Luisito Bianchi. La messa dell'uomo disarmato. Un romanzo sulla Resistenza. Copyright Sironi Editore. Prima edizione: ottobre 2003. Seconda edizione: novembre 2003. L'unita', 27.11.2003. "La messa dell'uomo disarmato": romanzo sulla Resistenza e sulla Parola. di Tullia Fabiani. C’è un libro, arrivato nelle librerie di recente, che non può davvero passare inosservato: per le dimensioni e l’immagine di copertina, splendida, ma soprattutto per ciò che vi si legge. Si tratta de “La Messa dell’uomo disarmato”, un ‘opera circolata in edizione autoprodotta e autofinanziata tra il 1989 e il 1995, e oggi proposta al grande pubblico dall’editore Sironi. Se si volesse riassumere e definire brevemente la storia raccontata, in circa novecento pagine, dall’autore Luisito Bianchi, nato nella provincia cremonese nel 1927, insegnante e traduttore, prete-operaio e inserviente d’ospedale, attualmente cappellano presso il monastero benedettino di Viboldone, si potrebbe usare il sottotitolo del libro: “un romanzo sulla Resistenza”; ma, dopo una prima lettura sarebbe evidente l’insufficienza della definizione. Perché non si tratta semplicemente di una storia dell'accaduto; perché il respiro narrativo, il valore letterario e civile delle vicende narrate sono difficilmente circoscrivibili, tanto profondi e significanti. E se lo scoppio della seconda guerra mondiale, l’armistizio, la lotta partigiana sono il cuore temporale del romanzo, vera protagonista della storia è la Parola. Scoperta, proclamata, ascoltata; una parola che geme e si rivela tra la gente che abita quel mondo. In guerra. Una parola che è Parola di Dio e parola per gli uomini. È questa Parola ad essere evocata e testimoniata dai vissuti dei personaggi, dalla loro Resistenza armata o meno, dai gesti quotidiani della vita contadina, fatta di semine e raccolti. Di sudore e frumento. La parola, che regge il peso della Storia come espressione condivisa;che “viene a noi spezzata come tanti bocconi di pane”; che si moltiplica all’infinito pur rimanendo una, unendo così un uomo all’altro; tra gli spari che riecheggiano dalle colline, come nel silenzio. E già dall’incipit, l’ intensità, la forza e la grazia che segnano le voci dei personaggi, primo fra gli altri Franco, voce narrante, non possono che sorprendere e forse sconcertare il lettore. È la primavera del 1940: Franco, novizio in un monastero benedettino, turbato dall’allontanamento del suo maestro, deciso dall’abate, lascia il monastero benedettino per tornare alla cascina dei genitori, “La Campanella”. Ha scelto di fare il contadino e cercare altrove risposte ai suoi interrogativi. Qualche mese dopo l’Italia entra in guerra e Piero, suo fratello, è inviato come ufficiale medico in Grecia. Rientrerà pochi mesi dopo con i piedi semicongelati mentre altri giovani partiranno per la campagna di Russia. Bianchi ripercorre così, con una lingua elegante, a tratti lirica, la vita di Franco alla Campanella e attraverso le descrizioni dei luoghi bucolici, (campi, cascine, sentieri), dei ritmi e 1 dei cicli di lavoro, dei rapporti famigliari, proietta l’immagine di una storia corale che finisce per rappresentare la vita dell’intero paese nella piana padana – il cui nome non è mai citato -, un concentrato dell’Italia rurale di allora: i contadini e gli ambulanti, le operaie della filanda, un misterioso professore in odore di socialismo, il maresciallo dei carabinieri, il segretario del fascio, l’arciprete. Questa realtà conosce però una drammatica cesura. L’8 settembre 1943 segna una svolta nella vita del paese e dei suoi abitanti: l’occupazione nazista spinge a compiere delle scelte, per alcuni radicali. È a questo punto che l’autore, sullo sfondo di una potente “poetica della terra”, racconta la lotta di Resistenza, intrapresa sulle montagne da diverse bande partigiane: così si conoscono la storia di Lupo e di Balilla, di Piero e di Rondine, del Capitano e di Stalino, di Sbrinz. Uomini che vedono la Parola svelarsi nel sacrificio dei compagni, nella volontà a Resistere e combattere fino alla morte. Essi trovano sostegno pratico e spirituale nei monaci del monastero in cui Franco è stato novizio: Dom Benedetto segue in montagna le bande, disarmato, abitato da dubbi laceranti ma ancor più da un urgente sentimento di fraternità; l’Abate mette a repentaglio la vita per proteggere i partigiani che gli si sono affidati. Anche Franco, e con lui quanti sono rimasti alla Campanella e nel paese, fanno la loro parte. Sarà poi l’avvicendarsi delle stagioni della terra a scandire il racconto, seguendo negli anni la vita dei protagonisti fino a quando il senso di avvenimenti tanto grandi e drammatici sarà a loro chiaro. Se dunque “La messa dell’uomo disarmato” è un romanzo sulla Resistenza, è anche, direi soprattutto, un romanzo sulla memoria come esperienza viva e intima; un romanzo sulla responsabilità dell’uomo, sulla sua libertà dinanzi a una Parola che, nei fatti, nel tempo, non smette mai di interrogarlo. Un romanzo per il quale a Luisito Bianchi e al suo editore c’è da essere grati. PRIMO TEMPO. Il gemito della Parola. Sono ancora il tuo novizio? E tu sei vivo o solo un sopravvissuto? Mi dicevi allora: "Obsculta fili..." E ti fermavi sull'invito iniziale dell'antica regola per non farmi perdere nemmeno una sfumatura di quel verbo che doveva presiedere ogni rapporto con uomini e cose, senza mai considerare definitivo l'ultimo ascolto. Tutto doveva essere ascoltato. Una parola inesauribile richiede un ascolto incessante; e la parola era dappertutto, penetrava ovunque: nell'avvenimento, con la rapidità folgorante del lampo, nella tessitura dei gesti quotidiani, violenta come terremoto o suadente come brezza. La sua sorgente scaturiva dal libro che custodivamo sull'altare romanico, vegliato dalla lampada di terracotta, sotto il grande Cristo ligneo che proiettava, immoto, la sua ombra sulla campata di figure trecentesche. La parola che copre tutto, che è in tutto, mi dicevi, viene a noi spezzata come in tanti bocconi di pane. Nessuno può sottrarsi alla parola; puoi essere roccia, puoi respingerla infinite volte, ma il vento riuscirà sempre ad accumulare nelle fessure il terriccio sufficiente a farla germogliare. 2 Come nessuno, prima o poi, sa sottrarsi al profumo del pane. Ogni uomo, mi dicevi, è la parola che si è fatta carne; il vero significato della vita è prendere coscienza di questo mistero che ciascuno porta di dentro. La parola può moltiplicarsi all'infinito senza perdere la sua unità; l'uomo « unito all'altro perché la parola è una. Tu ascoltavi la parola in me, nei miei balbettii o nei miei turbamenti, e ne traevi segni d'operoso travaglio annunciante la crescita del grano. Mi facevi ascoltare la parola negli avvenimenti che, a quell'epoca, difficilmente lasciavano intravedere uno spiraglio a che essa vi trovasse libero accesso (eravamo a un anno dalla seconda guerra mondiale), e mi dicevi: È il duro terreno, è la roccia, sono gli sterpi che stanno per sgretolarsi ed essere lavorati dal terremoto e dalla bufera; poi dalle fenditure spunterà il grano. Io ti guardavo come se la tua voce mi giungesse da epoche remote, riemersa per incantesimo fino a me, nell'oggi che stavo vivendo. Ma la tua voce non riverberava lampi sinistri; era calma, senza scosse, senza previsioni, perché m'invitava all'ascolto d'una Parola che non poteva essere distrutta. Obsculta fili... E mi parlavi dell'ascolto degli uomini come d'un sacramento che non era stato istituito solo perché era già stato conferito, prima di Cristo, a tutti, e per tutte le epoche. Cominciavi, così, la tua opera di dissodamento per spalancarmi davanti quel mistero dell'uomo che tu non volevi fosse in contrapposizione e, tanto meno, in contraddizione con quello di Dio. Ero una pianticella assetata, le cui deboli radici s'aggrappavano alla tua voce per calare sempre più profondamente nella mia umanità, portando con esse, per quanto il peso fosse sproporzionato, le vicende di tutti gli uomini conosciuti e sconosciuti che popolavano i lunghi corridoi del monastero e mi seguivano mentre mi recavo in coro per il canto del divino ufficio. Non avere paura di non sentirti solo col solo, mi dicevi quando ti manifestavo il dubbio che l'uomo mi distraesse da Dio. Dio non è in concorrenza con l'uomo, non è geloso dell'uomo; altrimenti non si sarebbe fatto uomo. La sua gelosia è contro gli idoli che noi stessi creiamo, non perché essi siano in concorrenza con lui e gli sottraggano parte della sua gloria, ma perché succhiano il nostro sangue che è ormai anche suo, e c'impediscono l'ascolto nella loro esclusiva pretesa d'essere adorati. Era il tuo primo anno come maestro dei novizi. Avevi avuto la fiducia dell'abate che t'aveva scelto nonostante le riserve di alcuni del consiglio degli anziani. Ma un giorno, in capitolo, le riserve presero corpo d'accusa. Io non ero presente a quella riunione perché un novizio non deve sapere tutto quello che accade nella comunità. E tuttavia intuivo che quel capitolo ti riguardava. Conoscevo bene la regola, e sapevo che l'oggetto di Obsculta fili era solo la regola, praecepta magistri. Che monaco poteva uscire da un novizio cui s'insegnava ad ascoltare una vaga parola, qua e là, e non i «praecepta magistri» che erano la vera, autentica interpretazione della Parola? E così quel giorno fosti esonerato dall'ufficio. Conobbi la decisione dalla bocca dell'abate quando, dopo il capitolo, egli mi chiamò e mi chiese se intendevo continuare sulla strada monastica; che se la mia risposta 3 fosse stata affermativa, e non ne dubitava, dovevo impostare la mia formazione su basi diverse, essere perfino disposto a iniziare di nuovo il noviziato sotto un'altra guida. Entro una settimana gli dovevo dare una risposta senza ambiguità e condizioni. Tu m'avevi detto che la vita monastica è vita cristiana ridotta alla sua sostanza. M'avevi insegnato che costituiva, alla maniera d'un punto focale tanto più luminoso quanto più concentrato, la vita della stessa chiesa. Ma come potevo ormai considerare vero il tuo insegnamento se proprio per questo eri stato messo sotto accusa? Dopo l'incontro con l'abate, venni da te. Rifiutasti di darmi un consiglio. Non ne eri autorizzato, né volevi forzarmi o influenzarmi, ritenendomi maturo per una scelta personale. Mi dicesti solo la tua gioia d'essere monaco, che mai avresti abbandonato la vita monastica anche se ti avessero cacciato; e chiedevi il mio perdono. Ma che cosa ti dovevo perdonare? La stessa domanda che mi pongo oggi, per dare senso alla tua richiesta di qualche giorno fa, ripetuta con le stesse parole d'allora, a distanza di oltre quarant'anni! Mi sembrava in quel momento d'essere immerso nell'assurdo per dover dichiarare inesistente il pane che mi spezzavi a saziare la mia fame. Oggi, certo, è diverso: nel lungo trascorrere del tempo ho potuto sperimentare che l'assurdo non è in contrasto con la vita. Sarà sufficiente l'anno che mi hai concesso per resistere alla tentazione di identificare l'assurdo con la vita? Non sarà un 'altra illusione da risolvere in un 'altra delusione, forse l'ultima e certamente la più grave? Ti guardai attraverso le capricciose lenti delle lacrime. I tuoi occhi mi sorridevano, oppure rivelavano lo stesso senso di assurda impotenza che spingeva me al grido della non accettazione, e il tuo essere in regioni tranquille perché già familiari? Non aspettai il termine della settimana concessami dall'abate. L'assurdo, m'avevi detto un giorno, può diventare un comodo alibi per non riconoscere i nostri limiti, il nome che diamo alla condizione di uomini quando non la vogliamo accettare. Ma in quel momento l'assurdo per me era un nemico che agiva dall'esterno; lo avrei potuto vincere solo sottraendomi alla sua presa con l'affermare, con un gesto concreto, la mia libertà. Così il giorno dopo, appena terminata la messa conventuale, l'abate sapeva già la mia decisione d'abbandonare il monastero. Ebbi la chiara impressione che non s'aspettasse una conclusione tanto violenta da parte di un novizio che aveva spesso sperimentato la sua stima e il suo affetto. Cercò di persuadermi che ero stato precipitoso; m'aveva concesso una settimana: che riflettessi, soprattutto che pregassi alla luce dello Spirito. Risposi che sarebbe stato ancora più penoso per me riconfermargli la decisione fra sei giorni: non s'angustiasse, perché il rischio della scelta, anche se era stata provocata da un avvenimento che io non volevo, non l'avrei condiviso con nessuno; quanto avevo ricevuto dalla vita monastica difficilmente l'avrei potuto dimenticare giacché lo sentivo come parte 4 viva di me stesso; non me ne andavo in tono polemico ma nella piena disponibilità a mantenere con tutti un rapporto di fraternità e di pace. Egli s'alzò. Mi guardò fissamente in silenzio. Poi mi pose per qualche attimo la mano sul capo rapato di fresco, e m'abbracciò. Sentivo che se in quel momento m'avesse, anche solo vagamente, accennato a un suo cedimento alla paura (pensavo, infatti - e in questo convincimento durai fino al tuo secondo ritorno in monastero per le vacanze estive -, che fosse stata la paura degli zelatori della regola a non fargli unire la sua sorte d'abate alla tua di maestro dei novizi), sarei ritornato in cella a riflettere nuovamente sulla mia decisione. Invece, nemmeno un piccolo turbamento in lui. Cominciava da quel momento quanto doveva accadere? Sull'imbrunire del giorno dopo, mi trovavo già alla cascinetta di mio padre, la Campanella, con gli abiti borghesi che erano stati custoditi nel guardaroba del monastero, un po' corti e stretti, e con la testa ancora monastica; e tu, dopo qualche settimana, fosti mandato a Roma a perfezionare gli studi d'organo e di composizione all'Istituto Santa Cecilia. Mio padre era venuto col barroccio alla stazioncina che tu facesti a tempo a conoscere prima che i nostri martiri, dom Luca e Balilla (mi sostituirà qualche fratello quest'anno nella cura del nostro cimitero?), vi ponessero piede nei giorni del grande avvenimento. Mia madre, che fu anche un po' tua, con la discrezione che amavi in lei, aveva pensato al capo rapato, se mai avessi dimenticato il cappello del giorno del mio ingresso in monastero, e ne aveva dato un altro a mio padre: - Farebbe l'impressione d'essere appena uscito di prigione - disse consegnandoglielo. Mio padre, tu sai bene, parlava poco. Quando apriva bocca sembrava che avesse ruminato la frase in due stomaci. Le prime parole che mi rivolse, probabilmente le aveva messe in fila l'una dopo l'altra fin dal giorno in cui presi l'abito monastico, ma era restio a tirarle fuori, forse nel timore di offendermi. Cominciò a guardarmi con occhi ridenti, mandati avanti a preparare alle parole il terreno, aspettò che fossi seduto sul barroccio e una schioccante frustata avesse fatto partire al piccolo trotto il cavallo, e mi disse: -Adesso mi piaci; l'idea d'avere un figlio maschio vestito a quel modo m'era rimasta in gola come una lisca a traverso. Percorrevamo la stradetta comunale polverosa, affiancata da una parte e dall'altra da fossi d'acqua limpida, ricchi di pesci e d'erbe. Filari di gelsi, dalle foglie che cominciavano a dischiudere il loro verde lucente di seta nascosta, mi ricordavano che saremmo presto entrati nella stagione dei bachi. Mio padre s'era immerso nel suo silenzio abituale. - Cresce bene il frumento? - gli domandai. Non mi rispose. Quando mio padre non rispondeva non era perché volesse essere sgarbato o non gli interessasse la domanda (trattandosi poi di frumento, non c'era domanda che più lo solleticasse), ma perché stava ruminando un pensiero al quale cercava un'espressione confidenziale per comunicarlo. Non insistetti. Sentivo già aria di casa vedendo uomini al lavoro nei campi, udendo a tratti l'abbaiare d'un cane o il muggito dei buoi; riconoscevo ormai i grossi platani che preannunciavano l'ultima svolta della stradetta prima di arrivare alla provinciale. 5 L'imboccammo. C'era da percorrerla per un breve tratto e poi avremmo svoltato sulla sinistra per passare attraverso il paese o per prendere, poco prima, una scorciatoia in terra battuta che ci avrebbe portato direttamente, attraverso i campi, alla cascina di mio padre. Non ci fu bisogno, naturalmente, che chiedessi la scorciatoia. Vedevo già la cascina dalla parte della stalla, e la campanella che troneggiava in un archetto sui tetti di casa e che aveva dato il nome a quell'angolo di paese. Il cavallo, sentendo odori familiari, agitava la criniera e affrettava impaziente il trotto. Mio padre aveva già ruminato la sua seconda frase e me la scodellava mentre il barroccio svoltava per entrare dal portone spalancato: - E poi, quella gente non ha cuore. Quando parlava di «quella gente», intendeva i preti in generale, come razza, diceva; naturalmente c'erano delle eccezioni che «falsavano la razza». Tu eri una di queste, di fresca data, e d'antica l'arciprete. Mia madre m'accolse festosa nell'aia dopo essersi asciugata le mani nel grembiule. Faceva sempre così quando stava per dire o per fare una cosa per lei importante: s'asciugava diverse volte le mani che non erano affatto bagnate ma che pensava lo dovessero essere per tutti quei mastelli, pentole, catini che durante il giorno costituiscono il termometro della vita d'una cascina, soprattutto piccola come quella di mio padre, sempre da riempire e da vuotare. M'abbracciò, prese dal barroccio le valigie e, senza dire una parola, rientrò in casa. Mio padre aveva staccato il cavallo e lo stava conducendo nella stalla. Io mi trovai solo nell'aia, e volsi lo sguardo in ogni direzione, in alto, in basso; non era cambiato nulla. Entrai in cucina dove, nel camino, un fuoco di legna stagionata gettava sulle travi e sulle pareti il riflesso degli oggetti smisuratamente ingranditi. Il primo contatto con le cose, con i muri, l'atmosfera della casa di mio padre aveva suscitato la gioia d'un ritrovamento, ma in fondo sedimentava il gusto amaro, non perturbante tuttavia, perché immediato e pacifico, d'un gesto che aveva tutte le parvenze d'una sconfitta. Una specie di viaggio sentimentale, partendo dalla saletta del pianoforte, col metronomo esattamente al centro come l'avevo lasciato, fino alla stalla in fondo all'aia e alla soffitta che custodiva ancora in un angolo, dove sempre le vidi, la cassetta delle statuine del presepio e la ciambella di legno incastrata fra due guide alzate da terra, che era servita a sostenere e a provocare i primi incerti passi di Piero e miei, voleva quasi significare il riconoscimento ufficiale della mia presunzione d'avere guardato troppo in alto, di non essermi accontentato di loro, piccole cose e gradite, che m'avevano insegnato a vivere e a gustare la vita; era come una riappacificazione tacita, dopo non una rottura, che mai avevo provocato, ma una dimenticanza cui dovevo porre rimedio. Rientrando per la prima volta nella chiesa del mio battesimo fu come se mi riconciliassi con l'ultima stanza di casa, la più ampia, la più aperta all'ospitalità, con negli angoli l'odore della mia infanzia. La lampada dell'altare, che scendeva dall'alto soffitto a botte, giocava vivace e arguta con la penombra, manifestando la stessa aria di protezione che avrei 6 potuto cogliere in altre lampade accese di notte nelle stalle. Ero veramente ritornato a casa. Ricevetti, dopo qualche settimana, una tua lettera dal monastero romano in cui eri ospite. La conservo assieme a tutte le tue altre, fino a una certa data, cartoline comprese. Una scatoletta di cartone le contiene tutte, ed è qui sul ripiano d'antichissimo legno che io stesso mi sono costruito in questi giorni per prepararmi, nella cella accanto alla chiesetta romanica, l'angolo dello scrittoio. Ribalto la scatoletta di cartone, ed eccola fra le mani che ne saprebbero leggere ogni parola senza bisogno degli occhi. Trascrivo, pur di non tralasciare nulla che mi possa aiutare a udire la Parola ancora sigillata per me nel grande avvenimento che costituisce la chiave di volta di tutta la mia vita. Mi scrivevi: «La mia vita procede come al nostro monastero» (dirai sempre nostro). «Non è cambiato nulla: il pane lo si fa in tanti modi, con sale e senza, ma è sempre pane. Porta pure un monaco a Roma; se vuole, può anche qui rimanere monaco...» (salto alcune considerazioni che mi proponevi sull'attrazione pagana di Roma cristiana, perché in questo momento non mi interessano) «Lo studio mi prende buona parte del tempo, forse più di quanto sarebbe necessario per la scuola. Strano che un monaco, per obbedienza monastica, debba dedicarsi allo studio della musica, quando il cielo è squarciato da lampi che preannunciano tempi da bestia dalle dieci corna! Il romano Agostino andava verso i barbari, l'irlandese Colombano scendeva verso i nuovi barbari, e un monaco d'oggi passa ore e ore su una tastiera e sui pentagrammi, disciplinando mani e piedi su un linguaggio che deve far rivivere, o su balbettii propri che cerca di fissare attraverso onde subito dileguantisi una volta emesse! Non ti sembra che la mia occupazione assomigli a quella d'un maggiordomo che deve obbedire a tutta un'elaborata etichetta per annunciare al padrone in veste da camera e monocolo che il palazzo avito sta bruciando? Ma un fatto ancora più strano sperimento di fronte allo spartito altrui o mio. In quei momenti la mia identità di monaco scompare (sono in contraddizione con quanto ti dissi sopra?); mi sento come svuotato di me stesso per riempirmi di realtà sconosciute. La mia sottana di monaco diventa solo un impedimento allo scorrere dei piedi sulla pedaliera; lo scapolare lo butto dietro alle spalle e mi trovo nella situazione di chi si tuffa in acque che lasciano trasparire un fondo luminoso ma irraggiungibile: e tu forzi il ritmo delle bracciate, e il fondo s'allontana, e la luce si fa più intensa. La musica allora assume questo aspetto di totalità che non riesco a controllare, perché, non appena un'onda s'acquieta, subito un'altra mi si para davanti, improvvisa, e mi sommerge. Vuoi dominare e sei dominato. Vuoi essere tu a imprimere il movimento alle note che ora s'arrestano ora fuggono sul pentagramma, e sono loro a trascinarti con una forza cui non sai opporre nessuna resistenza. Che demone mi prende in quei momenti? O che dio sconosciuto degli oceani m'invita a seguirlo? E poi, finita la corsa che mi ha sfiancato e vinto, mi trovo con lo scapolare sulle spalle e la sottana buttata indietro sul sedile, che devo riassettare perché ormai tutto è svanito, rimanendomi solo il gusto 7 amarognolo d'avere innalzato una tenda fìttizia, quando Agostino e Colombano avrebbero continuato a camminare incontro ai barbari. Riacquisto la mia vera identità di povero monaco (è qui che si scioglie la contraddizione?) che, per obbedienza, l'aveva dovuta perdere travolto da una marea di suoni, in una chiesa deserta e in ore che anche i monaci a Roma, fossero pure figli di Colombano, dommatizzano consacrata alla pennichella, come qui usa dire. E tu? Posso immaginare quello che succede nel tuo animo se lo raffronto col mio. Forse per tutti e due era necessaria questa scossa violenta che ci ha sbalzato dal nostro monastero per prepararci ad accogliere nuove ricchezze della Parola...». Quando lessi d'un fiato questa tua prima lettera mi sembrò chiaro che, pur su binari diversi, avevamo imboccato la stessa strada. Fu presunzione? La musica, comunque, ti faceva scoprire una realtà nuova, proprio su un terreno che t'era quotidiano: come a me il rientro a casa. Anche in monastero, nelle tue ore libere o per ufficio, ti dedicavi all'organo. Oggi suona Bach?, ti domandavo. Tu mi sorridevi, e da quella tua reazione capivo che avresti suonato Bach. Il novizio attendeva l'offertorio, e poi l'elevazione, per gustare Bach. Provava vergogna ad asservire tutto il pontificale a quei due momenti per ascoltare Bach; faceva ogni sforzo per partecipare al pontificale, ma Bach era sempre là, che presiedeva tutto, più dell'abate. Per te, invece, il suono era il tuo modo di pregare, di partecipare comunitariamente alla passione di Cristo, allo stesso modo della Veronica che ne asciugava il volto, o del diacono che toglieva e metteva la palla sul calice, come un sudario, mi dicevi. La musica era il tuo sudario, la tua sindone, che ti venivano restituiti con impressi il volto e il corpo del Signore. Ma dalla tua lettera mi sembrò di scorgere un aspetto non ancora conosciuto della stessa realtà, che t'avvolgeva nell'incantesimo del suono senza che ne risultasse alcun sudario. Il volto di Cristo poteva essersi impresso altrove, anche su note che si dileguavano nel chiuso d'una chiesa romana; poteva anche non imprimersi in nessun posto perché non ce n'era più bisogno. E forse era questa la strada che anch'io avevo imboccato. L'impressione che tu mi descrivevi davanti all'organo non poteva essere messa in rapporto con quella che avevo avuta io stesso, all'improvviso, di fronte alla gente del mio paese, cadendo dal piedistallo per dovermi dichiarare un monaco mancato? C'era nell'aria il sentore della guerra, ma la gente non ne era preoccupata, tutta euforica o distratta per le notizie delle vittorie tedesche. L'incertezza della situazione l'adducevo come scusa per rimandare una decisione di cui ero debitore a mio padre, o piuttosto al suo silenzio. Intendevo dedicarmi al lavoro della terra? Da pochi giorni avevo ricevuto la tua lettera, e mio padre una sera, di ritorno dal caffè, disse: - Il segretario del fascio parlava di guerra come se ne avesse già in tasca la dichiarazione. Mia madre si rivolse preoccupata al suo uomo: - E Piero? Sarà mandato in guerra - e s'asciugò le mani nel grembiule deponendo il ferro 8 da stiro sulle braci; ma erano gli occhi che le si inumidivano. Piero sarebbe ritornato fra un paio di settimane, medico fresco fresco. Mio padre ne era orgoglioso come d'un campo che aveva reso per pertica il doppio dei campi degli altri agricoltori. - Si sa, - disse mio padre - non danno congedi quando scoppia una guerra. Può darsi che lo chiamino subito. Di medici giovani ne hanno fame. - Se lo chiamano, lo manderanno subito in guerra... - e questa volta mia madre non si asciugò le mani col grembiule ma gli occhi. - Tu vedi subito nero. Per andare alla guerra ci vuole un po' d'esperienza. Non prendono un dottorino appena sfornato che non sa ancora togliere un'unghia incarnita - e mio padre tentò di sorridere. - La guerra non tiene conto di niente. E ai generali non importa nulla se è un dottorino. Anzi, a un dottorino si può più facilmente comandare. Era la prima volta che sentivo mia madre non essere d'accordo col suo uomo. Soggiunse sospirando: - Canteremo ancora in chiesa le canzoni dell'ultima guerra. Nel silenzio che seguì, carico di preoccupazione, mi sentii colpevole di quell'angustia, e dissi quasi fosse la conseguenza più semplice e naturale: - Lavorerò la terra con te, papà. - Ce la farai con le tue mani da monastero? - e sorrise calmo come se quella decisione fosse attesa da tempo. Mia madre mi guardò con un'espressione di timore e di riconoscenza. - Ce la farò - e feci il muscolo come usavo da bambino quando gli chiedevo, le volte che mi prendeva con sé, di farmi guidare il barroccio. Ti ho ricordato quel giorno perché una decisione simile la presi spinto senza accorgermene, quasi all'improvviso, da quegli avvenimenti che tu dicevi involucro della Parola. Non voglio con ciò affermare che dovevo fare quella scelta come conseguenza d'una indicazione, perché (ed è qui un'altra scoperta che feci nella casa di mio padre) spesso la Parola era muta, o impenetrabile l'involucro degli avvenimenti. Mi dicevi: La Parola entra negli avvenimenti più ambigui, perfino in quelli di peccato, per agire dall'interno e darci il senso della nostra indigenza. La Parola s'umilia, s'annichilisce anzi, prendendo la forma di schiava; non rifugge l'avvenimento carico della miseria umana ma lo penetra per farcelo comprendere nella sua reale dimensione di peccato. Si riduce a un suono stridente, da campana fessa che a ogni colpo di batacchio rivela a tutti la sua condizione di indigenza, pur di servire da richiamo agli uomini. Ti dovessi trovare con la bocca incollata al pavimento, anche in quella situazione la Parola troverebbe uno spiraglio fra te e la pietra. Non per annichilirti a tua volta (un povero non fa pesare la sua povertà su un altro povero), ma per dirti che c'è ancora uno spiraglio se essa è potuta giungere fino a te. Non volevo rifiutare il tuo insegnamento ma, al tempo stesso, il dubbio che la Parola fosse vista alla stregua d'una fuga di Bach, dove tutto è predisposto e ordinato, dove non c'è nota in più o in meno fra le migliaia 9 che costituiscono il suo «avvenimento», stava infiltrandosi in me. Mi sentivo, invece, solidale con mio padre, con la gente cui la guerra, se doveva scoppiare, non avrebbe riservato nessuna parola da interpretare; che se avesse pregato, avrebbe potuto solo rispolverare le canzoni della prima guerra per pregare Dio affinchè concedesse all'Italia la vittoria sulle armi nemiche. I due mondi - rabdomanti, noi, della Parola e povera gente, loro, esclusa dal giocosi sarebbero incontrati su quelle canzoni per fare causa comune in vista della vittoria, ossia del trionfo, per usare un termine che coniasti tu stesso, dell'antiparola. Che udivi tu, mentre, con la borsa degli spartiti sotto il braccio, andavi alla chiesa deserta, per tentare di ritrovare, sulla pedaliera e sulla tastiera dell'organo, quella Parola che, dalla tua lettera, sembrava essersi smarrita in chissà quale insenatura d'oceano? O il dubbio era solo mio, ed oggi te lo attribuisco per rendere meno pesante la mia successiva sordità? La guerra scoppiò quando il frumento cominciava ad avvolgersi della sua veste di grazia e le ultime more sui gelsi morivano di troppa dolcezza. Tutta la gente del paese doveva essere presente in piazza davanti al municipio, sul cui balcone il podestà aveva acceso la radio a tutto volume. Toni non c'era, e nemmeno il fabbro, il professore, l'arciprete e Rondine, il nostro martire. Io c'ero. Dovevo rappresentare anche mio padre; due erano troppi, ma uno era necessario, mi aveva detto. Cominciò il discorso. Dov'era la Parola che aveva fatto cielo e terra, e, da ultimo, quegli uomini che stavano ascoltando, a distanza d'innumerevoli epoche, un'altra parola che voleva essere anch'essa creatrice? Guardavo al davanzale, guardavo coloro che mi si accalcavano attorno in silenzio, il cielo coi puntini d'allodole che vi volteggiavano e, più basse, le rondini noncuranti, tutte, di quella e di nessun'altra parola. Ebbi un momento di terrore: che non esistesse nulla, né Dio né l'uomo, ma solo animaletti che, invece d'abitare in tronchi d'albero o in tane, fossero riusciti a costruirsi case di pietra e, invece d'artigli o pungiglioni, si fossero equipaggiati di cannoni, ma sempre parte del loro essere, incollati al loro corpo, usabili in alcune stagioni della loro vita, fissate da una regola nata col primo uomo. Forse provai in quel momento anche il gusto di potere, se avessi voluto, spiegare tutto: altoparlante, gente silenziosa, minacce di morte, voli senza tracciati, le mie elucubrazioni d'uomo religioso, i tuoi incantesimi operati su tastiere d'organo, il grano che cresceva e le more che si decomponevano sui gelsi: e l'appagamento sarebbe giunto in me sentendomi pareggiato alla gente e ai fili d'erba, in un destino comune perché anch'io ero cosa finalmente liberata per il solo fatto d'essermi riconosciuto cosa fra le cose. (Ripetevo l'esperienza di Piero di qualche anno prima?) Ritornato alla Campanella, dopo lo scioglimento dell'adunata al suono di Giovinezza, mio padre, un tridente d'erba fresca in mano, m'interrogò cogli occhi. « - La piazza era piena - risposi - e il podestà a mezzo busto accanto alla radio sembrava uno dei vescovi portareliquie che si mettono sull'altare, i giorni di festa. 10 Mio padre sorrise. Quando era preoccupato, una battuta insignificante lo poteva far sorridere o incupire, a seconda se notava o meno in chi la pronunciava la sua stessa preoccupazione. Depose il tridente con l'erba, vi si appoggiò con tutto il corpo, tentò di dirmi qualcosa, ma gli uscì solo un incomprensibile borbottio; riprese il tridente ed entrò nella stalla. Il giorno dopo ti scrissi, manifestandoti assai confusamente, se ricordo bene, ciò che era passato nel mio animo. Potevo vedere la postina da lontano se, alle dieci e mezzo del mattino, fossi uscito dal portone e le regie poste avessero voluto fare una capatina alla Campanella. Come sai, la nostra casa era fuori paese, e la strada di ciottoli per arrivarvi dalla piazza era dritta quanto può essere un'asta tracciata da un bambino il primo giorno di scuola. Arrancava la postina sulla bicicletta di qualche decennio prima, col pacco della posta legato sul manubrio e la testa piegata in avanti, come se avesse speranza di trovare qualche moneta perduta fra la polvere. La osservavo avvicinarsi con un certo senso di tenerezza per quella donna che ritenevo già vecchia quando mi ero accorto per la prima volta che al mondo esisteva anche la postina. Una vita su quella bicicletta, tutti i giorni eccetto la domenica, per le vie del paese, per le stradette di campagna che conducevano alle numerose cascine sparse ovunque nel territorio del comune; e solo per sopravvivere (era vedova della prima guerra mondiale) e riprendere il giorno dopo la bicicletta, e finire, incalzata da una nuova postina, nel ricovero dei vecchi. Che aveva mai saputo, quella donna, della Parola che rotolava appiccicata ai cerchioni squassati della bicicletta, sulle vie del paese e dei campi, per annunciare avvenimenti nei quali, secondo i nostri convincimenti, essa si sarebbe dovuta manifestare? Aveva iniziato i suoi giri durante la prima guerra mondiale, sostituendo il marito che era stato inviato a marcire in trincea. Allora andava a piedi, e l'avvenimento giungeva senza un'ora precisa. Poi la postina comprò una bicicletta di seconda o terza mano, e l'avvenimento fu più regolare. La guerra le aveva insegnato a distinguere le lettere che portavano un avvenimento buono o uno cattivo; se la lettera era buona, la sceglieva dal pacco ancora a distanza, e l'agitava come un fazzoletto chiamando il destinatario con nome e cognome ad alta voce, come se tutti fossero lì in attesa del suo passaggio; e chi l'udiva, ossia tutti quelli della via, si domandava: chi sarà mai? Poi qualcuno sull'uscio di casa, ricordandosi del vicino che aspettava una lettera, non aveva dubbi: è lui, diceva; non perché ne conoscesse il nome ma per l'attesa che si era propagata a tutto il vicinato. Ci si conosceva allora più per i soprannomi che per i cognomi. Noi eravamo quelli della Campanella. In più di vent'anni la Parola avrebbe potuto riempire anche le buche delle stradette di campagna, se fosse stata intesa in tutti quegli avvenimenti che la postina portava in giro. Ma la vita era continuata fra morti, malattie, nascite, matrimoni, messaggi d'amore, intimazioni di pagamento, auguri infiniti per natale e pasqua, approfondendo e allargando le buche, non colmandole, nemmeno con la bottiglia di vino o il salame o la mancia a capo d'anno per la postina. La quale, quando s'indirizzava 11 verso la casa di mio padre e mi scorgeva in attesa sul portone, cominciava ad agitare la busta in segno di buone notizie. - A un giovanotto come temi disse un giorno - non possono arrivare che buone notizie. Chissà quante belle ragazze ti vorrebbero e mi fece segno con l'indice sotto l'occhio sinistro, alla maniera del «bevi acqua Giommi», che lei era al corrente di tante cose perché, dopo vent'anni di servizio, a forza di soppesare lettere e decifrare calligrafie, aveva un fiuto infallibile. E così, col gesto e col sorriso dell'annunciatore di pace che già da lontano evangelizza l'uomo in attesa, mi portò la tua seconda lettera, dopo diversi giorni da che era scoppiata la guerra e già la gente aspettava d'essere radunata in piazza per ascoltare dalla radio il bollettino della vittoria. Il grano stava dandosi le ultime pennellate d'oro profondo e le mie mani cominciavano a indurirsi. Mi sedetti al piano e apersi la lettera. Nemmeno quella volta mia madre mi chiese chi avesse scritto. Mi dicevi d'aver ricevuto la mia lettera, che tu non eri mescolato a nessuna folla quel giorno, che ti eri trovato con un supplemento imprevisto d'organo, giacché il vespro era stato anticipato di un'ora per dare modo ai monaci d'essere presenti alle 18 in piazza Venezia. Ricordo che interruppi la lettura per gustarmi la scena che mi si presentava vivida in scenari fantasiosi. Se eri andato all'organo e non in cella, quell'anticipo di un'ora del vespro doveva averti caricato di sentimenti in conflitto. Tu non me l'avevi mai detto, ma ero sicuro, per averti osservato con l'occhio di chi pretende scoprire nel maestro amato e riconosciuto ogni piega delle sue reazioni, che quando avevi l'animo rimescolato e volevi far presto a mettervi bonaccia, ti portavi all'organo. Castigavi così quel ragazzo che emergeva dalla tua prima reazione, acris verberìbus? con le battiture che la regola raccomanda appunto per quell'età: e la musica rivestiva per te anche l'aspetto del castigo, che ti faceva sentire il bruciore d'un limite segnato da spade infuocate. Ripresi in mano la lettera, come ce l'ho in mano ora un poco ingiallita ma sempre spirante la straordinaria avventura che avevi iniziato a vivere. Continuavi: «Scegliendo la strada dell'organo invece del corso Vittorio Emanuele non feci nessun gesto che mi qualificasse meglio come monaco. Dovesse trovarsi anche in piazza Venezia, un monaco è sempre monaco, sempre sotto l'imperativo obsculta fili. Non è stata, quindi, la mia una reazione di monaco, ma solo di uomo. Posso fare questa distinzione? Fino a qualche mese fa, tu sai bene, avrei risposto negativamente, con sicurezza. Ma oggi ne sono meno certo, come non sono affatto sicuro che la musica possa entrare nella mia identità di monaco; ho l'impressione, anzi, che essa non abbia nulla a che vedere nemmeno col fatto d'essere monaco e cristiano. E allora, se è vera questa estraneità, la musica è autosufficiente, preclusa quindi alla Parola, e, allo stesso tempo, incapace di sopravvivere a se stessa giacché è un linguaggio condannato ineluttabilmente a scomparire nel momento stesso in cui viene pronunciato. 12 Pressappoco la stessa lama del dubbio che ti attraversò quando ti trovavi sulla piazza ad ascoltare dal balcone del municipio del tuo paese il discorso dal balcone di Palazzo Venezia. Ma se il campo della musica sfugge alla Parola, è pure possibile che altri ne siano sottratti, con la conseguenza che l'uomo, in definitiva, si trovi in balìa di un'antiparola come quella che si è sguaiatamente manifestata a Palazzo Venezia. E se questo, anche solo per ipotesi, può accadere, il cosmo rientra nel caos e, all'inizio, non ci fu nessuno Spirito che aleggiasse sulle acque. L'abisso invoca l'abisso. La guerra è la tentazione dell'abisso diventata realtà, è l'antiparola che ha vinto. Forse non ho mai sentito come in questi ultimi tempi la pesantezza del mio corpo di morte. Vado avanti, perché non cedo alla tentazione, portandolo come una gloria. Fino a quando?». Mi chiedevi, infine, se e come riuscissi a vedere il tracciato della Parola in tutto quanto vivevo, concludendo: «Il maestro si mette all'ascolto del discepolo: obsculta, magister.., ». La data era: in nativitate Joannis Baptistae, 1940. Al termine della lettura, non immaginai nessuna scena, provando quasi un senso di rimorso per avere banalizzato lo spostamento dell'ora di vespro che, alle cinque o alle sei di sera, era pur sempre il grido di dolore e di gioia di un'umanità che s'abbandona alla potenza d'una Parola già risultante efficace, se riesce a interpretare, nella costrizione di suoni imposti dall'esterno, realtà imprendibili come sono il dolore e la gioia dell'uomo. Anche i monaci avviati a piazza Venezia avevano prima cantato tale parola restandone coinvolti, come tu ne eri stato preso, col tuo dubbio che la Parola manifestasse la sua impotenza fino al punto di scomparire. Sul canto del vespro s'operava l'incontro, ma impotente, se tu prendevi la strada dell'organo e gli altri monaci quella di corso Vittorio; come impotente s'era mostrata la Parola cantata a vespro di fronte all'antiparola trascinante gli stessi che pure affermavano di credere alla sua efficacia e signoria. Abituati a vivere nel suo trionfo, avevamo scoperto, a contatto d'una nuova realtà, la sua impotenza. A una mia lettera in cui dovevo averti detto qualcosa di simile, mi rispondesti con una cartolina riproducente la cupola di San Pietro, e la frase dello stesso Pietro: «Abbiamo lavorato tutta la notte e non abbiamo preso nulla». Che intendevi dire? Il grano era maturo e mio padre non aveva dimenticato la guerra solo perché era preoccupato per Piero. Non appena il grano dava segni che stava per giungere la sua ora, e gli uccelli già familiarizzavano coi fantocci di paglia, mio padre lo vedevi come se fosse giunta anche per lui la sua ora. Cominciava a dedicare al frumento la maggior parte dei suoi occhi quando la neve si scioglieva definitivamente e i primi soli di marzo davano lievità al respiro della terra; ne misurava ogni settimana la crescita con un metro di tela cerata, mezzo spelacchiato, che portava sempre in tasca; ne palpava la spiga lattiginosa non appena cestiva, col tatto che sapeva trasmettergli la predizione se le spighe sarebbero state 13 piene o meno quell'anno, e strappava la veccia, passando di taglio fra una fila e l'altra degli steli quasi a fiato trattenuto per non violarne il mistero. Tutto il lavoro della terra era la sua ora, ma per il frumento sentiva l'affinità del cuore. Gliene chiesi un giorno la ragione. Mi guardò sorpreso, e dal brillare dei suoi occhi notai il compiacimento per una simile domanda che nessuno forse gli aveva mai rivolto. Mi rispose immediatamente, segno che la ruminazione della frase era d'antica data: - Perché il frumento è sangue. Venne il giorno della mietitura. Quell'anno mio padre, quasi a segno d'una investitura, mi fece l'onore di riservarmi il primo colpo di falce. Poi prese il primo posto di battitore del ritmo, e io con due braccianti e Toni lo seguii. Non riuscivo a tenere la loro arcata mozzafiato, ma non perdevo nemmeno troppo terreno. Sudavo da colare; le braccia erano diventate di legno, ma resistevo. Mio padre, senza parere, mi guardava infiltrando lo sguardo, con un brusco movimento del capo, fra il suo braccio sinistro e l'ascella, e io provavo, accorgendomene, la gioia che la Parola aveva garantito al mietitore. Ce la feci, più per quegli sguardi che per le mie forze. A sera mi sedetti appoggiandomi ai covoni accatastati sull'aia, e, contro un cielo tersissimo, sentii una vita atavica nel mio corpo dove il sangue del frumento e quello della spigolatrice Ruth circolavano in pace. Riandai all'immane giornata, col suo fruscio di steli falciati e legati, il continuo picchiettio di cicale, bisbigli di terra che sembravano durare il tempo necessario per saldarsi con nuovi bisbigli. Un'allodola s'alzava a freccia dagli steli a pochi metri dai mietitori, facendo ondeggiare le pesanti spighe; un rospo s'appiattiva chiedendo misericordia fra soffici pagnottelle di terra che segnavano il cammino delle talpe; farfallette azzurre senza peso giostravano attorno a falci, cappelli di paglia, il fiasco di vino annacquato mentre ce lo passavamo dicendo: alla salute (di chi? nostra o del frumento?); e i papaveri rigavano di piaghe gloriose gli steli falciati e tutto il corpo d'alabastro ancora intatto. Dentro di me, con le gambe distese sul cemento dell'aia e la schiena abbandonata ai covoni, sentivo circolare quei segni di vita abbagliante, che gettavano ponti d'intesa alla fonda volta della notte. Il mastello d'acqua di pozzo, intiepidita al sole per tutto il dopopranzo, non m'aveva tolto il profumo della terra e delle spighe, come se fossi stato una veste festiva d'Isacco tirata fuori per quella sera da un cassettone di noce stagionato. M'era forse riapparsa la Parola fermandosi, in quella notte incipiente, sulla casa di mio padre, per indicarmi che dove c'era la vita là essa prorompeva? Oppure altro non era che il nome dato da lontanissime generazioni, in notti stellate scaricanti tutto il loro mistero sui covoni accatastati nelle aie, alla vita per timore di pronunciarne il suono, affinchè vi fosse gelosamente custodita e trasmessa ad altre generazioni di mietitori? Il dio della parola non poteva essere solo l'involucro sacro e inviolabile che impediva la profanazione della vita? E se volevi raggiungere la vita nella sua pienezza - per gustare ogni millimetro delle tue membra che partecipavano, impossibile sottrarvisi, a quella continua 14 festa di movimento, di colori, di suoni, di fruscii sottoterra, fra le zolle rimosse, nell'aria, fra l'erba medica, il trifoglio, i rami del grande platano - non era necessario forse rompere l'involucro, ormai inservibile perché la vita l'avevi già al sicuro in te stesso, e la trasmissione di quel mistero da parte d'antiche generazioni, che avevano inventato un dio per garantirla, era ormai definitivamente operata? Ma perché questi interrogativi al termine d'una giornata in cui, coi miei paramenti di mietitore e la lama tagliente del sacrificio, avevo certamente celebrato il Dio della Parola come Dio della vita, non involucro ma egli stesso vita? Forse avevo calpestato una terra sacra per tutto quel fuoco di vita inconsutile senza togliermi i calzari che mi separavano da Toni, da mio padre, dai mietitori, dalla gente del mio paese, come un segnato. Alla tua cartolina risposi anch'io con un solo saluto. Dal tabaccaio scelsi, in mancanza d'una cupola, la facciata della chiesa del paese con il campanile che il fotografo, per farcelo stare tutto, aveva dovuto corredare coi paracarri di granito della grande piazza in primo piano, già testimoni, coi loro anelli penzolanti, di pazienti attese di cavalli e barrocci. Due ometti in maniche di camicia stazionavano sfaccendati fra i paracarri e sfoderavano il loro più ebete sorriso. Certo, non era da paragonarsi al Cupolone, ma, in compenso, una cartolina simile non era inflazionata, essendo di proprietà esclusiva del tabaccaio del mio paese e la riproduzione vietata. Ricordo che continuai il versetto lasciato da te in sospeso: «... ma sulla tua parola getterò le reti». Venne il turno di mio padre per la trebbiatura. Quando ancora albeggiava, portammo i carri alla trebbiatrice, da alcuni giorni installata in uno spiazzo verde al limitare del paese, e già tutto disseminato di montagnole di pula sulle quali i ragazzini imitavano gli acrobati che avevano visto all'ultima fiera. Mio padre era continuamente alla bocca donde usciva il frumento, cogli occhi che non s'accontentavano di contemplare il livello del sacco innalzantesi armoniosamente, ma cercavano di penetrarlo fin sul fondo, come se fossero mani, per misurarne il peso. Io gli porgevo il sacco vuoto e ritiravo quello pieno, legandolo coi lacci messi da parte dall'anno precedente, gli stessi che portavano impressi chissà quanti altri anni di sudori e di covoni. La proboscide della trebbiatrice mi sovrastava ossessionante, e sfornava una dietro l'altra balle di paglia squadrate come da un coltello; e gli uomini a caricarsele sulle spalle e metterle in ordine sul carro senza sponde, fra grida, il fiasco di vino che passava da bocca a bocca, il fumo sbuffante, gli spruzzi di vapore, la polvere della pula e, altissimo, su tutta quella saga di braccia alzate e di parole urlate, ogni tanto, il fischio della caldaia che decorava l'aria di saluti festosi. Partecipavo a quella festa, coi piedi nudi che affondavano nella pula e la camicia legata con un nodo alla vita per dare aria al petto che grondava sudore. Aderivo a quell'umanità, uno fra i tanti. Era mai possibile che la lama a doppio taglio della Parola penetrasse non solo fra le giunture del mio spirito ma anche fra me e quegli uomini, e che da elemento 15 unificante si trasformasse in muro divisorio? Pensavo: è il frumento a operare questa unità, una realtà che potevi palpare con le tue mani, nella quale potevi affondare il tuo braccio, sulla quale tutti concordavano: è buono, è pieno, è pulito, è maturato bene il frumento quest'anno. Abbandonarmi all'onda del frumento che scendeva a fiotti nel sacco, e di quella vita che gli si sprigionava attorno, era scegliere la parte del frumento contro la Parola? Ritornati sull'aia coi carri del frumento e della paglia, trovammo ad attenderci, accanto a nostra madre che sorrideva e s'asciugava le mani nel grembiule, il nuovo professo dell'ordine d'Ippocrate, con un paio di baffetti invece della cocolla, e la sua consueta esuberanza che faceva ressa agli occhi e alla bocca per non perdere nessuna occasione di scherzo: mio fratello Piero. Nostro padre se lo squadrò dalla testa ai piedi, e poi disse a modo di saluto rivolgendosi alla sua donna: - Con un medico in casa non moriamo più. Nostra madre s'asciugò per l'ultima volta le mani nel grembiule e andò a sacrificare un galletto, che mangiammo alla sera con polenta, in un intingolo di verdure e patate che, l'avesse gustato il cieco Isacco, avrebbe benedetto non solo i figli ma anche la loro madre. Nostro padre si riservò naturalmente la testa, il collo e le zampe, e quella parte che richiamava vagamente la mitra dell'abate nelle solennità al monastero: le parti più intelligenti d'un gallo, sosteneva. Il ritorno di Piero riempì la casa. La sua voce squillante sembrava avesse trasmesso a nostra madre il convincimento che a giorni fosse pasqua, tanto era il suo impegno a pulire ogni angolo, a cercare, con la scopa dal lungo manico, inesistenti ragnatele, a lucidare tutti gli ottoni, maniglie e candelieri. Dopo qualche giorno, sull'aia ritornata vuota dal frumento, c'era il sellaio a rifare i materassi, con le fodere già lavate e la lana scardassata. Fui attratto, come risucchiato, nell'orbita di mio fratello, e ritrovai con lui il gusto che fin da bambini avevamo condiviso d'andare, sul tramonto, ai fossi vicini con la rete e la pertica per la pesca delle alborelle. Piantavo la bocca della rete a sacco nel punto più stretto del fosso, e congiungevo le due rive con zolle di terra perché nessuna alborella avesse modo di sfuggire scivolando accanto alla rete. Mio fratello, da una trentina di metri, cominciava a sbatacchiare l'acqua con la pertica, innalzando urla da animale selvatico, inframmezzate da risa di homo sapiens; e veniva avanti adagio, perché le alborelle non guizzassero dalla parte opposta della rete. A poche spanne da me dava l'ultima battitura, la più furiosa di tutte perché ricevessi la mia razione d'acqua, e poi, ridendo, si precipitava a togliermi la rete per avere lui la gioia di tirarla fuori dal fosso, tutta argentata di alborelle inficcate nelle maglie. Quante alborelle in quei giorni! ( - Ancora alborelle, stasera? - diceva nostro padre. Mamma allargava le braccia come per assicurare che non era colpa sua; ma era contenta perché così risparmiava sulle uova o sul salame. La gente non si meravigliava che un dottorino con tanto di laurea, diceva, 16 se ne andasse, a piedi nudi e i calzoni rimboccati, con la rete sulle spalle a pesca di alborelle. Che differenza fa essere medico o no se a uno piace pescare? Bravo dottore, diceva chi passava dalla parte di quei fossi. Sarà un bravo dottore, perché è uno che non ha vergogna d'andare a piedi nudi. - Dottore, quand'è che mi visiti gratis? - gli dicevano i compagni delle elementari, molti già sposati, incontrandolo al caffè. Piero rispondeva in tutti i toni, con tutte le sfumature, cogliendo di primo colpo l'intensità del riso che era necessaria per rispondere al compagno d'infanzia, o all'anziano o agli amici del babbo, o alla Cecina che l'aveva visto nascere e crescere. Se avesse capito col bisturi o con la ricetta l'ammalato come comprendeva il sano col suo riso, sarebbe stato certamente un buon medico. Nostro padre, quando l'accompagnavamo tutti e due al caffè, aveva il tono d'un generale che passa in rassegna il fior fiore delle sue truppe. - È una fortuna avere due figli così - gli dicevano le donne sedute su sgabelli agli usci delle case per prendere un po' di fresco. E Piero, sottovoce: - Hai sentito papà? Lo dicono anche loro, hai fatto una fortuna a spendere tutti quei soldi per farci studiare - e scoppiava a ridere. Una mattina Piero, appena rientrato dai campi, mi prese sotto il braccio e mi obbligò a sedere al pianoforte: - Suona il mio preludio. Il suo preludio, come ben sai, era l'ottavo del primo libro del Clavicembalo ben temperato. Vibrava ancora nell'aria l'ultimo accordo, e Piero mi domandò: - Perché l'hai fatto? Sapevo che cosa intendesse con quella domanda: non mi chiedeva perché ero uscito dal monastero, ma perché vi ero entrato. Piero da qualche anno non frequentava più la chiesa. Forse nemmeno oggi la frequenta; da tempo - quanto? - non me ne sono interessato. Tu certamente, per tanti segni che solo qualche giorno prima di salire quassù ho saputo notare (e li avevo sotto gli occhi!), sei più al corrente di me. Quella sua decisione, il secondo anno di medicina, era l'ombra che velava la gioia e l'orgoglio di nostra madre per un simile figlio. Nostro padre, la prima volta che mamma si lamentò con lui per quell'ombra, tagliò corto: - Piero ha la sua età. Se ha deciso così avrà avuto una ragione. E poi, chiesa o non chiesa, fossero come lui quelli che ci vanno, a mantenersi così. E su quell'argomento non fecero più parola, almeno di fronte a me. Quando comunicai a Piero la decisione d'entrare in monastero, si limitò a dirmi: - Se ti sembra bene, non ascoltare nessun altro. Mi ripetè la domanda: - Perché l'hai fatto? - era serio. Forse simile domanda gli era nata quando mi salutò il giorno del mio ingresso, ma aveva trovato una via d'uscita solo quella mattina, con l'aiuto del "suo" preludio. Gli risposi: - Se tu m'avessi fatto questa domanda quando ero ancora in monastero, certamente avrei avuto una risposta. - E oggi? - Oggi non ce l'ho. - Suonami anche la fuga - mi disse annuendo dopo qualche attimo di silenzio. 17 Da quella mattina ebbi con Piero il nuovo rapporto dell'amicizia. Lui diceva di non credere in Dio; io affermavo come un assioma la sua esistenza. Per lui l'unica parola che avesse senso era l'uomo (e aveva scelto quasi per istinto lo studio della medicina); io m'ostinavo a cogliere nell'avvenimento una parola nascosta ma già pronunciata, ritenendo, pure come un assioma, che non fosse in contrasto con quella dell'uomo. Eppure sentivamo che nulla ci divideva. In seguito, soprattutto durante il grande avvenimento di cui egli fu un privilegiato protagonista, mi chiesi se Piero non fosse stato più cristiano, o meno pagano, di me. A fine luglio, mio fratello era già in grigioverde, e la casa di nostro padre rimase improvvisamente vuota. Lo stesso giorno in cui Piero partì, ti scrissi accennando a quanto avevo vissuto il tempo della mietitura e della trebbiatura, e all'incontro nuovo con lui. La postina mi portò la tua lettera di risposta senza agitare il braccio in alto. Forse era il caldo soffocante che raddoppiava la fatica di spingere sul selciato sconnesso la non meno sconnessa bicicletta; o forse l'incertezza se, nella casa di mio padre, dopo la partenza di Piero, era possibile fare un gesto di festa. La sua incertezza, comunque, svanì quando, riconoscendo la tua scrittura, le sorrisi. - Ah, così va bene; la guerra presto terminerà e faremo due bei matrimoni -. Si convinceva sempre di più che da Roma solo una bella ragazza mi poteva scrivere, conosciuta chissà dove, in monastero forse, se ne ero uscito; e sul legame di Piero doveva aver fiutato qualcosa, con tutti quei giri in paese e nelle cascine. Mi davi la notizia che non saresti tornato, d'accordo con l'abate, al «nostro» monastero; che la decisione di passare anche il periodo estivo a Roma ti sembrava saggia e rispettosa della situazione. E continuavi: «Il monastero sta svuotandosi, e la città, in certe ore del pomeriggio, pare deserta. A volte, nel tratto di strada che debbo percorrere fra il monastero e la chiesetta dell'organo, incontro solo un gatto; siamo le uniche due ombre che si muovono. Ieri il gatto m'ha seguito fino alla porticina del sacrestano, ha fatto uno sbadiglio a modo di miagolio, s'è strofinato il muso contro la mia sottana, e ha proseguito pigramente. Doveva essere un gatto romano da generazioni, che cerca d'arrangiarsi senza prestare fede a nessuno. Anche il sacrestano è romano. Un vero romano ha nel sangue la visione di troppi re e papi per credere ancora a qualcuno. Si vendica dei soprusi patiti, come quel gatto: uno sbadiglio, una sfregatina contro qualche sottana, e poi cerca d'arrangiarsi come può, con Dio e cogli uomini. Verso di me il sacrestano mostra simpatia; la noto dai suoi occhi quando mi vede. Forse è un movimento di tenerezza nei confronti d'un mezzo barbaro che non ha niente di romano, e che, oltretutto, deve essere un mezzo matto se passa il tempo della siesta a lavorare su delle carte incomprensibili. Spero, comunque, di non disturbarlo troppo coi miei suoni spesso dimentichi della sacra legge della siesta. Glielo dissi un giorno, e lui m'assicurò che in quell'ora Dio aveva 18 concesso ai romani la perfetta quiete, da quando aveva notato che anche i diavoli assegnati a Roma (e ce n'erano più a Roma che in tutto il resto d'Italia, mi disse) se ne andavano a riposare. Per questo, aggiunse ammiccandomi, erano più gagliardi che mai nelle altre ore del giorno e della notte. La mia impressione, però, è che il diavolo a me riservato non prenda affatto il suo romano riposo. Ma forse i diavoli sono personali e non territoriali, come certe leggi del diritto canonico, e il mio preferisce l'organo alla siesta, sentendosi anche lui mezzo barbaro in tutta questa splendente classicità. A meno che non un diavoletto mi dia appuntamento all'organo, ma qualche dio che abbandona la sua fontana per pungolarmi col suo tridente e spingermi a imprese impossibili. Diavolo o dio sconosciuto, c'è appunto un'impresa che mi tenta in queste ore con la seduzione del fuoco notturno per la falena: tentare di scoprire nella musica la Parola che vi è nascosta. È la tua stessa ostinazione nel volerla cogliere nell'avvenimento che vivi: la mietitura, la trebbiatura, l'incontro con la postina. Ma per me l'impresa è più rischiosa. Mi trovo davanti a un blocco di marmo informe, con uno scalpello che mi si sfascia in mano come fosse di cartapesta, al primo colpo. Ti meraviglia il paragone? Come potrebbe la musica essere un blocco di marmo informe, quando è una continua fluidità d'onde impalpabili che ti circondano, che entrano nel tuo stesso corpo facendolo vibrare come esse comandano? Eppure, nel momento in cui la metto a confrontarsi con la Parola, essa si chiude, diventa impermeabile, e rigetta su se stessa la Parola afflosciata, priva di significato giacché, dove trova resistenza, la Parola non dice più nulla. Ecco, io vorrei violare questa impenetrabilità per sperimentare se l'impotenza che la Parola manifesta in questo caso dipenda dalla mia incapacità a coglierla nella musica, o dal fatto che quest'ultima le sia necessariamente sottratta come un regno sul quale essa non può avere nessun dominio. La posta in gioco coinvolge non solo me ma anche te, evidentemente. Se la Parola, infatti, perde la sua signoria assoluta su tutto, inutile cercarla anche nella mietitura o nella gente: non esiste, non è mai stata pronunciata, essendo impensabile una Parola che non sia signora di tutto quanto esiste e avviene. In questi pomeriggi romani l'idea di violare un segreto mi si presenta improvvisamente, per poi svanire subito, come una rappresentazione del demonio meridiano. E mi trovo solo, fra un blocco di marmo e una parola muta. Dovrei ora dirti di quello scalpello che mi trovo fra le mani per tentare l'impresa. Ma i miei progetti su questo punto sono ancora molto vaghi e incerti; potrebbero cambiare da un giorno all'altro. Rimando perciò ad altro tempo. La guerra? Mi sento anch'io in guerra, davanti a questo blocco di marmo che non so se sia la musica o la stessa Parola. Sono egoista in tutto questo, me ne rendo conto. Mandami qualche boccata d'aria dei campi di tuo padre. In città si soffoca». Ripongo la lettera nella scatola e cerco di riandare a quei giorni. Se gli avvenimenti successivi non mi fanno velo, ti pensai non tanto nel tuo progetto, quanto nella tua solitudine d'ombra su una strada deserta. Può darsi che questa tua immagine si sovrapponesse alla mia, giacché, 19 con la partenza di Piero, provai una sorta di vuoto mai prima tanto profondamente sperimentato. Nei momenti in cui esso era più acuto, e questo capitava quando impossibile risultava il lavoro nei campi per la calura, mi sedevo al pianoforte, pressappoco all'ora in cui ti trovavi all'organo. Sembrava allora che il vuoto si riempisse; le note rimbalzavano nel silenzio che copriva l'aia e i campi nell'immobilità del sole, e andavano a disperdersi fra i fossi, contro fittissime siepi di granoturco. Ma quando cessavo di suonare, la pesantezza mi ricadeva addosso, aggravata dall'afa che stagnava ovunque. Andavo alla finestra che apriva sull'aia, guardavo dalle fessure delle persiane, e il tratto di cemento m'entrava negli occhi col suo biancore lucente, da non riuscire a distinguere quanto succedeva all'ombra della catasta di legna e del barchessale. Gli occhi poi si abituavano al riverbero, e scorgevano lo straordinario spettacolo della vita che continuava nell'immobilità della calura di fine luglio. Il gatto prendeva quanta più ombra poteva, distendendosi a forma di trapezio, con la coda che, seguendo un ritmo a lui solo noto, alzava e batteva sul cemento. Le galline, con le ali penzolanti e le penne arruffate, se ne stavano sdraiate boccheggiando a becco aperto; il gallo, per non perdere senza scopo energie nella lotta contro la calura, aveva ammainato la cresta e misurava con puntigliosa avarizia i suoi passi in quel lazzaretto di galline e pollastrelle. Sapevo il significato di quel vuoto. Vi accenno anche adesso, dopo passaggi fra vuoti ancora più vasti e profondi, con un certo pudore. Forse perché si tratta di momenti tanto comuni che sembra banale richiamarli, e, nello stesso tempo, risultano talmente personali, esclusivi, che comunicarli ad altri ha tutto il sapore d'una profanazione. Cercai di concentrarmi ancora di più nel lavoro dei campi. A mio padre, dopo qualche giorno di sosta compiaciuta quando ebbe il frumento in granaio e le balle di paglia sul fienile, era saltata addosso la febbre del granoturco. Il frumento sta al granoturco come il sangue alla carne e alle ossa. E proprio come la carne e le ossa nei confronti del sangue, il granoturco ha più bisogno di cure. Quando è ancora una pianticella, sì e no mezzo metro, bisogna zapparlo, sostenerlo, perché metta radici profonde che sopportino poi il peso del gambo adulto e della pannocchia; bisogna cimarlo con un colpo secco di roncola, sfogliarlo, irrigarlo per notti intere. Così lo puoi conoscere pianta per pianta, ciascuna coi suoi colori diversi e la sua personalità; ti solletica il naso, ti accarezza il volto, si china sul tuo capo e ti manda, al tramonto, quando è in fiore, un profumo che avvolge i polmoni. Mio padre, le sere in cui il granoturco profumava, non andava al caffè ma mi chiedeva d'accompagnarlo nei campi. Fu lui a farmi aspirare quel profumo che contiene un'ombra di tutte le più preziose essenze. Certo, ci vuole un tirocinio paziente per arrivarci; non è un profumo che ti venga incontro sfacciatamente, quasi ti dicesse: ecco, sono qui, aspirami. L'aspirazione deve essere lenta, col ritmo riposato della terra dopo una giornata di calura, col passo del cavallo da tiro di ritorno dai campi. 20 Di notte, poi, quando controlli il fluire dell'acqua dalla roggia, sollevando le chiusine che la immettono nel campo, abbassandole quando è già penetrata in profondità, e stai attento che non tracimi sulla strada o si sperda nei fossi, puoi sentire lo stesso respiro del granoturco che cresce man mano che la terra beve l'acqua fresca e pulita della roggia, mentre il canto delle rane, non sai dove, impazzisce, ma sempre regolato da una bacchetta che comanda stacchi e battute di silenzio. Sotto la guida di mio padre cominciai a familiarizzarmi con l'irrigazione notturna. Nella notte, forata dalla mia lampada ad acetilene che incantava occhi di sparse ranocchie, il vuoto si allargava; dovevano essere così le notti della veglia di Adamo, mentre cercava di carpire suoni che assomigliassero alla sua voce. Ma sentivo, anche, che la Parola non era indifferente alla notte; mi giungeva con l'insinuante frescura della brezza, impercettibile se non ci fossero state a dirmene la presenza l'inanellate chiome del granoturco, messe li per fecondità misteriosa di semi e di parole. Al primissimo annuncio dell'alba, il campo era soffice come una pasta appena lievitata e io potevo distendere sotto il grande platano la stanchezza della notte, con la faccia rivolta a oriente per afferrare, fra gli ultimi filari dei gelsi, la prima striatura infuocata del sole. Avevo lottato con la Parola come Giacobbe al guado di labbok, oppure tutto si riduceva a una notte d'ancestrali paure ed esultanze, immerso nel misterioso seno della terra, diventato di carne e di sangue attraverso la mia carne e il mio sangue? Forse, la presenza della Parola sul limitare del mio vuoto rinfrangeva su di me il marchio del novizio che neppure la notte riusciva a coprire. Piero, intanto, ci aveva mandato le sue prime notizie di sottotenente medico. Mi aveva riservato qualche riga scherzosa sulla mia abilità di pescatore d'alborelle; nella vita, mi diceva, era già molto pescare alborelle senza bisogno d'altre reti: e qui sentii la sua squillante risata. M'invitava poi, quando ne avessi tempo, ad andare al paese vicino a salutare Maria da parte sua, una mia compagna di liceo allora al secondo anno di farmacia. Forse Piero voleva aiutarmi a uscire dal mio isolamento, certamente singolare se non incomprensibile, a superare il silenzio monastico. Ma perché Maria? Non c'eravamo detti nulla, io del mio vuoto attuale e d'una mia liceale attrattiva per lei, e lui di una qualche sua simpatia, giacché sapevo che s'erano incontrati all'università. Voleva che m'incontrassi con Maria per me o per lui? Un giorno, dunque, presi la bicicletta e quel coraggio che potevo racimolare di fronte al mio ex simulacro di donna angelicata, e me ne andai al paese vicino dove abitava Maria. Pedalavo lungo la strada polverosa, gustandomi l'ombra dei salici e dei platani che già s'allungava, e ricacciando giù un certo fastidio per il ridicolo cui mi poteva esporre quella visita improvvisa; e così, fra gusto e fastidio, mi trovai, quasi senza rendermene conto, sul portone che immetteva nella cascina della mia antica compagna di scuola. Tu facesti in tempo a conoscere quella cascina, molto più grande della Campanella. Era a forma di quadrilatero, con due lati per le case dei 21 salariati e uno per le stalle e i barchessali; a saldatura, il lato della casa padronale. Una concezione quasi monastica, se mai il padrone avesse avuto qualche velleità abbaziale. Alcuni bambini di salariati, a piedi nudi, saltavano fra cataste di legna e mucchi d'erba appena tagliata. Arrivavano dalle stalle prolungati muggiti e nitriti; due scrofe trufolavano ai bordi della concimaia, file d'anatre s'incrociavano con capannelli di galline, squadriglie di piccioni si tuffavano dai tetti dei fienili, volteggiavano sulla grande aia metà in cemento e metà in terra battuta, e ritornavano al loro trampolino. Attraversai a perpendicolo l'aia verso il folto pergolato d'uva moscata che faceva da baldacchino alle finestre e alla porta della casa padronale. Maria, seduta verso la porta e intenta alla lettura, non s'era accorta del visitatore che le giungeva alle spalle (mi sentivo tanto goffo, come se lo scapolare rallentasse i miei movimenti). - Ciao - e aggiunsi tutto d'un fiato la frase che avevo preparato: - Passavo di qui e sono entrato per portarti i saluti di Piero. Si voltò di scatto e notai, o mi parve di notare, un rossore lieve sul suo viso. - Ciao - e mi sorrise. - Non mi sarei mai aspettata una tua visita -. Stette un momento incerta, e poi soggiunse: - Sapevo che non eri più in monastero. In cascina si ha il tempo per sapere tante cose. Ma siediti... vado a prendere una sedia... Mamma, - gridò sull'uscio - è arrivato un mio amico. Ci sedemmo sotto il pergolato. Sua madre tolse dalla ghiacciaia una bottiglia d'acqua e mi portò una bibita con limone e zucchero. Le mani sudavano, e il bicchiere d'acqua diede la stura anche ai pori della fronte. Il fazzoletto era già inzuppato di sudore. - Sudi - disse Maria. - Fa caldo - risposi, e sentii che sudavo ancora di più. - Ho saputo che ti sei dato all'agricoltura. - Aiuto mio padre. Ci si appassiona. Stava entrando in cascina il signor Gaspare, con la paglietta in testa e un bastoncino di bambù in mano come il segno d'un dominio. Doveva avere finito il giro nei suoi campi. Si fermò sotto il porticato dei fienili, dette un'occhiata alle travi ed entrò nella stalla. Maria mi stava fissando. Forse aveva qualche domanda da farmi sulla mia vita in monastero e non osava. Le avevo guardato il collo e le mani mentre mi porgeva la bibita. Erano le stesse mani e lo stesso collo che racchiudevano il simulacro della donna angelicata; ma ora mi apparivano semplicemente collo e mani <di donna che potevano riempire il vuoto. Avrei potuto dirle: Maria, ricordi? Avremmo potuto insieme riandare ai nostri anni di liceali, risentire l'odore della nostra classe coi banchi impregnati d'inchiostro: la tua freschezza, Maria, quando entravi in classe per ultima perché t'attardavi ai vetri della grande finestra in fondo al corridoio, a darti l'ultimo tocco del pettine che portavi fra la sintassi di latino e il testo di trigonometria; risentire i tuoi passi che picchiettavano sulle mattonelle per il tacco alto delle scarpe quando eri chiamata alla cattedra o alla lavagna; 22 domandarti di quel compagno che ti cercava continuamente, la cui simpatia per te era nota lippis et tonsoribus, così dicevamo perché sapevamo di latino, come altrettanto nota era la tua indifferenza. Mi sentivo stranamente goffo. Ridicolo. La disinvoltura che m'ero imposta durante il tragitto in bicicletta, si sgretolava sotto la pressione di parole che non sapevano uscire. Guardai per terra, chinandomi in avanti e allungando le braccia sulle ginocchia, a mani giunte. Maria mi scosse: - Che fai adesso? Preghi? - e fece sentire il suo riso come una cascatella. Un riso che somigliava a quello di Piero. Alzai il viso. Se il calore che provavo sulle guance si fosse tramutato in colore, sarei stato di fuoco. Invece dovevo essere molto pallido se Maria, facendosi seria, mi chiese: - Ti senti male? Volevo risponderle di no, che stavo benissimo, che era stato solo per quella legge studiata in fìsica, di quando un vuoto viene di colpo riempito; che la spada di fuoco del cherubino era retrocessa al di là dei campi col sole declinante; che la Parola non era più muta ma s'esprimeva finalmente attraverso l'avvenimento d'una lettera, d'una bicicletta su una strada polverosa, d'una cascina col suo pullulare d'anatre, piccioni, scrofe, galline... Avevo ripreso la mia calma abituale. - Sto bene, il lavoro nei campi rende forti. - Perché hai aspettato tanto? In cascina si è sempre soli. Una visita ogni tanto farebbe piacere. Le promisi che sarei ripassato, non appena avessi avuto notizie di Piero. Avesse sentito questa promessa, Piero m'avrebbe scritto tutti i giorni. Le parlai di lui. Maria beveva le mie parole che ora uscivano fluide e senza incertezze. - E' proprio come tu dici? - mi chiese. - E avrei usato, se non fosse mio fratello, parole più... - rimasi di colpo in silenzio. La guardai e capii. - Piero è come te, ha pudore a manifestare i suoi sentimenti, anche a un fratello. Ma tua madre sa - mi disse. - Son contento, per lui e per teLe . sorrisi. La mia voce era tranquilla, dopo un attimo di paura che Piero, frapponendosi fra me e Maria, ricreasse quel vuoto che era stato poco prima riempito. Il signor Gaspare, intanto, era uscito dalla stalla e s'avvicinava lentamente al pergolato, facendo roteare il bastoncino di bambù. - Buonasera - gli dissi. - È il fratello di Piero - mi presentò Maria. Piero era dunque conosciuto per nome anche dal padre di Maria! Scoppiai in una risata liberatrice. Adesso sapevo perché Piero, prendendo la bicicletta, mi dicesse con tutta la serietà di cui era capace, ma ammiccandomi: - Vado a sgranchirmi le gambe per i campi. Maria intuì e aggiunse il suo riso al mio. Il signor Gaspare si toccò la paglietta, se l'aggiustò come se fosse il bersaglio del nostro riso, se la tolse, l'osservò, l'agitò a modo di ventaglio, battè due colpi col bastoncino su una gamba della sedia, finché Maria lo tolse dall'imbarazzo: 23 - Non farci caso, papà, avevamo appena ricordato la voglia di scherzare di Piero. Il padre si rasserenò e mi pose confidenzialmente la mano sulla spalla: - Hai un bravo fratello. Mia figlia è stata fortunata a incontrarlo. Salutami tuo padre -. Ed entrò in casa. Il sole allungava smisuratamente l'ombra delle cataste di legna. Mi ricordai che all'una di notte avrei dovuto dare il cambio a mio padre per l'ultima irrigazione al granoturco. Salutai Maria stringendole con calore la mano, le rinnovai la mia promessa che sarei ripassato, ma non per caso. Sotto il portone agitai il braccio senza voltarmi. Sapevo che Maria mi stava guardando. Nel silenzio della notte, nella fondissima lucentezza delle stelle appena velata da un'unghia di luna, Maria, Vadiutonum di Piero, mi fu pacificamente presente. Di notte, le mucche sembrano dormire ma ruminano pensieri, di notte l'asino emette i ragli più pieni e più prolungati; di notte le galline mormorano in bordone le loro litanie. Comprendo perché solo di notte Giacobbe vide una scala che congiungeva terra e cielo. E la notte dell'irrigazione mi parve di riudire la Parola nel suo discendere e salire continuo su una scala che univa tutti gli esseri, nel suo infiltrarsi ovunque attraverso le vicende degli esseri. Maria m'aveva fatto questo dono. La guerra continuava nonostante si ripetesse ogni giorno che non sarebbe durata. Fra i miei rimorsi ho anche quello di non avere dato peso alla guerra, come dimostrano queste mie pagine tutte incentrate su piccoli avvenimenti di cui mi sembrava essere protagonista. Eppure ogni giorno si ascoltava il bollettino di guerra delle ore 13, dove le migliaia di tonnellate di naviglio affondato e le decine di aerei abbattuti acquistavano il suono d'un inventario d'oggetti fuori uso. Mio padre, a ogni bollettino, abbassava il capo e rimaneva pensieroso finché s'alzava per riprendere il lavoro o fare prima una capatina al caffè. Un giorno, dopo una contabilità particolarmente lunga, mi chiese se io avessi mai pensato che ci potessero essere tutte quelle navi in mare. La guerra stava diventando, o da sempre era stata al paese, oggetto di scherzo amaro. Ti scrissi dopo l'incontro con Maria. Speravo che nella tua risposta ritornassi sul significato che aveva per te la solitudine in cui ti trovavi. La postina, ormai sicura che non era come nella guerra '15-18, me la portò agitandola nella mano in segno di festa. Cominciai a leggere la lettera nell'aia mentre m'incamminavo lentamente allo sgabello del pianoforte. Mio padre mi mandò la sua voce dal fondo dell'aia: - E Piero, o il tuo monaco? Il mio monaco! Come si dice: tuo padre, tua madre, tuo fratello... - Non è Piero, è il mio ex. Mio padre rise: - Facciamo associazioni di ex. Lui era un fedele sostenitore dell'associazione degli ex combattenti; il 4 novembre era giornata di festa alla Campanella. 24 Riprendo in mano la tua lettera: «... è vero, in monastero abbiamo alcuni timori che sembrano costituire il più comodo nascondiglio dell'egoismo. Ci diciamo servitori della Parola, la custodiamo e la onoriamo in sacri testi. La sua signoria ci sovrasta quando la cantiamo in coro (absit l'allusione al bordone più o meno falso delle galline di notte!), ma non ci arrischiamo a esserne servitori nella libertà del vento. Non ne attribuisco la colpa alla vita monastica che non ci dovrebbe impedire di sentirci uomini fra gli uomini, tutti sottoposti alla stessa signoria. E anche vero, però, che abbiamo avuto bisogno di scontrarci con una realtà nuova, sconosciuta al monastero, per renderci conto d'una signoria che se ne ride di mura monastiche e d'altro, al punto di potere, per sua somma libertà, annichilirsi e scomparire. Ti accennavo alla mia solitudine. Forse verrà quel vuoto che tu provavi prima dell'incontro con Maria; non ci sarebbe nulla di strano, lo desidererei anzi se mi portasse a conclusioni analoghe alle tue. Ma sento che la solitudine di questo tempo è provocata principalmente dal tentativo di scoprire la Parola in questa realtà che ha preso per me la forma dell'avvenimento, fondendo in sé tutti gli altri: la musica appunto. La musica m'appare come l'ultimo campo della lotta fra parola e antiparola, e questa lotta vorrei esprimere con parole e suoni (è questo il mio progetto, ancora molto impreciso, cui ti avevo accennato). Non ho ancora steso né una nota né una riga. Capto alcuni motivi di scrittura inusitata che è portata a sconfinare dalla severa disciplina dei grandi maestri che hanno fatto scuola, lasciandomi da ultimo con un senso d'irritata impotenza. Dovrei trovare suoni e parole che dicano tutta la loro incapacità a fissare tale lotta; che si annullino, quindi, nel silenzio assoluto. Un'orchestra di violini senza corde, d'ottoni senza bocchino e pistoni, di legni senza ance, con un direttore come un prigione michelangiolesco. Mi sento perfettamente monaco in questa pazzesca impresa, sulle orme, se l'accenno non è troppo ridicolo, dei monaci della Tebaide, d'un Antonio abate che combatte con l'antiparola sulla frontiera dell'allucinazione. Se hai qualche idea che mi possa aiutare, ti prego comunicamela: obsculta, magister». E aggiungevi, probabilmente come risposta al mio disagio per non riuscire a dare peso d'umanità alla guerra: «A Roma si dice che molti smobilitati lavorino già alla costruzione di mausolei faraonici per il ventennale non meno faraonico del fascismo. Che debbo fare? Che coscienza dovrei avere della guerra? Dovrei aggregarmi al corteo del faraone, come profeta di sventure o rapsodo delle alte gesta? Parola e antiparola: è questa la guerra che sto conducendo». Non ricordo se già allora vigeva la censura. La tua lettera non porta nessun segno di cancellature con inchiostro violaceo. Aggiungevi un post-scriptum: «Da qualche giorno, quando il sacrestano m'apre la porticina della chiesa, noto in un banco una donna tutta intenta alle sue devozioni, così mi pare. Spero che si fermi poco perché non vorrei disturbarla. E un fatto, però, piuttosto anomalo, poiché la chiesa dovrebbe essere 25 chiusa a quell'ora. Se la cosa dovesse continuare, chiederò spiegazioni al sacrestano. Mi rincrescerebbe posticipare, perché le primissime ore dopo pranzo sono le più fruttuose per lo studio all'organo. Almeno per un non romano». La lettera porta la data del 15 settembre 1940. Venne il suo tempo anche per il granoturco. Se il frumento è l'estate con la vita che scoppia sotto e sopra terra, il granoturco, col suo colore di sole al tramonto, fa da cerniera fra estate e autunno. E la sagra della terra, lo stretto finale che richiama insieme voci e ritmi scaglionati in tutto l'anno. Alla Campanella, la sagra ebbe inizio quando la prima pannocchia cadde, col tonfo secco del buon auspicio, nel cavagno di mio padre. Avevamo iniziato la raccolta quando il sole era già abbastanza alto per far svaporare la rugiada della notte. Ogni donna pagata a giornata, mio padre, Toni e io avevamo ciascuno la nostra fila. Le donne, con le prime pannocchie staccate, cominciarono a offrirsi reciprocamente i loro mazzolini di novità, velocemente quanto veloci erano le mani sui gambi, e più. Io ascoltavo tutti quei discorsi che s'avvolgevano ininterrotti come un filo di lana attorno al fuso; li gustavo per la loro freschezza, li assaporavo per le immagini che dipanavano una dietro l'altra, per i proverbi che mi riemergevano con nuovo sapore, per le espressioni onomatopeiche con cui erano conditi, per l'umorismo sottile che faceva loro da contrappunto. Il suono del mio dialetto aveva sfumature incantevoli, impennate improvvise, durezze di legno di rovere, e mi cantava di dentro come l'amico d'infanzia, il più assiduo e fedele. La Parola per la sua sagra con la terra s'era rivestita di dialetto; ma forse era il suo abito d'ogni giorno, col quale s'incontrava con donne che velocemente riempivano i cavagni da svuotarsi sul carro, come tante piccole archel di piccole alleanze. Durò due giorni la raccolta del granoturco, con la spola del carro fra il campo e l'aia. La sera del secondo giorno, due grandi mucchi di pannocchie, con attorno, su bassi sgabelli fatti con una trancia di tronco sostenuto da un treppiede di gelso, le stesse donne coi loro uomini, la punta lunga di ferro tenuta con un anello nel medio della mano destra, a spannocchiare, e le lingue a condire saporosamente tutto quel fruscio operoso di mani, furono il punto culminante della sagra. I due mucchi ne partorirono ben presto altri due d'un giallo intenso, che riusciva a brillare, pur al tenue riflesso d'una lampadina oscurata, con improvvise chiazze melogranate, e li alimentavano man mano ch'essi stessi diminuivano, come lo scambio fra due coni d'una enorme clessidra. E la Parola era lì, in questa conversione da un modo d'essere in un altro, in questo olocausto di cartocci che, dopo avere custodito il grano diminuendo essi stessi fino a seccarsi, formavano un quinto mucchio, destinati ancora a custodire stanchezze d'uomini e d'animali. Il giorno dopo continuò la festa, più intima ma non meno gioiosa. Di mattino presto era già sull'aia la macchina col motore a petrolio per sgranare le pannocchie. Quanto era maestosa, terrificante quasi, la 26 trebbiatrice, tanto buffa e dimessa la sgranatrice. Ma all'opera dovevi modificare il tuo primo giudizio, come per certi cagnolini che, lontani, ti sembrano da salotto e, avvicinati, ringhiano, digrignano i denti, alzano il pelo e cercano i tuoi polpacci. Appena avviato il motore, la sgranatrice ebbe un fremito che propagò al cemento dell'aia; e ci trovammo avvolti nella puzza di petrolio bruciato. Le ganasce vibravano pronte ad accogliere le pannocchie; lo sportello donde sarebbe uscito il grano vibrava; le ruote di ferro vibravano; tutto quello sferragliare preparava il potente rullio al primo cavagno di pannocchie gettato nella bocca vorace. Con una pala di legno toglievo il grano che s'ammucchiava sotto lo sportello; mio padre, col rastrello, lo spingeva più lontano. Due uomini in calzoni di tela nera impregnata di petrolio s'alternavano coi cavagni. Terra e Parola contemplavano quella danza che avevano inventato a festa degli uomini. Per tre giorni il grano venne disteso sull'aia di cemento, da quando il sole ricopriva l'aia fino al momento in cui l'ombra della casa, percorsa dall'archetto della campanella, cominciava a raffreddarlo. Rivissi giorni della mia infanzia quando m'era concesso il privilegio di passare il rastrello, a piedi nudi, sul granoturco disteso per rimuoverlo e farlo essiccare in maniera uniforme; di imprimervi, col dorso del rastrello, degli avvallamenti perché il cemento bagnato s'asciugasse; di mondarlo dei pezzetti di tutoli e della barba che la sgranatrice aveva eruttato dallo sportello del grano; e mi dicevano: l'hai appena rastrellato, lascialo riposare. Adesso lo lasciavo riposare perché anch'io mi sapevo riposare, supino su un sacco e il cappello di paglia sugli occhi dentro il quale facevo roteare i miei pensieri, alla stessa ora in cui tu, con la borsa degli spartiti sotto il braccio, bussavi alla porta del sacrestano. Ti pensavo all'organo e ti vedevo proiettato all'interno del cappello di paglia fra barbagli di luce che riuscivano a infiltrarsi nell'ordito della paglietta e le palpebre chiuse. A sera raccoglievo il grano a mucchio e lo coprivo col telone. Dopo cena, con la notte che premeva sulla retroguardia del crepuscolo, mi sedevo e appoggiavo al mucchio la schiena e la nuca, segnando cogli occhi un semicerchio nel cielo. Sentivo l'assestamento dei chicchi, la prima sera ancora impacciati e legati con suono di legno verde, ma la seconda sciolti e canterini. La terza, non avevo più il sostegno confidente del grano; l'aia di cemento era ritornata sgombra. Il grano era stato ammassato parte in granaio, e insaccato il resto sotto il barchessale, in attesa d'essere portato all'ammasso. L'avevamo, mio padre e io con una mano data da Toni, pulito al grande setaccio sostenuto da tre aste incrociate, misurato a livello nel cilindro di ferro e chiuso nei sacchi con corda di canapa. Le galline, prigioniere per tre giorni fra pollaio e recinto, potevano ora riprendere la loro libertà nell'aia. Aleggiava ancora il profumo del granoturco spremuto dal suo umidore quando arrivò Piero con una licenza improvvisa e imprevista. Mia madre tanto esuberante non l'avevo mai vista. Si dimenticò perfino d'asciugarsi le mani nel grembiule, si strinse il figlio al seno, lo baciò e ribaciò. - Mamma, mi soffochi - rideva Piero. 27 E lei: - Finisco al pollaio e ritorno subito. Ma faceva un passo e si fermava, guardando Piero più a fondo di quanto gli occhi potessero penetrare. - Poi t'uccido un galletto - e ritornava dal figlio. - Meglio un cappone, è più di sostanza. Hai voglia, vero, d'un cappone? - e tentava di camminare verso il pollaio. - Stai bene in divisa. Però sei dimagrito. - Mamma, le galline protestano. - Sì, è meglio un cappone. Ma abbiamo tempo anche per il galletto, vero? - Mamma, sei sempre giovane. - Venendo a casa m'hai tolto dieci anni. - Va' dalle galline, fai presto. Nostra madre ritornò al pollaio, di sbieco per non perdere la vista del figlio. - Povera donna, - disse nostro padre - mi chiede sempre se la guerra stia per finire. - Che impressione hai avuto di Maria, dopo i vostri anni liceali? mi chiese Piero non appena ci trovammo soli. - Piuttosto, che impressione avrò fatto io a Maria! Dovevo sembrare terribilmente goffo. Immagino che ti abbia scritto. - Immagini? - e scoppiò a ridere. - Avrei desiderato che fossi tu stesso a parlarmene. - Scusami. Prima della mia partenza volevo dirti tutto, ma sono stato bloccato... Siamo fratelli, non è vero? - e m'ammiccò. - Dal primo giorno in cui l'incontrai all'università, ossia alla festa delle matricole, mi dissi: Piero, la terra non inganna. - E Maria? - Maria è come la terra, generosa e forte, che non t'inganna. Per questo all'inizio diffidò d'ogni mio gesto; poi cominciò a volermi bene e ora sappiamo d'avere le radici nella stessa terra. Mi prese sottobraccio: - Oggi andiamo insieme da lei. Sarà contenta di vedere un povero peccatore accompagnato da un angelo. E fece ancora sentire il suo riso: - Davvero, un angelo. Quando mi scrisse, subito dopo il vostro incontro, in fondo alla lettera annotò: Piero, hai per fratello un angelo. Risi anch'io, pensando che Maria da me, a suo tempo, angelicata, m'aveva reso la pariglia. La sagra della terra e della Parola stava per tirare il suo sipario con la pigiatura dell'uva, e Piero era ancora con noi. Il profumo di mosto non ancora fermentato invadeva tutte le strade del paese, lo stesso che si assaporava nel cortile carraio del monastero in certi giorni d'ottobre, quando il vecchio fratello cantiniere trovava ancora l'agilità di calarsi nella bigoncia e pigiare l'uva delle colline con piedi lattei, appena appena intaccati da un tempo senz'aria e senza sole. L'entrata in paese del primo carro d'uva ricordava un bonario rientro d'esploratori dalla terra promessa. I bambini, fiutando a distanza l'arrivo del carro, si trovavano in frotte all'ingresso del paese per iniziare la 28 loro processione a passi veloci, punteggiata da improvvise rincorse verso il carro, stentatamente disciplinata dalla frusta d'un Giosuè appiedato, la cui fascia rosso stinto a modo di cintura, coi due fiocchi penzolanti da una parte e dall'altra, l'avvolgeva di autorità e di mistero. - Già il tempo dell'uva - diceva la gente sugli usci di casa. - È maturata presto l'uva quest'anno. Dovrebbe essere un'annata buona -. Era sempre maturata troppo presto, l'uva. La processione si scioglieva alla pesa pubblica perché là c'erano gli occhi del padrone che schioccavano più della frusta del carrettiere. Mio padre, ogni anno, dava incarico al carrettiere per la solita bigoncia della solita uva maturata sulla solita collina. - Perché cambiare? Una buona vigna è come una buona moglie; ci saranno momenti di malumore, ma sei sicuro che anche il malumore è sano. Così le tre botti della cantina avevano ormai il gusto d'una stessa razza. Pigiammo, Piero e io, una mattina presto. - Questo è per la testa del duce e quest'altro per la testa del mio capitano - canticchiava in sordina Piero a ogni colpo di piede ben assestato. Andavamo a gara a chi individuasse le teste più meritevoli dei nostri piedi. Il nostro riso si mescolava al rigagnoletto di mosto che cadeva nel mastello schiumando. Nostro padre faceva la spola, con un secchio di rame, fra il mastello e la tina di cemento nella cantina dove il mosto avrebbe bollito prima d'essere travasato nelle botti. Il secchio sgocciolava lungo il tragitto una zecca di monete dal colore di gala delle vesti canonicali. Le galline che gironzolavano attorno a mastello e bigoncia avevano tutte l'aria di semiubriache: occhi fissi, becco aperto, cresta turgida e un'andatura dinoccolata da coscritti al mattino dopo il primo giorno di festa. L'asino, solleticate le narici dall'insolito effluvio, ragliava fuori orario con profonda convinzione. Stavamo finendo, e arrivò nostra madre col fazzoletto in testa dei grandi lavori, un grembiule appena tolto dal cassettone e il paiolo della polenta in mano. - Me ne avete avanzato un poco per la farinata? - Una damigiana, mamma - disse Piero che era ghiotto di farinata. - E ricordati la cannella, i chiodi di garofano e la buccia del limone. - Presuntuoso - sorrise nostra madre - io non t'insegno... - E allora anche un po' di... - ma Piero non seppe dire quali altri ingredienti mamma avrebbe messo nella farinata di mosto per rendere più stimolante l'aciduloso gusto. - Questi medici... - sprizzava di gioia nostra madre, mentre pescava dal mastello di legno alcune mestolate di mosto. - Non ho voglia d'andare al caffè stasera - mi disse Piero il giorno della pigiatura. - Lasciamo che vada papà da solo. Desidero stare un poco con te, seduto sul cemento dell'aia, a indovinare il nome delle stelle. - Vuoi giocare alla stella polare? - gli sorrisi (era stata una sera di profondità immense, io ragazzino e lui giovinetto, fresco di prime nozioni liceali: la stella polare la si riconosce così; adesso chiudi gli occhi, aprili, e indicami l'ultima ruota del carro dell'orsa maggiore...). 29 Seduti contro la pila delle fascine, potevamo sentire da una tenuissima fessura di luce dalla finestra di cucina la presenza di nostra madre china sul rammendo. Prima della guerra, quando la finestra di sera rimaneva spalancata e una fetta di luce arrivava a metà dell'aia, la vedevamo, seduti ancora contro la pila delle fascine, coi suoi voluminosi capelli che quasi si confondevano con la montagnola di biancheria da rammendare prima della stiratura col ferro a carbonella; la sentivamo, nel silenzio delle galline e degli alberi acquietati, cantare sommessamente canzoni della sua giovinezza o qualche lode a Maria. - La stella polare, ora, è là dentro - disse Piero e indicò la piccola fessura di luce. - Non ho mai pensato tanto a lei come in caserma. Credevo d'avere superato la mia fase adolescenziale, e invece mi sono scoperto bisognoso ancora delle sue mani e del suo sguardo. Rimasi in silenzio. Quelle parole sulla bocca di Piero mi davano un suono inedito. - Te ne meravigli? - mi provocò. - Un poco, ma so che non dovrei, dopo quanto scopersi nella notte dell'incontro con Maria. Ricordi che te ne scrissi? La Parola è sovrana, è per tutti, nessuno la può catturare. Ma la madre la custodisce, anche se non la comprende, la rumina anche se non ne riconosce il gusto. E noi ci sentiamo attratti verso di lei per questa custodia disinteressata, sempre pronta a concederci quella parte di cui abbiamo bisogno. Penso che il fascino più profondo della madre sia in questo deposito sconosciuto, come un campo arato e seminato che ti nasconde i sacchi di frumento ma che tu sai essere già presenti per il giorno della mietitura. - Credi davvero a questa parola? - mi domandò Piero, quasi tumultuosamente, dopo un attimo di silenzio. Guardavamo tutti e due alla tenuissima fessura di luce che, ogni tanto, era tagliata da una lama d'ombra: forse il movimento della testa di nostra madre, quando metteva da parte la maglietta rammendata per continuare la sua tessitura di piccole cose con un calzino o una camicia. La notte ottobrina, di stelle pronte all'appuntamento con due piccoli uomini come anni prima appoggiati a una catasta di fascine, ci respirava impercettibilmente sul capo. Piero e io ci sentivamo uniti fra quel filo di luce e il dilagare della dolcezza d'una notte in equilibrio fra estate e autunno, che confondeva il suo respiro col nostro. Come poteva la Parola dividerci? - L'uomo è questa parola - riprese Piero in tono deciso. - Ce lo garantisce nostra madre. Essa non è la custode della parola, ma è questa stessa parola ormai pronunciata nel nostro corpo. S'interruppe. Nostra madre cantava un poco più forte. - Ascolta - continuò - è la stessa canzone di quando ti faceva addormentare sulle sue ginocchia. Ci godemmo quella voce che ci richiamava finestre spalancate di buon mattino e lenzuola penzolanti, bucati stesi ad asciugare nell'aia su grosse corde sostenute da forcelle di salice, secchi riempiti d'acqua di pozzo per la sete degli uomini e degli animali. 30 - Perché canta nostra madre? - continuò Piero. E senza aspettare risposta: - Perché ama. Il canto è l'amore ch'ella non sa più contenere, è l'acqua che straripa dal secchio... Nostra madre non sarà mai antiparola. Anche morta, sarà parola in noi. Fosse solo questa parola, e potremmo dire tutti e due quanto tu riservi a Dio solo: Homo carità! est... La fessura di luce della finestra era sempre più frequentemente tagliata da ombre. Certamente nostra madre stava raccogliendo la biancheria rammendata per sgomberare il grande tavolo affinchè sprigionasse, per la notte, il suo profumo stagionato di pulito. Oppure stava preparando il ferro a carbonella con le ultime braci del camino. Chiesi sommessamente a Piero: - Per questo ti sei fatto medico? - Penso di sì - mi rispose. E poi, con un cambiamento di tono che annunciava la sua incontenibile gaiezza: - Ritorniamo in cucina. Dobbiamo impedire che mamma attacchi adesso col ferro da stiro. Sotto il portone sentimmo il passo di nostro padre. Entrammo in casa assieme. Piero corse al camino dove mamma, inginocchiata, stava soffiando nel ferro da stiro per aiutare la carbonella a diventare brace. - No, mamma, adesso è tardi, stirerai domani, - Domani? È la sera che aiuta il giorno. - Non è più sera, è notte! - L'asino non ha ancora ragliato. - Te lo ordino come medico - e Piero imitò il raglio dell'asino. - È iniziata la notte - e scoppiò nel suo riso da mettere vita anche nelle sedie impagliate della grande cucina. Nostro padre si rivolse alla sua donna: - Adesso non si scappa, dobbiamo ubbidire al medico. Altrimenti che propaganda gli faremmo? Lei sorrise. Piero l'abbracciò e l'aiutò ad alzarsi. Ci sedemmo attorno al tavolo. Nostro padre trasse dalla giacca una manciata di caramelle. - Stasera m'è andata bene. Le ho vinte tutte. Perfino il farmacista s'è congratulato con me, dicendomi all'orecchio: segno che perderemo la guerra. - Che dicono al caffè della guerra? - Il segretario del fascio ha assicurato che presto potremo passeggiare al Cairo, andandoci per due strade a scelta: la Libia o la Grecia. - Ha parlato di Grecia? - domandò Piero con una certa inquietudine. - Non badarci, quello è un esaltato. Non per niente l'hanno nominato segretario. Il re certe cose non le permetterà. Nostra madre aveva portato sul tavolo un piatto di succo. Parlammo della guerra, ma soprattutto di cose passate che riemergevano dal tempo con la freschezza d'un frutto appena colto. Il raglio notturno dell'asino ci fece decidere per il letto. Nostra madre era d'una felicità che le rilassava il bel volto senza nemmeno un accenno di ruga. Salendo le scale le erano riaffiorate sulle labbra le note d'una vecchia canzone. - Sarebbe questo il momento di suonare l'ottavo, - mi disse Piero - ma debbo ammettere che è piuttosto tardi. Buona notte, mio novizio. Se scriverò un libro, lo intitolerò: Il novizio e la parola. Considerazioni stravaganti d'un medico materialista. 31 Chissà se il dialogo con Piero quella sera si svolse coi pensieri che ti ho riportato! Mi sembrano ora talmente imbevuti di memoria da dubitarne. E non solo memoria di mia madre ma anche quella che venerano e custodiscono queste vecchie mura, testimoni d'incredibili giorni. Di certo ho poche cose adesso: la dolcezza di quella sera, un homo caritas est legato alla voce di Piero, e la tua lettera in risposta alla mia che ti scrìssi lo stesso giorno in cui finì la licenza di Piero. Sono pure certo che Piero fu imbarcato per la Grecia alla fine di quel mese d'ottobre, come sottotenente medico, nonostante la fiducia di nostro padre nel re. Mi scrivevi: «Leggendo la tua lettera ho fatto grandi sforzi per comprimere la nostalgia che mi faceva violenza. Parlo di nostalgia perché non ho altro termine per definire una sorta di desiderio d'avere anch'io quell'abbandono che dovette pervadere la carne d'Adamo prima che Dio gli togliesse la costola, e che tu hai intravisto e goduto nell'affidarti alla terra e alla luce degli occhi di tua madre. Godo, comunque, per quanto in te avviene. E in me? La notte è fonda, non riesco a percepire nulla. Forse è il modo ora di vivere l'abbandono alla Parola che è talmente signora da svuotare perfino la sua assenza di ogni percezione d'assenza. Il mio progetto diventa sempre più nebuloso. Le parole e i suoni che prima, come già ti scrissi, presentavano una certa consistenza pur nella loro silenziosa impotenza (almeno potevano esprimere questo silenzio impotente) ora sono travolti dall'assolutezza della Parola che pareggia alla nuda terra ogni tentativo di vegetazione. E nello stesso tempo, si rafforza la necessità del tentativo come risposta a questa stessa signoria per significare la mia incondizionata sudditanza. Ma mi manca il ponte fra signoria e sudditanza, qualche nuovo evento che racchiuda la possibilità di manifestarle. La tua vita in questi giorni ne è stata ricca, la mia ne è poverissima: un anonimato di città e di monastero dove ciascuno risulta in pace con se stesso e con gli altri perché, al termine della giornata, ha fatto quanto gli era stato richiesto. Certo, ho vissuto e vivo tuttora un evento, ma non so se possa racchiudere un significato per me. Intendo la presenza quotidiana di quella donna in un angolo della chiesa quando mi metto all'organo. Non ne conosco il nome; ho solo una volta intravisto il suo volto che, secoli fa, deve essere servito da modello a qualche gentilissima mano di pittore. So anche che, fino all'anno scorso, essa s'esercitava all'organo nella stessa chiesa, che è diplomata nello strumento, che è medico. Il sacrestano non mi disse di più, ma deve sapere molte cose sul suo conto. Quella presenza non m'è affatto indifferente, ed è qui l'evento. I primi giorni mi sentivo piuttosto impacciato alla tastiera, nel timore d'un giudizio sui miei tentativi, d'una sua impossibilità a comprenderli. Poi ripresi la mia libertà nella stranissima sensazione che tutto mi era ancora permesso, come se mi trovassi di nuovo solo. L'illusione durò fino al giorno in cui non la scorsi nel solito banco. Fu come se l'organo avesse perso improvvisamente le sue canne più pastose e più vibranti. E il giorno dopo, quando la rividi, 32 provai un senso di tristezza, quasi d'umiliazione, per avere subordinato la mia ricerca, che voglio d'assoluta gratuità, alla sua presenza. Cercai d'ignorarla, andando a tentoni sulla tastiera per una scena ipotetica di lotta fra parola e antiparola, calcando le dieci dita e i piedi su acute dissonanze, frammezzate da stridenti silenzi che ne lasciavano una eco trascinata contro le volte della chiesa. Ebbi un momento di paura quando m'accorsi che in tale lotta se ne inseriva un'altra fra la mia volontà di disinteresse gratuito e quella presenza. Fu questa paura che mi spinse a chiudere la consolle e a uscire frettolosamente dalla porticina, prima che il tempo normale del mio studio fosse terminato? Passai accanto a quella donna, ancora seduta nel banco non aspettandosi l'affrettata conclusione, mostrando indifferenza, e mi chiusi in cella in attesa del vespro. Ti scrivo la sera di questo giorno, incerto sull'interpretazione da dare all'avvenimento, con una stanchezza che m'è calata addosso invadendomi tutto. Sono in dubbio se continuare all'organo di questa chiesa oppure andare in cerca d'un altro; se questa seconda soluzione sia una fuga di fronte a un evento che potrebbe rivelarsi un segno della Parola; se affrontarlo non mi faccia correre il rischio d'appannare la mia identità di monaco! che deve decifrare solo nei suoni, per obbedienza, la signoria della Parola. Forse per questa mia incertezza che mi svigorisce ho iniziato il colloquio con te parlando di nostalgia. Ora ne puoi meglio comprendere la portata e il rischio. Fosse qui tua madre, che ricordo nel suo silenzio carico di sapienza e di comprensione, domanderei consiglio a lei. Sono le 23 del 13 novembre. La città di Pietro non lascia trasparire nessuna luce». Da due settimane il nebbione stagnava sulla pianura, dando un colpo decisivo alle foglie dei platani e dei gelsi. Finita la grande sagra, la terra riponeva i suoi scenari per riaggiustarli, e apprestarli, freschi e completamente rinnovati, a primavera. La nebbia era il lenzuolo che la terra si gettava addosso per non rattristare gli uomini della sua spogliazione. Poi, chiamato il vento, la terra avrebbe sollevato il lenzuolo fin sopra il cielo e si sarebbe mostrata nella sua casta nudità, severa e implorante, fragile e dura, con nuovi colori d'attesa. Ma intanto era la nebbia. Dalla finestra della cucina il fondo dell'aia era una grande macchia scura senza contorni. I buoi per l'aratura e la semina del frumento si aprivano un varco nella nebbia, subito chiuso dai rimossi vapori appesantiti ancora più dall'umido fiato delle bestie. Caricando sull'aratro o seguendo, affiancato ai buoi, il loro passo, respiravo nebbia, m'impregnavo di nebbia, fendevo nebbia. La nebbia risucchiava la sera voracemente: e calava improvvisamente la notte. Appena rientrato dai campi, mi sedevo accanto al camino. Il fuoco stanava la nebbia che portavo addosso, mi legava nuovamente i muscoli alle ossa, mi sfregava il volto di carminio. Mia madre aveva già chiuso il pollaio e sedeva al tavolo con la schiena rivolta al camino, cucendo e rammendando. Rispondeva al mio saluto con un sorriso, e scostava la sedia per sentire il mio profilo pur continuando a rammendare. - Sei stanco? - mi diceva. - Sta' riguardato, è stagione di raffreddori. 33 L'assicuravo. Stavo benissimo. La nebbia non fa male a chi le vuole bene. Io amavo la nebbia. La Parola nella nebbia è felpata. E vera musica anche quando si schiaccia il pedale della sordina. I martelletti battono con lo stesso vigore sulle corde e le corde vibrano con eguale intensità ma tenendo per sé buona parte delle vibrazioni. - Sono forte, mamma. La nebbia fa bene al frumento che cala più morbidamente nella terra. Mia madre sospirava: - Povero figlio, tu non sei fatto per pungolare i buoi. Ma adesso ti preparo la cena. Che desideri? E l'ora di mettere il paiolo sul fuoco. E appendeva il paiolo, nero d'antica caligine di fuori e lucidissimo di dentro, al gancio della catena. Appena prima dell'ebollizione salava l'acqua e poi vi lasciava scivolare lentamente la gialla farina nella misura che si soppesa con la mano e con gli occhi, e che nessuna bilancia saprebbe precisare, rimestandola altrettanto lentamente col liscio bastone che Dio dall'eternità ha destinato a quell'uso esclusivo. Mi scostavo un poco dal camino per non intralciare quei gesti che già conoscevo da tempo ma che mi si rivelavano sempre nuovi, come conosciute e sempre nuove mi entravano negli occhi le mani di mia madre. Quando la polenta cominciava a inspessirsi, aprendo e chiudendo grosse palpebre sulla superficie del pastone, era giunto il mio momento. Con la mano avvolta in una pezza di flanella per non scottarmi, scostavo il paiolo dal fuoco mentre mia madre fissava il treppiede cerchiato, alzavo il gancio della catena e deponevo cautamente il paiolo nel cerchio. Immergevo il mestone nella polenta e lo facevo roteare tanto nelle palme quanto attorno al paiolo, con tutta la scioltezza di cui ero capace, perché uno dei segreti per la buona riuscita della polenta, senza il minimo grumo, è di trovare il ritmo quasi danzato fra mani, braccia, mestone e cottura. Naturalmente, il gesto di mia madre era tutt'altra cosa. Dandomi il cambio, io, appoggiato alla cornice del camino, m'incantavo sulla naturalezza di quel gesto, radicata nell'uomo e nella terra, che riemergeva ogni sera per la mediazione delle mani di mia madre. La polenta era lievitata da quelle mani, si gonfiava maturandosi, s'inspessiva sapientemente fino a che, tolto il bastone per prova, non aveva più sussulti. Il fuoco del camino sembrava acquietarsi quando la fumante forma della polenta veniva spaiolata sul tagliere di faggio, per essere poi tagliata col filo di lino e distribuita a fette da mia madre. La tua lettera mi giunse portata da un'ombra vagante nella nebbia, che prendeva, man mano che s'avvicinava al portone, la sagoma della postina. Quando la postina arrivò nell'aia, la nebbia le colava dalla sciarpa rattoppata che le avvolgeva bocca e naso, sgocciolava dal manubrio arrugginito, stagnava nella giuntura dei freni senza fili, sulle manopole sfasciate di cartapesta, sul bollo d'alluminio di lire 10 avvolto alla forcella, fumava dai guanti di lana nera che lasciavano libero solo il pollice, e circondava quella figura d'incenso svaporato. La feci entrare in casa perché si scaldasse un poco al fuoco del camino. La tavola era 34 già preparata per il pranzo. - La nebbia mi fa perdere la trebisonda e non rispetto più gli orari. Per fortuna che il giro è finito. Mia madre le versò da bere il vino nuovo. - Il fuoco scalda di fuori, ma questo scalda di dentro - disse la postina; e aggiunse, alzando il bicchiere. - Alla salute. Il vino nuovo lasciò il suo colore di sangue sul vetro del bicchiere. - Buono - approvò da intenditrice. - L'annata dicono che sia stata buona. Se non ci fosse questa maledetta guerra... Mia madre ebbe un sussulto. - Ma presto arriveranno buone notizie del dottore. È lontana la Grecia? - Quando avrai la lettera di Piero, comincia il giro da qui. Il vino nuovo di prima mattina scalda il corpo tutto il giorno - disse mia madre. - Certo, da qui - e la postina fu presto inghiottita di nuovo dalla nebbia. Riflettendo sulla tua lettera, ebbi l'impressione che tu scendessi da un piedistallo sul quale, inconsciamente certo, t'avevo collocato, per farti pellegrino fra gli uomini, non curandoti di mostrare la polvere dei tuoi piedi. Forse non era esclusa una punta di delusione in me, per vederti nell'incertezza quando t'avevo sempre considerato in possesso della chiave che apriva ogni avvenimento; anche una vena di smarrimento, quasi che, con la tua lettera, m'avessi indicato che ero giunto all'età adulta e che la nostra amicizia sarebbe continuata, approfondendosi, solo se io avessi accettato un piano di parità con te. Gli eventi che stavamo vivendo erano molto diversi; la Parola, quindi, che era da essi portata, doveva manifestarsi in modo diverso. Io avevo avuto i campi, Maria ormai unita a Piero, mio padre che mi sapeva guidare la mano sulla falce e sull'aratro e il cuore sulle orme d'una gioia umile e pudica nascosta fra i solchi e nelle rogge; soprattutto mia madre che potevo godermi silenziosamente in tutti i suoi gesti semplici di consacrazione d'uomini e di cose. La Parola, ora, mi veniva quietamente incontro, come se fosse ormai abbarbicata a ogni vicissitudine di vita e di morte, e avesse trovato sul lento svolgimento dei giorni il suo alveo naturale. Avevo cercato di pormi fra la gente comune e mi ero ritrovato con una parola comune, che non disdegnava di ravvoltolarsi assieme alla polenta nel paiolo di rame. Penso che allora rasentavo i limiti dell'incoscienza perché, se non ci fosse stata la preoccupazione per Piero, la guerra mi sarebbe scivolata via finito l'ascolto del bollettino, e l'antiparola, che pure doveva devastare campi di buon seme, mi sarebbe apparsa completamente irreale. Nulla di tutto questo tu invece avevi ricevuto. La desolazione d'una città che ti riservava una strada e un organo in ore abbandonate, un monastero senza calore d'affetti, lo sforzo ancora vano di trovare il suono della Parola in note che si scioglievano continuamente fra le dita: era questa la parte d'eredità che t'era toccata quando uno stesso avvenimento 35 ci aveva separati. Io avevo la terra salda e sicura, che non tradiva; tu avevi solo dei suoni che ti potevano avvolgere in cerchi ripetuti d'illusione, come reti invisibili, e ti facevano misurare la potenza d'agguato dell'antiparola. E ora, a rendere più insidiosa la lotta, la presenza di quella donna sconosciuta che non sapevi se era messaggera della Parola o un avamposto dell'antiparola, ma poteva anche costituire la rivelazione d'un vuoto che prima pensavi impossibile. Forse ti scrissi accennando, con timore, al vuoto che io stesso avevo provato e che credevo potesse essere riempito da un adiutorium, avesse esso il volto di Maria o d'una donna sconosciuta. Ho infatti, fra le mani, la tua lettera successiva che si richiamava a tale vuoto, dandogli però un'interpretazione che sfuggiva in parte alle mie capacità di comprensione. La data è quella della prima domenica d'avvento: «Quella notte del 13 vegliai. Non fu una veglia pacifica. Tu sai che il 13 novembre m'è un giorno molto caro. Mi preparavo alla celebrazione dei santi benedettini con una vigilia di digiuno, nella gioia di celebrare l'anonimato della santità. Ma, la sera della festa, cuore e spirito si fondevano senza scosse nel riposo. Quest'anno, invece, il riposo è diventato vigilia. Dovevo prendere una decisione prima che l'alba sorgesse dal profilo dei colli sulla pesantezza della mia lotta. La Parola non trovava uno sbocco nel ginepraio delle mie incertezze. Era possibile che m'imponesse di continuare la ricerca in situazioni in cui mi sentivo diviso, proprio per farmi sperimentare la sua signoria che domina anche su quelle. Ma era anche possibile che mi comandasse una nuova direzione alla ricerca, m'ingiungesse perfino d'abbandonare la musica dopo avermene fatto intravedere la tormentata e immensa ricchezza, ancora per affermare la sua signoria che toglie e da, colpisce e fascia, svuota e riempie, e solo per non essere mai essa stessa "vacua". Ecco, tu m'accenni a un possibile vuoto che la donna sconosciuta, con la sua presenza, avrebbe fatto emergere dal mio profondo. Forse. Ma il vuoto che sentivo quella notte era signoria della Parola che svuota per ritornare a se stessa piena. Piena, magari, delle mie incertezze, paure, resistenze a considerare esecutori di tale signoria gli avvenimenti, se tutto quanto possedevo quella notte erano appunto tali incertezze, paure, resistenze. L'alba mi trovò in siffatta disponibilità alla Parola. Fu presunzione, incoscienza? Il mattutino - coi gridi salmodiati del perseguitato che unifica la sua divisione nell'abbandono alla potenza della Parola, gridi che diventavano essi stessi, nel momento in cui venivano lanciati, Parola - mi svelò che, se c'era presunzione, questa era sollecitata dalla Parola stessa, perché anche sulla presunzione s'ergesse la sua signoria. Ritornai, quindi, alla solita ora nella chiesa dell'organo, come portato da un'onda d'abbandono. Appena entrato dalla porticina apertami dal sacrestano, vidi la donna al suo solito posto, ancora più raccolta in se stessa, quasi volesse sottrarsi alla mia vista. Quell'atteggiamento, dopo i miei turbamenti della notte a causa sua, suscitò in me una compassione, rifiutata il giorno prima, un sentimento che, con molto timore, definirei di misericordia; e non solo per quella donna, ma per me 36 stesso, per ogni uomo, come partecipazione al mistero d'ogni essere cui dovevo rimanere aperto; e proprio in nome di quella Parola che vi era necessariamente presente. In quel momento sentii che la Parola aveva riempito le mie mani vuote, era ritornata a me non "vacua", dopo essere stata vittoriosa del mio vuoto. Tentai di misurare all'organo la misericordia come grazia. Le note, anche quelle che avresti detto dissonanti, uscivano in pacifica convivenza. Il mio progetto sembrava investito da un nuovo elemento vivificante che avrebbe dato alla lotta fra Parola e antiparola il tono della misericordia vittoriosa. La mia solitudine si popolava, nella fecondità della compassione, di tutti gli esseri, a capofila dei quali si poneva quella donna senza nome e con un volto appena intravisto ma sul quale avevo riconosciuto il segno d'una Parola fatta misericordia. Non fuggendo davanti all'avvenimento, avevo dichiarato la signoria della Parola sull'avvenimento stesso e n'ero stato profondamente gratificato. Forse troverai strano tutto questo; io stesso non so ancora capacitarmi della ricchezza che ho ricevuto per un semplice gesto d'abbandono. Comincio a fare entrare nella mia vita anche la guerra, per compatire assieme a ogni essere che ne soffre l'iniquità: un altro dono ricevuto in quel momento! Dal nostro monastero ricevo ogni tanto notizie. L'abate usa parole molto buone; vuole sapere minuziosamente come vanno i miei studi musicali, i miei sforzi creativi (è al corrente del progetto: non sempre, mi confessa, capisce); mi chiede se ho bisogno di qualcosa, se la lontananza dal monastero non è troppo penosa. Penso che mi concederebbe qualunque permesso gli chiedessi, perfino quello di passare da casa tua attorno a natale, se dovessi rientrare in monastero per le prossime vacanze. Che ne diresti? Ormai la nostra amicizia ha raggiunto il livello di parità: sono anch'io un novizio della Parola!». Ti spedii un telegramma dando certa la tua venuta, perché tu potessi scrivere subito all'abate e ottenere la sua autorizzazione. Ne parlai prima a mia madre. I suoi occhi si illuminarono; in un certo senso avresti potuto prendere il posto di Piero per renderle meno duro il natale senza di lui. Piero ci scrisse in quei giorni. La postina arrivò di mattino presto, come aveva promesso, e si ebbe, fra la commozione di mia madre e la gioia contenuta di mio padre, la sua parte di vino nuovo con polenta abbrustolita e pancetta. Piero stava bene, aveva fatto una traversata senza troppe emozioni e prestava il suo servizio in un ospedale da campo. Erano le uniche notizie che potemmo racimolare fra le ampie cancellature della censura, spesse righe d'inchiostro violetto. C'era anche un biglietto per Maria, nuovamente incollato all'interno dopo la censura (cavaliere quel censore!), ma non vi traspariva nessuna cancellatura. - E' una cosa seria, allora - disse mio padre. Mia madre abbassò leggermente la testa e sorrise: - Piero fa sempre le cose serie, anche quando ride. Maria è stata creata per lui. - Che ne sai tu? - le chiese mio padre con un tono di voce alquanto vivace. - Piero me ne avrebbe parlato. - E tu quando dicesti a tuo padre che avevi deciso di sposarmi? 37 disse calma mia madre. - Non ricordo. E poi, che c'entra. Piero è mio figlio. - Come tu eri figlio di tuo padre. Siete fatti tutti così. Avete vergogna di dire che volete bene a una persona. Ma lo si capisce da lontano, senza parole. Per questo so che Maria è fatta per Piero. Mio padre borbottò qualcosa che non capii, poi disse risolutamente: - Andrò io a portare il biglietto -. E rivolgendosi a me: - Vieni anche tu? Mia madre sorrise di nuovo e gli mise la mano attorno al collo con la scusa di aggiustargli il bavero. Dopo mezz'ora il barroccio sbucò dalla nebbia che ovattava la grande cascina di Maria. Incontrammo nell'aia il signor Gaspare che, se non fosse stato per il bastoncino di bambù che faceva somme e sottrazioni nell'aria, l'avresti detto cucito in un pesante tabarro col collo di pelle di coniglio in su e un cappellaccio di feltro con le tese in giù. - Oh, chi si vede - fu il suo saluto. - Se non si muore, ci si rivede. - Quest'anno la nebbia non ci vuol mollare. - Ci conserva i polmoni. - Venite in casa a scaldarvi un poco. Il pergolato mostrava tutta la sua nuda eleganza e scopriva sui muri della casa padronale vecchie crepe fra spruzzate di verderame. Maria con un libro in mano e sua madre con i ferri della maglia erano accanto al camino. Mio padre le porse il biglietto, senza nemmeno tentare di dir chi era. Ma accanto a me, e soprattutto con quel biglietto in mano, trasmessole direttamente, chi poteva essere? , - Fresco di posta. Penso che ci siano più parole di quanto abbiamo potuto leggere nella lettera indirizzata a noi. - Ne bastano così poche... - disse Maria. - Anche per me bastano poche parole. Io per me non ho nulla in contrario, anzi, a dire la verità - e guardò il fuoco perché altrimenti non sapeva se rivolgersi a Maria o a suo padre o a sua madre - mia moglie dice... insomma a dire la verità sono contento. - Se è per questo, anche noi siamo contenti - disse il signor Gaspare che s'era scucito d'addosso il tabarro e stava versando nei bicchieri il liquore che si beve nelle occasioni importanti quando ancora è mattino. - Aspettavo questo giorno - disse Maria con voce commossa. - Piero, prima di partire, m'aveva assicurato che sarebbe venuto suo padre a portarmi il biglietto messo nella prima lettera dal fronte. O non conosco mio padre, o viene lui in persona, m'aveva detto. E allora Franco, che l'accompagnerà, ti metterà per procura mia... Maria corse di sopra e fu subito di ritorno con la scatoletta aperta dell'anello di fidanzamento: due brillantini che si riempirono della luce del fuoco, della finestra, degli occhi di Maria. Mio padre voleva dire qualcosa, ma tutto era accaduto così alla svelta che gli era mancato il tempo della ruminazione. Guardava un po' tutti, 38 con gli occhi insolitamente lucidi e spalancati, dopo che Maria, con un gesto inaspettato, ci aveva abbracciati. - Dovevo portare anche mia moglie - borbottò solo. - Verrò presto io a trovarla. Piero me ne ha parlato in modo tale che la riconoscerei fra mille - disse Maria. Al ritorno mio padre mi chiese dell'anello. - Non ne sapevo nulla - risposi. - Ma i soldi, chi glieli avrà dati? Questa è una trovata di tua madre. Ci scommetto che i brillantini sono quelli dei suoi orecchini di sposa. Appena rientrati si rivolse alla sua donna che stava preparando la tavola: - Potevi anche dirmelo. - Non ce n'era bisogno - gli sorrise mia madre. La nebbia finalmente s'era alzata e aveva lasciato un cielo spesso e compatto di grigiore che odorava di neve. Mio padre annusò l'aria: - Il tempo cambia, meglio coprire la legna. Mia madre, spalancando la finestra della camera da letto, lasciandovi penzolare lenzuola, trapunte e coperte dopo i giorni di nebbia, ci gridò: - Santa Lucia porta la neve. E a me che porterà? E a voi? - e intonò la filastrocca di santa Lucia. - Tua madre su questo punto non c'è verso di farla ragionare. E rimasta bambina. Crede ancora a santa Lucia. Entrò in casa, si mise il giubbotto foderato di pelliccia d'agnello, il cappello della festa, prese la coperta di lana per le ginocchia e mi disse: - Devo andare in città per le sementi dell'orto, prima che la neve riempia le strade. Di' a tua madre che sarò a casa per mezzogiorno. Va' a prendermi il libretto degli assegni intanto che attacco il cavallo al barroccio. Salii di sopra. Mia madre cantava ancora la filastrocca. - Papà vuole il libretto degli assegni. Va in città per la compera delle sementi e sarà di ritorno a mezzogiorno. - Gli è venuta fretta tutto in un momento? E costano tanto le sementi? - Teme un inverno di neve. - Già, la neve - sorrise consegnandomi il libretto degli assegni. Dalle nostre parti santa Lucia è di casa, col suo carrettino carico di doni per i bambini e per gli adulti che non vogliono dimenticarsi d'essere stati bambini. S'è insediata saldamente nei proverbi e fa le sue scorribande nei ricordi di tutto l'anno firmando, coi suoi occhi di luce, giocattoli, golfini, guanti, scarpe che durano. - Che bel paio di guanti, che bel golfino, che belle scarpe... È stato un regalo di santa Lucia. Mio padre ritornò con un campanello nuovo appeso al collo del cavallo, un rastrello, una pala di ferro e una di legno, un sacchetto di bustine di sementi. Il cielo sembrava lì lì per aprirsi. Al pomeriggio arrivò Maria in bicicletta. Stavo spaccando la legna nell'aia: - Vieni, mia madre t'aspetta. A pranzo disse: sento nell'aria odore di neve e di visite. Entrammo in cucina, ma mia madre non c'era. - Deve essere scappata di sopra ad aggiustarsi i capelli non appena ti ha vista arrivare - dissi sottovoce a Maria. 