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54 • Martedì, 5 aprile 2
Geppy Gleijeses Pagine 2 - 3 / TEATRO MONDIALE Al servizio dell’umanità Pagina 3 / LA RECENSIONE
La notte poco prima della foresta / Il sogno di Ipazia Pagine 4 - 5 / IL GIRO DEL MONDO ... in 80 teatri Pagina 6 /
ANTEPRIMA I raccomandati Pagina 7 / CARNET PALCOSCENICO Il cartellone del mese Pagina 8
UN CAFFÈ CON...
2 palcoscenico
Martedì, 5 aprile 2011
Geppy Gleijeses
UN CAFFÈ CON...
Geppy Gleijeses
G
eppy Gleijeses per diversi anni è stato il più giovane capocomico italiano, dirigendo una compagnia teatrale del Mezzogiorno. È stato direttore artistico del Teatro Nazionale di Milano dal 1993 al 1999
e sempre nel ’99 è stato il fondatore del Teatro Stabile di Calabria. Dal luglio 2009 è direttore del Teatro
Quirino - Vittorio Gassman di Roma. È inoltre presidente del Forum Attori Italiani, un organismo sindacale, e dell’Istituto dello Spettacolo Europeo.
Di sé racconta il suo rapporto con De Filippo,
di cui riportiamo solo alcuni passaggi. “Conobbi
Eduardo il 15 dicembre 1972 in casa del comune
amico Eugenio D’Angelo. Avevo appena debuttato con una pulcinellata riscritta da un libretto di
Carlo Guarini: “Ammore e cummedia”. … Avevo
17 anni. Eduardo aveva saputo del mio successo
amatoriale nella pulcinellata, fu molto cordiale, si
informò dei miei studi e mi disse: “Avete avuto una
buona idea, Pulcinella è una bella maschera, ingiustamente dimenticata”. Due giorni dopo mi chiamò
D’Angelo per dirmi che Eduardo mi voleva in compagnia. Sbiancai! Mi ero appena iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, appartenevo ad una famiglia
borghese, mio padre riteneva la laurea indispensabile”. D’altro canto recitare era il mio sogno… Soffrendo rinunciai.
...Era quindi il luglio del 1974: squilla il telefono
di casa e mi vengono a chiamare: “Chi è?”, domando. “Eduardo De Filippo”, rispose mio padre. “Si.
Totò”, replicai. Era proprio Eduardo che mi invita-
Honoré de Balzac e L’affarista
A
ccanito frequentatore di salotti, amante
appassionato di diverse nobildonne che
soddisfacevano il suo snobismo e il bisogno
di partecipare alla vita aristocratica, nonché
perseguitato dai creditori per le troppe speculazioni sbagliate, Honoré de Balzac riuscì
a realizzare solo per poco tempo il sogno di
ricchezza e d’ascesa sociale grazie al rapporto con la contessa polacca Ewelina Rzewuska, sposata il 14 marzo 1850. Balzac morirà
solo pochi mesi dopo ad agosto. Ma è proprio
da questa sua vita disordinata e azzardata
che trasse spunto per scrivere “L’affarista”:
la storia di un uomo che nella vita si gioca
tutto, soprattutto i soldi degli altri; che per
tenere a freno i creditori si inventa un socio,
Godeau, scappato in India con la cassa e di
cui favoleggia un imminente ricchissimo ritorno; che per salvare sé stesso e la famiglia
dalla miseria tenta un matrimonio fortunato
della figlia alquanto bruttina, ma furbetta e
innamorata di un altro e da questi ricambiata. Il lieto fine è d’obbligo, trattandosi di una
commedia. Mercadet, il protagonista, tra
realtà e finzione, riuscirà a sistemare tutto,
escogitando il fantomatico ritorno del socio.
Troverà così i soldi per far sposare la figlia
con il suo innamorato, per chiudere i debiti
e di malavoglia trasferirsi in campagna per
una vita agiata e tranquilla. L’allestimento
prodotto dal Teatro Stabile del FVG , dal
Teatro Stabile di Calabria e dal Teatro Quirino - Vittorio Gassman è diretto da Antonio
Calenda. La scenografia di Pier Paolo Bisleri rimanda un’immagine fissa: un enorme
lampadario di cristallo, simbolo di un passato splendido, e mobilio di pregio sistemato simmetricamente a formare le quinte, non
distribuito graziosamente nella stanza, quasi accatastato invece, pronto per essere portato via, messo all’asta o venduto. Un mondo in rovina, insomma, con ancora presenti
i segni di una antica ricchezza, che vacilla.
Una ricchezza costruita sulle speculazioni e
sui raggiri. Come non guardare alla realtà
ottocentesca di Balzac con gli occhi del presente, in cui ancora l’accrescimento dei beni
non passa attraverso il lavoro e la fatica, ma
attraverso gli assalti alle borse della finanza, bieca e globale, che sta distruggendo la
nostra attuale situazione economica e sociale. Calenda e Gleijeses ci riescono benissimo,
costruendo uno spettacolo oneroso per impegno e professionalità, che riesce nell’intento
di far divertire, senza la superficialità della
commedia leggera, bensì con l’arricchimento di una attualità cocente, grazie anche all’apporto della traduzione di Alberto Bassetti. La compagnia è complessivamente ottima,
con prove d’attore straordinarie come quelle
di Geppy Gleijeses, nei panni di Mercadet,
e di Marianella Bargilli, nella parte della figlia, a cui si affiancano nomi di livello, tra
cui spiccano Paila Pavese e Osvaldo Ruggieri. E poi ancora Antonio Tallura, Piergiorgio
Fasolo, Francesco Benedetto, Alfonso Veneroso, Adriano Braidotti, ottimo l’innamorato Adolphe del giovane attore triestino, Ferruccio Ferrante, Jacopo Venturiero e Antonio Ferrante.
va all’Hotel San Pietro di Positano per parlarmi di
una sua idea.
... Non mi resta che raccontare l’ultimo capitolo della nostra storia. Nel marzo del 1975, appena
ventenne, chiesi ad Eduardo di poter dirigere ed interpretare, nei ruoli che egli stesso aveva ricoperto, “Gennariello” e “Chi è cchiù felice ‘e me!”. Incredibilmente – Eduardo non concedeva quasi mai
i diritti delle sue commedie – dette l’autorizzazione.
