RICERCHE
STORICHE
Rivista di storia della Resistenza reggiana
REGGIO EMILIA
Istituto perla Storia della Resistenza e della Guerra di Liberazione
1972
.
RICERCHE
STORICHE
Rivista
quadrimestrale
dell'Istituto
per la storia della Resistenza
e della guerra di Liberazione
in provincia di Reggio Emilia
SOMMARIO
ANNAMARIA PARMEGGIANI
ANNO VI - N. 16 MAGGIO 72
Comitato di Direzione
Antonio Grandi, Annibale Alpi,
Ercole Camurani,
Viterbo Cocconcelli, Gismondo Veroni
Direttore Responsabile
Giannino Degani
Comitato di Redazione
Renzo Barazzoni, Ettore Borghi,
Carlo Galeotti, Sergio Morini,
Vittorio Franzom
Segretario
Guerrino Franzini
Amministratore
Bruno Caprari
Lineamenti di una storia del ,fuoruscitismo reggiano
pago
3
ROl.:ANDO OAVANDOLI
Quattro Castella ribell.e (:III)
55
GIANNINO DEGANI
Le violenze fasciste in provincia
di .Reggio Emilia
73
DOCUMENTI E TESTIMONIANZE
Il sabotaggiO (di Gismondo VeroniJ
81
Si ribellano le operai,e r-eggiane
delle Mani'~atture Maglierie MHano
(con note di Vivaldo Salsi)
85
NOTE E DlSOUSSIONI
DIREZIONE, REDAZIONE,
AMMINISTRAZIONE
Piazza S. Giovanni, 4
Telefono 37.327
Prezzo del fascicolo
Abbonamento annuale
Abbonamento sostenitore
Abbonamento benemerito
L.
500
L. 1.200
L. 5.000
L. 10.000
La collaborazione alla rivista è fatta
solo per invito o previo accordo con
la direzione. Ogni scritto pubblicato
impegna politicamente e scientificamente l'esclusiva responsabilità dell'autore. I manoscritti e le fotografie
non si restituiscono.
Stampa
Tecnostampa - Via G. Bodoni, 4
Editore proprietario
Istituto per la Storia della Resistenza
e della guerra di Liberazione
in provincia di Reggio Emilia
Registrazione presso il Tribunale di
Reggio E. n. 20 i,n data 18 marzo 1967
L'aggressione fascista agli on.li
Prampolini ,e Zibordi (di 'Giannino
Degani)
93
RECENSIONI
Rotando Cavandoli, Origini del Fascismo a Reggio Emilia e provincia
(Antonio Zambonelli) ; Lazzaldo
« Sergio", Falchi e Corvi (Guerrino Franzini); Ernesto Rossi, Salvemini il non conformista (,G. D.)
101
.t\TT1 E ATTIVITA' DELL'ISTITUTO
L'Assemblea -del 19 marzo 1972
105
Finilo di stampare Il 25 maggio 1972
LINEAMENTI DI UNA STORIA
DEL FUORUSCITISMO REGGIANO
A quest'opera di Annamaria Parmeggiani, partecipante al Concorso
per studi storici indetto nel 1970 dal nostro Istituto, è stato assegnato il
secondo premio ex aequo.
PREMESSA
Come si evince dal titolo il contenuto del presente studio riguarda l'emigrazione reggiana nell'arco del ventennio fascista. Il suo scopo è quello di darne
·un quadro :1 più possibile completo e obiettivo pur nella limitatezza delle .sue
.ambizioni.
E' necessarzo quindi premettere alcune osservazioni:
- Opere storiche generali e testimonianze di protagonisti di quel periodo
non mancano e certo molte di esse sono documentate, esatte e diligenti/ necessariamente, però, sono anche parziali/ termine a cui ora non attribuiamo il significato di carenza di obiettività nella trattazione, se pur qualche volta esiste ed
è umanamente comprensibile/ e neppure di mancanza, almeno fino a questo momento, di qualsiasi cenno, alla partecipazione reggiana al fuoruscitismo, pur costituendo questa circostanza la causa motrice del nostro studio.
Molto più semplicemente esse sono storie di partiti politici e dei loro protagonisti/ parlano di uomini d'ingegno che hanno combattuto e sofferto, occupando però o arrivando ad occupare, posizioni di primo piano nella Resistenza
prima, e nella vita politica del Paese, poi.
Uomini legati a opere, fatti e date che si impongono allo storico e vengono da questi registrate, trovando così la loro prima e più diretta ricompensa.
Così, il termine di «fuorusciti » evoca immediatamente le figure di personaggi noti, Nenni, Togliatti, Silone, Pertini per citarne alcuni,· vengono così
trascurati, a scapito dei capitani, gli umili fantaccini, cioè gli operai e « gente di
poco conto» che hanno dato corpo al rilevante fenomeno dell' emigrazione dell'Italia durante il ventennio fascista.
A questa emigrazione Reggio non diede il contributo di grandi nomi, salvo
qualche caso, ma di una percentuale assai notevole sul totale che si tradusse in
abnegazione, tenacia, ed organizzazione paziente e metodica delle file dell'antifascismo in esilio.
Ad essi e alle loro quotidiane fatiche, agli espedienti e stratagemmi cui
erano costretti al servizio delle loro idee, alle traversie diventate routine, a cui
non si dà troppo peso, è dedicato questo studio. Esso è stato quasi esclusiva-
4
mente ricavato da testimonianze verbali di persone che parteciparono direttamente.
Qualche riferimento quindi sarà necessariamente impreciso e ciò sarà male per il
filologo storicista; le narrazioni dirette tuttavia hanno quel sapore di verità che
deriva dall'esperienza a lungo vissuta a cui speriamo di fare onore anche se purtroppo, dovendo stendere una trattazione globale, non potremo renderle nella
loro interezza.
Ringraziamo sentitamente l'ono Giuliano Paietta il quale ha cortesemente
messo a disposizzone il testo:
« L'emigrazione italiana e il P.c.F. nel periodo fra le due guerre », comunicazione al Collegio Internazionale di Parigi presso l'Istituto Maurice Thorez
tenutosi il 31 ottobre e seguenti 1970.
Coloro che sono stati intervistati: la Sig.ra Andrione, Bartoli Alberto, Bertolini Giovanni, Brevini Renzo, Cagnolati Galliano, Cantarelli Renato, Fiammella
Iginio, Masoni Adriano, Miari Francesco, Morelli Artemio, Montasini Ida, Gino
Prandi, Reggiani Ferruccio, Viani Alleo, Zani Amelia ed Aldo Magnani che ci ha
inviato un suo testo che alleghiamo in appendice unitamente a quello del prof.
Galliano Cagnolati, e all'intervista di Renato Cantarelli, testi che abbiamo ritenuto
particolarmente esemplificativi rispettivamente per l'emigrazione interna ed estera.
Un ringraziamento particolare viene rivolto al segretario dell'A.N.P.P.I.A. Vivaldo
Salsi che cortesemente ha organizzato le interviste arrecandovi un prezioso contributo personale; ed infine al direttore dell'Istituto Storico Guerrino Franzini
per aver messo a disposizione documenti dell'Istituto stesso.
La materia di q,uesto scritto, oltre che dalle interviste, è stata dedotta da
documenti dell'Archivio Centrale dello Stato - Divisione Affari Generali e riservati dagli anni corrispondenti alle date citate nel testo.
I
SITUAZIONE POLITICA REGGIANA PRIMA DELL'EMIGRAZIONE
1. - Il fascismo causa dell' emigrazione politica.
Prima di trattare l'emigrazione politica reggiana, sarà bene accennare alle
sue cause, cioé alla situazione politica venutasi a creare nella nostra provincia
al sorgere del fascismo. Situazione certo non peculiare di Reggio, ma comune a
tutte le città del nord e a tutt'Italia, aggravata però nel nostro caso particolare
dalla condizione riconosciuta della nostra città di «mecca » del socialismo.
E' naturale perciò che le lotte e le rappresaglie siano state particolarmente
dure, e condotte, specialmente nei centri della bassa, col concorso di elementi fascisti importati specialmente da Modena e Carpi.
Un emigrato, Magnani Aldo, ricorda la prima apparizione dello squadrismo
agrario a Correggio il 31 dicembre 1920 culminato nell'assassinio di Agostino
Zaccarelli, segretario provinciale della Federazione giovanile socialista e di Mario Gasparini capo-lega socialista e massimalista.
.
Infatti, la reazione fascista a Reggio Emilia è soprattutto agraria, data la
esistenza di un largo movimento socialista nelle campagne e ha il suo epicentro
nella zona compresa tra Carpi, Correggio, Rolo, Reggiolo, S. Martino in Rio, Novellara, Fabbrico e Campagnola.
Quindi possiamo dire che l'emigrazione politica reggiana cominciò assai presto.
Già nella primavera del '21 i socialisti più in vista in questi piccoli centri
di provincia si rifugiarono in città. Ma anche qui i più coraggiosi antifascisti trovarono sempre meno copertura in un movimento di massa che andava restringendosi. La violenza colse infatti di sorpresa il movimento socialista che pur
fortissimo numericamente e splendidamente organizzato con un eccellente sistema
di Cooperative, non seppe elaborare un'efficiente tecnica di difesa fidando sulla
convinzione che il fascismo fosse un «fuoco di paglia », e comunque potesse essere recuperato alla legalità democratica. Inoltre era ancora legato al nobile credo
della non violenza istillato dall'apostolo del socialismo reggiano, Camillo Prampolini.
Tale nobiltà di ideali fu purtroppo scambiata per segno di debolezza e non
sortendo alcun pratico effetto (altrettanto faceva sul piano nazionale dopo l'assassinio Matteotti la sterile apparizione dell'Aventino) fu non ultima causa dell'abbandono da parte della grande maggioranza di giovanni socialisti e degli elementi
più decisi passati quasi in blocco al giovane partito comunista, spesso non in base
a profonde meditazioni ideologiche, ma per la più vigorosa opposizione al fascismo. Non a caso la prima tessera del partito comunista italiano fu emessa dalla
sezione di Reggio Emilia.
In mancanza di un solido apparato la resistenza attiva al fascismo fu condotta con decisione dove questi gruppi erano forti: ad esempio alle « Reggiane ».
6
Camillo Montanari, giovane segretario della F.G.C., orgamzzo un serV1ZlO di informazione che consentiva agli operai di opporsi con le armi ai fascisti che li attendevano fuori dello stabilimento dove venivano distribuiti l'Ordine Nuovo, l'Avanguardia e l'Avanti, che venivano bruciati ai chioschi di distribuzione.
A questo proposito un fuoruscito ricorda nitidamente come, per evitare
« incidenti », i ferrovieri gettassero la stampa «sovversiva» di fuori del casello
di S. Croce.
Vi furono anche, ad opera dello stesso Montanari, sporadici tentativi di
organizzare un'offensiva creando un movimento di «Arditi del popolo» che attaccarono gli squadristi a Vetto, Ciano e S. Polo d'Enza, ma furono sconfessati
dagli stessi socialisti e comunisti che diffidarono i giovani a farne parte. Altrove
si ebbero azioni isolate e spesso personali che lasciavano quindi gli autori esposti
all'individuazione e alla rappresaglia.
Già nel 1923 si erano formati a Reggio e soprattutto nella bassa i gruppi
di «Italia Libera », sezione reggiana dell'Associazione nazionale omonima, che
precedeva il movimento di «Giustizia e Libertà ». Erano formati da elementi
antifascisti, repubblicani, socialisti, comunisti e guidati da elementi ex-combattenti che si ribellavano alla dittatura fascista.
La vita di questi gruppi, ovviamente clandestini, non era molto facile; gli
incontri avvenivano di notte in località molto isolate; logicamente gli aderenti
erano sospettati e quindi controllati continuamente. Vi era comunque un attivo
scambio di contatti tra i vari gruppi nei due o tre anni dopo, anche se per la
presenza di un delatore, furono costretti a cessare ogni attività.
2. - La prima ondata emigratoria.
Cominciò, così, la prima ondata emigratoria dal 1921 al 1923 di carattere
strettamente ed esclusivamente politico e di estrazione popolare per la quasi totalità. E' facile comprendere il perché: gli intellettuali infatti, pur essendo antifascisti e malgrado svolgessero la politica attiva, erano di estrazione borghese, esercitavano professioni liberali e godevano quindi di una posizione sociale ed economica tale da porsi al riparo dalle prime e più brutali angherie; senza contare
che nel periodo di semi-legalità che precede le leggi speciali (1926) esisteva ancora, anche se formalmente, una legge che qualche volta si era in grado di fare
valere. Possibilità che i semplici operai, contadini, braccianti non avevano affatto.
La condizione stessa di uomini di cultura, indipendentemente da ogni altra considerazione, anche nei periodi più bui, incuteva una certa soggezione alle squadracce;
considerati nemici di classe superiore si reputavano convenienti, nei loro confronti,
tattiche non meno ingiuste e crudeli, ma certo più elaborate e raffinate: l'isolamento sociale, l'intimidazione morale e il ricatto, l'esclusione dagli albi professiona;i, salvo naturalmente, per i casi più gravi e ostinati, i provvedimenti« legali ».
In ogni caso ciò li preservava generalmente dalla violenza fisica.
A sopportare il peso di ogni violenza erano le classi più umili come si è
detto sopra; ben presto coloro che maggiormente si distinguevano per la loro attività di opposizione, si trovarono letteralmente nell'impossibilità fisica, se non
ancora giuridica, di rimanere nel loro paese d'origine. Non solo infatti erano espo-
7
sti ad ogni sorta di violenza che minacciavano la loro incolumità personale (numerosi furono coloro che morirono per le lesioni interne provocate dalle bastonature), ma come conseguenza «necessaria» perdevano il lavoro: licenziati se subordinati e impossibilitati a compiere la loro attività in altri campi.
Dati i bassi salari, l'assistenza sindacale si affievoliva sempre più per l'impossibilità ad essere esercitata; per la difficoltà di trovare nuove occupazioni nello
stesso ambiente di lavoro essi venivano a trovarsi radicalmente privi di mezzi di
sussistenza; da qui la necessità dell'emigrazione, che pur causata da prevalenti
motivi politici, veniva ad assumere anche una notevole componente economica.
Alcuni, i più fortunati, che si erano meno compromessi, o che avevano
amici o parenti pronti ad accoglierli, si limitarono a riparare in paesi vicini. I più
tuttavia seguirono le tradizionali correnti di emigrazione: le grandi città del Nord
Italia, Torino Milano, dove era più facile passare inosservati e trovare lavoro;
altrimenti all'estero e per lo più in Francia, per una pluralità di motivi a cui non
mancheremo di accennare.
Anche alcuni intellettuali seguirono questa scia, quando il soffocamento
di ogni parvenza di democrazia li rese indifesi di fronte alle leggi, anzi da esse
perseguitati. Molti compirono entrambe i passaggi, migrando dapprima nelle grandi
città e poi, quando queste non furono più un rifugio sicuro, all'estero. Si formarono così quelle comunità di fuorusciti intellettuali e proletari che sono l'aspetto
principale del nostro studio. Giova ricordare che il termine fuoruscito fu coniato
dagli stessi fascisti con significato dispregiativo; si voleva infatti evitare che si
usasse il termine «esule» che troppo ricordava la tradizione risorgimentale
patriottica.
3. - L'emigrazione reggiana interna.
Per quanto riguarda Reggio si pu~ distinguere dunque una migrazione
interna ed estera distinte pur se spesso intersecantesi.
Conviene anzitutto parlare dunque della prima.
Determinare numericamente gli appartenenti a questa prima ondata di emigrazione è assami difficile: essa si ebbe, come abbiamo già accennato, a causa delle
violenze fasciste e assai spesso in seguito al bando d'esilio detto anche « diffida»
che veniva spesso affisso alla sede del Fascio o sulle porte delle case dei destinatari,
oppure spedito per posta.
Talvolta i commissari di polizia, a seguito di segnalazioni di individui equivoci, a volte in buona fede, per evitare guai maggiori ai sospettati e alle f:<miglie,
li esortavano ad espatriare, concedendo un particolare passaporto detto «il passaporto rosso ». Infatti molti sono i giovani che cominciano a recarsi all'estero approfittando della semi-legalità di questi primi anni.
Chi ha famiglia, preferisce invece spostarsi a Milano dove già avevano
trovato asilo le più note personalità del partito socialista e precisamente l'ono Camillo Prampolini, Giovanni Zibordi, Amilcare Storchi, Antonio Vergnanini, l'avv.
Giaroli e altri.
Camillo Prampolini aveva trovato una modesta occupazione presso la bottega di antiquariato gestita in via Manzoni dall'ono Nino Mazzoni ex-deputato
8
socialista di Piacenza; tuttavia si interessava sempre vivamente agli avvenimenti
reggiani.
L'on. Zibordi collaborava con funzione direttiva alla rivista Cultura Popolare
frequentando ogni giorno il circolo filologico milanese che era divenuto centro di
raccolta di numerosi reggiani che provavano grande soddisfazione a parlare con
l'ono Zibordi della vecchia Reggio.
La colonia dei reggiani aveva la sede centrale in via Archimede e ben presto si era ingrossata. Si riuniva anche presso la Cooperativa muratori di Milano
in via Spartaco. Era un magazzino dormitorio e nella emigrazione interna politica
reggiana occupò un posto importante. Essa infatti rappresentò dapprima un centro di appoggio per l'emigrazione dei reggiani della categoria di muratori. Poi dal
1925 in avanti divenne un punto di riferimento e di collegamento per tutti gli
altri profughi e gli schedati politici reggiani senza però chiudersi in un gruppo
solidaristico provinciale.
In via Archimede si incontravano infatti profughi politici reggiani ed emiliani che, a detta di un fuoruscito, occupavano posti di responsabilità nell'organizzazione comunista milanese.
Durante il 1926 e parte del 1927 fin quasi all'arresto di Aderito Ferrari
(che con Campioli e Tagliavini aveva capeggiato a Reggio le frazioni dei terzini
passati in blocco al partito Comunista Italiano nel 1924) servì anche come uno
dei recapiti clandestini della F.G.C.r. milanese. Sotto al pavimento del dormitorio era stato scavato un vano dal quale si accedeva, attraverso un'apertura segreta, ad una piccola litografia colla quale durante il giorno gli operai che erano
nei cantieri stampavano manifestini e un giornaletto per i ragazzi "Prole tino" diretto e compilato per intero da Michelino Bacci.
Dopo la soppressione dei partiti di opposizione, la polizia limitò l'attività
antifascista che consisteva soprattutto nella distribuzione dei manifestini e in organizzazione di scioperi e così l'atmosfera di Milano si fece più pesante.
A questo proposito abbiamo alcune testimonianze che rievocano il clima
di quegli anni.
