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GIOVEDÌ SANTO
Sera
Mare nostre
L’uomo cattivo
Forever Young
INTRODUZIONE
Vivere il Triduo Pasquale e non celebrarlo. Vivere, partecipare, ascoltare, sentire la
poderosa presenza che ha cambiato, che cambia la vita, che mi fa essere. Egli è qui!
E viene un’altra volta ancora a risvegliare il mio desiderio, a sostenerlo, a
compierlo. Egli è qui! Egli c’è, è reale, è qui. Senza di Lui, anzi nell’assenza di Lui, io
non vivo, non ho volto e la vita è noia. Ma vivere con Lui, scoprire Cristo presente,
dire Tu, riempie la vita di letizia. Egli è qui non perché tu meriti di essere con lui o
perché sei diverso dagli altri, più intelligente, più puro. Egli è qui e ama te anche se
“tu amar non sai”. Accorgersi di questo significa scoprire il segreto della vita. È
questa misteriosa presenza, è questo Tu che assicura la consistenza del mio io, del
mio volto. Questa presenza del Tu è la presenza che deve essere riconosciuta,
accolta ed amata; altrimenti l’io si dissolve nel barlume del quotidiano confuso. La
drammaticità della vita sta tutta nella lotta tra l’affermazione di sé come criterio
della dinamica del vivere e il riconoscimento di questa Presenza misteriosa e
penetrante come fattore costitutivo del mio volto. Non più io, ma Tu, Cristo, che vivi
in me. La tua presenza che ha preso l’iniziativa verso di me. Quello che conta non è
quello che tu farai, non è la tua teoria, i tuoi pensieri, o la tua filosofia della vita, o la
filosofia di altri. Ciò che conta è un evento reale nella vita, un evento capace di
cambiare la vita; quello che conta è ciò che succede in questo momento, il momento
in cui Egli si è coinvolto con la nostra vita e nulla è cosi commovente come il fatto
che Lui si sia fatto uomo per accompagnare ognuno di noi alla scoperta del nostro
volto umano. Egli è qui, e il suo nome è Gesù.
Liberazione n.2
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1) QUI SONO PRESENTE
“Se mi fermo e provo a pensare indietro non trovo nulla, o quasi, che mi faccia dire:
‘qui ero presente’”!!! Ecco il nostro problema. Guardando la nostra vita raramente
possiamo affermare “qui ero presente!”. Viviamo la vita come se fossimo su un
treno ad alta velocità, affacciati al finestrino. Riempiamo il tempo con più attività,
con più cose da fare. In America si chiama multi-tasking: fare molte cose nello
stesso tempo (ascolti il professore mentre mandi dei messaggini, ascolti musica e
nello stesso tempo parli con il compagno a fianco). Siamo definiti dal fare, ma nel
fare tante cose non proviamo niente, non sentiamo più niente tranne che una noia
che penetra nel nostro cuore. Siamo distratti, anestetizzati come se tutti i giorni
prima di alzarci dal letto mettessimo addosso una armatura invisibile che ci
protegge dalla scossa del reale. E tanto più siamo attivi, tanto più viene eliminata la
sfida del reale.
Es. episodio delle Torri Gemelle: “tu sei un prete e devi dire loro che va tutto bene”.
Quante volte la nostra compagnia diventa un nascondiglio, un luogo in cui ci
sentiamo protetti dal male, come in una terapia psicologica. Cristo può anche
essere sentito come un rifugio psicologico, un tranquillo nascondiglio dal male del
mondo e dalle sue cattiverie, una risposta emozionale, che mette in ordine la vita
per un po’. Non per sempre perché la vita è testarda. È meglio fare molte cose così
che non sentiamo nulla. Lavare via il dolore, farlo sparire è diventata la droga legale
di tutti. Facciamo tante cose, ma non facciamo reale esperienza più di niente.
Abbiamo perso il gusto della realtà. Siamo anestetizzati, drogati così che l’impatto
della realtà, la scossa della realtà non è più sentita. Facciamo il possibile per
proteggerci dal reale, e quando la realtà ci si presenta per quello che è non
riusciamo più ad affrontarla. “La realtà è troppo per l’uomo” (Eliot).
Non sperimentiamo più la realtà, ma non perché essa non sia attraente, non perché
essa non ci sfidi, ma perché non la percepiamo più, non siamo più dentro la realtà.
Vediamo il mondo attorno a noi, ma non ne facciamo più esperienza e l’unica cosa
che ci interessa sono “le cose da fare”. Come dice la canzone, “Perché la vita e la bici
hanno lo stesso principio, devi continuare a muoverti per stare in equilibrio”. E così
ci troviamo in balìa delle circostanze, incapaci di vedere più in là di noi stessi,
vivendo a prescindere da tutto ciò che capita attorno, ripiegati su di noi. Più
facciamo cose, più fragili diventiamo, infastiditi a volte perché la vita non gira come
l’avevamo pensata, annoiati dalle circostanze perché sono prive della potenza che
sembrano promettere, siamo insoddisfatti, ma sorprendentemente non abbastanza
da esplodere; annoiati ma non abbastanza da urlare. E così pian piano, la vita non ci
interessa più. Ci interessa fare cose, ci interessano le emozioni che percepiamo.
Non ci interessano gli amici, ma quello che possiamo fare con loro. Non ci interessa
quello che è fuori di noi.
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Robert Nozick, un filosofo americano e professore a Harvard, ha fatto un
esperimento: ha immaginato che noi potessimo creare una macchina capace di
produrre le emozioni, una macchina capace di assicurare il compimento dei nostri
sogni. Ma tu, ti connetteresti a questa macchina, vivresti attaccato a lei? Io e te,
come la maggioranza di quelli a cui Nozick fece la stessa domanda anni fa,
proviamo ripugnanza all’idea di “sentire” la vita senza viverla, perché ci interessa
qualcosa d’altro, qualcosa in più rispetto alle emozioni e ai pensieri. Nozick nel suo
studio concluse, che una delle ragioni per cui molti non vorrebbero vivere la vita
così è perché connettersi alla “macchina delle esperienze” ci limiterebbe ad una
realtà umana, ad un mondo senza profondità, senza possibilità di contatto attuale
con una realtà al di là di ciò che appare. Ci interessa entrare in contatto con la
realtà? Entrare in rapporto con qualcosa d’altro? Questa è la natura dell’uomo, la
natura della ragione: essa è ultimamente esigenza di altro e percepisce l’effimera
apparenza delle cose e delle circostanze come un invito ad altro, misterioso,
diverso da me, infinito, non raggiungibile con le nostre forze, con le nostre mani.