Non solo; mi spiegò come impostare la regia e mi
dette vari consigli sull’interpretazione, Lo spettacolo fu un bel successo, il mio primo successo da professionista. Per la cronaca mi laureai l’anno dopo e
riposi immediatamente ‘il pezzo di carta’ nel cassetto”.
di Rossana Poletti
D
e Filippo è stato un po’ il
suo mentore, l’uomo che
l’ha spinta al teatro professionistico. Lei viene quindi
dal teatro napoletano, quanta
“Miseria e nobiltà” c’è in questo
“Affarista” di Balzac?
Mi cita un titolo che tra le altre
cose è nelle mie mire, nel senso
che “Miseria e nobiltà” di Eduardo Scarpetta prima o poi lo farò.
Però bisogna dire che se non nel
significato stretto delle parole c’è
molto poco. L’affarista è uno speculatore che si muove tra miseria
e nobiltà, questo sì. È una strana
figura, uno strano personaggio
pronto a vendersi la figlia al miglior offerente per salvare se stesso. Poi scopriremo che lo farà soprattutto per salvare la figlia dalla
miseria. Ed è un leone: in questa
Francia della prima rivoluzione
industriale, con la nascita della
borsa e della speculazione, di tutti
quei fenomeni che noi, dopo 170
anni, ci tiriamo ancora dietro e vediamo governare le nostre giornate, è di un’attualità spasmodica.
L’autore parla proprio di queste
cose, borsa e speculazione, ed è
assediato dai corvi. Balzac era un
precursore del drammaturgo francese Henry Becque che scrisse
proprio “I corvi”. Essendo Becque molto interessato alle istanze sociali e politiche, nella sua
commedia c’era meno giocosità.
In Balzac c’è invece molto grottesco, c’è la vera commedia. Mercadet, il protagonista, è un personaggio gigantesco, sterminato.
Lascio immaginare cosa voglia
dire imparare a memoria una parte
del genere.
Una bella fatica
Si, proprio. Una parte che non
finisce più, un esercizio anche per
me che con la memoria ho sempre
giocato positivamente. Mercadet è
un personaggio da far tremare le
vene ai polsi, con un predecessore,
poi, grande come Tino Buazzelli,
che fece l’edizione più importante nei primi anni ’60 con il regista
Virginio Puecher al Piccolo Teatro
di Milano e che successivamente
la riprese per conto suo. Ci sono
state altre due edizioni de “L’affarista”. Una la conosco bene perché
era di Vittorio Caprioli, mio buon
amico: a quel tempo faceva una
regia per noi mentre interpretava
Mercadet, e il suo non fu uno spettacolo molto riuscito. Poi ci fu Calindri, che alla fine della sua vita
teatrale volle cimentarsi con “L’affarista”. L’allestimento attuale nostro è prodotto da due Teatri stabili, quindi con tutta la dovizia necessaria, pur nei tempi di crisi che
viviamo.
È un testo corposo con tanti
attori in scena.
Non può avere un solo protagonista uno spettacolo di questo genere, devono esserci tanti comprimari, una protagonista femminile,
anzi due. E per fortuna siamo riusciti a mettere in scena un ottimo
cast, con un grande regista come
Antonio Calenda, grande direttore d’attori. Ho lavorato con grandi
registi e ora lavoro con uno dei migliori viventi, e credo che questo si
noti nello spettacolo. In certi casi
la regia, fatta ad altissimi livelli e
anche affrontando capolavori universali come è Mercadet e la letteratura di Balzac, perché c’è tutto
Balzac in questo testo, spesso, dicevo, in questi casi la miglior regia
è di fare come l’arbitro che, nelle
partite decisive, si vede il meno
possibile. Questo ha fatto Calenda: si sente ma la sua presenza non
è invasiva. Le idee dell’interpretazione sono sue e anche mie nel
senso che abbiamo lavorato molto
bene assieme. Sua l’impostazione
dello spettacolo, ma sull’adattamento del testo e sulla scelta degli attori ci siamo coordinati. Anche perché siamo i direttori dei
due enti coproduttori. È stata una
bellissima esperienza. Mi sono
avvalso della memoria dei grandi, di quelli che ho visto in scena
e di quelli che ho visto attraverso
testimonianze filmate. In genere si
parla solo di Vittorio Gassman, dal
quale spesso prendo anche la voce
che lui volontariamente sgranava,
raddoppiava, triplicava, anche con
l’allargamento delle vocali, ma
prendo anche lezione da attori forse meno noti al pubblico di oggi,
ma che erano dei grandi comprimari del passato, come Luigi Pavese, storica spalla di Totò, zio
di Paila Pavese che recita in questo allestimento, di Tino Scotti, di
Giustino Durano. Da loro ho imparato i giochi di falsetto, tutti quei
giochi di voce e trucchi del mestiere con i quali mi sono divertito a
collazionare un personaggio così
complesso.
Che ha modi diversi di rapportarsi alla sua realtà.
Anche perché se non lo fai citando, quindi straniandoti dal personaggio, con una lezione di recitazione europea e di immedesimazione da metodo stanislavskyano,
se non sfrutti un po’ il gioco dello straniamento non riesci a costruire il personaggio. C’è poco
da mettersi nella parte di. Non ci
arriveresti mai. I protagonisti ne
“L’affarista” sono belli, giocano
perché bisogna divertirsi, ma facendo tutto seriamente. Come i
creditori di Mercadet anche il pub-
palcoscenico 3
Martedì, 5 aprile 2011
Jessica Kaawa nella Giornata mondiale
Al servizio dell’umanità
È ricorsa il 27 marzo la Giornata mondiale del teatro.
Ogni anno il messaggio che punta i riflettori su un mondo che
a sua volta illumina cultura, sentimenti e quant’altro, viene
affidato ad un nome del Teatro. Quest’anno il messaggio porta la firma di Jessica Kaawa, autrice, attrice, direttrice ed accademica del teatro, di origini ugandesi.
Non servono commenti.
“Avete mai immaginato che il teatro potrebbe essere un
potente strumento per la pace e la riconciliazione? Mentre le
nazioni spendono somme di denaro colossali nelle missioni di
pace nelle aree del mondo in guerra, poca attenzione è rivolta al teatro come alternativa di contatto diretto con la gente
per la trasformazione e la gestione dei conflitti. Come possono gli abitanti della terra raggiungere una pace universale se
gli strumenti impiegati vengono da poteri esterni e apparentemente repressivi?
