Cullati fra i portici cosce di mamma Bologna TREKKING A SAN LUCA La memoria è il seme del futuro Settembre 2011 Questo libretto è stato redatto in occasione del trekking urbano del 2 ottobre 2011 Cullati fra i portici cosce di mamma Bologna Si parte da via Ugo Bassi all’incrocio con via Marconi. Si imbocca via del Pratello. In via del Pratello 53 presso una sede dell’Arci nacque un importante esperimento di satira. IL GRAN PAVESE VARIETÀ Patrizio Roversi, Maurizia Giusti (in arte Siusy Blady) e Davide Parenti inaugurano, presso il Circolo Arci Pavese in via del Pratello il "Gran Pavese", spettacolo di varietà dalla comicità surreale e nuova. Al nucleo storico si aggiungeranno altri elementi come Eraldo Turra e Luciano Manzalini (i Gemelli Ruggeri), Stefano Bicocchi (Vito) e Olga Durano. Il "Gran Pavese" assurge a fama nazionale, oltre che per l'esordio di tanti comici e dilettanti allo sbaraglio, per una buffa Scuola di streap-tease, tenuta da Dodo d'Hambourg. Dal sito: http://www.bibliotecasalaborsa.it Attraverso via Francesco. Borghetto e si raggiunge Piazza LA BASILICA DI SAN FRANCESCO. La chiesa viene costruita nel '200, in sito appena fuori le mura cittadine (a pochi passi c'è la seconda cerchia di mura, con il torresotto di Porta Nova), con la facciata orientata alla campagna, come ad accogliere i forestieri del '300 viene innalzato il campanile maggiore. L'interno, d’impronta gotica, è a tre navate, con pilastri ottagonali, notevoli l'ancona maggiore, scolpita da Pier Paolo dalle Masegne (1392), il monumento a Pietro Fieschi di Francesco di Simone Ferrucci e il sepolcro di papa Alessandro V di Nicolò Lamberti e Sperandio di Bartolomeo (entrambi XV secolo), e il cenotafio di padre Giovan Battista Martini, il frate che fu maestro del giovane Mozart al Conservatorio cittadino. La sconsacrazione della chiesa in epoca napoleonica (1798) apre un rapido declino, fermato da un lungo restauro di Rubbiani, a cavallo fra ‘800 e '900. Rubbiani "spoglia" la chiesa delle cappelle addossate sui fianchi, la isola e rivela in tutta la sua dinamicità il ventaglio di archi rampanti che sostengono l'abside. Infine dispone in maniera scenografica nell'orto dietro l'abside (su piazza Malpighi, oggi luogo di grande passaggio) le tre arche duecentesche dei glossatori, "tempietti" porticati che ospitano i resti di alcuni grandi dottori del diritto dell'Università di Bologna. La prima tomba, isolata, è quella di Rolandino de' Romanzi (morto nel 1285), con quattro leoni a reggere le colonne angolari della copertura e basamento in marmo bianco e rosa. Si incontra poi la tomba di Odofredo (morto nel 1265), con doppio colonnato in marmo bianco. Infine la tomba di Accursio 3 San Cullati fra i portici cosce di mamma Bologna (morto nel 1265) e del suo figliolo, con basamento in arenaria e sarcofago in marmo rosa. Altre due tombe simili, per Egidio Foscherari e Rolandino de' Passeggeri; si incontrano in piazza San Domenico. La spettacolare abside di San Francesco e il giardino delle tombe dei glossatori danno su piazza Malpighi, costruita sui fossati che circondano la seconda cerchia di mura. L’opera di "bonifica" viene celebrata con l'innalzamento della COLONNA DELLA VERGINE IMMACOLATA, probabilmente progettata da Guido Reni e completata da una statua in rame di Giovanni Tedeschi (1638). LEOPARDI Spesso nei libri scolastici si privilegia ancora l'immagine di un Leopardi sedentario, solitario, chiuso nelle sue tristezze di Recanati. E' un cliché duro a morire ma sicuramente falso. Leopardi fu un uomo di mondo e di successo indipendentemente dalle private malinconie. Tra le numerose città che lo videro ospite in prestigiosi salotti culturali c'è anche Bologna. All'inizio dell'estate 1825 Leopardi aveva preso una serie di contatti con gli editori Stella di Milano e Brighenti di Bologna. Era nata quindi la decisione di trasferirsi, o almeno soggiornare, in una di queste città. A metà luglio la scelta era fissata per Milano. Il viaggio in carrozza si svolse in compagnia del francescano Padre Luigi Poni."Era prevista una sosta tecnica a Bologna per il cambio dei cavalli e siccome Leopardi non aveva prenotato alcun albergo, finì per accettare l'invito del suo compagno di viaggio. Ne parla lui stesso: "lo sono stato e sono ancora alloggiato ai Frati conventuali, cioè nel Convento del mio compagno di viaggio". La lettera al padre è datata 22 Luglio. L'arrivo a Bologna era stato il 17 luglio 1825 e Giacomo aveva 27 anni. Con ogni probabilità erano entrati in città da Porta Maggiore e di lì al convento di S. Francesco. Leopardi descrisse le impressioni di quel primo passaggio a Bologna con parole molto limpide: "Bologna città quietissima, allegrissima, ospitalissima. Per un caso fortunato negli stessi giorni era a Bologna anche Pietro Giordani, bolognese, e già ospite di Leopardi a Recanati. La presenza dell'amico ex segretario dell'Accademia di Belle Arti fu preso da Leopardi come segno di buon auspicio ed in sua compagnia fece rapidamente alcune conoscenze importanti. Conobbe personalmente l'editore Pietro Brighenti con cui aveva avuto rapporti epistolari. Brighenti era anche avvocato, scopritore di talenti ed informatore della polizia papalina (incarico questo ovviamente ignoto a Leopardi ed a tanti altri). Conobbe inoltre Carlo Pepoli, Schiassi, Angelelli, Paolo Costa e Giacomo Tommasini che abitava in Via S. Vitale 58 (Casa acquistata nel 1824). Leopardi intravide subito la possibilità di qualche vera amicizia e capì che il mercato editoriale di Bologna era meno costoso e più ampio di quello milanese. 