DEL POPOLO ce vo /la .hr dit w.e ww palcoscenico An no VII • n. Sipario 011 54 • Martedì, 5 aprile 2 Geppy Gleijeses Pagine 2 - 3 / TEATRO MONDIALE Al servizio dell’umanità Pagina 3 / LA RECENSIONE La notte poco prima della foresta / Il sogno di Ipazia Pagine 4 - 5 / IL GIRO DEL MONDO ... in 80 teatri Pagina 6 / ANTEPRIMA I raccomandati Pagina 7 / CARNET PALCOSCENICO Il cartellone del mese Pagina 8 UN CAFFÈ CON... 2 palcoscenico Martedì, 5 aprile 2011 Geppy Gleijeses UN CAFFÈ CON... Geppy Gleijeses G eppy Gleijeses per diversi anni è stato il più giovane capocomico italiano, dirigendo una compagnia teatrale del Mezzogiorno. È stato direttore artistico del Teatro Nazionale di Milano dal 1993 al 1999 e sempre nel ’99 è stato il fondatore del Teatro Stabile di Calabria. Dal luglio 2009 è direttore del Teatro Quirino - Vittorio Gassman di Roma. È inoltre presidente del Forum Attori Italiani, un organismo sindacale, e dell’Istituto dello Spettacolo Europeo. Di sé racconta il suo rapporto con De Filippo, di cui riportiamo solo alcuni passaggi. “Conobbi Eduardo il 15 dicembre 1972 in casa del comune amico Eugenio D’Angelo. Avevo appena debuttato con una pulcinellata riscritta da un libretto di Carlo Guarini: “Ammore e cummedia”. … Avevo 17 anni. Eduardo aveva saputo del mio successo amatoriale nella pulcinellata, fu molto cordiale, si informò dei miei studi e mi disse: “Avete avuto una buona idea, Pulcinella è una bella maschera, ingiustamente dimenticata”. Due giorni dopo mi chiamò D’Angelo per dirmi che Eduardo mi voleva in compagnia. Sbiancai! Mi ero appena iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, appartenevo ad una famiglia borghese, mio padre riteneva la laurea indispensabile”. D’altro canto recitare era il mio sogno… Soffrendo rinunciai. ...Era quindi il luglio del 1974: squilla il telefono di casa e mi vengono a chiamare: “Chi è?”, domando. “Eduardo De Filippo”, rispose mio padre. “Si. Totò”, replicai. Era proprio Eduardo che mi invita- Honoré de Balzac e L’affarista A ccanito frequentatore di salotti, amante appassionato di diverse nobildonne che soddisfacevano il suo snobismo e il bisogno di partecipare alla vita aristocratica, nonché perseguitato dai creditori per le troppe speculazioni sbagliate, Honoré de Balzac riuscì a realizzare solo per poco tempo il sogno di ricchezza e d’ascesa sociale grazie al rapporto con la contessa polacca Ewelina Rzewuska, sposata il 14 marzo 1850. Balzac morirà solo pochi mesi dopo ad agosto. Ma è proprio da questa sua vita disordinata e azzardata che trasse spunto per scrivere “L’affarista”: la storia di un uomo che nella vita si gioca tutto, soprattutto i soldi degli altri; che per tenere a freno i creditori si inventa un socio, Godeau, scappato in India con la cassa e di cui favoleggia un imminente ricchissimo ritorno; che per salvare sé stesso e la famiglia dalla miseria tenta un matrimonio fortunato della figlia alquanto bruttina, ma furbetta e innamorata di un altro e da questi ricambiata. Il lieto fine è d’obbligo, trattandosi di una commedia. Mercadet, il protagonista, tra realtà e finzione, riuscirà a sistemare tutto, escogitando il fantomatico ritorno del socio. Troverà così i soldi per far sposare la figlia con il suo innamorato, per chiudere i debiti e di malavoglia trasferirsi in campagna per una vita agiata e tranquilla. L’allestimento prodotto dal Teatro Stabile del FVG , dal Teatro Stabile di Calabria e dal Teatro Quirino - Vittorio Gassman è diretto da Antonio Calenda. La scenografia di Pier Paolo Bisleri rimanda un’immagine fissa: un enorme lampadario di cristallo, simbolo di un passato splendido, e mobilio di pregio sistemato simmetricamente a formare le quinte, non distribuito graziosamente nella stanza, quasi accatastato invece, pronto per essere portato via, messo all’asta o venduto. Un mondo in rovina, insomma, con ancora presenti i segni di una antica ricchezza, che vacilla. Una ricchezza costruita sulle speculazioni e sui raggiri. Come non guardare alla realtà ottocentesca di Balzac con gli occhi del presente, in cui ancora l’accrescimento dei beni non passa attraverso il lavoro e la fatica, ma attraverso gli assalti alle borse della finanza, bieca e globale, che sta distruggendo la nostra attuale situazione economica e sociale. Calenda e Gleijeses ci riescono benissimo, costruendo uno spettacolo oneroso per impegno e professionalità, che riesce nell’intento di far divertire, senza la superficialità della commedia leggera, bensì con l’arricchimento di una attualità cocente, grazie anche all’apporto della traduzione di Alberto Bassetti. La compagnia è complessivamente ottima, con prove d’attore straordinarie come quelle di Geppy Gleijeses, nei panni di Mercadet, e di Marianella Bargilli, nella parte della figlia, a cui si affiancano nomi di livello, tra cui spiccano Paila Pavese e Osvaldo Ruggieri. E poi ancora Antonio Tallura, Piergiorgio Fasolo, Francesco Benedetto, Alfonso Veneroso, Adriano Braidotti, ottimo l’innamorato Adolphe del giovane attore triestino, Ferruccio Ferrante, Jacopo Venturiero e Antonio Ferrante. va all’Hotel San Pietro di Positano per parlarmi di una sua idea. ... Non mi resta che raccontare l’ultimo capitolo della nostra storia. Nel marzo del 1975, appena ventenne, chiesi ad Eduardo di poter dirigere ed interpretare, nei ruoli che egli stesso aveva ricoperto, “Gennariello” e “Chi è cchiù felice ‘e me!”