Il teatro permea sottilmente lo spirito umano avvinto dalla paura e dal sospetto, modificando l’immagine del sé – e
aprendo un mondo di alternative per l’individuo e dunque
per la comunità. Può dare significato alle realtà quotidiane
e nel contempo prevenire un futuro incerto. Può impegnarsi nelle situazioni politiche delle persone in modi semplici e
chiari. Poiché inclusivo, il teatro può mostrare un’esperienza
capace di trascendere idee sbagliate avute in precedenza.
Inoltre, il teatro è un mezzo provato per sostenere e far
progredire idee che noi tuteliamo collettivamente e per le
quali, se violate, siamo disposti a combattere.
Per anticipare un futuro di pace dobbiamo iniziare ad usare strumenti pacifici che cerchino di capire, rispettare e riconoscere il contributo di ogni essere umano nell’impegno a
realizzare la pace. Il teatro è quel linguaggio universale attraverso il quale noi possiamo promuovere messaggi di pace
e riconciliazione.
Il teatro, coinvolgendo attivamente i partecipanti, può
condurre a un’unica anima e decostruire le percezioni precedentemente sostenute e, in questo modo, dare all’ individuo
una possibilità di rinascita affinché faccia scelte basate sulla
conoscenza e la realtà riscoperta. Per far prosperare il teatro, tra le altre forme d’arte, dobbiamo fare un audace passo
avanti inglobandolo nella vita quotidiana, affrontando le questioni critiche relative al conflitto e alla pace.
blico non deve capire quando egli
finge, quando recita per loro o recita per i creditori che ha accanto.
È un ruolo molto articolato che mi
sta dando enormi soddisfazioni, e
devo dire, grande successo.
Il pubblico è contento.
Le critiche sono ottime, ho qui
una che dice “Gleijeses un gigante
per Balzac”, sul Messaggero “un
grande Gleijeses rispolvera Balzac” con note di merito per tutti,
dalla regia agli altri attori. Già dicevo che bisogna avere una grande
disponibilità di mezzi per un grande cast: dodici attori tutti bravi, bei
costumi e scene all’altezza di una
grande produzione.
Grande crisi economica e tagli alla cultura e al teatro, ma
anche una certa disaffezione
per il teatro, le platee erano più
piene, oggi sono un po’ in calo.
Quanto soffre un attore ad assistere a questa situazione e che
cosa si può fare per invertire la
tendenza.
La crisi del teatro c’è per chi fa
cattivo teatro, poi è chiaro che per
richiamare oggi il pubblico devi
adottare chiari criteri imprenditoriali, perché il teatro è un’impresa. Prima di fare “L’affarista” ho
fatto “Lo Scarfalietto”, che è la
commedia più comica di Scarpetta. Avevamo i teatri gremiti. Adesso facciamo Balzac e ci si presentano ovviamente minori promesse
di divertimento. Balzac può magari attirare un po’ meno gente dello Scarfalietto. Molto dipende da
come sono gestiti i teatri, da come
sono programmati e dagli spetta-
coli che girano. È chiaro che se un
governo si disinteressa completamente della cultura e il gusto viene
continuamente mortificato dall’offerta televisiva che c’è, è inutile
chiedersi il perché di certe situazioni. Come il fumo passivo, se tu
vedi schifezze su schifezze in televisione il gusto si abbassa inevitabilmente. Questo non succede fortunatamente nelle città dei grandi
stabili, come qui a Trieste, oppure a Genova e Torino, dove i teatri
sono sempre pieni, o come a Roma
al Quirino, in altri si fatica di più
proprio perché l’incidenza del gusto è più forte.
C’è poco da stare allegri.
Io però non credo che ci sia
una crisi del “teatro”, è vero che è
cambiata un po’ la misura perché
sono cambiati i generi. La fortuna
del teatro è poi ciclica, non essendo soggetto a intermediazioni tecnologiche può andare giù, ma anche ritornare su, io sono molto fiducioso, dipende molto anche da
chi ci governa. Se chi ci governa,
come è stato fino adesso, si disinteressa completamente delle sorti
del teatro, poi anche il pubblico ne
consegue, se invece il teatro si insegna a scuola, lo si va a vedere,
lo si educa, come fortunatamente
molti stabili fanno, allora i risultati
sono diversi.
Si chiede molto di mettere
in scena testi ed autori contemporanei, però poi quando si va
a vedere i classici, come pure
Balzac, si scopre che sono testi profondamente attuali, anche nel vostro spettacolo ci sono
passaggi che descrivono meravigliosamente la nostra situazione attuale.
E ci sono anche tante battute
che richiamano ai tirapiedi della politica attuale. Per mettere in
scena novità, innanzitutto queste
dovrebbero parlare dell’oggi, e
non sempre questo accade. E poi
devono essere di una qualità importante perché devono competere
con i classici. Se faccio al Quirino “Sei personaggi in cerca d’autore” di Pirandello, anche senza
grandi nomi, ho il teatro gremito, se faccio una grande edizione
delle “Purghe di Maria Teresa”
scritte da un autore contemporaneo non ci viene nessuno. Vige la
legge della domanda e dell’offerta. Anche se culturale, è sempre un
mercato.
Come abbiamo già detto, Lei
è stato scelto da De Filippo, che
spronò gli inizi della sua carriera. Nell’ultimo vostro incontro le disse “non vi dimenticate
Pulcinella. Napoli ha bisogno di
Pulcinella.” Dov’è Pulcinella in
Mercadet?
C’è sempre Pulcinella. Si vede
in certi momenti. Ad esempio io
dico “a prescindere”, che è una
famosa frase di Totò che disse
quando firmò le cambiali. “A buon
rendere”, “a prescindere” sono
espressioni classiche di Totò e ci
divertiamo a citarle, in me c’è sicuramente il Pulcinella che è l’essenza comica del napoletano. Si
tratta di saper riciclare dei codici,
cose che hai dentro e saperle riportare in modo consono. E poi Pulcinella c’è nella mia anima.
Il teatro esiste già in territori afflitti dalla guerra e tra le
popolazioni che soffrono la povertà cronica o le malattie, con
lo scopo di perseguire la trasformazione e il miglioramento
sociale delle comunità. C’è un numero crescente di storie di
successo in cui il teatro è stato capace di mobilitare il pubblico per costruire una coscienza e per assistere le vittime di
traumi post-bellici. Piattaforme culturali come quella dell’International Theatre Institute, che hanno lo scopo di “consolidare la pace e l’amicizia tra i popoli”, già esistono.
