P SI A P E A IA I O I S S P S E E PO ESIA POE A PO IA A O IA La nuova SI IA S SI P S E E E PO ESIA PO A PO OES ESIA A O IA ESI A P A ESIA SI I P S E S E I O PO ESIA PO A PO OES POE P I A IA I P diSdistinguere A S permette S I PO ESIALaOcultura S E A bene e OE ESIA ESIA P OESI POE P PO IA male, O ciIA governa. O A chi S IA Pdi giudicare P IA P I S E S S E A A O I E E I P OESLa cultura O salva. PO OES OES PO SIA P A I P A A P I ESI POES SIA P ESIA OES A POE SIA O P P A OE PO SIClaudio SI POE IA I A Abbado P E S E A O PO OESIA OESI POE SIA P ESIA POES P IA P ESIA OE A PO SIA ES A PO SIA P OESI POE O P E AP IA Anno XIII 1° marzo 2013 n. 277 SI PIOnternazionale S E C onvegno I E O P SIA POES IA PO ESIA E "L'esodo giuliano dalmata S nella Oletteratura" PO SI-A E P O E PO SIA P Editrice Associazione delle Comunità Istriane E PO ONLUS - Cod Fiscale 80018190324 Indirizzo La nuova Quindicinale di informazione e cultura pubblicato con il contributo dello Stato italiano ex lege 296/2006 Internet: www.associazionedellecomunitaistriane.it E-Mail: [email protected] Sergio Tomasi Direttore Redazione ed Amministrazione: 34123 Trieste Via Belpoggio 29/1 - Telefono 040 314741 - Fax 040 314677 Quote annuali: per l’interno Euro 20,00; per i Paesi europei Euro 33,00; per le Americhe (via aerea) Euro 35,00; per l’Australia (via aerea) Euro 45,00 Conto corrente bancario: UniCredit Banca - Conto corrente postale: n. 11262342 Coordinate bancarie internazionali: IT-31Y-02008-02219-000005416966 Poste Italiane s.p.a. Spedizione in A.P.-D.D.L.353/2003 (Conv. in L.27/02/2004 n. 46) art. 1 comma 2, DCB TS IN CASO DI MANCATO RECAPITO RESTITUIRE ALL’UFFICIO DI TRIESTE C.P.O. DETENTORE DEL CONTO PER LA RESTITUZIONE AL MITTENTE PREVIO PAGAMENTO RESI. Memoria al femminile S i è aperto nel pomeriggio di giovedì 28 febbraio, presso il Civico Museo della Civiltà Istriana, fiumana e dalmata di via Torino 8 a Trieste, il Convegno Internazionale “L’Esodo giuliano-dalmata nella letteratura”, organizzato dall’I.R.C.I. in collaborazione con il Dipartimento di Studi Umanistici (ex Facoltà di Lettere e Filosofia) dell’Università degli Studi di Trieste e patrocinato da Comune di Trieste, Provincia di Trieste, Regione FVG, Associazione Docenti Italiani e MOD-Società Italiana per lo Studio della Modernità Letteraria. Il dibattito critico è stato volto ad individuare e a studiare le opere e le riviste letterarie aventi per oggetto l’Esodo giuliano-dalmata, mentre una sezione è stata dedicata interamente a Lina Galli, nel ventennale della morte. L’Esodo, com’è noto, cominciato dopo l’8 settembre, è stata la fase più violenta dell’espulsione delle popolazioni di etnia italiana dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia che ha interessato almeno 300.000 giuliano-dalmati. Di questa migrazione forzata hanno scritto innanzitutto i pensatori, gli intellettuali, i poeti istriani, fiumani e dalmati che l’hanno vissuta in prima persona. Avendo dovuto lasciare tutto e trapiantarsi anche in continenti lontani, hanno costituito, nel tempo, nuclei legati dalla comune origine che hanno favorito la pubblicazione di periodici o di volumi sul tema. Ma dal dramma degli esuli hanno tratto ispirazione anche Elisa Scrignar, Scuola Media Dante 2010 conterranei che sono riusciti nonostante tutto a non esulare; altri invece hanno lasciato l’Istria, Fiume o la Dalmazia per ragioni diverse, dopo aver conosciuto l’esodo di parenti e amici e ne hanno appassionatamente parlato in versi e in prosa. Un esempio su tutti, la citata Lina Galli, originaria di Parenzo che emigrò a Trieste all’inizio degli anni ‘30 e che visse l’esodo come un esilio forzato dalla terra natia. Il simposio, coordinato dai proff. Giorgio Baroni dell’Università Cattolica di Milano e Cristina Benussi dell’Università di Trieste, ha visto gli interventi di oltre ottanta studiosi e studiose provenienti da tutta Italia e dall’estero: da Budapest al Regno Unito, dall’Egitto a Bruxelles. Numerosa anche la presenza del pubblico, attenta e interessata, con momenti alti come l’intervento improvvisato dell’amato Claudio Magris a suggello di un intervento su “Verde acqua” di Marisa Madieri. Una due giorni dal ritmo incalzante, con conferenze uniche in apertura e chiusura dei lavori, nella mattina del 28 febbraio e nel pomeriggio del 1° marzo, mentre sono state aperte quattro sessioni di lavoro in contemporanea nella mattinata del 1° marzo che hanno fatto registrare sale piene e una presenza totale di più di 120 persone. In questa sessione gli interventi sono stati strutturati in modo che fossero non più lunghi di 15 minuti ciascuno e ciò ha riscosso un ottimo risultato, perché ha dato la possibilità di ascoltare diverse voci e toccare diversi ambiti da cui è emersa un’idea di Esodo che ha toccato molti punti di vista. In questa sede non sono state tirate delle vere e proprie conclusioni, ma si sono raccolti tanti contributi che hanno dimostrato la polifonia di un’esperienza tanto dura e sofferta. Inoltre, tutti gli interventi saranno raccolti in un volume di Atti che uscirà nei prossimi mesi. La Presidente dell’Irci, prof.ssa Chiara Vigini, nel suo discorso di apertura dei lavori, ringraziando i partecipanti e gli organizzatori, e manifestando il suo compiacimento per l’organizzazione del convegno, eredità della precedente gestione dell’ente, ha auspicato che l’Irci sia sempre più un luogo di incontro fra e di studiosi e studiose che si occupano di storia e soprattutto di cultura istriana, fiumana e dalmata, affinché si riesca a passare dalla dimensione del ricordo dei fatti a quella di una progressiva oggettivazione. In questo modo potranno trovare spazio anche coloro che, non direttamente interessati alla vicenda istriano-dalmata, incontreranno in questa tematica un luogo di crescita, stimolo e confronto, e il patrimonio culturale istriano-dalmata diventerà progressivamente e coscientemente patrimonio appartenente a tutta Trieste, alla Venezia Giulia e alla Nazione stessa. Caterina Conti Nella scrittura, più che in altri campi della vita privata e del sociale, la presenza femminile è ricca e rappresentata, forse per quella propensione innata per la parola e il racconto che la gran parte delle donne dimostra. E infatti anche quando ci si riferisce alla memoria, ecco che i nomi delle scrittrici e poetesse la fanno spesso da padrona. A parte il ventennale della morte di Lina Galli che poneva la poetessa al centro e al culmine della manifestazione sulla letteratura dell’esodo svoltasi al Museo della Civiltà istriano-fiumano-dalmata (vedi articolo a lato), molte altre sono state le figure femminili tratteggiate dai partecipanti al convegno (che in gran parte erano donne pure loro: 52 su 82): da Marisa Madieri a Nelida Milani, da Elsa Fonda ad Annamaria Muiesan Gaspàri. Ed è stata proprio quest’ultima a fare la parte del leone nell’intervento di Vanna Zaccaro, a sessioni riunite, dal titolo “Le scrittrici dell’esodo”. In questo contesto la Muiesan è più volte affiancata a Primo Levi, con la differenza che lui maledice chi non ricorda, la prima, invece invita e, ricordando lei stessa, accompagna a ricordare. I due sono accomunati anche dall’attenzione prestata al mondo della scuola, nei tempi ultimi per Levi, nella maturità per la poetessa istriana, come ultimo approdo a cui volgersi perché la nostra storia venga conosciuta e tramandata. La Muiesan si interroga con attenzione e persino con qualche scrupolo in più su come stimolare l’“ascolto attivo” degli studenti, ma alla fine questa impellenza dell’anima – questo è per lei il ricordo – ha la meglio e ottiene una buona risposta dalle nuove generazioni: segno che il messaggio di verità è arrivato. L’illustrazione di questa prima pagina, che è per quest’anno il simbolo del Seminario nazionale per docenti sulle “Vicende del confine orientale” (auditorium Museo Revoltella, Trieste, 14-16 marzo 2013) è stata ispirata proprio dalle sue liriche. Civì Sommario Assemblea Generale dei Soci On. Lucio Toth al Quirinale per il Giorno del Ricordo Testimonianze dell’Esodo, Percovich racconta… Sulle orme di un martire (continua) A pochi mesi dal centenario della grande Guerra…, Todero Cognome Istriano Bettica Pedena, parole e musica 2 M anifestazioni A ssociative Associazione delle Comunità Istriane L’Assemblea Generale dei soci si riunisce in seconda convocazione il giorno Giovedì 4 aprile alle ore 17.00 per il rinnovo quadriennale degli organi sociali. Il Sindaco del Comune di Pedena Gianni Francovic storia e memorie dell’antica diocesi istriana David Di Paoli Paulovich Il Parroco di Pedena Antun Kurelovic Pedena Il Presidente dell’Associazione Delle Comunità Istriane di Trieste Lorenzo Rovis Invitano la Signoria Vostra alla presentazione del libro di David Di Paoli Paulovich Pedena Pedena Storia e memoria dell’antica diocesi istriana che avrà luogo Sabato 23 marzo 2013 alle ore 10.30 storia e memorie dell’antica diocesi istriana Nella sala del centro culturale del Comune di Pedena. Il libro sarà illustrato da Denis Visintin e da Marino Baldini 04/03/13 13:11 ‟Un porto tra mille e mille. Scritti politici e civili di Giani Stuparich nel secondo dopoguerra”, a cura di P. Karlsen L’ 1° marzo 