A10
594
Paola Delfino
C. CRAYONS
DE COULEURS
CATALOGO DELLA RASSEGNA
Copyright © MMX
ARACNE editrice S.r.l.
www.aracneeditrice.it
[email protected]
via Raffaele Garofalo, 133/A-B
00173 Roma
(06) 93781065
ISBN
978–88–548–3342–5
I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica,
di riproduzione e di adattamento anche parziale,
con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.
Non sono assolutamente consentite le fotocopie
senza il permesso scritto dell’Editore.
I edizione: giugno 2010
Indice
7
Presentazione
9
Artisti e opere
39
Appendice
7
Presentazione
Delineare l’arte contemporanea o meglio, citando
Gillo Dorfles, il “post post-moderno” significa per
critici e studiosi entrare in un mondo multiforme
privo di canoni e strutture.
Lasciata da parte una metodologia storica, il
critico si trova nella posizione di chi deve affrontare
il proprio giudizio estetico, aiutato, semmai e solo in
piccolissima misura, da un parametro sociologico.
La spinta primaria per poter fruire del variegato
panorama artistico è una percezione, una sensibilità
capace, lei soltanto, di creare un cortocircuito fra
ogni prodotto artistico e colui che gode del sue
essere. Non si tratta dunque di una metodologia che
ha pretesa di oggettività, ma piuttosto tendenza
verso “il punto di vista”, come qualcosa che può
fornire nuovi spunti interpretativi. E questo vale per
ogni forma d’arte. Da qui l’idea della rassegna; una
rassegna che ha operato una scelta decidendo di
divenire mostra espositiva, piuttosto che spazio
performativo, musicale o quant’altro, ma non tanto
per bloccarsi tra pittura e disegno, quanto, partire da
queste, per evidenziare come la “contaminazione”
possa essere riscontrabile anche sulla tela o sulla
carta.
L’intento è quindi quello di non chiudersi in uno
studio asfittico e troppo vasto per potersi concludere
in un catalogo – o ancor più in una semplice
presentazione – e nella sola proposta visiva delle
opere di una cinquantina di giovani artisti, ma di
analizzare un punto, un momento, uno degli
elementi chiave del “neo-moderno”.
In quella ricerca di “naturalistico” (in senso
corporeo), a volte astratto e concettuale, a volte
figurativo, l’arte “post post-moderna” (tradizionale o
digitale che sia) sembra trasmettere per immagini
fisse l’influenza di altre arti, mostrando un che di
“teatrale” e di “sonico”: dalla body art alla
performance, dalla musica al fotogramma
cinematografico.
Certo la “contaminazione” in sé non può essere
considerata “principio nuovo”, soprattutto se si
guarda al Novecento. In molti casi teatro, pittura e
disegno si sono trovati insieme; dai futuristi che in
Russia segnarono il mondo artistico in quanto
sfruttarono la pittura nelle scenografie, fino
all’amicizia tra Picasso e Cocteau: prodotto di
questo sodalizio fu, infatti, il balletto Parade. Pablo
Picasso arrivò a Roma il 17 febbraio del 1917 con
Jean Cocteau per lavorare al primo balletto cubista
della storia, Parade appunto, che sarebbe stato
inscenato dalla compagnia dei Balletti Russi il 18
maggio 1917 al Teatro Chatelet di Parigi. Picasso
ebbe l’incarico di progettare le scenografie e i
costumi del balletto, Jean Cocteau era stato scelto
per redigerne il libretto.
Indimenticabile, poi, tutta l’opera di Kantor,
insieme regista e pittore, ma anche i lavori di
8
Antonin Artaud. Nella primavera del 1920, dopo
aver lasciato la clinica psichiatrica di Neuchâtel,
Artaud porta con sé tutta la sua disperazione e i
dipinti realizzati nei due anni trascorsi in Svizzera:
solitamente oscure campagne ricoperte di neve, che
rendono palese l’influsso del pittore Ferdinand
Hodler; quasi tutti i suoi primi scritti riguardano
temi e problemi legati all’universo delle arti
plastiche e le sue scenografie, l’uso delle luci sulla
scena riflettono i cupi paesaggi hodleriani e lo
smarrimento che traspariva già nei suoi stessi lavori
pittorici.
E si può continuare con il sodalizio tra Robert
Rauschenberg e John Cage, fino all’esperienza di
unione e quindi di reciproca influenza fra gli artisti
di Fluxus.
La “contaminazione” è stata una costante nel
secolo precedente al nostro, eppure qualcosa di
nuovo è osservabile.
Se, infatti, quasi sempre in passato l’arte
pittorico/plastica era stata il principio primo e
generatore, oggi in molti casi si può riscontare
un’inversione di tendenza; quella propensione a
estrapolare sensazioni e idea creativa dalla loro
plasticità, dando vita sulla scena a figure e concetti
espressi sulla tela o sulla carta, è divenuta una
ricerca della possibilità di fissare, fotografare
emozioni e “corporalità”, quasi a voler catturare
quello spirito fluttuante e inafferrabile che propone il
contemporaneo. Non è un caso che molti degli artisti
presentati alla rassegna abbiano anche esperienze e
interessi in settori diversi da quello plasticofigurativo e spesso queste esperienze precedono o
comunque affiancano il loro lavoro pittorico.
Fra le tante opere presentate in questa rassegna
c’è anche qualcuna che si ispira a un figurativo di
matrice più classica, sostenendo l’idea che per l’arte
attuale è impossibile trovare una linea estetica che
accomuni in assoluto.
In ogni caso l’esposizione è stata “privata” della
consueta didascalia: titolo e autore. La scelta è stata
appunto una “metodologia della privazione”,
un’estetica dell’“assenza”, che spinga lo spettatore a
immaginare
piuttosto
che
a
osservare
semplicisticamente. Non un’esperienza voyeristica,
ma un esercizio creativo che possa far entrare il
fruitore nel “mondo” dell’immagine che si presenta
davanti ai suoi occhi, nella sua autoreferenzialità,
nella sua “differenza” e dunque nella sua essenza.
Non una mostra senza titolo che sia solo una
vetrina per opere senza titolo, ma piuttosto un
criterio che sottolinea il voler guardare oltre gli
schemi già acquisiti. I quadri, i disegni posti su un
muro come frammenti di un puzzle “decostruito”
sono visioni che, attraverso la loro “decostruzione”,
allontanano ogni pensiero deduttivo. L’induzione
regna sovrana nel sogno intangibile, illogico e
sovversivo che è l’opera stessa.
Quella che superficialmente potrebbe apparire
come una trovata sbrigativa è in realtà
un’impostazione scientifica, che crede nella
possibilità di scoprire ancora un territorio “vergine”
per l’arte, uno “spazio” aperto e “bianco”, come
pagina su cui scrivere liberamente, sperimentando;
un porsi con rispetto di fronte a ogni opera, al
segreto della sua presenza.
Unico aiuto è venuto dalle tre sezioni a tema in
cui le sette giornate sono state suddivise. Ide-Azione
In-Forme ha posto l’accento sul processo creativo
concettuale e astratto, fluttuante tra sogno e realtà,
tra pupazzi e maschere, tra linee e colori, tra
anarchia e voglia di “spazio”; Sulla carta o sullo
schermo... disegnare ha proposto una serie di lavori
realizzati come semplici disegni su carta o come
Digital Art; Figure allo specchio ha fatto riscoprire
il figurativo tra passato e presente
Paola Delfino
9
Paola Adornato
Nata a Maropati in provincia di Reggio Calabria
nel 1972, attualmente vive e lavora a Torino.
Si è diplomata presso il liceo artistico e ha
frequentato l’Accademia Albertina di Belle Arti di
Torino, diplomandosi in Scultura.
Si dedica alla pittura da diversi anni,
partecipando a mostre d’arte contemporanea
nazionali e internazionali.
I suoi quadri mettono in luce soggetti solitamente
in ombra, riuscendo invece a dargli un posto di
rilievo e a mostrarli come opere d’arte, facendogli
acquistare un valore positivo e intrigante, anche
grazie all’uso del colore.
Sono sempre strutture e oggetti che prendono
vita, invece di rimanere semplice scarto sociale,
come nel caso dell’opera esposta durante la rassegna
“C. Crayons de couleurs” (v. Fig. 1), In-Side, nella
quale il rappresentato non è altro che un vecchio
bidone.
Il suo lavoro parte dallo studio di fotografie che
scatta in luoghi poco accessibili, il tutto viene poi
rielaborato e nascono così variazioni di colore,
contrasti, sfumature e tagli prospettici.
