)
È interessante anche evidenziare qualche cambiamento nel rapporto con il lavoro stagionale, che comincia
ad attrarre anche gli italiani. Esso, tuttavia, non sembra essere più facilmente accessibile come una volta e
dunque si rende opportuno acquisire nuove competenze e creare strategie alternative. Una donna di
origine russa, ad esempio, racconta di aver intrapreso un soddisfacente percorso di formazione sulla cucina
romagnola e di aver integrato il lavoro estivo con esperienze lavorative come insegnante di lingua e
nell’ambito della mediazione interculturale. La sua speranza, quindi, è quella di proseguire tanto l’impegno
stagionale nel turismo, quanto quello come mediatrice nelle scuole durante i mesi invernali. In realtà, sia i
dati che le percezioni raccolte riportano informazioni relative al turismo come un settore che non appare in
sofferenza. Tuttavia, qualcuno racconta i propri timori sulla possibilità di non trovar lavoro, forse
influenzato dalle notizie sulla gravità della crisi economica.
“Non mi far pensare ai mesi invernali appena trascorsi. Mi vengono ancora i brividi se ci penso. In quel periodo non
sapevo ancora se ci avrebbero riassunto per la nuova stagione estiva. Sono stati mesi bruttissimi, per l’attesa. Per me,
sì. Anche se in quei mesi ho sempre lavorato, quello è stato un brutto periodo perché ho vissuto sempre con la paura
di rimanere a casa. Adesso in famiglia siamo sereni perché ci hanno riassunto, perché sappiamo che l’albergo inizia la
stagione e che ci sono molte prenotazioni. Speriamo che, con questo tempo, la gente arrivi lo stesso … Sì, ho avuto un
po’ di stress per la preoccupazione di non avere rinnovato il contratto. Il nervoso ti fa venire lo stress, lo stress ti fa
litigare, ma i litigi non portano da nessuna parte. Fortunatamente, essendo persone intelligenti, riusciamo a ragionare
su questo. Comunque questa situazione di crisi è brutta e attorno si sente molto, come le ho già detto” (35 anni,
occupata nel turismo, II fase)
Benché il settore turistico svolga, come si è visto, una funzione di ammortizzatore sociale ‘improprio’,
rimanendo come un’opportunità per chi si trova in difficoltà momentanee o per chi cerca un’integrazione al
proprio reddito; esso risulta anche un ambito in cui si lavora per scelta e per maturare una professionalità.
“Nonostante non guadagni molto, preferisco tenermi questo lavoro. Non mi stressa lavorare in questo luogo per tutta
la stagione estiva, perché lavoro tranquilla, serena e anche in un ambiente fresco, avendo l’aria condizionata anche in
cucina. In cucina ho anche la radio, così ogni tanto canticchio. Mi piace il mio lavoro e sono contenta di lavorare in
questo albergo. Non lavoro con il sudore in faccia e con l’agitazione, ma lavoro sempre con tranquillità” (35 anni,
occupata nel turismo, II fase)
“Poi, quando arriva l’estate, ci si diverte ancora di più con questo lavoro. D’estate il lavoro è più stancante, però dà
anche più soddisfazioni perché è più complicato, tra virgolette, perché ci sono più cose da controllare, ci sono più
variabili. Le famiglie portano sempre molte esigenze, molti problemi, tra virgolette, da risolvere. Quindi il lavoro in
estate è più soddisfacente rispetto al lavoro che c’è d’inverno, in cui viene gente che viaggia per lavoro, quindi arriva
alla sera, riparte alla mattina e di giorno non c’è” (32 anni, occupata nel turismo, II fase)
Nella seconda fase di indagine, emergono più chiaramente le strategie di gestione delle risorse che si erano
già delineate nella prima tra chi ha subito direttamente gli effetti della crisi: il ricorso al risparmio, la
riduzione dei consumi, anche cautelativa da parte di chi non aveva e non prevedeva effetti negativi dalla
133
crisi economica, gli ammortizzatori sociali, l’attivazione delle reti familiari come sostegno economico,
affettivo ed organizzativo.
Il caso più interessante è rappresentato dal già citato giovane 29enne sospeso dal lavoro che ha intrapreso
un percorso universitario. La sua strategia per far fronte a questa scelta è una combinazione di tutte le
risorse appena menzionate: nel primo periodo vi è stato un atteggiamento di attesa per il reintegro in
azienda, supportato dagli ammortizzatori sociali; successivamente la condivisione con la moglie e le
rispettive famiglie d’origine della scelta di ricominciare a studiare. I genitori ed i suoceri diventano una
risorsa indispensabile sia per il supporto economico, in quanto si accollano l’intera rata del mutuo e
contribuiscono alle spese alimentari; sia per il supporto organizzativo nella cura del figlio piccolo; sia per il
supporto morale nel sostegno a questo progetto. Per il resto, si tratterà, precisa l’intervistato, di contenere
le spese per riuscire a farvi fronte attraverso il solo stipendio della moglie, ma questa prospettiva sembra
del tutto sostenibile, così come quella di avere un altro figlio nei prossimi anni.
Non tutti però dispongono di questa combinazione di risorse. In un momento di crisi, come quello in atto, è
probabile che chi dispone di reti e risorse più robuste riesca a rafforzarsi nella propria professionalità ed a
sostenere le difficoltà, mentre chi è già ‘fragile’ non riesca a ‘reggere’ la situazione e si indebolisca
ulteriormente. Il rischio per questi ultimi è quello di intraprendere una catena di bad jobs, sempre in
condizioni difficili, precarie e non qualificanti. Infatti, sostenersi, formarsi ed aggiornarsi, trovare un lavoro,
migliorare le proprie condizioni sembrano significativamente influenzati dalla disponibilità di solide reti
parentali ed amicali, che rappresentano un capitale sociale di cui non tutti dispongono. In questo modo si
perpetuano e si accrescono le disuguaglianze.
“Ci sono persone con una buona qualifica, riminesi, in cassa integrazione che si permettono di valutare proposte e non
sono con l’acqua alla gola, sia chi ha la disoccupazione che chi ha la cassa integrazione. Se parliamo di persone,
soprattutto dal Sud, che magari non hanno una situazione di stabilità, ma si sono accollati affitti per far venire su con
tutta la famiglia perché inizialmente avevano un buon lavoro, ma magari in piccole aziende con pochi ammortizzatori
sociali, è un altro discorso. E questi numericamente sono più della metà dei casi: i riminesi sono aumentati di numero,
ci sono molte persone che prima non si sarebbero mai rivolte ad un’agenzia che hanno iniziato a venire e questo ha
aumentato il numero di affluenti” (32 anni, lavoratrice con contratto solidarietà nei servizi, II fase)
Forse anche per questo motivo, per la tenuta e la sicurezza offerta dalle reti, il legame col territorio rimane
forte e, come si evidenziava in precedenza, sembra esserci più disponibilità a cambiare professione e
settore piuttosto che trasferirsi altrove.
“Dovevo trasferirmi totalmente in altre Regioni. Poteva essere nel Triveneto, come poteva essere in Campania o in
altre Regioni. Ho fatto i colloqui e tra tutto quello che avevo cercato, l’unica cosa che si è mossa è questa offerta come
capo reparto di un grosso gruppo. Mi avevano preso e alla fine ho rifiutato, mio malgrado … A parte la tipologia di
lavoro, che non c’entra assolutamente niente con quello che ho fatto io fino ad adesso, sia il fatto di dovermi
trasferire in un'altra Regione, quindi dovendo ricominciare tutto da zero, mi ha fatto riflettere un po’. A quel punto mi
si è presentata un’altra proposta da parte di una persona che conosco. Se non conosci, penso che al giorno d’oggi non
vai da nessuna parte. Puoi essere anche chi vuoi, però hai molte difficoltà a trovare. Ne ho approfittato per non fare
questo cambio totale e radicale. Mi sono buttato in questo progetto del mio amico, che mi ha aiutato sotto un certo
punto di vista. Questo amico mi ha detto: rimani qua. Entri in questo progetto in cui io credo tantissimo. Provi un po’ e
vediamo come va. Se dovesse andare male, ti propongo un altro posto all’interno della mia azienda. Quindi ho
rifiutato l’altra proposta, nonostante mi facessero un contratto a tempo indeterminato subito … Questo mio amico,
per il momento mi ha preso con un contratto a progetto, perché è un progetto nuovo e non sa neanche lui come
andrà. Nel momento in cui dovesse saltare il progetto, perché non è detto che vada in porto, mi ha detto che mi
assumerà a contratto determinato come responsabile logistica all’interno della sua azienda qui a Rimini” (31 anni,
lavoratore in mobilità nei servizi, II fase)
Ad esempio, anche chi ha la prospettiva di un titolo di studio in ingegneria aerospaziale, difficilmente
spendibile sul territorio, ragiona sulla necessità di accettare impieghi meno qualificati piuttosto che cercare
134
dove svolgere una professione più conforme alla propria preparazione. Mentre chi si è trasferito in questo
territorio spesso manifesta l’insofferenza per la lontananza della famiglia e delle proprie reti in un
momento in cui il loro sostegno sarebbe prezioso. Insomma, l’ideale per gli intervistati è di costruirsi un
percorso in cui le scelte affettive e quelle professionali trovino un equilibrio. Difficilmente emerge
l’intenzione di sacrificare le prime alle seconde, più spesso avviene il contrario, se necessario.
Rispetto alle scelte ed ai progetti di vita, nella seconda fase sembra emergere il tentativo di superare quel
momento di sospensione descritto nella prima, sia dagli intervistati che sono stati colpiti sia dai non colpiti
dalla crisi. Le aspettative si riadattano e ridefiniscono in base alle condizioni presenti, anche se rimane in
alcuni casi il rinvio delle scelte più significative, come quella della genitorialità.
La priorità viene data alla stabilità, ma senza rinunciare definitivamente ai sogni, sia in ambito personale
che professionale. Sono quattro gli intervistati ad avere in progetto un matrimonio che sperano di
realizzare grazie al supporto della rete parentale, in particolare per l’acquisto della casa, che sembra
l’obiettivo più difficile da raggiungere. La realizzazione professionale viene pensata come un obiettivo di
lungo periodo, che richiede molto impegno, da perseguire a piccoli passi e nell’incertezza della riuscita.
“Quella forse sarebbe il massimo della mia aspirazione, mi piacerebbe lavorare in biblioteca o nel museo, comunque
nell’organizzazione degli eventi culturali, nel settore cultura … Tra l’altro avevo proprio visto anche un concorso,
ultimamente, che era molto vicino. L’ho provato perché era per titoli e colloquio, ma non mi hanno nemmeno
ammessa al colloquio …” (33 anni, occupata nei servizi, II fase)
“Adesso devo valutare bene, perché anche lavorando nell’albergo mi è piaciuto il fatto della reception, imparare più
lingue, a essere a contatto con la gente, un’altra cosa che mi affascina di più, a parte la cucina. Quindi questo inverno
non lo so se, visto che se in futuro mi piacerebbe aprire un ristorante tutto mio con dei prodotti peruviani e tutto il
resto, mi piacerebbe imparare anche un po’ di cucina italiana, visto che lo devo proporre anche agli italiani, no?” (28
anni, occupata stagionale nel turismo, II fase)
“Al di là del fatto che non ho un lavoro stabile, però nel tempo ho sentito che la mia specificità fa sì che comunque
non è che sono indispensabile, però … forse la sostituzione non sarebbe così agevole. E di questo sono contenta, nel
senso che il fatto di avere investito in maniera molto specifica, che all’inizio mi aveva un po’ reso dubbiosa, perché poi
alla fine magari ti perdi dei pezzi se ti specializzi troppo, però ha fatto sì che diventassi un po’ più difficile da sostituire”
(32 anni, occupata nei servizi, II fase)
Soprattutto coloro che hanno affrontato o stanno affrontando periodi di disoccupazione o precariato
prolungato, faticano a superare il periodo di difficoltà o le conseguenze psicologiche ad esso legate. Infatti,
il timore di rimanere per lungo tempo nella stessa situazione offusca la visione del futuro e, a volte,
paralizza la capacità progettuale.
“Per progetti intendi il matrimonio, una convivenza? Tutti rimessi nel cassetto. Avevamo intenzione di comprare casa,
ma da quando mi è successo il fattaccio, abbiamo messo tutto nel cassetto. Adesso viviamo anche a distanza e le cose
tra di noi non vanno più come andavano una volta, perché i problemi di uno poi si scaricano sull’altro. Come ti ho
detto prima, sono moralmente un po’ abbattuto da varie vicissitudini che mi si sono presentate in questo periodo. Sto
tenendo su questa situazione con le mie forze. Molto spesso mi ritrovo da solo” (31 anni, lavoratore in mobilità nei
servizi, II fase)
“Anche perché se inizi ad avere un figlio dovresti cambiare anche appartamento, perché lì è piccolino, hai delle
esigenze diverse … Forse perché non sono ancora io, come persona, stabile, tra virgolette, non ho questa stabilità
economica, non ho forse ancora ben capito come instradarmi, su quale direzione andare” (27 anni, disoccupata, II
fase)
135

III FASE – settembre - dicembre 2010
Nella terza fase dell’indagine, le traiettorie individuali in ambito lavorativo sembrano ancora piuttosto
instabili. L’andamento non è omogeneo: in genere coloro che hanno trascorso indenni i diciotto mesi qui
considerati, sia imprenditori che dipendenti, conservano e consolidano la propria posizione. Tra chi nella
seconda fase era disoccupato nessuno ha trovato un lavoro, ad eccezione di un intervistato che, però ha
scelto di ritornare nel luogo d’origine.
Tutti concordano che la crisi non è finita ed anche chi è rimasto in azienda, come già evidenziato nella
seconda fase, ne avverte gli effetti: modifiche dei turni, ridistribuzione dei carichi in precedenza condivisi
con colleghi sospesi o licenziati, delusione per avanzamenti di carriera o aumenti di stipendio non ricevuti e
così via.
“Rispetto all’anno scorso proprio in questi giorni, abbiamo avuto un meno 25% delle vendite … Per far fronte a questa
situazione, stanno cercando di contenere i costi. Quindi, prima di garantire un’evoluzione, vogliono essere sicuri che
continui, anche perché il mio aumento sarebbe stato, adesso non stiamo parlando di soldi, stiamo parlando di 200
euro netti … Poi rispetto all’anno scorso, ad esempio quest’anno noi facciamo tre turni e in estate un turno aggiuntivo
legato alla stagionalità, comunque quest’anno non l’abbiamo fatto. Per cui, questo 25% si è comunque ripercosso poi
sul fatto che non abbiamo fatto il terzo turno. E quindi il terzo turno vuol dire che non sono stati assunti 10 stagionali,
per assolvere a questa esigenza … Sei in quello step in cui assumere della gente adesso sarebbe un costo comunque
difficile oggettivamente da gestire per l’azienda, però rimanendo così siamo all’osso. Non c’è ricambio se uno sta male
o se uno deve andare in ferie e così via” (33 anni, occupato nell’industria, III fase)
Tra coloro che non hanno subito gli effetti della crisi in modo grave alcuni raccontano di aver visto deluse
speranze di promozione in ambito lavorativo, frenate dalle difficoltà delle aziende oppure dal
comportamento dei datori di lavoro.
Tre intervistati che erano occupati nel settore turistico cominciano a mettere in discussione la propria
posizione. In un caso, si è rafforzata la percezione del rischio legato al contratto a tempo determinato,
sebbene in precedenza si fosse manifestata una certa sicurezza di rinnovo continuativo negli anni. In un
altro caso, una cameriera stagionale ha preferito accettare l’offerta di un posto da operaia, più stabile nel
tempo. Infine, una donna occupata in cucina sta valutando un percorso professionale alternativo, quando le
condizioni fisiche non renderanno più possibile svolgere lavori di fatica.
Chi è disoccupato e si propone nel mercato del lavoro in questo momento trova non solo poche
opportunità, ma anche proposte di condizioni più instabili e meno tutelate rispetto al passato. Da questo
punto di vista sembra emblematica la testimonianza di una ex segretaria aziendale che, a fronte di proposte
professionali insoddisfacenti, trova più conveniente continuare a percepire il sussidio pubblico.
“Ho cercato lavoro ma non c’è stato verso, nel senso che ho inviato curriculum, ho fatto colloqui, però comunque sia,
propongono dei contratti che non stanno né in cielo, né in terra. Collaborazione occasionale, contratti a progetto, cioè
per impiegata non si può, secondo me, proporre un contratto a progetto o di collaborazione occasionale. Anche
perché a prescindere dai contributi che sono meno, però comunque sia un domani se vuoi fare la domanda di
disoccupazione non la puoi fare. Sono quelle situazioni, quelle realtà molto strane che dici come mai? Perché? Si sa,
c’è la crisi okay, tutto quanto, però arrivare a fare un contratto di collaborazione occasionale per impiegata, mi
sembra che siamo proprio a livelli, non bassi, ma di più … Ho valutato anche un part-time che comunque sia il parttime alla fin fine, con questi tipi di contratto qui andavo a perdere la disoccupazione e tutto, allora me ne sto a casa
con la disoccupazione. Se devo fare i chilometri, poi devo pagarci le tasse sopra, i contributi non sono pieni, un domani
non posso fare nemmeno la domanda di disoccupazione, alla fin fine che cosa mi rimane in tasca? Vado a perdere
anche la disoccupazione perché nel momento in cui fai un contratto del genere che è prolungato, per forza di cose la
disoccupazione ti si ferma. Ho fatto uno più uno e non mi è convenuto, per forza, a rigor di logica non mi è convenuto
per forza” (31 anni, disoccupata, III fase)
136
Nella terza fase dell’indagine, una giovane madre in questa fascia d’età (è la terza), ha dichiarato di voler
intraprendere un nuovo percorso di formazione, iscrivendosi ad una scuola privata di Rimini per conseguire
la qualifica di dirigente di comunità. La frequenza delle lezioni è al mattino per poter meglio conciliare lo
studio con il lavoro e la cura del figlio. Tuttavia, una scelta di questo tipo comporta una ridefinizione
organizzativa per tutta la famiglia ed ha generato discussioni tra i suoi componenti, compresi i suoceri ai
quali è stato richiesto un impegno maggiore nell’accudire il bambino.
“Questa mia scelta è molto importante, anche perché porta a delle discussioni con la famiglia, poiché bisogna spiegare
ai familiari a che cosa ti serve e perché lo fai. Questo mio nuovo impegno, infatti, impegna tutti gli altri familiari,
perché quando io non ci sono, non posso esserci a casa, non posso andare a prendere mio figlio all’uscita da scuola,
quindi bisogna chiedere ai nonni, che però non sono dei robot che devono eseguire il tuo comando” (35 anni,
occupata stagionale nel turismo, III fase)
Ma la formazione e la specializzazione non sempre si dimostrano una garanzia di stabilità, anzi, qualcuno
evidenzia la tendenza, peraltro già accennata, da parte delle aziende a cercare figure meno qualificate ma
più economiche. Ed ancora una volta, quando la scelta familiare non è compatibile con quella professionale
è alla seconda che si rinuncia. È il caso di un biologo marino, come racconta la sua compagna:
“È ancora disoccupato e sta cercando un’occupazione nelle scuole, perché comunque può anche insegnare ... ma è
disposto a tutto: nel senso che è anche bravo come falegname. Andrebbe bene qualunque cosa, ma non trova niente,
perché ha 40 anni e prendono gli apprendisti. Gli hanno proposto di andare in Sardegna, che stavano aprendo un
acquario, sarebbe stato interessante, però ha un figlio piccolo, quindi ha deciso di dedicarsi al figlio e quindi
qualunque lavoro estivo lo avrebbe impegnato tutto il giorno, non sarebbe riuscito a far questo. Ha deciso di non
mandarlo al centro estivo, quindi ha risparmiato lì e se ne è preso cura lui. Ha fatto questa scelta qui … Forse si tende
sempre a prendere, visto che ha a che fare con animali, magari prendere qualche stagista, qualche apprendista, che
costa meno, piuttosto che un biologo qualificato” (36 anni, occupata stagionale nel turismo, III fase)
Rispetto alla gestione delle risorse economiche ed agli stili di consumo assunti dalla fascia d’età intermedia
durante la crisi, si conferma quanto già evidenziato a proposito del supporto familiare: almeno tre
intervistati dichiarano di contribuire con parte del proprio stipendio al sostentamento delle famiglie
d’origine. Più spesso, ovviamente, sono i genitori a sostenere gli intervistati nei momenti di emergenza,
come la perdita del lavoro, o per investimenti importanti quali l’acquisto della prima casa. Inoltre, si è fatto
fronte alla crisi ricorrendo ai risparmi e riducendo le spese per beni non essenziali, come le uscite serali o i
viaggi.
Le preoccupazioni sul lungo periodo riguardano soprattutto chi affronta problemi occupazionali, ma anche
chi vede erodersi il proprio potere d’acquisto anche se le risorse sono rimaste invariate. Ad esempio, la
difficoltà a risparmiare può creare timore per eventuali spese improvvise o più consistenti del solito (ad
esempio, per il dentista).
“Fino adesso, sì, sì, abbiamo pagato, non abbiamo dei debiti, siamo riusciti a pagare tutto, perché anche mio fratello
ha deciso di non andare a lavorare, perché aveva un po’ di soldi da parte: lui fino adesso ci aiuta a fare la spesa, ci
aiuta a pagare l’affitto … non è che lo manteniamo mio fratello, anzi io, mia mamma e mio fratello portiamo avanti la
casa” (28 anni, occupata stagionale nel turismo, III fase)
“Mi sono ritrovata alla fine della stagione che pensavo di avere qualcosa da parte e invece non ho niente … Le entrate
sono sempre state quelle, le spese aumentano. Ci sono delle spese in più: ogni anno i costi per il dentista aumentano,
tutti gli anni, i libri per la scuola costano di più ... Un libro costa 80 euro e mio figlio avrà bisogno di quindici o venti
libri per la scuola. Quest’anno abbiamo fatto diversamente: abbiamo usato il mercatino del libro usato a
Santarcangelo e internet. Abbiamo girato un po’ e quelli che non abbiamo trovato, alla fine, abbiamo dovuto
comprarli nuovi” (35 anni, occupata nel turismo, III fase)
137
Rispetto alle scelte ed ai progetti degli intervistati nella terza fase, un'interessante osservazione riguarda il
ripercuotersi degli effetti della crisi, subiti più o meno direttamente, su sfere di vita diverse da quella
economica. La vulnerabilità, la percezione del rischio, l’effettiva difficoltà nella sfera lavorativa hanno
comunque provocato reazioni emotive ed avuto ripercussioni anche in altri ambiti, come quello familiare
stesso. La fatica di affrontare più volte nel tempo l’esperienza della fine di un rapporto lavorativo e di un
nuovo reinserimento, sembra usurante dal punto di vista psicologico, sebbene questa catena di eventi sia
sempre più comune nelle biografie individuali. La crisi, infatti, non è finita e non accenna a finire, dunque ci
si prepara a far fronte ad un lungo periodo di incertezza, non senza preoccupazioni.
“Sì, se si trova alla strette va a fare anche la cameriera, però il discorso è un pochino più sottile: non crea nella persona
la sicurezza, perché ogni volta che uno cambia lavoro è un trauma, perché ogni volta che ricominci devi riadattarti a un
sistema di lavoro, a un ambiente di lavoro … Lei si è trovata male. C’è stato un momento di crisi, perché comunque è
sempre fatica, e dici: ma come può il lavoro influenzare in qualche maniera un rapporto? Lo può influenzare,
nonostante che poi ha dei rapporti, anche lei ha una famiglia molto unita, però per quanto sia un po’ vuol dire” (33
anni, occupato nell’industria, III fase)
“La stabilità del lavoro, come ce l’avevamo tutti prima, questo concetto qui è cambiato in maniera irreversibile. Cioè
non si ha più la sicurezza. Questa è una crisi … probabilmente ne seguiranno delle altre. Bisogna aspettarsele
ciclicamente, probabilmente sempre più ravvicinate, anzi bisogna proprio ragionare ormai anche in termini di essere
un’azienda sana per riuscire a reggere quando succedono queste cose” (32 anni, lavoratrice con contratto solidarietà
nei servizi, III fase)
“La crisi c’è ancora … c’è ancora e sta mordendo forte, sta mordendo, anche perché fino adesso gli ammortizzatori
sociali hanno funzionato, però non è che possono continuare in eterno. Molte aziende hanno ridotto il personale e la
bolla che c’era dell’immobiliare ... ormai chi si può permettere una casa è abbastanza raro, quindi ci sarà da lavorare,
da fare anche dei sacrifici” (36 anni, imprenditore nei servizi, III fase)
La vulnerabilità, reale o percepita, rende difficoltosa, in particolare, la scelta della genitorialità. Nonostante
si parli di una fascia d’età non più giovanissima ed alcuni si dicano desiderosi di avere dei figli, nessuno
prevede questo evento nel breve periodo.
“Non è tanto andare a vivere insieme e avere un progetto di vita insieme, quanto se vuoi avere dei figli, i figli li devi
mettere al mondo solo se puoi permetterti; al di là di quello che ci può essere, è inutile che io metta al mondo un figlio
e non gli possa garantire un futuro, o comunque una tranquillità” (33 anni, occupato nell’industria, III fase)
Uno dei progetti matrimoniali evidenziati nella seconda fase sembra allontanarsi nel tempo, così come
l’acquisto di un’abitazione, in attesa di condizioni economiche migliori. Mentre due intervistate sono uscite
dal nucleo d’origine, una è andata a vivere con il proprio compagno, motivando la scelta anche con
l’esigenza di risparmiare il costo di un affitto.
“Sono andata a vivere dal mio moroso, quindi ho lasciato l’appartamento e quindi conviviamo. Non sono più in affitto:
dopo l’estate abbiamo deciso che erano veramente soldi buttati! Quindi … almeno non c’è più quella spesa” (36 anni,
occupata stagionale nel turismo, III fase)
L’altra ha avuto il contratto di lavoro convertito in un tempo determinato, dunque ha potuto accedere ad
un mutuo, per far fronte al quale è consapevole di dover ridurre le spese che in precedenza, vivendo con i
genitori, potevano essere destinati allo svago o a beni non essenziali.
Un ultima osservazione: anche in questo caso, come si era evidenziato per i più giovani, non emergono
strategie collettive nell’affrontare la crisi, ma piuttosto un ripiegamento sull’ambito individuale e familiare.
Nessuno evidenzia esperienze attuali o pregresse o l’intenzione di impegnarsi nell’ambito di sindacati,
associazioni o partiti.
138
Si può ipotizzare che la percezione della vulnerabilità personale e familiare assorba tutte le energie e
richieda ogni sforzo possibile per mantenere un equilibrio accettabile. Oppure, la sicurezza garantita dalla
famiglia fa percepire il nucleo come auto-sufficiente e dunque il solo ambito nel quale valga la pena
riconoscersi e investire. D’altra parte potrebbe essere l’incapacità di comprendere e ancor più di poter
incidere sulle dinamiche esterne all’ambito domestico a causare questo tipo di atteggiamento. In ogni caso,
ciò che emerge tra i giovani-adulti intervistati è un ripiegamento nel privato come modalità prevalente per
affrontare la crisi.
4.6
La crisi destabilizza le sicurezze: gli effetti, le traiettorie, le scelte nell’età di mezzo
Il gruppo più maturo di intervistati comprende 21 persone con età compresa tra 48 e 62 anni, cui si
aggiungono due pensionati ultra sessantacinquenni. La scelta di questa fascia d’età deriva dalla volontà di
cogliere l’influenza della recessione sulle condizioni di lavoro più consolidate e sulle risorse disponibili nel
momento finale della carriera professionale. Nella tradizione italiana, inoltre, da questa fascia d’età ci si
aspetta uno sforzo ulteriore: il supporto ai figli nella costruzione di una posizione indipendente (studio,
lavoro, casa) e nella cura sia dei nipoti che dei genitori anziani. Come si è visto anche analizzando le
testimonianze dei più giovani se, in effetti, la famiglia è uno dei pilastri del welfare, parte notevole del suo
funzionamento si basa sul contributo di questa classe d’età. Infatti, mentre gli adulti maturi sono
generalmente ancora impegnati nel lavoro, sulle loro spalle si appoggiano ben tre generazioni: i genitori
anziani, i figli e i nipoti.

I FASE – maggio 2009 - gennaio 2010
Sono 23 gli individui compresi nella fascia d’età più matura presa in considerazione. Le donne sono 9 e gli
uomini 14. Per riepilogare anche i settori di appartenenza, si ricorda che 10 provengono all’industria, 5 dal
turismo e 8 dai servizi.
Dei dieci intervistati per il settore industriale, due sono imprenditori, sei sono operai, una è una figura
amministrativa, uno è un ex-operaio in pensione. Oltre la metà di essi è stata colpita direttamente dalla
crisi economica, con conseguenze sulla condizione occupazionale: cinque dei sei operai e la figura
amministrativa sono in CIG o sospesi dal lavoro.
Dei cinque intervistati impegnati nel settore del turismo, uno è un imprenditore, uno appartiene ad una
cooperativa di bagnini e gli altri tre sono lavoratori stagionali, di cui due disoccupati.
Tra gli otto che afferiscono ai servizi pubblici e privati, due sono pensionati, uno è un imprenditore, tre
lavorano nella pubblica amministrazione, due in cooperative sociali.
Rispetto ai titoli di studio, dieci hanno la licenza media o dell’avviamento; sette sono diplomati; cinque
hanno conseguito qualifiche professionali. Infine, una si è laureata all’estero in ostetricia, ma poiché il suo
titolo non è utilizzabile in Italia, ha preso la qualifica di operatore socio-sanitario e svolge questa
professione.
Nella prima fase dell’indagine, sei lavoratori dipendenti nell’industria sono stati colpiti direttamente dalla
crisi: cinque operai ed una figura amministrativa. Anche due stagionali del turismo risultano disoccupati e si
dicono in ansia per la stagione a venire, prevedendo nuove difficoltà nel reimpiegarsi legate sia alla crisi
economica, sia all’età non più giovane. Tutti percepiscono gli ammortizzatori sociali ed affrontano una
riduzione delle risorse disponibili. Come già evidenziato nella prima fase, non sembra, almeno
nell’immediato, quello delle risorse il problema principale da affrontare, anche perché molti di loro hanno
dei risparmi o reti di supporto su cui contare.
Invece, la prima difficoltà ad emergere è quella di una reazione emotiva di profonda amarezza e
frustrazione di fronte al rischio di compromettere in età avanzata un progetto di vita e di lavoro che si
credeva ormai compiuto. La destabilizzazione crea ansia e preoccupazione verso un futuro ‘minaccioso’,
indecifrabile e che si pensava di poter affrontare con più sicurezza. Perfino riorganizzare i propri tempi e
spazi sembra richiedere una fatica quasi inaffrontabile.
139
“La preoccupazione è più per il futuro. Per l’immediato, anche se i soldi non sono arrivati, arriveranno, se non è adesso
è tra un mese. Però finiti questi quattro mesi, dopo cosa c’è? Dopo c’è abbastanza buio. Mi hanno detto che ho tre
anni di mobilità, nel caso in cui fossi licenziata. Se non c’è più il mio lavoro, se non riesco ad essere integrata lì, devo
comunque trovare un qualcosa. La mia preoccupazione è soprattutto quella di non trovare, perché a cinquant’anni hai
più difficoltà, la donna ancora di più, secondo il mio punto di vista, quindi il mio pensiero è più per il futuro” (50 anni,
lavoratrice in CIG nell’industria, I fase)
“È triste, cioè ancora non riesco ad organizzarmi bene, perché essendo abituata ad essere sempre fuori casa la
mattina, ancora non riesco … poi il morale è comunque a terra e allora ancora non riesco a … cioè facevo molto di più
a casa quando lavoravo che adesso. Sono un po’ depressa, diciamo. Ho problemi di diabete … insomma, ancora devo
farmi una ragione, dire: sono a casa tutto il giorno e devo … è difficile, perché ho iniziato a lavorare che avevo 14 anni
in Svizzera, dunque è molto difficile” (51 anni, lavoratrice in mobilità nell’industria, I fase)
Questo momento destabilizzante inaspettato rende difficile anche ripensarsi diversamente e reinventarsi
una professionalità. È chiaro che la professione è parte dell’identità di queste persone, dunque una
deprivazione su questo fronte crea sofferenza sul piano psicologico. In più, si rileva un senso di
appartenenza all’azienda che si sente ‘tradito’, il rimpianto per il gruppo dei colleghi e la nostalgia per un
passato di fatica, ma anche di certezze.
“C’era un lavorare continuo, c’era proprio l’entusiasmo, non è come adesso. Adesso ci siamo proprio ‘smarronati’,
adesso è un momento che, non che non hai voglia di lavorare, però è un periodo che è calato il lavoro, non sai che
prospettiva hai fra un mese … perché qui adesso ci fanno il programma quindici giorni per quindici giorni, quella volta
invece era una cosa: sapevi che il lavoro c’era, c’era da fare, ti chiedevano di fare gli straordinari, di gente ne
assumevano in continuazione, c’erano sempre colleghi nuovi, anche tanti ragazzi del sud che venivano su. C’era da
lavorare, però c’era entusiasmo … C’è un signore che ha avuto un figlio da poco e ha un mutuo e anche non piccolo. È
stato messo in cassa integrazione a zero ore, ma lì è stata fatta un’ingiustizia totale perché nel reparto dove lavora lui
stanno lavorando sotto organico … Gli veniva da piangere perché con un bambino piccolo, oltretutto ha avuto un
bambino prematuro che ha dovuto essere operato dopo pochi mesi, quindi si è sfiorata quasi la tragedia … Con un
mutuo perché il lavoro c’era, ha comprato casa e ha fatto un mutuo sostanzioso e alto, non da 10.000, 20.000 o
30.000 euro e poi adesso si trova a casa e dice, ma come? In quel reparto erano in 7 e ne hanno lasciati a casa 5,
perché si sono accorpati con un altro reparto per farne un unico e sono sotto organico. Lavorano come delle bestie.
Ho detto, ma porca boia, il lavoro c’è per quel reparto lì e lasci a casa perché sei considerato un numero se sei stato
lasciato a casa, perché se ti consideravano una persona o se quando dicevano che eravamo tutti una grande famiglia,
non ti lasciavano a casa, perché c’era anche il modo di fare un turno o una rotazione. Ma lasciato a casa a zero ore è
l’anticamera del licenziamento!” (52 anni, lavoratore in CIG nell’industria, I fase)
Nella prima fase dell’indagine emerge, dunque, tra coloro che sono stati colpiti direttamente dalla crisi un
sentimento di attesa. Mentre i lavoratori del turismo aspettano la stagione con l’ansia di non essere
riconfermati, gli occupati nell’industria attendono che l’azienda li richiami, ovviamente grazie alla possibilità
di usufruire degli ammortizzatori sociali. Da un lato, questo periodo di attesa è positivo perché lascia un
intervallo per riflettere ed “assorbire” gli eventi. La stessa riorganizzazione del proprio tempo comporta un
ripensamento di sé e del proprio ruolo rispetto alla famiglia. Dall’altro lato, sembra frenare la possibilità di
ripartire alla ricerca di nuove opportunità e risorse, magari anche semplicemente formative, almeno per
cautelarsi dall’eventualità che l’azienda non si riprenda. Il rischio diventa dunque quello dell’isolamento, del
timore per il futuro di cui ci si preoccupa in modo passivo e di un ulteriore peggioramento del proprio stato
emotivo.
Se le fasce d’età più giovani già analizzate si dicevano disposte a svolgere qualsiasi tipo di lavoro, anche in
presenza di alti titoli di studio e qualifiche, non si vede la stessa disponibilità in questi lavoratori. Ed anche
dove questa viene dichiarata, non si traduce in una ricerca concreta. La consapevolezza di competenze
obsolete e dunque poco spendibili nel mercato attuale, la percezione dell’età come uno svantaggio rispetto
140
ai giovani ed i limiti fisici per svolgere lavori più faticosi sono le giustificazioni per la mancata attivazione
nella ricerca di nuove opportunità e di un riadattamento alle condizioni esistenti.
“Loro hanno detto: noi non vi licenziamo anche perché vi dobbiamo dare, dopo tanti anni, la liquidazione. Prima.
Seconda cosa, se riprende il lavoro, vi dobbiamo riassumere per forza perché non possiamo assumere delle altre
persone nuove e allora vi lasciamo in sospeso. Anche perché io ormai ho 58 anni, licenziarmi non conviene neanche a
me, perché dov’è che vai a trovare a 58 anni? E allora tiro avanti così con le possibilità che, se c’è qualcosa, la ditta
richiama” (58 anni, lavoratore in CIG nell’industria, I fase)
“Con la mia esperienza e con quello che ho sempre fatto in questi anni, se mi devo adattare a rimettermi a fare il
portapiatti, come chiamano adesso i camerieri - non li chiamano più camerieri, li chiamano portapiatti - perché la
nostra professionalità esiste solo in determinati alberghi, in parecchi altri alberghi hanno ridimensionato le cose, per
cui … se io ritrovo un lavoro decente, che sia adatto alla mia professionalità, ben venga e fino a che posso lavorare
continuerò a lavorare, ma se non mi si presenterà un’occasione del genere, ho già chiuso i battenti, nel senso che se
trovo, bene, ma se non trovo, sto a casa mia, non mi abbasso più a fare determinate cose” (61 anni, disoccupato, I
fase)
La speranza prevalente tra i lavoratori in difficoltà è che le aziende di riferimento si riprendano. L’ipotesi
opposta non è realmente tenuta in considerazione e non ci si prepara davvero a questa eventualità. D’altra
parte viene meno la sensazione di riuscire a controllare il proprio futuro e tale stato d’animo rafforza le
preoccupazioni. Se a tutto ciò si aggiunge la difficoltà, evidenziata in precedenza, nel comprendere i
complessi meccanismi che hanno dato vita alla crisi si colgono ancora meglio le ragioni di questo senso di
smarrimento. Uno sconforto che coinvolge anche i lavoratori che al momento non rischiano di perdere
l’impiego.
“Non è proprio il tempo dei progetti, non saprei neanche che progetti fare, perché ho bisogno di quello stipendio! Non
immagino niente, non c’è proprio la possibilità di immaginare. Fino a qualche anno fa qualcosa immaginavo, magari
aprire questa cosa, fare quest’altra … adesso no. Cosa immagino? Non ho neanche i soldi: ho un fido che mi serve per
campare! Cosa immagino? Non immagino niente … neanche per le mie figlie! Questo mi preoccupa di più e questo è
grave!” (53 anni, occupata nei servizi, I fase)
Un altro rischio è che il malessere si traduca in atteggiamenti di ostilità verso determinati gruppi sociali,
attraverso l’individuazione di un ‘capro espiatorio’, come emerge da alcune testimonianze riguardanti i
cittadini stranieri e la loro disponibilità ad accettare impieghi sotto-pagati.
“Qui a Riccione, ma come dappertutto, prendono gli extracomunitari, le rumene, perché? Perché le pagano di meno.