Si cercava di riunirsi in luoghi nascosti, ad esempio in un abbaino, con la
complicità dei vicini di casa che spesso avvisavano quando si faceva vedere la
polizia. Un fuoruscito ricorda un vecchietto che metteva fuori un cestino di insalata quando la polizia cercava lui o gli amici. Aldo Magnani per poter continuare la sua attività di dirigente della F.G.C. aveva assunto una doppia personalità: aveva una abitazione legale in Via Battaglia con Cesare Campioli e un
posto di lavoro ufficiale, ma aveva anche una abitazione illegale in Piazza Risorgimento e una occupazione fittizia come rappresentante di commercio sotto altro
nome e con altri documenti personali che per fortuna non vennero poi trovati al
momento dell'arresto inevitabile.
4. - Dopo l'assassinio Matteotti, la repressione si inasprisce.
Subito dopo l'assassinio di Giacomo Matteotti e il susseguente inasprirsi
del regime la sorveglianza della polizia si intensificò.
A tutti i sorvegliati politici vennero ritirati i passaporti; essi furono mu-
9
niti del cosiddetto « libretto rosso» che doveva essere timbrato tutte le domeniche
in Questura. Ciò implicava la proibizione di frequentare cinema, osterie, l'obbligo
di rientrare in casa alle otto di sera e di non spostarsi senza il permesso della
polizia. Ogni infrazione a questi obblighi veniva immediatamente, se sorpresa, punita con l'arresto; ma la vita a questi sorvegliati veniva resa assai difficile dal
fatto che quando avveniva un qualsiasi avvenimento pubblico di una certa importanza, come visite di personalità politiche o festeggiamenti di ricorrenze pubbliche, i sospetti venivano immediatamente e preventivamente incarcerati. Oltre
a ciò la posta era controllata riga per riga ed erano frequentissime le perquisizioni
domiciliari anche per futili pretesti a tal punto che molti antifascisti erano costretti ad espatriare perché la sorveglianza poliziesca danneggiava anche la loro
attività economica. Un fuoruscito, ateo, ricorda che si recava in chiesa perché lì
non sentiva parlare di fascismo. Anche per quelli che erano semplicemente sospetti, cioé non ancora ufficialmente schedati, era estremamente difficile ottenere
il regolare passaporto ed intorno al 1926-27 sarà quasi impossibile. Avremo le
prime fughe a volte verso il Belgio ma soprattutto verso la Francia. Perché soprattutto verso la Francia? Occorre fare qualche riflessione sulla situazione
generale.
5. - La situazione politica in Francia.
Fin dall'inizio del secolo l'emigrazione operaia italiana in Francia era assai
numerosa. Tuttavia nei decenni che precedono la prima Guerra Mondiale non ha
una particolare funzione e vitalità politica. Essa è sovente soggetta alle ripercussioni derivanti dai contrasti fra i due governi come nel caso dell'ondata di xenofobia suscitata in Francia quale ritorsione alla protesta del Governo italiano per
l'annessione francese della Tunisia. Una pagina completamente nuova nei rapporti
tra i lavoratori italiani e francesi si aprirà invece con la fine della 1a Guerra
Mondiale e in particolare dopo la vittoria del fascismo negli anni '21-'22; ma in
essa troveremo la traccia di antichi vincoli, legami e tradizioni.
La Francia, uscita dalla guerra con terribili devastazioni e ingenti perdite
umane, aveva tuttavia i mezzi per un'opera di ricostruzione e per riprendere il
suo cammino di grande paese industriale.
Aveva quindi un estremo bisogno di mano d'opera. L'Italia nonostante
avesse subito perdite e distruzioni assai minori, era economicamente dissestata e
in preda alla più profonda delle crisi. Vi fu quindi, in base alla legge della domanda e dell'offerta, un'immediata ripresa del flusso migratorio che, se dalle
regioni meridionali fu soprattutto rivolto verso le Americhe e in particolare verso
gli Stati Uniti, dalle regioni settentrionali si rivolse in Francia che assorbiva adesso
anche le correnti migratorie prima dirette in Germania e in Austria. L'emigrazione
verso la Francia venne naturalmente accentuandosi quando la sconfitta del Movimento operaio italiano tolse a molti lavoratori le speranze di un miglioramento
delle loro condizioni di vita in Patria e costrinse migliaia di altri a lasciare il loro
luogo di residenza. Praticamente si è trattato forse quasi di un milione di persone,
includendo le famiglie e i naturalizzati, composto dunque essenzialmente di lavoratori, nella stragrande maggioranza proletari nel senso più assoluto della parola,
lO
generalmente riumti m notevoli concentrazioni nella Regione patlgma, nel Nord,
nel 110nese, a Marsiglia, e nell'Isère. Politicamente l'emigrazione italiana è formata soprattutto di tre componenti: emigrati spinti da ragioni esclusivamente
economiche, provenienti da regioni di emigrazione tradizionale poco industrializzate e che quindi erano state in generale poco toccate dalla grande ondata rivol'l%ionaristica degli anni 1919-20 (Veneto); emigrati politici a livello non qualificato e dirigenti e quadri antifascisti che erano perseguitati per aver lottato apertamente contro il fascismo (questi erano soprattutto la componente assai ridotta,
ma politicamente più importante).
L'esi·stenza di queste tre componenti rende l'emigrazione italiana particolarmente caratteristica e distinta da altre emigrazioni di tipo più spiccatamente
economico come la polacca, la spagnola e la portoghese e da quella italiana stessa
verso gli altri paesi soprattutto transoceanici.
Con il passare degli anni e dopo l'evoluzione della situazione in Italia e
in Francia avremo dopo il '30 una nuova ondata di emigrazione in seguito alla
grande crisi; tuttavia tale composizione non sarà essenzialmente modificata. In
essa socialmente il ceto medio era rappresentato da un numero assai esiguo di
piccoli commercianti e imprenditori, mentre mancava quasi completamente un
ceto medio culturale.
D'altronde logicamente il livello culturale della maggioranza degli emigrati
era al di sotto della media già bassa dei lavoratori italiani dell'epoca; molti di
essi erano quasi analfabeti e parlavano più facilmente il dialetto che la lingua
italiana. In compenso, tuttavia si inserivano abbastanza bene nel quadro politico
tutto particolare che presentava allora la Francia.
Vi era innanzi tutto il peso della Francia come grande potenza, anzi come
la maggior potenza continentale dopo la conclusione del trattato di Versailles.
La vivacità della sua vita politica sindacale e culturale trascinò nel suo giro le
numerose masse di emigrati, non solo quelle italiane, ma anche le altre provenienti dai più diversi paesi; infine il ruolo particolare di Parigi fu assai importante:
la città, come fu definita, più francese e al tempo stesso più cosmopolita, la
grande e unica capitale dell'Europa e soprattutto la culla della grande rivoluzione
dell'89 e della Comune di Parigi.
Questo ruolo della Francia conobbe uno splendore nuovo e del tutto particolare negli anni che vanno dal '30 al '39 quando essa apparve la grande speranza della riscossa oltre che il rifugio di tutte le forze democratiche antifasciste.
Perfino nel periodo della guerra di Spagna questo ruolo della Francia, come
vedremo, non sarà diminuito.
Tra i fattori oggettivi che facilitarono la vita degli emigrati dobbiamo ricordare anche una certa vicinanza della lingua e dei costumi e le tradizioni democratiche internazionaliste largamente diffuse sia nella classe operaia francese sia
nei gruppi più avanzati dell'opinione pubblica.
Furono questi fattori che permisero di neutralizzare e di battere, come
si dimostrò nel giugno del '40, quelli negativi che pure esistettero e che tendevano ad isolare e contrapporre i lavoratori italiani e francesi.
Fattori quali l'azione dei consolati e dell'organizzazione fascista italiana,
11
le ramificazioni xenofobe della destra francese, i tentativi di discriminazione, le
persecuzioni poliziesche contro i comunisti immigrati ed altro. Inoltre sono da tener
presente i vari oscillamenti della politica francese verso Mussolini.
Quando il governo francese si trovava in contrasto deciso verso l'Italia
era assai più largo verso gli immigrati e pronto a stringere i freni quando viceversa vi era un periodo d'accordo.
E' tuttavia interessante notare come tra gli italiani in Francia, durante
quel periodo, anche fra coloro che furono sottoposti a persecuzioni poliziesche
per la loro attività antifascista, il ricordo e la simpatia per la Francia rimasero
profonde.
Questa emigrazione fini per rappresentare non un piccolo mondo a se
stante, ma una parte, in certi centri, importante, delle masse operaie e popolari
francesi. Tuttavia rimase legata con mille vincoli sentimentali, materiali, e politici al suo paese d'origine.
6. - Gli espatrii illegali.
Torniamo ora ai problemi di coloro che volevano espatriare e non potevano farlo legalmente.
Ricordiamo che in questi pnml anni mancavano agganci tra i partltl antifascisti italiani e quelli francesi per cui la fuga era quasi completamente affidata
all'iniziativa individuale, e vedremo che i nostri compatrioti ne saranno abbondantemente forniti.
Alcuni riescono ancora (siamo negli anni immediatamente susseguenti al
1920) ad ottenere i passaporti o documenti altrettanto validi con varii espedienti.
Ci insegna la vicenda di Angelo Zanti il quale si fece arrivare dalle miniere della
Saar, dove avevano sempre bisogno di mano d'opera, una cartolina d'ingaggio su
cui occorreva soltanto il nome e il timbro del Comune con le firme del maresciallo e del podestà. Glieli fecero appunto perché essendo un «cattivo soggetto» ben noto, preferivano che espatriasse.
Quanto alla moglie, che lo raggiunse in Francia l'anno dopo, a lei fu concesso il passaporto, ma con una carta su cui era stampato un appellativo equivalente a quello di « ricercato politico ». Ovviamente la donna la stracciò e poté
facilmente raggiungere Parigi.
Anche Cesare Campioli, schedato e quindi attentamente sorvegliato dalla
polizia di Milano, riusci ad ottenere un passaporto per la Germania per motivi di
studio grazie ad insufficienti informazioni, ma la mattina seguente al suo espatrio
due agenti della Pubblica Sicurezza si presentavano già per ritirargli il passaporto;
fortunatamente la fuga era già riuscita.
La maggioranza tuttavia era completamente sprovvista di questa possibilità, quindi il problema era quello di attraversare i valichi per raggiungere la
Francia via Svizzera.
Pei «soggetti» particolarmente segnalati come pericolosi e ricercati dalla
Questura esisteva una speciale rubrica di frontiera, oltre il normale bollettino delle
ricerche emesso dalla Questura.
Occorreva affidarsi ai contrabbandieri il cui quartier generale era di solito
12
a Milano; o meglio, nella città lombarda vi erano intermediari amici che si incaricavano di mettere in contatto i fuggiaschi con i contrabbandieri e a volte di versare a questi ultimi la ricompensa.
Questa poteva essere assai alta (Lit. 2.000) da dove si vede come alcuni
speculassero su questi poveretti generalmente disoccupati. Pure erano spesso sufficienti 500 o 600 lire in media. Infatti Vitali Gualtieri, Bertolini Enrico, Cabassi
Arnaldo, Grassi Luigi e Grassi Gino di Cavriago, si muniscono di 600 lire ciascuno e si recano a Milano dove un concittadino, tale Munarini Enea, che la
polizia ricercherà a lungo, condannandolo in contumacia, traccia loro un itinerario
per raggiungere la Svizzera: partenza (preferibilmente di domenica per eludere
la sorveglianza nella zona di frontiera) alle 7 dalla stazione Nord per Como; da
Como in battello fino a Menaggio e di lì a Tavordo dove il Munarini li avrebbe
attesi per guidarli oltre frontiera. Però dopo una notte all'addiaccio (poichè gli alberghi si erano rifiutati di accoglierli essendo essi privi di documenti) i quattro decisero di rinunziare e furono poi fermati dalla polizia. Tuttavia, con lo stesso sistema e per la stessa via il Munarini era riuscito, tramite un cugino (che aveva
parte nella ricompensa) residente a Villa Masone a mettersi in contatto e a far
espatriare nove ricercati.
Da preziosi rapporti della polizia, che esercitava una attentissima sorveglianza sui sospetti di espatrio, in qualche caso incarcerandoli preventivamente,
apprendiamo che in genere i fuorusciti delle zone «rosse» di Cavriago e Montecchio passavano per Milano mediante un intermediario parente di uno di essi
(uno zio di un commerciante all'ingrosso di teloni che spediva all'estero su autocarri) mediatore di Villa Ospizio, tale Sangilli, anche egli accanitamente ricercato,
mentre a Reggio due operai delle Reggiane avrebbero fatto da intermediari per gli
espatri via Torino.
Come abbiamo visto in caso di fallimento della fuga si procedeva all' arresto a cui seguiva il processo anche in contumacia. Le pene variavano generalmente da 3 mesi e giorni 15 di reclusione a mesi 4 e Lit. 3.000 di ammenda, a
mesi 4 e Lit. 2.500 di multa. Tuttavia in alcuni casi, quando si escludeva il movente politico, essi venivano scarcerati, anche se sottoposti a stretta sorveglianza.
Giustamente la Questura, rilevando che la maggioranza dei clandestini era disoccupata da tempo attribuiva i tentativi di espatrio a motivi prevalentemente economici; però come abbiamo già accennato, era proprio una posizione politica non
conforme al regime, che rendeva praticamente impossibile trovar lavoro. Quanto
ai favoreggiatori era opinione delle autorità che essi agissero per lucro e non
dipendessero da alcuna organizzazione politica. Il che, soprattutto per i primi
tempi era vero.
Data quindi la mancanza di una rete di organizzazione, i tentativi e le vie
sono assai eterogenei e sovente si andava allo sbaraglio. Ad esempio Bonilauri
Giacomo e Galimberti Mafaldo di Cavriago si recarono in bicicletta a Morbeno
(Sondrio); lì un'ostessa indicò loro un certo Tommasino che li avrebbe favoriti
nell'espatrio. Ma essendo questi assente, essi tornarono a Cavriago, dove li raggiunse una lettera dell'ostessa in cui tra l'altro si diceva « Finalmente ho trovato
l'impresario del lavoro, ma vuole L. 2.000 di deposito ». Purtroppo i due non
13
avendo tanto denaro furono costretti a rinunciare, ma essendo caduti in sospetto
dalla polizia, dovettero proseguire la corrispondenza sotto il suo controllo. Ma
l'ostessa avendo evidentemente fiutato il pericolo, rispose con la seguente frase
convenzionale di facile interpretazione «In alto è caduta molta neve e continua
a nevicare. I lavori sono sospesi. Bisogna attendere ».
Altre vie erano: o da Trento via Como, oppure via Cuneo. Ad esempio
Fiammella Igino si reca con altri tre a Milano e di lì con la guida di un contrabbandiere via Como raggiunse la Svizzera che, notiamo bene, non accoglieva affatto
i fuorusciti, ma se li trovava senza documenti li rispediva in Italia.
A questo proposito ricordiamo che la Svizzera permetteva il soggiorno
ai soli fuorusciti dotati di mezzi di sussistenza e consentiva il transito soltanto
a coloro che erano in possesso di regolari documenti. Solamente durante la guerra
la Svizzera accoglierà i fuorusciti e favorirà il lavoro organizzativo e di propaganda antifascista fra di loro; quindi, il passaggio ovviamente illegale della frontiera franco-svizzera fu sempre un grave rischio.
Masoni Adriano e Brevini si recano a Lugano e poi a Basilea e di lì riescono a varcare clandestinamente la frontiera.
Viani Alfeo, mediante i soliti contrabbandieri, riesce ad emigrare da Sondrio in Svizzera solo approfittando del fatto che in .Svizzera per un mese all'anno c'era una specie di «porto franco », cioé le autorità chiudevano un occhio
sul contrabbando del tabacco. Fu pescato, ma riuscì fortunosamente a commuovere l'agente di polizia che lo lasciò andare a Zurigo dove completamente privo
di fondi, venne rifocillato da una famiglia amica. Riuscì a raggiungere Basilea
dove pure venne ristorato e gli venne indicato il modo di passare la frontiera.
Tuttavia il metodo fallì, ma egli riuscì nuovamente a commuovere le guardie
svizzere proclamando di essere affamato e carico di famiglia al punto che essi
stessi gli indicarono la via per raggiungere Parigi.
Altre fughe furono più drammatiche come quella di un certo Simonazzi
soprannominato Simone, il quale si trovò a Torino senza alcun passaporto e allora
decise, in compagnia di un amico munito di regolare passaporto, di emigrare
« sotto » il vagone dove si trovava costui. Si sedette infatti sull' asse della seconda
coppia di ruote del vagone appoggiando i piedi sulle sbarre di ferro incrociate e
afferrando con le braccia i due tiranti. Ma quando il treno si mosse scoprl che
anche l'asse si muoveva surriscaldandosi e così in pochi momenti il fondo dei
suoi pantaloni diventò sottile come una carta. Per sua grande fortuna il treno
aveva fatto solo una rapida manovra e si fermò, così egli poté rannicchiarsi al
centro del vagone tra i freni, tra un fracasso assordante e una miriade di scintille
causate dall'attrito del freno. Per non essere accecato chiuse gli occhi, ma si addormentò e quando si svegliò scoprl che una gamba penzolava nel vuoto e l'attrito gli aveva già levato metà della scarpa. Nonostante il rombo assordante alle
orecchie, intuì che si era già in territorio straniero e attese ansiosamente il segnale dell'amico sul treno: ma questi non udì la sua risposta e convinto che fosse
già morto si allontanò. Il poveretto, agitato e non osando uscire apertamente in
una stazione si sorbì nove ore di viaggio e uscì all'aperto quando il treno si fermò
in una stazione di campagna deserta, trovandosi con pochi soldi, senza sapere
14
una parola di francese. Riuscì tuttavia con alterne vicende e molto coraggio a
raggiungere Argenteuil, sobborgo di Parigi di cui sentiremo ancora parlare, dove
aveva un cugino. Appena giunto, chi vide in mezzo alla strada? Proprio l'amico
che con altri tre stava studiando il modo migliore per fare sapere alla madre
la sua orrenda fine. Questi esterefatto non seppe dire altro che: «Ma sei proprio tu, ci sei tutto? » e il lieto avvenimento venne festeggiato all'osteria.
Avventurosa fu pure la fuga di Montasini che da Trento era riuscito a
passare in Svizzera attraversando a piedi i ghiacciai ed era arrivato congelato al
punto che lo rianimarono con metodi primitivi, ma efficaci: gli amici gli cacciarono le gambe in una stufa e gli si rovinò irrimediabilmente una fotografia della
madre che aveva con sè.
Anche Dotti Armando ricorda una lunga marcia verso il confine svizzero
in compagnia di un pastore, sulla cresta di un monte su cui era tanto ghiaccio
che dovettero togliersi le scarpe per non scivolare.
Scavalcata letteralmente la frontiera costituita da una rete metallica alta
circa due metri e rifocillato da amici a Lugano, riuscì a passare da Basilea in
Francia, in un punto deserto della frontiera franco-svizzera, che gli era stato indicato da amici già esperti.