39 Scese con un grembiule fresco, asciugandosi le mani, e uno sciallino di lana ciclamino con fiocchetti rosa. S'era data una ripassatina di cipria sul volto; i suoi capelli gonfi e ondulati, tirati all'indietro, l'avevano ringiovanita. Si fermò un istante, fissò Maria e aprì le braccia. - Siediti qui al fuoco - e porse poi a Maria la sedia. Mi chinai per ravvivare le braci che stavano sonnecchiando attorno a un ceppo di platano. Una folata di faville se ne andò ridendo per la cappa. L'anello di Maria scintillò. - Grazie - disse Maria alzando la mano dell'anello verso mia madre. - Se ti piace, sono molto contenta. Quando Piero mi confidò di te pensai subito agli orecchini. Povero Piero, se non fosse stato perché si vergognava, avrebbe pianto. Chissà adesso dov'è. - Piero ritornerà presto, la guerra finirà presto. - Parlami di te. Ritornai a spaccare la legna. Mio padre stava portando un tridente di fieno nella stalla. - C'è Maria? - Sì, va' da loro. Continuo io. Feci per prendere il tridente. - Lascia. Meglio che parlino un po' da sole. Sono cose da donne. Uscì dalla stalla per infilzare un altro tridente di fieno. Guardò in alto: - A momenti comincia la neve. Meglio riportare Maria in barroccio. Aiutami a legare la bicicletta allo schienale. Ripresi a spaccare la legna. Santa Lucia aveva anticipato il suo giro con la bicicletta di Maria. La festa degli occhi era già cominciata. - Andiamo in casa - disse mio padre finito il lavoro nella stalla. Il fuoco era ancora vivace nel camino. Mia madre aveva al collo una sciarpa nuova color nocciola. - E arrivata santa Lucia. Il dono era così bello che non ha aspettato la notte per farmelo avere - ci disse. Maria arrossì e, indicando sul tavolo un golfino verde oliva: - Anche per me è arrivata santa Lucia. Quest'anno ha voluto anticipare la sua festa - disse. - E bellissimo, mamma. Mio padre cercò di non far notare la sua sorpresa nell'udire quel termine sulla bocca di Maria, aggiungendo in fretta: - Speriamo che ritorni anche stanotte -, una frase che altrimenti non avrebbe mai pronunciato. Mamma fece finta di nulla, ma notai attorno alle labbra una piccola contrazione. Ogni parola, la vigilia di santa Lucia, ha un suono carico di promesse. Dalla finestra si cominciava a vedere un leggerissimo pulviscolo bianco che scendeva, saliva, si fermava, volteggiava, si spostava velocemente da una parte e dall'altra, aveva un attimo d'esitazione, e poi riprendeva a scendere, a salire, a volteggiare arabescando sempre di più l'aria. Fra poco il pulviscolo si sarebbe ordinatamente raggruppato in grossi fiocchi, e l'arabesco avrebbe ceduto a figure geometriche. - Anche la neve ha anticipato. Doveva essere per stanotte. Quest'anno 40 santa Lucia è piuttosto bizzarra - scherzai. - Vieni, Maria, ti riporto a casa in barroccio - disse mio padre. - E la bicicletta? - La bicicletta è come l'asinello - intervenne mia madre. - Segue santa Lucia. Svoltato il barroccio dal portone, udimmo il suono del campanello spegnersi lentamente fra la neve che già imbiancava il cemento dell'aia. Si dice che anche l'asinello di santa Lucia vada in giro, la notte in cui trova mazzolini di fieno legati alle inferriate delle finestre, con un campanello nuovo fiammante che si ode soltanto se ci si crede. Il mattino dopo, mia madre e io c'infilammo i gambali di gomma per recarci a messa e ringraziare santa Lucia per i suoi doni. Nevicava ancora. Avevo dato il braccio a mia madre, e lei, per ripararsi meglio con l'ombrello che tenevo nell'altra mano, aveva appoggiato il capo sulla mia spalla. Ogni tanto mi stringeva forte e mi diceva: - Presto, andiamo - fingendo di prendere una rincorsa coi gambali appesantiti. Sentivo che era felice il massimo che le consentiva la lontananza di Piero. Le mie mani erano calde per i guanti nuovi di pelle nera foderata di lana; mia madre aveva la mano sinistra nella tasca del cappotto dal collo d'agnellino nero per sentire meglio, attorno all'anulare, appoggiato alla fede nuziale, un anello d'oro bianco con due brillantini incastonati. Mio padre, che considerava cose da donne tutte le messe che non fossero quelle della domenica e delle feste in cui gli uomini non lavoravano, stava spalando la neve e doveva gustarsi il tepore degli stivaloni nuovi di gomma nera, e soprattutto gli occhi della sua donna alla vista dei due brillantini incastonati nell'anello d'oro bianco. Iniziò la novena di natale. Alla luce velata della pila accompagnai mia madre in chiesa dopo cena. Ai bordi del marciapiede di cemento, grossi mucchi di neve, legati fra loro dalla muraglietta costruita dal cuneo, prendevano al buio le forme più strane. Quella prima sera la preghiera in cinque punti della novena cominciava con l'invocazione «O sapienza», una parafrasi della prima antifona «O» che si cantava al monastero. Tu me le facesti gustare quelle antifone dette «O» nell'anno di noviziato, riservando loro le istruzioni pomeridiane in ogni giorno della novena, sviscerandole nei loro più nascosti risvolti, con tutte le citazioni, le allusioni, i riferimenti, i bagliori, gli stessi tremori della Parola in esse contenuta. In monastero tutto era possibile. Il cristianesimo del gregoriano sopravviveva rigoglioso nel nostro coro dove anche il tarlo doveva avere roso da secoli sul ritmo nascosto del canto gregoriano. Ma nella chiesa del mio paese, dove i tarli nel coro e nei banchi erano sempre andati a ruota libera forando nel legno neumi introvabili nei vecchi antifonali, le antifone «O» rimanevano imprigionate nel breviario dell'arciprete, lasciato sulla balaustra mentre la sua voce intonava: O sapienza, fra i cinque gloriapatri prima del canto del tantumergo e la fretta della gente di giungere al canto finale del Venite o buon Gesù, dove il ripieno 41 dell'organo avrebbe lottato per non essere vinto dalle gole fedeli aperte a tutto tondo. Quell'anno però l'organo continuò a lottare anche cessato il canto finale, alla ricerca di qualche modulazione che portasse all'intonazione d'un nuovo canto che non avevo mai udito. Guardai mia madre. Ella ebbe un leggero movimento di sorpresa; le teste avvolte nei veli o negli scialli neri delle donne nei banchi davanti al nostro si mossero insieme ad angolo retto, lasciando filtrare fino ai nostri banchi brusii di parole; due vecchietti, avvolti in lunghi tabarri, che sedevano di sghimbescio su una panca laterale, si dettero un'occhiata d'intesa. E, intonato dall'arciprete, un canto si levò sparso qua e là nella chiesa, prima timido e incerto, poi sempre più sicuro e pieno, lasciando in silenzio solo i banchi dei bambini e delle giovinette. Mia madre cantava, le donne degli scialli neri cantavano, i due vecchietti cantavano, dietro ai pilastri qualche voce in ottava sotto cantava. S'invocava la salvezza della patria dalle orde nemiche, si supplicava la pace dalla regina della pace, si richiedeva il ritorno dei figli alle loro madri, dei contadini alla terra, dei prigionieri alle loro case. Intanto l'arciprete, deposte stola e cotta sulla balaustra per non cessare il canto, e ripreso il breviario, percorreva a lenti passi la navata centrale rivolgendo a destra e a sinistra il suo sguardo, dando e accogliendo cenni d'approvazione. Con le ultime note si fermò al banco di mia madre, e rivolgendosi a me disse: - È la canzone dell'ultima guerra. Gliela avevo insegnata io. Sono vecchio, vero? Pensavo che non fosse il caso di rispolverarla perché tutti dicevano che la guerra sarebbe finita presto, e invece... Le donne, uscendo dai banchi, si fermarono attorno al loro prete: - Ah, signor arciprete, ci ha fatto una bella sorpresa; Io allora volli le parole e le mandai a mio figlio sul Grappa; Mio figlio aveva diciassette anni e non è più tornato; E proprio un canto da novena, aspettiamo Gesù bambino e la pace; Io ero bambina, ma me le sono ricordate subito le parole; Buona notte signor arciprete... Sciamando le donne, s'avvicinarono i due vecchi: - Io l'imparai quando mi rimandarono a casa con una mano in meno - e agitò il moncherino avvolto in una pezza di lana nera. - E io prima che mi richiamassero. Ma non la si poteva cantare al fronte. C'era il pericolo di essere presi per disfattisti. Avevano più paura della pace che della guerra. - Speriamo che il Signore ci ascolti - disse mia madre. - Piero è in Grecia, vero? - In un ospedale da campo. Comincia presto a vedere la morte, povero figlio. Mi avevi inviato un telegramma il giorno prima, indicandomi l'ora del tuo arrivo alla stazioncina del paese. La strada era ghiacciata e il cavallo, dopo aver studiato il terreno per qualche centinaio di metri, aveva preso il passo regolare. La campanella di santa Lucia allargava il suono, senza incontrare resistenza, sul biancore dei campi segnato solo dalle file dei gelsi e da qualche pennacchio di fumo di lontani casolari. Il barroccio cigolava fra le buche e le ondulazioni del gelo. Mi divertivo 42 a solleticare con la frusta i rami dei salici e dei platani che si sporgevano sulla strada per ricevere sul viso uno spruzzo di galaverna. Mia madre aveva tolto dalla naftalina un tabarro nero, aggiungendo (alla coperta di lana per le ginocchia la pelle di montone. - Digli di mettersela attorno alla vita, col pelo all'interno. Forse è la prima volta che va in barroccio d'inverno. L'accelerato arrivò in orario. Un secolo o più era passato da quando ci eravamo divisi? Abbracciandomi mi dicesti: - Non c'è più maestro. Le ultime tracce si sono disperse nel grande fiume, mentre il treno sferragliava sul ponte di ferro. Dovrei raparmi a zero. Siamo due novizi della Parola. Sul barroccio, imbacuccato nel tabarro e nella pelle di montone, trovavi tutto meraviglioso, come se mai avessi visto un fosso gelato e i campi che raddoppiavano la loro vastità sotto la neve. L'inverno fra i campi è un amplissimo adagio dopo il vivacissimo dell'autunno e l'andantino calmo che lega autunno e inverno. Ma quando c'è la neve, l'adagio si fissa in una nota profonda di violoncello, sulla quale s'innesta la monodia dei rami adunchi dei gelsi, delle strisce dei fossi, dei tronchi sottili e puliti dei pioppi, e di qualche raro volo di passero disperso fra un ramo e l'altro. - Sembra un organo - e m'indicasti un platano con la sua selva di rami. - Sarebbe straordinario suonare un organo in questo silenzio. Si sentiva solo la campanella di santa Lucia che accompagnava lo scricchiolio della neve gelata, sotto le ruote gommate. - Vuoi tenere tu le redini fino alla provinciale? Non avere paura, il cavallo ha già raggiunto il dodicesimo grado dell'umiltà. Eri felice tenendo le redini, come se fosse il cavallo a guidare un bambino ai suoi primi passi. Mia madre ti voleva baciare le mani. Mio padre non aveva ruminato ancora abbastanza la frase, ma ero certo che prima o poi l'avrebbe spaiolata, come se gli fosse capitata per caso sulla lingua. Ti disse solo buon giorno. Lo conoscevi abbastanza per capire che era un benvenuto sincero. Avevi viaggiato tutta la notte e riposasti fino all'ora di pranzo nella camera di Piero, dove una stufetta in cotto borbottava il suo calore odoroso di gelso. La sera prima mia madre aveva ucciso, spennato e pulito la gallina più grassa del pollaio e l'aveva appesa, per tutta la notte, con la testa all'ingiù, all'esterno delle imposte della camera da letto perché frollasse al gelo. Ora la gallina, sul tavolo della cucina, attendeva d'essere infarcita, legata e sforacchiata con le punte della forchetta prima di finire nella pentola che già bolliva sul fuoco. Il ripieno le veniva pressato nel ventre per poi esservi ricucito con ago e filo di lino perché non si squagliasse durante la cottura. Quando Piero si trovava a casa, già studente in medicina, voleva per sé quell'operazione: - È per esercitarmi sulla pelle delle galline. - Poveri cristiani che capiteranno sotto le tue mani - sorrideva nostra madre. - Non vedi che non prendi bene? Bisogna fare così - e gli sottraeva l'ago. Anche la sfogliata era pronta, ugualmente sottile dall'inizio alla fine, impastata 43 a forza d'uova, come riconosceva la Cecina solo per quella di mia madre, oltre alla sua, naturalmente. Perché ci volevano forza, occhio e lestezza per impastare una sfogliata a forza d'uovo e tirarla da renderla quasi trasparente. E poi le tagliatelle, che dovevano essere sottilissime, tutte di una misura dall'inizio alla fine. Era un punto d'onore per la Cecina e per mia madre. Le dita accarezzavano veloci il rotoletto di sfogliata, e il coltello affilato le rincorreva senza incertezze. C'erano i piatti e i bicchieri che s'usavano nelle grandi occasioni; c'era la tovaglia della dote, con i bordi ricamati e, al centro, le iniziali di mia madre tra leggerissimi ricami. - Sembra arrivato il papa - disse mio padre entrando in cucina, rasato di fresco dal barbiere. Capotavola mio padre, tu alla sua destra, e poi mia madre che s'alzava continuamente; io alla sua sinistra dove si sedeva Piero. Fu un pranzo festoso. Mio padre ti punzecchiava amichevolmente sul tuo abito, sul tuo esilio a Roma che era una fortuna perché avresti potuto fare carriera... Mia madre lo guardava ogni tanto con insistenza per fargli capire che non erano discorsi da tenersi; ma lui fingeva di non accorgersi. Terminammo con la torta e la bottiglia dal tappo vecchio. La torta era un altro punto d'onore di mia madre. Doveva essere lievitata nella cottura uniformemente, e la cottura non doveva essere né avanti né indietro. La metteva in una teglia di rame, su uno strato di braci e di cenere; sul coperchio pure di rame, con al centro un lungo manico di ferro, cospargeva uniformemente braci e cenere caldissima. Quando la cucina era tutta satura di profumo, la torta era alla giusta cottura. Mia madre, portando in tavola la torta sul vassoio di porcellana ricoperto da un tovagliolino ricamato, pensava a Piero. Piero era ghiotto di quella torta. Tallonava la mamma chiedendo di sbattere lui l'albume, e poi si nettava con un cucchiaio la terraglia quando il pastone di farina, burro, uova e zucchero era stato travasato nella teglia. - Mi vien voglia di metterne via una parte per Piero. Chissà che cosa mangia oggi! Parlammo di Piero e della guerra. Con la tua presenza ci sentivamo sicuri che a Piero non sarebbe capitato nulla di male. Rimanesti con noi quel giorno e il giorno successivo che era domenica. Ricordo bene questo particolare perché celebrasti la messa alta e cantammo il vespro in coro assieme al gruppetto degli uomini di azione cattolica, sotto il tavolato del presepe. Partisti alla vigilia, nelle prime ore del mattino. Ma anche senza quel punto di riferimento, ricordo nitidamente quanto avvenne in quei due giorni, i miei interrogativi che facevi tuoi, cui ne aggiungevi altri, e soprattutto quella calma serena che mi portava la tua vicinanza come se l'avvenimento più incomprensibile non potesse fare male né a me né a te. Mi parlasti della vita a Roma. Io insistetti perché mi chiarissi il tuo progetto. La tua prima risposta mi sembrò una rinuncia: - Perché parlare di progetti quando ogni giorno porta impreparate novità che buttano all'aria il tessuto del giorno prima? Non è meglio goderci queste ore con l'animo attento a coglierne la misericordia? Non senti che siamo immersi nella misericordia? Parlare 44 del domani è come se la misericordia d'oggi non ci fosse sufficiente. - Ma potrebbe anche essere un modo per prepararci ad accogliere quella di domani. - Purché non sia curiosità di sollevare il velo su un dono che ci è consentito di conoscere solo nel momento in cui lo viviamo. Mi guardasti incerto. Eravamo seduti accanto al pianoforte. Lo sportello della stufa gettava uno squarcio di luce rossa sul presepe che mia madre aveva voluto come lo facevamo, Piero e io, da ragazzi. In cucina ella stava ultimando la rigovernatura; si sarebbe poi messa alla finestra a sferruzzare una sciarpa nera che voleva finire per l'indomani. - Che gli posso dare? - m'aveva chiesto. - Pensi che gli farebbe piacere una sciarpa fatta a mano? Quasi a incoraggiarti, ti chiesi con le parole di Piero: - Suonami l'ottavo. Accennasti ai primi tre accordi, senza inserire sopra la drammatica semplicità del canto: - Sono come il mio progetto. Accordi molto comuni, che non dicono nulla se non sostengono qualcosa che sia, allo stesso tempo, la loro ragione d'essere. Ti posso solo parlare della mia quotidianità di vita, del mio tentativo di farla diventare il supporto d'un canto che la spieghi. Mi parlasti a lungo del sentimento della misericordia che avevi accolto in te stesso come un dono, il giorno in cui avevi deciso di non fuggire da quella donna, al punto di ritenerlo il nome nuovo che la Parola dava a se stessa. Mi accennasti, poi, al tentativo di fissare con note e parole la lotta fra Parola e antiparola che doveva svolgersi sotto il segno della misericordia. Il dono ricevuto era esigente, fino a importi di rivedere e scartare, senza rimpianti, quanto avevi abbozzato nei mesi precedenti. Dovevi riveder tutto ed essere disposto a rivedere e scartare ancora, se altri doni ti fossero venuti attraverso altri incontri o avvenimenti, per essere fedele alla Parola e alla tua quotidianità. Era un'avventura alla quale partecipavi con tutto te stesso, perché la di lei vittoria o sconfitta sarebbero state la tua vittoria o la tua sconfitta. - È quasi pronto, alle sette c'è la novena - ci disse dalla cucina mia madre. Il tempo era precipitato. - Cinque minuti, e poi veniamo - risposi. Mi suonasti l'ottavo. Davo, come le altre sere, il braccio a mia madre, e tu ci seguivi, attento agli spuntoni di ghiaccio che scaglionavano il marciapiede di trabocchetti. Cercavo d'illuminarti i passi con la piccola striscia di luce della lampadina tascabile, mentre mia madre ti raccomandava continuamente di stare attento. «O rex gentium... veni et salva hominem quem de limo formasti», s'era cantato al monastero quel giorno. «O re delle genti...», invocava l'arciprete a nome d'un popolo ancora in attesa. Scandivamo assieme i gloriapatri al termine d'ogni invocazione, che scivolavano nella chiesa semibuia fino alla pisside incappucciata sulla soglia del tabernacolo. Cantasti il tantumergo come lo cantava la gente perché era l'unico modo, 45 quella sera, di cantare il gregoriano. Al termine della funzione, dopo il canto della pace, l'arciprete venne al nostro banco: - Cantiamo come possiamo. Ah, certo, i benedettini hanno ben altre corde. Spero che Dio non se ne abbia troppo a male dei nostri canti. - E nemmeno di quelli dei monaci - aggiungesti tu. L'arciprete sorrise: - Certo, Dio fa a meno dei nostri canti. Se volesse, avrebbe a disposizione dodici cori di angeli per fare buona musica. È una consolazione per un vecchio prete. Credo che gli basti ascoltare, come stasera: veni, et salva hominem quem de limo formasti. Udendo che ti fermavi tutto l'indomani, ti chiese la carità di celebrare la messa alta: - Per far sentire una voce nuova alla gente. Ti accompagnai nella stanzetta di Piero. Non avevi sonno, mi dicesti. Forse era un invito a rimanere ancora un poco con te. Sentivo il desiderio di chiederti che cosa pensassi di quel modo di pregare tanto lontano e diverso da quello del monastero, del grande drappo che nascondeva statue di cartapesta e borraccina, e sovrastava un Dio incappucciato sulla soglia d'una porticina a modo d'onnipotente signore pronto, al limitare della sua tenda, a dare udienza e dirimere questioni sorte fra il popolo. Mi prevenisti: - Ci siamo trovati in una pagina d'evangelo scritta da anonimi. Fra quella gente c'erano i ciechi sul bordo della strada, la donna sirofenicia, l'emorroissa, chi gridò: beato il ventre che t'ha portato, il centurione...; forse anche il giovane ricco, o due giovani ricchi. .. E stata la festa degli anonimi. - In monastero non c'è mai la festa dell'anonimato - ti provocai. - Oh, sì, noi ci sentiamo discepoli che hanno un nome. Abbiamo continuato a fare gruppo a parte, camminando al centro della strada, stando uniti ai crocicchi delle vie, non disperdendoci mai tra la folla. E preghiamo diversamente, sulla cima del monte, dopo avervi costruito la nostra tenda. Ma questa, tu sai, non è la vita monastica. Vidi i tuoi occhi brillare come al monastero, io novizio e tu maestro. Continuasti: - Possiamo avere nostalgia stasera dell'antifona gregoriana O rex gentium, ma la realtà è unica: il Verbo s'è fatto carne, ossia la Parola s'è fatta nostra parola, annichilendosi. Il tempo passava veloce. Assorbivo quanto mi dicevi come il campo di granoturco l'acqua nelle notti d'irrigazione. M'ero alzato per controllare la stufa. Misi nella piccola libreria un libro che era rimasto sul tavolino di Piero. - Pensi a Piero? - mi domandasti. - Penso a che cosa direbbe sentendoti parlare in questo modo. Maria, che sapeva della tua venuta, era giunta in bicicletta durante la messa alta. La trovammo in cucina, che aiutava mia madre per il pranzo. L'arciprete in sacrestia, mentre ti spogliavi dei paramenti e ricevevi il prosit degli uomini cattolici che passavano per la sacrestia, si complimentò per la tua omelia: - Me la sono gustata. Un povero prete di campagna, dopo trent'anni che fa udire la sua voce ogni domenica alla sua gente, si riduce a una spugna spremuta. Dopo la sua omelia, caro, la spugna ha fatto rifornimento. 46 - Parla bene, si vede subito che i benedettini sono gente fina commentavano gli uomini cattolici percorrendo il buio corridoio che dalla sacrestia li riportava alla chiesa. - La gente non avrà capito tutto ma stava molto attenta - continuò l'arciprete. - L'importante è che si capisca che non si può tutto capire. E poi, in questi giorni, col natale che ci sovrasta, c'è poco da capire. C'era anche mio padre a messa. Gli uomini del fondo della chiesa, che non conoscevano il galateo del prosit, trovarono naturale complimentarsi con mio padre; e almeno una parte di quei complimenti mio padre se la tenne per sé, perché, in fondo, anche lui c'entrava. A te disse solo, durante il pranzo: - Ci vuole poco a prendere la gente per il suo verso. Bisogna parlare col cuore. - È anche questione di testa - soggiunse mia madre. Maria s'era fermata a pranzo. Una cosa fuori norma secondo le usanze del paese, giacché la fidanzata si sarebbe dovuta presentare accompagnata dai genitori la prima volta. Ma mia madre, quando mi aveva detto: - Avverti subito Maria, che venga domenica se le fa piacere -, aveva aggiunto: - E dille di fermarsi a pranzo -. Se non c'era Piero, che ci fosse almeno lei a renderlo più presente all'antivigilia di natale. Maria si sentì subito a suo agio con te. Ti chiese: - Fa il natale con noi? - No, domani parto. - Peccato, mi sarebbe piaciuto che la conoscessero anche i miei genitori. E poi in campagna è un'altra cosa il natale. Perfino nella stalla si sente che è natale, vero? - e si rivolse a mio padre. Mio padre sorrise, perché è vero, per natale la stalla è diversa; però sono cose che bisogna esserci nati per intenderle. Mia madre guardava Maria senza parlare, ed era pronta ad aiutarla a ogni gesto di lei, al fuoco, a tavola, quasi le volesse insegnare, senza parere, un comportamento che sarebbe poi stato quotidiano alla Campanella. D'un tratto Maria esclamò: - Meraviglioso! - e prese la mano sinistra di mia madre. I due anelli s'intrecciarono. Mio padre fece finta di niente. - Hai visto, Maria? Certe cose non hanno stagione - disse mia madre. Mio padre tossì per mostrare indifferenza. - Non ci sono stagioni - ripetè Maria. - La semina è fatta per la raccolta e la raccolta per la semina. E tu non m'avevi detto niente soggiunse rivolgendosi a me. Ci guardavi un poco sorpreso. Mio padre cercò di toglierti dall'imbarazzo, più suo che tuo: - Cose da donne. Hanno al dito un anello quasi identico - e tossì ancora. - È stato lui, il giorno di santa Lucia - sussurrò mia madre a Maria. - È l'ora del bollettino - tagliò corto mio padre. Mia madre non venne con noi al vespro ma rimase con Maria. - Ci rivedremo ancora presto? - ti disse Maria salutandoti. - Almeno il giorno delle nozze - ti prevenne mio padre. - Ma anche prima - corresse mia madre. - Ormai il nostro paese è sulla strada fra Roma e il monastero. 47 Cantammo vespro sotto l'impalcatura del presepe, alternandoci con le donne della navata centrale. Sostenesti l'arciprete nel canto delle antifone gregoriane. L'inno lo cantammo a coro alternato con le donne. All'antifona «O» unii la mia voce alla vostra. L'arciprete sprigionava tutta la sua voce, ancora calda e sicura, con la gioia che nasce dal fare gregoriano assieme. I suoi occhi andavano dal libro a noi come se ci volesse precedere nel canto e, nello stesso tempo, contenersi in quell'inatteso scoppio di giovinezza. - Cantiamo Alma redemptoris solenne? - ti sussurrò. E senza nemmeno attendere il tuo assenso sorridente, aveva già davanti quella pagina straordinaria sulla quale, da anni, i suoi occhi concordanti con le labbra non potevano posarsi. - Abbiamo cantato oggi un vespro quasi come lo si canta nei monasteri - iniziò la dottrina. Si lasciò prendere dai ricordi del seminario, confidò il suo desiderio di giovane prete di mettere insieme una schola cantorum di uomini per il canto gregoriano, confessò la sua colpa per avervi rinunciato, impaziente dei risultati: il canto gregoriano, cari, è come un pezzo di terra che bisogna vangare e rivangare perché anche solo qualche gambo di gramigna rovinerebbe tutto. Fece un po' di storia di quel canto e del canto di chiesa in genere. Quando ebbe parlato anche di Perosi (impossibile che non ne parlasse: era, con le giuste proporzioni, il suo Verdi di chiesa) e dell'oratorio // natale, guardando l'orologio s'accorse che il tempo della dottrina era già passato. Dette allora velocemente gli avvisi, si raccomandò alle donne perché gli uomini non capitassero tutti dieci minuti prima della messa dell'aurora per le confessioni, e, mentre scendeva dal pulpito mobile a forma di cattedra (l'aveva voluto lui così, perché la dottrina era scuola), intonò il canto delle litanie. Salutandoti, anche lui ti disse: - Ritorni presto. Pregheremo ancora insieme in gregoriano. Trovammo mia madre alla finestra della cucina col libro delle devozioni in mano. Stava recitando la novena dell'antivigilia. La sera invadeva velocemente tutta l'aia. I tetti della stalla che vedevamo dalla finestra della cucina si profilavano nitidissimi sull'ultima spruzzata di luce prima della notte. Quel giorno mi fu proibito ogni lavoro necessario, di domenica, in una cascina. Dovevo stare con te, farti compagnia per evitarti la noia d'una domenica d'inverno in piena campagna, quando sembra che il tempo si sia aggrappato alle travi dei soffitti e abbia deciso di starsene immoto dopo tutto il correre che ha fatto durante la settimana. Il pigrissimo tempo domenicale s'indugiava su ogni cosa, curioso per quello che poteva accadere in cascina in una giornata di festa, con uomini che, pur lavorando, s'ostinavano a conservare il vestito buono fino all'ora d'andare a letto. S'indugiava perfino sulle cartelle della tombola che, quasi sempre, disponevamo sulla tavola appena sparecchiata, quando la vecchia amica di casa, già amica dei miei nonni, la Cecina, veniva da noi, cascasse il diluvio, per vedere se il tempo alla Campanella fosse meno pigro che nella sua casetta, una delle prime entrando in 48 paese dalla nostra parte e a un tiro di schioppo da noi. Venne anche quella sera, un po' timorosa per la tua presenza, portando un cartoccio di ceci e di lupini. I ceci e i lupini che aiutavano a bere nelle osterie del paese, fra il fumo dei toscani e le urla del gioco della morrà, passavano dalla sua casa. Li preparava lessati alla domenica mattina, li metteva, separati da un'assicella, in un cavagno che infilava nel braccio sinistro di Toni, il suo uomo, con il cilindretto forato del sale e le rituali raccomandazioni perché anche quella domenica tutto il guadagno non fosse equamente diviso fra i due osti del paese. A forza di preparare ceci, i bambini cominciarono a chiamarla la Cecina, e Cecina rimase per tutti. Giocammo a tombola, e mio padre fu il quinto per riguardo a te. Mia madre fu straordinaria quella sera: era riuscita a preparare una schiacciata sotto le ceneri calde senza che neppure mio padre, dal fiuto infallibile per i profumi della schiacciata, se ne fosse accorto. Era in tuo onore, evidentemente, ma la parte più grossa toccò alla Cecina perché ne portasse anche a Toni. Suonava l'avemaria mentre stavo attaccando il cavallo al barroccio. L'aria era fredda e pungente, nonostante che il cielo, durante la notte, si fosse coperto. - Prima di sera nevica - disse mio padre annusando l'aria. La lanterna a petrolio, oscurata con qualche pennellata d'azzurro, confondeva attorno al barroccio le ombre del barchessale e della tua sottana, mentre aspettavi che tutto fosse pronto per la partenza. Attorno al collo portavi la sciarpa che t'aveva appena dato mia madre dicendoti: - Si tenga bene coperto e ritorni presto. Facemmo la strada in silenzio, passando per il paese, Incontrammo solo qualche scialle nero che rasentava i muri in direzione opposta alla nostra, verso la chiesa. Attraversammo la provinciale e ci immettemmo su quella stradetta che aveva suscitato due giorni prima la tua ammirazione. Il riverbero della neve ammucchiata ai margini segnava il nostro cammino accompagnato dalla campanella di santa Lucia. Usciti dal filare dei platani, incominciammo a intravedere qualche sagoma d'albero; progressivamente il chiarore dell'alba saliva dalla neve. C'era qualche uomo intabarrato ad attendere il treno; sotto il tabarro pendevano sagome incerte: le scatole delle uova e i salami che ogni giorno prendevano la strada della città per il mercato nero. Ci abbracciammo. Rimasi solo sotto la tettoia finché il treno non scomparve, confuso nel grigiore del cielo che si saldava col biancore della neve. Rifeci la strada chiedendomi che cosa avrei fatto quel giorno in una casa che era ritornata vuota come quando era partito Piero. Feci come ogni giorno, ma gustando ancora di più la presenza di mia madre, avendomi essa chiesto di aiutarla nella preparazione del cenone: - L'anno scorso eri in monastero e Piero arrivò solo il giorno di natale. Non ci passò nemmeno per la mente di preparare il cenone. Ma quest'anno ci sei almeno tu. Che vuoi che ti prepari? - Come sempre, mamma. - Allora m'aiuti. Faremo razione doppia di gnocchi perché non possono 49 mancare Toni e la Cecina. Bolliva sul fuoco del camino la minestra del pranzo quando entrai nella casa della Cecina per l'invito della sera. La grossa pentola dei ceci era infilata nel treppiede della polenta. Il profumo della pestata di lardo per il condimento della minestra si legava quietamente con quello dei ceci. Il lardo, a usarlo solo come condimento, era permesso anche in giorni di magro stretto. Sul ripiano del camino, fra i quattro candelieri d'ottone, c'erano alcune statuette con l'asino e il bue in attesa di buttare il loro fiato di gesso sul figlio di Dio. Sulla tavola aspettavano due scodelle e un pezzetto di stracchino ancora avvolto nella carta del bottegaio. Come mi videro, le due statue di carne sedute sulle sedie impagliate si animarono. Da tempo non entravo nella casa della Cecina. Quando c'erano ancora i nonni, non passava giorno che non le facessi visita. Quella casa aveva un mistero d'ombre e d'odori che m'incantava. Passandovi di ritorno da scuola a mezzogiorno, quando la Cecina aveva fatto le tagliatelle, ne mandavo giù in fretta mezza scodella mentre la Cecina mi guardava sorridendo e mi diceva: - Mangia, è una minestra da risuscitare i morti. Ma mangia anche a casa, altrimenti si spaventano e dicono che sei ammalato. - Vuoi una scodella di minestra da noi? - mi disse come saluto la vecchia amica. - Peccato che non ci siano le tagliatelle. Ma i fagioli non mancano, e nemmeno la zucca - soggiunse Toni. - E dopo ti faccio la lippa. Quante lippe m'aveva confezionato Toni quando veniva nell'aia della cascina a parlare e fumare il quarto di toscano con mio nonno, con quella sua roncola che portava sempre appesa sulla natica sinistra! Erano lippe così appuntite e ben bilanciate che bastava anche una lieve pressione del bastone per farle saltare in alto, nella posizione ideale per essere colpite di rimando e gettate lontano. Sorrise Toni ricordando quei tempi. - Non siamo più nella stagione della lippa - dissi. -Ma a una lippa come la sa fare Toni non si può dire di no, nemmeno alla vigilia di natale con tutta questa neve in giro. - Già, è una buona serata per i ceci - disse Toni. - Ma almeno un po' più da cristiano ti dovrai comportare stasera, se vuoi andare alla messa dell'aurora con le tue gambe - fu pronta la Cecina. Il vecchio mi strizzò l'occhio, come per dire che certe cose le donne non le potevano capire. - Vieni anche tu alla messa dell'aurora? - mi chiese la Cecina. - Ci andiamo tutti - risposi - ma stasera ceneremo insieme. Sono venuto appunto per invitarvi. - Io debbo lavorare questa sera - si scusò Toni. - Ci puoi andare anche dopo, nelle osterie - lo rimproverò la Cecina. - Sì, veniamo. Il pomeriggio lo passai fra l'aia, la cucina e il pianoforte. Nell'aia c'era da preparare la legna per qualche giorno, il fieno sotto il barchessale almeno per i due giorni di festa, fare posto alla nuova neve che sarebbe scesa prima di sera. In cucina volevo aiutare mia madre, ma riuscivo solo a mettere legna nel camino e sollecitare i pezzi di gelso che lentamente bruciavano, 50 perché sprigionassero faville e fiammate improvvise. Andavo al pianoforte, suonavo un preludio e poi ritornavo nell'aia. Andavo e venivo, quasi mi mancasse la terra sotto i piedi, avrebbe detto mio padre. Da ultimo presi la decisione che quell'andare e venire continuamente rimandava. Mi sedetti alla finestra della cucina e apersi la bibbia. Immaginai l'itinerario che tu avresti compiuto fra quelle pagine, seduto al tavolino della tua cella. Dalla profezia alla realtà, e poi a una nuova attesa. La Parola che s'incarnava, il Dio con noi; e la risposta nel saper cogliere questa incarnazione di salvezza nella vita, cose, avvenimenti. Tu a mezzanotte, e io al mattino presto avremmo realizzato insieme tutto questo, senza vedere nulla. Forse era la coscienza del non vedere a spingermi, irrequieto, dall'aia alla cucina e al pianoforte. Ma che c'era da vedere? Tu, su libri riservati, le note del Christus natus est nobis che per otto volte introducevano, spezzavano e chiudevano la salmodia dell'invitatorio; seguite dal canto dei responsori sui quali riposavano, per riprendere slancio, i testi d'Isaia e di Leone Magno. E poi, a mezzanotte esatta, ancora le note del Dominus dixit ad me dell'introito, mentre gli accoliti, i ministri e l'abate sarebbero sfilati dalla sacrestia al presbiterio, coi pesanti paramenti bianchi trapuntati d'oro e il turibolo carico di braci impazienti di consumare, voraci, il primo cucchiaino d'incenso. E io, un presepe che, all'alba, si sarebbe debolmente illuminato, fra qualche lucetta rossa dei fuochi dei pastori, le lampadine delle stelle infìsse nello sfondo blu e la luce azzurra della capanna, e centinaia di teste che vi erano rivolte dai banchi della chiesa, prendendo nella loro traiettoria anche l'altare con l'arciprete, pure lui in ricchi paramenti bianchi. Tutto qui. Non c'era altro da vedere. Oppure non ce n'era nemmeno bisogno, perché ormai tutto era visione nell'incarnazione della Parola, mentre mia madre arrotolava velocemente gli gnocchi sui denti della forchetta per dare gioia anche alla Cecina e a Toni. Non poteva essere quell'umile gesto lo splendido segno d'una risposta d'incarnazione che continuava? Perché attendere altro quando avevo già tutto davanti agli occhi? - Sembrate due remagi - disse mio padre mentre la Cecina e Toni entravano in cucina dove la tavola era già preparata per il cenone. Per prima la Cecina, portando il cartoccio dei ceci lessati, e dopo Toni, su una mano la magnifica lippa, e nell'altra una teglia coperta da un tovagliolo bianco. - No, io faccio il cammello con la mia gobba - disse Toni ridendo forte. - Ma non d'acqua te la riempi, la gobba - lo rimbrottò la Cecina. Presi la lippa con un'esclamazione di sorpresa. Fra le due estremità appuntite e arrotondate, sul pezzetto di scorza verde del salice, Toni aveva inciso con la punta della roncola le mie iniziali. - Ci ha impiegato tutt'oggi, il Michelangelo - disse la Cecina con voce che voleva sembrare ironica ma si capiva subito che era di compiacimento. Durante il cenone fu lei soprattutto a parlare, ma Toni non voleva essere da meno, man mano che mio padre gli riempiva, senza esagerare troppo, il bicchiere. I ricordi della mia fanciullezza straripavano da 51 ogni espressione; e Piero era presente in quell'andare e venire di avvenimenti che s'intrecciavano ormai senza date precise e si scioglievano liberamente nell'intimità del cenone, per essere rivissuti nel presente. - Ti ricordi? - e la Cecina si rivolgeva a mio padre. - Ti ricordi? - e Toni guardava me o mia madre. La Cecina e Toni, a turno, si beccavano, si contraddicevano, s'incaponivano su qualche particolare. - Tu vuoi sempre averla vinta. - Ti dico che è così. Sì, era così, non poteva essere che così. Ma non era come se fosse accaduto ieri. Accadeva in quel momento. Si può dire che esiste un passato quando un vecchio parla? Mia madre ascoltava sorridendo. Pure per lei i ricordi dovevano essere persone che s'aggiravano palpabili nella cucina; e sorrideva alla gioia che usciva senza intoppi dalla bocca dei due vecchi amici. Toni parlò della guerra. Di quell'altra, del Grappa, del Piave, delle sue gesta di bersagliere. Anche mio padre aveva i suoi ricordi del Carso: - Non ci crederete, ma certe notti sogno ancora quelle trincee con le granate che scoppiano... S'accorse che mia madre non sorrideva più. Cercò di rimediare: - Ma adesso non è più come una volta. Gli ospedali da campo sono sicuri, attrezzati. Non si bombarda un ospedale da campo. Mio padre non sapeva sugli ospedali da campo in Grecia niente di più di quanto ne sapessimo noi; ma bastarono quelle parole perché mia madre riprendesse il suo sorriso. Al monastero vespro e piccola cena erano già finiti, anche la breve ricreazione. Nessun ricordo nelle vostre conversazioni di vigilia. E poi la mente e il cuore del monaco erano tutti presi dalla preparazione all'avvenimento che avrebbe ripetuto fra le vecchie mura, una volta ancora, il mistero invocato e realizzato sulle stesse note del canto gregoriano. Forse eri nella tua cella. Forse all'organo, per preparare i pezzi della notte e delle messe del giorno. Mi colsi su questi pensieri mentre mio padre stappava la bottiglia del vino bianco e la Cecina tagliava la torta che aveva fatto nel pomeriggio, mettendomi nel piatto la fetta più grossa. - È anche la parte di Piero. Quando ritornerà, la tua parte la daremo a lui. Mia madre ebbe una parola per te: - Sarebbe stato bello che dom Placido fosse rimasto stasera con noi. Guardai l'orologio, il Longines che m'aveva regalato mio padre per la maturità liceale. Erano le 21. Al monastero, compieta era già stata recitata e, nel silenzio delle celle, nel brusio degli ultimi preparativi in sacrestia, nei confessionali dove i padri di turno attendevano, fra una pagina e l'altra del breviario, i penitenti ancora rari a quell'ora, si respirava già l'aria di mattutino. L'anno precedente m'aveva colpito quello spazio fra compieta e mattutino, per una vita che non si vedeva ma che si sentiva solo frusciare come quando, se hai l'orecchio allenato, ti trovi in una sera che annuncia l'estate seduto sul ciglio d'una roggia di fronte al crepuscolo. Oh quell'ora fra la compieta del vecchio tempo e il mattutino 52 del nuovo, non più vecchia e non ancora nuova, come l'immagine di un'umanità che sa spremere il nuovo dal vecchio! Toni fece il brindisi. S'alzò in piedi. La mano che sollevava il bicchiere a coppa gli tremava. La Cecina non voleva. - Mah, bisogna compatirlo. - Compatirmi? E perché? Non sai che bisogna sempre fare un brindisi in occasioni simili? - Sì, Toni, un brindisi ci vuole - lo incoraggiò mia madre. - Io dico che bisogna bere alla salute di Piero perché passi un buon natale e venga presto a casa. E poi alla salute di tutti noi perché sia contento di rivederci. - Bravo, Toni, hai fatto un discorso da oratore - disse mio padre. - È abituato, lui, ai discorsi quando lascia il guadagno dei ceci agli osti - non si dette per vinta la Cecina. Poi continuò, e c'era adesso quasi dolcezza nella voce: - Non andarci stasera, domani venderai il doppio. Toni ammise che era piuttosto una sera da torrone che da ceci. Al monastero non si pensava né al torrone né ai ceci. I monaci stavano sfilando dalla sacrestia al coro nelle ampie cocolle pieghettate. Nella fila avevi ripreso il tuo posto di professione, lasciando quello accanto al priore che ti spettava come maestro dei novizi. Da ultimo veniva l'abate già vestito degli abiti pontificali, con mitra e pastorale, pronto e sollecito a pascere il suo piccolo gregge verso pascoli di note gregoriane e di pagine profetiche, in rappresentanza dell'unico pastore che doveva guidare altra gente fra ceci e desideri di torrone verso pallidi segni di vita eterna. I vecchi amici se ne andarono: - Ci vediamo alla messa dell'aurora. Grazie del cenone. Buon natale. Mio padre andò alla stalla a riempire di fieno la mangiatoia. A mezzanotte l'asino avrebbe dovuto capire che iniziava una festa straordinaria anche per lui. - Vieni a trovarmi qualche volta, la sera - mi disse l'arciprete dopo la messa dell'aurora, quando andai in sacrestia per augurargli il buon natale. - Non sempre i libri bastano a non sentirsi soli. Fu il primo incontro d'una lunga serie, che m'introdusse in una familiarità dove l'amicizia prendeva la forma, per quel vecchio prete, del bisogno di sentire riflessa in me la sua capacità di vita, e per me di scoprire un itinerario della Parola nei luoghi che mi videro crescere e ch'egli custodiva per misterioso mandato. - Vieni, t'aspettavo - m'accolse l'arciprete. Si doveva essere nella settimana di natale, perché l'aria era ancora festiva pur essendo annunciatrice di nuove feste. - Non abbiamo ancora avuto modo d'incontrarci con un po' di quiete. Te ne andasti via così all'improvviso... Non dico la gente, ma nemmeno io me lo sarei potuto immaginare. Era un velato rimprovero perché l'avevo avvertito della mia decisione l'ultimo giorno, e ancora in una forma molto laconica? - Mi perdoni, signor arciprete. - Siediti. Prendi volentieri un caffè? Carmela, - alzò la voce verso 53 la cucina - un buon caffè per favore. Io prenderò un bicchiere di vino. Alla mia età vale l'imperativo del poeta: Nullam sacra vite prius severìs arborem... Il tinello, che faceva anche da studio nella fredda stagione, era molto semplice ma rivelava il gusto delle cose ordinate, messe sempre a quel posto come nell'unico in cui avrebbero potuto esprimere completamente la loro verità. A immaginare il parallelepipedo della vecchia radio spostato in altra parte o il grammofono dalla grossa tromba in altro angolo, non c'era più ordine. Forse la vita dell'arciprete era rispecchiata in quell'ordine, come un campo di buona terra segnato da geometrici filari di piante uguali, che la Parola aveva arato e seminato. Uno scaffale accanto alla radio conteneva i libri di quotidiana lettura. Non molti. Riuscii a scorgere, coricato e a portata di mano, il Nuovo Testamento greco e latino del Merck, e poi la Divina Commedia, I Promessi Sposi, Grazio, Virgilio, i suoi poeti latini, le poesie del Carducci nella bella veste della Zanichelli. Sulle pareti le riproduzioni della Madonna col Bambino di Andrea del Sarto e del particolare di Santa Cecilia di Raffaello. Sul grammofono a manovella stava esaurendosi, fra qualche sussulto, il preludio al terzo atto della Traviata. L'arciprete depose con cura il disco nella sua custodia di carta color nocciola: - Alla sera, quando non c'è buona musica o una commedia alla radio, mi ascolto qualche disco. Verdi, caro, per me è il musicista che ha interpretato meglio l'animo dell'uomo. Come vedi, sono fermo ai vecchi gusti. Parlò quasi sempre lui. Comperò la radio fra i primi, solo per godersi qualche opera o commedia cui un prete non poteva direttamente assistere. Poi venne per i preti la proibizione della radio, e la dovette nascondere in soffitta per non incorrere in qualche sospensione. - Tempi cambiati - sorrise. - Oggi un prete che non ha la radio non è un buon patriota. La proibizione della radio lo portò a quella della bicicletta: - Adesso è consigliata ai fini del ministero. Si stava uscendo dalla bufera del modernismo. A quei tempi insegnava in seminario latino e greco. Materie non pericolose. Ma lui apprezzava anche Fogazzaro e Carducci, e non ne faceva mistero. Si sparavano cannonate allora anche-ai passeri. I suoi superiori, che lo stimavano, gli consigliarono di concorrere per quella parrocchia che faceva gola a pochi; e poi a nessuno, quando si seppe che lui vi concorreva, incoraggiato dai superiori. La vocazione a parroco gliela aveva trasmessa involontariamente il modernista Fogazzaro. La voce dell'arciprete sembrava un po' triste. Ma poi, quasi gaiamente: - Non credere che sia stato un sacrificato. A quei tempi si sparse tale voce. Ancora oggi qualche amico della mia età, quando riprendiamo certi discorsi, ne fa velati o scoperti accenni. Certo, nei primi anni è stata dura. Ma qui, in questo borgo selvaggio, ho fatto straordinarie scoperte. Ogni tanto centellinava dal suo bicchiere un piccolo sorso. Anche in quel gesto c'erano ordine e misura. 54 - Ormai sono vecchio, la mia corsa può terminare da un momento all'altro, l'ultimo porto può essere alla prossima insenatura; per questo sento il bisogno di comunicare a qualcuno tali scoperte perché egli possa continuare la sua corsa portando in sé un po' di me stesso. Forse non dirò nulla d'importante per te. È difficile che le scoperte degli altri possano interessare, almeno immediatamente. Ma più tardi, ricordandoti di questo vecchio prete, potrai essere sostenuto dal pensiero che altri prima di te hanno percorso la stessa strada, hanno cercato d'avventurarsi nel mistero della vita con la volontà di non rimanere sopraffatti. - Modernismo? Era la vita che continuava, a volte con strappi, sbandamenti, audacie non bene calcolate, ma sempre vita. Un albero non può conservare le sue prime foglie e i suoi primi frutti. I frutti sono colti, le foglie cadono, e lasciano il posto a nuovi frutti, a nuove foglie. Ma l'albero è sempre quello, nel suo bisogno di vita. - Tieni a mente, caro, quello che ti dice il tuo vecchio arciprete. La vita non la si può fermare. Se io ti parlo, è perché la vita ha la sua ultima parola anche sulla morte. Ed è la mia stessa vita che continuerà in te attraverso le mie parole, la vittoria della mia vita sulla morte che la vorrebbe annientare. Fossi stato presente a gustare anche tu quella sapienza che colava dalle parole e dagli occhi chiari del mio arciprete! Tieni a mente, caro... diceva l'arciprete; obsculta fili, affermava la regola... Un ascolto vero, che fa tenere a mente quanto s'è udito, la Parola che deve essere conservata! S'era fatto tardi. - Oh, no, non mi hai fatto perdere la serata. Ho ritrovato parte di me stesso. Sai, quella parte che è sempre talmente presente da dimenticarci che esista. E spero che anche per te non sia passata invano. Forse ti ho annoiato. Parlo, parlo, e mi dimentico che gli interessi degli altri potrebbero essere diversi dai miei. Un vecchio diventa egoista quasi senza accorgersene. Verrai ancora a trovarmi? Ti dissi che quell'incontro fu il primo d'una lunga serie. Ma non voglio anticipare nulla perché tu stesso, a tua insaputa, ne fosti progressivamente coinvolto, cosicché non riesco bene a distinguere, a distanza di tanto tempo, ciò che era il dono del mio arciprete dalla ricchezza che tu mi comunicavi coi tuoi scrìtti e che io, in un certo senso, verificavo o consolidavo in quei colloqui serali. Dopo la neve della notte di natale, un freddo vento aveva spazzato via ogni nube e ci aveva portato un sole pulito e tersissime stelle. Al mattino, dopo il profondo cielo della notte, sembrava fosse nuovamente nevicato, tanto la galaverna sfilacciava lunghe barbe, ornando di gioielli scintillanti ai primi raggi del sole i rami delle piante e i fili della luce. Qualche passero gettava nell'aria, ogni tanto, una manciata di quei gioielli e si rifugiava, poi, con le penne rigonfie, su una gronda, osservando timoroso il danno provocato. Eravamo preoccupati del silenzio di Piero. Mio padre non andava sull'argomento; mia madre non diceva nulla. Io, ogni mattina, all'ora della postina, picconavo un po' di crosta ghiacciata sul portone, se mai 55 avessi potuto scorgere la sagoma nera, traballante sulla bicicletta, avvicinarsi alla Campanella. Non dicevamo nulla, quasi per il tacito accordo d'allontanare col silenzio una notizia di sventura. Solo qualche giorno prima dell'epifania, forse il sabato, ci giunsero notizie di Piero. La lettera era sgualcita, più cancellature d'inchiostro violetto che parole leggibili. Riùscimmo a capire che l'ospedale era stato spostato (questa forse la causa del ritardo delle notizie) e il numero dei feriti aumentava continuamente per un'arma che non era stata presa in considerazione prima: il congelamento. Alcune righe complete ci dicevano che stava bene, che non dovessimo preoccuparci per lui, che tutto si sarebbe risolto in bene e che non vedeva l'ora di venire a scaldarsi al camino di casa. Ma che poteva essere successo dal giorno in cui Piero aveva scritto fino a quel mattino di freddo tagliente? - Dobbiamo subito spedirgli calze e maglie di lana - disse mia madre. - Ho il presentimento che quelle che ha portato con sé se ne siano volate via. Scrivigli subito che gliene mandiamo; ma che se ne tenga qualche paio. Lo faccia per sua madre. E andò di sopra ad aprire cassetti e armadi per racimolare quanta più roba poteva. - Nemmeno io avevo pensato al congelamento - disse scendendo le scale con le braccia colme di roba. - Dovevo pensarci, povero Piero. Per alcuni giorni, mia madre, durante il pranzo e la cena, ritornò sulla sua sbadataggine per non aver pensato al pacco. Doveva immaginarsi, diceva, che Piero avrebbe dato via tutto, se vedeva uno più bisognoso di lui. - Ma non ha chiesto nulla. Non dice che all'ospedale c'è pericolo di congelamento. Questa è una tua fantasia. Hai fatto bene a mandargli il pacco, potrà servire anche ad altri; ma Piero ha la testa sulle spalle. - Tu non lo conosci su questo punto. Gli hai visto qualche volta la camicia con le righette rosa? Non ce l'ha più... E nemmeno il maglione marrone che gli avevo fatto io. Dove sono andati a finire? gli domandai. Sai mamma, un mio amico... i suoi genitori sono poveri... Non era la prima volta, non è stata l'ultima. Io lo sento: Piero soffrirà il freddo, si congelerà i piedi. Ha scritto che non vede l'ora di riscaldarsi al camino. Al camino lui si scaldava sempre i piedi. - Su quelle montagne farà freddo, se qui in pianura fa freddo. Ma è una tua fantasia. Un medico se vuole curare gli altri deve curare prima se stesso. È un suo dovere. - Fosse così, - sospirava mia madre - ma io lo conosco. Io non dicevo nulla. Anch'io conoscevo Piero. Non era capace di fare un calcolo prima, quando vedeva che qualcuno aveva bisogno di lui. Piero era cresciuto così; il fascino che esercitava su di me nasceva da qui. Ed ero portato istintivamente ad approvare ogni sua scelta anche se, in analoghe circostanze, mi sarei comportato diversamente. Quando decise di rompere con la pratica religiosa, ne soffrii, non lo seguii, ma non riuscii a disapprovarlo perché non s'era offuscato quell'aspetto che m'affascinava. Piero, con la sua decisione, non era mutato. Udii un giorno mia madre dire, come se parlasse tra sé: - Chissà come stanno veramente le cose! 56 Se Piero doveva cambiare, sarebbe stato meglio che avesse continuato ad andare in chiesa chiudendo le sue mani bucate? Solo Dio sa... La certezza di mia madre che Piero avesse bisogno d'indumenti di lana, la sua fretta nello spedire il pacco, m'avevano riproposto la domanda che prima avevo eluso: che cosa o chi lo sosteneva nel suo darsi agli altri, quando lo stesso imperativo dell'amore di Dio era caduto? In una di quelle sere ne parlai all'arciprete. Il discorso non era affatto forzato perché davo notizie di Piero, comunicandogli anche, con un sorriso, l'apprensione di mia madre. L'arciprete dimostrò di conoscere Piero più di quanto i loro rapporti esterni potessero far immaginare. - Per conoscere le persone, caro - rispose alla mia sorpresa - non è necessario vivere loro accanto. È sufficiente volergli bene e cercare di capire le loro reazioni e le loro scelte. Certo, è necessario volergli bene, altrimenti non si capisce nulla. Non dico amarle, che è troppo impegnativo, forse presuntuoso, ma volergli bene. Anche qui l'arciprete manifestava quella misura che adoperava nel bere al bicchiere o nel leggere un canto della Divina Commedia. - Piero, ecco, io l'ho visto nascere, l'ho battezzato, gli ho fatto il catechismo, è cresciuto lentamente, senza fretta, nel mio animo. Come è capitato per te. Ho visto tuo padre quando cercava con lo sguardo tua madre nei banchi delle giovani, durante la messa alta; li ho sposati. Come si fa a non volervi bene? Non è necessario che voi ve ne accorgiate. Se si cammina sulla stessa strada, si cresce insieme; e un prete, se non sta attento a questa crescita, che senso potrebbe dare alla sua vita? - Ma se la crescita non va secondo il suo desiderio? - gli chiesi. - Vedi, caro, -ci sono dei tempi e dei modi di crescita che il prete non conosce né può conoscere. Non deve provare nessuna amarezza se non corrispondono ai suoi tempi. Il suo volere bene non sostituisce l'amore di Dio. E qui bisogna proprio parlare d'amore. L'amore di Dio conosce quello che c'è in Piero. Non posso fare altro che adorare questo amore. L'amarezza e la delusione non sono indizi d'una buona adorazione. Certo, certo - mi prevenne - ci può essere una sofferenza se si constata un'infedeltà, secondo i nostri parametri, al dono di Dio, ma mai amarezza o delusione. D'altra parte è la stessa sofferenza che proviamo nel constatare la nostra infedeltà. - L'abbandono della pratica religiosa le sembra infedeltà al dono di Dio? - chiesi con un'apprensione che l'arciprete dovette notare. - Scusa un momento. Uscì, aperse qualche uscio inoltrandosi nel labirinto della canonica, ritornò con una cartella legata con uno spago. Sciolse lentamente lo spago, con ordine, fece passare fogli e piccoli notes e si fermò su un quadernetto dalla copertina nera. Ne sfogliò velocemente alcune pagine, altre con attenzione, finché fermò gli occhi su alcune righe. - Ah, ecco, scrivevo questo quarant'anni fa. Ho sempre scritto qualcosa ogni tanto, soprattutto in quei momenti in cui parlare sarebbe servito a poco. Dunque, vediamo: «Mi si accusa di non dare importanza alla pratica religiosa, d'insistere esclusivamente sull'adorazione in spirito 57 e verità perché ormai il tempio è stato distrutto e il velo squarciato. Mi si accusa di trascurare l'appartenenza visibile a una chiesa visibile, perché avrei detto che non saremo giudicati su questo ma su quanto avremo fatto per dare da mangiare, da bere, da vestire a Cristo presente nell'uomo. Se non fossero accuse, direi che, con qualche precisazione, la penso esattamente così. Che cosa sarebbe una pratica religiosa se non servisse al riconoscimento di Dio nell'uomo? Un puro ritualismo, che troviamo in qualsiasi religione. Perché allora Cristo si sarebbe incarnato? È l'uomo che ha bisogno, eventualmente, d'una pratica religiosa, non Dio. Ma il riconoscimento di Dio nell'uomo deve necessariamente passare attraverso una pratica religiosa? Un pezzo di pane, un bicchiere d'acqua, un vestito non sono una pratica religiosa. Perché mi si accusa? Non cerco anch'io la verità? Se ci volessimo bene non ci accuseremmo ma ci sosterremmo nello stesso cammino». - Vedi, caro, - proseguì l'arciprete chiudendo il quadernetto - in quasi quarant'anni da quel giorno ho potuto riflettere sulle domande che io stesso mi rivolgevo senza pormi in stato d'accusa. Potrei dirti che oggi la realtà della chiesa ha acquistato una dimensione che prima mi sfuggiva, senza la quale non si può capire il cristianesimo come messaggio di misericordia. Ma di fronte a Piero che si sottrae alla pratica religiosa e non ha incertezze nell'aiutare il prossimo togliendosi il vestito, non ho ancora una risposta agli interrogativi di tanti anni fa. D'altra parte, perché volere sempre dare delle risposte a ogni costo? Solo Dio può averne senza incertezze. Ma fermarsi qui presuppone che si voglia bene alla gente e la si riconosca amata da Dio. Altrimenti la si accusa. Il suo discorrere era frequentemente interrotto da brevi silenzi, come se il vecchio prete cercasse un termine nascosto dall'affluire tumultuoso dei ricordi. - Ti ho forse un poco scandalizzato? Un prete non dovrebbe mai avventurarsi nell'ignoto. La sua funzione è quella di rimanere col suo gregge su terreno sicuro, anche se a volte lo spazio può sembrare angusto. Ma è più facile frenare la carne che lo spirito, perché la carne è sempre più debole, oppone meno resistenze. Non ti sei scandalizzato, vero? Oltretutto è Dio che ci ha dato un cuore inquieto, mai sazio di scavare. Il cuore s'acquieta solo in lui. - Potessi fare anch'io il suo cammino, signor arciprete - risposi con slancio. - Dove lei è arrivato, il cuore inquieto è già in pace. - Grazie, sapevo che m'avresti capito. Sì, sono in pace. Piero non ricevette mai il pacco degli indumenti di lana. Dopo una decina di giorni dalla lettera, ci era arrivata una cartolina postale in cui accennava a una possibile licenza. - Una licenza in questi tempi? - si lasciò scappare mio padre. - Ma certo, - aggiunse subito, vedendo la sua donna ansiosa - anche nella guerra del '15 Ogni tanto se ne davano. Da giorni correva voce in paese di soldati rimpatriati dalla Grecia per congelamento, che erano ricoverati nell'ospedale militare della città. Dopo quella cartolina, mia madre non ebbe più dubbi: - Piero ha i piedi congelati, la colpa è mia, dovevo pensarci. 58 Poi il maresciallo dei carabinieri era giunto alla Campanella con un fonogramma: Piero era stato ricoverato nell'ospedale militare della città per congelamento agli arti inferiori. Era di mattino presto. - Chiedi a Toni se può venire a dare un'occhiata alla stalla - mi disse mia madre. Mio padre in silenzio andò ad attaccare il cavallo. Con Toni arrivò anche la Cecina con un cartoccio di ceci ancora caldi. - Oggi deve passare lo stracciaio - si rivolse mia madre alla Cecina. - Digli che vada subito da Maria, poi mi sdebiterò. Era già sul barroccio. Si ricordò dell'anello di santa Lucia, ma disse che aveva dimenticato il fazzoletto. La notizia che Piero si trovava all'ospedale coi piedi congelati era già corsa in paese quando l'attraversammo in barroccio. Il maresciallo, per quell'insolito giro a un'insolita ora, aveva destato la curiosità della gente che, dalle finestre e dalle cantonate, aveva osservato il tragitto che compiva; e lui, assolta la missione, non era più tenuto al segreto. - Sì, è il dottorino. No, non deve essere grave. La comunicazione non era urgente - (ce lo riferì poi la Cecina; la gente parlava così dal bottegaio quando vi andò a fare la spesa). Capimmo che la notizia era già corsa perché qualche donna era sull'uscio di casa e ci salutava. Mia madre era avvolta nello scialle nero e teneva gli occhi abbassati. L'ospedale militare era stato ricavato in fretta da due ali di un grande istituto religioso. Il lungo corridoio che dava sulla stanza riservata agli ufficiali era illuminato da grandi finestre con tende bianche che sentivano ancora di ferro da stiro. Dalla stanza stava uscendo una suora. Ci fece cenno d'attendere. - E' suor Giuseppina - esclamò sorpresa mia madre. La suora ebbe un momento d'incertezza. Poi il volto si distese nel sorriso. S'erano riconosciute. Pensai che avesse l'età di mia madre. Le guardai istintivamente le mani che reggevano una bacinella. La loro morbidezza e il loro biancore non potevano nascondere quella forza che si nota dalla larghezza del palmo e che è propria alle donne contadine. La suora guardò mio padre. Si sorrisero. Mio padre arrossì leggermente. - E' tuo figlio? - domandò la suora indicandomi. - Sì, e l'altro è là dentro - rispose mia madre. - Il dottore... il sottotenente Piero...? - Come sta? - domandò ansiosa mia madre. - Sta' tranquilla, andrà tutto bene. Tra poco uscirà il maggiore medico, e potrete avere notizie più precise. Ma adesso debbo andare, ci rivedremo dopo. Suor Giuseppina s'allontanò con passo leggero e sicuro nel corridoio. - L'avresti riconosciuta? - S'è fatta donna - rispose mio padre. - Era partita quando ci sposammo - si rivolse a me mia madre. - I confetti glieli abbiamo mandati quando l'arciprete andò alla cerimonia dei voti. Io stavo aspettando Piero. Non è più ritornata al paese. Usciva intanto il maggiore medico seguito da altri due ufficiali medici. 59 - Chiamalo maggiore - fece appena in tempo mio padre a bisbigliare alla sua donna. - Signor maggiore, sono la mamma del sottotenente medico Piero... - Sottotenente? - sorrise il maggiore. - È tenente, promosso sul campo, il nostro eroe. Io non dico... Ma un medico che si fa congelare i piedi vuol proprio fare l'eroe, a meno che non voglia superare san Martino... - La colpa è mia, signor maggiore - disse sommessamente mia madre. - Io... - Ah, è lei che ha insegnato al tenente a fare san Martino? - riprese il maggiore che, evidentemente, provava gusto a lasciare il cuore sospeso quando c'erano buone notizie da dare. Gli altri due medici sorridevano, ma mio padre sembrava piuttosto seccato. - In campagna - disse - si conosce san Martino perché è il giorno dei traslochi dei salariati. Mio figlio non.... - Piero non ha colpa - continuò mia madre più sicura. - Io lo conosco. Dovevo pensarci a mandargli più calze e maglie di lana. Stava per piangere? - Guarirà, signor maggiore? - Con un po' di pazienza i piedi glieli metteremo a posto. Quanto alla testa... - Ha congelato anche la testa? Voglio dire, è ferito anche alla testa? chiese mio padre, talmente confuso da non sapere, come avrebbe confessato ricordando quei momenti, che cosa diceva. Il maggiore scoppiò a ridere, e fu un sollievo per tutti. - Insomma, non ha ancora capito che se fossi suo padre ne andrei orgoglioso? Mille volte meglio essere promossi tenente per avere salvato della gente che per averla ammazzata. Si rifece serio: - Anch'io ho un figlio laggiù, anche lui tenente medico. Piero guarirà perfettamente. Entrate ora. Oggi potete rimanere quanto volete. Ma da domani dovete rispettare gli orari. Ci diede la mano. Stringendo quella di mio padre, che aveva ripreso la sua sicurezza, ebbe quasi un'irrigidimento d'attenti. Mia madre potè finalmente asciugarsi gli occhi e continuava a ripetere, guardando ora il maggiore ora gli altri due medici: - Grazie, grazie. Era una stanzetta a quattro letti. Mia madre si buttò su quello di Piero. Per qualche secondo vedemmo solo il suo scialle nero e il gonfiore dell'archetto all'altezza dei piedi. Poi lo scialle si sollevò, e il riso di gioia di Piero ci giunse misericordioso ad asciugare le nostre lacrime. Mio padre e io ripartimmo quasi subito. Sarei poi ritornato al pomeriggio a riprendere mia madre in treno. Passando vicino al negozio delle sementi, mio padre non so quanti acquisti fece ancora per l'orto. - Sarà lunga per Piero, - precorse la mia meraviglia - gli dovremo portare molta verdura e uova. La neve stagnava sulla campagna, ma già s'intravedeva la terra lungo le coste delle rogge e attorno alle piante. La linfa avrebbe ripreso a scorrere negli alberi e nei piedi di Piero. Mio padre schioccava la frusta ogni tanto, ma senza nessuna ragione. Il cavallo trottava regolarmente sullo 60 stradone asfaltato senza più traccia di neve e spostava di un metro indietro la sua ombra. Forse mio padre sottolineava i suoi pensieri a colpi di frusta. Guardava ogni tanto la campagna, alzava in alto la testa per chinarsi subito sulle redini. Mi chiese all'improvviso: - Ma che cos'è questa faccenda di san Martino? Gli raccontai la leggenda del mantello diviso a metà con un povero. La spada divideva a metà il mantello, e la Parola penetrava come spada affilata nelle giunture delle ossa, fra vene e tendini, e aveva silenziosamente gonfiato i piedi di Piero come segno della propria presenza. Deus carità est, homo caritas est, che differenza ci poteva essere? I mostruosi piedi di Piero non erano una conferma della nuova alleanza fra Dio e la carne dell'uomo, operata in un amore che non comportava nessuna distinzione? - Non conoscevo questa storia. Ho fatto la figura dell'ignorante. Toni sentì a distanza il campanello di santa Lucia, ed era sul portone ad aspettarci. Volle sapere tutto prima ancora che scendessimo dal barroccio, e batteva le mani sullo stesso ritmo dei piedi: il suo solito modo per dire che era contento. - Andiamo a bere, Toni. - Alla salute di Piero - e alzò il bicchiere come alla fine del cenone, ma la mano gli tremava di più. - Alla salute... L'ho sempre detto io... - ma non terminò la frase. Si fregò energicamente il naso col dorso della mano e riuscì a far deviare le lacrime dagli occhi alla gola, insaporando così d'un nuovo gusto quel frizzantino che sembrava spremuto apposta per prolungare alleanze di pace nella carne degli uomini. - Fermati con noi a mangiare un boccone - gli disse mio padre. -A questo vino non si può dire di no. Vado ad avvertire la mia vecchia. Rintuzzai il fuoco. Cominciai a tagliare le fette di polenta per metterle nel treppiede ad abbrustolire. - Da tempo tua madre mi dice di scartare questo tabarro. È un po' sciupato ma a Toni farebbe comodo. Tiene sempre più caldo del suo disse mio padre appena uscito Toni. «Vuoi fare anche tu più di san Martino?» fui lì lì per intervenire, ma mi trattenni a tempo. Mio padre non gradiva affatto che gli si scoprissero pensieri di bontà; erano cose da donne. Forse mia madre gli aveva detto che era ora di scartare quel tabarro; ma il tabarro non era affatto sciupato. Con Toni arrivò anche la Cecina portando la pentola della minestra appena tolta dal fuoco. - Cecina, tu arrivi sempre a tutto - le dissi. La vecchia sorrise e cominciò a preparare la tavola, in silenzio. Al pomeriggio, accanto al letto di Piero, trovai Maria. Nostra madre era andata nella cappella dell'istituto con suor Giuseppina per pregare. Maria mi venne incontro raggiante, mi prese sotto il braccio e m'accompagnò al letto di Piero: - E proprio tuo fratello - gli disse. E alzò la mano dell'anello coi due brillantini. Piero aveva gli occhi lucidi. A quell'ora Toni stava probabilmente facendo un breve giro delle osterie non per vendere ceci ma per gustare l'inusitato tepore del tabarro. 61 Col giubbone foderato di lana di pecora, rimanevo davanti a Piero, spoglio come il palmo d'una mano. - Non mi hai mostrato i piedi - gli dissi. - E necessario? Con tutte le bende che ho attorno vedresti solo due ceppi d'albero dipinti di bianco. No, non era necessario. Gli itinerari della Parola debbono rimanere nascosti. Entrò nostra madre. Dalla mattina il suo volto s'era trasformato. Sorrise agli altri feriti e depose sul loro comodino un sacchetto d'arance. - Suor Giuseppina ti fa pregare troppo, non ritornavi più - le disse Piero. - Non ti ho lasciato solo - e strinse a sé Maria. - E poi non sono sempre stata in chiesa. Ho fatto due passi fuori, con suor Giuseppina. È rimasta quella di una volta. Dal fruttivendolo abbiamo perfino mangiato un pezzo di pattona. - E a me niente? - Credi che abbia dimenticato i tuoi gusti? Si rivolse a Maria: - I gusti di Piero sono rimasti quelli di ragazzo, almeno per quanto riguarda il castagnaccio - e la strinse ancora a sé. Era felice. Dalla finestra vedemmo un sole smisurato fra le grate dei rami di tiglio. - Il sole scompare presto in questa stagione, e tu Maria devi fare tanta strada in bicicletta. Meglio che andiamo. Quando fummo sul treno, rannicchiati su una panchina di legno in fondo al vagone che faceva entrare aria fredda da ogni sconnessa finestrella, chiesi a mia madre: - Hai saputo qualcosa di più preciso sul congelamento? - Quando l'ho chiesto a Piero, lui s'è messo a ridere: perché faceva freddo, perché molti s'erano congelati e più gravemente di lui... Ma suor Giuseppina m'ha spiegato tutto. Con lui sono arrivati alcuni feriti che Piero aveva curato nell'ospedale da campo, e le notizie suor Giuseppina le ha avute direttamente. Quando Piero non stette più in piedi e gli dovettero tagliare con la baionetta gli stivali, videro che attorno ai piedi aveva degli stracci. Le sue calze di lana le aveva date via senza che nessuno sospettasse che erano sue. Pensavano che le trovasse nei pacchi della croce rossa. E di maglie gli erano rimaste solo quelle due che aveva addosso. Me lo sentivo dentro, dovevo pensarci prima. - Ne avrebbe date via di più. Sarebbe stato lo stesso. - Sì sì, è segnato. Non può vedere un uomo che soffre, s'immedesima e non riesce a star tranquillo finché non l'ha visto stare meglio. S'è fatto medico per questo. - Te l'ha detto lui? - Non c'è bisogno che me lo dica. Lo so. E segnato. E non assomiglia né a tuo padre né a me. Noi siamo più prudenti. - Suor Giuseppina ti ha detto anche il motivo della promozione a tenente? - Le calze non c'entrano. S'era offerto volontario a passare una notte 62 fuori dell'ospedale da campo a curare dei feriti che non potevano essere trasportati perché tutt'attorno era un inferno di bombe. Lo trovarono al mattino coi piedi gonfi e il suo cappotto che proteggeva dal gelo un ferito. Anche lui fu trasportato in barella. Dicono che il colonnello, venuto a conoscenza dell'accaduto, l'abbia proposto anche per la medaglia. - E Piero non t'ha detto nulla? - Non conosci ancora tuo fratello? Te l'ho già detto, è un segnato. E i segnati fanno le cose non per raccontarle ma perché non possono fare altrimenti. Per loro non c'è niente di straordinario. È tutto normale. - Ti ha detto altro suor Giuseppina? - insistetti. Mia madre arrossì un poco: - Sai, suor Giuseppina è rimasta come quando era ragazza. S'entusiasma facilmente, vede grande dappertutto. - E allora? - Allora m'ha detto: Piero è un santo. Solo i santi fanno di queste cose. No, le risposi, Piero è un bravo ragazzo, ha un cuore che non è suo, ma non è un santo. Da qualche anno non mette più piede in chiesa. Possibile? mi fa lei. Eppure queste cose le compiono solamente i santi. Ma non ha ceduto, sai! E rimasta proprio come quand'era ragazza. Se aveva detto una cosa, era quella; non la cambiavi nemmeno se le facevi vedere il bastone. - E non ha cambiato nemmeno sul conto di Piero? - Non dirlo a nessuno, ha continuato, perché non è proprio un discorso da suora. Ma io penso che quelle cose le fanno solamente i santi. Vuol dire che ci sono dei santi che non vanno in chiesa. Che ne sappiamo noi? Ah, se mi sentisse la madre superiora! Direbbe che sono ammattita. E si mise a ridere di gusto. Proprio come quando era ragazza. - E tu che ne pensi, mamma? - Preferirei che Piero andasse in chiesa e che rimanesse così com'è. Il treno aveva già fatto due fermate. La terza sarebbe stata la nostra. - Papà ha dato a Toni il tabarro. - Davvero? Sono proprio contenta. Oggi è stata una giornata straordinaria. Ho sbagliato a dire che Piero non aveva preso da suo padre. Alla stazioncina del paese, il barroccio ci stava aspettando. Impugnai io le redini. Per tutto il tragitto mio padre diede il braccio alla sua donna, anche questo un fatto piuttosto straordinario. Ad attenderci alla Campanella c'erano Toni, la Cecina e, seduto all'angolo del camino, intabarrato e col tricorno calcato in testa, l'arciprete. L'arciprete aveva già cenato, saltò il rosario in chiesa e stette con noi fino a tardi. Si fece raccontare tutto, con ordine. Mia madre non seguiva sempre i passaggi con ordine, e lui sembrava l'antico professore che volesse dal discepolo, chiamato alla cattedra, il discorso ben ordinato. Faceva domande, insisteva su un vuoto perché niente andasse perduto. Mentre cenavamo (la Cecina ci aveva fatto la polenta) era rimasto nell'angolo centellinando il bicchiere di vino. Ne aveva prima aspirato il profumo, lentamente, aveva sollevato il bicchiere contro luce, se l'era ancora passato sotto le ampie narici. Toni, tutto curvo nel suo nuovo tabarro, batteva le mani in combutta coi piedi. Volle dire la sua: - Questo è un vino che in 63 città non sanno che cosa sia. Un vino da messa! La Cecina gli diede un'occhiata da fulminarlo, ma si trattenne perché c'era l'arciprete. Mia madre, nel suo racconto, aveva omesso il commento di suor Giuseppina. Ma io, impietosamente, feci intendere all'arciprete che era stato tralasciato qualcosa. Mia madre mi fece un volto severo ma i suoi occhi ridevano. E l'arciprete: - Non ti sei dimenticata qualche particolare, Benedetta? - come l'antico professore che, a conclusione dell'interrogazione, voleva anche la forma dorica del verbo irregolare. - Ci siamo fatte qualche confidenza. - Se riguarda Piero, e immagino in bene, ce la puoi comunicare. In breve, mia madre, e non so se proprio a malincuore, dovette raccontare l'entusiasmo di suor Giuseppina per quel tipo di santità che non avrebbe trovato posto nelle nicchie della chiesa. Toni aveva ripreso a battere le mani facendo ondeggiare le falde del tabarro di san Martino. - Guardatelo, - disse la Cecina scrollando la testa - sembra che sia lui il santo perché conosce solo la strada delle osterie. Ma Piero è un'altra cosa. - Lo so. Ma Piero mi capisce. Piero non mi direbbe mai che conosco solo la strada delle osterie perché non vado in chiesa. L'arciprete sorrideva a quella scaramuccia. - Stasera siamo tutti contenti. E quando si è contenti, ciò che si dice è diverso, viene facilmente perdonato se ha bisogno d'essere perdonato. Accompagnai a casa l'arciprete. Gli camminavo a fianco, pronto a sostenerlo se il suo piede, nel buio, avesse inciampato contro qualche spuntone di ghiaccio. Gli avrei dato volentieri il braccio, ma sarebbe stato un gesto di troppa confidenza. Forse, in quella sera tarda, l'arciprete l'avrebbe desiderato, perché quando si è contenti si perdonano facilmente molte cose, anche un gesto di troppa confidenza. - Hai visto stasera che cos'è la misericordia - mi disseTi . entra talmente nel cuore per le vie ordinarie del sangue che non sembra più nemmeno misericordia. Credi che sia la tua vita, nemmeno più un dono. Solo dopo, con in bocca ancora il suo sapore, t'accorgi che era la misericordia. Da poco tu l'avevi scoperta attraverso l'incontro con quella donna. Ma per l'arciprete la misericordia quella sera non era più una scoperta: era un dono ricevuto chissà attraverso quale avvenimento; e ora gli circolava pacificamente nel sangue. Non c'è bisogno di sentire il sapore del sangue per comprendere che è il sangue a mantenerci in vita. - Suor Giuseppina - continuò - ha espresso in due parole quello che volevo dirti sere fa, quando mi parlasti del pacco che tua madre aveva spedito a Piero. Solo che io non avrei usato il termine santità. È una parola che mi mette addosso quasi paura, e la lascio volentieri a Dio: Tu solus sanctus... Io sono un uomo mediocre, che sta nel mezzo; voglio sperare che non sia il giusto mezzo dei critici del cardinal Federigo, che assomigli laurea mediocrità! degli antichi, per intenderci. 64 Ma suor Giuseppina è rimasta un'entusiasta, come ha detto tua madre. Sai che ha fatto arrossire tuo padre da giovanotto, dicendogli che era un timido? Suor Giuseppina, invece, nessuno la fermava. La gente si meravigliò quando si fece suora, non l'aveva capita. E sulla soglia dell'uscio: - Entra a bere un caffè. Non è poi molto tardi, e alla Campanella Toni non ha certamente voglia d'andare a letto quando è stato tanto in silenzio perché io gli mettevo soggezione. Tutto questo avveniva mentre tu, dopo una sosta al monastero più lunga del previsto, avevi ripreso a Roma lo studio e la ricerca. M'avevi scritto il giorno dell'Epifania una cartolina: «Dovrei ripartire domani, ma, d'accordo col padre abate, ho rimandato all'altro lunedì. Non è che mi sia riabituato al nostro monastero: non me ne sono mai staccato. È come respirare l'aria della grande cucina di casa tua, in una continua vigilia che si risolve senza interruzioni in festa». La cartolina, che ora ho davanti a me, porta la veduta del monastero dall'alto delle colline, dalla parte della Crocetta. Lessi a mia madre le tue parole: - Vuol dire che si sente a casa sua. La cucina è un po' tutta la casa - fu il suo commento. Ricordo che provai, e forse per l'ultima volta (giacché quando ribussai al monastero non fu certamente perché ne sentivo gusto), una rinnovata attrattiva verso la vita monastica. A volte basta così poco per innescare nell'animo delle reazioni che si credevano esaurite! Bastano anche solo parole come vigilia e festa. Se guardavo al mio animo, non mi era fatica immaginare ciò che accadeva nel tuo: il monastero doveva agire su di te allo stesso modo che la cucina su mia madre. Nei due luoghi la vita acquista l'ordinato svolgimento d'un rito. L'accendere il fuoco a una data ora, mettere l'acqua a bollire nel paiolo della polenta quando il sole spatola l'ultimo suotcolore sulla linea dell'orizzonte, togliere le braci per gli scaldini solo quando si è certi di non sguarnire l'arola, danno senso alle ore di prima, e di dopo, quanto un'ora del divino ufficio scaglionata durante la giornata. Eppure sentivo che nel tuo rimandare la partenza come nell'attrattiva verso il monastero, che di nuovo sperimentavo, poteva nascondersi la tentazione di rimanere al riparo fra solide mura e abbandonare l'avventura, nella quale, pur su strade diverse, un avvenimento comune, non provocato da noi, ci aveva immessi. Ti avevo scritto qualcosa di simile, dopo averti dato ampie notizie di Piero. Le nostre lettere s'incrociarono perché quella che ho tra le mani, la prima dal tuo rientro in Roma, porta la data del 20 gennaio. Dopo avermi chiesto di Piero e ricordato i giorni nella casa di mio padre, continuavi: «Una scusa banale servì per ottenere dall'abate l'autorizzazione a rimanere ancora una settimana al monastero. L'abate me la concesse quasi s'aspettasse la mia richiesta, e ignorò la motivazione che gli avevo addotta. Mi sono rimesso al dovere dello studio e della ricerca alla solita ora e nella solita chiesa. Il sacrestano m'ha rivisto volentieri. Temeva che non fossi più ritornato a Roma, dato il mio ritardo non previsto. Mi disse che coi monaci c'era da aspettarsi di tutto perché sono come i soldati: debbono 65 andare o stare come vuole chi comanda! C'era anche quella donna. Nella settimana della mia assenza imprevista so che è passata dalla chiesa alla solita ora. Questa sua ostinata presenza, che avevo già accettato come un elemento della mia quotidianità, riprende a turbarmi, proprio perché sta perdendo la sua caratteristica di quotidianità. Il pensiero di lei, infatti, che s'inserisce sottilmente ma anche di prepotenza nella mia vita, comincia ad affiorare nei momenti più vari della giornata; ciò mi inquieta non appena me ne rendo conto. Nell'intermezzo natalizio al monastero, il suo ricordo riemergeva a volte, ma quietamente, come d'incontro anonimo in rappresentanza di storie d'umanità, per essere riassorbito nell'accettazione d'una signoria della Parola onnicomprensiva della mia e della storia d'ogni uomo. Forse ora il turbamento nasce dalla sensazione che sto personalizzando la storia di questa donna in rapporto alla mia, poiché provo il desiderio di conoscerla, quasi che, in tale modo, possa meglio conoscere la mia. Se un novizio mi avesse manifestato una situazione analoga, probabilmente non avrei avuto dubbi nel metterlo in guardia contro possibili sbavature del suo animo. Ma, in causa propria, è molto diffìcile cogliere il vero significato di certi sentimenti. La sola cosa che oggi mi importa è di non lasciarmi catturare dai fantasmi che s'aggirano nell'aria di mezzogiorno». Mia madre non voleva più ripetere l'esperienza delle calze e delle maglie. Per ogni uovo che Piero doveva bere, bisognava aggiungerne altre per i suoi tre compagni di stanza. Le galline furono messe a regime intensivo con molta farina gialla nel pastone, e ogni tanto le successive decane del pollaio prendevano la via della pentola, perché alle uova bisognava aggiungere parti di pollo, naturalmente tenendo conto che Piero non era solo in stanza. Così i primi pulcini della stagione che la pollivendola riuscì a racimolare furono per mia madre, assieme a certe uova da cova garantite al cento per cento, giurava la pollivendola. In quei giorni due galline manifestarono tutt'a un tratto la loro vocazione allo stato di quiete, cosicché mia madre non dovette attendere per provare se la pollivendola avesse detto il vero. Riempì due panieri di paglia, li sistemò nell'angolo più protetto del fienile, vi mise sopra le due chiocce con dodici uova ciascuna, e attese che il calore delle piume, regolato con equanimità, facesse il resto. Con la luna propizia (era la luna piena? non ricordo), una sera mi disse: - Andiamo a controllare quanti traditori ci sono. Prese una candela, fece scendere dal nido le chiocce riluttanti e cominciò, con delicatezza, a sperare le uova contro la candela. - Questo è buono, anche questo... L'uovo opponeva al lume della candela una massa scura. - Buono, buono... Ah, ecco Giuda. L'uovo sembrava riempito d'acqua. La luce l'attraversava con un alone rosato. Su ventiquattro uova solo tre avevano tradito. - Mi posso accontentare - concluse. In quei giorni mia madre sembrava che avesse anticipato d'un mese la primavera. Al mattino, aprendo di slancio le imposte non appena i primi raggi del sole trasformavano in brillanti la brina dei tetti, intonava 66 le sue antiche canzoni. E cantava ancora quando toglieva la rastrelliera al pollaio e le galline si precipitavano starnazzando sull'aia attorno ai due catini- di pastone. Mio padre non cantava. Il canto era bagaglio del suo pudore. Si limitava a fischiettare sommessamente le stesse canzoni di mia madre quando gli sembrava che nessuno lo potesse udire. Toni, uscendo di casa, invece di piegare a dritta per la piazza, aveva ripreso a frequentare l'aia come ai tempi del nonno, con l'immancabile roncola che gli sobbalzava sulla natica sinistra, e, senza dire nulla, individuava quei lavorucci che bisognava fare nell'aia, sotto il barchessale, nell'orto, perché la primavera trovasse tutto in ordine e non perdesse tempo nella sua fretta a dare una mano di verde a tutto. Se stavo svolgendo io il lavoro che aveva individuato, mi si avvicinava, mi toglieva di mano l'arnese e mi diceva: -Tuo nonno faceva così, tuo nonno era un artista. L'arciprete, col dischiudersi della stagione, aveva ripreso, ben intabarrato, la sua passeggiata quotidiana verso i campi. In una giornata senza cenno di vento e con un cielo che il sole moltiplicava di profondità, arrivò fino alla Campanella. Da diverse sere non lo vedevo perché l'orto, al termine d'una giornata in cui la vanga gli stava preparando la pelle nuova, mi piegava le ginocchia e m'indolenziva le spalle ancora mezzo monastiche e del tutto invernali. Stavo trasportando una carretta di concime dalla stalla all'orto. Gli era uscita incontro mia madre, asciugandosi le mani nel grembiule: - Oh, signor arciprete, entri... c'è un po' di disordine ma il fuoco è acceso. Scaricai il concime nell'orto e mi concessi un po' di riposo entrando anch'io in casa. Parlavano naturalmente di Piero, dei suoi piedi che stavano vincendo la cancrena ma che avevano ancora bisogno di riposo, della bontà di suor Giuseppina che, ogni tanto, privilegiava la stanza di Piero, della cordialità del maggiore, dell'allegria contagiosa di Piero in gara con quella di suor Giuseppina... - Suor Giuseppina mi dice sempre di salutarla, signor arciprete. - E Piero? - Quando gli dissi che lei era venuto alla Campanella, la sera, per avere sue notizie, stette un po' in silenzio, poi volle che gli parlassi di lei. Anche l'altro giorno, ai saluti di suor Giuseppina aggiunse i suoi. Ma sa, signor arciprete, sono sempre tanto presa che mi manca il tempo di fare il mio dovere portandole tutti questi saluti... - L'importante è che Piero stia bene. Anzi, - e si rivolse a mese il tempo si mantiene e se mi riservi un posto sul barroccio, uno di questi giorni vengo anch'io. Mio padre era entrato col secchio di latte appena munto. Se ne intravedeva il fragrante tepore dalla schiuma che quasi tracimava dal secchio. - Me ne dai un bicchiere? L'arciprete lo bevve più in fretta del serale bicchiere di vino, ma sempre con ordine e misura. I pulcini dovevano nascere verso la fine di febbraio. M'ero ormai impratichito del modo di trattare le chiocce, e mia madre mi concedeva 67 di salire sul fienile per il cibo e le pulizie. Guardavo le chiocce con l'occhio più soffice che potevo per non spaventarle; esse emettevano qualche suono indecifrabile, di sofferenza, di stanchezza, di speranza, di gioia, chissà, e mi fissavano diffidenti. Poi si rassegnavano alla mia pacifica intromissione e rollavano cautamente sul nido per imprimere un lieve movimento alle uova e trasmettere loro un uniforme tepore. E la Parola m'appariva in quell'angolo di fienile sovrastante il mondo con gemiti indefinibili,1 tesa perché nulla le fosse rubato della vita che riscaldava, rollando cautamente attraverso gli avvenimenti per dare uniforme calore a tutti, a Piero, Toni, l'arciprete, la Cecina, mia madre... Quelle chiocce erano la manifestazione della Parola o la stessa Parola che m'aveva dato appuntamento, da sempre, sul fienile per condividere il mistero d'un uovo che al lume di candela, in una sera di luna propizia, aveva dichiarato il proprio assenso alla vita? Vangando l'orto, i lombrichi, riemersi dalla profondità del loro letargo, s'ingobbivano al primo tepore del sole per poi distendersi sulla zolla nella gioia della vita ritrovata. Anche lì era la Parola, e prendeva le sembianze della zolla appena rimossa. Sollevavo le chiocce e le posavo sul pavimento del fienile. Man mano che i giorni passavano, erano sempre più leggere per non schiacciare i gusci che diventavano sempre più fragili. Impietrite sul pavimento, mostravano le zampe rinsecchite impensatamente lunghe, davano qualche beccata al cibo, facevano la solita operazione che, in altre circostanze, avrebbero scaglionato decine di volte in una giornata, e tentavano di risalire sui panieri. Le riprendevo, ed esse, non appena sul nido, allargavano penne e piume quasi a recuperare il tempo perduto. Qualche rollata lenta, un accenno di gemito, e l'angolo del fienile s'immergeva di nuovo nell'immobilità delle ore d'attesa. Erano i giorni in cui si sentiva nell'aria il profumo del carnevale. Al primo carnevale di guerra non mancavano ancora lo strutto, la farina, lo zucchero e l'olio grosso per le frittelle e per altri dolci che, messi in vasi di vetro o in scatole di latta, potevano durare per tutte le domeniche della quaresima. Mia madre non fece nessun calcolo e si buttò sulla sua specialità: una pasta di farina, uova, strutto, zucchero e chissà quali aromi, spessa da tirarsi col mattarello e poi sagomata in bizzarre formelle e messa a cuocere nel forno. A quel profumo che s'espandeva per le vie del paese, soprattutto in prossimità dei due forni ancora a legna, si coniugavano straordinariamente l'aroma dell'incenso e la fragranza penetrante dei primi giacinti nella chiesa del paese, perché erano da sempre anche i giorni delle quarant'ore. Quarant'ore e carnevale formavano un tutt'uno, e una festa doppia per i ragazzi che, in attesa del loro turno d'adorazione o appena dopo, anticipavano, sul sagrato e nella grande piazza, la festa dell'ingresso di Gesù in Gerusalemme, fra grida e palline di terracotta saltellanti sulle beole e sulla terra battuta. Poiché proprio in quei giorni cominciava il gioco delle palline che andava di pari passo con quello della lippa. 68 Piero da ragazzo aveva una mira che mi riempiva d'orgoglio. Non mi diceva mai: gioco io solo, tu stai a guardare, così impari (come l'età e la bravura gli davano diritto), ma voleva che mi unissi a lui: insieme vinciamo di più, mi diceva. Così i suoi coetanei, per il rispetto che dovevano alla sua abilità e alla sua generosità quando la vincita di qualche pallina era incerta, m'introducevano nella loro cerchia. Piero fu uno dei pochi che riuscì, un carnevale, a fare l'ora d'adorazione, da botto a botto d'un'ora dell'orologio della torre, stando sempre in ginocchio; e nostra madre si prese compiaciuta l'ammirazione della priora delle consorelle del santissimo Sacramento. - Come hai fatto, che non stai mai fermo un minuto? - gli chiese. - Ho letto tutto il libriccino della prima comunione -. Il libretto iniziava con le preghiere del mattino e della sera, passava attraverso la messa rappresentata come una via crucis, i quindici misteri del rosario, le litanie, le diverse devozioni ai santi della gioventù con le sei domeniche di san Luigi, per terminare sul pio esercizio della buona morte. La chiesa portava drappi rossi dappertutto e, nel presbiterio, sopra il tappeto di natale e di pasqua, civettava l'inginocchiatoio addobbato di raso rosso, con due cuscini rossi, riservato all'adorazione dell'arciprete. Lui poteva sedersi perché era anziano e anche perché, col Santissimo, aveva una certa confidenza; ma la gente stava sempre in ginocchio. Feci anch'io l'ora d'adorazione accanto a mia madre, il martedì pomeriggio. Non avevo difficoltà a stare inginocchiato un'ora; il monastero mi ci aveva abituato senza bisogno che mi agganciassi al libretto della prima comunione. Mia madre mi chiese di dire con lei sottovoce il rosario. L'arciprete recitava il breviario, mentre il faretto orientato sull'ostensorio riverberava la sua intensa luce anche sull'inginocchiatoio. Finito il rosario, mia madre si raccolse in se stessa chinando la testa verso le punte delle mani giunte, e stette così sino alla fine. Quando ci alzammo per uscire, aprì la borsetta, vi depose la corona del rosario e tirò fuori il fazzoletto profumato per passarselo sugli occhi. Io avevo adorato il Santissimo attraverso l'adorazione di mia madre. Mentre ritornavamo a casa, mi disse: - Dovrebbe essere verso sera. Appena a casa andiamo a vedere. I pulcini durante l'adorazione venivano sempre a distrarmi. Sparsi sul pavimento del fienile trovammo già diversi gusci spezzati a metà. Sotto le chiocce, pulcini ancora bagnati o già batuffolati pigolavano. Qualcuno, faticava a uscire dal guscio. Mia madre tentò d'aiutarlo delicatamente sotto lo sguardo imbronciato delle chiocce. Qualche uovo era ancora intatto e crepitava leggermente. - Aspettiamo ancora un pomi ' disse. - Sono affamati, vado a preparare un pugnetto di farina. Li portammo giù con una cesta e li mettemmo, ordinatamente divisi con la loro chioccia, sotto due gabbie di vimini nell'angolo più quieto della stalla. Le chiocce sembravano intontite. Ma il loro smarrimento durò poco. Giravano su loro stesse allargando le ali, scrollando le piume, alzandosi quanto più potevano sulle zampe, emettendo note fonde 69 e brevi come grosse gocce cadute dall'alto in un catino di ferro smaltato. I pulcini davano qualche beccata al pastone di farina e poi correvano a sfregare il becco contro le piume delle chiocce, vi s'intrufolavano sotto, spingendosi fra di loro per occupare il posto più sicuro. - Guarda che meraviglia - osservò mia madre. - Sono appena venuti al mondo, gli basta una beccata per vivere, e hanno già fatto tante corse quanto noi in un giorno. Accompagnai l'arciprete da Piero il giorno dopo, mercoledì delle ceneri. - Il tempo è bello, e mi faresti iniziare bene la quaresima - m'aveva detto al mattino, dopo la funzione dell'imposizione delle ceneri. Il tabarro che avvolgeva l'arciprete sul barroccio confinava quasi col vecchio ma ancora lucente cappello da viaggio di finto pelo. Sulla coperta a quadrettoni che gli riparava le ginocchia appoggiava una borsa di pelle nera. - E ancora quella che usavo quando mi recavo in seminario a insegnare. Fa' tu il calcolo degli anni. Io sono affezionato alla roba, la tengo bene. Qualche confratello più giovane pensa che sia taccagneria. Forse non ha ancora scoperto la bellezza di usare le stesse cose, come segno di rispetto riconoscente per il servizio che fanno. Mi guardò sorridendo: - Anche le rive delle rogge tuo padre le tiene come se fossero un campo da seminare. Il cavallo aveva già riacquistato il suo ritmo dopo la pigrizia invernale e trottava sciolto sulla strada asfaltata contro un sole che da poco aveva preso la discesa del cielo. - A quei tempi la carrozza della curia faceva ogni mattina il giro della città per raccogliere gli insegnanti. Figurati, la chiamavano «la sapienza». Per fortuna che era chiusa e non c'era pericolo di disperderla, la nostra sapienza, per le vie e i crocicchi. «È arrivata la sapienza» gridava qualche seminarista di vedetta, deluso perché anche quel giorno nessuna ruota s'era sfilata lungo la strada. Il cocchiere, entrando nell'ampio cortile del seminario dal portone spalancato, faceva schioccare la frusta tante volte quanti insegnanti aveva raccolto nel suo giro. Feci schioccare istintivamente la frusta. - Non porti più un professorino - mi sorrise l'arciprete. E poi, dopo qualche tratto in silenzio: - Chissà che dirà Piero! Pensi che sarà contento? - Perché non dovrebbe esserlo? L'improvvisata rende più saporoso l'incontro. - Quando noi preti ci muoviamo sembra che dobbiamo avere uno scopo nascosto che non collima sempre con quello dichiarato. Non passa nemmeno per la testa della gente che un prete possa fare una cosa solo per il gusto che prova, come un uomo normale fra i tanti, senza che la leghi al suo interesse di prete. Cani e preti, si dice, non muovono per niente nemmeno la coda. La gente aveva visto l'arciprete in barroccio. Avrebbe pensato: l'arciprete va a trovare Piero per convincerlo a rimettere i piedi in chiesa, a fare la comunione all'ospedale. E una buona occasione. All'ospedale la 70 gente che da trent'anni non fa la comunione si confessa. Le suore e i preti arrivano sempre al momento giusto. L'arciprete continuò, come fra sé: - Zelus domus tuae comedit me... ecco, io non lo potrei dire, lo zelo non m'ha mai mangiato. - Ma c'è anche uno zelo amaro - arrischiai. - La regola monastica ne parla, e non certamente per lodarlo.. . - Dice così la regola di san Benedetto? Zelo amaro? Chissà se a me manca solo quello amaro... A confronto dei miei confratelli, non mi sono mai ritenuto un prete zelante. Mi è molto facile, naturale direi, accettare l'opportune di san Paolo; il suo importune, che subito aggiunge, mi va di traverso e mi si conficca nella coscienza come un continuo rimprovero... Nel caso di Piero, che avrei dovuto fare? Se fossi stato suo compagno d'apostolato, Paolo mi avrebbe certamente rimandato a casa fin dal primo viaggio, come fece con Marco. Sorrise con un velo, mi parve, di tristezza. Eravamo a metà strada. L'osteria dei tre platani, che nessun carrettiere di rispetto lasciava passare senza una visitina, giusto il tempo per tracannare una staffa di bianco mentre i cavalli continuavano il tiro, poteva essere un invito anche per noi. - Vuole fermarsi un momento, signor arciprete? - No, no, non ho freddo. Gli avevo rivolto quell'invito per distoglierlo da un discorso che mi sembrava lo facesse soffrire. Continuò: - Se vado da Piero, non è per parlargli di sacramenti. Un prete zelante lo farebbe, o almeno vi avrebbe pensato. E io invece lo penso solo ora, perché il discorrere con te mi vi ha portato. C'è da vergognarsi. Vedi, caro, ti ho chiesto di condurmi da Piero solo perché gli voglio bene. Piero accolse l'arciprete con una certa sorpresa imbarazzata. Era molto tempo che non s'incontrava a tu per tu con lui, e non aveva la possibilità di scivolare via con un semplice saluto. L'arciprete fece vista di non avvedersene, gli si accostò e dicendo in fretta: - La concedi questa gioia a un vecchio prete? - senza attendere risposta, lo baciò sulla guancia. - Perdonami se non sono venuto subito. Altri avevano il diritto prima di me. E poi, con questo freddo, noi vecchi siamo come le lucertole: usciamo solo quando l'aria s'intiepidisce. L'iniziale confusione di Piero, caricata da quella manifestazione d'affetto dell'arciprete, piuttosto insolita in lui a conoscerlo tanto misurato, si sciolse all'immagine delle lucertole sui muri scrostati dell'aia e di qualche coda staccata che dava l'ultimo guizzo sul cemento. - Adesso le lucertole non corrono più nessun pericolo. Sono anni che non stacco più una coda, mi sono incivilito... - ... e sassi non ne tiri più - soggiunse l'arciprete. - Segno che invecchio - e il riso, che già gorgogliava nella bocca di Piero mentre parlava di lucertole, uscì fresco all'idea della vecchiaia, con tutta quell'aria annunciatrice di primavera che entrava col sole dalla finestra. - Raccontami di te. Solo Piero era ancora degente a letto. Gli altri compagni di stanza se 71 ne stavano sulla terrazza, fumando e godendosi il sole, lucertoloni fasciati di bianco. - Vado a chiamare suor Giuseppina - dissi all'arciprete. Era l'ora delle preghiere pomeridiane delle suore. Attesi, in fondo al lungo corridoio che dava sulla cappella, che le suore uscissero. - Suor Giuseppina, c'è qui l'arciprete. - O santa vergine, mi pare di diventare tutta rossa - e spinse il passo leggero inondando il corridoio del fruscio della sottana e del cicalare dei grani del rosario che le pendeva dal bianco grembiule. Alla porta della cameretta di Piero ebbe un attimo d'esitazione. S'aggiustò il velo riflesso nel vetro smerigliato della porta, si passò le mani sul grembiule come avrebbe fatto mia madre e bussò all'uscio. - Avanti, figliola -. Era la voce scherzosamente grave di Piero che aveva dovuto vedere l'ombra del velo attardarsi all'uscio. L'arciprete rideva con Piero. Lo udii dire, rivolto a lui: matto, e presentò il suo volto aperto alla suora che, cercando di baciargli la mano, tutta confusa, stava piegando il ginocchio per la genuflessione. - Aspetta, cara, quando sarò vescovo - e pose la mano sinistra su quella di suor Giuseppina, tenendogliela a lungo. La suora era arrossita, ma subito ritornò la donna pronta e sicura che avevo avuto già modo di conoscere. - Ma l'aspetto d'un vescovo ce l'ha davvero; signor arciprete - e anch'essa rise, - Allora non ne vedi molti, cara. - Vedo più barabba che successori degli apostoli - fu pronta suor Giuseppina accennando con la testa a Piero. - Oh, oh, sorella, almeno Barabba non intese cantare nessun gallo - disse Piero che doveva ormai essere allenato a certe schermaglie con la suora. - Pace, pace, - intervenne l'arciprete - non ho proprio voglia di sentirmi Pilato in questa faccenda. La Parola non si sottraeva allo scherzo di cuori ridiventati fanciulli per un momento di gioia. Poi l'arciprete s'interessò degli itinerari di suor Giuseppina nei diversi ospedali della congregazione, le chiese se si ricordava del paese e del suo vecchio arciprete: - Di chi dovrei ricordarmi, signor arciprete? Morti e vivi che ho amato sono tutti là, al paese. - Continua ad amarli, cara, quanto puoi. Dio non ne è geloso. Aprì la borsa togliendo due pacchetti. - Questo è per te, perché il tuo ricordo del paese te lo veda fra le mani tutti i giorni. Non ce l'hai ancora, vero? - Un messalino! - esclamò incontenibile suor Giuseppina. - Quanto lo desideravo! - E questo è per te - disse a Piero. - Hai tempo per rinfrescarti gli occhi e il cuore con nostro padre Dante. Era il damino dell'Hoepli, l'edizione che i poeti si portavano nello zaino o sotto il pastrano, durante la prima guerra mondiale. 72 - Andiamo ora - mi si rivolse l'arciprete. - S'è fatto tardi e stasera abbiamo la via crucis solenne. Che cosa s'erano detti l'arciprete e Piero? Non cercai mai di saperlo. Coll'inizio della quaresima erano spuntate nell'orto le prime foglioline d'insalata. Le mie mani si riabituavano alla vanga e alla zappa. Gli uccelli che costruivano il loro nido, le gemme che si gonfiavano sui rami, il respiro della terra appena smossa al tepore del sole, seguivano lo stesso circolo del mio sangue. In chiesa, alle viae crucis serali cui spesso partecipavo accanto a mia madre, fermandomi a volte dall'arciprete dopo la funzione, mi sentivo stranamente alto, con la testa che sorpassava tutti gli scialli neri e qualche velo bianco dall'altra parte della navata. Avevo l'impressione che la mia testa fosse il punto di raccolta d'occhi curiosi, un poco ironici, anche se i veli si muovevano solo al canto del «santa madre», mentre ci si alzava in piedi per significare il passaggio da una stazione all'altra della passione di Cristo. Anch'io, senza parere, guardavo curioso, ma dalla parte dei veli bianchi, cercando d'indovinare i volti che nascondevano. Capitava che qualche biglia cadesse dalle tasche rigonfie dei bambini nei primi banchi, ad un attacco fuori tempo del «santa madre». Il saltellio della pallina sul cemento a strombi colorati del pavimento si perdeva nelle note del canto, trascinandomi in quei primi banchi, accanto a Piero, quando cantavamo a tutto fiato, quasi volessimo attutire il sibilo dei flagelli sulle carni del Figlio di Dio. E poi mi portava fuori chiesa, in corse e nascondigli fra la torre, la casa del campanaro attaccata alla torre, il fosso che accompagnava il viale alberato terminante sulla grande piazza, fino alla catasta di fascine e alle balle di paglia dell'aia della prebenda, o cascina del prete come la chiamavano. Arrivavamo a casa, accaldati e ansimanti, un bel po' dopo la mamma e la nonna. - Se venite ancora a casa così tardi e conciati in questo modo, non vi lascio più andare alla via crucis - diceva nostra madre senza alzare la voce. - E tu Piero dovresti dare buon esempio a tuo fratello, che sei più alto. - Sono stato con lui per non lasciarlo solo - rispondeva compuntamente Piero. Ma per mettere alla prova la nostra capacità d'obbedire, bisognava ancora farci uscire per la via crucis. E la sera dopo era stato l'arciprete a trattenerci Non dicevamo un bugia. L'arciprete ci aveva fermati sul sagrato per dirci: - Buona notte, ragazzi, andate subito a casa, che domani dovete alzarvi presto per la scuola. - E ha corso anche lui con voi? Guardate come siete ridotti. Faccio sul serio, se non venite a casa subito non andrete più alla via crucis. Ma come si fa a dire di no a dei ragazzi che chiedono di andare alla via crucis, in sere che s'allungano teneramente come il loro desiderio di gioco, a una funzione che sembra inventata proprio per loro essendo l'unica in cui ci possono capire qualcosa? E così si arrivava all'ultima via crucis solenne del venerdì santo. Mi riscuotevo. La biglia giaceva in chissà quale angolo della balaustra, 73 attentamente sorvegliata perché, con la giaculatoria finale detta dall'arciprete ad alta voce, che era come Vite missa «ideila sera, non prendesse la via d'altre tasche; e io riprendevo assieme a Cristo il cammino della croce coi veli bianchi che ondeggiavano a ogni «santa madre». Attendevo la tua lettera che m'arrivò nella prima settimana di quaresima recante la data del mercoledì delle ceneri, 26 febbraio, con l'aggiunta delle ore: le quattro del mattino. Pensai che tu avessi vegliato tutta la notte per iniziare la quaresima nella penitenza che ti avrebbe fatto chinare il capo sotto l'imposizione delle ceneri con maggiore verità. Mi scrivevi: «Ieri non andai all'organo. Avessi trovato una scusa ancora più debole di quella che scelsi, ossia la giornata di carnevale di questo fine febbraio tutto sole e incipiente pigrizia di spirito, non ci sarei ugualmente andato. Da alcuni giorni mi sono sentito di colpo stanco, come una corda che non sa reggere oltre alla tensione e s'affloscia. Permetti che stamattina, come gesto di verità che renda significative le ceneri sul mio capo, ti parli senza tenere conto delle tue possibili reazioni. La ragione immediata di questa mia stanchezza repentina è la constatazione della mia incapacità a proseguire nella ricerca. E questo non per le difficoltà intuibili d'esprimere ciò che si capisce forse solo se non è espresso (le difficoltà, anzi, potrebbero essere un ulteriore stimolo a proseguire), ma per il dubbio che tutto sia inutile, che non esista nessun angelo col quale lottare per strappargli la benedizione che permetta di passare il guado verso pianure promesse; il dubbio di scavare in sabbia franosa per trovare un filone d'oro, che ogni tanto riemerge nella memoria monastica, custodito con ostinazione perché mai trovato. E l'illusione produce la delusione non appena ci si rende conto dell'inanità dello sforzo, se lo confronti coi risultati che hai fra le mani: lucignoli fumiganti, fuochi intermittenti di lucciole, slanci che durano il tempo d'un salto per esaurirsi nello stesso punto dal quale hai preso le mosse, intuizioni che ti sembrano cariche d'inviolati tesori e poi ti si rivelano nuove solo perché il sentimento che le aveva suscitate, subito scomparso, ti sembrava nuovo. Dopo parecchi mesi di ricerca, che ho tra le mani? Fogli di carta, con note e parole che si rincorrono in uno sterile gioco; e tutto che deve essere continuamente ripreso perché ti sembra che la ricerca abbia svolte improvvise che mettono in questione la validità del lavoro precedente. Eppure, se mi togli questo, a che cosa si riduce la mia vita? L'avvenimento che m'ha portato qui si sgonfia, riducendosi al risultato di piccole beghe di piccoli uomini chiusi nel piccolo orizzonte d'una piccola istituzione. E ogni avvenimento diventerebbe un metro quadrato di terra sul quale dichiarare il proprio diritto di sopravvivenza, per non essere travolti dal succedersi degli eventi. Sarei un povero essere sottoposto alle leggi tiranniche d'uno strumento musicale o d'un linguaggio che posso controllare solo se riconosco su di me la loro signoria che non ha nulla a che vedere con quella della Parola, giacché la Parola non si controlla ma si serve. Resisto, pertanto, alla stanchezza che sfibra il mio animo, ma fino a quando? Sento che la polla della mia creatività, convogliata a irrigare un campo troppo vasto, si sta 74 esaurendo, senza avere portato a compimento di frutto nessun seme. Ecco, finalmente la mia stanchezza ha preso un nome: quello della paura di rimanere solo. Intendi che cosa voglio dire? Ma lo debbo proclamare dai tetti e non bisbigliartelo all'orecchio con parole enigmatiche, col rossore e l'umiliazione che per la prima volta sperimento nel farmi imporre fra poco la cenere sul capo. Sì, è stata quella donna che ieri non ho visto non perché non andai all'organo ma solo perché seppi, da un accenno del sacrestano, che non sarebbe comunque venuta, a suscitare in me la paura della solitudine» Non la conosco, il suo volto m'è vagamente impresso nel ricordo, la sua voce mi suscita echi di mondi inesistenti, eppure la saprei riconoscere fra mille, anche da un solo movimento delle sue palpebre. E lo stesso cammino dei fiumi che, all'inizio, pur fra innumerevoli tortuosità e meandri, seppero, a migliaia di chilometri di distanza, dove li attendeva l'oceano? E tutto questo che rapporto ha con la ricerca che l'avvenimento d'obbedienza m'ha spinto a iniziare? Ho veramente motivo d'arrossire e mettermi in cinere et cilicio. Sta suonando ora la campana di mattutino. Terminerò dopo questa lettera che non è certamente la proclamazione d'un bando di conversione... Sono appena rientrato in cella dalla funzione e dalla messa che ho celebrato all'altare di san Gerolamo, la cui figura mi sovrastava accusatrice, pronta a lasciare cadere su di me il sasso ormai inservibile a un corpo fissato per sempre nella pace. Ai piedi del santo, un leone mi fissava con aria indulgente, in rappresentanza d'una natura che anche oggi continua il suo corso indipendentemente dai nostri sassi e dai nostri petti, indifferente ai nostri rossori e alle nostre stanchezze. Attendo un segno rivelatore sulla mia stanchezza. P.S. Non rileggo nemmeno questa lettera, e lascio la meschina scusa iniziale, che ti ho poi smentito, a dimostrazione, se ce ne fosse ancora bisogno, della necessità di avere non solo il capo ma tutto il corpo ricoperto di cenere. Ricordami a tua madre, a tuo padre, a Piero che ormai penso nel suo legame con Maria». Invece io dovetti rileggere, e non una sola volta, la tua lettera per potere assaporare la pace che lentamente, faticosamente ma anche ineluttabilmente mi penetrava in profondità a ogni tua parola. Anche in questo momento, tenendola in mano come un sacramento che mi rende presente nell'oggi quel giorno, e non perché fu come l'annuncio di quanto doveva accadere, mi sembra di rigustare una punta di quella pace che non aveva nessuna ragione, ma era assenza d'ogni turbamento, la constatazione pacifica che si compiva per te un calice al quale non avevi ancora bevuto, nell'inevitabilità dell'avvenimento che ti accomunava a ogni uomo nella sua parte più gelosamente custodita. Divenni interiormente più sereno. Nonostante il lavoro dei campi che ricominciava, riuscii a trovare quotidianamente un po' di tempo per il pianoforte, quasi fosse un segno di partecipazione al tuo calice. Mia madre ne fu contenta: - Era un po' che non ti sentivo suonare. Quando suoni sembra che ci siano ancora tutti in casa, anche i morti. Perché non riprendi le lezioni col maestro di prima? Ti voleva bene. Diceva che riuscivi bene. Anche con qualche ora in meno del tuo lavoro, 75 la Campanella va avanti lo stesso. Non sapeva che cosa inventare pur di non vedermi legato solamente alla terra. Nati i pulcini, cresciuti quel tanto che era sufficiente per farli scorrazzare nell'aia sotto lo sguardo ormai distaccato delle due chiocce, mia madre pensò al bucato di primavera. Il tempo si manteneva bello, con qualche nube che vagava sperduta nel cielo, soffiata dal giovane vento di marzo. Mio padre voleva la pioggia. Anche mia madre la voleva, ma dopo il bucato. - Che questo tempo si mantenga per qualche giorno ancora - diceva lei. - E poi acqua, almeno per tre giorni. Se non fai prima il bucato, tu che vai sempre in chiesa, Dio non farà piovere. E allora fallo presto questo bucato - rispondeva scherzoso mio padre. Stacciai la cenere che, nelle ultime settimane, mia madre aveva messo da parte scegliendo con cura quella più bianca, e la deposi in un secchio accanto al trogolo di cemento, pieno zeppo di lenzuoli e di coperte bianche. Preparai il grande paiolo di rame riempito d'acqua e stipai l'ampia bocca della fornacetta con rami secchi e gambi di granoturco. Un pezzo di carta e un fiammifero sarebbero stati sufficienti per accendere, alle due di notte, il grande fuoco del bucato. E alle due erano già nell'aia la Cecina e la Lena, col fazzoletto stretto in capo, due sacchi pesanti al posto del grembiule e gli zoccoli alti di legno per sollevarsi dalla pozzanghera che si sarebbe formata ben presto attorno al trogolo. Entrarono in cucina dove mia madre stava facendo bollire il pentolino del surrogato di caffè. Aiutai poi a stendere il lenzuolo di tela grezza sul trogolo, e vi sparsi sopra uno strato di cenere. Non appena l'acqua bollì cominciai a versarla sopra, travasandola con due secchi di legno. Il ranno penetrava a fatica, sollevando caldi vapori. - Hai messo troppa cenere - mi disse la Cecina. - Fa più fatica a scendere, ma la cenerata sbiancherà di più - mi difese mia madre. Riempii ancora la caldaia d'acqua, rimpinzai la fornacetta con gambi di granoturco e mi sedetti sullo sgabello davanti al fuoco. Ogni tanto rintuzzavo i gambi bruciacchiati e ne aggiungevo altri, assieme a palate di tutoli. Del granoturco nulla va perduto, come del maiale. Tutoli e gambi fanno un fuoco effimero, ma se si è sempre pronti a saziare la voracità del fuoco, allora tanti fuochi effimeri ne fanno uno brioso e nutrito quanto quello delle fascine di gelso o di platano. La luna, fra una nube e l'altra, faceva le prove generali di come sarebbe apparsa nella notte di pasqua. Seduto sullo sgabello ma proteso verso il fuoco, udivo i colpi ritmati sulle tavole di legno e, ogni tanto, un colpo più fondo, preparato e seguito da una breve pausa: era la ribattitura del lenzuolo preso saldamente dalle parti estreme prima che fosse strizzato a quattro mani e buttato nel mastello per la risciacquatura. Un bisbiglio, ora sospeso a fili d'antiche narrazioni, ora schioppettante, mi giungeva a folate, assieme 76 alla voce della Cecina che rimbrottava la Lena per l'acqua schizzatale addosso. Dal pollaio, invece, ancora silenzio, rotto solo a tratti da un battito d'ali e da un go-go strozzato. L'acqua bolliva di nuovo: secchi d'acqua calda nel trogolo, buona da essere conservata come liscivia, e d'acqua fredda cavata dal pozzo per la caldaia; e nella fornacetta tutoli a palate e gambi a mazzi. Poi mi rimettevo al fuoco a cogliervi fuggitivi disegni. Che si poteva conoscere davanti al fuoco? Il fuoco toglie ogni possibilità di conoscenza, ti getta addosso il suo mantello incantato, forse perché ti svela il mistero del tuo sangue che brucia. «Non conosco quell'uomo», puoi dire davanti a un fuoco; oppure stai in silenzio perché hai paura che la tua voce tradisca l'accento galileo. Doveva essere stata una notte come questa che coglievo nelle sue frange felpate di silenzi e di fruscii, con la luna tonda, la stessa luna nella sua indifferenza su quanto avveniva in un'aia, la notte del bucato, o in un cortile di sommo sacerdote, la notte del tradimento. La negazione mi si riverberava sul volto. Sarebbe bastata un'ancella che mi si fosse fermata accanto, per farmi pronunciare la mia negazione coll'accento galileo del segnato? La parola gemeva nei gambi di granoturco, sfavillava improvvisa sulla peluria dei tutoli, evaporava dalla caldaia di rame, sbuffava dal coperchio in spesse volute, raggiungeva il cicaleccio e i colpi ritmati del trogolo, s'espandeva nella vastità dell'aia, sollecitava l'incipiente risveglio del pollaio al segnale del gallo, e ritornava a me con lo stesso accento galileo che avrebbe avuto la mia voce se fossi stato richiesto della conoscenza di quell'uomo. Era la Parola che si piegava al mio accento o era la mia voce che la pronunciava con qualsiasi accento avessi scelto? - Ancora qualche secchio d'acqua per piacere - mi disse mia madre affacciandosi all'uscio del rustico. Già due mastelli erano colmi di liscivia. Uno sarebbe rimasto accanto al trogolo per il normale bucato settimanale, e l'altro suddiviso fra la Cecina e la Lena. Mia madre era rossa in viso. Il fazzoletto che le raccoglieva i capelli s'era allentato, e alcune ciocche le ricadevano sulle guance. Le mani erano rosse per il calore dell'acqua e per la liscivia. - Prepara la polenta. Fra poco veniamo. Ravvivai il fuoco nel camino della cucina. Le fette di polenta, messe nel treppiede, si rosolavano lentamente formando quella straordinaria crosta protettrice che, scricchiolando sotto i denti, fa gustare tutta la morbidezza della polpa che ha custodito. Sul tagliere affettai la pancetta. Polenta e pancetta era una colazione da gente che aveva fortificato lo stomaco premendolo contro un'asse da bucato o avrebbe, immediatamente dopo, arato un campo con le mani e il petto calcato sull'aratro, gridando alla lentezza dei buoi. Scese mio padre e si fermò sull'uscio della cucina: - Oggi ci sarà sole. Tua madre sarà contenta - e andò a tuffare mani, faccia e collo nel secchio sotto la tettoia. - C'è acqua calda stamattina - gli gridò mia madre. - Come se fossi un lenzuolo - brontolò. E continuò a strofinarsi 77 viso e collo col sapone da bucato. Misi un'altra corona di fette di polenta nel treppiede. La Cecina, con un sorprendente appetito, rivoltolava fra il pollice e l'indice il boccone di polenta per ammorbidire la crosta e farla un poco raffreddare. La pancetta, tenuta coll'altro pollice sulla fetta calda, scioglieva dolcemente il lardo ungendo mani e bocca di trasparenze. - Questo è un mangiare! Da beati del paradiso - disse la Cecina. Il Regno di Dio doveva essere una tavola mattutina preparata con fette di polenta riscaldata e pancetta stagionata. Col primo sole, tutta l'aia era intrecciata di corde e di fili di ferro zincato. Aiutai le donne a imbandierarla di lenzuoli, sostenendo con forcelle di platano o di salice i fili appesantiti. Fermagli di legno stringevano il lenzuolo al filo perché, reso leggero dal vento e dal sole, non finisse sul cemento. La Cecina e la Lena si fermarono a pranzo. Naturalmente c'era anche Toni. Toni si fermava spesso senza la Cecina, ma mai la Cecina senza Toni. Era venuto come al solito al mattino presto, aveva gironzolato per l'aia controllando le forcelle, e poi non s'era più visto. - Dov'è andato a finire quel matematico? - m'aveva chiesto la Cecina. - Sarà andato a chiedere l'indulgenza all'osteria - ridacchiò la Lena. - In chiesa certo non è andato, ma nemmeno all'osteria - quasi gridò la Cecina, fulminando cogli occhi la sua compagna. Che nessuno s'azzardasse a dir male del suo uomo in sua presenza; solo lei ne aveva diritto, perché ne conosceva anche il buono, che era molto. - Sì, è molto - confermava mia madre, quando andavano sull'argomento. Toni, prima che suonasse il campanone di mezzogiorno, rientrò nell'aia con cinque forcelle di salice sulle spalle come un trofeo, scortecciate da cima a fondo, che ancora luccicavano di linfa al sole. Senza dire nulla fece il giro dell'aia sostituendo le più vecchie con le nuove che avrebbero retto per molti bucati. Durante il pranzo vedevo dalla finestra della cucina le lenzuola sollevarsi e abbassarsi come vele su un mare mosso. Aveva cominciato a soffiare il vento marzolino che, in combutta col sole, asciuga il grande bucato primaverile in un giorno. La primavera s'incuneava senza sussulti nella quaresima, seminando ovunque erbe e granoturco nei campi appena arati. Venne anche la pioggia quando le nubi bianche, stanche del loro vagare, si coalizzarono contro il vento e gli opposero una spessa cortina grigia. Furono alcune sere di via crucis bagnata, con quegli ombrelli che i bambini portavano in chiesa ancora aperti facendoli roteare col manico nella palma della mano sinistra per tentare di colpire, con qualche goccia d'acqua piovana, lanciata dalle punte delle stecche, la fiammella della candela accesa davanti a ciascuna stazione. Ritornò il sole per qualche giorno, e poi ancora pioggia, questa volta fitta e leggera che sembrava passata al setaccio della farina bianca. L'orto si ammantava di peluria verde e le rive delle rogge biancheggiavano di margheritine. Fossi stato tu nella casa di mio padre, saremmo andati, appena prima 78 dell'imbrunire, lungo le prode e le cavedagne a respirare tutti i profumi concentrati della terra, a misurare quanto fosse cresciuto il frumento da un giorno all'altro, a scoprire il posto dei nidi per quando sarebbero stati riempiti di nuovi gridi di vita; e la tua paura della solitudine si sarebbe sciolta. I campi posseggono una solitudine che ha il potere d'assorbire quella degli uomini. La seconda metà di quaresima era come se il vento di marzo, che stava già cedendo ai sussulti dell'aprile, avesse inturgidito di forze sconosciute i miei giorni. Si era colta la prima insalata e la terra accelerava sempre di più il ritmo nello sfornare da un giorno all'altro, dal mattino alla sera, dal mezzogiorno al tramonto, le sue sorprese. Il maggiore medico ci aveva assicurati che, a pasqua, Piero avrebbe fatto i primi passi, e la pasqua incombeva già sul cielo d'aprile col sapore d'una primizia. Cominciò così la settimana santa, con porte e finestre di tutte le case del paese spalancate perché era il tempo delle grandi pulizie. «Mestieri di pasqua» li chiamavano. I ragazzi aspettavano il giovedì santo per legarsi al collo con uno spago la catena del camino e trascinarsela dietro per le stradette pietrose dei campi, fino a che fosse diventata lucida del nuovo colore pasquale. Non c'era nulla che annunciasse la pasqua, in una forma tanto pubblica e solenne, come l'andare in giro per le strade del paese e dei campi con una catena di camino legata dietro la schiena e carica della fuliggine d'un anno intero. Era l'exultet dei poveri, cantato da quella testimone discreta e intima delle piccole gioie della gente. Mi aveva preso una voglia incontrollabile quella mattina di giovedì santo, dopo la messa in Coena Domini, di trascinare ancora per i campi le due catene della Campanella. - Che ne diresti, mamma? - le domandai mentre tornavamo a casa, il mio braccio nel suo. - Perché non l'hai chiesto all'arciprete? - rise. - Sai che stamattina la sua testa mi ricordò una catena di camino lucidata di fresco? Risi anch'io. Era vero. Se l'arciprete cantava l'exultet in una chiesa quasi vuota, l'annuncio della pasqua lo dava anche lui per le vie del paese con la tosatura pasquale che faceva colpo sulla gente: «L'arciprete sente la primavera, l'arciprete ha fatto anche lui i mestieri di pasqua; l'arciprete, li avessi io i suoi capelli, non me li farei mai tagliare». Mi arresi a mia madre e lucidai le catene al lavandino sotto la tettoia, con la pomice. Ma le catene trascinate fra la polvere e i sassi delle stradette dei campi e, ogni tanto, immerse nell'acqua dei fossi, avrebbero figurato come l'argento accanto allo stagno. Le campane erano state legate, e il segnale delle funzioni veniva dato da una grossa battola che l'esperta mano del campanaro faceva girare a semicerchio sotto il castello delle campane. I colpi veloci, se il vento era favorevole, giungevano fino alla Campanella. In chiesa gli altari erano spogli ad aggiungere desolazione al velamento dei quadri, delle statue 79 e dei crocifissi. Il pomeriggio del venerdì santo, la statua del Cristo morto giaceva sul catafalco di prima classe nella navata centrale, circondato dai candelieri neri e dalle fiamme di legno. Un velo sottilissimo la copriva, mentre attendeva che la gente alla funzione della sera, prima i ragazzi, poi le donne, poi gli uomini, sfilasse a darle il bacio pasquale. Io seguivo mio padre che veniva dopo Toni. Toni non poteva mancare in chiesa quella sera. La chiudessero pure tutto l'anno, eccetto che per i funerali perché chi moriva era pur sempre un cristiano, e non gli sarebbe importato un granché. Ma quella sera il portone doveva essere spalancato, anche a costo di abbatterlo con la roncola. Un funerale per un uomo simile solo i saraceni non avevano il diritto di seguirlo. La roncola l'aveva lasciata a casa perché i calzoni erano quelli della festa, e su questo punto anche lui era d'accordo con la Cecina: in chiesa si va con i calzoni buoni, come ai funerali, e senza roncola. Procedeva Toni ondeggiando come se si fosse abbandonato a due dande di misericordia, un poco curvo, le mani legate, al di sotto della cintola, da un pollice e un indice gibbosi che davano un leggero tremito alle altre dita. Lo udii sussurrare a mio padre, dopo che aveva baciato il Cristo morto: - Anche Giuda con un bacio ha tradito il Signore -. Era una nuova lettera dell'alfabeto quel lamento, aggiunta alle lamentazioni di Geremia nel mattutino delle tenebre che a quell'ora si cantava al monastero? Fu una processione di guerra, senza il falò in mezzo alla piazza, con la sola luce della luna tonda. Le finestre delle case erano ugualmente addobbate con coprifedere ricamati, candelieri lucenti al riverbero della luna, e vasi di sempreverde. La processione avanzava lentamente fra i canti e la marcia funebre di Chopin che la banda del paese rivoltava in su e in giù fra il luccichio degli ottoni e il lampeggiare dei piatti. Gli uomini strisciavano i piedi accompagnando il Cristo morto, il cappello dietro la schiena, borbottando salmodie e litanie in dialetto, crescenti d'intensità man mano che la coda si perdeva lontano dalla statua. L'arciprete, in piviale nero, faceva strada alla statua portata a spalle da quattro giovanotti invocanti il cambio fra qualche strisciata di giaculatorie poco devote. In mezzo alla piazza s'ergeva ugualmente la catasta di fascine e, ondeggiante fra la processione e la catasta, vagava l'ombra della guardia comunale col manganello impugnato, a garanzia che non ci sarebbe stato il falò. La gente fino al momento di accendere la catasta non s'era accorta che anche un falò per il Cristo morto cadeva sotto la legge dell'oscuramento. Alle undici del sabato santo tutte le campane furono slegate e suonarono a distesa. Eravamo ben pochi in chiesa quel mattino. Nemmeno io ci sarei stato se l'anno prima, al monastero, non avessi intravisto il portento dei riti che si susseguivano ancora a ritmo giovane, nonostante il loro peso secolare. Tu, per tutta la settimana, mi avevi preparato alla loro comprensione. Non mi parlasti che del sabato santo, di questa pasqua che esplodeva fuori tempo per la vita che non sopportava un 80 altro giorno di vuoto. Certo, era la notte che doveva dare l'annuncio della risurrezione; la funzione del mattino non rispettava il tempo. Ma non c'è più tempo quando la musica prorompe; è la musica che corre libera e diventa tempo a se stessa. Dopo il mattutino delle tenebre c'è l'alba del giorno nuovo, incontrollabile. Certo, è notturno l'exultet. Ma come si potrebbe aspettare ancora un giorno, rimandare lo stupore del sepolcro vuoto? Mia madre non era venuta. Al mattino non si può abbandonare la cascina per tanto tempo, non vi si può non rispettare il tempo: - Vacci tu. Toni farà la tua parte. Io m'accontento di bagnarmi gli occhi quando suonano le campane. Ho già dato la bottiglietta dell'acqua alla Cecina. Me la riporterà lei. Perché la gente, quando slegavano le campane tutte insieme da fare l'effetto d'un masso che rotolava dalle scale della torre, si bagnava gli occhi con l'acqua appena benedetta dall'arciprete, al fonte battesimale, nei due mastelli di legno. Bambini e vecchie che avevano riempito l'attesa sul sagrato di corse e di cicalecci, vi si erano precipitati fra spintoni, grida, spruzzi, imprecazioni, sorrisi, lamenti, come doveva succedere alla piscina probatica non appena l'angelo ne muoveva le acque. Poi la chiesa ritornava nel suo vuoto, e attorno ai mastelli era come se fosse piovuto. I bambini correvano con la bottiglia stretta a due mani contro il petto, e negli occhi la tentazione di portarsela alle labbra per provare il gusto dell'acqua benedetta il sabato santo. Le vecchie frusciavano ansimando contro i muri, nel timore di non giungere a casa in tempo per il suono delle campane, imprecando o brontolando, a seconda del fiato che rimaneva loro, contro la gioventù che non rispettava più l'età. Sul fuoco del camino si stavano cuocendo le uova. Suonavano le campane, gli occhi ricevevano l'acqua lustrale e lo stomaco, con le uova sode, il sapore della pasqua. In quel momento l'arciprete, dopo aver bisbigliato con san Paolo che la sua vita era nascosta con Cristo in Dio, spiegava tutta la sua voce nel triplice canto dell'alleluia, innalzando a ogni melisma la voce di un tono. Al pomeriggio indossava la cotta dall'alto pizzo stile rinascimento, dicevano le donne che s'intendevano di ricami, lievemente inamidata, la stola bianca trapuntata d'oro che invano cercava di non fare scivolare sulla nuca tanto era pesante, e iniziava il giro per la benedizione delle case. Due chierichetti l'affiancavano, uno con la borsa di cuoio delle offerte e l'altro col secchiello dell'acqua santa. Seguiva il sacrestano, in sottana nera orlata di rosso e in cotta senza pizzo, la piatta cesta di vimini nel braccio per la raccolta delle uova, la stessa che veniva messa davanti all'altare della Madonna il due febbraio e al tempo della sbozzolatura. - Arriva l'arciprete - e la notizia entrava di casa in casa con la comodità necessaria per dare l'ultimo tocco di festa alla cucina, preparare la moneta dell'offerta o le uova sulla tavola. I chierichetti si scambiano ogni tanto i loro strumenti di lavoro per dividersi equamente la gioia di far sobbalzare, da intenditori, i decioni di rame e i nichelini nella borsa di pelle sempre più pesante. Il sorriso del sacrestano si faceva più largo 81 man mano che il peso della cesta diventava ben distribuito sul fondo. Il manipolo nerobiancovestito arrivò alla Campanella quando il sole aveva già stiracchiato le ombre sull'aia. La Cecina era corsa ad avvertirci: - L'arciprete sta facendo le ultime case della via, a momenti sarà qui. L'ho sentito io dire al sacrista che oggi terminerà alla Campanella. La borsa e la cesta delle uova sono piene. La guerra ha allargato le mani alla gente. Pax huic domui et omnibus habitantibus in ea... e anche a Piero. Il chierichetto raccolse con l'aspersorio dai tre ciuffetti di crine bianco le ultime gocce del secchiello, e l'arciprete tracciò un ampio segno di croce che si depose sul tavolo della cucina imperlandolo. Mio padre fece scivolare nel coperchio della borsa una moneta che, dal limpido suono, giudicai un aquilino d'argento; mia madre aveva preparato sul tavolo dieci uova. - Sono fresche di giornata. - Tienile d'occhio - disse l'arciprete al sacrestano. - Queste non le portiamo alla pollivendola. Si tolse la stola e la cotta, e si sedette. Diede cinquanta centesimi a ciascun chierichetto dal suo borsellino perché la borsa aveva il lucchetto, e li congedò. - Porta le cotte col secchiello, la borsa e le uova in sacrestia - disse al sacrestano - e fa' la divisione secondo le usanze. Di' a Carmela che prepari pure la cena. Io mi fermo un poco qui. I chierichetti, diventati più piccoli nelle loro gambette nude e nei calzoncini stretti, sgattaiolarono fuori. - Aspettate - disse mia madre. E diede loro un uovo sodo colorato. - Vuoi anche tu un bicchiere di latte appena munto? - chiese poi scherzosamente al sacrestano mentre lo preparava per l'arciprete. - Sì, di quello nero - rispose il sacrestano. E se lo bevve d'un fiato alla salute di tutti. - Sono un po' stanco - disse l'arciprete quando il sacrestano fu uscito. - Le funzioni della settimana santa, con in sopraggiunta la benedizione delle case, tagliano le gambe a un vecchio come me. E Piero? - Forse domani gli facciamo fare i primi passi - rispose mia madre. - Come venticinque anni fa... - C'era anche allora la guerra - intervenne mio padre. - Anche allora i cristiani s'ammazzavano fra di loro. - Forse un po' di stanchezza che ho addosso non dipende dall'età... - Non sta bene, signor arciprete? - si fece forte la Cecina. - Piero appena ritorna la mette a posto. - No, Cecina, pensavo a tutte le volte che oggi ho invocato la pace, il dono della pasqua che è la pace, e al conto che noi cristiani ne facciamo. .. C'è veramente da sentirsi senza forze... Nemmeno il pur bravo Piero ne ha la medicina. - Non se la prenda, signor arciprete - disse la Cecina che aveva imboccato la strada della confidenza. - Le guerre ci sono sempre state, e noi non ci possiamo fare niente. - Toni non la dovrebbe pensare così - disse sorridendo l'arciprete. 82 - Eh, Toni - sospirò la Cecina. - A momenti me lo ammazzavano con l'olio di ricino perché predicava nelle osterie che col socialismo non ci sarebbero state più guerre. Ma Toni non ha studiato; seconda elementare, e poi il secchio da muratore sulle spalle. Lei invece ha studiato, signor arciprete, queste cose le sa. Quando i poveri sono troppi, fanno una guerra per diradarli, come si fa coi gambi di granoturco. La Cecina tacque sorpresa delle sue stesse parole che sembravano uscite dalla bocca del suo Toni. Volle rimediare con un pensiero più confacente all'arciprete, dirà poi a mia madre, soggiungendo: - Speriamo, signor arciprete, che all'altro mondo ci sia più giustizia e che non comandi più chi vuole la guerra. - Certo, Cecina, - disse vivacemente l'arciprete - nell'altro mondo c'è un solo Signore che sa che cosa vuol dire mangiare per anni polenta e miseria solo perché si credeva che non ci sarebbero state più guerre, come Toni. Ma anche in questo mondo ci dovrebbe essere un solo Signore, almeno per i cristiani. M'avete dato un bello spunto per la predica di domani, cara Cecina. - Non si arrischi, signor arciprete - disse la Cecina che ormai era comandata dalla confidenza. - La prenderebbero per un sovversivo, un disfattista come Toni... Tacque ancora, quasi spaventata d'avere paragonato l'arciprete a Toni. Intervenne mia madre a darle una mano: - Però, con tante benedizioni di pace oggi in tutto il mondo, qualcosa Dio farà, vero signor arciprete? - E anche con gli esempi di tante persone da bene, come Piero, come Toni. L'arciprete s'alzò e si rivolse alla Cecina: - Fate tanti auguri di buona pasqua a Toni. Ditegli che l'ho visto in chiesa ieri sera. - Grazie, signor arciprete, e mi scusi la confidenza. Adesso vado a preparare la cena -. Uscì un poco curva ma col passo ancora fermo. - Bisogna che vada anch'io, ho già fatto tardi. Buona pasqua, cari, anche a Piero. Mia madre gli porse un pacchetto: - Glielo manda Piero, con tanti auguri. Era l'Opera Omnia di Virgilio, in carta india, piccolo formato, di quella stessa collana, ricordi?, dei Vangeli greco-latini e dei Promessi Sposi. Il pomeriggio di pasqua lo passammo da Piero. C'era anche Maria con un vestitino verde di mezza stagione. Piero fece i suoi primi passi. Assistevo muto alla gioia di nostra madre, che si travasava in me con la freschezza dell'aria e la limpidezza del sole di quel 13 aprile. Suor Giuseppina guardava Piero e poi sorrideva a nostra madre. Nostro padre guardava tutti e sorrideva alla sua donna. Gli altri feriti, ormai in grado di camminare, incoraggiavano Piero e sorridevano a nostra madre. Lei sorrideva a Maria che stringeva il braccio di Piero. Piero non diceva nulla. Era molto pallido. Vidi suor Giuseppina precipitarsi a una sedia e portarla a ridosso di Piero appena in tempo perché non cadesse svenuto. - Non è niente - ci rassicurò. E gli dette alcuni buffetti sulla guancia. Mia madre era impallidita. 