A10 594 Paola Delfino C. CRAYONS DE COULEURS CATALOGO DELLA RASSEGNA Copyright © MMX ARACNE editrice S.r.l. www.aracneeditrice.it [email protected] via Raffaele Garofalo, 133/A-B 00173 Roma (06) 93781065 ISBN 978–88–548–3342–5 I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi. Non sono assolutamente consentite le fotocopie senza il permesso scritto dell’Editore. I edizione: giugno 2010 Indice 7 Presentazione 9 Artisti e opere 39 Appendice 7 Presentazione Delineare l’arte contemporanea o meglio, citando Gillo Dorfles, il “post post-moderno” significa per critici e studiosi entrare in un mondo multiforme privo di canoni e strutture. Lasciata da parte una metodologia storica, il critico si trova nella posizione di chi deve affrontare il proprio giudizio estetico, aiutato, semmai e solo in piccolissima misura, da un parametro sociologico. La spinta primaria per poter fruire del variegato panorama artistico è una percezione, una sensibilità capace, lei soltanto, di creare un cortocircuito fra ogni prodotto artistico e colui che gode del sue essere. Non si tratta dunque di una metodologia che ha pretesa di oggettività, ma piuttosto tendenza verso “il punto di vista”, come qualcosa che può fornire nuovi spunti interpretativi. E questo vale per ogni forma d’arte. Da qui l’idea della rassegna; una rassegna che ha operato una scelta decidendo di divenire mostra espositiva, piuttosto che spazio performativo, musicale o quant’altro, ma non tanto per bloccarsi tra pittura e disegno, quanto, partire da queste, per evidenziare come la “contaminazione” possa essere riscontrabile anche sulla tela o sulla carta. L’intento è quindi quello di non chiudersi in uno studio asfittico e troppo vasto per potersi concludere in un catalogo – o ancor più in una semplice presentazione – e nella sola proposta visiva delle opere di una cinquantina di giovani artisti, ma di analizzare un punto, un momento, uno degli elementi chiave del “neo-moderno”. In quella ricerca di “naturalistico” (in senso corporeo), a volte astratto e concettuale, a volte figurativo, l’arte “post post-moderna” (tradizionale o digitale che sia) sembra trasmettere per immagini fisse l’influenza di altre arti, mostrando un che di “teatrale” e di “sonico”: dalla body art alla performance, dalla musica al fotogramma cinematografico. Certo la “contaminazione” in sé non può essere considerata “principio nuovo”, soprattutto se si guarda al Novecento. In molti casi teatro, pittura e disegno si sono trovati insieme; dai futuristi che in Russia segnarono il mondo artistico in quanto sfruttarono la pittura nelle scenografie, fino all’amicizia tra Picasso e Cocteau: prodotto di questo sodalizio fu, infatti, il balletto Parade. Pablo Picasso arrivò a Roma il 17 febbraio del 1917 con Jean Cocteau per lavorare al primo balletto cubista della storia, Parade appunto, che sarebbe stato inscenato dalla compagnia dei Balletti Russi il 18 maggio 1917 al Teatro Chatelet di Parigi. Picasso ebbe l’incarico di progettare le scenografie e i costumi del balletto, Jean Cocteau era stato scelto per redigerne il libretto. Indimenticabile, poi, tutta l’opera di Kantor, insieme regista e pittore, ma anche i lavori di 8 Antonin Artaud. Nella primavera del 1920, dopo aver lasciato la clinica psichiatrica di Neuchâtel, Artaud porta con sé tutta la sua disperazione e i dipinti realizzati nei due anni trascorsi in Svizzera: solitamente oscure campagne ricoperte di neve, che rendono palese l’influsso del pittore Ferdinand Hodler; quasi tutti i suoi primi scritti riguardano temi e problemi legati all’universo delle arti plastiche e le sue scenografie, l’uso delle luci sulla scena riflettono i cupi paesaggi hodleriani e lo smarrimento che traspariva già nei suoi stessi lavori pittorici. E si può continuare con il sodalizio tra Robert Rauschenberg e John Cage, fino all’esperienza di unione e quindi di reciproca influenza fra gli artisti di Fluxus. La “contaminazione” è stata una costante nel secolo precedente al nostro, eppure qualcosa di nuovo è osservabile. Se, infatti, quasi sempre in passato l’arte pittorico/plastica era stata il principio primo e generatore, oggi in molti casi si può riscontare un’inversione di tendenza; quella propensione a estrapolare sensazioni e idea creativa dalla loro plasticità, dando vita sulla scena a figure e concetti espressi sulla tela o sulla carta, è divenuta una ricerca della possibilità di fissare, fotografare emozioni e “corporalità”, quasi a voler catturare quello spirito fluttuante e inafferrabile che propone il contemporaneo. Non è un caso che molti degli artisti presentati alla rassegna abbiano anche esperienze e interessi in settori diversi da quello plasticofigurativo e spesso queste esperienze precedono o comunque affiancano il loro lavoro pittorico. Fra le tante opere presentate in questa rassegna c’è anche qualcuna che si ispira a un figurativo di matrice più classica, sostenendo l’idea che per l’arte attuale è impossibile trovare una linea estetica che accomuni in assoluto. In ogni caso l’esposizione è stata “privata” della consueta didascalia: titolo e autore. La scelta è stata appunto una “metodologia della privazione”, un’estetica dell’“assenza”, che spinga lo spettatore a immaginare piuttosto che a osservare semplicisticamente. Non un’esperienza voyeristica, ma un esercizio creativo che possa far entrare il fruitore nel “mondo” dell’immagine che si presenta davanti ai suoi occhi, nella sua autoreferenzialità, nella sua “differenza” e dunque nella sua essenza. Non una mostra senza titolo che sia solo una vetrina per opere senza titolo, ma piuttosto un criterio che sottolinea il voler guardare oltre gli schemi già acquisiti. I quadri, i disegni posti su un muro come frammenti di un puzzle “decostruito” sono visioni che, attraverso la loro “decostruzione”, allontanano ogni pensiero deduttivo. L’induzione regna sovrana nel sogno intangibile, illogico e sovversivo che è l’opera stessa. Quella che superficialmente potrebbe apparire come una trovata sbrigativa è in realtà un’impostazione scientifica, che crede nella possibilità di scoprire ancora un territorio “vergine” per l’arte, uno “spazio” aperto e “bianco”, come pagina su cui scrivere liberamente, sperimentando; un porsi con rispetto di fronte a ogni opera, al segreto della sua presenza. Unico aiuto è venuto dalle tre sezioni a tema in cui le sette giornate sono state suddivise. Ide-Azione In-Forme ha posto l’accento sul processo creativo concettuale e astratto, fluttuante tra sogno e realtà, tra pupazzi e maschere, tra linee e colori, tra anarchia e voglia di “spazio”; Sulla carta o sullo schermo... disegnare ha proposto una serie di lavori realizzati come semplici disegni su carta o come Digital Art; Figure allo specchio ha fatto riscoprire il figurativo tra passato e presente Paola Delfino 9 Paola Adornato Nata a Maropati in provincia di Reggio Calabria nel 1972, attualmente vive e lavora a Torino. Si è diplomata presso il liceo artistico e ha frequentato l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, diplomandosi in Scultura. Si dedica alla pittura da diversi anni, partecipando a mostre d’arte contemporanea nazionali e internazionali. I suoi quadri mettono in luce soggetti solitamente in ombra, riuscendo invece a dargli un posto di rilievo e a mostrarli come opere d’arte, facendogli acquistare un valore positivo e intrigante, anche grazie all’uso del colore. Sono sempre strutture e oggetti che prendono vita, invece di rimanere semplice scarto sociale, come nel caso dell’opera esposta durante la rassegna “C. Crayons de couleurs” (v. Fig. 1), In-Side, nella quale il rappresentato non è altro che un vecchio bidone. Il suo lavoro parte dallo studio di fotografie che scatta