2013 La nuova Italia stremata del dopoguerra, il futuro angoscioso della città e della Venezia Giulia, l’amore per l’Istria: un’antologia politica ed etica. Se n’è parlato sabato 2 marzo alla libreria Minerva di via san Nicolò 20, Trieste, quando è stato presentato il volume “Un porto tra mille e mille. Scritti politici e civili di Giani Stuparich nel secondo dopoguerra”. Il curatore Karlsen lo ha esposto con Sergio Bartole, professore emerito dell’Università di Trieste; Anna Maria Vinci, vicepresidente dell’Istituto regionale per la storia del Movimento di liberazione; Stelio Spadaro, storico e scrittore; Giusy Criscione Stuparich, nipote dello scrittore. Karlsen ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia contemporanea al Trieste, in seguito è stato borsista all’Istituto italiano per gli studi storici “Benedetto Croce” di Napoli. Si occupa delle culture politiche di Trieste e della Venezia Giulia nel ’900 e di storia del comunismo internazionale. Ne è emersa una generazione, come ha detto Fabio Forti, intervenendo alla discussione, che conosceva Giani Stuparich come scrittore, dai libri di scuola, ma non come politico e che nei suoi scritti ritrovava, prima della prima guerra mondiale, la stessa idea di patria che sentivano propria i giovani coetanei di Forti nel 1945. Ma nel secondo dopoguerra vennero trattati da nazionalisti e perciò accantonati dalla coscienza nazionale: non si è saputo che cosa fosse il patriottismo democratico, fino all’imperativo del presidente Ciampi di riscrivere quelle pagine di storia che erano state volutamente strappate. Un'immagine giovanile di Giani Stuparich (foto archivio Stuparich) Errata corrige L’articolo “Il più grande disastro minerario d’Italia: Arsia, 28 febbraio 1940” - pubblicato a pag. 4 del n. 276 del 16 febbraio 2013 di questo giornale - è a firma Livio Dorigo e non Carmen Palazzolo. Pedena storia e memorie dell’antica diocesi istriana Q uesto libro è stato fortemente da me caldeggiato, per due sentite motivazioni: la prima e fondamentale ha lo scopo di portare nuovi e originali contributi sulla storia e sulla vita dell’antica diocesi di Pedena. A tal fine si è impegnato mirabilmente David Di Paoli Paulovich, valente storico e musicologo, che ha raccolto numerose testimonianze facendo ricerche “sul campo” ed esaminando con certosina cura una cospicua mole di documenti riguardanti la diocesi di Pedena, rinvenuti presso privati ed archivi vari. Ha consultato anche il materiale documentale conservato presso gli archivi della diocesi di Trieste e qui traslati quando quella Petinense fu estinta ed incorporata nella Tergestina in seguito alla riorganizzazione delle sedi episcopali dell’impero asburgico effettuata dall’imperatore Giuseppe II. L’altra motivazione nasce da una profonda spinta personale tesa a rivisitare i ricordi dell’infanzia, vissuta proprio nella terra di Pedena, con la scoperta e rivalutazione, a posteriori, del grande patrimonio storico di questa località che allora non potevo neppure immaginare e che parimenti pochissimi conoscono. Pedena si fregiava del titolo di città e ciò non in base al numero degli abitanti, ma perché sede vescovile, sorta in continuazione di un precedente ruolo importante rivestito nell’epoca antica, quale colonia e municipio romano, unica a rivestire tale ruolo nell’interno dell’Istria, essendo le altre città/diocesi poste tutte sulla costa: Pola, Parenzo, Cittanova, Capodistria e Trieste. Nel borgo si parlava da sempre l’italiano o meglio l’istro-veneto derivante dal latino e ciò va rimarcato, giacché Pedena non è mai appartenuta alla Serenissima Repubblica di Venezia. I pedenesi di ciò andavano fieri e si vantavano, considerandosi cittadini e isolandosi, con una certa supponenza, rispetto ai campagnoli che dimoravano tutt’attorno, i quali parlavano un dialetto istro-croato, in territori che per secoli erano conglobati in signorie facenti parte dell’Impero Asburgico.(…) Ai nostri giorni la località è facilmente raggiungibile con la strada asfaltata, ma allora vi si saliva attraverso una sconnessa viabile bianca per una serpentina a curve e contro curve con stretti gomiti. Due sono le direttrici d’accesso a Pedena: la strada turtuosa in salita da est, proveniente dal Quarnero e da Albona e la strada quasi pianeggiante da ovest, che arriva da Pisino, da Lindaro e dalla vicina Gallignana. Ambedue convergono sulla piazzetta fuori le mura, ombreggiata da secolari lodogni e ippocastani. Da qui, per entrare nel borgocittà, si è obbligati a transitare sotto un antico portale ad arco, la “porta romana”, sovrastata da una caditoia strutturata in modo tale che dai pertugi in essa ricavati poteva essere lanciato, nei tempi andati, sugli eventuali assalitori, tutto quanto di cui si disponeva per difendersi, mentre da altre parti non c’era possibilità d’accesso per via della cinta delle mura e dal costone roccioso su cui era abbarbicata Pedena. Entrati in città, subito alla sinistra, s’incontrano delle calette con archi e “baladori”, portoni al pianoterra che portano alle stanze dei piani superiori e alle cantine; proseguendo si raggiunge una piazzetta su cui svetta alto e possente il campanile che sovrasta tutto, somigliante vagamente a quello di Venezia e molto a quello di Rovigno per la cuspide, le trifore ai quattro lati, i tre ordini di cornicione in bianca pietra istriana. Ai piedi del campanile si trovano ancora recipienti in pietra per la misurazione delle decime.(…) L’interno e la storia della chiesa sono descritti, nel presente libro, dall’autore, David Di Paoli Paulovich. Ripercorrendo a ritroso la stradetta fino alla piazza sovrastata dal campanile e proseguendo diritti, si giunge a un belvedere, posto sulla sommità dei resti dell’antica cinta muraria, e da qui si può ammirare un vasto panorama e si percepisce una sensazione di meraviglia: si domina un paesaggio incantevole comprendente la Piana di Cepich-val d’Arsa, di fronte si staglia la catena del Monte Maggiore ed a raggiera varie alture e colline con culture multicolori che si trasformano nel susseguirsi delle stagioni. Si intravedono prati, campi coltivati, vigne e alberi da frutto, boschi con tonalità di verde differenziate, villaggi con gruppi di case o singoli casolari disseminati nella vasta conca, congiunte da stradine che salgono poi sulle alture.(…) Un’altra particolarità è da sottolineare: partendo dalla singolare esperienza di piccolo “esiliato” in terra d’Istria, separato dalla mia famiglia, una volta riunito ad essa, sono diventato anch’io “Esule” a causa degli eventi bellici, che hanno sconvolto le nostre terre e la nostra gente. Circostanze davvero imponderabili mi hanno portato in seguito a diventare Presidente, carica a cui sono stato eletto per più tornate e per un lasso di tempo di oltre dieci anni, della più antica associazione degli esuli istriani, fiumani e dalmati ed anche una delle più rappresentative. Lorenzo Rovis Presidente dell’Associazione delle Comunità Istriane (dalla prefazione del libro) 1° marzo 2013 3 La nuova M anifestazioni A ssociative Saluto del Rappresentante delle Associazioni degli Esuli Istriani Fiumani e Dalmati On. Lucio Toth alla cerimonia del Quirinale per il Giorno del Ricordo delle Foibe e dell’Esodo Giuliano-Dalmata 11 Febbraio 2013 S L’On. Lucio Toth mentre pronuncia il suo discorso al Quirinale per il Giorno del Ricordo. ignor Presidente della Repubblica, Signori Ministri e Rappresentanti del Governo, Signori Ambasciatori, Signore e Signori. Oggi è la settima volta che gli Esuli dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia, celebrano con Lei, Signor Presidente, il Giorno del Ricordo. E vogliamo ripercorrere il cammino che insieme abbiamo fatto, irto di ostacoli interni ed esterni. Ma li abbiamo superati nel nome di valori che accomunano tutti i popoli: la memoria dei sacrifici e delle ingiustizie patite, la ricerca delle loro cause, il riconoscimento delle colpe reciproche e la speranza di una riconciliazione, senza le ombre di un passato che ci aveva rinchiuso in una caverna di odi e di rifiuto dell’altro, della sua stessa esistenza nel tempo e nella storia. E caverne erano le nostre Foibe. E caverne i gulag del regime comunista che governò i popoli della exIugoslavia fino a vent’anni fa, quando essi giunsero a quel traguardo di indipendenza nazionale che noi italiani avevamo raggiunto nel 1861 e portato a compimento nel 1918 con quella che fu chiamata Redenzione delle nostre terre natali. Una parola legata al contesto storico di un secolo fa, ma che rimane nella memoria di un popolo. Come lo sono Risorgimento, Resistenza, Liberazione, valori che ci hanno assicurato indipendenza, libertà e democrazia. Ella ebbe a dire il 10 febbraio del 2007 di aver potuto ripercorrere la tragedia di migliaia di famiglie, i cui cari furono imprigionati, uccisi, gettati nelle foibe. Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica. Una miriade di tragedie e di orrori; una tragedia collettiva, quella dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati, quella dunque di un intero popolo: “Una memoria”, Lei disse “che ha già rischiato di essere cancellata e merita di essere trasmessa alle generazioni più giovani”. Lo stiamo facendo, come dimostrano i giovani che oggi ricevono da Lei il premio per le loro ricerche, nel quadro del Tavolo di lavoro presso il Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca. Vengono dalle scuole di Bergamo; Buie e Umago in Istria; Fiume; Pesaro; Porcia in Friuli. E dopo aver richiamato il sogno di un’Europa nata dal rifiuto dei nazionalismi aggressivi e oppressivi, evocato dal nostro rappresentante Paolo Barbi, Ella volle denunciare nel 2007 la responsabilità di aver negato, o teso a ignorare, la verità per pregiudizi ideologici e cecità politica, e dell’averla rimossa per calcoli e convenienze diplomatiche. Concluse così il Suo discorso: “Nei rapporti tra i popoli, parte della riconciliazione, che fermamante vogliamo, è la verità”. A Pola il 3 settembre 2011 nell’Arena romana ha incontrato di nuovo il Presidente Josipović pronunciando insieme parole che riconoscevano sia i torti subiti dal popolo croato con la persecuzione della sua minoranza durante il ventennio fascista e poi con l’occupazione italiana del 1941, sia gli eccidi delle foibe perpetrati dalle autorità post-belliche della ex -Iugoslavia. “Gli atroci crimini commessi non hanno giustificazione alcuna” – si legge nel testo congiunto – “Condanniamo le ideologie totalitarie che hanno soppresso crudelmente la libertà e ci inchiniamo davanti alle vittime che hanno perso la propria vita e il proprio radicamento famigliare”. Abbiamo cercato in questi anni, con l’aiuto di studiosi italiani ed europei, di illuminare con una visione aperta e obiettiva la complessa vicenda del confine orientale, risalendo la storia secolare della nostra presenza sull’altra costa dell’Adriatico, la sua arte, la sua letteratura, la sua musica, quel patrimonio culturale tutelato dalla Legge n. 72 del 2004: dagli umanisti del Cinquecento Vergerio e Patrizi ai patrioti dell’Ottocento Tommaseo e Baiamonti, agli scrittori contemporanei Tomizza e Il Prof. Paolo Segatti durante la sua relazione al Quirinale. Da allora ci siamo impegnati per diffondere il Suo messaggio insieme con i fratelli delle comunità italiane residenti nelle terre di origine. Ma abbiamo anche cercato, con la stessa tenacia usata per abbattere il muro del silenzio interno, di infrangere la barriera di incomprensione che ci divideva dai popoli sloveno e croato. Due tappe significative sono state compiute proprio da Lei nei due incontri storici di Trieste e di Pola. Due città-simbolo della nostra tragedia, che possono diventare il simbolo di una nuova amicizia. A Trieste il 13 luglio 2010 Lei ha incontrato i Presidenti delle Repubbliche Croata e Slovena Ivo Josipović e Danilo Türk, rendendo omaggio ai luoghi che sono testimonianza di sofferenze inferte da odi incrociati: il centro culturale sloveno, incendiato nell’estate del 1920 in un’esplosione di cieca violenza dopo l’uccisione a Spalato di due marinai italiani, e il monumento che ricorda l’Esodo di 350.000 italiani, in gran parte autoctoni, dalle terre natali dell’Istria, del Quarnaro e della Dalmazia. Bettiza e di tanti altri uomini e donne di ingegno che hanno contribuito al patrimonio artistico e culturale del nostro Paese. Molto di questo percorso e dell’ascolto che abbiamo ottenuto lo dobbiamo a Lei e a quello “Spirito di Trieste” che ha voluto sanare antiche ferite tra nazioni che devono vivere e progredire insieme nell’Europa di domani. Ci sono ancora problemi seri da risolvere, come la restituzione o l’indennizzo delle nostre proprietà, oggetto di patteggiamenti con la exRepubblica Iugoslava, e il rispetto effettivo dei diritti delle nostre comunità in Croazia e Slovenia. Qui sono presenti i rappresentanti di quelle comunità, insieme a cittadini italiani che rappresentano le minoranze slovena e croata nel nostro paese. Ad essi va il nostro saluto e l’augurio che un nuovo spirito di collaborazione ci permetta di sentirci ovunque a casa nostra, al di là di frontiere comunque imposte dalla storia. Giorno del Ricordo Le iniziative dell’IRCI S empre più numerose in tutta Italia e anche fuori d’Italia si svolgono iniziative per ricordare le vicende del confine orientale legandole alla giornata ufficiale del 10 febbraio. L’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata di Trieste ha sviluppato un ricco programma intorno a quella data. Eccone le tappe principali, che hanno visto tutte un’ampia affluenza di pubblico e l’introduzione del presidente dell’IRCI, Chiara Vigini. giovedì 12 dicembre 2012 Nella sala “Alida Valli” dell’IRCI, presentazione della seconda edizione del volume “Storia dell’Istria a fumetti”; hanno partecipato Piero Delbello, Livio Dorigo, Walter Macovaz, Vania Macovaz e Roberto Spazzali. giovedì 10 gennaio 2013 Nella sala della Libreria “Minerva” di Trieste, “La resistenza italiana in Istria”, tavola rotonda con la partecipazione di studiosi e protagonisti; ha moderato Lorenzo Nuovo, e hanno partecipano Livio Dorigo, Fabio Forti, Mario Merni, e Roberto Spazzali. giovedì 24 gennaio Nella sala del Museo della Civiltà istriana fiumana e dalmata, incontro su “Prospettive e progetti per valorizzare la cultura italiana dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia” anche in vista dell’entrata della Croazia nell’Unione Europea, incontro con le associazioni culturali istriane, fiumane e dalmate che operano in Italia, fuori Trieste. Hanno partecipato Renzo Codarin, presidente della Federazione delle associazioni degli Esuli e del Centro Documentazione Multimediale della cultura istriana, fiumana e dalmata e rappresentante dell’ANVGD, Bruno Crevato Selvaggi per la Società Dalmata di Storia Patria di Roma, Davide Rossi per Coordinamento Adriatico di Bologna e Giovanni Stelli per la Società di Studi Fiumani di Roma. 7 febbraio Sala della Libreria “Minerva”, via San Nicolò, 20 a Trieste, tavola rotonda su “L’Italia e le regioni del confine orientale: una riflessione delle nuove generazioni sul Giorno del Ricordo”. Hanno partecipato sette giovani tra i 22 e i 28 anni, triestini, nipoti di esuli, appartenenti alla minoranza slovena e residenti in Croazia: Caterina Conti, Aurora Dorigo, Maja Đurđulov, Matej Iscra, Vanja Macovaz, Giuliana Tumia, Paola Vigini. giovedì 8 febbraio Al Museo della Civiltà istriana fiumana e dalmata - inaugurazione della mostra delle testimonianze “… quel giorno, sì quel giorno…”: considerazioni sul passato, presente e futuro del 10 febbraio (la mostra è aperta fino al 10 marzo) venerdì giovedì 14 febbraio Nella sala del Museo della Civiltà istriana fiumana e dalmata, in collaborazione con l’Associazione delle Comunità Istriane, presentazione del volume di Andrea Vezzà “Il CLN dell’Istria”, alla presenza dell’autore, con la partecipazione di Piero Delbello, Giorgio Cesare, Lorenzo Rovis. sabato 16 febbraio Nella sala del Museo della Civiltà istriana fiumana e dalmata, in collaborazione con l’Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia presentazione del volume di Antonio Ferrara e N. Pianciola, “L’età delle migrazioni forzate. Esodi e deportazioni in Europa 1853-1953”, con la partecipazione dell’autore Ferrara, con Marcello Flores, Ezio Giuricin, Raoul Pupo. Ancora altre manifestazioni hanno visto la partecipazione dell’IRCI attraverso il suo presidente ancora in più sedi a Trieste, più volte a Roma e a Pirano. I giovani alla tavola rotonda del 7 febbraio 4 1° marzo 2013 La nuova Testimonianze 4 marzo 1949 - 26 luglio 1950 Dal Quarnero al Rio de la Plata O ssia dalle Fiume/Abbazia quarnerine alla Montevideo sulla sponda sinistra del “Fiume dell’Argento”, questi sono i capolinea dell’Esodo della mia famiglia. Famiglia fiumana e, come tale, multietnica: per parte materna il nonno Michele (Micel) Rusich, fiumano, era pescatore. Nella 1ª Guerra Mondiale, militare dell’Austra-Ungheria, fu ferito nelle trincee della Galizia, fronte orientale. Sposato con Francesca (Fani) Pravdica di Portore (Kraljevica), abitavano in Fiumara, tra Via Roma e Scoglietto, di fronte al ponte di Sussak, che tutti varcavamo molto spesso per le passeggiate a Tersatto ed Oltreponte e dov’era nata mia madre che, da ragazza, andava a comperare/contrabbandare le sigarette per il suo fidanzato (mio padre). Per linea paterna, il nonno Giuseppe (Bepi) Percovich era “polesan”, con ramificazioni a Rovigno e Lindaro (presso Pisino), originario dal paese Perković situato fra Sebenico e Spalato. Sua moglie, Maria Valle, era istriana. Mio padre, Galileo (Leo) era nato a Pola nel 1908 ma poi la sua famiglia si trasferì a Fiume, prima nel rione di Podmurvize e poi in via Valscurigne nº 6, di fronte al Potok. Lui sempre diceva: “Mi non son Italian, mi son Austriaco!” In conclusione, i miei fratelli (Galileo nato nel 1937, Galilea e Jolanda nate nel 1939) ed io, nato nel 1933, per parte dei Nonni, siamo Fiumani per un quarto, per via dei Genitori a metà, e solo per nascita al 100%! Finita la guerra, con la susseguente “liberazione” all’insegna del “Smrt Fašizmu - Sloboda Narodu!” (Morte al Fascismo – Libertà al popolo!) per la mia famiglia, come per tantissime altre, arrivò l’ora della decisione: Optare o Non optare ? Mio padre era stato capotecnico nello Stabilimento Tecnico-Industriale dell’Ing. Tassilo Ossoinack (discendente di quel Luigi Ossoinack che, nel 1881, aveva fondato la compagnia di navigazione “ADRIA”), ditta “nazionalizzata” dato che – come tante altre impossibilitate a negarsi – aveva lavorato per le flotte militari italo-tedesche. Tuttavia, vista l’emorragia di personale qualificato che esodava, le Autorità jugoslave cercavano di trattenerlo e, nel nostro caso, offrirono a mio padre l’incarico di Direttore dell’Eelektroprimorje (già A.S.P.M.) per la Riviera, con uno stipendio relativamente buono e l’usufrutto di un alloggio nella Centrale Elettrica ad Abbazia. Quindi, contemporaneamente alla firma del Trattato di Pace a Parigi, nel febbraio 1947 ci siamo trasferiti dalla fiumana via Valscurigne (oggi Osijeka) a Punta Colova, in un magnifico edificio con orto e giardino, La famiglia Percovich al Monumento alla "Carreta dei Gauchos", all'arrivo in Uruguay (foto dell'autore) situato tra la stradale ed il lungomare, con gli scogli sotto il balcone. In vista però di probabili futuri Opzione e rimpatrio, io mi recai a Trieste presso la famiglia di un mio zio per proseguire gli studi a Trieste nel Liceo Scientifico, nell’anno scolastico 1947/48, purtroppo fui bocciato e, felicemente, ritornai ad Abbazia. Malgrado la nostra relativamente accettabile situazione economica, l’esperienza della “liberazione” ci convinse che era necessario andarsene in Italia. Nel 1948 è stata presentata – ed accolta – la domanda di Opzione, ricevendo il 5 novembre il Passaporto Provvisorio rilasciato dal Consolato Generale d’Italia a Zagabria con relativo Visto del Ministero dell’Interno Croato per espatriare – via Sesana – entro il 16 gennaio 1949, visto poi prorogato con scadenza il successivo 5 marzo. Arrivò così la fatidica data del 4 marzo 1949. Nella stazione ferroviaria di Fiume ci accompagnò, piangendo, soltanto il “Nono Bepi”, nel cui appartamento avevamo vissuto fino a due anni prima. Recente vedovo, era rimasto a Fiume per non esserci d’impiccio nell’avventura in un’Italia in rovina, senza casa e senza lavoro per noi. Di lui, Socialista, ma non Comunista, ricordo con affetto e simpatía l’allegria del 1º maggio 1946 quando finalmente, dopo il “Ventennio”, potè scendere in città per la sfilata del “Giorno dei Lavoratori” con il garofano rosso all’occhiello. Arrivammo a Trieste e, invece di andare al Silos, abbiamo avuto la grande fortuna di alloggiare presso la famiglia di mio zio Ignazio Rusich che, internato a Klagenfurt dai Nazisti, non era rientrato a Fiume, ma si era stabilito nel Rione di San Luigi e lavorava per il G.M.A. Avevamo ricevuto la Carta Annonaria triestina ed un pasto giornaliero presso l’E.C.A. (Ente Comunale di Assistenza). Visti inutili i prmi tentativi di ottenere lavoro, mio padre decise di seguire la trafila dei Campi Profughi e, registratosi presso il Comitato Fiumano di Trieste, fummo avviati al C.P. di Udine, dove il 30 aprile abbiamo ricevuto un Sussidio Straordinario di 2.500 Lire. Ricordo come oggi il 4 maggio di quell’anno, colpiti dalla disgrazia del Torino a Superga, dove perì anche il fiumano Ezio Loik. Da Udine siamo stati trasferiti al C.P. di Latina (ex Littoria) con una tappa di un paio di giorni nel C.P. allestito a Cinecittà (Roma). A Latina siamo rimasti circa due mesi e lì – finalmente – sostituendo il Passaporto Provvisorio del 1948, ci è stata rilasciata la prima Carta d’Identità dela Repubblica Italiana convalidando la Cittadinanza Italiana per la quale avevamo optato. Accompagnai due o tre volte mio padre andando a Roma in bicicletta (prestata) in cerca di lavoro, ma senza ricevere altro che promesse. Per noi ragazzi tutto era una specie di “avventurosa novità”, vedere città e luoghi conosciuti soltanto nei libri di scuola, quali anche i campi e terreni una volta “Paludi Pontine” poi bonifícate dal Regime, come anche conoscere altra gente e abitudini estranee a quelle nostre. Mio padre decise quindi di ritornare quasi a casa nostra, cioé a Gorizia dove si era stabilito Marcello, uno dei suoi fratelli, già ex vicino di casa a Fiume, cioé all’inizio della Via Tiziano ad un centinaio di metri dalla nostra casa in Valscurigne. Abbiamo vissuto in un appartamentino nella Via Leoni nº 6 e così mio padre andando un paio di volte a Venezia Lido dove abitava il suo ex datore di lavoro Ing. Tassilo Ossoinack, è stato presentato a Luigi Ossoinak, già titolare de “La Marittima”, agenzia di forniture navali e pastificio a Fiume, ovviamente “nazionalizzate” dopo il 1945. Imprenditore ricco di iniziative – come l’omonimo antenato – aveva deciso di emigrare in Uruguay e rifondare a Montevideo il pastificio fiumano portando con sé la sua fidata squadra di collaboratori anche loro esuli, come il Direttore Maganja Giovanni ed i Tecnici Berton Giovanni, Biasi Carlo, Franco Giulio, Kriznar Antonio, Penco Felice, ai quali aggiunse Percovich Galileo. Nell’ottobre 1949 s’imbarcarono loro e, con macchinari importati dall’Italia ed accessori da loro fabbricati localmente, istallarono il Pastificio “Adria” (adottando i colori e la marca dell’avita Compagnia di Navigazione Austro-Ungherese-Fiumana), facendosi poi seguire dalle rispettive famiglie. Io fui lieto di questa destinazione perché conoscevo – sia pure superficialmente – l’Uruguay avendo da bambino letto nell’Avventuroso (o nell’Intrepido?) che Giuseppe Garibaldi ci aveva vissuto e combattuto prima di ritornare in Italia nel 1848, e avevo fatto qualche ricerca dei libri di geografia. Nel frattempo mio padre aveva ottenuto che noi fossimo accolti dall’I.R.O. (International Refugee Organisation), ente delle Nazioni Unite che provvedeva a sistemare Oltreoceano le migliaia di Profughi d’Oltrecortina: Polacchi, Ungheresi, Croati, Sloveni, ecc., compresi tanti Esuli Giuliano-Dalmati che, vittime dell’impossibilità di sistemarsi in Italia, decisero di provar destino in Australia o nelle Americhe. Dato però che l’I.R.O. non accoglieva i profughi di nazionalità Italiana, gli Esuli che volevano emigrare a lavorare alle condizioni dell’I.R.O. erano obbligati a rinunciare alla scelta fatta con l’Opzione e perciò arrivavano nei loro nuovi Paesi come “apolidi”, o “jugoslavi”! Invece noi, successivamente qualificati come “emigranti con richiamo e viaggio pagato” (da mio padre), abbiamo potuto evitare questo requisito e conservare la Nazionalità Italiana. Abbiamo trascorso quindi circa otto mesi nel Campo Profughi di Fermo, allora provincia di Ascoli Piceno. Il "Passaporto dell'Esodo" (foto dell'autore) Nell’attesa di ottenere i contratti di lavoro e l’imbarco, l’I.R.O. provvedeva a preparare i candidati impartendo lezioni di lingua inglese, portoghese o spagnola, come pure corsi di apprendistato in vari mestieri: falegnami, tessili, meccanici, elettricisti, ecc., ed anche lezioni di guida impartite in “Jeep” residuati bellici. Io studiai ed ottenni un diploma di radiotecnico, guidato da un Professore Calabrese, Vincenzo Carbone, utilizzando materiale della oggi sparita marca “Geloso”. Ho ricevuto le prime nozioni di spagnolo da un professore il cui nome non ricordo, andaluso, motivo per cui l’accento e tante parole del “castellano” (un po’ differente del “español” parlato nel Sudamerica) mi seguirono in Uruguay, dove generalmente mi prendevano per spagnolo: visto poi il cognome, dovevo (e ancora oggi devo) spesso spìegare come e perché sono italiano! Finalmente, dopo un paio di viaggi preliminari a Genova per visite mediche, ecc., al Consolato dell’Uruguay, il 6 luglio del 1950, con un paio di bauli e qualche valigia ci siamo imbarcati sulla M/N “Andrea Gritti” della Compagnia di Navigazione “Sidarma”: primo scalo a Napoli e poi la traversata diretta fino a Rio de Janeiro, dove arrivammo pochi giorni dopo la conclusione del Campionato Mondiale di Calcio vinto dall’Uruguay, che nella partita finale aveva battuto il locale favoritissimo Brasile per 2-1. Strano a dirsi: la prima Pizza l’abbiamo conosciuta e provata a bordo della nave, dato che a Fiume (almeno per noi) erano altre le abitudini alimentari. Altro breve scalo a Santos ed infine il 26 luglio l’arrivo nell’invernale Montevideo dove ci aspettava mio padre che, in pochi giorni trovò un appartamento in affitto, con la speranza – poi svanita – di ritornare più avanti in Italia. Perciò già al terzo giorno dell’arrivo io, invece di continuare gli studi, cominciai a lavorare nel pastificio. L’Ossoinack non solo diede lavoro a noi, ma anche ad altri Italiani emigrati in Uruguay, fra i quali pure la famiglia dell’Esule pisinoto Antonio Cottiga, che avevamo conosciuto nel C.P. di Fermo. Inoltre, nel 1955, avendo saputo che nella Provincia di Misiones (Argentina) si trovava il già commerciante di legnami a Fiume Silvio Premuda che tentava fortuna nello stesso ramo, lo invitò a venire a lavorare nel pastificio con la sua famiglia. Fu così che anche lui ed i suoi figli Gianfranco e Paolo fecero parte dei quadri delo stabilimento. Con il tempo scoprimmo l’esistenza in questo Paese di altre famiglie Percovich: sono discendenti di emigranti istro-dalmati arrivati in Uruguay – che ha sempre accolto bene gli immigranti di qualsiasi nazionalità – nel Secolo XIX. In conclusione, la nostra famiglia ha avuto la grande fortuna di concludere l’avventura del suo Esodo in solo un anno e mezzo, al contrario di tanti che hanno dovuto patire per vari anni la “Via Crucis” dei Campi Profughi. Furio Percovich Montevideo, giugno 2011 Testimonianza tratta dalla mostra “… Quel giorno, sì quel giorno”. 