83 - Non è niente - ripetè suor Giuseppina. - Ecco, sta rinvenendo. - Che è successo? - domandò Piero. - Anche ai medici capita. Respiri profondo. È passata. - Non è proprio niente? - chiese mia madre. - Sta' tranquilla. Adesso lo rimettiamo a letto. Coricato, Piero aveva ripreso il suo colore. - Sapete? - disse con aria allegra suor Giuseppina. - Domenica in Albis ci sarà grande festa in seminario per i feriti. Il vescovo ha chiesto al maggiore l'onore di ospitare i nostri soldati in seminario per il pomeriggio. I parenti hanno lo stesso invito, ma doppio, da parte tanto del vescovo che del maggiore. Nella settimana di pasqua mi giunsero i tuoi auguri. Una semplice cartolina delle catacombe di san Callisto. Il tuo silenzio per tutto il tempo di quaresima non mi aveva meravigliato. Sapevo del tuo costume, in quel periodo, di ridurne la corrispondenza allo stretto necessario; era un tuo modo per sottolineare la necessità di dedicarsi al lavoro e alla meditazione, eliminando il più possibile ogni preoccupazione che li interrolnpesse. Il tuo digiuno non consisteva solamente nella tazza d'orzo del mattino e nella velocissima cena; anche i sentimenti dovevano digiunare, perché fossero purificati e ridotti alla loro essenziale profondità. Sapevo pure quanto ti costasse questo esercizio d'ascesi che non ti era affatto congeniale. Mi dicevi, infatti, che Cristo, in preparazione della pasqua, aveva moltiplicato i suoi contatti. Lo accettavi per devozione a una vecchia consuetudine monastica, umilmente, cercando di assaporarne tutti gli aspetti positivi e lasciando al succedersi dei giorni sul ritmo della luna che s'ingrossava, diminuiva, scompariva, riappariva, s'ingrossava di nuovo, il compito di conservare per il pane azzimo della pasqua i rapporti che si sarebbero rinsaldati se erano veri. In monastero, la tua presenza di maestro quasi si cancellava; mi parlavi per quel tempo che era richiesto dall'orario di noviziato, in una maniera quasi anonima, affidando alle letture della messa del giorno il compito di guidarmi. Solo nella settimana santa, come per un sentimento a lungo represso e per questo rinvigorito, facevi combaciare il tuo cammino col mio per arrivare insieme al mattino del sabato santo. Eppure avevo la sensazione che il silenzio di quell'anno, dopo la tua lettera del mercoledì delle ceneri, non fosse più il riconoscimento d'una vecchia consuetudine ma sottintendesse una lotta che dovevi condurre da solo. Forse mi sbagliavo; e guardavo la tua cartolina quasi volessi ricavare una risposta dal tufo millenario delle catacombe. Non mancammo naturalmente alla festa in seminario in onore dei feriti reduci dalla Grecia. Nel salone dell'accademia, come lo chiamava il seminarista che accoglieva i parenti, Piero era già in prima fila sulla carrozzella; al centro, su un predellino, s'ergeva la poltrona di raso rosso per il vescovo, affiancata da due poltrone di stoffa verde, ma senza predella. I seminaristi si dividevano fra il palco improvvisato davanti alle poltrone e una parte del salone, compatti nella loro divisa della festa per i ragazzi, e nella sottana per i più grandi. Quelli sul palco erano disposti a semicerchio, 84 e si facevano aria con le partiture. Il salone era tutto un brusio. Mia madre ogni tanto si alzava e agitava la mano in direzione di Piero, ma Piero sembrava assorto. Conoscevo quel suo modo di fare quando era costretto a diventare un oggetto di curiosità, figuriamoci d'ammirazione. E l'ammirazione era nell'aria con quella divisa e la medaglia sul petto. Dietro di noi si fece un silenzio improvviso. Mio padre ci disse: - Arrivano. I seminaristi s'alzarono in piedi e cominciarono a battere le mani. Dal fondo del salone avanzava il vescovo, in cotta e mozzetta, sorridendo e benedicendo. Lo seguiva il maggiore, d'una spanna più alto, impettito. E poi un paio di sottane con filettature e bottoni rossi, e un altro paio completamente nere. Quelle filettate di rosso avevano lo stesso sorriso del vescovo, ma non benedicevano; quelle tutte nere imitavano il maggiore, ma con aria meno marziale. La schola cantorum attaccò l'Ecce sacerdos magnus, come nei pontificali, a tre voci, con un fugato sul et in tempore iracundiae giacché, nel tempo dell'ira, anche le note non potevano avanzare troppo pacificamente. La schola teneva bene, e si permetteva perfino di assecondare il seminarista maestro di cappella che si stringeva nelle spalle e si curvava per indicare gli smorzati, e allargava progressivamente le braccia gettando indietro la testa per sprigionare i crescendo. Certo, il sacerdos magnus d'una diocesi più importante sulla mappa del regno di Dio avrebbe richiesto qualcosa di più. Ma un'ovazione più calorosa, al termine dell'esecuzione, non l'avrebbe ricevuta. - Come cantano bene - commentò mia madre. - Non si direbbe che, smorti e magri come sono, abbiano tutta quella voce. - Sono smorti perché si vestono da non potere mai prendere un po' d'aria - borbottò mio padre. Ci furono altri canti, inframmezzati con saluti, indirizzi, ovazioni. Un ragazzino, tirato a lucido dalle scarpe alla testa rapata, recitò Piemonte, accompagnando col gesto la discesa dei camosci e finendo poi col baciare la mano al vescovo. Il maggiore l'accarezzò sulla guancia. Piero lo chiamò a sé e gli strinse la mano. Il pallore del ragazzino si cambiò in rosso vivo. Una sottana mingherlina, da liceale, recitò Vergine bella dhe di sol vestita. Il maggiore, man mano che i versi si scioglievano dolcissimi, muoveva sempre più distintamente le labbra in lontani ricordi. Mia madre pianse a un canto in cui si descriveva una vecchia madre mentre filava sull'uscio di casa in attesa del ritorno del figlio lontano. Su quelle note non si sentiva uno scricchiolio di sedie. - E proprio così - commentò tirando fuori il fazzoletto profumato dalla borsetta. Sotto il guanto di pelle nera c'era il gonfiore dell'anello coi due brillantini. Poi il maggiore s'alzò e, dopo aver chiesto il permesso al vescovo, annunciò che i suoi feriti, riconoscenti, volevano offrire ai cari seminaristi un piccolo saggio dei loro canti alpini; e ci fu un'ovazione fragorosa non appena il vescovo fu visto allargare compostamente le mani in un gesto che fu subito interpretato dai seminaristi come l'inizio del battimano. Una fisarmonica e alcune armoniche a bocca si fecero avanti, assieme a 85 un gruppetto d'alpini della Julia. I soldati cantavano, e i seminaristi non ricordarono più d'essere seminaristi e urlavano le loro ovazioni e le loro richieste di bis. Una sottana filettata di rosso guardava preoccupata, di sottecchi, il vescovo per spiarne le reazioni a quella manifestazione chiassosa d'indisciplina. Piero mi dirà poi che il vescovo batteva il tempo con la scarpa dalla lucente fibbia, fissando a labbra semiaperte, che sembravano pronte all'attacco del ritornello, le facce barbute e le penne dei cappelli. Dopo la canzone del Monte Canino fu lo stesso vescovo a pregare il maggiore perché gli alpini la ricantassero. E qui successe l'incredibile. Sulla seconda nota s'introdusse nel coro una voce che veniva dalla prima fila, pastosa e baritonale come quella d'un diacono ortodosso. - È il maggiore che cantami bisbigliò mia madre. Non era il maggiore, perché subito udimmo la sua voce, un po' appannata, aggiungersi alla prima. E altre voci qua e là nel grande salone, prima un poco timide e poi sempre più forti e compatte, finché tutto il salone fu un coro possente. Mio padre cantava come se fosse stato solo sul fienile, ben sicuro che nessuno lo potesse udire; mia madre cantava cercando d'aprire la borsetta per riprendere il fazzoletto profumato; sentivo dietro a me la voce di suor Giuseppina, con gli accenti festosi delle serate sui mucchi di granoturco da spannocchiare. Al termine ci fu un momento di incredulo silenzio. Il vescovo s'era alzato, era andato verso il coro degli alpini e li aveva abbracciati a uno a uno. Poi, con un gesto veloce, aveva tolto il cappello con la penna nera dalla testa di un soldato sull'attenti e, deponendo rapidamente il tricorno violaceo sulla poltrona, se l'era messo in testa rivolgendosi al maggiore: - Tenente degli alpini Giambattista... Non udimmo più nulla. Il salone era in piedi, in grida d'evviva, come se un inaudito miracolo si stesse avverando sotto i nostri occhi. Il vescovo alzava le mani verso tutti i soldati che poteva scorgere nel salone; abbracciò quelli della prima fila sulle carrozzine. Poi parlò, dopo aver ripreso lo zucchetto e il tricorno violacei. Chiese scusa per quel suo comportamento non troppo episcopale (disse proprio così), ma confessò che la disciplina di tanti anni non era bastata a fargli controllare le sue reazioni a quei canti, alla visione di quelle divise che gli ricordavano il suo paese, la grande guerra sulla Bainsizza, tenente degli alpini. E fu un'altra ovazione. Parlò poi il maggiore, ringraziando per la gioia che quel giorno il seminario aveva offerto a lui personalmente e, ne era certo, a tutti i suoi feriti. Ringraziò in modo particolare il vescovo per quel suo gesto poco... episcopale che, disse, «mai come ora gli aveva fatto sentire un vescovo tanto vicino, proprio come un pastore col suo gregge». Ricordò i sacrifici di quei soldati, i loro gesti di fraternità che erano già un annuncio di riconciliazione «in tempore iracundiae, come voi avete cantato, miei cari giovani». E ci fu un battimano lunghissimo. L'accademia era terminata. Il vescovo s'intrattenne un poco anche con Piero. Il maggiore gli doveva accennare la ragione di quei piedi congelati e della medaglia perché il vescovo annuiva guardando fissamente 86 Piero, la mano posta sul suo capo. Mia madre non sapemmo trattenerla e corse la prima fila. - È sua madre - disse il maggiore al vescovo. - Sì, è il mio Piero. Il vescovo guardò il maggiore e poi Piero: - C'era una grande folla quel giorno, e si levò una voce di donna: Beatus venter qui teportavit... Si frugò nella tasca e ne trasse la corona del rosario. - La tenga, signora, dirà qualche avemaria per questo povero vescovo. Ne aveva già dette molte mia madre su questa corona. - Oh, no, non se ne deve privare se fu di sua madre... sono cose che si trasmettono di madre in figlio... Il vescovo la guardò un poco sorpreso, le prese la mano, rimise la corona in tasca. - Che il Signore la benedica. Il giorno dopo il maggiore, che la sera dell'accademia era stato invitato a cena dal vescovo, posò sul comodino di Piero una scatoletta di madreperla contenente una corona di granati rilegati in argento: - Da parte del vescovo per tua madre. E per te, guarda che buon gusto quel vescovo. Era una tavoletta di rame, raffigurante il buon samaritano chino sulle piaghe dell'uomo incappato nei ladri. - Cercami una cornice adatta - mi disse Piero quando mi mostrò la tavoletta. - Di ritorno a casa la voglio vedere a capo del letto. La corona adesso ce l'ho io, nella scatoletta madreperlacea, la cosa più cara fra quelle poche che uso. E la tavoletta dovrebbe trovarsi ancora a capo del letto matrimoniale di Piero e Maria. La lunga lettera che ricevetti dalla città del tuo esilio, dopo il digiuno quaresimale, porta la data del 25 aprile. Che il grande avvenimento racchiuso in tale data, che mi segnò per sempre, si facesse annunciare quattro anni prima con la tua lettera? È possibile. Dopo quanto è avvenuto, tutto è possibile. Trascrivo la tua lettera. Benché ne abbia ancora diverse nella scatoletta di cartone, ho il presentimento di compiere per l'ultima volta questo gesto di fedeltà alle tue parole e di richiesta d'aiuto per la ricerca del senso della mia vita. Mi scrivevi: «Solo ora, col foglio bianco davanti nel tentativo di dirti quello che vissi durante questo mio silenzio, m'accorgo dello spessore di quanto è avvenuto nel mio spirito da quel mattutino delle ceneri. Forse è solo la quotidianità del cammino che si accumula giorno dopo giorno a darmi la sensazione che qualcosa d'importante sia avvenuto in me; ma oggi, festa di san Marco, primo giorno delle rogazioni, la novità della vita è talmente forte che mi sembra affatto eccezionale e irrepetibile anche la quotidianità del cammino. Quel giovinetto d'evangelo che fugge lasciando nelle mani dei servi dei sommi sacerdoti un lenzuolo afflosciato, la processione nell'orto del monastero per chiamare tutto il cielo a testimoniare la necessità della pioggia per la vita della terra, danno questo sapore di novità 87 al cammino percorso e a quello che anche oggi farò, penetrando più a fondo nella quotidianità. Richiamarti Elia che deve incamminarsi verso l'Oreb ed è talmente angosciato da invocare la morte solo perché non si sente migliore dei padri suoi, può essere perfino banale. Chi non prova l'angoscia d'una strada ignota e non vuole abbandonarsi al destino comune pur di non affrontare dei rischi che si presentano col terribile volto dell'inutilità? Eppure, anche ammettendo la possibilità che sia questa la strada d'ogni uomo, sei portato a pensare che il cammino non ammetta compagni di viaggio; che sia sempre nuovo solo perché il rischio che devi affrontare è ancora sconosciuto. Strana cosa misurare la novità del cammino con la novità del rischio! Elia non vuole la novità del rischio, non la ritiene nemmeno possibile, e quindi s'abbandona alla maternità della terra per esserne riassorbito e scomparire, togliendo di mezzo il suo corpo ingombrante il cammino degli altri: la solita incapacità a travasare nel gesto e nella parola l'urgente necessità della comunicazione. Nel constatare di non essere migliore dei padri suoi, Elia trova la convalida del suo cancellamento nell'utero della terra. Ma è proprio perché non è migliore dei padri suoi che la quotidianità del pane e dell'acqua, ritrovata dopo il torpore della paura, lo spinge a continuare il quotidiano e comune cammino fino al rischio supremo d'incontrarsi con Dio negli elementi più terrestri, quali il terremoto, l'uragano; talmente penetrati di terra da poterla essi distruggere nel momento in cui si manifestano. Perché mi do a un tipo d'esegesi che fa impallidire, per stravaganza, quella della scuola alessandrina? Forse perché i quaranta giorni della quaresima li passai col solo nutrimento della quotidianità del pane e dell'acqua come uomo che non si sente migliore di nessuno. Non come Elia, però. Egli aveva un appuntamento sicuro, benché non sapesse in che modo si sarebbe realizzato. L'Oreb, comunque, era un punto di riferimento certo. Il mio appuntamento, invece, era nell'indefinita articolazione degli avvenimenti, nelle loro molteplici possibilità d'interpretazione. Almeno così mi parve all'inizio. In seguito capii come sia possibile ridurre tutto a un avvenimento e a una sola interpretazione, se il luogo della manifestazione di Dio non è più un monte da scalare ma è già dentro di me, nel correre il rischio quotidiano d'ascoltare la Parola negli avvenimenti più terrestri della terra, come accadde a Elia. E uno di questi avvenimenti, il più significativo per me perché unificava tutti gli altri e rappresentava gli elementi del fuoco, del terremoto, dell'uragano e della brezza, lo vidi nella musica. Non so se questo fu il dono della quaresima che m'aprì ad altri doni; so solo che andavo all'appuntamento con la musica nella disposizione di mettermi all'ascolto della Parola attraverso gli elementi più terrestri che la musica poteva rappresentare, e non più per carpirne un segreto. Così il non essere migliore dei padri miei non mi turba, in quanto riconosco essere cosa normale, se tutti siamo chiamati a rischiare l'ascolto della Parola negli stessi elementi terrestri. Che cosa è avvenuto, allora, del mio dubbio, che a volte mi rendeva inquieto, per la presenza silenziosa di quella donna che ha suscitato in me dei sentimenti facilmente intuibili? Un angelo, cioè un messaggero (e i messaggeri assumono infinite forme: 88 anche il rosso del cielo è portatore di messaggi, diversi a seconda che si presenti al mattino o alla sera), scosse Elia dal suo torpore perché s'immettesse nella quotidianità del cammino. Posso dirti che quella donna m'apparve come il messaggero che mi scuoteva dal torpore dei miei privilegi per darmi il senso della mia comune umanità? Penso di sì, perché so che hai la capacità di rispettare il cammino di ciascuno come comune a tutti e, nello stesso tempo, assolutamente irrepetibile. Ritenni, quindi, che non avevo nessun diritto di chiudermi al possibile annuncio di Maddalena (tale è il suo nome), e decisi di parlarle, superando in me resistenze e paure. Anche quel giorno Maddalena era già nel suo banco, in un angolo, quando entrai in chiesa. Mi fermai dietro a lei e, dopo un ultimo sfibrante momento d'incertezza, la salutai. Ella si voltò, s'alzò in piedi e rispose al saluto. La vidi negli occhi; era la prima volta, penso, che guardavo tanto da vicino gli occhi d'una donna sentendomi da essi osservato fra lo stupore e la riconoscenza. Le chiesi molto banalmente se non si fosse ancora stancata d'udire i miei balbettii di ricerca. Non mi rispose direttamente. Fissò la cartella che tenevo sotto il braccio e mi chiese se ero soddisfatto del mio lavoro. La sua domanda mi giunse talmente inaspettata che annaspai fra qualche monosillabo affermativo e negativo; ma non mi suonò indiscreta e nemmeno sgradita. La sua domanda, comunque, che ebbi la percezione fosse provocata da un interesse onesto e intelligente, mi liberò dalla paura di prima. Parlammo piuttosto a lungo. Maddalena a volte doveva faticare per seguire il filo del mio discorso infarcito di termini che ci sono usuali, come signoria, ascolto della parola, avvenimento, obbedienza... Dalle sue domande capii che il mio tentativo non la lasciava indifferente, che le suscitava, anzi, un certo desiderio d'essere coinvolta nell'avventura, quasi vi avesse trovato un punto di riferimento per la sua stessa vita, che prima aveva cercato invano. Quel giorno il mio tempo all'organo s'accorciò. Il volto di Maddalena m'appariva a tratti davanti, compostamente, come un sostegno a continuare il mio cammino. Ogni giorno ci salutiamo, spesso c'intratteniamo qualche momento. Così, a tasselli, vengo a sapere di Maddalena, e lei di me. Il lunedì santo mi salutò, augurandomi buona pasqua. Avrebbe passato quei giorni in collina. Ci stringemmo la mano. Forse era la prima volta che stringevo la mano a una donna in quel modo, con amicizia cioè. L'ho rivista qualche giorno fa, al suo solito posto, e ci siamo salutati festosamente. Penso spesso a lei, ma senza turbamento. Sono convinto di non togliere nulla al mio essere monaco. Potrei in più affermare che sento nuove forze sgorgare in me, con una rinnovata volontà di ricerca. In questa serenità ho passato il santo triduo e la pasqua. Ho perfino l'impressione che una pesante cortina si sia alzata rivelandomi, con la luce che è così entrata nel luogo più riposto del mio animo, l'inconsistenza delle mie paure. Il mio lavoro procede con fatica ma serenamente. Forse l'incontro con Maddalena ha in questo una parte di primo piano». Mi davi poi notizie del nostro monastero e dicevi tutta la tua gioia nell'udire quanto Piero aveva fatto, mosso dall'unico spirito. Volevi che questa tua gioia la sapessero mio padre e, soprattutto, mia madre. 89 Quando lessi a mia madre queste ultime parole della tua lettera, disse: - Finita la scuola, dom Placido tornerà certamente in monastero. Dovrà passare di qui, e non soltanto per un giorno come a natale. Ci sarà anche Piero in convalescenza. Desidero tanto che lo conosca meglio. Invitalo subito, prima che faccia un altro programma. Era arrivato il tempo dei bachi. Alla Campanella non allevavamo più i bachi da quando erano morti i nonni, ma la Cecina aveva continuato con una mezza oncia di semi, aiutata da Toni per la sfogliatura dei gelsi. Gelsi nei campi della Campanella ce n'erano in abbondanza. Ogni riquadro di terreno per le diverse colture a rotazione era delineato da loro filari. Nei primi giorni, di foglia, tagliuzzata come la cicoria nel pastone delle galline, bastava una manciata. Dopo la prima dormita dei bachi, ce ne voleva già un sacco; ma quando, grossi come un mignolo e con una pelle tirata a lucido da scoppiare, si buttavano voraci sulla foglia, coi sacchi non era mai finita. La foglia non veniva più tagliata ma solo staccata dai turgidi polloni e sparsa sui graticci foderati di carta di giornale, così fitta che per un momento l'agitarsi del biancore diventava l'immobilità d'una distesa di verde. Per otto giorni i bachi divoravano sacchi su sacchi. - Mangiano di furia - si diceva, come quando un bambino senza educazione divorava un piatto di gnocchi. Poi arrivava l'ultima dormita, da non svegliarli nemmeno con le cannonate. - Dormono della grossa si diceva, come quando un chierichetto, durante la sua settimana, arrivava in chiesa al sanctus già suonato. Quattro dormite e altrettante mute di pelle. - Vi faccio cambiare pelle come i bachi - ci gridava la nonna quando non riusciva a fermarci nelle corse attorno ai pilastri del barchessale e alla catasta delle fascine. - Menate la testa come i bachi - ci rimbrottava, quando a tavola, davanti alla minestra di riso che non entusiasmava né Piero né me, guardavamo il soffitto, e poi il piatto, e poi fuori dalla finestra, e poi il ritratto del nonno per attingervi un po' di coraggio. Poiché, dopo la grande dormita, i bachi cominciavano ad alzare la testa e a girarla in ogni senso per trovare un aggancio al filo col quale avrebbero tessuto il bozzolo. Era il momento delle frasche, una specie di festa dei tabernacoli riservata ai bachi perché potessero arrampicarsi fra un canniccio e l'altro e rincantucciarvisi in modo da attendere, indisturbati, alla loro opera. Le frasche le facevamo con mazzetti di paglia attorcigliati ad arco e legati alla vita con cordicelle, alti un poco più della distanza fra un canniccio e l'altro, in modo che vi rimanessero incastrati. Per qualche giorno la soffitta, dopo il brusio senza battute d'arresto della mangiata di furia, s'acquietava in un sibilo quasi impercettibile, mentre sulla paglia cominciavano a delinearsi le prime cellette di questi straordinari eremiti che, prima di chiudersi definitivamente al mondo e alla seduzione della foglia di gelso, si purificavano facendo dell'ingiallita carta di giornale e degli avanzi dei loro banchetti il loro seggio stercorario. Anche quell'anno la Cecina aveva tenuto accanto al camino, sull'apposita carta forata, i semi rossiccio scuro dei bachi, per farli dischiudere al tepore della cappa. Toni aveva preparato la soffitta, tappando le fessure delle finestre perché i vapori dello zolfo bruciato per la disinfezione 90 non si sperdessero. Lo aiutai a erigere i palchi che avrebbero sostenuto i cannicci. La Cecina sorvegliava l'operazione, cercava di dirigerla con due osservazioni alla volta, ma Toni non se la prendeva. - Non avrei mai detto che saresti venuto ancora su questa soffitta a piantare i palchi. Sai che mi ricordi tuo nonno? - mi disse la Cecina stanca della remissività di Toni. - Eh, sì, quello era un uomo. Uno nasce così. Sono della razza intervenne Toni mentre con la roncola toglieva una piccola sporgenza a un palo. - Eravate molto amici, vero? - Fu il giorno dopo che gli avevano dato da bere l'olio di ricino, me lo ricorderò finché campo. Tuo nonno venne a trovarlo a letto, che era ancora più di là che di qua, con un fagottino d'uova e un salame. Gli disse: Tirati su, Toni, le facce di merda (e la Cecina aggiunse: con licenza parlando) si seccano alla svelta, e allora non puzzano più. Da quel momento furono grandi amici. - E vero - intervenne Toni. - Di queste facce ne circolano ancora ma non ne sento più la puzza.. Da allora ho sempre incontrato facce che mi rispettano. - E poi non ti dico di tua nonna. Per un bel po', quando andava in chiesa, mi aspettava perché nessuno mi facesse dispetti dopo quanto era successo. Vicina a lei mi sentivo sicura come se fossi stata davanti all'altare della Madonna. Toni continuava a lisciare il palo. - Sì, tuo nonno è stato accompagnato bene. Se lo meritava. - Come vanno i bachi? - domandavo spesso alla Cecina. - Va' a vederli. Fino a ora non hanno preso la malattia. Speriamo che sant'Antonio abate gli tenga la sua mano sopra. Sant'Antonio li mantenne in buona salute, e loro appesero ai mazzetti di paglia numerosissimi ex-voto d'oro in ringraziamento. La Cecina dalla contentezza si comperò un velo nero di seta mista, per andare in chiesa; e Toni, la sera del primo acconto sulla vendita, fece la spola fra le osterie, ma senza il cavagno dei ceci. A me regalarono un cestino di graffioni, rivestito di carta rossa traforata con le forbici, che era il compenso della nonna a me e a Piero a ogni sbozzolatura alla Campanella. I graffioni, con la loro polpa carnosa, segnavano l'ingresso dell'estate nelle case ombrose, nei campi che iniziavano la loro doratura, nella chiesa odorosa di gigli per la festa di san Luigi e fra i rami spelacchiati dei gelsi che pensavano ancora ai bachi e s'ostinavano a rinnovarsi con foglie ancora più larghe e lucenti. La Parola aveva filato silenziosamente innumerevoli bozzoli e vi si era rinchiusa per proteggersi dal grande sole dell'estate. I banchi della chiesa registravano ogni domenica i vuoti estivi ammessi da Dio fin dalla creazione del mondo, dato che frumento, erba, granoturco, acqua di rogge e sole a perpendicolo erano venuti prima della costruzione delle chiese. Piero festeggiò il suo onomastico a casa, e ai primi di luglio venimmo a prenderti col barroccio alla stazioncina del paese. 91 Non riconoscevi più la stradetta che ci portava sulla provinciale, e non sapesti indovinare il grande platano che avresti voluto fosse un organo al tempo della neve. Le foglie delle piante lasciavano filtrare qualche raggio di sole ancora basso all'orizzonte, che ci tagliava improvvisamente gli occhi e tremolava nei riflessi dell'acqua del fosso. In un campo una fila di contadini stava mietendo il frumento. Quello di mio padre era già insaccato sotto il barchessale. Eravamo stati fra i primi a trebbiare per la gran voglia che Piero aveva di ritornare sullo spiazzo pieno di puta e rivedere la grande proboscide dentellata della trebbiatrice. Ogni tanto immergeva il braccio nel sacco che stava riempiendosi e lo ritraeva a pugno chiuso facendo poi ricadere dall'alto i chicchi ben torniti, col gesto di nostro padre. Toni gli saltellava a fianco con in bocca penzolanti gli spaghi per legare il sacco. Mio padre e io col tridente innalzavamo i covoni fino al boccaporto della trebbiatrice, dove venivano presi e slegati dai macchinisti. Erano i gesti dell'anno prima, con lo stesso ritmo, le stesse imprecazioni, lo stesso fiasco dal manico di vimini, la stessa Parola che si lasciava sgranare per diventare sangue degli uomini. Il ciclo liturgico della terra, che avevo vissuto dal mio ritorno alla Campanella, si rinsaldava con quello nuovo nelle balle di paglia pressate e legate col filo di ferro, della stessa misura, perfettamente squadrate come l'anno precedente. Piero teneva le redini e le faceva ricadere ogni tanto sul dorso del cavallo già lucido di sudore. Ti guardava e t'ammiccava come per farti notare la sua bravura di guidatore. La guerra era lontana. Gli stivali che avevano dovuto tagliare con la baionetta erano stati seppelliti nella neve e nel fango; rimanevano le scarpe di pace, con la suola leggera e la vernice che nostra madre aveva ripreso a ravvivare ogni sera con lo straccio di lana. - Dom Placido, - ti disse improvvisamente Piero - non ti sei mai chiesto come mai gli uomini riescano a uccidere autoesaltandosi come se compissero un'impresa eroica? - Non me lo sono mai domandato - rispondesti dopo un attimo d'esitazione. - Io sono stato un privilegiato. Ho dovuto pensarci. Piero cambiò subito discorso chiedendoti se il vino dei castelli lo bevevate anche al monastero. - Per il momento. Ma l'abate, pur provenendo dai castelli, è un grande ammiratore dei tedeschi, e potrebbe introdurre la birra. Piero scoppiò nel suo riso e il cavallo scosse nitrendo la criniera. Eravamo giunti alla provinciale, l'attraversammo e prendemmo la via dei campi. Sull'aia ad attenderti, fra Toni che caracollava sui piedi, nostro padre, nostra madre che s'asciugava le mani nel grembiule, c'era anche Maria. Col ritorno di Piero, nostra madre aveva accolto Maria come una figlia che bisognava interpellare prima di prendere una decisione. Perfino sul modo di prepararti la stanza, fra quella di Piero e la mia. Il mazzo di rose che trovasti sul tavolino l'aveva portato lei. Ti fermasti una settimana, e fu un avvenimento piuttosto eccezionale 92 negli annali del nostro monastero. Tu stesso non riuscivi a renderti conto di tale privilegio. Avevi scritto all'abate chiedendogli se potevi interrompere il tuo viaggio di ritorno per salutarci, come a natale. Pensavi, infatti, di ripartire il giorno successivo, al massimo dopo due giorni; e l'abate ti rispose proponendoti anche una settimana se lo ritenevi opportuno, aggiungendo che un po' di vita fra i campi t'avrebbe fatto bene, dopo un anno che non doveva essere stato facile per te. Mi seguivi a volte nei campi e ti sedevi sotto il grosso platano col breviario o la bibbia fra le mani. Altre volte ti fermavi con Piero e poi, con lui accanto, ti mettevi al pianoforte. Una volta l'accompagnasti in bicicletta da Maria. Due o tre sere le passammo dall'arciprete, ed era con noi anche Piero. L'arciprete sprigionava gioia, compostamente. Ai nostri tentativi di ritornare a casa per non costringerlo a fare tardi, rispondeva: - Non è tardi con questo caldo. Comincio a dormire quando la prima luce non è lontana e i sogni sono più veri -. Io tacevo quasi sempre, immerso in quel discorrere a tre che accordava, nel desiderio comune di verità, la vivace intuizione di Piero, tutta impazienze e comprensioni, la sofferenza appena venata di soluzioni sapienziali della tua ricerca, la pace, un poco distaccata ma sempre segnata di gusto saporoso, delle parole dell'arciprete. E poi c'erano i pasti, con nostra madre che ascoltava senza perdere una parola mentre ci serviva facendoti la parte per timore che tu non prendessi nel piatto quello che conveniva a un uomo, dopo un anno di studio, per quei pochi giorni che passava in campagna; con nostro padre che tirava fuori dagli angoli più polverosi della cantina vecchie bottiglie, e interveniva non appena vedeva la possibilità d'una frase ruminata abbastanza; e con Toni, che rimaneva alla Campanella tutto il giorno perché io fossi più libero, e che si lavava per l'occasione le mani prima di mettersi a tavola. Un giorno nostra madre a tavola disse: - Io dei vostri discorsi capisco poco. Voi complicate troppo la vita. A me sembra che non invidiare la gente e aiutarla quando si può sono i comandamenti di Dio sui quali possiamo essere tutti d'accordo. Non ci sarebbero più guerre e ci si vorrebbe un po' di bene. - Parole sacrosante, Benedetta - approvò Toni. Un pomeriggio ci trovammo soli. Piero era da Maria. Mio padre s'era buttato sotto il barchessale su un mucchio d'erba falciata al mattino, col cappello di paglia calato fin sulla bocca per difendersi dalle mosche. Mia madre, dopo la rigovernatura, s'era presa la libertà di recarsi dalla Cecina coi ferri della maglia. Capitava, ogni tanto, che negli assolati pomeriggi passasse qualche ora nel cortiletto della Cecina, così piccolo che i muri delle case adiacenti gli misuravano il sole anche a mezzogiorno, a fare qualche parola, coi ferri della maglia che s'incrociavano veloci, e il mignolo teso a stirarvi sopra il filo perché non s'ingarbugliasse. Ci diceva: - Vado a prendere l'indulgenza dalla Cecina. Toni a quell'ora andava per i campi. Era forse l'unico essere vivente che si muovesse in tutta la distesa immota e silenziosa. Era lui il padrone 93 della grande assolata pianura. Ritornava prima della ripresa dei lavori con una taschella di pezza tutta fremiti e sobbalzi, che gli penzolava dalla cintura di spago. Erano le rane per la cena, che era riuscito a prendere, intontite di sole, sulle rive delle rogge o in certi fossatelli con una spanna d'acqua. Ci sedemmo al fresco della saletta, e mi parlasti di Maddalena. Maddalena aveva ricercato la chiesa dell'organo quando, profondamente turbata dalla guerra, si sentì insistentemente spinta a dare la sua opera volontaria di medico su una nave ospedale. Ma le resistenze dentro di lei erano altrettanto forti. Sperava, nel silenzio di quella chiesetta, che conosceva e amava per le lunghe ore passate all'organo, di vedere un po' chiaro nel suo animo e riuscire a prendere una decisione. Ma s'era incontrata con la tua musica. Ne fu irritata, quasi ti fossi introdotto indebitamente nella sua intimità. Tuttavia, col trascorrere dei giorni, cominciò a prendere interesse per la tua ricerca fino a immedesimarsi, intuendo che anche tu stavi lottando per una decisione determinante per la tua vita. Questo fatto, invece di aiutarla a decidere, le faceva dimenticare progressivamente la guerra e la ragione per cui aveva preso la strada di quel rifugio. Quando s'accorse, con sgomento, che la tua musica aveva preso insistentemente il tuo volto fino a renderti presente anche in altre ore della giornata, capì che era giunto il momento dell'unica decisione possibile, e fece domanda di volontaria per una nave ospedale. Doveva rispettare non solo la tua, ma anche la sua strada, misteriosamente incontratesi perché ne ricevessero la forza di separarsi coscientemente. Tutto questo venisti a sapere quando Maddalena ti salutò la vigilia della sua partenza e ti consegnò un pacchetto. - La ringrazio, e mi ricordi - ti disse. Era una bibbia in francese, la stessa che avevi ora nelle mani, tradotta dai testi originali, e una scatoletta contenente una crocetta d'oro. Ti aveva raggiunto all'organo, ed era stata prima in lungo silenzio. - Mi suoni Bach - le chiedesti. Suonò il corale In dulci jubilo. Avevi nel taschino sotto lo scapolare la Waterman d'oro che ti regalò tuo padre, il giorno della prima messa, con inciso sul cappuccio la data: 25 marzo 1933. Gliela donasti, senza nemmeno pensare che avresti dovuto avere l'autorizzazione dell'abate. Maddalena lesse la data: - Immagino che una persona cara gliel'abbia donata il giorno della sua prima messa -. Ti stese la mano per salutarti. Tu gliela baciasti. Le dicesti: L'evangelo è molto esigente. Grazie d'avermelo ricordato con la sua stessa vita -. Se ne andò senza voltarsi indietro. Non la rivedesti più per quell'anno. Dopo... dopo doveva accadere solo quanto è accaduto. Era l'ora di riprendere la via dei campi per il taglio dell'erba medica. M'accompagnasti e ti sedesti sotto il grosso platano con la bibbia di Maddalena sulle ginocchia. Mentre falciavo l'erba e m'allontanavo, la macchia nera della tua tonaca si stemperava sempre di più contro il nodoso tronco e fra il verde intenso del fogliame immobile in quell'ora ultima d'immobilità del sole, prima che la terra e gli alberi sprigionassero, negli insetti e negli uccelli, la loro frenetica attività del tramonto. Eri un niente in tutta quella vastità; ero un niente io, con un giocattolo lucente 94 in mano. I campi, fossi tu sotto il platano o all'organo o in cella, col dono di Maddalena o senza sulle ginocchia, tagliassi io l'erba o no, avrebbero continuato la loro stagione custodendo e generando una vita indifferente alla nostra. Era un segno dell'indifferenza della Parola a se stessa? Si cenava sull'aia quando il sole filtrava ancora fra le piante dall'orizzonte. Mamma preparava la tavola con le tre assi sostenute da due cavalletti e ricoperte di tela cerata a quadretti bianchi e rossi. Per non accendere grossi fuochi in cucina, non tutte le sere durante l'estate si faceva la polenta; latte e pan biscotto la sostituivano. Il latte lo si faceva bollire appena munto e lo si metteva a raffreddare in un secchio d'acqua di pozzo. Ti levavi lo scapolare per gustare meglio qualche soffio di brezza e il freddo del latte. Noi prima ci lavavamo a torso nudo, chinati sui mastelli di legno che mamma aveva riempito nelle prime ore del pomeriggio perché il sole stendesse una patina di tepore sull'acqua. Una sera mio padre ti disse: - Faccia anche lei come noi. Non c'è niente di male. Tu sorridesti un poco imbarazzato. Mamma scosse la testa. Piero rise forte e, mentre ci sedevamo a tavola, forse per giocare un poco sui preti e spalleggiare così nostro padre che rimaneva sempre male di fronte a una disapprovazione della sua donna, anche se scontata, ti chiese: - Hai visto il quadretto che m'ha regalato il vescovo? Maria, quando glielo mostrai, volle che leggessimo assieme la parabola che vi è rappresentata. Certo, chi la inventò non doveva essere troppo tenero coi preti. - Ma erano i preti d'una volta, non quelli d'adesso - disse subito nostra madre, per sviare l'argomento. - D'una volta o d'adesso, erano sempre preti - scherzò nostro padre. Mamma sospirò: - Possibile che tu ce l'abbia sempre coi preti? - Io non ce l'ho con nessuno, sono i fatti... Tu prendesti la cosa seriamente: - Certo, i preti d'oggi sono come quelli di ieri se non si fermano lungo la strada, sull'esempio del samaritano. Noi preti l'abbiamo annacquata questa parabola, almeno per quanto ci riguardava, forse per paura delle conseguenze. Il prete che andava a Gerico, probabilmente vi si recava per trattare gli affari del tempio, e non aveva tempo di fermarsi. Correva il rischio, altrimenti, di diminuire la gloria di Dio, lasciandosi sfuggire l'occasione che gli si presentava a Gerico. Piero ti guardò sorpreso, e con la tua stessa serietà ti chiese: - Allora la gloria di Dio consisterebbe nel curare un ferito e perdere l'occasione... - Almeno così risulta dalla parabola. - Ma se la cosa è così chiara, perché la chiesa. Rimanemmo in silenzio, sospesi a quell'interrogativo incompiuto. Ma Piero non voleva abbandonare l'argomento, pur non completando la sua domanda, e ti disse in tono piuttosto asciutto: -A molta gente Dio non interessa perché è presentato come un Dio che ha molti affari da gestire per aumentare la sua gloria. Come è possibile credere in un Dio simile? - Nemmeno io vi credo - rispondesti deciso. - Eppure porti una sottana che richiama immediatamente il legame con questo Dio geloso dei suoi affari. 95 - Piero! - intervenne mamma con energia. - Lasciami parlare, mamma. Dom Placido sa che non offendo nessuno. Direi le stesse cose se fosse presente l'arciprete che di affari in nome di Dio non ne fa. Sono convinto che molta gente non crede in Dio perché la chiesa... - Piero, no, ti prego... - .. .perché la chiesa l'ha legato ai suoi propri affari. - Non dire più nulla, Piero - quasi supplicò nostra madre. - Non t'accorgi, mamma, che sto difendendo Dio se veramente esiste? Dicesti calmo: - È un segno della misericordia di Dio verso la chiesa impedirle di spingere qualcuno a non credere, giacché i criteri che Dio adotta per giudicare la fede d'un uomo sono sconosciuti alla stessa chiesa. Uno dice di non credere, e potrebbe essere conosciuto da Dio di grande fede nel momento in cui abbandona la sua cavalcatura per chinarsi su un uomo. Vedi, Piero, è qui che la chiesa perde ogni potere di determinare qualcuno a credere o meno in Dio, essendo impotente e confessandosi tale di fronte a questa assoluta signoria di Dio. Piero riguardava fisso, come per frugarti di dentro e captare tutte le assonanze del tuo animo col suo. Papà si beveva Piero cogli occhi. Mamma s'era alzata di scatto per andare nell'orto a cogliere le prime prugne mature. Continuasti: - Ho conosciuto a Roma una donna di nome Maddalena, medico come te, che s'è offerta volontaria per una nave ospedale. È convinta di non credere in Dio, e io non ho fatto nulla per distoglierla da questo suo convincimento. Una storia, la sua, abbastanza scontata. Educata in un ambiente dove la religione della capitale strizza l'occhio al potere e il fascismo brucia il suo granello d'incenso alla religione per stare comodamente, l'una e l'altro, sulle loro cavalcature, senza intralciarsi i reciproci affari, quando esce dal suo ambiente per l'università ha i primi movimenti di ribellione che la portano a rompere con le credenze di prima. Dio le parla il linguaggio della comoda coabitazione fra coscienza e potere; è un linguaggio che ha appreso nella religione ufficiale. Non lo può più accettare, e una domenica esce di chiesa durante la messa e non vi rimette più piede se non per suonare l'organo in ore morte o per ascoltarne il suono. Eppure affronta volontariamente il rischio di dare la propria vita per gli altri. Mi chiedo se questa sia o non sia fede. Anche il samaritano, per il prete e il levita, era una specie di ateo di quei tempi. Tu pensi, Piero, che ciò sia sufficiente? - Per me ne avanza - disse nostro padre. Mamma era ritornata col cestino delle prime prugne. - Le mettiamo un po' nell'acqua fredda. Queste si fanno mangiare senza tanti discorsi - disse sorridendo. - Mamma, senti - e Piero se la tirò vicina avvolgendole col braccio la vita. - Dom Placido mi fa una domanda troppo difficile. Chiede se uno, perché rischia la vita per il prossimo, è come se avesse la fede. Tu sai rispondere, io no. Mamma posò la mano sulla testa di Piero e gli arruffò i capelli, piegandogli la testa indietro, in modo che la vedesse negli occhi: - Io sono 96 una donna ignorante. I vostri discorsi non li capisco bene e solo Dio sa come stanno le cose. Bisognerebbe chiederlo a lui. Papà s'alzò, indossò pantaloni e camicia appena stirati, del sabato sera che è già festa, e se ne andò al caffè per la partita. Piero e io ci buttammo con la schiena sul mucchio d'erba appena falciata, in posizione del gioco delle stelle. Tu prendesti uno sgabello e ti sedesti accanto a noi. Continuammo a discorrere fino al raglio dell'asino. Ma non andammo oltre la risposta di nostra madre. Dovevi essere al monastero per i primi vespri della festa di san Benedetto dell' 11 luglio, ma ci fu un contrattempo d'orari e arrivasti quando i monaci stavano cenando. È l'ultima cosa certa che so di te; tutto quello che avvenne il giorno di san Benedetto, quanto mi dicesti il 6 agosto, giorno della nostra visita al monastero, quello che mi scrivesti in alcune lettere subito dopo il tuo rientro a Roma alla ripresa dei corsi (che ho bruciato in un momento di ribellione, quando vi lessi la mia esclusione dalla tua vita); tutto quanto ti riguarda d'ora in avanti, insomma, anche il più piccolo accenno che potrebbe filtrarsi nel racconto, e come se si collocasse prima di quel giorno, e la verità dei fatti successivi ricevesse la sua convalida solo dal tuo modo d'agire precedente. M'è costato molto doverlo ammettere giacché era come se riconoscessi la grave colpa d'averti fissato io la strada da percorrere nell'ascolto della Parola nell'avvenimento che ti riguardava (l'incontro con Maddalena?); ma se volevo e voglio conservarti mio maestro non ho saputo né so fare altrimenti. Probabilmente il senso della mia vita potrà emergere se riuscirò a ricomporre lo sdoppiamento che ho operato su di te, analogo forse al mio di sopravvissuto, riconoscendo te pure un sopravvissuto. Mi richiamerò solo a tre momenti di quel luglio perché costituirono, nei lunghi anni del tuo incomprensibile silenzio, l'ultima tua immagine passata attraverso la mia interpretazione, senza la quale avrei la certezza che tu sei una larva, nemmeno un vivo sopravvissuto. Essi sono: il tuo incontro serale del 10 luglio con l'abate, la tua messa del giorno dopo all'altare di santa Scolastica e il tuo secondo incontro con l'abate. Aggiungerò, quale appendice di cronaca che ti riguarda, la visita al monastero che facemmo l'arciprete, Piero, Maria e io, il 6 agosto; la potrei anche saltare se non fosse perché, con tale visita, Piero, Maria e l'arciprete allacciarono un rapporto con l'abate che fu per sempre suggellato dal suo sangue ed è essenziale all'interpretazione del grande avvenimento. Poi... Ma non posso anticipare nulla. Mi affiderò solo alla misericordia del raccontare, essendomi accorto nei tre mesi trascorsi quassù che il raccontare e già di per sé un tentativo di liberare la Parola dagli eventi, quale condizione necessaria all'onesta interpretazione. Al suono del campanello che udisti dilatarsi nel silenzio dei corridoi quasi annunciasse il tuo nome, arrivò il vecchio portinaio. - Oh, padre, è lei, finalmente. Ancora prima del vespro padre abate mi chiese: Non è arrivato dom Placido? Forse desiderava che fosse lei a suonare all'organo. Ma ne avremo del tempo, con tutto quello studio che ha fatto a Roma, vero? 97 Prese la valigia: - Gliela porto in cella. - No, fratel Silvestro, vada a finire la cena. Mi rinfresco un poco in cella e poi arrivo anch'io. Il vecchio monaco ritornò in refettorio e andò direttamente al tavolo dell'abate. L'abate fece un cenno col capo e dette uno squillo col campanello d'argento. Il lettore cessò la lettura e scese dal pulpito. Un altro tocco trovò tutti i monaci coi tovaglioli piegati, le briciole di pane raccolte nel piattino, gli occhi abbassati, pronti per la preghiera di ringraziamento. Fecero ala all'abate e al priore, poi uscirono in fila dal refettorio e si sparsero, a due, a tre, lungo il chiostro e nel giardino, per la ricreazione serale. L'abate fece un cenno al priore e salì lo scalone verso le celle dei monaci. Bussò alla tua cella. - Avanti - rispondesti con voce gaia, mentre t'asciugavi il volto. Ma non appena ti rendesti conto che era l'abate, deponesti l'asciugamano sulla sedia e t'inginocchiasti. - Alzati, dom Placido, non ci si inginocchia quando la visita è confidenziale - disse con voce scherzosa l'abate. E poi, quasi a scusarsi: - Non volevo rimandare d'un minuto solo la gioia di rivederti e di riabbracciarti. Sei mesi sono tanti, figlio mio. T'abbracciò. - T'aspetto dopo compieta - ti disse sull'uscio alzando la mano in segno festoso di saluto. In refettorio trovasti davanti al tuo piatto una rosa, come quando si festeggia l'onomastico d'un monaco. - L'ha voluta l'abate - disse il fratello che ti portava la cena su un vassoio, indicando il fiore. Dalla porta del refettorio rimasta aperta potevi intravedere la fontanella in mezzo al chiostro. L'ultima luce sembrava travasarsi tutta nello zampillo che s'iridava ricadendo in mille gocce. Aspettasti il segnale di compieta per avviarti direttamente in coro. Una notte tranquilla e una fine perfetta, da non lasciare in sospeso nulla, nemmeno un rimpianto, si degnasse concedere Dio; fuggissero lontano i fantasmi della notte, perché tutto, cella, letto, corridoi, chiostro, prefigurasse la pace. Il rosone della facciata scioglieva ormai tutti i contorni del coro e ne affidava la custodia alla fiammella davanti al Santissimo. Il canto di compieta non aveva bisogno di luce, era tramandato da secoli dalla memoria monastica sempre uguale, come è sempre uguale il desiderio d'una notte tranquilla. Suonò la campana del grande silenzio. I monaci, col passo frettoloso che allargava l'eco del fruscio delle sottane, si recarono nelle loro celle. - Vieni - ti disse sottovoce l'abate. Il monaco segretario aprì l'uscio dell'anticamera: - Padre abate, ha bisogno ancora di me? - Va' pure, dom Luca, e grazie per il buon lavoro anche di questa giornata. Il monaco segretario, da due anni rientrato in monastero dopo gli studi di teologia a Lovanio (era stato ospite del monastero di Mont98 César), s'inginocchiò e chiese la benedizione. Sulla scrivania il crocifisso d'avorio rifletteva debolmente la luce che filtrava dalla lampada da tavolo protetta da un ampio paralume di seta rossa. - Ho desiderato tanto questo incontro, dom Placido, e non l'ho voluto rimandare anche se sarai stanco. Perdona questa libertà che mi sono presa. Volevo parlarti quando ci vedemmo a natale, ma mi mancò il coraggio... o l'umiltà. Dal giorno in cui ti mandai a Roma, sperimentando il vuoto che avevi lasciato in comunità e le ripercussioni di sofferenza che colpivano il mio animo, cominciai a capire la sofferenza che ti avevo provocato col mio comportamento... Cercasti d'intervenire: - Padre abate, anch'io ebbi le mie responsabilità, non tenendo conto... - No, lasciami dire, non si elimina la propria responsabilità nascondendosi dietro a quella eventuale dell'altro. E la mia, nella tua sofferenza, non può avere la tua responsabilità come contrappeso, perché la vera ragione del mio comportamento fu la paura. La paura è cieca, non vede la sofferenza che provoca. Ma questa cecità, che potrebbe sembrare ed essere una scusa, diventa un'aggravante quando si tratta d'un superiore, d'un abate in modo particolare. Un padre non dovrebbe mai avere paura. E invece io ho avuto paura, dom Placido. - Anch'io a volte ho paura, padre abate. - Se vorrai rendermene partecipe, cercheremo insieme di superarla. Ma ora ascolta la mia e usami la carità di liberarmi dalle sue ultime scorie col tuo perdono. Fissasti il volto dell'abate. La luce diffusa della lampada ne marcava i tratti, ma senza irrigidirli. Non c'era nessun turbamento su quel volto. Provasti la sensazione in quel momento di non aver mai conosciuto il tuo abate, o forse nemmeno amato, almeno con quella libertà che non ha bisogno della stima e della venerazione per stabilire un rapporto da cuore a cuore. A questo punto debbo dire qualcosa dell'abate, servendomi di quanto appresi da te durante il mio noviziato, per meglio precisare il suo posto nel grande avvenimento, e per ricordarti, come suo immediato successore, quale voce avrei voluto che tu dessi alla sua morte. L'abate era stato eletto una decina d'anni prima non perché fosse ritenuto uomo particolarmente coraggioso, che avrebbe guidato la comunità senza incertezze e senza paure, ma proprio perché sembrava non avere problemi né di coraggio né di paure. La sua vita di monaco era sempre stata senza sbalzi, nell'osservanza quieta della regola, in una bontà senza preferenze verso tutti, con un senso più pratico che speculativo della verità e una pietà che trovava i suoi costanti punti di riferimento nella bibbia e nei santi padri della chiesa. L'abate che l'aveva preceduto, il cui governo aveva segnato la rinascita del monastero dopo un lungo periodo di decadenza, nonostante l'opposizione dichiarata e spesso petulante d'una parte della comunità, la più attaccata ai privilegi che fioriscono in tali periodi quali un certo individualismo e il benessere proveniente dalle consistenti rendite, l'aveva scelto maestro dei novizi 99 come segno di riconciliazione poiché, su quel nome che non era di parte, l'opposizione d'una corrente o dell'altra avrebbe perso vigore. Tu ne eri stato novizio e, nell'interregno, ti eri sottratto quasi per istinto alle schermaglie usuali nelle elezioni d'un abate: confabulazioni, trattative, sottili forme di propaganda, conciliaboli, patteggiamenti, piccoli ricatti; avevi però potuto osservare la calma, quasi l'indifferenza, che il tuo ex maestro mostrava in tutta quella eccitazione malamente nascosta da una regola di vita che non poteva venire meno. La spaccatura della comunità ci fu ugualmente, anche se meno profonda del previsto, e il nuovo abate dovette fare opera paziente di ricucitura, concedendo sotto altre forme quello che aveva tolto a una parte o all'altra. Il suo primo atto di governo fu di riconfermare il priore, il suo maggiore antagonista che aveva raccolto, si diceva, un terzo dei voti. Il priore, che probabilmente non avrebbe riconfermato il maestro dei novizi se egli stesso fosse stato eletto abate, fu scosso dalla nobiltà di quel gesto, accettò l'incarico con onestà e divenne un fedele quanto intelligente collaboratore del nuovo abate, con la conseguenza che la parte soccombente potè inserirsi senza troppe mormorazióni nel nuovo corso. L'abate non nominò nessun maestro dei novizi ma solo un incaricato, tenendone per sé la diretta responsabilità; una decisione che fu capita diversi anni dopo quando tu, terminati gli studi teologici a Roma e preso il diploma d'organo, a soli tre anni dalla tua ordinazione sacerdotale, fosti nominato maestro dei novizi. Ma certamente uno dei gesti più significativi e coraggiosi del nuovo abate fu quello di rompere l'autosufficienza intellettuale del monastero; e, su questo punto, benché non avesse preoccupazioni intellettuali, o forse proprio per questo, non ascoltò le riserve, le richieste di prudenza, le previsioni di guai che si facevano insistentemente avanti da qualche settore della comunità. Decise, pertanto, d'articolare i corsi teologici in modo da dare a ognuno una base comune, sufficiente per affrontare la serietà e la specificità dello studio accademico, e inviò gli studenti, a seconda delle loro preferenze, inclinazioni, e del bisogno del monastero, nelle università teologiche di Lovanio, di Monaco, di Roma, aggregandoli, per tutto il periodo di studio, ai monasteri più rinomati della regione. Dopo alcuni anni l'abate, poteva contare sui primi monaci laureati o licenziati in teologia e sacra scrittura, a conoscenza di lingue straniere e di nuove usanze monastiche. Era una rivoluzione condotta silenziosamente, che avrebbe trasformato il monastero rendendolo sensibilissima antenna dei problemi che s'affacciavano nuovamente nella chiesa dopo la repressione del modernismo. Altro merito dell'abate fu il rinnovamento della biblioteca che, sotto il governo precedente, aveva già ricevuto un notevole, anche se un po' disordinato, impulso, dopo che era stata in parte ricostituita nelle opere più importanti andate disperse in seguito alle leggi napoleoniche di soppressione. Scaffalature di ferro s'aggiunsero a quelle di legno, fu curata la catalogazione delle opere con nuovi criteri, la sala di lettura fu arricchita di molte riviste straniere: e la funzione del bibliotecario acquistò autonomia e importanza. Tutto questo era avvenuto senza troppi 100 sussulti, quasi fosse il normale svolgimento d'una vita che aveva salde radici nella più sicura tradizione. L'abate, infatti, quando prospettava alla comunità certe decisioni importanti, aveva la preoccupazione di dimostrare che non innovava nulla, giacché si collegava a solidi e sempre presenti filoni della tradizione monastica. La tradizione ricercata e ripresa metteva, così, al riparo da ogni paura come da ogni atto di coraggio; e l'abate ne era la voce, l'interprete, contro il quale ogni arma d'opposizione e di critica si spuntava presto dato che una parte non poteva invocare, a proprio sostegno, un'antica tradizione ma solo pigre consuetudini, e l'altra doveva ammettere che la tradizione non si fossilizzava in archeologismi ma continuava con nuovi impulsi di vita, preparata a essere accolta dalle nuove generazioni. - Tu pensi, dom Placido, che io abbia avuto paura dei tuoi accusatori - continuò l'abate dopo un silenzio che ti sembrò lunghissimo. Forse l'abate attendeva la conferma che il perdono sarebbe stato pieno, immediato; una parola, insomma, che gli annunciasse la sconfitta della paura. Ma tu non sapevi in quel momento che cosa perdonare. Riprese l'abate. - Tutti i miei anni di governo ti dovrebbero garantire che non agii per paura dei tuoi accusatori. In fondo, essi si rivolgevano più contro di me che contro di te. So che la comunità, vincitori e sconfitti nella nostra penosa vicenda, giudicò il mio comportamento come impostomi dalla paura di far riemergere una frattura che sembrava, se non saldata, almeno di molto circoscritta. Anche il nostro amico Franco, che abbandonò il monastero per seguire, in un certo senso, la tua sorte, pensa così. Ma parleremo anche di lui, se vorrai. Tu non dicesti nulla: obbedisti. Avrei preferito un'accusa al silenzio, allora. Mi sentii abbandonato da tutti, e il tuo silenzio confermava tale abbandono. Mi avessi tu rinfacciata l'ambiguità più viscida, avrei udito una voce che mi tirava fuori dal mio isolamento, per sentirmi ancora nella mia funzione di padre. - Mi perdoni, padre abate... - balbettasti. - Non devi chiedermi perdono, sono io che ho bisogno del tuo. Ascolta, figlio: io non ho avuto paura dei tuoi accusatori. Avrei dovuto temerli ogni giorno di questi dieci anni, sentirmi condizionato da essi; ma non ho mai dato a nessuno nemmeno un'oncia della mia libertà interiore. Se ho mediato, se ho cercato di togliere asprezza alle punte, fu solo nel tentativo di rispondere alla descrizione che san Paolo fa della carità, nel diffìcilissimo compito di scelta fra i diversi atteggiamenti possibili. Ne proverei, altrimenti, un'insopportabile vergogna. No, di loro non ebbi paura. L'abate s'alzò, prese da un armadietto due bicchieri e li riempì dell'acqua limonata del thermos. - È uno dei pochi vantaggi a essere abate - disse sorridendo. - A nessuno verrebbe in mente di rimproverarmi questa infrazione all'austerità, ma se dovessi sgridare e castigare i negligente e i contemnentes come vuole la regola, allora sarei accusato di zelo amaro. Bevi, dom Placido, fa molto caldo stasera. Si sedette e si passò stancamente la mano sulla fronte. Ti fissò negli occhi e continuò: - Non di loro, ma di te ebbi paura. Ti meravigli? Tu, 101 figlio mio, di cui conosco il cuore docile e obbediente, che io stesso scelsi, mi facevi paura. Quando, per la prima volta, m'accorsi che la vaga apprensione che nutrivo per il tuo modo di comportarti, facilmente superabile se mi richiamavo la tua docilità e obbedienza, si cambiava in paura, cominciai a chiedermi come avrei potuto toglierti l'ufficio il meno dolorosamente possibile. L'intransigente e sciocca opposizione d'alcuni monaci, dettata da tutt'altri motivi, me ne offrì l'occasione. La paura da la mano alla vigliaccheria, vero dom Placido? Così tu fosti esonerato contro la mia volontà, come una rivincita a distanza di tempo degli oppositori alla mia elezione, si disse. Non feci nulla, come sai, per sfatare questo convincimento generale. Ne avessi parlato almeno a Franco, anche se la sua accusa di debolezza contro di me sarebbe diventata più pesante, forse mi avrebbe capito, meglio, compatito, e oggi sarebbe ancora fra noi. - Ma perché mi dice queste cose, padre abate? Non è già tutto risolto? Quando le parlerò degli ultimi mesi di Roma capirà che tutto questo doveva accadere - lo interrompesti. - Può darsi - riprese l'abate, dandoti l'impressione che nulla potesse distoglierlo dall'andare sino in fondo alla sua confessione. - Ma ascoltami, ora. Faticosamente dovetti ammettere il vero motivo della mia paura. Nei tuoi comportamenti, nelle tue parole che Franco assorbiva voracemente, vidi riflessa la mia immagine come doveva risultare se fossi stato conseguente con la strada sulla quale io stesso t'avevo posto. Come se ti dicessi che avevo paura perché non ero come te. Tu m'eri un continuo rimprovero... - Padre abate, la prego... - No, non interrompermi, devi sapere tutto perché il tuo perdono sia pieno e cosciente. Ho avuto paura di confrontarmi con l'evangelo come tu tacitamente mi proponevi. Certo, potrei addurre delle scusanti. Ti potrei dire che il pensiero della funzione propria d'un abate poteva spiegare in termini positivi la mia preoccupazione, togliendole quindi i connotati della paura. Ma non dovevo ignorare, come dice la regola, che saepe iuniori Dominus revelat quod melius est. In fondo ho avuto paura dell'evangelo che avrebbe potuto mettere in discussione tutte le mie sicurezze di suo diligente interprete attraverso la regola. Quando presi coscienza di questo duplice peccato di paura e di vigliaccheria, me ne accusai in confessione. Tu sai chi è il mio confessore abituale. In comunità lo considerano un vecchio scontroso; in realtà non fa nulla per mostrare, sotto la pelle dell'orso, il cuore d'un povero di Yahwé, d'un mite, d'un costruttore di pace. Prima dell'assoluzione mi disse: «Si ricordi che ogni peccato deve essere per la gloria di Dio, altrimenti non avrebbe nemmeno la possibilità d'esistere. In ciò si dimostra se abbiamo veramente lo spirito di figli. Per sacramentale penitenza accetterà la pazienza di non vedere ancora come questo suo peccato sia per la gloria di Dio». Dal giorno dell'assoluzione una grande pace è scesa nel mio spirito non perché viva meglio il confronto quotidiano con l'evangelo ma perché mi sembra, sotto il segno della misericordia, di non avere più paura delle mie paure. E il tempo d'attendere la manifestazione 102 della gloria di Dio attraverso il mio peccato perdonato dalla misericordia di Dio e degli uomini. Don Placido, mi perdoni? - Padre abate... che fa, padre abate... L'abate s'era alzato e s'era posto in ginocchio sul pavimento davanti a te. Depose l'anello e la croce pettorale sulla scrivania ai piedi del crocifisso d'avorio e disse: - Fammi la carità di rinnovare il segno sacramentale del perdono di Dio, a dimostrazione del tuo perdono. Alzandosi, l'abate, col volto in serena compostezza, aggiunse: - Dom Placido, ti sei dimenticato la sacramentale penitenza. - Rinnovi quella d'una volta. Il tempo della pazienza non è ancora scaduto - rispondesti. - Vuoi ancora dell'acqua limonata?... E adesso dimmi: come sta Franco? Mi avrà perdonato? La tua presenza ripetuta nella sua casa, fatto piuttosto insolito per un monaco, aveva appunto il significato d'una richiesta di perdono. Avrà compreso? - Franco ha continuato a vivere, traendo dalle cose giorno dopo giorno il significato della sua vita... Forse non sente il bisogno di perdonare perché le persone e la terra che ha davanti non glielo richiamano... - E continua a meditare sulla sacra scrittura? Cerca ancora la Parola negli avvenimenti? - Sta facendo un altro noviziato, sotto la guida di due maestri eccezionali, quasi del tutto silenziosi: i campi e sua madre. Ma forse sarà sempre un novizio, ne ha il cuore. - E l'animo d'un vero monaco... Se non fosse stato per la mia paura... Basta. Dio adopera un po' di saliva e di polvere per dare luce a un uomo. I discepoli forse avrebbero preferito dei preparativi meno banali. Non bisogna affrettare la manifestazione della gloria di Dio. È il tempo della pazienza. L'abate s'alzò. - S'è fatto tardi, dom Placido. Va' a letto. Domani dobbiamo essere riposati per il mattutino solenne. Mi rincresce di non averti dato la possibilità di parlarmi di te. Ma era necessario prima ottenere il tuo perdono. Sull'uscio t'inginocchiasti. - La sua benedizione, padre abate. - Che Dio ti dia tutta quella gioia che ha donato a me con questo incontro - ti disse l'abate ponendoti la mano sul capo. Ma come ho potuto costruirmi di dentro questa scena e riportarne le parole? Certamente tu non mi parlasti della confessione dell'abate e del suo contenuto. I diritti dell'interpretazione possono spingersi fino a questi limiti? La sveglia suonò alle quattro e mezzo. Ti svegliasti di soprassalto. Il sonno, anche se breve e un poco agitato, ti aveva ridato il gusto dell'incontro coi fratelli. Indossasti la camicia bianca della festa, coi polsini di madreperla che t'avevano sempre seguito dal giorno della cresima. Togliesti dall'armadietto la sottana e lo scapolare puliti, che mia madre aveva voluto lavare e stirare assieme all'altra biancheria, e deposti per 103 ultimi nella valigia perché non si sgualcissero. T'avviasti alla sacrestia, grande quanto una sala capitolare, dove diversi monaci stavano già togliendo dall'armadio secentesco le cocolle e i pesanti libri di coro. Bastò un leggero movimento del capo per augurare a tutti i fratelli il buon giorno nel Signore. Arrivarono gli altri monaci, arrivò l'abate: e la sacrestia divenne tutta un fruscio di cocolle, di camici, di dalmatiche, di piviali. Da ultimo l'abate, con la mitra e i guanti di seta bianca, ricevette dal cerimoniere il pastorale. Dopo il canto solenne di mattutino e delle lodi, i monaci sacerdoti cominciarono a turno le celebrazioni delle messe agli altari laterali. Il padre sacrestano t'aveva riservato l'altare dedicato a santa Scolastica, nel primo turno. Era siffatta attenzione un segno di festosa accoglienza: prediligevi quell'altare di marmo intarsiato, con abbondanza d'azzurro e di carminio, e certe volute perfette che sembravano modellate col pollice. Un tempietto a due colonne di marmo nero, sormontate da una cimasa triangolare per dare modo a tre putti di marmo bianco di suonare i loro strumenti, inquadrava la nicchia dalla quale la statua lignea della santa, dall'ampia cocolla dorata, fissava da secoli un cielo nascosto. Ti volle fare da inserviente fratel Silvestro, ansimante a ogni movimento con un piccolo sibilo come se avesse un forellino nella gola. Le parole si susseguivano appena percettibili per non disturbare la celebrazione degli altri monaci, ma tu le avresti gridate per manifestare la gioia di ritrovarti tra fratelli in quell'angolo di chiesa che aveva assistito all'apprensione di sbagliare un gesto, un inchino, di saltare qualche parola o (di non pronunciarla bene, nei tuoi primi anni di sacerdozio. Quando cominciasti a celebrare nella cappella del noviziato, sotto il grande crocifisso ligneo, la messa non ti dava più apprensione, ma era subentrato il timore della ripetizione meccanica, dell'abitudine a un atto che, prima dell'ordinazione, ti riempiva di spavento per l'incapacità a comprenderlo come avresti desiderato. Qualche mese prima dell'ordinazione, già diacono, t'eri confidato con l'abate. Sarebbe stato tuo desiderio rimanere per sempre diacono. - Non siamo monaci ortodossi - t'aveva risposto con un sorriso l'abate. - Eppure tutta la tradizione della chiesa è per l'ordinazione dei diaconi permanenti avevi obiettato. - Certo, ma la tradizione è un filone che a volte si smarrisce fra usi e pigrizie, considerati a loro volta tradizioni. Dovrebbe essere la chiesa a riprendere il filone nascosto; tu chi sei per arrogarti questo diritto? - aveva concluso l'abate. Qualche tempo dopo eri ritornato sull'argomento: - Potrei attendere qualche anno, prima d'essere ordinato sacerdote. Questo è possibile senza urtare contro usi e costumi. - Sì, ma susciterebbe inutili meraviglie, in monastero e fuori. La carità esige che meravigliamo il meno possibile il prossimo coi nostri comportamenti. Se queste argomentazioni non ti sono sufficienti, ti valga l'obbedienza al tuo abate -. E tu fosti sacerdote per libera scelta nell'obbedienza. Fratel Silvestro t'aveva porto l'ampollina dell'acqua dopo averla baciata; le poche gocce cadevano dal beccuccio nel vino che sarebbe diventato 104 sangue di Cristo, diventando esse pure sangue di Dio: l'elemento più povero e più puro dell'umanità, fondamentale per la vita, che diventava Dio. Vedesti riflesso sull'orlo lucente della coppa il tuo volto d'uomo, tremolante nel vino dell'offerta. - Padre abate, non sono troppo giovane per diventare prete? La chiesa fissa un minimo d'età, non un massimo. Non siamo gettati troppo presto nel mistero? - E tu non pensi che a sessant'anni sarebbe ancora presto? - Potrei terminare la tesi, conseguire il diploma e poi essere ordinato, fra due anni. Sarebbe una scusa accettabile. - Prima o poi si accetta sempre quello che è accaduto. Ma la vera accettazione, quella che nasce dall'abbandono, anticipa e prepara l'avvenimento. Abbandonati, figlio mio -. Erano state le sue parole prima dell'ordinazione. Sanctus, sanctus, sanctus, senza suono di campanello per non disturbare gli altri celebranti, ma parole ugualmente martellate con quella «c» che spacca a metà le due sillabe come il carbone ardente della purificazione. Labbra impure d'uomini costrette a glorificare la santità di Dio, a pronunciare il nome del Signore degli eserciti, quando cherubini e serafini si coprono il volto con le ali per non essere accecati. Eppure labbra che nessuno può più decretare impure se nemmeno lenzuoli di carni immonde le possono inquinare. - La tua indegnità, figlio mio? La dignità è fatta per l'uomo, non l'uomo per la dignità. Ricordati: Dio è diventato uomo non per un'esperienza a termine. La sua dignità è ormai fissata nella sua umanità. Diciamo sanctus Deus sabaoth senza tenere conto che questo Dio ha rinunciato alle sue legioni d'angeli, per servire e non per essere servito. - Non ci sono più labbra impure, padre abate? - Rispondimi prima: chi decreta ciò che è puro o impuro? Memento Dominefamulorum famularumque tuarum..? Di chi deve ricordarsi Dio? Se Dio vede un piccolo monaco nascosto fra mille preti che in quel momento si curvano su un velo di pane e su poche gocce di vino per ripetere parole comunissime d'inaudita efficacia, di chi si deve ricordare? Egli vede nel cuore e ricorda quanto è servito a formare quel cuore. Che bisogno c'è di recitargli il dittico della memoria se egli sa? Egli non fa preferenze di persone: bisognerebbe avere la capacità di pronunciare con un solo nome gli infiniti nomi che si sono posti nella memoria perché nessuno sia primo e nessuno ultimo. Communicantes et memoriam venerantes... Quando giungevi ai due punti del canone in cui venivano pronunciati ben trentanove nomi d'uomini e di donne, un tutt'uno col mistero glorioso di Cristo, provavi un senso di leggerezza, anche nei giorni in cui soffrivi i ritardi del cuore. La lunga teoria, aperta dalla Madre di Dio, si chiudeva su sette nomi di donna dal dolcissimo suono, che avresti voluto musicare in un inno alla gioia. - Il monaco e il prete non hanno una donna, e tuttavia iniziano la loro giornata con sette nomi bellissimi di donna sulle loro labbra. Non le sembra che sia un po' strano, padre abate? - gli avevi detto 105 qualche giorno prima della professione perpetua, con l'animo immerso in una gioia leggera, e il cuore pronto allo scherzo da nulla. - Sarebbe molto più strano che nel communicantes et venerante non ci fossero donne - ti aveva prontamente risposto l'abate che aveva anch'egli l'animo immerso in una gioia più compostamente lieve, vedendosi davanti quel giovane diletto che avrebbe accettato, con un semplice sì, un'avventura in mare aperto. - Ricordi quello che dice san Paolo, non appena gli fu passato il prurito d'una teologia rabbinica? Dice: la donna è inseparabile dall'uomo, e l'uomo dalla donna, davanti al Signore. Nota questo «davanti al Signore», o nel Signore, che è lo stesso. Vuol dire che i due sono proprio inseparabili. Anche il monaco è inseparabile dalla donna davanti al Signore. La rinuncia alla donna, voluta liberamente, non è separazione da essa. La separazione non può mai essere davanti al Signore; la rinuncia, sì. Tienilo sempre presente, per non patire inutili e dannosi turbamenti. Fratel Silvestro era piegato a metà sul gradino dell'altare e sembrava, da un momento all'altro, che dovesse cadere bocconi sul pavimento, con le mani aperte e rivolte al basso, pronte a sostenere l'accasciarsi del vecchio tronco, tremanti per la fatica del sangue che doveva risalire per essere ancora purificato; ma fratel Silvestro resisteva nella sfida alla sua carne appesantita. Tu eri curvo sulla patena e sul calice, senza appoggiarti alla mensa dell'altare, e resistevi alla sfida dell'incomprensione. Hoc est enim... scandivi con voce quasi roca, che appannava la coppa lucente del calice con strisce di fiato subito riassorbite. Gli occhi chiusi, le mani tormentate dall'artrosi incrociate sul petto, fratel Silvestro si comunicò e, più curvo di quando era uscito di sacrestia sostenendo il messale davanti al petto, ti porse le ampolline per la purificazione. Quante comunioni quel vecchio monaco, in cinquant'anni di professione monastica, già festeggiati l'anno prima, il giorno dell'Assunta! Gli avevi mandato un biglietto di auguri, con l'aggiunta dell'immaginetta dell'Orante delle catacombe e il versetto del salmo: Verso Dio, che rende gioiosa la mia giovinezza. Ne avevi ricevuto una risposta a caratteri larghi e incerti: La grazia e la pace di Dio siano con te. È dolce abitare insieme da fratelli. Benedicite! Caro fratel Silvestro, una vita ad aprire e chiudere porte, a chiamare questo o quell'altro in parlatorio, e dire: il padre non c'è, il padre vi attende; ad aggiustare scarpe nelle ore vuote della guardiola, e, nelle precedenze, in coda al monaco professo più giovane, senza la gioia di cantare un solo salmo in coro! - Prosit, dom Placido - ti disse in sacrestia baciandoti la mano. - Gratias tibi quoque. Usciste insieme in giardino, tu frenando il passo per stare a fianco del vecchio monaco. In silenzio percorreste il vialetto principale, assorti nel ringraziamento della messa. Vi fermaste alla siepe che divideva il giardino dall'orto, e vi sorrideste. Qui non ho peccato di presunzione. L'interpretazione combacia con la realtà del mio maestro prima di quell'11 luglio. Ho udito dalla tua bocca le resistenze che provavi all'ordinazione sacerdotale, le risposte dell'abate 106 che t'acquietavano. Ho visto fratel Silvestro servirti messa, l'ho amato e venerato come un abate senza insegne, e la sua memoria m'è dolcissima. - L'abate t'attende - ti disse dom Luca dopo la recita di nona. Mentre salivi le scale per raggiungere lo studio dell'abate, tenevi la mano nella tasca perché la catenina nella scatoletta non facesse rumore. - Vieni - ti sorrise l'abate. - Benedicite - sussurrò dom Luca mentre chiudeva la porta dietro di sé. - Ieri sera ho parlato solo io. Adesso tocca a te. Raccontami, ma prima dimmi con sincerità: merito ancora la tua confidenza? - Ah, padre abate, ella m'ha mostrato una fiducia di cui le dovrò riconoscenza per tutta la vita. Che posso aggiungere? - Grazie - disse l'abate. Traesti dalla tasca la scatoletta, ne togliesti il coperchio e la mettesti sulla scrivania. - Il mio contributo al tesoro del monastero - cercasti di scherzare. L'abate sollevò la catenina con la crocetta: - La dobbiamo mettere in corbona? Non sarebbe buona nemmeno per la doratura d'un calice e sorrise. La depose nella scatoletta e te la restituì. - Tienila pure. Un monaco sa che una croce, anche se d'oro, non è mai un gingillo mondano. - Aspetti, padre abate. Deve prima sapere chi me l'ha donata. Potrebbe darsi che le mie spalle non siano buone a portare questa croce. Riponesti la scatoletta sulla scrivania. - È proprio necessario che me lo dica? Questa croce non è come la mia, riguarda solo te stesso. La mia la debbo portare sullo scapolare, alla vista di tutti, per mostrare a tutti la mia debolezza. Stette un momento in silenzio, con gli occhi socchiusi. - Ma se questo t'è di aiuto per portarla, confidati. D'altra parte credo di sapere chi te l'ha donata, anche se non ne conosco il volto e il nome. - Non si meraviglia, dunque, se le dico che è il dono di una donna? - E di chi altro potrebbe essere? Non certo del mio amico l'abate romano - volle scherzare. Ti sentisti sciogliere il cuore, e parlasti. L'abate ti ascoltava in silenzio, immobile nella penombra della stanza tagliata da fili di luce penetranti dalle fessure delle imposte, che s'adagiavano a chiazzette sul pavimento e sulla scrivania. Il silenzio si prolungò quando finisti il tuo racconto. L'abate sembrava seguire un suo pensiero che, per un momento, temesti fosse di giudizio. T'accorgesti, ancora sulla eco delle tue parole, che ogni pretesa d'approvazione da parte dell'abate era assurda, come se fosse stato possibile autenticare con l'autorità un'avventura dagli imprevedibili sbocchi. Quanto durò quel silenzio? Forse solo qualche attimo. L'abate si scosse dalla sua immobilità e ti fissò. - Tu pensi che la tua storia sia affatto particolare, forse straordinaria, vero? E per questo essa ti turba. Eppure è una storia comune, che il fatto d'essere monaco non dovrebbe rendere meno comune. Intendimi: facendoti 107 monaco nessuno ti ha detto che saresti stato tolto dalla tua umanità. Ora la stai sperimentando: una grande grazia, figlio mio. Se ti fossi incontrato con Maddalena prima di Roma, io avrei avuto meno paura di te. Il tuo confronto con l'evangelo mi sarebbe apparso più umano. Ti sentivi liberato e, nello stesso tempo, un poco confuso, come se le parole dell'abate non manifestassero una vera intelligenza della tua situazione e, tuttavia, ne cogliessero il fondo non ancora chiaro nemmeno a te stesso. - Padre abate, forse non mi sono spiegato bene... - O intendi dire che non ho ben capito io? E sempre possibile. Per capire completamente, bisognerebbe fare la stessa esperienza, nello stesso tempo, nelle stesse circostanze, con la stessa intensità. E poi non sarebbe ancora sufficiente: bisognerebbe essere l'altro. Penso d'avere capito, figlio mio... - Sono un monaco, padre abate, e tale voglio rimanere. - Se ne avessi dubitato, ti avrei detto di dimenticare, e ti avrei aiutato, con l'autorità che mi viene dall'essere tuo abate, cercando altre soluzioni alle tue capacità intellettuali, di fuori della musica. Invece ti dico: devi continuare nella tua ricerca, porta su di te la crocetta d'oro. So di assegnarti un compito non facile; la ricerca ti può portare a terre sconosciute, ad abissi improvvisi; la crocetta potrà farti sentire un peso enorme addosso e il desiderio di sbarazzartene in un modo o nell'altro; l'essere monaco fino in fondo in tale situazione ti potrà dare l'impressione di camminare su una corda tesa, col pericolo di precipitare da un momento all'altro e rimpiangere le sicurezze che hai ormai perduto. Ma ti confermo: proprio a causa di tutto questo, va' avanti, non avere paura, non distruggere nulla di quanto hai ricevuto. Il dono è imprevedibile; se gli dovessimo fissare il modo di Manifestarsi non sarebbe più dono. E siigli fedele, quando il prezzo, in moneta evangelica, ti sembrerà troppo alto; soprattutto quando dovrai riconoscere la reciprocità del dono, appunto per essergli fedele. Il discorrere dell'abate era lento, con intervalli di brevi silenzi. Che cosa si produceva nel tuo animo? Forse stavi preparando, inconsciamente certo, quello che sarebbe accaduto dopo? - So di porti sulla frontiera più avanzata, ma la casa del Padre non è costituita da stanzette comode e sicure. La casa del Padre non ha ponti levatoi che si possono abbassare e alzare secondo il giudizio della nostra prudenza; non ha mura di difesa né porte. A ciascuno, per pura misericordia, è stato concesso d'entrare e d'uscire senza tessere di riconoscimento o biglietti d'invito, da quando gli invitati hanno tutti rifiutato. Ciechi, zoppi, pezzenti vi hanno accesso, e noi non abbiamo nessun diritto di giocare a separare la zizzania dal grano, perché non sappiamo qual è il filino verde che da frutto o l'altro che questo frutto tenta di soffocare ancora in germe. Fu bussato alla porta. Entrò dom Luca con una caraffa di limonata e due bicchieri su un vassoio, che depose sul tavolino accanto alla finestra. - Grazie, dom Luca - gli disse l'abate. - A prestare fede all'evangelo, varrebbe di più questo bicchiere d'acqua che m'hai offerto, prevenendo 108 il mio desiderio, che tutti i «Signore-Signore» che oggi abbiamo cantato. Veramente curioso l'evangelo. Grazie dom Luca. - Benedicite - e dom Luca uscì leggero come un annunciatore di buone nuove. L'abate riempì i due bicchieri. - Bevi, dom Placido. Dobbiamo tirare fuori tutta la gioia da un bicchiere d'acqua per il dono che ce n'è stato fatto. Continuò: - Per la tua tranquillità, permettimi una domanda: l'incontro con Maddalena t'ha avvicinato all'evangelo? Voglio dire: ne hai sentito più intenso il sapore e il desiderio di viverlo più a fondo? - Sì, padre abate - rispondesti con sicurezza. - Come allora potrei nutrire timore per l'occasione che ti viene offerta di realizzarlo con impegno maggiore? Ma so anche che l'evangelo sarà sempre il tuo criterio, dovessero tutti non comprendere le tue scelte. L'abate riprese la scatoletta e te la porse. - Rimetti la croce stasera e portala finché sentirai la signoria dell'evangelo sull'incontro. Immagino - soggiunse sorridendo - che anche tu abbia voluto dare a Maddalena qualcosa che le ricordasse il vostro incontro. No, no... lasciami indovinare... La penna di tuo padre? soprattutto per quella data? - Non avevo altro, padre abate. - Non scusarti, figlio mio. Non poteva essere che così. T'inginocchiasti, prendesti fra le tue mani quelle dell'abate e gliele baciasti. - Figlio mio, Dio è presente. Ubi caritas et amar ibi Deus est. Ma non sempre possiamo affermare questo perché il nostro cuore non è abbastanza puro. Sul cuore saremo giudicati, e il tuo è puro. T'accompagnò all'uscio dello studio e t'abbracciò. - Grazie di tutto, padre abate. - Dea gratias, figlio mio. Le campane stavano suonando a distesa il primo segno del vespro. Ti avviasti all'organo per riempire l'attesa. Sentivi il bisogno di pregare, manifestando la gioia che ti urgeva nelle dita e nelle punte dei piedi con un ripieno che avrebbe fatto sussultare di meraviglia tutte le canne del vecchio Serassi. Può darsi che la mia interpretazione dell'incontro pomeridiano con l'abate sia stata influenzata da quanto mi dicesti sui tuoi anni romani di silenzio, appena prima che io salissi quassù. Ma quell'interpretazione era già formulata nel mio animo durante il grande avvenimento di quarant'anni fa, per poterti accomunare a dom Luca e all'abate martire, ostinandomi a non vedertene escluso come io ne ero stato escluso. Interpretazione e fatti, allora, coinciderebbero, come una manifestazione inequivocabile della Parola. Ma se e così, perché la Parola non ha continuato a manifestarsi in te come voce dei testimoni del grande avvenimento? Perché io a quarant'anni di distanza la sto ancora cercando? Come vedi, il dubbio nell'eremo della base Cana mi è compagno fedele. Piero ricolmava della sua presenza ogni angolo della Campanella, e 109 Toni ne era calamitato, sempre sull'aia pronto a ogni lavoro ma anche attento a non lasciarsi sfuggire l'occasione di parlare con Piero. - Se ti aspetti clienti come me, puoi cambiare mestiere. Ho la pelle dura, caro il mio dottore -. E ancora: - La guerra '15-18, quella sì che fu una guerra -. Oppure: - Tu che sei un pezzo grosso dell'esercito dovresti sapere quando finirà la guerra. Piero capiva che Toni voleva parlare di tutto, fuor che di dottori, di guerra '15-18 e di previsioni per la fine di quella fascista, e gli andava vicino: - Fa caldo, Toni, un goccetto non guasta. - Dopo, dopo, adesso parliamo -. E si sedevano all'ombra della catasta di fascine. Piero portava il vecchio amico a parlare di quando poteva dire, lui Toni, ad alta voce, che era socialista. Piero voleva sapere come fosse potuto accadere che tutto un popolo, svegliandosi un mattino, si fosse trovato fascista, e tirava Toni sull'argomento. Era questo uno degli interrogativi che gli facevano compagnia nei lunghi giorni dell'ospedale, strettamente unito a quello sulla guerra che, in pochi mesi, l'aveva fatto un uomo. - Il popolo - diceva Toni - è stato tradito, il popolo lo sfruttano quelli che comandano, lo vogliono ignorante per meglio comandare, ma quando si sveglia, caro il mio dottore, nessuno lo può fermare -. Aggiungeva anche, scrollando la testa e stirando le profonde rughe del collo macerato dall'aria e dal sole: - Stai attento, Piero, il popolo può anche tradire. Non per cattiveria, ma perché è ignorante. Io sono stato tradito. Se non fosse stato per tuo nonno... - Vedrai, Toni, - rispondeva Piero - questo non capiterà più. Il popolo quando ha capito una cosa, l'ha capita per sempre. - Che cosa ha capito? - interrogava Toni fissando gli occhi acquosi addosso a Piero come per leggergli prima di dentro. - Ad esempio, che non si può più permettere che Toni beva l'olio di ricino. - Va' là, caro il mio dottore, che d'olio di ricino non ce n'è abbastanza in tutto il mondo se ai fascisti saltasse ancora in mente di darlo da bere. In paese sì e no di fascisti c'è solo la guardia. Non vedi che sono stufi del duce? Quando non era da Maria, Piero mi seguiva nei campi e si sedeva sull'erba, all'ombra della pianta più vicina al posto dove lavoravo. Forse in me vedeva quanto pensava facesse difetto in lui, ma anche, se penso all'aiuto che mi diede con la sua discreta vicinanza, il pericolo che mi chiudessi su me stesso alla ricerca di quella Parola che egli considerava già pronunciata in ogni uomo. Così, senza che me ne accorgessi perché mi sembrava del tutto normale partecipare alla stessa vita di Piero e seguirlo nel suo incontrarsi con la gente del paese non appena il lavoro me lo permetteva, cominciai in quel tempo della sua convalescenza un nuovo tirocinio, una specie di noviziato nella conoscenza di uomini concreti, con la loro storia concreta, sotto gli occhi compiaciuti e un poco complici di nostra madre. Ancora uno dei primi giorni del suo ritorno dall'ospedale avevo colto fra loro due qualche occhiata d'intesa allorché Piero mi disse: - Fratellino, andiamo a fare un giretto per questo tuo sconosciuto borgo selvaggio, 110 come direbbe l'arciprete? Tu faresti da buon samaritano se avessi bisogno d'appoggiarmi a qualcuno -. E nostra madre: - Vacci, Franco. Ti fa bene tirarti un po' fuori dal lavoro e dai tuoi pensieri. Furono settimane felici, che ho il dovere di ricordare perché mi portarono a conoscere persone che faranno parte del grande avvenimento e nella loro morte custodiscono quella Parola che sto ancora cercando a distanza di tanto tempo. Intendo riferirmi a Giuliano, un puro d'anima e di corpo che dalla vita ebbe solo un asino con carretto e la speranza di fare due pasti da cristiano tutti i giorni; soprattutto a Rondine, il cui nome m'è già uscito incontenibile dalla penna, che il nostro monastero ebbe l'onore di venerare per due mesi nella tomba riservata a dom Luca e che tu, appena rientrato in monastero dopo gli anni di silenzio, chiedesti di accompagnare assieme al priore quando fu solennemente traslato nel cimitero del mio paese dove più nessuno oggi lo venera, ad eccezione dell'ex stradino che conoscerò e amerò sempre, come sai, col suo vero nome di Resistente, e poi del figlio suo Giovannino (dovrebbero, Giovannino e Andrea, i figli della Resistenza, arrivare a giorni fin quassù); e di Piero e Maria, una volta all'anno, attorno al giorno dei morti, per la visita ai loro due cimiteri. Ma debbo frenare la penna; ogni cosa a suo tempo, anche se su quei nomi correrebbe come gonfia di vento pasquale. Tu non conoscesti da vivi Giuliano e Rondine; forse ne conoscesti altri dello stesso stampo d'uomini forti nei tuoi anni romani, e dovresti allora sapere come non si possa non amarli in quell'unico modo consentito a un sopravvissuto, ossia nel farne la più alta memoria. Ma basta. M'affido all'onda del raccontare, pensando sia mio dovere farti conoscere Giuliano e Rondine prima che entrino da protagonisti nel grande avvenimento, per potere vedere insieme, adorando, in che modo la Parola tessa il suo bozzolo per rinchiudervisi dentro. Il mio primo incontro con Giuliano avvenne un tardo pomeriggio dalle parti del mulino. L'afa stagnava fino a terra. Il piccolo tratto di strada asfaltata, al termine dell'acciottolato dove terminavano pure le case allineate del paese, sembrava un tappeto scardassato. Erano i giorni in cui i cerchioni di ferro dei carri vi lasciavano strisce che, col gelo e la neve, avrebbero spaccato tutta la pavimentazione. Poi la strada diventava polverosa e il fresco del fosso che, in quel punto, uscendo dai campi, cominciava a costeggiarla, s'infiltrava nell'afa, trattenuto dai rami fogliosi delle piante da una parte e dall'altra. Il fosso seguiva la strada per un tratto, e poi svoltava di nuovo portando con sé le piante più ombrose e una stradetta che sfociava dritta sul mulino e là si perdeva. - Ricordi quando il nonno ci conduceva al mulino sul carretto? mi chiese Piero. - Da quando lui morì, non vi ho più rimesso piede. Adesso, per la nostra farina, non c'è nessuno che controlli, bisogna fidarsi del mugnaio. Qualche volta papà dice, sfregando fra le dita e fiutando la farina gialla che il mugnaio ci ha appena portato, ancora calda di macina: Questa farina non è mia. Stavolta m'ha imbrogliato. Come fai a saperlo? interviene mamma. E un pensiero temerario. Temerario? lui risponde. 111 Come se io non conoscessi il mio grano! Il grano, dice mamma, quando è al mulino non ha più padroni. E poi della gente o ci si fida o se ne fa a meno. Che ragionamenti! brontola papà. - Si potrebbe dare l'incarico a Giuliano per la macinazione - mi suggerì Piero. - Puoi stare sicuro che la farina che ti riporta è quella del tuo campo. Arrivammo al mulino. Forse era un'illusione, data da tutto quello spumeggiare d'acqua, ma non sentivamo più l'afa. Ci sedemmo su una vecchia macina abbandonata nell'erba. - Perché m'hai portato qui? - chiesi a Piero. - Per farti conoscere Giuliano. Lasciato sciolto perché incapace di muoversi se non dopo il terzo colpo di bastone, l'asino di Giuliano, immobile davanti al mulino, sembrava un monumento all'attesa. Ogni tanto, ma senza convinzione, quasi per un gesto rituale di cui aveva perduto il significato, si lambiva con la coda i fianchi incavati. - Il tuo asino - dicevano in paese a Giuliano - non mangia alla greppia. - Non è un fascista - rispondeva Giuliano, quando non c'era in giro la guardia comunale. Altrimenti: - Non vuol far fare brutta figura al suo padrone. Giuliano, infatti, poteva servire agli studenti di medicina quando dovevano impararsi lo scheletro, come aveva detto Piero davanti al caffè durante l'estate del suo primo anno d'università. S'era subito pentito della battuta, ma ormai essa, di bocca in bocca, aveva raggiunto Giuliano che ritornava a casa tutto infarinato, più stanco del suo stanchissimo asino. Da quella sera Giuliano fu detto l'anatomico. - E fame sai questa, - gli aveva gridato Giuliano la prima volta che incontrò Piero dopo quella sera, e s'era battuto, con le nocche della mano, il petto che sembrava, a camicia slacciata, un reticolato - fin da quando avevo succhiato tutto il latte di mia madre. Una fame che ha sessant'anni. C'è poco da scherzarci su -. Piero era diventato rosso dalla vergogna: - Scusami Giuliano, sono stato uno stupido. Lo so che su queste cose non si può scherzare. Giuliano s'era subito rabbonito. Forse era la prima volta in vita sua che qualcuno gli chiedeva scusa. - Ma è vero che un medico deve sapere il nome di tutte le ossa? La tua idea non è poi tanto stupida. Se mi danno da mangiare, ci sto. Però se ingrasso, come fanno a studiare le ossa? Avevano riso tutti e due ed erano diventati amici. - Quando sarai medico, Piero, ordina bistecche come medicine. Ai poveri, s'intende, che le passa il comune. Una bistecca al sangue, meglio di cavallo, è la migliore medicina. Io quando sto male sento che lo stomaco richiede una bistecca al sangue, e lo stomaco non si sbaglia mai su quello che fa bene al corpo. Io queste cose le ho imparate dalle bestie. Hai mai visto un gatto mangiare erba? Eppure, quando ha il cimurro la mangia perché lo stomaco gli dice che con l'erba guarisce -. E aveva dato tre colpi di bastone al suo asino per fargli intendere che era ora di riprendere la strada. Poiché era un asino che si fermava di botto non appena il padrone si fermava, e riprendeva a camminare solo dopo il terzo colpo di 112 bastone. Due non bastavano. Ma se il padrone avesse fatto il giro del mondo senza mai fermarsi, sarebbe stato il primo asino a fare il giro del mondo senza fermarsi. - Dio li crea e poi li accoppia. A me è capitato un asino - diceva Giuliano che non s'era sposato perché la fame non la si può dividere in due, altrimenti si muore. - In fondo, non mi lamento. Quello che legge il prete in chiesa quando due si sposano, il mio asino l'ha sempre osservato. Mi segue ovunque. Asino e Giuliano erano diventati vecchi assieme, girando per il paese a raccogliere sacchetti di granoturco per poi ritornarli macinati e ricevere in cambio qualche lira. L'asino se la cavava meglio del padrone durante la buona stagione perché tutta l'erba attorno al mulino era sua, ma d'inverno doveva contare solo sul fieno e la paglia che Giuliano aveva raccolto, una manciata qua e là nei campi, durante l'estate: ed era sempre poco. L'asino ragliò. Piero s'interruppe: - Sta uscendo Giuliano. L'asino ha sentito il passo del padrone. Apparve sull'uscio del mulino Giuliano, infarinato di giallo dalla testa a un paio di scarpe sfondate. Sulle spalle ricurve portava un sacchetto di farina. Fece in tutto tre uscite, non più di tre lire, e, se andava bene, una fetta di polenta e un bicchiere di vino. - Magri affari in tempo di guerra - gli disse Piero a modo di saluto. - Puoi dirlo forte, dottore - rispose Giuliano asciugandosi il sudore con un ampio fazzoletto rosso smunto. - Per me è sempre stato tempo di guerra. I poveri sono sempre in guerra. Mi guardò insistentemente. - È tuo fratello? Lo si vede così poco in giro... Io me lo ricordo quando venivate qui con vostro nonno. Un uomo quello, di cui si sta perdendo la razza. Si rivolse a me: - Sai che gli assomigli? Giuliano continuò: - Era un socialista vero, senza tanti discorsi. Se avesse comandato lui, i poveri non sarebbero mai stati in guerra. Ma è venuto il fascismo, pagato dai ricchi... Giuliano s'interruppe improvvisamente e si guardò attorno. Abbassò il tono della voce: - Io sono vecchio, ma non voglio morire prima d'aver visto il fascismo tirare le zampe, come fa il maiale. Questa guerra è la sua fine, vedrete. Quei discorsi sul fascismo, guerra o non guerra, Giuliano li aveva sempre fatti con tutti, persino col segretario del fascio, quando passava davanti al caffè e aveva la voglia di pulirsi un poco la bocca. Il segretario rideva, perché tutti ridevano, ma diventava smorto dalla paura che qualcuno lo denunciasse alla guardia perché permetteva che si dicessero in piazza quelle cose. Giuliano se ne accorgeva e rincarava la dose. E poi per tranquillizzarlo: - Non ce l'ho con te. Anche tu sei come i fichi, nero di fuori e rosso di dentro. - E poi che succederà? - gli chiese Piero per stimolarlo sull'argomento che sapeva inesauribile per Giuliano. - Poi? E voi che avete studiato non lo sapete? Poi i poveri potranno vivere come gli altri, perché finalmente ci sarà giustizia. Io m'accontento 113 di poco, non voglio portare via niente a nessuno; ma mangiare due volte al giorno è un sacrosanto diritto. Si rivolse ancora a me e mi volle rassicurare: - Non è vero che il socialismo non voglia la religione. Cristo è stato il primo socialista, portava una sottana rossa. - Ma i preti la portano nera - scherzò Piero. - C'è nero e nero... - tentennò Giuliano a quella sortita di Piero che non s'aspettava. - Quello dell'arciprete non è un nero contro il rosso. Io sono convinto che l'arciprete di dentro è un socialista. L'asino ragliò. - Il mio asino sente che è già ora di ritornare a casa. Io non ho mai avuto una sveglia, mi regolo sui suoi ragli. O forse ha ragliato dalla contentezza a sentir parlare di socialismo. - Dev'essere un asino intelligente - disse Piero. - Intelligente? Meglio di tanti uomini. L'ho tirato su io così. Con chi potrei altrimenti parlare di socialismo? Vedrete che mondo uscirà fuori. Niente più guerre, né ricchi né poveri. L'asino ragliò ancora. - È proprio l'ora di andare. - Giuliano, - gli dissi - quando ritorni al mulino? - Ci vengo tre volte alla settimana; posdomani ci ritorno. - Passa prima dalla Campanella, se non ti dispiace. - Che discorsi, dispiacermi. Tua madre mi saluta sempre quando m'incontra. Al terzo colpo di bastone l'asino si mise lentamente in moto. Piero fece scivolare nella tasca di Giuliano un aquilino d'argento. - Bevi un bicchiere anche per noi. Prendemmo un sentiero fra prati e granoturco che ci avrebbe portato alla Campanella appena in tempo per non fare attendere papà. - Non hai chiesto prima a papà se non aveva nulla in contrario per la macinazione - mi disse Piero. - Se avrà qualche difficoltà per il mugnaio, mamma saprà trovare qualcosa lo stesso per Giuliano, quando verrà alla Campanella. Giuliano, quando due giorni dopo passò dalla Campanella, ebbe un grosso sacco di granoturco sul suo carretto e un bicchiere di vino che bevve alla salute del nuovo mondo dove non ci fossero più né ricchi né poveri. Nostro padre era stato contento del cambio: - Il mugnaio ha già il suo guadagno con la macinazione, e il suo carro, quando fa il giro, non s'accorgerà nemmeno che manca il sacco della Campanella. Gliene parlerò al caffè. Giuliano andò via dalla Campanella fischiettando, e al primo conoscente che incontrò sulla strada gridò: - Ho preso la posta della Campanella. Una bella tinca in un tegamino di alborelle. Una fortuna che capita a ogni morte di vescovo. Questo sì che si chiama lavorare! Per rinchiudersi nella morte di Rondine, la Parola convocò a testimoni della sua opera non solo i vivi ma anche i morti, tanto preziosa dovette 114 risultare ai suoi occhi. Il bandolo della filatura solo essa lo conosce; e solo a lei spetta la tessitura di qualche filo vagante che io le posso offrire, e che ora cerco d'individuare col racconto, dato che Rondine è un attore principale del grande avvenimento, forse il principale. Lo nominammo accidentalmente a cena sull'aia, perché io, entusiasta di quanto venivo scoprendo sul conto della gente sotto la guida di Piero, volevo consolidare e rimpolpare la conoscenza con la parola di nostro padre. - Perché la chiamano la terra d'Anselmino se, da quando mi ricordo, c'è sempre stata una fornace? - chiesi, essendo caduto il discorso su quella parte di paese detta appunto «La fornace». - Perché era sua; poi venne uno dalla città e gli diede da intendere che voleva comperare quella terra per farne una poponaia moderna, dato che è una terra argillosa, e gli offrì qualcosa in più del prezzo. Anselmino, ingplosito dal soldo, ci cadde come un salame, ma era tutto un trucco d'accordo col municipio - rispose nostro padre. - Allora il figlio di Anselmino che lavora alla fornace... - Sì, è suo figlio, e ci sta rimettendo la schiena come suo padre. Perché Anselmino quando vide che, invece di piantare semi d'angurie nella sua terra, la spianavano per costruirci sopra una fornace, andò in municipio, gridò tutte le parole che aveva sullo stomaco e, a conclusione, voleva gettar giù dalla finestra segretario e impiegati. Per farlo tacere gli dettero un posto alla fornace, e ci rimise la schiena. Quando non ce la fece più a stare in piedi, suo figlio ne prese il posto. E poi ci andrà il figlio del figlio dell'Anselmino, e si è ancora fortunati. Il figlio d'Anselmino beveva più di quanto comportasse la sua sete, che era già molta. Al sabato della quindicina, faceva processione fra le due osterie, la prima volta con passo ancora fermo, e poi sempre più a circolo finché qualcuno lo caricava sulla canna della bicicletta e lo portava a casa, cotto di sole e di vino. - C'è sempre qualche buon samaritano - mi disse Piero ammiccandomi. - Adesso s'è modernizzato e adopera la bicicletta invece del cavallo. Però anche oggi, come allora, non si pensa d'andare a finire in pagine d'evangelo. Mamma sorrise: - Non ce n'è bisogno. Sono cose già scritte. - Hai detto una grande cosa, me la terrò a mente, mamma -. E poi, rivolgendosi a me: - Senti, senti, mio caro novizio, dove si nasconde il buon samaritano. Papà quella sera era felice di poter raccontare. Non c'era bisogno di ruminare nessuna frase perché non c'era da inventare nulla, tutto era già stato scritto. - Nella bella stagione di solito è Rondine a portarlo a casa. Poi, nella brutta stagione, Rondine scompare e allora il figlio d'Anselmino è lasciato al buon cuore di qualcuno che ha bevuto meno di lui. Come, non conosci Rondine? No, non ha famiglia né mestiere. Durante la bella stagione s'arrangia. Campi, fienili e pollai gli danno vitto e alloggio, ma non in paese. Rondine rispetta il paese. Il maresciallo sa e lo 115 lascia circolare tutta l'estate. In autunno Rondine si fa pescare in qualche pollaio, con nel sacco quel tanto che gli assicura di passare solo l'inverno in prigione. Dicono che è stato il maresciallo a istruirlo. L'altr'anno il maresciallo non s'era accorto ch'era arrivato l'autunno, e allora Rondine è andato a denunciarsi. Il maresciallo lo dovette arrestare. Dicono che Rondine l'abbia rimproverato: «Ma signor maresciallo, e il suo dovere di tutore dell'ordine?». «A dirti la verità, non mi ero accorto che i nidi di rondine sotto la grondaia della caserma erano vuoti» avrebbe risposto. Forse sono cose inventate al caffè, ma è vero che Rondine lo si vede in paese solo dalla primavera all'autunno, ed è per questo che lo chiamano Rondine. Il giorno dopo chiesi a ToniChe : pensi di Rondine? Mi guardò sorpreso. Che mi saltava in mente? Mi rispose ugualmente: - Io? Io non penso niente. So che partì per la guerra che non aveva nessuno, ritornò dalla guerra e non ebbe nessuno; è sempre vissuto solo come un cane. - E sposato? - Non aveva un mestiere e nessuna l'ha voluto. Ma non ci ha fatto troppo caso, l'ha presa con filosofia. Adesso metà dell'anno si mantiene da solo e l'altra metà si fa mantenere dal governo. Io non gli do torto. - Ma perché non si mise a lavorare come gli altri? Toni sputò la cicca: - Tu credi che sia facile trovare lavoro quando uno in piazza ha gridato che la tessera del fascio non la prenderà mai, nemmeno se gli vanno i carabinieri a casa? Ma lui l'ha trovata giusta. Sei mesi all'anno si fa mantenere dal fascio. E Toni rise di gusto, facendo sobbalzare la roncola sulla natica. - Bisognerebbe fargli un monumento - continuò. - Quando c'è lui in paese, i ladri stanno alla larga. Da noi le galline scompaiono solo d'inverno, quando lui non c'è. Ma purtroppo una rondine non fa primavera. A pranzo chiesi a papà: - Rondine va in chiesa? Vidi che Piero stava per intervenire, ma si trattenne. - Che mi ricordi io, una volta c'è andato. Doveva essere il giorno di pasqua, ed era appena uscito di galera. S'era nascosto nell'angolo dell'ultimo altare dalla parte degli uomini per non farsi notare. Figurati se non lo vedevano. Quando uscì gli si fecero attorno e tutti gli volevano pagare da bere. Lui era confuso. Non ci metto più piede, diceva, sembrava che il soffitto mi cadesse addosso da un momento all'altro. E se ne scappò via con la bicicletta che aveva lasciato appoggiata alla facciata, senza bere un goccio. Bisognerebbe che ci fosse una chiesa senza soffitto; forse ci andrebbe. In quei giorni il mio pensiero era spesso attratto da quell'uomo chiamato Rondine. Tu avevi ripreso a cantare nel coro del nostro monastero la Parola; io dovevo accontentarmi di tendere l'orecchio se mai l'avessi udita cantare, come un rapsodo popolare, le gesta di Rondine. Si stava andando, Piero e io, da Maria, un pomeriggio, seguendo alcuni sentieri fra i campi che accorciavano di molto la distanza. Al mattino col fresco avevo colto nell'orto qualche rosa rossa. Tenevo il mazzetto 116 coi fiori all'ingiù, e il gambo avvolto in una pezzuola di lino bianco imbevuta d'acqua. Il sentiero costeggiava filari di platani lungo fossi quasi asciutti e tuttavia ancora disseminati di alborelle. Il rumore dei nostri passi sembrava battesse il tempo ai piccoli tonfi delle rane, scaglionate sulla riva. A un certo punto, il sentiero tagliava il fosso sull'incavo in muratura d'una roggia e seguiva per un tratto la roggia rigonfia d'acqua, fino a svoltare ancora su una chiusa in cemento e costeggiare un nuovo fosso e un filare di gelsi. Io ero stranamente loquace. Se di solito me ne stavo silenzioso, quando mi trovavo nei campi sembravo muto, tutto intento all'ascolto delle mille voci che s'intrecciavano dalle cime degli alberi alle zolle appena rimosse o alla coltre d'erba. Se qualcuno me ne avesse chiesta la ragione, non gli avrei saputo rispondere; mi comportavo così d'istinto, come il luccio si ferma immoto nell'acqua chiara al primo sconosciuto rumore. Ma, quel tardo pomeriggio, la scoperta d'un uomo chiamato Rondine mi faceva sentire il bisogno di comunicare a Piero le mie reazioni nella vastità dei campi, mentre pregustavo la gioia di rivedere, vicina a lui, Maria. Avevo iniziato appena fuori del portone: - Me lo farai conoscere? - Certo, te lo farò conoscere, prima che venga l'autunno. Piero non rise alla sortita. Mi parlò di Rondine, incalzato dalle mie domande, dimostrando di conoscerlo molto meglio che nostro padre. - E triste lasciare al maresciallo la funzione del buon samaritano dissi a un certo punto, provando quasi un senso di vergogna, io raffinato ricercatore della Parola nelle cose e negli eventi. Eravamo giunti al dosso dal quale si vedeva la cascina di Maria. - Qui cominciano i campi di suo padre - disse Piero. E io, senza rendermi troppo conto di quel che dicevo: - Non potrebbe lavorare qui? - Rondine, dici? - e mi guardò con occhi seri. Conoscevo quello sguardo, tutto di Piero, quando una soluzione d'un problema che lo angustiava gli era apparsa all'improvviso, ma anche irrealizzabile. - Sarebbe inaudito che Rondine prenda in mano un badile o che un padrone sia disposto a metterglielo in mano. Maria ci venne incontro correndo, non appena ci vide sotto il portone della grande cascina. Piero s'affrettò, e si trovarono l'uno nelle braccia dell'altra. Li raggiunsi col mazzetto di rose penzoloni. Maria mi salutò festosa: - Oh, Franco, porti queste bellissime rose come se fossero i capponi di Renzo - e rivolgendosi a Piero: - Che miracolo è stato mai questo, che sei riuscito a portarmi Franco! - Vuol dire che sei più contenta di rivedere lui che me? E vero che l'idea delle rose è stata sua... C'era tanta pace dentro e attorno a noi. Gli occhi di Maria erano colmi di tenerezza mentre si posavano su di noi, così diversi e pure tanto complementari nelle nostre reazioni. Maria conosceva la ragione di questa diversità; me ne aveva accennato una volta che venne alla Campanella. Vi aveva riflettuto nelle lunghe giornate della lontananza di Piero, e io le sembravo assorto in ascolti impossibili. All'inizio 117 ne era rimasta come impaurita, riluttante a entrare in familiarità con due vite che si presentavano misteriosamente divergenti e unite: tutte e due ugualmente distanti dalla sua, allenata alle piccole scelte d'ogni giorno. Poi, col ritorno di Piero, trovandoci spesso l'uno accanto all'altro, il timore aveva lasciato posto alla meraviglia per la nostra unità di fratelli, garantita dallo sguardo buono, sereno, comprensivo, senza preferenze di nostra madre. Vi si era inserita così anche lei, perché l'unica realtà che univa Piero e me, il volerci bene, era anche sua. Maria diede un ultimo tocco alle rose nel vaso che depose al centro del tavolino sotto il pergolato. Si sedette sulla poltroncina di vimini di fronte a noi due, abbandonando sul bracciolo la mano dei due brillantini. - Si sta bene qui - disse Piero; e poi soggiunse, con lo stesso tono come se ci fosse un nesso con quanto aveva appena detto: - Tuo padre ha bisogno d'un avventizio? Maria gli sorrise gustando lo scherzo: - Sei già stanco di lavorare alla Campanella? - No, no, faccio sul serio. Io guardavo nell'aia, sorpreso di quella richiesta che mi suonava ora molto più strana di quanto mi sarebbe sembrata se pronunciata nella vastità dei campi. Piero continuò: - Conosci Rondine? - Chi non lo conosce nel circondario? - E se tuo padre gli dovesse offrire un lavoro? Maria si fece seria: - D'avventizio? - e scrollò la testa. - E un'idea che m'è passata per la mente venendo qui. A essere sincero, me l'ha suggerita il mio fratellino. Feci per intervenire, ma Piero continuò: - Sì, il colpevole è lui. Dice che bisogna aiutarlo, che non bisogna lasciare ai carabinieri la funzione del buon samaritano. Un avventizio in una grande cascina come questa potrebbe far comodo. Piero parlò a lungo di Rondine, raccontando fatti che già conoscevo ma che, in quel momento davanti a Maria, sembravano acquistare in profondità. Maria ascoltava in silenzio, ma i suoi occhi diventavano sempre più luminosi man mano che le parole di Piero gliene rivelavano il cuore. - Aspettiamo mio padre - disse da ultimo. - Gliene parlerò subito. Ah, eccolo che ritorna dal suo giro nei campi. Entrava in quel momento nell'aia il signor Gaspare. Piero e io gli andammo incontro mentre Maria rimaneva seduta giocherellando con la cintura del vestitino verde. Con passo sicuro s'avvicinava il padre, un enorme fazzoletto al collo sulla maglia a maniche corte e la paglietta in testa, agitando il bastoncino di giunco. Ritornava dalla visita quotidiana ai campi, dopo che i contadini avevano smesso di lavorare perché solo allora, senza un'anima viva in giro, riusciva a misurare i bisogni della terra. Ci accolse agitando più in fretta il bastoncino in segno di saluto e s'informò subito da me com'era stata la resa del frumento alla Campanella. - Buona - commentò. - La terra capisce quando la si lavora con 118 amore. Ma la terra bisogna possederla. I salariati non l'amano, e a me ha reso meno. Il granoturco però cresce bene. Non mi posso lamentare -. Si sedette e bevve d'un fiato la limonata che Maria gli aveva preparato. - Papà, non hai bisogno d'un avventizio? - gli chiese. - Che succede, Maria, t'interessi ora della terra? - e rivolgendosi a noiE' : la prima volta in vita sua che mi fa una domanda sul lavoro dei campi - e rise soddisfatto. - Per capire la terra bisogna lavorarla - gli dissi io quasi per una captatio benevolentiae. - E per amarla bisogna possederla; e questa terra è sua - aggiunse dando uno sguardo tutt'intorno. Maria ripetè la domanda, in un tono che lasciava intravedere il desiderio d'una risposta affermativa. - Un avventizio? - si rivolse a noi: - Ne sapete voi qualcosa? - Ne abbiamo infatti parlato, ma... - disse Piero. -... ma che cosa? - lo interruppe vivacemente Maria. Piero sorrise: - Ma dubito che quell'eventuale avventizio, anche ad offrirgli il lavoro su un piatto d'oro, lo voglia accettare. Maria arrossì: - Potrebbe anche accettarlo se gli si facesse capire che abbiamo bisogno di lui con tanta gente richiamata, e non lo si prende per fare un'opera buona. Il signor Gaspare si manifestava piuttosto divertito: - Possibile che ci sia la rarità d'un uomo che, in piena guerra, rifiuti un lavoro nei campi? Al giorno d'oggi è un lavoro sicuro, quanto quello d'un ferroviere, e più ancora. - A conoscerlo, non c'è da meravigliarsi se lo dovesse rifiutare, anche in una cascina bella e comoda come questa - lo stuzzicò Piero. - E chi sarebbe? - domandò il signor Gaspare con un tono che tradiva una gran voglia di conoscere un uomo simile. - Rondine. Tu lo conosci, vero, papà? - Chi non lo conosce! Ma lo conoscono meglio i carabinieri. Hai ragione, Piero, gente così preferisce un mese di galera a un'ora di zappa. - Si potrebbe sempre tentare. Un avventizio, anche dopo un'ora, lo puoi licenziare. Di' la verità che un avventizio ti farebbe comodo per i lavori del fieno e del granoturco - insistette Maria. - Mi vuoi proprio far coprire di ridicolo, anche ammesso che non mi puzzerebbe un avventizio? Roba da pubblicare sui giornali. Immagino già che cosa direbbero gli altri agricoltori solo a sapere che ho offerto un lavoro a un tipo come Rondine... - Che t'importa degli altri agricoltori? Non hai sempre detto che quando parlano male di uno è perché ne hanno invidia? In questo caso avrebbero invidia del tuo coraggio! - E poi ci sono i carabinieri - continuò il signor Gaspare. - Direbbero che mi metto contro il governo se do lavoro a uno che è diffidato a farsi vedere durante le manifestazioni fasciste. - Potresti sempre domandare il parere del maresciallo - osservò Maria che, conoscendo bene suo padre, capiva come quest'ultima difficoltà 119 l'avrebbe piuttosto stimolato che trattenuto. Il signor Gaspare rimase in silenzio, si tolse la paglietta e s'asciugò il sudore. Guardò sua figlia con tenerezza e scosse lievemente la testa. Poi si rivolse a me: - Voi non avete problemi di salariati e d'avventizi, siete fortunati. La terra da maggiore gusto quando chi la possiede la lavora, senza chiedere l'aiuto di nessuno. Ma anche tu sei un agricoltore e certe cose le capisci. Io non ce l'ho con Rondine; ha pure lui il diritto di vivere come gli altri. Ebbene, che faresti tu al mio posto? Maria mi buttò gli occhi addosso. Piero bevve una sorsata di limonata e guardò in alto come se gli interessasse contare i grappoli d'uva moscatella che cominciavano a gonfiarsi. Cercai di schermirmi. - No, dimmi quello che pensi. E sempre bene sentire il parere d'un altro, c'è meno pericolo di sbagliare. - Veramente, - quasi balbettai - non so se ne avrei il coraggio. A parole è tutto semplice e facile; poi, quando si deve passare ai fatti... - Già, a parole è tutto facile... Mi piaci, Franco, che non fai il generoso con la roba d'altri... Certo, ci vuole coraggio... - Tu ce l'hai, papà. - Non si tratta solo di coraggio, c'è di mezzo il maresciallo... - Basta parlargliene. Parlargliene non ti costa niente. Il signor Gaspare sospirò e s'asciugò nuovamente la fronte e il collo. Fece mostra di imbastire mentalmente qualche calcolo e poi si rivolse a Piero: - Sta' attento, Piero. Maria è stata abituata ad averla sempre vinta. Maria si gettò al collo del padre. Il signor Gaspare cercò di difendersi: - Io non ho promesso niente. Andrò dal maresciallo, gli chiederò di Rondine, se può lavorare come avventizio, ma da Rondine per sentire un rifiuto in faccia non ci vado. E poi chissà dove si trova... Insomma, tocca a te, Piero, che in questa faccenda devi avere messo lo zampino... - Giusto - s'affrettò a dire Maria. Il signor Gaspare s'alzò e si diresse verso le stalle. Lo seguii per lasciare Piero e Maria soli sotto il pergolato. Quando riprendemmo il sentiero del ritorno, il sole era un enorme cerchio d'infuocato arancione sulla linea dell'orizzonte, appena al di sopra dei filari degli alberi. Il tavolino della cena era già preparato sull'aia. Nostro padre, con la camicia già pulita, brontolò qualcosa per il nostro ritardo, ma si rasserenò subito apprendendo che la resa del frumento alla Campanella era stata superiore a quella della grande cascina. Durante la cena raccontai la mia visita alle stalle: - Mi è sembrato d'entrare in un libro di storia della prima guerra mondiale. Ogni vacca ha il suo nome scritto in gesso su una lavagnetta: Gorizia, Piave, Bainsizza, Grappa, Carso, Trento, Trieste... con la sola eccezione d'una data. Indovina: 28 ottobre. Il signor Gaspare m'ha sussurrato all'orecchio, perché non lo potesse udire il capo bergamino: E quella che fa meno latte di tutte, me ne voglio disfare. Parlammo naturalmente di Rondine e del posto d'avventizio. - Al tuo futuro suocero è andato il caldo alla testa - commentò papa. - Per me, non ci vedo niente di male, ma sarà un bel parlare in mezzo 120 alla gente. - Se non ci vedi niente di maledisse , sorridendo mamma vuol dire che il caldo è andato anche a te alla testa, oppure che la cosa è fatta bene. Alla gente bisogna dare ogni tanto delle occasioni di cambiare discorso, altrimenti s'annoia. - Sarà così - rispose nostro padre mentre pescava dal secchiello di rame una turgida albicocca, primizia dell'orto della mamma di Maria. - Se riesce ad avere quell'avventizio, passerà alla storia meglio che per la vacca del 28 ottobre. Il giorno dopo, appena finito di dare il comando ai suoi contadini, il signor Gaspare prese la bicicletta e pedalò verso la caserma dei carabinieri, una villetta posta agli inizi del mio paese venendo da quello di Maria. Procedeva adagio, frugando con occhi d'intenditore i campi da una parte e dall'altra della strada. Arrivato al canale d'irrigazione che divideva i due comuni, si fermò, appoggiò la bicicletta contro il muricciolo del ponte e gettò uno sguardo all'acqua che scorreva pigramente accarezzando le folte criniere d'erbe prosperanti per tutta la larghezza del fosso. - Il consorzio, sì, guarda che pulizia, gli basta pitturare sulla bolletta i soldi che dobbiamo pagare senza protestare. Sputò nell'acqua e riprese a pedalare. Il bastoncino di bambù penzolava dal manubrio, ondeggiando a ogni pedalata, col rischio d'infilarsi nei raggi della ruota. Maria aveva salutato il padre sotto il pergolato, quando si stava mettendo i fermagli di legno attorno all'orlo dei calzoni perché il grasso della catena non li sporcasse. - Ti raccomando, papà, tira fuori tutti i tuoi argomenti di buon cittadino fascista per convincere il maresciallo - gli aveva detto ridendo. - Il maresciallo è più dalla parte del re che del fascio - aveva risposto con buon umore. Poi la campagna, da una parte e dall'altra della strada, e il canale d'irrigazione gli avevano fatto dimenticare re, fascio e maresciallo. Ma ora, già in vista delle prime case del paese vicino, gli venne in mente che doveva preparare la prima frase, perché non si va da un maresciallo dando l'impressione di non sapere bene come cominciare. Rotto il ghiaccio, le parole sarebbero venute senza cercarle. «Signor maresciallo, sono venuto per un favore». No, lui non chiedeva nessun favore, a lui non veniva in tasca niente se un avventizio si chiamava Rondine o merlo, anzi chiedeva un avventizio che di lavorare sembrava non avesse nessuna voglia. «Signor maresciallo, sono venuto per un consiglio, da uomo a uomo...»: forse questo era il modo per attaccare discorso. Tastava così il terreno e, nello stesso tempo, dava importanza al maresciallo il quale, lusingato, poteva prendere la cosa in buona parte, garantendo addirittura la sua protezione. Poi avrebbe un po' tergiversato: Sa, signor maresciallo, mia figlia (ah, la signorina Maria, la fidanzata del dottore, un eroe; deve essere una gran brava ragazza) è di buon cuore, e siccome io ho bisogno d'un avventizio s'è messa in testa che il lavoro può redimere... come redime la guerra, meglio la battaglia pacifica del grano, no, pacifica sembrerebbe 121 disfattismo, semplicemente la battaglia del grano. Suonò al cancelletto della caserma. S'aprì lo spioncino della porta e uscì sorridente l'appuntato, una vecchia conoscenza che si considerava sempre fuori servizio quando deponeva il moschetto e il berretto sulla canna della bicicletta, se era invitato a bere un bicchiere nei suoi giri d'ispezione nei paraggi della cascina. - Oh, signor Gaspare, qual buon vento... È successo qualcosa in cascina: - Tutto bene, ma è un po' che non la vedo. - Sapete, con questo caldo preferiamo fare i nostri giri quando il sole non picchia tanto forte. Anche i ladruncoli hanno caldo durante il giorno - e ridacchiò contento della battuta. - Ma entrate, volete vedere il maresciallo? - abbassò la voce: - Aspettate un attimo, vado ad avvertirlo perché è in tenuta estiva non regolamentare - e ridacchiò di nuovo, da complice. Il salottino d'attesa conteneva solo un tavolino, qualche sedia impagliata e un odore inveterato di cicche, spente quando cominciano a bruciare le dita. Sulla parete di fronte alla porta d'ingresso se ne stava incollato un piccolo crocifisso, in mezzo a due grandi fotografie che sembravano gemelle per il cavallo, i pennacchi e l'aria marziale. «Cristo fra i due ladroni» pensò il signor Gaspare. «Dicono che uno era buono, ma era sempre un ladrone. A guardare la posizione, il buono dovrebbe essere il piccolino». Si passò il fazzoletto sulla testa per asciugarsi il sudore, ma anche per cancellare qualsiasi traccia di quel pensiero che il maresciallo, col suo fiuto, avrebbe potuto stanare. Rientrò l'appuntato. - Il maresciallo vi attende nel suo ufficio, signor Gaspare. I mobili dell'ufficio non davano affatto l'impressione d'essere stati un giorno nuovi. Il governo doveva avere il segreto di quei mobili che nascevano già vecchi, se in tutti i suoi uffici, da quello delle tasse al catasto e al registro, erano dello stesso legno tisico, dello stesso colore indefinibile, con le stesse macchie d'inchiostro nei posti più impensati. E anche lì, sulla parete dietro la sedia a braccioli del maresciallo, imbottita di cuscini, lo stesso Cristo piccolo piccolo fra le due fotografìe, questa volta senza cavallo. Il maresciallo si levò in piedi e i due uomini si salutarono cordialmente. Erano pressappoco della stessa età, appena passata la cinquantina; l'uno asciutto per il sole e l'aria, l'altro arrotondato dalla pastasciutta che da trent'anni d'onorato servizio lo confortava quotidianamente, dieci anni alla mensa del governo e vent'anni alla tavola con la signora marescialla (non aveva figli) - ma tutti e due vigorosi e dai movimenti decisi. Il maresciallo era arrivato al paese fresco di promozione una decina d'anni prima, e ben presto aveva imparato a conoscere la gente anche dei dintorni con la sua memoria visiva infallibile, a parlarne lo stesso dialetto, ad accorrere non appena aveva sentore di qualche lite (- Non fate sciocchezze, siete ancora in tempo, ma fra qualche minuto divento maresciallo e allora dovete pagare -) ; e la gente gli voleva bene, come è possibile amare un maresciallo dei carabinieri. - Ai vostri ordini, signor Gaspare. Sedetevi, prego. 122 Il signor Gaspare tirò fuori di nuovo il fazzoletto e se lo passò sulla fronte. - Ecco, signor maresciallo, noi ci conosciamo da tempo e, quindi, è inutile che la prenda per le lunghe. Sono venuto per chiederle un consiglio da uomo a uomo... E il signor Gaspare raccontò in breve la faccenda dell'avventizio e del nome che la figlia aveva fatto. Chiedere a Rondine se voleva lavorare nella sua cascina, in regola coi libri, non poteva sembrare in un certo senso, per modo di dire, è tanto difficile spiegarsi, insomma un atto di sfiducia verso la legge, come se uno volesse sostituirsi ai tutori dell'ordine che, si sa, fanno il loro mestiere alla perfezione? - Signor maresciallo, se la cosa non va, da uomo a uomo, la prego di non dire niente a nessuno perché la gente aspetta sempre dell'erba nuova per pascolarci sopra. Il maresciallo s'accorse appena in tempo che stava sbottando in una grande risata, e ricompose in fretta le labbra. Se non avesse avuto quella divisa addosso e fossero stati fuori in aperta campagna, avrebbe caricato la dose sull'affronto che si sarebbe fatto al governo sottraendogli, per il prossimo inverno, un cliente tanto affezionato ai suoi servizi logistici, per poi berci sopra una bottiglia, offerta dal signor Gaspare, naturalmente. «Che umorismo, però, questa gente dei campi» pensava. «Ne sarà cosciente? E i due che ho dietro alle spalle credono d'averli in mano. Picche». Aveva pronunciato, senza accorgersene, a mezza voce, l'esclamazione che gli era abituale quando stava, in nome della legge, per aggirare qualche ostacolo creato dalla stessa legge. - Dice, signor maresciallo? Il signor Gaspare non aveva ancora imparato a dare del voi, almeno alle autorità, secondo le disposizioni del governo. - Oh, niente, stavo mentalmente ripassando tutte le leggi se mai ce ne fosse una che proibisca d'offrire un lavoro a un affezionato alle patrie galere. - E ne ha trovate? - chiese il signor Gaspare con un tono caricato d'interesse che non sfuggì al riconosciuto fiuto del maresciallo. - Il legislatore, caro signor Gaspare, almeno in questo caso, non ha voluto fare una legge inutile. Credete a me, il nostro amico è veramente una rondine, e gli uccelli dell'aria, è stato detto, non si preoccupano di lavorare. Comunque, se volete tentare, io, come tutore della legge scritta, non ho nulla in contrario. Le delusioni saranno solo vostre. - Be', nella vita le delusioni non mancano mai - disse il signor Gaspare, che aveva già capito, da quel tono volutamente distaccato, da che parte il maresciallo pendeva. - Vorrà dire che ce ne sarà una in più, e non sarà quella che mi spianta. Ma ho l'impressione che sarebbe una delusione anche per lei, signor maresciallo, o mi sbaglio? - In servizio, - rispose il maresciallo - noi della benemerita non possiamo permetterci il lusso d'avere delle delusioni. Ma chi pensa ad avvertire Rondine per questa proposta, diciamo così, un po' fuori servizio? - Il fidanzato di mia figlia, il dottor... 123 - Già, se uno ha una possibilità su cento di riuscirvi è proprio lui. Per ufficio, so che si sono sempre mostrati una certa confidenza; e come uomo, visto che abbiamo parlato da uomo a uomo, dopo una iniziale sorpresa, non è che la cosa mi sia dispiaciuta. E un gran bravo ragazzo il fidanzato di vostra figlia, vostra figlia se lo merita. Fatemi sapere qualcosa, signor Gaspare; la conclusione della faccenda, diciamo così, m'incuriosisce. E i libretti di lavoro in regola, mi raccomando, nell'eventualità che Rondine... Il signor Gaspare ritornò in cascina senza nemmeno accorgersi che passava sul canale dell'irrigazione; aveva fretta di dare quella soddisfazione a sua figlia. Erano circa le dieci. Maria, raggiante per essere messaggera di buone nuove, prendeva la bicicletta per recarsi alla Campanella. Uscito il signor Gaspare dalla caserma, il maresciallo, con la scusa d'una ispezione in paese, si cingeva la pistola d'ordinanza e, a sua volta, inforcava la bicicletta per andare alla ricerca di Rondine. Fece il giro del paese, fermandosi alla porta delle due osterie e scostando, senza scendere dalla bicicletta, la cortina di cannucce per dare un'occhiata all'invitante penombra. Nessuno. Cercarlo nei campi, ci sarebbe voluta una legione di carabinieri. Eppure voleva tentare. Questo Spartaco Argosti, figlio di N.N. e di fu Teresa Argosti, di professione lineetta, alto 1,75 solo se lo s'impalava contro un muro perché altrimenti, cascante com'era, si riduceva a 1,70, con segni particolari lineette se non si voleva aggiungere alla voce tutto un foglio da protocollo, occhi azzurri e capelli biondi, d'anni impossibili a determinarsi se in comune non facesse fede un atto di nascita che sembrava uno scherzo: 1° gennaio 1900, reduce a diciannove anni da quindici mesi di trincea sul Grappa e sul Carso; questo Spartaco Argosti conosciuto da tutti, e certamente anche dal padreterno, come Rondine, non era per il maresciallo una voluminosa pratica. Il maresciallo ricordava ancora il suo primo incontro con detto Rondine, dieci anni prima. Gli erano rimasti impressi soprattutto gli occhi, che colavano una quieta rassegnazione e una confidenza particolare con le divise dei carabinieri. Era una delle prime volte che usciva dal paese in bicicletta per unire al dovere il gusto di percorrere adagio le stradette di campagna riparate dal sole, e se l'era trovato davanti all'improvviso, sbucato chissà da dove, con un goffo inchino (ma capì in seguito che non era stato un inchino), magro e il torace appiattito da sembrare una gruccia d'armadio. - Io sono Rondine - aveva detto. - Ero amico del maresciallo di prima. E se n'era andato per un sentiero che si perdeva dietro un campo di granoturco ancora da cimare e sfogliare. Se ci fosse in calendario un protettore dei ladri, un vero santo da messa ogni anno, non potrebbe essere che Rondine, gli aveva detto ancora nei primi anni, sorridendo, l'arciprete. Il maresciallo non dovette faticare per convincersene, perché fastidi da lui non ne ebbe mai. Rondine s'accontentava di prendere dai campi e dai pollai lo stretto necessario 124 per la giornata: un'anguria, qualche cocomero o pomodoro, qualche uovo, raramente una gallina. Era l'ultimo furto quello spettacolare, quando il freddo delle notti ottobrine cominciava a dargli trafitture alle ossa. Lo preparava davanti all'osteria, sostenendo (lui certe cose le sapeva) che la notte del giorno dopo ci sarebbe stato un grosso furto nel pollaio della cascina tal dei tali; e poiché la notizia era pubblica, il maresciallo non poteva sottrarsi al suo dovere d'appostarsi vicino al pollaio e arrestare Rondine per tentato furto. - E proprio il caso di mettermi le manette? - gli diceva Rondine. - E' la legge - sospirava il maresciallo scuotendo la testa. Lavori a padrone, Rondine non sapeva che fossero. Per avere qualche spicciolo s'ingegnava a prosciugare fossatelli stagnanti, ricchi di pesce; vendeva in piazza il pesce, parte lo regalava, e dava fondo al ricavato comperando forme di pan biscotto e fiaschi di vino che caricava sul portapacchi della bicicletta. Quando, con la primavera, usciva di prigione, s'era messo addosso qualche chilo di carne e un vestito nuovo, tanto che non tutti in paese lo sapevano riconoscere a prima vista. Il vestito e la biancheria che portava in una valigia di cartone tenuta assieme a forza di spago, erano doni della san Vincenzo per i prigionieri. - M'hanno fatto un corredo come se mi dovessi sposare - diceva Rondine all'osteria aprendo la valigia di fronte agli sguardi, un poco invidiosi, dei vecchi. - Troppa roba - e se ne sapeva subito alleggerire riservando per sé solo quello che aveva addosso e il ricambio. Poi andava in caserma a salutare il maresciallo e l'appuntato che gli apriva la porta. - Spero di non darle troppo disturbo in questa stagione, signor maresciallo - gli diceva. Ed era sempre di parola. Portava a casa il figlio d'Anselmino, non si faceva vedere quando c'era qualche manifestazione fascista, non faceva paura ai bambini, non provocava nessuna lamentela. Come poteva il maresciallo considerarlo una voluminosa pratica, così smilzo e rassegnato? Forse gli voleva perfino un po' di bene, almeno quando non era in servizio e si lasciava andare a certi ricordi della sua fanciullezza, nei bassi di Napoli, dove, se non proprio di rondini, si poteva parlare al più di piccoli topi roditori, tanto per sopravvivere. Dove la strada si biforcava, il maresciallo prese istintivamente quella più ombrosa che portava al cimitero e poi si perdeva nei campi. Arrivato davanti al cancello si fermò e si fece un rapido segno di croce. Guardò all'interno; anche lì nessuno. Era già risalito in bicicletta, quando si ricordò d'una voce che aveva raccolto molto tempo prima e che aveva lasciato cadere perché priva d'interesse professionale. Si trovava quel giorno davanti al caffè, e stava passando uno strano corteo funebre per un girovago che era venuto a morire lungo il fosso all'ingresso del paese: l'arciprete, un chierichetto, una cassa di legno dolce e sottile non lucidato, un carro spelacchiato, un cavallo bolso e senza drappo nero, e dietro al carro solamente Rondine. - Lo conosceva? - chiese a quelli del caffè. - Rondine se non è in prigione non manca mai a un funerale - gli avevano risposto. 125 - Quando il morto è in chiesa se ne sta vicino ai cavalli ad accarezzarli, e poi l'accompagna al cimitero nelle prime posizioni dopo i parenti. Rondine è fatto così, parla più coi morti che coi vivi. Se non sapete dove sia, cercatelo al cimitero, signor maresciallo. Il maresciallo ricordava ora perfettamente. Appoggiò la bicicletta al cancello e costeggiò il recinto. Aveva appena svoltato che udì un fruscio fra il granoturco. - Fatti vedere, Spartaco - gridò il maresciallo che aveva notato, coricata sull'erba, una bicicletta. - Debbo parlarti. Rondine sbucò dal granoturco, a occhi bassi, con l'aspetto di chi è stato colto in fallo. - Rassicurati, Spartaco, - continuò il maresciallo - non c'è stato nessun furto; e anche in questo caso saprei che tu non c'entri. Ti cercavo solo per darti una buona notizia. Rondine si scosse e alzò gli occhi. Una buona notizia a lui! Che significava una buona notizia? Nella sua vita non aveva avuto mai notizie né buone né cattive. Sapeva già tutto in anticipo; ed erano le stagioni, con la pioggia e il sole, il freddo e il caldo, il granoturco ancora verde o la spannocchiatura, a portargliele. Il maresciallo s'asciugò il sudore; anche a lui quel modo di dire era risultato piuttosto strano. Chissà che cosa intendeva Rondine per buona notizia, e recata da un carabiniere per giunta: la notificazione dell'arresto per passare all'asciutto la brutta stagione? l'annuncio della scarcerazione con la primavera alle porte? che, per quell'anno, poteva evitare la prigione, perché quattro muri, e un tetto sopra, li poteva trovare al paese in cambio, in cambio... di che cosa? Ma ormai quell'espressione gli era sfuggita e non poteva più tirarsi indietro. Tanto valeva andare fino in fondo. - Che ne diresti d'un posto d'avventizio in una cascina? Potresti avere una stanza, un camino, un letto, e cessare di fare una vita randagia... Rondine taceva, sembrava assente come se la cosa non lo riguardasse. - Non mi rispondi? - Ma io sto bene come sono, non chiedo di cambiare - rispose finalmente Rondine. - Nessuno ti chiede di cambiare, Spartaco, anche per me stai bene come sei - disse con convinzione il maresciallo. - Il lavoro in una cascina non ti chiede di cambiare. Ma devi pensare alla tua salute, ogni anno che passa sono come tre che ti piombano addosso. Rondine ebbe un timido sorriso che gli illuminò per un attimo gli occhi chiari. - Forse è per abituarmici che vengo spesso qui - disse. - Lo so, lo so, e so anche che non manchi a nessun funerale - la voce del maresciallo cominciava a manifestare qualche impazienza. - Ma ogni cosa alla sua stagione. - Qui non ci sono stagioni, la terra protegge tanto dal caldo che dal freddo - disse Rondine. - E poi? 126 - Poi niente, la terra protegge sempre. - Non so che dirti, Spartaco - concluse il maresciallo con impazienza ormai rassegnata. - Tu sei un uomo libero, finché dura la bella stagione. Ma se vorrai sapere qualcosa in più, prima di sera fatti trovare dalle parti della Campanella. Risparmierai la fatica di cercarti al dottor... - A Piero? - interruppe Rondine con voce rinfrancata, e i suoi occhi ebbero un'altra pennellata di sereno. - Io sono amico di Piero. - Amico di chi? - (e il maresciallo non seppe poi dire, raccontando il suo incontro con Rondine, perché in quella domanda avesse messo un tono di severità). Rondine si confuse, arrossì, abbassò gli occhi: - Volevo dire che conosco il dottor Piero, qualche volta ci parliamo. - Bene - e il maresciallo rimontò sulla bicicletta. - Pensaci allora. Ma se vuoi un consiglio fuori servizio, certe occasioni è difficile che si presentino due volte. Ti saluto, Spartaco. Il maresciallo aveva già dato parecchie pedalate verso la Campanella e Rondine era ancora in piedi, immoto come una statua. Suonavano le undici all'orologio della torre quando il maresciallo svoltava sotto il portone della Campanella. Gli venne incontro sull'aia nostra madre con in mano il catino del pastone: - Buon giorno, signor maresciallo, oggi la sua visita non mi mette in agitazione. - Buon giorno, signora Benedetta. Sono venuto per il dottore, ma la guerra oggi non c'entra - sorrise il maresciallo. - E' in casa con Maria, la sua fidanzata. S'accomodi, signor maresciallo. - Grazie, è faccenda d'un minuto. Invece il maresciallo si fermò molto più d'un minuto, e accettò di bere perché, pur essendo in servizio, a mescergli il vino da una bottiglia stappata all'occasione era un tenente in convalescenza. Raccontò con tutti i particolari l'incontro con Rondine. Piero aggiunse la ragione dell'attrattiva che Rondine provava per i morti e il cimitero: - La morte della madre avvenne quando si trovava in trincea. Dicono che appena rientrato in paese passasse giorni e notti su quella tomba. Adesso quella tomba non c'è più. Si trovava nella terra riservata ai poveri. Io la ricordo da ragazzo: un cippo con un nome e una data, sempre ornata di fiori di campo finché se ne trovavano. Scomparsa la tomba, Rondine ha continuato ad andare al cimitero, senza però entrarvi. Se ne sta fuori, appoggiato al muro di cinta, passandovi giorni interi, forse anche delle notti. Al tramonto, mio fratello e io saremmo andati al cimitero per parlargli della proposta del signor Gaspare, se non l'avessimo visto in paese. - Ah, dunque, voi sapete di questa, diciamo così, mania di Rondine; e pensare che io da dieci anni presto servizio in questo paese e non ne sapevo nulla. Una colpa che non ammette scusanti. Certo, è un tipo che uno difficilmente può dire di conoscere. Io, per esempio, nei miei rapporti con lui, diciamo così, professionali, a non ridurre tutto a burocrazia, ho avuto modo di constatare dei sentimenti che, se fossero notati in altre persone con la fedina penale pulita, sarebbero definiti 127 fuor del comune. Ma già, chi fa caso a un vagabondo, a un ladruncolo? Voi lo conoscete bene, dottore? - Parecchi anni fa (lei maresciallo non era ancora da noi), di questa stagione andavo con mio fratello per i campi alla ricerca di nidi. Passando accanto a una roggia asciutta, udimmo il motivo d'una canzonetta allora in voga tentato su una specie di flauto che i ragazzi ricavano dal sambuco. Salimmo sul dosso e guardammo. Era Rondine coricato sulla roggia che soffiava in quella canna. Ci sorrise e s'alzò. Noi sul dosso e lui nella roggia eravamo alti uguale. Non ebbi paura e non scappai. Guardavo incantato quell'essere magro che ci sorrideva, e quel suo strumento che era ancora proibito alle mie capacità. «Lo vuoi?» mi chiese «tanto io me ne faccio un altro». Non riuscii nemmeno a dire grazie. Ricordo che a mio fratello diede alcune piume d'usignolo che portava allineate nella fascetta d'un vecchio cappello d'alpino. Da quel giorno, tutte le volte che l'incontravo in paese ci salutavamo, e qualche donna se ne meravigliava. Un bravo ragazzo non poteva salutare Rondine. Ma mia madre non me ne fece mai un rimprovero. Conoscerlo? È difficile conoscere Rondine. Mi accontenterei che non mi sentisse ostile. - Vi ha chiamato suo amico - disse il maresciallo. Guardò l'orologio: - Ah come passa il tempo quando si è seduti in una casa accogliente! Tolgo il disturbo, dottore. I miei rispetti, signorina. Certo il mondo è più strano che grande. E ve lo dice un maresciallo dopo trent'anni d'onorato servizio. - Il maresciallo ha fatto di più di quanto doveva - mi disse Piero al mio rientro dai campi. - Ci ha tolto, senza volere, la soddisfazione d'incontrarci con Rondine al cimitero. Si vede che anche lui gli vuole un po' bene. Vedrai che Rondine sarà nei paraggi della Campanella verso il tramonto. Quando, dopo il lavoro, uscimmo dal portone e imboccammo la stradetta per i campi, notammo subito la sua bicicletta appoggiata a una pianta, e ce lo trovammo davanti. Calzava un paio di scarpette di gomma e tela, color terra; indossava una maglietta di cotone a maniche corte, una volta bianca, con un fascio sbiadito in mezzo, e un paio di calzoni grigioverdi alla zuava, che a mala pena gli stavano su, stretti alla vita da un pezzo di spago. - Oh, Spartaco, sei pronto per qualche parata militare? - gli chiese Piero salutandolo con cordialità. Era la prima volta che potevo osservare da vicino Rondine; provavo quasi un senso di timore tanto mi sentivo distante da lui. - Non mi vogliono nemmeno i fascisti per le loro adunate in piazza quando arriva un pesce grosso - ridacchiò Rondine scuotendo le spalle ricurve. - Hanno paura che contamini la razza. - Non è poi un disonore - intervenni io, tanto per dare l'impressione d'inserirmi nel discorso senza difficoltà. - È mio fratello Franco - disse Piero. - Lo conosco, fin da quando portava la vestina. Adesso è un giovanotto. Senza preamboli, Piero entrò in argomento: - Allora, Spartaco, hai 128 avuto abbastanza tempo per riflettere, oppure vuoi aspettare a prendere una decisione? - Non c'è molto da riflettere. È tutta una vita che ci penso. Mi sono chiesto spesso, soprattutto in galera: Spartaco, se ti capitasse un lavoro, che faresti? E non ho mai saputo dare una risposta. - E oggi l'hai trovata? - chiese Piero. - Oggi è un giorno come gli altri. Quando uno nasce così, non c'è niente da fare. L'ho chiesto anche ai morti, ma non m'hanno voluto dare una risposta. - I morti non parlano quando le decisioni spettano solo ai vivi disse Piero. - Tu hai studiato, Piero, e sai molte cose. Io sono ignorante, ma ti dico che non c'è nessuna decisione in cui non c'entrino i morti. Uno è destinato, e i morti volano nell'aria per fargli compiere il suo destino. Oggi, però, è come se non ci fossero. Forse nemmeno loro sanno che cosa debba fare. E troppo grossa: Rondine che si mette a lavorare sotto padrone! - e ridacchiò ancora. - Loro sanno tutto, - intervenni io - ma non ti vogliono costringere né ad accettare né a rifiutare, perché ti vogliono bene e proprio per questo ti lasciano un uomo libero. Rondine piegò ancora di più le spalle, sorpreso dalle mie parole che gli dovevano risultare un po' strane e, nello stesso tempo, vere. Certo, i morti gli volevano bene e lui era un uomo libero; andava perfino in prigione da uomo libero. A pensarci bene, tacevano anche quando arrivava la cattiva stagione e lui liberamente sceglieva d'andare in prigione. Ma non ci aveva mai pensato. Era così naturale andare in galera che i morti non potevano volere altra cosa. Adesso, però, la decisione era diversa; prima, nessuno gli aveva mai offerto di non andare in galera. - Anche tu, Franco, hai studiato, e io sono ignorante. Però dimmi la verità: tu queste cose non le hai trovate sui libri, vero? - No. - Sono contento. Eppure... non t'ho mai visto al cimitero. - Ma anche nei campi si possono sentir parlare i morti... - avrei voluto aggiungere altro. In fondo, se quella Parola, della quale mi mettevo all'ascolto per dare un senso sia al mio respiro che alla crescita del granoturco, era dei morti o d'un Dio diventato uomo per morire, che differenza faceva? - E tu, Piero, non mi dici niente? - Ti ho sempre considerato un uomo libero, - rispose Piero non ti basta? - Un uomo libero... - ripetè a voce bassa Rondine. - Ma che cosa significa? Io non ho mai saputo dare una risposta. Ho continuato a vivere fra la prigione e i campi, e mi chiamano Rondine perché ritorno in paese a primavera, non perché sono libero come una rondine. Che debbo fare, Piero? Tu non hai mai avuto vergogna a parlare con me. - Un uomo libero qualunque cosa faccia è bene. - Non mi dici altro? 