. Incredibilmente – Eduardo non concedeva quasi mai i diritti delle sue commedie – dette l’autorizzazione. Non solo; mi spiegò come impostare la regia e mi dette vari consigli sull’interpretazione, Lo spettacolo fu un bel successo, il mio primo successo da professionista. Per la cronaca mi laureai l’anno dopo e riposi immediatamente ‘il pezzo di carta’ nel cassetto”. di Rossana Poletti D e Filippo è stato un po’ il suo mentore, l’uomo che l’ha spinta al teatro professionistico. Lei viene quindi dal teatro napoletano, quanta “Miseria e nobiltà” c’è in questo “Affarista” di Balzac? Mi cita un titolo che tra le altre cose è nelle mie mire, nel senso che “Miseria e nobiltà” di Eduardo Scarpetta prima o poi lo farò. Però bisogna dire che se non nel significato stretto delle parole c’è molto poco. L’affarista è uno speculatore che si muove tra miseria e nobiltà, questo sì. È una strana figura, uno strano personaggio pronto a vendersi la figlia al miglior offerente per salvare se stesso. Poi scopriremo che lo farà soprattutto per salvare la figlia dalla miseria. Ed è un leone: in questa Francia della prima rivoluzione industriale, con la nascita della borsa e della speculazione, di tutti quei fenomeni che noi, dopo 170 anni, ci tiriamo ancora dietro e vediamo governare le nostre giornate, è di un’attualità spasmodica. L’autore parla proprio di queste cose, borsa e speculazione, ed è assediato dai corvi. Balzac era un precursore del drammaturgo francese Henry Becque che scrisse proprio “I corvi”. Essendo Becque molto interessato alle istanze sociali e politiche, nella sua commedia c’era meno giocosità. In Balzac c’è invece molto grottesco, c’è la vera commedia. Mercadet, il protagonista, è un personaggio gigantesco, sterminato. Lascio immaginare cosa voglia dire imparare a memoria una parte del genere. Una bella fatica Si, proprio. Una parte che non finisce più, un esercizio anche per me che con la memoria ho sempre giocato positivamente. Mercadet è un personaggio da far tremare le vene ai polsi, con un predecessore, poi, grande come Tino Buazzelli, che fece l’edizione più importante nei primi anni ’60 con il regista Virginio Puecher al Piccolo Teatro di Milano e che successivamente la riprese per conto suo. Ci sono state altre due edizioni de “L’affarista”. Una la conosco bene perché era di Vittorio Caprioli, mio buon amico: a quel tempo faceva una regia per noi mentre interpretava Mercadet, e il suo non fu uno spettacolo molto riuscito. Poi ci fu Calindri, che alla fine della sua vita teatrale volle cimentarsi con “L’affarista”. L’allestimento attuale nostro è prodotto da due Teatri stabili, quindi con tutta la dovizia necessaria, pur nei tempi di crisi che viviamo. È un testo corposo con tanti attori in scena. Non può avere un solo protagonista uno spettacolo di questo genere, devono esserci tanti comprimari, una protagonista femminile, anzi due. E per fortuna siamo riusciti a mettere in scena un ottimo cast, con un grande regista come Antonio Calenda, grande direttore d’attori. Ho lavorato con grandi registi e ora lavoro con uno dei migliori viventi, e credo che questo si noti nello spettacolo. In certi casi la regia, fatta ad altissimi livelli e anche affrontando capolavori universali come è Mercadet e la letteratura di Balzac, perché c’è tutto Balzac in questo testo, spesso, dicevo, in questi casi la miglior regia è di fare come l’arbitro che, nelle partite decisive, si vede il meno possibile. Questo ha fatto Calenda: si sente ma la sua presenza non è invasiva. Le idee dell’interpretazione sono sue e anche mie nel senso che abbiamo lavorato molto bene assieme. Sua l’impostazione dello spettacolo, ma sull’adattamento del testo e sulla scelta degli attori ci siamo coordinati. Anche perché siamo i direttori dei due enti coproduttori. È stata una bellissima esperienza. Mi sono avvalso della memoria dei grandi, di quelli che ho visto in scena e di quelli che ho visto attraverso testimonianze filmate. In genere si parla solo di Vittorio Gassman, dal quale spesso prendo anche la voce che lui volontariamente sgranava, raddoppiava, triplicava, anche con l’allargamento delle vocali, ma prendo anche lezione da attori forse meno noti al pubblico di oggi, ma che erano dei grandi comprimari del passato, come Luigi Pavese, storica spalla di Totò, zio di Paila Pavese che recita in questo allestimento, di Tino Scotti, di Giustino Durano. Da loro ho imparato i giochi di falsetto, tutti quei giochi di voce e trucchi del mestiere con i quali mi sono divertito a collazionare un personaggio così complesso. Che ha modi diversi di rapportarsi alla sua realtà. Anche perché se non lo fai citando, quindi straniandoti dal personaggio, con una lezione di recitazione europea e di immedesimazione da metodo stanislavskyano, se non sfrutti un po’ il gioco dello straniamento non riesci a costruire il personaggio. C’è poco da mettersi nella parte di. Non ci arriveresti mai. I protagonisti ne “L’affarista” sono belli, giocano perché bisogna divertirsi, ma facendo tutto seriamente. Come i creditori di Mercadet anche il pub- palcoscenico 3 Martedì, 5 aprile 2011 Jessica Kaawa nella Giornata mondiale Al servizio dell’umanità È ricorsa il 27 marzo la Giornata mondiale del teatro. Ogni anno il messaggio che punta i riflettori su un mondo che a sua volta illumina cultura, sentimenti e quant’altro, viene affidato ad un nome del Teatro. Quest’anno il messaggio porta la firma di Jessica Kaawa, autrice, attrice, direttrice ed accademica del teatro, di origini ugandesi. Non servono commenti. “Avete mai immaginato che il teatro potrebbe essere un potente strumento per la pace e la riconciliazione? Mentre le nazioni spendono somme di denaro colossali nelle missioni di pace nelle aree del mondo in guerra, poca