È quindi una farsa restare tranquilli in tempi come i nostri, conoscendo il potere del teatro, e permettere che coloro
che maneggiano le armi e che lanciano le bombe siano i tutori della pace nel nostro mondo. Come possono strumenti di
alienazione diventare allo stesso tempo strumenti di pace e
riconciliazione?
In questa Giornata Mondiale del Teatro io mi rivolgo a voi
per riflettere su questa prospettiva e per considerare il teatro innanzi tutto come strumento universale di dialogo, trasformazione e miglioramento sociale. Mentre le Nazioni Unite
spendono quantità colossali di denaro nelle missioni di pace
intorno al mondo, attraverso l’uso di armi, il teatro è una alternativa spontanea, umana, meno costosa e in prospettiva
molto più potente.
Anche se non è la sola risposta per portare la pace, il teatro
sicuramente dovrebbe essere incluso tra gli strumenti operativi nelle missioni di pace.”
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palcoscenico
Martedì, 5 aprile 2011
Martedì, 5 aprile 2011
IL SOGNO DI IPAZIA
Grande tragica coraggiosa donna
T
eatro dei Fabbri. La Contrada. Trieste. Ipazia
visse ad Alessandria d’Egitto tra il 370 e il marzo del 415. Fu una matematica, astronoma e filosofa greca. Era figlia di Teone il geometra, filosofo
d’Alessandria, e fu sua allieva prima e poi collaboratrice. Sostiene Filostorgio, storico della Chiesa, che
“ella divenne molto migliore del maestro, particolarmente nell’astronomia e che, infine, sia stata ella stessa maestra di molti nelle scienze matematiche”. Già
almeno dal 393 era a capo della Scuola alessandrina,
che godette di piena libertà di pensiero fino agli ultimi
anni della sua esistenza. Ipazia gli avrebbe insegnato
– dice Sinesio - a considerare la filosofia “uno stile di
vita, una costante, religiosa e disciplinata ricerca della
verità”. Ella insegnava in pubblico a chiunque volesse
ascoltarla: comportamento che indusse a pensare ad un
suo gesto di sfida. A questo proposito, va rilevato che
quando Ipazia comincia a insegnare, nell’ultimo decennio del IV secolo, ad Alessandria sono stati appena demoliti i templi dell’antica religione per ordine del
vescovo Teofilo, una demolizione che simboleggia la
volontà di distruzione di una cultura alla quale anche
Ipazia appartiene e che ella è intenzionata a difendere e
a diffondere. I cosiddetti decreti teodosiani, emessi dall’imperatore Teodosio, avevano sancito la proibizione
di ogni genere di culto pagano ed equiparato il sacrificare nei templi al delitto di lesa maestà punibile con
la morte. Il prestigio conquistato da Ipazia ad Alessandria ha una natura eminentemente culturale, che però le
consente anche un potere di valenza politica. Alla mor-
LA NOTTE POCO PRIMA DELLA FORESTA
Un uomo e la sua solitudine
T
rieste. Sala Bartoli. Bernard-Marie Koltès nacque nel 1948 a Metz, a guerra finita.
Fece ovviamente parte della generazione
sessantottina. Tutta la sua azione fu improntata
al desiderio di rivolta. Anche la sua breve militanza nel partito comunista francese fu segnata
da controversie. Ebbe una vita violenta, morì di
Aids a quarantuno anni. Da giovanissimo tentò
faticosamente di scrivere; nel 1969 era stato folgorato a teatro da Maria Casarès, da lì era ripartita la sua ispirazione. Ebbe comunque una grande difficoltà a riconoscersi in quello che faceva e
buttò via molte delle sue prime produzioni teatrali. È universalmente famoso per “Nella solitudine dei campi di cotone” del 1986, sorta di delirio a due sulla ricerca impossibile del desiderio.
“La notte poco prima della foresta” è comunque
il suo “primo lavoro”, rappresentato al Festival
di Avignone nel 1977.
Fa e deve far riflettere che nel panorama del
teatro contemporaneo una buona maggioranza dei testi rappresentati verta sugli stessi temi,
solitudine e violenza: è il caso di “20 novembre”
dell’autore svedese Lars Noren, di “Thom Pain”
di Will Eno, per citare due spettacoli che si sono
visti recentemente sullo stesso palcoscenico del
Rossetti di Trieste. Testi in cui il monologare è
“condicio sine qua non”. Non ci sono altri, semmai i compagni sono immaginari, perché nella
realtà il protagonista è solo, drammaticamente
solo, con tutti i suoi tarli nella testa, perché la solitudine è sostanzialmente follia, pura. Temi che
vengono da lontano nel tempo, basti pensare a
Kafka, alle sue “Metamorfosi”, o a Pirandello e
alla sua incomunicabilità, per comprendere che
attorno a questo argomento ci si lavora da più
di un secolo. Sono cambiati però profondamente i meccanismi espressivi. Kafka racconta la storia di un uomo che diviene insetto e di fatto viene
emarginato, cancellato dalla famiglia e dalla società, fino alla sua morte. Pirandello mette in scena “Uno, nessuno, centomila” e lo fa raccontando
dei fatti, un uomo a cui la moglie fa notare di avere il naso storto e questo cambia il suo rapporto
con il mondo. Koltès non ha niente da raccontare,
deve vomitare addosso al pubblico tutto il suo risentimento, rancore, rabbia, nausea, frustrazione per la sua incapacità di vivere. I giovani vanno a vedere questo tipo di rappresentazione e ne
sono affascinati; li osservavo l’altra sera e vedevo
quanto sentissero il grande disagio espresso dall’autore francese. Segno che esso pervade prepotentemente e diffusamente le loro vite e, nel tentativo di comprendere gli andamenti della società
contemporanea, non si può prescindere da un lavoro di analisi e comprensione più profondo del
fenomeno, per trovare antidoti alla grande diffusione di questo malessere.