Esigenza di altro, nostalgia di altro.
2) IL DRAMMA DELL’ESISTENZA
Questo è il dramma della nostra esistenza. Tutto cospira a far tacere quest’urlo
dentro di noi. Possiamo riempire la vita di progetti, avvenimenti, attività, ma prima
o poi il cuore umano si fa sentire, si mette a urlare. Prima o poi il cuore umano,
toccato dalla realtà, viene fuori.
O. V. Milosz, Miguel Mañara.
Ho trascinato l’Amore nel piacere, e nel fango, e nella morte; fui traditore,
bestemmiatore, carnefice; ho compiuto tutto quello che può fare un povero diavolo
d’uomo, e vedete! Ho perduto Satana. Mangio l’erba amara dello scoglio della noia.
[...] Certo, nella mia giovinezza, ho cercato anch’io, proprio come voi, la miserevole
gioia, l’inquieta straniera che vi dona la sua vita e non vi dice il suo nome. Ma in me
nacque presto il desiderio di inseguire ciò che voi non conoscerete mai: l’amore
immenso, tenebroso e dolce. Più di una volta credetti di averlo afferrato: e non era che
un fantasma di fiamma. L’abbracciavo, gli giuravo eterna tenerezza, esso mi bruciava
le labbra e mi copriva il capo con la mia stessa cenere, e, quando riaprivo gli occhi,
c’era il giorno orrendo della solitudine, il lungo, così lungo giorno della solitudine, con
un povero cuore tra le mani, un povero, povero, dolce cuore leggero come il
passerotto d’inverno. E una sera la lussuria dall’occhio vile, dalla fronte bassa, sedette
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sul mio giaciglio, e mi contemplò in silenzio, come si guardano i morti. Una bellezza
nuova, un nuovo dolore, un nuovo bene di cui presto ci si sazi, per meglio assaporare il
vino di un male nuovo, una nuova vita, un infinito di vite nuove, ecco quello di cui ho
bisogno, signori: semplicemente questo, e nulla di più. Ah! Come colmarlo,
quest’abisso della vita? Che fare? Perché il desiderio è sempre lì, più forte, più folle che
mai, come un incendio marino che avventi la sua fiamma nel più profondo del nero
nulla universale! È un desiderio di abbracciare le infinite possibilità! Ah! Signori! Che
cosa facciamo, noi, qui? Che cosa guadagniamo, qui?.
La droga più potente, l’armatura più potente non può uccidere il cuore dell’uomo.
Può sotterrarlo sotto la propria cenere, dare all’uomo tante cose da fare, ma
ucciderlo no... non può mai!
3) LO SVEGLIARSI DEL CUORE
Carrón l’anno scorso aveva fatto questo augurio: “Sentire urgere dentro di sé le
esigenze di felicità, di bellezza, di giustizia, di amore, di verità, sentirle vibrare,
ribollire in ogni fibra del nostro essere è inevitabile, tranne che uno sia una pietra”.
Le domande di libertà e felicità ci sono familiari. Certo, tutti noi percepiamo una
certa repulsione per una vita senza aspirazioni anche se allo stesso tempo facciamo
il possibile per dimenticarcene o “farle tacere”. Ma questo è il momento più umano,
il momento di vivere all’altezza dell’ideale a cui il cuore spinge senza sosta. Il
momento in cui l’impatto del reale ti fa sperimentare il tuo “cuore”. Il cuore si fa
sentire quando l’io è scosso dal reale. Ma questo può essere percepito come un
tormento, se la possibilità di una risposta non c’è vivere così sarebbe veramente
assurdo. Se qualcuno non è presente l’urlo del cuore può essere percepito come
tormento, come angoscia di cercare qualcosa che non c’è. La realtà invece di
continuo mi sollecita a cercare qualcosa d’altro, qualcosa che corrisponda a questo
grido del cuore. Nell’incontro con il reale io trovo qualcosa che la macchina di
Nozick non può darmi. È più di un’emozione. Quando incontro il reale, il cuore
vibra ed esige qualcosa di più delle emozioni. È impossibile da noi stessi rispondere
a questo grido che siamo. C’è, ma cos’è? Questo è l’apice della nostra umanità. La
percezione di un esistente ignoto, cui tutto il movimento dell’uomo è destinato. È
l’idea di mistero. C’è ma non è afferrabile dall’uomo.
E. Waugh, Ritorno a Brideshead:
Forse, pensavo, mentre le sue parole restavano fra noi librate nell’aria come un filo di
fumo di sigaretta – un pensiero sottile ed evanescente destinato a scomparire come
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fumo senza lasciare traccia – forse ogni nostro amore è solamente un indizio, un
simbolo; una collina dalle molte sommità invisibili, una porta che si apre come in un
sogno a mostrare solo un prolungarsi della passatoia, fino a un’altra porta; forse tu e
io non siamo che maschere, e la tristezza che a volte cala fra noi nasce dalla delusione
del nostro cercare, entrambi tesi nello sforzo di andare attraverso e al di là dell’altro,
intravvedendo per un istante un barlume dell’ombra che sempre a ogni angolo ci
precede di qualche passo.
Vivere ogni giorno tentando di raggiungere uno sconosciuto. Questa è una
situazione di vertiginosa sproporzione: quanto più l’uomo cammina, tanto più
diventa evidente e difficilmente dimenticabile, in tutti gli aspetti della vita, la
presenza di un “di più”, di un altro. Tu non devi fare niente per provocare questo.
C’è in te un cuore che, scosso dal reale, vibra bisognoso di conoscere un altro, un
Tu.
4) ATTESA DI UN TU
Se c’è questo Mistero, se c’è un’altra cosa, se non possiamo saperne niente, la parola
che però dobbiamo usare verso di lui deve essere la più dignitosa. La parola più
dignitosa che abbiamo nell’esperienza umana è coscientemente dire a un altro: “tu”.