1° marzo 2013 5 La nuova Cultura Natura e geologia dell’Istria, della Carsia Giulia e della Dalmazia Geo–grafando a cura di Stefano L Furlani ([email protected]) Il Bel Paese e bellezze naturali dell’Italia vennero descritte ed elogiate in un memorabile volume di Antonio Stoppani nel 1876 dal titolo “Il Bel Paese, conversazioni sulle bellezze naturali, la geologia e la geografia fisica d’Italia”. Si tratta di una sorta di guida alle località, agli eventi geologici e naturali più interessanti d’Italia. Io posseggo la quindicesima edizione economica, del 1890, e il primo capitolo è dedicato ai maestri e le maestre d’Italia, con una nota sugli accenti tonici come sussidio all’insegnamento della retta pronuncia. Un trattato per far crescere l’Italia, da poco unita, nella consapevolezza delle bellezze naturali, ma anche un trattato facilitare l’insegnamento della pronuncia a tutte le classi sociali. Seguono ventinove capitoli, detti serate, e cinque capitoli in Appendice in cui vengono descritte le innumerevoli località ed i fenomeni naturali. E il libro parte proprio da Belluno per arrivare ad Agordo. Ovviamente la Venezia Giulia non venne inclusa nel libro, in quanto non era ancora parte del Regno d’Italia. Nel Bel Paese Stoppani descrisse l’alto corso del Cordevole, con la frana che nel settecento creò il lago di Alleghe, i ghiacciai delle Alpi italiane, i soffioni boraciferi della Toscana, quelli che sputano acqua bollente dal suolo, fenomeni come la brina, le tempeste in mare, la fosforescenza del mare, ma anche il petrolio, l’origine dei petroli ed i pozzi di gas a Salsomaggiore. Descrive poi i pozzi nel Sahara, digressione fuori zona ma interessante, i pozzi italiani e le virtù mediche del petrolio. Interessante poi il capitolo dedicato ai Marmi di Carrara, l’estrazione, il trasporto dei massi e l’abilità dei carraresi nell’estrazione. E poi a sud, i vulcani, il Vesuvio, l’Etna, la loro attività, con i vari tipi di eruzioni, ed i paesaggi lunari. Ed anche qua una digressione sull’isola di Giava, vulcanica e parossistica proprio come la Sicilia e la Campania, se non molto di più. Pagina dopo pagina, fenomeno dopo fenomeno, un’incredibile viaggio attraverso la geologia d’Italia. E non dimentichiamo che alcuni sono fenomeni talmente importanti da non passare inosservati neanche agli studiosi stranieri, come Charles Lyell, uno dei padri della geologia, che dedicò la copertina del “Principles of Geology” al Tempio Serapeo a Pozzuoli ed ai bradisismi. Sembra quasi un viaggio tra i geositi d’Italia, raccontato non agli specialisti, ma ad un pubblico più vasto. Geositi, beni geologici-geomorfologici di pregio scientifico e ambientale del patrimonio paesaggistico. Ovvero, per fare dei paragoni, si tratta di architetture naturali la cui bellezza va tutelata come se si trattasse di una chiesa o di un palazzo storico; la Grotta Gigante a Trieste come il Castello di Miramare, il Grand Canyon negli Stati Uniti come le piramidi egiziane. Recentemente è uscito un intero volume dedicato ai geositi del Friuli Venezia Giulia, a cura di Franco Cucchi e Furio Finocchiaro, sul quale già ebbi occasione di scrivere su questa rubrica. A questo proposito, essendomi occupato di alcuni geositi nelle nostre zone, mi sono più volte chiesto come lo Stoppani avrebbe descritto le nostre zone. Più volte ho provato ad immaginare come sarebbe stata sviluppata un’eventuale Serata dedicata a Trieste ed all’Istria nelle delicate, ma minuziose spiegazioni dell’abate lombardo. Da Pola a Trieste si sarebbe potuto intitolare, con sottotitoli come: 1. Una giornata al mare, 2. Il canale di Leme, 3. Un fiume che scompare, 4. Le Grotte sul Carso (magari a questo tema sarebbe stato dedicato un intero capitolo, con un sottocapitolo sulla perizia degli speleologi locali), 5. Acque dolci in mare, 6. Trieste, l’Istria e le cave. Del resto le particolarità naturali di queste zone non sono per niente rare, e come ben sappiamo, questi paesaggi sono davvero meritevoli di elogi e descrizioni. Trieste in una litografia di metà ottocento. Così avrebbe potuto essere un’immagine della città giuliana nella Serata di Stoppani. A pochi mesi dal centenario della Grande guerra l’esperienza dei volontari della Venezia Giulia, un ricordo S iamo ormai prossimi al centenario dello scoppio della Grande guerra: una guerra totale, che coinvolse le nostre genti sin da quella drammatica estate del 1914: la mobilitazione degli uomini nelle truppe di terra e di mare; un primo doloroso esodo da Pola, dovuto al suo status di piazzaforte militare, e di parte dell’Istria meridionale; le conseguenze del conflitto sulla popolazione civile e su un’economia messa ben presto a dura prova dalle necessità belliche; l’isolamento dei territori costieri, protetti da un cordone di mine, nei quali fecero la loro comparsa truppe austriache a difesa di un possibile sbarco nemico. Lo ricordano alcuni romanzi di quel Pier Antonio Quarantotti Gambini che in La rosa rossa volle inoltre immortalare la figura di un galantuomo istriano, leale ufficiale asburgico. Benché le cifre complete non siano ancora state accertate, si ritiene che dalla vecchia provincia del Litorale – in cui era incorporato il margraviato d’Istria – furono almeno 40.000 gli uomini mobilitati nelle file dell’imperial regio esercito e nella marina di Francesco Giuseppe. Uomini ben presto inoltrati sul fronte galiziano e su quello serbo dove affrontarono durissime prove tra le quali, non ultima, quella della prigionia in Russia toccata in sorte a quanti erano più o meno avventurosamente caduti nelle mani dei soldati dello zar. Una stagione di lutti, lacerazioni, lontananza si apriva dunque nelle nostre comunità. Quando poi l’Italia decise di rompere la Triplice alleanza e la propria neutralità, nuove lacerazioni attraversarono la società regionale. Si verificò infatti, allora, il fenomeno del volontarismo di quanti, irredentisti o di sentimenti italiani – una distinzione resa necessaria dalle considerazioni espresse più tardi da Giani Stuparich, volontario irredento e medaglia d’oro al valor militare – decisero di arruolarsi nelle file dell’esercito italiano. Vuoi perché già si trovavano in Italia, vuoi attraverso fughe avventurose o stratagemmi ingegnosi per varcare il confine, questi giovani – e meno giovani – cresciuti nelle stesse strade, educati nelle stesse scuole – esemplare il caso dei licei di Trieste e di Capodistria – formatisi nelle stesse associazioni ginniche, remiere, sportive in genere e avendo qualche volta militato nei medesimi circoli politici, a partire dal piccolo ma agguerrito gruppo della Democrazia sociale italiana, di ispirazione mazziniana e repubblicana, animarono una piccola ma agguerrita comunità: quella appunto dei volontari “irredenti” che ben si potrebbe definire la “comunità di maggio”, corrispondente italiano, su scala minore, del ben più vasto contesto europeo della cosiddetta “comunità di agosto”. Nonostante la loro determinazione, l’arruolamento nell’esercito italiano non fu sempre facile, vuoi per ostacoli di natura burocratica – non era previsto che sudditi di paesi stranieri potessero arruolarsi nel regio esercito – vuoi per la diffidenza delle autorità militari sabaude nei confronti del “volontario”, identificato con il garibaldino e, dunque, con il movimento repubblicano; per non dire che la loro provenienza dai territori degli Asburgo costituiva, in qualche caso dolorosamente riferito da alcune testimonianze memorialistiche, motivo di sospetto. Eppure vi erano tra loro autentici patrioti: giovani sospinti da idealità spesso ancora largamente ottocentesche, di matrice risorgimentale e romantica, desiderosi di avventura, che si scontrarono con la realtà di una guerra atroce: una guerra di posizione caratterizzata dal fenomeno spesso anonima nella quale i gesti individuali – non ne mancarono di certo –, al di là del loro intrinseco significato, poco potevano contare. Eppure, questi giovani – e meno giovani – seppero mantenere intatte le proprie idealità, distinguendosi non di rado per il loro coraggio: fu il caso, ad esempio, del capodistriano Pio Riego Gambini, caduto durante un’azione sul Podgora nel giugno 1915 in cui caddero 12 volontari irredenti, diversi dei quali di origine istriana; fu il caso del pluridecorato Ercole Miani, nativo di Visignano; né è superfluo ricordare la figura di Nazario Sauro, avventuroso mazziniano già protagonista di audaci imprese negli anni delle guerre balcaniche, e degli aiuti forniti ai giovani che intendevano recarsi clandestinamente in Italia. Sauro, caduto nelle mani degli austriaci in un’azione di guerra, fu impiccato a Pola nell’estate del 1916, e la sua figura assurse a simbolo della lotta per l’italianità di queste terre, al pari dei trentini Battisti, Filzi – nato peraltro a Pisino da una famiglia trentina – e Chiesa. Sono solo pochi esempi dello slancio sincero con cui fu vissuta e combattuta la guerra da