in luoghi poco accessibili, il tutto viene poi rielaborato e nascono così variazioni di colore, contrasti, sfumature e tagli prospettici. Francesca Ascione Artisti e opere Nata nel 1982 a Roma, si laurea in Architettura e si dedica e specializza alla progettazione di spazi pubblici. Partecipa e vince numerosi concorsi con gruppi diversi. Vive dei periodi in Francia e attualmente lavora a progetti artistici tra i monti delle Alpi Apuane. Tutti i lavori della Ascione fanno pensare a un esercizio di pazienza, la ripetizione estenuante di un gesto per campire il negativo del disegno, fino ad arrivare alla definizione dell’immagine come spazio vuoto risultante. L’opera proposta durante la rassegna ( v. Fig. 2) si ispira alle necropoli etrusche con le loro reti viarie scavate, il titolo, appunto, Necropoli. Le città dei morti trasmettono la sensazione di tornare all’interno, alle radici primigenie. Il sottosuolo come un mondo immaginato, riflesso del sogno. Riccardo Attanasio Nato il 26 Gennaio 1982 a Napoli, dove studia scultura, specializzandosi in design presso l’Accademia di Belle Arti, finiti gli studi in Italia, si trasferisce a Londra, qui prosegue a studiare alla Camberwell University of the Art. Sempre a Londra, attualmente lavora come insegnante d’arte. L’opera presentata (v. Fig. 3), dal titolo Il ciclo della vita, rappresenta il cammino che tutti intraprendono nella loro vita terrena. 10 La composizione dell’opera segue un percorso circolare che va dalla nascita alla morte e vuole mostrare le prove da superare durante il cammino (rappresentate per esempio dalle piccole gocce di sangue sul corpo della donna). Secondo Attanasio i gironi di Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante sono presenti sulla terra e vengono ripetuti a ogni nuova nascita, a meno che non si faccia un vero e proprio lavoro su se stessi; il giallo usato sullo sfondo per rappresentare la follia e il caos della vita terrena. Shura Baggio Nata a Pordenone nel 1976, inizia il proprio percorso artistico prediligendo la pittura tradizionale, dipingendo a olio e lavorando la ceramica. Dopo il diploma in Maestro d’Arte in grafica stampa e fotografia, si laurea in psicologia. Sceglie di seguire due diversi percorsi artistici: la pittura del “microcosmo” e la “non-pittura”, così da lei definita ed espressa nel suo ultimo ciclo d’opere intitolate Appesi al chiodo. Una tecnica stilistica nuova, sperimentale, legata ai temi del riciclo, del cerchio vita/metamorfosi. Il quadro presentato alla rassegna “C. Crayons de couleurs” risale al suo primo ciclo d’opere (quelle del “microcosmo”) e si intitola Cellula (v. Fig. 4): è una pittura del particolare, di quello che non si può vedere a occhio nudo; una pittura che, per i suoi colori molto accesi e le forme curiose, vuole essere ironica e surreale. Un particolare che diventa evidenza nel sue essere raffigurato come macroscopico, ma soprattutto una “non figurazione” in assoluto: il particolare si ingigantisce, ma non si rivela. La carica cromatica attrae senza comunque tracciare linee precise di classificazione per l’opera. Luna Bernardeschi Nata a Livorno il 31 Agosto 1991, frequenta il liceo classico-archeologico portando avanti uno studio sull’arte figurativa come passione personale. Passa dal semplice disegno, al carboncino, alle tempere arrivando infine a concretizzare queste capacità in una produzione che sposa arte visiva e musica. I pezzi realizzati rappresentano materialmente i pensieri e le emozioni di una giovane artista livornese che arricchisce il linguaggio pittorico, su tela o tavola, con materiali extra-artistici, in particolare ispirati al mondo musicale retrò. Il carattere portante della produzione di Luna è la quasi del tutto assente intenzione di dare un canone di interpretazione alle sue opere. La “vera” interpretazione sta nell’occhio di ciascun osservatore, non ci sono “traduzioni” standard. Anche se evidente è la sperimentazione e la tensione verso la contaminazione artisica di matrice avanguardistica. In questo caso, con l’opera esposta durante la rassegna (v. Fig. 5) dal titolo, Inspiration - Corsa all’oro, Luna ha colto l’occasione per rappresentare la nascita di un’idea musicale. Il processo di ideazione e di creazione visto, dunque, come qualcosa di insito nell’animo umano; una interiorità rappresentata dal colore molto caldo dello sfondo, che richiama l’utero materno. Una visione emozionale della musica che non è solo nota su spartito, ma vero flusso vitale, una conquista, una “corsa all’oro”. Dario Bonaffino Nato a Licata in provincia di Agrigento il 12 agosto 1981, frequenta l’Accademia di Belle Arti di Firenze dove sviluppa motivazione per la sperimentazione artistica: unisce il suo principale interesse per la pittura con quello per la videoarte, cercando di realizzare opere pittoriche in movimento. Durante un periodo di studio a Granada, approfondisce le sue conoscenze sul tema, frequentando una scuola di disegno animato tradizionale e sperimentale e nel 2009 prosegue in questo senso frequentando un corso di Animazione Creativa presso l’IED di Torino. Con Man-I, l’opera presentata durante la rassegna “C. Crayons de couleurs” (v. Fig. 6), l’artista sembra ironizzare sull’importanza che assume il linguaggio gestuale in situazioni in cui non ci si può avvalere di un linguaggio verbale; l’uso volontario e non, che il corpo comunica con la propria gestualità. Una valigia chiusa rappresenta il viaggio, con la conseguente chiusura della personalità, l’assenza delle parole, l’interruzione di una comunicazione, il tutto causato dal trasferimento dal proprio paese d’origine. Lo smalto bianco e il supporto di pelle marrone alludono ai colori di un corpo umano, un corpo “altro”, appunto, chiuso nella sua valigia. Solo le mani sono libere quasi a sottolineare la necessità di tastare, conoscere, abbracciare, sentirsi vicini a ogni altro essere umano, seppur non sempre comprendendone completamente il linguaggio. Lisa Calanca Nata a Ferrara il 4 dicembre 1982, il suo percorso di studi artistici ha visto come prima tappa l’Istituto d’Arte “Dosso Dossi” della città nativa, per poi proseguire a Roma nel settore del design e multimedia. Qui ha mosso i primi passi nel campo della progettazione creativa. Attualmente risiede a 11 Bologna. Il suo lavoro spazia dalle arti visive alla progettazione di articoli di design. L’opera presentata alla rassegna (v. Fig. 7), dal titolo I pensieri degli oggetti, mostra una porzione di stanza, un luogo personale di studio e lavoro in cui gli oggetti ci rappresentano. I vari arnesi, ammucchiati e nascosti tra loro, si intersecano. Così un pennello entra in un cuscino, una piastra di un ferro da stiro in una lampada. A volte si sostituiscono alla nostra presenza, e sembrano quasi darci voce, dare voce alla nostra interiorità, ai nostri pensieri. Una specie di collage pittorico, molto caotico, sia per i colori, sia per la sovrapposizione di linee e immagini. Erica Calardo Nata nel 1980, dopo la laurea in Filosofia conseguita presso l’Università di Bologna e il dottorato di ricerca in Logica matematica (Manchester, UK), segue per alcuni anni i corsi di Pittura e Illustrazione presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Nel 2009 insieme ai dj del collettivo Soulfood Community fonda la Soupy Records, un’etichetta discografica indipendente che produce 45 giri in vinile. Fra il 2007 e il 2009 partecipa a varie mostre di illustrazione, fumetto e pittura. Ama dipingere a olio sui pannelli di vecchi specchi dalle cornici dorate neo-barocche, che sanno di soffitte abbandonate. Predilige le tecniche tradizionali che piega alla volontà dei suoi sogni inquieti. Sogna la fusione totale di Arte, Matematica, Musica e Filosofia