Cullati fra i portici cosce
di mamma Bologna
TREKKING A SAN LUCA
La memoria è il seme del futuro
Settembre 2011
Questo libretto è stato redatto in occasione del trekking
urbano del 2 ottobre 2011
Cullati fra i portici cosce di mamma Bologna
Si parte da via Ugo Bassi all’incrocio con via Marconi. Si
imbocca via del Pratello.
In via del Pratello 53 presso una sede dell’Arci nacque un
importante esperimento di satira.
IL GRAN PAVESE VARIETÀ
Patrizio Roversi, Maurizia Giusti (in arte Siusy Blady) e Davide
Parenti inaugurano, presso il Circolo Arci Pavese in via del
Pratello il "Gran Pavese", spettacolo di varietà dalla comicità
surreale e nuova. Al nucleo storico si aggiungeranno altri
elementi come Eraldo Turra e Luciano Manzalini (i Gemelli
Ruggeri), Stefano Bicocchi (Vito) e Olga Durano. Il "Gran
Pavese" assurge a fama nazionale, oltre che per l'esordio di
tanti comici e dilettanti allo sbaraglio, per una buffa Scuola di
streap-tease, tenuta da Dodo d'Hambourg.
Dal sito: http://www.bibliotecasalaborsa.it
Attraverso via
Francesco.
Borghetto
e
si
raggiunge
Piazza
LA BASILICA DI SAN FRANCESCO.
La chiesa viene costruita nel '200, in sito appena fuori le mura
cittadine (a pochi passi c'è la seconda cerchia di mura, con il
torresotto di Porta Nova), con la facciata orientata alla
campagna, come ad accogliere i forestieri del '300 viene
innalzato il campanile maggiore. L'interno, d’impronta
gotica, è a tre navate, con pilastri ottagonali, notevoli
l'ancona maggiore, scolpita da Pier Paolo dalle Masegne
(1392), il monumento a Pietro Fieschi di Francesco di Simone
Ferrucci e il sepolcro di papa Alessandro V di Nicolò Lamberti
e Sperandio di Bartolomeo (entrambi XV secolo), e il
cenotafio di padre Giovan Battista Martini, il frate che fu
maestro del giovane Mozart al Conservatorio cittadino.
La sconsacrazione della chiesa in epoca napoleonica (1798)
apre un rapido declino, fermato da un lungo restauro di
Rubbiani, a cavallo fra ‘800 e '900. Rubbiani "spoglia" la
chiesa delle cappelle addossate sui fianchi, la isola e rivela in
tutta la sua dinamicità il ventaglio di archi rampanti che
sostengono l'abside. Infine dispone in maniera scenografica
nell'orto dietro l'abside (su piazza Malpighi, oggi luogo di
grande passaggio) le tre arche duecentesche dei glossatori,
"tempietti" porticati che ospitano i resti di alcuni grandi
dottori del diritto dell'Università di Bologna. La prima
tomba, isolata, è quella di Rolandino de' Romanzi (morto nel
1285), con quattro leoni a reggere le colonne angolari della
copertura e basamento in marmo bianco e rosa. Si incontra
poi la tomba di Odofredo (morto nel 1265), con doppio
colonnato in marmo bianco. Infine la tomba di Accursio
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San
Cullati fra i portici cosce di mamma Bologna
(morto nel 1265) e del suo figliolo, con basamento in arenaria
e sarcofago in marmo rosa. Altre due tombe simili, per Egidio
Foscherari e Rolandino de' Passeggeri; si incontrano in piazza
San Domenico.
La spettacolare abside di San Francesco e il giardino delle
tombe dei glossatori danno su piazza Malpighi, costruita sui
fossati che circondano la seconda cerchia di mura. L’opera di
"bonifica" viene celebrata con l'innalzamento della COLONNA
DELLA VERGINE IMMACOLATA, probabilmente progettata da
Guido Reni e completata da una statua in rame di Giovanni
Tedeschi (1638).
LEOPARDI
Spesso nei libri scolastici si privilegia ancora l'immagine di un
Leopardi sedentario, solitario, chiuso nelle sue tristezze di
Recanati. E' un cliché duro a morire ma sicuramente falso.
Leopardi fu un uomo di mondo e di successo
indipendentemente dalle private malinconie. Tra le
numerose città che lo videro ospite in prestigiosi salotti
culturali c'è anche Bologna. All'inizio dell'estate 1825
Leopardi aveva preso una serie di contatti con gli editori
Stella di Milano e Brighenti di Bologna. Era nata quindi la
decisione di trasferirsi, o almeno soggiornare, in una di
queste città. A metà luglio la scelta era fissata per Milano. Il
viaggio in carrozza si svolse in compagnia del francescano
Padre Luigi Poni."Era prevista una sosta tecnica a Bologna per
il cambio dei cavalli e siccome Leopardi non aveva prenotato
alcun albergo, finì per accettare l'invito del suo compagno di
viaggio. Ne parla lui stesso: "lo sono stato e sono ancora
alloggiato ai Frati conventuali, cioè nel Convento del mio
compagno di viaggio". La lettera al padre è datata 22 Luglio.
L'arrivo a Bologna era stato il 17 luglio 1825 e Giacomo aveva
27 anni. Con ogni probabilità erano entrati in città da Porta
Maggiore e di lì al convento di S. Francesco.
