Luisito Bianchi.
La messa dell'uomo disarmato.
Un romanzo sulla Resistenza.
Copyright Sironi Editore.
Prima edizione: ottobre 2003.
Seconda edizione: novembre 2003.
L'unita', 27.11.2003.
"La messa dell'uomo disarmato": romanzo sulla Resistenza e sulla Parola.
di Tullia Fabiani.
C’è un libro, arrivato nelle librerie di recente, che non può davvero passare
inosservato: per le dimensioni e l’immagine di copertina, splendida, ma soprattutto
per ciò che vi si legge. Si tratta de “La Messa dell’uomo disarmato”, un ‘opera
circolata in edizione autoprodotta e autofinanziata tra il 1989 e il 1995, e oggi
proposta al grande pubblico dall’editore Sironi.
Se si volesse riassumere e definire brevemente la storia raccontata, in circa
novecento pagine, dall’autore Luisito Bianchi, nato nella provincia cremonese nel
1927, insegnante e traduttore, prete-operaio e inserviente d’ospedale, attualmente
cappellano presso il monastero benedettino di Viboldone, si potrebbe usare il
sottotitolo del libro: “un romanzo sulla Resistenza”; ma, dopo una prima lettura
sarebbe evidente l’insufficienza della definizione. Perché non
si tratta semplicemente di una storia dell'accaduto; perché il respiro narrativo, il
valore letterario e civile delle vicende narrate sono difficilmente circoscrivibili,
tanto profondi e significanti.
E se lo scoppio della seconda guerra mondiale, l’armistizio, la lotta partigiana sono
il cuore temporale del romanzo, vera protagonista della storia è la Parola. Scoperta,
proclamata, ascoltata; una parola che geme e si rivela tra la gente che abita quel
mondo. In guerra. Una parola che è Parola di Dio e parola per gli uomini. È questa
Parola ad essere evocata e testimoniata dai vissuti dei personaggi, dalla loro
Resistenza armata o meno, dai gesti quotidiani della vita contadina, fatta di semine
e raccolti. Di sudore e frumento. La parola, che regge il peso della Storia come
espressione condivisa;che “viene a noi spezzata come tanti bocconi di pane”; che si
moltiplica all’infinito pur rimanendo una, unendo così un uomo all’altro; tra gli
spari che riecheggiano dalle colline, come nel silenzio. E già dall’incipit, l’
intensità, la forza e la grazia che segnano le voci dei personaggi, primo fra gli altri
Franco, voce narrante, non possono che sorprendere e forse sconcertare il lettore.
È la primavera del 1940: Franco, novizio in un monastero benedettino, turbato
dall’allontanamento del suo maestro, deciso dall’abate, lascia il monastero
benedettino per tornare alla cascina dei genitori, “La Campanella”. Ha scelto di
fare il contadino e cercare altrove risposte ai suoi interrogativi.
Qualche mese dopo l’Italia entra in guerra e Piero, suo fratello, è inviato come
ufficiale medico in Grecia. Rientrerà pochi mesi dopo con i piedi semicongelati
mentre altri giovani partiranno per la campagna di Russia. Bianchi ripercorre così,
con una lingua elegante, a tratti lirica, la vita di Franco alla Campanella e
attraverso le descrizioni dei luoghi bucolici, (campi, cascine, sentieri), dei ritmi e
1
dei cicli di lavoro, dei rapporti famigliari, proietta l’immagine di una storia corale
che finisce per rappresentare la vita dell’intero paese nella piana padana – il cui
nome non è mai citato -, un concentrato dell’Italia rurale di allora: i contadini e gli
ambulanti, le operaie della filanda, un misterioso professore in odore di socialismo,
il maresciallo dei carabinieri, il segretario del fascio, l’arciprete.
Questa realtà conosce però una drammatica cesura. L’8 settembre 1943 segna una
svolta nella vita del paese e dei suoi abitanti: l’occupazione nazista spinge a
compiere delle scelte, per alcuni radicali. È a questo punto che l’autore, sullo
sfondo di una potente “poetica della terra”, racconta la lotta di Resistenza,
intrapresa sulle montagne da diverse bande partigiane: così si conoscono la storia
di Lupo e di Balilla, di Piero e di Rondine, del Capitano e di Stalino, di Sbrinz.
Uomini che vedono la Parola svelarsi nel sacrificio dei compagni, nella volontà a
Resistere e combattere fino alla morte. Essi trovano sostegno pratico e spirituale
nei monaci del monastero in cui Franco è stato novizio: Dom Benedetto segue in
montagna le bande, disarmato, abitato da dubbi laceranti ma ancor più da un
urgente sentimento di fraternità; l’Abate mette a repentaglio la vita per proteggere i
partigiani che gli si sono affidati. Anche Franco, e con lui quanti sono rimasti alla
Campanella e nel paese, fanno la loro parte. Sarà poi l’avvicendarsi delle stagioni
della terra a scandire il racconto,
seguendo negli anni la vita dei protagonisti fino a quando il senso di avvenimenti
tanto grandi e drammatici sarà a loro chiaro.
Se dunque “La messa dell’uomo disarmato” è un romanzo sulla Resistenza, è
anche, direi soprattutto, un romanzo sulla memoria come esperienza viva e intima;
un romanzo sulla responsabilità dell’uomo, sulla sua libertà dinanzi a una Parola
che, nei fatti, nel tempo, non smette mai di interrogarlo. Un romanzo per il quale a
Luisito Bianchi e al suo editore c’è da essere grati.
PRIMO TEMPO.
Il gemito della Parola.
Sono ancora il tuo novizio? E tu sei vivo o solo un sopravvissuto? Mi dicevi allora:
"Obsculta fili..." E ti fermavi sull'invito iniziale dell'antica
regola per non farmi perdere nemmeno una sfumatura di quel verbo
che doveva presiedere ogni rapporto con uomini e cose, senza mai considerare
definitivo l'ultimo ascolto.
Tutto doveva essere ascoltato. Una parola inesauribile richiede un
ascolto incessante; e la parola era dappertutto, penetrava ovunque:
nell'avvenimento, con la rapidità folgorante del lampo, nella tessitura
dei gesti quotidiani, violenta come terremoto o suadente come brezza.
La sua sorgente scaturiva dal libro che custodivamo sull'altare romanico,
vegliato dalla lampada di terracotta, sotto il grande Cristo ligneo che
proiettava, immoto, la sua ombra sulla campata di figure trecentesche.
La parola che copre tutto, che è in tutto, mi dicevi, viene a noi spezzata
come in tanti bocconi di pane. Nessuno può sottrarsi alla parola;
puoi essere roccia, puoi respingerla infinite volte, ma il vento riuscirà
sempre ad accumulare nelle fessure il terriccio sufficiente a farla germogliare.
2
Come nessuno, prima o poi, sa sottrarsi al profumo del pane.
Ogni uomo, mi dicevi, è la parola che si è fatta carne; il vero significato
della vita è prendere coscienza di questo mistero che ciascuno porta di
dentro. La parola può moltiplicarsi all'infinito senza perdere la sua unità;
l'uomo « unito all'altro perché la parola è una.
Tu ascoltavi la parola in me, nei miei balbettii o nei miei turbamenti,
e ne traevi segni d'operoso travaglio annunciante la crescita del grano.
Mi facevi ascoltare la parola negli avvenimenti che, a quell'epoca, difficilmente
lasciavano intravedere uno spiraglio a che essa vi trovasse libero
accesso (eravamo a un anno dalla seconda guerra mondiale), e mi dicevi:
È il duro terreno, è la roccia, sono gli sterpi che stanno per sgretolarsi ed
essere lavorati dal terremoto e dalla bufera; poi dalle fenditure spunterà
il grano. Io ti guardavo come se la tua voce mi giungesse da epoche remote,
riemersa per incantesimo fino a me, nell'oggi che stavo vivendo.
Ma la tua voce non riverberava lampi sinistri; era calma, senza scosse,
senza previsioni, perché m'invitava all'ascolto d'una Parola che non
poteva essere distrutta. Obsculta fili... E mi parlavi dell'ascolto degli
uomini come d'un sacramento che non era stato istituito solo perché
era già stato conferito, prima di Cristo, a tutti, e per tutte le epoche.
Cominciavi, così, la tua opera di dissodamento per spalancarmi davanti
quel mistero dell'uomo che tu non volevi fosse in contrapposizione
e, tanto meno, in contraddizione con quello di Dio. Ero una pianticella
assetata, le cui deboli radici s'aggrappavano alla tua voce per calare
sempre più profondamente nella mia umanità, portando con esse, per
quanto il peso fosse sproporzionato, le vicende di tutti gli uomini conosciuti
e sconosciuti che popolavano i lunghi corridoi del monastero e mi
seguivano mentre mi recavo in coro per il canto del divino ufficio.
Non avere paura di non sentirti solo col solo, mi dicevi quando ti manifestavo
il dubbio che l'uomo mi distraesse da Dio. Dio non è in concorrenza
con l'uomo, non è geloso dell'uomo; altrimenti non si sarebbe
fatto uomo. La sua gelosia è contro gli idoli che noi stessi creiamo, non
perché essi siano in concorrenza con lui e gli sottraggano parte della sua
gloria, ma perché succhiano il nostro sangue che è ormai anche suo, e
c'impediscono l'ascolto nella loro esclusiva pretesa d'essere adorati.
Era il tuo primo anno come maestro dei novizi. Avevi avuto la fiducia
dell'abate che t'aveva scelto nonostante le riserve di alcuni del consiglio
degli anziani. Ma un giorno, in capitolo, le riserve presero corpo d'accusa.
Io non ero presente a quella riunione perché un novizio non deve
sapere tutto quello che accade nella comunità. E tuttavia intuivo che
quel capitolo ti riguardava. Conoscevo bene la regola, e sapevo che
l'oggetto di Obsculta fili era solo la regola, praecepta magistri.
Che monaco poteva uscire da un novizio cui s'insegnava ad ascoltare
una vaga parola, qua e là, e non i «praecepta magistri» che erano la vera,
autentica interpretazione della Parola?
E così quel giorno fosti esonerato dall'ufficio. Conobbi la decisione
dalla bocca dell'abate quando, dopo il capitolo, egli mi chiamò e mi
chiese se intendevo continuare sulla strada monastica; che se la mia risposta
3
fosse stata affermativa, e non ne dubitava, dovevo impostare la
mia formazione su basi diverse, essere perfino disposto a iniziare di
nuovo il noviziato sotto un'altra guida. Entro una settimana gli dovevo
dare una risposta senza ambiguità e condizioni.
Tu m'avevi detto che la vita monastica è vita cristiana ridotta alla sua
sostanza. M'avevi insegnato che costituiva, alla maniera d'un punto focale
tanto più luminoso quanto più concentrato, la vita della stessa
chiesa. Ma come potevo ormai considerare vero il tuo insegnamento se
proprio per questo eri stato messo sotto accusa?
Dopo l'incontro con l'abate, venni da te. Rifiutasti di darmi un consiglio.
Non ne eri autorizzato, né volevi forzarmi o influenzarmi, ritenendomi
maturo per una scelta personale. Mi dicesti solo la tua gioia
d'essere monaco, che mai avresti abbandonato la vita monastica anche
se ti avessero cacciato; e chiedevi il mio perdono. Ma che cosa ti dovevo
perdonare?
La stessa domanda che mi pongo oggi, per dare senso alla tua richiesta di
qualche giorno fa, ripetuta con le stesse parole d'allora, a distanza di oltre
quarant'anni!
Mi sembrava in quel momento d'essere immerso nell'assurdo per dover
dichiarare inesistente il pane che mi spezzavi a saziare la mia fame. Oggi,
certo, è diverso: nel lungo trascorrere del tempo ho potuto sperimentare che
l'assurdo non è in contrasto con la vita. Sarà sufficiente l'anno che mi hai
concesso per resistere alla tentazione di identificare l'assurdo con la vita?
Non sarà un 'altra illusione da risolvere in un 'altra delusione, forse l'ultima
e certamente la più grave?
Ti guardai attraverso le capricciose lenti delle lacrime. I tuoi occhi mi
sorridevano, oppure rivelavano lo stesso senso di assurda impotenza
che spingeva me al grido della non accettazione, e il tuo essere in regioni
tranquille perché già familiari?
Non aspettai il termine della settimana concessami dall'abate. L'assurdo,
m'avevi detto un giorno, può diventare un comodo alibi per
non riconoscere i nostri limiti, il nome che diamo alla condizione di
uomini quando non la vogliamo accettare. Ma in quel momento l'assurdo
per me era un nemico che agiva dall'esterno; lo avrei potuto vincere
solo sottraendomi alla sua presa con l'affermare, con un gesto concreto,
la mia libertà. Così il giorno dopo, appena terminata la messa
conventuale, l'abate sapeva già la mia decisione d'abbandonare il monastero.
Ebbi la chiara impressione che non s'aspettasse una conclusione
tanto violenta da parte di un novizio che aveva spesso sperimentato
la sua stima e il suo affetto. Cercò di persuadermi che ero stato precipitoso;
m'aveva concesso una settimana: che riflettessi, soprattutto che
pregassi alla luce dello Spirito.
Risposi che sarebbe stato ancora più penoso per me riconfermargli la
decisione fra sei giorni: non s'angustiasse, perché il rischio della scelta,
anche se era stata provocata da un avvenimento che io non volevo, non
l'avrei condiviso con nessuno; quanto avevo ricevuto dalla vita monastica
difficilmente l'avrei potuto dimenticare giacché lo sentivo come parte
4
viva di me stesso; non me ne andavo in tono polemico ma nella piena
disponibilità a mantenere con tutti un rapporto di fraternità e di pace.
Egli s'alzò. Mi guardò fissamente in silenzio. Poi mi pose per qualche
attimo la mano sul capo rapato di fresco, e m'abbracciò. Sentivo che se
in quel momento m'avesse, anche solo vagamente, accennato a un suo
cedimento alla paura (pensavo, infatti - e in questo convincimento durai
fino al tuo secondo ritorno in monastero per le vacanze estive -, che fosse
stata la paura degli zelatori della regola a non fargli unire la sua sorte
d'abate alla tua di maestro dei novizi), sarei ritornato in cella a riflettere
nuovamente sulla mia decisione. Invece, nemmeno un piccolo turbamento
in lui. Cominciava da quel momento quanto doveva accadere?
Sull'imbrunire del giorno dopo, mi trovavo già alla cascinetta di mio
padre, la Campanella, con gli abiti borghesi che erano stati custoditi nel
guardaroba del monastero, un po' corti e stretti, e con la testa ancora
monastica; e tu, dopo qualche settimana, fosti mandato a Roma a perfezionare
gli studi d'organo e di composizione all'Istituto Santa Cecilia.
Mio padre era venuto col barroccio alla stazioncina che tu facesti a tempo
a conoscere prima che i nostri martiri, dom Luca e Balilla (mi sostituirà
qualche fratello quest'anno nella cura del nostro cimitero?), vi ponessero
piede nei giorni del grande avvenimento. Mia madre, che fu anche un
po' tua, con la discrezione che amavi in lei, aveva pensato al capo rapato,
se mai avessi dimenticato il cappello del giorno del mio ingresso in monastero,
e ne aveva dato un altro a mio padre: - Farebbe l'impressione
d'essere appena uscito di prigione - disse consegnandoglielo.
Mio padre, tu sai bene, parlava poco. Quando apriva bocca sembrava
che avesse ruminato la frase in due stomaci. Le prime parole che mi rivolse,
probabilmente le aveva messe in fila l'una dopo l'altra fin dal giorno
in cui presi l'abito monastico, ma era restio a tirarle fuori, forse nel
timore di offendermi. Cominciò a guardarmi con occhi ridenti, mandati
avanti a preparare alle parole il terreno, aspettò che fossi seduto sul
barroccio e una schioccante frustata avesse fatto partire al piccolo trotto
il cavallo, e mi disse: -Adesso mi piaci; l'idea d'avere un figlio maschio
vestito a quel modo m'era rimasta in gola come una lisca a traverso.
Percorrevamo la stradetta comunale polverosa, affiancata da una parte
e dall'altra da fossi d'acqua limpida, ricchi di pesci e d'erbe. Filari di
gelsi, dalle foglie che cominciavano a dischiudere il loro verde lucente
di seta nascosta, mi ricordavano che saremmo presto entrati nella stagione
dei bachi. Mio padre s'era immerso nel suo silenzio abituale.
- Cresce bene il frumento? - gli domandai.
Non mi rispose. Quando mio padre non rispondeva non era perché
volesse essere sgarbato o non gli interessasse la domanda (trattandosi
poi di frumento, non c'era domanda che più lo solleticasse), ma perché
stava ruminando un pensiero al quale cercava un'espressione confidenziale
per comunicarlo. Non insistetti. Sentivo già aria di casa vedendo
uomini al lavoro nei campi, udendo a tratti l'abbaiare d'un cane o il
muggito dei buoi; riconoscevo ormai i grossi platani che preannunciavano
l'ultima svolta della stradetta prima di arrivare alla provinciale.
5
L'imboccammo. C'era da percorrerla per un breve tratto e poi avremmo
svoltato sulla sinistra per passare attraverso il paese o per prendere,
poco prima, una scorciatoia in terra battuta che ci avrebbe portato direttamente,
attraverso i campi, alla cascina di mio padre. Non ci fu bisogno,
naturalmente, che chiedessi la scorciatoia.
Vedevo già la cascina dalla parte della stalla, e la campanella che troneggiava in
un archetto sui tetti di casa e che aveva dato il nome a
quell'angolo di paese. Il cavallo, sentendo odori familiari, agitava la criniera
e affrettava impaziente il trotto. Mio padre aveva già ruminato la
sua seconda frase e me la scodellava mentre il barroccio svoltava per entrare
dal portone spalancato: - E poi, quella gente non ha cuore.
Quando parlava di «quella gente», intendeva i preti in generale, come
razza, diceva; naturalmente c'erano delle eccezioni che «falsavano la
razza». Tu eri una di queste, di fresca data, e d'antica l'arciprete.
Mia madre m'accolse festosa nell'aia dopo essersi asciugata le mani nel
grembiule. Faceva sempre così quando stava per dire o per fare una cosa
per lei importante: s'asciugava diverse volte le mani che non erano affatto
bagnate ma che pensava lo dovessero essere per tutti quei mastelli,
pentole, catini che durante il giorno costituiscono il termometro della
vita d'una cascina, soprattutto piccola come quella di mio padre, sempre
da riempire e da vuotare. M'abbracciò, prese dal barroccio le valigie
e, senza dire una parola, rientrò in casa. Mio padre aveva staccato il cavallo
e lo stava conducendo nella stalla. Io mi trovai solo nell'aia, e volsi
lo sguardo in ogni direzione, in alto, in basso; non era cambiato nulla.
Entrai in cucina dove, nel camino, un fuoco di legna stagionata gettava
sulle travi e sulle pareti il riflesso degli oggetti smisuratamente ingranditi.
Il primo contatto con le cose, con i muri, l'atmosfera della casa di
mio padre aveva suscitato la gioia d'un ritrovamento, ma in fondo sedimentava
il gusto amaro, non perturbante tuttavia, perché immediato
e pacifico, d'un gesto che aveva tutte le parvenze d'una sconfitta. Una
specie di viaggio sentimentale, partendo dalla saletta del pianoforte, col
metronomo esattamente al centro come l'avevo lasciato, fino alla stalla in fondo
all'aia e alla soffitta che custodiva ancora in un angolo, dove
sempre le vidi, la cassetta delle statuine del presepio e la ciambella di
legno incastrata fra due guide alzate da terra, che era servita a sostenere
e a provocare i primi incerti passi di Piero e miei, voleva quasi significare
il riconoscimento ufficiale della mia presunzione d'avere guardato
troppo in alto, di non essermi accontentato di loro, piccole cose e gradite,
che m'avevano insegnato a vivere e a gustare la vita; era come una
riappacificazione tacita, dopo non una rottura, che mai avevo provocato,
ma una dimenticanza cui dovevo porre rimedio.
Rientrando per la prima volta nella chiesa del mio battesimo fu come
se mi riconciliassi con l'ultima stanza di casa, la più ampia, la più aperta
all'ospitalità, con negli angoli l'odore della mia infanzia. La lampada
dell'altare, che scendeva dall'alto soffitto a botte, giocava vivace e arguta
con la penombra, manifestando la stessa aria di protezione che avrei
6
potuto cogliere in altre lampade accese di notte nelle stalle. Ero veramente
ritornato a casa.
Ricevetti, dopo qualche settimana, una tua lettera dal monastero romano
in cui eri ospite. La conservo assieme a tutte le tue altre, fino a
una certa data, cartoline comprese. Una scatoletta di cartone le contiene
tutte, ed è qui sul ripiano d'antichissimo legno che io stesso mi sono
costruito in questi giorni per prepararmi, nella cella accanto alla chiesetta
romanica, l'angolo dello scrittoio. Ribalto la scatoletta di cartone,
ed eccola fra le mani che ne saprebbero leggere ogni parola senza bisogno
degli occhi. Trascrivo, pur di non tralasciare nulla che mi possa
aiutare a udire la Parola ancora sigillata per me nel grande avvenimento
che costituisce la chiave di volta di tutta la mia vita. Mi scrivevi:
«La mia vita procede come al nostro monastero» (dirai sempre nostro). «Non è
cambiato nulla: il pane lo si fa in tanti modi, con sale e senza,
ma è sempre pane. Porta pure un monaco a Roma; se vuole, può anche
qui rimanere monaco...» (salto alcune considerazioni che mi proponevi
sull'attrazione pagana di Roma cristiana, perché in questo momento
non mi interessano) «Lo studio mi prende buona parte del tempo, forse
più di quanto sarebbe necessario per la scuola. Strano che un monaco,
per obbedienza monastica, debba dedicarsi allo studio della musica,
quando il cielo è squarciato da lampi che preannunciano tempi da bestia
dalle dieci corna! Il romano Agostino andava verso i barbari, l'irlandese
Colombano scendeva verso i nuovi barbari, e un monaco d'oggi
passa ore e ore su una tastiera e sui pentagrammi, disciplinando mani e
piedi su un linguaggio che deve far rivivere, o su balbettii propri che cerca
di fissare attraverso onde subito dileguantisi una volta emesse! Non
ti sembra che la mia occupazione assomigli a quella d'un maggiordomo
che deve obbedire a tutta un'elaborata etichetta per annunciare al padrone
in veste da camera e monocolo che il palazzo avito sta bruciando?
Ma un fatto ancora più strano sperimento di fronte allo spartito altrui
o mio. In quei momenti la mia identità di monaco scompare (sono in
contraddizione con quanto ti dissi sopra?); mi sento come svuotato di
me stesso per riempirmi di realtà sconosciute. La mia sottana di monaco
diventa solo un impedimento allo scorrere dei piedi sulla pedaliera; lo
scapolare lo butto dietro alle spalle e mi trovo nella situazione di chi si
tuffa in acque che lasciano trasparire un fondo luminoso ma irraggiungibile:
e tu forzi il ritmo delle bracciate, e il fondo s'allontana, e la luce
si fa più intensa. La musica allora assume questo aspetto di totalità che
non riesco a controllare, perché, non appena un'onda s'acquieta, subito
un'altra mi si para davanti, improvvisa, e mi sommerge. Vuoi dominare e sei
dominato. Vuoi essere tu a imprimere il movimento alle note che
ora s'arrestano ora fuggono sul pentagramma, e sono loro a trascinarti
con una forza cui non sai opporre nessuna resistenza. Che demone mi
prende in quei momenti? O che dio sconosciuto degli oceani m'invita
a seguirlo? E poi, finita la corsa che mi ha sfiancato e vinto, mi trovo
con lo scapolare sulle spalle e la sottana buttata indietro sul sedile, che
devo riassettare perché ormai tutto è svanito, rimanendomi solo il gusto
7
amarognolo d'avere innalzato una tenda fìttizia, quando Agostino e Colombano avrebbero continuato a camminare incontro ai barbari. Riacquisto
la mia vera identità di povero monaco (è qui che si scioglie la
contraddizione?) che, per obbedienza, l'aveva dovuta perdere travolto
da una marea di suoni, in una chiesa deserta e in ore che anche i monaci
a Roma, fossero pure figli di Colombano, dommatizzano consacrata alla
pennichella, come qui usa dire.
E tu? Posso immaginare quello che succede nel tuo animo se lo raffronto
col mio. Forse per tutti e due era necessaria questa scossa violenta
che ci ha sbalzato dal nostro monastero per prepararci ad accogliere
nuove ricchezze della Parola...».
Quando lessi d'un fiato questa tua prima lettera mi sembrò chiaro
che, pur su binari diversi, avevamo imboccato la stessa strada. Fu presunzione?
La musica, comunque, ti faceva scoprire una realtà nuova,
proprio su un terreno che t'era quotidiano: come a me il rientro a casa.
Anche in monastero, nelle tue ore libere o per ufficio, ti dedicavi
all'organo. Oggi suona Bach?, ti domandavo. Tu mi sorridevi, e da
quella tua reazione capivo che avresti suonato Bach. Il novizio attendeva
l'offertorio, e poi l'elevazione, per gustare Bach. Provava vergogna
ad asservire tutto il pontificale a quei due momenti per ascoltare Bach;
faceva ogni sforzo per partecipare al pontificale, ma Bach era sempre
là, che presiedeva tutto, più dell'abate.
Per te, invece, il suono era il tuo modo di pregare, di partecipare comunitariamente
alla passione di Cristo, allo stesso modo della Veronica che
ne asciugava il volto, o del diacono che toglieva e metteva la palla sul calice,
come un sudario, mi dicevi. La musica era il tuo sudario, la tua sindone,
che ti venivano restituiti con impressi il volto e il corpo del Signore.
Ma dalla tua lettera mi sembrò di scorgere un aspetto non ancora conosciuto
della stessa realtà, che t'avvolgeva nell'incantesimo del suono
senza che ne risultasse alcun sudario. Il volto di Cristo poteva essersi
impresso altrove, anche su note che si dileguavano nel chiuso d'una
chiesa romana; poteva anche non imprimersi in nessun posto perché
non ce n'era più bisogno. E forse era questa la strada che anch'io avevo
imboccato. L'impressione che tu mi descrivevi davanti all'organo non
poteva essere messa in rapporto con quella che avevo avuta io stesso,
all'improvviso, di fronte alla gente del mio paese, cadendo dal piedistallo
per dovermi dichiarare un monaco mancato?
C'era nell'aria il sentore della guerra, ma la gente non ne era preoccupata,
tutta euforica o distratta per le notizie delle vittorie tedesche.
L'incertezza della situazione l'adducevo come scusa per rimandare una
decisione di cui ero debitore a mio padre, o piuttosto al suo silenzio.
Intendevo dedicarmi al lavoro della terra? Da pochi giorni avevo ricevuto
la tua lettera, e mio padre una sera, di ritorno dal caffè, disse: - Il
segretario del fascio parlava di guerra come se ne avesse già in tasca la
dichiarazione.
Mia madre si rivolse preoccupata al suo uomo: - E Piero? Sarà mandato
in guerra - e s'asciugò le mani nel grembiule deponendo il ferro
8
da stiro sulle braci; ma erano gli occhi che le si inumidivano.
Piero sarebbe ritornato fra un paio di settimane, medico fresco fresco.
Mio padre ne era orgoglioso come d'un campo che aveva reso per pertica
il doppio dei campi degli altri agricoltori.
- Si sa, - disse mio padre - non danno congedi quando scoppia
una guerra. Può darsi che lo chiamino subito. Di medici giovani ne
hanno fame.
- Se lo chiamano, lo manderanno subito in guerra... - e questa
volta mia madre non si asciugò le mani col grembiule ma gli occhi.
- Tu vedi subito nero. Per andare alla guerra ci vuole un po' d'esperienza.
Non prendono un dottorino appena sfornato che non sa ancora
togliere un'unghia incarnita - e mio padre tentò di sorridere.
- La guerra non tiene conto di niente. E ai generali non importa
nulla se è un dottorino. Anzi, a un dottorino si può più facilmente comandare.
Era la prima volta che sentivo mia madre non essere d'accordo col
suo uomo. Soggiunse sospirando: - Canteremo ancora in chiesa le
canzoni dell'ultima guerra.
Nel silenzio che seguì, carico di preoccupazione, mi sentii colpevole
di quell'angustia, e dissi quasi fosse la conseguenza più semplice e naturale:
- Lavorerò la terra con te, papà.
- Ce la farai con le tue mani da monastero? - e sorrise calmo come
se quella decisione fosse attesa da tempo. Mia madre mi guardò con
un'espressione di timore e di riconoscenza.
- Ce la farò - e feci il muscolo come usavo da bambino quando gli
chiedevo, le volte che mi prendeva con sé, di farmi guidare il barroccio.
Ti ho ricordato quel giorno perché una decisione simile la presi spinto
senza accorgermene, quasi all'improvviso, da quegli avvenimenti
che tu dicevi involucro della Parola. Non voglio con ciò affermare che
dovevo fare quella scelta come conseguenza d'una indicazione, perché
(ed è qui un'altra scoperta che feci nella casa di mio padre) spesso la
Parola era muta, o impenetrabile l'involucro degli avvenimenti.
Mi dicevi: La Parola entra negli avvenimenti più ambigui, perfino in
quelli di peccato, per agire dall'interno e darci il senso della nostra indigenza.
La Parola s'umilia, s'annichilisce anzi, prendendo la forma di
schiava; non rifugge l'avvenimento carico della miseria umana ma lo
penetra per farcelo comprendere nella sua reale dimensione di peccato.
Si riduce a un suono stridente, da campana fessa che a ogni colpo di
batacchio rivela a tutti la sua condizione di indigenza, pur di servire da
richiamo agli uomini. Ti dovessi trovare con la bocca incollata al pavimento,
anche in quella situazione la Parola troverebbe uno spiraglio fra
te e la pietra. Non per annichilirti a tua volta (un povero non fa pesare
la sua povertà su un altro povero), ma per dirti che c'è ancora uno spiraglio
se essa è potuta giungere fino a te.
Non volevo rifiutare il tuo insegnamento ma, al tempo stesso, il dubbio
che la Parola fosse vista alla stregua d'una fuga di Bach, dove tutto
è predisposto e ordinato, dove non c'è nota in più o in meno fra le migliaia
9
che costituiscono il suo «avvenimento», stava infiltrandosi in me.
Mi sentivo, invece, solidale con mio padre, con la gente cui la guerra,
se doveva scoppiare, non avrebbe riservato nessuna parola da interpretare;
che se avesse pregato, avrebbe potuto solo rispolverare le canzoni
della prima guerra per pregare Dio affinchè concedesse all'Italia la vittoria
sulle armi nemiche. I due mondi - rabdomanti, noi, della Parola
e povera gente, loro, esclusa dal giocosi sarebbero incontrati su quelle
canzoni per fare causa comune in vista della vittoria, ossia del trionfo,
per usare un termine che coniasti tu stesso, dell'antiparola.
Che udivi tu, mentre, con la borsa degli spartiti sotto il braccio, andavi
alla chiesa deserta, per tentare di ritrovare, sulla pedaliera e sulla tastiera
dell'organo, quella Parola che, dalla tua lettera, sembrava essersi smarrita
in chissà quale insenatura d'oceano? O il dubbio era solo mio, ed oggi te
lo attribuisco per rendere meno pesante la mia successiva sordità?
La guerra scoppiò quando il frumento cominciava ad avvolgersi della
sua veste di grazia e le ultime more sui gelsi morivano di troppa dolcezza.
Tutta la gente del paese doveva essere presente in piazza davanti al
municipio, sul cui balcone il podestà aveva acceso la radio a tutto volume.
Toni non c'era, e nemmeno il fabbro, il professore, l'arciprete e
Rondine, il nostro martire. Io c'ero. Dovevo rappresentare anche mio
padre; due erano troppi, ma uno era necessario, mi aveva detto.
Cominciò il discorso. Dov'era la Parola che aveva fatto cielo e terra,
e, da ultimo, quegli uomini che stavano ascoltando, a distanza d'innumerevoli
epoche, un'altra parola che voleva essere anch'essa creatrice?
Guardavo al davanzale, guardavo coloro che mi si accalcavano attorno
in silenzio, il cielo coi puntini d'allodole che vi volteggiavano e, più
basse, le rondini noncuranti, tutte, di quella e di nessun'altra parola.
Ebbi un momento di terrore: che non esistesse nulla, né Dio né l'uomo,
ma solo animaletti che, invece d'abitare in tronchi d'albero o in
tane, fossero riusciti a costruirsi case di pietra e, invece d'artigli o pungiglioni,
si fossero equipaggiati di cannoni, ma sempre parte del loro
essere, incollati al loro corpo, usabili in alcune stagioni della loro vita,
fissate da una regola nata col primo uomo. Forse provai in quel momento
anche il gusto di potere, se avessi voluto, spiegare tutto: altoparlante,
gente silenziosa, minacce di morte, voli senza tracciati, le mie
elucubrazioni d'uomo religioso, i tuoi incantesimi operati su tastiere
d'organo, il grano che cresceva e le more che si decomponevano sui gelsi:
e l'appagamento sarebbe giunto in me sentendomi pareggiato alla
gente e ai fili d'erba, in un destino comune perché anch'io ero cosa finalmente
liberata per il solo fatto d'essermi riconosciuto cosa fra le cose.
(Ripetevo l'esperienza di Piero di qualche anno prima?)
Ritornato alla Campanella, dopo lo scioglimento dell'adunata al suono
di Giovinezza, mio padre, un tridente d'erba fresca in mano, m'interrogò
cogli occhi. «
- La piazza era piena - risposi - e il podestà a mezzo busto accanto
alla radio sembrava uno dei vescovi portareliquie che si mettono
sull'altare, i giorni di festa.
10
Mio padre sorrise. Quando era preoccupato, una battuta insignificante
lo poteva far sorridere o incupire, a seconda se notava o meno in chi la
pronunciava la sua stessa preoccupazione. Depose il tridente con l'erba,
vi si appoggiò con tutto il corpo, tentò di dirmi qualcosa, ma gli uscì solo
un incomprensibile borbottio; riprese il tridente ed entrò nella stalla.
Il giorno dopo ti scrissi, manifestandoti assai confusamente, se ricordo
bene, ciò che era passato nel mio animo.
Potevo vedere la postina da lontano se, alle dieci e mezzo del mattino,
fossi uscito dal portone e le regie poste avessero voluto fare una capatina
alla Campanella. Come sai, la nostra casa era fuori paese, e la strada di
ciottoli per arrivarvi dalla piazza era dritta quanto può essere un'asta
tracciata da un bambino il primo giorno di scuola. Arrancava la postina
sulla bicicletta di qualche decennio prima, col pacco della posta legato
sul manubrio e la testa piegata in avanti, come se avesse speranza di trovare
qualche moneta perduta fra la polvere. La osservavo avvicinarsi con
un certo senso di tenerezza per quella donna che ritenevo già vecchia
quando mi ero accorto per la prima volta che al mondo esisteva anche
la postina. Una vita su quella bicicletta, tutti i giorni eccetto la domenica,
per le vie del paese, per le stradette di campagna che conducevano
alle numerose cascine sparse ovunque nel territorio del comune; e solo
per sopravvivere (era vedova della prima guerra mondiale) e riprendere
il giorno dopo la bicicletta, e finire, incalzata da una nuova postina, nel
ricovero dei vecchi. Che aveva mai saputo, quella donna, della Parola
che rotolava appiccicata ai cerchioni squassati della bicicletta, sulle vie
del paese e dei campi, per annunciare avvenimenti nei quali, secondo i
nostri convincimenti, essa si sarebbe dovuta manifestare?
Aveva iniziato i suoi giri durante la prima guerra mondiale, sostituendo
il marito che era stato inviato a marcire in trincea. Allora andava a
piedi, e l'avvenimento giungeva senza un'ora precisa. Poi la postina
comprò una bicicletta di seconda o terza mano, e l'avvenimento fu più
regolare. La guerra le aveva insegnato a distinguere le lettere che portavano
un avvenimento buono o uno cattivo; se la lettera era buona, la
sceglieva dal pacco ancora a distanza, e l'agitava come un fazzoletto
chiamando il destinatario con nome e cognome ad alta voce, come se
tutti fossero lì in attesa del suo passaggio; e chi l'udiva, ossia tutti quelli
della via, si domandava: chi sarà mai? Poi qualcuno sull'uscio di casa,
ricordandosi del vicino che aspettava una lettera, non aveva dubbi: è
lui, diceva; non perché ne conoscesse il nome ma per l'attesa che si era
propagata a tutto il vicinato. Ci si conosceva allora più per i soprannomi
che per i cognomi. Noi eravamo quelli della Campanella.
In più di vent'anni la Parola avrebbe potuto riempire anche le buche
delle stradette di campagna, se fosse stata intesa in tutti quegli avvenimenti
che la postina portava in giro. Ma la vita era continuata fra morti,
malattie, nascite, matrimoni, messaggi d'amore, intimazioni di pagamento,
auguri infiniti per natale e pasqua, approfondendo e allargando
le buche, non colmandole, nemmeno con la bottiglia di vino o il salame
o la mancia a capo d'anno per la postina. La quale, quando s'indirizzava
11
verso la casa di mio padre e mi scorgeva in attesa sul portone,
cominciava ad agitare la busta in segno di buone notizie.
- A un giovanotto come temi disse un giorno - non possono
arrivare che buone notizie. Chissà quante belle ragazze ti vorrebbero e mi fece segno con l'indice sotto l'occhio sinistro, alla maniera del «bevi
acqua Giommi», che lei era al corrente di tante cose perché, dopo
vent'anni di servizio, a forza di soppesare lettere e decifrare calligrafie,
aveva un fiuto infallibile. E così, col gesto e col sorriso dell'annunciatore
di pace che già da lontano evangelizza l'uomo in attesa, mi portò
la tua seconda lettera, dopo diversi giorni da che era scoppiata la guerra
e già la gente aspettava d'essere radunata in piazza per ascoltare dalla
radio il bollettino della vittoria.
Il grano stava dandosi le ultime pennellate d'oro profondo e le mie
mani cominciavano a indurirsi. Mi sedetti al piano e apersi la lettera.
Nemmeno quella volta mia madre mi chiese chi avesse scritto. Mi dicevi
d'aver ricevuto la mia lettera, che tu non eri mescolato a nessuna
folla quel giorno, che ti eri trovato con un supplemento imprevisto
d'organo, giacché il vespro era stato anticipato di un'ora per dare modo
ai monaci d'essere presenti alle 18 in piazza Venezia. Ricordo che interruppi
la lettura per gustarmi la scena che mi si presentava vivida in
scenari fantasiosi. Se eri andato all'organo e non in cella, quell'anticipo
di un'ora del vespro doveva averti caricato di sentimenti in conflitto.
Tu non me l'avevi mai detto, ma ero sicuro, per averti osservato con
l'occhio di chi pretende scoprire nel maestro amato e riconosciuto ogni
piega delle sue reazioni, che quando avevi l'animo rimescolato e volevi
far presto a mettervi bonaccia, ti portavi all'organo. Castigavi così quel
ragazzo che emergeva dalla tua prima reazione, acris verberìbus? con le
battiture che la regola raccomanda appunto per quell'età: e la musica
rivestiva per te anche l'aspetto del castigo, che ti faceva sentire il bruciore
d'un limite segnato da spade infuocate.
Ripresi in mano la lettera, come ce l'ho in mano ora un poco ingiallita
ma sempre spirante la straordinaria avventura che avevi iniziato a
vivere. Continuavi:
«Scegliendo la strada dell'organo invece del corso Vittorio Emanuele
non feci nessun gesto che mi qualificasse meglio come monaco. Dovesse
trovarsi anche in piazza Venezia, un monaco è sempre monaco, sempre
sotto l'imperativo obsculta fili. Non è stata, quindi, la mia una
reazione di monaco, ma solo di uomo. Posso fare questa distinzione? Fino
a qualche mese fa, tu sai bene, avrei risposto negativamente, con sicurezza.
Ma oggi ne sono meno certo, come non sono affatto sicuro che
la musica possa entrare nella mia identità di monaco; ho l'impressione,
anzi, che essa non abbia nulla a che vedere nemmeno col fatto d'essere
monaco e cristiano. E allora, se è vera questa estraneità, la musica è
autosufficiente,
preclusa quindi alla Parola, e, allo stesso tempo, incapace
di sopravvivere a se stessa giacché è un linguaggio condannato ineluttabilmente
a scomparire nel momento stesso in cui viene pronunciato.
12
Pressappoco la stessa lama del dubbio che ti attraversò quando ti trovavi
sulla piazza ad ascoltare dal balcone del municipio del tuo paese il discorso
dal balcone di Palazzo Venezia. Ma se il campo della musica sfugge
alla Parola, è pure possibile che altri ne siano sottratti, con la conseguenza
che l'uomo, in definitiva, si trovi in balìa di un'antiparola come
quella che si è sguaiatamente manifestata a Palazzo Venezia. E se questo,
anche solo per ipotesi, può accadere, il cosmo rientra nel caos e, all'inizio,
non ci fu nessuno Spirito che aleggiasse sulle acque. L'abisso invoca
l'abisso. La guerra è la tentazione dell'abisso diventata realtà, è l'antiparola che ha vinto. Forse non ho mai sentito come in questi ultimi
tempi la pesantezza del mio corpo di morte. Vado avanti, perché non
cedo alla tentazione, portandolo come una gloria. Fino a quando?».
Mi chiedevi, infine, se e come riuscissi a vedere il tracciato della Parola
in tutto quanto vivevo, concludendo: «Il maestro si mette all'ascolto
del discepolo: obsculta, magister.., ». La data era: in nativitate Joannis
Baptistae, 1940.
Al termine della lettura, non immaginai nessuna scena, provando
quasi un senso di rimorso per avere banalizzato lo spostamento dell'ora
di vespro che, alle cinque o alle sei di sera, era pur sempre il grido di
dolore e di gioia di un'umanità che s'abbandona alla potenza d'una Parola
già risultante efficace, se riesce a interpretare, nella costrizione di
suoni imposti dall'esterno, realtà imprendibili come sono il dolore e la
gioia dell'uomo. Anche i monaci avviati a piazza Venezia avevano prima
cantato tale parola restandone coinvolti, come tu ne eri stato preso,
col tuo dubbio che la Parola manifestasse la sua impotenza fino al punto
di scomparire. Sul canto del vespro s'operava l'incontro, ma impotente,
se tu prendevi la strada dell'organo e gli altri monaci quella di
corso Vittorio; come impotente s'era mostrata la Parola cantata a vespro
di fronte all'antiparola trascinante gli stessi che pure affermavano
di credere alla sua efficacia e signoria.
Abituati a vivere nel suo trionfo, avevamo scoperto, a contatto d'una
nuova realtà, la sua impotenza.
A una mia lettera in cui dovevo averti detto qualcosa di simile, mi rispondesti
con una cartolina riproducente la cupola di San Pietro, e la
frase dello stesso Pietro: «Abbiamo lavorato tutta la notte e non abbiamo
preso nulla». Che intendevi dire?
Il grano era maturo e mio padre non aveva dimenticato la guerra solo
perché era preoccupato per Piero. Non appena il grano dava segni che
stava per giungere la sua ora, e gli uccelli già familiarizzavano coi fantocci
di paglia, mio padre lo vedevi come se fosse giunta anche per lui
la sua ora. Cominciava a dedicare al frumento la maggior parte dei suoi
occhi quando la neve si scioglieva definitivamente e i primi soli di marzo
davano lievità al respiro della terra; ne misurava ogni settimana la
crescita con un metro di tela cerata, mezzo spelacchiato, che portava
sempre in tasca; ne palpava la spiga lattiginosa non appena cestiva, col
tatto che sapeva trasmettergli la predizione se le spighe sarebbero state
13
piene o meno quell'anno, e strappava la veccia, passando di taglio fra
una fila e l'altra degli steli quasi a fiato trattenuto per non violarne il
mistero. Tutto il lavoro della terra era la sua ora, ma per il frumento
sentiva l'affinità del cuore. Gliene chiesi un giorno la ragione. Mi guardò
sorpreso, e dal brillare dei suoi occhi notai il compiacimento per
una simile domanda che nessuno forse gli aveva mai rivolto. Mi rispose
immediatamente, segno che la ruminazione della frase era d'antica data:
- Perché il frumento è sangue.
Venne il giorno della mietitura. Quell'anno mio padre, quasi a segno
d'una investitura, mi fece l'onore di riservarmi il primo colpo di falce.
Poi prese il primo posto di battitore del ritmo, e io con due braccianti
e Toni lo seguii. Non riuscivo a tenere la loro arcata mozzafiato, ma
non perdevo nemmeno troppo terreno. Sudavo da colare; le braccia
erano diventate di legno, ma resistevo. Mio padre, senza parere, mi
guardava infiltrando lo sguardo, con un brusco movimento del capo,
fra il suo braccio sinistro e l'ascella, e io provavo, accorgendomene, la
gioia che la Parola aveva garantito al mietitore. Ce la feci, più per quegli
sguardi che per le mie forze.
A sera mi sedetti appoggiandomi ai covoni accatastati sull'aia, e, contro
un cielo tersissimo, sentii una vita atavica nel mio corpo dove il sangue
del frumento e quello della spigolatrice Ruth circolavano in pace.
Riandai all'immane giornata, col suo fruscio di steli falciati e legati, il
continuo picchiettio di cicale, bisbigli di terra che sembravano durare
il tempo necessario per saldarsi con nuovi bisbigli. Un'allodola s'alzava
a freccia dagli steli a pochi metri dai mietitori, facendo ondeggiare le
pesanti spighe; un rospo s'appiattiva chiedendo misericordia fra soffici
pagnottelle di terra che segnavano il cammino delle talpe; farfallette azzurre
senza peso giostravano attorno a falci, cappelli di paglia, il fiasco
di vino annacquato mentre ce lo passavamo dicendo: alla salute (di chi?
nostra o del frumento?); e i papaveri rigavano di piaghe gloriose gli steli
falciati e tutto il corpo d'alabastro ancora intatto.
Dentro di me, con le gambe distese sul cemento dell'aia e la schiena
abbandonata ai covoni, sentivo circolare quei segni di vita abbagliante,
che gettavano ponti d'intesa alla fonda volta della notte. Il mastello
d'acqua di pozzo, intiepidita al sole per tutto il dopopranzo, non m'aveva
tolto il profumo della terra e delle spighe, come se fossi stato una veste
festiva d'Isacco tirata fuori per quella sera da un cassettone di noce
stagionato. M'era forse riapparsa la Parola fermandosi, in quella notte
incipiente, sulla casa di mio padre, per indicarmi che dove c'era la vita
là essa prorompeva? Oppure altro non era che il nome dato da lontanissime
generazioni, in notti stellate scaricanti tutto il loro mistero sui covoni
accatastati nelle aie, alla vita per timore di pronunciarne il suono,
affinchè vi fosse gelosamente custodita e trasmessa ad altre generazioni
di mietitori? Il dio della parola non poteva essere solo l'involucro sacro
e inviolabile che impediva la profanazione della vita? E se volevi raggiungere
la vita nella sua pienezza - per gustare ogni millimetro delle
tue membra che partecipavano, impossibile sottrarvisi, a quella continua
14
festa di movimento, di colori, di suoni, di fruscii sottoterra, fra le
zolle rimosse, nell'aria, fra l'erba medica, il trifoglio, i rami del grande
platano - non era necessario forse rompere l'involucro, ormai inservibile
perché la vita l'avevi già al sicuro in te stesso, e la trasmissione di quel
mistero da parte d'antiche generazioni, che avevano inventato un dio
per garantirla, era ormai definitivamente operata? Ma perché questi interrogativi
al termine d'una giornata in cui, coi miei paramenti di mietitore
e la lama tagliente del sacrificio, avevo certamente celebrato il
Dio della Parola come Dio della vita, non involucro ma egli stesso vita?
Forse avevo calpestato una terra sacra per tutto quel fuoco di vita inconsutile senza togliermi i calzari che mi separavano da Toni, da mio padre,
dai mietitori, dalla gente del mio paese, come un segnato.
Alla tua cartolina risposi anch'io con un solo saluto. Dal tabaccaio
scelsi, in mancanza d'una cupola, la facciata della chiesa del paese con
il campanile che il fotografo, per farcelo stare tutto, aveva dovuto corredare
coi paracarri di granito della grande piazza in primo piano, già
testimoni, coi loro anelli penzolanti, di pazienti attese di cavalli e barrocci.
Due ometti in maniche di camicia stazionavano sfaccendati fra i
paracarri e sfoderavano il loro più ebete sorriso. Certo, non era da paragonarsi
al Cupolone, ma, in compenso, una cartolina simile non era
inflazionata, essendo di proprietà esclusiva del tabaccaio del mio paese
e la riproduzione vietata.
Ricordo che continuai il versetto lasciato da te in sospeso: «... ma sulla
tua parola getterò le reti».
Venne il turno di mio padre per la trebbiatura. Quando ancora albeggiava,
portammo i carri alla trebbiatrice, da alcuni giorni installata in
uno spiazzo verde al limitare del paese, e già tutto disseminato di montagnole
di pula sulle quali i ragazzini imitavano gli acrobati che avevano
visto all'ultima fiera. Mio padre era continuamente alla bocca donde
usciva il frumento, cogli occhi che non s'accontentavano di contemplare
il livello del sacco innalzantesi armoniosamente, ma cercavano di penetrarlo
fin sul fondo, come se fossero mani, per misurarne il peso.
Io gli porgevo il sacco vuoto e ritiravo quello pieno, legandolo coi lacci
messi da parte dall'anno precedente, gli stessi che portavano impressi
chissà quanti altri anni di sudori e di covoni. La proboscide della trebbiatrice
mi sovrastava ossessionante, e sfornava una dietro l'altra balle
di paglia squadrate come da un coltello; e gli uomini a caricarsele sulle
spalle e metterle in ordine sul carro senza sponde, fra grida, il fiasco di
vino che passava da bocca a bocca, il fumo sbuffante, gli spruzzi di vapore,
la polvere della pula e, altissimo, su tutta quella saga di braccia
alzate e di parole urlate, ogni tanto, il fischio della caldaia che decorava
l'aria di saluti festosi.
Partecipavo a quella festa, coi piedi nudi che affondavano nella pula
e la camicia legata con un nodo alla vita per dare aria al petto che grondava
sudore. Aderivo a quell'umanità, uno fra i tanti. Era mai possibile
che la lama a doppio taglio della Parola penetrasse non solo fra le giunture
del mio spirito ma anche fra me e quegli uomini, e che da elemento
15
unificante si trasformasse in muro divisorio? Pensavo: è il frumento
a operare questa unità, una realtà che potevi palpare con le tue mani,
nella quale potevi affondare il tuo braccio, sulla quale tutti concordavano:
è buono, è pieno, è pulito, è maturato bene il frumento quest'anno.
Abbandonarmi all'onda del frumento che scendeva a fiotti nel sacco,
e di quella vita che gli si sprigionava attorno, era scegliere la parte
del frumento contro la Parola?
Ritornati sull'aia coi carri del frumento e della paglia, trovammo ad
attenderci, accanto a nostra madre che sorrideva e s'asciugava le mani
nel grembiule, il nuovo professo dell'ordine d'Ippocrate, con un paio
di baffetti invece della cocolla, e la sua consueta esuberanza che faceva
ressa agli occhi e alla bocca per non perdere nessuna occasione di scherzo:
mio fratello Piero. Nostro padre se lo squadrò dalla testa ai piedi, e
poi disse a modo di saluto rivolgendosi alla sua donna: - Con un medico
in casa non moriamo più.
Nostra madre s'asciugò per l'ultima volta le mani nel grembiule e andò
a sacrificare un galletto, che mangiammo alla sera con polenta, in
un intingolo di verdure e patate che, l'avesse gustato il cieco Isacco,
avrebbe benedetto non solo i figli ma anche la loro madre. Nostro padre
si riservò naturalmente la testa, il collo e le zampe, e quella parte
che richiamava vagamente la mitra dell'abate nelle solennità al monastero:
le parti più intelligenti d'un gallo, sosteneva.
Il ritorno di Piero riempì la casa. La sua voce squillante sembrava
avesse trasmesso a nostra madre il convincimento che a giorni fosse pasqua,
tanto era il suo impegno a pulire ogni angolo, a cercare, con la
scopa dal lungo manico, inesistenti ragnatele, a lucidare tutti gli ottoni,
maniglie e candelieri. Dopo qualche giorno, sull'aia ritornata vuota dal
frumento, c'era il sellaio a rifare i materassi, con le fodere già lavate e
la lana scardassata. Fui attratto, come risucchiato, nell'orbita di mio
fratello, e ritrovai con lui il gusto che fin da bambini avevamo condiviso
d'andare, sul tramonto, ai fossi vicini con la rete e la pertica per la
pesca delle alborelle.
Piantavo la bocca della rete a sacco nel punto più stretto del fosso, e
congiungevo le due rive con zolle di terra perché nessuna alborella
avesse modo di sfuggire scivolando accanto alla rete. Mio fratello, da
una trentina di metri, cominciava a sbatacchiare l'acqua con la pertica,
innalzando urla da animale selvatico, inframmezzate da risa di homo sapiens; e veniva avanti adagio, perché le alborelle non guizzassero dalla
parte opposta della rete. A poche spanne da me dava l'ultima battitura,
la più furiosa di tutte perché ricevessi la mia razione d'acqua, e poi, ridendo,
si precipitava a togliermi la rete per avere lui la gioia di tirarla
fuori dal fosso, tutta argentata di alborelle inficcate nelle maglie.
Quante alborelle in quei giorni! (
- Ancora alborelle, stasera? - diceva nostro padre. Mamma allargava
le braccia come per assicurare che non era colpa sua; ma era contenta
perché così risparmiava sulle uova o sul salame.
La gente non si meravigliava che un dottorino con tanto di laurea, diceva,
16
se ne andasse, a piedi nudi e i calzoni rimboccati, con la rete sulle
spalle a pesca di alborelle. Che differenza fa essere medico o no se a uno
piace pescare? Bravo dottore, diceva chi passava dalla parte di quei fossi.
Sarà un bravo dottore, perché è uno che non ha vergogna d'andare a
piedi nudi. - Dottore, quand'è che mi visiti gratis? - gli dicevano i
compagni delle elementari, molti già sposati, incontrandolo al caffè.
Piero rispondeva in tutti i toni, con tutte le sfumature, cogliendo di
primo colpo l'intensità del riso che era necessaria per rispondere al
compagno d'infanzia, o all'anziano o agli amici del babbo, o alla Cecina che l'aveva visto nascere e crescere. Se avesse capito col bisturi o con
la ricetta l'ammalato come comprendeva il sano col suo riso, sarebbe
stato certamente un buon medico.
Nostro padre, quando l'accompagnavamo tutti e due al caffè, aveva il
tono d'un generale che passa in rassegna il fior fiore delle sue truppe. - È
una fortuna avere due figli così - gli dicevano le donne sedute su sgabelli
agli usci delle case per prendere un po' di fresco. E Piero, sottovoce:
- Hai sentito papà? Lo dicono anche loro, hai fatto una fortuna a spendere
tutti quei soldi per farci studiare - e scoppiava a ridere.
Una mattina Piero, appena rientrato dai campi, mi prese sotto il
braccio e mi obbligò a sedere al pianoforte: - Suona il mio preludio.
Il suo preludio, come ben sai, era l'ottavo del primo libro del Clavicembalo
ben temperato. Vibrava ancora nell'aria l'ultimo accordo, e Piero
mi domandò: - Perché l'hai fatto?
Sapevo che cosa intendesse con quella domanda: non mi chiedeva
perché ero uscito dal monastero, ma perché vi ero entrato.
Piero da qualche anno non frequentava più la chiesa. Forse nemmeno
oggi la frequenta; da tempo - quanto? - non me ne sono interessato. Tu
certamente, per tanti segni che solo qualche giorno prima di salire quassù
ho saputo notare (e li avevo sotto gli occhi!), sei più al corrente di me.
Quella sua decisione, il secondo anno di medicina, era l'ombra che velava
la gioia e l'orgoglio di nostra madre per un simile figlio.
Nostro padre, la prima volta che mamma si lamentò con lui per
quell'ombra, tagliò corto: - Piero ha la sua età. Se ha deciso così avrà
avuto una ragione. E poi, chiesa o non chiesa, fossero come lui quelli
che ci vanno, a mantenersi così.
E su quell'argomento non fecero più parola, almeno di fronte a me.
Quando comunicai a Piero la decisione d'entrare in monastero, si limitò
a dirmi: - Se ti sembra bene, non ascoltare nessun altro.
Mi ripetè la domanda: - Perché l'hai fatto? - era serio. Forse simile
domanda gli era nata quando mi salutò il giorno del mio ingresso, ma
aveva trovato una via d'uscita solo quella mattina, con l'aiuto del "suo"
preludio. Gli risposi: - Se tu m'avessi fatto questa domanda quando
ero ancora in monastero, certamente avrei avuto una risposta.
- E oggi?
- Oggi non ce l'ho.
- Suonami anche la fuga - mi disse annuendo dopo qualche attimo
di silenzio.
17
Da quella mattina ebbi con Piero il nuovo rapporto dell'amicizia. Lui
diceva di non credere in Dio; io affermavo come un assioma la sua esistenza.
Per lui l'unica parola che avesse senso era l'uomo (e aveva scelto
quasi per istinto lo studio della medicina); io m'ostinavo a cogliere
nell'avvenimento una parola nascosta ma già pronunciata, ritenendo,
pure come un assioma, che non fosse in contrasto con quella dell'uomo.
Eppure sentivamo che nulla ci divideva. In seguito, soprattutto durante
il grande avvenimento di cui egli fu un privilegiato protagonista, mi
chiesi se Piero non fosse stato più cristiano, o meno pagano, di me.
A fine luglio, mio fratello era già in grigioverde, e la casa di nostro
padre rimase improvvisamente vuota.
Lo stesso giorno in cui Piero partì, ti scrissi accennando a quanto avevo
vissuto il tempo della mietitura e della trebbiatura, e all'incontro
nuovo con lui.
La postina mi portò la tua lettera di risposta senza agitare il braccio
in alto. Forse era il caldo soffocante che raddoppiava la fatica di spingere
sul selciato sconnesso la non meno sconnessa bicicletta; o forse
l'incertezza se, nella casa di mio padre, dopo la partenza di Piero, era
possibile fare un gesto di festa. La sua incertezza, comunque, svanì
quando, riconoscendo la tua scrittura, le sorrisi.
- Ah, così va bene; la guerra presto terminerà e faremo due bei matrimoni
-. Si convinceva sempre di più che da Roma solo una bella
ragazza mi poteva scrivere, conosciuta chissà dove, in monastero forse,
se ne ero uscito; e sul legame di Piero doveva aver fiutato qualcosa, con
tutti quei giri in paese e nelle cascine.
Mi davi la notizia che non saresti tornato, d'accordo con l'abate, al
«nostro» monastero; che la decisione di passare anche il periodo estivo
a Roma ti sembrava saggia e rispettosa della situazione. E continuavi:
«Il monastero sta svuotandosi, e la città, in certe ore del pomeriggio,
pare deserta. A volte, nel tratto di strada che debbo percorrere fra il monastero
e la chiesetta dell'organo, incontro solo un gatto; siamo le uniche
due ombre che si muovono. Ieri il gatto m'ha seguito fino alla porticina
del sacrestano, ha fatto uno sbadiglio a modo di miagolio, s'è
strofinato il muso contro la mia sottana, e ha proseguito pigramente.
Doveva essere un gatto romano da generazioni, che cerca d'arrangiarsi
senza prestare fede a nessuno. Anche il sacrestano è romano. Un vero
romano ha nel sangue la visione di troppi re e papi per credere ancora a
qualcuno. Si vendica dei soprusi patiti, come quel gatto: uno sbadiglio,
una sfregatina contro qualche sottana, e poi cerca d'arrangiarsi come
può, con Dio e cogli uomini. Verso di me il sacrestano mostra simpatia;
la noto dai suoi occhi quando mi vede. Forse è un movimento di tenerezza
nei confronti d'un mezzo barbaro che non ha niente di romano, e
che, oltretutto, deve essere un mezzo matto se passa il tempo della siesta
a lavorare su delle carte incomprensibili. Spero, comunque, di non disturbarlo
troppo coi miei suoni spesso dimentichi della sacra legge della
siesta. Glielo dissi un giorno, e lui m'assicurò che in quell'ora Dio aveva
18
concesso ai romani la perfetta quiete, da quando aveva notato che anche
i diavoli assegnati a Roma (e ce n'erano più a Roma che in tutto il resto
d'Italia, mi disse) se ne andavano a riposare. Per questo, aggiunse ammiccandomi,
erano più gagliardi che mai nelle altre ore del giorno e della
notte. La mia impressione, però, è che il diavolo a me riservato non
prenda affatto il suo romano riposo. Ma forse i diavoli sono personali e
non territoriali, come certe leggi del diritto canonico, e il mio preferisce
l'organo alla siesta, sentendosi anche lui mezzo barbaro in tutta questa
splendente classicità. A meno che non un diavoletto mi dia appuntamento
all'organo, ma qualche dio che abbandona la sua fontana per
pungolarmi col suo tridente e spingermi a imprese impossibili. Diavolo
o dio sconosciuto, c'è appunto un'impresa che mi tenta in queste ore
con la seduzione del fuoco notturno per la falena: tentare di scoprire
nella musica la Parola che vi è nascosta. È la tua stessa ostinazione nel
volerla cogliere nell'avvenimento che vivi: la mietitura, la trebbiatura,
l'incontro con la postina. Ma per me l'impresa è più rischiosa. Mi trovo
davanti a un blocco di marmo informe, con uno scalpello che mi si sfascia
in mano come fosse di cartapesta, al primo colpo. Ti meraviglia il
paragone? Come potrebbe la musica essere un blocco di marmo informe,
quando è una continua fluidità d'onde impalpabili che ti circondano,
che entrano nel tuo stesso corpo facendolo vibrare come esse comandano?
Eppure, nel momento in cui la metto a confrontarsi con la
Parola, essa si chiude, diventa impermeabile, e rigetta su se stessa la Parola
afflosciata, priva di significato giacché, dove trova resistenza, la Parola
non dice più nulla. Ecco, io vorrei violare questa impenetrabilità
per sperimentare se l'impotenza che la Parola manifesta in questo caso
dipenda dalla mia incapacità a coglierla nella musica, o dal fatto che
quest'ultima le sia necessariamente sottratta come un regno sul quale essa
non può avere nessun dominio. La posta in gioco coinvolge non solo
me ma anche te, evidentemente. Se la Parola, infatti, perde la sua signoria
assoluta su tutto, inutile cercarla anche nella mietitura o nella gente:
non esiste, non è mai stata pronunciata, essendo impensabile una Parola
che non sia signora di tutto quanto esiste e avviene. In questi pomeriggi
romani l'idea di violare un segreto mi si presenta improvvisamente, per
poi svanire subito, come una rappresentazione del demonio meridiano.
E mi trovo solo, fra un blocco di marmo e una parola muta. Dovrei ora
dirti di quello scalpello che mi trovo fra le mani per tentare l'impresa.
Ma i miei progetti su questo punto sono ancora molto vaghi e incerti;
potrebbero cambiare da un giorno all'altro. Rimando perciò ad altro
tempo. La guerra? Mi sento anch'io in guerra, davanti a questo blocco
di marmo che non so se sia la musica o la stessa Parola. Sono egoista in
tutto questo, me ne rendo conto. Mandami qualche boccata d'aria dei
campi di tuo padre. In città si soffoca».
Ripongo la lettera nella scatola e cerco di riandare a quei giorni. Se
gli avvenimenti successivi non mi fanno velo, ti pensai non tanto nel
tuo progetto, quanto nella tua solitudine d'ombra su una strada deserta.
Può darsi che questa tua immagine si sovrapponesse alla mia, giacché,
19
con la partenza di Piero, provai una sorta di vuoto mai prima tanto
profondamente sperimentato.
Nei momenti in cui esso era più acuto, e questo capitava quando impossibile
risultava il lavoro nei campi per la calura, mi sedevo al pianoforte,
pressappoco all'ora in cui ti trovavi all'organo. Sembrava allora
che il vuoto si riempisse; le note rimbalzavano nel silenzio che copriva
l'aia e i campi nell'immobilità del sole, e andavano a disperdersi fra i
fossi, contro fittissime siepi di granoturco. Ma quando cessavo di suonare,
la pesantezza mi ricadeva addosso, aggravata dall'afa che stagnava
ovunque. Andavo alla finestra che apriva sull'aia, guardavo dalle fessure
delle persiane, e il tratto di cemento m'entrava negli occhi col suo
biancore lucente, da non riuscire a distinguere quanto succedeva
all'ombra della catasta di legna e del barchessale. Gli occhi poi si abituavano
al riverbero, e scorgevano lo straordinario spettacolo della vita
che continuava nell'immobilità della calura di fine luglio. Il gatto prendeva
quanta più ombra poteva, distendendosi a forma di trapezio, con
la coda che, seguendo un ritmo a lui solo noto, alzava e batteva sul cemento.
Le galline, con le ali penzolanti e le penne arruffate, se ne stavano
sdraiate boccheggiando a becco aperto; il gallo, per non perdere
senza scopo energie nella lotta contro la calura, aveva ammainato la
cresta e misurava con puntigliosa avarizia i suoi passi in quel lazzaretto
di galline e pollastrelle.
Sapevo il significato di quel vuoto. Vi accenno anche adesso, dopo
passaggi fra vuoti ancora più vasti e profondi, con un certo pudore.
Forse perché si tratta di momenti tanto comuni che sembra banale richiamarli,
e, nello stesso tempo, risultano talmente personali, esclusivi,
che comunicarli ad altri ha tutto il sapore d'una profanazione.
Cercai di concentrarmi ancora di più nel lavoro dei campi. A mio padre,
dopo qualche giorno di sosta compiaciuta quando ebbe il frumento
in granaio e le balle di paglia sul fienile, era saltata addosso la febbre
del granoturco. Il frumento sta al granoturco come il sangue alla carne
e alle ossa. E proprio come la carne e le ossa nei confronti del sangue,
il granoturco ha più bisogno di cure. Quando è ancora una pianticella,
sì e no mezzo metro, bisogna zapparlo, sostenerlo, perché metta radici
profonde che sopportino poi il peso del gambo adulto e della pannocchia;
bisogna cimarlo con un colpo secco di roncola, sfogliarlo, irrigarlo per notti intere. Così lo puoi conoscere pianta per pianta, ciascuna
coi suoi colori diversi e la sua personalità; ti solletica il naso, ti accarezza
il volto, si china sul tuo capo e ti manda, al tramonto, quando è in fiore,
un profumo che avvolge i polmoni.
Mio padre, le sere in cui il granoturco profumava, non andava al caffè
ma mi chiedeva d'accompagnarlo nei campi. Fu lui a farmi aspirare quel
profumo che contiene un'ombra di tutte le più preziose essenze. Certo,
ci vuole un tirocinio paziente per arrivarci; non è un profumo che ti
venga incontro sfacciatamente, quasi ti dicesse: ecco, sono qui, aspirami. L'aspirazione deve essere lenta, col ritmo riposato della terra dopo
una giornata di calura, col passo del cavallo da tiro di ritorno dai campi.
20
Di notte, poi, quando controlli il fluire dell'acqua dalla roggia, sollevando
le chiusine che la immettono nel campo, abbassandole quando è già
penetrata in profondità, e stai attento che non tracimi sulla strada o si
sperda nei fossi, puoi sentire lo stesso respiro del granoturco che cresce
man mano che la terra beve l'acqua fresca e pulita della roggia, mentre
il canto delle rane, non sai dove, impazzisce, ma sempre regolato da una
bacchetta che comanda stacchi e battute di silenzio.
Sotto la guida di mio padre cominciai a familiarizzarmi con l'irrigazione
notturna. Nella notte, forata dalla mia lampada ad acetilene che
incantava occhi di sparse ranocchie, il vuoto si allargava; dovevano essere
così le notti della veglia di Adamo, mentre cercava di carpire suoni
che assomigliassero alla sua voce. Ma sentivo, anche, che la Parola non
era indifferente alla notte; mi giungeva con l'insinuante frescura della
brezza, impercettibile se non ci fossero state a dirmene la presenza
l'inanellate chiome del granoturco, messe li per fecondità misteriosa di
semi e di parole.
Al primissimo annuncio dell'alba, il campo era soffice come una pasta
appena lievitata e io potevo distendere sotto il grande platano la stanchezza
della notte, con la faccia rivolta a oriente per afferrare, fra gli ultimi filari
dei gelsi, la prima striatura infuocata del sole. Avevo lottato con la Parola
come Giacobbe al guado di labbok, oppure tutto si riduceva a una
notte d'ancestrali paure ed esultanze, immerso nel misterioso seno della
terra, diventato di carne e di sangue attraverso la mia carne e il mio sangue?
Forse, la presenza della Parola sul limitare del mio vuoto rinfrangeva
su di me il marchio del novizio che neppure la notte riusciva a coprire.
Piero, intanto, ci aveva mandato le sue prime notizie di sottotenente
medico. Mi aveva riservato qualche riga scherzosa sulla mia abilità di
pescatore d'alborelle; nella vita, mi diceva, era già molto pescare alborelle
senza bisogno d'altre reti: e qui sentii la sua squillante risata.
M'invitava poi, quando ne avessi tempo, ad andare al paese vicino a
salutare Maria da parte sua, una mia compagna di liceo allora al secondo
anno di farmacia. Forse Piero voleva aiutarmi a uscire dal mio
isolamento, certamente singolare se non incomprensibile, a superare
il silenzio monastico.
Ma perché Maria? Non c'eravamo detti nulla, io del mio vuoto attuale
e d'una mia liceale attrattiva per lei, e lui di una qualche sua simpatia,
giacché sapevo che s'erano incontrati all'università. Voleva che
m'incontrassi con Maria per me o per lui? Un giorno, dunque, presi la
bicicletta e quel coraggio che potevo racimolare di fronte al mio ex simulacro
di donna angelicata, e me ne andai al paese vicino dove abitava
Maria. Pedalavo lungo la strada polverosa, gustandomi l'ombra dei
salici e dei platani che già s'allungava, e ricacciando giù un certo fastidio
per il ridicolo cui mi poteva esporre quella visita improvvisa; e così,
fra gusto e fastidio, mi trovai, quasi senza rendermene conto, sul portone
che immetteva nella cascina della mia antica compagna di scuola.
Tu facesti in tempo a conoscere quella cascina, molto più grande della
Campanella. Era a forma di quadrilatero, con due lati per le case dei
21
salariati e uno per le stalle e i barchessali; a saldatura, il lato della casa
padronale. Una concezione quasi monastica, se mai il padrone avesse
avuto qualche velleità abbaziale. Alcuni bambini di salariati, a piedi
nudi, saltavano fra cataste di legna e mucchi d'erba appena tagliata. Arrivavano
dalle stalle prolungati muggiti e nitriti; due scrofe trufolavano
ai bordi della concimaia, file d'anatre s'incrociavano con capannelli di
galline, squadriglie di piccioni si tuffavano dai tetti dei fienili, volteggiavano
sulla grande aia metà in cemento e metà in terra battuta, e ritornavano
al loro trampolino.
Attraversai a perpendicolo l'aia verso il folto pergolato d'uva moscata
che faceva da baldacchino alle finestre e alla porta della casa padronale.
Maria, seduta verso la porta e intenta alla lettura, non s'era accorta del
visitatore che le giungeva alle spalle (mi sentivo tanto goffo, come se lo
scapolare rallentasse i miei movimenti).
- Ciao - e aggiunsi tutto d'un fiato la frase che avevo preparato:
- Passavo di qui e sono entrato per portarti i saluti di Piero.
Si voltò di scatto e notai, o mi parve di notare, un rossore lieve sul
suo viso.
- Ciao - e mi sorrise. - Non mi sarei mai aspettata una tua visita -.
Stette un momento incerta, e poi soggiunse: - Sapevo che non eri più in
monastero. In cascina si ha il tempo per sapere tante cose. Ma siediti...
vado a prendere una sedia... Mamma, - gridò sull'uscio - è arrivato
un mio amico.
Ci sedemmo sotto il pergolato. Sua madre tolse dalla ghiacciaia una
bottiglia d'acqua e mi portò una bibita con limone e zucchero. Le mani
sudavano, e il bicchiere d'acqua diede la stura anche ai pori della fronte.
Il fazzoletto era già inzuppato di sudore.
- Sudi - disse Maria.
- Fa caldo - risposi, e sentii che sudavo ancora di più.
- Ho saputo che ti sei dato all'agricoltura.
- Aiuto mio padre. Ci si appassiona.
Stava entrando in cascina il signor Gaspare, con la paglietta in testa e
un bastoncino di bambù in mano come il segno d'un dominio. Doveva
avere finito il giro nei suoi campi. Si fermò sotto il porticato dei fienili,
dette un'occhiata alle travi ed entrò nella stalla. Maria mi stava fissando.
Forse aveva qualche domanda da farmi sulla mia vita in monastero e
non osava. Le avevo guardato il collo e le mani mentre mi porgeva la
bibita. Erano le stesse mani e lo stesso collo che racchiudevano il simulacro
della donna angelicata; ma ora mi apparivano semplicemente collo
e mani <di donna che potevano riempire il vuoto. Avrei potuto dirle:
Maria, ricordi? Avremmo potuto insieme riandare ai nostri anni di liceali,
risentire l'odore della nostra classe coi banchi impregnati d'inchiostro:
la tua freschezza, Maria, quando entravi in classe per ultima perché
t'attardavi ai vetri della grande finestra in fondo al corridoio, a darti
l'ultimo tocco del pettine che portavi fra la sintassi di latino e il testo di
trigonometria; risentire i tuoi passi che picchiettavano sulle mattonelle
per il tacco alto delle scarpe quando eri chiamata alla cattedra o alla lavagna;
22
domandarti di quel compagno che ti cercava continuamente, la
cui simpatia per te era nota lippis et tonsoribus, così dicevamo perché sapevamo
di latino, come altrettanto nota era la tua indifferenza.
Mi sentivo stranamente goffo. Ridicolo. La disinvoltura che m'ero
imposta durante il tragitto in bicicletta, si sgretolava sotto la pressione
di parole che non sapevano uscire. Guardai per terra, chinandomi in
avanti e allungando le braccia sulle ginocchia, a mani giunte. Maria mi
scosse: - Che fai adesso? Preghi? - e fece sentire il suo riso come una
cascatella. Un riso che somigliava a quello di Piero. Alzai il viso. Se il
calore che provavo sulle guance si fosse tramutato in colore, sarei stato
di fuoco. Invece dovevo essere molto pallido se Maria, facendosi seria,
mi chiese: - Ti senti male?
Volevo risponderle di no, che stavo benissimo, che era stato solo per
quella legge studiata in fìsica, di quando un vuoto viene di colpo riempito;
che la spada di fuoco del cherubino era retrocessa al di là dei campi
col sole declinante; che la Parola non era più muta ma s'esprimeva
finalmente attraverso l'avvenimento d'una lettera, d'una bicicletta su
una strada polverosa, d'una cascina col suo pullulare d'anatre, piccioni,
scrofe, galline...
Avevo ripreso la mia calma abituale. - Sto bene, il lavoro nei campi
rende forti.
- Perché hai aspettato tanto? In cascina si è sempre soli. Una visita
ogni tanto farebbe piacere.
Le promisi che sarei ripassato, non appena avessi avuto notizie di Piero.
Avesse sentito questa promessa, Piero m'avrebbe scritto tutti i giorni.
Le parlai di lui. Maria beveva le mie parole che ora uscivano fluide
e senza incertezze.
- E' proprio come tu dici? - mi chiese.
- E avrei usato, se non fosse mio fratello, parole più... - rimasi di
colpo in silenzio. La guardai e capii.
- Piero è come te, ha pudore a manifestare i suoi sentimenti, anche
a un fratello. Ma tua madre sa - mi disse.
- Son contento, per lui e per teLe . sorrisi. La mia voce era tranquilla,
dopo un attimo di paura che Piero, frapponendosi fra me e Maria,
ricreasse quel vuoto che era stato poco prima riempito.
Il signor Gaspare, intanto, era uscito dalla stalla e s'avvicinava lentamente
al pergolato, facendo roteare il bastoncino di bambù.
- Buonasera - gli dissi.
- È il fratello di Piero - mi presentò Maria.
Piero era dunque conosciuto per nome anche dal padre di Maria!
Scoppiai in una risata liberatrice. Adesso sapevo perché Piero, prendendo
la bicicletta, mi dicesse con tutta la serietà di cui era capace, ma
ammiccandomi: - Vado a sgranchirmi le gambe per i campi.
Maria intuì e aggiunse il suo riso al mio. Il signor Gaspare si toccò la
paglietta, se l'aggiustò come se fosse il bersaglio del nostro riso, se la
tolse, l'osservò, l'agitò a modo di ventaglio, battè due colpi col bastoncino
su una gamba della sedia, finché Maria lo tolse dall'imbarazzo:
23
- Non farci caso, papà, avevamo appena ricordato la voglia di scherzare
di Piero.
Il padre si rasserenò e mi pose confidenzialmente la mano sulla spalla:
- Hai un bravo fratello. Mia figlia è stata fortunata a incontrarlo. Salutami
tuo padre -. Ed entrò in casa.
Il sole allungava smisuratamente l'ombra delle cataste di legna. Mi ricordai
che all'una di notte avrei dovuto dare il cambio a mio padre per
l'ultima irrigazione al granoturco. Salutai Maria stringendole con calore
la mano, le rinnovai la mia promessa che sarei ripassato, ma non per
caso. Sotto il portone agitai il braccio senza voltarmi. Sapevo che Maria
mi stava guardando.
Nel silenzio della notte, nella fondissima lucentezza delle stelle appena
velata da un'unghia di luna, Maria, Vadiutonum di Piero, mi fu pacificamente
presente.
Di notte, le mucche sembrano dormire ma ruminano pensieri, di
notte l'asino emette i ragli più pieni e più prolungati; di notte le galline
mormorano in bordone le loro litanie.
Comprendo perché solo di notte Giacobbe vide una scala che congiungeva
terra e cielo. E la notte dell'irrigazione mi parve di riudire la
Parola nel suo discendere e salire continuo su una scala che univa tutti
gli esseri, nel suo infiltrarsi ovunque attraverso le vicende degli esseri.
Maria m'aveva fatto questo dono.
La guerra continuava nonostante si ripetesse ogni giorno che non sarebbe
durata. Fra i miei rimorsi ho anche quello di non avere dato peso
alla guerra, come dimostrano queste mie pagine tutte incentrate su piccoli
avvenimenti di cui mi sembrava essere protagonista. Eppure ogni
giorno si ascoltava il bollettino di guerra delle ore 13, dove le migliaia
di tonnellate di naviglio affondato e le decine di aerei abbattuti acquistavano
il suono d'un inventario d'oggetti fuori uso. Mio padre, a ogni
bollettino, abbassava il capo e rimaneva pensieroso finché s'alzava per
riprendere il lavoro o fare prima una capatina al caffè. Un giorno, dopo
una contabilità particolarmente lunga, mi chiese se io avessi mai pensato
che ci potessero essere tutte quelle navi in mare. La guerra stava
diventando, o da sempre era stata al paese, oggetto di scherzo amaro.
Ti scrissi dopo l'incontro con Maria. Speravo che nella tua risposta
ritornassi sul significato che aveva per te la solitudine in cui ti trovavi.
La postina, ormai sicura che non era come nella guerra '15-18, me la
portò agitandola nella mano in segno di festa. Cominciai a leggere la
lettera nell'aia mentre m'incamminavo lentamente allo sgabello del
pianoforte. Mio padre mi mandò la sua voce dal fondo dell'aia: - E
Piero, o il tuo monaco?
Il mio monaco! Come si dice: tuo padre, tua madre, tuo fratello...
- Non è Piero, è il mio ex.
Mio padre rise: - Facciamo associazioni di ex.
Lui era un fedele sostenitore dell'associazione degli ex combattenti; il
4 novembre era giornata di festa alla Campanella.
24
Riprendo in mano la tua lettera:
«... è vero, in monastero abbiamo alcuni timori che sembrano costituire
il più comodo nascondiglio dell'egoismo. Ci diciamo servitori
della Parola, la custodiamo e la onoriamo in sacri testi. La sua signoria
ci sovrasta quando la cantiamo in coro (absit l'allusione al bordone più
o meno falso delle galline di notte!), ma non ci arrischiamo a esserne
servitori nella libertà del vento. Non ne attribuisco la colpa alla vita
monastica che non ci dovrebbe impedire di sentirci uomini fra gli uomini,
tutti sottoposti alla stessa signoria. E anche vero, però, che abbiamo
avuto bisogno di scontrarci con una realtà nuova, sconosciuta al
monastero, per renderci conto d'una signoria che se ne ride di mura
monastiche e d'altro, al punto di potere, per sua somma libertà, annichilirsi
e scomparire. Ti accennavo alla mia solitudine. Forse verrà quel
vuoto che tu provavi prima dell'incontro con Maria; non ci sarebbe
nulla di strano, lo desidererei anzi se mi portasse a conclusioni analoghe
alle tue. Ma sento che la solitudine di questo tempo è provocata
principalmente dal tentativo di scoprire la Parola in questa realtà che
ha preso per me la forma dell'avvenimento, fondendo in sé tutti gli altri:
la musica appunto. La musica m'appare come l'ultimo campo della
lotta fra parola e antiparola, e questa lotta vorrei esprimere con parole
e suoni (è questo il mio progetto, ancora molto impreciso, cui ti avevo
accennato). Non ho ancora steso né una nota né una riga. Capto alcuni
motivi di scrittura inusitata che è portata a sconfinare dalla severa disciplina
dei grandi maestri che hanno fatto scuola, lasciandomi da ultimo
con un senso d'irritata impotenza. Dovrei trovare suoni e parole
che dicano tutta la loro incapacità a fissare tale lotta; che si annullino,
quindi, nel silenzio assoluto. Un'orchestra di violini senza corde, d'ottoni
senza bocchino e pistoni, di legni senza ance, con un direttore come
un prigione michelangiolesco. Mi sento perfettamente monaco in
questa pazzesca impresa, sulle orme, se l'accenno non è troppo ridicolo,
dei monaci della Tebaide, d'un Antonio abate che combatte con
l'antiparola sulla frontiera dell'allucinazione. Se hai qualche idea che
mi possa aiutare, ti prego comunicamela: obsculta, magister».
E aggiungevi, probabilmente come risposta al mio disagio per non
riuscire a dare peso d'umanità alla guerra:
«A Roma si dice che molti smobilitati lavorino già alla costruzione di
mausolei faraonici per il ventennale non meno faraonico del fascismo.
Che debbo fare? Che coscienza dovrei avere della guerra? Dovrei aggregarmi
al corteo del faraone, come profeta di sventure o rapsodo delle
alte gesta? Parola e antiparola: è questa la guerra che sto conducendo».
Non ricordo se già allora vigeva la censura. La tua lettera non porta
nessun segno di cancellature con inchiostro violaceo. Aggiungevi un
post-scriptum:
«Da qualche giorno, quando il sacrestano m'apre la porticina della
chiesa, noto in un banco una donna tutta intenta alle sue devozioni,
così mi pare. Spero che si fermi poco perché non vorrei disturbarla. E
un fatto, però, piuttosto anomalo, poiché la chiesa dovrebbe essere
25
chiusa a quell'ora. Se la cosa dovesse continuare, chiederò spiegazioni
al sacrestano. Mi rincrescerebbe posticipare, perché le primissime ore
dopo pranzo sono le più fruttuose per lo studio all'organo. Almeno per
un non romano».
La lettera porta la data del 15 settembre 1940.
Venne il suo tempo anche per il granoturco. Se il frumento è l'estate con
la vita che scoppia sotto e sopra terra, il granoturco, col suo colore di sole
al tramonto, fa da cerniera fra estate e autunno. E la sagra della terra, lo
stretto finale che richiama insieme voci e ritmi scaglionati in tutto l'anno.
Alla Campanella, la sagra ebbe inizio quando la prima pannocchia cadde,
col tonfo secco del buon auspicio, nel cavagno di mio padre. Avevamo
iniziato la raccolta quando il sole era già abbastanza alto per far svaporare
la rugiada della notte. Ogni donna pagata a giornata, mio padre,
Toni e io avevamo ciascuno la nostra fila. Le donne, con le prime pannocchie
staccate, cominciarono a offrirsi reciprocamente i loro mazzolini
di novità, velocemente quanto veloci erano le mani sui gambi, e più. Io
ascoltavo tutti quei discorsi che s'avvolgevano ininterrotti come un filo
di lana attorno al fuso; li gustavo per la loro freschezza, li assaporavo per
le immagini che dipanavano una dietro l'altra, per i proverbi che mi riemergevano
con nuovo sapore, per le espressioni onomatopeiche con cui
erano conditi, per l'umorismo sottile che faceva loro da contrappunto.
Il suono del mio dialetto aveva sfumature incantevoli, impennate improvvise,
durezze di legno di rovere, e mi cantava di dentro come l'amico
d'infanzia, il più assiduo e fedele.
La Parola per la sua sagra con la terra s'era rivestita di dialetto; ma forse
era il suo abito d'ogni giorno, col quale s'incontrava con donne che
velocemente riempivano i cavagni da svuotarsi sul carro, come tante
piccole archel di piccole alleanze.
Durò due giorni la raccolta del granoturco, con la spola del carro fra
il campo e l'aia. La sera del secondo giorno, due grandi mucchi di pannocchie,
con attorno, su bassi sgabelli fatti con una trancia di tronco
sostenuto da un treppiede di gelso, le stesse donne coi loro uomini, la
punta lunga di ferro tenuta con un anello nel medio della mano destra,
a spannocchiare, e le lingue a condire saporosamente tutto quel fruscio
operoso di mani, furono il punto culminante della sagra.
I due mucchi ne partorirono ben presto altri due d'un giallo intenso,
che riusciva a brillare, pur al tenue riflesso d'una lampadina oscurata,
con improvvise chiazze melogranate, e li alimentavano man mano
ch'essi stessi diminuivano, come lo scambio fra due coni d'una enorme
clessidra. E la Parola era lì, in questa conversione da un modo d'essere
in un altro, in questo olocausto di cartocci che, dopo avere custodito il
grano diminuendo essi stessi fino a seccarsi, formavano un quinto
mucchio, destinati ancora a custodire stanchezze d'uomini e d'animali.
Il giorno dopo continuò la festa, più intima ma non meno gioiosa.
Di mattino presto era già sull'aia la macchina col motore a petrolio per
sgranare le pannocchie. Quanto era maestosa, terrificante quasi, la
26
trebbiatrice, tanto buffa e dimessa la sgranatrice. Ma all'opera dovevi
modificare il tuo primo giudizio, come per certi cagnolini che, lontani,
ti sembrano da salotto e, avvicinati, ringhiano, digrignano i denti, alzano
il pelo e cercano i tuoi polpacci.
Appena avviato il motore, la sgranatrice ebbe un fremito che propagò
al cemento dell'aia; e ci trovammo avvolti nella puzza di petrolio bruciato.
Le ganasce vibravano pronte ad accogliere le pannocchie; lo
sportello donde sarebbe uscito il grano vibrava; le ruote di ferro vibravano;
tutto quello sferragliare preparava il potente rullio al primo cavagno di pannocchie gettato nella bocca vorace. Con una pala di legno
toglievo il grano che s'ammucchiava sotto lo sportello; mio padre, col
rastrello, lo spingeva più lontano. Due uomini in calzoni di tela nera
impregnata di petrolio s'alternavano coi cavagni. Terra e Parola contemplavano
quella danza che avevano inventato a festa degli uomini.
Per tre giorni il grano venne disteso sull'aia di cemento, da quando il
sole ricopriva l'aia fino al momento in cui l'ombra della casa, percorsa
dall'archetto della campanella, cominciava a raffreddarlo. Rivissi giorni
della mia infanzia quando m'era concesso il privilegio di passare il rastrello,
a piedi nudi, sul granoturco disteso per rimuoverlo e farlo essiccare in
maniera uniforme; di imprimervi, col dorso del rastrello, degli avvallamenti
perché il cemento bagnato s'asciugasse; di mondarlo dei pezzetti
di tutoli e della barba che la sgranatrice aveva eruttato dallo sportello del
grano; e mi dicevano: l'hai appena rastrellato, lascialo riposare.
Adesso lo lasciavo riposare perché anch'io mi sapevo riposare, supino
su un sacco e il cappello di paglia sugli occhi dentro il quale facevo roteare
i miei pensieri, alla stessa ora in cui tu, con la borsa degli spartiti sotto
il braccio, bussavi alla porta del sacrestano. Ti pensavo all'organo e ti vedevo
proiettato all'interno del cappello di paglia fra barbagli di luce che
riuscivano a infiltrarsi nell'ordito della paglietta e le palpebre chiuse.
A sera raccoglievo il grano a mucchio e lo coprivo col telone. Dopo
cena, con la notte che premeva sulla retroguardia del crepuscolo, mi sedevo
e appoggiavo al mucchio la schiena e la nuca, segnando cogli occhi
un semicerchio nel cielo. Sentivo l'assestamento dei chicchi, la prima
sera ancora impacciati e legati con suono di legno verde, ma la
seconda sciolti e canterini. La terza, non avevo più il sostegno confidente
del grano; l'aia di cemento era ritornata sgombra. Il grano era
stato ammassato parte in granaio, e insaccato il resto sotto il barchessale, in attesa d'essere portato all'ammasso. L'avevamo, mio padre e io
con una mano data da Toni, pulito al grande setaccio sostenuto da tre
aste incrociate, misurato a livello nel cilindro di ferro e chiuso nei sacchi
con corda di canapa. Le galline, prigioniere per tre giorni fra pollaio
e recinto, potevano ora riprendere la loro libertà nell'aia.
Aleggiava ancora il profumo del granoturco spremuto dal suo umidore
quando arrivò Piero con una licenza improvvisa e imprevista. Mia madre
tanto esuberante non l'avevo mai vista. Si dimenticò perfino d'asciugarsi
le mani nel grembiule, si strinse il figlio al seno, lo baciò e ribaciò.
- Mamma, mi soffochi - rideva Piero.
27
E lei: - Finisco al pollaio e ritorno subito.
Ma faceva un passo e si fermava, guardando Piero più a fondo di
quanto gli occhi potessero penetrare.
- Poi t'uccido un galletto - e ritornava dal figlio. - Meglio un cappone,
è più di sostanza. Hai voglia, vero, d'un cappone? - e tentava di
camminare verso il pollaio. - Stai bene in divisa. Però sei dimagrito.
- Mamma, le galline protestano.
- Sì, è meglio un cappone. Ma abbiamo tempo anche per il galletto,
vero?
- Mamma, sei sempre giovane.
- Venendo a casa m'hai tolto dieci anni.
- Va' dalle galline, fai presto.
Nostra madre ritornò al pollaio, di sbieco per non perdere la vista del
figlio.
- Povera donna, - disse nostro padre - mi chiede sempre se la
guerra stia per finire.
- Che impressione hai avuto di Maria, dopo i vostri anni liceali? mi chiese Piero non appena ci trovammo soli.
- Piuttosto, che impressione avrò fatto io a Maria! Dovevo sembrare
terribilmente goffo. Immagino che ti abbia scritto.
- Immagini? - e scoppiò a ridere.
- Avrei desiderato che fossi tu stesso a parlarmene.
- Scusami. Prima della mia partenza volevo dirti tutto, ma sono stato
bloccato... Siamo fratelli, non è vero? - e m'ammiccò. - Dal primo
giorno in cui l'incontrai all'università, ossia alla festa delle matricole,
mi dissi: Piero, la terra non inganna.
- E Maria?
- Maria è come la terra, generosa e forte, che non t'inganna. Per
questo all'inizio diffidò d'ogni mio gesto; poi cominciò a volermi bene
e ora sappiamo d'avere le radici nella stessa terra.
Mi prese sottobraccio: - Oggi andiamo insieme da lei. Sarà contenta
di vedere un povero peccatore accompagnato da un angelo.
E fece ancora sentire il suo riso: - Davvero, un angelo. Quando mi
scrisse, subito dopo il vostro incontro, in fondo alla lettera annotò: Piero,
hai per fratello un angelo.
Risi anch'io, pensando che Maria da me, a suo tempo, angelicata,
m'aveva reso la pariglia.
La sagra della terra e della Parola stava per tirare il suo sipario con la
pigiatura dell'uva, e Piero era ancora con noi.
Il profumo di mosto non ancora fermentato invadeva tutte le strade
del paese, lo stesso che si assaporava nel cortile carraio del monastero
in certi giorni d'ottobre, quando il vecchio fratello cantiniere trovava
ancora l'agilità di calarsi nella bigoncia e pigiare l'uva delle colline con
piedi lattei, appena appena intaccati da un tempo senz'aria e senza sole.
L'entrata in paese del primo carro d'uva ricordava un bonario rientro
d'esploratori dalla terra promessa. I bambini, fiutando a distanza l'arrivo
del carro, si trovavano in frotte all'ingresso del paese per iniziare la
28
loro processione a passi veloci, punteggiata da improvvise rincorse verso
il carro, stentatamente disciplinata dalla frusta d'un Giosuè appiedato,
la cui fascia rosso stinto a modo di cintura, coi due fiocchi penzolanti
da una parte e dall'altra, l'avvolgeva di autorità e di mistero.
- Già il tempo dell'uva - diceva la gente sugli usci di casa. - È maturata
presto l'uva quest'anno. Dovrebbe essere un'annata buona -.
Era sempre maturata troppo presto, l'uva.
La processione si scioglieva alla pesa pubblica perché là c'erano gli occhi
del padrone che schioccavano più della frusta del carrettiere.
Mio padre, ogni anno, dava incarico al carrettiere per la solita bigoncia
della solita uva maturata sulla solita collina.
- Perché cambiare? Una buona vigna è come una buona moglie; ci saranno
momenti di malumore, ma sei sicuro che anche il malumore è sano.
Così le tre botti della cantina avevano ormai il gusto d'una stessa razza.
Pigiammo, Piero e io, una mattina presto. - Questo è per la testa del
duce e quest'altro per la testa del mio capitano - canticchiava in sordina
Piero a ogni colpo di piede ben assestato. Andavamo a gara a chi
individuasse le teste più meritevoli dei nostri piedi. Il nostro riso si mescolava
al rigagnoletto di mosto che cadeva nel mastello schiumando.
Nostro padre faceva la spola, con un secchio di rame, fra il mastello e la
tina di cemento nella cantina dove il mosto avrebbe bollito prima d'essere
travasato nelle botti. Il secchio sgocciolava lungo il tragitto una zecca di
monete dal colore di gala delle vesti canonicali. Le galline che gironzolavano
attorno a mastello e bigoncia avevano tutte l'aria di semiubriache:
occhi fissi, becco aperto, cresta turgida e un'andatura dinoccolata da coscritti
al mattino dopo il primo giorno di festa. L'asino, solleticate le narici
dall'insolito effluvio, ragliava fuori orario con profonda convinzione.
Stavamo finendo, e arrivò nostra madre col fazzoletto in testa dei
grandi lavori, un grembiule appena tolto dal cassettone e il paiolo della
polenta in mano.
- Me ne avete avanzato un poco per la farinata?
- Una damigiana, mamma - disse Piero che era ghiotto di farinata.
- E ricordati la cannella, i chiodi di garofano e la buccia del limone.
- Presuntuoso - sorrise nostra madre - io non t'insegno...
- E allora anche un po' di... - ma Piero non seppe dire quali altri
ingredienti mamma avrebbe messo nella farinata di mosto per rendere
più stimolante l'aciduloso gusto.
- Questi medici... - sprizzava di gioia nostra madre, mentre pescava
dal mastello di legno alcune mestolate di mosto.
- Non ho voglia d'andare al caffè stasera - mi disse Piero il giorno
della pigiatura. - Lasciamo che vada papà da solo. Desidero stare un
poco con te, seduto sul cemento dell'aia, a indovinare il nome delle
stelle.
- Vuoi giocare alla stella polare? - gli sorrisi (era stata una sera di
profondità immense, io ragazzino e lui giovinetto, fresco di prime nozioni
liceali: la stella polare la si riconosce così; adesso chiudi gli occhi,
aprili, e indicami l'ultima ruota del carro dell'orsa maggiore...).
29
Seduti contro la pila delle fascine, potevamo sentire da una tenuissima
fessura di luce dalla finestra di cucina la presenza di nostra madre
china sul rammendo. Prima della guerra, quando la finestra di sera rimaneva
spalancata e una fetta di luce arrivava a metà dell'aia, la vedevamo,
seduti ancora contro la pila delle fascine, coi suoi voluminosi capelli
che quasi si confondevano con la montagnola di biancheria da
rammendare prima della stiratura col ferro a carbonella; la sentivamo,
nel silenzio delle galline e degli alberi acquietati, cantare sommessamente
canzoni della sua giovinezza o qualche lode a Maria.
- La stella polare, ora, è là dentro - disse Piero e indicò la piccola
fessura di luce. - Non ho mai pensato tanto a lei come in caserma.
Credevo d'avere superato la mia fase adolescenziale, e invece mi sono
scoperto bisognoso ancora delle sue mani e del suo sguardo.
Rimasi in silenzio. Quelle parole sulla bocca di Piero mi davano un
suono inedito.
- Te ne meravigli? - mi provocò.
- Un poco, ma so che non dovrei, dopo quanto scopersi nella notte
dell'incontro con Maria. Ricordi che te ne scrissi? La Parola è sovrana,
è per tutti, nessuno la può catturare. Ma la madre la custodisce, anche
se non la comprende, la rumina anche se non ne riconosce il gusto. E
noi ci sentiamo attratti verso di lei per questa custodia disinteressata,
sempre pronta a concederci quella parte di cui abbiamo bisogno. Penso
che il fascino più profondo della madre sia in questo deposito sconosciuto,
come un campo arato e seminato che ti nasconde i sacchi di frumento
ma che tu sai essere già presenti per il giorno della mietitura.
- Credi davvero a questa parola? - mi domandò Piero, quasi tumultuosamente,
dopo un attimo di silenzio.
Guardavamo tutti e due alla tenuissima fessura di luce che, ogni tanto,
era tagliata da una lama d'ombra: forse il movimento della testa di
nostra madre, quando metteva da parte la maglietta rammendata per
continuare la sua tessitura di piccole cose con un calzino o una camicia.
La notte ottobrina, di stelle pronte all'appuntamento con due piccoli
uomini come anni prima appoggiati a una catasta di fascine, ci respirava
impercettibilmente sul capo. Piero e io ci sentivamo uniti fra quel
filo di luce e il dilagare della dolcezza d'una notte in equilibrio fra estate
e autunno, che confondeva il suo respiro col nostro. Come poteva la
Parola dividerci?
- L'uomo è questa parola - riprese Piero in tono deciso. - Ce lo
garantisce nostra madre. Essa non è la custode della parola, ma è questa
stessa parola ormai pronunciata nel nostro corpo.
S'interruppe. Nostra madre cantava un poco più forte.
- Ascolta - continuò - è la stessa canzone di quando ti faceva addormentare
sulle sue ginocchia.
Ci godemmo quella voce che ci richiamava finestre spalancate di
buon mattino e lenzuola penzolanti, bucati stesi ad asciugare nell'aia
su grosse corde sostenute da forcelle di salice, secchi riempiti d'acqua
di pozzo per la sete degli uomini e degli animali.
30
- Perché canta nostra madre? - continuò Piero. E senza aspettare
risposta: - Perché ama. Il canto è l'amore ch'ella non sa più contenere,
è l'acqua che straripa dal secchio... Nostra madre non sarà mai antiparola. Anche morta, sarà parola in noi. Fosse solo questa parola, e potremmo
dire tutti e due quanto tu riservi a Dio solo: Homo carità! est...
La fessura di luce della finestra era sempre più frequentemente tagliata
da ombre. Certamente nostra madre stava raccogliendo la biancheria
rammendata per sgomberare il grande tavolo affinchè sprigionasse,
per la notte, il suo profumo stagionato di pulito. Oppure stava preparando
il ferro a carbonella con le ultime braci del camino.
Chiesi sommessamente a Piero: - Per questo ti sei fatto medico?
- Penso di sì - mi rispose. E poi, con un cambiamento di tono che
annunciava la sua incontenibile gaiezza: - Ritorniamo in cucina.
Dobbiamo impedire che mamma attacchi adesso col ferro da stiro.
Sotto il portone sentimmo il passo di nostro padre. Entrammo in casa
assieme. Piero corse al camino dove mamma, inginocchiata, stava
soffiando nel ferro da stiro per aiutare la carbonella a diventare brace.
- No, mamma, adesso è tardi, stirerai domani,
- Domani? È la sera che aiuta il giorno.
- Non è più sera, è notte!
- L'asino non ha ancora ragliato.
- Te lo ordino come medico - e Piero imitò il raglio dell'asino.
- È iniziata la notte - e scoppiò nel suo riso da mettere vita anche
nelle sedie impagliate della grande cucina.
Nostro padre si rivolse alla sua donna: - Adesso non si scappa, dobbiamo
ubbidire al medico. Altrimenti che propaganda gli faremmo?
Lei sorrise. Piero l'abbracciò e l'aiutò ad alzarsi. Ci sedemmo attorno
al tavolo. Nostro padre trasse dalla giacca una manciata di caramelle.
- Stasera m'è andata bene. Le ho vinte tutte. Perfino il farmacista
s'è congratulato con me, dicendomi all'orecchio: segno che perderemo
la guerra.
- Che dicono al caffè della guerra?
- Il segretario del fascio ha assicurato che presto potremo passeggiare
al Cairo, andandoci per due strade a scelta: la Libia o la Grecia.
- Ha parlato di Grecia? - domandò Piero con una certa inquietudine.
- Non badarci, quello è un esaltato. Non per niente l'hanno nominato
segretario. Il re certe cose non le permetterà.
Nostra madre aveva portato sul tavolo un piatto di succo. Parlammo
della guerra, ma soprattutto di cose passate che riemergevano dal tempo
con la freschezza d'un frutto appena colto. Il raglio notturno
dell'asino ci fece decidere per il letto. Nostra madre era d'una felicità
che le rilassava il bel volto senza nemmeno un accenno di ruga. Salendo
le scale le erano riaffiorate sulle labbra le note d'una vecchia canzone.
- Sarebbe questo il momento di suonare l'ottavo, - mi disse Piero
- ma debbo ammettere che è piuttosto tardi. Buona notte, mio novizio.
Se scriverò un libro, lo intitolerò: Il novizio e la parola. Considerazioni
stravaganti d'un medico materialista.
31
Chissà se il dialogo con Piero quella sera si svolse coi pensieri che ti ho
riportato! Mi sembrano ora talmente imbevuti di memoria da dubitarne.
E non solo memoria di mia madre ma anche quella che venerano e custodiscono
queste vecchie mura, testimoni d'incredibili giorni. Di certo ho poche
cose adesso: la dolcezza di quella sera, un homo caritas est legato alla
voce di Piero, e la tua lettera in risposta alla mia che ti scrìssi lo stesso giorno
in cui finì la licenza di Piero.
Sono pure certo che Piero fu imbarcato per la Grecia alla fine di quel mese
d'ottobre, come sottotenente medico, nonostante la fiducia di nostro padre
nel re.
Mi scrivevi:
«Leggendo la tua lettera ho fatto grandi sforzi per comprimere la nostalgia
che mi faceva violenza. Parlo di nostalgia perché non ho altro
termine per definire una sorta di desiderio d'avere anch'io quell'abbandono
che dovette pervadere la carne d'Adamo prima che Dio gli togliesse
la costola, e che tu hai intravisto e goduto nell'affidarti alla terra
e alla luce degli occhi di tua madre. Godo, comunque, per quanto in
te avviene. E in me? La notte è fonda, non riesco a percepire nulla. Forse
è il modo ora di vivere l'abbandono alla Parola che è talmente signora
da svuotare perfino la sua assenza di ogni percezione d'assenza. Il
mio progetto diventa sempre più nebuloso. Le parole e i suoni che prima,
come già ti scrissi, presentavano una certa consistenza pur nella loro
silenziosa impotenza (almeno potevano esprimere questo silenzio
impotente) ora sono travolti dall'assolutezza della Parola che pareggia
alla nuda terra ogni tentativo di vegetazione. E nello stesso tempo, si
rafforza la necessità del tentativo come risposta a questa stessa signoria
per significare la mia incondizionata sudditanza. Ma mi manca il ponte
fra signoria e sudditanza, qualche nuovo evento che racchiuda la possibilità
di manifestarle. La tua vita in questi giorni ne è stata ricca, la
mia ne è poverissima: un anonimato di città e di monastero dove ciascuno
risulta in pace con se stesso e con gli altri perché, al termine della
giornata, ha fatto quanto gli era stato richiesto. Certo, ho vissuto e vivo
tuttora un evento, ma non so se possa racchiudere un significato per
me. Intendo la presenza quotidiana di quella donna in un angolo della
chiesa quando mi metto all'organo. Non ne conosco il nome; ho solo
una volta intravisto il suo volto che, secoli fa, deve essere servito da modello
a qualche gentilissima mano di pittore. So anche che, fino all'anno
scorso, essa s'esercitava all'organo nella stessa chiesa, che è diplomata
nello strumento, che è medico. Il sacrestano non mi disse di più, ma
deve sapere molte cose sul suo conto. Quella presenza non m'è affatto
indifferente, ed è qui l'evento. I primi giorni mi sentivo piuttosto impacciato
alla tastiera, nel timore d'un giudizio sui miei tentativi, d'una
sua impossibilità a comprenderli. Poi ripresi la mia libertà nella stranissima
sensazione che tutto mi era ancora permesso, come se mi trovassi
di nuovo solo. L'illusione durò fino al giorno in cui non la scorsi nel
solito banco. Fu come se l'organo avesse perso improvvisamente le sue
canne più pastose e più vibranti. E il giorno dopo, quando la rividi,
32
provai un senso di tristezza, quasi d'umiliazione, per avere subordinato
la mia ricerca, che voglio d'assoluta gratuità, alla sua presenza. Cercai
d'ignorarla, andando a tentoni sulla tastiera per una scena ipotetica di
lotta fra parola e antiparola, calcando le dieci dita e i piedi su acute dissonanze,
frammezzate da stridenti silenzi che ne lasciavano una eco trascinata
contro le volte della chiesa. Ebbi un momento di paura quando
m'accorsi che in tale lotta se ne inseriva un'altra fra la mia volontà di
disinteresse gratuito e quella presenza. Fu questa paura che mi spinse a
chiudere la consolle e a uscire frettolosamente dalla porticina, prima che
il tempo normale del mio studio fosse terminato? Passai accanto a quella
donna, ancora seduta nel banco non aspettandosi l'affrettata conclusione,
mostrando indifferenza, e mi chiusi in cella in attesa del vespro.
Ti scrivo la sera di questo giorno, incerto sull'interpretazione da dare
all'avvenimento, con una stanchezza che m'è calata addosso invadendomi
tutto. Sono in dubbio se continuare all'organo di questa chiesa
oppure andare in cerca d'un altro; se questa seconda soluzione sia una
fuga di fronte a un evento che potrebbe rivelarsi un segno della Parola;
se affrontarlo non mi faccia correre il rischio d'appannare la mia identità
di monaco! che deve decifrare solo nei suoni, per obbedienza, la signoria
della Parola. Forse per questa mia incertezza che mi svigorisce
ho iniziato il colloquio con te parlando di nostalgia. Ora ne puoi meglio
comprendere la portata e il rischio. Fosse qui tua madre, che ricordo
nel suo silenzio carico di sapienza e di comprensione, domanderei
consiglio a lei. Sono le 23 del 13 novembre. La città di Pietro non lascia
trasparire nessuna luce».
Da due settimane il nebbione stagnava sulla pianura, dando un colpo
decisivo alle foglie dei platani e dei gelsi. Finita la grande sagra, la terra
riponeva i suoi scenari per riaggiustarli, e apprestarli, freschi e completamente
rinnovati, a primavera. La nebbia era il lenzuolo che la terra si
gettava addosso per non rattristare gli uomini della sua spogliazione.
Poi, chiamato il vento, la terra avrebbe sollevato il lenzuolo fin sopra il
cielo e si sarebbe mostrata nella sua casta nudità, severa e implorante,
fragile e dura, con nuovi colori d'attesa.
Ma intanto era la nebbia. Dalla finestra della cucina il fondo dell'aia
era una grande macchia scura senza contorni. I buoi per l'aratura e la
semina del frumento si aprivano un varco nella nebbia, subito chiuso
dai rimossi vapori appesantiti ancora più dall'umido fiato delle bestie.
Caricando sull'aratro o seguendo, affiancato ai buoi, il loro passo, respiravo
nebbia, m'impregnavo di nebbia, fendevo nebbia. La nebbia risucchiava
la sera voracemente: e calava improvvisamente la notte.
Appena rientrato dai campi, mi sedevo accanto al camino. Il fuoco
stanava la nebbia che portavo addosso, mi legava nuovamente i muscoli
alle ossa, mi sfregava il volto di carminio. Mia madre aveva già chiuso
il pollaio e sedeva al tavolo con la schiena rivolta al camino, cucendo e
rammendando. Rispondeva al mio saluto con un sorriso, e scostava la
sedia per sentire il mio profilo pur continuando a rammendare.
- Sei stanco? - mi diceva. - Sta' riguardato, è stagione di raffreddori.
33
L'assicuravo. Stavo benissimo. La nebbia non fa male a chi le vuole
bene. Io amavo la nebbia. La Parola nella nebbia è felpata. E vera musica
anche quando si schiaccia il pedale della sordina. I martelletti battono
con lo stesso vigore sulle corde e le corde vibrano con eguale intensità
ma tenendo per sé buona parte delle vibrazioni.
- Sono forte, mamma. La nebbia fa bene al frumento che cala più
morbidamente nella terra.
Mia madre sospirava: - Povero figlio, tu non sei fatto per pungolare
i buoi. Ma adesso ti preparo la cena. Che desideri? E l'ora di mettere il
paiolo sul fuoco.
E appendeva il paiolo, nero d'antica caligine di fuori e lucidissimo di
dentro, al gancio della catena. Appena prima dell'ebollizione salava
l'acqua e poi vi lasciava scivolare lentamente la gialla farina nella misura
che si soppesa con la mano e con gli occhi, e che nessuna bilancia
saprebbe precisare, rimestandola altrettanto lentamente col liscio bastone
che Dio dall'eternità ha destinato a quell'uso esclusivo.
Mi scostavo un poco dal camino per non intralciare quei gesti che già
conoscevo da tempo ma che mi si rivelavano sempre nuovi, come conosciute
e sempre nuove mi entravano negli occhi le mani di mia madre.
Quando la polenta cominciava a inspessirsi, aprendo e chiudendo
grosse palpebre sulla superficie del pastone, era giunto il mio momento.
Con la mano avvolta in una pezza di flanella per non scottarmi, scostavo
il paiolo dal fuoco mentre mia madre fissava il treppiede cerchiato,
alzavo il gancio della catena e deponevo cautamente il paiolo nel
cerchio. Immergevo il mestone nella polenta e lo facevo roteare tanto
nelle palme quanto attorno al paiolo, con tutta la scioltezza di cui ero
capace, perché uno dei segreti per la buona riuscita della polenta, senza
il minimo grumo, è di trovare il ritmo quasi danzato fra mani, braccia,
mestone e cottura. Naturalmente, il gesto di mia madre era tutt'altra
cosa. Dandomi il cambio, io, appoggiato alla cornice del camino, m'incantavo
sulla naturalezza di quel gesto, radicata nell'uomo e nella terra,
che riemergeva ogni sera per la mediazione delle mani di mia madre.
La polenta era lievitata da quelle mani, si gonfiava maturandosi, s'inspessiva
sapientemente fino a che, tolto il bastone per prova, non aveva
più sussulti.
Il fuoco del camino sembrava acquietarsi quando la fumante forma
della polenta veniva spaiolata sul tagliere di faggio, per essere poi tagliata
col filo di lino e distribuita a fette da mia madre.
La tua lettera mi giunse portata da un'ombra vagante nella nebbia,
che prendeva, man mano che s'avvicinava al portone, la sagoma della
postina. Quando la postina arrivò nell'aia, la nebbia le colava dalla
sciarpa rattoppata che le avvolgeva bocca e naso, sgocciolava dal manubrio
arrugginito, stagnava nella giuntura dei freni senza fili, sulle manopole
sfasciate di cartapesta, sul bollo d'alluminio di lire 10 avvolto
alla forcella, fumava dai guanti di lana nera che lasciavano libero solo
il pollice, e circondava quella figura d'incenso svaporato. La feci entrare
in casa perché si scaldasse un poco al fuoco del camino. La tavola era
34
già preparata per il pranzo.
- La nebbia mi fa perdere la trebisonda e non rispetto più gli orari.
Per fortuna che il giro è finito.
Mia madre le versò da bere il vino nuovo.
- Il fuoco scalda di fuori, ma questo scalda di dentro - disse la postina;
e aggiunse, alzando il bicchiere. - Alla salute.
Il vino nuovo lasciò il suo colore di sangue sul vetro del bicchiere.
- Buono - approvò da intenditrice. - L'annata dicono che sia stata
buona. Se non ci fosse questa maledetta guerra...
Mia madre ebbe un sussulto.
- Ma presto arriveranno buone notizie del dottore. È lontana la
Grecia?
- Quando avrai la lettera di Piero, comincia il giro da qui. Il vino
nuovo di prima mattina scalda il corpo tutto il giorno - disse mia
madre.
- Certo, da qui - e la postina fu presto inghiottita di nuovo dalla
nebbia.
Riflettendo sulla tua lettera, ebbi l'impressione che tu scendessi da un
piedistallo sul quale, inconsciamente certo, t'avevo collocato, per farti
pellegrino fra gli uomini, non curandoti di mostrare la polvere dei tuoi
piedi. Forse non era esclusa una punta di delusione in me, per vederti
nell'incertezza quando t'avevo sempre considerato in possesso della
chiave che apriva ogni avvenimento; anche una vena di smarrimento,
quasi che, con la tua lettera, m'avessi indicato che ero giunto all'età
adulta e che la nostra amicizia sarebbe continuata, approfondendosi,
solo se io avessi accettato un piano di parità con te.
Gli eventi che stavamo vivendo erano molto diversi; la Parola, quindi,
che era da essi portata, doveva manifestarsi in modo diverso. Io avevo
avuto i campi, Maria ormai unita a Piero, mio padre che mi sapeva
guidare la mano sulla falce e sull'aratro e il cuore sulle orme d'una gioia
umile e pudica nascosta fra i solchi e nelle rogge; soprattutto mia madre
che potevo godermi silenziosamente in tutti i suoi gesti semplici di
consacrazione d'uomini e di cose.
La Parola, ora, mi veniva quietamente incontro, come se fosse ormai
abbarbicata a ogni vicissitudine di vita e di morte, e avesse trovato sul
lento svolgimento dei giorni il suo alveo naturale. Avevo cercato di pormi
fra la gente comune e mi ero ritrovato con una parola comune, che
non disdegnava di ravvoltolarsi assieme alla polenta nel paiolo di rame.
Penso che allora rasentavo i limiti dell'incoscienza perché, se non ci fosse
stata la preoccupazione per Piero, la guerra mi sarebbe scivolata via
finito l'ascolto del bollettino, e l'antiparola, che pure doveva devastare
campi di buon seme, mi sarebbe apparsa completamente irreale.
Nulla di tutto questo tu invece avevi ricevuto. La desolazione d'una
città che ti riservava una strada e un organo in ore abbandonate, un
monastero senza calore d'affetti, lo sforzo ancora vano di trovare il suono
della Parola in note che si scioglievano continuamente fra le dita:
era questa la parte d'eredità che t'era toccata quando uno stesso avvenimento
35
ci aveva separati.
Io avevo la terra salda e sicura, che non tradiva; tu avevi solo dei suoni
che ti potevano avvolgere in cerchi ripetuti d'illusione, come reti invisibili,
e ti facevano misurare la potenza d'agguato dell'antiparola. E
ora, a rendere più insidiosa la lotta, la presenza di quella donna sconosciuta
che non sapevi se era messaggera della Parola o un avamposto
dell'antiparola, ma poteva anche costituire la rivelazione d'un vuoto
che prima pensavi impossibile.
Forse ti scrissi accennando, con timore, al vuoto che io stesso avevo
provato e che credevo potesse essere riempito da un adiutorium, avesse
esso il volto di Maria o d'una donna sconosciuta. Ho infatti, fra le mani,
la tua lettera successiva che si richiamava a tale vuoto, dandogli però
un'interpretazione che sfuggiva in parte alle mie capacità di comprensione.
La data è quella della prima domenica d'avvento:
«Quella notte del 13 vegliai. Non fu una veglia pacifica. Tu sai che il
13 novembre m'è un giorno molto caro. Mi preparavo alla celebrazione
dei santi benedettini con una vigilia di digiuno, nella gioia di celebrare
l'anonimato della santità. Ma, la sera della festa, cuore e spirito si fondevano
senza scosse nel riposo. Quest'anno, invece, il riposo è diventato vigilia.
Dovevo prendere una decisione prima che l'alba sorgesse dal profilo
dei colli sulla pesantezza della mia lotta. La Parola non trovava uno
sbocco nel ginepraio delle mie incertezze. Era possibile che m'imponesse
di continuare la ricerca in situazioni in cui mi sentivo diviso, proprio per
farmi sperimentare la sua signoria che domina anche su quelle. Ma era
anche possibile che mi comandasse una nuova direzione alla ricerca,
m'ingiungesse perfino d'abbandonare la musica dopo avermene fatto intravedere
la tormentata e immensa ricchezza, ancora per affermare la sua
signoria che toglie e da, colpisce e fascia, svuota e riempie, e solo per non
essere mai essa stessa "vacua". Ecco, tu m'accenni a un possibile vuoto
che la donna sconosciuta, con la sua presenza, avrebbe fatto emergere dal
mio profondo. Forse. Ma il vuoto che sentivo quella notte era signoria
della Parola che svuota per ritornare a se stessa piena. Piena, magari, delle
mie incertezze, paure, resistenze a considerare esecutori di tale signoria
gli avvenimenti, se tutto quanto possedevo quella notte erano appunto
tali incertezze, paure, resistenze. L'alba mi trovò in siffatta disponibilità
alla Parola. Fu presunzione, incoscienza? Il mattutino - coi gridi salmodiati
del perseguitato che unifica la sua divisione nell'abbandono alla potenza
della Parola, gridi che diventavano essi stessi, nel momento in cui
venivano lanciati, Parola - mi svelò che, se c'era presunzione, questa era
sollecitata dalla Parola stessa, perché anche sulla presunzione s'ergesse la
sua signoria. Ritornai, quindi, alla solita ora nella chiesa dell'organo, come
portato da un'onda d'abbandono. Appena entrato dalla porticina
apertami dal sacrestano, vidi la donna al suo solito posto, ancora più raccolta
in se stessa, quasi volesse sottrarsi alla mia vista. Quell'atteggiamento,
dopo i miei turbamenti della notte a causa sua, suscitò in me una
compassione, rifiutata il giorno prima, un sentimento che, con molto timore,
definirei di misericordia; e non solo per quella donna, ma per me
36
stesso, per ogni uomo, come partecipazione al mistero d'ogni essere cui
dovevo rimanere aperto; e proprio in nome di quella Parola che vi era
necessariamente presente. In quel momento sentii che la Parola aveva
riempito le mie mani vuote, era ritornata a me non "vacua", dopo essere
stata vittoriosa del mio vuoto. Tentai di misurare all'organo la misericordia
come grazia. Le note, anche quelle che avresti detto dissonanti, uscivano
in pacifica convivenza. Il mio progetto sembrava investito da un
nuovo elemento vivificante che avrebbe dato alla lotta fra Parola e antiparola il tono della misericordia vittoriosa. La mia solitudine si popolava,
nella fecondità della compassione, di tutti gli esseri, a capofila dei
quali si poneva quella donna senza nome e con un volto appena intravisto
ma sul quale avevo riconosciuto il segno d'una Parola fatta misericordia.
Non fuggendo davanti all'avvenimento, avevo dichiarato la signoria
della Parola sull'avvenimento stesso e n'ero stato profondamente
gratificato. Forse troverai strano tutto questo; io stesso non so ancora capacitarmi
della ricchezza che ho ricevuto per un semplice gesto d'abbandono.
Comincio a fare entrare nella mia vita anche la guerra, per compatire
assieme a ogni essere che ne soffre l'iniquità: un altro dono
ricevuto in quel momento! Dal nostro monastero ricevo ogni tanto notizie.
L'abate usa parole molto buone; vuole sapere minuziosamente come
vanno i miei studi musicali, i miei sforzi creativi (è al corrente del
progetto: non sempre, mi confessa, capisce); mi chiede se ho bisogno di
qualcosa, se la lontananza dal monastero non è troppo penosa. Penso
che mi concederebbe qualunque permesso gli chiedessi, perfino quello
di passare da casa tua attorno a natale, se dovessi rientrare in monastero
per le prossime vacanze. Che ne diresti? Ormai la nostra amicizia ha raggiunto
il livello di parità: sono anch'io un novizio della Parola!».
Ti spedii un telegramma dando certa la tua venuta, perché tu potessi
scrivere subito all'abate e ottenere la sua autorizzazione. Ne parlai prima
a mia madre. I suoi occhi si illuminarono; in un certo senso avresti
potuto prendere il posto di Piero per renderle meno duro il natale senza
di lui. Piero ci scrisse in quei giorni. La postina arrivò di mattino
presto, come aveva promesso, e si ebbe, fra la commozione di mia madre
e la gioia contenuta di mio padre, la sua parte di vino nuovo con
polenta abbrustolita e pancetta.
Piero stava bene, aveva fatto una traversata senza troppe emozioni e
prestava il suo servizio in un ospedale da campo. Erano le uniche notizie
che potemmo racimolare fra le ampie cancellature della censura,
spesse righe d'inchiostro violetto. C'era anche un biglietto per Maria,
nuovamente incollato all'interno dopo la censura (cavaliere quel censore!),
ma non vi traspariva nessuna cancellatura.
- E' una cosa seria, allora - disse mio padre.
Mia madre abbassò leggermente la testa e sorrise: - Piero fa sempre
le cose serie, anche quando ride. Maria è stata creata per lui.
- Che ne sai tu? - le chiese mio padre con un tono di voce alquanto
vivace. - Piero me ne avrebbe parlato.
- E tu quando dicesti a tuo padre che avevi deciso di sposarmi? 37
disse calma mia madre.
- Non ricordo. E poi, che c'entra. Piero è mio figlio.
- Come tu eri figlio di tuo padre. Siete fatti tutti così. Avete vergogna
di dire che volete bene a una persona. Ma lo si capisce da lontano,
senza parole. Per questo so che Maria è fatta per Piero.
Mio padre borbottò qualcosa che non capii, poi disse risolutamente:
- Andrò io a portare il biglietto -. E rivolgendosi a me: - Vieni anche
tu?
Mia madre sorrise di nuovo e gli mise la mano attorno al collo con la
scusa di aggiustargli il bavero.
Dopo mezz'ora il barroccio sbucò dalla nebbia che ovattava la grande
cascina di Maria. Incontrammo nell'aia il signor Gaspare che, se non
fosse stato per il bastoncino di bambù che faceva somme e sottrazioni
nell'aria, l'avresti detto cucito in un pesante tabarro col collo di pelle
di coniglio in su e un cappellaccio di feltro con le tese in giù.
- Oh, chi si vede - fu il suo saluto.
- Se non si muore, ci si rivede.
- Quest'anno la nebbia non ci vuol mollare.
- Ci conserva i polmoni.
- Venite in casa a scaldarvi un poco.
Il pergolato mostrava tutta la sua nuda eleganza e scopriva sui muri
della casa padronale vecchie crepe fra spruzzate di verderame. Maria
con un libro in mano e sua madre con i ferri della maglia erano accanto
al camino.
Mio padre le porse il biglietto, senza nemmeno tentare di dir chi era.
Ma accanto a me, e soprattutto con quel biglietto in mano, trasmessole
direttamente, chi poteva essere? ,
- Fresco di posta. Penso che ci siano più parole di quanto abbiamo
potuto leggere nella lettera indirizzata a noi.
- Ne bastano così poche... - disse Maria.
- Anche per me bastano poche parole. Io per me non ho nulla in
contrario, anzi, a dire la verità - e guardò il fuoco perché altrimenti
non sapeva se rivolgersi a Maria o a suo padre o a sua madre - mia
moglie dice... insomma a dire la verità sono contento.
- Se è per questo, anche noi siamo contenti - disse il signor Gaspare
che s'era scucito d'addosso il tabarro e stava versando nei bicchieri il liquore
che si beve nelle occasioni importanti quando ancora è mattino.
- Aspettavo questo giorno - disse Maria con voce commossa.
- Piero, prima di partire, m'aveva assicurato che sarebbe venuto suo
padre a portarmi il biglietto messo nella prima lettera dal fronte. O non
conosco mio padre, o viene lui in persona, m'aveva detto. E allora
Franco, che l'accompagnerà, ti metterà per procura mia...
Maria corse di sopra e fu subito di ritorno con la scatoletta aperta
dell'anello di fidanzamento: due brillantini che si riempirono della luce
del fuoco, della finestra, degli occhi di Maria.
Mio padre voleva dire qualcosa, ma tutto era accaduto così alla svelta
che gli era mancato il tempo della ruminazione. Guardava un po' tutti,
38
con gli occhi insolitamente lucidi e spalancati, dopo che Maria, con un
gesto inaspettato, ci aveva abbracciati.
- Dovevo portare anche mia moglie - borbottò solo.
- Verrò presto io a trovarla. Piero me ne ha parlato in modo tale che
la riconoscerei fra mille - disse Maria.
Al ritorno mio padre mi chiese dell'anello.
- Non ne sapevo nulla - risposi.
- Ma i soldi, chi glieli avrà dati? Questa è una trovata di tua madre.
Ci scommetto che i brillantini sono quelli dei suoi orecchini di sposa.
Appena rientrati si rivolse alla sua donna che stava preparando la tavola:
- Potevi anche dirmelo.
- Non ce n'era bisogno - gli sorrise mia madre.
La nebbia finalmente s'era alzata e aveva lasciato un cielo spesso e
compatto di grigiore che odorava di neve. Mio padre annusò l'aria:
- Il tempo cambia, meglio coprire la legna.
Mia madre, spalancando la finestra della camera da letto, lasciandovi
penzolare lenzuola, trapunte e coperte dopo i giorni di nebbia, ci gridò:
- Santa Lucia porta la neve. E a me che porterà? E a voi? - e intonò
la filastrocca di santa Lucia.
- Tua madre su questo punto non c'è verso di farla ragionare. E rimasta
bambina. Crede ancora a santa Lucia.
Entrò in casa, si mise il giubbotto foderato di pelliccia d'agnello, il cappello
della festa, prese la coperta di lana per le ginocchia e mi disse:
- Devo andare in città per le sementi dell'orto, prima che la neve riempia
le strade. Di' a tua madre che sarò a casa per mezzogiorno. Va' a prendermi
il libretto degli assegni intanto che attacco il cavallo al barroccio.
Salii di sopra. Mia madre cantava ancora la filastrocca.
- Papà vuole il libretto degli assegni. Va in città per la compera delle
sementi e sarà di ritorno a mezzogiorno.
- Gli è venuta fretta tutto in un momento? E costano tanto le sementi?
- Teme un inverno di neve.
- Già, la neve - sorrise consegnandomi il libretto degli assegni.
Dalle nostre parti santa Lucia è di casa, col suo carrettino carico di doni
per i bambini e per gli adulti che non vogliono dimenticarsi d'essere
stati bambini. S'è insediata saldamente nei proverbi e fa le sue scorribande
nei ricordi di tutto l'anno firmando, coi suoi occhi di luce, giocattoli,
golfini, guanti, scarpe che durano. - Che bel paio di guanti,
che bel golfino, che belle scarpe... È stato un regalo di santa Lucia.
Mio padre ritornò con un campanello nuovo appeso al collo del cavallo,
un rastrello, una pala di ferro e una di legno, un sacchetto di bustine
di sementi. Il cielo sembrava lì lì per aprirsi.
Al pomeriggio arrivò Maria in bicicletta. Stavo spaccando la legna
nell'aia: - Vieni, mia madre t'aspetta. A pranzo disse: sento nell'aria
odore di neve e di visite.
Entrammo in cucina, ma mia madre non c'era.
- Deve essere scappata di sopra ad aggiustarsi i capelli non appena
ti ha vista arrivare - dissi sottovoce a Maria.
39
Scese con un grembiule fresco, asciugandosi le mani, e uno sciallino
di lana ciclamino con fiocchetti rosa. S'era data una ripassatina di cipria
sul volto; i suoi capelli gonfi e ondulati, tirati all'indietro, l'avevano
ringiovanita. Si fermò un istante, fissò Maria e aprì le braccia.
- Siediti qui al fuoco - e porse poi a Maria la sedia.
Mi chinai per ravvivare le braci che stavano sonnecchiando attorno a
un ceppo di platano. Una folata di faville se ne andò ridendo per la cappa.
L'anello di Maria scintillò.
- Grazie - disse Maria alzando la mano dell'anello verso mia madre.
- Se ti piace, sono molto contenta. Quando Piero mi confidò di te
pensai subito agli orecchini. Povero Piero, se non fosse stato perché si
vergognava, avrebbe pianto. Chissà adesso dov'è.
- Piero ritornerà presto, la guerra finirà presto.
- Parlami di te.
Ritornai a spaccare la legna. Mio padre stava portando un tridente di
fieno nella stalla.
- C'è Maria?
- Sì, va' da loro. Continuo io.
Feci per prendere il tridente.
- Lascia. Meglio che parlino un po' da sole. Sono cose da donne.
Uscì dalla stalla per infilzare un altro tridente di fieno. Guardò in alto:
- A momenti comincia la neve. Meglio riportare Maria in barroccio.
Aiutami a legare la bicicletta allo schienale.
Ripresi a spaccare la legna. Santa Lucia aveva anticipato il suo giro
con la bicicletta di Maria. La festa degli occhi era già cominciata.
- Andiamo in casa - disse mio padre finito il lavoro nella stalla.
Il fuoco era ancora vivace nel camino. Mia madre aveva al collo una
sciarpa nuova color nocciola.
- E arrivata santa Lucia. Il dono era così bello che non ha aspettato
la notte per farmelo avere - ci disse.
Maria arrossì e, indicando sul tavolo un golfino verde oliva: - Anche
per me è arrivata santa Lucia. Quest'anno ha voluto anticipare la
sua festa - disse. - E bellissimo, mamma.
Mio padre cercò di non far notare la sua sorpresa nell'udire quel termine
sulla bocca di Maria, aggiungendo in fretta: - Speriamo che ritorni
anche stanotte -, una frase che altrimenti non avrebbe mai pronunciato.
Mamma fece finta di nulla, ma notai attorno alle labbra una piccola
contrazione. Ogni parola, la vigilia di santa Lucia, ha un suono carico
di promesse.
Dalla finestra si cominciava a vedere un leggerissimo pulviscolo bianco
che scendeva, saliva, si fermava, volteggiava, si spostava velocemente
da una parte e dall'altra, aveva un attimo d'esitazione, e poi riprendeva
a scendere, a salire, a volteggiare arabescando sempre di più l'aria. Fra
poco il pulviscolo si sarebbe ordinatamente raggruppato in grossi fiocchi,
e l'arabesco avrebbe ceduto a figure geometriche.
- Anche la neve ha anticipato. Doveva essere per stanotte. Quest'anno
40
santa Lucia è piuttosto bizzarra - scherzai.
- Vieni, Maria, ti riporto a casa in barroccio - disse mio padre.
- E la bicicletta?
- La bicicletta è come l'asinello - intervenne mia madre. - Segue
santa Lucia.
Svoltato il barroccio dal portone, udimmo il suono del campanello
spegnersi lentamente fra la neve che già imbiancava il cemento dell'aia.
Si dice che anche l'asinello di santa Lucia vada in giro, la notte in cui
trova mazzolini di fieno legati alle inferriate delle finestre, con un campanello
nuovo fiammante che si ode soltanto se ci si crede.
Il mattino dopo, mia madre e io c'infilammo i gambali di gomma per
recarci a messa e ringraziare santa Lucia per i suoi doni. Nevicava ancora.
Avevo dato il braccio a mia madre, e lei, per ripararsi meglio con
l'ombrello che tenevo nell'altra mano, aveva appoggiato il capo sulla
mia spalla. Ogni tanto mi stringeva forte e mi diceva: - Presto, andiamo
- fingendo di prendere una rincorsa coi gambali appesantiti. Sentivo
che era felice il massimo che le consentiva la lontananza di Piero.
Le mie mani erano calde per i guanti nuovi di pelle nera foderata di lana;
mia madre aveva la mano sinistra nella tasca del cappotto dal collo
d'agnellino nero per sentire meglio, attorno all'anulare, appoggiato alla
fede nuziale, un anello d'oro bianco con due brillantini incastonati.
Mio padre, che considerava cose da donne tutte le messe che non fossero
quelle della domenica e delle feste in cui gli uomini non lavoravano,
stava spalando la neve e doveva gustarsi il tepore degli stivaloni
nuovi di gomma nera, e soprattutto gli occhi della sua donna alla vista
dei due brillantini incastonati nell'anello d'oro bianco.
Iniziò la novena di natale. Alla luce velata della pila accompagnai mia
madre in chiesa dopo cena. Ai bordi del marciapiede di cemento, grossi
mucchi di neve, legati fra loro dalla muraglietta costruita dal cuneo,
prendevano al buio le forme più strane.
Quella prima sera la preghiera in cinque punti della novena cominciava
con l'invocazione «O sapienza», una parafrasi della prima antifona
«O» che si cantava al monastero. Tu me le facesti gustare quelle antifone
dette «O» nell'anno di noviziato, riservando loro le istruzioni
pomeridiane in ogni giorno della novena, sviscerandole nei loro più
nascosti risvolti, con tutte le citazioni, le allusioni, i riferimenti, i bagliori,
gli stessi tremori della Parola in esse contenuta. In monastero
tutto era possibile. Il cristianesimo del gregoriano sopravviveva rigoglioso
nel nostro coro dove anche il tarlo doveva avere roso da secoli
sul ritmo nascosto del canto gregoriano.
Ma nella chiesa del mio paese, dove i tarli nel coro e nei banchi erano
sempre andati a ruota libera forando nel legno neumi introvabili nei vecchi
antifonali, le antifone «O» rimanevano imprigionate nel breviario
dell'arciprete, lasciato sulla balaustra mentre la sua voce intonava: O sapienza,
fra i cinque gloriapatri prima del canto del tantumergo e la fretta
della gente di giungere al canto finale del Venite o buon Gesù, dove il ripieno
41
dell'organo avrebbe lottato per non essere vinto dalle gole fedeli
aperte a tutto tondo. Quell'anno però l'organo continuò a lottare anche
cessato il canto finale, alla ricerca di qualche modulazione che portasse
all'intonazione d'un nuovo canto che non avevo mai udito. Guardai mia
madre. Ella ebbe un leggero movimento di sorpresa; le teste avvolte nei
veli o negli scialli neri delle donne nei banchi davanti al nostro si mossero
insieme ad angolo retto, lasciando filtrare fino ai nostri banchi brusii di
parole; due vecchietti, avvolti in lunghi tabarri, che sedevano di sghimbescio
su una panca laterale, si dettero un'occhiata d'intesa. E, intonato
dall'arciprete, un canto si levò sparso qua e là nella chiesa, prima timido e
incerto, poi sempre più sicuro e pieno, lasciando in silenzio solo i banchi
dei bambini e delle giovinette. Mia madre cantava, le donne degli scialli
neri cantavano, i due vecchietti cantavano, dietro ai pilastri qualche voce
in ottava sotto cantava. S'invocava la salvezza della patria dalle orde nemiche,
si supplicava la pace dalla regina della pace, si richiedeva il ritorno dei
figli alle loro madri, dei contadini alla terra, dei prigionieri alle loro case.
Intanto l'arciprete, deposte stola e cotta sulla balaustra per non cessare il
canto, e ripreso il breviario, percorreva a lenti passi la navata centrale rivolgendo
a destra e a sinistra il suo sguardo, dando e accogliendo cenni
d'approvazione. Con le ultime note si fermò al banco di mia madre, e rivolgendosi
a me disse: - È la canzone dell'ultima guerra. Gliela avevo insegnata
io. Sono vecchio, vero? Pensavo che non fosse il caso di rispolverarla
perché tutti dicevano che la guerra sarebbe finita presto, e invece...
Le donne, uscendo dai banchi, si fermarono attorno al loro prete:
- Ah, signor arciprete, ci ha fatto una bella sorpresa; Io allora volli le
parole e le mandai a mio figlio sul Grappa; Mio figlio aveva diciassette
anni e non è più tornato; E proprio un canto da novena, aspettiamo
Gesù bambino e la pace; Io ero bambina, ma me le sono ricordate subito
le parole; Buona notte signor arciprete...
Sciamando le donne, s'avvicinarono i due vecchi: - Io l'imparai
quando mi rimandarono a casa con una mano in meno - e agitò il
moncherino avvolto in una pezza di lana nera.
- E io prima che mi richiamassero. Ma non la si poteva cantare al
fronte. C'era il pericolo di essere presi per disfattisti. Avevano più paura
della pace che della guerra.
- Speriamo che il Signore ci ascolti - disse mia madre.
- Piero è in Grecia, vero?
- In un ospedale da campo. Comincia presto a vedere la morte, povero
figlio.
Mi avevi inviato un telegramma il giorno prima, indicandomi l'ora
del tuo arrivo alla stazioncina del paese. La strada era ghiacciata e il cavallo,
dopo aver studiato il terreno per qualche centinaio di metri, aveva
preso il passo regolare. La campanella di santa Lucia allargava il suono,
senza incontrare resistenza, sul biancore dei campi segnato solo
dalle file dei gelsi e da qualche pennacchio di fumo di lontani casolari.
Il barroccio cigolava fra le buche e le ondulazioni del gelo. Mi divertivo
42
a solleticare con la frusta i rami dei salici e dei platani che si sporgevano
sulla strada per ricevere sul viso uno spruzzo di galaverna.
Mia madre aveva tolto dalla naftalina un tabarro nero, aggiungendo
(alla coperta di lana per le ginocchia la pelle di montone.
- Digli di mettersela attorno alla vita, col pelo all'interno. Forse è la
prima volta che va in barroccio d'inverno.
L'accelerato arrivò in orario. Un secolo o più era passato da quando
ci eravamo divisi? Abbracciandomi mi dicesti: - Non c'è più maestro.
Le ultime tracce si sono disperse nel grande fiume, mentre il treno sferragliava
sul ponte di ferro. Dovrei raparmi a zero. Siamo due novizi
della Parola.
Sul barroccio, imbacuccato nel tabarro e nella pelle di montone, trovavi
tutto meraviglioso, come se mai avessi visto un fosso gelato e i campi
che raddoppiavano la loro vastità sotto la neve. L'inverno fra i campi è
un amplissimo adagio dopo il vivacissimo dell'autunno e l'andantino
calmo che lega autunno e inverno. Ma quando c'è la neve, l'adagio si fissa
in una nota profonda di violoncello, sulla quale s'innesta la monodia
dei rami adunchi dei gelsi, delle strisce dei fossi, dei tronchi sottili e puliti
dei pioppi, e di qualche raro volo di passero disperso fra un ramo e l'altro.
- Sembra un organo - e m'indicasti un platano con la sua selva di
rami. - Sarebbe straordinario suonare un organo in questo silenzio.
Si sentiva solo la campanella di santa Lucia che accompagnava lo
scricchiolio della neve gelata, sotto le ruote gommate.
- Vuoi tenere tu le redini fino alla provinciale? Non avere paura, il
cavallo ha già raggiunto il dodicesimo grado dell'umiltà.
Eri felice tenendo le redini, come se fosse il cavallo a guidare un bambino
ai suoi primi passi.
Mia madre ti voleva baciare le mani. Mio padre non aveva ruminato
ancora abbastanza la frase, ma ero certo che prima o poi l'avrebbe
spaiolata, come se gli fosse capitata per caso sulla lingua. Ti disse solo
buon giorno. Lo conoscevi abbastanza per capire che era un benvenuto
sincero. Avevi viaggiato tutta la notte e riposasti fino all'ora di
pranzo nella camera di Piero, dove una stufetta in cotto borbottava il
suo calore odoroso di gelso.
La sera prima mia madre aveva ucciso, spennato e pulito la gallina più
grassa del pollaio e l'aveva appesa, per tutta la notte, con la testa all'ingiù,
all'esterno delle imposte della camera da letto perché frollasse al gelo.