in un turbinante miscuglio pop-barocco. In questa tendenza, tra il pop e il fumettistico, si inserisce Stabat Mater Dolorosa (v. Fig. 8), l’opera presentata alla rassegna. Sara Calzolari Nata a Genova il 21 aprile 1981, si è diplomata al liceo artistico e in seguito ha frequentato l’Accademia Lingustica di Belle Arti. Ha altresì terminato un corso regionale qualificandosi decoratrice e attualmente prosegue nella sua passione per l’iconografia. L’opera presentata è un nudo dai colori tenui eseguito su tela (v. Fig. 9), dal titolo Nudo, appunto. Per l’artista esso diventa un mezzo per confrontarsi con la realtà del corpo e del rapporto con l’ambiente che lo circonda. Un lavoro, quello della Calzolari, che è essenzialmente basato e ispirato all’arte figurativa, una riproduzione fedele del reale anche nei particolari, uno scorcio privato e una sintesi personale che molto ricorda il realismo esistenzialista. Il tutto si volge in uno spazio circoscritto e riconoscibile. È una figurazione in tensione, assorta di fronte all’incombere del vero e impegnata a dare segni e spessori alle reazioni individuali, ai sentimenti e alle emozioni del privato. Genny Catalano Nata a Bari il 15 Aprile 1985, inizia il suo percorso di studi presso il liceo artistico “G. De Nittis” della sua città. In seguito, all’Accademia di Belle Arti di Foggia, affina la sua manualità, matura le proprie conoscenze e apprende nuove tecniche: il mosaico, il chiaroscuro a resa iperrealista e la calcografia. Nel 2007 consegue il diploma di laurea in Arti Visive e Discipline dello Spettacolo, sezione Pittura e nel 2009 la laurea magistrale nella stessa area disciplinare, ma sezione Decorazione. Oltre a questa ha già partecipato a altre due mostre collettive. L’opera Il senso della vita è una sorta di rappresentazione della vita ingabbiata dal “tempo”, il quale scorrendo la avvolge e la “chiude” in una condizione ineluttabile. Ma al deserto arido e sconosciuto si contrappongono le nubi portatrici d’acqua (v. Fig. 10). “Ineluttabilità” e voglia di vivere si scontrano e si incontrano. Maria Rita Chichi Nata a Palermo nel 1980, si diploma al liceo artistico e prosegue gli studi in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti della sua città. Vive e lavora in Sicilia, come libera professionista nel campo delle arti visive, dell’insegnamento, della fotografia e della grafica. Collabora con “Bartolo Chichi – Art&Photo Gallery”, curando e allestendo mostre collettive e personali, promuovendo giovani artisti siciliani e non solo. L’opera che presenta alla rassegna (v. Fig. 11) dal titolo, Gli innamorati in verde, è un piccolo dipinto nato dall’esigenza di interpretare una tela di Marc Chagall. Le due figure sono, all’interno della composizione, isolate e descritte quasi geometricamente, nel momento in cui le loro labbra sono vicine. È un sentimento semplice, puro e incontaminato che si svela agli occhi dello spettatore con una tonalità insolita e casta, che si tinge di un eccentrico smeraldo. Un quadro “colorato” e avanguardistico (così come “colorata” e avanguardistica e tutta l’opera del maestro da cui trae ispirazione) e allo stesso tempo pacato e introspettivo, onirico e leggero sempre nel migliore stile chagalliano. 12 Carlotta Colombo Nata nel 1983 in provincia di Como, compie i suoi studi presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, dove si diploma in pittura nel marzo 2007. Come forme d’espressione predilige la fotografia, la videoinstallazione e la grafica. Parallelamente a un percorso di studio legato alla memoria corporea, sta sviluppando (soprattutto in fotografia e grafica) una ricerca legata agli alberi. Il tema dell’albero per quanto stilizzato (nella grafica) o ripreso a formare un quadro astratto (nella fotografia) è dettato, evidentemente per la Colombo, dall’influenza “dell’albero cosmico” di Beuys, dai suoi molteplici e interculturali significati. Lo stesso si può dire del lavoro che l’artista presenta alla rassegna “C. Crayons de couleurs” (v. Fig. 12), dal titolo treecosmo#3: l’immagine di sottilissimi alberi colorati, più simili a fiori, leggeri ed esili, ma ordinati, assolutamente identici. Alberi che poco sembrano voler avere in comune con la natura; lo sfondo bianco non ricorda l’ambiente piuttosto un foglio bianco sul quale scrivere “la vita”, una vita delicata e colorata, una vita in comune con quelle di molte altre vite “gemelle”. Serena Colongo Livornese di origini eritree, è da molti anni presente sulla scena artistica. Allieva di Jindra Capek, si è laureata all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Oltre che dipingere, ha realizzato vari lavori come graphic designer. Nell’opera Sulla riva (v. Fig. 13), in esposizione durante la rassegna “C. Crayons de couleurs”, si rappresenta la riva di un lago nelle cui acque galleggiano bianchi fiori di loto (quasi simbolo di una vita “illuminata”). La scena si svolge presso un bosco, luogo adatto alla meditazione, il fondo di color rosso vivo, vuol indicare l’urgenza e la passione della verità; le immagini si ispirano a una miniatura del Markandeya Purana (1785 circa), arte del Pangiab. Interessante è la semplicità e la delicatezza delle forme, che rimanda in effetti, a un qualcosa di “essenziale”, di “spirituale”, così come il “nero” assoluto del cielo: nero come libertà, nero come infinito. Leonardo de Lafuente Nato a Buenos Aires in Argentina il 12 di novembre di 1977, a partire dal 1997 frequenta la facoltà di Belle Arti dell’Università Nazionale de La Plata (Argentina), diplomandosi nell’anno 2001. In seguito partecipa a diversi corsi di approfondimento: fotografia, illustrazione, aerografia e disegno dal vero. Dal 2004 risiede in Alto Adige. Molte le importanti mostre a cui ha preso parte in Argentina, Italia e Spagna. In questa rassegna presenta, Dolcefarniente (v. Fig. 14). Quasi come creazione che sgorga proprio in un momento di ozio, i piccoli segni grafici, le figure distorte, gli ironici e un po’ “annoiati” disegnini svelano un’artista indecifrabile, ma attento ai particolari e all’animo umano sempre più nomade e “monade”, come monadi sparse sono le sue figure in cammino. Tutte sullo stesso sfondo, ma solitarie, cose e persone condividono la loro esistenza seppure ognuna sembra essere il pezzo di una bottiglia in frantumi. Riproduzione esatta del sociale, che non sembra però intenzionale, ma piuttosto frutto di un “dolce far niente”, appunto e fa di de Lafuente un’artista capace di far risalire “semplicemente” dagli abissi la profondità umana. Federica De Ruvo Nata a Teramo il 25 febbraio 1981, laureata all’Accademia di Belle Arti di Bologna in Decorazione e successivamente iscritta al biennio specialistico in Illustrazione, attualmente vive e lavora a Strasburgo. L’opera che espone durante la rassegna “C. Crayons de couleurs” si intitola Sua Altezza (v. Fig. 15) ed è stata creata digitalmente utilizzando la tecnica del collage, rispetto a disegni precedentemente realizzati a penna. Così parla l’artista del suo lavoro: «La simbologia della cicogna mi ha sempre particolarmente affascinata. Da bambina mi raccontavano che fu una cicogna a portarmi sulla terra e io, continuo a cercarla. Questo è un omaggio a lei». Come sogno che riaffiora e si ricompone. Vito Dichio Nato a Montescaglioso provincia di Matera il 29 dicembre 1982, durante tutto il suo percorso, l’artista ha partecipato a importanti concorsi tra i quali: il Concorso Internazionale “Leonardo Paterna Baldizzi”, promosso dall’Accademia Nazionale Dei Lincei di Roma (2007) e “Love Art”, in Villa Orsini a Scorzè (Venezia, 2009). Ha inoltre preso parte tra il 2006 e il 2009 a esposizioni collettive e personali fra cui ricordiamo: la collettiva “Formale o Informale?” presso