Se diciamo “tu” allora comprendiamo che non limitiamo il Mistero. La parola Tu
implica qualcosa di diverso da me, oggettivo e diverso da me, qualcosa di diverso
da ciò che penso e sento. Questa è la decisione della vita, seguire la presenza che fa
insorgere dentro di noi le esigenze del cuore, che rende la vita un movimento
continuo. Questa è la vita e chi non accetta questo, non accetta di vivere: partiamo
per un’avventura in cui chi calcola con la propria misura si perde, perché ciò che ti
aspetta, ciò che la realtà svela, non sei tu. La verità della vita è la misura del
Mistero. Questa è la decisione più grande della vita. Non io ma tu, o Cristo. Una
decisione che ha delle conseguenze imprevedibili. Solo per audaci. Solo per gente
viva, libera, capace di volersi veramente bene.
Il mio volto
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VENERDÌ SANTO
Mattino
Anime affaticate et sitibonde
Vero amor è Gesù
Non son sincera
1) IL CAPOVOLGIMENTO DEL METODO
Tutti gli uomini, si sono trovati addosso questa domanda: “Come posso io arrivare a
questo Tu?”. La risposta è semplice. Non ce la farai mai perché c’è una sproporzione
non colmabile tra l’io e questo Tu. La verità è che tu non puoi arrivarci. Non puoi
farcela, salvo che il mistero stesso si faccia uomo. Non puoi raggiungerlo a meno
che egli scelga di venirti incontro. “Il verbo si è fatto carne”. Il mistero ha deciso
nella sua tenerezza di bussare alla tua porta - questo non è una metafora per
riscaldarti il cuore, è un fatto accaduto. Il mistero ha scelto di venire verso di te.
Come con Zaccheo, è andato a casa sua. Per farsi conoscere, il mistero è entrato
nella vita dell’uomo come uomo, secondo una forma umana, così che il pensiero e
l’affettività dell’uomo siano attratti a Lui. Non c’è altro di più importante, anzi più
urgente da verificare. Se questo è vero, la vita deve essere ripensata, riguardata, se
questo è vero il metodo cambia, la vita cambia. Non sono più io con la mia
intelligenza, creatività e sforzo, col mio “da fare” che tento di raggiungere Lui, ma è
Lui che raggiunge me, che viene incontro a me, nella forma per me più familiare e
facile da verificare. Tutto è capovolto. Il rapporto con il Mistero non è più basato su
una analisi, su uno sforzo di volontà, ma su un riconoscimento, l’imbattersi nella
Sua Presenza. Questo è il capovolgimento. Non è più centrale lo sforzo di
un’intelligenza e di una volontà costruttiva, di una faticata fantasia, di un
complicato moralismo: ma la semplicità di un riconoscimento. Anche la domanda
da porsi è capovolta. Non più come possa io raggiungerlo. Se è vero che il mistero è
entrato nella storia ci costringe a fare un’altra domanda: “Chi è Gesù?”. Dio ha
sfondato la distanza in cui noi lo sentiremmo e lo terremmo. Lo ha fatto
incarnandosi. Un uomo che, mangiando, camminando, vivendo normalmente la sua
esistenza di uomo ha detto: «Io sono il vostro destino», «Io sono Colui di cui tutto il
Cosmo è fatto». Il semplice fatto che ci sia un uomo che affermi: «Dio è diventato
uomo» pone un problema radicale e ineliminabile per la vita di ognuno di noi. Che
Egli sia esistito, che Egli esista questa è la questione decisiva dell’esistenza. Come
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faccio io a verificare se questo è vero o meno? Non posso farlo con la mia
intelligenza perché la mia intelligenza e volontà non possono afferrare ciò che è più
grande di me, altro da me. Se vuoi verificare se questo è vero o meno, devi seguire il
metodo imposto dal mistero altrimenti non lo verificherai. Il Mistero ha sfondato
l’astrazione e la lontananza in cui sarebbe inevitabilmente tenuto dall’uomo, ha
scelto di entrare nella storia dell’uomo con una storia identica a quella di qualsiasi
uomo e ha proposto un metodo nuovo, un metodo che tutti possiamo usare,
familiare a tutti: questo metodo è l’incontro. Se voi volete capire dovete
immedesimarvi con quello che è successo in coloro che hanno incontrato Gesù.
L’incontro con Simone. Immaginatevi Simone davanti a Gesù, all’eccezionalità di
quello sguardo di tenerezza con cui abbracciava tutto di lui. Pietro lo sentiva come
vero perché corrispondeva a lui, si è sentito afferrato da Lui, tanto che il giorno
dopo è tornato a cercarLo.
L’incontro con Nicodemo. Immaginatevi quel vecchio fariseo afferrato dallo
sguardo di quell’Uomo, dalle sue parole. Fino a che ha deciso di andare a cercarlo di
notte. E lo ha sentito dire parole che non aveva mai sentito: “rinascere di nuovo”.
Nicodemo sapeva che non poteva tornare indietro, tutto era stato ribaltato. La Sua
presenza, il Suo sguardo faceva cambiare coloro che lo incontravano e si
attaccavano a Lui, li faceva rinascere uomini nuovi.
Lela
2) MA TU CHI SEI?