Io avevo uno di fianco a casa mia, che adesso è andato a stare alle Fontanelle, che sua figlia ha una pizzeria qui a
Riccione, d’estate sta a Riccione e d’inverno sta in Brasile. Lui mi ha detto: “Signore, io conosco della gente che,
dovendo lavorare, non l’hanno presa perché hanno preso le rumene, che le pagano di meno”, ma è vero. Parlavo una
settimana fa che ero andato a Misano a trovare un mio amico, mi dice: “Può essere vero che uno è in cassa
integrazione, è andato a parlare in un albergo per fare il guardiano notturno …”, che poi non ci vuole niente di
eccezionale, non è il portiere di notte che deve conoscere il computer, che in molti alberghi deve fare il menù per il
giorno dopo, è tutto un altro tipo di lavoro. Quanto gli davano all’ora? 3 euro. 24 euro a notte. Dopo c’è quello che è
preso con l’acqua alla gola, va a lavorare. Io, per 3 euro all’ora, non sto tutta la notte sveglio” (58 anni, lavoratore in
CIG nell’industria, I fase)
“Loro vengono qua perché hanno delle situazioni, in casa loro, che sono tragiche, si può dire solo questo, perché
anche io sono andato a lavorare all’estero, però quello che si sente dire adesso in televisione è vero, cioè tu andavi a
lavorare all’estero ma non potevi cominciare il lavoro da nessuna parte se prima non avevi dato la disponibilità
dell’assunzione, cioè se chi ti prendeva a lavorare non ti metteva in regola prima, dovevano per forza di cose sapere
chi eri, da dove venivi e tutto il resto. Qui da noi continua ad arrivare gente che non sappiamo da dove vengono, non
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sappiamo come si chiamano, la maggior parte di loro nasconde l’identità, ci possono essere delinquenti in mezzo, per
carità, parecchi, molti hanno voglia di lavorare, però tanti altri purtroppo sono dei delinquenti, c’è anche questo da
dire” (61 anni, disoccupato, I fase)
Ci si è anche chiesti, come per le altre fasce d’età, se si potessero individuare strategie più comunitarie per
affrontare la crisi. In effetti, tra gli intervistati, tre hanno raccontato di avere esperienze in associazioni
sindacali. Tra chi ha subito direttamente la crisi, due metalmeccanici in CIG evidenziano un certo spirito di
solidarietà ed interesse per l’azione collettiva:
“Si è partiti da un’idea che questa crisi fosse passeggera come tutte le altre, e piano, piano, nel corso degli incontri,
delle discussioni e delle assemblee che si fanno, ci si rende conto che invece … e anche quelli che affrontavano questo
discorso con una certa superficialità cominciano un pochino a rivedere le loro posizioni. Io vedo anche dei ragazzi,
gente, per esempio, alla quale in assemblea, di quello che si discuteva, sia che si discutesse sulla sicurezza, sulla salute
o sul premio di produzione, non gliene poteva fregare di meno, non partecipavano, invece vedo che nelle ultime
assemblee sono i frequentatori più assidui; gente che andava a casa invece che andare in assemblea, adesso invece
gente che, pur essendo in cassa integrazione, viene appositamente in assemblea. Evidentemente c’è una presa di
coscienza” (55 anni, lavoratore in CIG nell’industria, I fase)
“I colleghi che sono rimasti a casa a zero ore già da marzo, noi li abbiamo invitati all’assemblea che facciamo ogni venti
giorni nei locali aziendali, e vedo molta più partecipazione adesso, anche da parte di quelli che se ne fregavano
quando c’era l’assemblea, stavano di sotto a fumare, prendevano e andavano via, marcavano, prendevano un’ora di
ferie e andavano via, gli sembrava inutile l’assemblea, invece adesso tutti quanti sono presenti, vogliono informarsi …
Ci sono stati dei ragazzi, dei colleghi che non sono venuti a queste assemblee. Io sono andato da uno di questi e gli ho
detto: Come mai non sei venuto? Sono andato anche per riferirgli quello che era stato detto in assemblea, e lui mi ha
detto: io dopo quindici, sedici anni che ho lavorato lì, mettermi a casa a zero in quella maniera, per me è stata
un’umiliazione incredibile, io non me la sento di ritornare lì. Più di uno, non solo uno. La cosa più brutta, specialmente
per me che sono tanti anni che sono lì dentro, è proprio l’umiliazione di guardare anche gli altri colleghi, in effetti
anche noi li incoraggiamo, li salutiamo, però c’è un sottile imbarazzo, quello c’è” (52 anni, lavoratore in CIG
nell’industria, I fase)
Sia che si siano avvertiti direttamente gli effetti della crisi economica, sia che questo non sia avvenuto, si
evidenzia, ancora una volta, quell’atteggiamento prudente nella gestione delle risorse e negli stili di
consumo già emerso per altre fasce d’età. Anche in questo caso, inoltre, diversi intervistati affermano che
la tendenza al risparmio era una consuetudine anche in precedenza. Certamente, se la condizione socioeconomica prima della crisi era già difficile, anche minimo un peggioramento ha effetti più gravi sul bilancio
familiare. Tuttavia, la crescita del costo della vita ha colpito anche chi, come i pensionati o i dipendenti
pubblici, hanno un’entrata fissa e non possono temere problemi sul lavoro.
Delle testimonianze di seguito, le prime due riguardano il gruppo di persone direttamente interessate dalla
crisi; le tre successive appartengono a soggetti che non hanno avvertito la crisi in modo diretto, mentre le
ultime sono di due pensionati. Come si può vedere, non vi sono sostanziali differenze tra questi tre gruppi,
pur in condizioni diverse dal punto di vista lavorativo.
“Io … sarà dovuto alle mie esperienze di vita, sono sempre partito dal presupposto che quando c’è il momento di fare
reddito, di guadagnare denaro, una parte del denaro vada ripartita per investire, per la casa, per il divertimento, e una
piccola parte – questo da sempre – va messa da parte per i momenti di difficoltà. Forse in questo momento, visto
anche che non sono uno che spende moltissimo, non sono in difficoltà vera, però giustamente certe spese si fanno
con più attenzione” (55 anni, lavoratore in CIG nell’industria, I fase)
“Ripeto, andare a fare la spesa è diverso, guardo le offerte, sto attenta. Anche la parrucchiera, prima andavo ogni
settimana, ogni quindici giorni, adesso vado un po’ di meno, cioè bisogna stare attenti e a 50 anni è difficile abituarsi.
Mia figlia lavora, fortunatamente non devo pensare a lei, però è tutta un’altra cosa. Se prima si andava a cena spesso
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fuori, adesso si va qualche volta di meno, perché tanto è inutile, bisogna stare attenti” (51 anni, lavoratrice in mobilità
nell’industria, I fase)
“Ogni cosa è stata veramente ponderata. Ho incontrato persone che non si facevano scrupoli, io sono stato sempre
un parsimonioso, quindi sono abituato al risparmio ... come penso di muovermi? Come mi sono sempre mosso, quindi
attento, molto attento, ponderando, risparmiando, rinunciando. La rinuncia non è il problema, si può benissimo
tranquillamente fare a meno di quello che ci dicono del quale abbiano bisogno” (52 anni, dipendente pubblico, I fase)
“Sul fatto di rinunciare a molto, io è da tanto che lo faccio, perché per mantenere tre figli ti tocca rinunciare a molto:
quindi vestiti usati … vacanze non ci vado mai! Questa crisi cosa fa? Sta peggiorando la situazione: nel senso che
ultimamente, negli ultimi anni, per poter arrivare a fine mese - questo è partito con l’introduzione dell’euro - è iniziato
piano piano un declino, ma molto velocemente. Io per arrivare a fine mese, da anni, devo avere un fido, quindi io col
fido arrivo a fine mese e riesco a coprire … Mi metto vestiti usati, che magari le mie figlie non mettono, o magari
qualche amica che … me ne compero pochissimi: non so, sarà una spesa, tra scarpe e vestiti … 200 euro all’anno,
proprio se voglio lasciarmi andare …. ma da anni, non da adesso. Quindi la crisi per me è grave nel senso che sto
facendo fatica a mantenere il basso livello che avevo prima … cioè il livello minimo sostenibile che avevo prima” (53
anni, occupata nei servizi, I fase)
“Sono un risparmiatore, perché penso sempre a un domani … Quando ci sono vacche grasse bisogna metterne un po’
da parte per tempi più duri, perché nella vita non sai mai, un anno va l’altro no, devi saperti un po’ tutelare. I giovani
d’oggi, hanno cento e spendono centoventi, il problema è lì, a me il mio povero babbo ha insegnato così, poi ognuno
fa ciò che vuole” (53 anni, imprenditore nei servizi, I fase)
“Dopo gli effetti della crisi, niente, io devo cambiare poco, non è che devo modificare chissà che cosa, perché non
andavamo fuori a mangiare al ristorante prima e non si andava a mangiare una pizza neanche prima, non si andava in
ferie neanche prima. Quindi, nel momento in cui io oggi faccio a meno di andare al ristorante a mangiare una pizza o
di andare in ferie, non mi manca niente di più e niente di meno di quello che avevo prima” (68 anni, pensionato, I fase)
“Sinceramente devo dire che ho messo in atto piccoli cambiamenti, questi piccoli cambiamenti sono nel senso che
vado a fare la spesa all’ipermercato, che non mi sarebbe mai piaciuto andare perché c’è troppa confusione, però lì si
trovano le grandi occasioni e quindi vado ricercare i prodotti con le grandi occasioni. Però, non so se è un vanto e se si
può dire, però sono sempre stata attenta, anche prima, quando si avevano un po’ più di soldi, sono sempre stata
attenta a spendere, nel senso che se una cosa non serviva non la prendevo, quindi non ho fatto molti cambiamenti
perché ero una persona molto attenta alle spese anche prima” (67 anni, pensionata, I fase)
Chi non ha avvertito direttamente la crisi in ambito lavorativo, mette dunque in atto quelle strategie
precauzionali di riduzione delle spese che si sono evidenziate anche nelle altre fasce d’età, anche se non
emergono particolari timori sul piano personale o professionale.
Infine, per tutti gli intervistati, colpiti o meno dalla crisi, è forte la preoccupazione per i figli, anche perché
questi ultimi sono in genere 20enni o 30enni alle prese con condizioni del mercato del lavoro meno
vantaggiose rispetto al passato. Si riconosce che i figli devono affrontare maggiori difficoltà dovute alla
diffusione di formule contrattuali precarie che spesso non prevedono ammortizzatori sociali, rendendo
indispensabile l’intervento dei genitori in caso di problemi lavorativi.
“In questo momento siamo noi che aiutiamo i nostri figli a fronteggiare la crisi, quindi finché ce la facciamo saremo a
noi a fronteggiare in questo modo. È logico che se un domani loro dovessero essere in grado di poter aiutare noi, ben
venga, però in questo momento siamo io e mia moglie che aiutiamo i nostri figli … In questo momento loro non hanno
un’entrata fissa, ma hanno delle entrate che a volte ci sono e a volte no, quindi dopo è logico che noi abbiamo
un’entrata fissa, quindi facciamo a meno di altre cose …” (68 anni, pensionato, I fase)
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“Questa mia figlia che lavora da Zara, ad esempio, siccome ha avuto un tot di contratti a tempo determinato, doveva
essere assunta a tempo indeterminato a marzo. Con la crisi Zara ha bloccato le assunzioni, l’hanno licenziata, l’hanno
richiamata adesso per tre mesi. Quindi aveva già le ferie fissate, perché le avevano già dato la comunicazione
dell’assunzione a tempo indeterminato, perché era suo diritto, invece gliele hanno bloccate, quindi questo è un
effetto della crisi!” (53 anni, occupata nei servizi, I fase)

II FASE – novembre 2009 - luglio 2010
Nella seconda fase dell’indagine, degli otto intervistati (cinque operai, una figura amministrativa e due
lavoratori del turismo) che erano stati colpiti dalla crisi, solamente uno ha ripreso il lavoro in fabbrica. Egli
sottolinea, da un lato, che le esigenze produttive sono talmente cresciute da aver dovuto rinunciare alle
ferie estive e, dall’altro, che il ‘clima’ in azienda è piuttosto peggiorato. Nel frattempo il figlio è stato
licenziato ed essendo la moglie in mobilità, il suo è l’unico reddito a sostenere il nucleo. Tuttavia, afferma di
non essere preoccupato, dal momento che vive in una casa di proprietà e ha ancora un margine di spesa
contraibile.
Gli altri sette intervistati che nel corso della prima fase risultavano colpiti dalla crisi sono ancora sospesi o
lavorano in modo discontinuo, percependo gli ammortizzatori sociali. Neppure i due lavoratori stagionali
hanno trovato un’occupazione per l’estate 2010 e si mostrano poco ottimisti.
Qualcuno comincia a ragionare sulla possibilità di trovare un nuovo impiego, ma nessuno sostiene di essersi
particolarmente impegnato nella ricerca. La speranza rimane comunque quella che le aziende di
riferimento si riprendano, mentre si chiamano in causa limiti come l’età, le possibilità fisiche, la
concorrenza dei lavoratori stranieri per giustificare la mancata attivazione. Inoltre, non emerge quella
disponibilità a ripensare la propria professionalità che caratterizza, come si è visto, le fasce d’età più
giovani. Si ritiene, infine, che il mercato offra condizioni poco dignitose per la propria preparazione
professionale, che non sembra opportuno accettare.
“Devi tirarti su le maniche e riprendere dove c’è qualche possibilità di lavoro, perché lei lo sa che ci sono delle
possibilità di lavoro, che adesso sono tutte in mano alle straniere … Mi riferisco all’assistenza agli anziani. Lì c’è una
possibilità di lavoro, solo che adesso purtroppo è invaso dalle straniere questo mercato, però io penso che se si mette
in campo una persona italiana, le straniere vengono anche eliminate, perché io penso che degli anziani, certe persone,
preferiscono avere una persona italiana, una persona del posto, almeno con questa persona ci parli. Perciò qualche
prospettiva di lavoro è solo lì. Non puoi più pensare di andare in una fabbrica. Io, perlomeno, se rimango senza lavoro,
penso che non ci sia più posto per me presso una fabbrica e gli unici posti dove potrei trovare sono questi” (50 anni,
lavoratrice in CIG nell’industria, II fase)
“Io, sinceramente, poi non è che mi sia impegnato tantissimo in questa ricerca, perché, come dicevo poc’anzi, un
periodo così lungo da dedicare a me come persona non l’ho mai avuto, per cui, non essendo uno spendaccione,
facendo una vita molto semplice … C’è tutta una serie di problematiche, però io dico sempre: abbiamo vissuto anche
periodi forse più drammatici di questo!” (55 anni, lavoratore in CIG nell’industria, II fase)
“Sinceramente, mi chiedo: cosa faccio? Non trovano i giovani! Un giovane non riesce a fare quello che vorrebbe,
figuriamoci se riesce una persona di 50 anni. Per carità, a 50 anni ancora posso lavorare, però comunque è difficile
trovare a questa età. Cerco di fare il mio meglio a casa, cerco di pensare alla mia famiglia, poi se capita qualcosa, ben
venga, però non è che mi metta a pensare: adesso cosa faccio? Forse perché ancora arrivo alla fine del mese grazie
all’indennità, allora sto tranquilla. Fino ad adesso riesco ad andare avanti, poi vedremo domani. Cerco di vivere alla
giornata” (51 anni, lavoratrice in mobilità nell’industria, II fase)
“Io rimango coerente su questo, se una persona ha bisogno di me, come professionista, e che sono arrivato al livello
dove sono arrivato, bene! Altrimenti no, assolutamente … Arrivato a questo punto, ho scelto di non andare più a
lavorare proprio perché qualche cosa alle spalle mi sono messo da parte, per cui io non è che ho l’ossessione di dovere
andare a lavorare a tutti i costi. Certo, se trovassi anche un lavorino di due, tre mesi, tre o quattro mesi, per cui magari
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poter continuare a tenermi in regola per tutto il periodo dell’anno, certo, mi farebbe comodo, in questi ultimi due
anni. Però, come ti dico, la mia è stata una scelta per cui se il lavoro viene, ben venga, altrimenti non ne faccio un
dramma, insomma, non è che ... Sì. Diciamo che mia moglie intanto è impegnata sei mesi all’anno, per cui tra i sei mesi
che lavora e la disoccupazione che prende, lei il suo stipendio ce l’ha comunque annualmente. E avere già uno
stipendio in casa lo sai che può essere sufficiente; noi la casa ce l’abbiamo, non è che debba fare i salti mortali per
portare a casa quattro soldi” (61 anni, disoccupato, II fase)
Rimane quel senso di amarezza, delusione ed anche una difficoltà emotiva ad adattarsi alla nuova
condizione di inattività, ridefinendo la propria identità, i tempi e gli spazi di vita.
“Ho avuto un periodo molto difficile, in cui ero molto giù perché mi sentivo inutile. Stavo dalla mattina alla sera a casa
in tuta. Non uscivo neanche a comprare il pane, tanto mi dicevo che sarebbe passata mia figlia a comprarlo. Invece
adesso no. Adesso spero nel tempo buono ed esco un po’, vado a fare qualche passeggiata. Ripeto: mi sto abituando,
tanto è inutile … Mi manca proprio il bisogno di uscire un po’ di casa, anche se, ripeto, comincio ad abituarmi. Mi
faccio le mie cose tranquillamente, anche perché adesso, non essendoci più nemmeno mio suocero, sono a casa
tranquilla. Almeno prima avevo qualcosa da fare, adesso invece proprio noto che, dopo aver fatto quelle due faccende
della mattina, sono a posto” (51 anni, lavoratrice in mobilità nell’industria, II fase)
Chi non è stato colpito dalla crisi nella prima fase, continua a non esserlo, anche se non è esente da ansie e
preoccupazioni per il futuro. Questo vale sia per i lavoratori che per gli imprenditori nei diversi settori
considerati. La disponibilità di almeno un reddito per il nucleo (quello dell’intervistato, appunto) fa sì che
non si evidenzino problemi economici; tuttavia se altri componenti si trovano in difficoltà questo incide sul
morale di tutta la famiglia. Inoltre, anche chi ha mantenuto il proprio posto, avverte un senso di incertezza
mai sperimentato in precedenza.
“Mia moglie lavora in uno studio commerciale privato, quindi ha la possibilità di gestire ditte che presentano dei
bilanci. Finché lei mantiene questo lavoro, va tutto bene. Invece io lavoro in una ditta in cui in certi periodi ci sono dei
cali – e in questi momenti si taglia del personale – mentre in altri periodi ci sono dei flussi di mercato notevoli. Nel
momento in cui uno entra in una ditta, non sa fino a quando potrà durare il lavoro, quindi questo crea tensione.
Queste tensioni poi si possono ripercuotere dal punto psicologico nelle persone e anche nelle famiglie. Prima l’inizio di
un nuovo lavoro poteva essere visto come un avvenire, che poteva essere in prospettiva anche da programmare,
invece in questo momento non si può programmare nulla” (56 anni, occupato nell’industria, II fase)
“Mia moglie a casa si sente proprio fuori dal mondo, lei vuole andare a lavorare, mi sa che adesso prende e va a
lavorare gratis proprio per essere impegnata, è fatta così! Nel settore dell’abbigliamento, mi dice lei che è sempre più
difficile. Ha inciso la crisi. Poi lei è fortunata perché è in un’azienda sana che produce di suo, perché hanno l’azienda su
a Borghi che fanno cose loro, anche se poi prendono qualcosa da fuori, quindi è un’azienda con basi solide. Il negozio
lavora perché è storico, è nel centro di Rimini … però la crisi ha inciso: si vede e si tocca!” (62 anni, occupato
stagionale nel turismo, II fase)
Come nella prima fase, la situazione lavorativa dei figli è un ricorrente motivo di preoccupazione. Si
raccontano situazioni di precarietà lavorativa e difficoltà economiche rispetto alle quali, come genitori, si
sentono responsabili e chiamati in causa per farvi fronte magari con piccoli aiuti che allevino le difficoltà.
“Mia figlia aveva la Partita IVA e non ha nessuna agevolazione, né integrazione, quindi si ritrovano con uno stipendio
solo in questi mesi, quindi, anche se non si danno soldi, comunque si mangia tutti assieme e c’è un risparmio anche
pranzando e cenando insieme” (67 anni, pensionata, II fase)
“Per dirti, io e mia moglie con 1.800 € al mese potremmo vivere tranquillamente, ma il problema è che ogni tanto dai
un aiuto ad un figlio, ogni tanto li tieni a mangiare lì, ogni tanto fai il regalino ai bambini, ogni tanto di qua, ogni tanto
di là e i soldi … Secondo me l’economia oggi spesso in alcune famiglie si regge sul fatto che ci sono nonni o genitori che
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hanno una pensione discreta e danno una mano ai figli. Questi non sono casi rarissimi, anzi sono abbastanza
frequenti” (59 anni, pensionato, II fase)
“C’è soltanto il fatto di non poter essere di aiuto più di tanto per i figli, perché se hanno magari delle difficoltà
economiche, uno vorrebbe poterli sostenere, però … purtroppo non ci si fa” (68 anni, pensionato, II fase)
Infine, perfino i pensionati e gli occupati nel settore pubblico si dicono preoccupati per la crisi, non tanto
per la condizione lavorativa, quanto per la progressiva riduzione del potere d’acquisto del proprio reddito
dovuto all’aumento del costo della vita.
Una reazione particolarmente significativa in ambito professionale viene da un imprenditore del settore
industriale che ha deciso di investire nell’innovazione come strategia per far fronte alla crisi. Altri due
imprenditori non hanno manifestato forti preoccupazioni né strategie particolari: anche se non vedono una
risoluzione della crisi in tempi brevi. Le espressioni di ottimismo sono abbastanza isolate, ma sembra
interessante seguirle nel loro sviluppo per capire se risulteranno ‘vincenti’ anche nella terza fase di
indagine.
“Nonostante questa crisi, abbiamo in progetto altre due macchine nuove, mentre tre sono terminate e solo da
mettere in produzione. Questi sono costi non indifferenti. Ma continuo a progettare macchine nuove. Capisce che se
riesco a fare un mese di buon fatturato per me è una boccata di ossigeno importante. I nuovi progetti costano, ma
l’azienda non vive senza nuovi progetti, l’azienda deve stare a galla e ogni fiera devi presentare qualcosa di nuovo,
come abbiamo fatto a Milano. Ho fatto ricorso alle banche, ho messo dentro tutto quello che avevo, cioè tutto il
lavoro che ho fatto nei 32 anni, 33 anni che ho l’azienda, tutto quello che ho, l’ho messo all’interno dell’azienda. Ho
messo soldi freschi, ho messo il capitale che avevo, avevo della roba che ho venduto per mettere i soldi dentro. Ho
fatto tutto quello che doveva fare un imprenditore, cioè non è che ho risparmiato e ho detto: questo è il mio gruzzolo
personale. No, questo non esiste, il mio gruzzolo personale non esiste, è l’azienda! E l’azienda in questo momento
aveva bisogno, io mi sono veramente sacrificato. Oggi non mi sento assolutamente agiato, anzi probabilmente sono
più a rischio, come un dipendente” (58 anni, imprenditore nell’industria, II fase)
“Per quanto riguarda il mio albergo, non sono pessimista perché, in un modo o nell’altro, le mie camere le faccio
lavorare. L’anno scorso, la gente aveva due soldi in banca, quindi è riuscita ad andare in ferie. Invece quest’anno, se
durante l’inverno uno non ha lavorato, quei due soldi in banca non li ha più, quindi le ferie non riesce a farle. Difatti, io
sono pessimista a livello generale, però non sono pessimista per quanto riguarda me stesso, perché io sono riuscito a
riempire il mio albergo ugualmente con i clienti che erano due o tre anni che volevano venire da me, che finalmente
sono riusciti a venire” (53 anni, imprenditore alberghiero, II fase)
Rispetto alla gestione delle risorse, nella seconda fase si comincia ad evidenziare una preoccupazione
maggiore e più concreta da parte di chi è stato colpito direttamente dalla crisi sul piano occupazionale.
D’altronde, in precedenza si era precisato come la possibilità di attingere alle riserve personali o messe a
disposizione dalle reti parentali fosse limitata, per cui il prolungamento della crisi avrebbe potuto creare
problemi seri. Se in un primo momento, dunque, non emergeva una situazione particolarmente
drammatica da questo punto di vista, a distanza di alcuni mesi invece emergono interrogativi su come
affrontare il prolungarsi della crisi. Alcuni confermano la sensazione di straniamento e destabilizzazione
provocati dalla riduzione delle risorse disponibili.
Ridurre la spesa, che era la strategia dominante nella prima fase dell’indagine, in molti casi non è risultato
sufficiente, perciò si sono attivate misure più drastiche per garantirsi un livello di vita sufficientemente
dignitoso. In almeno tre casi si sono intaccati i risparmi, magari per affrontare una situazione di emergenza,
come un guasto all’automobile. Altri hanno chiesto prestiti ai parenti, hanno rinviato il progetto di
ristrutturazione di una casa oppure hanno fatto ricorso al lavoro irregolare. Ancora una volta, si rileva
quella reciprocità che rende responsabili i figli rispetto ad un genitore in difficoltà. Infine, si racconta una
soluzione più creativa: la sostituzione del riscaldamento a metano con una stufa a legna.
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“Non avrei mai pensato che alla mia età, andando al supermercato, dovessi stare attenta a quello che compro. È una
cosa che non ho mai fatto. Arrivavo al supermercato e appena alzavo la mano, prendevo. Pensavo che più sarei andata
avanti, più sarei stata meglio, invece non è stato così. Tutto questo mi sembra strano. Ho 50 anni e adesso devo stare
attenta. Quando ero giovane pensavo che, quando sarei arrivata a 50 anni, sarei stata benissimo e avrei potuto fare
quello che voglio. Questa nuova situazione mi sembra strana” (51 anni, lavoratrice in mobilità nell’industria, II fase)
“Non eravamo spendaccioni prima, però ci siamo ristretti ancora un po’ di più, non nell’essenziale: fortunatamente
quello fino adesso non l’ho mai fatto mancare alla mia famiglia. Il superfluo non lo facevamo prima, però ci sono certe
cose che hanno una priorità, non si può farne a meno ed invece ci sono altre cose che pur essendo essenziali si
possono anche ridurre. Ti faccio un esempio: noi siamo qui con il gas metano come quasi tutti quanti, questa estate
quando ero a casa sono andato in campagna, ho fatto della legna, ho trovato una persona che mi ha regalato una
stufa economica, anche se era usata però era in buono stato e non sapeva che cosa farci, ho messo su la stufa ed io al
momento non ho ancora acceso il riscaldamento e quello vuol dire” (52 anni, lavoratore in CIG nell’industria, II fase)
“Ormai ho 49 anni, non ti accettano più, vogliono i giovani … Eh, sono tagliata fuori, nonostante tieni passione per
lavoro … non ho la possibilità, perché mi mancano gli studi … Fortunatamente mio figlio lavora e mi aiuta molto, ma
non è quello: lui un domani si fa la famiglia. Come fa? Non può mica mantenermi. È un gran problema!” (48 anni,
occupata stagionale nel turismo, II fase)
“In questo periodo mi accorgo che ci sono dei mesi che invece bisogna intaccare il risparmio ... Magari non ti bastano
perché, per esempio, ho avuto un problema con la macchina, spendi 280 euro, è una spesa extra, per cui devi andare a
prendere dalla riserva che, per fortuna, c’è, non so quanto dura, però” (55 anni, lavoratore in CIG nell’industria, II fase)
Il gruppo di persone che non hanno subito conseguenze dirette dalla crisi non sembrano del tutto
tranquille e mantengono prudenzialmente l’attenzione verso i consumi. Chi ha entrate comunque limitate
dichiara difficoltà a far fronte alle spese e continua a risparmiare su abbigliamento, uscite, beni non
essenziali. Le priorità di spesa si ridefiniscono, dunque, ed anche chi può permettersi un viaggio lo fa
rinunciando ad altro.
“Per la prima volta, pur venendo da una famiglia non particolarmente benestante, mi rendo conto che devo stare
attenta anche sul cibo, più di quando ero giovane ed avevo meno soldi … Sto molto attenta alla spesa e vedo altre
signore della mia età attente a cercare sempre le promozioni. Non è che sia calato il mangiare, ma c’è questa ricerca
dei prodotti in offerta” (67 anni, pensionata, II fase)
“Per quanto riguarda gli svaghi e quelle cose lì, noi usciamo sinceramente, perché non mi voglio privare di niente fino
che posso, però due volte al mese, due o tre volte al mese si va a ballare e a mangiare la pizza. Io sono anche un
amante dei viaggi, mi piace molto, magari risparmio da un’altra parte, nell’abbigliamento ad esempio, per spostare più
delle risorse verso il viaggio. A me non è che interessa il maglione firmato, preferisco andarmi a fare un viaggio, questa
è la mia idea” (59 anni, pensionato, II fase)
“Delle vicine di casa che io pensavo ce la facessero ad andare avanti e che avevano una piccola pensioncina, invece,
proprio sapendo che io ero nell’associazione, mi sono venute a chiedere la borsa degli alimenti, quella che sanno che
noi a volte riusciamo trovare insieme alla Caritas o anche altri che ci fanno le donazioni … il latte o altre cose. Ci sono
molti extracomunitari, ma proprio anche nostri vicini di casa in pensione. In quest'ultimo anno … sono venute fuori
un’infinità di richieste. Molte richieste anche nelle famiglie giovani e che hanno i bambini piccoli: il latte per i bambini,
i pannoloni per i bambini, perché hanno il marito in cassa integrazione logicamente” (67 anni, pensionata, II fase)
Si intravvedono nuove prospettive di osservazione della vita e del lavoro, che secondo gli intervistati sono
state influenzate fortemente dall’avvento della crisi. Ne risente anche il rapporto con l’azienda in cui si è
occupati da tempo, quello con i colleghi e con i sindacati. In particolare il senso di appartenenza aziendale
risulta logorato dalla delusione per il peggioramento delle condizioni di lavoro e dall’impressione di un
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tradimento della fiducia riposta. Nel gruppo di chi ha un’esperienza di disoccupazione il mutamento del
clima sul luogo di lavoro viene così commentato:
“Prima, negli ultimi 20 anni, avevano sempre migliorato un po’ di tutto, quindi lo stabilimento era una cosa che
funzionava sotto tutti i punti di vista, sia del lavoro, sia logistico, non solo per il lavoro, ma anche quando stacchi, cioè
spogliatoi, mense, eccetera. Diciamo che adesso noi la sentiamo questa differenza. Sì, abbiamo sempre la mensa, però
sono cambiate diverse cose che stiamo subendo, ma non si può dir niente, perché hai trecentoquaranta o
trecentocinquanta colleghi a casa quindi, voglio dire, zitto e basta! … Per quel che riguarda il rapporto tra noi colleghi,
diciamo che abbiamo avuto un inizio in cui ci siamo un pochino scontrati con la dirigenza, con la proprietà,
Logicamente vedevamo che venivano chieste delle cose che penalizzavano tanti di noi, e più che altro noi cercavamo
una rotazione, una solidarietà interna tra di noi, che non ci fossero delle persone troppo discriminate. Nel senso che
pur avendo la cassa integrazione di 700€ al mese c’era gente che pagava 800€ d’affitto. Quindi c’è stata solidarietà fra
di noi, poi siccome il tragitto è lungo, come in tutte le cose certi legami sono venuti scemando … molti hanno mollato
prima di me. Io forse sono quello che fino a che non ti arriva nel naso credo sempre nel prossimo, fino a quando non
rimango deluso. Però abbiamo visto che purtroppo l’azienda ha fatto i suoi interessi, che sono quelli del profitto, sono
quelli di non perdere competitività e quindi questo ha delle conseguenze anche pesanti. I sindacati purtroppo... io non
sono contro i sindacati, questa è una critica che io gli ho fatto anche in assemblea, non è una critica per buttare fango.
In un momento come questo i sindacati si sono disuniti, perché purtroppo in Italia il sindacato non è unico e questo è
il più grosso male che possa esserci per i lavoratori, avere un sindacato politicizzato, in Italia è così, negli altri posti
invece non è così” (52 anni, lavoratore in CIG nell’industria, II fase)
Sempre nel gruppo di persone che ha subito gli effetti diretti della crisi, vi è anche un cambiamento
significativo nello sguardo verso il futuro, che riemergerà con ancora più forza nella terza fase. Si afferma
una prospettiva progettuale di breve periodo motivata con il tentativo di superare la sofferenza
dell’incertezza rispetto al domani.
“Ormai io ho paura anche dell’essersi un po’ abituati a questa situazione di dramma, di vivere alla giornata. Uno poi si
abitua anche a vivere così, non programma più niente. Questo è brutto. Negli ultimi mesi la mentalità è cambiata su
questo, cioè non si pensa più ad avere un futuro, si pensa solo all’oggi … Adesso non puoi progettare, devi solo
pensare a vivere oggi, domani si vedrà … Ero andata via di testa, non è che ero triste. Poi, quando ho incominciato ad
avere altre … dopo incominci anche a cambiare mentalità e questa cosa di vivere alla giornata ti prende … è una cosa
che ti viene spontanea. E dici: va beh, oggi ci sono, domani mi potrebbe capitare una malattia. Va a capire? E vivi alla
giornata, vai avanti così, e non progetti più niente. Tanto è così. Adesso devi vivere alla giornata, fino a quando questo
clima non finisce, perché comunque la speranza ce l’ho che finisca. Però, fino a quando non finisce, vivo alla giornata
… È brutto, però perlomeno adesso non sono più come all’inizio. All’inizio ero messa male, adesso invece sono più
serena, forse anche perché c’è questa speranza di poter comunque riprendere” (50 anni, lavoratrice in CIG
nell’industria, II fase)
Infine, si ripresenta quel rischio di attivare meccanismi di attribuzione causale già evidenziati nella fase
precedente ed in altre testimonianze:
“Solo che non c’è stato verso di trovare lavoro, anche perché molti non prendevano il personale. Poi siamo sempre lì:
chi assumeva il personale, prendeva gli extracomunitari, quelli del Paesi dell’Est, e li pagano una cavolata e fanno fare
loro tante ore. Poi se trovano quello che è furbo, che va al Sindacato, devono pagare tutto” (58 anni, lavoratore in CIG
nell’industria, II fase)
Tra chi non ha subito gli effetti della crisi non mancano le preoccupazioni, sia per le condizioni del quadro
economico generale, sia per le nuove generazioni che hanno minori opportunità di inserimento lavorativo,
sia per gli anziani sui quali pesa l’incremento del costo della vita.
148
“Io ho sempre parlato con alcune persone le quali dicono che sono molto preoccupate. Sei mesi fa, quando ci siamo
visti, dicevo che in fondo 2-3 mesi di cassa integrazione non è che cambieranno chissà che cosa, perché poi alla fine
non è quello il problema, i problema è se questa cosa si protrae e temo purtroppo che ... la situazione non è facile
anche perché per quelli che rimangono il carico di lavoro, non dico che raddoppi, ma aumenta notevolmente, già con
carichi di lavoro che magari erano già pesanti prima. Se ne mando via 4, il lavoro di quei 4 lì, lo fanno gli altri tre. La
filosofia di questa gente qui è questa! Però questa gente si compra la barca da 500.000 euro, e alle riunioni va a dire
che bisogna fare i sacrifici, stringere la cinghia, che la situazione è quella che è. È un po’ triste! Ce ne sono parecchie di
queste persone” (59 anni, pensionato, II fase)
“Secondo me i giovani sono quelli più penalizzati. Perché credo che sia la prima generazione che si ritrovi ad aver
studiato molto più dei genitori, o più dei genitori, o almeno quanto i genitori e fare un lavoro molto inferiore rispetto
agli studi che han fatto; dopo se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno sì, se vogliamo vedere come prospettiva
l’investimento personale e familiare, cioè direi non è che sia una gran cosa” (53 anni, occupata nei servizi, II fase)
“Ci sono persone che lavorano in ditta da tanto tempo e che presto andranno in pensione. Molte volte il fatto di
andare in pensione può essere una liberazione dal lavoro, ma può essere anche una preoccupazione per il domani,
considerando le pensioni che ci sono ora e considerando anche il momento in cui vanno in pensione. Una volta uno
faceva festa quando arrivava alla pensione, adesso invece c’è un certo imbarazzo nel dire ‘vado in pensione’ perché
non si ha la certezza del domani” (56 anni, occupato nell’industria, II fase)

III FASE – settembre - dicembre 2010
Nell’autunno del 2010, i quattro operai che erano ancora in cassa integrazione sono tutti tornati in fabbrica.
Dunque per il settore dell’industria solo la figura amministrativa è rimasta esclusa, mentre un lavoratore e
una lavoratrice stagionali nel turismo dichiarano anche nella terza fase di essere rimasti inattivi.
Nel periodo di fruizione degli ammortizzatori sociali, due degli operai hanno frequentato corsi di
formazione professionale di informatica e gestione del magazzino. Entrambi non li hanno portati a termine
perché sono stati richiamati in azienda, ma li hanno ritenuti comunque utili ad affrontare la situazione di
disoccupazione, sia per sentirsi attivi che per le competenze acquisite. Tuttavia, chi ha vissuto diversi mesi
in cassa integrazione ne lamenta le conseguenze, sia sul morale, sia a livello professionale e sia, come si
vedrà meglio più avanti, nella gestione delle proprie risorse, sebbene lo stipendio sia tornato pieno.
“Quando mi hanno detto che dovevo stare a casa dal lavoro e mi hanno messo in cassa integrazione, ho pensato: va
bene, tanto sono in cassa integrazione, quindi i soldi li prendo lo stesso. In realtà, in cassa integrazione si prende un
po’ di meno dello stipendio. Però non è che se lavori, spendi. No, fai la vita che facevi prima, però è chiaro che con
meno soldi stai un po’ più attento. Per quanto riguarda il mangiare non abbiamo speso di meno, ma abbiamo
risparmiato su tutte le altre cose. Per esempio, se magari prima si andava in pizzeria cinque volte al mese, nel periodo
della cassa integrazione non si andava per niente o al massimo si andava una volta sola … La seccatura è stata che, a
causa della crisi, sono dovuto stare a casa dal lavoro … Uno si sente un po’ giù di morale perché, arrivando ad una
certa età, non sai se la ditta riapra o non riapra, poi dove trovi lavoro? Se vai a chiedere lavoro, non ti assume
nessuno. Io andavo a chiedere anche nel settore alberghiero, e avrei fatto anche il guardiano, però non c’è stato verso
di trovare lavoro” (58 anni, lavoratore in CIG nell’industria, III fase)
Inoltre, chi ha ripreso a lavorare a tempo pieno ha trovato in azienda un’atmosfera di incertezza e tensione.
L’impegno lavorativo è cresciuto sia perché le commesse sono riprese, sia perché nel frattempo è avvenuta
una riduzione del personale. Ne deriva la richiesta di straordinari che viene sottolineata da alcuni
intervistati.
“Se vogliamo fare un discorso completo, diciamo che sotto il profilo del lavoro abbiamo fatto un passo indietro. Nel
senso che noi, essendo in meno, essendo in una situazione un po’ traballante, non sicura, ci siamo dovuti adattare
come non succedeva dagli anni Ottanta, quando magari non si era ancora organizzati al meglio. Quindi, molte volte,
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cioè cambiamenti di lavoro, altri tipi di lavoro, pedalare un po’ più forte perché si è in meno, perché magari, con il
fatto anche della cassa integrazione, hai un po’ una spada di Damocle sempre lì, sul collo. Io personalmente,
purtroppo, mi sono dovuto adattare alla mia età, che non sono più un ragazzino, comincio ad avere certi acciacchi.
Perché di solito quando uno arrivava vicino alla pensione, gli si cercava di dare magari un posto un po’ meno faticoso:
dopo 35, 36, 37 anni di fabbrica, come è giusto che sia. Invece, ti dico la sincera verità: io sono stato mandato a fare
delle mansioni che mi pesavano anche, dal punto di vista fisico. Le ho fatte, non ho reclamato perché c’era questa
situazione, perché sono abituato sempre a lavorare. Però sicuramente un passo indietro è stato fatto ‘alla grande’,
come si dice. Non solo io, voglio aggiungere questo; anche molti colleghi … sono stati spostati in degli altri stabilimenti
a fare dei lavori di carpenteria, di saldatura, di smerigliatura, che sono le cose... Mentre prima, magari, erano al
montaggio, montavano dei pezzi, non c’era rumore, non c’era sporcizia, non c’erano ... i gas da inalare, sono stati
mandati in dei posti in cui c’era tutta questa robaccia da sorbirsi. La stragrande maggioranza ha accettato, c’è anche
stato qualcuno che non ha accettato ed è stato messo in cassa integrazione” (52 anni, lavoratore in CIG nell’industria,
III fase)
Chi non ha ripreso a lavorare è quindi una figura amministrativa aziendale e due lavoratori del turismo. La
prima lavoratrice ha consegnato qualche curriculum, ma senza troppa convinzione, motivata sia dall’età
non più giovane, sia da problemi di salute.
Gli altri due mostrano atteggiamenti diversi nell’affrontare la situazione. Da un lato, si comincia a superare
la situazione di avvilimento emerso nella seconda fase accettando qualche compromesso con le richieste
del mercato; dall’altro, si ribadisce l’aspettativa di vedere riconosciuta la propria professionalità ed il rifiuto
di condizioni di lavoro ritenute inadeguate. C’è da aggiungere che il primo caso riguarda una donna adulta
separata che riceveva aiuti dal figlio e quindi con una situazione economica problematica, mentre nel
secondo il reddito del coniuge unito alla presenza di un patrimonio mobiliare ed immobiliare consentono di
affrontare questo periodo senza particolari problemi.
