CULTURANDO
Facebook: il letto
e la borsa
di Diana Pirjavec Rameša
Per non pochi Facebook è l’ultimo pensiero prima di dormire e
il primo appena svegli. Ma il designer croato Tomislav Zvonarić ha
pensato che si può andare anche oltre e ha progettato il prototipo di
un “letto Facebook”. Per ora è un modello in scala, ma ha già colpito la fantasia di molti in rete, dove circolano le immagini di questo letto a due piazze. Il ‘giaciglio sociale’, di colore ovviamente blu,
ha la forma di una “f” sdraiata, con le fiancate decorate dalla scritta Facebook.
Il guanciale è anch’esso di colore blu. Il piumino, invece, riproduce varie icone di Facebook, tra cui quella che accompagna
gli auguri di compleanno. Nella parte superiore dalla “F”, poi,
che fa parte della testata del letto, c’é anche una postazione computer con tanto di schermo e di tastiera per chi vuole aggiornare
il proprio profilo anche quando è a letto. A giudicare da quanto
LA VOCE
DEL POPOLO
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Addio alla poetessa Wislawa Szymborska
«Non c’è vita che possa
essere immortale»
T
occante senza essere melensa, profonda e insieme ironica. Così aderente alla realtà – delle
cose, dei sentimenti– ma mai prosaica. Wislawa Szymborska, la grande poetessa polacca, premio
Nobel per la Letteratura nel 1996, è morta a 89 anni
a Cracovia, la città dove è sempre vissuta, lasciando
un grande vuoto nel cuore dei suoi molti e appassionati cultori.
La raccolta completa delle sue poesie è uno scrigno colmo di gioielli più che preziosi. Con un linguaggio solo apparentemente semplice, colloquiale,
Szymborska affrontava grandi temi e piccole realtà
quotidiane con ironico “understatement”. Mai un lamento, anche nei momenti di grande dolore, come
quello della scomparsa del suo compagno: a lui è dedicata una delle poesie più celebri, Il gatto in un appartamento vuoto, dove il dolore per l’assenza della persona amata è espressa attraverso lo sconcerto
del gatto di casa. Per una parte della critica letteraria Szymborska era una “miniaturista” che eccelleva
nell’arte del paradosso, altri l’hanno definita “Mozart della poesia”. Il traduttore italiano Pietro Marchesani, curatore di alcune sue raccolte, ha spiegato
che “l’incanto” è il suo vero segreto. Di sé e dell’arte poetica lei stessa ha detto: “Per me la poesia nasce
dal silenzio”.
Nel discorso di accettazione per il premio Nobel, Wislawa Szymborska spiegò che cosa intendeva lei per “poeta”; un essere semiclandestino, inafferrabile, e proprio per questo, forse, insostituibile.
Il poeta odierno, diceva, “è scettico e diffidente...
nei confronti di se stesso. Malvolentieri dichiarava
in pubblico di essere poeta, quasi se ne vergognasse
un po’ “: perché non ci sono “professori di poesia”,
perché “il loro lavoro non è per nulla fotogenico”,
ma soprattutto perché i poeti posseggono due parolette: “non so”.
Wislawa Szymborska, premio Nobel per la letteratura: vita ritirata ma occhio vigile sulla realtà
che ci circonda
Minuta, i capelli candidi, il volto aguzzo e sorridente, hanno fatto visita qualche volta all’Italia, per
esempio alla Fiera del libro di Torino. Non amava
particolarmente i discorsi in pubblico.
Anna Laura Sergo
Segue alle pagine 2-3
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si può leggere online su siti come Mashable ed altri siti tecnici, le
reazioni all’idea non sono tutte contrarie. Anzi.
Al momento, però, non è chiaro se Zvonarić abbia già ottenuto
o intenda chiedere il permesso dal social network per poter produrre e vendere il “Facebook Bed”, ma l’iniziativa dell’architetto croato non è l’unica che sta cercando di capitalizzare Facebook, che
ad agosto di quest’anno pensa di poter raggiungere il miliardo di
utenti. In Brasile, per esempio, secondo quanto riporta il Guardian,
stanno per aprire un nightclub che si chiamerà appunto “Facebook” e che cercherà di sfruttare la formula della rete sociale per attrarre clienti.
Ma l’intento iniziale di questo social network non era forse diverso? E senza avere nemmeno il tempo di rispondere al quesito si apre
per noi un nuovo problema: il collocamento di FB sui listini della
Borsa. Molto più incisivo della storia di un letto ispirato da FB.
Con le prime azioni emesse Facebook prevede di raccogliere circa 10 miliardi di dollari, alcuni analisti pensano anche meno, ma
se così fosse, la sua quotazione potrebbe salire a una cifra compresa tra i 75 e 100 miliardi di dollari. È una delle IPO più attese degli
ultimi tempi e a ragione, perché potrebbe essere la più grande della
storia recente di Wall Street e per di più realizzata da una società che
basa le sue attivita esclusivamente sul web. Cosa cambierà per gli
utenti? In 8 anni Facebook ha conquistato 850 milioni di utenti, più
dell’intera popolazione dell’Europa o se preferite degli Stati Uniti,
Brasile e Messico messi insieme. Su questo numero si basa il valore di Facebook: 850 milioni di utenti che ogni giorno visualizzano e
cliccano sulla pubblicità inserita sul social network. I ricavi di Facebook nel 2011 sono stati di 4,27 miliardi di dollari, di cui 3,8 miliardi
di dollari dalla pubblicità. Si prevede che entro il 2013 raggiunga la
quota di 7 miliardi. Il timore però per chi ha a cuore la privacy è che
Facebook utilizzi l’immensa mole di dati personali che ha dei suoi
utenti per sviluppare sistemi di pubblicità ancora più mirati e invasivi, ovvero pubblicità personalizzate basate sui gusti di ogni singolo.
Un “utensile” con cui abbiamo sperato di sviluppare i nostri spazi
di libertà sta diventando un forte strumento di controllo delle nostre
vite e una fonte inestimabile di guadagni (per chi lo ha fondato).
Continueremo a cliccare?
2 cultura
Sabato, 18 febbraio 2012
PERSONAGGI Wislawa Szymborska, premio Nobel per la letteratura, vita ritirata e oc
«Tutto è mio, niente mi appar
di Anna Laura Sergo
Dalla prima pagina
La vita della Szymborska è
stata forgiata dalle iniziali speranze per il comunismo alle precoci
disillusioni, vivendo di nulla, per
esempio di rubriche su un giornale che l’aveva licenziata quando lei stracciò la tessera del partito, standosene il più possibile appartata e riuscendo tuttavia a pubblicare le sue raccolte di versi. La
sua non è una battaglia politica in
senso stretto, nell’Europa dell’Est
prima dell’89. Appartiene alla
generazione dell’esilio interno,
come il praghese Holan o l’ungherese Kertész. Quando nel ‘96
ha ricevuto il Nobel, ha distribuito
in aiuti e beneficenza il premio in
denaro e da Cracovia si è trasferita a Zakopane, per difendersi dalla notorietà. In quel momento era
già tradotta nelle principali lingue,
anche in Italia da Scheiwiller, ma
non era affatto nota. La prima volta in cui il suo nome era risuonato in Italia risale al 1988, quando,
ancora a Torino, un altro Nobel,
il poeta russo esiliato in America
Josif Brodskij, parlò di lei come di
una delle grandi voci poetiche del
Novecento non soltanto polacco.
Poi la pubblicazione della raccolta “Vista con granello di sabbia”
per Adelphi l’ha fatta diventare
un autore molto amato. La sua poesia, in apparenza semplicissima,
è in realtà insidiosa, niente affatto tranquillizzante. La nostra esistenza, scrive, “è benvenuto e addio in un solo sguardo”: ci salva
la meraviglia davanti alla realtà, il
poter dire “tutto è mio, niente mi
appartiene”. Nel passaggio stretto della vita c’è una possibilità: la
bellezza che va oltre il male, oltre
la fine - ingiusta - della vita stessa.