4 Cullati fra i portici cosce di mamma Bologna Peccato quel caldo torrido .... Una settimana dopo l'arrivo tentò di far valere la scusa di cattiva salute presso lo Stella di Milano per prolungare la permanenza a Bologna, ma Stella lo richiamò agli impegni assunti tramite un suo rappresentante a Bologna che lo vedeva stare benissimo. Così per contratto rimase due mesi a Milano dove concluse un buon lavoro e rimpianse la giovialità bolognese. La mattina del 28 Settembre, Leopardi rientrò a Bologna e non certo per pochi giorni. E' ancora in perfetto stato la lapide che segnala la sua abitazione in via S. Stefano n. 33: "Qui ho tolto a pigione per un mese un appartamento in casa di un'ottima famiglia, la quale pensa anche a farmi servire ed a darmi da mangiare, perché io non amo di profittar molto degli inviti che mi si fanno di pranzar fuori di casa" (Al padre, 3/10/1825). L'appartamento contiguo al Teatro del Corso da un lato ed al Caffè del Corso dall'altro apparteneva ai Badini ed era abitato dalla famiglia di Francesco Aliprandi. Contrariamente a quanto aveva scritto al padre questa pigione durò sino al Novembre 1826. Gli Aliprandi erano una nota famiglia di tenori a riposo, amici del Brighenti che lì lo aveva indirizzato. In quasi 13 mesi Leopardi aveva sperato di poter occupare il posto di segretario dell'Accademia delle Belle Arti che fu affidato invece a Francesco Tonietti. Così si rassegnò a guadagnare dando lezioni di latino e greco. Non era un gran lavoro, ma certamente fu un periodo sostanzialmente sereno dato che non scrisse nulla di importante: sappiamo che la grande vena poetica del Leopardi si sviluppò, infatti, nei momenti di crisi. Con uno dei suoi allievi, il veneziano Antonio Papadopoli strinse un'amicizia particolarmente intensa, tanto che, quando questi rientrò a Venezia, lo invitò insistentemente a seguirlo, ma Leopardi preferì restare a Bologna. E' chiaro che la città gli piaceva ancora molto anche se stava imparando a vederne gli aspetti negativi: "Qui si fa continuamente un ammazzare che consola. Ho cominciato ad andare con riguardo la notte ... Ho il vantaggio di abitare in centro della città e infaccia un corpo di guardia". Persi alcuni allievi e la speranza di un incarico pubblico, per il contino venne il giorno di vendersi l'orologio, tanto più che era fallita anche l'unica conferenza che aveva accettato di tenere in Casa Pepoli. L'amicizia con il Conte Pepoli era comunque fondamentale; con lui andava al Felsineo Casino dei Nobili per giocare a scacchi e discutere di politica, ma insieme frequentavano anche i salotti intellettuali per lo più presieduti da donne colte ed emancipate. Resta però vero che Leopardi, per carattere e per salute, preferiva vivere in una ripetitiva routine quotidiana: si alzava alle sette e, dopo colazione, studiava sino a mezzogiorno. Nel primo pomeriggio lezione e verso le cinque di sera cenava preferibilmente in casa. Tranne eccezioni, prima di mezzanotte era già a letto dove, per addormentarsi doveva combattere contro il fastidioso rumore del Teatro. 5 Cullati fra i portici cosce di mamma Bologna Scrive alla sorella Paolina: "Ho detto francamente a tutti che il Teatro non fa al caso mio. La bella è che il muro della mia camera è contiguo al Teatro del Corso talmente, che mi tocca sentir le commedie distintamente". In tutti i suoi soggiorni bolognesi Leopardi andrà a Teatro solo due o tre volte al Comunale o al Contavalli a vedere due opere di Rossini: Elisabetta d'Inghilterra ed il Turco in Italia. Nel periodo tra il Novembre 1826 ed il 26 Aprile 1827, mentre Leopardi è a Recanati, muore Francesco Aliprandi e l'appartamento è acquistato o affittato, dalla proprietaria del Caffè del Corso, Bologna visitata in bicicletta – pag. 131 e seguenti GIOVANNI BATTISTA MARTINI Nel convento di San Francesco trascorre la sua vita il bolognese padre GIOVANNI BATTISTA MARTINI (1706 -1784), referente primo della scuola musicale della città, mente tra le più fervide del Settecento europeo e decisivo padre musicalspirituale di molti talenti, primo fra tutti il giovane genio Wolfgang Amadeus Mozart. Frate minore, compositore, teorico e didatta, pubblica due ponderosi trattati sul contrappunto e sulla storia della musica antica, si dota di una biblioteca (che è alla base di quella dell'odierno Civico Museo Bibliografico Musicale) di circa 17.000 