Altre fughe furono invece più fortunate: Paolo Davoli fuggì senza documenti e senza soldi, ma riuscì a raggiungere la frontiera ostentando il Popolo
d'Italia. Alla stazione di controllo riuscì ad evitare gli agenti della dogana scendendo e salendo fulmineamente sul treno pochi secondi prima della sua partenza.
Miari Francesco riuscì viceversa a raggiungere tranquillamente Parigi iscrivendosi a una gita per la fiera internazionale, utilizzando quindi il passaporto
collettivo.
Ben presto però da questa emigrazione a carattere spontaneo e di autodifesa si passò all'emigrazione organizzata soprattutto da parte dei comunisti i
quali cominciarono a organizzare l'emigrazione politica sia per salvare i compagni
compromessi, sia per evitare la dispersione di quelli che venivano impegnati
all'estero.
Occorre qui ricordare che dopo la soppressione dei partiti, l'unico a darsi
una organizzazione clandestina fu il partito comunista. Il partito socialista reggiano rifiutò di organizzarsi clandestinamente (come viceversa in altre città tra
cui Milano) perché contrario ai propri principi legalitari. Dobbiamo però osservare che i socialisti, vecchi nemici, erano assai più noti e sorvegliati dalla polizia
che non i comunisti di recente costituzione. Quindi l'organizzazione clandestina
era assai più facile per questi ultimi. Quanto al Partito popolare si era dissolto:
uno dei suoi esponenti più illustri, Cagnolati, era stato costretto dalla brutalità
fascista ad emigrare in Belgio. Di lui si parlerà ampiamente nella appendice.
Del partito repubblicano assai ridotto di numero con il proprio esponente
più autorevole (Montasini) esiliato, non è il caso di parlare, perchè numericamente
era quasi ridotto a zero.
Il Partito comunista clandestino teneva le sue riunioni, ovviamente segrete, nella Cooperativa Cementori in Gardenia.
15
Il Comitato Centrale aveva deciso di suddividere l'organizzazione provinciale in molte zone autonome onde consentire alle sezioni di funzionare speditamente anche in condizione di illegalità; ogni zona agiva quindi in stretta autonomia con un comitato e un segretario. Sussistevano però rapporti intensi con la
Federazione: invio di stampa, circolari, direttive, ispezioni e soprattutto riunioni.
Vi erano poi riunioni collettive illegali sul greto dell'Enza, del Secchia, del Crostolo,
in aperta campagna, mascherate da scampagnate con vettovaglie e damigiane
di vino.
Dal '25 al '28 si stampava a Cavriago nella casa di Angelo Zanti l'Unità
quindicinale per le province di Bologna, Reggio, Parma. Ne venivano tirate 100
o 200 copie usando sistemi rudimentali e un inchiostro speciale che veniva inviato
dalla Francia, mentre il testo, che pure era composto in Francia, veniva inviato
da Bologna. La cosa venne sospesa con il ritorno dello Zanti in Francia.
Alle suaccennate riunioni parteciparono anche dirigenti nazionali come Di
Vittorio, Longo, D'Onofrio.
I delegati reggiani parteciparono nel '31 ad un congresso sindacale internazionale in Svizzera.
Per quel che riguarda i fuorusciti essi avevano un'efficiente organizzazione
con emissari che si recavano a Milano, a Torino, prendevano contatto con i contrabbandieri pagandoli con danaro raccolto dal «Soccorso Rosso» (due lire al
mese) organizzazione, come vedremo più avanti, che funzionava a Reggio come
in tutta Italia ed Europa. I ricercati venivano nascosti a volte anche per molti
mesi nelle cosiddette case di latitanza, finché non ricevevano, generalmente dalla
Francia ove, come vedremo, era il quartier generale del P.c.I., documenti, denaro,
a volte armi e istruzioni precise che venivano accuratamente imparate a memoria.
I passaporti falsi inviati erano generalmente stranieri, francesi ma assai
spesso spagnoli: e ciò perché mentre quelli stranieri erano di carta comune e si
prestavano ad essere trasformati con la scolorina, tale operazione era impossibile
per quelli italiani, dato il tipo di carta speciale. I documenti presentavano anche
i visti del Canton Ticino e naturalmente quelli del paese d'origine: il che causava a volte comici imprevisti alla frontiera, dove i nostri reggiani, che spesso
conoscevano quasi soltanto il dialetto, si vedevano apostrofare in spagnolo o in
francese. Comunque riuscivano generalmente a raggiungere Parigi dove, mediante
distintivi vari, cartoline, mezze monete e parole d'ordine, entravano immediatamente in contatto con i compagni del Centro Estero. Questi incontri avvenivano
solitamente nei « bistrots » situati vicino alla Gare de Lyon, spesso in via Diderot,
nome che ricorre spesso nella memoria dei fuorusciti. Il contatto non era però mai
tenuto dal caffettiere; interveniva subito la rete di assistenza a Parigi di cui
parleremo più avanti.
7. - Problemi della sopravvivenza.
Appena giunti in Francia, luogo di destinazione era per la quasi totalità degli emigranti Parigi: tuttavia molti si fermavano anche a Nizza, alcuni
nell'illusione che in questa città limitrofa si potesse parlare italiano; ricordiamo
che la difficoltà della lingua era il gravissimo ostacolo dei fuorusciti e inoltre
16
essi speravano che una volta finito il fascismo fosse più facile di li raggiungere
l'Italia. Altri si fermavano a Lione o a Marsiglia; qui soprattutto i muratori
(era il settore dell'edilizia che assorbiva la maggior parte degli emigrati in tutta
la Francia) e qualcuno anche nell'Alta Savoia.
La grande maggioranza tendeva invece a Parigi, sia per ragioni sentimentali che politiche: infatti l'emigrante istintivamente cerca di raggiungere amici
e conoscenti e, come diremo, nella Capitale interi sobborghi erano abitati da
connazionali e addirittura da compaesani; inoltre ai fuorusciti era rigorosamente
vietato di partecipare alla vita politica, mentre vedremo come sarà viva e intensa
tale partecipazione anche se ufficiosa. E ciò era possibile solo nel clima cosmopolita parigino.
Appena giunti si ponevano agli espatriati due problemi: i documenti e
l'alloggio, di tutt'altro che facile soluzione. Per l'alloggio però per i primi giorni si provvedeva in qualche modo.
Generalmente i fuorusciti avevano indirizzi di persone fidate, che li ospitavano per qualche tempo e, come vedremo, esistevano anche delle organizzazioni assistenziali, ma occorreva per sopravvivere lavorare e per lavorare occorreva procurarsi i documenti.
Per avere il diritto di esercitare un lavoro in Francia occorreva il possesso di una «carta di identità del lavoratore» detta anche «carte permanente
du travail» possibilmente da ottenersi mediante un regolare contratto di lavoro,
rilasciato dal Ministero del Lavoro chiamato dai fuorusciti «Bourse du travail»
che aveva allora la propria sede in rue Vaugiraud (tappa obbligata per ogni
fuoruscito ).
Naturalmente la carta di lavoro veniva concessa, con una procedura sconcertantemente burocratica che generalmente portava alla disperazione il richiedente,
solamente a quelli che avevano i documenti in regola. Se la cosa, dunque, non
era facile per un fuoruscito normale, era assai più difficile per i clandestini.
Infatti i francesi, al di là di qualsiasi colore politico, detestavano i disoccupati e
in particolar modo quelli che chiamavano gli « accattoni»: su di essi pesava regolarmente la minaccia dell'espulsione per vagabondaggio. Molto spesso, tra l'altro, essi venivano individuati su indicazione dei consolati italiani (vedi la testimonianza di Pertini e Montasini) e venivano quindi espulsi dalla Francia. Però
si poteva ottenere, in attesa della carta di identità, una provvisoria carta di soggiorno, il cosiddetto «recipissée », che poteva essere valido o per tre mesi (e in
tal caso era di colore verde) o per un mese, con il quale si poteva lavorare.
Ricordiamo che la Carta d'identità fatta in Francia, ma uguale a quella
d'Italia, era valida per tre anni. Se l'emigrato in quei due o tre mesi riusciva
a trovare un contatto di lavoro stabile, poteva ottenere la carta di lavoro altrimenti, scaduto il permesso provvisorio, si profilava l'espulsione. Era quindi essenziale avere un lavoro fisso: gli emigrati per motivi prevalentemente economici
partivano infatti muniti di un regolare contratto di lavoro, quasi sempre verso
il nord, nel Giura o soprattutto nelle regioni minerarie dell'Alsazia e della Saar,
nelle miniere di ferro della Mosella, dove la richiesta era sempre forte e costante.
Ma questi ingaggi erano scomodi e spesso pericolosi anche per la salute: in questi
17
squallidi luoghi dove il 40% delle maestranze erano italiani, la polvere fittissima
corrodeva i polmoni portando alla tubercolosi e numerosi erano gli incidenti
sul lavoro.
Di conseguenza il ruoruscito si recava al Nord per breve tempo, perché
là era più racile ottenere la carta di identità; inratti, essendo rorte la richiesta
di mano d'opera e pochi gli emigrati disposti a trattenersi, i proprietari dell'impresa cercavano di aiutarli e, conoscendo nei piccoli centri i commissari di polizia,
racevano assegnare ai lavoratori l'ambita carta con relativa racilità. Una volta
ottenuto il prezioso documento, gli emigrati generalmente rientravano a Parigi
dove però la carta di lavoro ottenuta in campagna era rinnovabile ogni anno, non
ogni tre. Se si era disoccupati alla scadenza, le difficoltà per ottenerne il rinnovo
erano enormi: Cesare Campioli, spinto dalla rame, non esitò ad alterare lui stesso
la data, prorogandola per altri due anni. L'operazione, riuscita abbastanza bene,
gli consenti di cavarsela. Dopo 10 anni di residenza tranquilla, gli emigranti avevano diritto ad una carta di residenza privilegiata valida per altri 10 anni. Ma
purtroppo non molti raggiungevano questo traguardo. Molti erano costretti a
tentare svariati espedienti: ad esempio si potevano comprare alla «Cité» carte
di identità regolari e in tutto simili a quelle legali ad opera di impiegati disonesti che
le vendevano generalmente al prezzo di 100 Fr. Ovviamente non erano registrate
in Questura. Ma l'illegalità presentava degli inconvenienti, come ad esempio l'impossibilità di protestare quando, come nel caso di Ferruccio Reggiani, aveva ottenuto un «recipissiée» ralso senza il numero di mandato perché i 20 Fr. necessari per corrompere l'impiegato addetto se li era tenuti l'emissario.
Un altro emigrato sopravvisse per svariato tempo racendosi regolarmente
rifiutare il permesso di soggiorno, salvo che dal « recipissiée » rifiutato egli aveva
tempo un mese per espatriare; in questo mese egli non poteva lavorare essendogli
stato rifiutato il permesso, però non lo si poteva arrestare per vagabondaggio; di
conseguenza tornava da capo ad ogni mese a rarsi rifiutare il permesso e così
riuscì a cavarsela per due anni.
Veramente per sramarsi egli andava a lavorare clandestinamente come
vedremo, aiutato dai compagni. Di conseguenza la polizia ad un certo punto lo
trovò e lo incarcerò per lavoro illegale.
Ma ancora più tragico ru il caso di Viani Alfeo, il quale, arrivato completamente sprovvisto di documenti, non ru accettato, ma non ru neppure arrestato e gli rurono concessi tre giorni per lasciare la Francia. Ogni tre giorni gli
arrivava un'ingiunzione che egli raceva regolarmente rinnovare. Tuttavia egli come
molti altri, ricorda che la polizia rrancese era estremamente dura con tutti gli
immigrati; parecchie centinaia di essi si raccoglievano nella «citè» ogni giorno,
nell'Ufficio speciale per stranieri per farsi rinnovare il « sourcis » cioé il permesso
che veniva concesso solo fino a sera; allora si scatenava per i cinque piani di
scale una lotta selvaggia tra questi disperati per il primato a pugni e a calci mentre gli agenti ridevano. Anche alcuni giornali rrancesi come il «Populaire» avevano denunciato in una serie di articoli intitolati ironicamente «Francia terra
d'asilo» - la crudeltà di questi runzionari che non solo non aiutavano affatto
questi poveretti, ma li insultavano; «sales macaruni» era il termine più gentile.
18
Questi disgraziati potevano però contare sulla solidarietà dei compagni che
spesso rischiavano loro stessi l'espulsione per aiutarli: tre o quattro assumevano
un appalto e facevano lavorare i « senza documenti» rischiando il posto; un altro
con le carte in regola, finse di averla persa tre o quattro volte per passarla, opportunatamente alterata, a qualche compagno clandestino, facendosela rifare finché
il gioco non si fece pericoloso; altri facevano furtivamente lavorare gli illegali
avvisandoli quando si profilava l'ispezione della polizia. Queste erano molto
frequenti e gli emigrati la chiamavano brevemente «Raf» dal nome completo
di «rafIe» che significa «retata ».
8. - Le «Rafles ».
Vediamo ora la curiosa procedura di queste retate che avvenivano spessissimo sia sul posto di lavoro sia nelle case, sia nei luoghi di ritrovo al duplice
scopo di controllare i documenti e di assicurarsi che i fuorusciti non possedessero stampa clandestina e prove di appartenenza ad un partito politico.
Le retate venivano fatte stendendo una specie di cordone attorno ad un
quartiere ed esaminando con estrema attenzione tutte le càse ed in particolar
modo tutti gli alberghi; era quindi piuttosto difficile fuggire.
Tuttavia gli arresti, che erano piuttosto frequenti, non potevano essere mai
fatti se non di giorno, quindi, dalle sei di sera fino alle sei del mattino, dalla
caduta del sole a prima dell'alba, gli emigrati erano relativamente al sicuro e i
tutori dell'ordine spesso erano inchiodati ai posti di blocco per l'intera notte.
La polizia francese era molto poco tenera con gli italiani, perché dall'inizio dell'emigrazione vedeva in essi una specie di crumiri che venivano a portare
via il lavoro alla mano d'opera francese.
Di conseguenza, qualsiasi convocazione, che si concludesse o no con l'arresto, al commissariato francese alla Cité, si apriva con quello che i francesi
chiamavano « passage à tabac » ovvero il pestaggio per circa due ore.
A questa consuetudine gli emigrati, soprattutto quelli politici, avevano
finito per non farci molto caso. Se si era arrestati una prima volta e sorpresi
senza documenti si era perdonati; la seconda volta invece si veniva espulsi,
« reroulé» e spesse volte accompagnati dai gendarmi alla frontiera generalmente
con documenti in cui era scritto che per lO anni non si poteva varcare la frontiera francese.
Poiché la Svizzera, come abbiamo visto, non accoglieva fuorusciti salvo
quelli che avevano danaro sufficiente, oppure quelli che avevano un documento
da cui risultasse chiaramente la loro posizione di proscritti in Italia, generalmente la meta era il Belgio o il Lussemburgo; non la Spagna, perché vi era la
dittatura di Primo de Rivera.
Tuttavia quasi tutti riuscivano a rientrare clandestinamente nei paesi d'esilio dalle frontiere muniti generalmente di «recipissée », falsi, forniti come vedremo da amici o dal Partito Comunista.
I fuorusciti tornavano generalmente a Parigi, tra:nquillamente non sempre.
Uno ricorda, ad esempio, come dopo aver fatto un lungo giro VIZIOSO
per entrare da altre strade attraverso la frontiera, affamato e assetato si diresse
19
verso un osteria dove trovò intenti a bere proprio i due agenti che lo avevano
accompagnato alla frontiera. Dimostrando una notevole umanità costoro fecero
finta di non averlo visto ed egli riusd a riparare a Parigi.
Caso analogo capitò ad Angelo Zanti il quale venne espulso con una quarantina di compagni per avere partecipato nel '31 ad una manifestazione politica.
Riuscirono a sfuggire agli agenti rifugiandosi su di un altro treno, ma
quando scesero in una stazione per ristorarsi, ebbero la sorpresa di vedere scendere dal treno susseguente gli agenti che li stavano cercando; riuscirono a fuggire disperdendosi tra la folla.
Se però si era colti una seconda volta dalla polizia si veniva arrestati e di
nuovo espulsi; se si veniva colti ancora una terza volta era lo stesso, la quarta
volta si era addirittura spediti alle isole, si suppone all'isola del Diavolo. Non
crediamo che alcun reggiano abbia mai subito questa estrema conseguenza. Tuttavia tra quelli che ebbero parecchie traversie il primato spettò indubbiamente a
Camillo Berneri, un noto anarchico di cui parleremo più avanti.
9. - Camillo Berneri nell'emigrazione.
Quando Camillo Berneri viene espulso dalla Francia per attività politica,
alla Cité gli chiedono in quale nazione egli voglia dirigersi; egli sceglie il Belgio
e i poliziotti lo fanno scendere a Mons dove si serve di una specie di passaggio
clandestino, spiando il momento in cui i poliziotti belgi controllavano i passaporti.
Ma anche in Belgio i fuorusciti che facevano politica non erano bene
accetti, per cui egli viene di nuovo «refoulé» dal Belgio in Francia.
Qui, dopo cinque mesi di carcere « per infrazione al decreto di espulsione»
ricomincia l'odissea: lo si conduce infatti alla frontiera olandese senza lasciargli
ritirare i documenti di identità, con una copia del decreto di espulsione in cui vi è
scritto però che egli dichiarava volersi recare in Lussemburgo. In Olanda, constatata l'assenza dei documenti, lo si rispedisce in Belgio dove viene naturalmente
arrestato e condannato ad un mese di carcere. All'uscita viene finalmente accompagnato in Lussemburgo: inizia le pratiche per ottenere il passaporto, ma al
ventesimo giorno di soggiorno i gendarmi gli annunciano l'espulsione in Francia.
Viste inutili le proteste, alla stazione di Esch grida con forza e si fa trascinare di peso sul treno ottenendo così di suscitare l'interesse pubblico sul sistema di espellere verso la Francia coloro che erano già stati espulsi e condannati
in quel paese.
Tutta la stampa europea si occupa di quel caso e poiché era stato arrestato a cinquanta metri dal confine venne assolto dal tribunale di Brieau. Tuttavia venne poi condannato in contumacia dal tribunale della Senna; si oppose e a
Parigi ottenne un rinvio; il giorno dopo, gli ispettori di polizia lo arrestarono
e lo condussero alla stazione est, al treno per Berlino dove finalmente per brevissimo tempo, perché siamo nel 1928, poté ottenere un po' di tregua.
Cantarelli Renato, invece, anch'egli espulso per motivi politici, si rifugiò
in Svizzera, perché aveva una lettera di raccomandazione per un'officina di Winterthur. Come previsto la polizia svizzera gli comunicò che era indesiderabile, che
20
l'asilo politico era riservato per chi aveva i mezzi per vivere senza lavorare e
minacciò di espellerlo se avesse avuto contatti con altri rifugiati italiani.