Si è parlato per lei di una sorta di
“addomesticamento della morte”.
Una delle sue metafore preferite
è quella delle nuvole, eternamente mutevoli e imprevedibili. “Non
c’è vita/ che possa essere immortale/ se non per un momento”.
Parla del presente, tutto il resto è
ipotesi, ricostruita dal passato o
proiettata sul futuro. E lo fa con
una dolcezza ironica. La sua è una
poesia riflessiva, moralizzante, intimista, ironica e piena di paradossi, espressa con parole “semplici e
chiare”, spesso colloquiali. Il Nobel le era stato assegnato “per la
capacità poetica che con ironica
precisione permette al contesto storico e ambientale di venire alla luce
in frammenti di umana realtà”.
Con Czeslaw Milosz, anche lui
premio Nobel, e Zbigniew Herbert, Wislawa Szymborska fa parte della triade dei grandi poeti contemporanei polacchi. Le sue prime poesie, pubblicate nel 1945 su
un quotidiano, rispecchiano i canoni estetici del realismo socialista. Si impone, però, all’attenzione a partire dal 1956 con raccolte
come “Richiamo allo Yeti”, “Sale”
e “Gran divertimento”, nelle quali
il quotidiano viene raccontato attraverso profonde riflessioni morali
e poetiche. La sua fortuna all’estero ha inizio con le prime pubblicazioni del 1960 in Germania, Inghilterra, Russia, Svezia, traduzioni che si sarebbero poi intensificate
notevolmente dopo l’assegnazione
del Nobel. Negli Usa i suoi “Collected poems” hanno avuto grande
successo. In Italia, Vanni Scheiwiller ha pubblicato un’edizione fuori
La sua poesia, in apparenza
semplicissima, è in realtà insidiosa,
niente affatto tranquillizzante.
Antiplatonica, non crede in un
mondo immutabile delle idee, anzi
ad ogni verso ne svela l’inganno.
La nostra esistenza, scrive, «è
benvenuto e addio in un solo
sguardo»: ci salva la meraviglia
davanti alla realtà, il poter dire
«tutto è mio, niente mi appartiene»
commercio nel 1994, poi nel 1996
la silloge “Gente sul Ponte”. Altre
poesie della Szymborska sono apparse su riviste tra cui “L’almanacco delo specchio” (1979), “Nuova
rivista europea” (1979) e nell’antologia del 1961 sui “Poeti polacchi contemporanei”, a cura di Verdiani, alla quale è seguita nel 1977
quella sulla “Poesia polacca contemporanea” Autrice di numerose
raccolte poetiche - tra le più recenti “Dwukropek” (Due punti), uscita
in Polonia nel 2005 - nei suoi versi mette la vita spirituale davanti a
tutte le cose. In liriche, spesso brevi
come aforismi, la Szymborska dà
voce con profonda lucidità e ironia
a problemi morali della nostra epoca partendo da avvenimenti semplici, dagli accadimenti e osservazioni
del quotidiano.
Wisława Szymborska è una
delle piú grandi poetesse dei nostri tempi - ha ricordato Stas’
Gawronski, “ ma sembra che non
voglia farlo sapere. Il pubblico italiano sa che nel 1996 la poetessa
polacca ha vinto il premio Nobel
per la letteratura eppure non ha mai
visto un suo passaggio in televisione o ascoltato la sua voce per radio
e, forse, neppure incontrato una sua
fotografia su un giornale.
Lo scrittore italiano Roberto
Saviano nella trasmissione curata
da Fabio Fazio “Che tempo che fa”
su RaiTre ha fatto un omaggio alla
grande poetessa scomparsa leggendo alcuni suoi versi che hanno
commosso il pubblico presente. Un
ricordo rivolto ad una personalità
della cultura europea e mondiale
che ha preferito rivolgersi al mondo dalle “retrovie” cogliendo però
con la sua lirica tutte le sfaccettature del nostro vivere qui ed ora in un
mondo che cambia in continuazione ponendoci domande e sfide a cui
non sempre siamo in grado di dare
risposte precise e definitive.
La Szymborska infatti ha preferito la sordina del poeta in silenzio, in attesa di se stesso, davanti a
un foglio di carta non scritto è voluta rimanere un personaggio schivo
e riservato, che non ama rilasciare
interviste o parlare della sua opera,
ma piuttosto che tiene a sottolineare la preminenza del testo rispetto al suo autore, l’autonomia delle
poesie rispetto al viso, alla storia e
alle opinioni sulla letteratura e sulla società di colui che le scrive. Per
dirla tutta, ella non amava neppure le serate d’autore, eppure, il 10
novembre 2003 la Szymborska era
apparsa al Teatro Valle di Roma per
un reading di alcune sue poesie che
avevano entusiasmato una platea di
persone giunte da tutta Italia e che
RaiLibro ha avuto la possibilità di
filmare in esclusiva.
Wyslawa Szymborska è stata
considerata una scrittrice di culto,
ma, come rileva Pietro Marchesani nella post fazione a “Vista con
granello di sabbia”, quando vinse
il premio Nobel, nessuno in Italia
sembrava conoscerla, nessuno ricordava che, già alcuni anni prima, Iosif Brodskij nel suo discorso
di apertura del Salone del libro di
Torino, la citava come uno dei piú
grandi poeti viventi.
Un invito ad aprire
gli occhi sulla realtà
Ma per quale motivo, leggendo le poesie della Szymborska, abbiamo l’impressione di trovarci di
fronte alla grande letteratura, quella che può avere un peso reale nella vita di chi legge, che contiene i
germi del cambiamento e delle risposte di cui ognuno va in cerca?
Probabilmente perché i suoi testi
contengono un invito sottile quanto rigoroso ad aprire gli occhi sulla
realtà, a prendere coscienza dei limiti ineludibili del nostro esistere,
ma anche della profondità indicibile della condizione umana e del nostro comune destino. A ben vedere,
infatti, tutti gli uomini sono dei clochard in un giorno mattutino fino
al crepuscolo (“Un clochard”) e la
concretezza di ogni cosa e di ciascuno, è il luogo in cui si rivela una
dimensione di senso comune a tutti
gli uomini che, per quanto oscurata
e nascosta con inganno dal male e
dalla morte che ingiustamente divora ogni cosa su questa terra, accompagna il nostro viaggio nel tempo,
facendo capolino in ogni piú piccola realtà. Questa presenza discreta
quanto essenziale, indispensabile
a riscattare la vita dalla finitudine
del tempo concesso al nostro stare
al mondo, invisibile solo all’uomo
che non sa dare attenzione all’attimo che passa, è il vero bersaglio
della poesia della Szymborska, poesia che in tal senso è vendetta di
mano mortale (“La gioia di scrivere”) nei confronti della morte e
dell’inganno che cela agli uomini
cultura 3
Sabato, 18 febbraio 2012
chio vigile sulla realtà che ci circonda
tiene»
la promessa d’eternità nascosta in
ogni cosa creata.
La poesia come
confronto
Per la Szymborska la poesia,
come la vita, si fonda sul confronto con la realtà, un confronto concreto e non intellettuale, vivo e non
astratto, un confronto vissuto, partecipato, mai sublimato a vana sentimentalità o a idea. Al poeta che,
per esempio, cerca di penetrare il
mistero di una pietra, che bussa dicendo “fammi entrare”, la pietra risponde che […] non c’è senso che
possa sostituirti quello del partecipare./ Anche una vista affilata fino
all’onniveggenza/non ti servirá a
nulla senza il senso del partecipare./ Non entrerai, non hai che una
sensazione di quel senso, appena un germe, una parvenza. […]
(“Conversazione con una pietra”).