Simone ha deciso di lasciare tutto e andargli dietro tutti i giorni e Lo guardava
attentamente, come gli altri compagni. Affascinato Lo guardava agire, e ad un certo
punto comincia a chiederGli come fare le cose. E man mano che gli andava dietro,
quello stupore iniziale, si approfondiva. Pensate a Simone. che dopo un po’ di
tempo con Gesù si sente dire: Simone, figlio di Giovanni, ti chiamerai Pietro. Simone
si chiede come mai gli cambi il nome, lo sente una pazzia ma nello stesso tempo una
cosa giusta. Più il tempo passava, più una domanda si presentava potente nella sua
mente: Ma tu chi sei? Pietro conosceva tutti i dettagli della vita di Gesù, sapeva tutto
di quell’uomo ma tutto ciò non poteva spiegare l’eccezionalità di quell’uomo. Ma tu,
Gesù, chi sei? Chi sei, tu che anche il mare ti obbedisce? E Pietro ne parlava con gli
amici - certo di nascosto. Quella domanda non è una domanda tipica che fai alla
gente per strada. E discutevano tra di loro, discutevano tanto. Ognuno aveva una
teoria e tentava di convincere gli altri. Un giorno passando con Pietro e i suoi
compagni sotto la roccia di Cesarea di Filippo, Gesù, che probabilmente li aveva
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sentiti discutere, li guarda ancora e dice: «La gente chi dice che io sia?...». Loro
contenti si mettono a chiacchierare, raccontando a lui tutte le teorie che avevano
sentito o avevano loro stessi immaginato. Ma poco dopo, Gesù li ferma e dice: e voi,
chi dite «che io sia»? Pietro di scatto risponde: «Tu sei il Cristo, il figlio del dio
vivente.» Non può essere successo in un altro modo. Gesù, tu sei il mistero, il
compimento della vita. Tu sei tutto. Pietro ha risposto subito, pieno dell’evidenza
che nasce dalla vita condivisa con lui. La domanda che Cristo fa agli apostoli è la
domanda della nostra vita. Nessun’altra domanda che l’uomo possa pensare è più
grave, più grande e più decisiva di questa; tutta la nostra vita, come valore, dipende
dalla risposta a questa domanda: se egli sia esistito come uomo qualsiasi, o se il
Mistero si è fatto carne, se Dio si è fatto uomo. Questo è il modo in cui il Mistero si
rivela a te e a me. Il modo normale, la forma umana in cui ci incontra: le circostanze
della vita. La domanda presente nel canto “Noi non sappiamo chi era” è la domanda
di fronte ad ogni circostanza.
Noi non sappiamo chi era
3) DOVE ANDREMO
Un giorno Gesù rimane solo con Pietro e i suoi compagni nel silenzio della sera.
Gesù rompe quel silenzio con un’altra domanda sconvolgente: «anche voi volete
andarvene?» E Pietro, sconvolto da quelle parole, ricorda tutti quegli altri momenti
e di scatto grida all’improvviso, impetuoso: «Maestro, anche noi non
comprendiamo quello che tu dici, ma se andiamo via da te dove andiamo? Tu solo
hai parole che danno senso alla vita». La sua risposta era un riconoscimento, non
una decisione. Riconoscimento di verità umana, di umanità corrispondente al suo
cuore, a quello che aveva desiderato tutta la sua vita.
Questa è la vera scelta: guardare qualcosa che si inoltra, si imbatte nella tua vita,
evoca in te, evoca nella tua persona il senso della tua vita, ti fa desiderare di poter
esser vicino a quell’uomo, perché con Lui il cammino diventa più semplice, più
consapevole, più lieto.
Dulcis Christe
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4) È SE OPERA
Quell’uomo ha detto: “Io sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”.
Solo se è presenza ora, infatti, Egli può influire su di me e cambiare me, darmi
quello che Lui vuole come aveva fatto con Pietro e i suoi compagni. Solo ciò che
agisce nel presente “è”. Ciò che non agisce nel presente non è, non c’è. Perché noi
non possiamo uscire dal presente: partiamo dal presente, agiamo nel presente,
viviamo nel presente. Ma se è con noi tutti i giorni, deve essere visibile, tangibile,
udibile, misurabile in tempo e spazio, oggi, adesso. Nello stesso modo, con la stessa
modalità in cui egli attuava duemila anni fa. Altrimenti non è. Altrimenti è solo un
ricordo. Una bella favola. Se Gesù non fosse qui ed ora, il Suo nome - Gesù Cristo non sarebbe che una pura parola: “Sarò con voi tutti i giorni”: Egli è presente. Ma
dove è? Come è? Cristo è presente secondo la modalità che Lui ha creato: la
compagnia delle persone che afferra e immedesima con Sé. La compagnia nasce da
un io che dice Tu; da un io, da una persona che sa dire Tu. Con queste persone
immedesimate con Lui e quindi legate fra loro, Egli è presente nel mondo con una
faccia. Egli è qui. L’avvenimento cristiano ha la forma di un incontro: è qualcosa che
penetra i nostri occhi, che tocca il nostro cuore, che si può afferrare con le nostre
braccia. Così fu salvata la nostra vita. Il Mistero, questo Tu, ha scelto nella sua
tenerezza di venire incontro a te. Non come un ricordo, ma contemporaneo a te.
Cristo continua ad afferrare l’uomo e lo porta dentro di Sé. È Lui che nel corso della
storia, fra tanta gente nel mondo, prende ora l’uno ora l’altro, senza domandare il
permesso a nessuno!
Il racconto di Giulia, Cometa: il fumo come rimedio alla drammaticità della vita, poi
l’incontro con una prof.ssa, Antonella e la caritativa. “Io in Dio non credevo più, mi
aveva portato via due persone per me importantissime”. L’essere amati è la
caratteristica che accompagna lo stupore di questo incontro che cambia la vita. Non
sono le regole che ti cambiano, è la Sua presenza che ti cambia. La vita mia, il mio
volto, nasce da un incontro fatto, cioè da una Presenza riconosciuta che permane
nel tempo. Questo incontro ci costituisce, ci cambia. Come per Pietro. Non con delle
regole o dei calcoli, con delle misure tanto umane, ma con una presenza che si fa
simpatica, che stupisce nella sua eccezionalità. Il problema non è allora diventare
bravi, ma è ritrovare Lui, questa è la sfida. Come per Pietro, non è un problema
intellettuale, è il riconoscimento semplice di un di più. Ma attenti a non cambiare il
metodo, a non ritornare al solito approccio della vita. Davanti all’incontro tento di
ridurlo alla mia misura, tento di analizzarlo, di afferrarlo, di rinchiuderlo nella mia
mente. La domanda giusta non è perché è accaduto a me. La domanda più giusta è:
“Ma tu chi sei?”. Bisogna capovolgere il metodo. Il centro dell’attenzione non sei più
“tu”, ma un altro fuori di te che è entrato nella tua vita. Non riusciresti ad afferrarlo,
a capire le ragione ultime, a rinchiuderlo nella tua mente. Qualcuno è entrato nella
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vita e ti ha cambiato, rivoltato la vita. Vi rendete conto che la domanda giusta non è
“Perché?” ma “Tu, Chi sei?”. Ecco l’alternativa che Pietro ha vissuto. L’alternativa
che tutti noi viviamo. L’alternativa tra lo stupore o la mia misura. Se davanti a
questo cambiamento nella vita, se davanti a questi fatti noi non diciamo Tu noi non
chiediamo: “Ma tu chi sei?”, la certezza non cresce in noi e quello che prevale è un
volontarismo ed eterna contusione. Giudichiamo noi stessi, facciamo da noi,
riduciamo l’eccezionalità del fatto a pensiero, a quello che riusciamo a capire. O
magari riduciamo l’evento di Cristo ad un moralismo: «Ma siccome questo è
successo allora io dovrei fare...”. Questo è il punto del tradimento. Siamo stati presi,
stupiti, afferrati, cambiati da lui e un istante dopo giriamo lo sguardo verso di noi,
verso i nostri giudizi, verso ciò che noi siamo capaci di capire, di immaginare. Sei
stato cambiato fino ad un punto che i tuoi amici non ti riconoscono più e invece di
riconoscere l’eccezionalità del fatto, cambi il modo di guardare e tenti di analizzare:
“Perché?”. Questo è il nostro punto di sfida. Abbassiamo lo sguardo, smettiamo di
puntare lo sguardo su di lui, su ciò che è successo e ci nascondiamo nella nostra
testa, nella nostra analisi del perché, nella nostra analisi della situazione e come
conseguenza Cristo non è più nell’orizzonte del nostro guardare e sentiamo paura.