attenzione è rivolta al teatro come alternativa di contatto diretto con la gente per la trasformazione e la gestione dei conflitti. Come possono gli abitanti della terra raggiungere una pace universale se gli strumenti impiegati vengono da poteri esterni e apparentemente repressivi? Il teatro permea sottilmente lo spirito umano avvinto dalla paura e dal sospetto, modificando l’immagine del sé – e aprendo un mondo di alternative per l’individuo e dunque per la comunità. Può dare significato alle realtà quotidiane e nel contempo prevenire un futuro incerto. Può impegnarsi nelle situazioni politiche delle persone in modi semplici e chiari. Poiché inclusivo, il teatro può mostrare un’esperienza capace di trascendere idee sbagliate avute in precedenza. Inoltre, il teatro è un mezzo provato per sostenere e far progredire idee che noi tuteliamo collettivamente e per le quali, se violate, siamo disposti a combattere. Per anticipare un futuro di pace dobbiamo iniziare ad usare strumenti pacifici che cerchino di capire, rispettare e riconoscere il contributo di ogni essere umano nell’impegno a realizzare la pace. Il teatro è quel linguaggio universale attraverso il quale noi possiamo promuovere messaggi di pace e riconciliazione. Il teatro, coinvolgendo attivamente i partecipanti, può condurre a un’unica anima e decostruire le percezioni precedentemente sostenute e, in questo modo, dare all’ individuo una possibilità di rinascita affinché faccia scelte basate sulla conoscenza e la realtà riscoperta. Per far prosperare il teatro, tra le altre forme d’arte, dobbiamo fare un audace passo avanti inglobandolo nella vita quotidiana, affrontando le questioni critiche relative al conflitto e alla pace. blico non deve capire quando egli finge, quando recita per loro o recita per i creditori che ha accanto. È un ruolo molto articolato che mi sta dando enormi soddisfazioni, e devo dire, grande successo. Il pubblico è contento. Le critiche sono ottime, ho qui una che dice “Gleijeses un gigante per Balzac”, sul Messaggero “un grande Gleijeses rispolvera Balzac” con note di merito per tutti, dalla regia agli altri attori. Già dicevo che bisogna avere una grande disponibilità di mezzi per un grande cast: dodici attori tutti bravi, bei costumi e scene all’altezza di una grande produzione. Grande crisi economica e tagli alla cultura e al teatro, ma anche una certa disaffezione per il teatro, le platee erano più piene, oggi sono un po’ in calo. Quanto soffre un attore ad assistere a questa situazione e che cosa si può fare per invertire la tendenza. La crisi del teatro c’è per chi fa cattivo teatro, poi è chiaro che per richiamare oggi il pubblico devi adottare chiari criteri imprenditoriali, perché il teatro è un’impresa. Prima di fare “L’affarista” ho fatto “Lo Scarfalietto”, che è la commedia più comica di Scarpetta. Avevamo i teatri gremiti. Adesso facciamo Balzac e ci si presentano ovviamente minori promesse di divertimento. Balzac può magari attirare un po’ meno gente dello Scarfalietto. Molto dipende da come sono gestiti i teatri, da come sono programmati e dagli spetta- coli che girano. È chiaro che se un governo si disinteressa completamente della cultura e il gusto viene continuamente mortificato dall’offerta televisiva che c’è, è inutile chiedersi il perché di certe situazioni. Come il fumo passivo, se tu vedi schifezze su schifezze in televisione il gusto si abbassa inevitabilmente. Questo non succede fortunatamente nelle città dei grandi stabili, come qui a Trieste, oppure a Genova e Torino, dove i teatri sono sempre pieni, o come a Roma al Quirino, in altri si fatica di più proprio perché l’incidenza del gusto è più forte. C’è poco da stare allegri. Io però non credo che ci sia una crisi del “teatro”, è vero che è cambiata un po’ la misura perché sono cambiati i generi. La fortuna del teatro è poi ciclica, non essendo soggetto a intermediazioni tecnologiche può andare giù, ma anche ritornare su, io sono molto fiducioso, dipende molto anche da chi ci governa. Se chi ci governa, come è stato fino adesso, si disinteressa completamente delle sorti del teatro, poi anche il pubblico ne consegue, se invece il teatro si insegna a scuola, lo si va a vedere, lo si educa, come fortunatamente molti stabili fanno, allora i risultati sono diversi. Si chiede molto di mettere in scena testi ed autori contemporanei, però poi quando si va a vedere i classici, come pure Balzac, si scopre che sono testi profondamente attuali, anche nel vostro spettacolo ci sono passaggi che descrivono meravigliosamente la nostra situazione attuale. E ci sono anche tante battute che richiamano ai tirapiedi della politica attuale. Per mettere in scena novità, innanzitutto queste dovrebbero parlare dell’oggi, e non sempre questo accade. E poi devono essere di una qualità importante perché devono competere con i classici. Se faccio al Quirino “Sei personaggi in cerca d’autore” di Pirandello, anche senza grandi nomi, ho il teatro gremito, se faccio una grande edizione delle “Purghe di Maria Teresa” scritte da un autore contemporaneo non ci viene nessuno. Vige la legge della domanda e dell’offerta. Anche se culturale, è sempre un mercato. Come abbiamo già detto, Lei è stato scelto da De Filippo, che spronò gli inizi della sua carriera. Nell’ultimo vostro incontro le disse “non vi dimenticate Pulcinella. Napoli ha bisogno di Pulcinella.” Dov’è Pulcinella in Mercadet? C’è sempre Pulcinella. Si vede in certi momenti. Ad esempio io dico “a prescindere”, che è una famosa frase di Totò che disse quando firmò le cambiali. “A buon rendere”, “a