Leopardi descrisse le impressioni di quel primo passaggio a
Bologna con parole molto limpide: "Bologna città quietissima,
allegrissima, ospitalissima. Per un caso fortunato negli stessi
giorni era a Bologna anche Pietro Giordani, bolognese, e già
ospite di Leopardi a Recanati. La presenza dell'amico ex
segretario dell'Accademia di Belle Arti fu preso da Leopardi
come segno di buon auspicio ed in sua compagnia fece
rapidamente alcune conoscenze importanti. Conobbe
personalmente l'editore Pietro Brighenti con cui aveva avuto
rapporti epistolari. Brighenti era anche avvocato, scopritore
di talenti ed informatore della polizia papalina (incarico
questo ovviamente ignoto a Leopardi ed a tanti altri).
Conobbe inoltre Carlo Pepoli, Schiassi, Angelelli, Paolo Costa
e Giacomo Tommasini che abitava in Via S. Vitale 58 (Casa
acquistata nel 1824). Leopardi intravide subito la possibilità
di qualche vera amicizia e capì che il mercato editoriale di
Bologna era meno costoso e più ampio di quello milanese.
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Cullati fra i portici cosce di mamma Bologna
Peccato quel caldo torrido .... Una settimana dopo l'arrivo
tentò di far valere la scusa di cattiva salute presso lo Stella di
Milano per prolungare la permanenza a Bologna, ma Stella lo
richiamò agli impegni assunti tramite un suo rappresentante
a Bologna che lo vedeva stare benissimo. Così per contratto
rimase due mesi a Milano dove concluse un buon lavoro e
rimpianse la giovialità bolognese.
La mattina del 28 Settembre, Leopardi rientrò a Bologna e
non certo per pochi giorni. E' ancora in perfetto stato la
lapide che segnala la sua abitazione in via S. Stefano n. 33:
"Qui ho tolto a pigione per un mese un appartamento in casa
di un'ottima famiglia, la quale pensa anche a farmi servire ed
a darmi da mangiare, perché io non amo di profittar molto
degli inviti che mi si fanno di pranzar fuori di casa" (Al padre,
3/10/1825). L'appartamento contiguo al Teatro del Corso da
un lato ed al Caffè del Corso dall'altro apparteneva ai Badini
ed era abitato dalla famiglia di Francesco Aliprandi.
Contrariamente a quanto aveva scritto al padre questa
pigione durò sino al Novembre 1826. Gli Aliprandi erano una
nota famiglia di tenori a riposo, amici del Brighenti che lì lo
aveva indirizzato. In quasi 13 mesi Leopardi aveva sperato di
poter occupare il posto di segretario dell'Accademia delle
Belle Arti che fu affidato invece a Francesco Tonietti. Così si
rassegnò a guadagnare dando lezioni di latino e greco. Non
era un gran lavoro, ma certamente fu un periodo
sostanzialmente sereno dato che non scrisse nulla di
importante: sappiamo che la grande vena poetica del
Leopardi si sviluppò, infatti, nei momenti di crisi.
Con uno dei suoi allievi, il veneziano Antonio Papadopoli
strinse un'amicizia particolarmente intensa, tanto che,
quando questi rientrò a Venezia, lo invitò insistentemente a
seguirlo, ma Leopardi preferì restare a Bologna. E' chiaro che
la città gli piaceva ancora molto anche se stava imparando a
vederne gli aspetti negativi: "Qui si fa continuamente un
ammazzare che consola. Ho cominciato ad andare con
riguardo la notte ... Ho il vantaggio di abitare in centro della
città e infaccia un corpo di guardia". Persi alcuni allievi e la
speranza di un incarico pubblico, per il contino venne il
giorno di vendersi l'orologio, tanto più che era fallita anche
l'unica conferenza che aveva accettato di tenere in Casa
Pepoli. L'amicizia con il Conte Pepoli era comunque
fondamentale; con lui andava al Felsineo Casino dei Nobili
per giocare a scacchi e discutere di politica, ma insieme
frequentavano anche i salotti intellettuali per lo più
presieduti da donne colte ed emancipate. Resta però vero
che Leopardi, per carattere e per salute, preferiva vivere in
una ripetitiva routine quotidiana: si alzava alle sette e, dopo
colazione, studiava sino a mezzogiorno. Nel primo
pomeriggio lezione e verso le cinque di sera cenava
preferibilmente in casa. Tranne eccezioni, prima di
mezzanotte era già a letto dove, per addormentarsi doveva
combattere contro il fastidioso rumore del Teatro.