Riuscì comunque ad ottenere lavoro e a mettersi in contatto con Ignazio
Silone (Secondino Tranquilli) che a Zurigo si occupava di immigrati italiani.
Di emigrati stabiliti in Svizzera ce n'erano pochissimi per motivi economici; a Silone, essendo malato di petto, il Partito Comunista pagava il soggiorno,
ma vi erano molti immigrati stagionali, muratori, scalpellini, ecc. Dopo sei mesi, a
causa di questi contatti, il Cantarelli venne espulso e si trasferì in Belgio ad
Anversa dove aveva trovato un lavoro; ma essendosi fatto cogliere da una retata
della polizia, dopo essere uscito da una riunione di compagni italiani, venne
espulso di Il; allora decise di resistere nell'illegalità. Dopo dieci giorni la polizia
lo tallonava, quindi con l'aiuto dei compagni tentò di passare clandestinamente
la frontiera del Lussemburgo.
I doganieri non lo arrestarono ma gli indicarono invece la strada per passare illegalmente in Francia.
Come abbiamo visto, le varie polizie di questi paesi, avevano uno scarso
senso di solidarietà tra di loro e pur di evitare fastidi cercavano di appiopparsi
l'un l'altro questi poveretti con tutti i mezzi, legali e non.
n nostro Cantarelli per i suoi frequenti passaggi aveva scoperto un modo
relativamente facile per passare la frontiera franco-belga e franco-svizzera, sfruttando i treni dei lavoratori pendolari. Bastava munirsi di valigetta e mescolarsi
tra i passeggeri e i doganieri non chiedevano i passaporti. Una volta tornato a
Parigi dovette condurre una vita illegale e si rifugiò nella «zona» di Porte de Choisy
presso un altro reggiano dove rimase circa un anno lavorando saltuariamente
come manovale avvisato dagli amici quando ve n'era la necessità.
lO. - Vita quotidiana: lavoro, alloggi, tempo libero.
Abbiamo già accennato come l'edilizia assorbiva la mano d'opera meno
qualificata. In particolare erano richiesti cementisti, e alcuni reggiani si facevano
fare apposta certificati falsi per trovare lavoro.
Nei primi anni fino alla grande crisi, 1930, vi era però un'estrema facilità
di trovare un posto, tanto che molti partivano allo sbaraglio. Bastava avere un
amico e farsi indirizzare da lui per avere un lavoro sicuro. I più ricercati erano
gli operai specializzati ai quali però veniva richiesto un minimo di conoscenza
linguistica.
Altra mano d'opera assai quotata erano gli ebanisti, localizzati in generale
intorno alla Gare de Lion e vicino alla Rue Diderot; poi venivano i semplici
operai che erano anch' essi molto richiesti e guadagnavano un salario superiore a
quello italiano di circa il 20%. A volte quasi il doppio. Ricordiamo che generalmente i salari erano alti: in media 30 Fr. alla settimana. Ultimi i manovali e i
cosiddetti « cava terra » tra cui si trovavano spesso intellettuali che tra gli emigrati
trovavano quasi impossibile l'inserimento nel mondo del lavoro e spesso erano
costretti a fare la fame o rovinarsi la salute coi lavori manuali ai quali non erano
ovviamenti abituati.
Caso tipico il maestro Guido Raise che aveva tentato all'inizio di vivere
21
alla meno peggio aprendo una scuola di francese per gli operai italiani, ma guadagnava così poco che venne costretto a fare il manovale. I suoi superiori però
osservando con che fatica e con che impaccio svolgeva il proprio lavoro, gli chiesero se non vi fosse abituato e saputo del suo diploma, lo fecero assumere come
impiegato nell'azienda; ma ben presto fu licenziato perché il direttore generale
non ritenne dignitoso che uno straniero antifascista avesse un impiego negli uffici
di amministrazione.
Altro caso tipico il Montasini, il quale quando poteva faceva l'imbianchino ed era costretto sovente a sfamarsi a pane e formaggio e spesso a pane solo.
La moglie di Berneri aveva un negozio di alimentari e presso di lei Montasini e altri andavano qualche volta per un pasto un pochino più sostanzioso.
Un altro ancora ridotto alla disperazione si fece cogliere mentre rubava un cavolo.
Fenomeno abbastanza curioso a cui i nostri reggiani non facevano eccezione, gli emigrati erano distribuiti nella capitale a seconda del lavoro. I più
qualificati gravitavano verso il centro; i meno qualificati in periferia. Infatti dal
centro al decimo «arrondissement» abitava la borghesia, mentre la maggioranza
degli emigrati cominciava a stabilirsi dal dodicesimo arondissement al quattordicesimo.
Anche tra di questi, i più poveri si stipavano nel ventesimo, mentre nel
diciannovesimo vi era ancora una certa élite. I reggiani però erano raggruppati
non solo in base al lavoro, ma anche in base al luogo di provenienza. L'élite, cioé
i provenienti dalla città, abitavano generalmente a S. Antoine, qui vi erano molti
ex operai delle officine «Reggiane ». I provenienti dai paesi delle colline di Arceto, Salvaterra e dintorni, si concentravano a Fontainay sur Bois. I provenienti
da Cavriago e dintorni, per antica consuetudine, che datava dall'inizio del secolo,
si trovavano ad Argenteuil, dove secondo le testimonianze, si sentiva parlare quasi
di più il dialetto di Cavriago che il francese. Qui era anche raccolta la mano
d'opera meno qualificata, manovali e muratori.
Ad Argenteuil, ricorda un fuoruscito, abitavano anche molti veneti e bergamaschi, emigrati per motivi esclusivamente economici, che facevano gli zappaterra ed erano detestati dai lavoratori francesi, perché giudicati crumiri in quanto accettavano il lavoro a metà paga. Viceversa i reggiani tutti erano protetti dalla popolazione locale che li avvisava nel caso molto frequente delle retate della polizia.
Inoltre la Municipalità era comunista e concedeva buoni per la zuppa ai disoccupati il che, soprattutto ai tempi della grande crisi, rese questo Comune assai
benemerito.
Un grave problema era costituito dall'estrema difficoltà di trovare alloggio. Gli operai e le loro famiglie potevano disporre di una stanza con servizi
sul pianerottolo; gli affitti non erano più alti che in Italia, semplicemente non
vi erano case disponibili.
Ci si rifugiava allora negli «Hotel », alberghetti di infima categoria dove
ora abitano gli emigrati di colore (ve n'erano di tutti i tipi e prezzi) ma il soggiorno era assai caro, per di più erano perquisiti costantemente dalla polizia. Parecchi rifugiati li giudicavano pressapoco «immondezzai» quindi molti si rifugiavano nella bidon-ville soprattutto coloro che non avevano le carte in regola.
22
Infatti l'unico rifugio sicuro dalle retate della polizia erano proprio le bidonville (dette anche « zone») miserabili ammassi di casupole di lamiera, di capanne
prive di qualsiasi impianto igienico e di luce elettrica che sorgevano nei confini
della «banlieu» parigina ed erano generalmente il rifugio dei disperati; quelli
senza documenti, senza possibilità di lavoro e di alloggio regolare, non solo italiani, ma di tutte le nazionalità.
Camillo Berneri ci ha lasciato una descrizione tragica delle bidon-villes:
«Ferraglie, immondizie, stracci, ammassi di case sventrate, pneumatici rattoppati,
recinti che sembrano fatti per gioco, orticelli tisici, baracche alla Robinson Crusoé:
ecco la « zone ». L'aspetto delle casette è gaio (dove abitavano i più abbienti) e non
manca di grazia, ma quello delle baracche è triste e oppJ.'limente; è un sudiciume greve
di sentori che ammorbano l'anima, delle assi rattoppate, lastre appiattite e cartoni catramati: ecco il tetto. C'è il giardino, ma angusto e gramo come l'unica
stanza; il tutto è recinto: anche quello è proprietà ». Anche nelle condizioni migliori dunque la casa non era certo accogliente, e si evadeva volentieri, soprattutto
il sabato e la domenica ci si rifugiava nei prati e nelle foreste che circondano
Parigi.
Del resto il tempo libero trascorreva in vari modi. I nostri emigrati si rilassavano anzitutto nei caffè dove ci si trovava tra compaesani; al caffè del Metrò,
caffé della Paix e soprattutto in rue Diderot, dove vi erano numerosi « bistrots »
(a Perlassié, Saint Remy, Argenteuil) con cucina italiana. Lì s,i beveva, si giocava
alle bocce e alle carte; numerosi erano infatti gli amatori dello scopone e della
briscola. I giovani frequentavano attivamente le « salles des fétes » assai numerose
a Parigi, giacché ogni arrondissement ne possedeva una e a Parigi ce ne sono venti.
Pur tendendo logicamente a rimanere tra reggiani, si mescolavano volentieri ai francesi, soprattutto nelle grandi ricorrenze popolari, in cui erano generalmente ben visti.
Allora, come rievocano nostalgicamente i vecchi fuorusciti, c'era maggior
comprensione per gli emigranti; i giovani si recavano spesso ai «Bals musettes»
caratteristici caffè con annessa la sala da ballo, antenati dei nostri caffè concerto,
oppure ai « dancings» dove si pagavano come ora le consumazioni.
Allora Parigi offriva divertimenti e ritrovi per tutte le categorie; allora al
Lido si potevano recare anche gli operai, che guadagnavano 40 Fr. al giorno.
Minore era invece l'interesse per gli sports, ma già molto seguito e praticato era
il ciclismo, meno il foot-ball.
Naturalmente questa brillante vita sociale era riservata a coloro che avevano la coscienza tranquma e le carte in regola; chi invece non le aveva stava
sempre tra i connazionali. Questo bisogno istintivo di trovarsi non solo tra connazionali, anzi tra concittadini, spinse ben presto i reggiani a dar vita ad organizzazioni che confluirono nella «Fratellanza Reggiana ».
11. - La «Fratellanza reggiana ».
E' cosa ben nota che i reggiani accanto alle doti di calore umano, altruismo, fede nelle idealità, presentano in maniera notevole qualità organizzative.
Nell'ambiente dei fuorusciti in Francia queste doti ebbero modo di manifestarsi.
23
Già nei primissimi anni gli emigrati tennero tra di loro regolari contatti;
anche se le testimonianze in proposito sono piuttosto discordi, è certo che si facevano spesso collette di danaro da inviarsi in Italia.
A detta di Camillo Montanari scopo dichiarato di queste prime raccolte era
l'acquisto di armi, perché circolava ancora la speranza che il fascismo fosse un
fuoco di paglia.
Angelo Zanti dichiara invece che già nel '24 ad Argenteuil esisteva un
fronte popolare reggiano senza alcuna distinzione di partito, ma decisamente antifascista, sorto appunto per sovvenzionare i compagni imprigionati in Italia, aiutarli ad evadere e soprattutto fornirli di denaro per espatriare clandestinamente.
Lo Zanti fu per qualche anno il segretario di tale fronte. Su moglie ricorda
che per racimolare fondi si facevano feste e lotterie, fino al 1925, anno in cui lo
Zanti rientrò deliberatamente in Italia.
Comunque, già nel '24, secondo numerose testimonianze, i reggiani al di
fuori dei partiti svolgeranno mansioni di assistenza ai nuovi emigrati.
Ad esempio, d'accordo con la municipalità di S. Antoine avevano costi. tuito una scuola di lingua francese a uso degli emigrati reggiani per aiutarli a
superare lo scoglio della lingua. Soprattutto si aiutavano i compagni i primi tempi
che, come abbiamo visto, erano molto duri, fornendo loro il lavoro e l'appoggio.
In realtà anche il « Soccorso Rosso» aiutava validamente i nuovi arrivati; ma il
Partito Comunista ne aveva praticamente il monopolio ed esso veniva dato, come
d'altra parte è comprensibile, con qualche velato invito affinché si prendesse la
tessera comunista.
Spicca, invece, sotto il profilo assistenziale e organizzativo per le sue particolari e volute caratteristiche di apoliticità l'organizzazione di cui tratteremo ora:
la «Fratellanza Reggiana ».
Questa associazione aiutava il compatriota senza alcuni distinzione di partito, purché, sia ben chiaro, fosse antifascista. Assisteva inoltre i vecchi e gli infermi, insomma mostrò tanta vitalità e si rese talmente benemerita nei fatti e nel
ricordo di coloro che vi parteciparono, da sopravvivere tuttora.
Nacque nel 1932 per opera di Camillo Montanari e Renato Cantarelli che
ne redassero lo Statuto, oggi introvabile; sarebbe tuttavia rimasta una associazione di fatto come tante altre se nel '34 il Campioli non fosse riuscito, sostenuto
da altri reggiani, a farle dare il riconoscimento legale, mercè il carattere esclusivamente e assolutamente apolitico che l'associazione ostentava e al quale rimase
assolutamente fedele, naturalmente nella linea dell'antifascismo e sebbene i soci
e i dirigenti fossero nella totalità politicamente impegnati.
Compito principale dell' Associazione fu, dunque, come abbiamo già accennato, aiutare gli emigrati appena giunti e i vecchi più bisognosi.
Aveva un Comitato Direttivo eletto a scrutinio segreto, un Comitato per
la redazione del Bollettino e dei Capi Gruppi nei vari centri dove erano concentrati i reggiani. La tessera all'inizio costava un franco e quaranta; il luogo delle
riunioni non era fisso. All'inizio si riunivano da un certo Menozzi Loris a Montreuscove ave la « Fratellanza Reggiana » era stata fondata; in quel luogo ci si trovava quasi tutte le sere, attirati soprattutto dalla cucina all'italiana e dalla partita
24
a carte. In effetti la «Fratellanza Reggiana» avrà sempre sede nei cosiddetti
ristoranti franco-italiens dove era possibile con una modica spesa fare un d1screto
pranzetto all'italiana.
Il primo presidente fu Melioli Giovanni; le assemblee generali erano tenute di solito una volta all'anno seguite da una festa. Anche qui la data non
era 'fissata però cadeva generalmente d'inverno, al chiuso; la tariffa di associazione
era di 5 Fr. all'anno, mentre quelli che volevano essere soci onorari pagavano
lO Fr. all'anno.
I proventi principali provenivano pertanto dalle tasche non solo dei soci,
ma anche dei francesi che erano invitati, naturalmente a pagamento, alle feste
che i reggiani organizzavano. Di questi amici ci si serviva poi per collocare i
nuovi venuti privi di carte di identità. Il numero dei soci reggiani toccava, all'inizio, il numero di cento ottanta; in seguito però, giunse fino a trecento, forse il
cinquanta per cento del totale. La maggior parte era costituita politicamente da
comunisti; gli altri erano per lo più socialisti e vi era anche qualche anarchico.
La direzione era socialdemocratica, quindi i soci più accesi l'accusavano di essere
talvolta paternalistica.
Tuttavia la «Fratellanza Reggiana », a detta di tutti, mantenne sempre
la sua indipendenza politica pur svolgendo in sordina, la propria attività antifascista.
Com~ abbiamo già detto questa associazione sia per la sua funzione, sia
per lo spirito unitario, costituì una chiara dimostrazione dello spirito organizzativo
dei reggiani che seppure lontani dalla loro terra riuscivano a tenere un saldo
collegamento tra di loro e con la loro Reggio, e di ciò ne è prova il giornalino.
Fin dai primi tempi dell'Associazione usciva infatti un foglio ciclostilato a
cura di Campioh e di Curti denominato Crostolo. Con la crescita dell'organizzazione venne costituito un Bollettino regolare, Reggio Emilia, diretto principalmente da Cesare Campioli. La Redazione ebbe varie sedi, soprattutto nei ristoranti a Monterouge in rue D'Avron dove un antifascista reggiano, un certo Spaggiari, teneva un ristorante. Una curiosa caratteristica dettata dall'incertezza dei
. tempi consisteva nella non concessione di abbonamenti, giacché anche i soci dovevano pagarlo numero per numero. Questo giornaletto trattava argomenti attinenti alla vita sociale, iniziative dell'organizzazione, lasciando però largo spazio
ad avvenimenti reggiani, così che gli emigrati potevano porre rimedio alla nostalgia apprendendo ad esempio che nella loro città natale era stato collocato
un busto a Naborre Campanini o era stato celebrato il giubileo del Vescovo Mons.
Brettoni oppure per i soci più intellettuali, offriva squarci, particolarmente significativi, della «Storia di Reggio» del Balletti; addirittura venivano talvolta riportate le quotazioni <lel bestiame e degli ortofrutticoli al minuto e all'ingrosso
del mercato cittadino.
Tutte queste notizie provenivano integralmente dalla corrispondenza degli
emigrati con amici e parenti rimasti in patria, corrispondenza spesso fortunosa
e che richiedeva cure e precauzioni particolari.
Essa era per lo più indirizzata in Francia a semplice prestanome con indirizzo di comodo.
25
Il secondo da sinistra è l'emigrato politico Antonio Cagnolati, la cui
biografia appare a pagina 51. La foto è stata scattata nel 1945 a Parigi,
in occasione della visita di Palmiro Togliatti al Comitato Italiano di
Liberazione in Francia.
26
In Italia si scriveva ad amici e parenti insospettati che a loro volta consegnavano la corrispondenza ai vari destinatari. Le notizie più scottanti, quelle
di carattere politico, erano scritte col limone che fungeva da rudimentale inchiostro simpatico e con sistemi crittografici più o meno complicati.
L'esposizione di queste notizie, pervenute segretamente, era quanto mai
problematica e richiedeva doti non comuni di tatto e di diplomazia in quanto
prendere apertamente posizione, avrebbe automaticamente comportato «l'interdition» da parte dell'autorità e la revoca del riconoscimento legale dell'associazione.
Anche le notizie sulle lotte interne che avvenivano in Francia fra fuorusciti e antifascisti dovevano essere sfumate; in un Bollettino del '36 viene riportata la condanna di « un certo "Beiso" per l'uccisione del concittadino Montanari
Camillo, stimato operaio della nostra emigrazione a cinque anni di lavori forzati », condanna piuttosto mite per un delitto chiaramente politico. La notizia
non è comunque commentata, ma messa in discreta evidenza.
Il fronte in cui l'associazione poteva muoversi con meno pastoie erano
le rivendicazioni sindacali, basate sulla richiesta di parificazioni degli operai italiani ai francesi contro le discriminazioni evidenti non solo nella fabbrica ma
negli stessi sindacati, della quale vengono riportati ampi commenti.
Du1cis in fundo, vi erano circostanziati resoconti delle cene sociali, delle
gite culturalì al Louvre, delle scampagnate, echi delle allegre bicchierate fra compaesani, in cui riviveva lo spirito della vecchia Reggio.
Nonostante le limitazioni forzatamente imposte, la « Fratellanza Reggiana »
svolse attiva politica antifascista, soprattutto durante la guerra di Spagna, quando
si adoperò per raccogliere offerte e pacchi di viveri per i partenti, e durante
l'occupazione nazista, quando parecchi prigionieri politici reggiani vennero nutriti,
vestiti, nascosti od eventualmente aiutati ad evadere.