volumi Via Guerrazzi ha visto sorgere, al numero civico 13, uno dei nuclei accentratori dell'arte musicale europea fino a quasi tutto il '700 l'Accademia Filarmonica. Fondata nel 1666 dal marchese Vincenzo Carrati presso l'omonimo palazzo (La targa che ricorda l’evento è ben visibile ancora oggi), l'Accademia diventa, in poco tempo, una tappa d'obbligo per musicisti di vane provenienze e, alcuni, destinati a grandissima fama. Verrà definita "Le grand séminaire de la musique en Italie" e del suo titolo internazionalmente prestigioso, si fregeranno, oltre a Mozart, artisti come Brahms, Scarlatti, Busom, Johann Christian Bach (figlio di Johann Sebastian) e Rossini, un cui "scriviritto" (alto tavolo dal piano inclinato posto ad altezza di petto) è fra i cimeli (numerosi come strumenti musicali e autografi celebri) dell'Accademia, attiva oggi con referenziatissimi cicli musicali eseguiti presso una sala, al piano terra, conosciuta come Sala Mozart. Nel 1758 Padre Martini ne diventa Definitore Perpetuo, arbitro delle controversie interne e dei quesiti esterni. Con il viatico di questo risplendente carisma fanno tappa, a Bologna, i migliori virgulti del giardino musicale, tutti anelanti a superare l’esame e ottenere un riconoscimento: l’appartenenza all’Accademia ambitissimo. Non si pensi ad un esame semplice il carattere eminentemente conservativo dell'istituzione bolognese richiedeva una prova un contrappunto a quattro voci, di stile rigoroso, su un dato costituito da un brano estratto a sorte dall'Antifonario Gregoriano da effettuarsi con tecniche compositive quasi desuete. Ne saprà qualcosa l'ovunque 6 Cullati fra i portici cosce di mamma Bologna acclamato Amadeus che il 9 ottobre del 1770 sosta presso una sala dell'Accademia, a pianta ovale e dal soffitto affrescato, in attesa di sostenere la prova. Decisive risulteranno le lezioni di contrappunto di padre Martini, illuminato musicologo che ben conosceva e, a ragione, temeva i "grammatici" esaminatori. A Mozart - il beniamino di padre Martini che non ha certo l'età minima richiesta dal regolamento - i signori Antonio Mazzoni, Gaetano Poggi e Petronio Vecchi affidano un brano che Wolfgang sviluppa in poco tempo. Il risultato - come si desume dal III Libro dei verbali dell'Accademia, con il documento del saggio che si trova ancora nella biblioteca del Liceo Musicale - è, trattandosi di cotanto personaggio, relativamente positivo. I fagioli bianchi, deposti nell'urna di bosso tuttora conservata, emettono il giudizio: "sufficiente". Tant'è. La patente dell'esame (che fa oggi bella mostra di sé a Salisburgo) è conseguita e, per la prima volta, un giovanissimo entra nel consesso di un'Accademia abitata solo da vecchi conoscitori dell'arte. È il 9 ottobre del 1770. II 18 dello stesso mese Mozart lascia per sempre la città felsinea, il cuore ancora gonfio di emozioni e la mente pizzicata da quella sommessa vocina che sembra sussurri di un padre Martini intento a passare un suo compito ad un giovane protetto salisburghese... Bologna musicale - fascicolo a cura di Bologna 2000 Da piazza Malpighi si prosegue in via Nosedella. Al n. 48 si trova la casa di Pier Paolo Pasolini, oggi residenza privata. Poi si gira a dx in via Ca’ Selvatica e poi a sx in via Santa Caterina. VIA SANTA CATERINA E LE TRASFORMAZIONI DI BOLOGNA Anche Loriano Macchiavelli nei suoi gialli bolognesi presta molta attenzione all'evolverei in negativo dell'aspetto fisico della città, che diventa specchio di mutamenti più protondi e sostanziali del vivere urbano. In Sarti Antonio e il malato immaginario ( 1988) per esempio, a dispetto del titolo, il vero protagonista è Poli Ugo, archivista della questura di Bologna. Sarti Antonio per gran parte della narrazione rimane sullo sfondo e vive una storia parallela, il cui episodio centrale e lo sfratto coatto dell'amico Rosas dal suo appartamento in Santa Caterina. Questa, dice Macchiavelli, è una delle poche zone rimaste in cui si può ancora trovare la vecchia Bologna, sia dal punto di vista fisico che da quello della composizione sociale. Un quartiere con cui ci si può ancora identificare, in cui la vita è ancora a misura d'uomo. Il "risanamento" del 7 Cullati fra i portici cosce di mamma Bologna centro storico sta per trasformarlo radicalmente in uno di quegli anonimi quartieri destinati a ricchi e potenti che potranno permettersi di pagare qualche milione al metro quadro. La critica dell'autore verso interventi di questo tipo è palese e dichiarata, ma anche la struttura del libro, la trama della vicenda, offrono un ulteriore indizio della negatività della ristrutturazione, che e soprattutto una perdita di identità. Le indagini su un omicidio infatti mettono in luce una serie di crimini e sconcezze che coinvolgono proprio quei ricchi e potenti che troveranno confortevoli alloggi in Santa Caterina ristrutturata, episodi ben più gravi della microdelinquenza ospitata in quel momento dal quartiere. Bologna quindi si rifa il trucco, ma