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Cullati fra i portici cosce di mamma Bologna
Scrive alla sorella Paolina: "Ho detto francamente a tutti che
il Teatro non fa al caso mio. La bella è che il muro della mia
camera è contiguo al Teatro del Corso talmente, che mi tocca
sentir le commedie distintamente". In tutti i suoi soggiorni
bolognesi Leopardi andrà a Teatro solo due o tre volte al
Comunale o al Contavalli a vedere due opere di Rossini:
Elisabetta d'Inghilterra ed il Turco in Italia. Nel periodo tra il
Novembre 1826 ed il 26 Aprile 1827, mentre Leopardi è a
Recanati, muore Francesco Aliprandi e l'appartamento è
acquistato o affittato, dalla proprietaria del Caffè del Corso,
Bologna visitata in bicicletta – pag. 131 e seguenti
GIOVANNI BATTISTA MARTINI
Nel convento di San Francesco trascorre la sua vita il
bolognese padre GIOVANNI BATTISTA MARTINI (1706 -1784),
referente primo della scuola musicale della città, mente tra le
più fervide del Settecento europeo e decisivo padre musicalspirituale di molti talenti, primo fra tutti il giovane genio
Wolfgang Amadeus Mozart. Frate minore, compositore,
teorico e didatta, pubblica due ponderosi trattati sul
contrappunto e sulla storia della musica antica, si dota di una
biblioteca (che è alla base di quella dell'odierno Civico Museo
Bibliografico Musicale) di circa 17.000 volumi
Via Guerrazzi ha visto sorgere, al numero civico 13, uno dei
nuclei accentratori dell'arte musicale europea fino a quasi
tutto il '700 l'Accademia Filarmonica. Fondata nel 1666 dal
marchese Vincenzo Carrati presso l'omonimo palazzo (La
targa che ricorda l’evento è ben visibile ancora oggi),
l'Accademia diventa, in poco tempo, una tappa d'obbligo per
musicisti di vane provenienze e, alcuni, destinati a
grandissima fama. Verrà definita "Le grand séminaire de la
musique en Italie" e del suo titolo internazionalmente
prestigioso, si fregeranno, oltre a Mozart, artisti come
Brahms, Scarlatti, Busom, Johann Christian Bach (figlio di
Johann Sebastian) e Rossini, un cui "scriviritto" (alto tavolo
dal piano inclinato posto ad altezza di petto) è fra i cimeli
(numerosi come strumenti musicali e autografi celebri)
dell'Accademia, attiva oggi con referenziatissimi cicli musicali
eseguiti presso una sala, al piano terra, conosciuta come Sala
Mozart. Nel 1758 Padre Martini ne diventa Definitore
Perpetuo, arbitro delle controversie interne e dei quesiti
esterni. Con il viatico di questo risplendente carisma fanno
tappa, a Bologna, i migliori virgulti del giardino musicale,
tutti anelanti a superare l’esame e ottenere un
riconoscimento: l’appartenenza all’Accademia ambitissimo.
Non si pensi ad un esame semplice il carattere
eminentemente conservativo dell'istituzione bolognese
richiedeva una prova un contrappunto a quattro voci, di stile
rigoroso, su un dato costituito da un brano estratto a sorte
dall'Antifonario Gregoriano da effettuarsi con tecniche
compositive quasi desuete. Ne saprà qualcosa l'ovunque
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Cullati fra i portici cosce di mamma Bologna
acclamato Amadeus che il 9 ottobre del 1770 sosta presso
una sala dell'Accademia, a pianta ovale e dal soffitto
affrescato, in attesa di sostenere la prova. Decisive
risulteranno le lezioni di contrappunto di padre Martini,
illuminato musicologo che ben conosceva e, a ragione,
temeva i "grammatici" esaminatori. A Mozart - il beniamino
di padre Martini che non ha certo l'età minima richiesta dal
regolamento - i signori Antonio Mazzoni, Gaetano Poggi e
Petronio Vecchi affidano un brano che Wolfgang sviluppa in
poco tempo. Il risultato - come si desume dal III Libro dei
verbali dell'Accademia, con il documento del saggio che si
trova ancora nella biblioteca del Liceo Musicale - è,
trattandosi di cotanto personaggio, relativamente positivo. I
fagioli bianchi, deposti nell'urna di bosso tuttora conservata,
emettono il giudizio: "sufficiente". Tant'è. La patente
dell'esame (che fa oggi bella mostra di sé a Salisburgo) è
conseguita e, per la prima volta, un giovanissimo entra nel
consesso di un'Accademia abitata solo da vecchi conoscitori
dell'arte. È il 9 ottobre del 1770. II 18 dello stesso mese
Mozart lascia per sempre la città felsinea, il cuore ancora
gonfio di emozioni e la mente pizzicata da quella sommessa
vocina che sembra sussurri di un padre Martini intento a
passare un suo compito ad un giovane protetto
salisburghese...
Bologna musicale - fascicolo a cura di Bologna 2000
Da piazza Malpighi si prosegue in via Nosedella.
Al n. 48 si trova la casa di Pier Paolo Pasolini, oggi residenza
privata.
Poi si gira a dx in via Ca’ Selvatica e poi a sx in via Santa
Caterina.
VIA SANTA CATERINA E LE TRASFORMAZIONI DI BOLOGNA
Anche Loriano Macchiavelli nei suoi gialli bolognesi presta
molta attenzione all'evolverei in negativo dell'aspetto fisico
della città, che diventa specchio di mutamenti più protondi e
sostanziali del vivere urbano. In Sarti Antonio e il malato
immaginario ( 1988) per esempio, a dispetto del titolo, il vero
protagonista è Poli Ugo, archivista della questura di Bologna.
Sarti Antonio per gran parte della narrazione rimane sullo
sfondo e vive una storia parallela, il cui episodio centrale e lo
sfratto coatto dell'amico Rosas dal suo appartamento in
Santa Caterina. Questa, dice Macchiavelli, è una delle poche
zone rimaste in cui si può ancora trovare la vecchia Bologna,
sia dal punto di vista fisico che da quello della composizione
sociale. Un quartiere con cui ci si può ancora identificare, in
cui la vita è ancora a misura d'uomo. Il "risanamento" del
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Cullati fra i portici cosce di mamma Bologna
centro storico sta per trasformarlo radicalmente in uno di
quegli anonimi quartieri destinati a ricchi e potenti che
potranno permettersi di pagare qualche milione al metro
quadro. La critica dell'autore verso interventi di questo tipo è
palese e dichiarata, ma anche la struttura del libro, la trama
della vicenda, offrono un ulteriore indizio della negatività
della ristrutturazione, che e soprattutto una perdita di
identità. Le indagini su un omicidio infatti mettono in luce
una serie di crimini e sconcezze che coinvolgono proprio quei
ricchi e potenti che troveranno confortevoli alloggi in Santa
Caterina ristrutturata, episodi ben più gravi della
microdelinquenza ospitata in quel momento dal quartiere.