la Galleria PentArt in Trastevere (2006, Roma) e la mostra personale presso il Teatro Affabulazione di Ostia (2007, Roma). Presenta in questa rassegna due lavori (v. Fig. 16 e 17) Momenti di vita e Il giudizio. Momenti di vita, avvolto nei suoi colori autunnali, come dice l’autore: «rappresenta l’odore acre dei distillati e della trementina, svela un senso 13 melanconico di vita vissuta, di ricordi fumanti, di calore e luce». Per quanto riguarda invece Il Giudizio lo stile del quadro richiama il precursore dei surrealisti, Hieronymus Bosch, ma lo attualizza, usando uno dei temi centrali del nostro tempo, la rivolta della natura. All’interno di uno spazio, che rappresenta l’universo terrestre, diverse figure di farfalle e uccelli si agitano alla ricerca di creature umane. I ruoli si invertono, prima l’uomo che con le sue mani ha estratto dalla terra più del necessario e l’ha portata sull’orlo della catastrofe, poi la natura, che stanca di questi soprusi esplode in un impeto di rabbia e si ciba di lui, cercando di ristabilire un equilibrio. La natura si ribella e l’uomo né è schiavo. Ornella Di Scala Nata a Napoli, compie i suoi studi presso l’Istituto d’Arte “Umberto Boccioni”. Nel corso degli anni partecipa a diverse mostre nella sua città natale. Artista versatile nella scelta dei soggetti, rivela però una propensione per il figurativo e il ritratto in particolare. Lo sguardo e tutto ciò che può rivelare l’interiorità umana diventano punto focale del suo lavoro artistico, insieme al mondo animale di cui riesce a catturare l’essenza, non tralasciando di evidenziarne la bellezza oggettiva e corporea, forme e colori. Infine non mancano sporadiche incursioni nel mondo dell’illustrazione; fra le varie esperienze artistiche annovera, infatti, anche il lavoro di disegnatrice editoriale. L’opera scelta per la rassegna (v. Fig. 18) “C. Crayons de couleurs” si intitola Samuel. Al centro ovviamente gli occhi. Gli occhi piangenti connotano la figura del bambino di colore, che con il suo sguardo triste tinge di sentimento l’arte figurativa dell’artista. Angela Esposito Nata ad Acquaviva delle Fonti in provincia di Bari, ha iniziato come autodidatta, seguendo poi un corso di disegno presso la scuola dell’artista Sergio Gatti a Gioia del Colle e un corso di pittura a olio presso la scuola dell’artista Francesco Zefferini ad Acquaviva delle Fonti. L’opera in mostra in questa rassegna, dal titolo Sguardo verso (v. Fig. 19), vuole rappresentare gli sguardi della contemporaneità volti a osservare la realtà circostante da una visuale quasi sempre soggettiva, ma fortemente riflessiva: è uno sguardo senza soggezioni ideologiche, ma piuttosto libero da ontologie tradizionali rivolto a una interpretazione del reale nuova e personale. Ai nostri occhi un volto ben delineato, una figura perfetta che guarda in cerca di risposte. Gianluca Floris Nato nel 1986 vive e lavora tra l’Inghilterra e l’Italia. Laureato all’Accademia di Belle Arti di Brera nel 2009 ha partecipato a varie mostre e concorsi. Alla rassegna “C. Crayons de couleurs” espone un’opera (v. Fig. 20) nella quale «nonostante la brillantezza delle tinte, la serenità e l’allegria restano in secondo piano negate da una patina che tenta di cancellare e di rendersi antagonista dell’esperienza dei colori. Le trasparenze fanno intuire un universo seminascosto eppure esistente, una sorta di passato dell’opera che coincide con la storia dell’esperienza artistica. Oltre la superficie è un tumulto di forme, un mondo multistratico e multifasico che avverte della complessità dell’atto creativo. Evidente è la predilezione per un segno che, di volta in volta, sottolinea e disturba le masse di colore. Questa grafia, accennata o calcata, ha un che di infantile e racchiude l’espressività delle prime parole e delle esitazioni di chi si avvicina alla scrittura. È il tempo che passa e mostra la sua natura fatta di armonie instabili, mutevoli, dinamiche e vitali» (Claudia Pinna). L’assenza del titolo conferma quella “metodologia della privazione” con cui la mostra tutta a voluto confrontarsi. Alberto Fontanella Nato il 30 ottobre 1975 a Biella, si diploma al liceo linguistico “A. Negri” della sua città. In seguito si iscrive al DAMS di Bologna – indirizzo arti visive – dove si laurea in Fenomenologia degli Stili con una tesi su Michelangelo Pistoletto e l’Arte Povera. Durante l’università si appassiona all’arte digitale e finiti gli studi prosegue, da autodidatta, in questa sua passione, realizzando diversi lavori, già esposti sia in Italia che all’estero. A questa rassegna partecipa con l’opera (v. Fig. 21) dal titolo Fly away II (in the night), che è stata scelta sia per la forma non convenzionale, sia perché esprime bene le potenzialità della sua ricerca sui colori e sulle forme che ama. Il disegno sembra collegarci a un mondo onirico quasi caramellato dai colori innaturali, dove con un aereo di altri tempi possiamo librarci e liberarci dalla vita moderna, ritrovandoci immersi in un mondo silenzioso e dolce dove i nostri sogni, le nostre fantasia possono divenire realtà. Fantasie non rappresentate nel lavoro, per dare la possibilità a 14 ognuno di trovare le proprie attraverso il volo proposto dall’artista. Anna Gallo Nata a Napoli nel 1976, ha studiato pittura e incisione (si è laureata all’Accademia di Belle Arti di Napoli), interessandosi ai grandi artisti, in una ricerca dell’immagine, nell’esplorazione del soggetto/oggetto, per arrivare a una emotiva introspezione e metamorfosi del corpo, seguita dalla sperimentazione tecnica e materica. In questo senso predilige supporti di carta e tessuti e mette insieme olio, acrilico, acqua, smalti, carboncino, gessetti, china, e caffé, affinando sempre più la tecnica incisoria del bulino. È presente nel settore artistico dal 1997 partecipando a mostre collettive e concorsi. Attualmente vive a Prato dove insegna Arte. Alla rassegna presenta Abbraccio (v. Fig. 22), un’opera tratta da una serie monotematica. Davanti all’osservatore due corpi congiunti nell’abbraccio, che tendono talvolta a perdere la stessa distinzione anatomica, i contorni scivolano in una sorta di dissoluzione fisica, verso l’astrattismo. Francesca Gallusi Nata a Parma il 17 gennaio 1970, pittrice autodidatta, inizia la sua attività artistica circa vent’anni fa, esponendo i suoi lavori in varie mostre personali nella sua città. Nei periodi estivi il litorale adriatico gode delle sue opere, poiché la Gallusi si propone come artista di strada. La tela presentata durante la rassegna “C. Crayons de couleurs”, dal titolo Aaxoon (v. Fig. 23), mostra una carica cromatica attraverso la quale, le varie tonalità del rosso divengono l’immagine stessa. Grandi e decise pennellate di colore rendono il lavoro quasi una scultura, una sorta di rilievo sensoriale; certamente, nell’intenzione dell’artista, rappresentazione del tormento dei sensi. Le frenesie irriducibili e incontenibili, le ossessioni, le paure, le gioie e i divertimenti peccaminosi si intrecciano in un insolita danza tridimensionale. Daniela Giarratana Nata a Bari nel 1982, si diploma all’Accademia di Belle Arti di Lecce e frequenta successivamente il corso d’Illustrazione presso la Scuola Internazionale di Comics a Roma. Partecipa a mostre, concorsi ed eventi scenografici. Viene selezionata al concorso “Disegni al sole” e “Stelle Nascoste. Galileo e l’universo”; ottiene il secondo premio al concorso Magnefut “Cibo ed eros”. Pubblica Che cosa ti sei perso e Mettiamo in scena i proverbi, per la Lupo Editore. Vive a Padova dove ha insegnato per la Scuola Internazionale di Comics. Attualmente collabora con l’Associazione Artemisia per l’ideazione e la conduzione di laboratori artistici per bambini. Nell’opera digitale