129 - Ti ho già detto tutto. - E tu, Franco? - Sai, Spartaco, che non esiste un lavoro più libero che quello della terra? Anche sotto padrone - risposi con calore. - I primi giorni si fa fatica, le mani bruciano, si hanno le ossa rotte, e non si ha tempo di pensare alla libertà. Ma poi, un poco alla volta ci si abitua e il lavoro da soddisfazione. Prova, Spartaco, vedrai che i morti mi daranno ragione. - Ad ascoltare te, fratellino mio, dovrei anch'io lavorare la terra per essere un uomo libero - disse allegro Piero, ormai sicuro che Rondine per quell'anno non sarebbe finito in prigione. - Non ascoltare tuo fratello, Piero, io ho capito fin da principio che sei un uomo libero, anche se non lavori la terra, perché non hai mai avuto vergogna a parlare con me. Tirò fuori dalla tasca dieci centesimi, li fece roteare in aria, li raccolse nella sinistra, vi pose sopra la destra, tutto con la velocità d'un prestigiatore, e disse a Piero: - Qui non ci si scappa, parlano i morti. Testa o croce, perché io quest'anno non vada in prigione ma in una cascina? - Croce, - disse Piero - ma anche testa. - Allora non guardo - e si mise velocemente il decione in tasca. - Hai visto che me l'hai detto? E tu sei bravo quanto i morti. Gli detti di slancio la mano: - Siamo colleghi, Rondine. - Vieni a cena con noi? - lo invitò Piero, talmente contento da non pensare a quello che avrebbe detto nostro padre. - Ridotto così? Sembro appena arrivato dalla Caienna. E poi vostro padre... - Anche lui è un uomo libero - gli dissi. - Se ti fa un po' di soggezione, guardagli le mani. - Le mie non hanno calli e sono sporche. - C'è acqua nel pozzo della Campanella; quanto ai calli, non dovrai aspettare molto - gli dissi ridendo. - Secondo te Rondine ce la farà? - chiese Piero a nostro padre prima che ci scambiassimo la buona notte. - Ce la farà, piuttosto, la terra? - rispose. - Ma se è un uomo ce la farà. La terra non è una fabbrica che ti sfrutta, la terra t'aiuta a non lavorare più di quanto puoi. Questo lo dovrebbe sapere anche il tuo futuro suocero, per non tirare troppo la corda nei primi giorni. - Ci penserà Maria a ricordarglielo, se ne avrà bisogno - intervenne nostra madre. - Io sono sicura che Rondine ce la farà. La notte di luglio ci portava il profumo dell'erba tagliata e quello appena accennato della infiorescenza del granoturco. Coll'inizio della settimana, Rondine inaugurava il suo lavoro d'avventizio nella cascina del signor Gaspare. Maria gli aveva fatto trovare imbiancata una stanzetta separata dalle altre abitazioni dei contadini, con un grosso camino, che un anno era servita all'allevamento dei bachi da seta quando il signor Gaspare era entrato in gara nella battaglia della seta e, coi suoi contadini, aveva piantato graticci perfino nella soffitta della casa padronale. Maria l'aveva scelta perché quella stanzetta 130 era l'unica che avesse due entrate: una dall'aia e l'altra da una stradetta che si perdeva nei campi. Vi erano pochi mobili e l'occorrente per la cucina. In un armadietto, aveva messo un po' di biancheria scartata dal padre e un vestito usato. Sul davanzale della finestra occhieggiava un vaso di gerani rossi. Avevamo noleggiato l'automobile del servizio pubblico, che, per l'occasione, avrebbe inaugurato l'impianto a carbonella. Un azzardo, soprattutto quando sarebbe cominciato il saliscendi delle colline, con tutto quel peso posteriore dell'impianto e il carico di cinque persone; ma Tano confidava nella forza di spinta delle discese che, prese a una certa velocità, gli avrebbero permesso di fare qualche tratto di salita senza forzare subito il motore. La nostra visita al monastero era diventata una sorta di scommessa dei frequentatori del caffè. - Allora, Tano, quand'è che mangiamo queste caldarroste fuori stagione? - gli gridavano dai tavolini, dato che la sua bottega di ciclista era attigua al caffè. Oppure: - Ne hanno già inventato uno più piccolo per le biciclette. Poi faremo le corse... - Tano, ricordati di portare la pentola col pollo dentro. Così risparmi sulla cottura. - Ti ci vuole l'asino di Giuliano dietro, per il rifornimento della carbonella. - Un'invenzione straordinaria del genio latino! - aveva esclamato il segretario del fascio al caffè. - Loro hanno la benzina ma noi abbiamo l'intelligenza! - E tanti buchi da stringere nella cinghia - gli avevano risposto quelli del caffè perché anche loro erano intelligenti. Tano non se ne aveva a male e rideva: - Non avrei mai immaginato che sarei diventato un ferroviere fuochista -. Cinque bambini e la moglie, senza contare i vecchi, non gli permettevano di aversene a male. La decisione d'una visita al monastero venne in seguito a una tua lettera che trasmetteva l'invito dell'abate a passare una giornata al monastero con Piero, Maria (l'abate sull'invito a Maria, mi dicesti, era stato un poco incerto, ma poi aveva superato la perplessità con un sorriso) e, possibilmente, l'arciprete: «Fa' in modo che venga. Lo conosco solo per pochi incontri, ma penso che si troverà bene con l'abate». Da principio ero rimasto incerto se accettare l'invito. Sentivo delle resistenze a varcare di nuovo quella soglia dalla quale ero uscito spinto da una forza che mi aveva regolato i passi senza spiegarmene il motivo. Avevo portato l'invito all'arciprete: - Un viaggio un po' lungo per la mia età, a dire il vero. Non ricordo il tempo d'essermi mosso da casa. Vedi quanto raramente vada in città, proprio se non ne posso fare a meno e la curia continua a tempestarmi di carta - era stata la sua prima reazione. Poi aveva considerato la proposta con maggiore ponderatezza: - Però mi piacerebbe rivedere dom Placido. I giovani d'oggi sanno molte cose, le intuiscono meglio d'una volta. Ah, ti ha scritto proprio così? Pensa che mi troverò bene con l'abate? Decidemmo per il 6 agosto, il giorno della Trasfigurazione, perché l'arciprete desiderava assistere a una liturgia solenne; ed era festa al monastero. 131 Partimmo che era ancora scuro e i fari mascherati filtravano una luce da lanterna con lo stoppino abbassato. Maria, accompagnata dal padre, ci attendeva sotto il portone della cascina. Tano scese per dare una controllata al gasogeno: - E dalle due che ci giro attorno - ridacchiò contento. Stavamo per ripartire, quando da dietro le cataste di legna sbucò la sagoma di Rondine. - Buon viaggio - disse solo, e scomparve. Sullo stradale, le prime luci dell'alba misuravano l'altezza delle piante. Ogni tanto l'auto singultava. - Non è niente - rassicurava Tano. - Io dico che ce la facciamo. Un collaudo migliore il motore a carbonella non lo poteva avere. E poi, porto addirittura un arciprete, è meglio che una benedizione alla festa di santa Rita. Maria era accanto a Piero; io, vicino a Piero, cercavo di togliere il minor spazio possibile. L'arciprete davanti, con la borsa di pelle sulle ginocchia, copriva mezzo parabrezza col suo cappello di finto pelo. All'osteria dei tre platani Tano rallentò. - Che fai? - gli disse l'arciprete. - Non vai al mercato oggi. - E la forza dell'abitudine della macchina, non mia - scherzò Tano. - Rondine come va? - chiesi a Maria. - Mezz'ora prima del comando è già sull'aia. Papà dice che non si può pretendere di più, che è già un miracolo che abbia resistito dieci giorni. Ieri sera ci ha portato un mezzo secchio di tinche e a me uno zuffolo di sambuco. - Rondine è uno dei miei grossi peccati - intervenne l'arciprete. - Ho saputo tutto dal maresciallo. Quando me lo raccontava, mi sembrava perfino commosso. E io invece provavo una grande vergogna. Ci fu un silenzio imbarazzato. Tano prese uno straccio e cercò di pulire il vetro, ma il vetro era pulito. Il cielo s'era sbiancato e annunciava i primi raggi di sole. L'arciprete riprese, poiché una volta iniziato il discorso, bisognava condurlo a termine, con ordine e misura: - Rondine ce l'ho sulla coscienza non perché non sia stato capace d'insegnargli la strada della chiesa, giacché in questo caso mi rimetto a Dio che conosce non solo strade ma anche scorciatoie. Il mio peccato verso Rondine è di non essere mai andato a visitarlo in prigione. E la cosa più grave ancora è che non ci ho mai pensato. Lui là, e io nella mia canonica a leggermi l'evangelo del Cristo prigioniero nei prigionieri, magari in greco per gustarlo di più. Ci fu ancora silenzio. Poi Tano, cui non sembrava giusto tutto quel dire su Rondine, saltò su: - Si va a trovare la gente che è malata all'ospedale, e non chi sta in villeggiatura, signor arciprete. Rondine andava in villeggiatura per la brutta stagione. Era il primo lui a riderci sopra. Mi scusi, signor arciprete, ma qui Cristo non c'entra... - Che ne sai, Tano? Tu ci andresti in prigione per farti mantenere? reagì l'arciprete con una vivacità che usciva un poco dalla sua normale misura. - Ma io ho moglie e figli, debbo pensare al loro onore. 132 - E Rondine, perché non ha tutelato il suo? - Lui non ha niente da perdere. - Sei molto duro, Tano - disse l'arciprete che aveva ripreso la sua misura abituale, ma con la voce un poco stanca. - È la vita che è dura, signor arciprete. Piero intervenne: - Anche lei è molto duro con se stesso, signor arciprete. - Oh, no, caro, era il minimo che mi fosse richiesto. Al giudizio non mi si domanderà se ho convertito la gente, perché la conversione è una faccenda di Dio, ma se ho visitato un prigioniero che mi era stato affidato appunto perché lo visitassi. Veramente il minimo. A una svolta si profilarono all'orizzonte, spruzzate di sole, le colline. L'auto starnutì e diede uno strappo. - S'è sporcato il filtro, ma non c'è da preoccuparsi. Io dico che ce la faremo - ruppe di nuovo il silenzio Tano. Maria ne approfittò per far sentire la sua voce. Quella gita accanto a Piero, le sensazioni imprevedibili che avrebbe gustato alla visita di quel luogo misterioso dove io avevo passato quasi due anni, la curiosità di rivederti nel tuo luogo naturale, la presenza sull'auto di quel vecchio prete che Piero stimava molto, l'avventura d'un viaggio che non si poteva prevedere come sarebbe terminato, la stessa giornata piena di colori e di luce, le mettevano addosso la voglia di cantare. Non voleva che l'arciprete fosse triste. Disse: - Ma adesso, signor arciprete, Rondine è contento. Ed è questo che importa. - Certo, figliola, capisco quello che vuoi dire. Io non sono triste a causa del mio peccato nei confronti di Rondine. So che Dio visita i prigionieri quando e come vuole, e riconoscere il proprio peccato non è mai tristezza se ravviva l'abbandono alla misericordia di Dio. - Signor arciprete, - continuò con slancio Maria - se non ha visitato il prigioniero, venga a visitare l'avventizio. Una passeggiata fra i campi, prima che Piero riparta; non è distante la cascina di mio padre. Chissà che cosa dirà Spartaco - e Maria cercò la mano di Piero. - Sei molto saggia, figliola. Verrò senz'altro. Mi piace camminare fra i campi. Arrivammo al monastero senza troppe difficoltà, alle nove appena passate. - A benzina, saremmo arrivati un'ora prima, ma possiamo accontentarci - disse Tano. - Mi farò ritrovare qui alle sei in punto. Tano da quelle parti aveva dei parenti contadini, con una buona vigna, e sperava di poter caricare un paio di damigiane e qualche salame ancora a prezzo onesto, per poi rivenderli al paese e guadagnarci un pezzo di pane. - Le guardie? - aveva rassicurato la moglie. - Le guardie non mi fermano mai. E poi io ho cinque bambini. Me li mantiene il duce? Venne ad aprirci fratel Silvestro. - Oh, Franco, che gioia rivederti - e m'abbracciò. Mi guardò con occhi sorridenti, allargando le braccia: - Ti sei irrobustito e cotto col 133 sole -. Si ricordò degli altri ospiti: - Mi hai fatto dimenticare che non sei solo. Scusate. Gli presentai l'arciprete e Maria. Fratel Silvestro baciò la mano dell'arciprete che se ne schermiva, fece un leggero inchino a Maria e strinse la mano a Piero: - Come stai coi tuoi piedi? Dom Placido ci ha raccontato tutto. Dio te ne renda merito e ti protegga sempre. Piero arrossì. Le semplici parole di quel vecchio monaco che conosceva dalle visite fattemi quando ero novizio gli erano scese nel cuore. - Accomodatevi, chiamo subito dom Placido. Ci fece entrare nella sala del tronetto, schiacciò il pulsante del campanello, un colpo lungo e tre brevi, che era rimasto il tuo richiamo. Poi ritornò sull'uscio della saletta: - Fra un secondo è qui. Ci scommetto che al primo colpo era già sulle scale. S'udì lo squillo del campanello che avvertiva il portinaio della presenza d'un monaco all'uscio interno della portineria. - Eccolo, ve l'avevo detto che era già sulle scale al primo segno. Entrasti rosso in viso e con lo scapolare che non s'era ancora ricomposto dopo la corsa. - Sono felice di rivedervi qui tutti riuniti. Una gioia che difficilmente avrei potuto prevedere prima di ricevere il telegramma di Franco. Fratel Silvestro portò un bricco di caffè con un piattino di biscotti casalinghi: - Caffè di guerra, ma qualcosa di caldo, dopo un viaggio così lungo, fa bene allo stomaco. Mentre ci riempivi le tazzine, ti rivolgesti a Piero: - Fra poco suonerà l'ultimo segno della messa conventuale. Vieni anche tu, Piero? - Certo, non foss'altro che per gustare un po' di buona musica. Che cosa ci suoni, dom Placido? - Lascio a te indovinare. Ci rivediamo dopo. Mentre aprivamo la porta laterale della chiesa, l'organo ci venne incontro festoso insieme alle fresche ombre delle tre navate. L'arciprete e io ci mettemmo nel primo banco, Piero e Maria a metà navata. L'abate si stava vestendo dei paramenti bianchi al tronetto che s'alzava al centro del coro. (So quali sentimenti il pontificale di quel giorno, con quanto suonasti all'organo, suscitò nell'animo di Piero, perché me ne parlò in seguito, ricordando quel suo primo vero incontro col monastero, il primo di molti altri altrettanto veri che non avrebbe mai potuto prevedere. Vi accenno solo. Anche un accenno è importante per capire il modo con cui Piero accettò e ricercò il monastero durante il grande avvenimento.) L'organo tacque. Illuxerunt coruscationes tutte orbi terrae, cantavano i monaci; Introibo ad altarem Dei, faceva da sottofondo la voce dell'abate. Piero, senza accorgersene, rispose a mezza voce: ad eum qui laetificat iuventutem meam. Maria alzò il capo che aveva raccolto fra le mani sull'inginocchiatoio. Piero le sussurrò, quasi scusandosi: - Il meccanismo dei ricordi scatta senza che ce ne accorgiamo... - E anche il desiderio di quello che sarà - soggiunse Maria. Il suddiacono cantava l'epistola in tono solenne. Le parole giungevano nitide nella 134 grande navata. Carissimi, non doctas fabulas secuti... ma Piero non ascoltava. Seduto accanto a Maria, era preso dai ricordi e dal desiderio di quello che sarebbe stato. I monaci cantavano l'alleluia dopo il graduale. Erano cascatelle di note la cui scrittura doveva gareggiare, per compostezza e leggerezza, con antiche miniature di corali. Le miniature e le note vivevano in quel momento solo perché l'uomo le faceva vivere. È l'uomo che importa. Maria s'era alzata in piedi. Piero s'alzò. Il diacono cantava l'evangelo dopo avere sommerso il libro sacro in dense volute d'incenso: Et transfiguratus est ante eos... Era stato un mattino presto nei campi, durante le vacanze del secondo anno d'università. Guerra d'Abissinia appena terminata, guerra civile di Spagna appena cominciata, e una pace immensa nei campi, con un cielo che diventava progressivamente di latte. S'era seduto sotto il grande platano e davanti aveva il campo di trifoglio ormai pronto per la falce. Stava preparando l'esame di anatomia col pesante volume sulle ginocchia. Sentiva la voglia di buttarsi sull'erba, impregnarsi del profumo della terra. E improvvisamente, con una sicurezza di cui egli stesso s'era meravigliato, come a conclusione di un discorrere che aveva cominciato in se stesso dall'inizio dell'università, si disse: Dio non c'è, c'è solo l'uomo. Mamma aveva solo detto: Ne sei proprio sicuro? Non aveva più frequentato la chiesa, per onestà. Mamma aveva dovuto soffrire molto, come se lei stessa portasse la responsabilità di quanto era avvenuto. I monaci stavano cantando l'offertorio mentre l'abate ritornava all'altare e il diacono, dopo aver steso il corporale, predisponeva la patena e il calice per l'offerta. L'arciprete teneva gli occhi socchiusi, per gustare dal di dentro la gioia di quei riti, dove tutto era preordinato, dai movimenti del capo al numero delle croci da tracciarsi sulle oblate e ai gesti allargati su determinate parole, quelle e non altre di prima o di dopo; eppure così spontanei, perché se ne potevano forse immaginare altri senza turbare quell'equilibrio perfetto? Il canto era terminato, avanzava ancora tempo per il suono dell'organo. - Ma questa è la tromba della Risurrezione di Perosi - mi sussurrò l'arciprete, con la voce che tradiva l'eccitazione della sorpresa. Tu sapevi dare segni della tua amicizia anche all'organo. La sorpresa divenne stupore quando su quel motivo iniziasti delle variazioni che sarebbero sfociate, con un progressivo crescendo, in un ripieno, dove il motivo era passato alla pedaliera per lasciare alle due tastiere l'arabescata sonorità degli accordi. Al sanctus Piero rimase in piedi. I ricordi avevano significato solo nel presente, e nel presente egli si sentiva liberato come quel lontano giorno nei campi. Non era affatto il caso di riprendere il discorso che era stato chiuso definitivamente allora. Guardò con amore Maria china, con la testa fra le mani. Che pensava Maria in quel momento? Alzò la mano per accarezzarle il capo coperto dal velo bianco, ma si trattenne. Quello che sarebbe stato era già lì. Ma che stava suonando don Placido, ora che il canto del sanctus era finito? Erano per lui certamente quelle note dell'ottavo preludio che sembravano uscire da canne trasudanti umanità, mentre lo squillo del campanello 135 segnava il tempo ai colpi del turibolo che avvolgeva l'altare d'incenso. E umanità pura era quel gesto di dom Placido, proprio nel momento in cui, per il credente, la divinità compiva la sua traiettoria d'annichilimento. L'amicizia, allora, era anche per Dio l'ultima parola? Non tardò molto ad arrivare l'abate quando fummo di nuovo nella sala del tronetto. Tu l'accompagnavi. Chiese scusa di non essere venuto prima della messa, s'interessò di tutti, rivolgendosi soprattutto a Piero. - Dovrò presto riabituarmi all'idea di curare degli uomini feriti da altri uomini. La licenza per convalescenza scade alla fine del mese - disse Piero. - Sarà duro. Ci penserò il meno possibile. - È terribile dover concludere che le ferite umane non possono venire che dagli uomini - disse l'abate. - Se ne cura una, e se ne manifestano altre cento - intervenne l'arciprete - quando non si debba constatare che la stessa cura serve non per sanare la ferita ma per acutizzarla. L'abate si voltò verso l'arciprete. Si compresero. Una parrocchia di campagna è uguale a un monastero, e unica è la preoccupazione d'usare la giusta dose d'olio e d'aceto perché la ferita non s'irriti ulteriormente. L'abate rimase con noi fino alla campana dell'ora di sesta. Accomiatandosi disse: - Pranzeremo insieme nella saletta qui accanto. Maria m'ha offerto la possibilità d'osservare il capitolo cinquantatreesimo della regola: Coquina hospitum et abbatis super se sit... la cucina degli ospiti e dell'abate sia a parte. Fermati pure, dom Placido. Fratel Silvestro stava portando un vassoio di stoviglie; s'inchinò incrociando l'abate, e il vassoio ondeggiò. L'abate gli pose la mano sulla testa: - Non dimentichi il vaso di fiori al centro della tavola: Omnes supervenientes hospites tam quam Chrìstus suscipiantur... - Sono rose rosse, padre abate. Benedicite - disse fratel Silvestro, e continuò a mezza voce: - . ..quia ipse dicturus est: hospesfui etsuscepistis me... -. L'inizio di quel capitolo l'aveva voluto imparare a memoria in latino, perché era un latino che capiva. Finita sesta, l'abate ritornò accompagnato da dom Luca. Lo presentò: - Il mio segretario. M'ha chiesto d'avere la gioia di servirvi a tavola. Dom Luca portò il primo piatto e lo depose alla sinistra dell'abate. L'abate s'alzò e servì l'arciprete, poi Maria, Piero e me. - Dividiamo la gioia a metà, dom Luca- dicesti, e ci versasti da bere. - Vino delle nostre vigne in collina - disse l'abate. - Conosce, arciprete, il capitolo della regola sulla misura de vino bibendo! Un capolavoro d'adattamento! L'ideale è che ciascun monaco abbia il dono di Dio di reggere all'astinenza. Tuttavia, ai meno forti viene concessa un'emina di vino al giorno. È la prima eccezione. Le altre nascono dalle particolarità del clima, dal tipo di lavoro, dalla fatica, oppure dal calore dell'estate; in tali casi si può concedere una misura superiore, lasciata alla discrezionalità dell'abate, purché non si arrivi alla sazietà o all'ubriachezza. Subito si aggiunge che il vino, di per sé, non è per i monaci, ma (senta, senta, arciprete: è dedicato agli attuali e di sempre "laudatores temporis acti"), quia nostrìs temporibus id monachis persuaderì non po136 test, si raccomanda almeno di non bere usque ad satietatem. Infine, se non è possibile procurarsi quella emina al giorno, o anche nemmeno un goccio, i monaci benedicant Deum et non murmurent E il capitoletto si chiude con un nuovo invito, ante omnia, a non mormorare. Insomma, quello che importa, si beva vino o no, è avere l'animo sgombro di rimpianti. L'arciprete aveva seguito con visibile interesse le parole dell'abate. Un appena accennato sorriso sulle labbra svelava che l'interesse non era privo di divertimento. - È l'ordine, la misura dei latini, - disse - l'aurea mediocrità!, mi perdoni padre abate, che smussa le punte per imbarcare più gente possibile nella gioia o, almeno, nell'accettazione della vita. Un'emina al giorno poi, - continuò sorridendo, e centellinò un piccolo sorso dal bicchiere - se riempita d'un vino simile, non è una misura di poco conto. - Quant'è un'emina? - chiese Maria. - Un quartino abbondante, - rispose l'arciprete - un paio di litri la settimana. - Calcoliamo - intervenne Piero. - Per cinquanta monaci sono cento litri la settimana, cinquemila all'anno... - Ma bisogna tenere conto delle nostre colline, necessitas laci, dove l'uva la mangiano anche i bambini da latte; della sete estiva, ardor aestatis, delle annate eventualmente scarse e... degli ospiti; insomma, la cantina deve essere capace e fresca, e il cellerario sapiens, maturus moribus, sobrius, non multum edax, non elatus, non turbolentus, non iniuriosus, non tardus, non prodigus... - Meglio che un vescovo subapostolico - scherzò l'arciprete. - Padre abate, lei cita la regola in latino come se la leggesse - esclamò stupita Maria. - Quando, prima d'essere abate, si sono trascorsi parecchi anni come maestro dei novizi, fosse stata anche in greco la regola... Vero dom Placido? - Lo potrebbe dire Franco - rispondesti. - Un novizio non parla, ascolta... - rimandai la battuta. - Posso solo dire d'essermi reso conto oggi che dom Placido è stato veramente novizio di padre abate. - E chi ne esce avvantaggiato? - mi chiese in tono scherzoso l'abate, ma fissandomi negli occhi. Riuscii a superare il mio iniziale turbamento a quella domanda carica di significati, con una battuta: - A pari merito - ma non fissai l'abate. - Franco ha imparato l'ordine e la misura - commentò l'arciprete che doveva avere afferrato qualcosa dell'allusione soggiacente alla domanda. Suonò il campanello della porta d'ingresso al monastero. Sopraggiunse animato fratel Silvestro: - Oh, padre abate, è arrivato il garzone della locanda con un mastello di gelato. Dice che è per la comunità e che lo manda la signorina Maria. Piero guardò Maria: - Com'hai fatto? Scommetto che hai complottato 137 con Franco... - era felice che avesse compiuto quel gesto cogliendo tutti di sorpresa. - Grazie, Maria - disse l'abate. - Si può capire perché Cristo avesse alcune donne al suo seguito che provvedevano probabilmente, qualche volta, anche il superfluo a segno di festa. Su presto, fratel Silvestro, lo porti in refettorio prima che finisca il pranzo. Ne riservi un poco anche per noi, mi raccomando. - Ce n'è per un reggimento. E... debbo dare la mancia? - Suvvia, fratel Silvestro, sono domande da farsi? Io l'ho messa alla porta del monastero perché la regola richiede per tale ufficio un senex sapiens E un vecchio saggio, se fosse giovane garzone, che cosa s'aspetterebbe in questo caso? - Una mancia abbondante - disse fratel Silvestro con voce forte. - Abbondante... È proprio un senex sapiens. Dom Luca, adesso va' a pranzo. Quando hai finito, ma senza fretta, abbiamo tempo, ritorna col gelato, anche per te. Lo gusteremo assieme. Dom Luca depose sul carrello il dolce casereccio, la frutta e la bottiglia dello spumante. Fece un inchino e uscì. Tu continuasti il servizio. - E il pianoforte? - mi chiese l'abate. - Trovi un po' di tempo da dedicargli? - Nei campi sono le stagioni che comandano, anche al pianoforte risposi. - E poi la zappa e la falce esigono altro tocco... - Se la cava ugualmente benedisse l'arciprete. - Quando passo dalla Campanella, non manco mai di chiedergli un po' di buona musica... - Bach, naturalmente - sorrise l'abate. - Fra le cose che ha in comune con dom Placido, bisogna riconoscere che Bach ha un suo posto. Anche se dom Placido si concede a volte certe escursioni fuori dagli accampamenti che lascerebbero esterrefatto Bach, come stamattina. Intendo riferirmi al gran finale. Non è un rimprovero, - soggiunse rivolgendosi direttamente all'arciprete - capisco che il nostro Serassi riserba ancora infinite combinazioni da scoprire, e i giovani hanno il gusto della scoperta, vero arciprete? Sorridesti imbarazzato. Nel finale, che avevi prolungato finché l'arciprete s'era deciso a uscire dalla chiesa ormai deserta, t'eri ispirato a motivi e soluzioni della tua ricerca romana, con certi ritmi e dissonanze che avevano fatto alzare la testa verso la consolle a diversi monaci mentre sfilavano dal presbiterio. - Debbo ammettere che è così - rispose l'arciprete. - E ne provo contento. - La stessa cosa, in confidenza, capita anche a me - e l'abate cercò i tuoi occhi. Tu stavi armeggiando attorno al tappo dello spumante. - China la bottiglia, altrimenti... - disse Piero. Ma non potè finire, che il tappo volò via con un colpo secco contro il soffitto, e una cascatella spumeggiante t'irrorò le mani. - Vede, arciprete, come ci riduciamo noi monaci con tutti i nostri 138 discorsi? - sorrise l'abate. - La regola, sospetto, non contempla questo caso - stette al gioco l'arciprete. - Anche questo, arciprete, giacché parla di qualsiasi danno che si reca alle cose. Dovrei, ora, dare a dom Placido la disciplina per il disordine causato, a meno che non scelga lui stesso il genere di riparazione: Si quis dum in labore quovis in coquina, in cellario, in ministerio... - ... in pistrino, - continuasti - in horto, in artem aliquam dum Liborat, velin quocumque loco... ah, padre abate, qui m'inciampo... - ... aliquid deliquerit, autfregerit quippiam autperdiderit... - Mi sembra una grida manzoniana, e... quanti tratti di corda? scherzò l'arciprete. - A discrezione dell'abate, sempre che il colpevole non faccia ammenda spontaneamente. A forza di concedere potere all'abate, la regola glielo toglie tutto. Senta che cosa la regola dispone a proposito di punizioni: l'abate suam fragilitatem semper suspectus sit. Il che significa che, dovendo io stappare una bottiglia, farei certamente peggio di dom Placido e i tratti di corda li dovrei prima infliggere a me stesso... Ne è rimasto a sufficienza, dom Placido? Entrò dom Luca con le coppe di gelato. - Sembra che i fratelli l'abbiano gustato moltissimo, a tenere conto di tutti i ringraziamenti che m'hanno incaricato di portare alla signorina Maria. Terminammo col caffè, e ci fece compagnia, per volere dell'abate, fratel Silvestro con la tazzina che gli tremava nella mano. L'abate s'alzò. - L'arciprete vorrà certamente riposarsi un poco. - Grazie, padre abate. Alla mia età, e con la fatica del viaggio... E poi, inter nos, d'estate rinuncerei al pranzo ma non alla siesta. - Voi siete giovani. Don Placido, se lo desiderate, vi potrà accompagnare in collina dalla parte della Crocetta. Il paesaggio è incantevole come ben sa Franco. Potreste trovare anche qualche porcino da fare una sorpresa alle vostre madri. Venga arciprete. Ripartimmo dal monastero alla prima campana del vespro. L'abate aveva fatto preparare per tutti un dono che ricordasse quel giorno: una piccola pergamena a imitazione di miniature quattrocentesche, con una frase tolta dall'evangelo. Su quella per Piero, nella lettera iniziale del Venite benedicti Patris mei, su fondo oro, un uomo chino su un ferito richiamava la parabola del buon samaritano. Piero la portò con sé quando, alla fine del mese, si ripresentò in divisa al suo comando e fu assegnato all'ospedale militare della nostra città, sotto gli ordini del maggiore che l'aveva curato. Nostra madre, alla notizia della destinazione di Piero, pianse di gioia, e nostro padre disse solo, con voce che non gli avevo mai sentita tanto forte: - E senza raccomandazioni -. La Cecina non si scompose: - Se non lo teneva con sé, a parlare adesso che Piero non ci sente, quel maggiore sarebbe stato una bestia. - Sentite? E poi va sempre in chiesa - commentò Toni 139 alla sortita della sua donna, ma con una certa ammirazione perché lui a dare della bestia a un maggiore non ci aveva ancora pensato. Dal mio eremo fiuto che l'estate sta affrettando gli ultimi tocchi, i più accurati, della sua presenza. E già trascorso quasi un terzo del tempo che mi hai concesso, e mi trovo ancora all'inizio del mio vangare per trovare il senso alla mia vita di sopravvissuto. Sono stanco. L'impresa che ho voluto affrontare mi snerva ogni giorno di più (un'analogia con il tuo progetto lontano di lotta fra Parola e antiparola?), nel dubbio che non sia lecito a me costringere la Parola, racchiusa nell'avvenimento capitale della mia esistenza, a prendere un suono, quando essa stessa ha scelto di rimanere muta per tanto tempo. Non è un orgoglio smisurato il mio, se penso che gli attori del grande avvenimento (io fui solo spettatore, contro la mia volontà certo, e dolente per esserne stato messo da parte, ma pur sempre uno spettatore) hanno dato il loro sangue che non ha più voce; oppure hanno subito compreso, come Piero, come Stalino, che la voce s'era smorzata ineluttabilmente nella terra che quel sangue aveva assorbito? La tentazione di cessare il dissodamento della mia vita, di sigillare queste pagine e buttarle in qualche anfratto della roccia, o nel torrente dell'acqua miracolosa di Rondine che scorre a poche decine di metri da qui, è forte. Ma se vi dovessi cedere, non continuerei a essere un sopravvissuto fino alla morte? E come morire da sopravvissuti senza disperarsi? Affronto, allora, il rischio della presunzione pur di tentare tutto per uscire dalla mia sopravvivenza - anche dalla pena di doverti considerare una larva - e m'immergo subito nell'avvenimento per esserne lavato e, chissà, purificato, sembrandomi giunto il momento d'affidarmi solo alla misericordia del raccontare, come già ti dissi. Riuscirò a liberarne la Parola? Potrò scendere dalla base Cana, dopo il grande vangare che mi è ancora comandato, con la perla trovata? O forse sono domande che aggiungono presunzione a presunzione. La signoria della Parola può manifestarsi anche nella sua ostinazione a rimanere muta. Confesso in anticipo, indipendentemente dai risultati, tale signorìa a lode della sua gloria. Tu non sarai presente nel grande avvenimento. Te ne escludesti, dissolvendoti nel buio romano. Ma può darsi che t'impresti atteggiamenti e gesti che furono del nostro martire dom Luca, pur di farti vivere. Tutto è possibile dopo quanto è avvenuto. Io vi sarò solo quel tanto che basta per esprìmere la mia vergogna di sopravvissuto nell'esserne stato escluso; e in terza persona, come la voce cui spetta solo il compito di indicare l'altrui mietitura. Che la Parola mi faccia almeno la grazia di qualche armonico alle mie incrinate parole a memoria dei morti. Per i meriti di tanto sangue gratuitamente versato. SECONDO TEMPO. // silenzio della Parola. LE GAMBE D'ARGILLA. 140 Come al solito, quel lunedì 26 luglio 1943 l'avemaria suonò alle cinque e mezzo, saltellò sui tetti delle case, s'incontrò con la mano di porporina dorata che il sole s'era affrettato a pennellare sulle cime degli alberi, si mescolò gioiosa alla salmodia dei passeri, solleticò la bicordata gola dei due asini di Giuliano e della Campanella, scivolò sui fossi e si perse lontano fra l'erba e i gambi già alti di granoturco per confondersi con le avemarie dei paesi vicini. Era una normale avemaria d'estate, che non aveva cambiato faccia nemmeno dopo tre anni di guerra. L'eco degli scoppi delle bombe sulla grande città lontana, che la notte avvicinava minacciosa, s'era acquietata e la gente da qualche ora era scesa dalle soffitte, donde aveva potuto vedere il riverbero degli incendi contro il cielo, per ritornare a letto. - Dovrebbe essere spostata l'ora dell'avemaria - diceva la gente che si svegliava di soprassalto. - Con l'ora legale, poi, sono le quattro e mezzo. E se non si dorme di notte, come si fa a lavorare di giorno, signor arciprete? - Io, per me, - rispondeva l'arciprete - faccio a meno anche di suonare le campane per la messa. Ma con l'avemaria non c'entro. Bisogna rivolgersi al podestà. - Sì, quello - continuava la gente. - Non gli interessa niente dell'avemaria. Lui dorme quanto e quando vuole. Tanto ci sono gli altri ad alzarsi presto e a lavorare per lui. Erano tornati in paese i reduci della Russia: un padre di famiglia e due giovanotti che al caffè non erano ancora riusciti a esaurire il racconto di quanto avevano visto e patito. Si godevano pigramente la licenza, dopo la quarantena al Brennero e un mese di convalescenza per postumi di pleurite, e dicevano ad alta voce che loro, di guerra, basta; che ci andassero quelli che erano stati a casa a far soldi. Cose da confino, se il segretario del fascio non fosse stato anche lui padre di famiglia. Non parliamo poi delle eresie sui nostri valorosi camerati tedeschi: corte marziale per istigazione alla sovversione, altro che confino. Fortuna che nel caffè c'era solo il ritratto del duce, non quello del Fuhrer; e, in fondo, il piccoletto accanto al duce era pur sempre stato un re soldato contro i tedeschi. Ma sul popolo russo erano cose da confino e da corte marziale messi assieme. - Il popolo russo? - e sull'argomento era imbattibile il reduce padre di famiglia, che la gente, un po' per ridere un po' per considerazione, chiamava già Stalino. - Non c'è nessuno che sia buono quanto quella gente. Ci nascondevano, ci davano da mangiare quel poco che avevano, ci facevano dormire al caldo. Noi dispetti a loro non gliene avevamo mai fatti. Anche noi li abbiamo aiutati quando potevamo. Loro ci dicevano: voi italiani buoni, non come tedeschi. Ma se noi eravamo buoni, loro erano dei santi. Io, - e il tono della voce s'alzava - io i tedeschi li ho visti mettere al muro una famiglia intera, vecchi, nuore, bambini, e mitragliarli come se andassero a nozze. Un bambino di tre anni, proprio come il mio, era fuori del tiro della mitraglia tanto era piccolo. Risparmieranno almeno quello, pensai. Sì, proprio! Il mio era un sentimento da cristiano, ma loro sono bestie feroci. Uno lo prese per le gambe, un altro per le braccia, lo gettarono 141 in alto, e sotto, a tirargli con la pistola. Ho ancora la pelle d'oca a ricordarlo. Io mi misi a piangere come una vite tagliata. La gente ascoltava in silenzio. Era una porca guerra, l'aveva voluta il fascio, non il popolo. Si cominciava a parlare di popolo, e il segretario del fascio faceva finta di non capire. Certo, era roba da mandare al confino a essere indulgenti e considerare un'attenuante l'ignoranza di chi parlava. Al confino, invece, avevano mandato l'anno prima il professore, come tutti lo chiamavano. Era capitato in paese nel 1929, al tempo della quota novanta, assieme alla sua signora, una donna che se ne trovano poche, da formare una coppia come se ne vedono solo al cinema. Comperarono una casa all'inizio del paese, verso lo stradale, circondata da grosse piante. Dopo qualche anno morì la signora. Non la portarono in chiesa, e la gente ebbe il suo dire per parecchio tempo, soprattutto perché l'arciprete aveva seguito il funerale solamente in sottana e senza tricorno, dando il braccio al professore. Bisognava risalire a prima della guerra '15-18 per ricordarsi d'un funerale senza prete; ma non c'era memoria d'un prete che seguisse un morto senza preti. Intervenne molta gente del paese al funerale, senza timore di offendere la nostra santa religione perché l'arciprete aveva detto in predica il giorno prima che Dio, quando si tratta di morti, legge su libri segreti che solo lui conosce, e che il dovere d'un buon cristiano è di pregare per tutti i morti e di onorarli, lasciando a Dio il compito che gli spetta, ossia quello di usare misericordia sia per quelli che vengono portati in chiesa sia per quanti vanno dritti al cimitero. Aveva poi spiegato alla gente che lui avrebbe seguito il feretro come amico di famiglia e non come prete, perché il diritto canonico, vale a dire le leggi che la chiesa s'era date, voleva così; Dio poi avrebbe fatto le giuste proporzioni fra l'amico e il prete, non essendo Dio sottoposto al diritto canonico. C'erano anche molti signori e signore forestieri, venuti da chissà dove, e lo si capiva subito dai loro vestiti e dal discorrere che facevano tra loro, in un italiano così in ghingheri, che bisognava essere come l'arciprete per capirlo. La seppellirono in terra non consacrata, buona per gli ebrei e i protestanti. Il professore, pur non mettendo mai piede in chiesa, aveva voluto un crocifisso sulla tomba, che non si era mai visto di quella sorta né lo si poteva immaginare con tutta la fantasia, perché era un crocifisso vivo che sembrava voler parlare da un momento all'altro, con una corona da re sul capo e una tunica alla romana che lo copriva tutto. - E un crocifisso protestante? - aveva chiesto il più anziano dei fabbricieri all'arciprete, perché la gente dava per sicuro che era un crocifisso non della nostra santa religione. - Il crocifisso non ha religione - aveva risposto l'arciprete piuttosto bruscamente, contro il suo solito modo di fare. Ma subito aveva aggiunto, avvedendosi dello sconcerto provocato nel brav'uomo: - Voglio dire che il crocifisso non appartiene a nessuno. Quello che il professore ha voluto per la tomba della sua signora (ed è fatto da un grande artista, una vera opera d'arte) significa che il Signore regna dalla croce: Regnavit a Ugno Deus -. Allora la gente disse che il 142 professore era un antifascista e un repubblicano se era riuscito a inventare un crocifìsso vestito da re; e lo si guardò con maggior rispetto, quasi con timore. Il professore, dal giorno del funerale, non fece nulla per rompere il suo isolamento. Prese a ore un'anziana donna di servizio, Filomena, la quale sparse la voce che il professore studiava e scriveva giorno e notte. Non aveva amici in paese. Incontrava solo l'arciprete, ma non in canonica. Per la passeggiata pomeridiana, una legge sacrosanta da trent'anni, l'arciprete andava spesso da quelle parti della campagna e, sul ritorno, entrava nella casa del professore, rimanendovi a lungo, fin dai primi tempi. - Si ferma da loro perché li vuol convertire - diceva la gente. Poi non disse più nulla, visto che di conversione non c'era nemmeno l'ombra. Le visite erano continuate anche dopo la morte della signora: -Adesso sarà più facile per l'arciprete convertire il professore, perché con la terra non consacrata non si scherza - riprese a dire la gente. Ma durò poco. Per convertire il professore ci voleva un santo, e l'arciprete, per carità, una grande scienza, un prete che non era mai corso sulla bocca di nessuno, che si adatta a parlare a gente ignorante come noi, che ha un cuore d'oro, che non ha mai offeso nessuno, e non è poco, ma insomma ha troppo studiato per essere un santo. Quando l'arrestarono e lo condannarono al confino, il primo a meravigliarsene fu il segretario del fascio: - Vi giuro che non ne sapevo niente. E anche avessi sospettato qualcosa, chi poteva far del male a un uomo simile? - s'era lasciato scappare al caffè. Una frase da essere denunciato e filare dritto in galera, ma nessuno lo aveva denunciato. All'arresto vollero che fosse presente anche lui, per dimostrare la compattezza e la vigilanza del partito, ma in privato aveva ricevuto la sua parte da scorticare la pelle d'uno che non fosse nato in quel paese di gente intelligente: - Così si vigila? Un disfattista, un massone? Il maresciallo aveva da giorni fiutato qualcosa. S'era fatto trovare da quelle parti, per un normale giro d'ispezione, all'ora in cui sapeva che il professore avrebbe fatto due passi nei campi. - Sia prudente, professore - gli aveva detto. - In tempo di guerra un sassolino fa presto a trasformarsi in montagna. - Grazie, maresciallo -. Ed era stato un ringraziamento ben meritato perché il professore s'era preso solo tre anni di confino. L'arciprete aveva collaborato col maresciallo, riempiendosi le capaci tasche della sottana di carte compromettenti in quei giorni che aveva sempre come meta della passeggiata i campi verso lo stradale. - In canonica non verranno, e le troverai quando ritornerai, caro Salvatore. Le metterò in faldoni fra quelli dell'archivio parrocchiale. Era dunque un lunedì normale di fine luglio, come può essere normale un lunedì di guerra. Alla Campanella s'era dormito poco quella notte. Alle 11 della sera precedente Franco, senza nemmeno sedersi al pianoforte, aveva martellato i primi accordi della Patetica, riempiendo di suono la casa e l'aia. - Ma che fai? - aveva protestato la madre, appena tirata giù dal letto 143 assieme al padre dalle grida esultanti di Franco. - Svegli anche i morti. Era capitato un quarto d'ora prima, per caso. Franco s'era attardato in cucina e aveva acceso meccanicamente la radio per sentire Radio Londra, a volume bassissimo. La lancetta era ancora ferma sulla stazione di Roma; e aveva gridato come se ci fosse stato un bombardamento. I genitori avevano potuto udire le ultime parole del proclama del re e interamente quelle di Badoglio. I morti? Franco avrebbe voluto svegliare i vivi, andare da Toni, tirarlo giù dal letto e dargli quella notizia da farlo ballare con la Cecina. - Sei matto? - disse la madre. - C'è tempo domani, e poi non sappiamo quello che può succedere stanotte. Hai sentito anche tu: la guerra continua. Il padre corse in cantina e ritornò con una bottiglia polverosa. - Ce ne sono altre due, - disse rivolgendosi a Franco - le ho nascoste io perché non fossero prese per sbaglio. Le imbottigliò tuo nonno, annata 1922. Disse: io non ci sarò più, ma voi le berrete quando il fascio cadrà. Cercò il cavatappi. - Aspetta, - disse la madre - deve esserci anche Piero. E poi Toni. Lo berremo quando Piero avrà la sua giornata di permesso. Ma, a dirvi la verità, io sono poco convinta. È stato così improvviso che mi sembra ci sia sotto un trucco. Fino a ieri duce e re erano polenta e cotechino, e oggi sono diventati nemici. Non hai sentito quello che ha detto Badoglio? La guerra continua... Se il fascio fosse veramente caduto, avrebbe detto: la guerra è terminata. - Qui sta il trucco - cercò di rassicurarla il suo uomo. - Badoglio vuole confondere i tedeschi perché non ci piombino addosso, ma è tutto combinato con gli americani. Per il momento la guerra continua, solo per far rientrare tutti i nostri soldati in Italia. Il fascio, se il re ha detto basta come ha detto, non può più farci nulla. E poi tutti sanno che il re aspettava il momento buono per far fuori il duce. Due galli in un pollaio non resistono; prima o poi uno se ne deve andare. Ed è toccato al duce perché la gente e l'esercito sono col re. - Sarà, - rispose la madre - io di politica non me ne intendo. Spero proprio che sia così. - E poi la gente era stanca del fascio - aggiunse il padre mentre alzava la bottiglia contro la lampadina. - S'è mantenuto bene. Ma fosse anche acquetta, sarà il miglior vino della mia vita. L'asino, messo in agitazione dai passi fuori orario del padrone che era passato davanti alla stalla per recarsi in cantina, anticipò il suo raglio notturno. - Adesso risponderà quello di Giuliano - disse il padre. - Anche gli asini vogliono partecipare alla festa. Si udì come un'eco lontana il raglio dell'asino di Giuliano. - Anche Giuliano deve bere questo vino - disse Franco. Il padre guardò nuovamente la bottiglia contro luce: - Pure Toni ha messo via una bottiglia del '22, non propriamente di vino... dopo che 144 gli avevano fatto bere l'olio di ricino... Giurò che avrebbe restituito la bevuta a chi gli faceva ingollare l'olio di ricino, quando il fascio fosse caduto. Gli misero a soqquadro la casa, il fienile, l'orto per trovargliela, ma non ci fu verso. Era uno spettacolo. Toni rideva dal letto, ancora più morto che vivo... Il nonno doveva sapere qualcosa sul nascondiglio di quella bottiglia. - Non sarà per caso... - chiese sorridendo la madre. - No, no, anch'io ho avuto questo dubbio... vedi che l'ho esaminata attentamente contro luce. Il nonno gliela dovette riconsegnare quando le acque si calmarono. Era mezzanotte passata, e non avevano sonno. - Chissà se Piero ha udita la notizia - disse la madre. - Figurati, uno che ha giurato al re e ha un grado, queste cose le viene subito a sapere. In città poi... Ma l'avemaria, come al solito, li raggiunse che erano già in piedi perché i campi non conoscono guerre. - Oggi è come una domenica, e poi è la festa di sant'Anna - disse la madre mentre suonava il terzo della messa, quasi per scusarsi perché si metteva le scarpe di vernice coi tacchi alti. - Vieni anche tu, Franco? Chissà se l'arciprete sa già la notizia, e poi ci potresti accompagnare all'organo. Uscirono dal portone che correvano. - Ho i tacchi alti, non farmi correre - diceva la madre. Franco le stringeva il braccio, sollevandola quasi da terra. - E un grande giorno, oggi, mamma. Devi dire alla Cecina che non se la prenda con Toni se berrà un bicchiere di più. - Ed è la festa della mamma della Madonna. Ho voglia di cantare stamattina. La guerra deve finire, non può continuare. Ha ragione tuo padre, è un trucco del re per ingannare i tedeschi. Così ai primi di settembre, quando Piero si sposa, sarà un giorno senza paure. Maria, oggi, ci porterà l'uva di sant'Anna. Raggiunsero la Cecina alla fine della via che sbucava sulla piazza.. Franco si staccò dalla madre, corse senza far rumore alle spalle della Cecina e le mise le mani sugli occhi. - Maria santissima - gridò la Cecina. Poi riconobbe il riso di Franco e si calmò: - M'hai fatto prendere un colpo. Per poco non morivo dallo spavento... - E adesso tienti ben salda che ti do un colpo più grosso. Il fascio non comanda più. - Sei matto a gridare così? Ti metteranno in galera - disse spaventata la Cecina. - Non si può scherzare su queste cose. Vuoi fare la fine di Toni? - Oggi Toni sarà felice. E tu non rovinargli la festa con le tue litanie. La Cecina non capiva. Guardò Benedetta. Benedetta sorrideva e faceva di sì col capo. - Allora è proprio vero? Ma come si fa a crederci? E adesso chi comanda?... Ah, il re. Ma il re è come il duce, lupo non mangia lupo. 145 - Non gridare Cecina, altrimenti ci vai tu in galera - rise Franco. - Se è proprio vero, chiudo gli occhi e non guardo se Toni prende la sbornia. Questa volta se la merita. Sulla piazza altre donne s'affrettavano verso la chiesa. La Cecina gridava loro che il duce non comandava più, ma la sua voce era coperta dai rimbombi delle campane. Compresero dal gesticolare della Cecina che doveva essere una cosa importante. Si fermarono sul sagrato, e la Cecina a correre che aveva il fiato grosso. La notizia entrò a folate nella chiesa per essere partecipata agli altari dei santi, specialmente a quello della Madonna, tutto fiori, dato che non esisteva una statua di sant'Anna cui fare festa. L'arciprete era in confessionale, in attesa di qualche ritardataria. Mise fuori la testa a quell'insolito brusio, guardò l'orologio, diede un'occhiata in giro per vedere se qualche donna s'accostava al confessionale, depose la stola violacea, aprì l'usciolo e s'avviò verso la sacrestia. Trovò Franco appoggiato al bancone, che gli sorrideva. - Hai fatto bene a venire. Sant'Anna merita il suono dell'organo. Tu, - disse al più robusto dei due chierichetti - va' a tirare il mantice. - Ha sentito la notizia, signor arciprete? - Quale notizia? Buona? - Il fascismo è crollato - e Franco raccontò del comunicato della sera prima. " . L'arciprete ascoltava a occhi chiusi. - Sembra incredibile - disse infine. - Gaudeamus in Domino diemfestum celebrantes... Un introito migliore per la messa di stamattina non si poteva trovare. Franco salì all'organo. Da qualche mese, cedendo alle insistenze dell'arciprete, aveva preso il posto del vecchio organista, tanto vecchio che non riusciva più nemmeno a fare un gradino sulla scaletta dell'organo. Cominciava a impratichirsi dei registri e della pedaliera, con gli otto piccoli preludi e fughe che gli aveva regalato il suo maestro dei novizi ancora in monastero. Fu una messa in cui l'arciprete dovette lottare più del solito contro le distrazioni, finché, incapace di controllarle, le offerse a Dio come preghiera di quel giorno. - Oggi faccio la mia passeggiata verso la Campanella - disse a Franco salutandolo. - La gente può capire in un giorno solo più che in vent'anni. Mi sento giovane quasi come te - e gli mise la mano sulla spalla. La gente, infatti, nella pigrizia d'un comune lunedì mattina, aveva dovuto fare improvvisamente l'inventario delle proprie capacità di ragionare e, nell'euforia della scoperta, dimenticò che la guerra continuava. Toni colse una rosa rossa e la mise all'occhiello della giacca della festa. Giuliano, passando con asino e carretto davanti al caffè, cantò Avanti popolo. I tre reduci della Russia presero dalla sede degli ex combattenti la bandiera delle sfilate del 4 novembre e la issarono sul monumento dei Caduti. Gli impiegati del municipio, dopo una breve consultazione, esposero la bandiera tricolore col grosso stemma sabaudo: - Noi siamo sempre stati per il redissero, e tolsero dalla giacca 146 il distintivo del fascio. L'ufficiale delle poste, vedendo che il municipio aveva esposto la bandiera, ordinò all'aiutante di fare altrettanto, e si tolse il distintivo (- Uh, come puzza questa cimice -, e l'aiutante sorrise d'intesa). Il segretario del fascio si chiuse in casa non per paura, giacché aveva la coscienza a posto, ma per prudenza. La guardia comunale fece due passi fuori di casa in abito civile, a tempo per sentire un fischio prolungato che gli consigliò di rientrare subito, non per paura poiché aveva la coscienza a posto, ma per prudenza. Comparvero su alcuni davanzali della via principale i ritratti del re. La moglie del commerciante di grano, fieno e cavalli, che si sussurrava avesse nel cassetto più soldi di quanti ne sapesse contare, affiancò il re con due candelieri. I ritratti del duce discesero velocemente dalle pareti delle case per guadagnare la soffitta. Il maresciallo e l'appuntato giravano lentamente in bicicletta, col moschetto a tracolla, sorridendo a tutti. L'appuntato sorrideva perché il maresciallo sorrideva. Nelle due filande, le ragazze e le donne erano irrequiete come bachi che stanno scegliendosi il posto per la loro vocazione eremitica, e spiavano le reazioni delle due assistenti che si facevano concorrenza nelle manifestazioni fasciste e nelle adunate delle donne rurali. Le osterie avevano preparato fuori i tavolini, come se fosse giorno di festa, e gli anziani, sempre in cerca d'un gradino o d'uno sgabello all'ombra, ne approfittarono. - Berremo dopo mangiato - dissero all'oste che li guardava di malumore, ma senza insistenza. La notizia, intanto, si spargeva a raggio nelle cascine, e dalle cascine rimbalzava sui contadini sparsi nei campi. Raggiunse anche Rondine che tagliava l'erba con altri due salariati, ed era leggermente indietro perché gli capitava di lasciarsi prendere da certi suoi pensieri che gli facevano perdere il ritmo. Era diventato salariato da san Martino dell'anno prima. - Sei contento se ti passo salariato? - gli aveva detto il signor Gaspare. - Per me, sto bene anche avventizio; però come vuole lei. Rondine era il fiore all'occhiello del signor Gaspare. - Senza tante sanvincenzo si può far rivivere un uomo. Basta un po' di tatto. Al resto ci pensa il lavoro nei campi - rispondeva il signor Gaspare quando gli chiedevano di Rondine. Il primo anno, con le piogge autunnali, venne a Rondine la nostalgia della prigione. Il signor Gaspare lo comandava a scamozzare i gelsi e i platani, a sfangare i fossi, ad ammucchiare le foglie morte, e lui capiva che era un lavoro d'avventizio mentre gli altri aravano e seminavano. Ma sua madre gli diceva di dentro: resisti, è questione di qualche mese, poi viene la primavera e sei di nuovo in libertà. Intanto un letto ce l'hai, e all'asciutto. Quando sfanghi i fossi, ti capita sempre qualche anguilla da portare a Maria. Non la troveresti se tu dovessi arare. Così gli diceva sua madre di dentro, e lui rispondeva che aveva ragione, perché i morti hanno sempre ragione, non il duce. Ora che aveva un lavoro e dormiva in una casa da cristiano, poteva entrare nel cimitero dal cancello, come faceva la gente, anche se non c'era più sua madre. Ci andò pure il giorno in cui seppe dell'arresto del professore. 147 Sua madre gli aveva detto: Adesso non ha nessuno che le curi la tomba. Non è in terra consacrata, ma noi c'intendiamo ugualmente perché è stata una gran brava donna. E poi basta guardare il Cristo repubblicano sulla sua tomba per esserne persuasi. Ci andò con un mazzo di fiori di campo che, da quel giorno, non mancarono mai sulla tomba, freschi e abbondanti. D'inverno, non avendo fiori, vi portava lumini che comperava dal fruttivendolo. L'arciprete, che quando andava al cimitero passava dalla signora Elena, senza dare troppo nell'occhio, per recitare un de profundis e dare una benedizione con la mano mezzo nascosta nel tricorno, chiese al custode chi tenesse quella tomba tanto bene. Trovò un giorno per la strada Rondine: - Ascolta, Spartaco, fai un'opera di misericordia, da buon cristiano, a curare quella tomba. Fu una brava donna, che merita il rispetto di tutti. - Lo so - rispose Rondine. L'arciprete gli dette venti lire perché comprasse delle calle, se aveva occasione di andare in città. - Le piacevano tanto le calle. Ma non dire in giro che gliele ho mandate io. È come se fosse qui il professore. - Capisco - aveva detto Rondine chinando il capo. E il primo giorno libero andò in città a comperare le calle per la signora Elena a nome del professore. - Il duce non comanda più - gridò il ragazzetto che portava da bere al padre, correndo sull'erba appena falciata. - Non gridare, stupido, che anche le piante hanno orecchi - lo rimbrottò suo padre. - Ma è vero, lo dicono tutti. Ce l'ha spiegato la signorina Maria. - Se è così, è vero - disse Rondine, e sputò appoggiandosi al manico della falce. - Ma non bisogna gridarlo - insistette il padre del ragazzo. - Il duce è come un gatto, sembra morto e poi ti scappa sotto il naso -. Si rivolse al figlio ammutolito: -Adesso hai perduto la lingua? Su, racconta, ma senza gridare. - Te l'ho già detto, il duce non comanda più. - E chi comanda allora? - Il re, ha detto la signorina Maria. E poi ha fatto un nome difficile, un generale... aspetta... Ba.... Baroglio. - Sarà il generale Badoglio, stupido, quello dell'Abissinia. - Andiamo male, allora, se è quello che ha ammazzato gli abissini coi lanciafiamme - disse Rondine. - Se è il re che comanda, ci manderà tutti in guerra - disse il terzo contadino. - I re ci sono apposta per fare le guerre. Non si accontentano mai di quello che hanno, sono ingordi, vogliono sempre di più. - Giusto, ci vorrebbe un re repubblicano - soggiunse Rondine che in quel momento pensava al professore. - Però se il duce non comanda più può darsi che la guerra finisca. E stato lui a volere la guerra. - Ed è stata la gente a farsi ammazzare - disse con rabbia il terzo contadino che aveva un fratello disperso in Russia. - Certo, la guerra finisce se il fascio non comanda più. Re o non re, 148 la faremo finire noi la guerra. E adesso beviamo alla nostra salute disse il padre del ragazzetto. Alzò il fiasco di vino allungato, sputò sull'erba e bevve a garganella. Poi passò il fiasco a Rondine: - Non potrai più portare la maglietta col fascio - gli disse. - Lo dipingerò di rosso - rispose Rondine che sputò di nuovo e bevve senza nemmeno deglutire. Passò il fiasco al terzo: - Vedrai che tuo fratello ritornerà. Caduto il fascio, gli italiani vengono rimandati in Italia. Il popolo russo vuol bene agli italiani. Non hai sentito quello che dicono i reduci? La gente aveva mangiato in fretta per andare all'osteria o al caffè e ascoltare il bollettino dell'una. Le donne guardavano dalle finestre e dagli usci il movimento delle strade e della piazza, e si rimandavano la voce: - Ma quello ieri non era con la camicia nera? - La casa del segretario è chiusa come una prigione. - La greppia adesso è vuota; ne devono cercare un'altra. - Prima era il duce, adesso sarà il re a riempirla. - C'è anche la camicia nera di Spagna. - Quello è un povero diavolo, è andato in Spagna per le venti lire al giorno, con i sei bambini che aveva da mantenere. - E io quanti ne avevo? Ma mio marito non è andato in Spagna. - Peccato che non ci sia il professore. Tu prima sapevi che era un antifascista? - Guarda Toni, ha già due rose all'occhiello. Prima di sera sarà una serra ambulante. Le filandaie stanno ritornando al lavoro e incrociano gli ultimi uomini che vanno verso la piazza. - Cade il fascismo, ma per noi è lo stesso, dobbiamo andare a lavorare mentre voi ve la godete nelle osterie. - Noi siamo liberi lavoratori, non abbiamo padrone -. Sono ambulanti in bicicletta; è il calzolaio, il barbiere, il sarto, il fabbro. - Perché non scioperate? Oggi lo sciopero è permesso, non c'è più la legge del fascio - dice il fabbro. - Io non ci vado - grida una che ha il marito in Sicilia. - Sono stanca di filande e di guerre - e ritorna verso la piazza. - Che fai Matilde? - le corre dietro l'amica. - Tuo marito ritornerà presto, non metterti nei guai, c'è già lui -. Ma Matilde non sente, corre verso la piazza. - Ha del coraggio Matilde - dice un'altra. - Noi siamo pecore come lo siamo sempre state. Il duce ce lo siamo voluto. Ne verrà un altro se andiamo avanti così - e segue Matilde. I gruppetti si fermano. La filanda è poco distante. Alcune sono già entrate alla spicciolata, altre attendono sotto le piante di tiglio il segnale della sirena, masticando bastoncini di liquirizia. - Entrate? - gridano loro i gruppetti che si sono fermati incerti. Alcune filandaie si alzano. - Voi che fate? - Quello che fate voi -. Esce l'assistente: - Su andiamo, è ora. - Tu comanda dentro e non fuori - le gridano in faccia. - Hai già comandato abbastanza alle adunate fasciste -. L'assistente ritorna in portineria, rossa paonazza: - Vi pentirete. - Sì, va' a confidarti col federale. Sono finiti quei tempi. - Capiti quel che capiti, un giorno simile non ritorna più - dice una. - Io vado in piazza. - Aspetta, vengo anch'io. I gruppetti si saldano, le donne sotto le piante rimangono un momento 149 incerte, parlano fra di loro, fanno qualche passo trascinando gli zoccoli, si fermano ma per prendere lo slancio verso la piazza. Suona la sirena dell'una. Le donne, a quel segnale, si mettono a correre martellando coi loro zoccoli di legno il selciato della via principale del paese, come se fossero minacciate da un temporale improvviso. Arrivano alla piazza quando la radio del caffè, a tutto volume, trasmette le parole di Badoglio «la guerra continua». - Canchero - grida Matilde che ha il marito in Sicilia. - Non gridare, - le dice l'amica vicina - c'è il maresciallo. Lui è per il re. Ma il maresciallo non ha udito nulla. I due proclami sono terminati. - E adesso che facciamo? - si dicono le donne. - Ormai la frittata è fatta e le uova non si possono aggiustare. - Facciamo quello che fanno gli uomini. Arriva il proprietario d'una filanda, ansimante per la corsa in bicicletta. Scorge il maresciallo, gli va vicino, lo tira in disparte, gli parla animatamente. Le donne guardano preoccupate la scena, cercano d'indovinare che cosa il padrone stia dicendo e il significato di quel movimento di testa del maresciallo alla maniera d'un diniego. Il padrone si calma all'improvviso, fa di sì con la testa, sorride al maresciallo, gli stringe la mano e se ne va. Le donne non sanno che pensare. Formano un muro separato dagli uomini che cominciano a fare la spola tra l'entrata e l'uscita del caffè. Dicono a Matilde, che ha la lingua sciolta: - Va' a sentire il maresciallo. - Proprio io? - Se non ci vai tu, chi ci può andare? - Matilde cerca con gli occhi il maresciallo, ma il maresciallo non vede nessuna donna. Allora, facendosi largo tra il via vai degli uomini, s'avvicina al maresciallo: - Signor maresciallo. Che volete? - Noi siamo le filandaie che non sono entrate all'una... - E che c'entro io? Non ho ricevuto nessuna denuncia. - Ma il padrone... - Vi ho detto che non ho ricevuto nessuna denuncia. Per me è come se foste in filanda. I negozi si riaprirono, ma i padroni e i garzoni erano sulla porta. Le donne andarono a casa, ma gli occhi e le orecchie erano rivolti alla piazza. Al caffè, prima delle due, il segretario comunale fece segno all'applicato e al fattorino che era ora di riprendere il lavoro. I tre si alzarono dal tavolino. - Ci vorrà un mese a ripulire il municipio dai fasci e dai ritratti del duce - gli gridarono dietro. - Basta anche solo un'ora rispose bonariamente il segretario. - Noi mettiamo quei ritratti che ci mandano. Eseguiamo gli ordini. - Adesso non c'è più nessun fascista. Siamo tutti per la marcia reale - sghignazzarono in fondo alla sala. - Pago io - disse il segretario ai suoi colleghi. - Non paga più il fascio? - gridarono le stesse voci. All'uscita dei tre seguirono alcuni momenti di calma. Gente in piedi non ce n'era più. I reduci parlavano sottovoce al tavolino dell'angolo vicino al bancone. Alle osterie si era cominciato a giocare a carte davanti alle scodelle slabbrate di vino. Il maresciallo lasciò l'appuntato al caffè e fece lentamente il giro del paese. Non c'era da temere niente. Era bastato che il re dicesse una parola e tutta quella montatura era crollata. 150 Perché adesso poteva finalmente sfogarsi: era stata tutta una montatura. Durata un po' a lungo, è vero, e forse il re aveva dato troppo corda. Questa guerra, per esempio, non la doveva permettere. Quella d'Abissinia? Be', nemmeno quella, visto i risultati. Ma allora tutti volevano l'impero. Il maresciallo arrivò alle filande. Non si sentiva nessun rumore, come di domenica. Provò compiacimento per la sua abilità; gli era bastato ricordare le sfilate in orbace perché il padrone della filanda convenisse che non era il caso di insistere... Si spinse fino alla villetta del professore. Le imposte erano chiuse; la ghiaietta del sentiero si confondeva con terra ed erbacce. Sostò davanti al cancello senza scendere dalla bicicletta. Il professore sarebbe presto ritornato, pensò. «Il suo delitto è solo d'opinione, e ora la sua opinione sarà ammessa. Non appena saprò del suo arrivo (mi dovranno bene avvertire), farò in modo che Filomena sia messa al corrente... Per la tomba non c'è bisogno» e sorrise ricordando Rondine... Riprese la strada del paese. Suonavano le tre. A quell'ora l'arciprete, come ogni giorno feriale, aprì la porticina che dalla canonica l'immetteva direttamente in chiesa, per la visita al Santissimo, la recita del vespro e la lettura a piccolissime dosi d'una pagina greca dell'evangelo. Si mise davanti a Dio per l'adorazione, ma Dio non gli si presentò solo. Gli venne incontro con la sua corte del giorno, fatta di personaggi tutti di carne, di piccola storia di quei lunghi anni, di stanchezze, di rassegnazione, d'entusiasmi comandati, e pure di vita. L'arciprete adorò Dio in tutto quanto stava avvenendo in lui, sulla piazza del paese, nel mondo, perché il colosso dalle gambe d'argilla era crollato. Il re? Il re era niente, una statuetta dalle gambe d'argilla anch'esso. Era il soffio della storia a buttare giù gli idoli, e quel soffio era Dio. Recitò i secondi vespri di sant'Anna. L'umile gente sopravvissuta a se stessa garantiva che quel soffio era Dio. Riprese in mano il capitolo ottavo di Marco sul quale aveva fatto la predica il giorno prima: Misereor super turbam. Anche quel 26 luglio era una giornata della compassione di Dio sulla turba, da sfamare un digiuno di vent'anni. I farisei chiedono un segno, seméion, perché non hanno il cuore da capire quello della compassione. Potrebbero parlare le pietre ma i farisei non udirebbero. Niente di strano che anche il segno d'oggi, deposuit potentes de sede et exaltavit humiles, non fosse riconosciuto. La guerra continua, avevano proclamato. Poteva essere questo l'indizio che il segno era stato rifiutato... Alle quattro precise l'arciprete, come al solito, usciva dalla canonica con l'ombrello da sole e attraversava lentamente la piazza. - Anche in un giorno simile l'arciprete non rinuncia alla sua passeggiata - dissero dai tavolini del caffè posti sotto il tendone fuori dei portici. - È vestito di nero, ma a lui il nero del fascio non è mai rimasto appiccicato. -Ad altri preti, però, e vescovi... - Sì, quelli che salutavano alla fascista e benedicevano i cannoni sulle piazze. - Se avessero potuto, l'avrebbero mandato al confino pure lui, con quella sua amicizia col professore. 151 - Arciprete, venga a bere un caffè - gli dissero quando fu vicino. - Per lei un caffè di prima della guerra - assicurò il proprietario. - Arciprete, che dice della novità? - Le gambe d'argilla prima o poi cedono. Chi usa la violenza ha cuore di ferro e gambe d'argilla. E così è stato. - Lei ha messo in bella calligrafia quello che pensiamo ma non sappiamo esprimere - disse Stalino. - Io dalla Russia son riuscito a portare un quadro della Madonna, un'icona come la chiamano là. Me l'ero legata sul petto, pensando: Certamente la Madonna vorrà salvarsi, e così salverà anche me. Un giorno gliela porto a far vedere. - Il popolo russo è molto religioso. E il fascio ci dava a intendere che combattevamo contro i nemici di Dio. - Finirà la guerra, signor arciprete? - Se capiremo bene il significato di questo giorno, la guerra dovrebbe finire presto - rispose l'arciprete. Fu di nuovo sulla piazza, riaperse l'ombrello color cenere e svoltò verso la Campanella. Le donne che sferruzzavano sull'uscio per essere pronte a capire quello che succedeva sulla piazza, lo salutavano mentre passava; alcune si alzavano. Ogni tanto l'arciprete si fermava e chiedeva notizie di qualche figlio o marito in Grecia, in Jugoslavia, in Sicilia. Accarezzava un bambino e proseguiva. Le donne non osavano chiedergli nulla, ma sapevano che l'arciprete quel giorno l'aveva atteso. Alla Campanella i lavori erano stati ridotti al minimo in segno di festa. Toni aveva pranzato senza togliersi la giacca per poter vedere con la coda dell'occhio le due rose rosse. Avevano parlato della bottiglia misteriosa, e Toni confessò che non ce l'aveva più. L'aveva buttata nel canale d'irrigazione quando era scoppiata la guerra d'Abissinia, perché gente che mandava ad ammazzare un popolo senza colpa non era nemmeno degna di bere quella bottiglia, roba di cristiano, peccatore e senza religione fin che si vuole, ma sempre un cristiano. Aveva bevuto, senza eccedere però. A Franco, che gli voleva far festa con la bottiglia stappata per l'occasione, aveva detto: - Va' piano, Franco, andare a stasera ci sono molte ore ancora e io la festa me la voglio godere tutta con la mente libera -. Finito il pranzo aveva cantato Avanti popolo, e poi se ne era andato all'osteria. Quando vide ripassare le filandaie, aveva detto: - Fra quelle ce ne sono alcune che mostrarono le unghie nel '20. Il fascio non è riuscito a rovinarle del tutto. Ci aspettano giorni belli. - Vedo che oggi avete fatto festa - disse l'arciprete indicando con un ampio gesto l'aia pulita e in ordine. La madre sorrise: - Abbiamo voluto onorare i morti che non hanno potuto vedere questo giorno. Entri, signor arciprete. A momenti dovrebbe arrivare Maria con l'uva di sant'Anna. - Maria è una brava figliola. Si sono scelti bene. Che Dio li benedica. È ai primi di settembre il matrimonio, vero Benedetta? - Speriamo che sia finita la guerra quel giorno - sospirò la madre. Entrò il padre col secchio di latte appena munto: - Il secondo secchio 152 di latte libero. - Per questo giorno senz'altro. Domani chissà. Ma godiamoci questo giorno e anche questo latte - commentò l'arciprete. Si sentì sotto il portico lo squillo festoso d'un campanello di bicicletta. Maria si annunciava così da quando le nozze erano state fissate. Fu una decisione incomprensibile per i genitori di Maria. Il padre di Piero non aveva detto nulla. La madre aveva accolto la notizia come quando si dice che d'estate fa caldo. E aveva subito rovistato nei cassoni della soffitta per mettere da parte certe lenzuola matrimoniali che lei stessa aveva ricamato per dote quand'era ragazza. Era stata Maria a proporre a Piero d'affrettare il matrimonio non appena poté incontrarlo dopo il bombardamento della città di fine maggio, un bombardamento inutile e insensato dato che la città non offriva nessun obiettivo che avesse a che fare con la guerra, senza industrie com'era, pigramente adagiata sulla grande pianura, solo meta, nei giorni di mercato due volte alla settimana, di cavalli, buoi, carri di fieno, garzoni di stalla, fattori, agricoltori e sensali. Parecchi, conclusi gli affari, s'erano fermati nelle trattorie vicine a bere un bicchiere o a mangiare sottobanco una scodella di trippa. Era suonato l'allarme, cinque colpi brevi e il sesto più lungo, e avevano riso. S'erano abituati a quei colpi di sirena perché non era mai successo nulla. Le bombe caddero fra il mercato e la stazione, sventrando le vecchie case e le due osterie odorose di fieno, di stalla, di vino e di trippa. Lasciarono intatta la stazione e s'abbatterono su altre case nelle vicinanze dell'ospedale militare. Anche Piero era stato in pericolo. Maria gli disse semplicemente: - Sposiamoci - e aveva parlato dei primi di settembre. - È arrivata - disse con gli occhi che le cantavano la madre. - Permesso? - e Maria, deposto in fretta il cestino dell'uva su una sedia, aveva già le braccia al collo di Benedetta. L'arciprete s'era alzato per stringerle la mano: - Rallegramenti, Maria. So che sei fresca di laurea. - È ai primi di settembre il giorno della mia laurea - disse Maria. Strinse la mano al padre e a Franco. - Non le manca la sveltezza - disse il padre, con una punta di compiacimento, rivolgendosi all'arciprete. - In un minuto ci ha messo a posto tutti. - Mi ha accompagnata Spartaco, ma lui s'è fermato in piazza assieme agli altri contadini. Sembra il giorno della fiera. Biciclette dappertutto, e nemmeno un fazzoletto o una sottana nera in tutta la piazza. Ho visto il maresciallo che si spostava da un gruppo all'altro. L'ho salutato e lui m'ha raggiunto: Non rincasi tardi, m'ha detto. Mi sembrava un poco preoccupato. - Naturale - disse il padre. - Oggi è una giornata che nessuno ha mai visto, nemmeno il maresciallo. Ma non succederà niente. La gente non è arrabbiata, ha solo voglia di sfogarsi un po', e i fascisti non si fanno vedere in giro. La gente è solo stanca della guerra e ha fiducia nel re. - Alle volte, però, basta un niente e scoppia l'incendio - osservò 153 l'arciprete. - Meglio che vada a dare un'occhiata. Sarò la sola sottana nera in tutta la piazza - soggiunse rivolgendosi a Maria con aria scherzosa. - Vieni anche tu, Franco? - Ricordati che devi accompagnare a casa Maria - disse la madre. In quel mentre arrivò trafelata la Cecina: - Venite a godervi lo spettacolo, stanno preparando un falò in piazza come il venerdì santo. - Per far che cosa? - domandò preoccupato l'arciprete. - Vogliono bruciare il duce - rispose la Cecina. Avevano cominciato per scherzo. Un cascinaro aveva gridato sotto le finestre del municipio: - Buttate giù il testone -. Il segretario comunale, con a fianco l'applicato e il fattorino, stava godendosi lo spettacolo della piazza dalle persiane chiuse. A quella voce i tre si misero a ridere. - E pensare che solo ieri uno che gridava così dopo cinque minuti era già in galera - sghignazzò il segretario. Altre voci si levarono. Erano i cascinari appoggiati alle biciclette: - Vogliamo vedere il duce dal balcone di palazzo Venezia. Buttate giù il testone. Buttatelo giù, altrimenti veniamo noi di sopra. Il sorriso degli impiegati comunali si spegneva man mano che le urla crescevano: - Che debba toccare proprio a noi dimostrare per primi la nuova fede antifascista? - disse l'applicato. - Io non ci vedo nulla di maledisse il fattorino che era un mutilato della grande guerra. - È come buttar giù la fotografia d'uno di noi. Tanto il duce non comanda più, è un privato cittadino. Se quelli fanno sul serio e salgono in municipio ci buttano all'aria tutto. Non si accontentano dei ritratti. - Dove li hai messi? - chiese il segretario al fattorino. - Vai a prenderli. Il fattorino arrivò dalla soffitta con quattro ritratti incorniciati. Le grida si facevano più compatte e minacciose. - Son tutti qui? - C'è anche la testa di gesso, e il fascio di marmo all'ingresso. - Forse oggi vogliono solo il testone di gesso. Il segretario aprì la finestra del balcone dal quale penzolava la bandiera come un segno di resa. - Buttatelo giù, lo vogliamo vedere da vicino - gli urlarono. Il segretario afferrò la testa di gesso, la sollevò in alto più che poté e, gridando viva il re, viva la patria, nella speranza che il maresciallo lo udisse perché erano le stesse acclamazioni di Badoglio, la scagliò sulla terra battuta della piazza. - Che fegato - urlò un cascinaro fra fischi e schiamazzi. La gente guardò la testa sfregiata in un improvviso silenzio, stette un momento incerta, quasi timorosa di avvicinarsi per non incorrere in qualche disgrazia, poi si fece avanti chi aveva gridato per primo, sollevò la testa all'altezza del viso, le ghignò davanti col fiato pesante di vino, le sputò con forza negli occhi, andò verso i due gradini di marmo consunto che immettevano nell'atrio del municipio, la alzò con due braccia nerborute da farla apparire di cartone, e la sbatté contro gli spigoli frantumandola. 154 Si asciugò la bocca col dorso della mano, si voltò verso i suoi compagni e gridò: - Facciamo il falò dei ritratti. Il segretario era ancora al balcone, col sorriso pietrificato che sembrava una statua. - Adesso butta giù i ritratti. - Con la cornice e il vetro? - Con la cornice e il vetro. Che te ne importa? Paga il fascio. Il fattorino era pronto a passarglieli, senza mostrarsi troppo. Il segretario sudava. Si chinò sulla balaustra e gridò: - Ma almeno la cornice e il vetro possiamo salvarli. Serviranno per il ritratto di Badoglio. - Badoglio vada in Abissinia - fu il boato della piazza. Il segretario stirò di nuovo le labbra per mostrare i denti a modo di sorriso. Quattro tonfi, e i cascinari si buttarono sui ritratti. - Dove hai messo il ritratto? - disse Stalino al padrone del caffè, indicando un rettangolo chiaro sul muro scuro di fumo. - In soffitta, non si sa mai. - Vallo a prendere. - Credi che voglia fare la fine di quei cascinari? Gente ignorante, che non sa controllarsi. - Dato che ci sei, porta giù anche l'orbace - aggiunse il secondo reduce. - Meglio che prenda tu l'iniziativa. I tre reduci aggiunsero ai ritratti comunali quello del caffè e l'orbace. - Puliamo il paese - dissero. - Puliamo il paese - gridarono i cascinari. Rondine, che era sempre stato in prima fila ma senza dire nulla né muovere un dito, sortì calmo: - Io vado dal segretario del fascio e dal palmipede. Il palmipede era la guardia comunale che vestiva sempre fascista e girava il paese mulinellando continuamente il manganello non perché ce ne fosse bisogno ma per la sola ragione che un manganello che non roteasse ogni tanto sarebbe stato un oggetto inutile. Lo chiamarono, fin dai primi giorni del suo arrivo in paese nel 1924, il palmipede perché, nel tentativo di aggiungere autorità alla sua modesta carica, quando camminava allargava all'esterno le piante dei piedi, irrigidendole. Il gruppetto delle filandaie si avviò verso le filande a passo svelto. Là ce n'erano almeno sei, calcolarono. Altri andarono alla posta, alla scuola comunale, alle osterie, dovunque si ricordassero d'aver visto un ritratto. Rondine bussò all'uscio della guardia. Ripicchiò, ma tutto era silenzio. Alzò la voce: - Non devi aver paura, perché nessuno è nato fascista. Siamo nati tutti con la voglia di mangiare. - Che vuoi? - chiese la moglie della guardia affacciandosi alla finestra di sopra, con la paura negli occhi. - Niente, solo il ritratto e l'orbace. C'erano tre ritratti: nella camera da letto, in salotto e in cucina. La guardia era sdraiata sul divano del salotto con la bottiglia della grappa accanto. La moglie entrò per staccare il ritratto dal muro. - Non toccarlo - sibilò la guardia. - Che vengano a prenderlo loro 155 se hanno il coraggio. - Ti pagano per fare la guardia, non l'eroe - disse calma la moglie. - E questo giorno è una lezione per te, tienila a mente. La guardia si alzò, afferrò la moglie per le spalle e la costrinse a lasciare il ritratto appeso al muro. - Vuoi uscire tu invece del ritratto? - disse ancora calma la moglie. - È Rondine vero?... quell'avanzo di galera! Estrasse la pistola e mise il colpo in canna. - Bene, va' a farti ammazzare, così il tuo nome entrerà nei libri di storia - disse la moglie come se assistesse a una scena già predisposta. Staccò il ritratto senza che ormai il marito si opponesse, staccò quello della cucina, s'accertò che in strada ci fosse solo Rondine, aperse con cautela la porta togliendo i due catenacci e consegnò ritratti e orbace. Richiuse la porta, andò dal marito, gli si sedette accanto, gli prese la mano: - Da' le dimissioni. Ce ne ritorneremo al nostro paese appena potremo, adesso che siamo ancora in tempo. - Mai! Se cambia il vento quell'avanzo di galera è il primo a pagarmela. - Non ti ha fatto nessun male. Quando ho aperto l'uscio m'ha sorriso e m'ha detto: Scusi signora se l'ho spaventata. Aveva già sotto il braccio due ritratti e l'orbace. Il segretario non ha nemmeno aspettato che gli bussassero all'uscio. - Il segretario non avrà più la sua carica. Noterò tutti quelli che si sono comportati come Rondine. La pagheranno. Vigliacco, farsi forte perché ad aprirgli c'era una donna. - Perché non ci sei andato tu che avevi anche la rivoltella? La moglie si alzò, la guardia cercò a occhi chiusi sul pavimento la bottiglia della grappa e bevve un lungo sorso. L'arciprete, accompagnato da Franco, arrivò in piazza che stavano disponendo i ritratti e gli orbaci su alcune fascine di gambi di granoturco. Il maresciallo si avvicinò all'arciprete: -Tutto procede con ordine - gli disse. - Bisogna lasciare che la gente si sfoghi dopo vent'anni, altrimenti diventa una caldaia sotto pressione che non ha nessuna valvola di sicurezza: scoppia, e sono guai. Ho notizie che lo stesso avviene in città e in altri grossi centri della provincia, e lasciano correre. Domani arriveranno gli ordini. Ma oggi se la godano, purché non facciano violenza alle persone. Trovarono da Tano uno straccio imbevuto di petrolio. Il cascinaro che aveva dato il via a quella sagra imprevista alzò la gamba destra e strofinò lo zolfanello contro i calzoni di tela ruvida. Gettò lo zolfanello sullo straccio, e una fiammata s'alzò repentina tra il crepitio dei gambi secchi, la puzza della stoffa bruciata e i ritratti che s'attorcigliavano come bisce sotto il vetro. - Siamo entrati nelle pagine manzoniane della sommossa di Milano disse l'arciprete a Franco. - In piccolo abbiamo tutto. Il falò stava ormai perdendo la sua forza iniziale. Toni vi saltellava attorno, con le sue due rose rosse avvizzite, fra le risa e le urla della gente. Il caffè s'era svuotato. Gli anziani delle osterie avevano aspirato 156 la goccia di vino che si forma nella scodella dopo che si è bevuto l'ultimo sorso, ed erano andati in prima fila a godersi la rappresentazione. - Oggi è una grande lezione per tutti - continuò l'arciprete. - Sono giornate che maturano anche i vecchi, e sai perché, Franco? Perché proviamo tutti vergogna di quello che è stato, perché sentiamo che la caduta del fascismo ci è stata regalata, perché ora ci proponiamo di fare qualcosa affinché la vergogna non si ripeta, e non sappiamo che cosa. Questi atti scomposti sono tante richieste di perdono che la gente rivolge a se stessa, e quanto più il gesto è rumoroso tanto più si ha l'impressione che il perdono sia certo e non si patirà più vergogna. Anch'io mi ci trovo dentro, benché non sarei stato capace di compiere nessun gesto simile. La folla cominciava ad allontanarsi dal fuoco e a costituire dei piccoli gruppi sulla piazza quando giunse la notizia, portata da un venditore ambulante che ritornava dal suo giro carico di pelli di coniglio e di penne di gallina, di quello che facevano in città, senza che ci fosse un fascista in giro e un carabiniere che non sorridesse. - E noi qui non facciamo niente? Che credono di essere in città? Noi abbiamo tre fasci: in comune, alla pesa pubblica e alla colonia disse uno. - Lascia stare quello del comune. Bisogna fare un lavoro a modo per non rompere la lapide dei caduti, ci vuole uno competente e del tempo. - Alla pesa, allora. - Ma quello non ha sempre gridato: viva il duce? - qualcuno disse vedendo chi brandiva già in alto un grosso martello e gridava più di tutti: alla pesa, alla pesa. - Non andare per il sottile, altrimenti chi per un verso chi per un altro pochi si salverebbero - gli disse il vicino. - Per la colonia un martello non basta, ci vuole la mazza, e una scala lunga. La gente fece fiumana sulla strada che portava alla pesa e alla colonia elioterapica poco distante, costruita in stile fascista, essenziale diceva il segretario, scatolame storpiavano quelli del caffè. La pesa, infatti, era un cubo di pietre con una grande apertura al centro per porta e una meno grande per finestra sul lato della piattaforma. A fianco della porta, due mezzecolonne di cemento scannellato portavano infisse, in alto, due scuri di ferro. La colonia elioterapica era un parallelepipedo sormontato da un cubo come torretta. Al centro del cubo spiccava un grosso fascio di cemento. La colonia era stata l'orgoglio dell'amministrazione fascista. Inaugurata due anni prima della guerra, con un discorso del federale sul palco di legno davanti alla piscina (una piccola buca di cemento profonda trenta centimetri), ospitava, nei mesi caldi, figli della lupa, balilla e piccole italiane con la refezione a mezzogiorno, gratis per i figli dei poveri iscritti al municipio. Introdotto con la guerra il razionamento, la refezione era stata soppressa, e così l'erba cresceva nella buca di cemento, e l'orgoglio fascista vegetava assieme all'erba. 157 L'arciprete e Franco seguirono in coda la fiumana. Il caffè e le osterie si svuotarono di nuovo. - Proprio come nel Manzoni - disse l'arciprete. - Uno grida: andiamo dal vicario, e tutti rispondono: dal vicario, dal vicario. Uno grida: al forno, e tutti corrono al forno. La cosa strana è che pure noi, che abbiamo letto Manzoni, seguiamo la folla. Però una differenza c'è, e fondamentale: oggi non c'è rabbia nella gente. Una scaletta da appoggiare alla porta della pesa è presto trovata. Il martello comincia a menare colpi violenti, ma la scure non cede. - Ci vuole uno scalpello - si grida. Altri seguono quello della mazza verso la colonia. Arrivano due con la lunga scala: - L'abbiamo presa dal capomastro. Lui non ce la voleva dare ma noi gli abbiamo detto che era per una riparazione alla colonia che lui aveva costruito mangiandoci sopra. Così ci ha dato anche gli scalpelli e ci ha offerto il ponte se ne avessimo bisogno. Toni non sa decidere se rimanere alla pesa o alla colonia, e va dall'una e dall'altra parte gesticolando e pronunciando discorsi. Il passo è abbastanza sicuro e la roncola ha sobbalzi ancora regolari sulla natica sinistra. L'arciprete lo osserva sorridendo: - In questo momento, scommetto, Toni si sente più importante di Badoglio. E ha ragione. Toni ha resistito vent'anni, Badoglio nemmeno un giorno. La prima scure ha ceduto. - Ferro alla patria - grida qualcuno. Un nugolo di ragazzetti vi si precipita sopra. I due più forti hanno la meglio, ma non vogliono abusarne: - Non siamo più sotto il fascio, facciamo a metà. Voi prendete l'altra -. E se ne vanno dal raccoglitore di rottami. - Ci salterà fuori un'anguria? - Mah, quello è un fascista che ha sempre fatto i suoi interessi. La scala è già appoggiata alla torretta. Due giovanotti la tengono ferma alla base. Chi picchia con la mazza ha messo una gamba a cavalcioni dell'ultimo gradino. - Attento a non cadere - gli gridano. - Oggi cade solo il fascio - risponde. Il fascio di cemento è ridotto in briciole. L'altra scure della pesa è già fra i rottami di ferro d'un ambulante al minuto e alcuni ragazzetti, sui gradini del municipio, mangiano una grossa fetta d'anguria. Affondano i denti nella polpa rossa, buttano lontano i semi, s'impiastricciano fino alle orecchie, arrivano al bianco della buccia, lo succhiano come se suonassero un'armonica, lo risucchiano e gettano la buccia sulla cenere del falò. Attaccano un'altra fetta, eseguono più lentamente le stesse operazioni di prima, prendono fra l'indice e il pollice il seme ancora vischioso, lo premono con forza mirando un occhio rimasto intatto della testa di gesso e, ogni tanto, gridano: - Centro! -. Si alzano pigramente dai gradini, lo stomaco è teso sotto la maglietta di cotone una volta bianca, messa alla rovescia per nascondere il fascio stampato in nero, e s'incamminano verso i tavolini del caffè per ascoltare i discorsi dei grandi. Un ragazzetto dice: - Sono tanto gonfio che scoppio -. E il più grandicello: - Della bandiera tricolore abbiamo mangiato il rosso lasciando il bianco e il verde. Adesso possiamo dire quello che 158 pensiamo -. Erutta. Il più piccolo lo guarda ammirato. Non vuole essere da meno e cerca d'imitarlo. Non ci riesce. Lo stomaco è a forma di palla. Allora grida: - Aria ai monti e merda ai conti. Franco accompagna l'arciprete in canonica. Passando davanti al caffè e mentre attraversano la piazza, la gente sorride all'arciprete, grata perché anche lui è presente. Certo, non poteva gridare come loro, e tanto meno imprestare le scale che stanno in fondo alla navata centrale, appoggiate accanto alla bussola; ma potrà sempre testimoniare, se dovesse capitare qualcosa, che non fecero nulla di male, nessuna violenza ai fascisti. Le donne sono le prime a ritornare a casa. Hanno gridato infondendo coraggio agli uomini, ma adesso è quasi ora di cena e bisogna mettere il paiolo della polenta sul fuoco. Badoglio o duce, la polenta non si fa da sé. A gruppetti i cascinari sfollano la piazza, si fermano alla loro osteria per l'ultimo bicchiere e rientrano nelle cascine a raccontare sull'aia, alle donne e ai bambini, con una fetta di polenta in una mano e una biada di pancetta nell'altra, le grandi cose del paese. - E c'è un'altra differenza rispetto alla sommossa del Manzoni - dice l'arciprete a Franco mentre è già sull'uscio della canonica. - Nessuno ora si è dato un appuntamento per domani. Eppure sarebbe stato necessario. Non sappiamo quello che possiamo trovare domani svegliandoci. Ma un giorno simile vale anche questa incertezza. Accontentiamoci. Alle otto di sera, come al solito, i padroni fecero chiudere i portoni delle cascine. Era quella una legge che esisteva prima del fascio. Rondine arrivò alla cascina del signor Gaspare appena in tempo, perché s'era fermato a lungo al cancelletto chiuso del cimitero raccontando ai morti quello che era capitato; ma aveva parlato con la faccia rivolta dalla parte della signora Elena, per assicurarla che tutto era andato bene come se fosse stato in paese il professore. IL GIORNO DOPO. Il giorno dopo al paese non successe niente. Sulla piazza si vedevano i rimasugli carbonizzati del falò, le filandaie, entrate puntualmente al lavoro, sussurravano e ridevano dando occhiate alle assistenti, la guardia e il segretario del fascio erano chiusi in casa, i cascinari a mezzogiorno si trovavano già davanti alla scodella di vino come nei giorni di festa, l'aria era quella del giorno dopo la sagra, ma non successe niente. - Badoglio ci ha già messi a posto - dissero i reduci al caffè Impero, dopo che la radio all'una aveva trasmesso la proibizione di riunioni e di assembramenti. - Per fortuna - commentò il padrone del caffè. - Volevate che ci comandassero i cascinari? I cascinari, nelle due osterie, non si sognavano nemmeno di voler comandare. Loro da una vita avevano imparato solo a ubbidire al comando del padrone o del fattore quando si riunivano alle sette e mezzo sull'aia, allineati come alla premilitare, per ricevere gli ordini; cosicché, visto che non potevano più fare assembramenti, se ne ritornarono alle loro cascine 159 dicendosi che non era cambiato niente e che l'uno valeva l'altro. Ma per Toni qualcosa continuava a succedere , e prima dell'avemaria, quando la Cecina ancora russava: - Svegliati, vecchia, che non comanda più il fascio. S'era messo a sedere nel letto, ne scuoteva le cigolanti molle, picchiava le mani, gridava, e la Cecina russava ancora. - Nemmeno se bombardassero si sveglierebbe - disse ridendo. Fu un attimo. La Cecina spalancò tanto d'occhi e strillò: - Povero illuso, vuoi comandare tu adesso? E gliele cantò chiare: che ieri si poteva capire, aveva bevuto l'olio di ricino ed era giusto che ci versasse dentro un po' di vino, un po, troppo veramente, ma via, per un giorno si poteva compatirlo; ma ormai tutti lo sapevano che il duce non comandava più, e non era il caso di ripeterlo in giro per fare beneficenza alle osterie; e che non ricominciasse la fiera di ieri quando saltellava come un orso tra il falò, il municipio, la pesa e la colonia, e tutti gli ridevano dietro, e lei l'aveva visto che c'era da vergognarsi se non fosse stato per l'olio di ricino, ma chi si ricordava che lui aveva bevuto l'olio di ricino? e allora c'era da vergognarsi sul serio che uno alla sua età facesse quelle scene, e se non fosse stata sua moglie, gli avrebbe riso dietro anche lei. Toni era talmente contento perché il suo primo pensiero era stato che il fascio non comandava più da non arrabbiarsi nemmeno. - E tu predichi già alla mattina di buon'ora. Chissà stasera - le disse tranquillo. - E poi l'ho sempre detto che di socialismo non capisci niente. - Non cominciare col socialismo - e la voce della Cecina divenne quasi supplice. - Non sai che il re per i socialisti è come il duce? E per di più c'è il Badoglio degli abissini. - Va' là, - rise Toniche non capisci proprio niente. Toni si alzò, mise i vestiti d'ogni giorno, s'agganciò la roncola e disse: - Vado alla Campanella, là da fare ce n'è sempre. E poi Benedetta e Franco vanno in chiesa stamattina. Io li conosco. Quando sono contenti vanno in chiesa. - E io non li conosco? Tu quando tiri in ballo la chiesa dici sempre degli spropositi. La Cecina non sapeva quale sproposito avesse detto il suo uomo, ma era ormai un vizio: quando Toni nominava la chiesa più che spropositi non poteva dire, soprattutto se la metteva assieme a Franco e Benedetta da quando gli era scappato che lui non andava in chiesa come Piero, da uomo che va al sodo, e se c'era da dare una mano al prossimo anche lui non si tirava indietro, ed era questo che contava senza tanti paternostri. Però per il tempo che Piero fu in Grecia, se non un paternoster almeno un'avemaria la Cecina era riuscita a fargliela dire a quel saraceno appena erano a letto, perché la Madonna proteggesse Piero dai bombardamenti; e una sera che lei s'era un poco incantata, fu pronto Toni a ricordarle: - Non diciamo l'avemaria per Piero? - Una cosa da far rimanere senza fiato - aveva confidato orgogliosamente la Cecina a 160 Benedetta. - Se quell'avemaria vale qualcosa, Piero ritorna sano e salvo -. Non era valsa proprio del tutto perché Piero ritornò con due piedi che, se si aspettava qualche giorno, bisognava amputarli; ma il più l'aveva fatto e c'era da accontentarsi, con la sopraggiunta che Piero non era ritornato al fronte. Toni era sceso in cucina e la Cecina l'aveva seguito per accendere il camino e fare abbrustolire la polenta della colazione. - Dici che verrà a casa Piero oggi? - chiese a Toni. - Se è giorno del suo permesso, adesso poi che l'ospedale sta svuotandosi, come m'ha detto l'ultima volta, solo Maria sarebbe capace di portarlo da un'altra parte - rispose Toni, compiaciuto perché la Cecina s'era rivolta a lui per sapere di Piero. Fìnì di sbocconcellare la seconda fetta di polenta che già suonava il terzo segno della messa. - Vado alla Campanella, allora. - E io in chiesa, con Benedetta se passa. La Cecina rimase alla finestra. Vide il suo uomo, un po' curvo, che s'allontanava in quei cento metri d'orti e campi verso la Campanella, e ne provò tenerezza. «Io faccio bene a gridare quando beve un bicchiere di troppo, è mio dovere di buona moglie; ma se non bevesse un bicchiere, chi gli darebbe la forza di lavorare ancora, con tanti anni nelle ossa? E poi, fascio o non fascio, socialismo o non socialismo, quello con altre donne non ha mai mosso un dito». Toni svoltò sotto il portone della Campanella e poco dopo ne uscì Benedetta, col velo di seta sulle spalle. «Questa volta glielo voglio proprio dire a Toni che s'è sbagliato con Franco. E io li conosco, e io li conosco. . . Non è detto che bisogna sempre andare in chiesa quando si è contenti. E quando capita un guaio, allora? Però Benedetta è ancora una bella donna» e la Cecina provò compiacimento come se fosse stata sua madre. «Chi direbbe che ha già un figlio medico e un altro che potrebbe mettere su famiglia? Ma se li merita. Sono diversi, ma tutti e due bravi. E lei è buona quanto è bella. Be', stamattina sono contenta anch'io, come il mio Toni». Dette sulla voce dalla finestra: - Benedetta, non correre, vengo anch'io. Pure Giuliano, svegliandosi al raglio dell'asino prima dell'avemaria, andò immediatamente col pensiero al fascio che non comandava più. Non potendo condividere la sua gioia con nessuna donna in quanto dormiva nel suo letto di ragazzo, largo appena 80 centimetri e su un saccone di foglie di granoturco talmente ringrinzito che poteva sopportare solo una schiena magra e stretta, a restare immobili, la partecipò al suo asino che stava sgranando ragli, sospiri e rosari di pazienza nella stalletta sotto la camera da letto. - Il mio asino mi assomiglia, non ha mai mangiato alla greppia disse ad alta voce Giuliano perché con l'asino pensava sempre ad alta voce, e fece una risatina. - Gli altri che stanno chiusi in casa hanno per vent'anni mangiato alla greppia, ma adesso è finita. Col socialismo 161 finalmente due pasti da cristiano li farò anch'io. Buttò davanti all'asino una forcata di fieno, gli batté sulle natiche appuntite due pacchette di contentezza, l'accarezzò sul dorso spelacchiato, gli fece due grattatine di solletico alle orecchie: - Fieno stamattina, eh? Te lo meriti, anche tu devi far festa -. L'asino sbatté due volte la coda sui fianchi incavati, ragliò e tuffò la testa nel fieno. - Adesso risponde quello della Campanella - ridacchiò Giuliano. Aveva detto un giorno a Benedetta: - Se fossero asini maschio e femmina, potremmo darci all'allevamento da riempire il circondario, tanto vanno d'accordo -. E quasi si soffocava dal ridere a quella sortita, mentre beveva il bicchiere di vino che la madre preparava appena sentiva sotto il portone il cigolio del carretto. L'asino aveva finito la razione di fieno e cominciava a giocherellare con la coda sollevando spruzzi di mosche fino al soffitto. - Su, andiamo, io la colazione la faccio da Toni. Giuliano tirò fuori dalla tasca dei calzoni un nastrino rosso stinto di vent'anni prima, lo legò al collo dell'asino, diede un calcio alle due ante tarlate che facevano da uscio alla stalletta e legò l'asino al carretto che era sempre in attesa a ridosso del muro per tutte le volte che Giuliano usciva con l'asino, non ci fosse stato da caricare nemmeno un filo d'erba. E Giuliano non usciva mai senza il suo asino, eccetto alla domenica. - Hai qualcosa per il mulino? - chiese alla Cecina che era appena tornata da messa. - Ce l'avrei sì qualcosa da farti macinare ma, con quella testa così dura, ho paura che la mola si spacchi. - Ho capito, Toni stamattina ti ha già fatto un comizio - ridacchiò Giuliano. - È alla Campanella? - Se non è all'osteria, dove vuoi che sia? In chiesa non c'è di sicuro. La Cecina con Giuliano si poteva permettere queste confidenze senza che ci dovesse andare di mezzo la nostra santa religione, perché anche lui era un povero cristo che non faceva del male a nessuno. Non sembrò vero a Giuliano di continuare la sua parte di comizio: - Tu ce l'hai col socialismo perché t'hanno dato a intendere che è contro la chiesa. E sì che sei una donna intelligente! Non hai capito che sono tutte storie del fascio? La Cecina fu soddisfatta perché era una donna intelligente e dette a Giuliano un sacchetto più grosso del solito. - Ciao Cecina, vado alla Campanella, farò là la colazione - disse Giuliano. «Eppure una donna vicino a quel sant'Antonio del deserto ci voleva» pensò la Cecina quando Giuliano era già uscito dal cortiletto, avendogli notato, mentre caricava il sacchetto, uno strappo nel cavallo dei calzoni. «Non posso certo mettermi io ad aggiustare i calzoni di Giuliano». E andò nel rustichetto a preparare il pastone per i polli. - Hai già fatto colazione? - chiese Franco a Giuliano dopo che l'aveva aiutato a caricare il sacco. - Sì, dal maresciallo Badoglio - sogghignò Toni che stava armeggiando 162 attorno al cavallo e al voltafieno. Usciva in quel momento il padre dalla stalla con un secchio di latte appena munto. -A te non ne do - gli disse il padre. - Troppo bianco per i tuoi gusti. - Il rosso mi dona di più, e anche al mio asino - fu pronto Giuliano indicando il nastrino rosso stinto. - Quell'asino si merita un monumento - disse serio Toni. - È come una reliquia che si porta in processione - aggiunse Giuliano. - Se ti sentisse la mia vecchia, te la farebbe vedere lei a nominare le reliquie - disse Toni, ma l'idea della reliquia gli era piaciuta. Franco sapeva già la storia dell'asino, ma fece finta d'esserne all'oscuro, e allora Giuliano, fra un boccone e l'altro di polenta abbrustolita e salame, e un sorso di rosso, gli raccontò di quei giorni. - Tuo nonno - intervenne Toni - c'era dentro almeno per un quarto - e dette una pacchetta all'asino che, a testa abbassata, completava la sua colazione. - Io, invece, ci sarò dentro solo per un'unghia. I soldi che c'erano la mia Cecina li cambiò in tanti limoni - e rise di gusto. - Tu ci sei dentro tutto - disse Franco. - Insomma, viene a casa Piero? - cambiò discorso Toni, perché gli sembrava un'esagerazione quella sortita di Franco. È vero, lui aveva bevuto l'olio di ricino, ma ne avesse bevuto ancora di più, non per questo Giuliano avrebbe avuto l'asino. Ci fu bisogno d'una colletta, dopo che Giuliano, con tutte quelle botte che aveva preso dai fascisti, non ce l'avrebbe più fatta a tirare il carretto. L'idea dell'asino era partita dalla Campanella. Piero arrivò sul mezzogiorno in bicicletta. Era piuttosto pensieroso. - Che hai? - gli chiedeva ogni tanto la madre mentre erano a tavola. - Non lo capisci? - rispondeva il padre. - Sarà preoccupato per quando l'ospedale chiuderà. Badoglio non è stato chiaro con le parole, ma si capiva lo stesso quello che voleva dire. Vedrai, prima ancora che l'ospedale chiuda, la guerra sarà finita. E solo questione di giorni, il tempo perché i nostri soldati possano rimpatriare. Piero annuiva, senza aggiungere nulla. Franco taceva, perché quando i due fratelli stavano assieme, se Piero taceva, tutto quello che Franco aveva in mente di dire gli sembrava senza importanza. - Non vieni al caffè? - gli disse il padre alla fine del pranzo. - Vado da Maria. - Di' al tuo futuro suocero che la Campanella anche quest'anno ha reso più frumento per pertica che la sua terra - gli gridò dietro il padre, per prendere la cosa sul ridere. Ma forse Piero non l'aveva inteso. - Ci nasconde qualcosa - disse la madre quando Piero fu partito. - Penso che sia stata quella frase di Badoglio: la guerra continua, a guastargli tutto - disse Franco, ed era la prima volta che parlava in quel pranzo che doveva essere di festa. - La bottiglia del '22 la berremo stasera quando Piero sarà tornato 163 sulla sua. Non c'è meglio di Maria per ridargli tono - disse il padre, e guardò di sfuggita la sua donna mentre si alzava per andare al caffè. Non aspettarono la sera per stappare la bottiglia del '22. - Piero non starà a lungo fuori casa - disse con sicurezza Benedetta non appena il suo uomo fu rientrato dal caffè. - Gli rincresce d'essere andato via in quel modo, anche assieme a Maria penserà a casa -. E aveva preparato in fretta un dolce da far cuocere sotto le braci. Toni all'osteria aveva imprecato contro Badoglio e i suoi assembramenti, ed era ritornato alla Campanella. - Come, è andato via così, senza aspettarmi? - disse un po' risentito. - Presto sarà qui di nuovo e avrai tutto il tempo per raccontargli di ieri - gli sorrise Benedetta. Poi era arrivata la Cecina con in mano un paio di calzoni da aggiustare e i ferri della calza nella sportina. Annusò il profumo del dolce che stava sollevandosi al calore delle braci, e disse: - Allora è arrivato Piero. L'arciprete fece la sua passeggiata pomeridiana dalla parte della Campanella. Desiderava avere notizie di Piero, sperava che fosse il suo giorno di permesso, anche solo per vedergli gli occhi. Piero ritornò a casa per la strada carrozzabile, passando davanti al caffè Impero. - Allora, dottore, i confetti li mangiamo che è già finita la guerra? - gli gridarono, perché avevano confidenza, e lui ne era contento. - Domandatelo a Badoglio - rispose Piero con la sua risata che gli amici del caffè da un po' di tempo non udivano. Ma non si fermò al caffè. Maria aveva disperso anche le ultime velature di nubi, e lui aveva voglia di casa. Svoltò dal portone con una strisciata della ruota posteriore, e saltò giù nell'aia che le ruote stavano ancora girando, come faceva da ragazzo. Toni, che stava riposandosi a occhi aperti sul mucchio d'erba fresca sotto il barchessale, borbottò: - Se coi ferri è svelto come con la bicicletta, chi c'è sotto non ha bisogno nemmeno del cloroformio. - E proprio il momento di stappare la bottiglia - disse il padre. Toni saltellava dalla gioia: - E un vino che non ha sentito la puzza del fascio, è un vino che può servire per la messa. - Non gli badi, signor arciprete, più che spropositi non sa dire quando parla della nostra santa religione - saltò su la Cecina. - Ma ha detto una cosa bella, Cecina. Dovremmo essere puri noi com'è questo vino quando diciamo messa - sorrise l'arciprete. Toni non seppe trovare nessuna parola tanto era confuso e la Cecina era leggermente arrossita, forse per il piacere d'udire dalla bocca dell'arciprete stesso che il suo Toni non era poi così lontano dalla chiesa come sembrava. Piero sciolse quel momento di stupore un po' imbarazzato per i due vecchi e disse: - Alla salute di chi ha resistito. - Ci sarebbe stato bene qui anche Salvatore, voglio dire il professore 164 alzò il bicchiere l'arciprete. - Lo dovresti conoscere, Piero. - Filomena ne dice un gran bene - intervenne la Cecina che aveva ripreso i suoi colori. - E non sbaglia - aggiunse vivacemente l'arciprete. Sentirono sotto il portico il cigolio del carretto di Giuliano che portava il macinato. - Proprio come desideravi tu - disse sorridendo la madre a Franco, e preparò il bicchiere e un piattino di dolce per Giuliano. - Se manca il professore, signor arciprete, Giuliano e io lo possiamo rappresentare - disse Toni appena Giuliano fu entrato, e porse il bicchiere già vuoto a Benedetta per poter brindare una seconda volta assieme a Giuliano alla salute del professore. - Perfino Cristo tirerebbe in ballo quel Giuda, pur di bere - brontolò la Cecina perché non poteva tacere, ci fosse stato anche il papa, quando il suo Toni faceva una brutta figura davanti a gente istruita. L'arciprete le lesse di dentro: - Però Toni non lo cambiereste con tutti gli altri apostoli! - Come, signor arciprete, anche lei gli da corda? - chinò la testa, facendo qualche sospiro un po' troppo prolungato per essere del tutto convincente, e aggiunse: - E la mia croce, è la mia croce, signor arciprete. Toni si fermò a tempo ma in gola aveva già la risposta che avrebbe mischiato la Cecina con Cristo, e questa sarebbe stata troppo grossa anche se non fosse stato presente l'arciprete. - E tu, Giuliano, non dici nulla? - lo stuzzicò Piero. Si vedeva che Giuliano aveva soggezione dell'arciprete. - Giuliano è vent'anni che parla, anche quando stava zitto - disse l'arciprete. - La coscienza non ha bisogno di parole se vuole intendere. Giuliano arrossì tutto quanto gli permetteva la pelle secca e rugosa della faccia, resa ancora più ruvida da spuntoni di peli bianchi. - Io... per me... non ho fatto niente - balbettò Giuliano. - Io le ho solo prese perché me le hanno date. Ma sono stato anche fortunato perché ho avuto un asino giovane. - L'asino del popolo - saltò su Toni, e scoppiò a ridere, fulminato da un'occhiata della Cecina perché l'arciprete non aveva riso alla sortita di Giuliano, come avevano fatto gli altri, e stava con gli occhi bassi. Ma la Cecina sarebbe stata più indulgente se avesse saputo che l'arciprete stava in quella posizione perché s'era improvvisamente ricordato di non essere stato invitato a partecipare alla colletta dell'asino. Anticiparono la cena perché la madre non voleva che Piero ritornasse in città col buio. - Finirà presto, mamma - le disse Piero abbracciandola, quasi per chiederle scusa della preoccupazione che le aveva dato durante il pranzo. - Anche tuo padre dice che finirà presto. - Ti accompagno fino allo stradale - disse Franco. - Sì, finirà presto. Intanto pensiamo a sistemare la stanza per gli sposi - disse il padre alla sua donna mentre guardava i figli svoltare 165 dal portone. - Dio lo voglia - rispose Benedetta. L'ombra del rustico aveva ormai coperto tutta l'aia e il sole era all'altezza dell'ultimo filare di gelsi. BENTORNATO, PROFESSORE. Re e Badoglio comandavano, la guerra continuava, ed era arrivato il 10 agosto senza che fosse successo nulla d'insolito al paese. Insolita fu la ronda del maresciallo verso la canonica, quella mattina. - Dovrebbe arrivare oggi, col treno delle diciotto se fosse in orario disse il maresciallo all'arciprete. - Avvertirò Filomena solo un'ora prima perché la notizia non si sparga troppo presto. Non faranno niente, ma è meglio essere prudenti. - Bisognerà che qualcuno vada a prenderlo alla stazione, con tutta la stanchezza che avrà in corpo - annuì come tra sé l'arciprete. - E se la faccia è quella d'un amico, tanto meglio - aggiunse il maresciallo. L'arciprete anticipò la sua passeggiata pomeridiana imboccando la strada verso i campi della Campanella. - Se non si fanno queste cose, ci sarebbe da vergognarsi dopo vent'anni che li abbiamo lasciati soli, non dico lei, signor arciprete... Avessi l'auto, le darei l'auto - rispose il padre alla richiesta del barroccio. - Il professore non avrà in casa niente per la cena - soggiunse Benedetta. - Se non si offende, signor arciprete, metto sul barroccio qualcosa per la cena del professore. - È un'opera di misericordia, Benedetta - sorrise l'arciprete a quel pudore nel fare del bene. Guardò l'orologio: - Fra un'oretta sarò ancora qui. - Non si disturbi - disse il padre. - Passerà Franco dalla canonica. - No, è meglio che la gente non mi veda in barroccio. S'immaginerebbe che vada al treno delle sei. E per chi? Per il professore, naturalmente. Con la proibizione degli assembramenti, meglio prendere la strada dei campi. Arrivarono in anticipo alla stazione. Videro transitare un treno merci carico di cannoni ricoperti con teli mimetici. Nelle guardiole scorsero soldati tedeschi. - Vanno in Sicilia - disse Franco. - Strano che facciano una via secondaria quando potrebbero scendere direttamente dal Brennero. Ho l'impressione che ci sveglieremo una mattina coi tedeschi in casa. Proprio incomprensibile questo governo Badoglio. Da una parte sembra che tutto debba cambiare; dall'altra le cose continuano a peggiorare. Basta. Che Dio ci aiuti. Si sedettero su una panchina polverosa. Sopra la loro testa penzolava un vaso di gerani. - Tu non conosci il professore, vero? - disse l'arciprete dopo che ebbe guardato ancora una volta l'orologio. - Io l'ho conosciuto molti 166 anni fa, quando si parlava di modernismo... Un brutto termine, Manzoni non l'avrebbe mai coniato, ma nella sostanza non era tutto da buttar via... Già te ne dissi, altre volte. Stette a lungo in silenzio, poi, con un tono di voce fermo, quasi dovesse concludere un discorso che aveva fatto nel profondo del cuore, fissò Franco negli occhi: - È un uomo limpido, onesto e, a suo modo, sinceramente religioso. La sua sposa era degna di lui. Si alzò, fece alcuni passi sotto la pensilina, riguardò l'orologio, si risedette: - Un'ora di ritardo. S'udì un fischio. - Non è il nostro, - disse Franco - è il locale che viene dalla città. - Speravo che arrivasse dopo. Se scende qualcuno del paese, può sospettare che aspetto il professore e spargere la voce. Io mi metto in un angolo della sala d'aspetto. Scesero i soliti del mercato nero, con le valigie di cartone vuote. - Aspetti qualcuno, Franco? - Sì, un amico. Ma non intesero nemmeno. Stavano già aprendo il lucchetto delle loro biciclette lasciate a ridosso della stazione, protette da rami di sambuco. Ritornò il silenzio nella stazione. Il sole era un enorme globo arancione che striava dello stesso colore alcune nuvolette fattesi trovare all'orizzonte quasi per caso. I grilli e le rane avevano attaccato il loro concerto serale. Un turbine di moscerini s'alzava fino a diventare un filo sottile e s'abbassava, ingrossandosi, sul fosso oltre la ferrovia. L'arciprete manifestava la sua impazienza consultando di continuo l'orologio. Lo tirava fuori dal taschino del panciotto nero di seta, attraverso l'apertura di due bottoni nella sottana all'altezza del cuore. Faceva scattare la molla del coperchietto d'oro, guardava le lancette, richiudeva, lo riponeva nei taschino del panciotto con la stessa compostezza di quando consultava l'ora prima di iniziare la spiegazione della dottrina, dopo il canto dei vespri in gregoriano. - Certamente, prima di lasciarsi, avranno deciso di stare in collegamento, di scambiarsi, che so, informazioni e notizie... Ma Salvatore dovrà essere prudente... - disse l'arciprete seguendo il corso dei suoi ragionamenti. Poi guardò ancora Franco negli occhi: - E... e qualcosa si farà, diceva la gente salutando Renzo la sera della sua generosa quanto imprudente impresa. - Sperando di non trovarci il giorno dopo con gli sbirri al letto disse Franco. - Vedo che anche tu hai appreso la lezione. Sai, - soggiunse l'arciprete con gli occhi rasserenati - mi sono riletto due volte quei capitoli... e non solo quelli. Bastava che l'arciprete si richiamasse al Manzoni per rasserenarsi. Aveva detto un giorno a Franco: - Per me Manzoni è la dimostrazione che il vangelo, se lo si butta fuori dalla porta, entra dalla finestra. Si alzò nuovamente: - Vado a chiedere al capostazione se sa del nostro treno. 167 Il capostazione stava facendosi vento col giornale, seduto su una sedia impagliata. Nella stanzetta, annerita dal fumo e impregnata dell'odore di petrolio, il ritratto del nuovo capo del governo aveva sostituito quello del duce alla sinistra del crocifisso. - È già partito - rispose. - Fra una mezz'oretta sarà qui, reverendo. Perde almeno dieci minuti nell'attraversare il fiume, dopo il bombardamento del ponte. Ma lei è l'arciprete di... Immagino chi aspetta... No, non si preoccupi. Il professore ha degli amici. Debbo consegnargli una lettera. Si fidano di me. Anzi, nelle sue mani, reverendo, sarà più sicura. Io il professore l'ho visto solo qualche volta e lui non mi conosce. Ma glielo dica: può contare su di me. Il sole era ormai giù e, a fissare bene il cielo, si potevano scorgere le prime stelle. Si udì un debole fischio perdersi lontano. Poi, in fondo al lungo rettilineo, una piccola massa scura si delineò, prese consistenza, avanzò tra sbuffi di vapore e di fumo. - Un momento, questo, che ho atteso da lunghi mesi - disse emozionato l'arciprete. Rimase rigido con gli occhi fissi al treno; si potevano ormai scorgere la faccia scura e il berretto nero del macchinista che si sporgeva fuori dalla cabina. Il treno cominciò a cigolare, a costruire bizzarre volute di vapore, a sussultare facendo gemere le vecchie carrozze di legno, finché, con un ultimo e più straziante sospiro, esaurì la sua strisciata accanto alla banchina di cemento. L'arciprete era sempre immobile. Fece un passo quando vide una maniglia muoversi, un altro quando si spalancò lo sportello, come una preparazione alla corsa non appena la figura del professore si fosse presentata nel vano dello sportello; e il professore si trovò tra le braccia dell'arciprete. L'amico abbandonò per un attimo la testa grigia sulla spalla dell'arciprete, mormorando: - Grazie, don Angelo - poi afferrò la valigia e un sacco di tela militare mentre il controllore chiudeva lo sportello e il treno, sbuffando, si rimetteva in moto. - Vieni, c'è un barroccio che ti aspetta - disse l'arciprete. Il viaggio, fra le ombre delle piante che risucchiavano l'ultimo riverbero del cielo al bordo della stradetta polverosa, fu silenzioso. L'arciprete stava nel mezzo e stringeva il braccio dell'amico. Il professore aveva gli occhi socchiusi, per la stanchezza dei due giorni di viaggio e i ricordi che gli portava quell'aria dei campi in una serata d'agosto, profumata d'erba tagliata e di pennacchi di granoturco. Attraversarono la provinciale e presero la strada del paese. La macchia scura del grande pino che spiccava fra le ombre delle altre piante era ormai vicina. Franco fece schioccare la frusta, il cavallo nitrì. Appoggiata al pilastro del cancello c'era una bicicletta. Franco saltò giù per primo e aiutò il professore e l'arciprete a scendere. Sbucò dall'ombra del vialetto il maresciallo: - Bentornato, professore. Con tutto il cuore. - Grazie, maresciallo - e si strinsero la mano. Il maresciallo inforcò la bicicletta e s'allontanò rapidamente verso il 168 paese. Filomena aveva udito il barroccio e s'era affacciata all'uscio, lasciando filtrare una fetta di luce sul vialetto. - La luce, Filomena - disse il professore, con voce di saluto. - Stasera non vengono a bombardare, sanno che è tornato il professore - rispose Filomena con le lacrime agli occhi. Franco portò i bagagli in casa. Sulla tavola preparata in tinello, c'erano un mazzo di rose, una fetta d'anguria e, in un piatto, un uovo sodo, un pezzetto di formaggio, una piccola forma di pane nero. - È poco, professore, ma non ho potuto trovare altro - disse Filomena. - Il letto è pronto. - Grazie, Filomena. Adesso è tardi, va' a casa. Ci vediamo domani, con più comodo. Filomena s'avvicinò al professore, gli prese la mano, gliela strinse, si chinò per baciargliela come si fa coi preti e seppe dire solo: buona notte, con una voce che l'arciprete non le aveva mai udita. - Avrai fame - disse l'arciprete all'amico. - Oh, sì, oggi non ho assaggiato cibo. - A quanto ti ha procurato Filomena, aggiungi anche la sollecitudine della mamma di Franco - e l'arciprete pose sul tavolo la sportina. Un'esclamazione gioiosa gli uscì incontrollata: - Che è questo? Ah Franco, è stato un pensiero meraviglioso. Franco arrossì: - Un'idea di mio padre. Chi altro in paese ne può bere se non il professore? Il nonno sarà contento, disse. L'arciprete mostrò l'etichetta 1922, e raccontò la storia delle tre bottiglie con tanta vivacità e gaiezza, non tralasciando nemmeno la quarta bottiglia di Toni, che per un momento la sua abituale misura sembrò dimenticata. - E non è stato contaminato dal ventennio, te l'assicuro. Una bottiglia la bevemmo quando Piero... - Il dottore che rimase ferito in Grecia? - Sì, lui, il fratello di Franco, lo devi conoscere, ma ne riparleremo... e c'erano altre persone che mi fecero venire in mente i ciechi e gli zoppi della parabola evangelica... Il professore guardava l'amico con commossa sorpresa. Non gli era mai capitato di vedere, se non nei primi anni, quel vecchio amico (e vecchio non per età, l'età non conta, è la vita che importa, pensava, ma per la lunga familiarità e confidenza) in quello stato di grazia fanciullesca. Lui sempre così misurato, così composto, quasi freddo a non leggergli di dentro. L'arciprete s'accorse d'essersi lasciato prendere dalla gioia senza quella disciplina che s'era imposta da tanto tempo, ma non si pentì. Disse solo: - Ti ho stancato, Salvatore, e sei già tanto stanco. Perdonami. Il professore protestò sorridendo: - Il vecchio poeta non diceva forse: O qua.ni bonum et quam jucundum habitare fratres in unum? E ciò va ben oltre i legami fraterni che dovevano unire leviti e sacerdoti del tempio di Gerusalemme. Vale sempre dove si trovano riuniti degli amici. - Il professore, fra le molte cose che sa, non è digiuno nemmeno d'ebraico - disse l'arciprete rivolgendosi a Franco. - E adesso lo lasciamo. Ci vediamo domani con più ordine, Salvatore. 