Quindi, a detta di molti iscritti, fu la sola società di solidarietà che svolse
un'opera assistenziale concreta, che ancor oggi sopravvive; fu la prima ad essere
organizzata e sul suo esempio anche gli emigrati di altre regioni fondarono svariate associazioni come la friulana, la veneta, la bolognese, che non ebbero assolutamente né la vitalità, né la coerenza di quella reggiana.
12. - L'attività politica.
1) Parlando di attività politica dei fuorusciti, osserviamo che tutti indistintamente, anche coloro che erano emigrati per ragioni esclusivamente economiche, vi parteciparono in qualche modo. Tuttavia dobbiamo distinguere tra gli
attivisti di qualsiasi partito e la massa.
Logi~amente i più attivi e i più decisi, pronti ad esporsi alle gravi sanzioni
previste dalle leggi, erano coloro che ben poco avevano da perdere, cioé gli illegali, i clandestini, privi di documenti, mentre coloro che avevano le carte in
regola e magari la responsabilità di una famiglia erano ovviamente assai più prudenti.
Fatta questa osservazione generale, possiamo ricavare una prima idea degli
interessi politici dei nostri fuorusciti dai giornali che leggevano.
Dalla nostra inchiesta, risulta che il più diffuso fra la maggioranza era
27
1'« Humanité» organo del Partito Comunista Francese, che spesso era il primo testo su cui si cercava di apprendere il francese; una minoranza leggeva poi,
il socialista «Avanti» oppure il nuovo «Avanti» dei Socialisti riformisti, entrambi in italiano; altri giornali che potevano essere letti solo sporadicamente
data la tiratura limitata, erano il « Prometeo» di Bordiga, «La Verità» di Trotsky, la «Libertà» organo ufficiale della concentrazione antifascista diretta da
Claudio Treves, tutti giornali in italiano. Pure in lingua italiana era un settimanale
molto seguito perché non vi si trattavano solo questioni politiche, ma anche
problemi dell'emigrazione, la cui tiratura raggiunse nel 1936-37 le 40.000 copie.
Dato il contenuto nettamente di « sinistra» veniva continuamente soppresso con
decreto ministeriale. Dopo qualche settimana di silenzio si riprendevano le pubblicazioni, con un nuovo gerente responsabile, che per legge doveva essere francese, in una nuova tipografia (costante difficoltà era il reperire linotipisti italiani),
con un nuovo indirizzo postale e una nuova testata, fino al prossimo immancabile sequestro. I fuorusciti ricordano quindi una infinità di titoli: il «Lavoratore », «La voce proletaria », «La voce del popolo », «Bandiera rossa », « La nostra bandiera », «Vita proletaria », «Vie Prolétariènne» (pare che questo titolo
sia dur8to un po' più a lungo). Nel 1937, la vittoria del Fronte popolare in
Francia rese possibile la creazione a Parigi di un quotidiano democratico in lingua italiana: «La voce degli italiani» che uscì regolarmente dall'estate del 1937:
non era di ispirazione totalmente comunista, ma conduceva una polemica antifascista, di largo respiro, a cui collaboravano anche uomini politici socialisti, come Pietro Nenni, e indipendenti. Essendosi però schierato da:l1a parte della Russia
al tempo del patto di non aggressione con la Germania, nel settembre del 1939,
la redazione della tipografia della «Voce» venne invasa dalla polizia, e tutti i
redattori si trovarono quasi al completo al campo di concentramento di V ernet
d'Avriage presso Tolosa. Dopo la guerra risorse col titolo « L'emigrante» con cui
esce tuttora; ma abbiamo precorso i tempi. Come abbiamo potuto dedurre dunque la massa era formata soprattutto da socialisti e comunisti (per ragioni che
vedremo in seguito, molti dei primi passeranno ai secondi); vi era un numero
assai limitato di anarchici, tra cui spicca la figura di Camillo Berneri, e un numero
pure assai ridotto di repubblicani capeggiato da Pietro Montasini. Non sembra
che il movimento di Giustizia e Libertà guidato da Carlo Rosselli, Lussu ed altri,
che svolgerà una decisa azione antifascista clandestina in Italia, abbia avuto alcun
seguace tra i Reggiani eccetto qualche rapporto con gli anarchici.
Sarà bene, infatti, accennare rapidamente ai partiti che ebbero poco seguito popolare e la cui azione fu quasi esclusivamente teorica.
2) Gli anarchici e i repubblicani reggiani.
I pochi anarchici reggiani si appoggiavano ai confratelli francesi e internazionali, che in quegli anni a Parigi vivevano gli ultimi momenti della loro
attività che presto si sarebbe spenta data la loro mancanza di radici nella vita
del popolo. Il loro lavoro spicciolo consisteva nel pubblicare scritti su problemi
morali e filosofici, sul divorzio, sull'educazione dei figli, ecc. Più strettamente
politico fu il periodico « Rivendicailione », che era pubblicato nel 1924. Per quan-
28
to riguarda l'azione in Italia, erano collegati in certo modo a «Giustizia e Libertà »; ma i loro sporadici tentativi di azioni terroristiche fallivano regolarmente,
per la mancanza di una solida base clandestina tra il popolo italiano, per cui
venivano subito individuati e bloccati dalla polizia.
Tuttavia Camillo Berneri, della cui penosa odissea abbiamo già accennato,
contribuÌ brillantemente alla causa dell'antifascismo con numerosi scritti, pubblicati su svariati giornali: «Guerra di classe », «Lotta umana» e «Giustizia e
Libertà» di Carlo Rosselli, con cui ebbe una cordiale polemica a proposito
della futura rivoluzione italiana contro il fascismo auspicata da entrambi, sul
ruolo che in essa avrebbero avuto gli anarchici e i socialisti libertari soprattutto
in rapporto all'eventuale pericolo di una dittatura comunista. Infatti, egli sostenne sempre lucidamente e coerentemente, portandola infine all'estrema conseguenza, la sua resistenza bifronte al fascismo e allo stalinismo. La sua morte a
opera di una frazione di comunisti a Barcellona nel maggio del 1937, non fu
soltanto il simbolo coerente del dramma spagnolo, ma di tutto il dramma europeo dell'intera guerra fra rivoluzioni, contro rivoluzioni e dittature.
Quanto ai repubblicani, avevano costituito a Parigi un partito tra i cui
dirigenti era appunto il Montasini.
Dopo la fortunosa emigrazione, si era fermato a Nizza, dove, per vivere,
fece l'imbianchino con Sandro Pertini. Dal bel libro di quest'ultimo «Sei condanne due evasioni» risulta che «questo Pertini emetteva notizie sulla situazione dei fuorusciti in Francia, e riceveva notizie... che poi trasmetteva alla
Concentrazione antifascista di Parigi che giudicava se pubblicarle sui giornali
antifascisti... era sempre il Pertini che faceva da operatore aiutato dallo scrittore antifascista Montasini... ».
Questi, si era poi trasferito a Parigi, dove era diventato segretario della
concentrazione di cui Filippo Turati era il capo spirituale e del quale parleremo
più avanti. Anche da Parigi il Montasini cercava di comunicare con Reggio inviando con il solito sistema del limone notizie politiche ad un amico notoriamente apolitico. Circa una volta all'anno costui si recava a Marsiglia dove aveva
familiari e lì o a Nizza si incontrava con il Montasini che gli consegnava un
pacco di manifestini e di opuscoli antifascisti che questi portava a Reggio con
il semplice sistema di piazzarli in uno scompartimento ferroviario attiguo a quello
in cui egli saliva. A Reggio questo materiale veniva poi distribuito imparzialmente a tutti gli antifascisti di ogni partito che gravitavano attorno alla casa del
Montasini o di altri noti antifascisti. Di fronte al nemico comune qualsiasi distinzione di partito era abolita; purtroppo, nel gruppo reggiano si inserì una spia,
un repubblicano dall'integerrimo passato che per motivi ancora oscuri provocò
l'arresto non solo di numerosi antifascisti reggiani, ma probabilmente anche
dello stesso Pertini, che, trovandosi sotto falso nome in Italia si era appunto
recato a Reggio proprio il giorno prima dell'arresto.
La politica del Partito Repubblicano si identifica completamente con quella
della concentrazione antifascista di cui parleremo ora.
29
13) La concentrazione antifascista.
Fin dall'inizio dell'emigrazione, si era costituito in Francia, tra gli italiani
esuli una sezione italiana dei «Diritti dell'uomo e del cittadino », di orientamento radicale, socialista e democratico, che accoglieva indistintamente a titolo
personale, cittadini e profughi di ogni partito. Questo primo organo di «concentrazione» pubblicava nel 1924, a opera di un «comitato antifascista» un
periodico « Campane a storno ».
Quando i fuorusciti dei partiti democratici che avevano aderito all'Aventino si rifugiarono in Francia, cercarono di formare un fronte unico di carattere
democratico e socialista, e si costituì quindi la «Concentrazione antifascista »:
che ebbe sede a Rue du Faubourg St. Denis n. 103, cioé un comitato composto
dai socialisti unitari, socialisti massimalisti, repubblicani, quadri della confederazione del lavoro e la « Lega italiana dei diritti dell'uomo ».
Non vi aderivano né i liberali né i popolari, che non avevano avuto un
numero apprezzabile di emigrati giacché la maggioranza degli aderenti erano rimasti in Italia privi di ogni struttura organizzativa. Questa concentrazione costituì un eccellente bersaglio per la propaganda fascista, che le attribuì la responsabilità di ogni atto o attentato che si compiva all'estero contro il regime. In
realtà, almeno nei primi anni, vi predominava lo spirito aventiniano, ossia uno
spirito d'attesa. L'opinione dei loro capi, di Nitti o Turati o Treves, era che il
fascismo fosse un fenomeno effimero o passeggero: questo era l'atteggiamento
predominante dei socialisti, sia riformisti che massimalisti, definiti da molti fuorusciti « vecchi », anche quelli anagraHcamente giovani, perché privi di spirito rivoluzionario. La loro resistenza al fascismo sembrava soltanto morale, ma inattiva,
senza contatti con l'Italia. In realtà tali contatti dovevano essere tenuti dal settimanale diretto da Claudio Treves «La libertà» di cui fu creata una edizione
minuscola diffusa in buste chiuse con svariate intestazioni inoffensive, e diretta
in Italis. Ma, l'«O.V.R.A.», aveva ben presto constatato che le buste erano tutte della
stessa carta e formato e pertanto riuscì facilmente a paralizzarne la diffusione.
Del resto la concentrazione pullulava letteralmente, come vedremo, di spie fasciste. I loro rapporti però convinsero i fascisti che la concentrazione non rappresentava un pericolo per il regime.
Si staccava nettamente da questa posizione di propaganda di idee, anziché di
preparazione d'azione, il Partito Comunista Italiano diretto da Palmiro Togliatti,
Longo, Di Vittorio, e alcuni altri che sostenevano la necessità del lavoro clandestino in Italia e dell'organizzazione di gruppi di azione. Era quindi diviso da
aspri contrasti dagli altri partiti democratici non solo per quanto riguardava il
ruolo da svolgere in Italia. I comunisti, infatti, accusavano i partiti democratici
di nazional-fascismo, ossia di un accordo sostanziale di fini fra il fascismo e la
social-democrazia che avrebbe costituito la linea di riserva per la borghesia nazionale nel caso della caduta del fascismo. Il loro primo settimanale « La Riscossa»
pubblicato nel 1924 era infatti violentemente polemico verso gli altri fuorusciti.
Questa linea prevalse decisamente nel sesto congresso dell'internazionale
del 1929, quando, per volontà di Stalin venne decretato che tutti, ad eccezione
dei comunisti, erano da considerarsi complici del fascismo.
30
Mentre quindi i comunisti tedeschi lottavano contro la socialdemocrazia
senza accorgersi dell'ascesa del nazismo, il Partito Comunista Italiano si piegava malvolentieri, ma disciplinatamente a considerare come fascisti i cospiratori
democratici.
Dopo la caduta della repubblica di Weimar, e alcuni anni di meditazione
su questa sconfitta, i comunisti passarono a proclamare il «Fronte popolare»
il che permise loro contatti e relazioni meno tese con le altre forze antifasciste.
Poi vi fu il breve periodo di smarrimento completo in seguito al patto fra Hitler
e Stalin e l'aggressione sovietica contro la Finlandia; ma questo esula dalla nostra
trattazione, mentre invece ci dilungheremo sull'organizzazione del Partito Comunista non solo per l'appartenenza ad esso di molti fuorusciti reggiani, ma perché
furono gli unici, insieme con « Giustizia e Libertà» estremamente attivi nei rapporti con l'Italia e di conseguenza con Reggio.
14) L'organizzazione comunista.
Sulla base dello statuto internazionale i comunisti emigrati erano membri
del partito del Paèse in cui risiedevano, ma erano riuniti nei « gruppi di lingua»
in cui venivano trattati i problemi degli emigrati e del Paese di origine. Veramente in un primo tempo i membri di lingua italiana erano stati inclusi direttamente nel Partito comunista francese. Tuttavia per motivi vari, tra cui probabilmente una certa immaturità politica, erano stati separati e organizzati nelle
commissioni di lingua. L'attività di queste era diretta da un'apposita commissione
centrale, designata anch'essa dal partito del Paese di emigrazione. Tutto questo
però era fuori legge: infatti il governo francese, mentre dimostrava una certa
simpatia per l'antifascismo perseguitava gli aderenti al Partito Comunista che
erano costretti a servirsi di nomi falsi e di recapiti clandestini. Nonostante ciò
l'organizzazione comunista era la meglio attrezzata, sia perché grazie agli aiuti dell'Internazionale disponeva di maggiori mezzi, sia perché il Partito Comunista
grazie alla «mistica del partito» era in grado di selezionare tra i suoi adepti
elementi particolarmente adatti alla lotta clandestina. Le sue superiori capacità
cospirative attirarono molti e in particolare parecchi socialisti, che vedevano nell'attività clandestina comunista una forma di lotta concreta per la libertà. In
realtà per i comunisti si trattava di mantenere e sviluppare i quadri del partito
che avrebbero dovuto fondare in Italia la dittatura del proletariato il giorno della
caduta della dittatura fascista. Era questa la ragione per cui si dava una importanza assai grande a tutto l'aspetto organizzativo delle federazioni, centri interni,
reti di funzionari, sia in Italia che in Francia; bisognava continuamente mettere
in piedi l'organizzazione che la polizia continuamente distruggeva. Tale organizzazione, in Francia comprendeva case, uffici, e depositi illegali, locali per riunioni
clandestini, recapiti per la posta e per i compagni provenienti dall'Italia, per i
quali si era costituito un'apposita sezione che aveva il compito di setacciare i
nuovi arrivati, soprattutto coloro che erano emigrati individualmente per assicurarsi che non fossero spie fasciste. Parecchi reggiani, anche di sicura fede, passarono sotto questo torchio e assicurano che era assai efficace. Ai compagni, veniva poi assicurato l'aiuto del « Soccorso Rosso », la cui direzione internazionale
31
era a Mosca, ma come abbiamo accennato aveva seziom 1n tutta la Francia e in
tutta l'Italia. Addetto al Soccorso Rosso fu per un certo periodo il reggiano
Renato Cantarelli per cui gli emigrati concittadini erano certi di ottenere un sussidio e una stanza per qualche tempo.
Vi erano poi tipografie per ìa stampa clandestina, laboratori per la preparazione di falsi documenti, valige a doppio fondo, il tutto pagato con danaro
raccolto dagli emigrati a favore del Partito comunista per la stampa illegale.
A questo proposito ricordiamo la rivista comunista mensile fondata nel 1927
e diretta da Palmiro Togliatti «Stato operaio» che veniva introdotta in Italia
su speciale carta velina. Si diffusero anche clandestinamente 1'« Avanguardia »,
giornale della gioventù comunista, il «Galletto rosso» umoristico proletario e
soprattutto 1'« Unità », che uscì, dal 1927, a intervalli irregolari.
L'Italia per tutti gli anni della dittatura fascista, venne letteralmente
inondata di stampa clandestina introdotta dai funzionari del partito. Questi erano
scelti tra coloro che erano disposti ad andare in Italia con generalità e documenti
falsi; occorrevano buona conoscenza della zona o città dove si era destinati; ottima memoria per ricordare senza scrivere indirizzi, recapiti, parole d'ordine, segni
di riconoscimento e così via; soprattutto molta calma, controllo dei nervi e molta
devozione alla causa, perché vi era la certezza di cadere dopo un massimo di tre
viaggi nelle mani del nemico.
Vita dura avevano anche coloro che dirigevano in Francia le commissioni
di lingua; sia tra i primi che i secondi avremo molti reggiani, tuttavia prima di
parlare più particolareggiatamente di questi attivisti, sarà bene che accenniamo
a quella che si può definire attività politica di base.
15) Manifestazioni antifasciste di massa.
L'attività politica di base, consisteva essenzialmente nel partecipare a manifestazioni di protesta, buttare all'aria i consolati, rompere i vetri degli alberghi
dove risiedevano i fascisti, scrivere slogans, ecc.
Tali attività erano generalmente coordinate dai cosiddetti Comitati proletari antifascisti (che nel 1926 saranno sostituiti dall'Unione Italiana Popolare,
organizzazione di tutti i partiti italiani, che avrà sede nel XX Arrondissement)
detti anche C. P. A. che raccoglievano tutti gli antifascisti di ogni partito e
provenienza.
Ricordiamo un'impresa rimasta particolarmente celebre. Fin dal '31 il
reggiano Camillo Montanari era segretario del C.P.A. della regione Parigina i cui
aderenti raggiungevano il numero di 30.000.
Nel '31 giunse a Parigi De Bono in occasione della esposizione internazionale. Il Montanari fece concentrare intorno alla stazione una folla di antifascisti che non solo fischiò, ma addirittura prese a schiaffi il gerarca, il cui busto
esposto incautamente nel padiglione coloniale dell'esposizione venne bruciato.
Così vennero pure fischiati altri gerarchi fascisti che riaccompagnavano in
forma ufficiale i figli degli emigrati che tornavano dalle colonie del regime. Infatti bisogna tener presente che i consolati erano estremamente attivi nell'istituire una serie di organizzazioni assistenziali a carattere culturale e anche netta-
32
mente politico, che invischiava la parte meno avanzata politicamente dell'emigrazione a quella più legata per varie ragioni alle famiglie rimaste in Italia.
Inoltre i Consolati esercitavano un attivissimo controllo sugli emigrati,
giungendo persino a formare vere e proprie squadre di spionaggio che avevano lo
scopo di segnalare alle autorità 'francesi i «sovversivi» più noti su cui si stendevano veri e propri « dossiers » continuamente aggiornati e comunicati a Roma.