prescindere” sono espressioni classiche di Totò e ci divertiamo a citarle, in me c’è sicuramente il Pulcinella che è l’essenza comica del napoletano. Si tratta di saper riciclare dei codici, cose che hai dentro e saperle riportare in modo consono. E poi Pulcinella c’è nella mia anima. Il teatro esiste già in territori afflitti dalla guerra e tra le popolazioni che soffrono la povertà cronica o le malattie, con lo scopo di perseguire la trasformazione e il miglioramento sociale delle comunità. C’è un numero crescente di storie di successo in cui il teatro è stato capace di mobilitare il pubblico per costruire una coscienza e per assistere le vittime di traumi post-bellici. Piattaforme culturali come quella dell’International Theatre Institute, che hanno lo scopo di “consolidare la pace e l’amicizia tra i popoli”, già esistono. È quindi una farsa restare tranquilli in tempi come i nostri, conoscendo il potere del teatro, e permettere che coloro che maneggiano le armi e che lanciano le bombe siano i tutori della pace nel nostro mondo. Come possono strumenti di alienazione diventare allo stesso tempo strumenti di pace e riconciliazione? In questa Giornata Mondiale del Teatro io mi rivolgo a voi per riflettere su questa prospettiva e per considerare il teatro innanzi tutto come strumento universale di dialogo, trasformazione e miglioramento sociale. Mentre le Nazioni Unite spendono quantità colossali di denaro nelle missioni di pace intorno al mondo, attraverso l’uso di armi, il teatro è una alternativa spontanea, umana, meno costosa e in prospettiva molto più potente. Anche se non è la sola risposta per portare la pace, il teatro sicuramente dovrebbe essere incluso tra gli strumenti operativi nelle missioni di pace.” 4 palcoscenico Martedì, 5 aprile 2011 Martedì, 5 aprile 2011 IL SOGNO DI IPAZIA Grande tragica coraggiosa donna T eatro dei Fabbri. La Contrada. Trieste. Ipazia visse ad Alessandria d’Egitto tra il 370 e il marzo del 415. Fu una matematica, astronoma e filosofa greca. Era figlia di Teone il geometra, filosofo d’Alessandria, e fu sua allieva prima e poi collaboratrice. Sostiene Filostorgio, storico della Chiesa, che “ella divenne molto migliore del maestro, particolarmente nell’astronomia e che, infine, sia stata ella stessa maestra di molti nelle scienze matematiche”. Già almeno dal 393 era a capo della Scuola alessandrina, che godette di piena libertà di pensiero fino agli ultimi anni della sua esistenza. Ipazia gli avrebbe insegnato – dice Sinesio - a considerare la filosofia “uno stile di vita, una costante, religiosa e disciplinata ricerca della verità”. Ella insegnava in pubblico a chiunque volesse ascoltarla: comportamento che indusse a pensare ad un suo gesto di sfida. A questo proposito, va rilevato che quando Ipazia comincia a insegnare, nell’ultimo decennio del IV secolo, ad Alessandria sono stati appena demoliti i templi dell’antica religione per ordine del vescovo Teofilo, una demolizione che simboleggia la volontà di distruzione di una cultura alla quale anche Ipazia appartiene e che ella è intenzionata a difendere e a diffondere. I cosiddetti decreti teodosiani, emessi dall’imperatore Teodosio, avevano sancito la proibizione di ogni genere di culto pagano ed equiparato il sacrificare nei templi al delitto di lesa maestà punibile con la morte. Il prestigio conquistato da Ipazia ad Alessandria ha una natura eminentemente culturale, che però le consente anche un potere di valenza politica. Alla mor- LA NOTTE POCO PRIMA DELLA FORESTA Un uomo e la sua solitudine T rieste. Sala Bartoli. Bernard-Marie Koltès nacque nel 1948 a Metz, a guerra finita. Fece ovviamente parte della generazione sessantottina. Tutta la sua azione fu improntata al desiderio di rivolta. Anche la sua breve militanza nel partito comunista francese fu segnata da controversie. Ebbe una vita violenta, morì di Aids a quarantuno anni. Da giovanissimo tentò faticosamente di scrivere; nel 1969 era stato folgorato a teatro da Maria Casarès, da lì era ripartita la sua ispirazione. Ebbe comunque una grande difficoltà a riconoscersi in quello che faceva e buttò via molte delle sue prime produzioni teatrali. È universalmente famoso per “Nella solitudine dei campi di cotone” del 1986, sorta di delirio a due sulla ricerca impossibile del desiderio. “La notte poco prima della foresta” è comunque il suo “primo lavoro”, rappresentato al Festival di Avignone nel 1977. Fa e deve far riflettere che nel panorama del teatro contemporaneo una buona maggioranza dei testi rappresentati verta sugli stessi temi, solitudine e violenza: è il caso di “20 novembre” dell’autore svedese Lars Noren, di “Thom Pain” di Will Eno, per citare due spettacoli che si sono visti recentemente sullo stesso palcoscenico del Rossetti di Trieste. Testi in cui il monologare è “condicio sine qua non”. Non ci sono altri, semmai i compagni sono immaginari, perché nella realtà il protagonista è solo, drammaticamente solo, con tutti i suoi tarli nella testa, perché la solitudine è sostanzialmente follia, pura. Temi che vengono da lontano nel tempo, basti pensare a Kafka, alle sue “Metamorfosi”, o a Pirandello e alla sua incomunicabilità, per comprendere che attorno a questo argomento ci si lavora da più di un secolo. Sono cambiati però profondamente i meccanismi espressivi. Kafka racconta la storia di un uomo che diviene insetto e di fatto viene emarginato, cancellato dalla famiglia e dalla società, fino alla sua morte. Pirandello mette in scena “Uno, nessuno, centomila” e lo fa raccontando dei fatti, un uomo a cui la moglie fa notare di