“Sto cercando e vorrei avere anche un posto di ristorante, perché l’albergo alla fine … se c’è, ben venga, però alla fine
sono tre mesi. Io prendo sempre quello che si trova, per carità, però … io voglio cercare di sistemare la mia vita!” (48
anni, occupata stagionale, III fase)
“Lo ripeto, se mi dovessero cercare, assolutamente andrei con piacere. Ma, come affermo, io devo trovare un posto
che possa darmi molto, secondo le mie aspettative, più che altro. Perché arrivato alla mia età non si ha solo bisogno di
un lavoro, ma si ha bisogno di lavorare con un certo entusiasmo; e l’entusiasmo ce lo metti solo se puoi dimostrare
che sei capace di fare, non di tirare i piatti. Perché al giorno d’oggi i piatti si tirano, non si ha più il tempo neanche di
fare conoscenza con il cliente, assolutamente” (61 anni, disoccupato, I fase)
Tra chi non aveva avvertito pesantemente gli effetti della crisi economica nella prima fase vi erano quattro
imprenditori. Queste figure mostravano di reagire con ottimismo e non solo si dicevano limitatamente
preoccupati per le proprie attività, ma anche ottimisti sulla strategia per affrontare la crisi che, comunque
rilevavano, nel contesto locale e globale. Nella terza fase, sembra che effettivamente le strategie messe in
atto abbiano funzionato consentendo alle rispettive aziende di restare sul mercato. Uno di essi, in
particolare, rivendica i buoni risultati raggiunti grazie agli sforzi fatti sia dal punto di vista economico che
personale.
“Un anno e mezzo di crisi ha portato l’azienda ad andarsi a indebitare. Ha portato il mio patrimonio personale dentro
l’azienda per salvare il salvabile. Se si guarda questo lato, uno dirà: ma tu sei un coglione, potevi benissimo chiudere o
fare come hanno fatto tanti: cominci con un altro nome …”. Ma io non mi sono sentito di fare una vigliaccata del
genere. Io il mio mestiere, fare l’imprenditore, l’ho voluto fare fino in fondo, insomma … Io l’ho vista in questa
maniera qui: l’azienda andava salvata in toto, i dipendenti andavano salvati in toto e quello che io ho me lo ha dato
l’azienda e credo che sia stato giusto rimetterlo lì” (58 anni, imprenditore nell’industria, III fase)
150
Tra gli altri intervistati che non sono stati direttamente colpiti dalla crisi fin dalla prima fase e che non
hanno subito particolari variazioni nella condizione di lavoro, spicca un’assunzione a tempo indeterminato
che ha portato un po’ di serenità in una famiglia in cui la disoccupazione e i problemi di salute del coniuge
avevano costretto l’intervistata al doppio lavoro. Quest’ultimo non si è interrotto, ma la figlia adolescente
supporta la madre nella sua gestione, alleviandole la fatica fisica.
“Adesso sì, a tempo indeterminato, quindi sono un po’ più tranquilla. Ho questo posto con il tempo indeterminato, va
bene, perché siccome sono io che vado avanti per sostenere la mia famiglia … così almeno questo lavoro c’ha la
sicurezza, no? Non è come prima … perché adesso è più difficile prendere un lavoro” (50 anni, occupata nei servizi, III
fase)
Gli imprenditori seguiti fin dalla prima fase continuano ad essere abbastanza tranquilli per le proprie
attività, anche se facendo un bilancio complessivo dei 18 mesi di recessione emerge un certo
peggioramento:
“Il problema è che quelli che lavorano, che stanno sul mercato, hanno dovuto ridurre i margini per poter lavorare.
Perciò hanno lavorato di più guadagnando di meno. È come ad un operaio fargli fare 10 ore e pagargliene 8, quello lì è
un po’ arrabbiato. E noi siamo uguali, è inutile: ti fanno lavorare di più per guadagnare di meno. Si sono ristretti gli utili
in tutti i settori, non parlo solo del mio. Noi lavoriamo con tanti settori, chi viene qui si lamenta perché per poter
lavorare hanno dovuto tagliare. Lavori, lavori, lavori e vedi che alla fine rimane poco e niente” (53 anni, imprenditore
nei servizi, III fase)
Coloro che sono stati direttamente colpiti dalla crisi hanno ripreso la loro occupazione, tuttavia aver subito
una sospensione lavorativa comporta degli strascichi rispetto ad una certa insicurezza sul futuro, che
influenza la gestione delle risorse.
“Purtroppo devi fare ancora così, purtroppo non è che puoi dire: prendo la mia paga e me la spendo tutta! Devi
sempre fare il calcolo che domani non lo sai. Perché secondo me non siamo usciti dalla crisi e non è che lo dico io
perché sono pessimista, lo dico perché senza guardare la mia realtà, guardiamo la realtà intorno: ancora è così, ancora
ci si è dentro!” (50 anni, lavoratrice in CIG nell’industria, III fase)
“Diciamo che, finalmente, sono ritornato a uno stipendio pieno, cioè non è che uno con uno stipendio pieno,
monoreddito, da operaio fai chissà che cosa, però sta meglio il cuore quando vede la busta paga e sta meglio il
portafoglio … Forse quando ti abitui a non spendere così senza pensare, cioè quando ti abitui a ponderare le cose, poi
è una cosa che, anche se hai 200 euro in più, e ben vengano, però ci stai attento ugualmente. Non è perché adesso
prendi qualcosa in più, allora ... Stavamo attenti prima, siamo stati molto attenti nel momento di difficoltà. E una volta
preso quell’andazzo lì ci stai un po’… Purtroppo ci hanno inculcato, ci hanno reclamizzato di continuo, tambureggiato
che uno con una paga potrebbe comprare tutto. Non è vero, con una paga sopravvivi, solo che facendo così tanta
gente si è indebitata anche per cose non necessarie. Il mio punto di vista è che per una cosa necessaria, uno può
anche indebitarsi. Per una cosa non necessaria, e a volte frivola, nel senso che se non la compro non mi cambia niente,
secondo me non è giusto … non è giusto che uno faccia un mutuo per andare in vacanza, anche se alle vacanze
logicamente hanno diritto tutti quanti. Ma se io devo fare un mutuo per andare in vacanza in Sardegna, vado al mare a
Rimini. Se devo fare un mutuo per andare in Trentino, vado in Carpegna” (52 anni, lavoratore in CIG nell’industria, III
fase)
Nel gruppo di coloro che non avevano subito direttamente gli effetti della crisi si segnalano alcune
situazioni nelle quali è avvenuto un lieve peggioramento dal punto di vista economico rispetto ai mesi
precedenti.
In un caso, una madre vedova ha dovuto supportare il passaggio all’indipendenza di un figlio che è andato a
vivere con la fidanzata rimasta incinta. In un secondo nucleo la madre si prepara ad affrontare una stagione
lavorativa invernale dovendo sostenere anche il figlio che ha perso il lavoro.
151
In un terzo caso, benché l’intervistata, come dipendente pubblica, non ha avuto problemi occupazionali sta
vivendo comunque gli ultimi mesi con una certa apprensione. Da un lato, l’hotel in cui il marito è occupato
a termine ha avuto un calo di presenze durante l’estate 2010, che ha portato una riduzione del personale;
dall’altro la situazione lavorativa dei due figli è segnata dall’incertezza. Il primo, un libero professionista nel
settore edile, ha avuto un significativo calo di lavoro; mentre il secondo, dipendente presso un’azienda
manifatturiera, è stato messo in cassa integrazione.
Infine, un intervistato esprime preoccupazione per la moglie che, avendo perso un impiego cui era molto
legata, sta attraversando un momento difficile dal punto di vista emotivo.
“Mia moglie è tra quelle – ma non credo sia la sola – che non lavora solo per i soldi. I soldi le interessano ovviamente,
ma a lei il lavoro piaceva, lo faceva con passione, andava anche con 40 di febbre, con la neve. Il lavoro ce l’aveva
dentro. Siccome abbiamo un figlio grande che sta da solo, alzarsi alla mattina e non sapere che cosa fare è la cosa
peggiore che possa capitare ad una persona. Io ce l’ho in casa adesso e va in crisi un giorno sì e l’altro pure. È una
disgrazia. Non abbiamo problemi: la casa è la mia, i debiti non li abbiamo, io ho un reddito con cui posso campare, anzi
con cui possiamo campare in due. Questo però non serve a niente. Se uno non ha un impegno, essendo abituato ad
averlo, se non per tutto l’anno, almeno per sei, cinque, sei, sette mesi, sapendo che poi riprenderà il lavoro, sapendo
che poi un po’ di mesi si lavorerà, sapendo che … Se uno ha una prospettiva pari a zero, capisco quelli che si suicidano.
È un dramma. Mi credi? Io ce l’ho in casa adesso … Sono preoccupato, non per i soldi, ripeto, ma perché poi si va via di
testa. Questa è la cosa che mi preoccupa di più. Anche con tutta la pazienza che ci metto io e con quella che ci mette
anche lei, ho paura che vada via di testa. Non ho paura che faccia chissà quale pazzia, però alla lunga potrebbe anche
lasciarsi andare. La depressione fa paura e ce n’è molta in giro” (62 anni, occupato stagionale nel turismo, III fase)
Anche chi non ha avuto nessuna ripercussione personale rileva in generale quell’atteggiamento diffuso di
prudenza nella gestione delle spese quotidiane:
“Probabilmente nelle persone la crisi ha provocato anche una paura per quanto riguarda il loro futuro. Forse è questo
più che altro. Nei discorsi delle persone che conosco e di quelle che lavorano con me viene sempre fuori che non è poi
così tutto scontato che la crisi sia finita. Probabilmente ci vorranno ancora due o tre anni prima di tornare ai livelli di
prima, per cui le persone subiranno ancora questa pressione” (56 anni, occupato nell’industria, III fase)
Infine, rispetto alla disponibilità di reti e risorse, ancora una volta, si conferma quella reciprocità
nell’impegno e nella responsabilità tra genitori e figli, che è stata più volte evidenziata rispetto alle
condizioni di necessità create dalla crisi. La prima testimonianza viene da un intervistato colpito
direttamente dalla crisi che riporta la situazione di un conoscente:
“Il marito lavorava alla Telecom, quelle ditte che danno in appalto il lavoro, c’è stato il calo di lavoro e lui l’hanno
lasciato a casa. Lei va a fare la stagione, il figlio che lavora … lei ha detto a mia moglie che tirano avanti con lo
stipendio che prende il figlio, per il momento, perché il marito non lavora. Il figlio poteva frequentare l’università, che
era bravissimo, non ha potuto farla perché non hanno i soldi e adesso dice: se riesco a lavorare questi due, tre mesi
all’albergo, a fine mese prendo due soldi e tiriamo avanti” (58 anni, lavoratore in CIG nell’industria, III fase)
A questa testimonianza sulla reciprocità nella solidarietà intergenerazionale, se ne possono aggiungere
altre simili da parte di alcuni di coloro che non hanno subito direttamente la crisi, ma si sono trovati a
sostenere altri membri della famiglia su vari fronti: figli studenti, precari o disoccupati, ma anche genitori
anziani. Non sempre si tratta di fare uno sforzo in più per affrontare insieme gli effetti della recessione, ma
anche eventi della vita, come l’inizio dell’università dei figli, che comporta una crescita delle spese oppure
la non autosufficienza del genitore anziano che richiede maggiori compiti di cura.
Si può dire che al termine dei diversi mesi di crisi qui considerati le reti familiari abbiano ‘tenuto’ e siano
state fondamentali sotto molteplici aspetti. Questo ‘pilastro’ del welfare ha resistito e svolto il proprio
compito, rispondendo alle aspettative.
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“Nel nostro piccolo, perché siamo due pensionati, però io ho sempre fatto qualche piccolo lavoro per allungare 100 o
200 euro ai figli. Anche mio marito, quando è andato in pensione, aiuta un’agenzia immobiliare, in regola, quindi
anche lui prende qualche soldo in più della pensione. Stando bene ed essendo abbastanza giovani, lavoriamo un po’
per aiutare i figli: si paga una bolletta, una cosa o un’altra. Non è un gesto di affetto, come può essere un regalo di
Natale oppure di compleanno, è proprio un contributo essenziale per loro. Anche molti dei nostri amici, quelli che
hanno una pensione discreta, fanno così. Anche perché alcuni dei nostri amici, poi, hanno ancora i figli che non hanno
un lavoro ben definito, come anche i miei figli, quindi c’è sempre il mese in cui non riescono a percepire niente, perciò
bisogna aiutare a far quadrare il bilancio” (67 anni, pensionata, III fase)
“Per l’inizio dell’Università ci siamo organizzati … inciderà … quindi le spese saranno divise in famiglia tra me e mia
moglie. Mio figlio ha un piccolissimo conto in banca e quello rimarrà lì, non verrà intaccato per gli studi, insomma, per
affrontare gli studi e le spese … e quindi in qualche modo si tirerà la cinghia, pensiamo di potercela fare. Qualcosa c’è
in banca, qualche risparmio, quindi si attingerà da lì e io spero di riuscire ad avere qualche introito in più. Ci sarà da
lavorare, però pensiamo di farcela” (52 anni, dipendente pubblico, III fase)
“Mi ritrovo da sola a gestire questa cosa insieme alla badante che è con noi da diversi anni, da quando è morta mia
madre. Quando è in ospedale io devo essere presente, perché sono la parente, per cui devo conciliare anche con il
lavoro e sono molto, molto stressata! Le ferie non le ho fatte, perché le ferie sono state in ospedale” (53 anni,
occupata nei servizi, III fase)
Nella terza fase di indagine, i bilanci e le prospettive concordano: il futuro è guardato con sospetto, non si
intravvede l’uscita dalla crisi nel breve periodo e da questo punto di vista non si individuano specificità nei
due gruppi di persone colpite o non colpite direttamente dalla crisi.
Un cambiamento significativo in questa fase riguarda l’impossibilità per le aziende di programmare la
produzione, facendo diffondere rapidamente la modalità just in time. Chi rientra in azienda racconta la
richiesta di straordinari, ma anche la disponibilità di commesse per un periodo limitato. Questa difficoltà
nel prevedere i ritmi produttivi si ripercuote sull’umore e sulle scelte di vita dei lavoratori, che temono di
essere licenziati o sospesi dall’azienda nei periodi di calo produttivo. Dunque il ritorno in fabbrica non è un
ritorno completo alla tranquillità precedente la crisi.
Ovviamente, questa incertezza si ripercuote anche sugli altri settori, come quello turistico, dove diventa
difficile prevedere la disponibilità di risorse per le vacanze delle famiglie italiane.
Le strategie individuali per affrontare la crisi sono state già prese in esame, ma in questa fascia d’età più
matura si conferma anche una visione solidaristica e collettiva dei problemi che ha comportato delle
possibili soluzioni, anche se con qualche periodo di scoraggiamento:
“I colleghi che sono rimasti a casa a zero ore già da marzo, noi li abbiamo invitati all’assemblea che facciamo ogni venti
giorni nei locali aziendali, e vedo molta più partecipazione adesso, anche da parte di quelli che se ne fregavano
quando c’era l’assemblea, stavano di sotto a fumare, prendevano e andavano via, marcavano, prendevano un’ora di
ferie e andavano via, gli sembrava inutile l’assemblea, invece adesso tutti quanti sono presenti, vogliono informarsi …
Ci sono stati dei ragazzi, dei colleghi che non sono venuti a queste assemblee. Io sono andato da uno di questi e gli ho
detto: come mai non sei venuto? Sono andato anche per riferirgli quello che era stato detto in assemblea, e lui mi ha
detto: io dopo quindici, sedici anni che ho lavorato lì, mettermi a casa a zero in quella maniera, per me è stata
un’umiliazione incredibile, io non me la sento di ritornare lì. Più di uno, non solo uno. La cosa più brutta, specialmente
per me che sono tanti anni che sono lì dentro, è proprio l’umiliazione di guardare anche gli altri colleghi, in effetti
anche noi li incoraggiamo, li salutiamo, però c’è un sottile imbarazzo, quello c’è” (52 anni, lavoratore in CIG
nell’industria, III fase)
153
4.7
Sintesi conclusiva
L’esame delle traiettorie degli intervistati nelle tre fasi dell’indagine suggerisce alcune osservazioni
conclusive. Oltre a sintetizzare i principali tratti dei percorsi presi in esame, si proporranno di seguito alcune
considerazioni rispetto ai fattori protettivi e di rischio emersi in occasione della crisi.
Le traiettorie degli intervistati nei 18-22 mesi dell’indagine
All’inizio dell’indagine alcuni intervistati avevano già subito le conseguenze della crisi in modo piuttosto
evidente, dovendo affrontare problemi e difficoltà sia in ambito lavorativo, sia nella gestione delle risorse
disponibili.
Se la situazione dei più giovani è tutelata dalla protezione garantita dal nucleo d’origine durante il percorso
di formazione, si evidenzia anche l’intenzione di contribuire al pagamento degli studi o alla soddisfazione di
necessità personali alternando studio e lavoro. Nelle situazioni in cui la famiglia deve affrontare condizioni
difficili non manca la loro disponibilità a partecipare al suo sostentamento. Nel periodo osservato, diversi
tra gli intervistati più giovani hanno intrapreso un percorso universitario, dovendo mediare tra i propri
desideri di affermazione e la futura spendibilità del titolo accademico, anche in relazione ai nuovi scenari
economici generati dalla crisi. Alcuni si sono già affacciati sul mercato del lavoro e descrivono una
situazione in cui non solo è sempre più difficile trovare un impiego, ma le condizioni proposte sono spesso
senza tutele o poco regolari, oltre che scarsamente retribuite.
È stato particolarmente difficile analizzare le traiettorie della fascia intermedia durante le tre fasi di
intervista, proprio per la variabilità delle situazioni ed i cambiamenti intervenuti nel periodo osservato.
Questa fascia d’età si trova ad affrontare la crisi in un momento molto delicato, in cui normalmente si
lavora sulla costruzione della propria autonomia. Fin dai primi colloqui, sono emersi gli effetti della
recessione economica sia su percorsi lavorativi, già in precedenza caratterizzati da frammentazione e
precarietà; sia sulle risorse disponibili, spesso limitate ed integrate dai genitori; sia su progetti di vita già
incerti o abbozzati, sospendendo decisioni più o meno importanti, in attesa di comprendere appieno gli
sviluppi e riadattare le strategie. Gli intervistati della fascia intermedia sembrano abituati a gestire difficoltà
lavorative o periodi di disoccupazione, durante i quali diventa fondamentale la capacità di adattarsi e
ripensare se stessi, valutando percorsi alternativi.
Infine, la fascia più matura è forse quella più intimorita ed allarmata dagli effetti della crisi. All’inizio
dell’indagine, alcuni erano disoccupati o sospesi dal lavoro ed alle prese con la delusione ed il
disorientamento per l’interruzione di un percorso che avevano previsto stabile. Se il patrimonio ed i
risparmi accantonati negli anni e gli ammortizzatori sociali consentono di affrontare con una certa
tranquillità la riduzione delle risorse finanziarie, sembra invece fondamentale la disponibilità di relazioni
significative a supporto dell’aspetto emotivo, che emerge come particolarmente delicato da affrontare,
soprattutto per le persone più scoperte sul versante familiare.
Gli intervistati, fin dal primo colloquio, evidenziano la capacità di far fronte alla crisi dal punto di vista
economico, ma precisando che la situazione può diventare problematica sul lungo periodo. Alla fine del
terzo ciclo di interviste quasi tutti i lavoratori coinvolti, in particolare gli occupati nel settore industriale,
sono rientrati nelle aziende dalle quali erano stati sospesi.
Va sottolineato il fatto che nessuno di loro abbia dichiarato di essersi veramente attivato per trovare un
nuovo lavoro nel periodo in esame. In questo senso, forse, i pur indispensabili ammortizzatori sociali
potrebbero avere contribuito ad alimentare strategie di attesa, per certi versi definibili come passive. Sono
solo due gli intervistati temporaneamente senza lavoro ad aver intrapreso corsi di formazione, pur non
avendoli portati a termine perché richiamati in azienda. In entrambi i casi si è evidenziata la positività
dell’esperienza, che ha comportato l’uscita dall’isolamento sociale ed anche nuove curiosità, ad esempio
per l’informatica.
154
La crisi ed i progetti di vita
In primo luogo, emerge come le fasce d’età più giovani, forse perché i loro percorsi lavorativi sono già
abituati alla frammentazione e all’alternanza tra istruzione/formazione e lavoro, sembrano più ‘preparate’
ad affrontare la situazione di crisi, anche se non senza sofferenza. Si evidenzia la ricerca di un equilibrio tra i
desideri di affermazione, stabilità, indipendenza e le necessità e difficoltà con cui ci si deve confrontare e
rispetto alle quali ciascuno prova a definire cosa è disposto o meno a cedere nella costruzione del proprio
percorso di vita. Ad esempio, come si è detto, pochi si dichiarano disponibili a trasferirsi altrove, a lasciare il
territorio e gli affetti, per ottenere una posizione lavorativa migliore. Mentre l’eventualità di svolgere una
professione meno qualificata emerge, peraltro quasi acriticamente, come un’opzione possibile almeno in
questa fase. Certamente l’incertezza del futuro rallenta o addirittura sospende, in alcuni periodi più instabili
come quello in atto, i progetti di autonomia abitativa, di costruzione di una famiglia, di una stabilità
professionale, che rimangono nei desideri dei giovani intervistati. Si ragiona dunque spesso solo sulle
opportunità possibili nel breve periodo.
I più maturi, invece, appaiono particolarmente disorientati dall’irrompere della crisi economica, con i suoi
effetti destabilizzanti sul piano economico, sociale e psicologico. La difficoltà maggiore non sembra derivare
dalla carenza di risorse vista la diffusa propensione al risparmio, che negli anni passati ha saputo conciliare
il consumo e la costruzione di una sicurezza finanziaria in patrimoni mobiliari ed immobiliari. Dunque ci si
dice per lo più tranquilli su quel versante, almeno per un po’ di tempo, sempre che il periodo di crisi non si
prolunghi troppo. Ovviamente con le dovute differenze legate situazione di partenza. I nuclei già vulnerabili
sono in grande difficoltà sulla disponibilità di risorse tuttavia, tra gli intervistati della fascia d’età più
matura, solo in un caso non si dispone di una casa di proprietà.
Ma le preoccupazioni più diffuse sembrano riguardare principalmente altri due ambiti della vita di queste
persone.
Da un lato, vi è l’aspetto emotivo da gestire, legato all’imprevedibilità di una situazione di disoccupazione o
difficoltà economica a questo punto della loro vita, dopo anni in cui il livello di benessere era sempre
cresciuto. Occorre, dunque, un adattamento sul piano psicologico, prima che economico e lavorativo, alla
crisi ed alla possibilità di cambiare sia il lavoro, sia il tenore di vita. Forse anche per questa ragione, gli
intervistati di questa fascia d’età, raramente e solo nell’ultima fase hanno cominciato a pensare al futuro in
termini di una nuova condizione professionale. Sono davvero rari i casi in cui ci si è impegnati nella ricerca
di un impiego o nella formazione. Invece, i lavoratori ‘maturi’, supportati dagli ammortizzatori sociali,
hanno per lo più atteso che le aziende di appartenenza li richiamassero, cosa che è effettivamente
avvenuta. Tuttavia è lecito domandarsi cosa sarebbe accaduto nel caso di messa in mobilità e quanto
queste persone fossero disponibili ad attendere prima di ripensare la propria posizione.
Dall’altro lato, occorre ricordare che si tratta di una generazione in qualche modo stretta tra impegni e
responsabilità: sia sul sostegno ai genitori anziani, magari non autosufficienti, sia rispetto ai figli che, in
formazione o in condizioni di lavoro non sempre ottimali, stentano a raggiungere una piena autonomia.
Dunque le preoccupazioni riguardano anche la possibilità di rispondere alle aspettative sociali che
notoriamente si ripongono su questa fascia d’età. Anche se, come si è visto, emerge un certo senso di
reciprocità nella solidarietà tra le generazioni da parte di tutti i membri della famiglia, compresi i più
giovani.
La famiglia e il welfare “fai da te”
La famiglia rimane pilastro portante del welfare e sembra resistere alle sfide che la crisi ha comportato,
almeno nel periodo preso in esame.
Come ci si poteva attendere, la presenza di relazioni forti è senz’altro fondamentale ed in parte
insostituibile nell’affrontare una situazione di emergenza: per avere supporto in condizioni emotive difficili
a causa della situazione lavorativa compromessa o per avere a disposizione risorse materiali per
fronteggiare una difficoltà finanziaria improvvisa, e così via.
Non solo, anche dove non si tratta di emergenza, ma di affrontare le ‘normali’ fasi di transizione di un
percorso biografico, la famiglia fa la differenza. Per i più giovani in particolare, le possibilità di costruire
155
serenamente un progetto di vita, di accedere ad una casa di proprietà, a percorsi di formazione di lunga
durata, alla costituzione di un proprio nucleo familiare dipendono, in parte non trascurabile, dalla
disponibilità della rete parentale. Perfino nella ricerca di un posto di lavoro la famiglia rimane un punto di
riferimento importante, con le diseguaglianze in termini di opportunità derivanti dalle diverse risorse
economiche, culturali e relazionali di una famiglia rispetto ad un'altra.
Un elemento forse inaspettato che emerge dall’indagine è il forte senso di reciprocità dei figli verso il
nucleo di appartenenza. Soprattutto quando si affronta una situazione di difficoltà, ma non solo, anche i più
giovani si sentono chiamati a partecipare alle necessità familiari con risorse proprie, col proprio lavoro, col
supporto morale. Di fronte alle richieste di contribuzione da parte dei genitori, i ragazzi intervistati hanno
sempre dichiarato di ritenerle giuste, si sono detti disponibili e si sono attivati per condividere le
responsabilità nella gestione del nucleo. Ed anche alcuni genitori intervistati hanno dichiarato di ricevere un
supporto dai figli nei momenti di difficoltà.
La riduzione delle risorse ed i consumi
Sulla gestione delle risorse e sui consumi non si sono evidenziate differenze rilevanti, né tra le fasce d’età,
né nelle tre fasi dei colloqui, né nei lavoratori dei diversi settori. Tutti gli intervistati hanno affermato di
aver aumentato l’attenzione alle economie individuali e di aver ridotto le spese, anche a prescindere dal
fatto di essere stati colpiti o meno dalla crisi. A volte, comportamenti di acquisto più attenti ai prezzi e la
riduzione delle uscite serali sono portati come segnali della crisi e di come viene affrontata. Tuttavia solo in
alcune situazioni individuali e familiari di particolare vulnerabilità, questo tema diventa veramente
problematico. Chi è immigrato e senza reti di supporto, chi ha condizioni di salute che non consentono di
svolgere alcune professioni più faticose ma magari più facilmente reperibili, chi ha diversi membri del
nucleo a carico, è incorso in difficoltà di questo tipo, ma si tratta di pochi casi in cui la fragilità sembra
prescindere e precedere la crisi.
La vita in azienda
I soggetti che non hanno subito direttamente gli effetti della crisi rimanendo sempre in azienda e chi vi è
tornato dopo un periodo di sospensione hanno sottolineato un cambiamento nel contesto lavorativo. Nella
terza fase dei colloqui, sia gli imprenditori che i lavoratori evidenziano una ripresa delle commesse e della
produzione, ma con picchi di richieste e discontinuità. Le esigenze della produzione sono descritte come
sempre più soggette alla logica del just in time, i ritmi sono serrati ed i turni di lavoro lunghi. Ma non si
riesce a prevedere quali e quante commesse si avranno dopo qualche mese e questo crea una situazione di
incertezza che accomuna lavoratori e imprenditori, peggiorando il ‘clima’ aziendale. Inoltre, alcune
aspettative di carriera sono state sospese ed anche questo è vissuto come una frustrazione. Infine, la
riorganizzazione della produzione ha comportato anche riduzioni di personale, per cui spesso occorre far
fronte ad un impegno maggiore rispetto al passato, oltre che all’assegnazione di nuove mansioni, magari
più faticose.
Gli imprenditori del settore turistico raccontano di aver affrontato l’estate con apprensione, ma anche con
creatività ed intraprendenza: si sono riadattate le tariffe, si è puntato ad aumentare la qualità del servizio e,
dove possibile, si è tagliato sui costi. Alla fine del periodo, le preoccupazioni sono diminuite ed alcuni
albergatori si sono detti soddisfatti dei risultati ottenuti. I lavoratori del turismo, invece, hanno evidenziato
in generale un peggioramento: sia sulle condizioni di lavoro, sia sulle maggiori difficoltà a trovare
un’occupazione stagionale. Ritengono che molti espulsi o sospesi da altri settori produttivi si siano riversati
in questo ambito, facendo aumentare la concorrenza nella ricerca del lavoro.
In generale, il sospetto è che se il mercato del lavoro diverta imprevedibile, anche il futuro lo sarà: la
disponibilità di un’occupazione, la stessa identità personale, l’organizzazione dei propri tempi e spazi, la
certezza di poter supportare la propria famiglia e la propria casa, i progetti di vita interi sono soggetti a
maggiore incertezza rispetto al passato.
156
I servizi
Durante le tre fasi di intervista, nessuno dei colloqui ha fatto emergere una domanda di supporto ai servizi
in merito alle risorse. In effetti, come si è già precisato, non sono stati evidenziati problemi molto gravi in
questo ambito, anche grazie agli ammortizzatori sociali. Certamente alcuni possono aver omesso
informazioni di tale tipo, ma solo in poche situazioni le condizioni sembravano tali da poter spingere la
famiglia a farvi ricorso. Solo in un caso, effettivamente abbastanza compromesso, ci si è rivolti ad una
parrocchia per un aiuto, senza peraltro ottenere nulla. Insomma, in genere, le persone hanno cercato di
risolvere i problemi in autonomia, anche in modi non sempre ‘ortodossi’:
“Spesso viene fuori, quando si fa una domanda e si incrociano i dati: scusa, qui hai reddito zero. Come fai ad avere un
contratto di affitto da seicento euro al mese? Insomma non sei morto di fame, vai in giro, cosa fai? La risposta è: ah,
qualcosina, mi arrangio … Quindi vengono fuori le cose. Non si vive il lavoro nero come un peccato mortale, così come
si racconta dell’evasione fiscale. Tanto la gente ti racconta che l’affitto che risulta sul contratto, non è poi quello che
poi paga. Questa è la realtà italiana: non è vergogna far queste cose! La gente le racconta in Comune, noi rimaniamo
anche allibiti, diciamo: guardi che noi siamo dei pubblici ufficiali, mica può venire a raccontar queste cose! Quindi c’è
questo aspetto e dall’altro c’è anche lo sfruttamento di alcuni proprietari di case, che fanno un contratto di affitto e
vanno alla ricerca dei più disperati e fanno un contratto di affitto in appartamenti anche malsani - mi è capitato in un
paio di casi - dove non gli fanno la manutenzione e dicono: se ti va bene, bene, sennò aria! Quindi ci sono anche questi
casi qui” (Operatore servizi sociali comunali)
Forse, un ambito in cui sarebbe stato utile l’intervento dei servizi è quello psicologico, emerso come
problematico per le persone colpite dalla crisi. In effetti, almeno nella prima fase, un supporto in tal senso
poteva venire incontro alla necessità di coloro che hanno dovuto affrontare difficoltà occupazionali,
condividendo con esperti, o anche tra pari, le preoccupazioni per il futuro, la riorganizzazione dei propri
tempi e spazi di vita, l’idea di un nuovo percorso lavorativo o formativo, le strategie di riadattamento nella
gestione delle spese e così via. I servizi sono apparsi consapevoli dell’importanza di questi temi e si sono
anche attivati in merito, sebbene non tutti i potenziali fruitori siano stati raggiunti.
“All’inizio della crisi una cosa mi stupì: la Regione mandò un documento dove disse: attenzione ragazzi, che la crisi non
è solo dare dei contributi alla gente e trovare lavoro alla gente che è in difficoltà, ma non dimenticatevi una cosa
importante: di mantenere i punti di sostegno alle famiglie e di sostegno psicologico alle famiglie, a bassa soglia quindi,
per fare una chiacchierata, l’essere ascoltati, essere indirizzati … E aveva ragione! Perché noi adesso abbiamo sul
territorio dei servizi gratuiti come la consulenza familiare, gestita da psicoterapeuti, che fanno un servizio a bassa
soglia: tu ci vai, ti prendi un appuntamento, ti fai una chiacchierata, chiedi un consiglio, ti sfoghi, trovi qualcuno che ti
ascolta. E in effetti questi sono stati importanti perché dietro alla perdita del lavoro c’è … il lavoro è al di là dello
stipendio, c’è una realizzazione personale, no? Questo lo sappiamo, quindi dietro la perdita del lavoro c’è una grossa
umiliazione, una grossa insicurezza, un’insicurezza anche nelle proprie capacità, no?” (focus group con testimoni
significativi)
Nell’ultimo incontro con gli intervistati sembra emergere una piccola ripresa dalla crisi e si rileva qualche
segno che invita all’ottimismo. Nella seconda metà del 2011, però, come ormai noto, vi è stato un nuovo
peggioramento della situazione economica italiana. Rimangono dunque importanti interrogativi su come gli
individui che si dicevano preparati a fronteggiare la crisi, ma non un suo prolungamento negli anni,
affronteranno i prossimi mesi. Ed anche le aziende dovranno probabilmente affrontare un nuovo periodo di
difficoltà che inevitabilmente si ripercuoterà su imprenditori e lavoratori.
Nei primi mesi del 2012 la consapevolezza di essere entrati in una fase di vera e propria recessione è netta.
Il confronto con alcuni testimoni significativi, attori economici e dei servizi territoriali sui risultati della
ricerca ha fatto riemergere i problemi derivanti da un processo di riassestamento post-crisi di lungo
periodo. Non va dimenticato, tuttavia, che il territorio è di fronte ad una crisi strutturale e non
congiunturale. Dunque difficilmente il riassestamento post-crisi consisterà in un ritorno ai livelli di
benessere del passato. Il rischio di un mercato del lavoro più flessibile e meno inclusivo ha già cominciato a
157
porre interrogativi e chiedere soluzioni al welfare, che dovrà riadattarsi ad una domanda in crescita,
peraltro con risorse che non sembrano aumentare in egual misura. Il sistema di protezione sociale sarà
probabilmente chiamato ad affrontare, accanto al disagio conclamato, nuovi aspetti legati alla vulnerabilità,
che forse fino ad oggi hanno riguardato nelle loro manifestazioni più evidenti solo aree marginali della
popolazione.
158
5. Vivere al tempo della crisi: alcuni profili emblematici
5.1
Giovanna: l’equilibrio infranto e la difficoltà di ripartire
Giovanna ha 51 anni, è nata in Svizzera, ma dai 18 anni vive in Italia. Abita in un piccolo Comune in
Provincia di Rimini, con il marito e la figlia. Ha la licenza media ed ha lavorato per 32 anni come impiegata
amministrativa in una ditta che produce strumenti musicali, dalla quale è stata recentemente licenziata. Il
marito è dipendente di una grande azienda e la figlia lavora con contratto precario presso un’agenzia viaggi.
Del nucleo fa parte anche il suocero di 84 anni, parzialmente autosufficiente.
L’abitazione in cui vive la famiglia è di proprietà, ma qualche anno fa è stato contratto un piccolo mutuo per
ristrutturarla, che la famiglia sta ancora restituendo.
A metà 2009, dopo un’intera vita lavorativa trascorsa nella stessa azienda, da qualche mese Giovanna è
entrata in mobilità. Questa situazione ha comportato per lei un periodo di profondo disagio personale e
sofferenza, non del tutto superato. L’identità personale, la gestione del tempo e degli spazi di vita devono
essere ripensati ed è una fatica non indifferente.
Emerge anche una sorta di sensazione di “tradimento” delle aspettative e della fiducia verso l’azienda.
Infatti, contrariamente alle spiegazioni ricevute in merito, Giovanna ritiene che la cattiva gestione e la
volontà della dirigenza abbiano “pesato” sulla crisi aziendale, più che la riduzione delle commesse, e che
con una riorganizzazione si sarebbero potute affrontare diversamente le difficoltà in atto.
Questo evento negativo ha modificato in modo significativo anche le risorse a disposizione della famiglia,
poiché da diversi mesi Giovanna non percepisce alcun reddito, poiché l’indennità di mobilità non è ancora
stata erogata. Dunque, anche se tutti gli altri componenti hanno una propria entrata, si è reso necessario
prestare maggiore attenzione nelle spese e, diversamente che in passato, è diventato impossibile
risparmiare. Anzi, si sottolinea che senza la pensione del suocero la famiglia farebbe fatica ad arrivare alla
fine del mese. La possibilità di avere un orticello da coltivare è percepita come una piccola ricchezza.
I cambiamenti rilevati nella quotidianità risultano difficili da accettare: “… andare a fare la spesa è diverso:
guardo le offerte, sto attenta. Anche la parrucchiera: prima andavo ogni settimana, ogni quindici giorni,
adesso vado un po’ di meno. Cioè bisogna stare attenti e a 50 anni è difficile abituarsi. Se prima si andava a
cena spesso fuori, adesso si va qualche volta di meno, perché tanto è inutile, bisogna stare attenti. Prima si
andava in vacanza, adesso è un po’ più difficile, magari, invece di andare via 15 giorni, si va via una
settimana e più vicino ...”.
Giovanna non ha iniziato la ricerca di un nuovo lavoro e si dice pessimista rispetto alla possibilità di
trovarne uno: non ha mandato alcun curriculum e non si è rivolta, se non offrendo una generica
disponibilità, alla rete di conoscenze, che sembra comunque ricca e vasta e forse qualche opportunità
potrebbe offrirla. Vorrebbe un impiego part-time e vicino a casa, anche perché il suocero anziano non può
stare tutta la giornata da solo. Anche se il suo sogno sarebbe in realtà quello di aprire un laboratorio di
bigiotteria insieme alla figlia, ma non ci sono i soldi per iniziare un’attività in proprio.
Sembra, in primo luogo, la situazione di disagio personale che sta attraversando a frenare la ricerca di un
nuovo impiego: l’età non è un punto a suo favore, le competenze acquisite in questi anni non le appaiono
spendibili, emerge una certa insicurezza perfino sulla conoscenza della lingua italiana, ricondotta al fatto di
non aver condotto gli studi in questo Paese; infine, ammette l’ansia di dover affrontare un nuovo ambiente
di lavoro.
L’inizio della crisi viene collocata al momento dell’introduzione dell’Euro, che ha contribuito a generarla, ma
Giovanna non propone una sua interpretazione sulle sue cause in generale. Col passare dei mesi, Giovanna
supera, in parte, il trauma del licenziamento: l’umore è un po’ migliorato, ma rimane il sentimento di
rassegnazione all’inattività professionale. Ha provato a cercare lavoro: ha inviato qualche curriculum e si è
159
rivolta ad alcuni imprenditori di sua conoscenza, ma senza troppa convinzione ed anche qui senza risultati.
Più che altro si sta abituando alla condizione di disoccupata: “Ho portato due-tre curriculum in giro, ma non
si trova niente. Mi sto abituando a fare la casalinga a tempo pieno. Ho avuto un periodo molto difficile, ero
molto giù, perché mi sentivo inutile. Stavo dalla mattina alla sera a casa in tuta. Non uscivo neanche a
comprare il pane, tanto mi dicevo che sarebbe passata mia figlia a comprarlo. Invece adesso no: adesso
spero nel tempo buono ed esco un po’, vado a fare qualche passeggiata. Ripeto: mi sto abituando, tanto è
inutile”.
L’idea è sempre quella di trovare un impiego part-time nelle fabbriche intorno al paese, come impiegata o
come operaia, anche se le sue condizioni di salute le rendono impossibile svolgere lavori fisici pesanti. Nel
frattempo Giovanna ha cominciato a percepire l’indennità di mobilità ed è arrivata a casa una lettera del
Centro per l’Impiego che la invitava ad usufruire dell’offerta di opportunità disponibili. In effetti, dichiara
che le piacerebbe seguire un corso di formazione, ma non si è informata in proposito, dunque non ha idea
di cosa potrebbe fare, forse un aggiornamento delle competenze informatiche già acquisite. Anche perché
nel frattempo il suocero è venuto a mancare, dunque ha più tempo a disposizione ed è anche più sola
durante la giornata, visto che il marito e la figlia lavorano.