Per entrare, quindi, bisogna mettersi in gioco perché non c’è nulla che
il nostro affannarsi possa trattenere,
neppure con l’ausilio della memoria. Ciò che viviamo passa, è benvenuto e addio in uno solo sguardo, eppure se il poeta riesce a meravigliarsi davanti alla realtà che lo
circonda può esclamare tutto è mio,
niente mi appartiene. In questo senso, come vediamo anche nella sua
“Posta letteraria” (le risposte che la
scrittrice dava ai lettori di «Życie
Literackie» che le sottoponevano
poesie e racconti), la poetessa polacca vuole indicare una strada, inevitabile quando la poesia è chiamata a svelare l’inganno, a fare chiarezza, a caratterizzarsi per un’etica
che si propone di dire la verità sulla
vita. Non c’e’ spazio, quindi, nella
scrittura (e questa è la prima regola
impartita anche agli aspiranti scrittori che la cercano per avere un parere sui loro testi) ai sentimentalismi o alle sperimentazioni stilistiche che tradiscono solo il desiderio
di affermazione del poeta, ma bisogna saper guardare il mondo: un
miracolo, basta guardarsi intorno:/
il mondo onnipresente (“La fiera
dei miracoli”)
L’ineludibile
finitezza dell’uomo
La coscienza del reale è anche
coscienza del tempo che è dato nonché coscienza della morte. Le sue
poesie risuonano come un monito: attenzione, perché il tempo passa e solo in quel passaggio rapido e
convulso della vita è possibile co-
Szymborska ci ha insegnato: «Non
i sogni sono folli, folle è la veglia».
E allora è giusto concludere questo
modesto omaggio senza parlare
di morte, riferendo piuttosto quello
che lei pensava al momento del
risveglio: «Ti ringrazio, cuore mio:/
mi sono svegliata di nuovo/e benché
sia domenica,/giorno di riposo,/sotto le
costole/continua il solito viavai prefestivo»
gliere la risposta a ogni domanda,
la bellezza che trascende l’ingiusta
fine di ogni esistenza, ogni male;
attenzione, perché noi viviamo fin
dalla nascita in corpi da commiato. In questo senso, lo sguardo della Szymborska sulla morte sembra
essere un richiamo ad una umanità
che non vuole rendersi conto di vivere una vita con sorti già decise e
che, a fronte di una fine sicura, non
capisce che la vita è formata da piccole eternità piene di pallottole in
volo e che occorre aprire gli occhi
su ogni piccola realtà in ogni istante dell’esistenza per svelare il mistero di questa certa e ineludibile
finitezza dell’uomo. La sua poesia
è un invito ad aprire gli occhi sulla realtà e a tuffarsi nella sua concretezza fino a bere l’amaro calice
della coscienza della fine, se veramente si cerca veramente una risposta, un fondamento per una speranza solida, radicata in profondità.
[…] Vivevano nella vita/ Permeati da un grande vento / Con sorti
giá decise./ Fin dalla nascita in corpi da commiato. / Ma c’era in loro
un’umida speranza,/una fiammella
glio d’una donna reale./ Uno giunto dalle profondità del corpo./ In
viaggio verso l’omega./ Esposto/
alla propria assenza/ da ogni dove,/
in ogni istante./ E la sua testa/è una
testa contro un muro/ cedevole per
ora./E le sue mosse/ sono tentativi
di eludere/ il verdetto universale./
Ho capito che è già a metà del cammino./ Ma questo non me lo ha detto,/ no. […]
Sono versi che fanno chiarezza,
disinnescano l’inganno e mettono
in risalto i veri contorni della cose,
versi che sono un antidoto all’illusione, all’apparenza, alla mancanza
di discernimento.
Abbiamo così tanti motivi per
essere grati a Wislawa Szymborska, poetessa polacca premio Nobel per la letteratura nel 1996, che
in un articolo non ci stanno. Prima
di tutto la sua poesia, così sorprendente per la nostra sordità occidentale, da creare più di uno sconcerto al momento della consacrazione
di Stoccolma. Erano passati lontani
dalla nostra indifferenza decenni di
lavoro minuto ed essenziale, le traduzioni che le aveva dedicato poco
Nel passaggio stretto della vita c’è
una possibilità: la bellezza che va
oltre il male, oltre la fine - ingiusta
- della vita stessa. Sempre nel
discorso del Nobel, aveva evocato
l’intero universo, con le sue distanze
abissali, le stelle infinitamente
lontane, i pianeti «già morti o
ancora morti», per ricordare che «il
nostro stupore esiste per se stesso e
non deriva da alcun paragone con
alcunché, e poi perché il mondo,
qualunque cosa ne pensiamo, questo
smisurato mondo è stupefacente»
nutrita del proprio luccichio./ Loro
sapevano cos’è davvero un istante,/ oh, almeno uno, uno qualunque prima di – […] (“Monologo
per Cassandra”). Ci ricorda che la
vita è un percorso a tempo determinato, che qualunque cosa ogniqualvolta ovunque sia accaduta, è scritta sull’acqua di babele. (“Acqua”),
che inutili sono gli sforzi affannati,
ridicoli senza saperlo, di tanti uomini di andare avanti senza porsi
il problema della fine. […] Nato./
Cosí è nato, anche lui./ Nato come
tutti./ Come me, che morirò./ Fi-
prima di morire, negli anni Sessanta, Anna Achmatova, o l’ ammirazione di Iosif Brodskij che la considerava una delle voci poetiche più
importanti della contemporaneità.
Ma oggi, tra le tante voci che formano il rimpianto per la sua morte, lo stesso lancinante vuoto che si
prova quando viene a mancare una
voce che ci aiuta a capire l’ incomprensibilità del mondo, viene da citare l’ ironia. Una sua raccolta pubblicata da Adelphi si intitola «Discorso all’ Ufficio oggetti smarriti». Era capace di demistificare con
poche parole: «Ho visto una tabella che dimostrava come, per quel
che concerneva le tirature, Agata
Christie avesse superato la Bibbia
ma fosse stata a sua volta superata dal Libretto Rosso di Mao. Penso vi fossero conclusioni da trarre,
ma non so quali». Ed è tra le poche
che ha avuto il coraggio e la forza
di mettere la poesia come un insopprimibile inciampo nell’ ingranaggio folle della nostra credulità quotidiana. Come si scrive un curriculum? Ecco la sua risposta: «È d’
obbligo concisione e selezione dei
fatti./ Cambiare paesaggi in indirizzo/ e malcerti ricordi in date fisse./
Di tutti gli amori basta quello coniugale,/ e dei bambini solo quelli
nati./ Conta di più chi ti conosce di
chi conosci tu. /Scrivi come se non
parlassi mai con te stesso/ e ti evitassi».
Per ricordarla l’ Istituto Polacco di Roma ha proposto la proiezione per la prima volta in Italia del
film documentario «La vita, a volte, è sopportabile. Ritratto ironico
di Wislawa Szymborska», realizzato tra il 2008 e il 2009 dalla giornalista Katarzyna Kolenda. Wislawa Szymborska non rilasciava interviste, non fosse che per questo
il documentario è una testimonianza eccezionale: Katarzyna Kolenda
accompagnò con la telecamera la
Szymborska in un suo viaggio, in
Europa e in Italia, dove Szymborska soggiornò nel 2008 e nel 2009
per iniziativa del direttore dell’ Istituto Polacco, Jaroslaw Mikolajewski. E fu proprio Mikolajewski, che
accompagnò la poetessa durante le
tappe italiane che chiese alla televisione polacca di inviare un’ équipe
per filmare - tra l’ altro - l’ incontro di Szymborska all’ Università
di Bologna con Umberto Eco, che
lesse le sue poesie nell’ Aula Magna, nel 2009, quello con il pubblico a Palazzo Biscari di Catania, le
passeggiate ad Agrigento, l’ incontro con Pietro Marchesani, il suo
traduttore, o la visita in Olanda alle
opere del suo artista preferito, Vermeer.