Ora la gallina, sul tavolo della cucina, attendeva d'essere infarcita, legata
e sforacchiata con le punte della forchetta prima di finire nella pentola
che già bolliva sul fuoco. Il ripieno le veniva pressato nel ventre per poi
esservi ricucito con ago e filo di lino perché non si squagliasse durante la
cottura. Quando Piero si trovava a casa, già studente in medicina, voleva
per sé quell'operazione: - È per esercitarmi sulla pelle delle galline.
- Poveri cristiani che capiteranno sotto le tue mani - sorrideva nostra
madre. - Non vedi che non prendi bene? Bisogna fare così - e
gli sottraeva l'ago.
Anche la sfogliata era pronta, ugualmente sottile dall'inizio alla fine, impastata
43
a forza d'uova, come riconosceva la Cecina solo per quella di mia
madre, oltre alla sua, naturalmente. Perché ci volevano forza, occhio e lestezza
per impastare una sfogliata a forza d'uovo e tirarla da renderla quasi
trasparente. E poi le tagliatelle, che dovevano essere sottilissime, tutte di
una misura dall'inizio alla fine. Era un punto d'onore per la Cecina e per
mia madre. Le dita accarezzavano veloci il rotoletto di sfogliata, e il coltello
affilato le rincorreva senza incertezze. C'erano i piatti e i bicchieri che
s'usavano nelle grandi occasioni; c'era la tovaglia della dote, con i bordi
ricamati e, al centro, le iniziali di mia madre tra leggerissimi ricami.
- Sembra arrivato il papa - disse mio padre entrando in cucina, rasato
di fresco dal barbiere.
Capotavola mio padre, tu alla sua destra, e poi mia madre che s'alzava
continuamente; io alla sua sinistra dove si sedeva Piero. Fu un pranzo festoso.
Mio padre ti punzecchiava amichevolmente sul tuo abito, sul tuo
esilio a Roma che era una fortuna perché avresti potuto fare carriera...
Mia madre lo guardava ogni tanto con insistenza per fargli capire che
non erano discorsi da tenersi; ma lui fingeva di non accorgersi.
Terminammo con la torta e la bottiglia dal tappo vecchio. La torta
era un altro punto d'onore di mia madre. Doveva essere lievitata nella
cottura uniformemente, e la cottura non doveva essere né avanti né indietro.
La metteva in una teglia di rame, su uno strato di braci e di cenere;
sul coperchio pure di rame, con al centro un lungo manico di ferro,
cospargeva uniformemente braci e cenere caldissima. Quando la
cucina era tutta satura di profumo, la torta era alla giusta cottura.
Mia madre, portando in tavola la torta sul vassoio di porcellana ricoperto
da un tovagliolino ricamato, pensava a Piero. Piero era ghiotto
di quella torta. Tallonava la mamma chiedendo di sbattere lui l'albume,
e poi si nettava con un cucchiaio la terraglia quando il pastone di
farina, burro, uova e zucchero era stato travasato nella teglia.
- Mi vien voglia di metterne via una parte per Piero. Chissà che cosa
mangia oggi!
Parlammo di Piero e della guerra. Con la tua presenza ci sentivamo
sicuri che a Piero non sarebbe capitato nulla di male.
Rimanesti con noi quel giorno e il giorno successivo che era domenica.
Ricordo bene questo particolare perché celebrasti la messa alta e cantammo
il vespro in coro assieme al gruppetto degli uomini di azione cattolica,
sotto il tavolato del presepe. Partisti alla vigilia, nelle prime ore
del mattino. Ma anche senza quel punto di riferimento, ricordo nitidamente
quanto avvenne in quei due giorni, i miei interrogativi che facevi
tuoi, cui ne aggiungevi altri, e soprattutto quella calma serena che mi
portava la tua vicinanza come se l'avvenimento più incomprensibile
non potesse fare male né a me né a te. Mi parlasti della vita a Roma. Io
insistetti perché mi chiarissi il tuo progetto. La tua prima risposta mi
sembrò una rinuncia: - Perché parlare di progetti quando ogni giorno
porta impreparate novità che buttano all'aria il tessuto del giorno prima?
Non è meglio goderci queste ore con l'animo attento a coglierne la
misericordia? Non senti che siamo immersi nella misericordia? Parlare
44
del domani è come se la misericordia d'oggi non ci fosse sufficiente.
- Ma potrebbe anche essere un modo per prepararci ad accogliere
quella di domani.
- Purché non sia curiosità di sollevare il velo su un dono che ci è
consentito di conoscere solo nel momento in cui lo viviamo.
Mi guardasti incerto. Eravamo seduti accanto al pianoforte. Lo sportello
della stufa gettava uno squarcio di luce rossa sul presepe che mia
madre aveva voluto come lo facevamo, Piero e io, da ragazzi. In cucina
ella stava ultimando la rigovernatura; si sarebbe poi messa alla finestra
a sferruzzare una sciarpa nera che voleva finire per l'indomani. - Che
gli posso dare? - m'aveva chiesto. - Pensi che gli farebbe piacere una
sciarpa fatta a mano?
Quasi a incoraggiarti, ti chiesi con le parole di Piero: - Suonami
l'ottavo.
Accennasti ai primi tre accordi, senza inserire sopra la drammatica
semplicità del canto: - Sono come il mio progetto. Accordi molto comuni,
che non dicono nulla se non sostengono qualcosa che sia, allo
stesso tempo, la loro ragione d'essere. Ti posso solo parlare della mia
quotidianità di vita, del mio tentativo di farla diventare il supporto
d'un canto che la spieghi.
Mi parlasti a lungo del sentimento della misericordia che avevi accolto
in te stesso come un dono, il giorno in cui avevi deciso di non fuggire
da quella donna, al punto di ritenerlo il nome nuovo che la Parola
dava a se stessa. Mi accennasti, poi, al tentativo di fissare con note e parole
la lotta fra Parola e antiparola che doveva svolgersi sotto il segno
della misericordia. Il dono ricevuto era esigente, fino a importi di rivedere
e scartare, senza rimpianti, quanto avevi abbozzato nei mesi precedenti.
Dovevi riveder tutto ed essere disposto a rivedere e scartare ancora,
se altri doni ti fossero venuti attraverso altri incontri o avvenimenti,
per essere fedele alla Parola e alla tua quotidianità. Era un'avventura alla
quale partecipavi con tutto te stesso, perché la di lei vittoria o sconfitta
sarebbero state la tua vittoria o la tua sconfitta.
- È quasi pronto, alle sette c'è la novena - ci disse dalla cucina mia
madre.
Il tempo era precipitato. - Cinque minuti, e poi veniamo - risposi.
Mi suonasti l'ottavo.
Davo, come le altre sere, il braccio a mia madre, e tu ci seguivi, attento
agli spuntoni di ghiaccio che scaglionavano il marciapiede di trabocchetti.
Cercavo d'illuminarti i passi con la piccola striscia di luce della
lampadina tascabile, mentre mia madre ti raccomandava continuamente
di stare attento.
«O rex gentium... veni et salva hominem quem de limo formasti»,
s'era cantato al monastero quel giorno. «O re delle genti...», invocava
l'arciprete a nome d'un popolo ancora in attesa. Scandivamo assieme i
gloriapatri al termine d'ogni invocazione, che scivolavano nella chiesa
semibuia fino alla pisside incappucciata sulla soglia del tabernacolo.
Cantasti il tantumergo come lo cantava la gente perché era l'unico modo,
45
quella sera, di cantare il gregoriano. Al termine della funzione, dopo
il canto della pace, l'arciprete venne al nostro banco: - Cantiamo
come possiamo. Ah, certo, i benedettini hanno ben altre corde. Spero
che Dio non se ne abbia troppo a male dei nostri canti.
- E nemmeno di quelli dei monaci - aggiungesti tu.
L'arciprete sorrise: - Certo, Dio fa a meno dei nostri canti. Se volesse,
avrebbe a disposizione dodici cori di angeli per fare buona musica.
È una consolazione per un vecchio prete. Credo che gli basti ascoltare,
come stasera: veni, et salva hominem quem de limo formasti.
Udendo che ti fermavi tutto l'indomani, ti chiese la carità di celebrare
la messa alta: - Per far sentire una voce nuova alla gente.
Ti accompagnai nella stanzetta di Piero. Non avevi sonno, mi dicesti.
Forse era un invito a rimanere ancora un poco con te. Sentivo il desiderio
di chiederti che cosa pensassi di quel modo di pregare tanto lontano
e diverso da quello del monastero, del grande drappo che nascondeva
statue di cartapesta e borraccina, e sovrastava un Dio incappucciato sulla
soglia d'una porticina a modo d'onnipotente signore pronto, al limitare
della sua tenda, a dare udienza e dirimere questioni sorte fra il popolo.
Mi prevenisti: - Ci siamo trovati in una pagina d'evangelo scritta
da anonimi. Fra quella gente c'erano i ciechi sul bordo della strada, la
donna sirofenicia, l'emorroissa, chi gridò: beato il ventre che t'ha portato,
il centurione...; forse anche il giovane ricco, o due giovani ricchi.
.. E stata la festa degli anonimi.
- In monastero non c'è mai la festa dell'anonimato - ti provocai.
- Oh, sì, noi ci sentiamo discepoli che hanno un nome. Abbiamo
continuato a fare gruppo a parte, camminando al centro della strada,
stando uniti ai crocicchi delle vie, non disperdendoci mai tra la folla. E
preghiamo diversamente, sulla cima del monte, dopo avervi costruito la
nostra tenda. Ma questa, tu sai, non è la vita monastica.
Vidi i tuoi occhi brillare come al monastero, io novizio e tu maestro.
Continuasti: - Possiamo avere nostalgia stasera dell'antifona gregoriana
O rex gentium, ma la realtà è unica: il Verbo s'è fatto carne, ossia
la Parola s'è fatta nostra parola, annichilendosi.
Il tempo passava veloce. Assorbivo quanto mi dicevi come il campo
di granoturco l'acqua nelle notti d'irrigazione. M'ero alzato per controllare
la stufa. Misi nella piccola libreria un libro che era rimasto sul
tavolino di Piero.
- Pensi a Piero? - mi domandasti.
- Penso a che cosa direbbe sentendoti parlare in questo modo.
Maria, che sapeva della tua venuta, era giunta in bicicletta durante la
messa alta. La trovammo in cucina, che aiutava mia madre per il pranzo.
L'arciprete in sacrestia, mentre ti spogliavi dei paramenti e ricevevi il
prosit degli uomini cattolici che passavano per la sacrestia, si complimentò
per la tua omelia: - Me la sono gustata. Un povero prete di
campagna, dopo trent'anni che fa udire la sua voce ogni domenica alla
sua gente, si riduce a una spugna spremuta. Dopo la sua omelia, caro,
la spugna ha fatto rifornimento.
46
- Parla bene, si vede subito che i benedettini sono gente fina commentavano gli uomini cattolici percorrendo il buio corridoio che
dalla sacrestia li riportava alla chiesa.
- La gente non avrà capito tutto ma stava molto attenta - continuò
l'arciprete. - L'importante è che si capisca che non si può tutto capire.
E poi, in questi giorni, col natale che ci sovrasta, c'è poco da capire.
C'era anche mio padre a messa. Gli uomini del fondo della chiesa,
che non conoscevano il galateo del prosit, trovarono naturale complimentarsi
con mio padre; e almeno una parte di quei complimenti mio
padre se la tenne per sé, perché, in fondo, anche lui c'entrava. A te disse
solo, durante il pranzo: - Ci vuole poco a prendere la gente per il suo
verso. Bisogna parlare col cuore.
- È anche questione di testa - soggiunse mia madre.
Maria s'era fermata a pranzo. Una cosa fuori norma secondo le usanze
del paese, giacché la fidanzata si sarebbe dovuta presentare accompagnata
dai genitori la prima volta. Ma mia madre, quando mi aveva detto:
- Avverti subito Maria, che venga domenica se le fa piacere -, aveva
aggiunto: - E dille di fermarsi a pranzo -. Se non c'era Piero, che ci
fosse almeno lei a renderlo più presente all'antivigilia di natale. Maria si
sentì subito a suo agio con te. Ti chiese: - Fa il natale con noi?
- No, domani parto.
- Peccato, mi sarebbe piaciuto che la conoscessero anche i miei genitori.
E poi in campagna è un'altra cosa il natale. Perfino nella stalla
si sente che è natale, vero? - e si rivolse a mio padre.
Mio padre sorrise, perché è vero, per natale la stalla è diversa; però
sono cose che bisogna esserci nati per intenderle.
Mia madre guardava Maria senza parlare, ed era pronta ad aiutarla a
ogni gesto di lei, al fuoco, a tavola, quasi le volesse insegnare, senza parere,
un comportamento che sarebbe poi stato quotidiano alla Campanella.
D'un tratto Maria esclamò: - Meraviglioso! - e prese la mano
sinistra di mia madre.
I due anelli s'intrecciarono. Mio padre fece finta di niente.
- Hai visto, Maria? Certe cose non hanno stagione - disse mia madre.
Mio padre tossì per mostrare indifferenza.
- Non ci sono stagioni - ripetè Maria. - La semina è fatta per la
raccolta e la raccolta per la semina. E tu non m'avevi detto niente soggiunse rivolgendosi a me.
Ci guardavi un poco sorpreso. Mio padre cercò di toglierti dall'imbarazzo,
più suo che tuo: - Cose da donne. Hanno al dito un anello
quasi identico - e tossì ancora.
- È stato lui, il giorno di santa Lucia - sussurrò mia madre a Maria.
- È l'ora del bollettino - tagliò corto mio padre.
Mia madre non venne con noi al vespro ma rimase con Maria.
- Ci rivedremo ancora presto? - ti disse Maria salutandoti.
- Almeno il giorno delle nozze - ti prevenne mio padre.
- Ma anche prima - corresse mia madre. - Ormai il nostro paese
è sulla strada fra Roma e il monastero.
47
Cantammo vespro sotto l'impalcatura del presepe, alternandoci con
le donne della navata centrale. Sostenesti l'arciprete nel canto delle antifone
gregoriane. L'inno lo cantammo a coro alternato con le donne.
All'antifona «O» unii la mia voce alla vostra. L'arciprete sprigionava
tutta la sua voce, ancora calda e sicura, con la gioia che nasce dal fare
gregoriano assieme. I suoi occhi andavano dal libro a noi come se ci volesse
precedere nel canto e, nello stesso tempo, contenersi in quell'inatteso
scoppio di giovinezza.
- Cantiamo Alma redemptoris solenne? - ti sussurrò. E senza
nemmeno attendere il tuo assenso sorridente, aveva già davanti quella
pagina straordinaria sulla quale, da anni, i suoi occhi concordanti con
le labbra non potevano posarsi.
- Abbiamo cantato oggi un vespro quasi come lo si canta nei monasteri
- iniziò la dottrina. Si lasciò prendere dai ricordi del seminario,
confidò il suo desiderio di giovane prete di mettere insieme una
schola cantorum di uomini per il canto gregoriano, confessò la sua colpa
per avervi rinunciato, impaziente dei risultati: il canto gregoriano,
cari, è come un pezzo di terra che bisogna vangare e rivangare perché
anche solo qualche gambo di gramigna rovinerebbe tutto. Fece un po'
di storia di quel canto e del canto di chiesa in genere. Quando ebbe
parlato anche di Perosi (impossibile che non ne parlasse: era, con le
giuste proporzioni, il suo Verdi di chiesa) e dell'oratorio // natale, guardando
l'orologio s'accorse che il tempo della dottrina era già passato.
Dette allora velocemente gli avvisi, si raccomandò alle donne perché gli
uomini non capitassero tutti dieci minuti prima della messa dell'aurora
per le confessioni, e, mentre scendeva dal pulpito mobile a forma di
cattedra (l'aveva voluto lui così, perché la dottrina era scuola), intonò
il canto delle litanie. Salutandoti, anche lui ti disse: - Ritorni presto.
Pregheremo ancora insieme in gregoriano.
Trovammo mia madre alla finestra della cucina col libro delle devozioni
in mano. Stava recitando la novena dell'antivigilia. La sera invadeva
velocemente tutta l'aia. I tetti della stalla che vedevamo dalla finestra
della cucina si profilavano nitidissimi sull'ultima spruzzata di
luce prima della notte.
Quel giorno mi fu proibito ogni lavoro necessario, di domenica, in
una cascina. Dovevo stare con te, farti compagnia per evitarti la noia
d'una domenica d'inverno in piena campagna, quando sembra che il
tempo si sia aggrappato alle travi dei soffitti e abbia deciso di starsene
immoto dopo tutto il correre che ha fatto durante la settimana. Il pigrissimo tempo domenicale s'indugiava su ogni cosa, curioso per quello
che poteva accadere in cascina in una giornata di festa, con uomini
che, pur lavorando, s'ostinavano a conservare il vestito buono fino
all'ora d'andare a letto. S'indugiava perfino sulle cartelle della tombola
che, quasi sempre, disponevamo sulla tavola appena sparecchiata,
quando la vecchia amica di casa, già amica dei miei nonni, la Cecina,
veniva da noi, cascasse il diluvio, per vedere se il tempo alla Campanella
fosse meno pigro che nella sua casetta, una delle prime entrando in
48
paese dalla nostra parte e a un tiro di schioppo da noi.
Venne anche quella sera, un po' timorosa per la tua presenza, portando
un cartoccio di ceci e di lupini. I ceci e i lupini che aiutavano a bere nelle
osterie del paese, fra il fumo dei toscani e le urla del gioco della morrà,
passavano dalla sua casa. Li preparava lessati alla domenica mattina, li
metteva, separati da un'assicella, in un cavagno che infilava nel braccio
sinistro di Toni, il suo uomo, con il cilindretto forato del sale e le rituali
raccomandazioni perché anche quella domenica tutto il guadagno non
fosse equamente diviso fra i due osti del paese. A forza di preparare ceci,
i bambini cominciarono a chiamarla la Cecina, e Cecina rimase per tutti.
Giocammo a tombola, e mio padre fu il quinto per riguardo a te. Mia
madre fu straordinaria quella sera: era riuscita a preparare una schiacciata
sotto le ceneri calde senza che neppure mio padre, dal fiuto infallibile
per i profumi della schiacciata, se ne fosse accorto. Era in tuo
onore, evidentemente, ma la parte più grossa toccò alla Cecina perché
ne portasse anche a Toni.
Suonava l'avemaria mentre stavo attaccando il cavallo al barroccio.
L'aria era fredda e pungente, nonostante che il cielo, durante la notte,
si fosse coperto.
- Prima di sera nevica - disse mio padre annusando l'aria.
La lanterna a petrolio, oscurata con qualche pennellata d'azzurro,
confondeva attorno al barroccio le ombre del barchessale e della tua
sottana, mentre aspettavi che tutto fosse pronto per la partenza. Attorno
al collo portavi la sciarpa che t'aveva appena dato mia madre dicendoti:
- Si tenga bene coperto e ritorni presto.
Facemmo la strada in silenzio, passando per il paese, Incontrammo
solo qualche scialle nero che rasentava i muri in direzione opposta alla
nostra, verso la chiesa. Attraversammo la provinciale e ci immettemmo
su quella stradetta che aveva suscitato due giorni prima la tua ammirazione.
Il riverbero della neve ammucchiata ai margini segnava il nostro
cammino accompagnato dalla campanella di santa Lucia. Usciti dal filare
dei platani, incominciammo a intravedere qualche sagoma d'albero;
progressivamente il chiarore dell'alba saliva dalla neve. C'era qualche
uomo intabarrato ad attendere il treno; sotto il tabarro pendevano
sagome incerte: le scatole delle uova e i salami che ogni giorno prendevano
la strada della città per il mercato nero.
Ci abbracciammo. Rimasi solo sotto la tettoia finché il treno non
scomparve, confuso nel grigiore del cielo che si saldava col biancore
della neve. Rifeci la strada chiedendomi che cosa avrei fatto quel giorno
in una casa che era ritornata vuota come quando era partito Piero.
Feci come ogni giorno, ma gustando ancora di più la presenza di mia
madre, avendomi essa chiesto di aiutarla nella preparazione del cenone:
- L'anno scorso eri in monastero e Piero arrivò solo il giorno di natale.
Non ci passò nemmeno per la mente di preparare il cenone. Ma
quest'anno ci sei almeno tu. Che vuoi che ti prepari?
- Come sempre, mamma.
- Allora m'aiuti. Faremo razione doppia di gnocchi perché non possono
49
mancare Toni e la Cecina.
Bolliva sul fuoco del camino la minestra del pranzo quando entrai nella
casa della Cecina per l'invito della sera. La grossa pentola dei ceci era infilata
nel treppiede della polenta. Il profumo della pestata di lardo per il
condimento della minestra si legava quietamente con quello dei ceci. Il
lardo, a usarlo solo come condimento, era permesso anche in giorni di
magro stretto. Sul ripiano del camino, fra i quattro candelieri d'ottone,
c'erano alcune statuette con l'asino e il bue in attesa di buttare il loro fiato
di gesso sul figlio di Dio. Sulla tavola aspettavano due scodelle e un
pezzetto di stracchino ancora avvolto nella carta del bottegaio. Come mi
videro, le due statue di carne sedute sulle sedie impagliate si animarono.
Da tempo non entravo nella casa della Cecina. Quando c'erano ancora
i nonni, non passava giorno che non le facessi visita. Quella casa aveva un
mistero d'ombre e d'odori che m'incantava. Passandovi di ritorno da
scuola a mezzogiorno, quando la Cecina aveva fatto le tagliatelle, ne mandavo
giù in fretta mezza scodella mentre la Cecina mi guardava sorridendo
e mi diceva: - Mangia, è una minestra da risuscitare i morti. Ma
mangia anche a casa, altrimenti si spaventano e dicono che sei ammalato.
- Vuoi una scodella di minestra da noi? - mi disse come saluto la
vecchia amica.
- Peccato che non ci siano le tagliatelle. Ma i fagioli non mancano,
e nemmeno la zucca - soggiunse Toni. - E dopo ti faccio la lippa.
Quante lippe m'aveva confezionato Toni quando veniva nell'aia della
cascina a parlare e fumare il quarto di toscano con mio nonno, con quella
sua roncola che portava sempre appesa sulla natica sinistra! Erano lippe
così appuntite e ben bilanciate che bastava anche una lieve pressione del
bastone per farle saltare in alto, nella posizione ideale per essere colpite
di rimando e gettate lontano. Sorrise Toni ricordando quei tempi.
- Non siamo più nella stagione della lippa - dissi. -Ma a una lippa come la sa fare Toni non si può dire di no, nemmeno alla vigilia di
natale con tutta questa neve in giro.
- Già, è una buona serata per i ceci - disse Toni.
- Ma almeno un po' più da cristiano ti dovrai comportare stasera, se
vuoi andare alla messa dell'aurora con le tue gambe - fu pronta la Cecina.
Il vecchio mi strizzò l'occhio, come per dire che certe cose le donne
non le potevano capire.
- Vieni anche tu alla messa dell'aurora? - mi chiese la Cecina.
- Ci andiamo tutti - risposi - ma stasera ceneremo insieme. Sono
venuto appunto per invitarvi.
- Io debbo lavorare questa sera - si scusò Toni.
- Ci puoi andare anche dopo, nelle osterie - lo rimproverò la Cecina. - Sì, veniamo.
Il pomeriggio lo passai fra l'aia, la cucina e il pianoforte. Nell'aia c'era
da preparare la legna per qualche giorno, il fieno sotto il barchessale almeno
per i due giorni di festa, fare posto alla nuova neve che sarebbe scesa
prima di sera. In cucina volevo aiutare mia madre, ma riuscivo solo a mettere
legna nel camino e sollecitare i pezzi di gelso che lentamente bruciavano,
50
perché sprigionassero faville e fiammate improvvise. Andavo al pianoforte,
suonavo un preludio e poi ritornavo nell'aia. Andavo e venivo,
quasi mi mancasse la terra sotto i piedi, avrebbe detto mio padre. Da ultimo
presi la decisione che quell'andare e venire continuamente rimandava.
Mi sedetti alla finestra della cucina e apersi la bibbia. Immaginai l'itinerario
che tu avresti compiuto fra quelle pagine, seduto al tavolino della
tua cella. Dalla profezia alla realtà, e poi a una nuova attesa. La Parola che
s'incarnava, il Dio con noi; e la risposta nel saper cogliere questa incarnazione
di salvezza nella vita, cose, avvenimenti. Tu a mezzanotte, e io al
mattino presto avremmo realizzato insieme tutto questo, senza vedere
nulla. Forse era la coscienza del non vedere a spingermi, irrequieto,
dall'aia alla cucina e al pianoforte. Ma che c'era da vedere? Tu, su libri riservati,
le note del Christus natus est nobis che per otto volte introducevano,
spezzavano e chiudevano la salmodia dell'invitatorio; seguite dal
canto dei responsori sui quali riposavano, per riprendere slancio, i testi
d'Isaia e di Leone Magno. E poi, a mezzanotte esatta, ancora le note
del Dominus dixit ad me dell'introito, mentre gli accoliti, i ministri e
l'abate sarebbero sfilati dalla sacrestia al presbiterio, coi pesanti paramenti
bianchi trapuntati d'oro e il turibolo carico di braci impazienti
di consumare, voraci, il primo cucchiaino d'incenso. E io, un presepe
che, all'alba, si sarebbe debolmente illuminato, fra qualche lucetta rossa
dei fuochi dei pastori, le lampadine delle stelle infìsse nello sfondo
blu e la luce azzurra della capanna, e centinaia di teste che vi erano rivolte
dai banchi della chiesa, prendendo nella loro traiettoria anche
l'altare con l'arciprete, pure lui in ricchi paramenti bianchi. Tutto qui.
Non c'era altro da vedere. Oppure non ce n'era nemmeno bisogno,
perché ormai tutto era visione nell'incarnazione della Parola, mentre
mia madre arrotolava velocemente gli gnocchi sui denti della forchetta
per dare gioia anche alla Cecina e a Toni. Non poteva essere quell'umile
gesto lo splendido segno d'una risposta d'incarnazione che continuava?
Perché attendere altro quando avevo già tutto davanti agli occhi?
- Sembrate due remagi - disse mio padre mentre la Cecina e Toni
entravano in cucina dove la tavola era già preparata per il cenone.
Per prima la Cecina, portando il cartoccio dei ceci lessati, e dopo Toni,
su una mano la magnifica lippa, e nell'altra una teglia coperta da un
tovagliolo bianco.
- No, io faccio il cammello con la mia gobba - disse Toni ridendo
forte.
- Ma non d'acqua te la riempi, la gobba - lo rimbrottò la Cecina.
Presi la lippa con un'esclamazione di sorpresa. Fra le due estremità
appuntite e arrotondate, sul pezzetto di scorza verde del salice, Toni
aveva inciso con la punta della roncola le mie iniziali.
- Ci ha impiegato tutt'oggi, il Michelangelo - disse la Cecina con voce
che voleva sembrare ironica ma si capiva subito che era di compiacimento.
Durante il cenone fu lei soprattutto a parlare, ma Toni non voleva
essere da meno, man mano che mio padre gli riempiva, senza esagerare
troppo, il bicchiere. I ricordi della mia fanciullezza straripavano da
51
ogni espressione; e Piero era presente in quell'andare e venire di avvenimenti
che s'intrecciavano ormai senza date precise e si scioglievano
liberamente nell'intimità del cenone, per essere rivissuti nel presente.
- Ti ricordi? - e la Cecina si rivolgeva a mio padre.
- Ti ricordi? - e Toni guardava me o mia madre.
La Cecina e Toni, a turno, si beccavano, si contraddicevano, s'incaponivano
su qualche particolare.
- Tu vuoi sempre averla vinta.
- Ti dico che è così.
Sì, era così, non poteva essere che così. Ma non era come se fosse accaduto
ieri. Accadeva in quel momento. Si può dire che esiste un passato
quando un vecchio parla?
Mia madre ascoltava sorridendo. Pure per lei i ricordi dovevano essere
persone che s'aggiravano palpabili nella cucina; e sorrideva alla gioia che
usciva senza intoppi dalla bocca dei due vecchi amici. Toni parlò della
guerra. Di quell'altra, del Grappa, del Piave, delle sue gesta di bersagliere.
Anche mio padre aveva i suoi ricordi del Carso: - Non ci crederete, ma
certe notti sogno ancora quelle trincee con le granate che scoppiano...
S'accorse che mia madre non sorrideva più. Cercò di rimediare:
- Ma adesso non è più come una volta. Gli ospedali da campo sono
sicuri, attrezzati. Non si bombarda un ospedale da campo.
Mio padre non sapeva sugli ospedali da campo in Grecia niente di
più di quanto ne sapessimo noi; ma bastarono quelle parole perché mia
madre riprendesse il suo sorriso.
Al monastero vespro e piccola cena erano già finiti, anche la breve ricreazione.
Nessun ricordo nelle vostre conversazioni di vigilia. E poi la
mente e il cuore del monaco erano tutti presi dalla preparazione all'avvenimento
che avrebbe ripetuto fra le vecchie mura, una volta ancora,
il mistero invocato e realizzato sulle stesse note del canto gregoriano.
Forse eri nella tua cella. Forse all'organo, per preparare i pezzi della notte
e delle messe del giorno. Mi colsi su questi pensieri mentre mio padre
stappava la bottiglia del vino bianco e la Cecina tagliava la torta che aveva
fatto nel pomeriggio, mettendomi nel piatto la fetta più grossa.
- È anche la parte di Piero. Quando ritornerà, la tua parte la daremo
a lui.
Mia madre ebbe una parola per te: - Sarebbe stato bello che dom
Placido fosse rimasto stasera con noi.
Guardai l'orologio, il Longines che m'aveva regalato mio padre per
la maturità liceale. Erano le 21. Al monastero, compieta era già stata
recitata e, nel silenzio delle celle, nel brusio degli ultimi preparativi in
sacrestia, nei confessionali dove i padri di turno attendevano, fra una
pagina e l'altra del breviario, i penitenti ancora rari a quell'ora, si respirava
già l'aria di mattutino. L'anno precedente m'aveva colpito quello
spazio fra compieta e mattutino, per una vita che non si vedeva ma che
si sentiva solo frusciare come quando, se hai l'orecchio allenato, ti trovi
in una sera che annuncia l'estate seduto sul ciglio d'una roggia di fronte
al crepuscolo. Oh quell'ora fra la compieta del vecchio tempo e il mattutino
52
del nuovo, non più vecchia e non ancora nuova, come l'immagine
di un'umanità che sa spremere il nuovo dal vecchio!
Toni fece il brindisi. S'alzò in piedi. La mano che sollevava il bicchiere
a coppa gli tremava. La Cecina non voleva. - Mah, bisogna compatirlo.
- Compatirmi? E perché? Non sai che bisogna sempre fare un brindisi
in occasioni simili?
- Sì, Toni, un brindisi ci vuole - lo incoraggiò mia madre.
- Io dico che bisogna bere alla salute di Piero perché passi un buon
natale e venga presto a casa. E poi alla salute di tutti noi perché sia contento
di rivederci.
- Bravo, Toni, hai fatto un discorso da oratore - disse mio padre.
- È abituato, lui, ai discorsi quando lascia il guadagno dei ceci agli osti
- non si dette per vinta la Cecina. Poi continuò, e c'era adesso quasi
dolcezza nella voce: - Non andarci stasera, domani venderai il doppio.
Toni ammise che era piuttosto una sera da torrone che da ceci.
Al monastero non si pensava né al torrone né ai ceci. I monaci stavano
sfilando dalla sacrestia al coro nelle ampie cocolle pieghettate. Nella fila
avevi ripreso il tuo posto di professione, lasciando quello accanto al priore
che ti spettava come maestro dei novizi. Da ultimo veniva l'abate già
vestito degli abiti pontificali, con mitra e pastorale, pronto e sollecito a
pascere il suo piccolo gregge verso pascoli di note gregoriane e di pagine
profetiche, in rappresentanza dell'unico pastore che doveva guidare altra
gente fra ceci e desideri di torrone verso pallidi segni di vita eterna.
I vecchi amici se ne andarono: - Ci vediamo alla messa dell'aurora.
Grazie del cenone. Buon natale.
Mio padre andò alla stalla a riempire di fieno la mangiatoia. A mezzanotte
l'asino avrebbe dovuto capire che iniziava una festa straordinaria
anche per lui.
- Vieni a trovarmi qualche volta, la sera - mi disse l'arciprete dopo
la messa dell'aurora, quando andai in sacrestia per augurargli il buon
natale. - Non sempre i libri bastano a non sentirsi soli.
Fu il primo incontro d'una lunga serie, che m'introdusse in una familiarità
dove l'amicizia prendeva la forma, per quel vecchio prete, del
bisogno di sentire riflessa in me la sua capacità di vita, e per me di scoprire
un itinerario della Parola nei luoghi che mi videro crescere e
ch'egli custodiva per misterioso mandato.
- Vieni, t'aspettavo - m'accolse l'arciprete.
Si doveva essere nella settimana di natale, perché l'aria era ancora festiva
pur essendo annunciatrice di nuove feste.
- Non abbiamo ancora avuto modo d'incontrarci con un po' di
quiete. Te ne andasti via così all'improvviso... Non dico la gente, ma
nemmeno io me lo sarei potuto immaginare.
Era un velato rimprovero perché l'avevo avvertito della mia decisione
l'ultimo giorno, e ancora in una forma molto laconica?
- Mi perdoni, signor arciprete.
- Siediti. Prendi volentieri un caffè? Carmela, - alzò la voce verso
53
la cucina - un buon caffè per favore. Io prenderò un bicchiere di vino.
Alla mia età vale l'imperativo del poeta: Nullam sacra vite prius severìs
arborem...
Il tinello, che faceva anche da studio nella fredda stagione, era molto
semplice ma rivelava il gusto delle cose ordinate, messe sempre a quel
posto come nell'unico in cui avrebbero potuto esprimere completamente
la loro verità. A immaginare il parallelepipedo della vecchia radio
spostato in altra parte o il grammofono dalla grossa tromba in altro
angolo, non c'era più ordine. Forse la vita dell'arciprete era rispecchiata
in quell'ordine, come un campo di buona terra segnato da geometrici
filari di piante uguali, che la Parola aveva arato e seminato. Uno scaffale
accanto alla radio conteneva i libri di quotidiana lettura. Non molti.
Riuscii a scorgere, coricato e a portata di mano, il Nuovo Testamento
greco e latino del Merck, e poi la Divina Commedia, I Promessi Sposi,
Grazio, Virgilio, i suoi poeti latini, le poesie del Carducci nella bella
veste della Zanichelli. Sulle pareti le riproduzioni della Madonna col
Bambino di Andrea del Sarto e del particolare di Santa Cecilia di Raffaello.
Sul grammofono a manovella stava esaurendosi, fra qualche sussulto,
il preludio al terzo atto della Traviata.
L'arciprete depose con cura il disco nella sua custodia di carta color
nocciola: - Alla sera, quando non c'è buona musica o una commedia
alla radio, mi ascolto qualche disco. Verdi, caro, per me è il musicista
che ha interpretato meglio l'animo dell'uomo. Come vedi, sono fermo
ai vecchi gusti.
Parlò quasi sempre lui. Comperò la radio fra i primi, solo per godersi
qualche opera o commedia cui un prete non poteva direttamente assistere.
Poi venne per i preti la proibizione della radio, e la dovette nascondere
in soffitta per non incorrere in qualche sospensione.
- Tempi cambiati - sorrise. - Oggi un prete che non ha la radio
non è un buon patriota.
La proibizione della radio lo portò a quella della bicicletta: - Adesso
è consigliata ai fini del ministero.
Si stava uscendo dalla bufera del modernismo. A quei tempi insegnava
in seminario latino e greco. Materie non pericolose. Ma lui apprezzava anche
Fogazzaro e Carducci, e non ne faceva mistero. Si sparavano cannonate
allora anche-ai passeri. I suoi superiori, che lo stimavano, gli consigliarono
di concorrere per quella parrocchia che faceva gola a pochi; e poi a
nessuno, quando si seppe che lui vi concorreva, incoraggiato dai superiori.
La vocazione a parroco gliela aveva trasmessa involontariamente il
modernista Fogazzaro.
La voce dell'arciprete sembrava un po' triste. Ma poi, quasi gaiamente:
- Non credere che sia stato un sacrificato. A quei tempi si sparse tale
voce. Ancora oggi qualche amico della mia età, quando riprendiamo certi
discorsi, ne fa velati o scoperti accenni. Certo, nei primi anni è stata
dura. Ma qui, in questo borgo selvaggio, ho fatto straordinarie scoperte.
Ogni tanto centellinava dal suo bicchiere un piccolo sorso. Anche in
quel gesto c'erano ordine e misura.
54
- Ormai sono vecchio, la mia corsa può terminare da un momento
all'altro, l'ultimo porto può essere alla prossima insenatura; per questo
sento il bisogno di comunicare a qualcuno tali scoperte perché egli possa
continuare la sua corsa portando in sé un po' di me stesso. Forse non
dirò nulla d'importante per te. È difficile che le scoperte degli altri possano
interessare, almeno immediatamente. Ma più tardi, ricordandoti
di questo vecchio prete, potrai essere sostenuto dal pensiero che altri
prima di te hanno percorso la stessa strada, hanno cercato d'avventurarsi
nel mistero della vita con la volontà di non rimanere sopraffatti.
- Modernismo? Era la vita che continuava, a volte con strappi,
sbandamenti, audacie non bene calcolate, ma sempre vita. Un albero
non può conservare le sue prime foglie e i suoi primi frutti. I frutti sono
colti, le foglie cadono, e lasciano il posto a nuovi frutti, a nuove foglie.
Ma l'albero è sempre quello, nel suo bisogno di vita.
- Tieni a mente, caro, quello che ti dice il tuo vecchio arciprete. La
vita non la si può fermare. Se io ti parlo, è perché la vita ha la sua ultima
parola anche sulla morte. Ed è la mia stessa vita che continuerà in te
attraverso le mie parole, la vittoria della mia vita sulla morte che la vorrebbe
annientare.
Fossi stato presente a gustare anche tu quella sapienza che colava dalle
parole e dagli occhi chiari del mio arciprete! Tieni a mente, caro... diceva
l'arciprete; obsculta fili, affermava la regola... Un ascolto vero, che
fa tenere a mente quanto s'è udito, la Parola che deve essere conservata!
S'era fatto tardi.
- Oh, no, non mi hai fatto perdere la serata. Ho ritrovato parte di
me stesso. Sai, quella parte che è sempre talmente presente da dimenticarci
che esista. E spero che anche per te non sia passata invano. Forse
ti ho annoiato. Parlo, parlo, e mi dimentico che gli interessi degli altri
potrebbero essere diversi dai miei. Un vecchio diventa egoista quasi
senza accorgersene. Verrai ancora a trovarmi?
Ti dissi che quell'incontro fu il primo d'una lunga serie. Ma non voglio
anticipare nulla perché tu stesso, a tua insaputa, ne fosti progressivamente
coinvolto, cosicché non riesco bene a distinguere, a distanza di tanto tempo,
ciò che era il dono del mio arciprete dalla ricchezza che tu mi comunicavi
coi tuoi scrìtti e che io, in un certo senso, verificavo o consolidavo in quei
colloqui serali.
Dopo la neve della notte di natale, un freddo vento aveva spazzato via
ogni nube e ci aveva portato un sole pulito e tersissime stelle. Al mattino,
dopo il profondo cielo della notte, sembrava fosse nuovamente nevicato,
tanto la galaverna sfilacciava lunghe barbe, ornando di gioielli
scintillanti ai primi raggi del sole i rami delle piante e i fili della luce.
Qualche passero gettava nell'aria, ogni tanto, una manciata di quei gioielli
e si rifugiava, poi, con le penne rigonfie, su una gronda, osservando
timoroso il danno provocato.
Eravamo preoccupati del silenzio di Piero. Mio padre non andava
sull'argomento; mia madre non diceva nulla. Io, ogni mattina, all'ora
della postina, picconavo un po' di crosta ghiacciata sul portone, se mai
55
avessi potuto scorgere la sagoma nera, traballante sulla bicicletta, avvicinarsi
alla Campanella. Non dicevamo nulla, quasi per il tacito accordo
d'allontanare col silenzio una notizia di sventura.
Solo qualche giorno prima dell'epifania, forse il sabato, ci giunsero
notizie di Piero. La lettera era sgualcita, più cancellature d'inchiostro
violetto che parole leggibili. Riùscimmo a capire che l'ospedale era stato
spostato (questa forse la causa del ritardo delle notizie) e il numero
dei feriti aumentava continuamente per un'arma che non era stata presa
in considerazione prima: il congelamento. Alcune righe complete ci
dicevano che stava bene, che non dovessimo preoccuparci per lui, che
tutto si sarebbe risolto in bene e che non vedeva l'ora di venire a scaldarsi
al camino di casa. Ma che poteva essere successo dal giorno in cui
Piero aveva scritto fino a quel mattino di freddo tagliente?
- Dobbiamo subito spedirgli calze e maglie di lana - disse mia madre.
- Ho il presentimento che quelle che ha portato con sé se ne siano
volate via. Scrivigli subito che gliene mandiamo; ma che se ne tenga
qualche paio. Lo faccia per sua madre.
E andò di sopra ad aprire cassetti e armadi per racimolare quanta più
roba poteva.
- Nemmeno io avevo pensato al congelamento - disse scendendo
le scale con le braccia colme di roba. - Dovevo pensarci, povero Piero.
Per alcuni giorni, mia madre, durante il pranzo e la cena, ritornò sulla
sua sbadataggine per non aver pensato al pacco. Doveva immaginarsi, diceva,
che Piero avrebbe dato via tutto, se vedeva uno più bisognoso di lui.
- Ma non ha chiesto nulla. Non dice che all'ospedale c'è pericolo di
congelamento. Questa è una tua fantasia. Hai fatto bene a mandargli
il pacco, potrà servire anche ad altri; ma Piero ha la testa sulle spalle.
- Tu non lo conosci su questo punto. Gli hai visto qualche volta la
camicia con le righette rosa? Non ce l'ha più... E nemmeno il maglione
marrone che gli avevo fatto io. Dove sono andati a finire? gli domandai.
Sai mamma, un mio amico... i suoi genitori sono poveri...
Non era la prima volta, non è stata l'ultima. Io lo sento: Piero soffrirà
il freddo, si congelerà i piedi. Ha scritto che non vede l'ora di riscaldarsi
al camino. Al camino lui si scaldava sempre i piedi.
- Su quelle montagne farà freddo, se qui in pianura fa freddo. Ma
è una tua fantasia. Un medico se vuole curare gli altri deve curare prima
se stesso. È un suo dovere.
- Fosse così, - sospirava mia madre - ma io lo conosco.
Io non dicevo nulla. Anch'io conoscevo Piero. Non era capace di fare
un calcolo prima, quando vedeva che qualcuno aveva bisogno di lui. Piero
era cresciuto così; il fascino che esercitava su di me nasceva da qui. Ed
ero portato istintivamente ad approvare ogni sua scelta anche se, in analoghe
circostanze, mi sarei comportato diversamente. Quando decise di
rompere con la pratica religiosa, ne soffrii, non lo seguii, ma non riuscii
a disapprovarlo perché non s'era offuscato quell'aspetto che m'affascinava.
Piero, con la sua decisione, non era mutato. Udii un giorno mia madre
dire, come se parlasse tra sé: - Chissà come stanno veramente le cose!
56
Se Piero doveva cambiare, sarebbe stato meglio che avesse continuato
ad andare in chiesa chiudendo le sue mani bucate? Solo Dio sa...
La certezza di mia madre che Piero avesse bisogno d'indumenti di lana,
la sua fretta nello spedire il pacco, m'avevano riproposto la domanda
che prima avevo eluso: che cosa o chi lo sosteneva nel suo darsi agli
altri, quando lo stesso imperativo dell'amore di Dio era caduto?
In una di quelle sere ne parlai all'arciprete. Il discorso non era affatto
forzato perché davo notizie di Piero, comunicandogli anche, con un
sorriso, l'apprensione di mia madre. L'arciprete dimostrò di conoscere
Piero più di quanto i loro rapporti esterni potessero far immaginare.
- Per conoscere le persone, caro - rispose alla mia sorpresa - non
è necessario vivere loro accanto. È sufficiente volergli bene e cercare di
capire le loro reazioni e le loro scelte. Certo, è necessario volergli bene,
altrimenti non si capisce nulla. Non dico amarle, che è troppo impegnativo,
forse presuntuoso, ma volergli bene.
Anche qui l'arciprete manifestava quella misura che adoperava nel
bere al bicchiere o nel leggere un canto della Divina Commedia.
- Piero, ecco, io l'ho visto nascere, l'ho battezzato, gli ho fatto il catechismo,
è cresciuto lentamente, senza fretta, nel mio animo. Come è
capitato per te. Ho visto tuo padre quando cercava con lo sguardo tua
madre nei banchi delle giovani, durante la messa alta; li ho sposati. Come
si fa a non volervi bene? Non è necessario che voi ve ne accorgiate.
Se si cammina sulla stessa strada, si cresce insieme; e un prete, se non
sta attento a questa crescita, che senso potrebbe dare alla sua vita?
- Ma se la crescita non va secondo il suo desiderio? - gli chiesi.
- Vedi, caro, -ci sono dei tempi e dei modi di crescita che il prete
non conosce né può conoscere. Non deve provare nessuna amarezza se
non corrispondono ai suoi tempi. Il suo volere bene non sostituisce
l'amore di Dio. E qui bisogna proprio parlare d'amore. L'amore di Dio
conosce quello che c'è in Piero. Non posso fare altro che adorare questo
amore. L'amarezza e la delusione non sono indizi d'una buona adorazione.
Certo, certo - mi prevenne - ci può essere una sofferenza se
si constata un'infedeltà, secondo i nostri parametri, al dono di Dio, ma
mai amarezza o delusione. D'altra parte è la stessa sofferenza che proviamo
nel constatare la nostra infedeltà.
- L'abbandono della pratica religiosa le sembra infedeltà al dono di
Dio? - chiesi con un'apprensione che l'arciprete dovette notare.
- Scusa un momento.
Uscì, aperse qualche uscio inoltrandosi nel labirinto della canonica,
ritornò con una cartella legata con uno spago. Sciolse lentamente lo
spago, con ordine, fece passare fogli e piccoli notes e si fermò su un
quadernetto dalla copertina nera. Ne sfogliò velocemente alcune pagine,
altre con attenzione, finché fermò gli occhi su alcune righe.
- Ah, ecco, scrivevo questo quarant'anni fa. Ho sempre scritto qualcosa
ogni tanto, soprattutto in quei momenti in cui parlare sarebbe servito
a poco. Dunque, vediamo: «Mi si accusa di non dare importanza
alla pratica religiosa, d'insistere esclusivamente sull'adorazione in spirito
57
e verità perché ormai il tempio è stato distrutto e il velo squarciato.
Mi si accusa di trascurare l'appartenenza visibile a una chiesa visibile,
perché avrei detto che non saremo giudicati su questo ma su quanto
avremo fatto per dare da mangiare, da bere, da vestire a Cristo presente
nell'uomo. Se non fossero accuse, direi che, con qualche precisazione,
la penso esattamente così. Che cosa sarebbe una pratica religiosa se non
servisse al riconoscimento di Dio nell'uomo? Un puro ritualismo, che
troviamo in qualsiasi religione. Perché allora Cristo si sarebbe incarnato?
È l'uomo che ha bisogno, eventualmente, d'una pratica religiosa,
non Dio. Ma il riconoscimento di Dio nell'uomo deve necessariamente
passare attraverso una pratica religiosa? Un pezzo di pane, un bicchiere
d'acqua, un vestito non sono una pratica religiosa. Perché mi si
accusa? Non cerco anch'io la verità? Se ci volessimo bene non ci accuseremmo
ma ci sosterremmo nello stesso cammino».
- Vedi, caro, - proseguì l'arciprete chiudendo il quadernetto - in
quasi quarant'anni da quel giorno ho potuto riflettere sulle domande
che io stesso mi rivolgevo senza pormi in stato d'accusa. Potrei dirti che
oggi la realtà della chiesa ha acquistato una dimensione che prima mi
sfuggiva, senza la quale non si può capire il cristianesimo come messaggio
di misericordia. Ma di fronte a Piero che si sottrae alla pratica religiosa
e non ha incertezze nell'aiutare il prossimo togliendosi il vestito,
non ho ancora una risposta agli interrogativi di tanti anni fa. D'altra
parte, perché volere sempre dare delle risposte a ogni costo? Solo Dio
può averne senza incertezze. Ma fermarsi qui presuppone che si voglia
bene alla gente e la si riconosca amata da Dio. Altrimenti la si accusa.
Il suo discorrere era frequentemente interrotto da brevi silenzi, come
se il vecchio prete cercasse un termine nascosto dall'affluire tumultuoso
dei ricordi. - Ti ho forse un poco scandalizzato? Un prete non dovrebbe
mai avventurarsi nell'ignoto. La sua funzione è quella di rimanere
col suo gregge su terreno sicuro, anche se a volte lo spazio può
sembrare angusto. Ma è più facile frenare la carne che lo spirito, perché
la carne è sempre più debole, oppone meno resistenze. Non ti sei scandalizzato,
vero? Oltretutto è Dio che ci ha dato un cuore inquieto, mai
sazio di scavare. Il cuore s'acquieta solo in lui.
- Potessi fare anch'io il suo cammino, signor arciprete - risposi
con slancio. - Dove lei è arrivato, il cuore inquieto è già in pace.
- Grazie, sapevo che m'avresti capito. Sì, sono in pace.
Piero non ricevette mai il pacco degli indumenti di lana. Dopo una
decina di giorni dalla lettera, ci era arrivata una cartolina postale in cui
accennava a una possibile licenza.
- Una licenza in questi tempi? - si lasciò scappare mio padre. - Ma
certo, - aggiunse subito, vedendo la sua donna ansiosa - anche nella
guerra del '15 Ogni tanto se ne davano.
Da giorni correva voce in paese di soldati rimpatriati dalla Grecia per
congelamento, che erano ricoverati nell'ospedale militare della città.
Dopo quella cartolina, mia madre non ebbe più dubbi: - Piero ha i
piedi congelati, la colpa è mia, dovevo pensarci.
58
Poi il maresciallo dei carabinieri era giunto alla Campanella con un
fonogramma: Piero era stato ricoverato nell'ospedale militare della città
per congelamento agli arti inferiori. Era di mattino presto.
- Chiedi a Toni se può venire a dare un'occhiata alla stalla - mi
disse mia madre.
Mio padre in silenzio andò ad attaccare il cavallo. Con Toni arrivò
anche la Cecina con un cartoccio di ceci ancora caldi.
- Oggi deve passare lo stracciaio - si rivolse mia madre alla Cecina.
- Digli che vada subito da Maria, poi mi sdebiterò.
Era già sul barroccio. Si ricordò dell'anello di santa Lucia, ma disse
che aveva dimenticato il fazzoletto.
La notizia che Piero si trovava all'ospedale coi piedi congelati era già
corsa in paese quando l'attraversammo in barroccio. Il maresciallo, per
quell'insolito giro a un'insolita ora, aveva destato la curiosità della gente
che, dalle finestre e dalle cantonate, aveva osservato il tragitto che
compiva; e lui, assolta la missione, non era più tenuto al segreto.
- Sì, è il dottorino. No, non deve essere grave. La comunicazione
non era urgente - (ce lo riferì poi la Cecina; la gente parlava così dal
bottegaio quando vi andò a fare la spesa). Capimmo che la notizia era
già corsa perché qualche donna era sull'uscio di casa e ci salutava. Mia
madre era avvolta nello scialle nero e teneva gli occhi abbassati.
L'ospedale militare era stato ricavato in fretta da due ali di un grande
istituto religioso. Il lungo corridoio che dava sulla stanza riservata agli
ufficiali era illuminato da grandi finestre con tende bianche che sentivano
ancora di ferro da stiro. Dalla stanza stava uscendo una suora. Ci
fece cenno d'attendere.
- E' suor Giuseppina - esclamò sorpresa mia madre.
La suora ebbe un momento d'incertezza. Poi il volto si distese nel sorriso.
S'erano riconosciute. Pensai che avesse l'età di mia madre. Le guardai
istintivamente le mani che reggevano una bacinella. La loro morbidezza
e il loro biancore non potevano nascondere quella forza che si
nota dalla larghezza del palmo e che è propria alle donne contadine. La
suora guardò mio padre. Si sorrisero. Mio padre arrossì leggermente.
- E' tuo figlio? - domandò la suora indicandomi.
- Sì, e l'altro è là dentro - rispose mia madre.
- Il dottore... il sottotenente Piero...?
- Come sta? - domandò ansiosa mia madre.
- Sta' tranquilla, andrà tutto bene. Tra poco uscirà il maggiore medico,
e potrete avere notizie più precise. Ma adesso debbo andare, ci rivedremo
dopo.
Suor Giuseppina s'allontanò con passo leggero e sicuro nel corridoio.
- L'avresti riconosciuta?
- S'è fatta donna - rispose mio padre.
- Era partita quando ci sposammo - si rivolse a me mia madre. - I
confetti glieli abbiamo mandati quando l'arciprete andò alla cerimonia
dei voti. Io stavo aspettando Piero. Non è più ritornata al paese.
Usciva intanto il maggiore medico seguito da altri due ufficiali medici.
59
- Chiamalo maggiore - fece appena in tempo mio padre a bisbigliare
alla sua donna.
- Signor maggiore, sono la mamma del sottotenente medico Piero...
- Sottotenente? - sorrise il maggiore. - È tenente, promosso sul
campo, il nostro eroe. Io non dico... Ma un medico che si fa congelare
i piedi vuol proprio fare l'eroe, a meno che non voglia superare san
Martino...
- La colpa è mia, signor maggiore - disse sommessamente mia madre.
- Io...
- Ah, è lei che ha insegnato al tenente a fare san Martino? - riprese
il maggiore che, evidentemente, provava gusto a lasciare il cuore sospeso
quando c'erano buone notizie da dare. Gli altri due medici sorridevano,
ma mio padre sembrava piuttosto seccato.
- In campagna - disse - si conosce san Martino perché è il giorno
dei traslochi dei salariati. Mio figlio non....
- Piero non ha colpa - continuò mia madre più sicura. - Io lo
conosco. Dovevo pensarci a mandargli più calze e maglie di lana. Stava
per piangere? - Guarirà, signor maggiore?
- Con un po' di pazienza i piedi glieli metteremo a posto. Quanto
alla testa...
- Ha congelato anche la testa? Voglio dire, è ferito anche alla testa? chiese mio padre, talmente confuso da non sapere, come avrebbe confessato
ricordando quei momenti, che cosa diceva.
Il maggiore scoppiò a ridere, e fu un sollievo per tutti.
- Insomma, non ha ancora capito che se fossi suo padre ne andrei
orgoglioso? Mille volte meglio essere promossi tenente per avere salvato
della gente che per averla ammazzata.
Si rifece serio: - Anch'io ho un figlio laggiù, anche lui tenente medico.
Piero guarirà perfettamente. Entrate ora. Oggi potete rimanere
quanto volete. Ma da domani dovete rispettare gli orari.
Ci diede la mano. Stringendo quella di mio padre, che aveva ripreso
la sua sicurezza, ebbe quasi un'irrigidimento d'attenti. Mia madre potè
finalmente asciugarsi gli occhi e continuava a ripetere, guardando ora
il maggiore ora gli altri due medici: - Grazie, grazie.
Era una stanzetta a quattro letti. Mia madre si buttò su quello di Piero.
Per qualche secondo vedemmo solo il suo scialle nero e il gonfiore
dell'archetto all'altezza dei piedi. Poi lo scialle si sollevò, e il riso di gioia
di Piero ci giunse misericordioso ad asciugare le nostre lacrime.
Mio padre e io ripartimmo quasi subito. Sarei poi ritornato al pomeriggio
a riprendere mia madre in treno. Passando vicino al negozio delle
sementi, mio padre non so quanti acquisti fece ancora per l'orto.
- Sarà lunga per Piero, - precorse la mia meraviglia - gli dovremo
portare molta verdura e uova.
La neve stagnava sulla campagna, ma già s'intravedeva la terra lungo
le coste delle rogge e attorno alle piante. La linfa avrebbe ripreso a scorrere
negli alberi e nei piedi di Piero. Mio padre schioccava la frusta ogni
tanto, ma senza nessuna ragione. Il cavallo trottava regolarmente sullo
60
stradone asfaltato senza più traccia di neve e spostava di un metro indietro
la sua ombra. Forse mio padre sottolineava i suoi pensieri a colpi
di frusta. Guardava ogni tanto la campagna, alzava in alto la testa per
chinarsi subito sulle redini. Mi chiese all'improvviso: - Ma che cos'è
questa faccenda di san Martino?
Gli raccontai la leggenda del mantello diviso a metà con un povero.
La spada divideva a metà il mantello, e la Parola penetrava come spada
affilata nelle giunture delle ossa, fra vene e tendini, e aveva silenziosamente
gonfiato i piedi di Piero come segno della propria presenza.
Deus carità est, homo caritas est, che differenza ci poteva essere? I mostruosi
piedi di Piero non erano una conferma della nuova alleanza fra
Dio e la carne dell'uomo, operata in un amore che non comportava
nessuna distinzione?
- Non conoscevo questa storia. Ho fatto la figura dell'ignorante.
Toni sentì a distanza il campanello di santa Lucia, ed era sul portone
ad aspettarci. Volle sapere tutto prima ancora che scendessimo dal barroccio,
e batteva le mani sullo stesso ritmo dei piedi: il suo solito modo
per dire che era contento.
- Andiamo a bere, Toni.
- Alla salute di Piero - e alzò il bicchiere come alla fine del cenone,
ma la mano gli tremava di più. - Alla salute... L'ho sempre detto
io... - ma non terminò la frase. Si fregò energicamente il naso col
dorso della mano e riuscì a far deviare le lacrime dagli occhi alla gola,
insaporando così d'un nuovo gusto quel frizzantino che sembrava spremuto
apposta per prolungare alleanze di pace nella carne degli uomini.
- Fermati con noi a mangiare un boccone - gli disse mio padre.
-A questo vino non si può dire di no. Vado ad avvertire la mia vecchia.
Rintuzzai il fuoco. Cominciai a tagliare le fette di polenta per metterle
nel treppiede ad abbrustolire.
- Da tempo tua madre mi dice di scartare questo tabarro. È un po'
sciupato ma a Toni farebbe comodo. Tiene sempre più caldo del suo disse mio padre appena uscito Toni.
«Vuoi fare anche tu più di san Martino?» fui lì lì per intervenire, ma mi
trattenni a tempo. Mio padre non gradiva affatto che gli si scoprissero
pensieri di bontà; erano cose da donne. Forse mia madre gli aveva detto
che era ora di scartare quel tabarro; ma il tabarro non era affatto sciupato.
Con Toni arrivò anche la Cecina portando la pentola della minestra
appena tolta dal fuoco.
- Cecina, tu arrivi sempre a tutto - le dissi. La vecchia sorrise e cominciò
a preparare la tavola, in silenzio.
Al pomeriggio, accanto al letto di Piero, trovai Maria. Nostra madre
era andata nella cappella dell'istituto con suor Giuseppina per pregare.
Maria mi venne incontro raggiante, mi prese sotto il braccio e m'accompagnò
al letto di Piero: - E proprio tuo fratello - gli disse. E alzò
la mano dell'anello coi due brillantini. Piero aveva gli occhi lucidi.
A quell'ora Toni stava probabilmente facendo un breve giro delle
osterie non per vendere ceci ma per gustare l'inusitato tepore del tabarro.
61
Col giubbone foderato di lana di pecora, rimanevo davanti a Piero,
spoglio come il palmo d'una mano.
- Non mi hai mostrato i piedi - gli dissi.
- E necessario? Con tutte le bende che ho attorno vedresti solo due
ceppi d'albero dipinti di bianco.
No, non era necessario. Gli itinerari della Parola debbono rimanere
nascosti.
Entrò nostra madre. Dalla mattina il suo volto s'era trasformato. Sorrise
agli altri feriti e depose sul loro comodino un sacchetto d'arance.
- Suor Giuseppina ti fa pregare troppo, non ritornavi più - le disse
Piero.
- Non ti ho lasciato solo - e strinse a sé Maria. - E poi non sono
sempre stata in chiesa. Ho fatto due passi fuori, con suor Giuseppina.
È rimasta quella di una volta. Dal fruttivendolo abbiamo perfino mangiato
un pezzo di pattona.
- E a me niente?
- Credi che abbia dimenticato i tuoi gusti?
Si rivolse a Maria: - I gusti di Piero sono rimasti quelli di ragazzo,
almeno per quanto riguarda il castagnaccio - e la strinse ancora a sé.
Era felice.
Dalla finestra vedemmo un sole smisurato fra le grate dei rami di tiglio.
- Il sole scompare presto in questa stagione, e tu Maria devi fare
tanta strada in bicicletta. Meglio che andiamo.
Quando fummo sul treno, rannicchiati su una panchina di legno in
fondo al vagone che faceva entrare aria fredda da ogni sconnessa finestrella,
chiesi a mia madre: - Hai saputo qualcosa di più preciso sul
congelamento?
- Quando l'ho chiesto a Piero, lui s'è messo a ridere: perché faceva
freddo, perché molti s'erano congelati e più gravemente di lui... Ma
suor Giuseppina m'ha spiegato tutto. Con lui sono arrivati alcuni feriti
che Piero aveva curato nell'ospedale da campo, e le notizie suor Giuseppina
le ha avute direttamente. Quando Piero non stette più in piedi
e gli dovettero tagliare con la baionetta gli stivali, videro che attorno ai
piedi aveva degli stracci. Le sue calze di lana le aveva date via senza che
nessuno sospettasse che erano sue. Pensavano che le trovasse nei pacchi
della croce rossa. E di maglie gli erano rimaste solo quelle due che aveva
addosso. Me lo sentivo dentro, dovevo pensarci prima.
- Ne avrebbe date via di più. Sarebbe stato lo stesso.
- Sì sì, è segnato. Non può vedere un uomo che soffre, s'immedesima
e non riesce a star tranquillo finché non l'ha visto stare meglio. S'è
fatto medico per questo.
- Te l'ha detto lui?
- Non c'è bisogno che me lo dica. Lo so. E segnato. E non assomiglia
né a tuo padre né a me. Noi siamo più prudenti.
- Suor Giuseppina ti ha detto anche il motivo della promozione a
tenente?
- Le calze non c'entrano. S'era offerto volontario a passare una notte
62
fuori dell'ospedale da campo a curare dei feriti che non potevano essere
trasportati perché tutt'attorno era un inferno di bombe. Lo trovarono al
mattino coi piedi gonfi e il suo cappotto che proteggeva dal gelo un ferito.
Anche lui fu trasportato in barella. Dicono che il colonnello, venuto
a conoscenza dell'accaduto, l'abbia proposto anche per la medaglia.
- E Piero non t'ha detto nulla?
- Non conosci ancora tuo fratello? Te l'ho già detto, è un segnato. E
i segnati fanno le cose non per raccontarle ma perché non possono fare
altrimenti. Per loro non c'è niente di straordinario. È tutto normale.
- Ti ha detto altro suor Giuseppina? - insistetti.
Mia madre arrossì un poco: - Sai, suor Giuseppina è rimasta come
quando era ragazza. S'entusiasma facilmente, vede grande dappertutto.
- E allora?
- Allora m'ha detto: Piero è un santo. Solo i santi fanno di queste
cose. No, le risposi, Piero è un bravo ragazzo, ha un cuore che non è
suo, ma non è un santo. Da qualche anno non mette più piede in chiesa.
Possibile? mi fa lei. Eppure queste cose le compiono solamente i
santi. Ma non ha ceduto, sai! E rimasta proprio come quand'era ragazza.
Se aveva detto una cosa, era quella; non la cambiavi nemmeno se le
facevi vedere il bastone.
- E non ha cambiato nemmeno sul conto di Piero?
- Non dirlo a nessuno, ha continuato, perché non è proprio un discorso
da suora. Ma io penso che quelle cose le fanno solamente i santi.
Vuol dire che ci sono dei santi che non vanno in chiesa. Che ne sappiamo
noi? Ah, se mi sentisse la madre superiora! Direbbe che sono ammattita.
E si mise a ridere di gusto. Proprio come quando era ragazza.
- E tu che ne pensi, mamma?
- Preferirei che Piero andasse in chiesa e che rimanesse così com'è.
Il treno aveva già fatto due fermate. La terza sarebbe stata la nostra.
- Papà ha dato a Toni il tabarro.
- Davvero? Sono proprio contenta. Oggi è stata una giornata straordinaria.
Ho sbagliato a dire che Piero non aveva preso da suo padre.
Alla stazioncina del paese, il barroccio ci stava aspettando. Impugnai
io le redini. Per tutto il tragitto mio padre diede il braccio alla sua donna,
anche questo un fatto piuttosto straordinario. Ad attenderci alla
Campanella c'erano Toni, la Cecina e, seduto all'angolo del camino,
intabarrato e col tricorno calcato in testa, l'arciprete. L'arciprete aveva
già cenato, saltò il rosario in chiesa e stette con noi fino a tardi. Si fece
raccontare tutto, con ordine. Mia madre non seguiva sempre i passaggi
con ordine, e lui sembrava l'antico professore che volesse dal discepolo,
chiamato alla cattedra, il discorso ben ordinato. Faceva domande, insisteva
su un vuoto perché niente andasse perduto. Mentre cenavamo
(la Cecina ci aveva fatto la polenta) era rimasto nell'angolo centellinando
il bicchiere di vino. Ne aveva prima aspirato il profumo, lentamente,
aveva sollevato il bicchiere contro luce, se l'era ancora passato sotto
le ampie narici. Toni, tutto curvo nel suo nuovo tabarro, batteva le mani
in combutta coi piedi. Volle dire la sua: - Questo è un vino che in
63
città non sanno che cosa sia. Un vino da messa!
La Cecina gli diede un'occhiata da fulminarlo, ma si trattenne perché
c'era l'arciprete.
Mia madre, nel suo racconto, aveva omesso il commento di suor
Giuseppina. Ma io, impietosamente, feci intendere all'arciprete che era
stato tralasciato qualcosa. Mia madre mi fece un volto severo ma i suoi
occhi ridevano. E l'arciprete: - Non ti sei dimenticata qualche particolare,
Benedetta? - come l'antico professore che, a conclusione
dell'interrogazione, voleva anche la forma dorica del verbo irregolare.
- Ci siamo fatte qualche confidenza.
- Se riguarda Piero, e immagino in bene, ce la puoi comunicare.
In breve, mia madre, e non so se proprio a malincuore, dovette raccontare
l'entusiasmo di suor Giuseppina per quel tipo di santità che
non avrebbe trovato posto nelle nicchie della chiesa.
Toni aveva ripreso a battere le mani facendo ondeggiare le falde del
tabarro di san Martino.
- Guardatelo, - disse la Cecina scrollando la testa - sembra che
sia lui il santo perché conosce solo la strada delle osterie. Ma Piero è
un'altra cosa.
- Lo so. Ma Piero mi capisce. Piero non mi direbbe mai che conosco
solo la strada delle osterie perché non vado in chiesa.
L'arciprete sorrideva a quella scaramuccia.
- Stasera siamo tutti contenti. E quando si è contenti, ciò che si dice
è diverso, viene facilmente perdonato se ha bisogno d'essere perdonato.
Accompagnai a casa l'arciprete. Gli camminavo a fianco, pronto a sostenerlo
se il suo piede, nel buio, avesse inciampato contro qualche
spuntone di ghiaccio. Gli avrei dato volentieri il braccio, ma sarebbe
stato un gesto di troppa confidenza. Forse, in quella sera tarda, l'arciprete
l'avrebbe desiderato, perché quando si è contenti si perdonano
facilmente molte cose, anche un gesto di troppa confidenza.
- Hai visto stasera che cos'è la misericordia - mi disseTi . entra
talmente nel cuore per le vie ordinarie del sangue che non sembra più
nemmeno misericordia. Credi che sia la tua vita, nemmeno più un dono.
Solo dopo, con in bocca ancora il suo sapore, t'accorgi che era la
misericordia.
Da poco tu l'avevi scoperta attraverso l'incontro con quella donna.
Ma per l'arciprete la misericordia quella sera non era più una scoperta:
era un dono ricevuto chissà attraverso quale avvenimento; e ora gli circolava
pacificamente nel sangue. Non c'è bisogno di sentire il sapore
del sangue per comprendere che è il sangue a mantenerci in vita.
- Suor Giuseppina - continuò - ha espresso in due parole quello
che volevo dirti sere fa, quando mi parlasti del pacco che tua madre
aveva spedito a Piero. Solo che io non avrei usato il termine santità. È
una parola che mi mette addosso quasi paura, e la lascio volentieri a
Dio: Tu solus sanctus... Io sono un uomo mediocre, che sta nel mezzo;
voglio sperare che non sia il giusto mezzo dei critici del cardinal Federigo,
che assomigli laurea mediocrità! degli antichi, per intenderci.
64
Ma suor Giuseppina è rimasta un'entusiasta, come ha detto tua madre.
Sai che ha fatto arrossire tuo padre da giovanotto, dicendogli che era
un timido? Suor Giuseppina, invece, nessuno la fermava. La gente si
meravigliò quando si fece suora, non l'aveva capita.
E sulla soglia dell'uscio: - Entra a bere un caffè. Non è poi molto
tardi, e alla Campanella Toni non ha certamente voglia d'andare a letto
quando è stato tanto in silenzio perché io gli mettevo soggezione.
Tutto questo avveniva mentre tu, dopo una sosta al monastero più
lunga del previsto, avevi ripreso a Roma lo studio e la ricerca. M'avevi
scritto il giorno dell'Epifania una cartolina:
«Dovrei ripartire domani, ma, d'accordo col padre abate, ho rimandato
all'altro lunedì. Non è che mi sia riabituato al nostro monastero:
non me ne sono mai staccato. È come respirare l'aria della grande cucina
di casa tua, in una continua vigilia che si risolve senza interruzioni
in festa». La cartolina, che ora ho davanti a me, porta la veduta del monastero
dall'alto delle colline, dalla parte della Crocetta.
Lessi a mia madre le tue parole: - Vuol dire che si sente a casa sua.
La cucina è un po' tutta la casa - fu il suo commento. Ricordo che
provai, e forse per l'ultima volta (giacché quando ribussai al monastero
non fu certamente perché ne sentivo gusto), una rinnovata attrattiva
verso la vita monastica. A volte basta così poco per innescare nell'animo
delle reazioni che si credevano esaurite! Bastano anche solo parole
come vigilia e festa. Se guardavo al mio animo, non mi era fatica immaginare
ciò che accadeva nel tuo: il monastero doveva agire su di te
allo stesso modo che la cucina su mia madre. Nei due luoghi la vita acquista
l'ordinato svolgimento d'un rito. L'accendere il fuoco a una data
ora, mettere l'acqua a bollire nel paiolo della polenta quando il sole
spatola l'ultimo suotcolore sulla linea dell'orizzonte, togliere le braci
per gli scaldini solo quando si è certi di non sguarnire l'arola, danno
senso alle ore di prima, e di dopo, quanto un'ora del divino ufficio scaglionata
durante la giornata. Eppure sentivo che nel tuo rimandare la
partenza come nell'attrattiva verso il monastero, che di nuovo sperimentavo,
poteva nascondersi la tentazione di rimanere al riparo fra solide
mura e abbandonare l'avventura, nella quale, pur su strade diverse,
un avvenimento comune, non provocato da noi, ci aveva immessi.
Ti avevo scritto qualcosa di simile, dopo averti dato ampie notizie di
Piero. Le nostre lettere s'incrociarono perché quella che ho tra le mani, la
prima dal tuo rientro in Roma, porta la data del 20 gennaio. Dopo avermi
chiesto di Piero e ricordato i giorni nella casa di mio padre, continuavi:
«Una scusa banale servì per ottenere dall'abate l'autorizzazione a rimanere
ancora una settimana al monastero. L'abate me la concesse quasi
s'aspettasse la mia richiesta, e ignorò la motivazione che gli avevo addotta.
Mi sono rimesso al dovere dello studio e della ricerca alla solita ora e nella
solita chiesa. Il sacrestano m'ha rivisto volentieri. Temeva che non fossi
più ritornato a Roma, dato il mio ritardo non previsto. Mi disse che coi
monaci c'era da aspettarsi di tutto perché sono come i soldati: debbono
65
andare o stare come vuole chi comanda! C'era anche quella donna. Nella
settimana della mia assenza imprevista so che è passata dalla chiesa alla solita
ora. Questa sua ostinata presenza, che avevo già accettato come un elemento
della mia quotidianità, riprende a turbarmi, proprio perché sta
perdendo la sua caratteristica di quotidianità. Il pensiero di lei, infatti, che
s'inserisce sottilmente ma anche di prepotenza nella mia vita, comincia ad
affiorare nei momenti più vari della giornata; ciò mi inquieta non appena
me ne rendo conto. Nell'intermezzo natalizio al monastero, il suo ricordo
riemergeva a volte, ma quietamente, come d'incontro anonimo in rappresentanza
di storie d'umanità, per essere riassorbito nell'accettazione d'una
signoria della Parola onnicomprensiva della mia e della storia d'ogni uomo.
Forse ora il turbamento nasce dalla sensazione che sto personalizzando
la storia di questa donna in rapporto alla mia, poiché provo il desiderio
di conoscerla, quasi che, in tale modo, possa meglio conoscere la mia. Se
un novizio mi avesse manifestato una situazione analoga, probabilmente
non avrei avuto dubbi nel metterlo in guardia contro possibili sbavature
del suo animo. Ma, in causa propria, è molto diffìcile cogliere il vero significato
di certi sentimenti. La sola cosa che oggi mi importa è di non
lasciarmi catturare dai fantasmi che s'aggirano nell'aria di mezzogiorno».
Mia madre non voleva più ripetere l'esperienza delle calze e delle maglie.
Per ogni uovo che Piero doveva bere, bisognava aggiungerne altre
per i suoi tre compagni di stanza. Le galline furono messe a regime intensivo
con molta farina gialla nel pastone, e ogni tanto le successive
decane del pollaio prendevano la via della pentola, perché alle uova bisognava
aggiungere parti di pollo, naturalmente tenendo conto che
Piero non era solo in stanza.
Così i primi pulcini della stagione che la pollivendola riuscì a racimolare
furono per mia madre, assieme a certe uova da cova garantite al cento
per cento, giurava la pollivendola. In quei giorni due galline manifestarono
tutt'a un tratto la loro vocazione allo stato di quiete, cosicché mia
madre non dovette attendere per provare se la pollivendola avesse detto
il vero. Riempì due panieri di paglia, li sistemò nell'angolo più protetto
del fienile, vi mise sopra le due chiocce con dodici uova ciascuna, e attese
che il calore delle piume, regolato con equanimità, facesse il resto.
Con la luna propizia (era la luna piena? non ricordo), una sera mi disse:
- Andiamo a controllare quanti traditori ci sono.
Prese una candela, fece scendere dal nido le chiocce riluttanti e cominciò,
con delicatezza, a sperare le uova contro la candela.
- Questo è buono, anche questo...
L'uovo opponeva al lume della candela una massa scura.
- Buono, buono... Ah, ecco Giuda.
L'uovo sembrava riempito d'acqua. La luce l'attraversava con un alone
rosato. Su ventiquattro uova solo tre avevano tradito.
- Mi posso accontentare - concluse.
In quei giorni mia madre sembrava che avesse anticipato d'un mese
la primavera. Al mattino, aprendo di slancio le imposte non appena i
primi raggi del sole trasformavano in brillanti la brina dei tetti, intonava
66
le sue antiche canzoni. E cantava ancora quando toglieva la rastrelliera
al pollaio e le galline si precipitavano starnazzando sull'aia attorno
ai due catini- di pastone. Mio padre non cantava. Il canto era bagaglio
del suo pudore. Si limitava a fischiettare sommessamente le stesse canzoni
di mia madre quando gli sembrava che nessuno lo potesse udire.
Toni, uscendo di casa, invece di piegare a dritta per la piazza, aveva ripreso
a frequentare l'aia come ai tempi del nonno, con l'immancabile
roncola che gli sobbalzava sulla natica sinistra, e, senza dire nulla, individuava
quei lavorucci che bisognava fare nell'aia, sotto il barchessale, nell'orto, perché la primavera trovasse tutto in ordine e non perdesse
tempo nella sua fretta a dare una mano di verde a tutto. Se stavo
svolgendo io il lavoro che aveva individuato, mi si avvicinava, mi toglieva
di mano l'arnese e mi diceva: -Tuo nonno faceva così, tuo
nonno era un artista.
L'arciprete, col dischiudersi della stagione, aveva ripreso, ben intabarrato,
la sua passeggiata quotidiana verso i campi. In una giornata
senza cenno di vento e con un cielo che il sole moltiplicava di profondità,
arrivò fino alla Campanella. Da diverse sere non lo vedevo perché
l'orto, al termine d'una giornata in cui la vanga gli stava preparando la
pelle nuova, mi piegava le ginocchia e m'indolenziva le spalle ancora
mezzo monastiche e del tutto invernali. Stavo trasportando una carretta
di concime dalla stalla all'orto. Gli era uscita incontro mia madre,
asciugandosi le mani nel grembiule: - Oh, signor arciprete, entri...
c'è un po' di disordine ma il fuoco è acceso.
Scaricai il concime nell'orto e mi concessi un po' di riposo entrando
anch'io in casa. Parlavano naturalmente di Piero, dei suoi piedi che stavano
vincendo la cancrena ma che avevano ancora bisogno di riposo,
della bontà di suor Giuseppina che, ogni tanto, privilegiava la stanza di
Piero, della cordialità del maggiore, dell'allegria contagiosa di Piero in
gara con quella di suor Giuseppina...
- Suor Giuseppina mi dice sempre di salutarla, signor arciprete.
- E Piero?
- Quando gli dissi che lei era venuto alla Campanella, la sera, per
avere sue notizie, stette un po' in silenzio, poi volle che gli parlassi di
lei. Anche l'altro giorno, ai saluti di suor Giuseppina aggiunse i suoi.
Ma sa, signor arciprete, sono sempre tanto presa che mi manca il tempo
di fare il mio dovere portandole tutti questi saluti...
- L'importante è che Piero stia bene. Anzi, - e si rivolse a mese
il tempo si mantiene e se mi riservi un posto sul barroccio, uno di questi
giorni vengo anch'io.
Mio padre era entrato col secchio di latte appena munto. Se ne intravedeva
il fragrante tepore dalla schiuma che quasi tracimava dal secchio.
- Me ne dai un bicchiere?
L'arciprete lo bevve più in fretta del serale bicchiere di vino, ma sempre
con ordine e misura.
I pulcini dovevano nascere verso la fine di febbraio. M'ero ormai impratichito
del modo di trattare le chiocce, e mia madre mi concedeva
67
di salire sul fienile per il cibo e le pulizie. Guardavo le chiocce con l'occhio
più soffice che potevo per non spaventarle; esse emettevano qualche
suono indecifrabile, di sofferenza, di stanchezza, di speranza, di
gioia, chissà, e mi fissavano diffidenti. Poi si rassegnavano alla mia pacifica
intromissione e rollavano cautamente sul nido per imprimere un
lieve movimento alle uova e trasmettere loro un uniforme tepore.
E la Parola m'appariva in quell'angolo di fienile sovrastante il mondo
con gemiti indefinibili,1 tesa perché nulla le fosse rubato della vita che
riscaldava, rollando cautamente attraverso gli avvenimenti per dare
uniforme calore a tutti, a Piero, Toni, l'arciprete, la Cecina, mia madre...
Quelle chiocce erano la manifestazione della Parola o la stessa
Parola che m'aveva dato appuntamento, da sempre, sul fienile per condividere
il mistero d'un uovo che al lume di candela, in una sera di luna
propizia, aveva dichiarato il proprio assenso alla vita? Vangando l'orto,
i lombrichi, riemersi dalla profondità del loro letargo, s'ingobbivano al
primo tepore del sole per poi distendersi sulla zolla nella gioia della vita
ritrovata. Anche lì era la Parola, e prendeva le sembianze della zolla appena
rimossa.
Sollevavo le chiocce e le posavo sul pavimento del fienile. Man mano
che i giorni passavano, erano sempre più leggere per non schiacciare i
gusci che diventavano sempre più fragili. Impietrite sul pavimento,
mostravano le zampe rinsecchite impensatamente lunghe, davano
qualche beccata al cibo, facevano la solita operazione che, in altre circostanze,
avrebbero scaglionato decine di volte in una giornata, e tentavano
di risalire sui panieri. Le riprendevo, ed esse, non appena sul nido,
allargavano penne e piume quasi a recuperare il tempo perduto.
Qualche rollata lenta, un accenno di gemito, e l'angolo del fienile s'immergeva
di nuovo nell'immobilità delle ore d'attesa.
Erano i giorni in cui si sentiva nell'aria il profumo del carnevale. Al
primo carnevale di guerra non mancavano ancora lo strutto, la farina,
lo zucchero e l'olio grosso per le frittelle e per altri dolci che, messi in
vasi di vetro o in scatole di latta, potevano durare per tutte le domeniche
della quaresima. Mia madre non fece nessun calcolo e si buttò sulla
sua specialità: una pasta di farina, uova, strutto, zucchero e chissà quali
aromi, spessa da tirarsi col mattarello e poi sagomata in bizzarre formelle
e messa a cuocere nel forno.
A quel profumo che s'espandeva per le vie del paese, soprattutto in
prossimità dei due forni ancora a legna, si coniugavano straordinariamente
l'aroma dell'incenso e la fragranza penetrante dei primi giacinti
nella chiesa del paese, perché erano da sempre anche i giorni delle
quarant'ore. Quarant'ore e carnevale formavano un tutt'uno, e una
festa doppia per i ragazzi che, in attesa del loro turno d'adorazione o
appena dopo, anticipavano, sul sagrato e nella grande piazza, la festa
dell'ingresso di Gesù in Gerusalemme, fra grida e palline di terracotta
saltellanti sulle beole e sulla terra battuta. Poiché proprio in quei
giorni cominciava il gioco delle palline che andava di pari passo con
quello della lippa.
68
Piero da ragazzo aveva una mira che mi riempiva d'orgoglio. Non mi
diceva mai: gioco io solo, tu stai a guardare, così impari (come l'età e
la bravura gli davano diritto), ma voleva che mi unissi a lui: insieme
vinciamo di più, mi diceva. Così i suoi coetanei, per il rispetto che dovevano
alla sua abilità e alla sua generosità quando la vincita di qualche
pallina era incerta, m'introducevano nella loro cerchia. Piero fu uno
dei pochi che riuscì, un carnevale, a fare l'ora d'adorazione, da botto a
botto d'un'ora dell'orologio della torre, stando sempre in ginocchio; e
nostra madre si prese compiaciuta l'ammirazione della priora delle
consorelle del santissimo Sacramento. - Come hai fatto, che non stai
mai fermo un minuto? - gli chiese. - Ho letto tutto il libriccino della
prima comunione -. Il libretto iniziava con le preghiere del mattino
e della sera, passava attraverso la messa rappresentata come una via
crucis, i quindici misteri del rosario, le litanie, le diverse devozioni ai
santi della gioventù con le sei domeniche di san Luigi, per terminare
sul pio esercizio della buona morte.
La chiesa portava drappi rossi dappertutto e, nel presbiterio, sopra il
tappeto di natale e di pasqua, civettava l'inginocchiatoio addobbato di
raso rosso, con due cuscini rossi, riservato all'adorazione dell'arciprete.
Lui poteva sedersi perché era anziano e anche perché, col Santissimo,
aveva una certa confidenza; ma la gente stava sempre in ginocchio.
Feci anch'io l'ora d'adorazione accanto a mia madre, il martedì pomeriggio.
Non avevo difficoltà a stare inginocchiato un'ora; il monastero
mi ci aveva abituato senza bisogno che mi agganciassi al libretto
della prima comunione. Mia madre mi chiese di dire con lei sottovoce
il rosario. L'arciprete recitava il breviario, mentre il faretto orientato
sull'ostensorio riverberava la sua intensa luce anche sull'inginocchiatoio.
Finito il rosario, mia madre si raccolse in se stessa chinando la testa
verso le punte delle mani giunte, e stette così sino alla fine. Quando ci
alzammo per uscire, aprì la borsetta, vi depose la corona del rosario e
tirò fuori il fazzoletto profumato per passarselo sugli occhi. Io avevo
adorato il Santissimo attraverso l'adorazione di mia madre.
Mentre ritornavamo a casa, mi disse: - Dovrebbe essere verso sera.
Appena a casa andiamo a vedere. I pulcini durante l'adorazione venivano
sempre a distrarmi.
Sparsi sul pavimento del fienile trovammo già diversi gusci spezzati a
metà. Sotto le chiocce, pulcini ancora bagnati o già batuffolati pigolavano.
Qualcuno, faticava a uscire dal guscio. Mia madre tentò d'aiutarlo
delicatamente sotto lo sguardo imbronciato delle chiocce. Qualche
uovo era ancora intatto e crepitava leggermente.
- Aspettiamo ancora un pomi ' disse. - Sono affamati, vado a
preparare un pugnetto di farina.
Li portammo giù con una cesta e li mettemmo, ordinatamente divisi
con la loro chioccia, sotto due gabbie di vimini nell'angolo più quieto
della stalla. Le chiocce sembravano intontite. Ma il loro smarrimento
durò poco. Giravano su loro stesse allargando le ali, scrollando le piume,
alzandosi quanto più potevano sulle zampe, emettendo note fonde
69
e brevi come grosse gocce cadute dall'alto in un catino di ferro smaltato.
I pulcini davano qualche beccata al pastone di farina e poi correvano
a sfregare il becco contro le piume delle chiocce, vi s'intrufolavano
sotto, spingendosi fra di loro per occupare il posto più sicuro.
- Guarda che meraviglia - osservò mia madre. - Sono appena venuti
al mondo, gli basta una beccata per vivere, e hanno già fatto tante
corse quanto noi in un giorno.
Accompagnai l'arciprete da Piero il giorno dopo, mercoledì delle ceneri.
- Il tempo è bello, e mi faresti iniziare bene la quaresima - m'aveva
detto al mattino, dopo la funzione dell'imposizione delle ceneri.
Il tabarro che avvolgeva l'arciprete sul barroccio confinava quasi col
vecchio ma ancora lucente cappello da viaggio di finto pelo. Sulla coperta
a quadrettoni che gli riparava le ginocchia appoggiava una borsa
di pelle nera.
- E ancora quella che usavo quando mi recavo in seminario a insegnare.
Fa' tu il calcolo degli anni. Io sono affezionato alla roba, la tengo
bene. Qualche confratello più giovane pensa che sia taccagneria. Forse
non ha ancora scoperto la bellezza di usare le stesse cose, come segno
di rispetto riconoscente per il servizio che fanno.
Mi guardò sorridendo: - Anche le rive delle rogge tuo padre le tiene
come se fossero un campo da seminare.
Il cavallo aveva già riacquistato il suo ritmo dopo la pigrizia invernale
e trottava sciolto sulla strada asfaltata contro un sole che da poco aveva
preso la discesa del cielo.
- A quei tempi la carrozza della curia faceva ogni mattina il giro della
città per raccogliere gli insegnanti. Figurati, la chiamavano «la sapienza».
Per fortuna che era chiusa e non c'era pericolo di disperderla, la nostra
sapienza, per le vie e i crocicchi. «È arrivata la sapienza» gridava qualche
seminarista di vedetta, deluso perché anche quel giorno nessuna
ruota s'era sfilata lungo la strada. Il cocchiere, entrando nell'ampio cortile
del seminario dal portone spalancato, faceva schioccare la frusta
tante volte quanti insegnanti aveva raccolto nel suo giro.
Feci schioccare istintivamente la frusta.
- Non porti più un professorino - mi sorrise l'arciprete. E poi, dopo
qualche tratto in silenzio: - Chissà che dirà Piero! Pensi che sarà
contento?
- Perché non dovrebbe esserlo? L'improvvisata rende più saporoso
l'incontro.
- Quando noi preti ci muoviamo sembra che dobbiamo avere uno
scopo nascosto che non collima sempre con quello dichiarato. Non
passa nemmeno per la testa della gente che un prete possa fare una cosa
solo per il gusto che prova, come un uomo normale fra i tanti, senza
che la leghi al suo interesse di prete. Cani e preti, si dice, non muovono
per niente nemmeno la coda.
La gente aveva visto l'arciprete in barroccio. Avrebbe pensato: l'arciprete
va a trovare Piero per convincerlo a rimettere i piedi in chiesa, a
fare la comunione all'ospedale. E una buona occasione. All'ospedale la
70
gente che da trent'anni non fa la comunione si confessa. Le suore e i
preti arrivano sempre al momento giusto. L'arciprete continuò, come
fra sé: - Zelus domus tuae comedit me... ecco, io non lo potrei dire,
lo zelo non m'ha mai mangiato.
- Ma c'è anche uno zelo amaro - arrischiai. - La regola monastica
ne parla, e non certamente per lodarlo.. .
- Dice così la regola di san Benedetto? Zelo amaro? Chissà se a me
manca solo quello amaro... A confronto dei miei confratelli, non mi
sono mai ritenuto un prete zelante. Mi è molto facile, naturale direi,
accettare l'opportune di san Paolo; il suo importune, che subito aggiunge,
mi va di traverso e mi si conficca nella coscienza come un continuo
rimprovero... Nel caso di Piero, che avrei dovuto fare? Se fossi stato
suo compagno d'apostolato, Paolo mi avrebbe certamente rimandato
a casa fin dal primo viaggio, come fece con Marco.
Sorrise con un velo, mi parve, di tristezza. Eravamo a metà strada.
L'osteria dei tre platani, che nessun carrettiere di rispetto lasciava passare
senza una visitina, giusto il tempo per tracannare una staffa di bianco
mentre i cavalli continuavano il tiro, poteva essere un invito anche per noi.
- Vuole fermarsi un momento, signor arciprete?
- No, no, non ho freddo.
Gli avevo rivolto quell'invito per distoglierlo da un discorso che mi
sembrava lo facesse soffrire. Continuò: - Se vado da Piero, non è per
parlargli di sacramenti. Un prete zelante lo farebbe, o almeno vi avrebbe
pensato. E io invece lo penso solo ora, perché il discorrere con te mi
vi ha portato. C'è da vergognarsi. Vedi, caro, ti ho chiesto di condurmi
da Piero solo perché gli voglio bene.
Piero accolse l'arciprete con una certa sorpresa imbarazzata. Era molto
tempo che non s'incontrava a tu per tu con lui, e non aveva la possibilità
di scivolare via con un semplice saluto. L'arciprete fece vista di non avvedersene,
gli si accostò e dicendo in fretta: - La concedi questa gioia
a un vecchio prete? - senza attendere risposta, lo baciò sulla guancia.
- Perdonami se non sono venuto subito. Altri avevano il diritto prima
di me. E poi, con questo freddo, noi vecchi siamo come le lucertole:
usciamo solo quando l'aria s'intiepidisce.
L'iniziale confusione di Piero, caricata da quella manifestazione d'affetto
dell'arciprete, piuttosto insolita in lui a conoscerlo tanto misurato,
si sciolse all'immagine delle lucertole sui muri scrostati dell'aia e di
qualche coda staccata che dava l'ultimo guizzo sul cemento.
- Adesso le lucertole non corrono più nessun pericolo. Sono anni
che non stacco più una coda, mi sono incivilito...
- ... e sassi non ne tiri più - soggiunse l'arciprete.
- Segno che invecchio - e il riso, che già gorgogliava nella bocca
di Piero mentre parlava di lucertole, uscì fresco all'idea della vecchiaia,
con tutta quell'aria annunciatrice di primavera che entrava col sole dalla
finestra.
- Raccontami di te.
Solo Piero era ancora degente a letto. Gli altri compagni di stanza se
71
ne stavano sulla terrazza, fumando e godendosi il sole, lucertoloni fasciati
di bianco.
- Vado a chiamare suor Giuseppina - dissi all'arciprete.
Era l'ora delle preghiere pomeridiane delle suore. Attesi, in fondo al
lungo corridoio che dava sulla cappella, che le suore uscissero.
- Suor Giuseppina, c'è qui l'arciprete.
- O santa vergine, mi pare di diventare tutta rossa - e spinse il passo
leggero inondando il corridoio del fruscio della sottana e del cicalare
dei grani del rosario che le pendeva dal bianco grembiule.
Alla porta della cameretta di Piero ebbe un attimo d'esitazione. S'aggiustò
il velo riflesso nel vetro smerigliato della porta, si passò le mani
sul grembiule come avrebbe fatto mia madre e bussò all'uscio.
- Avanti, figliola -. Era la voce scherzosamente grave di Piero che
aveva dovuto vedere l'ombra del velo attardarsi all'uscio. L'arciprete rideva
con Piero. Lo udii dire, rivolto a lui: matto, e presentò il suo volto
aperto alla suora che, cercando di baciargli la mano, tutta confusa, stava
piegando il ginocchio per la genuflessione.
- Aspetta, cara, quando sarò vescovo - e pose la mano sinistra su
quella di suor Giuseppina, tenendogliela a lungo.
La suora era arrossita, ma subito ritornò la donna pronta e sicura che
avevo avuto già modo di conoscere.
- Ma l'aspetto d'un vescovo ce l'ha davvero; signor arciprete - e
anch'essa rise,
- Allora non ne vedi molti, cara.
- Vedo più barabba che successori degli apostoli - fu pronta suor
Giuseppina accennando con la testa a Piero.
- Oh, oh, sorella, almeno Barabba non intese cantare nessun
gallo - disse Piero che doveva ormai essere allenato a certe schermaglie
con la suora.
- Pace, pace, - intervenne l'arciprete - non ho proprio voglia di
sentirmi Pilato in questa faccenda.
La Parola non si sottraeva allo scherzo di cuori ridiventati fanciulli
per un momento di gioia.
Poi l'arciprete s'interessò degli itinerari di suor Giuseppina nei diversi
ospedali della congregazione, le chiese se si ricordava del paese e del suo
vecchio arciprete: - Di chi dovrei ricordarmi, signor arciprete? Morti
e vivi che ho amato sono tutti là, al paese.
- Continua ad amarli, cara, quanto puoi. Dio non ne è geloso.
Aprì la borsa togliendo due pacchetti.
- Questo è per te, perché il tuo ricordo del paese te lo veda fra le
mani tutti i giorni. Non ce l'hai ancora, vero?
- Un messalino! - esclamò incontenibile suor Giuseppina.
- Quanto lo desideravo!
- E questo è per te - disse a Piero. - Hai tempo per rinfrescarti
gli occhi e il cuore con nostro padre Dante.
Era il damino dell'Hoepli, l'edizione che i poeti si portavano nello
zaino o sotto il pastrano, durante la prima guerra mondiale.
72
- Andiamo ora - mi si rivolse l'arciprete. - S'è fatto tardi e stasera
abbiamo la via crucis solenne.
Che cosa s'erano detti l'arciprete e Piero? Non cercai mai di saperlo.
Coll'inizio della quaresima erano spuntate nell'orto le prime foglioline
d'insalata. Le mie mani si riabituavano alla vanga e alla zappa. Gli
uccelli che costruivano il loro nido, le gemme che si gonfiavano sui rami,
il respiro della terra appena smossa al tepore del sole, seguivano lo
stesso circolo del mio sangue.
In chiesa, alle viae crucis serali cui spesso partecipavo accanto a mia
madre, fermandomi a volte dall'arciprete dopo la funzione, mi sentivo
stranamente alto, con la testa che sorpassava tutti gli scialli neri e qualche
velo bianco dall'altra parte della navata. Avevo l'impressione che la
mia testa fosse il punto di raccolta d'occhi curiosi, un poco ironici, anche
se i veli si muovevano solo al canto del «santa madre», mentre ci si
alzava in piedi per significare il passaggio da una stazione all'altra della
passione di Cristo. Anch'io, senza parere, guardavo curioso, ma dalla
parte dei veli bianchi, cercando d'indovinare i volti che nascondevano.
Capitava che qualche biglia cadesse dalle tasche rigonfie dei bambini
nei primi banchi, ad un attacco fuori tempo del «santa madre». Il saltellio
della pallina sul cemento a strombi colorati del pavimento si perdeva
nelle note del canto, trascinandomi in quei primi banchi, accanto a Piero,
quando cantavamo a tutto fiato, quasi volessimo attutire il sibilo dei
flagelli sulle carni del Figlio di Dio. E poi mi portava fuori chiesa, in
corse e nascondigli fra la torre, la casa del campanaro attaccata alla torre,
il fosso che accompagnava il viale alberato terminante sulla grande piazza,
fino alla catasta di fascine e alle balle di paglia dell'aia della prebenda,
o cascina del prete come la chiamavano. Arrivavamo a casa, accaldati e
ansimanti, un bel po' dopo la mamma e la nonna.
- Se venite ancora a casa così tardi e conciati in questo modo, non
vi lascio più andare alla via crucis - diceva nostra madre senza alzare
la voce. - E tu Piero dovresti dare buon esempio a tuo fratello, che sei
più alto.
- Sono stato con lui per non lasciarlo solo - rispondeva compuntamente
Piero.
Ma per mettere alla prova la nostra capacità d'obbedire, bisognava
ancora farci uscire per la via crucis. E la sera dopo era stato l'arciprete
a trattenerci Non dicevamo un bugia. L'arciprete ci aveva fermati sul
sagrato per dirci: - Buona notte, ragazzi, andate subito a casa, che domani
dovete alzarvi presto per la scuola.
- E ha corso anche lui con voi? Guardate come siete ridotti. Faccio
sul serio, se non venite a casa subito non andrete più alla via crucis.
Ma come si fa a dire di no a dei ragazzi che chiedono di andare alla
via crucis, in sere che s'allungano teneramente come il loro desiderio
di gioco, a una funzione che sembra inventata proprio per loro essendo
l'unica in cui ci possono capire qualcosa? E così si arrivava all'ultima
via crucis solenne del venerdì santo.
Mi riscuotevo. La biglia giaceva in chissà quale angolo della balaustra,
73
attentamente sorvegliata perché, con la giaculatoria finale detta dall'arciprete
ad alta voce, che era come Vite missa «ideila sera, non prendesse
la via d'altre tasche; e io riprendevo assieme a Cristo il cammino della
croce coi veli bianchi che ondeggiavano a ogni «santa madre».
Attendevo la tua lettera che m'arrivò nella prima settimana di quaresima
recante la data del mercoledì delle ceneri, 26 febbraio, con l'aggiunta
delle ore: le quattro del mattino. Pensai che tu avessi vegliato tutta
la notte per iniziare la quaresima nella penitenza che ti avrebbe fatto
chinare il capo sotto l'imposizione delle ceneri con maggiore verità.
Mi scrivevi:
«Ieri non andai all'organo. Avessi trovato una scusa ancora più debole
di quella che scelsi, ossia la giornata di carnevale di questo fine febbraio
tutto sole e incipiente pigrizia di spirito, non ci sarei ugualmente andato.
Da alcuni giorni mi sono sentito di colpo stanco, come una corda che
non sa reggere oltre alla tensione e s'affloscia. Permetti che stamattina,
come gesto di verità che renda significative le ceneri sul mio capo, ti parli
senza tenere conto delle tue possibili reazioni. La ragione immediata di
questa mia stanchezza repentina è la constatazione della mia incapacità a
proseguire nella ricerca. E questo non per le difficoltà intuibili d'esprimere
ciò che si capisce forse solo se non è espresso (le difficoltà, anzi, potrebbero
essere un ulteriore stimolo a proseguire), ma per il dubbio che
tutto sia inutile, che non esista nessun angelo col quale lottare per strappargli
la benedizione che permetta di passare il guado verso pianure promesse;
il dubbio di scavare in sabbia franosa per trovare un filone d'oro,
che ogni tanto riemerge nella memoria monastica, custodito con ostinazione
perché mai trovato. E l'illusione produce la delusione non appena
ci si rende conto dell'inanità dello sforzo, se lo confronti coi risultati che
hai fra le mani: lucignoli fumiganti, fuochi intermittenti di lucciole,
slanci che durano il tempo d'un salto per esaurirsi nello stesso punto dal
quale hai preso le mosse, intuizioni che ti sembrano cariche d'inviolati
tesori e poi ti si rivelano nuove solo perché il sentimento che le aveva suscitate,
subito scomparso, ti sembrava nuovo. Dopo parecchi mesi di ricerca,
che ho tra le mani? Fogli di carta, con note e parole che si rincorrono
in uno sterile gioco; e tutto che deve essere continuamente ripreso
perché ti sembra che la ricerca abbia svolte improvvise che mettono in
questione la validità del lavoro precedente. Eppure, se mi togli questo, a
che cosa si riduce la mia vita? L'avvenimento che m'ha portato qui si
sgonfia, riducendosi al risultato di piccole beghe di piccoli uomini chiusi
nel piccolo orizzonte d'una piccola istituzione. E ogni avvenimento diventerebbe
un metro quadrato di terra sul quale dichiarare il proprio diritto
di sopravvivenza, per non essere travolti dal succedersi degli eventi.
Sarei un povero essere sottoposto alle leggi tiranniche d'uno strumento
musicale o d'un linguaggio che posso controllare solo se riconosco su di
me la loro signoria che non ha nulla a che vedere con quella della Parola,
giacché la Parola non si controlla ma si serve. Resisto, pertanto, alla stanchezza
che sfibra il mio animo, ma fino a quando? Sento che la polla della
mia creatività, convogliata a irrigare un campo troppo vasto, si sta
74
esaurendo, senza avere portato a compimento di frutto nessun seme. Ecco,
finalmente la mia stanchezza ha preso un nome: quello della paura di
rimanere solo. Intendi che cosa voglio dire? Ma lo debbo proclamare dai
tetti e non bisbigliartelo all'orecchio con parole enigmatiche, col rossore
e l'umiliazione che per la prima volta sperimento nel farmi imporre fra
poco la cenere sul capo. Sì, è stata quella donna che ieri non ho visto non
perché non andai all'organo ma solo perché seppi, da un accenno del sacrestano,
che non sarebbe comunque venuta, a suscitare in me la paura
della solitudine» Non la conosco, il suo volto m'è vagamente impresso
nel ricordo, la sua voce mi suscita echi di mondi inesistenti, eppure la saprei
riconoscere fra mille, anche da un solo movimento delle sue palpebre.
E lo stesso cammino dei fiumi che, all'inizio, pur fra innumerevoli
tortuosità e meandri, seppero, a migliaia di chilometri di distanza, dove
li attendeva l'oceano? E tutto questo che rapporto ha con la ricerca che
l'avvenimento d'obbedienza m'ha spinto a iniziare? Ho veramente motivo
d'arrossire e mettermi in cinere et cilicio. Sta suonando ora la campana
di mattutino. Terminerò dopo questa lettera che non è certamente
la proclamazione d'un bando di conversione... Sono appena rientrato in
cella dalla funzione e dalla messa che ho celebrato all'altare di san Gerolamo,
la cui figura mi sovrastava accusatrice, pronta a lasciare cadere su
di me il sasso ormai inservibile a un corpo fissato per sempre nella pace.
Ai piedi del santo, un leone mi fissava con aria indulgente, in rappresentanza
d'una natura che anche oggi continua il suo corso indipendentemente
dai nostri sassi e dai nostri petti, indifferente ai nostri rossori e alle
nostre stanchezze. Attendo un segno rivelatore sulla mia stanchezza.
P.S. Non rileggo nemmeno questa lettera, e lascio la meschina scusa
iniziale, che ti ho poi smentito, a dimostrazione, se ce ne fosse ancora
bisogno, della necessità di avere non solo il capo ma tutto il corpo ricoperto
di cenere. Ricordami a tua madre, a tuo padre, a Piero che ormai
penso nel suo legame con Maria».
Invece io dovetti rileggere, e non una sola volta, la tua lettera per potere
assaporare la pace che lentamente, faticosamente ma anche ineluttabilmente
mi penetrava in profondità a ogni tua parola. Anche in questo
momento, tenendola in mano come un sacramento che mi rende
presente nell'oggi quel giorno, e non perché fu come l'annuncio di
quanto doveva accadere, mi sembra di rigustare una punta di quella pace
che non aveva nessuna ragione, ma era assenza d'ogni turbamento,
la constatazione pacifica che si compiva per te un calice al quale non
avevi ancora bevuto, nell'inevitabilità dell'avvenimento che ti accomunava
a ogni uomo nella sua parte più gelosamente custodita.
Divenni interiormente più sereno. Nonostante il lavoro dei campi
che ricominciava, riuscii a trovare quotidianamente un po' di tempo
per il pianoforte, quasi fosse un segno di partecipazione al tuo calice.
Mia madre ne fu contenta: - Era un po' che non ti sentivo suonare.
Quando suoni sembra che ci siano ancora tutti in casa, anche i morti.
Perché non riprendi le lezioni col maestro di prima? Ti voleva bene.
Diceva che riuscivi bene. Anche con qualche ora in meno del tuo lavoro,
75
la Campanella va avanti lo stesso.
Non sapeva che cosa inventare pur di non vedermi legato solamente
alla terra.
Nati i pulcini, cresciuti quel tanto che era sufficiente per farli scorrazzare
nell'aia sotto lo sguardo ormai distaccato delle due chiocce, mia
madre pensò al bucato di primavera. Il tempo si manteneva bello, con
qualche nube che vagava sperduta nel cielo, soffiata dal giovane vento
di marzo. Mio padre voleva la pioggia. Anche mia madre la voleva, ma
dopo il bucato.
- Che questo tempo si mantenga per qualche giorno ancora - diceva
lei.
- E poi acqua, almeno per tre giorni. Se non fai prima il bucato, tu
che vai sempre in chiesa, Dio non farà piovere. E allora fallo presto
questo bucato - rispondeva scherzoso mio padre.
Stacciai la cenere che, nelle ultime settimane, mia madre aveva messo
da parte scegliendo con cura quella più bianca, e la deposi in un secchio
accanto al trogolo di cemento, pieno zeppo di lenzuoli e di coperte
bianche. Preparai il grande paiolo di rame riempito d'acqua e stipai
l'ampia bocca della fornacetta con rami secchi e gambi di granoturco.
Un pezzo di carta e un fiammifero sarebbero stati sufficienti per accendere,
alle due di notte, il grande fuoco del bucato.
E alle due erano già nell'aia la Cecina e la Lena, col fazzoletto stretto
in capo, due sacchi pesanti al posto del grembiule e gli zoccoli alti di
legno per sollevarsi dalla pozzanghera che si sarebbe formata ben presto
attorno al trogolo. Entrarono in cucina dove mia madre stava facendo
bollire il pentolino del surrogato di caffè. Aiutai poi a stendere il lenzuolo
di tela grezza sul trogolo, e vi sparsi sopra uno strato di cenere.
Non appena l'acqua bollì cominciai a versarla sopra, travasandola con
due secchi di legno. Il ranno penetrava a fatica, sollevando caldi vapori.
- Hai messo troppa cenere - mi disse la Cecina.
- Fa più fatica a scendere, ma la cenerata sbiancherà di più - mi
difese mia madre.
Riempii ancora la caldaia d'acqua, rimpinzai la fornacetta con gambi
di granoturco e mi sedetti sullo sgabello davanti al fuoco. Ogni tanto
rintuzzavo i gambi bruciacchiati e ne aggiungevo altri, assieme a palate
di tutoli. Del granoturco nulla va perduto, come del maiale. Tutoli e
gambi fanno un fuoco effimero, ma se si è sempre pronti a saziare la
voracità del fuoco, allora tanti fuochi effimeri ne fanno uno brioso e
nutrito quanto quello delle fascine di gelso o di platano. La luna, fra
una nube e l'altra, faceva le prove generali di come sarebbe apparsa nella
notte di pasqua.
Seduto sullo sgabello ma proteso verso il fuoco, udivo i colpi ritmati
sulle tavole di legno e, ogni tanto, un colpo più fondo, preparato e seguito
da una breve pausa: era la ribattitura del lenzuolo preso saldamente
dalle parti estreme prima che fosse strizzato a quattro mani e
buttato nel mastello per la risciacquatura. Un bisbiglio, ora sospeso a
fili d'antiche narrazioni, ora schioppettante, mi giungeva a folate, assieme
76
alla voce della Cecina che rimbrottava la Lena per l'acqua schizzatale addosso. Dal pollaio, invece, ancora silenzio, rotto solo a tratti
da un battito d'ali e da un go-go strozzato. L'acqua bolliva di nuovo:
secchi d'acqua calda nel trogolo, buona da essere conservata come liscivia,
e d'acqua fredda cavata dal pozzo per la caldaia; e nella fornacetta tutoli a palate e gambi a mazzi. Poi mi rimettevo al fuoco a cogliervi
fuggitivi disegni. Che si poteva conoscere davanti al fuoco? Il fuoco toglie
ogni possibilità di conoscenza, ti getta addosso il suo mantello incantato,
forse perché ti svela il mistero del tuo sangue che brucia. «Non
conosco quell'uomo», puoi dire davanti a un fuoco; oppure stai in silenzio
perché hai paura che la tua voce tradisca l'accento galileo. Doveva
essere stata una notte come questa che coglievo nelle sue frange
felpate di silenzi e di fruscii, con la luna tonda, la stessa luna nella sua
indifferenza su quanto avveniva in un'aia, la notte del bucato, o in un
cortile di sommo sacerdote, la notte del tradimento. La negazione mi
si riverberava sul volto. Sarebbe bastata un'ancella che mi si fosse fermata
accanto, per farmi pronunciare la mia negazione coll'accento galileo
del segnato?
La parola gemeva nei gambi di granoturco, sfavillava improvvisa sulla
peluria dei tutoli, evaporava dalla caldaia di rame, sbuffava dal coperchio
in spesse volute, raggiungeva il cicaleccio e i colpi ritmati del trogolo,
s'espandeva nella vastità dell'aia, sollecitava l'incipiente risveglio
del pollaio al segnale del gallo, e ritornava a me con lo stesso accento
galileo che avrebbe avuto la mia voce se fossi stato richiesto della conoscenza
di quell'uomo. Era la Parola che si piegava al mio accento o era
la mia voce che la pronunciava con qualsiasi accento avessi scelto?
- Ancora qualche secchio d'acqua per piacere - mi disse mia madre
affacciandosi all'uscio del rustico.
Già due mastelli erano colmi di liscivia. Uno sarebbe rimasto accanto
al trogolo per il normale bucato settimanale, e l'altro suddiviso fra la
Cecina e la Lena.
Mia madre era rossa in viso. Il fazzoletto che le raccoglieva i capelli
s'era allentato, e alcune ciocche le ricadevano sulle guance. Le mani
erano rosse per il calore dell'acqua e per la liscivia.
- Prepara la polenta. Fra poco veniamo.
Ravvivai il fuoco nel camino della cucina. Le fette di polenta, messe nel
treppiede, si rosolavano lentamente formando quella straordinaria crosta
protettrice che, scricchiolando sotto i denti, fa gustare tutta la morbidezza
della polpa che ha custodito. Sul tagliere affettai la pancetta. Polenta
e pancetta era una colazione da gente che aveva fortificato lo stomaco
premendolo contro un'asse da bucato o avrebbe, immediatamente dopo,
arato un campo con le mani e il petto calcato sull'aratro, gridando
alla lentezza dei buoi. Scese mio padre e si fermò sull'uscio della cucina:
- Oggi ci sarà sole. Tua madre sarà contenta - e andò a tuffare mani,
faccia e collo nel secchio sotto la tettoia.
- C'è acqua calda stamattina - gli gridò mia madre.
- Come se fossi un lenzuolo - brontolò. E continuò a strofinarsi
77
viso e collo col sapone da bucato.
Misi un'altra corona di fette di polenta nel treppiede. La Cecina, con
un sorprendente appetito, rivoltolava fra il pollice e l'indice il boccone
di polenta per ammorbidire la crosta e farla un poco raffreddare. La
pancetta, tenuta coll'altro pollice sulla fetta calda, scioglieva dolcemente
il lardo ungendo mani e bocca di trasparenze.
- Questo è un mangiare! Da beati del paradiso - disse la Cecina.
Il Regno di Dio doveva essere una tavola mattutina preparata con fette
di polenta riscaldata e pancetta stagionata.
Col primo sole, tutta l'aia era intrecciata di corde e di fili di ferro zincato.
Aiutai le donne a imbandierarla di lenzuoli, sostenendo con forcelle
di platano o di salice i fili appesantiti. Fermagli di legno stringevano
il lenzuolo al filo perché, reso leggero dal vento e dal sole, non finisse
sul cemento. La Cecina e la Lena si fermarono a pranzo. Naturalmente
c'era anche Toni. Toni si fermava spesso senza la Cecina, ma mai la Cecina senza Toni. Era venuto come al solito al mattino presto, aveva gironzolato
per l'aia controllando le forcelle, e poi non s'era più visto.
- Dov'è andato a finire quel matematico? - m'aveva chiesto la
Cecina.
- Sarà andato a chiedere l'indulgenza all'osteria - ridacchiò la Lena.
- In chiesa certo non è andato, ma nemmeno all'osteria - quasi
gridò la Cecina, fulminando cogli occhi la sua compagna. Che nessuno
s'azzardasse a dir male del suo uomo in sua presenza; solo lei ne aveva
diritto, perché ne conosceva anche il buono, che era molto. - Sì, è
molto - confermava mia madre, quando andavano sull'argomento.
Toni, prima che suonasse il campanone di mezzogiorno, rientrò
nell'aia con cinque forcelle di salice sulle spalle come un trofeo, scortecciate
da cima a fondo, che ancora luccicavano di linfa al sole. Senza
dire nulla fece il giro dell'aia sostituendo le più vecchie con le nuove
che avrebbero retto per molti bucati. Durante il pranzo vedevo dalla
finestra della cucina le lenzuola sollevarsi e abbassarsi come vele su un
mare mosso. Aveva cominciato a soffiare il vento marzolino che, in
combutta col sole, asciuga il grande bucato primaverile in un giorno.
La primavera s'incuneava senza sussulti nella quaresima, seminando
ovunque erbe e granoturco nei campi appena arati. Venne anche la
pioggia quando le nubi bianche, stanche del loro vagare, si coalizzarono
contro il vento e gli opposero una spessa cortina grigia. Furono alcune
sere di via crucis bagnata, con quegli ombrelli che i bambini portavano
in chiesa ancora aperti facendoli roteare col manico nella palma
della mano sinistra per tentare di colpire, con qualche goccia d'acqua
piovana, lanciata dalle punte delle stecche, la fiammella della candela
accesa davanti a ciascuna stazione.
Ritornò il sole per qualche giorno, e poi ancora pioggia, questa volta
fitta e leggera che sembrava passata al setaccio della farina bianca. L'orto
si ammantava di peluria verde e le rive delle rogge biancheggiavano
di margheritine.
Fossi stato tu nella casa di mio padre, saremmo andati, appena prima
78
dell'imbrunire, lungo le prode e le cavedagne a respirare tutti i profumi
concentrati della terra, a misurare quanto fosse cresciuto il frumento
da un giorno all'altro, a scoprire il posto dei nidi per quando sarebbero
stati riempiti di nuovi gridi di vita; e la tua paura della solitudine si sarebbe
sciolta. I campi posseggono una solitudine che ha il potere d'assorbire
quella degli uomini.
La seconda metà di quaresima era come se il vento di marzo, che stava
già cedendo ai sussulti dell'aprile, avesse inturgidito di forze sconosciute
i miei giorni. Si era colta la prima insalata e la terra accelerava sempre
di più il ritmo nello sfornare da un giorno all'altro, dal mattino alla sera,
dal mezzogiorno al tramonto, le sue sorprese.
Il maggiore medico ci aveva assicurati che, a pasqua, Piero avrebbe
fatto i primi passi, e la pasqua incombeva già sul cielo d'aprile col sapore
d'una primizia.
Cominciò così la settimana santa, con porte e finestre di tutte le case
del paese spalancate perché era il tempo delle grandi pulizie. «Mestieri
di pasqua» li chiamavano.
I ragazzi aspettavano il giovedì santo per legarsi al collo con uno spago
la catena del camino e trascinarsela dietro per le stradette pietrose dei
campi, fino a che fosse diventata lucida del nuovo colore pasquale.
Non c'era nulla che annunciasse la pasqua, in una forma tanto pubblica
e solenne, come l'andare in giro per le strade del paese e dei campi
con una catena di camino legata dietro la schiena e carica della fuliggine
d'un anno intero. Era l'exultet dei poveri, cantato da quella testimone
discreta e intima delle piccole gioie della gente.
Mi aveva preso una voglia incontrollabile quella mattina di giovedì
santo, dopo la messa in Coena Domini, di trascinare ancora per i campi
le due catene della Campanella.
- Che ne diresti, mamma? - le domandai mentre tornavamo a casa,
il mio braccio nel suo.
- Perché non l'hai chiesto all'arciprete? - rise. - Sai che stamattina
la sua testa mi ricordò una catena di camino lucidata di fresco?
Risi anch'io. Era vero. Se l'arciprete cantava l'exultet in una chiesa quasi
vuota, l'annuncio della pasqua lo dava anche lui per le vie del paese
con la tosatura pasquale che faceva colpo sulla gente: «L'arciprete sente
la primavera, l'arciprete ha fatto anche lui i mestieri di pasqua; l'arciprete,
li avessi io i suoi capelli, non me li farei mai tagliare».
Mi arresi a mia madre e lucidai le catene al lavandino sotto la tettoia,
con la pomice. Ma le catene trascinate fra la polvere e i sassi delle stradette
dei campi e, ogni tanto, immerse nell'acqua dei fossi, avrebbero
figurato come l'argento accanto allo stagno.
Le campane erano state legate, e il segnale delle funzioni veniva dato
da una grossa battola che l'esperta mano del campanaro faceva girare a
semicerchio sotto il castello delle campane. I colpi veloci, se il vento era
favorevole, giungevano fino alla Campanella. In chiesa gli altari erano
spogli ad aggiungere desolazione al velamento dei quadri, delle statue
79
e dei crocifissi.
Il pomeriggio del venerdì santo, la statua del Cristo morto giaceva sul
catafalco di prima classe nella navata centrale, circondato dai candelieri
neri e dalle fiamme di legno. Un velo sottilissimo la copriva, mentre
attendeva che la gente alla funzione della sera, prima i ragazzi, poi le
donne, poi gli uomini, sfilasse a darle il bacio pasquale. Io seguivo mio
padre che veniva dopo Toni. Toni non poteva mancare in chiesa quella
sera. La chiudessero pure tutto l'anno, eccetto che per i funerali perché
chi moriva era pur sempre un cristiano, e non gli sarebbe importato un
granché. Ma quella sera il portone doveva essere spalancato, anche a
costo di abbatterlo con la roncola. Un funerale per un uomo simile solo
i saraceni non avevano il diritto di seguirlo. La roncola l'aveva lasciata
a casa perché i calzoni erano quelli della festa, e su questo punto anche
lui era d'accordo con la Cecina: in chiesa si va con i calzoni buoni,
come ai funerali, e senza roncola.
Procedeva Toni ondeggiando come se si fosse abbandonato a due
dande di misericordia, un poco curvo, le mani legate, al di sotto della
cintola, da un pollice e un indice gibbosi che davano un leggero tremito
alle altre dita. Lo udii sussurrare a mio padre, dopo che aveva baciato
il Cristo morto: - Anche Giuda con un bacio ha tradito il Signore -.
Era una nuova lettera dell'alfabeto quel lamento, aggiunta alle lamentazioni
di Geremia nel mattutino delle tenebre che a quell'ora si cantava
al monastero?
Fu una processione di guerra, senza il falò in mezzo alla piazza, con
la sola luce della luna tonda. Le finestre delle case erano ugualmente
addobbate con coprifedere ricamati, candelieri lucenti al riverbero della
luna, e vasi di sempreverde. La processione avanzava lentamente fra
i canti e la marcia funebre di Chopin che la banda del paese rivoltava
in su e in giù fra il luccichio degli ottoni e il lampeggiare dei piatti. Gli
uomini strisciavano i piedi accompagnando il Cristo morto, il cappello
dietro la schiena, borbottando salmodie e litanie in dialetto, crescenti
d'intensità man mano che la coda si perdeva lontano dalla statua. L'arciprete,
in piviale nero, faceva strada alla statua portata a spalle da quattro
giovanotti invocanti il cambio fra qualche strisciata di giaculatorie
poco devote. In mezzo alla piazza s'ergeva ugualmente la catasta di fascine
e, ondeggiante fra la processione e la catasta, vagava l'ombra della
guardia comunale col manganello impugnato, a garanzia che non ci sarebbe
stato il falò. La gente fino al momento di accendere la catasta
non s'era accorta che anche un falò per il Cristo morto cadeva sotto la
legge dell'oscuramento.
Alle undici del sabato santo tutte le campane furono slegate e suonarono
a distesa. Eravamo ben pochi in chiesa quel mattino. Nemmeno
io ci sarei stato se l'anno prima, al monastero, non avessi intravisto il
portento dei riti che si susseguivano ancora a ritmo giovane, nonostante
il loro peso secolare. Tu, per tutta la settimana, mi avevi preparato
alla loro comprensione. Non mi parlasti che del sabato santo, di questa
pasqua che esplodeva fuori tempo per la vita che non sopportava un
80
altro giorno di vuoto. Certo, era la notte che doveva dare l'annuncio
della risurrezione; la funzione del mattino non rispettava il tempo. Ma
non c'è più tempo quando la musica prorompe; è la musica che corre
libera e diventa tempo a se stessa. Dopo il mattutino delle tenebre c'è
l'alba del giorno nuovo, incontrollabile. Certo, è notturno l'exultet. Ma
come si potrebbe aspettare ancora un giorno, rimandare lo stupore del
sepolcro vuoto?
Mia madre non era venuta. Al mattino non si può abbandonare la cascina
per tanto tempo, non vi si può non rispettare il tempo: - Vacci
tu. Toni farà la tua parte. Io m'accontento di bagnarmi gli occhi quando
suonano le campane. Ho già dato la bottiglietta dell'acqua alla Cecina. Me la riporterà lei.
Perché la gente, quando slegavano le campane tutte insieme da fare
l'effetto d'un masso che rotolava dalle scale della torre, si bagnava gli
occhi con l'acqua appena benedetta dall'arciprete, al fonte battesimale,
nei due mastelli di legno. Bambini e vecchie che avevano riempito l'attesa
sul sagrato di corse e di cicalecci, vi si erano precipitati fra spintoni,
grida, spruzzi, imprecazioni, sorrisi, lamenti, come doveva succedere
alla piscina probatica non appena l'angelo ne muoveva le acque. Poi la
chiesa ritornava nel suo vuoto, e attorno ai mastelli era come se fosse
piovuto. I bambini correvano con la bottiglia stretta a due mani contro
il petto, e negli occhi la tentazione di portarsela alle labbra per provare
il gusto dell'acqua benedetta il sabato santo. Le vecchie frusciavano ansimando
contro i muri, nel timore di non giungere a casa in tempo per
il suono delle campane, imprecando o brontolando, a seconda del fiato
che rimaneva loro, contro la gioventù che non rispettava più l'età.
Sul fuoco del camino si stavano cuocendo le uova. Suonavano le
campane, gli occhi ricevevano l'acqua lustrale e lo stomaco, con le uova
sode, il sapore della pasqua. In quel momento l'arciprete, dopo aver bisbigliato
con san Paolo che la sua vita era nascosta con Cristo in Dio,
spiegava tutta la sua voce nel triplice canto dell'alleluia, innalzando a
ogni melisma la voce di un tono.
Al pomeriggio indossava la cotta dall'alto pizzo stile rinascimento, dicevano
le donne che s'intendevano di ricami, lievemente inamidata, la
stola bianca trapuntata d'oro che invano cercava di non fare scivolare
sulla nuca tanto era pesante, e iniziava il giro per la benedizione delle
case. Due chierichetti l'affiancavano, uno con la borsa di cuoio delle offerte
e l'altro col secchiello dell'acqua santa. Seguiva il sacrestano, in sottana
nera orlata di rosso e in cotta senza pizzo, la piatta cesta di vimini
nel braccio per la raccolta delle uova, la stessa che veniva messa davanti
all'altare della Madonna il due febbraio e al tempo della sbozzolatura.
- Arriva l'arciprete - e la notizia entrava di casa in casa con la comodità
necessaria per dare l'ultimo tocco di festa alla cucina, preparare
la moneta dell'offerta o le uova sulla tavola. I chierichetti si scambiano
ogni tanto i loro strumenti di lavoro per dividersi equamente la gioia di
far sobbalzare, da intenditori, i decioni di rame e i nichelini nella borsa
di pelle sempre più pesante. Il sorriso del sacrestano si faceva più largo
81
man mano che il peso della cesta diventava ben distribuito sul fondo.
Il manipolo nerobiancovestito arrivò alla Campanella quando il sole
aveva già stiracchiato le ombre sull'aia. La Cecina era corsa ad avvertirci:
- L'arciprete sta facendo le ultime case della via, a momenti sarà
qui. L'ho sentito io dire al sacrista che oggi terminerà alla Campanella.
La borsa e la cesta delle uova sono piene. La guerra ha allargato le mani
alla gente.
Pax huic domui et omnibus habitantibus in ea... e anche a Piero.
Il chierichetto raccolse con l'aspersorio dai tre ciuffetti di crine bianco
le ultime gocce del secchiello, e l'arciprete tracciò un ampio segno
di croce che si depose sul tavolo della cucina imperlandolo. Mio padre
fece scivolare nel coperchio della borsa una moneta che, dal limpido
suono, giudicai un aquilino d'argento; mia madre aveva preparato sul
tavolo dieci uova. - Sono fresche di giornata.
- Tienile d'occhio - disse l'arciprete al sacrestano. - Queste non
le portiamo alla pollivendola.
Si tolse la stola e la cotta, e si sedette. Diede cinquanta centesimi a
ciascun chierichetto dal suo borsellino perché la borsa aveva il lucchetto,
e li congedò.
- Porta le cotte col secchiello, la borsa e le uova in sacrestia - disse
al sacrestano - e fa' la divisione secondo le usanze. Di' a Carmela che
prepari pure la cena. Io mi fermo un poco qui.
I chierichetti, diventati più piccoli nelle loro gambette nude e nei calzoncini
stretti, sgattaiolarono fuori.
- Aspettate - disse mia madre. E diede loro un uovo sodo colorato.
- Vuoi anche tu un bicchiere di latte appena munto? - chiese poi
scherzosamente al sacrestano mentre lo preparava per l'arciprete.
- Sì, di quello nero - rispose il sacrestano. E se lo bevve d'un fiato
alla salute di tutti.
- Sono un po' stanco - disse l'arciprete quando il sacrestano fu
uscito. - Le funzioni della settimana santa, con in sopraggiunta la benedizione
delle case, tagliano le gambe a un vecchio come me. E Piero?
- Forse domani gli facciamo fare i primi passi - rispose mia madre.
- Come venticinque anni fa...
- C'era anche allora la guerra - intervenne mio padre.
- Anche allora i cristiani s'ammazzavano fra di loro.
- Forse un po' di stanchezza che ho addosso non dipende dall'età...
- Non sta bene, signor arciprete? - si fece forte la Cecina. - Piero
appena ritorna la mette a posto.
- No, Cecina, pensavo a tutte le volte che oggi ho invocato la pace,
il dono della pasqua che è la pace, e al conto che noi cristiani ne facciamo.
.. C'è veramente da sentirsi senza forze... Nemmeno il pur bravo
Piero ne ha la medicina.
- Non se la prenda, signor arciprete - disse la Cecina che aveva imboccato
la strada della confidenza. - Le guerre ci sono sempre state, e
noi non ci possiamo fare niente.
- Toni non la dovrebbe pensare così - disse sorridendo l'arciprete.
82
- Eh, Toni - sospirò la Cecina. - A momenti me lo ammazzavano
con l'olio di ricino perché predicava nelle osterie che col socialismo
non ci sarebbero state più guerre. Ma Toni non ha studiato; seconda
elementare, e poi il secchio da muratore sulle spalle. Lei invece ha studiato,
signor arciprete, queste cose le sa. Quando i poveri sono troppi,
fanno una guerra per diradarli, come si fa coi gambi di granoturco.
La Cecina tacque sorpresa delle sue stesse parole che sembravano
uscite dalla bocca del suo Toni. Volle rimediare con un pensiero più
confacente all'arciprete, dirà poi a mia madre, soggiungendo: - Speriamo,
signor arciprete, che all'altro mondo ci sia più giustizia e che
non comandi più chi vuole la guerra.
- Certo, Cecina, - disse vivacemente l'arciprete - nell'altro mondo
c'è un solo Signore che sa che cosa vuol dire mangiare per anni polenta
e miseria solo perché si credeva che non ci sarebbero state più
guerre, come Toni. Ma anche in questo mondo ci dovrebbe essere un
solo Signore, almeno per i cristiani. M'avete dato un bello spunto per
la predica di domani, cara Cecina.
- Non si arrischi, signor arciprete - disse la Cecina che ormai era
comandata dalla confidenza. - La prenderebbero per un sovversivo,
un disfattista come Toni...
Tacque ancora, quasi spaventata d'avere paragonato l'arciprete a Toni.
Intervenne mia madre a darle una mano: - Però, con tante benedizioni
di pace oggi in tutto il mondo, qualcosa Dio farà, vero signor arciprete?
- E anche con gli esempi di tante persone da bene, come Piero, come
Toni.
L'arciprete s'alzò e si rivolse alla Cecina: - Fate tanti auguri di buona
pasqua a Toni. Ditegli che l'ho visto in chiesa ieri sera.
- Grazie, signor arciprete, e mi scusi la confidenza. Adesso vado a
preparare la cena -. Uscì un poco curva ma col passo ancora fermo.
- Bisogna che vada anch'io, ho già fatto tardi. Buona pasqua, cari,
anche a Piero.
Mia madre gli porse un pacchetto: - Glielo manda Piero, con tanti
auguri.
Era l'Opera Omnia di Virgilio, in carta india, piccolo formato, di quella
stessa collana, ricordi?, dei Vangeli greco-latini e dei Promessi Sposi.
Il pomeriggio di pasqua lo passammo da Piero. C'era anche Maria con
un vestitino verde di mezza stagione. Piero fece i suoi primi passi. Assistevo
muto alla gioia di nostra madre, che si travasava in me con la freschezza
dell'aria e la limpidezza del sole di quel 13 aprile. Suor Giuseppina
guardava Piero e poi sorrideva a nostra madre. Nostro padre
guardava tutti e sorrideva alla sua donna. Gli altri feriti, ormai in grado
di camminare, incoraggiavano Piero e sorridevano a nostra madre. Lei
sorrideva a Maria che stringeva il braccio di Piero. Piero non diceva nulla.
Era molto pallido. Vidi suor Giuseppina precipitarsi a una sedia e
portarla a ridosso di Piero appena in tempo perché non cadesse svenuto.
- Non è niente - ci rassicurò. E gli dette alcuni buffetti sulla guancia.
Mia madre era impallidita.
83
- Non è niente - ripetè suor Giuseppina. - Ecco, sta rinvenendo.
- Che è successo? - domandò Piero.
- Anche ai medici capita. Respiri profondo. È passata.
- Non è proprio niente? - chiese mia madre.
- Sta' tranquilla. Adesso lo rimettiamo a letto.
Coricato, Piero aveva ripreso il suo colore.
- Sapete? - disse con aria allegra suor Giuseppina. - Domenica
in Albis ci sarà grande festa in seminario per i feriti. Il vescovo ha chiesto
al maggiore l'onore di ospitare i nostri soldati in seminario per il
pomeriggio. I parenti hanno lo stesso invito, ma doppio, da parte tanto
del vescovo che del maggiore.
Nella settimana di pasqua mi giunsero i tuoi auguri. Una semplice
cartolina delle catacombe di san Callisto. Il tuo silenzio per tutto il
tempo di quaresima non mi aveva meravigliato. Sapevo del tuo costume,
in quel periodo, di ridurne la corrispondenza allo stretto necessario;
era un tuo modo per sottolineare la necessità di dedicarsi al lavoro
e alla meditazione, eliminando il più possibile ogni preoccupazione
che li interrolnpesse. Il tuo digiuno non consisteva solamente nella tazza
d'orzo del mattino e nella velocissima cena; anche i sentimenti dovevano
digiunare, perché fossero purificati e ridotti alla loro essenziale
profondità. Sapevo pure quanto ti costasse questo esercizio d'ascesi che
non ti era affatto congeniale. Mi dicevi, infatti, che Cristo, in preparazione
della pasqua, aveva moltiplicato i suoi contatti. Lo accettavi per
devozione a una vecchia consuetudine monastica, umilmente, cercando
di assaporarne tutti gli aspetti positivi e lasciando al succedersi dei
giorni sul ritmo della luna che s'ingrossava, diminuiva, scompariva,
riappariva, s'ingrossava di nuovo, il compito di conservare per il pane
azzimo della pasqua i rapporti che si sarebbero rinsaldati se erano veri.
In monastero, la tua presenza di maestro quasi si cancellava; mi parlavi
per quel tempo che era richiesto dall'orario di noviziato, in una
maniera quasi anonima, affidando alle letture della messa del giorno il
compito di guidarmi. Solo nella settimana santa, come per un sentimento
a lungo represso e per questo rinvigorito, facevi combaciare il
tuo cammino col mio per arrivare insieme al mattino del sabato santo.
Eppure avevo la sensazione che il silenzio di quell'anno, dopo la tua lettera
del mercoledì delle ceneri, non fosse più il riconoscimento d'una
vecchia consuetudine ma sottintendesse una lotta che dovevi condurre
da solo. Forse mi sbagliavo; e guardavo la tua cartolina quasi volessi ricavare
una risposta dal tufo millenario delle catacombe.
Non mancammo naturalmente alla festa in seminario in onore dei feriti
reduci dalla Grecia. Nel salone dell'accademia, come lo chiamava il
seminarista che accoglieva i parenti, Piero era già in prima fila sulla carrozzella;
al centro, su un predellino, s'ergeva la poltrona di raso rosso per
il vescovo, affiancata da due poltrone di stoffa verde, ma senza predella.
I seminaristi si dividevano fra il palco improvvisato davanti alle poltrone
e una parte del salone, compatti nella loro divisa della festa per i ragazzi,
e nella sottana per i più grandi. Quelli sul palco erano disposti a semicerchio,
84
e si facevano aria con le partiture. Il salone era tutto un brusio. Mia
madre ogni tanto si alzava e agitava la mano in direzione di Piero, ma
Piero sembrava assorto. Conoscevo quel suo modo di fare quando era
costretto a diventare un oggetto di curiosità, figuriamoci d'ammirazione.
E l'ammirazione era nell'aria con quella divisa e la medaglia sul petto.
Dietro di noi si fece un silenzio improvviso. Mio padre ci disse:
- Arrivano.
I seminaristi s'alzarono in piedi e cominciarono a battere le mani. Dal
fondo del salone avanzava il vescovo, in cotta e mozzetta, sorridendo e
benedicendo. Lo seguiva il maggiore, d'una spanna più alto, impettito.
E poi un paio di sottane con filettature e bottoni rossi, e un altro paio
completamente nere. Quelle filettate di rosso avevano lo stesso sorriso
del vescovo, ma non benedicevano; quelle tutte nere imitavano il maggiore,
ma con aria meno marziale. La schola cantorum attaccò l'Ecce sacerdos magnus, come nei pontificali, a tre voci, con un fugato sul et in
tempore iracundiae giacché, nel tempo dell'ira, anche le note non potevano
avanzare troppo pacificamente. La schola teneva bene, e si permetteva
perfino di assecondare il seminarista maestro di cappella che si
stringeva nelle spalle e si curvava per indicare gli smorzati, e allargava
progressivamente le braccia gettando indietro la testa per sprigionare i
crescendo. Certo, il sacerdos magnus d'una diocesi più importante sulla
mappa del regno di Dio avrebbe richiesto qualcosa di più. Ma un'ovazione
più calorosa, al termine dell'esecuzione, non l'avrebbe ricevuta.
- Come cantano bene - commentò mia madre. - Non si direbbe
che, smorti e magri come sono, abbiano tutta quella voce.
- Sono smorti perché si vestono da non potere mai prendere un po'
d'aria - borbottò mio padre.
Ci furono altri canti, inframmezzati con saluti, indirizzi, ovazioni.
Un ragazzino, tirato a lucido dalle scarpe alla testa rapata, recitò Piemonte,
accompagnando col gesto la discesa dei camosci e finendo poi
col baciare la mano al vescovo. Il maggiore l'accarezzò sulla guancia.
Piero lo chiamò a sé e gli strinse la mano. Il pallore del ragazzino si
cambiò in rosso vivo. Una sottana mingherlina, da liceale, recitò Vergine
bella dhe di sol vestita. Il maggiore, man mano che i versi si scioglievano
dolcissimi, muoveva sempre più distintamente le labbra in
lontani ricordi. Mia madre pianse a un canto in cui si descriveva una
vecchia madre mentre filava sull'uscio di casa in attesa del ritorno del
figlio lontano. Su quelle note non si sentiva uno scricchiolio di sedie.
- E proprio così - commentò tirando fuori il fazzoletto profumato
dalla borsetta. Sotto il guanto di pelle nera c'era il gonfiore dell'anello
coi due brillantini.
Poi il maggiore s'alzò e, dopo aver chiesto il permesso al vescovo, annunciò
che i suoi feriti, riconoscenti, volevano offrire ai cari seminaristi
un piccolo saggio dei loro canti alpini; e ci fu un'ovazione fragorosa non
appena il vescovo fu visto allargare compostamente le mani in un gesto
che fu subito interpretato dai seminaristi come l'inizio del battimano.
Una fisarmonica e alcune armoniche a bocca si fecero avanti, assieme a
85
un gruppetto d'alpini della Julia. I soldati cantavano, e i seminaristi non
ricordarono più d'essere seminaristi e urlavano le loro ovazioni e le loro
richieste di bis. Una sottana filettata di rosso guardava preoccupata, di
sottecchi, il vescovo per spiarne le reazioni a quella manifestazione chiassosa
d'indisciplina. Piero mi dirà poi che il vescovo batteva il tempo con
la scarpa dalla lucente fibbia, fissando a labbra semiaperte, che sembravano
pronte all'attacco del ritornello, le facce barbute e le penne dei cappelli.
Dopo la canzone del Monte Canino fu lo stesso vescovo a pregare
il maggiore perché gli alpini la ricantassero. E qui successe l'incredibile.
Sulla seconda nota s'introdusse nel coro una voce che veniva dalla prima
fila, pastosa e baritonale come quella d'un diacono ortodosso.
- È il maggiore che cantami bisbigliò mia madre.
Non era il maggiore, perché subito udimmo la sua voce, un po' appannata,
aggiungersi alla prima. E altre voci qua e là nel grande salone,
prima un poco timide e poi sempre più forti e compatte, finché tutto
il salone fu un coro possente. Mio padre cantava come se fosse stato solo
sul fienile, ben sicuro che nessuno lo potesse udire; mia madre cantava
cercando d'aprire la borsetta per riprendere il fazzoletto profumato;
sentivo dietro a me la voce di suor Giuseppina, con gli accenti
festosi delle serate sui mucchi di granoturco da spannocchiare. Al termine
ci fu un momento di incredulo silenzio. Il vescovo s'era alzato,
era andato verso il coro degli alpini e li aveva abbracciati a uno a uno.
Poi, con un gesto veloce, aveva tolto il cappello con la penna nera dalla
testa di un soldato sull'attenti e, deponendo rapidamente il tricorno
violaceo sulla poltrona, se l'era messo in testa rivolgendosi al maggiore:
- Tenente degli alpini Giambattista...
Non udimmo più nulla. Il salone era in piedi, in grida d'evviva, come
se un inaudito miracolo si stesse avverando sotto i nostri occhi. Il vescovo
alzava le mani verso tutti i soldati che poteva scorgere nel salone;
abbracciò quelli della prima fila sulle carrozzine.
Poi parlò, dopo aver ripreso lo zucchetto e il tricorno violacei. Chiese
scusa per quel suo comportamento non troppo episcopale (disse proprio
così), ma confessò che la disciplina di tanti anni non era bastata a
fargli controllare le sue reazioni a quei canti, alla visione di quelle divise
che gli ricordavano il suo paese, la grande guerra sulla Bainsizza, tenente
degli alpini. E fu un'altra ovazione.
Parlò poi il maggiore, ringraziando per la gioia che quel giorno il seminario
aveva offerto a lui personalmente e, ne era certo, a tutti i suoi
feriti. Ringraziò in modo particolare il vescovo per quel suo gesto poco...
episcopale che, disse, «mai come ora gli aveva fatto sentire un vescovo
tanto vicino, proprio come un pastore col suo gregge». Ricordò
i sacrifici di quei soldati, i loro gesti di fraternità che erano già un annuncio
di riconciliazione «in tempore iracundiae, come voi avete cantato,
miei cari giovani». E ci fu un battimano lunghissimo.