Il dubbio ci invade. Quando lo sguardo non è su di Lui, abbiamo paura. Questo è il
peccato, il tradimento di Giuda che ha tentato di spiegare Gesù. Ha tentato di darsi
delle ragioni e dei motivi per la sua esistenza. E come risultato non riusciva a
vederlo più. Vedeva ciò che lui aveva pensato di capire, ma era incapace di
riconoscere la sua eccezionalità. Questo è il tradimento. Anzi, il cuore di tutti i
nostri tradimenti.
5) IL “SÌ” DI PIETRO
Giovanni 21, 15-19
Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene
tu più di costoro?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse:
“Pasci i miei agnelli”. Gli disse di nuovo: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene?”. Gli
rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci le mie pecorelle”.
Gli disse per la terza volta: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene?”. Pietro rimase
addolorato che per la terza volta gli dicesse: “Mi vuoi bene?”, e gli disse: “Signore, tu
sai tutto; tu sai che ti voglio bene”. Gli rispose Gesù: “Pasci le mie pecorelle. In verità,
in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove
volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti
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porterà dove tu non vuoi”. Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe
glorificato Dio. E detto questo aggiunse: “Seguimi”.
O. V. Milosz, Miguel Mañara
Ecco la luna, ecco la terra, ecco l’ uomo debolissimo e il suo grande dolore. Eppure,
nonostante tutte queste cose che sono, non oso dire che Tu sei. Chi sono io dunque per
osar dire che Tu sei? Non sono sicuro, non ho il diritto di essere certo che di una sola
cosa: del mio amore, del mio amore, del mio cieco amore per Te. Nulla è puro, tranne
il mio amore per Te; nulla è grande, tranne il mio amore per Te. Nulla è bello, tranne
il mio amore per Te. […] Nulla è sincero tranne il mio amore per Te, nulla è
immortale, tranne il mio amore per Te. […] Il tuo grande amore mi brucia il cuore, il
tuo grande amore, mia sola certezza. […] O lacrime! o fame d’eternità! o gioia! Ahimè!
perdona! Ahimè! Amami!.
Cit. contributo Chiara: “Nella malattia per cui rischio di morire ho riscoperto tutto
come dono. Il cristianesimo è qualcosa di indefinibile con le parole, parto per i tre
giorni di Pasqua chiedendo che Cristo invada il mio cuore, che Lui mi converta, vivo
nell’attesa del Mistero chiedendogli di farsi compagno, vivo nella certezza della Sua
presenza”. Il mio peccato non è, il mio tradimento non è, solo tu sei. È semplice e
bella la vita degli amici di Cristo.
6) CRISTO COMPAGNIA DELL’UOMO
Afferrati da Lui, immedesimati con Lui, diventati una cosa sola con l’Io di Cristo,
membra Sue. Cristo ha guardato te e ti ha preso e ti ha portato in Sé. E se ha preso
me e ha preso te, noi siamo una cosa sola, diventiamo membra l’uno dell’altro. Il
modo con cui Cristo è presente a noi, è con noi tutti i giorni è una compagnia fatta
di carne e di ossa, di tempo e di spazio misurabile, visibile, udibile, tangibile:
sperimentabile. La comunione, la compagnia, non è un gruppo di persone che mi
accompagnano nella vita aiutandomi nei momenti di difficoltà. La comunione è
dimensione della persona, è essenziale alla presenza cristiana dovunque la persona
sia. La comunione non è necessariamente un’aggregazione di individui che si
trovano bene insieme, ma l’espressione del amore di Cristo. Io appartengo a te, Io
sono te. Non c’è distanza tra Cristo e la comunione. La compagnia non è un modo di
conoscere Gesù o di vivere la vita meglio. La compagnia non è uno strumento da
usare così che tu possa fare altro. La compagnia è Gesù. Il modo con cui Cristo è
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presente a noi e con noi tutti i giorni è una compagnia fatta di carne e di ossa, di
tempo e di spazio, misurabile, visibile, udibile, tangibile: sperimentabile.
Cristo ha preso ognuno di noi e si è reso costantemente e attivamente presente a
noi nella compagnia di tutti coloro che ha preso come noi.
Seguire Cristo è seguire questa compagnia che ti educa, che ti insegna a pregare, a
lavorare, ad amare come Cristo insegnava a Pietro. Seguire vuol dire
immedesimarsi con i criteri del maestro, con i suoi valori, con ciò che ci comunica.
In questa sequela si nasconde e vive la sequela di Cristo. Non l’attaccamento alle
persone, ma la sequela a Cristo, è la ragione della sequela tra noi. Vero amico è colui
che, nella discrezione e nel rispetto, aiuta l’altro verso il suo destino. Questo è il
metodo. Cristo si fa presente nella carne di un falegname. Il metodo è dato da
Cristo.