E nel film Kolenda incontra,
consegnando loro un messaggio
della poetessa, Woody Allen, Vaclav Havel e l’ etologa Jane Goodall. Szymborska ci ha insegnato:
«Non i sogni sono folli, folle è la
veglia». E allora è giusto concludere questo modesto omaggio senza
parlare di morte, riferendo piuttosto
quello che lei pensava al momento
del risveglio: «Ti ringrazio, cuore
mio:/mi sono svegliata di nuovo/e
benché sia domenica,/giorno di riposo,/sotto le costole/continua il
solito viavai prefestivo».
4
cult
Sabato, 18 febbraio 2012
ANNIVERSARI A cinquant’anni dalla consegna del premio Nobel a Trieste una mostra
Diplomatico, scrittore e intellettu
di Alessandra Ru
Biografia
Ivo Andrić nasce in Bosnia nel 1892.
Negli anni precedenti la prima guerra mondiale, aderisce al movimento irredentista
serbo e per questo viene condannato al carcere e al confino.
Negli anni seguenti intraprende la carriera diplomatica, soggiornando in diversi
Paesi europei: la prima destinazione diplomatica è Roma, presso il Vaticano, a cui seguono Bucarest e Trieste nel 1922.
Negli anni successivi si trasferisce a
Graz, poi a Marsiglia, a Parigi, a Madrid,
a Bruxelles, a Ginevra. Un percorso europeo che arricchisce la cultura cosmopolita di Andrić e gli permette di sviluppare,
parallelamente alla sua carriera diplomatica, una prestigiosa carriera letteraria. Tra
il 1939 e il 1941 è ambasciatore a Berli-
«I
nfelice come tutti gli artisti. Ambizioso. Sensibile.
In breve: ha futuro.» Così
appare Ivo Andrić agli occhi dei suoi
contemporanei nel 1921 e la profezia
di successo si sarebbe presto avverata: scrittore, diplomatico, uomo di
cultura di respiro internazionale, pur
profondamente legato alla sua terra d’origine, Ivo Andrić si affermerà come uno dei personaggi di spicco
della letteratura europea, affermazione coronata nel 1961 dal premio Nobel per la letteratura per la sua opera
più famosa “Na Drini ćuprija”, ovvero “Il ponte sulla Drina”.
Nel 2011 ricorrono due importanti anniversari legati a Ivo Andrić
(1892- 1975): nel 1911 viene pub-
no, ma tornerà a Belgrado negli anni della guerra, vivendo ritirato e curando la sua
opera letteraria come Travnička hronika
(La cronaca di Travnik) e Gospođica (La
Signorina).
Dopo il Nobel nel 1961, seguono anni
di riconoscimenti pubblici ma anche di crescente solitudine per la perdita della moglie. Muore nel 1975. Dopo la sua morte,
viene pubblicata l’opera omnia, è istituita
la sua fondazione e aperto il museo nell’appartamento dove viveva.
Proporre questa mostra a Trieste non
è casuale: tra il 1922 e il 1923 il giovane diplomatico Ivo Andrić soggiorna proprio in questa città e lavora al locale consolato del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni.
Proporre questa mo
non è casuale: tra i
il giovane diplomati
soggiorna proprio in
e lavora al locale c
dei Serbi, Croati e S
è già allora una citt
il passato asburgico
vivo e il crescente n
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città multietnica; so
Ivo Andrić, che scri
dall’Italia per giorn
ha modo di analizza
la situazione politic
prendendo spunto a
di cronaca, come il
Trieste ospita una grande mostra dedicata al Nobel Ivo Andrić
Ivo Andrić e M
Nessuno può immaginare che cosa significhi nascere e vivere al confine
Come si misura lo spessore di uno scrittore? Probabilmente dallo stile, dal mondo inventato o reale che sia - che riesce ad evocare, ma più di tutto dalla capacità di parlare all’uomo al di là del tempo e dello spazio
in cui le vicende sono circoscritte. Ivo Andric possiede questa capacità che rende le sue
opere attuali oggi più che mai.
Scrittore nato povero sul finire dell’Ottocento in una porzione di mondo da sempre
teatro di contrasti intestini, la Bosnia, che riesce a raccontare meglio di chiunque altro il
cuore dei Balcani e con esso la più generale
avversità etnica e religiosa.
La sua scrittura è impregnata di realismo critico, che rappresenta un mondo a vol-
te contraddittorio, senza farsi mai deviare da
schemi preconcetti, in cui l’attenzione si sposta incessantemente dagli aspetti societari a
quelli interni dei personaggi. La prosa diretta
mira alla presa di coscienza della complessità di un territorio in cui le popolazioni cristiane, musulmane ed ebree vivono e si muovono nello stesso spazio, ma spesso le loro esistenze sono come macchie d’olio in un unico specchio d’acqua che si prostrano senza
toccarsi e sotto di loro ribolle uno spaventoso
magma di fuco. Lo stesso che ha scatenato
i tragici eventi dello smembramento jugoslavo. Indimenticabile è “Il ponte sulla Drina”,
libro che ruota intorno a un ponte, bene prezioso che unisce non solo due rive, ma pure le
popolazioni che lo attraversano e che grazie
ad esso fanno fronte alle difficoltà. Avvincente è anche “La cronaca di Travnik”, romanzo
ambientato nell’omonima città, in cui un console francese si scontra con abitanti ostinati. Sullo sfondo l’avanzamento e la decadenza dell’impero napoleonico; un romanzo che
delinea la formazione di un mondo moderno,
occidentale, in uno soggiogato dall’oppressione ottomana. Significativi sono anche “Il
cortile maledetto” (tradotto anche con “La
corte del diavolo”) ambientato in un carcere
di Costantinopoli oppure i “Tempi di Anika”,
il quale narra di una donna audace e irresistibile che attira su di sé le fantasie e le inibizioni di un intero paese.
Andrić è estremamente moderno perché
racconta di un mondo all’incrocio tra etnie
e religioni, un mondo “multi”, come sempre
più sta diventando il nostro, in bilico tra ciò
che non è più e ciò che non è ancora. Andrić
si è fatto portavoce proprio di questa frammentarietà del moderno in cui: “Nessuno può
immaginare che cosa significhi nascere e vivere al confine fra due mondi, conoscerli e
comprenderli ambedue e non poter fare nulla
per riavvicinarli, amarli entrambi e oscillare
fra l’uno e l’altro per tutta la vita, avere due
patrie e non averne nessuna, essere di casa
ovunque e rimanere estraneo a tutti, in una
parola, vivere crocifisso ed essere carnefice e
vittima nello stesso tempo”.
tura
Sabato, 18 febbraio 2012
5
a dedicata a Ivo Andrić
uale europeo
ussian
blicato per la prima volta un suo testo (sulla rivista letteraria bosniaca
«Bosanska vila») e nel 1961 gli viene consegnato il Premio Nobel per
la letteratura.