esposta durante la rassegna (v. Fig. 24), dal titolo Danzando, crea, attraverso lo sfondo e il colore, un’atmosfera silenziosa e notturna, dove uno spirito che ha le sembianze di un piccolo corpo femminile balla dolcemente con la luna. Valeria Giordano Nata a Padova il 22 aprile 1982, ha frequentato il corso di Arti Visive e dello Spettacolo presso l’Università IUAV di Venezia e quello di Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Nel 2006 ha conseguito il diploma in Illustrazione e Animazione Multimediale presso lo IED di Milano. Ha partecipato a molte mostre collettive e ha all’attivo due personali. L’opera presentata a questa rassegna si intitola Suono interiore (v. Fig. 25). Un turbine di colori informi, ma che sembrano a tratti in movimento a tratti nient’altro che piccoli frammenti ben delineati per delimitare uno spazio, il loro spazio, diverso nonostante prossimo a ogni altro frammento. Il colore, ciò che divide e allo stesso tempo unisce, diventa paesaggio immaginifico e immaginario, “interiore” appunto. È un “suono”, quello della Giordano, non programmato e strutturato, non partitura ma elemento naturale che circonda e pervade. Graziana Giunta Nata a Enna nel 1976, dopo una formazione artistica interdisciplinare, si sposta in Francia dove partecipa a diversi stages presso il centro d’arte moderna “G. Pompidou”. Rientrata in Italia segue un corso di formazione in arte terapia antroposofica. Nel 2006 si trasferisce a Mayotte, isola dell’Oceano Indiano, dove lavora come insegnante d’arte. Attualmente è impegnata presso l’atelier “Manituana”, in Sicilia. L’opera esposta durante la rassegna (v. Fig. 26) dal titolo, La danza, evoca antichi rituali tribali. Figure in cerchio riproducono le armoniche danze indigene e danno un sapore etnico al quadro, insieme alle brillanti cromie che ricordano con forza l’Africa. Un viaggio esotico ricorrente in tutta la produzione dell’artista, che indubbiamente riproduce nei suoi lavori anche le emozioni della lunga esperienza indiana. 15 Giovanna Guerrisi Nata a Messina nel 1987, nel 2005 si trasferisce a Firenze per frequentare l’Accademia di Belle Arti e da lì, dopo aver ottenuto il diploma, a Milano per il master in Photography and Visual Design alla NABA. Matura varie esperienze di stage e lavorative nel campo della fotografia, collaborando con diversi fotografi e artisti, tra i quali: Marco Garofalo, Guido Clerici, Monia Tartarini e la casa discografica Sugar di Caterina Caselli. Ha esposto durante varie manifestazioni e festival di pittura e fotografia e in diverse gallerie di Messina, Firenze e Milano. L’opera Fiumara D’Arte IV (v. Fig. 27) fa parte di una serie di quattro dipinti tratti dal film surrealista Il viaggio clandestino - Vite di Santi e Peccatori per la regia di Raul Ruiz e ambientato nell’omonimo parco scultoreo siciliano, il più grande ma sconosciuto d’Europa. Ha partecipato a varie mostre collettive in gallerie quali la Candid Art Gallery di Londra, la Infantellina Contemporary di Berlino, la Galleria De’ Serpenti e la Fonderia delle Arti a Roma, oltre che a numerosi eventi nel panorama nazionale. In questa rassegna l’artista espone due opere: I’m Blue...of colors e Il castello errante di Laura (v. Fig. 30 e 31). Buffi personaggi fumettistici quelli che si presentano al nostro sguardo. Su un letto di colore, simpatiche figure colorate esse stesse creano un mondo reale e surreale, immaginifico e giocoso. Sa di fresco, di leggero, ma anche di “naturalmente” provocatore e corporeo il pensiero che prende vita sulla tela. Marionette teatrali e dirompenti, che “urlano vita”. Selena Maestrini Nato a Faenza in provincia di Ravenna nel 1976, Davide Lega è pittore autodidatta, scultore, scenografo e musicista noise. Alla rassegna presenta l’opera Barbie over sixty (v. Fig. 29), caricatura di un se stesso impaurito dallo scorrere del tempo. Davanti ai nostri occhi una specie di fumetto piuttosto “grottesco”, una vera figura allo specchio. Lunghi nasi di legno spezzano il carico di rosa che pervade la visione, il tutto con tratti e linee precise, quasi a voler illustrare una specie di “favola” dolorosa e “bugiarda”. Nata il 25 settembre 1982 a Bagno a Ripoli, in provincia di Firenze, nel 2001 si diploma in scultura all’Istituto Statale d’Arte di Firenze. Nell’anno 2006/2007 consegue il diploma in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Espone il proprio lavoro in varie personali e collettive, tra le più recenti la collettiva “Agorà game over- play again” all’interno della Fabbrica di ceramiche Brunelleschi a Pontassieve e la collettiva “Medicina dello sguardo”, un intervento di allestimento delle sale del Pronto Soccorso dell’Azienda Ospedaliero Universitaria di Careggi, Firenze. A fine 2009 partecipa a un progetto, nato da un’idea dell’antropologo Alessandro Fornari, sull’illustrazione dei canti popolari della tradizione toscana, realizzando un’esposizione-concerto nel comune di Fiesole. Partecipa all’iniziativa “StaARTpoint 2010” dell’Accademia di Belle Arti di Firenze. Il suo percorso è composto da lavori di piccole dimensioni, con una tecnica che mischia matite, penna, olio e grafite sulla carta. Le opere, a volte, sono il risultato di semplice ed effimera attrazione, più spesso parte di un promemoria necessario e personale. Sala d’attesa, presentata alla rassegna (v. Fig. 32), racconta la strana distanza di un’anziana coppia, immersa nel ritmo del vivere di tutti i giorni. La raffigurazione di un’immagine in cui, le due figure assorte delimitano lo scorrere del tempo, come un’intercedere tra due fotogrammi, che si ripetono di continuo; uno studio sull’essenza che due soggetti raccontano e mettono in relazione nella loro quotidianità. Laura Leo Debora Manigrasso Nata a Lecce nel 1983 e laureata in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, ora vive a Roma e collabora con associazioni, artisti e locali. Nata a Grottaglie in provincia di Taranto il 25 febbraio 1980, ha frequentato l’Istituto Statale d’Arte di Grottaglie, nella sezione di Grafica Silvia Infranco Nata a Belluno nel 1982, dopo aver completato gli studi classici, si laurea nel 2007 in Giurisprudenza a Bologna. Si avvicina, però, presto al campo pittorico compiendo studi da autodidatta e frequentando il laboratorio dell’artista spezzino F. Vaccarone. Attualmente vive a Bologna. Nell’opera Intermezzo a due (v. Fig. 28), presentata alla rassegna, la delicatezza del primo vero incontro riemerge in un ambiente familiare che assume nel ricordo i tratti di dimensione surreale. Le forme si abbandonano nella neutralità cromatica dell’interno, come forza isolante e protettiva, per poi riemerge negli oggetti quali unica tensione evocativa di un reale passato. Davide Lega 16 Pubblicitaria. Nell’autunno del 2007 si trasferisce nelle Marche, a Jesi, dove inizia a esporre i suoi quadri. Attualmente vive a Fabriano. L’opera esposta, Tenebre (v. Fig. 33) fa parte della collezione del primo periodo dell’artista. La tecnica usata è quella del puntinismo e sfumature di gessetto. È un’opera che mostra semplicità nelle immagini e nelle forme, ma una buona tecnica. Il bianco e nero rende bene il “notturno” e un’idea di “silenzio” la avvolge. Maria Marino Nata a Messina il 4 giugno 1980, attualmente vive a Siena, dove insegna Storia dell’Arte. Ha conseguito il Diploma di laurea in Decorazione presso l’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria e ha partecipato a varie collettive nella sua città. La sua pittura è libertà, rifugio tranquillo in cui può manifestare le sue intuizioni, i suoi pensieri, i suoi stati d’animo. Una libertà che dà sollievo, che offre, nei segni, movimenti leggeri, “scatenati”, senza le inibizioni a cui il corpo e lo spirito sono