questi personaggi, anche se presto il fascismo si impadronì della loro memoria, finendo per cancellarne le peculiarità individuali e le tracce dei diversi percorsi che li avevano condotti a quella scelta coraggiosa. Il dopoguerra, tuttavia, rappresentò per essi una cartina di tornasole: se in molti poterono ritrovarsi nei giorni convulsi dell’avventura dannunziana a Fiume, vi fu chi poi seguì la strada del fascismo di confine, condividendone fino in fondo le responsabilità; vi però anche fu chi seppe mantenere intatte le proprie idealità democratiche, scegliendo la strada difficile dell’antifascismo arrivando talora fino al sacrificio della vita; un nome su tutti, quello del parentino Giuseppe Pogotscnhigg, sopravvissuto – proprio come Stuparich – alla prigionia austriaca nella Grande guerra ma non a quella nazista di Mauthausen, dove morì nel 1945. Piace pensare che in questo personaggio si rinnovasse il sacrificio compiuto da Nazario Sauro per una patria più giusta; quel Sauro il cui monumento a Capodistria, simbolo di italianità, venne distrutto dai nazisti nel silenzio delle locali autorità fasciste, ma il cui esempio di coerenza non era stato vano. Fabio Todero 6 1° marzo 2013 La nuova corrispondenza I Leoni "istriani" a Udine leoni marciani di Piazza Libertà sono stati un “rifugio visivo” per molti esuli istriani, fiumani e dalmati. Tali sculture rappresentano la Repubblica di San Marco qui a Udine, come a Capodistria, a Zara, nel resto della Dalmazia, nelle isole greche, in Medio Oriente e in ogni territorio della Serenissima. A Venezia, prima di tutto. Guardare tali sculture e consolarsi era un passatempo per i profughi nel periodo della Ricostruzione. Ecco perché sono un “rifugio visivo”. ersonaggi C arlotta Grisi, nata a Visinada il 28 giugno 1919 e morta a St. Jean, Ginevra, il 20 maggio 1899, è stata una ballerina italiana, cugina della celebre mezzosoprano Giuditta Grisi e una delle più grandi ballerine dell’era romantica. Nacque in Istria da una famiglia di cantanti ma decise di dedicarsi allo studio della danza. Entrò alla scuola di ballo del Teatro alla Scala di Milano a soli 7 anni e già tre anni dopo veniva accolta in quel corpo di ballo. L’insegnamento del suo maestro Carlo Blasis trasparirà sempre nel suo stile, nonostante fosse poi molto influente il coreografo e ballerino Jules Perrot, che fu il suo compagno per la vita. La sua tecnica della punta era saldissima e anche ciò ne fece una delle ballerine più dotate dell’Ottocento. Danzò a Parigi nel 1836 e nel 1837, ma fu davvero apprezzata solo nel 1840 quando interpretò con Perrot le danze di carattere dell’opera “Zingaro”. Quando, nel 1841 le proposero il tanto agognato contratto con l’Opéra, costrinse il teatro stesso ad accettare la clausola che faceva assumere anche il suo amato Perrot e fu così che nacque il capolavoro del balletto romantico: la “Giselle”. Così negli anni ’30 fu riposto un modello di gesso. L’originale, pesante 35 quintali, realizzato dall’artista vicentino Egisto Caldana, fu posizionato sopra l’arco palladiano la sera del 6 luglio 1953, con la elegante novità che il felino volge la fronte, anziché la coda ai cittadini che transitano ai suoi piedi. Un leone veneziano si trova sopra l’Arco Bollani, costruito nel 1556 su progetto di Andrea Palladio, sulla salita per il colle del Castello. Questo terzo leone della piazza ebbe un’esistenza travagliata, forse perché il più imponente. Esso ha però un collegamento diretto con i leoni di Dalmazia. Fu, infatti, nel 1933 sotto il podestà Gino di Caporiacco, che la giunta comunale udinese deliberò di ricollocare il leone, in risposta all’abbattimento dei leoni veneziani, avvenuto a Traù, in Dalmazia, da parte delle autorità del Regno di Jugoslavia. P •••••••••••• Parte di un “Itinerario giuliano a Udine” ideato dagli allievi della classe 5a C dell’Istituto Isis “B. Stringher” di Udine. Sportivamente Cognomi Istriani Bèttica Bettica è antico cognome e casato nobile istriano, attestato con certezza a Dignano dal ‘300, giacché la Casa Bettica detta Castelletto, tuttora ivi esistente, è stata costruita dalla famiglia nel XIV – XV secolo. Al secondo piano del detto Palazzo Bettica c’è inoltre lo stemma gentilizio del casato costituito da una mano stringente un giglio, recante la data 1400 e l’iscrizione Iseppo Betica, che impersona uno dei primi componenti della stirpe. Il cognome nel corso del tempo appare scritto con varie grafie, tra le quali Beteca, per cui nel 1571 viveva a Dignano donna Maria mulier de ser Bortolo Beteca (Avi 1996, p. 17). La forma cognominale Betiga compare nel 1583, anno in cui Giovanni Betiga venne processato perché sospettato di essere eretico (Dignano e la sua gente, di vari autori, Trieste 1975, p. 63). Mentre, un altro componente della famiglia – Francesco Bettica – nel 1674 viveva a Cittanova in veste di Francesco Bettiza, grafia errata del cognome. Perdipiù, il 19/12/1683 venne ordinato ad Antonio Bettica di Dignano di dimostrare legalmente la propria nobiltà entro un mese, al fine di essere aggregato al Consiglio Nobile di Parenzo (AMSI 54°, 1952, p. 98). La grafia cognominale Bettica si è imposta definitivamente solo nel ‘700, ricordando ancora che nella seconda metà dell’800 i Bettica di Dignano si sono stabiliti a Milano, a Torino e a Genova, e salvo una breve parentesi in cui la Casa Bettica fu di proprietà dei Guarnieri e dei Bendoricchio (famiglie pur sempre dignanesi), essa nel 1935 è ritornata ai legittimi proprietari Bettica, ora residenti a Milano. Nel ramo torinese della famiglia, va menzionato il professor Renato Bettica, scomparso nel 1988, che fu docente di Storia della Medicina all’Università degli Studi di Torino, membro della Deputazione Subalpina di Storia Patria e redattore degli Annali dell’Ospedale Maria Vittoria di Torino. Analogamente ai consimili cognomi italiani Bèttega (presente Negli anni seguenti la Grisi creò i ruoli della ballerina ne La Jolie Fille de Gand di Albert (1842), La Péri (memorabili il pas de l’abeille e il pas du songe) di Jean Coralli (1843), La Esmeralda (1844), Pas de Quatre (1845) e La Filleule des Fées (1849) tutti di Perrot e Le Diable à quatre (1845), Paquita (1846) e Grisélidis (1848) tutti di Joseph Mazilier. Fece il suo debutto a Londra nel 1836 e vi ritornò regolarmente tra il 1842 e il 1851. Danzò anche a Vienna, Milano, Monaco e San Pietroburgo. Il suo ultimo balletto fu Les Metamorphoses. Si ritirò nel 1854 e visse dal 1856 per 43 anni una ricca pensione nella sontuosa villa SaintJean nei pressi di Ginevra dove finì i suoi giorni. Fu inumata nel cimitero della Chatelaine di Ginevra. nelle province di Trento, Vicenza, Lecco e a Milano) e Bèttiga (a Milano e a Dorio di Lecco), anche il cognome istriano di Dignano Bèttica risale ai verbi betegàr “balbettare” e sbetegàr “pettegolare” da sbètega “pettegola, bisbetica”, a sua volta dal nome femminile Elisabètta, come rileviamo nell’opera di Enzo Caffarelli e Carla Marcato, I cognomi d’Italia: dizionario storico ed etimologico, Torino 2008, p. 217. Va ricordato infine che già il 26/10/1202 (CDI) è attestato nella nostra regione a Muggia un cittadino di nome Betheca. Marino Bonifacio Abbreviazioni: AMSI: Atti e Memorie della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria, Parenzo-Pola-VeneziaTrieste dal 1885. Avi 1996: Alberi genealogici delle famiglie dignanesi, Trieste-Rovigno 1996. CDI: Codice Diplomatico Istriano (in 5 volumi) di Pietro Kandler, Trieste 1862-1865. S iamo oramai in marzo e riapre la stagione dei motori. Per quanto riguarda la Formula1 si parte domenica 17 marzo a Melbourne con il Gran Premio d’Australia. Molte le aspettative in casa Ferrari dopo la delusione della passata stagione che ha visto trionfare Sebastian Vettel alla guida della Red Bull (motore Renault) a soli tre punti su Fernando Alonso, pilota numero uno della Ferrari. La nuova Ferrari è stata modificata parecchio nell’aerodinamica soprattutto nella parte frontale, ma d’altronde ciò non implica un miglioramento, anzi, già l’atro anno era stato subito lampante sin dalle prime gare un errore nell’aerodinamica e nella meccanica, tanto che, in attesa di rifacimenti, i primi gran premi era stata usata la precedente Ferrari 150 Italia. Alla guida fiducia ovviamente allo spagnolo Alonso, e anche a Felipe Massa, che dopo un brutto incidente nel 2009 sembrava aver perso lo smalto di un tempo. I buoni risultati nelle ultime gare della passata stagione hanno convinto la Ferrari a prolungargli il contratto per tutto il 2013. La coppia è affiatata e il team è rimasto pressoché invariato: speriamo che la nuova F138 non tradisca le attese di milioni di appassionati Ferrari in tutto il mondo. Per quanto riguarda i motori a due ruote, la MotoGP riparte il 7 aprile in Qatar con un sacco di novità. Del ritiro la passata stagione di Casey Stoner, campione del mondo 2007 e 2011, abbiamo già scritto, ma la grossa novità è il ritorno di Valentino Rossi alla Yamaha e, quindi, il conseguente abbandono della Ducati che però vedrà in sella un altro grande pilota italiano: Andrea Dovizioso, classe 1986 campione in 125 nel 2004. Certo sono passati dieci anni, ma “il Dovi”, così viene soprannominato