L'accademia era terminata. Il vescovo s'intrattenne un poco anche
con Piero. Il maggiore gli doveva accennare la ragione di quei piedi
congelati e della medaglia perché il vescovo annuiva guardando fissamente
86
Piero, la mano posta sul suo capo. Mia madre non sapemmo
trattenerla e corse la prima fila.
- È sua madre - disse il maggiore al vescovo.
- Sì, è il mio Piero.
Il vescovo guardò il maggiore e poi Piero: - C'era una grande folla
quel giorno, e si levò una voce di donna: Beatus venter qui teportavit...
Si frugò nella tasca e ne trasse la corona del rosario.
- La tenga, signora, dirà qualche avemaria per questo povero vescovo.
Ne aveva già dette molte mia madre su questa corona.
- Oh, no, non se ne deve privare se fu di sua madre... sono cose che
si trasmettono di madre in figlio...
Il vescovo la guardò un poco sorpreso, le prese la mano, rimise la corona
in tasca.
- Che il Signore la benedica.
Il giorno dopo il maggiore, che la sera dell'accademia era stato invitato
a cena dal vescovo, posò sul comodino di Piero una scatoletta di
madreperla contenente una corona di granati rilegati in argento: - Da
parte del vescovo per tua madre. E per te, guarda che buon gusto quel
vescovo.
Era una tavoletta di rame, raffigurante il buon samaritano chino sulle
piaghe dell'uomo incappato nei ladri.
- Cercami una cornice adatta - mi disse Piero quando mi mostrò
la tavoletta. - Di ritorno a casa la voglio vedere a capo del letto.
La corona adesso ce l'ho io, nella scatoletta madreperlacea, la cosa più
cara fra quelle poche che uso. E la tavoletta dovrebbe trovarsi ancora a
capo del letto matrimoniale di Piero e Maria.
La lunga lettera che ricevetti dalla città del tuo esilio, dopo il digiuno
quaresimale, porta la data del 25 aprile.
Che il grande avvenimento racchiuso in tale data, che mi segnò per sempre,
si facesse annunciare quattro anni prima con la tua lettera? È possibile.
Dopo quanto è avvenuto, tutto è possibile.
Trascrivo la tua lettera. Benché ne abbia ancora diverse nella scatoletta
di cartone, ho il presentimento di compiere per l'ultima volta questo
gesto di fedeltà alle tue parole e di richiesta d'aiuto per la ricerca del
senso della mia vita.
Mi scrivevi:
«Solo ora, col foglio bianco davanti nel tentativo di dirti quello che vissi
durante questo mio silenzio, m'accorgo dello spessore di quanto è avvenuto
nel mio spirito da quel mattutino delle ceneri. Forse è solo la quotidianità
del cammino che si accumula giorno dopo giorno a darmi la
sensazione che qualcosa d'importante sia avvenuto in me; ma oggi, festa
di san Marco, primo giorno delle rogazioni, la novità della vita è talmente
forte che mi sembra affatto eccezionale e irrepetibile anche la quotidianità
del cammino. Quel giovinetto d'evangelo che fugge lasciando nelle
mani dei servi dei sommi sacerdoti un lenzuolo afflosciato, la processione
nell'orto del monastero per chiamare tutto il cielo a testimoniare la
necessità della pioggia per la vita della terra, danno questo sapore di novità
87
al cammino percorso e a quello che anche oggi farò, penetrando più
a fondo nella quotidianità. Richiamarti Elia che deve incamminarsi verso
l'Oreb ed è talmente angosciato da invocare la morte solo perché non si
sente migliore dei padri suoi, può essere perfino banale. Chi non prova
l'angoscia d'una strada ignota e non vuole abbandonarsi al destino comune
pur di non affrontare dei rischi che si presentano col terribile volto
dell'inutilità? Eppure, anche ammettendo la possibilità che sia questa la
strada d'ogni uomo, sei portato a pensare che il cammino non ammetta
compagni di viaggio; che sia sempre nuovo solo perché il rischio che devi
affrontare è ancora sconosciuto. Strana cosa misurare la novità del cammino
con la novità del rischio! Elia non vuole la novità del rischio, non
la ritiene nemmeno possibile, e quindi s'abbandona alla maternità della
terra per esserne riassorbito e scomparire, togliendo di mezzo il suo corpo
ingombrante il cammino degli altri: la solita incapacità a travasare nel gesto
e nella parola l'urgente necessità della comunicazione. Nel constatare
di non essere migliore dei padri suoi, Elia trova la convalida del suo cancellamento
nell'utero della terra. Ma è proprio perché non è migliore dei
padri suoi che la quotidianità del pane e dell'acqua, ritrovata dopo il torpore
della paura, lo spinge a continuare il quotidiano e comune cammino
fino al rischio supremo d'incontrarsi con Dio negli elementi più terrestri,
quali il terremoto, l'uragano; talmente penetrati di terra da poterla
essi distruggere nel momento in cui si manifestano. Perché mi do a un
tipo d'esegesi che fa impallidire, per stravaganza, quella della scuola alessandrina?
Forse perché i quaranta giorni della quaresima li passai col solo
nutrimento della quotidianità del pane e dell'acqua come uomo che non
si sente migliore di nessuno. Non come Elia, però. Egli aveva un appuntamento
sicuro, benché non sapesse in che modo si sarebbe realizzato.
L'Oreb, comunque, era un punto di riferimento certo. Il mio appuntamento,
invece, era nell'indefinita articolazione degli avvenimenti, nelle
loro molteplici possibilità d'interpretazione. Almeno così mi parve
all'inizio. In seguito capii come sia possibile ridurre tutto a un avvenimento
e a una sola interpretazione, se il luogo della manifestazione di
Dio non è più un monte da scalare ma è già dentro di me, nel correre il
rischio quotidiano d'ascoltare la Parola negli avvenimenti più terrestri
della terra, come accadde a Elia. E uno di questi avvenimenti, il più significativo
per me perché unificava tutti gli altri e rappresentava gli elementi
del fuoco, del terremoto, dell'uragano e della brezza, lo vidi nella
musica. Non so se questo fu il dono della quaresima che m'aprì ad altri
doni; so solo che andavo all'appuntamento con la musica nella disposizione
di mettermi all'ascolto della Parola attraverso gli elementi più terrestri
che la musica poteva rappresentare, e non più per carpirne un segreto.
Così il non essere migliore dei padri miei non mi turba, in quanto
riconosco essere cosa normale, se tutti siamo chiamati a rischiare l'ascolto
della Parola negli stessi elementi terrestri. Che cosa è avvenuto, allora, del
mio dubbio, che a volte mi rendeva inquieto, per la presenza silenziosa
di quella donna che ha suscitato in me dei sentimenti facilmente intuibili?
Un angelo, cioè un messaggero (e i messaggeri assumono infinite forme:
88
anche il rosso del cielo è portatore di messaggi, diversi a seconda che
si presenti al mattino o alla sera), scosse Elia dal suo torpore perché s'immettesse
nella quotidianità del cammino. Posso dirti che quella donna
m'apparve come il messaggero che mi scuoteva dal torpore dei miei privilegi
per darmi il senso della mia comune umanità? Penso di sì, perché
so che hai la capacità di rispettare il cammino di ciascuno come comune
a tutti e, nello stesso tempo, assolutamente irrepetibile. Ritenni, quindi,
che non avevo nessun diritto di chiudermi al possibile annuncio di Maddalena
(tale è il suo nome), e decisi di parlarle, superando in me resistenze
e paure. Anche quel giorno Maddalena era già nel suo banco, in un angolo,
quando entrai in chiesa. Mi fermai dietro a lei e, dopo un ultimo
sfibrante momento d'incertezza, la salutai. Ella si voltò, s'alzò in piedi e
rispose al saluto. La vidi negli occhi; era la prima volta, penso, che guardavo
tanto da vicino gli occhi d'una donna sentendomi da essi osservato
fra lo stupore e la riconoscenza. Le chiesi molto banalmente se non si fosse
ancora stancata d'udire i miei balbettii di ricerca. Non mi rispose direttamente.
Fissò la cartella che tenevo sotto il braccio e mi chiese se ero
soddisfatto del mio lavoro. La sua domanda mi giunse talmente inaspettata
che annaspai fra qualche monosillabo affermativo e negativo; ma
non mi suonò indiscreta e nemmeno sgradita. La sua domanda, comunque,
che ebbi la percezione fosse provocata da un interesse onesto e intelligente,
mi liberò dalla paura di prima. Parlammo piuttosto a lungo.
Maddalena a volte doveva faticare per seguire il filo del mio discorso infarcito
di termini che ci sono usuali, come signoria, ascolto della parola,
avvenimento, obbedienza... Dalle sue domande capii che il mio tentativo
non la lasciava indifferente, che le suscitava, anzi, un certo desiderio
d'essere coinvolta nell'avventura, quasi vi avesse trovato un punto di riferimento
per la sua stessa vita, che prima aveva cercato invano. Quel
giorno il mio tempo all'organo s'accorciò. Il volto di Maddalena m'appariva
a tratti davanti, compostamente, come un sostegno a continuare
il mio cammino. Ogni giorno ci salutiamo, spesso c'intratteniamo qualche
momento. Così, a tasselli, vengo a sapere di Maddalena, e lei di me.
Il lunedì santo mi salutò, augurandomi buona pasqua. Avrebbe passato
quei giorni in collina. Ci stringemmo la mano. Forse era la prima volta
che stringevo la mano a una donna in quel modo, con amicizia cioè. L'ho
rivista qualche giorno fa, al suo solito posto, e ci siamo salutati festosamente.
Penso spesso a lei, ma senza turbamento. Sono convinto di non
togliere nulla al mio essere monaco. Potrei in più affermare che sento
nuove forze sgorgare in me, con una rinnovata volontà di ricerca. In questa
serenità ho passato il santo triduo e la pasqua. Ho perfino l'impressione
che una pesante cortina si sia alzata rivelandomi, con la luce che è
così entrata nel luogo più riposto del mio animo, l'inconsistenza delle
mie paure. Il mio lavoro procede con fatica ma serenamente. Forse l'incontro
con Maddalena ha in questo una parte di primo piano».
Mi davi poi notizie del nostro monastero e dicevi tutta la tua gioia
nell'udire quanto Piero aveva fatto, mosso dall'unico spirito. Volevi
che questa tua gioia la sapessero mio padre e, soprattutto, mia madre.
89
Quando lessi a mia madre queste ultime parole della tua lettera, disse:
- Finita la scuola, dom Placido tornerà certamente in monastero. Dovrà
passare di qui, e non soltanto per un giorno come a natale. Ci sarà
anche Piero in convalescenza. Desidero tanto che lo conosca meglio.
Invitalo subito, prima che faccia un altro programma.
Era arrivato il tempo dei bachi. Alla Campanella non allevavamo più i
bachi da quando erano morti i nonni, ma la Cecina aveva continuato
con una mezza oncia di semi, aiutata da Toni per la sfogliatura dei gelsi.
Gelsi nei campi della Campanella ce n'erano in abbondanza. Ogni riquadro
di terreno per le diverse colture a rotazione era delineato da loro
filari. Nei primi giorni, di foglia, tagliuzzata come la cicoria nel pastone
delle galline, bastava una manciata. Dopo la prima dormita dei bachi, ce
ne voleva già un sacco; ma quando, grossi come un mignolo e con una
pelle tirata a lucido da scoppiare, si buttavano voraci sulla foglia, coi sacchi
non era mai finita. La foglia non veniva più tagliata ma solo staccata
dai turgidi polloni e sparsa sui graticci foderati di carta di giornale, così
fitta che per un momento l'agitarsi del biancore diventava l'immobilità
d'una distesa di verde. Per otto giorni i bachi divoravano sacchi su sacchi.
- Mangiano di furia - si diceva, come quando un bambino senza educazione
divorava un piatto di gnocchi. Poi arrivava l'ultima dormita, da
non svegliarli nemmeno con le cannonate. - Dormono della grossa si diceva, come quando un chierichetto, durante la sua settimana, arrivava
in chiesa al sanctus già suonato. Quattro dormite e altrettante mute
di pelle. - Vi faccio cambiare pelle come i bachi - ci gridava la nonna
quando non riusciva a fermarci nelle corse attorno ai pilastri del barchessale e alla catasta delle fascine. - Menate la testa come i bachi - ci rimbrottava,
quando a tavola, davanti alla minestra di riso che non entusiasmava
né Piero né me, guardavamo il soffitto, e poi il piatto, e poi fuori
dalla finestra, e poi il ritratto del nonno per attingervi un po' di coraggio.
Poiché, dopo la grande dormita, i bachi cominciavano ad alzare la testa
e a girarla in ogni senso per trovare un aggancio al filo col quale avrebbero
tessuto il bozzolo. Era il momento delle frasche, una specie di festa dei
tabernacoli riservata ai bachi perché potessero arrampicarsi fra un canniccio
e l'altro e rincantucciarvisi in modo da attendere, indisturbati, alla
loro opera. Le frasche le facevamo con mazzetti di paglia attorcigliati ad
arco e legati alla vita con cordicelle, alti un poco più della distanza fra un
canniccio e l'altro, in modo che vi rimanessero incastrati. Per qualche
giorno la soffitta, dopo il brusio senza battute d'arresto della mangiata di
furia, s'acquietava in un sibilo quasi impercettibile, mentre sulla paglia
cominciavano a delinearsi le prime cellette di questi straordinari eremiti
che, prima di chiudersi definitivamente al mondo e alla seduzione della
foglia di gelso, si purificavano facendo dell'ingiallita carta di giornale e
degli avanzi dei loro banchetti il loro seggio stercorario.
Anche quell'anno la Cecina aveva tenuto accanto al camino, sull'apposita
carta forata, i semi rossiccio scuro dei bachi, per farli dischiudere
al tepore della cappa. Toni aveva preparato la soffitta, tappando le fessure
delle finestre perché i vapori dello zolfo bruciato per la disinfezione
90
non si sperdessero. Lo aiutai a erigere i palchi che avrebbero sostenuto
i cannicci. La Cecina sorvegliava l'operazione, cercava di dirigerla
con due osservazioni alla volta, ma Toni non se la prendeva.
- Non avrei mai detto che saresti venuto ancora su questa soffitta a
piantare i palchi. Sai che mi ricordi tuo nonno? - mi disse la Cecina
stanca della remissività di Toni.
- Eh, sì, quello era un uomo. Uno nasce così. Sono della razza intervenne Toni mentre con la roncola toglieva una piccola sporgenza
a un palo.
- Eravate molto amici, vero?
- Fu il giorno dopo che gli avevano dato da bere l'olio di ricino, me
lo ricorderò finché campo. Tuo nonno venne a trovarlo a letto, che era
ancora più di là che di qua, con un fagottino d'uova e un salame. Gli
disse: Tirati su, Toni, le facce di merda (e la Cecina aggiunse: con licenza
parlando) si seccano alla svelta, e allora non puzzano più. Da
quel momento furono grandi amici.
- E vero - intervenne Toni. - Di queste facce ne circolano ancora
ma non ne sento più la puzza.. Da allora ho sempre incontrato facce che
mi rispettano.
- E poi non ti dico di tua nonna. Per un bel po', quando andava in
chiesa, mi aspettava perché nessuno mi facesse dispetti dopo quanto
era successo. Vicina a lei mi sentivo sicura come se fossi stata davanti
all'altare della Madonna.
Toni continuava a lisciare il palo.
- Sì, tuo nonno è stato accompagnato bene. Se lo meritava.
- Come vanno i bachi? - domandavo spesso alla Cecina.
- Va' a vederli. Fino a ora non hanno preso la malattia. Speriamo
che sant'Antonio abate gli tenga la sua mano sopra.
Sant'Antonio li mantenne in buona salute, e loro appesero ai mazzetti
di paglia numerosissimi ex-voto d'oro in ringraziamento. La Cecina
dalla contentezza si comperò un velo nero di seta mista, per andare in
chiesa; e Toni, la sera del primo acconto sulla vendita, fece la spola fra
le osterie, ma senza il cavagno dei ceci. A me regalarono un cestino di
graffioni, rivestito di carta rossa traforata con le forbici, che era il compenso
della nonna a me e a Piero a ogni sbozzolatura alla Campanella.
I graffioni, con la loro polpa carnosa, segnavano l'ingresso dell'estate
nelle case ombrose, nei campi che iniziavano la loro doratura, nella
chiesa odorosa di gigli per la festa di san Luigi e fra i rami spelacchiati
dei gelsi che pensavano ancora ai bachi e s'ostinavano a rinnovarsi con
foglie ancora più larghe e lucenti. La Parola aveva filato silenziosamente
innumerevoli bozzoli e vi si era rinchiusa per proteggersi dal grande
sole dell'estate. I banchi della chiesa registravano ogni domenica i vuoti
estivi ammessi da Dio fin dalla creazione del mondo, dato che frumento,
erba, granoturco, acqua di rogge e sole a perpendicolo erano venuti
prima della costruzione delle chiese.
Piero festeggiò il suo onomastico a casa, e ai primi di luglio venimmo
a prenderti col barroccio alla stazioncina del paese.
91
Non riconoscevi più la stradetta che ci portava sulla provinciale, e
non sapesti indovinare il grande platano che avresti voluto fosse un organo
al tempo della neve. Le foglie delle piante lasciavano filtrare qualche
raggio di sole ancora basso all'orizzonte, che ci tagliava improvvisamente
gli occhi e tremolava nei riflessi dell'acqua del fosso. In un
campo una fila di contadini stava mietendo il frumento. Quello di mio
padre era già insaccato sotto il barchessale. Eravamo stati fra i primi a
trebbiare per la gran voglia che Piero aveva di ritornare sullo spiazzo
pieno di puta e rivedere la grande proboscide dentellata della trebbiatrice.
Ogni tanto immergeva il braccio nel sacco che stava riempiendosi
e lo ritraeva a pugno chiuso facendo poi ricadere dall'alto i chicchi ben
torniti, col gesto di nostro padre. Toni gli saltellava a fianco con in
bocca penzolanti gli spaghi per legare il sacco. Mio padre e io col tridente
innalzavamo i covoni fino al boccaporto della trebbiatrice, dove
venivano presi e slegati dai macchinisti. Erano i gesti dell'anno prima,
con lo stesso ritmo, le stesse imprecazioni, lo stesso fiasco dal manico
di vimini, la stessa Parola che si lasciava sgranare per diventare sangue
degli uomini. Il ciclo liturgico della terra, che avevo vissuto dal mio ritorno
alla Campanella, si rinsaldava con quello nuovo nelle balle di paglia
pressate e legate col filo di ferro, della stessa misura, perfettamente
squadrate come l'anno precedente.
Piero teneva le redini e le faceva ricadere ogni tanto sul dorso del cavallo
già lucido di sudore. Ti guardava e t'ammiccava come per farti
notare la sua bravura di guidatore. La guerra era lontana. Gli stivali che
avevano dovuto tagliare con la baionetta erano stati seppelliti nella neve
e nel fango; rimanevano le scarpe di pace, con la suola leggera e la
vernice che nostra madre aveva ripreso a ravvivare ogni sera con lo
straccio di lana.
- Dom Placido, - ti disse improvvisamente Piero - non ti sei mai
chiesto come mai gli uomini riescano a uccidere autoesaltandosi come
se compissero un'impresa eroica?
- Non me lo sono mai domandato - rispondesti dopo un attimo
d'esitazione.
- Io sono stato un privilegiato. Ho dovuto pensarci.
Piero cambiò subito discorso chiedendoti se il vino dei castelli lo bevevate
anche al monastero.
- Per il momento. Ma l'abate, pur provenendo dai castelli, è un
grande ammiratore dei tedeschi, e potrebbe introdurre la birra.
Piero scoppiò nel suo riso e il cavallo scosse nitrendo la criniera. Eravamo
giunti alla provinciale, l'attraversammo e prendemmo la via dei campi.
Sull'aia ad attenderti, fra Toni che caracollava sui piedi, nostro padre,
nostra madre che s'asciugava le mani nel grembiule, c'era anche Maria.
Col ritorno di Piero, nostra madre aveva accolto Maria come una figlia
che bisognava interpellare prima di prendere una decisione. Perfino sul
modo di prepararti la stanza, fra quella di Piero e la mia. Il mazzo di
rose che trovasti sul tavolino l'aveva portato lei.
Ti fermasti una settimana, e fu un avvenimento piuttosto eccezionale
92
negli annali del nostro monastero. Tu stesso non riuscivi a renderti
conto di tale privilegio. Avevi scritto all'abate chiedendogli se potevi
interrompere il tuo viaggio di ritorno per salutarci, come a natale. Pensavi,
infatti, di ripartire il giorno successivo, al massimo dopo due giorni;
e l'abate ti rispose proponendoti anche una settimana se lo ritenevi
opportuno, aggiungendo che un po' di vita fra i campi t'avrebbe fatto
bene, dopo un anno che non doveva essere stato facile per te.
Mi seguivi a volte nei campi e ti sedevi sotto il grosso platano col breviario
o la bibbia fra le mani. Altre volte ti fermavi con Piero e poi, con
lui accanto, ti mettevi al pianoforte. Una volta l'accompagnasti in bicicletta
da Maria. Due o tre sere le passammo dall'arciprete, ed era con
noi anche Piero. L'arciprete sprigionava gioia, compostamente. Ai nostri
tentativi di ritornare a casa per non costringerlo a fare tardi, rispondeva:
- Non è tardi con questo caldo. Comincio a dormire quando la
prima luce non è lontana e i sogni sono più veri -. Io tacevo quasi
sempre, immerso in quel discorrere a tre che accordava, nel desiderio
comune di verità, la vivace intuizione di Piero, tutta impazienze e comprensioni,
la sofferenza appena venata di soluzioni sapienziali della tua
ricerca, la pace, un poco distaccata ma sempre segnata di gusto saporoso,
delle parole dell'arciprete.
E poi c'erano i pasti, con nostra madre che ascoltava senza perdere
una parola mentre ci serviva facendoti la parte per timore che tu non
prendessi nel piatto quello che conveniva a un uomo, dopo un anno di
studio, per quei pochi giorni che passava in campagna; con nostro padre
che tirava fuori dagli angoli più polverosi della cantina vecchie bottiglie,
e interveniva non appena vedeva la possibilità d'una frase ruminata
abbastanza; e con Toni, che rimaneva alla Campanella tutto il
giorno perché io fossi più libero, e che si lavava per l'occasione le mani
prima di mettersi a tavola.
Un giorno nostra madre a tavola disse: - Io dei vostri discorsi capisco
poco. Voi complicate troppo la vita. A me sembra che non invidiare
la gente e aiutarla quando si può sono i comandamenti di Dio sui
quali possiamo essere tutti d'accordo. Non ci sarebbero più guerre e ci
si vorrebbe un po' di bene.
- Parole sacrosante, Benedetta - approvò Toni.
Un pomeriggio ci trovammo soli. Piero era da Maria. Mio padre s'era
buttato sotto il barchessale su un mucchio d'erba falciata al mattino,
col cappello di paglia calato fin sulla bocca per difendersi dalle mosche.
Mia madre, dopo la rigovernatura, s'era presa la libertà di recarsi dalla
Cecina coi ferri della maglia. Capitava, ogni tanto, che negli assolati
pomeriggi passasse qualche ora nel cortiletto della Cecina, così piccolo
che i muri delle case adiacenti gli misuravano il sole anche a mezzogiorno,
a fare qualche parola, coi ferri della maglia che s'incrociavano veloci,
e il mignolo teso a stirarvi sopra il filo perché non s'ingarbugliasse.
Ci diceva: - Vado a prendere l'indulgenza dalla Cecina.
Toni a quell'ora andava per i campi. Era forse l'unico essere vivente
che si muovesse in tutta la distesa immota e silenziosa. Era lui il padrone
93
della grande assolata pianura. Ritornava prima della ripresa dei lavori
con una taschella di pezza tutta fremiti e sobbalzi, che gli penzolava
dalla cintura di spago. Erano le rane per la cena, che era riuscito a
prendere, intontite di sole, sulle rive delle rogge o in certi fossatelli con
una spanna d'acqua.
Ci sedemmo al fresco della saletta, e mi parlasti di Maddalena. Maddalena
aveva ricercato la chiesa dell'organo quando, profondamente turbata
dalla guerra, si sentì insistentemente spinta a dare la sua opera volontaria
di medico su una nave ospedale. Ma le resistenze dentro di lei erano altrettanto
forti. Sperava, nel silenzio di quella chiesetta, che conosceva e
amava per le lunghe ore passate all'organo, di vedere un po' chiaro nel suo
animo e riuscire a prendere una decisione. Ma s'era incontrata con la tua
musica. Ne fu irritata, quasi ti fossi introdotto indebitamente nella sua intimità.
Tuttavia, col trascorrere dei giorni, cominciò a prendere interesse
per la tua ricerca fino a immedesimarsi, intuendo che anche tu stavi lottando
per una decisione determinante per la tua vita. Questo fatto, invece
di aiutarla a decidere, le faceva dimenticare progressivamente la guerra e
la ragione per cui aveva preso la strada di quel rifugio. Quando s'accorse,
con sgomento, che la tua musica aveva preso insistentemente il tuo volto
fino a renderti presente anche in altre ore della giornata, capì che era giunto
il momento dell'unica decisione possibile, e fece domanda di volontaria
per una nave ospedale. Doveva rispettare non solo la tua, ma anche la
sua strada, misteriosamente incontratesi perché ne ricevessero la forza di
separarsi coscientemente. Tutto questo venisti a sapere quando Maddalena
ti salutò la vigilia della sua partenza e ti consegnò un pacchetto. - La
ringrazio, e mi ricordi - ti disse. Era una bibbia in francese, la stessa che
avevi ora nelle mani, tradotta dai testi originali, e una scatoletta contenente
una crocetta d'oro. Ti aveva raggiunto all'organo, ed era stata prima in
lungo silenzio. - Mi suoni Bach - le chiedesti. Suonò il corale In dulci
jubilo. Avevi nel taschino sotto lo scapolare la Waterman d'oro che ti regalò
tuo padre, il giorno della prima messa, con inciso sul cappuccio la data:
25 marzo 1933. Gliela donasti, senza nemmeno pensare che avresti
dovuto avere l'autorizzazione dell'abate. Maddalena lesse la data: - Immagino
che una persona cara gliel'abbia donata il giorno della sua prima
messa -. Ti stese la mano per salutarti. Tu gliela baciasti. Le dicesti: L'evangelo è molto esigente. Grazie d'avermelo ricordato con la sua stessa
vita -. Se ne andò senza voltarsi indietro.
Non la rivedesti più per quell'anno. Dopo... dopo doveva accadere
solo quanto è accaduto.
Era l'ora di riprendere la via dei campi per il taglio dell'erba medica.
M'accompagnasti e ti sedesti sotto il grosso platano con la bibbia di
Maddalena sulle ginocchia. Mentre falciavo l'erba e m'allontanavo, la
macchia nera della tua tonaca si stemperava sempre di più contro il nodoso
tronco e fra il verde intenso del fogliame immobile in quell'ora ultima
d'immobilità del sole, prima che la terra e gli alberi sprigionassero,
negli insetti e negli uccelli, la loro frenetica attività del tramonto. Eri un
niente in tutta quella vastità; ero un niente io, con un giocattolo lucente
94
in mano. I campi, fossi tu sotto il platano o all'organo o in cella, col dono
di Maddalena o senza sulle ginocchia, tagliassi io l'erba o no, avrebbero
continuato la loro stagione custodendo e generando una vita indifferente
alla nostra. Era un segno dell'indifferenza della Parola a se stessa?
Si cenava sull'aia quando il sole filtrava ancora fra le piante dall'orizzonte.
Mamma preparava la tavola con le tre assi sostenute da due cavalletti
e ricoperte di tela cerata a quadretti bianchi e rossi. Per non accendere
grossi fuochi in cucina, non tutte le sere durante l'estate si
faceva la polenta; latte e pan biscotto la sostituivano. Il latte lo si faceva
bollire appena munto e lo si metteva a raffreddare in un secchio d'acqua
di pozzo. Ti levavi lo scapolare per gustare meglio qualche soffio
di brezza e il freddo del latte. Noi prima ci lavavamo a torso nudo, chinati
sui mastelli di legno che mamma aveva riempito nelle prime ore
del pomeriggio perché il sole stendesse una patina di tepore sull'acqua.
Una sera mio padre ti disse: - Faccia anche lei come noi. Non c'è
niente di male.
Tu sorridesti un poco imbarazzato. Mamma scosse la testa. Piero rise
forte e, mentre ci sedevamo a tavola, forse per giocare un poco sui preti
e spalleggiare così nostro padre che rimaneva sempre male di fronte a
una disapprovazione della sua donna, anche se scontata, ti chiese:
- Hai visto il quadretto che m'ha regalato il vescovo? Maria, quando
glielo mostrai, volle che leggessimo assieme la parabola che vi è rappresentata.
Certo, chi la inventò non doveva essere troppo tenero coi preti.
- Ma erano i preti d'una volta, non quelli d'adesso - disse subito
nostra madre, per sviare l'argomento.
- D'una volta o d'adesso, erano sempre preti - scherzò nostro padre.
Mamma sospirò: - Possibile che tu ce l'abbia sempre coi preti?
- Io non ce l'ho con nessuno, sono i fatti...
Tu prendesti la cosa seriamente: - Certo, i preti d'oggi sono come quelli
di ieri se non si fermano lungo la strada, sull'esempio del samaritano.
Noi preti l'abbiamo annacquata questa parabola, almeno per quanto ci riguardava,
forse per paura delle conseguenze. Il prete che andava a Gerico,
probabilmente vi si recava per trattare gli affari del tempio, e non aveva
tempo di fermarsi. Correva il rischio, altrimenti, di diminuire la gloria di
Dio, lasciandosi sfuggire l'occasione che gli si presentava a Gerico.
Piero ti guardò sorpreso, e con la tua stessa serietà ti chiese: - Allora
la gloria di Dio consisterebbe nel curare un ferito e perdere l'occasione...
- Almeno così risulta dalla parabola.
- Ma se la cosa è così chiara, perché la chiesa.
Rimanemmo in silenzio, sospesi a quell'interrogativo incompiuto. Ma
Piero non voleva abbandonare l'argomento, pur non completando la sua
domanda, e ti disse in tono piuttosto asciutto: -A molta gente Dio non
interessa perché è presentato come un Dio che ha molti affari da gestire
per aumentare la sua gloria. Come è possibile credere in un Dio simile?
- Nemmeno io vi credo - rispondesti deciso.
- Eppure porti una sottana che richiama immediatamente il legame
con questo Dio geloso dei suoi affari.
95
- Piero! - intervenne mamma con energia.
- Lasciami parlare, mamma. Dom Placido sa che non offendo nessuno.
Direi le stesse cose se fosse presente l'arciprete che di affari in nome
di Dio non ne fa. Sono convinto che molta gente non crede in Dio
perché la chiesa...
- Piero, no, ti prego...
- .. .perché la chiesa l'ha legato ai suoi propri affari.
- Non dire più nulla, Piero - quasi supplicò nostra madre.
- Non t'accorgi, mamma, che sto difendendo Dio se veramente esiste?
Dicesti calmo: - È un segno della misericordia di Dio verso la chiesa
impedirle di spingere qualcuno a non credere, giacché i criteri che Dio
adotta per giudicare la fede d'un uomo sono sconosciuti alla stessa
chiesa. Uno dice di non credere, e potrebbe essere conosciuto da Dio
di grande fede nel momento in cui abbandona la sua cavalcatura per
chinarsi su un uomo. Vedi, Piero, è qui che la chiesa perde ogni potere
di determinare qualcuno a credere o meno in Dio, essendo impotente
e confessandosi tale di fronte a questa assoluta signoria di Dio.
Piero riguardava fisso, come per frugarti di dentro e captare tutte le assonanze
del tuo animo col suo. Papà si beveva Piero cogli occhi. Mamma
s'era alzata di scatto per andare nell'orto a cogliere le prime prugne mature.
Continuasti: - Ho conosciuto a Roma una donna di nome Maddalena,
medico come te, che s'è offerta volontaria per una nave ospedale.
È convinta di non credere in Dio, e io non ho fatto nulla per distoglierla
da questo suo convincimento. Una storia, la sua, abbastanza scontata.
Educata in un ambiente dove la religione della capitale strizza l'occhio
al potere e il fascismo brucia il suo granello d'incenso alla religione
per stare comodamente, l'una e l'altro, sulle loro cavalcature, senza intralciarsi
i reciproci affari, quando esce dal suo ambiente per l'università
ha i primi movimenti di ribellione che la portano a rompere con le
credenze di prima. Dio le parla il linguaggio della comoda coabitazione
fra coscienza e potere; è un linguaggio che ha appreso nella religione
ufficiale. Non lo può più accettare, e una domenica esce di chiesa durante
la messa e non vi rimette più piede se non per suonare l'organo
in ore morte o per ascoltarne il suono. Eppure affronta volontariamente
il rischio di dare la propria vita per gli altri. Mi chiedo se questa sia
o non sia fede. Anche il samaritano, per il prete e il levita, era una specie
di ateo di quei tempi. Tu pensi, Piero, che ciò sia sufficiente?
- Per me ne avanza - disse nostro padre.
Mamma era ritornata col cestino delle prime prugne.
- Le mettiamo un po' nell'acqua fredda. Queste si fanno mangiare
senza tanti discorsi - disse sorridendo.
- Mamma, senti - e Piero se la tirò vicina avvolgendole col braccio
la vita. - Dom Placido mi fa una domanda troppo difficile. Chiede se
uno, perché rischia la vita per il prossimo, è come se avesse la fede. Tu
sai rispondere, io no.
Mamma posò la mano sulla testa di Piero e gli arruffò i capelli, piegandogli
la testa indietro, in modo che la vedesse negli occhi: - Io sono
96
una donna ignorante. I vostri discorsi non li capisco bene e solo Dio
sa come stanno le cose. Bisognerebbe chiederlo a lui.
Papà s'alzò, indossò pantaloni e camicia appena stirati, del sabato sera
che è già festa, e se ne andò al caffè per la partita. Piero e io ci buttammo
con la schiena sul mucchio d'erba appena falciata, in posizione del
gioco delle stelle. Tu prendesti uno sgabello e ti sedesti accanto a noi.
Continuammo a discorrere fino al raglio dell'asino. Ma non andammo
oltre la risposta di nostra madre.
Dovevi essere al monastero per i primi vespri della festa di san Benedetto
dell' 11 luglio, ma ci fu un contrattempo d'orari e arrivasti quando
i monaci stavano cenando.
È l'ultima cosa certa che so di te; tutto quello che avvenne il giorno di san
Benedetto, quanto mi dicesti il 6 agosto, giorno della nostra visita al monastero,
quello che mi scrivesti in alcune lettere subito dopo il tuo rientro
a Roma alla ripresa dei corsi (che ho bruciato in un momento di ribellione,
quando vi lessi la mia esclusione dalla tua vita); tutto quanto ti riguarda
d'ora in avanti, insomma, anche il più piccolo accenno che potrebbe filtrarsi
nel racconto, e come se si collocasse prima di quel giorno, e la verità
dei fatti successivi ricevesse la sua convalida solo dal tuo modo d'agire precedente.
M'è costato molto doverlo ammettere giacché era come se riconoscessi
la grave colpa d'averti fissato io la strada da percorrere nell'ascolto
della Parola nell'avvenimento che ti riguardava (l'incontro con Maddalena?);
ma se volevo e voglio conservarti mio maestro non ho saputo né so fare
altrimenti. Probabilmente il senso della mia vita potrà emergere se riuscirò
a ricomporre lo sdoppiamento che ho operato su di te, analogo forse al mio
di sopravvissuto, riconoscendo te pure un sopravvissuto. Mi richiamerò solo
a tre momenti di quel luglio perché costituirono, nei lunghi anni del
tuo incomprensibile silenzio, l'ultima tua immagine passata attraverso la
mia interpretazione, senza la quale avrei la certezza che tu sei una larva,
nemmeno un vivo sopravvissuto. Essi sono: il tuo incontro serale del 10 luglio
con l'abate, la tua messa del giorno dopo all'altare di santa Scolastica
e il tuo secondo incontro con l'abate. Aggiungerò, quale appendice di cronaca
che ti riguarda, la visita al monastero che facemmo l'arciprete, Piero,
Maria e io, il 6 agosto; la potrei anche saltare se non fosse perché, con tale
visita, Piero, Maria e l'arciprete allacciarono un rapporto con l'abate che
fu per sempre suggellato dal suo sangue ed è essenziale all'interpretazione
del grande avvenimento. Poi... Ma non posso anticipare nulla. Mi affiderò
solo alla misericordia del raccontare, essendomi accorto nei tre mesi trascorsi
quassù che il raccontare e già di per sé un tentativo di liberare la Parola
dagli eventi, quale condizione necessaria all'onesta interpretazione.
Al suono del campanello che udisti dilatarsi nel silenzio dei corridoi
quasi annunciasse il tuo nome, arrivò il vecchio portinaio.
- Oh, padre, è lei, finalmente. Ancora prima del vespro padre abate
mi chiese: Non è arrivato dom Placido? Forse desiderava che fosse lei
a suonare all'organo. Ma ne avremo del tempo, con tutto quello studio
che ha fatto a Roma, vero?
97
Prese la valigia: - Gliela porto in cella.
- No, fratel Silvestro, vada a finire la cena. Mi rinfresco un poco in
cella e poi arrivo anch'io.
Il vecchio monaco ritornò in refettorio e andò direttamente al tavolo
dell'abate. L'abate fece un cenno col capo e dette uno squillo col campanello
d'argento. Il lettore cessò la lettura e scese dal pulpito. Un altro
tocco trovò tutti i monaci coi tovaglioli piegati, le briciole di pane raccolte
nel piattino, gli occhi abbassati, pronti per la preghiera di ringraziamento.
Fecero ala all'abate e al priore, poi uscirono in fila dal refettorio
e si sparsero, a due, a tre, lungo il chiostro e nel giardino, per la
ricreazione serale. L'abate fece un cenno al priore e salì lo scalone verso
le celle dei monaci. Bussò alla tua cella.
- Avanti - rispondesti con voce gaia, mentre t'asciugavi il volto.
Ma non appena ti rendesti conto che era l'abate, deponesti l'asciugamano
sulla sedia e t'inginocchiasti.
- Alzati, dom Placido, non ci si inginocchia quando la visita è confidenziale
- disse con voce scherzosa l'abate. E poi, quasi a scusarsi:
- Non volevo rimandare d'un minuto solo la gioia di rivederti e di
riabbracciarti. Sei mesi sono tanti, figlio mio.
T'abbracciò. - T'aspetto dopo compieta - ti disse sull'uscio alzando
la mano in segno festoso di saluto.
In refettorio trovasti davanti al tuo piatto una rosa, come quando si
festeggia l'onomastico d'un monaco.
- L'ha voluta l'abate - disse il fratello che ti portava la cena su un
vassoio, indicando il fiore.
Dalla porta del refettorio rimasta aperta potevi intravedere la fontanella
in mezzo al chiostro. L'ultima luce sembrava travasarsi tutta nello
zampillo che s'iridava ricadendo in mille gocce. Aspettasti il segnale di
compieta per avviarti direttamente in coro.
Una notte tranquilla e una fine perfetta, da non lasciare in sospeso
nulla, nemmeno un rimpianto, si degnasse concedere Dio; fuggissero
lontano i fantasmi della notte, perché tutto, cella, letto, corridoi, chiostro,
prefigurasse la pace.
Il rosone della facciata scioglieva ormai tutti i contorni del coro e ne
affidava la custodia alla fiammella davanti al Santissimo. Il canto di
compieta non aveva bisogno di luce, era tramandato da secoli dalla memoria
monastica sempre uguale, come è sempre uguale il desiderio
d'una notte tranquilla. Suonò la campana del grande silenzio. I monaci,
col passo frettoloso che allargava l'eco del fruscio delle sottane, si recarono
nelle loro celle.
- Vieni - ti disse sottovoce l'abate.
Il monaco segretario aprì l'uscio dell'anticamera: - Padre abate, ha
bisogno ancora di me?
- Va' pure, dom Luca, e grazie per il buon lavoro anche di questa
giornata.
Il monaco segretario, da due anni rientrato in monastero dopo gli
studi di teologia a Lovanio (era stato ospite del monastero di Mont98
César), s'inginocchiò e chiese la benedizione.
Sulla scrivania il crocifisso d'avorio rifletteva debolmente la luce che filtrava
dalla lampada da tavolo protetta da un ampio paralume di seta rossa.
- Ho desiderato tanto questo incontro, dom Placido, e non l'ho voluto
rimandare anche se sarai stanco. Perdona questa libertà che mi sono
presa. Volevo parlarti quando ci vedemmo a natale, ma mi mancò
il coraggio... o l'umiltà. Dal giorno in cui ti mandai a Roma, sperimentando
il vuoto che avevi lasciato in comunità e le ripercussioni di
sofferenza che colpivano il mio animo, cominciai a capire la sofferenza
che ti avevo provocato col mio comportamento...
Cercasti d'intervenire: - Padre abate, anch'io ebbi le mie responsabilità,
non tenendo conto...
- No, lasciami dire, non si elimina la propria responsabilità nascondendosi
dietro a quella eventuale dell'altro. E la mia, nella tua sofferenza,
non può avere la tua responsabilità come contrappeso, perché la vera
ragione del mio comportamento fu la paura. La paura è cieca, non
vede la sofferenza che provoca. Ma questa cecità, che potrebbe sembrare
ed essere una scusa, diventa un'aggravante quando si tratta d'un superiore,
d'un abate in modo particolare. Un padre non dovrebbe mai
avere paura. E invece io ho avuto paura, dom Placido.
- Anch'io a volte ho paura, padre abate.
- Se vorrai rendermene partecipe, cercheremo insieme di superarla.
Ma ora ascolta la mia e usami la carità di liberarmi dalle sue ultime scorie
col tuo perdono.
Fissasti il volto dell'abate. La luce diffusa della lampada ne marcava i
tratti, ma senza irrigidirli. Non c'era nessun turbamento su quel volto.
Provasti la sensazione in quel momento di non aver mai conosciuto il
tuo abate, o forse nemmeno amato, almeno con quella libertà che non
ha bisogno della stima e della venerazione per stabilire un rapporto da
cuore a cuore.
A questo punto debbo dire qualcosa dell'abate, servendomi di quanto appresi
da te durante il mio noviziato, per meglio precisare il suo posto nel
grande avvenimento, e per ricordarti, come suo immediato successore, quale
voce avrei voluto che tu dessi alla sua morte.
L'abate era stato eletto una decina d'anni prima non perché fosse ritenuto
uomo particolarmente coraggioso, che avrebbe guidato la comunità
senza incertezze e senza paure, ma proprio perché sembrava non
avere problemi né di coraggio né di paure. La sua vita di monaco era
sempre stata senza sbalzi, nell'osservanza quieta della regola, in una
bontà senza preferenze verso tutti, con un senso più pratico che speculativo
della verità e una pietà che trovava i suoi costanti punti di riferimento
nella bibbia e nei santi padri della chiesa. L'abate che l'aveva preceduto,
il cui governo aveva segnato la rinascita del monastero dopo un
lungo periodo di decadenza, nonostante l'opposizione dichiarata e spesso
petulante d'una parte della comunità, la più attaccata ai privilegi che
fioriscono in tali periodi quali un certo individualismo e il benessere
proveniente dalle consistenti rendite, l'aveva scelto maestro dei novizi
99
come segno di riconciliazione poiché, su quel nome che non era di parte,
l'opposizione d'una corrente o dell'altra avrebbe perso vigore. Tu ne
eri stato novizio e, nell'interregno, ti eri sottratto quasi per istinto alle
schermaglie usuali nelle elezioni d'un abate: confabulazioni, trattative,
sottili forme di propaganda, conciliaboli, patteggiamenti, piccoli ricatti;
avevi però potuto osservare la calma, quasi l'indifferenza, che il tuo ex
maestro mostrava in tutta quella eccitazione malamente nascosta da una
regola di vita che non poteva venire meno. La spaccatura della comunità
ci fu ugualmente, anche se meno profonda del previsto, e il nuovo abate
dovette fare opera paziente di ricucitura, concedendo sotto altre forme
quello che aveva tolto a una parte o all'altra. Il suo primo atto di governo
fu di riconfermare il priore, il suo maggiore antagonista che aveva
raccolto, si diceva, un terzo dei voti. Il priore, che probabilmente non
avrebbe riconfermato il maestro dei novizi se egli stesso fosse stato eletto
abate, fu scosso dalla nobiltà di quel gesto, accettò l'incarico con onestà
e divenne un fedele quanto intelligente collaboratore del nuovo abate,
con la conseguenza che la parte soccombente potè inserirsi senza troppe
mormorazióni nel nuovo corso. L'abate non nominò nessun maestro
dei novizi ma solo un incaricato, tenendone per sé la diretta responsabilità;
una decisione che fu capita diversi anni dopo quando tu, terminati
gli studi teologici a Roma e preso il diploma d'organo, a soli tre anni
dalla tua ordinazione sacerdotale, fosti nominato maestro dei novizi.
Ma certamente uno dei gesti più significativi e coraggiosi del nuovo
abate fu quello di rompere l'autosufficienza intellettuale del monastero;
e, su questo punto, benché non avesse preoccupazioni intellettuali,
o forse proprio per questo, non ascoltò le riserve, le richieste di prudenza,
le previsioni di guai che si facevano insistentemente avanti da qualche
settore della comunità. Decise, pertanto, d'articolare i corsi teologici
in modo da dare a ognuno una base comune, sufficiente per
affrontare la serietà e la specificità dello studio accademico, e inviò gli
studenti, a seconda delle loro preferenze, inclinazioni, e del bisogno del
monastero, nelle università teologiche di Lovanio, di Monaco, di Roma,
aggregandoli, per tutto il periodo di studio, ai monasteri più rinomati
della regione. Dopo alcuni anni l'abate, poteva contare sui primi
monaci laureati o licenziati in teologia e sacra scrittura, a conoscenza
di lingue straniere e di nuove usanze monastiche. Era una rivoluzione
condotta silenziosamente, che avrebbe trasformato il monastero rendendolo
sensibilissima antenna dei problemi che s'affacciavano nuovamente
nella chiesa dopo la repressione del modernismo.
Altro merito dell'abate fu il rinnovamento della biblioteca che, sotto
il governo precedente, aveva già ricevuto un notevole, anche se un po'
disordinato, impulso, dopo che era stata in parte ricostituita nelle opere
più importanti andate disperse in seguito alle leggi napoleoniche di
soppressione. Scaffalature di ferro s'aggiunsero a quelle di legno, fu curata
la catalogazione delle opere con nuovi criteri, la sala di lettura fu
arricchita di molte riviste straniere: e la funzione del bibliotecario acquistò
autonomia e importanza. Tutto questo era avvenuto senza troppi
100
sussulti, quasi fosse il normale svolgimento d'una vita che aveva salde
radici nella più sicura tradizione. L'abate, infatti, quando
prospettava alla comunità certe decisioni importanti, aveva la preoccupazione
di dimostrare che non innovava nulla, giacché si collegava a solidi
e sempre presenti filoni della tradizione monastica. La tradizione
ricercata e ripresa metteva, così, al riparo da ogni paura come da ogni
atto di coraggio; e l'abate ne era la voce, l'interprete, contro il quale
ogni arma d'opposizione e di critica si spuntava presto dato che una
parte non poteva invocare, a proprio sostegno, un'antica tradizione ma
solo pigre consuetudini, e l'altra doveva ammettere che la tradizione
non si fossilizzava in archeologismi ma continuava con nuovi impulsi
di vita, preparata a essere accolta dalle nuove generazioni.
- Tu pensi, dom Placido, che io abbia avuto paura dei tuoi accusatori
- continuò l'abate dopo un silenzio che ti sembrò lunghissimo.
Forse l'abate attendeva la conferma che il perdono sarebbe stato pieno,
immediato; una parola, insomma, che gli annunciasse la sconfitta della
paura. Ma tu non sapevi in quel momento che cosa perdonare. Riprese
l'abate. - Tutti i miei anni di governo ti dovrebbero garantire che non
agii per paura dei tuoi accusatori. In fondo, essi si rivolgevano più contro
di me che contro di te. So che la comunità, vincitori e sconfitti nella nostra
penosa vicenda, giudicò il mio comportamento come impostomi
dalla paura di far riemergere una frattura che sembrava, se non saldata,
almeno di molto circoscritta. Anche il nostro amico Franco, che abbandonò
il monastero per seguire, in un certo senso, la tua sorte, pensa così.
Ma parleremo anche di lui, se vorrai. Tu non dicesti nulla: obbedisti.
Avrei preferito un'accusa al silenzio, allora. Mi sentii abbandonato da
tutti, e il tuo silenzio confermava tale abbandono. Mi avessi tu rinfacciata
l'ambiguità più viscida, avrei udito una voce che mi tirava fuori dal
mio isolamento, per sentirmi ancora nella mia funzione di padre.
- Mi perdoni, padre abate... - balbettasti.
- Non devi chiedermi perdono, sono io che ho bisogno del tuo. Ascolta,
figlio: io non ho avuto paura dei tuoi accusatori. Avrei dovuto temerli
ogni giorno di questi dieci anni, sentirmi condizionato da essi; ma non ho
mai dato a nessuno nemmeno un'oncia della mia libertà interiore. Se ho
mediato, se ho cercato di togliere asprezza alle punte, fu solo nel tentativo
di rispondere alla descrizione che san Paolo fa della carità, nel diffìcilissimo compito di scelta fra i diversi atteggiamenti possibili. Ne proverei, altrimenti,
un'insopportabile vergogna. No, di loro non ebbi paura.
L'abate s'alzò, prese da un armadietto due bicchieri e li riempì dell'acqua
limonata del thermos.
- È uno dei pochi vantaggi a essere abate - disse sorridendo. - A
nessuno verrebbe in mente di rimproverarmi questa infrazione all'austerità,
ma se dovessi sgridare e castigare i negligente e i contemnentes
come vuole la regola, allora sarei accusato di zelo amaro. Bevi, dom
Placido, fa molto caldo stasera.
Si sedette e si passò stancamente la mano sulla fronte. Ti fissò negli occhi
e continuò: - Non di loro, ma di te ebbi paura. Ti meravigli? Tu,
101
figlio mio, di cui conosco il cuore docile e obbediente, che io stesso scelsi,
mi facevi paura. Quando, per la prima volta, m'accorsi che la vaga apprensione
che nutrivo per il tuo modo di comportarti, facilmente superabile
se mi richiamavo la tua docilità e obbedienza, si cambiava in paura,
cominciai a chiedermi come avrei potuto toglierti l'ufficio il meno dolorosamente
possibile. L'intransigente e sciocca opposizione d'alcuni monaci,
dettata da tutt'altri motivi, me ne offrì l'occasione. La paura da la
mano alla vigliaccheria, vero dom Placido? Così tu fosti esonerato contro
la mia volontà, come una rivincita a distanza di tempo degli oppositori
alla mia elezione, si disse. Non feci nulla, come sai, per sfatare questo
convincimento generale. Ne avessi parlato almeno a Franco, anche se la
sua accusa di debolezza contro di me sarebbe diventata più pesante, forse
mi avrebbe capito, meglio, compatito, e oggi sarebbe ancora fra noi.
- Ma perché mi dice queste cose, padre abate? Non è già tutto risolto?
Quando le parlerò degli ultimi mesi di Roma capirà che tutto questo
doveva accadere - lo interrompesti.
- Può darsi - riprese l'abate, dandoti l'impressione che nulla potesse
distoglierlo dall'andare sino in fondo alla sua confessione. - Ma
ascoltami, ora. Faticosamente dovetti ammettere il vero motivo della
mia paura. Nei tuoi comportamenti, nelle tue parole che Franco assorbiva
voracemente, vidi riflessa la mia immagine come doveva risultare
se fossi stato conseguente con la strada sulla quale io stesso t'avevo posto.
Come se ti dicessi che avevo paura perché non ero come te. Tu
m'eri un continuo rimprovero...
- Padre abate, la prego...
- No, non interrompermi, devi sapere tutto perché il tuo perdono
sia pieno e cosciente. Ho avuto paura di confrontarmi con l'evangelo
come tu tacitamente mi proponevi. Certo, potrei addurre delle scusanti.
Ti potrei dire che il pensiero della funzione propria d'un abate poteva
spiegare in termini positivi la mia preoccupazione, togliendole
quindi i connotati della paura. Ma non dovevo ignorare, come dice la
regola, che saepe iuniori Dominus revelat quod melius est. In fondo ho
avuto paura dell'evangelo che avrebbe potuto mettere in discussione
tutte le mie sicurezze di suo diligente interprete attraverso la regola.
Quando presi coscienza di questo duplice peccato di paura e di vigliaccheria,
me ne accusai in confessione. Tu sai chi è il mio confessore abituale.
In comunità lo considerano un vecchio scontroso; in realtà non
fa nulla per mostrare, sotto la pelle dell'orso, il cuore d'un povero di
Yahwé, d'un mite, d'un costruttore di pace. Prima dell'assoluzione mi
disse: «Si ricordi che ogni peccato deve essere per la gloria di Dio, altrimenti
non avrebbe nemmeno la possibilità d'esistere. In ciò si dimostra
se abbiamo veramente lo spirito di figli. Per sacramentale penitenza
accetterà la pazienza di non vedere ancora come questo suo peccato
sia per la gloria di Dio». Dal giorno dell'assoluzione una grande pace è
scesa nel mio spirito non perché viva meglio il confronto quotidiano
con l'evangelo ma perché mi sembra, sotto il segno della misericordia,
di non avere più paura delle mie paure. E il tempo d'attendere la manifestazione
102
della gloria di Dio attraverso il mio peccato perdonato dalla
misericordia di Dio e degli uomini. Don Placido, mi perdoni?
- Padre abate... che fa, padre abate...
L'abate s'era alzato e s'era posto in ginocchio sul pavimento davanti
a te. Depose l'anello e la croce pettorale sulla scrivania ai piedi del crocifisso
d'avorio e disse: - Fammi la carità di rinnovare il segno sacramentale
del perdono di Dio, a dimostrazione del tuo perdono.
Alzandosi, l'abate, col volto in serena compostezza, aggiunse:
- Dom Placido, ti sei dimenticato la sacramentale penitenza.
- Rinnovi quella d'una volta. Il tempo della pazienza non è ancora
scaduto - rispondesti.
- Vuoi ancora dell'acqua limonata?... E adesso dimmi: come sta
Franco? Mi avrà perdonato? La tua presenza ripetuta nella sua casa, fatto
piuttosto insolito per un monaco, aveva appunto il significato d'una
richiesta di perdono. Avrà compreso?
- Franco ha continuato a vivere, traendo dalle cose giorno dopo
giorno il significato della sua vita... Forse non sente il bisogno di
perdonare perché le persone e la terra che ha davanti non glielo richiamano...
- E continua a meditare sulla sacra scrittura? Cerca ancora la Parola
negli avvenimenti?
- Sta facendo un altro noviziato, sotto la guida di due maestri eccezionali,
quasi del tutto silenziosi: i campi e sua madre. Ma forse sarà
sempre un novizio, ne ha il cuore.
- E l'animo d'un vero monaco... Se non fosse stato per la mia paura...
Basta. Dio adopera un po' di saliva e di polvere per dare luce a un
uomo. I discepoli forse avrebbero preferito dei preparativi meno banali.
Non bisogna affrettare la manifestazione della gloria di Dio. È il
tempo della pazienza.
L'abate s'alzò.
- S'è fatto tardi, dom Placido. Va' a letto. Domani dobbiamo essere
riposati per il mattutino solenne. Mi rincresce di non averti dato
la possibilità di parlarmi di te. Ma era necessario prima ottenere il tuo
perdono.
Sull'uscio t'inginocchiasti.
- La sua benedizione, padre abate.
- Che Dio ti dia tutta quella gioia che ha donato a me con questo
incontro - ti disse l'abate ponendoti la mano sul capo.
Ma come ho potuto costruirmi di dentro questa scena e riportarne le parole?
Certamente tu non mi parlasti della confessione dell'abate e del suo contenuto.
I diritti dell'interpretazione possono spingersi fino a questi limiti?
La sveglia suonò alle quattro e mezzo. Ti svegliasti di soprassalto. Il
sonno, anche se breve e un poco agitato, ti aveva ridato il gusto dell'incontro
coi fratelli. Indossasti la camicia bianca della festa, coi polsini di
madreperla che t'avevano sempre seguito dal giorno della cresima. Togliesti
dall'armadietto la sottana e lo scapolare puliti, che mia madre
aveva voluto lavare e stirare assieme all'altra biancheria, e deposti per
103
ultimi nella valigia perché non si sgualcissero. T'avviasti alla sacrestia,
grande quanto una sala capitolare, dove diversi monaci stavano già togliendo
dall'armadio secentesco le cocolle e i pesanti libri di coro. Bastò
un leggero movimento del capo per augurare a tutti i fratelli il buon
giorno nel Signore. Arrivarono gli altri monaci, arrivò l'abate: e la sacrestia
divenne tutta un fruscio di cocolle, di camici, di dalmatiche, di
piviali. Da ultimo l'abate, con la mitra e i guanti di seta bianca, ricevette
dal cerimoniere il pastorale.
Dopo il canto solenne di mattutino e delle lodi, i monaci sacerdoti
cominciarono a turno le celebrazioni delle messe agli altari laterali. Il
padre sacrestano t'aveva riservato l'altare dedicato a santa Scolastica,
nel primo turno. Era siffatta attenzione un segno di festosa accoglienza:
prediligevi quell'altare di marmo intarsiato, con abbondanza d'azzurro
e di carminio, e certe volute perfette che sembravano modellate col
pollice. Un tempietto a due colonne di marmo nero, sormontate da
una cimasa triangolare per dare modo a tre putti di marmo bianco di
suonare i loro strumenti, inquadrava la nicchia dalla quale la statua lignea
della santa, dall'ampia cocolla dorata, fissava da secoli un cielo nascosto.
Ti volle fare da inserviente fratel Silvestro, ansimante a ogni
movimento con un piccolo sibilo come se avesse un forellino nella gola.
Le parole si susseguivano appena percettibili per non disturbare la
celebrazione degli altri monaci, ma tu le avresti gridate per manifestare
la gioia di ritrovarti tra fratelli in quell'angolo di chiesa che aveva assistito
all'apprensione di sbagliare un gesto, un inchino, di saltare qualche
parola o (di non pronunciarla bene, nei tuoi primi anni di sacerdozio.
Quando cominciasti a celebrare nella cappella del noviziato, sotto
il grande crocifisso ligneo, la messa non ti dava più apprensione, ma
era subentrato il timore della ripetizione meccanica, dell'abitudine a
un atto che, prima dell'ordinazione, ti riempiva di spavento per l'incapacità
a comprenderlo come avresti desiderato. Qualche mese prima
dell'ordinazione, già diacono, t'eri confidato con l'abate. Sarebbe stato
tuo desiderio rimanere per sempre diacono. - Non siamo monaci ortodossi
- t'aveva risposto con un sorriso l'abate. - Eppure tutta la
tradizione della chiesa è per l'ordinazione dei diaconi permanenti avevi obiettato. - Certo, ma la tradizione è un filone che a volte si
smarrisce fra usi e pigrizie, considerati a loro volta tradizioni. Dovrebbe
essere la chiesa a riprendere il filone nascosto; tu chi sei per arrogarti
questo diritto? - aveva concluso l'abate. Qualche tempo dopo eri ritornato
sull'argomento: - Potrei attendere qualche anno, prima d'essere
ordinato sacerdote. Questo è possibile senza urtare contro usi e costumi.
- Sì, ma susciterebbe inutili meraviglie, in monastero e fuori.
La carità esige che meravigliamo il meno possibile il prossimo coi nostri
comportamenti. Se queste argomentazioni non ti sono sufficienti,
ti valga l'obbedienza al tuo abate -. E tu fosti sacerdote per libera scelta
nell'obbedienza.
Fratel Silvestro t'aveva porto l'ampollina dell'acqua dopo averla baciata;
le poche gocce cadevano dal beccuccio nel vino che sarebbe diventato
104
sangue di Cristo, diventando esse pure sangue di Dio: l'elemento
più povero e più puro dell'umanità, fondamentale per la vita,
che diventava Dio.
Vedesti riflesso sull'orlo lucente della coppa il tuo volto d'uomo, tremolante
nel vino dell'offerta. - Padre abate, non sono troppo giovane
per diventare prete? La chiesa fissa un minimo d'età, non un massimo.
Non siamo gettati troppo presto nel mistero? - E tu non pensi che a
sessant'anni sarebbe ancora presto? - Potrei terminare la tesi, conseguire
il diploma e poi essere ordinato, fra due anni. Sarebbe una scusa
accettabile. - Prima o poi si accetta sempre quello che è accaduto. Ma
la vera accettazione, quella che nasce dall'abbandono, anticipa e prepara
l'avvenimento. Abbandonati, figlio mio -. Erano state le sue parole
prima dell'ordinazione.
Sanctus, sanctus, sanctus, senza suono di campanello per non disturbare
gli altri celebranti, ma parole ugualmente martellate con quella
«c» che spacca a metà le due sillabe come il carbone ardente della purificazione.
Labbra impure d'uomini costrette a glorificare la santità di
Dio, a pronunciare il nome del Signore degli eserciti, quando cherubini
e serafini si coprono il volto con le ali per non essere accecati. Eppure
labbra che nessuno può più decretare impure se nemmeno lenzuoli di
carni immonde le possono inquinare.
- La tua indegnità, figlio mio? La dignità è fatta per l'uomo, non
l'uomo per la dignità. Ricordati: Dio è diventato uomo non per
un'esperienza a termine. La sua dignità è ormai fissata nella sua umanità.
Diciamo sanctus Deus sabaoth senza tenere conto che questo Dio
ha rinunciato alle sue legioni d'angeli, per servire e non per essere servito.
- Non ci sono più labbra impure, padre abate? - Rispondimi
prima: chi decreta ciò che è puro o impuro?
Memento Dominefamulorum famularumque tuarum..? Di chi deve
ricordarsi Dio? Se Dio vede un piccolo monaco nascosto fra mille preti
che in quel momento si curvano su un velo di pane e su poche gocce
di vino per ripetere parole comunissime d'inaudita efficacia, di chi si
deve ricordare? Egli vede nel cuore e ricorda quanto è servito a formare
quel cuore. Che bisogno c'è di recitargli il dittico della memoria se egli
sa? Egli non fa preferenze di persone: bisognerebbe avere la capacità di
pronunciare con un solo nome gli infiniti nomi che si sono posti nella
memoria perché nessuno sia primo e nessuno ultimo.
Communicantes et memoriam venerantes... Quando giungevi ai due
punti del canone in cui venivano pronunciati ben trentanove nomi
d'uomini e di donne, un tutt'uno col mistero glorioso di Cristo, provavi
un senso di leggerezza, anche nei giorni in cui soffrivi i ritardi del
cuore.
La lunga teoria, aperta dalla Madre di Dio, si chiudeva su sette nomi
di donna dal dolcissimo suono, che avresti voluto musicare in un inno
alla gioia. - Il monaco e il prete non hanno una donna, e tuttavia iniziano
la loro giornata con sette nomi bellissimi di donna sulle loro labbra.
Non le sembra che sia un po' strano, padre abate? - gli avevi detto
105
qualche giorno prima della professione perpetua, con l'animo
immerso in una gioia leggera, e il cuore pronto allo scherzo da nulla.
- Sarebbe molto più strano che nel communicantes et venerante non
ci fossero donne - ti aveva prontamente risposto l'abate che aveva anch'egli
l'animo immerso in una gioia più compostamente lieve, vedendosi
davanti quel giovane diletto che avrebbe accettato, con un semplice
sì, un'avventura in mare aperto. - Ricordi quello che dice san
Paolo, non appena gli fu passato il prurito d'una teologia rabbinica?
Dice: la donna è inseparabile dall'uomo, e l'uomo dalla donna, davanti
al Signore. Nota questo «davanti al Signore», o nel Signore, che è lo
stesso. Vuol dire che i due sono proprio inseparabili. Anche il monaco
è inseparabile dalla donna davanti al Signore. La rinuncia alla donna,
voluta liberamente, non è separazione da essa. La separazione non può
mai essere davanti al Signore; la rinuncia, sì. Tienilo sempre presente,
per non patire inutili e dannosi turbamenti.
Fratel Silvestro era piegato a metà sul gradino dell'altare e sembrava,
da un momento all'altro, che dovesse cadere bocconi sul pavimento,
con le mani aperte e rivolte al basso, pronte a sostenere l'accasciarsi del
vecchio tronco, tremanti per la fatica del sangue che doveva risalire per
essere ancora purificato; ma fratel Silvestro resisteva nella sfida alla sua
carne appesantita. Tu eri curvo sulla patena e sul calice, senza appoggiarti
alla mensa dell'altare, e resistevi alla sfida dell'incomprensione.
Hoc est enim... scandivi con voce quasi roca, che appannava la coppa
lucente del calice con strisce di fiato subito riassorbite.
Gli occhi chiusi, le mani tormentate dall'artrosi incrociate sul petto,
fratel Silvestro si comunicò e, più curvo di quando era uscito di sacrestia
sostenendo il messale davanti al petto, ti porse le ampolline per la purificazione.
Quante comunioni quel vecchio monaco, in cinquant'anni di
professione monastica, già festeggiati l'anno prima, il giorno dell'Assunta!
Gli avevi mandato un biglietto di auguri, con l'aggiunta dell'immaginetta
dell'Orante delle catacombe e il versetto del salmo: Verso Dio,
che rende gioiosa la mia giovinezza. Ne avevi ricevuto una risposta a caratteri
larghi e incerti: La grazia e la pace di Dio siano con te. È dolce abitare
insieme da fratelli. Benedicite! Caro fratel Silvestro, una vita ad aprire
e chiudere porte, a chiamare questo o quell'altro in parlatorio, e dire:
il padre non c'è, il padre vi attende; ad aggiustare scarpe nelle ore vuote
della guardiola, e, nelle precedenze, in coda al monaco professo più giovane,
senza la gioia di cantare un solo salmo in coro!
- Prosit, dom Placido - ti disse in sacrestia baciandoti la mano.
- Gratias tibi quoque.
Usciste insieme in giardino, tu frenando il passo per stare a fianco del
vecchio monaco. In silenzio percorreste il vialetto principale, assorti
nel ringraziamento della messa. Vi fermaste alla siepe che divideva il
giardino dall'orto, e vi sorrideste.
Qui non ho peccato di presunzione. L'interpretazione combacia con la
realtà del mio maestro prima di quell'11 luglio. Ho udito dalla tua bocca
le resistenze che provavi all'ordinazione sacerdotale, le risposte dell'abate
106
che t'acquietavano. Ho visto fratel Silvestro servirti messa, l'ho amato e venerato
come un abate senza insegne, e la sua memoria m'è dolcissima.
- L'abate t'attende - ti disse dom Luca dopo la recita di nona.
Mentre salivi le scale per raggiungere lo studio dell'abate, tenevi la
mano nella tasca perché la catenina nella scatoletta non facesse rumore.
- Vieni - ti sorrise l'abate.
- Benedicite - sussurrò dom Luca mentre chiudeva la porta dietro
di sé.
- Ieri sera ho parlato solo io. Adesso tocca a te. Raccontami, ma prima
dimmi con sincerità: merito ancora la tua confidenza?
- Ah, padre abate, ella m'ha mostrato una fiducia di cui le dovrò riconoscenza
per tutta la vita. Che posso aggiungere?
- Grazie - disse l'abate.
Traesti dalla tasca la scatoletta, ne togliesti il coperchio e la mettesti
sulla scrivania.
- Il mio contributo al tesoro del monastero - cercasti di scherzare.
L'abate sollevò la catenina con la crocetta: - La dobbiamo mettere in
corbona? Non sarebbe buona nemmeno per la doratura d'un calice e sorrise. La depose nella scatoletta e te la restituì. - Tienila pure. Un
monaco sa che una croce, anche se d'oro, non è mai un gingillo mondano.
- Aspetti, padre abate. Deve prima sapere chi me l'ha donata. Potrebbe
darsi che le mie spalle non siano buone a portare questa croce.
Riponesti la scatoletta sulla scrivania.
- È proprio necessario che me lo dica? Questa croce non è come la
mia, riguarda solo te stesso. La mia la debbo portare sullo scapolare, alla
vista di tutti, per mostrare a tutti la mia debolezza.
Stette un momento in silenzio, con gli occhi socchiusi.
- Ma se questo t'è di aiuto per portarla, confidati. D'altra parte credo
di sapere chi te l'ha donata, anche se non ne conosco il volto e il
nome.
- Non si meraviglia, dunque, se le dico che è il dono di una donna?
- E di chi altro potrebbe essere? Non certo del mio amico l'abate
romano - volle scherzare.
Ti sentisti sciogliere il cuore, e parlasti. L'abate ti ascoltava in silenzio,
immobile nella penombra della stanza tagliata da fili di luce penetranti
dalle fessure delle imposte, che s'adagiavano a chiazzette sul pavimento
e sulla scrivania. Il silenzio si prolungò quando finisti il tuo
racconto. L'abate sembrava seguire un suo pensiero che, per un momento,
temesti fosse di giudizio. T'accorgesti, ancora sulla eco delle tue
parole, che ogni pretesa d'approvazione da parte dell'abate era assurda,
come se fosse stato possibile autenticare con l'autorità un'avventura dagli
imprevedibili sbocchi. Quanto durò quel silenzio? Forse solo qualche
attimo. L'abate si scosse dalla sua immobilità e ti fissò.
- Tu pensi che la tua storia sia affatto particolare, forse straordinaria,
vero? E per questo essa ti turba. Eppure è una storia comune, che il fatto
d'essere monaco non dovrebbe rendere meno comune. Intendimi: facendoti
107
monaco nessuno ti ha detto che saresti stato tolto dalla tua umanità.
Ora la stai sperimentando: una grande grazia, figlio mio. Se ti fossi incontrato
con Maddalena prima di Roma, io avrei avuto meno paura di
te. Il tuo confronto con l'evangelo mi sarebbe apparso più umano.
Ti sentivi liberato e, nello stesso tempo, un poco confuso, come se le
parole dell'abate non manifestassero una vera intelligenza della tua situazione
e, tuttavia, ne cogliessero il fondo non ancora chiaro nemmeno
a te stesso.
- Padre abate, forse non mi sono spiegato bene...
- O intendi dire che non ho ben capito io? E sempre possibile. Per
capire completamente, bisognerebbe fare la stessa esperienza, nello
stesso tempo, nelle stesse circostanze, con la stessa intensità. E poi non
sarebbe ancora sufficiente: bisognerebbe essere l'altro. Penso d'avere
capito, figlio mio...
- Sono un monaco, padre abate, e tale voglio rimanere.
- Se ne avessi dubitato, ti avrei detto di dimenticare, e ti avrei aiutato,
con l'autorità che mi viene dall'essere tuo abate, cercando altre soluzioni
alle tue capacità intellettuali, di fuori della musica. Invece ti dico: devi
continuare nella tua ricerca, porta su di te la crocetta d'oro. So di assegnarti
un compito non facile; la ricerca ti può portare a terre sconosciute,
ad abissi improvvisi; la crocetta potrà farti sentire un peso enorme addosso
e il desiderio di sbarazzartene in un modo o nell'altro; l'essere monaco
fino in fondo in tale situazione ti potrà dare l'impressione di camminare
su una corda tesa, col pericolo di precipitare da un momento all'altro e
rimpiangere le sicurezze che hai ormai perduto. Ma ti confermo: proprio
a causa di tutto questo, va' avanti, non avere paura, non distruggere nulla
di quanto hai ricevuto. Il dono è imprevedibile; se gli dovessimo fissare
il modo di Manifestarsi non sarebbe più dono. E siigli fedele, quando il
prezzo, in moneta evangelica, ti sembrerà troppo alto; soprattutto quando
dovrai riconoscere la reciprocità del dono, appunto per essergli fedele.
Il discorrere dell'abate era lento, con intervalli di brevi silenzi. Che
cosa si produceva nel tuo animo? Forse stavi preparando, inconsciamente
certo, quello che sarebbe accaduto dopo?
- So di porti sulla frontiera più avanzata, ma la casa del Padre non
è costituita da stanzette comode e sicure. La casa del Padre non ha ponti
levatoi che si possono abbassare e alzare secondo il giudizio della nostra
prudenza; non ha mura di difesa né porte. A ciascuno, per pura misericordia,
è stato concesso d'entrare e d'uscire senza tessere di
riconoscimento o biglietti d'invito, da quando gli invitati hanno tutti
rifiutato. Ciechi, zoppi, pezzenti vi hanno accesso, e noi non abbiamo
nessun diritto di giocare a separare la zizzania dal grano, perché non
sappiamo qual è il filino verde che da frutto o l'altro che questo frutto
tenta di soffocare ancora in germe.
Fu bussato alla porta. Entrò dom Luca con una caraffa di limonata e
due bicchieri su un vassoio, che depose sul tavolino accanto alla finestra.
- Grazie, dom Luca - gli disse l'abate. - A prestare fede all'evangelo,
varrebbe di più questo bicchiere d'acqua che m'hai offerto, prevenendo
108
il mio desiderio, che tutti i «Signore-Signore» che oggi abbiamo
cantato. Veramente curioso l'evangelo. Grazie dom Luca.
- Benedicite - e dom Luca uscì leggero come un annunciatore di
buone nuove.
L'abate riempì i due bicchieri.
- Bevi, dom Placido. Dobbiamo tirare fuori tutta la gioia da un bicchiere
d'acqua per il dono che ce n'è stato fatto.
Continuò: - Per la tua tranquillità, permettimi una domanda: l'incontro
con Maddalena t'ha avvicinato all'evangelo? Voglio dire: ne hai
sentito più intenso il sapore e il desiderio di viverlo più a fondo?
- Sì, padre abate - rispondesti con sicurezza.
- Come allora potrei nutrire timore per l'occasione che ti viene offerta
di realizzarlo con impegno maggiore? Ma so anche che l'evangelo sarà
sempre il tuo criterio, dovessero tutti non comprendere le tue scelte.
L'abate riprese la scatoletta e te la porse. - Rimetti la croce stasera e
portala finché sentirai la signoria dell'evangelo sull'incontro. Immagino
- soggiunse sorridendo - che anche tu abbia voluto dare a Maddalena
qualcosa che le ricordasse il vostro incontro. No, no... lasciami
indovinare... La penna di tuo padre? soprattutto per quella data?
- Non avevo altro, padre abate.
- Non scusarti, figlio mio. Non poteva essere che così.
T'inginocchiasti, prendesti fra le tue mani quelle dell'abate e gliele
baciasti.
- Figlio mio, Dio è presente. Ubi caritas et amar ibi Deus est. Ma
non sempre possiamo affermare questo perché il nostro cuore non è
abbastanza puro. Sul cuore saremo giudicati, e il tuo è puro.
T'accompagnò all'uscio dello studio e t'abbracciò.
- Grazie di tutto, padre abate.
- Dea gratias, figlio mio.
Le campane stavano suonando a distesa il primo segno del vespro. Ti
avviasti all'organo per riempire l'attesa. Sentivi il bisogno di pregare,
manifestando la gioia che ti urgeva nelle dita e nelle punte dei piedi con
un ripieno che avrebbe fatto sussultare di meraviglia tutte le canne del
vecchio Serassi.
Può darsi che la mia interpretazione dell'incontro pomeridiano con
l'abate sia stata influenzata da quanto mi dicesti sui tuoi anni romani di
silenzio, appena prima che io salissi quassù. Ma quell'interpretazione era
già formulata nel mio animo durante il grande avvenimento di quarant'anni
fa, per poterti accomunare a dom Luca e all'abate martire, ostinandomi a non vedertene escluso come io ne ero stato escluso. Interpretazione
e fatti, allora, coinciderebbero, come una manifestazione
inequivocabile della Parola. Ma se e così, perché la Parola non ha continuato
a manifestarsi in te come voce dei testimoni del grande avvenimento?
Perché io a quarant'anni di distanza la sto ancora cercando? Come vedi,
il dubbio nell'eremo della base Cana mi è compagno fedele.
Piero ricolmava della sua presenza ogni angolo della Campanella, e
109
Toni ne era calamitato, sempre sull'aia pronto a ogni lavoro ma anche
attento a non lasciarsi sfuggire l'occasione di parlare con Piero.
- Se ti aspetti clienti come me, puoi cambiare mestiere. Ho la pelle
dura, caro il mio dottore -. E ancora: - La guerra '15-18, quella sì
che fu una guerra -. Oppure: - Tu che sei un pezzo grosso dell'esercito
dovresti sapere quando finirà la guerra.
Piero capiva che Toni voleva parlare di tutto, fuor che di dottori, di
guerra '15-18 e di previsioni per la fine di quella fascista, e gli andava
vicino: - Fa caldo, Toni, un goccetto non guasta. - Dopo, dopo,
adesso parliamo -. E si sedevano all'ombra della catasta di fascine.
Piero portava il vecchio amico a parlare di quando poteva dire, lui
Toni, ad alta voce, che era socialista. Piero voleva sapere come fosse potuto
accadere che tutto un popolo, svegliandosi un mattino, si fosse
trovato fascista, e tirava Toni sull'argomento. Era questo uno degli interrogativi
che gli facevano compagnia nei lunghi giorni dell'ospedale,
strettamente unito a quello sulla guerra che, in pochi mesi, l'aveva fatto
un uomo.
- Il popolo - diceva Toni - è stato tradito, il popolo lo sfruttano
quelli che comandano, lo vogliono ignorante per meglio comandare,
ma quando si sveglia, caro il mio dottore, nessuno lo può fermare -.
Aggiungeva anche, scrollando la testa e stirando le profonde rughe del
collo macerato dall'aria e dal sole: - Stai attento, Piero, il popolo può
anche tradire. Non per cattiveria, ma perché è ignorante. Io sono stato
tradito. Se non fosse stato per tuo nonno...
- Vedrai, Toni, - rispondeva Piero - questo non capiterà più. Il
popolo quando ha capito una cosa, l'ha capita per sempre. - Che cosa
ha capito? - interrogava Toni fissando gli occhi acquosi addosso a
Piero come per leggergli prima di dentro. - Ad esempio, che non si
può più permettere che Toni beva l'olio di ricino. - Va' là, caro il mio
dottore, che d'olio di ricino non ce n'è abbastanza in tutto il mondo se
ai fascisti saltasse ancora in mente di darlo da bere. In paese sì e no di
fascisti c'è solo la guardia. Non vedi che sono stufi del duce?
Quando non era da Maria, Piero mi seguiva nei campi e si sedeva
sull'erba, all'ombra della pianta più vicina al posto dove lavoravo. Forse
in me vedeva quanto pensava facesse difetto in lui, ma anche, se penso
all'aiuto che mi diede con la sua discreta vicinanza, il pericolo che
mi chiudessi su me stesso alla ricerca di quella Parola che egli considerava
già pronunciata in ogni uomo. Così, senza che me ne accorgessi
perché mi sembrava del tutto normale partecipare alla stessa vita di Piero
e seguirlo nel suo incontrarsi con la gente del paese non appena il
lavoro me lo permetteva, cominciai in quel tempo della sua convalescenza
un nuovo tirocinio, una specie di noviziato nella conoscenza di
uomini concreti, con la loro storia concreta, sotto gli occhi compiaciuti
e un poco complici di nostra madre.
Ancora uno dei primi giorni del suo ritorno dall'ospedale avevo colto
fra loro due qualche occhiata d'intesa allorché Piero mi disse: - Fratellino,
andiamo a fare un giretto per questo tuo sconosciuto borgo selvaggio,
110
come direbbe l'arciprete? Tu faresti da buon samaritano se
avessi bisogno d'appoggiarmi a qualcuno -. E nostra madre: - Vacci,
Franco. Ti fa bene tirarti un po' fuori dal lavoro e dai tuoi pensieri.
Furono settimane felici, che ho il dovere di ricordare perché mi portarono
a conoscere persone che faranno parte del grande avvenimento
e nella loro morte custodiscono quella Parola che sto ancora cercando
a distanza di tanto tempo.
Intendo riferirmi a Giuliano, un puro d'anima e di corpo che dalla vita
ebbe solo un asino con carretto e la speranza di fare due pasti da cristiano
tutti i giorni; soprattutto a Rondine, il cui nome m'è già uscito incontenibile
dalla penna, che il nostro monastero ebbe l'onore di venerare per due
mesi nella tomba riservata a dom Luca e che tu, appena rientrato in monastero
dopo gli anni di silenzio, chiedesti di accompagnare assieme al
priore quando fu solennemente traslato nel cimitero del mio paese dove più
nessuno oggi lo venera, ad eccezione dell'ex stradino che conoscerò e amerò
sempre, come sai, col suo vero nome di Resistente, e poi del figlio suo Giovannino
(dovrebbero, Giovannino e Andrea, i figli della Resistenza, arrivare
a giorni fin quassù); e di Piero e Maria, una volta all'anno, attorno
al giorno dei morti, per la visita ai loro due cimiteri. Ma debbo frenare la
penna; ogni cosa a suo tempo, anche se su quei nomi correrebbe come gonfia
di vento pasquale. Tu non conoscesti da vivi Giuliano e Rondine; forse
ne conoscesti altri dello stesso stampo d'uomini forti nei tuoi anni romani,
e dovresti allora sapere come non si possa non amarli in quell'unico modo
consentito a un sopravvissuto, ossia nel farne la più alta memoria. Ma basta.
M'affido all'onda del raccontare, pensando sia mio dovere farti conoscere
Giuliano e Rondine prima che entrino da protagonisti nel grande avvenimento,
per potere vedere insieme, adorando, in che modo la Parola
tessa il suo bozzolo per rinchiudervisi dentro.
Il mio primo incontro con Giuliano avvenne un tardo pomeriggio
dalle parti del mulino. L'afa stagnava fino a terra. Il piccolo tratto di
strada asfaltata, al termine dell'acciottolato dove terminavano pure le
case allineate del paese, sembrava un tappeto scardassato. Erano i giorni
in cui i cerchioni di ferro dei carri vi lasciavano strisce che, col gelo
e la neve, avrebbero spaccato tutta la pavimentazione. Poi la strada diventava
polverosa e il fresco del fosso che, in quel punto, uscendo dai
campi, cominciava a costeggiarla, s'infiltrava nell'afa, trattenuto dai rami
fogliosi delle piante da una parte e dall'altra. Il fosso seguiva la strada
per un tratto, e poi svoltava di nuovo portando con sé le piante più
ombrose e una stradetta che sfociava dritta sul mulino e là si perdeva.
- Ricordi quando il nonno ci conduceva al mulino sul carretto? mi chiese Piero.
- Da quando lui morì, non vi ho più rimesso piede. Adesso, per la
nostra farina, non c'è nessuno che controlli, bisogna fidarsi del mugnaio.
Qualche volta papà dice, sfregando fra le dita e fiutando la farina
gialla che il mugnaio ci ha appena portato, ancora calda di macina:
Questa farina non è mia. Stavolta m'ha imbrogliato. Come fai a saperlo?
interviene mamma. E un pensiero temerario. Temerario? lui risponde.
111
Come se io non conoscessi il mio grano! Il grano, dice mamma,
quando è al mulino non ha più padroni. E poi della gente o ci si
fida o se ne fa a meno. Che ragionamenti! brontola papà.
- Si potrebbe dare l'incarico a Giuliano per la macinazione - mi
suggerì Piero. - Puoi stare sicuro che la farina che ti riporta è quella
del tuo campo.
Arrivammo al mulino. Forse era un'illusione, data da tutto quello
spumeggiare d'acqua, ma non sentivamo più l'afa. Ci sedemmo su una
vecchia macina abbandonata nell'erba.
- Perché m'hai portato qui? - chiesi a Piero.
- Per farti conoscere Giuliano.
Lasciato sciolto perché incapace di muoversi se non dopo il terzo colpo
di bastone, l'asino di Giuliano, immobile davanti al mulino, sembrava
un monumento all'attesa. Ogni tanto, ma senza convinzione,
quasi per un gesto rituale di cui aveva perduto il significato, si lambiva
con la coda i fianchi incavati. - Il tuo asino - dicevano in paese a
Giuliano - non mangia alla greppia. - Non è un fascista - rispondeva
Giuliano, quando non c'era in giro la guardia comunale. Altrimenti:
- Non vuol far fare brutta figura al suo padrone.
Giuliano, infatti, poteva servire agli studenti di medicina quando dovevano
impararsi lo scheletro, come aveva detto Piero davanti al caffè
durante l'estate del suo primo anno d'università. S'era subito pentito
della battuta, ma ormai essa, di bocca in bocca, aveva raggiunto Giuliano
che ritornava a casa tutto infarinato, più stanco del suo stanchissimo
asino. Da quella sera Giuliano fu detto l'anatomico. - E fame
sai questa, - gli aveva gridato Giuliano la prima volta che incontrò
Piero dopo quella sera, e s'era battuto, con le nocche della mano, il petto
che sembrava, a camicia slacciata, un reticolato - fin da quando
avevo succhiato tutto il latte di mia madre. Una fame che ha sessant'anni.
C'è poco da scherzarci su -. Piero era diventato rosso dalla
vergogna: - Scusami Giuliano, sono stato uno stupido. Lo so che su
queste cose non si può scherzare.
Giuliano s'era subito rabbonito. Forse era la prima volta in vita sua che
qualcuno gli chiedeva scusa. - Ma è vero che un medico deve sapere il
nome di tutte le ossa? La tua idea non è poi tanto stupida. Se mi danno
da mangiare, ci sto. Però se ingrasso, come fanno a studiare le ossa?
Avevano riso tutti e due ed erano diventati amici. - Quando sarai
medico, Piero, ordina bistecche come medicine. Ai poveri, s'intende,
che le passa il comune. Una bistecca al sangue, meglio di cavallo, è la
migliore medicina. Io quando sto male sento che lo stomaco richiede
una bistecca al sangue, e lo stomaco non si sbaglia mai su quello che fa
bene al corpo. Io queste cose le ho imparate dalle bestie. Hai mai visto
un gatto mangiare erba? Eppure, quando ha il cimurro la mangia perché
lo stomaco gli dice che con l'erba guarisce -. E aveva dato tre colpi
di bastone al suo asino per fargli intendere che era ora di riprendere
la strada. Poiché era un asino che si fermava di botto non appena il padrone
si fermava, e riprendeva a camminare solo dopo il terzo colpo di
112
bastone. Due non bastavano. Ma se il padrone avesse fatto il giro del
mondo senza mai fermarsi, sarebbe stato il primo asino a fare il giro del
mondo senza fermarsi. - Dio li crea e poi li accoppia. A me è capitato
un asino - diceva Giuliano che non s'era sposato perché la fame non
la si può dividere in due, altrimenti si muore. - In fondo, non mi lamento.
Quello che legge il prete in chiesa quando due si sposano, il
mio asino l'ha sempre osservato. Mi segue ovunque.
Asino e Giuliano erano diventati vecchi assieme, girando per il paese a
raccogliere sacchetti di granoturco per poi ritornarli macinati e ricevere
in cambio qualche lira. L'asino se la cavava meglio del padrone durante
la buona stagione perché tutta l'erba attorno al mulino era sua, ma d'inverno
doveva contare solo sul fieno e la paglia che Giuliano aveva raccolto,
una manciata qua e là nei campi, durante l'estate: ed era sempre poco.
L'asino ragliò. Piero s'interruppe: - Sta uscendo Giuliano. L'asino
ha sentito il passo del padrone.
Apparve sull'uscio del mulino Giuliano, infarinato di giallo dalla testa
a un paio di scarpe sfondate. Sulle spalle ricurve portava un sacchetto
di farina. Fece in tutto tre uscite, non più di tre lire, e, se andava bene,
una fetta di polenta e un bicchiere di vino.
- Magri affari in tempo di guerra - gli disse Piero a modo di saluto.
- Puoi dirlo forte, dottore - rispose Giuliano asciugandosi il sudore
con un ampio fazzoletto rosso smunto. - Per me è sempre stato
tempo di guerra. I poveri sono sempre in guerra.
Mi guardò insistentemente.
- È tuo fratello? Lo si vede così poco in giro... Io me lo ricordo
quando venivate qui con vostro nonno. Un uomo quello, di cui si sta
perdendo la razza.
Si rivolse a me: - Sai che gli assomigli?
Giuliano continuò: - Era un socialista vero, senza tanti discorsi. Se
avesse comandato lui, i poveri non sarebbero mai stati in guerra. Ma è
venuto il fascismo, pagato dai ricchi...
Giuliano s'interruppe improvvisamente e si guardò attorno. Abbassò
il tono della voce: - Io sono vecchio, ma non voglio morire prima
d'aver visto il fascismo tirare le zampe, come fa il maiale. Questa guerra
è la sua fine, vedrete.
Quei discorsi sul fascismo, guerra o non guerra, Giuliano li aveva
sempre fatti con tutti, persino col segretario del fascio, quando passava
davanti al caffè e aveva la voglia di pulirsi un poco la bocca. Il segretario
rideva, perché tutti ridevano, ma diventava smorto dalla paura che
qualcuno lo denunciasse alla guardia perché permetteva che si dicessero
in piazza quelle cose. Giuliano se ne accorgeva e rincarava la dose. E
poi per tranquillizzarlo: - Non ce l'ho con te. Anche tu sei come i fichi,
nero di fuori e rosso di dentro.
- E poi che succederà? - gli chiese Piero per stimolarlo sull'argomento
che sapeva inesauribile per Giuliano.
- Poi? E voi che avete studiato non lo sapete? Poi i poveri potranno
vivere come gli altri, perché finalmente ci sarà giustizia. Io m'accontento
113
di poco, non voglio portare via niente a nessuno; ma mangiare due
volte al giorno è un sacrosanto diritto.
Si rivolse ancora a me e mi volle rassicurare: - Non è vero che il socialismo
non voglia la religione. Cristo è stato il primo socialista, portava
una sottana rossa.
- Ma i preti la portano nera - scherzò Piero.
- C'è nero e nero... - tentennò Giuliano a quella sortita di Piero
che non s'aspettava. - Quello dell'arciprete non è un nero contro il
rosso. Io sono convinto che l'arciprete di dentro è un socialista.
L'asino ragliò.
- Il mio asino sente che è già ora di ritornare a casa. Io non ho mai
avuto una sveglia, mi regolo sui suoi ragli. O forse ha ragliato dalla contentezza
a sentir parlare di socialismo.
- Dev'essere un asino intelligente - disse Piero.
- Intelligente? Meglio di tanti uomini. L'ho tirato su io così. Con
chi potrei altrimenti parlare di socialismo? Vedrete che mondo uscirà
fuori. Niente più guerre, né ricchi né poveri.
L'asino ragliò ancora.
- È proprio l'ora di andare.
- Giuliano, - gli dissi - quando ritorni al mulino?
- Ci vengo tre volte alla settimana; posdomani ci ritorno.
- Passa prima dalla Campanella, se non ti dispiace.
- Che discorsi, dispiacermi. Tua madre mi saluta sempre quando
m'incontra.
Al terzo colpo di bastone l'asino si mise lentamente in moto. Piero
fece scivolare nella tasca di Giuliano un aquilino d'argento.
- Bevi un bicchiere anche per noi.
Prendemmo un sentiero fra prati e granoturco che ci avrebbe portato
alla Campanella appena in tempo per non fare attendere papà.
- Non hai chiesto prima a papà se non aveva nulla in contrario per
la macinazione - mi disse Piero.
- Se avrà qualche difficoltà per il mugnaio, mamma saprà trovare
qualcosa lo stesso per Giuliano, quando verrà alla Campanella.
Giuliano, quando due giorni dopo passò dalla Campanella, ebbe un
grosso sacco di granoturco sul suo carretto e un bicchiere di vino che
bevve alla salute del nuovo mondo dove non ci fossero più né ricchi né
poveri. Nostro padre era stato contento del cambio: - Il mugnaio ha
già il suo guadagno con la macinazione, e il suo carro, quando fa il giro,
non s'accorgerà nemmeno che manca il sacco della Campanella. Gliene
parlerò al caffè.
Giuliano andò via dalla Campanella fischiettando, e al primo conoscente
che incontrò sulla strada gridò: - Ho preso la posta della Campanella.
Una bella tinca in un tegamino di alborelle. Una fortuna che
capita a ogni morte di vescovo. Questo sì che si chiama lavorare!
Per rinchiudersi nella morte di Rondine, la Parola convocò a testimoni
della sua opera non solo i vivi ma anche i morti, tanto preziosa dovette
114
risultare ai suoi occhi. Il bandolo della filatura solo essa lo conosce;
e solo a lei spetta la tessitura di qualche filo vagante che io le posso
offrire, e che ora cerco d'individuare col racconto, dato che Rondine è
un attore principale del grande avvenimento, forse il principale.
Lo nominammo accidentalmente a cena sull'aia, perché io, entusiasta
di quanto venivo scoprendo sul conto della gente sotto la guida di Piero,
volevo consolidare e rimpolpare la conoscenza con la parola di nostro
padre.
- Perché la chiamano la terra d'Anselmino se, da quando mi ricordo,
c'è sempre stata una fornace? - chiesi, essendo caduto il discorso
su quella parte di paese detta appunto «La fornace».
- Perché era sua; poi venne uno dalla città e gli diede da intendere
che voleva comperare quella terra per farne una poponaia moderna,
dato che è una terra argillosa, e gli offrì qualcosa in più del prezzo. Anselmino, ingplosito dal soldo, ci cadde come un salame, ma era tutto
un trucco d'accordo col municipio - rispose nostro padre.
- Allora il figlio di Anselmino che lavora alla fornace...
- Sì, è suo figlio, e ci sta rimettendo la schiena come suo padre. Perché
Anselmino quando vide che, invece di piantare semi d'angurie nella
sua terra, la spianavano per costruirci sopra una fornace, andò in
municipio, gridò tutte le parole che aveva sullo stomaco e, a conclusione,
voleva gettar giù dalla finestra segretario e impiegati. Per farlo tacere
gli dettero un posto alla fornace, e ci rimise la schiena. Quando non
ce la fece più a stare in piedi, suo figlio ne prese il posto. E poi ci andrà
il figlio del figlio dell'Anselmino, e si è ancora fortunati.
Il figlio d'Anselmino beveva più di quanto comportasse la sua sete,
che era già molta. Al sabato della quindicina, faceva processione fra le
due osterie, la prima volta con passo ancora fermo, e poi sempre più a
circolo finché qualcuno lo caricava sulla canna della bicicletta e lo portava
a casa, cotto di sole e di vino.
- C'è sempre qualche buon samaritano - mi disse Piero ammiccandomi.
- Adesso s'è modernizzato e adopera la bicicletta invece del
cavallo. Però anche oggi, come allora, non si pensa d'andare a finire in
pagine d'evangelo.
Mamma sorrise: - Non ce n'è bisogno. Sono cose già scritte.
- Hai detto una grande cosa, me la terrò a mente, mamma -. E
poi, rivolgendosi a me: - Senti, senti, mio caro novizio, dove si nasconde
il buon samaritano.
Papà quella sera era felice di poter raccontare. Non c'era bisogno di
ruminare nessuna frase perché non c'era da inventare nulla, tutto era
già stato scritto.
- Nella bella stagione di solito è Rondine a portarlo a casa. Poi, nella
brutta stagione, Rondine scompare e allora il figlio d'Anselmino è lasciato
al buon cuore di qualcuno che ha bevuto meno di lui. Come,
non conosci Rondine? No, non ha famiglia né mestiere. Durante la
bella stagione s'arrangia. Campi, fienili e pollai gli danno vitto e alloggio,
ma non in paese. Rondine rispetta il paese. Il maresciallo sa e lo
115
lascia circolare tutta l'estate. In autunno Rondine si fa pescare in qualche
pollaio, con nel sacco quel tanto che gli assicura di passare solo l'inverno
in prigione. Dicono che è stato il maresciallo a istruirlo. L'altr'anno il maresciallo non s'era accorto ch'era arrivato l'autunno, e
allora Rondine è andato a denunciarsi. Il maresciallo lo dovette arrestare.
Dicono che Rondine l'abbia rimproverato: «Ma signor maresciallo,
e il suo dovere di tutore dell'ordine?». «A dirti la verità, non mi
ero accorto che i nidi di rondine sotto la grondaia della caserma erano
vuoti» avrebbe risposto. Forse sono cose inventate al caffè, ma è vero
che Rondine lo si vede in paese solo dalla primavera all'autunno, ed è
per questo che lo chiamano Rondine.
Il giorno dopo chiesi a ToniChe : pensi di Rondine?
Mi guardò sorpreso. Che mi saltava in mente? Mi rispose ugualmente:
- Io? Io non penso niente. So che partì per la guerra che non aveva
nessuno, ritornò dalla guerra e non ebbe nessuno; è sempre vissuto solo
come un cane.
- E sposato?
- Non aveva un mestiere e nessuna l'ha voluto. Ma non ci ha fatto
troppo caso, l'ha presa con filosofia. Adesso metà dell'anno si mantiene
da solo e l'altra metà si fa mantenere dal governo. Io non gli do torto.
- Ma perché non si mise a lavorare come gli altri?
Toni sputò la cicca: - Tu credi che sia facile trovare lavoro quando
uno in piazza ha gridato che la tessera del fascio non la prenderà mai,
nemmeno se gli vanno i carabinieri a casa? Ma lui l'ha trovata giusta.
Sei mesi all'anno si fa mantenere dal fascio.
E Toni rise di gusto, facendo sobbalzare la roncola sulla natica.
- Bisognerebbe fargli un monumento - continuò. - Quando c'è lui
in paese, i ladri stanno alla larga. Da noi le galline scompaiono solo d'inverno,
quando lui non c'è. Ma purtroppo una rondine non fa primavera.
A pranzo chiesi a papà: - Rondine va in chiesa?
Vidi che Piero stava per intervenire, ma si trattenne.
- Che mi ricordi io, una volta c'è andato. Doveva essere il giorno di
pasqua, ed era appena uscito di galera. S'era nascosto nell'angolo
dell'ultimo altare dalla parte degli uomini per non farsi notare. Figurati
se non lo vedevano. Quando uscì gli si fecero attorno e tutti gli volevano
pagare da bere. Lui era confuso. Non ci metto più piede, diceva,
sembrava che il soffitto mi cadesse addosso da un momento all'altro. E
se ne scappò via con la bicicletta che aveva lasciato appoggiata alla facciata,
senza bere un goccio. Bisognerebbe che ci fosse una chiesa senza
soffitto; forse ci andrebbe.
In quei giorni il mio pensiero era spesso attratto da quell'uomo chiamato
Rondine. Tu avevi ripreso a cantare nel coro del nostro monastero
la Parola; io dovevo accontentarmi di tendere l'orecchio se mai
l'avessi udita cantare, come un rapsodo popolare, le gesta di Rondine.
Si stava andando, Piero e io, da Maria, un pomeriggio, seguendo alcuni
sentieri fra i campi che accorciavano di molto la distanza. Al mattino
col fresco avevo colto nell'orto qualche rosa rossa. Tenevo il mazzetto
116
coi fiori all'ingiù, e il gambo avvolto in una pezzuola di lino
bianco imbevuta d'acqua. Il sentiero costeggiava filari di platani lungo
fossi quasi asciutti e tuttavia ancora disseminati di alborelle. Il rumore
dei nostri passi sembrava battesse il tempo ai piccoli tonfi delle rane,
scaglionate sulla riva. A un certo punto, il sentiero tagliava il fosso
sull'incavo in muratura d'una roggia e seguiva per un tratto la roggia
rigonfia d'acqua, fino a svoltare ancora su una chiusa in cemento e costeggiare
un nuovo fosso e un filare di gelsi.
Io ero stranamente loquace. Se di solito me ne stavo silenzioso, quando
mi trovavo nei campi sembravo muto, tutto intento all'ascolto delle
mille voci che s'intrecciavano dalle cime degli alberi alle zolle appena rimosse
o alla coltre d'erba. Se qualcuno me ne avesse chiesta la ragione,
non gli avrei saputo rispondere; mi comportavo così d'istinto, come il
luccio si ferma immoto nell'acqua chiara al primo sconosciuto rumore.
Ma, quel tardo pomeriggio, la scoperta d'un uomo chiamato Rondine
mi faceva sentire il bisogno di comunicare a Piero le mie reazioni nella
vastità dei campi, mentre pregustavo la gioia di rivedere, vicina a lui, Maria.
Avevo iniziato appena fuori del portone: - Me lo farai conoscere?
- Certo, te lo farò conoscere, prima che venga l'autunno.
Piero non rise alla sortita. Mi parlò di Rondine, incalzato dalle mie
domande, dimostrando di conoscerlo molto meglio che nostro padre.
- E triste lasciare al maresciallo la funzione del buon samaritano dissi a un certo punto, provando quasi un senso di vergogna, io raffinato
ricercatore della Parola nelle cose e negli eventi.
Eravamo giunti al dosso dal quale si vedeva la cascina di Maria.
- Qui cominciano i campi di suo padre - disse Piero.
E io, senza rendermi troppo conto di quel che dicevo: - Non potrebbe
lavorare qui?
- Rondine, dici? - e mi guardò con occhi seri. Conoscevo quello
sguardo, tutto di Piero, quando una soluzione d'un problema che lo
angustiava gli era apparsa all'improvviso, ma anche irrealizzabile.
- Sarebbe inaudito che Rondine prenda in mano un badile o che un
padrone sia disposto a metterglielo in mano.
Maria ci venne incontro correndo, non appena ci vide sotto il portone
della grande cascina. Piero s'affrettò, e si trovarono l'uno nelle braccia
dell'altra. Li raggiunsi col mazzetto di rose penzoloni. Maria mi salutò
festosa: - Oh, Franco, porti queste bellissime rose come se
fossero i capponi di Renzo - e rivolgendosi a Piero: - Che miracolo
è stato mai questo, che sei riuscito a portarmi Franco!
- Vuol dire che sei più contenta di rivedere lui che me? E vero che
l'idea delle rose è stata sua...
C'era tanta pace dentro e attorno a noi. Gli occhi di Maria erano
colmi di tenerezza mentre si posavano su di noi, così diversi e pure
tanto complementari nelle nostre reazioni. Maria conosceva la ragione
di questa diversità; me ne aveva accennato una volta che venne alla
Campanella. Vi aveva riflettuto nelle lunghe giornate della lontananza
di Piero, e io le sembravo assorto in ascolti impossibili. All'inizio
117
ne era rimasta come impaurita, riluttante a entrare in familiarità con
due vite che si presentavano misteriosamente divergenti e unite: tutte
e due ugualmente distanti dalla sua, allenata alle piccole scelte d'ogni
giorno. Poi, col ritorno di Piero, trovandoci spesso l'uno accanto
all'altro, il timore aveva lasciato posto alla meraviglia per la nostra
unità di fratelli, garantita dallo sguardo buono, sereno, comprensivo,
senza preferenze di nostra madre. Vi si era inserita così anche lei, perché
l'unica realtà che univa Piero e me, il volerci bene, era anche sua.
Maria diede un ultimo tocco alle rose nel vaso che depose al centro del
tavolino sotto il pergolato. Si sedette sulla poltroncina di vimini di fronte
a noi due, abbandonando sul bracciolo la mano dei due brillantini.
- Si sta bene qui - disse Piero; e poi soggiunse, con lo stesso tono
come se ci fosse un nesso con quanto aveva appena detto: - Tuo padre
ha bisogno d'un avventizio?
Maria gli sorrise gustando lo scherzo: - Sei già stanco di lavorare alla
Campanella?
- No, no, faccio sul serio.
Io guardavo nell'aia, sorpreso di quella richiesta che mi suonava ora
molto più strana di quanto mi sarebbe sembrata se pronunciata nella
vastità dei campi.
Piero continuò: - Conosci Rondine?
- Chi non lo conosce nel circondario?
- E se tuo padre gli dovesse offrire un lavoro?
Maria si fece seria: - D'avventizio? - e scrollò la testa.
- E un'idea che m'è passata per la mente venendo qui. A essere sincero,
me l'ha suggerita il mio fratellino.
Feci per intervenire, ma Piero continuò: - Sì, il colpevole è lui. Dice
che bisogna aiutarlo, che non bisogna lasciare ai carabinieri la funzione
del buon samaritano. Un avventizio in una grande cascina come questa
potrebbe far comodo.
Piero parlò a lungo di Rondine, raccontando fatti che già conoscevo ma
che, in quel momento davanti a Maria, sembravano acquistare in profondità.
Maria ascoltava in silenzio, ma i suoi occhi diventavano sempre più
luminosi man mano che le parole di Piero gliene rivelavano il cuore.
- Aspettiamo mio padre - disse da ultimo. - Gliene parlerò subito.
Ah, eccolo che ritorna dal suo giro nei campi.
Entrava in quel momento nell'aia il signor Gaspare. Piero e io gli andammo
incontro mentre Maria rimaneva seduta giocherellando con la
cintura del vestitino verde. Con passo sicuro s'avvicinava il padre, un
enorme fazzoletto al collo sulla maglia a maniche corte e la paglietta in
testa, agitando il bastoncino di giunco. Ritornava dalla visita quotidiana
ai campi, dopo che i contadini avevano smesso di lavorare perché
solo allora, senza un'anima viva in giro, riusciva a misurare i bisogni
della terra.
Ci accolse agitando più in fretta il bastoncino in segno di saluto e s'informò
subito da me com'era stata la resa del frumento alla Campanella.
- Buona - commentò. - La terra capisce quando la si lavora con
118
amore. Ma la terra bisogna possederla. I salariati non l'amano, e a me ha
reso meno. Il granoturco però cresce bene. Non mi posso lamentare -.
Si sedette e bevve d'un fiato la limonata che Maria gli aveva preparato.
- Papà, non hai bisogno d'un avventizio? - gli chiese.
- Che succede, Maria, t'interessi ora della terra? - e rivolgendosi a
noiE' : la prima volta in vita sua che mi fa una domanda sul lavoro
dei campi - e rise soddisfatto.
- Per capire la terra bisogna lavorarla - gli dissi io quasi per una
captatio benevolentiae.
- E per amarla bisogna possederla; e questa terra è sua - aggiunse
dando uno sguardo tutt'intorno.
Maria ripetè la domanda, in un tono che lasciava intravedere il desiderio
d'una risposta affermativa.
- Un avventizio? - si rivolse a noi: - Ne sapete voi qualcosa?
- Ne abbiamo infatti parlato, ma... - disse Piero.
-... ma che cosa? - lo interruppe vivacemente Maria.
Piero sorrise: - Ma dubito che quell'eventuale avventizio, anche ad
offrirgli il lavoro su un piatto d'oro, lo voglia accettare.
Maria arrossì: - Potrebbe anche accettarlo se gli si facesse capire che
abbiamo bisogno di lui con tanta gente richiamata, e non lo si prende
per fare un'opera buona.
Il signor Gaspare si manifestava piuttosto divertito: - Possibile che
ci sia la rarità d'un uomo che, in piena guerra, rifiuti un lavoro nei
campi? Al giorno d'oggi è un lavoro sicuro, quanto quello d'un ferroviere,
e più ancora.
- A conoscerlo, non c'è da meravigliarsi se lo dovesse rifiutare, anche
in una cascina bella e comoda come questa - lo stuzzicò Piero.
- E chi sarebbe? - domandò il signor Gaspare con un tono che tradiva
una gran voglia di conoscere un uomo simile.
- Rondine. Tu lo conosci, vero, papà?
- Chi non lo conosce! Ma lo conoscono meglio i carabinieri. Hai ragione,
Piero, gente così preferisce un mese di galera a un'ora di zappa.
- Si potrebbe sempre tentare. Un avventizio, anche dopo un'ora, lo
puoi licenziare. Di' la verità che un avventizio ti farebbe comodo per i
lavori del fieno e del granoturco - insistette Maria.
- Mi vuoi proprio far coprire di ridicolo, anche ammesso che non
mi puzzerebbe un avventizio? Roba da pubblicare sui giornali. Immagino
già che cosa direbbero gli altri agricoltori solo a sapere che ho offerto
un lavoro a un tipo come Rondine...
- Che t'importa degli altri agricoltori? Non hai sempre detto che
quando parlano male di uno è perché ne hanno invidia? In questo caso
avrebbero invidia del tuo coraggio!
- E poi ci sono i carabinieri - continuò il signor Gaspare. - Direbbero
che mi metto contro il governo se do lavoro a uno che è diffidato
a farsi vedere durante le manifestazioni fasciste.
- Potresti sempre domandare il parere del maresciallo - osservò
Maria che, conoscendo bene suo padre, capiva come quest'ultima difficoltà
119
l'avrebbe piuttosto stimolato che trattenuto.
Il signor Gaspare rimase in silenzio, si tolse la paglietta e s'asciugò il
sudore. Guardò sua figlia con tenerezza e scosse lievemente la testa. Poi
si rivolse a me: - Voi non avete problemi di salariati e d'avventizi, siete
fortunati. La terra da maggiore gusto quando chi la possiede la lavora,
senza chiedere l'aiuto di nessuno. Ma anche tu sei un agricoltore e
certe cose le capisci. Io non ce l'ho con Rondine; ha pure lui il diritto
di vivere come gli altri. Ebbene, che faresti tu al mio posto?
Maria mi buttò gli occhi addosso. Piero bevve una sorsata di limonata
e guardò in alto come se gli interessasse contare i grappoli d'uva moscatella
che cominciavano a gonfiarsi. Cercai di schermirmi.
- No, dimmi quello che pensi. E sempre bene sentire il parere d'un
altro, c'è meno pericolo di sbagliare.
- Veramente, - quasi balbettai - non so se ne avrei il coraggio. A
parole è tutto semplice e facile; poi, quando si deve passare ai fatti...
- Già, a parole è tutto facile... Mi piaci, Franco, che non fai il generoso
con la roba d'altri... Certo, ci vuole coraggio...
- Tu ce l'hai, papà.
- Non si tratta solo di coraggio, c'è di mezzo il maresciallo...
- Basta parlargliene. Parlargliene non ti costa niente.
Il signor Gaspare sospirò e s'asciugò nuovamente la fronte e il collo. Fece
mostra di imbastire mentalmente qualche calcolo e poi si rivolse a Piero:
- Sta' attento, Piero. Maria è stata abituata ad averla sempre vinta.
Maria si gettò al collo del padre. Il signor Gaspare cercò di difendersi:
- Io non ho promesso niente. Andrò dal maresciallo, gli chiederò di
Rondine, se può lavorare come avventizio, ma da Rondine per sentire
un rifiuto in faccia non ci vado. E poi chissà dove si trova... Insomma,
tocca a te, Piero, che in questa faccenda devi avere messo lo zampino...
- Giusto - s'affrettò a dire Maria.
Il signor Gaspare s'alzò e si diresse verso le stalle. Lo seguii per lasciare
Piero e Maria soli sotto il pergolato.
Quando riprendemmo il sentiero del ritorno, il sole era un enorme
cerchio d'infuocato arancione sulla linea dell'orizzonte, appena al di
sopra dei filari degli alberi.
Il tavolino della cena era già preparato sull'aia. Nostro padre, con la camicia
già pulita, brontolò qualcosa per il nostro ritardo, ma si rasserenò
subito apprendendo che la resa del frumento alla Campanella era stata
superiore a quella della grande cascina. Durante la cena raccontai la mia
visita alle stalle: - Mi è sembrato d'entrare in un libro di storia della prima
guerra mondiale. Ogni vacca ha il suo nome scritto in gesso su una
lavagnetta: Gorizia, Piave, Bainsizza, Grappa, Carso, Trento, Trieste...
con la sola eccezione d'una data. Indovina: 28 ottobre. Il signor Gaspare
m'ha sussurrato all'orecchio, perché non lo potesse udire il capo bergamino: E quella che fa meno latte di tutte, me ne voglio disfare.
Parlammo naturalmente di Rondine e del posto d'avventizio.
- Al tuo futuro suocero è andato il caldo alla testa - commentò papa.
- Per me, non ci vedo niente di male, ma sarà un bel parlare in mezzo
120
alla gente.
- Se non ci vedi niente di maledisse , sorridendo mamma vuol dire che il caldo è andato anche a te alla testa, oppure che la cosa
è fatta bene. Alla gente bisogna dare ogni tanto delle occasioni di cambiare
discorso, altrimenti s'annoia.
- Sarà così - rispose nostro padre mentre pescava dal secchiello di
rame una turgida albicocca, primizia dell'orto della mamma di Maria.
- Se riesce ad avere quell'avventizio, passerà alla storia meglio che per
la vacca del 28 ottobre.
Il giorno dopo, appena finito di dare il comando ai suoi contadini, il
signor Gaspare prese la bicicletta e pedalò verso la caserma dei carabinieri,
una villetta posta agli inizi del mio paese venendo da quello di
Maria. Procedeva adagio, frugando con occhi d'intenditore i campi da
una parte e dall'altra della strada. Arrivato al canale d'irrigazione che
divideva i due comuni, si fermò, appoggiò la bicicletta contro il muricciolo
del ponte e gettò uno sguardo all'acqua che scorreva pigramente
accarezzando le folte criniere d'erbe prosperanti per tutta la larghezza
del fosso.
- Il consorzio, sì, guarda che pulizia, gli basta pitturare sulla bolletta
i soldi che dobbiamo pagare senza protestare.
Sputò nell'acqua e riprese a pedalare. Il bastoncino di bambù penzolava
dal manubrio, ondeggiando a ogni pedalata, col rischio d'infilarsi
nei raggi della ruota. Maria aveva salutato il padre sotto il pergolato,
quando si stava mettendo i fermagli di legno attorno all'orlo dei calzoni
perché il grasso della catena non li sporcasse.
- Ti raccomando, papà, tira fuori tutti i tuoi argomenti di buon cittadino
fascista per convincere il maresciallo - gli aveva detto ridendo.
- Il maresciallo è più dalla parte del re che del fascio - aveva risposto
con buon umore.
Poi la campagna, da una parte e dall'altra della strada, e il canale d'irrigazione
gli avevano fatto dimenticare re, fascio e maresciallo. Ma ora, già
in vista delle prime case del paese vicino, gli venne in mente che doveva
preparare la prima frase, perché non si va da un maresciallo dando l'impressione
di non sapere bene come cominciare. Rotto il ghiaccio, le parole
sarebbero venute senza cercarle. «Signor maresciallo, sono venuto per
un favore». No, lui non chiedeva nessun favore, a lui non veniva in tasca
niente se un avventizio si chiamava Rondine o merlo, anzi chiedeva un
avventizio che di lavorare sembrava non avesse nessuna voglia. «Signor
maresciallo, sono venuto per un consiglio, da uomo a uomo...»: forse
questo era il modo per attaccare discorso. Tastava così il terreno e, nello
stesso tempo, dava importanza al maresciallo il quale, lusingato, poteva
prendere la cosa in buona parte, garantendo addirittura la sua protezione.
Poi avrebbe un po' tergiversato: Sa, signor maresciallo, mia figlia (ah,
la signorina Maria, la fidanzata del dottore, un eroe; deve essere una
gran brava ragazza) è di buon cuore, e siccome io ho bisogno d'un avventizio
s'è messa in testa che il lavoro può redimere... come redime la
guerra, meglio la battaglia pacifica del grano, no, pacifica sembrerebbe
121
disfattismo, semplicemente la battaglia del grano.
Suonò al cancelletto della caserma. S'aprì lo spioncino della porta e
uscì sorridente l'appuntato, una vecchia conoscenza che si considerava
sempre fuori servizio quando deponeva il moschetto e il berretto sulla
canna della bicicletta, se era invitato a bere un bicchiere nei suoi giri
d'ispezione nei paraggi della cascina.
- Oh, signor Gaspare, qual buon vento... È successo qualcosa in cascina:
- Tutto bene, ma è un po' che non la vedo.
- Sapete, con questo caldo preferiamo fare i nostri giri quando il sole
non picchia tanto forte. Anche i ladruncoli hanno caldo durante il
giorno - e ridacchiò contento della battuta. - Ma entrate, volete vedere
il maresciallo? - abbassò la voce: - Aspettate un attimo, vado
ad avvertirlo perché è in tenuta estiva non regolamentare - e ridacchiò
di nuovo, da complice.
Il salottino d'attesa conteneva solo un tavolino, qualche sedia impagliata
e un odore inveterato di cicche, spente quando cominciano a
bruciare le dita. Sulla parete di fronte alla porta d'ingresso se ne stava
incollato un piccolo crocifisso, in mezzo a due grandi fotografie che
sembravano gemelle per il cavallo, i pennacchi e l'aria marziale. «Cristo
fra i due ladroni» pensò il signor Gaspare. «Dicono che uno era buono,
ma era sempre un ladrone. A guardare la posizione, il buono dovrebbe
essere il piccolino». Si passò il fazzoletto sulla testa per asciugarsi il sudore,
ma anche per cancellare qualsiasi traccia di quel pensiero che il
maresciallo, col suo fiuto, avrebbe potuto stanare. Rientrò l'appuntato.
- Il maresciallo vi attende nel suo ufficio, signor Gaspare.
I mobili dell'ufficio non davano affatto l'impressione d'essere stati un
giorno nuovi. Il governo doveva avere il segreto di quei mobili che nascevano
già vecchi, se in tutti i suoi uffici, da quello delle tasse al catasto e al
registro, erano dello stesso legno tisico, dello stesso colore indefinibile, con
le stesse macchie d'inchiostro nei posti più impensati. E anche lì, sulla parete
dietro la sedia a braccioli del maresciallo, imbottita di cuscini, lo stesso
Cristo piccolo piccolo fra le due fotografìe, questa volta senza cavallo.
Il maresciallo si levò in piedi e i due uomini si salutarono cordialmente.
Erano pressappoco della stessa età, appena passata la cinquantina;
l'uno asciutto per il sole e l'aria, l'altro arrotondato dalla pastasciutta che da trent'anni d'onorato servizio lo confortava quotidianamente,
dieci anni alla mensa del governo e vent'anni alla tavola con la signora
marescialla (non aveva figli) - ma tutti e due vigorosi e dai movimenti
decisi. Il maresciallo era arrivato al paese fresco di promozione una decina
d'anni prima, e ben presto aveva imparato a conoscere la gente anche
dei dintorni con la sua memoria visiva infallibile, a parlarne lo stesso
dialetto, ad accorrere non appena aveva sentore di qualche lite
(- Non fate sciocchezze, siete ancora in tempo, ma fra qualche minuto
divento maresciallo e allora dovete pagare -) ; e la gente gli voleva
bene, come è possibile amare un maresciallo dei carabinieri.
- Ai vostri ordini, signor Gaspare. Sedetevi, prego.
122
Il signor Gaspare tirò fuori di nuovo il fazzoletto e se lo passò sulla
fronte.
- Ecco, signor maresciallo, noi ci conosciamo da tempo e, quindi,
è inutile che la prenda per le lunghe. Sono venuto per chiederle un
consiglio da uomo a uomo...
E il signor Gaspare raccontò in breve la faccenda dell'avventizio e del
nome che la figlia aveva fatto. Chiedere a Rondine se voleva lavorare
nella sua cascina, in regola coi libri, non poteva sembrare in un certo
senso, per modo di dire, è tanto difficile spiegarsi, insomma un atto di
sfiducia verso la legge, come se uno volesse sostituirsi ai tutori dell'ordine
che, si sa, fanno il loro mestiere alla perfezione?
- Signor maresciallo, se la cosa non va, da uomo a uomo, la prego
di non dire niente a nessuno perché la gente aspetta sempre dell'erba
nuova per pascolarci sopra.
Il maresciallo s'accorse appena in tempo che stava sbottando in una
grande risata, e ricompose in fretta le labbra. Se non avesse avuto quella
divisa addosso e fossero stati fuori in aperta campagna, avrebbe caricato
la dose sull'affronto che si sarebbe fatto al governo sottraendogli, per
il prossimo inverno, un cliente tanto affezionato ai suoi servizi logistici,
per poi berci sopra una bottiglia, offerta dal signor Gaspare, naturalmente.
«Che umorismo, però, questa gente dei campi» pensava. «Ne
sarà cosciente? E i due che ho dietro alle spalle credono d'averli in mano.
Picche». Aveva pronunciato, senza accorgersene, a mezza voce,
l'esclamazione che gli era abituale quando stava, in nome della legge,
per aggirare qualche ostacolo creato dalla stessa legge.
- Dice, signor maresciallo?
Il signor Gaspare non aveva ancora imparato a dare del voi, almeno
alle autorità, secondo le disposizioni del governo.
- Oh, niente, stavo mentalmente ripassando tutte le leggi se mai ce
ne fosse una che proibisca d'offrire un lavoro a un affezionato alle patrie
galere.
- E ne ha trovate? - chiese il signor Gaspare con un tono caricato
d'interesse che non sfuggì al riconosciuto fiuto del maresciallo.
- Il legislatore, caro signor Gaspare, almeno in questo caso, non ha
voluto fare una legge inutile. Credete a me, il nostro amico è veramente
una rondine, e gli uccelli dell'aria, è stato detto, non si preoccupano di
lavorare. Comunque, se volete tentare, io, come tutore della legge scritta,
non ho nulla in contrario. Le delusioni saranno solo vostre.
- Be', nella vita le delusioni non mancano mai - disse il signor Gaspare,
che aveva già capito, da quel tono volutamente distaccato, da
che parte il maresciallo pendeva. - Vorrà dire che ce ne sarà una in
più, e non sarà quella che mi spianta. Ma ho l'impressione che sarebbe
una delusione anche per lei, signor maresciallo, o mi sbaglio?
- In servizio, - rispose il maresciallo - noi della benemerita non
possiamo permetterci il lusso d'avere delle delusioni. Ma chi pensa ad avvertire
Rondine per questa proposta, diciamo così, un po' fuori servizio?
- Il fidanzato di mia figlia, il dottor...
123
- Già, se uno ha una possibilità su cento di riuscirvi è proprio lui.
Per ufficio, so che si sono sempre mostrati una certa confidenza; e come
uomo, visto che abbiamo parlato da uomo a uomo, dopo una iniziale
sorpresa, non è che la cosa mi sia dispiaciuta. E un gran bravo ragazzo
il fidanzato di vostra figlia, vostra figlia se lo merita. Fatemi sapere qualcosa,
signor Gaspare; la conclusione della faccenda, diciamo così, m'incuriosisce.
E i libretti di lavoro in regola, mi raccomando, nell'eventualità
che Rondine...
Il signor Gaspare ritornò in cascina senza nemmeno accorgersi che
passava sul canale dell'irrigazione; aveva fretta di dare quella soddisfazione
a sua figlia.
Erano circa le dieci. Maria, raggiante per essere messaggera di buone
nuove, prendeva la bicicletta per recarsi alla Campanella.
Uscito il signor Gaspare dalla caserma, il maresciallo, con la scusa
d'una ispezione in paese, si cingeva la pistola d'ordinanza e, a sua volta,
inforcava la bicicletta per andare alla ricerca di Rondine. Fece il giro
del paese, fermandosi alla porta delle due osterie e scostando, senza scendere
dalla bicicletta, la cortina di cannucce per dare un'occhiata all'invitante
penombra. Nessuno. Cercarlo nei campi, ci sarebbe voluta una legione
di carabinieri. Eppure voleva tentare. Questo Spartaco Argosti,
figlio di N.N. e di fu Teresa Argosti, di professione lineetta, alto 1,75
solo se lo s'impalava contro un muro perché altrimenti, cascante
com'era, si riduceva a 1,70, con segni particolari lineette se non si voleva
aggiungere alla voce tutto un foglio da protocollo, occhi azzurri e
capelli biondi, d'anni impossibili a determinarsi se in comune non facesse
fede un atto di nascita che sembrava uno scherzo: 1° gennaio
1900, reduce a diciannove anni da quindici mesi di trincea sul Grappa
e sul Carso; questo Spartaco Argosti conosciuto da tutti, e certamente
anche dal padreterno, come Rondine, non era per il maresciallo una
voluminosa pratica. Il maresciallo ricordava ancora il suo primo incontro
con detto Rondine, dieci anni prima. Gli erano rimasti impressi soprattutto
gli occhi, che colavano una quieta rassegnazione e una confidenza
particolare con le divise dei carabinieri. Era una delle prime volte
che usciva dal paese in bicicletta per unire al dovere il gusto di percorrere
adagio le stradette di campagna riparate dal sole, e se l'era trovato
davanti all'improvviso, sbucato chissà da dove, con un goffo inchino
(ma capì in seguito che non era stato un inchino), magro e il torace appiattito
da sembrare una gruccia d'armadio.
- Io sono Rondine - aveva detto. - Ero amico del maresciallo di
prima.
E se n'era andato per un sentiero che si perdeva dietro un campo di
granoturco ancora da cimare e sfogliare.
Se ci fosse in calendario un protettore dei ladri, un vero santo da messa
ogni anno, non potrebbe essere che Rondine, gli aveva detto ancora
nei primi anni, sorridendo, l'arciprete. Il maresciallo non dovette faticare
per convincersene, perché fastidi da lui non ne ebbe mai. Rondine
s'accontentava di prendere dai campi e dai pollai lo stretto necessario
124
per la giornata: un'anguria, qualche cocomero o pomodoro, qualche
uovo, raramente una gallina. Era l'ultimo furto quello spettacolare,
quando il freddo delle notti ottobrine cominciava a dargli trafitture alle
ossa. Lo preparava davanti all'osteria, sostenendo (lui certe cose le sapeva)
che la notte del giorno dopo ci sarebbe stato un grosso furto nel
pollaio della cascina tal dei tali; e poiché la notizia era pubblica, il maresciallo
non poteva sottrarsi al suo dovere d'appostarsi vicino al pollaio
e arrestare Rondine per tentato furto.
- E proprio il caso di mettermi le manette? - gli diceva Rondine.
- E' la legge - sospirava il maresciallo scuotendo la testa.
Lavori a padrone, Rondine non sapeva che fossero. Per avere qualche
spicciolo s'ingegnava a prosciugare fossatelli stagnanti, ricchi di pesce;
vendeva in piazza il pesce, parte lo regalava, e dava fondo al ricavato
comperando forme di pan biscotto e fiaschi di vino che caricava sul
portapacchi della bicicletta. Quando, con la primavera, usciva di prigione,
s'era messo addosso qualche chilo di carne e un vestito nuovo,
tanto che non tutti in paese lo sapevano riconoscere a prima vista. Il
vestito e la biancheria che portava in una valigia di cartone tenuta assieme
a forza di spago, erano doni della san Vincenzo per i prigionieri.
- M'hanno fatto un corredo come se mi dovessi sposare - diceva
Rondine all'osteria aprendo la valigia di fronte agli sguardi, un poco invidiosi,
dei vecchi. - Troppa roba - e se ne sapeva subito alleggerire
riservando per sé solo quello che aveva addosso e il ricambio. Poi andava
in caserma a salutare il maresciallo e l'appuntato che gli apriva la
porta. - Spero di non darle troppo disturbo in questa stagione, signor
maresciallo - gli diceva. Ed era sempre di parola.
Portava a casa il figlio d'Anselmino, non si faceva vedere quando
c'era qualche manifestazione fascista, non faceva paura ai bambini,
non provocava nessuna lamentela. Come poteva il maresciallo considerarlo
una voluminosa pratica, così smilzo e rassegnato? Forse gli voleva
perfino un po' di bene, almeno quando non era in servizio e si lasciava
andare a certi ricordi della sua fanciullezza, nei bassi di Napoli,
dove, se non proprio di rondini, si poteva parlare al più di piccoli topi
roditori, tanto per sopravvivere.
Dove la strada si biforcava, il maresciallo prese istintivamente quella
più ombrosa che portava al cimitero e poi si perdeva nei campi.
Arrivato davanti al cancello si fermò e si fece un rapido segno di croce.
Guardò all'interno; anche lì nessuno.
Era già risalito in bicicletta, quando si ricordò d'una voce che aveva
raccolto molto tempo prima e che aveva lasciato cadere perché priva
d'interesse professionale. Si trovava quel giorno davanti al caffè, e stava
passando uno strano corteo funebre per un girovago che era venuto a
morire lungo il fosso all'ingresso del paese: l'arciprete, un chierichetto,
una cassa di legno dolce e sottile non lucidato, un carro spelacchiato,
un cavallo bolso e senza drappo nero, e dietro al carro solamente Rondine.
- Lo conosceva? - chiese a quelli del caffè. - Rondine se non
è in prigione non manca mai a un funerale - gli avevano risposto.
125
- Quando il morto è in chiesa se ne sta vicino ai cavalli ad accarezzarli,
e poi l'accompagna al cimitero nelle prime posizioni dopo i parenti.
Rondine è fatto così, parla più coi morti che coi vivi. Se non sapete dove
sia, cercatelo al cimitero, signor maresciallo.
Il maresciallo ricordava ora perfettamente. Appoggiò la bicicletta al
cancello e costeggiò il recinto. Aveva appena svoltato che udì un fruscio
fra il granoturco.
- Fatti vedere, Spartaco - gridò il maresciallo che aveva notato, coricata
sull'erba, una bicicletta. - Debbo parlarti.
Rondine sbucò dal granoturco, a occhi bassi, con l'aspetto di chi è
stato colto in fallo.
- Rassicurati, Spartaco, - continuò il maresciallo - non c'è stato
nessun furto; e anche in questo caso saprei che tu non c'entri. Ti cercavo
solo per darti una buona notizia.
Rondine si scosse e alzò gli occhi. Una buona notizia a lui! Che significava
una buona notizia? Nella sua vita non aveva avuto mai notizie
né buone né cattive. Sapeva già tutto in anticipo; ed erano le stagioni,
con la pioggia e il sole, il freddo e il caldo, il granoturco ancora verde
o la spannocchiatura, a portargliele.
Il maresciallo s'asciugò il sudore; anche a lui quel modo di dire era
risultato piuttosto strano. Chissà che cosa intendeva Rondine per buona
notizia, e recata da un carabiniere per giunta: la notificazione
dell'arresto per passare all'asciutto la brutta stagione? l'annuncio della
scarcerazione con la primavera alle porte? che, per quell'anno, poteva
evitare la prigione, perché quattro muri, e un tetto sopra, li poteva trovare
al paese in cambio, in cambio... di che cosa?
Ma ormai quell'espressione gli era sfuggita e non poteva più tirarsi indietro.
Tanto valeva andare fino in fondo.
- Che ne diresti d'un posto d'avventizio in una cascina? Potresti avere
una stanza, un camino, un letto, e cessare di fare una vita randagia...
Rondine taceva, sembrava assente come se la cosa non lo riguardasse.
- Non mi rispondi?
- Ma io sto bene come sono, non chiedo di cambiare - rispose finalmente
Rondine.
- Nessuno ti chiede di cambiare, Spartaco, anche per me stai bene
come sei - disse con convinzione il maresciallo. - Il lavoro in una
cascina non ti chiede di cambiare. Ma devi pensare alla tua salute, ogni
anno che passa sono come tre che ti piombano addosso.
Rondine ebbe un timido sorriso che gli illuminò per un attimo gli occhi
chiari.
- Forse è per abituarmici che vengo spesso qui - disse.
- Lo so, lo so, e so anche che non manchi a nessun funerale - la voce
del maresciallo cominciava a manifestare qualche impazienza. - Ma
ogni cosa alla sua stagione.
- Qui non ci sono stagioni, la terra protegge tanto dal caldo che dal
freddo - disse Rondine.
- E poi?
126
- Poi niente, la terra protegge sempre.
- Non so che dirti, Spartaco - concluse il maresciallo con impazienza
ormai rassegnata. - Tu sei un uomo libero, finché dura la bella stagione.
Ma se vorrai sapere qualcosa in più, prima di sera fatti trovare dalle
parti della Campanella. Risparmierai la fatica di cercarti al dottor...
- A Piero? - interruppe Rondine con voce rinfrancata, e i suoi occhi
ebbero un'altra pennellata di sereno. - Io sono amico di Piero.
- Amico di chi? - (e il maresciallo non seppe poi dire, raccontando
il suo incontro con Rondine, perché in quella domanda avesse messo
un tono di severità).
Rondine si confuse, arrossì, abbassò gli occhi: - Volevo dire che conosco
il dottor Piero, qualche volta ci parliamo.
- Bene - e il maresciallo rimontò sulla bicicletta. - Pensaci allora.
Ma se vuoi un consiglio fuori servizio, certe occasioni è difficile che si
presentino due volte. Ti saluto, Spartaco.
Il maresciallo aveva già dato parecchie pedalate verso la Campanella
e Rondine era ancora in piedi, immoto come una statua. Suonavano le
undici all'orologio della torre quando il maresciallo svoltava sotto il
portone della Campanella. Gli venne incontro sull'aia nostra madre
con in mano il catino del pastone: - Buon giorno, signor maresciallo,
oggi la sua visita non mi mette in agitazione.
- Buon giorno, signora Benedetta. Sono venuto per il dottore, ma
la guerra oggi non c'entra - sorrise il maresciallo.
- E' in casa con Maria, la sua fidanzata. S'accomodi, signor maresciallo.
- Grazie, è faccenda d'un minuto.
Invece il maresciallo si fermò molto più d'un minuto, e accettò di bere
perché, pur essendo in servizio, a mescergli il vino da una bottiglia stappata
all'occasione era un tenente in convalescenza. Raccontò con tutti i
particolari l'incontro con Rondine. Piero aggiunse la ragione dell'attrattiva
che Rondine provava per i morti e il cimitero: - La morte della
madre avvenne quando si trovava in trincea. Dicono che appena rientrato
in paese passasse giorni e notti su quella tomba. Adesso quella
tomba non c'è più. Si trovava nella terra riservata ai poveri. Io la ricordo
da ragazzo: un cippo con un nome e una data, sempre ornata di fiori di
campo finché se ne trovavano. Scomparsa la tomba, Rondine ha continuato
ad andare al cimitero, senza però entrarvi. Se ne sta fuori, appoggiato
al muro di cinta, passandovi giorni interi, forse anche delle notti.
Al tramonto, mio fratello e io saremmo andati al cimitero per parlargli
della proposta del signor Gaspare, se non l'avessimo visto in paese.
- Ah, dunque, voi sapete di questa, diciamo così, mania di Rondine;
e pensare che io da dieci anni presto servizio in questo paese e non
ne sapevo nulla. Una colpa che non ammette scusanti. Certo, è un tipo
che uno difficilmente può dire di conoscere. Io, per esempio, nei miei
rapporti con lui, diciamo così, professionali, a non ridurre tutto a burocrazia,
ho avuto modo di constatare dei sentimenti che, se fossero
notati in altre persone con la fedina penale pulita, sarebbero definiti
127
fuor del comune. Ma già, chi fa caso a un vagabondo, a un ladruncolo?
Voi lo conoscete bene, dottore?
- Parecchi anni fa (lei maresciallo non era ancora da noi), di questa
stagione andavo con mio fratello per i campi alla ricerca di nidi. Passando
accanto a una roggia asciutta, udimmo il motivo d'una canzonetta allora
in voga tentato su una specie di flauto che i ragazzi ricavano dal sambuco.
Salimmo sul dosso e guardammo. Era Rondine coricato sulla
roggia che soffiava in quella canna. Ci sorrise e s'alzò. Noi sul dosso e lui
nella roggia eravamo alti uguale. Non ebbi paura e non scappai. Guardavo
incantato quell'essere magro che ci sorrideva, e quel suo strumento
che era ancora proibito alle mie capacità. «Lo vuoi?» mi chiese «tanto io
me ne faccio un altro». Non riuscii nemmeno a dire grazie. Ricordo che
a mio fratello diede alcune piume d'usignolo che portava allineate nella
fascetta d'un vecchio cappello d'alpino. Da quel giorno, tutte le volte che
l'incontravo in paese ci salutavamo, e qualche donna se ne meravigliava.
Un bravo ragazzo non poteva salutare Rondine. Ma mia madre non me
ne fece mai un rimprovero. Conoscerlo? È difficile conoscere Rondine.
Mi accontenterei che non mi sentisse ostile.
- Vi ha chiamato suo amico - disse il maresciallo. Guardò l'orologio:
- Ah come passa il tempo quando si è seduti in una casa accogliente!
Tolgo il disturbo, dottore. I miei rispetti, signorina. Certo il
mondo è più strano che grande. E ve lo dice un maresciallo dopo
trent'anni d'onorato servizio.
- Il maresciallo ha fatto di più di quanto doveva - mi disse Piero
al mio rientro dai campi. - Ci ha tolto, senza volere, la soddisfazione
d'incontrarci con Rondine al cimitero. Si vede che anche lui gli vuole
un po' bene. Vedrai che Rondine sarà nei paraggi della Campanella
verso il tramonto.
Quando, dopo il lavoro, uscimmo dal portone e imboccammo la
stradetta per i campi, notammo subito la sua bicicletta appoggiata a
una pianta, e ce lo trovammo davanti. Calzava un paio di scarpette di
gomma e tela, color terra; indossava una maglietta di cotone a maniche
corte, una volta bianca, con un fascio sbiadito in mezzo, e un paio di
calzoni grigioverdi alla zuava, che a mala pena gli stavano su, stretti alla
vita da un pezzo di spago.
- Oh, Spartaco, sei pronto per qualche parata militare? - gli chiese
Piero salutandolo con cordialità.
Era la prima volta che potevo osservare da vicino Rondine; provavo
quasi un senso di timore tanto mi sentivo distante da lui.
- Non mi vogliono nemmeno i fascisti per le loro adunate in piazza
quando arriva un pesce grosso - ridacchiò Rondine scuotendo le spalle
ricurve. - Hanno paura che contamini la razza.
- Non è poi un disonore - intervenni io, tanto per dare l'impressione
d'inserirmi nel discorso senza difficoltà.
- È mio fratello Franco - disse Piero.
- Lo conosco, fin da quando portava la vestina. Adesso è un giovanotto.
Senza preamboli, Piero entrò in argomento: - Allora, Spartaco, hai
128
avuto abbastanza tempo per riflettere, oppure vuoi aspettare a prendere
una decisione?
- Non c'è molto da riflettere. È tutta una vita che ci penso. Mi sono
chiesto spesso, soprattutto in galera: Spartaco, se ti capitasse un lavoro,
che faresti? E non ho mai saputo dare una risposta.
- E oggi l'hai trovata? - chiese Piero.
- Oggi è un giorno come gli altri. Quando uno nasce così, non c'è
niente da fare. L'ho chiesto anche ai morti, ma non m'hanno voluto
dare una risposta.
- I morti non parlano quando le decisioni spettano solo ai vivi disse Piero.
- Tu hai studiato, Piero, e sai molte cose. Io sono ignorante, ma ti
dico che non c'è nessuna decisione in cui non c'entrino i morti. Uno è
destinato, e i morti volano nell'aria per fargli compiere il suo destino.
Oggi, però, è come se non ci fossero. Forse nemmeno loro sanno che
cosa debba fare. E troppo grossa: Rondine che si mette a lavorare sotto
padrone! - e ridacchiò ancora.
- Loro sanno tutto, - intervenni io - ma non ti vogliono costringere
né ad accettare né a rifiutare, perché ti vogliono bene e proprio per
questo ti lasciano un uomo libero.
Rondine piegò ancora di più le spalle, sorpreso dalle mie parole che
gli dovevano risultare un po' strane e, nello stesso tempo, vere. Certo,
i morti gli volevano bene e lui era un uomo libero; andava perfino in
prigione da uomo libero. A pensarci bene, tacevano anche quando arrivava
la cattiva stagione e lui liberamente sceglieva d'andare in prigione.
Ma non ci aveva mai pensato. Era così naturale andare in galera che
i morti non potevano volere altra cosa. Adesso, però, la decisione era
diversa; prima, nessuno gli aveva mai offerto di non andare in galera.
- Anche tu, Franco, hai studiato, e io sono ignorante. Però dimmi
la verità: tu queste cose non le hai trovate sui libri, vero?
- No.
- Sono contento. Eppure... non t'ho mai visto al cimitero.
- Ma anche nei campi si possono sentir parlare i morti... - avrei
voluto aggiungere altro. In fondo, se quella Parola, della quale mi mettevo
all'ascolto per dare un senso sia al mio respiro che alla crescita del
granoturco, era dei morti o d'un Dio diventato uomo per morire, che
differenza faceva?
- E tu, Piero, non mi dici niente?
- Ti ho sempre considerato un uomo libero, - rispose Piero non ti basta?
- Un uomo libero... - ripetè a voce bassa Rondine. - Ma che cosa
significa? Io non ho mai saputo dare una risposta. Ho continuato a
vivere fra la prigione e i campi, e mi chiamano Rondine perché ritorno
in paese a primavera, non perché sono libero come una rondine. Che
debbo fare, Piero? Tu non hai mai avuto vergogna a parlare con me.