Senza la pensione del suocero, con le entrate attuali, dunque lo stipendio di suo marito, la sua indennità di
mobilità ed il compenso pur basso della figlia, la sua famiglia riesce ad arrivare alla fine del mese in pari.
Anche a questo, Giovanna si sta abituando, mettendo in atto strategie di risparmio di cui, tuttavia, sente il
peso: “Prima non mancava un sabato che non andassi al mercato. Adesso non vado, perché se andassi,
vedrei sicuramente qualcosa di interessante da comprare, allora è meglio evitare di andare. Se rimane
qualcosa in più, magari aiutiamo nostra figlia piuttosto che spenderli in altro. Abbiamo solo lei. Magari
faccio meno per me per dare a lei, però mi pesa. Ma non mi manca niente, in fin dei conti”.
Insomma, quella per le risorse rimane una preoccupazione: la mobilità durerà per tre anni, ma calerà
gradatamente e non sarà sufficiente per accompagnare Giovanna fino alla pensione (rimane un anno e
mezzo “scoperto”). La prospettiva di un TFR consistente, considerati i 32 anni di lavoro, è messa a rischio
dalla possibilità di fallimento dell’azienda in cui lavorava e comunque le procedure per averla saranno
lunghe.
La necessità di trovare un lavoro dunque rimane: la stagione estiva può essere una opzione, ma avendo
avuto dei problemi di salute, Giovanna non può fare sforzi fisici. La prospettiva di mettere a frutto
l’esperienza di cura avuta col suocero per lavorare con gli anziani non la alletta, preferirebbe magari
occuparsi dei bambini. In realtà non emerge alcuna progettualità rispetto al futuro e la visione della realtà
si appiattisce sul presente: “Sinceramente, mi chiedo: cosa faccio? Non trovano i giovani! Un giovane non
riesce a fare quello che vorrebbe, figuriamoci se riesce una persona di 50 anni. Per carità, a 50 anni ancora
posso lavorare, però comunque è difficile trovare a questa età. Cerco di fare il mio meglio a casa, cerco di
pensare alla mia famiglia, poi se capita qualcosa, ben venga, però non è che mi metta a pensare: “Adesso
cosa faccio?”. Forse perché ancora arrivo alla fine del mese grazie all’indennità, allora sto tranquilla. Fino ad
adesso riesco ad andare avanti, poi vedremo domani. Cerco di vivere alla giornata”.
Anche le ex-colleghe, che Giovanna frequenta ancora, in genere non hanno trovato lavoro: non solo per
quelle più anziane, ma anche per le trentenni è difficile, precisa, perché essendo in età “da figli”, le aziende
evitano di assumerle: “C’è chi è andata a fare addirittura la cameriera. Se una donna ha bisogno, si deve
rimboccare le maniche”.
Alla propria figlia, dunque, Giovanna consiglia di tenere il suo lavoro precario ed a basso compenso, almeno
al momento, perché il mercato non sta attraversando un momento favorevole.
Nell’autunno 2010, il percorso di Giovanna verso una rassegnazione passiva sembra proseguire. Non ha
ricevuto offerte di lavoro, non ha intrapreso percorsi di formazione o altre attività, continua ad occuparsi
della casa ed a distrarsi con il suo piccolo hobby di creazione di gioiellini. Ora la quotidianità è più tranquilla
e le ansie dei mesi precedenti sembrano superate, ma confessa: “dentro di me c’è comunque tanta rabbia”:
160
l’azienda in cui lavorava ha impugnato il fallimento in corso, le notizie sul procedimento sono poche e poco
chiare ed i tempi per ricevere la liquidazione si allungano.
Un ricerca seria del lavoro non è in realtà mai cominciata: “Non più di tanto … ho portato curriculum
all’inizio dell’anno, ma non ho avuto risposta. Sinceramente più di tanto non ho cercato. Anche perché un
lavoro stagionale in albergo è pesante, io che ho problemi di salute non riesco a farlo. Sinceramente non ho
cercato più niente. Io andrei a fare anche l’operaia, non ho problemi: l’importante è che non sia un lavoro
molto pesante, perché non riesco. Io vado tranquillamente anche in fabbrica. Non è un problema. Tutti i
lavori sono buoni. (…) Ogni tanto vado sul sito del Centro per l’Impiego. Comunque ho 52 anni, non è facile,
non è facile per un giovane e alla mia età … è un po’ una ricerca così. (…) Un lavoro di 8 ore vicino a casa,
perché no. Però è logico che stare fuori dalla mattina alla sera, mi dovrei riabituare. Io lavoravo part-time,
dunque è difficile, perché dipende da che lavoro è, magari è un lavoro che mi piace, interessante ed allora
anche le otto ore andrebbero bene.”.
Giovanna fantastica sulla possibilità che l’hobby di fabbricare gioiellini diventi un lavoro ed ammette che la
figlia la incoraggia in questa direzione, magari non per aprire un negozio, che sembra impegnativo e poco
fattibile in un paesino dove la clientela sarebbe troppo limitata, ma suggerendole di partecipare ai
mercatini nei fine settimana. Tuttavia, questa possibilità rimane solo una sorta di sogno considerato
irrealizzabile.
Anche l’intenzione di intraprendere un percorso formativo non si è concretizzata ed in realtà Giovanna non
sembra troppo interessata ad impegnarsi su questo versante: “No, anche perché non sono informata.
Sinceramente no, magari avessi un po’ più di informazioni. Forse sono io che dovrei informarmi, quello
sicuramente, però non saprei che tipo di corsi. Non ci ho pensato sinceramente”.
Insomma, non vi è alcun progetto di reinserimento lavorativo, rispetto al quale emergono tante paure e
resistenze: un nuovo ambiente, nuove mansioni e nuovi colleghi non sono facili da affrontare dopo 32 anni
di occupazione stabile nello stesso luogo di lavoro e Giovanna arriva ad ammetterlo con rammarico.
La famiglia sta inoltre per affrontare un importante cambiamento: la figlia di Giovanna si prepara ad andare
a convivere col suo ragazzo. Continua a lavorare nell’agenzia di viaggi, dove ha chiesto un piccolo aumento
(che le è stato negato), perché la coppia ha contratto un mutuo per un appartamento, dove spera di andare
ad abitare entro l’anno successivo.
La madre si dispiace di non poterla aiutare in questa fase di sforzo economico e di ricerca dell’autonomia,
ma le risorse disponibili sono limitate: la mobilità, trascorso un anno, è diminuita ed anche se non manca
niente, non avanza molto alla fine del mese.
Qualche piccolo sfizio, però, riesce ancora a toglierselo: “Non mi lamento, perché comunque non mi manca
niente, però se prima uscivo tre volte al mese e andavo a mangiare il pesce, quest’anno poche volte siamo
andati. Facciamo a meno di quelle cose. Uno poi si abitua, anche per forza e non mi lamento. Quando mi
guardo attorno magari c’è gente che sta peggio. Siamo andati in vacanza a maggio: siamo andati sei giorni
a Londra con mia figlia e il suo fidanzato. Anche perché lei lavorando in un’agenzia viaggi ... Ma poi è bello,
perché è una bella soddisfazione andare con loro, perché sono pochi i genitori che vanno in vacanza con i
figli. Sono stata molto bene. Sei giorni a Londra, non ero mai stata”.
5.2
Giorgio: quando la crisi aggrava una situazione già vulnerabile
Giorgio ha da poco festeggiato i 50 anni e proviene da una famiglia di piccoli proprietari agricoli originaria
dell’entroterra riminese. Lui è il secondo di tre figli, nessuno dei quali ha voluto proseguire l’attività dei
genitori, che hanno trascorso l’intera esistenza lavorando in campagna.
161
Conclusa la scuola dell’obbligo, Giorgio consegue a 17 anni la qualifica di meccanico tornitore, ma già a
partire dalla seconda media lavora durante la stagione estiva come cameriere negli alberghi della Riviera.
Entra per la prima volta in fabbrica a 18 anni, quando viene assunto come operaio apprendista presso una
piccola realtà a conduzione familiare. Il clima aziendale positivo e l’entusiasmo giovanile rendono
un’esperienza piuttosto povera di contenuti professionali molto gradevole sotto il profilo umano.
Tuttavia, dopo circa un decennio, la ditta entra in una profonda crisi che conduce al fallimento con il
conseguente licenziamento di tutti i dipendenti. Non ancora 30enne Giorgio si ritrova disoccupato con una
moglie e una figlia piccola cui provvedere, perciò accetta di lavorare informalmente per un amico artigiano
contoterzista. Questa esperienza dura circa un anno poiché, sempre attraverso una conoscenza, riesce ad
entrare in un’importante azienda metalmeccanica riminese. Dal 1990 Giorgio lavora come operaio alla
catena di montaggio partecipando allo sviluppo impetuoso dell’impresa che, sino alla fine del 2007,
incrementa progressivamente produzione e fatturato: “Ti chiedevano di fare gli straordinari, di gente ne
assumevano in continuazione, c’erano sempre colleghi nuovi, anche tanti ragazzi del Sud. C’era da lavorare
però c’era entusiasmo”.
Dopo circa 18 anni di crescita continua, nel 2008 questa dinamica si arresta e alla fine dell’anno appaiono
evidenti i segnali della crisi. Nel marzo del 2009 decine di dipendenti vengono messi in cassa integrazione a
zero ore, mentre per Giorgio e altri colleghi di reparto si verifica una significativa contrazione dell’orario
sino al mese di settembre. La situazione aziendale appare critica e la prospettiva futura è quella di una
ristrutturazione che potrebbe comportare il licenziamento per un numero non ancora definito di
dipendenti.
Alle preoccupazioni sul versante occupazionale si uniscono quelle relative alla stabilità economica dell’unità
familiare. Quello di Giorgio è un nucleo sostanzialmente monoreddito, composto da quattro persone che
vivono in affitto e mantengono da alcuni anni un tenore di vita piuttosto modesto. Oltre allo stipendio da
operaio del padre, la famiglia può contare solo su una piccola somma di risparmi accumulata nei primi anni
di matrimonio e assottigliatasi nel tempo per affrontare spese impreviste. Un evento che ha inciso in modo
rilevante su questa situazione di precarietà materiale è senza dubbio la malattia della moglie, che ha
dovuto abbandonare precocemente il mondo del lavoro. Ai problemi di salute familiari si è aggiunto
nell’ultimo decennio il notevole calo nel potere d’acquisto del suo salario, in seguito al quale risulta sempre
più problematico arrivare alla fine del mese: “Se io vado a vedere la busta paga, quello che prendo nel 2009
lo prendevo nel 2001, è sempre uguale, ma il costo della vita dal 2001 ad oggi non è più lo stesso. Io vedo
che adesso tra quello che prendo e quello che spendo ogni anno sono sotto di duemila euro, ma non perché
faccio chissà quali spese”.
In questo quadro una riduzione di circa 250 euro sullo stipendio mensile, quale conseguenza della cassa
integrazione, rappresenta un fattore destabilizzante per il fragile equilibrio familiare e difficilmente
sostenibile nel lungo periodo. La crisi entra anche nelle conversazioni domestiche quotidiane, durante le
quali Giorgio cerca di sdrammatizzare i timori verso il futuro espressi soprattutto dalle figlie. La minore,
15enne, sta frequentando la scuola superiore, mentre la più grande, 22enne e già diplomata, lavora come
impiegata presso un’autoscuola. La modesta retribuzione derivante da questo impiego non viene
considerata nel bilancio domestico, poiché il padre desidera che la figlia maggiore possa mettere da parte
qualcosa per il suo domani.
La primavera e l’estate 2009 sono mesi particolarmente difficili, poiché la situazione di incertezza lavorativa
risulta piuttosto ansiogena e logorante sotto il profilo psicologico. Giorgio ritiene opportuno attendere le
decisioni dell’azienda, confidando in una ripresa produttiva, ma nel contempo si prepara ad affrontare
possibili sviluppi negativi. Sotto questo profilo l’eventuale passaggio ad una cassa integrazione a zero ore
potrebbe comportare scelte differenti. Da un lato, l’ulteriore diminuzione dello stipendio renderebbe
necessario trovare un’altra fonte di reddito, anche mediante lo svolgimento di piccole prestazioni lavorative
non in regola. Dall’altro, Giorgio vorrebbe impiegare i mesi di sospensione per riqualificarsi
professionalmente seguendo un corso di formazione. L’interesse è verso mansioni con una forte
162
componente relazionale, ad esempio nell’ambito socio-assistenziale, che consentano un cambiamento
radicale rispetto al lavoro isolato e ripetitivo della fabbrica.
Nell’immediato il problema è quello di far quadrare il bilancio domestico, all’interno del quale esistono
pochi margini per nuovi risparmi, dal momento che i consumi familiari risultano già ridotti all’essenziale.
Ormai da molto tempo Giorgio e sua moglie non si concedono una vacanza estiva, seppur breve e le
occasioni di divertimento, come le uscite serali o una pizza fuori casa, sono assai rare nel corso dell’anno.
Rispetto alle spese la preoccupazione si rivolge ai mesi autunnali, che comportano solitamente un aumento
nei costi delle utenze. La soluzione adottata è quella di risparmiare sulla bolletta del gas, limitando
l’accensione del riscaldamento a metano e utilizzando al suo posto una stufa a legna, rimessa in funzione e
posizionata nella sala da pranzo.
A partire dall’ottobre 2009 Giorgio vede lentamente aumentare l’impegno lavorativo, che viene però deciso
attraverso programmi settimanali, i quali non contribuiscono a ridurre il clima di incertezza. Sottolinea
come la difficile situazione occupazionale abbia creato maggiore coinvolgimento nelle assemblee sindacali
da parte di coloro che in passato erano sempre stati estranei ad ogni forma di partecipazione sul luogo di
lavoro. Anche fra gli amici e i conoscenti egli percepisce un interesse verso gli sviluppi della sua vicenda
professionale.
Dal dicembre 2009 Giorgio, insieme ad altri operai, interrompe la cassa integrazione, riprendendo il
normale orario di lavoro con evidenti benefici a livello retributivo: “Finalmente, sono ritornato a uno
stipendio pieno, cioè non è che uno con uno stipendio pieno da operaio, monoreddito, fai chissà che cosa,
però sta meglio il cuore quando vede la busta paga e sta meglio il portafoglio. Ciò non toglie che con un solo
stipendio bisogna sempre stare sul chi va là tutti i mesi. Quando ti abitui a non spendere così senza pensare,
cioè quando ti abitui a ponderare le cose, poi anche se hai 200 euro in più ci stai attento ugualmente”.
Il ritorno alla retribuzione normale contribuisce a rasserenare il clima familiare, sebbene l’attenzione verso i
consumi rappresenti ormai un habitus mentale immodificabile. Nonostante il pieno reintegro in azienda,
Giorgio esprime un profondo rammarico per la situazione di tanti colleghi ancora in cassa integrazione. Tra
questi ultimi evidenzia sia casi di lavoratori adulti che per arrivare alla fine del mese sono costretti a
chiedere aiuto ai genitori anziani, sia episodi in cui la sospensione non appare giustificabile. Ricorda come
all’inizio della vertenza aziendale ci fosse un fronte comune degli operai verso la dirigenza, con un
atteggiamento prevalentemente solidale tra colleghi e la richiesta di una cassa integrazione a rotazione.
Tuttavia questa solidarietà è venuta progressivamente meno, sebbene per lui continui a rappresentare un
valore di riferimento: “Non ho mai ragionato pensando: meglio lui di me. Ho sempre avuto una visione
collettiva delle cose. Preferisco perderci qualcosa io, sebbene non navighi nell’oro, invece di sapere che un
amico che conosco da tanto tempo o un collega come me rimane per strada”.
Giorgio si ritiene fortunato perché rispetto ad altri dipendenti è stato meno penalizzato dalla cassa
integrazione, tuttavia lamenta il fatto che quest’ultima ha obbligato chi lavorava ad accettare condizioni
peggiori rispetto al passato: “Io sono stato mandato a fare delle mansioni che mi pesavano anche dal punto
di vista fisico. Le ho fatte, non ho reclamato perché c’era questa situazione, perché sono abituato sempre a
lavorare. Però sicuramente un passo indietro è stato fatto”.
Nei mesi in cui l’azienda ha adottato la cassa integrazione sia lui sia altri colleghi si sono dovuti adattare a
svolgere compiti diversi da quelli abituali, più pesanti fisicamente e in condizioni ambientali più ridotte.
Sotto questo profilo, Giorgio ritiene che l’attuale recessione non abbia portato solo maggiore
disoccupazione, ma anche un significativo ridimensionamento nei diritti dei lavoratori.
Nel periodo compreso tra marzo e settembre 2010 avviene un progressivo reintegro dei dipendenti, benché
una parte di essi sia ancora in cassa integrazione straordinaria. Appare ormai certo che alcuni di loro non
rientreranno più in azienda, nonostante le prospettive per quest’ultima siano migliori rispetto all’anno
precedente. Il processo di ristrutturazione non è ancora terminato, ma Giorgio è convinto di poter
conservare il suo posto sino alla pensione dopo aver superato la fase peggiore della crisi.
163
Il cauto ottimismo circa il futuro occupazionale si accompagna, però, al disagio per una situazione
economica che influenza lo stile di vita e la capacità progettuale dell’intero nucleo. L’attenzione è
soprattutto rivolta alla figlia più piccola, ormai quasi 17enne, la quale sta pensando di proseguire gli studi
dopo il diploma, ma questa ipotesi suscita in Giorgio la preoccupazione di non poterle garantire la
frequenza universitaria. Un altro desiderio sarebbe quello di poter ristrutturare, insieme al fratello e alla
sorella, la vecchia casa in campagna dei genitori, ma l’accensione di un mutuo in questo momento non è
assolutamente sostenibile.
L’assenza di un patrimonio immobiliare unita ad una situazione reddituale inadeguata fanno percepire
chiaramente a Giorgio il rischio della povertà: “La mia idea è che quando uno lavora, la dignità del lavoro ti
dovrebbe dare da mantenere una famiglia e riuscire anche a mettere da parte qualche soldo perché un
domani, se ti capita qualcosa, oppure se serve qualcosa in più da comprare non devi sempre fare debiti o
mutui. Io non mi sento povero, ma se calcoliamo in maniera moderna la povertà, come viene calcolata,
allora sono a rischio e questa è una cosa che mi fa molto male”.
Dalle sue parole emerge l’amarezza di chi negli ultimi anni ha visto un progressivo deterioramento delle
condizioni materiali e oggi attraverso il salario riesce a malapena a garantire la sopravvivenza del nucleo
familiare. Tutto ciò rende ancora più pesante e meno dignitoso il lavoro in fabbrica, facendo emergere una
condizione di vulnerabilità sociale che la crisi ha aggravato. Nel caso di Giorgio il reintegro in tempi
relativamente brevi ha permesso di contenere gli effetti negativi della cassa integrazione, senza dover
ricorrere all’indebitamento o al lavoro irregolare. Tuttavia, il quadro delle risorse disponibili per questa
famiglia operaia determina un persistente stato di precarietà economica, rendendola particolarmente
vulnerabile di fronte agli eventi negativi della vita.
5.3
Loredana: le responsabilità di una madre verso i figli
Loredana ha 52 anni, è nata a Rimini e risiede a Bellaria insieme al marito. Ha una madre anziana che abita
al piano di sopra della stessa casa e due figli che vivono per conto proprio; uno è sposato con due bambini
piccoli e l’altro convive.
Dopo il diploma e alcune esperienze di lavoro, a 21 anni Loredana si sposa e in breve tempo diviene madre
di due gemelli. Per seguire la loro crescita nel primissimo periodo di vita, decide di lasciare l’azienda di San
Marino dove era impiegata. Rientra nel mercato del lavoro dopo un anno e mezzo, nel settore del turismo,
facendo le stagioni estive.
A 25 anni vince un concorso pubblico come impiegata comunale, lavoro che continua a svolgere.
Nonostante la tutela garantita dal posto fisso, la crisi non ha risparmiato la famiglia di Loredana e si è per
giunta manifestata ben prima del 2008. Nel 2004, infatti, il marito ha dovuto abbandonare la propria
attività artigianale per motivi di salute e da quel momento è stato necessario cambiare le abitudini di vita,
rinunciando alle vacanze, alle uscite e ad altre spese non primarie.
Solo dopo due anni il marito ha trovato un lavoro come manutentore in un albergo, anche se in una
situazione precaria, a tempo determinato, ed al limite dell’irregolarità. D’altronde, avere due stipendi è
importante, anche per onorare un impegno economico assunto con la banca prima dei problemi di salute e
lavorativi.
Nonostante l’emergenza famigliare sia rientrata, da allora lo stile di vita di Loredana e della sua famiglia è
rimasto di livello contenuto. Si teme che quanto già vissuto nel 2004 possa ripetersi: “No, anche se ho un
posto fisso non mi sento sicura, perché comunque significa fare una vita senza sprechi (…), devi solo sperare
di non avere delle emergenze o degli imprevisti, perché diversamente è certo che si vive. Io spero solo di non
avere emergenze”.
E nonostante non si senta povera, Loredana non nasconde le proprie preoccupazioni, dovute sia alla
precarietà del marito, sia alla situazione poco stabile dei figli. Come già precisato, entrambi vivono per
164
conto proprio: uno è un geometra libero professionista in ambito immobiliare e lavora insieme alla moglie;
l’altro convive ed è occupato come magazziniere in un’azienda di San Marino.
Fin da metà 2009, entrambi avvertono gli effetti della crisi economica: per il primo, riscuotere gli onorari
delle prestazioni è diventato difficile ed anche le commesse sono diminuite; il secondo teme i possibili tagli
di personale a causa della riorganizzazione interna dell’impresa in cui lavora, in seguito al suo possibile
assorbimento all’interno di una grossa azienda internazionale.
Dalle parole di Loredana si capisce meglio come le loro condizioni di vita possano essere complicate nella
gestione e nella costruzione della stabilità e quali siano le sue preoccupazioni di madre: “È chiaro che la
preoccupazione c’è, perché quello che è libero professionista proprio quest’anno ha preso l’appartamento e
quindi hanno acceso un mutuo e ci sono degli impegni finanziari da onorare e quindi la preoccupazione c’è.
Hanno due bambini piccoli, tutte le spese conseguenti e via dicendo. Poi si devono organizzare: metà
giornata uno e metà giornata l’altro per tenere i bambini a turni e quindi a discapito della loro attività
professionale. Per ciò che riguarda invece quello che lavora a San Marino, il problema è legato soprattutto
al fatto che il suo è un contratto a tempo determinato che scade adesso, tra due mesi. Gli hanno assicurato
che glielo rinnoveranno, ma finché non firma … anche perché adesso siamo proprio nella fase in cui la ditta
viene assorbita da una grossa società e quindi non si sa ancora come si andrà a finire”.
Alla fine del 2010, le difficoltà per il figlio geometra e per sua moglie sono ulteriormente cresciute. Anche
l’altro figlio non sta meglio, poiché l’azienda fermerà la produzione in determinati periodi, in attesa che si
concretizzi il piano di acquisizione da parte della ditta più grande cui si era già accennato.
In tutto questo periodo, Loredana e suo marito non hanno sostenuto i figli con aiuti economici, modalità
che avrebbe urtato, precisa la madre, la loro sensibilità ed il loro orgoglio. Dunque hanno cercato di essere
d’aiuto in modo meno esplicito, con qualche invito a pranzo in più o vestitini per i bambini offerti a titolo di
regalo. Un altro supporto importante è stato nella gestione organizzativa e cura dei nipotini, come dice
Loredana: “… adesso devo andare a prendere i bimbi dell’altro figlio perché, per fargli risparmiare un
pochino nella baby-sitter, cerchiamo di dargli una mano così”.
Per quanto riguarda le ragioni della crisi, Loredana si è fatta l’idea che derivi da una degenerazione dei
valori, a causa della quale si è assegnata troppa importanza alle cose superflue e si sono “spinte” le persone
all’acquisto fino all’indebitamento. Inoltre, ritiene che, a tutti i livelli, le classi dirigenti siano meno
preparate rispetto al passato per proporre interventi particolarmente risolutivi. Per questa ragione, la
conclusione della crisi non le sembra imminente: Loredana teme che occorreranno almeno 10 anni per
uscirne ed alla fine, ritiene, ci sarà maggiore sobrietà ed attenzione alle cose essenziali, anche perché il
mondo occidentale sarà più povero.
5.4
Klady: le responsabilità di un figlio verso i genitori
Klady ha 17 anni ed è nato in Albania. Da due anni vive in affitto a Rimini, con la sua famiglia: il padre
occupato nell’edilizia, la madre lavoratrice stagionale e due fratelli più piccoli, che vanno a scuola. A metà
del 2009 frequenta il secondo anno di un corso di formazione professionale per diventare operatore
elettrico.
Il padre è arrivato in Italia per primo, circa 9 anni fa, per sistemarsi e creare le condizioni per ricongiungere
gli altri membri della famiglia, cosa che è avvenuta dopo 7 anni. Anche alcuni zii e cugini di Klady vivono qui,
fungendo da rete per la ricerca del lavoro, ma anche per superare tutte le difficoltà di orientamento ed
organizzazione della vita in un luogo nuovo e straniero.
Klady non ha idee rispetto alle cause della crisi, o comunque non ha un pensiero articolato. Osserva, ma
non ha chiavi interpretative, se non quelle mutuate dalla famiglia.
Il padre, muratore, ha sempre lavorato in condizioni non facili ed il suo stipendio, con tre figli, è integrato
dal contributo del lavoro estivo ed occasionale di Kladi e dal lavoro stagionale della moglie. Prima dell’arrivo
in Italia degli altri familiari aveva messo via qualche risparmio, ma ha dovuto intaccarlo per coprire
165
necessità cui non riusciva a far fronte diversamente. La preoccupazione principale è quella dell’affitto, che
assorbe una quantità rilevante del bilancio domestico.
Al suo arrivo, le difficoltà con la lingua erano un ostacolo significativo per Klady e continuano ad essere un
problema per la madre che, secondo lui, non riesce ad andare oltre l’occupazione stagionale proprio per via
di questo limite.
Klady, invece, grazie allo studio della lingua italiana svolto in Albania e all’esperienza formativa per la
qualifica di elettricista, ha avuto modo di apprenderla più velocemente e, sempre grazie a questa
opportunità, ha deciso di proseguire gli studi, scegliendo di rientrare in un percorso scolastico per
conseguire il diploma. Non è stato facile prendere questa decisione, perché evidenziando il rischio che il
padre si trovi in difficoltà nel far fronte alle necessità della famiglia, si sente responsabile e ritiene spetti
anche a lui il dovere di contribuire in questo senso: “Visto che sto finendo la scuola, all’inizio pensavo di
lavorare, di trovare un lavoro, lavora solo mio padre nella famiglia, deve pagare l’affitto e tutto. (…) È un po’
fatica, c’è bisogno. Non è che lui non mi può fare andare a scuola, però dovevo capire anch’io, perché aveva
bisogno. Mi ha detto: se tu vai a scuola, nel pomeriggio devi fare qualche lavoretto, sennò non ce la faccio,
tu devi capire da solo. Guarda, io sono questo, io lavoro finché posso … fa il muratore lui, non è che prende
3.000 euro al mese. Dopo ha detto “Tu, se vuoi provare prova, ma se non ce la fai, dopo ...”.
Insomma, Klady sa che se la famiglia si trovasse in difficoltà, dovrà lasciare gli studi e trovarsi un lavoro per
contribuire al mantenimento del nucleo. L’alternativa di tornare in Albania, infatti, non è contemplata, in
quanto lì non dispongono né di una casa, né di altre opportunità professionali.
Nel frattempo contribuisce al bilancio familiare come può: lavora occasionalmente come piastrellista con lo
zio, ha già preso accordi per fare la stagione da cameriere e svolge tutte quelle commissioni che il padre
non riesce a sbrigare, come andare al Comune per richiedere qualche documento o accompagnare la
sorellina a fare una visita medica. Il tutto cercando di conciliare questo impegno con la scuola e con i
periodi di stage obbligatori per il percorso formativo. Vorrebbe trovare un lavoro da barista per il fine
settimana, ma l’orario scolastico occupa anche il sabato mattina, dunque non glielo consente.
Nonostante questi impegni, Klady cerca di vivere anche la sua età e trovare qualche svago: il calcetto una
volta a settimana, occasionalmente il cinema, le uscite con gli amici, anche italiani, soprattutto
pomeridiane. Non ama infatti uscire la sera, non condivide le piccole “devianze” tipiche dei ragazzi della sua
età, non ama le discoteche e non ritiene corretto far preoccupare suo padre tornando molto tardi. È molto
attento alle risorse che spende per le sue necessità ed i piccoli divertimenti, ma senza soffrirne troppo e
riconoscendo con maturità la differenza tra l’essenziale ed il superfluo. L’intero compenso delle sue attività
lavorative è consegnato al padre, da cui riceve delle piccole somme a richiesta senza alcuna difficoltà. È una
modalità che non gli “pesa”, anche perché i genitori cercano, per quanto possono, di andare incontro alle
esigenze dei figli: è stato acquistato un computer ed attivato il collegamento ad internet e si sta pensando
all’acquisto di un motorino che consenta a Klady di raggiungere il posto di lavoro più agevolmente,
evitando due cambi dei mezzi pubblici.
All’inizio del 2010, Klady racconta la sua estate: ha conseguito la qualifica biennale da elettricista ed ha
fatto la stagione da cameriere presso un hotel, dove la madre ha lavorato in cucina. Le condizioni di
impiego sono state molto dure: il contratto non pienamente regolare, le ore tante e lo stipendio davvero
minimo: “Colazione, pranzo e cena. Sì, ma dalle sette fino alle dieci di sera. Praticamente avevo due ore e
mezzo di stacco. Però, le prime due settimane, va beh, non conoscevo il lavoro. Poi tutti i giorni la stessa
cosa. Neanche un giorno di riposo. Poi non mi hanno neanche pagato quello che volevo io. Perché mi hanno
detto: “Per prima cosa sei minorenne, seconda cosa non hai esperienza”. Mi hanno dato quello che volevano
loro: più o meno 800 euro. Tredici ore al giorno, praticamente, mi sembra niente, diciamo: neanche due
euro all’ora mi davano, quasi. Perché avevamo fatto il patto, il contratto per 4 ore e io non potevo fare
niente”.
Ma Klady trova il lato positivo: la possibilità di fare un’esperienza spendibile l’estate successiva, il fatto di
lavorare nello stesso luogo della madre e la gentilezza dei proprietari della struttura, con cui ha stabilito un
166
buon rapporto. Infatti, a conclusione della stagione, ha avuto la richiesta di tornare nello stesso posto per
l’anno seguente, sempre insieme alla madre, anche se spera in migliori condizioni.
Benché i risultati conseguiti finora nello studio siano molto buoni, la sua idea di continuare per conseguire il
diploma è in dubbio: scopre infatti di dover integrare il percorso con un ulteriore anno di scuola, ma le
necessità familiari ed il suo senso di responsabilità lo costringono a riflettere sull’opportunità di questa
scelta rispetto a quella del lavoro. Il padre, che non sa ancora di questo nuovo problema, continua a
suggerirgli di studiare finché la famiglia ce la fa, magari considerando la possibilità di lasciare la scuola
qualora la situazione precipiti. Un’altra opzione che sta considerando è di proseguire con i corsi serali, ma
dubita che lavorando tutto il giorno potrà farcela.
Il suo desiderio più grande è poter proseguire negli studi e conseguire il diploma, col quale ritiene di poter
accedere meglio al mercato del lavoro, considerando che i compagni usciti dalla stessa scuola hanno
trovato delle buone sistemazioni come elettricisti. In un futuro più lontano, maturata un’adeguata
esperienza, vorrebbe aprire un’azienda sua. Per la realizzazione di questo progetto, avere un titolo di studio
è importante secondo Klady, perché si tratta di una tappa di apprendimento del mestiere che gli darà una
maggiore sicurezza professionale: “Per me bisogna saper fare un mestiere; anche si hanno i risparmi in
banca poi, se finiscono, dopo se non sai fare niente … A me piace prendere il diploma. Mi interessa come
funziona il lavoro. Se lo so il mestiere sono abbastanza contento. Se sai il mestiere trovi anche il lavoro. Se
uno sa il mestiere di elettricista, qua spero che ci voglia un elettricista, non muore mai. C’è sempre, non è un
lavoro che finisce, ha sempre da fare l’elettricista”.
In ogni caso, è fiducioso sulle sue possibilità e disponibile ad adattarsi al mercato: “Ma un lavoro secondo
me lo troverò, anche se non sarà l’elettricista, sarà il barista. Ma qualcosa, secondo me, se inizio a cercare
non ci metterò molto a trovarlo. O se no, proprio devo fare il muratore per un po’ di tempo, se no, è l’unica
scelta praticamente”.
La possibilità di intraprendere la stessa attività del padre è quella meno allettante. Intanto, tutto il
compenso stagionale è stato consegnato alla famiglia, mentre a lui sono rimaste le mance da utilizzare per
le piccole spese, sempre parsimoniose.
In questi mesi il padre ha sempre lavorato. Tuttavia, in considerazione della crisi, l’azienda ha deciso di
tagliare i costi, abbassando le buste paga, e chiesto maggiore disponibilità ed impegno: “… perché dopo il
responsabile ti dice, anche come dice mio padre, se non vuoi lavorare ... Anche se è lì da 10 anni a lui non gli
cambia molto. Poi mio babbo non può neanche dire di no, se no è già in crisi. Giacché se non lavorasse
anche lui, noi come faremmo?”.
Uno zio ed un cugino di Klady, occupati nella stessa impresa, sono stati sospesi per qualche mese ed anche
il padre ha temuto di esserlo. Poi la situazione è sembrata migliorare e nei prossimi anni la sua idea è che il
lavoro non manchi. In caso di difficoltà, la famiglia può rivolgersi alla rete parentale in Italia, anche se la
possibilità di supporto è limitata: “Anche noi abbiamo i nostri parenti, ma non è che ... siamo in 5! Loro ti
possono aiutare un mese, due mesi, ma anche loro non ce la fanno”.
Le risorse disponibili per le spese della famiglia consentono un equilibrio sempre precario. Il fratello di
Klady ha iniziato una scuola professionale e la sorellina più piccola frequenta la secondaria di primo grado.
Finora a loro è stata consentita, per la giovanissima età, una serenità maggiore, anche se la possibilità di
soddisfare i loro molti desideri è certamente limitata. Ma si prevede che, compiuti 16 anni, anche il fratello
cominci a fare la stagione estiva per contribuire al bilancio familiare.
Grazie a grandi sacrifici, due anni fa, il padre di Klady ha comprato un’automobile per raggiungere più
facilmente il lavoro e per le esigenze della famiglia. Le uscite sono rarissime: si prende ogni tanto una pizza
con gli zii oppure ci si incontra in un parco pubblico la domenica.
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Durante l’inverno si sono concessi una breve visita ai parenti in Albania, dove non si recavano da tre anni. In
quell’occasione, hanno approfittato per fare le cure dentistiche, che rappresentano una spesa difficilmente
sostenibile in Italia.
Nell’autunno 2010 Klady ha ripreso la scuola. Nell’anno scolastico precedente ha deciso di fare due anni in
uno, per recuperare l’anno di studio aggiuntivo che non era previsto. Gli esami sono andati bene ed è stato
promosso in quarta. Poi ha fatto la stagione nello stesso hotel dell’estate precedente. Le condizioni di
lavoro sono state le stesse, sempre difficili, ma la cortesia dei gestori e la possibilità di lavorare insieme alla
madre hanno, ancora una volta, compensato queste mancanze. Il suo compenso, come sempre, è stato
dedicato al sostentamento della famiglia: “Del guadagno estivo non ho mai tenuto niente. Ho tenuto solo le
mance per uscire. Non sono mai stato senza soldi, anche se la paga l’ho sempre messa in famiglia”.
Ancora una volta, il padre ha provato a spingere Klady ad iscriversi ai corsi serali, ma senza convincerlo.
Allora gli ha chiesto di trovare un impiego pomeridiano, dopo l’esame per la patente per il quale si sta
preparando. Rimane la possibilità che la famiglia si trovi in difficoltà e Klady sia costretto a lasciare la scuola
senza portare a termine il percorso, ma intanto si continua a procedere così, considerando le contingenze:
“Se lui rimanesse per un po’ di tempo senza lavoro, io dovrei lasciare la scuola subito e trovarmi un lavoro e
penso di poterlo trovare facilmente, per esempio come barista o cameriere, che ho già fatto”.
In futuro, quando lui e suo fratello cominceranno a lavorare, la situazione sarà migliore e la famiglia
supererà le incertezze economiche. Klady è ottimista: “Dobbiamo continuare così finché io comincio a
lavorare e poi, quando saremo in due a lavorare, ovviamente sarà tutto un po’ diverso. Quando finirò la
scuola, se ce la faccio, inizierò a lavorare, ma anche mio fratello inizierà a lavorare. Adesso mio fratello ha
quindici anni, ma il prossimo anno ne avrà sedici, quindi può iniziare a lavorare anche lui. Tra due anni io
inizierò a lavorare, lui incomincerà a fare qualche stagione, quindi fra un po’ di tempo la situazione
migliorerà. Speriamo che nel frattempo la crisi si risolva. Fra un po’ … Poi, mia madre inizierà a parlare un
po’ meglio …”
Klady è positivo e solare, come uno che sente di avere davanti molte opportunità per costruire “un futuro
migliore”. È allegro senza essere inconsapevole. Sa che l’Italia sognata dall’Albania come la terra
dell’abbondanza e del divertimento, in realtà, è altra cosa. Conosce le difficoltà per tirare avanti e la
differenza di risorse fra lui e i suoi compagni italiani. Ma attraversa tutto questo con fiducia in sé e con un
radicamento forte nella propria comunità di riferimento, contribuendo al sostentamento della famiglia
nonostante la giovane età. È uno dei rari casi di ragazzi che dal canale della formazione professionale
riprendono con fiducia il percorso scolastico, confidando nelle proprie capacità. Non ha sogni impossibili,
ma un progetto di vita sufficientemente concreto. È serenamente un diciassettenne, con un forte senso di
responsabilità verso la propria famiglia.
5.5
Carlo: la crisi nella vita di un imprenditore
Carlo si sta avvicinando ai 60 anni ed il suo volto, solcato da linee profonde, rivela un’esistenza segnata dal
lavoro. È nato in un paese della Valmarecchia, dove è cresciuto insieme ad un fratello più piccolo all’interno
di una famiglia operaia. Nessuno dei familiari è andato oltre la scuola dell’obbligo, ma la sua grande
passione per la meccanica lo spinge, dopo l’avviamento industriale, a frequentare un istituto professionale
presso cui ottiene la qualifica di meccanico tornitore.
A 16 anni viene assunto come apprendista in un’importante industria metalmeccanica riminese dove
perfeziona l’utilizzo del tornio, passando dal ruolo di semplice operaio ad un incarico di responsabilità nella
selezione degli artigiani contoterzisti cui l’azienda affida commesse di lavoro. Dopo oltre un decennio da
dipendente, alla fine degli anni settanta, decide anche lui di mettersi in proprio, producendo inizialmente
componenti meccanici per conto della stessa impresa di provenienza. La decisione di lasciare un impiego
168
relativamente sicuro per fare l’imprenditore viene accolta con diffidenza dai genitori i quali, tuttavia, lo
aiutano ad ottenere dalla banca il prestito per iniziare l’attività.
Nei trent’anni seguenti, pur con momenti difficili, il progetto imprenditoriale si è progressivamente
ampliato sino a fare della sua azienda una realtà apprezzata a livello internazionale per la qualità dei
prodotti. Sin dall’inizio, in questo percorso Carlo è stato accompagnato dalla moglie alla quale riconosce un
ruolo determinante nello sviluppo dell’impresa e che continua ad essere il riferimento principale
dell’attività amministrativo-finanziaria. Insieme a lei, da alcuni anni lo affiancano i due figli, il maggiore dei
quali ha da poco lasciato la casa paterna per andare a convivere con la fidanzata. Entrambi hanno un ruolo
di responsabilità all’interno dell’azienda: il primo, già oltre i 30 anni, lavora nell’ufficio acquisti e contabilità,
mentre il secondo, più giovane, segue la progettazione. La gestione familiare dell’impresa viene evidenziata
da Carlo come uno dei tratti caratterizzanti che determina una frequente sovrapposizione fra vita privata e
sfera professionale: “Noi il consiglio di amministrazione lo facciamo ancora a tavola essendo tutti in
famiglia...non c’è mai un distacco”.