Francesca Ascione
Artisti e opere
Nata nel 1982 a Roma, si laurea in Architettura e
si dedica e specializza alla progettazione di spazi
pubblici. Partecipa e vince numerosi concorsi con
gruppi diversi. Vive dei periodi in Francia e
attualmente lavora a progetti artistici tra i monti
delle Alpi Apuane.
Tutti i lavori della Ascione fanno pensare a un
esercizio di pazienza, la ripetizione estenuante di un
gesto per campire il negativo del disegno, fino ad
arrivare alla definizione dell’immagine come spazio
vuoto risultante.
L’opera proposta durante la rassegna ( v. Fig. 2)
si ispira alle necropoli etrusche con le loro reti viarie
scavate, il titolo, appunto, Necropoli. Le città dei
morti trasmettono la sensazione di tornare
all’interno, alle radici primigenie. Il sottosuolo come
un mondo immaginato, riflesso del sogno.
Riccardo Attanasio
Nato il 26 Gennaio 1982 a Napoli, dove studia
scultura, specializzandosi in design presso
l’Accademia di Belle Arti, finiti gli studi in Italia, si
trasferisce a Londra, qui prosegue a studiare alla
Camberwell University of the Art. Sempre a Londra,
attualmente lavora come insegnante d’arte.
L’opera presentata (v. Fig. 3), dal titolo Il ciclo
della vita, rappresenta il cammino che tutti
intraprendono nella loro vita terrena.
10
La composizione dell’opera segue un percorso
circolare che va dalla nascita alla morte e vuole
mostrare le prove da superare durante il cammino
(rappresentate per esempio dalle piccole gocce di
sangue sul corpo della donna).
Secondo Attanasio i gironi di Inferno, Purgatorio
e Paradiso di Dante sono presenti sulla terra e
vengono ripetuti a ogni nuova nascita, a meno che
non si faccia un vero e proprio lavoro su se stessi; il
giallo usato sullo sfondo per rappresentare la follia e
il caos della vita terrena.
Shura Baggio
Nata a Pordenone nel 1976, inizia il proprio
percorso
artistico
prediligendo
la
pittura
tradizionale, dipingendo a olio e lavorando la
ceramica. Dopo il diploma in Maestro d’Arte in
grafica stampa e fotografia, si laurea in psicologia.
Sceglie di seguire due diversi percorsi artistici: la
pittura del “microcosmo” e la “non-pittura”, così da
lei definita ed espressa nel suo ultimo ciclo d’opere
intitolate Appesi al chiodo. Una tecnica stilistica
nuova, sperimentale, legata ai temi del riciclo, del
cerchio vita/metamorfosi.
Il quadro presentato alla rassegna “C. Crayons de
couleurs” risale al suo primo ciclo d’opere (quelle
del “microcosmo”) e si intitola Cellula (v. Fig. 4): è
una pittura del particolare, di quello che non si può
vedere a occhio nudo; una pittura che, per i suoi
colori molto accesi e le forme curiose, vuole essere
ironica e surreale.
Un particolare che diventa evidenza nel sue
essere raffigurato come macroscopico, ma
soprattutto una “non figurazione” in assoluto: il
particolare si ingigantisce, ma non si rivela. La
carica cromatica attrae senza comunque tracciare
linee precise di classificazione per l’opera.
Luna Bernardeschi
Nata a Livorno il 31 Agosto 1991, frequenta il
liceo classico-archeologico portando avanti uno
studio sull’arte figurativa come passione personale.
Passa dal semplice disegno, al carboncino, alle
tempere arrivando infine a concretizzare queste
capacità in una produzione che sposa arte visiva e
musica.
I
pezzi
realizzati
rappresentano
materialmente i pensieri e le emozioni di una
giovane artista livornese che arricchisce il
linguaggio pittorico, su tela o tavola, con materiali
extra-artistici, in particolare ispirati al mondo
musicale retrò.
Il carattere portante della produzione di Luna è la
quasi del tutto assente intenzione di dare un canone
di interpretazione alle sue opere. La “vera”
interpretazione sta nell’occhio di ciascun
osservatore, non ci sono “traduzioni” standard.
Anche se evidente è la sperimentazione e la tensione
verso la contaminazione artisica di matrice
avanguardistica.
In questo caso, con l’opera esposta durante la
rassegna (v. Fig. 5) dal titolo, Inspiration - Corsa
all’oro, Luna ha colto l’occasione per rappresentare
la nascita di un’idea musicale. Il processo di
ideazione e di creazione visto, dunque, come
qualcosa di insito nell’animo umano; una interiorità
rappresentata dal colore molto caldo dello sfondo,
che richiama l’utero materno. Una visione
emozionale della musica che non è solo nota su
spartito, ma vero flusso vitale, una conquista, una
“corsa all’oro”.
Dario Bonaffino
Nato a Licata in provincia di Agrigento il 12
agosto 1981, frequenta l’Accademia di Belle Arti di
Firenze dove sviluppa motivazione per la
sperimentazione artistica: unisce il suo principale
interesse per la pittura con quello per la videoarte,
cercando di realizzare opere pittoriche in movimento.
Durante un periodo di studio a Granada,
approfondisce le sue conoscenze sul tema,
frequentando una scuola di disegno animato
tradizionale e sperimentale e nel 2009 prosegue in
questo senso frequentando un corso di Animazione
Creativa presso l’IED di Torino.
Con Man-I, l’opera presentata durante la rassegna
“C. Crayons de couleurs” (v. Fig. 6), l’artista sembra
ironizzare sull’importanza che assume il linguaggio
gestuale in situazioni in cui non ci si può avvalere di
un linguaggio verbale; l’uso volontario e non, che il
corpo comunica con la propria gestualità.
Una valigia chiusa rappresenta il viaggio, con la
conseguente chiusura della personalità, l’assenza
delle parole, l’interruzione di una comunicazione, il
tutto causato dal trasferimento dal proprio paese
d’origine. Lo smalto bianco e il supporto di pelle
marrone alludono ai colori di un corpo umano, un
corpo “altro”, appunto, chiuso nella sua valigia. Solo
le mani sono libere quasi a sottolineare la necessità
di tastare, conoscere, abbracciare, sentirsi vicini a
ogni altro essere umano, seppur non sempre
comprendendone completamente il linguaggio.
Lisa Calanca
Nata a Ferrara il 4 dicembre 1982, il suo percorso
di studi artistici ha visto come prima tappa l’Istituto
d’Arte “Dosso Dossi” della città nativa, per poi
proseguire a Roma nel settore del design e
multimedia. Qui ha mosso i primi passi nel campo
della progettazione creativa. Attualmente risiede a
11
Bologna. Il suo lavoro spazia dalle arti visive alla
progettazione di articoli di design.
L’opera presentata alla rassegna (v. Fig. 7), dal
titolo I pensieri degli oggetti, mostra una porzione di
stanza, un luogo personale di studio e lavoro in cui
gli oggetti ci rappresentano. I vari arnesi,
ammucchiati e nascosti tra loro, si intersecano. Così
un pennello entra in un cuscino, una piastra di un
ferro da stiro in una lampada. A volte si
sostituiscono alla nostra presenza, e sembrano quasi
darci voce, dare voce alla nostra interiorità, ai nostri
pensieri.
Una specie di collage pittorico, molto caotico, sia
per i colori, sia per la sovrapposizione di linee e
immagini.
Erica Calardo
Nata nel 1980, dopo la laurea in Filosofia
conseguita presso l’Università di Bologna e il
dottorato di ricerca in Logica matematica
(Manchester, UK), segue per alcuni anni i corsi di
Pittura e Illustrazione presso l’Accademia di Belle
Arti di Bologna.
Nel 2009 insieme ai dj del collettivo Soulfood
Community fonda la Soupy Records, un’etichetta
discografica indipendente che produce 45 giri in
vinile.
Fra il 2007 e il 2009 partecipa a varie mostre di
illustrazione, fumetto e pittura. Ama dipingere a olio
sui pannelli di vecchi specchi dalle cornici dorate
neo-barocche, che sanno di soffitte abbandonate.
Predilige le tecniche tradizionali che piega alla
volontà dei suoi sogni inquieti. Sogna la fusione
totale di Arte, Matematica, Musica e Filosofia in un
turbinante miscuglio pop-barocco.
In questa tendenza, tra il pop e il fumettistico, si
inserisce Stabat Mater Dolorosa (v. Fig. 8), l’opera
presentata alla rassegna.