- Un uomo libero qualunque cosa faccia è bene.
- Non mi dici altro?
129
- Ti ho già detto tutto.
- E tu, Franco?
- Sai, Spartaco, che non esiste un lavoro più libero che quello della
terra? Anche sotto padrone - risposi con calore. - I primi giorni si
fa fatica, le mani bruciano, si hanno le ossa rotte, e non si ha tempo di
pensare alla libertà. Ma poi, un poco alla volta ci si abitua e il lavoro da
soddisfazione. Prova, Spartaco, vedrai che i morti mi daranno ragione.
- Ad ascoltare te, fratellino mio, dovrei anch'io lavorare la terra per
essere un uomo libero - disse allegro Piero, ormai sicuro che Rondine
per quell'anno non sarebbe finito in prigione.
- Non ascoltare tuo fratello, Piero, io ho capito fin da principio che
sei un uomo libero, anche se non lavori la terra, perché non hai mai
avuto vergogna a parlare con me.
Tirò fuori dalla tasca dieci centesimi, li fece roteare in aria, li raccolse
nella sinistra, vi pose sopra la destra, tutto con la velocità d'un prestigiatore,
e disse a Piero: - Qui non ci si scappa, parlano i morti. Testa
o croce, perché io quest'anno non vada in prigione ma in una cascina?
- Croce, - disse Piero - ma anche testa.
- Allora non guardo - e si mise velocemente il decione in tasca.
- Hai visto che me l'hai detto? E tu sei bravo quanto i morti.
Gli detti di slancio la mano: - Siamo colleghi, Rondine.
- Vieni a cena con noi? - lo invitò Piero, talmente contento da
non pensare a quello che avrebbe detto nostro padre.
- Ridotto così? Sembro appena arrivato dalla Caienna. E poi vostro
padre...
- Anche lui è un uomo libero - gli dissi. - Se ti fa un po' di soggezione,
guardagli le mani.
- Le mie non hanno calli e sono sporche.
- C'è acqua nel pozzo della Campanella; quanto ai calli, non dovrai
aspettare molto - gli dissi ridendo.
- Secondo te Rondine ce la farà? - chiese Piero a nostro padre prima
che ci scambiassimo la buona notte.
- Ce la farà, piuttosto, la terra? - rispose. - Ma se è un uomo ce
la farà. La terra non è una fabbrica che ti sfrutta, la terra t'aiuta a non
lavorare più di quanto puoi. Questo lo dovrebbe sapere anche il tuo futuro
suocero, per non tirare troppo la corda nei primi giorni.
- Ci penserà Maria a ricordarglielo, se ne avrà bisogno - intervenne
nostra madre. - Io sono sicura che Rondine ce la farà.
La notte di luglio ci portava il profumo dell'erba tagliata e quello appena
accennato della infiorescenza del granoturco.
Coll'inizio della settimana, Rondine inaugurava il suo lavoro d'avventizio
nella cascina del signor Gaspare. Maria gli aveva fatto trovare
imbiancata una stanzetta separata dalle altre abitazioni dei contadini,
con un grosso camino, che un anno era servita all'allevamento dei bachi
da seta quando il signor Gaspare era entrato in gara nella battaglia
della seta e, coi suoi contadini, aveva piantato graticci perfino nella soffitta
della casa padronale. Maria l'aveva scelta perché quella stanzetta
130
era l'unica che avesse due entrate: una dall'aia e l'altra da una stradetta
che si perdeva nei campi. Vi erano pochi mobili e l'occorrente per la
cucina. In un armadietto, aveva messo un po' di biancheria scartata dal
padre e un vestito usato. Sul davanzale della finestra occhieggiava un
vaso di gerani rossi.
Avevamo noleggiato l'automobile del servizio pubblico, che, per l'occasione,
avrebbe inaugurato l'impianto a carbonella. Un azzardo, soprattutto
quando sarebbe cominciato il saliscendi delle colline, con
tutto quel peso posteriore dell'impianto e il carico di cinque persone;
ma Tano confidava nella forza di spinta delle discese che, prese a una
certa velocità, gli avrebbero permesso di fare qualche tratto di salita
senza forzare subito il motore.
La nostra visita al monastero era diventata una sorta di scommessa
dei frequentatori del caffè. - Allora, Tano, quand'è che mangiamo
queste caldarroste fuori stagione? - gli gridavano dai tavolini, dato
che la sua bottega di ciclista era attigua al caffè. Oppure: - Ne hanno
già inventato uno più piccolo per le biciclette. Poi faremo le corse...
- Tano, ricordati di portare la pentola col pollo dentro. Così risparmi
sulla cottura. - Ti ci vuole l'asino di Giuliano dietro, per il rifornimento
della carbonella.
- Un'invenzione straordinaria del genio latino! - aveva esclamato
il segretario del fascio al caffè. - Loro hanno la benzina ma noi abbiamo
l'intelligenza! - E tanti buchi da stringere nella cinghia - gli avevano
risposto quelli del caffè perché anche loro erano intelligenti.
Tano non se ne aveva a male e rideva: - Non avrei mai immaginato
che sarei diventato un ferroviere fuochista -. Cinque bambini e la moglie,
senza contare i vecchi, non gli permettevano di aversene a male.
La decisione d'una visita al monastero venne in seguito a una tua lettera
che trasmetteva l'invito dell'abate a passare una giornata al monastero
con Piero, Maria (l'abate sull'invito a Maria, mi dicesti, era stato
un poco incerto, ma poi aveva superato la perplessità con un sorriso) e,
possibilmente, l'arciprete: «Fa' in modo che venga. Lo conosco solo per
pochi incontri, ma penso che si troverà bene con l'abate». Da principio
ero rimasto incerto se accettare l'invito. Sentivo delle resistenze a varcare
di nuovo quella soglia dalla quale ero uscito spinto da una forza
che mi aveva regolato i passi senza spiegarmene il motivo.
Avevo portato l'invito all'arciprete: - Un viaggio un po' lungo per
la mia età, a dire il vero. Non ricordo il tempo d'essermi mosso da casa.
Vedi quanto raramente vada in città, proprio se non ne posso fare a
meno e la curia continua a tempestarmi di carta - era stata la sua prima
reazione. Poi aveva considerato la proposta con maggiore ponderatezza:
- Però mi piacerebbe rivedere dom Placido. I giovani d'oggi
sanno molte cose, le intuiscono meglio d'una volta. Ah, ti ha scritto
proprio così? Pensa che mi troverò bene con l'abate?
Decidemmo per il 6 agosto, il giorno della Trasfigurazione, perché
l'arciprete desiderava assistere a una liturgia solenne; ed era festa al monastero.
131
Partimmo che era ancora scuro e i fari mascherati filtravano una luce
da lanterna con lo stoppino abbassato. Maria, accompagnata dal padre,
ci attendeva sotto il portone della cascina. Tano scese per dare una controllata
al gasogeno: - E dalle due che ci giro attorno - ridacchiò
contento.
Stavamo per ripartire, quando da dietro le cataste di legna sbucò la
sagoma di Rondine. - Buon viaggio - disse solo, e scomparve.
Sullo stradale, le prime luci dell'alba misuravano l'altezza delle piante.
Ogni tanto l'auto singultava. - Non è niente - rassicurava Tano.
- Io dico che ce la facciamo. Un collaudo migliore il motore a carbonella
non lo poteva avere. E poi, porto addirittura un arciprete, è meglio
che una benedizione alla festa di santa Rita.
Maria era accanto a Piero; io, vicino a Piero, cercavo di togliere il minor
spazio possibile. L'arciprete davanti, con la borsa di pelle sulle ginocchia,
copriva mezzo parabrezza col suo cappello di finto pelo.
All'osteria dei tre platani Tano rallentò.
- Che fai? - gli disse l'arciprete. - Non vai al mercato oggi.
- E la forza dell'abitudine della macchina, non mia - scherzò Tano.
- Rondine come va? - chiesi a Maria.
- Mezz'ora prima del comando è già sull'aia. Papà dice che non si
può pretendere di più, che è già un miracolo che abbia resistito dieci
giorni. Ieri sera ci ha portato un mezzo secchio di tinche e a me uno
zuffolo di sambuco.
- Rondine è uno dei miei grossi peccati - intervenne l'arciprete.
- Ho saputo tutto dal maresciallo. Quando me lo raccontava, mi sembrava
perfino commosso. E io invece provavo una grande vergogna.
Ci fu un silenzio imbarazzato. Tano prese uno straccio e cercò di pulire
il vetro, ma il vetro era pulito. Il cielo s'era sbiancato e annunciava
i primi raggi di sole. L'arciprete riprese, poiché una volta iniziato il discorso,
bisognava condurlo a termine, con ordine e misura: - Rondine
ce l'ho sulla coscienza non perché non sia stato capace d'insegnargli
la strada della chiesa, giacché in questo caso mi rimetto a Dio che conosce
non solo strade ma anche scorciatoie. Il mio peccato verso Rondine
è di non essere mai andato a visitarlo in prigione. E la cosa più
grave ancora è che non ci ho mai pensato. Lui là, e io nella mia canonica
a leggermi l'evangelo del Cristo prigioniero nei prigionieri, magari
in greco per gustarlo di più.
Ci fu ancora silenzio. Poi Tano, cui non sembrava giusto tutto quel
dire su Rondine, saltò su: - Si va a trovare la gente che è malata
all'ospedale, e non chi sta in villeggiatura, signor arciprete. Rondine
andava in villeggiatura per la brutta stagione. Era il primo lui a riderci
sopra. Mi scusi, signor arciprete, ma qui Cristo non c'entra...
- Che ne sai, Tano? Tu ci andresti in prigione per farti mantenere? reagì l'arciprete con una vivacità che usciva un poco dalla sua normale
misura.
- Ma io ho moglie e figli, debbo pensare al loro onore.
132
- E Rondine, perché non ha tutelato il suo?
- Lui non ha niente da perdere.
- Sei molto duro, Tano - disse l'arciprete che aveva ripreso la sua
misura abituale, ma con la voce un poco stanca.
- È la vita che è dura, signor arciprete.
Piero intervenne: - Anche lei è molto duro con se stesso, signor arciprete.
- Oh, no, caro, era il minimo che mi fosse richiesto. Al giudizio non
mi si domanderà se ho convertito la gente, perché la conversione è una
faccenda di Dio, ma se ho visitato un prigioniero che mi era stato affidato
appunto perché lo visitassi. Veramente il minimo.
A una svolta si profilarono all'orizzonte, spruzzate di sole, le colline.
L'auto starnutì e diede uno strappo.
- S'è sporcato il filtro, ma non c'è da preoccuparsi. Io dico che ce la
faremo - ruppe di nuovo il silenzio Tano.
Maria ne approfittò per far sentire la sua voce. Quella gita accanto a
Piero, le sensazioni imprevedibili che avrebbe gustato alla visita di quel
luogo misterioso dove io avevo passato quasi due anni, la curiosità di
rivederti nel tuo luogo naturale, la presenza sull'auto di quel vecchio
prete che Piero stimava molto, l'avventura d'un viaggio che non si poteva
prevedere come sarebbe terminato, la stessa giornata piena di colori
e di luce, le mettevano addosso la voglia di cantare. Non voleva che
l'arciprete fosse triste. Disse: - Ma adesso, signor arciprete, Rondine
è contento. Ed è questo che importa.
- Certo, figliola, capisco quello che vuoi dire. Io non sono triste a
causa del mio peccato nei confronti di Rondine. So che Dio visita i prigionieri
quando e come vuole, e riconoscere il proprio peccato non è
mai tristezza se ravviva l'abbandono alla misericordia di Dio.
- Signor arciprete, - continuò con slancio Maria - se non ha visitato
il prigioniero, venga a visitare l'avventizio. Una passeggiata fra i
campi, prima che Piero riparta; non è distante la cascina di mio padre.
Chissà che cosa dirà Spartaco - e Maria cercò la mano di Piero.
- Sei molto saggia, figliola. Verrò senz'altro. Mi piace camminare
fra i campi.
Arrivammo al monastero senza troppe difficoltà, alle nove appena
passate.
- A benzina, saremmo arrivati un'ora prima, ma possiamo accontentarci
- disse Tano. - Mi farò ritrovare qui alle sei in punto.
Tano da quelle parti aveva dei parenti contadini, con una buona vigna,
e sperava di poter caricare un paio di damigiane e qualche salame
ancora a prezzo onesto, per poi rivenderli al paese e guadagnarci un
pezzo di pane. - Le guardie? - aveva rassicurato la moglie. - Le
guardie non mi fermano mai. E poi io ho cinque bambini. Me li mantiene
il duce?
Venne ad aprirci fratel Silvestro.
- Oh, Franco, che gioia rivederti - e m'abbracciò. Mi guardò con
occhi sorridenti, allargando le braccia: - Ti sei irrobustito e cotto col
133
sole -. Si ricordò degli altri ospiti: - Mi hai fatto dimenticare che
non sei solo. Scusate.
Gli presentai l'arciprete e Maria. Fratel Silvestro baciò la mano
dell'arciprete che se ne schermiva, fece un leggero inchino a Maria e
strinse la mano a Piero: - Come stai coi tuoi piedi? Dom Placido ci
ha raccontato tutto. Dio te ne renda merito e ti protegga sempre.
Piero arrossì. Le semplici parole di quel vecchio monaco che conosceva
dalle visite fattemi quando ero novizio gli erano scese nel cuore.
- Accomodatevi, chiamo subito dom Placido.
Ci fece entrare nella sala del tronetto, schiacciò il pulsante del campanello,
un colpo lungo e tre brevi, che era rimasto il tuo richiamo. Poi
ritornò sull'uscio della saletta: - Fra un secondo è qui. Ci scommetto
che al primo colpo era già sulle scale.
S'udì lo squillo del campanello che avvertiva il portinaio della presenza
d'un monaco all'uscio interno della portineria.
- Eccolo, ve l'avevo detto che era già sulle scale al primo segno.
Entrasti rosso in viso e con lo scapolare che non s'era ancora ricomposto
dopo la corsa.
- Sono felice di rivedervi qui tutti riuniti. Una gioia che difficilmente
avrei potuto prevedere prima di ricevere il telegramma di Franco.
Fratel Silvestro portò un bricco di caffè con un piattino di biscotti casalinghi:
- Caffè di guerra, ma qualcosa di caldo, dopo un viaggio così
lungo, fa bene allo stomaco.
Mentre ci riempivi le tazzine, ti rivolgesti a Piero: - Fra poco suonerà
l'ultimo segno della messa conventuale. Vieni anche tu, Piero?
- Certo, non foss'altro che per gustare un po' di buona musica. Che
cosa ci suoni, dom Placido?
- Lascio a te indovinare. Ci rivediamo dopo.
Mentre aprivamo la porta laterale della chiesa, l'organo ci venne incontro
festoso insieme alle fresche ombre delle tre navate. L'arciprete e
io ci mettemmo nel primo banco, Piero e Maria a metà navata. L'abate
si stava vestendo dei paramenti bianchi al tronetto che s'alzava al centro
del coro. (So quali sentimenti il pontificale di quel giorno, con
quanto suonasti all'organo, suscitò nell'animo di Piero, perché me ne
parlò in seguito, ricordando quel suo primo vero incontro col monastero,
il primo di molti altri altrettanto veri che non avrebbe mai potuto
prevedere. Vi accenno solo. Anche un accenno è importante per capire
il modo con cui Piero accettò e ricercò il monastero durante il
grande avvenimento.)
L'organo tacque. Illuxerunt coruscationes tutte orbi terrae, cantavano
i monaci; Introibo ad altarem Dei, faceva da sottofondo la voce
dell'abate. Piero, senza accorgersene, rispose a mezza voce: ad eum qui
laetificat iuventutem meam. Maria alzò il capo che aveva raccolto fra le
mani sull'inginocchiatoio. Piero le sussurrò, quasi scusandosi: - Il
meccanismo dei ricordi scatta senza che ce ne accorgiamo... - E anche
il desiderio di quello che sarà - soggiunse Maria. Il suddiacono
cantava l'epistola in tono solenne. Le parole giungevano nitide nella
134
grande navata. Carissimi, non doctas fabulas secuti... ma Piero non
ascoltava. Seduto accanto a Maria, era preso dai ricordi e dal desiderio
di quello che sarebbe stato. I monaci cantavano l'alleluia dopo il graduale.
Erano cascatelle di note la cui scrittura doveva gareggiare, per
compostezza e leggerezza, con antiche miniature di corali. Le miniature
e le note vivevano in quel momento solo perché l'uomo le faceva vivere.
È l'uomo che importa. Maria s'era alzata in piedi. Piero s'alzò. Il
diacono cantava l'evangelo dopo avere sommerso il libro sacro in dense
volute d'incenso: Et transfiguratus est ante eos... Era stato un mattino
presto nei campi, durante le vacanze del secondo anno d'università.
Guerra d'Abissinia appena terminata, guerra civile di Spagna appena
cominciata, e una pace immensa nei campi, con un cielo che diventava
progressivamente di latte. S'era seduto sotto il grande platano e davanti
aveva il campo di trifoglio ormai pronto per la falce. Stava preparando
l'esame di anatomia col pesante volume sulle ginocchia. Sentiva la voglia
di buttarsi sull'erba, impregnarsi del profumo della terra. E improvvisamente,
con una sicurezza di cui egli stesso s'era meravigliato,
come a conclusione di un discorrere che aveva cominciato in se stesso
dall'inizio dell'università, si disse: Dio non c'è, c'è solo l'uomo. Mamma
aveva solo detto: Ne sei proprio sicuro? Non aveva più frequentato
la chiesa, per onestà. Mamma aveva dovuto soffrire molto, come se lei
stessa portasse la responsabilità di quanto era avvenuto.
I monaci stavano cantando l'offertorio mentre l'abate ritornava all'altare
e il diacono, dopo aver steso il corporale, predisponeva la patena e
il calice per l'offerta. L'arciprete teneva gli occhi socchiusi, per gustare
dal di dentro la gioia di quei riti, dove tutto era preordinato, dai movimenti
del capo al numero delle croci da tracciarsi sulle oblate e ai gesti
allargati su determinate parole, quelle e non altre di prima o di dopo;
eppure così spontanei, perché se ne potevano forse immaginare
altri senza turbare quell'equilibrio perfetto? Il canto era terminato,
avanzava ancora tempo per il suono dell'organo.
- Ma questa è la tromba della Risurrezione di Perosi - mi sussurrò
l'arciprete, con la voce che tradiva l'eccitazione della sorpresa. Tu sapevi
dare segni della tua amicizia anche all'organo. La sorpresa divenne stupore
quando su quel motivo iniziasti delle variazioni che sarebbero sfociate, con
un progressivo crescendo, in un ripieno, dove il motivo era passato alla pedaliera
per lasciare alle due tastiere l'arabescata sonorità degli accordi.
Al sanctus Piero rimase in piedi. I ricordi avevano significato solo nel
presente, e nel presente egli si sentiva liberato come quel lontano giorno
nei campi. Non era affatto il caso di riprendere il discorso che era
stato chiuso definitivamente allora.
Guardò con amore Maria china, con la testa fra le mani. Che pensava
Maria in quel momento? Alzò la mano per accarezzarle il capo coperto
dal velo bianco, ma si trattenne. Quello che sarebbe stato era già lì. Ma
che stava suonando don Placido, ora che il canto del sanctus era finito?
Erano per lui certamente quelle note dell'ottavo preludio che sembravano
uscire da canne trasudanti umanità, mentre lo squillo del campanello
135
segnava il tempo ai colpi del turibolo che avvolgeva l'altare d'incenso.
E umanità pura era quel gesto di dom Placido, proprio nel
momento in cui, per il credente, la divinità compiva la sua traiettoria
d'annichilimento. L'amicizia, allora, era anche per Dio l'ultima parola?
Non tardò molto ad arrivare l'abate quando fummo di nuovo nella sala
del tronetto. Tu l'accompagnavi. Chiese scusa di non essere venuto
prima della messa, s'interessò di tutti, rivolgendosi soprattutto a Piero.
- Dovrò presto riabituarmi all'idea di curare degli uomini feriti da
altri uomini. La licenza per convalescenza scade alla fine del mese - disse
Piero. - Sarà duro. Ci penserò il meno possibile.
- È terribile dover concludere che le ferite umane non possono venire
che dagli uomini - disse l'abate.
- Se ne cura una, e se ne manifestano altre cento - intervenne l'arciprete
- quando non si debba constatare che la stessa cura serve non
per sanare la ferita ma per acutizzarla.
L'abate si voltò verso l'arciprete. Si compresero. Una parrocchia di
campagna è uguale a un monastero, e unica è la preoccupazione d'usare
la giusta dose d'olio e d'aceto perché la ferita non s'irriti ulteriormente.
L'abate rimase con noi fino alla campana dell'ora di sesta. Accomiatandosi
disse: - Pranzeremo insieme nella saletta qui accanto. Maria
m'ha offerto la possibilità d'osservare il capitolo cinquantatreesimo
della regola: Coquina hospitum et abbatis super se sit... la cucina degli
ospiti e dell'abate sia a parte. Fermati pure, dom Placido.
Fratel Silvestro stava portando un vassoio di stoviglie; s'inchinò incrociando
l'abate, e il vassoio ondeggiò. L'abate gli pose la mano sulla
testa: - Non dimentichi il vaso di fiori al centro della tavola: Omnes
supervenientes hospites tam quam Chrìstus suscipiantur...
- Sono rose rosse, padre abate. Benedicite - disse fratel Silvestro,
e continuò a mezza voce: - . ..quia ipse dicturus est: hospesfui etsuscepistis me... -. L'inizio di quel capitolo l'aveva voluto imparare a memoria
in latino, perché era un latino che capiva.
Finita sesta, l'abate ritornò accompagnato da dom Luca. Lo presentò:
- Il mio segretario. M'ha chiesto d'avere la gioia di servirvi a tavola.
Dom Luca portò il primo piatto e lo depose alla sinistra dell'abate.
L'abate s'alzò e servì l'arciprete, poi Maria, Piero e me.
- Dividiamo la gioia a metà, dom Luca- dicesti, e ci versasti da bere.
- Vino delle nostre vigne in collina - disse l'abate. - Conosce, arciprete,
il capitolo della regola sulla misura de vino bibendo! Un capolavoro
d'adattamento! L'ideale è che ciascun monaco abbia il dono di
Dio di reggere all'astinenza. Tuttavia, ai meno forti viene concessa
un'emina di vino al giorno. È la prima eccezione. Le altre nascono dalle
particolarità del clima, dal tipo di lavoro, dalla fatica, oppure dal calore
dell'estate; in tali casi si può concedere una misura superiore, lasciata alla
discrezionalità dell'abate, purché non si arrivi alla sazietà o all'ubriachezza.
Subito si aggiunge che il vino, di per sé, non è per i monaci, ma
(senta, senta, arciprete: è dedicato agli attuali e di sempre "laudatores
temporis acti"), quia nostrìs temporibus id monachis persuaderì non po136
test, si raccomanda almeno di non bere usque ad satietatem. Infine, se
non è possibile procurarsi quella emina al giorno, o anche nemmeno un
goccio, i monaci benedicant Deum et non murmurent E il capitoletto
si chiude con un nuovo invito, ante omnia, a non mormorare. Insomma,
quello che importa, si beva vino o no, è avere l'animo sgombro di
rimpianti.
L'arciprete aveva seguito con visibile interesse le parole dell'abate. Un
appena accennato sorriso sulle labbra svelava che l'interesse non era
privo di divertimento.
- È l'ordine, la misura dei latini, - disse - l'aurea mediocrità!, mi
perdoni padre abate, che smussa le punte per imbarcare più gente possibile
nella gioia o, almeno, nell'accettazione della vita. Un'emina al giorno
poi, - continuò sorridendo, e centellinò un piccolo sorso dal bicchiere
- se riempita d'un vino simile, non è una misura di poco conto.
- Quant'è un'emina? - chiese Maria.
- Un quartino abbondante, - rispose l'arciprete - un paio di litri
la settimana.
- Calcoliamo - intervenne Piero. - Per cinquanta monaci sono
cento litri la settimana, cinquemila all'anno...
- Ma bisogna tenere conto delle nostre colline, necessitas laci, dove
l'uva la mangiano anche i bambini da latte; della sete estiva, ardor aestatis, delle annate eventualmente scarse e... degli ospiti; insomma, la
cantina deve essere capace e fresca, e il cellerario sapiens, maturus moribus, sobrius, non multum edax, non elatus, non turbolentus, non iniuriosus, non tardus, non prodigus...
- Meglio che un vescovo subapostolico - scherzò l'arciprete.
- Padre abate, lei cita la regola in latino come se la leggesse - esclamò
stupita Maria.
- Quando, prima d'essere abate, si sono trascorsi parecchi anni come
maestro dei novizi, fosse stata anche in greco la regola... Vero dom
Placido?
- Lo potrebbe dire Franco - rispondesti.
- Un novizio non parla, ascolta... - rimandai la battuta. - Posso
solo dire d'essermi reso conto oggi che dom Placido è stato veramente
novizio di padre abate.
- E chi ne esce avvantaggiato? - mi chiese in tono scherzoso l'abate,
ma fissandomi negli occhi.
Riuscii a superare il mio iniziale turbamento a quella domanda carica
di significati, con una battuta: - A pari merito - ma non fissai l'abate.
- Franco ha imparato l'ordine e la misura - commentò l'arciprete
che doveva avere afferrato qualcosa dell'allusione soggiacente alla domanda.
Suonò il campanello della porta d'ingresso al monastero. Sopraggiunse
animato fratel Silvestro: - Oh, padre abate, è arrivato il garzone
della locanda con un mastello di gelato. Dice che è per la comunità
e che lo manda la signorina Maria.
Piero guardò Maria: - Com'hai fatto? Scommetto che hai complottato
137
con Franco... - era felice che avesse compiuto quel gesto cogliendo
tutti di sorpresa.
- Grazie, Maria - disse l'abate. - Si può capire perché Cristo
avesse alcune donne al suo seguito che provvedevano probabilmente,
qualche volta, anche il superfluo a segno di festa. Su presto, fratel Silvestro,
lo porti in refettorio prima che finisca il pranzo. Ne riservi un
poco anche per noi, mi raccomando.
- Ce n'è per un reggimento. E... debbo dare la mancia?
- Suvvia, fratel Silvestro, sono domande da farsi? Io l'ho messa alla
porta del monastero perché la regola richiede per tale ufficio un senex
sapiens E un vecchio saggio, se fosse giovane garzone, che cosa s'aspetterebbe
in questo caso?
- Una mancia abbondante - disse fratel Silvestro con voce forte.
- Abbondante... È proprio un senex sapiens. Dom Luca, adesso va'
a pranzo. Quando hai finito, ma senza fretta, abbiamo tempo, ritorna
col gelato, anche per te. Lo gusteremo assieme.
Dom Luca depose sul carrello il dolce casereccio, la frutta e la bottiglia
dello spumante. Fece un inchino e uscì. Tu continuasti il servizio.
- E il pianoforte? - mi chiese l'abate. - Trovi un po' di tempo da
dedicargli?
- Nei campi sono le stagioni che comandano, anche al pianoforte risposi. - E poi la zappa e la falce esigono altro tocco...
- Se la cava ugualmente benedisse l'arciprete. - Quando passo
dalla Campanella, non manco mai di chiedergli un po' di buona
musica...
- Bach, naturalmente - sorrise l'abate. - Fra le cose che ha in comune
con dom Placido, bisogna riconoscere che Bach ha un suo posto.
Anche se dom Placido si concede a volte certe escursioni fuori dagli accampamenti
che lascerebbero esterrefatto Bach, come stamattina. Intendo
riferirmi al gran finale. Non è un rimprovero, - soggiunse rivolgendosi
direttamente all'arciprete - capisco che il nostro Serassi
riserba ancora infinite combinazioni da scoprire, e i giovani hanno il
gusto della scoperta, vero arciprete?
Sorridesti imbarazzato. Nel finale, che avevi prolungato finché l'arciprete
s'era deciso a uscire dalla chiesa ormai deserta, t'eri ispirato a motivi
e soluzioni della tua ricerca romana, con certi ritmi e dissonanze
che avevano fatto alzare la testa verso la consolle a diversi monaci mentre
sfilavano dal presbiterio.
- Debbo ammettere che è così - rispose l'arciprete. - E ne provo
contento.
- La stessa cosa, in confidenza, capita anche a me - e l'abate cercò
i tuoi occhi.
Tu stavi armeggiando attorno al tappo dello spumante.
- China la bottiglia, altrimenti... - disse Piero. Ma non potè finire,
che il tappo volò via con un colpo secco contro il soffitto, e una cascatella
spumeggiante t'irrorò le mani.
- Vede, arciprete, come ci riduciamo noi monaci con tutti i nostri
138
discorsi? - sorrise l'abate.
- La regola, sospetto, non contempla questo caso - stette al gioco
l'arciprete.
- Anche questo, arciprete, giacché parla di qualsiasi danno che si reca
alle cose. Dovrei, ora, dare a dom Placido la disciplina per il disordine
causato, a meno che non scelga lui stesso il genere di riparazione:
Si quis dum in labore quovis in coquina, in cellario, in ministerio...
- ... in pistrino, - continuasti - in horto, in artem aliquam dum
Liborat, velin quocumque loco... ah, padre abate, qui m'inciampo...
- ... aliquid deliquerit, autfregerit quippiam autperdiderit...
- Mi sembra una grida manzoniana, e... quanti tratti di corda? scherzò l'arciprete.
- A discrezione dell'abate, sempre che il colpevole non faccia ammenda
spontaneamente. A forza di concedere potere all'abate, la regola
glielo toglie tutto. Senta che cosa la regola dispone a proposito di punizioni:
l'abate suam fragilitatem semper suspectus sit. Il che significa
che, dovendo io stappare una bottiglia, farei certamente peggio di dom
Placido e i tratti di corda li dovrei prima infliggere a me stesso... Ne è
rimasto a sufficienza, dom Placido?
Entrò dom Luca con le coppe di gelato.
- Sembra che i fratelli l'abbiano gustato moltissimo, a tenere conto
di tutti i ringraziamenti che m'hanno incaricato di portare alla signorina
Maria.
Terminammo col caffè, e ci fece compagnia, per volere dell'abate,
fratel Silvestro con la tazzina che gli tremava nella mano.
L'abate s'alzò.
- L'arciprete vorrà certamente riposarsi un poco.
- Grazie, padre abate. Alla mia età, e con la fatica del viaggio... E
poi, inter nos, d'estate rinuncerei al pranzo ma non alla siesta.
- Voi siete giovani. Don Placido, se lo desiderate, vi potrà accompagnare
in collina dalla parte della Crocetta. Il paesaggio è incantevole
come ben sa Franco. Potreste trovare anche qualche porcino da fare
una sorpresa alle vostre madri. Venga arciprete.
Ripartimmo dal monastero alla prima campana del vespro. L'abate
aveva fatto preparare per tutti un dono che ricordasse quel giorno: una
piccola pergamena a imitazione di miniature quattrocentesche, con
una frase tolta dall'evangelo. Su quella per Piero, nella lettera iniziale
del Venite benedicti Patris mei, su fondo oro, un uomo chino su un ferito
richiamava la parabola del buon samaritano.
Piero la portò con sé quando, alla fine del mese, si ripresentò in divisa
al suo comando e fu assegnato all'ospedale militare della nostra città,
sotto gli ordini del maggiore che l'aveva curato. Nostra madre, alla notizia
della destinazione di Piero, pianse di gioia, e nostro padre disse solo,
con voce che non gli avevo mai sentita tanto forte: - E senza raccomandazioni
-. La Cecina non si scompose: - Se non lo teneva con
sé, a parlare adesso che Piero non ci sente, quel maggiore sarebbe stato
una bestia. - Sentite? E poi va sempre in chiesa - commentò Toni
139
alla sortita della sua donna, ma con una certa ammirazione perché lui
a dare della bestia a un maggiore non ci aveva ancora pensato.
Dal mio eremo fiuto che l'estate sta affrettando gli ultimi tocchi, i più
accurati, della sua presenza. E già trascorso quasi un terzo del tempo che
mi hai concesso, e mi trovo ancora all'inizio del mio vangare per trovare il
senso alla mia vita di sopravvissuto.
Sono stanco. L'impresa che ho voluto affrontare mi snerva ogni giorno di
più (un'analogia con il tuo progetto lontano di lotta fra Parola e antiparola?), nel dubbio che non sia lecito a me costringere la Parola, racchiusa
nell'avvenimento capitale della mia esistenza, a prendere un suono, quando
essa stessa ha scelto di rimanere muta per tanto tempo.
Non è un orgoglio smisurato il mio, se penso che gli attori del grande avvenimento
(io fui solo spettatore, contro la mia volontà certo, e dolente per
esserne stato messo da parte, ma pur sempre uno spettatore) hanno dato il
loro sangue che non ha più voce; oppure hanno subito compreso, come Piero,
come Stalino, che la voce s'era smorzata ineluttabilmente nella terra
che quel sangue aveva assorbito? La tentazione di cessare il dissodamento
della mia vita, di sigillare queste pagine e buttarle in qualche anfratto della
roccia, o nel torrente dell'acqua miracolosa di Rondine che scorre a poche
decine di metri da qui, è forte. Ma se vi dovessi cedere, non continuerei a
essere un sopravvissuto fino alla morte? E come morire da sopravvissuti senza
disperarsi?
Affronto, allora, il rischio della presunzione pur di tentare tutto per uscire
dalla mia sopravvivenza - anche dalla pena di doverti considerare una
larva - e m'immergo subito nell'avvenimento per esserne lavato e, chissà,
purificato, sembrandomi giunto il momento d'affidarmi solo alla misericordia
del raccontare, come già ti dissi. Riuscirò a liberarne la Parola? Potrò
scendere dalla base Cana, dopo il grande vangare che mi è ancora comandato,
con la perla trovata? O forse sono domande che aggiungono
presunzione a presunzione. La signoria della Parola può manifestarsi anche
nella sua ostinazione a rimanere muta. Confesso in anticipo, indipendentemente
dai risultati, tale signorìa a lode della sua gloria. Tu non sarai
presente nel grande avvenimento. Te ne escludesti, dissolvendoti nel buio
romano. Ma può darsi che t'impresti atteggiamenti e gesti che furono del
nostro martire dom Luca, pur di farti vivere. Tutto è possibile dopo quanto
è avvenuto. Io vi sarò solo quel tanto che basta per esprìmere la mia vergogna
di sopravvissuto nell'esserne stato escluso; e in terza persona, come la
voce cui spetta solo il compito di indicare l'altrui mietitura. Che la Parola
mi faccia almeno la grazia di qualche armonico alle mie incrinate parole
a memoria dei morti. Per i meriti di tanto sangue gratuitamente versato.
SECONDO TEMPO.
// silenzio della Parola.
LE GAMBE D'ARGILLA.
140
Come al solito, quel lunedì 26 luglio 1943 l'avemaria suonò alle cinque
e mezzo, saltellò sui tetti delle case, s'incontrò con la mano di porporina
dorata che il sole s'era affrettato a pennellare sulle cime degli alberi,
si mescolò gioiosa alla salmodia dei passeri, solleticò la bicordata
gola dei due asini di Giuliano e della Campanella, scivolò sui fossi e si
perse lontano fra l'erba e i gambi già alti di granoturco per confondersi
con le avemarie dei paesi vicini.
Era una normale avemaria d'estate, che non aveva cambiato faccia
nemmeno dopo tre anni di guerra. L'eco degli scoppi delle bombe sulla
grande città lontana, che la notte avvicinava minacciosa, s'era acquietata
e la gente da qualche ora era scesa dalle soffitte, donde aveva potuto vedere
il riverbero degli incendi contro il cielo, per ritornare a letto.
- Dovrebbe essere spostata l'ora dell'avemaria - diceva la gente che
si svegliava di soprassalto. - Con l'ora legale, poi, sono le quattro e mezzo.
E se non si dorme di notte, come si fa a lavorare di giorno, signor arciprete?
- Io, per me, - rispondeva l'arciprete - faccio a meno anche
di suonare le campane per la messa. Ma con l'avemaria non c'entro. Bisogna
rivolgersi al podestà. - Sì, quello - continuava la gente. - Non
gli interessa niente dell'avemaria. Lui dorme quanto e quando vuole.
Tanto ci sono gli altri ad alzarsi presto e a lavorare per lui.
Erano tornati in paese i reduci della Russia: un padre di famiglia e
due giovanotti che al caffè non erano ancora riusciti a esaurire il racconto
di quanto avevano visto e patito. Si godevano pigramente la licenza,
dopo la quarantena al Brennero e un mese di convalescenza per
postumi di pleurite, e dicevano ad alta voce che loro, di guerra, basta;
che ci andassero quelli che erano stati a casa a far soldi. Cose da confino,
se il segretario del fascio non fosse stato anche lui padre di famiglia.
Non parliamo poi delle eresie sui nostri valorosi camerati tedeschi: corte
marziale per istigazione alla sovversione, altro che confino. Fortuna
che nel caffè c'era solo il ritratto del duce, non quello del Fuhrer; e, in
fondo, il piccoletto accanto al duce era pur sempre stato un re soldato
contro i tedeschi. Ma sul popolo russo erano cose da confino e da corte
marziale messi assieme. - Il popolo russo? - e sull'argomento era imbattibile
il reduce padre di famiglia, che la gente, un po' per ridere un
po' per considerazione, chiamava già Stalino. - Non c'è nessuno che
sia buono quanto quella gente. Ci nascondevano, ci davano da mangiare
quel poco che avevano, ci facevano dormire al caldo. Noi dispetti
a loro non gliene avevamo mai fatti. Anche noi li abbiamo aiutati
quando potevamo. Loro ci dicevano: voi italiani buoni, non come tedeschi.
Ma se noi eravamo buoni, loro erano dei santi. Io, - e il tono
della voce s'alzava - io i tedeschi li ho visti mettere al muro una famiglia
intera, vecchi, nuore, bambini, e mitragliarli come se andassero a
nozze. Un bambino di tre anni, proprio come il mio, era fuori del tiro
della mitraglia tanto era piccolo. Risparmieranno almeno quello, pensai.
Sì, proprio! Il mio era un sentimento da cristiano, ma loro sono bestie
feroci. Uno lo prese per le gambe, un altro per le braccia, lo gettarono
141
in alto, e sotto, a tirargli con la pistola. Ho ancora la pelle d'oca
a ricordarlo. Io mi misi a piangere come una vite tagliata.
La gente ascoltava in silenzio. Era una porca guerra, l'aveva voluta il
fascio, non il popolo. Si cominciava a parlare di popolo, e il segretario
del fascio faceva finta di non capire. Certo, era roba da mandare al confino
a essere indulgenti e considerare un'attenuante l'ignoranza di chi
parlava.
Al confino, invece, avevano mandato l'anno prima il professore, come
tutti lo chiamavano. Era capitato in paese nel 1929, al tempo della
quota novanta, assieme alla sua signora, una donna che se ne trovano
poche, da formare una coppia come se ne vedono solo al cinema. Comperarono
una casa all'inizio del paese, verso lo stradale, circondata da
grosse piante. Dopo qualche anno morì la signora. Non la portarono
in chiesa, e la gente ebbe il suo dire per parecchio tempo, soprattutto
perché l'arciprete aveva seguito il funerale solamente in sottana e senza
tricorno, dando il braccio al professore. Bisognava risalire a prima della
guerra '15-18 per ricordarsi d'un funerale senza prete; ma non c'era
memoria d'un prete che seguisse un morto senza preti.
Intervenne molta gente del paese al funerale, senza timore di offendere
la nostra santa religione perché l'arciprete aveva detto in predica il
giorno prima che Dio, quando si tratta di morti, legge su libri segreti
che solo lui conosce, e che il dovere d'un buon cristiano è di pregare per
tutti i morti e di onorarli, lasciando a Dio il compito che gli spetta, ossia
quello di usare misericordia sia per quelli che vengono portati in chiesa
sia per quanti vanno dritti al cimitero. Aveva poi spiegato alla gente che
lui avrebbe seguito il feretro come amico di famiglia e non come prete,
perché il diritto canonico, vale a dire le leggi che la chiesa s'era date, voleva
così; Dio poi avrebbe fatto le giuste proporzioni fra l'amico e il prete,
non essendo Dio sottoposto al diritto canonico. C'erano anche molti
signori e signore forestieri, venuti da chissà dove, e lo si capiva subito
dai loro vestiti e dal discorrere che facevano tra loro, in un italiano così
in ghingheri, che bisognava essere come l'arciprete per capirlo.
La seppellirono in terra non consacrata, buona per gli ebrei e i protestanti.
Il professore, pur non mettendo mai piede in chiesa, aveva voluto
un crocifisso sulla tomba, che non si era mai visto di quella sorta né lo
si poteva immaginare con tutta la fantasia, perché era un crocifisso vivo
che sembrava voler parlare da un momento all'altro, con una corona da
re sul capo e una tunica alla romana che lo copriva tutto. - E un crocifisso
protestante? - aveva chiesto il più anziano dei fabbricieri all'arciprete,
perché la gente dava per sicuro che era un crocifisso non della
nostra santa religione. - Il crocifisso non ha religione - aveva risposto
l'arciprete piuttosto bruscamente, contro il suo solito modo di fare. Ma
subito aveva aggiunto, avvedendosi dello sconcerto provocato nel
brav'uomo: - Voglio dire che il crocifisso non appartiene a nessuno.
Quello che il professore ha voluto per la tomba della sua signora (ed è
fatto da un grande artista, una vera opera d'arte) significa che il Signore
regna dalla croce: Regnavit a Ugno Deus -. Allora la gente disse che il
142
professore era un antifascista e un repubblicano se era riuscito a inventare
un crocifìsso vestito da re; e lo si guardò con maggior rispetto, quasi
con timore.
Il professore, dal giorno del funerale, non fece nulla per rompere il
suo isolamento. Prese a ore un'anziana donna di servizio, Filomena, la
quale sparse la voce che il professore studiava e scriveva giorno e notte.
Non aveva amici in paese. Incontrava solo l'arciprete, ma non in canonica.
Per la passeggiata pomeridiana, una legge sacrosanta da trent'anni,
l'arciprete andava spesso da quelle parti della campagna e, sul ritorno,
entrava nella casa del professore, rimanendovi a lungo, fin dai
primi tempi. - Si ferma da loro perché li vuol convertire - diceva la
gente. Poi non disse più nulla, visto che di conversione non c'era nemmeno
l'ombra. Le visite erano continuate anche dopo la morte della signora:
-Adesso sarà più facile per l'arciprete convertire il professore,
perché con la terra non consacrata non si scherza - riprese a dire la
gente. Ma durò poco. Per convertire il professore ci voleva un santo, e
l'arciprete, per carità, una grande scienza, un prete che non era mai
corso sulla bocca di nessuno, che si adatta a parlare a gente ignorante
come noi, che ha un cuore d'oro, che non ha mai offeso nessuno, e non
è poco, ma insomma ha troppo studiato per essere un santo.
Quando l'arrestarono e lo condannarono al confino, il primo a meravigliarsene
fu il segretario del fascio: - Vi giuro che non ne sapevo
niente. E anche avessi sospettato qualcosa, chi poteva far del male a un
uomo simile? - s'era lasciato scappare al caffè. Una frase da essere denunciato
e filare dritto in galera, ma nessuno lo aveva denunciato.
All'arresto vollero che fosse presente anche lui, per dimostrare la compattezza
e la vigilanza del partito, ma in privato aveva ricevuto la sua
parte da scorticare la pelle d'uno che non fosse nato in quel paese di
gente intelligente: - Così si vigila? Un disfattista, un massone?
Il maresciallo aveva da giorni fiutato qualcosa. S'era fatto trovare da
quelle parti, per un normale giro d'ispezione, all'ora in cui sapeva che
il professore avrebbe fatto due passi nei campi. - Sia prudente, professore
- gli aveva detto. - In tempo di guerra un sassolino fa presto
a trasformarsi in montagna.
- Grazie, maresciallo -. Ed era stato un ringraziamento ben meritato
perché il professore s'era preso solo tre anni di confino. L'arciprete
aveva collaborato col maresciallo, riempiendosi le capaci tasche della
sottana di carte compromettenti in quei giorni che aveva sempre come
meta della passeggiata i campi verso lo stradale. - In canonica non
verranno, e le troverai quando ritornerai, caro Salvatore. Le metterò in
faldoni fra quelli dell'archivio parrocchiale.
Era dunque un lunedì normale di fine luglio, come può essere normale
un lunedì di guerra. Alla Campanella s'era dormito poco quella
notte. Alle 11 della sera precedente Franco, senza nemmeno sedersi al
pianoforte, aveva martellato i primi accordi della Patetica, riempiendo
di suono la casa e l'aia.
- Ma che fai? - aveva protestato la madre, appena tirata giù dal letto
143
assieme al padre dalle grida esultanti di Franco. - Svegli anche i
morti.
Era capitato un quarto d'ora prima, per caso. Franco s'era attardato
in cucina e aveva acceso meccanicamente la radio per sentire Radio
Londra, a volume bassissimo. La lancetta era ancora ferma sulla stazione
di Roma; e aveva gridato come se ci fosse stato un bombardamento.
I genitori avevano potuto udire le ultime parole del proclama del re e
interamente quelle di Badoglio. I morti? Franco avrebbe voluto svegliare
i vivi, andare da Toni, tirarlo giù dal letto e dargli quella notizia
da farlo ballare con la Cecina.
- Sei matto? - disse la madre. - C'è tempo domani, e poi non
sappiamo quello che può succedere stanotte. Hai sentito anche tu: la
guerra continua.
Il padre corse in cantina e ritornò con una bottiglia polverosa. - Ce
ne sono altre due, - disse rivolgendosi a Franco - le ho nascoste io
perché non fossero prese per sbaglio. Le imbottigliò tuo nonno, annata
1922. Disse: io non ci sarò più, ma voi le berrete quando il fascio cadrà.
Cercò il cavatappi.
- Aspetta, - disse la madre - deve esserci anche Piero. E poi Toni.
Lo berremo quando Piero avrà la sua giornata di permesso. Ma, a dirvi
la verità, io sono poco convinta. È stato così improvviso che mi sembra
ci sia sotto un trucco. Fino a ieri duce e re erano polenta e cotechino,
e oggi sono diventati nemici. Non hai sentito quello che ha detto Badoglio?
La guerra continua... Se il fascio fosse veramente caduto,
avrebbe detto: la guerra è terminata.
- Qui sta il trucco - cercò di rassicurarla il suo uomo. - Badoglio
vuole confondere i tedeschi perché non ci piombino addosso, ma è tutto
combinato con gli americani. Per il momento la guerra continua, solo
per far rientrare tutti i nostri soldati in Italia. Il fascio, se il re ha detto
basta come ha detto, non può più farci nulla. E poi tutti sanno che
il re aspettava il momento buono per far fuori il duce. Due galli in un
pollaio non resistono; prima o poi uno se ne deve andare. Ed è toccato
al duce perché la gente e l'esercito sono col re.
- Sarà, - rispose la madre - io di politica non me ne intendo.
Spero proprio che sia così.
- E poi la gente era stanca del fascio - aggiunse il padre mentre alzava
la bottiglia contro la lampadina. - S'è mantenuto bene. Ma fosse
anche acquetta, sarà il miglior vino della mia vita.
L'asino, messo in agitazione dai passi fuori orario del padrone che era
passato davanti alla stalla per recarsi in cantina, anticipò il suo raglio
notturno.
- Adesso risponderà quello di Giuliano - disse il padre.
- Anche gli asini vogliono partecipare alla festa.
Si udì come un'eco lontana il raglio dell'asino di Giuliano.
- Anche Giuliano deve bere questo vino - disse Franco.
Il padre guardò nuovamente la bottiglia contro luce: - Pure Toni ha
messo via una bottiglia del '22, non propriamente di vino... dopo che
144
gli avevano fatto bere l'olio di ricino... Giurò che avrebbe restituito la
bevuta a chi gli faceva ingollare l'olio di ricino, quando il fascio fosse
caduto. Gli misero a soqquadro la casa, il fienile, l'orto per trovargliela,
ma non ci fu verso. Era uno spettacolo. Toni rideva dal letto, ancora
più morto che vivo... Il nonno doveva sapere qualcosa sul nascondiglio
di quella bottiglia.
- Non sarà per caso... - chiese sorridendo la madre.
- No, no, anch'io ho avuto questo dubbio... vedi che l'ho esaminata
attentamente contro luce. Il nonno gliela dovette riconsegnare
quando le acque si calmarono.
Era mezzanotte passata, e non avevano sonno.
- Chissà se Piero ha udita la notizia - disse la madre.
- Figurati, uno che ha giurato al re e ha un grado, queste cose le viene
subito a sapere. In città poi...
Ma l'avemaria, come al solito, li raggiunse che erano già in piedi perché
i campi non conoscono guerre.
- Oggi è come una domenica, e poi è la festa di sant'Anna - disse
la madre mentre suonava il terzo della messa, quasi per scusarsi perché
si metteva le scarpe di vernice coi tacchi alti. - Vieni anche tu, Franco?
Chissà se l'arciprete sa già la notizia, e poi ci potresti accompagnare
all'organo.
Uscirono dal portone che correvano. - Ho i tacchi alti, non farmi
correre - diceva la madre.
Franco le stringeva il braccio, sollevandola quasi da terra.
- E un grande giorno, oggi, mamma. Devi dire alla Cecina che non
se la prenda con Toni se berrà un bicchiere di più.
- Ed è la festa della mamma della Madonna. Ho voglia di cantare
stamattina. La guerra deve finire, non può continuare. Ha ragione tuo
padre, è un trucco del re per ingannare i tedeschi. Così ai primi di settembre,
quando Piero si sposa, sarà un giorno senza paure. Maria, oggi,
ci porterà l'uva di sant'Anna.
Raggiunsero la Cecina alla fine della via che sbucava sulla piazza..
Franco si staccò dalla madre, corse senza far rumore alle spalle della Cecina e le mise le mani sugli occhi.
- Maria santissima - gridò la Cecina. Poi riconobbe il riso di Franco
e si calmò: - M'hai fatto prendere un colpo. Per poco non morivo
dallo spavento...
- E adesso tienti ben salda che ti do un colpo più grosso. Il fascio
non comanda più.
- Sei matto a gridare così? Ti metteranno in galera - disse spaventata
la Cecina. - Non si può scherzare su queste cose. Vuoi fare la fine
di Toni?
- Oggi Toni sarà felice. E tu non rovinargli la festa con le tue litanie.
La Cecina non capiva. Guardò Benedetta. Benedetta sorrideva e faceva
di sì col capo.
- Allora è proprio vero? Ma come si fa a crederci? E adesso chi comanda?...
Ah, il re. Ma il re è come il duce, lupo non mangia lupo.
145
- Non gridare Cecina, altrimenti ci vai tu in galera - rise Franco.
- Se è proprio vero, chiudo gli occhi e non guardo se Toni prende
la sbornia. Questa volta se la merita.
Sulla piazza altre donne s'affrettavano verso la chiesa. La Cecina gridava
loro che il duce non comandava più, ma la sua voce era coperta dai rimbombi
delle campane. Compresero dal gesticolare della Cecina che doveva
essere una cosa importante. Si fermarono sul sagrato, e la Cecina a correre
che aveva il fiato grosso. La notizia entrò a folate nella chiesa per
essere partecipata agli altari dei santi, specialmente a quello della Madonna,
tutto fiori, dato che non esisteva una statua di sant'Anna cui fare festa.
L'arciprete era in confessionale, in attesa di qualche ritardataria. Mise
fuori la testa a quell'insolito brusio, guardò l'orologio, diede un'occhiata
in giro per vedere se qualche donna s'accostava al confessionale, depose
la stola violacea, aprì l'usciolo e s'avviò verso la sacrestia. Trovò
Franco appoggiato al bancone, che gli sorrideva.
- Hai fatto bene a venire. Sant'Anna merita il suono dell'organo.
Tu, - disse al più robusto dei due chierichetti - va' a tirare il mantice.
- Ha sentito la notizia, signor arciprete?
- Quale notizia? Buona?
- Il fascismo è crollato - e Franco raccontò del comunicato della
sera prima. " .
L'arciprete ascoltava a occhi chiusi.
- Sembra incredibile - disse infine. - Gaudeamus in Domino
diemfestum celebrantes... Un introito migliore per la messa di stamattina
non si poteva trovare.
Franco salì all'organo. Da qualche mese, cedendo alle insistenze
dell'arciprete, aveva preso il posto del vecchio organista, tanto vecchio
che non riusciva più nemmeno a fare un gradino sulla scaletta dell'organo.
Cominciava a impratichirsi dei registri e della pedaliera, con gli
otto piccoli preludi e fughe che gli aveva regalato il suo maestro dei novizi
ancora in monastero.
Fu una messa in cui l'arciprete dovette lottare più del solito contro le
distrazioni, finché, incapace di controllarle, le offerse a Dio come preghiera
di quel giorno.
- Oggi faccio la mia passeggiata verso la Campanella - disse a Franco
salutandolo. - La gente può capire in un giorno solo più che in vent'anni.
Mi sento giovane quasi come te - e gli mise la mano sulla spalla.
La gente, infatti, nella pigrizia d'un comune lunedì mattina, aveva
dovuto fare improvvisamente l'inventario delle proprie capacità di ragionare
e, nell'euforia della scoperta, dimenticò che la guerra continuava.
Toni colse una rosa rossa e la mise all'occhiello della giacca della festa.
Giuliano, passando con asino e carretto davanti al caffè, cantò
Avanti popolo. I tre reduci della Russia presero dalla sede degli ex combattenti
la bandiera delle sfilate del 4 novembre e la issarono sul monumento
dei Caduti. Gli impiegati del municipio, dopo una breve
consultazione, esposero la bandiera tricolore col grosso stemma sabaudo:
- Noi siamo sempre stati per il redissero, e tolsero dalla giacca
146
il distintivo del fascio. L'ufficiale delle poste, vedendo che il municipio
aveva esposto la bandiera, ordinò all'aiutante di fare altrettanto, e si
tolse il distintivo (- Uh, come puzza questa cimice -, e l'aiutante
sorrise d'intesa). Il segretario del fascio si chiuse in casa non per paura,
giacché aveva la coscienza a posto, ma per prudenza. La guardia comunale
fece due passi fuori di casa in abito civile, a tempo per sentire un
fischio prolungato che gli consigliò di rientrare subito, non per paura
poiché aveva la coscienza a posto, ma per prudenza.
Comparvero su alcuni davanzali della via principale i ritratti del re.
La moglie del commerciante di grano, fieno e cavalli, che si sussurrava
avesse nel cassetto più soldi di quanti ne sapesse contare, affiancò il re
con due candelieri. I ritratti del duce discesero velocemente dalle pareti
delle case per guadagnare la soffitta. Il maresciallo e l'appuntato giravano
lentamente in bicicletta, col moschetto a tracolla, sorridendo a
tutti. L'appuntato sorrideva perché il maresciallo sorrideva.
Nelle due filande, le ragazze e le donne erano irrequiete come bachi
che stanno scegliendosi il posto per la loro vocazione eremitica, e spiavano
le reazioni delle due assistenti che si facevano concorrenza nelle
manifestazioni fasciste e nelle adunate delle donne rurali.
Le osterie avevano preparato fuori i tavolini, come se fosse giorno di
festa, e gli anziani, sempre in cerca d'un gradino o d'uno sgabello
all'ombra, ne approfittarono. - Berremo dopo mangiato - dissero
all'oste che li guardava di malumore, ma senza insistenza.
La notizia, intanto, si spargeva a raggio nelle cascine, e dalle cascine
rimbalzava sui contadini sparsi nei campi. Raggiunse anche Rondine
che tagliava l'erba con altri due salariati, ed era leggermente indietro
perché gli capitava di lasciarsi prendere da certi suoi pensieri che gli facevano
perdere il ritmo.
Era diventato salariato da san Martino dell'anno prima.
- Sei contento se ti passo salariato? - gli aveva detto il signor Gaspare.
- Per me, sto bene anche avventizio; però come vuole lei.
Rondine era il fiore all'occhiello del signor Gaspare. - Senza tante
sanvincenzo si può far rivivere un uomo. Basta un po' di tatto. Al resto
ci pensa il lavoro nei campi - rispondeva il signor Gaspare quando gli
chiedevano di Rondine. Il primo anno, con le piogge autunnali, venne
a Rondine la nostalgia della prigione. Il signor Gaspare lo comandava
a scamozzare i gelsi e i platani, a sfangare i fossi, ad ammucchiare le foglie
morte, e lui capiva che era un lavoro d'avventizio mentre gli altri
aravano e seminavano. Ma sua madre gli diceva di dentro: resisti, è
questione di qualche mese, poi viene la primavera e sei di nuovo in libertà.
Intanto un letto ce l'hai, e all'asciutto. Quando sfanghi i fossi, ti
capita sempre qualche anguilla da portare a Maria. Non la troveresti se
tu dovessi arare. Così gli diceva sua madre di dentro, e lui rispondeva
che aveva ragione, perché i morti hanno sempre ragione, non il duce.
Ora che aveva un lavoro e dormiva in una casa da cristiano, poteva entrare
nel cimitero dal cancello, come faceva la gente, anche se non c'era
più sua madre. Ci andò pure il giorno in cui seppe dell'arresto del professore.
147
Sua madre gli aveva detto: Adesso non ha nessuno che le curi
la tomba. Non è in terra consacrata, ma noi c'intendiamo ugualmente
perché è stata una gran brava donna. E poi basta guardare il Cristo repubblicano
sulla sua tomba per esserne persuasi. Ci andò con un mazzo
di fiori di campo che, da quel giorno, non mancarono mai sulla
tomba, freschi e abbondanti. D'inverno, non avendo fiori, vi portava
lumini che comperava dal fruttivendolo. L'arciprete, che quando andava
al cimitero passava dalla signora Elena, senza dare troppo nell'occhio,
per recitare un de profundis e dare una benedizione con la mano
mezzo nascosta nel tricorno, chiese al custode chi tenesse quella tomba
tanto bene.
Trovò un giorno per la strada Rondine: - Ascolta, Spartaco, fai
un'opera di misericordia, da buon cristiano, a curare quella tomba. Fu
una brava donna, che merita il rispetto di tutti. - Lo so - rispose Rondine.
L'arciprete gli dette venti lire perché comprasse delle calle, se aveva
occasione di andare in città. - Le piacevano tanto le calle. Ma non dire
in giro che gliele ho mandate io. È come se fosse qui il professore.
- Capisco - aveva detto Rondine chinando il capo. E il primo
giorno libero andò in città a comperare le calle per la signora Elena a
nome del professore.
- Il duce non comanda più - gridò il ragazzetto che portava da bere
al padre, correndo sull'erba appena falciata.
- Non gridare, stupido, che anche le piante hanno orecchi - lo
rimbrottò suo padre.
- Ma è vero, lo dicono tutti. Ce l'ha spiegato la signorina Maria.
- Se è così, è vero - disse Rondine, e sputò appoggiandosi al manico
della falce.
- Ma non bisogna gridarlo - insistette il padre del ragazzo. - Il
duce è come un gatto, sembra morto e poi ti scappa sotto il naso -.
Si rivolse al figlio ammutolito: -Adesso hai perduto la lingua? Su, racconta,
ma senza gridare.
- Te l'ho già detto, il duce non comanda più.
- E chi comanda allora?
- Il re, ha detto la signorina Maria. E poi ha fatto un nome difficile,
un generale... aspetta... Ba.... Baroglio.
- Sarà il generale Badoglio, stupido, quello dell'Abissinia.
- Andiamo male, allora, se è quello che ha ammazzato gli abissini
coi lanciafiamme - disse Rondine.
- Se è il re che comanda, ci manderà tutti in guerra - disse il terzo
contadino. - I re ci sono apposta per fare le guerre. Non si accontentano
mai di quello che hanno, sono ingordi, vogliono sempre di più.
- Giusto, ci vorrebbe un re repubblicano - soggiunse Rondine che
in quel momento pensava al professore. - Però se il duce non comanda
più può darsi che la guerra finisca. E stato lui a volere la guerra.
- Ed è stata la gente a farsi ammazzare - disse con rabbia il terzo
contadino che aveva un fratello disperso in Russia.
- Certo, la guerra finisce se il fascio non comanda più. Re o non re,
148
la faremo finire noi la guerra. E adesso beviamo alla nostra salute disse il padre del ragazzetto.
Alzò il fiasco di vino allungato, sputò sull'erba e bevve a garganella.
Poi passò il fiasco a Rondine: - Non potrai più portare la maglietta
col fascio - gli disse.
- Lo dipingerò di rosso - rispose Rondine che sputò di nuovo e
bevve senza nemmeno deglutire. Passò il fiasco al terzo: - Vedrai che
tuo fratello ritornerà. Caduto il fascio, gli italiani vengono rimandati
in Italia. Il popolo russo vuol bene agli italiani. Non hai sentito quello
che dicono i reduci?
La gente aveva mangiato in fretta per andare all'osteria o al caffè e
ascoltare il bollettino dell'una. Le donne guardavano dalle finestre e dagli
usci il movimento delle strade e della piazza, e si rimandavano la voce:
- Ma quello ieri non era con la camicia nera? - La casa del segretario
è chiusa come una prigione. - La greppia adesso è vuota; ne devono cercare
un'altra. - Prima era il duce, adesso sarà il re a riempirla.
- C'è anche la camicia nera di Spagna. - Quello è un povero diavolo,
è andato in Spagna per le venti lire al giorno, con i sei bambini
che aveva da mantenere. - E io quanti ne avevo? Ma mio marito non
è andato in Spagna. - Peccato che non ci sia il professore. Tu prima
sapevi che era un antifascista? - Guarda Toni, ha già due rose all'occhiello.
Prima di sera sarà una serra ambulante.
Le filandaie stanno ritornando al lavoro e incrociano gli ultimi uomini
che vanno verso la piazza. - Cade il fascismo, ma per noi è lo stesso,
dobbiamo andare a lavorare mentre voi ve la godete nelle osterie.
- Noi siamo liberi lavoratori, non abbiamo padrone -. Sono ambulanti
in bicicletta; è il calzolaio, il barbiere, il sarto, il fabbro. - Perché
non scioperate? Oggi lo sciopero è permesso, non c'è più la legge del
fascio - dice il fabbro.
- Io non ci vado - grida una che ha il marito in Sicilia.
- Sono stanca di filande e di guerre - e ritorna verso la piazza. - Che
fai Matilde? - le corre dietro l'amica. - Tuo marito ritornerà presto,
non metterti nei guai, c'è già lui -. Ma Matilde non sente, corre verso la
piazza. - Ha del coraggio Matilde - dice un'altra. - Noi siamo pecore
come lo siamo sempre state. Il duce ce lo siamo voluto. Ne verrà un altro
se andiamo avanti così - e segue Matilde. I gruppetti si fermano. La filanda
è poco distante. Alcune sono già entrate alla spicciolata, altre attendono
sotto le piante di tiglio il segnale della sirena, masticando bastoncini
di liquirizia. - Entrate? - gridano loro i gruppetti che si sono fermati
incerti. Alcune filandaie si alzano. - Voi che fate? - Quello che fate
voi -. Esce l'assistente: - Su andiamo, è ora. - Tu comanda dentro e
non fuori - le gridano in faccia. - Hai già comandato abbastanza alle
adunate fasciste -. L'assistente ritorna in portineria, rossa paonazza:
- Vi pentirete. - Sì, va' a confidarti col federale. Sono finiti quei tempi.
- Capiti quel che capiti, un giorno simile non ritorna più - dice una.
- Io vado in piazza. - Aspetta, vengo anch'io.
I gruppetti si saldano, le donne sotto le piante rimangono un momento
149
incerte, parlano fra di loro, fanno qualche passo trascinando gli
zoccoli, si fermano ma per prendere lo slancio verso la piazza. Suona la
sirena dell'una. Le donne, a quel segnale, si mettono a correre martellando
coi loro zoccoli di legno il selciato della via principale del paese,
come se fossero minacciate da un temporale improvviso. Arrivano alla
piazza quando la radio del caffè, a tutto volume, trasmette le parole di
Badoglio «la guerra continua». - Canchero - grida Matilde che ha il
marito in Sicilia. - Non gridare, - le dice l'amica vicina - c'è il maresciallo.
Lui è per il re.
Ma il maresciallo non ha udito nulla. I due proclami sono terminati.
- E adesso che facciamo? - si dicono le donne.
- Ormai la frittata è fatta e le uova non si possono aggiustare.
- Facciamo quello che fanno gli uomini.
Arriva il proprietario d'una filanda, ansimante per la corsa in bicicletta.
Scorge il maresciallo, gli va vicino, lo tira in disparte, gli parla animatamente.
Le donne guardano preoccupate la scena, cercano d'indovinare
che cosa il padrone stia dicendo e il significato di quel
movimento di testa del maresciallo alla maniera d'un diniego. Il padrone
si calma all'improvviso, fa di sì con la testa, sorride al maresciallo,
gli stringe la mano e se ne va. Le donne non sanno che pensare. Formano
un muro separato dagli uomini che cominciano a fare la spola
tra l'entrata e l'uscita del caffè. Dicono a Matilde, che ha la lingua
sciolta: - Va' a sentire il maresciallo. - Proprio io? - Se non ci vai
tu, chi ci può andare? - Matilde cerca con gli occhi il maresciallo, ma
il maresciallo non vede nessuna donna. Allora, facendosi largo tra il via
vai degli uomini, s'avvicina al maresciallo: - Signor maresciallo. Che volete? - Noi siamo le filandaie che non sono entrate all'una...
- E che c'entro io? Non ho ricevuto nessuna denuncia. - Ma il padrone...
- Vi ho detto che non ho ricevuto nessuna denuncia. Per me
è come se foste in filanda.
I negozi si riaprirono, ma i padroni e i garzoni erano sulla porta. Le
donne andarono a casa, ma gli occhi e le orecchie erano rivolti alla piazza.
Al caffè, prima delle due, il segretario comunale fece segno all'applicato
e al fattorino che era ora di riprendere il lavoro. I tre si alzarono
dal tavolino. - Ci vorrà un mese a ripulire il municipio dai fasci e dai
ritratti del duce - gli gridarono dietro. - Basta anche solo un'ora rispose bonariamente il segretario. - Noi mettiamo quei ritratti che
ci mandano. Eseguiamo gli ordini. - Adesso non c'è più nessun fascista.
Siamo tutti per la marcia reale - sghignazzarono in fondo alla sala.
- Pago io - disse il segretario ai suoi colleghi. - Non paga più il
fascio? - gridarono le stesse voci.
All'uscita dei tre seguirono alcuni momenti di calma. Gente in piedi
non ce n'era più. I reduci parlavano sottovoce al tavolino dell'angolo
vicino al bancone. Alle osterie si era cominciato a giocare a carte davanti
alle scodelle slabbrate di vino. Il maresciallo lasciò l'appuntato al caffè
e fece lentamente il giro del paese. Non c'era da temere niente. Era
bastato che il re dicesse una parola e tutta quella montatura era crollata.
150
Perché adesso poteva finalmente sfogarsi: era stata tutta una montatura.
Durata un po' a lungo, è vero, e forse il re aveva dato troppo corda.
Questa guerra, per esempio, non la doveva permettere. Quella
d'Abissinia? Be', nemmeno quella, visto i risultati. Ma allora tutti volevano
l'impero.
Il maresciallo arrivò alle filande. Non si sentiva nessun rumore, come
di domenica. Provò compiacimento per la sua abilità; gli era bastato ricordare
le sfilate in orbace perché il padrone della filanda convenisse
che non era il caso di insistere... Si spinse fino alla villetta del professore.
Le imposte erano chiuse; la ghiaietta del sentiero si confondeva
con terra ed erbacce. Sostò davanti al cancello senza scendere dalla bicicletta.
Il professore sarebbe presto ritornato, pensò. «Il suo delitto è
solo d'opinione, e ora la sua opinione sarà ammessa. Non appena saprò
del suo arrivo (mi dovranno bene avvertire), farò in modo che Filomena
sia messa al corrente... Per la tomba non c'è bisogno» e sorrise ricordando
Rondine... Riprese la strada del paese. Suonavano le tre.
A quell'ora l'arciprete, come ogni giorno feriale, aprì la porticina che
dalla canonica l'immetteva direttamente in chiesa, per la visita al Santissimo,
la recita del vespro e la lettura a piccolissime dosi d'una pagina
greca dell'evangelo. Si mise davanti a Dio per l'adorazione, ma Dio
non gli si presentò solo. Gli venne incontro con la sua corte del giorno,
fatta di personaggi tutti di carne, di piccola storia di quei lunghi anni,
di stanchezze, di rassegnazione, d'entusiasmi comandati, e pure di vita.
L'arciprete adorò Dio in tutto quanto stava avvenendo in lui, sulla
piazza del paese, nel mondo, perché il colosso dalle gambe d'argilla era
crollato. Il re? Il re era niente, una statuetta dalle gambe d'argilla anch'esso.
Era il soffio della storia a buttare giù gli idoli, e quel soffio era
Dio. Recitò i secondi vespri di sant'Anna. L'umile gente sopravvissuta
a se stessa garantiva che quel soffio era Dio. Riprese in mano il capitolo
ottavo di Marco sul quale aveva fatto la predica il giorno prima: Misereor super turbam. Anche quel 26 luglio era una giornata della compassione
di Dio sulla turba, da sfamare un digiuno di vent'anni. I farisei
chiedono un segno, seméion, perché non hanno il cuore da capire
quello della compassione. Potrebbero parlare le pietre ma i farisei non
udirebbero. Niente di strano che anche il segno d'oggi, deposuit potentes de sede et exaltavit humiles, non fosse riconosciuto. La guerra continua,
avevano proclamato. Poteva essere questo l'indizio che il segno
era stato rifiutato...
Alle quattro precise l'arciprete, come al solito, usciva dalla canonica
con l'ombrello da sole e attraversava lentamente la piazza.
- Anche in un giorno simile l'arciprete non rinuncia alla sua passeggiata
- dissero dai tavolini del caffè posti sotto il tendone fuori dei
portici. - È vestito di nero, ma a lui il nero del fascio non è mai rimasto
appiccicato. -Ad altri preti, però, e vescovi... - Sì, quelli che salutavano
alla fascista e benedicevano i cannoni sulle piazze. - Se avessero
potuto, l'avrebbero mandato al confino pure lui, con quella sua
amicizia col professore.
151
- Arciprete, venga a bere un caffè - gli dissero quando fu vicino.
- Per lei un caffè di prima della guerra - assicurò il proprietario.
- Arciprete, che dice della novità?
- Le gambe d'argilla prima o poi cedono. Chi usa la violenza ha
cuore di ferro e gambe d'argilla. E così è stato.
- Lei ha messo in bella calligrafia quello che pensiamo ma non sappiamo
esprimere - disse Stalino.
- Io dalla Russia son riuscito a portare un quadro della Madonna,
un'icona come la chiamano là. Me l'ero legata sul petto, pensando:
Certamente la Madonna vorrà salvarsi, e così salverà anche me. Un
giorno gliela porto a far vedere.
- Il popolo russo è molto religioso. E il fascio ci dava a intendere
che combattevamo contro i nemici di Dio.
- Finirà la guerra, signor arciprete?
- Se capiremo bene il significato di questo giorno, la guerra dovrebbe
finire presto - rispose l'arciprete.
Fu di nuovo sulla piazza, riaperse l'ombrello color cenere e svoltò verso
la Campanella. Le donne che sferruzzavano sull'uscio per essere
pronte a capire quello che succedeva sulla piazza, lo salutavano mentre
passava; alcune si alzavano. Ogni tanto l'arciprete si fermava e chiedeva
notizie di qualche figlio o marito in Grecia, in Jugoslavia, in Sicilia. Accarezzava
un bambino e proseguiva. Le donne non osavano chiedergli
nulla, ma sapevano che l'arciprete quel giorno l'aveva atteso.
Alla Campanella i lavori erano stati ridotti al minimo in segno di festa.
Toni aveva pranzato senza togliersi la giacca per poter vedere con
la coda dell'occhio le due rose rosse. Avevano parlato della bottiglia misteriosa,
e Toni confessò che non ce l'aveva più. L'aveva buttata nel canale
d'irrigazione quando era scoppiata la guerra d'Abissinia, perché
gente che mandava ad ammazzare un popolo senza colpa non era nemmeno
degna di bere quella bottiglia, roba di cristiano, peccatore e senza
religione fin che si vuole, ma sempre un cristiano. Aveva bevuto, senza
eccedere però. A Franco, che gli voleva far festa con la bottiglia stappata
per l'occasione, aveva detto: - Va' piano, Franco, andare a stasera
ci sono molte ore ancora e io la festa me la voglio godere tutta con la
mente libera -. Finito il pranzo aveva cantato Avanti popolo, e poi se
ne era andato all'osteria. Quando vide ripassare le filandaie, aveva detto:
- Fra quelle ce ne sono alcune che mostrarono le unghie nel '20.
Il fascio non è riuscito a rovinarle del tutto. Ci aspettano giorni belli.
- Vedo che oggi avete fatto festa - disse l'arciprete indicando con
un ampio gesto l'aia pulita e in ordine.
La madre sorrise: - Abbiamo voluto onorare i morti che non hanno
potuto vedere questo giorno. Entri, signor arciprete. A momenti dovrebbe
arrivare Maria con l'uva di sant'Anna.
- Maria è una brava figliola. Si sono scelti bene. Che Dio li benedica.
È ai primi di settembre il matrimonio, vero Benedetta?
- Speriamo che sia finita la guerra quel giorno - sospirò la madre.
Entrò il padre col secchio di latte appena munto: - Il secondo secchio
152
di latte libero.
- Per questo giorno senz'altro. Domani chissà. Ma godiamoci questo
giorno e anche questo latte - commentò l'arciprete.
Si sentì sotto il portico lo squillo festoso d'un campanello di bicicletta.
Maria si annunciava così da quando le nozze erano state fissate. Fu
una decisione incomprensibile per i genitori di Maria. Il padre di Piero
non aveva detto nulla. La madre aveva accolto la notizia come quando
si dice che d'estate fa caldo. E aveva subito rovistato nei cassoni della
soffitta per mettere da parte certe lenzuola matrimoniali che lei stessa
aveva ricamato per dote quand'era ragazza. Era stata Maria a proporre
a Piero d'affrettare il matrimonio non appena poté incontrarlo dopo il
bombardamento della città di fine maggio, un bombardamento inutile
e insensato dato che la città non offriva nessun obiettivo che avesse a
che fare con la guerra, senza industrie com'era, pigramente adagiata
sulla grande pianura, solo meta, nei giorni di mercato due volte alla settimana,
di cavalli, buoi, carri di fieno, garzoni di stalla, fattori, agricoltori
e sensali. Parecchi, conclusi gli affari, s'erano fermati nelle trattorie
vicine a bere un bicchiere o a mangiare sottobanco una scodella di trippa.
Era suonato l'allarme, cinque colpi brevi e il sesto più lungo, e avevano
riso. S'erano abituati a quei colpi di sirena perché non era mai
successo nulla. Le bombe caddero fra il mercato e la stazione, sventrando
le vecchie case e le due osterie odorose di fieno, di stalla, di vino e
di trippa. Lasciarono intatta la stazione e s'abbatterono su altre case
nelle vicinanze dell'ospedale militare. Anche Piero era stato in pericolo.
Maria gli disse semplicemente: - Sposiamoci - e aveva parlato dei
primi di settembre.
- È arrivata - disse con gli occhi che le cantavano la madre.
- Permesso? - e Maria, deposto in fretta il cestino dell'uva su una
sedia, aveva già le braccia al collo di Benedetta.
L'arciprete s'era alzato per stringerle la mano: - Rallegramenti, Maria.
So che sei fresca di laurea.
- È ai primi di settembre il giorno della mia laurea - disse Maria.
Strinse la mano al padre e a Franco.
- Non le manca la sveltezza - disse il padre, con una punta di compiacimento,
rivolgendosi all'arciprete. - In un minuto ci ha messo a
posto tutti.
- Mi ha accompagnata Spartaco, ma lui s'è fermato in piazza assieme
agli altri contadini. Sembra il giorno della fiera. Biciclette dappertutto,
e nemmeno un fazzoletto o una sottana nera in tutta la piazza.
Ho visto il maresciallo che si spostava da un gruppo all'altro. L'ho salutato
e lui m'ha raggiunto: Non rincasi tardi, m'ha detto. Mi sembrava
un poco preoccupato.
- Naturale - disse il padre. - Oggi è una giornata che nessuno ha
mai visto, nemmeno il maresciallo. Ma non succederà niente. La gente
non è arrabbiata, ha solo voglia di sfogarsi un po', e i fascisti non si fanno
vedere in giro. La gente è solo stanca della guerra e ha fiducia nel re.
- Alle volte, però, basta un niente e scoppia l'incendio - osservò
153
l'arciprete. - Meglio che vada a dare un'occhiata. Sarò la sola sottana
nera in tutta la piazza - soggiunse rivolgendosi a Maria con aria scherzosa.
- Vieni anche tu, Franco?
- Ricordati che devi accompagnare a casa Maria - disse la madre.
In quel mentre arrivò trafelata la Cecina: - Venite a godervi lo spettacolo,
stanno preparando un falò in piazza come il venerdì santo.
- Per far che cosa? - domandò preoccupato l'arciprete.
- Vogliono bruciare il duce - rispose la Cecina.
Avevano cominciato per scherzo. Un cascinaro aveva gridato sotto le
finestre del municipio: - Buttate giù il testone -. Il segretario comunale,
con a fianco l'applicato e il fattorino, stava godendosi lo spettacolo
della piazza dalle persiane chiuse. A quella voce i tre si misero a
ridere. - E pensare che solo ieri uno che gridava così dopo cinque minuti
era già in galera - sghignazzò il segretario.
Altre voci si levarono. Erano i cascinari appoggiati alle biciclette:
- Vogliamo vedere il duce dal balcone di palazzo Venezia. Buttate giù
il testone. Buttatelo giù, altrimenti veniamo noi di sopra.
Il sorriso degli impiegati comunali si spegneva man mano che le urla
crescevano: - Che debba toccare proprio a noi dimostrare per primi
la nuova fede antifascista? - disse l'applicato.
- Io non ci vedo nulla di maledisse il fattorino che era un mutilato
della grande guerra. - È come buttar giù la fotografia d'uno di
noi. Tanto il duce non comanda più, è un privato cittadino. Se quelli
fanno sul serio e salgono in municipio ci buttano all'aria tutto. Non si
accontentano dei ritratti.
- Dove li hai messi? - chiese il segretario al fattorino. - Vai a
prenderli.
Il fattorino arrivò dalla soffitta con quattro ritratti incorniciati. Le
grida si facevano più compatte e minacciose.
- Son tutti qui?
- C'è anche la testa di gesso, e il fascio di marmo all'ingresso.
- Forse oggi vogliono solo il testone di gesso.
Il segretario aprì la finestra del balcone dal quale penzolava la bandiera
come un segno di resa.
- Buttatelo giù, lo vogliamo vedere da vicino - gli urlarono.
Il segretario afferrò la testa di gesso, la sollevò in alto più che poté e,
gridando viva il re, viva la patria, nella speranza che il maresciallo lo
udisse perché erano le stesse acclamazioni di Badoglio, la scagliò sulla
terra battuta della piazza.
- Che fegato - urlò un cascinaro fra fischi e schiamazzi. La gente
guardò la testa sfregiata in un improvviso silenzio, stette un momento
incerta, quasi timorosa di avvicinarsi per non incorrere in qualche disgrazia,
poi si fece avanti chi aveva gridato per primo, sollevò la testa
all'altezza del viso, le ghignò davanti col fiato pesante di vino, le sputò
con forza negli occhi, andò verso i due gradini di marmo consunto che
immettevano nell'atrio del municipio, la alzò con due braccia nerborute
da farla apparire di cartone, e la sbatté contro gli spigoli frantumandola.
154
Si asciugò la bocca col dorso della mano, si voltò verso i suoi
compagni e gridò: - Facciamo il falò dei ritratti.
Il segretario era ancora al balcone, col sorriso pietrificato che sembrava
una statua.
- Adesso butta giù i ritratti.
- Con la cornice e il vetro?
- Con la cornice e il vetro. Che te ne importa? Paga il fascio.
Il fattorino era pronto a passarglieli, senza mostrarsi troppo. Il segretario
sudava. Si chinò sulla balaustra e gridò: - Ma almeno la cornice
e il vetro possiamo salvarli. Serviranno per il ritratto di Badoglio.
- Badoglio vada in Abissinia - fu il boato della piazza.
Il segretario stirò di nuovo le labbra per mostrare i denti a modo di
sorriso. Quattro tonfi, e i cascinari si buttarono sui ritratti.
- Dove hai messo il ritratto? - disse Stalino al padrone del caffè,
indicando un rettangolo chiaro sul muro scuro di fumo.
- In soffitta, non si sa mai.
- Vallo a prendere.
- Credi che voglia fare la fine di quei cascinari? Gente ignorante,
che non sa controllarsi.
- Dato che ci sei, porta giù anche l'orbace - aggiunse il secondo
reduce. - Meglio che prenda tu l'iniziativa.
I tre reduci aggiunsero ai ritratti comunali quello del caffè e l'orbace.
- Puliamo il paese - dissero.
- Puliamo il paese - gridarono i cascinari.
Rondine, che era sempre stato in prima fila ma senza dire nulla né
muovere un dito, sortì calmo: - Io vado dal segretario del fascio e dal
palmipede.
Il palmipede era la guardia comunale che vestiva sempre fascista e girava
il paese mulinellando continuamente il manganello non perché ce
ne fosse bisogno ma per la sola ragione che un manganello che non roteasse
ogni tanto sarebbe stato un oggetto inutile. Lo chiamarono, fin
dai primi giorni del suo arrivo in paese nel 1924, il palmipede perché,
nel tentativo di aggiungere autorità alla sua modesta carica, quando
camminava allargava all'esterno le piante dei piedi, irrigidendole.
Il gruppetto delle filandaie si avviò verso le filande a passo svelto. Là
ce n'erano almeno sei, calcolarono. Altri andarono alla posta, alla scuola
comunale, alle osterie, dovunque si ricordassero d'aver visto un ritratto.
Rondine bussò all'uscio della guardia. Ripicchiò, ma tutto era silenzio.
Alzò la voce: - Non devi aver paura, perché nessuno è nato fascista.
Siamo nati tutti con la voglia di mangiare.
- Che vuoi? - chiese la moglie della guardia affacciandosi alla finestra
di sopra, con la paura negli occhi.
- Niente, solo il ritratto e l'orbace.
C'erano tre ritratti: nella camera da letto, in salotto e in cucina. La
guardia era sdraiata sul divano del salotto con la bottiglia della grappa
accanto. La moglie entrò per staccare il ritratto dal muro.
- Non toccarlo - sibilò la guardia. - Che vengano a prenderlo loro
155
se hanno il coraggio.
- Ti pagano per fare la guardia, non l'eroe - disse calma la moglie.
- E questo giorno è una lezione per te, tienila a mente.
La guardia si alzò, afferrò la moglie per le spalle e la costrinse a lasciare
il ritratto appeso al muro.
- Vuoi uscire tu invece del ritratto? - disse ancora calma la moglie.
- È Rondine vero?... quell'avanzo di galera!
Estrasse la pistola e mise il colpo in canna.
- Bene, va' a farti ammazzare, così il tuo nome entrerà nei libri di
storia - disse la moglie come se assistesse a una scena già predisposta.
Staccò il ritratto senza che ormai il marito si opponesse, staccò quello
della cucina, s'accertò che in strada ci fosse solo Rondine, aperse con
cautela la porta togliendo i due catenacci e consegnò ritratti e orbace.
Richiuse la porta, andò dal marito, gli si sedette accanto, gli prese la
mano: - Da' le dimissioni. Ce ne ritorneremo al nostro paese appena
potremo, adesso che siamo ancora in tempo.
- Mai! Se cambia il vento quell'avanzo di galera è il primo a pagarmela.
- Non ti ha fatto nessun male. Quando ho aperto l'uscio m'ha sorriso
e m'ha detto: Scusi signora se l'ho spaventata. Aveva già sotto il
braccio due ritratti e l'orbace. Il segretario non ha nemmeno aspettato
che gli bussassero all'uscio.
- Il segretario non avrà più la sua carica. Noterò tutti quelli che si
sono comportati come Rondine. La pagheranno. Vigliacco, farsi forte
perché ad aprirgli c'era una donna.
- Perché non ci sei andato tu che avevi anche la rivoltella? La moglie
si alzò, la guardia cercò a occhi chiusi sul pavimento la bottiglia della
grappa e bevve un lungo sorso.
L'arciprete, accompagnato da Franco, arrivò in piazza che stavano disponendo
i ritratti e gli orbaci su alcune fascine di gambi di granoturco.
Il maresciallo si avvicinò all'arciprete: -Tutto procede con
ordine - gli disse. - Bisogna lasciare che la gente si sfoghi dopo
vent'anni, altrimenti diventa una caldaia sotto pressione che non ha
nessuna valvola di sicurezza: scoppia, e sono guai. Ho notizie che lo
stesso avviene in città e in altri grossi centri della provincia, e lasciano
correre. Domani arriveranno gli ordini. Ma oggi se la godano, purché
non facciano violenza alle persone.
Trovarono da Tano uno straccio imbevuto di petrolio. Il cascinaro
che aveva dato il via a quella sagra imprevista alzò la gamba destra e
strofinò lo zolfanello contro i calzoni di tela ruvida. Gettò lo zolfanello
sullo straccio, e una fiammata s'alzò repentina tra il crepitio dei gambi
secchi, la puzza della stoffa bruciata e i ritratti che s'attorcigliavano come
bisce sotto il vetro.
- Siamo entrati nelle pagine manzoniane della sommossa di Milano disse l'arciprete a Franco. - In piccolo abbiamo tutto.
Il falò stava ormai perdendo la sua forza iniziale. Toni vi saltellava
attorno, con le sue due rose rosse avvizzite, fra le risa e le urla della
gente. Il caffè s'era svuotato. Gli anziani delle osterie avevano aspirato
156
la goccia di vino che si forma nella scodella dopo che si è bevuto
l'ultimo sorso, ed erano andati in prima fila a godersi la rappresentazione.
- Oggi è una grande lezione per tutti - continuò l'arciprete. - Sono
giornate che maturano anche i vecchi, e sai perché, Franco? Perché
proviamo tutti vergogna di quello che è stato, perché sentiamo che la
caduta del fascismo ci è stata regalata, perché ora ci proponiamo di fare
qualcosa affinché la vergogna non si ripeta, e non sappiamo che cosa.
Questi atti scomposti sono tante richieste di perdono che la gente rivolge
a se stessa, e quanto più il gesto è rumoroso tanto più si ha l'impressione
che il perdono sia certo e non si patirà più vergogna. Anch'io
mi ci trovo dentro, benché non sarei stato capace di compiere nessun
gesto simile.
La folla cominciava ad allontanarsi dal fuoco e a costituire dei piccoli
gruppi sulla piazza quando giunse la notizia, portata da un venditore
ambulante che ritornava dal suo giro carico di pelli di coniglio e di penne
di gallina, di quello che facevano in città, senza che ci fosse un fascista
in giro e un carabiniere che non sorridesse.
- E noi qui non facciamo niente? Che credono di essere in città?
Noi abbiamo tre fasci: in comune, alla pesa pubblica e alla colonia disse uno.
- Lascia stare quello del comune. Bisogna fare un lavoro a modo per
non rompere la lapide dei caduti, ci vuole uno competente e del tempo.
- Alla pesa, allora.
- Ma quello non ha sempre gridato: viva il duce? - qualcuno disse
vedendo chi brandiva già in alto un grosso martello e gridava più di
tutti: alla pesa, alla pesa.
- Non andare per il sottile, altrimenti chi per un verso chi per un
altro pochi si salverebbero - gli disse il vicino.
- Per la colonia un martello non basta, ci vuole la mazza, e una scala
lunga.
La gente fece fiumana sulla strada che portava alla pesa e alla colonia
elioterapica poco distante, costruita in stile fascista, essenziale diceva il
segretario, scatolame storpiavano quelli del caffè. La pesa, infatti, era
un cubo di pietre con una grande apertura al centro per porta e una
meno grande per finestra sul lato della piattaforma. A fianco della porta,
due mezzecolonne di cemento scannellato portavano infisse, in alto,
due scuri di ferro. La colonia elioterapica era un parallelepipedo sormontato
da un cubo come torretta. Al centro del cubo spiccava un
grosso fascio di cemento. La colonia era stata l'orgoglio dell'amministrazione
fascista. Inaugurata due anni prima della guerra, con un discorso
del federale sul palco di legno davanti alla piscina (una piccola
buca di cemento profonda trenta centimetri), ospitava, nei mesi caldi,
figli della lupa, balilla e piccole italiane con la refezione a mezzogiorno,
gratis per i figli dei poveri iscritti al municipio. Introdotto con la guerra
il razionamento, la refezione era stata soppressa, e così l'erba cresceva
nella buca di cemento, e l'orgoglio fascista vegetava assieme all'erba.
157
L'arciprete e Franco seguirono in coda la fiumana. Il caffè e le osterie
si svuotarono di nuovo.
- Proprio come nel Manzoni - disse l'arciprete. - Uno grida: andiamo
dal vicario, e tutti rispondono: dal vicario, dal vicario. Uno grida:
al forno, e tutti corrono al forno. La cosa strana è che pure noi, che
abbiamo letto Manzoni, seguiamo la folla. Però una differenza c'è, e
fondamentale: oggi non c'è rabbia nella gente.
Una scaletta da appoggiare alla porta della pesa è presto trovata. Il
martello comincia a menare colpi violenti, ma la scure non cede. - Ci
vuole uno scalpello - si grida. Altri seguono quello della mazza verso
la colonia. Arrivano due con la lunga scala: - L'abbiamo presa dal capomastro.
Lui non ce la voleva dare ma noi gli abbiamo detto che era
per una riparazione alla colonia che lui aveva costruito mangiandoci
sopra. Così ci ha dato anche gli scalpelli e ci ha offerto il ponte se ne
avessimo bisogno.
Toni non sa decidere se rimanere alla pesa o alla colonia, e va dall'una
e dall'altra parte gesticolando e pronunciando discorsi. Il passo è abbastanza
sicuro e la roncola ha sobbalzi ancora regolari sulla natica sinistra.
L'arciprete lo osserva sorridendo: - In questo momento, scommetto,
Toni si sente più importante di Badoglio. E ha ragione. Toni
ha resistito vent'anni, Badoglio nemmeno un giorno.
La prima scure ha ceduto. - Ferro alla patria - grida qualcuno. Un
nugolo di ragazzetti vi si precipita sopra. I due più forti hanno la meglio,
ma non vogliono abusarne: - Non siamo più sotto il fascio, facciamo
a metà. Voi prendete l'altra -. E se ne vanno dal raccoglitore
di rottami. - Ci salterà fuori un'anguria? - Mah, quello è un fascista
che ha sempre fatto i suoi interessi.
La scala è già appoggiata alla torretta. Due giovanotti la tengono ferma
alla base. Chi picchia con la mazza ha messo una gamba a cavalcioni
dell'ultimo gradino. - Attento a non cadere - gli gridano. - Oggi
cade solo il fascio - risponde.
Il fascio di cemento è ridotto in briciole. L'altra scure della pesa è già
fra i rottami di ferro d'un ambulante al minuto e alcuni ragazzetti, sui
gradini del municipio, mangiano una grossa fetta d'anguria. Affondano
i denti nella polpa rossa, buttano lontano i semi, s'impiastricciano
fino alle orecchie, arrivano al bianco della buccia, lo succhiano come
se suonassero un'armonica, lo risucchiano e gettano la buccia sulla cenere
del falò. Attaccano un'altra fetta, eseguono più lentamente le stesse
operazioni di prima, prendono fra l'indice e il pollice il seme ancora
vischioso, lo premono con forza mirando un occhio rimasto intatto
della testa di gesso e, ogni tanto, gridano: - Centro! -. Si alzano pigramente
dai gradini, lo stomaco è teso sotto la maglietta di cotone una
volta bianca, messa alla rovescia per nascondere il fascio stampato in
nero, e s'incamminano verso i tavolini del caffè per ascoltare i discorsi
dei grandi. Un ragazzetto dice: - Sono tanto gonfio che scoppio -.
E il più grandicello: - Della bandiera tricolore abbiamo mangiato il
rosso lasciando il bianco e il verde. Adesso possiamo dire quello che
158
pensiamo -. Erutta. Il più piccolo lo guarda ammirato. Non vuole essere
da meno e cerca d'imitarlo. Non ci riesce. Lo stomaco è a forma
di palla. Allora grida: - Aria ai monti e merda ai conti.
Franco accompagna l'arciprete in canonica. Passando davanti al caffè e
mentre attraversano la piazza, la gente sorride all'arciprete, grata perché
anche lui è presente. Certo, non poteva gridare come loro, e tanto meno
imprestare le scale che stanno in fondo alla navata centrale, appoggiate
accanto alla bussola; ma potrà sempre testimoniare, se dovesse capitare
qualcosa, che non fecero nulla di male, nessuna violenza ai fascisti.
Le donne sono le prime a ritornare a casa. Hanno gridato infondendo
coraggio agli uomini, ma adesso è quasi ora di cena e bisogna mettere
il paiolo della polenta sul fuoco. Badoglio o duce, la polenta non si fa
da sé. A gruppetti i cascinari sfollano la piazza, si fermano alla loro osteria
per l'ultimo bicchiere e rientrano nelle cascine a raccontare sull'aia,
alle donne e ai bambini, con una fetta di polenta in una mano e una
biada di pancetta nell'altra, le grandi cose del paese.
- E c'è un'altra differenza rispetto alla sommossa del Manzoni - dice
l'arciprete a Franco mentre è già sull'uscio della canonica. - Nessuno
ora si è dato un appuntamento per domani. Eppure sarebbe stato necessario.
Non sappiamo quello che possiamo trovare domani svegliandoci.
Ma un giorno simile vale anche questa incertezza. Accontentiamoci.
Alle otto di sera, come al solito, i padroni fecero chiudere i portoni
delle cascine. Era quella una legge che esisteva prima del fascio.
Rondine arrivò alla cascina del signor Gaspare appena in tempo, perché
s'era fermato a lungo al cancelletto chiuso del cimitero raccontando
ai morti quello che era capitato; ma aveva parlato con la faccia rivolta
dalla parte della signora Elena, per assicurarla che tutto era
andato bene come se fosse stato in paese il professore.
IL GIORNO DOPO.
Il giorno dopo al paese non successe niente. Sulla piazza si vedevano
i rimasugli carbonizzati del falò, le filandaie, entrate puntualmente al
lavoro, sussurravano e ridevano dando occhiate alle assistenti, la guardia
e il segretario del fascio erano chiusi in casa, i cascinari a mezzogiorno
si trovavano già davanti alla scodella di vino come nei giorni di festa,
l'aria era quella del giorno dopo la sagra, ma non successe niente.
- Badoglio ci ha già messi a posto - dissero i reduci al caffè Impero,
dopo che la radio all'una aveva trasmesso la proibizione di riunioni e
di assembramenti.
- Per fortuna - commentò il padrone del caffè. - Volevate che ci
comandassero i cascinari?
I cascinari, nelle due osterie, non si sognavano nemmeno di voler comandare.
Loro da una vita avevano imparato solo a ubbidire al comando
del padrone o del fattore quando si riunivano alle sette e mezzo sull'aia,
allineati come alla premilitare, per ricevere gli ordini; cosicché, visto che
non potevano più fare assembramenti, se ne ritornarono alle loro cascine
159
dicendosi che non era cambiato niente e che l'uno valeva l'altro.
Ma per Toni qualcosa continuava a succedere , e prima dell'avemaria,
quando la Cecina ancora russava: - Svegliati, vecchia, che non comanda
più il fascio.
S'era messo a sedere nel letto, ne scuoteva le cigolanti molle, picchiava
le mani, gridava, e la Cecina russava ancora.
- Nemmeno se bombardassero si sveglierebbe - disse ridendo.
Fu un attimo. La Cecina spalancò tanto d'occhi e strillò: - Povero
illuso, vuoi comandare tu adesso?
E gliele cantò chiare: che ieri si poteva capire, aveva bevuto l'olio di
ricino ed era giusto che ci versasse dentro un po' di vino, un po, troppo
veramente, ma via, per un giorno si poteva compatirlo; ma ormai tutti
lo sapevano che il duce non comandava più, e non era il caso di ripeterlo
in giro per fare beneficenza alle osterie; e che non ricominciasse
la fiera di ieri quando saltellava come un orso tra il falò, il municipio,
la pesa e la colonia, e tutti gli ridevano dietro, e lei l'aveva visto che
c'era da vergognarsi se non fosse stato per l'olio di ricino, ma chi si ricordava
che lui aveva bevuto l'olio di ricino? e allora c'era da vergognarsi
sul serio che uno alla sua età facesse quelle scene, e se non fosse
stata sua moglie, gli avrebbe riso dietro anche lei.
Toni era talmente contento perché il suo primo pensiero era stato che
il fascio non comandava più da non arrabbiarsi nemmeno.
- E tu predichi già alla mattina di buon'ora. Chissà stasera - le disse
tranquillo. - E poi l'ho sempre detto che di socialismo non capisci
niente.
- Non cominciare col socialismo - e la voce della Cecina divenne
quasi supplice. - Non sai che il re per i socialisti è come il duce? E per
di più c'è il Badoglio degli abissini.
- Va' là, - rise Toniche non capisci proprio niente.
Toni si alzò, mise i vestiti d'ogni giorno, s'agganciò la roncola e disse:
- Vado alla Campanella, là da fare ce n'è sempre. E poi Benedetta e
Franco vanno in chiesa stamattina. Io li conosco. Quando sono contenti
vanno in chiesa.
- E io non li conosco? Tu quando tiri in ballo la chiesa dici sempre
degli spropositi.
La Cecina non sapeva quale sproposito avesse detto il suo uomo, ma
era ormai un vizio: quando Toni nominava la chiesa più che spropositi
non poteva dire, soprattutto se la metteva assieme a Franco e Benedetta
da quando gli era scappato che lui non andava in chiesa come Piero, da
uomo che va al sodo, e se c'era da dare una mano al prossimo anche lui
non si tirava indietro, ed era questo che contava senza tanti paternostri.
Però per il tempo che Piero fu in Grecia, se non un paternoster almeno
un'avemaria la Cecina era riuscita a fargliela dire a quel saraceno appena
erano a letto, perché la Madonna proteggesse Piero dai bombardamenti;
e una sera che lei s'era un poco incantata, fu pronto Toni a
ricordarle: - Non diciamo l'avemaria per Piero? - Una cosa da far
rimanere senza fiato - aveva confidato orgogliosamente la Cecina a
160
Benedetta. - Se quell'avemaria vale qualcosa, Piero ritorna sano e salvo
-. Non era valsa proprio del tutto perché Piero ritornò con due
piedi che, se si aspettava qualche giorno, bisognava amputarli; ma il
più l'aveva fatto e c'era da accontentarsi, con la sopraggiunta che Piero
non era ritornato al fronte.
Toni era sceso in cucina e la Cecina l'aveva seguito per accendere il
camino e fare abbrustolire la polenta della colazione.
- Dici che verrà a casa Piero oggi? - chiese a Toni.
- Se è giorno del suo permesso, adesso poi che l'ospedale sta svuotandosi,
come m'ha detto l'ultima volta, solo Maria sarebbe capace di
portarlo da un'altra parte - rispose Toni, compiaciuto perché la Cecina s'era rivolta a lui per sapere di Piero.
Fìnì di sbocconcellare la seconda fetta di polenta che già suonava il
terzo segno della messa.
- Vado alla Campanella, allora.
- E io in chiesa, con Benedetta se passa.
La Cecina rimase alla finestra. Vide il suo uomo, un po' curvo, che
s'allontanava in quei cento metri d'orti e campi verso la Campanella, e
ne provò tenerezza. «Io faccio bene a gridare quando beve un bicchiere
di troppo, è mio dovere di buona moglie; ma se non bevesse un bicchiere,
chi gli darebbe la forza di lavorare ancora, con tanti anni nelle
ossa? E poi, fascio o non fascio, socialismo o non socialismo, quello con
altre donne non ha mai mosso un dito».
Toni svoltò sotto il portone della Campanella e poco dopo ne uscì
Benedetta, col velo di seta sulle spalle.
«Questa volta glielo voglio proprio dire a Toni che s'è sbagliato con
Franco. E io li conosco, e io li conosco. . . Non è detto che bisogna sempre
andare in chiesa quando si è contenti. E quando capita un guaio,
allora? Però Benedetta è ancora una bella donna» e la Cecina provò
compiacimento come se fosse stata sua madre. «Chi direbbe che ha già
un figlio medico e un altro che potrebbe mettere su famiglia? Ma se li
merita. Sono diversi, ma tutti e due bravi. E lei è buona quanto è bella.
Be', stamattina sono contenta anch'io, come il mio Toni».
Dette sulla voce dalla finestra: - Benedetta, non correre, vengo
anch'io.
Pure Giuliano, svegliandosi al raglio dell'asino prima dell'avemaria,
andò immediatamente col pensiero al fascio che non comandava più.
Non potendo condividere la sua gioia con nessuna donna in quanto
dormiva nel suo letto di ragazzo, largo appena 80 centimetri e su un
saccone di foglie di granoturco talmente ringrinzito che poteva sopportare
solo una schiena magra e stretta, a restare immobili, la partecipò al
suo asino che stava sgranando ragli, sospiri e rosari di pazienza nella
stalletta sotto la camera da letto.
- Il mio asino mi assomiglia, non ha mai mangiato alla greppia disse ad alta voce Giuliano perché con l'asino pensava sempre ad alta
voce, e fece una risatina. - Gli altri che stanno chiusi in casa hanno
per vent'anni mangiato alla greppia, ma adesso è finita. Col socialismo
161
finalmente due pasti da cristiano li farò anch'io.
Buttò davanti all'asino una forcata di fieno, gli batté sulle natiche appuntite
due pacchette di contentezza, l'accarezzò sul dorso spelacchiato,
gli fece due grattatine di solletico alle orecchie: - Fieno stamattina,
eh? Te lo meriti, anche tu devi far festa -. L'asino sbatté due volte la
coda sui fianchi incavati, ragliò e tuffò la testa nel fieno. - Adesso risponde
quello della Campanella - ridacchiò Giuliano.
Aveva detto un giorno a Benedetta: - Se fossero asini maschio e
femmina, potremmo darci all'allevamento da riempire il circondario,
tanto vanno d'accordo -. E quasi si soffocava dal ridere a quella sortita,
mentre beveva il bicchiere di vino che la madre preparava appena
sentiva sotto il portone il cigolio del carretto.
L'asino aveva finito la razione di fieno e cominciava a giocherellare
con la coda sollevando spruzzi di mosche fino al soffitto. - Su, andiamo,
io la colazione la faccio da Toni.
Giuliano tirò fuori dalla tasca dei calzoni un nastrino rosso stinto di
vent'anni prima, lo legò al collo dell'asino, diede un calcio alle due ante
tarlate che facevano da uscio alla stalletta e legò l'asino al carretto che
era sempre in attesa a ridosso del muro per tutte le volte che Giuliano
usciva con l'asino, non ci fosse stato da caricare nemmeno un filo d'erba.
E Giuliano non usciva mai senza il suo asino, eccetto alla domenica.
- Hai qualcosa per il mulino? - chiese alla Cecina che era appena
tornata da messa.
- Ce l'avrei sì qualcosa da farti macinare ma, con quella testa così
dura, ho paura che la mola si spacchi.
- Ho capito, Toni stamattina ti ha già fatto un comizio - ridacchiò
Giuliano. - È alla Campanella?
- Se non è all'osteria, dove vuoi che sia? In chiesa non c'è di sicuro.
La Cecina con Giuliano si poteva permettere queste confidenze senza
che ci dovesse andare di mezzo la nostra santa religione, perché anche
lui era un povero cristo che non faceva del male a nessuno.
Non sembrò vero a Giuliano di continuare la sua parte di comizio:
- Tu ce l'hai col socialismo perché t'hanno dato a intendere che è
contro la chiesa. E sì che sei una donna intelligente! Non hai capito che
sono tutte storie del fascio?
La Cecina fu soddisfatta perché era una donna intelligente e dette a
Giuliano un sacchetto più grosso del solito.
- Ciao Cecina, vado alla Campanella, farò là la colazione - disse
Giuliano.
«Eppure una donna vicino a quel sant'Antonio del deserto ci voleva»
pensò la Cecina quando Giuliano era già uscito dal cortiletto, avendogli
notato, mentre caricava il sacchetto, uno strappo nel cavallo dei calzoni.
«Non posso certo mettermi io ad aggiustare i calzoni di Giuliano».
E andò nel rustichetto a preparare il pastone per i polli.
- Hai già fatto colazione? - chiese Franco a Giuliano dopo che
l'aveva aiutato a caricare il sacco.
- Sì, dal maresciallo Badoglio - sogghignò Toni che stava armeggiando
162
attorno al cavallo e al voltafieno.
Usciva in quel momento il padre dalla stalla con un secchio di latte
appena munto.
-A te non ne do - gli disse il padre. - Troppo bianco per i tuoi gusti.
- Il rosso mi dona di più, e anche al mio asino - fu pronto Giuliano
indicando il nastrino rosso stinto.
- Quell'asino si merita un monumento - disse serio Toni.
- È come una reliquia che si porta in processione - aggiunse
Giuliano.
- Se ti sentisse la mia vecchia, te la farebbe vedere lei a nominare le
reliquie - disse Toni, ma l'idea della reliquia gli era piaciuta.
Franco sapeva già la storia dell'asino, ma fece finta d'esserne all'oscuro,
e allora Giuliano, fra un boccone e l'altro di polenta abbrustolita e
salame, e un sorso di rosso, gli raccontò di quei giorni.
- Tuo nonno - intervenne Toni - c'era dentro almeno per un
quarto - e dette una pacchetta all'asino che, a testa abbassata, completava
la sua colazione. - Io, invece, ci sarò dentro solo per un'unghia.
I soldi che c'erano la mia Cecina li cambiò in tanti limoni - e
rise di gusto.
- Tu ci sei dentro tutto - disse Franco.
- Insomma, viene a casa Piero? - cambiò discorso Toni, perché gli
sembrava un'esagerazione quella sortita di Franco. È vero, lui aveva bevuto
l'olio di ricino, ma ne avesse bevuto ancora di più, non per questo
Giuliano avrebbe avuto l'asino. Ci fu bisogno d'una colletta, dopo che
Giuliano, con tutte quelle botte che aveva preso dai fascisti, non ce
l'avrebbe più fatta a tirare il carretto. L'idea dell'asino era partita dalla
Campanella.
Piero arrivò sul mezzogiorno in bicicletta. Era piuttosto pensieroso.
- Che hai? - gli chiedeva ogni tanto la madre mentre erano a tavola.
- Non lo capisci? - rispondeva il padre. - Sarà preoccupato per quando l'ospedale
chiuderà. Badoglio non è stato chiaro con le parole, ma si capiva lo stesso quello
che voleva dire. Vedrai, prima ancora che l'ospedale chiuda, la guerra sarà finita.
E solo questione di giorni, il tempo perché i nostri soldati possano rimpatriare.
Piero annuiva, senza aggiungere nulla. Franco taceva, perché quando
i due fratelli stavano assieme, se Piero taceva, tutto quello che Franco
aveva in mente di dire gli sembrava senza importanza.
- Non vieni al caffè? - gli disse il padre alla fine del pranzo.
- Vado da Maria.
- Di' al tuo futuro suocero che la Campanella anche quest'anno
ha reso più frumento per pertica che la sua terra - gli gridò dietro
il padre, per prendere la cosa sul ridere. Ma forse Piero non l'aveva
inteso.
- Ci nasconde qualcosa - disse la madre quando Piero fu partito.
- Penso che sia stata quella frase di Badoglio: la guerra continua, a
guastargli tutto - disse Franco, ed era la prima volta che parlava in
quel pranzo che doveva essere di festa.
- La bottiglia del '22 la berremo stasera quando Piero sarà tornato
163
sulla sua. Non c'è meglio di Maria per ridargli tono - disse il padre,
e guardò di sfuggita la sua donna mentre si alzava per andare al caffè.
Non aspettarono la sera per stappare la bottiglia del '22.
- Piero non starà a lungo fuori casa - disse con sicurezza Benedetta
non appena il suo uomo fu rientrato dal caffè.
- Gli rincresce d'essere andato via in quel modo, anche assieme a
Maria penserà a casa -. E aveva preparato in fretta un dolce da far
cuocere sotto le braci.
Toni all'osteria aveva imprecato contro Badoglio e i suoi assembramenti,
ed era ritornato alla Campanella. - Come, è andato via così,
senza aspettarmi? - disse un po' risentito.
- Presto sarà qui di nuovo e avrai tutto il tempo per raccontargli di
ieri - gli sorrise Benedetta.
Poi era arrivata la Cecina con in mano un paio di calzoni da aggiustare
e i ferri della calza nella sportina. Annusò il profumo del dolce che stava
sollevandosi al calore delle braci, e disse: - Allora è arrivato Piero.
L'arciprete fece la sua passeggiata pomeridiana dalla parte della Campanella.
Desiderava avere notizie di Piero, sperava che fosse il suo giorno
di permesso, anche solo per vedergli gli occhi.
Piero ritornò a casa per la strada carrozzabile, passando davanti al caffè
Impero.
- Allora, dottore, i confetti li mangiamo che è già finita la
guerra? - gli gridarono, perché avevano confidenza, e lui ne era contento.
- Domandatelo a Badoglio - rispose Piero con la sua risata che gli
amici del caffè da un po' di tempo non udivano.
Ma non si fermò al caffè. Maria aveva disperso anche le ultime velature
di nubi, e lui aveva voglia di casa. Svoltò dal portone con una strisciata
della ruota posteriore, e saltò giù nell'aia che le ruote stavano ancora girando,
come faceva da ragazzo. Toni, che stava riposandosi a occhi aperti
sul mucchio d'erba fresca sotto il barchessale, borbottò: - Se coi ferri è
svelto come con la bicicletta, chi c'è sotto non ha bisogno nemmeno del
cloroformio.
- E proprio il momento di stappare la bottiglia - disse il padre.
Toni saltellava dalla gioia: - E un vino che non ha sentito la puzza
del fascio, è un vino che può servire per la messa.
- Non gli badi, signor arciprete, più che spropositi non sa dire
quando parla della nostra santa religione - saltò su la Cecina.
- Ma ha detto una cosa bella, Cecina. Dovremmo essere puri noi
com'è questo vino quando diciamo messa - sorrise l'arciprete.
Toni non seppe trovare nessuna parola tanto era confuso e la Cecina
era leggermente arrossita, forse per il piacere d'udire dalla bocca dell'arciprete
stesso che il suo Toni non era poi così lontano dalla chiesa come
sembrava.
Piero sciolse quel momento di stupore un po' imbarazzato per i due
vecchi e disse: - Alla salute di chi ha resistito.
- Ci sarebbe stato bene qui anche Salvatore, voglio dire il professore 164
alzò il bicchiere l'arciprete. - Lo dovresti conoscere, Piero.
- Filomena ne dice un gran bene - intervenne la Cecina che aveva
ripreso i suoi colori.
- E non sbaglia - aggiunse vivacemente l'arciprete.
Sentirono sotto il portico il cigolio del carretto di Giuliano che portava
il macinato.
- Proprio come desideravi tu - disse sorridendo la madre a Franco,
e preparò il bicchiere e un piattino di dolce per Giuliano.
- Se manca il professore, signor arciprete, Giuliano e io lo possiamo
rappresentare - disse Toni appena Giuliano fu entrato, e porse il bicchiere
già vuoto a Benedetta per poter brindare una seconda volta assieme
a Giuliano alla salute del professore.
- Perfino Cristo tirerebbe in ballo quel Giuda, pur di bere - brontolò
la Cecina perché non poteva tacere, ci fosse stato anche il papa,
quando il suo Toni faceva una brutta figura davanti a gente istruita.
L'arciprete le lesse di dentro: - Però Toni non lo cambiereste con
tutti gli altri apostoli!
- Come, signor arciprete, anche lei gli da corda? - chinò la testa,
facendo qualche sospiro un po' troppo prolungato per essere del tutto
convincente, e aggiunse: - E la mia croce, è la mia croce, signor arciprete.
Toni si fermò a tempo ma in gola aveva già la risposta che avrebbe
mischiato la Cecina con Cristo, e questa sarebbe stata troppo grossa
anche se non fosse stato presente l'arciprete.
- E tu, Giuliano, non dici nulla? - lo stuzzicò Piero. Si vedeva che
Giuliano aveva soggezione dell'arciprete.
- Giuliano è vent'anni che parla, anche quando stava zitto - disse
l'arciprete. - La coscienza non ha bisogno di parole se vuole intendere.
Giuliano arrossì tutto quanto gli permetteva la pelle secca e rugosa
della faccia, resa ancora più ruvida da spuntoni di peli bianchi.
- Io... per me... non ho fatto niente - balbettò Giuliano. - Io le
ho solo prese perché me le hanno date. Ma sono stato anche fortunato
perché ho avuto un asino giovane.
- L'asino del popolo - saltò su Toni, e scoppiò a ridere, fulminato
da un'occhiata della Cecina perché l'arciprete non aveva riso alla sortita
di Giuliano, come avevano fatto gli altri, e stava con gli occhi bassi. Ma
la Cecina sarebbe stata più indulgente se avesse saputo che l'arciprete
stava in quella posizione perché s'era improvvisamente ricordato di
non essere stato invitato a partecipare alla colletta dell'asino.
Anticiparono la cena perché la madre non voleva che Piero ritornasse
in città col buio.
- Finirà presto, mamma - le disse Piero abbracciandola, quasi per
chiederle scusa della preoccupazione che le aveva dato durante il pranzo.
- Anche tuo padre dice che finirà presto.
- Ti accompagno fino allo stradale - disse Franco.
- Sì, finirà presto. Intanto pensiamo a sistemare la stanza per gli
sposi - disse il padre alla sua donna mentre guardava i figli svoltare
165
dal portone.
- Dio lo voglia - rispose Benedetta.
L'ombra del rustico aveva ormai coperto tutta l'aia e il sole era all'altezza
dell'ultimo filare di gelsi.
BENTORNATO, PROFESSORE.
Re e Badoglio comandavano, la guerra continuava, ed era arrivato il
10 agosto senza che fosse successo nulla d'insolito al paese. Insolita fu
la ronda del maresciallo verso la canonica, quella mattina.
- Dovrebbe arrivare oggi, col treno delle diciotto se fosse in orario disse il maresciallo all'arciprete. - Avvertirò Filomena solo un'ora prima
perché la notizia non si sparga troppo presto. Non faranno niente,
ma è meglio essere prudenti.
- Bisognerà che qualcuno vada a prenderlo alla stazione, con tutta
la stanchezza che avrà in corpo - annuì come tra sé l'arciprete.
- E se la faccia è quella d'un amico, tanto meglio - aggiunse il maresciallo.
L'arciprete anticipò la sua passeggiata pomeridiana imboccando la
strada verso i campi della Campanella.
- Se non si fanno queste cose, ci sarebbe da vergognarsi dopo vent'anni
che li abbiamo lasciati soli, non dico lei, signor arciprete... Avessi l'auto,
le darei l'auto - rispose il padre alla richiesta del barroccio.
- Il professore non avrà in casa niente per la cena - soggiunse Benedetta.
- Se non si offende, signor arciprete, metto sul barroccio
qualcosa per la cena del professore.
- È un'opera di misericordia, Benedetta - sorrise l'arciprete a quel
pudore nel fare del bene. Guardò l'orologio: - Fra un'oretta sarò ancora
qui.
- Non si disturbi - disse il padre. - Passerà Franco dalla canonica.
- No, è meglio che la gente non mi veda in barroccio. S'immaginerebbe
che vada al treno delle sei. E per chi? Per il professore, naturalmente.
Con la proibizione degli assembramenti, meglio prendere la
strada dei campi.
Arrivarono in anticipo alla stazione. Videro transitare un treno merci
carico di cannoni ricoperti con teli mimetici. Nelle guardiole scorsero
soldati tedeschi.
- Vanno in Sicilia - disse Franco.
- Strano che facciano una via secondaria quando potrebbero scendere
direttamente dal Brennero. Ho l'impressione che ci sveglieremo
una mattina coi tedeschi in casa. Proprio incomprensibile questo governo
Badoglio. Da una parte sembra che tutto debba cambiare;
dall'altra le cose continuano a peggiorare. Basta. Che Dio ci aiuti.
Si sedettero su una panchina polverosa. Sopra la loro testa penzolava
un vaso di gerani.
- Tu non conosci il professore, vero? - disse l'arciprete dopo che
ebbe guardato ancora una volta l'orologio. - Io l'ho conosciuto molti
166
anni fa, quando si parlava di modernismo... Un brutto termine, Manzoni
non l'avrebbe mai coniato, ma nella sostanza non era tutto da buttar
via... Già te ne dissi, altre volte.
Stette a lungo in silenzio, poi, con un tono di voce fermo, quasi dovesse
concludere un discorso che aveva fatto nel profondo del cuore,
fissò Franco negli occhi: - È un uomo limpido, onesto e, a suo modo,
sinceramente religioso. La sua sposa era degna di lui.
Si alzò, fece alcuni passi sotto la pensilina, riguardò l'orologio, si risedette:
- Un'ora di ritardo.
S'udì un fischio.
- Non è il nostro, - disse Franco - è il locale che viene dalla città.
- Speravo che arrivasse dopo. Se scende qualcuno del paese, può sospettare
che aspetto il professore e spargere la voce. Io mi metto in un
angolo della sala d'aspetto.
Scesero i soliti del mercato nero, con le valigie di cartone vuote.
- Aspetti qualcuno, Franco?
- Sì, un amico.
Ma non intesero nemmeno. Stavano già aprendo il lucchetto delle loro
biciclette lasciate a ridosso della stazione, protette da rami di sambuco.
Ritornò il silenzio nella stazione. Il sole era un enorme globo
arancione che striava dello stesso colore alcune nuvolette fattesi trovare
all'orizzonte quasi per caso. I grilli e le rane avevano attaccato il loro
concerto serale. Un turbine di moscerini s'alzava fino a diventare un
filo sottile e s'abbassava, ingrossandosi, sul fosso oltre la ferrovia. L'arciprete
manifestava la sua impazienza consultando di continuo l'orologio.
Lo tirava fuori dal taschino del panciotto nero di seta, attraverso
l'apertura di due bottoni nella sottana all'altezza del cuore. Faceva scattare
la molla del coperchietto d'oro, guardava le lancette, richiudeva,
lo riponeva nei taschino del panciotto con la stessa compostezza di
quando consultava l'ora prima di iniziare la spiegazione della dottrina,
dopo il canto dei vespri in gregoriano.
- Certamente, prima di lasciarsi, avranno deciso di stare in collegamento,
di scambiarsi, che so, informazioni e notizie... Ma Salvatore
dovrà essere prudente... - disse l'arciprete seguendo il corso dei suoi
ragionamenti. Poi guardò ancora Franco negli occhi: - E... e qualcosa
si farà, diceva la gente salutando Renzo la sera della sua generosa
quanto imprudente impresa.
- Sperando di non trovarci il giorno dopo con gli sbirri al letto disse Franco.
- Vedo che anche tu hai appreso la lezione. Sai, - soggiunse l'arciprete
con gli occhi rasserenati - mi sono riletto due volte quei capitoli...
e non solo quelli.
Bastava che l'arciprete si richiamasse al Manzoni per rasserenarsi.
Aveva detto un giorno a Franco: - Per me Manzoni è la dimostrazione
che il vangelo, se lo si butta fuori dalla porta, entra dalla finestra.
Si alzò nuovamente: - Vado a chiedere al capostazione se sa del nostro
treno.
167
Il capostazione stava facendosi vento col giornale, seduto su una sedia
impagliata. Nella stanzetta, annerita dal fumo e impregnata dell'odore
di petrolio, il ritratto del nuovo capo del governo aveva sostituito quello
del duce alla sinistra del crocifisso.
- È già partito - rispose. - Fra una mezz'oretta sarà qui, reverendo.
Perde almeno dieci minuti nell'attraversare il fiume, dopo il bombardamento
del ponte. Ma lei è l'arciprete di... Immagino chi aspetta...
No, non si preoccupi. Il professore ha degli amici. Debbo
consegnargli una lettera. Si fidano di me. Anzi, nelle sue mani, reverendo,
sarà più sicura. Io il professore l'ho visto solo qualche volta e lui non
mi conosce. Ma glielo dica: può contare su di me.
Il sole era ormai giù e, a fissare bene il cielo, si potevano scorgere le
prime stelle.
Si udì un debole fischio perdersi lontano. Poi, in fondo al lungo rettilineo,
una piccola massa scura si delineò, prese consistenza, avanzò tra
sbuffi di vapore e di fumo.
- Un momento, questo, che ho atteso da lunghi mesi - disse emozionato
l'arciprete.
Rimase rigido con gli occhi fissi al treno; si potevano ormai scorgere
la faccia scura e il berretto nero del macchinista che si sporgeva fuori
dalla cabina.
Il treno cominciò a cigolare, a costruire bizzarre volute di vapore, a
sussultare facendo gemere le vecchie carrozze di legno, finché, con un
ultimo e più straziante sospiro, esaurì la sua strisciata accanto alla banchina
di cemento. L'arciprete era sempre immobile. Fece un passo
quando vide una maniglia muoversi, un altro quando si spalancò lo
sportello, come una preparazione alla corsa non appena la figura del
professore si fosse presentata nel vano dello sportello; e il professore si
trovò tra le braccia dell'arciprete. L'amico abbandonò per un attimo la
testa grigia sulla spalla dell'arciprete, mormorando: - Grazie, don Angelo
- poi afferrò la valigia e un sacco di tela militare mentre il controllore
chiudeva lo sportello e il treno, sbuffando, si rimetteva in moto.
- Vieni, c'è un barroccio che ti aspetta - disse l'arciprete.
Il viaggio, fra le ombre delle piante che risucchiavano l'ultimo riverbero
del cielo al bordo della stradetta polverosa, fu silenzioso. L'arciprete
stava nel mezzo e stringeva il braccio dell'amico. Il professore aveva
gli occhi socchiusi, per la stanchezza dei due giorni di viaggio e i
ricordi che gli portava quell'aria dei campi in una serata d'agosto, profumata
d'erba tagliata e di pennacchi di granoturco. Attraversarono la
provinciale e presero la strada del paese. La macchia scura del grande
pino che spiccava fra le ombre delle altre piante era ormai vicina. Franco
fece schioccare la frusta, il cavallo nitrì. Appoggiata al pilastro del
cancello c'era una bicicletta. Franco saltò giù per primo e aiutò il professore
e l'arciprete a scendere. Sbucò dall'ombra del vialetto il maresciallo:
- Bentornato, professore. Con tutto il cuore.
- Grazie, maresciallo - e si strinsero la mano.
Il maresciallo inforcò la bicicletta e s'allontanò rapidamente verso il
168
paese. Filomena aveva udito il barroccio e s'era affacciata all'uscio, lasciando
filtrare una fetta di luce sul vialetto.
- La luce, Filomena - disse il professore, con voce di saluto.
- Stasera non vengono a bombardare, sanno che è tornato il professore
- rispose Filomena con le lacrime agli occhi.
Franco portò i bagagli in casa. Sulla tavola preparata in tinello, c'erano
un mazzo di rose, una fetta d'anguria e, in un piatto, un uovo sodo,
un pezzetto di formaggio, una piccola forma di pane nero.
- È poco, professore, ma non ho potuto trovare altro - disse Filomena.
- Il letto è pronto.
- Grazie, Filomena. Adesso è tardi, va' a casa. Ci vediamo domani,
con più comodo.
Filomena s'avvicinò al professore, gli prese la mano, gliela strinse, si
chinò per baciargliela come si fa coi preti e seppe dire solo: buona notte,
con una voce che l'arciprete non le aveva mai udita.
- Avrai fame - disse l'arciprete all'amico.
- Oh, sì, oggi non ho assaggiato cibo.
- A quanto ti ha procurato Filomena, aggiungi anche la sollecitudine
della mamma di Franco - e l'arciprete pose sul tavolo la sportina.
Un'esclamazione gioiosa gli uscì incontrollata: - Che è questo? Ah
Franco, è stato un pensiero meraviglioso.
Franco arrossì: - Un'idea di mio padre. Chi altro in paese ne può
bere se non il professore? Il nonno sarà contento, disse.
L'arciprete mostrò l'etichetta 1922, e raccontò la storia delle tre bottiglie
con tanta vivacità e gaiezza, non tralasciando nemmeno la quarta
bottiglia di Toni, che per un momento la sua abituale misura sembrò
dimenticata. - E non è stato contaminato dal ventennio, te l'assicuro.
Una bottiglia la bevemmo quando Piero...
- Il dottore che rimase ferito in Grecia?
- Sì, lui, il fratello di Franco, lo devi conoscere, ma ne riparleremo...
e c'erano altre persone che mi fecero venire in mente i ciechi e
gli zoppi della parabola evangelica...
Il professore guardava l'amico con commossa sorpresa. Non gli era mai
capitato di vedere, se non nei primi anni, quel vecchio amico (e vecchio
non per età, l'età non conta, è la vita che importa, pensava, ma per la lunga
familiarità e confidenza) in quello stato di grazia fanciullesca. Lui sempre
così misurato, così composto, quasi freddo a non leggergli di dentro.
L'arciprete s'accorse d'essersi lasciato prendere dalla gioia senza quella disciplina
che s'era imposta da tanto tempo, ma non si pentì. Disse solo:
- Ti ho stancato, Salvatore, e sei già tanto stanco. Perdonami.
Il professore protestò sorridendo: - Il vecchio poeta non diceva forse:
O qua.ni bonum et quam jucundum habitare fratres in unum? E ciò va
ben oltre i legami fraterni che dovevano unire leviti e sacerdoti del tempio
di Gerusalemme. Vale sempre dove si trovano riuniti degli amici.
- Il professore, fra le molte cose che sa, non è digiuno nemmeno
d'ebraico - disse l'arciprete rivolgendosi a Franco. - E adesso lo lasciamo.
Ci vediamo domani con più ordine, Salvatore.
169
Franco arrivò alla Campanella che era ormai buio.
- Faccio io, - gli disse il padre prendendo il cavallo per le briglie
- va' a cenare che è tardi.
- E patito? - gli chiese la madre, appena entrato in casa.
- Smagrito sì, ma credo stia bene.
La madre gli si sedette a fianco e gli diceva, ogni tanto, mentre il figlio
raccontava com'era andata: mangia, avrai fame, come se ritornasse da
un lungo viaggio. Il padre, messo in fretta il cavallo nella stalla e il barroccio
sotto il barchessale, si sedette di fronte al figlio e quando la sua
donna diceva mangia, avrai fame, interveniva: sa che deve mangiare, lascialo
raccontare. Giunto Franco al momento della bottiglia, il padre
non seppe trattenersi: - Sai, l'idea mi è venuta lì per lì, chi è che
avrebbe pensato prima a una cosa simile! Alle volte basta un po' di cuore
per dare soddisfazione alla gente.
Benedetta guardò il suo uomo e sorrise.
- Hai mangiato abbastanza? - disse poi a Franco. - Sparecchio
dopo. Adesso andiamo fuori tutti e tre a vedere le stelle. Alla prima che
cade dobbiamo esprimere tutti insieme un desiderio. I vecchi dicono
che verrà esaudito. Non dobbiamo lasciarci scappare l'occasione. San
Lorenzo viene solo una volta all'anno.
Il cielo cominciava a sbiancarsi quando il professore aprì le imposte
della stanza da letto. Il lungo viaggio, l'emozione nel rivedere il volto
amico di don Angelo, la dolcezza di ritrovarsi fra quelle mura custodi
un tempo della serena presenza di Elena, gli avevano procurato una
notte riposante. Scese nello studio e si sedette alla scrivania, quasi meccanicamente
per lunga consuetudine in quelle primissime ore del giorno,
d'estate e d'inverno, che nemmeno il confino era riuscito a far dimenticare.
Elena, in una cornicetta d'argento, gli sorrideva. Ancora
una volta ne doveva trarre forza per ricaricarsi il peso d'una giornata
che avrebbe passato nel silenzio e nella severa disciplina impostagli
dall'opera cui stava lavorando, vivente ancora Elena. Era lei a dare tono
e ragione al silenzio e allo studio. Gli bastava guardarla per capire che
la scelta era stata buona e valeva il prezzo che stava pagando. Anche il
prezzo dell'estraneità in quel paese, voluta, ricercata, difesa a costo di
farla sembrare un gesto d'orgoglio, perché non poteva condividere il
peso che era solo di loro due. Certo, don Angelo era un vero amico,
sapeva, e l'aveva accolto assieme a Elena senza riserve, come se la diversità
delle strade imboccate fosse solo una duplice manifestazione
dell'unica realtà. Ma il peso della sua vita non lo poteva più condividere
con nessuno, ora che Elena era morta.
In quel mattino, mentre i primi raggi del sole punteggiavano gli scaffali
della parete dirimpetto alla finestra, sentì improvvisamente la stanchezza
di vivere. Aveva saputo continuare a vivere, dopo che Elena l'aveva lasciato,
quasi per forza d'inerzia, sembrandogli che in ogni momento ella
rivivesse in lui, come se il velo del tempo si squarciasse e l'amore manifestasse
la sua signoria sulla morte. Poi era venuto il confino a esaurire la
forza d'inerzia, a imporgli qualche nuova ragione di vita se non voleva
170
lasciarsi trascinare dalla marea degli avvenimenti, e aveva gustato il sapore
di nuovi rapporti, forse di nuovi doveri che potevano riempire una vita.
Per questo aveva, dopo qualche incertezza, accettato di lavorare assieme
ad altri confinati, disposto a continuare la collaborazione anche
quando il fascismo fosse crollato. Era giunto il momento.
Ma in quel mattino la ripresa di gesti abituali gli era improvvisamente
sembrata incapace di contenere nuovi impegni, forse accettati senza averli
prima ponderati nella loro durezza. Che fatica, Dio mio, riprendere! Suonò
l'avemaria. Don Angelo stava in quel momento entrando in chiesa per
prepararsi alla messa. Il paese si sarebbe presto rianimato: i contadini nei
campi, le biciclette dei venditori ambulanti per le strade delle cascine, i
negozi aperti, il maresciallo per la prima ronda in bicicletta... Tutti sapevano
che cosa fare in quel giorno; ma poi, per tutti, sarebbe ugualmente
venuta la fine, col sapore amaro d'opere incompiute o nemmeno iniziate.
Avesse avuto almeno un figlio per poter dire: ecco, riprendo a vivere
perché ho un figlio che deve vivere. Ma sarebbe venuta anche per lui la
fine; sempre opere lasciate incompiute, sempre il morso d'un limite
che si porta di dentro, che a volte ci si illude d'avere superato perché
non si fa sentire, ma che all'improvviso, come in quel mattino, emerge
di prepotenza. Eppure bisognava continuare a vivere. Ma perché bisognava?
Affrettare la fine non era contro la vita; significava solo riconoscere
che la vita s'era esaurita. Come dire che l'amore s'era esaurito e
che la morte era più potente dell'amore. No, non poteva essere così.
Elena gli avrebbe detto senza incertezze: non è così.
Si alzò e andò alla finestra. Il grosso pino apriva i suoi rami fino a toccare
l'edera che, non più curata, s'era inerpicata sul muro; il vialetto era
stato pulito dalle foglie, in fretta, ma lasciava vedere chiazze di fili verdi
e di graminacee che s'allargavano alle aiuole infittendosi sotto il roseto.
- Ecco una ragione per vivere oggi - si disse sorridendo. Ritrovò,
dove li aveva lasciati prima di partire, la zappa, il rastrello e le cesoie, e
incominciò dal roseto. Suonava l'ultimo segno della messa.
La notizia che il professore era ritornato completò il suo giro per tutto
il paese quando le donne uscirono dalla messa, e già si srotolava per le cascine
dai portapacchi dei venditori ambulanti. Il professore tutti lo conoscevano;
solo il professore non conosceva la gente. L'arciprete aveva aggiunto,
dopo la colletta della messa, l'orazione "ad libitum" prò gratiarum
actione e il maresciallo aveva detto all'appuntato: - È ritornato il professore,
ma per noi è come se non fosse mai partito -. La guardia comunale
che faceva i primi passi fuori di casa, ma in borghese, disse alla moglie:
- I tedeschi lasciano correre per il momento, ma vedrai, le cose cambieranno
-. La moglie aveva risposto sospirando: - Sei duro a convincerti.
Tu non sei tedesco, e il professore non t'ha mai fatto del male.
Toni voleva portare alla villetta del professore un mazzo di rose rosse,
ma la Cecina gli aveva gelato l'entusiasmo: - Non hai mai parlato al
professore, e adesso vuoi darti delle arie. Rose rosse, vero? Ma tu sai come
la pensa?
Rondine era nei campi quando seppe la notizia. «Appena stacco dal
171
lavoro faccio una scappata al cimitero per dare un'occhiata alla tomba»
decise.
Arrivò Filomena al solito orario, col mezzo litro di latte appena munto.
- Buon giorno, Filomena - disse il professore asciugandosi la fronte.
- Buon giorno, professore. Fa già caldo al mattino presto. Ma non
è un mestiere questo per lei, soprattutto dopo i brutti giorni che ha passato.
Lo dirò a Toni.
- Toni?
- Non lo conosce?
- Conosco poca gente, sai bene, Filomena.
- Sta troppo sui libri, mi scusi. Ma la gente la conosce e le vuole bene.
- Parlane con Toni, allora, e gli darò quello che è giusto.
Filomena si mise a ridere mostrando denti ancora forti: - Toni se
avesse soldi pagherebbe lui per metterle a posto il giardino. È uno
dell'olio di ricino, e non ha mai piegato la schiena davanti al fascio.
L'avesse visto quando abbiamo bruciato in piazza il duce! Sembrava lui
il festeggiato. Vado subito a fargli l'ambasciata - e si tolse in fretta il
grembiule dei mestieri.
La Cecina stava impastando un po' di farina e un uovo per la sfogliata.
- Devo parlare con Toni - le disse Filomena con un tono un poco
sostenuto. - È per il professore.
La Cecina guardò Filomena con aria preoccupata. Dal giorno del falò,
/ Toni era come se si preparasse per andare al governo. Parlava con
chi gli capitava di come doveva essere aggiustato il mondo; lui sapeva
che ricetta seguire: socialismo, tutti uguali, portare via i soldi a chi li
aveva fatti durante la guerra; e andava da un'osteria all'altra vendendo
più parole che ceci. Tutto questo doveva avere in mente la Cecina che
non si decideva ad aprire bocca alla richiesta di Filomena.
- Non mi rispondete? Non ve lo voglio portare via il vostro Toni disse ridendo Filomena, ma un po' irritata per quel silenzio.
La Cecina sospirò a lungo e poi, con voce quasi sussurrata: - Toni
è vecchio e la sua parte l'ha già fatta. Adesso tocca agli altri. Se gli danno
un'altra volta l'olio di ricino, me lo stendono secco. Lascialo stare
Toni. Il professore che è buono e intelligente queste cose le capirà.
- Ma che vi salta in testa? - reagì Filomena come se l'avessero punta.
- Pensate forse che il professore voglia mandare al confino della
gente? Voi non lo conoscete, il professore. Io sono anni che gli vado
per casa e vi posso garantire che non è capace di fare male a una mosca,
figurarsi a un cristiano.
- E perché Toni non sa frenare la lingua e i fascisti sono gente che
non perdona. Io ho paura per Toni, cara Filomena...
- Ma che c'entrano i fascisti col mettere a posto un giardino... Il
professore è bravo sui libri e non con la terra. Io pensavo che Toni
avrebbe potuto tirare quella poca terra come un velluto, e il professore
era d'accordo. Poi l'avrebbe anche pagato. Ma se voi non volete, come
non detto; mi rivolgerò a qualcun altro.
La Cecina rise forte: - Dovevi dirmelo subito. Chissà che cosa avevo
172
capito. A parlare in confidenza, stamattina presto voleva portargli un
mazzo di rose rosse. Se non ci fossi stata io a farlo ragionare, ci sarebbe
andato dritto come una schioppettata.
- Il professore ne sarebbe stato contento. Sembra superbo perché
non parla mai con la gente ma, lasciatelo dire a me, certe delicatezze le
nota. La sua signora poi... Adesso devo andare perché in quella casa,
dopo un anno, c'è molto da fare. Avvertite voi Toni? Che venga il più
presto possibile.
- Fra cinque minuti Toni sarà informato. Finisco con questa sfogliata
e poi vado alla Campanella, è là. Quanto alla paga, - disse mentre
Filomena stava uscendo - t'immagini Toni che si fa pagare dal
professore dopo quanto è successo?
Diede colpi vigorosi alla pasta, la coperse con uno straccio bianco, si
tolse il grembiule e andò alla Campanella.
La via dei campi era più breve per arrivare alla villetta del professore,
e Toni conosceva tutti i sentieri e tutte le capezzagne per un raggio di
almeno tre chilometri. «Un'altra volta, quando i fascisti vanno dalla
strada, noi dobbiamo far scappare il professore dai campi» pensava.
«Ih, i fascisti. Adesso tocca a loro scappare».
Appena la Cecina gli aveva riportato l'ambasciata s'era sentito le gambe
tremare: - Se gli portavo le rose rosse, mi sarei offerto io. Ma tu,
quando ti metti in testa una cosa, nemmeno cogli argani te la strappano.
- Portare le rose rosse è un conto e vangare è un altro. Tu sei più
buono a vangare che a portare rose - gli aveva risposto la Cecina.
- E adesso vieni a casa a vestirti un po' da cristiano. Davanti a quella
gente bisogna presentarsi puliti.
- Il caldo ti da alla testa - e aveva sputato la cicca. - Se il professore
è intelligente, e al confino mandavano i più intelligenti perché facevano
più paura, sa che a lavorare la terra non bisogna mettersi l'abito
della festa.
- Fiatvoluntastua - borbottò la Cecina tutto d'un fiato.
Toni aveva colto in fretta nell'orto della Campanella un fagottino di
verdura per il professore e se lo sentiva ora, appeso al gancio della roncola,
battere amichevolmente sulla natica a ogni movimento fra una
capezzagna e l'altra. «Gli dirò: io sono Toni. Chissà se mi chiederà che
gli racconti dell'olio di ricino. Ma forse lo sa già, se no non mi mandava
a chiamare».
Era giunto alla villetta. Filomena stava sbattendo il materasso alla finestra
di sopra: - Siete arrivato, Toni? Aspettate, vengo subito.
Ma a quella voce era uscito per primo il professore. Toni gli si avvicinò.
Non l'aveva mai visto così da vicino. «È gente su di tono, ma non
fa soggezione» pensò.
- Toni, per servirla - disse forte. Fece passare in fretta il fagottino
della verdura dalla destra alla sinistra, si sfregò la destra nei pantaloni e
strinse la mano che il professore gli porgeva.
- C'è un bel lavoro da fare. Le erbe hanno invaso ogni angolo, come.
.. i tedeschi - disse il professore, e guardò di sottecchi Toni.
173
- Ma li metteremo a posto per bene - rispose Toni già a suo agio.
Sopraggiunse Filomena.
- Gli attrezzi sono sotto la tettoia della legna.
- Ho qui un po' di verdura - disse Toni guardando il professore.
- Ero alla Campanella quando venne mia moglie a dirmi che lei aveva
bisogno di me. E allora Benedetta, la padrona della Campanella, pensò
di darmi questo per lei.
- Oh, grazie, e ringrazi per me quella buona signora.
Filomena prese il fagottino dicendo: - Quella donna sa arrivare a
tutto, senza dare nell'occhio.
- E proprio così - confermò Toni - ma è tutta la razza di lei e di
lui che è buona -. Toni, quando parlava della razza della Campanella,
includeva anche se stesso e la Cecina.
Il professore rientrò nello studio e riesaminò i fogli della busta che gli
era stata consegnata la sera prima dall'arciprete. Se voleva fare qualcosa,
organizzare e collegare fra loro, in comitati unitari, come si raccomandava
in quei documenti, le forze dell'antifascismo in vista della fine
della guerra e di uno Stato rinnovato, doveva uscire dal suo
isolamento, conoscere la gente, come diceva Filomena, avere il coraggio
di fermarsi per la strada a parlare, sedersi al caffè, togliere tempo ai
libri e agli studi. Forse la gente s'aspettava da lui qualcosa. Ormai la sua
vita, con l'arresto e il confino, non era più un fatto solamente privato.