solo per cercare di nascondere le proprie sconcezze dietro una vernice lussuosa. Gino Ruozzi - Luoghi della letteratura italiana - pag. 149-150 Si raggiunge il portico in via Saragozza. L’ultimo isolato dentro porta di via Saragozza è il cosiddetto FALANSTERIO (nn. 63-71), un complesso pubblico residenziale economico costruito fra il 1860 e il 1865 su pionieristico progetto di Coriolano Monti. Il Falansterio è parte di un grande piano di riorganizzazione dell'area dell'attuale piazza di porta Saragozza. Via Saragozza viene allargata e la sua porta è riprogettata da Enrico Brunetti Rodati, che unisce due torrioni a un cassero della seconda metà del '500. L’architetto, però, muore prima della conclusione dei lavori, che verranno terminati nel 1860 a cura dell'architetto Giuseppe Mengoni. Motivo dell'intervento urbanistico è l'importanza che la porta ha assunto per la cittadinanza bolognese. Nella piazza, infatti, la città accoglie la processione che ogni primavera accompagna la traslazione dell'effigie della Madonna di san Luca dal santuario alla cattedrale di San Pietro, dove resta esposta alla venerazione per una settimana. La "discesa della Madonna" è suggerita nel luglio 1433 dal giureconsulto Graziolo Accarisi: da tre mesi Bologna è flagellata da ininterrotte piogge, che ne mettono in ginocchio ogni attività, e Accarisi propone di imitare quanto fatto a Firenze con la Madonna dell'Impruneta (anch'essa attribuita a san Luca). Leggenda vuole che al passaggio dell'icona gli alberi si pieghino a proteggerla dalla tempesta e infine la Madonna fa lo sperato miracolo: torna il sole su Bologna. Si supera Porta Saragozza e si prosegue lungo il portico di San Luca. Superata la porta, attraversato il viale di circonvallazione, si giunge all'arco Bonaccorsi, disegnato da Gian Giacomo Monti nel 1670 circa. Da qui parte il portico di San Luca 8 Cullati fra i portici cosce di mamma Bologna propriamente detto, il più lungo del mondo, Da qui parte anche la salita al santuario: un percorso di quasi quattro chilometri, scandito in 666 archi (il riferimento all'Apocalisse di Giovanni è scontato). Il portico, progettato ancora da Monti, viene costruito fra il 1674 e il 1719, sulla spinta di un gruppo di devoti che vogliono un collegamento stabile fra città e santuario. Il cantiere è travagliato. In particolare il tratto in salita si rivela così arduo da costringere i bolognesi a unirsi in catena per passare di mano in mano il materiale da costruzione. Ogni arco è finanziato da famiglie nobiliari, confraternite o arti, che segnano la loro "sponsorizzazione" con statue e dipinti, ormai quasi totalmente perduti (rimane, all'arco 170, all'altezza di via Saragozza 175, una statua della Madonna con Bambino dei primi del XVIII secolo di Andrea Ferreri, detta della "Madonna grassa"). Sulla biforcazione via Saragozza - via di Casaglia si apre il PARCO DI VILLA SPADA. La villa tardosettecentesca, neoclassica. è su una collinetta nei pressi del torrente Ravone (oggi in gran parte coperto) ed è circondata da un giardino all'italiana e dal parco (tutto progettato da Giovanni Battista Martinetti). Nel 1849 è quartier generale austriaco e ospita il feldmaresciallo Radetzki, comandante delle truppe in Italia: qui viene processato e condannato a morte il sacerdote e patriota Ugo Bassi; durante l'occupazione nazista nella Seconda guerra mondiale è comando tedesco; dal 1970 è parco pubblico. Superata una lunga curva, al termine di via Saragozza si apre lo scenografico, ingegnoso e barocco ARCO DEL MELONCELLO (dal nome di un torrente) disegnato da Carlo Francesco Dotti (1732), da cui parte la porzione in salita del portico. Vicino all'arco si trova il Bar del Bologna. BAR SPORT - LA LUISONA Al bar Sport non si mangia quasi mai. C’è una bacheca con delle paste, ma è puramente coreografica. Sono paste ornamentali, spesso veri e propri pezzi d’artigianato. Sono lì da anni, tanto che i clienti abituali, ormai, le conoscono una per una. Entrando dicono: «La meringa è un po’ sciupata, oggi. Sarà il caldo». Oppure: «È ora di dar la polvere al krapfen». Solo, qualche volta, il cliente occasionale osa avvicinarsi al sacrario. Una volta, ad esempio, entrò un rappresentante di Milano. Aprì la bacheca e si mise in bocca una pastona bianca e nera, con sopra una spruzzata di quella bellissima granella in duralluminio che sola contraddistingue 9 Cullati fra i portici cosce di mamma Bologna la pasta veramente cattiva. Subito nel bar si sparse la voce: «Hanno mangiato la Luisona!» La Luisona era la decana delle paste, e si trovava nella bacheca dal 1959. Guardando il colore della sua crema i vecchi riuscivano a trarre le previsioni del tempo. La sua scomparsa fu un colpo durissimo per tutti. Il rappresentante fu invitato a uscire nel generale disprezzo. Nessuno lo toccò, perché il suo gesto malvagio conteneva già in sé la più tremenda delle punizioni. Infatti fu trovato appena un’ora dopo, nella toilette di un autogrill di Modena, in