avere il naso storto e questo cambia il suo rapporto con il mondo. Koltès non ha niente da raccontare, deve vomitare addosso al pubblico tutto il suo risentimento, rancore, rabbia, nausea, frustrazione per la sua incapacità di vivere. I giovani vanno a vedere questo tipo di rappresentazione e ne sono affascinati; li osservavo l’altra sera e vedevo quanto sentissero il grande disagio espresso dall’autore francese. Segno che esso pervade prepotentemente e diffusamente le loro vite e, nel tentativo di comprendere gli andamenti della società contemporanea, non si può prescindere da un lavoro di analisi e comprensione più profondo del fenomeno, per trovare antidoti alla grande diffusione di questo malessere. Claudio Santamaria, in scena alla Bartoli, si spoglia dei panni di belloccio, condizione in cui si trova benissimo in “Romanzo criminale” di Michele Placido, o in “Baciami ancora” di Muccino, per citare alcuni dei suoi ultimi successi, e si cala nello straniero derelitto, che odia i francesi, che vive nei bassifondi di una Parigi popolata da spacciatori e prostitute, che cerca il compagno per una birra tra loschi figuri, che gli si negheranno. Arringa contro i potenti, che chiudono nel ghetto il mondo per soddisfare la loro sete di ricchezze e di dominio, ed evoca personaggi stralunati e deliranti: la puttana che mangia la terra del cimitero per rigenerarsi, senza accorgersi che si sta avvelenando, la cacciatrice di ratti dai riccioli biondi. Il suo mondo è un ammasso di detriti, di lamiere, di inferiate e fil di ferro. Così ha realizzato la scena Loredana Longo. Non si può dire che Santamaria non sia bravo, ce la mette tutta, si dimena, urla a squarciagola per più di un’ora, tanto dura il monologo, pesta furiosamente sulla cancellata che lo imprigiona nel suo ghetto mentale, ma, anche probabilmente per una non brillante regia di Juan Diego Puerta Lopez, non riesce sempre a bucare l’anima. Questo non ci impedisce però di sapere che i problemi dell’umanità sono tutti lì, visti con delirio da un uomo intimamente malato, ma non per questo meno visionario. Rossana Poletti te di Teofilo nel 412 salì sul trono episcopale di Alessandria Cirillo. Tra il prefetto Oreste, che difendeva le proprie prerogative, e il vescovo Cirillo, che intendeva assumersi poteri che non gli spettavano, nacque un conflitto politico, anche se Cirillo e i suoi sostenitori tentarono di occultarne la vera natura e di porre la questione nei termini di una lotta religiosa riproponendo lo spettro del conflitto tra paganesimo e cristianesimo. Nel 414, durante un’assemblea popolare, alcuni ebrei denunciarono al prefetto Oreste quale seminatore di discordie il maestro Ierace, un sostenitore del vescovo Cirillo. Ierace fu arrestato e torturato, al che Cirillo reagì minacciando i capi della comunità ebraica, e gli ebrei reagirono a loro volta massacrando un certo numero di cristiani. La reazione di Cirillo fu durissima: l’intera comunità ebraica fu cacciata dalla città, i loro averi furono confiscati e le sinagoghe distrutte. Nel pieno del conflitto giurisdizionale tra il prefetto e il vescovo, dai monti della Nitria intervennero a sostegno di Cirillo un gran numero di monaci, i cosiddetti parabolani, di fatto un vero e proprio corpo di polizia. Costoro tesero un agguato ad Oreste. Uno di loro, Ammonio, fu arrestato e torturato a morte. In questo clima di lotte furibonde intestine per il potere, maturò l’omicidio di Ipazia, poiché, riferisce un altro storico Socrate Scolastico, “s’incontrava alquanto di frequente con Oreste, l’invidia mise in giro una calunnia su di lei presso il popolo della chiesa, e cioè che fosse lei a non permettere che Oreste si riconciliasse con il vescovo”. Era il mese di marzo del 415: un gruppo di cristiani alquanto esa- gitati sorpresero la donna mentre faceva ritorno a casa. La uccisero facendola a pezzi. Un preambolo lungo ma doveroso per capire di chi stiamo parlando e soprattutto la parte di chi si è assunta Francesca Bianco, che ha portato in scena al Teatro dei Fabbri di Trieste, per iniziativa della Contrada, il monologo “Il sogno di Ipazia”, scritto da Massimo Vincenzi e diretto da Carlo Emilio Lerici, spettacolo inserito nella rassegna “Giulietta e le altre”. Il monologo racconta il passare del tempo nella vita della prima scienziata della storia. Si alternano il sole e la luna, nella sua vita che inizialmente scorre felice immersa nei libri, affianco ai suoi allievi ed amici. Nella tranquillità si fa largo un po’ alla volta la prudenza, l’esigenza di nascondere i libri, di salvare il sapere. E poi sempre più prende il sopravvento la paura, il terrore della morte, ma anche della distruzione della conoscenza, placata soltanto dalla consapevolezza che la violenza appartiene all’uomo, a Dio (qualunque egli sia) l’amore. Ma anche lo stupore di scoprire che gli stessi che avevano vissuto la persecuzione e le catacombe ora assumono gli stessi comportamenti dei loro persecutori. Un monologo qua e là inframmezzato dalla lettura dei famosi funerei editti, con la voce fuori campo di Stefano Molinari, a scandire il senso dell’orrore. Ipazia è una donna forte e coraggiosa, resa perfettamente dal testo profondamente lirico e dall’interpretazione della Bianco, applaudita calorosamente dal pubblico. Poscaro 5 6 palcoscenico Il giro del mondo in 80 teatri LA VALIGIA DELL’ATTORE Martedì, 5 aprile 2011 Il giro del mondo in 80 teatri S I l teatro romano di Merida (Spagna) fu costruito nel 16 a.C. da Marco Agrippa (genero di Augusto) in ossequio alla città. Può contenere 6mila persone e vi si svolgono