169 Franco arrivò alla Campanella che era ormai buio. - Faccio io, - gli disse il padre prendendo il cavallo per le briglie - va' a cenare che è tardi. - E patito? - gli chiese la madre, appena entrato in casa. - Smagrito sì, ma credo stia bene. La madre gli si sedette a fianco e gli diceva, ogni tanto, mentre il figlio raccontava com'era andata: mangia, avrai fame, come se ritornasse da un lungo viaggio. Il padre, messo in fretta il cavallo nella stalla e il barroccio sotto il barchessale, si sedette di fronte al figlio e quando la sua donna diceva mangia, avrai fame, interveniva: sa che deve mangiare, lascialo raccontare. Giunto Franco al momento della bottiglia, il padre non seppe trattenersi: - Sai, l'idea mi è venuta lì per lì, chi è che avrebbe pensato prima a una cosa simile! Alle volte basta un po' di cuore per dare soddisfazione alla gente. Benedetta guardò il suo uomo e sorrise. - Hai mangiato abbastanza? - disse poi a Franco. - Sparecchio dopo. Adesso andiamo fuori tutti e tre a vedere le stelle. Alla prima che cade dobbiamo esprimere tutti insieme un desiderio. I vecchi dicono che verrà esaudito. Non dobbiamo lasciarci scappare l'occasione. San Lorenzo viene solo una volta all'anno. Il cielo cominciava a sbiancarsi quando il professore aprì le imposte della stanza da letto. Il lungo viaggio, l'emozione nel rivedere il volto amico di don Angelo, la dolcezza di ritrovarsi fra quelle mura custodi un tempo della serena presenza di Elena, gli avevano procurato una notte riposante. Scese nello studio e si sedette alla scrivania, quasi meccanicamente per lunga consuetudine in quelle primissime ore del giorno, d'estate e d'inverno, che nemmeno il confino era riuscito a far dimenticare. Elena, in una cornicetta d'argento, gli sorrideva. Ancora una volta ne doveva trarre forza per ricaricarsi il peso d'una giornata che avrebbe passato nel silenzio e nella severa disciplina impostagli dall'opera cui stava lavorando, vivente ancora Elena. Era lei a dare tono e ragione al silenzio e allo studio. Gli bastava guardarla per capire che la scelta era stata buona e valeva il prezzo che stava pagando. Anche il prezzo dell'estraneità in quel paese, voluta, ricercata, difesa a costo di farla sembrare un gesto d'orgoglio, perché non poteva condividere il peso che era solo di loro due. Certo, don Angelo era un vero amico, sapeva, e l'aveva accolto assieme a Elena senza riserve, come se la diversità delle strade imboccate fosse solo una duplice manifestazione dell'unica realtà. Ma il peso della sua vita non lo poteva più condividere con nessuno, ora che Elena era morta. In quel mattino, mentre i primi raggi del sole punteggiavano gli scaffali della parete dirimpetto alla finestra, sentì improvvisamente la stanchezza di vivere. Aveva saputo continuare a vivere, dopo che Elena l'aveva lasciato, quasi per forza d'inerzia, sembrandogli che in ogni momento ella rivivesse in lui, come se il velo del tempo si squarciasse e l'amore manifestasse la sua signoria sulla morte. Poi era venuto il confino a esaurire la forza d'inerzia, a imporgli qualche nuova ragione di vita se non voleva 170 lasciarsi trascinare dalla marea degli avvenimenti, e aveva gustato il sapore di nuovi rapporti, forse di nuovi doveri che potevano riempire una vita. Per questo aveva, dopo qualche incertezza, accettato di lavorare assieme ad altri confinati, disposto a continuare la collaborazione anche quando il fascismo fosse crollato. Era giunto il momento. Ma in quel mattino la ripresa di gesti abituali gli era improvvisamente sembrata incapace di contenere nuovi impegni, forse accettati senza averli prima ponderati nella loro durezza. Che fatica, Dio mio, riprendere! Suonò l'avemaria. Don Angelo stava in quel momento entrando in chiesa per prepararsi alla messa. Il paese si sarebbe presto rianimato: i contadini nei campi, le biciclette dei venditori ambulanti per le strade delle cascine, i negozi aperti, il maresciallo per la prima ronda in bicicletta... Tutti sapevano che cosa fare in quel giorno; ma poi, per tutti, sarebbe ugualmente venuta la fine, col sapore amaro d'opere incompiute o nemmeno iniziate. Avesse avuto almeno un figlio per poter dire: ecco, riprendo a vivere perché ho un figlio che deve vivere. Ma sarebbe venuta anche per lui la fine; sempre opere lasciate incompiute, sempre il morso d'un limite che si porta di dentro, che a volte ci si illude d'avere superato perché non si fa sentire, ma che all'improvviso, come in quel mattino, emerge di prepotenza. Eppure bisognava continuare a vivere. Ma perché bisognava? Affrettare la fine non era contro la vita; significava solo riconoscere che la vita s'era esaurita. Come dire che l'amore s'era esaurito e che la morte era più potente dell'amore. No, non poteva essere così. Elena gli avrebbe detto senza incertezze: non è così. Si alzò e andò alla finestra. Il grosso pino apriva i suoi rami fino a toccare l'edera che, non più curata, s'era inerpicata sul muro; il vialetto era stato pulito dalle foglie, in fretta, ma lasciava vedere chiazze di fili verdi e di graminacee che s'allargavano alle aiuole infittendosi sotto il roseto. - Ecco una ragione per vivere oggi - si disse sorridendo. Ritrovò, dove li aveva lasciati prima di partire, la zappa, il rastrello e le cesoie, e incominciò dal roseto. Suonava l'ultimo segno della messa. La notizia che il professore era ritornato completò il suo giro per tutto il paese quando le donne uscirono dalla messa, e già si srotolava per le cascine dai portapacchi dei venditori ambulanti. Il professore tutti lo conoscevano; solo il professore non conosceva la gente. L'arciprete aveva aggiunto, dopo la colletta della messa, l'orazione "ad libitum" prò gratiarum actione e il maresciallo aveva detto all'appuntato: - È ritornato il professore, ma per noi è come se non fosse mai partito -. La guardia comunale che faceva i primi passi fuori di casa, ma in borghese, disse alla moglie: - I tedeschi lasciano correre per il momento, ma vedrai, le cose cambieranno -. La moglie aveva risposto sospirando: - Sei duro a convincerti. Tu non sei tedesco, e il professore non t'ha mai fatto del male. Toni voleva portare alla villetta del professore un mazzo di rose rosse, ma la Cecina gli aveva gelato l'entusiasmo: - Non hai mai parlato al professore, e adesso vuoi darti delle arie. Rose rosse, vero? Ma tu sai come la pensa? Rondine era nei campi quando seppe la notizia. «Appena stacco dal 171 lavoro faccio una scappata al cimitero per dare un'occhiata alla tomba» decise. Arrivò Filomena al solito orario, col mezzo litro di latte appena munto. - Buon giorno, Filomena - disse il professore asciugandosi la fronte. - Buon giorno, professore. Fa già caldo al mattino presto. Ma non è un mestiere questo per lei, soprattutto dopo i brutti giorni che ha passato. Lo dirò a Toni. - Toni? - Non lo conosce? - Conosco poca gente, sai bene, Filomena. - Sta troppo sui libri, mi scusi. Ma la gente la conosce e le vuole bene. - Parlane con Toni, allora, e gli darò quello che è giusto. Filomena si mise a ridere mostrando denti ancora forti: - Toni se avesse soldi pagherebbe lui per metterle a posto il giardino. È uno dell'olio di ricino, e non ha mai piegato la schiena davanti al fascio. L'avesse visto quando abbiamo bruciato in piazza il duce! Sembrava lui il festeggiato. Vado subito a fargli l'ambasciata - e si tolse in fretta il grembiule dei mestieri. La Cecina stava impastando un po' di farina e un uovo per la sfogliata. - Devo parlare con Toni - le disse Filomena con un tono un poco sostenuto. - È per il professore. La Cecina guardò Filomena con aria preoccupata. Dal giorno del falò, / Toni era come se si preparasse per andare al governo. Parlava con chi gli capitava di come doveva essere aggiustato il mondo; lui sapeva che ricetta seguire: socialismo, tutti uguali, portare via i soldi a chi li aveva fatti durante la guerra; e andava da un'osteria all'altra vendendo più parole che ceci. Tutto questo doveva avere in mente la Cecina che non si decideva ad aprire bocca alla richiesta di Filomena. - Non mi rispondete? Non ve lo voglio portare via il vostro Toni disse ridendo Filomena, ma un po' irritata per quel silenzio. La Cecina sospirò a lungo e poi, con voce quasi sussurrata: - Toni è vecchio e la sua parte l'ha già fatta. Adesso tocca agli altri. Se gli danno un'altra volta l'olio di ricino, me lo stendono secco. Lascialo stare Toni. Il professore che è buono e intelligente queste cose le capirà. - Ma che vi salta in testa? - reagì Filomena come se l'avessero punta. - Pensate forse che il professore voglia mandare al confino della gente? Voi non lo conoscete, il professore. Io sono anni che gli vado per casa e vi posso garantire che non è capace di fare male a una mosca, figurarsi a un cristiano. - E perché Toni non sa frenare la lingua e i fascisti sono gente che non perdona. Io ho paura per Toni, cara Filomena... - Ma che c'entrano i fascisti col mettere a posto un giardino... Il professore è bravo sui libri e non con la terra. Io pensavo che Toni avrebbe potuto tirare quella poca terra come un velluto, e il professore era d'accordo. Poi l'avrebbe anche pagato. Ma se voi non volete, come non detto; mi rivolgerò a qualcun altro. La Cecina rise forte: - Dovevi dirmelo subito. Chissà che cosa avevo 172 capito. A parlare in confidenza, stamattina presto voleva portargli un mazzo di rose rosse. Se non ci fossi stata io a farlo ragionare, ci sarebbe andato dritto come una schioppettata. - Il professore ne sarebbe stato contento. Sembra superbo perché non parla mai con la gente ma, lasciatelo dire a me, certe delicatezze le nota. La sua signora poi... Adesso devo andare perché in quella casa, dopo un anno, c'è molto da fare. Avvertite voi Toni? Che venga il più presto possibile. - Fra cinque minuti Toni sarà informato. Finisco con questa sfogliata e poi vado alla Campanella, è là. Quanto alla paga, - disse mentre Filomena stava uscendo - t'immagini Toni che si fa pagare dal professore dopo quanto è successo? Diede colpi vigorosi alla pasta, la coperse con uno straccio bianco, si tolse il grembiule e andò alla Campanella. La via dei campi era più breve per arrivare alla villetta del professore, e Toni conosceva tutti i sentieri e tutte le capezzagne per un raggio di almeno tre chilometri. «Un'altra volta, quando i fascisti vanno dalla strada, noi dobbiamo far scappare il professore dai campi» pensava. «Ih, i fascisti. Adesso tocca a loro scappare». Appena la Cecina gli aveva riportato l'ambasciata s'era sentito le gambe tremare: - Se gli portavo le rose rosse, mi sarei offerto io. Ma tu, quando ti metti in testa una cosa, nemmeno cogli argani te la strappano. - Portare le rose rosse è un conto e vangare è un altro. Tu sei più buono a vangare che a portare rose - gli aveva risposto la Cecina. - E adesso vieni a casa a vestirti un po' da cristiano. Davanti a quella gente bisogna presentarsi puliti. - Il caldo ti da alla testa - e aveva sputato la cicca. - Se il professore è intelligente, e al confino mandavano i più intelligenti perché facevano più paura, sa che a lavorare la terra non bisogna mettersi l'abito della festa. - Fiatvoluntastua - borbottò la Cecina tutto d'un fiato. Toni aveva colto in fretta nell'orto della Campanella un fagottino di verdura per il professore e se lo sentiva ora, appeso al gancio della roncola, battere amichevolmente sulla natica a ogni movimento fra una capezzagna e l'altra. «Gli dirò: io sono Toni. Chissà se mi chiederà che gli racconti dell'olio di ricino. Ma forse lo sa già, se no non mi mandava a chiamare». Era giunto alla villetta. Filomena stava sbattendo il materasso alla finestra di sopra: - Siete arrivato, Toni? Aspettate, vengo subito. Ma a quella voce era uscito per primo il professore. Toni gli si avvicinò. Non l'aveva mai visto così da vicino. «È gente su di tono, ma non fa soggezione» pensò. - Toni, per servirla - disse forte. Fece passare in fretta il fagottino della verdura dalla destra alla sinistra, si sfregò la destra nei pantaloni e strinse la mano che il professore gli porgeva. - C'è un bel lavoro da fare. Le erbe hanno invaso ogni angolo, come. .. i tedeschi - disse il professore, e guardò di sottecchi Toni. 173 - Ma li metteremo a posto per bene - rispose Toni già a suo agio. Sopraggiunse Filomena. - Gli attrezzi sono sotto la tettoia della legna. - Ho qui un po' di verdura - disse Toni guardando il professore. - Ero alla Campanella quando venne mia moglie a dirmi che lei aveva bisogno di me. E allora Benedetta, la padrona della Campanella, pensò di darmi questo per lei. - Oh, grazie, e ringrazi per me quella buona signora. Filomena prese il fagottino dicendo: - Quella donna sa arrivare a tutto, senza dare nell'occhio. - E proprio così - confermò Toni - ma è tutta la razza di lei e di lui che è buona -. Toni, quando parlava della razza della Campanella, includeva anche se stesso e la Cecina. Il professore rientrò nello studio e riesaminò i fogli della busta che gli era stata consegnata la sera prima dall'arciprete. Se voleva fare qualcosa, organizzare e collegare fra loro, in comitati unitari, come si raccomandava in quei documenti, le forze dell'antifascismo in vista della fine della guerra e di uno Stato rinnovato, doveva uscire dal suo isolamento, conoscere la gente, come diceva Filomena, avere il coraggio di fermarsi per la strada a parlare, sedersi al caffè, togliere tempo ai libri e agli studi. Forse la gente s'aspettava da lui qualcosa. Ormai la sua vita, con l'arresto e il confino, non era più un fatto solamente privato. Pubblicamente egli aveva proclamato, senza volere, quello che pensava, la sua opposizione al regime che l'aveva portato con Elena in quell'angolo sperduto nella pianura, costringendolo all'abbandono della cattedra, forse il senso e la ragione della sua amicizia con don Angelo. Rinchiudersi di nuovo significava ignorare completamente quella pubblica dichiarazione di cui non si pentiva, che poteva, anzi, rappresentare ora la sua vera carta d'identità, senza pieghe nascoste, di fronte alla gente. Che gli avrebbe detto Elena? Guardò l'orologio. Erano le dieci. Toni fischiettava mentre, curvo sulla terra, coi calzoni di tela smunta tirati, strappava velocemente l'erba e la buttava sui passaggi fra le aiuole. Toni era un mondo di speranze che non si poteva, sarebbe stato male ignorare. - Filomena, ritornerò per mezzogiorno. Va' pure quando hai finito. Per il pranzo ho ancora cibo a sufficienza. Faccio una passeggiata al cimitero. - Preghi la signora Elena per me - rispose dalle scale Filomena. Il professore andò in cucina. Chiamò Toni: - Venga a bere un goccio. Con Questo caldo e col lavoro si secca presto la gola. - Anche se è mattina, non dico di no. Se non altro per bere alla sua salute - rispose Toni. Fece saltellando i pochi passi nel giardino e i gradini per arrivare in cucina. Si pulì la bocca col rovescio della mano, si sfregò la mano nei pantaloni, alzò il bicchiere: - Alla sua salute, del popolo e della libertà -. Poi lo fiutò da intenditore, stette un momento col bicchiere sospeso, lo rifiutò contenendo a stento un'esclamazione di meraviglia, 174 sollevò lo sguardo sul professore che osservava sorridendo tutta quella liturgia. - Ma questo è del '22, - disse - questo è l'ultimo vino della libertà, questo è ancora vino socialista. Io l'ho già bevuto alla Campanella dopo il 25 luglio quando abbiamo fatto festa... Ma lei, professore... - Come ho fatto ad averlo? - Immagino... Ieri sera Franco è venuto col barroccio alla stazione e suo padre ha avuto l'idea... sì questa è un'idea di suo padre. La terza è per quando ci sarà il matrimonio di Piero con Maria. È un vino che ha resistito bene. - Come chi l'ha messo da parte per questi giorni e chi lo beve adesso disse sorridendo il professore. - Oh, per questo... - e Toni non seppe aggiungere altro perché sentiva che la voce gli tremava. Bevve d'un fiato per non fare attendere il professore che doveva andare al cimitero a trovare la signora, ma sarebbe rimasto lì, col bicchiere in mano fino alla sera, a parlare con quell'uomo che aveva subito capito che anche lui, Toni, aveva resistito come il vino, per vent'anni, e vent'anni non sono venti giorni. Il professore gli diede ancora la mano: - Per il giardino faccia con comodo, quando può e senza fretta. Poi aggiusteremo i conti. - I conti sono già aggiustati - fu pronto Toni che sentiva una grande confidenza salirgli dallo stomaco. - Col socialismo non ci sono più né conti né contesse. Il professore non disse nulla. Gli battè la mano sulla spalla, s'infilò la giacca, prese il cappello e uscì. Toni stette sull'uscio, lo contemplò come una visione finché lo vide scomparire dietro il muro che chiudeva il giardino, e poi, rivolgendosi verso le scale: - Che uomo, vero Filomena? - Non per vantarmi, - rispose Filomena dall'alto - ma io sono anni che lo conosco, senza parlare della signora Elena. «Se c'era nel '22 un professore così per ogni paese, il fascismo non ce la faceva» pensò Toni, e si rimise di buona lena al lavoro perché il professore, di ritorno dal cimitero, non riconoscesse più il giardino. «Filomena non ha niente da vantarsi. Anch'io se l'avessi conosciuto prima. .. Ma come si faceva a conoscerlo?». Prima dell'imboccatura della strada principale del paese, da una parte e dall'altra si stendevano orti ben ordinati e divisi da reti metalliche. Gli orti prendevano acqua dai due fossi che scorrevano parallelamente per un tratto, finché, prima del paese, divergevano ad angolo retto, lambendo le prime case, e tagliavano sinuosamente i campi per poi buttarsi nel canale d'irrigazione, uno a monte e l'altro più sotto. Il professore camminava senza fretta, quasi per rimandare il più possibile il suo primo contatto con la gente. Ogni tanto si fermava e guardava nei fossi il guizzare improvviso delle alborelle argentate e la terrorizzata immobilità della rana che s'era appena gettata nel fosso al rumore dei passi. Si avvicinava, intanto, alla strada principale che sembrava, nel primo tratto, deserta. Affrettò il passo. Ma alla prima porta aperta, mentre la 175 sorpassava, udì una voce di donna: - Bentornato, professore -. Dovette fermarsi. Una giovane donna, con un bambino in braccio, gli sorrideva. Un altro bambino giunse a passi silenziosi dal buio della cucina e s'aggrappò alla sottana della madre. Dalla porta dirimpetto una vecchia attraversò la strada, e poi altre donne da altre porte, e bambini dai vicoletti che immettevano sulla strada principale: - Bentornato, professore -. I bambini guardavano, con occhi interrogativi, quel bell'uomo carico di mistero, che da anni viveva in solitudine, era stato in prigione e portava un titolo che valeva di più di quello di maestro. Il professore diceva soltanto: - Grazie. - Mio marito è disperso in Russia; Mio marito è in Sicilia; Mio fratello è prigioniero in Africa -. Che poteva rispondere? Non erano interrogativi. Eppure il professore capiva che quelle donne si rivolgevano a lui con l'umile tono di chi chiede a uno che può, come se dicessero: Mi faccia ritornare il marito dalla Russia, dalla Sicilia, dall'Africa. - Quando finirà questa guerra? Ma se il fascismo è caduto, perché la guerra continua? Perché gli americani continuano a bombardarci? - E queste erano domande che chiedevano una risposta. Ma lui non sapeva che rispondere. Accennò appena, quasi vergognandosi: - Un po' dipende da noi. - Se dipendesse da me, impiccherei tutti quelli che vogliono la guerra - disse una donna. - Ines ha il marito disperso in Russia - spiegò la vicina. Dopo qualche decina di metri il professore dovette nuovamente fermarsi. Era la prima osteria del paese; sulla porta, con le braccia semili spalancate per tenere scostata da una parte e dall'altra la tenda di graticci variopinti, s'incorniciava umile e servizievole l'oste. Adocchiava, fra il gomito e l'ascella dell'oste, il garzoncello con le braccia che altalenavano una bottiglia e un imbuto. - Bentornato, professore. Se non fosse perché la mia osteria è... insomma... non è per un signore come lei... l'inviterei a entrare per un calicetto di quello buono. - Grazie, grazie, non è per l'osteria... La strada ora si restringeva con l'inizio dei portici, ma subito dopo s'allargava per costeggiarne la lunga fila, interrotta solo una volta da un vicolo laterale, e per delineare la grande piazza, in fondo alla quale, sulla destra, inquadrata da un'altra fila di portici a perpendicolo, biancheggiava la chiesa. Era l'ora della spesa con la tessera. - E il professore - dicevano le donne guardando dalle vetrine. - È dimagrito; ha preso sole, sembra stato al mare. Alcune donne sotto i portici lo salutarono. Altre mostravano di non conoscerlo: era pur sempre uno che non metteva piede in chiesa, che aveva seppellito la moglie in terra non consacrata, nonostante fosse amico dell'arciprete. Il professore infilò il secondo tratto di portici. Alla sua destra, sul fondo della piazza, la chiesa aveva il grosso portone spalancato che lasciava intravedere, nella penombra, il succedersi dei massicci pilastri e delle ampie arcate. Il professore ebbe un attimo d'esitazione; poi, all'altezza del portone, si tolse il cappello. Le donne che, dagli altri portici, lo seguivano con lo sguardo, notarono 176 il gesto: - Il confino gli ha cambiato la testa; Vedrai che s'è convertito; Ma no, è un uomo educato. È un segno di rispetto per l'arciprete; Strano, però, sono quasi le undici e il portone è ancora aperto. Gli altri giorni l'arciprete lo chiude prima delle nove, per non fare entrare il caldo; Ci scommetto che l'ha fatto apposta. Sapeva che sarebbe passato il professore e gli ha voluto dire che la chiesa anche per lui è sempre aperta; E come poteva sapere che sarebbe passato? E poi il nostro arciprete non fa di queste cose; È una conversione; Avrebbe levato il cappello anche se fosse stata una pagoda, per educazione. Davanti al caffè ci fu una piccola ressa dei soliti frequentatori a quell'ora: i venditori ambulanti già di ritorno dal loro giro, qualche mediatore e gli inseparabili reduci della Russia. - A nome di tutti, bentornato professore. Ma entri, qui facciamo assembramento, e Badoglio non vuole - disse Stalino. Il professore dovette entrare. I reduci lo circondarono, distribuendo gomitate ad altri che volevano stargli vicino. Era più loro il professore, dopo quello che avevano passato a causa del fascio. - Se si facevano avanti in Russia come si fanno avanti qui, - borbottò uno andandosi a sedere a un tavolino - avremmo vinto la guerra -. Quando sarebbe terminata la guerra? Lui doveva saperlo, perché gli americani potevano fidarsi solo di gente che era stata al confino. Di Badoglio no, dato che aveva ricevuto anche lui dal fascio la sua bella fetta di torta, e poi perché non aveva subito detto, quando non avevamo ancora tanti tedeschi per i piedi, che la guerra era terminata. Interrogavano e rispondevano. Il professore ne era come frastornato. - Abbiamo bisogno d'un vero capo, se dovesse succedere qualcosa disse Stalino. - Se ci manca un capo, faremo ancora come nel '22. - A ciascuno preme la propria pelle - disse un ambulante. - Uno che non ha famiglia è un conto... - soggiunse un altro. - E così chi paga sono sempre quelli - intervenne un reduce. - Ma questa porca guerra finirà una buona volta. Se noi ce ne stiamo al caffè, ci sono sempre gli operai di Reggio, di Milano, di Torino. Quelli sono gente che non scherza. E quando dicono basta, lo dicono sul serio - alzò la voce Stalino. - Loro sono socialisti. Bisogna essere stati in Russia per capire che il popolo, quando è socialista, è buono ma non scherza - disse il reduce di prima. Ci fu molta confusione. Chi diceva che ci voleva il comunismo, chi il socialismo e chi la libertà di fare ciò che si voleva senza, però, recare danno a nessuno. Il professore ne approfittò per guardare l'orologio: - È già tardi, debbo andare -. Strinse alcune mani. - Si faccia ancora vedere, professore. Qui ora ha degli amici. - Siamo stati delle bestie - disse Stalino appena uscito il professore. - Abbiamo parlato solo noi. E chissà quante cose aveva da dirci. I portici terminavano con la fucina di Natale. La loro ombra la rendeva ancora più buia benché il fabbro, per prendere tutta la luce possibile, 177 avesse buttato giù la parete verso la piazza, che chiudeva alla sera e nei giorni di festa con assi di rovere, portando l'incudine quasi sulla soglia. Poteva, così, osservare tutto quanto succedeva sotto i portici e nella piazza senza interrompere il lavoro. I colpi ritmati del martello sull'incudine sembravano un gigantesco metronomo che regolasse un tempo sconosciuto agli uomini, perdendosi nella piazza e nei campi, cui facevano eco il canto dei galli, il raglio dei due asini e i muggiti dalle stalle. Il ritmo s'interruppe. Le mani nere, il volto nero, i calzoni di tela nera, la camicia nera, il grembiule nero, due macchie bianche al posto degli occhi e una terza fra il rosso e il paonazzo, il fabbro fermò il professore: - Bentornato, professore. Sono tutto nero, ma ero così anche prima del '22. Ho sessant'anni e tiro la mazza da cinquanta. Però il sangue e il cuore si sono sempre conservati rossi. Il professore sorrise. Rispose al saluto levandosi il cappello, e disse solo: - I colpi della mazza non dimostrano sessant'anni. - Gli anni ci sono tutti, ma anche a questa età qualche testa sotto la potrei ancora aggiustare. Il professore udì le ultime parole già fuori dei portici. Aveva fretta. Ormai poteva camminare scostato dalle case poiché la strada si era di nuovo allargata. Il bivio che portava al cimitero era vicino. Ancora un gruppetto di case che gli impedivano la vista del cimitero, poi alcuni campi, ed ecco il ghiaioso vialetto affiancato da una siepe di mirto e da annosi abeti. Lo sfrigolio della ghiaia sotto i suoi passi risuonava tutt'intorno, amplificato dalla vastità del silenzio. Il professore istintivamente camminò più leggero, per non disturbare quella pace che ormai sentiva salirgli dal cuore. Appoggiata all'ultimo abete notò una bicicletta. Ne provò un senso di disagio: avrebbe voluto essere il solo in tutto il cimitero per gustare la vita che continuava, senza le scorie della polvere quotidiana, ma fissata ormai per sempre, almeno finché fosse durata la sua vita. Dolce Elena, haec est vita aeterna, gli affiorò sulle labbra mentre scostava il cancello. La terra non consacrata era dietro ai colombari, dove poteva crescere indisturbata la gramigna; Elena vi riposava, separata dalla società dei morti e tolta alla vista della pietà dei vivi, perché aveva amato, senza chiedere per sé nulla, nemmeno un pezzetto di terra consacrata. Si tolse il cappello e costeggiò a testa china i colombari del perimetro laterale, superò la strettoia fra la cinta e i colombari centrali e svoltò verso la terra non consacrata. La croce della tomba amata brillava nella luce al di sopra dei poveri cippi e delle sterpaglie, come un punto di riferimento in una terra desolata. Ma che stava facendo quell'uomo, chino sulla tomba di Elena? Il professore provò più accentuato quel senso di disagio di prima, ora quasi di fastidio. L'uomo non s'era accorto di nulla; si rialzò, tirò fuori dalla tasca uno straccio bianco, lo passò sul corpo del crocifisso, indugiando poi sul volto. Magro, un poco ricurvo, vestito poveramente, a piedi scalzi, portava sul viso una smorfia che sembrava un sorriso. Il professore si ricordò confusamente di una lettera di don Angelo in cui l'amico l'assicurava che la tomba di 178 Elena era; curata con amore, e che questo incarico se lo era assunto spontaneamente un figliolo conosciuto da tutti come Rondine, un buon figliolo, di quelli che dovranno certamente un giorno meravigliarsi alla proclamazione della loro beatitudine, perché non hanno riconosciuto nessun Signore nell'ammalato, nel prigioniero, e anche in una tomba non consacrata. L'animo del professore si rasserenò. Forse era Rondine. I due si trovarono di fronte, l'uno sorridente, l'altro confuso come se fosse stato colto in un fallo di gravità sconosciuta. - Lei è Rondine, vero? Rondine voleva di dire sì, ma non gli uscì suono. - La debbo ringraziare per la cura che ha avuto della tomba della mia povera Elena in tutto questo tempo - continuò il professore. - So che questo poteva essere rischioso per lei, come dichiarare, in un certo senso, la propria opposizione al regime. Rondine balbettò: - Adesso il fascio non c'è più, e anche prima non c'era pericolo. Loro hanno paura dei morti. - Vienigli disse il professore, e lo prese per il braccio scarno e nervoso. Il tu gli era venuto spontaneo, come un segno di riconoscenza. A capo chino e gli occhi chiusi, conteneva a stento le lacrime. Il volto della donna amata gli era davanti, sereno, illuminato da una gioia profonda, la stessa di quando i due sguardi s'incontravano anche nei momenti difficili e duri. - Non ho saputo darti di più - le diceva. - Ma non capisci, Salvatore, che è tutto? - rispondeva Elena. Doveva continuare a vivere in fedeltà alla vita che aveva ricevuto da lei e che ancora custodiva intatta: lo studio, l'opera cui attendeva e che insieme avevano progettato e discusso, ma anche quella gente che aveva quasi ignorato, colpevolmente certo, e che ora gli veniva incontro senza pretese, nei gesti di Filomena, di Toni, di persone che gli avevano fatto festa mandandogli pane bianco e vino gelosamente custodito come sacro, nel cicaleccio della strada, nell'interruzione della mazza sull'incudine, e in quell'uomo accanto, detto Rondine chissà perché, che parlava coi morti per volere bene ai vivi. - Forse ci siamo estraniati troppo dalla gente - le aveva detto un giorno. - Se è questo il prezzo che dobbiamo pagare - gli aveva risposto Elena - dobbiamo mettere in conto anche la sofferenza di questa estraneità. Ma la sofferenza non è tristezza, vero? - Era stata un poco in silenzio e poi aveva aggiunto: - Sono certa che un giorno la gente capirà, e il tempo del distacco verrà computato per renderci più festosa l'accoglienza. Aveva detto proprio così, l'accoglienza a tutti e due, senza pensare che la morte li avrebbe potuti separare. Ma perché separare? Quell'uomo, detto Rondine, non operava nessuna separazione; da più d'un anno faceva festosa accoglienza a Elena accomunandola a chi era rimasto, e aveva capito pur senza sapere. E don Angelo non aveva sempre accolto l'amico come legato a Elena, anche ora l'uomo di Elena, nonostante le leggi degli uomini? - Penso che pure Dio abbia le sue leggi - aveva 179 risposto don Angelo alla preoccupazione dell'amico di non comprometterlo con un'amicizia tanto manifesta. - E poi non dimenticare che anche il cuore ha le sue leggi. Il cuore è l'interno del vaso... a Cristo premeva l'interno. Ecco, la parola di Elena cominciava ad avverarsi. La gente capiva. Si scosse d'un tratto dai suoi pensieri e cercò Rondine che si era discostato silenziosamente di qualche passo. Gli si avvicinò, lo riprese sotto braccio e gli disse: - Andiamo, è quasi mezzogiorno. Non hai ancora pranzato, vero? - Per questo io ho tempo. Prima delle quattro non si riprende il lavoro in questa stagione e io, con la bicicletta, sono a casa in un volo. Giunse prolungato dalla vastità dei campi il primo tocco del campanone di mezzogiorno. - Non so ancora il tuo nome. Il mio è Salvatore. - Io mi chiamo Spartaco, però tutti mi conoscono per Rondine... Un bel no>me Salvatore. Ho sentito dire che anche quell'uomo che hanno messo in croce si chiamava Salvatore. Una bella croce quella... Alla gente piace, anche a me. Dicono che porta la corona da re perché non vuole altri re sulla terra, che è repubblicano. Se è così, mi piace due volte. - Più o meno è un repubblicano - sorrise il professore. Erano giunti al cancello. - Adesso che lei è ritornato, posso ancora portare i fiori sulla tomba della signora Elena? - Ma certamente, farai cosa gradita a lei e a me. - Se è così... se non le da fastidio... Si strinsero la mano. Rondine inforcò con un piccolo salto la bicicletta e si mise a pedalare alzandosi sulla sella. Il professore, fermo sul gradino del cancello, lo guardava combattuto da un'idea che gli era venuta improvvisa. Perché non invitare a pranzo Rondine? Avrebbe significato con un gesto chiaro la sua decisione di accettare l'accoglienza della gente, anche a nome di Elena. Ma non era facile, lui così schivo, e con un uomo di cui non conosceva nulla se non l'amore per i morti. Ancora pochi metri, e Spartaco avrebbe imboccato la carrozzabile. Chissà quando si sarebbe presentata ancora un'occasione simile! Gridò: - Spartaco - e la sua voce gli risuonò quasi sconosciuta. Aveva mai gridato tanto forte? Da ragazzo, forse, nel richiamo dei giochi. Rondine si fermò, scese dalla bicicletta, l'appoggiò alla siepe di mirto, e i due uomini s'andarono incontro. - Hai qualcuno che ti aspetta a casa? Rondine rimase sorpreso, perché nessuno gli aveva mai chiesto una cosa simile. Chi poteva aspettarlo a casa? Voleva scherzarci su, ma riuscì a far parlare solo gli occhi. Il professore comprese: - Non verresti a mangiare un boccone con me? Non ho molto in casa, ma ci possiamo accontentare. - Se è per questo, io non ho pretese, ma non voglio che si disturbi. E poi, che direbbe la gente? Attraversare il paese vicino al professore! I 180 ragazzi farebbero processione dietro a me... - La gente pensi quello che vuole. Tu sei mio amico e non c'è nulla di strano che t'inviti a casa. - Ma prima bisogna che la gente capisca che sono suo amico... - Non basta che tu abbia curato per tutto questo tempo la tomba della mia Elena? - Questo non conta... era mio dovere. I morti aspettano sempre qualcuno... Erano arrivati alla fine del vialetto. Rondine afferrò la bicicletta: - Se avrà bisogno di me per qualche commissione... non si faccia riguardi. La strada non mi fa paura. Con questa bicicletta avrò già fatto il giro del mondo - e gli disse dove abitava. - Come vuoi - gli sorrise il professore. - Verrai a trovarmi qualche volta? Può darsi che abbia bisogno di te, anche presto. Rondine con un salto e qualche pedalata scomparve presto alla vista del professore. Il sole era quasi a picco e aveva fatto rannicchiare tutte le ombre delle case mentre il professore riattraversava, a passi svelti, il paese ormai deserto. IL BOLLETTINO DELL'UNA. La terza notte del ritorno del professore ben pochi in paese riuscirono a dormire d'un fiato prima che il lattiginoso annuncio dell'alba segnasse ancora incerto l'orizzonte. Verso mezzanotte, quanti stavano alla finestra per cercare di filtrare un po' d'aria fresca tra i vapori lasciati alla notte dai bollori di quel giorno afoso di metà agosto, e chi sedeva sui parapetti dei ponticelli ai limiti del paese, intento a non rovinare la frescura dello scorrere delle acque con le punture delle zanzare, dettero la voce alla casa più vicina. Altre finestre si spalancarono, altre persone si sedettero sui parapetti. Giungeva da lontano un sordo rumore come di tuoni ostinati, e tutto il cielo, a tramonto del paese, aveva preso un colore arancione che si dileguava nella volta blu cupo della notte. - Sembra la fine del mondo; Ma che vogliono? Non capiscono che hanno già vinto la guerra? Colpa di Badoglio. È stato lui a voler continuare la guerra. La guerra continua, ha detto. Ci fan vedere cos'è la guerra; No, la colpa è del re. Badoglio ubbidisce al re; Però anche gli americani sono dei delinquenti... Erano frasi buttate da una finestra all'altra, da una porta all'altra, da un parapetto all'altro, ma senza gridare perché il bombardamento era sulla grande città lontana, e chi era sotto era sotto, e loro non potevano farci niente. Alcune donne si erano sedute sull'uscio di casa e, fra il loro discorrere, inserivano giaculatorie e requiem perché ci pensassero le anime sante del purgatorio. Il maresciallo s'era vestito in fretta ed era uscito col moschetto a tracolla per persuadere la gente, se mai ce ne fosse stato bisogno, a non fare assembramenti. Pedalava lentamente per le vie del paese, tenendo con la 181 mano sopra il manubrio la lampada oscurata. La gente, al passaggio del maresciallo, taceva perché era sempre facile dire spropositi, ma si sentiva protetta. A metà della strada principale, una donna fermò il maresciallo. - Maresciallo, verranno anche qui? - State tranquilla, Resina, qui non vengono di sicuro. - Se lo dice lei, maresciallo, io ritorno a letto. Man mano che l'assicurazione del maresciallo circolava, la strada principale si svuotava, finché divenne deserta, e il maresciallo potè dirigersi verso la strada che portava alla Campanella, dove si trovava il grosso della gente a godersi lo spettacolo dell'orizzonte incendiato dal bombardamento a tramonto del paese. - Arriva il maresciallo - si passarono la voce. - Che venga, non facciamo niente di male; Siamo in troppi, non dobbiamo fare assembramenti; Non vorrai stare in casa se vengono anche qui a bombardare; Siamo troppo lontani. E poi che bombarderebbero qui? E là che cosa bombardano? Non abbiamo più niente, ci rimangono solo le case con la gente dentro da far saltare in aria; Ecco il maresciallo; E una notte calda, signor maresciallo. Il maresciallo era smontato dalla bicicletta, aveva risposto al saluto, teneva con una mano il manubrio e col fazzoletto nell'altra s'asciugava il viso dal sudore. Nell'oscurità non riconosceva nessuno. Erano uomini, donne, bambini in braccio alle loro madri o alle nonne, mentre i più grandicelli andavano da un crocchio all'altro per sentire quello che dicevano i grandi. - Non c'è nessun pericolo - disse finalmente il maresciallo. Meglio che ritorniate alle vostre case. - Non c'è proprio nessun pericolo? - disse una donna sul cui petto dormiva un bimbo ancora in fasce. - Mio marito è nella contraerea, in Sicilia. Voleva dirle che in pericolo c'era già lui e non bisognava metterci anche il bambino. Il maresciallo capì. Aveva imparato ormai a capire quanto la gente voleva dire di fronte a lui. - Anche vostro marito ritornerà sano e salvo. Può darsi che adesso sia già sul continente. - Che ha detto il maresciallo alla Franca? Ha detto che suo marito verrà a casa presto; Cosa ha detto il maresciallo? Ha detto che la guerra finirà presto; Cosa sta dicendo il maresciallo? Che se non fosse per i tedeschi la guerra sarebbe finita il 25 luglio; Allora non è il re che vuole la guerra; No, sono i tedeschi. Il maresciallo non aveva detto nulla sulla guerra e sui tedeschi. Ripeteva solo con voce calma: - Non c'è nessun pericolo, ritornate a letto -. Qualcuno cominciò a sfollare, chiamando la sua donna; altri si accodarono. - Ha ragione il maresciallo. E poi domani non c'è bombardamento che tenga, bisogna lavorare. L'asino della Campanella ragliò. - È l'una - sbadigliò una voce. - Adesso risponde l'asino di Giuliano -. Risero: - Per loro non c'è guerra -. Rimase solo qualcuno che s'era portato lo sgabello: - M'è 182 passato il sonno. Cerco di farmelo venire di nuovo. Era rimasto anche Toni, seduto su uno sgabellino a tre piedi, la testa che sembrava ancora più penzolante dalle spalle ricurve. La Cecina non l'aveva voluto seguire. - Bombardano - le aveva detto. - Io non sento niente. - Non senti perché sei sorda come una talpa, ma ti dico che bombardano. - Se bombardano, lasciali bombardare. Non ci possiamo fare niente. Vieni a dormire e chiudi la finestra, che non voglio prendere i reumatismi per la bella faccia di Badoglio. Correvano le prime voci nella strada. - Vado a vedere - aveva detto Toni. S'era infilato i pantaloni e cercava a tentoni la roncola. - Vuoi che venga anch'io? - gli aveva detto allora la Cecina. Ma Toni seguiva un suo ragionamento, affioratogli appena sveglio: - Non so perché bombardano, quando il professore mi ha assicurato che ci avrebbero lasciato in pace. - Il professore sa tante cose, ma è troppo buono, e lo possono ingannare. - Eppure non dovrebbero bombardare. Là è il popolo che comanda, e il popolo non dice: ammazzate il popolo... A meno che il popolo anche là non comandi - aveva brontolato mentre scendeva le scale sbattendo gli zoccoli di legno a ogni gradino. Ma perché bombardano? Con quell'interrogativo era uscito sulla strada e l'aveva percorsa fino al limite delle case, ascoltando distrattamente quanto diceva la gente. «Perché, se anche là non comanda il popolo, gli americani sono come i tedeschi». - Toni, ci vorrebbe la cesta dei lupini per passare meglio il tempo; Toni, mi dicevi ieri sera che non avrebbero più bombardato; Sei vedovo, Toni? Dov'è la Cecina? Giri armato, Toni. Gliela tagliamo la testa se cade qualche americano? L'interrogativo gli era rimasto nella testa per tutto il tempo in cui ci fu gente, non l'aveva lasciato nemmeno all'arrivo del maresciallo, e gli martellava ancora dentro adesso che era rimasto solo contro il muro dell'ultima casa di fronte alla striscia rossa sull'orizzonte. «Ci fosse qui il professore, lui mi saprebbe rispondere. Forse ha ragione la mia vecchia: è facile che l'ingannino perché è troppo buono. Gli americani gli avevano mandato a dire: non bombardiamo più, per farsi un po' di propaganda e averselo amico; e poi, rimangiandosi tutto, bombardano». Gli venne desiderio di andare sino alla villetta del professore. Poteva darsi che fosse alzato anche lui, seduto contro il muro di casa. Ma poi pensò che disturbare la gente a quell'ora solo i matti lo potevano fare. «Domani è sabato, e gli finisco tutto. Così, se domenica ha visite, trovano il giardino a posto, come se il professore non sia mai stato al confino, e gli chiedo perché bombardano». In quei tre giorni aveva pulito il giardino che, poteva ben dirlo Filomena, era un velluto. Poi aveva messo a posto la tettoia della legna, rifatta la catasta e aggiunto qualche fascio di rami secchi, legati con scorza di salice, che lui stesso era riuscito a racimolare dagli alberi più alti, legando la roncola a una lunga pertica. Era cosi difficile trovare legna secca per i 183 campi con tutti quei ragazzi a casa da scuola; ma lui c'era riuscito, e così il professore poteva andare avanti fino all'autunno, quando si scapitozzano gli alberi e, a conoscere bene i posti per arrivare tra i primi, qualche cosa salta fuori. Avrebbe fatto un po' per sé e un po' per il professore. «Dietro la casa ci sarebbe posto per una gabbia di conigli. Fare una gabbia, in un amen gliela metto assieme. Certo, bisogna curarli, dargli l'erba, e non si può pretendere che il professore, con tutto quello che ha da fare sui libri, pensi anche ai conigli. Ma che ci vuole per me? Un mazzo derba al giorno gliela trovo, e quando porto l'erba pulisco la gabbia. Per l'odore non c'è da preoccuparsi: la gabbia è dietro casa e il suo studio, con la camera da letto, da sul giardino. Se vuole, perché avrà difficoltà, che mi disturbo, che lavoro per niente e che non è giusto, gli dico che quando gli ammazzo un coniglio io mi prendo la testa e la pelle così mi pago. Insomma, caro professore, bisogna arrangiarsi in questi tempi. I libri non fanno carne». Quei tre giorni Toni li aveva divisi tra la Campanella e la villetta del professore. - C'è qualche cosa d'urgente da fare qui? - diceva al mattino presto entrando nell'aia della Campanella. - Proprio d'urgente non c'è nulla - rispondeva Franco che sapeva la fretta di Toni. - Se mi dai una mano a caricare l'erba sul carretto, in un'ora ce la sbrighiamo. Era entrato in confidenza col professore. Gli aveva raccontato del '22, dell'olio di ricino, della disoccupazione perché non aveva preso la tessera, ma non della storia della bottiglia dato che certe cose come si fa a dirle a una persona tanto fina? Gli aveva parlato del 26 luglio, della guardia comunale che era stata dieci giorni senza mettere fuori il naso dalla porta, dello sciopero delle filandaie che sembrava un miracolo dopo tanti anni, del falò e del segretario del fascio che s'era fatto fare nuove camicie con della tela che aveva imboscato nei primi mesi di guerra, del fiume di varichina venduta dagli ambulanti per cancellare i fasci sulle magliette dei ragazzi, del vino bevuto quel giorno e della bocca amara perché la guerra era continuata. Il professore ascoltava con gusto e faceva domande; lo provocava perfino, con molto tatto, perché parlasse ancora, in quella lingua fatta d'immagini, di proverbi, di suoni espressi con una patina d'ironia che ne rendeva più vivi i colori e i suoni. Toni intuiva che il suo discorrere piaceva al professore e lo infiorava con modi di dire che traeva dalla sua memoria di vecchio, oppure costruiva in quel momento, preceduti da una mimica improvvisa del volto e delle mani. «A volere ci sarebbe il posto anche per qualche anatra e qualche oca; un po' d'erba tenera e di farina gialla, e le si mantiene. Ma non debbo esagerare per non trasformare la casa del professore in un'arca di Noè. Sarà già molto che sia d'accordo sui conigli». Cominciava a sentire la testa pesante. Si alzò un poco dolorante perché lo sgabellino, basso com'era, gli aveva insaccato le ossa, lo prese per un piede, lo volteggiò in aria, lo depose sulla spalla sinistra e, trascinando gli zoccoli, se ne tornò a casa. Per non far rumore lasciò gli zoccoli ai piedi della scala, ma la Cecina era sveglia: - E un pezzo che la gente è ritornata a casa. Se aspettavi ancora ti 184 venivo a cercare - gli disse. - Mi sono voluto godere il fresco. Si sta così bene fuori che chiudersi in una stanza è come andare in prigione. Ma non sono riuscito a capire perché abbiano bombardato. - Dormi, adesso - gli disse la Cecina con voce calma, quasi affettuosa. - Tanto non bombardano più, e quello che è stato è stato. Tu non ci puoi fare niente. Toni sospirò: - Ma io questo sol dell'avvenire lo voglio vedere -. Furono le sue ultime parole per quella notte. Subito dopo la Cecina lo sentì russare. Il giorno dopo il bombardamento ci fu una grande confusione al caffè ancora prima del bollettino dell'una. Le distruzioni e i morti della notte, chissà quanti ce ne saranno stati, avevano rimesso in discussione tutto, ma non si sapeva bene che cosa; per questo non c'era nessuno che non pensasse d'avere ragione, e le ragioni erano tante, pressappoco quante gli avventori del caffè in quell'ora, più di quelli che ne potessero contare le due osterie messe assieme, perché gli abbonati alla scodella di viino erano, sì, una fiumana spropositata da non sapere dove metterli, ma nei giorni feriali molti preferivano risparmiare per il grande godimento festivo e s'adattavano a passare quell'ora morta seduti sull'uscio di casa non battuto dal sole, o coricati sotto una pianta a masticare una pagliuzza o un filo d'erba, tanto per fare qualcosa. E poi, che gusto c'era a sentire il bollettino? Mai che dicesse che così non si poteva andare avanti, che era ora di smetterla, Badoglio o non Badoglio, fascio o non fascio, e tutti quei cancheri di generali che la tenevano lunga solo perché non avevano un altro mestiere fra le mani. Dargli una zappa bisognava, fargli chinare la schiena sulla terra, e chi più avrebbe avuto voglia di fare la guerra con la schiena rotta? Ma avessero avuto qualche soldo in tasca senza intaccare il mucchietto per la domenica, anche due bollettini avrebbero ascoltato gli abbonati delle scodelle domenicali, pur di passare dalla loro chiesa, dicevano le donne già sedute sugli usci a quell'ora dato che, con la poca roba che si trovava in giro, pentole da sgrassare con la cenere ne avevano poche. C'erano però sempre dei fortunati che la loro perdonanza quotidiana nelle osterie la prendevano, e gli osti non potevano lamentarsi perché tavolini e tavole vuote si potevano contare sulla metà d'una mano, per non parlare delle panche sotto il pergolato. Gli affari erano cominciati con la guerra d'Abissinia. Anche le osterie, subodorando l'affare, s'erano equipaggiate di radio e d'una grande cartina dell'Abissinia, con tanti spilli che facevano da asta alla bandierina tricolore per segnare l'avanzata di Badoglio. - Vado a sentire che cosa hanno fatto al Negus - dicevano i contadini e i vecchi. - Questa guerra mi rovina - dicevano quando, dopo il bollettino ascoltato in piedi, comandavano la seconda scodella di vino, nero come il Negus. Poi gli affari calarono con la conquista dell'Abissinia, per riprendere rigogliosi con la guerra a fianco dei tedeschi. - Ma non sai - dicevano alle loro mogli - che se non vado ad ascoltare il bollettino, il fascio 185 me la farà pagare finita la guerra? Tanto è questione di qualche mese, e poi farò ancora il certosino. - Il bollettino è una scusa, come se non ti conoscessi - dicevano le mogli, ma non potevano fare scene perché, se era vero che l'Italia vinceva, il fascio dopo avrebbe fatto qualche dispetto ai disfattisti. - Peccato che non ci sia un'osteria anche per le donne - sospirava qualcuna mentre il suo uomo andava all'osteria; e si consolava versandosi ancora un goccio prima d'alzarsi per rimettere ordine in cucina. Con la caduta del fascio, poi, gli affari avevano registrato un'impennata mai vista, figurarsi dopo quella notte di bombardamenti, che nessuno avrebbe mai pensato possibili. Anche nelle due osterie c'era confusione, ma le voci erano meno agitate perché il fiato i vecchi lo volevano risparmiare per il pomeriggio e la sera della domenica, e anche perché, in tutta quell'accozzaglia di avvenimenti che davano il capogiro come sulla giostra della fiera, ci capivano poco. Però erano stati loro i primi, non quelli del caffè, a non levarsi più in piedi per il bollettino dell'una, e se ne vantavano. Aveva cominciato un vecchio che s'era alzato poco prima del segnale, ma per andare al banco a comandare una seconda staffa di vino: - Questo bollettino mi costa una staffa - aveva ridacchiato. - Io la berrò dopo - aveva detto un altro, ed era rimasto seduto. Il giorno dopo nessuno s'era più alzato. La notizia giunse al caffè attraverso certi venditori ambulanti che s'erano innalzati, col commercio tenuto su dalla guerra che faceva loro cavare soldi anche dalla terra calpestata, alla condizione di permettersi la frequentazione del caffè, ma non volevano fare un torto alle osterie che li avevano accolti in tempi di magra. Erano benemeriti del paese perché servivano da comunicazione sociale fra le classi, quasi come gli impollinatori, li aveva una volta definiti l'arciprete; ma la parola era troppo difficile e la gente preferì quella di impallinatori. - Giusto, era una legge del fascio, e adesso il fascio non comanda più. Quelli delle osterie ci hanno battuto - dissero gli avventori del caffè, e non si alzarono più nemmeno loro. Ma quel giorno del bombardamento la confusione era tanta che, anche prima del bollettino, i reduci si trovavano già in piedi aggrappati alle loro sedie per non lasciarsele portare via, e altri s'erano alzati perché come si fa a gridare seduti? e chi era rimasto sotto a tutto quel gesticolare si sentiva mancare l'aria e, piuttosto che soffocare, s'era alzato anche lui. Cosicché, per udire qualcosa del bollettino, il padrone del caffè aveva alzato pure la voce della radio, e nella discussione anche le sedie di tanto in tanto si alzavano mentre il padrone non ce la faceva più a capire che cosa comandavano, se grappini o bianchini o altro. Poi, come accade coi temporali che si sono sfogati, la confusione andò scemando fino ad acquietarsi man mano che i bottegai, preceduti dal farmacista, uscirono per riaprire i negozi, e gli artigiani per le loro faccende, e i venditori ambulanti per contrattare col grossista la partita del mattino. Rimasero i reduci, e altri ancora, da lasciare solo qualche tavolino libero. 186 - Noi non sappiamo niente, - s'udì finalmente, distinta, la voce di Stalino - possiamo continuare a discutere fino a domani mattina ma non ci caveremo niente. Però in paese c'è una persona che è al corrente di tutto. Io per me sono disposto a mettergli nelle mani anche l'anima se mi dovesse dire di fare qualcosa. - Peccato che non lo vediamo mai - aggiunse un altro. Nessuno chiese chi fosse quella persona per non passare da ignorante. Ma nemmeno il professore era al corrente di tutto. Al mattino, alla domanda che Toni portava nello stomaco dalla notte, aveva solo risposto: - Perché la stupidità degli uomini non ha limite -. Non era una risposta. Che ci fossero degli uomini stupidi Toni lo sapeva, ma per bombardare ci vuole ben altro. Aveva ragione la Cecina: il professore era troppo buono e l'avevano ingannato. Toni chinò la testa, andò a cercare sotto la tettoia il rastrello che aveva appena lasciato sul vialetto, guardò in alto se mai scorgesse qualche nuvoletta e sospirò. «Stupidi, eh? Gliela farei vedere io come si pagano gli stupidi» brontolava di dentro. Il professore l'osservava in quel suo andare e venire senza concludere, pensò che fosse la delusione della sua risposta troppo astratta, cercò di rimediare: - Toni, che dice la gente di questa situazione? - La gente? - e Toni alzò le spalle. Se attaccava discorso non l'avrebbe finita più, e lui in quel momento non aveva voglia di parlare. Ma bisognava essere educati con quell'uomo che era stato al confino, anche perché se uno è troppo buono che colpa ne ha? - La gente? La gente non è il popolo. Il popolo saprebbe che cosa dire. Ma la gente vuole la minestra bell'e pronta, che gliela mettano nella scodella e che gliela imbocchino, come il 26 luglio. - E il popolo, allora? - insistette il professore. Toni si confuse, il popolo voleva tante cose, le stesse che voleva lui perché lui era popolo. - Eh il popolo... Io non so di preciso... io non ho studiato... Ma se stesse in me, prenderei tutto il popolo e lo porterei a Roma per gridare che vogliamo la pace e far prendere un po' di paura al re e ai generali. .. Ma il popolo è ancora disunito... Io per me la penso così... La voce che quelli del caffè volevano vedere il professore perché era l'unico del paese che potesse dire qualcosa di sicuro su quanto stava succedendo, raggiunse il giorno dopo le osterie attraverso gli impollinatori. Toni aveva appena scostato la tendina di graticci che fu investito dalla voce di uno che dopo il 26 luglio voleva sempre tenere banco e dire l'ultima; e pensare che pure lui aveva avuto la tessera del fascio. - Sai, Toni, al caffè vogliono invitare il tuo professore a tenere una predica sulla guerra. - Lo vogliono mettere a capo del paese - rincarò un altro. Toni, senza dire nulla, si sedette al tavolo di chi aveva parlato e comandò una scodella di vino. Quel "tuo" l'aveva colto di sorpresa. Un senso di compiacimento per quel pubblico riconoscimento della sua confidenza col professore si mescolava a un altro di fastidio, risultando un sapore che non è come per il vino che lo si può giudicare al primo 187 gargarismo. "Tuo", ma che ragionamenti sono? La tua vecchia, passi ancora; la Cecina era sempre stata sua. E poi, se il professore avesse saputo di quella chiacchiera poteva pensare che fosse stato lui, Toni, a vantarsi di essergli in confidenza. E allora, che cosa si doveva dire dell'arciprete? Bevve d'un fiato mezza scodella di vino: - Intanto non si dice predica, ma comizio - disse mentre si asciugava la bocca col dorso della mano. - Le prediche le fa l'arciprete per chi le vuole ascoltare. Prima del fascio si tenevano comizi, e siccome adesso non c'è più il fascio, bisogna dire pane al pane e comizio al comizio. - Vero; quando c'era il socialismo si facevano i comizi - saltò su un vecchio. - Io ne ho sentiti da Bissolati, quello era una bocca! Toni non raccolse il nome di Bissolati. Lì ci sarebbe stato molto da dire, se Bissolati era un vero socialista con quella guerra da marcire in trincea e tutto il resto, e Toni aveva fretta di chiudere la faccenda del professore, perché non saltasse più in mente a nessuno, nemmeno per ridere, che lui vantasse qualcosa su quell'uomo. - Quanto a quelli del caffè, che credono di sapere tutto, perché non l'hanno invitato quando ancora c'era il fascio? - Giusto, - disse il vecchio - ci sarebbe da invitarlo noi che siamo stati i primi a non alzarci al bollettino. - Quello non è uomo da osteria - fece svelto Toni, perché gli stava per traverso quel "tuo". - E non è nemmeno né mio né tuo - disse rivolto al primo, alzando in alto la mano destra a troncare ogni replica. - Su certe cose non si può scherzare. E sa lui se deve andare al caffè o no. Ma il giorno successivo, mentre armeggiava attorno a delle assicelle per la gabbia dei conigli e il professore lo guardava con una certa ammirazione («ecco, io non saprei mai fare una gabbia per conigli»), Toni buttò là l'idea: - Non se n'abbia a male, professore, parlo da ignorante, ma dovrebbe farsi vedere qualche volta al caffè. Il professore non rispose subito. Non aveva ancora vinto del tutto la ritrosia a uscire dal suo mondo; il gusto della solitudine gli era penetrato nel sangue. Pensò a Elena, alla promessa che le aveva fatto sulla tomba qualche giorno prima. Forse Toni era la spinta di cui aveva bisogno, l'aiuto ad affrontare un mondo quasi sconosciuto. - Va bene, Toni. Oggi andrò al caffè. Verrà anche lei, vero? Non aveva pensato che Toni, per un altro verso, si poteva trovare a disagio al caffè; desiderava solo avere vicino un volto amico e conosciuto in mezzo a tanta gente. - Io al caffè? - rispose Toni ridendo. - Io sono un uomo da osteria. - Perché? - si meravigliò il professore. - Al caffè va gente che è su di tono. - E allora lei vorrebbe che andassi fra quella gente? - Per lei è diverso. Ma me, se mi vedessero al caffè, direbbero che mi voglio dare delle arie. - Proprio lei, un socialista che vuole l'uguaglianza fra tutti, fa questi discorsi? - disse in tono scherzoso il professore. Toni lo guardò sorpreso. Già, un socialista che vuole l'uguaglianza 188 deve dare l'esempio, e andare al caffè se ne ha voglia, e all'osteria se ne ha voglia, perché gli uomini sono tutti uguali, e nudi sono nati, e senza una lira se ne vanno. Ma faceva proprio sul serio il professore? Possibile che ci fosse arrivato così, su due piedi, mentre a lui, al Toni dell'olio di ricino perché il fascismo non voleva l'uguaglianza, queste cose non erano mai venute in mente? E poi, uh, il caffè. Tanta importanza, ma prima del fascio era pur esso un'osteria, e neanche frequentata. Sì, bisognava cominciare a dire che si andava verso l'uguaglianza. - Professore, all'una vengo al caffè ad ascoltare il bollettino. - Berremo il caffè assieme - disse il professore, e si ritirò nello studio. Ma per Toni la cosa non risultò subito così liscia. «Bestia, hai voluto fare il carico di briscola» pensò stizzito con se stesso riprendendo il lavoro attorno alla gabbia. «Toni diventa matto, diranno. Perché va a vangare dal professore si è montato la testa. Adesso si metterà anche a far comizi, diranno. Dovevi stare zitto, non immischiarti negli affari degli altri, non dare consigli, e saresti andato a bere pacifico la tua scodella di vino all'osteria. Che c'entra il socialismo col caffè? Dovrei allora andare in chiesa per dimostrare che voglio l'uguaglianza? E lui ci va? Ma ormai la frittata è fatta, gli ho detto che andrò, e Toni è sempre stato di parola. Cancheri Badoglio e il re... Ma appena finito il bollettino, vado subito alla Campanella, e prima d'immischiarmi in simili faccende ci penserò due volte... Ah, se lo sapesse la mia vecchia». E al pensiero della Cecina si stizzì ancora di più. Invece non venne via subito dopo il bollettino. Il professore pranzò in fretta e fu uno dei primi a entrare nel caffè. Voleva esserci prima che arrivasse Toni, per fargli coraggio. - Buon giorno, professore - disse il padrone con due occhi che dicevano: ma che cosa è successo? - Glielo faccio subito, la macchina è quasi calda. - No, dopo, aspetto un amico - e si sedette al tavolino del giornale. Lo sfogliò mentre il padrone abbassava la radio per non disturbare la lettura del professore. Entrarono i reduci, incollati com'erano da quell'ora fino a sera, e si sedettero al tavolino del professore dopo avere chiesto il permesso. - Ci vorrebbe un po' di quella neve, con questo caldo - disse il professore tanto per avviare il discorso. - Quella neve? - disse Stalino. - Se è russa, sì, ma se arriva con qualche tedesco, piuttosto il caldo dell'inferno. Gli altri due risero e annuirono. Man mano che gli abituali frequentatori entravano si assiepavano attorno al tavolino del professore. - Chissà dove ci manderanno adesso - disse un reduce. - E io voglia di riprendere il fucile non ce l'ho proprio. - Purché non sia assieme ai tedeschi, altrimenti... - ma Stalino non finì la frase. Non sapeva nemmeno lui che dire. - Adesso che la Sicilia è in mano agli americani, sbarcheranno a Genova e la guerra sarà finita - disse uno in piedi. 189 - Intanto per stare in allenamento bombardano le città - aggiunse un altro. - Sbarcheranno a Genova, professore? - Anche se sbarcassero a Genova, - rispose il professore - o in un altro porto, non è detto che la guerra finirà. Bisogna vedere cosa ne pensano i tedeschi. - Se i tedeschi faranno storie, - disse Stalino - ci penserà l'esercito. Allora sì, anche se la mia licenza non fosse scaduta, a sparare mi metto in prima fila. E vorrei vedere i tedeschi con gli americani e gli italiani addosso. - L'importante è domandarsi se sapremo difenderci dai tedeschi disse il professore. - Anche coi coltelli - fu pronto Stalino. Altri erano entrati e avevano preso posto ai tavolini. Quelli attorno al professore cominciarono a diradarsi per occupare gli ultimi posti liberi. Il professore poteva di nuovo guardare fuori sotto i portici, mentre Stalino parlava della ritirata, coi tedeschi che rubavano la benzina ai camion italiani. Toni da un po' se ne stava sotto il portico, a una decina di metri dal caffè, girando lentamente attorno ai pilastri, e non si decideva. «Tanto questo dente bisogna che me lo faccia cavare» e affrettò il passo per dare un'occhiata all'interno del caffè come se passasse di lì per caso. A un paio di metri rallentò, sperando che fosse il professore a invitarlo, così non avrebbero detto che lui voleva innalzarsi di grado, adesso che il fascio non comandava più. Il professore aveva fissi gli occhi sul riquadro dei graticci e, non appena intravide la sagoma di Toni, si alzò, fece un passo verso la porta e: - Venga, Toni, prendiamo il caffè assieme. «Era quello l'amico che aspettava» borbottò fra sé il padrone che aveva l'occhio attento a ogni cliente senza parere. «Proprio Toni, che non ricordo mai d'averlo visto qui. E io che mi aspettavo almeno uno di città». Toni ebbe un'attimo d'incertezza. La roncola gli sbattè sulla natica; si sentì il sangue salire al volto. - Veramente... - disse, e non seppe aggiungere altro. - Prenda una sedia dal portico, Toni. I reduci fecero posto a Toni. Il professore era andato al banco e aveva comandato cinque caffè. - Corretti? - Corretti, e uno doppio - rispose il professore. - Per Toni soggiunse sorridendo. Cominciò Stalino quando il professore si risedette, indicando Toni: - Ce ne voleva di questa gente nel '22, e oggi non saremmo in guerra, oppure combatteremmo dalla parte giusta. Toni sorrideva un po' confuso. La radio dette il segnale dell'una e si fece silenzio. Molti guardarono di sottecchi il professore, pronti ad alzarsi s'egli sì fosse alzato. Ma il professore rimase seduto. Rimase seduto perfino l'ex segretario del fascio che aveva ricominciato a frequentare il caffè. 190 - I tedeschi avanzano col sedere - sogghignò Stalino al termine del comunicato. - Nel '15-18, - disse Toni - per conquistare un sasso bisognava fare una montagna di morti. Adesso, invece, vanno a cento all'ora. La guerra però è sempre un delitto. Quando ci sarà il socialismo... - Be', guerre ce ne potranno ancora essere se uno attacca un Paese socialista, - disse Stalino - come la Germania che ha attaccato la Russia. - Io dico che non ci saranno più guerre col socialismo - insistette Toni. - Chi vuoi che attacchi un Paese socialista che non fa del male a nessuno? Un soldato, uno del popolo, se è comandato di sparare contro un Paese socialista, dirà: perché debbo ammazzare della gente felice, che non fa del male a nessuno? Piuttosto facciamo anche noi il socialismo, dirà. - E allora perché la Russia è stata attaccata? - ribattè Stalino. - Quello è il Paese del vero socialismo. - Mah, io non lo so - rispose Toni. - Io non me ne intendo molto, ma so che col socialismo non ci possono essere più guerre, come quando si semina frumento e non nascono ravizzoni. - Voi, Toni, parlate così perché vi siete fermato al socialismo del '20 disse Stalino. - Sarà - ammise dimessamente Toni che non voleva farsi vedere troppo testardo dal professore, ma di parole ne aveva ancora in serbo da far tacere quel giovanotto che voleva parlare di socialismo senza sapere che cosa fosse bere l'olio di ricino per il socialismo. Quelli degli altri tavolini, terminato il bollettino, erano rimasti in silenzio per sentire quanto il professore avrebbe detto, ma, constatando che ancora una volta Stalino faceva la parte del leone e temendo di dire qualche sproposito da ignoranti di fronte al professore, fecero fìnta d'avere una gran voglia di giocare a carte o urgenti affari da contrattare coi commercianti all'ingrosso di pelli e di rottami. Stalino parve soddisfatto dell'ammissione di Toni e si rivolse al professore: - Io nel '22 portavo ancora sì e no la sottanina e quindi non posso ricordarmi come sono andate le cose. Ma la Russia m'ha aperto gli occhi, e mi sono chiesto: come ha fatto il fascio a diventare il padrone d'Italia? A scuola ci hanno detto quello che hanno voluto e non me ne posso fidare. A interrogare gli anziani, sembrano quasi tutti dei muti e alzano le spalle. Lei, professore, mi può dare una risposta? Toni approvò con la testa e aggiunse: - Io al perché non avevo mai pensato. Io non ho mai voluto il fascio, né prima né dopo, e m'hanno fatto bere l'olio di ricino. L'ho dovuto bere, non c'era niente da fare, altrimenti andava peggio. Perché? Giusto, perché? Noi vecchi non abbiamo avuto il tempo di domandarcelo. Ci è saltato addosso all'improvviso e non c'è stato nulla da fare. Adesso i giovani sono più esigenti, vogliono sapere. - Ci voleva la Russia, però... - soggiunse Stalino, quasi a scusare Toni davanti al professore. - La domanda è molto complessa anche se appare tanto elementare 191 disse il professore con un accento che subito gli ricordò la cattedra. Cercò allora un tono più familiare e si rivolse a Toni: - Quante erano le squadre fasciste che venivano al paese per spaventare la gente? - Ce n'era una che girava su un camion per tutti i paesi del circondario. Dicevano che era pagata dai padroni - rispose Toni. - Una sola, a ben pensarci, perché erano sempre le solite facce. - E in tutti i paesi del circondario non si sarebbero trovati degli uomini che, messi insieme, avrebbero fatto scappare quella squadra togliendole la voglia di andare ancora in giro a commettere soprusi e violenze? - continuò il professore. - Se fossimo stati uniti... - Toni s'interruppe un momento, pensoso. - Se fossimo stati uniti, quelli, con licenza parlando, se la facevano nei calzoni. A me certamente non avrebbero dato da bere l'olio di ricino. È vero, eravamo disuniti, e i fascisti ci prendevano a uno a uno. Così finirono col comandare su tutti. - E tutti batterono le mani - disse Stalino. - Io non le ho mai battute - saltò su vivacemente Toni. - Non dico di voi, e nemmeno del professore - si scusò Stalino. - Certo - riprese il professore. - Ma siamo un po' tutti colpevoli, anche noi che non abbiamo picchiato le mani. Intendo riferirmi particolarmente a persone come me, che si opposero al fascismo ma come a una faccenda personale, quasi privata... che riguardava solo secondariamente il popolo... Ecco la seconda ragione del trionfo del fascismo... A quelle parole Toni e i reduci guardarono meravigliati il professore, che era come se si confessasse davanti a loro. Non avevano mai udito una persona istruita ammettere spontaneamente, davanti a gente senza istruzione, d'avere sbagliato, né l'avrebbero, fino a quel momento, ritenuto possibile. - Se non ci fosse stata la guerra, se gli stessi fascisti non avessero votato la sfiducia a Mussolini il 25 luglio, noi non saremmo qui oggi a fare di questi discorsi - continuò il professore. - Già, - ammise Stalino - la caduta del fascismo ce l'hanno regalata loro. - Ma anche la gente era stufa, e lo si è visto col falò che abbiamo fatto in piazza - disse Toni cui sembrava ingiusto non dare un po' di merito della caduta del fascismo anche a chi aveva resistito per vent'anni e aveva bevuto l'olio di ricino. - Certo, anche il popolo ha avuto la sua parte - ammise convinto il professore. - Riconoscere gli errori del passato non significa addossarcene tutta la colpa. Probabilmente abbiamo ancora del tempo davanti per meritarci completamente la caduta del fascismo. - Ma il fascismo ormai non c'è più, - disse deciso Toni - oppure pensa che... - e guardò il professore con occhi interrogativi. - Tutto è possibile. Ci sono molti modi perché il fascismo ritorni. I tedeschi non hanno ancora detto nulla, e quando stanno zitti... - L'ho sempre detto, sono i tedeschi... - incalzò Stalino. - Dobbiamo evitare gli errori del passato, - aggiunse subito il professore 192 - stare uniti e non fare una resistenza solo personale perché siamo tutti interessati allo stesso modo -. Aveva ripreso il tono professorale dell'inizio, un tono che piaceva a Toni perché gli metteva nel sangue fiducia e sicurezza. - Io per me ci sto - disse di slancio Toni. - Tedeschi o non tedeschi, il fascismo non deve più rinascere disse forte Stalino. - Il giorno in cui noi reduci della Russia ci troveremo ancora insieme con un fucile in mano... Quando il professore aveva cominciato a parlare, alcuni s'erano subito portati con la sedia attorno al suo tavolino; altri li avevano seguiti. - Bisogna che finisca questa guerra... - disse uno. - E anche i bombardamenti - soggiunse un altro. - Se il fascismo riprende, sarà peggio della guerra; Non ci si può ammazzare fra italiani...; C'è il re, e finché c'è il re...; Il re sa quello che fa. - Anche il re ci ha mandati in Russia - borbottò un reduce, ma senza alzare troppo la voce. - Lo dica a Roma, professore, che la guerra deve finire - e molti s'immaginarono che il professore avesse la possibilità di farsi ascoltare a Roma. Il professore guardò l'orologio. - Quasi le due. A Roma stanno cominciando il pranzo e poi faranno la siesta - disse. - Bisogna che vada anch'io. Si alzò, anche Toni e i reduci si alzarono. Andò al banco, pagò i cinque caffè corretti, salutò per nome Toni, gli altri con un largo gesto della mano e uscì nella controluce del portico. - Adesso, Toni, beviamo un calice - disse Stalino. - Pago io. Quattro calici. - Non ho tempo, debbo andare alla Campanella - ma Stalino gli aveva afferrato la roncola e lo tirava verso il basso. - Non andrete via finché non abbiamo bevuto insieme. E un'occasione unica vedervi al caffè. E poi voglio sentirvi raccontare la faccenda della bottiglia... voi m'intendete. Il padrone portò i quattro calici di bianco. - Il professore ha delle belle parole, ma ciascuno guarda ai propri interessi - disse. - A questo modo può ritornare il fascismo - lo rimbeccò Stalino. - Fascismo o no, purché si beva e si paghi - rispose il padrone, e pensava di far ridere. Ma nessuno del tavolino rise. - Vedete, Toni, - disse Stalino - il professore doveva mettere anche questa ragione nella sua risposta: con gente simile può capitare di tutto. Toni non aveva capito bene, ma volle dire ugualmente la sua: - Non badarci, parlano perché hanno la bocca; è gente ignorante anche se ha i soldi. Toni si fermò fino alle tre. Gli avevano offerto un altro calice e si sentiva su di giri. Alzandosi si aggiustò la roncola. - Tenetela buona, - gli disse Stalino - non si sa mai. - Questa taglia anche il rovere - rise Toni, e se ne andò in direzione della Campanella fischiettando Avanti popolo. 193 Toni non si fece più vedere al caffè. A dissuaderlo s'era messa di buona lena la Cecina: - Diventi vecchio e matto. Ma non capisci che la gente ti ride dietro? Perché va a vangare dal professore si crede Garibaldi, dice. - Sono cose che inventi tu perché hai paura che prenda anche il vizio del caffè. Ma sta' tranquilla: quell'acqua sporca per farmela bere bisogna che ci mettano dentro un bicchierino di grappa, e io la grappa la preferisco schietta. Toni si lasciò persuadere facilmente perché si era già persuaso da solo che non era posto per lui il caffè; e centomila volte l'osteria, col vino nero nella scodella e il palmo della mano per pulirsi la bocca. Il professore, invece, continuò a frequentarlo quasi ogni giorno, all'ora del bollettino, e la gente disse: - C'è voluto il confino perché capisse che doveva godersela un poco. Che vita era starsene rinchiuso in casa tutto il santo giorno come in gabbia? Toni di questo era contento. Non diceva niente a nessuno, nemmeno alla Cecina, ma di dentro se ne attribuiva il merito: «Se non fosse stato per me, a quest'ora il professore faceva ancora l'eremita». UN CASO DI COSCIENZA. Il matrimonio era stato fissato per il 4 settembre, di sabato. La campagna, prima della raccolta del granoturco, dava sempre un po' di respiro, quasi un incoraggiamento per l'ultima corsa dell'anno, fra giornate che potevano essere splendide ma anche precocemente annunciatrici delle piogge autunnali. Erano giorni buoni per sposarsi, se non ci fosse stata quella guerra che sembrava non finire più, con la Sicilia in mano agli americani, e i tedeschi che si muovevano da padroni. - Se vuoi, possiamo aspettare che si chiariscano le cose - aveva detto Piero a Maria. - Tu sposi un soldato, e non si sa mai quello che può succedere. - Io sposo te, non un soldato - gli aveva risposto Maria. - Questi calcoli vanno bene quando c'è di mezzo un contratto. Ma il nostro matrimonio non è un contratto, vero? - Non è un contratto - e l'aveva stretta a sé. Ai genitori Maria disse: - Penseremo dopo a mettere su casa, quando la guerra sarà finita. Per il pranzo, una cosa molto semplice, senza invitati. Anche Piero la pensa così. - Ma che dirà la gente? - obiettò il signor Gaspare. - È già fuori dell'ordinario sposarsi in questi tempi, e poi non vuoi nemmeno che si faccia un po' di festa. La gente penserà chissà che cosa, che volete fare le cose quasi di nascosto... - La gente capisce che siamo in tempo di guerra - intervenne la madre di Maria - e non è il caso di fare le cose in grande. - Se siete contente voi donne, non posso oppormi. Com'era usanza, il matrimonio doveva celebrarsi nel paese della sposa, dove da più di vent'anni era parroco don Giuseppe, che sembrava 194 costruito con doti e difetti quasi fossero il negativo del ritratto dell'arciprete, suo amico e condiscepolo, e che soffriva, difficile a credersi in un uomo tutto d'un pezzo, dal vocabolario ridotto ma veritiero sulla bocca come nel cuore, per non essere considerato, se non proprio alla pari del suo vicario foraneo almeno con una certa somiglianzà, un cultore delle buone lettere. - Gli è che io non cito dal pulpito Manzoni e Dante, ma io il Manzoni, sicuro, il Manzoni, lo leggo tutti gli anni, dalla prima parola all'ultima; e le cantiche della Divina al mattino, quando ho la mente più fresca - diceva ai confratelli più intimi del vicariato. - Certo, non nego che è un uomo che sa, e vorrei vedere che non sapesse dopo tanti anni d'insegnamento, e poi, bisogna ammetterlo, ha gusto e stile; ma vivaddio, non l'ha mantenuto lui il Manzoni quando il grande durava l'eroica fatica di trascrivere quella historia... sì, sì, questa è una citazione, la ricordavi anche tu, vero? - diceva al confratello più giovane che annuiva per non fare la figura d'ignorante. - E poi, perché averlo sempre sulla bocca? Se volessi, anch'io nelle prediche un angolino lo troverei per introdurre il nostro buono, ottimo Manzoni, e sempre a proposito. Ma con la mia gente, altro che la sventurata rispose ci vuole. Bisogna cantargliele alla papale, ore rotundo, sicuro, ore rotundo, e se una fa la mala femmina meglio ispirarsi a Natan che all'immortale creatore dell'historia -. Cosicché le prediche don Giuseppe non si preoccupava di risciacquarle nell'Arno, bastandogli l'acqua un poco ferruginosa del suo pozzo e quella, non sempre corrente, dei fossi. La gente rideva a certe espressioni nelle prediche, ma dava ragione a don Giuseppe perché, insomma, non ci si bada troppo, ma è vero, soprattutto per i bambini; e se una donna in bicicletta doveva passare dalle parti della chiesa, si toglieva il fazzoletto dalla testa e se lo metteva sulle ginocchia. - Non è molto elegante - riconosceva don Giuseppe confidando la sua pastorale a qualche confratello - ma la vita eterna vale, vivaddio, anche qualche eleganza in meno. La gente gli voleva bene perché non c'era ammalato che non fosse da lui visitato tutti i giorni e non ricevesse, dalle tasche sformate della sottana, qualche uovo fresco sottratto di nascosto dal pollaio della canonica, prima del passaggio serale della sorella. - Voi avete una scienza di prete, e per questo è arciprete, ma noi abbiamo uno che si disfa per gli ammalati - dicevano le donne delle cascine ai venditori ambulanti quelle volte che il discorso le portava sui preti. E i venditori ambulanti annuivano, perché a dar ragione alle donne si guadagna sempre negli affari. Il giorno di san Rocco, Maria si recò da don Giuseppe per parlare del matrimonio. - Non deve tardare molto, è in visita agli ammalati - disse la sorella. - Vieni intanto a sederti, che la casa è fresca, l'unica cosa che ha di buono. Io ti do ancora del tu, anche se sei dottora, ma mi pare ieri che portavi la sottanina e le treccine. Ti lascio qui perché mi sta bollendo l'acqua per la polenta. Maria si sedette su una poltroncina di vimini, nell'ampio atrio che divideva 195 la cucina dall'archivio e dallo studio. D'inverno i muri dovevano essere molto umidi a giudicare dalle larghe chiazze di sfioritura. Ma faceva fresco. I muri vecchi delle canoniche sono misericordiosi; custodiscono il freddo dell'inverno per cambiarlo in fresco d'estate. Sulla parete due stampe in una compatta cornice nera avevano fissato per sempre, nel freddo dell'inverno e nel fresco dell'estate, la grossa pietra che stava per sfracellare la testa di Abele, e il coltello d'Abramo pronto a penetrare nelle carni del giovinetto Isacco, se non ci fosse stato quel braccio che usciva dall'angolo in alto a sinistra a impedirglielo. Riapparve la sorella di don Giuseppe con in mano il bastone per mescolare la polenta, né pesante né leggero, né flessibile né rigido, né lucido né opaco, un miracolo di bellezza che solo la farina di granoturco sa partorire nei gemiti d'una lunga cottura. - Ho già buttato dentro la farina, e adesso le lascio prendere un po' di bollitura. Che bella ragazza ti sei fatta, Maria. Fortunato quell'uomo che ti prende. Maria arrossì: - Anch'io sono fortunata. - Io non lo conosco, ma ne ho sentito dire un gran bene. Peccato che con la chiesa... - Si fermò di botto. - Ma non conta nemmeno andare in chiesa quando si è buoni per natura. Uno nasce buono, e non c'è niente da fare; la chiesa non gli da né gli toglie nulla. Come mio fratello, anche se non faceva il prete. Quello era già destinato a essere buono. Se non ci fossi io a mettergli via qualcosa, non si salverebbe nemmeno la camicia... Non te ne sei avuta a male, vero? In queste cose parlo sempre a sproposito. Io non mi sono sposata per stare con mio fratello, e non mi pento; ma se mi fossi sposata, o era lui o nessun altro, e lui non metteva mai piede in chiesa. Aveva trent'anni quando morì sul Carso. Ma io sono sicura che è in paradiso... La polenta mi bolle, vado a rimestarla. Maria guardò fuori nel cortiletto: due grossi ciliegi che deliziavano le bocche di tutti i ragazzi del paese, col gusto del frutto colto furtivamente nell'incipiente buio delle serate di maggio, un piccolo porticato col fienile e il pollaio già chiuso, e in fondo la porta di legno a due battenti sovrastata da una campanella a salutare ogni entrata e ogni uscita. Dall'altra parte dell'atrio, una porta a vetri, protetta da un'altra esterna di legno, dava sull'orto e lasciava scorgere, fra un'anta e l'altra, il manico d'un badile infisso nella terra con sopra, a sghimbescio, un cappellaccio di paglia spruzzato di verderame. - Ecco, arriva - disse dalla cucina la sorella. Sbatacchiava in quel momento la campanella. Don Giuseppe avanzava a passi svelti, un po' dondolando, con le braccia che penzolavano quasi ne fossero costrette dal peso delle grosse mani. - Ma guarda la Maria - esclamò prima ancora d'entrare nell'atrio. - So già la buona novella: questo matrimonio s'ha da fare. Le aperse l'uscio dello studio e la fece passare. - Siedi qui che è più fresco - e le indicò una poltrona di cuoio sotto la finestra che dava sull'orto. - Anch'io a leggere mi metto lì, e anche 196 per la siesta. Fece alcuni passi sull'impiantito mostrando la sua contentezza col fregarsi energicamente le mani, poi si sedette dietro la scrivania, alta quasi un altar maggiore con tutti quei cassetti, colonnine e ripiani che la paludavano. - Ma guarda la Maria. Ancora ieri con le treccine, e adesso... Be', è giusto, è la cosa più semplice, senza complicazioni; crescete e moltiplicatevi, come dice la bibbia. E tu sei cresciuta e ti moltiplicherai da buona cristiana, secondo la legge di Dio... Io ti ho già detto tutto. In queste cose non c'è molto da dire, anche perché sono certo che sarai una buona sposa come sei stata una brava figliola. Maria guardò quel vecchio prete con occhi di tenerezza. - Ero venuta appunto per darle la notizia - disse - ma non si arriva mai in tempo. Le voci corrono più del vento. - Almeno queste portano buone nuove, e fossero anche più veloci. E adesso che ci siamo, mettiamo a posto il codex. Dunque, il quattro, vero? Per le pubblicazioni ci vogliono... ma non importa, siamo in tempo di guerra e anche il codex chiude un occhio. E l'arciprete, il latinista, il manzoniano, - e strizzò l'occhio - è al corrente, vero? - Sì - rispose Maria con un sorriso d'intesa su quel manzoniano. - Piero, si chiama Piero (- Lo so, lo so -), gliene ha già parlato. - Per me, allora, tutto è in regola. Dunque, sabato quattro. Un matrimonio di prima, non per la tariffa, sai bene. Per te slegherei tutte le campane, anche senza un centesimo, ti meriti questo e altro. - Ma... - disse timidamente Maria. - Ma, niente ma. La gente sa che se faccio suonare tutte le campane non è per i soldi. - Non intendevo questo - si fece forte Maria. - Io pensavo a una cerimonia semplice, e anche Piero è del parere, volevo dire che lo desidera, un po' presto, senza solennità... No, no, non è per qualcosa di cui mi debba vergognare... Don Giuseppe, alle parole di Maria, senza accorgersene, senza volere, era leggermente impallidito; e Maria vi aveva fatto caso. Per questo ella aveva aggiunto subito che la ragione era un'altra, non era quella che normalmente voleva una messa bassa. Don Giuseppe, senza accorgersene, senza volere, aveva tirato un respiro di sollievo che poi cercò di confondere con un colpo di tosse, lui che nessuno aveva mai udito tossire, sano come un corno, diceva la gente. - E allora, perché non vuoi... corampopulo, a testa alta? Hai qualcosa che ti turba? Puoi parlare liberamente al tuo vecchio parroco. E vediamo insieme se è una ragione valida. - Se non fosse per me e i suoi genitori, - disse in fretta Maria Piero non si sposerebbe in chiesa. Non so come faccia a esserne convinto, ma dice di non credere... E per onestà, per rispetto agli uomini e a Dio, se esiste, dice, non vorrebbe compiere un gesto che non sente... Ci siamo messi d'accordo per una cosa semplice, la più semplice possibile... perché lei capisce, per Piero e anche per me... 197 Don Giuseppe prese fra le mani la baionetta che gli serviva da tagliacarte, ricordo dell'ultima guerra, sergente di fanteria a farsi mangiare dai pidocchi nelle trincee. Chinò la testa, ma non gli riusciva di connettere. Un caso simile non gli era mai capitato. Che fosse lui, il parroco, a sostenere la brutta parte di dire: figlioli, mi rincresce, ma niente solennità, questa è la legge, transeat, rientrava nei suoi doveri di parroco, che non sono sempre benedicite e gloriapatri. Ma che proprio loro, gli sposi, e gente brava e stimata per giunta, gente che si distingue nel paese, chiedessero una cosa simile, come se avessero messo il carro davanti ai buoi, questa poi... Povera figliola, chissà come ci soffre. Una ragazza è fatta per quel giorno e se lo sogna, e se lo costruisce: abito bianco, fiori, organo, campane, e la gente che le batte le mani, e la chiesa che è la prima a farle festa perché l'amore è comandato e dichiarato santo. Gli uomini, si sa, ci tengono meno, ma accontentano la sposa, almeno quel giorno, senza discutere. E adesso, salta fuori la faccenda d'essere onesti. E Maria che sembra dello stesso parere. Ma dove sono andati a pescare una finezza simile? Perché si tratta d'una finezza. Per il fatto che si sposa in chiesa, lui riconosce il valore del sacramento, almeno agli effetti civili; e fra cristiani, volere o no, il matrimonio è un sacramento. Il codex parla chiaro. La solennità è un accidens; se fa passare la sostanza, non vedo perché debba impuntarsi sugli accidenti. Questa è buona filosofia. E poi io debbo tenere conto di quello che potrebbe dire la gente. Non posso fare scandali. E ciò, per un eccesso di onestà, è uno scandalo bello e buono. La gente è grossolana. Se faccio una cosa liscia liscia, la gente non va troppo per il sottile, e scoppia lo scandalo. Io scandali non ne voglio. Gli sembrò un'eternità quel tempo ch'era rimasto con la testa china e con la baionetta che rigirava fra le mani. Ma i pensieri gli si accavallavano nella mente così velocemente che Maria aveva avuto solo il tempo di chiedersi perché don Giuseppe avesse chinato la testa e giocasse con la baionetta. Don Giuseppe concluse il suo ragionamento ad alta voce: - Vedi, Maria, io apprezzo i vostri scrupoli, ma la gente qui, e non solo qui, nevvero?, ne rimarrebbe scandalizzata. Si può scandalizzare per volere essere onesti più di quanto si richiede? - Ma quale scandalo, signor parroco? Noi vogliamo sposarci in chiesa, e Piero è onesto anche in questa decisione - disse arrossendo Maria. - Certo, certo... non è per l'onestà che si da scandalo... Ma l'onestà deve essere capita. E la gente si ferma alle cose come appaiono. Che cosa appare? Che io voglio fare le cose alla svelta, come nel caso ultimo della figlia di... mi hai capito. Stette un poco in silenzio, perché non era contento delle sue parole, assennate si, ma che non appagavano il cuore. Giocherellò con la baionetta. - L'arciprete... (e cacciò in gola il manzoniano), dunque, è al corrente della vostra decisione, intendo della cerimonia alla breve... - Oh sì, Piero gliene ha parlato. - E non sai la sua risposta, il suo parere? 198 - Mi sembra che non abbia sollevato difficoltà... e poi ci sposiamo da lei, don Giuseppe. - Capisco... Non che ce ne sia bisogno, nevvero, perché lui per il codex c'ehtra poco in questa faccenda, ma, insomma... Domani prendo la bicicletta e faccio una scappata da lui -. Riprese il suo fare allegro: - E adesso sta' su di animo. Non devi essere triste perché ti ho parlato in questo modo. Tu mi conosci, ho la testa dura e certe cose faccio fatica a comprenderle. Ma quando le capisco, sono come i tedeschi: muro o non muro vado avanti. Tutto andrà a posto, vedrai. L'importante è che vi vogliate bene, sì, sì, è questo che importa, nevvero? Ma guarda la Maria. Chi l'avrebbe detto! Noi vecchi a volte siamo così imbambolati da pensare che il tempo si fermi con noi. Giunse la voce della sorella dalla cucina: - Metto un piatto in più? La polenta la rovescio adesso sul tagliere. - Vedi i vecchi? Mi ero perfino dimenticato di invitarti a mangiare con noi un boccone. Ti fermi? - Mia madre m'aspetta... - Giusto, hai ancora poche cene con lei... Allora ci rivedremo presto. La guardò finché la campanella ebbe una leggera scossa, ed entrò lentamente in cucina scrollando la testa, ma sorridendo. La mattina dopo, ritornando in canonica dopo la messa, don Giuseppe gridò alla sorella che stava preparando il pentolino d'orzo tostato: - Prendo la bicicletta e vado dall'arciprete. - Non puoi aspettare un attimo? L'acqua si sta scaldando. - Mangio un pezzo di pan biscotto lungo la strada, e il caffè lo prendo dall'arciprete. In queste cose non c'è che dire, è sempre compito. Tirò fuori dal corridoio la bicicletta, afferrò il lembo posteriore della sottana, lo fece passare dalla scucitura della tasca sinistra tirandolo a forma di cocca, appese al fanale oscurato il cappello da viaggio, tutto bitorzoli, attraversò il cortiletto in quella strana foggia coi calzoni a tubo che gli spuntavano a metà polpaccio, dette un colpo più forte del solito al portello, ed era già in bicicletta quando la sorella lo richiamò forte: - Hai dimenticato il pan biscotto. - Quando torno, quando torno - brontolò don Giuseppe, un po' stizzito con se stesso per quella decisione d'andare dall'arciprete quando sarebbe stato capace di risolvere la cosa da solo, anzi l'aveva già risolta fin dalla sera mentre s'indugiava sulla polenta e la sorella gli diceva: Ma che hai? Non ti senti bene? Ora pedalava a testa bassa, cercando d'evitare le buche e le carreggiate profonde sulla stradetta tutta svolte, polvere e ombra. «E dunque? Che male c'è ad andare dal vescovo e dirgli: Eccellenza, le cose stanno così, ci sono delle coscienze a questo mondo così fine che i casus theologiae moralis non contemplano, e bisogna rispettarle, vivaddio, bisogna, perché nostro Signore... Be', non c'è troppo da insistere sull'esempio di nostro Signore, perché il vescovo se ne potrebbe avere a male, come se lui non sapesse... Ma mi dica, eccellenza, il rispetto 199 delle coscienze la deve fare a pugni con un po' di solennità, soprattutto in un giorno simile?... E qui posso insistere, perché in queste faccende io, per il mio stesso ufficio, ho più esperienza di lui... Dunque, eccellenza, un povero parroco mettere insieme le due cose non ci riesce, e sono tutte e due, badi bene, necessarie. Qui ci vuole un celebrante che anche in un matrimonio tirato via alla breve, in quanto non ha bisogno di campane perché è già lui stesso una solennità, ecce sacerdos magnus... No, così non va, è troppo retorico. Gli dico, già mi conosce da tempo che vado per sentieri di campo e non la prendo lunga: Eccellenza, li sposi lei nella sua cappella privata, se lo meritano, il codex è più che a posto, parochus vel ordinarius... e io sono contentissimo. La gente? Vuole che sia scandalizzata perché a sposarli è il vescovo, eccellenza? Ne sarà orgogliosa giacché questi cari giovani... tutti gli vogliono bene, glielo garantisco, eccellenza, e lui ha rischiato la vita in Grecia, il congelamento, per salvare dei feriti; e c'è tanto di medaglia... che non sono poi così teneri a concederla a chi non ammazza. Insomma, eccellenza, è una buona soluzione, non troppo di qua né troppo di là, e non si fa torto a nessuno». Don Giuseppe, curvo sul manubrio e sui suoi pensieri, non s'avvide nemmeno che stava attraversando il canale d'irrigazione che segnava il confine tra i due paesi. «A potere dire al vescovo, ex abrupto: anche l'arciprete è di questo parere e la prega di acconsentire, allora prima di rispondere di no ci pensa due volte perché l'arciprete in curia ci va poco ma vi gode considerazione, forse proprio perché ci va poco, ah, ah, tutto pondus et mensura, il manzoniano, l'oraziano, il virgiliano, il dantista... Però bisogna riconoscerlo, è un prete che non fa storie, non ha mai fatto la vittima con tutto quel modernismo che gli attaccavano addosso; che, se avessero potuto, nemmeno questo paese d'ambulanti imbroglioni gli davano. E io lo posso dire che lo conosco da quando ci misero la sottanina e lui, senza superbia, solo con un po' di sussiego, ma è il suo carattere, fu considerato da tutti noi il primo della classe. Ma adesso non deve farmi nessuna citazione, deve dirmi solo: Don Giuseppe, la tua idea è ottima, oppure non vale uno zolfanello senza capocchia. E perché non dovrebbe dirmi che è ottima? Lui è amico di Piero ma Maria è una mia figliola, e c'è di mezzo il cuore. Il cuore non sbaglia. Certo, potrebbe citarmi: e che ne sa il cuore? Ma questa è una citazione a sproposito e lui non la farà anche se gli verrà sulla punta della lingua. Lui capirà: siamo tutti e due vecchi e non gli può rincrescere che un vecchio si faccia prendere ancora dal cuore». - Oh, don Giuseppe, qual buon vento? Sempre giovane, eh esclamò Carmela aprendogli l'uscio della canonica. - La bicicletta la lascio fuori, tanto nemmeno a un vostro ambulante può fare gola questo ferro vecchio - ridacchiò don Giuseppe. - L'arciprete è in casa? - E in salottino per la colazione. Preparo subito un'altra tazzina. L'arciprete accolse don Giuseppe con un oh! di gioiosa sorpresa e con 200 occhi che ridevano dietro le lenti cerchiate d'oro. Quando ridevano, gli occhi dell'arciprete impastavano il loro normale colore azzurro con un po' di bianco perlaceo. - T'invidio, don Giuseppe, perché fra le molte cose che sai... no, lasciami dire, non ho da cattivarmi nessuna benevolenza, tu mi vuoi già bene, e da tanto tempo... coltivi anche la scienza della bicicletta. - Vuoi che te la insegni? Qualche lezione qui nel cortile, e in un mese mi batti anche in questo. I due amici sorrisero e cominciarono a parlare dei loro tempi, quando andare in bicicletta per un prete, chissà per quale ragione, modernismo? (e risero di gusto), era proibito. Fu come stappare una bottiglia di vino voglioso di mostrare la sua giovane forza in tutta quella schiuma che fa, e quando sembra acquietarsi è solo per un inganno innocente, e riprende il suo gioco con rinnovata allegrezza. Carmela bussò: - Metto nella pentola un po' d'acqua in più, don Giuseppe? - Ma a che ora cominciate qui a fare la minestra? - rise contento don Giuseppe. Poi guardò l'orologio. - Vivaddio, sono già le dieci. E io non ti ho ancora detto, don Angelo, perché sono qui. No, Carmela, grazie. Vorrei sentire mia sorella se non arrivo puntuale - e ridacchiò. - Senti, don Angelo, è per quel matrimonio. Quel matrimonio s'ha da fare, ma non clandestino. L'arciprete sorrise. Pressappoco quelle parole gli erano nate nel cuore quando Piero, il giorno dell'Assunta, gli aveva manifestato la decisione sua e di Maria; avrebbe voluto controbattere con qualche ragione perché gli faceva male quella semiclandestinità, ma non aveva trovato nulla. Aveva da ultimo accettato la decisione come se fosse l'unica possibile, perché la coscienza in pace è la vera solennità, e infelice chi non la può vedere. Ma se don Giuseppe gliene parlava, ciò significava che un'altra soluzione era possibile, e nel pieno rispetto di tutti, perché don Giuseppe non era un uomo di sotterfugi, o di piccoli baratti di coscienze per mettere a posto la sua; aveva il dono di aggiustare le cose, come se la soluzione trovata da lui fosse quella più naturale e più semplice, da farti dire: come mai non ci sono arrivato io? E assennata anche, che, a scavarci un poco sotto, rivelava una bontà di cuore, meglio, una gentilezza d'animo da risultare, a non conoscerlo intus et in cute, quasi casuale in quel prete tagliato giù così, alla buona, come tutti dicevano, sbagliandosi naturalmente. L'arciprete dal sorriso era passato a un volto pensoso: - Di questo guaio sento d'essere responsabile anch'io, te lo posso dire come in confessione, caro don Giuseppe. Se fossi stato più attento, più sveglio nei miei doveri di parroco, forse Piero... Ma come è possibile dire di non credere, quando questo caro ragazzo ha quasi pudore di pensare a se stesso se non pensa, nello stesso tempo, agli altri? Non è già, questa, vita cristiana? Don Giuseppe scrollò la testa: - Capisco quello che vuoi dire, don Angelo... Tu parli di Piero, e io ti potrei fare altri nomi che mi stanno a cuore... A volte è bastato uno scapaccione dato a un ragazzo tra il 201 chiaroscuro, sai per quelle ciliegie... e non l'ho più visto in chiesa... Adesso non li do più gli scapaccioni - e si guardò le pesanti mani ma bisogna diventare vecchi per capire che un ragazzo, dopo le funzioni del mese di maggio, ha un po' diritto a spartire col suo prete il gusto delle primizie. A volte è bastato ancora meno, una parola in predica, sai, detta nella foga... Però Dio è capace di aggiustare i cocci delle bottiglie che noi rompiamo, nevvero? - Hai sempre parole di saggezza, don Giuseppe, e ti ringrazio. - Ma se qualche coccio lo possiamo aggiustare noi e lasciare che Dio si riposi un po'... - Dimmi, don Giuseppe, che cosa hai pensato per quei cari figlioli e l'arciprete era ritornato sereno. - Veramente... così... un'idea un po' stravagante, che ieri sera mi sembrava più semplice. Ma tanto, inter nos... - e gliela espose, concludendo: - Pensi, don Angelo, che il vescovo mi rida in faccia? - Se è un uomo di cuore, e lo è da tanti segni, soprattutto adesso che è anche lui vecchio, ti dovrebbe ringraziare per dargli il modo di riconoscere, col suo gesto, il primato d'una coscienza retta su ogni altra considerazione. Ho l'impressione che, qualche volta, i vescovi si comportino in modi non sempre, come dire?... incoraggianti per la fede perché noi preti abbiamo timore di dare loro la possibilità di agire diversamente. Insomma, io penso che ne sarebbe contento. - E se non lo fosse, come non detto, gli dico... E allora ce li metterò io tutti i miei sentimenti per quel matrimonio, all'altare della Madonna, vivaddio, e coi paramenti di pasqua, loro non sanno, ma per un prete questa è solennità - e si fregò le mani contento. - Va' tranquillo, don Giuseppe. Se ritieni opportuno, assicuralo che il vicario foraneo, a conoscenza della situazione, approva pienamente la tua proposta e la giudica intelligente e gentile. Ma non ce ne sarà bisogno. Il vescovo capirà subito. - Intelligente e gentile - ripetè sottovoce don Giuseppe. - Ne ho più che a sufficienza per prendere domani la bicicletta, riempirmi le tasche di pan biscotto e passare indenne, come i tre fanciulli nella fornace,1 fra quei saraceni di curiali... Sempre soldi vogliono, e un tanto per anima. Dovessero almeno risparmiare le anime degli innocenti, ma no, quando si tratta di pagare sono già anime peccatrici fin dal primo giorno di vita - e rise di gusto. S'era alzato, aveva salutato Carmela, aveva già compiuto la rituale trasformazione della sottana, s'era già messo a cavalcioni della bicicletta, aveva già dato i primi colpi di pedale e ripeteva ancora: - Intelligente e gentile, ne ho più che a sufficienza, il matrimonio s'ha da fare, s'ha da fare... - sotto gli occhi ridenti dell'arciprete ritto nel vano della porta. Alla fine di agosto, la stanza degli sposi era già pronta. Bastò una semplice ripulita alla stanza dei nonni, come la chiamavano ancora, perché Benedetta, quando faceva i mestieri di sopra, l'aveva sempre considerata di persone vive. Erano stati rifatti i materassi che, gonfi e soffici, avevano reso ancora 202 più alto il grande letto già imbottito per suo conto d'elastici e di crine. Il pavimento di mattoni era stato ripassato con vernice rossa, un'idea del padre. - Dato che ci siamo, la potremmo dare anche alla nostra stanza aveva detto Benedetta, e il suo uomo aveva acconsentito. - Sposini pure voi - aveva commentato la Cecina, con un sorriso d'approvazione. Piero, alla notizia che il vescovo li avrebbe volentieri uniti in matrimonio nella sua cappella privata, non aveva mostrato particolare interesse. Si limitò a dire all'arciprete: - Niente latinorum? - Tutta roba da galantuomini - aveva risposto l'arciprete. La Cecina, da una settimana, sembrava che il matrimonio l'avesse lei in casa. Consigliava, approvava, faceva qualche riserva, perché era giusto, quel matrimonio la riguardava, Piero l'aveva visto nascere e crescere, gli aveva pulito il sedere chissà quante volte, l'aveva portato a passeggio per i campi; ma poi non s'impuntava su qualche sua idea, e ciò che Benedetta disponeva era ben fatto. Il 30 agosto, un lunedì, Toni, sul tardi, fermò Giuliano che se ne stava ritornando a casa con carretto e asino: - Ho bisogno d'un po' di farina, - Ma se te ne ho appena portati dieci chili. - Ti dico che ne ho bisogno. Quante storie fai, adesso che servi anche il professore... Insomma, quando passi dalla mia strada? - Dunque, vediamo. Giuliano si prese il mento con la mano, chinò la testa e cominciò a borbottare cifre e giorni. Quando gli chiedevano qualche servizio in cui ci fosse di mezzo il suo asino, aveva il debole di parere occupatissimo, col lavoro al di sopra dei capelli. La gente allora gli diceva: - Giuliano, hai bisogno d'un ragioniere! - Dunque, vediamo, domani è il giorno della Campanella; passerò al mattino, alla solita ora. - Prima fermati da me e dammi una voce. Andremo alla Campanella assieme. - Meglio dopo. - T'ho detto prima - tagliò corto Toni. E alla solita ora, quando molta gente era ancora a letto e si regolava, per alzarsi, sul gemito delle ruote del carretto che entrava dalle imposte socchiuse per annunciare: sono già le sei, Giuliano si fermò all'uscio dove Toni l'attendeva. - Entra nel cortile. - Portamelo qui. A entrare in quel budello mi fai perdere del tempo. - Entra nel cortile, ti dico. Giuliano imprecò, perché con Toni doveva sempre cedere. La Cecina si trovava nel cortiletto. - Come fai a sopportare un uomo simile? - le chiese Giuliano. - Non dirmelo. Sono cinquant'anni. - Tutto lie ? Giuliano indicò un sacchetto di grano, - saranno sì e no dieci chili. - Prima quella - disse Toni. Giuliano sogghignò: - Vuoi farina di tarli? 203 - Tarli non ne ha, è più sana di te. Era una massiccia cassapanca di rovere, con sulla facciata due putti sollevanti una ghirlanda di fiori, con gli spigoli tutti lavorati a grandi volute; la sostenevano quattro zampe unghiate. - Ce la facciamo noi due? - Se tu resisti, io per me... Io porto ancora sacchi da un quintale. - Èrcole redivivo - Toni era diventato allegro. - Tieni la cavezza - disse Giuliano alla Cecina. - E sta' attenta che l'asino non rinculi. - Tienlo forte - rise Toni - perché non si sollevi in alto. Ansimando, i due vecchi alzarono la cassapanca. - C'è dentro anche chi l'ha fatta - riuscì a dire Giuliano. - Come nei tuoi sacchi d'un quintale - ansimò Toni. L'appoggiarono per metà sullo spigolo del ripiano, poi la spinsero lentamente in avanti finché il peso fu distribuito uniformemente su tutto il carretto. - E adesso facciamo colazione - disse Toni. - Per tirarla giù ci penseranno loro, che sono giovani. - Ma dove la portiamo? - Non l'hai ancora capito? Alla Campanella. Piero si sposa e quella è il mio regalo. - Senti, senti, il suo regalo - intervenne la Cecina mentre preparava polenta e salame. - Io la porto in dote, che era della mia povera nonna, a nominarla da viva, e poi è il suo regalo. - Dico così per dire. Piero sa che è il regalo di tutti e due. E tu sai che non l'ho mai voluta vendere anche quando non avevamo un centesimo in casa - rispose Toni, con tono quasi umile. - Per essere bella, è bella - disse Giuliano. - I putti sembrano vivi. E poi vale solamente perché è vecchia. Sembra perfino più vecchia del mio asino - e bevve un sorso. - Per essere vecchia è vecchissima - disse la Cecina. - Io l'ho sempre vista nella stanza da letto di mia nonna, ed era già vecchia a ricordarmi come se fosse ieri. Quando mi sposai era piena di lenzuola di lino, ma adesso non ne abbiamo più bisogno, le lenzuola se ne sono andate. - Non per vantarmi, ma è un regalo che Piero non metterà mai in soffitta, anche quando sarà in città a fare il medico, perché gli piacciono le cose vecchie. E poi è rovere. Nemmeno i denti dei tarli sono buoni a bucarla - aggiunse Toni. Giuliano mangiava di gusto. Su una fetta di polenta aveva messo una biada di salame che, al contatto col calore, nei punti del grasso era diventato lucido, quasi trasparente; vi aveva appoggiato sopra un'altra fetta di polenta dalla quale strappava delicatamente piccoli bocconi, indugiando sul pezzetto di salame prima di portarseli alla bocca, quasi fosse stato un intingolo. - Ma è proprio vero che li sposa il vescovo? - Vero come nostro Signore - rispose la Cecina. - E un vescovo intelligente - disse Toni. 204 La Cecina lo fulminò con uno sguardo ma non potè dire niente perché, insomma, quel riconoscimento del suo Toni era sempre un complimento fatto alla chiesa. - Un santo vescovo - volle però aggiungere, dato che intelligente le sembrava, sì, bello, ma anche un po' poco. - La condotta della cassapanca è già pagata con questa colazione da redisse Giuliano sull'ultimo boccone. - Questo lo lasci al professore per i conigli - disse Toni mettendo sul carretto il granoturco. - Non farlo macinare troppo fine. - E li cura lui i conigli? - chiese Giuliano. - I conigli glieli curo io, siamo in società - rispose Toni. Alla Campanella non sapevano nulla della cassapanca. Era stata un'idea della Cecina: - Il matrimonio s'avvicina e non abbiamo ancora pensato al regalo per Piero - aveva detto a Toni. - Non vorrai che pensi io anche a questo! Sono cose da donne - le aveva risposto. La Cecina si dette a pensare, un occhio alla Campanella per quanto poteva far comodo, e un altro ai suoi piccoli risparmi. Ma non le riusciva di combinare nulla, sempre le solite tazzine o i soliti bicchieri. Volle palpare in bocca a Benedetta: - Me ne avrei proprio a male fu la sua risposta. - Con quello che avete già fatto per noi, che tu hai fatto per Piero, privarti dei tuoi risparmi ci peserebbe sulla coscienza come un peccato mortale. - Insomma, ho già visto, bisogna che mi arrangi da sola - concluse la Cecina. I suoi risparmi li aveva ben stretti in un fazzoletto che teneva nascosto in una matassa di lino, ricordo di quando aveva smesso di filare. La cifra l'aveva stampata nella memoria, ma volle ancora controllare. E sempre una soddisfazione far passare tra le mani i soldi di metallo, non quelli di carta che non pesano niente. Soldi di carta ne aveva via per ortocentocinquanta lire, in biglietti da cento e da cinquanta, ma quelli non erano i suoi risparmi, era un imbroglio del governo. La carta è sempre carta, ma l'argento è sempre argento, cambino tutti i governi di questo mondo. - E se dopo i tuoi soldi non circolano più? - le aveva detto Toni. - L'argento circola sempre. Gli dai un colpetto, e si mette a rotolare che non finisce più. Prova invece coi soldi di carta... - Roba tua, arrangiati. Certo, era roba sua, centesimo su centesimo, chilometri di filo di lino al lume della lucerna a petrolio, ma con la fiamma abbassata per risparmiare; mezzo uovo sodo a cena per poterne vendere qualcuno in più, e i pulcini, e i bachi da spaccarsi la schiena e rovinarsi il cuore con quella paura della malattia sempre addosso finché li vedeva tessere sui sostegni di paglia, fra un graticcio e l'altro, il loro filo d'oro. Lei sapeva che cosa voleva dire risparmiare un centesimo di quelli di rame che adesso non circolavano più; e non circolavano più nemmeno la lira e le due lire d'argento, e le cinque lire, quelle grosse, perché quelle piccole, gli aquilini, erano ancora buoni, ma non se ne vedevano più in giro: e il governo li aveva avvertiti dato che ci aveva messo sopra un'aquila pronta sempre a prendere il volo. Le era perfino capitato di palpare e ripalpare un pezzo d'argento da venti lire, una patacca che non entrava nemmeno nella bocca della rana di terra che faceva da salvadanaio. 205 Aveva detto a Toni: - Dammi questa soddisfazione, non farmeli scambiare, me li voglio tenere tutti attaccati perché è la prima volta che li palpo, e una seconda non so se capiterà -. E Toni: - Se tutte le soddisfazioni fossero queste... ma col socialismo ce ne saranno di migliori quando non ci sarà più bisogno di soldi; tu hai bisogno di tanto, supponiamo un chilo di pane al giorno e un chilo di carne alla settimana, e senza tante storie te li danno. - Per il momento - aveva sospirato la Cecina pensando che una buona stagione di bachi non si ripeteva tanto facilmente - mi accontento di questa ruota di carro, e ce ne fossero. - Non capisci niente - aveva brontolato Toni. E ora le venti lire erano nel fazzoletto, perché anche col socialismo l'argento fa gola. Aperse il coperchio della cassapanca, trasse dalla matassa di lino il fazzoletto, lo pose sul canterano, ne disfece amorevolmente il nodo e cominciò a contare le sue trecentoventicinque lire d'argento, di rame e di nichel. - Credi che se continui a contarli ti si raddoppino? - le gridava Toni dalla cucina quando l'aveva vista salire e, dalla camera da letto, non udiva nessun rumore. A volte Toni indovinava; altre no, perché in quel momento la Cecina stava inginocchiata davanti al quadro della Madonna di Pompei a dire il rosario. «Potrei andare dall'orefice perché li fonda e me ne faccia una collana per Maria, tanto per Piero vale anche un regalo a Maria... Ma perché quest'idea non m'è venuta in mente prima? Adesso non faccio più a tempo... e poi gli orefici sono tutti imbroglioni. E dare a Piero le monete d'argento? Ma che se ne fa... mica le può mettere in quadro». Sospirò. Anche quella mattina non aveva deciso nulla, un bell'affare dovere scegliere un regalo per sposi. Risistemò le monete nel fazzoletto, rifece il nodo e si voltò verso la cassapanca. Il coperchio era rimasto alzato e una lama di sole penetrante dalle imposte socchiuse colpiva tutto per il lungo un putto. La Cecina non l'aveva mai visto così bello, s'inginocchiò per contemplarlo e gli recitò davanti un gloria perché era pur sempre un angioletto. Si scosse da quell'incanto e andò alla finestra a chiamare Toni che stava rammendando la rete nel cortile. - Vieni su, voglio sentire il tuo parere. Toni sbuffò: - Quante volte hai voluto sentire il mio parere e hai fatto sempre di testa tua? Non ho voglia di fare le scale. - Non posso dirtelo dalla finestra, - insistette la Cecina - vieni su, è importante. - Insistente come gli zingari sei - brontolò Toni, ma lasciò la rete sullo sgabello di legno e salì in camera da letto. - Non ti dico come, ma m'è venuta un'idea per il regalo a Piero quasi bisbigliò la Cecina con fare misterioso, mentre gli occhi le brillavano dalla contentezza. - E c'era bisogno di farmi salire? - sospirò Toni, ma senza convinzione perché da giorni il regalo gli era un chiodo fisso nella mente. La Cecina cominciò a prenderla alla lunga: - La mia povera nonna, requiem all'anima sua... 206 Toni tagliò corto: - Alla tua età non ci si ricorda più dei nonni. Vieni giù piatta. - Come se lui fosse un giovanotto... Te lo stavo appunto dicendo, ma mi sembrava fare un torto alla mia povera nonna se non la nominavo prima, perché questa cassapanca era sua... Di anni ne ha visti... Toni aveva subito capito dove la sua donna sarebbe andata a parare. La Cecina non era stupida quando voleva, ma nemmeno lui era uno stupido. - Ho capito, - disse con quel tono di voce che usava quando una cosa gli piaceva ma non voleva darlo a capire - non c'è bisogno di tanti discorsi. - Dici che bisognerà portarla dal falegname per farla tirare a lucido? chiese timidamente la Cecina perché non era del tutto certa che Toni, capendo, approvasse. - Il falegname te la rovina - rispose subito Toni. - Non sai che la roba vecchia perde il suo valore se la fai diventare nuova? La Cecina non lo sapeva, e nemmeno lui, fino a qualche giorno prima. Ma se ne stette zitto, per non sciupare l'effetto che aveva prodotto sulla sua donna. La Cecina avrebbe poi riferito tutto alla Campanella, ne era certo, perché la sua donna, quando si trattava di vantarlo, con lui era una serratura a doppia mandata, ma con gli altri, soprattutto con Benedetta, era un cavagno che si vuole riempire d'acqua. Aveva imparato dal professore che la roba vecchia guai a volerla fare apparire nuova. Sarebbe come un'anziana signora, una matrona di quelle nobili, che dovesse vestirsi da giovinetta. Così aveva risposto il professore quando Toni si era offerto a portare dal falegname, per un po' di stucco e una mano di vernicetta, quel Cristo in croce, tutto screpolato, che penzolava dalla parete dello studio e faceva quasi compassione, ridotto com'era dall'antichità e dai tarli. - Fai sul serio? - le chiese dubbiosa la Cecina. - Se io dico una cosa... - ma s'interruppe per evitare che la Cecina volesse sapere dove aveva imparato quelle novità. - Ma almeno questo piede che balla bisognerebbe farlo aggiustare. Toni si chinò per esaminare il piede: - Una cosa da niente, lo faccio io domani. - Una buona lavata con uno straccio bagnato di liscivia, questo si può fare, vero? Il professore non aveva parlato di liscivia. - La liscivia può imbiancare il legno - andò a colpo sicuro Toni. - Mi accontenterò, allora, di tirar via tutta la polvere col pennello. O debbo lasciarla per farla sembrare più vecchia? Quel quattro settembre, Toni e la Cecina erano già alla Campanella a portone ancora chiuso, per essere sicuri che a nessuno saltasse in mente di entrare nella stalla, nemmeno per condurre fuori il cavallo. Prima che i due barrocci, uno preso in prestito, partissero, la Cecina volle baciare Piero. Si pulì la bocca col grembiule e gli scoccò due baci da imprimergli il segno. - Questo è per la tua nonna, e questo è per me. Fu Piero a scuotere Toni che sembrava un po' imbambolato a quella 207 scena: - E tu, Toni, un bacio non me lo dai? - Cose da donne... - brontolò. E con una certa stizza s'accorse che non gli sarebbero uscite altre parole se non quelle già dette dalla Cecina. Benedetta aveva le lacrime agli occhi. - Cominci presto - le disse il suo uomo. - Non piangerai anche davanti al vescovo... - Sarò così in soggezione che mi si seccherà perfino la lingua - rispose Benedetta riprendendosi. Poi si rivolse alla Cecina: - In casa è tutto pronto per la colazione. Toni e la Cecina stettero sul portone finché i barrocci svoltarono sulla strada principale. - Sono proprio contenta - disse la Cecina mentre ritornavano sull'aia. - Maria sarà una buona sposa, fatta apposta per Piero. - Piero se la merita. - Non mi sembra vero. Me lo vedo ancora davanti quando aveva i calzoncini corti e veniva da noi a mangiare le tagliatelle con la zucca. Come passa il tempo! - Siamo vecchi ormai, ma un po' di forza ce l'ho ancora, e anche l'appetito - disse Toni che non voleva lasciarsi prendere dai ricordi. Entrarono in casa. Il fuoco era acceso per far scaldare la polenta già allineata a fette sul tagliere. - Che gente, stanno via tutta la mattina e si sono dimenticati di fare colazione - disse Toni. - Quando si è ignoranti e si vuol parlare, più che spropositi non si dicono - saltò su vivacemente la Cecina. - Vuoi litigare anche oggi? Dove sono gli spropositi? Tu, piuttosto, guarda di non far bruciare la polenta. - Quando si fa la comunione bisogna essere a digiuno dalla mezzanotte. Ma già, tu queste cose come le puoi sapere... - Io se non faccio la comunione è perché la mia testa mi dice di comportarmi così. Perché non hai fatto nessuna storia di comunioni quando m'hai sposato? - Ecco, e poi sono io che ho voglia di litigare. Ti ho detto forse che mi sono pentita d'averti sposato? Toni tacque. Andò al fuoco e afferrò dal treppiedi due fette di polenta. - Tu non mangi? - disse alla sua donna. - M'hai fatto passare la fame -. Ma anche la Cecina mangiò. Toni se ne ritornò nella stalla. Aveva fretta. Da giorni ci pensava. Avrebbe steso delle corde da bucato sotto il portone e all'ingresso dell'aia, e fatto penzolare ghirlande d'edera in segno di festa. La Cecina, intanto, era andata di sopra a ordinare le camere tra una contemplazione e l'altra della cassapanca. - Vado nei campi - le gridò Toni dall'aia spingendo un carrettino a mano quando ebbe finito nella stalla. - Che ci vai a fare? - chiese la Cecina affacciandosi alla finestra. Ma Toni non rispose. - Che carattere... - brontolò. Accarezzò la cassapanca che Piero aveva tanto ammirato, si segnò e disse un pater 208 davanti al crocifisso d'avorio sul comò, dono del professore per gli sposi, scese e richiamò le galline nel pollaio per poter ripulire l'aia. Ritornò Toni col carrettino pieno d'edera. - Che vuoi fare? - Dammi una mano piuttosto. - Debbo scopare l'aia. - C'è tempo. Prendimi la corda del bucato. - Padron comanda e cavallo trotta - brontolò la Cecina, ma in cuor suo era contenta perché quell'idea dell'edera l'aveva capita subito e le andava a genio. Cominciarono dal portone. - Saranno già al palazzo del vescovo - disse la Cecina mentre teneva la scala con un piede, e con una mano passava l'edera a Toni. - Quello vicino al duomo? - Già, quanti palazzi vuoi che abbia il vescovo? Il palazzo d'un vescovo è sempre vicino al duomo, come il prete ha la casa vicino alla chiesa. - Bella fatica ad andare in chiesa se ce l'hanno addosso - rise Toni. - Tu non ci andresti nemmeno se dormissi dove tirano le campane. Toni non raccolse la provocazione, col chiodo sempre pronto in bocca. Ma la Cecina voleva parlare. - Saranno già sposati? - Adesso basta un sì, ma tu me ne hai fatti dire due - scherzò Toni. - Io volevo essere a posto anche con la chiesa. - E io non mi sono opposto. Finirono col portone e ritornarono sull'aia. - Si può seguire con la corda il giro della biancheria. Basta innalzare la corda con le forcelle - disse Toni. - Se metti le forcelle, come faranno a entrare? Una ruota ci prende dentro e cade tutto. - Forse hai ragione - ammise Toni tra i denti. - Meglio, allora, inchiodare l'edera sui muri. - Una volta tanto ho anch'io ragione - disse compiaciuta la Cecina. - Quando uno ce l'ha, io non mi sono mai tirato indietro. - Sì, proprio... taccio per non litigare. - Che donna... - e Toni si mise a fischiettare. - Per sopportarti ce ne volevano tre di sì. - Non parlo più - disse sostenuta la Cecina. - Acquisti indulgenza plenaria se ci riesci - rise Toni. Non ci riuscì: - Chissà se il vescovo farà il discorso. - Figurati se un vescovo non fa discorsi. E il suo mestiere, come dire a un cane di prendere su un osso... - Quando uno è ignorante e vuol parlare... Chi ti ha detto che il mestiere del vescovo è fare discorsi? I tuoi sapientoni dell'osteria? Ma Toni non se la prese perché era contento al pensiero che il vescovo facesse il discorso solo per Piero. - Discorso o non discorso, Piero se lo merita. Giunsero sull'aia dal campanile i tocchi delle ore. - Sono già le dieci - disse la Cecina. - Hanno ormai finito e stanno 209 per uscire di chiesa. Quando c'è un vescovo, la funzione non dura mai meno di un'ora. - Perché, ne hai visti tanti di matrimoni col vescovo? - sogghignò Toni. - Che c'entra, un vescovo è sempre un vescovo, e con lui le cose alla corsa non si fanno mai... Me li vedo davanti. Benedetta ha gli occhi rossi e il fazzoletto in mano - . Stette come una statua, col braccio a mezz'aria e il ramo d'edera che penzolava. - Svegliati, dammi l'edera che passa il tempo - gridò Toni. La Cecina sorrise e passò l'edera. - Me li vedo davanti... Piero è confuso, vorrebbe dire qualcosa ma non ci riesce, guarda Maria e Maria lo guaranà, senza dire nulla -. Rimase ancora come incantata. - Adesso ti metti a fare anche l'indovina - gridò Toni dalla scala. - Passami l'edera. - Lascia che almeno mi goda gli ultimi minuti, visto che non ci sono potuta andare... - Hanno fatto bene a non invitare nessuno, e poi l'hai detto tu che è stato il vescovo... - Si, è stato il vescovo, ma io potevo passare per la nonna di Piero, e il vescovo non se lo poteva sognare che ero la Cecina. Toni rise forte che quasi cadeva dalla scala: - Brava la mia vecchia, con tutto quel tuo andare in chiesa saresti stata capace di imbrogliare un vescovo... Me lo terrò a mente. - Che c'entra? Lo facevo per Piero, non per me. Questi non sono imbrogli, sono... - ma non le venne la parola, e si stizzì con Toni che continuava a perdere del tempo con l'edera mentre c'era da scopare l'aia e da cambiarsi l'abito per accogliere gli sposi novelli. - Stanno qui due minuti e mi fai vestire della festa? - brontolò Toni. - Stessero qui anche un minuto, l'abito della festa è come se anche noi andassimo a pranzo. Non dico, hanno fatto bene a non invitare nessuno... ma almeno l'abito della festa... Tu di queste cose non capisci proprio niente. - Io capisco solo che Benedetta è una gran donna. Non ci ha potuto invitare, ma ha preparato per noi gli stessi piatti che mangeranno loro dal signor Gaspare... E questo vale tutti gli abiti della festa. Non litigarono più e attesero, discorrendo, il ritorno degli sposi. Benedetta aveva sempre avuto, anche al solo nominarla, il miracoloso potere di mettere d'accordo i due vecchi sposi. Quel giorno il signor Gaspare aveva dato festa ai suoi salariati, e comandato all'oste una damigiana di vino bianco per le torte che avrebbero mangiato assieme agli sposi sotto il pergolato. - Se non possiamo fare il pranzo con tutta la parentela e gli amici, che godano almeno loro - aveva detto. Alla notizia che li avrebbe sposati il vescovo, Rondine fischiò con tutto il fiato, tanto da diventare rosso, e poi, roteando gli occhi, disse: - Proprio il vescovo? Cose che si fanno solo coi principi. Nemmeno la Cecina, se lo avesse udito, benché si trattasse di chiesa e 210 solo chi ci andava aveva il diritto di parlarne, avrebbe avuto di che ridire. L'ESTATE SE NE VA. In paese non sapevano che prezzo fare alla notizia trasmessa dalla radio alle 19,45. La novità era partita dal caffè e aveva infilato, come una freccia, le strade e i vicoli del paese dove, sulle porte delle case, sostavano le donne a prendersi un po' d'aria settembrina dopo la cena o a mangiare gli ultimi bocconi di polenta. - Adesso torneranno i nostri soldati - dicevano le donne, ma senza alzare troppo la voce perché capivano che non era come il 26 luglio. - Fortunato Piero che è già a casa; Lui doveva sapere qualcosa se si è voluto sposare in questi giorni; Non per criticare, ma lui è su di grado, e fra loro si passano le notizie che i soldati non possono sapere - e a parlare erano quelle donne che l'avevano visto, poco prima, ritornare con Maria dal viaggio di nozze. - Fortunati sono anche i reduci, scadeva proprio in questo mese la loro licenza; Ma è questione di giorni, torneranno tutti. Intanto gli americani non ci bombarderanno più; Bombarderanno i tedeschi, e sarà come prima, o peggio. La notizia dell'armistizio arrivò anche alla Campanella, prima che Benedetta portasse in tavola la torta, perché il padre aveva approfittato di quei minuti d'intervallo per accendere la radio e ascoltare il comunicato. Si faceva festa quella sera alla Campanella, una specie di secondo pranzo di nozze per il ritorno di Piero e Maria dal loro viaggio a Venezia, pochi giorni, quel tanto, aveva detto Benedetta, per capire che dovevano vivere insieme e decidere da soli, fuori degli occhi dei genitori. Oltre al signor Gaspare e alla moglie, c'erano Toni e la Cecina con quel vestito che avrebbero messo se il 4 settembre non fosse stata una cerimonia senza invitati. - Speriamo che ci sia qualche notizia buona. Ogni giorno si aspetta quello che mai arriva - disse il signor Gaspare. - Speriamo - disse il padre. Girò la manopola, la luce illuminò il quadrante della radio e una voce si fece sentire, abituata a dare ordini. - Ma costui è Badoglio - esclamò Piero. Si alzò, preso da una subitanea agitazione, e si pose di fianco alla radio sulla credenza. Badoglio stava leggendo il proclama dell'armistizio: cessazione delle ostilità contro gli angloamericani, le forze armate avrebbero reagito a eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza. - La guerra è finita! - gridò Toni. - Aspetta a dirlo - fece la Cecina. - E Piero che lo deve dire, io non ci ho capito niente, lui se ne intende. Piero era ritornato a sedere, rimaneva silenzioso, tutti lo guardavano. - Ancora Badoglio - ruppe il silenzio il padre. - Perché non ha parlato il re? - Certe parti il re le lascia ai suoi generali - commentò il signor Gaspare. - Il re non sa fare discorsi - ridacchiò Toni. - Non sei contento, Piero? - chiese la madre andandogli vicino. 211 Piero scosse la testa: - Potremmo avere la guerra in casa. Ecco perché oggi non abbiamo visto soldati sui treni. Forse erano stati sospesi i permessi e le licenze. Ma di tedeschi ne abbiamo visti dappertutto. - Per fortuna che sei in licenza fino al tredici, - disse la Cecina così starai fuori da questi pasticci. - Non posso aspettare fino al tredici... L'ospedale deve chiudere in questi giorni, se non è già stato chiuso. - Una ragione di più per finire la licenza, se i medici non sono più necessari - disse il signor Gaspare. - Tu sei a posto, hai le carte in regola. - Ma domani può ancora riempirsi di feriti, bisogna che mi presenti. - Adesso? - chiese ansiosa la madre. - Vediamo domani, mamma. - Ho un'idea, Piero - disse il signor Gaspare. - Domani do festa a Spartaco, e lui in bicicletta va in città dalle parti dell'ospedale militare per vedere cosa succede. Rondine per te si butta nel fuoco. - Questo è un parlare! Lui è un'anguilla, e non ci sono tedeschi né badogli che lo possano prendere - approvò la Cecina. - Sembra anche a me una proposta sensata - disse il padre. - Ti mandassero a chiamare, allora è un altro discorso; fanno un fonogramma al maresciallo e ti dicono quello che devi fare, tanto sanno dove trovarti. - Verità sacrosanta - disse la Cecina. - Potrei andarci io invece di Rondine - saltò su Toni. - Io non sarò un'anguilla ma ho più esperienza, e se mi fermano, con i miei calzoni e la roncola, mi lasciano subito andare per non avere un'altra bocca da sfamare. Tu Franco mi potresti imprestare la tua bicicletta perché la mia è dura da spingere. - Sentite, il giovanotto. La sua bicicletta è dura - fece il verso la Cecina. E poi severamente: - E le tue gambe come sono? Senza dire che con la bicicletta di Franco, vestito e vecchio come sei, pensano subito che l'hai rubata e ti mettono in prigione. Ci va Rondine, invece. L'esperienza! Lui sì che ai suoi tempi, adesso no (e si rivolse a Maria), la faceva al maresciallo e a tutti i carabinieri di questo mondo quando e come voleva. - È più semplice che vada io - disse Franco. - In un paio d'ore vado e torno. - Ti prenderebbero per un soldato che scappa - intervenne il signor Gaspare. - Non vanno a pensare che tu hai l'esonero. L'unico è Rondine, un uomo lesto e fidato. - Sicuro, è un uomo lesto e fidato - fece eco la Cecina. - Potrei andare assieme a Spartaco - disse Piero. - Lui mi precede e io, se la situazione è calma, parlo direttamente col maggiore. Che ne pensi, Maria? - Ci sarà ancora il maggiore? Credo sia più prudente seguire il consiglio di mio padre. Spartaco non corre nessun pericolo, mentre tu... non riuscì a finire la frase e tentò di coprire con un sorriso il suo turbamento. Ma soggiunse subito: - Però se ritieni tuo dovere... Piero rimase un momento in silenzio e poi, rivolgendosi alla madre: 212 - E la torta, mamma? Non hai fatto la torta per il nostro ritorno? - Che sbadata, è vero, c'è la torta -. Andò in salotto. - Sì, è meglio che domani non mi muova, ma da qualche commissione a Spartaco - disse Piero rivolto al signor Gaspare -... l'acquisto d'un badile, della semente... - Se è per questo, gli metto a disposizione anche un carro coi buoi - rispose ridendo il signor Gaspare. - Così va bene, Piero, - fece appena in tempo a dire Toni - la guerra è finita, vedrai - che la Cecina lo rimbrottò: - Adesso lascia stare la guerra che Piero deve mangiare la torta in santa pace, e anche Maria. Questi badogli non rispettano nemmeno i primi giorni di matrimonio. Ma anche mangiando la torta parlarono dell'armistizio e di quello che poteva succedere. Solo Toni s'ostinava a dire che la guerra era finita perché nel '18 era capitato così, e che, se il caso era diverso, in fondo i tedeschi le avevano prese allora e le avrebbero prese anche adesso perché la gente non li poteva vedere, come nel ' 18 e anche prima, alla battaglia di Solferino e di San Martino. La Cecina aveva un bel daffare a infilzargli gomitate perché aveva sempre paura che il suo uomo facesse brutte figure davanti a forestieri come il signor Gaspare, e a dirgli che lui non se ne intendeva; ma il bianco frizzante, tenuto in fresco nell'acqua di pozzo, entrato in combutta col nero dei ravioli e dell'arrosto, impediva a Toni di dare ascolto alla sua vecchia. - Chissà che cosa ne pensa il professore. Quasi quasi vado a sentire disse Toni a un tratto per far capire al signor Gaspare che, se anche non aveva soldi ed era socialista, poteva vantarsi di amicizie che non si comperano. - E vacci - lo rimbeccò la Cecina. - Tra il buio e il vino, cadresti nel primo fosso. - Rimandiamo a domani, Toni - disse Franco. - Ci andremo assieme a Piero, con la scusa che è ritornato dal viaggio di nozze. - Sì, ci andiamo domani - acconsentì Toni. - Però, sarebbe bello fare stasera un altro falò in piazza... - Mettiti tu sul falò - scoppiò la Cecina - che nemmeno il fuoco ti vorrebbe. Maria sorrideva. - Andiamo? - disse il signor Gaspare alla sua donna. - Fra poco sarà buio. - Stiamo qui ancora un po' - gli rispose. Suonò la campanella del rosario. - Stasera ci vado anch'io - dissero diverse donne, essendo quell'argomento dell'armistizio una questione sulla quale non avevano parole. - Stasera c'è la benedizione perché è la nascita della Madonna; Già, è vero, Badoglio m'ha fatto dimenticare anche la Madonna. Che tempi, invece di pregare di più ci stiamo dimenticando del Signore; Però l'arciprete poteva suonare le campane della benedizione e non la campanella del rosario, come se fosse un giorno qualsiasi. Sarebbe andata più gente. Ma l'arciprete, appena saputa la notizia alla radio, s'era recato dal 213 campanaro: - Solo la campanella del rosario, e non le tre campane. - Non c'è la benedizione? - C'è, ma molti non sanno che è la festa della Madonna. Potrebbero pensare che si suonino le campane perché è finita la guerra, e la guerra non è affatto finita. Chi si ricorda che è la festa della Madonna verrà in chiesa lo stesso. Il caffè era in agitazione. Stalino teneva banco: - Io li conosco i tedeschi, se non gli si mostra subito lo schioppo sulla faccia ce ne faranno passare di tutti i colori. Gli altri due reduci annuirono. - Questo lo sa anche il re. Non hai sentito quello che ha detto Badoglio? - disse un avventore. - Non ha parlato di tedeschi - rispose brusco Stalino. - Chi deve capire ha capito. - E chi non vuol capire? Doveva dirlo chiaro e tondo: sparare sui tedeschi se fanno un passo. - Fai presto a parlare, tu. Loro hanno i carri armati, e noi che gli diamo? Le baionette? - I russi con una bottiglietta di benzina fermavano bestioni di carri armati - s'ostinò Stalino. - Non abbiamo nemmeno le bottigliette di benzina - ridacchiò uno. - Ci vorrebbe qui il professore - disse un altro. - Almeno sapremmo esattamente come stanno le cose. - Anche lui sa quello che sappiamo noi, altrimenti oggi ce ne avrebbe parlato. - Può darsi che dovesse mantenere il segreto. Non si fermarono per la partita. Avevano fretta di chiudersi in casa. La guardia, sentita la notizia, disse alla moglie: - Finalmente i traditori hanno gettato la maschera. Adesso tocca a noi. Solo di noi i tedeschi si possono fidare, e vinceremo. - Come fai a vincere se abbiamo già perso? - I traditori hanno perso, non noi. Dammi la rivoltella! - Ti da di volta il cervello? Che vuoi fare? - Sta' tranquilla, voglio solo ingrassarla. Verrà buona fra qualche giorno, quando potrò indossare di nuovo la divisa. - Non immischiartene più, non essere così testardo. Ti è andata bene una volta, non rischiare una seconda... - Basta una di queste per tenere a freno un paese - e mostrò la rivoltella alla moglie. - Non capisco come te l'abbiano lasciata - disse la donna. Dopo la benedizione e serrata la chiesa, l'arciprete sostò sul sagrato. Non avendo visto Benedetta, pensò che gli sposi fossero tornati. «Che Piero non faccia lo sproposito di andare domani in città» disse fra sé. «E Salvatore, avrà saputo la notizia? Che cosa sarà di lui?». Di fronte alla piazza che progressivamente inghiottiva tutti i contorni dei portici, sentiva anche il suo cuore immergersi nel mistero d'un buio che pure doveva portare in se stesso una ragione, un filo di luce per non 214 essere costretti a disperare. Armistizio, pace, guerra, ogni respiro della sua gente, di miliardi di uomini: un niente, un tutto nella storia; ma che cosa potevano rappresentare per un Dio che già nel suo primo uomo aveva scorto la propria immagine? Come vedeva se stesso Dio prima di creare l'uomo? E ora? Scese cautamente dai gradini del sagrato, si girò per andare con quel suo peso alla porta della canonica quando una voce nota gli giunse alle spalle: - Buonasera, signor arciprete. Immagino che la notizia... - Oh, buona sera, maresciallo - rispose voltandosi l'arciprete. - Entra? - Grazie, ho fretta. Faccio un rapido giro in paese e poi ritorno in caserma in attesa di ordini. Fino a qualche minuto fa, nessuna chiamata. Le confesso che la situazione mi preoccupa. - Una nave senza timone? - azzardò l'arciprete. - E presto per affermarlo, ma i primi indizi non sono certo incoraggianti. - Se dovesse sapere qualcosa... C'è il professore... - Non dubiti, l'avvertirò a tempo. A meno che - soggiunse - anch'io non sia sulla lista nera. Salutò e riprese a pedalare. «Deve conoscere anche i sassi di queste strade» pensò l'arciprete mentre chiudeva col catenaccio la porta della canonica. Rondine, seduto per terra contro lo stipite dell'uscio che dava sull'aia, stava aspettando il signor Gaspare. Gli bastava vederlo per capire se Piero e Maria stavano bene, e poi sarebbe andato a letto. La notizia l'avevano portata alcuni contadini che erano andati in paese a bere un bicchiere, approfittando del portone che sarebbe rimasto aperto fino a tardi quella sera, dato che il padrone era fuori con la carrozza. Rondine rimuginava di dentro quello che i contadini avevano detto, senza capire bene se bisognava essere contenti o aspettarsi di peggio. La guerra è finita! avevano urlato i suoi compagni entrando di corsa in cascina. Si vedeva che avevano bevuto un bicchiere di più, ma non da farli sparlare a quel punto. E avevano aggiunto: Ma bisogna mettere a posto i tognini, come nel '15-18. Allora la guerra non è finita, se ci sono i tognini da mettere a posto. Rondine fece un gesto davanti agli occhi come per scacciare quel pensiero. Da quando Piero era tornato dalla Grecia, la guerra era lontana. Ascoltava ogni tanto il bollettino, discuteva a volte coi compagni su quando sarebbe finita, ma perdere o vincere non gli importava granché. Lui non avrebbe vinto né perso niente. Se adesso dormiva all'asciutto e poteva mettersi via qualche soldo siccome non aveva nessuno da mantenere, lo doveva a Maria e Piero, non a Badoglio al re ai tedeschi o agli americani. Loro sono appena buoni a fare ammazzare la gente. Ti ordinano: spara, e tu devi sparare senza saperne la ragione e senza poter dire: sparate voi, io non ne ho voglia. Anche adesso sarà così, perché la guerra è finita e non è finita, come era capitato il 26 luglio che il popolo sembrava avere vinto e poi avevano 215 continuato la guerra. Che ci poteva fare lui? Adesso lavorava, aveva dimenticato perfino come era fatta la prigione e, se non faceva stupidate, non l'avrebbero mandato via. Sapeva un mestiere e non si faceva rincrescere a lavorare. Aveva messo da parte qualche soldo, sotto il materasso. Ma che avrebbe fatto dei soldi se non aveva nessuno da mantenere? Se si fosse sposato quando era giovane... Eh, sì, allora... Adesso, invece, chi avrebbe voluto un uomo di quarant'anni battuti e ribattuti, che chiamavano Rondine per via della prigione? Nemmeno una vedova l'avrebbe preso. Gli dicevano ogni tanto i suoi compagni, quando tiravano assieme la falce ed erano in vena di ridere: - Spartaco, quand'è che ti sposi? Se aspetti ancora un po' diventi san Giuseppe -. A lui san Giuseppe non dispiaceva; in fondo anche san Giuseppe, dicevano, aveva avuto poco dalla vita: più che lavorare e scappare via con l'asino non aveva fatto. Ma, almeno, lui sapeva dove andavano a finire i soldi che guadagnava col suo mestiere, e se anche non era suo, dicono, Gesù gli voleva bene e lo chiamava papà. E poi aveva una donna che gli curava la casa, gli parlava in confidenza e gli voleva bene, anche se la faccenda del figlio era poco chiara. Ma i suoi compagni, nominando san Giuseppe, intendevano ben altro, e non avevano torto. Che ci fa un uomo senza una donna? Gli venne da ridere al pensiero che una donna gli potesse voler bene, una donna come Teresa, per esempio, la figlia del bergamino capo, che era rimasta in casa con un figlio di dieci anni, e nessuno sapeva di chi fosse. Facevano un nome, ma chi ci poteva giurare? E poi, a lui non interessava sapere di chi fosse il figlio, perché, una volta venuto al mondo, un uomo è un uomo non per suo padre ma perché è un uomo. Quel ragazzo gli era affezionato, e lui, a primavera, gli aveva insegnato tutti i nidi e gli aveva regalato un flautino di sambuco, uno dei tanti che aveva confezionato per farsi la mano in vista di quello che avrebbe regalato a Piero per le nozze. - Perché non sposi Teresa? - gli aveva detto qualche tempo prima un suo compagno, ma senza ridere, che sembrava naturale che potesse, lui, Rondine, sposare una donna più giovane e nemmeno vedova. - Mi vuoi proprio prendere in giro - aveva risposto. E l'altro: - Io? Ma io sto parlando sul serio. Prova a pensarci. Se è perché ha un figlio, tutti possono sbagliare, ma io che l'ho conosciuta fin da bambina ti posso assicurare che è stato uno sbandamento, e nessuno può più dire un'unghia sul suo conto da quando le è nato il figlio. Spartaco era rimasto a bocca aperta al solo pensiero che Teresa lo potesse sposare, e non aveva voluto farci troppo caso: «È perché siamo amici che mi ha parlato di Teresa, e mi vuol vedere sistemato». Ma ogni tanto il pensiero gli ritornava alla mente, come quella sera mentre attendeva il padrone per leggergli nella voce se Piero e Maria stavano bene. Piero e Maria erano un'altra cosa che Spartaco e Teresa, Spartaco detto Rondine, come avrebbero dovuto scrivere sulle pubblicazioni, perché chi sapeva che si chiamava Spartaco? Gli venne ancora da ridere al suono di quei due nomi che aveva pronunciato a fior di labbra, per timore che anche le ombre lo udissero. 