preda ad atroci dolori. La Luisona si era vendicata. La particolarità di queste paste è infatti la non facile digeribilità. Quando la pasta viene ingerita, per prima cosa la granella buca l’esofago. Poi, quando la pasta arriva al fegato, questo la analizza e rinuncia, spostandosi di un colpo a sinistra e lasciandola passare. La pasta, ancora intera, percorre l’intestino e cade a terra intatta dopo pochi secondi. Se il barista non ha visto niente, potete anche rimetterla nella bacheca e andarvene. Stefano Benni - Bar Sport IL PORTICO DI SAN LUCA Il progetto del portico che sale al colle nasce attorno alla metà del '600: il santuario è già amato, per arrivare sulla vetta alta 289 metri bisogna percorrere un sentiero che pioggia e neve possono rendere impraticabile. I Misteri del rosario meditati dai pellegrini nelle stazioni che scandiscono il cammino possono essere meditati altrettanto bene (forse meglio, anzi) se le stazioni vengono collegate da un portico... Ecco, dunque, nascere l'idea dell'attuale portico con le sue piccole cappelle. Da porta Saragozza, il portico conta 666 archi; 36O sono quelli che vanno dall'arco del Meloncello in su. SANTUARIO DELLA MADONNA DI SAN LUCA Si ha notizia di un eremo di pie donne in vetta al colle della Guardia (m 289) fin dal XII secolo. La piccola comunità si raduna intorno a un'icona di gusto bizantino che mostra a rara Madonna nera con Bambino ed è esposta dal 1160 circa. La provenienza dell'icona non è ancora del tutto chiara. Probabilmente è un'opèra bizantina realizzata fra il IX e XI secolo, giunta in città dopo le crociate e qui infine ritoccata da un artista locale. Come sempre, di maggior fascino è là leggenda (fiorita fra '300 e '400): ntona è stata dipinta dall'apostolo Luca e quindi consegnata al pellegrino Teocle nella basilica di Santa Sofia a Bisanzio; con l'icona c'è un biglietto: chiede di portarla sul colle della Guardia. Dove sarà, però, questo monte? La ricerca porta Teode in Italia. A Roma, il pellegrino incontra il senatore bolognese Pascipovero che, parlando, fa riferimento a un colle della sua città che ospita un punto d'avvistamento militare, una "guardia" appunto (Bologna era circondata da una corona di punti di avvistamento, fortificazioni, monasteri e chiese: la guardia civitatis). Teocle capisce di avere trovato quanto va cercando 10 Cullati fra i portici cosce di mamma Bologna e l'icona arriva finalmente dov'è oggi. Di certo c'è che, salvando la città nel 1438, la Madonna diventa punto di riferimento e culto cittadino (il classico voto del bolognese è di andare a San Luca a piedi). L'attuale santuario è un progetto settecentesco di Carlo Francesco Dotti, concluso dal figlio Giovanni Giacomo ma consacrato nel 1765. La facciata barocca con colonnato è affascinante: è lo sviluppo del portico in un abbraccio. All'ingresso si è accolti dalle statue degli evangelisti Luca e Marco (Bernardino Cametti, 1716). L'interno, a pianta ovale con croce greca inscritta ospita pregevoli dipinti di Guido Reni (San Domenico, Madonna col Bombino, I misteri del rosario), Donato Creti (Apparizione della Vergine), Guercino (Cristo appare alla Madonna). Protetta da una lastra d'argento realizzata fiammingo Jan Jacobs (1625), l’immagine sacra è conservata all’altare maggiore, ma lascia la sua sede una settimana all'anno per l'esposizione nella cattedrale di San Pietro. Quindi proseguiamo la strada in direzione di via monte Albano lasciandoci il santuario e la via da dove siamo venuti alle spalle. Superiamo il ristorante/pizzeria "Vito S. Luca" e, dopo circa un altro chilometro, in corrispondenza del numero civico 11, imbocchiamo sulla destra il sentiero del CAI n° 112/A, indicato da un cartello con i classici colori bianco e rosso e che riporta anche la scritta S. Martino - Casalecchio di Reno. Questo sentiero è noto ai bolognesi anche come Bregoli, perché arriva (o parte se si fa il percorso in senso contrario) in via de' Bregoli. IL SENTIERO DI BREGOLI La parola bregoli dal dialetto 'breguàl' fa riferimento ai rami secchi e spezzati che i casalecchiesi raccoglievano per una consuetudine lungo il sentiero. Lo scopo era duplice da un lato il privato si approvvigionava di legna per l'inverno, dall'altro si teneva pulito dal punto di vista forestale il sentiero. Il sentiero presenta una discesa piuttosto ripida e inizialmente costeggia le recinzioni di alcune ville. Ai lati del sentiero si può notare la vegetazione tipica della zona, tra cui arbusti come il biancospino, il lauro e lo spinacristi e alberi come l' acacia, l'acero, il cerro, il mandorlo, il nocciolo e la quercia. Sempre ai lati del sentiero possiamo vedere intervallati dei pilastrini con le stazioni quaresimali. Nelle deviazioni, un paio, che incontriamo teniamo sempre la destra. Il sentiero finisce nel parco della Chiusa che prende il nome dall'opera idraulica da cui parte il canale Reno che in passato serviva per muovere le pale di cui erano dotate le macchine idrauliche