spettacoli all’aperto. i presume che il teatro di Sabratha (Libia) sia stato realizzato tra il II ed il III secolo d.C. La parte piu spettacolare è costituita dalla scena, che è formata da tre piani con colonne di marmo sovrapposte. Anche la scalinata è ben conservata e offre uno spettacolo suggestivo. Si calcola che sui suoi 11 gradini circolari potessero trovare posto circa 5.000 persone. Il teatro è uno dei più vasti dell’Africa romana ed è largo 92 metri. Oggi vi si danno rappresentazioni di drammi classici. La parte esterna più imponente dell’edificio è quella dei solenni portali d’ingresso. I l teatro di Efeso (Turchia), la cui costruzione iniziò durante il periodo ellenistico, venne completato ai tempi di Traiano ( 98 - 117 d.C.). aveva 66 ordini di gradinate e poteva acogliere 25mila spettatori. Era il più grande teatro dell’Asia Minore. Il teatro romano di Bosra (Siria), costruito nella prima metà del II secolo, si trovava fuori della cinta muraria ed era costruito con pietre di basalto nero. All’inizio del XIII sec. venne inglobato nella cittadella costruita dagli Ayyubidi, ed è stato restaurato tra il 1947 ed il 1970. La cavea, di 102 metri di diametro, in 3 sezioni orizzontali che potevano accogliere 6.000 spettatori seduti su 37 file, oltre a 2-3.000, in piedi, si appoggia su ambulacri semicircolari voltati. L’orchestra è semicircolare con un diametro di 21 metri. La scena e il frontescena sono ben conservati, il frontescena per tutta l’altezza, mancano però i marmi policromi che lo rivestivano, ed inoltre delle colonne corinzie che lo decoravano è rimasto solo il primo ordine. L a costruzione del teatro di Marcello venne cominciata da Cesare in un luogo dove solitamente veniva eretto un teatro posticcio di legno, e fu completata da Augusto il quale, dopo avervi fatto svolgere i Ludi Saeculares del 17 a.C., lo dedicò, nel 13 o nell’11, alla memoria del nipote ed erede Marcello. La cavea aveva un diametro di 130 metri e una capienza di circa 15.000 posti. La scena, rifatta da Vespasiano, aveva ai lati due grandi aule absidate e, dietro, un’enorme esedra al centro della quale erano stati forse ricostruiti i due tempietti preesistenti al teatro. Nel 370 d.C., ormai in disuso, alcuni blocchi di travertino furono asportati e impiegati per il restauro del Ponte Cestio. Trasformato verso la fine del Duecento in fortezza sostituita nel Cinquecento, ad opera di Baldassarre Peruzzi, dal palazzo (successivamente Savelli, Orsini e Caetani) che ancora oggi singolarmente lo comprende e lo sovrasta e finalmente liberato, tra il 1926 e il 1929, dai piccoli edifici che gli si erano addossati, consolidato e restaurato, il teatro conserva una parte notevole della facciata esterna. È tutta in travertino, ha due ordini di arcate nel (41 in origine), doriche nel piano inferiore e ioniche in quello superiore, sormontate da architravi. Il terzo piano è andato perduto e si crede fosse costituito da un attico scandito da lesene corinzie che doveva portare l’altezza totale dell’edificio a 33 metri. Dietro le arcate del pianterreno corre un ambulacro anulare coperto sul quale s’affacciano, con altre arcate aperte o occupate dalle scale per i piani superiori, gli ambienti radiali alti e stretti che sostenevano le gradinate della cavea, anch’essi coperti e con muri costruiti nella prima parte in blocchi di tufo e poi in cemento con paramento in reticolato. L’intero edificio poggiava su una platea di calcestruzzo e blocchi di travertino spessa 6,35 metri su un terreno argilloso costipato con pali di rovere. Della parte interna del teatro non è rimasto pressoché nulla. E dificato in epoca augustea, tra il I secolo a.C. e il I secolo, il teatro di Orange (Francia) deve la sua fama all’ottima conservazione della scena e del muro retrostante, che raggiunge un’altezza di 37 m e una lunghezza di 103 m. La decorazione della scena e le statue appartengono ad un rifacimento dell’epoca di Antonino Pio. I blocchi sporgenti in cima al muro, sulla facciata esterna, erano utilizzati per fissare il velario che proteggeva gli spettatori dal sole. Il teatro segue lo schema tradizionale del teatro romano, con i gradini della cavea (37 file per 9.000 spettatori circa) disposti a semicerchio intorno all’orchestra. La cavea è in parte sostenuta da costruzioni, e in parte si addossa alla collina di Sant’Eutropia. palcoscenico 7 Martedì, 5 aprile 2011 I raccomandati ANTEPRIMA I raccomandati Fiume, Teatro “I. de Zajc” Pola, Teatro cittadino Un luogo ideale per morire I 39 scalini Dal romanzo di Damir Karakaš (Sjajno mjesto za nesreću), Nina Mitrović ha ricavato “l’episodio tragicomico di un perdente.” Narra le vicende di uno scrittore croato giunto a Parigi per fare carriera e diventare planetarmente (ri)conosciuto. Ma più il tempo passa e più la realizzazione del suo sogno si fa evanescente e vive alla giornata. Mentre aspetta una chiamata di un qualche editore si guadagna da vivere disegnando caricature per la strada; vive assieme ad altri immigranti in un buco e la sua vita amorosa è una rovina: chissà perché si ritrova accanto solamente donne tristi e deluse. Vorrebbe alzare bandiera bianca e ritornarsene a casa, ma gli amici propongono un’idea salvavita: potrebbero rapinare una banca. Nel frattempo incontra una donna con la quale poi convive ma della quale non gli potrebbe importare di meno. Parigi è pericolosa: ti inghiotte in un amen, il luogo ideale per scomparire, per annientarsi. (In scena dal 28 al 30 aprile) Tratta dall’avvincente giallo di Jhon Buchan’s e dal memorabile film di Alfred Hitchock, la piece