Dal già citato libro di Sandro Pertini, fin dai primi tempi i fuorusciti avevano protestato «contro l'azione di sorveglianza politica che svolgono i nostri
consolati» definita illegale -e contraria alle convenzioni diplomatiche, dicendo
tra l'altro che «il governo francese era troppo tollerante nel permettere che le
sedi consolari, profittando del diritto della extra territorialità, diano asilo ad organizzazioni fasciste che sono organizzazioni di partito non ammesse e non riconosciute in Francia» e denunciando «le angherie escogitate dai fascisti contro i
fuorusciti negando loro ogni appoggio ... ».
Comunque i fuorusciti formarono sempre una compatta trincea antifascista nella quale non riuscivano mai a penetrare né gli agenti del consolato, né
persone di loro fiducia. Si crearono anzi delle vere e proprie squadre di controspionaggio che si dedicavano ad individuare le spie e ad eliminarle con le buone
o con le cattive.
Erano le cosiddette spedizioni punitive e in esse troviamo numerosi e volenterosi reggiani. Uno di essi ricorda come, con la complicità dei taxisti parigini,
quasi tutti comunisti, egli e i suoi amici perquisissero i locali notturni frequentati dagli italiani e, individuate le spie, impartissero loro, spesso tra un giro di
ballo e l'altro, una efficace lezione.
Inoltre gli iscritti al partito comunista partecipavano alle grandi manifestazioni di massa indette dal Partito comunista francese, mentre prevaleva negli
altri partiti l'atteggiamento di considerarsi ospiti della Francia e di conseguenza
di non intervenire direttamente negli affari interni di questa.
Molti fuorusciti reggiani ricordono la grande sommossa popolare del 1934,
contro le 'forze di destra che in seguito all'affare Strawinsky avevano cercato di
inscenal'e una violenta manifestazione contro il Governo.
Lo scontro, localizzato soprattutto attorno alla sede del quotidiano comunista «L'Humanité », fu di una violenza estrema: parecchi reggiani ricordano
ancora le lotte selvagge che vi si svolsero nonché i loro tentativi di reazione altrettanto sanguinari, come ad esempio segare con coltelli improvvisati i garretti
ai cavalli della polizia francese.
Di fronte alla minaccia fascista venne formato in Francia il Fronte popolare. Come riflesso immediato di tale avvenimento, il Partito Comunista e il
Partito Socialista Italiano proclamarono l'unità d'azione, impegnandosi solennemente a condurre in comune la lotta contro il fascismo.
Ora, nel lavoro organizzativo, i socialisti saranno abbinati ai comunisti e
usufruiranno della loro importante rete clandestina.
A proposito di questa paderemo ora in particolare di coloro che ne erano
gli artefici principali.
33
16. - Formazione degli attivisti comunisti.
Il partito selezionava i più meritevoli e i più convinti che mediante la complicata trafila venivano inviati da parte del centro estero in Russia, alla scuola di
partito a Mosca, onde ricevervi una rigida formazione staliniana.
Questo corso di perfezionamento politico era generalmente in funzione e
in previsione dell'attività clandestina in Italia. Tra i prescelti abbiamo parecchi
reggiani; ad esempio Bertolini Giovanni, insieme con Giancarlo Paietta, viene
spedito con passaporto falso a Berlino poi, con altri documenti falsi, fino alla
frontiera russa dove viene prelevato da guardie che condussero entrambi all'Istituto politico di Mosca, il cosiddetto Kim.
Lì, insegnanti italiani facenti parte della sezione italiana del Comintern
impartivano nozioni di storia del Partito Comunista Italiano, del Partito Comunista Sovietico, di storia del movimento operaio internazionale, di economia politica, lezioni alternate da esperienze pratiche nelle fabbriche sovietiche e anche
da qualche breve vacanza sul Mar Nero.
In Russia vanno anche Cantarelli Renato e Vittorio Saltini che si erano già
distinti nell'apparato illegale del partito, e alcuni altri.
Il soggiorno aveva una durata variabile: da un minimo di sette mesi a un
massimo di due anni. Al ritorno si era quasi automaticamente destinati a fare i
~<corrieri». Uno di essi ricorda la prassi alquanto spicciativa del «corso» per diventare corriere : nella saletta attigua ad un caffè, alcuni funzionari insegnavano
alle reclute, come usare il ciclostile, fare i clichè, imparare a memoria il cifrario,
generalmente una frase banale con cui venivano decifrate le cartoline inviate da
Parigi in Italia, con data sbagliata per indicare il giorno dell'arrivo dei funzionari.
Abbiamo già accennato alle difficoltà di questo lavoro che cominciavano
già in Francia: il pericolo maggiore era quello di essere visti dalle squadre di spionaggio fascista mentre si era in contatto con compagni in partenza per l'Italia che,
una volta individuati sarebbero stati arrestati dall'O.V.R.A. con gravi conseguenze per l'organizzazione del partito all'interno del paese.
CosÌ all'estero, era necessario adottare le stesse misure cospirative che si
usavano in Italia. Ad esempio il sistema del triangolo, cioé ciascuno non era mai
in contatto se non con altri due i quali si ignoravano l'un l'altro ed erano a loro
volta in contatto con altri due ecc.
17. - L' O.V.R.A.
Per meglio comprendere tutto ciò sarà bene accennare, sia pure rapidamente, alla famigerata O.V.R.A. sigla misteriosa che indicava un ispettorato speciale
di polizia politica creato prevalentemente da Arturo Bocchini verso la fine del
1927, allo scopo di sorvegliare e stroncare l'attività clandestina comunista che fino
a questo momento era riuscita a sfuggire alle maglie di una polizia scarsa di mezzi
e legata alla competenza territoriale.
L'O.V.R.A. in un primo tempo aveva sede a Milano, in dipendenza diretta da Roma con a capo Francesco Nudi che dirigeva il settore dell'Italia transpadana; se ne istituÌ una seconda zona sotto l'ispettore generale dotto Giuseppe
34
d'Andrea che ebbe competenza per Emilia, Romagna, Toscana e Marche. Reggio
era compresa oltre che nella competenza di d'Andrea, nella sottozona con sede
a Parma il cui capo era Raffaele Roberti.
Venne subito creata la cosiddetta « Rubrica di frontiera» dove erano segnalati non solo gli elementi più pericolosi ma anche i semplici sospetti, tra cui,
come abbiamo visto, vi furono parecchi reggiani. Vennero inoltre all'inizio del
1927 inviati numerosi informatori all'estero, nei centri dell'emigrazione politica:
in Francia, nel Lussemburgo, nella Svizzera con particolare attenzione verso la
concentrazione anti-fascista in Francia, come abbiamo già accennato. Ma essa non
fu giudicata un pericolo effettivo per il regime, mentre lo era l'attività clandestina comunista: significativamente i successi di questa cominciarono a declinare
in coincidenza con l'organizzazione dell'O.V.R.A.
Cioé il nuovo «Organismo» come sempre viene chiamata l'O.V.R.A. nei
rapporti dell'ispettore generale d'Andrea, riuscì efficace. Un'imponente documentazione riguarda, infatti, Reggio in cui abbiamo già visto come fosse fiorente
la ricostituzione del Partito Comunista.
Di questa documentazione purtroppo è stato possibile dare solo una rapida
scorsa. Da qui risulta evidente il gran numero di processi riservati al Tribunale
speciale, che si concludevano quasi sempre con pesanti condanne.
Questo lungo elenco, è ancora però incompleto, perché debbonsi aggiungere i processi davanti al Tribunale ordinario e l'elenco altrettanto numeroso dei
confinati.
Significativamente inoltre in questi rapporti inviati dal dotto D'Andrea alla
Direzione affari generali riservati e alla Direzione generale della Pubblica Sicurezza di Roma ricorre sovente la richiesta di utilizzare il carcere di Parma e Modena
dato che quello di Reggio era quasi sempre stracolmo e in esso era facile comunicare, probabilmente con la complicità dei secondini.
La sorveglianza era attivissima come risulta dalle frequentissime schede
segnaletiche allegate ai rapporti, nonché dei lunghi elenchi degli indirizzi degli
espatriati, la cui corrispondenza veniva rigorosamente controllata e analizzata.
Riportata nell'arido linguaggio burocratico della polizia, essa assumeva talvolta,
per contrasto, toni ancor più umani e patetici, come, ad esempio, il biglietto
all'amante che un emigrato ad Argenteuil acclude ad una lettera inviata ad un
amico di Cavriago « ... Comincia a parlare della partenza che è stata dura non
tanto per il distacco dalla famiglia quanto per quello doloroso dall'amante, alla
quale prega di scrivergli il più frequente che le è possibile, perché le sue lettere
sono il solo suo conforto come lo è stata l'ultima avuta alla partenza ... Dice quindi
che dopo essere partito da Reggio più che triste ... Continua dicendo che non
ha dormito per tre notti consecutive, che ha sofferto atroci dolori e sofferenze
di cui non se ne ha una immaginazione. Arrivato in Francia nessuno di loro ha
potuto trovare lavoro perché i datori non assumono personale se non è provvisto
delle regolari carte ... ». La lettera si conclude con una preghiera all'amata che gli
invii, nascosto tra abiti, un suo vecchio passaporto, che ora gli potrebbe servire,
e termina «con frasi dolci e palese rimpianto di ciò che ha lasciato, pregandola
35
di assicurarlo se la prossima primavera ella andrà a Parigi all'Esposizione che sarà
riaperta, così egli l'attenderà ».
Ma ben più frequenti sono i rapporti che riguardano questioni più gravi,
quali appunto provvedimenti per procedere al fermo di elementi sospetti di velleità riorganizzative comuniste e per «infrenare l'attività di superstiti maleintenzionati. Tali provvedimenti si traducevano in arresti preventivi dei sospetti, giacché dice il dotto D'Andrea, « il mio Organismo va da tempo e con particolare impegno, seguendo le mosse di vari gruppi di comunisti, o sospetti tali, della provincia di Reggio Emilia, alcuni noti per i precedenti e altri incensurati, e ciò
anche per colpire i responsabili degli espatri clandestini e stroncare altri tentativi
del genere. In proposito ho inviato un esteso rapporto ... segnalando l'attività indiziaria e sospetta nel campo comunista di ventiquattro individui e proponendone
il fermo, con la conseguente adozione di provvedimenti di polizia ... ». E ancora:
«Ho già preso visione degli atti della questura di Reggio E. e ho fatto attive
indagini per ottenere un qualche elemento probatorio, per potere colpire i fermati per il tentativo di espatrio clandestino, espatrio che è certamente motivato
da fini politici e non da ragioni di lavoro ».
Ma la Questura, più tollerante, aveva accettato ancora una volta le giustificazioni degli imputati che affermavano di essere disoccupati e di avere versato
danaro ai favoreggiatori, mentre, conclude irritato D'Andrea «tale circostanza,
anche se vera non può escludere il fine politico, perché è notorio che in Reggio
Emilia vi sono gruppi di comunisti in piena attività, i quali fanno raccolta di
fondi e avrebbero potuto procurare il denaro che fu versato ai favoreggiatori ».
Il che in effetti avveniva come abbiamo visto.
Dalla nostra città si tessevano rapporti con le altre città vicine; in Via
Valoria vi era un locale segreto in cui si stampava un quintale di carta con cliché di piombo: il materiale veniva ricavato dai manifesti inviati dalla Francia a
gente non sospetta e iscritta al fascio (se ne aveva un centinaio di indirizzi), ma
soprattutto portati dai corrieri i quali si recavano a un recapito sempre diverso
e non erano mai, se non indirettamente, a contatto con la direzione della federaZIOne reggiana.
Spesso arrivavano muniti di valigie a doppio fondo che poi venivano depositate alla stazione, dove, mediante un complicato sistema di segnali, venivano
ritirate dai compagni. La polizia riusciva facilmente ad arrestare questi corrieri
non solo per l'imprudenza dei compagni italiani che violavano le regole basi per
l'ansietà di poter avere direttamente notizie dall'estero, ma soprattutto perché
la polizia intuiva il loro arrivo proprio dal mutare dei cliché per i manifestini.
Infatti, tali cliché, venivano distribuiti alle cellule che provvedevano a moltiplicare la stampa clandestina; addirittura ci si serviva a Villa Masone del ciclostile della casa del Fascio per stampare opuscoli comunisti con la complicità di
compagni che, coerentemente alle direttive, si inserivano nei sindacati fascisti per
disgregarli.
Tale lavoro cospirativo si intensificò nel 1932 quando Mussolini in occasione del decennale della marcia su Roma, invitò i fuorusciti ad una specie di
riappacificazione.
36
Parecchi rientrarono, in seguito però, gli irregolari, cioé i fuorusciti senza
passaporto vennero regolarmente scoperti, arrestati e spediti al confino; comunque ne approfittarono per rientrare a Reggio parecchi (regolari) tutti con ben
precise istruzioni di partito.
Tuttavia, proprio nel '32 vi fu, in seguito ad una spia, una grande retata,
per cui questa rete cosi ben congegnata saltò completamente; vennero arrestate
400 persone.
Fu quindi necessario spedire in Italia persone munite di regolare passaporto, tra gli altri venne inviata la moglie di Angelo Zanti che raggiunse Reggio
munita di certificato medico per fare operare il proprio figliolo, in realtà con
denaro per coloro che erano appena usciti dalla prigione e istruzioni per riallacciare i contatti.
Avveniva anche l'inverso, cioé elementi fidati e incensurati da Reggio si
recavano a Parigi muniti di normale passaporto: ad esempio apprendiamo da rapporti della polizia che una donna di Vllla Ospizio operava da anni quale emissaria
del centro estero del Partito Comunista munita di regolare passaporto trattandosi di donna incensurata e di apparente regolare condotta. Come risultò in seguito, ella chiese ed ottenne il passaporto per la Francia asserendo di doversi recare a Port S. Louis, per visitare una zia materna che aveva subito un'operazione
chirurgica. In realtà aveva ritirato dal «Centro» materiale di propaganda e denaro per il « soccorso rosso ». In quello stesso anno, nel gennaio 1938, vennero
arrestati con lei quasi tutti i responsabili dell'organizzazione clandestina. Infatti
uno dei più ferventi membri del partito e dei più attivi raccoglitori di fondi per
la Spagna repubblicana, incappato nelle reti dell'O.V.R.A. e «confinando» cioé
destinato al confine per la sua attività, dopo un periodo di diniego era crollato
e dietro promessa di scarcerazione e di sospensione dell'istruttoria, «aveva fatto
atto di completa sottomissione al Regime e confessione della sua attività passata
e presente ». Naturalmente la confessione, redatta in un memoriale oltre che dare
circostanziate notizie sull'organizzazione comunista, provocò una serie di arresti
a catena che si protrassero fino a luglio e che coinvolsero circa un centinaio di elementi, dei quali alcuni insospettabili. Ad esempio un impiegato presso la Biblioteca Popolare di Reggio dove aveva fornito per anni « ai sovversivi » libri e stampe di carattere anti-fascista.
Sempre negli stessi anni vi fu un'altra grave interruzione dovuta questa
volta a un difetto tecnico dei passaporti; difatti all'insaputa dal Centro Estero
Francese il governo italiano aveva introdotto una variante nei timbri e tutti quelli
che ne erano sprovvisti caddero in trappola. In una settimana ne furono arrestati
una trentina fra cui lo stesso Amendola.
Come abbiamo già accennato al massimo i corrieri riuscivano a effettuare
tre viaggi; ma erano preparati a considerare il carcere come il confino ottime
scuole di antifascismo.
18. - La guerra di Spagna.
La guerra di Spagna costitui però la maggiore delle imprese degli esuli
antifascisti ma ne rappresentò anche un inizio di dissoluzione. L'emigrazione ita-
37
liana riuscì a dare 5.000 combattenti alla Spagna repubblicana ed ebbe 500 morti
nel conflitto.
La loro importanza nell'organizzazione a favore dei repubblicani spagnoli
fu tale che il fascismo decise di stroncare colui che era in quel periodo la maggiore
personalità fra gli antifascisti operanti in Francia: Carlo Rosselli.
Reggio fu la città che, in percentuale, dette forse il maggior numero di
combattenti; ne sono accertati infatti una sessantina, in gran parte già stàbiliti
in Francia; tuttavia alcuni emigrarono appositamente per raggiungere la Spagna.
Cesare Campioli ci dà nel suo libro un esempio della generosa impulsività
tipica dei nostri concittadini, narrandoci di Fortunato Nevicati che, non appena
letta sul giornale, la notizia della guerra civile spagnola, partì con un amico immediatamente incontro ad una eroica quanto precoce fine.
Manca purtroppo uno studio apposito che inquadri nel contesto storico
questa pagina gloriosa di storia reggiana.
Noi qui riferiamo semplicemente i ricordi di alcuni fuorusciti che vi parteciparono.
Per andare in Spagna occorreva raggiungere Parigi dove aveva sede un
«Comitato Nazionale per l'aiuto alla Spagna repubblicana» il cui compito consisteva nel reclutare uomini e nel raccogliere mezzi e materiale da inviare al fronte.
Il campo di raduno si trovava in PIace Combat, presso il métro Combat:
lì ogni partito antifascista aveva la sua sede in baracche provvisorie di legno e lì
si presentavno gli aspiranti combattenti per «passare la visita» ad opera di medici di tutta le nazionalità.
I primi che partono, si aggregano direttamente agli anarichici catalani,
quelli che seguono si recano al campo base spagnolo di Albacete presso Madrid
dove i coscritti ricevevano una rapida istruzione militare e dove era situato il
quartier generale delle brigate internazionali fra le quali quella italiana «il Battaglione Garibaldi », era una delle più importanti. In esso furono arruolati la maggior parte dei nostri concittadini. Alcuni, in genere elettricisti, finirono però in
un gruppo di italiani uniti a tedeschi ed a polacchi.
Partecipano a tutte le battaglie più significative: la battaglia di Madrid,
la difesa della Catalogna, sono i nomi che ritornano più di frequente nei ricordi
dei fuorusciti ciascuno dei quali ha vissuto una odissea particolare. Ne diamo
qualche cenno.
Bertolini Giovanni, ferito al fronte, dopo 5 mesi di convalescenza a Barcellona viene utilizzato nell'Ufficio quadri degli italiani, poi adibito al servizio
informazioni militari come «speaker »; in seguito è fatto commissario di compagnia e, alla rottura del fronte, fa la guerriglia per una settimana per proteggere
la retroguardia.
Giunto in Francia l'attende per due anni il campo di concentramento.
Accenniamo brevemente come la reazione di destra avesse soppiantato
il Fronte popolare escludendo di nuovo dalla legalità i comunisti e di conseguenza
arrestando imparzialmente gli antifascisti fuggiaschi dopo la sconfitta spagnola.
Più fortunato Fiammella Igino che, varcato clandestinamente i Pirenei con
35 compagni di tutte le nazionalità, viene ferito in Aragona e dopo varie pere-
38
grinazioni negli ospedali viene rimpatriato evitando, grazie ad un accordo francospagnolo riguardante i feriti e gli ammalati, il campo di concentramento (salvo a
finire per due mesi in prigione per mancanza di documenti ed essere poi confinato in un dipartimento agricolo per evitare che facesse propaganda sovversiva).