presenti a Bologna. Questo parco, come già detto 11 Cullati fra i portici cosce di mamma Bologna noto anche come parco Talon, è uno dei più belli e più grandi di Bologna e, d'estate, è sempre pieno di gente che fa sport o che semplicemente sta stesa sui prati a prendere il sole o a leggere. Usciamo dal parco passando per via de' Bregoli e, passando davanti alla chiesa di San Martino, scendiamo fino alla via Porrettana e al suo traffico e alla sua confusione. I BREGÙEL...RICORDI DI CARLO VENTURI All'inizio del 1943 all'inizio dei Bregoli è stato costruito un rifugio antibomba dedicato all'eroe fascista Ettore Muti. In questo rifugio trovavano accoglienza oltre 300 persone che scappavano dalle loro abitazioni ogni volta che suonava l'allarme che avvertiva di un imminente bombardamento aereo. Il rifugio era molto sicuro, ma la strada per arrivarci era completamente allo scoperto e così diverse persone hanno perso la vita nel tentativo di raggiungerlo. All'inizio il rifugio era essenzialmente un luogo di “soggiorno” temporaneo in quanto, una volta sentito il suono della sirena che annunciava il cessato allarme, ognuno tornava nella propria casa. Il 16 giugno 1944 è stato effettuato il primo massiccio bombardamento aereo sul centro di Casalecchio e che ha consegnato definitivamente alla memoria dei vecchi casalecchiesi il ricordo dell'intero borgo della Fondazza, completamente distrutto, e lasciato senza tetto oltre venti famiglie fra cui la mia. Alcune di queste famiglie trovarono una provvidenziale quanto disagiata sistemazione nei locali del rifugio e lì sono rimaste fino alla fine della guerra nell'aprile del 1945. Io ero andato a fare il partigiano sulle colline di Marzabotto e quando, una decina di giorni dopo la liberazione, sono tornato a Casalecchio, ho visto solo macerie, desolazione, nessuno per le strade a cui chiedere informazioni, la mia casa distrutta e non avevo idea di cosa fosse successo alla mia famiglia. Erano già le otto di sera e improvvisamente ho sentito il suono delle campane della chiesa di S. Martino e ho pensato che almeno alla chiesa c'era qualcuno e sono subito corso a S. Martino. Qui Don Carlo mi ha accompagnato al rifugio dove ho potuto riabbracciare la mia famiglia dopo quasi un anno di lontananza nel corso del quale non avevo avuto di loro nessuna notizia. Da qui si può tornare al Meloncello anche prendendo l'autobus 20 oppure si attraversa la via Porrettana e si prende sulla destra il vicolo Collado. Si rientra verso Bologna percorrendo un percorso lungo il fiume Reno 12 Cullati fra i portici cosce di mamma Bologna LA CHIUSA SUL FIUME RENO Siamo alla Chiusa di Casalecchio che fu realizzata nel 1191 e poi nel 1324, per motivi tecnici, spostata di qualche centinaio di metri più a monte: é la più antica, la più famosa e forse la più importante opera di sbarramento fluviale realizzata prima del secolo scorso. Scrisse Stendhal nel 1817: "Vado quasi ogni mattina a Casalecchio, passeggiata pittoresca alle cascate del Reno: è il Bois de Boulogne di Bologna". E stato in effetti per lungo tempo un lido dei bolognesi; recentemente é stato risistemato adeguatamente a tale scopo. A Casalecchio, se si scende al fiume per via Giordani, si possono vedere le rovine dello sbarramento medievale; poi si può seguire, m direzione Bologna, una pista ciclabile che costeggia il canale Reno, che attraversa il Parco Zanardi, il giardino Calda e poi entra in città fiancheggiando il cimitero monumentale della Certosa. Qui scompare sotto terra fino alla Grada Si supera il cimitero della Certosa. CERTOSA Superato lo stadio, il portico prosegue fino alla Certosa. Il principale cimitero cittadino sorge sul sito di un convento trecentesco dei certosini e prende la sua attuale destinazione nel 1801. Nel 1869, una grande campagna di scavi porta alla luce un'importante necropoli etrusca (i reperti sono visibili al Museo civico archeologico). La Certosa merita una visita per la sua parte monumentale: la chiesa di San Girolamo presenta un coro con stalli cinquecenteschi e, nella cappella maggiore, grandi tele e finte nicchie ad affresco di Bartolomeo Cesi (circa 1600). Fra i defunti illustri che riposano qui, Giosue Carducci, l'uomo politico Marco Minghetti, gli artisti Ottorino Respighi, Giorgio Morandi e Bruno Saetti. Si imbocca il portico della Certosa e il percorso si conclude davanti allo stadio comunale. STADIO Costruito fra il 1925 e 1929 per volontà e su disegno del federaI e Leandro Arpinati (progetto di Umberto Costanzini), lo stadio ha tratti monumentali. Nell'intenzione di Arpinati, questa opera ha due obiettivi, uno pratico e uno propagandistico: dare un stadio adeguato a una città che sta ingrandendosi e dimostrare l'efficienza del fascismo bolognese. Entrambi gli obiettivi sono raggiunti rapidamente. A Bologna, i primi anni del football sono stati vissuti in un campo improvvisato, nella grande area verde dei Prati di Caprara (nei pressi dell'attuale ospedale Maggiore), rimasti