Tale caratteristica riassume un percorso biografico completamente dedicato al lavoro che rappresenta per
lui la principale risorsa di identità e un’importante fonte di riconoscimento sociale. Il risultato di questa
brillante carriera è un’azienda che, alla fine del 2007, contava uno stabilimento in Italia con 50 dipendenti,
più alcune filiali in altri Paesi europei e negli Stati Uniti.
Questo lungo periodo di crescita si interrompe, però, bruscamente nell’ottobre del 2008, quando Carlo
riceve una serie di disdette agli ordini di acquisto raccolti in precedenza durante un’importante fiera del
settore. Nel mese successivo inizia la riduzione dell’attività lavorativa che si trasforma, dal Gennaio 2009, in
una cassa integrazione a zero ore per tutti i reparti ad eccezione dell’assistenza tecnica, dell’ufficio
progettazione e dell’area commerciale, le cui attività vengono ritenute indispensabili. Questo crollo
improvviso apre una fase nuova e difficile che Carlo si trova gestire, subendone l’impatto non solo a livello
economico, ma anche psicologico: “L’immagine più brutta che ho davanti agli occhi è la mia azienda. Io
arrivo alla mattina, ero abituato prima che non ci si passava per le macchine nel parcheggio, arrivi adesso e
non c’è nessuno, completamente vuoto”.
Egli percepisce la gravità del momento e la forte preoccupazione dei dipendenti, molti dei quali sono
giovani che hanno appena formato una famiglia. Si trova anche a dover tranquillizzare i due figli,
mostrandosi sicuro circa una pronta ripresa, sebbene dentro di sé non manchino i dubbi in proposito. Oltre
alla cassa integrazione, le scelte adottate per affrontare la crisi seguono tre direttive principali.
Innanzitutto, nonostante la rilevanza dell’investimento, Carlo è fermamente convinto della necessità di
continuare l’attività di progettazione per mettere sul mercato nuovi modelli: “Nonostante questa crisi
abbiamo in progetto altre due macchine nuove, mentre tre sono terminate e solo da mettere in produzione.
Questi sono costi non indifferenti, ma continuo a progettare. L’azienda non vive senza nuovi progetti,
l’azienda deve stare a galla e ad ogni fiera devi presentare qualcosa di nuovo”.
Inoltre, persegue una convinta strategia di internazionalizzazione volta a presidiare i mercati esteri non solo
con dei rivenditori, ma attraverso una presenza diretta costruita realizzando joint venture con imprenditori
locali. Infine, si rende necessario un forte contenimento dei costi di gestione, che interessa tutte le attività
aziendali, arrivando a coinvolgere persino le retribuzioni dei familiari, le quali vengono sostanzialmente
dimezzate.
Le scelte adottate consentono a Carlo di vedere, nell’Ottobre 2009, una significativa inversione di tendenza
che si concretizza durante una fiera internazionale in cui riceve un buon numero di commesse da acquirenti
esteri. Alla fine dello stesso anno l’azienda arriva all’80% della sua capacità produttiva e soprattutto ritorna
a fare fatturato, ottenendo nuova liquidità finanziaria. La ripresa dell’attività rende più sereno il clima tra i
dipendenti i quali, grazie ad un accordo interno per applicare la cassa integrazione a rotazione, sono quasi
tutti tornati al lavoro. Nel corso del 2009 è già avvenuta una ristrutturazione dell’impresa, che si è trasferita
in un capannone più piccolo e per la quale è prevista una riduzione dell’organico fra le 8 e le 12 unità.
169
Il nuovo scenario economico generato dalla crisi è caratterizzato da repentini cambiamenti e ciò rende
impossibile programmare l’attività come avveniva in precedenza: “Dobbiamo lavorare così. Non puoi fare
programmazione a lungo perché lo scenario cambia continuamente”.
Nonostante i risultati incoraggianti della sua azienda, Carlo non è indifferente alla situazione drammatica di
tanti colleghi imprenditori che hanno investito tutto nella propria attività ma, nel momento del bisogno, si
sono ritrovati soli e, sommersi dai debiti, sono stati costretti a chiudere. A tale proposito esprime giudizi
estremamente negativi verso il sistema bancario che ha ridotto l’accesso al credito, impedendo sia una
ripresa degli investimenti, sia la sopravvivenza delle imprese con difficoltà finanziarie. Critica anche
l’inadeguatezza delle risposte messe in campo dalla politica per fronteggiare la crisi, mentre l’eccessiva
burocrazia ed i vincoli normativi continuano a penalizzare le aziende italiane, rendendole meno competitive
sui mercati globali. Nelle sue parole ricorre frequentemente una contrapposizione tra le piccole imprese
che rischiano con il proprio denaro e i grandi gruppi industriali che ricevono aiuti dallo Stato per poi
trasferire la produzione all’estero: “Le piccole aziende come la mia e tante altre hanno ipotecato la casa, i
capannoni, abbiamo ipotecato anche le scarpe con cui camminiamo”.
L’inizio del 2010 conferma i segnali positivi con i quali si era chiuso l’anno precedente e nei mesi che
seguono la ripresa si consolida sia in termini di ordinativi, sia di fatturato. Questo progressivo
miglioramento consente a tutti i lavoratori in cassa integrazione di tornare al tempo pieno, con l’esclusione
di 8 persone che nel frattempo si sono licenziate e hanno trovato un altro impiego. Nonostante il rilancio
dell’attività produttiva, non solo continua ad essere impossibile una programmazione di lungo periodo, ma
per soddisfare le esigenze della clientela diviene fondamentale ridurre il tempo fra l’arrivo dell’ordine e la
consegna del prodotto. Ciò comporta la necessità di adattare la presenza in fabbrica in relazione alle
richieste contingenti, adottando una notevole flessibilità oraria e intensificando il ritmo lavorativo: “Il
personale che è rimasto all’interno lavora con ritmi differenti. Per di più le aziende si sono tutte
ristrutturate, cioè i tempi morti li abbiamo tolti tutti, non abbiamo più l’omino che spazza, adesso l’azienda
la spazza il dipendente mentre ha una macchina in pausa, oppure la sera si fermano tutti 5 minuti”.
La ristrutturazione del processo produttivo, con il conseguente ridimensionamento del personale, viene
indicata come una strategia necessaria per contenere i costi di gestione e rimanere competitivi.
Alla fine del 2010 Carlo può guardare ai due anni trascorsi tirando un sospiro di sollievo e affermare che la
sua azienda ha superato la fase peggiore della crisi, sebbene ciò abbia comportato sacrifici rilevanti a livello
personale: “Ho fatto ricorso alle banche, ho messo dentro tutto quello che avevo, cioè tutto il lavoro fatto
negli ultimi 32 anni in azienda. Avevo delle proprietà che ho venduto per mettere i soldi dentro. Ho fatto
tutto quello che doveva fare un imprenditore, cioè non è che ho risparmiato e ho detto: questo è il mio
gruzzolo personale”.
Per risollevare le sorti dell’azienda ha dovuto attingere in modo consistente al patrimonio familiare,
mettendo a rischio il livello di benessere costruito nel corso degli anni. Tuttavia, questa decisione viene
giudicata come l’unica condotta possibile per un vero imprenditore, quale lui sente di essere, rivendicando
con orgoglio l’ennesimo successo della sua carriera professionale. Se per Carlo la fase recessiva sembra
essere ormai alle spalle, egli sottolinea come tante aziende riminesi versino ancora in gravi difficoltà per
effetto di una recessione economica senza precedenti: “Credo che passeranno 3 o 4 anni per mettere a
posto le cose, cioè per rimettere le aziende in sesto, che siano più o meno come prima. Probabilmente
questa è una crisi storica, io voglio sperare che non succeda mai più … però sicuramente la ricorderemo tra
10, 15, 20 anni”.
Nonostante il notevole stress causato dal periodo trascorso e l’età non più giovane, la sua mente è
proiettata verso il futuro, nel quale vorrebbe raggiungere ulteriori traguardi. Il progetto per i prossimi anni
è quello di costruire un nuovo stabilimento che possa produrre un migliaio di macchine all’anno e
raddoppiare il numero dei lavoratori occupati. La possibilità di realizzare nuove idee è una delle prerogative
170
che rendono per lui affascinante il ruolo di imprenditore e che ancora oggi lo motivano a continuare su
questa strada. La crisi, sebbene abbia messo a dura prova le sue capacità professionali, non è riuscita ad
intaccare quell’etica del lavoro che lo anima da oltre 40 anni: “L’azienda è la mia vita. Fin quando la penserò
così non penso di mollare”.
5.6
Stefano: la crisi come possibilità di cambiamento (da lavoratore a studente)
Stefano è un giovane 30enne, dal carattere mite e riservato, che racconta la sua storia misurando
attentamente le parole. Vive ormai da molti anni in un comune dell’entroterra riminese, dopo essersi
trasferito dal Sud insieme ai genitori ed a un fratello più piccolo. Il padre e la madre sono due ex dipendenti
pubblici, attualmente in pensione, che si sono perfettamente integrati nella nuova realtà territoriale.
Il percorso formativo di Stefano si è concluso con il diploma da geometra, cui ha fatto seguito un breve
corso di specializzazione come tecnico dei cantieri. L’idea di proseguire gli studi iscrivendosi all’università è
messa in disparte dall’opportunità di inserirsi rapidamente nel mondo del lavoro. Attraverso una
conoscenza comune viene assunto a 20 anni, con un ruolo tecnico-impiegatizio, presso una piccola impresa
manifatturiera situata non lontano da casa. L’attività che svolge lo soddisfa sia in termini di contenuti, sia a
livello retributivo, sia per quanto concerne l’ambiente lavorativo e i rapporti con i titolari.
Nell’estate del 2008, quando arrivano le prime avvisaglie della crisi sul luogo di lavoro, Stefano ha alle spalle
un’esperienza quasi decennale che gli consente di capire subito la gravità della situazione. In questi anni,
oltre alla carriera professionale, ha già costruito una famiglia, sposandosi non ancora 28enne e diventando
padre poco tempo dopo. Sua moglie è una giovane infermiera romagnola, conosciuta all’interno
dell’ambiente parrocchiale, dove entrambi hanno condiviso, sin da ragazzi, la passione per lo scoutismo.
La seconda metà del 2008 vede una significativa contrazione degli ordini a cui l’azienda reagisce, prima
riducendo l’orario dei dipendenti, poi sospendendo alcuni operai e due tecnici, uno dei quali è Stefano. La
sospensione lavorativa inizia per lui nel maggio 2009 e, aggiungendo alcune settimane di ferie obbligate,
viene programmata almeno sino al settembre successivo.
Alcuni mesi di retribuzione ridotta possono essere gestiti senza particolari problemi, sia per la presenza
dello stipendio della moglie, occupata a tempo indeterminato, sia per l’aiuto dei genitori che si sono
sostanzialmente accollati le spese per il mutuo della casa. Subito dopo la sospensione, le sue
preoccupazioni sono rivolte alla sfera professionale, dal momento che il futuro dell’azienda appare
piuttosto incerto: “C’è la preoccupazione, il pensiero di dire: io a settembre dovrei riprendere a lavorare, ma
come mi troverò? Perché comunque adesso sono in contatto con la ditta e non è che si muova chissà che
cosa, è tutto ai livelli di prima, quindi tutto fermo. Speriamo che il lavoro arrivi”.
Stefano continua a mantenere i contatti con l’impresa, anche in virtù dei buoni rapporti con i titolari dai
quali, però, riceve notizie di un quadro economico ancora privo di segnali di ripresa. C’è comunque tra i
dipendenti un cauto ottimismo e la speranza condivisa di poter essere reintegrati in azienda nell’arco di
pochi mesi.
Nel complesso, per lui e per la sua famiglia, l’impatto della sospensione lavorativa non appare
particolarmente destabilizzante né sul piano psicologico, né tantomeno su quello materiale. La crisi è
entrata in ogni modo nella vita quotidiana, diventando argomento di discussione in ambito domestico, così
come tra amici e conoscenti. All’interno di questi ultimi ci sono altri esempi di coetanei cassintegrati, ma
quasi tutti vivono ancora nella casa paterna e attendono piuttosto serenamente l’evolversi della situazione.
Anche per Stefano esiste una sostanziale tranquillità sotto il profilo economico che permette di valutare,
senza particolari pressioni, una serie di possibili alternative circa il futuro professionale.
Così, nei primi mesi di riposo forzato, riaffiora nella mente l’idea dell’università abbandonata, forse troppo
precocemente, per dedicarsi al lavoro. Lui stesso, a distanza di tempo, sostiene che la decisione di
interrompere gli studi sia stata una scelta di ‘comodo’, poiché all’epoca era più semplice iniziare a lavorare
che seguire un corso accademico a Bologna.
171
Il progetto di iscrizione universitaria viene discusso con i genitori e soprattutto con la moglie che,
vedendolo particolarmente motivato, sostiene Stefano nel perseguire un cambiamento così radicale.
Entrambi sono consapevoli di come vivere con un solo stipendio comporti maggiore attenzione alle spese;
tuttavia tale soluzione viene giudicata praticabile grazie anche all’aiuto della rete parentale: “Ne abbiamo
parlato insieme e abbiamo cercato di analizzare le diverse sfaccettature, quindi una valutazione c’è stata e
abbiamo pensato che si poteva fare. Qualche sacrificio sicuramente ci sarà, ma non sarà nemmeno
esagerato perché fortunatamente mia moglie ha uno stipendio che ci permette di arrivare alla fine del
mese, inoltre i genitori ci danno una mano”.
Il sostegno di genitori e suoceri si concretizza sul piano materiale, sia direttamente mediante trasferimenti
economici, sia attraverso altri aiuti indiretti come inviti a pranzo o fornitura di pasti pronti. Importante è
anche il sostegno sociale garantito dai nonni nelle attività di cura del bimbo piccolo, che permettono a
Stefano e alla moglie di organizzare più agevolmente la propria vita quotidiana, risparmiando sulle spese di
baby sitting.
Il progetto universitario prende corpo nel Settembre 2009 con il superamento del test di ammissione al
diploma di laurea in radiologia medica, a cui seguono pochi giorni dopo le dimissioni dal lavoro. La scelta di
questo corso, lontano dall’attività precedentemente svolta, è motivata sia dalle buone prospettive
occupazionali legate al profilo del tecnico radiologo, sia alla possibilità di iscriversi presso la sede di Rimini,
relativamente vicina al domicilio.
Inizialmente Stefano ipotizza l’eventualità di svolgere qualche lavoretto part time come geometra, anche
per i suoi ex datori di lavoro con i quali è rimasto in buoni rapporti, ma questa ipotesi viene ben presto
accantonata per mancanza di tempo. La frequenza delle lezioni e lo studio occupano, infatti, molte ore
della giornata e si devono conciliare con gli impegni come padre e marito. Stefano condivide con la moglie il
valore della famiglia che rappresenta una priorità nella scala valoriale e un’importante risorsa di identità
alla quale non è ammissibile sottrarre troppo spazio. D’altra parte, lui stesso ribadisce come, durante il
primo anno di università, la situazione economica familiare sia rimasta sotto controllo, permettendogli di
concentrarsi esclusivamente sullo studio: “Come ti dicevo, vai avanti con uno stipendio. Non è che ti limiti,
non è che la pizza non l’andiamo a mangiare, però cerchi di stare più attento … Il controllo c’è ed è normale
che ci sia. Si risparmia molto di più rispetto a prima, però secondo me non è stata una cosa che ci ha
stravolto completamente le abitudini”.
Prima lo stipendio ridotto e poi la presenza di un solo reddito hanno modificato il livello dei consumi
accessibili per la famiglia di Stefano, senza però intaccare significativamente la qualità della vita. Una
maggiore attenzione alle spese si traduce in un contenimento delle uscite serali, dei costi legati al tempo
libero o alle vacanze, ma tutto questo viene vissuto senza alcun tipo di disagio. Egli sottolinea il valore
dell’essenzialità e l’importanza di un approccio ‘sobrio’ verso il consumo, che consentono di vedere alcune
rinunce non solo come privazioni, ma anche come espressione di un diverso stile di vita. Sotto questo
profilo emerge la convinzione che lo sviluppo economico locale abbia garantito non solo un buon livello di
benessere, ma anche la diffusione di comportamenti consumistici: “Mi rendo conto benissimo che questa è
un’isola felice, nel senso che nella nostra provincia il lavoro non è mai mancato e siamo sempre stati bene,
quindi sostanzialmente l’acquisto di elettronica o altro lo facevi con leggerezza”.
Stefano evidenzia come negli ultimi anni un numero crescente di persone, anche nel suo intorno sociale,
abbia vissuto al di sopra delle proprie effettive possibilità e critica fermamente gli eccessi della società dei
consumi. Questi atteggiamenti culturali e la propensione all’indebitamento che ne consegue sono, a suo
avviso, uno dei motivi fondamentali all’origine della crisi economica.
A tale proposito, egli sottolinea come a partire dalla primavera 2009 quasi tutti gli amici e i conoscenti che
erano in cassa integrazione abbiano ripreso a lavorare regolarmente. Dall’inizio del 2010, tuttavia, Stefano
osserva le difficoltà di molti capifamiglia adulti che si rivolgono alla parrocchia per arrivare alla fine del
mese. Per quanto riguarda la sua ex azienda, con cui è rimasto in contatto, l’attività è ripresa regolarmente
sebbene ci sia stato un ridimensionamento dell’organico rispetto al periodo pre-crisi.
172
Al di là dei rapporti personali, tuttavia, questa esperienza rappresenta ormai un capitolo chiuso, dal
momento che l’orizzonte progettuale è proiettato sulle opportunità in ambito sanitario. Il primo anno di
università viene giudicato molto positivamente, sia per l’interesse delle materie, sia per i risultati
conseguiti, avendo Stefano ultimato con profitto tutti gli esami previsti entro la sessione estiva del 2010.
Egli si è posto l’obiettivo di completare il percorso universitario nel minor tempo possibile e per questo
motivo l’attenzione è completamente rivolta allo studio. Mediante il corso che sta frequentando si attende
di poter costruire una nuova professionalità meglio spendibile sul mercato del lavoro rispetto a quella di
geometra. L’aspettativa come tecnico radiologo è quella di poter essere assunto subito dopo la laurea
all’interno di qualche struttura sanitaria pubblica o privata.
A distanza di un anno dalle dimissioni ribadisce l’assenza di problemi economici, non escludendo addirittura
l’ipotesi di avere un altro figlio nei prossimi due anni e confermando la bontà della scelta compiuta. La
vicenda di Stefano, per certi versi atipica, descrive un passaggio di status da lavoratore a studente, il quale
ha ovviamente delle implicazioni anche sul piano identitario. La crisi, dopo l’impasse iniziale, è stata la
‘spinta’ che ha attivato un cambiamento, facendo emergere aspirazioni personali rimaste latenti per oltre
un decennio.
La decisione di iscriversi all’università costituisce la principale strategia per fronteggiare una situazione
problematica sul versante occupazionale: “Io se devo stare male su una cosa, la affronto, non voglio subirla.
C’è la cassa integrazione, va bene, io prendo le mie contromisure, vedo cosa fare: adesso sono ancora
giovane, posso investire su di me”.
Rimettersi in gioco a 30 anni, investendo sulla propria formazione, richiede senza dubbio un atteggiamento
proattivo e una buona capacità progettuale. Essi non sarebbero però sufficienti senza una forte
motivazione allo studio e un contesto familiare in grado di supportare questo impegno nel tempo. Alla
sicurezza materiale, garantita dallo stipendio del coniuge e dal contributo della rete parentale, si unisce il
sostegno della moglie, che ne condivide il progetto, nonché quello di genitori e suoceri sempre presenti nei
compiti di cura. La combinazione di queste risorse personali e sociali ha consentito a Stefano di affrontare
la crisi senza subirne passivamente gli effetti negativi, guardando al futuro con motivato ottimismo.
5.7
Laura: il turismo come trappola?
Laura è una ragazza molto estroversa e si presenta indossando abiti sportivi che ne valorizzano il fisico
atletico insieme alla ‘freschezza’ dei suoi 28 anni. Abita ancora insieme ai genitori che vivono in affitto in un
appartamento sul lungomare riminese. Suo padre è un ex dirigente d’azienda, attualmente in pensione,
mentre la madre lavora presso un ente pubblico. La famiglia è completata da un fratello 20enne che sta
attualmente frequentando un corso universitario a Rimini, senza particolare entusiasmo.
Laura, invece, ha completato con successo il percorso accademico conseguendo, a 26 anni, la laurea
magistrale in Lingue e letteratura straniere presso l’università di Bologna. È stata proprio la convinzione di
proseguire gli studi dopo la maturità a motivare la scelta del liceo scientifico, seguendo le orme dei genitori,
entrambi laureati. In concomitanza con l’iscrizione universitaria, all’età di 19 anni, svolge la prima
esperienza lavorativa presso un parco tematico della Riviera. Tale opportunità è scaturita seguendo l’idea di
un’amica che la convince ad inviare un curriculum grazie al quale entrambe vengono assunte per la
stagione estiva.
Questo rapporto professionale prosegue e si consolida negli anni dell’università, allungando
progressivamente la durata dell’impegno sino a coprire il periodo da aprile alla fine di settembre. Cambia
nel tempo anche la mansione ricoperta, così che Laura passa da operatrice dell’intrattenimento ad addetta
alle informazioni e infine, nell’estate 2008, riceve l’incarico di organizzare le visite guidate per le scuole. Per
chi, come lei, apprezza il contatto con la gente il parco tematico rappresenta un ambiente piacevole e ciò
alleggerisce il peso della giornata lavorativa, soprattutto durante i mesi estivi quando le ore di lavoro
aumentano, facendo crescere anche lo stress tra i colleghi. Questi ultimi si compongono prevalentemente
di donne italiane provenienti dalla provincia di Rimini o dalle zone limitrofe che vengono assunte
173
stagionalmente con un contratto a termine. Anche Laura lavora ormai da nove anni con un rapporto a
tempo determinato, ma questa situazione è vissuta senza alcun disagio: “Ogni anno lavoro sempre un
pochettino di più per il parco quindi non è che la sento tanto questa precarizzazione, anche perché il parco
mi permette di guardarmi un po’ attorno e vedere se posso trovare al di fuori qualche cosa che mi piace di
più”.
Un impegno professionale limitato e non vincolante nel lungo periodo viene interpretato come una risorsa
che tiene aperte altre possibilità per migliorare la condizione lavorativa. Con questo atteggiamento Laura
affronta la stagione 2009 che, nonostante l’avvento della crisi, si rivela sostanzialmente positiva poiché il
numero di visitatori si mantiene in linea con l’anno precedente.
Anche nella sua cerchia sociale gli effetti della recessione economica appaiono decisamente limitati, poiché
nessuno tra familiari e conoscenti è stato licenziato o sospeso dal lavoro. Le amiche che frequenta
abitualmente sono studentesse universitarie o giovani neo laureate che stanno iniziando una carriera nel
campo delle libere professioni. L’unica eccezione è una ragazza appena sposata che è stata messa in cassa
integrazione insieme al marito, ma grazie all’aiuto della rete parentale può affrontare questa fase senza
gravi problemi.
La crisi entra nella vita di Laura sostanzialmente attraverso i notiziari televisivi e qualche sporadica
discussione con i genitori. L’argomento è tuttavia distante dalla sua esperienza quotidiana e sotto questo
profilo emerge la convinzione che il contesto riminese continui ad essere una realtà particolare: “In questa
città, noi viviamo in una realtà diversa rispetto ad altre persone. Poi qui, se uno si vuole divertire, ha proprio
tutto a portata di mano. Per le donne ci sono molte agevolazioni, quindi è una città proprio speciale. La
maggior parte delle persone a cui piace il mare soffre molto quando inizia ad arrivare la brutta stagione, nel
mese di Ottobre. La nostra crisi è lì, secondo me”.
Con la fine del periodo lavorativo Laura riscopre la passione per la ginnastica artistica che ha praticato da
ragazzina a livello agonistico e che nei mesi invernali le consente di guadagnare qualche euro facendo
l’istruttrice in una palestra. Vivendo ancora insieme ai genitori condivide il loro tenore di vita
sostanzialmente buono e ciò le permette di impiegare le sue retribuzioni per le esigenze personali. Sostiene
di riuscire a risparmiare circa metà dello stipendio, mentre l’altra metà viene spesa per l’abbigliamento, il
tempo libero e i viaggi a cui dedica un paio di settimane all’anno. Sotto questo profilo la crisi non ha
modificato in alcun modo le abitudini di consumo e lei stessa dichiara di non prestare particolare
attenzione alla gestione delle spese quotidiane.
Si dichiara economicamente autonoma dalla famiglia, ma è convinta che il suo reddito attuale non le
consentirebbe di poter vivere da sola. D’altra parte, questa esigenza non viene assolutamente avvertita,
anzi l’ipotesi di prendere in affitto un appartamento a 28 anni viene considerata “proprio una cosa
stupida”. Nelle sue intenzioni l’uscita dalla casa dei genitori dovrebbe coincidere con il matrimonio e tale
evento non appare prossimo, data l’assenza di una relazione sentimentale.
L’autunno 2009 e l’inverno 2010 trascorrono senza novità di rilievo né dal punto di vista personale, né su
quello professionale. Laura approfitta delle giornate libere per inviare qualche curriculum, proponendosi
prevalentemente come organizzatrice di eventi fieristico-congressuali. Tra le sue aspirazioni ci anche sono
l’insegnamento, un ruolo impiegatizio presso un ufficio commerciale estero oppure un’esperienza
lavorativa a Parigi all’interno di EuroDisney. Tuttavia, la ricerca di alternative non è sostenuta dalla giusta
motivazione e da un impegno adeguato, risolvendosi per lo più in un esercizio di immaginazione.
Molto più concretamente, l’obiettivo sembra essere l’assunzione a tempo indeterminato presso il parco
tematico dove lavora ormai da lungo periodo. Infatti, durante il periodo di chiusura al pubblico, il parco
mantiene comunque del personale in servizio per svolgere sia interventi di manutenzione, sia attività
organizzative e promozionali. La struttura ha avuto in passato un momento di difficoltà ma, grazie ai
continui investimenti per migliorarne l’attrattiva, è riuscita negli ultimi anni a riconquistare visitatori,
facendo intravvedere buone prospettive per il futuro. Nonostante la stagionalità del rapporto, Laura si
sente abbastanza tranquilla circa la sua posizione lavorativa e non pone limiti di tempo all’attesa per una
174
stabilizzazione: “Non mi sono data proprio un limite, anche perché sinceramente, per la vita che faccio io,
anche lo stipendio e poi il periodo di disoccupazione che ho, vanno bene. È logico che se dovesse servirmi
qualcosa di diverso, probabilmente proverei a cambiare, però mi sembra che anche al di fuori del parco non
ci siano alternative così valide, perché sento che molte persone hanno contratti a progetto o contratti a
termine ed è sempre più difficile, avere un contratto a tempo indeterminato”.
In un mercato del lavoro sempre più caratterizzato dalla flessibilità, la sicurezza rappresentata da sei mesi
di lavoro e dalla successiva indennità di disoccupazione appare preferibile al rischio di una nuova
esperienza precaria. L’occupazione stagionale unita alla permanenza in famiglia le hanno permesso di
costruire un equilibrio soddisfacente dal punto di vista materiale e psicologico, che la crisi non ha
minimamente intaccato. A due anni dalla laurea, la possibilità di mettere a frutto la conoscenza di tre
lingue, apprese nel periodo universitario, sembra essere stata progressivamente accantonata. Laura si
dichiara soddisfatta del percorso formativo e anche di quello professionale, benché questo risulti poco
coerente con gli studi intrapresi: “Mi sento di dare una valutazione positiva perché, nonostante abbia un
lavoro che non sia proprio attinente a quello che ho studiato, a me piace; mi trovo bene con il personale e in
più ho anche diversi momenti liberi che mi consentono di fare altre attività”.
Queste considerazioni fanno emergere una concezione della sfera professionale come ambito non
prevalente di realizzazione personale, come lei stessa ribadisce affermando che anteporrebbe le future
esigenze familiari alla carriera lavorativa.
Nell’aprile 2010 viene di nuovo assunta con un contratto a termine di sei mesi e comincia la ‘stagione lunga’
presso il parco tematico. L’organico della struttura è rimasto invariato nelle dimensioni e nessuno dei
vecchi dipendenti è stato licenziato, ma una parte del personale si rinnova per effetto del consueto turn
over. Laura riferisce che l’avvento della crisi ha fatto aumentare l’invio di curriculum per lavorare durante i
mesi estivi, soprattutto da parte di giovani riminesi. L’inizio dell’estate 2010 vede, tuttavia, un calo delle
presenze che lei attribuisce alle cattive condizioni meteorologiche. Questo avvio un po’ stentato crea
qualche tensione tra i dipendenti senza intaccare però quel clima sostanzialmente positivo che Laura ha
sempre apprezzato del suo posto di lavoro.
Sottolinea come, a causa della recessione economica, altre strutture simili della Riviera hanno operato dei
licenziamenti, ma questi avvenimenti non creano alcun tipo di allarme. In questo momento è concentrata
sul lavoro che la attende e la crisi continua ad essere un evento estraneo al proprio vissuto. Il suo orizzonte
progettuale appare sempre più limitato al parco tematico dove auspica di essere assunta a tempo
indeterminato, sebbene tale eventualità nel breve periodo non le sembri realisticamente possibile. Nel
prossimo futuro non vede altri cambiamenti e così l’unico pensiero si rivolge alle vacanze natalizie: “Io sto
pensando già al Capodanno, che mi piacerebbe passare a Tenerife e spero che questa cosa si realizzi.
Questa è l’unica cosa. Per il resto, va tutto bene così”.
Il profilo di Laura è per certi versi tipico della realtà locale dove il turismo offre da sempre molteplici
occasioni di impiego durante i mesi estivi. Per una ragazza estroversa e di bella presenza, trovare ogni anno
lavoro presso una struttura ricettiva o ricreativa della Riviera risulta relativamente agevole. Con il passare
del tempo, tuttavia, le aspettative professionali possono cambiare, anche in virtù delle mutate condizioni
familiari, rendendo non più sufficiente lavorare alcuni mesi all’anno. A quel punto, però, l’età si è
trasformata in un vincolo e le competenze apprese, ma non utilizzate subito dopo la laurea, risultano meno
spendibili sul mercato del lavoro. In queste circostanze una carriera nel turismo stagionale rischia di
diventare una ‘trappola’ che cronicizza la condizione di precarietà e preclude percorsi alternativi, magari
più coerenti con le scelte formative.
175
5.8
Greta: il turismo come ammortizzatore sociale improprio?
Greta ha 47 anni ed è nata in Germania. Vive in Italia, Paese che ama molto, da ben 26 anni: da quando ha
conosciuto il suo ex-marito in vacanza e si è sposata. Ha un diploma di istituto commerciale conseguito
all’estero ed alle spalle diverse esperienze nel settore del commercio e della stampa. Infatti, prima di
sposarsi ha lavorato all’interno di un ufficio vendite, prima nel settore dell’abbigliamento e poi, una volta
sposata, presso la tipografia del marito, dove è rimasta per 25 anni.
Dopo un lungo matrimonio si è separata ed è andata ad abitare con il figlio di 21 anni in un piccolo comune
in provincia di Rimini, perdendo ovviamente anche l’occupazione nell’azienda di famiglia. Questo periodo è
stato estremamente difficile: Greta è passata da una condizione familiare ed economica molto solida ad
una di fragilità estrema, caratterizzata da pesanti restrizioni persino nelle spese alimentari (“… si può anche
dire che ho fatto la fame. Avevo il giusto per mio figlio …”).
Ma non essendo una persona che si perde d’animo, ha preso una casa in affitto e, avendo avuto in passato
qualche piccola esperienza nell’ambito della ristorazione, ha deciso di cercare occupazione in questo
settore. Lavora come cuoca stagionale da cinque anni “perché è l’unica possibilità che trovi, quando hai 47
anni, purtroppo” ed ha trascorso, infatti, l’estate 2009 in un albergo.
L’ultima stagione è andata molto bene: Greta ha trovato lavoro nella cucina di un piccolo hotel a
conduzione familiare, dove il personale era tutto autoctono e composto da persone di fiducia del
proprietario. Il trattamento è stato buono e lei è rimasta soddisfatta per i risultati raggiunti in una
professione complessa ed impegnativa, che in fondo svolge da pochi anni: “Fare la cuoca è stata una
soddisfazione personale, ho fatto delle cose molto carine, belle, ma è un lavoro molto, molto pesante. Non è
da sottovalutare, è molto, molto pesante: hai un albergo con 150 persone che vogliono mangiare tutte in
una volta e non deve mancare mai nulla a nessuno. E questo non è mai successo, mai”.
Nell’autunno 2009, tuttavia, Greta si è trovata senza occupazione. Il problema maggiore che è costretta ad
affrontare è quello della scarsità di risorse: le entrate derivanti dai tre mesi di lavoro stagionale non sono
sufficienti a coprire le spese di un anno intero, anche perché il costo dell’affitto è decisamente rilevante e
richiede una situazione economica più stabile. Si è anche rivolta ai servizi sociali, in questi anni, nei
momenti di maggiore difficoltà, ma senza ottenere nulla.
In caso di bisogno può contare solo sull’aiuto del figlio che, dopo il diploma di Istituto d’Arte, avrebbe
voluto proseguire gli studi nel settore della grafica, ma invece ha dovuto rinunciarvi per motivi economici e
quindi, non trovando neppure un’occupazione in questo ambito, attualmente lavora in un supermercato
come apprendista magazziniere. Il contributo del figlio è fondamentale nel bilancio familiare, ma Greta si
chiede quale sarà la propria prospettiva nel momento in cui lui creerà un proprio nucleo.
I genitori pensionati ed i fratelli (la sua famiglia d’origine) si trovano in Germania e fanno un po’ di
pressione, considerata la situazione, perché lei torni indietro. Ma dopo tanti anni, Greta si è ambientata ed
integrata in Italia e sente di avere le sue radici qui, dove suo figlio è nato e cresciuto. E poi, anche l’orgoglio
di farcela da sé le impedisce di “mollare”.
Il suo desiderio più grande è quello di ottenere un’occupazione annuale che le consenta di superare le
difficoltà economiche. Le piacerebbe possibilmente lavorare a contatto con la gente, cosa che le manca
molto del settore delle vendite e per la quale si sente portata. Pur dandosi da fare con grande impegno,
finora non è riuscita a trovare nessuna opportunità. Non vede prospettive nel settore della stampa, dove ha
una lunga esperienza, perché si tratta di un ambito che ritiene particolarmente toccato dalla crisi a causa
della delocalizzazione. Inoltre, pensa di essere svantaggiata dal fatto di non aver conseguito qualifiche che
formalizzino le sue competenze. Ha anche svolto un corso di informatica negli anni scorsi, che però non è
riuscita a “spendere” nel mercato. Eppure, Greta continua a darsi da fare nella ricerca e non sembra
intenzionata a lasciarsi abbattere, anche grazie a piccoli piaceri che le consentono di distrarsi e di stare
bene: “Disegno, faccio le pitture, mi piacciono le poesie, mi piacciono i paesaggi, le culture degli altri Paesi,
che mi affascinano molto. Le amiche mi piacciono, mi piace il cappuccino, tutte quelle cose lì … Ah, mi piace
il calcio!”.
176
La crisi, secondo Greta, ha preso avvio con l’introduzione dell’Euro, quando il costo della vita ha cominciato
a salire. Ed oggi le prospettive sono completamente cambiate: non solo trovare un lavoro è difficile, ma le
condizioni di occupazione sono precarie e quanto si guadagna è insufficiente a garantire stabilità o una
certa progettualità di vita che prima era facile avere. Tra gli amici ed i colleghi impegnati nel settore del
turismo ha notato maggiori difficoltà, anche per la concorrenza di lavoratori a basso costo provenienti
dall’Est, che sono prediletti dagli albergatori, anche a scapito della professionalità. Alcuni colleghi si sono
indebitati, sono costretti alla sopravvivenza e “hanno finito la stagione, hanno finito già i soldi, perché in
inverno non trovano niente, si ingolfano, si mettono a posto d’estate e poi partono da zero di nuovo”.
Le stagioni sono caratterizzate, secondo lei, da un calo dei clienti e da una contrazione del loro periodo di
permanenza, oltre che dalla crescente presenza di anziani rispetto alle famiglie con bambini.
All’inizio di luglio 2010, Greta è ancora disoccupata: non è riuscita a trovare un’occupazione per la stagione
e svolge piccoli lavori occasionali nel turismo e nelle pulizie ed altre faccende domestiche, di solito in nero.
L’hotel dove l’estate prima si era trovata molto bene ha dovuto diminuire il personale e lei non è stata
riconfermata. La sopravvivenza della famiglia è garantita dal lavoro del figlio, il cui contratto da apprendista
presso il supermercato dura quattro anni ed ha buone prospettive di mantenerlo.
Tuttavia, un solo stipendio non è sufficiente a garantire loro un tenore di vita adeguato, visto che circa
metà della retribuzione serve a coprire i costi dell’affitto. In una situazione di emergenza, per far fronte alle
spese legate ad un incidente stradale del figlio, ha dovuto domandare sostegno economico al padre
pensionato. Si è ancora rivolta al Comune, senza ottenere nulla, mentre ritiene che non sarebbe dignitoso
ricorrere alle associazioni di beneficienza, tracciando una distanza tra il diritto e la carità che il suo orgoglio
non le consente di superare.
Le sono anche stati diagnosticati problemi di salute per cui dovrà presto subire un intervento chirurgico,
cosa che le impedirà di lavorare per un po’, senza poter usufruire di alcun ammortizzatore sociale,
considerate le sue condizioni lavorative. Greta vive questa situazione come un grande “peso”, soprattutto
quando pensa a suo figlio: “Mio figlio deve lavorare per me … ma dove siamo andati a finire?”.
Quindi continua a cercare un’occupazione, dicendosi disponibile per qualsiasi tipo di mansione. Ad
esempio, non le dispiacerebbe lavorare come assistente agli anziani. L’incertezza del futuro è data anche
dalla consapevolezza che col passare degli anni non sarà più in grado di svolgere i lavori più pesanti, che
finora ha sempre accettato.
All’inizio del 2011, la situazione non è migliorata, anzi. Greta è stata operata durante l’estate e non si è
neanche concessa un periodo di convalescenza, considerando quello il momento migliore per trovare
qualche lavoretto. In questi mesi non ha percepito alcun tipo di sussidio pubblico.
Ha continuato ad accettare le occupazioni saltuarie che le venivano proposte: “ho cercato il lavoro, ho
preso un posto un po’ di qua, un po’ di là, ad ore. Praticamente mio figlio lavora e sono sulle spalle sue, che
per me è una vergogna … Praticamente con tutta la capacità che uno ha, trova le porte chiuse! E non trovo
giusto quando sei arrivata ad una certa età che non ti danno la possibilità di dare quello che si chiama
esperienza! Eh … sto cercando sempre un po’ per la cucina, un po’ per la casa, dove serve, non mi sono mai
tirata indietro, però vorrei avere la sicurezza di andare avanti, perché certamente ho molta paura per il
futuro perché … cosa mi succede?”.
Sta cercando un lavoro in un hotel o un ristorante, possibilmente annuale, ma è disponibile anche ad
un’occupazione stagionale. La principale risorsa di cui Greta dispone sembra davvero la sua forza d’animo,
che non l’ha abbandonata: “Io sono fiera di me. Sono fiera di me perché, nonostante tutto quello che mi è
successo, sono rimasta pulita, sono andata via con testa alta, provando ad uscirne ed a risolvere la
situazione. Però io non penso volentieri al passato … Io mi sento materialmente estremamente povera, ma
dentro molto ricca, perché non ce la fa nessuno ad abbattermi … però, se parliamo del portafoglio, sono
estremamente povera, anzi a rischio …”.
177
5.9
Sabrina: impasse cognitiva e sospensione dei progetti
Sabrina ha 32 anni, è nata e residente a Rimini, dove convive, da poco, col suo ragazzo nella casa di
proprietà di lui. Ha una laurea in filosofia ed è occupata presso un’agenzia per l’impiego privata, dove ha un
contratto fisso acquisito dopo un periodo di stage ed un anno a tempo determinato. Prima ha avuto altre
esperienze in settori diversi, nella formazione ed anche in una libreria, dove ha conosciuto e dove continua
a lavorare il suo ragazzo.