Bologna quindi si rifa il trucco, ma solo per cercare di
nascondere le proprie sconcezze dietro una vernice lussuosa.
Gino Ruozzi - Luoghi della letteratura italiana - pag. 149-150
Si raggiunge il portico in via Saragozza.
L’ultimo isolato dentro porta di via Saragozza è il cosiddetto
FALANSTERIO (nn. 63-71), un complesso pubblico
residenziale economico costruito fra il 1860 e il 1865 su
pionieristico progetto di Coriolano Monti. Il Falansterio è
parte di un grande piano di riorganizzazione dell'area
dell'attuale piazza di porta Saragozza. Via Saragozza viene
allargata e la sua porta è riprogettata da Enrico Brunetti
Rodati, che unisce due torrioni a un cassero della seconda
metà del '500. L’architetto, però, muore prima della
conclusione dei lavori, che verranno terminati nel 1860 a cura
dell'architetto Giuseppe Mengoni. Motivo dell'intervento
urbanistico è l'importanza che la porta ha assunto per la
cittadinanza bolognese. Nella piazza, infatti, la città accoglie
la processione che ogni primavera accompagna la traslazione
dell'effigie della Madonna di san Luca dal santuario alla
cattedrale di San Pietro, dove resta esposta alla venerazione
per una settimana. La "discesa della Madonna" è suggerita
nel luglio 1433 dal giureconsulto Graziolo Accarisi: da tre
mesi Bologna è flagellata da ininterrotte piogge, che ne
mettono in ginocchio ogni attività, e Accarisi propone di
imitare quanto fatto a Firenze con la Madonna
dell'Impruneta (anch'essa attribuita a san Luca). Leggenda
vuole che al passaggio dell'icona gli alberi si pieghino a
proteggerla dalla tempesta e infine la Madonna fa lo sperato
miracolo: torna il sole su Bologna.
Si supera Porta Saragozza e si prosegue lungo il portico di
San Luca.
Superata la porta, attraversato il viale di circonvallazione, si
giunge all'arco Bonaccorsi, disegnato da Gian Giacomo Monti
nel 1670 circa. Da qui parte il portico di San Luca
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Cullati fra i portici cosce di mamma Bologna
propriamente detto, il più lungo del mondo, Da qui parte
anche la salita al santuario: un percorso di quasi quattro
chilometri, scandito in 666 archi (il riferimento all'Apocalisse
di Giovanni è scontato). Il portico, progettato ancora da
Monti, viene costruito fra il 1674 e il 1719, sulla spinta di un
gruppo di devoti che vogliono un collegamento stabile fra
città e santuario. Il cantiere è travagliato. In particolare il
tratto in salita si rivela così arduo da costringere i bolognesi a
unirsi in catena per passare di mano in mano il materiale da
costruzione. Ogni arco è finanziato da famiglie nobiliari,
confraternite o arti, che segnano la loro "sponsorizzazione"
con statue e dipinti, ormai quasi totalmente perduti (rimane,
all'arco 170, all'altezza di via Saragozza 175, una statua della
Madonna con Bambino dei primi del XVIII secolo di Andrea
Ferreri, detta della "Madonna grassa").
Sulla biforcazione via Saragozza - via di Casaglia si apre il
PARCO DI VILLA SPADA.
La villa tardosettecentesca, neoclassica. è su una collinetta
nei pressi del torrente Ravone (oggi in gran parte coperto) ed
è circondata da un giardino all'italiana e dal parco (tutto
progettato da Giovanni Battista Martinetti). Nel 1849 è
quartier generale austriaco e ospita il feldmaresciallo
Radetzki, comandante delle truppe in Italia: qui viene
processato e condannato a morte il sacerdote e patriota Ugo
Bassi; durante l'occupazione nazista nella Seconda guerra
mondiale è comando tedesco; dal 1970 è parco pubblico.
Superata una lunga curva, al termine di via Saragozza si
apre lo scenografico, ingegnoso e barocco ARCO DEL
MELONCELLO (dal nome di un torrente) disegnato da Carlo
Francesco Dotti (1732), da cui parte la porzione in salita del
portico.
Vicino all'arco si trova il Bar del Bologna.
BAR SPORT - LA LUISONA
Al bar Sport non si mangia quasi mai. C’è una bacheca con
delle paste, ma è puramente coreografica. Sono paste
ornamentali, spesso veri e propri pezzi d’artigianato. Sono lì
da anni, tanto che i clienti abituali, ormai, le conoscono una
per una. Entrando dicono: «La meringa è un po’ sciupata,
oggi. Sarà il caldo». Oppure: «È ora di dar la polvere al
krapfen». Solo, qualche volta, il cliente occasionale osa
avvicinarsi al sacrario. Una volta, ad esempio, entrò un
rappresentante di Milano. Aprì la bacheca e si mise in bocca
una pastona bianca e nera, con sopra una spruzzata di quella
bellissima granella in duralluminio che sola contraddistingue
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Cullati fra i portici cosce di mamma Bologna
la pasta veramente cattiva. Subito nel bar si sparse la voce:
«Hanno mangiato la Luisona!» La Luisona era la decana delle
paste, e si trovava nella bacheca dal 1959. Guardando il
colore della sua crema i vecchi riuscivano a trarre le
previsioni del tempo. La sua scomparsa fu un colpo durissimo
per tutti. Il rappresentante fu invitato a uscire nel generale
disprezzo. Nessuno lo toccò, perché il suo gesto malvagio
conteneva già in sé la più tremenda delle punizioni. Infatti fu
trovato appena un’ora dopo, nella toilette di un autogrill di
Modena, in preda ad atroci dolori. La Luisona si era
vendicata. La particolarità di queste paste è infatti la non
facile digeribilità. Quando la pasta viene ingerita, per prima
cosa la granella buca l’esofago. Poi, quando la pasta arriva al
fegato, questo la analizza e rinuncia, spostandosi di un colpo
a sinistra e lasciandola passare. La pasta, ancora intera,
percorre l’intestino e cade a terra intatta dopo pochi secondi.