spesso sottoposti nella realtà tangibile, concreta della quotidianità. Ogni segno come in un automatismo psichico, diventa quasi un messaggio inconscio di quello che lei sente e che vuole manifestare. Narrazione fluida di un’intimità non verbalizzabile, non rappresentabile se non nell’impasto “confusamente sensato” dei segni, dei colori e dei materiali. L’opera presentata, Isola (v. Fig. 34), è intrisa di segni unici, metafora del vivere che in ogni attimo è irripetibile, nuovo di colori e forme. Spesso però la parola isolata perde la sua ragione di “essere”, lasciando spazi vuoti inutili; spazi che successivamente saranno invasi da parole in libertà, pensieri reconditi, sensazioni interiori, intuizioni nascoste. Parola e pittura si incontrano, creando un parallelismo tra pensiero e azione, idea e gesto. Rossana Marzella Nata a Bitonto, in provincia di Bari, il 10 luglio 1980, ha studiato Scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli. Ha partecipato a vari eventi e spettacoli teatrali e ha curato la scenografia di cortometraggi e documentari. Artista poliedrica associa l’arte scenografica alla pittura, esponendo in vari concorsi e mostre collettive tra cui l’Internazionale Italia Arte Torino 2010. La Marzella si sottopone a una continua analisi del proprio inconscio che riporta su tela, creando una pittura ricca di simbologie, dimensioni surreali e visionarie e dimostrando la volontà di spingere lo spettatore ad affrontare le sue paure nascoste. L’opera Fly Off (v. Fig. 35) rappresenta il tema del sentirsi “appesi” o “sospesi” a qualcosa di emozionale e onirico piuttosto che materiale e la voglia di liberarsi da ogni “gancio” per volare verso il sogno, portando con sé solo riflessioni e pensieri. Gabriele Nicolotti Nato a Novara il 20 settembre 1981, fin da piccolo si applica nell’apprendimento di tecniche pittoriche e, cercando una sua via in campo artistico, alterna musica e pittura, frequentando prima il Conservatorio e poi il liceo artistico; intraprende parallelamente alla vita da liceale un nuovo percorso, saltando a piè pari nel mondo writing e firmando i suoi lavori con la tag Herman. In seguito si iscrive alla NABA a Milano, indirizzo Media Design–Audiovisivi. L’Accademia lo avvicina al mondo del cinema e della video arte, senza mai fargli dimenticare la sua primaria passione per le tecniche pittoriche che, col passare del tempo, si trasformano in tecniche grafiche: Digital e Bit Art. La contaminazione di più generi, la passione per la Pop Art e le grandi dimensioni convincono l’artista a fondere il concetto di pittura con la grafica digitale, come dimostra l’opera presentata (v. Fig. 36), New God. Silvia Papotto Nata a Catania nel 1979, studia Architettura, affinando – anche attraverso il disegno geometrico – le capacità artistiche. Alla rassegna “C. Crayons de couleurs” presenta due opere: Il Sole (v. Fig. 37) e La musica in testa (v. Fig. 38). Entrambi i lavori sono molto colorati e gioiosi: il primo riesce sapientemente a mettere in scena le qualità solari, energia (nella palla di fuoco centrale), esplosione di calore (negli schizzi di colore), luminosità (nel contrasto fra la base celeste e il cuore arancio-giallo), così il sole diviene un fuoco d’artificio pop/impressionista; il secondo, ancor più evidentemente ispirato alla Pop Art e al design pubblicitario mostra un ironica caricatura del compositore Giovanni Allevi. Ancora una volta il rosso prevale, simbolo e base di un caos mentale “divertente” per contro a “un’ordinata monotonia”. Ebe Petronio Nata a Latina nel 1972, la sua formazione comincia al liceo artistico della propria città. Consegue il diploma di laurea in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Roma; gli anni accademici saranno quelli della sperimentazione cromatica e formale. 17 A conclusione di questo percorso, la tesi di laurea su l’opera di Umberto Boccioni, accompagnata da uno scatto in avanti nella produzione pittorica, che comincerà a risentire dei nuovi mezzi digitali a disposizione. Questo costituisce solo l’inizio di un modo di procedere, mediato da una elaborazione dell’idea prima fotografica, poi digitale, infine pittorica. I diversi passaggi della Petronio sono da intendersi come la volontà di cristallizzare una esperienza soggettiva in un oggetto compiuto, che è la chiave dei diversi momenti della vita dell’artista: “paesaggi interiori”. Frutto di un viaggio in Canada, Niagara, l’opera presentata alla rassegna (v. Fig. 39), mette in scena l’evento naturale soverchiante lo spettatore o l’artista, il quale rimane inerme di fronte alla grandezza e alla forza dirompente delle cascate. Prevale una matrice espressionista, che carica il quadro di un ricordo evidentemente presente durante l’esecuzione. Cristiana Petrosino Nata il 15 novembre 1991 a Triggiano, provincia di Bari, si diploma al liceo artistico. L’opera esposta durante la rassegna (v. Fig. 40), _mani, è stata realizzata nel novembre del 2009, applicando su un foglio di compensato quattro pannelli di truciolato di diverse dimensioni, trattati successivamente con ducotone e vernice bianca e infine dipinto a tempera. Il senso di questo lavoro è rintracciabile nelle modalità espositive con cui è stato realizzato, infatti, la texture di fondo, le linee dei pannelli e l’effetto “doppio” dello sfondo danno l’idea della frammentazione e instabilità della realtà che combinato con il forte contrasto, quasi da sovraesposizione fotografica, rende il tutto “alieno” e lontano. Una tensione delle mani che sembra anelare a qualcosa impossibile da raggiungere. Elisa Piccinini Nata a Parma nel 1981, ha frequentato l’Istitito d’Arte “Paolo Toschi”, e poi ha conseguito il diploma di laurea all’Accademia di Belle Arti di Bologna. I suoi quadri sono vere e proprie esplosioni cromatiche. La sua ricerca artistica si sviluppa attorno alla realtà umana nelle sue molteplici sfaccettature, specialmente l’interiorità dell’uomo, con la sua ansia di assoluto e la sua sete di infinito. Nuovi ritmi, nuovi spazi, per un dialogo da tradurre in segni. Nuove armonie, nuove dimensioni, che si dischiudono in realtà inesplorate. Alla rassegna partecipa con due opere: Sole e Essenziale (v. Fig. 41 e 42). In Sole sembra cercare un centro luminoso che sia faro nel buio del caos. In Essenziale l’allineamento costante di sottili linee colorate sembra voler rappresentare il concentrarsi nel vivere solo il “sottile”, come profondo, essenziale appunto. Alice Pini Nata a Saronno il 30 agosto 1982, consegue il diploma presso il liceo artistico statale “Candiani” di Busto Arsizio con indirizzo sperimentale grafico, successivamente ottiene la Laurea in Architettura Civile al Politecnico di Milano. Da sempre la sua passione è il colore, nel suo aspetto plastico e materico. Nel corso della storia dell’arte, questo elemento, è venuto sempre più emancipandosi dal disegno, dalla forma, diventando esso stesso l’essenza della rappresentazione, Alice lo considera come una “pasta” da modellare nella quale imprimere la realtà, un amalgama grazie al quale i sentimenti e le paure, come attraverso uno stampo, riescono a trovare una forma fisica. Nei suoi lavori utilizza materiali vari: vino, the, caffé, foglie e fiori, tessuti e oggetti di diversa natura, acquistano vita artistica. Nella produzione della Pini tutto è insieme plastico, reale, immediato e pronto da toccare. La ricerca della verità, nel suo aspetto tattile, implica un rapporto fisico con l’opera d’arte, sia da parte dello spettatore, che è invitato a interagire con un’opera pittorica tridimensionale, sia da parte dell’artista, la quale opera sul dipinto utilizzando anche il proprio corpo come pennello: le mani spalmano e stringono, spremono, raggruppano, distribuiscono la materia colorata. A metà strada fra pittura e scultura si presenta, infatti, l’opera esposta durante la rassegna, In volo (v. Fig. 43). Vera Portadino Nata a Varese nel 1984, nel 2007 si diploma alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano in Arti Visive. In seguito si trasferisce a Londra dove consegue prima un Postgraduate Diploma poi un Master in Fine Art presso il Chelsea College of Art and Design. Ha partecipato a varie mostre collettive e allestito molte personali; attualmente vive e lavora tra Milano e Londra. Il suo lavoro nasce come una pratica multidisciplinare; interessata ai più diversi linguaggi espressivi con l’intento di indagare il tema dell’identità da un punto di vista prevalentemente esistenziale, psicologico e filosofico. Parole chiave come frammento, memoria, natura e segno sono al centro del suo discorso. 