A cinquant’anni di distanza a
Trieste dove Andrić lavorò al locale Consolato del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, è stata inaugura una mostra storico documentaria sullo scrittore “croato di nascita,
patriota bosniaco, scrittore in lingua serba negli ultimi anni della sua
vita”. La mostra ospitata alla Biblioteca Statale di largo Papa Giovanni
XXIII ricostruisce la complessa vicenda biografica del Premio Nobel
che si snoda tra la caduta dell’Impero asburgico, i moti unitaristi ju-
ostra a Trieste
il 1922 e il 1923
ico Ivo Andrić
n questa città
onsolato del Regno
Sloveni. Trieste
tà tormentata,
o è ancora molto
nazionalismo
rosamente in una
ono gli anni in cui
ive corrispondenze
nali jugoslavi,
are lucidamente
ca del tempo,
anche da alcuni fatti
l delitto Matteotti
Miroslav Krleža
goslavi, la Seconda guerra mondiale e la ricostruzione del paese realizzata da Tito. Una prima sezione
– curata dal Museo Andrić di Belgrado – ripercorre le varie tappe della carriera diplomatica dello scrittore dall’esordio in Vaticano fino alla
conclusione come ambasciatore jugoslavo nella Berlino di Hitler nel
1941. Seguiamo così la formazione culturale di Andrić attraverso le
varie città europee dove soggiorna,
le sue minuziose ricerche archivistiche, i contatti con gli scrittori e
gli intellettuali dell’epoca. Leggiamo gli appunti dei suoi taccuini –
inediti in Italia – che costituiranno
le basi per i suoi tre grandi romanzi che dal ’41 scriverà in solitudine,
quando vive ritirato nella Belgrado
occupata dai nazisti: “Il ponte sulla Drina”, “La cronaca di Travnik”
e “La signorina”. La seconda parte
della mostra focalizza l’attenzione
sul rapporto tra Andrić e l’Italia attraverso una ricca iconografia, documenti, appunti e scritti originali dell’autore. Dalla passione per le
Andrić vicino al ponte di Višegrad
conti. In mostra saranno esposte tutte le edizioni italiane di Andrić, anche quelle poco conosciute dei primi anni ’30 e ’40.
Interessanti i documenti e gli
appunti di Sereni e Vittorini e le valutazioni su quali opere far conoscere per prime al pubblico italiano non “ancora pronto” ad un’opera
storica della portata del “Ponte sulla
Drina”. Il tutto avveniva proprio negli anni a cavallo della consegna del
Premio Nobel che il 10 dicembre
1961 fugherà ogni dubbio. L’ultima
sezione presenta – per la prima volta in Italia – filmati, interviste, documentari e servizi televisivi provenienti dagli archivi della Radio Televisione di Belgrado per “vedere e
ascoltare” Ivo Andrić. Questa mostra nasce con l’intento di valorizzare questa poliedrica figura di intellettuale europeo ancora poco conosciuto dal pubblico italiano. Lacuna
a cui vuole porre rimedio il volume
“Ivo Andrić” di Radovan Popović
(Comunicarte edizioni, 2011): la
A Trieste e dintorni tra l’altro vengono
ambientati anche alcuni racconti
scritti in questo periodo, considerati
parti di un progettato romanzo mai
però portato a termine. Forse Trieste,
con la sua multiculturalità e la sua
storia europea, ricorda idealmente
ad Andrić la sua Bosnia, uno spazio
anche simbolico dove si incontrano
culture e religioni diverse, uno spazio
che diventa specchio del mondo
e delle singole storie individuali,
ricondotte ad un disegno universale,
un tema questo molto presente nella
narrativa dello scrittore
Nessuno sa... che cosa significhi avere
due Patrie e non averne nessuna... essere
di casa ovunque e rimanere estraneo a
tutti, vivere crocifisso ed essere carnefice
e vittima nello stesso tempo
opere di Guicciardini alle traduzioni di poeti trecenteschi, dagli scritti con cui negli anni ’20 analizza la
situazione politica - magistrali alcune descrizioni di Mussolini – alle
visite che compie nel corso degli
anni in Italia. E poi Trieste, Genova
e Roma, solo per citare tre delle città
dove ambienta alcuni dei suoi rac-
I taccuini su di cui segnava i suoi appunti
prima biografia pubblicata in Italia
che raccoglie anche gran parte dei
documenti e delle immagini presenti in mostra.
Il libro è stato presentato il
17 dicembre al Caffè San Marco di Trieste nell’ambito della Fiera dell’editoria di progetto “Bobi
Bazlen”. Queste iniziative nate, grazie alla collaborazione dell’associazione Cizerouno con istituzioni italiane (l’Archivio Mondadori di Milano, la Biblioteca dell’Università
di Pisa) e straniere (il Museo e la La cerimonia di assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura nel 1961
Fondazione Andrić di Belgrado), si
inseriscono in un progetto di valo- ria è frutto di un lungo lavoro di ri- tivo. Di particolare interesse per gli
rizzazione di questa complessa figu- cerca dei curatori con una serie di appassionati di letteratura, la docura di intellettuale europeo che pro- partner internazionali quali il Mu- mentazione sulle vicende editoriaseguirà anche quest’anno con un seo e la Fondazione Ivo Andrić di li delle opere di Andrić in Italia, i
convegno di studi internazionale (I Belgrado, la Biblioteca della Mati- commenti di Elio Vittorini, Alberto
ponti di Andrić: lingua, scrittura, ca Srpska di Novi Sad, la Biblioteca Mondadori e Vittorio Sereni, le priidentità ieri e oggi) in occasione del LM2 del Dipartimento dei Lingui- me edizioni dei suoi scritti in lingua
120.esimo anniversario della nasci- stica dell’Università di Pisa e l’Ar- originale, i materiali di lavoro delle
ta. E sempre sull’argomento l’auto- chivio della Fondazione Alberto e traduzioni italiane ad opera dell’imre ha scritto:”Di tutto ciò che l’uo- Arnoldo Mondadori. Grazie a que- portante slavista Luigi Salvini.
La valorizzazione della figura e
mo, spinto dal suo istinto vitale, co- ste collaborazioni, la mostra è ricca
struisce ed erige, nulla è più bello e di preziosità bibliografiche e testi- dell’opera di Ivo Andrić proseguirà,
più prezioso per me dei ponti. I pon- monianze inedite per l’Italia, come sempre a Trieste, nei prossimi mesi,
ti sono più importanti delle case, più ad esempio le riflessioni tratte dai con la biografia dello scrittore cusacri perché più utili dei templi”. suoi taccuini che accompagnano il rata da Radovan Popović e con un
Questa mostra storico-documenta- visitatore lungo il percorso esposi- convegno internazionale.
6 cultura
Sabato, 18 febbraio 2012
INTERVENTI
Lettera aperta al prof. Francois Morin
Ormai siamo pienamente convinti pure noi, Egregio Professore, che il suo ultimo saggio intitolato
“Un monde sans Wall Street”, 2011 Edition du Seuil (traduzione italiana di Monica Fiorini “Un mondo senza Wall Street”, TROPEA, Milano 2011) possa
bellamente svolgere pure il ruolo di manifesto europeo e forse anche mondiale per la Grande Rivoluzione Giovanile del XXI secolo. A nostro modesto parere, per una sua nuova edizione sarebbe però necessaria una aggiunta di due sole integrazioni organiche,
che secondo noi lo renderebbero certamente ancora
più credibile. La prima integrazione dovrebbe inserire e dimostrare la continuità storica fra le grandi rivoluzioni della storia della nostra umanità, cioè
quella del capitale (Terzo Stato) del 1789 in Francia, poi quella del lavoro (Quarto Stato) del 1917 in
Russia, e finalmente questa rivoluzione in atto della
gioventù mondiale del XXI secolo scoppiata il 15 ottobre 2011. Ebbene, quest’ultima rivoluzione di gran
lunga più matura delle due precedenti potrebbe comporre definitivamente proprio le loro incomprensioni secolari reciproche, del capitale e del lavoro, cercando di evitare in ogni modo quelle disastrose guerre sociali ed internazionali sempre accadute finora,
dopo le quali quegli Stati Generali si sono inevitabilmente messi e continuano a mettersi barbaramente,
inutilmente e reciprocamente in ginocchio, cosa che
avviene da più di tre secoli a questa parte, subendo
poi ognuno le rispettive gravissime ingiustizie secolari dell’altro, e tacendo magari muti fino alla fatale
prossima resa dei conti storica, come questa del resto
che va profilandosi ancora ai nostri giorni.