Se il barista non ha visto niente, potete anche rimetterla nella
bacheca e andarvene.
Stefano Benni - Bar Sport
IL PORTICO DI SAN LUCA
Il progetto del portico che sale al colle nasce attorno alla
metà del '600: il santuario è già amato, per arrivare sulla
vetta alta 289 metri bisogna percorrere un sentiero che
pioggia e neve possono rendere impraticabile. I Misteri del
rosario meditati dai pellegrini nelle stazioni che scandiscono il
cammino possono essere meditati altrettanto bene (forse
meglio, anzi) se le stazioni vengono collegate da un portico...
Ecco, dunque, nascere l'idea dell'attuale portico con le sue
piccole cappelle. Da porta Saragozza, il portico conta 666
archi; 36O sono quelli che vanno dall'arco del Meloncello in
su.
SANTUARIO DELLA MADONNA DI SAN LUCA
Si ha notizia di un eremo di pie donne in vetta al colle della
Guardia (m 289) fin dal XII secolo. La piccola comunità si
raduna intorno a un'icona di gusto bizantino che mostra a
rara Madonna nera con Bambino ed è esposta dal 1160 circa.
La provenienza dell'icona non è ancora del tutto chiara.
Probabilmente è un'opèra bizantina realizzata fra il IX e XI
secolo, giunta in città dopo le crociate e qui infine ritoccata
da un artista locale. Come sempre, di maggior fascino è là
leggenda (fiorita fra '300 e '400): ntona è stata dipinta
dall'apostolo Luca e quindi consegnata al pellegrino Teocle
nella basilica di Santa Sofia a Bisanzio; con l'icona c'è un
biglietto: chiede di portarla sul colle della Guardia. Dove sarà,
però, questo monte? La ricerca porta Teode in Italia. A Roma,
il pellegrino incontra il senatore bolognese Pascipovero che,
parlando, fa riferimento a un colle della sua città che ospita
un punto d'avvistamento militare, una "guardia" appunto
(Bologna era circondata da una corona di punti di
avvistamento, fortificazioni, monasteri e chiese: la guardia
civitatis). Teocle capisce di avere trovato quanto va cercando
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Cullati fra i portici cosce di mamma Bologna
e l'icona arriva finalmente dov'è oggi. Di certo c'è che,
salvando la città nel 1438, la Madonna diventa punto di
riferimento e culto cittadino (il classico voto del bolognese è
di andare a San Luca a piedi). L'attuale santuario è un
progetto settecentesco di Carlo Francesco Dotti, concluso dal
figlio Giovanni Giacomo ma consacrato nel 1765. La facciata
barocca con colonnato è affascinante: è lo sviluppo del
portico in un abbraccio. All'ingresso si è accolti dalle statue
degli evangelisti Luca e Marco (Bernardino Cametti, 1716).
L'interno, a pianta ovale con croce greca inscritta ospita
pregevoli dipinti di Guido Reni (San Domenico, Madonna col
Bombino, I misteri del rosario), Donato Creti (Apparizione
della Vergine), Guercino (Cristo appare alla Madonna).
Protetta da una lastra d'argento realizzata fiammingo Jan
Jacobs (1625), l’immagine sacra è conservata all’altare
maggiore, ma lascia la sua sede una settimana all'anno per
l'esposizione nella cattedrale di San Pietro.
Quindi proseguiamo la strada in direzione di via monte
Albano lasciandoci il santuario e la via da dove siamo venuti
alle spalle. Superiamo il ristorante/pizzeria "Vito S. Luca" e,
dopo circa un altro chilometro, in corrispondenza del numero
civico 11, imbocchiamo sulla destra il sentiero del CAI n°
112/A, indicato da un cartello con i classici colori bianco e
rosso e che riporta anche la scritta S. Martino - Casalecchio
di Reno. Questo sentiero è noto ai bolognesi anche come
Bregoli, perché arriva (o parte se si fa il percorso in senso
contrario) in via de' Bregoli.
IL SENTIERO DI BREGOLI
La parola bregoli dal dialetto 'breguàl' fa riferimento ai rami
secchi e spezzati che i casalecchiesi raccoglievano per una
consuetudine lungo il sentiero. Lo scopo era duplice da un
lato il privato si approvvigionava di legna per l'inverno,
dall'altro si teneva pulito dal punto di vista forestale il
sentiero.
Il sentiero presenta una discesa piuttosto ripida e
inizialmente costeggia le recinzioni di alcune ville. Ai lati del
sentiero si può notare la vegetazione tipica della zona, tra cui
arbusti come il biancospino, il lauro e lo spinacristi e alberi
come l' acacia, l'acero, il cerro, il mandorlo, il nocciolo e la
quercia. Sempre ai lati del sentiero possiamo vedere
intervallati dei pilastrini con le stazioni quaresimali. Nelle
deviazioni, un paio, che incontriamo teniamo sempre la
destra.
Il sentiero finisce nel parco della Chiusa che prende il nome
dall'opera idraulica da cui parte il canale Reno che in passato
serviva per muovere le pale di cui erano dotate le macchine
idrauliche presenti a Bologna. Questo parco, come già detto
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Cullati fra i portici cosce di mamma Bologna
noto anche come parco Talon, è uno dei più belli e più grandi
di Bologna e, d'estate, è sempre pieno di gente che fa sport o
che semplicemente sta stesa sui prati a prendere il sole o a
leggere.