nella memoria cittadina come luogo esotico e selvaggio (perfino Pier Paolo Pasolini rimpiangeva i pomeriggi passati là a giocare al pallone come i più belli della Vita). La squadra del 13 Cullati fra i portici cosce di mamma Bologna Bologna giocherà poi in due campi minori; infine si ritrova in questo stadio per l'epoca gigantesco (tiene 50000 spettatori) e primo costruito in Italia su iniziativa pubblica. È un gioiello di perizia costruttiva, per l'uso avanzato ed estremo del materiale nelle strutture di calcestruzzo; inoltre, concretizza un'idea innovativa di "campo polisportivo" (oltre allo stadio, l'area comprende anche piscine, palestre e campi da tennis). Brillante, infine, la soluzione del problema del rapporto fra la nuova opera e il preesistente portico: gli archi vengono "spezzati" dai quattro archi trionfali su cui insiste la monumentale Torre di Maratona (Giulio Ulisse Arata). Oggi la struttura in mattoni del "catino" dello stadio è meno intelleggibile, perché occultata da una struttura metallica (Enzo Zacchiroli), imposta per la Coppa del Mondo 1990. La Torre ha ospitato una statua equestre di Benito Mussolini, abbattuta nel 1943; il bronzo della statua proveniva da cannoni sottratti agli austriaci nel 1848 e venne in parte razziato dalle truppe tedesche, in utilizzato nel dopoguerra per il monumento ai partigiani di Luciano Minguzzi oggi visibile nel giardinetto di Porta Lame; l'unica porzione della statua sopravissuta è la testa del Duce, conservata in una residenza privata cittadina. Durante l'ultimo periodo della Seconda guerra mondiale il portico dello stadio è convertito alle esigenze della città danneggiata dai bombardamenti: per volontà podestarile gli archi vengono chiusi e trasformati in alloggi per sfollate. Oggi lo stadio ospita, grandi spazi sotto le gradinate, alcune società sportive, ma l'inquilino principale è la squadra calcio del Bologna FC. Dal 1983 è titolato alla memoria di Renato l'Ara, presidente del Bologna dal 1943 al 1964. IL BOLOGNA CALCIO Per esplorare le ragioni di questo amour fou devo ripensare a quando ero un ragazzino, e mio padre, il lunedì, mi spediva a comprare «Stadio» per ritrovare sulla pagina del quotidiano sportivo felsineo le imprese dei campioni petroniani (petroniani, felsinei: sono i sinonimi che ormai si usano soltanto nelle cronache calcistiche; insieme agli orobici, i labronici, gli etnei e i lusitani, e quando uno incontra queste parole dice: «Orpol»). Eravamo lontani, trasferiti chissà come e non si sa perché in una piccola città del Nord; ci sentivamo esuli ed esulcerati, e le imprese del Bologna di Fulvio Bernardini, in arte Fuffo, il celebre «Dottor Pedata» di Gianni Brera, apparivano un formidabile risarcimento settimanale alla nostalgia di casa. E chi erano quei campioni? Forse stilizzati interpreti di un modulo? Ermeneuti di un'astrazione? Figure esangui di una fenomenologia finalistica di matrice hegeliana? Macché. Erano altrettanti «mostri», specialisti dell'anomalia, talenti eccentrici e devianti: oggi forse non giocherebbero neppure in serie B, oppure sarebbero sottoposti a mortificanti interpretazioni del turnover. Ma io li rivedo ancora tutti nelle caratteristiche che li rendevano unici: il rapace e perfido Pascutti, l'uomo che avrebbe dato il 14 Cullati fra i portici cosce di mamma Bologna primo vero schiaffo all'Urss (leggi Cccp), o perlomeno a un losco terzino della bieca nazionale sovietica; il geometrico mediano Fogli, la sagace e giurisprudenziale mezzala Bulgarelli, l'algido centravanti Nielsen, che poteva addormentarsi per ottantanove minuti e risvegliarsi stiracchiandosi solo per fare gol, il tedesco geniale Haller, bello come un barbiere teutonico, cioè il più meridionale dei tognini, e poi la classica ala destra Perani, il portiere Negri detto Carburo, e via a seguire Pavinato, Furlanìs, Capra, Tumburus, Janich, ciascuno a suo modo irripetibile. Ricordo che quando in una splendente domenica del 1964 ebbe luogo lo spareggio con l'Inter a Roma, i malevoli interisti dopo la sconfitta sacrosanta (tiè!, e via con i manichetti e i cippirimerli), accreditarono subito l'idea sgradevole che il primo gol, quello di Fogli, consistesse in realtà in un'autorete di Facchetti. Ricordo ancora che un amico di famiglia, dal nome molto calcistico di Innocente Annovazzi, modenese come noi e che lontano dall'Emilia si sentiva anche lui un senzapatria, giunse in visita serale munito di un settimanale sportivo illustrato, e mostrando sulla pagina in bianco e nero l'istantanea del tiro del mediano rossoblù, sbracciandosi con l'ausilio di squadra e righello - altro che moviola - dimostrava «ma-te-ma-ti-camen-te», «sssien-ti-fi-ca-men-te», che non c'era stata alcuna possibilità di deviazione del tiro, che la traiettoria risultava intatta e precisa, che il peraltro incolpevole Sarti era stato fatto secco da un'esecuzione micidiale ed esatta, non da un improvvido e autolesionistico intervento difensivo. Nulla