La seconda integrazione organica del saggio riguarderebbe la questione fondamentale del “nuovo
attore storico” al quale sarebbe demandato il ruolo
storico del “portatore di progetti alternativi”. A questo proposito il saggio dice solo quanto segue: “Innanzitutto deve trattarsi di un attore plurale che dovrà raccogliere gli operai, e più in generale i salariati, sottoposti allo stress della creazione di valore per
gli azionisti, i contadini senza terra, i popoli indigeni,
gli intellettuali legati ai movimenti sociali e una parte delle élite via via consapevoli dei pericoli che sovrastano il nostro pianeta. La coscienza di appartenere a un attore collettivo comincia a prendere forma
e le varie reti sociali vi contribuiscono ampiamente”
(vedi pag. 97 dell’edizione italiana). Ecco, caro Professore, l’identificazione e questa descrizione che se
ne dà del “nuovo attore storico” – nazionale, europeo e mondiale – ci sembrano già superate dai tempi
nuovi, ci sembrano cioè molto riduttive e molto deboli rispetto al concetto e alla realtà del Quarto Stato
Generale contemporaneo che ci deriva proprio dalla
Grande Rivoluzione Francese del 1789, come pure
dalla Grande Rivoluzione d’Ottobre del 1917 in Russia. Ma ciò che più importa è il fatto che il concetto
di Quarto Stato Generale contemporaneo si adegua
alla perfezione tanto alla composizione demografica attuale quanto alla divisione in classi delle società contemporanee di tutti i paesi industrialmente sviluppati del mondo contemporaneo. Ecco, secondo
noi, ma in prima approssimazione, il “nuovo attore
storico”, che coincide con il Quarto Stato Generale contemporaneo, dovrebbe essere composto dalle
seguenti tipologie di esseri umani, di lavoratori e di
cittadini: tutti i lavoratori del braccio e della mente,
dipendenti o autonomi, fissi o precari, della società
civile e dello stato, tutti i disoccupati, tutti i pensionati, tutti gli studenti, gli operai, gli impiegati e i piccoli dirigenti preposti all’esecuzione degli ordini superiori nella società civile e nello stato, tutti i professionisti lavoratori dipendenti, tutti i datori di lavoro
e i dirigenti elitari onesti e giusti, tutte le casalighe,
e infine tutti i sacerdoti, i monaci, i frati, le suore, i
diaconi e tutto il personale laico delle chiese cristiane e non, che sono schiavizzati anch’essi, ma che si
dissociano e si oppongono ai poteri forti e alle gerarchie dei rimanenti tre stati generali egemoni nella
società civile e nello stato (i profittatori delle rendite,
dell’integralismo religioso e del profitto imprenditoriale e speculativo).
Alla luce di quanto detto in questa lunga premessa, Egregio Professore, noi La preghiamo vivamente a voler considerare ed euristicamente verificare la
validità delle fondamentali proporzioni sociali nonché storiche, che ora Le proponiamo.
1. Il “Manifesto del Partito Comunista” di Marx
ed Engels sta al Suo saggio “Un mondo senza Wall
Strett” come il cannocchiale di Galileo Galilei sta ai
nostri viaggi sulla luna e sui pianeti del nostro sistema solare e oltre.
2. Il lavoro sta al capitale come i piccoli risparmiatori, i piccoli azionisti e i piccoli obbligazionisti
stanno alla banche, ai miliardari, ai fondi di investimento e ai grandi investitori istituzionali nazionali
ed internazionali, per cui questi piccoli attori storici di gran lunga più numerosi ma defraudati in continuazione e affatto indifesi, devono assolutamente
contare di più in società per il peso economico che
già hanno e sostengono, e devono perciò essere protetti e circondati di cure comunitarie costanti e continue, anche in assenza delle borse valori, di cui Ella
giustamente auspica un profondo ridimensionamento, se non proprio la loro totale chiusura, le quali
borse infatti si giocano sempre ancora impunemente
e distruggono ovunque lentamente giorno dopo giorno intere ricchezze nazionali, e quindi pure la ricchezza mondiale.
3. La Grande Rivoluzione Francese del 1789
sta al proprio Terzo Stato Generale come la Grande Rivoluzione Giovanile del XXI secolo sta al proprio Quarto Stato Generale, inteso, come già avemmo modo di dimostrare, come l’insieme di tutti gli
schiavi o sudditi e servi contemporanei. Quarto Stato
Generale da fondare e costituire senz’altro poiché è
il solo attore storico che può prendere il posto di tutti
i partiti politici messi insieme della sinistra francese,
italiana ed europea, già da troppo tempo a questa
parte obsoleti ed estremamente dannosi.
4. Le case regnanti, la nobiltà, e il clero in quella
Rivoluzione Francese del 1789 stanno al loro corrispondente Terzo Stato Generale come nella Rivoluzione Giovanile contemporanea tutte le classi dirigenti in senso lato e le alte gerarchie anche religiose del mondo contemporaneo stanno al nostro Quarto Stato Generale, composto da tutti i lavoratori del
braccio e della mente della società civile e dello stato, come già detto.
Ebbene, Egregio Professore, che gliene pare?
Se queste proporzioni sociali e storiche sono esatte, e se la nuova edizione del Suo saggio le può acquisire, contenere e sviluppare ulteriormente, allora “Un mondo senza Wall Street”, secondo noi, potrebbe essere considerato anche come il “Manifesto
del Quarto Stato Generale contemporaneo”. Il fatto
poi che questa Rivoluzione Giovanile mondiale del
XXI secolo sia chiamata e destinata a chiudere il cerchio storico e a pareggiare i conti a mo’ di saldo finale fra le due grandi rivoluzioni precedenti, quella
francese e quella russa, ripromettendo e realizzando quella giustizia sociale universale che quelle rivoluzioni invece – capitalismo e comunismo – hanno miseramente contrabbandato e clamorosamente
tradito; beh, questo fatto può risvegliare in tutti noi
l’orgoglio di riavere nuovamente una sacra missione
da compiere, tanto in nome degli avi nostri e per noi
medesimi, quanto per i nostri figli, per i nostri nipoti
e per i posteri. Ora, siccome le speranze e le volontà generali e universali della Rivoluzione Francese
del 1789 si sono miseramente ridotte a quelle particolari del Terzo Stato Generale (e degli altri due,
dapprima massacrati e distrutti eppoi fatti risorgere
dalle ceneri fumanti di quella stessa rivoluzione), e
siccome le speranze e le volontà generali e universali della Rivoluzione d’Ottobre del 1917 si sono miseramente infrante sugli scogli dell’eterno nazionalismo e del dispotismo orientale panrusso (nel senso bobbiano del termine), ora la Grande Rivoluzione
Giovanile del XXI secolo risposerà quelle stesse speranze e quelle stesse volontà generali ed universali
di giustizia e di civiltà delle masse popolari antiche
e moderne, richiamando senz’altro all’ordine e alla
disciplina tutti e quattro i potentissimi stati generali
attuali della società, costringendoli al rispetto reciproco e a produrre e a distribuire finalmente insieme ed equamente la ricchezza sociale e comunitaria,
come forse si sta già facendo con intelligente lungimiranza solo nei paesi scandinavi, ed in nessuna altra parte del mondo.
Questa nuova filosofia comunitaria, universale
e cosmica di un cosiffatto mondo senza Wall Street,
compresa la religione civile e cosmica che le è propria, potrebbero risuscitare nelle giovani generazioni le stesse passioni, gli stessi entusiasmi, le stesse
speranze, gli stessi slanci giovanili, e gli stessi sacrifici individuali e collettivi diffusi presso i rivoluzionari del settecento, dell’ottocento e del novecento.