teatrale “I 39 scalini” è un’esilarante commedia, con quattro attori che, interpretando un’infinità di ruoli in 100 minuti, raccontano una storia di spionaggio, piena di avventure, inseguimenti e colpi di scena. Un giovane canadese, Richard Hannay, incontra una donna che dice di chiamarsi Annabella Smith e che gli chiede di ospitarla a casa sua. Annabella confessa di essere una spia, e la notte stessa verrà assassinata con un coltello piantato nella schiena da alcuni individui penetrati nella casa. La donna ha fatto in tempo a mostrare una cartina della Scozia con indicata una località e a dire dei “39 scalini”, pericolose e spietate spie guidate dal professor Jordan. Richard si sente in pericolo di vita, la polizia, dopo la scoperta del cadavere nella sua abitazione, inizia a dargli una caccia spietata e l’uomo fugge in Scozia. Vivrà mille avventure in compagnia di Pamela, che lo aiuterà in tutto e per tutto. Gli ingredienti del thriller ci sono, ma piuttosto che tingersi di giallo, la narrazione assume tutti i colori possibili e immaginabili. La messinscena è del teatro di Virovitica. (In scena il 6 aprile) Capodistria, Teatro cittadino Ti amo, sei perfetto, ma ora cambia “I Love You, You’re Perfect, Now Change”, musical da camera scritto da Joe Di Pietro, con le musiche di Jimmy Roberts, è un successo internazionale. È il secondo musical, per longevità, tra quelli prodotti Off-Broadway. In questo spettacolo si racchiudono tutti i pensieri e le preoccupazioni che hanno accompagnato le nostre relazioni amorose. Un sottotitolo azzeccato potrebbe recitare “Tutto ciò che avete sempre pensato di appuntamenti, romanticismo, matrimonio, amanti, mariti, mogli e parenti, ma avete sempre avuto paura di ammettere”. Si assiste a un’intelligente e ironica analisi dei rapporti di coppia, sviluppata attraverso una serie di quadri a sé stanti, la cui progressione ci dà tutto un percorso affettivo: i tormenti dell’essere single, del primo appunta- Trieste, Politeama Rossetti Ben Hur Una storia di ordinaria periferia mento, del matrimonio, dei suoceri, la fine di un amore ed altro, che abbiamo vissuto in prima persona o che è successo a qualcuno attorno a noi. (In scena l’11 aprile) Trieste, Teatro “Orazio Bobbio” Buonanotte mamma “Buonanotte mamma” è un atto unico con due personaggi in scena: Jessie Cates, una donna sulla quarantina povera, ignorante, divoraziata e depressa, che vive con la madre vedova, Thelma. La commedia si apre con Jessie che chiede a sua madre dove sia una certa pistola. Trovata l’arma con l’aiuto di Thelma, inizia a pulirla e annuncia molto tranquillamente che alla fine della serata, dopo aver augurato come di consueto la buonanotte a sua madre, si chiuderà a chiave nella stanza e si ucciderà. Questa non è una minaccia o una richiesta di aiuto: è una decisione lucida, ferma e irreversibile. Dopo una vita intera dominata dalla povertà, dall’epilessia e dalla depressione, il suicidio è l’unico modo per assicurarsi che nulla potrà mai più ferirla. La decisione di Jessie scatena un’impetuosa lotta fra madre e figlia, dove Thelma usa ogni strategia possibile per dissuadere la donna dal suo intento, sprofondando lentamente nell’angoscia; al contrario Jessie mantiene una calma glaciale, sorvolando sulla disperazione della madre e dandole istruzioni dettagliate su dove sono tutte le cose in casa, come una padrona che istruisce la governante. La madre si dispera così tanto da spingersi a dire la verità a Jessie su tutta una serie di cose che hanno sconvolto la sua esistenza, affrontando i vecchi fantasmi della loro vita. Ma la donna sembra irremovibile… Al debutto nel 1983, “‘night, Mother” (titolo originale della commedia) sconvolse il pubblico americano per la sua lucida e franca dissertazione sul tema del suicidio. (In scena dall’8 al 17 aprile) In scena una piece che armonizza con intelligenza e delicatezza necessari spunti di riflessione e di critica, a momenti di dirompente comicità. Lo spettacolo mette in scena una vicenda plausibile, fra persone che in breve hanno perduto la sicurezza economica e che si trovano a combattere per arrivare faticosamente alla fine della giornata. Sergio è uno stuntman caduto in disgrazia dopo un avvio eccellente con Spielberg nel film Salvate il soldato Ryan. Durante le riprese si è infortunato ed è in attesa di risarcimento; pigramente, per sbarcare il lunario, si arrangia a posare, vestito da centurione per i turisti che passano davanti al Colosseo. Sua sorella Maria è separata, e per contribuire economicamente è costretta a lavorare in una chat erotica. Il loro grigio menage è scosso dall’arrivo di Milan, ingegnere bielorusso pronto a tutto pur di lavorare e guadagnare per la sua famiglia. È povero ma il suo atteggiamento è opposto a quello degli italiani: onesto, dignitoso, propositivo, acuto, volenteroso, diviene presto una ricchezza da sfruttare, per Sergio. Lo sapranno apprezzare, imitare o diverrà un elemento scomodo? (In scena dal 27 al 30 aprile) 8 palcoscenico Martedì, 5 aprile 2011 CARNET PALCOSCENICO rubriche a cura di Carla Rotta TEATRO Il cartellone del mese IN CROAZIA Teatro Nazionale Ivan de Zajc - Fiume 1, e 2 aprile ore 19.30 Maledetto Kam di Janko Polić Kamov - Lary Zappia. Regia Lary Zappia. Interpreti Igor Kovač, Iva Mihalić, Damir Orlić, Anastazija Balaž Lečić, Žarko Radić, Jasmin Mekić, Tanja Smoje, Olivera Baljak, Davor Jureško, Denis Brižić, Jelena Lopatić, Biljana Torić, Alen Liverić 3 aprile ore 18 Uccellini di Filip Šovagović. Regia Ozren Prohić. Interpreti Boris Svrtan, Ranko Zidarić, Enes Vejzović, Filip Šovagović, Zoran Gogić, Slavica Knežević, Bojana Gregorić Vejzović, Anja Šovagović Despot, Sreten Mokrović, Ankica Dobrić, Siniša Ružić IN ITALIA Politeama Rossetti - Trieste Ciclo:Prosa 6, 7, 8 e 9 aprile ore 20.30; 10 aprile ore 16 7, 8 e 9 aprile ore 19.30 Blue butterfly laboratorio del Balletto del “de Zajc”. Musiche “Molto cortese”. Coreografie e regia Staša Zurovac 13, 14, 15, 16, 18 aprile ore 19.30 Il bosco di Stribor di Ivan Josip Skender (tratto da Ivana Brlić Mažuranić). Regia Ozren Prohić. 