7) LA VITA COME COMPITO
Allora tutto cambia, la sua presenza fa cambiare il modo in cui ci rapportiamo con
gli altri, il modo di andare a lezione, come saluti i tuoi genitori. Il rapporto con la
realtà è direttamente e coscientemente voluto in funzione di Cristo: tutta la vita è
direttamente in funzione di Cristo. Ogni azione diventa offerta e la vita è vocazione.
Offerta è la parola più importante. L’offerta costituisce la forma di domanda più
acuta. L’offerta è, innanzitutto, riconoscere che ciò di cui la realtà è fatta, è Cristo.
Come conseguenza, quanto più uno capisce e guarda in faccia questo, quanto più lo
sente, quanto più lo fa diventare contenuto di esperienza, tanto più gli viene
l’impeto di dire: «Signore vieni, fatti vedere! Se questa cosa è fatta di Te, se l’alba è
fatta di Te. fatti vedere». Questo «fatti vedere» può essere: «Rendimi acuto a
guardare l’alba come un segno della tua bellezza o le stelle come un segno della tua
grandezza; e vieni!». «In Te consiste ogni cosa; perciò vieni!». E dire Tu agli amici,
l’altro, “tu” non sei me: non sei il risultato delle mie idee e pensieri, ma altro da me.
Scoprirsi a dire “tu” all’amico, alla morosa. Che dignità, che sacralità! Quando,
l’uomo arriva a scoprire nei rapporti con gli altri uomini questo tu e pronunciare
questo Tu con consapevolezza, quando uno arriva a questo tu con l’uomo o con la
donna o con il bambino o con l’estraneo allora capisce cosa sia il mistero. L’infinito
è questo Tu divino che permette questi tu umani. Un uomo che non viva un
momento così con la sua donna, non ha mai amato la sua donna. Uno che non ha
mai amato così, sentito quest’onda dentro di sé, questa venerazione, adorazione
improvvisa verso la faccia dell’amata, non ha mai amato. Questo si chiama
verginità. La verginità è vivere la vita dicendo Tu alle cose e alle persone. Questa
presenza del Tu è la presenza che deve essere riconosciuta, accolta ed amata. Tutta
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l’essenza dell’uomo, tutta l’essenza e la dignità si rivela quando l’io si scopre a dire
“tu” a Cristo. Occorre decidere per l’esistenza. Decidere per l’esistenza significa
seguire la presenza che fa insorgere dentro di noi le esigenze del cuore, che rende
la vita movimento continuo. Questa è la vita e chi non accetta questo non accetta di
vivere: partire per un’avventura in cui chi calcola con la propria misura si perde,
perché ciò che ti aspetta, ciò che la realtà svela, non sei tu. La verità della vita è la
misura del Mistero. Il volto che non si vede, si è reso presente, fatto carne in questo
mondo dove mangi, studi, litighi, lavori. Egli è qui nel nostro mangiare e bere,
vegliare e dormire, vivere e morire. Egli è fisicamente sensibile, un uomo Gesù
Cristo, la cui presenza è rimasta e rimane fisicamente segnata in una compagnia.
Negra sombra
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VENERDÌ SANTO
Pomeriggio
VIA CRUCIS
Prima stazione: Marco, 14
Gesù chiede agli apostoli di vegliare e pregare, ma loro si addormentano, Gesù
torna da loro e li sveglia.
Quando Gesù se ne va per loro è come se non ci fosse più perché non lo vedono,
tant’è che si addormentano, ma Cristo non smette di proporsi e torna da loro.
Seconda stazione: Matteo, 27
Tradire vuol dire ridurre Cristo a un pensiero e allora ne rimaniamo delusi, infatti
quello che Giuda ha ottenuto dalla vendita di Gesù non è bastato a compiere il
desiderio e la morte è stata l’ultima affermazione di sé.
Il tradimento di Pietro forse è peggiore di quello di Giuda, la differenza è che di
fronte allo sguardo di Cristo Pietro avverte tutto il dolore del suo tradimento e così
torna a domandarlo.
Terza stazione: Luca, 23
La morte è la sfida ultima al cuore dell’uomo. Accettare di morire come Cristo vuol
dire vivere le circostanze che Lui ci da. Il sacrificio è strumento di adesione al
sacrificio di Cristo.
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VENERDÌ SANTO
Sera
ASSEMBLEA IN ALBERGO – DOMANDE
Un gesto deve diventare esperienza e giudizio.
1. Che cosa hai capito in più nel rapporto col Mistero e cosa ti ha aiutato a capire un
po’ di più?
2. Che domanda hai e cosa ti è ancora di ostacolo?
Francesca: di fronte alla domanda chi è Cristo e quello che abbiamo di più caro
sento che la risposta è Cristo ma non capisco perché. È la risposta più sensata, ma
non capisco il perché. Tutta la mia esperienza mi parla di questo.
Silvia: ho sentito cose che mi descrivono, vorrei capire perché queste persone lo
chiamano Cristo e se è il Cristo di cui parla la Bibbia.
Benedetta: commossa, mi sono sentita descritta, le questioni sono aperte, ma mi
sento come zoppa, che c’entra Gesù?
Marta: Cristo può rispondere al nostro desiderio, e questo è tangibile, Cristo non è
lontano al mio cuore, eppure molte cose mi fanno soffrire.
Caterina: la domanda su Cristo rimane, ma qui ho visto una ipotesi che non è solo
ipotesi. Un testimone da vedere.
Marianna: perché preghiamo e recitiamo delle formule?
Teresa: canto come preghiera.
Florentina: come riportare l’esperienza che ho visto qui a casa?
Andrea: cit. libretto pp. 6, 7 – incontro di Pietro con Gesù.
Francesca: ho sentito come nuovo il richiamo all’amicizia, non per i nostri amici,
ma per quello che possiamo fare con loro.
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Giacomo: apatia, Medina la prima sera. Come faccio io ad avere la certezza
dell’esistenza di Cristo giorno per giorno? Io non posso accontentarmi di scossoni
annuali, io voglio scossoni tutti i giorni.
Filippo: perché Cristo non è quello che ho di più caro? Apatia inevitabile senza
Cristo.
Giulia: qui vivo una esperienza grande, ma a casa la situazione è molto diversa dualismo.