Ma la nuova eticità e la conseguente nuova moralità
che rinascerebbero grazie alla nuova religione civile
e cosmica del nuovo mondo nel XXI secolo sarebbero di gran lunga più alte e più potenti che mai, poiché la maturità scientifica e storica e pratica come
la coscienza degli indignati e dei nuovi rivoluzionari
sono già incommensurabilmente superiori, organiche e coese rispetto a quelle degli avi nostri, miseramente e impietosamente minati dalla insufficiente conoscenza del mondo e dalla inconsistenza della educazione religiosa delle confessioni religiose cristiane
ed islamiche, sette comprese.
Grazie dunque per l’attenzione e la pazienza,
Egregio Professore, che non volevamo certo mettere in nessun modo a dura prova. E perdoni l’arroganza nostra.
I nostri più umili ossequi.
Suo
Claudio Deghenghi
VENEZIA Nei weekend in città arr
Venezia, costu
I
foto di Lucio Vidotto
l Carnevale di Venezia è uno
dei più famosi al mondo ed
ha origini molto antiche, se
ne ha notizia infatti a partire dalla
fine del XI secolo. All’epoca della
Serenissima il carnevale cominciava il 26 dicembre e terminava il martedi grasso, ma in alcuni anni speciali il carnevale durò
anche per 180 giorni. Nel periodo di maggiore splendore di Venezia (nel ‘500) si ebbero le celebrazioni più sfarzose, anche se il
secolo con il quale si identifica il
Carnevale di Venezia è il ‘700. A
Venezia nel periodo del carnevale era concesso indossare la maschera, il che rendeva impossibile riconoscere i plebei dagli aristocratici, i giovani dai vecchi e i
ricchi dai poveri, quindi, almeno
in quei giorni, la tensione sociale
veniva sopita.
Da sempre il luogo di celebrazione per antonomasia del Carnevale di Venezia è stato Piazza San
Marco. Essa ospitava spettacoli
di ogni tipo allestiti spesso dalle “Compagnie della Calza”, che
erano degli autentici comitati privati ed autonomi che organizzavano gli eventi a carnevale (erano
comunque controllate dal Consiglio dei X). La Compagnia della
Calza “I Antichi”, fondata da Paolo Emanuele Zancopè nel 1979,
è quella che più è attiva nel preparare spettacoli e feste per il carnevale.
Il Carnevale a Venezia venne festeggiato sfarzosamente per
tutto il ‘700 anche se la Serenissima versava ormai in un evidente stato di decadenza. Al cadere
della Repubblica di Venezia fu
soppresso dai dominatori francesi prima, e da quelli austriaci
poi, per il timore che la frenesia
delle feste potesse dare inizio a
delle sommosse popolari. Caduto nell’oblio per quasi due secoli, il primo carnevale moderno si
tenne nell’anno 1979, festeggiato dai soli veneziani. Le prime
radio libere di quegli anni offrirono le colonne sonore di quelle
memorabili prime edizioni del rinato Carnevale di Venezia, alle-
ARTE Romina Mejak, un’interessante
cultura 7
Sabato, 18 febbraio 2012
ivano più di 100.000 visitatori intenzionati a fare un’immersione nell’arte e nella storia
mi sfarzosi, ma non tutti doc....
stendo palchi in Piazza e nei principali campi di Venezia. Purtroppo lo spirito veneziano del nuovo
carnevale doveva durare per poco
tempo. Già verso la fine degli anni
‘80 il Carnevale di Venezia ormai
“televisivo” e sponsorizzato dalle case costruttrici di automobili
si poteva considerare privato della
partecipazione popolare dei Veneziani. Attualmente si può stimare
che circa il 90 p.c, delle bellissime
maschere che si ammirano durante il carnevale provengano da fuori
Venezia, per la maggior parte dalla
Francia e dalla Germania. Comunque le sfavillanti maschere rappresentano ancora un notevole spettacolo nella magica cornice di Venezia e centinaia di fotografi cercano
ancora gli scatti migliori del carnevale in Piazza S. Marco.
giovane designer fiumana in missione a Londra
Gioielli che raccontano storie
di Patrizia Brnčić
I gioielli piacciono a tutte le
donne. Se poi sono anche originali e pieni di creatività, allora
attirano ancora di più la nostra
attenzione. Come quelli di Romina Mejak, un’interessante giovane designer fiumana che realizza
pezzi originali, preziosi non per i
materiali e le pietre usate, ma per
il loro design unico. Una collezione di collane, braccialetti e orecchini, nati dall’intreccio di carta
macerata, stracci, naylon e pelle,
che proprio in questi giorni ha
avuto il suo primo esordio sulla
scena della moda internazionale.
Romina Mejak è infatti, una dei
quattro giovani artisti scelti dall’
Associazione nazionale designer
a rappresentare la Croazia alla
prima edizione della manifestazione International Fashion
Showcase di Londra. Il progetto,
organizzato dal British Council
e dal British Fashion Council
(BFC), permetterà a più di ottanta giovani designer provenienti da tutto il mondo di esporre le
loro creazioni nelle ambasciate e
negli istituti di cultura della capitale inglese nell’anno delle Olimpiadi e delle Paralimpiadi, nonché all’interno del Fashion 2012
Cultural Programme della città,
il quale è stato avviato appunto
per celebrare e onorare l’amicizia, l’uguaglianza ed il rispetto
internazionali.
Ai paesi partecipanti – Australia, Belgio, Caraibi, Cina,
Estonia, Italia, Giappone, Corea,
Olanda, Nigeria, Filippine, Polonia, Romania, Sierra Leone, Stati
Uniti e Uzbekistan – è stato chiesto di selezionare alcuni giovani
designer, i quali in futuro potrebbero essere i paladini della moda
nella loro regione di provenienza. Sarah Mower, Ambasciatrice
BFC per i talenti emergenti, assieme a una giuria di professio-
nisti, sceglierà il Paese che avrà
presentato la migliore “squadra”
di designer.
Ad esporre i propri lavori alla
mostra “Identità/Libertà di scelta”, allestita nell’ambito dell’International Fashion Showcase,
dapprima all’Ambasciata croata
e poi allo Stone Theatre Gallery
di Waterloo, saranno anche Andreja Bistričić, Adela Klišić e Nikola Barbir.
” È stata Nataša Mihaljčišin,
curatrice del progetto, a scegliere le tre collezioni che rappresentano il nostro Paese – ha detto Romina Mejak –. Si tratta di
un’ottima occasione per presentarci al mondo intero e mostrare quello che siamo in grado di
creare, anche perché la manifestazione si tiene in concomitanza
con il London Fashion Week, la
settimana della moda che assieme a quelle di New York, Parigi e
Milano è una delle più importanti del settore. La mostra è pure
particolare, in quanto le creazioni non verranno presentate nel
corso di sfilate di moda, bensì su
fotografie”.
Nella prefazione del catalogo
della mostra Nataša Mihaljčišin
ha precisato che i quattro giovani designer offrono “tre storie
rappresentanti la moda croata
contemporanea e parlano della
creatività come di uno spazio libero, il quale affascina con idee
che ricercano i confini, le forme
e lo stile“ ed ha definito i gioielli di Romina Mejak particolari
in quanto con le loro forme trascendono il limite della decoratività.
“I miei lavori sono talmente
predimensionati rispetto al corpo che, nonostante siano molto
attrattivi, non sono da indossare per andare a passeggio per la
città – spiega la designer fiumana, laureanda all’Accademia di
arti applicate –. Si tratta di gioielli che fino ad ora ho presentato
solamente nel corso di varie mostre, delle vere e proprie sculture
d’arte. Ho lavorato per parecchi
anni in un laboratorio dove venivano create varie collane, bracciali, orecchini. Ma appena con
l’iscrizione all’Accademia ho acquisito il sapere necessario a realizzare qualcosa di estravagante
e all’avanguardia e dare così libero sfogo alla mia fantasia”.