216 In fondo all'aia, sotto il portone, sentì il nitrito del cavallo e s'alzò per andare a prendere la cavezza. Lui non era uso a siffatti servizi, per non mettersi in mostra col padrone, ma quella sera voleva andare a dormire pensando che Piero e Maria stavano bene. - Ah, sei tu Spartaco? - gli disse il signor Gaspare con voce allegra. - Volevo proprio parlarti. Passa in casa dopo, a bere un bicchiere. Rondine tenne il cavallo mentre il signor Gaspare aiutava la sua donna a scendere dalla carrozza, staccò la carrozza sotto il porticato dei fienili, condusse il cavallo nella stalla consegnandolo al cavallante e intanto pensava: «Se il signor Gaspare non si sposava, Maria non sarebbe venuta al mondo». Al mattino, di buon'ora, Rondine partiva in bicicletta per comperare in città delle sementi, ma prima doveva fermarsi alla Campanella e accordarsi con Piero. Il maresciallo passò la notte in dormiveglia, attendendo istruzioni che non vennero. Il professore si coricò molto tardi, passando parte della notte a sistemare in cartelle appunti, circolari, giornali clandestini, aggiungendoli ai faldoni che don Angelo gli aveva già restituito. Mise tutto in un sacco che nascose provvisoriamente sotto alcune fascine vicino alla gabbia dei conigli. Il fresco del mattino mise nelle gambe di Rondine la voglia di correre. S'era sbarbato come nei giorni di festa e aveva indossato una camicia pulita. La roba gliela lavava e stirava Teresa per poche lire alla settimana, un lavoro che la donna aggiungeva a quello, a ore, dei campi, dei bachi e del granoturco a quarto. Quella notte Rondine aveva sognato sua madre che vestiva da infermiera nell'ospedale di Piero e aveva il volto di Teresa. - Entra, Spartaco, chiamo subito Piero - gli disse Benedetta che era appena tornata da messa e aveva ancora dentro di sé le raccomandazioni dell'arciprete. - Intanto fa' colazione. - Ma io l'ho già fatta - rispose Rondine. - Non è mai troppo per chi deve fare dei chilometri in bicicletta rispose sorridendo Benedetta. Chiamò dalla scala Piero, accese il fuoco, tagliò la polenta che era avanzata dal mezzogiorno, mise in un piatto una parte di pollo della sera, prese un bicchiere con la bottiglia del vino e disse: - Sei sempre contento di lavorare nei campi? - Per me, io sono contento. Non rendo come uno che ha sempre fatto quel mestiere, ma io sono contento. - Tu sei come gli altri, rendi e lavori come gli altri. - L'ha detto Maria? - chiese vivacemente Rondine. - Sì, me l'ha detto Maria. Tu non hai niente da invidiare agli altri. E in più hai un cuore d'oro. Rondine non disse nulla e staccò il primo boccone di polenta, mentre Benedetta andava nell'aia a dare libertà ai polli e a preparare il pastone. Piero non aggiunse molto a quanto il signor Gaspare aveva raccomandato a Rondine: prima comperi le sementi e poi, coi sacchetti sul portapacchi e l'etichetta bene in vista, vai verso l'ospedale. Se l'aria è pulita, entri e chiedi di suor Giuseppina. Se suor Giuseppina non ci fosse e ti dovessero fare delle domande, rispondi che eri venuto in città per comperare 217 delle sementi, e un'amica di suor Giuseppina ne aveva approfittato per mandarla a salutare. Chiedi allora dove la puoi trovare, e così vieni a sapere che fine ha fatto l'ospedale e quelli che c'erano dentro. - Sarei venuto con te, Spartaco, ma tutti m'hanno detto di non farmi vedere da quelle partisi scusò Piero. - Figurati, tu sai che mi facevo pescare dal maresciallo solo quando mi faceva comodo. E per fare un maresciallo come il nostro, ce ne vogliono di tognini - disse Rondine ridendo. - Per mezzogiorno sai già che aria tira da quelle parti. Se dovessi tardare, non preoccuparti: vuol dire che ho bucato. Andrà tutto bene, perché stanotte ho sognato mia madre vestita da infermiera - ma non disse che aveva il volto di Teresa. Si alzò finendo il bicchiere. - Aspetta un attimo, Spartaco. Adesso scende Maria e vuole salutarti. Maria scese le scale cantando sottovoce. Spartaco la guardò un poco intimidito. Adesso non era più la signorina Maria, eppure era ancora la stessa, non si dava arie. - Ciao, Spartaco, è ancora in piedi la cascina? - disse gaiamente Maria. - È più vuota - fu pronto Rondine - e sì che di gente ce n'è. Maria si strinse a Piero: - Andando in città, dovresti fermarti dal professore, può darsi che abbia bisogno di te. - Dal professore? - chiese stupito Piero. - Quando il professore deve ritirare o consegnare qualche busta, si rivolge a Spartaco. Rondine arrossì: - Qualche volta gli ho fatto questo piacere. M'ha detto: di te mi fido. Forse perché gli curavo la tomba della moglie. - Allora fermati, digli che vai in città per me. Ma al ritorno vieni subito qui per non dare troppo nell'occhio; penseremo poi noi a comunicargli le tue notizie. Toni era sull'aia: - Se avevo qualche anno in meno, non pensare che ci saresti andato tu. Ma non passare davanti alla questura, mi raccomando. - Ah no, quella strada nemmeno in fotografia la voglio fare. Rondine incontrò la Cecina che stava andando alla Campanella. Dovette fermarsi. - Tu sei l'unico che può farla in barba a tutti - gli disse con un tono di complicità. Il professore l'accolse quasi con effusione: - È la mia Elena che ti manda. Da ieri sera penso al modo con cui avrei potuto avvertirti, e tu mi capiti come una manna. Gli dette un indirizzo: - Non te lo scrivo per prudenza, tienlo ben fisso nella mente. Suoni due volte, e a chi ti viene ad aprire dici: mi manda il professore e chiede come sta l'avvocato. Mi ripeterai le parole esatte che ti saranno dette. Grazie, Spartaco. Rondine partì come se facesse le corse. Svoltato sullo stradale, gli si parò davanti un deserto. «Stamattina sono io il padrone, nemmeno quelli della borsa nera si vedono. Badoglio gli ha messo addosso paura» e rise forte. Sentì dietro alle spalle il rumore di motori che si avvicinavano 218 velocemente. Si portò sul sentiero del fosso che costeggiava lo stradale e rallentò. Tre automobili scoperte lo sfiorarono. Lo spostamento d'aria lo costrinse a equilibrarsi e a mettere i piedi per terra. «Ma sono matti? Guarda come scappano». - Tognini, - gridò - sbagliate strada - e rise di nuovo allegramente. Riprese a pedalare con forza. Da una parte e dall'altra, campi e contadini che tagliavano l'erba. «Quando viene l'ora di tagliare non c'è guerra che tenga, bisogna tagliare. E la terra che comanda». Pensò alla cascina. I suoi compagni ormai erano tutti nei campi, anche loro a falciare l'erba o a rivoltare quella già tagliata per farne fieno. Gli venne in mente Teresa e sentì il profumo del sapone fatto in casa che era rimasto attaccato alla camicia pulita. Fischiettò. Era già arrivato all'osteria dei tre platani. Imposte chiuse, nessun barroccio davanti, nemmeno una bicicletta appoggiata al muro. «Brutto posto questo se i tedeschi, quando scappano, vogliono fermarsi a bere». Anche le prime case sparse della città, che non si poteva dire fosse già città, avevano le imposte chiuse. Man mano, però che le case si saldavano cominciando a formare le prime strade, sembrava che fosse un giorno di sagra, tanta era la gente ferma fuori degli usci, o che andava da una parte all'altra della strada, parlando, chiamandosi ad alta voce, passandosi notizie. «Se la gente è per la strada, vuol dire che le cose vanno bene». Fu tentato di fermarsi vicino a qualche crocchio più folto e animato, ma si ricordò delle raccomandazioni ricevute e continuò verso il negozio delle sementi. - Siete il primo cliente oggi - gli disse il padrone. - Ma non avete sentito la radio ieri sera? - Io no - rispose Rondine mostrando meraviglia. - Allora non sapete che abbiamo i tedeschi in casa, gente che non scherza. - Questo lo sapevo già da tempo. - Ma benedetto uomo, non sapete che c'è stato l'armistizio e che se noi spariamo i tedeschi ci ammazzano tutti? - E chi deve sparare? Il bottegaio scrollò la testa: - Voi agricoltori mi date da vivere e siete della brava gente, ma avete solo in mente la terra. «M'ha preso per un agricoltore» pensò Rondine. «Ma io faccio lo stupido perché i cittadini, con la loro parlantina, ti mettono nel sacco». - Eh sì, la terra da da mangiare a tutti. Dato che ci sono compero anche una vanga e un rastrello. - Siete un cliente nuovo, non vi ho mai visto. - Prima veniva mio fratello - rispose Rondine. - Ah, adesso mi ricordo, gli assomigliate. Rondine trattenne a tempo un'esclamazione, pagò e domandò dove si trovava la via indicatagli dal professore. - Voltate a destra, e poi la prima trasversale è quella. Trovò senza fatica la casa dell'avvocato, nascose dietro il portone semichiuso la bicicletta con la vanga e il rastrello legati alla canna, salì al primo piano, vide la targhetta d'ottone e suonò due volte. 219 - Riferite al professore che l'avvocato è andato in ferie - gli rispose la signora ch'era venuta ad aprire. - Non vi ha visto nessuno salire? chiese un poco agitata. - Nessuno. - Bene. Salutate il professore e ditegli che l'avvocato gli manderà una cartolina. «E certamente la moglie dell'avvocato» pensò Rondine mentre discendeva le scale «una donna di poche parole. Però, che idea andare in ferie in settembre». Per giungere più in fretta all'ospedale militare attraversò il centro della città. La piazza del duomo ondeggiava di gente come all'uscita dal pontificale di pasqua; uomini salivano e scendevano di corsa sull'ampio scalone del trecentesco palazzo comunale, e i colombi si erano ritirati tutti al limitare della piazza segnato dal battistero. «Una bella retata, e c'è da far mangiare un paese» pensò Rondine. «Con la fame che c'è in città, i colombi la fanno ancora da padroni. Va' a capirli questi cittadini». Fece poi alcuni vicoletti tortuosi per non passare davanti alla questura e infilò l'ampio viale alberato che portava all'ospedale militare. Trovò il portone socchiuso. In portineria non c'era nessuno. S'inoltrò nel cortile spingendo la bicicletta. Dietro la porta a vetri intravide la sagoma d'una suora. Affrettò il passo. - Chi siete, che volete? - disse la suora. - Qui non c'è nessuno. - Non c'è nemmeno suor Giuseppina? - Che volete da suor Giuseppina? - Vorrei parlarle a nome d'una sua amica dello stesso paese. - La madre del tenente medico? - All'accenno affermativo di Rondine, la suora cambiò tono: - Venite, accomodatevi in questa stanzetta. Vado subito a chiamarla. Stamattina sembra la fine del mondo e s'allontanò lasciando dietro di sé il fruscio della corona. - Vi manda Benedetta, vero? Per Piero, immagino - disse suor Giuseppina, arrivata di corsa. - Sì, per Piero. Ieri sera il dottore ha sentito la notizia e voleva passare stamattina... - Per carità, stamattina... L'ospedale è stato chiuso appena in tempo due giorni fa. Anche il maggiore è partito. Stamattina sono venuti i tedeschi e hanno voluto vedere dappertutto. Hanno trovato solo noi suore. Io non ho mai visto tante armi addosso a un uomo. Ditegli che non si faccia vedere, per carità. Ditegli anche che nascondo tutti gli strumenti e i medicinali che sono rimasti, perché i tedeschi, se ritornano, vorranno portare via tutto. Adesso scappo perché ho fretta. Ma voi... voi come vi chiamate? Rondine s'impacciò, arrossì un poco, credeva che la suora l'avesse riconosciuto perché era già venuto all'ospedale quando Piero era coi piedi che sembravano di marmo. Ma suor Giuseppina, tutta presa da agitazione per i tedeschi, non aveva fatto troppo caso a quell'uomo che pareva volesse scomparire mentre parlava. - Io mi chiamo Spartaco, ma mi conoscono col nome di Rondine. 220 - Ah che sbadata, - disse sorridendo suor Giuseppina - il figlio della povera Teresa... Era una brava donna. - L'avete conosciuta? - chiese vivacemente Rondine. - Al paese ci si conosceva tutti - rispose suor Giuseppina. - Io l'ho sognata anche stanotte ed era vestita da infermiera. - L'abito di chi fa del bene al prossimo... Ma adesso debbo proprio andare. Salutatemi tutti, anche l'arciprete se lo vedete. Addio. S'allontanò leggera nell'ampio corridoio, e Rondine stette come incantato a osservarla per quanto aveva appena udito sull'abito d'infermiera. Uscito dal portone si fermò incerto se rifare la strada di prima o prendere la circonvallazione dove erano situate le caserme dei soldati. «Da questa parte ho già visto; se do un'occhiata anche di là posso essere più preciso nel riferire» pensò, e si spinse a forti pedalate verso la circonvallazione. In vicinanza della prima caserma e fino al portone chiuso era un via vai di donne: - Volete fare la fine del topo in trappola? Scappate fin che avete tempo - urlavano. - I tedeschi hanno preso la questura e la prefettura, e la fanno da padroni. - Abbiamo appena incontrato dei soldati che scappavano da altre città. Chi ha voluto resistere è stato fucilato. Chi non scappa viene fatto prigioniero e portato in Germania. Che aspettate? Un uomo gridò: - Scappate con le armi o datele a noi. Noi le possiamo nascondere. I soldati erano alle finestre delle caserme e non dicevano nulla. - Aprite il portone finché siete in tempo. Arrivò un uomo in bicicletta, sconvolto: - Alla stazione i tedeschi hanno ordinato di preparare un treno di carri bestiame. I ferrovieri debbono ubbidire perché i tedeschi mostrano il mitra. E per voi quel treno se non scappate. «Ma che fanno dentro la caserma? Perché non scappano?» pensò Rondine. Voleva fermarsi per convincere i soldati alle finestre, ma doveva essere alla Campanella a tempo, affinchè non pensassero male. Alla seconda caserma, le stesse urla, le stesse esortazioni. Un giovane, non ancora di leva, gridava: - Dateci le armi, non fatele cadere in mano ai tedeschi. Verranno buone. Qualche donna piangeva. Anche lì i soldati guardavano muti dalle finestre. Rondine udì un anziano: - Stanno preparandosi a difendere la caserma. - Che vuoi che difendano contro i carri armati dei tedeschi? - gli rispondeva un altro. - Dicono che dallo stradale stiano arrivando i carri armati. «Meglio allora prendere la strada dei campi, anche se l'allungo» pensò Rondine. Era diventato triste. Uscendo dall'ospedale era contento perché Piero aveva fatto bene a non andare in città, ma ora era triste. Quegli sguardi dalle finestre, come se non capissero quanto stava succedendo, gli facevano male di dentro. Lui non era soldato ma, se lo fosse stato e il 221 portone fosse rimasto chiuso, sarebbe saltato dalla finestra per non finire in Germania. O forse avrebbe sparato contro i tedeschi se l'avessero voluto prendere per metterlo su un carro bestiame, come una bestia. Ma lui non si ricordava più come si faceva a sparare, e non ci poteva fare nulla. Chi fa il prepotente è quello che comanda. Sentì mezzogiorno da un campanile lontano. Non aveva fame. Nessuno ci poteva fare niente. Alla Campanella anche Toni gli fece un mondo di complimenti: - Ma se c'ero io, con questa roncola tentavo di aprire il portone gli parve giusto aggiungere. Piero prese la via dei campi e si recò dal professore per avvertirlo del pericolo e offrirgli, almeno per quelle notti, ospitalità alla Campanella. Nel pomeriggio giunsero in paese le notizie di quanto succedeva in città, ma l'una eliminava l'altra. Le due caserme erano circondate dai tedeschi coi carri armati; No, non erano ancora circondate ma le avrebbero occupate durante la notte; Dei soldati sono scappati dalle finestre; No, non sono scappati perché gli ufficiali hanno sparato; I colonnelli sono scappati con la scusa di andare a vedere che cosa succedeva in prefettura, e hanno lasciato i tenenti che non sanno che cosa fare. C'è chi vuol aprire il portone e chi, invece, vuol resistere ai tedeschi fino all'ultimo. Voci anche fuori dell'ordinario: che di notte sarebbero discesi i paracadutisti americani per aiutare i soldati nelle caserme; che in tutti i porti sarebbero sbarcati gli americani e gli inglesi. Voci più sicure erano giunte dalla stazione: sui treni c'erano soldati vestiti mezzo da soldati e mezzo da civili, senza armi, che scappavano a casa. Ma, allora, la stazione è ancora in mano agli italiani e non è vero che i tedeschi... No, sono scesi prima della città, i tedeschi non riescono a controllare i treni. La guardia comunale ogni tanto si metteva sull'uscio di casa, guardava la gente che passava sull'altro marciapiede abbassando la testa, e sorrideva senza dire nulla. Benedetta aveva preparato la stanza per il professore, quella di Piero quando non era ancora sposato. Si erano messi d'accordo: - Prima che apriamo il portone a quella gente - era un'idea del padre - il professore fa a tempo a scappare nei campi attraverso l'orto, con te naturalmente. Sull'imbrunire, Toni aveva portato alla Campanella un sacco pieno di carte del professore, da doverlo posare ogni cento metri per prendere un po' di fiato. Piero pulì e ingrassò la rivoltella: - Se c'è da scappare, questa la porto con me - disse a suo padre. Il padre non disse nulla. Maria prese in disparte Piero: - Se c'è da scappare in qualche parte dove nessuno ti conosce, io vengo con te -. Piero, per tutta risposta, la baciò in fronte. - No, vengo con te - insistette Maria. L'arciprete era preoccupato per l'amico professore. Bisognava fargli cambiare posto, ma dove? In città ha degli amici, ma la città è piccola, e poi è tutta gente già segnata in questura. Davanti al Santissimo, fra le tre e le quattro, gli venne l'idea della canonica. Ne fu contento perché davanti al Santissimo non potevano venire che idee buone: beati, makàrioi, qui esuriunt etsitiunt iustitiam. A nessuno sarebbe venuto in mente che 222 il professore potesse alloggiare sotto lo stesso tetto della chiesa... Benedetta andò al rosario e parlò con l'arciprete vicino al confessionale. - Avete fatto bene a invitarlo a casa vostra per la notte. Ma siate prudenti. Raccomandate alla Cecina di non parlare. Toni non parla, ma la Cecina... tutto per fin di bene, s'intende. - Anche la Cecina, a conoscerla, quando c'è di mezzo una persona che le è cara, si farebbe strappare piuttosto la lingua - l'assicurò Benedetta. - M'è venuta un'idea, se il professore sarà ricercato - disse l'arciprete, ed espose a Benedetta il suo piano. - Io non mi voglio tirare indietro, signor arciprete - disse alla fine Benedetta - ma qui da lei è certamente più al sicuro. Vorrà dire che terrò presente il mio dovere di portare ogni tanto un po' di roba. Col buio, il professore s'incamminò verso la Campanella. Toni, con la scusa che il professore non conosceva le capezzagne, gli dava ogni tanto il braccio, ma con molta delicatezza che nemmeno la Cecina, fosse stata presente, avrebbe avuto da criticare. Di notte scoppiò un temporale, con tuoni che facevano tremare i vetri e svegliare la gente. - Che c'è, bombardano? - chiese a Benedetta il suo uomo, svegliandosi di soprassalto. - Dormi tranquillo, è l'estate che se ne vagli rispose Benedetta che non aveva ancora chiuso occhio, per la paura che i tedeschi, da un momento all'altro, bussassero al portone. Poi il temporale, brontolando, si spense e lasciò dietro a sé il ciangottare della grondaia. L'orologio della torre battè due colpi. Benedetta sentiva il respiro tranquillo del suo uomo. «Se non dovesse dormire la notte» pensò «come potrebbe lavorare tutto il giorno? È giusto che dorma. E poi deve alzarsi presto, estate e inverno, perché il latte non conosce stagioni. Fra una settimana ci sarà il granoturco. Il granoturco non sa niente d'armistizio e di tedeschi, ha i suoi giorni. Se si guardasse la terra, non ci sarebbero più guerre... Piero però non avrebbe lavorato la terra. Far del bene alla gente, era destinato... E Franco? Vorrà fermarsi sulla terra? Franco ce l'aveva nel sangue la terra ma forse non si sarebbe mai sposato. Anche lui era destinato». Vide per un momento quella terra in mano a estranei e provò un senso di smarrimento... S'addormentò. Ma fu un sonno agitato, di tedeschi che sparavano, di soldati che fuggivano, di gente nascosta nei fossi. Cominciarono gli uccelli a svegliarsi e poi cantò il gallo. Dalle fessure delle imposte filtrava un colore che non era più quello della notte. Si svegliò. Le sembrava d'aver dormito molto, d'essere in ritardo con tutto quello che c'era da fare; poi, guardando alle imposte, si rassicurò e prese dal comodino la corona del rosario. I passeri intensificarono il loro cicaleccio e le fessure delle imposte si aprirono al baluginare dell'alba. La grondaia non aveva più gocce da far rimbalzare nel canale. Sentì dei colpi al portone, prima deboli, poi sempre più insistenti. Chiamò piano il suo uomo: - Battono al portone - e scese velocemente dal letto per svegliare Piero e il professore. I colpi cessarono, e poi ripresero più forti. Corse in soffitta a osservare 223 chi fosse. Piero e il professore attraversarono di corsa l'aia. Benedetta discese e incontrò il suo uomo in"cucina: - Sono due uomini con uno zaino, non mi sembrano tedeschi. - Vado ad aprire io. Tu stai calma. Erano scesi anche Franco e Maria. Franco accompagnò il padre. Rientrarono quasi subito. - Guarda come sono ridotti, bagnati come se fossero appena caduti in un fosso - disse il padre. - Accendo subito il fuoco - disse Benedetta. Erano due soldati cogli abiti infangati e laceri, pressappoco dell'età di Piero. Si scusarono per l'ora e raccontarono l'avventura di quella notte. Erano scappati da una delle caserme della città, assieme ad altri, quando s'accorsero che il loro comandante avrebbe consegnato armi e caserma ai tedeschi, ricevendo in cambio l'assicurazione che i soldati sarebbero rimasti liberi e avrebbero potuto far ritorno alle loro case. Molti non vi credettero e prepararono gli zaini per fuggire calandosi dalle finestre che davano sui campi. Aspettavano la sera, ma i tedeschi giunsero prima. Il comandante aprì il portone e fu il primo ad essere disarmato e messo in cortile contro il muro con le mani sul capo. I tedeschi erano pochi, ma avevano piazzato due mitragliatrici davanti al portone. Il fuoco scoppiettava alto nel camino, illuminando il volto disfatto dei due giovani. - Levatevi la giacca e le scarpe - disse Benedetta. - Vi faccio scaldare il latte e la polenta. Noi alla sera e al mattino mangiamo polenta. Vi piace la polenta? - Per slattarci hanno usato la polenta - rispose uno. - Allora non siete di giù - disse Benedetta. - Cento chilometri, e siamo a casa. Continuarono il loro racconto. Franco sussurrò al padre: - Vado a chiamarli? - Aspetta, non si sa mai. - Se ci fosse stato un ufficiale a darci l'ordine di sparare, i tedeschi non ce l'avrebbero fatta - disse uno. - E invece tacevano, sembravano instupiditi. Allora prendemmo noi l'iniziativa, ma di scappare. Quelli più vicini al portone, vedendo che c'era molta gente in strada che i tedeschi non riuscivano ad allontanare, nonostante le due mitragliatrici puntate, si fecero coraggio e si buttarono fuori. I tedeschi non se l'aspettavano e non spararono. Altri cominciarono a calarsi o a saltare giù dalle finestre dalla parte dei campi. Noi due fummo tra i primi, riuscendo a buttar giù anche gli zaini. Quando i tedeschi se ne accorsero, salirono sui tetti e si misero a sparare. In tutto eravamo cinquecento. Chissà quanti riuscirono a scappare. Ma ci debbono essere stati anche dei morti. Noi due siamo rimasti insieme, siamo dello stesso paese, abbiamo camminato tutta la notte, andando qua e là a caso, anche durante il temporale, sperando di allontanarci dalla città. La prima casa che abbiamo visto è stata questa. Abbiamo aspettato un poco perché si facesse più chiaro, e poi abbiamo picchiato al portone. Scusateci se vi abbiamo 224 disturbato, ma eravamo sfiniti. - Avete fatto benedisse , Benedetta - dovete essere in forza per arrivare fino a casa. - Se ce lo permettete, potremmo dormire un poco sul fienile... - E anche cambiarvi d'abito perché in divisa tutti vedono che scappate - aggiunse il padre. - Non abbiamo altri abiti... - Qui ce ne sono, non troppo belli, ma meglio di niente - offrì Benedetta. - Dobbiamo disfarci delle armi; se ci mettiamo in borghese non le possiamo più portare - disse uno al compagno. - Lasciatele a noi, - suggerì il padre - penseremo noi a consegnarle o a nasconderle, a seconda di come tira il vento. Mangiarono polenta e salame, bevvero una tazza di latte caldo, si avvolsero nella coperta militare e si buttarono sul fieno. Il padre con Franco cominciò il lavoro nella stalla, dopo avere avvertito Piero e il professore che non c'era nessun pericolo. IL SOLDATO SENZA NOME. Era suonato il terzo segno della messa, e Benedetta stava mettendosi il velo per andare in chiesa e avvertire l'arciprete che il professore aveva accettato volentieri l'ospitalità in canonica, qualora si fosse resa necessaria, quando arrivò Toni tutto eccitato, con la notizia che in paese c'erano dei soldati scappati: - Si fanno dare degli abiti borghesi e da mangiare. Hanno tutti una sacrosanta paura addosso. - Due sono là che dormono - gli disse Benedetta indicando il fienile. Il professore volle ritornare alla villetta da solo, nonostante le insistenze di Toni ad accompagnarlo. - Ormai la strada la conosco bene. - Non è prudente - ripeteva Toni. - Supponiamo che incontri qualche sbandato... - Che vuole che mi faccia? Siamo tutti degli sbandati, oggi... Anzi, gli offrirò ospitalità in casa mia. - E se è un tedesco vestito da sbandato? - chiese Toni che non sapeva più cosa inventare. - I tedeschi non sono intelligenti come Toni, non ci arriverebbero mai - rispose il professore. - È meglio che parta subito. Filomena non deve accorgersi che non ho passato la notte in casa. - Verrò a prenderla stasera, allora - disse Toni, compiaciuto perché la sua intelligenza era superiore a quella dei tedeschi. Capitò Rondine quando Benedetta era appena rientrata da messa e Maria stava mettendo lenzuola e cuscini alla finestra. - Il signor Gaspare vuole che oggi rimanga qui perché può darsi che tu abbia bisogno di me - disse rivolto a Piero. E subito aggiunse, vedendo che Piero stava per fare qualche difficoltà: - Ho la giornata pagata 225 lo stesso. - Hai visto degli sbandati in giro? - chiese Piero. - Stanotte ne sono arrivati alla cascina, ma non dal portone. Hanno picchiato alla mia porta, quella che da sui campi. Erano in due, zuppi come spugne. Ho acceso il fuoco, li ho fatti mangiare, si sono riposati un poco seduti; poi, prima di partire, m'hanno chiesto se volevo fare il cambio coi loro abiti. Io ci ho guadagnato perché è roba buona, non come quella dei soldati. Uno m'ha dato anche la rivoltella: nascondila, m'ha detto, chissà che non ripassi un giorno a riprenderla. Te l'ho portata per fartela vedere. - Certamente erano due ufficiali - osservò Piero. - La sai usare? - Prima di stanotte avevo visto una rivoltella solo per il manico, nel cinturone dei marescialli - rispose Rondine. - Meglio che tu ora non vada in giro con questa. La riprenderai dopo. - Che debbo fare, Piero? Vuoi che vada ancora in città? - Di te, oggi, ha più bisogno il professore. Prendi la rete, vai da quelle parti e gli dici che passi la tua giornata a pescare. Ma non chiamarlo dalla strada. Lui capisce che ti trovi lì pronto ad avvertirlo se ci sono tedeschi in giro, e starà tranquillo. Adesso mia madre ti prepara la sportina per il pranzo. Tedeschi in quel giorno non se ne videro. La guardia comunale portò fuori una sedia, vi si pose a cavalcioni e passò tutta la mattina facendo finta di leggere e osservando quanto avveniva per tutta la strada e sulla piazza. Ma non vide niente perché gli sbandati che s'avvicinavano al paese dalla parte dello stradale trovavano sempre una donna che diceva: non passate per il paese, c'è chi vi guarda, e indicava loro le stradette dei campi. La gente cominciò a pensare che non sarebbero scesi i paracadutisti americani, che a Genova non ci sarebbe stato nessuno sbarco e che i tedeschi, almeno per un po' di tempo, l'avrebbero fatta da padroni. - E il fascio, dove lo metti? - diceva qualcuno a sentire nominare i tedeschi. - Sta' tranquillo, quelli ne hanno avuto già abbastanza col 26 luglio. Stalino, quel giorno, non si fece vedere al caffè. Nemmeno i due compagni reduci sapevano dove fosse. - Che sia ammalato? - e andarono a casa sua. - È uscito per i campi a fare l'erba per i conigli rispose la moglie. A Stalino, quella mattina, non importava niente dei conigli. Facendo due passi per i campi, aveva visto un fucile in un fosso. L'aveva nascosto fra il granoturco, era ritornato in casa per prendere un sacco, aveva detto alla moglie: vado a fare l'erba per i conigli, e s'era messo a cercare altri fucili. Aveva solo trovato una giberna con due caricatori dentro e una giacca di soldato. Tagliò un po' d'erba lungo il fosso, nascose nel sacco la giberna e il fucile e ritornò a casa verso mezzogiorno con la giacca sul braccio. - T'ho portato a casa questa - disse alla moglie. - Vedi se la puoi tingere. In casa giacche di soldato ne basta una. Nascose il fucile e la giberna sotto le fascine, senza farsi vedere, e distese 226 l'erba nel cortiletto per farla asciugare. Ma il pomeriggio volle tentare ancora. Disse alla moglie: - Vado a vedere se trovo anche i pantaloni -. Ma di divise non gliene importava niente. Gli premevano i fucili, e non sapeva nemmeno lui la ragione. Sentiva solo il bisogno di far qualcosa contro i tedeschi, un fucile di meno per loro, se non altro perché quella era roba italiana. Lui capiva i soldati che scappavano. Se non avesse fatto la Russia, si sarebbe trovato nelle stesse condizioni, chissà in quale caserma; e se i generali scappano, non era il caso di fare l'eroe per metterli in vergogna: sarebbe scappato anche lui. Ma era ugualmente pieno di rabbia. Anche in Russia erano scappati, ma quella non era fuga, era un ritornare a casa e smettere d'ammazzare gente senza colpa. Qui invece si era già a casa, nelle stesse condizioni del popolo russo che si era difeso eroicamente contro gli invasori, gli stessi d'adesso. Tutto il popolo avrebbe dovuto avere un fucile, e i tedeschi non ce l'avrebbero fatta. Ci sarebbe voluto, però, un altro governo, non Badoglio e il re, un governo nato dal popolo, come in Russia. Guardava dove l'erba era più folta, nelle rogge, nei tombini, ma non trovò niente. Verso sera si sparse la notizia che il re era scappato e che alla stazione della città stava per partire un treno carico di soldati italiani chiusi in carri bestiame. Stalino al caffè bestemmiò forte. - Possibile che non si possa liberarli? - urlò. - Non gridare - gli dissero. - Adesso è peggio di prima, e se qualcuno ti sente... Sai anche tu che coi tedeschi non si scherza. Stalino si calmò, abbassò la voce: - Potremmo andare alla nostra stazione... Quel treno passerà certamente sulla nostra linea. Alla curva deve rallentare per forza. Mettiamo una trave in mezzo ai binari, il treno si ferma, i tedeschi di guardia saltano giù per vedere che cosa sia successo, e noi ci buttiamo addosso a loro. Quanti volete che siano? Se ci andiamo tutti non fanno nemmeno in tempo a sparare un colpo. Poi apriamo i carri, e i soldati scappano dopo avere disarmato i tedeschi... - Tu hai della fantasia - gli risposero. - Sono cose queste che si vedono solo al cinema. Ci rincresce per quei soldati, ma è toccata a loro. Poteva capitare a noi, e loro al nostro posto non si sarebbero mossi. La pelle è cara a tutti... Stalino non disse più nulla e uscì senza salutare. In poco tempo il caffè si svuotò. Era già buio, e non era prudente fermarsi fuori casa con un re scappato e i tedeschi che la facevano da padroni. «Io ero disposto, ma che posso da solo?» rimuginava dentro di sé Stalino mentre ritornava a casa. «Nemmeno i miei compagni m'hanno dato man forte. Tacevano. E se tacevano era perché avevano paura... Io ho parlato chiaro, io per me ero disposto...» continuava a ripetersi prima di addormentarsi, come per scusarsi di fronte a un'accusa che non sapeva da che parte venisse. Il treno non transitò durante la notte ma il mattino dopo. Quello che accadde lo raccontarono alcuni contadini che tagliavano l'erba poco distante dalla curva. Il treno aveva rallentato. Videro un carro aprirsi e 227 saltar giù un uomo. Udirono delle raffiche dai tetti dei vagoni. Il treno si fermò. Due tedeschi, urlando, richiusero il vagone. Uno fece qualche passo verso la coda del treno, sostò un attimo e sparò un'altra raffica di mitra. Il treno ripartì. Quando scomparve dietro la curva, i contadini andarono al punto della scarpata dove era saltato giù l'uomo. Trovarono, rovesciato in una pozza di sangue che la terra stava assorbendo, un soldato italiano. Chiamarono il carro che caricava l'erba, vi deposero sopra l'ucciso e ritornarono in cascina a capo scoperto, dietro il carro. Uno, col calesse del padrone, andò a cercare il medico e l'arciprete. Il funerale si svolse solenne il mattino dopo. C'era tutto il paese, e i contadini delle cascine che avevano chiesto due ore di festa. Fu seppellito nella terra dei poveri con una croce provvisoria di legno. Sotto fu collocata, qualche giorno dopo, una tavoletta di legno, con scritto in nero su fondo bianco: «Qui giace - un soldato senza nome - la cui memoria non verrà meno - in chi per la libertà - è disposto a dare la vita. 11 settembre 1943». Dissero che quelle parole non potevano uscire se non dalla penna dell'arciprete. Anche dove la terra aveva succhiato il sangue di quel soldato fu messa una croce con un ramoscello d'ulivo benedetto. Per una novena, alcune donne della cascina vi si recarono a recitare il rosario e a cospargere la terra di fiori. Poi, fino alla prima neve, continuò da sola un'anziana contadina che, dall'8 settembre, non aveva saputo più nulla di suo figlio. Stalino quel morto se lo sentiva pesare sullo stomaco. Aveva voluto portare il cordone del carro funebre assieme al fabbro e a Toni. Il quarto fu Piero. - Non andarci, Piero - aveva insistito la madre. - Quello che tu dici è vero, ma è giusto rischiare per portare il cordone a un morto? Piero aveva risposto che un ufficiale doveva onorare quel soldato, perché se i suoi ufficiali non l'avessero abbandonato non sarebbe morto con un colpo nella schiena. La gente avrebbe capito. Che cosa gli poteva capitare per avere onorato un morto? «Bisognava che ne parlassi con lui, invece di gridare nel caffè» pensò Stalino quando s'accorse che il quarto a prendere il cordone era Piero. Il fabbro rappresentava i reduci della guerra 15-18 e Toni coloro che non avevano mai preso la tessera del fascio. Dietro al carro, c'erano tutte le bandiere delle associazioni dell'azione cattolica, degli ex combattenti e del comune, col nastro nero del lutto. - Non hai pietà nemmeno per un morto? - gridò esasperata la moglie alla guardia comunale. - Io ci vado lo stesso, e se denunci quelli che portano il cordone e le bandiere, io denuncio te in piazza, e allora non sarà più come il 26 luglio. - Ma non capisci che il morto non c'entra, ed è solo una dimostrazione politica contro i tedeschi e il fascio? - Io capisco solo che se ci fosse qui la madre di quel soldato... ma non terminò la frase perché si trovava già sulla strada dopo avere sbattuta la porta, e non era bene che la gente sentisse. Il maresciallo aveva mandato a dire al professore per l'arciprete di 228 non farsi vedere assolutamente al funerale, che aveva gravissime ragioni per chiedergli quella rinuncia, che lui era presente come forza pubblica, ma in cuor suo avrebbe rappresentato anche il professore e tutti i carabinieri d'Italia. Le spese del funerale furono pagate con una colletta fatta di casa in casa, ma le donne non entrarono nella casa della guardia comunale. - Capisco che non siate entrate in casa di mio marito - disse la moglie a quelle della colletta. - Ma io che c'entro? Io ragiono con la mia testa. - Scusaci - le risposero presentandole la borsa della colletta. Anche Rondine che in quei giorni era comandato, come diceva, dal signor Gaspare presso Piero, seguì il carro funebre in prima fila. Durante il tragitto parlò con sua madre raccomandandole quel povero ragazzo che era capitato da quelle parti per morire, senza lasciare detto chi era, di dove era e chi avrebbe voluto salutare prima di ricevere una scarica di mitra nella schiena. Nei paesi vicini si parlò del funerale e del coraggio che quella gente aveva dimostrato, nemmeno a poterselo immaginare quando la si credeva sempre intenta a come imbrogliare il prossimo. I venditori ambulanti ci aggiunsero qualche abbellimento ed ebbero, per alcuni giorni, pelli di coniglio e rottami senza che si discutesse troppo sul prezzo. Fra gli stracci il colore predominante era il grigioverde; fra i rottami c'erano delle borracce schiacciate, bossoli di fucile e perfino delle stellette. - In giro ci deve essere molta roba, - dicevano - ma i cascinari fanno finta che non sia successo niente. Hanno paura delle denunce. La paura era incominciata a dilagare la sera del funerale, quando la radio trasmise Giovinezza. Ma era una paura strana, perché non si sapeva che cosa bisognava temere. Giunsero in paese le prime otto cartoline rosa coll'ingiunzione di presentarsi al distretto militare della città. I destinatari stettero chiusi in casa quindici giorni, con un sacchetto di biancheria e uno di pan biscotto a portata di mano, pronti a scappare nei campi se fossero venuti a cercarli; poi, non succedendo nulla, ripresero normalmente il loro lavoro di piccoli artigiani, di bottegai e di venditori ambulanti, lo stesso che non avevano abbandonato durante i primi tre anni di guerra, benché fossero volontari della DICAT e dovessero fare il loro turno di guardia sulla torretta della colonia elioterapica. - Siamo stati imbrogliati una volta, e una seconda non ci cadiamo più dentro - dissero a una sola voce e senza tentennamenti. Chi li aveva imbrogliati, per amicizia, era stato il segretario del fascio. Prima che scoppiasse la guerra li aveva avvicinati a uno a uno: - Siamo amici e, da amico, ti do la possibilità di non andare in guerra. Ti iscrivi volontario alla DICAT, rimani in paese per segnalare il passaggio di aerei nemici, e al fronte ci vanno gli altri -. Era stato un discorso galantuomo; gli amici, soprattutto se sono autorità, servono per questo. Gli amici erano nove, dai quaranta ai cinquant'anni. Il nono, cioè il segretario, non s'iscrisse volontario, perché lui doveva andare al fronte a dare l'esempio, se la sua classe fosse stata richiamata. Gli otto pensarono 229 d'aver concluso un ottimo affare e, allo scoppio della guerra, indossarono la divisa grigioverde con la camicia nera, dandosi il cambio sulla torretta ogni quattro ore e lavorando di più quando non erano in servizio, per recuperare le ore perdute. Al caffè ridevano. La divisa, per non cambiarsela continuamente, era diventata l'abito di lavoro che indossavano anche quando andavano in torretta. La milizia aveva passato taglie inverosimili, e chi era il più grasso ci ballava dentro, e il più magro sembrava un bambino in fasce. - Anche solo a vedervi, gli inglesi scappano - dicevano al caffè, e ridevano. La milizia non aveva passato la cinghia dei pantaloni, e così, per non consumare la cinghia borghese, i pantaloni militari, per chi non era fasciato, stavano su con una cordicella. - È la corda per impiccare i nemici, la nuova arma - dicevano al caffè, e ridevano. Di armi, sulla torretta, avevano solo un fucile 91, del cui uso tutti si ricordavano perché tutti e otto avevano fatto la guerra '15-18; e che ridessero pure quelli del caffè che non sapevano che cosa significava andare in guerra per davvero. Coi primi bombardamenti sulla grande città lontana, gli otto ebbero in dotazione le maschere antigas e si dettero da fare col telefono. - Dov'è che bombardano? - chiedevano ai colleghi delle città vicine, cosicché, al mattino presto, in paese si sapeva già dove di notte avevano bombardato. Al caffè non ridevano più perché gli otto, con quelle notizie, erano diventati importanti; ma anche loro non ridevano accorgendosi che non avevano fatto un affare, dato che le loro classi non erano state richiamate. Non potendo farci niente, si consolarono dicendo che non sempre gli affari vanno bene, cambiarono i fasci d'alluminio con le stellette sulle mostrine il 26 luglio come cosa del tutto naturale, si fecero una nuova fotografia con la camicia grigioverde al posto di quella nera, seppero per primi dei grandi bombardamenti dell'agosto, non dissero una parola contro l'amico segretario del fascio e l'otto sera, dopo l'annuncio dell'armistizio, furono i primi sbandati di tutta la grande pianura a varcare la soglia delle proprie case. Ce n'era abbastanza perché all'ingiunzione della seconda cartolina rosa rispondessero con le due sportine a portata di mano, pronti a scappare nei campi. La gente, quando li vide uscire per strada e ritornare al lavoro come se niente fosse accaduto, si confermò nell'idea che il duce fosse veramente morto e che la faccenda del suo discorso e della ricostituzione del fascio fosse un trucco dei tedeschi per far paura al popolo. La guardia li salutò per primo, come se li avesse visti il giorno avanti, perché, per essere dei fascisti come tutti, avevano già fatto fin troppo. A quella conclusione era arrivato, e ad altre, quando uscì per la prima volta in divisa, dopo la marcia di Giovinezza alla radio. Aveva varcato la soglia di casa con nell'animo propositi assai fieri. Non sapeva precisare quali fossero, ma li sentiva molto fieri. Si recò prima di tutto davanti al comune, poi alla pesa pubblica e infine alla colonia elioterapica. Di ritorno, gli sembrò che la piazza fosse divenuta più grande e i portici più bassi; e lui sperduto, in quella vastità e in quei budelli. Cominciò a essere meno sicuro che la divisa bastasse a riempire tutto quel vuoto, pensò 230 che era stata una grazia non essere presente quando buttavano giù i fasci perché così non avrebbe potuto denunciare nessuno, potevano essere arrivati anche dai paesi vicini, si guardò attorno con un debole sorriso sulle labbra, cercò gli occhi della gente e si trovò seduto in casa, col cinturone e la giacca buttati sul divano senza che ci pensasse. - È il mio mestiere - disse alla moglie che gli versava da bere. La moglie capì e ne fu contenta, ma non aggiunse parola. In città, alla sede del fascio, stavano consultando l'elenco delle prime iscrizioni dai paesi. C'erano gli ottimisti e i pessimisti. - Nemmeno il segretario del fascio in quel paese ha ripreso la tessera - disse un pessimista. - Però la guardia ha rimesso subito la divisa - precisò un ottimista. - La divisa non fa un vero fascista - rispose il pessimista. - Ma là non c'è un nostro nemico che è stato al confino? - disse uno che non era né ottimista né pessimista, avendo solo la voglia di fare qualche bravata. - Se non sarà già scappato. Vigliacchi sono -. Tutti comunque furono concordi nel dire: - Telefoniamo alla guardia per sapere come stanno le cose. - Da giorni non lo si vede più in paese, ancora prima che la radio suonasse Giovinezza. M'interesso subito - rispose la guardia, chiamata con urgenza al telefono pubblico. - Non disturbarti, era solo una curiosità. Ma la guardia aveva capito, e sapeva che il professore non era partito. Prese la bicicletta, andò alla caserma dei carabinieri e disse al maresciallo, senza alzare occhi e voce: - Io non so nulla, io non c'entro, il professore per me non è più in paese. M'hanno telefonato dalla città per sapere se si trovava ancora qui. Sa, maresciallo, io al fascio mi sono iscritto solo nel '24. Il maresciallo capì il linguaggio del quasi compaesano: - Anch'io non so nulla, dall'8 settembre sono rimasto senza istruzioni. Sono contento che abbiamo ricominciato a collaborare per il mantenimento dell'ordine. - Eh, sì, sono giorni in cui si capisce poco. Si salutarono. Il maresciallo inforcò la bicicletta e andò dall'arciprete. - Dobbiamo essere più astuti dei figli delle tenebre - disse l'arciprete. - Tutti sappiamo che il professore non è più in paese. Il maresciallo tornò in caserma e l'arciprete spostò al mattino la passeggiata che, quel giorno, aveva come meta la Campanella. Toni prese la via dei campi e fischiò in prossimità della villetta il segnale convenuto. Da alcuni giorni Filomena era stata pregata dal professore di non farsi vedere nella villetta. Filomena non aveva chiesto la ragione perché non ce n'era bisogno, e aveva messo in giro la voce che il professore era partito. La gente non aveva chiesto per dove. Il professore prese la borsa già preparata, dove aveva messo le cose più preziose coi ricordi di Elena, dette un'ultima occhiata in giro perché tutto fosse in ordine, e uscì dalla porticina dei campi. - Si sono fatti vivi, forse stanotte - disse Toni. - Sono come i pipistrelli che hanno paura della luce. 231 Il granoturco era già stato colto, sgranato, essiccato e messo nei sacchi. Parte dei gambi di granoturco era stata tagliata; legati in grossi mazzi, erano allineati contro il muro dell'aia perché si essiccassero prima di essere messi in catasta. - Ogni anno abbiamo sempre portato un carretto di gambi all'arciprete per il bucato delle tovaglie degli altari, entrando dal rustico della canonica - disse Franco al professore. - Cercheremo di non metterle addosso troppo peso. Ci rincresce per la posizione, ma così nessuno si accorgerà, mentre, anche col buio... Il professore sorrise al pensiero di dovere andare dall'amico, per la prima volta in tutti quegli anni, sotto gambi di granoturco e la schiena distesa su un cuscino di piume. - Morto o vivo, per forza o con le tue gambe, dovrai pur venire un giorno in canonica - gli aveva detto molto tempo prima don Angelo, sorridendo, quando non aveva ancora capito perché l'amico accomunasse chiesa e canonica. - Entri, professore, dobbiamo prima pranzare - disse Benedetta; - verso le due è il momento migliore, la piazza è vuota. Il pranzo doveva essere gaio. Benedetta aveva improvvisato una torta campagnola cotta sotto le braci. Il più emozionato era Toni. Adesso non era come una volta, adesso gliela si poteva fare ai fascisti anche sotto gli occhi perché non potevano contare sulla popolazione. Anche se la gente avesse visto il professore sotto le fascine, avrebbe fatto finta di niente. Ma, ogni tanto, il silenzio improvviso diceva che non era un pranzo di festa. Il professore sarebbe pur sempre stato come al confino, col pericolo che il nascondiglio fosse scoperto... E Piero? Il re aveva dichiarato guerra ai tedeschi, e chi aveva giurato avrebbe dovuto combattere. Anche Piero. Toni aveva già ideato una mezza dozzina di nascondigli nel caso in cui Piero avesse dovuto scappare; aveva pensato alla cascina di Maria, ma era come dire: se non è qui è là; alla sua casa, ma era come chiudersi in un budello; voleva scavare una grossa buca nell'orto, ricoprirla con travi e terra, come aveva visto fare durante la guerra in trincea. Piero, a ogni progetto di Toni, rideva. - E allora dimmi tu quello che andrebbe bene - rispondeva Toni un poco risentito. Piero si confidava con Maria. - Sono convinto - le diceva - che molti soldati, o per un ideale o per non potere raggiungere le loro case, si sono rifugiati sulle montagne. Quello sarebbe il mio posto. Ma dove andare? Qui non si sa niente, siamo completamente tagliati fuori. Verso le due, Franco uscì dal portone col carretto carico di gambi di granoturco. Accompagnava il cavallo alla cavezza cercando di evitare le buche sulla strada di terra battuta. Dopo un quarto d'ora scaricava le prime fascine, col carretto contro il rustico della canonica, mentre l'arciprete si raschiava la gola un po' per la commozione, un po' per la gioia, ma soprattutto per non lasciarsi prendere dal riso al pensiero di dovere accogliere l'amico tirandolo fuori da gambi di granoturco. Era già buio quando la gente udì in lontananza il rumore d'un camion. Da poco era suonato il pater dei morti e il caffè aveva già abbassato la saracinesca. Dopo l'8 settembre, ci fosse o no il coprifuoco, col 232 buio erano già tutti in casa e l'uscio chiuso con doppia mandata. Mentre il rumore si avvicinava, alle prime finestre del paese le donne si rimandavano la voce: - Ma quelli sono fascisti, cantano Giovinezza. La voce corse più velocemente delle ruote dei camion. Era già giunta alla piazza e nei vicoli, passando davanti alla casa della guardia comunale, quando il camion si fermò all'inizio della via principale. - Vengono per il professore - disse la guardia alla moglie. - Tu?... - chiese allarmata la moglie. La guardia scrollò la testa: - Io non c'entro. E poi il professore se ne è andato da diversi giorni e nessuno sa dove. Prepara qualche bottiglia di vino. Prima verranno qui. - Non sarebbe meglio che andassero dal maresciallo? - chiese impaurita la moglie. - Sarebbe meglio, ma verranno qui. Due militi, armati di mitra, bussarono alla prima porta del paese. Nessuno rispose. I colpi si fecero più insistenti. Si aprirono cautamente le imposte della finestra di sopra. - Che volete a quest'ora? - biascicò una donna fingendo uno sbadiglio. - La casa della guardia comunale. - Più avanti, prima della piazza, a sinistra - e le imposte si richiusero. - Grazie, buonanotte. - Chissà che cosa stanno combinando! - sospirò la donna rivolgendosi al marito. - C'è una novità: nel '21 non dicevano grazie - le rispose l'uomo. Il rumore del motore rimbombò nella stretta via spegnendosi dopo un poco. - Entrate, camerati - disse la guardia in divisa, affacciandosi all'uscio. - Nemmeno a essere un indovino vi avrei aspettati a quest'ora. - Non siamo in giro per visite di cortesia - disse brusco uno che doveva essere il capo della spedizione. - Accompagnateci alla casa di quel confinato. - Dal professore? Ma vi ho già detto che da diversi giorni il professore non è più in paese - rispose la guardia alzando un poco la voce nella speranza che qualcuno dalle finestre delle case vicine l'udisse. - Se volete, possiamo andare dal maresciallo. - Sì, andiamo da Badoglio - sghignazzò uno. - Salite con noi sul camion, dunque - gli ingiunse il capo. S'intromise la moglie: - Non volete prima bere un bicchiere? Il marito le fece cenno di non insistere e salì sul camion. Il camion girò velocemente nella piazza e riprese la sua corsa nella direzione donde era arrivato. Il capo bestemmiò. - Gli siamo passati davanti, e così avrà avuto il tempo di scappare. Perché non ci avete detto stamattina che la sua casa era la prima villetta? disse rivolto in tono rude alla guardia che gli stava accanto in cabina. - Non m'avete chiesto nulla... Comunque vi avevo avvertiti, per non farci una brutta figura: il professore non è in paese. 233 - Si vedrà - tagliò corto il capo. - Tutto per non farci brutta figura - insistette la guardia. - Se cominciamo male, la popolazione ride. - Circondate la casa - ordinò il capo. I militi saltarono dal camion a eseguire l'ordine. Quattro rimasero davanti al cancelletto. - Chiamatelo, che venga ad aprire - ingiunse il capo alla guardia. - Andiamo, siamo ancora in tempo. Nessuno saprà niente e la popolazione non avrà motivo di ridere - riprovò la guardia. - Sembra che voi roniate per questa specie di professore - disse ironico il capo, e alzò la voce: - Chiamatelo. La guardia ubbidì. La sua voce si disperse ripetutamente nel buio dei campi. - Sfondate il cancello - ordinò il capo. Il cancelletto cedette ai primi colpi. - Tu fermati qui, gli altri vengano con me. La porta della villetta non cedeva. Due colpi di rivoltella fecero saltare la serratura. La casa fu messa sossopra, ogni cassetto aperto e rovistato, gli armadi frugati, il letto matrimoniale buttato all'aria. La guardia, seduta sui gradini, fissava l'ombra del milite posto al cancelletto col mitra imbracciato, immaginava, dalle imprecazioni e dai rumori, i movimenti degli altri nella casa, e provava come un vuoto nella testa. Che poteva contare una guardia comunale? Quel gradasso che conosceva bene, oh sì, lo conosceva anche dopo il 26 luglio, se ne sarebbe ritornato in città lasciando lui, povera guardia comunale, senza nessun avanzamento in vent'anni, a caricarsi dell'odio della gente. Perché tutti avrebbero dato la colpa a lui... I militi erano già fuori e la guardia rimaneva seduta: - Vi avevo avvertiti... E adesso che figura ci facciamo? Ma nessuno lo udì né lo salutò. Il camion ripartì alla volta della città. La guardia accostò l'uscio, accostò il cancelletto e s'avviò verso casa. «Quando m'iscrissi al fascio, queste cose non succedevano più» disse fra sé. Lungo la strada incontrò il maresciallo che pedalava vigorosamente. - Sono già partiti - gli gridò la guardia. Il maresciallo frenò bruscamente: - E allora? - domandò. - È da tempo che il professore non si trova più in paese - rispose la guardia. - E nessuno sa dove sia - aggiunse il maresciallo. - Nessuno. - Avevano un mandato di perquisizione? - Si vede che non usa più. - Solo pochi minuti fa ho saputo dell'arrivo del camion, e ho immaginato... Vado a rendermi conto personalmente... Buonanotte. - Buonanotte, maresciallo. Non era vero. Il maresciallo, aspettandosi qualcosa quella sera, stava alla finestra verso la piazza. Dal rumore del camion, dai minuti di sosta, dall'inversione di marcia, avrebbe scommesso che avveniva quello che 234 realmente accadde. I portici e la piazza erano deserti quando si avviò verso la villetta del professore, ad andatura forte, calcolata per dare l'impressione che si recava urgentemente sul posto. Ma si sarebbe fermato prima se il camion fosse stato ancora davanti alla villetta. Non era per vigliaccheria, questo no. Paura, forse, e un po' di prudenza. Si limitò a fare un semicerchio attorno alla villetta. «Io ufficialmente non so nulla. Ritornerò domani per stendere il rapporto» ragionò fra sé, e ritornò in paese. Alla prima porta semiaperta si sentì chiamare: - Maresciallo, si sono fermati qui per domandarmi dove abitava la guardia - disse la donna. - Se comincia così, la guardia si scava la fossa sotto i piedi - disse una vecchia dell'uscio vicino. - E dico forte quello che penso, tanto sono vecchia, e chiudere gli occhi per non vedere queste porcherie non mi fa paura. - La guardia non c'entra - scappò detto al maresciallo che s'era ripromesso di non rispondere a nessuna domanda. Dal primo pilastro della piazza sbucò un'ombra. Era Toni. - C'è pericolo, maresciallo? - Nessun pericolo, Toni, per il momento almeno... - E la casa? - Domani dirò al fabbro di rimettere la serratura. Buonanotte. Toni risalì sulla bicicletta e ritornò alla Campanella. Vi s'era precipitato a dare l'allarme, non appena aveva sentito il rumore del camion, e Piero era corso nell'orto, con la rivoltella nella tasca. - La casa non ha più serrature, me l'ha detto il maresciallo - raccontò concitato Toni. - E se qualcuno stanotte dovesse andare a rubare? - Ma no, Toni - disse Benedetta. - Quella casa è più rispettata d'una chiesa. - Non dico del paese, ma gente forestiera. Tanto tutti darebbero la colpa ai fascisti. Io stanotte la passo là. Con la confidenza che ho col professore, tutti capiranno che dovevo farlo. - Bravo, Toni, - disse il padre - così, se manca qualcosa, i fascisti diranno che sei stato tu. - Che ci provino - e mise istintivamente la mano sulla roncola. Era rientrato Piero, chiamato da Maria. - Ha ragione mio padre. Tu li conosci i fascisti fin dal '20. Quelli di oggi sono più arrabbiati e, invece dell'olio di ricino, hanno i mitra disse Piero. Arrivò trafelata la Cecina: - È successo qualcosa? - Eccola che arriva - brontolò Toni. - Non potevi stare a letto? - E tu ci sei stato? - lo rimbeccò la Cecina. - Non è successo proprio niente? - Niente - disse Piero. - Toni stava venendo a letto. - Veramente io... - ma non continuò perché per lui la parola di Piero era vangelo. - Un bicchiere, Toni, così dormirai meglio - disse Piero. - Ma che medico sei? Non vedi che me lo rovini? - disse la Cecina, ma il tono era di una che dava il suo consenso. 235 Nonostante il bicchiere, Toni dormì poco quella notte. Si svegliava continuamente di soprassalto mentre stava gridando contro qualcuno che tentava d'entrare nella casa del professore. Quando il paese si svegliò, il primo discorso fu il camion dei fascisti. Le campane dell'avemaria suonarono doppio. Qualcuno, ancora a letto, disse: - L'arciprete suona a festa perché non hanno preso il professore -. Ma molte donne sapevano che era la festa di san Michele arcangelo, dettero dell'ignorante al loro uomo che voleva parlare di campane senza nemmeno sapere com'era fatta la chiesa, figuriamoci il calendario dei santi, e andarono a messa. C'era proprio bisogno di san Michele in quei giorni, con la sua lancia allenata a uccidere mostri. Alle otto, il fabbro era già al lavoro attorno alla porta della villetta, mentre il maresciallo e l'appuntato passavano da una camera all'altra per rendersi conto sommariamente della situazione e stendere il rapporto. - Non toccate nulla - disse il maresciallo all'appuntato. - Sembra che abbiano solo rovistato, ma non possiamo sapere se hanno asportato qualcosa. Al cancelletto gli disse: - Adesso ritornate in caserma, io vi raggiungerò con le nuove chiavi non appena il fabbro avrà finito il suo lavoro. Si sedette sul gradino dopo avere steso il fazzoletto bianco per non sporcarsi i pantaloni della divisa. Col fabbro poteva permettersi quelle piccole concessioni alla stanchezza, più morale che fisica, tanto sulla strada non passava nessuno. Si conoscevano bene, per ragioni professionali; i furti avevano spesso a che vedere con le serrature. Passando sotto i portici, il maresciallo si fermava, a volte, davanti alla bottega annerita del fabbro. Gli piaceva udire da vicino il colpo ritmato della mazza, osservare quelle braccia ancora forti e sempre nude anche d'inverno, fissare il profilo marcato di quel volto teso nello sforzo. Bastava un buongiorno perché il fabbro capisse che il maresciallo, nonostante le manifestazioni fasciste cui era obbligato, gli era amico. La confidenza nasceva da quegli incontri senza parole. Ma quel mattino il fabbro parlò, e fuori dei denti. - Una volta chi scassinava una porta lo mettevate in galera, vero maresciallo? - disse il fabbro senza alzare gli occhi dal lavoro. - Se lo pescavo - rispose pronto il maresciallo, nascondendo il suo abbattimento dietro la facezia. - Lo pescavate sempre. Voi, maresciallo, avete un fiuto particolare nel seguire le tracce del ladro. Tutti ve lo riconoscono, e vi apprezzano perché sapete distinguere fra ladro e ladro. La porta d'un pollaio è diversa da quella d'un cristiano. Tutti vi apprezzano per questo. Un cristiano non è una gallina. Il fabbro trasse dalla tasca gli occhiali. Doveva sistemare le viti. Continuò: - Li denuncerete? - Li denuncerò - rispose deciso il maresciallo. Afferrò un bastoncino e cominciò a tracciare linee e cerchi sulla ghiaietta. - Una denuncia contro ignoti per violazione di domicilio con scasso. - Ma la guardia non è un ignoto. La gente l'ha visto uscire di casa, 236 salire sul camion e ritornare a piedi. - La guardia non c'entra - disse deciso il maresciallo. Stette un momento in silenzio, sorpreso dal tono forte della sua voce. Continuò più calmo: - Mi dovete credere, Natale, la guardia non c'entra. - Se ne siete sicuro, maresciallo... ma io non mi fido, la gente non si fida... Nessuno l'ha obbligato a tirar fuori la divisa e a riprendere il manganello. - Vedete, Natale, - disse confidenzialmente il maresciallo - uno che da anni ha sempre indossato una divisa e si è sempre fatto vedere dalla gente così vestito, quando si mette in borghese è come se si sentisse nudo... gli sembra di non contare più niente. Bisogna capirlo... Io, per esempio, o l'arciprete... Ve lo immaginate l'arciprete senza sottana? - Per me sarebbe lo stesso. L'arciprete lo rispetterei sempre per quello che è - disse il fabbro. - Certo, certo - s'affrettò a dire il maresciallo. - Ma dovete ammettere che non tutti sono come l'arciprete. Il fabbro provò la nuova chiave e la consegnò al maresciallo: -Adesso il cancelletto -. Raccolse ordinatamente gli strumenti nella cassetta di legno. Il maresciallo s'alzò, ripiegò con cura il fazzoletto bianco e seguì il fabbro. - A fare un mestiere giusto ci vorrebbe anche il muratore, ma per quello che serve basta qualche colpo di martello - disse il fabbro dopo avere esaminato attentamente la serratura. - Deve avere ceduto alla prima spallata. Il lavoro terminò presto. Con un grimaldello il fabbro chiuse il cancelletto. - Prendete l'impronta della chiave - disse il maresciallo. - Passerò poi io a ritirarla. Domani? - Anche stasera. - Bene, e assieme al conto. - Col professore - sorrise il fabbro - siamo tutti in debito. - Datemelo ugualmente, per correttezza amministrativa. Troveremo chi dovrà pagare, quando le cose cambieranno. - Se è per questo, anche l'aumento ci metto. Arrivederci, maresciallo. Il fabbro era a piedi e lasciò partire il maresciallo. Tirò fuori da una tasca un grosso fazzoletto blu, se lo passò sul viso, vi si strofinò le mani, lo rimise in tasca, frugò nell'altra tasca, ne trasse un mozzicone di toscano, sfregò lo zolfanello contro il pilastro del cancelletto, tirò qualche colpo, sputò, afferrò la cassetta e s'avviò verso il paese. Passando davanti alla stradetta che costeggiava la casa, si sentì chiamare. - La chiave del cancello ce l'ho io. Me l'ha data il professore quando è partito, per via dei lavori in giardino - gli disse Toni. - Ah, è partito. - Un'altra ce l'ha Filomena, con quella di casa. Hai cambiato le serrature? - Solo quella di casa. Filomena deve andare dal maresciallo se vuole la nuova. E anche tu, è meglio che passi da lui prima di riaprire il 237 cancelletto. - Hanno portato via roba? - Sembra di no. - E la guardia? - La guardia non c'entra, dice il maresciallo. Ma è meglio stargli alla larga. Un altro bicchiere d'olio di ricino e, alla tua età, addio Cecina. - Poco male per la Cecina se non fosse che dovrei salutare anche Toni. Ma la seconda volta è diffìcile sputare sullo stesso posto. - Vedrai che quelli non si rassegnano. Sono pieni di rabbia e vogliono sfogarsi. Se non hanno trovato il professore, cercheranno qualcun altro. Debbono far vedere alla gente che non sono il due di coppe in mano ai tedeschi. - Ma i carichi li abbiamo noi, ce li ha il popolo. - Sei sempre quello, Toni, non sei invecchiato. - Nemmeno tu, ad ascoltarti quando batti la mazza. Toni fece finta di avviarsi dalla parte dei campi ma poi, quando il fabbro fu ricoperto dalle siepi che proteggevano gli orti dalla strada, ritornò indietro, aperse il cancelletto che dava sui campi e fece il giro della casa dalla parte del rustico, guardando attraverso le persiane delle finestre. - Vigliacchi, delinquenti, assassini - diceva ad alta voce a ogni cassetto aperto e a ogni libro sul pavimento che poteva intravedere. - Ma la pagheranno. Ritornò alla Campanella. La voglia di correre se la sentiva addosso, ma le gambe non rispondevano. Le donne, rientrando da messa, dopo tanti gloriapatri detti in onore di san Michele e congetture ancora più numerose, diffusero in paese la notizia che Badoglio, passato l'8 settembre, aveva mandato delle persone di mestiere a portare in salvo il professore. - A quest'ora sarà a Bari - disse una che sentiva ogni giorno il comunicato e leggeva tutti i pezzi di giornale che le capitavano in mano. - Bari è il luogo più sicuro -. Bastò quell'affermazione perché il professore si trovasse senz'altro a Bari. La voce raggiunse anche la guardia, come una liberazione: - Vi avevo avvertiti che il professore non era più in paese rispose al federale che l'aveva chiamato di persona al telefono con parole di fuoco per lo smacco della notte. - Io non potevo immaginare che fosse a Bari, ma oggi qualcuno ha cantato. E a Bari, con la guerra che taglia l'Italia in due, non ci si va in un giorno. Vi avevo avvertito, ma a una guardia comunale non s'è voluto credere. Viva il duce - e riattaccò con un sorriso di soddisfazione, perché dall'altra parte del filo s'era accorto che non venivano più parole. Per qualche giorno in paese si rise della storia del camion. - Non siamo più nel '21 - dissero al caffè. - Il fascio è morto e sepolto. Che vuoi che facciano un gruppo di fanatici? L'ANNUNCIO DEL FIGLIO Dopo i primi tempi d'incertezza, sembrava che il commercio fosse risorto, coi prezzi dei rottami e delle pelli che salivano ogni giorno. - Se i fascisti non fanno stupidate e i tedeschi pensano solo alla guerra, non 238 c'è poi troppo da lamentarsi a confronto con quanto poteva succedere - qualcuno cominciava a dire al caffè. - C'è tutto da guadagnare a lasciar stare i tedeschi. I fascisti poi non muoveranno un dito se loro non vogliono. A quei discorsi Stalino si sentiva prurito sulla lingua e alle mani: - Voi non li avete conosciuti i tedeschi. Ci rubavano i camion e la benzina per scappare. Sono bestie. - Adesso non c'è nessuna ritirata. Bisogna tenerseli buoni. Noi siamo per gli americani, ma adesso qui ci sono loro. Ad ascoltare te... - e Stalino a insistere su tutti i toni. Poi, constatando che non lo ascoltavano perché c'erano affari più urgenti in giro, cominciò a farsi vedere sempre di meno al caffè e a prendere le stradette dei campi. Faceva legna per l'inverno, asciugava tratti di fosso con pala e badile per vendere qualche secchiello di pesce, seguiva le piste delle talpe e vi depositava le tagliole che lui stesso aveva confezionato; ed era tutt'occhi se mai ci fosse stata qualche arma abbandonata, come gli era capitato il primo giorno dello sbandamento. Il mattino, dopo la raccolta delle tagliole, lo riservava a spellare le talpe con una vecchia lametta da barba. Stendeva le pelli con chiodini su un'assicella di legno e le teneva all'aria per farle essiccare. Essiccate, le deponeva una sopra l'altra in una grossa scatola di cartone. - Perché non le vendigli ? diceva sua moglie. - Le pagano bene. - I tedeschi le pagheranno meglio per le loro puttane - rispondeva. - Io li conosco, vogliono vestire bene le loro puttane. E ne troveranno anche qui, come in Russia; ce ne sono dappertutto. Almeno i nostri soldi li lasceranno qui. Quest'inverno costeranno il doppio, vedrai. Quelle vorranno la pelliccia di talpa, non di coniglio. Quasi ogni giorno la guardia comunale era chiamata al telefono dalla casa cittadina del fascio perché si desse da fare col nuovo tesseramento. - Come se non fosse cambiato niente - borbottava la guardia, ma doveva pur fare qualcosa, se non altro per non sentirsi ripetere che era un tiepido. Cominciò dall'ex segretario del fascio: - Quel che è stato è stato. I tedeschi vinceranno la guerra, e se noi fascisti non contribuiamo alla vittoria diranno che tutta l'Italia ha tradito. L'ex segretario comprese subito dove la guardia voleva arrivare, ma fece finta di niente. Lo invitò ad accomodarsi, gli offerse un bicchierino di liquore di prima della guerra e parlò dei suoi dolori artritici che erano ritornati con le prime nebbioline autunnali. - Per prendere la tessera non devi passare la visita medica - sogghignò la guardia. - Se la prendi tu, altri ti seguiranno, e potremo dimostrare al federale che anche nel nostro paese non tutti hanno tradito. - Io non ho tradito - sospirò l'ex segretario. - Certo, tu non hai tradito, il ritratto te l'hanno strappato di casa, ma il federale dice che il solo segno per dimostrare che non abbiamo tradito è la tessera. - Non insistere, non dico di no, ma lasciami pensare perché dei guai ne ho già passati abbastanza - quasi supplicò l'ex segretario. 239 - Giusto. Domani mi darai una risposta. Il giorno dopo, l'ex segretario non aveva ancora pensato a sufficienza, e la guardia, al telefono, si prese la sua parte. Cocciuto, ritornò alla carica: - Ma, non capisci che continuano a tormentarmi? In fondo che cos'è una tessera? - È una cosa seria, e bisogna pensarci. La guardia si rivolse altrove, non perché si fosse stancato dei buchi nell'acqua coll'ex segretario, ma perché, in fondo, gli conveniva, dimostrando così quello che aveva sempre sostenuto: non esserci nessuno al paese uguale a lui nella fede fascista. Andò di filato al caffè. Aveva ricominciato a frequentarlo, ma stando solo al banco; distribuiva e raccoglieva qualche sorriso, faceva un saluto fascista a mezz'asta e poi se ne usciva. Ma quel giorno si sedette al tavolino e chiamò il padrone del caffè, mentre dava un'occhiata distratta al muro dove si vedeva l'alone lasciato dal quadro del duce e poi del re. Il padrone s'affrettò premuroso: - Un caffè? Un grappino? - Sedetevi un attimo - disse a bassa voce. - Quel che è stato è stato, ma là si vede troppo bene che c'era un ritratto. - Me l'hanno bruciato, io non volevo... e adesso come faccio a rimetterlo? In giro non se ne trovano. - Io l'ho trovato, e vi assicuro che ce ne sono da riempire tutte le case di chi non ha tradito - sorrise la guardia. - Se volete ve lo posso procurare. - Veramente... le cose sono cambiate. Prima questo caffè era frequentato da fascisti, ma ora... se ci metto il ritratto... - Capisco, è giusto. Il padrone si sentì sollevato, ma per un solo respiro, che la guardia continuò: - Voi siete un fascista della prima ora, non è vero? Prima ancora di me... Capisco per il ritratto, benché, se volete clienti fascisti, ve li posso anche questi procurare. Quelli del camion, per esempio, potrebbero venire a bere il caffè qui, ogni tanto. Il padrone si sbiancò in viso. - Dite sul serio? - farfugliò. - Dico tanto per dire - rispose la guardia. - Capisco per il ritratto, ma la tessera è un'altra cosa, è strettamente personale, la tenete in tasca, non la mettete in cornice. E, con la tessera in tasca, potete sempre dire che non avete il ritratto perché ve l'hanno bruciato contro la vostra volontà. Io potrò testimoniare che è vero. «Canchero» disse il padrone del caffè nel posto più profondo della gola, dove solo la mente ode le parole senza che le labbra si muovano. Poi le mosse appena appena e disse frettolosamente: - Va bene, mi fido di voi, portatemi la tessera, ma senza pubblicità. Voi sapete, il mio mestiere... Mi fido di voi... La guardia sorrise e comandò un grappino dalla gioia di poter rispondere al telefono: - Qualcosa si muove, siamo sulla buona strada - ed essere lasciato per qualche giorno in pace. - Oggi non si paga - disse il padrone del caffè quando la guardia andò al banco col portamonete in mano. - Fra camerati... ma solo 240 per oggi - aggiunse fra i denti. - T'ha fregato, alla fascista - disse un cliente che aveva tutto osservato. - Canchero - disse forte il padrone mentre asciugava il bicchiere, per dimostrare a tutti che se si era iscritto di nuovo al fascio l'aveva fatto per evitare guai peggiori. La guardia naturalmente non udì. Era già sotto il portico, e camminava buttando fuori i piedi ancora più dell'ordinario, ma senza boria, solo perché era contento. «T'ho fregato» diceva fra sé «t'ho fregato come meritavi. Tu, fascista della prima ora, fai soldi con roba imboscata e io, solo dal '24 per mangiare, son dovuto rimanere chiuso in casa per quarantacinque giorni, come un lebbroso. Camerata, eh? Nemmeno nelle suole delle scarpe mi sei camerata». Al commerciante di rottami all'ingrosso, che l'anno prima aveva avuto per interessamento della stessa guardia l'esclusiva della raccolta del rame requisito e che, come tutti sapevano, aveva rivenduto a gerarchi e provati fascisti i pezzi migliori a prezzo conveniente alle due parti, fece balenare la possibilità di altre requisizioni. Per convincerlo meglio, accennò non solo agli alti prezzi che i tedeschi avrebbero praticato, ma anche a certi grossi paioli di rame che l'anno prima avevano preso strade non consentite. E il commerciante all'ingrosso fu il terzo fascista rinnovato del paese. Il commerciante non aveva fatto i soldi perché fosse l'ultimo nato, e pensò: «Scaltri del mio ramo prendono la tessera, potrò dire che vi sono stato costretto dal mestiere». Decise così di praticare un duplice listino di prezzi, e a ciascun ambulante fece un discorso molto semplice: - Io, per ragioni di mestiere, ho dovuto prendere la tessera; se la prendi anche tu, che sei dello stesso ramo, qualcosa in più te lo faccio guadagnare, altrimenti non so come andrà a finire con tutta questa concorrenza. Sentita la proposta, qualche venditore ambulante giudicò che era giunto il momento di mettersi in proprio; un paio, cui non importava niente di fascismo o di tedeschi, presero la tessera, ma nemmeno un centesimo guadagnarono in più; gli altri continuarono come prima e ci guadagnarono i soldi della tessera. Alla fine di settembre gli iscritti erano cinque, e la guardia potè concedersi qualche giorno di respiro dato che la voce dall'altro capo del telefono era meno dura. Ai primi di ottobre ci fu l'appello di Oraziani agli ufficiali dell'ex esercito regio perché accorressero sotto le bandiere della repubblica fascista. Di ufficiali in paese c'era solo Piero, ma la gente non ne parlò, tanto era sicura che quell'appello non lo riguardasse. Il maresciallo non ricevette nessuna istruzione sul caso e la guardia, un paio di volte, mandò la moglie al telefono dandosi per ammalato. La moglie svolse il suo compito così bene che, dall'altro capo del filo, giunsero perfino gli auguri d'una pronta guarigione. Stalino pensò: «Se chiamano gli ufficiali, per i soldati faranno le retate. Che ci fanno gli ufficiali se non ci sono i soldati?». Lasciò passare 241 qualche giorno e poi si decise ad andare alla Campanella per parlare con Piero. Fin dal giorno del funerale gli voleva parlare, ma non sapeva bene di che cosa. Adesso aveva la scusa di farsi fare una visita come soldato. Gli avevano dato la convalescenza dopo la quarantena in ospedale per una pleurite che s'era buscato nella ritirata, tanta manna con quello che succedeva. A metà settembre avrebbe dovuto presentarsi per la visita di controllo, ma era capitato quel che tutti sapevano, e in Germania non voleva finirci per il gusto di sentirsi dire che era guarito. Al mattino andò con la rete per certi fossi d'acqua corrente che sapeva generosi di alborelle, dato che non poteva presentarsi a mani vuote per una visita fuori d'ordinanza, e Piero non voleva un centesimo anche per i non soldati; e sul tardi prese la via della Campanella con un piatto colmo di pesciolini lucenti, avvolto in un tovagliolo bianco. - Li ho pescati per te, freschi freschi - disse a Piero che stava seduto nell'aia con un libro in mano. - Chissà quanti libri leggi in barba ai tedeschi... - Tanto per far passare il tempo - disse Piero perché non voleva andare sul discorso dei tedeschi. - E la tua convalescenza? - Al 15 del mese passato avevo la visita di controllo. A quest'ora, se non succedeva niente, avrei di nuovo le stellette. - Avremmo tutti e due le stellette. - Senti, Piero, io dal medico del paese non ci vado, perché... insomma sono ancora dell'esercito - disse Stalino cambiando repentinamente tono. - Mi vuoi dare un'occhiata se sono a posto? - Vieni -. Entrarono in salotto. Passando dalla cucina, Stalino pose il piatto dei pesci sulla tavola. - Come ti sentigli ? chiese Piero. - Se non fosse per i tedeschi, mi sentirei bene. Piero l'auscultò: - I polmoni si aprono bene, il cuore è un orologio... Sì, ora la tua malattia sono i tedeschi. Stalino rise: - Non dimenticare e raccontare, ci ha detto un generale dopo la ritirata -. Poi si fece serio: - Senti, Piero, la visita è una scusa. Sapevo d'essere guarito. Volevo chiederti: bisogna star qui a marcire finché i padroni tedeschi ci fanno grazia, in attesa, magari, di fare la fine del topo? Possibile che non si possa far qualcosa? A me Badoglio e il re non vanno giù, ma i tedeschi mi vengono fuori dagli occhi. In Russia... tu sai quello che è capitato in Russia; non voglio andare sull'argomento perché non finirei più... Io non buttai mai via il fucile, anche se non sparava più perché era gelato; ma se avessi potuto sparare, i colpi sarebbero stati per loro... Adesso ce l'ho di nuovo un fucile e può sparare, l'ho trovato in mezzo ai campi... Qui i tedeschi, quando verranno, ci tratteranno come è successo in Russia. .. A me è bastata una volta, e non voglio che mia moglie e mio figlio provino quello che ho provato io. In paese adesso pensano a tenerli buoni e a fare soldi. Non vado quasi più al caffè perché litigherei sempre... Peccato che non ci sia più il professore. Di lui avevano rispetto... 242 Possibile che non ci sia da far qualcosa? Tu sai quello che avviene in altre parti? Stalino aveva parlato un po' sottosopra, spesso interrompendosi e gesticolando più del normale, ma Piero aveva capito. Che poteva rispondergli? Quante volte, con Maria, ne aveva parlato, e mai una notizia sulla quale contare, perché anche lui era un soldato e non voleva sottrarsi al suo dovere. Ultimamente s'era sparsa la voce, portata da ambulanti che avevano allargato il loro giro fino ai piedi delle colline, che in montagna c'erano bande armate di soldati e di ufficiali italiani, e Piero ne aveva parlato all'arciprete perché interessasse il professore e il professore, coi collegamenti che aveva ripreso con la città, gli indicasse quello che si doveva fare. Ma il comitato di città era ancora in via di costituzione, confermava l'esistenza di tali bande, prometteva che presto sarebbe stato più preciso; e intanto il tempo passava fra dubbi e timori, dopo l'appello di Oraziani, che, a causa sua, la Campanella potesse soffrire qualche rappresaglia. Ora Stalino gli riproponeva, in altro modo, gli stessi interrogativi, con lo stesso desiderio di non sottrarsi a un dovere ancora imprecisato ma non per questo meno urgente. Piero taceva, e Stalino lo fissava come se gli avesse voluto dire: mi chiedi perché sono venuto da te? E da chi, allora? Ma che rispondergli? Aveva il diritto di togliere o di aggiungere qualcosa di fronte a decisioni che dovevano essere assolutamente personali, per rispetto alla coscienza di ciascuno? Tuttavia, non poteva nemmeno permettere che quel silenzio si prolungasse, perché non si caricasse di significati non rispondenti al vero. Alla fiducia doveva rispondere con la fiducia. - Non ne so più di te, Mario, - disse Piero - ma sono contento che anche tu ti poni le mie stesse domande... - Io l'ho capito dal giorno del funerale, quando hai voluto portare il cordone; sapevo di non sbagliarmi, e sono venuto da te. Anche perché ho un'idea. Dalle parti delle colline abita il tenente che ci comandò nella ritirata, un ragazzo in gamba che non si lasciava mettere sotto i piedi dai tedeschi. Fu anche lui mandato a casa dopo la quarantena e non ne ho saputo più nulla. Ma quello in Germania non è finito, quello non ha mai abbandonato un parabellum russo durante la ritirata e diceva: ragazzi, se mai questo parabellum dovesse ancora sparare è contro i tedeschi. A essere certo che il mio tenente è in quelle bande che anche mio cognato dice ci siano sulle colline, io ci andrei subito, col mio fucile. - Sei proprio così deciso? - chiese Piero. - Vangelo sacrosanto, io a rodermi il fegato non ci sto più. - Hai un bambino piccolo - insistette Piero. - E non ho perso tempo - rise Stalino. - Mia moglie ne attende un altro - si rifece serio. - Ti giuro, Piero, che quando guardo mio figlio vedo quel piccolo russo che i tedeschi hanno buttato in aria e ucciso con un colpo di pistola, come se fosse stato un piccione. Se non vado a pulirmi gli occhi per quel bambino, io non potrò più guardare mio figlio. 243 Piero fu colpito da queste parole. Quasi coetanei, si conoscevano dalle prime scorribande nei campi. Poi lo studio aveva allentato i legami della reciproca conoscenza; ma l'amicizia era rimasta. Ora Piero se lo trovava davanti, uomo fatto dalla sofferenza della guerra, con una forza di sentimenti e di volontà che non aveva immaginato nello Stalino del caffè, dove la volontà di rifarsi dalle umiliazioni subite si mescolava alla pietà, quale egli stesso provava davanti a un ferito. - Come potresti avere notizie di quel tenente? - gli chiese. - Mio cognato batte ora quelle parti in bicicletta, dopo che la sua piazza di prima è stata invasa da tanti ambulanti improvvisati, con tutti gli sbandati che sono tornati a casa. Pensa a fare soldi ma mi vuole bene e rispettale mie idee. Se gli chiedo di informarsene, si fa in quattro per me, e ci si può fidare, perché chiacchiera che incanta ma è prudente quando c'è di mezzo una persona di casa. - Fammi sapere qualcosa, e presto - gli disse Piero stringendogli la mano. In cucina Stalino, col piatto pulito, ricevette i ringraziamenti di Benedetta mentre beveva il bicchiere di vino. - Non dovevi disturbarti, Mario. - Disturbarmi? Ero ancora in debito con Piero dal giorno in cui, per un pugnetto di alborelle, mi dette una tinca grossa da mangiarci una famiglia. Benedetta sorrise al ricordo: - E difatti, ben secco, è il pesce che Piero preferisce. Maria era vicina al camino sul quale aveva messo il paiolo della polenta. Guardò Piero: - Avrai bisogno d'una infermiera - sussurrò. L'acqua nel paiolo bolliva. Era il momento di farvi scivolare dentro la farina gialla e rimestarla lentamente, aggiungendone ogni tanto un pugno, ma come se passasse da una clessidra. Il giorno dopo, il cognato di Stalino ritornò dal suo giro che era già buio, con un sacco di gavette d'alluminio, schiacciate perché fossero commerciabili come rottami, e un altro di stracci e di pelli di coniglio fra le quali aveva nascosto una lattina d'olio d'oliva. «Con quanto prendo dell'alluminio» rimuginava di dentro «pago l'olio e le pelli, e me ne avanza. Se la dura, c'è da mettere da parte qualche soldo. Gente che non sa il prezzo del metallo, non c'è nemmeno gusto a imbrogliarla; e poi la roba non è neanche loro, l'hanno avuta a dispetto dopo l'8 settembre, e quel che gli do è un di più. Ma bisogna che ritorni subito, prima che aprano gli occhi. Se riesco a persuadere Mario a stare in società, c'è da guadagnare quello che si vuole. Domani vado a trovarlo e gli faccio la proposta». Stalino stava spellando le talpe quando il cognato entrò nel cortiletto. - Non sapevo che anche tu t'eri dato alle pelli - gli disse il cognato. - Fai bene, quelle crescono di prezzo più delle altre. - Roba piccola, Pino, tanto per riempire il tempo e fare qualche soldo, adesso che non prendo più la decade. Tu invece t'ingrandisci. Finita la guerra comprerai un camioncino. 244 - Non esagerare, si fa quello che si può. Pino afferrò uno sgabello, gli si sedette accanto e continuò: - Con me potresti guadagnare di più che con le talpe. La bicicletta ce l'hai, e ai soldi da anticipare ci penso io. In due si lavora meglio. Facciamo società? - Con uno sbandato? Io non ho il congedo, e se mi pescano ci vai di mezzo anche tu. Il cognato rise: - Tu pensi sempre ai tedeschi. Ma io, con le strade che batto, nemmeno l'ombra d'un tedesco ho ancora visto. - Sai dov'è il paese di Roncolo? - chiese Stalino come se volesse cambiare discorso. - Se lo so... Io mi fermo al paese prima, non ce la faccio con la mia bicicletta a salire di più. Perché me lo domandi? - Là abita il tenente che mi comandò nella ritirata. Se non fosse stato per lui, non sarei qui a spellare le talpe. Mi piacerebbe vederlo e salutarlo. - Intanto vieni con me, e là ne riparliamo. - Ma non ci sarà pericolo? - insistette Stalino per mettersi la coscienza a posto di fronte a sua moglie. - Nemmeno dipinto. Partirono al mattino presto, con l'aria carica dell'umidità della notte e una nebbiolina che stagnava sulla campagna. Stalino, dopo una ventina di chilometri, aveva le gambe che sembravano due pezzi di legno. Il cognato, invece, pur essendo più anziano d'una decina d'anni, faceva strada come se fosse appena salito in bicicletta. «Lui è abituato, lui ancora alle elementari batteva già le cascine con la bicicletta che pesava più di lui; e poi ci sa fare» pensava Stalino. «Fosse stato in Russia con la bicicletta, anche nella neve sarebbe riuscito ad andare». Passarono da un paese. Stalino dette la voce al cognato: - Non ci fermiamo per la colazione? - Un po' più lontano, là mi conoscono. «Più lontano, ma che non sia come in Russia. Ci dicevano: in queste isbe non c'è più posto, andate più lontano, là lo troverete. E il più lontano non arrivava mai, per quelli che riuscivano ancora a trascinare le gambe. Gli altri si buttavano sulla neve e dopo un po' erano già giunti a destinazione, quando non vi giungevano prima, schiacciati da un camion tedesco». Strinse i denti e fece finta di niente. Dopo una decina di chilometri il cognato si fermò a un pergolato davanti a una casetta rossa, in mezzo alla campagna. - Qui il vino è buono, si paga poco e sono gentili. Mangiarono pane e lardo, bevvero un mezzo di bianco, fumarono una sigaretta. - C'è gusto ad andare in bicicletta per trenta chilometri di seguito perché dopo ci si può riposare - disse Stalino aspirando la sigaretta fatta con una cartina e tabacco di mozziconi. - Là in Russia non ci si riposava mai, anche quando ci si fermava. - Adesso la Russia non c'entra più - disse il cognato. - Butta via quel calcinaccio di baco da seta e fuma una delle mie. - Una Tre Stelle! - esclamò Stalino. 245 - Ringrazia l'8 settembre - rise il cognato. - Ne debbono avere dei sacchi là dove andiamo. Con un po' di tattica qualche pacchetto lo facciamo saltare fuori, vedrai. Ripresero la bicicletta. Stalino non era più stanco. «Una colazione simile, e anche in Russia avrei camminato meglio». La Russia gli era davanti agli occhi, continuamente, come se tutto il mondo si fosse trasformato in un'immensa steppa piena di neve. E i compagni che ti cadevano a fianco come mosche, e tu che non potevi farci niente, perché, se ti fermavi, non ti muovevi più. La nebbiolina era scomparsa e il sole stava portandosi velocemente verso l'alto. Cominciava a fare caldo. In Russia, invece, con solo degli stracci addosso, si era sotto i quaranta gradi. La strada cominciava ad andare su e giù. Anche in Russia si andava su e giù. E quando eri su speravi di vedere qualche isbà, e invece trovavi i partigiani. Le pallottole fischiavano vicino, altri compagni cadevano, e tu dovevi continuare perché se ti fermavi non ti muovevi più. Fecero una sosta prima d'iniziare la salita, e fumarono una Tre Stelle. - È il tratto più duro, - disse il cognato - poi si va bene, e a mezzogiorno, anche prima, siamo arrivati. La strada ridiventò pianeggiante, con brevi discese da ristorare le gambe. Arrivarono che non era ancora mezzogiorno. - Adesso sta' attento come si fa. Poi mi aiuti a gridare. Urlò con tutto il fiato: - Donne, è arrivato lo stracciaio, vi pulisce la casa e vi paga per giunta. Sapone casalingo, sapone profumato, contro pelli stracci e rottami. E soldi, soldi... Donne, uscite, c'è lo stracciaio. Si voltò verso Stalino: - Se non gridi e non ci metti qualche bella parola fai pochi affari. Tu grida solamente: Donne e stracciaio. A Stalino, al primo colpo, uscì solo un filo di voce. Si vergognava. Bisognava essere tagliati per quel mestiere. In Russia era diverso: tutti gridavano, e anche tu gridavi, senza vergogna. - Non sei mica davanti al prete - rise il cognato. - Grida più forte. Stalino provò di nuovo, tanto nessuno lo conosceva, e ci riuscì. - Così va bene. Donne approfittatene, sapone di Marsiglia contro stracci. E soldi, soldi se preferite. Quando andarono all'osteria avevano già due mezzi sacchi di rottami e di stracci con quattro pelli di coniglio, mentre la cassetta del sapone s'era svuotata solo in un angolo. La bilancia di ferro con le catenelle d'ottone penzolava dalla canna della bicicletta. - Hai visto come si fa a pesare? - disse il cognato mentre mesceva da bere da un litro di rosso. - Prima di far controllare dove si è fermato il peso, dai un colpetto all'insù e così il peso scende. Ma deve essere solo per qualche etto, non di più. Ci vuole pratica per non farsi accorgere, avere cominciato da bambino, tu non saresti capace. A te lascio la raccolta delle pelli, che non si pesano. Quando, sul tardi, arrivarono alla grossa cascina quasi ai piedi della collina di Roncolo, tre sacchi erano già riempiti e pressati. Fra le pelli erano nascosti dieci pacchetti di Militi e cinque di Tre Stelle, una lattina d'olio e due etti di caffè che Stalino non si ricordava più nemmeno 246 com'era fatto. - È il commercio - gli disse il cognato. - Come quando si gioca a briscola, un giorno le peschi tutte, e l'altro nemmeno il due. Ma anche un po' di cervello non guasta. Il padrone stava uscendo dalla cascina, riconobbe dai sacchi sulla bicicletta l'ambulante, lo fermò e gli disse: - I contadini hanno molta roba militare. Se vengono qui i fascisti e i tedeschi, e non tarderanno perché sulle colline ci sono bande di ribelli, ci va di mezzo anche la cascina. Roba che scotta. Portatela via. Anche loro vorrebbero disfarsene ma non sanno come fare. - Con un prezzo giusto si rimedia a tutto - disse il cognato. Alla parola ribelle Stalino sentì le mani sudare. - Io conosco un tenente a Roncolo, abbiamo fatto la guerra di Russia insieme - disse. - Dato che sono qui, vorrei fare un salto a trovarlo. Lo conoscete? Si chiama... - Non conosco nessuno di Roncolo, - s'affrettò a dire il padrone - voglio dire nessun tenente - e s'allontanò, come se avesse un appuntamento urgente. - Figurati se non conosce la gente di Roncolo - disse il cognato. - Quello ha una sacrosanta paura dei tedeschi; e il forestiero lo crede subito una spia. Ci vuole più tattica. Adesso pensiamo agli affari, e domani vedremo per il tuo tenente. Entrò in cascina e cominciò a gridare: - Donne, lo stracciaio. Sapone casalingo, profumato, per spose giovani e belle, sapone di Marsiglia contro rottami e stracci e pelli. Approfittate prima che i tedeschi me lo portino via, e me col sapone. Dal primo uscio corse fuori una donna: - I tedeschi, avete detto? Li avete visti? - Ne ho visti cascine piene, stamattina - rispose il cognato. - Cercavano roba militare. - E l'hanno trovata? - chiese la donna. Altre donne erano uscite. - Se c'era, l'avranno trovata. I tedeschi per il fiuto assomigliano ai cani da caccia. Noi non ci siamo fermati, abbiamo preso delle strade basse perché altrimenti ci requisivano il sapone. - Io ho un po' di roba, ma bisogna pagarla bene perché è roba buona. - Il rame è tanto, l'alluminio tanto, le pelli tanto, gli stracci tanto, voi sapete il prezzo, e io quel che è giusto l'ho sempre dato. - Gli stracci sono nuovi e anche il metallo. - Io compero solo stracci vecchi e rottami perché lavoro nel piccolo col mio socio; e di questi tempi non c'è troppo d'allargarsi. Quando non ci saranno più i tedeschi, allora può darsi che mi dia anche al commercio degli stracci e dei metalli nuovi. - Anch'io ho qualcosa, e mi accontento di poco - disse un'altra donna. - Passate anche da me. - Farò il giro di tutte. Stalino, intanto, pensava: «Lui gioca coi tedeschi perché non li ha conosciuti. 247 I tedeschi non sono come i cani, sono peggio. Però è bravo a incantare la gente. Si sarebbero subito accorte che erano tutte balle quelle dei tedeschi nelle cascine se le avessi raccontate io. Bisogna esserci nati». Si fermarono a dormire sul fienile dietro compenso alla padrona di due pezzi di sapone. - Così risparmiamo, e poi per i documenti... - disse il cognato. - Avessi avuto in Russia un fienile come questo, e sarei ancora là a dormire! - rispose Stalino. Ma prima il cognato pagò da bere ai contadini, sotto il porticato dei fienili. Era contento dell'affare fatto, uno dei più grossi della sua vita, con quel carico che, anche ad avere tre biciclette, c'era da sudare. Cinque divise nuove di ufficiali, panno buono che, rivoltato, venivano fuori vestiti da sposo, bossoli, borracce, pentole di caserme... Perfino una rivoltella un ragazzetto di nascosto gli aveva offerto che quell'infatuato di Russia avrebbe subito comperato se non fosse stato che lui aveva in mano il portafogli, e in quelle faccende non voleva entrare. Mentre bevevano al buio, il discorso andò a finire sulla guerra, e Stalino lo fece scivolare sulla Russia. - Anch'io c'eros'alzò su una voce. - Nella ritirata? - chiese vivacemente Stalino. - Rientrai prima perché ero rimasto ferito. Non erano della stessa divisione, ma Stalino tentò ugualmente e chiese se conosceva il tenente di Roncolo. - Ne ho sentito parlare, anche lui ha fatto la ritirata. - Era il mio tenente, un uomo da levargli tanto di cappello. Se non fosse stato per lui, a quest'ora... Non ne ho più saputo niente, ma domani, a trovarlo, lo vorrei salutare. - Non lo troverete - scappò detto a un'altra voce. Ci fu uno zittio. Stalino ebbe l'impressione di capire, ma voleva sapere di più. Insistette: - Chi ha fatto la Russia non può mettersi coi tedeschi. A trovarlo, vorrei sentire cosa ne pensa. - Non c'è bisogno di chiederglielo - fu pronta la stessa voce di prima. E ancora uno zittio, più prolungato. - Ma se lo sanno tutti - riprese la voce. - E poi non è un disonore. Lui l'ha detto chiaro e tondo in piazza come la pensa, e se ne sta in montagna con altri che sono scappati l'8 settembre o l'hanno raggiunto dopo. Queste cose le sanno tutti, anche i fascisti. Ma andate a prenderlo se siete capaci. Stalino aveva il cuore che batteva forte e non insistette per saperne di più. Tanto, che gli avrebbero potuto dire? Forse quello della Russia... Prima di coricarsi sul fienile, mentre il cognato aggiustava i sacchi sulle biciclette, disse: - Non c'è più bisogno d'andare a Roncolo domani. - Ho anch'io le orecchie e un po' di testa. Non vedi che sto preparando le biciclette per il ritorno a casa? Partirono prestissimo. Il bergamino aperse il portone perché il portello era troppo stretto per i sacchi. Presero dei viottoli che nemmeno 248 le carte militari conoscevano, ogni tanto si fermavano a controllare i copertoni e a tirare il fiato con una Tre Stelle, fecero colazione e pranzo come capitò, spinsero per lunghi tratti la bicicletta a piedi, ma riuscirono a essere in paese prima di sera, quando non si vedono più le facce, senza incontrare l'ombra di un tedesco. - E pensare che le cascine erano piene di tedeschi - disse Stalino, stanco morto ma contento, quando entrarono nel cortiletto con le biciclette a mano che sembravano riempirlo tutto. - I tedeschi hanno ben altro da pensare. Nel commercio ci vuole tattica, altrimenti succhi sempre ossa. Ti fermi a cena? - Meglio che vada subito a casa per non lasciare mia moglie in pensiero - rispose. - Ci vediamo allora domani mattina, per spartire la roba. - La roba tienila tu, io non ho fatto niente. Mi pagherai la giornata. Pedalando verso casa gli sembrava che la bicicletta fosse diventata una piuma. E la giornata fu piuttosto abbondante: quasi un mese di sussidio di guerra. Cinque iscritti erano troppo pochi. - Costì si dorme - rimproveravano la guardia dall'altro capo del telefono. Che fossero troppo pochi anche lui lo capiva, ma che si dormisse era troppo comodo dirlo, con quei quarantacinque giorni di lebbrosario, mentre loro chissà dov'erano. - Dovresti iscrivere dei morti, tanto che ne sanno loro? - gli disse la moglie. - Ci sono ancora dei vivi - rispose la guardia; e si recò in municipio con l'aria d'uno che aveva un motivo preciso per salire quelle scale. Entrò nell'ufficio del segretario ma non lasciò la porta aperta, come usava gli altri giorni per la visita rituale. L'applicato e il cursore fiutarono un mistero e, a turno, cercarono di cogliere qualche parola dalla serratura. Ma non vi riuscirono perché dentro parlavano troppo piano. - Capiremo dalla sua faccia - si dissero. - Forse vorrà sapere del testone. Di quello che era stato, invece, la guardia non volle sapere nulla. - Quello che è stato è stato - cominciò - e per me, io me lo posso anche spiegare - calcolando su quell'«anche» con benevolenza complice. Abbassò ancora di più la voce: - Ma ci sono altri che non dimenticano. Quelli hanno il mitra, e la rabbia nel sangue. Tacque osservando il volto del segretario. Era un volto pallido e tirato, che sembrava in quel momento trasudare maledizioni per il fascio, la guardia, la guerra e il mestiere di segretario. Continuò la guardia: - Sapete perché il podestà non si fa mai vedere in municipio? Perché non ha ancora richiesto la nuova tessera. Vi sembra giusto? E l'esempio dove va a finire? Se non vorrà la tessera, gli faranno dare le dimissioni. Non vorrei allora trovarmi al suo posto... E voi? - disse bruscamente ma sempre sottovoce. Il segretario sbattè le palpebre e deglutì. - Io?... Io non ho nessuna carica. Un segretario in municipio ci vuole sempre, ed è meglio che sia senza partito. Un segretario deve dare 249 l'esempio di serietà amministrativa, solo questo, non è un podestà. - Giusto, giusto - s'affrettò a dire la guardia. - Io, per me... Ma chissà che cosa hanno in mente quelli. Può darsi che abbiano dei segretari con tessera da mettere a posto... ci sono tanti sfollati dal sud... Il segretario capì e promise di pensarci. Uscita la guardia, chiamò l'applicato e il cursore: - Dobbiamo prendere la tessera, altrimenti ci licenziano. - Me non mi possono licenziare, sono un mutilato - rispose sicuro il cursore. - Di quale guerra? - rise cupo il segretario. - Figurati se i tedeschi terranno conto d'un mutilato d'una guerra contro di loro -. Prese un tono confidenziale: - Si tratta di fare i furbi più di loro. Prendiamo la tessera e diciamo che siamo stati costretti per continuare a dar da mangiare ai nostri figli. È la pura e santa verità. E poi, tutti sanno che non siamo fascisti. Chi ha buttato giù il testone? E un altro non lo metteranno più, non faranno in tempo. Il giorno seguente la guardia comunale distribuì la tessera ai tre impiegati comunali. Il podestà, avvertito del colloquio della guardia col segretario, arrivò in tempo per chiedere la quarta tessera e scusarsi di non aver potuto prima perché, coi lavori nei campi che non davano respiro, era diffìcile trovare il momento buono per incontrarsi... - Dannato mestiere quello del contadino - concluse il podestà. - Contadino? - borbottò sovrappensiero la guardia. - Volete dire agricoltore. «E nove,» pensò la guardia mentre scendeva dallo scalone del municipio «tutti pesci grossi. Per un po' mi lasceranno in pace». - Bene - gli risposero dall'altro capo del telefono. - Notiamo, però, che non c'è ancora nessuna donna, nemmeno vostra moglie. - Ah, no, su di me non contare - disse decisamente la moglie. E lo disse in modo tale che la guardia di dentro non le potè dare torto. «Di tessere in casa una ne può bastare» pensò. «Quelli vogliono mettere ancora in piedi le donne rurali, sono matti del tutto se contano sulle donne. Le dovevano vedere il 26 luglio...». Il 26 luglio gli richiamò lo sciopero delle filande, la rabbia delle assistenti, soprattutto di una, quella del federale, per le parole che dovette incassare. L'andò a trovare in casa, dopo il lavoro. - La guardia conosce i suoi polli - dissero le donne che avevano osservato quell'inconsueto movimento. E l'assistente delle filandaie fu la decima iscritta. Due ragazze del paese, segnate a dito dalla gente, bazzicavano la città nelle vicinanze della caserma dei militi. Dicevano di guadagnarsi da vivere lavando la biancheria dei militi e dando una mano alla mensa. Ritornavano a casa alla sera con fagotti sul manubrio della bicicletta. Spesso non rientravano nemmeno. Alla guardia quelle due ragazze non piacevano, sapeva che nei fagotti non c'era biancheria da lavare. La prima volta che sentì quello che ne dicevano in paese, fu come se ricevesse una staffilata in faccia. «Le hanno volute, se le tengano» e le fermò mentre, già buio, ritornavano col solito fagotto. 250 - Viva il duce - dissero, e salutarono alla fascista. La guardia non rispose e fiutò nei due fagotti. - Biancheria sporca, vero? - disse sarcasticamente. - Per il nostro lavoro alla mensa ci pagano in natura - rispose la più pronta. - In natura - confermò l'altra. - Con la tessera del fascio, la gente farebbe meno fatica a credervi disse la guardia. - Pensavamo già di chiederla, ma ritorniamo tanto tardi alla sera... - rispose la più pronta. - Quando ritornare - continuò la guardia. E porse le due tessere già preparate, con i dati esatti, che aveva ricopiato in municipio. - La miseria fa fare brutte cose - disse alla moglie rientrando in casa. - Ma la colpa più grossa non è la loro. - Perché le hai iscritte? - chiese la moglie. - Hanno ora la tua stessa tessera. - La miseria fa fare brutte cose - ripetè la guardia. - Almeno tu non ce l'hai. Se le tengano, le hanno volute, io non c'entro. Adesso per un po' certe figure non le voglio più fare. Che vengano loro se non sono contenti. Anche Gesù Cristo, che mi perdoni, s'è fermato al numero dodici, e nemmeno lui è andato troppo per il sottile. - Non bestemmiare adesso - lo rimproverò la moglie. Stalino avvertì subito Piero di quanto aveva saputo del tenente di Roncolo. - La prossima volta che mio cognato fa il giro da quelle parti, prendo con me un po' di roba e gli vado dietro. Non appena sono col mio tenente, ti faccio sapere come dovrai fare per venirci anche tu. Ma non sentirti obbligato... può darsi che non riesca subito, e se tu hai fretta e trovi un altro modo... - E tua moglie? - Mia moglie ha già fiutato qualcosa, mio cognato la vuole preparare... E la tua? - Maria sa tutto, vuole seguirmi come infermiera, senza nemmeno aspettare di sapere dove andrò a finire. Ma io non voglio. - Fai bene, le donne a casa, queste sono faccende di uomini. , Alle insistenze di Maria, Piero non sapeva più quale argomento opporre. Sperava solo che Maria gli desse presto l'annuncio d'un figlio; e allora ciascuno al proprio posto, per il figlio, perché crescendo comprendesse. - Penso che Piero abbia deciso di partire presto - disse Benedetta al suo uomo, una sera che erano già a letto. - Conoscendolo, dopo l'8 settembre ogni giorno era buono - le rispose calmo. - E lo dici così, senza fare nulla per dissuaderlo? - Speravo che la guerra terminasse prima. Non posso farci nulla, il dovere è sempre dovere. Benedetta rimase in silenzio. Sentiva gli occhi bagnarsi e il cuore battere forte. - Che farei se io fossi al posto di Piero? - continuò il padre come 251 se parlasse a se stesso. Ma non si dette risposta. La sua donna piangeva chetamente. Le prese la mano: - Non piangere. Non è detto che in montagna sia in pericolo più di qui. Se vengono i fascisti, dove scappa? Là invece... E poi la guerra finirà. Saremo contenti d'avere un figlio che s'è comportato così, per dovere. Se gli hanno dato la medaglia... Piero sa quel che fa. Benedetta si calmò. Le parole del suo uomo le calmavano sempre il sangue. Se lui diceva che tutto sarebbe andato bene, tutto sarebbe andato bene. Si asciugò le lacrime con la doppia del lenzuolo. Cercò di sorridere. - Maria aspetta un bambino - aggiunse. - Piero lo sa? - Ho insistito perché glielo dicesse. - Allora presto partirà. Al posto di Piero farei anch'io così. Tu conosci di più Franco ma io conosco di più Piero. E spense in fretta la luce per non farsi accorgere dalla sua donna che aveva gli occhi che gli bruciavano. Un uomo non deve mai lasciarsi cogliere dalla sua donna in tale debolezza. ANDARE È DESTINO. Il bando di chiamata delle classi '23 e '24 in congedo provvisorio e di tutto il '25 fu affisso in municipio un mattino di nebbia. - San Martino sembra si sia dimenticato di mandarci quest'anno il sole. I poveretti sono abbandonati anche dai santi - disse la gente a commento del bando. Ma verso mezzogiorno il vento spazzò via la nebbia e la grande piazza, muta davanti al municipio col bando fascista, fu piena di tiepido sole. - San Martino è stato di parola, almeno questo santo non ci abbandona - disse la gente che non si ricordava più del lamento del mattino. La notizia del bando scosse il paese che sembrava ormai rassegnato alla guerra come a qualcosa che non riguardava nessuno. Chi aveva in casa qualche giovane colpito dal bando cercò di sapere che cosa avrebbero fatto gli altri. Gli altri non fiatarono perché impegnati a osservare chi avrebbe fatto il passo per primo. Sembrò che al bando fossero interessati solo quelli che non avevano nessuno in casa obbligato a presentarsi al distretto militare. Al caffè arrivarono alla conclusione che nessuno doveva presentarsi, nessuno in tutta Italia, e così tedeschi e fascisti non avrebbero potuto farci niente. Ma se qualcuno si presentava, era finita. La gente dalla conclusione di quelli del caffè non seppe trarre nessuna indicazione. Nelle osterie i vecchi scrollavano la testa e dicevano: - Se avessi vent'anni, a costo di mangiare erba e terra, non ci andrei -. Toni diceva: - Dovrebbero scappare tutti in montagna. Là ci sono sentieri per le capre, non per i carri armati. E i tedeschi, senza i carri armati, non si muovono... - E dove vanno a ripararsi dal freddo? - gli rispondevano i compagni. - Nascosti ma vicino a casa. Vicino a casa tutti i santi aiutano. Il primo a presentarsi fu uno del '25, il figlio di Gusto. La guardia 252 incontrò Gusto per la strada, lo fermò e gli disse bravo. Gusto continuò a camminare e non rispose. Lui non era né fascista né antifascista, aveva cinque altri figli fra maschi e femmine da mantenere; ma se poteva, chi gli diceva bravo l'avrebbe strangolato. - Fa' come credi aveva detto al figlio - io non ti obbligo né a stare né ad andare. Se vai ti mantengono, se rimani bisognerà fare le parti più piccole perché non ci lasceranno in pace. E gente che non perdona. A scappare a casa, se ti vogliono far sparare, sei sempre in tempo. Il figlio di Gusto, assieme ad altri cinque suoi coscritti, partì come un ladro. Furono spediti in Germania per l'istruzione militare. - Che cosa dobbiamo fare? - dissero ai tedeschi quelli del congedo provvisorio che lavoravano alle loro dipendenze nella TODT, lungo il grande fiume. I tedeschi risero: - Avete paura dei fascisti quando lavorate per il grande Reich? -. I congedati provvisoriamente risero anche loro e al caffè dissero di essere sotto la protezione tedesca. In quei giorni ci fu un viavai di gente al paese: chi andava da parenti lontani, chi arrivava perché i parenti lontani abitavano in paese, e chi andava a far domanda d'entrare nella TODT. La guardia comunale, dopo il «bravo» a Gusto, osservò quegli insoliti movimenti come, d'inverno, un gatto sdraiato vicino al camino s'interessa della gente che entra o esce dalla cucina. Tutto sembrava essere ritornato tranquillo e il paese stava riaddormentandosi alla guerra, quando, una mattina, arrivò in piazza, con una frenata da lasciare i segni, un camion di fascisti. Non erano ancora saltati a terra che da un cortile all'altro all'interno dei vicoletti rimbalzò l'allarme. Le strade divennero deserte, i giovani scapparono nei campi e i fascisti cominciarono a correre nelle strade, senza una meta. Videro un ragazzetto che si precipitava verso casa mentre le donne dalle finestre gli gridavano: - Entra nel primo portone che trovi -; e gli spararono addosso, proprio nel momento in cui una mano ossuta di mungitore lo sollevava di peso sul portello chiudendolo subito col catenaccio. - Vigliacchi - disse il mungitore. - Sparare a un ragazzo! - e sputò. Il ragazzo si mise a piangere. - Su, ormai è passata, qui non entrano -. I fascisti spararono ancora, in aria questa volta, poi ritornarono al camion. Il capo urlò: - E un avvertimento contro i renitenti alla leva, la prossima volta non spareremo in aria - e intonarono Giovinezza, mentre il camion si rimetteva in moto. Stalino era già partito prima di quella bravata fascista. Il cognato aveva cercato di dissuaderlo: - Se tutti ci andassero, capisco. Ma perché proprio tu? Gli altri due reduci della Russia stanno a casa o s'arrangiano con la TODT. Tu hai già un figlio e ne aspetti un altro. Se ti dovesse capitare qualcosa, chi provvederà a loro? - Parto per difenderli. Tu non hai visto i tedeschi ammazzare i bambini. E non è vero che sono solo. La montagna è piena di gente. È destino, io debbo andare. Alla moglie disse: - Quando non avrai più soldi, vendi le pelli di talpa. Per un po' potrai tirare avanti. Poi vendi il mio orologio, tanto a me non serve. Per il bambino che nascerà, se non sarò ancora tornato, vendi pure il medaglione d'oro che mi ha lasciato mia madre. Se puoi 253 trovare di darlo in pegno, tanto meglio, così lo riscatteremo. E poi mio cognato ti aiuterà, è un uomo che mi vuol bene. Vedrai che altre persone ti aiuteranno, ed è come se io fossi a casa. - Non sarà come se tu fossi a casa - rispose la moglie, e si mise a piangere. - Adesso non facciamo scene, - disse Stalino brusco - ne ho passate centomila volte di peggio in Russia. E il mio destino, non ci posso fare nulla -. Poi, con una certa dolcezza: - Non devi stare in pensiero per me. Sono ritornato perfino dalla Russia, l'erba grama non muore. Aveva ingrassato il fucile, l'aveva avvolto in un sacco e nascosto fra le travi del fienile. Il posto lo indicò solo al cognato nel caso in cui ce ne fosse stato bisogno. Il cognato gli aveva regalato un giaccone di stoffa foderato con pelli di coniglio. Due pelli di coniglio proteggevano le mani che impugnavano il manubrio in quell'alba nebbiosa. Sul portapacchi delle due biciclette c'erano due mezzi sacchetti di biancheria d'inverno, con qualche provvista. Se li fermavano, avrebbero detto che dovevano stare via da casa diversi giorni per raccogliere rottami e pelli. Stalino, con quel giubbone addosso, dopo un po' di chilometri, sentì caldo. - Me lo levo - gridò al cognato. - Leva solo le pelli di coniglio, sono attaccate con le mollette. Fecero il solito itinerario, ma arrivarono al paese del giro che era già mezzogiorno suonato. Mangiarono alla solita osteria. Il cognato fece saltar fuori dieci pacchetti di Tre Stelle, già cresciuti di prezzo in poco tempo: - Sono per te. Io, al ritorno, ne comprerò altri. Allora siamo intesi. Io mi fermo qui in paese per un paio d'ore a raccogliere un po' di roba, e tu vai alla cascina a parlare con quel contadino. Io ti aspetterò fuori, è meglio che non mi faccia vedere per via dell'imbroglio dei tedeschi. Stalino arrivò alla cascina quando i contadini erano già ritornati nei campi per l'aratura. - Ecco quello dei tedeschi - disse la prima donna che incontrò in cascina. - Siete stati fortunati - rispose Stalino. - Al ritorno abbiamo sentito che avevano preso un'altra strada. - Siete tutti uguali, voi ambulanti. Ma in guerra ci sono più balle che terra - soggiunse la donna ridendo. - Avete ancora del sapone? Però adesso non ci imbrogliate più. - E il commercio - e Stalino imitò la voce del cognato. Sapeva quel che doveva fare: i rottami tanto, le pelli tanto. Ma era lì soprattutto per quel ferito della Russia. Fecero finta di non capire. Stalino insistette, disse che doveva trattare con lui un certo affare di roba che l'altra volta non era riuscito a concludere, che nell'affare ci avrebbero guadagnato tutti e due. Altre donne erano giunte attorno alla bicicletta. Una finalmente disse, rivolta alle altre: - Ma sì, Giacomo, quello che ha fatto sammartino. - Che stupide, già, Giacomo che è stato in Russia. - E dov'è andato a finire? - chiese vivacemente Stalino. 254 - Di là - rispose la stessa donna, indicando col braccio un punto dell'orizzonte. - Di là - fece il verso Stalino. - Io voglio sapere il nome del paese e, possibilmente, anche quello della nuova cascina. - A sammartino c'è chi viene e chi va - disse un'altra donna. - Se dovessimo segnare tutti gli spostamenti di noi salariati in quel giorno, ci vorrebbe un libro grosso come un messale. Stalino s'arrabbiò, imprecò e sbottò: - Se volete prendere in giro qualcuno, sceglietene un altro. Io sono venuto apposta per lui e non per i vostri stracci. Vado in municipio. In municipio sapranno dov'è andato a finire. - Aspettate, non arrabbiatevi, forse qui lo sanno - disse la donna di prima. Ed entrò in un uscio poco lontano. Le altre si guardarono con un segno d'intesa che non sfuggì a Stalino. «Mi vogliono dare da intendere che quello sia andato in un'altra cascina, ma a me non la fanno, lui è qui e quella è la sua donna, ci scommetto» pensò Stalino. La donna uscì dopo un poco: - Entrate - disse a Stalino - questo suo amico lo sa. Un uomo si alzò dallo sgabello vicino al camino: - Chi è che vi manda? - chiese bruscamente. - Chi mi manda? - riprese con lo stesso tono Stalino che di tutta quella storia cominciava a seccarsi. - Io non ho padroni che mi comandano. Io faccio quello che ho voglia di fare, senza che qualcuno mi imbecchi. - Perché vi interessate di quel ferito in Russia? - e la voce dell'uomo era meno brusca. - Sono affari miei, e i miei affari me li sbrigo da solo. Chi mi manda? Perché m'interessa? - e imitò la voce dell'uomo. - Sembra che m'abbia fermato un tedesco. Ho già capito, debbo proprio andare in municipio - e fece l'atto di uscire. Si sentì qualcosa di duro premere contro la schiena: - Se andate in municipio, a casa vostra non tornerete più. Stalino non se l'aspettava ma rimase calmo: - Così direte al mio tenente di Roncolo che m'ha salvato la vita per farmi ammazzare da voi - buttò là. - Come sapete... - disse l'uomo, e tolse la rivoltella dalla schiena di Stalino. Stalino si voltò e tentò di scherzare: - A fare l'ambulante con mio cognato s'imparano tante cose... - Poi continuò più sicuro - E voi perché fate tutte queste scene? Uno che ha fatto la Russia non sa che non si può più stare con i tedeschi? - Ma avevate minacciato di andare in municipio - disse l'uomo riponendo nella tasca la rivoltella, quasi scusandosi. - Be', un po' di scena la facevo anch'io... Però, sono in gamba quelle donne, e soprattutto vostra moglie. - Che era mia moglie ve l'ha detto vostro cognato? - rise l'uomo. La moglie arrossì per il complimento, e offerse a Stalino uno sgabello 255 accanto al fuoco. - Voglio andare in montagna col mio tenente e voi sapete dov'è. Io l'ho capito, senza bisogno di mio cognato, fin da quella sera sotto il porticato. Ormai sono deciso, ho la roba per non tornare più a casa, ho già salutato mia moglie e mio figlio; e un altro non l'ho potuto salutare perché è ancora per via. Voi mi dovete aiutare... L'uomo guardò la sua donna, la donna gli fece un segno con la testa. - Stasera verrete con me. Dovremo camminare diverse ore; andrà bene anche la vostra bicicletta, così potremo portare più roba. Prima di mezzanotte saremo alla sede del comando dove troverete il tenente Dinamite. - Ma il mio tenente non si chiama Dinamite - disse meravigliato Stalino. - Anch'io non mi chiamo Sbrinz, eppure tutti in banda mi chiamano così. È per non farci conoscere dai fascisti, altrimenti ci vanno di mezzo le nòstre famiglie. Da qualche tempo il cognato di Stalino gironzolava poco distante dal portone della cascina senza avere il coraggio d'entrare. Una donna lo vide da una finestra che dava sull'esterno: - Avete paura a entrare, vero? - gli gridò. - Per via dei tedeschi... - Io paura? Nemmeno dei tedeschi ho paura. Entrò, svuotò la cassetta del sapone, diede mano al portafogli, riempì il secondo sacco, fu invitato a entrare nella casa di Sbrinz, bevve un bicchiere e disse: - Io sono già carico e non vale la pena che mi fermi fuori per la notte. Anche se arrivo col buio, ho occhi di gatto e nemmeno i tedeschi avrebbero il coraggio di fermarmi con la mia bicicletta che sembra un carro armato -. La voce voleva essere scherzosa, ma Stalino così non gliela aveva mai udita. - Prendi la cassetta del sapone, è ancora piena - disse Stalino. - Il sapone tenetelo voi, vi farà comodo in montagna. Ogni tanto nel mio giro passerò di qui, e se occorre qualche cosa... Non terminò, un groppo gli chiuse la gola. Si strinsero la mano. Stalino non fece quasi in tempo ad andare sulla soglia della casa che il cognato era già sotto il voltone e pedalava a testa bassa. - Mi vuole bene, come a un fratello - disse Stalino a Sbrinz. Arrivarono alle prime case di Roncolo che era già buio. Spingevano le biciclette a mano appesantite dal carico dei viveri che Sbrinz aveva raccolto per la banda, e dalla salita che tagliava le gambe. - Mio cognato ce l'avrebbe fatta a stare in sella - disse Stalino. - A contare tutti i chilometri che ha macinato, ci sarebbe da misurare la terra in su e in giù. Ma lui è nato sulla bicicletta. - Prendiamo di qua - disse Sbrinz. - Meglio non passare per il paese. Entrarono in un viottolo che aggirava il cocuzzolo sul quale s'abbarbicava il paese. Scesero in un valloncello e poi ripresero a salire inoltrandosi in un bosco. Il viottolo s'era fatto sentiero imbottito di foglie che felpavano lo sfrigolio delle ruote. Filtrava fra le piante un debole 256 chiarore di luna. - A quest'ora al mio paese non si vede la luna. Là c'è nebbia - disse Stalino. - Meno ci pensi e meglio è - rispose Sbrinz. - Adesso il nostro paese è la montagna. Per me è più facile. Nella mia vita di salariato ho già fatto passare sette paesi. - Non è giusto - disse con calore Stalino. - Quando sarà finita la guerra queste cose non ci saranno più. Non ci saranno più i padroni che dicono: non ti voglio, cercatene un altro. Tu che sei stato in Russia sai che là queste cose non succedono. - Ne succedono delle altre - disse Sbrinz. - Si sa, in tempo di guerra... ma queste cose no, là c'è più giustizia, non ci sono padroni. Uscendo dal bosco si trovarono in uno spiazzo erboso. Si sedettero su un grosso sasso. Stalino offerse una sigaretta. - È una Tre Stelle, mio cognato capisce subito quando c'è un affare in giro. Se dovesse mettersi in grande, farebbe saltar fuori il guadagno anche dalla terra sulla quale cammina. - Il vostro paese lo conoscono tutti per gli imbrogli che fate - rise Sbrinz. - Nessuno riesce a vedervi quando imbrogliate con la pesa. Tac, date un colpetto e, se sono tre chili, siete onesti se vi fermate a due e mezzo. Però è gente simpatica, che imbroglia più sul molto che sul poco. Con loro si potrebbero imbrogliare tutti i tedeschi e i fascisti messi insieme. - Non tutti sono così. Io, per esempio, non so imbrogliare. Non ho mai fatto quel mestiere. Anche Piero. - Chi è Piero? - E un ufficiale medico, mio amico. Vuole anche lui andare in montagna. Se riesco a fargli sapere presto qualcosa, viene con noi. Ma anche lui ha fretta. Si è appena sposato, ha fatto la Grecia e ha preso la medaglia perché ha rischiato la vita per salvare dei soldati feriti. Sarebbe bello che venisse con noi. - Si ha più coraggio quando si sa che c'è un medico che ti cura se sei ferito. Attraversarono lo spiazzo ed entrarono in un altro bosco. Da quattro ore avevano lasciato Roncolo. - Non ci siamo ancora? - domandò Stalino. - A momenti. Dopo un poco Sbrinz fece il verso della civetta. Gli rispose quello dell'asino. - Ecco, ci siamo. Ancora qualche decina di passi e si trovarono davanti alla sentinella con il fucile puntato: - Sei in compagnia, Sbrinz. - Un nuovo acquisto. - Come ti chiami? - Mario, ma al paese mi dicono Stalino perché ho fatto la Russia. - Stalino è un bel nome. Io mi chiamo Raglio perché anche gli asini si confondono quando mi ci metto. Passate. Il comandante è ancora alzato. 257 C'erano tre casupole di sassi. Entrarono in quella del comando. La stanza piena di fumo, col camino acceso che la rischiarava tutta, dette subito un senso di benessere a Stalino. Attorno all'ufficiale seduto a un tavolino, un gruppetto parlava animatamente. Alcuni fucili e mitra stavano appoggiati alle pareti. Stalino riconobbe subito il suo tenente. - Agli ordini, tenente - e Stalino si mise sull'attenti. - Mario! - gridò il tenente. - Ma io sogno o sono sveglio? Si alzò, si fece largo e andò a stringergli la mano: - Vecchio mio, chi l'avrebbe detto in quei giorni d'inferno? - Sono ritornato con lei perché eravamo insieme là - disse Stalino un poco in soggezione. - Vuoi rimanere, dunque? - E dall'8 settembre che ho pensato a lei. Mi sono detto: se non gli è capitato niente, è in montagna. E l'ho cercato, perché mio cognato che raccoglie rottami e pelli batte dalle sue parti. - Già, anche in Russia mi parlavi delle pelli del tuo paese che ci avrebbero fatto comodo. Stalino sorrise e aperse il giubbotto. - Sono imbottito di pelli di coniglio. Ma a momenti con Sbrinz facevo io la fine del coniglio -. E raccontò la sua avventura nella cascina. - Bisogna bere al nuovo arrivato - disse uno andando a prendere dei bicchieri e un fiasco di vino. - Hai già il tuo nome: - disse un altro ridendo - pelle di coniglio. Stalino si fece serio: - Al mio paese, quando ritornai dalla Russia, cominciarono a chiamarmi Stalino perché «non dimenticare e raccontare» come disse quel generale. Io sono Stalino. - Scherzavo - si corresse l'altro. - Stalino ti va a pennello - disse il tenente. Bevvero al nuovo arrivato. - Sei armato? - gli chiese il tenente. - Ho un fucile a casa, non mi sono fidato a portarlo nel sacco rispose con tono di rammarico Stalino. - Se avessi creduto che andava tutto liscio... - Ma se ti fermavano a quest'ora non saresti qui - disse il tenente. - Armi in più non ne abbiamo; e anche ne avessimo, non le daremmo a uno che ha fatto la Russia. Andrai a procurartele dove ci sono. Ti ricordi quel parabellum? - e gli indicò l'arma appoggiata al muro. - Ho capito, signor tenente - disse Stalino. - Qui non ci sono signori. C'è uno che comanda perché è necessario. Per il resto siamo uguali, non è più naia. - Ho capito, comandante. Gli dettero una coperta e un po' di paglia. Stalino dormì tutta la notte accanto al camino accuratamente coperto di cenere, e non sognò niente tanto era stanco. Piero aspettava che Stalino si facesse vivo, giacché le indicazioni che giungevano dal professore, tramite l'arciprete, erano vaghe e incerte. 258 Dopo il bando, ogni giorno gli pesava come un pericolo incombente sulla Campanella. La bravata del camion fascista lo mise in agitazione: - Mi faccio accompagnare a Roncolo dal cognato di Mario - disse a tavola quello stesso giorno, con un tono di voce che anche Maria, ormai, conosceva come risolutivo. - Tu non sei Mario - disse la madre. - Se ti fermano, nessuno crederà che sei un ambulante, e anche il cognato ci andrà di mezzo. - A Roncolo dovresti rivolgerti a quella cascina... Ti crederanno? Non sarà sorvegliata con tutte quelle spie che, dicono, ci sono in giro? - intervenne il padre. Piero guardò Maria, ma Maria aveva gli occhi abbassati sul piatto. Toni era fuori a sorvegliare la strada. Da qualche giorno, quando alla Campanella si mettevano a tavola, s'era assunto quell'impegno: - Voi mangiate tranquilli. Se sento odore di fascisti, vi faccio un fischio, e Piero scappa nell'orto. Quel giorno fischiò. Piero attraversò di corsa l'aia mentre Maria raccoglieva in fretta le posate del suo uomo. - Io lo capisco - disse il padre. - Se non gli si propone qualcosa d'altro, inutile volerlo distogliere da Roncolo. Stettero in silenzio, con l'orecchio teso al minimo rumore sulla strada. Entrò Toni: - Che bestia sono stato. Si vede che il camion di stamattina m'ha messo in agitazione, e ho preso due persone che svoltavano dalla piazza per fascisti. - Meglio così - sorrise Benedetta. - La prudenza non è mai troppa. Maria corse nell'orto e ritornò con Piero. - Vedete? - disse Piero. - Anche Toni ha paura, e se Toni ha paura vuol dire che... - Io paura? - lo interruppe Toni. - Certo, non ho fischiato dalla contentezza, ma non è paura, è prudenza come ha detto tua madre. - Avrei un'idea - disse Franco. In quei giorni era stato particolarmente silenzioso. Piero aveva detto a Maria: - Gli leggo di dentro. Vorrebbe essere lui a non avere l'esonero. - Non so quanto valga - continuò Franco rivolgendosi al fratello - ma te la esprimo ugualmente. Tu conosci il monastero, conosci l'abate, sai che cosa pensava della guerra e quanto ha fatto per gli ebrei dopo le leggi razziali. Certamente con l'8 settembre ha continuato e intensificato la sua opera; chissà quanti sbandati hanno chiesto aiuto al monastero, e anche adesso, con le montagne vicine, se c'è qualche banda da quelle parti, e ce ne saranno senz'altro... Toni battè le mani: - Piero, è là che devi andare. Quello non fa differenze, e te lo posso dire anch'io che mi ha trattato bene quando andai a trovare Franco, anche se non sono di chiesa. - Mi sembra una buona idea - disse il padre guardando la sua donna, e Benedetta annuì. - Ma si tratta d'arrivare al monastero senza dare sospetti perché, se è vero quello che dice Franco, e sarà senz'altro vero... - Ti accompagno io - interruppe ancora Toni entusiasta. - Se fosse qui la mia Cecina, e a momenti sarà qui, è quella volta che mi dice 259 bravo. - Per fortuna che non c'è - disse il padre sorridendo - altrimenti ti tira in ballo l'età. Ma qui l'età non c'entra. Un uomo come Toni la fa a tutti i fascisti, ma prima, non appena li vede, come minimo sputa per terra. - E vero - ammise Toni - è più forte di me... - Ho voglia di rivedere l'abate - disse Franco. - Ci scriviamo ogni tanto da quando non si sa più nulla di dom Placido; ma non è come vederlo. E poi, sulla carta d'identità ho ancora la testa rapata del novizio. Se ci fermano, tu mi stai riaccompagnando al monastero, come fratello maggiore, e i tuoi documenti sono quelli d'un medico. Maria sorrise. Franco le era venuto incontro, chissà se volutamente. - Ma adesso non hai più la testa rapata - fu pronta - e le tue mani non sono proprio quelle d'un novizio. L'accompagnerò io: siamo sposini di fresco e andiamo a portare i confetti all'abate nostro amico. Benedetta sospirò: - Forse è questa la soluzione migliore. Nell'atrio della stazione della città c'erano due militi armati di fucile, che sembravano lì per fare numero con la gente che entrava e usciva, tanto si disinteressavano di quello che avveniva attorno a loro. Franco legò il cavallo a una colonnina di granito della piazzetta antistante e scaricò le valigie dove, sotto la biancheria, Piero aveva nascosta la rivoltella. Franco si fermò sino alla partenza del treno. Dal finestrino Piero e Maria lo salutarono con la mano finché lo poterono scorgere col braccio alzato, immobile. - Sono convinto che Franco voleva venire con me per rimanere. È un sognatore, più di me - sussurrò Piero a Maria mentre si sedevano. - Per questo non ha detto una parola, nemmeno quando m'ha abbracciato. - Rimanere a casa è un modo di resistere - rispose Maria, e si strinse al suo uomo. In attesa della corriera dopo il viaggio in treno senza controlli, Piero riuscì a telefonare al monastero per annunciare la loro visita. - Padre abate questa visita da sposi novelli se l'aspettava - rispose il segretario dom Luca. La corriera, carica di donne e di fagotti, arrancava faticosamente sulle salite. Alla prima fermata salirono due militi armati di mitra. Maria si strinse istintivamente a Piero. Piero le prese le mani mentre controllava a occhi semichiusi i movimenti dei due. Ma i militi si posero vicino all'autista senza curarsi dei viaggiatori. Scesero dopo due fermate. - Anche per oggi è passata - riuscì Piero ad afferrare dal mormorio d'una donna alla sua vicina. - Fanno così perché sono obbligati. Ma non vogliono inimicarsi la popolazione. Sono in pochi e hanno paura - rispondeva l'altra. - Il monastero è una grande fortuna in questi tempi. Sullo spiazzo davanti al monastero c'era dom Luca ad attenderli. - Sono due sposi novelli, amici del monastero, in viaggio di nozze 260 disse dom Luca all'alberghetto. - È solo per stanotte. Bastarono quelle parole perché l'albergatore non chiedesse i documenti. - Pensavo di fermarmi qualche giorno - disse Maria a dom Luca quando furono nella stanza di sopra. - Allora il cuore non m'ha ingannato - disse dom Luca. Si fece serio: - Non è prudente che vi fermiate qui più di una notte. Piero potrà alloggiare al monastero finché vorrà, ma lei domani deve ritornare. Piero scenderà con lei fino alla stazione del treno, con la valigia vuota, prenderete tutte e due alla stazione il biglietto per il ritorno, poi Piero scenderà alla successiva fermata. Là ci sarà un monaco ad aspettarlo, e ritornerà con lui in monastero, per una strada più lunga ma più sicura. Maria guardò Piero con occhi interrogativi. - Ci siamo allenati a queste misure - soggiunse don Luca, per rispondere alla meraviglia di Maria - dopo alcune imprudenze, come la vostra di oggi. Quando Piero ha telefonato, era troppo tardi per dargli le necessarie istruzioni. La zona è presidiata da fascisti e tedeschi, e dopo l'8 settembre... voi potete immaginare... abbiamo collaudato in forma moderna l'ospitalità benedettina... Ma bisogna essere molto prudenti per poterla continuare. Padre abate li accolse sorridente nella saletta per gli ospiti: - Ho capito della tua decisione da quanto Franco mi lasciava intravedere fra le righe dell'ultima lettera. Solo a conoscerti, caro, si poteva dedurne il tuo stato d'animo. Avessero anche censurato la lettera, non avrebbero capito. Ma raccontami, raccontatemi un po' di voi, cari... Cominciava a farsi buio quando suonò la prima campana del vespro, e l'abate era ancora lì, attento alle parole di Piero, sottolineate o precisate a volte da quelle di Maria, approvando con un lieve cenno del capo o sorridendo ai silenzi e ai... sogni di quel caro figliolo rimasto un puro di cuore, o chiedendo altre precisazioni e notizie. - Penso sia mio dovere aiutarti come posso - disse infine l'abate. - Comprendo e apprezzo i tuoi sentimenti che non sono dettati da odio o da faziosità. Forse voi siete i primi uomini di una nuova umanità dove non saranno più possibili le guerre... I giorni diventeranno ancora più duri, la bestia scatenerà tutta la sua potenza di morte, ma poi una nuova stagione s'aprirà... Io non vi assisterò, sono vecchio, ma voi potrete gustare la gioia di averne gettato le fondamenta. Si rivolse a Maria: - Anche tu, Maria, cominci presto a soffrire. Quando una donna sta per dare alla luce un uomo soffre, dice l'evangelo, ma poi è piena di gioia perché un uomo è nato. - Aspettiamo un figlio - disse Maria, e i suoi occhi brillarono di commozione. - Che possa appartenere a questa umanità nuova, padre abate. - Adesso vado a prepararmi per il vespro, poi ceneremo assieme. Con noi ci sarà qualche altro ospite che vi sarà certamente gradito. Il più anziano, dico così perché gli altri due sono ancora quasi dei ragazzi, è figlio d'un mio vecchio amico. A presto, cari. Bussarono alla porta della saletta. - Benedicite, padre abate, è 261 ora - disse fratel Silvestro, con un profondo inchino. Piero e Maria rimasero soli. Quel giorno il capitano Gaietti era sceso dalla montagna con due dei suoi uomini più forti, quando i monaci erano ancora a mattutino, ed era entrato in monastero dal cancelletto dell'orto. Non era la prima volta che veniva a rifornirsi di viveri e a parlare con l'abate cui era legato da affettuoso rispetto. Sarebbe rientrato al campo, formato da una cinquantina di uomini e dislocato a qualche ora di marcia dal monastero, dopo cena. Sulla trentina, educato in un'accademia militare, promosso capitano in Libia, rigido con se stesso e geloso dell'onore militare, il 12 settembre, dopo le prime incertezze e la rabbia alla vista d'un esercito che si sfaldava senza reagire, con un gruppo di suoi soldati e ufficiali e un camioncino di armi, era salito su quelle montagne amiche fin dall'infanzia. La banda era cresciuta successivamente, il bisogno di armi l'aveva costretto a colpi di mano contro caserme di carabinieri, ma sempre nella direzione opposta a quella del monastero e solo quando era sicuro di non provocare, da parte dei fascisti e dei tedeschi, rappresaglie. Non approvava l'impostazione di altre bande operanti nel grande ventaglio di montagne dominanti le colline, sia per la mancanza della tradizionale disciplina militare sia per le azioni ch'esse compivano contro i tedeschi, da lui considerate premature oltre che dannose. Bisognava arrivare a costituire delle zone libere, anche col tacito accordo dei tedeschi impegnati sul fronte di guerra se fosse stato necessario, ricucire pazientemente un piccolo esercito disciplinato, pronto a intervenire quando gli angloamericani sarebbero passati all'offensiva finale. Considerava inammissibili le colorazioni politiche, accentuate ad arte dai vari partiti che stavano costituendosi, e non perché avesse nostalgia di passati regimi, ma solo perché sarebbero state pericolose in un tempo in cui era necessaria l'unità nel comune ideale della patria. Piero ascoltava il capitano Gaietti con grande interesse. Lui era distante da quei problemi ma li poteva comprendere. Era medico, voleva dare la sua opera per salvare degli uomini dalla parte che riteneva giusta, ma era anche un soldato che aveva giurato. Che cosa doveva approvare o criticare? Forse l'incontro col capitano Gaietti era l'occasione che cercava, con quella garanzia di serietà che gli veniva dal trovarsi assieme all'abate, attorno a uno stesso tavolo, e con quei due uomini che trattavano il loro comandante con rispettosa confidenza. - Ha bisogno d'un medico? - chiese Piero interrompendo il discorso del capitano. - Vuol dire d'un tenente medico. Certo, è necessario - rispose il capitano. L'abate sorrise a siffatta precisazione che, sulle labbra di quel suo figlioccio, pronto a ridursi a pochi uomini piuttosto che deflettere dai principi, poteva dare l'impressione, a non conoscerlo, di caparbia e suscitare diffidenza. Non sarebbe stato giusto che Piero ne rimanesse ferito e, tanto meno, vi vedesse il rifiuto del suo generoso progetto, di cui aveva poco prima parlato con lui, con il coinvolgimento sofferto e convinto 262 di Maria. Per questo l'abate sentì quasi il dovere d'intervenire: - Ti puoi fidare, Piero. Il capitano Gaietti non si opporrà mai a che tu dia la tua opera, in caso di necessità, anche ad altre bande, vero caro? - e fissò il capitano. Il capitano ebbe un attimo d'incertezza, ma subito si ricompose: - Certo, di fronte a un ferito non ci sono differenze, diciamo così, ideologiche -. Poi si rivolse all'abate: - Ma forse ci saranno notevoli difficoltà da superare; lei sa, padre abate, che ogni banda è gelosa dei suoi uomini. - Pressappoco come avviene per ogni monastero nella grande famiglia benedettina - scherzò l'abate. - Come potrei cedere a un altro abate un tanto segretario? - e pose la mano sul braccio di dom Luca che serviva alla tavola degli ospiti. Anche il capitano sorrise. Maria approfittò di quel momento: - E di un'infermiera non ha bisogno, capitano? Il capitano guardò Maria, e la sua voce divenne confidenziale: - Mi sono sposato appena prima della guerra. Ci sposammo qui, e padre abate celebrò il matrimonio. Può immaginare quanti giorni passai accanto a mia moglie... Voleva seguirmi in montagna, mi sono opposto, e non perché mia moglie non sia una donna forte... Controllò l'orologio: - E ora di partire, gli uomini stanno prendendo le loro posizioni per venirci incontro e aiutarci nel trasporto dei viveri -. Si rivolse a Piero: - Ci pensi, allora, tenente. Fra qualche giorno mi rifarò vivo. , Suonava la campanella di compieta. Il capitano e i suoi due uomini uscirono dal cancelletto dell'orto, carichi di zaini. Era una notte di luna. - Ci rivediamo domani mattina - si congedò l'abate da Piero e da Maria. Dom Luca li riaccompagnò all'alberghetto: - Posso rimanere un poco con voi. Ho il permesso dell'abate e la chiave del portone. Si sedettero sul muricciolo che chiudeva parte dello spiazzo prospiciente la scarpata. Faceva freddo ma l'aria era secca. Oltre le colline, che la luna sagomava marcatamente, si vedevano le cime delle montagne già innevate. Maria si strinse a Piero e piegò il capo contro il petto caldo del suo uomo. - Bisognerà recuperare gli strumenti e le medicine che suor Giuseppina ha nascosto - le disse Piero. - Te li porterò io, con maglie e calze per quei ragazzi che mi sembravano non troppo coperti. - Sii prudente, Maria, solo noi dobbiamo soffrire. Il bambino no. Dom Luca era informato sulla dislocazione delle bande, sui contrasti che erano già sorti fra coloro che volevano subito agire e gli altri che consigliavano l'attesa dell'occasione sicura; fra i militari e i politici, fra chi colorava d'ideologia politica le bande e gli altri che sospettavano e temevano il monopolio dei primi. Sapeva anche di alcune operazioni militari che la stampa fascista aveva ignorato o che aveva fatto passare come episodi di banditismo. L'abate aveva frequenti contatti col comitato 263 di città e cercava di fare opera di mediazione non sempre giustamente valutata... Ma la sua opera non era affatto politica, nessuno era privilegiato. Il monastero aiutava non solo la banda del Capitano... - Non è per scoraggiarti, Piero, - concluse dom Luca - ma perché tu sappia come stanno realmente le cose. Idealizzare non serve, è dannoso. - E di dom Placido, nulla? > - Nulla. Il ricordo dell'amico rese più profondo il silenzio dell'ampia vallata. Quando si lasciarono, la luna batteva le cime delle montagne. Piero rimase al monastero un paio di giorni. Dom Luca, per incarico dell'abate, passava molto tempo con lui. Gli aveva portato una carta della zona e indicato i luoghi dove s'erano stanziate le diverse bande. - E il Capitano? - chiese Piero. - E onesto, coraggioso. Per il resto, l'hai udito tu stesso. Lascia le idee politiche a quando la guerra sarà finita. - Non ci sarà pericolo che, in questo modo, le diverse bande si guardino con sospetto e diffidenza? - Il pericolo esiste, - rispose dom Luca dopo un momento d'incertezza - soprattutto se i partiti di città conducono il gioco... Del resto, anche nei monasteri ci sono delle fazioni - soggiunse sorridendo, quasi per sdrammatizzare - eppure tutti diciamo di cercare la stessa cosa. L'abate fu più esplicito: - Se tu riuscissi a organizzare la tua opera di medico per più bande, daresti un contributo notevole all'unità d'azione. Non tocca a me parlare di questo, ma un'unità di comando in tutti i settori, concordata coi diversi comandanti delle bande, mi sembra necessaria. - Come in un monastero - disse allegro Piero. - E perché no? - rispose l'abate con lo stesso tono. - Se dopo mille e cinquecento anni i monasteri sono ancora in piedi, almeno in parte è dovuto all'unità di comando che la base ha espresso democraticamente. - Non vorrei mai essere nella necessità di sparare - disse improvvisamente Piero. - Ti capisco, Piero - rispose l'abate facendosi pensoso. - Anch'io ho fatto la guerra, e sono convinto che è quanto di più insensato l'uomo possa inventare. - Fammi vedere le scarpe - ingiunse fratel Silvestro a Piero. Le esaminò con aria professionale: - Sono ancora buone, fatte a mano, resistenti. Ma vanno bene in pianura, non in montagna. Ti ci vogliono scarponi, con tanto di chiodi. Aspettami qui. Ritornò dopo un poco, ansimando: - Avete lo stesso piede, provali. Piero non potè sottrarsi all'insistenza semplice e cordiale di fratel Silvestro. - Li avevo nascosti perché dom Luca non li potesse trovare. Si darebbe via anche la camicia per quei ragazzi. Ma a te li do. Li metteva dom Placido quando faceva qualche escursione in montagna. Dom Luca provvide a uno zaino. 