affettuosamente, ha le carte in regola per fare una gran bella stagione e dare un po’ di lustro alla casa bolognese che non ha avuto molta fortuna in questi anni con Valentino Rossi. L’obiettivo per tutti è chiaro: battere Jorge Lorenzo, spagnolo classe 1987, campione in carica, stando sempre attenti all’altro spagnolo terribile, Daniel Pedrosa, campione in tutte le categorie, ma ancora alla ricerca di un titolo nella classe maggiore che sarebbe la conferma delle grandissime qualità di questo pilota. Paolo Conti 1° marzo 2013 Ricordiamoli •• •• •• e il 7 giugno il tredicesimo anniversario della morte di Irma Dubaz ved. Basolo Francobolli di Dante in mostra a Capodistria - 2012 Nell’anniversario della morte della cara mamma Rosa Perossa e in quello del caro papà Giacomo Vigini Li ricordano con affetto le figlie Maria e Lina assieme ai parenti tutti. Albina Schira 4 febbraio 2004-2013 Era benvoluta da tutti e tutti la ricordano con rimpianto e grande affetto. La figlia Marisa, il genero Tonino, i nipoti Giovanni e Andreina, Giulio e Rosanna, i pronipoti Antonio e Alvise, Marco e Francesca ai quali la bisnonna aveva insegnato ad amare la nostra bella e indimenticabile terra: l’Istria. Sulle orme di un martire (III) Continua il racconto di Mario Ravalico Il 20 febbraio ricorre il diciottesimo anniversario della scomparsa di Giovanni Basolo Con profondo rimpianto li ricordano i figli Stella, Rita, Ennio e tutti i familiari. 7 La nuova •• •• •• Elargizioni Nell’ultima quindicina ci sono pervenute le seguenti elargizioni: Ennio Basolo in memoria dei propri genitori Giovanni e Irma euro 50,00 a favore de “La Nuova Voce Giuliana”; le figlie Maria e Lina in memoria di Rosa Perossa e Giacomo Vigini euro 20,00 a favore de “La Nuova Voce Giuliana”; Ida Clemen Travan in memoria del marito Livio Travan, dei genitori Maria e Giuseppe Clemen, dei fratelli Giuseppe e Armando, le care sorelle Elisa Declich e Amelia Zorco, Rosa Noli, Vittoria Del Fabbro e la cara cognata Angelina De Marchi Clemens, 200,00 dollari USA a favore de “La Nuova Voce Giuliana”; Alda Persic euro 50,00 a favore della Comunità di Albona – SOMS ed euro 50,00 a favore de “La Nuova Voce Giuliana”; Vitaliano Labinaz in memoria dei defunti Labinaz euro 30,00 a favore de “La Nuova Voce Giuliana”; Antonio e Marisa Montanari in memoria della madre Albina Schira, euro 25,00 a favore della Comunità di Albona – SOMS, ed euro 25,00 a favore de “La Nuova Voce Giuliana”; Anita Gobbo in memoria della mamma, del papà e del fratello euro 20,00 a favore de “La Nuova Voce Giuliana”; A. Pelliccione in memoria di Giovanni, Dina e Daniela Labignan euro 30,00 a favore de “La Nuova Voce Giuliana”; Alba Marsi Campi in memoria dei genitori Paolo Marsi e Stefania Zonta euro 20,00 a favore de “la Nuova Voce Giuliana”; Leila Ermani pro cimitero di Pinguente euro 100,00 a favore della Comunità di Pinguente; Luciana De Gironcoli Ghirardo in memoria dei defunti Gironcoli e Ghirardo euro 10,00 a favore de “La Nuova Voce Giuliana”; Marisa in memoria di Silvio Pauluzzi euro 50,00 a favore de “La Nuova Voce Giuliana”; Si ringraziano sentitamente i generosi oblatori. Poi a Canfanaro Dopo Sanvincenti siamo andati a visitare uno dei due paesi in cui egli fu parroco, Canfanaro (Kanfanar); qui vi rimase dall’ottobre 1945 al febbraio 1947, per poi passare al Seminario vescovile di Pisino di cui egli fu vice rettore. Prima di Canfanaro, solo alcuni mesi dopo la sua consacrazione presbiterale, fu assegnato parroco a Monpaderno (Baderna). Anche nella chiesa parrocchiale di Canfanaro, dedicata a san Silvestro, sono evidenti i segni del suo passaggio. Ma rimaneva il desiderio di andare soprattutto a Lanischie, allora territorio delle Unite diocesi di Trieste e Capodistria. Così giovedì 19 luglio, sempre con Giuliana, siamo andati in quella località, partendo da Cittanova dove eravamo da qualche giorno in vacanza. Abbiamo percorso la strada che da là passa per Visignano (Visnjan), Caroiba (Karojba) per arrivare quindi a Pisino; poi attraverso boschi, in un continuo saliscendi, fino a Lupogliano (Lupoglav). In pratica sotto il Monte Maggiore, un panorama pianeggiante molto ampio; poi ancora percorrendo gli ultimi nove chilometri lungo una strada secondaria si arriva finalmente a Lanischie. Un paese sperduto, in una zona carsica con paesaggi di boschi e pascoli: è la Ciceria (Cicarija), la terra dei Cicci, da dove si gode un panorama affascinante. Finalmente a Lanischie Arrivati nel piazzale principale del paese, colpisce di trovarsi di fronte ad una chiesa (la parrocchiale) molto grande, imponente, per un piccolo paese quale è ora Lanischie con appena qualche centinaia di abitanti, chiusa come molte altre chiese in Istria. Il parroco, che conosco, non abita qui ma in un altro paese 8Rozzo), non proprio vicino, di cui pure è parroco. Quasi rassegnati, abbiamo fotografato la chiesa all’esterno, il campanile, alcune targhe antiche provenienti dalla precedente chiesa, incastrate su una parete laterale esterna della parrocchiale. In quel momento ricordai di aver letto su quel libretto che, all’esterno di questa chiesa, gli uomini i parenti e i padrini dei cresimandi di Lanischie e dei paesi vicini, Elargizioni pervenuteci a favore de “La Nuova Voce Giuliana”: Tullio Rensi euro 10,00; Giannino Marsich euro 10,00; Alessandro Ardetti euro 10,00; Giovanni Sirotti euro 10,00; Maria Grazia Neffat euro 10,00; Ferruccio Gelci euro 30,00; Mercede Vocetti Salvi euro 10,00; Giovanni Malabotta euro 10,00; Maria Colmo euro 10,00; Luciano Crocetti euro 30,00; Luciano Tonelli euro 10,00; cav. uff. Salvatore Pagana euro 10,00; Elisa Sauco euro 20,00; Nivea Murgia euro 30,00; Castello di Sanvincenti si erano posti a guardia e a difesa dello svolgimento della cerimonia, attenti a ché non entrassero nella chiesa quelli che già in precedenza avevano deciso la loro violenta azione contro i sacerdoti, impedendo quella funzione, come avevano fatto qualche giorno prima a Pinguente, e per dar loro una giusta lezione. Era la mattina del 24 agosto 1947, il giorno che si compì la violenta morte di don Miro Bulesic e il grave ferimento di mons. Jakob Ukmar. Per me trovarmi là, proprio nel luogo di quel martirio, fu la prima grande emozione. Una testimone vivente Ma non potevamo andarcene via senza visitare la chiesa. Accanto ad essa, nel cortile di una casa, proprio in quel momento – era l’ora di pranzo – si aggirava una donna, sembrava un po’ malandata. Le andai incontro chiedendole come si potesse fare per visitare la chiesa. Era una donna parecchio anziana e camminava con fatica. Mi venne subito incontro e, aperto il cancello della sua casa, con molta naturalezza e semplicità si offrì ad accompagnarci nella casa di un’altra donna del paese che custodiva la chiave della chiesa. Quella casa non era vicinissima e in quel tratto di strada, per lei lungo e impegnativo perché era un po’ in salita, mi disse la sua meraviglia di fronte al mio interesse a visitare proprio quella chiesa. Brevemente le spiegai le mie ragioni, non solo di pura curiosità, ma piuttosto voglia di conoscere il luogo in cui un giovane sacerdote, tanti anni prima così avevo appreso - venne barbaramente ucciso. Luciano Biagi euro 20,00; Elena Padovan euro 30,00; Antonio Cocetti euro 10,00; Caterina Piol euro 10,00: Lucilla Folin euro 10,00; Maria Persico euro 10,00; Ervino Urbaz euro 10,00; Silvina Dergnevich euro 10,00; Mario Strisovich euro 30,00; Mario Miani euro 10,00; Gustavo Serpi euro 10,00; Graziella Fiorentin euro 20,00; Ermelindo Glavina euro 20,00; Domenico Colucci euro 30,00; Olivio Silli euro 100,00; Silvia Covan euro 10,00; Silvana Moratto Pertot euro 10,00; Vidi il volto di quella donna come risvegliarsi dai ricordi. Mi disse che quel fatto lei lo ricordava molto bene, ricordava la paura che in quelle giornate aveva avuto lei, allora ragazzina, i suoi genitori, i parenti e tutta la gente del luogo, perché si sapeva che stava per succedere qualche cosa di molto brutto. Lei era una delle tante ragazze e ragazzi (duecentotrentasette in tutto) che quel 24 agosto 1947 avevano ricevuto dal Delegato vescovile mons. Ukmar il sacramento della Cresima. Una giornata che non avrebbe dimenticato più. Per me un brivido, un’altra forte emozione il trovarmi proprio a fianco di qualcuno che aveva vissuto in prima persona quei tragici fatti, che ancora conservava vivi nella sua memoria e che io conoscevo solo attraverso la lettura di alcuni scritti. Giunti vicino alla casa, ci siamo salutati, ringraziando la donna per la sua cortesia e disponibilità. Lei se ne tornò indietro, verso la sua abitazione, non so con quali sentimenti; ma per me quello resta un incontro veramente provvidenziale. Suonai il campanello della casa presso la quale eravamo giunti e poco dopo uscì una donna (attorno ai sessantacinque anni) alla quale chiesi di poter visitare la chiesa. Senza alcun tentennamento data l’ora, si mise subito a nostra disposizione, lasciando per qualche momento il marito che già si preparava a consumare il pranzo. Questo mi stupì non poco; infatti colsi in questa donna un atteggiamento di grande disponibilità, come se lei quasi fosse pronta in qualsiasi momento per quell’umile, ma per me importante, servizio. Elio Benedetti euro 40,00; Gaetano Maresca euro 10,00; Edda Dambrosi Samuelli euro 20,00; Libero Ursich euro 10,00; Adelmo Dobran euro 10,00; Decio Dechigi euro 20,00; Egone Ratzemberger euro 50,00; Maria Claretti Rasman euro 10,00; Adriano Chicco euro 10,00; Lidia Agostinis Tulliani euro 30,00; Andreino Antonini euro 30,00; Peppino Uneddu euro 50,00; Sergio Fortuna euro 25,00; Marino Rota euro 20,00. Si ringraziano sentitamente i generosi oblatori. 