Sara Calzolari
Nata a Genova il 21 aprile 1981, si è diplomata al
liceo artistico e in seguito ha frequentato
l’Accademia Lingustica di Belle Arti. Ha altresì
terminato un corso regionale qualificandosi
decoratrice e attualmente prosegue nella sua
passione per l’iconografia.
L’opera presentata è un nudo dai colori tenui
eseguito su tela (v. Fig. 9), dal titolo Nudo, appunto.
Per l’artista esso diventa un mezzo per confrontarsi
con la realtà del corpo e del rapporto con l’ambiente
che lo circonda.
Un lavoro, quello della Calzolari, che è
essenzialmente basato e ispirato all’arte figurativa,
una riproduzione fedele del reale anche nei
particolari, uno scorcio privato e una sintesi
personale che molto ricorda il realismo
esistenzialista. Il tutto si volge in uno spazio
circoscritto e riconoscibile. È una figurazione in
tensione, assorta di fronte all’incombere del vero e
impegnata a dare segni e spessori alle reazioni
individuali, ai sentimenti e alle emozioni del privato.
Genny Catalano
Nata a Bari il 15 Aprile 1985, inizia il suo
percorso di studi presso il liceo artistico “G. De
Nittis” della sua città.
In seguito, all’Accademia di Belle Arti di Foggia,
affina la sua manualità, matura le proprie
conoscenze e apprende nuove tecniche: il mosaico, il
chiaroscuro a resa iperrealista e la calcografia.
Nel 2007 consegue il diploma di laurea in Arti
Visive e Discipline dello Spettacolo, sezione Pittura
e nel 2009 la laurea magistrale nella stessa area
disciplinare, ma sezione Decorazione.
Oltre a questa ha già partecipato a altre due
mostre collettive. L’opera Il senso della vita è una
sorta di rappresentazione della vita ingabbiata dal
“tempo”, il quale scorrendo la avvolge e la “chiude”
in una condizione ineluttabile. Ma al deserto arido e
sconosciuto si contrappongono le nubi portatrici
d’acqua (v. Fig. 10). “Ineluttabilità” e voglia di
vivere si scontrano e si incontrano.
Maria Rita Chichi
Nata a Palermo nel 1980, si diploma al liceo
artistico e prosegue gli studi in Pittura presso
l’Accademia di Belle Arti della sua città.
Vive e lavora in Sicilia, come libera
professionista nel campo delle arti visive,
dell’insegnamento, della fotografia e della grafica.
Collabora con “Bartolo Chichi – Art&Photo
Gallery”, curando e allestendo mostre collettive e
personali, promuovendo giovani artisti siciliani e
non solo.
L’opera che presenta alla rassegna (v. Fig. 11)
dal titolo, Gli innamorati in verde, è un piccolo
dipinto nato dall’esigenza di interpretare una tela di
Marc Chagall.
Le due figure sono, all’interno della
composizione,
isolate
e
descritte
quasi
geometricamente, nel momento in cui le loro labbra
sono vicine. È un sentimento semplice, puro e
incontaminato che si svela agli occhi dello spettatore
con una tonalità insolita e casta, che si tinge di un
eccentrico smeraldo. Un quadro “colorato” e
avanguardistico
(così
come
“colorata”
e
avanguardistica e tutta l’opera del maestro da cui
trae ispirazione) e allo stesso tempo pacato e
introspettivo, onirico e leggero sempre nel migliore
stile chagalliano.
12
Carlotta Colombo
Nata nel 1983 in provincia di Como, compie i
suoi studi presso l’Accademia di Belle Arti di Brera,
dove si diploma in pittura nel marzo 2007.
Come forme d’espressione predilige la fotografia,
la videoinstallazione e la grafica.
Parallelamente a un percorso di studio legato alla
memoria corporea, sta sviluppando (soprattutto in
fotografia e grafica) una ricerca legata agli alberi.
Il tema dell’albero per quanto stilizzato (nella
grafica) o ripreso a formare un quadro astratto (nella
fotografia) è dettato, evidentemente per la Colombo,
dall’influenza “dell’albero cosmico” di Beuys, dai
suoi molteplici e interculturali significati.
Lo stesso si può dire del lavoro che l’artista
presenta alla rassegna “C. Crayons de couleurs” (v.
Fig. 12), dal titolo treecosmo#3: l’immagine di
sottilissimi alberi colorati, più simili a fiori, leggeri
ed esili, ma ordinati, assolutamente identici. Alberi
che poco sembrano voler avere in comune con la
natura; lo sfondo bianco non ricorda l’ambiente
piuttosto un foglio bianco sul quale scrivere “la
vita”, una vita delicata e colorata, una vita in
comune con quelle di molte altre vite “gemelle”.
Serena Colongo
Livornese di origini eritree, è da molti anni
presente sulla scena artistica. Allieva di Jindra
Capek, si è laureata all’Accademia di Belle Arti di
Firenze. Oltre che dipingere, ha realizzato vari lavori
come graphic designer.
Nell’opera Sulla riva (v. Fig. 13), in esposizione
durante la rassegna “C. Crayons de couleurs”, si
rappresenta la riva di un lago nelle cui acque
galleggiano bianchi fiori di loto (quasi simbolo di
una vita “illuminata”). La scena si svolge presso un
bosco, luogo adatto alla meditazione, il fondo di
color rosso vivo, vuol indicare l’urgenza e la
passione della verità; le immagini si ispirano a una
miniatura del Markandeya Purana (1785 circa), arte
del Pangiab. Interessante è la semplicità e la
delicatezza delle forme, che rimanda in effetti, a un
qualcosa di “essenziale”, di “spirituale”, così come il
“nero” assoluto del cielo: nero come libertà, nero
come infinito.
Leonardo de Lafuente
Nato a Buenos Aires in Argentina il 12 di
novembre di 1977, a partire dal 1997 frequenta la
facoltà di Belle Arti dell’Università Nazionale de La
Plata (Argentina), diplomandosi nell’anno 2001. In
seguito partecipa a diversi corsi di approfondimento:
fotografia, illustrazione, aerografia e disegno dal
vero. Dal 2004 risiede in Alto Adige.
Molte le importanti mostre a cui ha preso parte in
Argentina, Italia e Spagna.
In questa rassegna presenta, Dolcefarniente (v.
Fig. 14). Quasi come creazione che sgorga proprio
in un momento di ozio, i piccoli segni grafici, le
figure distorte, gli ironici e un po’ “annoiati”
disegnini svelano un’artista indecifrabile, ma attento
ai particolari e all’animo umano sempre più nomade
e “monade”, come monadi sparse sono le sue figure
in cammino. Tutte sullo stesso sfondo, ma solitarie,
cose e persone condividono la loro esistenza seppure
ognuna sembra essere il pezzo di una bottiglia in
frantumi. Riproduzione esatta del sociale, che non
sembra però intenzionale, ma piuttosto frutto di un
“dolce far niente”, appunto e fa di de Lafuente
un’artista capace di far risalire “semplicemente”
dagli abissi la profondità umana.
Federica De Ruvo
Nata a Teramo il 25 febbraio 1981, laureata
all’Accademia di Belle Arti di Bologna in
Decorazione e successivamente iscritta al biennio
specialistico in Illustrazione, attualmente vive e
lavora a Strasburgo.
L’opera che espone durante la rassegna “C.
Crayons de couleurs” si intitola Sua Altezza (v. Fig.
15) ed è stata creata digitalmente utilizzando la
tecnica
del
collage,
rispetto
a
disegni
precedentemente realizzati a penna.
Così parla l’artista del suo lavoro: «La
simbologia della cicogna mi ha sempre
particolarmente affascinata. Da bambina mi
raccontavano che fu una cicogna a portarmi sulla
terra e io, continuo a cercarla. Questo è un omaggio
a lei». Come sogno che riaffiora e si ricompone.
Vito Dichio
Nato a Montescaglioso provincia di Matera il 29
dicembre 1982, durante tutto il suo percorso, l’artista
ha partecipato a importanti concorsi tra i quali: il
Concorso Internazionale “Leonardo Paterna
Baldizzi”, promosso dall’Accademia Nazionale Dei
Lincei di Roma (2007) e “Love Art”, in Villa Orsini
a Scorzè (Venezia, 2009).
Ha inoltre preso parte tra il 2006 e il 2009 a
esposizioni collettive e personali fra cui ricordiamo:
la collettiva “Formale o Informale?” presso la
Galleria PentArt in Trastevere (2006, Roma) e la
mostra personale presso il Teatro Affabulazione di
Ostia (2007, Roma).