Usciamo dal parco passando per via de' Bregoli e, passando
davanti alla chiesa di San Martino, scendiamo fino alla via
Porrettana e al suo traffico e alla sua confusione.
I BREGÙEL...RICORDI DI CARLO VENTURI
All'inizio del 1943 all'inizio dei Bregoli è stato costruito un
rifugio antibomba dedicato all'eroe fascista Ettore Muti. In
questo rifugio trovavano accoglienza oltre 300 persone che
scappavano dalle loro abitazioni ogni volta che suonava
l'allarme che avvertiva di un imminente bombardamento
aereo. Il rifugio era molto sicuro, ma la strada per arrivarci
era completamente allo scoperto e così diverse persone
hanno perso la vita nel tentativo di raggiungerlo. All'inizio il
rifugio era essenzialmente un luogo di “soggiorno”
temporaneo in quanto, una volta sentito il suono della sirena
che annunciava il cessato allarme, ognuno tornava nella
propria casa.
Il 16 giugno 1944 è stato effettuato il primo massiccio
bombardamento aereo sul centro di Casalecchio e che ha
consegnato definitivamente alla memoria dei vecchi
casalecchiesi il ricordo dell'intero borgo della Fondazza,
completamente distrutto, e lasciato senza tetto oltre venti
famiglie fra cui la mia. Alcune di queste famiglie trovarono
una provvidenziale quanto disagiata sistemazione nei locali
del rifugio e lì sono rimaste fino alla fine della guerra
nell'aprile del 1945.
Io ero andato a fare il partigiano sulle colline di Marzabotto e
quando, una decina di giorni dopo la liberazione, sono
tornato a Casalecchio, ho visto solo macerie, desolazione,
nessuno per le strade a cui chiedere informazioni, la mia casa
distrutta e non avevo idea di cosa fosse successo alla mia
famiglia. Erano già le otto di sera e improvvisamente ho
sentito il suono delle campane della chiesa di S. Martino e ho
pensato che almeno alla chiesa c'era qualcuno e sono subito
corso a S. Martino. Qui Don Carlo mi ha accompagnato al
rifugio dove ho potuto riabbracciare la mia famiglia dopo
quasi un anno di lontananza nel corso del quale non avevo
avuto di loro nessuna notizia.
Da qui si può tornare al Meloncello anche prendendo
l'autobus 20 oppure si attraversa la via Porrettana e si
prende sulla destra il vicolo Collado.
Si rientra verso Bologna percorrendo un percorso lungo il
fiume Reno
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Cullati fra i portici cosce di mamma Bologna
LA CHIUSA SUL FIUME RENO
Siamo alla Chiusa di Casalecchio che fu realizzata nel 1191 e
poi nel 1324, per motivi tecnici, spostata di qualche centinaio
di metri più a monte: é la più antica, la più famosa e forse la
più importante opera di sbarramento fluviale realizzata prima
del secolo scorso. Scrisse Stendhal nel 1817: "Vado quasi ogni
mattina a Casalecchio, passeggiata pittoresca alle cascate del
Reno: è il Bois de Boulogne di Bologna". E stato in effetti per
lungo tempo un lido dei bolognesi; recentemente é stato
risistemato adeguatamente a tale scopo. A Casalecchio, se si
scende al fiume per via Giordani, si possono vedere le rovine
dello sbarramento medievale; poi si può seguire, m direzione
Bologna, una pista ciclabile che costeggia il canale Reno, che
attraversa il Parco Zanardi, il giardino Calda e poi entra in
città fiancheggiando il cimitero monumentale della Certosa.
Qui scompare sotto terra fino alla Grada
Si supera il cimitero della Certosa.
CERTOSA
Superato lo stadio, il portico prosegue fino alla Certosa. Il
principale cimitero cittadino sorge sul sito di un convento
trecentesco dei certosini e prende la sua attuale destinazione
nel 1801. Nel 1869, una grande campagna di scavi porta alla
luce un'importante necropoli etrusca (i reperti sono visibili al
Museo civico archeologico). La Certosa merita una visita per
la sua parte monumentale: la chiesa di San Girolamo
presenta un coro con stalli cinquecenteschi e, nella cappella
maggiore, grandi tele e finte nicchie ad affresco di
Bartolomeo Cesi (circa 1600). Fra i defunti illustri che
riposano qui, Giosue Carducci, l'uomo politico Marco
Minghetti, gli artisti Ottorino Respighi, Giorgio Morandi e
Bruno Saetti.
Si imbocca il portico della Certosa e il percorso si conclude
davanti allo stadio comunale.
STADIO
Costruito fra il 1925 e 1929 per volontà e su disegno del
federaI e Leandro Arpinati (progetto di Umberto Costanzini),
lo stadio ha tratti monumentali. Nell'intenzione di Arpinati,
questa opera ha due obiettivi, uno pratico e uno
propagandistico: dare un stadio adeguato a una città che sta
ingrandendosi e dimostrare l'efficienza del fascismo
bolognese. Entrambi gli obiettivi sono raggiunti rapidamente.