Claudio Santamaria, in scena alla Bartoli, si
spoglia dei panni di belloccio, condizione in cui si
trova benissimo in “Romanzo criminale” di Michele Placido, o in “Baciami ancora” di Muccino, per citare alcuni dei suoi ultimi successi, e si
cala nello straniero derelitto, che odia i francesi, che vive nei bassifondi di una Parigi popolata
da spacciatori e prostitute, che cerca il compagno per una birra tra loschi figuri, che gli si negheranno. Arringa contro i potenti, che chiudono
nel ghetto il mondo per soddisfare la loro sete di
ricchezze e di dominio, ed evoca personaggi stralunati e deliranti: la puttana che mangia la terra del cimitero per rigenerarsi, senza accorgersi
che si sta avvelenando, la cacciatrice di ratti dai
riccioli biondi. Il suo mondo è un ammasso di detriti, di lamiere, di inferiate e fil di ferro. Così ha
realizzato la scena Loredana Longo.
Non si può dire che Santamaria non sia bravo,
ce la mette tutta, si dimena, urla a squarciagola per
più di un’ora, tanto dura il monologo, pesta furiosamente sulla cancellata che lo imprigiona nel suo
ghetto mentale, ma, anche probabilmente per una
non brillante regia di Juan Diego Puerta Lopez,
non riesce sempre a bucare l’anima. Questo non ci
impedisce però di sapere che i problemi dell’umanità sono tutti lì, visti con delirio da un uomo intimamente malato, ma non per questo meno visionario.
Rossana Poletti
te di Teofilo nel 412 salì sul trono episcopale di Alessandria Cirillo. Tra il prefetto Oreste, che difendeva le
proprie prerogative, e il vescovo Cirillo, che intendeva assumersi poteri che non gli spettavano, nacque un
conflitto politico, anche se Cirillo e i suoi sostenitori
tentarono di occultarne la vera natura e di porre la questione nei termini di una lotta religiosa riproponendo
lo spettro del conflitto tra paganesimo e cristianesimo.
Nel 414, durante un’assemblea popolare, alcuni ebrei
denunciarono al prefetto Oreste quale seminatore di
discordie il maestro Ierace, un sostenitore del vescovo Cirillo. Ierace fu arrestato e torturato, al che Cirillo
reagì minacciando i capi della comunità ebraica, e gli
ebrei reagirono a loro volta massacrando un certo numero di cristiani. La reazione di Cirillo fu durissima:
l’intera comunità ebraica fu cacciata dalla città, i loro
averi furono confiscati e le sinagoghe distrutte. Nel pieno del conflitto giurisdizionale tra il prefetto e il vescovo, dai monti della Nitria intervennero a sostegno di
Cirillo un gran numero di monaci, i cosiddetti parabolani, di fatto un vero e proprio corpo di polizia. Costoro tesero un agguato ad Oreste. Uno di loro, Ammonio,
fu arrestato e torturato a morte. In questo clima di lotte
furibonde intestine per il potere, maturò l’omicidio di
Ipazia, poiché, riferisce un altro storico Socrate Scolastico, “s’incontrava alquanto di frequente con Oreste,
l’invidia mise in giro una calunnia su di lei presso il popolo della chiesa, e cioè che fosse lei a non permettere
che Oreste si riconciliasse con il vescovo”. Era il mese
di marzo del 415: un gruppo di cristiani alquanto esa-
gitati sorpresero la donna mentre faceva ritorno a casa.
La uccisero facendola a pezzi.
Un preambolo lungo ma doveroso per capire di chi
stiamo parlando e soprattutto la parte di chi si è assunta Francesca Bianco, che ha portato in scena al Teatro dei Fabbri di Trieste, per iniziativa della Contrada,
il monologo “Il sogno di Ipazia”, scritto da Massimo
Vincenzi e diretto da Carlo Emilio Lerici, spettacolo
inserito nella rassegna “Giulietta e le altre”.
Il monologo racconta il passare del tempo nella
vita della prima scienziata della storia. Si alternano
il sole e la luna, nella sua vita che inizialmente scorre felice immersa nei libri, affianco ai suoi allievi ed
amici. Nella tranquillità si fa largo un po’ alla volta la
prudenza, l’esigenza di nascondere i libri, di salvare il
sapere. E poi sempre più prende il sopravvento la paura, il terrore della morte, ma anche della distruzione
della conoscenza, placata soltanto dalla consapevolezza che la violenza appartiene all’uomo, a Dio (qualunque egli sia) l’amore. Ma anche lo stupore di scoprire
che gli stessi che avevano vissuto la persecuzione e le
catacombe ora assumono gli stessi comportamenti dei
loro persecutori. Un monologo qua e là inframmezzato dalla lettura dei famosi funerei editti, con la voce
fuori campo di Stefano Molinari, a scandire il senso
dell’orrore. Ipazia è una donna forte e coraggiosa, resa
perfettamente dal testo profondamente lirico e dall’interpretazione della Bianco, applaudita calorosamente
dal pubblico.
Poscaro
5
6 palcoscenico
Il giro del mondo in 80 teatri
LA VALIGIA DELL’ATTORE
Martedì, 5 aprile 2011
Il giro del mondo in 80 teatri
S
I
l teatro romano di Merida (Spagna) fu costruito nel 16 a.C.
da Marco Agrippa (genero di Augusto) in ossequio alla città. Può contenere 6mila persone e vi si svolgono spettacoli all’aperto.
i presume che il teatro di Sabratha (Libia)
sia stato realizzato tra il
II ed il III secolo d.C. La
parte piu spettacolare è
costituita dalla scena, che
è formata da tre piani con
colonne di marmo sovrapposte. Anche la scalinata è ben conservata e
offre uno spettacolo suggestivo. Si calcola che sui
suoi 11 gradini circolari
potessero trovare posto
circa 5.000 persone.
Il teatro è uno dei più
vasti dell’Africa romana
ed è largo 92 metri. Oggi
vi si danno rappresentazioni di drammi classici. La parte esterna più
imponente dell’edificio è
quella dei solenni portali
d’ingresso.
I
l teatro di Efeso (Turchia), la cui costruzione iniziò durante il periodo ellenistico, venne completato ai tempi di Traiano ( 98 - 117
d.C.). aveva 66 ordini di gradinate e poteva acogliere 25mila spettatori. Era il più grande teatro dell’Asia Minore.
Il teatro romano di Bosra
(Siria), costruito nella prima
metà del II secolo, si trovava fuori della cinta muraria
ed era costruito con pietre
di basalto nero. All’inizio
del XIII sec. venne inglobato nella cittadella costruita dagli Ayyubidi, ed è stato restaurato tra il 1947 ed
il 1970.
La cavea, di 102 metri di
diametro, in 3 sezioni orizzontali che potevano accogliere 6.000 spettatori seduti
su 37 file, oltre a 2-3.000, in
piedi, si appoggia su ambulacri semicircolari voltati.