Presenta in questa rassegna due lavori (v. Fig. 16
e 17) Momenti di vita e Il giudizio.
Momenti di vita, avvolto nei suoi colori
autunnali, come dice l’autore: «rappresenta l’odore
acre dei distillati e della trementina, svela un senso
13
melanconico di vita vissuta, di ricordi fumanti, di
calore e luce».
Per quanto riguarda invece Il Giudizio lo stile del
quadro richiama il precursore dei surrealisti,
Hieronymus Bosch, ma lo attualizza, usando uno dei
temi centrali del nostro tempo, la rivolta della
natura. All’interno di uno spazio, che rappresenta
l’universo terrestre, diverse figure di farfalle e
uccelli si agitano alla ricerca di creature umane. I
ruoli si invertono, prima l’uomo che con le sue mani
ha estratto dalla terra più del necessario e l’ha
portata sull’orlo della catastrofe, poi la natura, che
stanca di questi soprusi esplode in un impeto di
rabbia e si ciba di lui, cercando di ristabilire un
equilibrio. La natura si ribella e l’uomo né è schiavo.
Ornella Di Scala
Nata a Napoli, compie i suoi studi presso
l’Istituto d’Arte “Umberto Boccioni”. Nel corso
degli anni partecipa a diverse mostre nella sua città
natale.
Artista versatile nella scelta dei soggetti, rivela
però una propensione per il figurativo e il ritratto in
particolare.
Lo sguardo e tutto ciò che può rivelare
l’interiorità umana diventano punto focale del suo
lavoro artistico, insieme al mondo animale di cui
riesce a catturare l’essenza, non tralasciando di
evidenziarne la bellezza oggettiva e corporea, forme
e colori.
Infine non mancano sporadiche incursioni nel
mondo dell’illustrazione; fra le varie esperienze
artistiche annovera, infatti, anche il lavoro di
disegnatrice editoriale.
L’opera scelta per la rassegna (v. Fig. 18) “C.
Crayons de couleurs” si intitola Samuel. Al centro
ovviamente gli occhi. Gli occhi piangenti connotano
la figura del bambino di colore, che con il suo
sguardo triste tinge di sentimento l’arte figurativa
dell’artista.
Angela Esposito
Nata ad Acquaviva delle Fonti in provincia di
Bari, ha iniziato come autodidatta, seguendo poi un
corso di disegno presso la scuola dell’artista Sergio
Gatti a Gioia del Colle e un corso di pittura a olio
presso la scuola dell’artista Francesco Zefferini ad
Acquaviva delle Fonti.
L’opera in mostra in questa rassegna, dal titolo
Sguardo verso (v. Fig. 19), vuole rappresentare gli
sguardi della contemporaneità volti a osservare la
realtà circostante da una visuale quasi sempre
soggettiva, ma fortemente riflessiva: è uno sguardo
senza soggezioni ideologiche, ma piuttosto libero da
ontologie tradizionali rivolto a una interpretazione
del reale nuova e personale. Ai nostri occhi un volto
ben delineato, una figura perfetta che guarda in cerca
di risposte.
Gianluca Floris
Nato nel 1986 vive e lavora tra l’Inghilterra e
l’Italia. Laureato all’Accademia di Belle Arti di
Brera nel 2009 ha partecipato a varie mostre e
concorsi.
Alla rassegna “C. Crayons de couleurs” espone
un’opera (v. Fig. 20) nella quale «nonostante la
brillantezza delle tinte, la serenità e l’allegria restano
in secondo piano negate da una patina che tenta di
cancellare e di rendersi antagonista dell’esperienza
dei colori. Le trasparenze fanno intuire un universo
seminascosto eppure esistente, una sorta di passato
dell’opera che coincide con la storia dell’esperienza
artistica. Oltre la superficie è un tumulto di forme,
un mondo multistratico e multifasico che avverte
della complessità dell’atto creativo. Evidente è la
predilezione per un segno che, di volta in volta,
sottolinea e disturba le masse di colore. Questa
grafia, accennata o calcata, ha un che di infantile e
racchiude l’espressività delle prime parole e delle
esitazioni di chi si avvicina alla scrittura. È il tempo
che passa e mostra la sua natura fatta di armonie
instabili, mutevoli, dinamiche e vitali» (Claudia
Pinna).
L’assenza
del
titolo
conferma
quella
“metodologia della privazione” con cui la mostra
tutta a voluto confrontarsi.
Alberto Fontanella
Nato il 30 ottobre 1975 a Biella, si diploma al
liceo linguistico “A. Negri” della sua città. In
seguito si iscrive al DAMS di Bologna – indirizzo arti
visive – dove si laurea in Fenomenologia degli Stili
con una tesi su Michelangelo Pistoletto e l’Arte
Povera.
Durante l’università si appassiona all’arte digitale
e finiti gli studi prosegue, da autodidatta, in questa
sua passione, realizzando diversi lavori, già esposti
sia in Italia che all’estero.
A questa rassegna partecipa con l’opera (v. Fig.
21) dal titolo Fly away II (in the night), che è stata
scelta sia per la forma non convenzionale, sia perché
esprime bene le potenzialità della sua ricerca sui
colori e sulle forme che ama.
Il disegno sembra collegarci a un mondo onirico
quasi caramellato dai colori innaturali, dove con un
aereo di altri tempi possiamo librarci e liberarci dalla
vita moderna, ritrovandoci immersi in un mondo
silenzioso e dolce dove i nostri sogni, le nostre
fantasia possono divenire realtà. Fantasie non
rappresentate nel lavoro, per dare la possibilità a
14
ognuno di trovare le proprie attraverso il volo
proposto dall’artista.
Anna Gallo
Nata a Napoli nel 1976, ha studiato pittura e
incisione (si è laureata all’Accademia di Belle Arti
di Napoli), interessandosi ai grandi artisti, in una
ricerca dell’immagine, nell’esplorazione del
soggetto/oggetto, per arrivare a una emotiva
introspezione e metamorfosi del corpo, seguita dalla
sperimentazione tecnica e materica. In questo senso
predilige supporti di carta e tessuti e mette insieme
olio, acrilico, acqua, smalti, carboncino, gessetti,
china, e caffé, affinando sempre più la tecnica
incisoria del bulino. È presente nel settore artistico
dal 1997 partecipando a mostre collettive e concorsi.
Attualmente vive a Prato dove insegna Arte.
Alla rassegna presenta Abbraccio (v. Fig. 22),
un’opera tratta da una serie monotematica. Davanti
all’osservatore due corpi congiunti nell’abbraccio,
che tendono talvolta a perdere la stessa distinzione
anatomica, i contorni scivolano in una sorta di
dissoluzione fisica, verso l’astrattismo.
Francesca Gallusi
Nata a Parma il 17 gennaio 1970, pittrice
autodidatta, inizia la sua attività artistica circa
vent’anni fa, esponendo i suoi lavori in varie mostre
personali nella sua città. Nei periodi estivi il litorale
adriatico gode delle sue opere, poiché la Gallusi si
propone come artista di strada.
La tela presentata durante la rassegna “C.
Crayons de couleurs”, dal titolo Aaxoon (v. Fig. 23),
mostra una carica cromatica attraverso la quale, le
varie tonalità del rosso divengono l’immagine stessa.
Grandi e decise pennellate di colore rendono il
lavoro quasi una scultura, una sorta di rilievo
sensoriale; certamente, nell’intenzione dell’artista,
rappresentazione del tormento dei sensi. Le frenesie
irriducibili e incontenibili, le ossessioni, le paure, le
gioie e i divertimenti peccaminosi si intrecciano in
un insolita danza tridimensionale.
Daniela Giarratana
Nata a Bari nel 1982, si diploma all’Accademia
di Belle Arti di Lecce e frequenta successivamente il
corso d’Illustrazione presso la Scuola Internazionale
di Comics a Roma.
Partecipa a mostre, concorsi ed eventi
scenografici. Viene selezionata al concorso “Disegni
al sole” e “Stelle Nascoste. Galileo e l’universo”;
ottiene il secondo premio al concorso Magnefut
“Cibo ed eros”.
Pubblica Che cosa ti sei perso e Mettiamo in
scena i proverbi, per la Lupo Editore. Vive a Padova
dove ha insegnato per la Scuola Internazionale di
Comics.
Attualmente collabora con l’Associazione
Artemisia per l’ideazione e la conduzione di
laboratori artistici per bambini.
Nell’opera digitale esposta durante la rassegna (v.