Pubblicamente egli aveva proclamato, senza volere, quello che pensava,
la sua opposizione al regime che l'aveva portato con Elena in quell'angolo
sperduto nella pianura, costringendolo all'abbandono della cattedra,
forse il senso e la ragione della sua amicizia con don Angelo. Rinchiudersi
di nuovo significava ignorare completamente quella pubblica
dichiarazione di cui non si pentiva, che poteva, anzi, rappresentare ora
la sua vera carta d'identità, senza pieghe nascoste, di fronte alla gente.
Che gli avrebbe detto Elena?
Guardò l'orologio. Erano le dieci. Toni fischiettava mentre, curvo
sulla terra, coi calzoni di tela smunta tirati, strappava velocemente l'erba
e la buttava sui passaggi fra le aiuole. Toni era un mondo di speranze
che non si poteva, sarebbe stato male ignorare.
- Filomena, ritornerò per mezzogiorno. Va' pure quando hai finito.
Per il pranzo ho ancora cibo a sufficienza. Faccio una passeggiata al cimitero.
- Preghi la signora Elena per me - rispose dalle scale Filomena.
Il professore andò in cucina. Chiamò Toni: - Venga a bere un goccio.
Con Questo caldo e col lavoro si secca presto la gola.
- Anche se è mattina, non dico di no. Se non altro per bere alla sua
salute - rispose Toni.
Fece saltellando i pochi passi nel giardino e i gradini per arrivare in
cucina. Si pulì la bocca col rovescio della mano, si sfregò la mano nei
pantaloni, alzò il bicchiere: - Alla sua salute, del popolo e della
libertà -. Poi lo fiutò da intenditore, stette un momento col bicchiere
sospeso, lo rifiutò contenendo a stento un'esclamazione di meraviglia,
174
sollevò lo sguardo sul professore che osservava sorridendo tutta
quella liturgia. - Ma questo è del '22, - disse - questo è l'ultimo
vino della libertà, questo è ancora vino socialista. Io l'ho già bevuto
alla Campanella dopo il 25 luglio quando abbiamo fatto festa... Ma
lei, professore...
- Come ho fatto ad averlo?
- Immagino... Ieri sera Franco è venuto col barroccio alla stazione
e suo padre ha avuto l'idea... sì questa è un'idea di suo padre. La terza
è per quando ci sarà il matrimonio di Piero con Maria. È un vino che
ha resistito bene.
- Come chi l'ha messo da parte per questi giorni e chi lo beve adesso disse sorridendo il professore.
- Oh, per questo... - e Toni non seppe aggiungere altro perché
sentiva che la voce gli tremava. Bevve d'un fiato per non fare attendere
il professore che doveva andare al cimitero a trovare la signora, ma sarebbe
rimasto lì, col bicchiere in mano fino alla sera, a parlare con
quell'uomo che aveva subito capito che anche lui, Toni, aveva resistito
come il vino, per vent'anni, e vent'anni non sono venti giorni. Il professore
gli diede ancora la mano: - Per il giardino faccia con comodo,
quando può e senza fretta. Poi aggiusteremo i conti.
- I conti sono già aggiustati - fu pronto Toni che sentiva una grande
confidenza salirgli dallo stomaco. - Col socialismo non ci sono più
né conti né contesse.
Il professore non disse nulla. Gli battè la mano sulla spalla, s'infilò la
giacca, prese il cappello e uscì.
Toni stette sull'uscio, lo contemplò come una visione finché lo vide
scomparire dietro il muro che chiudeva il giardino, e poi, rivolgendosi
verso le scale: - Che uomo, vero Filomena?
- Non per vantarmi, - rispose Filomena dall'alto - ma io sono
anni che lo conosco, senza parlare della signora Elena.
«Se c'era nel '22 un professore così per ogni paese, il fascismo non ce
la faceva» pensò Toni, e si rimise di buona lena al lavoro perché il professore,
di ritorno dal cimitero, non riconoscesse più il giardino. «Filomena
non ha niente da vantarsi. Anch'io se l'avessi conosciuto prima.
.. Ma come si faceva a conoscerlo?».
Prima dell'imboccatura della strada principale del paese, da una parte
e dall'altra si stendevano orti ben ordinati e divisi da reti metalliche.
Gli orti prendevano acqua dai due fossi che scorrevano parallelamente
per un tratto, finché, prima del paese, divergevano ad angolo retto,
lambendo le prime case, e tagliavano sinuosamente i campi per poi
buttarsi nel canale d'irrigazione, uno a monte e l'altro più sotto. Il professore
camminava senza fretta, quasi per rimandare il più possibile il
suo primo contatto con la gente. Ogni tanto si fermava e guardava nei
fossi il guizzare improvviso delle alborelle argentate e la terrorizzata immobilità
della rana che s'era appena gettata nel fosso al rumore dei passi.
Si avvicinava, intanto, alla strada principale che sembrava, nel primo
tratto, deserta. Affrettò il passo. Ma alla prima porta aperta, mentre la
175
sorpassava, udì una voce di donna: - Bentornato, professore -. Dovette
fermarsi. Una giovane donna, con un bambino in braccio, gli sorrideva.
Un altro bambino giunse a passi silenziosi dal buio della cucina
e s'aggrappò alla sottana della madre. Dalla porta dirimpetto una vecchia
attraversò la strada, e poi altre donne da altre porte, e bambini dai
vicoletti che immettevano sulla strada principale: - Bentornato, professore
-. I bambini guardavano, con occhi interrogativi, quel bell'uomo
carico di mistero, che da anni viveva in solitudine, era stato in prigione
e portava un titolo che valeva di più di quello di maestro. Il
professore diceva soltanto: - Grazie.
- Mio marito è disperso in Russia; Mio marito è in Sicilia; Mio fratello
è prigioniero in Africa -. Che poteva rispondere? Non erano interrogativi.
Eppure il professore capiva che quelle donne si rivolgevano a lui con
l'umile tono di chi chiede a uno che può, come se dicessero: Mi faccia ritornare
il marito dalla Russia, dalla Sicilia, dall'Africa. - Quando finirà
questa guerra? Ma se il fascismo è caduto, perché la guerra continua? Perché
gli americani continuano a bombardarci? - E queste erano domande
che chiedevano una risposta. Ma lui non sapeva che rispondere. Accennò
appena, quasi vergognandosi: - Un po' dipende da noi. - Se dipendesse
da me, impiccherei tutti quelli che vogliono la guerra - disse una donna.
- Ines ha il marito disperso in Russia - spiegò la vicina.
Dopo qualche decina di metri il professore dovette nuovamente fermarsi.
Era la prima osteria del paese; sulla porta, con le braccia semili spalancate per tenere scostata da una parte e dall'altra la tenda di graticci
variopinti, s'incorniciava umile e servizievole l'oste. Adocchiava,
fra il gomito e l'ascella dell'oste, il garzoncello con le braccia che altalenavano
una bottiglia e un imbuto. - Bentornato, professore. Se non
fosse perché la mia osteria è... insomma... non è per un signore come
lei... l'inviterei a entrare per un calicetto di quello buono. - Grazie,
grazie, non è per l'osteria...
La strada ora si restringeva con l'inizio dei portici, ma subito dopo
s'allargava per costeggiarne la lunga fila, interrotta solo una volta da un
vicolo laterale, e per delineare la grande piazza, in fondo alla quale, sulla
destra, inquadrata da un'altra fila di portici a perpendicolo, biancheggiava
la chiesa. Era l'ora della spesa con la tessera. - E il professore
- dicevano le donne guardando dalle vetrine. - È dimagrito; ha
preso sole, sembra stato al mare.
Alcune donne sotto i portici lo salutarono. Altre mostravano di non
conoscerlo: era pur sempre uno che non metteva piede in chiesa, che
aveva seppellito la moglie in terra non consacrata, nonostante fosse
amico dell'arciprete.
Il professore infilò il secondo tratto di portici. Alla sua destra, sul fondo
della piazza, la chiesa aveva il grosso portone spalancato che lasciava
intravedere, nella penombra, il succedersi dei massicci pilastri e delle
ampie arcate. Il professore ebbe un attimo d'esitazione; poi, all'altezza
del portone, si tolse il cappello.
Le donne che, dagli altri portici, lo seguivano con lo sguardo, notarono
176
il gesto: - Il confino gli ha cambiato la testa; Vedrai che s'è convertito;
Ma no, è un uomo educato. È un segno di rispetto per l'arciprete;
Strano, però, sono quasi le undici e il portone è ancora aperto.
Gli altri giorni l'arciprete lo chiude prima delle nove, per non fare entrare
il caldo; Ci scommetto che l'ha fatto apposta. Sapeva che sarebbe
passato il professore e gli ha voluto dire che la chiesa anche per lui è
sempre aperta; E come poteva sapere che sarebbe passato? E poi il nostro
arciprete non fa di queste cose; È una conversione; Avrebbe levato
il cappello anche se fosse stata una pagoda, per educazione.
Davanti al caffè ci fu una piccola ressa dei soliti frequentatori a
quell'ora: i venditori ambulanti già di ritorno dal loro giro, qualche
mediatore e gli inseparabili reduci della Russia.
- A nome di tutti, bentornato professore. Ma entri, qui facciamo assembramento,
e Badoglio non vuole - disse Stalino.
Il professore dovette entrare. I reduci lo circondarono, distribuendo
gomitate ad altri che volevano stargli vicino. Era più loro il professore,
dopo quello che avevano passato a causa del fascio. - Se si facevano
avanti in Russia come si fanno avanti qui, - borbottò uno andandosi
a sedere a un tavolino - avremmo vinto la guerra -. Quando sarebbe
terminata la guerra? Lui doveva saperlo, perché gli americani potevano
fidarsi solo di gente che era stata al confino. Di Badoglio no, dato che
aveva ricevuto anche lui dal fascio la sua bella fetta di torta, e poi perché
non aveva subito detto, quando non avevamo ancora tanti tedeschi
per i piedi, che la guerra era terminata. Interrogavano e rispondevano.
Il professore ne era come frastornato.
- Abbiamo bisogno d'un vero capo, se dovesse succedere qualcosa disse Stalino. - Se ci manca un capo, faremo ancora come nel '22.
- A ciascuno preme la propria pelle - disse un ambulante.
- Uno che non ha famiglia è un conto... - soggiunse un altro.
- E così chi paga sono sempre quelli - intervenne un reduce.
- Ma questa porca guerra finirà una buona volta. Se noi ce ne stiamo
al caffè, ci sono sempre gli operai di Reggio, di Milano, di Torino.
Quelli sono gente che non scherza. E quando dicono basta, lo dicono
sul serio - alzò la voce Stalino.
- Loro sono socialisti. Bisogna essere stati in Russia per capire che
il popolo, quando è socialista, è buono ma non scherza - disse il reduce
di prima.
Ci fu molta confusione. Chi diceva che ci voleva il comunismo, chi
il socialismo e chi la libertà di fare ciò che si voleva senza, però, recare
danno a nessuno.
Il professore ne approfittò per guardare l'orologio: - È già tardi,
debbo andare -. Strinse alcune mani.
- Si faccia ancora vedere, professore. Qui ora ha degli amici.
- Siamo stati delle bestie - disse Stalino appena uscito il professore.
- Abbiamo parlato solo noi. E chissà quante cose aveva da dirci.
I portici terminavano con la fucina di Natale. La loro ombra la rendeva
ancora più buia benché il fabbro, per prendere tutta la luce possibile,
177
avesse buttato giù la parete verso la piazza, che chiudeva alla sera e nei
giorni di festa con assi di rovere, portando l'incudine quasi sulla soglia.
Poteva, così, osservare tutto quanto succedeva sotto i portici e nella
piazza senza interrompere il lavoro. I colpi ritmati del martello sull'incudine
sembravano un gigantesco metronomo che regolasse un tempo
sconosciuto agli uomini, perdendosi nella piazza e nei campi, cui facevano
eco il canto dei galli, il raglio dei due asini e i muggiti dalle stalle.
Il ritmo s'interruppe. Le mani nere, il volto nero, i calzoni di tela nera,
la camicia nera, il grembiule nero, due macchie bianche al posto degli
occhi e una terza fra il rosso e il paonazzo, il fabbro fermò il professore:
- Bentornato, professore. Sono tutto nero, ma ero così anche
prima del '22. Ho sessant'anni e tiro la mazza da cinquanta. Però il
sangue e il cuore si sono sempre conservati rossi.
Il professore sorrise. Rispose al saluto levandosi il cappello, e disse solo:
- I colpi della mazza non dimostrano sessant'anni.
- Gli anni ci sono tutti, ma anche a questa età qualche testa sotto la
potrei ancora aggiustare.
Il professore udì le ultime parole già fuori dei portici. Aveva fretta.
Ormai poteva camminare scostato dalle case poiché la strada si era di
nuovo allargata. Il bivio che portava al cimitero era vicino. Ancora un
gruppetto di case che gli impedivano la vista del cimitero, poi alcuni
campi, ed ecco il ghiaioso vialetto affiancato da una siepe di mirto e da
annosi abeti. Lo sfrigolio della ghiaia sotto i suoi passi risuonava
tutt'intorno, amplificato dalla vastità del silenzio. Il professore istintivamente
camminò più leggero, per non disturbare quella pace che ormai
sentiva salirgli dal cuore. Appoggiata all'ultimo abete notò una bicicletta.
Ne provò un senso di disagio: avrebbe voluto essere il solo in
tutto il cimitero per gustare la vita che continuava, senza le scorie della
polvere quotidiana, ma fissata ormai per sempre, almeno finché fosse
durata la sua vita. Dolce Elena, haec est vita aeterna, gli affiorò sulle
labbra mentre scostava il cancello. La terra non consacrata era dietro ai
colombari, dove poteva crescere indisturbata la gramigna; Elena vi riposava,
separata dalla società dei morti e tolta alla vista della pietà dei
vivi, perché aveva amato, senza chiedere per sé nulla, nemmeno un
pezzetto di terra consacrata.
Si tolse il cappello e costeggiò a testa china i colombari del perimetro
laterale, superò la strettoia fra la cinta e i colombari centrali e svoltò
verso la terra non consacrata. La croce della tomba amata brillava nella
luce al di sopra dei poveri cippi e delle sterpaglie, come un punto di
riferimento in una terra desolata. Ma che stava facendo quell'uomo,
chino sulla tomba di Elena? Il professore provò più accentuato quel
senso di disagio di prima, ora quasi di fastidio. L'uomo non s'era accorto
di nulla; si rialzò, tirò fuori dalla tasca uno straccio bianco, lo passò
sul corpo del crocifisso, indugiando poi sul volto. Magro, un poco
ricurvo, vestito poveramente, a piedi scalzi, portava sul viso una smorfia
che sembrava un sorriso. Il professore si ricordò confusamente di
una lettera di don Angelo in cui l'amico l'assicurava che la tomba di
178
Elena era; curata con amore, e che questo incarico se lo era assunto
spontaneamente un figliolo conosciuto da tutti come Rondine, un
buon figliolo, di quelli che dovranno certamente un giorno meravigliarsi
alla proclamazione della loro beatitudine, perché non hanno riconosciuto
nessun Signore nell'ammalato, nel prigioniero, e anche in
una tomba non consacrata. L'animo del professore si rasserenò. Forse
era Rondine. I due si trovarono di fronte, l'uno sorridente, l'altro confuso
come se fosse stato colto in un fallo di gravità sconosciuta.
- Lei è Rondine, vero?
Rondine voleva di dire sì, ma non gli uscì suono.
- La debbo ringraziare per la cura che ha avuto della tomba della mia
povera Elena in tutto questo tempo - continuò il professore. - So
che questo poteva essere rischioso per lei, come dichiarare, in un certo
senso, la propria opposizione al regime.
Rondine balbettò: - Adesso il fascio non c'è più, e anche prima non
c'era pericolo. Loro hanno paura dei morti.
- Vienigli disse il professore, e lo prese per il braccio scarno e nervoso.
Il tu gli era venuto spontaneo, come un segno di riconoscenza.
A capo chino e gli occhi chiusi, conteneva a stento le lacrime. Il volto
della donna amata gli era davanti, sereno, illuminato da una gioia profonda,
la stessa di quando i due sguardi s'incontravano anche nei momenti
difficili e duri. - Non ho saputo darti di più - le diceva. - Ma
non capisci, Salvatore, che è tutto? - rispondeva Elena.
Doveva continuare a vivere in fedeltà alla vita che aveva ricevuto da
lei e che ancora custodiva intatta: lo studio, l'opera cui attendeva e che
insieme avevano progettato e discusso, ma anche quella gente che aveva
quasi ignorato, colpevolmente certo, e che ora gli veniva incontro
senza pretese, nei gesti di Filomena, di Toni, di persone che gli avevano
fatto festa mandandogli pane bianco e vino gelosamente custodito come
sacro, nel cicaleccio della strada, nell'interruzione della mazza
sull'incudine, e in quell'uomo accanto, detto Rondine chissà perché,
che parlava coi morti per volere bene ai vivi.
- Forse ci siamo estraniati troppo dalla gente - le aveva detto un
giorno.
- Se è questo il prezzo che dobbiamo pagare - gli aveva risposto
Elena - dobbiamo mettere in conto anche la sofferenza di questa
estraneità. Ma la sofferenza non è tristezza, vero? - Era stata un poco
in silenzio e poi aveva aggiunto: - Sono certa che un giorno la gente
capirà, e il tempo del distacco verrà computato per renderci più festosa
l'accoglienza.
Aveva detto proprio così, l'accoglienza a tutti e due, senza pensare
che la morte li avrebbe potuti separare. Ma perché separare? Quell'uomo,
detto Rondine, non operava nessuna separazione; da più d'un anno
faceva festosa accoglienza a Elena accomunandola a chi era rimasto,
e aveva capito pur senza sapere. E don Angelo non aveva sempre accolto
l'amico come legato a Elena, anche ora l'uomo di Elena, nonostante
le leggi degli uomini? - Penso che pure Dio abbia le sue leggi - aveva
179
risposto don Angelo alla preoccupazione dell'amico di non comprometterlo
con un'amicizia tanto manifesta. - E poi non dimenticare
che anche il cuore ha le sue leggi. Il cuore è l'interno del vaso... a Cristo
premeva l'interno.
Ecco, la parola di Elena cominciava ad avverarsi. La gente capiva. Si
scosse d'un tratto dai suoi pensieri e cercò Rondine che si era discostato
silenziosamente di qualche passo. Gli si avvicinò, lo riprese sotto braccio
e gli disse: - Andiamo, è quasi mezzogiorno. Non hai ancora
pranzato, vero?
- Per questo io ho tempo. Prima delle quattro non si riprende il lavoro
in questa stagione e io, con la bicicletta, sono a casa in un volo.
Giunse prolungato dalla vastità dei campi il primo tocco del campanone
di mezzogiorno.
- Non so ancora il tuo nome. Il mio è Salvatore.
- Io mi chiamo Spartaco, però tutti mi conoscono per Rondine...
Un bel no>me Salvatore. Ho sentito dire che anche quell'uomo che
hanno messo in croce si chiamava Salvatore. Una bella croce quella...
Alla gente piace, anche a me. Dicono che porta la corona da re perché
non vuole altri re sulla terra, che è repubblicano. Se è così, mi piace
due volte.
- Più o meno è un repubblicano - sorrise il professore.
Erano giunti al cancello.
- Adesso che lei è ritornato, posso ancora portare i fiori sulla tomba
della signora Elena?
- Ma certamente, farai cosa gradita a lei e a me.
- Se è così... se non le da fastidio...
Si strinsero la mano. Rondine inforcò con un piccolo salto la bicicletta
e si mise a pedalare alzandosi sulla sella. Il professore, fermo sul gradino
del cancello, lo guardava combattuto da un'idea che gli era venuta
improvvisa. Perché non invitare a pranzo Rondine? Avrebbe significato
con un gesto chiaro la sua decisione di accettare l'accoglienza della
gente, anche a nome di Elena. Ma non era facile, lui così schivo, e con
un uomo di cui non conosceva nulla se non l'amore per i morti. Ancora
pochi metri, e Spartaco avrebbe imboccato la carrozzabile. Chissà
quando si sarebbe presentata ancora un'occasione simile! Gridò:
- Spartaco - e la sua voce gli risuonò quasi sconosciuta. Aveva mai
gridato tanto forte? Da ragazzo, forse, nel richiamo dei giochi.
Rondine si fermò, scese dalla bicicletta, l'appoggiò alla siepe di mirto,
e i due uomini s'andarono incontro.
- Hai qualcuno che ti aspetta a casa?
Rondine rimase sorpreso, perché nessuno gli aveva mai chiesto una
cosa simile. Chi poteva aspettarlo a casa? Voleva scherzarci su, ma riuscì
a far parlare solo gli occhi. Il professore comprese: - Non verresti
a mangiare un boccone con me? Non ho molto in casa, ma ci possiamo
accontentare.
- Se è per questo, io non ho pretese, ma non voglio che si disturbi.
E poi, che direbbe la gente? Attraversare il paese vicino al professore! I
180
ragazzi farebbero processione dietro a me...
- La gente pensi quello che vuole. Tu sei mio amico e non c'è nulla
di strano che t'inviti a casa.
- Ma prima bisogna che la gente capisca che sono suo amico...
- Non basta che tu abbia curato per tutto questo tempo la tomba
della mia Elena?
- Questo non conta... era mio dovere. I morti aspettano sempre
qualcuno...
Erano arrivati alla fine del vialetto. Rondine afferrò la bicicletta:
- Se avrà bisogno di me per qualche commissione... non si faccia riguardi.
La strada non mi fa paura. Con questa bicicletta avrò già fatto
il giro del mondo - e gli disse dove abitava.
- Come vuoi - gli sorrise il professore. - Verrai a trovarmi qualche
volta? Può darsi che abbia bisogno di te, anche presto.
Rondine con un salto e qualche pedalata scomparve presto alla vista
del professore. Il sole era quasi a picco e aveva fatto rannicchiare tutte
le ombre delle case mentre il professore riattraversava, a passi svelti, il
paese ormai deserto.
IL BOLLETTINO DELL'UNA.
La terza notte del ritorno del professore ben pochi in paese riuscirono
a dormire d'un fiato prima che il lattiginoso annuncio dell'alba segnasse
ancora incerto l'orizzonte.
Verso mezzanotte, quanti stavano alla finestra per cercare di filtrare
un po' d'aria fresca tra i vapori lasciati alla notte dai bollori di quel giorno
afoso di metà agosto, e chi sedeva sui parapetti dei ponticelli ai limiti
del paese, intento a non rovinare la frescura dello scorrere delle acque
con le punture delle zanzare, dettero la voce alla casa più vicina.
Altre finestre si spalancarono, altre persone si sedettero sui parapetti.
Giungeva da lontano un sordo rumore come di tuoni ostinati, e tutto
il cielo, a tramonto del paese, aveva preso un colore arancione che si
dileguava nella volta blu cupo della notte.
- Sembra la fine del mondo; Ma che vogliono? Non capiscono che
hanno già vinto la guerra? Colpa di Badoglio. È stato lui a voler continuare
la guerra. La guerra continua, ha detto. Ci fan vedere cos'è la
guerra; No, la colpa è del re. Badoglio ubbidisce al re; Però anche gli
americani sono dei delinquenti...
Erano frasi buttate da una finestra all'altra, da una porta all'altra, da
un parapetto all'altro, ma senza gridare perché il bombardamento era
sulla grande città lontana, e chi era sotto era sotto, e loro non potevano
farci niente.
Alcune donne si erano sedute sull'uscio di casa e, fra il loro discorrere, inserivano
giaculatorie e requiem perché ci pensassero le anime sante del purgatorio.
Il maresciallo s'era vestito in fretta ed era uscito col moschetto a
tracolla per persuadere la gente, se mai ce ne fosse stato bisogno, a non fare
assembramenti. Pedalava lentamente per le vie del paese, tenendo con la
181
mano sopra il manubrio la lampada oscurata. La gente, al passaggio del
maresciallo, taceva perché era sempre facile dire spropositi, ma si sentiva
protetta. A metà della strada principale, una donna fermò il maresciallo.
- Maresciallo, verranno anche qui?
- State tranquilla, Resina, qui non vengono di sicuro.
- Se lo dice lei, maresciallo, io ritorno a letto.
Man mano che l'assicurazione del maresciallo circolava, la strada
principale si svuotava, finché divenne deserta, e il maresciallo potè dirigersi
verso la strada che portava alla Campanella, dove si trovava il
grosso della gente a godersi lo spettacolo dell'orizzonte incendiato dal
bombardamento a tramonto del paese.
- Arriva il maresciallo - si passarono la voce. - Che venga, non
facciamo niente di male; Siamo in troppi, non dobbiamo fare assembramenti;
Non vorrai stare in casa se vengono anche qui a bombardare;
Siamo troppo lontani. E poi che bombarderebbero qui? E là che cosa
bombardano? Non abbiamo più niente, ci rimangono solo le case con
la gente dentro da far saltare in aria; Ecco il maresciallo; E una notte
calda, signor maresciallo.
Il maresciallo era smontato dalla bicicletta, aveva risposto al saluto,
teneva con una mano il manubrio e col fazzoletto nell'altra s'asciugava
il viso dal sudore. Nell'oscurità non riconosceva nessuno. Erano uomini,
donne, bambini in braccio alle loro madri o alle nonne, mentre i
più grandicelli andavano da un crocchio all'altro per sentire quello che
dicevano i grandi.
- Non c'è nessun pericolo - disse finalmente il maresciallo. Meglio che ritorniate alle vostre case.
- Non c'è proprio nessun pericolo? - disse una donna sul cui petto
dormiva un bimbo ancora in fasce. - Mio marito è nella contraerea,
in Sicilia.
Voleva dirle che in pericolo c'era già lui e non bisognava metterci anche
il bambino. Il maresciallo capì. Aveva imparato ormai a capire
quanto la gente voleva dire di fronte a lui.
- Anche vostro marito ritornerà sano e salvo. Può darsi che adesso
sia già sul continente.
- Che ha detto il maresciallo alla Franca? Ha detto che suo marito
verrà a casa presto; Cosa ha detto il maresciallo? Ha detto che la guerra
finirà presto; Cosa sta dicendo il maresciallo? Che se non fosse per i tedeschi
la guerra sarebbe finita il 25 luglio; Allora non è il re che vuole
la guerra; No, sono i tedeschi.
Il maresciallo non aveva detto nulla sulla guerra e sui tedeschi. Ripeteva
solo con voce calma: - Non c'è nessun pericolo, ritornate a
letto -. Qualcuno cominciò a sfollare, chiamando la sua donna; altri
si accodarono. - Ha ragione il maresciallo. E poi domani non c'è
bombardamento che tenga, bisogna lavorare.
L'asino della Campanella ragliò. - È l'una - sbadigliò una voce.
- Adesso risponde l'asino di Giuliano -. Risero: - Per loro non c'è
guerra -. Rimase solo qualcuno che s'era portato lo sgabello: - M'è
182
passato il sonno. Cerco di farmelo venire di nuovo.
Era rimasto anche Toni, seduto su uno sgabellino a tre piedi, la testa
che sembrava ancora più penzolante dalle spalle ricurve. La Cecina non
l'aveva voluto seguire. - Bombardano - le aveva detto. - Io non
sento niente. - Non senti perché sei sorda come una talpa, ma ti dico
che bombardano.
- Se bombardano, lasciali bombardare. Non ci possiamo fare niente.
Vieni a dormire e chiudi la finestra, che non voglio prendere i reumatismi
per la bella faccia di Badoglio.
Correvano le prime voci nella strada. - Vado a vedere - aveva detto
Toni. S'era infilato i pantaloni e cercava a tentoni la roncola.
- Vuoi che venga anch'io? - gli aveva detto allora la Cecina. Ma
Toni seguiva un suo ragionamento, affioratogli appena sveglio: - Non
so perché bombardano, quando il professore mi ha assicurato che ci
avrebbero lasciato in pace.
- Il professore sa tante cose, ma è troppo buono, e lo possono ingannare.
- Eppure non dovrebbero bombardare. Là è il popolo che
comanda, e il popolo non dice: ammazzate il popolo... A meno che il
popolo anche là non comandi - aveva brontolato mentre scendeva le
scale sbattendo gli zoccoli di legno a ogni gradino.
Ma perché bombardano? Con quell'interrogativo era uscito sulla
strada e l'aveva percorsa fino al limite delle case, ascoltando distrattamente
quanto diceva la gente. «Perché, se anche là non comanda il popolo,
gli americani sono come i tedeschi».
- Toni, ci vorrebbe la cesta dei lupini per passare meglio il tempo;
Toni, mi dicevi ieri sera che non avrebbero più bombardato; Sei vedovo,
Toni? Dov'è la Cecina? Giri armato, Toni. Gliela tagliamo la testa
se cade qualche americano?
L'interrogativo gli era rimasto nella testa per tutto il tempo in cui ci
fu gente, non l'aveva lasciato nemmeno all'arrivo del maresciallo, e gli
martellava ancora dentro adesso che era rimasto solo contro il muro
dell'ultima casa di fronte alla striscia rossa sull'orizzonte. «Ci fosse qui
il professore, lui mi saprebbe rispondere. Forse ha ragione la mia vecchia:
è facile che l'ingannino perché è troppo buono. Gli americani gli
avevano mandato a dire: non bombardiamo più, per farsi un po' di
propaganda e averselo amico; e poi, rimangiandosi tutto, bombardano».
Gli venne desiderio di andare sino alla villetta del professore. Poteva
darsi che fosse alzato anche lui, seduto contro il muro di casa. Ma
poi pensò che disturbare la gente a quell'ora solo i matti lo potevano
fare. «Domani è sabato, e gli finisco tutto. Così, se domenica ha visite,
trovano il giardino a posto, come se il professore non sia mai stato al
confino, e gli chiedo perché bombardano».
In quei tre giorni aveva pulito il giardino che, poteva ben dirlo Filomena,
era un velluto. Poi aveva messo a posto la tettoia della legna, rifatta
la catasta e aggiunto qualche fascio di rami secchi, legati con scorza di salice,
che lui stesso era riuscito a racimolare dagli alberi più alti, legando
la roncola a una lunga pertica. Era cosi difficile trovare legna secca per i
183
campi con tutti quei ragazzi a casa da scuola; ma lui c'era riuscito, e così
il professore poteva andare avanti fino all'autunno, quando si scapitozzano
gli alberi e, a conoscere bene i posti per arrivare tra i primi, qualche
cosa salta fuori. Avrebbe fatto un po' per sé e un po' per il professore.
«Dietro la casa ci sarebbe posto per una gabbia di conigli. Fare una
gabbia, in un amen gliela metto assieme. Certo, bisogna curarli, dargli
l'erba, e non si può pretendere che il professore, con tutto quello che
ha da fare sui libri, pensi anche ai conigli. Ma che ci vuole per me? Un
mazzo derba al giorno gliela trovo, e quando porto l'erba pulisco la
gabbia. Per l'odore non c'è da preoccuparsi: la gabbia è dietro casa e il
suo studio, con la camera da letto, da sul giardino. Se vuole, perché
avrà difficoltà, che mi disturbo, che lavoro per niente e che non è giusto,
gli dico che quando gli ammazzo un coniglio io mi prendo la testa
e la pelle così mi pago. Insomma, caro professore, bisogna arrangiarsi
in questi tempi. I libri non fanno carne».
Quei tre giorni Toni li aveva divisi tra la Campanella e la villetta del
professore. - C'è qualche cosa d'urgente da fare qui? - diceva al mattino
presto entrando nell'aia della Campanella. - Proprio d'urgente
non c'è nulla - rispondeva Franco che sapeva la fretta di Toni. - Se
mi dai una mano a caricare l'erba sul carretto, in un'ora ce la sbrighiamo.
Era entrato in confidenza col professore. Gli aveva raccontato del '22,
dell'olio di ricino, della disoccupazione perché non aveva preso la tessera,
ma non della storia della bottiglia dato che certe cose come si fa a
dirle a una persona tanto fina? Gli aveva parlato del 26 luglio, della
guardia comunale che era stata dieci giorni senza mettere fuori il naso
dalla porta, dello sciopero delle filandaie che sembrava un miracolo dopo
tanti anni, del falò e del segretario del fascio che s'era fatto fare nuove
camicie con della tela che aveva imboscato nei primi mesi di guerra, del
fiume di varichina venduta dagli ambulanti per cancellare i fasci sulle
magliette dei ragazzi, del vino bevuto quel giorno e della bocca amara
perché la guerra era continuata. Il professore ascoltava con gusto e faceva
domande; lo provocava perfino, con molto tatto, perché parlasse ancora,
in quella lingua fatta d'immagini, di proverbi, di suoni espressi
con una patina d'ironia che ne rendeva più vivi i colori e i suoni. Toni
intuiva che il suo discorrere piaceva al professore e lo infiorava con modi
di dire che traeva dalla sua memoria di vecchio, oppure costruiva in quel
momento, preceduti da una mimica improvvisa del volto e delle mani.
«A volere ci sarebbe il posto anche per qualche anatra e qualche oca;
un po' d'erba tenera e di farina gialla, e le si mantiene. Ma non debbo
esagerare per non trasformare la casa del professore in un'arca di Noè.
Sarà già molto che sia d'accordo sui conigli».
Cominciava a sentire la testa pesante. Si alzò un poco dolorante perché
lo sgabellino, basso com'era, gli aveva insaccato le ossa, lo prese per
un piede, lo volteggiò in aria, lo depose sulla spalla sinistra e, trascinando
gli zoccoli, se ne tornò a casa. Per non far rumore lasciò gli zoccoli
ai piedi della scala, ma la Cecina era sveglia:
- E un pezzo che la gente è ritornata a casa. Se aspettavi ancora ti
184
venivo a cercare - gli disse.
- Mi sono voluto godere il fresco. Si sta così bene fuori che chiudersi
in una stanza è come andare in prigione. Ma non sono riuscito a capire
perché abbiano bombardato.
- Dormi, adesso - gli disse la Cecina con voce calma, quasi affettuosa.
- Tanto non bombardano più, e quello che è stato è stato. Tu
non ci puoi fare niente.
Toni sospirò: - Ma io questo sol dell'avvenire lo voglio vedere -.
Furono le sue ultime parole per quella notte. Subito dopo la Cecina lo
sentì russare.
Il giorno dopo il bombardamento ci fu una grande confusione al caffè
ancora prima del bollettino dell'una. Le distruzioni e i morti della
notte, chissà quanti ce ne saranno stati, avevano rimesso in discussione
tutto, ma non si sapeva bene che cosa; per questo non c'era nessuno
che non pensasse d'avere ragione, e le ragioni erano tante, pressappoco
quante gli avventori del caffè in quell'ora, più di quelli che ne potessero
contare le due osterie messe assieme, perché gli abbonati alla scodella
di viino erano, sì, una fiumana spropositata da non sapere dove
metterli, ma nei giorni feriali molti preferivano risparmiare per il
grande godimento festivo e s'adattavano a passare quell'ora morta seduti
sull'uscio di casa non battuto dal sole, o coricati sotto una pianta
a masticare una pagliuzza o un filo d'erba, tanto per fare qualcosa.
E poi, che gusto c'era a sentire il bollettino? Mai che dicesse che così
non si poteva andare avanti, che era ora di smetterla, Badoglio o non
Badoglio, fascio o non fascio, e tutti quei cancheri di generali che la
tenevano lunga solo perché non avevano un altro mestiere fra le mani.
Dargli una zappa bisognava, fargli chinare la schiena sulla terra, e chi
più avrebbe avuto voglia di fare la guerra con la schiena rotta?
Ma avessero avuto qualche soldo in tasca senza intaccare il mucchietto
per la domenica, anche due bollettini avrebbero ascoltato gli abbonati
delle scodelle domenicali, pur di passare dalla loro chiesa, dicevano
le donne già sedute sugli usci a quell'ora dato che, con la poca roba che
si trovava in giro, pentole da sgrassare con la cenere ne avevano poche.
C'erano però sempre dei fortunati che la loro perdonanza quotidiana
nelle osterie la prendevano, e gli osti non potevano lamentarsi perché
tavolini e tavole vuote si potevano contare sulla metà d'una mano, per
non parlare delle panche sotto il pergolato.
Gli affari erano cominciati con la guerra d'Abissinia. Anche le osterie,
subodorando l'affare, s'erano equipaggiate di radio e d'una grande cartina
dell'Abissinia, con tanti spilli che facevano da asta alla bandierina
tricolore per segnare l'avanzata di Badoglio. - Vado a sentire che cosa
hanno fatto al Negus - dicevano i contadini e i vecchi. - Questa
guerra mi rovina - dicevano quando, dopo il bollettino ascoltato in
piedi, comandavano la seconda scodella di vino, nero come il Negus.
Poi gli affari calarono con la conquista dell'Abissinia, per riprendere
rigogliosi con la guerra a fianco dei tedeschi. - Ma non sai - dicevano
alle loro mogli - che se non vado ad ascoltare il bollettino, il fascio
185
me la farà pagare finita la guerra? Tanto è questione di qualche mese,
e poi farò ancora il certosino. - Il bollettino è una scusa, come se non
ti conoscessi - dicevano le mogli, ma non potevano fare scene perché,
se era vero che l'Italia vinceva, il fascio dopo avrebbe fatto qualche dispetto
ai disfattisti. - Peccato che non ci sia un'osteria anche per le
donne - sospirava qualcuna mentre il suo uomo andava all'osteria; e
si consolava versandosi ancora un goccio prima d'alzarsi per rimettere
ordine in cucina.
Con la caduta del fascio, poi, gli affari avevano registrato un'impennata
mai vista, figurarsi dopo quella notte di bombardamenti, che nessuno
avrebbe mai pensato possibili. Anche nelle due osterie c'era confusione,
ma le voci erano meno agitate perché il fiato i vecchi lo
volevano risparmiare per il pomeriggio e la sera della domenica, e anche
perché, in tutta quell'accozzaglia di avvenimenti che davano il capogiro
come sulla giostra della fiera, ci capivano poco.
Però erano stati loro i primi, non quelli del caffè, a non levarsi più in
piedi per il bollettino dell'una, e se ne vantavano. Aveva cominciato un
vecchio che s'era alzato poco prima del segnale, ma per andare al banco
a comandare una seconda staffa di vino: - Questo bollettino mi costa
una staffa - aveva ridacchiato. - Io la berrò dopo - aveva detto un
altro, ed era rimasto seduto. Il giorno dopo nessuno s'era più alzato.
La notizia giunse al caffè attraverso certi venditori ambulanti che
s'erano innalzati, col commercio tenuto su dalla guerra che faceva loro
cavare soldi anche dalla terra calpestata, alla condizione di permettersi
la frequentazione del caffè, ma non volevano fare un torto alle osterie
che li avevano accolti in tempi di magra. Erano benemeriti del paese
perché servivano da comunicazione sociale fra le classi, quasi come gli
impollinatori, li aveva una volta definiti l'arciprete; ma la parola era
troppo difficile e la gente preferì quella di impallinatori.
- Giusto, era una legge del fascio, e adesso il fascio non comanda
più. Quelli delle osterie ci hanno battuto - dissero gli avventori del
caffè, e non si alzarono più nemmeno loro.
Ma quel giorno del bombardamento la confusione era tanta che, anche
prima del bollettino, i reduci si trovavano già in piedi aggrappati
alle loro sedie per non lasciarsele portare via, e altri s'erano alzati perché
come si fa a gridare seduti? e chi era rimasto sotto a tutto quel gesticolare
si sentiva mancare l'aria e, piuttosto che soffocare, s'era alzato anche
lui. Cosicché, per udire qualcosa del bollettino, il padrone del caffè
aveva alzato pure la voce della radio, e nella discussione anche le sedie
di tanto in tanto si alzavano mentre il padrone non ce la faceva più a
capire che cosa comandavano, se grappini o bianchini o altro.
Poi, come accade coi temporali che si sono sfogati, la confusione andò
scemando fino ad acquietarsi man mano che i bottegai, preceduti
dal farmacista, uscirono per riaprire i negozi, e gli artigiani per le loro
faccende, e i venditori ambulanti per contrattare col grossista la partita
del mattino. Rimasero i reduci, e altri ancora, da lasciare solo qualche
tavolino libero.
186
- Noi non sappiamo niente, - s'udì finalmente, distinta, la voce di
Stalino - possiamo continuare a discutere fino a domani mattina ma
non ci caveremo niente. Però in paese c'è una persona che è al corrente
di tutto. Io per me sono disposto a mettergli nelle mani anche l'anima
se mi dovesse dire di fare qualcosa.
- Peccato che non lo vediamo mai - aggiunse un altro.
Nessuno chiese chi fosse quella persona per non passare da ignorante.
Ma nemmeno il professore era al corrente di tutto. Al mattino, alla
domanda che Toni portava nello stomaco dalla notte, aveva solo risposto:
- Perché la stupidità degli uomini non ha limite -. Non era una
risposta. Che ci fossero degli uomini stupidi Toni lo sapeva, ma per
bombardare ci vuole ben altro. Aveva ragione la Cecina: il professore
era troppo buono e l'avevano ingannato. Toni chinò la testa, andò a
cercare sotto la tettoia il rastrello che aveva appena lasciato sul vialetto,
guardò in alto se mai scorgesse qualche nuvoletta e sospirò. «Stupidi,
eh? Gliela farei vedere io come si pagano gli stupidi» brontolava di dentro.
Il professore l'osservava in quel suo andare e venire senza concludere,
pensò che fosse la delusione della sua risposta troppo astratta, cercò
di rimediare: - Toni, che dice la gente di questa situazione?
- La gente? - e Toni alzò le spalle. Se attaccava discorso non
l'avrebbe finita più, e lui in quel momento non aveva voglia di parlare.
Ma bisognava essere educati con quell'uomo che era stato al confino,
anche perché se uno è troppo buono che colpa ne ha? - La gente? La
gente non è il popolo. Il popolo saprebbe che cosa dire. Ma la gente
vuole la minestra bell'e pronta, che gliela mettano nella scodella e che
gliela imbocchino, come il 26 luglio.
- E il popolo, allora? - insistette il professore.
Toni si confuse, il popolo voleva tante cose, le stesse che voleva lui
perché lui era popolo.
- Eh il popolo... Io non so di preciso... io non ho studiato... Ma
se stesse in me, prenderei tutto il popolo e lo porterei a Roma per gridare
che vogliamo la pace e far prendere un po' di paura al re e ai generali.
.. Ma il popolo è ancora disunito... Io per me la penso così...
La voce che quelli del caffè volevano vedere il professore perché era
l'unico del paese che potesse dire qualcosa di sicuro su quanto stava succedendo,
raggiunse il giorno dopo le osterie attraverso gli impollinatori.
Toni aveva appena scostato la tendina di graticci che fu investito dalla
voce di uno che dopo il 26 luglio voleva sempre tenere banco e dire
l'ultima; e pensare che pure lui aveva avuto la tessera del fascio.
- Sai, Toni, al caffè vogliono invitare il tuo professore a tenere una
predica sulla guerra.
- Lo vogliono mettere a capo del paese - rincarò un altro.
Toni, senza dire nulla, si sedette al tavolo di chi aveva parlato e comandò
una scodella di vino. Quel "tuo" l'aveva colto di sorpresa. Un
senso di compiacimento per quel pubblico riconoscimento della sua
confidenza col professore si mescolava a un altro di fastidio, risultando
un sapore che non è come per il vino che lo si può giudicare al primo
187
gargarismo. "Tuo", ma che ragionamenti sono? La tua vecchia, passi
ancora; la Cecina era sempre stata sua. E poi, se il professore avesse saputo
di quella chiacchiera poteva pensare che fosse stato lui, Toni, a
vantarsi di essergli in confidenza. E allora, che cosa si doveva dire
dell'arciprete? Bevve d'un fiato mezza scodella di vino: - Intanto non
si dice predica, ma comizio - disse mentre si asciugava la bocca col
dorso della mano. - Le prediche le fa l'arciprete per chi le vuole ascoltare.
Prima del fascio si tenevano comizi, e siccome adesso non c'è più
il fascio, bisogna dire pane al pane e comizio al comizio.
- Vero; quando c'era il socialismo si facevano i comizi - saltò su
un vecchio. - Io ne ho sentiti da Bissolati, quello era una bocca!
Toni non raccolse il nome di Bissolati. Lì ci sarebbe stato molto da
dire, se Bissolati era un vero socialista con quella guerra da marcire in
trincea e tutto il resto, e Toni aveva fretta di chiudere la faccenda del
professore, perché non saltasse più in mente a nessuno, nemmeno per
ridere, che lui vantasse qualcosa su quell'uomo.
- Quanto a quelli del caffè, che credono di sapere tutto, perché non
l'hanno invitato quando ancora c'era il fascio?
- Giusto, - disse il vecchio - ci sarebbe da invitarlo noi che siamo
stati i primi a non alzarci al bollettino.
- Quello non è uomo da osteria - fece svelto Toni, perché gli stava
per traverso quel "tuo". - E non è nemmeno né mio né tuo - disse
rivolto al primo, alzando in alto la mano destra a troncare ogni replica.
- Su certe cose non si può scherzare. E sa lui se deve andare al caffè o no.
Ma il giorno successivo, mentre armeggiava attorno a delle assicelle
per la gabbia dei conigli e il professore lo guardava con una certa ammirazione
(«ecco, io non saprei mai fare una gabbia per conigli»), Toni
buttò là l'idea: - Non se n'abbia a male, professore, parlo da ignorante,
ma dovrebbe farsi vedere qualche volta al caffè.
Il professore non rispose subito. Non aveva ancora vinto del tutto la
ritrosia a uscire dal suo mondo; il gusto della solitudine gli era penetrato
nel sangue. Pensò a Elena, alla promessa che le aveva fatto sulla tomba
qualche giorno prima. Forse Toni era la spinta di cui aveva bisogno,
l'aiuto ad affrontare un mondo quasi sconosciuto.
- Va bene, Toni. Oggi andrò al caffè. Verrà anche lei, vero?
Non aveva pensato che Toni, per un altro verso, si poteva trovare a
disagio al caffè; desiderava solo avere vicino un volto amico e conosciuto
in mezzo a tanta gente.
- Io al caffè? - rispose Toni ridendo. - Io sono un uomo da osteria.
- Perché? - si meravigliò il professore.
- Al caffè va gente che è su di tono.
- E allora lei vorrebbe che andassi fra quella gente?
- Per lei è diverso. Ma me, se mi vedessero al caffè, direbbero che
mi voglio dare delle arie.
- Proprio lei, un socialista che vuole l'uguaglianza fra tutti, fa questi
discorsi? - disse in tono scherzoso il professore.
Toni lo guardò sorpreso. Già, un socialista che vuole l'uguaglianza
188
deve dare l'esempio, e andare al caffè se ne ha voglia, e all'osteria se ne
ha voglia, perché gli uomini sono tutti uguali, e nudi sono nati, e senza
una lira se ne vanno. Ma faceva proprio sul serio il professore? Possibile
che ci fosse arrivato così, su due piedi, mentre a lui, al Toni dell'olio di
ricino perché il fascismo non voleva l'uguaglianza, queste cose non erano
mai venute in mente? E poi, uh, il caffè. Tanta importanza, ma prima
del fascio era pur esso un'osteria, e neanche frequentata. Sì, bisognava
cominciare a dire che si andava verso l'uguaglianza.
- Professore, all'una vengo al caffè ad ascoltare il bollettino.
- Berremo il caffè assieme - disse il professore, e si ritirò nello studio.
Ma per Toni la cosa non risultò subito così liscia. «Bestia, hai voluto
fare il carico di briscola» pensò stizzito con se stesso riprendendo il lavoro
attorno alla gabbia. «Toni diventa matto, diranno. Perché va a
vangare dal professore si è montato la testa. Adesso si metterà anche a
far comizi, diranno. Dovevi stare zitto, non immischiarti negli affari
degli altri, non dare consigli, e saresti andato a bere pacifico la tua scodella
di vino all'osteria. Che c'entra il socialismo col caffè? Dovrei allora
andare in chiesa per dimostrare che voglio l'uguaglianza? E lui ci
va? Ma ormai la frittata è fatta, gli ho detto che andrò, e Toni è sempre
stato di parola. Cancheri Badoglio e il re... Ma appena finito il bollettino,
vado subito alla Campanella, e prima d'immischiarmi in simili
faccende ci penserò due volte... Ah, se lo sapesse la mia vecchia». E al
pensiero della Cecina si stizzì ancora di più.
Invece non venne via subito dopo il bollettino.
Il professore pranzò in fretta e fu uno dei primi a entrare nel caffè.
Voleva esserci prima che arrivasse Toni, per fargli coraggio.
- Buon giorno, professore - disse il padrone con due occhi che dicevano:
ma che cosa è successo? - Glielo faccio subito, la macchina è
quasi calda.
- No, dopo, aspetto un amico - e si sedette al tavolino del giornale.
Lo sfogliò mentre il padrone abbassava la radio per non disturbare
la lettura del professore. Entrarono i reduci, incollati com'erano da
quell'ora fino a sera, e si sedettero al tavolino del professore dopo avere
chiesto il permesso.
- Ci vorrebbe un po' di quella neve, con questo caldo - disse il
professore tanto per avviare il discorso.
- Quella neve? - disse Stalino. - Se è russa, sì, ma se arriva con
qualche tedesco, piuttosto il caldo dell'inferno.
Gli altri due risero e annuirono.
Man mano che gli abituali frequentatori entravano si assiepavano attorno
al tavolino del professore.
- Chissà dove ci manderanno adesso - disse un reduce.
- E io voglia di riprendere il fucile non ce l'ho proprio.
- Purché non sia assieme ai tedeschi, altrimenti... - ma Stalino
non finì la frase. Non sapeva nemmeno lui che dire.
- Adesso che la Sicilia è in mano agli americani, sbarcheranno a Genova
e la guerra sarà finita - disse uno in piedi.
189
- Intanto per stare in allenamento bombardano le città - aggiunse
un altro.
- Sbarcheranno a Genova, professore?
- Anche se sbarcassero a Genova, - rispose il professore - o in un
altro porto, non è detto che la guerra finirà. Bisogna vedere cosa ne
pensano i tedeschi.
- Se i tedeschi faranno storie, - disse Stalino - ci penserà l'esercito.
Allora sì, anche se la mia licenza non fosse scaduta, a sparare mi
metto in prima fila. E vorrei vedere i tedeschi con gli americani e gli
italiani addosso.
- L'importante è domandarsi se sapremo difenderci dai tedeschi disse il professore.
- Anche coi coltelli - fu pronto Stalino.
Altri erano entrati e avevano preso posto ai tavolini. Quelli attorno al
professore cominciarono a diradarsi per occupare gli ultimi posti liberi.
Il professore poteva di nuovo guardare fuori sotto i portici, mentre Stalino parlava della ritirata, coi tedeschi che rubavano la benzina ai camion
italiani.
Toni da un po' se ne stava sotto il portico, a una decina di metri dal
caffè, girando lentamente attorno ai pilastri, e non si decideva. «Tanto
questo dente bisogna che me lo faccia cavare» e affrettò il passo per dare
un'occhiata all'interno del caffè come se passasse di lì per caso. A un
paio di metri rallentò, sperando che fosse il professore a invitarlo, così
non avrebbero detto che lui voleva innalzarsi di grado, adesso che il fascio
non comandava più. Il professore aveva fissi gli occhi sul riquadro
dei graticci e, non appena intravide la sagoma di Toni, si alzò, fece un
passo verso la porta e: - Venga, Toni, prendiamo il caffè assieme.
«Era quello l'amico che aspettava» borbottò fra sé il padrone che aveva
l'occhio attento a ogni cliente senza parere. «Proprio Toni, che non ricordo
mai d'averlo visto qui. E io che mi aspettavo almeno uno di città».
Toni ebbe un'attimo d'incertezza. La roncola gli sbattè sulla natica;
si sentì il sangue salire al volto.
- Veramente... - disse, e non seppe aggiungere altro.
- Prenda una sedia dal portico, Toni.
I reduci fecero posto a Toni. Il professore era andato al banco e aveva
comandato cinque caffè.
- Corretti?
- Corretti, e uno doppio - rispose il professore. - Per Toni soggiunse sorridendo.
Cominciò Stalino quando il professore si risedette, indicando Toni:
- Ce ne voleva di questa gente nel '22, e oggi non saremmo in guerra,
oppure combatteremmo dalla parte giusta.
Toni sorrideva un po' confuso. La radio dette il segnale dell'una e si
fece silenzio. Molti guardarono di sottecchi il professore, pronti ad alzarsi
s'egli sì fosse alzato. Ma il professore rimase seduto. Rimase seduto
perfino l'ex segretario del fascio che aveva ricominciato a frequentare
il caffè.
190
- I tedeschi avanzano col sedere - sogghignò Stalino al termine del
comunicato.
- Nel '15-18, - disse Toni - per conquistare un sasso bisognava
fare una montagna di morti. Adesso, invece, vanno a cento all'ora. La
guerra però è sempre un delitto. Quando ci sarà il socialismo...
- Be', guerre ce ne potranno ancora essere se uno attacca un Paese socialista,
- disse Stalino - come la Germania che ha attaccato la Russia.
- Io dico che non ci saranno più guerre col socialismo - insistette
Toni. - Chi vuoi che attacchi un Paese socialista che non fa del male
a nessuno? Un soldato, uno del popolo, se è comandato di sparare contro
un Paese socialista, dirà: perché debbo ammazzare della gente felice,
che non fa del male a nessuno? Piuttosto facciamo anche noi il socialismo,
dirà.
- E allora perché la Russia è stata attaccata? - ribattè Stalino.
- Quello è il Paese del vero socialismo.
- Mah, io non lo so - rispose Toni. - Io non me ne intendo molto,
ma so che col socialismo non ci possono essere più guerre, come
quando si semina frumento e non nascono ravizzoni.
- Voi, Toni, parlate così perché vi siete fermato al socialismo del '20 disse Stalino.
- Sarà - ammise dimessamente Toni che non voleva farsi vedere
troppo testardo dal professore, ma di parole ne aveva ancora in serbo
da far tacere quel giovanotto che voleva parlare di socialismo senza sapere
che cosa fosse bere l'olio di ricino per il socialismo.
Quelli degli altri tavolini, terminato il bollettino, erano rimasti in silenzio
per sentire quanto il professore avrebbe detto, ma, constatando
che ancora una volta Stalino faceva la parte del leone e temendo di dire
qualche sproposito da ignoranti di fronte al professore, fecero fìnta
d'avere una gran voglia di giocare a carte o urgenti affari da contrattare
coi commercianti all'ingrosso di pelli e di rottami.
Stalino parve soddisfatto dell'ammissione di Toni e si rivolse al professore:
- Io nel '22 portavo ancora sì e no la sottanina e quindi non
posso ricordarmi come sono andate le cose. Ma la Russia m'ha aperto
gli occhi, e mi sono chiesto: come ha fatto il fascio a diventare il padrone
d'Italia? A scuola ci hanno detto quello che hanno voluto e non me
ne posso fidare. A interrogare gli anziani, sembrano quasi tutti dei muti
e alzano le spalle. Lei, professore, mi può dare una risposta?
Toni approvò con la testa e aggiunse: - Io al perché non avevo mai
pensato. Io non ho mai voluto il fascio, né prima né dopo, e m'hanno
fatto bere l'olio di ricino. L'ho dovuto bere, non c'era niente da fare,
altrimenti andava peggio. Perché? Giusto, perché? Noi vecchi non abbiamo
avuto il tempo di domandarcelo. Ci è saltato addosso all'improvviso
e non c'è stato nulla da fare. Adesso i giovani sono più esigenti,
vogliono sapere.
- Ci voleva la Russia, però... - soggiunse Stalino, quasi a scusare
Toni davanti al professore.
- La domanda è molto complessa anche se appare tanto elementare 191
disse il professore con un accento che subito gli ricordò la cattedra. Cercò
allora un tono più familiare e si rivolse a Toni: - Quante erano le squadre
fasciste che venivano al paese per spaventare la gente?
- Ce n'era una che girava su un camion per tutti i paesi del circondario.
Dicevano che era pagata dai padroni - rispose Toni. - Una sola,
a ben pensarci, perché erano sempre le solite facce.
- E in tutti i paesi del circondario non si sarebbero trovati degli uomini
che, messi insieme, avrebbero fatto scappare quella squadra togliendole
la voglia di andare ancora in giro a commettere soprusi e violenze?
- continuò il professore.
- Se fossimo stati uniti... - Toni s'interruppe un momento, pensoso.
- Se fossimo stati uniti, quelli, con licenza parlando, se la facevano
nei calzoni. A me certamente non avrebbero dato da bere l'olio di
ricino. È vero, eravamo disuniti, e i fascisti ci prendevano a uno a uno.
Così finirono col comandare su tutti.
- E tutti batterono le mani - disse Stalino.
- Io non le ho mai battute - saltò su vivacemente Toni.
- Non dico di voi, e nemmeno del professore - si scusò Stalino.
- Certo - riprese il professore. - Ma siamo un po' tutti colpevoli,
anche noi che non abbiamo picchiato le mani. Intendo riferirmi particolarmente
a persone come me, che si opposero al fascismo ma come a
una faccenda personale, quasi privata... che riguardava solo secondariamente
il popolo... Ecco la seconda ragione del trionfo del fascismo...
A quelle parole Toni e i reduci guardarono meravigliati il professore,
che era come se si confessasse davanti a loro. Non avevano mai udito
una persona istruita ammettere spontaneamente, davanti a gente senza
istruzione, d'avere sbagliato, né l'avrebbero, fino a quel momento, ritenuto
possibile.
- Se non ci fosse stata la guerra, se gli stessi fascisti non avessero votato
la sfiducia a Mussolini il 25 luglio, noi non saremmo qui oggi a
fare di questi discorsi - continuò il professore.
- Già, - ammise Stalino - la caduta del fascismo ce l'hanno regalata
loro.
- Ma anche la gente era stufa, e lo si è visto col falò che abbiamo
fatto in piazza - disse Toni cui sembrava ingiusto non dare un po' di
merito della caduta del fascismo anche a chi aveva resistito per vent'anni
e aveva bevuto l'olio di ricino.
- Certo, anche il popolo ha avuto la sua parte - ammise convinto
il professore. - Riconoscere gli errori del passato non significa addossarcene tutta la colpa. Probabilmente abbiamo ancora del tempo davanti
per meritarci completamente la caduta del fascismo.
- Ma il fascismo ormai non c'è più, - disse deciso Toni - oppure
pensa che... - e guardò il professore con occhi interrogativi.
- Tutto è possibile. Ci sono molti modi perché il fascismo ritorni.
I tedeschi non hanno ancora detto nulla, e quando stanno zitti...
- L'ho sempre detto, sono i tedeschi... - incalzò Stalino.
- Dobbiamo evitare gli errori del passato, - aggiunse subito il professore
192
- stare uniti e non fare una resistenza solo personale perché
siamo tutti interessati allo stesso modo -. Aveva ripreso il tono professorale
dell'inizio, un tono che piaceva a Toni perché gli metteva nel
sangue fiducia e sicurezza.
- Io per me ci sto - disse di slancio Toni.
- Tedeschi o non tedeschi, il fascismo non deve più rinascere disse forte Stalino. - Il giorno in cui noi reduci della Russia ci troveremo
ancora insieme con un fucile in mano...
Quando il professore aveva cominciato a parlare, alcuni s'erano subito
portati con la sedia attorno al suo tavolino; altri li avevano seguiti.
- Bisogna che finisca questa guerra... - disse uno. - E anche i
bombardamenti - soggiunse un altro. - Se il fascismo riprende, sarà
peggio della guerra; Non ci si può ammazzare fra italiani...; C'è il re,
e finché c'è il re...; Il re sa quello che fa. - Anche il re ci ha mandati
in Russia - borbottò un reduce, ma senza alzare troppo la voce. - Lo
dica a Roma, professore, che la guerra deve finire - e molti s'immaginarono
che il professore avesse la possibilità di farsi ascoltare a Roma.
Il professore guardò l'orologio.
- Quasi le due. A Roma stanno cominciando il pranzo e poi faranno
la siesta - disse. - Bisogna che vada anch'io.
Si alzò, anche Toni e i reduci si alzarono. Andò al banco, pagò i cinque
caffè corretti, salutò per nome Toni, gli altri con un largo gesto
della mano e uscì nella controluce del portico.
- Adesso, Toni, beviamo un calice - disse Stalino. - Pago io.
Quattro calici.
- Non ho tempo, debbo andare alla Campanella - ma Stalino gli
aveva afferrato la roncola e lo tirava verso il basso.
- Non andrete via finché non abbiamo bevuto insieme. E un'occasione
unica vedervi al caffè. E poi voglio sentirvi raccontare la faccenda
della bottiglia... voi m'intendete.
Il padrone portò i quattro calici di bianco.
- Il professore ha delle belle parole, ma ciascuno guarda ai propri
interessi - disse.
- A questo modo può ritornare il fascismo - lo rimbeccò Stalino.
- Fascismo o no, purché si beva e si paghi - rispose il padrone, e
pensava di far ridere. Ma nessuno del tavolino rise.
- Vedete, Toni, - disse Stalino - il professore doveva mettere anche
questa ragione nella sua risposta: con gente simile può capitare di
tutto.
Toni non aveva capito bene, ma volle dire ugualmente la sua:
- Non badarci, parlano perché hanno la bocca; è gente ignorante anche
se ha i soldi.
Toni si fermò fino alle tre. Gli avevano offerto un altro calice e si sentiva
su di giri. Alzandosi si aggiustò la roncola.
- Tenetela buona, - gli disse Stalino - non si sa mai.
- Questa taglia anche il rovere - rise Toni, e se ne andò in direzione
della Campanella fischiettando Avanti popolo.
193
Toni non si fece più vedere al caffè. A dissuaderlo s'era messa di buona
lena la Cecina: - Diventi vecchio e matto. Ma non capisci che la
gente ti ride dietro? Perché va a vangare dal professore si crede Garibaldi,
dice.
- Sono cose che inventi tu perché hai paura che prenda anche il vizio
del caffè. Ma sta' tranquilla: quell'acqua sporca per farmela bere bisogna
che ci mettano dentro un bicchierino di grappa, e io la grappa la
preferisco schietta.
Toni si lasciò persuadere facilmente perché si era già persuaso da solo
che non era posto per lui il caffè; e centomila volte l'osteria, col vino
nero nella scodella e il palmo della mano per pulirsi la bocca.
Il professore, invece, continuò a frequentarlo quasi ogni giorno,
all'ora del bollettino, e la gente disse: - C'è voluto il confino perché
capisse che doveva godersela un poco. Che vita era starsene rinchiuso
in casa tutto il santo giorno come in gabbia?
Toni di questo era contento. Non diceva niente a nessuno, nemmeno
alla Cecina, ma di dentro se ne attribuiva il merito: «Se non fosse stato
per me, a quest'ora il professore faceva ancora l'eremita».
UN CASO DI COSCIENZA.
Il matrimonio era stato fissato per il 4 settembre, di sabato. La campagna,
prima della raccolta del granoturco, dava sempre un po' di respiro,
quasi un incoraggiamento per l'ultima corsa dell'anno, fra giornate
che potevano essere splendide ma anche precocemente annunciatrici
delle piogge autunnali. Erano giorni buoni per sposarsi, se non ci fosse
stata quella guerra che sembrava non finire più, con la Sicilia in mano
agli americani, e i tedeschi che si muovevano da padroni.
- Se vuoi, possiamo aspettare che si chiariscano le cose - aveva detto
Piero a Maria. - Tu sposi un soldato, e non si sa mai quello che
può succedere.
- Io sposo te, non un soldato - gli aveva risposto Maria. - Questi
calcoli vanno bene quando c'è di mezzo un contratto. Ma il nostro matrimonio
non è un contratto, vero?
- Non è un contratto - e l'aveva stretta a sé.
Ai genitori Maria disse: - Penseremo dopo a mettere su casa, quando
la guerra sarà finita. Per il pranzo, una cosa molto semplice, senza
invitati. Anche Piero la pensa così.
- Ma che dirà la gente? - obiettò il signor Gaspare. - È già fuori
dell'ordinario sposarsi in questi tempi, e poi non vuoi nemmeno che si
faccia un po' di festa. La gente penserà chissà che cosa, che volete fare
le cose quasi di nascosto...
- La gente capisce che siamo in tempo di guerra - intervenne la
madre di Maria - e non è il caso di fare le cose in grande.
- Se siete contente voi donne, non posso oppormi.
Com'era usanza, il matrimonio doveva celebrarsi nel paese della sposa,
dove da più di vent'anni era parroco don Giuseppe, che sembrava
194
costruito con doti e difetti quasi fossero il negativo del ritratto dell'arciprete,
suo amico e condiscepolo, e che soffriva, difficile a credersi in
un uomo tutto d'un pezzo, dal vocabolario ridotto ma veritiero sulla
bocca come nel cuore, per non essere considerato, se non proprio alla
pari del suo vicario foraneo almeno con una certa somiglianzà, un cultore
delle buone lettere. - Gli è che io non cito dal pulpito Manzoni
e Dante, ma io il Manzoni, sicuro, il Manzoni, lo leggo tutti gli anni,
dalla prima parola all'ultima; e le cantiche della Divina al mattino,
quando ho la mente più fresca - diceva ai confratelli più intimi del
vicariato. - Certo, non nego che è un uomo che sa, e vorrei vedere
che non sapesse dopo tanti anni d'insegnamento, e poi, bisogna ammetterlo,
ha gusto e stile; ma vivaddio, non l'ha mantenuto lui il Manzoni
quando il grande durava l'eroica fatica di trascrivere quella historia... sì, sì, questa è una citazione, la ricordavi anche tu, vero? - diceva
al confratello più giovane che annuiva per non fare la figura d'ignorante.
- E poi, perché averlo sempre sulla bocca? Se volessi, anch'io nelle
prediche un angolino lo troverei per introdurre il nostro buono, ottimo
Manzoni, e sempre a proposito. Ma con la mia gente, altro che la
sventurata rispose ci vuole. Bisogna cantargliele alla papale, ore rotundo, sicuro, ore rotundo, e se una fa la mala femmina meglio ispirarsi a
Natan che all'immortale creatore dell'historia -. Cosicché le prediche
don Giuseppe non si preoccupava di risciacquarle nell'Arno, bastandogli
l'acqua un poco ferruginosa del suo pozzo e quella, non sempre corrente,
dei fossi.
La gente rideva a certe espressioni nelle prediche, ma dava ragione a
don Giuseppe perché, insomma, non ci si bada troppo, ma è vero, soprattutto
per i bambini; e se una donna in bicicletta doveva passare dalle
parti della chiesa, si toglieva il fazzoletto dalla testa e se lo metteva
sulle ginocchia. - Non è molto elegante - riconosceva don Giuseppe
confidando la sua pastorale a qualche confratello - ma la vita eterna
vale, vivaddio, anche qualche eleganza in meno.
La gente gli voleva bene perché non c'era ammalato che non fosse da
lui visitato tutti i giorni e non ricevesse, dalle tasche sformate della sottana,
qualche uovo fresco sottratto di nascosto dal pollaio della canonica,
prima del passaggio serale della sorella. - Voi avete una scienza di prete,
e per questo è arciprete, ma noi abbiamo uno che si disfa per gli ammalati
- dicevano le donne delle cascine ai venditori ambulanti quelle volte
che il discorso le portava sui preti. E i venditori ambulanti annuivano,
perché a dar ragione alle donne si guadagna sempre negli affari.
Il giorno di san Rocco, Maria si recò da don Giuseppe per parlare del
matrimonio.
- Non deve tardare molto, è in visita agli ammalati - disse la sorella.
- Vieni intanto a sederti, che la casa è fresca, l'unica cosa che ha
di buono. Io ti do ancora del tu, anche se sei dottora, ma mi pare ieri
che portavi la sottanina e le treccine. Ti lascio qui perché mi sta bollendo
l'acqua per la polenta.
Maria si sedette su una poltroncina di vimini, nell'ampio atrio che divideva
195
la cucina dall'archivio e dallo studio. D'inverno i muri dovevano
essere molto umidi a giudicare dalle larghe chiazze di sfioritura. Ma
faceva fresco. I muri vecchi delle canoniche sono misericordiosi; custodiscono
il freddo dell'inverno per cambiarlo in fresco d'estate. Sulla parete
due stampe in una compatta cornice nera avevano fissato per sempre,
nel freddo dell'inverno e nel fresco dell'estate, la grossa pietra che
stava per sfracellare la testa di Abele, e il coltello d'Abramo pronto a
penetrare nelle carni del giovinetto Isacco, se non ci fosse stato quel
braccio che usciva dall'angolo in alto a sinistra a impedirglielo.
Riapparve la sorella di don Giuseppe con in mano il bastone per mescolare
la polenta, né pesante né leggero, né flessibile né rigido, né lucido
né opaco, un miracolo di bellezza che solo la farina di granoturco
sa partorire nei gemiti d'una lunga cottura.
- Ho già buttato dentro la farina, e adesso le lascio prendere un po'
di bollitura. Che bella ragazza ti sei fatta, Maria. Fortunato quell'uomo
che ti prende.
Maria arrossì: - Anch'io sono fortunata.
- Io non lo conosco, ma ne ho sentito dire un gran bene. Peccato
che con la chiesa... - Si fermò di botto. - Ma non conta nemmeno
andare in chiesa quando si è buoni per natura. Uno nasce buono, e non
c'è niente da fare; la chiesa non gli da né gli toglie nulla. Come mio
fratello, anche se non faceva il prete. Quello era già destinato a essere
buono. Se non ci fossi io a mettergli via qualcosa, non si salverebbe
nemmeno la camicia... Non te ne sei avuta a male, vero? In queste cose
parlo sempre a sproposito. Io non mi sono sposata per stare con mio
fratello, e non mi pento; ma se mi fossi sposata, o era lui o nessun altro,
e lui non metteva mai piede in chiesa. Aveva trent'anni quando morì
sul Carso. Ma io sono sicura che è in paradiso... La polenta mi bolle,
vado a rimestarla.
Maria guardò fuori nel cortiletto: due grossi ciliegi che deliziavano le
bocche di tutti i ragazzi del paese, col gusto del frutto colto furtivamente
nell'incipiente buio delle serate di maggio, un piccolo porticato col
fienile e il pollaio già chiuso, e in fondo la porta di legno a due battenti
sovrastata da una campanella a salutare ogni entrata e ogni uscita.
Dall'altra parte dell'atrio, una porta a vetri, protetta da un'altra esterna
di legno, dava sull'orto e lasciava scorgere, fra un'anta e l'altra, il manico
d'un badile infisso nella terra con sopra, a sghimbescio, un cappellaccio
di paglia spruzzato di verderame.
- Ecco, arriva - disse dalla cucina la sorella. Sbatacchiava in quel
momento la campanella. Don Giuseppe avanzava a passi svelti, un po'
dondolando, con le braccia che penzolavano quasi ne fossero costrette
dal peso delle grosse mani.
- Ma guarda la Maria - esclamò prima ancora d'entrare nell'atrio.
- So già la buona novella: questo matrimonio s'ha da fare.
Le aperse l'uscio dello studio e la fece passare.
- Siedi qui che è più fresco - e le indicò una poltrona di cuoio sotto
la finestra che dava sull'orto. - Anch'io a leggere mi metto lì, e anche
196
per la siesta.
Fece alcuni passi sull'impiantito mostrando la sua contentezza col
fregarsi energicamente le mani, poi si sedette dietro la scrivania, alta
quasi un altar maggiore con tutti quei cassetti, colonnine e ripiani che
la paludavano.
- Ma guarda la Maria. Ancora ieri con le treccine, e adesso... Be', è
giusto, è la cosa più semplice, senza complicazioni; crescete e moltiplicatevi,
come dice la bibbia. E tu sei cresciuta e ti moltiplicherai da buona
cristiana, secondo la legge di Dio... Io ti ho già detto tutto. In queste
cose non c'è molto da dire, anche perché sono certo che sarai una
buona sposa come sei stata una brava figliola.
Maria guardò quel vecchio prete con occhi di tenerezza. - Ero venuta
appunto per darle la notizia - disse - ma non si arriva mai in
tempo. Le voci corrono più del vento.
- Almeno queste portano buone nuove, e fossero anche più veloci.
E adesso che ci siamo, mettiamo a posto il codex. Dunque, il quattro,
vero? Per le pubblicazioni ci vogliono... ma non importa, siamo in
tempo di guerra e anche il codex chiude un occhio. E l'arciprete, il latinista,
il manzoniano, - e strizzò l'occhio - è al corrente, vero?
- Sì - rispose Maria con un sorriso d'intesa su quel manzoniano.
- Piero, si chiama Piero (- Lo so, lo so -), gliene ha già parlato.
- Per me, allora, tutto è in regola. Dunque, sabato quattro. Un matrimonio
di prima, non per la tariffa, sai bene. Per te slegherei tutte le
campane, anche senza un centesimo, ti meriti questo e altro.
- Ma... - disse timidamente Maria.
- Ma, niente ma. La gente sa che se faccio suonare tutte le campane
non è per i soldi.
- Non intendevo questo - si fece forte Maria. - Io pensavo a una
cerimonia semplice, e anche Piero è del parere, volevo dire che lo desidera,
un po' presto, senza solennità... No, no, non è per qualcosa di
cui mi debba vergognare...
Don Giuseppe, alle parole di Maria, senza accorgersene, senza volere,
era leggermente impallidito; e Maria vi aveva fatto caso. Per questo ella
aveva aggiunto subito che la ragione era un'altra, non era quella che
normalmente voleva una messa bassa. Don Giuseppe, senza accorgersene,
senza volere, aveva tirato un respiro di sollievo che poi cercò di
confondere con un colpo di tosse, lui che nessuno aveva mai udito tossire,
sano come un corno, diceva la gente.
- E allora, perché non vuoi... corampopulo, a testa alta? Hai qualcosa
che ti turba? Puoi parlare liberamente al tuo vecchio parroco. E
vediamo insieme se è una ragione valida.
- Se non fosse per me e i suoi genitori, - disse in fretta Maria Piero non si sposerebbe in chiesa. Non so come faccia a esserne convinto,
ma dice di non credere... E per onestà, per rispetto agli uomini
e a Dio, se esiste, dice, non vorrebbe compiere un gesto che non sente...
Ci siamo messi d'accordo per una cosa semplice, la più semplice
possibile... perché lei capisce, per Piero e anche per me...
197
Don Giuseppe prese fra le mani la baionetta che gli serviva da tagliacarte,
ricordo dell'ultima guerra, sergente di fanteria a farsi mangiare
dai pidocchi nelle trincee. Chinò la testa, ma non gli riusciva di connettere.
Un caso simile non gli era mai capitato. Che fosse lui, il parroco,
a sostenere la brutta parte di dire: figlioli, mi rincresce, ma niente
solennità, questa è la legge, transeat, rientrava nei suoi doveri di parroco,
che non sono sempre benedicite e gloriapatri. Ma che proprio
loro, gli sposi, e gente brava e stimata per giunta, gente che si distingue
nel paese, chiedessero una cosa simile, come se avessero messo il carro
davanti ai buoi, questa poi... Povera figliola, chissà come ci soffre.
Una ragazza è fatta per quel giorno e se lo sogna, e se lo costruisce: abito
bianco, fiori, organo, campane, e la gente che le batte le mani, e la
chiesa che è la prima a farle festa perché l'amore è comandato e dichiarato
santo. Gli uomini, si sa, ci tengono meno, ma accontentano la
sposa, almeno quel giorno, senza discutere. E adesso, salta fuori la faccenda
d'essere onesti. E Maria che sembra dello stesso parere. Ma dove
sono andati a pescare una finezza simile? Perché si tratta d'una finezza.
Per il fatto che si sposa in chiesa, lui riconosce il valore del sacramento,
almeno agli effetti civili; e fra cristiani, volere o no, il matrimonio è un
sacramento. Il codex parla chiaro. La solennità è un accidens;
se fa passare la sostanza, non vedo perché debba impuntarsi sugli accidenti.
Questa è buona filosofia. E poi io debbo tenere conto di quello
che potrebbe dire la gente. Non posso fare scandali. E ciò, per un eccesso
di onestà, è uno scandalo bello e buono. La gente è grossolana.
Se faccio una cosa liscia liscia, la gente non va troppo per il sottile, e
scoppia lo scandalo. Io scandali non ne voglio.
Gli sembrò un'eternità quel tempo ch'era rimasto con la testa china
e con la baionetta che rigirava fra le mani. Ma i pensieri gli si accavallavano
nella mente così velocemente che Maria aveva avuto solo il tempo
di chiedersi perché don Giuseppe avesse chinato la testa e giocasse
con la baionetta. Don Giuseppe concluse il suo ragionamento ad alta
voce: - Vedi, Maria, io apprezzo i vostri scrupoli, ma la gente qui, e
non solo qui, nevvero?, ne rimarrebbe scandalizzata. Si può scandalizzare
per volere essere onesti più di quanto si richiede?
- Ma quale scandalo, signor parroco? Noi vogliamo sposarci in
chiesa, e Piero è onesto anche in questa decisione - disse arrossendo
Maria.
- Certo, certo... non è per l'onestà che si da scandalo... Ma l'onestà
deve essere capita. E la gente si ferma alle cose come appaiono. Che cosa
appare? Che io voglio fare le cose alla svelta, come nel caso ultimo
della figlia di... mi hai capito.
Stette un poco in silenzio, perché non era contento delle sue parole, assennate
si, ma che non appagavano il cuore. Giocherellò con la baionetta.
- L'arciprete... (e cacciò in gola il manzoniano), dunque, è al corrente
della vostra decisione, intendo della cerimonia alla breve...
- Oh sì, Piero gliene ha parlato.
- E non sai la sua risposta, il suo parere?
198
- Mi sembra che non abbia sollevato difficoltà... e poi ci sposiamo
da lei, don Giuseppe.
- Capisco... Non che ce ne sia bisogno, nevvero, perché lui per il
codex c'ehtra poco in questa faccenda, ma, insomma... Domani prendo
la bicicletta e faccio una scappata da lui -. Riprese il suo fare allegro:
- E adesso sta' su di animo. Non devi essere triste perché ti ho
parlato in questo modo. Tu mi conosci, ho la testa dura e certe cose
faccio fatica a comprenderle. Ma quando le capisco, sono come i tedeschi:
muro o non muro vado avanti. Tutto andrà a posto, vedrai. L'importante
è che vi vogliate bene, sì, sì, è questo che importa, nevvero?
Ma guarda la Maria. Chi l'avrebbe detto! Noi vecchi a volte siamo così
imbambolati da pensare che il tempo si fermi con noi.
Giunse la voce della sorella dalla cucina: - Metto un piatto in più?
La polenta la rovescio adesso sul tagliere.
- Vedi i vecchi? Mi ero perfino dimenticato di invitarti a mangiare
con noi un boccone. Ti fermi?
- Mia madre m'aspetta...
- Giusto, hai ancora poche cene con lei... Allora ci rivedremo presto.
La guardò finché la campanella ebbe una leggera scossa, ed entrò lentamente
in cucina scrollando la testa, ma sorridendo.
La mattina dopo, ritornando in canonica dopo la messa, don Giuseppe
gridò alla sorella che stava preparando il pentolino d'orzo tostato:
- Prendo la bicicletta e vado dall'arciprete.
- Non puoi aspettare un attimo? L'acqua si sta scaldando.
- Mangio un pezzo di pan biscotto lungo la strada, e il caffè lo prendo
dall'arciprete. In queste cose non c'è che dire, è sempre compito.
Tirò fuori dal corridoio la bicicletta, afferrò il lembo posteriore della
sottana, lo fece passare dalla scucitura della tasca sinistra tirandolo a
forma di cocca, appese al fanale oscurato il cappello da viaggio, tutto
bitorzoli, attraversò il cortiletto in quella strana foggia coi calzoni a tubo
che gli spuntavano a metà polpaccio, dette un colpo più forte del
solito al portello, ed era già in bicicletta quando la sorella lo richiamò
forte: - Hai dimenticato il pan biscotto.
- Quando torno, quando torno - brontolò don Giuseppe, un po'
stizzito con se stesso per quella decisione d'andare dall'arciprete quando
sarebbe stato capace di risolvere la cosa da solo, anzi l'aveva già risolta
fin dalla sera mentre s'indugiava sulla polenta e la sorella gli diceva:
Ma che hai? Non ti senti bene?
Ora pedalava a testa bassa, cercando d'evitare le buche e le carreggiate
profonde sulla stradetta tutta svolte, polvere e ombra.
«E dunque? Che male c'è ad andare dal vescovo e dirgli: Eccellenza,
le cose stanno così, ci sono delle coscienze a questo mondo così fine che
i casus theologiae moralis non contemplano, e bisogna rispettarle, vivaddio, bisogna, perché nostro Signore... Be', non c'è troppo da insistere
sull'esempio di nostro Signore, perché il vescovo se ne potrebbe avere
a male, come se lui non sapesse... Ma mi dica, eccellenza, il rispetto
199
delle coscienze la deve fare a pugni con un po' di solennità, soprattutto
in un giorno simile?... E qui posso insistere, perché in queste faccende
io, per il mio stesso ufficio, ho più esperienza di lui... Dunque, eccellenza,
un povero parroco mettere insieme le due cose non ci riesce, e
sono tutte e due, badi bene, necessarie. Qui ci vuole un celebrante che
anche in un matrimonio tirato via alla breve, in quanto non ha bisogno
di campane perché è già lui stesso una solennità, ecce sacerdos magnus...
No, così non va, è troppo retorico. Gli dico, già mi conosce da tempo
che vado per sentieri di campo e non la prendo lunga: Eccellenza, li
sposi lei nella sua cappella privata, se lo meritano, il codex è più che a
posto, parochus vel ordinarius... e io sono contentissimo. La gente?
Vuole che sia scandalizzata perché a sposarli è il vescovo, eccellenza?
Ne sarà orgogliosa giacché questi cari giovani... tutti gli vogliono bene,
glielo garantisco, eccellenza, e lui ha rischiato la vita in Grecia, il
congelamento, per salvare dei feriti; e c'è tanto di medaglia... che non
sono poi così teneri a concederla a chi non ammazza. Insomma, eccellenza,
è una buona soluzione, non troppo di qua né troppo di là, e non
si fa torto a nessuno».
Don Giuseppe, curvo sul manubrio e sui suoi pensieri, non s'avvide
nemmeno che stava attraversando il canale d'irrigazione che segnava il
confine tra i due paesi.
«A potere dire al vescovo, ex abrupto: anche l'arciprete è di questo parere
e la prega di acconsentire, allora prima di rispondere di no ci pensa
due volte perché l'arciprete in curia ci va poco ma vi gode considerazione,
forse proprio perché ci va poco, ah, ah, tutto pondus et mensura,
il manzoniano, l'oraziano, il virgiliano, il dantista... Però bisogna riconoscerlo,
è un prete che non fa storie, non ha mai fatto la vittima con
tutto quel modernismo che gli attaccavano addosso; che, se avessero
potuto, nemmeno questo paese d'ambulanti imbroglioni gli davano. E
io lo posso dire che lo conosco da quando ci misero la sottanina e lui,
senza superbia, solo con un po' di sussiego, ma è il suo carattere, fu
considerato da tutti noi il primo della classe. Ma adesso non deve farmi
nessuna citazione, deve dirmi solo: Don Giuseppe, la tua idea è ottima,
oppure non vale uno zolfanello senza capocchia. E perché non dovrebbe
dirmi che è ottima? Lui è amico di Piero ma Maria è una mia figliola,
e c'è di mezzo il cuore. Il cuore non sbaglia. Certo, potrebbe citarmi:
e che ne sa il cuore? Ma questa è una citazione a sproposito e lui non
la farà anche se gli verrà sulla punta della lingua. Lui capirà: siamo tutti
e due vecchi e non gli può rincrescere che un vecchio si faccia prendere
ancora dal cuore».
- Oh, don Giuseppe, qual buon vento? Sempre giovane, eh esclamò Carmela aprendogli l'uscio della canonica.
- La bicicletta la lascio fuori, tanto nemmeno a un vostro ambulante
può fare gola questo ferro vecchio - ridacchiò don Giuseppe.
- L'arciprete è in casa?
- E in salottino per la colazione. Preparo subito un'altra tazzina.
L'arciprete accolse don Giuseppe con un oh! di gioiosa sorpresa e con
200
occhi che ridevano dietro le lenti cerchiate d'oro. Quando ridevano, gli
occhi dell'arciprete impastavano il loro normale colore azzurro con un
po' di bianco perlaceo.
- T'invidio, don Giuseppe, perché fra le molte cose che sai... no,
lasciami dire, non ho da cattivarmi nessuna benevolenza, tu mi vuoi
già bene, e da tanto tempo... coltivi anche la scienza della bicicletta.
- Vuoi che te la insegni? Qualche lezione qui nel cortile, e in un mese
mi batti anche in questo.
I due amici sorrisero e cominciarono a parlare dei loro tempi, quando
andare in bicicletta per un prete, chissà per quale ragione, modernismo?
(e risero di gusto), era proibito. Fu come stappare una bottiglia
di vino voglioso di mostrare la sua giovane forza in tutta quella schiuma
che fa, e quando sembra acquietarsi è solo per un inganno innocente,
e riprende il suo gioco con rinnovata allegrezza.
Carmela bussò: - Metto nella pentola un po' d'acqua in più, don
Giuseppe?
- Ma a che ora cominciate qui a fare la minestra? - rise contento
don Giuseppe. Poi guardò l'orologio. - Vivaddio, sono già le dieci. E
io non ti ho ancora detto, don Angelo, perché sono qui. No, Carmela,
grazie. Vorrei sentire mia sorella se non arrivo puntuale - e ridacchiò.
- Senti, don Angelo, è per quel matrimonio. Quel matrimonio s'ha
da fare, ma non clandestino.
L'arciprete sorrise. Pressappoco quelle parole gli erano nate nel cuore
quando Piero, il giorno dell'Assunta, gli aveva manifestato la decisione
sua e di Maria; avrebbe voluto controbattere con qualche ragione perché
gli faceva male quella semiclandestinità, ma non aveva trovato nulla.
Aveva da ultimo accettato la decisione come se fosse l'unica possibile,
perché la coscienza in pace è la vera solennità, e infelice chi non
la può vedere. Ma se don Giuseppe gliene parlava, ciò significava che
un'altra soluzione era possibile, e nel pieno rispetto di tutti, perché don
Giuseppe non era un uomo di sotterfugi, o di piccoli baratti di coscienze
per mettere a posto la sua; aveva il dono di aggiustare le cose, come
se la soluzione trovata da lui fosse quella più naturale e più semplice,
da farti dire: come mai non ci sono arrivato io? E assennata anche, che,
a scavarci un poco sotto, rivelava una bontà di cuore, meglio, una gentilezza
d'animo da risultare, a non conoscerlo intus et in cute, quasi casuale
in quel prete tagliato giù così, alla buona, come tutti dicevano,
sbagliandosi naturalmente. L'arciprete dal sorriso era passato a un volto
pensoso: - Di questo guaio sento d'essere responsabile anch'io, te
lo posso dire come in confessione, caro don Giuseppe. Se fossi stato
più attento, più sveglio nei miei doveri di parroco, forse Piero... Ma
come è possibile dire di non credere, quando questo caro ragazzo ha
quasi pudore di pensare a se stesso se non pensa, nello stesso tempo,
agli altri? Non è già, questa, vita cristiana?
Don Giuseppe scrollò la testa: - Capisco quello che vuoi dire, don
Angelo... Tu parli di Piero, e io ti potrei fare altri nomi che mi stanno
a cuore... A volte è bastato uno scapaccione dato a un ragazzo tra il
201
chiaroscuro, sai per quelle ciliegie... e non l'ho più visto in chiesa...
Adesso non li do più gli scapaccioni - e si guardò le pesanti mani ma bisogna diventare vecchi per capire che un ragazzo, dopo le funzioni
del mese di maggio, ha un po' diritto a spartire col suo prete il gusto
delle primizie. A volte è bastato ancora meno, una parola in predica,
sai, detta nella foga... Però Dio è capace di aggiustare i cocci delle bottiglie
che noi rompiamo, nevvero?
- Hai sempre parole di saggezza, don Giuseppe, e ti ringrazio.
- Ma se qualche coccio lo possiamo aggiustare noi e lasciare che Dio
si riposi un po'...
- Dimmi, don Giuseppe, che cosa hai pensato per quei cari figlioli e l'arciprete era ritornato sereno.
- Veramente... così... un'idea un po' stravagante, che ieri sera mi
sembrava più semplice. Ma tanto, inter nos... - e gliela espose, concludendo:
- Pensi, don Angelo, che il vescovo mi rida in faccia?
- Se è un uomo di cuore, e lo è da tanti segni, soprattutto adesso
che è anche lui vecchio, ti dovrebbe ringraziare per dargli il modo di
riconoscere, col suo gesto, il primato d'una coscienza retta su ogni altra
considerazione. Ho l'impressione che, qualche volta, i vescovi si comportino
in modi non sempre, come dire?... incoraggianti per la fede
perché noi preti abbiamo timore di dare loro la possibilità di agire diversamente.
Insomma, io penso che ne sarebbe contento.
- E se non lo fosse, come non detto, gli dico... E allora ce li metterò
io tutti i miei sentimenti per quel matrimonio, all'altare della Madonna,
vivaddio, e coi paramenti di pasqua, loro non sanno, ma per un
prete questa è solennità - e si fregò le mani contento.
- Va' tranquillo, don Giuseppe. Se ritieni opportuno, assicuralo che
il vicario foraneo, a conoscenza della situazione, approva pienamente
la tua proposta e la giudica intelligente e gentile. Ma non ce ne sarà bisogno.
Il vescovo capirà subito.
- Intelligente e gentile - ripetè sottovoce don Giuseppe. - Ne ho
più che a sufficienza per prendere domani la bicicletta, riempirmi le tasche
di pan biscotto e passare indenne, come i tre fanciulli nella fornace,1
fra quei saraceni di curiali... Sempre soldi vogliono, e un tanto per
anima. Dovessero almeno risparmiare le anime degli innocenti, ma no,
quando si tratta di pagare sono già anime peccatrici fin dal primo giorno
di vita - e rise di gusto.
S'era alzato, aveva salutato Carmela, aveva già compiuto la rituale trasformazione
della sottana, s'era già messo a cavalcioni della bicicletta,
aveva già dato i primi colpi di pedale e ripeteva ancora: - Intelligente
e gentile, ne ho più che a sufficienza, il matrimonio s'ha da fare, s'ha da
fare... - sotto gli occhi ridenti dell'arciprete ritto nel vano della porta.
Alla fine di agosto, la stanza degli sposi era già pronta. Bastò una semplice
ripulita alla stanza dei nonni, come la chiamavano ancora, perché Benedetta,
quando faceva i mestieri di sopra, l'aveva sempre considerata di persone
vive. Erano stati rifatti i materassi che, gonfi e soffici, avevano reso ancora
202
più alto il grande letto già imbottito per suo conto d'elastici e di crine. Il
pavimento di mattoni era stato ripassato con vernice rossa, un'idea del padre.
- Dato che ci siamo, la potremmo dare anche alla nostra stanza aveva detto Benedetta, e il suo uomo aveva acconsentito. - Sposini pure
voi - aveva commentato la Cecina, con un sorriso d'approvazione.
Piero, alla notizia che il vescovo li avrebbe volentieri uniti in matrimonio
nella sua cappella privata, non aveva mostrato particolare interesse.
Si limitò a dire all'arciprete: - Niente latinorum? - Tutta roba
da galantuomini - aveva risposto l'arciprete.
La Cecina, da una settimana, sembrava che il matrimonio l'avesse lei
in casa. Consigliava, approvava, faceva qualche riserva, perché era giusto,
quel matrimonio la riguardava, Piero l'aveva visto nascere e crescere,
gli aveva pulito il sedere chissà quante volte, l'aveva portato a passeggio
per i campi; ma poi non s'impuntava su qualche sua idea, e ciò
che Benedetta disponeva era ben fatto.
Il 30 agosto, un lunedì, Toni, sul tardi, fermò Giuliano che se ne stava
ritornando a casa con carretto e asino: - Ho bisogno d'un po' di farina,
- Ma se te ne ho appena portati dieci chili.
- Ti dico che ne ho bisogno. Quante storie fai, adesso che servi anche
il professore... Insomma, quando passi dalla mia strada?
- Dunque, vediamo.
Giuliano si prese il mento con la mano, chinò la testa e cominciò a
borbottare cifre e giorni. Quando gli chiedevano qualche servizio in
cui ci fosse di mezzo il suo asino, aveva il debole di parere occupatissimo,
col lavoro al di sopra dei capelli. La gente allora gli diceva: - Giuliano,
hai bisogno d'un ragioniere!
- Dunque, vediamo, domani è il giorno della Campanella; passerò
al mattino, alla solita ora.
- Prima fermati da me e dammi una voce. Andremo alla Campanella
assieme.
- Meglio dopo.
- T'ho detto prima - tagliò corto Toni.
E alla solita ora, quando molta gente era ancora a letto e si regolava,
per alzarsi, sul gemito delle ruote del carretto che entrava dalle imposte
socchiuse per annunciare: sono già le sei, Giuliano si fermò all'uscio
dove Toni l'attendeva.
- Entra nel cortile.
- Portamelo qui. A entrare in quel budello mi fai perdere del tempo.
- Entra nel cortile, ti dico.
Giuliano imprecò, perché con Toni doveva sempre cedere. La Cecina
si trovava nel cortiletto.
- Come fai a sopportare un uomo simile? - le chiese Giuliano.
- Non dirmelo. Sono cinquant'anni.
- Tutto lie ? Giuliano indicò un sacchetto di grano, - saranno
sì e no dieci chili.
- Prima quella - disse Toni.
Giuliano sogghignò: - Vuoi farina di tarli?
203
- Tarli non ne ha, è più sana di te.
Era una massiccia cassapanca di rovere, con sulla facciata due putti
sollevanti una ghirlanda di fiori, con gli spigoli tutti lavorati a grandi
volute; la sostenevano quattro zampe unghiate.
- Ce la facciamo noi due?
- Se tu resisti, io per me... Io porto ancora sacchi da un quintale.
- Èrcole redivivo - Toni era diventato allegro.
- Tieni la cavezza - disse Giuliano alla Cecina. - E sta' attenta
che l'asino non rinculi.
- Tienlo forte - rise Toni - perché non si sollevi in alto.
Ansimando, i due vecchi alzarono la cassapanca.
- C'è dentro anche chi l'ha fatta - riuscì a dire Giuliano.
- Come nei tuoi sacchi d'un quintale - ansimò Toni.
L'appoggiarono per metà sullo spigolo del ripiano, poi la spinsero
lentamente in avanti finché il peso fu distribuito uniformemente su
tutto il carretto.
- E adesso facciamo colazione - disse Toni. - Per tirarla giù ci
penseranno loro, che sono giovani.
- Ma dove la portiamo?
- Non l'hai ancora capito? Alla Campanella. Piero si sposa e quella
è il mio regalo.
- Senti, senti, il suo regalo - intervenne la Cecina mentre preparava
polenta e salame. - Io la porto in dote, che era della mia povera
nonna, a nominarla da viva, e poi è il suo regalo.
- Dico così per dire. Piero sa che è il regalo di tutti e due. E tu sai
che non l'ho mai voluta vendere anche quando non avevamo un centesimo
in casa - rispose Toni, con tono quasi umile.
- Per essere bella, è bella - disse Giuliano. - I putti sembrano vivi.
E poi vale solamente perché è vecchia. Sembra perfino più vecchia
del mio asino - e bevve un sorso.
- Per essere vecchia è vecchissima - disse la Cecina. - Io l'ho sempre
vista nella stanza da letto di mia nonna, ed era già vecchia a ricordarmi
come se fosse ieri. Quando mi sposai era piena di lenzuola di lino,
ma adesso non ne abbiamo più bisogno, le lenzuola se ne sono andate.
- Non per vantarmi, ma è un regalo che Piero non metterà mai in
soffitta, anche quando sarà in città a fare il medico, perché gli piacciono
le cose vecchie. E poi è rovere. Nemmeno i denti dei tarli sono buoni
a bucarla - aggiunse Toni.
Giuliano mangiava di gusto. Su una fetta di polenta aveva messo una
biada di salame che, al contatto col calore, nei punti del grasso era diventato
lucido, quasi trasparente; vi aveva appoggiato sopra un'altra
fetta di polenta dalla quale strappava delicatamente piccoli bocconi,
indugiando sul pezzetto di salame prima di portarseli alla bocca, quasi
fosse stato un intingolo.
- Ma è proprio vero che li sposa il vescovo?
- Vero come nostro Signore - rispose la Cecina.
- E un vescovo intelligente - disse Toni.
204
La Cecina lo fulminò con uno sguardo ma non potè dire niente perché,
insomma, quel riconoscimento del suo Toni era sempre un complimento
fatto alla chiesa. - Un santo vescovo - volle però aggiungere,
dato che intelligente le sembrava, sì, bello, ma anche un po' poco.
- La condotta della cassapanca è già pagata con questa colazione da
redisse Giuliano sull'ultimo boccone.
- Questo lo lasci al professore per i conigli - disse Toni mettendo
sul carretto il granoturco. - Non farlo macinare troppo fine.
- E li cura lui i conigli? - chiese Giuliano.
- I conigli glieli curo io, siamo in società - rispose Toni.
Alla Campanella non sapevano nulla della cassapanca. Era stata
un'idea della Cecina: - Il matrimonio s'avvicina e non abbiamo ancora
pensato al regalo per Piero - aveva detto a Toni. - Non vorrai
che pensi io anche a questo! Sono cose da donne - le aveva risposto.
La Cecina si dette a pensare, un occhio alla Campanella per quanto
poteva far comodo, e un altro ai suoi piccoli risparmi. Ma non le riusciva
di combinare nulla, sempre le solite tazzine o i soliti bicchieri.
Volle palpare in bocca a Benedetta: - Me ne avrei proprio a male fu la sua risposta. - Con quello che avete già fatto per noi, che tu hai
fatto per Piero, privarti dei tuoi risparmi ci peserebbe sulla coscienza
come un peccato mortale. - Insomma, ho già visto, bisogna che mi
arrangi da sola - concluse la Cecina.
I suoi risparmi li aveva ben stretti in un fazzoletto che teneva nascosto
in una matassa di lino, ricordo di quando aveva smesso di filare. La cifra
l'aveva stampata nella memoria, ma volle ancora controllare. E sempre
una soddisfazione far passare tra le mani i soldi di metallo, non quelli di
carta che non pesano niente. Soldi di carta ne aveva via per ortocentocinquanta lire, in biglietti da cento e da cinquanta, ma quelli non erano i
suoi risparmi, era un imbroglio del governo. La carta è sempre carta, ma
l'argento è sempre argento, cambino tutti i governi di questo mondo.
- E se dopo i tuoi soldi non circolano più? - le aveva detto Toni.
- L'argento circola sempre. Gli dai un colpetto, e si mette a rotolare che
non finisce più. Prova invece coi soldi di carta... - Roba tua, arrangiati.
Certo, era roba sua, centesimo su centesimo, chilometri di filo di lino
al lume della lucerna a petrolio, ma con la fiamma abbassata per risparmiare;
mezzo uovo sodo a cena per poterne vendere qualcuno in più,
e i pulcini, e i bachi da spaccarsi la schiena e rovinarsi il cuore con quella
paura della malattia sempre addosso finché li vedeva tessere sui sostegni
di paglia, fra un graticcio e l'altro, il loro filo d'oro. Lei sapeva
che cosa voleva dire risparmiare un centesimo di quelli di rame che
adesso non circolavano più; e non circolavano più nemmeno la lira e
le due lire d'argento, e le cinque lire, quelle grosse, perché quelle piccole,
gli aquilini, erano ancora buoni, ma non se ne vedevano più in
giro: e il governo li aveva avvertiti dato che ci aveva messo sopra
un'aquila pronta sempre a prendere il volo. Le era perfino capitato di
palpare e ripalpare un pezzo d'argento da venti lire, una patacca che
non entrava nemmeno nella bocca della rana di terra che faceva da salvadanaio.
205
Aveva detto a Toni: - Dammi questa soddisfazione, non
farmeli scambiare, me li voglio tenere tutti attaccati perché è la prima
volta che li palpo, e una seconda non so se capiterà -. E Toni: - Se
tutte le soddisfazioni fossero queste... ma col socialismo ce ne saranno
di migliori quando non ci sarà più bisogno di soldi; tu hai bisogno di
tanto, supponiamo un chilo di pane al giorno e un chilo di carne alla
settimana, e senza tante storie te li danno. - Per il momento - aveva
sospirato la Cecina pensando che una buona stagione di bachi non si
ripeteva tanto facilmente - mi accontento di questa ruota di carro, e
ce ne fossero. - Non capisci niente - aveva brontolato Toni.
E ora le venti lire erano nel fazzoletto, perché anche col socialismo
l'argento fa gola.
Aperse il coperchio della cassapanca, trasse dalla matassa di lino il fazzoletto,
lo pose sul canterano, ne disfece amorevolmente il nodo e cominciò
a contare le sue trecentoventicinque lire d'argento, di rame e di
nichel. - Credi che se continui a contarli ti si raddoppino? - le gridava
Toni dalla cucina quando l'aveva vista salire e, dalla camera da letto,
non udiva nessun rumore. A volte Toni indovinava; altre no, perché
in quel momento la Cecina stava inginocchiata davanti al quadro
della Madonna di Pompei a dire il rosario.
«Potrei andare dall'orefice perché li fonda e me ne faccia una collana
per Maria, tanto per Piero vale anche un regalo a Maria... Ma perché
quest'idea non m'è venuta in mente prima? Adesso non faccio più a
tempo... e poi gli orefici sono tutti imbroglioni. E dare a Piero le monete
d'argento? Ma che se ne fa... mica le può mettere in quadro».
Sospirò. Anche quella mattina non aveva deciso nulla, un bell'affare
dovere scegliere un regalo per sposi. Risistemò le monete nel fazzoletto,
rifece il nodo e si voltò verso la cassapanca. Il coperchio era rimasto alzato
e una lama di sole penetrante dalle imposte socchiuse colpiva tutto
per il lungo un putto. La Cecina non l'aveva mai visto così bello, s'inginocchiò
per contemplarlo e gli recitò davanti un gloria perché era pur
sempre un angioletto. Si scosse da quell'incanto e andò alla finestra a
chiamare Toni che stava rammendando la rete nel cortile.
- Vieni su, voglio sentire il tuo parere.
Toni sbuffò: - Quante volte hai voluto sentire il mio parere e hai
fatto sempre di testa tua? Non ho voglia di fare le scale.
- Non posso dirtelo dalla finestra, - insistette la Cecina - vieni
su, è importante.
- Insistente come gli zingari sei - brontolò Toni, ma lasciò la rete
sullo sgabello di legno e salì in camera da letto.
- Non ti dico come, ma m'è venuta un'idea per il regalo a Piero quasi bisbigliò la Cecina con fare misterioso, mentre gli occhi le brillavano
dalla contentezza.
- E c'era bisogno di farmi salire? - sospirò Toni, ma senza convinzione
perché da giorni il regalo gli era un chiodo fisso nella mente. La
Cecina cominciò a prenderla alla lunga: - La mia povera nonna, requiem
all'anima sua...
206
Toni tagliò corto: - Alla tua età non ci si ricorda più dei nonni. Vieni
giù piatta.
- Come se lui fosse un giovanotto... Te lo stavo appunto dicendo,
ma mi sembrava fare un torto alla mia povera nonna se non la nominavo
prima, perché questa cassapanca era sua... Di anni ne ha visti...
Toni aveva subito capito dove la sua donna sarebbe andata a parare. La
Cecina non era stupida quando voleva, ma nemmeno lui era uno stupido.
- Ho capito, - disse con quel tono di voce che usava quando una
cosa gli piaceva ma non voleva darlo a capire - non c'è bisogno di tanti
discorsi.
- Dici che bisognerà portarla dal falegname per farla tirare a lucido? chiese timidamente la Cecina perché non era del tutto certa che Toni, capendo,
approvasse.
- Il falegname te la rovina - rispose subito Toni. - Non sai che
la roba vecchia perde il suo valore se la fai diventare nuova?
La Cecina non lo sapeva, e nemmeno lui, fino a qualche giorno prima.
Ma se ne stette zitto, per non sciupare l'effetto che aveva prodotto sulla
sua donna. La Cecina avrebbe poi riferito tutto alla Campanella, ne era
certo, perché la sua donna, quando si trattava di vantarlo, con lui era una
serratura a doppia mandata, ma con gli altri, soprattutto con Benedetta,
era un cavagno che si vuole riempire d'acqua. Aveva imparato dal professore
che la roba vecchia guai a volerla fare apparire nuova. Sarebbe come
un'anziana signora, una matrona di quelle nobili, che dovesse vestirsi da
giovinetta. Così aveva risposto il professore quando Toni si era offerto a
portare dal falegname, per un po' di stucco e una mano di vernicetta, quel
Cristo in croce, tutto screpolato, che penzolava dalla parete dello studio e
faceva quasi compassione, ridotto com'era dall'antichità e dai tarli.
- Fai sul serio? - le chiese dubbiosa la Cecina.
- Se io dico una cosa... - ma s'interruppe per evitare che la Cecina
volesse sapere dove aveva imparato quelle novità.
- Ma almeno questo piede che balla bisognerebbe farlo aggiustare.
Toni si chinò per esaminare il piede: - Una cosa da niente, lo faccio
io domani.
- Una buona lavata con uno straccio bagnato di liscivia, questo si
può fare, vero?
Il professore non aveva parlato di liscivia.
- La liscivia può imbiancare il legno - andò a colpo sicuro Toni.
- Mi accontenterò, allora, di tirar via tutta la polvere col pennello.
O debbo lasciarla per farla sembrare più vecchia?
Quel quattro settembre, Toni e la Cecina erano già alla Campanella
a portone ancora chiuso, per essere sicuri che a nessuno saltasse in
mente di entrare nella stalla, nemmeno per condurre fuori il cavallo.
Prima che i due barrocci, uno preso in prestito, partissero, la Cecina
volle baciare Piero. Si pulì la bocca col grembiule e gli scoccò due baci da
imprimergli il segno. - Questo è per la tua nonna, e questo è per me.
Fu Piero a scuotere Toni che sembrava un po' imbambolato a quella
207
scena: - E tu, Toni, un bacio non me lo dai?
- Cose da donne... - brontolò. E con una certa stizza s'accorse che
non gli sarebbero uscite altre parole se non quelle già dette dalla Cecina.
Benedetta aveva le lacrime agli occhi.
- Cominci presto - le disse il suo uomo. - Non piangerai anche
davanti al vescovo...
- Sarò così in soggezione che mi si seccherà perfino la lingua - rispose
Benedetta riprendendosi. Poi si rivolse alla Cecina: - In casa è
tutto pronto per la colazione.
Toni e la Cecina stettero sul portone finché i barrocci svoltarono sulla
strada principale.
- Sono proprio contenta - disse la Cecina mentre ritornavano
sull'aia. - Maria sarà una buona sposa, fatta apposta per Piero.
- Piero se la merita.
- Non mi sembra vero. Me lo vedo ancora davanti quando aveva i
calzoncini corti e veniva da noi a mangiare le tagliatelle con la zucca.
Come passa il tempo!
- Siamo vecchi ormai, ma un po' di forza ce l'ho ancora, e anche
l'appetito - disse Toni che non voleva lasciarsi prendere dai ricordi.
Entrarono in casa. Il fuoco era acceso per far scaldare la polenta già
allineata a fette sul tagliere.
- Che gente, stanno via tutta la mattina e si sono dimenticati di fare
colazione - disse Toni.
- Quando si è ignoranti e si vuol parlare, più che spropositi non si
dicono - saltò su vivacemente la Cecina.
- Vuoi litigare anche oggi? Dove sono gli spropositi? Tu, piuttosto,
guarda di non far bruciare la polenta.
- Quando si fa la comunione bisogna essere a digiuno dalla mezzanotte.
Ma già, tu queste cose come le puoi sapere...
- Io se non faccio la comunione è perché la mia testa mi dice di
comportarmi così. Perché non hai fatto nessuna storia di comunioni
quando m'hai sposato?
- Ecco, e poi sono io che ho voglia di litigare. Ti ho detto forse che
mi sono pentita d'averti sposato?
Toni tacque. Andò al fuoco e afferrò dal treppiedi due fette di polenta.
- Tu non mangi? - disse alla sua donna.
- M'hai fatto passare la fame -. Ma anche la Cecina mangiò.
Toni se ne ritornò nella stalla. Aveva fretta. Da giorni ci pensava.
Avrebbe steso delle corde da bucato sotto il portone e all'ingresso
dell'aia, e fatto penzolare ghirlande d'edera in segno di festa. La Cecina, intanto, era andata di sopra a ordinare le camere tra una contemplazione
e l'altra della cassapanca.
- Vado nei campi - le gridò Toni dall'aia spingendo un carrettino
a mano quando ebbe finito nella stalla.
- Che ci vai a fare? - chiese la Cecina affacciandosi alla finestra.
Ma Toni non rispose. - Che carattere... - brontolò. Accarezzò la
cassapanca che Piero aveva tanto ammirato, si segnò e disse un pater
208
davanti al crocifisso d'avorio sul comò, dono del professore per gli sposi,
scese e richiamò le galline nel pollaio per poter ripulire l'aia. Ritornò
Toni col carrettino pieno d'edera.
- Che vuoi fare?
- Dammi una mano piuttosto.
- Debbo scopare l'aia.
- C'è tempo. Prendimi la corda del bucato.
- Padron comanda e cavallo trotta - brontolò la Cecina, ma in
cuor suo era contenta perché quell'idea dell'edera l'aveva capita subito
e le andava a genio. Cominciarono dal portone.
- Saranno già al palazzo del vescovo - disse la Cecina mentre teneva
la scala con un piede, e con una mano passava l'edera a Toni.
- Quello vicino al duomo?
- Già, quanti palazzi vuoi che abbia il vescovo? Il palazzo d'un vescovo
è sempre vicino al duomo, come il prete ha la casa vicino alla chiesa.
- Bella fatica ad andare in chiesa se ce l'hanno addosso - rise Toni.
- Tu non ci andresti nemmeno se dormissi dove tirano le campane.
Toni non raccolse la provocazione, col chiodo sempre pronto in bocca.
Ma la Cecina voleva parlare.
- Saranno già sposati?
- Adesso basta un sì, ma tu me ne hai fatti dire due - scherzò Toni.
- Io volevo essere a posto anche con la chiesa.
- E io non mi sono opposto.
Finirono col portone e ritornarono sull'aia.
- Si può seguire con la corda il giro della biancheria. Basta innalzare
la corda con le forcelle - disse Toni.
- Se metti le forcelle, come faranno a entrare? Una ruota ci prende
dentro e cade tutto.
- Forse hai ragione - ammise Toni tra i denti. - Meglio, allora,
inchiodare l'edera sui muri.
- Una volta tanto ho anch'io ragione - disse compiaciuta la Cecina.
- Quando uno ce l'ha, io non mi sono mai tirato indietro.
- Sì, proprio... taccio per non litigare.
- Che donna... - e Toni si mise a fischiettare. - Per sopportarti
ce ne volevano tre di sì.
- Non parlo più - disse sostenuta la Cecina.
- Acquisti indulgenza plenaria se ci riesci - rise Toni.
Non ci riuscì: - Chissà se il vescovo farà il discorso.
- Figurati se un vescovo non fa discorsi. E il suo mestiere, come dire
a un cane di prendere su un osso...
- Quando uno è ignorante e vuol parlare... Chi ti ha detto che il
mestiere del vescovo è fare discorsi? I tuoi sapientoni dell'osteria?
Ma Toni non se la prese perché era contento al pensiero che il vescovo
facesse il discorso solo per Piero.
- Discorso o non discorso, Piero se lo merita.
Giunsero sull'aia dal campanile i tocchi delle ore.
- Sono già le dieci - disse la Cecina. - Hanno ormai finito e stanno
209
per uscire di chiesa. Quando c'è un vescovo, la funzione non dura
mai meno di un'ora.
- Perché, ne hai visti tanti di matrimoni col vescovo? - sogghignò
Toni.
- Che c'entra, un vescovo è sempre un vescovo, e con lui le cose alla
corsa non si fanno mai... Me li vedo davanti. Benedetta ha gli occhi
rossi e il fazzoletto in mano - . Stette come una statua, col braccio a
mezz'aria e il ramo d'edera che penzolava.
- Svegliati, dammi l'edera che passa il tempo - gridò Toni.
La Cecina sorrise e passò l'edera. - Me li vedo davanti... Piero è
confuso, vorrebbe dire qualcosa ma non ci riesce, guarda Maria e Maria
lo guaranà, senza dire nulla -. Rimase ancora come incantata.
- Adesso ti metti a fare anche l'indovina - gridò Toni dalla scala.
- Passami l'edera.
- Lascia che almeno mi goda gli ultimi minuti, visto che non ci sono
potuta andare...
- Hanno fatto bene a non invitare nessuno, e poi l'hai detto tu che
è stato il vescovo...
- Si, è stato il vescovo, ma io potevo passare per la nonna di Piero,
e il vescovo non se lo poteva sognare che ero la Cecina.
Toni rise forte che quasi cadeva dalla scala: - Brava la mia vecchia,
con tutto quel tuo andare in chiesa saresti stata capace di imbrogliare
un vescovo... Me lo terrò a mente.
- Che c'entra? Lo facevo per Piero, non per me. Questi non sono
imbrogli, sono... - ma non le venne la parola, e si stizzì con Toni che
continuava a perdere del tempo con l'edera mentre c'era da scopare
l'aia e da cambiarsi l'abito per accogliere gli sposi novelli.
- Stanno qui due minuti e mi fai vestire della festa? - brontolò Toni.
- Stessero qui anche un minuto, l'abito della festa è come se anche
noi andassimo a pranzo. Non dico, hanno fatto bene a non invitare
nessuno... ma almeno l'abito della festa... Tu di queste cose non capisci
proprio niente.
- Io capisco solo che Benedetta è una gran donna. Non ci ha potuto
invitare, ma ha preparato per noi gli stessi piatti che mangeranno loro
dal signor Gaspare... E questo vale tutti gli abiti della festa.
Non litigarono più e attesero, discorrendo, il ritorno degli sposi. Benedetta
aveva sempre avuto, anche al solo nominarla, il miracoloso potere
di mettere d'accordo i due vecchi sposi.
Quel giorno il signor Gaspare aveva dato festa ai suoi salariati, e comandato
all'oste una damigiana di vino bianco per le torte che avrebbero
mangiato assieme agli sposi sotto il pergolato.
- Se non possiamo fare il pranzo con tutta la parentela e gli amici,
che godano almeno loro - aveva detto.
Alla notizia che li avrebbe sposati il vescovo, Rondine fischiò con tutto
il fiato, tanto da diventare rosso, e poi, roteando gli occhi, disse:
- Proprio il vescovo? Cose che si fanno solo coi principi.
Nemmeno la Cecina, se lo avesse udito, benché si trattasse di chiesa e
210
solo chi ci andava aveva il diritto di parlarne, avrebbe avuto di che ridire.
L'ESTATE SE NE VA.
In paese non sapevano che prezzo fare alla notizia trasmessa dalla radio
alle 19,45. La novità era partita dal caffè e aveva infilato, come una
freccia, le strade e i vicoli del paese dove, sulle porte delle case, sostavano
le donne a prendersi un po' d'aria settembrina dopo la cena o a
mangiare gli ultimi bocconi di polenta.
- Adesso torneranno i nostri soldati - dicevano le donne, ma senza
alzare troppo la voce perché capivano che non era come il 26 luglio.
- Fortunato Piero che è già a casa; Lui doveva sapere qualcosa se si è
voluto sposare in questi giorni; Non per criticare, ma lui è su di grado,
e fra loro si passano le notizie che i soldati non possono sapere - e a
parlare erano quelle donne che l'avevano visto, poco prima, ritornare
con Maria dal viaggio di nozze. - Fortunati sono anche i reduci, scadeva
proprio in questo mese la loro licenza; Ma è questione di giorni,
torneranno tutti. Intanto gli americani non ci bombarderanno più;
Bombarderanno i tedeschi, e sarà come prima, o peggio.
La notizia dell'armistizio arrivò anche alla Campanella, prima che Benedetta
portasse in tavola la torta, perché il padre aveva approfittato di
quei minuti d'intervallo per accendere la radio e ascoltare il comunicato.
Si faceva festa quella sera alla Campanella, una specie di secondo pranzo
di nozze per il ritorno di Piero e Maria dal loro viaggio a Venezia, pochi
giorni, quel tanto, aveva detto Benedetta, per capire che dovevano vivere
insieme e decidere da soli, fuori degli occhi dei genitori. Oltre al signor
Gaspare e alla moglie, c'erano Toni e la Cecina con quel vestito che avrebbero
messo se il 4 settembre non fosse stata una cerimonia senza invitati.
- Speriamo che ci sia qualche notizia buona. Ogni giorno si aspetta
quello che mai arriva - disse il signor Gaspare.
- Speriamo - disse il padre. Girò la manopola, la luce illuminò il
quadrante della radio e una voce si fece sentire, abituata a dare ordini.
- Ma costui è Badoglio - esclamò Piero. Si alzò, preso da una subitanea
agitazione, e si pose di fianco alla radio sulla credenza. Badoglio
stava leggendo il proclama dell'armistizio: cessazione delle ostilità
contro gli angloamericani, le forze armate avrebbero reagito a eventuali
attacchi di qualsiasi altra provenienza.
- La guerra è finita! - gridò Toni.
- Aspetta a dirlo - fece la Cecina. - E Piero che lo deve dire, io
non ci ho capito niente, lui se ne intende.
Piero era ritornato a sedere, rimaneva silenzioso, tutti lo guardavano.
- Ancora Badoglio - ruppe il silenzio il padre. - Perché non ha
parlato il re?
- Certe parti il re le lascia ai suoi generali - commentò il signor
Gaspare.
- Il re non sa fare discorsi - ridacchiò Toni.
- Non sei contento, Piero? - chiese la madre andandogli vicino.
211
Piero scosse la testa: - Potremmo avere la guerra in casa. Ecco perché
oggi non abbiamo visto soldati sui treni. Forse erano stati sospesi i
permessi e le licenze. Ma di tedeschi ne abbiamo visti dappertutto.
- Per fortuna che sei in licenza fino al tredici, - disse la Cecina così starai fuori da questi pasticci.
- Non posso aspettare fino al tredici... L'ospedale deve chiudere in
questi giorni, se non è già stato chiuso.
- Una ragione di più per finire la licenza, se i medici non sono più
necessari - disse il signor Gaspare. - Tu sei a posto, hai le carte in
regola.
- Ma domani può ancora riempirsi di feriti, bisogna che mi presenti.
- Adesso? - chiese ansiosa la madre.
- Vediamo domani, mamma.
- Ho un'idea, Piero - disse il signor Gaspare. - Domani do festa
a Spartaco, e lui in bicicletta va in città dalle parti dell'ospedale militare
per vedere cosa succede. Rondine per te si butta nel fuoco.
- Questo è un parlare! Lui è un'anguilla, e non ci sono tedeschi né
badogli che lo possano prendere - approvò la Cecina.
- Sembra anche a me una proposta sensata - disse il padre. - Ti
mandassero a chiamare, allora è un altro discorso; fanno un fonogramma
al maresciallo e ti dicono quello che devi fare, tanto sanno dove trovarti.
- Verità sacrosanta - disse la Cecina.
- Potrei andarci io invece di Rondine - saltò su Toni. - Io non
sarò un'anguilla ma ho più esperienza, e se mi fermano, con i miei calzoni
e la roncola, mi lasciano subito andare per non avere un'altra bocca
da sfamare. Tu Franco mi potresti imprestare la tua bicicletta perché
la mia è dura da spingere.
- Sentite, il giovanotto. La sua bicicletta è dura - fece il verso la Cecina. E poi severamente: - E le tue gambe come sono? Senza dire che
con la bicicletta di Franco, vestito e vecchio come sei, pensano subito che
l'hai rubata e ti mettono in prigione. Ci va Rondine, invece. L'esperienza!
Lui sì che ai suoi tempi, adesso no (e si rivolse a Maria), la faceva al
maresciallo e a tutti i carabinieri di questo mondo quando e come voleva.
- È più semplice che vada io - disse Franco. - In un paio d'ore
vado e torno.
- Ti prenderebbero per un soldato che scappa - intervenne il signor
Gaspare. - Non vanno a pensare che tu hai l'esonero. L'unico è
Rondine, un uomo lesto e fidato.
- Sicuro, è un uomo lesto e fidato - fece eco la Cecina.
- Potrei andare assieme a Spartaco - disse Piero. - Lui mi precede
e io, se la situazione è calma, parlo direttamente col maggiore. Che ne
pensi, Maria?
- Ci sarà ancora il maggiore? Credo sia più prudente seguire il consiglio
di mio padre. Spartaco non corre nessun pericolo, mentre tu... non riuscì a finire la frase e tentò di coprire con un sorriso il suo turbamento.
Ma soggiunse subito: - Però se ritieni tuo dovere...
Piero rimase un momento in silenzio e poi, rivolgendosi alla madre:
212
- E la torta, mamma? Non hai fatto la torta per il nostro ritorno?
- Che sbadata, è vero, c'è la torta -. Andò in salotto.
- Sì, è meglio che domani non mi muova, ma da qualche commissione
a Spartaco - disse Piero rivolto al signor Gaspare -... l'acquisto
d'un badile, della semente...
- Se è per questo, gli metto a disposizione anche un carro coi buoi
- rispose ridendo il signor Gaspare.
- Così va bene, Piero, - fece appena in tempo a dire Toni - la guerra
è finita, vedrai - che la Cecina lo rimbrottò: - Adesso lascia stare la
guerra che Piero deve mangiare la torta in santa pace, e anche Maria.
Questi badogli non rispettano nemmeno i primi giorni di matrimonio.
Ma anche mangiando la torta parlarono dell'armistizio e di quello
che poteva succedere. Solo Toni s'ostinava a dire che la guerra era finita
perché nel '18 era capitato così, e che, se il caso era diverso, in fondo i
tedeschi le avevano prese allora e le avrebbero prese anche adesso perché
la gente non li poteva vedere, come nel ' 18 e anche prima, alla battaglia
di Solferino e di San Martino. La Cecina aveva un bel daffare a
infilzargli gomitate perché aveva sempre paura che il suo uomo facesse
brutte figure davanti a forestieri come il signor Gaspare, e a dirgli che
lui non se ne intendeva; ma il bianco frizzante, tenuto in fresco nell'acqua
di pozzo, entrato in combutta col nero dei ravioli e dell'arrosto,
impediva a Toni di dare ascolto alla sua vecchia.
- Chissà che cosa ne pensa il professore. Quasi quasi vado a sentire disse Toni a un tratto per far capire al signor Gaspare che, se anche non
aveva soldi ed era socialista, poteva vantarsi di amicizie che non si comperano.
- E vacci - lo rimbeccò la Cecina. - Tra il buio e il vino, cadresti
nel primo fosso.
- Rimandiamo a domani, Toni - disse Franco. - Ci andremo assieme
a Piero, con la scusa che è ritornato dal viaggio di nozze.
- Sì, ci andiamo domani - acconsentì Toni. - Però, sarebbe bello
fare stasera un altro falò in piazza...
- Mettiti tu sul falò - scoppiò la Cecina - che nemmeno il fuoco
ti vorrebbe.
Maria sorrideva.
- Andiamo? - disse il signor Gaspare alla sua donna. - Fra poco
sarà buio.
- Stiamo qui ancora un po' - gli rispose.
Suonò la campanella del rosario. - Stasera ci vado anch'io - dissero
diverse donne, essendo quell'argomento dell'armistizio una questione
sulla quale non avevano parole.
- Stasera c'è la benedizione perché è la nascita della Madonna; Già, è
vero, Badoglio m'ha fatto dimenticare anche la Madonna. Che tempi,
invece di pregare di più ci stiamo dimenticando del Signore; Però l'arciprete
poteva suonare le campane della benedizione e non la campanella
del rosario, come se fosse un giorno qualsiasi. Sarebbe andata più gente.
Ma l'arciprete, appena saputa la notizia alla radio, s'era recato dal
213
campanaro: - Solo la campanella del rosario, e non le tre campane.
- Non c'è la benedizione? - C'è, ma molti non sanno che è la festa
della Madonna. Potrebbero pensare che si suonino le campane perché
è finita la guerra, e la guerra non è affatto finita. Chi si ricorda che è la
festa della Madonna verrà in chiesa lo stesso.
Il caffè era in agitazione. Stalino teneva banco: - Io li conosco i tedeschi,
se non gli si mostra subito lo schioppo sulla faccia ce ne faranno
passare di tutti i colori.
Gli altri due reduci annuirono.
- Questo lo sa anche il re. Non hai sentito quello che ha detto Badoglio?
- disse un avventore.
- Non ha parlato di tedeschi - rispose brusco Stalino.
- Chi deve capire ha capito.
- E chi non vuol capire? Doveva dirlo chiaro e tondo: sparare sui
tedeschi se fanno un passo.
- Fai presto a parlare, tu. Loro hanno i carri armati, e noi che gli
diamo? Le baionette?
- I russi con una bottiglietta di benzina fermavano bestioni di carri
armati - s'ostinò Stalino.
- Non abbiamo nemmeno le bottigliette di benzina - ridacchiò
uno.
- Ci vorrebbe qui il professore - disse un altro. - Almeno sapremmo
esattamente come stanno le cose.
- Anche lui sa quello che sappiamo noi, altrimenti oggi ce ne avrebbe
parlato.
- Può darsi che dovesse mantenere il segreto.
Non si fermarono per la partita. Avevano fretta di chiudersi in casa.
La guardia, sentita la notizia, disse alla moglie: - Finalmente i traditori
hanno gettato la maschera. Adesso tocca a noi. Solo di noi i tedeschi
si possono fidare, e vinceremo.
- Come fai a vincere se abbiamo già perso?
- I traditori hanno perso, non noi. Dammi la rivoltella!
- Ti da di volta il cervello? Che vuoi fare?
- Sta' tranquilla, voglio solo ingrassarla. Verrà buona fra qualche
giorno, quando potrò indossare di nuovo la divisa.
- Non immischiartene più, non essere così testardo. Ti è andata bene
una volta, non rischiare una seconda...
- Basta una di queste per tenere a freno un paese - e mostrò la rivoltella
alla moglie.
- Non capisco come te l'abbiano lasciata - disse la donna.
Dopo la benedizione e serrata la chiesa, l'arciprete sostò sul sagrato.
Non avendo visto Benedetta, pensò che gli sposi fossero tornati. «Che
Piero non faccia lo sproposito di andare domani in città» disse fra sé.
«E Salvatore, avrà saputo la notizia? Che cosa sarà di lui?».
Di fronte alla piazza che progressivamente inghiottiva tutti i contorni
dei portici, sentiva anche il suo cuore immergersi nel mistero d'un buio
che pure doveva portare in se stesso una ragione, un filo di luce per non
214
essere costretti a disperare. Armistizio, pace, guerra, ogni respiro della
sua gente, di miliardi di uomini: un niente, un tutto nella storia;
ma che cosa potevano rappresentare per un Dio che già nel suo primo
uomo aveva scorto la propria immagine? Come vedeva se stesso Dio
prima di creare l'uomo? E ora?
Scese cautamente dai gradini del sagrato, si girò per andare con quel
suo peso alla porta della canonica quando una voce nota gli giunse alle
spalle: - Buonasera, signor arciprete. Immagino che la notizia...
- Oh, buona sera, maresciallo - rispose voltandosi l'arciprete.
- Entra?
- Grazie, ho fretta. Faccio un rapido giro in paese e poi ritorno in
caserma in attesa di ordini. Fino a qualche minuto fa, nessuna chiamata.
Le confesso che la situazione mi preoccupa.
- Una nave senza timone? - azzardò l'arciprete.
- E presto per affermarlo, ma i primi indizi non sono certo incoraggianti.
- Se dovesse sapere qualcosa... C'è il professore...
- Non dubiti, l'avvertirò a tempo. A meno che - soggiunse - anch'io
non sia sulla lista nera.
Salutò e riprese a pedalare. «Deve conoscere anche i sassi di queste
strade» pensò l'arciprete mentre chiudeva col catenaccio la porta della
canonica.
Rondine, seduto per terra contro lo stipite dell'uscio che dava
sull'aia, stava aspettando il signor Gaspare. Gli bastava vederlo per
capire se Piero e Maria stavano bene, e poi sarebbe andato a letto.
La notizia l'avevano portata alcuni contadini che erano andati in paese
a bere un bicchiere, approfittando del portone che sarebbe rimasto
aperto fino a tardi quella sera, dato che il padrone era fuori con
la carrozza.
Rondine rimuginava di dentro quello che i contadini avevano detto,
senza capire bene se bisognava essere contenti o aspettarsi di peggio. La
guerra è finita! avevano urlato i suoi compagni entrando di corsa in cascina.
Si vedeva che avevano bevuto un bicchiere di più, ma non da farli
sparlare a quel punto. E avevano aggiunto: Ma bisogna mettere a posto
i tognini, come nel '15-18. Allora la guerra non è finita, se ci sono
i tognini da mettere a posto. Rondine fece un gesto davanti agli occhi
come per scacciare quel pensiero. Da quando Piero era tornato dalla
Grecia, la guerra era lontana. Ascoltava ogni tanto il bollettino, discuteva
a volte coi compagni su quando sarebbe finita, ma perdere o vincere
non gli importava granché. Lui non avrebbe vinto né perso niente.
Se adesso dormiva all'asciutto e poteva mettersi via qualche soldo siccome
non aveva nessuno da mantenere, lo doveva a Maria e Piero, non
a Badoglio al re ai tedeschi o agli americani. Loro sono appena buoni
a fare ammazzare la gente. Ti ordinano: spara, e tu devi sparare senza
saperne la ragione e senza poter dire: sparate voi, io non ne ho voglia.
Anche adesso sarà così, perché la guerra è finita e non è finita, come era
capitato il 26 luglio che il popolo sembrava avere vinto e poi avevano
215
continuato la guerra. Che ci poteva fare lui?
Adesso lavorava, aveva dimenticato perfino come era fatta la prigione
e, se non faceva stupidate, non l'avrebbero mandato via. Sapeva un mestiere
e non si faceva rincrescere a lavorare. Aveva messo da parte qualche
soldo, sotto il materasso. Ma che avrebbe fatto dei soldi se non aveva
nessuno da mantenere? Se si fosse sposato quando era giovane... Eh,
sì, allora... Adesso, invece, chi avrebbe voluto un uomo di quarant'anni
battuti e ribattuti, che chiamavano Rondine per via della prigione?
Nemmeno una vedova l'avrebbe preso. Gli dicevano ogni tanto i suoi
compagni, quando tiravano assieme la falce ed erano in vena di ridere:
- Spartaco, quand'è che ti sposi? Se aspetti ancora un po' diventi san
Giuseppe -. A lui san Giuseppe non dispiaceva; in fondo anche san
Giuseppe, dicevano, aveva avuto poco dalla vita: più che lavorare e
scappare via con l'asino non aveva fatto. Ma, almeno, lui sapeva dove
andavano a finire i soldi che guadagnava col suo mestiere, e se anche
non era suo, dicono, Gesù gli voleva bene e lo chiamava papà. E poi
aveva una donna che gli curava la casa, gli parlava in confidenza e gli
voleva bene, anche se la faccenda del figlio era poco chiara. Ma i suoi
compagni, nominando san Giuseppe, intendevano ben altro, e non
avevano torto. Che ci fa un uomo senza una donna?
Gli venne da ridere al pensiero che una donna gli potesse voler bene,
una donna come Teresa, per esempio, la figlia del bergamino capo, che
era rimasta in casa con un figlio di dieci anni, e nessuno sapeva di chi
fosse. Facevano un nome, ma chi ci poteva giurare? E poi, a lui non interessava
sapere di chi fosse il figlio, perché, una volta venuto al mondo,
un uomo è un uomo non per suo padre ma perché è un uomo.
Quel ragazzo gli era affezionato, e lui, a primavera, gli aveva insegnato
tutti i nidi e gli aveva regalato un flautino di sambuco, uno dei tanti che
aveva confezionato per farsi la mano in vista di quello che avrebbe regalato
a Piero per le nozze. - Perché non sposi Teresa? - gli aveva detto
qualche tempo prima un suo compagno, ma senza ridere, che sembrava
naturale che potesse, lui, Rondine, sposare una donna più giovane e
nemmeno vedova. - Mi vuoi proprio prendere in giro - aveva risposto.
E l'altro: - Io? Ma io sto parlando sul serio. Prova a pensarci. Se è
perché ha un figlio, tutti possono sbagliare, ma io che l'ho conosciuta fin
da bambina ti posso assicurare che è stato uno sbandamento, e nessuno
può più dire un'unghia sul suo conto da quando le è nato il figlio.
Spartaco era rimasto a bocca aperta al solo pensiero che Teresa lo potesse
sposare, e non aveva voluto farci troppo caso: «È perché siamo
amici che mi ha parlato di Teresa, e mi vuol vedere sistemato». Ma
ogni tanto il pensiero gli ritornava alla mente, come quella sera mentre
attendeva il padrone per leggergli nella voce se Piero e Maria stavano
bene. Piero e Maria erano un'altra cosa che Spartaco e Teresa, Spartaco
detto Rondine, come avrebbero dovuto scrivere sulle pubblicazioni,
perché chi sapeva che si chiamava Spartaco? Gli venne ancora da ridere
al suono di quei due nomi che aveva pronunciato a fior di labbra, per
timore che anche le ombre lo udissero.
216
In fondo all'aia, sotto il portone, sentì il nitrito del cavallo e s'alzò per
andare a prendere la cavezza. Lui non era uso a siffatti servizi, per non
mettersi in mostra col padrone, ma quella sera voleva andare a dormire
pensando che Piero e Maria stavano bene.
- Ah, sei tu Spartaco? - gli disse il signor Gaspare con voce allegra.
- Volevo proprio parlarti. Passa in casa dopo, a bere un bicchiere.
Rondine tenne il cavallo mentre il signor Gaspare aiutava la sua donna
a scendere dalla carrozza, staccò la carrozza sotto il porticato dei fienili,
condusse il cavallo nella stalla consegnandolo al cavallante e intanto
pensava: «Se il signor Gaspare non si sposava, Maria non sarebbe
venuta al mondo».
Al mattino, di buon'ora, Rondine partiva in bicicletta per comperare
in città delle sementi, ma prima doveva fermarsi alla Campanella e accordarsi
con Piero. Il maresciallo passò la notte in dormiveglia, attendendo
istruzioni che non vennero. Il professore si coricò molto tardi,
passando parte della notte a sistemare in cartelle appunti, circolari,
giornali clandestini, aggiungendoli ai faldoni che don Angelo gli aveva
già restituito. Mise tutto in un sacco che nascose provvisoriamente sotto
alcune fascine vicino alla gabbia dei conigli.
Il fresco del mattino mise nelle gambe di Rondine la voglia di correre.
S'era sbarbato come nei giorni di festa e aveva indossato una camicia pulita.
La roba gliela lavava e stirava Teresa per poche lire alla settimana, un
lavoro che la donna aggiungeva a quello, a ore, dei campi, dei bachi e del
granoturco a quarto. Quella notte Rondine aveva sognato sua madre che
vestiva da infermiera nell'ospedale di Piero e aveva il volto di Teresa.
- Entra, Spartaco, chiamo subito Piero - gli disse Benedetta che
era appena tornata da messa e aveva ancora dentro di sé le raccomandazioni
dell'arciprete. - Intanto fa' colazione.
- Ma io l'ho già fatta - rispose Rondine.
- Non è mai troppo per chi deve fare dei chilometri in bicicletta rispose sorridendo Benedetta. Chiamò dalla scala Piero, accese il fuoco,
tagliò la polenta che era avanzata dal mezzogiorno, mise in un piatto
una parte di pollo della sera, prese un bicchiere con la bottiglia del
vino e disse: - Sei sempre contento di lavorare nei campi?
- Per me, io sono contento. Non rendo come uno che ha sempre
fatto quel mestiere, ma io sono contento.
- Tu sei come gli altri, rendi e lavori come gli altri.
- L'ha detto Maria? - chiese vivacemente Rondine.
- Sì, me l'ha detto Maria. Tu non hai niente da invidiare agli altri.
E in più hai un cuore d'oro.
Rondine non disse nulla e staccò il primo boccone di polenta, mentre
Benedetta andava nell'aia a dare libertà ai polli e a preparare il pastone.
Piero non aggiunse molto a quanto il signor Gaspare aveva raccomandato
a Rondine: prima comperi le sementi e poi, coi sacchetti sul portapacchi
e l'etichetta bene in vista, vai verso l'ospedale. Se l'aria è pulita,
entri e chiedi di suor Giuseppina. Se suor Giuseppina non ci fosse e ti
dovessero fare delle domande, rispondi che eri venuto in città per comperare
217
delle sementi, e un'amica di suor Giuseppina ne aveva approfittato
per mandarla a salutare. Chiedi allora dove la puoi trovare, e così
vieni a sapere che fine ha fatto l'ospedale e quelli che c'erano dentro.
- Sarei venuto con te, Spartaco, ma tutti m'hanno detto di non farmi
vedere da quelle partisi scusò Piero.
- Figurati, tu sai che mi facevo pescare dal maresciallo solo quando
mi faceva comodo. E per fare un maresciallo come il nostro, ce ne vogliono
di tognini - disse Rondine ridendo. - Per mezzogiorno sai già
che aria tira da quelle parti. Se dovessi tardare, non preoccuparti: vuol
dire che ho bucato. Andrà tutto bene, perché stanotte ho sognato mia
madre vestita da infermiera - ma non disse che aveva il volto di Teresa.
Si alzò finendo il bicchiere.
- Aspetta un attimo, Spartaco. Adesso scende Maria e vuole salutarti.
Maria scese le scale cantando sottovoce. Spartaco la guardò un poco
intimidito. Adesso non era più la signorina Maria, eppure era ancora
la stessa, non si dava arie.
- Ciao, Spartaco, è ancora in piedi la cascina? - disse gaiamente
Maria.
- È più vuota - fu pronto Rondine - e sì che di gente ce n'è.
Maria si strinse a Piero: - Andando in città, dovresti fermarti dal
professore, può darsi che abbia bisogno di te.
- Dal professore? - chiese stupito Piero.
- Quando il professore deve ritirare o consegnare qualche busta, si
rivolge a Spartaco.
Rondine arrossì: - Qualche volta gli ho fatto questo piacere. M'ha
detto: di te mi fido. Forse perché gli curavo la tomba della moglie.
- Allora fermati, digli che vai in città per me. Ma al ritorno vieni
subito qui per non dare troppo nell'occhio; penseremo poi noi a comunicargli
le tue notizie.
Toni era sull'aia: - Se avevo qualche anno in meno, non pensare che ci
saresti andato tu. Ma non passare davanti alla questura, mi raccomando.
- Ah no, quella strada nemmeno in fotografia la voglio fare.
Rondine incontrò la Cecina che stava andando alla Campanella. Dovette
fermarsi.
- Tu sei l'unico che può farla in barba a tutti - gli disse con un
tono di complicità.
Il professore l'accolse quasi con effusione: - È la mia Elena che ti
manda. Da ieri sera penso al modo con cui avrei potuto avvertirti, e tu
mi capiti come una manna.
Gli dette un indirizzo: - Non te lo scrivo per prudenza, tienlo ben
fisso nella mente. Suoni due volte, e a chi ti viene ad aprire dici: mi
manda il professore e chiede come sta l'avvocato. Mi ripeterai le parole
esatte che ti saranno dette. Grazie, Spartaco.
Rondine partì come se facesse le corse. Svoltato sullo stradale, gli si
parò davanti un deserto. «Stamattina sono io il padrone, nemmeno
quelli della borsa nera si vedono. Badoglio gli ha messo addosso paura»
e rise forte. Sentì dietro alle spalle il rumore di motori che si avvicinavano
218
velocemente. Si portò sul sentiero del fosso che costeggiava lo
stradale e rallentò. Tre automobili scoperte lo sfiorarono. Lo spostamento
d'aria lo costrinse a equilibrarsi e a mettere i piedi per terra. «Ma
sono matti? Guarda come scappano». - Tognini, - gridò - sbagliate
strada - e rise di nuovo allegramente. Riprese a pedalare con forza.
Da una parte e dall'altra, campi e contadini che tagliavano l'erba.
«Quando viene l'ora di tagliare non c'è guerra che tenga, bisogna tagliare.