Masoni Adriano invece, varca anche lui i Pirenei clandestinamente (se
venivano colti dai gendarmi rischiavano dai tre ai sei mesi di galera) combatte al
Passo BIanco a Granada, viene aggregato alla 6Y divisione internazionale mista
dell'Estremadura. Poi partecipa al ripiegamento del fronte su Barcellona, e alla
caduta di esso, finisce anch'egli per tre anni nel campo di concentramento.
Questi campi anche se non erano Iagher nazisti non erano certamente
luoghi di villeggiatura: il vitto era così scarso che gli internati (di tutte le nazionalità: un reggiano ne contò 52) fondevano gavette e cucchiai per fabbricare
portacenere e altri oggettini da vendere per ottenere un po' di cibo.
La popolazione circostante era benevola verso gli antifascisti, ma i viveri
scarseggiavano: l'arrivo ad esempio di un sacco di veccia era considerato un vero
festino. La dieta era infatti vegetariana: il campo forniva cinquanta grammi di
grasso vegetale a testa e un chilo di ceci in dieci. Ci si arrangiava con gli scarti
di verdura gettata via, cotti in acqua di mare o di fosso; e quando mancavano
anche questi supplivano le ortiche.
Nel campo di Saint Cyprien situato sulla riva del mare, mancavano addirittura le baracche, che gli internati si fabbricano con asce improvvisate, mentre
altri si scavavano tane nella sabbia.
Il peggio però doveva ancora venire. Con l'occupazione della Francia da
parte dei nazisti la diaspora degli emigrati politici si accentuò.
I centri dell'emigrazione furono schiacciati: i suoi elementi confluirono
in piccola parte nel movimento partigiano francese, mentre per la maggior parte
furono arrestati dai tedeschi e rinviati in Italia dove, puntualmente, li attendevano
il carcere o il confino, da cui furono liberati alla caduta del fascismo.
Sotto il profilo del giudizio storico si può dire che i nostri fuorusciti effettuarono e insieme aggiornarono sui modelli europei la tradizione politico-democratica; costituirono una antitesi permanente e attiva al fascismo sia all'estero che
in Italia; e infine gli spunti intellettuali e politici maturati nell'esilio trovarono la
loro manifestazione coerente ed eroica nella Resistenza.
ANNAMARIA PARMEGGIANI
APPENDICE
ALDO MAGNANI
Referto che è stato comunicato da Aldo Magnani.
L'em1grazione politica nella nostra provincia incominciò molto presto, già nella primavera del 1921.
Come è noto lo squadrismo agrario fece la sua prima apparizione a Correggio il 3112-1920, ove, dai fascisti, fatti venire da Carpi e Modena, furono assassinati Agostino Zaccarelli, segretario provinciale della F.G.S. e uno dei massimi esponenti della frazione comunista,
e Mario GaSIParini, Capo Lega, socialista massimalista.
L'inaudita violenza con la quale si scatenò lo squadrismo fascista su tutta la provincia,
considerata una delle più evolute e democratiche, colse di sorpresa e impreparato politicamente il movimento socialista.
Nei primi mesi, quando ancora si credeva o si sperava in una rapida ripresa del movimento socialista e nella possibilità di resistenza e di risposta allo squadrismo fascista, solo
coloro fra i socialisti e i comunisti più in vista, in particolare quelli che coprivano cariche
pubbliche, più esposti e direttamente minacciati non solo di violenze fisiche ma addirittura
di morte, si allontanarono dai loro piccoli centri per trovare riparo nella città.
Ben presto anche la città non rappresentò più un centro sicuro e i più ardimentosi
antifascisti trovarono sempre meno copertura in un movimento di massa che andava restringendosi. Cominciò allora nel 1922-23 l'emigrazione politica verso le grandi città del Nord,
Torino, Genova, Milano e verso la Francia.
Alle violenze, alle persecuzioni fasciste si uni apertamente l'apparato dello Stato, polizia, carabinieri, magistratura, mentre gli agrari e gli industriali fascisti dal canto loro completarono il quadro con l'escomio ai mezzadri «rossi» e con il licenziamento degli operai e
impiegati «bolscevichi ».
E' da notare che con le violenze e il bando politico, il fascismo si propose anche
di disperdere i quadri dirigenti più influenti e combattivi del movimento dei lavoratori, scoraggbre ed impedire l'affermarsi di nuovi quadri dirigenti rivoluzionari provenienti dalle
file comuniste.
Dalla prima emigrazione a carattere spontaneo di autodifesa 51 passò gradatamente
alla emigrazione organizzata, in particoIre da parte dei comunisti i quali, già cosrretti a una
attività semiclandestina fin dal 1921, incominciarono a organizzare l'emigrazione politica sia
per salvare i compagni più compromessi nell'azione antifascista, sia per evitare la dispersione
di quadri ohe vennero poi impegnati in altri centri o all'estero.
In ordine di tempo io fui fra gli ultimi emigrati antifascisti che nel 1925 dopo il
periodo Matteotti dovettero abbandonare la loro città sotto la minaccia di,retta ed immediata
di violenza e arresto.
Al sorgere del fasdsmo abitavo a Correggio, centro che per decenni, cioé fin dall'unità
d'Italia, fu una delle roccaforti del conservatorismo agrario e del moderatismo clericale.
IJ movimento socialista vi si affermò attraverso lunghe lotte sindacali, politiche e
civili conquistando il Comune per la prima volta alle elezioni del novembre 1920 su l'onda
del grande moto di avanzata rivoluzionaria che percorse l'Italia dal 1919 al 1920.
Non fu quindi a caso che proprio a Correggio si scatenò prima e più feroce la reazione agrario-fasdsta, ove il 31-12-1920 caddero le due prime vittime della nostra provincia rossa.
Dopo due mesi, i fascisti di Cor,reggio capeggiati dai figli dei più autorevoli borghesi
agrari e spalleggiati dalla teppaglia fascista di Ganpi, calate in forze nel centro cittadino, ne
fecero il loro quartiere generale, l'esosi ben presto tristemente noto in tutta la Provincia.
Incominciarono le bastonature, i bandi, le uccisioni, gli incendi e le devastazioni di
4U
cooperative per tutto il 1921-22 che raggiunsero il suo punto più rulto nella primavera 1923
qU3:ndo in tutta Italia si scatenò la reazione governat1va contro il P.c.I. con l'-arresto dei
massimi dirigenti nazionali e locali.
Allora a Correggio, presso la sede del fascio, fu instaurato un tribunale di «salute
pubblica rpresieduto personrulmente dall'avv. Gustavo Catt3:nia, uno degli esponenti ttadizionaJi della borghesia agrruria locale più reaziona,ria.
Decine di comunisti, uomini e donne ed 3:nche qualche socialista, furono trascinati
davanti a questo tribunale e a turno, appesi per le braccia al soffitto vennero bastonati a
sangue, mentre le donne dovettero assistere in ginocchio alla bastonatura dei frateLli. Dopo
la tortura vennero consegnati ai carabinieri locali per essere rinchiusi nel carcere mandamentale.
AIOllni, come Alfeo Corassori, il futuro Sindaco di Modena, furono bastonati in
carcere dal famigerato «Nacio» Codeluppi Quirino ed altri sicari.
In seguito a queste torture M3:riani Pico, Menozzi Giovanni e Pellacani,tutti comunisti, furono ridotti in fin di vita, con i ,polmoni lacerati, non si riebbero più e morirono
dopo lunghe sofferenze.
lo fui l'unico comunista più in vista a sfuggire a queste violenze e solo perché
pochi giorni prima ero partito per il servizio militare.
A questo puntò si potrebbe fare il primo bilancio degli emigrati politici correggesi
in parte poi ritornati a Correggio dopo 3:nni di crurcere fascista, in parte deceduti nell'emigrazione in halia e 3:1J'estero.
APRE LA LISTA, NON COMPLETA: c = comun1sta; s = socialista.
1 - Pietro Giovanardi, s. farmac1sta - Assessore comunale, nella pJ)imavera del 1921 minacciato di morte e messo al bando;
2. - Zanichelli Rodolfo, c. operaio alle «Reggiane» - si stabilisce a Reggio poi a Torino,
poi in Francia; ritornato, dopo 3:Oni di carcere, nel 1932;
3. - Ferri Enrico, s. tipografo - (dirigente provinciale della F.G.S. si stabilisce a Reggio);
4. - Ja famiglia Levi s. - impiegato di cooperativa, unico ebreo antifascista di Correggio;
va a MUano ove morirà;
5. - Riccò Ermes s. - ,si stabilisce a Reggio; impiegato presso la Coop. Mm.atori;
6. - otre Fratelli Zavaroni, 2 c. 1 s. - operai (uno Assessore Comunale) si reca a Parigi;
7. - Bizwccoli Umberto, c. impiegato - Dirigente provinciale della F.G.C. e segretado del
Circolo Comunista - 1921 - si stabilisce a La Spezia poi rienta a Correggio - morto il
22 .febbraio 1922 a causa di una bastonatura subita dai fascisti;
8. - Riccò Ruggero, s. operaio - si st3:bHisce a Milano;
9. - Montanari Giuseppe, c. artigiano - si stabilisce a MiJano;
10 . .' Mariani Pico, c. operaio - si stabilisce a Parigi;
11. Incerti (Spinelli) Umberto, s. artigiano - si stabilisce a Brescia;
12. - lotti Virginio, c. operaio-artigiano - si stabilisce a Genova;
13. - P,ignatti Rosina, c. impiegata - (aIle OH. Reggiane portava a Correggio tutte le sere
il pacchetto de «L'Ordine Nuovo») emigrata in America;
14. - Bulgarelli, c. ferroviere impiegato -emigrato in America;
15. - Riccò Bruno, c. piccolo commerci3:nte - si stabiHsce a Milano poi a Brescia;
16. - Montanari Matteotti, s. impiegato - si stabilisce a Milano;
17. - Neri Par-1de, c. -artigiano - ~i stabilisce a MHano;
18. - Ferraroni Frino, c. contadino - si stabilisce a S. Remo;
19. - Zanichelli Silvio - c. operaio - si stabilisce a Torino;
20. - Magnani Aldo, c. oper,aio - sireca a Milano (rientra a Coneggio dopo 5 anni di carcere
nel 1922);
21. - Saltlini Vittorio, c. contadino - -si reca a Milano poi a Genova, in Erancia e nell'U.R.S.S.
(-rientra a Correggio dopo 9 anni di carcere, alla caduta del fascismo - 3:ssassinato dai
dai tedeschi 11 25-1-1945.
Alcune famiglie di contadini cambiarono paese e fra queste la famiglia Saltini Emilio
trasferitasi nel car,pigiano.
Ritornai a CoDreggio .finito il servizio miHtare nell'agosto del 1924, dopo il delitto
Matteotti in pieno periodo dell'opposizione aventiniana.
41
Lo sbandamento, le paure e le fughe daLle fiJe fasciste che colpì JI fascismo su scala
nazionale a causa della rivolta morale esplosa in tutto il Paese, si ripercosse nell'·ambiente di
Correggio in risuta molto ridotta. Appena sufficiente perché i lavoratori e i democratici antifascisti si sollevassero dallo stato di terrore in cui li .ridusse Ja reazione fascista la quale anche
allora volle ugualmente mostrare la sua g)1jnta con le minacciose scritte murali di «Evviva
Dumini ».
Comunque, non appartenendo alla categoria di coloro che rinunciarono alla lotta
ritirandosi a «dignitosa vita privata », favorito da quel poco di respko, ripresi più facilmente i collegamenDi con i compagni di Reggio e del Correggese. A quell'epoca erano entrati
in blocco nel partito i «Terzlni» i quali, specialmente a Reggio diedero un forte contributo
alla ripresa del movimento comunista. Mi misi all'opera per riorganizzare il Partito che non
si era ancora riawuto dai colpi subiti. La maggior facilità di contatti e di movimento senza
essere scoperto la trovai tramite i giovani compagni appartenenti a famiglie contadine, anche
se note per la loro origine socialista. Le riunioni si svolgevano di sera nelle sta:lle, mentre
con i compagni di Correggio gli incontri avvenivano nelle forme e nei luoghi più svariati
che andavano dal caffé ·al costruendo cimitero.
Riprese così la circolazione clandestina della stampa e nel novemhre del 1924 vi fu
il grande lancio di volantini riproducenti il discorso dell'ono Repassi alla Camera con l'accusa
al «governo degli assassini ». Volantini che ebbero una grande eco specialmente nelle campagne.
I fascisti imbestialiti, sospettandomi, mi ammonirooo di stare 'attento perché mi avrebbero fatto pagare queHo che non subii nel 1923 e peggio.
Dopo il discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925 e le direttive 'repress1ve poliziesche
contro i comunisti, i fascisti ripresero apertamente le violenze, e le persecuzioni contro coloro
che avevano alzato la testa. La borghesia fascista e i suoi disperati squadrlsti si presentarono ancora compatti, sfogando il loro disprezzo anche verso quei .borghesi che simpatizzarono con l'oppos,izione Aventiniana.
Un po' di tempo fu quasi impossibile ricevere la stampa. Ricevevo «l'Avanguardia»
sotto fascetta cammuffata, ma dopo qualche settimana, l'ufficiale postale, gerarthetto fascista,
scoperse iJ DruCCO e ~o segnalò al Fascio.
I fascisti decisero di farla finita con me. Una sera, circa la metà di apr.ile, mi tesero
una imboscata alla :periferia di Cor.reggio, sulla strada per Carpi.
Appena uscito dalla casa della compagna Maria Fortini, nota e coraggiosa comunista,
un gruppo di tascisti, prima nascosci dietro la siepe, sbucò all'improvviso circondandomi. Deciso a reagire con tutte le forze, scattai contro il fascista che per primo si pose al centro della
strada armato di manganeHo e pistola, buttandolo con forza da una parte. Percorsi i cinquecento metri che distavano dalle prime case del centro cittadino a velocità tale che nessun
f.ascista riuscì a raggiungermi. Arrivato all'~mbocco dei portici di Porta Modena, l'unico fascista che riuscì ad inseguirmi, ·al momento di fermarsi mi lanciò dietro il manganello alla
estremità era legato con cuoio una palLa di piombo.
Mi colpì alla spalla sinistra con tale violenza che mi ressi in piedi a stento e fu la
mia saivezza perché ·riuscii ad allontanarmi prima che giungessero gli altri inseguitori. Di
quel trauma ne riportai le conseguenze per anni e durante il car.cere (1927)-1932) anche a causa
dei patimenti, mi si produsse una lesione polmonare per cui fui ricovetato in una casa di pena
di cura, Turi di Baci, o",e incontrai Gramsci.
Qualche giorno dopo quella aggressione, il 27 aprile 1925 una squadra di fascisti
mi vennero a prelevare sul posto di lavoro e mi portarono alla sede del fascio. Pl'ima avevano
perquisito la mia abitazione asportando per 1a seconda volta alcuni libri.
Qui, alla presenza del segretario del fascio, Mario Schiatti, subii un interrogatorio con
i metodi fascisti, tra J'altro mi dissero che quella sera ero stato fortunato perché quelli che
mi avevano aggredito avevano il compito di «fa'fmi fuori ».
Con uno strat~gemma riuscii a fuggire dana sede del fascio. Mi nascosi il tempo
necessario per avvertire i miei familiari che era necessario mi mettessi in salvo, l'lparando a
Milano, e i compagni che non c'era pericolo per Joro perché da me i fascisti non avevano
saputo nulla.
Poi con un auto da servizio pubb1ico, fatto aa:rivare dalla vicina Gat:pi, mi feci ac-
42
compagna1'e alla stazione di Parma ove presi il primo treno per Milano. Un particolare di
quesDa fuga in ,auto merita essere menzionato. Non arvendo fatto in tempo a cambia1'mi i vestiti
da lavoro prima, lo feci sulla macchina mentre viaggiavo verso Reggio. Intanto una macchina
con due fascisti di Correggio aveva preso ad insegukd. L',autista, mmito il pericolo, lanciò
la macchina al massimo della 'velocità riuscendo a distaccare l'auto dei fascisti e perderli completamente nella circonv,alilazionedi Reggio.
Questa lunga premessa mi è parsa necessaria per ricordare in quale clima politico e
in quali condizioni maturò la mia fuga da Correggio, la qoole va inquadrata nell'ultima ondata
di emigrazione politica del 1925 di esponenti comunisti reggiani, che a Correggio si chiuse
con la partenza di Vittorio Saltini a pochi mesi dalla mia.
Dove trovai appoggio a Milano con una partenza così improvvisa e avventurosa?
Presi alloggio in un ,albergo a Porta Venezia, al mattino mi recai in Via L. Spallanzani da
un compagno e amico di Correggio, Rdecò Ruggero, allora socialista, pasS'ato poi al P.c.I.,
11 quale mi aiutò a trovare alloggio e un lavoro provvisorio.
Due giorni dopo il mio arrivo a MHano presi contatto con il movimento operaio milanese in modo politico-sentimentale ma anche indicativo, del clima politico di quella che
ven1va considerata la città più antifascista. Cadeva il 10 maggio e oltre la parola d'ordine
di astensione dal lavoro, era stato preparato un comizio a sorpresa nei Giardini Pubblici
«Regina Margher,1ta ».
Vi partecipai assieme al compagno Riccò e al momento in cui prese ,la parola l'oratore (non rLc01'do più il nome) si riunirono alcune centinaia di persone !prima sparse a
gruppetti.
Ci fu l'intervento della polizia e dei fascisti. lo e il compagno Riccò ci sottraemmo a
stento all'inseguimento di due ,poliziotti. L'arresto mi sarebbe costato caro, perché come seppi
in occasione del mio primo arresto 6 mesi dopo, i fascisti di Corr.eggio avevano fatto S!PÌccare
contro di me un mandato di cattura per diffusione di stampa clandestina.
Dopo una decina di giorni presi contatto con l'organizzazione sindaoale. Recatomi
alla Camera del Lavoro un compagno, conosciuto aLLa manifestazione dello maggio, mi presentò
al segretario del sindacato carrozzai, il quale saputo della mia condizione di profugo politico
e operaio s;pecializzato, si impegnò e riuscì a farmi assumere presso la Carrozzeria Castagna. Da
quella fabbrica 8 mesi dopo fummo entrambi licenziati per rappresaglia sindacale.
Presi contatto con l'organizzazione di Pa1'tito ancora tramite 11 Riccò il quale mi fece
conoscere un compagno tesponsabile del Rione. Siccome passarono ~lcune settimane senza
essere preso in forza, decisi di 1'ecarmi al1a tedazione e ,amministrazione de «1'Unità» in Via
Casati._ per solledtare l'inserimento nell'organizzazione milanese.
Là incontrai per la prima valDa il compagno Luigi Longo e il compagno Michele
Bacd, dirigente della F.G.C. col quale divenni più tardi amico e collaboratore alla direzione
della F.G.C. milanese.