Fig. 24), dal titolo Danzando, crea, attraverso lo
sfondo e il colore, un’atmosfera silenziosa e
notturna, dove uno spirito che ha le sembianze di un
piccolo corpo femminile balla dolcemente con la
luna.
Valeria Giordano
Nata a Padova il 22 aprile 1982, ha frequentato il
corso di Arti Visive e dello Spettacolo presso
l’Università IUAV di Venezia e quello di Pittura
presso l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano.
Nel 2006 ha conseguito il diploma in Illustrazione e
Animazione Multimediale presso lo IED di Milano.
Ha partecipato a molte mostre collettive e ha
all’attivo due personali.
L’opera presentata a questa rassegna si intitola
Suono interiore (v. Fig. 25). Un turbine di colori
informi, ma che sembrano a tratti in movimento a
tratti nient’altro che piccoli frammenti ben delineati
per delimitare uno spazio, il loro spazio, diverso
nonostante prossimo a ogni altro frammento. Il
colore, ciò che divide e allo stesso tempo unisce,
diventa paesaggio immaginifico e immaginario,
“interiore” appunto. È un “suono”, quello della
Giordano, non programmato e strutturato, non
partitura ma elemento naturale che circonda e
pervade.
Graziana Giunta
Nata a Enna nel 1976, dopo una formazione
artistica interdisciplinare, si sposta in Francia dove
partecipa a diversi stages presso il centro d’arte
moderna “G. Pompidou”. Rientrata in Italia segue un
corso di formazione in arte terapia antroposofica.
Nel 2006 si trasferisce a Mayotte, isola dell’Oceano
Indiano, dove lavora come insegnante d’arte.
Attualmente
è
impegnata
presso
l’atelier
“Manituana”, in Sicilia.
L’opera esposta durante la rassegna (v. Fig. 26)
dal titolo, La danza, evoca antichi rituali tribali.
Figure in cerchio riproducono le armoniche danze
indigene e danno un sapore etnico al quadro, insieme
alle brillanti cromie che ricordano con forza
l’Africa. Un viaggio esotico ricorrente in tutta la
produzione dell’artista, che indubbiamente riproduce
nei suoi lavori anche le emozioni della lunga
esperienza indiana.
15
Giovanna Guerrisi
Nata a Messina nel 1987, nel 2005 si trasferisce a
Firenze per frequentare l’Accademia di Belle Arti e
da lì, dopo aver ottenuto il diploma, a Milano per il
master in Photography and Visual Design alla NABA.
Matura varie esperienze di stage e lavorative nel
campo della fotografia, collaborando con diversi
fotografi e artisti, tra i quali: Marco Garofalo, Guido
Clerici, Monia Tartarini e la casa discografica Sugar
di Caterina Caselli. Ha esposto durante varie
manifestazioni e festival di pittura e fotografia e in
diverse gallerie di Messina, Firenze e Milano.
L’opera Fiumara D’Arte IV (v. Fig. 27) fa parte
di una serie di quattro dipinti tratti dal film
surrealista Il viaggio clandestino - Vite di Santi e
Peccatori per la regia di Raul Ruiz e ambientato
nell’omonimo parco scultoreo siciliano, il più grande
ma sconosciuto d’Europa.
Ha partecipato a varie mostre collettive in
gallerie quali la Candid Art Gallery di Londra, la
Infantellina Contemporary di Berlino, la Galleria
De’ Serpenti e la Fonderia delle Arti a Roma, oltre
che a numerosi eventi nel panorama nazionale.
In questa rassegna l’artista espone due opere: I’m
Blue...of colors e Il castello errante di Laura (v. Fig.
30 e 31). Buffi personaggi fumettistici quelli che si
presentano al nostro sguardo. Su un letto di colore,
simpatiche figure colorate esse stesse creano un
mondo reale e surreale, immaginifico e giocoso. Sa
di fresco, di leggero, ma anche di “naturalmente”
provocatore e corporeo il pensiero che prende vita
sulla tela. Marionette teatrali e dirompenti, che
“urlano vita”.
Selena Maestrini
Nato a Faenza in provincia di Ravenna nel 1976,
Davide Lega è pittore autodidatta, scultore,
scenografo e musicista noise.
Alla rassegna presenta l’opera Barbie over sixty
(v. Fig. 29), caricatura di un se stesso impaurito
dallo scorrere del tempo. Davanti ai nostri occhi una
specie di fumetto piuttosto “grottesco”, una vera
figura allo specchio. Lunghi nasi di legno spezzano
il carico di rosa che pervade la visione, il tutto con
tratti e linee precise, quasi a voler illustrare una
specie di “favola” dolorosa e “bugiarda”.
Nata il 25 settembre 1982 a Bagno a Ripoli, in
provincia di Firenze, nel 2001 si diploma in scultura
all’Istituto Statale d’Arte di Firenze. Nell’anno
2006/2007 consegue il diploma in Pittura
all’Accademia di Belle Arti di Firenze.
Espone il proprio lavoro in varie personali e
collettive, tra le più recenti la collettiva “Agorà
game over- play again” all’interno della Fabbrica di
ceramiche Brunelleschi a Pontassieve e la collettiva
“Medicina dello sguardo”, un intervento di
allestimento delle sale del Pronto Soccorso
dell’Azienda Ospedaliero Universitaria di Careggi,
Firenze. A fine 2009 partecipa a un progetto, nato da
un’idea dell’antropologo Alessandro Fornari,
sull’illustrazione dei canti popolari della tradizione
toscana, realizzando un’esposizione-concerto nel
comune di Fiesole. Partecipa all’iniziativa
“StaARTpoint 2010” dell’Accademia di Belle Arti
di Firenze. Il suo percorso è composto da lavori di
piccole dimensioni, con una tecnica che mischia
matite, penna, olio e grafite sulla carta. Le opere, a
volte, sono il risultato di semplice ed effimera
attrazione, più spesso parte di un promemoria
necessario e personale.
Sala d’attesa, presentata alla rassegna (v. Fig.
32), racconta la strana distanza di un’anziana coppia,
immersa nel ritmo del vivere di tutti i giorni. La
raffigurazione di un’immagine in cui, le due figure
assorte delimitano lo scorrere del tempo, come
un’intercedere tra due fotogrammi, che si ripetono di
continuo; uno studio sull’essenza che due soggetti
raccontano e mettono in relazione nella loro
quotidianità.
Laura Leo
Debora Manigrasso
Nata a Lecce nel 1983 e laureata in pittura presso
l’Accademia di Belle Arti di Bologna, ora vive a
Roma e collabora con associazioni, artisti e locali.
Nata a Grottaglie in provincia di Taranto il 25
febbraio 1980, ha frequentato l’Istituto Statale
d’Arte di Grottaglie, nella sezione di Grafica
Silvia Infranco
Nata a Belluno nel 1982, dopo aver completato
gli studi classici, si laurea nel 2007 in
Giurisprudenza a Bologna. Si avvicina, però, presto
al campo pittorico compiendo studi da autodidatta e
frequentando il laboratorio dell’artista spezzino F.
Vaccarone. Attualmente vive a Bologna.
Nell’opera Intermezzo a due (v. Fig. 28),
presentata alla rassegna, la delicatezza del primo
vero incontro riemerge in un ambiente familiare che
assume nel ricordo i tratti di dimensione surreale. Le
forme si abbandonano nella neutralità cromatica
dell’interno, come forza isolante e protettiva, per poi
riemerge negli oggetti quali unica tensione evocativa
di un reale passato.
Davide Lega
16
Pubblicitaria. Nell’autunno del 2007 si trasferisce
nelle Marche, a Jesi, dove inizia a esporre i suoi
quadri. Attualmente vive a Fabriano.
L’opera esposta, Tenebre (v. Fig. 33) fa parte
della collezione del primo periodo dell’artista. La
tecnica usata è quella del puntinismo e sfumature di
gessetto. È un’opera che mostra semplicità nelle
immagini e nelle forme, ma una buona tecnica. Il
bianco e nero rende bene il “notturno” e un’idea di
“silenzio” la avvolge.
Maria Marino
Nata a Messina il 4 giugno 1980, attualmente
vive a Siena, dove insegna Storia dell’Arte. Ha
conseguito il Diploma di laurea in Decorazione
presso l’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria
e ha partecipato a varie collettive nella sua città.
La sua pittura è libertà, rifugio tranquillo in cui
può manifestare le sue intuizioni, i suoi pensieri, i
suoi stati d’animo. Una libertà che dà sollievo, che
offre, nei segni, movimenti leggeri, “scatenati”,
senza le inibizioni a cui il corpo e lo spirito sono
spesso sottoposti nella realtà tangibile, concreta della
quotidianità. Ogni segno come in un automatismo
psichico, diventa quasi un messaggio inconscio di
quello che lei sente e che vuole manifestare.