18 Nell’ultimo anno si è dedicata prevalentemente alla pittura su larga scala, inscenando paesaggi tra sogno e realtà, dove gli oggetti più disparati (vecchi e in disuso) prendono vita. L’opera che presenta per la rassegna è Finestrella dal cortile (v. Fig. 44). È un’opera molto giovane, risale all’estate 2007, e testimonia il discorso sulla memoria e l’annotazione di un oggetto corroso dal tempo: una finestrella, che, come dice l’artista «affacciandosi sul mio cortile di Seven Sisters, Londra, raccontava ogni giorno un pezzo in più della sua storia, e di quella delle persone che vi hanno guardato attraverso». Davide Riccardi Nato a Bitonto, in provincia di Bari, il 18 maggio del 1981, si diploma nel 2000 al liceo artistico “G. De Nittis” di Bari. Ha lavorato come scenografo, restauratore e decoratore d’interni senza comunque mai tralasciare l’arte del disegno e della pittura. L’opera Uomo Donna (v. Fig. 45), con la quale partecipa alla rassegna, presenta in primo piano due figure, rappresentate l’una con colori caldi e a tratti spigolosi, l’altra viceversa con colori freddi e linee morbide, richiamando rispettivamente gli stereotipi del maschile e del femminile, per poi stravolgerli attraverso l’immagine. La figura femminile fa sua la figura maschile, quasi preda. Sullo sfondo una natura selvaggia. Il tutto in chiave un po’ fantasy. Claudia Linda Rossetti Nata a Padova nel 1981, frequenta il liceo artistico “Santa Caterina” di Treviso e dopo un corso biennale, diventa restauratrice di dipinti su tela e affreschi. Collezionando numerose tra esposizioni collettive e personali, diventa ben nota nell’ambiente artistico veneto (realizza decori e piccoli restauri in alcune ville prestigiose della Marca e a Desenzano sul Garda), ma anche fuori. Espone, infatti, a Bologna nella Galleria d’Arte 18, partecipa a Longarone Fiere e, nel 2008, a una prestigiosa collettiva a Istanbul. Predilige la tecnica mista su tela e non delinea i volti, quasi a non voler attirare l’attenzione sul particolare, ma su una visione complessiva dell’opera. Dipinge il sentimento più della materia, l’astratto più che il reale. Abbracci e danze richiamano a esperienze sensoriali primitive ed emozionali piuttosto che tattili. Il minimalismo delle linee, evidenziabile nelle due opere esposte Amore e psiche e Danza Tribale (v. Fig. 46 e 47), rimanda all’essenza e all’essenziale di un gesto o di un rito. Cristina Rossi Nata nel 1969, vive e lavora a Bastia Umbra in provincia di Perugia. Ha perfezionato il suo percorso di artista frequentando l’Accademia di Belle Arti di Perugia; inoltre, ha avuto esperienze sia come docente, sia come critica d’arte. Alcune tra le più importanti mostre alle quali ha partecipato con le sue opere sono: “Festival dei due mondi” (Spoleto, 1993/94/95); “Nuove proposte 2001” (Ferrara, 2001); “World Festival of Art on Paper” (Slovenia, 2001); “Artisti di Bastia” (Bastia Umbra, 2003); “Metamorfosi”, Museo “V. Colonna” (Pescara, 2004); “Kontemporanea”, Castello “Carlo V” (Lecce, 2005); “Premio S. Crispino” (P. S. Elpidio, 2006); Premio Arte Laguna (Mogliano Veneto, 2007); “Acqua per la pace” (Latina, 2007); “Premio Bianchi Arte & Pittura” (Marsala, 2009); “Lo cunto de lo mare” (Napoli, 2009). In questa rassegna presenta, Emozione (v. Fig. 48). Così l’artista racconta la sua opera: «La vita interiore è un dinamismo di emozioni; sono le forze inarrestabili che dominano la nostra anima, susseguendosi in un ritmo di luci e di ombre, in una infinita varietà di cromie. L’opera vuole evocare il fragore di un’emozione che dirompe, pur essendo racchiusa e “contenuta” nell’anima». Luca Rossi Giovane artista romano, lavora per “l’esercito” dei Gormiti, famosi action figures per bambini. Nasce come artista 3d, ma in breve tempo la sua mano e la sua passione lo porta a diventare un illustratore, facendo della Digital Art il suo canale di ingresso privilegiato nel panorama artistico/creativo. Amante dei fumetti di Frank Miller, artisticamente ama la sperimentazione. L’opera The Joker (v. Fig. 49) si ispira al noto personaggio del comic Batman. L’immagine – realizzata interamente in photoshop – si presenta volutamente come un vecchio poster rovinato e si inserisce fra i vari disegni digitali presentati alla rassegna “C. Crayons de couleurs”. Annalisa Ruggieri Nata a Teramo il 22 maggio 1982, dopo il conseguimento del diploma di maturità classica, nel 2001 si iscrive alla facoltà di Scienze della Comunicazione e nel 2004 si trasferisce a Milano dove consegue il Diploma di Progettista di abbigliamento presso l’Istituto “Carlo Secoli”. In questi anni però la necessità di dipingere e di “usare” la tela la spingono a realizzare svariati quadri di natura astratta con anima pop. 19 L’opera The war (v. Fig. 50) si inserisce nella rassegna raccontando in maniera personale la guerra in Afghanistan: da una parte tanti visi sottili, agglomerati informi di genti a rappresentare la sofferenza del popolo, il pianto, la distruzione e la morte; dall’altra schizzi di rosso, fuoco e sangue immagine del potere. La netta contrapposizione bene-male/gioia-dolore, che nel quadro trova il suo culmine, è il leitmotiv delle opere di questa giovane artista. Ilenia Salaris Nata il 18 ottobre 1990 a Carbonia, studia arte da autodidatta, scoprendo a poco a poco quegli artisti che diventeranno per lei modelli di riferimento, come Pollock, Gorky, Duchamp, Ryman e Cattelan. La sua passione si traduce ben presto in una vera e propria necessità di intrappolare su tela e foto il suo stato d’animo. Il quadro presentato, Confusion (v. Fig. 51), sembra voler comunicare la confusione derivante dall’essere in bilico tra sogno e realtà, dal non trovare una propria identità, dalle tante domande che restano senza risposta, dalle infinite opinioni, impressioni, sentimenti tra loro opposti e contrastanti che animano spesso lo spirito dell’uomo; i pensieri affollano la mente come particelle impazzite, maschere grigie inserite in piccole bolle di sapone. Sullo sfondo un nero tagliente, il buio del silenzio. Arte concettuale, pop contemporaneo quello della Salanis, carica di significati e significanti nascosti o svelati dalla “maschera neutra”, una specie di teatro alla Alfred Jarry. Alessandro Santantonio Nato a Racale, in provincia di Lecce, il 20 Aprile1982, l’elemento portante e di collegamento delle sue opere è la rappresentazione di stati d’essere e d’animo, più o meno reali e surreali, per i quali spesso lo sfondo musicale fa da protagonista. Ogni opera nasce, si sviluppa e giunge a compimento avendo come input una canzone, una melodia, una colonna sonora o, anche più semplicemente, un suono, immediato, pulito o sporco che sia. Vita, quindi, costruita dai suoni, rappresentata dai suoni, fusa con essi e generata da essi. Ma, accanto alle proiezioni degli stati emozionali creati dalla musica, si affianca una necessità