28, 29 e 30 aprile ore 19.30 L’ideale per morire di Damir Karakaš. Regia Dalibor Matanić Il vecchio e il cielo di Cesare Lievi. Regia Cesare Lievi Interpreti Gigi Angelillo, Ludovica Modugno, Paolo Fagiolo, Giuseppina Turra Teatro cittadino - Pola 6 aprile ore 20 I 39 gradinidi Buchan / Hitchcock / Barlow. Regia Franka Perković. Interpreti Filip Juričić, Jelena Hadži-Manev, Goran Koši, Mladen Kovačić brina Rinaldi, Bianca Bonaldi, Valentina Quaroni, Lesile Sanna, Jessica Gillo, Ophelie Longuet, Marcello Algeri, Kostantin Neroslov, Matteo Donetti 27, 28, 29 e 30 aprile ore 20.30; 28 aprile e 1.mo maggio ore 16 Ben Hur, una storia di ordinaria periferia di Gianni Clementi. Regia Nicola Pistoia. Interpreti Paolo Triestino, Nicola Pistoia, Elisabetta De Vito Benny Andersson e Björn Ulvaeus. Regia e coreografie Craig Revel Horwood Ciclo: Fuori abbonamento 19 e 20 aprile ore 20.30 Oblivion show di Gioele Dix. Interpreti Oblivion (Graziana Borciani, Davide Calabrese, Francesca Folloni, Lorenzo Scuda, Fabio Vagnarelli) Ciclo:Altri percorsi 5, 6, 7, 8 e 9 aprile ore 21; 10 aprile ore 17 Crociate liberamente ispirato a “Nathan il saggio” di E.G.Lessing. Scrittura e regia Gabriele Vacis. Interpreti Valerio Binasco 12, 13, 14, 15 e 16 aprile ore 21; 17 aprile ore 17 Cerimonia Testo e regia Lorenzo Gleijeses. Interpreti Lorenzo Gleijeses, Anna Redi, Manolo Muoio Ciclo:Musical e grandi eventi 13, 14, 15 e 16 aprile ore 20.30; 16 e 17 aprile ore 16 Chess - The musical libretto e liriche di Tim Rice. Musiche 21 aprile ore 21 Nek european tour Nek in concerto 22 aprile ore 21 IVY Tour 2011 Elisa in concerto Teatro lirico Giuseppe Verdi - Trieste 18 aprile ore 20 Recessione di e regia Olja Lozica. Interpreti Igor Kovač, Ivana Krizmanić, Nika Mišković, Zoran Pribičević, Aleksandra Stojaković 19 aprile ore 9.30; 11 e 18 10 aprile ore 20 Il brutto anatroccolo di Concerto SAC “Lino Ma- H. Ch. Andersen. Regia Nana riani” Šojlev. Interpreti Ivana Miletić 14 e 15 aprile ore 9.30; 11 Piškor, Petar Banda, Branko e 18 Banković, Dina Ekštajn Le strade del glagolitico di 20 aprile ore ore 9.30 e 11 Regia Samanta Milotić Bančić. Il brutto anatroccolo di Interpreti Gordana Šimić, Pa- H. Ch. Andersen. Regia Nana trik Lazić, Marin Janković, Šojlev. Interpreti Ivana Miletić Melisa Kamenčić, Aleksan- Piškor, Petar Banda, Branko dra Možar, Karlo Stipić, Filip Banković, Dina Ekštajn Blažević, Valter Roša, Snježana 26 e 27 aprile ore 20 Grgić, Ana-Marija Kalfić, Paola Onore di Joanna Murray Lugarić, Sara Stepanović, Filip Smith. Regia Ivica Šimić. InLugarić, Teo Frgačić, Andrea terpreti Mirela Brekalo Popović, Lončarić, Nika Ivančić, Manue- Zoran Gogić, Helena Minić, la Krakar, Dardan Agaj, Anna Lana Gojak Alice Kraljić 29 aprile ore 20 e 22 Che c? di e regia Zvonimir Peranić. Hasmik Papian, Patrizia Orciani, Viktor Afanasenko, Carlo Barricelli, Giorgio Surian, Yasuo Horiuchi, Gianluca Sorrentino, Pablo Karaman, Louise Callinan, Giovanni Guagliar- 19, 21, 26 e 27 aprile ore 20.30; 22 aprile ore 16; 29 aprile ore 18; 30 aprile ore 17 Francesca da Rimini di R. Zandonai. Regia Giancarlo Del Monaco. Interpreti do, Mario Bolognesi, Elena Traversi, Milena Josipovic, Annika Kaschenz, Carla Di Censo, Erica Pagan, Manrico Signorini, Alessandro De Angelis, Andrea Francesco Bonsignore Teatro Orazio Bobbio - Trieste 8, 9, 13, 14, 15 e 16 aprile ore 20.30; 10, 12 e 17 aprile ore 16.30 Buonanotte mamma di Marsha Norman. Regia Serena Sinigaglia. Interpreti Ariella Reggio e Marcela Serli IN SLOVENIA Teatro cittadino - Capodistria 5 aprile ore 18; 6, 7, 8 e 9 aprile ore 20; George Dandin, o il marito confuso di Moliere. Regia Luka Martin Škof. Interpreti Radoš Bolčina, Mojca Fatur, Igor Štamulak, Danijel Malalan, Miha Rodman, Dunja Zupanec, Rok Matek 11 aprile ore 20 Ti amo, ma ora cambiadi Joe DiPietro, Jimmy Roberts. Regia Gašper Tič. Interpreti Danijel Malalan, Marjan Bunič, Romana Krajnčan, Simona Vodopivec Franko 13 aprile ore 20 Finalmente felice di Desa Muck. Regia Jaka Andrej Vojevec. Interprete Desa Muck. 16 aprile ore 20 Il calapranzi/Il guardiano di Harold Pinter 17 aprile ore 20 Ultimo terminal di Tamara Matevc, Boris Kobal. Regia Samo M. Strelec. Interpreti Boris Kobal, Gojmir Lešnjak – Gojc, Maurizio Soldà 23 aprile ore 11 Avenue Q di Robert Lopez, Jeff Marx Anno VII/ n. 54 del 5 aprile 2011 “LA VOCE DEL POPOLO” - Caporedattore responsabile: Errol Superina IN PIÙ Supplementi a cura di Errol Superina 16 aprile ore 20 Queen - The ballet Balletto. Musiche Queen. Coreografie Marcello Algeri. Interpreti Sa- Progetto editoriale di Silvio Forza / Art director: Daria Vlahov Horvat Edizione: PALCOSCENICO Redattore esecutivo: Carla Rotta / Impaginazione: Saša Dubravčić Collaboratori: Rossana Poletti La pubblicazione del presente supplemento, sostenuta dall’Unione Italiana di Fiume / Capodistria e dall’Università Popolare di Trieste, viene supportata dal Governo italiano all’interno del progetto EDITPIÙ in esecuzione della Convenzione MAE-UPT N° 1968 del 22 dicembre 8, Contratto 248a del 18/10/2006 con Novazione oggettiva del 7 luglio 2009