Narrazione fluida di un’intimità non verbalizzabile,
non
rappresentabile
se
non
nell’impasto
“confusamente sensato” dei segni, dei colori e dei
materiali.
L’opera presentata, Isola (v. Fig. 34), è intrisa di
segni unici, metafora del vivere che in ogni attimo è
irripetibile, nuovo di colori e forme. Spesso però la
parola isolata perde la sua ragione di “essere”,
lasciando spazi vuoti inutili; spazi che
successivamente saranno invasi da parole in libertà,
pensieri reconditi, sensazioni interiori, intuizioni
nascoste. Parola e pittura si incontrano, creando un
parallelismo tra pensiero e azione, idea e gesto.
Rossana Marzella
Nata a Bitonto, in provincia di Bari, il 10 luglio
1980, ha studiato Scenografia presso l’Accademia di
Belle Arti di Napoli. Ha partecipato a vari eventi e
spettacoli teatrali e ha curato la scenografia di
cortometraggi e documentari. Artista poliedrica
associa l’arte scenografica alla pittura, esponendo in
vari concorsi e mostre collettive tra cui
l’Internazionale Italia Arte Torino 2010.
La Marzella si sottopone a una continua analisi
del proprio inconscio che riporta su tela, creando una
pittura ricca di simbologie, dimensioni surreali e
visionarie e dimostrando la volontà di spingere lo
spettatore ad affrontare le sue paure nascoste.
L’opera Fly Off (v. Fig. 35) rappresenta il tema
del sentirsi “appesi” o “sospesi” a qualcosa di
emozionale e onirico piuttosto che materiale e la
voglia di liberarsi da ogni “gancio” per volare verso
il sogno, portando con sé solo riflessioni e pensieri.
Gabriele Nicolotti
Nato a Novara il 20 settembre 1981, fin da
piccolo si applica nell’apprendimento di tecniche
pittoriche e, cercando una sua via in campo artistico,
alterna musica e pittura, frequentando prima il
Conservatorio e poi il liceo artistico; intraprende
parallelamente alla vita da liceale un nuovo
percorso, saltando a piè pari nel mondo writing e
firmando i suoi lavori con la tag Herman. In seguito
si iscrive alla NABA a Milano, indirizzo Media
Design–Audiovisivi. L’Accademia lo avvicina al
mondo del cinema e della video arte, senza mai
fargli dimenticare la sua primaria passione per le
tecniche pittoriche che, col passare del tempo, si
trasformano in tecniche grafiche: Digital e Bit Art.
La contaminazione di più generi, la passione per la
Pop Art e le grandi dimensioni convincono l’artista a
fondere il concetto di pittura con la grafica digitale,
come dimostra l’opera presentata (v. Fig. 36), New
God.
Silvia Papotto
Nata a Catania nel 1979, studia Architettura,
affinando – anche attraverso il disegno geometrico –
le capacità artistiche.
Alla rassegna “C. Crayons de couleurs” presenta
due opere: Il Sole (v. Fig. 37) e La musica in testa
(v. Fig. 38).
Entrambi i lavori sono molto colorati e gioiosi: il
primo riesce sapientemente a mettere in scena le
qualità solari, energia (nella palla di fuoco centrale),
esplosione di calore (negli schizzi di colore),
luminosità (nel contrasto fra la base celeste e il cuore
arancio-giallo), così il sole diviene un fuoco
d’artificio pop/impressionista; il secondo, ancor più
evidentemente ispirato alla Pop Art e al design
pubblicitario mostra un ironica caricatura del
compositore Giovanni Allevi. Ancora una volta il
rosso prevale, simbolo e base di un caos mentale
“divertente” per contro a “un’ordinata monotonia”.
Ebe Petronio
Nata a Latina nel 1972, la sua formazione
comincia al liceo artistico della propria città.
Consegue il diploma di laurea in Pittura presso
l’Accademia di Belle Arti di Roma; gli anni
accademici saranno quelli della sperimentazione
cromatica e formale.
17
A conclusione di questo percorso, la tesi di laurea
su l’opera di Umberto Boccioni, accompagnata da
uno scatto in avanti nella produzione pittorica, che
comincerà a risentire dei nuovi mezzi digitali a
disposizione.
Questo costituisce solo l’inizio di un modo di
procedere, mediato da una elaborazione dell’idea
prima fotografica, poi digitale, infine pittorica. I
diversi passaggi della Petronio sono da intendersi
come la volontà di cristallizzare una esperienza
soggettiva in un oggetto compiuto, che è la chiave
dei diversi momenti della vita dell’artista: “paesaggi
interiori”.
Frutto di un viaggio in Canada, Niagara, l’opera
presentata alla rassegna (v. Fig. 39), mette in scena
l’evento naturale soverchiante lo spettatore o
l’artista, il quale rimane inerme di fronte alla
grandezza e alla forza dirompente delle cascate.
Prevale una matrice espressionista, che carica il
quadro di un ricordo evidentemente presente durante
l’esecuzione.
Cristiana Petrosino
Nata il 15 novembre 1991 a Triggiano, provincia
di Bari, si diploma al liceo artistico.
L’opera esposta durante la rassegna (v. Fig. 40),
_mani, è stata realizzata nel novembre del 2009,
applicando su un foglio di compensato quattro
pannelli di truciolato di diverse dimensioni, trattati
successivamente con ducotone e vernice bianca e
infine dipinto a tempera.
Il senso di questo lavoro è rintracciabile nelle
modalità espositive con cui è stato realizzato, infatti,
la texture di fondo, le linee dei pannelli e l’effetto
“doppio” dello sfondo danno l’idea della
frammentazione e instabilità della realtà che
combinato con il forte contrasto, quasi da
sovraesposizione fotografica, rende il tutto “alieno”
e lontano. Una tensione delle mani che sembra
anelare a qualcosa impossibile da raggiungere.
Elisa Piccinini
Nata a Parma nel 1981, ha frequentato l’Istitito
d’Arte “Paolo Toschi”, e poi ha conseguito il
diploma di laurea all’Accademia di Belle Arti di
Bologna.
I suoi quadri sono vere e proprie esplosioni
cromatiche. La sua ricerca artistica si sviluppa
attorno alla realtà umana nelle sue molteplici
sfaccettature, specialmente l’interiorità dell’uomo,
con la sua ansia di assoluto e la sua sete di infinito.
Nuovi ritmi, nuovi spazi, per un dialogo da tradurre
in segni. Nuove armonie, nuove dimensioni, che si
dischiudono in realtà inesplorate.
Alla rassegna partecipa con due opere: Sole e
Essenziale (v. Fig. 41 e 42). In Sole sembra cercare
un centro luminoso che sia faro nel buio del caos. In
Essenziale l’allineamento costante di sottili linee
colorate sembra voler rappresentare il concentrarsi
nel vivere solo il “sottile”, come profondo,
essenziale appunto.
Alice Pini
Nata a Saronno il 30 agosto 1982, consegue il
diploma presso il liceo artistico statale “Candiani” di
Busto Arsizio con indirizzo sperimentale grafico,
successivamente ottiene la Laurea in Architettura
Civile al Politecnico di Milano.
Da sempre la sua passione è il colore, nel suo
aspetto plastico e materico. Nel corso della storia
dell’arte, questo elemento, è venuto sempre più
emancipandosi dal disegno, dalla forma, diventando
esso stesso l’essenza della rappresentazione, Alice lo
considera come una “pasta” da modellare nella quale
imprimere la realtà, un amalgama grazie al quale i
sentimenti e le paure, come attraverso uno stampo,
riescono a trovare una forma fisica. Nei suoi lavori
utilizza materiali vari: vino, the, caffé, foglie e fiori,
tessuti e oggetti di diversa natura, acquistano vita
artistica.
Nella produzione della Pini tutto è insieme
plastico, reale, immediato e pronto da toccare. La
ricerca della verità, nel suo aspetto tattile, implica un
rapporto fisico con l’opera d’arte, sia da parte dello
spettatore, che è invitato a interagire con un’opera
pittorica tridimensionale, sia da parte dell’artista, la
quale opera sul dipinto utilizzando anche il proprio
corpo come pennello: le mani spalmano e stringono,
spremono, raggruppano, distribuiscono la materia
colorata. A metà strada fra pittura e scultura si
presenta, infatti, l’opera esposta durante la rassegna,
In volo (v. Fig. 43).