264 - Hai maglie a sufficienza? - gli chiese. - E anche calze e guanti. Mia madre, dopo quanto è capitato in Grecia, teme un altro congelamento, dovessi andare in Africa. - Fammi la lista di medicine e di strumenti che pensi siano necessari. Cercherò di procurarteli. E se pensi... - s'interruppe con un leggero rossore sul viso. - Con te posso parlare, so che non mi prenderai per un sognatore... se pensi che sia utile un prete per le diverse bande, anche come segno d'unità, quando avrai visto coi tuoi occhi la situazione, avvertimi. Io sono disposto, ne ho anzi il desiderio. Penso che padre abate non avrà difficoltà. - D'accordo, dom Luca. Un prete come te è prima di tutto un amico. Era già quasi buio quando, dalla parte dell'orto, arrivarono due uomini del Capitano. Cenarono, riempirono altri zaini e si misero agli ordini del tenente medico. L'abate e dom Luca abbracciarono Piero. - Coraggio, Piero - disse l'abate. - Dio t'accompagni. La luna illuminava le piante spoglie dell'orto. Piero, dopo qualche passo, si voltò indietro e vide l'abate che stava tracciando un ampio gesto di benedizione. Dom Luca sentì il suo abate mormorare il versetto: In Domino confido, quomodo dicitis animae meae: Transmigra in montem sicut passeri. Camminarono un paio d'ore in salita. Gli scarponi erano diventati pesanti. Piero scorse un gruppo di case sulla sua sinistra e desiderò d'essere arrivato. Ma i due tagliarono a destra e s'inoltrarono in un bosco. - Il campo è più su, tenente - disse uno. Piero provò un senso di sconforto. Pensò a Maria, alla Campanella, ai discorsi calmi e lenti attorno al camino, alla possibilità di non tradire pur senza esporsi. Ebbe paura, e poi vergogna di quello sconforto. Il figlio doveva trovare davanti a sé degli esempi di cui non vergognarsi. A quel pensiero, si sentì meglio. I due risposero con la parola convenuta alla sentinella. Gli uomini riposavano già nelle baite sui sacconi di paglia. Una baita era riservata agli ufficiali. Il Capitano stava lavorando solo, al lume d'una lucerna a petrolio, nell'angolo del comando. I due salutarono militarmente e deposero gli zaini delle provviste. - Andate a riposare, ragazzi - disse il Capitano. - Avvertite il tenente Stafferà. Buona notte -. Strinse la mano a Piero: - Benvenuto, tenente. Le posso offrire una tazza di caffè? Il mio attendente sta già riposando. Il tenente Stafferà le indicherà dove sistemarsi. Ravvivò il fuoco: - I primi giorni la nostra vita sembrerà un po' dura, poi ci si abitua. Entrò il tenente Stafferà. Il Capitano fece le presentazioni. - Ci rivediamo domani mattina per il rapporto - disse congedandoli. - Buonanotte. - Sogna un reparto disciplinato del nuovo esercito - sussurrò il tenente Stafferà a Piero mentre l'accompagnava alla baita degli ufficiali. - Forse non ha ancora capito che i motivi che ci hanno spinto in montagna sono un po' diversi da quelli che ci tenevano nell'esercito. 265 Ma i suoi ordini sono sempre sensati e umani. Gli vorrai bene, è un galantuomo. Io lo conosco dalla Libia. CAMPI ARATI E SEMINATI. In mezzo ai suoi compagni armati chi di fucile, chi di moschetto o di mitra, Stalino aveva l'impressione d'essere ridicolo. I primi giorni riusci a stare calmo. Parlava coi più pratici della zona per rendersi conto dove si trovavano i presidi fascisti, le caserme dei carabinieri, le strade più frequentate da militi e tedeschi, e faceva progetti uno a ridosso dell'altro. L'ideale sarebbe stato disarmare un tedesco, ridergli in faccia perché un tedesco disarmato è come un cane rapato, e gridargli: raus, raus... Ma si sarebbe accontentato anche d'un milite, e gli avrebbe detto: - Fila via a pulire le scarpe ai tuoi padroni -. Un carabiniere era un'altra cosa, come disarmare il maresciallo del suo paese, un'azione quasi da vergognarsene. Il terzo giorno il tenente si avvicinò a Stalino che stava seduto contro una pianta masticando una pagliuzza. - So quello che pensi - gli disse. - Ma i tedeschi per il momento è meglio non toccarli. - Ho capito, comandante - disse Stalino alzandosi in piedi. Continuò Dinamite: - C'è una strada dove i fascisti si sentono ancora padroni - e gliela indicò. - E un po' lontana dalla base, ma con la bicicletta potrai essere di ritorno prima di sera. Se decidi, due uomini potranno venire con te; interverranno solo se sarà necessario. Ti presto la mia rivoltella perché siamo stati insieme in Russia. Me la devi assolutamente riportare. - Ho capito, comandante - rispose Stalino, piuttosto emozionato per quel favore che gli faceva il tenente nel ricordo della Russia. - Raglio e Sbrinz vanno bene? - propose il tenente. Stalino passò la giornata parlando con Raglio e con Sbrinz, e preparando la bicicletta. Tolse le due pelli di coniglio dalle manopole, racimolò nelle casupole e attorno al campo fil di ferro e scatolette, stracci e ossa, buttando tutto nel sacco che assicurò con corde sul portapacchi posteriore, e sistemò le due pelli nella cassetta che era servita per il sapone. Partì al mattino presto, spingendo la bicicletta per i boschi finché raggiunse la strada che l'avrebbe portato nell'ampia vallata indicatagli dal tenente. Sbrinz e Raglio lo seguivano a piedi, eliminando i tornanti con scorciatoie a strapiombo. Giunsero per primi dove la strada s'immetteva in quella della vallata. Nascosti tra folti cespugli videro Stalino che svoltava all'ultimo tornante. Raglio fece il segnale e Stalino si fermò. - Noi continuiamo seguendo la strada e ci appostiamo alla seconda curva che è in salita a mezzo chilometro - disse Raglio. - E il posto migliore. Stalino scese dalla bicicletta per dare tempo ai suoi compagni di raggiungere la seconda curva. Accese una Tre Stelle, una delle poche che gli rimanevano perché, offrine una a questo e un'altra a quell'altro, i dieci pacchetti se n'erano andati. Pensò al cognato, cercò di sembrare un vero ambulante che si era fermato per riposarsi un poco, mise la cicca 266 nella tasca del giubbotto, risalì in bicicletta e raggiunse fischiettando la seconda curva. Raglio s'assicurò che sulla strada non ci fosse nessuno e, con un balzo, fu dall'altra parte risalendo velocemente in mezzo agli alberi e ai cespugli. «Quello dovrebbe fare il verso della lepre, non dell'asino» pensò Stalino. Si sentiva tranquillo, ben protetto dai suoi compagni. Ma voleva fare a meno di loro. Uno della Russia doveva arrangiarsi da solo. Preparò la pompa della bicicletta vicino alla ruota posteriore, dopo averla appoggiata all'alta riva della strada. Cercò di orientarsi sulla posizione della base rifacendo mentalmente il percorso. Ma vedeva boschi e montagne ovunque, che s'assomigliavano tutti. Fu tentato di parlare con Sbrinz, ma doveva comportarsi come se loro non ci fossero stati. La mattina era limpida e il freddo secco. Gli sembrò d'udire lo scoppiettio d'una moto che arrancava faticosamente. Si chinò sulla ruota e cominciò ad armeggiare con la pompa mentre controllava la salita con la coda dell'occhio. Vide sbucare dalla prima curva una moto con la carrozzina. Riuscì a scorgere due militi sulla moto e una pigna di zaini sulla carrozzina. La moto s'avvicinava lentamente, con un fragore che rimbombava in tutta la vallata. Quando fu a una cinquantina di metri, Stalino si eresse, guardò la ruota, scrollò la testa, fece un gesto scoraggiato. A pochi metri sentì i due militi scherzare: - Vieni con noi, che avrai una moto. Stalino li guardò facendo segno che aveva bucato. Erano due ragazzetti imberbi, spavaldi, vogliosi di ridere, vestiti di nero, con il mitra a tracolla e due caricatori ciascuno che penzolavano dal cinturone. - Fermati, - disse il milite sul sellino - mi fanno gola quelle pelli. Si fermarono e scesero dalla moto lasciando il motore acceso e il freno tirato. Due ragazzetti che con un pugno li avrebbe distesi tutti e due. Bulli, perché avevano un mitra. - Se me le pagate - disse Stalino ponendosi davanti alla bicicletta quasi per difendere la propria roba. - Non vorrete rovinare un padre di famiglia... Stalino si meravigliò che gli fossero uscite parole simili. Fecero effetto. - Non abbiamo soldi con noi, sarà per un'altra volta - disse uno, e stavano per risalire in moto quando Stalino, con un salto, si parò loro davanti puntando la rivoltella. Alzarono le mani. - Non uccideteci - implorò uno. - Se fate i bravi, nemmeno un calcio vi do, e ne meritereste da non farvi sedere per quindici giorni. Stalino li disarmò. - Che avete in quegli zaini? - Rifornimenti per la caserma. - Spegnete il motore e spingete la moto fino alla curva. Ubbidirono. Non c'era anima viva sulla strada. - E ora toglietevi le scarpe. È un anticipo su quelle che i vostri capi ci hanno rubato in Russia. Con mani tremanti i due ragazzi si slacciarono gli scarponi. 267 - Ci vuoi ammazzare senza scarpe, eh? - disse quello del sellino. - Io ammazzarvi? Io non ammazzo bambini, ma i vostri padroni sì... E adesso filate, da vostra madre non in caserma, perché se vi vedo un'altra volta vestiti così vi dovrete raccomandare l'anima. I due ragazzi alzarono lo sguardo come ebeti, senza muoversi. - È un trucco per farci fuori nella schiena - disse quello di prima. - E un trucco, vero? - s'arrabbiò Stalino. Si portò dietro a loro e sferrò un calcio a ciascuno da sollevarli. - O volete l'ordine in tedesco? E allora: raus, raus, da vostra madre e non a leccare il culo a quelli che ammazzano bambini. I ragazzi, non aspettarono il secondo calcio e si misero a correre al centro della strada. Stalino li guardò correre e scrollò la testa imprecando contro quei delinquenti che mandavano in giro armati dei ragazzi per farli ammazzare. Sentì dietro a sé la presenza dei compagni. - Hai fatto un bel colpo, Stalino - gli disse Sbrinz. - Con i ragazzi è facile - rispose Stalino. - Ragazzi sì, ma se avessero potuto ti avrebbero bucato la testa. Sei stato troppo buono, io al tuo posto non so che cosa avrei fatto - disse Raglio. - Io in Russia ho visto ammazzare un bambino dai tedeschi. Ce l'ho ancora negli occhi. Noi non siamo tedeschi. - Non ti do torto, - ammise Raglio - ma ti devo dire che il mio dito ballava nel grilletto. - Stalino doveva fare come se noi non ci fossimo stati e ha creduto bene fare così - disse Sbrinz. - Ma adesso filiamo prima che passi qualcuno. - E la moto? - Arriviamo fino alla strada che ci porta alla base, e là decideremo disse Raglio. A motore spento, con Stalino dietro in bicicletta e i due mitra a tracolla, i caricatori e le due rivoltelle nella cassetta delle pelli, arrivarono all'incrocio. Poco lontano scorsero una casupola di sassi mezzo diroccata. - Se la nascondessimo là dentro, sotto l'erba? - propose Stalino. - Fra qualche ora saranno qui i fascisti e la troverebbero subito. Potrebbero pensare che tu abbia preso proprio questa strada - disse Raglio. - Bisogna ingannarli, fargli intendere che sei proseguito sulla strada principale. - Giusto - approvò Sbrinz. - Presto, scarichiamo. Intanto che vi preparate per il ritorno io faccio il resto - aggiunse Raglio. Avviò il motore e partì velocemente sulla strada della vallata. Al primo tornante, ancora in vista dei suoi compagni, si fermò, spinse la moto sul ciglio della strada e la lasciò rotolare lungo la scarpata che precipitava sul greto d'un torrente. Nel pomeriggio i tre erano di ritorno alla base. I compagni li circondarono chiassosi di festa. - Prima dal comandante - disse Raglio. Stalino s'era messo a tracolla un mitra e appeso alla cintura un caricatore. Il tenente li attendeva sulla porta della casupola e sorrideva 268 guardando Stalino che s'avvicinava con un secondo mitra nella destra e la rivoltella nella sinistra, come se dovesse sfidare un esercito. Li fece entrare e sedere al fuoco. - Questo è per lei, perché senza la rivoltella non avrei potuto fare niente - disse Stalino porgendo al tenente mitra, caricatore e rivoltella. - Buon lavoro, vedo. Raccontatemi. - Se i fascisti danno dei mitra in mano ai ragazzini sono più delinquenti di quanto pensavo - disse Stalino. - Non erano poi tanto ragazzini - precisò subito Raglio. - E quelli sono più fanatici di tutti. Se tu dovessi capitare nelle loro mani, altro che ricordarsi della tua generosità... Il tenente capì che Stalino aveva lasciato liberi i militi. Lo fissò serio: - Se tu dovessi ripetere l'azione di stamattina, li lasceresti ancora andare? Voglio dire: non ti sei pentito della tua generosità? - Perché? Non siamo tedeschi - disse Stalino stupito. - Sì, non siamo tedeschi - fece eco pensoso il tenente. Poi, con un accento confidenziale: - Non dubitavo, Stalino, che te la saresti cavata bene... Ma dimmi, avevi previsto che si sarebbero fermati per le pelli? - Le pelli fanno gola in questi tempi, ma io puntavo sulla gomma: Ho bucato, camerati, - e imitò la voce ingenua del cognato - mi date una mano? I tre risero forte. Sbrinz battè la mano sulla spalla di Stalino, contento perché il tenente aveva approvato quell'atto di generosità, e anche perché, se Stalino era lì con un mitra da lasciarci gli occhi, un po' di merito era suo. - Adesso sei armato, Stalino - disse il tenente. -Dammi del tu. Fra uomini armati ci diamo tutti del tu. - Ho capito, comandante. Nella riunione serale il tenente Dinamite, udito il parere dei suoi uomini, decise di spostare il campo in un luogo che dominava la grande vallata, per evitare che i fascisti, messi in allarme dalla beffa del mattino, li potessero cogliere alle spalle. Avrebbero dovuto allontanarsi ancora di più da Roncolo, costruire un'altra rete d'informatori, affrontare il rischio dell'imprevisto, ma era necessario. Oltretutto avevano ormai capito che la conclusione della guerra non era una faccenda per quell'inverno e dovevano installarsi su posizioni più sicure. Quando Stalino riuscì a far giungere sue notizie alla cascina di Sbrinz, non solo Piero era già partito, ma anche Rondine. Il nebbione aveva fatto la sua comparsa sulla pianura e annunciava un inverno freddo. I campi, arati e seminati, riposavano. I salariati, a gruppi di tre o quattro, pulivano i fossi, sistemavano le rive, tagliavano rami e tronchi e si preparavano all'uccisione del maiale. Tenere e ingrassare un maiale era fatica, bisognava sottrarre farina a quella che lasciava l'ammasso obbligatorio; se non ci si arrangiava, sarebbe stato quasi impossibile. Così non c'era nessuno che non si arrangiasse perché era impossibile fare a meno del maiale con la fame che rinasceva ogni giorno 269 sempre più gagliarda; e il maiale cresceva a vista d'occhio nell'angolo dell'orto, in un porcile così piccolo da sembrare un canile, fatto d'assi pesanti» tenute fra loro con strisce di latta inchiodate. Le donne provvedevano al pastone; ma era l'uomo che ogni giorno scrutava il maiale, lo palpaVa, lo accarezzava, ne registrava con occhio sicuro il peso dichiarandolo orgogliosamente alla sera nel tepore delle stalle. Rondine non aveva voluto allevare il maiale. - Tu non lo tienigli ? chiesero in cascina. - Che ne faccio? Lo potresti tenere a metà. - Una metà è ancora troppo. - Potresti vendere i salami. - E che me ne faccio dei soldi? A me basta quello che sono, m'accontento. Quando compero un salame mi dura più d'un mese. - Se tu non prendi un quarto di maiale, nemmeno io l'allevo. Uno è troppo per quelli che siamo - gli disse il padre di Teresa. Tutti gli anni il capo bergamino ne aveva allevato uno intero, ma quell'anno Teresa aveva insistito: - Spartaco, se non dici così, non prenderà mai il maiale. E con quello che costano i salami, gli mangiano quanto guadagna. E poi, per noi uno è troppo. - Vendiamo quello che ci è di troppo, come abbiamo sempre fatto, e così ci salta fuori la parte che teniamo per noi - aveva risposto il padre. Ma gli occhi di Teresa non pensavano al guadagno. «Ha simpatia per Spartaco» pensò il padre. «Dopo quello che è successo, a trovarle un marito ci vuole un mutilato, e Rondine è un bravo uomo. Se andava in prigione era per farla al governo, lo sanno tutti». E sacrificò un quarto di maiale per il bene della figlia. Rondine ci stette per un quarto pensando che poteva far piacere a Teresa e a quel ragazzetto che gli entrava in casa a tutte le ore, e preferiva i nidi e i fossi da asciugare alla scuola. Con le prime nebbie, Spartaco sentì il bisogno di vedere qualche volta di più Teresa. Si metteva sulla porta appena dopo mangiato, o alla finestra che dava sulla corte, perché sapeva che Teresa sarebbe uscita sull'uscio di casa a pulire la pentola con la cenere. Voleva confidarsi con Piero, e non gli era mai riuscito. Provava vergogna anche al solo pensiero di parlare di matrimonio. Era matto da legare, alla sua età, lui che non sapeva nemmeno come si prendeva la mano d'una donna. Andava alla Campanella, vedeva Maria felice e si diceva: Come può essere felice Teresa con me? E così gli passava il coraggio di parlarne. Ma quando il sole fu vinto definitivamente dalla nebbia e, dalla finestra, Rondine poteva intravedere solo l'ombra di Teresa mentre puliva la pentola con la cenere, si decise, anche a costo di sembrare ridicolo. Andò alla Campanella con un tovagliolo pieno di funghi piccoli e sodi come il loro nome di chiodini, ma Piero era già partito da qualche giorno. - Senza salutarmi, senza dirmi niente? - si lasciò sfuggire davanti a Maria. E poi ne ebbe vergogna, perché lui che c'entrava? Gli volevano bene, certo, ma non aveva nessun diritto, non era della famiglia. - Solo in famiglia ne abbiamo parlato. Piero non l'ha detto a nessuno - lo tranquillizzò Maria. 270 - Se c'è da fare qualcosa, io sono pronto. Ho appena rinforzato i copertoni della bicicletta - disse riconoscente Rondine. - È lontano... - non soggiunse altro perché la gola le faceva nodo. Quella notte Rondine sognò sua madre che somigliava a Teresa. La sentì dirgli: «Piero è in mezzo a gente che non conosce. Magari sa guarire un malato, ma in certe cose è come un bambino, ha bisogno che uno l'aiuti». Gli sembrò d'avere dormito un secolo, e invece era ancora notte. Se andava da Piero non poteva dire a Teresa che un uomo per il bambino sarebbe stato utile. Non le poteva dire questo e poi andarsene. Sarebbe stato come prenderla in giro. A dirglielo dopo avrebbe avuto più coraggio. Non tutti andavano a fare i ribelli. Lui sarebbe tornato con qualche cosa da raccontare al bambino e avrebbe detto a Teresa: Sono qui, il bambino ha bisogno d'un uomo. Teresa gli avrebbe risposto: Sei stato l'unico della cascina ad avere il coraggio di fare il ribelle. Figurati se non avrai il coraggio di sposarti e di far crescere bene il bambino. E poi ne avremo un altro. Io sono contenta. La gente non avrebbe riso. Nessuno ride di quelli che vanno in montagna contro i fascisti e i tedeschi. La rivoltella ce l'aveva, Piero gli avrebbe insegnato come si fa a usarla. Si riaddormentò e sognò d'avere il cinturone con la rivoltella, quasi da confondersi con quello che aveva visto tante volte addosso al maresciallo. Uscì nella nebbia all'ora solita per ricevere gli ordini dal signor Gaspare assieme agli altri salariati. Aveva gambali di gomma e guanti di stoffa pesante che tenevano libero solo il pollice. Ma per usare il badile alla pulizia dei fossi e alla sistemazione delle rive non c'era bisogno di muovere le dita. Teresa stava mettendo le lenzuola alla finestra. Le altre donne non le mettevano più perché si sarebbero inumidite con la nebbia, ma Teresa aveva continuato, e proprio nell'ora in cui i contadini si trovavano nell'aia per il comando. Spartaco fece il giro in su con la testa per controllare il tempo. Non c'era niente da controllare, ma lui voleva guardare Teresa senza farsi accorgere. - Teresa sta facendo il letto - gli disse maliziosamente il compagno vicino. - È una casa pulita, quella - rispose Rondine abbassando la testa. - Anche oggi ci sarà nebbia. Per tre ore buttò dai fossi fango e foglie marce. «Per un po' non farò più questo mestiere. Chissà se ci saranno delle trincee da scavare. Io col badile m'ingegno» pensava. La guerra per lui erano le trincee del ' 1518, e la gente nel fango, come lui nel fosso. Teresa gli mandò dal bambino una scodella di minestra calda. Ogni tanto gliela mandava con la solita scusa che le era scappata la mano e ne aveva fatta troppa. Il bambino, quando rientrava da scuola, la prima cosa che diceva alla mamma era se avanzava della minestra per Spartaco. Spartaco gli dava la mancia e ripeteva: - Di' alla mamma che non si disturbi. Quel giorno dette al bambino dieci lire. Mangiò la minestra come 271 non gli era mai capitato, mescolando zucca e tagliatelle impastate in casa con pensieri che gli facevano battere il cuore. «Prima di ritornare nei campi, vado dal signor Gaspare» decise alla fine della scodella. - Che c'è di bello, Spartaco? - gli chiese il signor Gaspare. - Ho deciso di andare con Piero. - Quando l'hai saputo? - Ieri, dopo il lavoro. - E hai già deciso? - Ci ho pensato tutta la notte e tutta la mattina -. Non disse dell'ordine ricevuto in sogno da sua madre perché altrimenti avrebbe finito col confidare che sua madre aveva il volto di Teresa. - Io non posso essere che contento perché so che vuoi bene a Piero. - Non gli si vuol bene mai abbastanza - disse Rondine arrossendo perché il signor Gaspare aveva capito che lui voleva bene a Piero. - Quando vorresti partire? - e, mentre lo chiedeva, il padrone s'era alzato per riempire il bicchiere a Spartaco. - Anche subito, se non è per il patto. - C'è proprio da pensare al patto colonico in questo momento! -. Stette in silenzio mentre Spartaco beveva il bicchiere di vino, e poi, risolutamente: - Va' a prendere il cavallo, andiamo assieme alla Campanella. Tanto nei campi c'è poco da fare. Si erano tirati su la pesante coperta di lana fin sotto le ascelle. Il signor Gaspare teneva le redini con due dita. - Ti ci vorrà della roba perché in montagna d'inverno non si scherza. Mia moglie ti darà qualche maglia di quand'ero giovane. Mica così, sai, ero vent'anni fa. Non come te, ma magro sì. Eppure mangiavo molto, più d'adesso. Ho idea che tu non diventerai mai grasso - e rise contento. La nebbia s'era un poco alzata, ma bisognava essere ugualmente ben vicini alle persone per riconoscerle. Il barroccio passò davanti al caffè come un'ombra scivolante sulle ruote di gomma, senza che nessuno s'accorgesse di Rondine. Sull'aia Toni stava segando la legna. - Lo faccio per scaldarmi - disse come se fosse il suo saluto. Continuò a segare pensando: «Quelli sono venuti per Piero. Se non fosse per questo, va' a persuadere un padrone a viaggiare vicino a Rondine!». Si trovavano tutti in casa dato che non era ancora l'ora della stalla e i campi erano a posto. - E successo qualcosa? - domandò ansiosa Maria. - Ho la faccia triste? - rispose giovialmente il signor Gaspare. - È per lui, - e indicò Spartaco - vuol andare con Piero. - Si trova lontano, Spartaco - disse Maria, senza accorgersi che ripeteva quanto gli aveva detto il giorno prima. - Perché vuoi rischiare? Tu non sei ricercato e hai un lavoro - disse Benedetta. - Non è giusto che Piero sia là e io qui. Io non ho famiglia, ma lui sì. Almeno se ha bisogno di qualcosa può contare su... su uno che gli vuole bene - rispose Spartaco. 272 - Ti ci vorranno maglie e calze di lana - disse in fretta la madre per non lasciarsi prendere dalla commozione. - Là fa freddo. - Questo è il minimo - osservò il signor Gaspare. - L'importante è avvertire Piero. Come si fa? - Potremmo telefonare a dom Luca, ci penserà lui - disse Franco. - E io potrei accompagnare Spartaco col materiale che m'ha dato suor Giuseppina - soggiunse raggiante Maria. - Ancora vuoi correre pericoli? - la rimproverò affettuosamente Benedetta. - Non c'è nessun pericolo, mamma. E poi sono una farmacista, vado in giro per lavoro. - È l'ora buona per telefonare al monastero - disse il padre a Franco. - Ma non fare nomi, mi raccomando. Quando sarà tutto combinato, dom Luca ci avvertirà, e Spartaco potrà partire. - Con me, naturalmente - completò subito Maria. - Non è prudente - disse il padre. - Sarebbe la seconda volta in quindici giorni, un po' troppo anche per chi è amico del monastero. - Franco, combina tu con dom Luca - supplicò Maria. - Digli che io voglio vedere Piero... - Senza fare nomi - interruppe il padre. - Sì, senza fare nomi, e che mi faccia scendere dove vuole, mi faccia fare il giro che vuole, all'ora che vuole, ma io quest'occasione non la perdo. - Dom Luca ti farà incontrare con Piero - la incoraggiò Franco. - Grazie, Franco. E adesso vado a stappare una bottiglia per fare festa a Spartaco. - Hai messo su cresta, la mia Maria - disse il signor Gaspare ammiccando a Benedetta. - Disponi già della cantina. - E questo è niente, vero mamma? -. Uscendo la cinse alla vita e la baciò. - E d'oro - disse Benedetta quando Maria fu uscita. - Toni, vieni a bere un goccio - gridò Maria mentre attraversava correndo l'aia con la bottiglia in mano. «Hanno combinato» pensò Toni. «Rondine parte e Maria si sente più tranquilla. Povera ragazza. Ah, se avessi trent'anni di meno. Ma anche venti. E destino. C'è chi nasce prima e chi dopo, chi prende l'olio di ricino e chi va a fare il ribelle. E destino». Aspettarono il ritorno di Franco. Dom Luca capì subito di che si trattava. - Non preoccupatevi, - aveva risposto - è possibile. Ti richiamerò io quando avremo combinato. Padre abate ti saluta. Maria rideva di gioia. Il signor Gaspare ne fu toccato. E per merito anche di quel povero ragazzo che non aveva nessuno, che poteva starsene al sicuro e invece aveva deciso di andare in montagna perché voleva bene a Piero, al marito di sua figlia per la quale avrebbe dato stalla e campi. Bisognava riconoscerlo davanti a tutti: - Senti, Spartaco, la casa e il posto te li tengo per quando ritornerai. Anzi, facciamo così: io continuo a pagare i contributi e a metterti via la quindicina. Così, 273 quando ritorni, non dovrai ricominciare da zero. - No, - disse Spartaco - io non ne ho bisogno, non ho nessuno da mantenere a casa (il pensiero corse a Teresa), ma, per il posto, se me lo tiene mi fa piacere. Ci sono affezionato. - Anche la quindicina ti metto da parte, ho deciso perché è giusto. - Accetta, Spartaco, - intervenne Benedetta - lo fai contento. - Se è così... - Domani ti aspettiamo a pranzo - continuò Benedetta. Toni non aveva detto una parola. «Anche i padroni, qualche volta, ragionano giusto» pensava. - Io so che cosa sta pensando Toni in questo momento - disse Benedetta sorridendo, per togliere Toni dal suo inusitato silenzio. - Sentiamo, l'indovina. - Stavi pensando: Ah, se avessi trent'anni in meno, anche venti! Prima d'addormentarsi, Rondine prese un'altra decisione: «Domani ne parlo a Maria. E troppo contenta d'essersi sposata con Piero per non capirmi, non riderà di me». Sognò sua madre che aveva il volto di Maria: «Fai bene, se ti dovesse capitare qualcosa, almeno i tuoi due soldi servono per tirare su un uomo. Teresa è già stata sfortunata abbastanza». Passò la mattinata a sfangare mentre parlava di dentro a sua madre. Alle undici andò nella stalla e disse al padre di Teresa: - Il signor Gaspare mi manda alla Campanella per una commissione. Mi fermo là a mangiare un boccone -. Cambiò l'abito, prese la bicicletta e, fischiettando, arrivò alla Campanella. Dopo il pranzo, fece cenno a Maria: - Ti debbo dire una cosa da sola. - Andiamo di là. Nel salotto Rondine si confuse: - Adesso faccio confusione - disse. - E grossa da non crederci, ma non andrei via tranquillo se non te la dicessi. Io, sai come sono queste cose... insomma ogni tanto guardo Teresa, mi piace il suo bambino e mi rincresce che venga su senza papà. Ho sempre fatto finta di niente perché mi vergognavo, ma dentro sento che... insomma, tu capisci. Se adesso vado via, non posso dirle che mi aspetti, lei non sa niente, non c'è mai stato un discorso fra noi... E poi, può darsi che mi succeda qualcosa, non si sa mai. A Piero non succederà niente perché ha famiglia, ma a me che non lascio nessuno è facile... Io ho qualche lira da parte e se tuo papà mi da ancora la paga per il tempo che sto via, fanno un po' di soldi... Volevo chiederti il piacere di tenerli tu per questo tempo e se non tornassi, non si sa mai, non capiterà niente, ma non si può prevedere, i soldi dalli a nome mio a Teresa per il bambino... Pensi che se ne avrà a male? - Certo, Spartaco, custodirò i tuoi risparmi per quando tornerai, e ti serviranno a mettere su casa e sposare Teresa, perché ritornerai e sposerai Teresa. - Tu credi che mi sposerà? - Sicuro, sicuro come io ho sposato Piero - disse con calore Maria. - Teresa è una brava donna, ha bisogno d'un uomo che le voglia bene come le vuoi bene tu. 274 - È una brava donna, è stata solo sfortunata - mormorò Rondine. - Ma quando ti sposerà sarà una donna fortunata, felice, come sono io con Piero - e la voce di Maria divenne ancora più calda. - Vado via contento. Ma se non ritorno, dille che non se ne abbia a male per quei soldi. Sono pochi ma glieli do col cuore, per il bambino. La risposta di dom Luca si fece attendere qualche giorno. Spartaco sarebbe sceso alla stazione prima della corriera con le valigie. Là un monaco l'attendeva. Maria avrebbe continuato poi in corriera con la sola borsa. Una mattina dei primi di dicembre, Teresa indugiò più del solito alla finestra. Era già l'ora del comando, e la porta di Spartaco rimaneva chiusa. Si spaventò: «Sta male, e nessuno va a vedere cosa è successo». Notò il signor Gaspare che parlava col fattore e cogli uomini come tutti gli altri giorni, senza guardare alla casa di Spartaco. Si tranquillizzò: «L'avrà mandato in città a fare delle compere». All'ora di pranzo porta e finestra erano ancora chiuse. Disse al padre: - La finestra di Spartaco è chiusa. - Il signor Gaspare deve sapere qualcosa. Ha detto agli uomini che i fascisti cercavano Spartaco perché s'era messo in vista il 26 luglio e che, per evitare di farsi mantenere ancora dal fascio, se ne era andato. - E dove? - chiese ansiosa la figlia. - Spartaco è un gatto, ogni buco è buono. - Ed è andato via così, senza dire niente? E il quarto di maiale? - Volevi che ne parlasse con te? Teresa chinò la testa. Il padre s'accorse d'essere stato cattivo con la figlia che non se lo meritava, era stata solo sfortunata, e aggiunse subito: - Se non te l'ha detto vuol dire che è cosa di poco conto. Ritornerà presto. Quanto al maiale, il quarto glielo teniamo da parte. Teresa non uscì a pulire con la cenere la pentola. Mise nella credenza la scodella con la minestra avanzata e andò di sopra a nascondere la maglia che stava facendo per regalarla a Spartaco il giorno di santa Lucia. Rondine, quella fredda mattina di dicembre, era uscito dalla porticina sui campi per non farsi scorgere dai compagni. Faceva ancora buio, e di notte il vento aveva spazzato via la nebbia e lucidato le stelle. Portava un giubbotto foderato di pelo di cane, un dono del signor Gaspare assieme alle maglie e a una bottiglia di grappa. Tra la stoffa e il pelo aveva nascosto la rivoltella con le pallottole. Si fermò alla Campanella, legò sul portapacchi della bicicletta la valigia di cartone, e partì poco prima che Franco attaccasse il cavallo per accompagnare Maria alla stazione. - State nello stesso vagone, ma non vicini - sussurrò Franco a Maria e a Rondine, prima che salissero sul treno. - Perché? - fece Maria. - Me l'ha consigliato dom Luca. Rondine era la prima volta che viaggiava in treno, dopo la tradotta del '17. In prigione l'avevano sempre portato con un furgoncino chiuso, perché al maresciallo ripugnava dare in pasto agli occhi della gente un uomo in manette. Si sentiva dentro un po' di agitazione per quella novità, e tanta tenerezza al pensiero che, ormai, Teresa era già stata alla finestra a dare aria al letto, e non l'aveva visto. 275 Il treno si mosse lentamente, sobbalzò fra gli scambi, infilò un binario fiancheggiato da robinie e biancospini scheletriti, e lasciò dietro a sé il sole che da poco era salito dall'orizzonte della grande pianura. «Potevo anche dirglielo ieri sera,» pensò Rondine «dovevo avere un po' più di coraggio». Guardò fuori dal finestrino. Cominciò a contare i filari di gelsi ma poi s'inceppò e smise la conta. Riposò gli occhi sulla terra arata di fresco e sui prati ancora verdi. «Quanta terra c'è a questo mondo! Come si fa a patire la fame con tutta questa terra?». Un lieve odore di selvatico gli saliva dal giubbotto e gli faceva gustare di più il tepore del pelo. «Il pelo del cane, anche a star lì dieci anni, non perde mai l'orma di selvatico». Non aveva mai posseduto, nemmeno nel desiderio, un giaccone simile che solo gli agricoltori, i sensali e gli ambulanti portavano, per mantenere caldo il corpo e libere le gambe nei movimenti. Per l'inverno, gli avevano regalato un vecchio tabarro che metteva solo quando andava in bicicletta, avviluppato due volte alla vita. - Spartaco è come un pesce, non ha mai freddo - gli dicevano in cascina. - Basta non pensarci, il freddo è come il caldo, lo si sente se ci si pensa - rispondeva. Adesso che portava il pelo di cane sentiva che nel vagone faceva freddo. Il treno ogni tanto si fermava, scendeva e saliva gente, e ripartiva. Sbuffi di fumo nero facevano qualche macchia d'ombra sulla campagna e poi si scioglievano. «E come la trebbiatrice, qui il fuoco muove le ruote e là le pulegge». Le prime colline si avvicinavano e si allontanavano che sembrava un'altalena, e anche la coltivazione della terra cambiava. «Si vede che usciamo dalla pianura. Dovremmo essere quasi arrivati». Vide Maria che gli si avvicinava dal fondo del vagone. «Piero è stato fortunato con una donna così, ma anche lei, perché Piero è bravo e non si da importanza». Capì che era ora di prepararsi e tirò giù le valigie. Il treno si fermò. Rondine, dando uno sguardo rapido al finestrino dove c'era Maria, andò incontro a una sottana nera sulla porta della sala d'aspetto. Dom Luca accolse Maria mentre scendeva dalla corriera. - Piero è arrivato stamattina col Capitano e altri due uomini. Non correre, Maria, ti osservano. Alcuni della corriera osservavano, infatti; ma più don Luca che Maria, un monaco che usciva dal monastero per ricevere una giovane donna, bella ed elegante: uno spettacolo piuttosto inconsueto. - Sarà sua sorella - borbottò un vecchio. - Mah, con questa guerra non ci si capisce più niente - commentò una donna anziana. - Non è delle nostre parti, con quella pelliccia viene dalla città. - Come sta? - chiese Maria frenando il passo. - Ha fatto nuovi colori, ed è pieno di vita - rispose dom Luca mentre spingeva il portone e faceva entrare Maria. - E di là col padre abate e col Capitano - bisbigliò fratel Silvestro quasi non volesse disturbare con la voce quel momento che preparava l'incontro. Apparve Maria sulla soglia della saletta, e si trovarono l'uno fra le braccia dell'altra, come fossero loro due soli. - E Spartaco, è venuto? - chiese Piero quando s'accorse che non 276 erano soli. - Si, è Venuto. - Spartaco è un amico del paese che ha deciso di entrare in formazione - spiegò Piero all'abate. - Conoscendolo, non si può non volergli bene. Tutto quello che ha, e ha avuto sempre poco, spesso niente, lo reputa un di più. - Uno che scrive l'evangelo dove va, pur senza conoscerlo? - chiese l'abate a Piero. - Se l'evangelo è essere contenti di vivere e di vedere che gli altri vivono. .. certamente - rispose sorridendo Piero. - Io penso che se fosse vissuto duemila anni fa avrebbe seguito nostro Signore a qualche decina di metri, per non disturbare, senza dire e chiedere nulla; ma gli sarebbe stato vicino anche sul calvario - soggiunse a mezza voce Maria con una convinzione che toccò l'abate e meravigliò il Capitano. - Lo chiameremo, allora, il tredicesimo - disse il Capitano fra il serio e lo scherzoso. Piero raccolse l'invito allo scherzo per non lasciarsi prendere dal cuore al pensiero che Spartaco sarebbe rimasto con lui e disse: - Oh, no, Capitano, il suo nome ce l'ha già, al paese lo chiamano Rondine -. E raccontò la ragione di quel soprannome fra l'attenzione divertita del Capitano e dell'abate. - In fondo, è un nome di resistenza al fascismo - commentò il Capitano. - Incontrandolo gli dirò: Benvenuto fra noi, Rondine. - Ci vediamo stasera a cena - disse l'abate, e si ritirò col Capitano. Piero e Maria rimasero soli. - Ti fermi stanotte? - chiese Maria. Piero la strinse a sé: - Sono in missione col Capitano. Dopo cena dobbiamo rientrare al campo. Dom Luca ti ha prenotato la solita stanza all'albergo. Ti amo, Maria. Rondine era già arrivato da un po' ma non aveva voluto salutare Piero per non toglierlo nemmeno un attimo a Maria. - Ho tempo dopo - aveva detto a fratel Silvestro. LA FIONDA. Col bando di Oraziani, molti giovani di leva o in congedo provvisorio, soprattutto delle valli, gonfiarono repentinamente le bande dei ribelli. Anche quella del Capitano era cresciuta come un torrente di montagna dopo un acquazzone. Le puntate notturne al monastero tamponavano le falle del vettovagliamento, ma non potevano rispondere all'urgente necessità di armi. E, senza armi, il peso dei nuovi arrivati avrebbe compromesso l'esistenza della stessa banda al primo rastrellamento in forze dei tedeschi e dei fascisti. Il Capitano intensificò l'istruzione militare delle nuove reclute. Prese contatto, superando la sua diffidenza verso i politici, col comitato di città, chiedendo urgentemente l'invio di armi, ma ebbe vaghe risposte 277 di aiuto non appena ci fosse stato un collegamento con le missioni militari alleate. Maturò, così, la decisione d'uscire dalla sua posizione d'attendismo e di tentare qualche azione contro presidi fascisti, posti nelle valli, per il recupero di armi. La neve era caduta abbondante in quei giorni sulle montagne, con qualche spruzzo sulle colline. Rondine era stato nominato dal Capitano attendente del tenente Piero. - E per accontentare il Capitano che vuole un'organizzazione come nell'esercito se tu sei mio attendente, ma noi siamo amici - gli aveva detto Piero. - Io sono qui perché sono tuo amico - aveva annuito gravemente Rondine. Rondine era come se fosse stato in banda fin dal primo giorno. Per lui, che s'accontentava di niente, il cibo era buono e sufficiente, tanto che gliene avanzava sempre quando capiva che il suo compagno vicino all'ora del rancio avrebbe mangiato gavetta e cucchiaio. Non avendo niente da raccontare e trovandosi sempre sul posto quando bisognava fare legna o spingersi per baite in cerca di latte e di formaggio, divenne amico di tutti. Quando non era con Piero ad apprendere come si steccavano un braccio o una gamba, si fasciava una ferita, si faceva un'iniezione, scompariva nel bosco con Faccetta e dopo un poco se ne ritornava carico di legna secca da cui traeva assicelle di diverse misure per immobilizzare gli arti. - Ne fai tante da rifornire l'ospedale di tutte le bande - gli diceva ridendo Piero. - Tu hai ragione, Piero, bisogna fare questo ospedale per tutte le bande. Con una vecchia camera d'aria di bicicletta, trovata chissà come, aveva preparato un paio di fionde. Una l'aveva regalata a Piero, e l'altra se la portava alla cintola, al posto della rivoltella, dal giorno in cui il Capitano gliela aveva sostituita con un vecchio fucile perché un ufficiale, da poco arrivato, ne era privo. Rondine non aveva protestato: un ufficiale gliela aveva data e un ufficiale gliela toglieva, era giusto. Ma sentiva che alla cintura gli mancava qualcosa, e si mise la fionda. I compagni risero non appena lo videro con quell'arma, perfino il Capitano che rideva solo raramente: - Verrà buona per prendere gli uccelli e mangiarli con la polenta - disse Rondine. Dovette imparare a maneggiare le armi. Si era confidato con Piero: - Io non vorrei mai sparare. La rivoltella era un altro conto, mi serviva per difenderti. Ma un fucile spara lontano. Si può ammazzare anche chi non ha intenzione di farti fuori. - E necessario, Spartaco; se spariamo è sempre per difenderci e difendere i nostri compagni. - Hai ragione, ma io non vorrei ammazzare nessuno. La sua prima esercitazione al bersaglio fu una pianta a una cinquantina di metri. Doveva sparare solo un colpo, e il colpo si perse lontano nel bosco. - Non sono fatto per il fucile - disse. Davanti all'ufficiale istruttore, che lo guardava stupito, si tolse dalla cintura la fionda, prese da terra un sasso grosso come un uovo di colomba, mirò la pianta mentre tendeva con forza l'elastico, e lasciò partire il colpo. Il sasso rimbalzò forte dopo avere centrato la pianta: - Si vede che sono destinato a 278 uccidere più uccelli che uomini - disse Rondine. L'ufficiale istruttore rise: - Hai una mira che t'invidio, Rondine. Devi solo pensare che la fionda, invece di tenderla con le braccia, ce l'hai contro la spalla. Domani farai centro. - Dimmi la verità, Spartaco - gli chiese Piero quando venne a sapere dall'istruttore come erano andate le cose. - Hai fatto finta di mirare col fucile, vero? - Pensavo che mi scartassero se non prendevo la pianta, così facevo solo l'infermiere. - Qui si scarta solo chi ha paura, e tu non hai paura. Domani mira giusto, puoi salvare un compagno se il tuo fucile non sbaglia. Erano passati una decina di giorni dall'arrivo di Rondine quando il Capitano espose, davanti alla cartina militare, il suo piano per il recupero delle armi. L'obiettivo era un colpo di mano contro il presidio fascista situato al termine della valle, costituito da una decina d'uomini bene armati. Come azione di disorientamento per i rinforzi fascisti che sarebbero arrivati, era necessario attaccare un altro presidio situato in una valle trasversale, obiettivo massimo se l'attacco avesse avuto buon effetto. Contemporaneamente, una squadra avrebbe assaggiato la reazione dei carabinieri della caserma del paese più vicino per rendersi conto come si sarebbero comportati nell'eventualità di un attacco tedesco o fascista contro la banda. Il 20 dicembre, a tre giorni dalla decisione dell'azione, verso sera, il campo si svuotò quasi completamente, rimanendovi solo una decina di giovani disarmati e due sentinelle. A mezzanotte precisa i tre gruppi dovevano entrare in azione. Il presidio in fondo alla valle era asserragliato nell'asilo del paese. L'entrata si trovava all'interno d'un cortiletto cui si accedeva da un cancello rinforzato con lastre di ferro. Una mitraglia stava in postazione davanti alla porta del presidio, protetta da sacchetti di sabbia. Un milite con mitragliatore a spalla misurava a lenti passi il perimetro interno del recinto. Gli uomini del Capitano, appostati dalla parte opposta al cancello, sentivano il cadenzare degli stivali. Il Capitano, rannicchiato su una scaletta appoggiata al muricciolo, spiava l'uscio e l'orologio. A mezzanotte, come gli risultava dalla meticolosa preparazione del piano, ci sarebbe stato il cambio della guardia e l'uscio si sarebbe aperto. Era il momento per agire con tempestività e decisione. Fece segno al tenente Manfredi di stare pronto coi suoi uomini che, strisciando, si portarono sotto il muretto. A mezzanotte si aprì l'uscio e ne uscì il milite del nuovo turno di guardia. L'altro si portò verso il compagno. Il Capitano, saltando dal muricciolo e seguito dal tenente e da alcuni uomini, fu sopra di essi. Sotto la minaccia della rivoltella e dei mitra, non tentarono nessuna resistenza né riuscirono a gettare l'allarme tanto l'azione li aveva colti di sorpresa. Un uomo smontò la mitraglia mentre gli altri entravano a valanga nel presidio. I militi non fecero in tempo a rendersi conto di quanto succedeva che si trovarono nelle loro brandine con un fucile puntato contro. Coi fili strappati del telefono e con corde furono immobilizzati. 279 - Chiamate la squadra di rincalzo e i portaferiti - ordinò il Capitano. Un uomo corse ad aprire il cancello e fischiò. Dopo nemmeno mezz'ora da che era iniziata l'operazione, una ventina di uomini uscivano ordinatamente dal cancello, col loro ricco bottino d'armi, di munizioni, di vestiario e di vettovagliamento. Il Capitano lasciò nel cinturone del comandante del presidio la rivoltella: - La considero un militare che ha scelto la parte sbagliata. È ancora in tempo a ravvedersi. Dica ai suoi superiori e padroni come quelli che voi chiamate banditi si sono comportati. Avremmo avuto la possibilità di uccidervi tutti, e non vi abbiamo torto un capello. Viva l'Italia. Il Capitano fu l'ultimo a uscire. Vide nell'atrio una moto col carrozzino. - Ci può servire per portarci in fretta all'altro presidio. Qui non c'è più bisogno di lei, tenente - disse a Piero. - Salga con me. Speriamo che la sua opera sia inutile anche all'altro presidio. Affidò il comando della squadra al tenente Manfredi: - Ci raggiungerà al bivio, come stabilito. Se non ci fossimo ancora, ci mandi incontro alcuni uomini. Fece cenno all'uomo del mitragliatore, detto Saetta, di salire sul seggiolino posteriore. - Vengo anch'io, Piero? - bisbigliò Spartaco. - Non c'è posto - rispose Piero. - Ho visto una bicicletta nel presidio. Posso portare anche una cassetta di munizioni. Vado a prenderla, Capitano? - Fa' presto - rispose il Capitano. La moto partì e gli uomini si misero in marcia disponendosi in fila ai bordi della strada. Rondine saltò nel presidio. Udì imprecazioni e stridori di brandine contro il pavimento. - Calma, balilla, banditi - gridò allegro. Ci fu di nuovo silenzio. Spartaco prese la bicicletta, si fermò lungo la strada per caricare altre armi e, a grosse pedalate, proseguì in direzione dell'altro presidio. La caserma dei carabinieri era una villetta quasi al margine del paese più vicino all'accampamento, circondata ai quattro lati da pochi metri di terra coltivati a orto. Il giovane tenente Boglioni appostò la squadra armata con vecchi fucili attorno all'edificio. Suonò il campanello del cancelletto. Dopo qualche secondo una voce gridò dallo spioncino: - Chi è? - Ribelli. Siete circondati, consegnateci le armi e non vi faremo alcun male. I fili del telefono sono stati tagliati. L'attesa fu breve. Uscì il maresciallo con due carabinieri a mani alzate, vestiti come potevano nella voglia di far presto. - Sono tre moschetti con qualche caricatore e una rivoltella - disse il maresciallo. - Li troverete nel salottino appena entrati. Poca roba, mi rincresce, i fascisti non si fidano di noi. Uscì unpartigiano con le armi. - Carmelo vuole venire con voi, aspettava l'occasione - soggiunse 280 il maresciallo indicando il carabiniere più giovane. - Lui ha già la famiglia al sicuro in Calabria mentre noi... Ma abbiamo giurato fedeltà al re, non spareremo contro di voi... E strappate davvero i fili del telefono, così vedranno che ci avete colti di sorpresa. - Buona notte a lei, maresciallo - disse il tenente. Poi si rivolse a Carmelo: - Andiamo, carabiniere -. E da quel momento Carmelo fu ribattezzato Carabiniere. - Non tutti sono come il maresciallo, - disse Carabiniere quasi rispondendo ai pensieri dei nuovi compagni mentre ritornavano alla base - ce ne sono di duri anche se non aderiscono al fascio. Il paese sembrava non essersi accorto di nulla, ma c'erano moltissimi occhi alle fessure delle imposte. Al luogo dove si dovevano congiungere le due squadre non c'era, in avanguardia, nessun uomo del tenente Gatti che comandava l'azione di diversivo, come era pure stato convenuto. Si udiva in direzione dell'altro presidio il crepitio della mitraglia. - Qualche cosa non ha funzionato nel nostro piano - disse preoccupato il Capitano, e ripartì a quella velocità che gli era consentita dalla neve gelata. Il tenente Gatti, disposti i suoi uomini a semicerchio davanti al presidio, a mezzanotte in punto lanciò la bomba a mano contro la porta. Se la porta avesse ceduto, gli uomini sarebbero scattati all'interno; altrimenti, dopo un fuoco dimostrativo contro le finestre della palazzina, si sarebbero messi al sicuro nei boschi per poi ricongiungersi al bivio con l'altra squadra dell'azione principale. Ma il fumo dello scoppio non si era ancora diradato che, da un terrazzino all'altezza dei tetti, un fascio di luce violenta investì gli uomini appostati davanti al presidio. Il tenente Gatti gridò di buttarsi fuori dal cerchio di luce verso i cespugli, e s'appiattì dietro una pianta per coprire la ritirata dei suoi uomini con qualche raffica di mitra. Subito dal terrazzino cominciò a sgranare la mitraglia. Il tenente vide due dei suoi uomini cadere. Dopo qualche colpo il suo mitra s'inceppò. La squadra di rinforzo aprì il fuoco dal bosco. La mitraglia alzò il tiro e il riflettore spostò il suo fascio di luce. Il tenente Gatti approfittò di quell'attimo per lanciarsi verso il ferito più vicino e trascinarlo al riparo d'un piccolo terrapieno. Al riflesso della luce vide l'altro suo uomo immobile, col volto coperto di sangue. Afferrò il fucile del ferito e si riappostò dietro la pianta. Gridò agli uomini nascosti nei cespugli di raggiungere la squadra rimasta nel bosco. Intanto, dalle finestre del presidio cominciò un fuoco nutrito anche se disordinato. Dal bosco non si rispose più. Il tenente prese la mira ma il fascio di luce lo investì. S'incollò di nuovo alla pianta. Sentiva le pallottole fischiargli attorno vicinissime. Vide uno spuntone di roccia oltre il terrapieno dove giaceva il ferito. Stava studiando il momento meno rischioso per buttarvisi quando s'accorse che, improvvisamente, il fuoco s'era spostato sulla sua destra. Fece appena in tempo a vedere, poco lontano dal morto, un'ombra che strisciava perdendosi fra i cespugli e che di là rispondeva al fuoco con brevi colpi di mitra. Il tenente 281 si gettò allora allo scoperto; ma, mentre stava per raggiungere il riparo, sentì le gambe appesantirsi. Cadde, senza provare dolore. Riuscì, strisciando, a porsi dietro allo spuntone. Fiutava l'odore del sangue che gli intiepidiva la pelle. Nel frattempo gli uomini che si erano sganciati avevano raggiunto la strada. Si contarono: ne mancavano quattro. - Anche un disarmato, Sirio - dissero al tenente Stafferà. Si udì il rumore di una moto che s'avvicinava velocemente. - I rinforzi fascisti - dissero, e s'appostarono alla curva pronti a sparare. - Aspettate, - ordinò il tenente - può essere solo la loro staffetta -. Alla curva la moto rallentò. - E il Capitano - gridò l'uomo più vicino. Fermarono la moto. Informarono il Capitano della situazione. Il Capitano impartì gli ordini: - Incontrerete Rondine in bicicletta, alleggeritelo delle armi, lasciandogli solo la sua arma, i caricatori di mitra e alcune bombe a mano. Ditegli che ci raggiunga alla curva. Gli altri continuino la strada, per congiungersi all'altra squadra che sta ritornando al campo. Aiutatela nel trasporto del bottino. La moto del Capitano ripartì e si fermò all'ultima curva, a poche decine di metri dal presidio. Al rumore della moto la mitraglia cessò di sparare. Il mitragliere s'era sporto dal terrazzino. - Mira bene, Saetta, io penso alla porta - disse il Capitano. Nello stesso momento una raffica di mitra rovesciò il mitragliere fascista sui sacchetti di sabbia e colpì il riflettore, mentre il Capitano gettava la bomba a mano tedesca contro la porta. Piero s'accorse del ferito dietro il terrapieno. Una pallottola aveva colpito Corsaro alla spalla. Il tenente Gatti capì confusamente quanto avveniva e sparò un colpo di rivoltella. Piero accorse allo spuntone di roccia dietro al terrapieno, e cercò di trascinare il ferito verso la moto. Il Capitano che sparava all'impazzata nell'atrio del presidio, dopo che la porta era saltata, si trovò accanto Sirio. - Vai ad aiutare il tenente medico, presto -. Sirio scaricò le ultime pallottole contro una finestra che stava per aprirsi. Il tenente Gatti fu adagiato nella carrozzina. Il Capitano e Saetta continuavano a sparare. I militi erano disorientati da quella fulminea azione, e cessarono per un momento i colpi. - Presto, all'altro ferito - gridò Piero a Sirio. Corsaro rinvenne, e fu fatto sedere sul seggiolino della moto. Il Capitano s'avvicinò: - Tenente medico, le ordino di partire immediatamente. Faccia una sommaria medicazione ai feriti e li affidi agli uomini che li porteranno con la barella. Poi ritorni subito qui. Piero partì e incontrò Rondine che scendeva spericolatamente affidandosi al lucore della neve. Il Capitano, Sirio e Saetta si erano di nuovo appostati. I fascisti avevano ripreso a rispondere al fuoco Anche la mitraglia dal terrazzino aveva ricominciato a sgranare colpi su colpi, ma alla cieca. Il Capitano si trovò accanto Rondine che gli passava i caricatori e le bombe a mano. - Ce la faresti a gettare una bomba su quella dannata terrazza? - gli chiese. - M'immaginerò che sia un sasso - rispose Rondine. Si sputò sulle 282 mani, sputò sulla bomba, si alzò ossuto mentre il Capitano sparava una lunga raffica cominciando dalla terrazza, fino all'ultima finestra, strappò la linguetta, contò fino a cinque e lanciò la bomba. Volarono i pezzi della mitraglia nel lampo dello scoppio. Il Capitano fece cenno a Sirio e a Saetta di sganciarsi e ordinò a Rondine: - Va' con loro. Prenderai il più giovane sulla bicicletta. Io e Saetta aspetteremo fuori tiro la moto del tenente medico. - C'è un morto, Capitano, l'ho visto. Vado a prenderlo - disse Rondine. - I morti lasciali, non possiamo... Ma Rondine non intese. Era accorso vicino al morto, se l'era caricato sulle spalle e, curvo sotto quel peso, seguiva Saetta e Sirio. Il Capitano sparò un'ultima sventagliata contro il presidio e raggiunse di corsa i tre. Seguì un silenzio enorme in tutta la vallata, e poi il crepitio della moto di Piero che ritornava velocemente. Gli uomini non parlavano. Il Capitano fissava Rondine con quel morto sulle spalle. Quando giunse la moto, Rondine disse, e sembrava che fosse lui il capitano: - Il Capitano e il tenente medico vanno con la moto. Il morto lo mettiamo nella carrozzina, Sirio e Saetta prendono la bicicletta e io vengo a piedi. - Rondine, tu mi devi ubbidire, sono io il comandante. Non possiamo rischiare un vivo per un morto - ordinò il Capitano con voce dura. - Se non lo vuole in carrozzina, lo porterò io a piedi. Mi ci vorrà un giorno ma ci arrivo. I morti aiutano i vivi, e i fascisti hanno paura dei morti - rispose calmo Rondine. Piero non poteva dire nulla, era una lotta che non si poteva risolvere con ordini o con parole. Il Capitano salì sulla moto. - Mettete il morto nella carrozzina - ordinò. Sirio sussurrò a Saetta, mentre pigiava sui pedali e ansimava: - Se ci fosse Rondine in ogni colpo che si fa, in fondo non si sarebbe così disperati al pensiero di lasciarci la pelle. - Quando sei morto sei morto, - rispose grave Saetta - e nemmeno Rondine può farci niente. Però se tua madre sa dove sei a far terra, patisce un po' di meno... Rondine veniva per ultimo a piedi, e parlava a testa bassa col morto. Gli diceva di andare da sua madre e di salutarla. Non aveva fatto a tempo a conoscerlo bene, ma guardandogli le mani e toccandogliele ancora calde aveva capito che se ne intendevano di vanga e di badile. Il Capitano e Piero raggiunsero le due squadre coi feriti quando stavano già salendo per la mulattiera, prima del tratto di bosco che portava all'accampamento. La moto arrancava a fatica, scivolando ogni tanto sulla neve ghiacciata. Il morto a ogni scossa muoveva la testa insaccata sul petto. Il Capitano si fermò. Chiamò un uomo: - Corri al campo, fa' scendere quattro uomini per trasportare il morto -. Chiamò un altro uomo: - Fermati con me. Lei, tenente, segua i feriti. Il Capitano e l'altro uomo adagiarono il morto contro la riva della mulattiera e spinsero la moto nel bosco. In un piccolo avvallamento la copersero con rami di pino. Poi ritornarono accanto al morto attendendo 283 l'arrivo degli uomini per il trasporto. Prima dell'alba, tutti, anche Rondine e i due compagni che l'avevano atteso, erano rientrati al campo. Nell'infermeria allestita nella stanza del comando, Piero esaminò alla luce d'una torcia le ferite. Era preoccupato per il tenente Gatti. Una pallottola gli aveva spezzato il femore. Pulì in profondità la ferita. Sul tavolino, in una vaschetta d'acqua bollita, si trovavano i ferri chirurgici portati da Maria. Bisognava estrarre la pallottola. Due uomini immobilizzarono il tenente Gatti, un terzo teneva la torcia elettrica. Dopo qualche minuto la pinza afferrava la pallottola. Il ferito era svenuto. - Il ricovero in clinica è necessario, anche per la riduzione della frattura - disse Piero al Capitano che, da un angolo, assisteva silenzioso e preoccupato. Il Capitano annuì. Corsaro aveva la scapola sinistra spezzata, ma la pallottola non era penetrata nel polmone. - E per lui? - chiese il Capitano. - Se ci fossero due posti... - sussurrò Piero al Capitano. - Ne riparleremo, tenente. Abbiamo anche altre decisioni gravi da prendere. Adesso vada a riposare un poco. Sirio non riusciva a dormire. L'avventura che aveva corso senza sapere come si sarebbe conclusa gli faceva ballare il sangue. Aveva ancora negli occhi la luce improvvisa del riflettore, i due uomini che cadevano e il tenente Gatti che si riparava dietro a una pianta. All'ordine di ritirarsi era rimasto come inchiodato sul posto, e poi, senza rendersi conto che disobbediva a un ordine, strisciando s'era portato sulla destra del morto e ne aveva imbracciato il mitra. «Il Capitano mi punirà perché non ho ubbidito» pensava mentre si rigirava nel fieno profumato di menta, alla ricerca del sonno. Eppure non sentiva nessuna stanchezza, aveva voglia di parlare con qualcuno, o anche solo di prendere una boccata d'aria. Uscì dalla casupola dove i suoi compagni dormivano, vide Rondine che con l'accetta stava squadrando delle assi per la bara del morto, gli si avvicinò: - Ti do una mano. - Hai fatto bene a fare quello che hai fatto. Non si può disubbidire a un morto. Anche il Capitano l'ha capito. Sirio avrebbe voluto rispondere che lui l'aveva fatto senza sapere il perché, non per il morto; ma le parole di Rondine gli avevano calmato il sangue, meglio che fossero state del Capitano. Tacque, e guardò quell'uomo che nessuno sapeva prendere in giro per le sue stranezze. A mezzogiorno anche la buca era pronta. Avevano scelto insieme il posto nel bosco, in una piccola conca protetta tutt'intorno da rami di abeti. - Qui a primavera ci saranno fiori - disse Rondine. - Ai morti piacciono i fiori. - Facciamo anche la croce? - chiese Sirio. - Ci vorrebbe il Cristo repubblicano, quello del professore - mormorò fra sé Rondine. Una crocetta di legno gliela misero sul petto, quando il morto fu ricomposto nella bara fra rametti d'abete. Cominciarono a uscire gli uomini. 284 Si recavano alla bara, si toglievano il cappello e sostavano un poco. Era il loro primo morto, Marchetti Luigi, classe 1920, detto Bigio; non l'avrebbero dimenticato. Dopo la sepoltura con gli onori militari, il Capitano convocò gli ufficiali a rapporto: - Con l'azione di stanotte, signori ufficiali, abbiamo chiuso la fase dell'attesa e ne abbiamo iniziata una nuova, mai prevista dalle nostre scuole militari. Dobbiamo tracciare da soli la nuova strada, facendo tesoro dell'esperienza di questa notte. Direi, e ciò non appaia cinismo nei confronti delle nostre dolorose perdite (in questo momento ricordo il valoroso tenente Gatti, il soldato Marchetti e il soldato Corsaro), direi che il successo maggiore è stato l'attacco al presidio che era reputato un'azione secondaria. Per due ragioni, che vi sembreranno strane sulla mia bocca, soprattutto la seconda, conoscendo voi l'impostazione militare che ho dato alla banda fin dall'inizio. La prima è che abbiamo compreso come non basti una preparazione puramente militare. Ci sono degli imprevisti, quali il riflettore, che solo con un rapporto di collaborazione con la popolazione del luogo potremmo evitare. So che altre bande sono molto più vicine alla popolazione di quanto non siamo stati noi finora. Riconosco che è la strada giusta. La seconda, poi, mi riguarda in modo particolare. Ho capito che, se importanti, anzi necessari, sono il comando e l'ubbidienza, non meno importante e necessaria è l'iniziativa ponderata, in certi casi anche spavalda, del singolo. È il caso di Sirio e, sotto un certo punto di vista, di Rondine. Se Sirio non avesse preso l'iniziativa prima ancora, forse, di rendersi conto che disubbidiva a un ordine, con ogni probabilità il tenente Gatti e il soldato Corsaro avrebbero fatto la fine del soldato Marchetti. Quanto a Rondine, egli nella sua ostinazione che prima di stanotte avrei definito insubordinazione, m'ha richiamato il grande insegnamento degli antichi che le nostre scuole militari hanno da tempo dimenticato. Dovrei punirli per la loro disubbidienza. Prima di stanotte l'avrei fatto certamente. Da parte mia, senza nulla cedere sul piano della disciplina che rimane sempre necessaria, mi propongo di stare più vicino agli uomini, ascoltarli prima di prendere decisioni importanti, cominciando da stasera con un gesto concreto e significativo, se siete d'accordo: i pasti li prenderemo assieme a loro, senza nessuna distinzione. Le parole del Capitano scesero come una liberazione sul gruppetto degli ufficiali che approvarono calorosamente. - Dovremo presto - continuò il Capitano - spostare la nostra banda in luoghi meno accessibili. Fascisti e tedeschi faranno vaste battute per localizzarci, dopo quanto è successo. Sarà necessario che prendiamo contatto con altre bande dislocate più a monte e stabiliamo un minimo di collaborazione nell'eventualità non molto remota d'un attacco nemico. Per i feriti, sentito il parere del tenente medico, non ci resta che chiedere ancora una volta l'aiuto del monastero. Padre abate, come sapete, m'ha ripetutamente assicurato che è possibile, in casi urgenti, il ricovero nella clinica della Carità. Egli ne sa il modo. Noi dobbiamo solo provvedere al trasporto dei feriti fino al monastero. E questo 285 non crea grosse difficoltà per noi. La vigilia di natale, Corsaro e il tenente Gatti erano operati nella clinica della Carità. Quando si svegliarono dall'anestesia, la prima persona che videro fu un monaco, sorridente mentre dava notizia che don Luca avrebbe celebrato la messa di mezzanotte coi loro compagni. Il presidio fascista attaccato dal tenente Gatti aveva avuto tre morti e alcuni feriti. Il comandante del presidio chiese e ottenne che il giorno dei funerali dei suoi uomini fossero portati dalle prigioni della città sei ostaggi e fossero fucilati nella piazza davanti alla chiesa, per dare alla popolazione un esempio del modo con cui venivano ripagati i traditori. Il paese era nella morsa del terrore. Nelle case, fra orecchie fidate, si imprecava contro i fascisti, ma non si risparmiavano nemmeno i ribelli: - Gente non di qui, gente forestiera che ha le famiglie al sicuro - dicevano. - Non ne abbiamo già passati abbastanza di guai coi nostri morti e i nostri dispersi in Russia, da mettersi anche loro? - Uno dei sei ostaggi era del paese, un giovane che non s'era nascosto dopo il bando di Graziani. Il parroco andò dal comandante del presidio, lo scongiurò di non aggiungere altri lutti a quelli già esistenti; gli richiamò il giudizio di Dio, lo minacciò di non portare i militi uccisi in chiesa. - Nella vostra chiesa? - gli rispose il comandante. - Tenetevela per i traditori, la vostra chiesa. Per i miei uomini ci sarà il duomo in città. Tutte queste voci furono riportate al Capitano da un paio d'uomini, pratici dei luoghi, che erano stati mandati a rendersi conto di quanto era avvenuto con le azioni della notte precedente. - E una-voce che i fascisti hanno messo in giro per terrorizzare la popolazione e aizzarla contro le bande dei patrioti - disse deciso il Capitano. Ma i suoi uomini insistettero: - Lei non lo farebbe. Lei, Capitano, è un soldato leale che non uccide degli innocenti. Ma loro sono delinquenti, hanno reclutato avanzi di galera, non sono soldati. Per loro uccidere è dimostrare che non hanno paura -. Davanti a quel terribile convincimento dei suoi uomini, sostenuto dal ricordo di fatti analoghi già avvenuti in altre zone, il Capitano provò turbamento. Se non avesse attaccato quel presidio, se avesse continuato nella sua tattica d'attesa, non avrebbero fucilato nessun innocente. Era sua, allora, la responsabilità se fosse accaduto quel massacro? Lui aveva ordinato un'azione di guerra, s'era comportato secondo le regole ammesse in tempo di guerra, uccidendo e correndo il rischio d'essere ucciso, fra uomini che potevano difendersi e offendere con le armi. Il turbamento sconfinò in un senso di colpa. Oh se avesse potuto impedire quelle fucilazioni con la propria vita... Si sarebbe presentato al presidio come il solo responsabile dell'azione, per la salvezza degli innocenti. Ma anche così non si sarebbe interrotta la catena. Altri l'avrebbero sostituito, avrebbero compiuto nuovi assalti a presidi, a caserme, perché ormai non si poteva più ritornare indietro; e ancora rappresaglie, innocenti che sarebbero stati costretti ad addossarsi il peccato della guerra... E allora aveva il diritto d'abbandonare i suoi uomini solo per scaricarsi quel peso dalla coscienza? No, bisognava dimostrare che la rappresaglia, colpendo degli innocenti, ricadeva con tutto il suo peso, e più 286 schiacciante ancora, sui vigliacchi che volevano proteggersi con essa. Forse era questa la nuova strada che bisognava imboccare, dopo essersi bruciati alle spalle i vascelli dell'attesa... Uscì dall'incubo. Riunì i suoi uomini: - Se avverrà la fucilazione degli ostaggi, noi ci apposteremo sulla strada di ritorno dei fascisti dalla città dopo il funerale, e nessuno di loro ritornerà vivo al presidio. Alla rappresaglia risponderemo con un colpo più grave. Non ci deve essere pietà per gli assassini. Gli uomini approvarono. Il Capitano chiese due volontari che si recassero al paese il giorno dei funerali per osservare i movimenti dei fascisti e riportassero la notizia dell'eventuale fucilazione. - Sia ben chiaro a tutti - sottolineò con forza il Capitano - che il nostro intento è solo quello di scoraggiare la rappresaglia con la nostra nuova azione. Se la fucilazione non avverrà, come mi auguro, non spareremo un colpo. - Giusto - disse forte Rondine, e si fece avanti come volontario. L'altro fu Sirio. Al mattino del 23 dicembre, i due erano già appostati su una piccola altura che permetteva di osservare la piazza del paese. Le finestre delle case erano chiuse, le vie deserte. Sirio non nascondeva la sua agitazione. Quel silenzio l'opprimeva. - E vero, Rondine, che tu parli coi morti? - gli chiese a un tratto. - Sì, parlo con loro, e loro mi rispondono; a volte sono loro che attaccano per primi il discorso. Sirio voleva ridere ma non ci riusciva. Accarezzava nervosamente il suo mitra che aveva conquistato due notti prima e che sentiva di fieno perché nemmeno a dormire se ne era staccato. Lui i morti li rispettava, ma un morto è sempre un morto. Come Bigio, che adesso stava sotto mezzo metro di terra, e l'avrebbero portato al paese alla fine della guerra, gli avrebbero fatta una processione, e poi nessuno si sarebbe più ricordato di lui. Ma era anche sicuro che Rondine diceva la verità, perché quell'uomo non sapeva mentire. - È difficile parlare coi morti? - gli chiese dopo un po'. - Be', bisogna imparare, come a vangare o a tagliare l'erba. Quando si è imparato è facile. - M'insegni, Rondine? - Non c'è niente da insegnare. Basta che tu creda che ti ascoltano, e ti metti a parlare. Bisogna imparare a crederci, e questo nessuno te lo insegna. - E per ascoltarli, come fai? - Mah, forse è questione d'orecchio. Io ho un orecchio delicato, che sentiva il maresciallo a cento metri di distanza. Sorrise al ricordo, e poi tese repentinamente il lungo collo: - Non senti niente, Sirio? - Io no, la piazza è deserta. - C'è della gente che s'avvicina alla piazza e non si vede ancora. Adesso anche Sirio cominciava a udire un brusio indistinto di voci che prendevano sempre più il tono di grida e d'imprecazioni. E poi videro dalle stradette scendere gruppi di donne e di vecchi spinti dai militi 287 e fatti fermare nella piazza con le spalle voltate alla chiesa; e poi un camion scoperto con sopra tre bare, e dietro i sei ostaggi con le mani legate, e decine di militi con mitra imbracciati, e una squadra che si disponeva davanti al municipio di fronte alla chiesa. - Ah, gli assassini - disse Sirio, e imbracciò il mitra. - Sta' calmo, - gli disse Rondine - è tutta una scena, vedrai che non li ammazzano, non possono, e noi ritorneremo contenti a dire al Capitano che... Il camion si fermò. I militi si posero a cordone tra la gente e il municipio. I sei ostaggi furono messi contro il muro. Il comandante della squadra schierata ordinò il fuoco e gli ostaggi caddero. - Camerati, siete vendicati - urlò il comandante del presidio. I militi venuti dalla città salirono sulle auto, tre militi del presidio salirono accanto alle tre bare, il comandante con altri due uomini salì sull'auto, tutti intonarono Giovinezza, e il carico della morte partì alla volta della città. - Li hanno ammazzati, i porci, ma la pagheranno - imprecò Sirio. Rondine, alla scarica, s'era coperto gli occhi. Si scosse. I morti lo chiamavano. - Corri ad avvertire il Capitano, io verrò dopo - disse a Sirio. - Non partirò senza di te, dobbiamo ritornare insieme. - Va' subito, altrimenti non fai a tempo. Io devo rimanere - insistette Rondine con voce stranamente autorevole. - Nascondo qui la mia arma. Sirio stette un momento indeciso e poi s'inerpicò velocemente verso la base lontana. Una squadra di militi era rimasta a guardia dei sei cadaveri. Quel giorno e tutta la notte i morti dovevano rimanere in piazza, nel sangue che a rivoletti contorti s'era allungato tutt'intorno. Le donne che erano state costrette ad assistere all'esecuzione, senza forza né di piangere né di gridare tanto erano sconvolte, cominciarono ad avvicinarsi, prima incerte, poi più decise e unite. I militi urlarono di fermarsi, fecero muro attorno ai cadaveri, spararono alcune raffiche in aria. Le donne si fermarono. Si fece largo il prete. Si trovò il mitra puntato sul petto. - Indietro - gli ordinò il sergente. - Debbo fare il mio dovere di prete - e scostò con una mano la canna del mitra. L'altra portava l'ampolla dell'olio santo. - Ho l'ordine di sparare contro chiunque s'avvicina - gridò il sergente. - Sparate, una nuova cassa si fa presto a trovarla - disse il prete. - I morti hanno solo il colore del sangue, lo farei anche se voi foste al loro posto -. Il sergente perse sicurezza. Il prete avanzò ancora, s'inginocchiò nel sangue, unse con l'olio santo i cadaveri. Le donne s'inginocchiarono, i vecchi dietro le donne s'inginocchiarono. Il prete intonò il rosario. Le donne rispondevano forte. Un uomo dell'ultima fila si fece avanti fra le donne inginocchiate, e s'inginocchiò accanto al prete. Chi è? - urlò il sergente al prete. Il prete s'accorse del nuovo compagno, lo fissò, gli fece cenno col capo: - Mi aiuta in chiesa -. Il sergente si scostò. L'uomo sussurrò all'orecchio del prete: - Portiamoli in chiesa, qui hanno freddo. Li porto io a spalla -. Il prete sembrò non udire. Quell'uomo ossuto non l'aveva mai visto, poteva essere un provocatore 288 venuto dalla città. Era stata un'imprudenza rispondere che era il suo aiutante in chiesa. Le donne rispondevano ad alta voce, il prete quasi urlava l'avemaria, i militi avrebbero voluto scappare lontano per non sentire più quelle voci che trivellavano cervello e stomaco. Il sergente gridò: - Basta! - e sparò una raffica di mitra in alto. Un gruppo di donne, invece di rispondere il santamaria, gridò: - AssassiniI . militi voltarono la schiena. Il sergente guardò la gente con occhi che non vedevano e abbassò il mitra. Il prete intonò la Salve Regina. L'uomo si alzò, le donne si alzarono. L'uomo sollevò fra le braccia il giovane ucciso che gli stava davanti e s'avviò verso la chiesa. Il prete sollevò un altro morto, un vecchio si fece largo piangendo: - Mio figlio è rimasto in Russia - e si chinò, ma non riuscì a sollevare il terzo cadavere. Due donne l'aiutarono. Li deposero tutti e sei nel presbiterio che già profumava delle pulizie di natale, con la faccia rivolta alla navata perché la gente li vedesse in volto. Il tappeto delle feste si macchiò di sangue. L'uomo baciò a uno a uno i volti di quei ragazzi, e muoveva le labbra come se parlasse. Il prete baciò a uno a uno i volti di quei ragazzi. Le donne si ricordarono della funzione del venerdì santo quando si bacia il Cristo morto, e cominciarono a sfilare inginocchiandosi davanti a ciascun giovane, chi baciando la fronte, chi il costato, chi i piedi, come al Cristo morto il venerdì santo. Il prete cercò cogli occhi l'uomo che li aveva baciati per primo, ma l'uomo era scomparso. Saputo da Sirio quanto era accaduto, il Capitano partì con una decina di uomini e le armi automatiche. - Ci apposteremo spingendoci il più lontano possibile, in direzione della strada che sale dalla città. Li aspetteremo, dovessimo rimanere fuori tutta la notte, ma nessuno di loro deve più mettere piede in quel paese. Si fermarono solo quando da lontano intravidero la nebbia della pianura. Si disposero a tiro incrociato ai due lati della camionabile, donde potevano controllare per qualche chilometro la strada sottostante che saliva a ripidi tornanti. Stava imbrunendo quando udirono il motore dell'auto fascista. All'ultimo tornante li poterono contare. Erano sei, quattro dentro e due sui parafanghi coi mitra puntati. - Quanti i fucilati di oggi - disse il Capitano, e sparò per primo. I due sui parafanghi rotolarono a terra senza un grido. L'auto si rovesciò crivellata di colpi. Prima di spingerla giù dalla scarpata tolsero ai morti le armi e le scarpe. Cominciava a nevicare. Rientrarono alla base che era notte, e Rondine accanto a Piero aspettava il Capitano per dirgli che i morti avevano vinto. Il campo dava già qualche segno di smobilitazione. Dopo natale avrebbero iniziato la marcia insidiosa verso una vallata più in alto per sfuggire al rastrellamento che, dopo quei giorni di fuoco, sentivano nell'aria. Alla sera del 24 dicembre arrivò dom Luca per la messa di mezzanotte, accompagnato da un giovane che guidava per la cavezza un mulo carico di provviste. - E il dono dell'abate per il natale - disse dom Luca al Capitano indicando il mulo. - Ha pensato che vi potrà servire nei vostri spostamenti. 289 Gli uomini si fecero attorno al mulo. Qualcuno lo accarezzò. - Vale tant'oro quanto pesa - dissero. - L'abate ha avuto un gesto da principe - esclamò il Capitano. - Lei lo conosce - sorrise dom Luca. - Per essere natale ci sarebbe voluto un asino - disse Piero pensando in quel momento alla Campanella. Il mulo aveva portato aria di casa e di presepi. FORTUNATE SENEX... Nei primi mesi del '44, nessuno al paese ignorava che sulle colline e sulle montagne c'erano i ribelli a combattere i fascisti e i tedeschi, e che fra i ribelli si trovavano Stalino, Piero e Rondine. Ma le montagne erano lontane, i ribelli erano lontani, i fascisti e i tedeschi erano lontani. La guardia comunale era come se non ci fosse. Dalla casa del fascio della città non gli telefonavano più. I giovani richiamati alle armi o erano in Germania, o alla TODT, o se ne stavano tranquillamente a casa. I primi momenti, quando in paese correva veloce la notizia, quasi sempre falsa, dell'arrivo dei fascisti, i renitenti alla leva, così li chiamavano, scappavano nei campi; poi, non essendovi mai stata una retata, ci fecero l'abitudine e non scapparono più. La guerra era lontana. Tutti attendevano qualcosa ma da lontano. La gente s'arrangiava per sopravvivere, nella speranza che la guerra dovesse finire lontano. Passavano altissime, che sembravano d'argento quando era sereno, centinaia di fortezze volanti, come le chiamavano. Adesso che sganciavano le loro bombe sulla Germania, davano un senso di sicurezza alla gente. - Con tutti quegli aeroplani, - dicevano - la guerra finisce presto. Ma sono una razza dura i tedeschi. Ci furono in febbraio delle giornate bellissime. L'aria era tersa, che sembrava appena uscita da un temporale, e il sole si sentiva che non era più quello dell'inverno. Maria aveva scovato in un cassettone un vecchio cannocchiale e, in quelle mattinate, trovava il tempo per salire in soffitta ad avvicinare le montagne scintillanti di neve. Ogni tanto Benedetta la raggiungeva: - Vedi qualcosa? - le chiedeva sorridendo, e parlavano di Piero. - Gli deve assomigliare, mamma - e si accarezzava il ventre che cominciava a prendere forma. - Di notte sogno che mi ride di dentro con lo stesso riso di Piero -. Benedetta non voleva commuoversi. Se avesse parlato del bambino avrebbe pianto, e così cambiava discorso: - Fa' vedere anche a me le montagne. Franco passava giornate intere con le parole contate. «Non è giusto che io sia qui» rimuginava di dentro. S'immaginava di fuggire di notte, senza dire niente, e raggiungere il monastero, e poi le montagne. Provava un profondo senso di vergogna e d'impotenza. Aveva comperato dal cognato di Stalino una rivoltella dell'8 settembre e dormiva con l'arma sul comodino. Il cognato di Stalino, da quando era partito Mario, non si rifiutava più di acquistare armi. - A te la do, non la darei a un altro anche se mi pagasse il doppio, perché sono sicuro che tu di stupidate con questa 290 non ne farai - gli aveva detto Pino. - So a che cosa pensi, - gli diceva la madre - non dirmi né sì né no. Noi ci potremmo arrangiare, ma Maria si sentirebbe completamente sperduta. Tu sei ugualmente con Piero; se non si può fare diversamente, basta il cuore. Toni arrivava alla Campanella con le notizie più fantastiche. Le raccoglieva all'osteria, le ripuliva, le riaggiustava, le collocava nei posti che aveva conosciuto durante l'ultima guerra, fra trincee e camminamenti, e le mesceva tutto eccitato entrando in cucina, o alla prima persona che incontrava sull'aia. - Facciamoci un po' di tara - gli diceva il padre. - Un po', ma non molta, ne parlano tutti, è la verità. Vedrai che arriveranno prima i ribelli che gli americani. Sono un esercito. E di Piero? - aggiungeva con un altro tono di voce. - Di Piero niente. La madre non aveva dubbi: - Non si sa niente perché sono andati molto distanti dal monastero. Ma non è capitato niente. Le cattive notizie volano. Poi ci fu il bando del 18 febbraio: chi non si presentava alla leva sarebbe stato fucilato nella schiena. Fu un colpo per il paese. Una donna si fece coraggio e domandò spiegazioni alla guardia. - Se li prendono. Ma il mondo è grande. Come quando si cerca in un posto e avete un bel cercare se quella cosa è in un altro -. La risposta fece il giro del paese e portò alla conclusione che la guardia non avrebbe mai fatto fucilare nessuno. Vollero interrogare anche il maresciallo, per maggiore sicurezza. Andarono in caserma perché da qualche giorno, dopo che la moglie era partita per dare una mano a una parente dalle parti di Roma, dicevano, non si faceva vedere in giro. Venne ad aprire l'appuntato: - Il maresciallo? Il maresciallo se n'è andato. Temeva che lo facessero giurare per la repubblica. Beato lui che aveva la possibilità di andarsene. Venne un nuovo maresciallo, e si capì subito che non valeva nemmeno una ruota della bicicletta di quello di prima. Ma doveva essere un buon uomo, che teneva la divisa solo perché era la sua divisa ancora prima del fascio. Si lasciò sfuggire al caffè, e forse ad arte, rivelando in quel momento un'intelligenza che fu notata solo dagli ambulanti, gente pratica degli uomini: - Mi hanno mandato qui perché è una zona tranquilla. Fanno coi cavalli che hanno a disposizione. Nei posti di montagna mandano altri tipi. Anna, la moglie di Stalino, era al settimo mese. - Curati, - le diceva il cognato - devi farlo nascere forte perché è figlio d'un partigiano. Adesso li chiamano partigiani. - Non li chiamano più ribelli? Ribelli o partigiani, è lo stesso. Però da quelle parti li ho sentiti chiamare partigiani - e le portava, al termine d'ogni giro, un po' di roba, olio d'oliva, sale, una volta perfino una manciata di chicchi di caffè: - Tienilo da conto, per quando sarai più debole. Anna, con l'aprirsi della stagione, cominciò a farsi vedere alla Campanella. La prima volta aveva soggezione di Maria, nonostante che il marito, prima di partire, parlando di Piero, le avesse detto: - È una 291 ragazza che non si da nessuna importanza. Se è nata coi soldi e ha avuto la fortuna di studiare, lei non ci ha colpa. Quelli che io non posso vedere sono»i ricchi che vogliono coi soldi comperare la gente. Ma la seconda volta era come se l'avesse conosciuta alle elementari: «E una donna che aspetta un bambino come me, e ha il marito lontano quando anche lui non era stato comandato di partire, proprio come me». Divennero amiche. Anna, certi pomeriggi che stavano allungandosi, li passava nella cucina della Campanella, sferruzzando con la lana che le aveva regalato Benedetta. E non aveva avuto bisogno di vendere l'orologio. - Sono due maschi, - aveva sentenziato la Cecina - perché i vostri uomini sono forti. Io ho avuto una femmina, dato che a quei tempi ero più forte di Toni. Ma se avessi comperato un figlio dopo il '22, quello era maschio -. Le donne risero. - Ascoltate una vecchia, io non mi sbaglio. Il cognato di Stalino quando, nei suoi giri, andava dalle parti di Roncolo, una tappa la faceva alla cascina di Sbrinz e vi lasciava sempre qualche pezzo di sapone in più. La banda del tenente Dinamite s'era portata più lontano, all'interno delle montagne, ma il collegamento con Roncolo non era stato interrotto, anche se s'era fatto più irregolare. Si dicevano molte cose di quella banda, gente decisa, che con le mani in mano non ci stava; che s'era ingrossata, che non erano più tutti insieme, ma un gruppo qua, uno là, e sempre col tenente che li comandava; che i fascisti avevano avuto dei morti e avevano incendiato delle case e fucilato al cimitero d'un paese tre giovani che non c'entravano... Itcognato scartava le notizie che potevano impressionare Anna e le raccontava solo quelle buone, concludendo immancabilmente che Mario stava bene e salutava tutti. Con la moglie, la sorella di Stalino, invece, non faceva complimenti: - Debbono fare una vita dura, in mezzo alla neve con poco da mangiare e le spie che ci sono in giro. Chissà dove sarà e che cosa patisce in questo momento. Ma non dirlo a tua cognata. Giuliano aveva fatto rinforzare dal fabbro il carretto, un po' a contanti e un po' a credito. Il carretto, con qualche placca di ferro tenuta da grosse viti, non traballava più come prima. - Se aspettavo ancora un po', - diceva Giuliano alla gente che lo complimentava - mi trovavo con l'asino che tirava solo le stanghe -. Ma l'idea era stata del cognato di Stalino: - Quando la stagione va al bello, avrò bisogno di qualche condotta. Roba in giro ce n'è, e io non posso continuare a fare la spola con la bicicletta. Se la raccolgo in qualche posto, tu me la vai a prendere col carretto. Ma lo devi rinforzare, è roba pesante. - Mi salteranno fuori le spese? - aveva chiesto Giuliano. E il cognato di Stalino: - In commercio quel che ci vuole ci vuole, e non si sa mai ciò che può succedere. Chi arriva al camioncino è passato prima dal carretto. Giuliano, quei giorni in cui lo dovette lasciare nel cortile del fabbro, era sempre là: - Non è perché ti voglia insegnare il mestiere, ma io senza il carretto è come se fossi senza una gamba - si giustificava con Natale. Avevano parlato del socialismo che sarebbe arrivato appena finita la guerra, degli uomini che non si sarebbero più odiati e dei poveri che non sarebbero stati più poveri. Parlarono anche dei partigiani: 292 - Sono dei ragazzi, come una volta con Garibaldi - disse Natale. - Se fossi ancora un ragazzo, a quest'ora... - e picchiò con forza sull'incudine. - A chi lo dici... - fece eco Giuliano. Ma la prima condotta col carretto rimesso in sesto non fu per il cognato di Stalino. Fu per i tedeschi. - Proprio me vieni a cercare? aveva risposto Giuliano alla guardia. - Il mio asino non fa un passo se sente odore di tedesco. - È soltanto una proposta per farti guadagnare un po' di soldi. Tanto, loro il grano lo debbono mandare in città. Se non trovano in paese chi glielo porta, cercano altrove. Io lo facevo perché i soldi della condotta rimanessero in paese. Pagano bene, a loro i nostri soldi non fanno gola. E poi c'è sempre il pericolo che ti requisiscano l'asino. Loro sono innamorati degli asini. - Fammici pensare. - Stasera dammi la risposta. Giuliano andò da Toni: - Pensi che sia una cosa da farsi? - Dovremmo farli crepare di fame i tedeschi - rispose Toni scuro in volto. - Se è così, dico alla guardia che ne trovi un altro. Fino ad ora ho mangiato senza i tedeschi e mangerò ancora. - Aspettalo richiamò Toni. - Se ti requisiscono l'asino anche solo per dispetto, allora sì che è finita. Che ne dice Natale? - Natale non sa ancora niente. Ho voluto prima sentire te. Toni provò soddisfazione d'essere preferito al fabbro e si sentì obbligato a ragionarci su ancora un po', con tutta quell'esperienza che aveva. - Se è solo per il grano, io dico che puoi fare la condotta per evitare la requisizione. Se fossero armi, allora è un altro paio di maniche. Ma parlane a Natale. Quattro occhi vedono meglio di due. Il fabbro stette con la mazza ferma sull'incudine e la testa chinata per un tempo che a Giuliano parve eccessivo, e poi disse: - Meglio un asino vivo che un dottore morto. - Che c'entra il dottore? - chiese Giuliano. - C'entra per il proverbio. Io dico che non devi farti requisire l'asino. E poi, se vai per casa dei tedeschi puoi sapere molte cose utili per chi gli è contro. Immaginati che fosse qui Stalino, quante cose ti domanderebbe, dove e quanti sono, com'è la caserma, che armi hanno... - Se è per questo, me lo chiederebbe anche Piero. - Certo, anche Piero - rise Natale. - Così il proverbio ci viene a pennello. Col febbraio, infatti, erano arrivati in paese tre tedeschi, un caporale e due soldati della Wehrmacht. Avevano il portafogli rigonfio di soldi nuovi e di fotografie delle loro case, con moglie e figli sull'uscio. Si dissero subito austriaci, non tedeschi. Quando avevano bevuto più di quanto il loro forte stomaco potesse smaltire, piangevano ricordando moglie e figli sulle fotografie che mostravano a quanti incontravano. Mangiavano fette enormi di lardo, coltellate compatte di burro e cucchiaiate di marmellata come se fossero di polenta. La sposa senza figli, 293 che aveva il marito in Germania in un campo di prigionia e che aveva affittato alcune stanze della sua grande casa in piazza, riprese in breve tempo i colori di prima della guerra. Di sera, fino a tardi, i vicini sentivano ridere e cantare ma non protestavano perché avevano paura: austriaci o no, con moglie e figli a casa o no, erano sempre dei tedeschi. Ogni tanto la sposa affittacamere faceva assaggiare ai vicini un po' di burro e marmellata per tenerli buoni, e diceva: - Sono stata obbligata, perché la casa è grande e sono solaI . vicini annuivano gravemente senza dire niente, e la sposa capiva che non ci credevano, e ne soffriva, come se le avessero detto in faccia che non era una donna seria. Cominciarono a chiamarli i vaccari per via dei gambaletti di legno e cuoio che s'infilavano quando andavano nella stalla del negoziante di bestie a concludere l'affare. Due volte alla settimana la stalla del negoziante si svuotava e si riempiva, e i tedeschi facevano salire le bestie sul camion che veniva dalla città, urlando in tedesco. - Che pretesa - diceva la gente quando vedeva che le bestie, invece di salire, si sparpagliavano nella strada. - Vorrebbero che le bestie italiane capissero la loro lingua. Ma già, per loro è tutto lecito -. Con la guerra, il negoziante di bestie s'era buttato anche nel commercio del grano libero dall'ammasso, e i tedeschi ritennero che fosse conveniente comperare bestie e grano da uno solo. - Noi siamo gente civile, - dicevano i vaccari alla gente - paghiamo quello che è giusto. - Quello che è giusto è la loro pancia e il portafogli del negoziante - diceva la gente in faccia alla moglie del deportato in Germania, perché non pensasse che nel giusto dei tedeschi fosse inclusa anche lei: e bisognava tenersela buona. Così anche Giuliano divenne collaboratore dei tedeschi, col primo carico di grano che trasportò al deposito militare della città. «Lo faccio per l'informazione» pensava mentre caricava i sacchi e non guardava in faccia chi gli passava vicino, per la vergogna. - Non ci arriva in città quell'asino, appena fuori del paese gli scoppia la milza - gli gridò un ragazzetto sfrecciandogli accanto con la bicicletta. Giuliano non ebbe nemmeno la forza d'imprecare tanto era triste. Adesso l'avrebbero preso per una persona poco seria, da metterlo vicino al negoziante di bestie e alla sposa affittacamere. - Dagli dell'olio - gli gridò un altro, mentre il carretto cigolava da tutte le parti. Giuliano uscì dal paese a testa bassa, come bassa era la testa del suo asino per lo sforzo. - La seconda volta non ci vado più - disse Giuliano, di ritorno, a Toni e al fabbro. Ma tutti e due l'incoraggiarono: - Non ti lascerai impressionare dalla gente che parla solo perché ha la bocca! Noi sappiamo che fai la condotta non per i tedeschi ma per l'informazione. - Io non ho avuto nemmeno la forza di guardarmi attorno, mi sentivo un ladro colto con le mani nel sacco, altro che informazioni. - Vedrai che, andando avanti, ci troverai gusto a guardarti attorno per riferire poi a quelli che sono contro i tedeschi. - Ma chi sono? 294 - Già, a chi dare queste informazioni? Almeno ci fosse ancora il professore. .. - buttò là Toni. - Bisognerebbe scovare il professore - disse Natale che non aveva creduto alla voce di Bari. - Tu ne sai qualcosa? - Ne so quanto te - tentennò Toni. - Ma ci si potrebbe interessare. .. E che cosa hai visto? - chiese a Giuliano. - C'erano altri carretti e carri con sacchi di grano che abbiamo caricato sui camion. C'erano tedeschi che ridevano e gridavano, ma non ho capito niente. - E armi? - Soltanto i pistoloni che penzolavano dal sedere dei tedeschi, alla moda dei vaccari di qui. Toni ne parlò con Franco: - E il caso d'avvertire il professore? - Sono notizie che potrebbero interessargli solo se fossero più complete. Per esempio, da dove vengono quei camion, dove vanno col loro carico, quanti ne partono alla volta... Se vanno dalle parti dove ci sono partigiani per rifornire i presidi tedeschi, allora la notizia potrebbe interessare. - Capisco, - disse Toni - vuoi dire che i partigiani potrebbero far sparire qualche camion. Ci fossi io invece di Giuliano... Giuliano si emoziona troppo. Potrei andare con lui, e mi faccio passare come suo aiutante. - Se il professore dice che vale la pena... Il professore fece sapere che era d'accordo; con la primavera dovevano succedere grandi cose e ogni informazione, anche se apparentemente senza importanza, poteva avere il suo peso. Toni partì un'ora dopo Giuliano, in bicicletta; andando piano e fermandosi ogni tanto, aveva calcolato di raggiungere l'asino alla porta della città. - Non ce la farai - gli disse la Cecina cui non andava affatto a genio quella storia. - Figurati, ce la fa l'asino di Giuliano che ha un carretto da tirare... e poi quando sono stanco mi riposo. - A casa ritorna almeno col carretto, e la bicicletta sopra. Ma a casa quel giorno ritornò solo Giuliano, la lingua grossa da non riuscire a raccontare quello che era successo. Il fabbro lo fece bere: - Adesso raccontami. - L'hanno arrestato appena siamo entrati in cortile a scaricare. Un tedesco gli puntò contro la rivoltella: Tu qui, tu essere partigiano, tu essere armato, e gli tolse la roncola. - Che bestia Toni ad andare in bocca ai tedeschi con la roncola. Ma non hai detto a quel crucco che Toni era nato con la roncola attaccata al sedere? - Mi si è ingrossata la lingua... E poi non l'ho più visto, è stato portato subito via - e Giuliano si mise a piangere, emettendo guaiti da cane ferito. - Adesso smetti, sei un uomo. Finisci di bere e andiamo dai vaccari. Il caporale fece una faccia scura, aveva capito che era stato preso un 295 partigiano al seguito di Giuliano: - Brutta faccenda, ordine fucilare i partigiani. - Ma Toni non è un partigiano - alzò la voce il fabbro. - Chi essere armato... - Toni non era armato, aveva solo la roncola. - Che, roncola? - Roncola, coltello per tagliare i rami delle piante. - Arma, arma, tagliare gola... - Andiamo via - disse il fabbro a Giuliano - altrimenti uno sproposito lo faccio io con la mazza - e lo prese per un braccio. - No, non andare via così, noi essere amici - disse il caporale. - Toni, sì, è nostro amico. Tu sai che Toni non era armato, non è un partigiano, e non vuoi fare niente per salvarlo. - Io non potere nulla, io avere paura, paura di voi e delle esse esse, paura di tutti. Solo bestie non farmi paura. - Andiamo - disse bruscamente il fabbro a Giuliano. - Dove andiamo? - Dall'arciprete. La voce aveva raggiunto la Cecina alla Campanella. S'era messa a urlare: - Adesso me l'ammazzano quei figli di cani e di vacche. Non era bastato l'olio di ricino, me lo vogliono far fuori per una roncola. Tutte le scuse sono buone per ammazzare un cristiano. Ma gliela farò vedere io chi è la Cecina. S'annodò il fazzoletto e si strinse lo sciallino nero sulle spalle. - Vado dalla guardia - gridò che era già sotto il portone. Benedetta la rincorse e la prese per il braccio: - Calmati, non succederà niente. Adesso Franco va dall'arciprete. Lui sa quello che bisogna fare, vedrai che tirerà fuori Toni da questo pasticcio. La guardia è un poveretto come noi, non conta niente. Maria accarezzò sul fazzoletto nero la Cecina: - Gli uomini in questi tempi ci fanno soffrire, vero? Ma non succederà niente, né a Toni né a Piero. La Cecina si calmò. - Per calmarmi debbo piangere - disse, e si mise chetamente a piangere. - Se ha bisogno del barroccio, lo accompagno io - disse il padre a Franco. - Tu non puoi andare. L'arciprete stava ascoltando il racconto di Giuliano quando arrivò Franco. - Hanno perfino paura d'un vecchio che porta una roncola - commentò. - Quos Deus vultperdere... Si dibattono come bestie in gabbia, guai ad andare nella loro gabbia... Spero che nella gabbia ci sia qualcuno che ragioni. Altrimenti mi rivolgerò al vescovo. Le donne erano sull'uscio di casa quando l'arciprete passò per il paese sul barroccio. Anche la guardia, che gli si affiancò per qualche metro: - Dicono che il comandante del deposito fosse un professore di latino, dovrebbe ragionare - bisbigliò all'arciprete. - Speriamo che ritorni con Toni. 296 - Se era professore, dovrebbe almeno avere un'oncia di senso del ridicolo - disse l'arciprete al padre di Franco. - In divisa quella gente non si ricorda di niente. Erano le prime ore del pomeriggio, l'aria si stava intiepidendo. - Si sente già la primavera... Starà meglio anche Piero - disse l'arciprete., - Se avessero preso Piero, a quest'ora potevamo andare a ritirare il cadavere, se ce lo davano - rispose cupo il padre. Il cavallo correva veloce. Franco, da quando Piero era partito, gli aveva tolto il campano. - Anche il cavallo deve rendersi conto di quello che sta succedendo - aveva approvato il padre. Il padre sovrapponeva immagini di Piero a quelle di Toni, e schioccava di tanto in tanto la frusta, come per concedersi un attimo di respiro in tanta apprensione. - Saremo a casa per il coprifuoco? - ruppe il silenzio l'arciprete. - Purché quel tedesco... A conoscere Toni c'è da temere il peggio. Lui è capace di dire che non ha paura di loro come non l'ebbe dei fascisti nel '21. , - Se quel tedesco si ricorda un attimo d'essere stato professore, apprezzerà le parole di Toni. Il paese era in agitazione. Al caffè guardavano ogni tanto l'orologio della torre e seguivano l'itinerario dell'arciprete. Il cognato di Stalino disse alla moglie: - Se Mario fosse vicino, gliela farebbe vedere lui a toccargli Toni. Il barroccio si fermò a qualche decina di metri dal deposito militare. - Se non riesco a convincere quel tedesco, andremo dal vescovo. Aspettami qui - disse l'arciprete scendendo. La sentinella non lo voleva far passare, ma il tono deciso di quel prete, la sua figura eretta, i suoi occhi azzurri lo colpirono. Chiamò il sergente, parlottò con lui, mentre l'arciprete ripeteva: - È una cosa molto importante. Un prete che è stato professore di latino e di greco gli vuol parlare con urgenza. Avvertitelo. - Aspettate - disse finalmente il sergente, e scomparve. Dopo un poco si rifece vivo: - Venite. Il comandante parlava correntemente l'italiano. L'arciprete lo spogliò della divisa, lo vide in cattedra e si sentì a suo agio. - Lei insegnava latino, vero? - Come può sapere? - chiese sorridendo il comandante. - Venti anni, in un liceo di Vienna. - Extemplo Lybiae magna it fama per urbes... - Fama, malum qua non aliud velocius ullum... - riprese subito il comandante abbassando gli occhi. - Saltiamo questo inciso, professore... La sua fama, solo da poche ore è vero, non è di questo tipo, ma mobilitate viget virisque adquisit eundo, parva metu primo, max sese attollit in auras... - Sono quattro anni, reverendo, che non sento una voce richiamarmi la dolcezza di questi suoni... E perché voleva saltare quell'inciso, se 297 non sono troppo curioso? - Perché vorrei, professore, che il suo ricordo rimanga legato alla pietas virgiliana, che oggi ha la possibilità di onorare. - Dica, reverendo. L'arciprete raccontò di Toni. - Ah, quel vecchio, con l'arma... come si dice in italiano? - Roncola... - Ah, roncola, roncola... dal latino runco, vero? È della sua parrocchia quel vecchio? - Sì, professore, trent'anni che lo conosco e l'ho sempre visto girare con la roncola, ad eccezione di quando si mette i pantaloni della festa. La roncola è un po' come la sua mano. - Non doveva entrare qui con la roncola, i miei uomini hanno considerato il gesto come una sfida. - Capisco, - s'affrettò a dire l'arciprete - non conoscendo le abitudini dei nostri contadini... - Mentre nospatriae finis et dulcia linquimus arva - lo interruppe il comandante. - Bisogna comprendere anche i miei uomini... Io stamattina non c'ero, altrimenti non avrei dato importanza al fatto. En, qua discordia civisproduxit miseros.. . - Ricomponiamo questa discordia, professore, almeno in una piccolissima smagliatura del nostro unico tessuto. - Se posso ancora, se quel vecchio non è stato portato al comando di piazza per l'interrogatorio... Chiamò. - Vede, reverendo, io quando rientrai non potevo più fare nulla, i miei uomini l'avevano arrestato e non c'era nessuno che garantisse per lui... I miei uomini non brillano per umorismo, ma bisogna capirli. Entrò il sergente. L'arciprete spiava le reazioni del volto del comandante. Gli svanì l'incubo vedendo quel volto spianarsi. - Bene, è ancora qui, e al comando non sanno nulla. Potrà ritornare al paese con voi, ma la roncola me la terrò io, a ricordo; no, diciamo meglio, è sequestrata. L'arciprete gli prese una mano fra le sue: - Grazie professore: Non equidem invideo; mirar magis: undique totis usque adeo turbatur agris. - Deus nobis haec otiafecit: namque erit ille mihi semper deus, - soggiunse il comandante con un velo di tristezza nella voce. Entrò Toni accompagnato dal sergente: - Oh, arciprete... - Toni, andiamo a casa, c'è fuori il barroccio della Campanella che ci aspetta. - Perfino lei s'è dovuto disturbare... roba da non raccontare alla gente - si lasciò scappare Toni. Il comandante sorrise: - Libertas, quae sera, tamen respexit mertem... - Ma questa è aria di chiesa, non di tedesco - esclamò meravigliato Toni guardando l'arciprete. - E che dice? - Dice che non devi più portare la roncola quando vieni da queste parti - rispose l'arciprete. 298 - Sì, la roncola, e non gliela posso nemmeno restituire. La terrò io come ricordo di questa rara ora virgiliana - disse il comandante guardando l'arciprete negli occhi. - Se è per questo - fece Toni - gliela lascio volentieri, tanto a casa ne ho un'altra. - Ma solo nei campi - aggiunse il comandante sorridendo. Si alzò, strinse la mano all'arciprete e poi a Toni: - Fortunate senex, ergo tua rum manebunt... - Che dice? - e Toni guardò l'arciprete. - Dice che quando sarà finita la guerra verrà al nostro paese e faremo festa assieme. - Grazie, reverendo. Il barroccio partì che sembrava portasse amici felici a un matrimonio. Toni continuava a parlare. Il padre gli dette corda; gli fece intendere che in paese ormai sarebbe stato un mezzo eroe, che perfino la Cecina, prima di contraddirlo, ci avrebbe pensato due volte dopo che aveva rischiato la fucilazione... L'arciprete aveva chiuso gli occhi e sorrideva. Il miracolo dell'universalità prodotto dalla poesia, in una lingua che è ordine, compostezza, armonia, che ci fa sentire eredi uguali d'una stessa ricchezza. E Dio, Dio... il miracolo delle lingue unificate nella pietas... Cominciava a imbrunire, l'aria s'era raffreddata. Si tirarono sulle ginocchia la coperta pesante. - Sono in tre - gridarono le donne all'inizio del paese, - Toni è tornato. Altri usci si aprirono, uomini e donne s'affacciarono, qualcuno battè le mani, i ragazzetti interruppero la cena e seguirono correndo il barroccio, l'arciprete vide sull'uscio la guardia e la salutò con un largo gesto della mano, Toni scese in piazza, e fu subito circondato dagli uomini che erano usciti dalle due osterie e dal caffè: - Sei un gatto, Toni, perfino ai tedeschi gliela fai -. Chi gli batteva una mano sulla spalla, chi lo prendeva per un braccio, chi lo spingeva verso il caffè: - Vieni a bere un bianchino, te ne meriti una brenta. - Vieni all'osteria, Toni, là il vino ti piace di più, ci hai già la bocca. Vinsero quelli del caffè perché il caffè era a due passi. Il bicchiere era sempre pieno. Toni parlava con gusto e diceva di più di quanto avesse visto. Era tutto infervorato quando arrivò la Cecina. La donna si fece largo sotto i portici dove si erano fermati gli uomini delle due osterie, entrò nel caffè, prese il suo uomo per un braccio e cercò di trascinarlo fuori senza tanti complimenti: - Mi fai stare tutto il giorno col sangue impaurito e poi vengo a sapere dagli altri che nemmeno i tedeschi ti vogliono. Vieni a casa, avrai tempo di raccontare... - Ma la voce non era quella della Cecina quando si beccava col suo uomo. - Vengo fra un po', tanto sai già tutto. - Lasciatelo qui ancora un minuto, Cecina. - No, deve venire a cena. Io i bicchieri non glieli ho contati, ma a calcolare dal tempo che è qui, ci vorrebbe il pallottoliere. Deve venire a cena. 299 Toni si rassegnò, si rivolse a quelli del tavolo e sogghignò: - Non vedete che sono caduto nelle mani di un altro tedesco, peggiore di quello della roncola? - Ridi pure, ma ti volevo vedere stamattina che piega facevano i tuoi calzoni. - E Giuliano? - chiese Toni mentre si alzava. - Giuliano piangeva ma adesso sta già ridendo, perché Natale è corso a dargli la notizia - gli dissero. Erano sotto il portico che suonava la campana del rosario. - Stasera un'avemaria la devi dire anche tu, dopo la grazia che hai ricevuto - sussurrò la Cecina al suo uomo per non farsi sentire dalla gente. - All'arciprete gliela devo dire? Domani vado ad asciugare un fosso e gli porto il pesce che prendo. Questo vale più di un'avemaria. - Nemmeno con la morte sotto il naso smetti di bestemmiare. La Cecina lo teneva sotto braccio. La gente li salutava: - Due sposini freschi sembrate, tanto andate stretti. - Stretti? E lei che mi fa da carabiniere - rispondeva Toni. Ma si capiva dalla voce che era contento che la sua donna l'avesse preso sottobraccio, e non si vergognasse della gente. Con la primavera, la città fu invasa dalla Decima Mas. Giovani, alcuni ancora ragazzi, con mitra lucenti a tracolla, s'accalcavano all'ora del passeggio sul corso e nei giardini pubblici, contendendosi le poche ragazze che gironzolavano nei paraggi apposta in quell'ora. I caffè del centro, con quell'arrivo, dovettero rinforzare il servizio. Il denaro correva, e le ragazze nei caffè e nei giardini ridevano forte. - Svergognate - diceva la gente, e tirava via. - Lasciateci divertire, - dicevano quei giovinetti armati - durerà poco. Fra un mese potremmo essere tutti sottoterra. O li uccidiamo noi o ci uccidono loro -. Si preparavano al rastrellamento sulle montagne contro i partigiani. La città era una sosta per ubriacarli e farli correre baldanzosi, nel ricordo delle ragazze che lasciavano, verso la morte. I vecchi fascisti, sferzati da tanta gioventù, vollero dare dimostrazione alla città che anche loro erano vivi. I tedeschi li avevano quasi ignorati, intenti com'erano a raccogliere e a smistare grano e bestie provenienti dalla grassa pianura, e non avevano mai nascosto un certo fastidio a trattare con loro quando diventava necessario. Dalle SS del presidio militare non avevano ottenuto di più, se non una certa condiscendenza che pioveva dall'alto e acutizzava, così, il loro isolamento e la loro umiliazione. La città era calma, non era scoppiato nessun incidente come invece in altre; la nebbia, la neve e, adesso, l'accarezzante sole primaverile sembravano livellare ancora di più sentimenti e terra. Gli antifascisti, dopo i primi mesi di clandestinità, visto che non succedeva niente, avevano cominciato a farsi vedere in giro. L'avvocato era ritornato e, attorno a lui, s'era costituito il comitato di liberazione. L'invito ripetuto alla prudenza e alla clandestinità non era sempre ascoltato. - Qui non è come nelle altre città, qui i tedeschi vogliono solo raccogliere grano e 300 bestie; se li lasciamo stare, loro non si curano di noi, e i fascisti senza di loro sono come i burattini senza la mano che li sostiene. Ma con la nuova ventata di giovinezza fascista, il rancore accumulato per tutto l'inverno dai vecchi fascisti, contro tutti, tedeschi da una parte e antifascisti dall'altra, cui si aggiungeva il disprezzo per una popolazione tarda e pigra a reagire, come i buoi di quella terra che tiravano lentamente l'aratro senza curarsi quale fosse il pungolo che li spingeva, scoppiò violento. Furono rivisti attentamente gli elenchi degli antifascisti di sempre e di coloro che s'erano messi in vista durante i quarantacinque giorni di Badoglio, si incoraggiarono con nuove promesse le spie, fu requisita una villa lungo il viale delle antiche mura, si permise che un fascista, venuto da fuori con la sua squadraccia gradassa e torva, vi si installasse; e cominciarono gli arresti. L'avvocato fu avvertito appena in tempo per non farsi arrestare nel suo letto; ma altri, appartenenti al comitato o ignari cittadini, in una notte di fine aprile, finirono nella villa requisita. La mattina dopo, i vicini della villa assicurarono di non aver potuto chiudere occhio per le grida e gli urli che ne uscivano. Fra gli arrestati c'era anche il giovane che teneva il collegamento fra il comitato e il professore. Le norme della clandestinità rientrarono subito in vigore. L'avvocato fece immediatamente avvertire il professore di scomparire dalla canonica e di raggiungere un posto più sicuro dal quale avrebbe potuto riprendere i contatti. - Si potrebbe pensare per qualche giorno alla canonica di don Giuseppe - disse l'arciprete al professore. - Nel frattempo ne parlerò al vescovo; sai che anche lui ti vuol bene, e ci aiuterà a trovare una soluzione. L'arciprete anticipò l'ora della passeggiata, prese l'ombrello da sole e s'avviò verso la canonica di don Giuseppe. - Et unde hoc mihi ut veniat dominus meus ad me? - baritonò dallo studio don Giuseppe, quando la sorella, emozionata, gli sussurrò affacciandosi: - Piove rosso, c'è l'arciprete. L'arciprete s'era fermato nell'atrio. Don Giuseppe gli andò incontro: - Che buon vento, don Angelo? Sono anni che non metti più piede qui. - Se fossi capace di andare in bicicletta... - E sì che al tuo paese ci sono più biciclette che anime - rise don Giuseppe. - Ma vedo che le gambe ce le hai buone. Beatrice, stappaci una bottiglia di quello legittimo. Entrarono nello studio. Don Giuseppe si fece serio: - È successo qualcosa a Piero? - No, no, di lui non abbiamo notizie da tempo, né in bene né in male. Sono qui per Salvatore. - Allora non è vero che fosse scomparso e si trovasse al sicuro a Bari. - Tu ci credevi? - Un dubbio che Bari fosse la tua canonica ce l'ho sempre avuto. E adesso che succede? - Hanno arrestato chi conosceva il suo rifugio. Dicono che sevizino 301 gli arrestati... Salvatore è in pericolo. Don Giuseppe prese in mano la baionetta e cominciò a rivoltarla fra le mani. Faceva sempre così quando aveva capito lo scopo della visita e l'interlocutore la prendeva alla lunga come se temesse di chiedere troppo. Si dice: sono venuto per questo e per quest'altro, puoi aiutarmi? Lo conoscevano, lui non prendeva giravolte, sì e no, perché una mano, per dirla col Manzoni, lava l'altra e tutte e due lavano il viso. Ma con l'arciprete si sbagliò. Quando si trattava di altri, l'arciprete imboccava scorciatoie: - Puoi aiutarlo? Si tratterebbe, per qualche giorno, di spostare il mare di Bari nella tua canonica. Dico qualche giorno, in attesa di trovargli un altro rifugio. Don Giuseppe depose la baionetta perché voleva gustare l'ondata di simpatia e di riconoscenza verso l'amico vicario foraneo che l'aveva scelto per un compito tanto delicato. Senza averlo mai detto, nemmeno forse a se stesso, ci teneva alla stima dell'amico che riconosceva molto più dotato di lui, sprecato, anzi, a parlare dai tetti in giù, in quella parrocchia di campagna quando parroci di città, con tanto di fibbie alle scarpe e di bottoni rossi sulla sottana, non gli stavano nemmeno alla suola. E fior fiore di prete perché era un galantuomo che, nelle sue parole, si fermava sempre a un metro prima di quanto facesse in realtà. Be', lui ci scherzava sopra un poco per via delle citazioni di Dante, Manzoni, Virgilio e Orazio, ma solo per avere una materia veniale di mormorazione da confessare; non certo per rimproverare all'arciprete di volersi mettere in mostra. E davanti a chi, poi? A gente che non sapeva niente di quei grandi? Don Giuseppe s'alzò e andò vicino all'arciprete: - Guardagli disse. - Fuori da questa parte c'è l'orto, e dopo l'orto ci sono campi a non finire. Vieni a vedere, adesso. Lo portò nel cortile. - Muri alti tre metri tutt'intorno, e per entrare bisogna passare dalla porticina con la campanella. Poi c'è l'abside della chiesa, che è un labirinto. Gente qui ne viene poca. D'estate sono nei campi e d'inverno nelle stalle, anche i ragazzi. Un posto che è meglio di Bari. L'arciprete gli strinse il braccioNe : ero certo, don Giuseppe. Sei sempre stato un generoso. - E tu, che hai fatto prima di me? - Ma Salvatore era mio amico, mentre per te... Ma lo conoscerai meglio, non si può non volergli bene. Ha tanto sofferto. - E non basta? - Tua sorella? - Se ha da lavorare è più contenta. Le piace chiacchierare, ma se le dico di tacere, è un sigillo. La bottiglia ci aspetta. - Madonna - fece la sorella alla notizia. - Ma si adatterà un professore di quella sorta? Qui viviamo alla buona, puliti, però... E per quando? - Per stasera. - Adesso prendo la via dei campi per passare prima dalla Campanella. Salvatore partirà da là - disse l'arciprete. 302 - T'accompagno per un po' di sentiero. I fossi erano colmi d'acqua pulita. - Sai, don Angelo, quando arriva la primavera sento una voglia matta d'andare a rane, come oggi, ad esempio, tanto sono contento. - Ci credo - sorrise l'arciprete. - Ricordati, fa' sparire la baionetta dalla tua scrivania perché se ti arriva in casa qualche tedesco... - e gli raccontò l'avventura di Toni e il miracolo operato da Virgilio. - Dici che debbo anch'io riprendere in mano le Bucoliche! Sul tardi, Franco entrava con cavallo e carretto nel rustico della canonica e ne usciva con un piccolo carico di fieno, acquistato dalla prebenda perché il primo taglio d'erba era piuttosto in ritardo e il fienile si stava svuotando. Alla Campanella il professore fu accolto come una reliquia. Pallido, i capelli lunghi che sembravano più bianchi, le mani più affilate, qualche ruga che prima non si notava, fu attorniato dai suoi amici in silenzio e fatto entrare in cucina dove era quasi pronta la cena. Toccò a Toni rompere il silenzio: - Ho seminato anche i ravanelli, professore. - Ma vuoi che il professore abbia in mente i ravanelli adesso? quasi lo rimproverò la madre. - Siete voi che non parlate, sembrate fare veglia a un morto. Tocca a me rompere il ghiaccio, e poi dico stupidate. Il professore sorrideva. Voleva dire tante cose assieme alla sua gioia di rivedere volti amici, ma era come frastornato. In poche ore aveva dovuto affrontare una nuova situazione, accettare di dipendere da altre persone, metterle in condizione di rischiare per lui, e senza potere esprimere tangibilmente la sua gratitudine. Gli riuscì di dire: - Vi ringrazio, e vi prego di scusare il disturbo che vi do. - Disturbo? - disse il padre. - Questa parola non la deve nemmeno pensare. E un onore poter fare qualcosa anche noi. - Da quando è andato via Piero, la sentiamo un po' parente - disse la madre. - Anche a me è capitato così, Benedetta - disse Toni. -Da quando i tedeschi mi volevano far la pelle per la roncola, anch'io mi sento un po' parente del professore. Ma se non fosse stato per l'arciprete col suo latino... Parlarono di Piero. Maria taceva. Il professore la guardava con tenerezza. - A quando? - le chiese. - A fine giugno. - Vedranno un mondo nuovo, ma non dovranno dimenticare che furono i loro padri a conquistarlo... e anche le loro madri. Maria chinò la testa sul suo ventre gonfio. - Non vedranno più guerre, allora? - chiese la madre, mentre preparava la tavola. - Certamente no, se si ricorderanno quanti dolori il nuovo mondo è costato. Toni e Franco accompagnarono il professore alla canonica di don Giuseppe per la via dei campi. A ogni movimento brusco sul sentiero 303 un raggio di luna cercava il filo recentemente rifatto della vecchia roncola ripescata dalla legnaia, che batteva sulla natica di Toni. - Quel don Giuseppe è un prete più alla mano del nostro arciprete commentò Toni di ritorno. - Lui non avrebbe parlato in latino col comandante tedesco per tirarmi fuori. Chissà che trucco avrebbe inventato, ma ci sarebbe riuscito ugualmente. Io non lo conosco, ma ho idea che nel '21, se non fosse stato prete, anche a lui avrebbero dato da bere l'olio di ricino. Era il secondo giorno di sevizie nella villa del viale sulle antiche mura della città. I vicini non dicevano più nulla, ma ormai tutta la città parlava di cose orrende. Parenti, amici degli arrestati, ma anche chi non era direttamente interessato indicavano a dito i fascisti della città, cui non era stato torto un capello il 26 luglio, quasi fossero loro i responsabili delle torture. La rabbia esplose in dialetto contro i vecchi e i nuovi tesserati, negli uffici, nei caffè, nella stessa sede del fascio. In città tutti si conoscevano, e chi non si conosceva il dialetto gli dava il diritto d'imprecare contro quelli che parlavano lo stesso dialetto. Per un po' i fascisti nostrani risposero in italiano che loro non c'entravano, che quelli della villa erano venuti da altre città, e la gente s'infuriava ancora di più perché parlavano in italiano. Svergognati a quel modo, i vecchi fascisti si riunirono per decidere sul da farsi: - Quello è matto, quando è stanco se ne va, e noi rimaniamo con tutte le colpe. Fare qualche arresto, va bene, per tenere calma la gente, ma con la legge. I giovani della Decima Mas si preparavano a partire e ridevano in faccia ai vecchi fascisti in divisa. Costoro si ritrovarono di nuovo soli, i tedeschi non avevano mosso un dito, la gente imprecava, quelli della villa li ignoravano, e a poco a poco ripresero a parlare in dialetto. Uno del gruppo, che tutti chiamavano dottore, aveva ricevuto una telefonata dal vescovo. Il vescovo non parlava dialetto ma lo capiva molto bene. Parlò italiano, con l'accento delle sue parti per renderlo più significativo. Gli ricordò la parola, e più che una parola, spesa per lui e i suoi camerati il 26 luglio; gli domandò se avesse ricevuto qualche torto, l'assicurò che la prossima volta non avrebbe speso nemmeno un centesimo non per mancanza di carità cristiana ma perché sarebbe stato inutile, gli chiese se odiava proprio la sua città fino a quel punto e riattaccò. Il dottore raccontò nella sede del fascio la telefonata: - Se anche i preti si mettono contro di noi è finita. - Sono già contro di noi adesso, non come prima che ci facevano il saluto e l'inchino - saltò su una voce. - È vero - ammise il dottore - ma il pulpito non l'hanno ancora adoperato. E se si mettono col pulpito, in chiesa ci vanno anche i massoni pur di dimostrare che sono contro di noi. L'argomento del pulpito fece colpo. Andare sulla bocca della gente era ancora sopportabile; ma dal pulpito, era come far scoppiare una bomba anche in casa propria. Tutti ne convennero. - E chi fa smettere quel matto? Ha l'appoggio addirittura d'un ministro. 304 - Un sergente tedesco vale più d'un ministro fascista - disse uno ridendo amaro - e noi qui abbiamo un capitano. - Chi ci va? Designarono tre dei più facoltosi, che commerciavano coi tedeschi. Furono ricevuti il mattino dopo dal capitano delle SS, al comando di piazza. Gli esposero la situazione di disagio in cui si trovava la città a causa d'un gruppetto di facinorosi, una cittadina che non aveva mai intralciato i piani del valoroso esercito tedesco, una ricca miniera di grano e di bestie per il vettovagliamento delle truppe. Arrestarli, gli antifascisti, era doveroso, ma non torturarli. < - Ah, sapete questo. Chi ve l'ha detto? - Ne parla tutta la città. - Faccenda vostra. Io sono occupato in cose più serie. - Anche questa è una cosa seria - disse il proprietario di diverse cascine che amministrava standosene in città. - Non vorremmo che nascessero difficoltà per il vettovagliamento. - È una minaccia? - Noi siamo a fianco dell'alleata Germania, non abbiamo tradito disse. - Siamo pronti a combattere. Il capitano accennò a un sorriso: - Voi siete responsabili dell'ordine pubblico. Vi ritengo responsabili. Quanto agli arrestati è faccenda vostra. - Non abbiamo nessuna autorità sulla squadra della villa. Chi la comanda è protetto da un ministro, non è uno di qui. - Un ministro, dite? Ministro della giustizia, immagino. Andate, faccenda vostra. Heil Hitler. La delegazione si trovò nel cortile del comando senza rendersene conto. - Io me ne lavo le mani, mi ritiro in campagna e non mi faccio più vedere - disse il proprietario di cascine. - Anche tu hai voluto gli arresti. - A titolo dimostrativo, per far vedere che c'eravamo anche noi, ma non le torture. I miei bisnonni erano di qui, io sono di qui, mia moglie è di qui, da secoli siamo legati a questa terra, e ci voglio rimanere, possibilmente vivo. - Come se noi fossimo venuti da fuori. È quel matto che non sappiamo da dove viene. Il vescovo telefonò al prefetto. - Tutto verrà fatto nel rispetto della legge, eccellenza. - Anche le torture sono secondo la legge? Dall'altro capo del filo ci fu un attimo d'esitazione. - Dunque lei sa, signor prefetto - incalzò il vescovo. - Sono voci messe in giro ad arte. - Se è così, mi dia l'autorizzazione a visitare i prigionieri, e nessuno sarà più lieto di me di smentire quelle voci. - Non posso, eccellenza, siamo in fase istruttoria. - A suono di nerbate? - Esagerazioni, vi ripeto; certo, quei ragazzi sono un poco irrequieti... - Bene, signor prefetto, domenica la mia omelia in cattedrale sarà 305 anch'essa un poco irrequieta... Sono stato un alpino, non ho paura... - C'è di mezzo un ministro... - quasi lo supplicò il prefetto. - Nell'omelia avrà un posto di riguardo, come s'addice a un ministro. - Voi minacciate... - Non è una minaccia, è mio dovere difendere coloro che patiscono persecuzioni e ingiustizie... Riattaccò. Era spossato. Aveva voluto che il parroco della cattedrale fosse presente alla telefonata. - Mi faccia la carità di trascrivere fedelmente questa, diciamo così, conversazione. Poi, durante la mia omelia, controllerà se tolgo o aggiungo qualcosa. - È pericoloso, eccellenza; quella gente è scatenata, non intende ragioni. - Mi debbono ammazzare per farmi tacere - rispose il vescovo guardando fisso il crocifisso sulla scrivania. Lo sguardo era fisso sul crocifisso, ma era come se il vescovo avesse davanti il vuoto. Il parroco della cattedrale salutò e uscì, ma il vescovo non aveva visto né udito nulla. Si riebbe quando venne la suora ad avvertirlo che il pranzo era pronto. - Grazie, non ho fame. Esco, debbo uscire. Si mise il rocchetto, il soprabito, prese il cappello coi fiocchi verdi e scese l'ampio scalone del palazzo. Incrociò i curiali che gli fecero largo, abbracciò con uno sguardo la sua cattedrale, attraversò in fretta la piazza del duomo disturbando appena di qualche saltello i colombi, e si avviò verso il viale delle antiche mura. _ , ,I rari passanti a quell'ora lo salutavano rispettosamente e si voltavano poi a guardarlo incuriositi per il passo frettoloso. Il vescovo rispondeva al saluto ora alzando il cappello, ora abbozzando una benedizione. Imboccò il viale deserto. Le due file d'alberi cominciavano a rinverdire. La villa era a metà viale. Fece gli ultimi cento metri con passo ancora più affrettato, quasi fosse in ritardo su un appuntamento importante. Si trovò davanti al cancello del giardino antistante alla villa e cercò d'aprirlo. Dalla villa uscì un milite col mitra puntato: - Che volete? - Entrare. Il milite gridò: - Avete sbagliato indirizzo. - L'indirizzo è esatto, sono il vescovo di questa città, apra in nome di Dio. Il milite imprecò e ritornò nella villa sbattendo la porta. Le persiane erano chiuse. Il vescovo s'aggrappò alle sbarre del cancello come per scuoterle. Passò un uomo in bicicletta, si fermò a quell'insolito spettacolo, riconobbe il vescovo, gli si avvicinò guardandosi attorno. - Sta male, eccellenza? Posso aiutarla? Il vescovo scrollò la testa. - I poveretti là dentro stanno male, se ancora sono vivi - disse. L'uomo indossava una tuta d'operaio: - Io lavoro nella fabbrica d'armi, a costruire quelle armi là - e indicò la villa. - È spaventoso quello che ci fanno fare la fame e la paura. 306 Il vescovo non rispose. Aveva abbassato la testa fra le braccia alzate sulle sbarre. L'uomo vide in fondo al viale ondeggiare alcune biciclette. Erano operai, operaie che andavano per la ripresa del lavoro alla fabbrica d'armi. Si portò in mezzo alla strada. Le biciclette si fermarono. Una bicicletta invertì direzione e si disperse in un vicoletto che sfociava sul viale. Altre biciclette arrivarono. Dai vicoletti cominciarono a uscire donne, vecchi, ragazzi, qualche uomo. Il vescovo era sempre là, aggrappato al cancello. In breve tempo il viale, con un vuoto davanti alla villa, formicolava da una parte e dall'altra di gente. Il mormorio ingrossò man mano che arrivava gente, come un tuono lontano che rotola avvicinandosi sulle nubi cariche di minacce. Due militi uscirono dalla villa urlando: - Sgombrate la strada, sono proibiti gli assembramenti. Nessuno si mosse. Spararono in aria. La folla ondeggiò ma non si disperse. Il vescovo non si mosse. Stava recitando il salmo: Cogitaverunt et locuti sunt nequitiam, iniquitatem in excelso locuti sunt... La folla guardava come ipnotizzata quella figura nera fatta ancora più alta dalle braccia alzate. All'improvviso scoppiò il rumore di motociclette e di camion. La folla si sbandò. Saltarono dai camion le SS. A calci e a colpi di mitra imbracciati come clave cominciarono a colpire da una parte e dall'altra. La folla terrorizzata cercò di fuggire nei vicoletti. Alcuni colpiti caddero a terra, calpestati dai soldati e dalla gente che fuggiva. Il capitano, in piedi su una camionetta, osservava impassibile la scena. I soldati si disposero a semicerchio davanti al cancello. Il vescovo era sempre immobile. La porta della villa si spalancò e uscirono i militi agitando i mitra verso i soldati tedeschi, e fermandosi a qualche metro dal cancello. Chi era caduto s'era rialzato e, barcollando, cercava di perdersi nei vicoletti. Un vecchio rimase a terra con la testa che sanguinava. Il capitano balzò dalla camionetta, andò verso il vescovo, lo strappò dal cancello e ordinò: - Portatelo al comando. Poi si rivolse al caporione nero, con voce stridula: - Dateci i prigionieri. - I prigionieri sono nostri - rispose altezzoso il capo della banda nera. Il capitano fece segno a un soldato di sfondare il cancello. - No, siamo alleati, - gridò il milite nero - ve li porteremo noi stasera. - Subito - sibilò il capitano. Un milite aperse il cancello. Il vescovo s'inginocchiò accanto al vecchio. Il soldato, che doveva accompagnare il vescovo alla caserma, non disse nulla. Il vescovo sollevò la testa del vecchio dalla chiazza di sangue, e il sangue gli scorse sulla mano e sulla manica del soprabito. Il vescovo si tolse il cappello, pregò brevemente, tracciò il segno della croce su quel volto inerte, si chinò a baciarlo: - E morto - sussurrò. -Tennisti manum dexteram meam, et in voluntate tua deduxisti me, et cum gloria suscepisti me. Un camion stava facendo manovra per porsi col cassone davanti al cancello. Uscirono i prigionieri sorreggendosi gli uni agli altri. Il viso tumefatto, 307 barcollando, furono spinti sul camion. - Lei è responsabile del tentativo di sommossa e della morte di quel vecchio - disse il capitano al vescovo quando furono al comando. - Cercateli altrove i responsabili - rispose con fermezza il vescovo. - Se lei non compiva quel gesto teatrale, già, da melodramma italiano, non succedeva nulla. - Spectaculum facti sumus angelis et hominibus - sussurrò il vescovo. E più forte: - Sì, siamo su un palcoscenico, anche lei, capitano, e tutti ci guardano, uomini e Dio. E non ci sono melodrammi italiani o tetralogie tedesche. - Noi tedeschi ci saremmo comportati diversamente. Noi non chiediamo pietà, noi lottiamo, e il più forte vince. - Ma cos'è la forza senza la pietà? Anche le pietre gridano il dolore di questi giorni. - Lo scoppio delle bombe copre questo grido. È la legge della guerra, bisogna avere orecchi solo per la guerra. Il vescovo non rispose. Squillò il telefono. Il vescovo fu fatto uscire in una stanzetta attigua. Dopo qualche minuto entrò il capitano: - Lei può andare. I miei superiori hanno ritenuto bene così, e io obbedisco. - E quei poveretti? - Sono sotto la protezione germanica. Se non saranno riconosciuti colpevoli di attività sovversiva saranno liberati, altrimenti saranno puniti secondo le nostre leggi. Il vescovo guardò fìsso il capitano: - Per ogni evenienza troverà sempre in me uno che crede nella pietà. Il vescovo uscì dal palazzo del comando. Il sangue sulla mano e sulla manica del soprabito s'era raggrumato. Alcune persone nascoste nei portoni della via gli si avvicinarono. C'era anche un giovane prete. - Sai qualcosa di quel poveretto che è stato ucciso? - Era un vecchio del ricovero, senza parenti. - Avverti il cappellano dell'ospizio che i funerali li celebrerò io, in cattedrale. Nel tardo pomeriggio gli telefonò il cardinale metropolita. Qualcuno, non disse chi, l'aveva avvertito di quanto stava succedendo, del suo fermo al comando tedesco; s'era messo in contatto col generale tedesco dal quale dipendeva il capitano, il generale aveva telefonato al capitano. Gli raccomandava prudenza: mala tempora currunt, eccellenza. Il vescovo ringraziò il cardinale e gli chiese d'interessarsi di quei poveretti che erano sotto la protezione germanica. «Che cos'è la prudenza?» pensò dopo aver riattaccato. «Una delle quattro virtù cardinali. Ma senza le altre tre è come un tavolo a quattro gambe cui ne sia rimasta una sola». Verso la metà di maggio, don Luca chiamò Franco al telefono pubblico. Il silenzio, che anche la Campanella aveva rispettato per il bene di tutti, era stato finalmente interrotto. Ma quali notizie potevano arrivare? L'ansia contenuta in tutti quei mesi tumultuò nel cuore di ciascuno. 