E la terra che comanda». Pensò alla cascina. I suoi compagni ormai
erano tutti nei campi, anche loro a falciare l'erba o a rivoltare quella
già tagliata per farne fieno. Gli venne in mente Teresa e sentì il
profumo del sapone fatto in casa che era rimasto attaccato alla camicia
pulita. Fischiettò. Era già arrivato all'osteria dei tre platani. Imposte
chiuse, nessun barroccio davanti, nemmeno una bicicletta appoggiata
al muro. «Brutto posto questo se i tedeschi, quando scappano, vogliono
fermarsi a bere». Anche le prime case sparse della città, che non si
poteva dire fosse già città, avevano le imposte chiuse. Man mano, però
che le case si saldavano cominciando a formare le prime strade, sembrava
che fosse un giorno di sagra, tanta era la gente ferma fuori degli
usci, o che andava da una parte all'altra della strada, parlando, chiamandosi
ad alta voce, passandosi notizie. «Se la gente è per la strada,
vuol dire che le cose vanno bene». Fu tentato di fermarsi vicino a qualche
crocchio più folto e animato, ma si ricordò delle raccomandazioni
ricevute e continuò verso il negozio delle sementi.
- Siete il primo cliente oggi - gli disse il padrone. - Ma non avete
sentito la radio ieri sera?
- Io no - rispose Rondine mostrando meraviglia.
- Allora non sapete che abbiamo i tedeschi in casa, gente che non
scherza.
- Questo lo sapevo già da tempo.
- Ma benedetto uomo, non sapete che c'è stato l'armistizio e che se
noi spariamo i tedeschi ci ammazzano tutti?
- E chi deve sparare?
Il bottegaio scrollò la testa: - Voi agricoltori mi date da vivere e siete
della brava gente, ma avete solo in mente la terra.
«M'ha preso per un agricoltore» pensò Rondine. «Ma io faccio lo stupido
perché i cittadini, con la loro parlantina, ti mettono nel sacco».
- Eh sì, la terra da da mangiare a tutti. Dato che ci sono compero anche
una vanga e un rastrello.
- Siete un cliente nuovo, non vi ho mai visto.
- Prima veniva mio fratello - rispose Rondine.
- Ah, adesso mi ricordo, gli assomigliate.
Rondine trattenne a tempo un'esclamazione, pagò e domandò dove
si trovava la via indicatagli dal professore.
- Voltate a destra, e poi la prima trasversale è quella.
Trovò senza fatica la casa dell'avvocato, nascose dietro il portone semichiuso
la bicicletta con la vanga e il rastrello legati alla canna, salì al
primo piano, vide la targhetta d'ottone e suonò due volte.
219
- Riferite al professore che l'avvocato è andato in ferie - gli rispose
la signora ch'era venuta ad aprire. - Non vi ha visto nessuno salire? chiese un poco agitata.
- Nessuno.
- Bene. Salutate il professore e ditegli che l'avvocato gli manderà
una cartolina.
«E certamente la moglie dell'avvocato» pensò Rondine mentre discendeva
le scale «una donna di poche parole. Però, che idea andare in
ferie in settembre».
Per giungere più in fretta all'ospedale militare attraversò il centro della
città. La piazza del duomo ondeggiava di gente come all'uscita dal pontificale
di pasqua; uomini salivano e scendevano di corsa sull'ampio scalone
del trecentesco palazzo comunale, e i colombi si erano ritirati tutti
al limitare della piazza segnato dal battistero. «Una bella retata, e c'è da
far mangiare un paese» pensò Rondine. «Con la fame che c'è in città, i
colombi la fanno ancora da padroni. Va' a capirli questi cittadini».
Fece poi alcuni vicoletti tortuosi per non passare davanti alla questura
e infilò l'ampio viale alberato che portava all'ospedale militare. Trovò
il portone socchiuso. In portineria non c'era nessuno. S'inoltrò nel
cortile spingendo la bicicletta. Dietro la porta a vetri intravide la sagoma
d'una suora. Affrettò il passo.
- Chi siete, che volete? - disse la suora. - Qui non c'è nessuno.
- Non c'è nemmeno suor Giuseppina?
- Che volete da suor Giuseppina?
- Vorrei parlarle a nome d'una sua amica dello stesso paese.
- La madre del tenente medico? - All'accenno affermativo di Rondine,
la suora cambiò tono: - Venite, accomodatevi in questa stanzetta.
Vado subito a chiamarla. Stamattina sembra la fine del mondo e s'allontanò lasciando dietro di sé il fruscio della corona.
- Vi manda Benedetta, vero? Per Piero, immagino - disse suor
Giuseppina, arrivata di corsa.
- Sì, per Piero. Ieri sera il dottore ha sentito la notizia e voleva passare
stamattina...
- Per carità, stamattina... L'ospedale è stato chiuso appena in tempo
due giorni fa. Anche il maggiore è partito. Stamattina sono venuti
i tedeschi e hanno voluto vedere dappertutto. Hanno trovato solo noi
suore. Io non ho mai visto tante armi addosso a un uomo. Ditegli che
non si faccia vedere, per carità. Ditegli anche che nascondo tutti gli
strumenti e i medicinali che sono rimasti, perché i tedeschi, se ritornano,
vorranno portare via tutto. Adesso scappo perché ho fretta. Ma
voi... voi come vi chiamate?
Rondine s'impacciò, arrossì un poco, credeva che la suora l'avesse riconosciuto
perché era già venuto all'ospedale quando Piero era coi piedi
che sembravano di marmo. Ma suor Giuseppina, tutta presa da agitazione
per i tedeschi, non aveva fatto troppo caso a quell'uomo che
pareva volesse scomparire mentre parlava.
- Io mi chiamo Spartaco, ma mi conoscono col nome di Rondine.
220
- Ah che sbadata, - disse sorridendo suor Giuseppina - il figlio
della povera Teresa... Era una brava donna.
- L'avete conosciuta? - chiese vivacemente Rondine.
- Al paese ci si conosceva tutti - rispose suor Giuseppina.
- Io l'ho sognata anche stanotte ed era vestita da infermiera.
- L'abito di chi fa del bene al prossimo... Ma adesso debbo proprio
andare. Salutatemi tutti, anche l'arciprete se lo vedete. Addio.
S'allontanò leggera nell'ampio corridoio, e Rondine stette come incantato
a osservarla per quanto aveva appena udito sull'abito d'infermiera.
Uscito dal portone si fermò incerto se rifare la strada di prima o prendere
la circonvallazione dove erano situate le caserme dei soldati.
«Da questa parte ho già visto; se do un'occhiata anche di là posso essere
più preciso nel riferire» pensò, e si spinse a forti pedalate verso la
circonvallazione.
In vicinanza della prima caserma e fino al portone chiuso era un via
vai di donne: - Volete fare la fine del topo in trappola? Scappate fin
che avete tempo - urlavano.
- I tedeschi hanno preso la questura e la prefettura, e la fanno da
padroni.
- Abbiamo appena incontrato dei soldati che scappavano da altre
città. Chi ha voluto resistere è stato fucilato. Chi non scappa viene fatto
prigioniero e portato in Germania. Che aspettate?
Un uomo gridò: - Scappate con le armi o datele a noi. Noi le possiamo
nascondere.
I soldati erano alle finestre delle caserme e non dicevano nulla.
- Aprite il portone finché siete in tempo.
Arrivò un uomo in bicicletta, sconvolto: - Alla stazione i tedeschi
hanno ordinato di preparare un treno di carri bestiame. I ferrovieri
debbono ubbidire perché i tedeschi mostrano il mitra. E per voi quel
treno se non scappate.
«Ma che fanno dentro la caserma? Perché non scappano?» pensò
Rondine. Voleva fermarsi per convincere i soldati alle finestre, ma doveva
essere alla Campanella a tempo, affinchè non pensassero male. Alla
seconda caserma, le stesse urla, le stesse esortazioni. Un giovane, non
ancora di leva, gridava: - Dateci le armi, non fatele cadere in mano ai
tedeschi. Verranno buone.
Qualche donna piangeva. Anche lì i soldati guardavano muti dalle finestre.
Rondine udì un anziano: - Stanno preparandosi a difendere la caserma.
- Che vuoi che difendano contro i carri armati dei tedeschi? - gli rispondeva
un altro. - Dicono che dallo stradale stiano arrivando i carri
armati. «Meglio allora prendere la strada dei campi, anche se l'allungo»
pensò Rondine. Era diventato triste. Uscendo dall'ospedale era contento
perché Piero aveva fatto bene a non andare in città, ma ora era triste. Quegli
sguardi dalle finestre, come se non capissero quanto stava succedendo,
gli facevano male di dentro. Lui non era soldato ma, se lo fosse stato e il
221
portone fosse rimasto chiuso, sarebbe saltato dalla finestra per non finire
in Germania. O forse avrebbe sparato contro i tedeschi se l'avessero voluto
prendere per metterlo su un carro bestiame, come una bestia. Ma lui
non si ricordava più come si faceva a sparare, e non ci poteva fare nulla.
Chi fa il prepotente è quello che comanda. Sentì mezzogiorno da un campanile
lontano. Non aveva fame. Nessuno ci poteva fare niente.
Alla Campanella anche Toni gli fece un mondo di complimenti:
- Ma se c'ero io, con questa roncola tentavo di aprire il portone gli parve giusto aggiungere.
Piero prese la via dei campi e si recò dal professore per avvertirlo del
pericolo e offrirgli, almeno per quelle notti, ospitalità alla Campanella.
Nel pomeriggio giunsero in paese le notizie di quanto succedeva in
città, ma l'una eliminava l'altra. Le due caserme erano circondate dai
tedeschi coi carri armati; No, non erano ancora circondate ma le avrebbero
occupate durante la notte; Dei soldati sono scappati dalle finestre;
No, non sono scappati perché gli ufficiali hanno sparato; I colonnelli
sono scappati con la scusa di andare a vedere che cosa succedeva in prefettura,
e hanno lasciato i tenenti che non sanno che cosa fare. C'è chi
vuol aprire il portone e chi, invece, vuol resistere ai tedeschi fino all'ultimo.
Voci anche fuori dell'ordinario: che di notte sarebbero discesi i
paracadutisti americani per aiutare i soldati nelle caserme; che in tutti
i porti sarebbero sbarcati gli americani e gli inglesi. Voci più sicure erano
giunte dalla stazione: sui treni c'erano soldati vestiti mezzo da soldati
e mezzo da civili, senza armi, che scappavano a casa. Ma, allora, la
stazione è ancora in mano agli italiani e non è vero che i tedeschi... No,
sono scesi prima della città, i tedeschi non riescono a controllare i treni.
La guardia comunale ogni tanto si metteva sull'uscio di casa, guardava
la gente che passava sull'altro marciapiede abbassando la testa, e sorrideva
senza dire nulla.
Benedetta aveva preparato la stanza per il professore, quella di Piero
quando non era ancora sposato. Si erano messi d'accordo: - Prima che
apriamo il portone a quella gente - era un'idea del padre - il professore
fa a tempo a scappare nei campi attraverso l'orto, con te naturalmente.
Sull'imbrunire, Toni aveva portato alla Campanella un sacco pieno
di carte del professore, da doverlo posare ogni cento metri per prendere
un po' di fiato.
Piero pulì e ingrassò la rivoltella: - Se c'è da scappare, questa la porto
con me - disse a suo padre. Il padre non disse nulla. Maria prese
in disparte Piero: - Se c'è da scappare in qualche parte dove nessuno
ti conosce, io vengo con te -. Piero, per tutta risposta, la baciò in
fronte. - No, vengo con te - insistette Maria.
L'arciprete era preoccupato per l'amico professore. Bisognava fargli
cambiare posto, ma dove? In città ha degli amici, ma la città è piccola, e
poi è tutta gente già segnata in questura. Davanti al Santissimo, fra le tre
e le quattro, gli venne l'idea della canonica. Ne fu contento perché davanti
al Santissimo non potevano venire che idee buone: beati, makàrioi,
qui esuriunt etsitiunt iustitiam. A nessuno sarebbe venuto in mente che
222
il professore potesse alloggiare sotto lo stesso tetto della chiesa...
Benedetta andò al rosario e parlò con l'arciprete vicino al confessionale.
- Avete fatto bene a invitarlo a casa vostra per la notte. Ma siate prudenti.
Raccomandate alla Cecina di non parlare. Toni non parla, ma
la Cecina... tutto per fin di bene, s'intende.
- Anche la Cecina, a conoscerla, quando c'è di mezzo una persona che
le è cara, si farebbe strappare piuttosto la lingua - l'assicurò Benedetta.
- M'è venuta un'idea, se il professore sarà ricercato - disse l'arciprete,
ed espose a Benedetta il suo piano.
- Io non mi voglio tirare indietro, signor arciprete - disse alla fine
Benedetta - ma qui da lei è certamente più al sicuro. Vorrà dire che
terrò presente il mio dovere di portare ogni tanto un po' di roba.
Col buio, il professore s'incamminò verso la Campanella. Toni, con
la scusa che il professore non conosceva le capezzagne, gli dava ogni
tanto il braccio, ma con molta delicatezza che nemmeno la Cecina, fosse
stata presente, avrebbe avuto da criticare.
Di notte scoppiò un temporale, con tuoni che facevano tremare i vetri
e svegliare la gente.
- Che c'è, bombardano? - chiese a Benedetta il suo uomo, svegliandosi
di soprassalto.
- Dormi tranquillo, è l'estate che se ne vagli rispose Benedetta
che non aveva ancora chiuso occhio, per la paura che i tedeschi, da un
momento all'altro, bussassero al portone.
Poi il temporale, brontolando, si spense e lasciò dietro a sé il ciangottare
della grondaia. L'orologio della torre battè due colpi. Benedetta sentiva
il respiro tranquillo del suo uomo. «Se non dovesse dormire la notte»
pensò «come potrebbe lavorare tutto il giorno? È giusto che dorma. E poi
deve alzarsi presto, estate e inverno, perché il latte non conosce stagioni.
Fra una settimana ci sarà il granoturco. Il granoturco non sa niente d'armistizio
e di tedeschi, ha i suoi giorni. Se si guardasse la terra, non ci sarebbero
più guerre... Piero però non avrebbe lavorato la terra. Far del
bene alla gente, era destinato... E Franco? Vorrà fermarsi sulla terra?
Franco ce l'aveva nel sangue la terra ma forse non si sarebbe mai sposato.
Anche lui era destinato». Vide per un momento quella terra in mano a
estranei e provò un senso di smarrimento... S'addormentò. Ma fu un
sonno agitato, di tedeschi che sparavano, di soldati che fuggivano, di
gente nascosta nei fossi. Cominciarono gli uccelli a svegliarsi e poi cantò
il gallo. Dalle fessure delle imposte filtrava un colore che non era più
quello della notte. Si svegliò. Le sembrava d'aver dormito molto, d'essere
in ritardo con tutto quello che c'era da fare; poi, guardando alle imposte,
si rassicurò e prese dal comodino la corona del rosario. I passeri intensificarono
il loro cicaleccio e le fessure delle imposte si aprirono al baluginare
dell'alba. La grondaia non aveva più gocce da far rimbalzare nel canale.
Sentì dei colpi al portone, prima deboli, poi sempre più insistenti.
Chiamò piano il suo uomo: - Battono al portone - e scese velocemente
dal letto per svegliare Piero e il professore.
I colpi cessarono, e poi ripresero più forti. Corse in soffitta a osservare
223
chi fosse. Piero e il professore attraversarono di corsa l'aia. Benedetta
discese e incontrò il suo uomo in"cucina: - Sono due uomini con uno
zaino, non mi sembrano tedeschi.
- Vado ad aprire io. Tu stai calma.
Erano scesi anche Franco e Maria.
Franco accompagnò il padre. Rientrarono quasi subito.
- Guarda come sono ridotti, bagnati come se fossero appena caduti
in un fosso - disse il padre.
- Accendo subito il fuoco - disse Benedetta.
Erano due soldati cogli abiti infangati e laceri, pressappoco dell'età di
Piero. Si scusarono per l'ora e raccontarono l'avventura di quella notte.
Erano scappati da una delle caserme della città, assieme ad altri, quando
s'accorsero che il loro comandante avrebbe consegnato armi e caserma
ai tedeschi, ricevendo in cambio l'assicurazione che i soldati sarebbero
rimasti liberi e avrebbero potuto far ritorno alle loro case. Molti non vi
credettero e prepararono gli zaini per fuggire calandosi dalle finestre che
davano sui campi. Aspettavano la sera, ma i tedeschi giunsero prima. Il
comandante aprì il portone e fu il primo ad essere disarmato e messo in
cortile contro il muro con le mani sul capo. I tedeschi erano pochi, ma
avevano piazzato due mitragliatrici davanti al portone.
Il fuoco scoppiettava alto nel camino, illuminando il volto disfatto
dei due giovani.
- Levatevi la giacca e le scarpe - disse Benedetta. - Vi faccio scaldare
il latte e la polenta. Noi alla sera e al mattino mangiamo polenta.
Vi piace la polenta?
- Per slattarci hanno usato la polenta - rispose uno.
- Allora non siete di giù - disse Benedetta.
- Cento chilometri, e siamo a casa.
Continuarono il loro racconto. Franco sussurrò al padre: - Vado a
chiamarli?
- Aspetta, non si sa mai.
- Se ci fosse stato un ufficiale a darci l'ordine di sparare, i tedeschi
non ce l'avrebbero fatta - disse uno. - E invece tacevano, sembravano
instupiditi. Allora prendemmo noi l'iniziativa, ma di scappare.
Quelli più vicini al portone, vedendo che c'era molta gente in strada
che i tedeschi non riuscivano ad allontanare, nonostante le due mitragliatrici
puntate, si fecero coraggio e si buttarono fuori. I tedeschi non
se l'aspettavano e non spararono. Altri cominciarono a calarsi o a saltare
giù dalle finestre dalla parte dei campi. Noi due fummo tra i primi, riuscendo
a buttar giù anche gli zaini. Quando i tedeschi se ne accorsero,
salirono sui tetti e si misero a sparare. In tutto eravamo cinquecento.
Chissà quanti riuscirono a scappare. Ma ci debbono essere stati anche
dei morti. Noi due siamo rimasti insieme, siamo dello stesso paese, abbiamo
camminato tutta la notte, andando qua e là a caso, anche durante
il temporale, sperando di allontanarci dalla città. La prima casa che
abbiamo visto è stata questa. Abbiamo aspettato un poco perché si facesse
più chiaro, e poi abbiamo picchiato al portone. Scusateci se vi abbiamo
224
disturbato, ma eravamo sfiniti.
- Avete fatto benedisse , Benedetta - dovete essere in forza per
arrivare fino a casa.
- Se ce lo permettete, potremmo dormire un poco sul fienile...
- E anche cambiarvi d'abito perché in divisa tutti vedono che scappate
- aggiunse il padre.
- Non abbiamo altri abiti...
- Qui ce ne sono, non troppo belli, ma meglio di niente - offrì Benedetta.
- Dobbiamo disfarci delle armi; se ci mettiamo in borghese non le
possiamo più portare - disse uno al compagno.
- Lasciatele a noi, - suggerì il padre - penseremo noi a consegnarle
o a nasconderle, a seconda di come tira il vento.
Mangiarono polenta e salame, bevvero una tazza di latte caldo, si avvolsero
nella coperta militare e si buttarono sul fieno. Il padre con
Franco cominciò il lavoro nella stalla, dopo avere avvertito Piero e il
professore che non c'era nessun pericolo.
IL SOLDATO SENZA NOME.
Era suonato il terzo segno della messa, e Benedetta stava mettendosi
il velo per andare in chiesa e avvertire l'arciprete che il professore aveva
accettato volentieri l'ospitalità in canonica, qualora si fosse resa necessaria,
quando arrivò Toni tutto eccitato, con la notizia che in paese
c'erano dei soldati scappati: - Si fanno dare degli abiti borghesi e da
mangiare. Hanno tutti una sacrosanta paura addosso.
- Due sono là che dormono - gli disse Benedetta indicando il
fienile.
Il professore volle ritornare alla villetta da solo, nonostante le insistenze
di Toni ad accompagnarlo.
- Ormai la strada la conosco bene.
- Non è prudente - ripeteva Toni. - Supponiamo che incontri
qualche sbandato...
- Che vuole che mi faccia? Siamo tutti degli sbandati, oggi... Anzi,
gli offrirò ospitalità in casa mia.
- E se è un tedesco vestito da sbandato? - chiese Toni che non sapeva
più cosa inventare.
- I tedeschi non sono intelligenti come Toni, non ci arriverebbero
mai - rispose il professore. - È meglio che parta subito. Filomena
non deve accorgersi che non ho passato la notte in casa.
- Verrò a prenderla stasera, allora - disse Toni, compiaciuto perché
la sua intelligenza era superiore a quella dei tedeschi.
Capitò Rondine quando Benedetta era appena rientrata da messa e
Maria stava mettendo lenzuola e cuscini alla finestra.
- Il signor Gaspare vuole che oggi rimanga qui perché può darsi che
tu abbia bisogno di me - disse rivolto a Piero. E subito aggiunse, vedendo
che Piero stava per fare qualche difficoltà: - Ho la giornata pagata
225
lo stesso.
- Hai visto degli sbandati in giro? - chiese Piero.
- Stanotte ne sono arrivati alla cascina, ma non dal portone. Hanno
picchiato alla mia porta, quella che da sui campi. Erano in due, zuppi
come spugne. Ho acceso il fuoco, li ho fatti mangiare, si sono riposati
un poco seduti; poi, prima di partire, m'hanno chiesto se volevo fare il
cambio coi loro abiti. Io ci ho guadagnato perché è roba buona, non
come quella dei soldati. Uno m'ha dato anche la rivoltella: nascondila,
m'ha detto, chissà che non ripassi un giorno a riprenderla. Te l'ho portata
per fartela vedere.
- Certamente erano due ufficiali - osservò Piero. - La sai usare?
- Prima di stanotte avevo visto una rivoltella solo per il manico, nel
cinturone dei marescialli - rispose Rondine.
- Meglio che tu ora non vada in giro con questa. La riprenderai dopo.
- Che debbo fare, Piero? Vuoi che vada ancora in città?
- Di te, oggi, ha più bisogno il professore. Prendi la rete, vai da
quelle parti e gli dici che passi la tua giornata a pescare. Ma non chiamarlo
dalla strada. Lui capisce che ti trovi lì pronto ad avvertirlo se ci
sono tedeschi in giro, e starà tranquillo. Adesso mia madre ti prepara
la sportina per il pranzo.
Tedeschi in quel giorno non se ne videro. La guardia comunale portò
fuori una sedia, vi si pose a cavalcioni e passò tutta la mattina facendo
finta di leggere e osservando quanto avveniva per tutta la strada e sulla
piazza. Ma non vide niente perché gli sbandati che s'avvicinavano al
paese dalla parte dello stradale trovavano sempre una donna che diceva:
non passate per il paese, c'è chi vi guarda, e indicava loro le stradette
dei campi.
La gente cominciò a pensare che non sarebbero scesi i paracadutisti
americani, che a Genova non ci sarebbe stato nessuno sbarco e che i
tedeschi, almeno per un po' di tempo, l'avrebbero fatta da padroni.
- E il fascio, dove lo metti? - diceva qualcuno a sentire nominare
i tedeschi. - Sta' tranquillo, quelli ne hanno avuto già abbastanza col
26 luglio.
Stalino, quel giorno, non si fece vedere al caffè. Nemmeno i due
compagni reduci sapevano dove fosse. - Che sia ammalato? - e andarono
a casa sua. - È uscito per i campi a fare l'erba per i conigli rispose la moglie. A Stalino, quella mattina, non importava niente dei
conigli. Facendo due passi per i campi, aveva visto un fucile in un fosso.
L'aveva nascosto fra il granoturco, era ritornato in casa per prendere
un sacco, aveva detto alla moglie: vado a fare l'erba per i conigli, e s'era
messo a cercare altri fucili. Aveva solo trovato una giberna con due caricatori
dentro e una giacca di soldato. Tagliò un po' d'erba lungo il
fosso, nascose nel sacco la giberna e il fucile e ritornò a casa verso mezzogiorno
con la giacca sul braccio.
- T'ho portato a casa questa - disse alla moglie. - Vedi se la puoi
tingere. In casa giacche di soldato ne basta una.
Nascose il fucile e la giberna sotto le fascine, senza farsi vedere, e distese
226
l'erba nel cortiletto per farla asciugare. Ma il pomeriggio volle
tentare ancora. Disse alla moglie: - Vado a vedere se trovo anche i
pantaloni -. Ma di divise non gliene importava niente. Gli premevano
i fucili, e non sapeva nemmeno lui la ragione. Sentiva solo il bisogno
di far qualcosa contro i tedeschi, un fucile di meno per loro, se non
altro perché quella era roba italiana. Lui capiva i soldati che scappavano.
Se non avesse fatto la Russia, si sarebbe trovato nelle stesse condizioni,
chissà in quale caserma; e se i generali scappano, non era il caso
di fare l'eroe per metterli in vergogna: sarebbe scappato anche lui. Ma
era ugualmente pieno di rabbia. Anche in Russia erano scappati, ma
quella non era fuga, era un ritornare a casa e smettere d'ammazzare
gente senza colpa. Qui invece si era già a casa, nelle stesse condizioni
del popolo russo che si era difeso eroicamente contro gli invasori, gli
stessi d'adesso. Tutto il popolo avrebbe dovuto avere un fucile, e i tedeschi
non ce l'avrebbero fatta. Ci sarebbe voluto, però, un altro
governo, non Badoglio e il re, un governo nato dal popolo, come in
Russia. Guardava dove l'erba era più folta, nelle rogge, nei tombini, ma
non trovò niente.
Verso sera si sparse la notizia che il re era scappato e che alla stazione
della città stava per partire un treno carico di soldati italiani chiusi in
carri bestiame. Stalino al caffè bestemmiò forte.
- Possibile che non si possa liberarli? - urlò.
- Non gridare - gli dissero. - Adesso è peggio di prima, e se qualcuno
ti sente... Sai anche tu che coi tedeschi non si scherza.
Stalino si calmò, abbassò la voce: - Potremmo andare alla nostra
stazione... Quel treno passerà certamente sulla nostra linea. Alla curva
deve rallentare per forza. Mettiamo una trave in mezzo ai binari, il treno
si ferma, i tedeschi di guardia saltano giù per vedere che cosa sia successo,
e noi ci buttiamo addosso a loro. Quanti volete che siano? Se ci
andiamo tutti non fanno nemmeno in tempo a sparare un colpo. Poi
apriamo i carri, e i soldati scappano dopo avere disarmato i tedeschi...
- Tu hai della fantasia - gli risposero. - Sono cose queste che si
vedono solo al cinema. Ci rincresce per quei soldati, ma è toccata a loro.
Poteva capitare a noi, e loro al nostro posto non si sarebbero mossi.
La pelle è cara a tutti...
Stalino non disse più nulla e uscì senza salutare. In poco tempo il caffè
si svuotò. Era già buio, e non era prudente fermarsi fuori casa con
un re scappato e i tedeschi che la facevano da padroni.
«Io ero disposto, ma che posso da solo?» rimuginava dentro di sé Stalino mentre ritornava a casa. «Nemmeno i miei compagni m'hanno
dato man forte. Tacevano. E se tacevano era perché avevano paura...
Io ho parlato chiaro, io per me ero disposto...» continuava a ripetersi
prima di addormentarsi, come per scusarsi di fronte a un'accusa che
non sapeva da che parte venisse.
Il treno non transitò durante la notte ma il mattino dopo. Quello che
accadde lo raccontarono alcuni contadini che tagliavano l'erba poco
distante dalla curva. Il treno aveva rallentato. Videro un carro aprirsi e
227
saltar giù un uomo. Udirono delle raffiche dai tetti dei vagoni. Il treno
si fermò. Due tedeschi, urlando, richiusero il vagone. Uno fece qualche
passo verso la coda del treno, sostò un attimo e sparò un'altra raffica di
mitra. Il treno ripartì. Quando scomparve dietro la curva, i contadini
andarono al punto della scarpata dove era saltato giù l'uomo. Trovarono,
rovesciato in una pozza di sangue che la terra stava assorbendo, un
soldato italiano. Chiamarono il carro che caricava l'erba, vi deposero
sopra l'ucciso e ritornarono in cascina a capo scoperto, dietro il carro.
Uno, col calesse del padrone, andò a cercare il medico e l'arciprete.
Il funerale si svolse solenne il mattino dopo. C'era tutto il paese, e i
contadini delle cascine che avevano chiesto due ore di festa. Fu seppellito
nella terra dei poveri con una croce provvisoria di legno. Sotto fu
collocata, qualche giorno dopo, una tavoletta di legno, con scritto in
nero su fondo bianco: «Qui giace - un soldato senza nome - la cui memoria
non verrà meno - in chi per la libertà - è disposto a dare la vita.
11 settembre 1943». Dissero che quelle parole non potevano uscire se
non dalla penna dell'arciprete. Anche dove la terra aveva succhiato il
sangue di quel soldato fu messa una croce con un ramoscello d'ulivo
benedetto. Per una novena, alcune donne della cascina vi si recarono a
recitare il rosario e a cospargere la terra di fiori. Poi, fino alla prima neve,
continuò da sola un'anziana contadina che, dall'8 settembre, non
aveva saputo più nulla di suo figlio.
Stalino quel morto se lo sentiva pesare sullo stomaco. Aveva voluto
portare il cordone del carro funebre assieme al fabbro e a Toni. Il quarto
fu Piero.
- Non andarci, Piero - aveva insistito la madre. - Quello che tu
dici è vero, ma è giusto rischiare per portare il cordone a un morto? Piero aveva risposto che un ufficiale doveva onorare quel soldato, perché
se i suoi ufficiali non l'avessero abbandonato non sarebbe morto
con un colpo nella schiena. La gente avrebbe capito. Che cosa gli poteva
capitare per avere onorato un morto?
«Bisognava che ne parlassi con lui, invece di gridare nel caffè» pensò
Stalino quando s'accorse che il quarto a prendere il cordone era Piero.
Il fabbro rappresentava i reduci della guerra 15-18 e Toni coloro che
non avevano mai preso la tessera del fascio. Dietro al carro, c'erano tutte
le bandiere delle associazioni dell'azione cattolica, degli ex combattenti
e del comune, col nastro nero del lutto.
- Non hai pietà nemmeno per un morto? - gridò esasperata la moglie
alla guardia comunale. - Io ci vado lo stesso, e se denunci quelli
che portano il cordone e le bandiere, io denuncio te in piazza, e allora
non sarà più come il 26 luglio.
- Ma non capisci che il morto non c'entra, ed è solo una dimostrazione
politica contro i tedeschi e il fascio?
- Io capisco solo che se ci fosse qui la madre di quel soldato... ma non terminò la frase perché si trovava già sulla strada dopo avere
sbattuta la porta, e non era bene che la gente sentisse.
Il maresciallo aveva mandato a dire al professore per l'arciprete di
228
non farsi vedere assolutamente al funerale, che aveva gravissime ragioni
per chiedergli quella rinuncia, che lui era presente come forza pubblica,
ma in cuor suo avrebbe rappresentato anche il professore e tutti i carabinieri
d'Italia.
Le spese del funerale furono pagate con una colletta fatta di casa in
casa, ma le donne non entrarono nella casa della guardia comunale.
- Capisco che non siate entrate in casa di mio marito - disse la moglie
a quelle della colletta. - Ma io che c'entro? Io ragiono con la mia
testa. - Scusaci - le risposero presentandole la borsa della colletta.
Anche Rondine che in quei giorni era comandato, come diceva, dal
signor Gaspare presso Piero, seguì il carro funebre in prima fila. Durante
il tragitto parlò con sua madre raccomandandole quel povero ragazzo
che era capitato da quelle parti per morire, senza lasciare detto
chi era, di dove era e chi avrebbe voluto salutare prima di ricevere una
scarica di mitra nella schiena.
Nei paesi vicini si parlò del funerale e del coraggio che quella gente
aveva dimostrato, nemmeno a poterselo immaginare quando la si credeva
sempre intenta a come imbrogliare il prossimo. I venditori ambulanti
ci aggiunsero qualche abbellimento ed ebbero, per alcuni giorni,
pelli di coniglio e rottami senza che si discutesse troppo sul prezzo. Fra
gli stracci il colore predominante era il grigioverde; fra i rottami c'erano
delle borracce schiacciate, bossoli di fucile e perfino delle stellette.
- In giro ci deve essere molta roba, - dicevano - ma i cascinari fanno
finta che non sia successo niente. Hanno paura delle denunce.
La paura era incominciata a dilagare la sera del funerale, quando la
radio trasmise Giovinezza. Ma era una paura strana, perché non si sapeva
che cosa bisognava temere.
Giunsero in paese le prime otto cartoline rosa coll'ingiunzione di
presentarsi al distretto militare della città. I destinatari stettero chiusi
in casa quindici giorni, con un sacchetto di biancheria e uno di pan biscotto
a portata di mano, pronti a scappare nei campi se fossero venuti
a cercarli; poi, non succedendo nulla, ripresero normalmente il loro lavoro
di piccoli artigiani, di bottegai e di venditori ambulanti, lo stesso
che non avevano abbandonato durante i primi tre anni di guerra, benché
fossero volontari della DICAT e dovessero fare il loro turno di guardia
sulla torretta della colonia elioterapica. - Siamo stati imbrogliati
una volta, e una seconda non ci cadiamo più dentro - dissero a una
sola voce e senza tentennamenti.
Chi li aveva imbrogliati, per amicizia, era stato il segretario del fascio.
Prima che scoppiasse la guerra li aveva avvicinati a uno a uno: - Siamo
amici e, da amico, ti do la possibilità di non andare in guerra. Ti
iscrivi volontario alla DICAT, rimani in paese per segnalare il passaggio
di aerei nemici, e al fronte ci vanno gli altri -. Era stato un discorso
galantuomo; gli amici, soprattutto se sono autorità, servono per questo.
Gli amici erano nove, dai quaranta ai cinquant'anni. Il nono, cioè
il segretario, non s'iscrisse volontario, perché lui doveva andare al fronte
a dare l'esempio, se la sua classe fosse stata richiamata. Gli otto pensarono
229
d'aver concluso un ottimo affare e, allo scoppio della guerra, indossarono
la divisa grigioverde con la camicia nera, dandosi il cambio
sulla torretta ogni quattro ore e lavorando di più quando non erano in
servizio, per recuperare le ore perdute. Al caffè ridevano. La divisa, per
non cambiarsela continuamente, era diventata l'abito di lavoro che indossavano
anche quando andavano in torretta. La milizia aveva passato
taglie inverosimili, e chi era il più grasso ci ballava dentro, e il più magro
sembrava un bambino in fasce. - Anche solo a vedervi, gli inglesi
scappano - dicevano al caffè, e ridevano. La milizia non aveva passato
la cinghia dei pantaloni, e così, per non consumare la cinghia borghese,
i pantaloni militari, per chi non era fasciato, stavano su con una cordicella.
- È la corda per impiccare i nemici, la nuova arma - dicevano
al caffè, e ridevano. Di armi, sulla torretta, avevano solo un fucile 91,
del cui uso tutti si ricordavano perché tutti e otto avevano fatto la guerra
'15-18; e che ridessero pure quelli del caffè che non sapevano che
cosa significava andare in guerra per davvero.
Coi primi bombardamenti sulla grande città lontana, gli otto ebbero
in dotazione le maschere antigas e si dettero da fare col telefono.
- Dov'è che bombardano? - chiedevano ai colleghi delle città vicine,
cosicché, al mattino presto, in paese si sapeva già dove di notte avevano
bombardato. Al caffè non ridevano più perché gli otto, con quelle notizie,
erano diventati importanti; ma anche loro non ridevano accorgendosi
che non avevano fatto un affare, dato che le loro classi non erano
state richiamate. Non potendo farci niente, si consolarono dicendo
che non sempre gli affari vanno bene, cambiarono i fasci d'alluminio
con le stellette sulle mostrine il 26 luglio come cosa del tutto naturale,
si fecero una nuova fotografia con la camicia grigioverde al posto di
quella nera, seppero per primi dei grandi bombardamenti dell'agosto,
non dissero una parola contro l'amico segretario del fascio e l'otto sera,
dopo l'annuncio dell'armistizio, furono i primi sbandati di tutta la
grande pianura a varcare la soglia delle proprie case. Ce n'era abbastanza
perché all'ingiunzione della seconda cartolina rosa rispondessero
con le due sportine a portata di mano, pronti a scappare nei campi.
La gente, quando li vide uscire per strada e ritornare al lavoro come
se niente fosse accaduto, si confermò nell'idea che il duce fosse veramente
morto e che la faccenda del suo discorso e della ricostituzione
del fascio fosse un trucco dei tedeschi per far paura al popolo. La guardia
li salutò per primo, come se li avesse visti il giorno avanti, perché,
per essere dei fascisti come tutti, avevano già fatto fin troppo. A quella
conclusione era arrivato, e ad altre, quando uscì per la prima volta in
divisa, dopo la marcia di Giovinezza alla radio. Aveva varcato la soglia
di casa con nell'animo propositi assai fieri. Non sapeva precisare quali
fossero, ma li sentiva molto fieri. Si recò prima di tutto davanti al comune,
poi alla pesa pubblica e infine alla colonia elioterapica. Di ritorno,
gli sembrò che la piazza fosse divenuta più grande e i portici più
bassi; e lui sperduto, in quella vastità e in quei budelli. Cominciò a essere
meno sicuro che la divisa bastasse a riempire tutto quel vuoto, pensò
230
che era stata una grazia non essere presente quando buttavano giù i
fasci perché così non avrebbe potuto denunciare nessuno, potevano essere
arrivati anche dai paesi vicini, si guardò attorno con un debole sorriso
sulle labbra, cercò gli occhi della gente e si trovò seduto in casa, col
cinturone e la giacca buttati sul divano senza che ci pensasse.
- È il mio mestiere - disse alla moglie che gli versava da bere. La
moglie capì e ne fu contenta, ma non aggiunse parola.
In città, alla sede del fascio, stavano consultando l'elenco delle prime
iscrizioni dai paesi. C'erano gli ottimisti e i pessimisti. - Nemmeno il
segretario del fascio in quel paese ha ripreso la tessera - disse un pessimista.
- Però la guardia ha rimesso subito la divisa - precisò un ottimista.
- La divisa non fa un vero fascista - rispose il pessimista.
- Ma là non c'è un nostro nemico che è stato al confino? - disse uno
che non era né ottimista né pessimista, avendo solo la voglia di fare
qualche bravata. - Se non sarà già scappato. Vigliacchi sono -. Tutti
comunque furono concordi nel dire: - Telefoniamo alla guardia per
sapere come stanno le cose.
- Da giorni non lo si vede più in paese, ancora prima che la radio
suonasse Giovinezza. M'interesso subito - rispose la guardia, chiamata
con urgenza al telefono pubblico.
- Non disturbarti, era solo una curiosità.
Ma la guardia aveva capito, e sapeva che il professore non era partito.
Prese la bicicletta, andò alla caserma dei carabinieri e disse al maresciallo,
senza alzare occhi e voce: - Io non so nulla, io non c'entro, il professore
per me non è più in paese. M'hanno telefonato dalla città per
sapere se si trovava ancora qui. Sa, maresciallo, io al fascio mi sono
iscritto solo nel '24.
Il maresciallo capì il linguaggio del quasi compaesano: - Anch'io
non so nulla, dall'8 settembre sono rimasto senza istruzioni. Sono contento
che abbiamo ricominciato a collaborare per il mantenimento
dell'ordine.
- Eh, sì, sono giorni in cui si capisce poco.
Si salutarono. Il maresciallo inforcò la bicicletta e andò dall'arciprete.
- Dobbiamo essere più astuti dei figli delle tenebre - disse l'arciprete.
- Tutti sappiamo che il professore non è più in paese.
Il maresciallo tornò in caserma e l'arciprete spostò al mattino la passeggiata
che, quel giorno, aveva come meta la Campanella. Toni prese
la via dei campi e fischiò in prossimità della villetta il segnale convenuto.
Da alcuni giorni Filomena era stata pregata dal professore di non
farsi vedere nella villetta. Filomena non aveva chiesto la ragione perché
non ce n'era bisogno, e aveva messo in giro la voce che il professore era
partito. La gente non aveva chiesto per dove.
Il professore prese la borsa già preparata, dove aveva messo le cose più
preziose coi ricordi di Elena, dette un'ultima occhiata in giro perché
tutto fosse in ordine, e uscì dalla porticina dei campi.
- Si sono fatti vivi, forse stanotte - disse Toni. - Sono come i pipistrelli
che hanno paura della luce.
231
Il granoturco era già stato colto, sgranato, essiccato e messo nei sacchi.
Parte dei gambi di granoturco era stata tagliata; legati in grossi
mazzi, erano allineati contro il muro dell'aia perché si essiccassero prima
di essere messi in catasta.
- Ogni anno abbiamo sempre portato un carretto di gambi all'arciprete
per il bucato delle tovaglie degli altari, entrando dal rustico della
canonica - disse Franco al professore. - Cercheremo di non metterle
addosso troppo peso. Ci rincresce per la posizione, ma così nessuno si
accorgerà, mentre, anche col buio...
Il professore sorrise al pensiero di dovere andare dall'amico, per la
prima volta in tutti quegli anni, sotto gambi di granoturco e la schiena
distesa su un cuscino di piume. - Morto o vivo, per forza o con le tue
gambe, dovrai pur venire un giorno in canonica - gli aveva detto molto
tempo prima don Angelo, sorridendo, quando non aveva ancora capito
perché l'amico accomunasse chiesa e canonica.
- Entri, professore, dobbiamo prima pranzare - disse Benedetta;
- verso le due è il momento migliore, la piazza è vuota.
Il pranzo doveva essere gaio. Benedetta aveva improvvisato una torta
campagnola cotta sotto le braci. Il più emozionato era Toni. Adesso non
era come una volta, adesso gliela si poteva fare ai fascisti anche sotto gli
occhi perché non potevano contare sulla popolazione. Anche se la gente
avesse visto il professore sotto le fascine, avrebbe fatto finta di niente.
Ma, ogni tanto, il silenzio improvviso diceva che non era un pranzo di
festa. Il professore sarebbe pur sempre stato come al confino, col pericolo
che il nascondiglio fosse scoperto... E Piero? Il re aveva dichiarato guerra
ai tedeschi, e chi aveva giurato avrebbe dovuto combattere. Anche Piero.
Toni aveva già ideato una mezza dozzina di nascondigli nel caso in cui
Piero avesse dovuto scappare; aveva pensato alla cascina di Maria, ma era
come dire: se non è qui è là; alla sua casa, ma era come chiudersi in un
budello; voleva scavare una grossa buca nell'orto, ricoprirla con travi e
terra, come aveva visto fare durante la guerra in trincea. Piero, a ogni
progetto di Toni, rideva. - E allora dimmi tu quello che andrebbe
bene - rispondeva Toni un poco risentito.
Piero si confidava con Maria. - Sono convinto - le diceva - che
molti soldati, o per un ideale o per non potere raggiungere le loro case,
si sono rifugiati sulle montagne. Quello sarebbe il mio posto. Ma dove
andare? Qui non si sa niente, siamo completamente tagliati fuori.
Verso le due, Franco uscì dal portone col carretto carico di gambi di
granoturco. Accompagnava il cavallo alla cavezza cercando di evitare le
buche sulla strada di terra battuta. Dopo un quarto d'ora scaricava le
prime fascine, col carretto contro il rustico della canonica, mentre l'arciprete
si raschiava la gola un po' per la commozione, un po' per la gioia,
ma soprattutto per non lasciarsi prendere dal riso al pensiero di dovere
accogliere l'amico tirandolo fuori da gambi di granoturco.
Era già buio quando la gente udì in lontananza il rumore d'un camion.
Da poco era suonato il pater dei morti e il caffè aveva già abbassato
la saracinesca. Dopo l'8 settembre, ci fosse o no il coprifuoco, col
232
buio erano già tutti in casa e l'uscio chiuso con doppia mandata. Mentre
il rumore si avvicinava, alle prime finestre del paese le donne si rimandavano
la voce: - Ma quelli sono fascisti, cantano Giovinezza.
La voce corse più velocemente delle ruote dei camion. Era già giunta
alla piazza e nei vicoli, passando davanti alla casa della guardia comunale,
quando il camion si fermò all'inizio della via principale.
- Vengono per il professore - disse la guardia alla moglie.
- Tu?... - chiese allarmata la moglie.
La guardia scrollò la testa: - Io non c'entro. E poi il professore se ne
è andato da diversi giorni e nessuno sa dove. Prepara qualche bottiglia
di vino. Prima verranno qui.
- Non sarebbe meglio che andassero dal maresciallo? - chiese impaurita
la moglie.
- Sarebbe meglio, ma verranno qui.
Due militi, armati di mitra, bussarono alla prima porta del paese.
Nessuno rispose. I colpi si fecero più insistenti. Si aprirono cautamente
le imposte della finestra di sopra.
- Che volete a quest'ora? - biascicò una donna fingendo uno sbadiglio.
- La casa della guardia comunale.
- Più avanti, prima della piazza, a sinistra - e le imposte si richiusero.
- Grazie, buonanotte.
- Chissà che cosa stanno combinando! - sospirò la donna rivolgendosi
al marito.
- C'è una novità: nel '21 non dicevano grazie - le rispose l'uomo.
Il rumore del motore rimbombò nella stretta via spegnendosi dopo
un poco.
- Entrate, camerati - disse la guardia in divisa, affacciandosi all'uscio.
- Nemmeno a essere un indovino vi avrei aspettati a quest'ora.
- Non siamo in giro per visite di cortesia - disse brusco uno che
doveva essere il capo della spedizione. - Accompagnateci alla casa di
quel confinato.
- Dal professore? Ma vi ho già detto che da diversi giorni il professore
non è più in paese - rispose la guardia alzando un poco la voce
nella speranza che qualcuno dalle finestre delle case vicine l'udisse.
- Se volete, possiamo andare dal maresciallo.
- Sì, andiamo da Badoglio - sghignazzò uno.
- Salite con noi sul camion, dunque - gli ingiunse il capo.
S'intromise la moglie: - Non volete prima bere un bicchiere?
Il marito le fece cenno di non insistere e salì sul camion. Il camion
girò velocemente nella piazza e riprese la sua corsa nella direzione donde
era arrivato. Il capo bestemmiò.
- Gli siamo passati davanti, e così avrà avuto il tempo di scappare. Perché
non ci avete detto stamattina che la sua casa era la prima villetta? disse rivolto in tono rude alla guardia che gli stava accanto in cabina.
- Non m'avete chiesto nulla... Comunque vi avevo avvertiti, per
non farci una brutta figura: il professore non è in paese.
233
- Si vedrà - tagliò corto il capo.
- Tutto per non farci brutta figura - insistette la guardia. - Se cominciamo
male, la popolazione ride.
- Circondate la casa - ordinò il capo.
I militi saltarono dal camion a eseguire l'ordine. Quattro rimasero
davanti al cancelletto.
- Chiamatelo, che venga ad aprire - ingiunse il capo alla guardia.
- Andiamo, siamo ancora in tempo. Nessuno saprà niente e la popolazione
non avrà motivo di ridere - riprovò la guardia.
- Sembra che voi roniate per questa specie di professore - disse ironico
il capo, e alzò la voce: - Chiamatelo.
La guardia ubbidì. La sua voce si disperse ripetutamente nel buio dei
campi.
- Sfondate il cancello - ordinò il capo.
Il cancelletto cedette ai primi colpi.
- Tu fermati qui, gli altri vengano con me.
La porta della villetta non cedeva. Due colpi di rivoltella fecero saltare
la serratura. La casa fu messa sossopra, ogni cassetto aperto e rovistato,
gli armadi frugati, il letto matrimoniale buttato all'aria. La guardia,
seduta sui gradini, fissava l'ombra del milite posto al cancelletto col mitra
imbracciato, immaginava, dalle imprecazioni e dai rumori, i movimenti
degli altri nella casa, e provava come un vuoto nella testa. Che
poteva contare una guardia comunale? Quel gradasso che conosceva
bene, oh sì, lo conosceva anche dopo il 26 luglio, se ne sarebbe ritornato
in città lasciando lui, povera guardia comunale, senza nessun
avanzamento in vent'anni, a caricarsi dell'odio della gente. Perché tutti
avrebbero dato la colpa a lui...
I militi erano già fuori e la guardia rimaneva seduta: - Vi avevo avvertiti...
E adesso che figura ci facciamo?
Ma nessuno lo udì né lo salutò. Il camion ripartì alla volta della città.
La guardia accostò l'uscio, accostò il cancelletto e s'avviò verso casa.
«Quando m'iscrissi al fascio, queste cose non succedevano più» disse fra
sé. Lungo la strada incontrò il maresciallo che pedalava vigorosamente.
- Sono già partiti - gli gridò la guardia.
Il maresciallo frenò bruscamente: - E allora? - domandò.
- È da tempo che il professore non si trova più in paese - rispose
la guardia.
- E nessuno sa dove sia - aggiunse il maresciallo.
- Nessuno.
- Avevano un mandato di perquisizione?
- Si vede che non usa più.
- Solo pochi minuti fa ho saputo dell'arrivo del camion, e ho immaginato...
Vado a rendermi conto personalmente... Buonanotte.
- Buonanotte, maresciallo.
Non era vero. Il maresciallo, aspettandosi qualcosa quella sera, stava
alla finestra verso la piazza. Dal rumore del camion, dai minuti di sosta,
dall'inversione di marcia, avrebbe scommesso che avveniva quello che
234
realmente accadde. I portici e la piazza erano deserti quando si avviò verso
la villetta del professore, ad andatura forte, calcolata per dare l'impressione
che si recava urgentemente sul posto. Ma si sarebbe fermato prima
se il camion fosse stato ancora davanti alla villetta. Non era per vigliaccheria,
questo no. Paura, forse, e un po' di prudenza. Si limitò a fare un
semicerchio attorno alla villetta. «Io ufficialmente non so nulla. Ritornerò
domani per stendere il rapporto» ragionò fra sé, e ritornò in paese.
Alla prima porta semiaperta si sentì chiamare: - Maresciallo, si sono
fermati qui per domandarmi dove abitava la guardia - disse la donna.
- Se comincia così, la guardia si scava la fossa sotto i piedi - disse
una vecchia dell'uscio vicino. - E dico forte quello che penso, tanto
sono vecchia, e chiudere gli occhi per non vedere queste porcherie non
mi fa paura.
- La guardia non c'entra - scappò detto al maresciallo che s'era ripromesso
di non rispondere a nessuna domanda.
Dal primo pilastro della piazza sbucò un'ombra. Era Toni.
- C'è pericolo, maresciallo?
- Nessun pericolo, Toni, per il momento almeno...
- E la casa?
- Domani dirò al fabbro di rimettere la serratura. Buonanotte.
Toni risalì sulla bicicletta e ritornò alla Campanella. Vi s'era precipitato
a dare l'allarme, non appena aveva sentito il rumore del camion, e
Piero era corso nell'orto, con la rivoltella nella tasca.
- La casa non ha più serrature, me l'ha detto il maresciallo - raccontò
concitato Toni. - E se qualcuno stanotte dovesse andare a rubare?
- Ma no, Toni - disse Benedetta. - Quella casa è più rispettata
d'una chiesa.
- Non dico del paese, ma gente forestiera. Tanto tutti darebbero la
colpa ai fascisti. Io stanotte la passo là. Con la confidenza che ho col
professore, tutti capiranno che dovevo farlo.
- Bravo, Toni, - disse il padre - così, se manca qualcosa, i fascisti
diranno che sei stato tu.
- Che ci provino - e mise istintivamente la mano sulla roncola.
Era rientrato Piero, chiamato da Maria.
- Ha ragione mio padre. Tu li conosci i fascisti fin dal '20. Quelli di
oggi sono più arrabbiati e, invece dell'olio di ricino, hanno i mitra disse Piero.
Arrivò trafelata la Cecina: - È successo qualcosa?
- Eccola che arriva - brontolò Toni. - Non potevi stare a letto?
- E tu ci sei stato? - lo rimbeccò la Cecina. - Non è successo proprio
niente?
- Niente - disse Piero. - Toni stava venendo a letto.
- Veramente io... - ma non continuò perché per lui la parola di
Piero era vangelo.
- Un bicchiere, Toni, così dormirai meglio - disse Piero.
- Ma che medico sei? Non vedi che me lo rovini? - disse la Cecina,
ma il tono era di una che dava il suo consenso.
235
Nonostante il bicchiere, Toni dormì poco quella notte. Si svegliava
continuamente di soprassalto mentre stava gridando contro qualcuno
che tentava d'entrare nella casa del professore.
Quando il paese si svegliò, il primo discorso fu il camion dei fascisti.
Le campane dell'avemaria suonarono doppio. Qualcuno, ancora a letto,
disse: - L'arciprete suona a festa perché non hanno preso il professore
-. Ma molte donne sapevano che era la festa di san Michele
arcangelo, dettero dell'ignorante al loro uomo che voleva parlare di
campane senza nemmeno sapere com'era fatta la chiesa, figuriamoci il
calendario dei santi, e andarono a messa. C'era proprio bisogno di san
Michele in quei giorni, con la sua lancia allenata a uccidere mostri.
Alle otto, il fabbro era già al lavoro attorno alla porta della villetta,
mentre il maresciallo e l'appuntato passavano da una camera all'altra per
rendersi conto sommariamente della situazione e stendere il rapporto.
- Non toccate nulla - disse il maresciallo all'appuntato.
- Sembra che abbiano solo rovistato, ma non possiamo sapere se
hanno asportato qualcosa.
Al cancelletto gli disse: - Adesso ritornate in caserma, io vi raggiungerò
con le nuove chiavi non appena il fabbro avrà finito il suo lavoro.
Si sedette sul gradino dopo avere steso il fazzoletto bianco per non
sporcarsi i pantaloni della divisa. Col fabbro poteva permettersi quelle
piccole concessioni alla stanchezza, più morale che fisica, tanto sulla
strada non passava nessuno. Si conoscevano bene, per ragioni professionali;
i furti avevano spesso a che vedere con le serrature. Passando
sotto i portici, il maresciallo si fermava, a volte, davanti alla bottega annerita
del fabbro. Gli piaceva udire da vicino il colpo ritmato della
mazza, osservare quelle braccia ancora forti e sempre nude anche d'inverno,
fissare il profilo marcato di quel volto teso nello sforzo. Bastava
un buongiorno perché il fabbro capisse che il maresciallo, nonostante
le manifestazioni fasciste cui era obbligato, gli era amico. La confidenza
nasceva da quegli incontri senza parole.
Ma quel mattino il fabbro parlò, e fuori dei denti.
- Una volta chi scassinava una porta lo mettevate in galera, vero maresciallo?
- disse il fabbro senza alzare gli occhi dal lavoro.
- Se lo pescavo - rispose pronto il maresciallo, nascondendo il suo
abbattimento dietro la facezia.
- Lo pescavate sempre. Voi, maresciallo, avete un fiuto particolare
nel seguire le tracce del ladro. Tutti ve lo riconoscono, e vi apprezzano
perché sapete distinguere fra ladro e ladro. La porta d'un pollaio è diversa
da quella d'un cristiano. Tutti vi apprezzano per questo. Un cristiano
non è una gallina.
Il fabbro trasse dalla tasca gli occhiali. Doveva sistemare le viti. Continuò:
- Li denuncerete?
- Li denuncerò - rispose deciso il maresciallo. Afferrò un bastoncino
e cominciò a tracciare linee e cerchi sulla ghiaietta. - Una denuncia
contro ignoti per violazione di domicilio con scasso.
- Ma la guardia non è un ignoto. La gente l'ha visto uscire di casa,
236
salire sul camion e ritornare a piedi.
- La guardia non c'entra - disse deciso il maresciallo. Stette un
momento in silenzio, sorpreso dal tono forte della sua voce. Continuò
più calmo: - Mi dovete credere, Natale, la guardia non c'entra.
- Se ne siete sicuro, maresciallo... ma io non mi fido, la gente non
si fida... Nessuno l'ha obbligato a tirar fuori la divisa e a riprendere il
manganello.
- Vedete, Natale, - disse confidenzialmente il maresciallo - uno
che da anni ha sempre indossato una divisa e si è sempre fatto vedere
dalla gente così vestito, quando si mette in borghese è come se si sentisse
nudo... gli sembra di non contare più niente. Bisogna capirlo... Io, per
esempio, o l'arciprete... Ve lo immaginate l'arciprete senza sottana?
- Per me sarebbe lo stesso. L'arciprete lo rispetterei sempre per quello
che è - disse il fabbro.
- Certo, certo - s'affrettò a dire il maresciallo. - Ma dovete ammettere
che non tutti sono come l'arciprete.
Il fabbro provò la nuova chiave e la consegnò al maresciallo: -Adesso
il cancelletto -. Raccolse ordinatamente gli strumenti nella cassetta
di legno. Il maresciallo s'alzò, ripiegò con cura il fazzoletto bianco e seguì
il fabbro.
- A fare un mestiere giusto ci vorrebbe anche il muratore, ma per
quello che serve basta qualche colpo di martello - disse il fabbro dopo
avere esaminato attentamente la serratura. - Deve avere ceduto alla
prima spallata.
Il lavoro terminò presto. Con un grimaldello il fabbro chiuse il cancelletto.
- Prendete l'impronta della chiave - disse il maresciallo. - Passerò
poi io a ritirarla. Domani?
- Anche stasera.
- Bene, e assieme al conto.
- Col professore - sorrise il fabbro - siamo tutti in debito.
- Datemelo ugualmente, per correttezza amministrativa. Troveremo
chi dovrà pagare, quando le cose cambieranno.
- Se è per questo, anche l'aumento ci metto. Arrivederci, maresciallo.
Il fabbro era a piedi e lasciò partire il maresciallo. Tirò fuori da una
tasca un grosso fazzoletto blu, se lo passò sul viso, vi si strofinò le mani,
lo rimise in tasca, frugò nell'altra tasca, ne trasse un mozzicone di toscano,
sfregò lo zolfanello contro il pilastro del cancelletto, tirò qualche
colpo, sputò, afferrò la cassetta e s'avviò verso il paese. Passando davanti
alla stradetta che costeggiava la casa, si sentì chiamare.
- La chiave del cancello ce l'ho io. Me l'ha data il professore quando
è partito, per via dei lavori in giardino - gli disse Toni.
- Ah, è partito.
- Un'altra ce l'ha Filomena, con quella di casa. Hai cambiato le
serrature?
- Solo quella di casa. Filomena deve andare dal maresciallo se vuole
la nuova. E anche tu, è meglio che passi da lui prima di riaprire il
237
cancelletto.
- Hanno portato via roba?
- Sembra di no.
- E la guardia?
- La guardia non c'entra, dice il maresciallo. Ma è meglio stargli alla
larga. Un altro bicchiere d'olio di ricino e, alla tua età, addio Cecina.
- Poco male per la Cecina se non fosse che dovrei salutare anche
Toni. Ma la seconda volta è diffìcile sputare sullo stesso posto.
- Vedrai che quelli non si rassegnano. Sono pieni di rabbia e vogliono
sfogarsi. Se non hanno trovato il professore, cercheranno qualcun
altro. Debbono far vedere alla gente che non sono il due di coppe in
mano ai tedeschi.
- Ma i carichi li abbiamo noi, ce li ha il popolo.
- Sei sempre quello, Toni, non sei invecchiato.
- Nemmeno tu, ad ascoltarti quando batti la mazza.
Toni fece finta di avviarsi dalla parte dei campi ma poi, quando il fabbro
fu ricoperto dalle siepi che proteggevano gli orti dalla strada, ritornò
indietro, aperse il cancelletto che dava sui campi e fece il giro della casa
dalla parte del rustico, guardando attraverso le persiane delle finestre.
- Vigliacchi, delinquenti, assassini - diceva ad alta voce a ogni cassetto
aperto e a ogni libro sul pavimento che poteva intravedere. - Ma
la pagheranno.
Ritornò alla Campanella. La voglia di correre se la sentiva addosso,
ma le gambe non rispondevano.
Le donne, rientrando da messa, dopo tanti gloriapatri detti in onore
di san Michele e congetture ancora più numerose, diffusero in paese la
notizia che Badoglio, passato l'8 settembre, aveva mandato delle persone
di mestiere a portare in salvo il professore. - A quest'ora sarà a
Bari - disse una che sentiva ogni giorno il comunicato e leggeva tutti
i pezzi di giornale che le capitavano in mano. - Bari è il luogo più sicuro
-. Bastò quell'affermazione perché il professore si trovasse
senz'altro a Bari. La voce raggiunse anche la guardia, come una liberazione:
- Vi avevo avvertiti che il professore non era più in paese rispose al federale che l'aveva chiamato di persona al telefono con parole
di fuoco per lo smacco della notte. - Io non potevo immaginare
che fosse a Bari, ma oggi qualcuno ha cantato. E a Bari, con la guerra
che taglia l'Italia in due, non ci si va in un giorno. Vi avevo avvertito,
ma a una guardia comunale non s'è voluto credere. Viva il duce - e
riattaccò con un sorriso di soddisfazione, perché dall'altra parte del filo
s'era accorto che non venivano più parole.
Per qualche giorno in paese si rise della storia del camion.
- Non siamo più nel '21 - dissero al caffè. - Il fascio è morto e
sepolto. Che vuoi che facciano un gruppo di fanatici?
L'ANNUNCIO DEL FIGLIO
Dopo i primi tempi d'incertezza, sembrava che il commercio fosse risorto,
coi prezzi dei rottami e delle pelli che salivano ogni giorno. - Se
i fascisti non fanno stupidate e i tedeschi pensano solo alla guerra, non
238
c'è poi troppo da lamentarsi a confronto con quanto poteva
succedere - qualcuno cominciava a dire al caffè. - C'è tutto da guadagnare
a lasciar stare i tedeschi. I fascisti poi non muoveranno un dito
se loro non vogliono.
A quei discorsi Stalino si sentiva prurito sulla lingua e alle mani:
- Voi non li avete conosciuti i tedeschi. Ci rubavano i camion e la
benzina per scappare. Sono bestie. - Adesso non c'è nessuna ritirata.
Bisogna tenerseli buoni. Noi siamo per gli americani, ma adesso qui ci
sono loro. Ad ascoltare te... - e Stalino a insistere su tutti i toni.
Poi, constatando che non lo ascoltavano perché c'erano affari più urgenti
in giro, cominciò a farsi vedere sempre di meno al caffè e a prendere
le stradette dei campi. Faceva legna per l'inverno, asciugava tratti
di fosso con pala e badile per vendere qualche secchiello di pesce, seguiva
le piste delle talpe e vi depositava le tagliole che lui stesso aveva
confezionato; ed era tutt'occhi se mai ci fosse stata qualche arma abbandonata,
come gli era capitato il primo giorno dello sbandamento.
Il mattino, dopo la raccolta delle tagliole, lo riservava a spellare le talpe
con una vecchia lametta da barba. Stendeva le pelli con chiodini su
un'assicella di legno e le teneva all'aria per farle essiccare. Essiccate, le
deponeva una sopra l'altra in una grossa scatola di cartone. - Perché
non le vendigli ? diceva sua moglie. - Le pagano bene. - I tedeschi
le pagheranno meglio per le loro puttane - rispondeva. - Io li
conosco, vogliono vestire bene le loro puttane. E ne troveranno anche
qui, come in Russia; ce ne sono dappertutto. Almeno i nostri soldi li
lasceranno qui. Quest'inverno costeranno il doppio, vedrai. Quelle
vorranno la pelliccia di talpa, non di coniglio.
Quasi ogni giorno la guardia comunale era chiamata al telefono dalla
casa cittadina del fascio perché si desse da fare col nuovo tesseramento.
- Come se non fosse cambiato niente - borbottava la guardia, ma
doveva pur fare qualcosa, se non altro per non sentirsi ripetere che era
un tiepido.
Cominciò dall'ex segretario del fascio: - Quel che è stato è stato. I
tedeschi vinceranno la guerra, e se noi fascisti non contribuiamo alla
vittoria diranno che tutta l'Italia ha tradito.
L'ex segretario comprese subito dove la guardia voleva arrivare, ma
fece finta di niente. Lo invitò ad accomodarsi, gli offerse un bicchierino
di liquore di prima della guerra e parlò dei suoi dolori artritici che
erano ritornati con le prime nebbioline autunnali.
- Per prendere la tessera non devi passare la visita medica - sogghignò
la guardia. - Se la prendi tu, altri ti seguiranno, e potremo dimostrare
al federale che anche nel nostro paese non tutti hanno tradito.
- Io non ho tradito - sospirò l'ex segretario.
- Certo, tu non hai tradito, il ritratto te l'hanno strappato di casa,
ma il federale dice che il solo segno per dimostrare che non abbiamo
tradito è la tessera.
- Non insistere, non dico di no, ma lasciami pensare perché dei guai
ne ho già passati abbastanza - quasi supplicò l'ex segretario.
239
- Giusto. Domani mi darai una risposta.
Il giorno dopo, l'ex segretario non aveva ancora pensato a sufficienza,
e la guardia, al telefono, si prese la sua parte. Cocciuto, ritornò alla carica:
- Ma, non capisci che continuano a tormentarmi? In fondo che
cos'è una tessera?
- È una cosa seria, e bisogna pensarci.
La guardia si rivolse altrove, non perché si fosse stancato dei buchi
nell'acqua coll'ex segretario, ma perché, in fondo, gli conveniva, dimostrando
così quello che aveva sempre sostenuto: non esserci nessuno al
paese uguale a lui nella fede fascista. Andò di filato al caffè. Aveva ricominciato
a frequentarlo, ma stando solo al banco; distribuiva e raccoglieva
qualche sorriso, faceva un saluto fascista a mezz'asta e poi se ne
usciva. Ma quel giorno si sedette al tavolino e chiamò il padrone del
caffè, mentre dava un'occhiata distratta al muro dove si vedeva l'alone
lasciato dal quadro del duce e poi del re. Il padrone s'affrettò premuroso:
- Un caffè? Un grappino?
- Sedetevi un attimo - disse a bassa voce. - Quel che è stato è stato,
ma là si vede troppo bene che c'era un ritratto.
- Me l'hanno bruciato, io non volevo... e adesso come faccio a rimetterlo?
In giro non se ne trovano.
- Io l'ho trovato, e vi assicuro che ce ne sono da riempire tutte le
case di chi non ha tradito - sorrise la guardia. - Se volete ve lo posso
procurare.
- Veramente... le cose sono cambiate. Prima questo caffè era frequentato
da fascisti, ma ora... se ci metto il ritratto...
- Capisco, è giusto.
Il padrone si sentì sollevato, ma per un solo respiro, che la guardia
continuò: - Voi siete un fascista della prima ora, non è vero? Prima
ancora di me... Capisco per il ritratto, benché, se volete clienti fascisti,
ve li posso anche questi procurare. Quelli del camion, per esempio, potrebbero
venire a bere il caffè qui, ogni tanto.
Il padrone si sbiancò in viso. - Dite sul serio? - farfugliò.
- Dico tanto per dire - rispose la guardia. - Capisco per il ritratto,
ma la tessera è un'altra cosa, è strettamente personale, la tenete in
tasca, non la mettete in cornice. E, con la tessera in tasca, potete sempre
dire che non avete il ritratto perché ve l'hanno bruciato contro la
vostra volontà. Io potrò testimoniare che è vero.
«Canchero» disse il padrone del caffè nel posto più profondo della
gola, dove solo la mente ode le parole senza che le labbra si muovano.
Poi le mosse appena appena e disse frettolosamente: - Va bene, mi
fido di voi, portatemi la tessera, ma senza pubblicità. Voi sapete, il mio
mestiere... Mi fido di voi...
La guardia sorrise e comandò un grappino dalla gioia di poter rispondere
al telefono: - Qualcosa si muove, siamo sulla buona strada - ed
essere lasciato per qualche giorno in pace.
- Oggi non si paga - disse il padrone del caffè quando la guardia
andò al banco col portamonete in mano. - Fra camerati... ma solo
240
per oggi - aggiunse fra i denti.
- T'ha fregato, alla fascista - disse un cliente che aveva tutto osservato.
- Canchero - disse forte il padrone mentre asciugava il bicchiere,
per dimostrare a tutti che se si era iscritto di nuovo al fascio l'aveva fatto
per evitare guai peggiori.
La guardia naturalmente non udì. Era già sotto il portico, e camminava
buttando fuori i piedi ancora più dell'ordinario, ma senza boria,
solo perché era contento. «T'ho fregato» diceva fra sé «t'ho fregato come
meritavi. Tu, fascista della prima ora, fai soldi con roba imboscata
e io, solo dal '24 per mangiare, son dovuto rimanere chiuso in casa per
quarantacinque giorni, come un lebbroso. Camerata, eh? Nemmeno
nelle suole delle scarpe mi sei camerata».
Al commerciante di rottami all'ingrosso, che l'anno prima aveva avuto
per interessamento della stessa guardia l'esclusiva della raccolta del
rame requisito e che, come tutti sapevano, aveva rivenduto a gerarchi
e provati fascisti i pezzi migliori a prezzo conveniente alle due parti, fece
balenare la possibilità di altre requisizioni. Per convincerlo meglio,
accennò non solo agli alti prezzi che i tedeschi avrebbero praticato, ma
anche a certi grossi paioli di rame che l'anno prima avevano preso strade
non consentite. E il commerciante all'ingrosso fu il terzo fascista
rinnovato del paese.
Il commerciante non aveva fatto i soldi perché fosse l'ultimo nato, e
pensò: «Scaltri del mio ramo prendono la tessera, potrò dire che vi sono
stato costretto dal mestiere». Decise così di praticare un duplice listino
di prezzi, e a ciascun ambulante fece un discorso molto semplice:
- Io, per ragioni di mestiere, ho dovuto prendere la tessera; se la prendi
anche tu, che sei dello stesso ramo, qualcosa in più te lo faccio guadagnare,
altrimenti non so come andrà a finire con tutta questa concorrenza.
Sentita la proposta, qualche venditore ambulante giudicò che era
giunto il momento di mettersi in proprio; un paio, cui non importava
niente di fascismo o di tedeschi, presero la tessera, ma nemmeno un
centesimo guadagnarono in più; gli altri continuarono come prima e
ci guadagnarono i soldi della tessera.
Alla fine di settembre gli iscritti erano cinque, e la guardia potè concedersi
qualche giorno di respiro dato che la voce dall'altro capo del telefono
era meno dura.
Ai primi di ottobre ci fu l'appello di Oraziani agli ufficiali dell'ex esercito
regio perché accorressero sotto le bandiere della repubblica fascista.
Di ufficiali in paese c'era solo Piero, ma la gente non ne parlò, tanto
era sicura che quell'appello non lo riguardasse. Il maresciallo non
ricevette nessuna istruzione sul caso e la guardia, un paio di volte, mandò
la moglie al telefono dandosi per ammalato. La moglie svolse il suo
compito così bene che, dall'altro capo del filo, giunsero perfino gli auguri
d'una pronta guarigione.
Stalino pensò: «Se chiamano gli ufficiali, per i soldati faranno le retate.
Che ci fanno gli ufficiali se non ci sono i soldati?». Lasciò passare
241
qualche giorno e poi si decise ad andare alla Campanella per parlare
con Piero. Fin dal giorno del funerale gli voleva parlare, ma non sapeva
bene di che cosa. Adesso aveva la scusa di farsi fare una visita
come soldato. Gli avevano dato la convalescenza dopo la quarantena
in ospedale per una pleurite che s'era buscato nella ritirata, tanta
manna con quello che succedeva. A metà settembre avrebbe dovuto
presentarsi per la visita di controllo, ma era capitato quel che tutti sapevano,
e in Germania non voleva finirci per il gusto di sentirsi dire
che era guarito.
Al mattino andò con la rete per certi fossi d'acqua corrente che sapeva
generosi di alborelle, dato che non poteva presentarsi a mani vuote per
una visita fuori d'ordinanza, e Piero non voleva un centesimo anche
per i non soldati; e sul tardi prese la via della Campanella con un piatto
colmo di pesciolini lucenti, avvolto in un tovagliolo bianco.
- Li ho pescati per te, freschi freschi - disse a Piero che stava seduto
nell'aia con un libro in mano. - Chissà quanti libri leggi in barba
ai tedeschi...
- Tanto per far passare il tempo - disse Piero perché non voleva
andare sul discorso dei tedeschi. - E la tua convalescenza?
- Al 15 del mese passato avevo la visita di controllo. A quest'ora, se
non succedeva niente, avrei di nuovo le stellette.
- Avremmo tutti e due le stellette.
- Senti, Piero, io dal medico del paese non ci vado, perché... insomma
sono ancora dell'esercito - disse Stalino cambiando repentinamente
tono. - Mi vuoi dare un'occhiata se sono a posto?
- Vieni -. Entrarono in salotto. Passando dalla cucina, Stalino pose
il piatto dei pesci sulla tavola.
- Come ti sentigli ? chiese Piero.
- Se non fosse per i tedeschi, mi sentirei bene.
Piero l'auscultò: - I polmoni si aprono bene, il cuore è un orologio...
Sì, ora la tua malattia sono i tedeschi.
Stalino rise: - Non dimenticare e raccontare, ci ha detto un generale
dopo la ritirata -. Poi si fece serio: - Senti, Piero, la visita è
una scusa. Sapevo d'essere guarito. Volevo chiederti: bisogna star qui
a marcire finché i padroni tedeschi ci fanno grazia, in attesa, magari,
di fare la fine del topo? Possibile che non si possa far qualcosa? A me
Badoglio e il re non vanno giù, ma i tedeschi mi vengono fuori dagli
occhi. In Russia... tu sai quello che è capitato in Russia; non voglio
andare sull'argomento perché non finirei più... Io non buttai mai via
il fucile, anche se non sparava più perché era gelato; ma se avessi potuto
sparare, i colpi sarebbero stati per loro... Adesso ce l'ho di nuovo
un fucile e può sparare, l'ho trovato in mezzo ai campi... Qui i
tedeschi, quando verranno, ci tratteranno come è successo in Russia.
.. A me è bastata una volta, e non voglio che mia moglie e mio
figlio provino quello che ho provato io. In paese adesso pensano a tenerli
buoni e a fare soldi. Non vado quasi più al caffè perché litigherei
sempre... Peccato che non ci sia più il professore. Di lui avevano rispetto...
242
Possibile che non ci sia da far qualcosa? Tu sai quello che
avviene in altre parti?
Stalino aveva parlato un po' sottosopra, spesso interrompendosi e gesticolando
più del normale, ma Piero aveva capito. Che poteva rispondergli?
Quante volte, con Maria, ne aveva parlato, e mai una notizia
sulla quale contare, perché anche lui era un soldato e non voleva sottrarsi
al suo dovere. Ultimamente s'era sparsa la voce, portata da ambulanti
che avevano allargato il loro giro fino ai piedi delle colline, che
in montagna c'erano bande armate di soldati e di ufficiali italiani, e
Piero ne aveva parlato all'arciprete perché interessasse il professore e il
professore, coi collegamenti che aveva ripreso con la città, gli indicasse
quello che si doveva fare. Ma il comitato di città era ancora in via di
costituzione, confermava l'esistenza di tali bande, prometteva che presto
sarebbe stato più preciso; e intanto il tempo passava fra dubbi e timori,
dopo l'appello di Oraziani, che, a causa sua, la Campanella potesse
soffrire qualche rappresaglia.
Ora Stalino gli riproponeva, in altro modo, gli stessi interrogativi,
con lo stesso desiderio di non sottrarsi a un dovere ancora imprecisato
ma non per questo meno urgente. Piero taceva, e Stalino lo fissava come
se gli avesse voluto dire: mi chiedi perché sono venuto da te? E da
chi, allora? Ma che rispondergli? Aveva il diritto di togliere o di aggiungere
qualcosa di fronte a decisioni che dovevano essere assolutamente
personali, per rispetto alla coscienza di ciascuno? Tuttavia, non poteva
nemmeno permettere che quel silenzio si prolungasse, perché non si
caricasse di significati non rispondenti al vero. Alla fiducia doveva rispondere
con la fiducia.
- Non ne so più di te, Mario, - disse Piero - ma sono contento
che anche tu ti poni le mie stesse domande...
- Io l'ho capito dal giorno del funerale, quando hai voluto portare il
cordone; sapevo di non sbagliarmi, e sono venuto da te. Anche perché
ho un'idea. Dalle parti delle colline abita il tenente che ci comandò nella
ritirata, un ragazzo in gamba che non si lasciava mettere sotto i piedi
dai tedeschi. Fu anche lui mandato a casa dopo la quarantena e non ne
ho saputo più nulla. Ma quello in Germania non è finito, quello non ha
mai abbandonato un parabellum russo durante la ritirata e diceva: ragazzi,
se mai questo parabellum dovesse ancora sparare è contro i tedeschi.
A essere certo che il mio tenente è in quelle bande che anche mio
cognato dice ci siano sulle colline, io ci andrei subito, col mio fucile.
- Sei proprio così deciso? - chiese Piero.
- Vangelo sacrosanto, io a rodermi il fegato non ci sto più.
- Hai un bambino piccolo - insistette Piero.
- E non ho perso tempo - rise Stalino. - Mia moglie ne attende
un altro - si rifece serio. - Ti giuro, Piero, che quando guardo mio
figlio vedo quel piccolo russo che i tedeschi hanno buttato in aria e ucciso
con un colpo di pistola, come se fosse stato un piccione. Se non
vado a pulirmi gli occhi per quel bambino, io non potrò più guardare
mio figlio.
243
Piero fu colpito da queste parole. Quasi coetanei, si conoscevano dalle
prime scorribande nei campi. Poi lo studio aveva allentato i legami
della reciproca conoscenza; ma l'amicizia era rimasta. Ora Piero se lo
trovava davanti, uomo fatto dalla sofferenza della guerra, con una forza
di sentimenti e di volontà che non aveva immaginato nello Stalino del
caffè, dove la volontà di rifarsi dalle umiliazioni subite si mescolava alla
pietà, quale egli stesso provava davanti a un ferito.
- Come potresti avere notizie di quel tenente? - gli chiese.
- Mio cognato batte ora quelle parti in bicicletta, dopo che la sua
piazza di prima è stata invasa da tanti ambulanti improvvisati, con tutti
gli sbandati che sono tornati a casa. Pensa a fare soldi ma mi vuole bene
e rispettale mie idee. Se gli chiedo di informarsene, si fa in quattro per
me, e ci si può fidare, perché chiacchiera che incanta ma è prudente
quando c'è di mezzo una persona di casa.
- Fammi sapere qualcosa, e presto - gli disse Piero stringendogli
la mano.
In cucina Stalino, col piatto pulito, ricevette i ringraziamenti di Benedetta
mentre beveva il bicchiere di vino.
- Non dovevi disturbarti, Mario.
- Disturbarmi? Ero ancora in debito con Piero dal giorno in cui, per
un pugnetto di alborelle, mi dette una tinca grossa da mangiarci una
famiglia.
Benedetta sorrise al ricordo: - E difatti, ben secco, è il pesce che Piero
preferisce.
Maria era vicina al camino sul quale aveva messo il paiolo della polenta.
Guardò Piero: - Avrai bisogno d'una infermiera - sussurrò.
L'acqua nel paiolo bolliva. Era il momento di farvi scivolare dentro
la farina gialla e rimestarla lentamente, aggiungendone ogni tanto un
pugno, ma come se passasse da una clessidra.
Il giorno dopo, il cognato di Stalino ritornò dal suo giro che era già
buio, con un sacco di gavette d'alluminio, schiacciate perché fossero
commerciabili come rottami, e un altro di stracci e di pelli di coniglio
fra le quali aveva nascosto una lattina d'olio d'oliva. «Con quanto prendo
dell'alluminio» rimuginava di dentro «pago l'olio e le pelli, e me ne
avanza. Se la dura, c'è da mettere da parte qualche soldo. Gente che
non sa il prezzo del metallo, non c'è nemmeno gusto a imbrogliarla; e
poi la roba non è neanche loro, l'hanno avuta a dispetto dopo l'8 settembre,
e quel che gli do è un di più. Ma bisogna che ritorni subito,
prima che aprano gli occhi. Se riesco a persuadere Mario a stare in società,
c'è da guadagnare quello che si vuole. Domani vado a trovarlo e
gli faccio la proposta».
Stalino stava spellando le talpe quando il cognato entrò nel cortiletto.
- Non sapevo che anche tu t'eri dato alle pelli - gli disse il cognato.
- Fai bene, quelle crescono di prezzo più delle altre.
- Roba piccola, Pino, tanto per riempire il tempo e fare qualche soldo,
adesso che non prendo più la decade. Tu invece t'ingrandisci. Finita
la guerra comprerai un camioncino.
244
- Non esagerare, si fa quello che si può.
Pino afferrò uno sgabello, gli si sedette accanto e continuò: - Con me
potresti guadagnare di più che con le talpe. La bicicletta ce l'hai, e ai soldi
da anticipare ci penso io. In due si lavora meglio. Facciamo società?
- Con uno sbandato? Io non ho il congedo, e se mi pescano ci vai
di mezzo anche tu.
Il cognato rise: - Tu pensi sempre ai tedeschi. Ma io, con le strade
che batto, nemmeno l'ombra d'un tedesco ho ancora visto.
- Sai dov'è il paese di Roncolo? - chiese Stalino come se volesse
cambiare discorso.
- Se lo so... Io mi fermo al paese prima, non ce la faccio con la mia
bicicletta a salire di più. Perché me lo domandi?
- Là abita il tenente che mi comandò nella ritirata. Se non fosse stato
per lui, non sarei qui a spellare le talpe. Mi piacerebbe vederlo e salutarlo.
- Intanto vieni con me, e là ne riparliamo.
- Ma non ci sarà pericolo? - insistette Stalino per mettersi la coscienza
a posto di fronte a sua moglie.
- Nemmeno dipinto.
Partirono al mattino presto, con l'aria carica dell'umidità della notte
e una nebbiolina che stagnava sulla campagna. Stalino, dopo una ventina
di chilometri, aveva le gambe che sembravano due pezzi di legno.
Il cognato, invece, pur essendo più anziano d'una decina d'anni, faceva
strada come se fosse appena salito in bicicletta. «Lui è abituato, lui ancora
alle elementari batteva già le cascine con la bicicletta che pesava
più di lui; e poi ci sa fare» pensava Stalino. «Fosse stato in Russia con
la bicicletta, anche nella neve sarebbe riuscito ad andare».
Passarono da un paese. Stalino dette la voce al cognato: - Non ci
fermiamo per la colazione?
- Un po' più lontano, là mi conoscono.
«Più lontano, ma che non sia come in Russia. Ci dicevano: in queste
isbe non c'è più posto, andate più lontano, là lo troverete. E il più lontano
non arrivava mai, per quelli che riuscivano ancora a trascinare le
gambe. Gli altri si buttavano sulla neve e dopo un po' erano già giunti
a destinazione, quando non vi giungevano prima, schiacciati da un camion
tedesco». Strinse i denti e fece finta di niente.
Dopo una decina di chilometri il cognato si fermò a un pergolato davanti
a una casetta rossa, in mezzo alla campagna.
- Qui il vino è buono, si paga poco e sono gentili.
Mangiarono pane e lardo, bevvero un mezzo di bianco, fumarono
una sigaretta.
- C'è gusto ad andare in bicicletta per trenta chilometri di seguito
perché dopo ci si può riposare - disse Stalino aspirando la sigaretta
fatta con una cartina e tabacco di mozziconi. - Là in Russia non ci si
riposava mai, anche quando ci si fermava.
- Adesso la Russia non c'entra più - disse il cognato. - Butta via
quel calcinaccio di baco da seta e fuma una delle mie.
- Una Tre Stelle! - esclamò Stalino.
245
- Ringrazia l'8 settembre - rise il cognato. - Ne debbono avere
dei sacchi là dove andiamo. Con un po' di tattica qualche pacchetto lo
facciamo saltare fuori, vedrai.
Ripresero la bicicletta. Stalino non era più stanco. «Una colazione simile,
e anche in Russia avrei camminato meglio». La Russia gli era davanti
agli occhi, continuamente, come se tutto il mondo si fosse trasformato
in un'immensa steppa piena di neve. E i compagni che ti
cadevano a fianco come mosche, e tu che non potevi farci niente, perché,
se ti fermavi, non ti muovevi più. La nebbiolina era scomparsa e il
sole stava portandosi velocemente verso l'alto. Cominciava a fare caldo.
In Russia, invece, con solo degli stracci addosso, si era sotto i quaranta
gradi. La strada cominciava ad andare su e giù. Anche in Russia si andava
su e giù. E quando eri su speravi di vedere qualche isbà, e invece
trovavi i partigiani. Le pallottole fischiavano vicino, altri compagni cadevano,
e tu dovevi continuare perché se ti fermavi non ti muovevi più.
Fecero una sosta prima d'iniziare la salita, e fumarono una Tre Stelle.
- È il tratto più duro, - disse il cognato - poi si va bene, e a mezzogiorno,
anche prima, siamo arrivati.
La strada ridiventò pianeggiante, con brevi discese da ristorare le
gambe. Arrivarono che non era ancora mezzogiorno.
- Adesso sta' attento come si fa. Poi mi aiuti a gridare.
Urlò con tutto il fiato: - Donne, è arrivato lo stracciaio, vi pulisce la
casa e vi paga per giunta. Sapone casalingo, sapone profumato, contro
pelli stracci e rottami. E soldi, soldi... Donne, uscite, c'è lo stracciaio.
Si voltò verso Stalino: - Se non gridi e non ci metti qualche bella
parola fai pochi affari. Tu grida solamente: Donne e stracciaio.
A Stalino, al primo colpo, uscì solo un filo di voce. Si vergognava. Bisognava
essere tagliati per quel mestiere. In Russia era diverso: tutti gridavano,
e anche tu gridavi, senza vergogna.
- Non sei mica davanti al prete - rise il cognato. - Grida più forte.
Stalino provò di nuovo, tanto nessuno lo conosceva, e ci riuscì.
- Così va bene. Donne approfittatene, sapone di Marsiglia contro
stracci. E soldi, soldi se preferite.
Quando andarono all'osteria avevano già due mezzi sacchi di rottami
e di stracci con quattro pelli di coniglio, mentre la cassetta del sapone
s'era svuotata solo in un angolo. La bilancia di ferro con le catenelle
d'ottone penzolava dalla canna della bicicletta.
- Hai visto come si fa a pesare? - disse il cognato mentre mesceva
da bere da un litro di rosso. - Prima di far controllare dove si è fermato
il peso, dai un colpetto all'insù e così il peso scende. Ma deve essere
solo per qualche etto, non di più. Ci vuole pratica per non farsi
accorgere, avere cominciato da bambino, tu non saresti capace. A te lascio
la raccolta delle pelli, che non si pesano.
Quando, sul tardi, arrivarono alla grossa cascina quasi ai piedi della
collina di Roncolo, tre sacchi erano già riempiti e pressati. Fra le pelli
erano nascosti dieci pacchetti di Militi e cinque di Tre Stelle, una lattina
d'olio e due etti di caffè che Stalino non si ricordava più nemmeno
246
com'era fatto.
- È il commercio - gli disse il cognato. - Come quando si gioca
a briscola, un giorno le peschi tutte, e l'altro nemmeno il due. Ma anche
un po' di cervello non guasta.
Il padrone stava uscendo dalla cascina, riconobbe dai sacchi sulla bicicletta
l'ambulante, lo fermò e gli disse: - I contadini hanno molta
roba militare. Se vengono qui i fascisti e i tedeschi, e non tarderanno
perché sulle colline ci sono bande di ribelli, ci va di mezzo anche la cascina.
Roba che scotta. Portatela via. Anche loro vorrebbero disfarsene
ma non sanno come fare.
- Con un prezzo giusto si rimedia a tutto - disse il cognato.
Alla parola ribelle Stalino sentì le mani sudare.
- Io conosco un tenente a Roncolo, abbiamo fatto la guerra di Russia
insieme - disse. - Dato che sono qui, vorrei fare un salto a trovarlo.
Lo conoscete? Si chiama...
- Non conosco nessuno di Roncolo, - s'affrettò a dire il padrone
- voglio dire nessun tenente - e s'allontanò, come se avesse un appuntamento
urgente.
- Figurati se non conosce la gente di Roncolo - disse il cognato.
- Quello ha una sacrosanta paura dei tedeschi; e il forestiero lo crede
subito una spia. Ci vuole più tattica. Adesso pensiamo agli affari, e domani
vedremo per il tuo tenente.
Entrò in cascina e cominciò a gridare: - Donne, lo stracciaio. Sapone
casalingo, profumato, per spose giovani e belle, sapone di Marsiglia
contro rottami e stracci e pelli. Approfittate prima che i tedeschi me lo
portino via, e me col sapone.
Dal primo uscio corse fuori una donna: - I tedeschi, avete detto? Li
avete visti?
- Ne ho visti cascine piene, stamattina - rispose il cognato. - Cercavano
roba militare.
- E l'hanno trovata? - chiese la donna.
Altre donne erano uscite. - Se c'era, l'avranno trovata. I tedeschi per
il fiuto assomigliano ai cani da caccia. Noi non ci siamo fermati, abbiamo
preso delle strade basse perché altrimenti ci requisivano il sapone.
- Io ho un po' di roba, ma bisogna pagarla bene perché è roba buona.
- Il rame è tanto, l'alluminio tanto, le pelli tanto, gli stracci tanto,
voi sapete il prezzo, e io quel che è giusto l'ho sempre dato.
- Gli stracci sono nuovi e anche il metallo.
- Io compero solo stracci vecchi e rottami perché lavoro nel piccolo
col mio socio; e di questi tempi non c'è troppo d'allargarsi. Quando
non ci saranno più i tedeschi, allora può darsi che mi dia anche al commercio
degli stracci e dei metalli nuovi.
- Anch'io ho qualcosa, e mi accontento di poco - disse un'altra
donna.
- Passate anche da me.
- Farò il giro di tutte.
Stalino, intanto, pensava: «Lui gioca coi tedeschi perché non li ha conosciuti.
247
I tedeschi non sono come i cani, sono peggio. Però è bravo a
incantare la gente. Si sarebbero subito accorte che erano tutte balle
quelle dei tedeschi nelle cascine se le avessi raccontate io. Bisogna esserci
nati».
Si fermarono a dormire sul fienile dietro compenso alla padrona di
due pezzi di sapone.
- Così risparmiamo, e poi per i documenti... - disse il cognato.
- Avessi avuto in Russia un fienile come questo, e sarei ancora là a
dormire! - rispose Stalino.
Ma prima il cognato pagò da bere ai contadini, sotto il porticato dei
fienili. Era contento dell'affare fatto, uno dei più grossi della sua vita,
con quel carico che, anche ad avere tre biciclette, c'era da sudare. Cinque
divise nuove di ufficiali, panno buono che, rivoltato, venivano
fuori vestiti da sposo, bossoli, borracce, pentole di caserme... Perfino
una rivoltella un ragazzetto di nascosto gli aveva offerto che quell'infatuato
di Russia avrebbe subito comperato se non fosse stato che lui aveva
in mano il portafogli, e in quelle faccende non voleva entrare.
Mentre bevevano al buio, il discorso andò a finire sulla guerra, e Stalino lo fece scivolare sulla Russia.
- Anch'io c'eros'alzò su una voce.
- Nella ritirata? - chiese vivacemente Stalino.
- Rientrai prima perché ero rimasto ferito.
Non erano della stessa divisione, ma Stalino tentò ugualmente e chiese
se conosceva il tenente di Roncolo.
- Ne ho sentito parlare, anche lui ha fatto la ritirata.
- Era il mio tenente, un uomo da levargli tanto di cappello. Se non
fosse stato per lui, a quest'ora... Non ne ho più saputo niente, ma domani,
a trovarlo, lo vorrei salutare.
- Non lo troverete - scappò detto a un'altra voce.
Ci fu uno zittio. Stalino ebbe l'impressione di capire, ma voleva sapere
di più. Insistette: - Chi ha fatto la Russia non può mettersi coi
tedeschi. A trovarlo, vorrei sentire cosa ne pensa.
- Non c'è bisogno di chiederglielo - fu pronta la stessa voce di prima.
E ancora uno zittio, più prolungato.
- Ma se lo sanno tutti - riprese la voce. - E poi non è un disonore.
Lui l'ha detto chiaro e tondo in piazza come la pensa, e se ne sta in
montagna con altri che sono scappati l'8 settembre o l'hanno raggiunto
dopo. Queste cose le sanno tutti, anche i fascisti. Ma andate a prenderlo
se siete capaci.
Stalino aveva il cuore che batteva forte e non insistette per saperne di
più. Tanto, che gli avrebbero potuto dire? Forse quello della Russia...
Prima di coricarsi sul fienile, mentre il cognato aggiustava i sacchi sulle
biciclette, disse: - Non c'è più bisogno d'andare a Roncolo domani.
- Ho anch'io le orecchie e un po' di testa. Non vedi che sto preparando
le biciclette per il ritorno a casa?
Partirono prestissimo. Il bergamino aperse il portone perché il portello
era troppo stretto per i sacchi. Presero dei viottoli che nemmeno
248
le carte militari conoscevano, ogni tanto si fermavano a controllare i
copertoni e a tirare il fiato con una Tre Stelle, fecero colazione e pranzo
come capitò, spinsero per lunghi tratti la bicicletta a piedi, ma riuscirono
a essere in paese prima di sera, quando non si vedono più le facce,
senza incontrare l'ombra di un tedesco.
- E pensare che le cascine erano piene di tedeschi - disse Stalino,
stanco morto ma contento, quando entrarono nel cortiletto con le biciclette
a mano che sembravano riempirlo tutto.
- I tedeschi hanno ben altro da pensare. Nel commercio ci vuole
tattica, altrimenti succhi sempre ossa. Ti fermi a cena?
- Meglio che vada subito a casa per non lasciare mia moglie in pensiero
- rispose.
- Ci vediamo allora domani mattina, per spartire la roba.
- La roba tienila tu, io non ho fatto niente. Mi pagherai la giornata.
Pedalando verso casa gli sembrava che la bicicletta fosse diventata
una piuma. E la giornata fu piuttosto abbondante: quasi un mese di
sussidio di guerra.
Cinque iscritti erano troppo pochi. - Costì si dorme - rimproveravano
la guardia dall'altro capo del telefono. Che fossero troppo pochi anche
lui lo capiva, ma che si dormisse era troppo comodo dirlo, con quei quarantacinque
giorni di lebbrosario, mentre loro chissà dov'erano. - Dovresti
iscrivere dei morti, tanto che ne sanno loro? - gli disse la moglie.
- Ci sono ancora dei vivi - rispose la guardia; e si recò in municipio
con l'aria d'uno che aveva un motivo preciso per salire quelle scale.
Entrò nell'ufficio del segretario ma non lasciò la porta aperta, come
usava gli altri giorni per la visita rituale. L'applicato e il cursore fiutarono
un mistero e, a turno, cercarono di cogliere qualche parola dalla
serratura. Ma non vi riuscirono perché dentro parlavano troppo piano.
- Capiremo dalla sua faccia - si dissero. - Forse vorrà sapere del
testone.
Di quello che era stato, invece, la guardia non volle sapere nulla.
- Quello che è stato è stato - cominciò - e per me, io me lo posso
anche spiegare - calcolando su quell'«anche» con benevolenza complice.
Abbassò ancora di più la voce: - Ma ci sono altri che non dimenticano.
Quelli hanno il mitra, e la rabbia nel sangue.
Tacque osservando il volto del segretario. Era un volto pallido e tirato,
che sembrava in quel momento trasudare maledizioni per il fascio,
la guardia, la guerra e il mestiere di segretario. Continuò la guardia:
- Sapete perché il podestà non si fa mai vedere in municipio? Perché
non ha ancora richiesto la nuova tessera. Vi sembra giusto? E l'esempio
dove va a finire? Se non vorrà la tessera, gli faranno dare le dimissioni.
Non vorrei allora trovarmi al suo posto... E voi? - disse bruscamente
ma sempre sottovoce.
Il segretario sbattè le palpebre e deglutì.
- Io?... Io non ho nessuna carica. Un segretario in municipio ci
vuole sempre, ed è meglio che sia senza partito. Un segretario deve dare
249
l'esempio di serietà amministrativa, solo questo, non è un podestà.
- Giusto, giusto - s'affrettò a dire la guardia. - Io, per me... Ma
chissà che cosa hanno in mente quelli. Può darsi che abbiano dei segretari
con tessera da mettere a posto... ci sono tanti sfollati dal sud...
Il segretario capì e promise di pensarci. Uscita la guardia, chiamò
l'applicato e il cursore: - Dobbiamo prendere la tessera, altrimenti ci
licenziano.
- Me non mi possono licenziare, sono un mutilato - rispose sicuro
il cursore.
- Di quale guerra? - rise cupo il segretario. - Figurati se i tedeschi
terranno conto d'un mutilato d'una guerra contro di loro -. Prese un
tono confidenziale: - Si tratta di fare i furbi più di loro. Prendiamo la
tessera e diciamo che siamo stati costretti per continuare a dar da mangiare
ai nostri figli. È la pura e santa verità. E poi, tutti sanno che non
siamo fascisti. Chi ha buttato giù il testone? E un altro non lo metteranno
più, non faranno in tempo.
Il giorno seguente la guardia comunale distribuì la tessera ai tre impiegati
comunali. Il podestà, avvertito del colloquio della guardia col segretario,
arrivò in tempo per chiedere la quarta tessera e scusarsi di non aver
potuto prima perché, coi lavori nei campi che non davano respiro, era
diffìcile trovare il momento buono per incontrarsi... - Dannato mestiere
quello del contadino - concluse il podestà.
- Contadino? - borbottò sovrappensiero la guardia. - Volete dire
agricoltore.
«E nove,» pensò la guardia mentre scendeva dallo scalone del municipio
«tutti pesci grossi. Per un po' mi lasceranno in pace».
- Bene - gli risposero dall'altro capo del telefono. - Notiamo, però,
che non c'è ancora nessuna donna, nemmeno vostra moglie.
- Ah, no, su di me non contare - disse decisamente la moglie. E
lo disse in modo tale che la guardia di dentro non le potè dare torto.
«Di tessere in casa una ne può bastare» pensò. «Quelli vogliono mettere
ancora in piedi le donne rurali, sono matti del tutto se contano sulle
donne. Le dovevano vedere il 26 luglio...».
Il 26 luglio gli richiamò lo sciopero delle filande, la rabbia delle assistenti,
soprattutto di una, quella del federale, per le parole che dovette
incassare. L'andò a trovare in casa, dopo il lavoro. - La guardia conosce
i suoi polli - dissero le donne che avevano osservato quell'inconsueto
movimento. E l'assistente delle filandaie fu la decima iscritta.
Due ragazze del paese, segnate a dito dalla gente, bazzicavano la città
nelle vicinanze della caserma dei militi. Dicevano di guadagnarsi da vivere
lavando la biancheria dei militi e dando una mano alla mensa. Ritornavano
a casa alla sera con fagotti sul manubrio della bicicletta.
Spesso non rientravano nemmeno. Alla guardia quelle due ragazze non
piacevano, sapeva che nei fagotti non c'era biancheria da lavare. La prima
volta che sentì quello che ne dicevano in paese, fu come se ricevesse
una staffilata in faccia. «Le hanno volute, se le tengano» e le fermò
mentre, già buio, ritornavano col solito fagotto.
250
- Viva il duce - dissero, e salutarono alla fascista.
La guardia non rispose e fiutò nei due fagotti.
- Biancheria sporca, vero? - disse sarcasticamente.
- Per il nostro lavoro alla mensa ci pagano in natura - rispose la
più pronta.
- In natura - confermò l'altra.
- Con la tessera del fascio, la gente farebbe meno fatica a credervi disse la guardia.
- Pensavamo già di chiederla, ma ritorniamo tanto tardi alla
sera... - rispose la più pronta.
- Quando ritornare - continuò la guardia. E porse le due tessere
già preparate, con i dati esatti, che aveva ricopiato in municipio.
- La miseria fa fare brutte cose - disse alla moglie rientrando in casa.
- Ma la colpa più grossa non è la loro.
- Perché le hai iscritte? - chiese la moglie. - Hanno ora la tua
stessa tessera.
- La miseria fa fare brutte cose - ripetè la guardia. - Almeno tu
non ce l'hai. Se le tengano, le hanno volute, io non c'entro. Adesso per
un po' certe figure non le voglio più fare. Che vengano loro se non sono
contenti. Anche Gesù Cristo, che mi perdoni, s'è fermato al numero
dodici, e nemmeno lui è andato troppo per il sottile.
- Non bestemmiare adesso - lo rimproverò la moglie.
Stalino avvertì subito Piero di quanto aveva saputo del tenente di
Roncolo. - La prossima volta che mio cognato fa il giro da quelle parti,
prendo con me un po' di roba e gli vado dietro. Non appena sono
col mio tenente, ti faccio sapere come dovrai fare per venirci anche tu.
Ma non sentirti obbligato... può darsi che non riesca subito, e se tu hai
fretta e trovi un altro modo... - E tua moglie? - Mia moglie ha già
fiutato qualcosa, mio cognato la vuole preparare... E la tua? - Maria
sa tutto, vuole seguirmi come infermiera, senza nemmeno aspettare di
sapere dove andrò a finire. Ma io non voglio. - Fai bene, le donne a
casa, queste sono faccende di uomini. ,
Alle insistenze di Maria, Piero non sapeva più quale argomento opporre.
Sperava solo che Maria gli desse presto l'annuncio d'un figlio; e
allora ciascuno al proprio posto, per il figlio, perché crescendo comprendesse.
- Penso che Piero abbia deciso di partire presto - disse Benedetta
al suo uomo, una sera che erano già a letto.
- Conoscendolo, dopo l'8 settembre ogni giorno era buono - le
rispose calmo.
- E lo dici così, senza fare nulla per dissuaderlo?
- Speravo che la guerra terminasse prima. Non posso farci nulla, il
dovere è sempre dovere.
Benedetta rimase in silenzio. Sentiva gli occhi bagnarsi e il cuore battere
forte.
- Che farei se io fossi al posto di Piero? - continuò il padre come
251
se parlasse a se stesso. Ma non si dette risposta. La sua donna piangeva
chetamente. Le prese la mano: - Non piangere. Non è detto che in
montagna sia in pericolo più di qui. Se vengono i fascisti, dove scappa?
Là invece... E poi la guerra finirà. Saremo contenti d'avere un figlio
che s'è comportato così, per dovere. Se gli hanno dato la medaglia...
Piero sa quel che fa.
Benedetta si calmò. Le parole del suo uomo le calmavano sempre il
sangue. Se lui diceva che tutto sarebbe andato bene, tutto sarebbe andato
bene. Si asciugò le lacrime con la doppia del lenzuolo. Cercò di
sorridere.
- Maria aspetta un bambino - aggiunse.
- Piero lo sa?
- Ho insistito perché glielo dicesse.
- Allora presto partirà. Al posto di Piero farei anch'io così. Tu conosci
di più Franco ma io conosco di più Piero.
E spense in fretta la luce per non farsi accorgere dalla sua donna che
aveva gli occhi che gli bruciavano. Un uomo non deve mai lasciarsi cogliere
dalla sua donna in tale debolezza.
ANDARE È DESTINO.
Il bando di chiamata delle classi '23 e '24 in congedo provvisorio e di
tutto il '25 fu affisso in municipio un mattino di nebbia. - San Martino
sembra si sia dimenticato di mandarci quest'anno il sole. I poveretti sono
abbandonati anche dai santi - disse la gente a commento del bando. Ma
verso mezzogiorno il vento spazzò via la nebbia e la grande piazza, muta
davanti al municipio col bando fascista, fu piena di tiepido sole. - San
Martino è stato di parola, almeno questo santo non ci abbandona - disse
la gente che non si ricordava più del lamento del mattino.
La notizia del bando scosse il paese che sembrava ormai rassegnato alla
guerra come a qualcosa che non riguardava nessuno. Chi aveva in casa
qualche giovane colpito dal bando cercò di sapere che cosa avrebbero fatto
gli altri. Gli altri non fiatarono perché impegnati a osservare chi avrebbe
fatto il passo per primo. Sembrò che al bando fossero interessati solo
quelli che non avevano nessuno in casa obbligato a presentarsi al distretto
militare. Al caffè arrivarono alla conclusione che nessuno doveva presentarsi,
nessuno in tutta Italia, e così tedeschi e fascisti non avrebbero
potuto farci niente. Ma se qualcuno si presentava, era finita. La gente
dalla conclusione di quelli del caffè non seppe trarre nessuna indicazione.
Nelle osterie i vecchi scrollavano la testa e dicevano: - Se avessi
vent'anni, a costo di mangiare erba e terra, non ci andrei -. Toni diceva:
- Dovrebbero scappare tutti in montagna. Là ci sono sentieri
per le capre, non per i carri armati. E i tedeschi, senza i carri armati,
non si muovono... - E dove vanno a ripararsi dal freddo? - gli rispondevano
i compagni. - Nascosti ma vicino a casa. Vicino a casa
tutti i santi aiutano.
Il primo a presentarsi fu uno del '25, il figlio di Gusto. La guardia
252
incontrò Gusto per la strada, lo fermò e gli disse bravo. Gusto continuò
a camminare e non rispose. Lui non era né fascista né antifascista,
aveva cinque altri figli fra maschi e femmine da mantenere; ma se poteva,
chi gli diceva bravo l'avrebbe strangolato. - Fa' come credi aveva detto al figlio - io non ti obbligo né a stare né ad andare. Se vai
ti mantengono, se rimani bisognerà fare le parti più piccole perché non
ci lasceranno in pace. E gente che non perdona. A scappare a casa, se ti
vogliono far sparare, sei sempre in tempo.
Il figlio di Gusto, assieme ad altri cinque suoi coscritti, partì come un
ladro. Furono spediti in Germania per l'istruzione militare.
- Che cosa dobbiamo fare? - dissero ai tedeschi quelli del congedo
provvisorio che lavoravano alle loro dipendenze nella TODT, lungo il
grande fiume. I tedeschi risero: - Avete paura dei fascisti quando lavorate
per il grande Reich? -. I congedati provvisoriamente risero anche
loro e al caffè dissero di essere sotto la protezione tedesca. In quei giorni
ci fu un viavai di gente al paese: chi andava da parenti lontani, chi arrivava
perché i parenti lontani abitavano in paese, e chi andava a far domanda
d'entrare nella TODT. La guardia comunale, dopo il «bravo» a
Gusto, osservò quegli insoliti movimenti come, d'inverno, un gatto
sdraiato vicino al camino s'interessa della gente che entra o esce dalla cucina.
Tutto sembrava essere ritornato tranquillo e il paese stava riaddormentandosi
alla guerra, quando, una mattina, arrivò in piazza, con una
frenata da lasciare i segni, un camion di fascisti. Non erano ancora saltati
a terra che da un cortile all'altro all'interno dei vicoletti rimbalzò
l'allarme. Le strade divennero deserte, i giovani scapparono nei campi e
i fascisti cominciarono a correre nelle strade, senza una meta. Videro un
ragazzetto che si precipitava verso casa mentre le donne dalle finestre gli
gridavano: - Entra nel primo portone che trovi -; e gli spararono addosso,
proprio nel momento in cui una mano ossuta di mungitore lo
sollevava di peso sul portello chiudendolo subito col catenaccio.
- Vigliacchi - disse il mungitore. - Sparare a un ragazzo! - e
sputò. Il ragazzo si mise a piangere. - Su, ormai è passata, qui non entrano
-. I fascisti spararono ancora, in aria questa volta, poi ritornarono
al camion. Il capo urlò: - E un avvertimento contro i renitenti
alla leva, la prossima volta non spareremo in aria - e intonarono Giovinezza,
mentre il camion si rimetteva in moto.
Stalino era già partito prima di quella bravata fascista. Il cognato aveva
cercato di dissuaderlo: - Se tutti ci andassero, capisco. Ma perché
proprio tu? Gli altri due reduci della Russia stanno a casa o s'arrangiano
con la TODT. Tu hai già un figlio e ne aspetti un altro. Se ti dovesse
capitare qualcosa, chi provvederà a loro? - Parto per difenderli. Tu
non hai visto i tedeschi ammazzare i bambini. E non è vero che sono
solo. La montagna è piena di gente. È destino, io debbo andare.
Alla moglie disse: - Quando non avrai più soldi, vendi le pelli di talpa.
Per un po' potrai tirare avanti. Poi vendi il mio orologio, tanto a
me non serve. Per il bambino che nascerà, se non sarò ancora tornato,
vendi pure il medaglione d'oro che mi ha lasciato mia madre. Se puoi
253
trovare di darlo in pegno, tanto meglio, così lo riscatteremo. E poi mio
cognato ti aiuterà, è un uomo che mi vuol bene. Vedrai che altre persone
ti aiuteranno, ed è come se io fossi a casa. - Non sarà come se tu
fossi a casa - rispose la moglie, e si mise a piangere. - Adesso non
facciamo scene, - disse Stalino brusco - ne ho passate centomila volte
di peggio in Russia. E il mio destino, non ci posso fare nulla -. Poi,
con una certa dolcezza: - Non devi stare in pensiero per me. Sono ritornato
perfino dalla Russia, l'erba grama non muore.
Aveva ingrassato il fucile, l'aveva avvolto in un sacco e nascosto fra le
travi del fienile. Il posto lo indicò solo al cognato nel caso in cui ce ne
fosse stato bisogno.
Il cognato gli aveva regalato un giaccone di stoffa foderato con pelli
di coniglio. Due pelli di coniglio proteggevano le mani che impugnavano
il manubrio in quell'alba nebbiosa. Sul portapacchi delle due biciclette
c'erano due mezzi sacchetti di biancheria d'inverno, con qualche
provvista. Se li fermavano, avrebbero detto che dovevano stare via
da casa diversi giorni per raccogliere rottami e pelli.
Stalino, con quel giubbone addosso, dopo un po' di chilometri, sentì
caldo.
- Me lo levo - gridò al cognato.
- Leva solo le pelli di coniglio, sono attaccate con le mollette.
Fecero il solito itinerario, ma arrivarono al paese del giro che era già
mezzogiorno suonato. Mangiarono alla solita osteria. Il cognato fece saltar
fuori dieci pacchetti di Tre Stelle, già cresciuti di prezzo in poco tempo:
- Sono per te. Io, al ritorno, ne comprerò altri. Allora siamo intesi.
Io mi fermo qui in paese per un paio d'ore a raccogliere un po' di roba,
e tu vai alla cascina a parlare con quel contadino. Io ti aspetterò fuori, è
meglio che non mi faccia vedere per via dell'imbroglio dei tedeschi.
Stalino arrivò alla cascina quando i contadini erano già ritornati nei
campi per l'aratura.
- Ecco quello dei tedeschi - disse la prima donna che incontrò in
cascina.
- Siete stati fortunati - rispose Stalino. - Al ritorno abbiamo sentito
che avevano preso un'altra strada.
- Siete tutti uguali, voi ambulanti. Ma in guerra ci sono più balle
che terra - soggiunse la donna ridendo. - Avete ancora del sapone?
Però adesso non ci imbrogliate più.
- E il commercio - e Stalino imitò la voce del cognato.
Sapeva quel che doveva fare: i rottami tanto, le pelli tanto. Ma era lì
soprattutto per quel ferito della Russia. Fecero finta di non capire. Stalino insistette, disse che doveva trattare con lui un certo affare di roba
che l'altra volta non era riuscito a concludere, che nell'affare ci avrebbero
guadagnato tutti e due. Altre donne erano giunte attorno alla bicicletta.
Una finalmente disse, rivolta alle altre: - Ma sì, Giacomo,
quello che ha fatto sammartino.
- Che stupide, già, Giacomo che è stato in Russia.
- E dov'è andato a finire? - chiese vivacemente Stalino.
254
- Di là - rispose la stessa donna, indicando col braccio un punto
dell'orizzonte.
- Di là - fece il verso Stalino. - Io voglio sapere il nome del paese
e, possibilmente, anche quello della nuova cascina.
- A sammartino c'è chi viene e chi va - disse un'altra donna. - Se
dovessimo segnare tutti gli spostamenti di noi salariati in quel giorno,
ci vorrebbe un libro grosso come un messale.
Stalino s'arrabbiò, imprecò e sbottò: - Se volete prendere in giro
qualcuno, sceglietene un altro. Io sono venuto apposta per lui e non
per i vostri stracci. Vado in municipio. In municipio sapranno dov'è
andato a finire.
- Aspettate, non arrabbiatevi, forse qui lo sanno - disse la donna
di prima. Ed entrò in un uscio poco lontano.
Le altre si guardarono con un segno d'intesa che non sfuggì a Stalino.
«Mi vogliono dare da intendere che quello sia andato in un'altra cascina,
ma a me non la fanno, lui è qui e quella è la sua donna, ci scommetto»
pensò Stalino.
La donna uscì dopo un poco: - Entrate - disse a Stalino - questo
suo amico lo sa.
Un uomo si alzò dallo sgabello vicino al camino: - Chi è che vi
manda? - chiese bruscamente.
- Chi mi manda? - riprese con lo stesso tono Stalino che di tutta
quella storia cominciava a seccarsi. - Io non ho padroni che mi comandano.
Io faccio quello che ho voglia di fare, senza che qualcuno mi
imbecchi.
- Perché vi interessate di quel ferito in Russia? - e la voce dell'uomo
era meno brusca.
- Sono affari miei, e i miei affari me li sbrigo da solo. Chi mi manda?
Perché m'interessa? - e imitò la voce dell'uomo. - Sembra che m'abbia
fermato un tedesco. Ho già capito, debbo proprio andare in municipio
- e fece l'atto di uscire. Si sentì qualcosa di duro premere contro
la schiena: - Se andate in municipio, a casa vostra non tornerete più.
Stalino non se l'aspettava ma rimase calmo: - Così direte al mio tenente
di Roncolo che m'ha salvato la vita per farmi ammazzare da
voi - buttò là.
- Come sapete... - disse l'uomo, e tolse la rivoltella dalla schiena
di Stalino.
Stalino si voltò e tentò di scherzare: - A fare l'ambulante con mio
cognato s'imparano tante cose... - Poi continuò più sicuro - E voi
perché fate tutte queste scene? Uno che ha fatto la Russia non sa che
non si può più stare con i tedeschi?
- Ma avevate minacciato di andare in municipio - disse l'uomo riponendo
nella tasca la rivoltella, quasi scusandosi.
- Be', un po' di scena la facevo anch'io... Però, sono in gamba quelle
donne, e soprattutto vostra moglie.
- Che era mia moglie ve l'ha detto vostro cognato? - rise l'uomo.
La moglie arrossì per il complimento, e offerse a Stalino uno sgabello
255
accanto al fuoco.
- Voglio andare in montagna col mio tenente e voi sapete dov'è. Io
l'ho capito, senza bisogno di mio cognato, fin da quella sera sotto il
porticato. Ormai sono deciso, ho la roba per non tornare più a casa, ho
già salutato mia moglie e mio figlio; e un altro non l'ho potuto salutare
perché è ancora per via. Voi mi dovete aiutare...
L'uomo guardò la sua donna, la donna gli fece un segno con la testa.
- Stasera verrete con me. Dovremo camminare diverse ore; andrà
bene anche la vostra bicicletta, così potremo portare più roba. Prima
di mezzanotte saremo alla sede del comando dove troverete il tenente
Dinamite.
- Ma il mio tenente non si chiama Dinamite - disse meravigliato
Stalino.
- Anch'io non mi chiamo Sbrinz, eppure tutti in banda mi chiamano
così. È per non farci conoscere dai fascisti, altrimenti ci vanno di
mezzo le nòstre famiglie.
Da qualche tempo il cognato di Stalino gironzolava poco distante dal
portone della cascina senza avere il coraggio d'entrare.
Una donna lo vide da una finestra che dava sull'esterno: - Avete paura
a entrare, vero? - gli gridò. - Per via dei tedeschi...
- Io paura? Nemmeno dei tedeschi ho paura.
Entrò, svuotò la cassetta del sapone, diede mano al portafogli, riempì
il secondo sacco, fu invitato a entrare nella casa di Sbrinz, bevve un bicchiere
e disse: - Io sono già carico e non vale la pena che mi fermi fuori
per la notte. Anche se arrivo col buio, ho occhi di gatto e nemmeno
i tedeschi avrebbero il coraggio di fermarmi con la mia bicicletta che
sembra un carro armato -. La voce voleva essere scherzosa, ma Stalino
così non gliela aveva mai udita.
- Prendi la cassetta del sapone, è ancora piena - disse Stalino.
- Il sapone tenetelo voi, vi farà comodo in montagna. Ogni tanto
nel mio giro passerò di qui, e se occorre qualche cosa...
Non terminò, un groppo gli chiuse la gola. Si strinsero la mano. Stalino non fece quasi in tempo ad andare sulla soglia della casa che il cognato
era già sotto il voltone e pedalava a testa bassa.
- Mi vuole bene, come a un fratello - disse Stalino a Sbrinz.
Arrivarono alle prime case di Roncolo che era già buio. Spingevano
le biciclette a mano appesantite dal carico dei viveri che Sbrinz aveva
raccolto per la banda, e dalla salita che tagliava le gambe.
- Mio cognato ce l'avrebbe fatta a stare in sella - disse Stalino.
- A contare tutti i chilometri che ha macinato, ci sarebbe da misurare
la terra in su e in giù. Ma lui è nato sulla bicicletta.
- Prendiamo di qua - disse Sbrinz. - Meglio non passare per il
paese.
Entrarono in un viottolo che aggirava il cocuzzolo sul quale s'abbarbicava
il paese. Scesero in un valloncello e poi ripresero a salire inoltrandosi
in un bosco. Il viottolo s'era fatto sentiero imbottito di foglie
che felpavano lo sfrigolio delle ruote. Filtrava fra le piante un debole
256
chiarore di luna.
- A quest'ora al mio paese non si vede la luna. Là c'è nebbia - disse
Stalino.
- Meno ci pensi e meglio è - rispose Sbrinz. - Adesso il nostro
paese è la montagna. Per me è più facile. Nella mia vita di salariato ho
già fatto passare sette paesi.
- Non è giusto - disse con calore Stalino. - Quando sarà finita la
guerra queste cose non ci saranno più. Non ci saranno più i padroni
che dicono: non ti voglio, cercatene un altro. Tu che sei stato in Russia
sai che là queste cose non succedono.
- Ne succedono delle altre - disse Sbrinz.
- Si sa, in tempo di guerra... ma queste cose no, là c'è più giustizia,
non ci sono padroni.
Uscendo dal bosco si trovarono in uno spiazzo erboso. Si sedettero su
un grosso sasso. Stalino offerse una sigaretta.
- È una Tre Stelle, mio cognato capisce subito quando c'è un affare
in giro. Se dovesse mettersi in grande, farebbe saltar fuori il guadagno
anche dalla terra sulla quale cammina.
- Il vostro paese lo conoscono tutti per gli imbrogli che fate - rise
Sbrinz. - Nessuno riesce a vedervi quando imbrogliate con la pesa. Tac,
date un colpetto e, se sono tre chili, siete onesti se vi fermate a due e mezzo.
Però è gente simpatica, che imbroglia più sul molto che sul poco. Con
loro si potrebbero imbrogliare tutti i tedeschi e i fascisti messi insieme.
- Non tutti sono così. Io, per esempio, non so imbrogliare. Non ho
mai fatto quel mestiere. Anche Piero.
- Chi è Piero?
- E un ufficiale medico, mio amico. Vuole anche lui andare in
montagna. Se riesco a fargli sapere presto qualcosa, viene con noi. Ma
anche lui ha fretta. Si è appena sposato, ha fatto la Grecia e ha preso la
medaglia perché ha rischiato la vita per salvare dei soldati feriti. Sarebbe
bello che venisse con noi.
- Si ha più coraggio quando si sa che c'è un medico che ti cura se
sei ferito.
Attraversarono lo spiazzo ed entrarono in un altro bosco. Da quattro
ore avevano lasciato Roncolo.
- Non ci siamo ancora? - domandò Stalino.
- A momenti.
Dopo un poco Sbrinz fece il verso della civetta. Gli rispose quello
dell'asino.
- Ecco, ci siamo.
Ancora qualche decina di passi e si trovarono davanti alla sentinella
con il fucile puntato: - Sei in compagnia, Sbrinz.
- Un nuovo acquisto.
- Come ti chiami?
- Mario, ma al paese mi dicono Stalino perché ho fatto la Russia.
- Stalino è un bel nome. Io mi chiamo Raglio perché anche gli asini si
confondono quando mi ci metto. Passate. Il comandante è ancora alzato.
257
C'erano tre casupole di sassi. Entrarono in quella del comando. La
stanza piena di fumo, col camino acceso che la rischiarava tutta, dette
subito un senso di benessere a Stalino. Attorno all'ufficiale seduto a un
tavolino, un gruppetto parlava animatamente. Alcuni fucili e mitra stavano
appoggiati alle pareti. Stalino riconobbe subito il suo tenente.
- Agli ordini, tenente - e Stalino si mise sull'attenti.
- Mario! - gridò il tenente. - Ma io sogno o sono sveglio?
Si alzò, si fece largo e andò a stringergli la mano: - Vecchio mio, chi
l'avrebbe detto in quei giorni d'inferno?
- Sono ritornato con lei perché eravamo insieme là - disse Stalino
un poco in soggezione.
- Vuoi rimanere, dunque?
- E dall'8 settembre che ho pensato a lei. Mi sono detto: se non gli
è capitato niente, è in montagna. E l'ho cercato, perché mio cognato
che raccoglie rottami e pelli batte dalle sue parti.
- Già, anche in Russia mi parlavi delle pelli del tuo paese che ci
avrebbero fatto comodo.
Stalino sorrise e aperse il giubbotto. - Sono imbottito di pelli di coniglio.
Ma a momenti con Sbrinz facevo io la fine del coniglio -. E
raccontò la sua avventura nella cascina.
- Bisogna bere al nuovo arrivato - disse uno andando a prendere
dei bicchieri e un fiasco di vino.
- Hai già il tuo nome: - disse un altro ridendo - pelle di coniglio.
Stalino si fece serio: - Al mio paese, quando ritornai dalla Russia,
cominciarono a chiamarmi Stalino perché «non dimenticare e raccontare»
come disse quel generale. Io sono Stalino.
- Scherzavo - si corresse l'altro.
- Stalino ti va a pennello - disse il tenente.
Bevvero al nuovo arrivato.
- Sei armato? - gli chiese il tenente.
- Ho un fucile a casa, non mi sono fidato a portarlo nel sacco rispose con tono di rammarico Stalino. - Se avessi creduto che andava
tutto liscio...
- Ma se ti fermavano a quest'ora non saresti qui - disse il tenente.
- Armi in più non ne abbiamo; e anche ne avessimo, non le daremmo
a uno che ha fatto la Russia. Andrai a procurartele dove ci sono. Ti ricordi
quel parabellum? - e gli indicò l'arma appoggiata al muro.
- Ho capito, signor tenente - disse Stalino.
- Qui non ci sono signori. C'è uno che comanda perché è necessario.
Per il resto siamo uguali, non è più naia.
- Ho capito, comandante.
Gli dettero una coperta e un po' di paglia. Stalino dormì tutta la notte
accanto al camino accuratamente coperto di cenere, e non sognò
niente tanto era stanco.
Piero aspettava che Stalino si facesse vivo, giacché le indicazioni che
giungevano dal professore, tramite l'arciprete, erano vaghe e incerte.
258
Dopo il bando, ogni giorno gli pesava come un pericolo incombente
sulla Campanella. La bravata del camion fascista lo mise in agitazione:
- Mi faccio accompagnare a Roncolo dal cognato di Mario - disse
a tavola quello stesso giorno, con un tono di voce che anche Maria, ormai,
conosceva come risolutivo.
- Tu non sei Mario - disse la madre. - Se ti fermano, nessuno
crederà che sei un ambulante, e anche il cognato ci andrà di mezzo.
- A Roncolo dovresti rivolgerti a quella cascina... Ti crederanno?
Non sarà sorvegliata con tutte quelle spie che, dicono, ci sono in
giro? - intervenne il padre.
Piero guardò Maria, ma Maria aveva gli occhi abbassati sul piatto.
Toni era fuori a sorvegliare la strada. Da qualche giorno, quando alla
Campanella si mettevano a tavola, s'era assunto quell'impegno: - Voi
mangiate tranquilli. Se sento odore di fascisti, vi faccio un fischio, e
Piero scappa nell'orto.
Quel giorno fischiò. Piero attraversò di corsa l'aia mentre Maria raccoglieva
in fretta le posate del suo uomo.
- Io lo capisco - disse il padre. - Se non gli si propone qualcosa
d'altro, inutile volerlo distogliere da Roncolo.
Stettero in silenzio, con l'orecchio teso al minimo rumore sulla strada.
Entrò Toni:
- Che bestia sono stato. Si vede che il camion di stamattina m'ha
messo in agitazione, e ho preso due persone che svoltavano dalla piazza
per fascisti.
- Meglio così - sorrise Benedetta. - La prudenza non è mai troppa.
Maria corse nell'orto e ritornò con Piero. - Vedete? - disse Piero.
- Anche Toni ha paura, e se Toni ha paura vuol dire che...
- Io paura? - lo interruppe Toni. - Certo, non ho fischiato dalla
contentezza, ma non è paura, è prudenza come ha detto tua madre.
- Avrei un'idea - disse Franco. In quei giorni era stato particolarmente
silenzioso. Piero aveva detto a Maria: - Gli leggo di dentro.
Vorrebbe essere lui a non avere l'esonero.
- Non so quanto valga - continuò Franco rivolgendosi al fratello
- ma te la esprimo ugualmente. Tu conosci il monastero, conosci
l'abate, sai che cosa pensava della guerra e quanto ha fatto per gli ebrei
dopo le leggi razziali. Certamente con l'8 settembre ha continuato e intensificato
la sua opera; chissà quanti sbandati hanno chiesto aiuto al
monastero, e anche adesso, con le montagne vicine, se c'è qualche banda
da quelle parti, e ce ne saranno senz'altro...
Toni battè le mani: - Piero, è là che devi andare. Quello non fa differenze,
e te lo posso dire anch'io che mi ha trattato bene quando andai
a trovare Franco, anche se non sono di chiesa.
- Mi sembra una buona idea - disse il padre guardando la sua donna,
e Benedetta annuì. - Ma si tratta d'arrivare al monastero senza dare
sospetti perché, se è vero quello che dice Franco, e sarà senz'altro vero...
- Ti accompagno io - interruppe ancora Toni entusiasta. - Se
fosse qui la mia Cecina, e a momenti sarà qui, è quella volta che mi dice
259
bravo.
- Per fortuna che non c'è - disse il padre sorridendo - altrimenti
ti tira in ballo l'età. Ma qui l'età non c'entra. Un uomo come Toni la
fa a tutti i fascisti, ma prima, non appena li vede, come minimo sputa
per terra.
- E vero - ammise Toni - è più forte di me...
- Ho voglia di rivedere l'abate - disse Franco. - Ci scriviamo
ogni tanto da quando non si sa più nulla di dom Placido; ma non è come
vederlo. E poi, sulla carta d'identità ho ancora la testa rapata del
novizio. Se ci fermano, tu mi stai riaccompagnando al monastero, come
fratello maggiore, e i tuoi documenti sono quelli d'un medico.
Maria sorrise. Franco le era venuto incontro, chissà se volutamente.
- Ma adesso non hai più la testa rapata - fu pronta - e le tue mani
non sono proprio quelle d'un novizio. L'accompagnerò io: siamo sposini
di fresco e andiamo a portare i confetti all'abate nostro amico.
Benedetta sospirò: - Forse è questa la soluzione migliore.
Nell'atrio della stazione della città c'erano due militi armati di fucile,
che sembravano lì per fare numero con la gente che entrava e usciva,
tanto si disinteressavano di quello che avveniva attorno a loro. Franco
legò il cavallo a una colonnina di granito della piazzetta antistante e
scaricò le valigie dove, sotto la biancheria, Piero aveva nascosta la rivoltella.
Franco si fermò sino alla partenza del treno. Dal finestrino Piero
e Maria lo salutarono con la mano finché lo poterono scorgere col
braccio alzato, immobile.
- Sono convinto che Franco voleva venire con me per rimanere. È
un sognatore, più di me - sussurrò Piero a Maria mentre si sedevano.
- Per questo non ha detto una parola, nemmeno quando m'ha abbracciato.
- Rimanere a casa è un modo di resistere - rispose Maria, e si strinse
al suo uomo.
In attesa della corriera dopo il viaggio in treno senza controlli, Piero
riuscì a telefonare al monastero per annunciare la loro visita. - Padre
abate questa visita da sposi novelli se l'aspettava - rispose il segretario
dom Luca.
La corriera, carica di donne e di fagotti, arrancava faticosamente sulle
salite. Alla prima fermata salirono due militi armati di mitra. Maria si
strinse istintivamente a Piero. Piero le prese le mani mentre controllava
a occhi semichiusi i movimenti dei due. Ma i militi si posero vicino
all'autista senza curarsi dei viaggiatori. Scesero dopo due fermate.
- Anche per oggi è passata - riuscì Piero ad afferrare dal mormorio
d'una donna alla sua vicina.
- Fanno così perché sono obbligati. Ma non vogliono inimicarsi la
popolazione. Sono in pochi e hanno paura - rispondeva l'altra. - Il
monastero è una grande fortuna in questi tempi.
Sullo spiazzo davanti al monastero c'era dom Luca ad attenderli.
- Sono due sposi novelli, amici del monastero, in viaggio di nozze 260
disse dom Luca all'alberghetto. - È solo per stanotte.
Bastarono quelle parole perché l'albergatore non chiedesse i documenti.
- Pensavo di fermarmi qualche giorno - disse Maria a dom Luca
quando furono nella stanza di sopra.
- Allora il cuore non m'ha ingannato - disse dom Luca. Si fece serio:
- Non è prudente che vi fermiate qui più di una notte. Piero potrà
alloggiare al monastero finché vorrà, ma lei domani deve ritornare.
Piero scenderà con lei fino alla stazione del treno, con la valigia vuota,
prenderete tutte e due alla stazione il biglietto per il ritorno, poi Piero
scenderà alla successiva fermata. Là ci sarà un monaco ad aspettarlo, e
ritornerà con lui in monastero, per una strada più lunga ma più sicura.
Maria guardò Piero con occhi interrogativi.
- Ci siamo allenati a queste misure - soggiunse don Luca, per rispondere
alla meraviglia di Maria - dopo alcune imprudenze, come
la vostra di oggi. Quando Piero ha telefonato, era troppo tardi per dargli
le necessarie istruzioni. La zona è presidiata da fascisti e tedeschi, e
dopo l'8 settembre... voi potete immaginare... abbiamo collaudato in
forma moderna l'ospitalità benedettina... Ma bisogna essere molto
prudenti per poterla continuare.
Padre abate li accolse sorridente nella saletta per gli ospiti: - Ho capito
della tua decisione da quanto Franco mi lasciava intravedere fra le
righe dell'ultima lettera. Solo a conoscerti, caro, si poteva dedurne il
tuo stato d'animo. Avessero anche censurato la lettera, non avrebbero
capito. Ma raccontami, raccontatemi un po' di voi, cari...
Cominciava a farsi buio quando suonò la prima campana del vespro,
e l'abate era ancora lì, attento alle parole di Piero, sottolineate o precisate
a volte da quelle di Maria, approvando con un lieve cenno del capo
o sorridendo ai silenzi e ai... sogni di quel caro figliolo rimasto un puro
di cuore, o chiedendo altre precisazioni e notizie.
- Penso sia mio dovere aiutarti come posso - disse infine l'abate.
- Comprendo e apprezzo i tuoi sentimenti che non sono dettati da
odio o da faziosità. Forse voi siete i primi uomini di una nuova umanità
dove non saranno più possibili le guerre... I giorni diventeranno
ancora più duri, la bestia scatenerà tutta la sua potenza di morte, ma
poi una nuova stagione s'aprirà... Io non vi assisterò, sono vecchio, ma
voi potrete gustare la gioia di averne gettato le fondamenta.
Si rivolse a Maria: - Anche tu, Maria, cominci presto a soffrire.
Quando una donna sta per dare alla luce un uomo soffre, dice l'evangelo,
ma poi è piena di gioia perché un uomo è nato.
- Aspettiamo un figlio - disse Maria, e i suoi occhi brillarono di
commozione. - Che possa appartenere a questa umanità nuova, padre
abate.
- Adesso vado a prepararmi per il vespro, poi ceneremo assieme.
Con noi ci sarà qualche altro ospite che vi sarà certamente gradito. Il
più anziano, dico così perché gli altri due sono ancora quasi dei ragazzi,
è figlio d'un mio vecchio amico. A presto, cari.
Bussarono alla porta della saletta. - Benedicite, padre abate, è
261
ora - disse fratel Silvestro, con un profondo inchino. Piero e Maria
rimasero soli.
Quel giorno il capitano Gaietti era sceso dalla montagna con due dei
suoi uomini più forti, quando i monaci erano ancora a mattutino, ed
era entrato in monastero dal cancelletto dell'orto. Non era la prima volta
che veniva a rifornirsi di viveri e a parlare con l'abate cui era legato da
affettuoso rispetto. Sarebbe rientrato al campo, formato da una cinquantina
di uomini e dislocato a qualche ora di marcia dal monastero,
dopo cena. Sulla trentina, educato in un'accademia militare, promosso
capitano in Libia, rigido con se stesso e geloso dell'onore militare, il 12
settembre, dopo le prime incertezze e la rabbia alla vista d'un esercito
che si sfaldava senza reagire, con un gruppo di suoi soldati e ufficiali e
un camioncino di armi, era salito su quelle montagne amiche fin
dall'infanzia. La banda era cresciuta successivamente, il bisogno di armi
l'aveva costretto a colpi di mano contro caserme di carabinieri, ma sempre
nella direzione opposta a quella del monastero e solo quando era sicuro
di non provocare, da parte dei fascisti e dei tedeschi, rappresaglie.
Non approvava l'impostazione di altre bande operanti nel grande ventaglio
di montagne dominanti le colline, sia per la mancanza della tradizionale
disciplina militare sia per le azioni ch'esse compivano contro
i tedeschi, da lui considerate premature oltre che dannose.
Bisognava arrivare a costituire delle zone libere, anche col tacito accordo
dei tedeschi impegnati sul fronte di guerra se fosse stato necessario,
ricucire pazientemente un piccolo esercito disciplinato, pronto a
intervenire quando gli angloamericani sarebbero passati all'offensiva
finale. Considerava inammissibili le colorazioni politiche, accentuate
ad arte dai vari partiti che stavano costituendosi, e non perché avesse
nostalgia di passati regimi, ma solo perché sarebbero state pericolose in
un tempo in cui era necessaria l'unità nel comune ideale della patria.
Piero ascoltava il capitano Gaietti con grande interesse. Lui era distante
da quei problemi ma li poteva comprendere. Era medico, voleva
dare la sua opera per salvare degli uomini dalla parte che riteneva giusta,
ma era anche un soldato che aveva giurato. Che cosa doveva approvare
o criticare? Forse l'incontro col capitano Gaietti era l'occasione
che cercava, con quella garanzia di serietà che gli veniva dal trovarsi assieme
all'abate, attorno a uno stesso tavolo, e con quei due uomini che
trattavano il loro comandante con rispettosa confidenza.
- Ha bisogno d'un medico? - chiese Piero interrompendo il discorso
del capitano.
- Vuol dire d'un tenente medico. Certo, è necessario - rispose il
capitano.
L'abate sorrise a siffatta precisazione che, sulle labbra di quel suo figlioccio,
pronto a ridursi a pochi uomini piuttosto che deflettere dai
principi, poteva dare l'impressione, a non conoscerlo, di caparbia e suscitare
diffidenza. Non sarebbe stato giusto che Piero ne rimanesse ferito
e, tanto meno, vi vedesse il rifiuto del suo generoso progetto, di cui
aveva poco prima parlato con lui, con il coinvolgimento sofferto e convinto
262
di Maria. Per questo l'abate sentì quasi il dovere d'intervenire:
- Ti puoi fidare, Piero. Il capitano Gaietti non si opporrà mai a che
tu dia la tua opera, in caso di necessità, anche ad altre bande, vero
caro? - e fissò il capitano.
Il capitano ebbe un attimo d'incertezza, ma subito si ricompose:
- Certo, di fronte a un ferito non ci sono differenze, diciamo così,
ideologiche -. Poi si rivolse all'abate: - Ma forse ci saranno notevoli
difficoltà da superare; lei sa, padre abate, che ogni banda è gelosa dei
suoi uomini.
- Pressappoco come avviene per ogni monastero nella grande famiglia
benedettina - scherzò l'abate. - Come potrei cedere a un altro
abate un tanto segretario? - e pose la mano sul braccio di dom Luca
che serviva alla tavola degli ospiti.
Anche il capitano sorrise. Maria approfittò di quel momento: - E
di un'infermiera non ha bisogno, capitano?
Il capitano guardò Maria, e la sua voce divenne confidenziale: - Mi
sono sposato appena prima della guerra. Ci sposammo qui, e padre
abate celebrò il matrimonio. Può immaginare quanti giorni passai accanto
a mia moglie... Voleva seguirmi in montagna, mi sono opposto,
e non perché mia moglie non sia una donna forte...
Controllò l'orologio: - E ora di partire, gli uomini stanno prendendo
le loro posizioni per venirci incontro e aiutarci nel trasporto dei viveri
-. Si rivolse a Piero: - Ci pensi, allora, tenente. Fra qualche giorno
mi rifarò vivo. ,
Suonava la campanella di compieta. Il capitano e i suoi due uomini
uscirono dal cancelletto dell'orto, carichi di zaini. Era una notte di luna.
- Ci rivediamo domani mattina - si congedò l'abate da Piero e da
Maria.
Dom Luca li riaccompagnò all'alberghetto: - Posso rimanere un
poco con voi. Ho il permesso dell'abate e la chiave del portone.
Si sedettero sul muricciolo che chiudeva parte dello spiazzo prospiciente
la scarpata. Faceva freddo ma l'aria era secca. Oltre le colline,
che la luna sagomava marcatamente, si vedevano le cime delle montagne
già innevate. Maria si strinse a Piero e piegò il capo contro il petto
caldo del suo uomo.
- Bisognerà recuperare gli strumenti e le medicine che suor Giuseppina
ha nascosto - le disse Piero.
- Te li porterò io, con maglie e calze per quei ragazzi che mi sembravano
non troppo coperti.
- Sii prudente, Maria, solo noi dobbiamo soffrire. Il bambino no.
Dom Luca era informato sulla dislocazione delle bande, sui contrasti
che erano già sorti fra coloro che volevano subito agire e gli altri che
consigliavano l'attesa dell'occasione sicura; fra i militari e i politici, fra
chi colorava d'ideologia politica le bande e gli altri che sospettavano e
temevano il monopolio dei primi. Sapeva anche di alcune operazioni
militari che la stampa fascista aveva ignorato o che aveva fatto passare
come episodi di banditismo. L'abate aveva frequenti contatti col comitato
263
di città e cercava di fare opera di mediazione non sempre giustamente
valutata... Ma la sua opera non era affatto politica, nessuno era
privilegiato. Il monastero aiutava non solo la banda del Capitano...
- Non è per scoraggiarti, Piero, - concluse dom Luca - ma perché
tu sappia come stanno realmente le cose. Idealizzare non serve, è
dannoso.
- E di dom Placido, nulla? >
- Nulla.
Il ricordo dell'amico rese più profondo il silenzio dell'ampia vallata.
Quando si lasciarono, la luna batteva le cime delle montagne.
Piero rimase al monastero un paio di giorni. Dom Luca, per incarico
dell'abate, passava molto tempo con lui. Gli aveva portato una carta
della zona e indicato i luoghi dove s'erano stanziate le diverse bande.
- E il Capitano? - chiese Piero.
- E onesto, coraggioso. Per il resto, l'hai udito tu stesso. Lascia le
idee politiche a quando la guerra sarà finita.
- Non ci sarà pericolo che, in questo modo, le diverse bande si guardino
con sospetto e diffidenza?
- Il pericolo esiste, - rispose dom Luca dopo un momento d'incertezza
- soprattutto se i partiti di città conducono il gioco... Del resto,
anche nei monasteri ci sono delle fazioni - soggiunse sorridendo, quasi
per sdrammatizzare - eppure tutti diciamo di cercare la stessa cosa.
L'abate fu più esplicito: - Se tu riuscissi a organizzare la tua opera
di medico per più bande, daresti un contributo notevole all'unità
d'azione. Non tocca a me parlare di questo, ma un'unità di comando
in tutti i settori, concordata coi diversi comandanti delle bande, mi
sembra necessaria.
- Come in un monastero - disse allegro Piero.