A Bologna, i primi anni del football sono stati vissuti in un
campo improvvisato, nella grande area verde dei Prati di
Caprara (nei pressi dell'attuale ospedale Maggiore), rimasti
nella memoria cittadina come luogo esotico e selvaggio
(perfino Pier Paolo Pasolini rimpiangeva i pomeriggi passati là
a giocare al pallone come i più belli della Vita). La squadra del
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Cullati fra i portici cosce di mamma Bologna
Bologna giocherà poi in due campi minori; infine si ritrova in
questo stadio per l'epoca gigantesco (tiene 50000 spettatori)
e primo costruito in Italia su iniziativa pubblica. È un gioiello
di perizia costruttiva, per l'uso avanzato ed estremo del
materiale nelle strutture di calcestruzzo; inoltre, concretizza
un'idea innovativa di "campo polisportivo" (oltre allo stadio,
l'area comprende anche piscine, palestre e campi da tennis).
Brillante, infine, la soluzione del problema del rapporto fra la
nuova opera e il preesistente portico: gli archi vengono
"spezzati" dai quattro archi trionfali su cui insiste la
monumentale Torre di Maratona (Giulio Ulisse Arata). Oggi la
struttura in mattoni del "catino" dello stadio è meno
intelleggibile, perché occultata da una struttura metallica
(Enzo Zacchiroli), imposta per la Coppa del Mondo 1990. La
Torre ha ospitato una statua equestre di Benito Mussolini,
abbattuta nel 1943; il bronzo della statua proveniva da
cannoni sottratti agli austriaci nel 1848 e venne in parte
razziato dalle truppe tedesche, in utilizzato nel dopoguerra
per il monumento ai partigiani di Luciano Minguzzi oggi
visibile nel giardinetto di Porta Lame; l'unica porzione della
statua sopravissuta è la testa del Duce, conservata in una
residenza privata cittadina. Durante l'ultimo periodo della
Seconda guerra mondiale il portico dello stadio è convertito
alle esigenze della città danneggiata dai bombardamenti: per
volontà podestarile gli archi vengono chiusi e trasformati in
alloggi per sfollate. Oggi lo stadio ospita, grandi spazi sotto le
gradinate, alcune società sportive, ma l'inquilino principale è
la squadra calcio del Bologna FC. Dal 1983 è titolato alla
memoria di Renato l'Ara, presidente del Bologna dal 1943 al
1964.
IL BOLOGNA CALCIO
Per esplorare le ragioni di questo amour fou devo ripensare a
quando ero un ragazzino, e mio padre, il lunedì, mi spediva a
comprare «Stadio» per ritrovare sulla pagina del quotidiano
sportivo felsineo le imprese dei campioni petroniani
(petroniani, felsinei: sono i sinonimi che ormai si usano
soltanto nelle cronache calcistiche; insieme agli orobici, i
labronici, gli etnei e i lusitani, e quando uno incontra queste
parole dice: «Orpol»). Eravamo lontani, trasferiti chissà come
e non si sa perché in una piccola città del Nord; ci sentivamo
esuli ed esulcerati, e le imprese del Bologna di Fulvio
Bernardini, in arte Fuffo, il celebre «Dottor Pedata» di Gianni
Brera, apparivano un formidabile risarcimento settimanale
alla nostalgia di casa. E chi erano quei campioni? Forse
stilizzati interpreti di un modulo? Ermeneuti di un'astrazione?
Figure esangui di una fenomenologia finalistica di matrice
hegeliana? Macché. Erano altrettanti «mostri», specialisti
dell'anomalia, talenti eccentrici e devianti: oggi forse non
giocherebbero neppure in serie B, oppure sarebbero
sottoposti a mortificanti interpretazioni del turnover. Ma io li
rivedo ancora tutti nelle caratteristiche che li rendevano
unici: il rapace e perfido Pascutti, l'uomo che avrebbe dato il
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Cullati fra i portici cosce di mamma Bologna
primo vero schiaffo all'Urss (leggi Cccp), o perlomeno a un
losco terzino della bieca nazionale sovietica; il geometrico
mediano Fogli, la sagace e giurisprudenziale mezzala
Bulgarelli, l'algido centravanti Nielsen, che poteva
addormentarsi per ottantanove minuti e risvegliarsi
stiracchiandosi solo per fare gol, il tedesco geniale Haller,
bello come un barbiere teutonico, cioè il più meridionale dei
tognini, e poi la classica ala destra Perani, il portiere Negri
detto Carburo, e via a seguire Pavinato, Furlanìs, Capra,
Tumburus, Janich, ciascuno a suo modo irripetibile. Ricordo
che quando in una splendente domenica del 1964 ebbe luogo
lo spareggio con l'Inter a Roma, i malevoli interisti dopo la
sconfitta sacrosanta (tiè!, e via con i manichetti e i
cippirimerli), accreditarono subito l'idea sgradevole che il
primo gol, quello di Fogli, consistesse in realtà in un'autorete
di Facchetti. Ricordo ancora che un amico di famiglia, dal
nome molto calcistico di Innocente Annovazzi, modenese
come noi e che lontano dall'Emilia si sentiva anche lui un
senzapatria, giunse in visita serale munito di un settimanale
sportivo illustrato, e mostrando sulla pagina in bianco e nero
l'istantanea del tiro del mediano rossoblù, sbracciandosi con
l'ausilio di squadra e righello - altro che moviola - dimostrava
«ma-te-ma-ti-camen-te», «sssien-ti-fi-ca-men-te», che non
c'era stata alcuna possibilità di deviazione del tiro, che la
traiettoria risultava intatta e precisa, che il peraltro
incolpevole Sarti era stato fatto secco da un'esecuzione
micidiale ed esatta, non da un improvvido e autolesionistico
intervento difensivo. Nulla insomma doveva offuscare la
purezza estetica del gol del Bologna e sminuire la sua storica
vittoria.