Benedetta: non è detto che sia un vantaggio avere la famiglia del movimento.
Maria Chiara: noi riempiamo il tempo con cose, come posso vivere tutti i miei
impegni e essere allo stesso tempo presente a me stessa?
Giovanni: cit. p.12, mi rendo conto di essere diverso, la fatica è nel non aggiungere
del mio. Rischiare quello che vivo qui.
Stefano: Medina diceva che una persona è amata per quello che è ed è definita
dall’amore dell’altro, ma quando questa persona manca?
Chiara: perché noi abbiamo così bisogno di Cristo? Che cosa è il bisogno che sento
di essere qua?
Elisabetta: come facevano gli apostoli ad avere un rapporto così umano con Cristo?
Come faccio io ad avere un rapporto così con Cristo?
Chiara: se ci sei perché mi sento così sola? Un giorno ho incontrato persone che
erano felici! Come faccio a rendermene conto ogni giorno? Cristo è visibile a tutti,
sta a noi aprire gli occhi.
Paolo: perché chi incontra per la prima volta Cristo è così stupito mentre per chi è
cattolico da tempo finisce per essere un moralismo?
Nel brano “Mi ami?” si parla di una simpatia profonda che teneva incollati gli
apostoli a Gesù. Anch’io di fronte alla domanda “Che cosa abbiamo di più caro?”
risponderei Cristo, ma non in forza di questa simpatia e di questa semplicità, ma
più per un’educazione ricevuta o perché so che è la cosa più ragionevole.
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Cosa serve perché il mio dire Cristo sia pieno di certezza e simpatia umana? Lo
chiedo perché capisco che da questo dipende la possibilità di vivere l’incontro con
Lui nella vita di tutti i giorni.
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SABATO SANTO
Mattino
ASSEMBLEA
Early In The Morning
Ave Verum
Il viaggio
Josè: ci sono state domande molto belle che sono segno di una esperienza bella. Noi
siamo uomini e gli uomini vivono nel tempo e nello spazio, perciò abbiamo bisogno
del tempo e dello spazio, noi vorremmo capire tutto e subito, ma così rischiamo di
ridurre. Bisogna avere pazienza con noi stessi, con Gesù lo spazio e il tempo non
sono più un limite.
Letizia, Imola: in questi giorni ho sperimentato un bene, eppure mi sento bloccata,
come faccio a uscirne?
Josè: qual è la differenza tra il sentirti voluta bene qui e il sentirti voluta bene
altrove?
1. Tu dici ‘io mi sono sentita voluta bene’, questo ha delle conseguenze immediate,
come è possibile che io possa essermi sentito voluto bene in un posto con settemila
persone? Questo è un fatto! Questo sentirsi voluti bene è un fatto! Qualcosa mi è
successo, prendiamo coscienza di questo, altrimenti andiamo avanti velocemente e
ci dimentichiamo che qualcosa è successo.
Giulia, Roma: io sono davanti a delle cose belle, qualcosa mi è successo però...
Josè: questo ‘però’ è la nostra condanna. Immediatamente noi tentiamo di
appiccicare la nostra obiezione che è stata distrutta da un fatto! Noi possiamo
essere venuti qui con tutti i nostri problemi, le nostre obiezioni, ma ci siamo sentiti
voluti bene! Il ‘però’ lo aggiungi tu! Stiamo davanti al fatto successo, non alla nostra
obiezione!
2. È come nel Miguel Manara, p.48, “Tu non hai il volto di un uomo che ascolta.
Perché temi di perdere ciò che ha saputo trovarti?”: è la fatica tra il mio peccato e
l’amore di un altro! Da cosa siamo definiti noi, dal nostro peccato o dall’amore di un
altro? L’amore di Cristo ti è venuto incontro, ti ha abbracciato: la nostra libertà è
tutta in gioco su questo!
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Angela, Treviso: che differenza c’è tra giudicare e ridurre a mia misura?
Josè: l’emozione ci è necessaria, ma perché quello che viviamo non rimanga
emozione occorre la ragione e il giudizio. Il giudizio e l’esperienza hanno a che fare
con te se hanno a che fare col tuo cuore inteso come esigenza di felicità, amore,
giustizia. Dobbiamo fare un lavoro in modo tale che questa esperienza, che io ho
visto come gioia nelle vostre facce, sia giudicata: questa esperienza ha la capacità di
rispondere al tuo cuore? Pietro di Gesù sapeva molte cose, ma tutti i dettagli non
riuscivano a spiegare l’esperienza che faceva con Lui, per noi è lo stesso: tutti i
fattori non riescono a definire il fatto che tu ti sia sentito bene, abbracciato,
abbracciata tutta la tua vita, il tuo passato, con tenerezza: il giudizio è che c’è
qualcosa, Qualcuno che rende eccezionale questa compagnia. Questo è il giudizio,
che è diverso dalla riduzione fatta dalle mie idee. Se non fosse così noi ora
potremmo anche essere contenti, in settemila, ma quando torniamo a scuola
iniziamo a dire ‘come era bello in settemila, ora è diverso’; giudicare permette di
trattenere il contenuto, di entrare nella realtà con la memoria, non il ricordo, di
quello che hai visto e toccato, il giudizio è l’origine della certezza, il giudizio rimane
con te per sempre!
Raffaele, Genova: Gesù c’entra anche con le mie - per esempio la tecnologia passioni oppure queste sono un ostacolo?
Josè: san Paolo dice che se Dio si è fatto carne allora tutta la realtà è occasione per
entrare in rapporto con il Tu. L’oggetto è l’invito a qualcosa in più, ma io posso
ridurlo a qualcosa in meno, a distrazione. A me arrivano 150 mail al giorno, mi sono
dovuto chiedere: questo strumento come posso usarlo per vivere più intensamente
il reale? Guarda che se io prego è perché la preghiera mi fa vivere più intensamente
il reale! Il problema non è il telefonino o altro, ma l’intelligenza dello scopo: i tuoi
amici ti aiutano a vivere più intensamente la vita o no? No? Allora cambia amici!
Matteo, Bolzano: se il metodo è in mano al Mistero io non devo fare niente?