L’orchestra è semicircolare con un diametro di 21
metri.
La scena e il frontescena
sono ben conservati, il frontescena per tutta l’altezza,
mancano però i marmi policromi che lo rivestivano, ed
inoltre delle colonne corinzie che lo decoravano è rimasto solo il primo ordine.
L
a costruzione del teatro di Marcello venne cominciata da Cesare in
un luogo dove solitamente veniva eretto un teatro posticcio di legno, e fu completata da Augusto il quale, dopo avervi fatto svolgere i
Ludi Saeculares del 17 a.C., lo dedicò, nel 13 o nell’11, alla memoria
del nipote ed erede Marcello. La cavea aveva un diametro di 130 metri e una capienza di circa 15.000 posti. La scena, rifatta da Vespasiano, aveva ai lati due grandi aule absidate e, dietro, un’enorme esedra
al centro della quale erano stati forse ricostruiti i due tempietti preesistenti al teatro. Nel 370 d.C., ormai in disuso, alcuni blocchi di travertino furono asportati e impiegati per il restauro del Ponte Cestio. Trasformato verso la fine del Duecento in fortezza sostituita nel Cinquecento, ad opera di Baldassarre Peruzzi, dal palazzo (successivamente
Savelli, Orsini e Caetani) che ancora oggi singolarmente lo comprende e lo sovrasta e finalmente liberato, tra il 1926 e il 1929, dai piccoli edifici che gli si erano addossati, consolidato e restaurato, il teatro
conserva una parte notevole della facciata esterna. È tutta in travertino, ha due ordini di arcate nel (41 in origine), doriche nel piano inferiore e ioniche in quello superiore, sormontate da architravi. Il terzo
piano è andato perduto e si crede fosse costituito da un attico scandito da lesene corinzie che doveva portare l’altezza totale dell’edificio a
33 metri. Dietro le arcate del pianterreno corre un ambulacro anulare
coperto sul quale s’affacciano, con altre arcate aperte o occupate dalle
scale per i piani superiori, gli ambienti radiali alti e stretti che sostenevano le gradinate della cavea, anch’essi coperti e con muri costruiti nella prima parte in blocchi di tufo e poi in cemento con paramento
in reticolato. L’intero edificio poggiava su una platea di calcestruzzo
e blocchi di travertino spessa 6,35 metri su un terreno argilloso costipato con pali di rovere. Della parte interna del teatro non è rimasto
pressoché nulla.
E
dificato in epoca augustea, tra il I secolo
a.C. e il I secolo, il teatro di Orange (Francia) deve la sua fama all’ottima conservazione
della scena e del muro retrostante, che raggiunge un’altezza di 37 m e una lunghezza di 103 m.
La decorazione della scena e le statue appartengono ad un rifacimento dell’epoca di Antonino
Pio. I blocchi sporgenti in cima al muro, sulla
facciata esterna, erano utilizzati per fissare il velario che proteggeva gli spettatori dal sole.
Il teatro segue lo schema tradizionale del
teatro romano, con i gradini della cavea (37 file
per 9.000 spettatori circa) disposti a semicerchio intorno all’orchestra. La cavea è in parte
sostenuta da costruzioni, e in parte si addossa
alla collina di Sant’Eutropia.
palcoscenico 7
Martedì, 5 aprile 2011
I raccomandati
ANTEPRIMA
I raccomandati
Fiume, Teatro “I. de Zajc”
Pola, Teatro cittadino
Un luogo ideale per morire
I 39 scalini
Dal romanzo di Damir Karakaš (Sjajno
mjesto za nesreću), Nina Mitrović ha ricavato
“l’episodio tragicomico di un perdente.” Narra
le vicende di uno scrittore croato giunto a Parigi per fare carriera e diventare planetarmente
(ri)conosciuto. Ma più il tempo passa e più la
realizzazione del suo sogno si fa evanescente e
vive alla giornata. Mentre aspetta una chiamata
di un qualche editore si guadagna da vivere disegnando caricature per la strada; vive assieme ad
altri immigranti in un buco e la sua vita amorosa è una rovina: chissà perché si ritrova accanto
solamente donne tristi e deluse. Vorrebbe alzare bandiera bianca e ritornarsene a casa, ma gli
amici propongono un’idea salvavita: potrebbero
rapinare una banca. Nel frattempo incontra una
donna con la quale poi convive ma della quale
non gli potrebbe importare di meno. Parigi è pericolosa: ti inghiotte in un amen, il luogo ideale
per scomparire, per annientarsi.
(In scena dal 28 al 30 aprile)
Tratta dall’avvincente giallo di Jhon Buchan’s e dal memorabile film di Alfred Hitchock, la piece teatrale “I 39 scalini” è
un’esilarante commedia, con quattro attori che, interpretando
un’infinità di ruoli in 100 minuti, raccontano una storia di spionaggio, piena di avventure, inseguimenti e colpi di scena.
Un giovane canadese, Richard Hannay, incontra una donna
che dice di chiamarsi Annabella Smith e che gli chiede di ospitarla a casa sua. Annabella confessa di essere una spia, e la notte
stessa verrà assassinata con un coltello piantato nella schiena da
alcuni individui penetrati nella casa. La donna ha fatto in tempo a mostrare una cartina della Scozia con indicata una località e a dire dei “39 scalini”, pericolose e spietate spie guidate dal
professor Jordan.
Richard si sente in pericolo di vita, la polizia, dopo la scoperta del cadavere nella sua abitazione, inizia a dargli una caccia spietata e l’uomo fugge in Scozia. Vivrà mille avventure in
compagnia di Pamela, che lo aiuterà in tutto e per tutto. Gli ingredienti del thriller ci sono, ma piuttosto che tingersi di giallo,
la narrazione assume tutti i colori possibili e immaginabili. La
messinscena è del teatro di Virovitica.
(In scena il 6 aprile)
Capodistria, Teatro cittadino
Ti amo, sei perfetto,
ma ora cambia
“I Love You, You’re Perfect,
Now Change”, musical da camera scritto da Joe Di Pietro, con le
musiche di Jimmy Roberts, è un
successo internazionale. È il secondo musical, per longevità, tra
quelli prodotti Off-Broadway.