Le persone reagiscono in
modo diverso alla vista delle creazioni di Romina, la quale ritiene
che la miglior critica sia quando
i suoi lavori vengono definiti ridicoli ed esagerati. Ciò significa
che la sua “diversità” è riuscita
a sucitare l’interesse della gente.
Bisogna essere se stessi fino in
fondo, perché prendere spunto
dal lavoro degli altri è un sacrilegio che troppo spesso diventa un
alibi per la carenza di impegno
nello studio e nel lavoro.
8 cultura
Sabato, 18 febbraio 2012
CARNET CULTURA rubriche a cura di Viviana Car
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crvena kao krv
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Pitanje drugih
Srednja Europa
I
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numero 220 543
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certamente
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C
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Giulio Tremonti
Uscita di sicurezza
Rizzoli
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I LIBRI PIÙ VENDUTI
IN ITALIA
NOVITÀ IN LIBRERIA
IL TRILLER NORVEGESE DELLA HOLT
In questi giorni di vero inverno, stare al calduccio con un
buon libro è d’obbligo. Segnaliamo un paio di interessanti
volumi dalla librerie italiane. Anne Holt nel suo nuovo romanzo Nella tana dei lupi (Einaudi) disegna un nuovo straordinario caso per la detective Wilhelmsen regalandoci un
thriller che mescola fantasia a fatti di cronaca vera. Con una
trama avvincente e uno stile asciutto, analitico e pungente, il
romanzo è destinato a diventare un best-seller come i precedenti romanzi dell’autrice. Sempre molto attenta all’analisi
psicologica dei suoi personaggi e alla loro caratterizzazione,
precisa e minuziosa nella descrizione dei fatti, la scrittrice
trasporta nei suoi romanzi tanto della sua esperienza lavorativa. È stata infatti procuratore e dal 1996 al 1997 Ministro della giustizia, ha quindi una conoscenza approfondita
dei meccanismi investigativi e delle logiche che ruotano intorno ai casi d’omicidio e questo background professionale
le consente di esprimersi con un realismo agghiacciante che
tiene di continuo in suspense e il lettore, rapito dai continui
ritmi incalzanti.
Nel romanzo la vittima è il primo ministro norvegese Birgitte Volter e la scena del delitto il suo ufficio di Oslo. Sull’importante caso viene chiamata ad indagare la detective Hanne Wilhelmsen che concentra i suoi sospetti su un gruppo di
estremisti di destra.
Eloy Moreno presenta Ricomincio da te (Corbaccio), romanzo che descrive, in modo direttola noia e ripetitività che
contraddistinguono la vita professionale di un impiegato dei
giorni nostri, sulla quasi totale indifferenza nei confronti di
persone con le quali, volenti o nolenti, si ha a che fare tutti i
giorni, sull’assuefazione a un rapporto di coppia routinario e
piatto, insomma su temi con i quali è fin troppo facile identificarsi. Ma anche sulla possibilità di cambiare la cose. Possibilità che non è proprio dietro l’angolo ma non è neppure di un
altro pianeta e che comunque può essere più vicina di quanto
spesso crediamo. A volte, come nel caso del protagonista del
libro, l’arma vincente e definitiva risiede nella capacità di non rassegnarsi.
Nelle librerie croate è uscito il saggio di Marta
Verginella Pitanje drugih. Pitanje Julijske krajine
i slovensko pamćenje (Srednja Europa).
Marta Verginella è una dei più importanti storici
sloveni. Nata in una famiglia appartenente alla comunità slovena della Venezia Giulia italiana, laureatasi all’Università di Trieste, ha proseguito gli studi
all’Università di Lubiana, oggi è professore ordinario di Storia del XIX secolo presso il Dipartimento di
Storia della stessa Università. Come anticipa l’autrice nell’introduzione, “l’osservatorio proposto in questa narrazione è quello sloveno. Le angolature scelte sono dettate dai percorsi biografici di intellettuali, politici,
commercianti, avvocati, maestre, scrittori e gente comune che
ci aiutano a delineare i contorni di una società, troppo spesso
vista dall’esterno come uniforme quando invece al suo interno
si articola in una moltitudine di attori sociali e politici. Incrociando frammenti di diari, memorie, letteratura autobiografica
e fonti d’archivio ne risulta l’immagine di una società minoritaria, rimasta dopo il Trattato di Rapallo entro i confini del Regno d’Italia, soggetta alla politica di snazionalizzazione fascista, ma capace anche di promuovere un radicale ribaltamento
degli equilibri politici e nazionali nell’area”. Impariamo così
a conoscere, tra le altre, la personalità della scrittrice e insegnante Marica Nadlišek, fondatrice nel 1893 di “Slovenka”, il
primo giornale femminile sloveno fondato a Trieste, che impartiva lezioni private in sloveno ai suoi figli e a quelli delle
sue amiche, e che per il suo dichiarato filo-jugoslavismo dovette subire ripetute incursioni nel suo appartamento da parte delle autorità italiane: si ignorava che negli anni novanta
dell’Ottocento, questa donna era stata una delle poche triestine a insistere affinché italiani e sloveni conducessero una comune lotta politica anti-tedesca.
Anno VII / n. 59 del 18 febbraio 2012
“LA VOCE DEL POPOLO” - Caporedattore responsabile: Errol Superina
IN PIÙ, supplementi a cura di Errol Superina / Progetto editoriale di Silvio Forza
Art director: Daria Vlahov Horvat / edizione: CULTURA
Redattore esecutivo: Silvio Forza e Diana Pirjavec Rameša
Impaginazione: Annamaria Picco
Collaboratori: Claudio Deghenghi, Patrizia Brnčić, Viviana Car, Diana Pirjavec Rameša,
Alessandra Russian e Anna Laura Sergo
La redazione del presente inserto ha consultato i siti: www.knjiga.hr, www.kulturaplus.com, www.sveznazdor.com
www.svetknjige.si, www.emka.si, www.librerie.it, www.italialibri.net, e la rivista “Arte” (Giorgio Mondadori Editore)
E, ancora, Marica Nadlišek era la madre dello scrittore Vladimir Bartol, laureatosi in psicologia all’Università
di Lubiana, dove si trasferì da ragazzo per seguire i genitori quando questi dovettero lasciare Trieste: il giovane si
specializzò a Parigi e divenne giornalista a Belgrado, ma
si sentì sempre estraneo all’ambiente d’accoglienza, rimpiangendo l’atmosfera cosmopolita del ginnasio tedesco
frequentato a Trieste al quale, nell’anno che precedette lo
scoppio della prima guerra mondiale, erano iscritti alunni
appartenenti a 14 diverse nazionalità.
Di contro alle interpretazioni di tipo manicheo di un
tempo, che cambiavano naturalmente a seconda del punto di vista italiano o sloveno, l’autrice mostra come bene e
male siano indissolubilmente intrecciati e quanto sia difficile tracciare netti confini nazionali da una parte e dall’altra.
Siamo infatti davanti a distinzioni continuamente cangianti e nei personaggi del libro la percezione della propria appartenenza nazionale si costruisce continuamente,
si codifica e si trasforma nel tempo. Numerosi sloveni e
croati si erano spontaneamente integrati nella realtà italiana: un processo autonomo di assimilazione che durò fino
oltre la metà dell’Ottocento.
Certe famiglie slovene esprimevano un netto rifiuto
di fronte ai discorsi radicali di appartenenza nazionale, e
si sentivano parte integrante della Trieste dell’Ottocento,
del suo cosmopolitismo e della sua apertura internazionale. Ci viene svelata quindi anche la delusione degli sloveni del Litorale che fuggono dall’Italia fascista e si trovano
a dover fare i conti con l’arretratezza, la chiusura e lo spirito conservatore dominante degli sloveni dell’entroterra.
Viviana Car
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«Non c`è vita che possa essere immortale»