A metà 2009, per Sabrina, la conoscenza della crisi passa soprattutto attraverso il “filtro” della visione
professionale: infatti, il lavoro in agenzia la porta ogni giorno a contatto con le persone in cerca di impiego,
di cui raccoglie domande, storie e desideri, così come, a volte, eccessi di disperazione.
La sua visione della crisi individua una profonda differenza tra situazioni solide e relativamente garantite ed
altre di difficoltà gravi, in assenza di tutele: “Le persone che conosco io al di fuori del lavoro, sono persone
che tutto sommato hanno una certa stabilità. Sono dei riminesi che alle spalle hanno una famiglia, quindi
non sono situazioni critiche sostanzialmente. I miei amici, se stanno per un periodo in cassa integrazione,
non è che non arrivano a fine mese. E quindi sono persone che parlano in una maniera sì preoccupata, ma
non sono disperate. Sicuramente, per loro non cambia la vita. Mentre in ufficio ho davanti persone che
invece, soprattutto chi viene da fuori, magari hanno famiglia, un affitto da pagare … Ci sono stati dei casi
anche di persone aggressive, che proprio piantavano un po’ di scenate. C’è più disponibilità a fare tutto,
meno ad aspettare. Questo sì”.
Sul piano personale, invece, per Sabrina, la crisi non rappresenta solo un problema, ma anche
un’opportunità: l’azienda ha attivato un contratto di solidarietà per un anno con una riduzione d’orario e
conseguentemente dello stipendio che, tuttavia, per lo stile di vita adottato, non incide sull’equilibrio
economico ed ha invece creato un’apprezzabile disponibilità di maggiore tempo libero. Per lei, dunque, si
tratta di un’occasione positiva, anche se nel lavoro non manca qualche difficoltà in più da affrontare: il
timore di perdere alcuni colleghi, l’ansia per la possibilità di essere trasferita in altre sedi, un orario ridotto
durante il quale il flusso del pubblico al front-office rimane uguale o addirittura cresce.
I progetti per il futuro sembrano invece sospesi: la convivenza, come si è detto, è recente, per cui la scelta
della maternità non si prevede a breve. L’occupazione del suo convivente non appare a rischio, anzi,
essendosi per varie ragioni ridotto il numero dei colleghi, l’impegno in libreria è cresciuto.
A novembre 2009, Sabrina viene trasferita da Rimini, dove il lavoro è calato, a Ravenna e la prospettiva di
avere dei figli si allontana ulteriormente con questo impegno aggiuntivo. L’opportunità di intraprendere un
nuovo possibile percorso formativo viene considerata, ma poi abbandonata.
Sabrina comincia a pensare anche ad eventuali periodi di difficoltà economica: “Ho dei risparmi che vorrei
mantenere anche in vista del fatto che potrei rimanere per un certo periodo senza lavoro …”.
Il periodo di crisi, infatti, prosegue, benché, secondo lei, gli ammortizzatori sociali hanno consentito finora a
molti lavoratori di affrontarla senza gravi drammi. Rimane la preoccupazione per il futuro, poiché non si
intravede una ripresa imminente dell’economia e con il loro esaurirsi la situazione potrebbe peggiorare,
anche per chi finora è stato tutelato dalle protezioni sociali.
Dopo un periodo in cui l’agenzia dove è occupata col contratto di solidarietà ha ridotto ulteriormente
l’orario di lavoro, una ripresa dei flussi della domanda ha consentito di tornare, non all’orario pieno, ma alla
riduzione iniziale.
L’esperienza di trasferimento nella sede di Ravenna è tutto sommato positiva, al netto del pendolarismo
che comporta molta fatica. Sabrina ha scoperto come molte delle ansie per questo cambiamento fossero
poco fondate, consapevolezza che interpreta come parte importante del proprio percorso di maturazione
personale e professionale. Comunque vi è la prospettiva di tornare presto a Rimini.
Rimane il timore che, dopo un anno di contratto di solidarietà, l’azienda decida di effettuare tagli di
personale. Tuttavia, Sabrina ritiene di aver imparato in questi anni, prima di precariato poi di crisi
economica, a gestire questo tipo di ‘paure’ e non farsi condizionare dalle preoccupazioni. Rimane
178
comunque dell’idea che non sia un buon momento per avere un figlio, proprio in considerazione della
situazione di instabilità: il progetto di maternità rimane dunque sospeso.
5.10
Vincenzo: “non gioco più … me ne vado”. Fuga dall’apatia
La spigliata parlantina di Vincenzo caratterizza l’incontro con questo giovane 31enne dalla faccia pulita.
Vincenzo è originario della Puglia, dove trascorre l’infanzia e l’adolescenza sino all’età di 19 anni, quando
decide di trasferirsi a Rimini per frequentare la Facoltà di Economia.
Il padre, laureato, è un ex insegnante che ha avviato con successo un’attività commerciale, mentre la
madre, pur essendo diplomata, ha sempre fatto la casalinga prendendosi cura dei tre figli. Vincenzo ha una
sorella maggiore, laureata, che lavora come responsabile presso un centro commerciale in Puglia e un
fratello più piccolo, laureando in informatica a Parma. La condizione economica familiare, sostanzialmente
agiata, ha consentito a tutti i fratelli di frequentare l’università lontano da casa, benché Vincenzo sottolinei
come negli anni di corso abbia sempre svolto ‘lavoretti’ per essere il più possibile autonomo dalla famiglia.
A 25 anni consegue la laurea specialistica e subito dopo inizia a collaborare con un’agenzia di marketing
milanese che ha una filiale a Rimini. Negli anni dal 2003 al 2008 passa dall’organizzazione di attività
promozionali alla progettazione e gestione di un intero evento pubblicitario, girando praticamente tutta
l’Italia per seguire le iniziative promosse. È pienamente appagato dalla sua vita professionale, di cui
apprezza ogni aspetto e alla quale si dedica con grande passione. Anche sul piano personale Vincenzo ha
raggiunto un equilibrio soddisfacente. Vive in affitto, condividendo le spese con un amico e, dopo oltre un
decennio, si è perfettamente integrato nella realtà riminese dove ha costruito una buona rete di relazioni. È
fidanzato da diversi anni con una 28enne pugliese, che studia a Padova per diventare giornalista e con la
quale sta progettando di acquistare una casa a Rimini.
Nell’estate del 2008, però, cominciano a manifestarsi i primi segnali della crisi che induce molte aziende a
risparmiare sulle spese per il marketing, generando un conseguente calo di clienti per la sua agenzia. I mesi
che seguono portano un ulteriore peggioramento della situazione sino all’aprile del 2009 quando Vincenzo
viene messo in mobilità. La sua azienda, per ridurre i costi, gli propone di trasformare il contratto a tempo
indeterminato in una collaborazione a progetto e di fronte al suo rifiuto decide di licenziarlo.
Questo evento arriva come un fulmine a ciel sereno a sconvolgere la sua vita e lo costringe ad accantonare
tutti i progetti realizzati con la fidanzata: “Diciamo che è una batosta grossissima che ho preso, e perché da
tre mesi stavo cercando una casa insieme alla mia ragazza da acquistare qui a Rimini … Il contratto a tempo
indeterminato ti fa pensare a una casa, ti fa pensare a un futuro, poi con la mia ragazza siamo da 8 anni
insieme quindi diciamo che gli obiettivi c’erano, però adesso è stato tutto accantonato”.
Allo sconforto per la perdita di un lavoro gratificante si unisce l’amarezza per il trattamento ricevuto dai
suoi responsabili sui quali riponeva una totale fiducia. Grazie al TFR e all’indennità di mobilità, le
conseguenze sul piano materiale non sono così pesanti come su quello psicologico, benché si renda
necessaria una maggiore attenzione nelle spese quotidiane. Nonostante il duro colpo subito, Vincenzo si
attiva subito per ottenere un nuovo impiego, focalizzando la ricerca nell’ambito del marketing e stabilendo
di poter attendere almeno sino all’autunno 2009 per trovare un lavoro corrispondente alle proprie
aspettative.
La primavera e l’estate trascorrono tra l’invio di curriculum e alcuni colloqui che non hanno esito positivo,
anche in virtù della crisi che continua a coinvolgere l’intero settore. L’unica proposta concreta arriva
dall’impresa per cui lavora la sorella, che lo segnala ad un centro commerciale del Nord per essere assunto
come allievo capo reparto. Vincenzo accetterebbe di buon grado il trasferimento in un’altra città, ma rifiuta
la proposta sia per le condizioni lavorative molto pesanti, sia perché si tratta di una mansione molto
lontana dalle sue aspirazioni.
Non riesce a considerare il lavoro solo come un mezzo per guadagnarsi da vivere, poiché attraverso di esso
egli intende realizzarsi personalmente e valorizzare le proprie capacità. In questo senso il marketing
179
rappresenta l’opportunità di svolgere un impiego creativo, dinamico, con un’intensa attività di relazione e
soprattutto non ripetitivo: “A molte persone piace avere un lavoro in cui devi seguire uno schema fisso: alle
18:30 finisci, chiudi il computer e te ne vai. Per me non è mai stato così. A volte mi capitava di lavorare il
sabato e la domenica. Andavo via dall’ufficio ed ero contento solo se il mio cliente era soddisfatto di quello
che gli avevo proposto”.
Sono mesi particolarmente difficili per Vincenzo, durante i quali la frustrazione per i numerosi tentativi
senza esito fa venire meno l’autostima, accrescendo nel contempo un sentimento di demoralizzazione. Egli
sottolinea, in questa fase, l’importanza della famiglia sia per il sostegno dal punto di vista psicologico, sia
per la disponibilità ad aiutarlo economicamente. Lo stato di tensione causato dalle vicissitudini
professionali incide anche sui rapporti con la fidanzata che, per motivi di studio, vive ormai da un anno
lontano da lui: “Mi sto rendendo conto che il lavoro nella vita di una persona è importantissimo, proprio
anche a livello di gratificazione professionale. Penso che se dovessi trovare un equilibrio in questo settore,
potrei trovarlo anche nel campo sentimentale e quindi magari ripensare di aprire il cassetto e riprendere i
sogni che sono ancora lì dentro. Purtroppo è ancora una cosa molto lontana”.
Nel settembre 2009 riceve l’offerta per una collaborazione a progetto da parte di un amico imprenditore
che ha da poco avviato un’attività di distribuzione commerciale in provincia di Rimini. Il compito di
Vincenzo è quello di organizzare una rete di vendita con la promessa, se le cose non dovessero andare
bene, di un’assunzione come responsabile della logistica. Nonostante le perplessità, legate
all’inquadramento contrattuale e al tipo di mansione, accetta la proposta desideroso soprattutto di sentirsi
nuovamente attivo.
La retribuzione di mille euro che riceve dal nuovo lavoro è di poco superiore all’assegno di mobilità e non gli
consente di sostenere oltre i costi dell’affitto. Il reddito attuale lo costringe a tagliare sia le spese per il
divertimento, riducendo le uscite solo al sabato sera, sia quelle per l’abbigliamento, che riceve quasi tutto
in regalo dai genitori. Più in generale, negli ultimi mesi è cambiato decisamente il suo modo di vivere:
“Quando avevo i week end liberi, molto spesso organizzavo con i miei amici delle scampagnate, oppure
acquistavo un biglietto aereo low cost e partivo con la mia ragazza … Tutte queste uscite improvvisate
adesso non ho voglia di farle perché moralmente non mi sento, inoltre economicamente non ho più la
possibilità. Uscivo spesso con i miei amici, invece adesso preferisco stare in casa e guardare la televisione.
Facevo dello sport, mentre ora non lo faccio più”.
Ad uno stile di vita attivo, brillante e ricco di relazioni sociali si è sostituita una condizione esistenziale
segnata dall’apatia e dalla solitudine, le cui cause risiedono più in un disagio psicologico che nelle
ristrettezze economiche. Le speranze riposte nel progetto imprenditoriale dell’amico si vanificano
rapidamente poiché, nell’aprile 2010, l’azienda, colpita dalla crisi, è costretta ad operare un taglio del
personale che coinvolge anche Vincenzo. La brusca conclusione del rapporto e la situazione di malessere
che lo accompagna da molti mesi lo inducono a riconsiderare completamente il progetto di vita costruito
sul trasferimento in Riviera. Lontano dalla famiglia, con un affitto da pagare e senza concrete opportunità di
svolgere un lavoro soddisfacente prende forma l’ipotesi di lasciare il contesto riminese per ritornare nel
luogo d’origine.
L’occasione si presenta nel maggio 2010 quando, grazie a un amico d’infanzia, viene a sapere di un posto
vacante presso un’Agenzia governativa con sede in Puglia, che si occupa di gestire i fondi comunitari per gli
enti turistici locali. Superato un colloquio a Roma, inizia subito a lavorare come tutor didatticoorganizzativo con il compito di seguire i giovani tirocinanti inseriti presso strutture turistiche che
beneficiano dei finanziamenti europei. La retribuzione è buona, ma l’inquadramento contrattuale con una
collaborazione a progetto non lo soddisfa, così come la scadenza prevista per il 2012 non corrisponde al suo
desiderio di stabilità.
Tuttavia, ci sono prospettive per il futuro, visto che dal gennaio 2011 diventerà assistente alle imprese,
occupandosi sia della gestione dei fondi, sia della redazione dei progetti per accedervi. Il nuovo lavoro, il
rientro nella casa dei genitori e il riavvicinamento con la fidanzata, tornata in Puglia dopo la conclusione del
180
master in giornalismo, permettono a Vincenzo di ritrovare un po’ di serenità: “Potevo rimanere a Rimini
trovando altri lavoretti ma non era quello che volevo, era solo un ripiego per cercare di prolungare la mia
permanenza lì in attesa di una possibilità lavorativa che mi potesse appagare. Cosa che non è avvenuta, che
tuttora non ho, ma almeno adesso sono tranquillo perché sono a casa mia; ho la possibilità di mettere da
parte un po’ di soldi e avere una vita un po’ più soddisfacente”.
I contenuti del lavoro attuale e soprattutto il carattere precario non lo gratificano pienamente, ma l’attuale
condizione economica garantisce uno standard di vita decisamente migliore rispetto all’ultimo periodo
riminese. Dal punto di vista professionale il sogno continua ad essere quello di lavorare nel marketing,
rispetto al quale non ha mai smesso di proporsi inviando curriculum in tutta Italia, ma, di fronte al
perdurare della crisi, ritiene opportuno valutare strade alternative. Una di queste è la possibilità di
diventare imprenditore nel turismo, qualora riuscisse ad ottenere i finanziamenti per ristrutturare una
vecchia villa di famiglia nella zona del Salento. Nell’immediato c’è il progetto di prendere in affitto un
appartamento per poter convivere finalmente con la fidanzata, che sta cercando lavoro come giornalista.
Nonostante i recenti sviluppi positivi, le vicissitudini trascorse hanno creato una ‘frattura’ nel percorso
biografico di Vincenzo i cui effetti sono ancora visibili: “È stato un periodo bruttissimo e non nego che
adesso sto subendo anche a livello fisico questa cosa. Sto passando da un medico all’altro perché non riesco
a dormire la notte, ho attacchi di panico, insonnia, dormo male, sono spesso nervoso”.
Il licenziamento ha avuto un impatto destabilizzante nella sua esistenza, compromettendone seriamente il
benessere psicologico e scombinandone le prospettive professionali. Questa vicenda descrive una
traiettoria tipica di quegli immigrati italiani che giungono in Riviera attratti dalle opportunità occupazionali
del territorio ma, una volta colpiti dalla crisi, non hanno le risorse sufficienti per continuare a vivere nel
contesto riminese. L’incertezza professionale, le retribuzioni inadeguate, l’assenza di una casa di proprietà
e la lontananza dalla rete parentale sono tutti elementi che inducono a rivedere il progetto migratorio per
tornare al punto di partenza, rinunciando di fatto al futuro immaginato.
181
6. Gli intervistati di fronte alla crisi: strategie di risposta ed implicazioni per le policies
6.1
Impatto e strategie di risposta: gli intervistati di fronte alla crisi
Il modo in cui la crisi, tra 2009 e 2011, si è manifestata nelle vite degli intervistati, in relazione soprattutto
all’entità dell’impatto con cui essa ha inciso sugli atteggiamenti, sui comportamenti, nonché sul livello di
benessere individuale e familiare, può essere descritto entro un continuum di situazioni che vanno dalla
sostanziale indifferenza (da un punto di vista tanto materiale quanto psicologico) sino ad una evidente
vulnerabilità. All’interno di tale continuum si rintracciano posizioni che, al di là di chi si dichiara
completamente tranquillo e protetto, appaiono via via complicarsi in ragione di crescenti sentimenti di
insicurezza cognitiva e sociale, oppure di percorsi di scivolamento nel disagio legati innanzitutto alla
riduzione delle risorse economiche a disposizione. Se è vero che il secondo processo è sovente responsabile
del primo, non mancano casi in cui le narrazioni della crisi – di livello giornalistico, ma anche circolanti nelle
diverse reti relazionali – creano una sorta di ‘assedio’ psicologico che, pur in assenza di una diminuzione o
compromissione effettiva delle capacità di reddito e di risparmio, va a minare la percezione di stabilità e di
sicurezza verso il futuro.
Ad essere concretamente influenzati, in tali casi, sono soprattutto i comportamenti di consumo, in cui
sovente compaiono una maggiore accortezza ed una attenzione a contenere o ridurre le spese. Dunque,
anche se da un punto di vista professionale o economico non si assiste ad un deterioramento dovuto alla
crisi, entrano in gioco definizioni della situazione e modelli d’azione che assumono una piena concretezza.
Ciò accade in minor misura negli intervistati più giovani, per i quali ancora forte è il filtro protettivo
familiare.
Tra quanti avevano dichiarato in sede di prima intervista di sentirsi sostanzialmente al riparo dagli effetti
più negativi della crisi, si registrano nei mesi successivi alcuni cambiamenti, in larga misura dovuti ad un
accentuarsi della durata ed anche della visibilità della crisi stessa nel loro intorno sociale.
Certamente l’impatto è di proporzioni più vistose in chi sperimenta – personalmente o entro la cerchia
familiare – conseguenze negative sul piano lavorativo e/o economico, anche in ragione di debolezze o
precarietà precedenti alla crisi: ecco allora che si accentua il combinarsi del logoramento delle risorse
materiali disponibili con un crescente malessere psicologico, che si traduce nell’indebolimento della propria
identità sociale, nell’aumento della percezione di insicurezza e nel rischio di perdita di autostima e fiducia
nel futuro.
Per quanto non vi sia una rilevante casistica di situazioni compromesse da un punto di vista di inclusione
sociale ed autonomia, non mancano nelle biografie raccolte nell’arco di 22 mesi casi di scivolamento verso
inedite o più forti condizioni di vulnerabilità personale e familiare, che incidono sia sulla idea di sé sia sulle
relazioni inter-personali e sulla fiducia nel futuro.
Se si tratta di giovani, i riflessi della situazione di crisi si rintracciano nella cautela supplementare adottata in
sede di scelte circa la continuazione degli studi (il proseguimento delle scuole superiori o l’iscrizione
all’università) o l’ingresso nel mercato del lavoro in forma più stabile. Si affacciano cioè caveat che sino a
qualche tempo addietro avrebbero influenzato le decisioni più raramente e in modo assai più contenuto.
Se si guarda alle esperienze dei giovani-adulti, le conseguenze si manifestano, ad esempio, sotto forma di
rinvii della convivenza per le coppie e/o di una più forte e frequente dipendenza dall’aiuto - non solo nella
fattispecie del trasferimento economico – dei genitori.
Se si sofferma maggiormente l’attenzione sui soggetti più maturi, si coglie una evidente ridefinizione dei
comportamenti di consumo e, più in generale, un disorientamento legato all’esperienza di condizioni
inedite o da lungo tempo non più sperimentate, come l’esigenza di contenere le spese e mettere in
discussione la sicurezza delle prospettive future.
182
Per quanto riguarda la partecipazione ai diversi settori economico-produttivi, tre sono gli aspetti emergenti:
in primo luogo il fatto che entro la rete familiare si giocano traiettorie spesso riconducibili a diversi settori,
per cui vi è mescolanza di esperienze e di destini; in secondo luogo il verificarsi con maggior frequenza di
episodi di cassa integrazione o di mobilità entro il settore manifatturiero, con periodi anche lunghi di
sospensione dal lavoro seguiti – nello scorcio finale delle interviste a cavallo tra 2010 e 2011 – da numerosi
casi di rientro, caratterizzati però da mutate modalità e condizioni di lavoro, sovente definite da una
maggior intensità lavorativa e da una minor capacità di programmare le attività; infine il profilarsi del
settore turistico come una sorta di ammortizzatore informale (o rifugio), sotto condizioni che tuttavia
vengono giudicate sia dagli imprenditori sia dai lavoratori meno prevedibili e più competitive.
A fronte dei diversi tipi e gradi di impatto della crisi, si possono individuare sia alcuni fattori ‘protettivi’ sia
alcune ‘strategie’ di fronteggiamento.
Per quanto concerne i primi, gli effetti negativi vengono attenuati dalla disponibilità di un patrimonio
mobiliare e immobiliare, che consente di gestire la transizione e di minimizzare il rischio abitativo; dalla
ridotta numerosità dei componenti del nucleo familiare; dalla presenza entro il nucleo di un doppio reddito
da lavoro, in modo da sopperire alla temporanea mancanza di uno dei due; dalla possibilità di accedere a (e
di fruire di) trasferimenti economici legati alla disoccupazione, alla mobilità o alla cassa integrazione; dal
sostegno garantito dalla rete parentale (in molti casi ancora solida e propensa a farsi carico di eventuali
disagi) in termini sia di denaro sia di beni e servizi.
Anche in relazione al grado di possesso/accessibilità a tali fattori protettivi, le biografie dispiegatesi nel
corso delle successive interviste hanno mostrato l’esistenza di alcune modalità di fronteggiamento della
crisi che, talvolta, hanno assunto la fisionomia di vere e proprie strategie dotate di un elevato grado di
intenzionalità.
Il ricorso alle risorse familiari, con l’intensificazione delle solidarietà al suo interno in senso sia orizzontale
(entro la stessa generazione) sia verticale (in chiave intergenerazionale), ha costituito la più evidente
reazione alle difficoltà. In questa prospettiva è da sottolineare il riscontro di esplicite dimostrazioni di
responsabilità e sensibilità non soltanto in senso discendente, cioè dai genitori ai figli, ma anche – seppure
in misura più contenuta – in senso inverso, dai figli ai genitori. Importante appare anche il ricorso alla
cerchia più allargata, nella quale compaiono tanto gli amici più intimi quanto i semplici conoscenti: se i
primi forniscono soprattutto un supporto sul piano emotivo e psicologico, i secondi costituiscono un canale
informale attivato per la ricerca del lavoro, che in alcuni casi si rivela di estrema rilevanza.
In riferimento specifico alla risorsa lavorativa, emerge dalle interviste la diffusione di forme di occupazione
irregolare e/o stagionale anche in chi, per condizioni e carriera occupazionale, sino ad oggi, non vi aveva
fatto ricorso. Se ciò vale soprattutto per i giovani adulti e i più maturi, è opportuno sottolineare l’ampia e
precoce frequentazione del mondo del lavoro da parte dei più giovani, prevalentemente attraverso
‘lavoretti’, a dimostrazione di un certo pragmatismo e di una ricerca di parziale autonomia che sembra
potersi estendere alla maggioranza dei giovani riminesi, anche in virtù delle occasioni di lavoro offerte dalla
specifica economia di questo territorio. Allo stesso tempo, i giovani intervistati che più recentemente
hanno tentato di entrare in modo stabile nel mercato del lavoro locale affermano di aver trovato un
ambiente scarsamente accogliente per mansioni, tutele e remunerazione.
Sempre in riferimento al reddito da lavoro, in coincidenza di interruzioni del rapporto in essere, molto
elevato – per quanto non per tutte le categorie di lavoratori – è stato il ricorso agli ammortizzatori sociali: in
questo le interviste confermano pienamente i dati statistici, dando loro la consistenza e la concretezza della
vita quotidiana.
Un aspetto rilevante circa le reazioni alla crisi in termini di atteggiamento adattivo e/o attivo riguarda la
ridefinizione delle aspettative e, in termini specifici, dei progetti e delle strategie tanto in ambito educativo,
per quanto riguarda ovviamente i più giovani, quanto nella sfera professionale. Le dinamiche registrate si
muovono tra attesa, cautela, pragmatismo e selettività.
183
In particolare, tra i più maturi in cassa integrazione, così come tra i giovani-adulti che vivono ancora in
famiglia sembra prevalere un atteggiamento di attesa, basato prevalentemente su un sentimento di fiducia
nella ripresa economica, che si traduce in una ‘strategia’ conseguente di conservazione del posto di lavoro
(conservazione che, sulla base di diverse testimonianze, comporta spesso la necessità di adattarsi
faticosamente alle nuove condizioni lavorative imposte dalle ristrutturazioni aziendali).
I disoccupati si orientano prevalentemente verso la ricerca attiva di un nuovo impiego, che avviene però
con modalità differenti al variare del capitale sociale e culturale personale disponibile: i soggetti che hanno
acquisito competenze specifiche e godono di una relativa sicurezza materiale si attivano in modo selettivo,
mantenendo inalterate le aspettative professionali in relazione sia ai contenuti, sia alle condizioni lavorative
(orario, retribuzione, inquadramento contrattuale); le fasce più deboli (soprattutto la componente
femminile) ridefiniscono le aspettative, nel senso di una disponibilità ad accettare mansioni e/o modalità
regolative precedentemente ritenute non accettabili. Altri lavoratori scelgono, invece, di riconvertirsi
professionalmente e acquisire nuove competenze, ritenute più spendibili sul mercato del lavoro,
partecipando a corsi di formazione o iscrivendosi all’università: tale strategia risulta appannaggio degli
individui con un buon livello di scolarizzazione e che, ancora, possono contare sul supporto della rete
parentale. Nel complesso sono molto rare nei soggetti più maturi. Costruire percorsi formativi o
professionali lontani dalla propria storia lavorativa, del resto, comporta una ristrutturazione cognitiva che
ridefinisce ruoli e aspettative, modificando la proiezione di sé nel futuro non solo per quanto concerne la
sfera professionale, ma anche le altre dimensioni dell’esistenza.
Nel complesso le persone sole, i nuclei monoreddito, le famiglie immigrate (straniere e non) corrono rischi
più elevati di indebitamento, coinvolgimento nel lavoro irregolare, uscita dal territorio riminese.
Sul fronte imprenditoriale, attraverso le interviste si registrano storie e comportamenti diversi, in cui la
gamma di soluzioni adottate per fronteggiare la crisi è ampia e varia anche in ragione della evoluzione
temporale della crisi stessa: indebitamento; ricorso alla cassa integrazione; contenimento dei costi di
gestione e ristrutturazione dell’assetto organizzativo-produttivo, con momenti di programmazione limitata
e, al contempo, flessibilità oraria che oscilla tra elevata intensità lavorativa e forti rallentamenti; sviluppo di
nuovi modelli e strategie di internazionalizzazione. Se i passaggi appena elencati sono caratteristici in
particolare del comparto manifatturiero, nel settore turistico l’obiettivo di non perdere clientela si è
tradotto in una politica tariffaria competitiva. Nell’insieme le strategie adottate hanno visto un
contenimento dei costi, pur nel tentativo di assicurare la qualità del servizio ed un orientamento a fare rete
a livello di zone turistiche per coinvolgere e fidelizzare i clienti.
Come ricordato la crisi ha indotto in molti casi – anche laddove non ci fosse una reale emergenza
economica, ma una forte suggestione – a modificare i comportamenti di consumo in direzione di un loro
contenimento e di una maggior selettività. Si è trattato di un fenomeno generalizzato e trasversale sia agli
status sia alle età, tra gli effetti più vistosi a livello di aspetti di vita quotidiana. Nei casi in cui la diminuzione
delle entrate è stata evidente e prolungata vi è stato in contemporanea un visibile ricorso ai risparmi ed
anche all’indebitamento. Si tratta - secondo gli osservatori economico-finanziari (e qualche intervistato) di un fenomeno diffuso, che dà corpo ad una delle preoccupazione più forti verso il futuro: l’erosione dei
risparmi e, dunque, dei margini autonomi di fronteggiamento della crisi economica apre seri interrogativi
sulla tenuta nel tempo di questa risorsa e, in ogni caso, sull’alterazione di una progettualità che – attraverso
i risparmi – guardava e guarda al futuro per sé e per i figli.
Nel complesso l’interazione fra fattori protettivi e strategie di fronteggiamento sembra aver consentito,
almeno sino ad inizio 2011, una sostanziale tenuta del tessuto sociale riminese.
184
6.2
Dinamiche emergenti ed implicazioni per le policies
L’indagine effettuata ha permesso, come ricordato nell’introduzione, di mettersi sulle tracce delle persone
intervistate, nel senso che ha consentito di cogliere la loro definizione della situazione, le loro aspettative, i
loro atteggiamenti e, al contempo, di registrare gli eventi accaduti nel corso di circa due anni e i
comportamenti messi in atto. Quanto emerso consente di evidenziare alcune dinamiche che appaiono di
particolare interesse nella lettura di come i soggetti hanno ‘vissuto al tempo della crisi’ e che sollevano
nodi critici ed interrogativi di sicuro rilievo per le policies.
Gli effetti della crisi nel corso del tempo si misurano tanto lungo la dimensione economico-materiale
quanto su quella psicologico-identitaria. Se la prima dimensione richiama aspetti che in modo abbastanza
automatico risentono dei cicli economici recessivi, la seconda è meno riconosciuta e più nascosta nelle
trame delle biografie e delle variabili che le differenziano una dall’altra.
Nell’insieme ciò che emerge è il rischio che, al prolungarsi della crisi e delle sue conseguenze in termini di
discontinuità sul continuum biografico, i diversi fattori protettivi subiscano indebolimenti e, soprattutto per
chi può fruirne in minor misura, si verifichi quella erosione dell’autostima, quella fragilizzazione
dell’identità personale e sociale, quel rafforzamento dell’insicurezza cognitiva che può portare alla
‘corrosione del carattere’, inteso come patrimonio profondo che connota l’esperienza umana fra passato,
presente e futuro102.
Rispetto ai diversi profili d’età sembra evidenziarsi una sorta di ‘carattere generazionale’ che incide sulle
diverse capacità di attivarsi e disponibilità di adattamento: ad esempio, i giovani-adulti appaiono già
assuefatti alla flessibilità nel lavoro e nella progettualità; i più giovani anche, e ciò si accompagna ad un
certo pragmatismo che li porta a frequentare molto presto il mercato del lavoro attraverso molteplici
‘lavoretti’; i più maturi invece mostrano di aver consolidato una certa esperienza e, da qui, una visione
della propria storia lavorativa che li rende piuttosto rigidi rispetto alla pressione a riscriverne le modalità, a
ridefinirne tempi, contenuti e prospettive.
Ecco allora che le potenzialità e i modi del fronteggiamento della crisi assumono una fisionomia diversa in
rapporto al combinarsi delle diverse fasi del ciclo di vita con la diversa dotazione di risorse socioeconomiche: esse, infatti, possono orientarsi all’attesa (talvolta alla rassegnazione), oppure rispondere ad
una spinta all’attivazione (che può essere o meno capace di selettività).
Alcuni elementi - positivi e negativi - appaiono trasversalmente alle distinzioni per età e, per certi versi,
anche alla dotazione di risorse, interrogando da vicino la capacità di trovare forme di ricomposizione degli
effetti della crisi su scala locale e fornendo spunti di riflessione alle policies.
La diffusa ridefinizione degli stili di consumo indica la pervasività non soltanto della crisi nei suoi aspetti più
concreti e diretti, ma anche nella potenza con cui essa informa i codici interpretativi e l’orientamento
all’azione, intervenendo sulla fiducia e sulle aspettative per il futuro. La parallela erosione dei risparmi
testimonia di quanto, oltre che in termini di condizionamento culturale, la crisi abbia in effetti investito il
territorio e le vite delle persone sul piano materiale, innescando una sorta di conto alla rovescia rispetto
alla durata della recessione e alla tenuta delle risorse economico-finanziarie delle famiglie e del sistema nel
suo complesso.
Una significativa risposta messa in campo è quella delle solidarietà intrafamiliari a carattere discendente,
che in queste circostanze hanno reagito in maniera pronta e massiccia, a conferma della persistenza e
rilevanza nella società riminese di logiche di regolazione ‘informale’ connotate in senso familistico, vale a
dire centrate sull’elevata stabilità economica ed affettiva della famiglia e sull’ampia disponibilità a farsi
carico dei figli da parte dei genitori. L’aspetto interessante, tuttavia, è la presenza non episodica, ma meno
102
Si tratta di un’espressione e di un concetto messi a punto da R. Sennett in relazione alle conseguenze dell’esperienza
- prevalentemente, ma non soltanto lavorativa - contemporanea (v. il suo L’uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo
capitalismo sulla vita personale, Feltrinelli, Milano, 1999).
185
scontata rispetto all’immaginario, di un senso di responsabilità dei più giovani verso le figure genitoriali, che
conferma la centralità dell’istituto familiare come forma fondamentale (e tradizionale) di protezione dai
rischi sociali generati dalla crisi.
Tuttavia, se questa forza delle cerchie primarie conferma il ruolo basilare della famiglia nella distribuzione e
redistribuzione di risorse e diritti, da una parte rischia di accentuare il rischio che i giovani siano ancor più
dipendenti – nel bene e nel male – da essa e dalle possibilità che è in grado di offrire, a fronte di un welfare
con tutele limitate e selettive e di un mercato del lavoro assai poco ‘accogliente’, dall’altro sembra
manifestarsi a fronte di una blanda, sostanzialmente assente prospettiva collettiva e politica. In queste
circostanze la ripresa di una solidarietà ristretta rischia di rappresentare un orizzonte troppo limitato per
dar vita a risposte durature, eque e sostenibili.
Se alcune delle dinamiche di crisi oltrepassano il raggio d’azione del welfare locale, tuttavia compaiono nodi
che possono essere affrontati tramite l’azione congiunta delle diverse agenzie e istituzioni del territorio:
valga fra tutti quello relativo all’esigenza di supportare processi di consapevolezza e di attivazione nei
soggetti, soprattutto per i più anziani, che da un punto di vista sia cognitivo sia emotivo hanno evidenziato
una grande difficoltà nell’orientarsi e nel rimettersi in gioco. Anche il credito sembra costituire un punto
fondamentale su cui intervenire per confidare nella tenuta prima e nella ripresa poi. Pur seguendo vettori
nazionali ed internazionali, in questo specifico ambito le istituzioni locali non possono che proseguire con
interventi ispirati ad una logica cooperativa per trovare modalità concrete e condivise di azioni vocate a
bisogni e potenzialità del territorio.
Non bisogna poi dimenticare come vi siano dinamiche riconducibili in senso proprio alla crisi ed altre,
invece, precedenti alla crisi e magari da questa ingigantite: per stare al mercato del lavoro, solo per
esemplificare alcune questioni, risalgono a prima della crisi problematiche relative al matching fra
domanda e offerta (soprattutto per quanto riguarda i profili giovanili più qualificati); allo svantaggio
femminile (anche a causa di una carenza, specialmente in alcuni territori, di servizi per l’infanzia e della
resistenza di tratti culturali di stampo patriarcale che inevitabilmente si intrecciano con un modello sociale
familista); al rapporto fra economia turistico-alberghiera e settori industriale e terziario rispetto a temi
come la flessibilità e le caratteristiche del lavoro.
Per concludere, ciò che sembra molto evidente e che può essere colto dalle istituzioni locali - pubbliche e
private - è un rinnovato bisogno di ‘spiegazione’ e di narrazione collettiva del futuro. È piuttosto diffusa,
infatti, la consapevolezza di trovarsi di fronte ad un bivio, a cui occorre rispondere con alcune scelte di
fondo: ciò richiede di praticare l’ascolto dei territori, attraverso la costruzione di momenti di confronto con
i soggetti e le istituzioni che operano nei diversi ambiti (amministratori e funzionari degli enti locali,
associazionismo e volontariato, rappresentanti delle cosiddette ‘parti sociali’, operatori dei servizi, singoli
imprenditori, artigiani, professionisti, insegnanti, cittadini); di potenziare l’analisi e di dedicare energie alla
sua restituzione nei territori stessi, in cerca di visioni condivise circa ciò che è accaduto, ciò che potrebbe
ancora accadere e ciò che si potrebbe fare, puntando ad identificare e chiarire ruoli, oneri, rischi e
opportunità.
Non va infatti dimenticato che la crisi economica non ha colpito il territorio in maniera indistinta e
indifferenziata. Il suo carattere selettivo risulta piuttosto evidente e in stretta connessione con le diverse
specializzazioni produttive, il grado di coesione sociale, il tipo, l’estensione e la qualità dei servizi e degli
aiuti disponibili, le caratteristiche dei nuclei familiari e delle reti sociali, la specificità degli orientamenti
culturali più diffusi. Al tempo stesso, articolati, profondi e non immediatamente visibili possono essere gli
impatti, le sconnessioni, i mutamenti sul piano delle risorse economiche (imprenditoriali e lavorative),
sociali (di solidarietà e fiducia, garantite da reti ampie e solide) e culturali (etica del lavoro votata al sacrifico
e alla laboriosità, saperi tecnici non formalizzati, socializzazione al lavoro precoce, integrazione stabile nella
comunità locale) di cui i diversi attori del territorio (individui, famiglie, imprese, istituzioni pubbliche) si
sono fino ad oggi serviti, con maggiore o minore successo. Investire nell’ascolto del territorio può dunque
186
costituire il primo passo, l’azione propedeutica alla delineazione di nuove strategie di sviluppo locale capaci
di assumere un’ottica sistemica e, soprattutto, di trovare adattamenti virtuosi fra economia e società.
In quest’ottica, il territorio va considerato non più nella sua accezione fisica, ma piuttosto come costruzione
socioeconomica alla quale gli attori locali sono chiamati a cooperare. Da questo punto di vista diventa
fondamentale la capacità dei soggetti istituzionali locali di sollecitare la condivisione di analisi, prospettive e
proposte tra tutti gli attori interessati, economici e non, al fine di giungere ad un medesimo orizzonte che
possa diventare patrimonio di tutte le razionalità in gioco e possa stimolarle a muoversi, nelle loro scelte, in
modo coordinato. Si tratta, in ultima istanza, di costruire le condizioni per il rafforzamento e la produzione
di beni e servizi che valorizzino specifiche energie e sinergie locali, cercando di ricollocare all’interno di una
comune visione le sempre più diffuse pratiche opportunistiche messe in campo dagli attori economici del
territorio e, insieme, di ricomprendere in questa comune visione l’imprescindibile dimensione
redistributiva.
187
7. Il confronto con il territorio: il punto di vista degli attori economici e degli amministratori locali
La terza fase delle interviste si è conclusa nel febbraio 2011, mentre a livello nazionale e locale si
registravano alcuni segnali di ripresa sia sul versante della produzione, che su quello occupazionale.
Tuttavia, nella seconda parte dell’anno il quadro economico generale è nuovamente peggiorato anche a
causa delle continue turbolenze sui mercati finanziari legate al problema dei debiti sovrani (Grecia, Spagna,
Italia, ecc.). Questi ultimi incidono sull’attività delle imprese principalmente attraverso un inasprimento
nelle condizioni di offerta praticate dalle banche, con più elevati tassi di interesse e una più severa
selezione della clientela103.
La speranza di una lenta ma progressiva fuoriuscita dalla recessione economica ha lasciato il posto alle
preoccupazioni per il perdurare di una fase critica che non sembra allentare la ‘morsa’ sul sistema
produttivo nazionale. Per questo motivo si è ritenuto opportuno riprendere le fila del discorso attraverso
un confronto con il territorio che raccogliesse le riflessioni sulla crisi di coloro i quali ne risultano coinvolti a
vario titolo. A tale fine, nel maggio 2012, si sono realizzati cinque incontri aperti al pubblico nei comuni di
Morciano di Romagna, Rimini, Novafeltria, Riccione e Santarcangelo. Ad ognuno di essi sono stati invitati
imprenditori, amministratori locali, lavoratori, rappresentanti delle categorie economiche, del sistema
creditizio, del mondo sindacale e dell’associazionismo. Dopo una breve esposizione dei risultati della
ricerca, è stato chiesto a tutti i ‘testimoni privilegiati’ di fornire il proprio punto di vista sull’evoluzione della
crisi, sulle strategie messe in atto e sui possibili interventi attuabili a livello locale.