In questo spettacolo si racchiudono tutti i pensieri e le
preoccupazioni che hanno accompagnato le nostre relazioni
amorose. Un sottotitolo azzeccato potrebbe recitare “Tutto ciò
che avete sempre pensato di appuntamenti, romanticismo, matrimonio, amanti, mariti, mogli
e parenti, ma avete sempre avuto
paura di ammettere”.
Si assiste a un’intelligente e ironica analisi
dei rapporti di coppia, sviluppata attraverso
una serie di quadri a sé stanti, la cui progressione ci dà tutto un percorso affettivo: i tormenti dell’essere single, del primo appunta-
Trieste, Politeama Rossetti
Ben Hur
Una storia di ordinaria periferia
mento, del matrimonio, dei suoceri, la fine di
un amore ed altro, che abbiamo vissuto in prima persona o che è successo a qualcuno attorno a noi.
(In scena l’11 aprile)
Trieste, Teatro “Orazio Bobbio”
Buonanotte mamma
“Buonanotte mamma” è un atto unico con due
personaggi in scena: Jessie Cates, una donna sulla quarantina povera, ignorante, divoraziata e depressa, che vive con la madre vedova, Thelma.
La commedia si apre con Jessie che chiede a
sua madre dove sia una certa pistola. Trovata l’arma con l’aiuto di Thelma, inizia a pulirla e annuncia molto tranquillamente che alla fine della
serata, dopo aver augurato come di consueto la
buonanotte a sua madre, si chiuderà a chiave nella
stanza e si ucciderà. Questa non è una minaccia o
una richiesta di aiuto: è una decisione lucida, ferma e irreversibile. Dopo una vita intera dominata
dalla povertà, dall’epilessia e dalla depressione, il
suicidio è l’unico modo per assicurarsi che nulla
potrà mai più ferirla.
La decisione di Jessie scatena un’impetuosa
lotta fra madre e figlia, dove Thelma usa ogni
strategia possibile per dissuadere la donna dal
suo intento, sprofondando lentamente nell’angoscia; al contrario Jessie mantiene una calma glaciale, sorvolando sulla disperazione della madre
e dandole istruzioni dettagliate su dove sono tutte le cose in casa, come una padrona che istruisce
la governante. La madre si dispera così tanto da
spingersi a dire la verità a Jessie su tutta una serie
di cose che hanno sconvolto la sua esistenza, affrontando i vecchi fantasmi della loro vita. Ma la
donna sembra irremovibile…
Al debutto nel 1983, “‘night, Mother” (titolo
originale della commedia) sconvolse il pubblico
americano per la sua lucida e franca dissertazione
sul tema del suicidio.
(In scena dall’8 al 17 aprile)
In scena una piece che armonizza con intelligenza e delicatezza
necessari spunti di riflessione e di critica, a momenti di dirompente
comicità. Lo spettacolo mette in scena una vicenda plausibile, fra
persone che in breve hanno perduto la sicurezza economica e che si
trovano a combattere per arrivare faticosamente alla fine della giornata. Sergio è uno stuntman caduto in disgrazia dopo un avvio eccellente con Spielberg nel film Salvate il soldato Ryan. Durante le
riprese si è infortunato ed è in attesa di risarcimento; pigramente,
per sbarcare il lunario, si arrangia a posare, vestito da centurione per
i turisti che passano davanti al Colosseo. Sua sorella Maria è separata, e per contribuire economicamente è costretta a lavorare in una
chat erotica. Il loro grigio menage è scosso dall’arrivo di Milan, ingegnere bielorusso pronto a tutto pur di lavorare e guadagnare per
la sua famiglia. È povero ma il suo atteggiamento è opposto a quello degli italiani: onesto, dignitoso, propositivo, acuto, volenteroso,
diviene presto una ricchezza da sfruttare, per Sergio. Lo sapranno
apprezzare, imitare o diverrà un elemento scomodo?
(In scena dal 27 al 30 aprile)
8 palcoscenico
Martedì, 5 aprile 2011
CARNET PALCOSCENICO rubriche a cura di Carla Rotta
TEATRO Il cartellone del mese
IN CROAZIA
Teatro Nazionale Ivan de Zajc - Fiume
1, e 2 aprile ore 19.30
Maledetto Kam di Janko
Polić Kamov - Lary Zappia.
Regia Lary Zappia. Interpreti
Igor Kovač, Iva Mihalić, Damir
Orlić, Anastazija Balaž Lečić,
Žarko Radić, Jasmin Mekić,
Tanja Smoje, Olivera Baljak,
Davor Jureško, Denis Brižić, Jelena Lopatić, Biljana Torić, Alen
Liverić
3 aprile ore 18
Uccellini di Filip Šovagović.
Regia Ozren Prohić. Interpreti Boris Svrtan, Ranko Zidarić,
Enes Vejzović, Filip Šovagović,
Zoran Gogić, Slavica Knežević,
Bojana Gregorić Vejzović,
Anja Šovagović Despot, Sreten Mokrović, Ankica Dobrić,
Siniša Ružić
IN ITALIA
Politeama Rossetti - Trieste
Ciclo:Prosa
6, 7, 8 e 9 aprile ore 20.30;
10 aprile ore 16
7, 8 e 9 aprile ore 19.30
Blue butterfly laboratorio del
Balletto del “de Zajc”. Musiche
“Molto cortese”. Coreografie e
regia Staša Zurovac
13, 14, 15, 16, 18 aprile ore
19.30
Il bosco di Stribor di Ivan
Josip Skender (tratto da Ivana
Brlić Mažuranić). Regia Ozren
Prohić.