308 - Ho visto lo spartito, è molto bello - fu l'annuncio. E anche se il telefono gracchiava, si capiva ugualmente che la voce era piena di gioia. - Ti ho fatto aspettare un poco perché lo spartito era difficile. Comunque ne riparleremo a viva voce. Quando meno te l'aspetti piombo costì. Ho già il comando dell'abate. «Comando?» s'interrogò Franco. «Che linguaggio è mai questo in dom Luca?». Nella cifra convenuta, lo spartito era Piero. La notizia fu accolta con un grido di gioia da Maria. Poi Maria si precipitò al collo della madre e pianse. - Stai calma, Maria, - le disse la madre - il bambino può prendere qualche scossa che non gli fa bene. - Io ho idea che dom Luca prepari la strada a Piero. Un po' di licenza gliela potrebbero dare, dopo tanti mesi... - commentò il padre. - Sette - disse Maria. - Sembra un'eternità - soggiunse la madre. - Verrà per vedere il bambino, ci scommetto, io farei così - disse quasi fra sé il padre. La madre sorrise ricordandosi quanto il suo uomo le aveva detto sette mesi prima: Tu capisci di più Franco, ma io capisco di più Piero. Quattro mesi abbondanti era durato il silenzio di Piero, quanti furono sufficienti perché dom Luca introducesse nel suo linguaggio, senza rendersene conto, il termine di «comando» inusitato su bocca di monaco. Anche quattro mesi erano sembrati un'eternità alla Campanella, e forse allo stesso dom Luca. UN ANGELO DI NOME BALILLA. - Padre abate - disse dom Luca di ritorno al monastero per i secondi vespri di natale, dopo la messa di mezzanotte con gli uomini del Capitano. - Nella storia del monachesimo la stabilità ha trovato spesso la sua verifica e il suo significato su strade non ancora percorse o addirittura non ancora tracciate. - È vero, - rispose sorridendo l'abate - come è vero che tu stai pensando a quei ragazzi lassù, e vorresti conciliare la tua vita di monaco con l'idea d'una uscita dal monastero per un servizio di prete in mezzo a loro. E c'è voluta la messa di mezzanotte per parlarmene, è così? - Lei mi legge di dentro, padre abate. Dom Placido gliene avrebbe parlato prima... - Dom Placido... Ho celebrato con lui e per lui a mezzanotte. Forse dom Placido voleva tracciare una strada che non era ancora apparsa su nessuna carta topografica... Continua, caro. - A giorni gli uomini del Capitano si allontaneranno dal nostro monastero verso montagne più sicure, dove stanziano altre bande... Si parla di qualche migliaio di uomini; forse si esagera, ma certamente sono parecchie centinaia, e con la primavera diventeranno più numerosi. Un prete che passi da una banda all'altra per il suo ministero... Si ricorda, 309 padre abate, l'idea di Piero a proposito d'un ospedale per tutti? - Il desiderio t'è venuto allora? - Allora almeno mi divenne chiaro. L'abate chinò la testa e stette un attimo in silenzio. - Pensi che sia un gesto d'amore? - chiese deciso fissando dom Luca. - Voglio sperare, padre abate. - Un monaco non deve anteporre nulla a Cristo, e quindi all'amore, nemmeno la propria vita. Sì, mi pare sia bene, anche se non tutti i fratelli capiranno. Preparerò la tua partenza. Intanto disponi le cose come se tu non dovessi più tornare. Un monaco non ha paura di questa eventualità e vi si prepara con ordine e pace, affinchè la sua scomparsa sia di minor peso ai fratelli. Dom Luca s'inginocchiò e domandò la benedizione. I due feriti, dopo l'operazione nella clinica della Carità, si riprendevano rapidamente. Ogni giorno l'abate telefonava alla superiora per averne notizie e affrettarne il ritorno al monastero. - Non sto molto tranquillo - diceva a dom Luca. - Noi abbiamo il dovere di rischiare ma non possiamo chiedere dagli altri lo stesso dovere. Era preoccupato anche per il silenzio del Capitano. - Siamo ormai a metà gennaio, la radio ha parlato di rastrellamenti, e di loro non sappiamo nulla - si apriva con dom Luca. - La neve è alta sui monti e i rastrellamenti li avranno resi molto guardinghi. Dalle notizie dei giornali non sembra che i fascisti abbiano avuto molti risultati - cercava di tranquillizzarlo dom Luca. Finché una sera attorno al 20 del mese, la superiora della clinica rispose che la biancheria era pronta e che avrebbe provveduto alla consegna. Dopo un paio di giorni il camioncino della clinica entrava nel portone carraio del monastero con un carico di tovaglie e di biancheria di chiesa, lavate, inamidate e stirate. Alcuni monaci spostarono la biancheria e aiutarono il tenente Gatti a scendere. Corsaro, con un salto fu a terra. Il tenente si appoggiò alla gruccia e fece qualche passo: - Le gambe sono deboli dopo tanti giorni di letto' - disse al monaco che lo sorreggeva. - In poco tempo vi rimetterete - sorrise l'abate. - Avete due stanzette che danno sui monti, e libri a non finire, se ne volete. - Meglio lavorare nell'orto - rise Corsaro. - Un braccio ce l'ho buono e l'altro sta diventando ogni giorno più furbo. Un mattino presto, dei primi di febbraio, il fratello cuciniere, mentre preparava il refettorio in attesa della messa conventuale, udì i tre squilli di campanello al cancelletto dell'orto. Andò ad aprire. - Perché non siete entrati? Non ricordavate più dov'era la chiave? disse ai due uomini puntando sul loro viso la torcia. - Ah, te ti conosco, hai una fame da lupo anche al mattino presto, ma questo ragazzetto non l'ho mai visto. Spero che tu abbia meno fame del tuo compagno, altrimenti in due mi svuotate la dispensa. I due uomini risero. - Sono due notti che camminiamo - disse il più anziano - e di fame ne abbiamo in arretrato! Il mio compagno si chiama 310 Cucciolo ma ha già i denti d'un cane lupo. Se ne accorgerà, padre. - Padre, padre no, io sono appena un fratello, fratel Pacomio, e ce n'è d'avanzo. Venite, che vi faccio subito scaldare una bella scodella di latte. - Il Capitano ha voluto che venisse con me Cucciolo e non un altro già pratico del monastero, perché la sua casa è a metà strada fra qui e dove siamo noi ora. Così ieri abbiamo dormito in un letto, dopo mesi. - Oh, poveri figlioli, a dormire tutte le sere in un letto si va a finire che non si pensa più che c'è della gente che dorme sul fieno. - Quando c'è il fieno - disse il più anziano. - State tutti bene? Non è successo nulla di grave coi rastrellamenti? chiese fratel Pacomio porgendo loro la scodella di latte. - Abbiamo avuto un morto e qualche ferito non grave. - Lo conoscevo? - chiese con apprensione il monaco. - No, non era mai stato qui. L'abbiamo potuto seppellire come un cristiano, perché uno dei nostri, il compaesano del dottore, s'è nascosto finché i tedeschi se ne andarono, e se lo è caricato sulle spalle. Il Capitano gli aveva proibito di curarsi dei morti, ma lui si fa fucilare piuttosto... E fatto così. Suonò la campanella della messa. - Adesso vi lascio, vado a messa, mangiate quanto volete. Subito avvertito da fratel Pacomio, l'abate chiamò don Luca: - Sono arrivati due uomini del Capitano. Provvedi per la doccia e per un letto. Se non ci sono cose urgenti, li vedrò a pranzo, con il tenente e Corsaro. Ci sarai anche tu. A pranzo, Saetta dovette mangiare meno di quanto richiedesse la sua fame perché il tenente Gatti e Corsaro non gli facevano finire un boccone che già gli chiedevano altre notizie. E così saltò fuori, abbastanza ordinata, la storia di quelle lunghe settimane, con la smobilitazione del campo, le marce notturne fra neve e boschi, a piccole squadre, con l'arrivo del grosso della banda all'ultimo paese dell'alta valle. Sganciati, venivano, a protezione della colonna, una decina di uomini agli ordini del tenente Manfredi, fra i quali il dottore e Rondine. Era l'ultimo dell'anno, e tutto lasciava prevedere che anche la retroguardia, entro poche ore, avrebbe raggiunto il gruppetto di case cui si arrivava dopo un lungo tratto di mulattiera, oltre le quali, dopo il bosco, era stato fissato il nuovo accampamento, quando si udirono a valle degli spari. Il Capitano riunì gli uomini, ne scelse alcuni fra i meglio armati e li mandò incontro alla retroguardia. Erano già a buon punto sulla mulattiera che gli spari ripresero più nutriti. Si udiva lo sgranare della mitragliatrice della retroguardia. Scesero giù di corsa. Il tenente Manfredi, forse per la delazione d'una spia, era stato attaccato sui due fianchi prima che potesse raggiungere la mulattiera. Saetta e Sirio, che erano del gruppo mandato dal Capitano, e due altri uomini aggirarono su un fianco i nazifascisti mentre gli altri si portavano sul costone dall'altra parte. Ormai Saetta vedeva la mitragliatrice dei compagni e alcuni uomini appostati che sparavano. Scorse il dottore dietro un masso che cercava di prestare le sue cure 311 a uno degli uomini. Ma non c'era più nulla da fare perché il dottore aveva ripreso il mitra ed era ritornato carponi sulla sua posizione di prima. Saetta cominciò a sparare raffiche ravvicinate, Sirio a gettare bombe a mano, dal costone anche gli altri fecero un fuoco nutrito. I nazifascisti furono colti di sorpresa e si disorientarono. Il tenente Manfredi ordinò di ritirarsi e di raggiungere la mezza costa della mulattiera. Gli uomini della squadra di soccorso continuarono a sparare in posizione favorevole per proteggere lo sganciamento. Saetta vide il dottore afferrare per un braccio Rondine, lo sentì gridare; ma Rondine riuscì a svincolarsi e a gettarsi giù dalla scarpata. Il dottore raggiunse gli altri uomini mentre la squadra di soccorso si ricongiungeva al di sopra della mulattiera, sparando le ultime raffiche. Poi ci fu silenzio. Stava imbrunendo. - Mancano Castoro e Rondine - disse il tenente Manfredi. - Castoro è morto - rispose il tenente medico - e Rondine, se gli andrà bene, arriverà stanotte col morto in spalla -. Alcuni uomini erano leggermente feriti. Il dottore li fasciò: - Cose da nulla, - disse - possiamo continuare la strada. - Capisci, non posso rischiare degli uomini per andare alla ricerca di Rondine - gli disse il tenente Manfredi. - Certo, capisco - rispose il dottore. Arrivarono alle case in cima alla mulattiera a notte fonda. Il Capitano, quando il tenente Manfredi gli riferì l'accaduto, predispose doppi turni di guardia e chiese un volontario col mulo, per andare incontro a Rondine. - È un rischio, ma col buio i tedeschi si ritirano. Ritorneranno domani a raccogliere i loro morti, quando anche Rondine col nostro morto sarà al sicuro - disse il Capitano. Si offrì Scoiattolo: - Castoro era mio compaesano, avevamo scelto questi nomi insieme, e io so come condurre un mulo sulla neve. - Se c'è pericolo, lascia il mulo e mettiti in salvo - gli ordinò il Capitano. Così parlò Saetta, poi si rivolse a Cucciolo: - Adesso va' avanti tu, perché a questo punto hai cominciato a fare la tua parte. - Mah, io non ho fatto niente, è stata un'ispirazione trovarmi da quelle parti. Da quando c'era stato il bando di Oraziani ero salito da un mio parente che abita a un chilometro dalla mulattiera. Avevo sentito parlare delle bande dei partigiani, ma non mi era ancora capitato di vederne una. Stare nascosti come una talpa, mi dicevo, non è vita. In banda, almeno, sai chi hai davanti. Insomma, se mi capitava l'occasione sarei andato coi partigiani. Dopo natale si sparse la notizia che i tedeschi e i fascisti facevano delle puntate lungo la valle. Una volta arrivarono fino a noi, ma non si fermarono. Io ero nascosto sotto il fieno d'una baita, e tremavo dalla paura. Poi, gli ultimi giorni dell'anno, m'accorsi che c'erano nei paraggi dei movimenti insoliti. Forse sono partigiani, pensai. Ne fui certo quando vidi il mulo carico di sacchi e di pentole. «Vado con loro» dissi a mia zia. «Sta' qui, non sei ancora in pericolo, hai sempre tempo per andartene. Non sai nemmeno chi sono, prima prendiamo informazioni» mi supplicò. Il mulo lo vidi al mattino dell'ultimo dell'anno. Al pomeriggio arrivò la retroguardia. Non mi potevo più sbagliare. Dissi a mia zia: «La roba l'ho già preparata nello zaino, vado con loro». Esco, e vedo arrivare un ragazzetto che grida impaurito: «Arrivano i tedeschi». Faccio qualche 312 metro di corsa per avvertire gli uomini del pericolo, ma i camion tedeschi sono già in paese. Mi butto nel bosco perché non potevo più tornare indietro, appena in tempo per non farmi scorgere. I camion si fermano, saltano giù i tedeschi sparpagliandosi a tenaglia. Gli ultimi della retroguardia se ne accorgono e sparano, dando tempo agli altri di piazzarsi. - Sono stati quegli spari che ci hanno messo in allarme - interruppe Saetta. - Poi ci fu la battaglia, come già sapete - continuò Cucciolo. - Io ero schiacciato contro la neve, ma tremavo più dalla paura che dal freddo. I tedeschi non s'aspettavano quella reazione, soprattutto le raffiche della mitraglia. Non ricordo quanto tempo passò. Poi sentii degli spari dalla parte del bosco. Debbono essere gli altri partigiani, pensai, e mi si calmò un poco la paura. Molti tedeschi ritornarono sui camion; altri li raggiunsero quasi subito sostenendo alcuni feriti. In poco tempo gli spari cessarono. Sentii i camion allontanarsi, ma non mi decidevo ad alzarmi. Quando fu quasi buio, vidi nel cielo dei bagliori: erano case che bruciavano. Ormai non potevo più tornare indietro. Mi feci coraggio e, camminando a mezza costa, mi diressi verso la mulattiera coll'intenzione di seguirla, finché avessi incontrato i partigiani. Ero quasi arrivato alla mulattiera e stavo per scendere dal costone, quando vidi un'ombra che procedeva curva sotto il peso d'uno che sembrava ferito. Istintivamente cercai di fare qualche passo verso l'alto e inciampai. Lo sfrigolio della neve mise in allarme l'uomo che si scostò un poco, depose delicatamente il corpo e si buttò a terra puntando il fucile contro di me. «Non sparare,» gli dissi «voglio anch'io farmi partigiano». «Se è così» mi rispose «va' a raccogliere le altre armi dei morti tedeschi che non ho potuto prendere io». «Dove sono?» gli chiesi. «Poco distante, dove c'era la mitraglia. Fa' presto, io ti proteggo col mio fucile». I bagliori delle case che bruciavano sembravano tutti rivolti su di me. Recuperai due sten e una pistola. Ritornai di corsa. «Bravo» mi disse. «Adesso che hai l'arma sei un vero partigiano. Ma ricordati anche dei morti, di quelli a cui hai tolto l'arma. Ormai sono dei morti, non sono più tedeschi. Sai che corri bene e senza far rumore? Sembri un cucciolo. Aiutami a caricare il morto. Si chiama Castoro. Io mi chiamo Rondine. E tu?». Io gli dissi il mio nome. «Non questo, questo i fascisti non lo debbono mai sapere». Stetti un attimo senza capire. Poi mi parve di comprendere: Castoro, Rondine... «Andrebbe bene Cucciolo?» gli chiesi. «A vederti correre, sei un cucciolo sputato. Andiamo, Cucciolo». Dopo un poco insistetti per dargli il cambio. Non ci fu verso. Ogni tanto si fermava per riposare, ma il morto era roba sua. Passò del tempo, un'ora, due ore, avevo perso ogni nozione. «Ci viene incontro il mulo dell'abate» mi disse a un tratto Rondine. Io non udivo niente e tanto meno capivo. «Un morto si merita un abate, anche un papa» mi disse. L'abate sorrise. I suoi occhi erano lucidi. Il tenente Gatti disseSto : rivivendo quella notte in cui fui ferito e Rondine s'ostinò, contro il Capitano stesso, per seppellire il nostro primo morto. C'è qualcosa d'incomprensibile e di grande in questo modo d'agire -. L'abate pose la sua mano su quella del tenente Gatti. 313 - Deve avere degli orecchi come un cane da caccia, Rondine continuò Cucciolo. - Giuro d'averlo prima visto, il mulo, che sentito. «Era del tuo paese, vero? Hai fatto bene a venire tu. Lui sarà contento» disse Rondine a Scoiattolo. «Prendi il suo fucile». Camminammo ancora forse un paio d'ore molto lentamente, ma io mi sentivo leggero non vedendo più Rondine carico come prima. Il pranzo era terminato. Dom Luca andò a prendere il caffè e le sigarette. L'abate approfittò di quei pochi minuti d'assenza del suo segretario per rivolgersi a Saetta: - Dimmi, Saetta, in piena libertà: se un monaco come dom Luca venisse con voi e si spostasse anche presso altre bande per prestare la sua opera di prete, che ne penseresti? Saetta alzò la mano, come se gli fosse richiesto un giuramento: - Io in chiesa ci vado poco, ma un prete dico che sarebbe rispettato come il Capitano. Bisogna però dirgli di non farci troppo caso se a volte saracchiamo. Cucciolo rise: - Saetta ne dice di contorte. - Quando m'arrabbio sono contorto anch'io - si scusò Saetta. L'abate si rivolse al tenente Gatti: - Bisogna che decidiamo dopo aver sentito il Capitano. Rientrò don Luca. - E adesso dove siete dislocati? - chiese il tenente Gatti. - Una ventina di giovani sono venuti con noi in questo mese, e la banda era troppo numerosa per stare in un solo posto. Vicino all'ultimo paese c'è il distaccamento comandato dal tenente Manfredi. Più in alto, su un fianco, ce n'è un altro col tenente Boglioni e coi giovani non ancora bene armati. In caso di sganciamento, sono i primi a mettersi in marcia per passare nell'altra valle. Da ultimo c'è il comando col Capitano - rispose Saetta. - Avete preso contatto con altre bande? - Coi garibaldini dell'altra valle. Il tenente medico è stato tre giorni da loro, avevano avuto dei feriti. Ci sono bande un po' ovunque, anche gente che non ci piace, che ne approfitta. Dovremmo stare più collegati coi garibaldini, avere un piano comune, ma c'è da una parte e dall'altra della diffidenza. I garibaldini sono gente seria, come noi. Loro hanno il commissario politico. - E avete fatto ancora qualche azione? - insistette il tenente. - Abbiamo disarmato alcuni carabinieri e guardie di finanza. È andato tutto bene. Cucciolo, poi, ci ha trovato una staffetta che va come un fulmine. La chiamiamo Miriam. Ci informa di tutto e tiene i collegamenti col comitato della città. L'ultima notizia, straordinaria ha detto il Capitano, è che dovrebbe arrivare una missione inglese con la radio per concordare i lanci di armi e di viveri. - Certo, una notizia straordinaria - sottolineò il tenente. - Miriam è del mio paese, siamo cresciuti insieme. L'anno scorso è diventata maestra e conosce bene la città. C'è un suo professore nel comitato - disse Cucciolo. L'abate fece un cenno d'intesa a dom Luca. - E adesso vediamo come possiamo riprendere anche noi i collegamenti 314 - disse poi l'abate. - Ho letto e riletto la lettera del Capitano, e ho studiato la carta topografica. Noi monaci - e sorrise rivolto al tenente - abbiamo una tradizione di collegamenti. Tra un monastero e l'altro, tra quelli, intendo, che hanno fatto storia (e il nostro ne ha fatta), c'erano delle cappelle con piccole foresterie intervallate a una giornata o due di cammino dai centri abitati. Oggi ne esistono ancora alcune, abbandonate purtroppo e in rovina. Guardate qui - e dispiegò la carta. - Fra il nostro monastero e i grandi valichi ne esiste ancora una, sul versante sinistro della vostra posizione, a poche ore di cammino, che antiche carte riconoscono di nostra giurisdizione. Ricordo d'esserci stato da giovane. Ci arrivano solo le capre. Si potrebbe pensare a quella cappella per un monaco, diciamo così, di vocazione eremitica. - Non è troppo rischioso per l'eremita? - chiese preoccupato il tenente Gatti. - Anche voi rischiate - intervenne dom Luca. Col primo buio, i due uomini erano pronti con grossi zaini preparati da fratel Pacomio. - Qui ci sono le razioni di tabacco dei monaci - disse Saetta schiacciando l'occhio a Cucciolo. - E prima di partire l'abate ci regala una stecca di cioccolato per tirarci su durante la marcia. Io non so come fa ad averlo, ma c'è scritto sopra Suisse. - Non hai sentito che loro hanno 1500 anni? In 1500 anni se ne imparano di cose! - disse Cucciolo. - Ma qui non le adoperano per imbrogliare la gente, - rise Corsaro - siamo trattati da re. - E nella loro regola, io l'ho letta in questi giorni - disse il tenente Gatti. - Che debbono trattare i partigiani da re? - Meglio ancora: l'ospite deve essere ricevuto come Cristo, e noi siamo ospiti - rispose il tenente. - Se i preti fossero tutti così, bisognerebbe allargare le chiese esclamò Saetta. - Miriam è di chiesa - disse Cucciolo, non sapeva nemmeno lui il perché. Arrivò l'abate: - Vi accompagno fino al cancelletto dell'orto. Buona fortuna, ragazzi, che Dio vi protegga -. Stette al cancelletto dando il braccio al tenente Gatti e a Corsaro finché i due giovani divennero buio nel buio. Il Capitano, letto lo scritto dell'abate portatogli da Saetta, decise di andare personalmente sul posto. Mandò avanti una piccola squadra con un uomo pratico dei posti, propose a Piero di accompagnarlo assieme a Rondine, dispose che un paio di uomini lo seguissero a un centinaio di metri e disse ai capisquadra: - Per stasera dovremmo essere di ritorno. Se tardassimo, avvertite il tenente Manfredi per l'iniziativa che riterrà opportuna. Dopo un paio d'ore di marcia, superando piccole creste e valloncelli, si trovarono in prossimità d'una mulattiera. Gli uomini dell'avanguardia 315 s'erano fermati, incerti sulla direzione da prendere. Il Capitano consultò la carta: - Dovrebbe essere l'antica strada che portava ai valichi, in sostituzione di quella normale più comoda ma più lunga. La cappella dovrebbe essere più a valle. Seguiamo il corso del torrente. Discesero per un tratto. La mulattiera sembrava scomparire fra la neve. Il torrente ora s'allontanava ora s'avvicinava al sentiero percorso dagli uomini per la prima volta in quella stagione. Poi la gola divenne pianeggiante e le acque del torrente più profonde, finché la gola s'aperse su una radura circondata da un fitto bosco d'abeti. Gli uomini in avanscoperta s'erano di nuovo fermati e facevano dei segni al Capitano. Il Capitano li raggiunse. In quel punto la mulattiera s'infossava nella costa della montagna. Dalla sponda sinistra si poteva vedere un'ampia vallata e, lontano, nel bianco della neve, la sagomatura d'un paese. Il Capitano riconsultò la carta. - È certamente il paese di... nel cui territorio si dovrebbe trovare la cappella. Un paese piuttosto recente; quello che risale al medioevo è a una ventina di chilometri, una giornata di cammino, appunto. La nostra cappella non dovrebbe essere lontana. - C'è l'acqua, c'è la piazza, ci deve essere la chiesa - approvò Rondine. - Forse hai ragione, Rondine. Fa' un salto alla radura - disse il Capitano. - Nel paese medioevale c'è un forte presidio tedesco, l'avamposto della vallata. Da questa parte si è abbastanza protetti. Dopo un poco arrivò trafelato Rondine e accompagnò il gruppetto oltre la radura dove, nascosta fra gli abeti, s'ergeva la cappella con a fianco una piccola costruzione mezzo diroccata. Piero si fermò affascinato a osservare l'abside. - Stupendo esemplare d'arte romanica - esclamò il Capitano. Scrollò la testa: - Non può dora Luca fermarsi qui. Bisognerebbe risistemare almeno una stanza, trasportare calce e sassi. In paese se ne parlerebbe, e i tedeschi si insospettirebbero per la stranezza di restaurare una cappella proprio in questi tempi; sarebbe un guaio per tutti -. Si rivolse a Piero: - L'abate è incorreggibile. Per lui, fra ideale e realtà non c'è differenza. Ciò è bello, ciò è giusto, ciò è buono, quindi... è reale. E la sua forza, ma un po' anche la sua debolezza, almeno... nella prosa d'ogni giorno. Dom Luca venga, ma con noi. Il suo eremitaggio è lassù con noi. Potrà andare con altre bande di patrioti, ma la sua base è con noi, dove siamo noi, non qui. - Però l'idea di farne una base d'appoggio nel collegamento col monastero non è da scartarsi - disse Piero. - Oh, questo no, l'idea in sé è ottima. Fin da ragazzo conosco l'abate e ho sempre notato, almeno da quando cominciai a pensare, che ogni sua proposta presentava normalmente una soluzione di ricambio. Come questa della cappella: non serve ora per la vita eremitica di dom Luca ma serve a noi. - Se mi sposo, vengo qui e voglio che sia dom Luca a sposarmi saltò detto a Rondine. - Vuoi sposarti, Rondine? - gli sorrise il Capitano. 316 Rondine s'era accorto d'avere pensato ad alta voce e non aveva atteso le parole del Capitano per diventare di fuoco, lui sempre tanto smorto. - Il Capitano e io ti faremo da testimoni - gli disse Piero prendendolo sotto il braccio. Il Capitano passò parte della notte a tracciare l'itinerario dalla base verso la cappella perché tutti gli uomini lo potessero conoscere. Bisognava ora darle un nome partigiano. Rivivendo nell'animo lo stupore di fronte a quell'incanto di semplicità e di armonia, gli venne in mente il desiderio di Rondine: «Nel vangelo, si parla di nozze, a Cana, Cana di Galilea... La chiameremo base Cana, bel nome...». L'abate, ricevuto il messaggio del Capitano, chiamò dom Luca: - Partirai quando il tenente Gatti sarà perfettamente in forma. L'accompagnerai tu. - E Corsaro? - Corsaro partirà prima, con un po' di provviste che invieremo alla base Cana. E stato geniale il Capitano a scegliere quel nome: ci ha impegnati a cambiare l'acqua in vino. Corsaro partì una mattina limpida dei primi di febbraio, sul carretto guidato da fratel Pacomio. In vista del paese medioevale il carretto prese certe stradette da passarci appena. Si fermarono su un sentiero che dava in un bosco. Mangiarono un boccone e bevvero a una bottiglia comune. Arrivarono all'altro paese nel tardo pomeriggio e si diressero verso la chiesa. - Padre abate s'è messo d'accordo col prete di qui. Lo conosce benedisse fratel Pacomio a Corsaro per tranquillizzarlo. Scaricarono nel cortiletto le provviste e una piccola damigiana di vino. - Stanotte ti verranno a prendere, assieme alla roba - continuò fratel Pacomio. - Questi è don Mario, un amico, ti puoi fidare. Domattina, dopo la messa, riparto anch'io. Verso le dieci di sera arrivarono i primi due uomini del Capitano. Dopo un'ora, sei uomini ripartirono con gli zaini rigonfi. Ultimo andava Corsaro che s'era attardato a ripetere i saluti e i ringraziamenti per l'abate e per tutti. Arrivarono alla base Cana in tempo per buttarsi nel fieno e dormire qualche ora. All'alba ripresero la marcia. A mezzogiorno ci fu rancio speciale in onore di Corsaro e per l'inaugurazione della base Cana. Sulla damigiana di vino l'abate aveva incollato un biglietto: «Cana, segno di vita e di alleanza». Prima della fine del mese giungevano al comando il tenente Gatti e dom Luca. Dopo qualche giorno il Capitano s'incontrava con la missione alleata. A metà marzo c'era il primo lancio d'armi, d'equipaggiamento e di viveri su un alto prato ancora coperto di neve, coi fuochi di segnalazione che lanciavano vivide fiamme sul cielo senza luna. Dom Luca in pochi giorni conobbe gli uomini a uno a uno. Alla messa celebrata contro la baita del comando c'erano tutti, eccetto le sentinelle dei distaccamenti più a valle. - Siamo diventati egoisti - gli disse Piero al termine della messa. - Ogni banda fa a sé e ha la sua etichetta. Noi ci diciamo autonomi, 317 nell'altra valle ci sono i garibaldini, più numerosi di noi e con un comando centralizzato come noi. Sono molto più attivi di noi, meno equipaggiati, con un commissario politico comunista. Questo fatto, come sai, genera reciproca diffidenza e chiusura. Fui con loro diversi giorni dopo un rastrellamento che costò loro morti e feriti. Hanno apprezzato molto il gesto, mi considerano uno dei loro che s'è trovato per caso col Capitano. Sull'altro fianco ci sono le bande di Giustizia e Libertà, organizzate dal Partito d'Azione. Responsabili sono dei civili, una minoranza che crede realmente al motto che hanno come bandiera; ma anche là sembra che il partito abbia delle posizioni da difendere. Insomma, noi per un verso, loro per un altro, sia che agiamo, sia che rimandiamo, ho l'impressione che c'impantaniamo sempre di più nell'egoismo di banda. E con il lancio questo egoismo si rafforzerà. Te ne ho parlato perché, se andrai da una banda all'altra, ciascuno ti riconosca come un cappellano partigiano e non come il prete degli autonomi. Si avvicinò il Capitano: - Dom Luca, devi cambiare nome. - Chiamatemi dom Benedetto. - Hai sempre intenzione di girare come un monaco itinerante? sorrise il Capitano. - Benedetto non s'è fermato in un solo posto, e quando non poteva andare lui ha inviato altri. Almeno in questo, lascia che lo imiti. - D'accordo, ma perché non ti prendano per una spia, la prima volta ti accompagnerà il tenente medico che è ben conosciuto e apprezzato tra i garibaldini. La voce poi circolerà fra le altre bande, e anche, purtroppo, tra i fascisti. Partirono all'alba, assieme a Rondine. Sopra la sottana nera, dom Benedetto indossava una tuta bianca che gli aveva preparato il fratello sarto, con una piccola croce rossa all'altezza del cuore. Piero e Rondine si armarono. - Prendi anche lo zaino del pronto soccorso? - chiese Rondine mentre se lo caricava. - Me lo chiedi, e lo hai già addosso. - Anche dom Benedetto porta i suoi strumenti, - rise Rondine per i vivi e per i morti. - Quasi ogni notte i garibaldini vanno alla ricerca di armi e di viveri spiegò Piero a dom Benedetto. - A volte ritornano con qualche ferito. Dovremmo fare un'infermeria comune per tutti i partigiani della zona. - Ci riuscirai - l'incoraggiò dom Benedetto. I tre camminavano in silenzio. Dom Benedetto pensava al monastero. Era l'ora della messa conventuale. Ma non provò nostalgia. I piedi affondavano nella neve. Davanti a lui Piero camminava sicuro, come se il sentiero gli fosse familiare. Dietro veniva Rondine, che sorvegliava il tratto di sentiero davanti a Piero e tutt'intorno più con le orecchie che con gli occhi. «Rondine vede con le orecchie al di là delle curve» dicevano i suoi compagni. - Giù, Piero - sibilò Rondine, e si buttò su dom Benedetto trascinandolo dietro a uno spuntone. - Che c'è? - gli fece segno Piero mentre preparava il mitra. 318 Rondine si toccò l'orecchio e col braccio gli indicò una posizione coperta. Piero vi si trascinò carponi. Passarono alcuni minuti interminabili senza cke dom Benedetto sentisse nulla. Quel silenzio, accentuato dal volto tirato di Rondine, gli fece serpeggiare nel sangue qualcosa che non sapeva definire e che prima non aveva mai provato. Cercò di pregare, ma solo la paura gli uscì come moto del cuore da presentare a Dio. Adesso sentiva anche lui dei passi sullo sfrigolio della neve ghiacciata, e qualche parola indistinta. Affondò la faccia nella neve nel momento in cui raffiche di mitra partivano dal punto dove si trovava Piero, intervallate dai colpi rapidi e secchi del fucile automatico di Rondine. Udì degli urli, gli parve che qualche pallottola colpisse lo spuntone dietro al quale s'era appiattito, non riuscì a rendersi conto di quanto tempo fosse passato dagli spari al silenzio che s'era fatto di nuovo tutt'attorno. Alzò la testa dalla neve: - Rondine, Piero - gridò. - Vieni, dom Benedetto, è finita - gli rispose Piero. Si alzò e corse giù. Piero stava tamponando la ferita al torace d'un milite. - Gli altri sono morti - disse Rondine. - Due sono scappati. E questi è un garibaldino, lo chiamano Balilla perché è il più giovane di tutti. Non so proprio come abbiano fatto a prenderlo. - Fallo fuori, dottore - disse il ragazzetto con voce dura dopo avere gettato uno sguardo di meraviglia su dom Benedetto. - Non sprecare le bende per lui. - Ne abbiamo ammazzati tre, non ti bastano? - rispose Piero con voce sorda. - Non è da uomini ammazzare i feriti. - Loro ci ammazzano anche se siamo feriti - rispose Balilla con voce meno dura. - Ma c'è una differenza fra noi e loro, tanto è vero che tu sei venuto dalla nostra parte - disse Piero con voce anche lui meno dura. Balilla tacque e guardò Rondine che raccoglieva due rami e li legava a forma di croce con uno spago tratto dalla tasca. - Fa' presto, Rondine, dobbiamo essere in territorio sicuro prima che ritornino - disse Balilla. - Quelli fanno passare un giorno prima di rimettersi dallo spavento. Rondine tolse armi e scarpe ai morti, li ricompose, li ricoprì di neve e piantò la croce in mezzo a loro. Dom Benedetto s'era inginocchiato e aveva amministrato l'olio santo sub conditione. Il ferito aperse gli occhi, vide la croce sulla tuta bianca e disse affannosamente: - Voglio confessarmi prima che mi ammazzino. - Nessuno ti ammazza, ti faremo guarire. Andiamo, Rondine disse Piero. Rondine prese sulle spalle il ferito. - Lasciatemi qui - gemette il ferito, e svenne. - Non ti capisco, dottore - disse Balilla. - Non lo vuoi ammazzare tu per farlo ammazzare da noi? - Nemmeno voi lo ammazzerete. - Tu non conosci il nostro commissario. - Conosco il vostro comandante. Su, Balilla, prendi le armi. Dom 319 Benedetto, aiutaci con le scarpe. - E i giubboni di pelle? - chiese Balilla. - Noi non li spogliamo - rispose Piero. Poi guardò il magro corpo del ragazzo, flottante in un pastrano tutto strappi: - Prendine solo uno, per te. Balilla non obiettò nulla, ma si vedeva che non capiva. Ripresero la marcia. Dopo un po' dom Benedetto si avvicinò a Rondine: - Passami il ferito, così ti riposi un poco. - Non è pesante. - Dagli questa soddisfazione - disse Piero. - E giusto - annuì Rondine. Piero approfittò del cambio per controllare la ferita. Il milite aperse gli occhi. - Quanti anni hai? - gli chiese Piero. - Diciotto. M'hanno rastrellato, o in Germania o nella milizia. Era meglio che fossi andato in Germania. Balilla stava per dire «sì, era meglio», ma si trattenne guardando la faccia del dottore. Pensò: «Eppure ha sparato deciso e giusto, come quell'altro che si cura dei morti. Nemmeno una strisciata per me, e sì che ero in mezzo. Sono coraggiosi, però sono strani». La tuta bianca si macchiò di sangue. Dom Benedetto ansimava e sudava. Il sentiero era ripido e scivoloso. Fu Balilla a scorgerli per primo, ma Rondine li aveva già uditi. - Eccoli, arrivano - e Balilla agitò in alto il mitra d'un milite. - Che è successo, dottore? - chiese il caposquadra. - Abbiamo sentito degli spari... Ah, eccolo il Balilla che vuol fare l'eroe. Sentirai Lupo. - Non avevo ancora l'arma - disse risoluto Balilla. - L'arma la si prende quando si è sicuri di riuscire e non per fare l'eroe. Guardò il ferito: - Loro però non ci trattano così. - È solo un ragazzo che ha sbagliato parte. Ma può sempre rimediare. Diamogli la possibilità di capire, Aloscia - disse Piero. - Sei sempre il solito, dottore... Dallo a me, tu sei stanco - disse rivolto a don Benedetto. Don Benedetto si risollevò. Aloscia vide la crocetta rossa: - Ma tu sei un prete, per... E dei loro? - Non si vestono da ufficiali i loro? - disse Piero. - Già, anche prima si vestivano da ufficiali... Era dalla ritirata della Russia che non guardavo un prete così da vicino. Lui, poveretto, c'è rimasto. Ma non mi hai ancora detto dove stavate andando, dottore. - Da voi. Don Benedetto voleva fare la vostra conoscenza, e io ne approfittavo per dare un'occhiata ai feriti. - Se tutti fossero come te, dottore, avremmo già da un pezzo l'unità di comando. - Ci arriveremo, Aloscia, se non siamo troppo egoisti. - Già, è facile diventare egoisti... - e Aloscia scrollò il capo - come nella ritirata di Russia. Si rivolse a un suo uomo: - Va' avanti a farti dare la barella. 320 Erano arrivati al posto di guardia, in territorio controllato dai garibaldini. Adagiarono il ferito sulla barella. Piero cambiò le garze e tamponò meglio la ferita. - In infermeria ti estraggo la pallottola, e dopo starai meglio - disse al ferito. Il comando dei garibaldini era in una baita dietro uno sperone. Un uomo di Aloscia corse avanti per avvertire il comandante dell'arrivo del dottore: - E poi c'è Balilla, e dell'altro come vedrai. Quel cancheretto ci tirerà addosso i fascisti. Lupo, il comandante di tutti i garibaldini della zona, s'accese una sigaretta, prese il mitra e uscì. Andò incontro a Piero salutandolo festosamente. - Vieni, compagno - e gli strinse la mano con forza. - Come vanno i feriti? - chiese Piero. - Smilzo stenta a riprendersi, ma gli altri vanno bene. - C'è un ferito su quella barella, uno dei loro. Dammi una brandina in infermeria perché gli possa estrarre la pallottola e curarlo. - Sei matto, dottore, me lo farebbero fuori prima di sera. - Non gli faranno niente. È un ragazzo che s'è trovato con loro perché aveva paura. Fagli passare la paura e comincerà a ragionare da uomo. Lupo ordinò che portassero il ferito in infermeria, una baita poco distante: - Non gli toccate nemmeno un capello, intesi? - Vado a dare un'occhiata a Smilzo. Fra una mezz'oretta ci rivediamo. Trattami bene dom Benedetto e da' una sculacciata a Balilla. Balilla era rimasto con Rondine cui aveva consegnato le armi, seminascosto dalla tuta bianca di dom Benedetto, e cercava di darsi un contegno sotto lo stracciato pastrano grigioverde rigonfiato dal giaccone di pelle. Lupo s'avvicinò a dom Benedetto e gli diede la mano. - Dunque sei tu il prete di cui m'aveva già parlato il dottore... Sono contento di vederti, potrai venire da noi tutte le volte e rimanerci tutto il tempo che vorrai. Non siamo troppo di chiesa ma rispettiamo le idee religiose. E poi, senti, a me quello che interessa è che ci trattiamo con lealtà, dicendoci in faccia quello che pensiamo. Compagni e amici, insomma. - Ti ringrazio, comandante, di questa accoglienza; non me ne potevo aspettare una migliore - disse dom Benedetto. - Lupo mi chiamo. Strinse la mano a Rondine dando un'occhiata severa a Balilla: - Ciao, vecchio rondinone. Non ho ancora capito cosa sia successo. Entriamo a bere un grappino. E tu, - disse rivolto a Balilla con tono duro - rimani fermo li finché ti chiamo. Capito? - E un ragazzo, - gli bisbigliò Rondine - si sogna le avventure come un ragazzo. - Ne voglio fare un uomo. Se non lo fanno fuori prima, deve uscire da qui uomo. - Anche un cucciolo ha bisogno d'un po' di tempo per diventare un lupo. Davanti al bicchierino di grappa, Rondine raccontò l'accaduto dando tutto il merito a Piero: il dottore aveva ammazzato i tre, ferito il 321 quarto, liberato Balilla, udito la pattuglia, scelto la posizione e il momento di intervenire. - Ho capito, Rondine, - gli disse Lupo battendogli la mano sulla spalla - almeno un paio ne hai stesi tu. Ma non capisco come i fascisti abbiano fatto a prendere Balilla in un luogo dove non sono mai arrivati. - Balilla è in gamba, ma è un ragazzo e non sa valutare il rischio, c'è caduto - disse Rondine. - Allora tu sai. Ieri pomeriggio sul tardi è scomparso, l'abbiamo cercato tutta la notte. - Me l'ha raccontato mentre salivamo al campo. Balilla non aveva ancora sedici anni. Era scappato dal paese qualche settimana prima, quando i tedeschi avevano bruciato alcune case, sospettate d'aver dato ospitalità ai partigiani, ed era arrivato fino ai garibaldini. L'arma gli era diventata un'ossessione, giacché solo lui non era armato. Gli facevano spaccare la legna, lo mandavano in perlustrazione assieme a qualche squadra, gli avevano dato il fazzoletto rosso, ma di arma non si parlava. Quella sera decise di conquistarsela. Nel pastrano s'era messo un pezzo di legno sagomato a rivoltella ed era scomparso. Sperava d'incontrare sulla strada che portava al primo paese della vallata qualche milite isolato. Era saltato da una scorciatoia all'altra, s'era strappato il pastrano impigliandosi nei rami e scivolando lungo il sentiero, era arrivato alla strada, aveva proseguito cautamente fino alle prime case del paese e s'era appostato contro un mucchio di fieno sotto una tettoia. A ogni rumore sussultava immaginando che fosse un fascista, e impugnava il pezzo di legno sagomato. Poi, col buio, il tepore del fieno e la stanchezza lo fecero crollare addormentato. Il canto del gallo lo svegliò, e il primo pensiero, riandando a quanto era successo, fu che Lupo l'avrebbe messo al palo; venisse pure il palo, ma non poteva non tornare subito affinchè non pensassero a un tradimento. Ci si vedeva appena che cominciò a salire a mezza costa seguendo la strada. L'avrebbe abbandonata più avanti per prendere poi il sentiero per boschi e prati fino all'accampamento. Udì il rombo d'un motore che si faceva sempre più vicino. Si sporse un poco e vide venire dalla parte opposta una camionetta fascista. La strada, in quel punto, iniziava a discendere in stretti tornanti per aggirare le rocce a strapiombo e poi risalire e congiungersi con la statale che portava ai valichi. Balilla pensò che, se riusciva a bloccare la camionetta, poteva poi farsi inseguire dai fascisti, portarli in zona garibaldina, farsi sparare addosso e mettere così in allarme il primo posto di guardia. Almeno la sua scappatella, una sciocchezza da bambino, si diceva stizzito, sarebbe servita a qualcosa e, forse, Lupo avrebbe chiuso un occhio. Rotolò giù sulla strada alcuni massi. La camionetta si bloccò. Poteva essere una frana ma anche qualcuno che stava nascondendosi. I sei militi cominciarono a salire guardinghi con le armi spianate. Dal fruscio che ogni tanto udivano più in alto, da qualche sasso che rotolava, i militi capirono che qualcuno cercava di sottrarsi alla loro vista. Quando arrivarono al sentiero, scorsero su un tratto di prato Balilla che arrancava affannosamente. I militi pensarono che fosse un disertore disarmato. - Non 322 sparate, - ingiunse il capo - lo prendiamo vivo. Tu va' a tenere pronta la camionetta - ordinò a un milite. Il milite non volle intendere, e si ritrovarono tutti e sei all'inseguimento che sembrava un affare di pochi minuti. Ma Balilla aveva il vantaggio della conoscenza del sentiero e della rabbia nel sangue per essersi comportato come un bambino. Saltava come una capra, infilava scorciatoie; e i militi dietro. Lo strapiombo era già aggirato dall'alto e ci si avvicinava di nuovo alla strada. Balilla era stremato, strinse i denti, doveva farcela a salire quell'ultimo tratto di sentiero che s'inerpicava allo scoperto su un prato prima di raggiungere il bosco. Era arrivato quasi al termine della salita, e tutt'attorno s'allargava il bosco con grossi spuntoni di rocce, quando calpestò l'orlo del pastrano, scivolò per qualche metro, riprese a salire; ma ormai i militi fascisti, coi loro scarponi ferrati, avevano guadagnato terreno. Gli furono in breve addosso. Balilla si difese con calci e pugni, e i militi ridevano. - E un ragazzo - disse uno. - No, è un partigiano, non vedete che ha il fazzoletto rosso al collo? - disse il capo. - Lo faremo cantare al comando. Fu a questo punto che Rondine sibilò a Piero di fermarsi. - Ha avuto del fegato Balilla - concluse Rondine - e il suo piano non era stupido. Non ha calcolato il suo respiro perché è ancora un ragazzo. Non lo devi castigare, Lupo, gli vale di più la lezione di ieri che cento punizioni. È un ragazzo - e gli venne in mente il bambino di Teresa che a quell'ora stava come in prigione a scuola. - Non si direbbe, ma avresti potuto fare l'avvocato - rise Lupo. - Peccato che io abbia la testa dura. - È ancora un ragazzo - disse timidamente dom Benedetto. - Un ragazzo partigiano e garibaldino - aggiunse subito Lupo. Entrò Piero mostrando la pallottola estratta dal torace del milite: - Una pallottola del tuo fucile, Spartaco. Quel ragazzo se la caverà, e Smilzo va bene. L'infezione è circoscritta... - Rondine m'ha raccontato di stamattina - disse Lupo. - E a te Balilla ha detto qualcosa? - Quasi mi ordinava di far fuori il ferito - rispose Piero. - Nient'altro? - Oh, per questo puoi rivolgerti a Rondine. Lui viene a sapere tutto, coi ragazzi è meglio d'un confessore. Rondine arrossì: - Io non gli ho chiesto niente, è lui che ha incominciato a parlare così piano che ci sono volute le mie orecchie per capirlo. - Appunto, meglio d'un confessore - disse allegramente Piero. Si rivolse a Lupo: - Perché lasci fuori Balilla così impalato che non s'è nemmeno voltato quando l'ho chiamato? - Non s'è mosso da quando l'abbiamo lasciato? - Nemmeno d'un centimetro, sembra una statua. - Gli avevo detto di non muoversi fino a quando non l'avessi chiamato - e Lupo manifestò dalla voce e dagli occhi compiacimento perché fino a quel punto i suoi uomini gli obbedivano. - Lupo vuol fare il duro, e pensare che gli si legge negli occhi che gli 323 ha già perdonato - disse Rondine. - Ma insomma, da quale esercito venite? Sui cannoni ci legavano, e per sciocchezze - sbottò Lupo. - Io non ho mai visto nessun esercito, ho visto solo carabinieri brontolò Rondine. Lupo andò sulla porta e gridò: - Balilla, vieni qui. Balilla scattò sull'attenti. - Entra. Lupo si sedette e fissò Balilla. Rondine sorrise e ammiccò al ragazzo. - Che diavolo hai sotto il pastrano? - Un giubbotto di pelle dei neri. - Adesso ti metti a fare i giubbotti con la pelle dei fascisti? Balilla rimase serio, strinse i pugni perché gli altri avevano riso, impallidì. - Lo darai a Smilzo. Lui è malato e ne ha bisogno. - Sì, comandante. Due lacrime scesero dagli occhi del ragazzo accompagnate da una smorfia di rabbia per quella improvvisa debolezza non da uomo. Rondine abbassò la testa. Dom Benedetto pensò alla severità della regola benedettina nell'educazione dei giovani. Balilla si tolse il pastrano e il giubbotto. Cominciò a tremare, strappato dal tepore che l'avvolgeva. Si vedeva un maglioncino di lana sotto una giacca dalle maniche di bambino cresciuto troppo in fretta. «A quell'età ero anch'io così,» pensò Rondine «senza stomaco, senza spalle, con solo delle braccia che mi penzolavano fino alle ginocchia». - Hai il pastrano tutto sbrindellato. Fatti dare ago e filo, e aggiustalo. - Sì, comandante. - E adesso rimettiti il pastrano e va' a sbucciare le patate. - Sì, comandante. Uscito Balilla, Lupo si passò una mano sulla fronte e la ritrasse bagnata: - Avrei preferito assalire un presidio fascista piuttosto che togliere quel giubbotto a Balilla. A vederlo senza pastrano... Ma una lezione gliela dovevo dare. Deve diventare un uomo - aggiunse quasi con rabbia. E poi, con altro tono: - Il mio primo è su per giù di quell'età. - Il mio primo è su per giù a metà strada. Nascerà col taglio del frumento - disse Piero, commosso più di quanto avrebbe voluto. - A me è venuto in mente il figlio di Teresa - disse Rondine ancora a testa bassa, come se parlasse a se stesso. - Non parliamone più - tagliò corto Lupo. - L'arma, però, gliela lascerai, vero? - disse Piero. - Se voi gliela regalate... - E questa Mauser è per te. - Ma voi... Grazie, dottore. È un bel regalo, non so se io sarei stato capace di dartela -. La rigirò tra le mani, l'accarezzò, la soppesò. - Il primo che faccio fuori lo dedico a voi. - E a scarpe, come state? - chiese ancora Piero. - Dopo l'arma, sono le scarpe che ci fanno più gola. 324 - Per il momento, non ne abbiamo bisogno. Tenetele voi. - Un paio a Balilla gliele darai? - chiese Rondine. Lupo annuì. Poi aggiunse, pensieroso: - Dovremo prevedere un attacco dopo quanto è successo stamattina. Verranno su in forze per vendicare i loro morti e non risparmieranno i nostri feriti, sta' certo dottore. Fortunatamente abbiamo degli informatori in tutta la valle e saremo avvertiti in tempo delle loro mosse. - Potrebbero puntare contro di noi - disse Piero. - Lo scontro è avvenuto in un punto che farebbe piuttosto pensare alle nostre posizioni. - No, Balilla aveva il fazzoletto rosso. E poi i fascisti hanno aperto un grosso conto con noi; li abbiamo beffati con l'ultimo rastrellamento. Ma siamo pronti ad accoglierli. - Potrebbe essere la volta buona per un coordinamento con le altre bande - avanzò Piero. - E diffìcile, dottore. Finché non ci sarà un comando unico... - Si può tentare col Capitano - insistette Piero. - Tu lo conosci per sentito dire. Ha le sue idee, certo, ma è un valoroso e un galantuomo. - Prova tu, in via privata, però, come una tua idea; io debbo sentire il commissario e i miei uomini -. Guardò l'orologio: - È quasi ora del rancio, usciamo. Balilla stava in faccende attorno a una marmitta sotto una tettoia improvvisata. - Balilla - gridò Lupo. - Sì, comandante. - Da questo momento hai un moschetto con tre caricatori. Ricordati che per quest'arma tre nostri amici hanno rischiato la vita. - Sì, comandante. - E buono oggi il rancio? - gli chiese Piero. - Be', insomma... - e gli occhi di Balilla espressero gioia e riconoscenza. Lupo non permise che Piero e Rondine facessero la strada del mattino. - E sempre possibile un'imboscata. Non hanno ancora ritirato le salme dei loro commilitoni perché servano per noi da esca. Vi farò accompagnare da una pattuglia dei miei uomini che conoscono un'altra strada per arrivare alla vostra base. - C'è un'altra strada? - chiese meravigliato Piero. - Noi garibaldini sappiamo più di quanto sapete voi autonomi rise Lupo. A salutarli c'erano tutti gli uomini dell'accampamento. Balilla, con il moschetto a tracolla, era accanto a dom Benedetto. Lupo gli aveva ordinato: - Tu starai sempre vicino al prete, lo proteggerai senza essere troppo curioso. Dom Benedetto non vuole portare armi e ha bisogno d'un uomo sveglio che lo accompagni nei suoi spostamenti. Tu conosci i sentieri come una capra e, quanto a essere sveglio, non montarti la testa per non fare la fine di stamattina. - Sì, comandante. Dom Benedetto aveva sorriso: - Sarai il mio angelo custode, un angelo 325 che si chiama Balilla. - Anche i preti in questa stagione hanno bisogno dell'angelo custode - soggiunse Piero. - Io sono solo un partigiano garibaldino - disse Balilla cui la faccenda dell'angelo custode non andava troppo giù perché sentiva di cose da bambino. - Hai ragione, Balilla - disse Rondine. - Ma in questa stagione Dio ha ordinato a certi suoi angeli custodi, i più svegli, di mettersi al collo un fazzoletto rosso. Io lo so perché parlo coi morti. - Parli coi morti, tu? - chiese stupito Balilla. Il mattino seguente dom Benedetto celebrava la sua prima messa tra i garibaldini. Balilla stette un momento incerto e poi scacciò il pensiero come una debolezza, perché nemmeno Lupo s'era confessato. Rimase tutto il tempo della messa a fianco del tavolino senza muoversi, col moschetto che ogni tanto sembrava gli scivolasse dalla spalla. Dom Benedetto passò qualche giorno fra i garibaldini. Parlando con Lupo e il commissario, gli nacque l'idea di fare un collegamento fra gli uomini che incontrava nei suoi spostamenti e le loro famiglie. Balilla, il primo giorno, era diffidente verso quel prete che assomigliava più a un professore che a un partigiano; poi si sciolse e ne fu contento, perché dom Benedetto lo trattava da uomo. Divennero amici. Quando l'accompagnò con la squadra di Lupo presso le bande di Giustizia e Libertà, al momento di salutarsi, disse: - Prete, ritorna presto, non lasciarmi disoccupato. Erano bande bene organizzate, pur senza quella disciplina militare e gerarchica che dom Benedetto aveva notato negli uomini del Capitano. Come i garibaldini, s'opponevano al fascismo avendo di mira una società nuova che sarebbe nata dalla guerra, ma il modello perseguito, a differenza dei primi, non s'ispirava a nessuno di quelli già esistenti. Anche lì trovò il commissario politico, ma più distaccato dagli uomini, pur senza volerlo, per un certo linguaggio e idee che erano familiari solo a gente di studio. «Sono come i monaci che si sforzano di spiegare la liturgia al popolo» pensò dom Benedetto. Marco era il nome di battaglia del comandante, un giovane avvocato pensoso e quasi ascetico. Gli uomini lo amavano, spinti da un senso di rispetto e di protezione per quella sua figura fragile e per il suo modo di comportarsi che, molto meditato e cauto quando si trattava di esporre a qualche rischio gli uomini della banda, diventava altrettanto deciso, quasi temerario, nell'azione personale e nel rifiuto di qualsiasi privilegio. Per tenere collegate le varie bande, oltre al commissario, avevano un giornaletto che ciclostilavano quando e come potevano. Il ciclostile era prezioso quanto la mitraglia, ed era il primo oggetto che nascondevano al primo allarme. Già molti morti e feriti avevano seminato il lutto fra quelle bande durante il rastrellamento invernale. Marco ne parlò a don Benedetto: - Per i nostri errori di tattica. Contro le armi pesanti, la resistenza frontale è un suicidio. Abbiamo capito che la tattica vincente è la continua mobilità. C'è tutto da inventare. 326 - Non avete un piano comune con le altre formazioni? - chiese dom Benedetto. - Purtroppo no. Forse sarà l'azione a costruire l'unità. Ma sarà sempre un fatto precario, incerto, pronto a dissolversi non appena è finita l'azione. È più facile fare l'unità sparando che ragionando. All'inizio della settimana di Passione, dom Benedetto riprese il suo cammino verso la parte terminale dell'arco di montagne, per poi raggiungere, attraverso un largo giro in pianura, il monastero e passarvi la pasqua, come gli aveva richiesto l'abate. - Meglio che mandi avanti una staffetta ad avvertire del tuo arrivo - disse Marco. - Quella è una zona più calda della nostra perché le grandi industrie non sono lontane. Bisogna muoversi con grande prudenza, le imboscate sono sempre possibili. Dovrai aspettare qualche giorno. - Garibaldini? - Sì, garibaldini; si sono ingrossati parecchio nonostante i colpi che hanno ricevuto quest'inverno. Li comanda un tenente che ha fatto la ritirata di Russia. Molti di quegli uomini hanno visto in faccia i tedeschi e non hanno dimenticato. LA GRANDE SETTIMANA. - Un prete? - esclamò il tenente Dinamite. - Che ne dici, Stalino? - Per me va bene, purché non mi predichi d'amare i tedeschi. - È in gamba - assicurò la staffetta. - Non s'intromette in quello che pensiamo; dice messa, confessa chi vuole, senza propaganda, e discorre come uno di noi. Con le sue conoscenze ha in mente di fare arrivare notizie alle nostre famiglie. Voi conoscete il mio comandante Marco. In queste cose è molto sottile, eppure non ha avuto niente da ridire. - Se è così - fece Stalino - gli chiedo di andare a vedere se mi è nato un settimino. - Vuoi comandare tu la squadra che lo prenderà in consegna da quella di Marco? - gli disse il tenente, tutto euforico all'idea di vedere in faccia un prete partigiano. Stalino, con l'afflusso di nuovi partigiani dopo il rastrellamento, era stato proposto dal tenente Dinamite a vicecomandante. Gli uomini avevano accettato all'unanimità quella candidatura. Il modo col quale aveva conquistato l'arma, raccontato sempre con nuovi pittoreschi particolari man mano che circolava di bocca in bocca fra i nuovi arrivati, era diventato quasi una leggenda. Stalino rideva e non si dava importanza: - E perché voi non conoscete il mio paese, gente che sa imbrogliare anche il diavolo. Io ho preso poco da loro perché non ho mai fatto l'ambulante; se ci fosse stato mio cognato, quello sì, non due ragazzetti ma tutto il presidio avrebbe imbrogliato. Poi ci furono altre azioni, e Stalino non si tirava mai indietro. Sbrinz e Raglio gli erano sempre vicino e facevano quello che lui diceva. Si accorsero così di ubbidirgli senza che lui comandasse. 327 Divenne caposquadra, e i due amici chiesero di rimanere con lui. Dove ci volevano coraggio e intelligenza, Dinamite mandava la squadra di Stalino. - Come fai, Stalino, che ti va sempre bene? - gli chiese un giorno il tenente. - Ho perfino vergogna a dirtelo - rispose. - M'immagino d'essere il capo fascista e dico: se fossi lui, farei così e così. Loro non sanno che io ho pensato prima quello che loro farebbero e ci cadono dentro. Me l'ha insegnato mio cognato: quando vuoi trattare un affare devi indovinare quello che pensa la gente. Ti metti al suo posto e pensi: quello vuol fare il furbo e mi vuole imbrogliare. Tu non li imbrogli, allora, in ciò che pensano, ma in un'altra parte che non s'aspettano. - Il tuo paese dovrebbe diventare la sede dell'accademia militare, con i generali tutti a scuola da gente come tuo cognato - rise Dinamite. Ma la dimostrazione piena della sua capacità di cogliere le situazioni e di farvi fronte con prudenza e, insieme, con risolutezza, Stalino la dette in occasione del rastrellamento invernale. Centinaia di nazifascisti procedevano a ventaglio lungo il fondo valle, battendo con mortai il fianco della montagna sul quale si erano appostati gli uomini di Dinamite. I tedeschi erano ancora lontani dal punto in cui il tenente aveva deciso di rispondere con tutte le armi, lasciando alla squadra di Stalino il compito di proteggere il successivo sganciamento. Appiattiti contro spuntoni di roccia e in piccoli avvallamenti, gli uomini attendevano l'ordine di sparare. I mortai battevano sempre insistentemente la mezza costa senza seguire l'avanzata dei nazifascisti. Il fatto insospettì il tenente. - Sali verso il crinale con la tua squadra, stando al coperto, e spingiti verso il fondo valle oltre il terreno battuto dai mortai. Può darsi che i tedeschi stiano salendo per prenderci fra i due fianchi, e i colpi di mortaio servano solo per trarci in inganno. Ricacciali giù - ordinò a Stalino. Stalino partì con la sua squadra, aggirò la posizione battuta dai mortai, vide una -colonna tedesca che saliva verso il crinale, appostò i suoi uomini lungo la traiettoria che avrebbero seguito i tedeschi, fece avanzare questi ultimi ignari d'essere sotto tiro e poi diede il segnale ai suoi uomini più in basso di sparare in direzione della colonna che saliva. Mentre il centro della colonna veniva colpito e si disperdeva, e la parte superiore si bloccava prendendo posizione dalla parte degli spari, Stalino ordinò il fuoco agli altri uomini. Chi non rimase sul terreno rotolò precipitosamente in giù. La coda della colonna tentò di organizzare la difesa, ma lo slancio di Stalino e dei suoi uomini, usciti allo scoperto, glielo impedì. I mortai cessarono il loro martellio. - Presto, sul crinale - urlò Stalino. Cercarono di raccogliere qualche arma dai morti. - Non c'è tempo - gridò con tutto il fiato. - Fra qualche minuto i mortai ci spareranno addosso. Si fermò per aspettare l'ultimo uomo che s'era attardato a raccogliere bombe a mano e a cinturarsele attorno alla vita. Sentì il sibilo d'un proiettile di mortaio. - Raglio, gettati a terra - gridò Stalino, e si buttò sulla neve. Raglio non udì, o era troppo tardi. Uno schianto terribile echeggiò tutt'intorno, schegge volarono sulla testa di Stalino con brandelli 328 di carne e di vestiti. Stalino imprecò e riprese a correre verso il crinale. Sentì un altro sibilo, si ributtò a terra, riprese a correre con gli scoppi che s'infittivano tutt'attorno. Fece gli ultimi metri a testa bassa e continuò la corsa al coperto. Aveva nel naso l'odore di carne bruciata. Ormai tutti gli uomini dalle loro posizioni sparavano. I tedeschi salivano a raggiera sparando senza sosta. Il tenente mandò alcuni uomini più in alto a contenere la manovra, fece smontare la mitragliatrice e ordinò di tenersi pronti per lo sganciamento. Stalino si vide attorno la sua squadra, e fece cenno al tenente di essere pronto. Il tenente si alzò, sentì caldo alla coscia, gli parve di mancare, ordinò ai suoi uomini di ritirarsi e s'accasciò. Stalino con un balzo gli fu accanto e con un laccio fermò il sangue. Due uomini sollevarono il tenente. - Prendi tu il comando, Stalino - disse il tenente. - Sbrinz comandi la squadra di copertura. Adagiarono il tenente sulla barella e iniziarono lo sganciamento. L'aria era fredda, tagliente. Sbrinz si portò con la sua squadra in aiuto agli uomini che contenevano la manovra di avvolgimento. L'accresciuto volume di fuoco disorientò per qualche minuto i tedeschi che ripiegarono leggermente trascinando con loro alcuni commilitoni colpiti. Fu sufficiente perché gli uomini inviati prima sul posto si ritirassero e Sbrinz, con la sua squadra, si portasse dall'altra parte della linea seguita dai tedeschi e scendesse di qualche decina di metri protetto dalle rocce. Da lì ricominciarono a sparare sul fianco tedesco finché quelli fecero una seconda manovra di avvolgimento. La squadra risalì e, con un ampio giro, si portò sull'altro fianco. Stalino era l'ultimo della colonna. In testa c'era la barella del tenente. Dopo mezz'ora di marcia, Stalino chiamò i capisquadra: - Ogni squadra si disperda, se è necessario si divida ancora; non ricercate il collegamento se non a operazioni finite. Rifugiatevi nelle baite, nei paesi se non c'è immediato pericolo per la popolazione. L'appuntamento è al posto che sapete, dove adesso porteremo il tenente. Gli uomini di Soriano rimarranno con me. Intanto Sbrinz seguiva la sua tattica di copertura, cercando d'ingannare i tedeschi sull'effettiva consistenza della sua squadra, spostandosi continuamente. Il terreno lo favoriva. I tedeschi procedevano con prudenza ma inesorabilmente. I mortai avevano ripreso a battere l'alta costa. Un uomo era caduto. Sbrinz gli si portò vicino a carponi. Gli occhi aperti guardavano il cielo, un rivolo di sangue usciva dalla fronte. Passò in fretta la mano su quella fronte e riprese a sparare accanto al morto. Stalino disse a Soriano: - Continua tu, io torno da Sbrinz con due uomini -. Si levò la pelliccia interna del giubbotto e la stese sul tenente. Dinamite gli sorrise debolmente: - Ti voglio rivedere Stalino -. I tre uomini, raccolte le scarse munizioni di riserva, fecero la discesa di corsa. Poi ripresero a salire. Lasciando il sentiero s'inerpicarono su un canalone. I colpi di mortaio diventavano sempre più vicini. Al termine del canalone, i tre uomini si trovarono sulla parte più alta del crinale. - Aspettatemi qui, io proseguo. Sparate soltanto quando saranno a tiro 329 - disse Stalino. Poi scivolò giù per il crinale. I tedeschi erano a poche centinaia di metri: ancora qualche minuto e avrebbero chiuso la ritirata a Sbrinz. Sbrinz s'accorse che stava per essere accerchiato. Fece cenno ai suoi uomini d'imboccare il sentiero e di disperdersi. Alcuni tedeschi avevano raggiunto il crinale a qualche decina di metri da lui e stavano sparando dall'altra parte. Se avesse tentato di muoversi, sarebbe stato crivellato di colpi. S'avvicinava prestamente il crepuscolo. - Da questa parte, Sbrinz gridò Stalino. Sbrinz udì confusamente, capì che era questione di secondi, si scostò dalla traiettoria dei colpi di Stalino, si trovò sul canalone, Stalino l'afferrò, i tedeschi spararono, i due uomini appostati alla fine del canalone spararono, Sbrinz e Stalino aggirarono i due uomini, questi cessarono di sparare; e tutti e quattro si trovarono in fondo al canalone, le ossa che doloravano e le mani spellate e sanguinanti. Dall'alto i tedeschi continuarono a tirare ma solo per qualche minuto perché il crepuscolo lasciava ormai il posto alla sera. Per qualche giorno il tenente ebbe febbre alta, nascosto in una profonda grotta. Nel delirio comandava i suoi uomini nella ritirata di Russia. Stalino gli rimase accanto notte e giorno. Tedeschi e fascisti incendiavano baite, catturavano giovani inermi come ostaggi, razziavano. La neve che Stalino raccoglieva in un fazzoletto, per metterla sulla fronte infuocata del tenente, si scioglieva subito. Poi arrivarono i primi uomini con la notizia che il rastrellamento era finito e, quasi un trofeo, con una gallina già spennata. Stalino non aspettò la sera per andare alla ricerca d'un medico e persuaderlo a salire dal tenente. La banda si riorganizzò su posizioni più alte, alcuni uomini si dispersero, altri la raggiunsero. Ripresero i colpi di mano, più rabbiosi e più frequenti di prima per impossessarsi di armi e di cibo. Dopo una ventina di giorni Dinamite riprendeva a camminare. Stalino era stato nominato vicecomandante. - Li aspettiamo qui - disse Stalino agli uomini della squadra. Si sedettero appoggiandosi a dei massi in pieno sole. L'aria era ancora fredda ma il sole scaldava e, dove batteva, la neve diventava una granita. Stalino non riusciva a stare fermo. - Vado a dare un'occhiata in giro disse ai suoi uomini. Da quando aveva saputo dell'arrivo del prete, la sua mente ritornava continuamente a Piero. «Se quel prete viene da lontano, forse ha visto Piero. Piero, da quanto m'ha mandato a dire mio cognato, dovrebbe trovarsi da quelle parti, e aspettare anche lui un bambino. Nasceranno a poca distanza l'uno dall'altro. Il mio lo voglio chiamare Giovanni, come si chiamava Raglio, così mi ricorderò sempre del mio amico». Li vide sbucare dal bosco sottostante e iniziare la salita. Stalino fischiò ai suoi uomini e andò incontro a dom Benedetto agitando il mitra in segno di saluto. Lo individuò subito dalla tuta bianca. - Hai conosciuto un dottore da quelle parti? - gli chiese appena gli fu accanto, ancora prima di salutare gli uomini di Marco. - Ma allora tu sei Stalino - gli rispose dom Benedetto. Stalino gli strinse forte la mano, tanto da fargli male, senza dire una 330 parola in più perché in gola gli sembrava d'avere qualcosa che assomigliava a voglia di ridere e di piangere. Fu così contento che offrì dal suo pacchetto striminzito una sigaretta a tutti gli uomini di Marco. Dom Benedetto trasse dallo zaino due pacchetti di sigarette e li diede a Stalino. - Te li manda Piero. Con lui c'è anche Rondine. - Rondine? - esclamò Stalino. - Ma allora abbiamo già vinto. Quello è nato per nascondersi e saltar fuori all'improvviso senza che nessuno se ne accorga. L'avessi io qui... - Anche là è bravo - sorrise dom Benedetto. - Tre del mio paese... E poi dicono che noi pensiamo solo a imbrogliare la gente. Il tenente andò incontro a dom Benedetto. - E il mio tenente di Russia - disse Stalino. - L'ho cercato finché l'ho trovato. Fra la meraviglia di tutti, il tenente e Stalino furono i primi a confessarsi. Chi era incerto si fece coraggio e s'inginocchiò davanti a dom Benedetto, Sbrinz resistette, ma più per sbalordimento che per convinzione. ; - Non l'avrei mai immaginato - disse Sbrinz a Stalino alla fine della messa. - Era una promessa che avevo fatto in Russia se riuscivo a portare a casa la pelle. Sai, al mio paese, se fossi andato in chiesa tutti avrebbero detto la loro, mentre qui nessuno m'ha visto. Le promesse bisogna mantenerle. - Giusto. E il tenente? Anche lui in Russia? - Il tenente non sembra ma è di chiesa. Io l'ho sentito pregare mentre era in delirio nella grotta. Don Benedetto non ebbe difficoltà a sentirsi subito a suo agio. Ormai conosceva la durezza, la semplicità, l'estrosità e la bontà di quegli uomini. Le parole non lo ferivano più come nei primi giorni. Ma in quella banda si sentì ancora meglio, forse perché respirava già aria di settimana santa e di monastero. Sarebbe ritornato in monastero a celebrare la pasqua, fra tovaglie pulite, pavimenti tirati a lucido, refettorio preparato, lenzuola di bucato. Ma le centinaia di uomini che aveva conosciuto, i cui nomi aveva ripetuto decine di volte per stamparseli nella mente, i cui volti tirati per notti insonni e per la fatica delle lunghe marce gli passavano continuamente davanti agli occhi quando pregava, come teorie di personaggi da antiche basiliche, questi uomini sarebbero rimasti lì, sul fieno se non erano braccati, con la pentola delle solite patate quando c'erano, con gli abiti e le scarpe consunti. Faceva bene a ritornare in monastero, come l'abate aveva voluto? Perché l'abate era stato tanto categorico in quella determinazione? Gli si avvicinò il tenente: - Che pensi, prete? Guarda, s'è già formata la luna di pasqua. - Mi rincresce non poter celebrare la pasqua con voi. Ne avrei tanto desiderio. 331 - Ho tanto desiderato celebrare questa pasqua con voi... - soggiunse sottovoce il tenente. Sarebbe partito la domenica delle Palme. Tutto era stato predisposto con cura. Stalino, con una squadra, l'avrebbe scortato fin nelle vicinanze del paese. Un uomo del posto, poi, l'avrebbe accompagnato in canonica e da là dom Benedetto avrebbe cominciato il suo giro verso il monastero. Stalino gli aveva ripetuto più volte: - Lascialo detto alla Campanella, poi loro lo faranno sapere a mia moglie: voglio che si chiami Giovanni, in ricordo del mio amico Raglio. - E se è femmina? - No, è un maschio. Invece dom Benedetto non partì per la pianura. Durante la messa delle Palme era arrivata una staffetta di Marco. Una grossa colonna nazifascista si preparava a incunearsi fra gli autonomi del Capitano e i garibaldini di Lupo. Se non veniva fermata era possibile l'accerchiamento di tutte le bande della zona. - La notizia è di buona fonte? - chiese Dinamite alla staffetta. - Viene da un nostro informatore che lavora al comando tedesco. - Puoi ugualmente partire, dom Benedetto. Dalla parte dove tu vai non c'è nessun pericolo - disse il tenente. - Seguirò la staffetta, poi andrò da Lupo per raggiungere successivamente il Capitano - rispose deciso dom Benedetto. Il tenente insistette, Stalino insistette. - Il mio posto è là - e la voce di dom Benedetto prese l'inflessione d'una durezza che non gli sembrava essere mai stata sua. Giunto da Marco, voleva ripartire subito. Marco s'oppose: - La notte ti coglierebbe nei boschi. - Voi non interverrete in loro aiuto? - Ho ordinato alle bande che dipendono da me d'intervenire per evitare l'accerchiamento. Ciò consente di lasciare una via aperta agli uomini del Capitano e agli stessi garibaldini. Non possiamo fare di più. Hanno appena ricevuto un lancio e dovrebbero essere ben riforniti d'armi e di munizioni. Non è per egoismo di banda, credimi. Arrivò da Lupo il lunedì santo, mentre stavano smontando il campo nascondendo tutto quanto avrebbe impedito un rapido sganciamento. Balilla gli córse incontro: - Ho già sparato, cose da niente, ma adesso si fa sul serio. Perché sei tornato? Non sapevi che eravamo in stato d'allarme? - Sì, lo 'sapevo. Balilla lo guardò sorridendo. - Hai del fegato, mi piaci. Armi non ne hai? - Ho un pezzetto di cioccolato che ho conservato per te. - Vieni, andiamo da Lupo. Lupo non mi ha più fatto la faccia scura. E guarda i miei scarponi! Trovarono Lupo che, davanti a una carta, dava disposizioni ai comandanti delle diverse bande dislocate nella zona. Lo salutarono tutti calorosamente. - Hai fatto bene a ritornare - disse bruscamente Lupo, interrompendo con la sua forte voce la ressa rumorosa attorno a dom Benedetto. 332 - Fra poco ho finito -. E continuò a illustrare e a coordinare i diversi movimenti che avrebbero dovuto compiere i suoi uomini nell'ipotesi che i tedeschi avessero attaccato sui due lati, oppure avessero ripiegato contro i garibaldini o gli autonomi. - Per me - concluse - la prima mossa dei tedeschi è l'attacco contro gli autonomi, per via del lancio -. Fissò dom Benedetto: - Nemmeno una pallottola m'ha dato il tuo Capitano. E ne ha ricevuta di roba! - Non è il mio Capitano - rispose dom Benedetto. - Già, non è il tuo Capitano. Ma perché non ci ha dato niente? Le nostre riserve sono scarse, abbiamo solo poco più di un'ora di fuoco, e qui si tratta di giorni. Imprecò, nonostante guardasse fisso dom Benedetto. Poi chiuse gli occhi, si passò una mano sulla fronte. - Senti, dom Benedetto, - continuò più calmo - io non ho mai pregato nessuno in vita mia, ma fagli capire che, se diciamo una parola in più quando si sta fermi, di fronte ai tedeschi miriamo tutti contro la stessa parte. Te può darsi che ti ascolti. - Tenterò - disse dom Benedetto. - Tu hai capito, vero? Noi rimaniamo garibaldini. Hai capito, vero? Gli uomini uscirono per organizzare i loro distaccamenti secondo il piano concordato. - Come sta quel ferito? - chiese dom Benedetto. - Va bene. L'abbiamo fatto partire assieme a Smilzo e a qualcun altro in luoghi più sicuri. Io... io certe volte il commissario non lo capisco. Mi disse che avevo fatto male ad accettarlo e a farlo curare. Il dottore avrebbe dovuto portarlo con sé se ci teneva tanto. E poi ha cominciato a indottrinarlo che, se non si sta attenti, diventa più comunista di me - e rise schiacciando l'occhio a Balilla. Entrò un uomo del distaccamento più a valleE : arrivato l'informatore, e sembra che i tedeschi non saliranno da questa parte, ma dall'altra per premere sulla sinistra gli autonomi e impedire loro di sganciarsi in zone meno controllate. Sarà per domani o dopodomani. - Non c'è un minuto da perdere, dom Benedetto. Mangi un boccone e parti subito. Può darsi che questa notizia il Capitano non ce l'abbia ancora. Tu, Balilla, l'accompagnerai per il sentiero di sopra che dom Benedetto non conosce ancora, assieme ad Aloscia e a un paio dei suoi uomini - ordinò Lupo. - Mangerò durante la strada - disse dom Benedetto. - Meglio ancora, non c'è un minuto da perdere. E per le armi, se ci riesci, bene; altrimenti fra noi due non cambia niente. Il sole era già dietro alla montagna quando arrivarono al campo degli autonomi. La sentinella scorse fra gli alberi la tuta bianca e andò incontro ai garibaldini. - Sei un ingenuo - disse Balilla alla sentinella. - Immaginati che i fascisti abbiano scoperto il trucco della tuta bianca con la croce rossa e abbiano inventato un prete. - Ma ho visto anche te - rispose ridendo la sentinella. - Un fascista 333 non avrebbe mai la fantasia di vestirsi in questo modo. Balilla guardò la giacca a vento imbottita della sentinella. - Ah, - fece - vi trattano bene gli americani -. Lupo gli aveva ingiunto di non fare nessun commento sul lancio, e Balilla rimandò giù le parole che stavano saltandogli sulla lingua. La sentinella gridò: - Amici. - Compagni - borbottò Balilla. - Sai che significa compagni? - disse dom Benedetto passandogli un braccio attorno al collo. - Per chi mi hai preso? Compagno significa volere le cose giuste e far fuori chi non le vuole - rispose Balilla. - Compagno vuol dire mangiare insieme lo stesso pane perché ci si vuole bene. - È lo stesso, con parole più belle perché tu sai fare le prediche. - Dom Benedetto, Balilla, Aloscia... - gridò Piero non appena li vide. - Non ti aspettavo davvero - soggiunse rivolgendosi a don Benedetto. - Con quello che potrebbe succedere, mi sembrava una fuga scendere al monastero per la pasqua. Sono convinto che padre abate mi approverà quando ne sarà informato. C'è il Capitano? - Si trova al comando. - I garibaldini hanno bisogno di armi. Piero allargò le braccia: - Ho cercato di persuaderlo ma non ci sono riuscito. Dice che ha degli impegni da rispettare. Il prossimo lancio dovrebbe essere per le bande di Giustizia e Libertà. - E i garibaldini? - La missione alleata è diffidente verso di loro - disse Piero. - Non è giusto, li dovrebbe conoscere. - Non è giusto, certo. - L'informazione non è completa - disse il Capitano a dom Benedetto. - I tedeschi saliranno con due colonne parallele per schiacciarci in mezzo e impedire che altre formazioni vengano in nostro aiuto. Ma siamo pronti a riceverli. - Pensano proprio che i garibaldini verranno in vostro aiuto? buttò là dom Benedetto. - Perché? Ci sarebbe forse qualcosa di strano? - e il Capitano non riuscì a nascondere la sua meraviglia. - I garibaldini hanno poche armi e munizioni. Le vorranno riservare nel caso in cui saranno attaccati direttamente. Il Capitano s'accese una sigaretta: - Col lancio abbiamo potuto armare tutti gli uomini e ce ne sono avanzate. Le abbiamo nascoste per chi ci raggiungerà dopo il rastrellamento. - Nascoste non servono a nessuno, servono piuttosto ai tedeschi, - osservò vivacemente dom Benedetto - mentre nelle mani dei garibaldini... - Parli di armi col tono d'un vecchio soldato - lo interruppe sorridendo il Capitano. - Possibile che un mese solo di montagna t'abbia 334 trasformato? - Desidererei che in questo momento ogni arma di tutto il mondo si rifiutasse per sempre di sparare. - Un'idea da padre abate... - Certo, - s'affrettò a dire dom Benedetto - chissà che cosa penserebbe l'abate delle armi nascoste. Il Capitano s'accese un'altra sigaretta. Nessuno quanto lui poteva capire, come esigenza militare, la necessità che i garibaldini fossero pronti sull'altro fianco con tutte le armi disponibili. Ma perché era entrata la politica a complicare le cose? E Lupo era prima un politico o un soldato? - Quanti uomini di Lupo ti hanno accompagnato qui? - chiese, come se fosse la conclusione d'un suo ragionamento. - Tre, più un ragazzo. - Ah, Balilla, quello dell'azione del tenente medico e di Rondine. Ha del fegato il ragazzo. Chiamali, per favore. Piero stava punzecchiando Balilla sotto gli occhi divertiti dei tre compagni. Rondine era vicino al ragazzo quasi volesse proteggerlo. - Sai che Lupo ti voleva sculacciare? - Lupo non sculaccia, questa è roba da donne, Lupo da dei calci nel di dietro che ti solleva un metro da terra. - Ma con te faceva un'eccezione. - Non crederci, Balilla - disse Rondine. - Ho sentito io Lupo con queste orecchie dire che ti avrebbe dato un calcio da sollevarti non un metro, due metri, un calcio non nel di dietro ma proprio giusto, nel culo. - Io ho detto nel di dietro perché parlavo con un dottore, ma Lupo dice proprio culo - e guardò Rondine riconoscente. Piero rise come usava prima dell'8 settembre. - Balilla, - continuò con voce allegra - fra i grossi paracadute del lancio ce n'era uno piccolo piccolo con un fagottino appeso. E capitato nelle mie mani. Sul fagottino c'era scritto: Questo è per Balilla, firmato Alexander. - Il Capitano non me lo darà - disse Balilla, incerto se crederci o ritenerlo uno scherzo del dottore. - No, il Capitano è un uomo che non fa trucchi. Come l'ha visto mi ha detto: Questo allora è per Balilla. Appena lo incontri glielo dai. - Dammelo, allora - disse Balilla che cominciava a crederci. - Che cos'è? - Un giubbotto che ti va a pennello, ma è americano... - Non fa niente, siamo alleati (la voce gli tremava dall'emozione) e poi ci metto sopra la stella rossa e non è più americano. - Vieni, andiamo a prenderlo. Questo, Lupo te lo lascerà perché nemmeno lui può mettersi contro Alexander. - Dove vai, Balilla? Il Capitano ti aspetta - chiamò dom Benedetto. - Fra poco sono da lui - rispose. Si rivolse a Piero strizzando l'occhio: - Non è il mio comandante Lupo per ubbidirgli subito. Il Capitano fece portare qualche galletta e del cioccolato. Offerse un bicchierino di grappa e un pacchetto di sigarette americane a ciascuno. 335 I tre uomini rovesciarono gli occhi aspirando la prima boccata. - Quando ci va bene, sono le militi - disse Aloscia. - Gli americani si trattano bene. - Posso darvi un po' d'armi e munizioni - disse il Capitano senza preamboli. Si guardarono stupiti: - Diventeranno rosse contro i nazifascisti disse Aloscia a nome di tutti. , - Immagino che il sentiero che fate per ritornare non sia da mulo, soprattutto col buio. - Solo gli uomini ci passano, ma a conoscerlo bene - rispose Aloscia. - Bisognerà portarle in spalla. In tre non ce la farete. - Abbiamo un quarto uomo, Balilla. - E un ragazzo. Ma dov'è Balilla? - chiese il Capitano. - È andato un momento col tenente medico. Il Capitano sorrise: - Per la faccenda del generale Alexander? - Sì - rispose Aloscia. - Il tenente medico è bravo e coraggioso, e soprattutto buono. Per non farsene accorgere, è sempre pronto a scherzare. - Anche i ciechi lo vedono - annuì Aloscia. - Vi farò aiutare da una squadra dei miei uomini - riprese il Capitano. Entrò Balilla col giubbotto nuovo fiammante. - Sei un partigiano in gamba - gli disse il Capitano stringendogli la mano. - Sì, Capitano - balbettò Balilla con una vampata di rosso sul viso. Alle armi il Capitano aggiunse uno zaino di sigarette, cioccolato e scatolette di carne. - Lo porterai tu, Balilla, è pesante quanto una mitraglia. Salutatemi Lupo - disse il Capitano. Otto uomini partirono curvi sotto il peso delle armi e delle cassette di munizioni. Sopra lo zaino Balilla portava arrotolato il vecchio pastrano grigioverde. Al campo garibaldino l'arrivo delle armi svegliò ed entusiasmò il distaccamento del comando. - Non aspetteremo che ci attacchino. Se saliranno in due colonne, attaccheremo noi per primi. Altrimenti ci sposteremo il più possibile verso il territorio controllato dagli autonomi per dare loro manforte in caso ne avessero bisogno - disse Lupo. Balilla fu il più ammirato e coccolato per il suo giubbotto e, soprattutto, per quello zaino che sembrava un pozzo di san Patrizio. - Me la dai la stella rossa? - chiese a Lupo. - Per che farne? Hai già il fazzoletto rosso. - Per metterla sul giubbotto, al posto dove il prete ha cucita la croce. - Non fare confusioni, Balilla. Quel posto è riservato alla croce dei preti che stanno dalla nostra parte. Non vedi che è rossa come la stella? - e gli dette un calcio così leggero che Balilla quasi non se ne accorse. Il martedì santo, all'alba, tutto era già predisposto in vista dell'attacco 336 dei nazifascisti. Al lato destro c'erano le squadre comandate dai tenenti Gatti e Boglioni; su quello sinistro, la squadra del tenente Manfredi dominava le casupole al termine della mulattiera con la mitraglia pesante e due mortai. Più a monte c'era una forte riserva di uomini agli ordini diretti del Capitano, con tre capisquadra, per intervenire sui due fianchi. Piero aveva organizzato il servizio per i feriti e aveva predisposto provvisoriamente l'infermeria in una grotta a monte del comando, nell'intenzione di raggiungere, appena fosse stato possibile, la base Cana. Gli uomini, soprattutto i nuovi armati che avrebbero partecipato per la prima volta a un'azione militare, erano euforici. Il Capitano, con la sua calma e sicurezza, sosteneva quell'entusiasmo. S'aggirava fra i suoi uomini, li chiamava a uno a uno col nome di battaglia, consigliava la posizione, ripeteva loro il piano che doveva essere attuato. Verso sera giunse Miriam, esausta. Aveva corso, fatto lunghi giri per evitare i posti di blocco, s'era buttata nei torrenti, nascosta nei pagliai. Due giorni e una notte aveva impiegato per arrivare dalla città. Il messaggio, le avevano raccomandato, doveva arrivare al massimo per la sera di martedì. Il Capitano lesse il messaggio portato da Miriam: «Confermato attacco nazifascista su due direttrici all'alba di mercoledì. Forza calcolata cinquecento uomini con armi pesanti. Buona fortuna». - Dovrò rimanere con voi - disse Miriam. - Salendo per la mulattiera ho visto le prime camionette tedesche arrivare in paese. Dammi un'arma, Capitano. - La userai solo per difenderti - le disse il Capitano consegnandole una Beretta. - Il tuo posto è nell'infermeria. Mettiti agli ordini del tenente medico, Miriam. - Sì, Capitano. - Stanotte riposerai nella mia brandina. Non preoccuparti per me aggiunse il Capitano. - Non sei più una staffetta, sei una partigiana - le disse Cucciolo accarezzandole i capelli. - Vedrai che non ti succederà niente. In previsione del rastrellamento, il Capitano e i suoi uomini avevano cercato di persuadere gli abitanti delle casupole al termine della mulattiera di sotterrare tutta la roba che non potevano portare con sé e di scendere in paese. - Di qui non ci muoviamo, è casa nostra - dissero gli anziani. - E poi, per i tedeschi non valiamo nemmeno la pallottola che sprecherebbero per ammazzarci. - Voi non conoscete i tedeschi, hanno la rabbia nel sangue, ammazzano tutti e bruciano le case. Scendete anche voi con gli altri. Se vi mancherà della roba, finita la guerra il governo vi risarcirà i danni dicevano gli uomini del Capitano. - Noi ai tedeschi non abbiamo fatto niente, e questa è casa nostra s'ostinavano gli anziani. Il Capitano, allora, per non coinvolgere la popolazione rimasta, modificò il piano primitivo e fece risalire la squadra del tenente Manfredi 337 con la mitraglia pesante e i due mortai. - Perdiamo una buona occasione - disse. - I tedeschi sarebbero stati costretti a iniziare la loro azione prima di giungere alle case, su un terreno a noi favorevole. - Avremmo dovuto indurre quei vecchi con la forza - sbottò il tenente Manfredi. - Forse - soggiunse il Capitano. - Ma non dobbiamo dimenticare che questa gente ci ha aiutato durante l'inverno e ci aiuterà ancora. - Se sopravviveranno - disse cupo il tenente Manfredi. - Noi non siamo tedeschi per alzare il fucile contro i civili, anche solo per minaccia - gli rispose secco il Capitano. All'alba del mercoledì santo i tedeschi si mossero. Un forte contingente, con cannoncini anticarro trainati da muli, imboccò la mulattiera, mentre il grosso si dispose sui fianchi, iniziando una marcia parallela di protezione. Temendo qualche imboscata, le colonne sui fianchi procedevano a zigzag, avanzando leggermente quella sulla mulattiera. Si sentivano solo i loro passi sui sassi levigati e il fruscio delle foglie secche e degli sterpi nei boschi che fiancheggiavano la mulattiera. Il tenente Manfredi li osservava col binocolo e imprecava fra i denti. Le porte delle casupole restarono chiuse agli ordini dei primi tedeschi usciti di corsa dai boschi. Dalla mulattiera sbucò la colonna. Il comandante tedesco ordinò che si aprissero le case a colpi di mitra. Le case erano deserte, le piccole stalle deserte. I soldati corsero oltre le ultime case dove si distendevano prati gibbosi e disseminati di spuntoni di roccia. Si udirono grida, implorazioni. Una decina di vecchi, uomini e donne, furono spinti in basso per la sassosa stradetta che divideva le casupole, sotto i colpi dei calci dei fucili. Alcuni vecchi caddero. Furono trascinati davanti al comandante che aspettava nello spiazzo su cui sfociava la mulattiera. - Partigiani, banditi, dove sono? - urlò. Nessuno rispose. Guardavano i soldati con le armi puntate contro di loro come se non fossero ancora riusciti a comprendere che cosa stesse accadendo. Il comandante tedesco puntò la rivoltella contro la vecchia dal volto sanguinante per la caduta. - Dove sono? - urlò di nuovo. La donna si mise a piangere. Il comandante si rivolse a un vecchio, ripetendo con rabbia: - Dove sono? Il vecchio lo guardò inebetito. Il tedesco gli sferrò un calcio nel basso ventre. Il vecchio cadde battendo la testa contro un sasso appuntito. La vecchia dal volto sanguinante si inginocchiò accanto al suo uomo, gli sollevò la testa, la spostò leggermente, la baciò, si alzò, s'avventò di scatto contro il tedesco, gli sputò addosso, gli graffiò il volto. Il tedesco sparò. La vecchia cadde con la gola squarciata. Il comandante si rassettò la divisa, si asciugò il volto, fece un passo verso gli altri otto che cominciavano a capire. - Esempio - urlò - a voi tutti così. Dove sono i banditi? Un vecchio alzò il braccio tremante e puntò l'indice verso il tedesco. 338 Voleva dire qualcosa ma non gli riuscì. Un colpo di pistola gli fece uscire bava rossastra dalla bocca spalancata. - Esempio - urlò ancora il tedesco - a voi tutti così. Da un mucchio di fieno, sotto il tetto d'una piccola stalla, sbucarono le canne d'un fucile da caccia. Due colpi a brevissimo intervallo riecheggiarono. Il tedesco si portò le mani al volto prima di cadere. I vecchi cercarono di fuggire. I mitra tedeschi li afflosciarono l'uno accanto all'altro. Bombe a mano furono gettate sul fienile donde erano usciti i colpi. Gli scoppi sollevarono alte fiamme. Il comandante fu trasportato su una barella verso valle. Il tenente Manfredi non poteva vedere nulla. Aveva sentito gli spari ma non riusciva a darsene ragione, finché le fiamme che s'alzarono dai fienili gli fecero capire che i civili non avevano più bisogno della sua protezione. Attese che i tedeschi iniziassero la marcia su due colonne, fece avvicinare quella che si sparpagliava alla sua sinistra e ordinò il fuoco. La mitraglia pesante cominciò a sgranare il suo peso di morte, sul sottofondo dei sordi scoppi dei mortai. Saetta lavorava di precisione. Gli altri uomini non sparavano ancora. I tedeschi si buttarono sul fianco destro cercando d'aggirare la posizione, ma la mitraglia impediva loro di riorganizzarsi. Dalle case cominciarono a sparare gli anticarro. - Sganciati, prima che aggiustino il tiro - comandò il tenente Manfredi a Saetta. Iniziarono a crepitare le armi automatiche per coprire la ritirata di Saetta e dei mortai. I tedeschi, cessato il fuoco della mitraglia, risposero rabbiosamente. I proiettili anticarro battevano da presso le posizioni. - Ritiriamoci - ordinò il tenente. Gli uomini si slanciarono verso l'alto. Due caddero colpiti. Uno lo adagiarono su una barella, l'altro se lo caricò sulle spalle il tenente. I proiettili fischiavano, gli anticarro spezzavano rami e facevano volteggiare nubi di terra e di sassi. Riuscirono ad aggirare una roccia. Il fuoco tedesco cessò. I tedeschi raccoglievano i loro morti e feriti. Arrivò Piero con dom Benedetto. Subito dopo Rondine e Cucciolo. I feriti gemevano. Piero tamponò le ferite. - Prima questo - disse a Rondine. Rondine e Cucciolo partirono con la barella. - Tano ha l'addome squarciato - disse Piero al tenente Manfredi mentre medicava l'altro ferito al torace. - I tedeschi debbono avere compiuto alle case qualcosa di spaventoso prima di salire - disse il tenente Manfredi. - Molti fienili bruciano. Io rimarrò qui finché potrò. Appostò i suoi uomini nei punti più protetti e seguì col binocolo le mosse della colonna tedesca che, dopo essere discesa dalla mezza costa in un valloncello, aveva ripreso a salire sull'altro versante. Il tenente cercò di capire lo scopo di quella nuova mossa, si rese conto che, se i tedeschi avessero raggiunto i canaloni rimanendo lontani dal tiro delle armi automatiche, poteva essere tagliato fuori col pericolo che fosse aggirato anche il Capitano. Scrisse in fretta un biglietto e chiamò un suo uomo: - Presto, corri dal Capitano. Intanto noi ci spostiamo, man mano che i tedeschi avanzano dall'altra parte verso quei canaloni. 339 Il Capitano, letto il biglietto, mandò una squadra al comando del mitragliere Saetta verso i canaloni. - Sparate solo quando saranno a tiro delle armi automatiche - ordinò. - La mitraglia servirà per ricacciarli in giù. Sulla destra, intanto, gli uomini del tenente Gatti, sotto la pressione tedesca, avevano raggiunto le posizioni più alte del tenente Boglioni, portando e sostenendo alcuni feriti. - Abbiamo lasciato un morto laggiù. Tocca a voi ora - disse il tenente Gatti. Le forze fresche del tenente Boglioni contrattaccarono e scompigliarono la colonna tedesca costringendola a ritirarsi di qualche centinaio di metri. Un ufficiale che cercava di fermare i tedeschi cadde sotto una raffica del tenente Boglioni. Nello slancio, alcuni uomini s'incunearono pericolosamente nelle posizioni tedesche; il tenente ordinò loro di ritirarsi, e insieme riguadagnarono posizioni più sicure. Piero, assistito da Miriam, operava il ferito con l'addome squarciato. Erano arrivati i feriti del tenente Gatti. Dom Benedetto pregava mentre correva da una parte all'altra accanto ai feriti. Le pallottole gli fischiavano attorno. Era pronto a rimanere su quelle montagne, uno fra i tanti morti tedeschi e partigiani. Aveva pregato sul morto del tenente Gatti. Gli aveva chiuso gli occhi. Ricordava il vangelo della messa di quel giorno: et factus est sudar eius sicut guttae sanguinis decurrentis in terram. Dom Benedetto sudava, il sangue dei feriti gli aveva macchiato ancora la tuta, ormai del colore della terra e del sangue. Guardò il morto, guardava il volto contratto dei feriti: non est species ei, ncque decor... Era la voce di Isaia, ripetuta in canto dal suddiacono al mattino in monastero, che riecheggiava tra il fragore degli spari, l'odore delle foglie marcite sotto il leggero strato di neve, gli urli e le imprecazioni. Avrebbe potuto chiudere la sua giornata in quei boschi, circondato da fratelli non in cocolla ma con le armi in pugno, dopo la grazia di averli conosciuti e amati. S'era trovato con un altro ferito in spalla, un ragazzo ancora; riuscì a portarlo fuori tiro, chiamò Rondine, stramazzò a terra, si rialzò, il ferito gemeva, riprese a camminare barcollando, cadde in ginocchio, vide Rondine e Cucciolo accorrere: - Stai male? - gli chiese Rondine. - No, è stato solo un momento, è già passato. Pensate a questo poveretto. I tedeschi avevano cominciato a salire a raggiera i canaloni, portandosi fuori tiro delle armi automatiche del tenente Manfredi. Saetta s'accorse del pericolo dell'accerchiamento, ma non era più in tempo a spostare la mitraglia. Mandò una decina di uomini sulla sua sinistra: - Da voi dipende se il comando non sarà accerchiato -. Il sole era già alto, la gola era secca dall'arsura. Erano sbucati i primi tedeschi sulla cresta alla sua sinistra. Gli altri erano sotto, a poca distanza, saltavano da una parte e dall'altra dietro a massi per proteggersi nella loro salita. Saetta dette il segnale di sparare. Gli uomini sulla sua sinistra, appostati fra i massi del ciglione, fecero fuoco tutti insieme. I primi tedeschi caddero. Gli uomini rimasti con Saetta cominciarono a loro volta contro i tedeschi che salivano per i canaloni. Nella foga di sparare si scopersero. Uno cadde colpito 340 e rotolò giù dal canalone. I tedeschi s'appostarono dietro ai massi e ripresero il fuoco. Saetta spostò la mitraglia e s'alzò guidando la mira con la mano, quasi curvo sulla canna della mitragliatrice. Le pallottole rimbalzavano sui massi, schegge di roccia rotolavano in basso assieme ai tedeschi colpiti. Saetta cantava. Una pallottola gli sfiorò la testa che aveva appena piegato per infilzare meglio un canalone. I mortai tedeschi sulla sinistra cominciarono a sparare, ma i primi proiettili caddero lontano. Saetta non se ne curò. Cantava a squarciagola per udire il suono della sua voce al di sopra del crepitio della mitraglia. Altri tedeschi avevano raggiunto il ciglione e strisciavano sparando per spezzare la linea di quel pugno d'uomini e far tacere la mitraglia. Il tenente Manfredi osservava col binocolo la lunga colonna tedesca che s'era ormai portata all'altezza del ciglione. - Seguitemi - gridò ai suoi uomini, e a grandi salti si precipitò verso il valloncello per risalire dalla parte del grosso della compagnia tedesca e colpirne la retroguardia, cercando così d'alleggerire la pressione sul ciglione. Si appostarono nel bosco. Saetta cantava, sempre curvo sulla canna della sua mitraglia. Il nastro srotolava nelle mani dell'inserviente. Le schegge dei mortai mulinavano già vicino. Le mani dell'inserviente s'irrigidirono. Un uomo, strisciando, lo rimosse e lo sostituì. Saetta si sentì caldo alle mani. Un fiotto di sangue gli colava sull'impugnatura della mitraglia. La mano gli bruciava, la sentiva di piombo, non ubbidiva più. Saetta continuò a cantare e a sparare. I tedeschi, senza più la mira precisa della mitraglia, ripresero a salire lentamente sui canaloni. Il tenente Manfredi stava per agganciarsi ai tedeschi che affrontavano sparpagliati l'ultima costa prima del ciglione, quando sulla sua destra crepitò all'improvviso una mitraglia, cui fece eco dal ciglione un fuoco nutrito di fucili e di mitra. I tedeschi, colpiti alle spalle, tentarono di portarsi avanti ma furono bersagliati dalle ultime raffiche degli uomini di Saetta. Si sbandarono e precipitarono giù dal pendio sotto il martellare della mitragliatrice garibaldina. Gli uomini del tenente Manfredi si portarono più in alto per dominare il valloncello, fecero passare i primi sbandati tedeschi, e poi presero a sparare nel fitto dei gruppi. Dal ciglione, i garibaldini bersagliarono i canaloni. I tedeschi compresero che, se non volevano essere tagliati fuori dalla colonna che disordinatamente correva a valle, dovevano ritirarsi prima che li incalzassero i partigiani. Lupo fermò i suoi uomini che stavano per lanciarsi all'inseguimento. L'altra colonna tedesca sulla destra, dopo essere stata fermata e ricacciata dall'irruenza degli uomini del tenente Boglioni, aveva ripreso ad avanzare e a premere, raggiungendo le posizioni del tenente Gatti. Il Capitano riunì le ultime squadre di riserva, e partì di corsa alla testa dei suoi uomini. Incrociò dom Benedetto che sosteneva un ferito: - Prega, perché non veniamo meno al nostro dovere - gli disse. Dom Benedetto passò davanti al comando. Non c'era un uomo in giro. Gli spari si sentivano sempre più vicini. Piero aveva dovuto improvvisare altri giacigli fuori della grotta. Miriam gli era sempre accanto, attenta e silenziosa. 341 Dom Benedetto si sentì chiamare, vide un uomo che correva verso il comando: - I tedeschi sono in fuga, sono arrivati i garibaldini gridava. - Dov'è il Capitano? Vedendo il loro Capitano portarsi in prima posizione contro i tedeschi, gli uomini ripresero forza e contrattaccarono con impeto. All'improvviso i tedeschi cessarono di sparare; da un masso spuntò uno straccio bianco su un bastone. Il Capitano ordinò di cessare il fuoco. Uscirono tre graduati tedeschi e avanzarono sotto le armi puntate dei partigiani. Il Capitano s'alzò e si mostrò allo scoperto. Il tenente Gatti gli balzò al fianco. I tedeschi guardarono sorpresi quei due ufficiali che indossavano la divisa dell'esercito italiano, avanzarono con più sicurezza, si fermarono a pochi metri e salutarono militarmente. Il Capitano rispose al saluto. - Il nostro comando offre una tregua fino a domani mattina per poter raccogliere i nostri feriti e portare a valle i morti. Poi ci ritireremo fino alla nostra base di partenza al paese - disse il graduato di mezzo. «La mitraglia di Saetta deve aver fatto una strage» pensò il Capitano. Poi parlò cogli ufficiali e cogli uomini che erano appostati attorno a lui. - Non è per come vanno le cose da questo lato che chiedono la tregua disse. - Deve essere successo qualcosa di grave per loro dall'altra parte. Proporrei d'accettare. Siamo a corto di munizioni e anche noi abbiamo i nostri morti e i nostri feriti. Ritornò davanti ai tedeschi: - Accetto, però i vostri portaferiti saranno sorvegliati a distanza dai miei uomini. Manderò subito un portaordini per far cessare il fuoco dall'altro versante. - Il nostro comando ha già chiesto la tregua anche dall'altra parte, e i vostri uomini attendono la vostra decisione. Arrivò Pinin mandato dal tenente Manfredi e confermò la cosa. - Anche Lupo è pronto a riprendere il combattimento se lei non accetta - soggiunse. - Lupo? E stato Lupo? - chiese il Capitano. - Siamo stati tutti - rispose con orgoglio Pinin. Il Capitano scrisse un foglietto per il tenente Manfredi: - Fa' presto, corri che avrai tempo di riposarti dopo. Corri Pinin -. Si rivolse ai tedeschi: - Fra un quarto d'ora il mio ufficiale saprà dell'accettazione della tregua da parte del comando partigiano. I tedeschi cominciarono a ritirarsi. Erano le tre del pomeriggio. Il Capitano svuotò il pacchetto di sigarette cogli uomini più vicini. Arrivò Carabiniere che s'era smarrito non avendo più gli spari come punto di riferimento. Raccontò dei garibaldini, della ferita di Saetta, degli altri feriti, dei tre morti. - Tenente Gatti, - disse il Capitano - provveda alla sorveglianza, io vado da Lupo. Accompagnami, Carabiniere. Quando si videro, Lupo e il Capitano affrettarono il passo per stringersi la mano. - Siete stati bravi, - disse il Capitano - ci avete portato un aiuto determinante. Grazie. Lupo si sentì un poco imbarazzato di fronte a quel pubblico riconoscimento 342 e rispose con fermezza: - Voi avete sopportato tutto il combattimento. Per noi è stato facile, i tedeschi erano già sfiancati. Quella mitraglia sui canaloni era un incanto. - Vi invito tutti al nostro campo. Divideremo insieme le nostre gallette. - Grazie, Capitano, ma è meglio che ci ritiriamo subito sulle nostre posizioni. Nei prossimi giorni i tedeschi ritorneranno in numero dieci volte maggiore e con più rabbia di oggi. Sarà impossibile resistere. Il rastrellamento di quest'inverno ci ha insegnato parecchie cose. Il Capitano lo guardò meravigliato. - Volete sganciarvi? - chiese. - Colpire e, quando arriva, il nemico non deve trovare nessuno rispose vagamente Lupo. - Abbiamo avuto molte perdite quest'inverno. Nemmeno i feriti furono risparmiati. Buona fortuna, Capitano. Si strinsero di nuovo la mano. Il Capitano notò Balilla che se ne stava nascosto dietro il poderoso corpo di Lupo. Gli battè la mano sulla spalla. - Bravo Balilla. - Sta bene il prete? - La tuta è colore del sangue e della terra, ma sta bene. - E il dottore? - Anche il dottore. - Salutameli, anche Rondine. Digli che ne ho steso uno anch'io. Il tenente Manfredi riguadagnò l'osservatorio del mattino, mentre i tedeschi imboccavano la mulattiera. Alcune case fumavano ancora. Si sedette contro una pianta e s'accese una sigaretta. Guardò i suoi uomini coricati sul terriccio soffice di foglie marcite e d'umidità. Finì la sigaretta cogli occhi fissi nell'aria che faceva capire prossimo il tramonto. Non pensava a niente. La testa era piena dei colpi di fucile e degli scoppi dei mortai. - Col primo buio, scenderemo a ridosso delle case. Dormiremo a turni in qualche stalla se ce ne saranno ancora in piedi, pronti a ritirarci al primo allarme - disse ai suoi uomini. A ridosso delle case, il tenente fermò la squadra. Gli era sembrato d'udire dei movimenti sullo spiazzo fra la mulattiera e le case. Ripresero a camminare cautamente aggirando le case annerite dal fuoco con le travi dei fienili crollate. Un piccolo ovale di luce vagava nello spiazzo facendo intravvedere qualche sagoma curva come di gente che cercasse. Il tenente puntò il mitra. I suoi uomini s'addossarono ai sassi ancora caldi d'una casa. - Chi va là? - gridò il tenente. Dom Benedetto ne riconobbe la voce: - Vieni, tenente, - disse - vieni a vedere la carneficina. Sono ancora dove li hanno trucidati. - Ne abbiamo altri dieci dalla nostra parte, che valgono mille tedeschi - disse Rondine sollevandosi dopo aver ricomposto il corpo d'una vecchia. - Sono dieci? - chiese il tenente. - Undici dovrebbero essere, undici erano rimasti - disse singhiozzando una donna. Il tenente s'accorse allora che altre sagome erano contro il nero del 343 bosco a lato della mulattiera. - Manca mio padre, - continuò la donna - è lui che ha sparato, solo lui aveva nascosto il fucile da caccia. La notizia dell'eccidio s'era sparsa confusamente in paese dopo l'arrivo in barella del comandante tedesco. Alcuni bambini stavano gironzolando attorno all'autolettiga. Il soldato al volante e l'infermiere accanto cominciarono a scherzare coi bambini offrendo loro qualche pezzetto di cioccolato. - Io avere bambino come te - disse l'infermiere. - Sono buoni i tedeschi - aveva detto una donna sull'uscio dirimpetto all'autolettiga. Caricarono velocemente il comandante tedesco sull'autolettiga. -Tutti kaputt! - gridarono i barellieri ai bambini. L'infermiere era balzato a terra e aveva sollevato la benda posata sugli occhi del comandante. Non c'erano più occhi in quel viso tutto un grumo di sangue. Verso l'imbrunire, l'ufficiale che aveva sostituito il comandante, prima di salire sulla camionetta, mandò a chiamare il prete del paese: - Abbiamo fatto una tregua fino a domani mattina per seppellire i morti. Potete anche voi seppellire i vostri delle case là in alto. La camionetta partì dietro alle autoambulanze e davanti al camion dei morti e alle corriere dei soldati. I cannoncini anticarro rimasero in paese con un forte gruppo di tedeschi. Alcune donne presero a salire la mulattiera. Trovarono dom Benedetto e Rondine che ricomponevano i morti. La donna ripeteva il suo racconto al tenente. - Il parroco a momenti sarà qui coi muli... È mio padre l'undicesimo... Lui ha sparato negli occhi del tedesco... Cercatelo, per amor di Dio. - Per sparare e colpire in faccia doveva essere nascosto a pochi passi - disse il tenente. Si fece dare da dom Benedetto la torcia. La piccola lampada proiettava deboli strisce di luce su ammassi di travi bruciate e lastre d'ardesia. A terra c'era una canna contorta di fucile da caccia. Il tenente guardò in alto dove prima c'era il fienile. Il tetto era crollato ma i muri avevano retto. - Rondine, da' un'occhiata lassù. Fecero spalletta a Rondine. - È qui, - disse Rondine - corto che sembra un bambino. Arrivò il parroco. Dietro a lui salivano tre muli con le tregge e alcuni anziani. - Li porteremo in chiesa e li veglieremo tutta la notte - disse. - Ma i tedeschi... - obiettò il tenente. - Ci lasceranno fare. C'è la tregua per i morti - rispose il prete. Avvolsero i cadaveri in lenzuoli e li caricarono sulle tregge assicurandoli con corde. Anche il corpo carbonizzato del fienile. - Me lo porto io in braccio, non vedete che non pesa niente? supplicò la figlia. - No, Fina - intervenne il parroco. - Non sta bene. - Dio t'ha castigato, nemmeno tu vedrai più tuo padre, assassino urlò la donna. 344 Rondine cercò d'accodarsi al piccolo corteo. Dom Benedetto l'afferrò per un braccio e lo trattenne. Il parroco aveva intonato il rosario. Salivano sommesse le voci cantilenate immergendosi progressivamente nel profondo silenzio della vallata. La luna nel cielo era quasi tonda. - Andiamo a far riposare un poco Piero - disse dom Benedetto a Rondine. Il Capitano quella notte non si coricò. Pochi al campo chiusero occhio quella notte. Si pulivano e s'ingrassavano le armi, si contavano i caricatori rimasti, si preparavano le buche per i quattro morti della giornata, si ripetevano gli uni agli altri le gesta compiute. Ogni tanto il Capitano usciva dal comando, faceva il giro del campo spingendosi fino ai posti di sentinella più lontani, scambiava qualche parola cogli uomini e, prima di rientrare, passava dai feriti. Le parole di Lupo, buttate là come per caso, gli risuonavano nella mente sempre più insistentemente. Lupo non possedeva dottrina militare ma, in compenso, aveva vissuto l'esperienza del sanguinoso rastrellamento invernale condotto particolarmente contro i garibaldini. «Colpire» aveva detto «e, quando arriva, il nemico non deve trovare più nessuno». Ma dove andare, per colpire ancora, e fuggire di nuovo con una formazione d'un centinaio d'uomini, con tutte le armi pesanti, le provviste e i feriti? Sarebbe stato necessario spezzettare la formazione in tante piccole bande, correndo il rischio di perdere il collegamento, il frutto d'un lavoro faticoso e impopolare di disciplina, la forza, insomma, propria d'una formazione che perfino la missione alleata aveva apprezzato, scegliendola fra le altre per il primo lancio. Per i garibaldini, forse, questo pericolo era meno presente, loro avevano un fazzoletto rosso che indicava un legame comune, si sarebbero sentiti garibaldini ovunque. Ma lui, che cosa poteva offrire qualora la formazione si fosse spezzettata? Un ricordo, forse un rimpianto. E poteva abbandonare i suoi uomini proprio nel momento in cui avevano maggiormente bisogno di lui? Era mezzanotte quando fece la seconda visita ai feriti. - Come vanno i feriti? - Tano sta male, temo una peritonite. Altre ferite potrebbero generare infezione, da richiedere l'amputazione degli arti. - E se domani i tedeschi dovessero attaccare di nuovo e riuscissero a sfondare le nostre difese? - fece pensieroso il Capitano. - Alla base Cana è tutto predisposto, vero? - Abbiamo fieno a sufficienza per i giacigli. I paracadute del lancio e provviste per diversi giorni sono nascosti nelle vicinanze assieme a qualche arma leggera, secondo i suoi ordini. Dobbiamo solo trasportare gli strumenti e i medicinali - rispose Piero. - Le farò sapere presto il mio piano. Il Capitano s'avvicinò a dom Benedetto che vegliava i feriti: - Puoi venire un momento con me? Ho bisogno di parlarti. Camminarono un poco in silenzio. - Stanotte debbo prendere una decisione importante, dom Benedetto. Non ti chiedo un parere militare, tu sei come l'abate, ci capiresti 345 poco; è un problema di coscienza: posso io abbandonare ora i miei uomini che m'hanno dato tutta la loro fiducia? Il Capitano parlava adagio, calmo come sempre, esponendo quasi freddamente il dubbio che lo tormentava, ma dom Benedetto capiva che il Capitano metteva in quel momento in gioco tutta una linea di comportamento rigidamente perseguita e ne doveva profondamente soffrire. - Dovrei dire loro di disperdersi? Non sarebbe un lavarsi le mani della loro sorte?... Meglio morire in mezzo a loro pur di non abbandonarli. .. Oh, no, non credere che pensi alla morte eroica. L'8 settembre ha fatto crollare diversi miti... - Hai anche il dovere di salvare il più possibile le loro vite - disse dom Benedetto. - Forse la sofferenza di quest'ora è il prezzo che devi pagare per salvarli. - Sono molto rigido nei miei schemi - disse sommessamente il Capitano. - M'è difficile svestirmi dell'educazione e della disciplina cui sono stato sottoposto. - In un certo senso hai anche tu ricevuto un'educazione monastica sorrise dom Benedetto - dove esiste sempre il pericolo di affidare la propria coscienza alla regola tramandata. Ritornarono verso i feriti in silenzio. Giunti, disse il Capitano: - Penso sia mio dovere riunire prima dell'alba tutti gli uomini disponibili e decidere con loro. Grazie, dom Benedetto. Alle cinque tutti gli uomini, ad eccezione della squadra del tenente Manfredi interpellata per mezzo d'una staffetta e che aveva già espresso il parere della dispersione, si trovarono davanti al comando. Ritto sulla porta, il Capitano parlò. La sua voce era ferma. Espose con pari convinzione la necessità di stare uniti e quella di disperdersi, mettendo ugualmente in luce i rischi dell'una e dell'altra soluzione. - Per la prima volta da che siamo insieme, lascio decidere a voi. Inutile dirvi che il mio comportamento non significa una dimissione dalle mie responsabilità di capitano, responsabile ultimo della formazione, ma vuole esprimere tutta la mia stima in ciascuno di voi. Ciascuno, dunque, dica il suo parere, ordinatamente. La maggioranza decide. Parlò per primo Rondine, perché i suoi compagni vicini gli dicevano: «Parla tu, Rondine, tanto per rompere il ghiaccio. Tu hai già avuto altre occasioni di parlare col Capitano». - Io dico quello che ho sentito dai morti, stanotte. (Ormai più nessuno rideva quando Rondine parlava dei morti). Mi dicevano: fategliela ai tedeschi, loro verranno e non troveranno nessuno. E poi, quando il rastrellamento sarà finito, vi ritroverete tutti attorno al Capitano, pronti a ricevere un altro lancio. Saetta aveva voluto essere presente, con la mano che gli dolorava (come se la mordessero i cani, imprecava). - Io non ho sentito i morti - disse per secondo - perché non ho le orecchie di Rondine, ma credo che il suo ragionare sia giusto. Le armi pesanti le nascondiamo, ci dividiamo le munizioni e ci nascondiamo a gruppetti. Io, per me, il Capitano sarà sempre il mio capitano. 346 - Giusto, giusto - fu un susseguirsi di voci. - E quello che volevo dire anch'io - approvarono gli altri. - Chi è del parere di Rondine e di Saetta, alzi la mano -. Non ci fu nessuno che titubasse. - E i feriti? - s'alzò una voce. - La base Cana è il luogo più sicuro. Penso che qualche gruppo potrebbe trovare nei dintorni un buon rifugio. E ora seppelliamo i nostri morti - disse il Capitano. Rondine corse a chiamare dom Benedetto. Deposero le salme nelle buche. Rondine diceva continuamente: Adagio, adagio. Ogni uomo sfilò buttandovi sopra una manciata di terra. Poi si divisero in squadre di cinque, con un caposquadra. Le armi pesanti furono nascoste in una profonda fenditura della roccia, subito chiusa da massi. - Partano prima due squadre coi feriti. Il mulo rimarrà alla base Cana. Ne avrai cura tu, Scoiattolo - ordinò il Capitano. Assicurarono la barella di Tano sul dorso del mulo. Tano si sforzava di sorridere. - Sembro un papa qui sopra - diceva a tutti. - Guarirai presto e riprenderemo insieme - gli disse il Capitano stringendogli la mano. Il mulo, condotto da Scoiattolo, apriva la strada. Seguivano due barelle e i feriti, sostenuti, ciascuno, da un compagno. Ai feriti, oltre a Rondine, erano addetti Cucciolo e Corsaro. Dom Benedetto sarebbe rimasto alla base Cana finché la strada verso il monastero non avesse più presentato immediati pericoli. Il Capitano l'abbracciò: - Che gli spiriti dei vecchi monaci proteggano la base Cana - gli sussurrò. - Capitano! - disse commosso Piero mettendosi sull'attenti. - Tenente, ci rivedremo presto - gli rispose stringendogli la mano. - D'ora in avanti ti chiamerò col tuo nome se mi permetti. - Grazie, Capitano. - E se ce li riporti tutti guariti, sacrificheremo insieme un gallo ad Asclepio - aggiunse il Capitano. Era la prima volta che Piero l'udiva indulgere a una reminiscenza. - Insieme, Capitano - e Piero calcò su quelle parole perché, improvvisamente, s'era ricordato l'ultima pagina dell'apologià di Socrate tradotta in liceo: «Ma ecco, è l'ora di andare; io a morire e voi a vivere». - Certo, certo, non ho nessuna intenzione di fare la fine di Socrate - disse sorridendo il Capitano. Strinse calorosamente la mano a Miriam: - Appena possibile ti accompagneranno in paese. Per il momento starai alla base Cana. Sei stata magnifica, partigiana Miriam. Il mulo s'avviò. Gli uomini si voltarono per salutare ancora il loro Capitano, ma il Capitano era già corso verso il comando. Un paio di squadre s'avviarono verso la zona controllata dai garibaldini, ma più a monte. - Cercate di avvertire Lupo che ci siamo, per il momento, dispersi 347 tenendo conto dei suoi consigli - disse loro il Capitano. Poi preparò il suo zaino con tutti i documenti della formazione. Alle prime ore del mattino, passate ormai anche le squadre del tenente Manfredi, si trovò con dieci uomini. - C'è ancora una squadra che deve partire, la tua Pinin - disse con voce distaccata. - Voglio essere l'ultimo. - Veniamo tutti con lei. Il comando ha più bisogno di uomini disse Pinin. - Per il collegamento - soggiunse, quasi per sottolineare che non volevano essere dei privilegiati. - Grazie, ragazzi -. Stette un poco pensieroso: - Sono partito con dieci uomini il 12 settembre - aggiunse. - Sembra un secolo - commentò Pinin che era stato uno dei dieci. Prima del tramonto, dom Benedetto celebrò la messa del giovedì santo nella chiesetta romanica trasformata in infermeria. Nella stanza accanto, aveva messo a scaldare una pentola d'acqua. Terminata la messa, Rondine svuotò l'acqua in un mastello di legno, mentre dom Benedetto diceva dall'altare: - Permettete che lavi i piedi a quanti di voi sono stati feriti. Oggi è il giovedì santo, e in molte chiese si ripete il gesto che Gesù ha compiuto nell'ultima cena. Non ho mai sentito questo gesto così vero e normale come adesso. Vorrei lavare i piedi a tutti i nostri compagni e amici dispersi sulle montagne. Voi, che avete oggi sparso il vostro sangue, li rappresentate tutti. Ricordiamoli insieme, perdoniamoci a vicenda i torti che abbiamo subito. Nelle chiese quando si lavano i piedi, si canta: Dove c'è amore là c'è Dio. Rondine gli era accanto e l'aiutava a togliere gli scarponi ai feriti. - Vedrai che dopo ti sentirai meglio - disse a Tano. - L'acqua calda ai piedi fa circolare di più il sangue e porta via l'infezione. Erano parole d'amore, l'amore si serve delle parole più strane, più comuni e più inconsuete, e lì c'era Dio, pensava dom Benedetto. Un versetto in duemila anni mai ancora pronunciato durante una cerimonia di giovedì santo: l'acqua che porta via l'infezione, come l'acqua del Giordano che purifica la carne del lebbroso... ' Ubi carìtas et amar ibi Deus est, cantavano al monastero. Li non cantavano, solo Rondine ricordava la proprietà purificatrice dell'acqua, ma c'era Dio ugualmente, che alitava sull'acqua fin dall'inizio, come aveva visto da sempre l'acqua in quel mastello di legno purificare i piedi d'un uomo gravemente ferito. Dio, per la virtù dell'acqua scaturita dal costato del Figlio tuo, fa' guarire quest'uomo, pregava dom Benedetto. Te lo chiede la fede di Rondine, non la mia che non sa dire a questa montagna: spostati. Se tu vuoi, puoi guarirlo. Saetta fece di no a dom Benedetto. Il monaco si ricordò dell'iniziale rifiuto di san Pietro, ma non aveva il diritto di insistere. - Ne è avanzata dell'acqua calda? - chiese Saetta a Rondine quando tutto fu finito. - Un poco, ma te ne scaldo ancora. Faccio un salto al torrente. - No, me ne basta poca. , >, - Aspetta che t'aiuto. 348 - Da te mi faccio aiutare, ma da quel prete... Sarei morto dalla vergogna coi piedi che ho. Senti, Rondine, ma è proprio vero che oggi nelle chiese lavano i piedi alla gente? Io credo che se la sia inventata dom Benedetto. Io non ho mai sentito dire che i preti lavino i piedi alla gente. Rondine tolse a Saetta gli scarponi e brandelli di calze, e gli porse una pezzuola bagnata. Saetta si chinò, fece una smorfia per il dolore. - Tirati su, faccio io - disse Rondine. - Di me non devi avere vergogna, non sono un prete. - Tu coi morti sei meglio d'un prete. Rondine si chinò, arrotolò la pezzuola bagnata e cominciò a passarla delicatamente fra un dito e l'altro del piede. - Mi fai solletico - rise Saetta. - Se ha detto così, deve essere vero. Dom Benedetto non può dire storie. Non sarà in tutte le chiese, ma nella sua sì. Storie non ne dice continuò Rondine che pensava ancora al dubbio di Saetta. - Sarà còsì, io di cose di chiesa non me ne intendo. Ma lavare o non lavare i piedi alla gente, se tutti i preti stessero coi poveri sarebbe già molto - ammise Saetta. La luna era ancora più rotonda della sera precedente e più luminosa. Piero e dom Benedetto uscirono e si fermarono molto tempo a guardare l'abside illuminata dalla luna senza dire niente. Scoiattolo accarezzava il mulo. Miriam tagliava e cuciva i paracadute per farne sacchi da riempire con fieno, alla luce d'una lampada a carburo. A Rondine era toccato il primo turno di guardia verso l'antica mulattiera. Il cielo del venerdì santo s'apprestava a lavare in una soluzione di biancore i profili dei monti, e già dom Benedetto era seduto contro l'abside, avvolto in una coperta. All'incerta luce dell'alba, cercava di recitare il mattutino detto delle tenebre. Lo guidava la memoria: salmi e antifone impresse nella gola e sulla lingua, che si sviluppano pacificamente nella penombra del coro, prima del riposo, quando fuori del monastero ci sono solo luna e montagne. Astiterunt reges terrae... Gustò quell'antifona d'apertura come mai gli era capitato, rivivendola nella verità di quel giorno: anche ora i potenti della terra avevano fatto lega contro colui che era stato scelto e unto dal Signore, quei poveri feriti, e tutti gli altri che volevano un mondo nuovo, senza guerre. Faceva più chiaro. Cominciò le lamentazioni di Geremia. Il motivo gregoriano sulle lettere dell'alfabeto ebraico gli ritmava la lettura. Si accorse che gli era accanto Rondine, chissà da quanto tempo. - Non dormi, Rondine? Hai fatto la guardia stanotte. - Non ho più sonno. Piero ha detto che Tano sta meglio. Non è ancora fuori pericolo ma sta meglio. Si vede che l'acqua calda di ieri gli ha fatto bene. - A Cana - rispose dom Benedetto - l'acqua è stata cambiata in vino per la gioia degli uomini. - Già, - continuò pensieroso Rondine - il vino in certi casi va meglio dell'acqua. Se Tano guarisce, anche tu don Benedetto devi bere. Una brenta intera dobbiamo bere -. Tese le orecchie: - Non senti niente? 349 - Proprio niente. - Questi sono colpi di cannoni in una valle lontana. Adesso anche dom Benedetto sentiva. Rondine chiamò Piero. Piero prese la carta e s'orientò: - Là ci sono le bande di Giustizia e Libertà, e più avanti c'è Stalino. I garibaldini di Lupo per il momento sono fuori. Quasi subito, sul sottofondo del prolungato e sordo boato del cannone, punteggiarono fitti colpi di mortaio. - Forse quei colpi sono per Lupo e noi non possiamo aiutarlo disse Piero. - Almeno sapesse della nostra infermeria! Potrebbe mandarci i feriti più gravi -. Ricontrollò la carta. - Ci saranno tre ore di cammino dal suo comando a qui; quattro, a trasportare dei feriti. - Ma Lupo non è più al campo - disse sicuro Rondine. - Lupo coi tedeschi è come un lampo, si fa vedere in un posto e tuona in un altro. A onde attutite, venne dalla direzione opposta il rombo d'un aereo. - Sono due - disse Rondine. - Forse sorvolano le nostre posizioni dell'altro giorno. I feriti in grado di camminare s'erano stretti attorno a Piero. - Non c'è nessun pericolo per noi - li rassicurò Piero. - Questa è una zona sicura, almeno per il momento. Il rombo degli aerei si dileguò lontano. - Non hanno visto niente e sono andati via - disse Saetta. - Chi avrebbe immaginato che usavano anche aerei? Siamo importanti. Quando la mano sarà a posto mi procurerò una mitraglia da contraerea. - Stanno ritornando - disse Rondine. - Io non sento nulla, ma ti credo - rise Saetta. E poi ci furono dei boati che echeggiarono nelle vallate e nella gola del torrente. Due, tre, quattro boati. Si risentì a ondate il rombo degli aerei; e ancora boati. - Bombardano le nostre posizioni - disse Piero. - L'altro giorno le hanno individuate e oggi ci vogliono eliminare col sistema più rapido e meno tostoso. - Ma ormai anche il Capitano è partito, non c'è più nessuno laggiù. Gliel'abbiamo fatta - commentò Saetta. - Hanno bombardato i nostri morti - disse Rondine. - Dovevamo scavare nella roccia, non metterli in terra. A dom Benedetto risuonò nell'animo la frase della passione secondo Marco: e lo posero in una tomba scavata nella roccia. Quel mattino, come aveva immaginato Rondine, Lupo non era più al campo. S'era reso conto che l'attacco alle posizioni del Capitano doveva servire non solo a eliminare una formazione bene equipaggiata ma anche a dare l'illusione che le altre formazioni operanti nelle vallate sulla sinistra non fossero l'obiettivo principale. I tedeschi avevano giocato d'astuzia. La stessa offerta della tregua al Capitano rientrava nei loro piani qualora l'eliminazione degli autonomi fosse risultata più dura e più costosa del previsto. La notizia che il Capitano aveva disperso la sua formazione sorprese Lupo, perché considerava il Capitano un duro, cocciuto nella sua concezione 350 militare della lotta, poco propenso ad ascoltare il parere e il consiglio degli altri, quasi ne risultasse una diminuzione del suo prestigio e della sua autorità. E tuttavia quella notizia gli aveva fatto piacere, perché la nuova tattica che anche il Capitano seguiva l'aveva inventata lui che non aveva studiato, quando, nascosto in una grotta dove a fatica ci si entrava, senza mangiare da diversi giorni, quasi in un vaneggiamento fra pochi uomini rimastigli accanto, con quel rastrellamento che non finiva mai, aveva gridato: Colpire e, quando arriva, il nemico non deve trovare nessuno. Lupo guardava col binocolo, alla sua sinistra, la strada della valle che formicolava di camion tedeschi. Gli giunse un boato lontano. «Stanno attaccando Giustizia e Libertà con gli anticarro e i mortai» pensò. Diede allora il segnale alle diverse squadre già predisposte di iniziare la marcia parallela e contraria a quella della colonna tedesca, e di appostarsi ciascuna nei luoghi stabiliti per essere pronti a colpire e a sganciarsi. - Sparate solo quando c'è possibilità d'infiltrarsi - fu la sua ultima raccomandazione. Era calmo; quella eventualità l'aveva prevista, ne aveva discusso coi suoi capisquadra, col commissario politico. Certo, era rischioso, ma un nemico che non può sospettare la presenza del partigiano a cinquanta metri da lui è meno pericoloso di quello che ti è distante cinquecento metri ma sa che tu sei lì, e ti vuole stanare coi mortai, coi colpi incrociati delle pesanti, e cerca di chiuderti in una tenaglia senza scampo. - Bisogna colpire e fuggire, ma non in alto, in basso; arrivare fino alle colline se è necessario. E poi, quando loro discendono con un pugno di mosche in mano, noi risaliremo - aveva sostenuto. La prima squadra di Lupo sparò sull'ultimo camion della colonna, quando i tedeschi pensavano d'essere ancora in fase d'avvicinamento. Il motore s'incendiò. I tedeschi saltarono dal camion, alcuni rimasero immobili sulla strada; altri, feriti, si trascinavano lungo il ciglio. I colpi raggiunsero anche il penultimo camion. Quando i tedeschi presero posizione, i quattro uomini di Lupo non sparavano più. Stavano in fretta salendo nella boscaglia per compiere poi un ampio giro e scendere verso il fondo valle. I tedeschi cominciarono a battere la costa coi mortai. Il rastrellamento era iniziato. Ma i mortai colpivano un terreno dove nessun uomo di Lupo era in agguato. I tedeschi erano caduti nella trappola e avrebbero perso molta della loro baldanza prima di giungere al posto dove si trovavano altri uomini di Lupo per la seconda imboscata. Lupo aveva riservato per sé e per gli uomini del comando l'azione più rischiosa, quando i tedeschi, coll'allargarsi progressivo della loro colonna, avrebbero controllato ogni accesso alla valle. Balilla aveva domandato di rimanere con lui, e Lupo aveva dato il suo assenso, visto che quel ragazzo, aveva detto agli altri tre uomini, era troppo svelto per essere d'impaccio; e poi doveva crescere uomo. L'autoblindo che apriva la colonna dei camion tedeschi e procedeva lentamente, frugando con la mitraglia il fitto bosco degradante sulla strada per rendere più sicura l'avanzata dei soldati a mezza costa, scomparve 351 alla vista di Lupo. ,t , . - Presto, accendi la miccia, Aloscia - ordinò. Aloscia strisciò fra i sassi del torrentello che passava sotto la strada, arrivò al ponte, si alzò di scatto, accese la miccia, riprese a strisciare e si trovò accanto a Lupo schiacciato in una cunetta col mitra puntato. L'autoblindo, riapparsa a una cinquantina di metri, si fermò appena prima del ponticello. - Se ne sono accorti - imprecò Lupo. - Presto, ritiratevi, e dopo la curva risalite il torrente. Vi raggiungo subito. Dall'autoblindo scese un graduato, corse al ponticello, si buttò dalla riva del torrente sulla destra della strada per esaminare la volta di pietra. S'accorse della miccia, stette un momento incerto e poi si lanciò per disinnescare l'ordigno presentandosi al mirino di Lupo. Il tedesco stette un attimo curvo sotto il ponticello e poi s'accasciò. La mitraglia della torretta cominciò a sparare nella direzione donde era partita la raffica contro il graduato. I tedeschi dietro l'autoblindo si buttarono a terra, ma i loro colpi si perdevano alti. La mitragliera non consentiva a Lupo di muoversi. Aloscia e gli altri uomini avevano già svoltato quando intesero la raffica del mitra di Lupo, e poi solo gli spari della mitragliera e dei fucili dalla strada. Si fermarono indecisi. - Avanti - ordinò Aloscia. - Lupo ci raggiungerà appena salta in aria il ponte. Continuarono a salire protetti dalle profonde rive del torrente. Udirono il boato. Fecero di corsa qualche decina di metri, poi Aloscia si voltò. - Dov'è Balilla? - Balilla s'è fermato ad aspettare Lupo. Aloscia imprecò: - E voi non l'avete trascinato via? La mitragliera e i fucili avevano cessato di sparare sotto una grandinata di terriccio, pietre e sassi. Lupo s'alzò di scatto per portarsi dietro alla curva del torrente. Dal bosco una pallottola di fucile gli forò sulla spalla il giubbotto imbottito. Lupo si gettò a terra. Vide un tedesco ritto sulla riva che gli puntava addosso il fucile. Fu più veloce Lupo, e il tedesco precipitò sui sassi del torrente. La mitragliera aveva ripreso a sparare ma i colpi si perdevano nel bosco. Lupo fece ancora qualche metro. Altri due tedeschi apparvero sulla riva in alto. Si ributtò a terra. Udì uno sparo di moschetto sulla sua destra. Vide un tedesco cadere e l'altro puntare il fucile in direzione dello sparo. La raffica di Lupo e il colpo di fucile furono contemporanei. Il secondo tedesco cadde all'indietro. Lupo si buttò dietro alla curva del torrente e vide Balilla bocconi sul suo moschetto. - Perché non hai ubbidito, Balilla? - Salvati, Lupo, scappa. Fra poco i tedeschi ti saranno addosso disse Balilla con un fil di voce. - Sono contento... Scappa... Sono contento di morire da garibaldino... Svenne. Lupo se lo caricò sulle spalle e continuò velocemente a salire con quel carico che non pesava niente. Aloscia e gli altri due uomini, salita la scarpata dove il torrente s'incuneava 352 a destra verso l'alta montagna, attesero Lupo con le armi spianate, nascosti fra i cespugli. Aloscia guardò l'orologio. - Se fra dieci minuti non sono di ritorno, scendete al comando e informate il commissario. - Ma gli ordini... - fece uno afferrando Aloscia per un braccio. Aloscia imprecò contro Balilla e con uno strattone si liberò dalla presa: - Fra dieci minuti, ho detto - e cominciò a scendere per l'alveo del torrente. Aloscia vide Lupo che arrancava con Balilla sulle spalle. Gli fu presto vicino. - Dallo a me che sono fresco, questo testone. - M'ha salvato la vita - disse Lupo posando Balilla delicatamente. Ripresero più speditamente a salire, fino a raggiungere gli altri due uomini. Adagiarono Balilla sull'erba. Lupo gli aperse il giubbotto e denudò il petto. Una piccola ferita buttava un filo di sangue dalla parte sinistra del petto. - Per un poco non gli ha spaccato il cuore - disse Lupo. Si rivolse ai tre: - Che aspettate? Scendete, presto. - Rimango io con Balilla, te lo porterò al comando - disse Aloscia. - Andate, ho detto - disse rudemente Lupo. - Un comandante non deve rischiare più del necessario. Tu servi alla brigata - insistette Aloscia. - Un comandante deve comandare... e allora presto, scendete rispose secco Lupo. - Vi raggiungerò al comando. Gli uomini ubbidirono e corsero giù verso un valloncello fra sassi e cespugli. Lupo tamponò la ferita con una pezzuola. Balilla riaprì gli occhi. - Ti fa molto male? - gli chiese Lupo. Balilla cercò di sorridere. Lupo se lo ricaricò sulle spalle e cominciò a scendere, attento a evitare il più possibile i sobbalzi del terreno accidentato. Risalì la scarpata dall'altra parte ed entrò nel bosco. Doveva seguire il ripido valloncello in modo da aggirare, tenendosi al coperto, la colonna tedesca. Il comando, dove già si era rifugiato il commissario, era una baita protetta da fitti castagni, quando la montagna cominciava a cedere alla collina. Quella baita era servita da base nei giorni della riorganizzazione dopo il rastrellamento invernale, per le puntate alla ricerca di armi e di viveri, e i garibaldini vi avevano costruito accanto dei piccoli bunker. Lupo controllava, dal limitare del bosco, il ciglione, fermandosi non appena gli s