d’espressione, che spesso contrasta con una realtà vorticosamente proiettata al divenire. Ci si trova così d’innanzi al conflitto tra il bisogno d’esteriorizzazione dell’intimo nelle sue molteplici sfaccettature e l’impossibilità temporale nell’attuare ciò. Impossibilità o comunque restrizione temporale determinata da una società troppo distratta da una richiesta di velocità, di soddisfazione, di approvvigionamento e produzioni di beni materiali e di facile consumo. Da questa premessa l’opera presentata, Sorreggimi (v. Fig. 52), come espressione di una distruzione dell’essere, uno scontro tra schemi e proiezioni oramai ben consolidati, da una parte, e la necessità del singolo di assecondare la voglia di esplodere di una interiorità castrata, quella specie di turbine che, l’omino disegnato dall’artista, tiene in mano. Una figura che per poter sostenere il peso mentale dell’esistenza a bisogno di essere sorretta; un dito aiuta, infatti, la sua testa a non afflosciarsi e a non perdersi, segnando un limite sottile fra follia e ragione. Marco Simeoni Nato nel 1985 a Moncalieri in provincia di Torino, frequenta il liceo artistico “Renato Cottini”, nella sua città natale, dove acquisisce esperienze sia nel campo della scultura che in quello della pittura. Ha collaborato con una testata giornalistica locale per alcuni anni, disegnando illustrazioni umoristiche e ha potuto cominciare a esporre le sue illustrazioni grazie allo spazio messogli a disposizione dall’Ass. “Famija Moncalereisa” di Moncalieri. Ha poi continuato a far conoscere il suo lavoro nella città di Milano, ospite di alcuni locali cittadini. Il suo singolare stile di disegno lo si deve alle molteplici influenze artistiche che spaziano dalla Street Art al tratto gotico del regista Tim Burton. L’opera presentata alla rassegna (v. Fig. 53), dal titolo Don’t worry drive happy, ha come protagonista un vecchio Wolksvagen Bully in una divertente e colorata ambientazione che ricorda un paesaggio hawaiano. È un chiaro riferimento allo stile di vita del surfista, che pazientemente si sposta di costa in costa per cercare le onde più alte da cavalcare e domare. Il camioncino ha anche, evidentemente, matrice pop anni sessanta. Il Wolksvagen Bully è simbolo di libertà: lo usavano hippie e figli dei fiori e la band The Who gli dedicò persino un motivo, Going mobile. Giulia Spernazza Nata il 23 marzo 1979, vive a Roma. Nel 2008 si diploma in Decorazione presso l’Accademia di Belle Arti della sua città con una tesi in Storia dell’Arte (Felice Casorati, lo spazio malinconico). A novembre 2008 inaugura lo studio di pittura e scultura “Evasioni”, dove a tutt’oggi l’artista crea ed espone le sue opere. L’opera Pensieri in emersione (v. Fig. 54) è l’espressione di un momento sognante della donna. Nella sua ricerca artistica, l’autrice si confronta 20 spesso con il bisogno di introspezione e meditazione; a tal proposito, la figura appena accennata sembra volersi inserire in uno spazio interiore - nascosto e metafisico - dove tutto si confonde e svanisce. Un corpo che è alleggerito dal peso del capo, come possibile allegoria del dileguarsi del pensiero. Silvia Tagliaferri Nata a Pescia, in provincia di Livorno, il 6 luglio 1973, frequenta l’Istituto per l’Arte e il Restauro “Palazzo Spinelli”. Da circa dieci anni ha cominciato a dipingere, allestendo mostre personali e partecipando a collettive in territorio nazionale e internazionale. Fra le ultime si possono menzionare la personale del 2009 presso la Galleria Tornabuoni di Firenze e la Collettiva di artisti europei presso l’Università di Tula Tepeji in Messico L’opera presentata alla rassegna, Fetus, è un olio su tela (v. Fig. 55) che risente delle suggestioni dell’artista rispetto ai suoi ultimi studi sulla psicanalisi infantile e le artiterapie e dichiara una sorta di scenografico minimalismo. I vissuti riemersi in chiave emozionale sembrano aver dato forma alle immagini, bambole simboliche postmoderne e quasi cyber. Annamaria Targher Nata a Trento il 4 giugno 1974, nel 2000 si diploma all’Accademia di Belle Arti di Verona e nel 2005 si laurea in Scienze dei Beni Culturali. Tetti e finestre di un cielo d’inverno, presentata alla rassegna (v. Fig. 56), è fatta di esuberanti contrasti tonali che riportano prepotentemente, almeno nelle dichiarate intenzioni dell’autrice, all’atmosfera invernale connotata da un persistente buio, sul quale l’uomo (da secoli) tenta d’imporre una luce propria. Dalle prime festività pagane fino al Natale, l’obiettivo sembra essere quello di sottrarre il nostro vissuto all’indeterminatezza dell’oscurità tramite luci intermittenti e un esagitato gioco di colori veicolati, in primis, dalla forza gestuale tipica della prassi pittorica dell’autrice. Ne viene fuori una bella opera avanguardistica e carica di elementi cromatici, tra il concettuale e la Pop Art. Alice Tioli Nata a Padova il 7 marzo 1991, da sempre amante dell’arte compie un percorso di formazione del tutto personale; inizia dal disegno e prosegue poi con una ricerca pittorica e lo studio della storia dell’arte. Alla rassegna espone due opere (v. Fig. 57 e 58). In Bianco dentro tutto parte dagli occhi: occhi che cadono e si sentono sprofondare, occhi ancorati a un letto, occhi con le ciglia protese che cercano l’infinito. In primo piano una tastiera, un cuscino, una ringhiera sospesa, che fanno da appiglio al reale. Lo stupore, l’esserci, il patto di sangue tra due fragilità. Il sangue come essenza vitale, come realtà materica che irrompe sul sogno e macchia il “bianco”. Con Il sottile filo tra la mente il cuore e lo stomaco l’artista dichiara di voler mettere in evidenza quel «sottile filo che unisce inevitabilmente la materia all’inconscio, la giuntura tra la mente, le strazianti epifanie del passato e i sensi che ti riconducono al ricordo, ai particolari nascosti come pellicola attorno al presente; il colore, le immagini, la memoria di una vita cancellata che tende un agguato all’equilibrio. Il filo arriva al cuore: l’improvvisa ondata di dolore, le promesse spezzate, la lontananza che porta all’interrogativo; infine lo stomaco che si serra quasi come un meccanismo automatico e la necessità di confondere, nascondere il tutto, lasciare che l’acqua lavi con violenta tristezza purificatrice. È una sorta di danza della pioggia per ricreare sulla tela il marasma di un’esistenza». Niente da aggiungere per due opere capaci di essere sensazioni più che visioni, quadri quasi artaudiani, poiché fluttuanti tra sogno e realtà, come sospesi nell’essenza vitale, fra morte/rinascita. Irene Urbani Nata a Orvieto in provincia di Terni nel 1982, frequenta prima l’Istituto d’Arte della sua città e vi si diploma nel 2001, poi la facoltà di Lettere e Filosofia, indirizzo Scienze dei Beni Storico Artistici di Perugia, laureandosi nel 2007. Il suo stile nasce dal battito caldo di forme indigene, popoli, rapporti contemporanei, ma in particolare è l’Africa che la attrae. È, inoltre, d’interesse per l’artista la stilizzazione della forma e l’interpretazione che il linguaggio cromatico e materico hanno sullo spazio fisico del supporto. L’opera presentata alla rassegna (v. Fig. 59), dal titolo Antenati, è il ritratto primitivo, di spiriti e radici di un popolo, quello creolo, combinazione culturale e incontro reale tra indigeni, europei e africani. Un tuffo verso l’esotico, sia per quanto riguarda i colori (evidente è la scelta dei toni caldi), sia per quanto riguarda le figure: simboli totemici, simili a geroglifici. Le popolazioni aborigene scelte, dunque, dall’artista come miglior punto d’incontro fra passato e presente, in un quadro in cui varie correnti artistiche sembrano convivere. Se, infatti, le pennellate di colore avvicinano l’opera a