28, 29 e 30 aprile ore 19.30
L’ideale per morire di Damir Karakaš. Regia Dalibor
Matanić
Il vecchio e il cielo di Cesare
Lievi. Regia Cesare Lievi
Interpreti Gigi Angelillo, Ludovica Modugno, Paolo Fagiolo,
Giuseppina Turra
Teatro cittadino - Pola
6 aprile ore 20
I 39 gradinidi Buchan / Hitchcock / Barlow. Regia Franka
Perković. Interpreti Filip Juričić,
Jelena Hadži-Manev, Goran
Koši, Mladen Kovačić
brina Rinaldi, Bianca Bonaldi,
Valentina Quaroni, Lesile Sanna, Jessica Gillo, Ophelie Longuet, Marcello Algeri, Kostantin
Neroslov, Matteo Donetti
27, 28, 29 e 30 aprile ore
20.30; 28 aprile e 1.mo maggio ore 16
Ben Hur, una storia di ordinaria periferia di Gianni Clementi. Regia Nicola Pistoia. Interpreti Paolo Triestino, Nicola
Pistoia, Elisabetta De Vito
Benny Andersson e Björn Ulvaeus. Regia e coreografie Craig
Revel Horwood
Ciclo: Fuori abbonamento
19 e 20 aprile ore 20.30
Oblivion show di Gioele
Dix. Interpreti Oblivion (Graziana Borciani, Davide Calabrese,
Francesca Folloni, Lorenzo Scuda, Fabio Vagnarelli)
Ciclo:Altri percorsi
5, 6, 7, 8 e 9 aprile ore 21; 10
aprile ore 17
Crociate liberamente ispirato a “Nathan il saggio” di
E.G.Lessing. Scrittura e regia
Gabriele Vacis. Interpreti Valerio Binasco
12, 13, 14, 15 e 16 aprile ore
21; 17 aprile ore 17
Cerimonia Testo e regia Lorenzo Gleijeses. Interpreti Lorenzo Gleijeses, Anna Redi, Manolo Muoio
Ciclo:Musical e grandi eventi
13, 14, 15 e 16 aprile ore
20.30; 16 e 17 aprile ore 16
Chess - The musical libretto
e liriche di Tim Rice. Musiche
21 aprile ore 21
Nek european tour Nek in
concerto
22 aprile ore 21
IVY Tour 2011 Elisa in concerto
Teatro lirico Giuseppe Verdi - Trieste
18 aprile ore 20
Recessione di e regia
Olja Lozica. Interpreti Igor
Kovač, Ivana Krizmanić, Nika
Mišković, Zoran Pribičević,
Aleksandra Stojaković
19 aprile ore 9.30; 11 e 18
10 aprile ore 20
Il brutto anatroccolo di
Concerto SAC “Lino Ma- H. Ch. Andersen. Regia Nana
riani”
Šojlev. Interpreti Ivana Miletić
14 e 15 aprile ore 9.30; 11 Piškor, Petar Banda, Branko
e 18
Banković, Dina Ekštajn
Le strade del glagolitico di
20 aprile ore ore 9.30 e 11
Regia Samanta Milotić Bančić.
Il brutto anatroccolo di
Interpreti Gordana Šimić, Pa- H. Ch. Andersen. Regia Nana
trik Lazić, Marin Janković, Šojlev. Interpreti Ivana Miletić
Melisa Kamenčić, Aleksan- Piškor, Petar Banda, Branko
dra Možar, Karlo Stipić, Filip Banković, Dina Ekštajn
Blažević, Valter Roša, Snježana
26 e 27 aprile ore 20
Grgić, Ana-Marija Kalfić, Paola
Onore di Joanna Murray
Lugarić, Sara Stepanović, Filip Smith. Regia Ivica Šimić. InLugarić, Teo Frgačić, Andrea terpreti Mirela Brekalo Popović,
Lončarić, Nika Ivančić, Manue- Zoran Gogić, Helena Minić,
la Krakar, Dardan Agaj, Anna Lana Gojak
Alice Kraljić
29 aprile ore 20 e 22
Che c? di e regia Zvonimir
Peranić.
Hasmik Papian, Patrizia Orciani, Viktor Afanasenko, Carlo Barricelli, Giorgio
Surian, Yasuo Horiuchi, Gianluca Sorrentino, Pablo Karaman, Louise Callinan,
Giovanni
Guagliar-
19, 21, 26 e 27
aprile ore 20.30; 22
aprile ore 16; 29 aprile ore 18; 30 aprile
ore 17
Francesca da Rimini di R. Zandonai.
Regia Giancarlo Del
Monaco.
Interpreti
do, Mario Bolognesi,
Elena Traversi, Milena Josipovic, Annika
Kaschenz, Carla Di
Censo, Erica Pagan,
Manrico
Signorini,
Alessandro De Angelis, Andrea Francesco
Bonsignore
Teatro Orazio Bobbio - Trieste
8, 9, 13, 14, 15 e 16
aprile ore 20.30; 10, 12 e
17 aprile ore 16.30
Buonanotte mamma di Marsha Norman. Regia Serena
Sinigaglia. Interpreti
Ariella Reggio e Marcela Serli
IN SLOVENIA
Teatro cittadino - Capodistria
5 aprile ore 18; 6, 7, 8 e 9
aprile ore 20;
George Dandin, o il marito confuso di Moliere. Regia Luka Martin Škof. Interpreti Radoš Bolčina, Mojca Fatur,
Igor Štamulak, Danijel Malalan,
Miha Rodman, Dunja Zupanec,
Rok Matek
11 aprile ore 20
Ti amo, ma ora cambiadi Joe
DiPietro, Jimmy Roberts. Regia
Gašper Tič. Interpreti Danijel
Malalan, Marjan Bunič, Romana Krajnčan, Simona Vodopivec
Franko
13 aprile ore 20
Finalmente felice di Desa
Muck. Regia Jaka Andrej Vojevec. Interprete Desa Muck.
16 aprile ore 20
Il calapranzi/Il guardiano di
Harold Pinter
17 aprile ore 20
Ultimo terminal di Tamara Matevc, Boris Kobal. Regia
Samo M. Strelec. Interpreti Boris
Kobal, Gojmir Lešnjak – Gojc,
Maurizio Soldà
23 aprile ore 11
Avenue Q di Robert Lopez,
Jeff Marx
Anno VII/ n. 54 del 5 aprile 2011
“LA VOCE DEL POPOLO” - Caporedattore responsabile: Errol Superina
IN PIÙ Supplementi a cura di Errol Superina
16 aprile ore 20
Queen - The ballet Balletto. Musiche Queen. Coreografie
Marcello Algeri. Interpreti Sa-
Progetto editoriale di Silvio Forza / Art director: Daria Vlahov Horvat
Edizione: PALCOSCENICO
Redattore esecutivo: Carla Rotta / Impaginazione: Saša Dubravčić
Collaboratori: Rossana Poletti
La pubblicazione del presente supplemento, sostenuta dall’Unione Italiana di Fiume / Capodistria e dall’Università Popolare
di Trieste, viene supportata dal Governo italiano all’interno del progetto EDITPIÙ in esecuzione della Convenzione
MAE-UPT N° 1968 del 22 dicembre 8, Contratto 248a del 18/10/2006 con Novazione oggettiva del 7 luglio 2009
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