- E perché no? - rispose l'abate con lo stesso tono. - Se dopo mille
e cinquecento anni i monasteri sono ancora in piedi, almeno in parte è
dovuto all'unità di comando che la base ha espresso democraticamente.
- Non vorrei mai essere nella necessità di sparare - disse improvvisamente
Piero.
- Ti capisco, Piero - rispose l'abate facendosi pensoso. - Anch'io
ho fatto la guerra, e sono convinto che è quanto di più insensato l'uomo
possa inventare.
- Fammi vedere le scarpe - ingiunse fratel Silvestro a Piero. Le esaminò
con aria professionale: - Sono ancora buone, fatte a mano, resistenti.
Ma vanno bene in pianura, non in montagna. Ti ci vogliono
scarponi, con tanto di chiodi. Aspettami qui.
Ritornò dopo un poco, ansimando: - Avete lo stesso piede, provali.
Piero non potè sottrarsi all'insistenza semplice e cordiale di fratel
Silvestro.
- Li avevo nascosti perché dom Luca non li potesse trovare. Si darebbe
via anche la camicia per quei ragazzi. Ma a te li do. Li metteva
dom Placido quando faceva qualche escursione in montagna.
Dom Luca provvide a uno zaino.
264
- Hai maglie a sufficienza? - gli chiese.
- E anche calze e guanti. Mia madre, dopo quanto è capitato in
Grecia, teme un altro congelamento, dovessi andare in Africa.
- Fammi la lista di medicine e di strumenti che pensi siano necessari.
Cercherò di procurarteli. E se pensi... - s'interruppe con un leggero
rossore sul viso. - Con te posso parlare, so che non mi prenderai
per un sognatore... se pensi che sia utile un prete per le diverse bande,
anche come segno d'unità, quando avrai visto coi tuoi occhi la situazione,
avvertimi. Io sono disposto, ne ho anzi il desiderio. Penso che
padre abate non avrà difficoltà.
- D'accordo, dom Luca. Un prete come te è prima di tutto un amico.
Era già quasi buio quando, dalla parte dell'orto, arrivarono due uomini
del Capitano. Cenarono, riempirono altri zaini e si misero agli ordini
del tenente medico. L'abate e dom Luca abbracciarono Piero.
- Coraggio, Piero - disse l'abate. - Dio t'accompagni.
La luna illuminava le piante spoglie dell'orto. Piero, dopo qualche
passo, si voltò indietro e vide l'abate che stava tracciando un ampio gesto
di benedizione. Dom Luca sentì il suo abate mormorare il versetto:
In Domino confido, quomodo dicitis animae meae: Transmigra in montem sicut passeri.
Camminarono un paio d'ore in salita. Gli scarponi erano diventati
pesanti. Piero scorse un gruppo di case sulla sua sinistra e desiderò d'essere
arrivato. Ma i due tagliarono a destra e s'inoltrarono in un bosco.
- Il campo è più su, tenente - disse uno.
Piero provò un senso di sconforto. Pensò a Maria, alla Campanella,
ai discorsi calmi e lenti attorno al camino, alla possibilità di non tradire
pur senza esporsi. Ebbe paura, e poi vergogna di quello sconforto. Il
figlio doveva trovare davanti a sé degli esempi di cui non vergognarsi.
A quel pensiero, si sentì meglio.
I due risposero con la parola convenuta alla sentinella. Gli uomini riposavano
già nelle baite sui sacconi di paglia. Una baita era riservata
agli ufficiali. Il Capitano stava lavorando solo, al lume d'una lucerna a
petrolio, nell'angolo del comando. I due salutarono militarmente e deposero
gli zaini delle provviste.
- Andate a riposare, ragazzi - disse il Capitano. - Avvertite il tenente
Stafferà. Buona notte -. Strinse la mano a Piero: - Benvenuto,
tenente. Le posso offrire una tazza di caffè? Il mio attendente sta già
riposando. Il tenente Stafferà le indicherà dove sistemarsi.
Ravvivò il fuoco: - I primi giorni la nostra vita sembrerà un po' dura,
poi ci si abitua.
Entrò il tenente Stafferà. Il Capitano fece le presentazioni.
- Ci rivediamo domani mattina per il rapporto - disse congedandoli.
- Buonanotte.
- Sogna un reparto disciplinato del nuovo esercito - sussurrò il tenente
Stafferà a Piero mentre l'accompagnava alla baita degli ufficiali.
- Forse non ha ancora capito che i motivi che ci hanno spinto in
montagna sono un po' diversi da quelli che ci tenevano nell'esercito.
265
Ma i suoi ordini sono sempre sensati e umani. Gli vorrai bene, è un galantuomo.
Io lo conosco dalla Libia.
CAMPI ARATI E SEMINATI.
In mezzo ai suoi compagni armati chi di fucile, chi di moschetto o di
mitra, Stalino aveva l'impressione d'essere ridicolo. I primi giorni riusci
a stare calmo. Parlava coi più pratici della zona per rendersi conto
dove si trovavano i presidi fascisti, le caserme dei carabinieri, le strade
più frequentate da militi e tedeschi, e faceva progetti uno a ridosso
dell'altro. L'ideale sarebbe stato disarmare un tedesco, ridergli in faccia
perché un tedesco disarmato è come un cane rapato, e gridargli: raus,
raus... Ma si sarebbe accontentato anche d'un milite, e gli avrebbe detto:
- Fila via a pulire le scarpe ai tuoi padroni -. Un carabiniere era
un'altra cosa, come disarmare il maresciallo del suo paese, un'azione
quasi da vergognarsene.
Il terzo giorno il tenente si avvicinò a Stalino che stava seduto contro
una pianta masticando una pagliuzza. - So quello che pensi - gli disse.
- Ma i tedeschi per il momento è meglio non toccarli. - Ho capito,
comandante - disse Stalino alzandosi in piedi. Continuò Dinamite:
- C'è una strada dove i fascisti si sentono ancora padroni - e
gliela indicò. - E un po' lontana dalla base, ma con la bicicletta potrai
essere di ritorno prima di sera. Se decidi, due uomini potranno venire
con te; interverranno solo se sarà necessario. Ti presto la mia rivoltella
perché siamo stati insieme in Russia. Me la devi assolutamente riportare.
- Ho capito, comandante - rispose Stalino, piuttosto emozionato
per quel favore che gli faceva il tenente nel ricordo della Russia.
- Raglio e Sbrinz vanno bene? - propose il tenente.
Stalino passò la giornata parlando con Raglio e con Sbrinz, e preparando
la bicicletta. Tolse le due pelli di coniglio dalle manopole, racimolò
nelle casupole e attorno al campo fil di ferro e scatolette, stracci e ossa,
buttando tutto nel sacco che assicurò con corde sul portapacchi posteriore,
e sistemò le due pelli nella cassetta che era servita per il sapone.
Partì al mattino presto, spingendo la bicicletta per i boschi finché raggiunse
la strada che l'avrebbe portato nell'ampia vallata indicatagli dal
tenente. Sbrinz e Raglio lo seguivano a piedi, eliminando i tornanti con
scorciatoie a strapiombo. Giunsero per primi dove la strada s'immetteva
in quella della vallata. Nascosti tra folti cespugli videro Stalino che svoltava
all'ultimo tornante. Raglio fece il segnale e Stalino si fermò.
- Noi continuiamo seguendo la strada e ci appostiamo alla seconda
curva che è in salita a mezzo chilometro - disse Raglio. - E il posto
migliore.
Stalino scese dalla bicicletta per dare tempo ai suoi compagni di raggiungere
la seconda curva. Accese una Tre Stelle, una delle poche che
gli rimanevano perché, offrine una a questo e un'altra a quell'altro, i
dieci pacchetti se n'erano andati. Pensò al cognato, cercò di sembrare
un vero ambulante che si era fermato per riposarsi un poco, mise la cicca
266
nella tasca del giubbotto, risalì in bicicletta e raggiunse fischiettando
la seconda curva.
Raglio s'assicurò che sulla strada non ci fosse nessuno e, con un balzo,
fu dall'altra parte risalendo velocemente in mezzo agli alberi e ai
cespugli. «Quello dovrebbe fare il verso della lepre, non dell'asino»
pensò Stalino. Si sentiva tranquillo, ben protetto dai suoi compagni.
Ma voleva fare a meno di loro. Uno della Russia doveva arrangiarsi
da solo.
Preparò la pompa della bicicletta vicino alla ruota posteriore, dopo
averla appoggiata all'alta riva della strada. Cercò di orientarsi sulla posizione
della base rifacendo mentalmente il percorso. Ma vedeva boschi
e montagne ovunque, che s'assomigliavano tutti. Fu tentato di parlare
con Sbrinz, ma doveva comportarsi come se loro non ci fossero stati.
La mattina era limpida e il freddo secco.
Gli sembrò d'udire lo scoppiettio d'una moto che arrancava faticosamente.
Si chinò sulla ruota e cominciò ad armeggiare con la pompa
mentre controllava la salita con la coda dell'occhio. Vide sbucare dalla
prima curva una moto con la carrozzina. Riuscì a scorgere due militi
sulla moto e una pigna di zaini sulla carrozzina. La moto s'avvicinava
lentamente, con un fragore che rimbombava in tutta la vallata. Quando
fu a una cinquantina di metri, Stalino si eresse, guardò la ruota,
scrollò la testa, fece un gesto scoraggiato. A pochi metri sentì i due militi
scherzare: - Vieni con noi, che avrai una moto.
Stalino li guardò facendo segno che aveva bucato. Erano due ragazzetti
imberbi, spavaldi, vogliosi di ridere, vestiti di nero, con il mitra a
tracolla e due caricatori ciascuno che penzolavano dal cinturone.
- Fermati, - disse il milite sul sellino - mi fanno gola quelle pelli.
Si fermarono e scesero dalla moto lasciando il motore acceso e il freno
tirato. Due ragazzetti che con un pugno li avrebbe distesi tutti e due.
Bulli, perché avevano un mitra.
- Se me le pagate - disse Stalino ponendosi davanti alla bicicletta
quasi per difendere la propria roba. - Non vorrete rovinare un padre
di famiglia...
Stalino si meravigliò che gli fossero uscite parole simili. Fecero effetto.
- Non abbiamo soldi con noi, sarà per un'altra volta - disse uno,
e stavano per risalire in moto quando Stalino, con un salto, si parò loro
davanti puntando la rivoltella. Alzarono le mani.
- Non uccideteci - implorò uno.
- Se fate i bravi, nemmeno un calcio vi do, e ne meritereste da non
farvi sedere per quindici giorni.
Stalino li disarmò. - Che avete in quegli zaini?
- Rifornimenti per la caserma.
- Spegnete il motore e spingete la moto fino alla curva.
Ubbidirono. Non c'era anima viva sulla strada.
- E ora toglietevi le scarpe. È un anticipo su quelle che i vostri capi
ci hanno rubato in Russia.
Con mani tremanti i due ragazzi si slacciarono gli scarponi.
267
- Ci vuoi ammazzare senza scarpe, eh? - disse quello del sellino.
- Io ammazzarvi? Io non ammazzo bambini, ma i vostri padroni
sì... E adesso filate, da vostra madre non in caserma, perché se vi vedo
un'altra volta vestiti così vi dovrete raccomandare l'anima.
I due ragazzi alzarono lo sguardo come ebeti, senza muoversi.
- È un trucco per farci fuori nella schiena - disse quello di prima.
- E un trucco, vero? - s'arrabbiò Stalino. Si portò dietro a loro e
sferrò un calcio a ciascuno da sollevarli. - O volete l'ordine in tedesco?
E allora: raus, raus, da vostra madre e non a leccare il culo a quelli
che ammazzano bambini.
I ragazzi, non aspettarono il secondo calcio e si misero a correre al
centro della strada. Stalino li guardò correre e scrollò la testa imprecando
contro quei delinquenti che mandavano in giro armati dei ragazzi
per farli ammazzare. Sentì dietro a sé la presenza dei compagni.
- Hai fatto un bel colpo, Stalino - gli disse Sbrinz.
- Con i ragazzi è facile - rispose Stalino.
- Ragazzi sì, ma se avessero potuto ti avrebbero bucato la testa. Sei stato
troppo buono, io al tuo posto non so che cosa avrei fatto - disse Raglio.
- Io in Russia ho visto ammazzare un bambino dai tedeschi. Ce l'ho
ancora negli occhi. Noi non siamo tedeschi.
- Non ti do torto, - ammise Raglio - ma ti devo dire che il mio
dito ballava nel grilletto.
- Stalino doveva fare come se noi non ci fossimo stati e ha creduto
bene fare così - disse Sbrinz. - Ma adesso filiamo prima che passi
qualcuno.
- E la moto?
- Arriviamo fino alla strada che ci porta alla base, e là decideremo disse Raglio.
A motore spento, con Stalino dietro in bicicletta e i due mitra a tracolla,
i caricatori e le due rivoltelle nella cassetta delle pelli, arrivarono all'incrocio.
Poco lontano scorsero una casupola di sassi mezzo diroccata.
- Se la nascondessimo là dentro, sotto l'erba? - propose Stalino.
- Fra qualche ora saranno qui i fascisti e la troverebbero subito. Potrebbero
pensare che tu abbia preso proprio questa strada - disse Raglio.
- Bisogna ingannarli, fargli intendere che sei proseguito sulla strada
principale.
- Giusto - approvò Sbrinz.
- Presto, scarichiamo. Intanto che vi preparate per il ritorno io faccio
il resto - aggiunse Raglio. Avviò il motore e partì velocemente sulla
strada della vallata. Al primo tornante, ancora in vista dei suoi compagni,
si fermò, spinse la moto sul ciglio della strada e la lasciò rotolare
lungo la scarpata che precipitava sul greto d'un torrente.
Nel pomeriggio i tre erano di ritorno alla base. I compagni li circondarono
chiassosi di festa.
- Prima dal comandante - disse Raglio.
Stalino s'era messo a tracolla un mitra e appeso alla cintura un caricatore.
Il tenente li attendeva sulla porta della casupola e sorrideva
268
guardando Stalino che s'avvicinava con un secondo mitra nella destra
e la rivoltella nella sinistra, come se dovesse sfidare un esercito. Li fece
entrare e sedere al fuoco.
- Questo è per lei, perché senza la rivoltella non avrei potuto fare
niente - disse Stalino porgendo al tenente mitra, caricatore e rivoltella.
- Buon lavoro, vedo. Raccontatemi.
- Se i fascisti danno dei mitra in mano ai ragazzini sono più delinquenti
di quanto pensavo - disse Stalino.
- Non erano poi tanto ragazzini - precisò subito Raglio. - E
quelli sono più fanatici di tutti. Se tu dovessi capitare nelle loro mani,
altro che ricordarsi della tua generosità...
Il tenente capì che Stalino aveva lasciato liberi i militi. Lo fissò serio:
- Se tu dovessi ripetere l'azione di stamattina, li lasceresti ancora andare?
Voglio dire: non ti sei pentito della tua generosità?
- Perché? Non siamo tedeschi - disse Stalino stupito.
- Sì, non siamo tedeschi - fece eco pensoso il tenente. Poi, con un
accento confidenziale: - Non dubitavo, Stalino, che te la saresti cavata
bene... Ma dimmi, avevi previsto che si sarebbero fermati per le pelli?
- Le pelli fanno gola in questi tempi, ma io puntavo sulla gomma:
Ho bucato, camerati, - e imitò la voce ingenua del cognato - mi date
una mano?
I tre risero forte. Sbrinz battè la mano sulla spalla di Stalino, contento
perché il tenente aveva approvato quell'atto di generosità, e anche perché,
se Stalino era lì con un mitra da lasciarci gli occhi, un po' di merito
era suo.
- Adesso sei armato, Stalino - disse il tenente. -Dammi del tu.
Fra uomini armati ci diamo tutti del tu.
- Ho capito, comandante.
Nella riunione serale il tenente Dinamite, udito il parere dei suoi uomini,
decise di spostare il campo in un luogo che dominava la grande
vallata, per evitare che i fascisti, messi in allarme dalla beffa del mattino,
li potessero cogliere alle spalle. Avrebbero dovuto allontanarsi ancora
di più da Roncolo, costruire un'altra rete d'informatori, affrontare
il rischio dell'imprevisto, ma era necessario. Oltretutto avevano ormai
capito che la conclusione della guerra non era una faccenda per
quell'inverno e dovevano installarsi su posizioni più sicure.
Quando Stalino riuscì a far giungere sue notizie alla cascina di
Sbrinz, non solo Piero era già partito, ma anche Rondine.
Il nebbione aveva fatto la sua comparsa sulla pianura e annunciava un
inverno freddo. I campi, arati e seminati, riposavano. I salariati, a gruppi
di tre o quattro, pulivano i fossi, sistemavano le rive, tagliavano rami
e tronchi e si preparavano all'uccisione del maiale. Tenere e ingrassare
un maiale era fatica, bisognava sottrarre farina a quella che lasciava
l'ammasso obbligatorio; se non ci si arrangiava, sarebbe stato quasi impossibile.
Così non c'era nessuno che non si arrangiasse perché era impossibile
fare a meno del maiale con la fame che rinasceva ogni giorno
269
sempre più gagliarda; e il maiale cresceva a vista d'occhio nell'angolo
dell'orto, in un porcile così piccolo da sembrare un canile, fatto d'assi
pesanti» tenute fra loro con strisce di latta inchiodate. Le donne provvedevano
al pastone; ma era l'uomo che ogni giorno scrutava il maiale,
lo palpaVa, lo accarezzava, ne registrava con occhio sicuro il peso dichiarandolo
orgogliosamente alla sera nel tepore delle stalle.
Rondine non aveva voluto allevare il maiale.
- Tu non lo tienigli ? chiesero in cascina. - Che ne faccio? Lo potresti tenere a metà. - Una metà è ancora troppo. - Potresti
vendere i salami. - E che me ne faccio dei soldi? A me basta quello
che sono, m'accontento. Quando compero un salame mi dura più
d'un mese.
- Se tu non prendi un quarto di maiale, nemmeno io l'allevo. Uno
è troppo per quelli che siamo - gli disse il padre di Teresa.
Tutti gli anni il capo bergamino ne aveva allevato uno intero, ma
quell'anno Teresa aveva insistito: - Spartaco, se non dici così, non
prenderà mai il maiale. E con quello che costano i salami, gli mangiano
quanto guadagna. E poi, per noi uno è troppo.
- Vendiamo quello che ci è di troppo, come abbiamo sempre fatto,
e così ci salta fuori la parte che teniamo per noi - aveva risposto il padre.
Ma gli occhi di Teresa non pensavano al guadagno. «Ha simpatia
per Spartaco» pensò il padre. «Dopo quello che è successo, a trovarle
un marito ci vuole un mutilato, e Rondine è un bravo uomo. Se andava
in prigione era per farla al governo, lo sanno tutti». E sacrificò un quarto
di maiale per il bene della figlia.
Rondine ci stette per un quarto pensando che poteva far piacere a Teresa
e a quel ragazzetto che gli entrava in casa a tutte le ore, e preferiva
i nidi e i fossi da asciugare alla scuola.
Con le prime nebbie, Spartaco sentì il bisogno di vedere qualche volta
di più Teresa. Si metteva sulla porta appena dopo mangiato, o alla
finestra che dava sulla corte, perché sapeva che Teresa sarebbe uscita
sull'uscio di casa a pulire la pentola con la cenere. Voleva confidarsi
con Piero, e non gli era mai riuscito. Provava vergogna anche al solo
pensiero di parlare di matrimonio. Era matto da legare, alla sua età, lui
che non sapeva nemmeno come si prendeva la mano d'una donna. Andava
alla Campanella, vedeva Maria felice e si diceva: Come può essere
felice Teresa con me? E così gli passava il coraggio di parlarne.
Ma quando il sole fu vinto definitivamente dalla nebbia e, dalla finestra,
Rondine poteva intravedere solo l'ombra di Teresa mentre puliva la
pentola con la cenere, si decise, anche a costo di sembrare ridicolo. Andò
alla Campanella con un tovagliolo pieno di funghi piccoli e sodi come il
loro nome di chiodini, ma Piero era già partito da qualche giorno.
- Senza salutarmi, senza dirmi niente? - si lasciò sfuggire davanti
a Maria. E poi ne ebbe vergogna, perché lui che c'entrava? Gli volevano
bene, certo, ma non aveva nessun diritto, non era della famiglia.
- Solo in famiglia ne abbiamo parlato. Piero non l'ha detto a nessuno
- lo tranquillizzò Maria.
270
- Se c'è da fare qualcosa, io sono pronto. Ho appena rinforzato i copertoni
della bicicletta - disse riconoscente Rondine.
- È lontano... - non soggiunse altro perché la gola le faceva nodo.
Quella notte Rondine sognò sua madre che somigliava a Teresa. La
sentì dirgli: «Piero è in mezzo a gente che non conosce. Magari sa guarire
un malato, ma in certe cose è come un bambino, ha bisogno che
uno l'aiuti». Gli sembrò d'avere dormito un secolo, e invece era ancora
notte. Se andava da Piero non poteva dire a Teresa che un uomo per il
bambino sarebbe stato utile. Non le poteva dire questo e poi andarsene.
Sarebbe stato come prenderla in giro. A dirglielo dopo avrebbe avuto
più coraggio. Non tutti andavano a fare i ribelli. Lui sarebbe tornato
con qualche cosa da raccontare al bambino e avrebbe detto a Teresa:
Sono qui, il bambino ha bisogno d'un uomo. Teresa gli avrebbe risposto:
Sei stato l'unico della cascina ad avere il coraggio di fare il ribelle.
Figurati se non avrai il coraggio di sposarti e di far crescere bene il bambino.
E poi ne avremo un altro. Io sono contenta.
La gente non avrebbe riso. Nessuno ride di quelli che vanno in montagna
contro i fascisti e i tedeschi. La rivoltella ce l'aveva, Piero gli
avrebbe insegnato come si fa a usarla. Si riaddormentò e sognò d'avere
il cinturone con la rivoltella, quasi da confondersi con quello che aveva
visto tante volte addosso al maresciallo.
Uscì nella nebbia all'ora solita per ricevere gli ordini dal signor Gaspare
assieme agli altri salariati. Aveva gambali di gomma e guanti di
stoffa pesante che tenevano libero solo il pollice. Ma per usare il badile
alla pulizia dei fossi e alla sistemazione delle rive non c'era bisogno di
muovere le dita.
Teresa stava mettendo le lenzuola alla finestra. Le altre donne non le
mettevano più perché si sarebbero inumidite con la nebbia, ma Teresa
aveva continuato, e proprio nell'ora in cui i contadini si trovavano
nell'aia per il comando. Spartaco fece il giro in su con la testa per controllare
il tempo. Non c'era niente da controllare, ma lui voleva guardare
Teresa senza farsi accorgere.
- Teresa sta facendo il letto - gli disse maliziosamente il compagno
vicino.
- È una casa pulita, quella - rispose Rondine abbassando la testa.
- Anche oggi ci sarà nebbia.
Per tre ore buttò dai fossi fango e foglie marce. «Per un po' non farò
più questo mestiere. Chissà se ci saranno delle trincee da scavare. Io col
badile m'ingegno» pensava. La guerra per lui erano le trincee del ' 1518, e la gente nel fango, come lui nel fosso.
Teresa gli mandò dal bambino una scodella di minestra calda. Ogni
tanto gliela mandava con la solita scusa che le era scappata la mano e
ne aveva fatta troppa. Il bambino, quando rientrava da scuola, la prima
cosa che diceva alla mamma era se avanzava della minestra per Spartaco. Spartaco gli dava la mancia e ripeteva: - Di' alla mamma che non
si disturbi.
Quel giorno dette al bambino dieci lire. Mangiò la minestra come
271
non gli era mai capitato, mescolando zucca e tagliatelle impastate in casa
con pensieri che gli facevano battere il cuore. «Prima di ritornare nei
campi, vado dal signor Gaspare» decise alla fine della scodella.
- Che c'è di bello, Spartaco? - gli chiese il signor Gaspare.
- Ho deciso di andare con Piero.
- Quando l'hai saputo?
- Ieri, dopo il lavoro.
- E hai già deciso?
- Ci ho pensato tutta la notte e tutta la mattina -. Non disse
dell'ordine ricevuto in sogno da sua madre perché altrimenti avrebbe
finito col confidare che sua madre aveva il volto di Teresa.
- Io non posso essere che contento perché so che vuoi bene a Piero.
- Non gli si vuol bene mai abbastanza - disse Rondine arrossendo
perché il signor Gaspare aveva capito che lui voleva bene a Piero.
- Quando vorresti partire? - e, mentre lo chiedeva, il padrone s'era
alzato per riempire il bicchiere a Spartaco.
- Anche subito, se non è per il patto.
- C'è proprio da pensare al patto colonico in questo momento! -.
Stette in silenzio mentre Spartaco beveva il bicchiere di vino, e poi, risolutamente:
- Va' a prendere il cavallo, andiamo assieme alla Campanella.
Tanto nei campi c'è poco da fare.
Si erano tirati su la pesante coperta di lana fin sotto le ascelle. Il signor
Gaspare teneva le redini con due dita.
- Ti ci vorrà della roba perché in montagna d'inverno non si scherza.
Mia moglie ti darà qualche maglia di quand'ero giovane. Mica così,
sai, ero vent'anni fa. Non come te, ma magro sì. Eppure mangiavo
molto, più d'adesso. Ho idea che tu non diventerai mai grasso - e rise
contento.
La nebbia s'era un poco alzata, ma bisognava essere ugualmente ben
vicini alle persone per riconoscerle. Il barroccio passò davanti al caffè
come un'ombra scivolante sulle ruote di gomma, senza che nessuno
s'accorgesse di Rondine. Sull'aia Toni stava segando la legna.
- Lo faccio per scaldarmi - disse come se fosse il suo saluto. Continuò
a segare pensando: «Quelli sono venuti per Piero. Se non fosse
per questo, va' a persuadere un padrone a viaggiare vicino a Rondine!».
Si trovavano tutti in casa dato che non era ancora l'ora della stalla e i
campi erano a posto.
- E successo qualcosa? - domandò ansiosa Maria.
- Ho la faccia triste? - rispose giovialmente il signor Gaspare. - È
per lui, - e indicò Spartaco - vuol andare con Piero.
- Si trova lontano, Spartaco - disse Maria, senza accorgersi che ripeteva
quanto gli aveva detto il giorno prima.
- Perché vuoi rischiare? Tu non sei ricercato e hai un lavoro - disse
Benedetta.
- Non è giusto che Piero sia là e io qui. Io non ho famiglia, ma lui
sì. Almeno se ha bisogno di qualcosa può contare su... su uno che gli
vuole bene - rispose Spartaco.
272
- Ti ci vorranno maglie e calze di lana - disse in fretta la madre per
non lasciarsi prendere dalla commozione. - Là fa freddo.
- Questo è il minimo - osservò il signor Gaspare. - L'importante
è avvertire Piero. Come si fa?
- Potremmo telefonare a dom Luca, ci penserà lui - disse Franco.
- E io potrei accompagnare Spartaco col materiale che m'ha dato
suor Giuseppina - soggiunse raggiante Maria.
- Ancora vuoi correre pericoli? - la rimproverò affettuosamente
Benedetta.
- Non c'è nessun pericolo, mamma. E poi sono una farmacista, vado
in giro per lavoro.
- È l'ora buona per telefonare al monastero - disse il padre a Franco.
- Ma non fare nomi, mi raccomando. Quando sarà tutto combinato,
dom Luca ci avvertirà, e Spartaco potrà partire.
- Con me, naturalmente - completò subito Maria.
- Non è prudente - disse il padre. - Sarebbe la seconda volta in
quindici giorni, un po' troppo anche per chi è amico del monastero.
- Franco, combina tu con dom Luca - supplicò Maria. - Digli
che io voglio vedere Piero...
- Senza fare nomi - interruppe il padre.
- Sì, senza fare nomi, e che mi faccia scendere dove vuole, mi faccia
fare il giro che vuole, all'ora che vuole, ma io quest'occasione non la
perdo.
- Dom Luca ti farà incontrare con Piero - la incoraggiò Franco.
- Grazie, Franco. E adesso vado a stappare una bottiglia per fare festa
a Spartaco.
- Hai messo su cresta, la mia Maria - disse il signor Gaspare ammiccando
a Benedetta. - Disponi già della cantina.
- E questo è niente, vero mamma? -. Uscendo la cinse alla vita e
la baciò.
- E d'oro - disse Benedetta quando Maria fu uscita.
- Toni, vieni a bere un goccio - gridò Maria mentre attraversava
correndo l'aia con la bottiglia in mano.
«Hanno combinato» pensò Toni. «Rondine parte e Maria si sente più
tranquilla. Povera ragazza. Ah, se avessi trent'anni di meno. Ma anche
venti. E destino. C'è chi nasce prima e chi dopo, chi prende l'olio di
ricino e chi va a fare il ribelle. E destino».
Aspettarono il ritorno di Franco. Dom Luca capì subito di che si trattava.
- Non preoccupatevi, - aveva risposto - è possibile. Ti richiamerò
io quando avremo combinato. Padre abate ti saluta.
Maria rideva di gioia. Il signor Gaspare ne fu toccato. E per merito
anche di quel povero ragazzo che non aveva nessuno, che poteva starsene
al sicuro e invece aveva deciso di andare in montagna perché voleva
bene a Piero, al marito di sua figlia per la quale avrebbe dato stalla
e campi. Bisognava riconoscerlo davanti a tutti: - Senti, Spartaco, la
casa e il posto te li tengo per quando ritornerai. Anzi, facciamo così: io
continuo a pagare i contributi e a metterti via la quindicina. Così,
273
quando ritorni, non dovrai ricominciare da zero.
- No, - disse Spartaco - io non ne ho bisogno, non ho nessuno
da mantenere a casa (il pensiero corse a Teresa), ma, per il posto, se me
lo tiene mi fa piacere. Ci sono affezionato.
- Anche la quindicina ti metto da parte, ho deciso perché è giusto.
- Accetta, Spartaco, - intervenne Benedetta - lo fai contento.
- Se è così...
- Domani ti aspettiamo a pranzo - continuò Benedetta.
Toni non aveva detto una parola. «Anche i padroni, qualche volta,
ragionano giusto» pensava.
- Io so che cosa sta pensando Toni in questo momento - disse Benedetta
sorridendo, per togliere Toni dal suo inusitato silenzio.
- Sentiamo, l'indovina.
- Stavi pensando: Ah, se avessi trent'anni in meno, anche venti!
Prima d'addormentarsi, Rondine prese un'altra decisione: «Domani
ne parlo a Maria. E troppo contenta d'essersi sposata con Piero per non
capirmi, non riderà di me». Sognò sua madre che aveva il volto di Maria:
«Fai bene, se ti dovesse capitare qualcosa, almeno i tuoi due soldi
servono per tirare su un uomo. Teresa è già stata sfortunata abbastanza».
Passò la mattinata a sfangare mentre parlava di dentro a sua madre.
Alle undici andò nella stalla e disse al padre di Teresa: - Il signor Gaspare
mi manda alla Campanella per una commissione. Mi fermo là a
mangiare un boccone -. Cambiò l'abito, prese la bicicletta e, fischiettando,
arrivò alla Campanella.
Dopo il pranzo, fece cenno a Maria: - Ti debbo dire una cosa da sola.
- Andiamo di là.
Nel salotto Rondine si confuse: - Adesso faccio confusione - disse.
- E grossa da non crederci, ma non andrei via tranquillo se non te la
dicessi. Io, sai come sono queste cose... insomma ogni tanto guardo
Teresa, mi piace il suo bambino e mi rincresce che venga su senza papà.
Ho sempre fatto finta di niente perché mi vergognavo, ma dentro sento
che... insomma, tu capisci. Se adesso vado via, non posso dirle che
mi aspetti, lei non sa niente, non c'è mai stato un discorso fra noi... E
poi, può darsi che mi succeda qualcosa, non si sa mai. A Piero non succederà
niente perché ha famiglia, ma a me che non lascio nessuno è facile...
Io ho qualche lira da parte e se tuo papà mi da ancora la paga
per il tempo che sto via, fanno un po' di soldi... Volevo chiederti il piacere
di tenerli tu per questo tempo e se non tornassi, non si sa mai, non
capiterà niente, ma non si può prevedere, i soldi dalli a nome mio a Teresa
per il bambino... Pensi che se ne avrà a male?
- Certo, Spartaco, custodirò i tuoi risparmi per quando tornerai, e
ti serviranno a mettere su casa e sposare Teresa, perché ritornerai e sposerai
Teresa.
- Tu credi che mi sposerà?
- Sicuro, sicuro come io ho sposato Piero - disse con calore Maria.
- Teresa è una brava donna, ha bisogno d'un uomo che le voglia bene
come le vuoi bene tu.
274
- È una brava donna, è stata solo sfortunata - mormorò Rondine.
- Ma quando ti sposerà sarà una donna fortunata, felice, come sono
io con Piero - e la voce di Maria divenne ancora più calda.
- Vado via contento. Ma se non ritorno, dille che non se ne abbia a
male per quei soldi. Sono pochi ma glieli do col cuore, per il bambino.
La risposta di dom Luca si fece attendere qualche giorno. Spartaco sarebbe
sceso alla stazione prima della corriera con le valigie. Là un monaco
l'attendeva. Maria avrebbe continuato poi in corriera con la sola borsa.
Una mattina dei primi di dicembre, Teresa indugiò più del solito alla
finestra. Era già l'ora del comando, e la porta di Spartaco rimaneva chiusa.
Si spaventò: «Sta male, e nessuno va a vedere cosa è successo». Notò
il signor Gaspare che parlava col fattore e cogli uomini come tutti gli altri
giorni, senza guardare alla casa di Spartaco. Si tranquillizzò: «L'avrà
mandato in città a fare delle compere». All'ora di pranzo porta e finestra
erano ancora chiuse. Disse al padre: - La finestra di Spartaco è chiusa.
- Il signor Gaspare deve sapere qualcosa. Ha detto agli uomini che
i fascisti cercavano Spartaco perché s'era messo in vista il 26 luglio e
che, per evitare di farsi mantenere ancora dal fascio, se ne era andato.
- E dove? - chiese ansiosa la figlia.
- Spartaco è un gatto, ogni buco è buono.
- Ed è andato via così, senza dire niente? E il quarto di maiale?
- Volevi che ne parlasse con te?
Teresa chinò la testa. Il padre s'accorse d'essere stato cattivo con la
figlia che non se lo meritava, era stata solo sfortunata, e aggiunse subito:
- Se non te l'ha detto vuol dire che è cosa di poco conto. Ritornerà
presto. Quanto al maiale, il quarto glielo teniamo da parte.
Teresa non uscì a pulire con la cenere la pentola. Mise nella credenza
la scodella con la minestra avanzata e andò di sopra a nascondere la maglia
che stava facendo per regalarla a Spartaco il giorno di santa Lucia.
Rondine, quella fredda mattina di dicembre, era uscito dalla porticina
sui campi per non farsi scorgere dai compagni. Faceva ancora buio, e di
notte il vento aveva spazzato via la nebbia e lucidato le stelle. Portava un
giubbotto foderato di pelo di cane, un dono del signor Gaspare assieme
alle maglie e a una bottiglia di grappa. Tra la stoffa e il pelo aveva nascosto
la rivoltella con le pallottole. Si fermò alla Campanella, legò sul
portapacchi della bicicletta la valigia di cartone, e partì poco prima che
Franco attaccasse il cavallo per accompagnare Maria alla stazione.
- State nello stesso vagone, ma non vicini - sussurrò Franco a Maria
e a Rondine, prima che salissero sul treno.
- Perché? - fece Maria.
- Me l'ha consigliato dom Luca.
Rondine era la prima volta che viaggiava in treno, dopo la tradotta
del '17. In prigione l'avevano sempre portato con un furgoncino chiuso,
perché al maresciallo ripugnava dare in pasto agli occhi della gente
un uomo in manette. Si sentiva dentro un po' di agitazione per quella
novità, e tanta tenerezza al pensiero che, ormai, Teresa era già stata alla
finestra a dare aria al letto, e non l'aveva visto.
275
Il treno si mosse lentamente, sobbalzò fra gli scambi, infilò un binario
fiancheggiato da robinie e biancospini scheletriti, e lasciò dietro a sé il sole
che da poco era salito dall'orizzonte della grande pianura. «Potevo anche
dirglielo ieri sera,» pensò Rondine «dovevo avere un po' più di coraggio».
Guardò fuori dal finestrino. Cominciò a contare i filari di gelsi ma poi
s'inceppò e smise la conta. Riposò gli occhi sulla terra arata di fresco e
sui prati ancora verdi. «Quanta terra c'è a questo mondo! Come si fa a
patire la fame con tutta questa terra?». Un lieve odore di selvatico gli saliva
dal giubbotto e gli faceva gustare di più il tepore del pelo. «Il pelo
del cane, anche a star lì dieci anni, non perde mai l'orma di selvatico».
Non aveva mai posseduto, nemmeno nel desiderio, un giaccone simile
che solo gli agricoltori, i sensali e gli ambulanti portavano, per mantenere
caldo il corpo e libere le gambe nei movimenti. Per l'inverno, gli
avevano regalato un vecchio tabarro che metteva solo quando andava in
bicicletta, avviluppato due volte alla vita. - Spartaco è come un pesce,
non ha mai freddo - gli dicevano in cascina. - Basta non pensarci, il
freddo è come il caldo, lo si sente se ci si pensa - rispondeva. Adesso
che portava il pelo di cane sentiva che nel vagone faceva freddo.
Il treno ogni tanto si fermava, scendeva e saliva gente, e ripartiva.
Sbuffi di fumo nero facevano qualche macchia d'ombra sulla campagna
e poi si scioglievano. «E come la trebbiatrice, qui il fuoco muove le ruote
e là le pulegge». Le prime colline si avvicinavano e si allontanavano che
sembrava un'altalena, e anche la coltivazione della terra cambiava. «Si
vede che usciamo dalla pianura. Dovremmo essere quasi arrivati». Vide
Maria che gli si avvicinava dal fondo del vagone. «Piero è stato fortunato
con una donna così, ma anche lei, perché Piero è bravo e non si da
importanza». Capì che era ora di prepararsi e tirò giù le valigie. Il treno
si fermò. Rondine, dando uno sguardo rapido al finestrino dove c'era
Maria, andò incontro a una sottana nera sulla porta della sala d'aspetto.
Dom Luca accolse Maria mentre scendeva dalla corriera.
- Piero è arrivato stamattina col Capitano e altri due uomini. Non
correre, Maria, ti osservano.
Alcuni della corriera osservavano, infatti; ma più don Luca che Maria,
un monaco che usciva dal monastero per ricevere una giovane donna,
bella ed elegante: uno spettacolo piuttosto inconsueto.
- Sarà sua sorella - borbottò un vecchio.
- Mah, con questa guerra non ci si capisce più niente - commentò
una donna anziana. - Non è delle nostre parti, con quella pelliccia
viene dalla città.
- Come sta? - chiese Maria frenando il passo.
- Ha fatto nuovi colori, ed è pieno di vita - rispose dom Luca
mentre spingeva il portone e faceva entrare Maria.
- E di là col padre abate e col Capitano - bisbigliò fratel Silvestro quasi
non volesse disturbare con la voce quel momento che preparava l'incontro.
Apparve Maria sulla soglia della saletta, e si trovarono l'uno fra le
braccia dell'altra, come fossero loro due soli.
- E Spartaco, è venuto? - chiese Piero quando s'accorse che non
276
erano soli.
- Si, è Venuto.
- Spartaco è un amico del paese che ha deciso di entrare in formazione
- spiegò Piero all'abate. - Conoscendolo, non si può non volergli
bene. Tutto quello che ha, e ha avuto sempre poco, spesso niente,
lo reputa un di più.
- Uno che scrive l'evangelo dove va, pur senza conoscerlo? - chiese
l'abate a Piero.
- Se l'evangelo è essere contenti di vivere e di vedere che gli altri vivono.
.. certamente - rispose sorridendo Piero.
- Io penso che se fosse vissuto duemila anni fa avrebbe seguito nostro
Signore a qualche decina di metri, per non disturbare, senza dire
e chiedere nulla; ma gli sarebbe stato vicino anche sul calvario - soggiunse
a mezza voce Maria con una convinzione che toccò l'abate e meravigliò
il Capitano.
- Lo chiameremo, allora, il tredicesimo - disse il Capitano fra il
serio e lo scherzoso.
Piero raccolse l'invito allo scherzo per non lasciarsi prendere dal cuore
al pensiero che Spartaco sarebbe rimasto con lui e disse: - Oh, no,
Capitano, il suo nome ce l'ha già, al paese lo chiamano Rondine -. E
raccontò la ragione di quel soprannome fra l'attenzione divertita del
Capitano e dell'abate.
- In fondo, è un nome di resistenza al fascismo - commentò il Capitano.
- Incontrandolo gli dirò: Benvenuto fra noi, Rondine.
- Ci vediamo stasera a cena - disse l'abate, e si ritirò col Capitano.
Piero e Maria rimasero soli.
- Ti fermi stanotte? - chiese Maria.
Piero la strinse a sé: - Sono in missione col Capitano. Dopo cena
dobbiamo rientrare al campo. Dom Luca ti ha prenotato la solita stanza
all'albergo. Ti amo, Maria.
Rondine era già arrivato da un po' ma non aveva voluto salutare Piero
per non toglierlo nemmeno un attimo a Maria.
- Ho tempo dopo - aveva detto a fratel Silvestro.
LA FIONDA.
Col bando di Oraziani, molti giovani di leva o in congedo provvisorio,
soprattutto delle valli, gonfiarono repentinamente le bande dei ribelli.
Anche quella del Capitano era cresciuta come un torrente di
montagna dopo un acquazzone. Le puntate notturne al monastero
tamponavano le falle del vettovagliamento, ma non potevano rispondere
all'urgente necessità di armi. E, senza armi, il peso dei nuovi arrivati
avrebbe compromesso l'esistenza della stessa banda al primo rastrellamento
in forze dei tedeschi e dei fascisti.
Il Capitano intensificò l'istruzione militare delle nuove reclute. Prese
contatto, superando la sua diffidenza verso i politici, col comitato di
città, chiedendo urgentemente l'invio di armi, ma ebbe vaghe risposte
277
di aiuto non appena ci fosse stato un collegamento con le missioni militari
alleate. Maturò, così, la decisione d'uscire dalla sua posizione
d'attendismo e di tentare qualche azione contro presidi fascisti, posti
nelle valli, per il recupero di armi.
La neve era caduta abbondante in quei giorni sulle montagne, con
qualche spruzzo sulle colline. Rondine era stato nominato dal Capitano
attendente del tenente Piero. - E per accontentare il Capitano che
vuole un'organizzazione come nell'esercito se tu sei mio attendente,
ma noi siamo amici - gli aveva detto Piero.
- Io sono qui perché sono tuo amico - aveva annuito gravemente
Rondine.
Rondine era come se fosse stato in banda fin dal primo giorno. Per
lui, che s'accontentava di niente, il cibo era buono e sufficiente, tanto
che gliene avanzava sempre quando capiva che il suo compagno vicino
all'ora del rancio avrebbe mangiato gavetta e cucchiaio. Non avendo
niente da raccontare e trovandosi sempre sul posto quando bisognava
fare legna o spingersi per baite in cerca di latte e di formaggio, divenne
amico di tutti. Quando non era con Piero ad apprendere come si steccavano
un braccio o una gamba, si fasciava una ferita, si faceva un'iniezione,
scompariva nel bosco con Faccetta e dopo un poco se ne ritornava
carico di legna secca da cui traeva assicelle di diverse misure per
immobilizzare gli arti. - Ne fai tante da rifornire l'ospedale di tutte le
bande - gli diceva ridendo Piero. - Tu hai ragione, Piero, bisogna
fare questo ospedale per tutte le bande.
Con una vecchia camera d'aria di bicicletta, trovata chissà come, aveva
preparato un paio di fionde. Una l'aveva regalata a Piero, e l'altra se
la portava alla cintola, al posto della rivoltella, dal giorno in cui il Capitano
gliela aveva sostituita con un vecchio fucile perché un ufficiale,
da poco arrivato, ne era privo. Rondine non aveva protestato: un ufficiale
gliela aveva data e un ufficiale gliela toglieva, era giusto. Ma sentiva
che alla cintura gli mancava qualcosa, e si mise la fionda. I compagni
risero non appena lo videro con quell'arma, perfino il Capitano che
rideva solo raramente: - Verrà buona per prendere gli uccelli e mangiarli
con la polenta - disse Rondine.
Dovette imparare a maneggiare le armi. Si era confidato con Piero:
- Io non vorrei mai sparare. La rivoltella era un altro conto, mi serviva
per difenderti. Ma un fucile spara lontano. Si può ammazzare anche
chi non ha intenzione di farti fuori. - E necessario, Spartaco; se spariamo
è sempre per difenderci e difendere i nostri compagni. - Hai
ragione, ma io non vorrei ammazzare nessuno.
La sua prima esercitazione al bersaglio fu una pianta a una cinquantina
di metri. Doveva sparare solo un colpo, e il colpo si perse lontano
nel bosco. - Non sono fatto per il fucile - disse. Davanti all'ufficiale
istruttore, che lo guardava stupito, si tolse dalla cintura la fionda, prese
da terra un sasso grosso come un uovo di colomba, mirò la pianta mentre
tendeva con forza l'elastico, e lasciò partire il colpo. Il sasso rimbalzò
forte dopo avere centrato la pianta: - Si vede che sono destinato a
278
uccidere più uccelli che uomini - disse Rondine. L'ufficiale istruttore
rise: - Hai una mira che t'invidio, Rondine. Devi solo pensare che la
fionda, invece di tenderla con le braccia, ce l'hai contro la spalla. Domani
farai centro.
- Dimmi la verità, Spartaco - gli chiese Piero quando venne a sapere
dall'istruttore come erano andate le cose. - Hai fatto finta di mirare
col fucile, vero? - Pensavo che mi scartassero se non prendevo la
pianta, così facevo solo l'infermiere. - Qui si scarta solo chi ha paura,
e tu non hai paura. Domani mira giusto, puoi salvare un compagno se
il tuo fucile non sbaglia.
Erano passati una decina di giorni dall'arrivo di Rondine quando il
Capitano espose, davanti alla cartina militare, il suo piano per il recupero
delle armi. L'obiettivo era un colpo di mano contro il presidio fascista
situato al termine della valle, costituito da una decina d'uomini
bene armati. Come azione di disorientamento per i rinforzi fascisti che
sarebbero arrivati, era necessario attaccare un altro presidio situato in
una valle trasversale, obiettivo massimo se l'attacco avesse avuto buon
effetto. Contemporaneamente, una squadra avrebbe assaggiato la reazione
dei carabinieri della caserma del paese più vicino per rendersi
conto come si sarebbero comportati nell'eventualità di un attacco tedesco
o fascista contro la banda.
Il 20 dicembre, a tre giorni dalla decisione dell'azione, verso sera, il
campo si svuotò quasi completamente, rimanendovi solo una decina di
giovani disarmati e due sentinelle. A mezzanotte precisa i tre gruppi
dovevano entrare in azione.
Il presidio in fondo alla valle era asserragliato nell'asilo del paese.
L'entrata si trovava all'interno d'un cortiletto cui si accedeva da un
cancello rinforzato con lastre di ferro. Una mitraglia stava in postazione
davanti alla porta del presidio, protetta da sacchetti di sabbia. Un
milite con mitragliatore a spalla misurava a lenti passi il perimetro interno
del recinto. Gli uomini del Capitano, appostati dalla parte opposta
al cancello, sentivano il cadenzare degli stivali. Il Capitano, rannicchiato
su una scaletta appoggiata al muricciolo, spiava l'uscio e
l'orologio. A mezzanotte, come gli risultava dalla meticolosa preparazione
del piano, ci sarebbe stato il cambio della guardia e l'uscio si sarebbe
aperto. Era il momento per agire con tempestività e decisione.
Fece segno al tenente Manfredi di stare pronto coi suoi uomini che,
strisciando, si portarono sotto il muretto. A mezzanotte si aprì l'uscio
e ne uscì il milite del nuovo turno di guardia. L'altro si portò verso il
compagno. Il Capitano, saltando dal muricciolo e seguito dal tenente
e da alcuni uomini, fu sopra di essi. Sotto la minaccia della rivoltella e
dei mitra, non tentarono nessuna resistenza né riuscirono a gettare l'allarme
tanto l'azione li aveva colti di sorpresa. Un uomo smontò la mitraglia
mentre gli altri entravano a valanga nel presidio. I militi non fecero
in tempo a rendersi conto di quanto succedeva che si trovarono
nelle loro brandine con un fucile puntato contro. Coi fili strappati del
telefono e con corde furono immobilizzati.
279
- Chiamate la squadra di rincalzo e i portaferiti - ordinò il Capitano.
Un uomo corse ad aprire il cancello e fischiò. Dopo nemmeno
mezz'ora da che era iniziata l'operazione, una ventina di uomini uscivano
ordinatamente dal cancello, col loro ricco bottino d'armi, di munizioni,
di vestiario e di vettovagliamento. Il Capitano lasciò nel cinturone
del comandante del presidio la rivoltella: - La considero un
militare che ha scelto la parte sbagliata. È ancora in tempo a ravvedersi.
Dica ai suoi superiori e padroni come quelli che voi chiamate banditi
si sono comportati. Avremmo avuto la possibilità di uccidervi tutti, e
non vi abbiamo torto un capello. Viva l'Italia.
Il Capitano fu l'ultimo a uscire. Vide nell'atrio una moto col carrozzino.
- Ci può servire per portarci in fretta all'altro presidio. Qui non c'è
più bisogno di lei, tenente - disse a Piero. - Salga con me. Speriamo
che la sua opera sia inutile anche all'altro presidio.
Affidò il comando della squadra al tenente Manfredi: - Ci raggiungerà
al bivio, come stabilito. Se non ci fossimo ancora, ci mandi incontro
alcuni uomini.
Fece cenno all'uomo del mitragliatore, detto Saetta, di salire sul seggiolino
posteriore.
- Vengo anch'io, Piero? - bisbigliò Spartaco.
- Non c'è posto - rispose Piero.
- Ho visto una bicicletta nel presidio. Posso portare anche una cassetta
di munizioni. Vado a prenderla, Capitano?
- Fa' presto - rispose il Capitano.
La moto partì e gli uomini si misero in marcia disponendosi in fila ai
bordi della strada.
Rondine saltò nel presidio. Udì imprecazioni e stridori di brandine
contro il pavimento.
- Calma, balilla, banditi - gridò allegro.
Ci fu di nuovo silenzio. Spartaco prese la bicicletta, si fermò lungo la
strada per caricare altre armi e, a grosse pedalate, proseguì in direzione
dell'altro presidio.
La caserma dei carabinieri era una villetta quasi al margine del paese
più vicino all'accampamento, circondata ai quattro lati da pochi metri
di terra coltivati a orto. Il giovane tenente Boglioni appostò la squadra
armata con vecchi fucili attorno all'edificio. Suonò il campanello del
cancelletto. Dopo qualche secondo una voce gridò dallo spioncino:
- Chi è?
- Ribelli. Siete circondati, consegnateci le armi e non vi faremo alcun
male. I fili del telefono sono stati tagliati.
L'attesa fu breve. Uscì il maresciallo con due carabinieri a mani alzate,
vestiti come potevano nella voglia di far presto.
- Sono tre moschetti con qualche caricatore e una rivoltella - disse
il maresciallo. - Li troverete nel salottino appena entrati. Poca roba,
mi rincresce, i fascisti non si fidano di noi.
Uscì unpartigiano con le armi.
- Carmelo vuole venire con voi, aspettava l'occasione - soggiunse
280
il maresciallo indicando il carabiniere più giovane.
- Lui ha già la famiglia al sicuro in Calabria mentre noi... Ma abbiamo
giurato fedeltà al re, non spareremo contro di voi... E strappate
davvero i fili del telefono, così vedranno che ci avete colti di sorpresa.
- Buona notte a lei, maresciallo - disse il tenente. Poi si rivolse a
Carmelo: - Andiamo, carabiniere -. E da quel momento Carmelo
fu ribattezzato Carabiniere.
- Non tutti sono come il maresciallo, - disse Carabiniere quasi rispondendo
ai pensieri dei nuovi compagni mentre ritornavano alla base
- ce ne sono di duri anche se non aderiscono al fascio.
Il paese sembrava non essersi accorto di nulla, ma c'erano moltissimi
occhi alle fessure delle imposte.
Al luogo dove si dovevano congiungere le due squadre non c'era, in
avanguardia, nessun uomo del tenente Gatti che comandava l'azione
di diversivo, come era pure stato convenuto. Si udiva in direzione
dell'altro presidio il crepitio della mitraglia. - Qualche cosa non ha
funzionato nel nostro piano - disse preoccupato il Capitano, e ripartì
a quella velocità che gli era consentita dalla neve gelata.
Il tenente Gatti, disposti i suoi uomini a semicerchio davanti al presidio,
a mezzanotte in punto lanciò la bomba a mano contro la porta.
Se la porta avesse ceduto, gli uomini sarebbero scattati all'interno; altrimenti,
dopo un fuoco dimostrativo contro le finestre della palazzina,
si sarebbero messi al sicuro nei boschi per poi ricongiungersi al bivio
con l'altra squadra dell'azione principale. Ma il fumo dello scoppio
non si era ancora diradato che, da un terrazzino all'altezza dei tetti, un
fascio di luce violenta investì gli uomini appostati davanti al presidio.
Il tenente Gatti gridò di buttarsi fuori dal cerchio di luce verso i cespugli,
e s'appiattì dietro una pianta per coprire la ritirata dei suoi uomini
con qualche raffica di mitra.
Subito dal terrazzino cominciò a sgranare la mitraglia. Il tenente vide
due dei suoi uomini cadere. Dopo qualche colpo il suo mitra s'inceppò.
La squadra di rinforzo aprì il fuoco dal bosco. La mitraglia alzò il
tiro e il riflettore spostò il suo fascio di luce. Il tenente Gatti approfittò
di quell'attimo per lanciarsi verso il ferito più vicino e trascinarlo al riparo
d'un piccolo terrapieno. Al riflesso della luce vide l'altro suo uomo
immobile, col volto coperto di sangue. Afferrò il fucile del ferito e
si riappostò dietro la pianta. Gridò agli uomini nascosti nei cespugli di
raggiungere la squadra rimasta nel bosco.
Intanto, dalle finestre del presidio cominciò un fuoco nutrito anche
se disordinato. Dal bosco non si rispose più. Il tenente prese la mira ma
il fascio di luce lo investì. S'incollò di nuovo alla pianta. Sentiva le pallottole
fischiargli attorno vicinissime. Vide uno spuntone di roccia oltre
il terrapieno dove giaceva il ferito. Stava studiando il momento meno
rischioso per buttarvisi quando s'accorse che, improvvisamente, il
fuoco s'era spostato sulla sua destra. Fece appena in tempo a vedere,
poco lontano dal morto, un'ombra che strisciava perdendosi fra i cespugli
e che di là rispondeva al fuoco con brevi colpi di mitra. Il tenente
281
si gettò allora allo scoperto; ma, mentre stava per raggiungere il riparo,
sentì le gambe appesantirsi. Cadde, senza provare dolore. Riuscì, strisciando,
a porsi dietro allo spuntone. Fiutava l'odore del sangue che gli
intiepidiva la pelle.
Nel frattempo gli uomini che si erano sganciati avevano raggiunto la
strada. Si contarono: ne mancavano quattro. - Anche un disarmato,
Sirio - dissero al tenente Stafferà.
Si udì il rumore di una moto che s'avvicinava velocemente.
- I rinforzi fascisti - dissero, e s'appostarono alla curva pronti a
sparare. - Aspettate, - ordinò il tenente - può essere solo la loro
staffetta -. Alla curva la moto rallentò.
- E il Capitano - gridò l'uomo più vicino. Fermarono la moto. Informarono
il Capitano della situazione. Il Capitano impartì gli ordini:
- Incontrerete Rondine in bicicletta, alleggeritelo delle armi, lasciandogli
solo la sua arma, i caricatori di mitra e alcune bombe a mano. Ditegli
che ci raggiunga alla curva. Gli altri continuino la strada, per congiungersi
all'altra squadra che sta ritornando al campo. Aiutatela nel
trasporto del bottino.
La moto del Capitano ripartì e si fermò all'ultima curva, a poche decine
di metri dal presidio. Al rumore della moto la mitraglia cessò di sparare.
Il mitragliere s'era sporto dal terrazzino. - Mira bene, Saetta, io penso
alla porta - disse il Capitano. Nello stesso momento una raffica di mitra
rovesciò il mitragliere fascista sui sacchetti di sabbia e colpì il riflettore,
mentre il Capitano gettava la bomba a mano tedesca contro la porta.
Piero s'accorse del ferito dietro il terrapieno. Una pallottola aveva
colpito Corsaro alla spalla. Il tenente Gatti capì confusamente quanto
avveniva e sparò un colpo di rivoltella. Piero accorse allo spuntone di
roccia dietro al terrapieno, e cercò di trascinare il ferito verso la moto.
Il Capitano che sparava all'impazzata nell'atrio del presidio, dopo che
la porta era saltata, si trovò accanto Sirio. - Vai ad aiutare il tenente
medico, presto -. Sirio scaricò le ultime pallottole contro una finestra
che stava per aprirsi. Il tenente Gatti fu adagiato nella carrozzina. Il Capitano
e Saetta continuavano a sparare. I militi erano disorientati da
quella fulminea azione, e cessarono per un momento i colpi. - Presto,
all'altro ferito - gridò Piero a Sirio. Corsaro rinvenne, e fu fatto sedere
sul seggiolino della moto. Il Capitano s'avvicinò: - Tenente medico,
le ordino di partire immediatamente. Faccia una sommaria medicazione
ai feriti e li affidi agli uomini che li porteranno con la barella. Poi
ritorni subito qui.
Piero partì e incontrò Rondine che scendeva spericolatamente affidandosi
al lucore della neve.
Il Capitano, Sirio e Saetta si erano di nuovo appostati. I fascisti avevano
ripreso a rispondere al fuoco Anche la mitraglia dal terrazzino aveva
ricominciato a sgranare colpi su colpi, ma alla cieca. Il Capitano si trovò
accanto Rondine che gli passava i caricatori e le bombe a mano. - Ce
la faresti a gettare una bomba su quella dannata terrazza? - gli chiese.
- M'immaginerò che sia un sasso - rispose Rondine. Si sputò sulle
282
mani, sputò sulla bomba, si alzò ossuto mentre il Capitano sparava una
lunga raffica cominciando dalla terrazza, fino all'ultima finestra, strappò
la linguetta, contò fino a cinque e lanciò la bomba. Volarono i pezzi
della mitraglia nel lampo dello scoppio.
Il Capitano fece cenno a Sirio e a Saetta di sganciarsi e ordinò a Rondine:
- Va' con loro. Prenderai il più giovane sulla bicicletta. Io e Saetta
aspetteremo fuori tiro la moto del tenente medico.
- C'è un morto, Capitano, l'ho visto. Vado a prenderlo - disse
Rondine.
- I morti lasciali, non possiamo...
Ma Rondine non intese. Era accorso vicino al morto, se l'era caricato
sulle spalle e, curvo sotto quel peso, seguiva Saetta e Sirio.
Il Capitano sparò un'ultima sventagliata contro il presidio e raggiunse
di corsa i tre. Seguì un silenzio enorme in tutta la vallata, e poi il crepitio
della moto di Piero che ritornava velocemente. Gli uomini non parlavano.
Il Capitano fissava Rondine con quel morto sulle spalle. Quando
giunse la moto, Rondine disse, e sembrava che fosse lui il capitano: - Il
Capitano e il tenente medico vanno con la moto. Il morto lo mettiamo
nella carrozzina, Sirio e Saetta prendono la bicicletta e io vengo a piedi.
- Rondine, tu mi devi ubbidire, sono io il comandante. Non possiamo
rischiare un vivo per un morto - ordinò il Capitano con voce dura.
- Se non lo vuole in carrozzina, lo porterò io a piedi. Mi ci vorrà un
giorno ma ci arrivo. I morti aiutano i vivi, e i fascisti hanno paura dei
morti - rispose calmo Rondine.
Piero non poteva dire nulla, era una lotta che non si poteva risolvere
con ordini o con parole. Il Capitano salì sulla moto.
- Mettete il morto nella carrozzina - ordinò.
Sirio sussurrò a Saetta, mentre pigiava sui pedali e ansimava: - Se ci
fosse Rondine in ogni colpo che si fa, in fondo non si sarebbe così disperati
al pensiero di lasciarci la pelle.
- Quando sei morto sei morto, - rispose grave Saetta - e nemmeno
Rondine può farci niente. Però se tua madre sa dove sei a far terra,
patisce un po' di meno...
Rondine veniva per ultimo a piedi, e parlava a testa bassa col morto.
Gli diceva di andare da sua madre e di salutarla. Non aveva fatto a tempo
a conoscerlo bene, ma guardandogli le mani e toccandogliele ancora
calde aveva capito che se ne intendevano di vanga e di badile.
Il Capitano e Piero raggiunsero le due squadre coi feriti quando stavano
già salendo per la mulattiera, prima del tratto di bosco che portava
all'accampamento. La moto arrancava a fatica, scivolando ogni tanto
sulla neve ghiacciata. Il morto a ogni scossa muoveva la testa
insaccata sul petto. Il Capitano si fermò. Chiamò un uomo: - Corri
al campo, fa' scendere quattro uomini per trasportare il morto -.
Chiamò un altro uomo: - Fermati con me. Lei, tenente, segua i feriti.
Il Capitano e l'altro uomo adagiarono il morto contro la riva della
mulattiera e spinsero la moto nel bosco. In un piccolo avvallamento la
copersero con rami di pino. Poi ritornarono accanto al morto attendendo
283
l'arrivo degli uomini per il trasporto.
Prima dell'alba, tutti, anche Rondine e i due compagni che l'avevano
atteso, erano rientrati al campo. Nell'infermeria allestita nella stanza
del comando, Piero esaminò alla luce d'una torcia le ferite. Era preoccupato
per il tenente Gatti. Una pallottola gli aveva spezzato il femore.
Pulì in profondità la ferita. Sul tavolino, in una vaschetta d'acqua bollita,
si trovavano i ferri chirurgici portati da Maria. Bisognava estrarre
la pallottola. Due uomini immobilizzarono il tenente Gatti, un terzo
teneva la torcia elettrica. Dopo qualche minuto la pinza afferrava la
pallottola. Il ferito era svenuto.
- Il ricovero in clinica è necessario, anche per la riduzione della frattura
- disse Piero al Capitano che, da un angolo, assisteva silenzioso
e preoccupato. Il Capitano annuì. Corsaro aveva la scapola sinistra
spezzata, ma la pallottola non era penetrata nel polmone. - E per
lui? - chiese il Capitano.
- Se ci fossero due posti... - sussurrò Piero al Capitano.
- Ne riparleremo, tenente. Abbiamo anche altre decisioni gravi da
prendere. Adesso vada a riposare un poco.
Sirio non riusciva a dormire. L'avventura che aveva corso senza sapere
come si sarebbe conclusa gli faceva ballare il sangue. Aveva ancora
negli occhi la luce improvvisa del riflettore, i due uomini che cadevano
e il tenente Gatti che si riparava dietro a una pianta. All'ordine di ritirarsi
era rimasto come inchiodato sul posto, e poi, senza rendersi conto
che disobbediva a un ordine, strisciando s'era portato sulla destra del
morto e ne aveva imbracciato il mitra. «Il Capitano mi punirà perché
non ho ubbidito» pensava mentre si rigirava nel fieno profumato di
menta, alla ricerca del sonno. Eppure non sentiva nessuna stanchezza,
aveva voglia di parlare con qualcuno, o anche solo di prendere una boccata
d'aria. Uscì dalla casupola dove i suoi compagni dormivano, vide
Rondine che con l'accetta stava squadrando delle assi per la bara del
morto, gli si avvicinò: - Ti do una mano.
- Hai fatto bene a fare quello che hai fatto. Non si può disubbidire
a un morto. Anche il Capitano l'ha capito.
Sirio avrebbe voluto rispondere che lui l'aveva fatto senza sapere il
perché, non per il morto; ma le parole di Rondine gli avevano calmato
il sangue, meglio che fossero state del Capitano. Tacque, e guardò
quell'uomo che nessuno sapeva prendere in giro per le sue stranezze.
A mezzogiorno anche la buca era pronta. Avevano scelto insieme il
posto nel bosco, in una piccola conca protetta tutt'intorno da rami di
abeti.
- Qui a primavera ci saranno fiori - disse Rondine. - Ai morti
piacciono i fiori.
- Facciamo anche la croce? - chiese Sirio.
- Ci vorrebbe il Cristo repubblicano, quello del professore - mormorò
fra sé Rondine.
Una crocetta di legno gliela misero sul petto, quando il morto fu ricomposto
nella bara fra rametti d'abete. Cominciarono a uscire gli uomini.
284
Si recavano alla bara, si toglievano il cappello e sostavano un poco.
Era il loro primo morto, Marchetti Luigi, classe 1920, detto Bigio;
non l'avrebbero dimenticato.
Dopo la sepoltura con gli onori militari, il Capitano convocò gli ufficiali
a rapporto: - Con l'azione di stanotte, signori ufficiali, abbiamo
chiuso la fase dell'attesa e ne abbiamo iniziata una nuova, mai prevista
dalle nostre scuole militari. Dobbiamo tracciare da soli la nuova strada,
facendo tesoro dell'esperienza di questa notte. Direi, e ciò non appaia
cinismo nei confronti delle nostre dolorose perdite (in questo momento
ricordo il valoroso tenente Gatti, il soldato Marchetti e il soldato Corsaro),
direi che il successo maggiore è stato l'attacco al presidio che era
reputato un'azione secondaria. Per due ragioni, che vi sembreranno
strane sulla mia bocca, soprattutto la seconda, conoscendo voi l'impostazione
militare che ho dato alla banda fin dall'inizio. La prima è che
abbiamo compreso come non basti una preparazione puramente militare.
Ci sono degli imprevisti, quali il riflettore, che solo con un rapporto
di collaborazione con la popolazione del luogo potremmo evitare. So
che altre bande sono molto più vicine alla popolazione di quanto non
siamo stati noi finora. Riconosco che è la strada giusta. La seconda, poi,
mi riguarda in modo particolare. Ho capito che, se importanti, anzi necessari,
sono il comando e l'ubbidienza, non meno importante e necessaria
è l'iniziativa ponderata, in certi casi anche spavalda, del singolo. È
il caso di Sirio e, sotto un certo punto di vista, di Rondine. Se Sirio non
avesse preso l'iniziativa prima ancora, forse, di rendersi conto che disubbidiva
a un ordine, con ogni probabilità il tenente Gatti e il soldato
Corsaro avrebbero fatto la fine del soldato Marchetti. Quanto a Rondine,
egli nella sua ostinazione che prima di stanotte avrei definito insubordinazione,
m'ha richiamato il grande insegnamento degli antichi
che le nostre scuole militari hanno da tempo dimenticato. Dovrei punirli
per la loro disubbidienza. Prima di stanotte l'avrei fatto certamente.
Da parte mia, senza nulla cedere sul piano della disciplina che rimane
sempre necessaria, mi propongo di stare più vicino agli uomini,
ascoltarli prima di prendere decisioni importanti, cominciando da stasera
con un gesto concreto e significativo, se siete d'accordo: i pasti li
prenderemo assieme a loro, senza nessuna distinzione.
Le parole del Capitano scesero come una liberazione sul gruppetto
degli ufficiali che approvarono calorosamente.
- Dovremo presto - continuò il Capitano - spostare la nostra
banda in luoghi meno accessibili. Fascisti e tedeschi faranno vaste battute
per localizzarci, dopo quanto è successo. Sarà necessario che prendiamo
contatto con altre bande dislocate più a monte e stabiliamo un
minimo di collaborazione nell'eventualità non molto remota d'un attacco
nemico. Per i feriti, sentito il parere del tenente medico, non ci
resta che chiedere ancora una volta l'aiuto del monastero. Padre abate,
come sapete, m'ha ripetutamente assicurato che è possibile, in casi urgenti,
il ricovero nella clinica della Carità. Egli ne sa il modo. Noi dobbiamo
solo provvedere al trasporto dei feriti fino al monastero. E questo
285
non crea grosse difficoltà per noi.
La vigilia di natale, Corsaro e il tenente Gatti erano operati nella clinica
della Carità. Quando si svegliarono dall'anestesia, la prima persona
che videro fu un monaco, sorridente mentre dava notizia che don
Luca avrebbe celebrato la messa di mezzanotte coi loro compagni.
Il presidio fascista attaccato dal tenente Gatti aveva avuto tre morti e
alcuni feriti. Il comandante del presidio chiese e ottenne che il giorno dei
funerali dei suoi uomini fossero portati dalle prigioni della città sei ostaggi
e fossero fucilati nella piazza davanti alla chiesa, per dare alla popolazione
un esempio del modo con cui venivano ripagati i traditori. Il paese
era nella morsa del terrore. Nelle case, fra orecchie fidate, si imprecava
contro i fascisti, ma non si risparmiavano nemmeno i ribelli: - Gente
non di qui, gente forestiera che ha le famiglie al sicuro - dicevano.
- Non ne abbiamo già passati abbastanza di guai coi nostri morti e i nostri
dispersi in Russia, da mettersi anche loro? - Uno dei sei ostaggi era
del paese, un giovane che non s'era nascosto dopo il bando di Graziani.
Il parroco andò dal comandante del presidio, lo scongiurò di non aggiungere
altri lutti a quelli già esistenti; gli richiamò il giudizio di Dio,
lo minacciò di non portare i militi uccisi in chiesa.
- Nella vostra chiesa? - gli rispose il comandante. - Tenetevela per
i traditori, la vostra chiesa. Per i miei uomini ci sarà il duomo in città.
Tutte queste voci furono riportate al Capitano da un paio d'uomini,
pratici dei luoghi, che erano stati mandati a rendersi conto di quanto
era avvenuto con le azioni della notte precedente.
- E una-voce che i fascisti hanno messo in giro per terrorizzare la popolazione
e aizzarla contro le bande dei patrioti - disse deciso il Capitano.
Ma i suoi uomini insistettero: - Lei non lo farebbe. Lei, Capitano, è
un soldato leale che non uccide degli innocenti. Ma loro sono delinquenti,
hanno reclutato avanzi di galera, non sono soldati. Per loro uccidere è
dimostrare che non hanno paura -. Davanti a quel terribile convincimento
dei suoi uomini, sostenuto dal ricordo di fatti analoghi già avvenuti
in altre zone, il Capitano provò turbamento. Se non avesse attaccato
quel presidio, se avesse continuato nella sua tattica d'attesa, non avrebbero
fucilato nessun innocente. Era sua, allora, la responsabilità se fosse accaduto
quel massacro? Lui aveva ordinato un'azione di guerra, s'era comportato
secondo le regole ammesse in tempo di guerra, uccidendo e
correndo il rischio d'essere ucciso, fra uomini che potevano difendersi e
offendere con le armi. Il turbamento sconfinò in un senso di colpa. Oh se
avesse potuto impedire quelle fucilazioni con la propria vita... Si sarebbe
presentato al presidio come il solo responsabile dell'azione, per la salvezza
degli innocenti. Ma anche così non si sarebbe interrotta la catena. Altri
l'avrebbero sostituito, avrebbero compiuto nuovi assalti a presidi, a caserme,
perché ormai non si poteva più ritornare indietro; e ancora rappresaglie,
innocenti che sarebbero stati costretti ad addossarsi il peccato della
guerra... E allora aveva il diritto d'abbandonare i suoi uomini solo per
scaricarsi quel peso dalla coscienza? No, bisognava dimostrare che la rappresaglia,
colpendo degli innocenti, ricadeva con tutto il suo peso, e più
286
schiacciante ancora, sui vigliacchi che volevano proteggersi con essa. Forse
era questa la nuova strada che bisognava imboccare, dopo essersi bruciati
alle spalle i vascelli dell'attesa... Uscì dall'incubo. Riunì i suoi uomini:
- Se avverrà la fucilazione degli ostaggi, noi ci apposteremo sulla strada
di ritorno dei fascisti dalla città dopo il funerale, e nessuno di loro ritornerà
vivo al presidio. Alla rappresaglia risponderemo con un colpo più
grave. Non ci deve essere pietà per gli assassini.
Gli uomini approvarono. Il Capitano chiese due volontari che si recassero
al paese il giorno dei funerali per osservare i movimenti dei fascisti
e riportassero la notizia dell'eventuale fucilazione. - Sia ben chiaro
a tutti - sottolineò con forza il Capitano - che il nostro intento è
solo quello di scoraggiare la rappresaglia con la nostra nuova azione. Se
la fucilazione non avverrà, come mi auguro, non spareremo un colpo.
- Giusto - disse forte Rondine, e si fece avanti come volontario.
L'altro fu Sirio.
Al mattino del 23 dicembre, i due erano già appostati su una piccola
altura che permetteva di osservare la piazza del paese. Le finestre delle
case erano chiuse, le vie deserte. Sirio non nascondeva la sua agitazione.
Quel silenzio l'opprimeva.
- E vero, Rondine, che tu parli coi morti? - gli chiese a un tratto.
- Sì, parlo con loro, e loro mi rispondono; a volte sono loro che attaccano
per primi il discorso.
Sirio voleva ridere ma non ci riusciva. Accarezzava nervosamente il
suo mitra che aveva conquistato due notti prima e che sentiva di fieno
perché nemmeno a dormire se ne era staccato. Lui i morti li rispettava,
ma un morto è sempre un morto. Come Bigio, che adesso stava sotto
mezzo metro di terra, e l'avrebbero portato al paese alla fine della guerra,
gli avrebbero fatta una processione, e poi nessuno si sarebbe più ricordato
di lui. Ma era anche sicuro che Rondine diceva la verità, perché
quell'uomo non sapeva mentire.
- È difficile parlare coi morti? - gli chiese dopo un po'.
- Be', bisogna imparare, come a vangare o a tagliare l'erba. Quando
si è imparato è facile.
- M'insegni, Rondine?
- Non c'è niente da insegnare. Basta che tu creda che ti ascoltano,
e ti metti a parlare. Bisogna imparare a crederci, e questo nessuno te lo
insegna.
- E per ascoltarli, come fai?
- Mah, forse è questione d'orecchio. Io ho un orecchio delicato, che
sentiva il maresciallo a cento metri di distanza.
Sorrise al ricordo, e poi tese repentinamente il lungo collo: - Non
senti niente, Sirio?
- Io no, la piazza è deserta.
- C'è della gente che s'avvicina alla piazza e non si vede ancora.
Adesso anche Sirio cominciava a udire un brusio indistinto di voci
che prendevano sempre più il tono di grida e d'imprecazioni. E poi videro
dalle stradette scendere gruppi di donne e di vecchi spinti dai militi
287
e fatti fermare nella piazza con le spalle voltate alla chiesa; e poi un
camion scoperto con sopra tre bare, e dietro i sei ostaggi con le mani
legate, e decine di militi con mitra imbracciati, e una squadra che si disponeva
davanti al municipio di fronte alla chiesa.
- Ah, gli assassini - disse Sirio, e imbracciò il mitra.
- Sta' calmo, - gli disse Rondine - è tutta una scena, vedrai che
non li ammazzano, non possono, e noi ritorneremo contenti a dire al
Capitano che...
Il camion si fermò. I militi si posero a cordone tra la gente e il municipio.
I sei ostaggi furono messi contro il muro. Il comandante della
squadra schierata ordinò il fuoco e gli ostaggi caddero.
- Camerati, siete vendicati - urlò il comandante del presidio. I militi
venuti dalla città salirono sulle auto, tre militi del presidio salirono accanto
alle tre bare, il comandante con altri due uomini salì sull'auto, tutti
intonarono Giovinezza, e il carico della morte partì alla volta della città.
- Li hanno ammazzati, i porci, ma la pagheranno - imprecò Sirio.
Rondine, alla scarica, s'era coperto gli occhi. Si scosse. I morti lo chiamavano.
- Corri ad avvertire il Capitano, io verrò dopo - disse a Sirio.
- Non partirò senza di te, dobbiamo ritornare insieme.
- Va' subito, altrimenti non fai a tempo. Io devo rimanere - insistette
Rondine con voce stranamente autorevole.
- Nascondo qui la mia arma.
Sirio stette un momento indeciso e poi s'inerpicò velocemente verso
la base lontana.
Una squadra di militi era rimasta a guardia dei sei cadaveri. Quel giorno
e tutta la notte i morti dovevano rimanere in piazza, nel sangue che
a rivoletti contorti s'era allungato tutt'intorno. Le donne che erano state
costrette ad assistere all'esecuzione, senza forza né di piangere né di gridare
tanto erano sconvolte, cominciarono ad avvicinarsi, prima incerte,
poi più decise e unite. I militi urlarono di fermarsi, fecero muro attorno
ai cadaveri, spararono alcune raffiche in aria. Le donne si fermarono. Si
fece largo il prete. Si trovò il mitra puntato sul petto. - Indietro - gli
ordinò il sergente. - Debbo fare il mio dovere di prete - e scostò con
una mano la canna del mitra. L'altra portava l'ampolla dell'olio santo.
- Ho l'ordine di sparare contro chiunque s'avvicina - gridò il sergente.
- Sparate, una nuova cassa si fa presto a trovarla - disse il prete.
- I morti hanno solo il colore del sangue, lo farei anche se voi foste al
loro posto -. Il sergente perse sicurezza. Il prete avanzò ancora, s'inginocchiò
nel sangue, unse con l'olio santo i cadaveri. Le donne s'inginocchiarono,
i vecchi dietro le donne s'inginocchiarono. Il prete intonò il
rosario. Le donne rispondevano forte. Un uomo dell'ultima fila si fece
avanti fra le donne inginocchiate, e s'inginocchiò accanto al prete. Chi è? - urlò il sergente al prete. Il prete s'accorse del nuovo compagno,
lo fissò, gli fece cenno col capo: - Mi aiuta in chiesa -. Il sergente
si scostò. L'uomo sussurrò all'orecchio del prete: - Portiamoli in
chiesa, qui hanno freddo. Li porto io a spalla -. Il prete sembrò non
udire. Quell'uomo ossuto non l'aveva mai visto, poteva essere un provocatore
288
venuto dalla città. Era stata un'imprudenza rispondere che era
il suo aiutante in chiesa. Le donne rispondevano ad alta voce, il prete
quasi urlava l'avemaria, i militi avrebbero voluto scappare lontano per
non sentire più quelle voci che trivellavano cervello e stomaco. Il sergente
gridò: - Basta! - e sparò una raffica di mitra in alto. Un gruppo di
donne, invece di rispondere il santamaria, gridò: - AssassiniI . militi
voltarono la schiena. Il sergente guardò la gente con occhi che non
vedevano e abbassò il mitra. Il prete intonò la Salve Regina. L'uomo si
alzò, le donne si alzarono. L'uomo sollevò fra le braccia il giovane ucciso
che gli stava davanti e s'avviò verso la chiesa. Il prete sollevò un altro
morto, un vecchio si fece largo piangendo: - Mio figlio è rimasto in
Russia - e si chinò, ma non riuscì a sollevare il terzo cadavere. Due
donne l'aiutarono. Li deposero tutti e sei nel presbiterio che già profumava
delle pulizie di natale, con la faccia rivolta alla navata perché la
gente li vedesse in volto. Il tappeto delle feste si macchiò di sangue.
L'uomo baciò a uno a uno i volti di quei ragazzi, e muoveva le labbra
come se parlasse. Il prete baciò a uno a uno i volti di quei ragazzi. Le
donne si ricordarono della funzione del venerdì santo quando si bacia il
Cristo morto, e cominciarono a sfilare inginocchiandosi davanti a ciascun
giovane, chi baciando la fronte, chi il costato, chi i piedi, come al
Cristo morto il venerdì santo. Il prete cercò cogli occhi l'uomo che li
aveva baciati per primo, ma l'uomo era scomparso.
Saputo da Sirio quanto era accaduto, il Capitano partì con una decina
di uomini e le armi automatiche. - Ci apposteremo spingendoci il
più lontano possibile, in direzione della strada che sale dalla città. Li
aspetteremo, dovessimo rimanere fuori tutta la notte, ma nessuno di
loro deve più mettere piede in quel paese.
Si fermarono solo quando da lontano intravidero la nebbia della pianura.
Si disposero a tiro incrociato ai due lati della camionabile, donde
potevano controllare per qualche chilometro la strada sottostante che
saliva a ripidi tornanti. Stava imbrunendo quando udirono il motore
dell'auto fascista. All'ultimo tornante li poterono contare. Erano sei,
quattro dentro e due sui parafanghi coi mitra puntati. - Quanti i fucilati
di oggi - disse il Capitano, e sparò per primo.
I due sui parafanghi rotolarono a terra senza un grido. L'auto si rovesciò
crivellata di colpi. Prima di spingerla giù dalla scarpata tolsero ai
morti le armi e le scarpe. Cominciava a nevicare. Rientrarono alla base
che era notte, e Rondine accanto a Piero aspettava il Capitano per dirgli
che i morti avevano vinto. Il campo dava già qualche segno di smobilitazione.
Dopo natale avrebbero iniziato la marcia insidiosa verso
una vallata più in alto per sfuggire al rastrellamento che, dopo quei
giorni di fuoco, sentivano nell'aria.
Alla sera del 24 dicembre arrivò dom Luca per la messa di mezzanotte,
accompagnato da un giovane che guidava per la cavezza un mulo
carico di provviste.
- E il dono dell'abate per il natale - disse dom Luca al Capitano indicando
il mulo. - Ha pensato che vi potrà servire nei vostri spostamenti.
289
Gli uomini si fecero attorno al mulo. Qualcuno lo accarezzò.
- Vale tant'oro quanto pesa - dissero.
- L'abate ha avuto un gesto da principe - esclamò il Capitano.
- Lei lo conosce - sorrise dom Luca.
- Per essere natale ci sarebbe voluto un asino - disse Piero pensando
in quel momento alla Campanella.
Il mulo aveva portato aria di casa e di presepi.
FORTUNATE SENEX...
Nei primi mesi del '44, nessuno al paese ignorava che sulle colline e
sulle montagne c'erano i ribelli a combattere i fascisti e i tedeschi, e che
fra i ribelli si trovavano Stalino, Piero e Rondine. Ma le montagne erano
lontane, i ribelli erano lontani, i fascisti e i tedeschi erano lontani.
La guardia comunale era come se non ci fosse. Dalla casa del fascio della
città non gli telefonavano più. I giovani richiamati alle armi o erano
in Germania, o alla TODT, o se ne stavano tranquillamente a casa. I primi
momenti, quando in paese correva veloce la notizia, quasi sempre
falsa, dell'arrivo dei fascisti, i renitenti alla leva, così li chiamavano,
scappavano nei campi; poi, non essendovi mai stata una retata, ci fecero
l'abitudine e non scapparono più.
La guerra era lontana. Tutti attendevano qualcosa ma da lontano. La
gente s'arrangiava per sopravvivere, nella speranza che la guerra dovesse
finire lontano. Passavano altissime, che sembravano d'argento quando
era sereno, centinaia di fortezze volanti, come le chiamavano. Adesso
che sganciavano le loro bombe sulla Germania, davano un senso di sicurezza
alla gente. - Con tutti quegli aeroplani, - dicevano - la
guerra finisce presto. Ma sono una razza dura i tedeschi.
Ci furono in febbraio delle giornate bellissime. L'aria era tersa, che
sembrava appena uscita da un temporale, e il sole si sentiva che non era
più quello dell'inverno. Maria aveva scovato in un cassettone un vecchio
cannocchiale e, in quelle mattinate, trovava il tempo per salire in
soffitta ad avvicinare le montagne scintillanti di neve. Ogni tanto Benedetta
la raggiungeva: - Vedi qualcosa? - le chiedeva sorridendo, e
parlavano di Piero. - Gli deve assomigliare, mamma - e si accarezzava
il ventre che cominciava a prendere forma. - Di notte sogno che
mi ride di dentro con lo stesso riso di Piero -. Benedetta non voleva
commuoversi. Se avesse parlato del bambino avrebbe pianto, e così
cambiava discorso: - Fa' vedere anche a me le montagne.
Franco passava giornate intere con le parole contate. «Non è giusto che
io sia qui» rimuginava di dentro. S'immaginava di fuggire di notte, senza
dire niente, e raggiungere il monastero, e poi le montagne. Provava un
profondo senso di vergogna e d'impotenza. Aveva comperato dal cognato
di Stalino una rivoltella dell'8 settembre e dormiva con l'arma sul comodino.
Il cognato di Stalino, da quando era partito Mario, non si rifiutava
più di acquistare armi. - A te la do, non la darei a un altro anche
se mi pagasse il doppio, perché sono sicuro che tu di stupidate con questa
290
non ne farai - gli aveva detto Pino. - So a che cosa pensi, - gli diceva
la madre - non dirmi né sì né no. Noi ci potremmo arrangiare, ma Maria
si sentirebbe completamente sperduta. Tu sei ugualmente con Piero;
se non si può fare diversamente, basta il cuore.
Toni arrivava alla Campanella con le notizie più fantastiche. Le raccoglieva
all'osteria, le ripuliva, le riaggiustava, le collocava nei posti che
aveva conosciuto durante l'ultima guerra, fra trincee e camminamenti,
e le mesceva tutto eccitato entrando in cucina, o alla prima persona che
incontrava sull'aia.
- Facciamoci un po' di tara - gli diceva il padre. - Un po', ma
non molta, ne parlano tutti, è la verità. Vedrai che arriveranno prima
i ribelli che gli americani. Sono un esercito. E di Piero? - aggiungeva
con un altro tono di voce.
- Di Piero niente.
La madre non aveva dubbi: - Non si sa niente perché sono andati
molto distanti dal monastero. Ma non è capitato niente. Le cattive notizie
volano.
Poi ci fu il bando del 18 febbraio: chi non si presentava alla leva sarebbe
stato fucilato nella schiena. Fu un colpo per il paese. Una donna si fece
coraggio e domandò spiegazioni alla guardia. - Se li prendono. Ma il
mondo è grande. Come quando si cerca in un posto e avete un bel cercare
se quella cosa è in un altro -. La risposta fece il giro del paese e portò
alla conclusione che la guardia non avrebbe mai fatto fucilare nessuno.
Vollero interrogare anche il maresciallo, per maggiore sicurezza. Andarono
in caserma perché da qualche giorno, dopo che la moglie era
partita per dare una mano a una parente dalle parti di Roma, dicevano,
non si faceva vedere in giro. Venne ad aprire l'appuntato: - Il maresciallo?
Il maresciallo se n'è andato. Temeva che lo facessero giurare per
la repubblica. Beato lui che aveva la possibilità di andarsene.
Venne un nuovo maresciallo, e si capì subito che non valeva nemmeno
una ruota della bicicletta di quello di prima. Ma doveva essere un
buon uomo, che teneva la divisa solo perché era la sua divisa ancora
prima del fascio. Si lasciò sfuggire al caffè, e forse ad arte, rivelando in
quel momento un'intelligenza che fu notata solo dagli ambulanti, gente
pratica degli uomini: - Mi hanno mandato qui perché è una zona
tranquilla. Fanno coi cavalli che hanno a disposizione. Nei posti di
montagna mandano altri tipi.
Anna, la moglie di Stalino, era al settimo mese. - Curati, - le diceva
il cognato - devi farlo nascere forte perché è figlio d'un partigiano.
Adesso li chiamano partigiani. - Non li chiamano più ribelli? Ribelli o partigiani, è lo stesso. Però da quelle parti li ho sentiti chiamare
partigiani - e le portava, al termine d'ogni giro, un po' di roba,
olio d'oliva, sale, una volta perfino una manciata di chicchi di caffè:
- Tienilo da conto, per quando sarai più debole.
Anna, con l'aprirsi della stagione, cominciò a farsi vedere alla Campanella.
La prima volta aveva soggezione di Maria, nonostante che il
marito, prima di partire, parlando di Piero, le avesse detto: - È una
291
ragazza che non si da nessuna importanza. Se è nata coi soldi e ha avuto
la fortuna di studiare, lei non ci ha colpa. Quelli che io non posso vedere
sono»i ricchi che vogliono coi soldi comperare la gente.
Ma la seconda volta era come se l'avesse conosciuta alle elementari: «E
una donna che aspetta un bambino come me, e ha il marito lontano
quando anche lui non era stato comandato di partire, proprio come me».
Divennero amiche. Anna, certi pomeriggi che stavano allungandosi, li
passava nella cucina della Campanella, sferruzzando con la lana che le aveva
regalato Benedetta. E non aveva avuto bisogno di vendere l'orologio.
- Sono due maschi, - aveva sentenziato la Cecina - perché i vostri uomini
sono forti. Io ho avuto una femmina, dato che a quei tempi ero più
forte di Toni. Ma se avessi comperato un figlio dopo il '22, quello era maschio
-. Le donne risero. - Ascoltate una vecchia, io non mi sbaglio.
Il cognato di Stalino quando, nei suoi giri, andava dalle parti di Roncolo,
una tappa la faceva alla cascina di Sbrinz e vi lasciava sempre qualche
pezzo di sapone in più. La banda del tenente Dinamite s'era portata
più lontano, all'interno delle montagne, ma il collegamento con
Roncolo non era stato interrotto, anche se s'era fatto più irregolare. Si
dicevano molte cose di quella banda, gente decisa, che con le mani in
mano non ci stava; che s'era ingrossata, che non erano più tutti insieme,
ma un gruppo qua, uno là, e sempre col tenente che li comandava;
che i fascisti avevano avuto dei morti e avevano incendiato delle case e
fucilato al cimitero d'un paese tre giovani che non c'entravano... Itcognato scartava le notizie che potevano impressionare Anna e le raccontava
solo quelle buone, concludendo immancabilmente che Mario stava
bene e salutava tutti. Con la moglie, la sorella di Stalino, invece, non
faceva complimenti: - Debbono fare una vita dura, in mezzo alla neve
con poco da mangiare e le spie che ci sono in giro. Chissà dove sarà e
che cosa patisce in questo momento. Ma non dirlo a tua cognata.
Giuliano aveva fatto rinforzare dal fabbro il carretto, un po' a contanti
e un po' a credito. Il carretto, con qualche placca di ferro tenuta da
grosse viti, non traballava più come prima. - Se aspettavo ancora un
po', - diceva Giuliano alla gente che lo complimentava - mi trovavo
con l'asino che tirava solo le stanghe -. Ma l'idea era stata del cognato
di Stalino: - Quando la stagione va al bello, avrò bisogno di qualche
condotta. Roba in giro ce n'è, e io non posso continuare a fare la spola
con la bicicletta. Se la raccolgo in qualche posto, tu me la vai a prendere
col carretto. Ma lo devi rinforzare, è roba pesante. - Mi salteranno
fuori le spese? - aveva chiesto Giuliano. E il cognato di Stalino:
- In commercio quel che ci vuole ci vuole, e non si sa mai ciò che può
succedere. Chi arriva al camioncino è passato prima dal carretto.
Giuliano, quei giorni in cui lo dovette lasciare nel cortile del fabbro,
era sempre là: - Non è perché ti voglia insegnare il mestiere, ma io
senza il carretto è come se fossi senza una gamba - si giustificava con
Natale. Avevano parlato del socialismo che sarebbe arrivato appena finita
la guerra, degli uomini che non si sarebbero più odiati e dei poveri
che non sarebbero stati più poveri. Parlarono anche dei partigiani:
292
- Sono dei ragazzi, come una volta con Garibaldi - disse Natale.
- Se fossi ancora un ragazzo, a quest'ora... - e picchiò con forza
sull'incudine. - A chi lo dici... - fece eco Giuliano.
Ma la prima condotta col carretto rimesso in sesto non fu per il cognato
di Stalino. Fu per i tedeschi. - Proprio me vieni a cercare? aveva risposto Giuliano alla guardia. - Il mio asino non fa un passo
se sente odore di tedesco.
- È soltanto una proposta per farti guadagnare un po' di soldi. Tanto,
loro il grano lo debbono mandare in città. Se non trovano in paese
chi glielo porta, cercano altrove. Io lo facevo perché i soldi della condotta
rimanessero in paese. Pagano bene, a loro i nostri soldi non fanno
gola. E poi c'è sempre il pericolo che ti requisiscano l'asino. Loro sono
innamorati degli asini.
- Fammici pensare.
- Stasera dammi la risposta.
Giuliano andò da Toni: - Pensi che sia una cosa da farsi?
- Dovremmo farli crepare di fame i tedeschi - rispose Toni scuro
in volto.
- Se è così, dico alla guardia che ne trovi un altro. Fino ad ora ho
mangiato senza i tedeschi e mangerò ancora.
- Aspettalo richiamò Toni. - Se ti requisiscono l'asino anche
solo per dispetto, allora sì che è finita. Che ne dice Natale?
- Natale non sa ancora niente. Ho voluto prima sentire te.
Toni provò soddisfazione d'essere preferito al fabbro e si sentì obbligato
a ragionarci su ancora un po', con tutta quell'esperienza che aveva.
- Se è solo per il grano, io dico che puoi fare la condotta per evitare
la requisizione. Se fossero armi, allora è un altro paio di maniche. Ma
parlane a Natale. Quattro occhi vedono meglio di due.
Il fabbro stette con la mazza ferma sull'incudine e la testa chinata per
un tempo che a Giuliano parve eccessivo, e poi disse: - Meglio un asino
vivo che un dottore morto.
- Che c'entra il dottore? - chiese Giuliano.
- C'entra per il proverbio. Io dico che non devi farti requisire l'asino.
E poi, se vai per casa dei tedeschi puoi sapere molte cose utili per
chi gli è contro. Immaginati che fosse qui Stalino, quante cose ti domanderebbe,
dove e quanti sono, com'è la caserma, che armi hanno...
- Se è per questo, me lo chiederebbe anche Piero.
- Certo, anche Piero - rise Natale. - Così il proverbio ci viene a
pennello.
Col febbraio, infatti, erano arrivati in paese tre tedeschi, un caporale
e due soldati della Wehrmacht. Avevano il portafogli rigonfio di soldi
nuovi e di fotografie delle loro case, con moglie e figli sull'uscio. Si dissero
subito austriaci, non tedeschi. Quando avevano bevuto più di
quanto il loro forte stomaco potesse smaltire, piangevano ricordando
moglie e figli sulle fotografie che mostravano a quanti incontravano.
Mangiavano fette enormi di lardo, coltellate compatte di burro e cucchiaiate
di marmellata come se fossero di polenta. La sposa senza figli,
293
che aveva il marito in Germania in un campo di prigionia e che aveva
affittato alcune stanze della sua grande casa in piazza, riprese in breve
tempo i colori di prima della guerra. Di sera, fino a tardi, i vicini sentivano
ridere e cantare ma non protestavano perché avevano paura: austriaci
o no, con moglie e figli a casa o no, erano sempre dei tedeschi.
Ogni tanto la sposa affittacamere faceva assaggiare ai vicini un po' di
burro e marmellata per tenerli buoni, e diceva: - Sono stata obbligata,
perché la casa è grande e sono solaI . vicini annuivano gravemente
senza dire niente, e la sposa capiva che non ci credevano, e ne soffriva,
come se le avessero detto in faccia che non era una donna seria.
Cominciarono a chiamarli i vaccari per via dei gambaletti di legno e
cuoio che s'infilavano quando andavano nella stalla del negoziante di
bestie a concludere l'affare. Due volte alla settimana la stalla del negoziante
si svuotava e si riempiva, e i tedeschi facevano salire le bestie sul
camion che veniva dalla città, urlando in tedesco. - Che pretesa - diceva
la gente quando vedeva che le bestie, invece di salire, si sparpagliavano
nella strada. - Vorrebbero che le bestie italiane capissero la loro
lingua. Ma già, per loro è tutto lecito -. Con la guerra, il negoziante di
bestie s'era buttato anche nel commercio del grano libero dall'ammasso,
e i tedeschi ritennero che fosse conveniente comperare bestie e grano da
uno solo. - Noi siamo gente civile, - dicevano i vaccari alla gente
- paghiamo quello che è giusto. - Quello che è giusto è la loro pancia
e il portafogli del negoziante - diceva la gente in faccia alla moglie del
deportato in Germania, perché non pensasse che nel giusto dei tedeschi
fosse inclusa anche lei: e bisognava tenersela buona.
Così anche Giuliano divenne collaboratore dei tedeschi, col primo
carico di grano che trasportò al deposito militare della città. «Lo faccio
per l'informazione» pensava mentre caricava i sacchi e non guardava in
faccia chi gli passava vicino, per la vergogna. - Non ci arriva in città
quell'asino, appena fuori del paese gli scoppia la milza - gli gridò un
ragazzetto sfrecciandogli accanto con la bicicletta. Giuliano non ebbe
nemmeno la forza d'imprecare tanto era triste. Adesso l'avrebbero preso
per una persona poco seria, da metterlo vicino al negoziante di bestie
e alla sposa affittacamere.
- Dagli dell'olio - gli gridò un altro, mentre il carretto cigolava da
tutte le parti.
Giuliano uscì dal paese a testa bassa, come bassa era la testa del suo
asino per lo sforzo.
- La seconda volta non ci vado più - disse Giuliano, di ritorno, a
Toni e al fabbro. Ma tutti e due l'incoraggiarono: - Non ti lascerai
impressionare dalla gente che parla solo perché ha la bocca! Noi sappiamo
che fai la condotta non per i tedeschi ma per l'informazione.
- Io non ho avuto nemmeno la forza di guardarmi attorno, mi sentivo
un ladro colto con le mani nel sacco, altro che informazioni.
- Vedrai che, andando avanti, ci troverai gusto a guardarti attorno
per riferire poi a quelli che sono contro i tedeschi.
- Ma chi sono?
294
- Già, a chi dare queste informazioni? Almeno ci fosse ancora il professore.
.. - buttò là Toni.
- Bisognerebbe scovare il professore - disse Natale che non aveva
creduto alla voce di Bari. - Tu ne sai qualcosa?
- Ne so quanto te - tentennò Toni. - Ma ci si potrebbe interessare.
.. E che cosa hai visto? - chiese a Giuliano.
- C'erano altri carretti e carri con sacchi di grano che abbiamo caricato
sui camion. C'erano tedeschi che ridevano e gridavano, ma non
ho capito niente.
- E armi?
- Soltanto i pistoloni che penzolavano dal sedere dei tedeschi, alla
moda dei vaccari di qui.
Toni ne parlò con Franco: - E il caso d'avvertire il professore?
- Sono notizie che potrebbero interessargli solo se fossero più complete.
Per esempio, da dove vengono quei camion, dove vanno col loro
carico, quanti ne partono alla volta... Se vanno dalle parti dove ci sono
partigiani per rifornire i presidi tedeschi, allora la notizia potrebbe interessare.
- Capisco, - disse Toni - vuoi dire che i partigiani potrebbero far
sparire qualche camion. Ci fossi io invece di Giuliano... Giuliano si emoziona
troppo. Potrei andare con lui, e mi faccio passare come suo aiutante.
- Se il professore dice che vale la pena...
Il professore fece sapere che era d'accordo; con la primavera dovevano
succedere grandi cose e ogni informazione, anche se apparentemente
senza importanza, poteva avere il suo peso.
Toni partì un'ora dopo Giuliano, in bicicletta; andando piano e fermandosi
ogni tanto, aveva calcolato di raggiungere l'asino alla porta
della città.
- Non ce la farai - gli disse la Cecina cui non andava affatto a genio
quella storia.
- Figurati, ce la fa l'asino di Giuliano che ha un carretto da tirare...
e poi quando sono stanco mi riposo.
- A casa ritorna almeno col carretto, e la bicicletta sopra.
Ma a casa quel giorno ritornò solo Giuliano, la lingua grossa da non
riuscire a raccontare quello che era successo. Il fabbro lo fece bere:
- Adesso raccontami.
- L'hanno arrestato appena siamo entrati in cortile a scaricare. Un
tedesco gli puntò contro la rivoltella: Tu qui, tu essere partigiano, tu
essere armato, e gli tolse la roncola.
- Che bestia Toni ad andare in bocca ai tedeschi con la roncola. Ma
non hai detto a quel crucco che Toni era nato con la roncola attaccata
al sedere?
- Mi si è ingrossata la lingua... E poi non l'ho più visto, è stato portato
subito via - e Giuliano si mise a piangere, emettendo guaiti da
cane ferito.
- Adesso smetti, sei un uomo. Finisci di bere e andiamo dai vaccari.
Il caporale fece una faccia scura, aveva capito che era stato preso un
295
partigiano al seguito di Giuliano: - Brutta faccenda, ordine fucilare i
partigiani.
- Ma Toni non è un partigiano - alzò la voce il fabbro.
- Chi essere armato...
- Toni non era armato, aveva solo la roncola.
- Che, roncola?
- Roncola, coltello per tagliare i rami delle piante.
- Arma, arma, tagliare gola...
- Andiamo via - disse il fabbro a Giuliano - altrimenti uno sproposito
lo faccio io con la mazza - e lo prese per un braccio.
- No, non andare via così, noi essere amici - disse il caporale.
- Toni, sì, è nostro amico. Tu sai che Toni non era armato, non è
un partigiano, e non vuoi fare niente per salvarlo.
- Io non potere nulla, io avere paura, paura di voi e delle esse esse,
paura di tutti. Solo bestie non farmi paura.
- Andiamo - disse bruscamente il fabbro a Giuliano.
- Dove andiamo?
- Dall'arciprete.
La voce aveva raggiunto la Cecina alla Campanella. S'era messa a urlare:
- Adesso me l'ammazzano quei figli di cani e di vacche. Non era
bastato l'olio di ricino, me lo vogliono far fuori per una roncola. Tutte
le scuse sono buone per ammazzare un cristiano. Ma gliela farò vedere
io chi è la Cecina.
S'annodò il fazzoletto e si strinse lo sciallino nero sulle spalle. - Vado
dalla guardia - gridò che era già sotto il portone.
Benedetta la rincorse e la prese per il braccio: - Calmati, non succederà
niente. Adesso Franco va dall'arciprete. Lui sa quello che bisogna
fare, vedrai che tirerà fuori Toni da questo pasticcio. La guardia è un
poveretto come noi, non conta niente.
Maria accarezzò sul fazzoletto nero la Cecina: - Gli uomini in questi
tempi ci fanno soffrire, vero? Ma non succederà niente, né a Toni
né a Piero.
La Cecina si calmò. - Per calmarmi debbo piangere - disse, e si
mise chetamente a piangere.
- Se ha bisogno del barroccio, lo accompagno io - disse il padre a
Franco. - Tu non puoi andare.
L'arciprete stava ascoltando il racconto di Giuliano quando arrivò
Franco.
- Hanno perfino paura d'un vecchio che porta una roncola - commentò.
- Quos Deus vultperdere... Si dibattono come bestie in gabbia,
guai ad andare nella loro gabbia... Spero che nella gabbia ci sia
qualcuno che ragioni. Altrimenti mi rivolgerò al vescovo.
Le donne erano sull'uscio di casa quando l'arciprete passò per il paese
sul barroccio. Anche la guardia, che gli si affiancò per qualche metro:
- Dicono che il comandante del deposito fosse un professore di latino,
dovrebbe ragionare - bisbigliò all'arciprete. - Speriamo che ritorni
con Toni.
296
- Se era professore, dovrebbe almeno avere un'oncia di senso del ridicolo
- disse l'arciprete al padre di Franco.
- In divisa quella gente non si ricorda di niente.
Erano le prime ore del pomeriggio, l'aria si stava intiepidendo.
- Si sente già la primavera... Starà meglio anche Piero - disse l'arciprete.,
- Se avessero preso Piero, a quest'ora potevamo andare a ritirare il
cadavere, se ce lo davano - rispose cupo il padre.
Il cavallo correva veloce. Franco, da quando Piero era partito, gli aveva
tolto il campano. - Anche il cavallo deve rendersi conto di quello
che sta succedendo - aveva approvato il padre.
Il padre sovrapponeva immagini di Piero a quelle di Toni, e schioccava
di tanto in tanto la frusta, come per concedersi un attimo di respiro
in tanta apprensione.
- Saremo a casa per il coprifuoco? - ruppe il silenzio l'arciprete.
- Purché quel tedesco... A conoscere Toni c'è da temere il peggio.
Lui è capace di dire che non ha paura di loro come non l'ebbe dei fascisti
nel '21. ,
- Se quel tedesco si ricorda un attimo d'essere stato professore, apprezzerà
le parole di Toni.
Il paese era in agitazione. Al caffè guardavano ogni tanto l'orologio
della torre e seguivano l'itinerario dell'arciprete. Il cognato di Stalino
disse alla moglie: - Se Mario fosse vicino, gliela farebbe vedere lui a
toccargli Toni.
Il barroccio si fermò a qualche decina di metri dal deposito militare.
- Se non riesco a convincere quel tedesco, andremo dal vescovo.
Aspettami qui - disse l'arciprete scendendo.
La sentinella non lo voleva far passare, ma il tono deciso di quel prete,
la sua figura eretta, i suoi occhi azzurri lo colpirono. Chiamò il sergente,
parlottò con lui, mentre l'arciprete ripeteva: - È una cosa molto
importante. Un prete che è stato professore di latino e di greco gli vuol
parlare con urgenza. Avvertitelo.
- Aspettate - disse finalmente il sergente, e scomparve. Dopo un
poco si rifece vivo: - Venite.
Il comandante parlava correntemente l'italiano. L'arciprete lo spogliò
della divisa, lo vide in cattedra e si sentì a suo agio.
- Lei insegnava latino, vero?
- Come può sapere? - chiese sorridendo il comandante. - Venti
anni, in un liceo di Vienna.
- Extemplo Lybiae magna it fama per urbes...
- Fama, malum qua non aliud velocius ullum... - riprese subito il
comandante abbassando gli occhi.
- Saltiamo questo inciso, professore... La sua fama, solo da poche
ore è vero, non è di questo tipo, ma mobilitate viget virisque adquisit
eundo, parva metu primo, max sese attollit in auras...
- Sono quattro anni, reverendo, che non sento una voce richiamarmi
la dolcezza di questi suoni... E perché voleva saltare quell'inciso, se
297
non sono troppo curioso?
- Perché vorrei, professore, che il suo ricordo rimanga legato alla
pietas virgiliana, che oggi ha la possibilità di onorare.
- Dica, reverendo.
L'arciprete raccontò di Toni.
- Ah, quel vecchio, con l'arma... come si dice in italiano?
- Roncola...
- Ah, roncola, roncola... dal latino runco, vero? È della sua parrocchia
quel vecchio?
- Sì, professore, trent'anni che lo conosco e l'ho sempre visto girare
con la roncola, ad eccezione di quando si mette i pantaloni della festa.
La roncola è un po' come la sua mano.
- Non doveva entrare qui con la roncola, i miei uomini hanno considerato
il gesto come una sfida.
- Capisco, - s'affrettò a dire l'arciprete - non conoscendo le abitudini
dei nostri contadini...
- Mentre nospatriae finis et dulcia linquimus arva - lo interruppe
il comandante. - Bisogna comprendere anche i miei uomini... Io stamattina
non c'ero, altrimenti non avrei dato importanza al fatto. En,
qua discordia civisproduxit miseros.. .
- Ricomponiamo questa discordia, professore, almeno in una piccolissima
smagliatura del nostro unico tessuto.
- Se posso ancora, se quel vecchio non è stato portato al comando
di piazza per l'interrogatorio...
Chiamò. - Vede, reverendo, io quando rientrai non potevo più fare
nulla, i miei uomini l'avevano arrestato e non c'era nessuno che garantisse
per lui... I miei uomini non brillano per umorismo, ma bisogna
capirli.
Entrò il sergente. L'arciprete spiava le reazioni del volto del comandante.
Gli svanì l'incubo vedendo quel volto spianarsi.
- Bene, è ancora qui, e al comando non sanno nulla. Potrà ritornare
al paese con voi, ma la roncola me la terrò io, a ricordo; no, diciamo
meglio, è sequestrata.
L'arciprete gli prese una mano fra le sue: - Grazie professore: Non
equidem invideo; mirar magis: undique totis usque adeo turbatur agris.
- Deus nobis haec otiafecit: namque erit ille mihi semper deus, - soggiunse
il comandante con un velo di tristezza nella voce.
Entrò Toni accompagnato dal sergente: - Oh, arciprete...
- Toni, andiamo a casa, c'è fuori il barroccio della Campanella che
ci aspetta.
- Perfino lei s'è dovuto disturbare... roba da non raccontare alla
gente - si lasciò scappare Toni.
Il comandante sorrise: - Libertas, quae sera, tamen respexit mertem...
- Ma questa è aria di chiesa, non di tedesco - esclamò meravigliato
Toni guardando l'arciprete. - E che dice?
- Dice che non devi più portare la roncola quando vieni da queste
parti - rispose l'arciprete.
298
- Sì, la roncola, e non gliela posso nemmeno restituire. La terrò io
come ricordo di questa rara ora virgiliana - disse il comandante guardando
l'arciprete negli occhi.
- Se è per questo - fece Toni - gliela lascio volentieri, tanto a casa
ne ho un'altra.
- Ma solo nei campi - aggiunse il comandante sorridendo. Si alzò,
strinse la mano all'arciprete e poi a Toni: - Fortunate senex, ergo tua
rum manebunt...
- Che dice? - e Toni guardò l'arciprete.
- Dice che quando sarà finita la guerra verrà al nostro paese e faremo
festa assieme.
- Grazie, reverendo.
Il barroccio partì che sembrava portasse amici felici a un matrimonio.
Toni continuava a parlare. Il padre gli dette corda; gli fece intendere che
in paese ormai sarebbe stato un mezzo eroe, che perfino la Cecina, prima
di contraddirlo, ci avrebbe pensato due volte dopo che aveva rischiato
la fucilazione... L'arciprete aveva chiuso gli occhi e sorrideva. Il miracolo
dell'universalità prodotto dalla poesia, in una lingua che è
ordine, compostezza, armonia, che ci fa sentire eredi uguali d'una stessa
ricchezza. E Dio, Dio... il miracolo delle lingue unificate nella pietas...
Cominciava a imbrunire, l'aria s'era raffreddata. Si tirarono sulle ginocchia
la coperta pesante.
- Sono in tre - gridarono le donne all'inizio del paese,
- Toni è tornato.
Altri usci si aprirono, uomini e donne s'affacciarono, qualcuno battè
le mani, i ragazzetti interruppero la cena e seguirono correndo il barroccio,
l'arciprete vide sull'uscio la guardia e la salutò con un largo gesto
della mano, Toni scese in piazza, e fu subito circondato dagli uomini
che erano usciti dalle due osterie e dal caffè: - Sei un gatto, Toni,
perfino ai tedeschi gliela fai -. Chi gli batteva una mano sulla spalla,
chi lo prendeva per un braccio, chi lo spingeva verso il caffè: - Vieni
a bere un bianchino, te ne meriti una brenta.
- Vieni all'osteria, Toni, là il vino ti piace di più, ci hai già la bocca.
Vinsero quelli del caffè perché il caffè era a due passi. Il bicchiere era
sempre pieno. Toni parlava con gusto e diceva di più di quanto avesse
visto. Era tutto infervorato quando arrivò la Cecina. La donna si fece
largo sotto i portici dove si erano fermati gli uomini delle due osterie,
entrò nel caffè, prese il suo uomo per un braccio e cercò di trascinarlo
fuori senza tanti complimenti: - Mi fai stare tutto il giorno col sangue
impaurito e poi vengo a sapere dagli altri che nemmeno i tedeschi ti
vogliono. Vieni a casa, avrai tempo di raccontare... - Ma la voce non
era quella della Cecina quando si beccava col suo uomo.
- Vengo fra un po', tanto sai già tutto.
- Lasciatelo qui ancora un minuto, Cecina.
- No, deve venire a cena. Io i bicchieri non glieli ho contati, ma a
calcolare dal tempo che è qui, ci vorrebbe il pallottoliere. Deve venire
a cena.
299
Toni si rassegnò, si rivolse a quelli del tavolo e sogghignò: - Non
vedete che sono caduto nelle mani di un altro tedesco, peggiore di
quello della roncola?
- Ridi pure, ma ti volevo vedere stamattina che piega facevano i tuoi
calzoni.
- E Giuliano? - chiese Toni mentre si alzava.
- Giuliano piangeva ma adesso sta già ridendo, perché Natale è corso
a dargli la notizia - gli dissero.
Erano sotto il portico che suonava la campana del rosario.
- Stasera un'avemaria la devi dire anche tu, dopo la grazia che hai ricevuto
- sussurrò la Cecina al suo uomo per non farsi sentire dalla gente.
- All'arciprete gliela devo dire? Domani vado ad asciugare un fosso
e gli porto il pesce che prendo. Questo vale più di un'avemaria.
- Nemmeno con la morte sotto il naso smetti di bestemmiare.
La Cecina lo teneva sotto braccio. La gente li salutava: - Due sposini
freschi sembrate, tanto andate stretti.
- Stretti? E lei che mi fa da carabiniere - rispondeva Toni. Ma si
capiva dalla voce che era contento che la sua donna l'avesse preso sottobraccio,
e non si vergognasse della gente.
Con la primavera, la città fu invasa dalla Decima Mas. Giovani, alcuni
ancora ragazzi, con mitra lucenti a tracolla, s'accalcavano all'ora del passeggio
sul corso e nei giardini pubblici, contendendosi le poche ragazze
che gironzolavano nei paraggi apposta in quell'ora. I caffè del centro,
con quell'arrivo, dovettero rinforzare il servizio. Il denaro correva, e le
ragazze nei caffè e nei giardini ridevano forte. - Svergognate - diceva
la gente, e tirava via.
- Lasciateci divertire, - dicevano quei giovinetti armati - durerà
poco. Fra un mese potremmo essere tutti sottoterra. O li uccidiamo
noi o ci uccidono loro -. Si preparavano al rastrellamento sulle montagne
contro i partigiani. La città era una sosta per ubriacarli e farli correre
baldanzosi, nel ricordo delle ragazze che lasciavano, verso la morte.
I vecchi fascisti, sferzati da tanta gioventù, vollero dare dimostrazione
alla città che anche loro erano vivi. I tedeschi li avevano quasi ignorati,
intenti com'erano a raccogliere e a smistare grano e bestie provenienti
dalla grassa pianura, e non avevano mai nascosto un certo fastidio a trattare
con loro quando diventava necessario. Dalle SS del presidio militare
non avevano ottenuto di più, se non una certa condiscendenza che pioveva
dall'alto e acutizzava, così, il loro isolamento e la loro umiliazione.
La città era calma, non era scoppiato nessun incidente come invece
in altre; la nebbia, la neve e, adesso, l'accarezzante sole primaverile
sembravano livellare ancora di più sentimenti e terra. Gli antifascisti,
dopo i primi mesi di clandestinità, visto che non succedeva niente, avevano
cominciato a farsi vedere in giro. L'avvocato era ritornato e, attorno
a lui, s'era costituito il comitato di liberazione. L'invito ripetuto
alla prudenza e alla clandestinità non era sempre ascoltato. - Qui non
è come nelle altre città, qui i tedeschi vogliono solo raccogliere grano e
300
bestie; se li lasciamo stare, loro non si curano di noi, e i fascisti senza
di loro sono come i burattini senza la mano che li sostiene.
Ma con la nuova ventata di giovinezza fascista, il rancore accumulato
per tutto l'inverno dai vecchi fascisti, contro tutti, tedeschi da una parte
e antifascisti dall'altra, cui si aggiungeva il disprezzo per una popolazione
tarda e pigra a reagire, come i buoi di quella terra che tiravano
lentamente l'aratro senza curarsi quale fosse il pungolo che li spingeva,
scoppiò violento. Furono rivisti attentamente gli elenchi degli antifascisti
di sempre e di coloro che s'erano messi in vista durante i quarantacinque
giorni di Badoglio, si incoraggiarono con nuove promesse le
spie, fu requisita una villa lungo il viale delle antiche mura, si permise
che un fascista, venuto da fuori con la sua squadraccia gradassa e torva,
vi si installasse; e cominciarono gli arresti.
L'avvocato fu avvertito appena in tempo per non farsi arrestare nel suo
letto; ma altri, appartenenti al comitato o ignari cittadini, in una notte
di fine aprile, finirono nella villa requisita. La mattina dopo, i vicini della
villa assicurarono di non aver potuto chiudere occhio per le grida e
gli urli che ne uscivano. Fra gli arrestati c'era anche il giovane che teneva
il collegamento fra il comitato e il professore. Le norme della clandestinità
rientrarono subito in vigore. L'avvocato fece immediatamente avvertire
il professore di scomparire dalla canonica e di raggiungere un posto
più sicuro dal quale avrebbe potuto riprendere i contatti.
- Si potrebbe pensare per qualche giorno alla canonica di don
Giuseppe - disse l'arciprete al professore. - Nel frattempo ne parlerò
al vescovo; sai che anche lui ti vuol bene, e ci aiuterà a trovare
una soluzione.
L'arciprete anticipò l'ora della passeggiata, prese l'ombrello da sole e
s'avviò verso la canonica di don Giuseppe.
- Et unde hoc mihi ut veniat dominus meus ad me? - baritonò dallo
studio don Giuseppe, quando la sorella, emozionata, gli sussurrò affacciandosi:
- Piove rosso, c'è l'arciprete.
L'arciprete s'era fermato nell'atrio. Don Giuseppe gli andò incontro:
- Che buon vento, don Angelo? Sono anni che non metti più piede
qui.
- Se fossi capace di andare in bicicletta...
- E sì che al tuo paese ci sono più biciclette che anime - rise don
Giuseppe. - Ma vedo che le gambe ce le hai buone. Beatrice, stappaci
una bottiglia di quello legittimo.
Entrarono nello studio. Don Giuseppe si fece serio: - È successo
qualcosa a Piero?
- No, no, di lui non abbiamo notizie da tempo, né in bene né in
male. Sono qui per Salvatore.
- Allora non è vero che fosse scomparso e si trovasse al sicuro a Bari.
- Tu ci credevi?
- Un dubbio che Bari fosse la tua canonica ce l'ho sempre avuto. E
adesso che succede?
- Hanno arrestato chi conosceva il suo rifugio. Dicono che sevizino
301
gli arrestati... Salvatore è in pericolo.
Don Giuseppe prese in mano la baionetta e cominciò a rivoltarla fra
le mani. Faceva sempre così quando aveva capito lo scopo della visita e
l'interlocutore la prendeva alla lunga come se temesse di chiedere troppo.
Si dice: sono venuto per questo e per quest'altro, puoi aiutarmi? Lo
conoscevano, lui non prendeva giravolte, sì e no, perché una mano, per
dirla col Manzoni, lava l'altra e tutte e due lavano il viso. Ma con l'arciprete
si sbagliò. Quando si trattava di altri, l'arciprete imboccava
scorciatoie: - Puoi aiutarlo? Si tratterebbe, per qualche giorno, di
spostare il mare di Bari nella tua canonica. Dico qualche giorno, in attesa
di trovargli un altro rifugio.
Don Giuseppe depose la baionetta perché voleva gustare l'ondata di
simpatia e di riconoscenza verso l'amico vicario foraneo che l'aveva scelto
per un compito tanto delicato. Senza averlo mai detto, nemmeno forse
a se stesso, ci teneva alla stima dell'amico che riconosceva molto più dotato
di lui, sprecato, anzi, a parlare dai tetti in giù, in quella parrocchia
di campagna quando parroci di città, con tanto di fibbie alle scarpe e di
bottoni rossi sulla sottana, non gli stavano nemmeno alla suola. E fior
fiore di prete perché era un galantuomo che, nelle sue parole, si fermava
sempre a un metro prima di quanto facesse in realtà. Be', lui ci scherzava
sopra un poco per via delle citazioni di Dante, Manzoni, Virgilio e Orazio,
ma solo per avere una materia veniale di mormorazione da confessare;
non certo per rimproverare all'arciprete di volersi mettere in mostra.
E davanti a chi, poi? A gente che non sapeva niente di quei grandi?
Don Giuseppe s'alzò e andò vicino all'arciprete: - Guardagli
disse. - Fuori da questa parte c'è l'orto, e dopo l'orto ci sono campi a
non finire. Vieni a vedere, adesso.
Lo portò nel cortile.
- Muri alti tre metri tutt'intorno, e per entrare bisogna passare dalla
porticina con la campanella. Poi c'è l'abside della chiesa, che è un labirinto.
Gente qui ne viene poca. D'estate sono nei campi e d'inverno
nelle stalle, anche i ragazzi. Un posto che è meglio di Bari.
L'arciprete gli strinse il braccioNe : ero certo, don Giuseppe. Sei
sempre stato un generoso.
- E tu, che hai fatto prima di me?
- Ma Salvatore era mio amico, mentre per te... Ma lo conoscerai
meglio, non si può non volergli bene. Ha tanto sofferto.
- E non basta?
- Tua sorella?
- Se ha da lavorare è più contenta. Le piace chiacchierare, ma se le
dico di tacere, è un sigillo. La bottiglia ci aspetta.
- Madonna - fece la sorella alla notizia. - Ma si adatterà un professore
di quella sorta? Qui viviamo alla buona, puliti, però... E per
quando?
- Per stasera.
- Adesso prendo la via dei campi per passare prima dalla Campanella.
Salvatore partirà da là - disse l'arciprete.
302
- T'accompagno per un po' di sentiero.
I fossi erano colmi d'acqua pulita.
- Sai, don Angelo, quando arriva la primavera sento una voglia matta
d'andare a rane, come oggi, ad esempio, tanto sono contento.
- Ci credo - sorrise l'arciprete. - Ricordati, fa' sparire la baionetta
dalla tua scrivania perché se ti arriva in casa qualche tedesco... - e
gli raccontò l'avventura di Toni e il miracolo operato da Virgilio.
- Dici che debbo anch'io riprendere in mano le Bucoliche!
Sul tardi, Franco entrava con cavallo e carretto nel rustico della canonica
e ne usciva con un piccolo carico di fieno, acquistato dalla prebenda
perché il primo taglio d'erba era piuttosto in ritardo e il fienile si stava
svuotando.
Alla Campanella il professore fu accolto come una reliquia. Pallido, i
capelli lunghi che sembravano più bianchi, le mani più affilate, qualche
ruga che prima non si notava, fu attorniato dai suoi amici in silenzio
e fatto entrare in cucina dove era quasi pronta la cena. Toccò a Toni
rompere il silenzio: - Ho seminato anche i ravanelli, professore.
- Ma vuoi che il professore abbia in mente i ravanelli adesso? quasi lo rimproverò la madre.
- Siete voi che non parlate, sembrate fare veglia a un morto. Tocca
a me rompere il ghiaccio, e poi dico stupidate.
Il professore sorrideva. Voleva dire tante cose assieme alla sua gioia di
rivedere volti amici, ma era come frastornato. In poche ore aveva dovuto
affrontare una nuova situazione, accettare di dipendere da altre
persone, metterle in condizione di rischiare per lui, e senza potere
esprimere tangibilmente la sua gratitudine. Gli riuscì di dire: - Vi ringrazio,
e vi prego di scusare il disturbo che vi do.
- Disturbo? - disse il padre. - Questa parola non la deve nemmeno
pensare. E un onore poter fare qualcosa anche noi.
- Da quando è andato via Piero, la sentiamo un po' parente - disse
la madre.
- Anche a me è capitato così, Benedetta - disse Toni. -Da quando
i tedeschi mi volevano far la pelle per la roncola, anch'io mi sento
un po' parente del professore. Ma se non fosse stato per l'arciprete col
suo latino...
Parlarono di Piero. Maria taceva. Il professore la guardava con tenerezza.
- A quando? - le chiese.
- A fine giugno.
- Vedranno un mondo nuovo, ma non dovranno dimenticare che
furono i loro padri a conquistarlo... e anche le loro madri.
Maria chinò la testa sul suo ventre gonfio.
- Non vedranno più guerre, allora? - chiese la madre, mentre preparava
la tavola.
- Certamente no, se si ricorderanno quanti dolori il nuovo mondo
è costato.
Toni e Franco accompagnarono il professore alla canonica di don
Giuseppe per la via dei campi. A ogni movimento brusco sul sentiero
303
un raggio di luna cercava il filo recentemente rifatto della vecchia roncola
ripescata dalla legnaia, che batteva sulla natica di Toni.
- Quel don Giuseppe è un prete più alla mano del nostro arciprete commentò Toni di ritorno. - Lui non avrebbe parlato in latino col
comandante tedesco per tirarmi fuori. Chissà che trucco avrebbe inventato,
ma ci sarebbe riuscito ugualmente. Io non lo conosco, ma ho
idea che nel '21, se non fosse stato prete, anche a lui avrebbero dato da
bere l'olio di ricino.
Era il secondo giorno di sevizie nella villa del viale sulle antiche mura
della città. I vicini non dicevano più nulla, ma ormai tutta la città parlava
di cose orrende. Parenti, amici degli arrestati, ma anche chi non
era direttamente interessato indicavano a dito i fascisti della città, cui
non era stato torto un capello il 26 luglio, quasi fossero loro i responsabili
delle torture. La rabbia esplose in dialetto contro i vecchi e i nuovi
tesserati, negli uffici, nei caffè, nella stessa sede del fascio. In città
tutti si conoscevano, e chi non si conosceva il dialetto gli dava il diritto
d'imprecare contro quelli che parlavano lo stesso dialetto. Per un po' i
fascisti nostrani risposero in italiano che loro non c'entravano, che
quelli della villa erano venuti da altre città, e la gente s'infuriava ancora
di più perché parlavano in italiano. Svergognati a quel modo, i vecchi
fascisti si riunirono per decidere sul da farsi: - Quello è matto, quando
è stanco se ne va, e noi rimaniamo con tutte le colpe. Fare qualche
arresto, va bene, per tenere calma la gente, ma con la legge.
I giovani della Decima Mas si preparavano a partire e ridevano in faccia
ai vecchi fascisti in divisa. Costoro si ritrovarono di nuovo soli, i tedeschi
non avevano mosso un dito, la gente imprecava, quelli della villa
li ignoravano, e a poco a poco ripresero a parlare in dialetto. Uno del
gruppo, che tutti chiamavano dottore, aveva ricevuto una telefonata
dal vescovo. Il vescovo non parlava dialetto ma lo capiva molto bene.
Parlò italiano, con l'accento delle sue parti per renderlo più significativo.
Gli ricordò la parola, e più che una parola, spesa per lui e i suoi camerati
il 26 luglio; gli domandò se avesse ricevuto qualche torto, l'assicurò
che la prossima volta non avrebbe speso nemmeno un centesimo
non per mancanza di carità cristiana ma perché sarebbe stato inutile,
gli chiese se odiava proprio la sua città fino a quel punto e riattaccò.
Il dottore raccontò nella sede del fascio la telefonata: - Se anche i
preti si mettono contro di noi è finita.
- Sono già contro di noi adesso, non come prima che ci facevano il
saluto e l'inchino - saltò su una voce.
- È vero - ammise il dottore - ma il pulpito non l'hanno ancora
adoperato. E se si mettono col pulpito, in chiesa ci vanno anche i massoni
pur di dimostrare che sono contro di noi.
L'argomento del pulpito fece colpo. Andare sulla bocca della gente
era ancora sopportabile; ma dal pulpito, era come far scoppiare una
bomba anche in casa propria. Tutti ne convennero.
- E chi fa smettere quel matto? Ha l'appoggio addirittura d'un ministro.
304
- Un sergente tedesco vale più d'un ministro fascista - disse uno
ridendo amaro - e noi qui abbiamo un capitano.
- Chi ci va?
Designarono tre dei più facoltosi, che commerciavano coi tedeschi.
Furono ricevuti il mattino dopo dal capitano delle SS, al comando di
piazza. Gli esposero la situazione di disagio in cui si trovava la città a
causa d'un gruppetto di facinorosi, una cittadina che non aveva mai intralciato
i piani del valoroso esercito tedesco, una ricca miniera di grano
e di bestie per il vettovagliamento delle truppe. Arrestarli, gli antifascisti,
era doveroso, ma non torturarli. <
- Ah, sapete questo. Chi ve l'ha detto?
- Ne parla tutta la città.
- Faccenda vostra. Io sono occupato in cose più serie.
- Anche questa è una cosa seria - disse il proprietario di diverse cascine
che amministrava standosene in città. - Non vorremmo che nascessero
difficoltà per il vettovagliamento.
- È una minaccia?
- Noi siamo a fianco dell'alleata Germania, non abbiamo tradito disse. - Siamo pronti a combattere.
Il capitano accennò a un sorriso: - Voi siete responsabili dell'ordine
pubblico. Vi ritengo responsabili. Quanto agli arrestati è faccenda vostra.
- Non abbiamo nessuna autorità sulla squadra della villa. Chi la comanda
è protetto da un ministro, non è uno di qui.
- Un ministro, dite? Ministro della giustizia, immagino. Andate,
faccenda vostra. Heil Hitler.
La delegazione si trovò nel cortile del comando senza rendersene conto.
- Io me ne lavo le mani, mi ritiro in campagna e non mi faccio più
vedere - disse il proprietario di cascine.
- Anche tu hai voluto gli arresti.
- A titolo dimostrativo, per far vedere che c'eravamo anche noi, ma
non le torture. I miei bisnonni erano di qui, io sono di qui, mia moglie
è di qui, da secoli siamo legati a questa terra, e ci voglio rimanere, possibilmente
vivo.
- Come se noi fossimo venuti da fuori. È quel matto che non sappiamo
da dove viene.
Il vescovo telefonò al prefetto.
- Tutto verrà fatto nel rispetto della legge, eccellenza.
- Anche le torture sono secondo la legge?
Dall'altro capo del filo ci fu un attimo d'esitazione.
- Dunque lei sa, signor prefetto - incalzò il vescovo.
- Sono voci messe in giro ad arte.
- Se è così, mi dia l'autorizzazione a visitare i prigionieri, e nessuno
sarà più lieto di me di smentire quelle voci.
- Non posso, eccellenza, siamo in fase istruttoria.
- A suono di nerbate?
- Esagerazioni, vi ripeto; certo, quei ragazzi sono un poco irrequieti...
- Bene, signor prefetto, domenica la mia omelia in cattedrale sarà
305
anch'essa un poco irrequieta... Sono stato un alpino, non ho paura...
- C'è di mezzo un ministro... - quasi lo supplicò il prefetto.
- Nell'omelia avrà un posto di riguardo, come s'addice a un ministro.
- Voi minacciate...
- Non è una minaccia, è mio dovere difendere coloro che patiscono
persecuzioni e ingiustizie...
Riattaccò. Era spossato. Aveva voluto che il parroco della cattedrale
fosse presente alla telefonata.
- Mi faccia la carità di trascrivere fedelmente questa, diciamo così,
conversazione. Poi, durante la mia omelia, controllerà se tolgo o aggiungo
qualcosa.
- È pericoloso, eccellenza; quella gente è scatenata, non intende ragioni.
- Mi debbono ammazzare per farmi tacere - rispose il vescovo
guardando fisso il crocifisso sulla scrivania.
Lo sguardo era fisso sul crocifisso, ma era come se il vescovo avesse
davanti il vuoto. Il parroco della cattedrale salutò e uscì, ma il vescovo
non aveva visto né udito nulla. Si riebbe quando venne la suora ad avvertirlo
che il pranzo era pronto.
- Grazie, non ho fame. Esco, debbo uscire.
Si mise il rocchetto, il soprabito, prese il cappello coi fiocchi verdi e
scese l'ampio scalone del palazzo. Incrociò i curiali che gli fecero largo,
abbracciò con uno sguardo la sua cattedrale, attraversò in fretta la piazza
del duomo disturbando appena di qualche saltello i colombi, e si avviò
verso il viale delle antiche mura. _ , ,I rari passanti a quell'ora lo salutavano rispettosamente e si voltavano
poi a guardarlo incuriositi per il passo frettoloso. Il vescovo rispondeva
al saluto ora alzando il cappello, ora abbozzando una benedizione. Imboccò
il viale deserto. Le due file d'alberi cominciavano a rinverdire.
La villa era a metà viale. Fece gli ultimi cento metri con passo ancora
più affrettato, quasi fosse in ritardo su un appuntamento importante.
Si trovò davanti al cancello del giardino antistante alla villa e cercò
d'aprirlo.
Dalla villa uscì un milite col mitra puntato: - Che volete?
- Entrare.
Il milite gridò: - Avete sbagliato indirizzo.
- L'indirizzo è esatto, sono il vescovo di questa città, apra in nome
di Dio.
Il milite imprecò e ritornò nella villa sbattendo la porta. Le persiane
erano chiuse. Il vescovo s'aggrappò alle sbarre del cancello come per
scuoterle. Passò un uomo in bicicletta, si fermò a quell'insolito spettacolo,
riconobbe il vescovo, gli si avvicinò guardandosi attorno.
- Sta male, eccellenza? Posso aiutarla?
Il vescovo scrollò la testa.
- I poveretti là dentro stanno male, se ancora sono vivi - disse.
L'uomo indossava una tuta d'operaio: - Io lavoro nella fabbrica
d'armi, a costruire quelle armi là - e indicò la villa. - È spaventoso
quello che ci fanno fare la fame e la paura.
306
Il vescovo non rispose. Aveva abbassato la testa fra le braccia alzate
sulle sbarre.
L'uomo vide in fondo al viale ondeggiare alcune biciclette. Erano
operai, operaie che andavano per la ripresa del lavoro alla fabbrica d'armi.
Si portò in mezzo alla strada. Le biciclette si fermarono. Una bicicletta
invertì direzione e si disperse in un vicoletto che sfociava sul viale.
Altre biciclette arrivarono. Dai vicoletti cominciarono a uscire
donne, vecchi, ragazzi, qualche uomo. Il vescovo era sempre là, aggrappato
al cancello. In breve tempo il viale, con un vuoto davanti alla villa,
formicolava da una parte e dall'altra di gente. Il mormorio ingrossò
man mano che arrivava gente, come un tuono lontano che rotola avvicinandosi
sulle nubi cariche di minacce. Due militi uscirono dalla villa
urlando: - Sgombrate la strada, sono proibiti gli assembramenti.
Nessuno si mosse. Spararono in aria. La folla ondeggiò ma non si disperse.
Il vescovo non si mosse. Stava recitando il salmo: Cogitaverunt
et locuti sunt nequitiam, iniquitatem in excelso locuti sunt...
La folla guardava come ipnotizzata quella figura nera fatta ancora più
alta dalle braccia alzate. All'improvviso scoppiò il rumore di motociclette
e di camion. La folla si sbandò. Saltarono dai camion le SS. A calci
e a colpi di mitra imbracciati come clave cominciarono a colpire da
una parte e dall'altra. La folla terrorizzata cercò di fuggire nei vicoletti.
Alcuni colpiti caddero a terra, calpestati dai soldati e dalla gente che
fuggiva. Il capitano, in piedi su una camionetta, osservava impassibile
la scena. I soldati si disposero a semicerchio davanti al cancello. Il vescovo
era sempre immobile. La porta della villa si spalancò e uscirono
i militi agitando i mitra verso i soldati tedeschi, e fermandosi a qualche
metro dal cancello. Chi era caduto s'era rialzato e, barcollando, cercava
di perdersi nei vicoletti. Un vecchio rimase a terra con la testa che sanguinava.
Il capitano balzò dalla camionetta, andò verso il vescovo, lo
strappò dal cancello e ordinò: - Portatelo al comando.
Poi si rivolse al caporione nero, con voce stridula: - Dateci i prigionieri.
- I prigionieri sono nostri - rispose altezzoso il capo della banda nera.
Il capitano fece segno a un soldato di sfondare il cancello.
- No, siamo alleati, - gridò il milite nero - ve li porteremo noi
stasera.
- Subito - sibilò il capitano.
Un milite aperse il cancello. Il vescovo s'inginocchiò accanto al vecchio.
Il soldato, che doveva accompagnare il vescovo alla caserma, non
disse nulla. Il vescovo sollevò la testa del vecchio dalla chiazza di sangue,
e il sangue gli scorse sulla mano e sulla manica del soprabito. Il
vescovo si tolse il cappello, pregò brevemente, tracciò il segno della croce
su quel volto inerte, si chinò a baciarlo: - E morto - sussurrò.
-Tennisti manum dexteram meam, et in voluntate tua deduxisti me, et
cum gloria suscepisti me.
Un camion stava facendo manovra per porsi col cassone davanti al
cancello. Uscirono i prigionieri sorreggendosi gli uni agli altri. Il viso tumefatto,
307
barcollando, furono spinti sul camion.
- Lei è responsabile del tentativo di sommossa e della morte di quel
vecchio - disse il capitano al vescovo quando furono al comando.
- Cercateli altrove i responsabili - rispose con fermezza il vescovo.
- Se lei non compiva quel gesto teatrale, già, da melodramma italiano,
non succedeva nulla.
- Spectaculum facti sumus angelis et hominibus - sussurrò il vescovo.
E più forte: - Sì, siamo su un palcoscenico, anche lei, capitano, e
tutti ci guardano, uomini e Dio. E non ci sono melodrammi italiani o
tetralogie tedesche.
- Noi tedeschi ci saremmo comportati diversamente. Noi non chiediamo
pietà, noi lottiamo, e il più forte vince.
- Ma cos'è la forza senza la pietà? Anche le pietre gridano il dolore
di questi giorni.
- Lo scoppio delle bombe copre questo grido. È la legge della guerra,
bisogna avere orecchi solo per la guerra.
Il vescovo non rispose. Squillò il telefono. Il vescovo fu fatto uscire
in una stanzetta attigua. Dopo qualche minuto entrò il capitano:
- Lei può andare. I miei superiori hanno ritenuto bene così, e io obbedisco.
- E quei poveretti?
- Sono sotto la protezione germanica. Se non saranno riconosciuti
colpevoli di attività sovversiva saranno liberati, altrimenti saranno puniti
secondo le nostre leggi.
Il vescovo guardò fìsso il capitano: - Per ogni evenienza troverà
sempre in me uno che crede nella pietà.
Il vescovo uscì dal palazzo del comando. Il sangue sulla mano e sulla
manica del soprabito s'era raggrumato. Alcune persone nascoste nei
portoni della via gli si avvicinarono. C'era anche un giovane prete.
- Sai qualcosa di quel poveretto che è stato ucciso?
- Era un vecchio del ricovero, senza parenti.
- Avverti il cappellano dell'ospizio che i funerali li celebrerò io, in
cattedrale.
Nel tardo pomeriggio gli telefonò il cardinale metropolita. Qualcuno,
non disse chi, l'aveva avvertito di quanto stava succedendo, del suo fermo
al comando tedesco; s'era messo in contatto col generale tedesco dal
quale dipendeva il capitano, il generale aveva telefonato al capitano. Gli
raccomandava prudenza: mala tempora currunt, eccellenza. Il vescovo
ringraziò il cardinale e gli chiese d'interessarsi di quei poveretti che erano
sotto la protezione germanica. «Che cos'è la prudenza?» pensò dopo
aver riattaccato. «Una delle quattro virtù cardinali. Ma senza le altre tre
è come un tavolo a quattro gambe cui ne sia rimasta una sola».
Verso la metà di maggio, don Luca chiamò Franco al telefono pubblico.
Il silenzio, che anche la Campanella aveva rispettato per il bene di
tutti, era stato finalmente interrotto. Ma quali notizie potevano arrivare?
L'ansia contenuta in tutti quei mesi tumultuò nel cuore di ciascuno.
308
- Ho visto lo spartito, è molto bello - fu l'annuncio. E anche se il
telefono gracchiava, si capiva ugualmente che la voce era piena di gioia.
- Ti ho fatto aspettare un poco perché lo spartito era difficile.
Comunque ne riparleremo a viva voce. Quando meno te l'aspetti
piombo costì. Ho già il comando dell'abate.
«Comando?» s'interrogò Franco. «Che linguaggio è mai questo in
dom Luca?».
Nella cifra convenuta, lo spartito era Piero. La notizia fu accolta con
un grido di gioia da Maria. Poi Maria si precipitò al collo della madre
e pianse.
- Stai calma, Maria, - le disse la madre - il bambino può prendere
qualche scossa che non gli fa bene.
- Io ho idea che dom Luca prepari la strada a Piero. Un po' di licenza
gliela potrebbero dare, dopo tanti mesi... - commentò il padre.
- Sette - disse Maria.
- Sembra un'eternità - soggiunse la madre.
- Verrà per vedere il bambino, ci scommetto, io farei così - disse
quasi fra sé il padre.
La madre sorrise ricordandosi quanto il suo uomo le aveva detto sette
mesi prima: Tu capisci di più Franco, ma io capisco di più Piero.