insomma doveva offuscare la purezza estetica del gol del Bologna e sminuire la sua storica vittoria. Edmondo Berselli - Quel gran pezzo dell’Emilia - pag 17-18 WEISZ Weisz, ebreo ungherese, allenò in Italia l’Ambrosiana Inter (dove lanciò Meazza) e il Bari, ma fu con il Bologna che raccolse i maggiori successi: il più grande di tutti fu certamente la vittoria nel 1937 della Coppa dell’Esposizione a Parigi (l’attuale Champions League). In una storica finale i rossoblù allenati da Weisz inflissero un umiliante 4 a 1 ai maestri inglesi del Chelsea, collocando il Bologna al vertice del calcio mondiale. Era “il Bologna che tremare il mondo fa”. Poi due scudetti consecutivi nel 1935/36 e nel 1936/37. In realtà gli scudetti sarebbero tre, perchè il Bologna vinse anche il campionato del 1938/39, tuttavia nell’ottobre del ’38, dopo una vittoria con la Lazio e con la squadra in vetta, il Bologna lo licenziò in ossequio alle leggi razziali promulgate dal fascismo. E’ finito ad Auschwitz, è morto la mattina del 31 gennaio 1944. Il 5 ottobre del ‘ 42 erano entrati nella camera a gas sua moglie Elena e i suoi figli Roberto e Clara, 12 e 8 anni. Dopo il licenziamento dal Bologna infatti Weisz fu costretto a fuggire di paese in paese, braccato dall’avanzata irrefrenabile delle truppe naziste. Verrà infine catturato in Olanda dalla 15 Cullati fra i portici cosce di mamma Bologna Gestapo e deportato con la famiglia ad Auschwitz. La sua storia, frettolosamente dimenticata a Bologna, è stata ricostruita con precisione e passione dal Direttore del Guerin Sportivo Matteo Marani, che nel 2007 ha dato alle stampeil volume “Dallo scudetto ad Auschwitz“. Marani ha seguito le tracce di Arpad Weisz dalla casetta vicino allo stadio in cui viveva a Bologna fino alla cittadina olandese di Dordrecht, dove Weisz allenava la squadra locale, e ha trovato uno dei giocatori ancora vivo. PASOLINI Ci può essere un calcio come linguaggio fondamentalmente prosastico e un calcio come linguaggio fondamentalmente poetico. Per spiegarmi, darò - anticipando le conclusioni - alcuni esempi: Bulgarelli gioca un calcio in prosa: egli è un "prosatore realista"; Riva gioca un calcio in poesia: egli è un "poeta realista". Corso gioca un calcio in poesia, ma non è un "poeta realista": è un poeta un po' maudit, extravagante. Rivera gioca un calcio in prosa: ma la sua è una prosa poetica, da "elzeviro". Anche Mazzola è un elzevirista, che potrebbe scrivere sul "Corriere della Sera": ma è più poeta di Rivera; ogni tanto egli interrompe la prosa, e inventa lì per lì due versi folgoranti. Si noti bene che tra la prosa e la poesia non faccio distinzione di valore; la mia è una distinzione puramente tecnica. Tuttavia intendiamoci: la letteratura italiana, specie recente, è la letteratura degli "elzeviri": essi sono eleganti e al limite estetizzanti: il loro fondo è quasi sempre conservatore e un po' provinciale... insomma, democristiano. Fra tutti i linguaggi che si parlano in un Paese, anche i più gergali e ostici, c'è un terreno comune: che è la "cultura" di quel Paese: la sua attualità storica. Così, proprio per ragioni di cultura e di storia, il calcio di alcuni popoli è fondamentalmente in prosa: prosa realistica o prosa estetizzante (quest'ultimo è il caso dell'Italia): mentre il calcio di altri popoli è fondamentalmente in poesia. Ci sono nel calcio dei momenti che sono esclusivamente poetici: si tratta dei momenti del "goal". Ogni goal è sempre un'invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica. Il capocannoniere di un campionato è sempre il miglior poeta dell'anno. In questo momento lo è Savoldi. Il calcio che esprime più goals è il calcio più poetico. Anche il "dribbling" è di per sé poetico (anche se non "sempre" come l'azione del goal). Infatti il sogno di ogni giocatore (condiviso da ogni spettatore) è partire da metà campo, dribblare tutti e segnare. Se, entro i limiti consentiti, si può immaginare nel calcio una cosa sublime, è proprio 16 Cullati fra i portici cosce di mamma Bologna questa. Ma non succede mai. E un sogno (che ho visto realizzato solo nei Maghi del pallone da Franco Franchi, che, sia pure a livello brado, è riuscito a essere perfettamente onirico). Chi sono i migliori "dribblatori" del mondo e i migliori facitori di goals? I brasiliani. Dunque il loro calcio è un calcio di poesia: ed esso è infatti tutto impostato sul dribbling e sul goal. Il catenaccio e la triangolazione (che Brera chiama geometria) è un calcio di prosa: esso è infatti basato sulla sintassi, ossia sul gioco collettivo e organizzato: cioè sull'esecuzione ragionata del codice. Il suo solo momento poetico è il contropiede, con l'annesso "goal" (che, come abbiamo visto, non può che essere poetico). Insomma, il momento poetico del calcio sembra essere (come sempre) il momento individualistico (dribbling e goal; o passaggio ispirato). Pier Paolo Pasolini, Saggi sulla letteratura e sull'arte, Vol. II, Meridiani Mondadori, Milano 1999 17