Vera Portadino
Nata a Varese nel 1984, nel 2007 si diploma alla
Nuova Accademia di Belle Arti di Milano in Arti
Visive. In seguito si trasferisce a Londra dove
consegue prima un Postgraduate Diploma poi un
Master in Fine Art presso il Chelsea College of Art
and Design. Ha partecipato a varie mostre collettive
e allestito molte personali; attualmente vive e lavora
tra Milano e Londra.
Il suo lavoro nasce come una pratica
multidisciplinare; interessata ai più diversi linguaggi
espressivi con l’intento di indagare il tema
dell’identità da un punto di vista prevalentemente
esistenziale, psicologico e filosofico. Parole chiave
come frammento, memoria, natura e segno sono al
centro del suo discorso.
18
Nell’ultimo anno si è dedicata prevalentemente
alla pittura su larga scala, inscenando paesaggi tra
sogno e realtà, dove gli oggetti più disparati (vecchi
e in disuso) prendono vita.
L’opera che presenta per la rassegna è Finestrella
dal cortile (v. Fig. 44). È un’opera molto giovane,
risale all’estate 2007, e testimonia il discorso sulla
memoria e l’annotazione di un oggetto corroso dal
tempo: una finestrella, che, come dice l’artista
«affacciandosi sul mio cortile di Seven Sisters,
Londra, raccontava ogni giorno un pezzo in più della
sua storia, e di quella delle persone che vi hanno
guardato attraverso».
Davide Riccardi
Nato a Bitonto, in provincia di Bari, il 18 maggio
del 1981, si diploma nel 2000 al liceo artistico “G.
De Nittis” di Bari.
Ha lavorato come scenografo, restauratore e
decoratore d’interni senza comunque mai tralasciare
l’arte del disegno e della pittura.
L’opera Uomo Donna (v. Fig. 45), con la quale
partecipa alla rassegna, presenta in primo piano due
figure, rappresentate l’una con colori caldi e a tratti
spigolosi, l’altra viceversa con colori freddi e linee
morbide, richiamando rispettivamente gli stereotipi
del maschile e del femminile, per poi stravolgerli
attraverso l’immagine. La figura femminile fa sua la
figura maschile, quasi preda. Sullo sfondo una
natura selvaggia. Il tutto in chiave un po’ fantasy.
Claudia Linda Rossetti
Nata a Padova nel 1981, frequenta il liceo
artistico “Santa Caterina” di Treviso e dopo un corso
biennale, diventa restauratrice di dipinti su tela e
affreschi.
Collezionando
numerose
tra
esposizioni
collettive e personali, diventa ben nota nell’ambiente
artistico veneto (realizza decori e piccoli restauri in
alcune ville prestigiose della Marca e a Desenzano
sul Garda), ma anche fuori. Espone, infatti, a
Bologna nella Galleria d’Arte 18, partecipa a
Longarone Fiere e, nel 2008, a una prestigiosa
collettiva a Istanbul.
Predilige la tecnica mista su tela e non delinea i
volti, quasi a non voler attirare l’attenzione sul
particolare, ma su una visione complessiva
dell’opera. Dipinge il sentimento più della materia,
l’astratto più che il reale. Abbracci e danze
richiamano a esperienze sensoriali primitive ed
emozionali piuttosto che tattili.
Il minimalismo delle linee, evidenziabile nelle
due opere esposte Amore e psiche e Danza Tribale
(v. Fig. 46 e 47), rimanda all’essenza e all’essenziale
di un gesto o di un rito.
Cristina Rossi
Nata nel 1969, vive e lavora a Bastia Umbra in
provincia di Perugia.
Ha perfezionato il suo percorso di artista
frequentando l’Accademia di Belle Arti di Perugia;
inoltre, ha avuto esperienze sia come docente, sia
come critica d’arte. Alcune tra le più importanti
mostre alle quali ha partecipato con le sue opere
sono: “Festival dei due mondi” (Spoleto,
1993/94/95); “Nuove proposte 2001” (Ferrara,
2001); “World Festival of Art on Paper” (Slovenia,
2001); “Artisti di Bastia” (Bastia Umbra, 2003);
“Metamorfosi”, Museo “V. Colonna” (Pescara,
2004); “Kontemporanea”, Castello “Carlo V”
(Lecce, 2005); “Premio S. Crispino” (P. S. Elpidio,
2006); Premio Arte Laguna (Mogliano Veneto,
2007); “Acqua per la pace” (Latina, 2007); “Premio
Bianchi Arte & Pittura” (Marsala, 2009); “Lo cunto
de lo mare” (Napoli, 2009).
In questa rassegna presenta, Emozione (v. Fig.
48). Così l’artista racconta la sua opera: «La vita
interiore è un dinamismo di emozioni; sono le forze
inarrestabili che dominano la nostra anima,
susseguendosi in un ritmo di luci e di ombre, in una
infinita varietà di cromie. L’opera vuole evocare il
fragore di un’emozione che dirompe, pur essendo
racchiusa e “contenuta” nell’anima».
Luca Rossi
Giovane artista romano, lavora per “l’esercito”
dei Gormiti, famosi action figures per bambini.
Nasce come artista 3d, ma in breve tempo la sua
mano e la sua passione lo porta a diventare un
illustratore, facendo della Digital Art il suo canale di
ingresso privilegiato nel panorama artistico/creativo.
Amante dei fumetti di Frank Miller, artisticamente
ama la sperimentazione.
L’opera The Joker (v. Fig. 49) si ispira al noto
personaggio del comic Batman. L’immagine –
realizzata interamente in photoshop – si presenta
volutamente come un vecchio poster rovinato e si
inserisce fra i vari disegni digitali presentati alla
rassegna “C. Crayons de couleurs”.
Annalisa Ruggieri
Nata a Teramo il 22 maggio 1982, dopo il
conseguimento del diploma di maturità classica, nel
2001 si iscrive alla facoltà di Scienze della
Comunicazione e nel 2004 si trasferisce a Milano
dove consegue il Diploma di Progettista di
abbigliamento presso l’Istituto “Carlo Secoli”. In
questi anni però la necessità di dipingere e di “usare”
la tela la spingono a realizzare svariati quadri di
natura astratta con anima pop.
19
L’opera The war (v. Fig. 50) si inserisce nella
rassegna raccontando in maniera personale la guerra
in Afghanistan: da una parte tanti visi sottili,
agglomerati informi di genti a rappresentare la
sofferenza del popolo, il pianto, la distruzione e la
morte; dall’altra schizzi di rosso, fuoco e sangue
immagine del potere. La netta contrapposizione
bene-male/gioia-dolore, che nel quadro trova il suo
culmine, è il leitmotiv delle opere di questa giovane
artista.
Ilenia Salaris
Nata il 18 ottobre 1990 a Carbonia, studia arte da
autodidatta, scoprendo a poco a poco quegli artisti
che diventeranno per lei modelli di riferimento,
come Pollock, Gorky, Duchamp, Ryman e Cattelan.
La sua passione si traduce ben presto in una vera e
propria necessità di intrappolare su tela e foto il suo
stato d’animo.
Il quadro presentato, Confusion (v. Fig. 51),
sembra voler comunicare la confusione derivante
dall’essere in bilico tra sogno e realtà, dal non
trovare una propria identità, dalle tante domande che
restano senza risposta, dalle infinite opinioni,
impressioni, sentimenti tra loro opposti e
contrastanti che animano spesso lo spirito
dell’uomo; i pensieri affollano la mente come
particelle impazzite, maschere grigie inserite in
piccole bolle di sapone. Sullo sfondo un nero
tagliente, il buio del silenzio.
Arte concettuale, pop contemporaneo quello della
Salanis, carica di significati e significanti nascosti o
svelati dalla “maschera neutra”, una specie di teatro
alla Alfred Jarry.
Alessandro Santantonio
Nato a Racale, in provincia di Lecce, il 20
Aprile1982, l’elemento portante e di collegamento
delle sue opere è la rappresentazione di stati d’essere
e d’animo, più o meno reali e surreali, per i quali
spesso lo sfondo musicale fa da protagonista. Ogni
opera nasce, si sviluppa e giunge a compimento
avendo come input una canzone, una melodia, una
colonna sonora o, anche più semplicemente, un
suono, immediato, pulito o sporco che sia. Vita,
quindi, costruita dai suoni, rappresentata dai suoni,
fusa con essi e generata da essi. Ma, accanto alle
proiezioni degli stati emozionali creati dalla musica,
si affianca una necessità d’espressione, che spesso
contrasta con una realtà vorticosamente proiettata al
divenire. Ci si trova così d’innanzi al conflitto tra il
bisogno d’esteriorizzazione dell’intimo nelle sue
molteplici sfaccettature e l’impossibilità temporale
nell’attuare ciò. Impossibilità o comunque
restrizione temporale determinata da una società
troppo distratta da una richiesta di velocità, di
soddisfazione, di approvvigionamento e produzioni
di beni materiali e di facile consumo.