In questo capitolo verranno presentate le testimonianze raccolte, focalizzando l’attenzione principalmente
su tre ambiti tematici. Il primo concerne la situazione del sistema produttivo riminese, concentrandosi in
particolare sul punto di vista dei diversi attori in merito ai problemi esistenti e alle soluzioni adottate per
affrontare uno scenario economico sempre più complesso. Il secondo descrive l’impatto della crisi nella
prospettiva delle istituzioni politiche, rappresentate dagli amministratori locali che hanno responsabilità di
governo sul territorio provinciale (Comuni e Provincia). Il terzo riguarda alcune azioni auspicabili per
riprendere la via dello sviluppo in un contesto sociale, economico e politico irreversibilmente modificato da
oltre tre anni di recessione.
7.1
Il mondo produttivo riminese di fronte al protrarsi della crisi economica
L’ulteriore rallentamento del ciclo economico registrato nella seconda parte del 2011 si è protratto anche
nell’anno seguente, coinvolgendo soprattutto il comparto industriale riminese. Nel primo trimestre del
2012 i principali indicatori della congiuntura manifatturiera segnano sul territorio provinciale una variazione
annua negativa per quanto concerne la produzione (- 3,9%), il fatturato (- 4%) e gli ordinativi (- 3,8%)104.
Diretta conseguenza di questo rallentamento è il consistente ricorso alla cassa integrazione che al 30
giugno 2012 ha già superato i tre milioni di ore complessivamente autorizzate (CIGO, CIGS e in deroga) con
un incremento dell’11,3% sui primi sei mesi del 2011105.
103
Secondo la Banca d’Italia, nel 2011 si è accentuata la crescita dei tassi bancari praticati alle imprese, iniziata intorno
alla metà del 2010: alla fine dell’anno i tassi medi sulle consistenze sono stati pari al 4%, quasi un punto percentuale in
più rispetto a dodici mesi prima. Cfr. Banca d’Italia, Relazione annuale. Anno 2011, Roma, Maggio 2012,
www.bancaditalia.it
104
Si tratta, peraltro, di variazioni in linea con i dati medi dell’Emilia-Romagna che nello stesso periodo fanno
registrare un calo del 3,5% nella produzione, del 2,9% nel fatturato e del 3,6% negli ordinativi. Cfr.
www.starnet.unioncamere.it.
105
I dati sulle ore di cassa integrazione guadagni autorizzate dall’INPS di Rimini sono pubblicati sul sito dell’INPS
nazionale www.inps.it.
188
Questi pochi dati sono sufficienti a descrivere le difficoltà del mondo produttivo riminese di fronte al
protrarsi della recessione economica. Cosi come già evidenziato in precedenza (vedi par. 3.5), lo scenario in
cui gli imprenditori locali si trovano ad operare risulta decisamente diverso da quello precedente la crisi.
“Ognuno di noi oggi, più o meno coscientemente, sta cambiando. Cambia il modo di pensare, cambia il modo di
spendere le risorse: anche chi le ha non le spende più come faceva nel passato. Ryanair non la frequenta solo quello
che non ha soldi da spendere, all’Ikea non ci va solo quello che non ha soldi da spendere; quindi questi li indico come
due segnali inequivocabili che sta cambiando l’approccio all’acquisto dei beni di consumo e anche dei beni
strumentali” (imprenditore, media impresa manifatturiera)
La crisi ha diminuito in modo sensibile i consumi, modificando le abitudini delle famiglie che, sempre più
frequentemente, orientano gli acquisti di beni e servizi verso le offerte speciali e i prodotti scontati106.
Questi comportamenti di spesa improntati al risparmio e alla moderazione interessano non solo le classi di
reddito più basse, ma anche quelle medio-alte le quali percepiscono una progressiva riduzione nel loro
potere d’acquisto. La contrazione delle vendite determina un significativo calo nei fatturati aziendali che
coinvolge sia il piccolo commercio, sia la grande distribuzione, arrivando ad investire l'intera filiera
produttiva, compreso il settore dei trasporti. Alla base della riduzione dei consumi, oltre agli oggettivi
problemi finanziari, c’è anche un atteggiamento cognitivo che condiziona le scelte di famiglie e aziende. Tre
anni di recessione economica hanno creato un clima di pessimismo, incertezza e preoccupazione, minando
la fiducia degli attori sociali circa le possibilità di un’effettiva ripresa nel breve periodo.
“Chi vive nel mondo dell’impresa e dell’associazionismo da tanti anni sa che periodicamente abbiamo vissuto dei
momenti di crisi, ma ogni volta c’era sempre comunque un’aspettativa per il futuro. Si diceva: in un momento di crisi,
bisogna investire! Tanto poi , come tutti i fenomeni ciclici, la crisi finisce. Poi quando finirà siamo pronti per … Oggi
invece la drammaticità di questa crisi è che ha condizionato veramente il nostro futuro con scarse aspettative: non
riusciamo a capire né quando finirà, né come saremo quando sarà terminata”. (rappresentante associazione di
artigiani)
Viene sottolineata la particolare gravità della situazione che appare diversa rispetto alle precedenti fasi
recessive, le quali hanno ciclicamente coinvolto le economie capitalistiche occidentali. Agli occhi del
sistema produttivo la crisi attuale risulta ancora indecifrabile negli esiti ed il suo protrarsi sta pesantemente
condizionando la capacità progettuale di molti imprenditori. Mentre in passato i momenti difficili erano
comunque accompagnati dall’aspettativa di una ripresa, oggi questa visione ottimistica del futuro sembra
essersi incrinata. Si diffonde, invece, anche all’interno delle imprese quella ‘paura del domani’ che, come
evidenziato in precedenza, rappresenta una delle conseguenze sul piano cognitivo rilevate tra i cittadini
riminesi. Tuttavia, la mancanza di aspettative verso il futuro costituisce un limite all’attività degli
imprenditori che, per investire nelle proprie aziende, devono comunque prevedere la redditività del
capitale impiegato.
Tra le testimonianze raccolte negli incontri sul territorio non mancano i rilievi critici alle aziende riminesi,
alcune delle quali vengono accusate di aver adottato un approccio sbagliato nei confronti della crisi.
“L’accusa che noi facciamo alle aziende è di aver utilizzato tre anni di ammortizzatori sociali, che li hanno portate
verso una crisi sempre più profonda, senza ripensarsi. Hanno sottovalutato l’entità di questo evento; forse perché il
settore del manifatturiero vive delle crisi cicliche da sempre, per cui è tutto un alto e un basso che si sussegue. Questa
volta non era così, ma era evidente dall’inizio, che non era così. Non ci hanno voluto credere, non hanno voluto
ripensarsi, perché rivedere sé stessi e trovare delle nuove soluzioni è faticoso...” (sindacalista)
106
Secondo una recente indagine condotta a livello nazionale, l’87% delle famiglie contattate ha riorganizzato le spese
alimentari, optando sempre più frequentemente per le offerte speciali e i prodotti meno costosi, mentre il 78% riduce
pranzi e cene fuori casa. Cfr. Fondazione Censis-Confcommercio, Outlook dei consumi. Clima di fiducia e aspettative
delle famiglie italiane nei primi mesi del 2012, Roma, Aprile 2012.
189
Due sono sostanzialmente le critiche avanzate al sistema produttivo locale. Da un lato, alcune aziende
hanno attribuito all’attuale recessione un carattere ciclico e transitorio, rispondendo alla stessa con il solo
ricorso alla cassa integrazione, così come fatto in passato. Dall’altro, questa strategia ‘conservativa’ sul
piano occupazionale, non è stata accompagnata da un ripensamento dell’attività aziendale che aprisse
nuove opportunità. L’immobilismo e l’incapacità di rinnovarsi rappresentano un grave ostacolo per il
rilancio anche di quelle imprese con un potenziale produttivo e un capitale umano rilevanti. Per questi
attori economici lo scorrere del tempo segna solitamente il progressivo aggravarsi della crisi, portando alla
chiusura dello stabilimento o ad un forte ridimensionamento dell’attività produttiva. Considerazioni
critiche vengono espresse da un lavoratore in mobilità, il quale racconta la situazione vissuta nella ex
azienda che esemplifica alcuni aspetti problematici della piccola impresa italiana.
“Io lavoravo in un’azienda creata dal fabbro di campagna geniale, che finché ha potuto reggere, ha fatto i soldi a
palate, ma non ha mai reinvestito nella sua azienda. Io sono entrato: c’erano quattro torni che erano già vecchi: dopo
35 anni, i torni erano ancora quelli! Lui i soldi li aveva fatti, però non ha mai investito; quando è arrivata la necessità di
studiare prodotti tecnologicamente avanzati, la piccola azienda non è in grado, perché ci vogliono fondi … Questa è
una cosa che ho notato nel mio piccolo: una incapacità dell’azienda di riperpetuarsi. Una volta che il fondatore muore,
oppure smette perché diventa vecchio, i figli – basta che andiamo a vedere molte aziende nel nostro circondario –
non sono in grado, non reggono! E non c’è neanche la cultura o l’umiltà – e ne parlo, perché è successo nell’azienda
dove ero io - di dire: prendiamo un manager che ci aiuti. Quindi io penso che sia in crisi anche questo aspetto.”
(lavoratore in mobilità)
Il primo elemento da sottolineare concerne la scarsa propensione di alcuni industriali a reinvestire
nell’attività una quota rilevante degli utili aziendali per acquisire nuovi macchinari107. Il caso citato è quello
di un imprenditore di prima generazione, con grandi capacità professionali, un forte desiderio di mobilità
sociale e una solida etica del lavoro, ma privo di una vera cultura manageriale. Sino a quando le condizioni
del mercato sono state favorevoli l’azienda in questione ha potuto sopravvivere, garantendo alla proprietà
il benessere economico. Tuttavia, l’obsolescenza delle attrezzature ha contribuito in modo rilevante a
determinarne la chiusura di fronte al prolungamento della crisi.
Un ulteriore fattore di debolezza è legato alle ridotte dimensioni di impresa che limitano la capacità di
progettare nuovi prodotti tecnologicamente avanzati in grado di affermarsi nel mercato globale. Infatti, le
attività di ricerca e sviluppo richiedono l’impiego di risorse consistenti che risultano eccessive per le
possibilità finanziarie di una micro-azienda. Se negli anni Settanta e Ottanta le piccole imprese e i distretti
industriali sono stati gli attori più dinamici dell’economia italiana, dalla seconda metà degli anni Novanta
questo ruolo è passato alle medie imprese (50-499 addetti) che hanno realizzato una forte espansione delle
vendite estere108.
Un altro problema risiede nella trasmissione intergenerazionale dell’attività, dal momento che i figli non si
dimostrano sempre all’altezza dei padri nelle responsabilità dirigenziali. Tale problema appare ancora più
evidente in una fase di prolungata recessione economica nella quale la conduzione dell’impresa richiede
una leadership competente, autorevole e capace di resistere alle pressioni circostanti.
107
Da una recente indagine emerge che le imprese della provincia di Rimini mostrano la propensione agli investimenti
più bassa di tutta l’Emilia-Romagna. Infatti, il 14,8% delle aziende locali ha prevalentemente utilizzato le proprie
risorse per fare nuovi investimenti o proseguire quelli già avviati, mentre a livello regionale tale quota sale al 19,1%.
Cfr. Unioncamere Emilia-Romagna – Istituto Guglielmo Tagliacarne, Osservatorio regionale sul credito in EmiliaRomagna. Il rapporto tra imprese e credito dal punto di vista delle imprese. Seconda edizione dell’anno 2010, Bologna,
2011.
108
Si è parlato in proposito delle medie imprese come le protagoniste nella ristrutturazione del modello italiano. Cfr. C.
Trigilia, L. Burroni, “Italy: rise, decline and restructuring of a regionalized capitalism”, in Economy and Society, vol.
38, n. 4, 2009, pp. 630-653.
190
Questo aspetto rimanda al tema del management nelle micro-imprese a gestione familiare che
rappresentano un’istituzione caratteristica del sistema produttivo locale e nazionale. La diffusa presenza di
queste realtà si accompagna solitamente all’accentramento delle principali funzioni nelle mani del capoazienda, senza lasciare spazio a figure manageriali esterne con una formazione specifica. Queste ultime,
tuttavia, potrebbero rappresentare non solo un fattore di competitività, ma anche una risorsa utile per
affrontare una crisi così grave, soprattutto in quelle situazioni dove la leadership esistente risulta
inadeguata. Se, da un lato, comportamenti errati e problemi strutturali hanno indebolito la posizione di
molte imprese riminesi di fronte alla recessione economica; dall’altro emergono anche esempi positivi di
gestione aziendale che faticano, però, a sostenere la competizione internazionale109.
“Noi siamo il tipico esempio di una realtà locale e artigianale con dipendenti che sono con noi da una vita, con nuovi
ragazzi che abbiamo assunto con l’idea di andare avanti, anche un anno e mezzo fa e devo dire che quel distacco fra
imprenditore e sindacati, in queste nostre realtà non si avverte. Io sono stato, dieci anni fa, quando è toccato a me,
rispetto a miei genitori, una persona che ha investito tanto sulla qualità. Così mi hanno insegnato: tutti i risparmi che
avevamo andavano reinvestiti in azienda per correre. Questa qualità della quale oggi io mi pregio, questi investimenti,
questo cercare, ad esempio, di comprare il legno da foreste non disboscate, i ragazzi formarli in un certo modo, alla
fine si riversa sul costo di un prodotto finito, che oggi è fuori mercato! Parliamoci chiaro! Quando vado verso la
qualità, ma si cerca di comprare altre cose perché la gente non ha più i soldi, arriva un grosso distributore cinese che ci
frega” (imprenditore, piccola impresa manifatturiera)
La testimonianza riportata descrive una realtà piuttosto diffusa nel tessuto produttivo locale, trattandosi di
un’impresa artigiana operante in un settore ‘maturo’ come quello del mobile. Al suo interno, insieme a
giovani neo-assunti, si trova un nucleo storico di dipendenti fidelizzati, che condividono con il datore di
lavoro le difficoltà del momento. Questo giovane imprenditore ha ereditato l’attività familiare, cercando
negli anni di gestire la stessa secondo gli insegnamenti ricevuti dai genitori. Sotto questo profilo, viene
evidenziata la prassi di reinvestire gli utili all’interno dell’azienda per essere sempre al passo con il
progresso tecnologico. In questo modo è possibile garantire la qualità della produzione, grazie anche
all’attenzione nella scelta dei materiali e alla professionalità della manodopera che viene adeguatamente
formata. Tutto ciò comporta, però, dei costi che si riversano sul prezzo finale rendendo il prodotto meno
appetibile di fronte alla concorrenza internazionale.
Il problema della competizione globale esiste ormai da anni, soprattutto nei settori tradizionali come il
tessile, l’abbigliamento, l’arredamento, la meccanica, ed è stato recentemente aggravato da un consistente
calo nella domanda interna. Al di là della congiuntura negativa esiste quindi un dato strutturale legato alla
specializzazione produttiva che caratterizza a tutt’oggi il Made in Italy, mentre altre economie avanzate
hanno sostituito progressivamente le vecchie produzioni con attività più innovative, quali quelle legate alle
tecnologie dell’informazione e della comunicazione110.
L’avvento della crisi ha segnato non solo una contrazione nella domanda di beni e servizi da parte dei
privati, ma anche nuovi vincoli nella spesa di Province e Comuni. Ciò significa meno risorse da investire sul
territorio e maggiori difficoltà per gli enti locali nel pagamento di fornitori e aziende creditrici. A subirne le
conseguenze sono stati non solo i cittadini, ma anche le imprese riminesi che per diversi anni hanno
beneficiato di rilevanti commesse pubbliche.
109
Secondo l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) il valore complessivo dell’export italiano nei primi tre
anni di crisi è diminuito dell’8,8%, passando dai 491,5 miliardi di dollari del 2007 ai 448 del 2010. Nello stesso
intervallo di tempo la quota dell’Italia sul totale delle esportazioni mondiali è scesa dal 3,5% al 2,9%, seguendo un
destino analogo a quelle delle principali economie europee (la Germania è passata dal 9,5% del 2007 all’8,3% del 2010;
la Francia dal 4% al 3,4% e la Gran Bretagna dal 3,1% al 2,7%). Cfr. World Trade Organizations, International Trade
Statistics 2011; WTO, International Trade Statistics 2008; www.wto.org/statistics.
110
Cfr. E. Saltari, G. Travaglini, L’economia italiana del nuovo millennio, Carocci, Roma, 2009.
191
“In un territorio come il nostro, per come era strutturato, noi avevamo sostanzialmente un’economia ‘drogata’ permettetemi di usare questo termine – da una massa di investimenti che il pubblico ha concentrato in questi anni,
che in parte sono ancora lì e gravano su tutti noi come debiti …. sono opere importantissime, possono essere da un
lato uno strumento per dare un contribuito, ma vanno anche pagate. Se le condizioni dell’economia sono buone, le
condizioni per pagarle erano in qualche modo programmate; se invece peggiorano, diventano un duro fardello da
portarsi dietro” (rappresentante associazione di cooperative)
Insieme alla costruzione e alla manutenzione di strade, scuole e altre infrastrutture di interesse generale,
nell’ultimo decennio sono state realizzate sul territorio provinciale alcune importanti opere architettoniche
(nuova darsena di Rimini, pala-congressi di Riccione e Rimini, nuova fiera a Rimini), le quali hanno richiesto
cospicui investimenti pubblici. Ad esse si può aggiungere la realizzazione di grandi eventi (Capodanno in
piazza, Notte rosa), che hanno affiancato il già ricco calendario di manifestazioni (festival, concerti,
rassegne artistiche, musicali, ecc.), rese possibili grazie al contributo di denaro pubblico.
Tanto la dotazione infrastrutturale, quanto le iniziative di intrattenimento collettivo sono funzionali ad un
sistema produttivo centrato sull’industria turistica, che da tali investimenti ha senza dubbio tratto
beneficio. Entrambi esprimono un modo di regolazione dello sviluppo locale tipico dell’Emilia-Romagna, in
cui l’attore politico interviene con un’attività di programmazione e investimento a sostegno dell’economia
del territorio111. Questo modello ‘interventista’, però, è già stato indebolito dalle crescenti limitazioni
normative e finanziarie che coinvolgono gli enti locali e rischia di esserlo ancora di più in futuro, con
evidenti ripercussioni sull’intero sistema economico riminese. Quest’ultimo sta ancora subendo l’effetto
combinato di una contrazione nelle vendite e del ritardo nei pagamenti che ha provocato una diminuzione
del denaro circolante e la conseguente difficoltà nel reperire finanziamenti.
Il problema dell’accesso al credito viene ripetutamente indicato sia come causa della crisi, sia come uno
dei principali ostacoli alla ripresa. Non va, infatti, dimenticato che l’attuale recessione è nata da una crisi di
solvibilità del sistema bancario statunitense e si è trasferita dall’economia finanziaria a quella reale,
diffondendosi a tutti i sistemi economici occidentali. Inoltre, da una recente indagine emerge come la
provincia di Rimini si distingua in ambito regionale per la maggiore importanza attribuita ai finanziamenti
bancari, che vengono utilizzati in egual misura rispetto all’autofinanziamento (47,2% per entrambi le fonti),
come principale strumento adottato dalle aziende per reperire risorse112.
“Ci sono aziende che hanno commesse in casa e non sono in grado di lavorarle, perché le banche non consentono con
il finanziamento mancato di comprare le materie prime per svolgere quel lavoro. Quindi siamo davvero ai paradossi
più assurdi: c’è la crisi dovuta al mercato, c’è però la crisi più profonda dovuta alle banche, che sta andando avanti già
da qualche anno” (sindacalista)
Il brano citato descrive una situazione per certi versi paradossale, ma tutt’altro che infrequente. Esistono
aziende che ricevono degli ordinativi, ma non possono far partire la produzione non avendo la liquidità
necessaria ad acquistare le materie prime. Tale situazione crea un evidente circolo vizioso per tutta
l’economia, alla cui origine si trova una carenza di finanziamenti che si protrae ormai da alcuni anni. La
questione del credit crunch ricorre nelle testimonianze raccolte e viene segnalata come la prova evidente di
una difficoltà del sistema bancario nel sostenere il mondo delle imprese.
“C’è una logica invece da parte del mondo bancario, soprattutto con Basilea due- adesso che poi arriverà Basilea tre –
il meccanismo del rating, che non riconosce più quello che erano i meriti personali che una volta, fino a pochi anni fa,
vigevano sul mercato: il direttore di banca, il direttore della filiale conosceva Tizio, perché aveva il negozio da tanti
anni, conosceva i figli, la moglie e garantiva sostegno. Oggi invece è finito questo discorso, si va avanti con i rating di
111
Cfr. P. Messina, “Modi di regolazione e modi di sviluppo. Comparazione per contesti di sistemi locali di piccola
impresa bianchi e rossi”, in Sociologia del Lavoro, n.109, 2008, pp. 155-167.
112
Si veda Unioncamere Emilia-Romagna – Istituto Guglielmo Tagliacarne, op. cit, p. 127.
192
Basilea e le imprese, tutte, sono soffocate dalla mancanza di credito. Né c’è un’inversione di tendenza da parte delle
banche locali” (rappresentante associazione di imprenditori)
Con l’accordo di Basilea 2, entrato in vigore fra il 2007 ed il 2008, viene applicato il meccanismo del rating
anche alle imprese che richiedono finanziamenti113. Tale meccanismo esprime sostanzialmente un giudizio
sulla capacità dei creditori di ripagare i debiti contratti attraverso la valutazione di alcuni parametri (dati di
bilancio, settoriali, ecc.). Il giudizio di rating, espresso da un soggetto valutatore sulla base delle
informazioni raccolte, incide sia sull’erogazione del prestito, sia sul tasso di interesse applicato.
Si tratta di un cambiamento importante, che segna una discontinuità rispetto al passato quando gli
imprenditori avevano rapporti personali e diretti con i responsabili delle filiali, soprattutto con quelli delle
banche locali. Per molti anni un modello di sviluppo come quello riminese, centrato su micro imprese a
conduzione familiare, si è basato sulla presenza di beni collettivi specifici del territorio. Con la nozione di
beni collettivi locali per la competitività si intendono quelle risorse materiali e immateriali, disponibili
all’interno di un determinato sistema locale, che sono in grado di aumentare la competitività delle imprese
in esso localizzate. Esempi in tal senso possono essere la dotazione infrastrutturale, la formazione, la
presenza di personale qualificato, un clima di fiducia reciproca tra gli attori economici114.
Tra i beni collettivi che nel recente passato hanno reso possibile la crescita dell’economia riminese c’è
sicuramente l’accesso al credito, il quale veniva garantito da meccanismi fiduciari115. Ora, invece, con le
nuove regole le relazioni informali sono soppiantate dalle classi di rating, rendendo più difficile la
concessione di prestiti a tassi agevolati.
Alla modificazione delle regole si aggiunge la maggiore selettività nell’erogazione del credito alle imprese
conseguente alla crisi, come conferma una esponente locale di un grande gruppo bancario.
“La crisi ha creato una selezione in alcuni casi probabilmente non fuori luogo, perché non esistono solamente
situazioni virtuose che poi si trovano in difficoltà, ma ci sono state situazioni trascinate nel tempo, che in realtà
virtuose non erano. Oggi noi dobbiamo provare a stare sul territorio in maniera selettiva. Accompagnare in maniera
molto importante all’estero per l’innovazione le aziende che ci credono, che hanno le capacità per farlo. Noi come
banca abbiamo imparato qui su Rimini a parlare molto di più tra di noi e ad ascoltare molto di più l’imprenditore,
perché probabilmente anche noi abbiamo delle responsabilità. Dobbiamo avere la forza e la tenacia di ascoltare le
nostre contro parti e soprattutto chiedere e reciprocare la trasparenza delle informazioni, perché a volte ci troviamo
in difficoltà, perché ci vengono presentate fatture false; ci troviamo in una situazione che è degenerata da tempo, ma
non è stata dichiarata” (funzionario di banca)
Anche nella prospettiva delle banche la concessione di finanziamenti alle aziende presenta aspetti
problematici. Innanzitutto, appare necessario distinguere i casi nei quali la crisi ha colpito realtà
imprenditoriali ‘sane’ con effettive potenzialità di ripresa, da quelli in cui la situazione finanziaria e le
prospettive di sviluppo risultavano ormai da tempo compromesse. Mentre questi ultimi sono spesso il
risultato di cattive gestioni, un sistema creditizio efficiente e non autoreferenziale dovrebbe sostenere le
prime, aiutandole a superare il momento di difficoltà116.
113
L’accordo descrive le nuove metodologie che le banche dovranno adottare per determinare i propri requisiti
patrimoniali minimi a copertura dei rischi (di credito, operativo e di mercato) derivanti dallo svolgimento delle loro
attività. Il rischio di credito è quello quantitativamente più importante per la banca poiché risulta connesso alla sua
funzione principale: prestare denaro. Il rating è uno strumento per la quantificazione del rischio di credito e può essere
attribuito da agenzie specializzate (rating esterno) oppure dalle banche stesse (rating interno).
114
Per una recente indagine sul tema si veda V. Pacetti, “Beni collettivi locali per la competitività dei territori: un
confronto tra Piemonte e Bretagna”, in Stato e Mercato, n. 82, 2008, pp. 143-174.
115
Cfr. P. Perulli, A. Pichierri, “La crisi italiana e il Nord” in ID. (a cura di) La crisi italiana nel mondo globale.
Economia e società del Nord, Torino, Einaudi, 2010.
116
Nonostante le due operazioni di rifinanziamento a lungo termine effettuate dalla BCE nel dicembre 2011 e nel
febbraio 2012 (255 miliardi di euro complessivi), i prestiti bancari alle aziende italiane sono diminuiti dello 0,8% (- 7,9
miliardi di euro), mentre l’acquisto di titoli di stato da parte delle banche nazionali è cresciuto del 44,3% (+ 92,89
193
In secondo luogo, la capacità di innovazione e la propensione verso i mercati esteri sembrano essere due
caratteristiche importanti nella selezione delle aziende da sostenere finanziariamente. Infine, per costruire
e mantenere un rapporto fra imprese e istituti di credito è indispensabile creare relazioni fiduciarie, che,
però non possono sussistere senza la reciproca correttezza e trasparenza nelle informazioni. Sotto questo
profilo appare evidente come la crisi attuale sia stata originata anche da un deterioramento dell’etica
imprenditoriale e quindi della fiducia fra attori economici (credito-imprese, imprese-imprese, ecc.).
In ogni caso il diffuso atteggiamento delle banche, che erogano prestiti sul territorio in maniera selettiva,
contribuisce ad aggravare la crisi di liquidità in tutto il sistema economico. Una delle conseguenze collegate
alla mancanza di finanziamenti è quella di generare spazi per l’infiltrazione di interessi malavitosi.
“Oggi, col fatto che gli istituti bancari non erogano credito, chi ha da investire arriva qua, tira fuori e compra. E chi è
che in questo momento di crisi ha le possibilità economiche per farlo? Chi ha interesse a riciclare proventi più delle
volte illeciti, malavitosi, per non dire anche paramafiosi e mafiosi … Probabilmente vi ricorderete cosa accadde poco
più di un anno fa a Gabicce Mare, dove l’intervento della Guardia di Finanza sventò un giro di usura che aveva portato
a far sì che intere attività produttive fossero finite in mano a questi ‘marpioni’ della delinquenza” (sindacalista)
La denuncia riguarda specificamente il contesto locale divenuto negli ultimi anni oggetto di interesse da
parte di organizzazioni criminali italiane ed estere. Queste ultime possono approfittare delle difficoltà
finanziarie in cui versano molti imprenditori per investire profitti illeciti attraverso l’erogazione di prestiti,
l’acquisizione di quote societarie o di intere aziende. L’impatto di attività illegali come il riciclaggio sul
territorio riminese va ben oltre il fenomeno dell’usura, di per sé già particolarmente grave, poiché rischia di
condizionare l’intero tessuto socioeconomico. Infatti, le attività economiche ‘infiltrate’ dai capitali
malavitosi sono, da un lato, più soggette a pratiche illegali (es. lavoro nero) e, dall’altro, non avendo come
finalità principale il profitto di impresa, possono svolgere una concorrenza sleale verso le altre aziende,
mettendone a rischio la sopravvivenza.
Le testimonianze sin qui riportate hanno evidenziato una serie di problemi collegati al perdurare della
recessione economica. Tuttavia, in uno scenario tendenzialmente negativo anche a livello locale esistono
realtà imprenditoriali dinamiche che stanno affrontando con successo questa fase critica.
“Io ho circa duemila clienti, quindi tutti i giorni mi confronto con problemi diversi, con realtà diverse; abbiamo delle
industrie che stanno andando benissimo, esportano nei mercati mondiali. Teniamo conto che diversi Paesi crescono,
consumano e non è vero che importiamo solo: sì, importiamo da loro parecchio, ma esportiamo anche e le aziende
che esportano in questi mercati se la cavano abbastanza bene” (imprenditore, piccola impresa manifatturiera)
Se la domanda interna di beni finali e strumentali è stata ridimensionata dalla crisi, le aziende vincenti sono
soprattutto quelle che hanno saputo aprirsi ai mercati internazionali. L’allargamento degli orizzonti
geografici negli scambi commerciali non è solo un problema per la presenza di nuovi competitor, ma può
diventare un’opportunità. Esistono, infatti, Paesi che, in questi anni di crisi per le principali economie
occidentali, hanno continuato a crescere, aumentando di conseguenza il livello dei consumi. Sono proprio i
nuovi mercati dell’Europa dell’Est, dell’Asia e dell’America latina a costituire un potenziale bacino di vendita
anche per quei prodotti che appartengono a settori merceologici ‘maturi’.
Una conferma in tal senso arriva da un altro imprenditore il quale, nonostante la sua produzione (vernici)
sia collegata ad un comparto in grave difficoltà come quello edile, vede davanti a sé concrete prospettive di
crescita.
“Per quanto mi riguarda, come imprenditore, noi operiamo in un settore maturo. Facciamo una tipologia di prodotto
che non è legato all’informatica, alle biotecnologie, a settori tecnologicamente avanzati; facciamo un prodotto
miliardi di euro). Cfr. CGIA Mestre, Banche, boom acquisti Bot e Btp, comunicato stampa, 14/7/2012,
www.cgiamestre.com.
194
maturo, però da qualche anno stiamo traguardando mercati internazionali. Il nostro prodotto è venduto e utilizzato
nei Paesi Arabi, piuttosto che in Estremo Oriente o in Russia, anche se stiamo soffrendo enormemente per riuscire ad
emergere contro colossi multinazionali e rendere appetibile il nostro prodotto. Però in qualche modo ci stiamo
riuscendo, stiamo lavorando per fonderci con un’altra azienda che è perfettamente complementare alla nostra e
quindi insieme diventare più grandi. Stiamo soffrendo, perché operiamo nel settore edile e quindi quello forse in
questo momento tra i più in difficoltà, però in questi tre anni di crisi non abbiamo lasciato a casa nessuno e se
riusciamo a portare in porto alcune operazioni, forse riusciremo ad assumere altre persone nel breve e ad allargare i
nostri mercati” (imprenditore, piccola impresa manifatturiera)
Non è certamente facile per una piccola impresa riminese competere nel mercato globale con le grandi
multinazionali; tuttavia l’azienda in questione continua a vendere il proprio prodotto nei Paesi arabi, nel
Sud-est asiatico ed in Russia. Alla decisione di internazionalizzare l’attività commerciale si accompagna il
progetto di una fusione con un’azienda complementare per costituire una realtà più grande. Questa
operazione viene considerata di notevole importanza per accrescere la propria competitività, rendendo
addirittura possibile l’assunzione di nuova manodopera.
Crescere internamente attraverso investimenti oppure fondersi con aziende simili possono rappresentare
strategie efficaci che permettono di raggiungere quella dimensione minima necessaria in un’economia
globalizzata. La crescita dimensionale delle imprese non è soltanto un fattore centrale per l’aumento della
produzione manifatturiera, ma risulta una scelta strategica che obbliga le stesse a introdurre innovazioni di
processo e di prodotto, a modernizzare il management e ad essere presenti nei mercati esteri117. Secondo
Unioncamere, all’interno delle PMI italiane la propensione all’internazionalizzazione contraddistingue una
parte molto consistente proprio di quelle imprese manifatturiere che superano la micro-dimensione (oltre
20 addetti)118.
Sicuramente questa lunga fase recessiva sta mettendo a dura prova la resistenza di quelle aziende che nel
recente passato non hanno saputo (o voluto) crescere e allargare gli orizzonti commerciali. Le piccole e
piccolissime imprese, che rappresentano l’ossatura del sistema produttivo locale e nazionale, sono
sottoposte ad una crescente pressione competitiva, la quale coinvolge tutti gli attori economici: da quelli
specializzati in nicchie produttive qualificate, all’azienda che opera in sub-fornitura per un unico
committente. In ogni caso, la crisi attuale comporta la necessità di ripensare sé stessi, poiché l’immobilismo
e la chiusura al cambiamento non sono compatibili con uno scenario economico in continua evoluzione.
7.2
La crisi vista dagli amministratori locali
Dopo aver descritto la situazione del sistema produttivo riminese e le reazioni dei protagonisti di fronte al
protrarsi della crisi, diviene ora interessante osservare il fenomeno da un punto di vista differente, ma
altrettanto significativo. La prospettiva in questione è quella del sistema politico locale e tale interesse è
motivato da alcune ragioni fondamentali.
In primo luogo, gli amministratori locali vivono ogni giorno a contatto con i rappresentanti delle categorie
economiche, del mondo sindacale, dell’associazionismo e con i semplici cittadini che a loro si rivolgono per
presentare istanze e domande di intervento. Questo rapporto quotidiano e diretto con il territorio
permette una conoscenza approfondita delle problematiche esistenti in ambito locale anche in relazione
all’evolversi della recessione economica. Inoltre, va evidenziato come Provincia e Comuni abbiano subito
117
Questo è ciò che emerge da una recente indagine comparativa su un campione di PMI italiane, francesi, spagnole e
britanniche analizzate negli anni fra il 2001 e il 2008. Cfr. G. Barba Navaretti, D. Castellani e F. Pieri, “Le imprese che
cambiano classe: l’Italia nel contesto europeo” in G. Nardozzi, L. Paolazzi (a cura di), Costruire il futuro. PMI
protagoniste: sfide e strategie, SIPI, Roma, 2011.
118
Cfr. Centro Studi Unioncamere, Rapporto Unioncamere 2012, www.unioncamere.it.
195
direttamente le conseguenze della crisi finanziaria che ha imposto notevoli restrizioni sia nei trasferimenti
statali, sia nella gestione dei bilanci.
Nonostante i vincoli esistenti, gli enti territoriali nel triennio 2009-2011 hanno attivato una serie di iniziative
per sostenere concretamente famiglie e imprese colpite dalla recessione economica (vedi cap. 2). Per tutte
queste ragioni gli amministratori locali rappresentano dei ‘testimoni privilegiati’ verso i quali cresce la
richiesta di aiuto proveniente dalla società civile, così come emerge dai brani che seguono.
“Le nostre sono le porte più bussate in questo momento e quindi viviamo sulla nostra pelle le conseguenze della crisi
sul territorio. E tutti i giorni, a tutte le ore, sabato e domenica compresi, se non anche la notte, il sindaco è
raggiungibile: ha una bella porticina a cui bussare e un cellulare sempre accesso. Lo vorrei ricordare, perché in questa
ondata di antipolitica sembra che tutto quello che sia impegno civile in Amministrazione pubblica, faccia schifo! Non è
così … chi soffre oggi sono gli enti locali, chi è sul fronte, chi riceve i cassaintegrati; chi riceve i giovani disperati, con un
curriculum da favola, che vengono a battere i pugni sul tavolo perché il sindaco deve trovargli un lavoro”
(amministratore locale)
“Il tema vero è che ci sono persone che hanno una difficoltà reale e sono in aumento costante. Penso che il periodo
peggiore probabilmente non sia ancora arrivato. Quindi siamo in una situazione di grande difficoltà. Riceviamo queste
persone, devo dire che vado a casa sempre con un fegato così … perché siamo impotenti; c’è l’impotenza
dell’Amministrazione di fronte a situazioni di questo tipo. E’ un’impotenza determinata dalla legislazione nazionale,
che non consente agli amministratori di incidere in maniera forte su queste situazioni, dall’altra parte è anche una
situazione economica, che vedete tutti; non sto qui a fare il pianto su come stanno oggi le Amministrazioni locali sotto
il profilo economico. Quindi siamo davvero in difficoltà a dare risposte” (amministratore locale)
“Da diversi mesi mi sono attrezzato con un pacco di fazzoletti di carta nel mio cassetto, perché non ne posso fare a
meno, perché purtroppo le persone vengono dal sindaco, vengono ad esporre i loro problemi e puntualmente c’è
l’aspetto emotivo; e purtroppo bisogna fare anche questo: bisogna confortare … c’è tutto un lavoro che sta
diventando veramente difficile, perché se uno non lo fa semplicemente come adempimento di funzioni, si rimane
consumati da queste cose ... Posso dire che per la stragrande maggioranza di coloro che vengono a rappresentare o
anche a piangere le proprie difficoltà, la richiesta principale è: io voglio un lavoro. Non è una richiesta quindi di
assistenzialismo, non è una richiesta di aiuto tout court: io voglio un lavoro per me e per i miei figli”. (amministratore
locale)
Sindaci e assessori concordano nel descrivere un flusso crescente di cittadini che si rivolgono loro
esponendo situazioni personali e familiari spesso drammatiche. Nonostante siano presenti problemi di
natura economica, la richiesta più ricorrente riguarda il lavoro, la cui ricerca coinvolge tutta la popolazione
attiva: dai giovani laureati agli over 45 privi di una specializzazione. Sul versante occupazionale, però, le
possibilità di un’azione efficace da parte del politico sono spesso assai limitate, così che il suo ruolo si riduce
ad un’attività di ascolto e sostegno emotivo. Emerge, inoltre, chiaramente un senso di impotenza che si
accompagna alla frustrazione e allo stress psicologico, legati non solo alla gestione delle emergenze, ma
anche all’impossibilità di intervenire concretamente per risolvere i problemi.
Al di là delle richieste particolari (lavoro, casa, aiuti economici, ecc,), gli amministratori locali percepiscono
una notevole problematicità legata allo svolgimento del proprio ruolo istituzionale in questa fase storica.
Da un lato, infatti, si trovano a dover fronteggiare le difficoltà economiche delle proprie Amministrazioni;
dall’altro, sono il bersaglio di una progressiva delegittimazione che coinvolge ormai da alcuni anni tutto il
ceto politico italiano. In altre parole, mentre cresce la domanda di intervento proveniente dalla società
civile, la classe politica locale deve fare i conti con una capacità di risposta sempre più limitata. Gli
strumenti e le risorse attualmente disponibili risultano sempre meno adeguati a soddisfare le molteplici
istanze provenienti dal territorio.
196
Sotto questo profilo, va evidenziato come negli ultimi anni siano notevolmente cresciuti all’interno
dell’opinione pubblica atteggiamenti di sfiducia, disaffezione e distacco verso i partiti, la politica e tutte le
istituzioni di governo119. Ad essi si è aggiunta una diffusa rappresentazione del settore pubblico come luogo
di inefficienza e corruzione, auspicandone il progressivo restringimento nella sfera di azione. Ciò
nonostante, dall’indagine longitudinale presentata nei capitoli precedenti, emerge chiaramente come gli
intervistati attribuiscano soprattutto al governo statale il compito di intervenire per portare l’economia
italiana fuori dalla recessione. Anche nei comportamenti quotidiani a livello locale, il ceto politico continua
ad essere un riferimento essenziale cui sottoporre istanze di carattere particolare e generale.
Esistono, tuttavia, dei limiti nella capacità di intervento che sono legati non solo alle difficoltà economiche
ma anche ai vincoli normativi, tra i quali viene frequentemente menzionato il patto di stabilità.