Josè: io sono appassionato di calcio, del Real Madrid. Quando vado allo stadio non
mi rilasso sulla poltroncina, ma mi butto tutto nella partita, vivo la partita, mi
prende! Cristo non è uno che annulla la tua persona, ma esalta la tua affezione e la
tua ragione, esalta l’umano! Il problema è che noi riduciamo tutto alle nostre
capacità e non ci lasciamo provocare! Lasciarsi provocare richiede tutto l’umano! È
più umano innamorarsi o pensare all’amore?! Quando tu ti innamori sei tutto in
movimento: la presenza si impone e attrae la tua simpatia, essa muove tutto te, non
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rimani indifferente, ti avvicini, cerchi di parlare con lei! La novità viene da fuori, ma
a te spetta di riconoscere, muoverti verso... con tutta la tua anima e la tua
intelligenza. Che Dio si sia fatto uomo esalta la tua umanità.
Chiara, Pescara: cosa significa stare di fronte al reale dicendo ‘Tu’? Ho bisogno di
un aiuto perché si tratta di una vertigine insostenibile.
Josè: mia madre mi ha sempre voluto bene, ma ci sono voluti molti anni e tante
esperienze prima di comprendere l’amore di mia madre; e tanti anni ci sono voluti
prima di capire che la Sua presenza è un dono, che senza la Sua presenza non ci
sarei nemmeno io. I fatti ci succedo, accadono, ma ci rimangono indifferenti se non
li giudichiamo, se non li comprendiamo.
E. Waugh, Ritorno a Brideshead:
Forse, pensavo, mentre le sue parole restavano fra noi librate nell’aria come un filo di
fumo di sigaretta – un pensiero sottile ed evanescente destinato a scomparire come
fumo senza lasciare traccia – forse ogni nostro amore è solamente un indizio, un
simbolo; una collina dalle molte sommità invisibili, una porta che si apre come in un
sogno a mostrare solo un prolungarsi della passatoia, fino a un’altra porta; forse tu e
io non siamo che maschere, e la tristezza che a volte cala fra noi nasce dalla delusione
del nostro cercare, entrambi tesi nello sforzo di andare attraverso e al di là dell’altro,
intravvedendo per un istante un barlume dell’ombra che sempre a ogni angolo ci
precede di qualche passo.
Più vivi la realtà col cuore più scopri la presenza di un Altro. Più vivi, più ti impatti
con il reale e più la Presenza di un Altro nasce e si afferma dentro di noi. Dire ‘Tu’ al
Mistero è la modalità che meglio esprime il rapporto con Dio, perché noi diamo del
tu a uno che c’è. L’amore, lo studio, l’amico, il telefono, tutto è occasione per un
rapporto col Mistero! E non qualcosa da usare (l’amore, lo studio, l’amico) per le
nostre voglie! Quando un mio amico mi ha prestato la macchina (a me che la mia la
tratto malissimo), mi sono stupito di come stavo attento a trovare un parcheggio
sicuro, a non sciuparla, ecc. perché non era la mia, mi era stata data. Pensiamo
allora alle cose che abbiamo intorno: tutto ci è dato, tutto è dono, ma solo se ci
rendiamo conto di questo possiamo trattare le cose nel modo adeguato, non per un
moralismo, ma per moralità, che significa trattare le cose secondo la loro natura.
Nel tempo ci si rende conto che la vita ti è stata data, che c’è qualcuno che ti vuole
così bene che ti ha dato questa compagnia, che quel professore ti è stato dato, che
questi amici ti sono stati dati... pensare queste cose a me fa piangere perché penso:
“Ma mi vuoi così bene che mi dai tutte queste cose?”. Tutte queste cose sono tue e
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tu le dai a me per essere felice? Mi sono commosso quando mi sono reso conto che
mia mamma mi voleva bene; mi sono commosso ancora di più quando mi sono
accorto che mia madre c’era, ma mi sono commosso infine e ancora di più quando
mi sono reso conto che mia madre mi è stata data.
Flavia, Modena: i primi hanno lasciato tutto per Lui, ma noi non possiamo lasciare
tutto, la scuola, le cose da fare, ecc.
José: quando siete stanchi e vi sdraiate spaparanzati e annoiati sul divano questo è
fare delle cose? No. Ma se io sto sul divano a guardare la partita e tu mi passi
davanti io ti spacco la faccia, perché io sono teso, presente a quello che sto
guardando e vedendo. La locazione è la stessa, il soggetto no. Cristo è venuto, ma io
domani ho la scuola, come faccio a seguirlo? Come fare a rispondere al Signore è
una cosa che non decidi tu, ma decide Lui: questa è la vocazione. È Lui che prende
l’iniziativa. A noi questo dà un po’ fastidio perché ci sembra di perdere la nostra
libertà.
a. La libertà ce l’hai ancora, infatti puoi seguire oppure no.
b. L’esperienza della libertà, della novità e dell’esaltazione della umanità è nel
seguire Lui; san Paolo dice: “Sono schiavo di Cristo e questo mi rende libero”.
L’unica cosa che ti rende veramente libero è l’adesione a Lui con tutta la tua
ragione, con tutto il tuo affetto. La Sua presenza cambia il modo e i rapporti con gli
altri, cambia tutto, tu riconosci che sei stato amato fino al punto che la vita ti è stata
donata, che tutti i particolari della vita sono fatti per te. Allora l’andare a lezione
cambia! Ma non per un tuo sforzo personale. Quando ci rendiamo conto che la
nostra vita ci è stata donata:
1. Ti viene da ringraziare Dio;
2. Tutto diventa offerta e allora la vita diventa vocazione, risposta alla modalità con
cui Lui ti chiama. L’offerta costituisce la forma di domanda più acuta, significa
riconoscere che ciò di cui la realtà è fatta è Cristo, la tua amorosa è data da Cristo, ti
è data da Cristo per poter fare esperienza di Lui e allora la tua amorosa la puoi
adorare, e non usarla come se fosse tua. Da qui nasce la domanda: se tutto è dato da
Te allora fatti vedere. E da qui nasce la realtà come segno. Nella vita la morale è
conseguenza di riconoscere la Sua presenza. Vivere le cose come offerta, vivere
tutto in funzione di Cristo si chiama verginità, e questa non è roba da preti o da
Memores, questa è roba da uomini!
Hoy arriesgaré
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