Da questa premessa l’opera presentata,
Sorreggimi (v. Fig. 52), come espressione di una
distruzione dell’essere, uno scontro tra schemi e
proiezioni oramai ben consolidati, da una parte, e la
necessità del singolo di assecondare la voglia di
esplodere di una interiorità castrata, quella specie di
turbine che, l’omino disegnato dall’artista, tiene in
mano. Una figura che per poter sostenere il peso
mentale dell’esistenza a bisogno di essere sorretta;
un dito aiuta, infatti, la sua testa a non afflosciarsi e
a non perdersi, segnando un limite sottile fra follia e
ragione.
Marco Simeoni
Nato nel 1985 a Moncalieri in provincia di
Torino, frequenta il liceo artistico “Renato Cottini”,
nella sua città natale, dove acquisisce esperienze sia
nel campo della scultura che in quello della pittura.
Ha collaborato con una testata giornalistica locale
per alcuni anni, disegnando illustrazioni umoristiche
e ha potuto cominciare a esporre le sue illustrazioni
grazie allo spazio messogli a disposizione dall’Ass.
“Famija Moncalereisa” di Moncalieri. Ha poi
continuato a far conoscere il suo lavoro nella città di
Milano, ospite di alcuni locali cittadini. Il suo
singolare stile di disegno lo si deve alle molteplici
influenze artistiche che spaziano dalla Street Art al
tratto gotico del regista Tim Burton.
L’opera presentata alla rassegna (v. Fig. 53), dal
titolo Don’t worry drive happy, ha come
protagonista un vecchio Wolksvagen Bully in una
divertente e colorata ambientazione che ricorda un
paesaggio hawaiano. È un chiaro riferimento allo
stile di vita del surfista, che pazientemente si sposta
di costa in costa per cercare le onde più alte da
cavalcare e domare. Il camioncino ha anche,
evidentemente, matrice pop anni sessanta. Il
Wolksvagen Bully è simbolo di libertà: lo usavano
hippie e figli dei fiori e la band The Who gli dedicò
persino un motivo, Going mobile.
Giulia Spernazza
Nata il 23 marzo 1979, vive a Roma. Nel 2008 si
diploma in Decorazione presso l’Accademia di Belle
Arti della sua città con una tesi in Storia dell’Arte
(Felice Casorati, lo spazio malinconico). A
novembre 2008 inaugura lo studio di pittura e
scultura “Evasioni”, dove a tutt’oggi l’artista crea ed
espone le sue opere.
L’opera Pensieri in emersione (v. Fig. 54) è
l’espressione di un momento sognante della donna.
Nella sua ricerca artistica, l’autrice si confronta
20
spesso con il bisogno di introspezione e
meditazione; a tal proposito, la figura appena
accennata sembra volersi inserire in uno spazio
interiore - nascosto e metafisico - dove tutto si
confonde e svanisce. Un corpo che è alleggerito dal
peso del capo, come possibile allegoria del
dileguarsi del pensiero.
Silvia Tagliaferri
Nata a Pescia, in provincia di Livorno, il 6 luglio
1973, frequenta l’Istituto per l’Arte e il Restauro
“Palazzo Spinelli”. Da circa dieci anni ha
cominciato a dipingere, allestendo mostre personali
e partecipando a collettive in territorio nazionale e
internazionale. Fra le ultime si possono menzionare
la personale del 2009 presso la Galleria Tornabuoni
di Firenze e la Collettiva di artisti europei presso
l’Università di Tula Tepeji in Messico
L’opera presentata alla rassegna, Fetus, è un olio
su tela (v. Fig. 55) che risente delle suggestioni
dell’artista rispetto ai suoi ultimi studi sulla
psicanalisi infantile e le artiterapie e dichiara una
sorta di scenografico minimalismo. I vissuti riemersi
in chiave emozionale sembrano aver dato forma alle
immagini, bambole simboliche postmoderne e quasi
cyber.
Annamaria Targher
Nata a Trento il 4 giugno 1974, nel 2000 si
diploma all’Accademia di Belle Arti di Verona e nel
2005 si laurea in Scienze dei Beni Culturali.
Tetti e finestre di un cielo d’inverno, presentata
alla rassegna (v. Fig. 56), è fatta di esuberanti
contrasti tonali che riportano prepotentemente,
almeno nelle dichiarate intenzioni dell’autrice,
all’atmosfera invernale connotata da un persistente
buio, sul quale l’uomo (da secoli) tenta d’imporre
una luce propria. Dalle prime festività pagane fino al
Natale, l’obiettivo sembra essere quello di sottrarre
il nostro vissuto all’indeterminatezza dell’oscurità
tramite luci intermittenti e un esagitato gioco di
colori veicolati, in primis, dalla forza gestuale tipica
della prassi pittorica dell’autrice. Ne viene fuori una
bella opera avanguardistica e carica di elementi
cromatici, tra il concettuale e la Pop Art.
Alice Tioli
Nata a Padova il 7 marzo 1991, da sempre
amante dell’arte compie un percorso di formazione
del tutto personale; inizia dal disegno e prosegue poi
con una ricerca pittorica e lo studio della storia
dell’arte. Alla rassegna espone due opere (v. Fig. 57
e 58).
In Bianco dentro tutto parte dagli occhi: occhi
che cadono e si sentono sprofondare, occhi ancorati
a un letto, occhi con le ciglia protese che cercano
l’infinito. In primo piano una tastiera, un cuscino,
una ringhiera sospesa, che fanno da appiglio al reale.
Lo stupore, l’esserci, il patto di sangue tra due
fragilità. Il sangue come essenza vitale, come realtà
materica che irrompe sul sogno e macchia il
“bianco”.
Con Il sottile filo tra la mente il cuore e lo
stomaco l’artista dichiara di voler mettere in
evidenza
quel
«sottile
filo
che
unisce
inevitabilmente la materia all’inconscio, la giuntura
tra la mente, le strazianti epifanie del passato e i
sensi che ti riconducono al ricordo, ai particolari
nascosti come pellicola attorno al presente; il colore,
le immagini, la memoria di una vita cancellata che
tende un agguato all’equilibrio. Il filo arriva al
cuore: l’improvvisa ondata di dolore, le promesse
spezzate, la lontananza che porta all’interrogativo;
infine lo stomaco che si serra quasi come un
meccanismo automatico e la necessità di confondere,
nascondere il tutto, lasciare che l’acqua lavi con
violenta tristezza purificatrice. È una sorta di danza
della pioggia per ricreare sulla tela il marasma di
un’esistenza».
Niente da aggiungere per due opere capaci di
essere sensazioni più che visioni, quadri quasi
artaudiani, poiché fluttuanti tra sogno e realtà, come
sospesi nell’essenza vitale, fra morte/rinascita.
Irene Urbani
Nata a Orvieto in provincia di Terni nel 1982,
frequenta prima l’Istituto d’Arte della sua città e vi
si diploma nel 2001, poi la facoltà di Lettere e
Filosofia, indirizzo Scienze dei Beni Storico Artistici
di Perugia, laureandosi nel 2007. Il suo stile nasce
dal battito caldo di forme indigene, popoli, rapporti
contemporanei, ma in particolare è l’Africa che la
attrae. È, inoltre, d’interesse per l’artista la
stilizzazione della forma e l’interpretazione che il
linguaggio cromatico e materico hanno sullo spazio
fisico del supporto.
L’opera presentata alla rassegna (v. Fig. 59), dal
titolo Antenati, è il ritratto primitivo, di spiriti e
radici di un popolo, quello creolo, combinazione
culturale e incontro reale tra indigeni, europei e
africani. Un tuffo verso l’esotico, sia per quanto
riguarda i colori (evidente è la scelta dei toni caldi),
sia per quanto riguarda le figure: simboli totemici,
simili a geroglifici.
Le popolazioni aborigene scelte, dunque,
dall’artista come miglior punto d’incontro fra
passato e presente, in un quadro in cui varie correnti
artistiche sembrano convivere. Se, infatti, le
pennellate di colore avvicinano l’opera a
Scarica

c. crayons de couleurs