“La cosa drammatica che vivo come tutti quanti gli amministratori, e ce lo siamo detti più volte anche in Giunta, è
proprio l’incapacità di riuscire a fare qualcosa. Noi siamo strozzati dal patto di stabilità: pur avendo i soldi non
possiamo spenderli” (amministratore locale)
“C’è un ulteriore problema, di cui noi siamo protagonisti in negativo, pur non volendolo, che è quello del patto di
stabilità. Stiamo affamando le imprese locali, non potendole pagare. Creiamo i presupposti perché queste abbiano dei
ritardi nella distribuzione delle buste paghe o, invece il problema diventa ancora più grave, quando quelle aziende
cominciano a licenziare, a mettere in mobilità o in cassa integrazione, perché c’è una mole di denaro giacente nelle
casse degli enti locali, che non può essere spesa a vantaggio delle imprese, che hanno già lavorato. E noi non siamo dei
bancarottieri che hanno fatto lavorare quella gente senza pagarla: i soldi li abbiamo, ma non glieli possiamo dare!”
(amministratore locale)
In base al patto di stabilità interno gli enti locali (Comuni e Province) devono contribuire alla riduzione del
debito pubblico nazionale osservando, di anno in anno, regole sempre più restrittive nella gestione del
bilancio120. Tale patto impone un limite tassativo nei pagamenti, soprattutto per quanto riguarda i lavori
pubblici, impedendo praticamente alle Amministrazioni di liquidare le aziende creditrici. Queste ultime
sono spesso piccole imprese locali per le quali un notevole ritardo nella riscossione di un credito può
compromettere l’equilibrio finanziario, già messo a dura prova da oltre tre anni di crisi.
Questa situazione contiene in sé un duplice aspetto paradossale. Da un lato, molte Amministrazioni
‘virtuose’ anche sul territorio provinciale hanno a disposizione ingenti somme di denaro che non possono
spendere. Dall’altro, con questo comportamento gli enti locali invece di incentivare la ripresa dell’economia
contribuiscono ad accrescere le difficoltà in cui versano le imprese. La consapevolezza di questo paradosso
e delle sue conseguenze negative fa sì che nelle testimonianze di sindaci e assessori ricorra frequentemente
la richiesta di allentare il patto di stabilità. Per di più, la disponibilità di risorse che non possono essere
spese contribuisce ad accrescere quel sentimento di impotenza e frustrazione descritto in precedenza. A ciò
si aggiunge la preoccupazione da parte degli amministratori locali di essere percepiti come istituzioni
sempre più lontane dai bisogni della cittadinanza.
119
In un sondaggio realizzato nel dicembre 2011 da Demos&PI solo l’8,9% degli italiani dichiara di avere molta o
moltissima fiducia nel Parlamento, mentre i partiti politici non raggiungono il 4%. Cfr. Demos&PI-la Repubblica, Gli
italiani e lo stato. Rapporto 2011, gennaio 2012, www.demos.it.
120
Il patto di stabilità interno è l’insieme delle disposizioni, contenute nelle Leggi finanziarie, con cui il governo
centrale definisce gli impegni che gli enti territoriali devono rispettare, affinché lo Stato italiano possa mantenere gli
accordi assunti in sede comunitaria. Esso è stato introdotto con la legge 448/1998, il cui art. 28 stabilisce che: "le
Regioni, le Province Autonome, le Province, i Comuni e le Comunità Montane concorrono alla realizzazione degli
obiettivi di finanza pubblica assunti dall’Italia con l’adesione al Patto di Stabilità e crescita, impegnandosi a diminuire
progressivamente il finanziamento in disavanzo delle proprie spese e ridurre il rapporto tra il proprio ammontare di
debito e il prodotto interno lordo."
197
Sotto questo profilo, l’introduzione nel 2012 dell’imposta municipale propria (IMU), affidando ai Comuni sia
la riscossione, sia la determinazione delle aliquote, rappresenta un ulteriore elemento di criticità.
“L’altro problema è che rischiamo di diventare involontariamente i protagonisti di un aggravamento della crisi. Noi
Comuni siamo stati chiamati nel 2012 ad aggiungere problemi ai problemi della gente e mi riferisco all’IMU, alle
addizionali Irpef, che molti di noi hanno dovuto incrementare o deliberare. Manovre che non ci appartengono, ma
vengono fatte transitare attraverso di noi per creare comunque un aspetto depressivo, che sarà pesantissimo e di cui
molti non hanno compreso bene la portata. Ma quando verrà sviluppato concretamente in tutta la sua ampiezza,
vedrete che aggiungerà in maniera significativa problemi a problemi” (amministratore locale)
Viene espressa la convinzione che in una fase di crisi prolungata una nuova imposta sugli immobili possa
creare seri problemi nei bilanci domestici. L’istituzione dell’IMU, così come l’introduzione o l’incremento
delle addizionali IRPEF, contenuti nelle recenti manovre finanziarie, accrescono la pressione fiscale,
diminuendo il reddito disponibile per le famiglie e costituendo un potenziale fattore depressivo per
l’economia. Per di più, queste forme di imposizione, la cui responsabilità risiede a livello statale, vengono
percepite come imposte locali. L’effetto è quello di aumentare l’insofferenza dei cittadini verso gli
amministratori di riferimento che, tuttavia, si trovano a subire queste decisioni.
Tra le istanze rivolte alla classe politica durante il triennio 2009-2011 c’è anche la richiesta di intervenire
nelle crisi aziendali più importanti, sebbene ormai da tempo l’atteggiamento prevalente di chi amministra
sia quello di rimanere sostanzialmente neutrale di fronte ai conflitti di interesse. A tale proposito gli
amministratori locali lamentano la scarsa incisività di questa attività di mediazione.
“Purtroppo nelle dinamiche che stanno dentro ad un’azienda, per quanto brutte, per quanto non ce ne sfuggisse la
difficoltà, non siamo riusciti ad intervenire in maniera ficcante. Questo è l’abbandono delle braccia
dell’amministratore pubblico, ma purtroppo è una realtà. Noi abbiamo anche promosso una commissione consiliare
all’interno del Comune, però, se dall’altra parte non c’è una volontà e una comprensione … noi non abbiamo, come
amministratori locali, gli strumenti. L’unica è quando loro hanno necessità della pubblica amministrazione; si rivolgono
per avere permessi, autorizzazioni e allora lì si può avere un minimo di potere contrario” (amministratore locale)
I tentativi fatti per scongiurare il licenziamento o il ricorso alla cassa integrazione per molti lavoratori si
scontrano con la crescente impermeabilità del mondo imprenditoriale alle influenze esterne. L’immagine
delle ‘braccia che si abbandonano’ descrive perfettamente il senso di impotenza della politica di fronte alle
decisioni dei vertici aziendali, che hanno evidenti ripercussioni sull’intera comunità locale.
Sicuramente l’affermazione di orientamenti politici e culturali neo-liberisti ha contribuito, da un lato, a
modificare i rapporti tra le parti sociali, accrescendo la forza delle imprese e indebolendo quella delle
istituzioni politico-sindacali e, dall’altro, ad attivare un processo di individualizzazione delle condizioni dei
lavoratori121. Sono cambiate anche le priorità delle aziende, le quali non ritengono più di dover concertare
le scelte di politica industriale, potendo contare, oltre che sul mutato clima culturale, anche sulla
progressiva perdita di consenso di partiti e sindacati. In tale contesto, permangono soltanto logiche di
scambio che prevedono concessioni su un fronte in cambio di compensazioni su un altro, senza un effettivo
coinvolgimento nei processi decisionali.
Un altro esempio degli attuali limiti nella capacità regolativa del sistema politico riguarda i servizi pubblici
locali122 rispetto ai quali si richiede maggiore controllo e trasparenza nella gestione. In tale ambito specifico
le funzioni della regolazione pubblica possono comprendere aspetti importanti quali l’individuazione di
standard qualitativi, la tutela degli utenti, il monitoraggio dei servizi ed il sistema tariffario.
121
Si veda C. Crouch “Il declino delle relazioni industriali nell’odierno capitalismo”, in Stato e Mercato, n. 94, 2012,
pp. 55-75.
122
I servizi pubblici locali coprono una serie di attività che spaziano dalla manutenzione delle strade e del verde
pubblico al servizio idrico integrato; dall’illuminazione urbana alla raccolta e smaltimento dei rifiuti, dalla produzione e
distribuzione di gas ed energia elettrica al trasporto collettivo.
198
“Perché noi a Rimini dobbiamo pagare il trasporto pubblico locale un euro in più al chilometro rispetto al resto della
nostra regione? Io me lo chiedo; ma sapete cosa vuol dire un euro in più al chilometro? Vuol dire quasi due punti di
Irpef per i miei cittadini! Io sono costretto ad aumentare di due punti l’Irpef locale, perché il trasporto pubblico locale
qua da noi costa un euro in più al chilometro della media regionale. E’ possibile?! Bisogna che discutiamo di queste
cose … Io sono stato socio fino a ieri, è anche mia quella azienda, non devo però aver paura di andare a vedere se c’è
qualcosa che non va. Dobbiamo avere il coraggio di andare dentro, guardare cosa c’è che non va, perché dobbiamo
ridurre i costi” (amministratore locale)
La gestione dei servizi pubblici locali, molti dei quali a rilevanza industriale, appartiene sul territorio
provinciale in prevalenza a società per azioni con esclusivo capitale pubblico oppure a società miste
pubblico-privato nelle quali gli enti pubblici (Comuni e Provincia) detengono partecipazioni azionarie. Da
oltre un decennio in Italia è in atto un processo liberalizzazione e mutamento negli assetti proprietari che
ha contribuito ad allentare i legami delle public utilities con le Amministrazioni di riferimento123.
La progressiva apertura dei servizi ai meccanismi di mercato consente di mobilitare una serie di risorse
addizionali rispetto a quelle presenti nel settore pubblico, ma riduce contemporaneamente il potere
regolativo dell’autorità politica124. Infatti, la ricerca dell’efficacia e dell’efficienza produttiva non sempre si
accompagna con una piena trasparenza gestionale; così come le scelte operate all’interno dei consigli di
amministrazione rispondono primariamente agli interessi delle comunità locali. Si tratta in ogni caso di
servizi essenziali per la vita della popolazione, il cui costo incide sia sul reddito disponibile delle famiglie, sia
sui bilanci comunali. Su quest’ultimo aspetto appare evidente come, in una fase segnata da ristrettezze
economiche, la possibilità per gli enti locali di controllare fattivamente e magari di ridurre i costi di tali
servizi darebbe agli stessi uno strumento aggiuntivo di governo sul territorio.
Le testimonianze sin qui riportate descrivono i problemi del sistema politico, stretto fra le crescenti
difficoltà della comunità locale di fronte alla crisi ed i limiti che ne condizionano oggettivamente le
possibilità di intervento. Ai vincoli di natura economica e normativa, si aggiungono quelli di tipo culturale, i
quali coinvolgono tanto gli attori privati quanto le istituzioni pubbliche.
“Io sono sindaco da tre anni e prima non mi occupavo di pubblica amministrazione e di politica. Non ho i pregiudizi di
difendere qualcosa fatta prima di me, anzi sono uno che vorrebbe cambiare e non riesce a farlo. Non riesce a
cambiare perché si scontra con una cultura conservatrice, tendenzialmente conservatrice a tutti i livelli, perché
quando vai a togliere qualcosa a qualcuno, ti si rivoltano contro … perché tutti ci lamentiamo che la crisi c’è, ma
quando andiamo a toccare gli interessi particolari, non riusciamo. E questo vale per le Amministrazioni pubbliche che
non riescono a gestire l’ambito sovra comunale, quindi noi in Valconca parliamo di Unione dei Comuni da un sacco di
tempo, ma per tanti motivi non riusciamo a gestirla … C’è un problema culturale che ci blocca e una paura strisciante
molto forte che non ci permette di vedere al di là di quello che succederà domani. Secondo me questo è molto triste
perché rischiare è sbagliato, però se non rischiamo mai in nulla, difficilmente riusciamo a superare ogni ostacolo. Da
questo punto di vista mi aspetterei anche che noi avessimo il coraggio di dire ai nostri cittadini: questo non si può più
fare, perché sennò non avrai altre cose. Io ho spento un lampione sì e uno no per risparmiare 5.000 euro ... L’ho fatto
perché il bilancio era in difficoltà, ma l’ho fatto prima di tutto come segnale ai cittadini: guardate che non stiamo più
scherzando!” (amministratore locale)
123
In particolare nelle regioni del Centro-Nord, si sono realizzati processi di aggregazione delle public utilities, che
hanno esteso la propria operatività al di fuori del contesto comunale o provinciale (es. Start Romagna). Tali
aggregazioni, motivate dalla riduzione dei costi di gestione e dall’allargamento dei mercati di consumo, hanno dato vita
alle cosiddette multi-utilities e a gruppi industriali quotati in borsa (es. Hera s.p.a.). Cfr. C. Carrozza, “La riforma dei
servizi pubblici locali. Il caso dei servizi idrici”, in Stato e Mercato, n. 91, 2011, pp. 161-189.
124
Si veda in proposito R. Pedersini, “La riforma dei servizi pubblici: oltre le istituzioni”, in Stato e Mercato, n. 85,
2009, pp. 95-127.
199
Un giovane sindaco, al suo primo incarico istituzionale, denuncia la cultura tendenzialmente conservatrice e
la conseguente resistenza al cambiamento che contraddistingue la realtà sociale italiana a tutti i livelli.
L’esistenza di molteplici interessi particolari, più o meno organizzati, crea quotidianamente ostacoli alla
gestione della cosa pubblica, soprattutto nel momento in cui si cerca di modificare situazioni consolidate
nel tempo. Ciò vale anche per la pubblica amministrazione laddove, ad esempio, i tentativi di unire piccoli
comuni limitrofi, nell’ottica di una razionalizzazione della spesa da tutti auspicata, si scontrano con i diversi
localismi presenti sul territorio.
Localismo e particolarismo rappresentano due facce della stessa medaglia ed esprimono il deficit di
legittimità con cui sono nate storicamente e si sono riprodotte sino ad oggi le istituzioni democratiche nel
nostro Paese. Questi orizzonti di integrazione estremamente ristretti sono la conseguenza di
un’arretratezza sociale e culturale tipica della società italiana che si manifesta in molti modi, tra i quali una
diffusa insensibilità verso gli interessi collettivi125.
La ‘paura strisciante’ che coinvolge gli amministratori locali nasce non solo dalle responsabilità legate al
ruolo istituzionale, ma anche dalla necessità di mantenere un consenso sempre più legato alla
soddisfazione di domande specifiche e particolari. Queste ultime non possono essere certamente ignorate,
ma la mediazione degli interessi e la gestione dell’esistente non dovrebbero esaurire le funzioni del sistema
politico, soprattutto in una fase storica così critica. Il richiamo ad una capacità progettuale e ad assumere
scelte coraggiose appare quanto mai opportuno per invertire il processo di delegittimazione della politica,
ridando alla stessa la forza e l’autorevolezza indispensabili per tornare ad essere produttrice di regolazione
alla pari del mercato e dei gruppi di interesse.
7.3
Otto possibili passi sulla strada del cambiamento
Il termine ‘crisi’ è entrato prepotentemente nel linguaggio quotidiano con una connotazione per lo più
negativa, mentre in origine, presso gli antichi greci, la parola krisis evocava in senso generico il momento
che separa un dato modo di essere da un altro differente.
È indubbio che questa recessione economica abbia condizionato negativamente la vita di molte famiglie e
imprese; tuttavia, nelle testimonianze raccolte è emerso anche il riferimento ad essa come punto di svolta,
cambiamento e discontinuità, in un’accezione più conforme al significato originario. Molti testimoni
privilegiati concordano nell’affermare che la crisi attuale segna una sorta di ‘spartiacque’ tra una fase
storica ormai definitivamente tramontata, ed un nuovo scenario socioeconomico che non sarà più uguale al
precedente. Superare questo periodo critico significa, quindi, affrontare il cambiamento cercando di
mettere in atto una serie di strategie, interventi e politiche in grado di agevolare lo sviluppo.
Con l’avvento della crisi il dibattito a livello locale si è maggiormente concentrato su alcuni aspetti che
verranno presentati in questa sezione. Nei loro contributi, infatti, gli attori del territorio hanno indicato
alcune possibili azioni praticabili in ambito provinciale dalle imprese, dal sistema creditizio, dalla pubblica
amministrazione e dalla cittadinanza riminese. Si tratta per lo più di indicazioni generiche, ma non manca
una riflessione su provvedimenti specifici che interessano in prima battuta la sfera politica ed economica,
rimandando, però, frequentemente ad un mutamento culturale.
Di fronte alle difficoltà del sistema manifatturiero locale, colpito duramente da oltre tre anni di crisi,
l’auspicio che viene dal mondo della produzione si compone di quattro pilastri: ricerca, innovazione, design
e incremento qualitativo.
125
Si veda C. Tullio-Altan, La nostra Italia. Clientelismo, trasformismo e ribellismo dall’Unità al 2000, EGEA,
Milano, 2000.
200
“Le strade che bisogna percorrere nel mondo della manifattura sono la ricerca, l’innovazione, il design e l’incremento
qualitativo. Sono quattro vie d’azione che considero indispensabili per disegnare un futuro. Anche la provincia di
Rimini solo con il turismo non può mantenere quel tenore di vita che si è costruita; ha bisogno del manifatturiero, che,
invece, in parte ha le valige pronte, oltre a chi le valige le ha già fatte e se ne è andato lontano … è normale lo
smarrimento, però bisogna assolutamente che tutto il mondo manifatturiero abbia prima di tutto la volontà di stare
qui. Perché se ha maturato l’idea, come qualcuno ha già fatto e altri stanno facendo, di prendere e andarsene via dove
la manodopera costa 200 euro al mese, allora non c’è futuro!” (imprenditore, media impresa manifatturiera)
Se le parole d’ordine indicate sono pienamente condivisibili in linea teorica, esse presentano differenti
probabilità di realizzazione sul nostro territorio. In un tessuto produttivo centrato su micro-imprese a
conduzione familiare non è certo semplice praticare l’innovazione nelle sue diverse forme (tecnologica,
organizzativa, di processo, di prodotto, ecc.). Ancor più difficile per una piccolissima azienda risulta
investire in attività di ricerca che richiede tempi e risorse inaccessibili per unità produttive con organici e
fatturati relativamente ridotti.
Meno legati alla dimensione d’impresa sono invece gli altri due elementi, così che risulta relativamente più
agevole puntare sul design e sull’incremento qualitativo delle manifatture. L’attenzione per la qualità si
compone di molteplici aspetti che vanno dalla cura del dettaglio all’affidabilità del prodotto, prestando
particolare attenzione sia agli aspetti estetici che tecnici della progettazione industriale. Queste indicazioni
di massima valgono non solo per le aziende che producono beni finali, ma anche per quelle che operano in
regime di sub-fornitura in quanto la globalizzazione dei mercati coinvolge anche loro. L’elevato livello
qualitativo delle produzioni rappresenta un fattore competitivo essenziale in grado di distinguere il
comparto manifatturiero italiano, garantendone ancora l’affermazione in ambito internazionale126.
A tale proposito viene riaffermata con decisione l’importanza della manifattura all’interno del sistema
produttivo locale. Nonostante le attività dei servizi, ed in particolare quelli legati al turismo, continuino ad
essere notevolmente sviluppate, esse non possono da sole garantire nel tempo elevati livelli di benessere.
Negli ultimi anni sono state numerose le imprese costrette alla chiusura, così come quelle che hanno scelto
di trasferire la produzione nei Paesi dove il costo della manodopera è decisamente più basso.
Fermare il processo di de-industrializzazione in atto sul territorio provinciale rappresenta senza dubbio
una priorità per il futuro dell’economia riminese. Infatti, una crisi di questo tipo finisce col generare
profondi fenomeni di ristrutturazione nel sistema produttivo i quali, a loro volta, danno luogo ad una
perdita di esperienze lavorative e competenze che risultano difficili da ricreare nel breve periodo. Allo
stesso modo, la delocalizzazione produttiva ha effetti negativi sia sul versante occupazionale, sia in quanto
determina nel tempo una dispersione di quei saperi pratici che creano le condizioni per una fase di
sviluppo.
Per agevolare la continuità produttiva delle imprese esistenti, così come per far nascere nuove realtà
imprenditoriali sul territorio, possono essere utili degli incentivi economici alle aziende. Su questo versante
alcuni amministratori locali hanno avanzato una proposta concreta.
“Per un Comune è difficile pensare degli strumenti che possono essere di incentivo per delle aziende così importanti
come quelle situate nel mio comune; però nel nostro piccolo l’ipotesi più fattibile è questa: creare per le nuove
imprese che si insediano sul territorio comunale, un’esenzione per la TARSU, che per un’impresa inizia a essere un
tributo abbastanza importante. Stiamo valutando in questo tavolo se estenderlo anche alle imprese che si trovano in
difficoltà” (amministratore locale)
126
È ciò che emerge da un’indagine condotta dal Centro Studi Unioncamere su un campione di PMI manifatturiere (20499 dipendenti). Circa il 70% delle aziende interpellate ritiene l’elevata qualità e affidabilità tecnica delle produzioni il
primo fattore competitivo della manifattura italiana nel mondo. Cfr. Centro Studi Unioncamere, Rapporto Unioncamere
2012, www.unioncamere.it.
201
Esiste la consapevolezza circa i limiti degli enti locali nell’ambito delle politiche industriali, soprattutto nei
confronti di realtà imprenditoriali importanti come quelle situate nella zona della Valconca e operanti nel
settore dell’abbigliamento. Tuttavia, viene ipotizzata l’esenzione nel pagamento della tassa comunale sui
rifiuti (TARSU) per le nuove aziende che si insediano sul territorio o per quelle in difficoltà. Il versamento di
questa imposta incide sui bilanci aziendali e quindi una deroga in tal senso può rappresentare una forma di
incentivo, soprattutto in questa fase di ristrettezze finanziarie.
Anche se di lieve entità, tale provvedimento inciderebbe comunque in modo significativo sulle finanze
comunali, già penalizzate dai continui tagli dei trasferimenti statali. Se può essere legittima la richiesta di un
intervento pubblico per contrastare gli effetti della crisi, occorre garantire agli enti locali le risorse
necessarie a realizzare tali interventi.
Sotto questo profilo emerge chiaramente anche sul territorio riminese il problema dell’evasione fiscale.
“Io se parlo, per esempio, di evasione fiscale, non ne sto parlando perché mi interessa fare il moralista o perché ho
bisogno di far vedere che sono bravo, ma perché il livello di evasione nostra, lo scudo fiscale che noi abbiamo
utilizzato è notevole” (amministratore locale)
“Le risorse sono in diminuzione, per cui bisogna gestirle con molta più cautela, ricordandosi che sono risorse, peraltro
raccolte in maniera molto anomala, se pensiamo che Rimini è terra con un altissimo grado di evasione” (imprenditore,
media impresa manifatturiera)
Una recente indagine condotta in ambito locale sottolinea la notevole incongruenza tra alcuni indicatori
economici ed i redditi dichiarati al fisco dai contribuenti riminesi127. Se, da un lato, nel 2009 Rimini si
collocava tra le prime dieci province italiane rispetto alla ricchezza pro-capite prodotta (9° posto con 31.225
euro), al rapporto tra spesa per consumi e numero di famiglie (3° posto) e al valore medio dei depositi
bancari (3° posto con 33mila euro); dall’altro, relativamente al reddito medio IRPEF i riminesi risultavano al
91° posto con un’imponibile di 11.717 euro. L’evasione non è di certo solo un problema locale, tuttavia
appare evidente il danno arrecato alla collettività dalla sottrazione di ingenti risorse economiche che
potrebbero essere ridistribuite sul territorio per creare nuova ricchezza.
Nel contrasto a questo fenomeno le recenti manovre finanziarie hanno riconosciuto margini di azione
piuttosto ampi ai Comuni che possono eseguire controlli su imprese, attività commerciali, artigianali e
professionali, nonché fare accertamenti sulle lottizzazioni edilizie e sui contratti di locazione. Alle crescenti
responsabilità si unisce l’attribuzione di una quota pari al 100% del gettito recuperato, così da incentivare
un impegno sempre maggiore delle amministrazioni locali nella lotta all’evasione fiscale128.
Una più equa redistribuzione del reddito attraverso la fiscalità generale darebbe agli enti territoriali
maggiori risorse da impiegare non solo nella gestione dei servizi essenziali (scuola, sanità, assistenza, ecc.),
ma anche per nuovi investimenti in infrastrutture che ridarebbero impulso ad un’economia stagnante. La
pubblica amministrazione potrebbe in realtà agevolare l’attività imprenditoriale anche senza spese
aggiuntive, ma semplicemente riducendo gli oneri burocratici che gravano attualmente su di essa.
“Io non ho mai capito che senso ha avere un ingegnere privato, che mi progetta la casa, quando poi devo avere il
Comune che la controlla, il Genio Civile che ci fa la sua relazione sopra, la Sovraintendenza che va a guardare se il
colore più o meno può corrispondere … Abbiamo degli Ordini professionali, si prendano la responsabilità di quello che
firmano come succede in molti altri Paesi! Però sburocratizziamo davvero, non per finta perché … si dice: il cittadino
non presenta più i certificati, ma è la Pubblica Amministrazione che li chiede. Cosa abbiamo sburocratizzato? Voi non
la vedete, ma noi siamo tutto il giorno a passarci carta un Comune con l’altro. Dov’è la sburocratizzazione? La
127
Cfr. L. Vergallo, Economia reale ed economia sommersa nel riminese in prospettiva storica, Milano, Mimesis
Edizioni, 2012.
128
La legge di stabilità 2012 (L. 183/2011) attribuisce ai Comuni per il triennio 2012-2014 il 100% del maggior gettito
ottenuto a seguito del loro intervento nell’attività di accertamento.
202
sburocratizzazione è che io mi fido del cittadino: tu vieni qua, mi dici che ti chiami Paolo e io ci credo. Non vado a
chiedere al tuo Comune: come si chiama?” (amministratore locale)
Il brano citato evidenzia la necessità di procedere verso una progressiva sburocratizzazione dei rapporti
non solo tra enti pubblici e soggetti privati, ma anche tra le stesse amministrazioni pubbliche. Nello
specifico, viene auspicata un’effettiva applicazione dell’istituto dell’autocertificazione che limiterebbe
all’essenziale la produzione di documenti e certificati. Dal punto di vista degli attori economici alleggerire il
‘carico’ burocratico significa semplificare le procedure fiscali, il sistema di autorizzazioni/comunicazioni
obbligatorie per l’esercizio di un’attività imprenditoriale, così come diminuire la richiesta di informazioni
inutili o ridondanti, poiché già in possesso del settore pubblico.
Si tratta di obiettivi raggiungibili che, anche grazie ad un maggiore impiego delle tecnologie digitali,
possono ridurre gli oneri amministrativi, modernizzando il rapporto tra Pubblica Amministrazione, cittadini
e imprese. Per queste ultime, soprattutto, limitare in modo consistente i tempi e i costi della burocrazia
significa rimuovere una delle cause di svantaggio competitivo nei confronti degli altri Paesi europei.
La semplificazione amministrativa costituisce senza dubbio una finalità da perseguire a tutti i livelli, che può
facilitare sia l’avvio, sia la prosecuzione di un’attività imprenditoriale. Esiste, tuttavia, un altro problema
particolarmente pressante per le imprese, le quali, come si è visto, incontrano crescenti difficoltà di accesso
al credito. Sotto questo profilo l’indicazione emersa durante gli incontri è quella di unire le banche del
territorio per aumentare la capacità finanziaria a disposizione degli attori economici locali.
“In un momento come questo … le nostre piccole banche non mettersi insieme, per avere una potenzialità maggiore,
detta da cattolico, è peccato! Peccato mortale! Chi è nel consiglio di amministrazione perché non ha il coraggio di dire
queste cose?” (amministratore locale)
Gli istituti bancari espressione del territorio e con sede centrale in provincia di Rimini sono attualmente
cinque e tre di essi appartengono al credito cooperativo. Un processo di aggregazione che coinvolga anche
solo una parte delle banche locali viene fortemente caldeggiato come scelta strategica per affrontare
questa fase negativa del ciclo economico.
Nell’ultimo periodo il sistema creditizio è stato costretto dalla mancanza di liquidità a pagare in misura
maggiore la raccolta di nuovo denaro, con evidenti ripercussioni nella concessione di prestiti. Inoltre, a
causa del clima di sfiducia creatosi nel circuito finanziario internazionale, le banche italiane denunciano
problemi di approvvigionamento sul mercato interbancario. In questo quadro di grande incertezza e
competizione crescente, un ampliamento dimensionale mediante fusione darebbe alle banche locali non
solo vantaggi organizzativi e gestionali, connessi alle economie di scala, ma anche una maggiore solidità
patrimoniale e di credito, senza comprometterne il radicamento territoriale.
Il legame privilegiato che lega un’istituzione al territorio di appartenenza rappresenta un fattore positivo
per lo sviluppo economico e sociale di una comunità, che può, però, trasformarsi in un limite qualora si
traduca in una visione ristretta e particolaristica dei problemi. Nelle testimonianze raccolte si fa riferimento
a questa seconda eventualità, sostenendo con forza il superamento dei localismi come risposta delle
istituzioni alla crisi attuale.
“Superare i localismi, lo dico alle istituzioni, perché ancora oggi noi abbiamo i meccanismi di funzionamento delle
attività che le istituzioni sono chiamate a fare, legati dentro ai confini amministrativi soprattutto dei Comuni. Noi non
abbiamo visto ancora nessun segnale nelle azioni di programmazioni 2013-2014 che mettono in rete alcune funzioni
che loro hanno e che potrebbero creare economie. Vivono ancora di localismi” (rappresentante associazione di
artigiani)
Dalle sinergie tra più enti locali, oltre ad una razionalizzazione della spesa, si potrebbe creare un modello
integrato di amministrazione pubblica per la gestione di servizi e la realizzazione di progetti o infrastrutture.
203
L’invito a superare i confini istituzionali dell’azione amministrativa si scontra con le resistenze dei singoli
comuni a condividere la responsabilità degli interventi che incidono sul proprio territorio. Le istituzioni
locali hanno storicamente svolto un ruolo significativo nel generare esternalità positive a favore delle
imprese, sia attraverso interventi di regolazione sociale, sia mediante la produzione di beni e servizi
collettivi129. Tuttavia, l’ambito comunale rischia di diventare sempre più inadeguato rispetto ai problemi
emergenti e alle risorse disponibili, vista anche la continua riduzione dei trasferimenti erariali. Una
definizione degli interessi e delle relative modalità di mediazione che si muove in uno spazio troppo
ristretto può rappresentare oggi un ostacolo allo sviluppo del territorio.
A tale proposito, il riferimento alla dimensione territoriale ricorre frequentemente negli interventi dei
testimoni privilegiati, i quali ne sottolineano le molteplici peculiarità e l’importanza inestimabile.
“Il territorio è un patrimonio incredibile, fatto di piccole imprese, di artigiani, di persone, di professionisti e tutti
insieme siamo riusciti a costruire quella bellissima cosa che è stata la nostra economia” (imprenditore, media impresa
manifatturiera)
“Se un’azienda agisce in un territorio che ha capacità innovativa, coesione sociale, competenze, conoscenza – e quindi
qui subentra la cultura, la formazione, ecc., - ha molte più opportunità di crescere ed evolversi nel mercato attuale. In
questo contesto a qualsiasi livello dobbiamo avere una visione globale, sia culturale, che di strategia” (imprenditore,
piccola impresa manifatturiera)
“Io credo che noi come territorio - e qui penso al livello provinciale – dovremmo provare a non disperdere il vantaggio
che abbiamo. Qualcosa ancora abbiamo: forse la ricchezza, i risparmi, la laboriosità delle nostre persone. Cerchiamo di
non disperderlo perché il rischio che questo accada c’è” (rappresentante associazione di artigiani)
“Siamo partiti dalla responsabilità sociale d’impresa e oggi in collaborazione con la Camera di Commercio, con la
Provincia e, speriamo tra breve, anche con le Amministrazioni comunali abbiamo l’intenzione di promuovere un
territorio socialmente responsabile, perché siamo convinti che solo in questa maniera si possa fronteggiare e superare
la crisi, che senz’altro comunque ci sta cambiando e ci cambierà. Non possiamo pensare che il mondo di domani potrà
essere uguale a quello di ieri” (imprenditore, piccola impresa manifatturiera)
Grazie all’intraprendenza e alla laboriosità degli attori economici locali il territorio provinciale ha sviluppato
un tessuto produttivo ricco e dinamico, garantendo condizioni di benessere ad almeno tre generazioni di
riminesi. Nel corso del tempo si è realizzato un sistema di relazioni e competenze che appartengono alle
sfera sociale e sono accessibili a coloro i quali fanno esperienza di questo determinato luogo130. Esiste un
fattore intangibile, che si può definire contesto o ambiente, il quale nasce da una combinazione di
istituzioni, pratiche, regole informali, nonché da un sapere diffuso che rende possibile creatività e
innovazione. A questo elemento si uniscono la localizzazione geografica, la disponibilità di fattori produttivi,
le risorse naturali e la qualità della vita che caratterizzano uno specifico territorio.
Questo capitale territoriale, intellettuale e relazionale costituisce un patrimonio di grande valore che,
tuttavia, non è immutabile, ma necessita di essere riprodotto quotidianamente nei rapporti economici e
sociali onde evitarne la dispersione. Anche se questa combinazione di fattori presente in uno specifico
contesto locale non può essere comprata, né trasferita facilmente in un altro luogo, il rischio di un
progressivo logoramento esiste ed è legato non solo al processo di delocalizzazione, ma anche a fenomeni
quali l’indebolimento dei meccanismi fiduciari e la frammentazione lavorativa.
129
Cfr. R. Grandinetti, “I territori delle imprese nell’economia globale” in P. Perulli, A. Pichierri (a cura di) La crisi
italiana nel mondo globale. Economia e società del Nord, Torino, Einaudi, 2010.
130
Cfr. E. Rullani, “Il potere e le reti: rigenerare appartenenze e identità nel governo del territorio”, in Sociologia del
Lavoro, n. 109, 2008, pp. 43-71.
204
A tale proposito l’invito a promuovere un territorio socialmente responsabile rappresenta un’indicazione
quanto mai opportuna131. Investire sulla formazione scolastica, professionale e universitaria, migliorare la
dotazione infrastrutturale, così come avere meno burocrazia e un sistema creditizio capace di supportare le
imprese, sono tutti obiettivi importanti, ma forse non più sufficienti a garantire l’attrattività e la
competitività di un territorio. Come scrisse Becattini in un celebre saggio sui distretti industriali, per
scoraggiare l’emigrazione di competenze professionali e cultura imprenditoriale si devono realizzare
particolari condizioni di vivibilità132. Questo auspicio nasceva dalla considerazione che, superato un certo
livello di reddito, la soddisfazione soggettiva derivi più dalla gradevolezza complessiva dell’ambiente in cui
si vive che non dalla quantità dei beni posseduti.
Tale gradevolezza è strettamente legata alla qualità della vita che significa non solo benessere economico,
ma anche qualità dell’aria, dell’ambiente, una mobilità sostenibile e un ridotto consumo del territorio. Se
tutti questi elementi concorrono alla promozione di un contesto socialmente responsabile, allo stesso
modo è importante assicurare condizioni di lavoro e di vita in grado di soddisfare quel bisogno di
integrazione sociale che i soli meccanismi del mercato non riescono a garantire. Si tratta di un compito
difficile e, tuttavia, investire sulla coesione e sulla vivibilità del territorio può risultare una strategia vincente
per continuare ad attrarre quelle risorse umane ed economiche indispensabili allo sviluppo.
131
La responsabilità sociale del territorio (RST) è stata definita come una ‘direzione di senso’, fondata sulla riscoperta
di valori condivisi e reti di relazioni che gli attori sociali e istituzionali di un territorio sanno concretizzare in percorsi di
sviluppo della comunità locale, orientati innanzitutto al bene della persona e dell’ambiente. Si veda F. Peraro, G.
Vecchiato (a cura di), Responsabilità sociale del territorio. Manuale operativo di sviluppo sostenibile e best practices,
Milano, FrancoAngeli, 2007.
132
Cfr. G. Becattini, Distretti industriali e Made in Italy. Le basi socioculturali del nostro sviluppo economico, Torino,
Bollati Boringhieri, 1998.
205
Elenco interviste
Numero intervista
Intervista n. 1
Intervista n. 2
Intervista n. 3
Intervista n. 4
Intervista n. 5
Intervista n. 6
Intervista n. 7
Intervista n. 8
Intervista n. 9
Intervista n. 10
Intervista n. 11
Intervista n. 12
Intervista n. 13
Intervista n. 14
Intervista n. 15
Intervista n. 16
Intervista n. 17
Intervista n. 18
Intervista n. 19
Intervista n. 20
Intervista n. 21
Intervista n. 22
Intervista n. 23
Intervista n. 24
Intervista n. 25
Intervista n. 26
Intervista n. 27
Intervista n. 28
Intervista n. 29
Intervista n. 30
Intervista n. 31
Intervista n. 32
Intervista n. 33
Intervista n. 34
Intervista n. 35
Intervista n. 36
Intervista n. 37
Intervista n. 38
Intervista n. 39
Intervista n. 40
Intervista n. 41
Intervista n. 42
Intervista n. 43
Intervista n. 44
Intervista n. 45
Intervista n. 46
Intervista n. 47
Intervista n. 48
Intervista n. 49
Intervista n. 50
Intervista n. 51
Intervista n. 52
Intervista n. 53
Intervista n. 54
Genere
Femmina
Femmina
Femmina
Femmina
Maschio
Maschio
Maschio
Maschio
Maschio
Femmina
Femmina
Maschio
Femmina
Maschio
Maschio
Femmina
Maschio
Maschio
Femmina
Femmina
Femmina
Maschio
Maschio
Maschio
Maschio
Femmina
Femmina
Maschio
Maschio
Maschio
Maschio
Maschio
Femmina
Femmina
Femmina
Femmina
Maschio
Maschio
Femmina
Maschio
Femmina
Femmina
Femmina
Maschio
Maschio
Femmina
Femmina
Maschio
Femmina
Femmina
Femmina
Maschio
Maschio
Femmina
Età
18 anni
18 anni
20 anni
19 anni
18 anni
19 anni
19 anni
19 anni
17 anni
16 anni
27 anni
28 anni
29 anni
31 anni
29 anni
32 anni
33 anni
36 anni
33 anni
32 anni
31 anni
36 anni
50 anni
53 anni
58 anni
50 anni
53 anni
56 anni
53 anni
58 anni
52 anni
55 anni
50 anni
51 anni
50 anni
52 anni
52 anni
68 anni
67 anni
59 anni
57 anni
35 anni
48 anni
53 anni
27 anni
27 anni
32 anni
62 anni
28 anni
35 anni
36 anni
39 anni
61 anni
32 anni
a
Condizione alla 1 intervista
Studentessa
Studentessa
Studentessa
Studentessa
Studente
Studente
Studente
Studente
Studente
Studentessa
Disoccupata
Disoccupato
Disoccupata
Lavoratore in mobilità nei servizi
Lavoratore in cassa integrazione nell’industria
Lavoratrice con contratto di solidarietà nei servizi
Occupato nell’industria
Occupato nell’industria
Occupata nei servizi
Occupata nei servizi
Disoccupata
Imprenditore nei servizi
Imprenditore nell’edilizia
Imprenditore nei servizi
Imprenditore nell’industria
Occupata nei servizi
Occupata nei servizi
Occupato nell’industria
Lavoratore in cassa integrazione nell’industria
Lavoratore in cassa integrazione nell’industria
Lavoratore in cassa integrazione nell’industria
Lavoratore in cassa integrazione nell’industria
Lavoratrice in cassa integrazione nell’industria
Lavoratrice in mobilità nell’industria
Dipendente pubblica
Dipendente pubblica
Dipendente pubblico
Pensionato
Pensionata
Pensionato
Occupata stagionale nel turismo
Occupata stagionale nel turismo
Occupata stagionale nel turismo
Imprenditore alberghiero
Disoccupato
Occupata stagionale nel turismo
Occupata stagionale nel turismo
Occupata stagionale nel turismo
Occupata stagionale nel turismo
Occupata nel turismo
Occupata stagionalmente
Imprenditore alberghiero
Disoccupato
Occupata nel turismo
206
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Vivere al tempo della crisi. Un`indagine longitudinale nel territorio