8 L Pedena, antica Diocesi istriana a sala dell’Associazione delle Comunità Istriane era piena venerdì 22 febbraio per la presentazione del volume del maestro e musicologo David Di Paoli Paulovich Pedena. Storia e memorie dell’antica Diocesi istriana, edito dal sodalizio stesso. Il Coro, diretto da Di Paoli, ha eseguito cinque motivi liturgici tratti dal libro. Sono poi intervenuti il presidente Lorenzo Rovis, il prof. Pietro Zovatto, il giornalista Paolo Radivo e il vescovo emerito di Trieste mons. Eugenio Ravignani. La prefazione del pedenese Rovis riporta aneddoti autobiografici sulla vita agreste da lui vissuta fra il 1945 e il ’54 nel villaggio di Cunizi, incentrata sul ritmo delle stagioni, senza luce elettrica, acqua corrente o macchinari. Introduzione al la presentazio ne del presidente Lorenzo Rovis al patriarca d’Aquileia, che a metà del XII secolo cedette i diritti enfiteutici a Mainardo di Schwarzenburg obbligandolo a ripopolare le campagne. Questi fondò la Contea di Pisino, governata poi dai conti di Gorizia, e vi insediò coloni slavi della Carniola. Nel 1259 l’invasione ungherese desolò il territorio, dove si stabilirono i primi croati. Nel 1374 titolari della Contea divennero i duchi d’Austria. Fra il 1508 e il 1509 Pedena fu occupata dai veneziani. Nel 1616 soldati veneti e mercenari corsi bruciarono mulini e case del contado e probabilmente espugnarono il borgo. Nel 1617 i veneti devastarono ancora le campagne. La peste del 1630 mieté altre vittime. Nel 1446 il papa concesse il diritto di nomina dei vescovi al duca d’Austria, estendendolo dal 1459 ai suoi discendenti. I vescovi furono italiani (anche triestini, fiumani e istriani), austriaci, sloveni e croati. Spesso assenti, compensavano le scarse rendite con sussidi sovrani, prebende o cariche in Prepositure, Arcipreture, Capitoli o Parrocchie, ed esercitavano la giurisdizione civile su Moncalvo, Scopliaco e Tupliaco. Nel 1535 cedettero alla Diocesi di Trieste le Parrocchie di Borutto, Sovignacco, Vetta e Draguccio, nonché la Cappellania di Racizze. Nel ’700 la Diocesi comprendeva 12 Parrocchie: Berdo, Carbune, Cepich, Ceroglie, Chersicla, Gallignana, Grimalda, Lindaro, Moncalvo, Novacco, Pedena e San Giovanni d’Arsia; e 6 Cappellanie: Gradigne, Grobenico, Previs, Scopliaco, Sarezzo e Tupliaco. Nel 1784 Giuseppe II (con l’avallo papale nel 1788) parlava soltanto italiano veneto, mentre nelle frazioni si parlava generalmente la lingua croata, però infarcita di molti vocaboli italiani […] la gente è buona, brava lavoratrice dei campi e molto religiosa». L’8 settembre 1943 gli jugoslavi irruppero nel duomo. Ai primi di ottobre Messa domenicale (I) GLORIA jj &b c œ œ œ œ œ ˙ f Allegretto I jj &b c œ œ œ œ œ ˙ II Org. 7 7 Org. &b œ Œ Ó &b 14 te j j Œ Ó œ œ nœ œ œ œ œ be - ne - di - ci - mus œ œ & b œœ œ œœœ œœ œœ œœ n œ œœ œœ œœ te soppresse le Diocesi di Pedena e Trieste incorporandole in quella di Gradisca, soppressa a sua volta nel 1791. Pedena fu allora inglobata nella ricostituita Diocesi di Trieste e ridotta a Decanato. Nel 1939 la Parrocchia fu elevata ad Arcipretura e nel 1977 trasferita alla Diocesi di Parenzo-Pola. Nel duomo si usò quasi sempre il latino per la liturgia e l’italiano per i rapporti coi fedeli, ma già a fine ’500 molti sacerdoti del contado e i monaci del convento della Madonna del Lago celebravano la liturgia vetero-slava. Il vescovo Antonio da Zara (1600-1621) riaffermò l’uso del latino. Nel 1674 nel territorio diocesano vivevano 50mila persone, di cui 20mila italiani e 30mila slavi che conoscevano tutti l’istro-veneto. Il glagolitismo riprese vigore a fine ’800. Nel 1925 in duomo la predicazione avveniva in croato nella prima messa mattutina e in italiano nella seconda. In croato erano anche le litanie delle processioni e della Via Crucis, rimasta nel 1933 l’unico atto liturgico o paraliturgico in quella lingua. Mons. Piero Rensi, parroco dal 1927 al 1948, scrisse: «A Pedena cittadina si storia e mem orie dell’antica d iocesi istria na vo emerito di Tries Ó ˙ ˙ ˙ ˙ pax te ∑ ˙˙ ˙ ˙ œ Œ Ó ∑ tis ∑ œ œ œ nœ œ p la - u - da - mus ∑ œ œ œ œ œ œœ œ œ Œ œœ œœ œœ œœ œ œ œ œœ œœ œ œ œœœ œœœ œœœ Œ œ œ œ œ nœ œ A - do - ra-mus œ nœ œ œœ œœ œœ œœ œœ œ œ œ œ œ œ œ œœ Œ Ó œ œ œ œ œœ œ œ ∑ ∑ ∑ œœ œœ n œœ p œœ œ œœ œ œ œ œ nœ œ œ Ó œ œœ œ œœ œœ œœ œœ n œœœ œœœ glo - ri - fi - ca-mus te ˙ ˙ Ó œœ œœ œ œ œ œ i tedeschi eliminarono 26 persone, tra cui molti contadini. Nel maggio ’44 i titini uccisero il nipote del parroco e nella notte fra il 9 e il 10 giugno i carabinieri arresisi dopo l’assedio della caserma con la garanzia di aver salva la vita. Due o tre volte a settimana tedeschi e fascisti pretendevano cibo, come i partigiani di notte. L’11 marzo ’45 un colonnello tedesco ordinò la fucilazione degli abitanti, ma grazie al parroco la popolazione fu salva. I “poteri popolari” imposero il croato nelle scuole. Il parroco dovette abolire quasi del tutto l’italiano nelle funzioni, conservando però il latino. Le rogazioni, la musica sacra tradizionale e la processione per il patrono cessarono. Nel ’47 fu proibita la recita delle preghiere prima e dopo la scuola, dalle classi furono asportati i crocifissi e furono espropriati sia i terreni del beneficio ecclesiastico sia gli animali del parroco. Nel settembre ’48 a don Rensi fu ordinato di lasciare Pedena. Mons. Santin lo definì «un martire, un eroe». Con l’Esodo di quasi tutti gli italiani e la soppressione anche del latino nella liturgia si estinse la lunga tradizione religiosa italica. Pedena (in croato Pićan) fu, coi villaggi del circondario, frazione del Comune di Pisino. Dai 2.119 abitanti del 1850 salì ai 2.749 del 1936. Negli anni ’90 è diventata Comune e nel 2011 contava 1.827 residenti, di cui solo 10 italiani (0,55%). Pedena . Ravig nani, vesco ˙ ?b ˙ - œ œ œ œ ˙ ˙˙ ∑ ∑ in ter - ra œ œ œœ Œ œœ .. œœ œœ œœ œœ œ J œ œ œ œ œ œœ œœ œœ œ ˙˙ œœ œ Œ œ œ œ œ œ Œ Ó œ œ œ œœ œœ œœ œœ ˙˙ œ œ & b œœ .. œJ œ œœ œœ œ œ œ œ ˙ œ œ œ œ œ ?b œ œ œ œ œ Œ Ó œ œ œ œ ˙ 14 œ . œJ œ œ œ Œ Ó œœ œœ œœ œœ ˙˙ bo-nae vo-lun - ta pax ho- mi - ni - bus Ó & b œ . œJ œ œ œ Œ Duomo di PEDENA Trascr. e revisione Di Paoli Paulovich Adattamento a due voci pari et j œ Œ œ. œ œ œ œ œ œ œ œ ˙ œ œ œ œ ˙ ˙ œ œ & b œ. J œ œ 7 œ œ in ex -cel-sis De - o œœ œœ ˙˙ œœ Œ œœ œ ˙˙ œœ Œ œ & b c œœ œœ f ? b c œœ œœ 14 di mons Saluto e inter vento œ ˙ œ Œ œ œ œ Glo- ri - a in ex - cel - sis Org. In sei capitoli Di Paoli inquadra l’area geografica, ne tratteggia la storia politica ed ecclesiastica, fornisce notizie sui vescovi, descrive il territorio e le parrocchie dell’ex Diocesi, tratta la lingua, le tradizioni e la musica liturgiche, il culto del patrono san Niceforo, le orazioni, le credenze, gli usi, le superstizioni popolari, i detti e le filastrocche, fornisce informazioni sul paese tra fine ’800 e immediato secondo dopoguerra, proponendo infine gli spartiti delle trascrizioni musicali. Pedena si trova fra Pisino e Fianona, su un’altura a ovest dell’Arsa. Posizione di vedetta, prossimità di fonti d’acqua, clima salubre e terreni fertili spiegano perché sul vicino monte Calvario, poco più basso dell’attuale abitato, popolazioni di origine balcanica o egea avessero edificato dopo il 1800 a.C. un castelliere che dall’XI secolo a.C. fu degli Istri. I Celti Secussi, insediatisi nel IV secolo a.C., lo denominarono Petina, i Romani anche Petinum o Pucinum. Rientrò nella Decima Regione dell’Italia augustea e divenne Municipio. La fondazione del borgo sull’attuale colle potrebbe risalire o a dopo il 170 d.C. nel contesto delle nuove piccole città-fortezza costruite in Istria, o a dopo le incursioni visigote del 401 e 408, o a dopo la scorreria compiuta tra il 592 e il 610 da Avari e/o Slavi. Resta da capire se quest’ultima distrusse il sito del monte Calvario o anche l’altro, se le due rocche coesistettero per un periodo (quale?) e se dopo tale evento la vecchia fu abbandonata e iniziò la costruzione della nuova. La leggenda per cui l’imperatore Costantino avrebbe istituito nel 324 o 337 la Diocesi petinense, unica dell’Istria interna e suffraganea del Patriarcato di Aquileia, testimonia l’importanza della località. La Diocesi è citata appena nel 524 e, con certezza, nel 579. Includeva tutta l’Istria orientale, ma nel 1028 l’Albonese fu definitivamente assegnato alla Diocesi di Pola. Nel 996 l’imperatore germanico Ottone III infeudò Pedena 1° marzo 2013 La nuova di David Di Pa oli Paulovich Paolo Radivo La nuova Voce Giuliana Quindicinale associato all’USPI Unione Stampa Periodica Italiana Reg. n. 1008 dd. 14/01/2000 del Tribunale di Trieste Stampa: Mosetti Tecniche Grafiche Via Caboto 19/5 - 34147 Trieste Tel. 040 824960 - Fax 040 280416 E-mail: [email protected]