Edmondo Berselli - Quel gran pezzo dell’Emilia - pag 17-18
WEISZ
Weisz, ebreo ungherese, allenò in Italia l’Ambrosiana Inter
(dove lanciò Meazza) e il Bari, ma fu con il Bologna che
raccolse i maggiori successi: il più grande di tutti fu
certamente la vittoria nel 1937 della Coppa dell’Esposizione a
Parigi (l’attuale Champions League).
In una storica finale i rossoblù allenati da Weisz inflissero un
umiliante 4 a 1 ai maestri inglesi del Chelsea, collocando il
Bologna al vertice del calcio mondiale. Era “il Bologna che
tremare il mondo fa”. Poi due scudetti consecutivi nel
1935/36 e nel 1936/37. In realtà gli scudetti sarebbero tre,
perchè il Bologna vinse anche il campionato del 1938/39,
tuttavia nell’ottobre del ’38, dopo una vittoria con la Lazio e
con la squadra in vetta, il Bologna lo licenziò in ossequio alle
leggi razziali promulgate dal fascismo.
E’ finito ad Auschwitz, è morto la mattina del 31 gennaio
1944. Il 5 ottobre del ‘ 42 erano entrati nella camera a gas
sua moglie Elena e i suoi figli Roberto e Clara, 12 e 8 anni.
Dopo il licenziamento dal Bologna infatti Weisz fu costretto a
fuggire di paese in paese, braccato dall’avanzata irrefrenabile
delle truppe naziste. Verrà infine catturato in Olanda dalla
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Cullati fra i portici cosce di mamma Bologna
Gestapo e deportato con la famiglia ad Auschwitz. La sua
storia, frettolosamente dimenticata a Bologna, è stata
ricostruita con precisione e passione dal Direttore del Guerin
Sportivo Matteo Marani, che nel 2007 ha dato alle stampeil
volume “Dallo scudetto ad Auschwitz“. Marani ha seguito le
tracce di Arpad Weisz dalla casetta vicino allo stadio in cui
viveva a Bologna fino alla cittadina olandese di Dordrecht,
dove Weisz allenava la squadra locale, e ha trovato uno dei
giocatori ancora vivo.
PASOLINI
Ci può essere un calcio come linguaggio fondamentalmente
prosastico e un calcio come linguaggio fondamentalmente
poetico.
Per spiegarmi, darò - anticipando le conclusioni - alcuni
esempi: Bulgarelli gioca un calcio in prosa: egli è un
"prosatore realista"; Riva gioca un calcio in poesia: egli è un
"poeta realista".
Corso gioca un calcio in poesia, ma non è un "poeta realista":
è un poeta un po' maudit, extravagante.
Rivera gioca un calcio in prosa: ma la sua è una prosa poetica,
da "elzeviro". Anche Mazzola è un elzevirista, che potrebbe
scrivere sul "Corriere della Sera": ma è più poeta di Rivera;
ogni tanto egli interrompe la prosa, e inventa lì per lì due
versi folgoranti.
Si noti bene che tra la prosa e la poesia non faccio distinzione
di valore; la mia è una distinzione puramente tecnica.
Tuttavia intendiamoci: la letteratura italiana, specie recente,
è la letteratura degli "elzeviri": essi sono eleganti e al limite
estetizzanti: il loro fondo è quasi sempre conservatore e un
po' provinciale... insomma, democristiano. Fra tutti i linguaggi
che si parlano in un Paese, anche i più gergali e ostici, c'è un
terreno comune: che è la "cultura" di quel Paese: la sua
attualità storica.
Così, proprio per ragioni di cultura e di storia, il calcio di
alcuni popoli è fondamentalmente in prosa: prosa realistica o
prosa estetizzante (quest'ultimo è il caso dell'Italia): mentre il
calcio di altri popoli è fondamentalmente in poesia.
Ci sono nel calcio dei momenti che sono esclusivamente
poetici: si tratta dei momenti del "goal". Ogni goal è sempre
un'invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni
goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità.
Proprio come la parola poetica. Il capocannoniere di un
campionato è sempre il miglior poeta dell'anno. In questo
momento lo è Savoldi. Il calcio che esprime più goals è il
calcio più poetico.
Anche il "dribbling" è di per sé poetico (anche se non
"sempre" come l'azione del goal). Infatti il sogno di ogni
giocatore (condiviso da ogni spettatore) è partire da metà
campo, dribblare tutti e segnare. Se, entro i limiti consentiti,
si può immaginare nel calcio una cosa sublime, è proprio
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Cullati fra i portici cosce di mamma Bologna
questa. Ma non succede mai. E un sogno (che ho visto
realizzato solo nei Maghi del pallone da Franco Franchi, che,
sia pure a livello brado, è riuscito a essere perfettamente
onirico).
Chi sono i migliori "dribblatori" del mondo e i migliori facitori
di goals? I brasiliani. Dunque il loro calcio è un calcio di
poesia: ed esso è infatti tutto impostato sul dribbling e sul
goal.
Il catenaccio e la triangolazione (che Brera chiama geometria)
è un calcio di prosa: esso è infatti basato sulla sintassi, ossia
sul gioco collettivo e organizzato: cioè sull'esecuzione
ragionata del codice. Il suo solo momento poetico è il
contropiede, con l'annesso "goal" (che, come abbiamo visto,
non può che essere poetico). Insomma, il momento poetico
del calcio sembra essere (come sempre) il momento
individualistico (dribbling e goal; o passaggio ispirato).
Pier Paolo Pasolini, Saggi sulla letteratura e sull'arte, Vol. II,
Meridiani Mondadori, Milano 1999
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