Quattro mesi abbondanti era durato il silenzio di Piero, quanti furono
sufficienti perché dom Luca introducesse nel suo linguaggio, senza
rendersene conto, il termine di «comando» inusitato su bocca di monaco.
Anche quattro mesi erano sembrati un'eternità alla Campanella,
e forse allo stesso dom Luca.
UN ANGELO DI NOME BALILLA.
- Padre abate - disse dom Luca di ritorno al monastero per i secondi
vespri di natale, dopo la messa di mezzanotte con gli uomini del
Capitano. - Nella storia del monachesimo la stabilità ha trovato spesso
la sua verifica e il suo significato su strade non ancora percorse o addirittura
non ancora tracciate.
- È vero, - rispose sorridendo l'abate - come è vero che tu stai
pensando a quei ragazzi lassù, e vorresti conciliare la tua vita di monaco
con l'idea d'una uscita dal monastero per un servizio di prete in mezzo
a loro. E c'è voluta la messa di mezzanotte per parlarmene, è così?
- Lei mi legge di dentro, padre abate. Dom Placido gliene avrebbe
parlato prima...
- Dom Placido... Ho celebrato con lui e per lui a mezzanotte. Forse
dom Placido voleva tracciare una strada che non era ancora apparsa su
nessuna carta topografica... Continua, caro.
- A giorni gli uomini del Capitano si allontaneranno dal nostro monastero
verso montagne più sicure, dove stanziano altre bande... Si
parla di qualche migliaio di uomini; forse si esagera, ma certamente sono
parecchie centinaia, e con la primavera diventeranno più numerosi.
Un prete che passi da una banda all'altra per il suo ministero... Si ricorda,
309
padre abate, l'idea di Piero a proposito d'un ospedale per tutti?
- Il desiderio t'è venuto allora?
- Allora almeno mi divenne chiaro.
L'abate chinò la testa e stette un attimo in silenzio.
- Pensi che sia un gesto d'amore? - chiese deciso fissando dom Luca.
- Voglio sperare, padre abate.
- Un monaco non deve anteporre nulla a Cristo, e quindi all'amore,
nemmeno la propria vita. Sì, mi pare sia bene, anche se non tutti i fratelli
capiranno. Preparerò la tua partenza. Intanto disponi le cose come
se tu non dovessi più tornare. Un monaco non ha paura di questa eventualità
e vi si prepara con ordine e pace, affinchè la sua scomparsa sia
di minor peso ai fratelli.
Dom Luca s'inginocchiò e domandò la benedizione.
I due feriti, dopo l'operazione nella clinica della Carità, si riprendevano
rapidamente. Ogni giorno l'abate telefonava alla superiora per
averne notizie e affrettarne il ritorno al monastero. - Non sto molto
tranquillo - diceva a dom Luca. - Noi abbiamo il dovere di rischiare
ma non possiamo chiedere dagli altri lo stesso dovere.
Era preoccupato anche per il silenzio del Capitano.
- Siamo ormai a metà gennaio, la radio ha parlato di rastrellamenti,
e di loro non sappiamo nulla - si apriva con dom Luca. - La neve è
alta sui monti e i rastrellamenti li avranno resi molto guardinghi. Dalle
notizie dei giornali non sembra che i fascisti abbiano avuto molti risultati
- cercava di tranquillizzarlo dom Luca.
Finché una sera attorno al 20 del mese, la superiora della clinica rispose
che la biancheria era pronta e che avrebbe provveduto alla consegna.
Dopo un paio di giorni il camioncino della clinica entrava nel
portone carraio del monastero con un carico di tovaglie e di biancheria
di chiesa, lavate, inamidate e stirate.
Alcuni monaci spostarono la biancheria e aiutarono il tenente Gatti
a scendere. Corsaro, con un salto fu a terra. Il tenente si appoggiò alla
gruccia e fece qualche passo: - Le gambe sono deboli dopo tanti giorni
di letto' - disse al monaco che lo sorreggeva.
- In poco tempo vi rimetterete - sorrise l'abate. - Avete due stanzette
che danno sui monti, e libri a non finire, se ne volete.
- Meglio lavorare nell'orto - rise Corsaro. - Un braccio ce l'ho
buono e l'altro sta diventando ogni giorno più furbo.
Un mattino presto, dei primi di febbraio, il fratello cuciniere, mentre
preparava il refettorio in attesa della messa conventuale, udì i tre squilli
di campanello al cancelletto dell'orto. Andò ad aprire.
- Perché non siete entrati? Non ricordavate più dov'era la chiave? disse ai due uomini puntando sul loro viso la torcia.
- Ah, te ti conosco, hai una fame da lupo anche al mattino presto,
ma questo ragazzetto non l'ho mai visto. Spero che tu abbia meno fame
del tuo compagno, altrimenti in due mi svuotate la dispensa.
I due uomini risero. - Sono due notti che camminiamo - disse il più
anziano - e di fame ne abbiamo in arretrato! Il mio compagno si chiama
310
Cucciolo ma ha già i denti d'un cane lupo. Se ne accorgerà, padre.
- Padre, padre no, io sono appena un fratello, fratel Pacomio, e ce
n'è d'avanzo. Venite, che vi faccio subito scaldare una bella scodella di
latte.
- Il Capitano ha voluto che venisse con me Cucciolo e non un altro
già pratico del monastero, perché la sua casa è a metà strada fra qui e
dove siamo noi ora. Così ieri abbiamo dormito in un letto, dopo mesi.
- Oh, poveri figlioli, a dormire tutte le sere in un letto si va a finire
che non si pensa più che c'è della gente che dorme sul fieno.
- Quando c'è il fieno - disse il più anziano.
- State tutti bene? Non è successo nulla di grave coi rastrellamenti? chiese fratel Pacomio porgendo loro la scodella di latte.
- Abbiamo avuto un morto e qualche ferito non grave.
- Lo conoscevo? - chiese con apprensione il monaco.
- No, non era mai stato qui. L'abbiamo potuto seppellire come un
cristiano, perché uno dei nostri, il compaesano del dottore, s'è nascosto
finché i tedeschi se ne andarono, e se lo è caricato sulle spalle. Il Capitano
gli aveva proibito di curarsi dei morti, ma lui si fa fucilare piuttosto...
E fatto così.
Suonò la campanella della messa. - Adesso vi lascio, vado a messa,
mangiate quanto volete.
Subito avvertito da fratel Pacomio, l'abate chiamò don Luca: - Sono
arrivati due uomini del Capitano. Provvedi per la doccia e per un letto.
Se non ci sono cose urgenti, li vedrò a pranzo, con il tenente e Corsaro.
Ci sarai anche tu.
A pranzo, Saetta dovette mangiare meno di quanto richiedesse la sua
fame perché il tenente Gatti e Corsaro non gli facevano finire un boccone
che già gli chiedevano altre notizie. E così saltò fuori, abbastanza
ordinata, la storia di quelle lunghe settimane, con la smobilitazione del
campo, le marce notturne fra neve e boschi, a piccole squadre, con l'arrivo
del grosso della banda all'ultimo paese dell'alta valle.
Sganciati, venivano, a protezione della colonna, una decina di uomini
agli ordini del tenente Manfredi, fra i quali il dottore e Rondine. Era l'ultimo
dell'anno, e tutto lasciava prevedere che anche la retroguardia, entro
poche ore, avrebbe raggiunto il gruppetto di case cui si arrivava dopo
un lungo tratto di mulattiera, oltre le quali, dopo il bosco, era stato fissato
il nuovo accampamento, quando si udirono a valle degli spari. Il Capitano
riunì gli uomini, ne scelse alcuni fra i meglio armati e li mandò
incontro alla retroguardia. Erano già a buon punto sulla mulattiera che
gli spari ripresero più nutriti. Si udiva lo sgranare della mitragliatrice della
retroguardia. Scesero giù di corsa. Il tenente Manfredi, forse per la delazione
d'una spia, era stato attaccato sui due fianchi prima che potesse
raggiungere la mulattiera. Saetta e Sirio, che erano del gruppo mandato
dal Capitano, e due altri uomini aggirarono su un fianco i nazifascisti
mentre gli altri si portavano sul costone dall'altra parte. Ormai Saetta vedeva
la mitragliatrice dei compagni e alcuni uomini appostati che sparavano.
Scorse il dottore dietro un masso che cercava di prestare le sue cure
311
a uno degli uomini. Ma non c'era più nulla da fare perché il dottore aveva
ripreso il mitra ed era ritornato carponi sulla sua posizione di prima.
Saetta cominciò a sparare raffiche ravvicinate, Sirio a gettare bombe a
mano, dal costone anche gli altri fecero un fuoco nutrito. I nazifascisti
furono colti di sorpresa e si disorientarono. Il tenente Manfredi ordinò
di ritirarsi e di raggiungere la mezza costa della mulattiera. Gli uomini
della squadra di soccorso continuarono a sparare in posizione favorevole
per proteggere lo sganciamento. Saetta vide il dottore afferrare per un
braccio Rondine, lo sentì gridare; ma Rondine riuscì a svincolarsi e a gettarsi
giù dalla scarpata. Il dottore raggiunse gli altri uomini mentre la
squadra di soccorso si ricongiungeva al di sopra della mulattiera, sparando
le ultime raffiche. Poi ci fu silenzio. Stava imbrunendo.
- Mancano Castoro e Rondine - disse il tenente Manfredi. - Castoro
è morto - rispose il tenente medico - e Rondine, se gli andrà
bene, arriverà stanotte col morto in spalla -. Alcuni uomini erano leggermente
feriti. Il dottore li fasciò: - Cose da nulla, - disse - possiamo
continuare la strada. - Capisci, non posso rischiare degli uomini
per andare alla ricerca di Rondine - gli disse il tenente Manfredi.
- Certo, capisco - rispose il dottore. Arrivarono alle case in cima alla
mulattiera a notte fonda. Il Capitano, quando il tenente Manfredi gli riferì
l'accaduto, predispose doppi turni di guardia e chiese un volontario
col mulo, per andare incontro a Rondine. - È un rischio, ma col buio
i tedeschi si ritirano. Ritorneranno domani a raccogliere i loro morti,
quando anche Rondine col nostro morto sarà al sicuro - disse il Capitano.
Si offrì Scoiattolo: - Castoro era mio compaesano, avevamo scelto
questi nomi insieme, e io so come condurre un mulo sulla neve. - Se
c'è pericolo, lascia il mulo e mettiti in salvo - gli ordinò il Capitano.
Così parlò Saetta, poi si rivolse a Cucciolo: - Adesso va' avanti tu,
perché a questo punto hai cominciato a fare la tua parte.
- Mah, io non ho fatto niente, è stata un'ispirazione trovarmi da quelle
parti. Da quando c'era stato il bando di Oraziani ero salito da un mio
parente che abita a un chilometro dalla mulattiera. Avevo sentito parlare
delle bande dei partigiani, ma non mi era ancora capitato di vederne una.
Stare nascosti come una talpa, mi dicevo, non è vita. In banda, almeno,
sai chi hai davanti. Insomma, se mi capitava l'occasione sarei andato coi
partigiani. Dopo natale si sparse la notizia che i tedeschi e i fascisti facevano
delle puntate lungo la valle. Una volta arrivarono fino a noi, ma non
si fermarono. Io ero nascosto sotto il fieno d'una baita, e tremavo dalla
paura. Poi, gli ultimi giorni dell'anno, m'accorsi che c'erano nei paraggi
dei movimenti insoliti. Forse sono partigiani, pensai. Ne fui certo quando
vidi il mulo carico di sacchi e di pentole. «Vado con loro» dissi a mia
zia. «Sta' qui, non sei ancora in pericolo, hai sempre tempo per andartene.
Non sai nemmeno chi sono, prima prendiamo informazioni» mi supplicò.
Il mulo lo vidi al mattino dell'ultimo dell'anno. Al pomeriggio arrivò
la retroguardia. Non mi potevo più sbagliare. Dissi a mia zia: «La
roba l'ho già preparata nello zaino, vado con loro». Esco, e vedo arrivare
un ragazzetto che grida impaurito: «Arrivano i tedeschi». Faccio qualche
312
metro di corsa per avvertire gli uomini del pericolo, ma i camion tedeschi
sono già in paese. Mi butto nel bosco perché non potevo più tornare indietro,
appena in tempo per non farmi scorgere. I camion si fermano, saltano
giù i tedeschi sparpagliandosi a tenaglia. Gli ultimi della retroguardia
se ne accorgono e sparano, dando tempo agli altri di piazzarsi.
- Sono stati quegli spari che ci hanno messo in allarme - interruppe
Saetta.
- Poi ci fu la battaglia, come già sapete - continuò Cucciolo. - Io
ero schiacciato contro la neve, ma tremavo più dalla paura che dal freddo.
I tedeschi non s'aspettavano quella reazione, soprattutto le raffiche della
mitraglia. Non ricordo quanto tempo passò. Poi sentii degli spari dalla
parte del bosco. Debbono essere gli altri partigiani, pensai, e mi si calmò
un poco la paura. Molti tedeschi ritornarono sui camion; altri li raggiunsero
quasi subito sostenendo alcuni feriti. In poco tempo gli spari cessarono.
Sentii i camion allontanarsi, ma non mi decidevo ad alzarmi.
Quando fu quasi buio, vidi nel cielo dei bagliori: erano case che bruciavano.
Ormai non potevo più tornare indietro. Mi feci coraggio e, camminando
a mezza costa, mi diressi verso la mulattiera coll'intenzione di seguirla,
finché avessi incontrato i partigiani. Ero quasi arrivato alla
mulattiera e stavo per scendere dal costone, quando vidi un'ombra che
procedeva curva sotto il peso d'uno che sembrava ferito. Istintivamente
cercai di fare qualche passo verso l'alto e inciampai. Lo sfrigolio della neve
mise in allarme l'uomo che si scostò un poco, depose delicatamente il corpo
e si buttò a terra puntando il fucile contro di me. «Non sparare,» gli
dissi «voglio anch'io farmi partigiano». «Se è così» mi rispose «va' a raccogliere
le altre armi dei morti tedeschi che non ho potuto prendere io».
«Dove sono?» gli chiesi. «Poco distante, dove c'era la mitraglia. Fa' presto,
io ti proteggo col mio fucile». I bagliori delle case che bruciavano sembravano
tutti rivolti su di me. Recuperai due sten e una pistola. Ritornai di
corsa. «Bravo» mi disse. «Adesso che hai l'arma sei un vero partigiano. Ma
ricordati anche dei morti, di quelli a cui hai tolto l'arma. Ormai sono dei
morti, non sono più tedeschi. Sai che corri bene e senza far rumore? Sembri
un cucciolo. Aiutami a caricare il morto. Si chiama Castoro. Io mi
chiamo Rondine. E tu?». Io gli dissi il mio nome. «Non questo, questo i
fascisti non lo debbono mai sapere». Stetti un attimo senza capire. Poi mi
parve di comprendere: Castoro, Rondine... «Andrebbe bene Cucciolo?»
gli chiesi. «A vederti correre, sei un cucciolo sputato. Andiamo, Cucciolo».
Dopo un poco insistetti per dargli il cambio. Non ci fu verso. Ogni
tanto si fermava per riposare, ma il morto era roba sua. Passò del tempo,
un'ora, due ore, avevo perso ogni nozione. «Ci viene incontro il mulo
dell'abate» mi disse a un tratto Rondine. Io non udivo niente e tanto meno
capivo. «Un morto si merita un abate, anche un papa» mi disse.
L'abate sorrise. I suoi occhi erano lucidi. Il tenente Gatti disseSto :
rivivendo quella notte in cui fui ferito e Rondine s'ostinò, contro il Capitano
stesso, per seppellire il nostro primo morto. C'è qualcosa d'incomprensibile
e di grande in questo modo d'agire -. L'abate pose la
sua mano su quella del tenente Gatti.
313
- Deve avere degli orecchi come un cane da caccia, Rondine continuò Cucciolo. - Giuro d'averlo prima visto, il mulo, che sentito.
«Era del tuo paese, vero? Hai fatto bene a venire tu. Lui sarà contento»
disse Rondine a Scoiattolo. «Prendi il suo fucile». Camminammo ancora
forse un paio d'ore molto lentamente, ma io mi sentivo leggero
non vedendo più Rondine carico come prima.
Il pranzo era terminato. Dom Luca andò a prendere il caffè e le sigarette.
L'abate approfittò di quei pochi minuti d'assenza del suo segretario
per rivolgersi a Saetta: - Dimmi, Saetta, in piena libertà: se un
monaco come dom Luca venisse con voi e si spostasse anche presso altre
bande per prestare la sua opera di prete, che ne penseresti?
Saetta alzò la mano, come se gli fosse richiesto un giuramento: - Io in
chiesa ci vado poco, ma un prete dico che sarebbe rispettato come il Capitano.
Bisogna però dirgli di non farci troppo caso se a volte saracchiamo.
Cucciolo rise: - Saetta ne dice di contorte.
- Quando m'arrabbio sono contorto anch'io - si scusò Saetta.
L'abate si rivolse al tenente Gatti: - Bisogna che decidiamo dopo
aver sentito il Capitano.
Rientrò don Luca.
- E adesso dove siete dislocati? - chiese il tenente Gatti.
- Una ventina di giovani sono venuti con noi in questo mese, e la
banda era troppo numerosa per stare in un solo posto. Vicino all'ultimo
paese c'è il distaccamento comandato dal tenente Manfredi. Più in
alto, su un fianco, ce n'è un altro col tenente Boglioni e coi giovani non
ancora bene armati. In caso di sganciamento, sono i primi a mettersi
in marcia per passare nell'altra valle. Da ultimo c'è il comando col Capitano
- rispose Saetta.
- Avete preso contatto con altre bande?
- Coi garibaldini dell'altra valle. Il tenente medico è stato tre giorni
da loro, avevano avuto dei feriti. Ci sono bande un po' ovunque, anche
gente che non ci piace, che ne approfitta. Dovremmo stare più collegati
coi garibaldini, avere un piano comune, ma c'è da una parte e
dall'altra della diffidenza. I garibaldini sono gente seria, come noi. Loro
hanno il commissario politico.
- E avete fatto ancora qualche azione? - insistette il tenente.
- Abbiamo disarmato alcuni carabinieri e guardie di finanza. È andato
tutto bene. Cucciolo, poi, ci ha trovato una staffetta che va come
un fulmine. La chiamiamo Miriam. Ci informa di tutto e tiene i collegamenti
col comitato della città. L'ultima notizia, straordinaria ha detto
il Capitano, è che dovrebbe arrivare una missione inglese con la radio
per concordare i lanci di armi e di viveri.
- Certo, una notizia straordinaria - sottolineò il tenente.
- Miriam è del mio paese, siamo cresciuti insieme. L'anno scorso è
diventata maestra e conosce bene la città. C'è un suo professore nel comitato
- disse Cucciolo.
L'abate fece un cenno d'intesa a dom Luca.
- E adesso vediamo come possiamo riprendere anche noi i collegamenti
314
- disse poi l'abate. - Ho letto e riletto la lettera del Capitano,
e ho studiato la carta topografica. Noi monaci - e sorrise rivolto al tenente
- abbiamo una tradizione di collegamenti. Tra un monastero e
l'altro, tra quelli, intendo, che hanno fatto storia (e il nostro ne ha fatta),
c'erano delle cappelle con piccole foresterie intervallate a una giornata o
due di cammino dai centri abitati. Oggi ne esistono ancora alcune, abbandonate
purtroppo e in rovina. Guardate qui - e dispiegò la carta.
- Fra il nostro monastero e i grandi valichi ne esiste ancora una, sul
versante sinistro della vostra posizione, a poche ore di cammino, che antiche
carte riconoscono di nostra giurisdizione. Ricordo d'esserci stato
da giovane. Ci arrivano solo le capre. Si potrebbe pensare a quella cappella
per un monaco, diciamo così, di vocazione eremitica.
- Non è troppo rischioso per l'eremita? - chiese preoccupato il tenente
Gatti.
- Anche voi rischiate - intervenne dom Luca.
Col primo buio, i due uomini erano pronti con grossi zaini preparati
da fratel Pacomio.
- Qui ci sono le razioni di tabacco dei monaci - disse Saetta
schiacciando l'occhio a Cucciolo. - E prima di partire l'abate ci regala
una stecca di cioccolato per tirarci su durante la marcia. Io non so come
fa ad averlo, ma c'è scritto sopra Suisse.
- Non hai sentito che loro hanno 1500 anni? In 1500 anni se ne
imparano di cose! - disse Cucciolo.
- Ma qui non le adoperano per imbrogliare la gente, - rise
Corsaro - siamo trattati da re.
- E nella loro regola, io l'ho letta in questi giorni - disse il tenente
Gatti.
- Che debbono trattare i partigiani da re?
- Meglio ancora: l'ospite deve essere ricevuto come Cristo, e noi siamo
ospiti - rispose il tenente.
- Se i preti fossero tutti così, bisognerebbe allargare le chiese esclamò Saetta.
- Miriam è di chiesa - disse Cucciolo, non sapeva nemmeno lui il
perché.
Arrivò l'abate: - Vi accompagno fino al cancelletto dell'orto. Buona
fortuna, ragazzi, che Dio vi protegga -. Stette al cancelletto dando il
braccio al tenente Gatti e a Corsaro finché i due giovani divennero buio
nel buio.
Il Capitano, letto lo scritto dell'abate portatogli da Saetta, decise di
andare personalmente sul posto. Mandò avanti una piccola squadra
con un uomo pratico dei posti, propose a Piero di accompagnarlo assieme
a Rondine, dispose che un paio di uomini lo seguissero a un centinaio
di metri e disse ai capisquadra: - Per stasera dovremmo essere
di ritorno. Se tardassimo, avvertite il tenente Manfredi per l'iniziativa
che riterrà opportuna.
Dopo un paio d'ore di marcia, superando piccole creste e valloncelli,
si trovarono in prossimità d'una mulattiera. Gli uomini dell'avanguardia
315
s'erano fermati, incerti sulla direzione da prendere. Il Capitano
consultò la carta: - Dovrebbe essere l'antica strada che portava ai valichi,
in sostituzione di quella normale più comoda ma più lunga. La
cappella dovrebbe essere più a valle. Seguiamo il corso del torrente.
Discesero per un tratto. La mulattiera sembrava scomparire fra la neve.
Il torrente ora s'allontanava ora s'avvicinava al sentiero percorso dagli
uomini per la prima volta in quella stagione. Poi la gola divenne pianeggiante
e le acque del torrente più profonde, finché la gola s'aperse
su una radura circondata da un fitto bosco d'abeti. Gli uomini in avanscoperta
s'erano di nuovo fermati e facevano dei segni al Capitano. Il
Capitano li raggiunse. In quel punto la mulattiera s'infossava nella costa
della montagna. Dalla sponda sinistra si poteva vedere un'ampia
vallata e, lontano, nel bianco della neve, la sagomatura d'un paese. Il
Capitano riconsultò la carta.
- È certamente il paese di... nel cui territorio si dovrebbe trovare la
cappella. Un paese piuttosto recente; quello che risale al medioevo è a
una ventina di chilometri, una giornata di cammino, appunto. La nostra
cappella non dovrebbe essere lontana.
- C'è l'acqua, c'è la piazza, ci deve essere la chiesa - approvò Rondine.
- Forse hai ragione, Rondine. Fa' un salto alla radura - disse il Capitano.
- Nel paese medioevale c'è un forte presidio tedesco, l'avamposto
della vallata. Da questa parte si è abbastanza protetti.
Dopo un poco arrivò trafelato Rondine e accompagnò il gruppetto
oltre la radura dove, nascosta fra gli abeti, s'ergeva la cappella con a
fianco una piccola costruzione mezzo diroccata. Piero si fermò affascinato
a osservare l'abside.
- Stupendo esemplare d'arte romanica - esclamò il Capitano.
Scrollò la testa: - Non può dora Luca fermarsi qui. Bisognerebbe risistemare
almeno una stanza, trasportare calce e sassi. In paese se ne
parlerebbe, e i tedeschi si insospettirebbero per la stranezza di restaurare
una cappella proprio in questi tempi; sarebbe un guaio per tutti -.
Si rivolse a Piero: - L'abate è incorreggibile. Per lui, fra ideale e realtà
non c'è differenza. Ciò è bello, ciò è giusto, ciò è buono, quindi... è
reale. E la sua forza, ma un po' anche la sua debolezza, almeno... nella
prosa d'ogni giorno. Dom Luca venga, ma con noi. Il suo eremitaggio
è lassù con noi. Potrà andare con altre bande di patrioti, ma la sua base
è con noi, dove siamo noi, non qui.
- Però l'idea di farne una base d'appoggio nel collegamento col monastero
non è da scartarsi - disse Piero.
- Oh, questo no, l'idea in sé è ottima. Fin da ragazzo conosco l'abate
e ho sempre notato, almeno da quando cominciai a pensare, che
ogni sua proposta presentava normalmente una soluzione di ricambio.
Come questa della cappella: non serve ora per la vita eremitica di dom
Luca ma serve a noi.
- Se mi sposo, vengo qui e voglio che sia dom Luca a sposarmi saltò detto a Rondine.
- Vuoi sposarti, Rondine? - gli sorrise il Capitano.
316
Rondine s'era accorto d'avere pensato ad alta voce e non aveva atteso
le parole del Capitano per diventare di fuoco, lui sempre tanto smorto.
- Il Capitano e io ti faremo da testimoni - gli disse Piero prendendolo
sotto il braccio.
Il Capitano passò parte della notte a tracciare l'itinerario dalla base
verso la cappella perché tutti gli uomini lo potessero conoscere. Bisognava
ora darle un nome partigiano. Rivivendo nell'animo lo stupore
di fronte a quell'incanto di semplicità e di armonia, gli venne in mente
il desiderio di Rondine: «Nel vangelo, si parla di nozze, a Cana, Cana
di Galilea... La chiameremo base Cana, bel nome...».
L'abate, ricevuto il messaggio del Capitano, chiamò dom Luca:
- Partirai quando il tenente Gatti sarà perfettamente in forma. L'accompagnerai
tu.
- E Corsaro?
- Corsaro partirà prima, con un po' di provviste che invieremo alla
base Cana. E stato geniale il Capitano a scegliere quel nome: ci ha impegnati
a cambiare l'acqua in vino.
Corsaro partì una mattina limpida dei primi di febbraio, sul carretto
guidato da fratel Pacomio. In vista del paese medioevale il carretto prese
certe stradette da passarci appena. Si fermarono su un sentiero che
dava in un bosco. Mangiarono un boccone e bevvero a una bottiglia
comune. Arrivarono all'altro paese nel tardo pomeriggio e si diressero
verso la chiesa.
- Padre abate s'è messo d'accordo col prete di qui. Lo conosce benedisse
fratel Pacomio a Corsaro per tranquillizzarlo.
Scaricarono nel cortiletto le provviste e una piccola damigiana di vino.
- Stanotte ti verranno a prendere, assieme alla roba - continuò fratel Pacomio. - Questi è don Mario, un amico, ti puoi fidare. Domattina,
dopo la messa, riparto anch'io.
Verso le dieci di sera arrivarono i primi due uomini del Capitano.
Dopo un'ora, sei uomini ripartirono con gli zaini rigonfi. Ultimo andava
Corsaro che s'era attardato a ripetere i saluti e i ringraziamenti per
l'abate e per tutti. Arrivarono alla base Cana in tempo per buttarsi nel
fieno e dormire qualche ora. All'alba ripresero la marcia. A mezzogiorno
ci fu rancio speciale in onore di Corsaro e per l'inaugurazione della
base Cana. Sulla damigiana di vino l'abate aveva incollato un biglietto:
«Cana, segno di vita e di alleanza».
Prima della fine del mese giungevano al comando il tenente Gatti e
dom Luca. Dopo qualche giorno il Capitano s'incontrava con la missione
alleata. A metà marzo c'era il primo lancio d'armi, d'equipaggiamento
e di viveri su un alto prato ancora coperto di neve, coi fuochi di
segnalazione che lanciavano vivide fiamme sul cielo senza luna.
Dom Luca in pochi giorni conobbe gli uomini a uno a uno. Alla messa
celebrata contro la baita del comando c'erano tutti, eccetto le sentinelle
dei distaccamenti più a valle.
- Siamo diventati egoisti - gli disse Piero al termine della messa.
- Ogni banda fa a sé e ha la sua etichetta. Noi ci diciamo autonomi,
317
nell'altra valle ci sono i garibaldini, più numerosi di noi e con un comando
centralizzato come noi. Sono molto più attivi di noi, meno equipaggiati,
con un commissario politico comunista. Questo fatto, come
sai, genera reciproca diffidenza e chiusura. Fui con loro diversi giorni
dopo un rastrellamento che costò loro morti e feriti. Hanno apprezzato
molto il gesto, mi considerano uno dei loro che s'è trovato per caso col
Capitano. Sull'altro fianco ci sono le bande di Giustizia e Libertà, organizzate
dal Partito d'Azione. Responsabili sono dei civili, una minoranza
che crede realmente al motto che hanno come bandiera; ma anche
là sembra che il partito abbia delle posizioni da difendere. Insomma,
noi per un verso, loro per un altro, sia che agiamo, sia che rimandiamo,
ho l'impressione che c'impantaniamo sempre di più nell'egoismo di
banda. E con il lancio questo egoismo si rafforzerà. Te ne ho parlato
perché, se andrai da una banda all'altra, ciascuno ti riconosca come un
cappellano partigiano e non come il prete degli autonomi.
Si avvicinò il Capitano: - Dom Luca, devi cambiare nome.
- Chiamatemi dom Benedetto.
- Hai sempre intenzione di girare come un monaco itinerante? sorrise il Capitano.
- Benedetto non s'è fermato in un solo posto, e quando non poteva
andare lui ha inviato altri. Almeno in questo, lascia che lo imiti.
- D'accordo, ma perché non ti prendano per una spia, la prima volta
ti accompagnerà il tenente medico che è ben conosciuto e apprezzato
tra i garibaldini. La voce poi circolerà fra le altre bande, e anche, purtroppo,
tra i fascisti.
Partirono all'alba, assieme a Rondine. Sopra la sottana nera, dom Benedetto
indossava una tuta bianca che gli aveva preparato il fratello sarto, con
una piccola croce rossa all'altezza del cuore. Piero e Rondine si armarono.
- Prendi anche lo zaino del pronto soccorso? - chiese Rondine
mentre se lo caricava.
- Me lo chiedi, e lo hai già addosso.
- Anche dom Benedetto porta i suoi strumenti, - rise Rondine per i vivi e per i morti.
- Quasi ogni notte i garibaldini vanno alla ricerca di armi e di viveri spiegò Piero a dom Benedetto. - A volte ritornano con qualche ferito.
Dovremmo fare un'infermeria comune per tutti i partigiani della zona.
- Ci riuscirai - l'incoraggiò dom Benedetto.
I tre camminavano in silenzio. Dom Benedetto pensava al monastero.
Era l'ora della messa conventuale. Ma non provò nostalgia. I piedi
affondavano nella neve. Davanti a lui Piero camminava sicuro, come
se il sentiero gli fosse familiare. Dietro veniva Rondine, che sorvegliava
il tratto di sentiero davanti a Piero e tutt'intorno più con le orecchie
che con gli occhi. «Rondine vede con le orecchie al di là delle curve»
dicevano i suoi compagni.
- Giù, Piero - sibilò Rondine, e si buttò su dom Benedetto trascinandolo
dietro a uno spuntone.
- Che c'è? - gli fece segno Piero mentre preparava il mitra.
318
Rondine si toccò l'orecchio e col braccio gli indicò una posizione coperta.
Piero vi si trascinò carponi. Passarono alcuni minuti interminabili
senza cke dom Benedetto sentisse nulla. Quel silenzio, accentuato
dal volto tirato di Rondine, gli fece serpeggiare nel sangue qualcosa che
non sapeva definire e che prima non aveva mai provato. Cercò di pregare,
ma solo la paura gli uscì come moto del cuore da presentare a
Dio. Adesso sentiva anche lui dei passi sullo sfrigolio della neve ghiacciata,
e qualche parola indistinta. Affondò la faccia nella neve nel momento
in cui raffiche di mitra partivano dal punto dove si trovava Piero,
intervallate dai colpi rapidi e secchi del fucile automatico di
Rondine. Udì degli urli, gli parve che qualche pallottola colpisse lo
spuntone dietro al quale s'era appiattito, non riuscì a rendersi conto di
quanto tempo fosse passato dagli spari al silenzio che s'era fatto di nuovo
tutt'attorno. Alzò la testa dalla neve: - Rondine, Piero - gridò.
- Vieni, dom Benedetto, è finita - gli rispose Piero.
Si alzò e corse giù. Piero stava tamponando la ferita al torace d'un milite.
- Gli altri sono morti - disse Rondine. - Due sono scappati. E
questi è un garibaldino, lo chiamano Balilla perché è il più giovane di
tutti. Non so proprio come abbiano fatto a prenderlo.
- Fallo fuori, dottore - disse il ragazzetto con voce dura dopo avere
gettato uno sguardo di meraviglia su dom Benedetto. - Non sprecare
le bende per lui.
- Ne abbiamo ammazzati tre, non ti bastano? - rispose Piero con
voce sorda. - Non è da uomini ammazzare i feriti.
- Loro ci ammazzano anche se siamo feriti - rispose Balilla con voce
meno dura.
- Ma c'è una differenza fra noi e loro, tanto è vero che tu sei venuto
dalla nostra parte - disse Piero con voce anche lui meno dura.
Balilla tacque e guardò Rondine che raccoglieva due rami e li legava
a forma di croce con uno spago tratto dalla tasca.
- Fa' presto, Rondine, dobbiamo essere in territorio sicuro prima
che ritornino - disse Balilla.
- Quelli fanno passare un giorno prima di rimettersi dallo spavento.
Rondine tolse armi e scarpe ai morti, li ricompose, li ricoprì di neve
e piantò la croce in mezzo a loro. Dom Benedetto s'era inginocchiato
e aveva amministrato l'olio santo sub conditione. Il ferito aperse gli occhi,
vide la croce sulla tuta bianca e disse affannosamente: - Voglio
confessarmi prima che mi ammazzino.
- Nessuno ti ammazza, ti faremo guarire. Andiamo, Rondine disse Piero.
Rondine prese sulle spalle il ferito.
- Lasciatemi qui - gemette il ferito, e svenne.
- Non ti capisco, dottore - disse Balilla. - Non lo vuoi ammazzare
tu per farlo ammazzare da noi?
- Nemmeno voi lo ammazzerete.
- Tu non conosci il nostro commissario.
- Conosco il vostro comandante. Su, Balilla, prendi le armi. Dom
319
Benedetto, aiutaci con le scarpe.
- E i giubboni di pelle? - chiese Balilla.
- Noi non li spogliamo - rispose Piero. Poi guardò il magro corpo
del ragazzo, flottante in un pastrano tutto strappi: - Prendine solo
uno, per te.
Balilla non obiettò nulla, ma si vedeva che non capiva.
Ripresero la marcia. Dopo un po' dom Benedetto si avvicinò a Rondine:
- Passami il ferito, così ti riposi un poco.
- Non è pesante.
- Dagli questa soddisfazione - disse Piero.
- E giusto - annuì Rondine.
Piero approfittò del cambio per controllare la ferita. Il milite aperse
gli occhi.
- Quanti anni hai? - gli chiese Piero.
- Diciotto. M'hanno rastrellato, o in Germania o nella milizia. Era
meglio che fossi andato in Germania.
Balilla stava per dire «sì, era meglio», ma si trattenne guardando la
faccia del dottore. Pensò: «Eppure ha sparato deciso e giusto, come
quell'altro che si cura dei morti. Nemmeno una strisciata per me, e sì
che ero in mezzo. Sono coraggiosi, però sono strani».
La tuta bianca si macchiò di sangue. Dom Benedetto ansimava e sudava.
Il sentiero era ripido e scivoloso. Fu Balilla a scorgerli per primo,
ma Rondine li aveva già uditi.
- Eccoli, arrivano - e Balilla agitò in alto il mitra d'un milite.
- Che è successo, dottore? - chiese il caposquadra. - Abbiamo sentito
degli spari... Ah, eccolo il Balilla che vuol fare l'eroe. Sentirai Lupo.
- Non avevo ancora l'arma - disse risoluto Balilla.
- L'arma la si prende quando si è sicuri di riuscire e non per fare
l'eroe.
Guardò il ferito: - Loro però non ci trattano così.
- È solo un ragazzo che ha sbagliato parte. Ma può sempre rimediare.
Diamogli la possibilità di capire, Aloscia - disse Piero.
- Sei sempre il solito, dottore... Dallo a me, tu sei stanco - disse
rivolto a don Benedetto. Don Benedetto si risollevò. Aloscia vide la
crocetta rossa: - Ma tu sei un prete, per... E dei loro?
- Non si vestono da ufficiali i loro? - disse Piero.
- Già, anche prima si vestivano da ufficiali... Era dalla ritirata della
Russia che non guardavo un prete così da vicino. Lui, poveretto, c'è rimasto.
Ma non mi hai ancora detto dove stavate andando, dottore.
- Da voi. Don Benedetto voleva fare la vostra conoscenza, e io ne
approfittavo per dare un'occhiata ai feriti.
- Se tutti fossero come te, dottore, avremmo già da un pezzo l'unità
di comando.
- Ci arriveremo, Aloscia, se non siamo troppo egoisti.
- Già, è facile diventare egoisti... - e Aloscia scrollò il capo - come
nella ritirata di Russia.
Si rivolse a un suo uomo: - Va' avanti a farti dare la barella.
320
Erano arrivati al posto di guardia, in territorio controllato dai garibaldini.
Adagiarono il ferito sulla barella. Piero cambiò le garze e tamponò
meglio la ferita.
- In infermeria ti estraggo la pallottola, e dopo starai meglio - disse
al ferito.
Il comando dei garibaldini era in una baita dietro uno sperone. Un
uomo di Aloscia corse avanti per avvertire il comandante dell'arrivo del
dottore: - E poi c'è Balilla, e dell'altro come vedrai. Quel cancheretto
ci tirerà addosso i fascisti.
Lupo, il comandante di tutti i garibaldini della zona, s'accese una sigaretta,
prese il mitra e uscì. Andò incontro a Piero salutandolo festosamente.
- Vieni, compagno - e gli strinse la mano con forza.
- Come vanno i feriti? - chiese Piero.
- Smilzo stenta a riprendersi, ma gli altri vanno bene.
- C'è un ferito su quella barella, uno dei loro. Dammi una brandina
in infermeria perché gli possa estrarre la pallottola e curarlo.
- Sei matto, dottore, me lo farebbero fuori prima di sera.
- Non gli faranno niente. È un ragazzo che s'è trovato con loro perché
aveva paura. Fagli passare la paura e comincerà a ragionare da uomo.
Lupo ordinò che portassero il ferito in infermeria, una baita poco distante:
- Non gli toccate nemmeno un capello, intesi?
- Vado a dare un'occhiata a Smilzo. Fra una mezz'oretta ci rivediamo.
Trattami bene dom Benedetto e da' una sculacciata a Balilla.
Balilla era rimasto con Rondine cui aveva consegnato le armi, seminascosto
dalla tuta bianca di dom Benedetto, e cercava di darsi un contegno
sotto lo stracciato pastrano grigioverde rigonfiato dal giaccone di
pelle. Lupo s'avvicinò a dom Benedetto e gli diede la mano.
- Dunque sei tu il prete di cui m'aveva già parlato il dottore... Sono
contento di vederti, potrai venire da noi tutte le volte e rimanerci tutto il
tempo che vorrai. Non siamo troppo di chiesa ma rispettiamo le idee religiose.
E poi, senti, a me quello che interessa è che ci trattiamo con lealtà,
dicendoci in faccia quello che pensiamo. Compagni e amici, insomma.
- Ti ringrazio, comandante, di questa accoglienza; non me ne potevo
aspettare una migliore - disse dom Benedetto.
- Lupo mi chiamo.
Strinse la mano a Rondine dando un'occhiata severa a Balilla: - Ciao,
vecchio rondinone. Non ho ancora capito cosa sia successo. Entriamo a
bere un grappino. E tu, - disse rivolto a Balilla con tono duro - rimani
fermo li finché ti chiamo. Capito?
- E un ragazzo, - gli bisbigliò Rondine - si sogna le avventure come
un ragazzo.
- Ne voglio fare un uomo. Se non lo fanno fuori prima, deve uscire
da qui uomo.
- Anche un cucciolo ha bisogno d'un po' di tempo per diventare un
lupo.
Davanti al bicchierino di grappa, Rondine raccontò l'accaduto dando
tutto il merito a Piero: il dottore aveva ammazzato i tre, ferito il
321
quarto, liberato Balilla, udito la pattuglia, scelto la posizione e il momento
di intervenire.
- Ho capito, Rondine, - gli disse Lupo battendogli la mano sulla
spalla - almeno un paio ne hai stesi tu. Ma non capisco come i fascisti
abbiano fatto a prendere Balilla in un luogo dove non sono mai arrivati.
- Balilla è in gamba, ma è un ragazzo e non sa valutare il rischio, c'è
caduto - disse Rondine.
- Allora tu sai. Ieri pomeriggio sul tardi è scomparso, l'abbiamo cercato
tutta la notte.
- Me l'ha raccontato mentre salivamo al campo.
Balilla non aveva ancora sedici anni. Era scappato dal paese qualche settimana
prima, quando i tedeschi avevano bruciato alcune case, sospettate
d'aver dato ospitalità ai partigiani, ed era arrivato fino ai garibaldini. L'arma
gli era diventata un'ossessione, giacché solo lui non era armato. Gli
facevano spaccare la legna, lo mandavano in perlustrazione assieme a
qualche squadra, gli avevano dato il fazzoletto rosso, ma di arma non si
parlava. Quella sera decise di conquistarsela. Nel pastrano s'era messo un
pezzo di legno sagomato a rivoltella ed era scomparso. Sperava d'incontrare
sulla strada che portava al primo paese della vallata qualche milite
isolato. Era saltato da una scorciatoia all'altra, s'era strappato il pastrano
impigliandosi nei rami e scivolando lungo il sentiero, era arrivato alla
strada, aveva proseguito cautamente fino alle prime case del paese e s'era
appostato contro un mucchio di fieno sotto una tettoia. A ogni rumore
sussultava immaginando che fosse un fascista, e impugnava il pezzo di legno
sagomato. Poi, col buio, il tepore del fieno e la stanchezza lo fecero
crollare addormentato. Il canto del gallo lo svegliò, e il primo pensiero,
riandando a quanto era successo, fu che Lupo l'avrebbe messo al palo; venisse
pure il palo, ma non poteva non tornare subito affinchè non pensassero
a un tradimento. Ci si vedeva appena che cominciò a salire a mezza
costa seguendo la strada. L'avrebbe abbandonata più avanti per
prendere poi il sentiero per boschi e prati fino all'accampamento. Udì il
rombo d'un motore che si faceva sempre più vicino. Si sporse un poco e
vide venire dalla parte opposta una camionetta fascista. La strada, in quel
punto, iniziava a discendere in stretti tornanti per aggirare le rocce a strapiombo
e poi risalire e congiungersi con la statale che portava ai valichi.
Balilla pensò che, se riusciva a bloccare la camionetta, poteva poi farsi
inseguire dai fascisti, portarli in zona garibaldina, farsi sparare addosso
e mettere così in allarme il primo posto di guardia. Almeno la sua scappatella,
una sciocchezza da bambino, si diceva stizzito, sarebbe servita
a qualcosa e, forse, Lupo avrebbe chiuso un occhio. Rotolò giù sulla
strada alcuni massi. La camionetta si bloccò. Poteva essere una frana
ma anche qualcuno che stava nascondendosi. I sei militi cominciarono
a salire guardinghi con le armi spianate. Dal fruscio che ogni tanto udivano
più in alto, da qualche sasso che rotolava, i militi capirono che
qualcuno cercava di sottrarsi alla loro vista. Quando arrivarono al sentiero,
scorsero su un tratto di prato Balilla che arrancava affannosamente.
I militi pensarono che fosse un disertore disarmato. - Non
322
sparate, - ingiunse il capo - lo prendiamo vivo. Tu va' a tenere
pronta la camionetta - ordinò a un milite. Il milite non volle intendere,
e si ritrovarono tutti e sei all'inseguimento che sembrava un affare
di pochi minuti. Ma Balilla aveva il vantaggio della conoscenza del sentiero
e della rabbia nel sangue per essersi comportato come un bambino.
Saltava come una capra, infilava scorciatoie; e i militi dietro. Lo
strapiombo era già aggirato dall'alto e ci si avvicinava di nuovo alla
strada. Balilla era stremato, strinse i denti, doveva farcela a salire
quell'ultimo tratto di sentiero che s'inerpicava allo scoperto su un prato
prima di raggiungere il bosco. Era arrivato quasi al termine della salita,
e tutt'attorno s'allargava il bosco con grossi spuntoni di rocce,
quando calpestò l'orlo del pastrano, scivolò per qualche metro, riprese
a salire; ma ormai i militi fascisti, coi loro scarponi ferrati, avevano guadagnato
terreno. Gli furono in breve addosso. Balilla si difese con calci
e pugni, e i militi ridevano. - E un ragazzo - disse uno. - No, è un
partigiano, non vedete che ha il fazzoletto rosso al collo? - disse il capo.
- Lo faremo cantare al comando.
Fu a questo punto che Rondine sibilò a Piero di fermarsi.
- Ha avuto del fegato Balilla - concluse Rondine - e il suo piano
non era stupido. Non ha calcolato il suo respiro perché è ancora un ragazzo.
Non lo devi castigare, Lupo, gli vale di più la lezione di ieri che
cento punizioni. È un ragazzo - e gli venne in mente il bambino di
Teresa che a quell'ora stava come in prigione a scuola.
- Non si direbbe, ma avresti potuto fare l'avvocato - rise Lupo.
- Peccato che io abbia la testa dura.
- È ancora un ragazzo - disse timidamente dom Benedetto.
- Un ragazzo partigiano e garibaldino - aggiunse subito Lupo.
Entrò Piero mostrando la pallottola estratta dal torace del milite:
- Una pallottola del tuo fucile, Spartaco. Quel ragazzo se la caverà, e
Smilzo va bene. L'infezione è circoscritta...
- Rondine m'ha raccontato di stamattina - disse Lupo.
- E a te Balilla ha detto qualcosa?
- Quasi mi ordinava di far fuori il ferito - rispose Piero.
- Nient'altro?
- Oh, per questo puoi rivolgerti a Rondine. Lui viene a sapere tutto,
coi ragazzi è meglio d'un confessore.
Rondine arrossì: - Io non gli ho chiesto niente, è lui che ha incominciato
a parlare così piano che ci sono volute le mie orecchie per capirlo.
- Appunto, meglio d'un confessore - disse allegramente Piero. Si
rivolse a Lupo: - Perché lasci fuori Balilla così impalato che non s'è
nemmeno voltato quando l'ho chiamato?
- Non s'è mosso da quando l'abbiamo lasciato?
- Nemmeno d'un centimetro, sembra una statua.
- Gli avevo detto di non muoversi fino a quando non l'avessi chiamato
- e Lupo manifestò dalla voce e dagli occhi compiacimento perché
fino a quel punto i suoi uomini gli obbedivano.
- Lupo vuol fare il duro, e pensare che gli si legge negli occhi che gli
323
ha già perdonato - disse Rondine.
- Ma insomma, da quale esercito venite? Sui cannoni ci legavano, e
per sciocchezze - sbottò Lupo.
- Io non ho mai visto nessun esercito, ho visto solo carabinieri brontolò Rondine.
Lupo andò sulla porta e gridò: - Balilla, vieni qui.
Balilla scattò sull'attenti.
- Entra.
Lupo si sedette e fissò Balilla. Rondine sorrise e ammiccò al ragazzo.
- Che diavolo hai sotto il pastrano?
- Un giubbotto di pelle dei neri.
- Adesso ti metti a fare i giubbotti con la pelle dei fascisti?
Balilla rimase serio, strinse i pugni perché gli altri avevano riso, impallidì.
- Lo darai a Smilzo. Lui è malato e ne ha bisogno.
- Sì, comandante.
Due lacrime scesero dagli occhi del ragazzo accompagnate da una
smorfia di rabbia per quella improvvisa debolezza non da uomo. Rondine
abbassò la testa. Dom Benedetto pensò alla severità della regola
benedettina nell'educazione dei giovani. Balilla si tolse il pastrano e il
giubbotto. Cominciò a tremare, strappato dal tepore che l'avvolgeva.
Si vedeva un maglioncino di lana sotto una giacca dalle maniche di
bambino cresciuto troppo in fretta. «A quell'età ero anch'io così,» pensò
Rondine «senza stomaco, senza spalle, con solo delle braccia che mi
penzolavano fino alle ginocchia».
- Hai il pastrano tutto sbrindellato. Fatti dare ago e filo, e aggiustalo.
- Sì, comandante.
- E adesso rimettiti il pastrano e va' a sbucciare le patate.
- Sì, comandante.
Uscito Balilla, Lupo si passò una mano sulla fronte e la ritrasse bagnata:
- Avrei preferito assalire un presidio fascista piuttosto che togliere
quel giubbotto a Balilla. A vederlo senza pastrano... Ma una lezione
gliela dovevo dare. Deve diventare un uomo - aggiunse quasi con rabbia.
E poi, con altro tono: - Il mio primo è su per giù di quell'età.
- Il mio primo è su per giù a metà strada. Nascerà col taglio del frumento
- disse Piero, commosso più di quanto avrebbe voluto.
- A me è venuto in mente il figlio di Teresa - disse Rondine ancora
a testa bassa, come se parlasse a se stesso.
- Non parliamone più - tagliò corto Lupo.
- L'arma, però, gliela lascerai, vero? - disse Piero.
- Se voi gliela regalate...
- E questa Mauser è per te.
- Ma voi... Grazie, dottore. È un bel regalo, non so se io sarei stato
capace di dartela -. La rigirò tra le mani, l'accarezzò, la soppesò. - Il
primo che faccio fuori lo dedico a voi.
- E a scarpe, come state? - chiese ancora Piero.
- Dopo l'arma, sono le scarpe che ci fanno più gola.
324
- Per il momento, non ne abbiamo bisogno. Tenetele voi.
- Un paio a Balilla gliele darai? - chiese Rondine.
Lupo annuì. Poi aggiunse, pensieroso: - Dovremo prevedere un attacco
dopo quanto è successo stamattina. Verranno su in forze per vendicare
i loro morti e non risparmieranno i nostri feriti, sta' certo dottore.
Fortunatamente abbiamo degli informatori in tutta la valle e
saremo avvertiti in tempo delle loro mosse.
- Potrebbero puntare contro di noi - disse Piero. - Lo scontro è
avvenuto in un punto che farebbe piuttosto pensare alle nostre posizioni.
- No, Balilla aveva il fazzoletto rosso. E poi i fascisti hanno aperto
un grosso conto con noi; li abbiamo beffati con l'ultimo rastrellamento.
Ma siamo pronti ad accoglierli.
- Potrebbe essere la volta buona per un coordinamento con le altre
bande - avanzò Piero.
- E diffìcile, dottore. Finché non ci sarà un comando unico...
- Si può tentare col Capitano - insistette Piero. - Tu lo conosci per
sentito dire. Ha le sue idee, certo, ma è un valoroso e un galantuomo.
- Prova tu, in via privata, però, come una tua idea; io debbo sentire
il commissario e i miei uomini -. Guardò l'orologio: - È quasi ora
del rancio, usciamo.
Balilla stava in faccende attorno a una marmitta sotto una tettoia improvvisata.
- Balilla - gridò Lupo.
- Sì, comandante.
- Da questo momento hai un moschetto con tre caricatori. Ricordati
che per quest'arma tre nostri amici hanno rischiato la vita.
- Sì, comandante.
- E buono oggi il rancio? - gli chiese Piero.
- Be', insomma... - e gli occhi di Balilla espressero gioia e riconoscenza.
Lupo non permise che Piero e Rondine facessero la strada del mattino.
- E sempre possibile un'imboscata. Non hanno ancora ritirato le
salme dei loro commilitoni perché servano per noi da esca. Vi farò accompagnare
da una pattuglia dei miei uomini che conoscono un'altra
strada per arrivare alla vostra base.
- C'è un'altra strada? - chiese meravigliato Piero.
- Noi garibaldini sappiamo più di quanto sapete voi autonomi rise Lupo.
A salutarli c'erano tutti gli uomini dell'accampamento. Balilla, con il
moschetto a tracolla, era accanto a dom Benedetto. Lupo gli aveva ordinato:
- Tu starai sempre vicino al prete, lo proteggerai senza essere
troppo curioso. Dom Benedetto non vuole portare armi e ha bisogno
d'un uomo sveglio che lo accompagni nei suoi spostamenti. Tu conosci
i sentieri come una capra e, quanto a essere sveglio, non montarti la
testa per non fare la fine di stamattina.
- Sì, comandante.
Dom Benedetto aveva sorriso: - Sarai il mio angelo custode, un angelo
325
che si chiama Balilla.
- Anche i preti in questa stagione hanno bisogno dell'angelo custode
- soggiunse Piero.
- Io sono solo un partigiano garibaldino - disse Balilla cui la faccenda
dell'angelo custode non andava troppo giù perché sentiva di cose
da bambino.
- Hai ragione, Balilla - disse Rondine. - Ma in questa stagione
Dio ha ordinato a certi suoi angeli custodi, i più svegli, di mettersi al
collo un fazzoletto rosso. Io lo so perché parlo coi morti.
- Parli coi morti, tu? - chiese stupito Balilla.
Il mattino seguente dom Benedetto celebrava la sua prima messa tra
i garibaldini. Balilla stette un momento incerto e poi scacciò il pensiero
come una debolezza, perché nemmeno Lupo s'era confessato. Rimase
tutto il tempo della messa a fianco del tavolino senza muoversi, col moschetto
che ogni tanto sembrava gli scivolasse dalla spalla.
Dom Benedetto passò qualche giorno fra i garibaldini. Parlando con
Lupo e il commissario, gli nacque l'idea di fare un collegamento fra gli
uomini che incontrava nei suoi spostamenti e le loro famiglie. Balilla,
il primo giorno, era diffidente verso quel prete che assomigliava più a
un professore che a un partigiano; poi si sciolse e ne fu contento, perché
dom Benedetto lo trattava da uomo. Divennero amici. Quando
l'accompagnò con la squadra di Lupo presso le bande di Giustizia e Libertà,
al momento di salutarsi, disse: - Prete, ritorna presto, non lasciarmi
disoccupato.
Erano bande bene organizzate, pur senza quella disciplina militare e
gerarchica che dom Benedetto aveva notato negli uomini del Capitano.
Come i garibaldini, s'opponevano al fascismo avendo di mira una
società nuova che sarebbe nata dalla guerra, ma il modello perseguito,
a differenza dei primi, non s'ispirava a nessuno di quelli già esistenti.
Anche lì trovò il commissario politico, ma più distaccato dagli uomini,
pur senza volerlo, per un certo linguaggio e idee che erano familiari solo
a gente di studio. «Sono come i monaci che si sforzano di spiegare la
liturgia al popolo» pensò dom Benedetto.
Marco era il nome di battaglia del comandante, un giovane avvocato
pensoso e quasi ascetico. Gli uomini lo amavano, spinti da un senso di
rispetto e di protezione per quella sua figura fragile e per il suo modo
di comportarsi che, molto meditato e cauto quando si trattava di
esporre a qualche rischio gli uomini della banda, diventava altrettanto
deciso, quasi temerario, nell'azione personale e nel rifiuto di qualsiasi
privilegio. Per tenere collegate le varie bande, oltre al commissario,
avevano un giornaletto che ciclostilavano quando e come potevano. Il
ciclostile era prezioso quanto la mitraglia, ed era il primo oggetto che
nascondevano al primo allarme. Già molti morti e feriti avevano seminato
il lutto fra quelle bande durante il rastrellamento invernale. Marco
ne parlò a don Benedetto: - Per i nostri errori di tattica. Contro
le armi pesanti, la resistenza frontale è un suicidio. Abbiamo capito che
la tattica vincente è la continua mobilità. C'è tutto da inventare.
326
- Non avete un piano comune con le altre formazioni? - chiese
dom Benedetto.
- Purtroppo no. Forse sarà l'azione a costruire l'unità. Ma sarà sempre
un fatto precario, incerto, pronto a dissolversi non appena è finita
l'azione. È più facile fare l'unità sparando che ragionando.
All'inizio della settimana di Passione, dom Benedetto riprese il suo
cammino verso la parte terminale dell'arco di montagne, per poi raggiungere,
attraverso un largo giro in pianura, il monastero e passarvi la
pasqua, come gli aveva richiesto l'abate.
- Meglio che mandi avanti una staffetta ad avvertire del tuo arrivo
- disse Marco. - Quella è una zona più calda della nostra perché le
grandi industrie non sono lontane. Bisogna muoversi con grande prudenza,
le imboscate sono sempre possibili. Dovrai aspettare qualche
giorno.
- Garibaldini?
- Sì, garibaldini; si sono ingrossati parecchio nonostante i colpi che
hanno ricevuto quest'inverno. Li comanda un tenente che ha fatto la
ritirata di Russia. Molti di quegli uomini hanno visto in faccia i tedeschi
e non hanno dimenticato.
LA GRANDE SETTIMANA.
- Un prete? - esclamò il tenente Dinamite. - Che ne dici, Stalino?
- Per me va bene, purché non mi predichi d'amare i tedeschi.
- È in gamba - assicurò la staffetta. - Non s'intromette in quello
che pensiamo; dice messa, confessa chi vuole, senza propaganda, e discorre
come uno di noi. Con le sue conoscenze ha in mente di fare arrivare
notizie alle nostre famiglie. Voi conoscete il mio comandante Marco.
In queste cose è molto sottile, eppure non ha avuto niente da ridire.
- Se è così - fece Stalino - gli chiedo di andare a vedere se mi è
nato un settimino.
- Vuoi comandare tu la squadra che lo prenderà in consegna da
quella di Marco? - gli disse il tenente, tutto euforico all'idea di vedere
in faccia un prete partigiano.
Stalino, con l'afflusso di nuovi partigiani dopo il rastrellamento, era
stato proposto dal tenente Dinamite a vicecomandante. Gli uomini
avevano accettato all'unanimità quella candidatura. Il modo col quale
aveva conquistato l'arma, raccontato sempre con nuovi pittoreschi particolari
man mano che circolava di bocca in bocca fra i nuovi arrivati,
era diventato quasi una leggenda. Stalino rideva e non si dava importanza:
- E perché voi non conoscete il mio paese, gente che sa imbrogliare
anche il diavolo. Io ho preso poco da loro perché non ho mai fatto
l'ambulante; se ci fosse stato mio cognato, quello sì, non due
ragazzetti ma tutto il presidio avrebbe imbrogliato.
Poi ci furono altre azioni, e Stalino non si tirava mai indietro. Sbrinz
e Raglio gli erano sempre vicino e facevano quello che lui diceva. Si accorsero
così di ubbidirgli senza che lui comandasse.
327
Divenne caposquadra, e i due amici chiesero di rimanere con lui. Dove
ci volevano coraggio e intelligenza, Dinamite mandava la squadra di Stalino. - Come fai, Stalino, che ti va sempre bene? - gli chiese un giorno
il tenente. - Ho perfino vergogna a dirtelo - rispose. - M'immagino
d'essere il capo fascista e dico: se fossi lui, farei così e così. Loro non sanno
che io ho pensato prima quello che loro farebbero e ci cadono dentro.
Me l'ha insegnato mio cognato: quando vuoi trattare un affare devi indovinare
quello che pensa la gente. Ti metti al suo posto e pensi: quello
vuol fare il furbo e mi vuole imbrogliare. Tu non li imbrogli, allora, in
ciò che pensano, ma in un'altra parte che non s'aspettano. - Il tuo paese
dovrebbe diventare la sede dell'accademia militare, con i generali tutti a
scuola da gente come tuo cognato - rise Dinamite.
Ma la dimostrazione piena della sua capacità di cogliere le situazioni
e di farvi fronte con prudenza e, insieme, con risolutezza, Stalino la
dette in occasione del rastrellamento invernale.
Centinaia di nazifascisti procedevano a ventaglio lungo il fondo valle,
battendo con mortai il fianco della montagna sul quale si erano appostati
gli uomini di Dinamite. I tedeschi erano ancora lontani dal punto
in cui il tenente aveva deciso di rispondere con tutte le armi, lasciando
alla squadra di Stalino il compito di proteggere il successivo sganciamento.
Appiattiti contro spuntoni di roccia e in piccoli avvallamenti,
gli uomini attendevano l'ordine di sparare. I mortai battevano sempre
insistentemente la mezza costa senza seguire l'avanzata dei nazifascisti.
Il fatto insospettì il tenente.
- Sali verso il crinale con la tua squadra, stando al coperto, e spingiti
verso il fondo valle oltre il terreno battuto dai mortai. Può darsi che i tedeschi
stiano salendo per prenderci fra i due fianchi, e i colpi di mortaio
servano solo per trarci in inganno. Ricacciali giù - ordinò a Stalino.
Stalino partì con la sua squadra, aggirò la posizione battuta dai mortai,
vide una -colonna tedesca che saliva verso il crinale, appostò i suoi
uomini lungo la traiettoria che avrebbero seguito i tedeschi, fece avanzare
questi ultimi ignari d'essere sotto tiro e poi diede il segnale ai suoi
uomini più in basso di sparare in direzione della colonna che saliva.
Mentre il centro della colonna veniva colpito e si disperdeva, e la parte
superiore si bloccava prendendo posizione dalla parte degli spari, Stalino ordinò il fuoco agli altri uomini. Chi non rimase sul terreno rotolò
precipitosamente in giù. La coda della colonna tentò di organizzare la
difesa, ma lo slancio di Stalino e dei suoi uomini, usciti allo scoperto,
glielo impedì. I mortai cessarono il loro martellio.
- Presto, sul crinale - urlò Stalino. Cercarono di raccogliere qualche
arma dai morti. - Non c'è tempo - gridò con tutto il fiato.
- Fra qualche minuto i mortai ci spareranno addosso.
Si fermò per aspettare l'ultimo uomo che s'era attardato a raccogliere
bombe a mano e a cinturarsele attorno alla vita. Sentì il sibilo d'un proiettile
di mortaio. - Raglio, gettati a terra - gridò Stalino, e si buttò sulla
neve. Raglio non udì, o era troppo tardi. Uno schianto terribile
echeggiò tutt'intorno, schegge volarono sulla testa di Stalino con brandelli
328
di carne e di vestiti. Stalino imprecò e riprese a correre verso il crinale.
Sentì un altro sibilo, si ributtò a terra, riprese a correre con gli
scoppi che s'infittivano tutt'attorno. Fece gli ultimi metri a testa bassa
e continuò la corsa al coperto. Aveva nel naso l'odore di carne bruciata.
Ormai tutti gli uomini dalle loro posizioni sparavano. I tedeschi salivano
a raggiera sparando senza sosta. Il tenente mandò alcuni uomini
più in alto a contenere la manovra, fece smontare la mitragliatrice e ordinò
di tenersi pronti per lo sganciamento. Stalino si vide attorno la
sua squadra, e fece cenno al tenente di essere pronto. Il tenente si alzò,
sentì caldo alla coscia, gli parve di mancare, ordinò ai suoi uomini di
ritirarsi e s'accasciò. Stalino con un balzo gli fu accanto e con un laccio
fermò il sangue. Due uomini sollevarono il tenente.
- Prendi tu il comando, Stalino - disse il tenente. - Sbrinz comandi
la squadra di copertura.
Adagiarono il tenente sulla barella e iniziarono lo sganciamento.
L'aria era fredda, tagliente. Sbrinz si portò con la sua squadra in aiuto
agli uomini che contenevano la manovra di avvolgimento. L'accresciuto
volume di fuoco disorientò per qualche minuto i tedeschi che ripiegarono
leggermente trascinando con loro alcuni commilitoni colpiti.
Fu sufficiente perché gli uomini inviati prima sul posto si ritirassero e
Sbrinz, con la sua squadra, si portasse dall'altra parte della linea seguita
dai tedeschi e scendesse di qualche decina di metri protetto dalle rocce.
Da lì ricominciarono a sparare sul fianco tedesco finché quelli fecero
una seconda manovra di avvolgimento. La squadra risalì e, con un ampio
giro, si portò sull'altro fianco.
Stalino era l'ultimo della colonna. In testa c'era la barella del tenente.
Dopo mezz'ora di marcia, Stalino chiamò i capisquadra: - Ogni
squadra si disperda, se è necessario si divida ancora; non ricercate il collegamento
se non a operazioni finite. Rifugiatevi nelle baite, nei paesi
se non c'è immediato pericolo per la popolazione. L'appuntamento è
al posto che sapete, dove adesso porteremo il tenente. Gli uomini di
Soriano rimarranno con me.
Intanto Sbrinz seguiva la sua tattica di copertura, cercando d'ingannare
i tedeschi sull'effettiva consistenza della sua squadra, spostandosi
continuamente. Il terreno lo favoriva. I tedeschi procedevano con prudenza
ma inesorabilmente. I mortai avevano ripreso a battere l'alta costa.
Un uomo era caduto. Sbrinz gli si portò vicino a carponi. Gli occhi
aperti guardavano il cielo, un rivolo di sangue usciva dalla fronte. Passò
in fretta la mano su quella fronte e riprese a sparare accanto al morto.
Stalino disse a Soriano: - Continua tu, io torno da Sbrinz con due
uomini -. Si levò la pelliccia interna del giubbotto e la stese sul tenente.
Dinamite gli sorrise debolmente: - Ti voglio rivedere Stalino -.
I tre uomini, raccolte le scarse munizioni di riserva, fecero la discesa di
corsa. Poi ripresero a salire. Lasciando il sentiero s'inerpicarono su un
canalone. I colpi di mortaio diventavano sempre più vicini. Al termine
del canalone, i tre uomini si trovarono sulla parte più alta del crinale.
- Aspettatemi qui, io proseguo. Sparate soltanto quando saranno a tiro
329
- disse Stalino. Poi scivolò giù per il crinale. I tedeschi erano a poche
centinaia di metri: ancora qualche minuto e avrebbero chiuso la ritirata
a Sbrinz.
Sbrinz s'accorse che stava per essere accerchiato. Fece cenno ai suoi
uomini d'imboccare il sentiero e di disperdersi. Alcuni tedeschi avevano
raggiunto il crinale a qualche decina di metri da lui e stavano sparando
dall'altra parte. Se avesse tentato di muoversi, sarebbe stato crivellato
di colpi.
S'avvicinava prestamente il crepuscolo. - Da questa parte, Sbrinz gridò Stalino. Sbrinz udì confusamente, capì che era questione di secondi,
si scostò dalla traiettoria dei colpi di Stalino, si trovò sul canalone,
Stalino l'afferrò, i tedeschi spararono, i due uomini appostati alla fine
del canalone spararono, Sbrinz e Stalino aggirarono i due uomini,
questi cessarono di sparare; e tutti e quattro si trovarono in fondo al canalone,
le ossa che doloravano e le mani spellate e sanguinanti. Dall'alto
i tedeschi continuarono a tirare ma solo per qualche minuto perché il
crepuscolo lasciava ormai il posto alla sera.
Per qualche giorno il tenente ebbe febbre alta, nascosto in una profonda
grotta. Nel delirio comandava i suoi uomini nella ritirata di Russia.
Stalino gli rimase accanto notte e giorno. Tedeschi e fascisti incendiavano
baite, catturavano giovani inermi come ostaggi, razziavano. La neve
che Stalino raccoglieva in un fazzoletto, per metterla sulla fronte infuocata
del tenente, si scioglieva subito. Poi arrivarono i primi uomini
con la notizia che il rastrellamento era finito e, quasi un trofeo, con una
gallina già spennata. Stalino non aspettò la sera per andare alla ricerca
d'un medico e persuaderlo a salire dal tenente. La banda si riorganizzò
su posizioni più alte, alcuni uomini si dispersero, altri la raggiunsero.
Ripresero i colpi di mano, più rabbiosi e più frequenti di prima per impossessarsi
di armi e di cibo. Dopo una ventina di giorni Dinamite riprendeva
a camminare. Stalino era stato nominato vicecomandante.
- Li aspettiamo qui - disse Stalino agli uomini della squadra.
Si sedettero appoggiandosi a dei massi in pieno sole. L'aria era ancora
fredda ma il sole scaldava e, dove batteva, la neve diventava una granita.
Stalino non riusciva a stare fermo. - Vado a dare un'occhiata in giro disse ai suoi uomini. Da quando aveva saputo dell'arrivo del prete, la sua
mente ritornava continuamente a Piero. «Se quel prete viene da lontano,
forse ha visto Piero. Piero, da quanto m'ha mandato a dire mio cognato,
dovrebbe trovarsi da quelle parti, e aspettare anche lui un bambino. Nasceranno
a poca distanza l'uno dall'altro. Il mio lo voglio chiamare Giovanni,
come si chiamava Raglio, così mi ricorderò sempre del mio amico».
Li vide sbucare dal bosco sottostante e iniziare la salita. Stalino fischiò
ai suoi uomini e andò incontro a dom Benedetto agitando il mitra in
segno di saluto. Lo individuò subito dalla tuta bianca.
- Hai conosciuto un dottore da quelle parti? - gli chiese appena
gli fu accanto, ancora prima di salutare gli uomini di Marco.
- Ma allora tu sei Stalino - gli rispose dom Benedetto.
Stalino gli strinse forte la mano, tanto da fargli male, senza dire una
330
parola in più perché in gola gli sembrava d'avere qualcosa che assomigliava
a voglia di ridere e di piangere. Fu così contento che offrì dal suo
pacchetto striminzito una sigaretta a tutti gli uomini di Marco.
Dom Benedetto trasse dallo zaino due pacchetti di sigarette e li diede
a Stalino.
- Te li manda Piero. Con lui c'è anche Rondine.
- Rondine? - esclamò Stalino. - Ma allora abbiamo già vinto.
Quello è nato per nascondersi e saltar fuori all'improvviso senza che
nessuno se ne accorga. L'avessi io qui...
- Anche là è bravo - sorrise dom Benedetto.
- Tre del mio paese... E poi dicono che noi pensiamo solo a imbrogliare
la gente.
Il tenente andò incontro a dom Benedetto.
- E il mio tenente di Russia - disse Stalino. - L'ho cercato finché
l'ho trovato.
Fra la meraviglia di tutti, il tenente e Stalino furono i primi a confessarsi.
Chi era incerto si fece coraggio e s'inginocchiò davanti a dom Benedetto,
Sbrinz resistette, ma più per sbalordimento che per convinzione.
;
- Non l'avrei mai immaginato - disse Sbrinz a Stalino alla fine della
messa.
- Era una promessa che avevo fatto in Russia se riuscivo a portare a
casa la pelle. Sai, al mio paese, se fossi andato in chiesa tutti avrebbero
detto la loro, mentre qui nessuno m'ha visto. Le promesse bisogna
mantenerle.
- Giusto. E il tenente? Anche lui in Russia?
- Il tenente non sembra ma è di chiesa. Io l'ho sentito pregare mentre
era in delirio nella grotta.
Don Benedetto non ebbe difficoltà a sentirsi subito a suo agio. Ormai
conosceva la durezza, la semplicità, l'estrosità e la bontà di quegli
uomini. Le parole non lo ferivano più come nei primi giorni. Ma in
quella banda si sentì ancora meglio, forse perché respirava già aria di
settimana santa e di monastero. Sarebbe ritornato in monastero a celebrare
la pasqua, fra tovaglie pulite, pavimenti tirati a lucido, refettorio
preparato, lenzuola di bucato. Ma le centinaia di uomini che aveva conosciuto,
i cui nomi aveva ripetuto decine di volte per stamparseli nella
mente, i cui volti tirati per notti insonni e per la fatica delle lunghe
marce gli passavano continuamente davanti agli occhi quando pregava,
come teorie di personaggi da antiche basiliche, questi uomini sarebbero
rimasti lì, sul fieno se non erano braccati, con la pentola delle solite
patate quando c'erano, con gli abiti e le scarpe consunti. Faceva bene
a ritornare in monastero, come l'abate aveva voluto? Perché l'abate era
stato tanto categorico in quella determinazione?
Gli si avvicinò il tenente: - Che pensi, prete? Guarda, s'è già formata
la luna di pasqua.
- Mi rincresce non poter celebrare la pasqua con voi. Ne avrei tanto
desiderio.
331
- Ho tanto desiderato celebrare questa pasqua con voi... - soggiunse
sottovoce il tenente.
Sarebbe partito la domenica delle Palme. Tutto era stato predisposto
con cura. Stalino, con una squadra, l'avrebbe scortato fin nelle vicinanze
del paese. Un uomo del posto, poi, l'avrebbe accompagnato in canonica
e da là dom Benedetto avrebbe cominciato il suo giro verso il
monastero. Stalino gli aveva ripetuto più volte: - Lascialo detto alla
Campanella, poi loro lo faranno sapere a mia moglie: voglio che si
chiami Giovanni, in ricordo del mio amico Raglio. - E se è femmina?
- No, è un maschio.
Invece dom Benedetto non partì per la pianura. Durante la messa
delle Palme era arrivata una staffetta di Marco. Una grossa colonna nazifascista si preparava a incunearsi fra gli autonomi del Capitano e i garibaldini
di Lupo. Se non veniva fermata era possibile l'accerchiamento
di tutte le bande della zona.
- La notizia è di buona fonte? - chiese Dinamite alla staffetta.
- Viene da un nostro informatore che lavora al comando tedesco.
- Puoi ugualmente partire, dom Benedetto. Dalla parte dove tu vai
non c'è nessun pericolo - disse il tenente.
- Seguirò la staffetta, poi andrò da Lupo per raggiungere successivamente
il Capitano - rispose deciso dom Benedetto.
Il tenente insistette, Stalino insistette.
- Il mio posto è là - e la voce di dom Benedetto prese l'inflessione
d'una durezza che non gli sembrava essere mai stata sua.
Giunto da Marco, voleva ripartire subito. Marco s'oppose: - La
notte ti coglierebbe nei boschi.
- Voi non interverrete in loro aiuto?
- Ho ordinato alle bande che dipendono da me d'intervenire per
evitare l'accerchiamento. Ciò consente di lasciare una via aperta agli
uomini del Capitano e agli stessi garibaldini. Non possiamo fare di più.
Hanno appena ricevuto un lancio e dovrebbero essere ben riforniti
d'armi e di munizioni. Non è per egoismo di banda, credimi.
Arrivò da Lupo il lunedì santo, mentre stavano smontando il campo nascondendo
tutto quanto avrebbe impedito un rapido sganciamento. Balilla
gli córse incontro: - Ho già sparato, cose da niente, ma adesso si fa
sul serio. Perché sei tornato? Non sapevi che eravamo in stato d'allarme?
- Sì, lo 'sapevo.
Balilla lo guardò sorridendo.
- Hai del fegato, mi piaci. Armi non ne hai?
- Ho un pezzetto di cioccolato che ho conservato per te.
- Vieni, andiamo da Lupo. Lupo non mi ha più fatto la faccia scura.
E guarda i miei scarponi!
Trovarono Lupo che, davanti a una carta, dava disposizioni ai comandanti
delle diverse bande dislocate nella zona. Lo salutarono tutti
calorosamente.
- Hai fatto bene a ritornare - disse bruscamente Lupo, interrompendo
con la sua forte voce la ressa rumorosa attorno a dom Benedetto.
332
- Fra poco ho finito -. E continuò a illustrare e a coordinare i diversi
movimenti che avrebbero dovuto compiere i suoi uomini nell'ipotesi
che i tedeschi avessero attaccato sui due lati, oppure avessero ripiegato
contro i garibaldini o gli autonomi. - Per me - concluse - la prima
mossa dei tedeschi è l'attacco contro gli autonomi, per via del lancio -.
Fissò dom Benedetto: - Nemmeno una pallottola m'ha dato il tuo Capitano.
E ne ha ricevuta di roba!
- Non è il mio Capitano - rispose dom Benedetto.
- Già, non è il tuo Capitano. Ma perché non ci ha dato niente? Le
nostre riserve sono scarse, abbiamo solo poco più di un'ora di fuoco, e
qui si tratta di giorni.
Imprecò, nonostante guardasse fisso dom Benedetto. Poi chiuse gli
occhi, si passò una mano sulla fronte.
- Senti, dom Benedetto, - continuò più calmo - io non ho mai
pregato nessuno in vita mia, ma fagli capire che, se diciamo una parola
in più quando si sta fermi, di fronte ai tedeschi miriamo tutti contro la
stessa parte. Te può darsi che ti ascolti.
- Tenterò - disse dom Benedetto.
- Tu hai capito, vero? Noi rimaniamo garibaldini. Hai capito, vero?
Gli uomini uscirono per organizzare i loro distaccamenti secondo il
piano concordato.
- Come sta quel ferito? - chiese dom Benedetto.
- Va bene. L'abbiamo fatto partire assieme a Smilzo e a qualcun altro
in luoghi più sicuri. Io... io certe volte il commissario non lo capisco.
Mi disse che avevo fatto male ad accettarlo e a farlo curare. Il dottore
avrebbe dovuto portarlo con sé se ci teneva tanto. E poi ha
cominciato a indottrinarlo che, se non si sta attenti, diventa più comunista
di me - e rise schiacciando l'occhio a Balilla.
Entrò un uomo del distaccamento più a valleE : arrivato l'informatore,
e sembra che i tedeschi non saliranno da questa parte, ma
dall'altra per premere sulla sinistra gli autonomi e impedire loro di
sganciarsi in zone meno controllate. Sarà per domani o dopodomani.
- Non c'è un minuto da perdere, dom Benedetto. Mangi un boccone
e parti subito. Può darsi che questa notizia il Capitano non ce
l'abbia ancora. Tu, Balilla, l'accompagnerai per il sentiero di sopra che
dom Benedetto non conosce ancora, assieme ad Aloscia e a un paio dei
suoi uomini - ordinò Lupo.
- Mangerò durante la strada - disse dom Benedetto.
- Meglio ancora, non c'è un minuto da perdere. E per le armi, se ci
riesci, bene; altrimenti fra noi due non cambia niente.
Il sole era già dietro alla montagna quando arrivarono al campo degli
autonomi. La sentinella scorse fra gli alberi la tuta bianca e andò incontro
ai garibaldini.
- Sei un ingenuo - disse Balilla alla sentinella. - Immaginati che
i fascisti abbiano scoperto il trucco della tuta bianca con la croce rossa
e abbiano inventato un prete.
- Ma ho visto anche te - rispose ridendo la sentinella. - Un fascista
333
non avrebbe mai la fantasia di vestirsi in questo modo.
Balilla guardò la giacca a vento imbottita della sentinella.
- Ah, - fece - vi trattano bene gli americani -. Lupo gli aveva
ingiunto di non fare nessun commento sul lancio, e Balilla rimandò
giù le parole che stavano saltandogli sulla lingua.
La sentinella gridò: - Amici.
- Compagni - borbottò Balilla.
- Sai che significa compagni? - disse dom Benedetto passandogli
un braccio attorno al collo.
- Per chi mi hai preso? Compagno significa volere le cose giuste e
far fuori chi non le vuole - rispose Balilla.
- Compagno vuol dire mangiare insieme lo stesso pane perché ci si
vuole bene.
- È lo stesso, con parole più belle perché tu sai fare le prediche.
- Dom Benedetto, Balilla, Aloscia... - gridò Piero non appena li
vide. - Non ti aspettavo davvero - soggiunse rivolgendosi a don Benedetto.
- Con quello che potrebbe succedere, mi sembrava una fuga scendere
al monastero per la pasqua. Sono convinto che padre abate mi approverà
quando ne sarà informato. C'è il Capitano?
- Si trova al comando.
- I garibaldini hanno bisogno di armi.
Piero allargò le braccia: - Ho cercato di persuaderlo ma non ci sono
riuscito. Dice che ha degli impegni da rispettare. Il prossimo lancio dovrebbe
essere per le bande di Giustizia e Libertà.
- E i garibaldini?
- La missione alleata è diffidente verso di loro - disse Piero.
- Non è giusto, li dovrebbe conoscere.
- Non è giusto, certo.
- L'informazione non è completa - disse il Capitano a dom Benedetto.
- I tedeschi saliranno con due colonne parallele per schiacciarci
in mezzo e impedire che altre formazioni vengano in nostro aiuto. Ma
siamo pronti a riceverli.
- Pensano proprio che i garibaldini verranno in vostro aiuto? buttò là dom Benedetto.
- Perché? Ci sarebbe forse qualcosa di strano? - e il Capitano non
riuscì a nascondere la sua meraviglia.
- I garibaldini hanno poche armi e munizioni. Le vorranno riservare
nel caso in cui saranno attaccati direttamente.
Il Capitano s'accese una sigaretta: - Col lancio abbiamo potuto armare
tutti gli uomini e ce ne sono avanzate. Le abbiamo nascoste per
chi ci raggiungerà dopo il rastrellamento.
- Nascoste non servono a nessuno, servono piuttosto ai tedeschi,
- osservò vivacemente dom Benedetto - mentre nelle mani dei garibaldini...
- Parli di armi col tono d'un vecchio soldato - lo interruppe sorridendo
il Capitano. - Possibile che un mese solo di montagna t'abbia
334
trasformato?
- Desidererei che in questo momento ogni arma di tutto il mondo
si rifiutasse per sempre di sparare.
- Un'idea da padre abate...
- Certo, - s'affrettò a dire dom Benedetto - chissà che cosa penserebbe
l'abate delle armi nascoste.
Il Capitano s'accese un'altra sigaretta. Nessuno quanto lui poteva capire,
come esigenza militare, la necessità che i garibaldini fossero pronti
sull'altro fianco con tutte le armi disponibili. Ma perché era entrata la
politica a complicare le cose? E Lupo era prima un politico o un soldato?
- Quanti uomini di Lupo ti hanno accompagnato qui? - chiese,
come se fosse la conclusione d'un suo ragionamento.
- Tre, più un ragazzo.
- Ah, Balilla, quello dell'azione del tenente medico e di Rondine.
Ha del fegato il ragazzo. Chiamali, per favore.
Piero stava punzecchiando Balilla sotto gli occhi divertiti dei tre compagni.
Rondine era vicino al ragazzo quasi volesse proteggerlo.
- Sai che Lupo ti voleva sculacciare?
- Lupo non sculaccia, questa è roba da donne, Lupo da dei calci nel
di dietro che ti solleva un metro da terra.
- Ma con te faceva un'eccezione.
- Non crederci, Balilla - disse Rondine. - Ho sentito io Lupo con
queste orecchie dire che ti avrebbe dato un calcio da sollevarti non un
metro, due metri, un calcio non nel di dietro ma proprio giusto, nel culo.
- Io ho detto nel di dietro perché parlavo con un dottore, ma Lupo
dice proprio culo - e guardò Rondine riconoscente.
Piero rise come usava prima dell'8 settembre.
- Balilla, - continuò con voce allegra - fra i grossi paracadute del
lancio ce n'era uno piccolo piccolo con un fagottino appeso. E capitato
nelle mie mani. Sul fagottino c'era scritto: Questo è per Balilla, firmato
Alexander.
- Il Capitano non me lo darà - disse Balilla, incerto se crederci o
ritenerlo uno scherzo del dottore.
- No, il Capitano è un uomo che non fa trucchi. Come l'ha visto
mi ha detto: Questo allora è per Balilla. Appena lo incontri glielo dai.
- Dammelo, allora - disse Balilla che cominciava a crederci.
- Che cos'è?
- Un giubbotto che ti va a pennello, ma è americano...
- Non fa niente, siamo alleati (la voce gli tremava dall'emozione) e
poi ci metto sopra la stella rossa e non è più americano.
- Vieni, andiamo a prenderlo. Questo, Lupo te lo lascerà perché
nemmeno lui può mettersi contro Alexander.
- Dove vai, Balilla? Il Capitano ti aspetta - chiamò dom Benedetto.
- Fra poco sono da lui - rispose. Si rivolse a Piero strizzando l'occhio:
- Non è il mio comandante Lupo per ubbidirgli subito.
Il Capitano fece portare qualche galletta e del cioccolato. Offerse un
bicchierino di grappa e un pacchetto di sigarette americane a ciascuno.
335
I tre uomini rovesciarono gli occhi aspirando la prima boccata.
- Quando ci va bene, sono le militi - disse Aloscia. - Gli americani
si trattano bene.
- Posso darvi un po' d'armi e munizioni - disse il Capitano senza
preamboli.
Si guardarono stupiti: - Diventeranno rosse contro i nazifascisti disse Aloscia a nome di tutti. ,
- Immagino che il sentiero che fate per ritornare non sia da mulo,
soprattutto col buio.
- Solo gli uomini ci passano, ma a conoscerlo bene - rispose Aloscia.
- Bisognerà portarle in spalla. In tre non ce la farete.
- Abbiamo un quarto uomo, Balilla.
- E un ragazzo. Ma dov'è Balilla? - chiese il Capitano.
- È andato un momento col tenente medico.
Il Capitano sorrise: - Per la faccenda del generale Alexander?
- Sì - rispose Aloscia.
- Il tenente medico è bravo e coraggioso, e soprattutto buono. Per
non farsene accorgere, è sempre pronto a scherzare.
- Anche i ciechi lo vedono - annuì Aloscia.
- Vi farò aiutare da una squadra dei miei uomini - riprese il Capitano.
Entrò Balilla col giubbotto nuovo fiammante.
- Sei un partigiano in gamba - gli disse il Capitano stringendogli
la mano.
- Sì, Capitano - balbettò Balilla con una vampata di rosso sul viso.
Alle armi il Capitano aggiunse uno zaino di sigarette, cioccolato e
scatolette di carne.
- Lo porterai tu, Balilla, è pesante quanto una mitraglia. Salutatemi
Lupo - disse il Capitano.
Otto uomini partirono curvi sotto il peso delle armi e delle cassette
di munizioni. Sopra lo zaino Balilla portava arrotolato il vecchio pastrano
grigioverde.
Al campo garibaldino l'arrivo delle armi svegliò ed entusiasmò il distaccamento
del comando.
- Non aspetteremo che ci attacchino. Se saliranno in due colonne,
attaccheremo noi per primi. Altrimenti ci sposteremo il più possibile
verso il territorio controllato dagli autonomi per dare loro manforte in
caso ne avessero bisogno - disse Lupo.
Balilla fu il più ammirato e coccolato per il suo giubbotto e, soprattutto,
per quello zaino che sembrava un pozzo di san Patrizio.
- Me la dai la stella rossa? - chiese a Lupo.
- Per che farne? Hai già il fazzoletto rosso.
- Per metterla sul giubbotto, al posto dove il prete ha cucita la croce.
- Non fare confusioni, Balilla. Quel posto è riservato alla croce dei preti
che stanno dalla nostra parte. Non vedi che è rossa come la stella? - e
gli dette un calcio così leggero che Balilla quasi non se ne accorse.
Il martedì santo, all'alba, tutto era già predisposto in vista dell'attacco
336
dei nazifascisti. Al lato destro c'erano le squadre comandate dai tenenti
Gatti e Boglioni; su quello sinistro, la squadra del tenente Manfredi
dominava le casupole al termine della mulattiera con la mitraglia pesante
e due mortai. Più a monte c'era una forte riserva di uomini agli
ordini diretti del Capitano, con tre capisquadra, per intervenire sui due
fianchi. Piero aveva organizzato il servizio per i feriti e aveva predisposto
provvisoriamente l'infermeria in una grotta a monte del comando,
nell'intenzione di raggiungere, appena fosse stato possibile, la base Cana. Gli uomini, soprattutto i nuovi armati che avrebbero partecipato
per la prima volta a un'azione militare, erano euforici. Il Capitano, con
la sua calma e sicurezza, sosteneva quell'entusiasmo. S'aggirava fra i
suoi uomini, li chiamava a uno a uno col nome di battaglia, consigliava
la posizione, ripeteva loro il piano che doveva essere attuato.
Verso sera giunse Miriam, esausta. Aveva corso, fatto lunghi giri per
evitare i posti di blocco, s'era buttata nei torrenti, nascosta nei pagliai.
Due giorni e una notte aveva impiegato per arrivare dalla città. Il messaggio,
le avevano raccomandato, doveva arrivare al massimo per la sera
di martedì.
Il Capitano lesse il messaggio portato da Miriam: «Confermato attacco
nazifascista su due direttrici all'alba di mercoledì. Forza calcolata
cinquecento uomini con armi pesanti. Buona fortuna».
- Dovrò rimanere con voi - disse Miriam. - Salendo per la mulattiera
ho visto le prime camionette tedesche arrivare in paese. Dammi
un'arma, Capitano.
- La userai solo per difenderti - le disse il Capitano consegnandole
una Beretta. - Il tuo posto è nell'infermeria. Mettiti agli ordini del tenente
medico, Miriam.
- Sì, Capitano.
- Stanotte riposerai nella mia brandina. Non preoccuparti per me aggiunse il Capitano.
- Non sei più una staffetta, sei una partigiana - le disse Cucciolo
accarezzandole i capelli. - Vedrai che non ti succederà niente.
In previsione del rastrellamento, il Capitano e i suoi uomini avevano
cercato di persuadere gli abitanti delle casupole al termine della mulattiera
di sotterrare tutta la roba che non potevano portare con sé e di
scendere in paese.
- Di qui non ci muoviamo, è casa nostra - dissero gli anziani. - E
poi, per i tedeschi non valiamo nemmeno la pallottola che sprecherebbero
per ammazzarci.
- Voi non conoscete i tedeschi, hanno la rabbia nel sangue, ammazzano
tutti e bruciano le case. Scendete anche voi con gli altri. Se vi
mancherà della roba, finita la guerra il governo vi risarcirà i danni dicevano gli uomini del Capitano.
- Noi ai tedeschi non abbiamo fatto niente, e questa è casa nostra s'ostinavano gli anziani.
Il Capitano, allora, per non coinvolgere la popolazione rimasta, modificò
il piano primitivo e fece risalire la squadra del tenente Manfredi
337
con la mitraglia pesante e i due mortai.
- Perdiamo una buona occasione - disse. - I tedeschi sarebbero
stati costretti a iniziare la loro azione prima di giungere alle case, su un
terreno a noi favorevole.
- Avremmo dovuto indurre quei vecchi con la forza - sbottò il tenente
Manfredi.
- Forse - soggiunse il Capitano. - Ma non dobbiamo dimenticare
che questa gente ci ha aiutato durante l'inverno e ci aiuterà ancora.
- Se sopravviveranno - disse cupo il tenente Manfredi.
- Noi non siamo tedeschi per alzare il fucile contro i civili, anche
solo per minaccia - gli rispose secco il Capitano.
All'alba del mercoledì santo i tedeschi si mossero. Un forte contingente,
con cannoncini anticarro trainati da muli, imboccò la mulattiera,
mentre il grosso si dispose sui fianchi, iniziando una marcia parallela
di protezione. Temendo qualche imboscata, le colonne sui fianchi
procedevano a zigzag, avanzando leggermente quella sulla mulattiera.
Si sentivano solo i loro passi sui sassi levigati e il fruscio delle foglie
secche e degli sterpi nei boschi che fiancheggiavano la mulattiera. Il
tenente Manfredi li osservava col binocolo e imprecava fra i denti.
Le porte delle casupole restarono chiuse agli ordini dei primi tedeschi
usciti di corsa dai boschi. Dalla mulattiera sbucò la colonna. Il comandante
tedesco ordinò che si aprissero le case a colpi di mitra. Le case
erano deserte, le piccole stalle deserte. I soldati corsero oltre le ultime
case dove si distendevano prati gibbosi e disseminati di spuntoni di
roccia. Si udirono grida, implorazioni. Una decina di vecchi, uomini e
donne, furono spinti in basso per la sassosa stradetta che divideva le casupole,
sotto i colpi dei calci dei fucili. Alcuni vecchi caddero. Furono
trascinati davanti al comandante che aspettava nello spiazzo su cui sfociava
la mulattiera.
- Partigiani, banditi, dove sono? - urlò.
Nessuno rispose. Guardavano i soldati con le armi puntate contro di
loro come se non fossero ancora riusciti a comprendere che cosa stesse
accadendo. Il comandante tedesco puntò la rivoltella contro la vecchia
dal volto sanguinante per la caduta.
- Dove sono? - urlò di nuovo.
La donna si mise a piangere. Il comandante si rivolse a un vecchio,
ripetendo con rabbia: - Dove sono?
Il vecchio lo guardò inebetito. Il tedesco gli sferrò un calcio nel basso
ventre. Il vecchio cadde battendo la testa contro un sasso appuntito. La
vecchia dal volto sanguinante si inginocchiò accanto al suo uomo, gli
sollevò la testa, la spostò leggermente, la baciò, si alzò, s'avventò di
scatto contro il tedesco, gli sputò addosso, gli graffiò il volto. Il tedesco
sparò. La vecchia cadde con la gola squarciata. Il comandante si rassettò
la divisa, si asciugò il volto, fece un passo verso gli altri otto che cominciavano
a capire. - Esempio - urlò - a voi tutti così. Dove sono
i banditi?
Un vecchio alzò il braccio tremante e puntò l'indice verso il tedesco.
338
Voleva dire qualcosa ma non gli riuscì. Un colpo di pistola gli fece uscire
bava rossastra dalla bocca spalancata. - Esempio - urlò ancora il
tedesco - a voi tutti così.
Da un mucchio di fieno, sotto il tetto d'una piccola stalla, sbucarono
le canne d'un fucile da caccia. Due colpi a brevissimo intervallo riecheggiarono.
Il tedesco si portò le mani al volto prima di cadere. I vecchi
cercarono di fuggire. I mitra tedeschi li afflosciarono l'uno accanto
all'altro. Bombe a mano furono gettate sul fienile donde erano usciti i
colpi. Gli scoppi sollevarono alte fiamme. Il comandante fu trasportato
su una barella verso valle.
Il tenente Manfredi non poteva vedere nulla. Aveva sentito gli spari
ma non riusciva a darsene ragione, finché le fiamme che s'alzarono dai
fienili gli fecero capire che i civili non avevano più bisogno della sua
protezione. Attese che i tedeschi iniziassero la marcia su due colonne,
fece avvicinare quella che si sparpagliava alla sua sinistra e ordinò il fuoco.
La mitraglia pesante cominciò a sgranare il suo peso di morte, sul
sottofondo dei sordi scoppi dei mortai. Saetta lavorava di precisione.
Gli altri uomini non sparavano ancora. I tedeschi si buttarono sul fianco
destro cercando d'aggirare la posizione, ma la mitraglia impediva loro
di riorganizzarsi. Dalle case cominciarono a sparare gli anticarro.
- Sganciati, prima che aggiustino il tiro - comandò il tenente
Manfredi a Saetta.
Iniziarono a crepitare le armi automatiche per coprire la ritirata di Saetta
e dei mortai. I tedeschi, cessato il fuoco della mitraglia, risposero rabbiosamente.
I proiettili anticarro battevano da presso le posizioni.
- Ritiriamoci - ordinò il tenente. Gli uomini si slanciarono verso
l'alto. Due caddero colpiti. Uno lo adagiarono su una barella, l'altro se
lo caricò sulle spalle il tenente. I proiettili fischiavano, gli anticarro
spezzavano rami e facevano volteggiare nubi di terra e di sassi. Riuscirono
ad aggirare una roccia. Il fuoco tedesco cessò. I tedeschi raccoglievano
i loro morti e feriti. Arrivò Piero con dom Benedetto. Subito dopo
Rondine e Cucciolo. I feriti gemevano. Piero tamponò le ferite.
- Prima questo - disse a Rondine. Rondine e Cucciolo partirono
con la barella. - Tano ha l'addome squarciato - disse Piero al tenente
Manfredi mentre medicava l'altro ferito al torace.
- I tedeschi debbono avere compiuto alle case qualcosa di spaventoso
prima di salire - disse il tenente Manfredi. - Molti fienili bruciano.
Io rimarrò qui finché potrò.
Appostò i suoi uomini nei punti più protetti e seguì col binocolo le
mosse della colonna tedesca che, dopo essere discesa dalla mezza costa
in un valloncello, aveva ripreso a salire sull'altro versante. Il tenente
cercò di capire lo scopo di quella nuova mossa, si rese conto che, se i
tedeschi avessero raggiunto i canaloni rimanendo lontani dal tiro delle
armi automatiche, poteva essere tagliato fuori col pericolo che fosse aggirato
anche il Capitano. Scrisse in fretta un biglietto e chiamò un suo
uomo: - Presto, corri dal Capitano. Intanto noi ci spostiamo, man
mano che i tedeschi avanzano dall'altra parte verso quei canaloni.
339
Il Capitano, letto il biglietto, mandò una squadra al comando del mitragliere
Saetta verso i canaloni. - Sparate solo quando saranno a tiro
delle armi automatiche - ordinò. - La mitraglia servirà per ricacciarli
in giù.
Sulla destra, intanto, gli uomini del tenente Gatti, sotto la pressione
tedesca, avevano raggiunto le posizioni più alte del tenente Boglioni,
portando e sostenendo alcuni feriti.
- Abbiamo lasciato un morto laggiù. Tocca a voi ora - disse il tenente
Gatti.
Le forze fresche del tenente Boglioni contrattaccarono e scompigliarono
la colonna tedesca costringendola a ritirarsi di qualche centinaio
di metri. Un ufficiale che cercava di fermare i tedeschi cadde sotto una
raffica del tenente Boglioni. Nello slancio, alcuni uomini s'incunearono
pericolosamente nelle posizioni tedesche; il tenente ordinò loro di
ritirarsi, e insieme riguadagnarono posizioni più sicure.
Piero, assistito da Miriam, operava il ferito con l'addome squarciato.
Erano arrivati i feriti del tenente Gatti. Dom Benedetto pregava mentre
correva da una parte all'altra accanto ai feriti. Le pallottole gli fischiavano
attorno. Era pronto a rimanere su quelle montagne, uno fra i tanti morti
tedeschi e partigiani. Aveva pregato sul morto del tenente Gatti. Gli aveva
chiuso gli occhi. Ricordava il vangelo della messa di quel giorno: et
factus est sudar eius sicut guttae sanguinis decurrentis in terram. Dom Benedetto
sudava, il sangue dei feriti gli aveva macchiato ancora la tuta, ormai
del colore della terra e del sangue. Guardò il morto, guardava il volto
contratto dei feriti: non est species ei, ncque decor... Era la voce di Isaia,
ripetuta in canto dal suddiacono al mattino in monastero, che riecheggiava
tra il fragore degli spari, l'odore delle foglie marcite sotto il leggero
strato di neve, gli urli e le imprecazioni. Avrebbe potuto chiudere la sua
giornata in quei boschi, circondato da fratelli non in cocolla ma con le
armi in pugno, dopo la grazia di averli conosciuti e amati. S'era trovato
con un altro ferito in spalla, un ragazzo ancora; riuscì a portarlo fuori tiro,
chiamò Rondine, stramazzò a terra, si rialzò, il ferito gemeva, riprese
a camminare barcollando, cadde in ginocchio, vide Rondine e Cucciolo
accorrere: - Stai male? - gli chiese Rondine. - No, è stato solo un
momento, è già passato. Pensate a questo poveretto.
I tedeschi avevano cominciato a salire a raggiera i canaloni, portandosi
fuori tiro delle armi automatiche del tenente Manfredi. Saetta s'accorse
del pericolo dell'accerchiamento, ma non era più in tempo a spostare la
mitraglia. Mandò una decina di uomini sulla sua sinistra: - Da voi dipende
se il comando non sarà accerchiato -. Il sole era già alto, la gola
era secca dall'arsura. Erano sbucati i primi tedeschi sulla cresta alla sua
sinistra. Gli altri erano sotto, a poca distanza, saltavano da una parte e
dall'altra dietro a massi per proteggersi nella loro salita. Saetta dette il
segnale di sparare. Gli uomini sulla sua sinistra, appostati fra i massi del
ciglione, fecero fuoco tutti insieme. I primi tedeschi caddero. Gli uomini
rimasti con Saetta cominciarono a loro volta contro i tedeschi che salivano
per i canaloni. Nella foga di sparare si scopersero. Uno cadde colpito
340
e rotolò giù dal canalone. I tedeschi s'appostarono dietro ai massi
e ripresero il fuoco. Saetta spostò la mitraglia e s'alzò guidando la mira
con la mano, quasi curvo sulla canna della mitragliatrice. Le pallottole
rimbalzavano sui massi, schegge di roccia rotolavano in basso assieme ai
tedeschi colpiti. Saetta cantava. Una pallottola gli sfiorò la testa che aveva
appena piegato per infilzare meglio un canalone. I mortai tedeschi
sulla sinistra cominciarono a sparare, ma i primi proiettili caddero lontano.
Saetta non se ne curò. Cantava a squarciagola per udire il suono
della sua voce al di sopra del crepitio della mitraglia. Altri tedeschi avevano
raggiunto il ciglione e strisciavano sparando per spezzare la linea
di quel pugno d'uomini e far tacere la mitraglia.
Il tenente Manfredi osservava col binocolo la lunga colonna tedesca
che s'era ormai portata all'altezza del ciglione. - Seguitemi - gridò
ai suoi uomini, e a grandi salti si precipitò verso il valloncello per risalire
dalla parte del grosso della compagnia tedesca e colpirne la retroguardia,
cercando così d'alleggerire la pressione sul ciglione. Si appostarono
nel bosco.
Saetta cantava, sempre curvo sulla canna della sua mitraglia. Il nastro
srotolava nelle mani dell'inserviente. Le schegge dei mortai mulinavano
già vicino. Le mani dell'inserviente s'irrigidirono. Un uomo, strisciando,
lo rimosse e lo sostituì. Saetta si sentì caldo alle mani. Un fiotto di sangue
gli colava sull'impugnatura della mitraglia. La mano gli bruciava, la sentiva
di piombo, non ubbidiva più. Saetta continuò a cantare e a sparare.
I tedeschi, senza più la mira precisa della mitraglia, ripresero a salire
lentamente sui canaloni. Il tenente Manfredi stava per agganciarsi ai tedeschi
che affrontavano sparpagliati l'ultima costa prima del ciglione,
quando sulla sua destra crepitò all'improvviso una mitraglia, cui fece
eco dal ciglione un fuoco nutrito di fucili e di mitra. I tedeschi, colpiti
alle spalle, tentarono di portarsi avanti ma furono bersagliati dalle ultime
raffiche degli uomini di Saetta. Si sbandarono e precipitarono giù
dal pendio sotto il martellare della mitragliatrice garibaldina.
Gli uomini del tenente Manfredi si portarono più in alto per dominare
il valloncello, fecero passare i primi sbandati tedeschi, e poi presero
a sparare nel fitto dei gruppi. Dal ciglione, i garibaldini bersagliarono
i canaloni. I tedeschi compresero che, se non volevano essere tagliati
fuori dalla colonna che disordinatamente correva a valle, dovevano ritirarsi
prima che li incalzassero i partigiani. Lupo fermò i suoi uomini
che stavano per lanciarsi all'inseguimento.
L'altra colonna tedesca sulla destra, dopo essere stata fermata e ricacciata
dall'irruenza degli uomini del tenente Boglioni, aveva ripreso ad
avanzare e a premere, raggiungendo le posizioni del tenente Gatti. Il
Capitano riunì le ultime squadre di riserva, e partì di corsa alla testa dei
suoi uomini. Incrociò dom Benedetto che sosteneva un ferito: - Prega,
perché non veniamo meno al nostro dovere - gli disse. Dom Benedetto
passò davanti al comando. Non c'era un uomo in giro. Gli spari si
sentivano sempre più vicini. Piero aveva dovuto improvvisare altri giacigli
fuori della grotta. Miriam gli era sempre accanto, attenta e silenziosa.
341
Dom Benedetto si sentì chiamare, vide un uomo che correva verso
il comando: - I tedeschi sono in fuga, sono arrivati i garibaldini gridava. - Dov'è il Capitano?
Vedendo il loro Capitano portarsi in prima posizione contro i tedeschi,
gli uomini ripresero forza e contrattaccarono con impeto. All'improvviso
i tedeschi cessarono di sparare; da un masso spuntò uno straccio bianco
su un bastone. Il Capitano ordinò di cessare il fuoco. Uscirono tre graduati
tedeschi e avanzarono sotto le armi puntate dei partigiani. Il Capitano
s'alzò e si mostrò allo scoperto. Il tenente Gatti gli balzò al fianco.
I tedeschi guardarono sorpresi quei due ufficiali che indossavano la divisa
dell'esercito italiano, avanzarono con più sicurezza, si fermarono a pochi
metri e salutarono militarmente. Il Capitano rispose al saluto.
- Il nostro comando offre una tregua fino a domani mattina per poter
raccogliere i nostri feriti e portare a valle i morti. Poi ci ritireremo
fino alla nostra base di partenza al paese - disse il graduato di mezzo.
«La mitraglia di Saetta deve aver fatto una strage» pensò il Capitano. Poi
parlò cogli ufficiali e cogli uomini che erano appostati attorno a lui.
- Non è per come vanno le cose da questo lato che chiedono la tregua disse. - Deve essere successo qualcosa di grave per loro dall'altra parte.
Proporrei d'accettare. Siamo a corto di munizioni e anche noi abbiamo i
nostri morti e i nostri feriti.
Ritornò davanti ai tedeschi: - Accetto, però i vostri portaferiti saranno
sorvegliati a distanza dai miei uomini. Manderò subito un portaordini
per far cessare il fuoco dall'altro versante.
- Il nostro comando ha già chiesto la tregua anche dall'altra parte,
e i vostri uomini attendono la vostra decisione.
Arrivò Pinin mandato dal tenente Manfredi e confermò la cosa.
- Anche Lupo è pronto a riprendere il combattimento se lei non accetta
- soggiunse.
- Lupo? E stato Lupo? - chiese il Capitano.
- Siamo stati tutti - rispose con orgoglio Pinin.
Il Capitano scrisse un foglietto per il tenente Manfredi: - Fa' presto,
corri che avrai tempo di riposarti dopo. Corri Pinin -. Si rivolse ai tedeschi:
- Fra un quarto d'ora il mio ufficiale saprà dell'accettazione
della tregua da parte del comando partigiano.
I tedeschi cominciarono a ritirarsi. Erano le tre del pomeriggio. Il Capitano
svuotò il pacchetto di sigarette cogli uomini più vicini. Arrivò
Carabiniere che s'era smarrito non avendo più gli spari come punto di
riferimento. Raccontò dei garibaldini, della ferita di Saetta, degli altri
feriti, dei tre morti.
- Tenente Gatti, - disse il Capitano - provveda alla sorveglianza,
io vado da Lupo. Accompagnami, Carabiniere.
Quando si videro, Lupo e il Capitano affrettarono il passo per stringersi
la mano.
- Siete stati bravi, - disse il Capitano - ci avete portato un aiuto
determinante. Grazie.
Lupo si sentì un poco imbarazzato di fronte a quel pubblico riconoscimento
342
e rispose con fermezza: - Voi avete sopportato tutto il combattimento.
Per noi è stato facile, i tedeschi erano già sfiancati. Quella
mitraglia sui canaloni era un incanto.
- Vi invito tutti al nostro campo. Divideremo insieme le nostre
gallette.
- Grazie, Capitano, ma è meglio che ci ritiriamo subito sulle nostre
posizioni. Nei prossimi giorni i tedeschi ritorneranno in numero dieci
volte maggiore e con più rabbia di oggi. Sarà impossibile resistere. Il
rastrellamento di quest'inverno ci ha insegnato parecchie cose.
Il Capitano lo guardò meravigliato.
- Volete sganciarvi? - chiese.
- Colpire e, quando arriva, il nemico non deve trovare nessuno rispose vagamente Lupo. - Abbiamo avuto molte perdite quest'inverno.
Nemmeno i feriti furono risparmiati. Buona fortuna, Capitano.
Si strinsero di nuovo la mano. Il Capitano notò Balilla che se ne stava
nascosto dietro il poderoso corpo di Lupo. Gli battè la mano sulla spalla.
- Bravo Balilla.
- Sta bene il prete?
- La tuta è colore del sangue e della terra, ma sta bene.
- E il dottore?
- Anche il dottore.
- Salutameli, anche Rondine. Digli che ne ho steso uno anch'io.
Il tenente Manfredi riguadagnò l'osservatorio del mattino, mentre i
tedeschi imboccavano la mulattiera. Alcune case fumavano ancora. Si
sedette contro una pianta e s'accese una sigaretta. Guardò i suoi uomini
coricati sul terriccio soffice di foglie marcite e d'umidità. Finì la sigaretta
cogli occhi fissi nell'aria che faceva capire prossimo il tramonto.
Non pensava a niente. La testa era piena dei colpi di fucile e degli scoppi
dei mortai. - Col primo buio, scenderemo a ridosso delle case.
Dormiremo a turni in qualche stalla se ce ne saranno ancora in piedi,
pronti a ritirarci al primo allarme - disse ai suoi uomini.
A ridosso delle case, il tenente fermò la squadra. Gli era sembrato d'udire
dei movimenti sullo spiazzo fra la mulattiera e le case. Ripresero a camminare
cautamente aggirando le case annerite dal fuoco con le travi dei fienili
crollate. Un piccolo ovale di luce vagava nello spiazzo facendo intravvedere
qualche sagoma curva come di gente che cercasse. Il tenente puntò il
mitra. I suoi uomini s'addossarono ai sassi ancora caldi d'una casa.
- Chi va là? - gridò il tenente.
Dom Benedetto ne riconobbe la voce: - Vieni, tenente, - disse
- vieni a vedere la carneficina. Sono ancora dove li hanno trucidati.
- Ne abbiamo altri dieci dalla nostra parte, che valgono mille tedeschi
- disse Rondine sollevandosi dopo aver ricomposto il corpo
d'una vecchia.
- Sono dieci? - chiese il tenente.
- Undici dovrebbero essere, undici erano rimasti - disse singhiozzando
una donna.
Il tenente s'accorse allora che altre sagome erano contro il nero del
343
bosco a lato della mulattiera.
- Manca mio padre, - continuò la donna - è lui che ha sparato,
solo lui aveva nascosto il fucile da caccia.
La notizia dell'eccidio s'era sparsa confusamente in paese dopo l'arrivo
in barella del comandante tedesco. Alcuni bambini stavano gironzolando
attorno all'autolettiga. Il soldato al volante e l'infermiere accanto
cominciarono a scherzare coi bambini offrendo loro qualche
pezzetto di cioccolato.
- Io avere bambino come te - disse l'infermiere.
- Sono buoni i tedeschi - aveva detto una donna sull'uscio dirimpetto
all'autolettiga.
Caricarono velocemente il comandante tedesco sull'autolettiga. -Tutti
kaputt! - gridarono i barellieri ai bambini. L'infermiere era balzato a
terra e aveva sollevato la benda posata sugli occhi del comandante. Non
c'erano più occhi in quel viso tutto un grumo di sangue.
Verso l'imbrunire, l'ufficiale che aveva sostituito il comandante, prima
di salire sulla camionetta, mandò a chiamare il prete del paese:
- Abbiamo fatto una tregua fino a domani mattina per seppellire i
morti. Potete anche voi seppellire i vostri delle case là in alto.
La camionetta partì dietro alle autoambulanze e davanti al camion
dei morti e alle corriere dei soldati. I cannoncini anticarro rimasero in
paese con un forte gruppo di tedeschi. Alcune donne presero a salire la
mulattiera. Trovarono dom Benedetto e Rondine che ricomponevano
i morti. La donna ripeteva il suo racconto al tenente.
- Il parroco a momenti sarà qui coi muli... È mio padre l'undicesimo...
Lui ha sparato negli occhi del tedesco... Cercatelo, per amor di Dio.
- Per sparare e colpire in faccia doveva essere nascosto a pochi
passi - disse il tenente. Si fece dare da dom Benedetto la torcia.
La piccola lampada proiettava deboli strisce di luce su ammassi di travi
bruciate e lastre d'ardesia. A terra c'era una canna contorta di fucile
da caccia. Il tenente guardò in alto dove prima c'era il fienile. Il tetto
era crollato ma i muri avevano retto.
- Rondine, da' un'occhiata lassù.
Fecero spalletta a Rondine. - È qui, - disse Rondine - corto che
sembra un bambino.
Arrivò il parroco. Dietro a lui salivano tre muli con le tregge e alcuni
anziani.
- Li porteremo in chiesa e li veglieremo tutta la notte - disse.
- Ma i tedeschi... - obiettò il tenente.
- Ci lasceranno fare. C'è la tregua per i morti - rispose il prete.
Avvolsero i cadaveri in lenzuoli e li caricarono sulle tregge assicurandoli
con corde. Anche il corpo carbonizzato del fienile.
- Me lo porto io in braccio, non vedete che non pesa niente? supplicò la figlia.
- No, Fina - intervenne il parroco. - Non sta bene.
- Dio t'ha castigato, nemmeno tu vedrai più tuo padre, assassino urlò la donna.
344
Rondine cercò d'accodarsi al piccolo corteo. Dom Benedetto l'afferrò
per un braccio e lo trattenne.
Il parroco aveva intonato il rosario. Salivano sommesse le voci cantilenate
immergendosi progressivamente nel profondo silenzio della vallata.
La luna nel cielo era quasi tonda.
- Andiamo a far riposare un poco Piero - disse dom Benedetto a
Rondine.
Il Capitano quella notte non si coricò. Pochi al campo chiusero occhio
quella notte. Si pulivano e s'ingrassavano le armi, si contavano i caricatori
rimasti, si preparavano le buche per i quattro morti della giornata, si ripetevano
gli uni agli altri le gesta compiute. Ogni tanto il Capitano usciva
dal comando, faceva il giro del campo spingendosi fino ai posti di sentinella
più lontani, scambiava qualche parola cogli uomini e, prima di
rientrare, passava dai feriti. Le parole di Lupo, buttate là come per caso,
gli risuonavano nella mente sempre più insistentemente. Lupo non possedeva
dottrina militare ma, in compenso, aveva vissuto l'esperienza del
sanguinoso rastrellamento invernale condotto particolarmente contro i
garibaldini. «Colpire» aveva detto «e, quando arriva, il nemico non deve
trovare più nessuno». Ma dove andare, per colpire ancora, e fuggire di
nuovo con una formazione d'un centinaio d'uomini, con tutte le armi
pesanti, le provviste e i feriti? Sarebbe stato necessario spezzettare la formazione
in tante piccole bande, correndo il rischio di perdere il collegamento,
il frutto d'un lavoro faticoso e impopolare di disciplina, la forza,
insomma, propria d'una formazione che perfino la missione alleata aveva
apprezzato, scegliendola fra le altre per il primo lancio. Per i garibaldini,
forse, questo pericolo era meno presente, loro avevano un fazzoletto rosso
che indicava un legame comune, si sarebbero sentiti garibaldini ovunque.
Ma lui, che cosa poteva offrire qualora la formazione si fosse spezzettata?
Un ricordo, forse un rimpianto. E poteva abbandonare i suoi uomini
proprio nel momento in cui avevano maggiormente bisogno di lui?
Era mezzanotte quando fece la seconda visita ai feriti.
- Come vanno i feriti?
- Tano sta male, temo una peritonite. Altre ferite potrebbero generare
infezione, da richiedere l'amputazione degli arti.
- E se domani i tedeschi dovessero attaccare di nuovo e riuscissero
a sfondare le nostre difese? - fece pensieroso il Capitano. - Alla base
Cana è tutto predisposto, vero?
- Abbiamo fieno a sufficienza per i giacigli. I paracadute del lancio
e provviste per diversi giorni sono nascosti nelle vicinanze assieme a
qualche arma leggera, secondo i suoi ordini. Dobbiamo solo trasportare
gli strumenti e i medicinali - rispose Piero.
- Le farò sapere presto il mio piano.
Il Capitano s'avvicinò a dom Benedetto che vegliava i feriti: - Puoi
venire un momento con me? Ho bisogno di parlarti.
Camminarono un poco in silenzio.
- Stanotte debbo prendere una decisione importante, dom Benedetto.
Non ti chiedo un parere militare, tu sei come l'abate, ci capiresti
345
poco; è un problema di coscienza: posso io abbandonare ora i miei uomini
che m'hanno dato tutta la loro fiducia?
Il Capitano parlava adagio, calmo come sempre, esponendo quasi
freddamente il dubbio che lo tormentava, ma dom Benedetto capiva
che il Capitano metteva in quel momento in gioco tutta una linea di
comportamento rigidamente perseguita e ne doveva profondamente
soffrire. - Dovrei dire loro di disperdersi? Non sarebbe un lavarsi le
mani della loro sorte?... Meglio morire in mezzo a loro pur di non abbandonarli.
.. Oh, no, non credere che pensi alla morte eroica. L'8 settembre
ha fatto crollare diversi miti...
- Hai anche il dovere di salvare il più possibile le loro vite - disse
dom Benedetto. - Forse la sofferenza di quest'ora è il prezzo che devi
pagare per salvarli.
- Sono molto rigido nei miei schemi - disse sommessamente il
Capitano. - M'è difficile svestirmi dell'educazione e della disciplina
cui sono stato sottoposto.
- In un certo senso hai anche tu ricevuto un'educazione monastica sorrise dom Benedetto - dove esiste sempre il pericolo di affidare la
propria coscienza alla regola tramandata.
Ritornarono verso i feriti in silenzio. Giunti, disse il Capitano:
- Penso sia mio dovere riunire prima dell'alba tutti gli uomini disponibili
e decidere con loro. Grazie, dom Benedetto.
Alle cinque tutti gli uomini, ad eccezione della squadra del tenente
Manfredi interpellata per mezzo d'una staffetta e che aveva già espresso
il parere della dispersione, si trovarono davanti al comando. Ritto sulla
porta, il Capitano parlò. La sua voce era ferma. Espose con pari convinzione
la necessità di stare uniti e quella di disperdersi, mettendo
ugualmente in luce i rischi dell'una e dell'altra soluzione.
- Per la prima volta da che siamo insieme, lascio decidere a voi. Inutile
dirvi che il mio comportamento non significa una dimissione dalle
mie responsabilità di capitano, responsabile ultimo della formazione,
ma vuole esprimere tutta la mia stima in ciascuno di voi. Ciascuno,
dunque, dica il suo parere, ordinatamente. La maggioranza decide.
Parlò per primo Rondine, perché i suoi compagni vicini gli dicevano:
«Parla tu, Rondine, tanto per rompere il ghiaccio. Tu hai già avuto altre
occasioni di parlare col Capitano».
- Io dico quello che ho sentito dai morti, stanotte. (Ormai più nessuno
rideva quando Rondine parlava dei morti). Mi dicevano: fategliela
ai tedeschi, loro verranno e non troveranno nessuno. E poi, quando
il rastrellamento sarà finito, vi ritroverete tutti attorno al Capitano,
pronti a ricevere un altro lancio.
Saetta aveva voluto essere presente, con la mano che gli dolorava (come
se la mordessero i cani, imprecava).
- Io non ho sentito i morti - disse per secondo - perché non ho
le orecchie di Rondine, ma credo che il suo ragionare sia giusto. Le armi
pesanti le nascondiamo, ci dividiamo le munizioni e ci nascondiamo
a gruppetti. Io, per me, il Capitano sarà sempre il mio capitano.
346
- Giusto, giusto - fu un susseguirsi di voci.
- E quello che volevo dire anch'io - approvarono gli altri.
- Chi è del parere di Rondine e di Saetta, alzi la mano -. Non ci
fu nessuno che titubasse.
- E i feriti? - s'alzò una voce.
- La base Cana è il luogo più sicuro. Penso che qualche gruppo potrebbe
trovare nei dintorni un buon rifugio. E ora seppelliamo i nostri
morti - disse il Capitano.
Rondine corse a chiamare dom Benedetto. Deposero le salme nelle
buche. Rondine diceva continuamente: Adagio, adagio. Ogni uomo
sfilò buttandovi sopra una manciata di terra.
Poi si divisero in squadre di cinque, con un caposquadra. Le armi pesanti
furono nascoste in una profonda fenditura della roccia, subito
chiusa da massi.
- Partano prima due squadre coi feriti. Il mulo rimarrà alla base Cana. Ne avrai cura tu, Scoiattolo - ordinò il Capitano.
Assicurarono la barella di Tano sul dorso del mulo. Tano si sforzava
di sorridere.
- Sembro un papa qui sopra - diceva a tutti.
- Guarirai presto e riprenderemo insieme - gli disse il Capitano
stringendogli la mano.
Il mulo, condotto da Scoiattolo, apriva la strada. Seguivano due barelle
e i feriti, sostenuti, ciascuno, da un compagno. Ai feriti, oltre a
Rondine, erano addetti Cucciolo e Corsaro. Dom Benedetto sarebbe
rimasto alla base Cana finché la strada verso il monastero non avesse
più presentato immediati pericoli. Il Capitano l'abbracciò: - Che gli
spiriti dei vecchi monaci proteggano la base Cana - gli sussurrò.
- Capitano! - disse commosso Piero mettendosi sull'attenti.
- Tenente, ci rivedremo presto - gli rispose stringendogli la mano.
- D'ora in avanti ti chiamerò col tuo nome se mi permetti.
- Grazie, Capitano.
- E se ce li riporti tutti guariti, sacrificheremo insieme un gallo ad
Asclepio - aggiunse il Capitano.
Era la prima volta che Piero l'udiva indulgere a una reminiscenza.
- Insieme, Capitano - e Piero calcò su quelle parole perché, improvvisamente,
s'era ricordato l'ultima pagina dell'apologià di Socrate
tradotta in liceo: «Ma ecco, è l'ora di andare; io a morire e voi a vivere».
- Certo, certo, non ho nessuna intenzione di fare la fine di
Socrate - disse sorridendo il Capitano.
Strinse calorosamente la mano a Miriam: - Appena possibile ti accompagneranno
in paese. Per il momento starai alla base Cana. Sei stata
magnifica, partigiana Miriam.
Il mulo s'avviò. Gli uomini si voltarono per salutare ancora il loro
Capitano, ma il Capitano era già corso verso il comando.
Un paio di squadre s'avviarono verso la zona controllata dai garibaldini,
ma più a monte.
- Cercate di avvertire Lupo che ci siamo, per il momento, dispersi
347
tenendo conto dei suoi consigli - disse loro il Capitano.
Poi preparò il suo zaino con tutti i documenti della formazione. Alle
prime ore del mattino, passate ormai anche le squadre del tenente
Manfredi, si trovò con dieci uomini.
- C'è ancora una squadra che deve partire, la tua Pinin - disse con
voce distaccata. - Voglio essere l'ultimo.
- Veniamo tutti con lei. Il comando ha più bisogno di uomini disse Pinin. - Per il collegamento - soggiunse, quasi per sottolineare
che non volevano essere dei privilegiati.
- Grazie, ragazzi -. Stette un poco pensieroso: - Sono partito con
dieci uomini il 12 settembre - aggiunse.
- Sembra un secolo - commentò Pinin che era stato uno dei dieci.
Prima del tramonto, dom Benedetto celebrò la messa del giovedì santo
nella chiesetta romanica trasformata in infermeria. Nella stanza accanto,
aveva messo a scaldare una pentola d'acqua. Terminata la messa,
Rondine svuotò l'acqua in un mastello di legno, mentre dom Benedetto
diceva dall'altare: - Permettete che lavi i piedi a quanti di voi sono
stati feriti. Oggi è il giovedì santo, e in molte chiese si ripete il gesto
che Gesù ha compiuto nell'ultima cena. Non ho mai sentito questo gesto
così vero e normale come adesso. Vorrei lavare i piedi a tutti i nostri
compagni e amici dispersi sulle montagne. Voi, che avete oggi sparso
il vostro sangue, li rappresentate tutti. Ricordiamoli insieme, perdoniamoci
a vicenda i torti che abbiamo subito. Nelle chiese quando si lavano
i piedi, si canta: Dove c'è amore là c'è Dio.
Rondine gli era accanto e l'aiutava a togliere gli scarponi ai feriti.
- Vedrai che dopo ti sentirai meglio - disse a Tano. - L'acqua
calda ai piedi fa circolare di più il sangue e porta via l'infezione.
Erano parole d'amore, l'amore si serve delle parole più strane, più comuni
e più inconsuete, e lì c'era Dio, pensava dom Benedetto. Un versetto
in duemila anni mai ancora pronunciato durante una cerimonia
di giovedì santo: l'acqua che porta via l'infezione, come l'acqua del
Giordano che purifica la carne del lebbroso... ' Ubi carìtas et amar ibi
Deus est, cantavano al monastero. Li non cantavano, solo Rondine ricordava
la proprietà purificatrice dell'acqua, ma c'era Dio ugualmente,
che alitava sull'acqua fin dall'inizio, come aveva visto da sempre l'acqua
in quel mastello di legno purificare i piedi d'un uomo gravemente
ferito. Dio, per la virtù dell'acqua scaturita dal costato del Figlio tuo,
fa' guarire quest'uomo, pregava dom Benedetto. Te lo chiede la fede di
Rondine, non la mia che non sa dire a questa montagna: spostati. Se
tu vuoi, puoi guarirlo.
Saetta fece di no a dom Benedetto. Il monaco si ricordò dell'iniziale
rifiuto di san Pietro, ma non aveva il diritto di insistere.
- Ne è avanzata dell'acqua calda? - chiese Saetta a Rondine quando
tutto fu finito.
- Un poco, ma te ne scaldo ancora. Faccio un salto al torrente.
- No, me ne basta poca. , >,
- Aspetta che t'aiuto.
348
- Da te mi faccio aiutare, ma da quel prete... Sarei morto dalla vergogna
coi piedi che ho. Senti, Rondine, ma è proprio vero che oggi nelle
chiese lavano i piedi alla gente? Io credo che se la sia inventata dom Benedetto.
Io non ho mai sentito dire che i preti lavino i piedi alla gente.
Rondine tolse a Saetta gli scarponi e brandelli di calze, e gli porse una
pezzuola bagnata. Saetta si chinò, fece una smorfia per il dolore.
- Tirati su, faccio io - disse Rondine. - Di me non devi avere vergogna,
non sono un prete.
- Tu coi morti sei meglio d'un prete.
Rondine si chinò, arrotolò la pezzuola bagnata e cominciò a passarla
delicatamente fra un dito e l'altro del piede.
- Mi fai solletico - rise Saetta.
- Se ha detto così, deve essere vero. Dom Benedetto non può dire
storie. Non sarà in tutte le chiese, ma nella sua sì. Storie non ne dice continuò Rondine che pensava ancora al dubbio di Saetta.
- Sarà còsì, io di cose di chiesa non me ne intendo. Ma lavare o non
lavare i piedi alla gente, se tutti i preti stessero coi poveri sarebbe già
molto - ammise Saetta.
La luna era ancora più rotonda della sera precedente e più luminosa.
Piero e dom Benedetto uscirono e si fermarono molto tempo a guardare
l'abside illuminata dalla luna senza dire niente. Scoiattolo accarezzava
il mulo. Miriam tagliava e cuciva i paracadute per farne sacchi da
riempire con fieno, alla luce d'una lampada a carburo. A Rondine era
toccato il primo turno di guardia verso l'antica mulattiera.
Il cielo del venerdì santo s'apprestava a lavare in una soluzione di
biancore i profili dei monti, e già dom Benedetto era seduto contro
l'abside, avvolto in una coperta. All'incerta luce dell'alba, cercava di recitare
il mattutino detto delle tenebre. Lo guidava la memoria: salmi e
antifone impresse nella gola e sulla lingua, che si sviluppano pacificamente
nella penombra del coro, prima del riposo, quando fuori del
monastero ci sono solo luna e montagne. Astiterunt reges terrae... Gustò
quell'antifona d'apertura come mai gli era capitato, rivivendola nella
verità di quel giorno: anche ora i potenti della terra avevano fatto lega
contro colui che era stato scelto e unto dal Signore, quei poveri
feriti, e tutti gli altri che volevano un mondo nuovo, senza guerre. Faceva
più chiaro. Cominciò le lamentazioni di Geremia. Il motivo gregoriano
sulle lettere dell'alfabeto ebraico gli ritmava la lettura. Si accorse
che gli era accanto Rondine, chissà da quanto tempo.
- Non dormi, Rondine? Hai fatto la guardia stanotte.
- Non ho più sonno. Piero ha detto che Tano sta meglio. Non è ancora
fuori pericolo ma sta meglio. Si vede che l'acqua calda di ieri gli
ha fatto bene.
- A Cana - rispose dom Benedetto - l'acqua è stata cambiata in
vino per la gioia degli uomini.
- Già, - continuò pensieroso Rondine - il vino in certi casi va meglio
dell'acqua. Se Tano guarisce, anche tu don Benedetto devi bere. Una
brenta intera dobbiamo bere -. Tese le orecchie: - Non senti niente?
349
- Proprio niente.
- Questi sono colpi di cannoni in una valle lontana.
Adesso anche dom Benedetto sentiva. Rondine chiamò Piero. Piero
prese la carta e s'orientò: - Là ci sono le bande di Giustizia e Libertà, e
più avanti c'è Stalino. I garibaldini di Lupo per il momento sono fuori.
Quasi subito, sul sottofondo del prolungato e sordo boato del cannone,
punteggiarono fitti colpi di mortaio.
- Forse quei colpi sono per Lupo e noi non possiamo aiutarlo disse Piero. - Almeno sapesse della nostra infermeria! Potrebbe mandarci
i feriti più gravi -. Ricontrollò la carta. - Ci saranno tre ore di
cammino dal suo comando a qui; quattro, a trasportare dei feriti.
- Ma Lupo non è più al campo - disse sicuro Rondine. - Lupo coi
tedeschi è come un lampo, si fa vedere in un posto e tuona in un altro.
A onde attutite, venne dalla direzione opposta il rombo d'un aereo.
- Sono due - disse Rondine.
- Forse sorvolano le nostre posizioni dell'altro giorno.
I feriti in grado di camminare s'erano stretti attorno a Piero.
- Non c'è nessun pericolo per noi - li rassicurò Piero. - Questa
è una zona sicura, almeno per il momento.
Il rombo degli aerei si dileguò lontano.
- Non hanno visto niente e sono andati via - disse Saetta. - Chi
avrebbe immaginato che usavano anche aerei? Siamo importanti.
Quando la mano sarà a posto mi procurerò una mitraglia da contraerea.
- Stanno ritornando - disse Rondine.
- Io non sento nulla, ma ti credo - rise Saetta.
E poi ci furono dei boati che echeggiarono nelle vallate e nella gola
del torrente. Due, tre, quattro boati. Si risentì a ondate il rombo degli
aerei; e ancora boati.
- Bombardano le nostre posizioni - disse Piero. - L'altro giorno
le hanno individuate e oggi ci vogliono eliminare col sistema più rapido
e meno tostoso.
- Ma ormai anche il Capitano è partito, non c'è più nessuno laggiù.
Gliel'abbiamo fatta - commentò Saetta.
- Hanno bombardato i nostri morti - disse Rondine. - Dovevamo
scavare nella roccia, non metterli in terra.
A dom Benedetto risuonò nell'animo la frase della passione secondo
Marco: e lo posero in una tomba scavata nella roccia.
Quel mattino, come aveva immaginato Rondine, Lupo non era più
al campo. S'era reso conto che l'attacco alle posizioni del Capitano doveva
servire non solo a eliminare una formazione bene equipaggiata ma
anche a dare l'illusione che le altre formazioni operanti nelle vallate sulla
sinistra non fossero l'obiettivo principale. I tedeschi avevano giocato
d'astuzia. La stessa offerta della tregua al Capitano rientrava nei loro
piani qualora l'eliminazione degli autonomi fosse risultata più dura e
più costosa del previsto.
La notizia che il Capitano aveva disperso la sua formazione sorprese
Lupo, perché considerava il Capitano un duro, cocciuto nella sua concezione
350
militare della lotta, poco propenso ad ascoltare il parere e il
consiglio degli altri, quasi ne risultasse una diminuzione del suo prestigio
e della sua autorità. E tuttavia quella notizia gli aveva fatto piacere,
perché la nuova tattica che anche il Capitano seguiva l'aveva inventata
lui che non aveva studiato, quando, nascosto in una grotta dove a fatica
ci si entrava, senza mangiare da diversi giorni, quasi in un vaneggiamento
fra pochi uomini rimastigli accanto, con quel rastrellamento
che non finiva mai, aveva gridato: Colpire e, quando arriva, il nemico
non deve trovare nessuno.
Lupo guardava col binocolo, alla sua sinistra, la strada della valle che
formicolava di camion tedeschi. Gli giunse un boato lontano. «Stanno
attaccando Giustizia e Libertà con gli anticarro e i mortai» pensò. Diede
allora il segnale alle diverse squadre già predisposte di iniziare la
marcia parallela e contraria a quella della colonna tedesca, e di appostarsi
ciascuna nei luoghi stabiliti per essere pronti a colpire e a sganciarsi.
- Sparate solo quando c'è possibilità d'infiltrarsi - fu la sua
ultima raccomandazione.
Era calmo; quella eventualità l'aveva prevista, ne aveva discusso coi
suoi capisquadra, col commissario politico. Certo, era rischioso, ma un
nemico che non può sospettare la presenza del partigiano a cinquanta
metri da lui è meno pericoloso di quello che ti è distante cinquecento
metri ma sa che tu sei lì, e ti vuole stanare coi mortai, coi colpi incrociati
delle pesanti, e cerca di chiuderti in una tenaglia senza scampo.
- Bisogna colpire e fuggire, ma non in alto, in basso; arrivare fino alle
colline se è necessario. E poi, quando loro discendono con un pugno
di mosche in mano, noi risaliremo - aveva sostenuto.
La prima squadra di Lupo sparò sull'ultimo camion della colonna,
quando i tedeschi pensavano d'essere ancora in fase d'avvicinamento.
Il motore s'incendiò. I tedeschi saltarono dal camion, alcuni rimasero
immobili sulla strada; altri, feriti, si trascinavano lungo il ciglio. I colpi
raggiunsero anche il penultimo camion. Quando i tedeschi presero posizione,
i quattro uomini di Lupo non sparavano più. Stavano in fretta
salendo nella boscaglia per compiere poi un ampio giro e scendere verso
il fondo valle. I tedeschi cominciarono a battere la costa coi mortai.
Il rastrellamento era iniziato. Ma i mortai colpivano un terreno dove
nessun uomo di Lupo era in agguato. I tedeschi erano caduti nella trappola
e avrebbero perso molta della loro baldanza prima di giungere al
posto dove si trovavano altri uomini di Lupo per la seconda imboscata.
Lupo aveva riservato per sé e per gli uomini del comando l'azione più
rischiosa, quando i tedeschi, coll'allargarsi progressivo della loro colonna,
avrebbero controllato ogni accesso alla valle. Balilla aveva domandato
di rimanere con lui, e Lupo aveva dato il suo assenso, visto che
quel ragazzo, aveva detto agli altri tre uomini, era troppo svelto per essere
d'impaccio; e poi doveva crescere uomo.
L'autoblindo che apriva la colonna dei camion tedeschi e procedeva
lentamente, frugando con la mitraglia il fitto bosco degradante sulla
strada per rendere più sicura l'avanzata dei soldati a mezza costa, scomparve
351
alla vista di Lupo. ,t , .
- Presto, accendi la miccia, Aloscia - ordinò.
Aloscia strisciò fra i sassi del torrentello che passava sotto la strada,
arrivò al ponte, si alzò di scatto, accese la miccia, riprese a strisciare e si
trovò accanto a Lupo schiacciato in una cunetta col mitra puntato.
L'autoblindo, riapparsa a una cinquantina di metri, si fermò appena
prima del ponticello.
- Se ne sono accorti - imprecò Lupo. - Presto, ritiratevi, e dopo
la curva risalite il torrente. Vi raggiungo subito.
Dall'autoblindo scese un graduato, corse al ponticello, si buttò dalla
riva del torrente sulla destra della strada per esaminare la volta di pietra.
S'accorse della miccia, stette un momento incerto e poi si lanciò per disinnescare
l'ordigno presentandosi al mirino di Lupo. Il tedesco stette
un attimo curvo sotto il ponticello e poi s'accasciò. La mitraglia della
torretta cominciò a sparare nella direzione donde era partita la raffica
contro il graduato. I tedeschi dietro l'autoblindo si buttarono a terra,
ma i loro colpi si perdevano alti. La mitragliera non consentiva a Lupo
di muoversi. Aloscia e gli altri uomini avevano già svoltato quando intesero
la raffica del mitra di Lupo, e poi solo gli spari della mitragliera
e dei fucili dalla strada. Si fermarono indecisi.
- Avanti - ordinò Aloscia. - Lupo ci raggiungerà appena salta in
aria il ponte.
Continuarono a salire protetti dalle profonde rive del torrente. Udirono
il boato. Fecero di corsa qualche decina di metri, poi Aloscia si
voltò.
- Dov'è Balilla?
- Balilla s'è fermato ad aspettare Lupo.
Aloscia imprecò: - E voi non l'avete trascinato via?
La mitragliera e i fucili avevano cessato di sparare sotto una grandinata
di terriccio, pietre e sassi. Lupo s'alzò di scatto per portarsi dietro alla curva
del torrente. Dal bosco una pallottola di fucile gli forò sulla spalla il
giubbotto imbottito. Lupo si gettò a terra. Vide un tedesco ritto sulla riva
che gli puntava addosso il fucile. Fu più veloce Lupo, e il tedesco precipitò
sui sassi del torrente. La mitragliera aveva ripreso a sparare ma i
colpi si perdevano nel bosco. Lupo fece ancora qualche metro. Altri due
tedeschi apparvero sulla riva in alto. Si ributtò a terra. Udì uno sparo di
moschetto sulla sua destra. Vide un tedesco cadere e l'altro puntare il fucile
in direzione dello sparo. La raffica di Lupo e il colpo di fucile furono
contemporanei. Il secondo tedesco cadde all'indietro. Lupo si buttò dietro
alla curva del torrente e vide Balilla bocconi sul suo moschetto.
- Perché non hai ubbidito, Balilla?
- Salvati, Lupo, scappa. Fra poco i tedeschi ti saranno addosso disse Balilla con un fil di voce. - Sono contento... Scappa... Sono
contento di morire da garibaldino...
Svenne. Lupo se lo caricò sulle spalle e continuò velocemente a salire
con quel carico che non pesava niente.
Aloscia e gli altri due uomini, salita la scarpata dove il torrente s'incuneava
352
a destra verso l'alta montagna, attesero Lupo con le armi spianate,
nascosti fra i cespugli. Aloscia guardò l'orologio.
- Se fra dieci minuti non sono di ritorno, scendete al comando e informate
il commissario.
- Ma gli ordini... - fece uno afferrando Aloscia per un braccio. Aloscia imprecò contro Balilla e con uno strattone si liberò dalla presa: - Fra
dieci minuti, ho detto - e cominciò a scendere per l'alveo del torrente.
Aloscia vide Lupo che arrancava con Balilla sulle spalle. Gli fu presto
vicino.
- Dallo a me che sono fresco, questo testone.
- M'ha salvato la vita - disse Lupo posando Balilla delicatamente.
Ripresero più speditamente a salire, fino a raggiungere gli altri due
uomini. Adagiarono Balilla sull'erba. Lupo gli aperse il giubbotto e denudò
il petto. Una piccola ferita buttava un filo di sangue dalla parte
sinistra del petto.
- Per un poco non gli ha spaccato il cuore - disse Lupo. Si rivolse
ai tre: - Che aspettate? Scendete, presto.
- Rimango io con Balilla, te lo porterò al comando - disse Aloscia.
- Andate, ho detto - disse rudemente Lupo.
- Un comandante non deve rischiare più del necessario. Tu servi alla
brigata - insistette Aloscia.
- Un comandante deve comandare... e allora presto, scendete rispose secco Lupo. - Vi raggiungerò al comando.
Gli uomini ubbidirono e corsero giù verso un valloncello fra sassi e cespugli.
Lupo tamponò la ferita con una pezzuola. Balilla riaprì gli occhi.
- Ti fa molto male? - gli chiese Lupo.
Balilla cercò di sorridere. Lupo se lo ricaricò sulle spalle e cominciò a
scendere, attento a evitare il più possibile i sobbalzi del terreno accidentato.
Risalì la scarpata dall'altra parte ed entrò nel bosco. Doveva seguire
il ripido valloncello in modo da aggirare, tenendosi al coperto, la colonna
tedesca. Il comando, dove già si era rifugiato il commissario, era una
baita protetta da fitti castagni, quando la montagna cominciava a cedere
alla collina. Quella baita era servita da base nei giorni della riorganizzazione
dopo il rastrellamento invernale, per le puntate alla ricerca di armi
e di viveri, e i garibaldini vi avevano costruito accanto dei piccoli
bunker. Lupo controllava, dal limitare del bosco, il ciglione, fermandosi
non appena gli s
Scarica

Luisito Bianchi. La messa dell`uomo disarmato. Un