La m1a impazienza mi aveva f'atto commettere una grossa wprudenza che mi poteva
costare l'arresto con tutte le conseguenze per un profugo politico. Alla porta ,erano di servizio
due poliziotti con il compito di individuare gli estranei al giornale. Ma i compagni riuscirono
a farmi uscire sen21a guai. Il collegamento avvenne poi tramite i compagni del gruppo di emigrati reggi ani che faceva capo al magaz2Jino-dormitorio del1a cooperativa muratori di V!Ìa Archimede ai quali era stato passato il mio recapito.
Quel magazzino.dormitorio di Via Arch1mede, nell'emigrazione politica reggiana, occupò un posto importante di cui bisognerà scrivere la stollia. Esso rappresentò prima un centro
di appoggio per l"emigrazionedi compagni regg1ani della categoria muratori, poi, col 1925,
divenne anche un punto di riferimento e di collegamento per altri profughi politici reggiani,
senza mai. chiudersi in un gruppo solidaristico prov.jnciale, come fu per buona parte «La
Fra,tellanza Regglana» 'a Rarigi.
In V'ia Archimede si inconl!rarono mohi profughi politici reggiani ed emiliani che
occupav'ano allora posti di responsabilità e di direzione nell'organiz21azione comunista milanese.
Dal gruppo di operai regg1ani dei magazzini di Via Atchimede sono usciti quadri della F.G.S.
e del Partito, dirigenti proVlÌndali e funzionari i quali svolsero la loro attività nell'organizza2lione milanese e successwamente a Reggio. Molti pagarono la loro fedeltà alla causa del movimento comunista e antifascista con anni di carcere di confino e ammonizione.
43
Fro questi si trovava anche dI compagno Aderito Ferrari, di Rivalta, il quale, assieme
a Ces'are CampioJi e Luigi Tagliavini, aveva capeggiato a Reggio le fraziom dei «Terzini»
passati in blocco aHa F.G.C. e al P.C.I. nel 1924.
Dut:ante il 1926 e parte del 1927 quasi fino all"arresto di A. Ferrari, arrestato assieme
al compagno Novella a Milano, condannato poi dal Tribunale speciale a 10 anni di carcere e
morto al confino nel 1937, servi anche come uno dei recapiti clandestini della F.G.C. milanese. Sotto il pavimento in legno del dormitorio era stato smvato un vano ,al quale si accedeva
attraverso una apertura segreta; esso serviva come deposito per la stampa e vi funzionava
per un certo periodo d1 tempo una piccola lltogralfia <con la quale, durante il giorno, quando
gli operai erano sui canderi, stampav,amo manifestini e il giornaletto per ragazzi «Il Proletino» diretto e compiJato quasi per intiero dal compagno Miche1i.no Bacci.
Al momento della promulgazione delle leggi eccezionali e lo scioglimento dei partiti,
in Via Archimede trovò rifugio per qualche giorno ,anche il compagno Edoardo D'Onofrio: e
fu da quel rifugio che riprese i contatti con il partito.
Il periodo della mia vita di profugo politico a Milano, come per molti rutr1 compagni reggiani, ebbe una grande influenza per la mia definitiva e consapevole collocazione
politica nel Partito. Quel peliiodo coincise con l'ultima fase della politica aventiniana delle
opposiziolllÌ e della grande battaglia politica all'interno del Partito per la bolscewzzazione e
la linea del f.ronte unico, linea che si affermò poi al Congres'so di Lione.
La mia prima scelta politica nel movimento dei lavoratori era arvvenuta su l'onda rivo1U2lionada del 1919·20 e sotto il'influenza della Rivoluzione Russa. Fu du,rante il grande
sciopero dei contadini nell'estate del 1920 che entrai nella F.G.S. a Correggio. Fui con la coro
rente comunista come 1a maggioranza dei comunisti reggiani, perché la più ,rivoluzionaria e perché si richiamava alla Rivoluzione russa in opposizione ,al riformismo e alla inconcludenza
massimalista.
La linea poHt!ica che veniva sostenuta dai maggioni esponenti della corrente comunista, in particolare da CamiUo Montanari e Agostino Zaccare11isegretario de:hla F.G.S. eM per
noi la più cOffiprensibHe, la più accetta perché la più vicina alla mentalità e alla formazione di
miHtanvi cresciuti in una provincia di grandi tradizioni di lotta di lavol1atori e socialiste
che avev'a por,tato le masse lavoratrici regglane della città e della campagna ad 'assolvere una
grande funZJione di progresso economico e sociale e diventare protagolllÌsva del1a vita politica
provinciale.
Educati a partecipare alle lotte politiche che si svolgevano da tempo ~n forma organizz.ata tramite le organizzazioni poliniche e sindacali dei Iavoratoni, le cooperat!ive, le amministra2!ioni pubbliche (lotte alle quali partecipavano tutte le categorie lavoratrici della città
e deRa campagna), non si poteva e non si dovev,a ,abbandonare queUa tmdiziO!11e pur respingendo il dformismo provinciale incapace di accogliere le nuove richiesterivoluZJionarie dei lavoratori che ritornavano dalia guerm e dei giovani i quali, come la parte più avanzata del P.S.1.
guardavano alla rivolu2Jione russa e volevano fare come in Russh.
CamiNo Montanari e Agostino Zaccarelli seppero tenere conto del valore di queste
tradi2Jioni e si deve certamente al,I 'influenza personale di Zaccarelli e al successo del1a mo·
zione comullIÌsta da lui presentata al Congresso provinciale della F.G:C. alla fine di luglio del
1920 (moZJione meglio conosciuta successivamente col nome di Marabini-Grazliadei) se oltre 1'80
per cento dei giovani socialisti passò alla F.G.C. mentre la nostro ,affermazione nel par,tito è
svata importante e presente dn tutta la provincia, ma minoritaria con .circa 2.000 Irderenti. Va
detto però che questo rapporto di forze all'interno deilil'organizz'azione ,socialista era contraddittorio al rapporto di influenza politica sulle masse 1avoratr1cie non rispeccroava la tendenZia
di sviluppo generale del movimento velJSO il nuovo.
La papolaJ:lltà di Bordiga :in mezzo alle nostre file era la popolarità del capo della
cortente comun~sta, della corrente genericamente più rivoluzionaria, il che non significava
Yaccettazione consapevole della sua ,posizione personale come concezione ideologica e politica;
soprattutto per noI eva incomprens~bile rastensioncismo.
I giornaH che leggevamo e diffondevamo erano «1'Avanguardia» e dopo da cosvituzione del P.C.I. «l'Ordine Nuovo» di Torino, e ancora, quakhe volta, «il Lavoratore»
di Trieste.
44
Queste letture e i collegamenti stabd.Hti della &l11istra o.peraia delle Off.icine Meccaniche &JJ!:1a quaile uocÌ la maggioranza del gruppo dirigente comunista, con la corrente di
Torino, dei Consigli di Fabbrica (due volte nel 1920 Terracini venne a Reggio per controbattere le posizioni dei dirigenti riformisti) concorsero più di quanto neave&simo allora consapevolezza alla nostra formazione e orientamento politico e collocazione del movimento comunista.
Ripresi il fiione di quella formazione durante l'ultimo periodo dci Siet!VlÌzio militare
con la lettura de «l'Unità» e il contatto con i compagni di Tivoli, periodo che coincise
con le elezio1l!Ì politiche del 1924, il delitto Matteotti e l'apertura dell'opposizione aV'enooiana.
Decisivo poi, per la mia formazione ideaJe e politica, fu H periodo deID,a mia permanenza a Milano come profugo politico a contatto con il movimento opelJaio e rivoJuzionario,
pur nelle condizioni in oui si esprimeva allora.
Mi schierai subito con la linea del!1a direzione gramsciana per la bolscevlzzazione del
partito e 1a politioa del « Fronte Unico ».
~hlora stava esaurendo&i hl periodo dell'opposizione aventin1ana col fallimento di quella
politica e la ripresa fascista, mentre nel partito era in corso l'aspm Jotta politica chillIMiicatrice
delle varie posizioni.
La 8in~&tra del poo:tito si era costituita in «Comitato d'Intesa »; a Milano essa
avev:a la sua rocoaforte con la presenza di molti esponenti e promotori della medesima:
Repo&s!Ì, Fortichiari, Perrone, Venegoni ed akri. Partecipai a quella battagilia con impegno ed
ebbi modo cosÌ di ,verificare nello scontro con il bordighismo la validità della scelta politica che
conquistò poi i quadri e la base deHa F.G.G. e del Bartito. Quella linea pootica ci consentiv,a di
mantenere e 'a;llargare i legami con le masse }avoomtrici e ci pro&pettava obiettiw raggiungibili
per la lotta contro il governo e la reazione fascista.
Caddero aLlora alcuni miti, e il culto di parecchie personalità del movimento operaiÌo
e comunista. Aoquistai una visuale più reale e più ampia della situazione haliana e internazionale e delle varie forze politiche.
lncomincioai a studiare iJ movimento operaio come non ebbi occasione di fare p.rima
e cominoiai a prendere coOCiÌenza del grande valore del movimento conradm.o tanto che, malgrado i vaDi tra gH altri impegni, entrai a foo: parte, in r,appresentanza della gioventù comunista, del «Comitato di difesa dei contadini» diretto da Di Vittorio e Fiammenghi. (Di Vittorio scherzosamente mi cMamava contadino onorano).
La mia vita di pmfugo politico non fu certo delle più tranquille.
La mia p'IJima es,pe!I"ienza di mitlitante rivoluzionar~o la feci in condizioni di semiolandestinità in provincia,a Milano e la continuai con relativa sicurezza.
Assunsi vari incarichi di d~rezione prima come respons,rubhle del settore di Porta VeneZiÌa, poi nehla dire2Jione della F.G.G. milanese f.ino aMa responsahilità di Segretario prownciale, cal'ica nella quale mi precedette un ailtro compagno reggiano, Aderito FerratlÌ.
Parnecipai a decine e decine di riunioni di partito e s!Ìndacali in tutti i quartieri di
Milano e provinda. Conobbi centinaia di compagni e decine di dirigenti. Ebbi occasione di
partecipare anche a due convegni presreduti da Gramsci. T,ramite l'ono Guido Miglioli, stabilii rapporti organizzativi anche con giovani cattolici antifascisti di Cremona.
Dovetti oambioo:e posto di lavoro e di 'aBitazione più volte, fui arrestato 3 vo~te. Il
primo arresto avvenne nel settembre del 192.5 a un appuntailIlento di dirigenti giovanÌ'li in
Piazza Fontana. L'imboscata oi venne tesa dai fiasc1sti; sfuggito a costoro, assieme at1. comprugno A. Ferrari, fummo però blocoati poco distante dai carabinieri di servizio di bronte al
tribunale. In quella occasione 'appresi che fino alla amnistia del lugHo 1925 ci fu a mio
carico un mandato di cattul'a.
Un s'econdò aDresto lo subii nella primavera del 1926.
Mi recrui alla redazione de «l'Unità» e «Avanguardia» in Viti Settembrind per
consegnare un articolo, firmato col nome di battaglia «Agostino ». M'uscita non riuscii a
sfuggire al pedinailIlento e al [ermo di un poliziotto che non notai prima di ,enttlare. Fu trattenuto !in Questura 4 gior1l!Ì. Mi ri~asci;oo:ono sotto la diffida dirispedirmi a Correggio con foglio
di via obbligatorio. Naturalmente persi il posto di lavoro e dovetti trovarmi oo'alwa abitazione.
Allo ocopo di .riorganizzare :hl partito neRe grandi officine, come dalle direttive di
Pal'tito, d'accordo con l'organizzazione deìla zona, riuscii a farmi as'sumere come «montatore»
alle oifficine «Caproni».
45
La situazioneall"mterno della fabbrica era molto difficile, esisteva un regime repressivo ed anche di paura. Nella fabbrioa e nel!1a zona vi opetava una squadra di fascisti (organizzata e pagata daMa d1rezione) la qurue aveva al suo at,tivo decine di bastonature di operai e
l'lassass:in'Ìo di un operruio comunista.
Scopertomi per la propaganda che facevo contro la lliduzione dei sMari e contro il sindacato f,ascisva complice dei padroni, e trovatomi in posses,so de l'Unità in seguito ad una
perquisiLlOne fatta dai fascisti negli spogliatoi durante l'orario di lavoro, quattro fascisti, ahla
mensa dello stabilimento, mi provocarono. e aggredirono senza che si verificasse una 'l'eazione degli
operai presentli.
Per evitare una sicura aggressione a:ll'uscita deMo stabilimento il mio capo reparto
mi procurò un permesso per uscire drula fabbrica prima dell'oral'io. Fu una misura provvidenziale perché ail''l1soita i fascisti, schierotisi su due fiLe, fecero passalle in mezzo a loro tutti i
lavoratori. Non trovandomi fr.a questi minacciarono un ahro compagno reggiMlo, Frascari
Gigetto, per sapere ove mi trovassi. Non ci furono bastonature, ma imposero a tutti di iscriverSti al sindacato fasoista. Anche Frascari lasciò subito dopo la fabbrica per evitare il peggio.
Vennero poi le leggi ,eccezionailii e lo scioglimento dei partiti. Si passò così alla piena
clandestinità come organizzazione di Partito. I compagni dirugenti più noti passarono sub~to
nehla illegalità e da parte di tutti si incom1nokurono a prendere misure di sicurezza e di vigilanza più valide per dare continuità alla nostra attività.
Dumnte il 1927, fino 'al mio arresto avvenuto nel novembre, per poter continuare
la mia attività di dil1igente della F.G.C. milanese e regiona,le senza pass'are nella comp1eta :illegalità avevo assunto una doppia personalità.
Avevo una abitazione legale in Via M. Battaglia, asSlÌeme al co1Il[lagno Ces·are Campioli, e un posto di lavoro presso ila carrozzeria Zagato; ma ,avevo anche una ·abitazione illegale in Pi,azza Risorgimento e una occupa21ione f.itti2lia come rappresentante di commercio
sotto altro nome e con ,altri documenti personali.
Questo durò fino al mio terzo arresto avvenuto nel corso di una riunione del Comitato diretdvo della federazione di Mi,lano a causa di una imperdonabile imprudenza di un
compagno che .si fece pedinare fino al luogo di riunione. Al momento de1l'arresto avevo i
m~el documenti legali, nella perquisizione in V~a M. Battaglia non .trovarono né i documenti
falsli né la Mauser. Campioli non venne coinvolto nel mio arresto.
Con questo arresto finisce il periodo di attività clandestina come profugo politico.
Processato e condannato dru tribunale speciale per riorganizzazione e propaganda comunista a
5 .anni e 2 mesi, ne .vrascorsi 5 in varie case di pena incontmndo vecchi compagni e nuove
conoscenze. A Turi trascors·j 6 mesi con Gramsci.
SCallCerato nel novembre del 1932, ritornai a Correggio dopo 8 Mlni di ass·enza.
Le mie poss'ibihltà di movimentoer.ano ridotte ai minimi termini, prima perché subito
sottoposto a vigilanza speciale, secondo perché dovevo curarmi da malattia polmonare contratta in C!UJcere. R:iplJesi in breve i contatti con il Parvito, fui invitato ad espatlliare per mettermi a disposizione dell'organizza21ione. Vinta la mia resistenza ad espatlJiare, perché ero fra
cdloro che sostenevano che era ne,essada Ioa nostra presenza in Italia, avevo accettato di recarmi nell'U.R.S.S. in Crimea per cure.
Ma 11 compagno G.c. Paietta, incaricato di farmi espaliriare nel febbrroio del 1933
venne ar,restato a Reggio; il compagno Frascari Luigi in possesso dei miei documenti per
reoarmi in Franora, vistosi scoperto se ne servì per lliparalle a Parigi ove vive tuttora, ed iO'
fui arrestato il giorno 'Pllima di quello convenuto per la partenza.
F~llì così queUa che doveva essere la mia seconda emigrazione politica O'rganizzata
dal Partito. Falli però anche 11 tentativo dell'O.V.R.A. di collegarmi al compagno Paietta; entrambi sapevamo come comportarci nelle mani del nemico. Il solo che poteva eventualmente
comprometterci era ormai al sicuro.
Fummo così processati isolatamente, io sospettato di attività comunista e tentato espatrio, dopo 4 mesi di carcere, sO'no srato condannatO' a 5 anni di confino, commutati in 2
anni di ammoni2lÌone perché lJiconosciuto affettO' da malattia pollllDnare.
Intanto il fascismo continuava a regruare alle masse popolari e Iavoratrici, miseria,
disoccupa2lÌO'ne e guerre. Aggressione a'll'Abissinia, all'Albania, al popolo Spagnolo. L"avversio-
46
ne al fascismO' caminciava a conquistare anche queLli che ,avevanO' subita l'ubriacatura dell'avventura colaniale. Il nastrO' lavare dava frutti, ma il regime reagiva feracemente.
La mia attività nelle condizioni in cui vivevo era sempre più pericolasa. Nel gennaiO'
del 1938 venni co1nvalto nell'arres,to di alt.ri due campagni e accusato di appa,rtenenzaal P.C.I.
e di reclutamentO' di antifascisti per la guerra di Spa,,"11a.
Il campagna che mi accusò impazzi durante gli interrogatari dell'O.V.R.A. nel carcere
di Parma. La poli2Jia f.ascista non riusd a sastenere Yaccusa, mi trattennerO' in carcere parecchi mesti, poi ebbi di nuava l"ammoruzione fino alla fine del 1940. Fu qudlo l'ullitima
arresta. Dal 1927 al 1938 rtcra carceDi giudi2Jiari mandamentali e case di pena sona stato «ospite» di ben 18 carceri d'ItaMa.
Ad agni nUOV03!rresta dovetti sempre cambiare occupaziane e più serrata si faceva
la vigilanza. Gli ultimi 3 anni deLla mia permanenza a Correggia, prima della caduta del
fascismO', gestivO' un nega2Jia di mercerie nel centro cittadina.
Doveva essere una O'ccupazione che permettesse 3!i fascisti e carabitnieri di contrdLlarmi
meglio; risultò &nvece a;>er me il mO'da più facile per i callegamenti non sala con i compagni
correggesi e reggiani ma anche con il centro a P3!rigi, con 11 compagno Silvati (Roasia).
Continuai queste diffic11e lavoro dandestino fino al 25 luglio 1943. Poi 'Ìm:ominciò
la lotta dei 45 giorni e :in settembre la guerra di liberazione nazionale ,alla quale p3!rtlecipai
con le responsabilità che il Partito mi '3!f.fidò a Reggio e Piacenza f.inoal~a wttoriasa insurre2Jione nazionale antifascista del 25 apri:le 1945.
Si sona conclusi cosi i primi 25 anrui dii milizia di partita e antlltascista incominciata
nel 1920 ·a1l'età di 17 anni.
INCHIESTA SULL'EMIGRAZIONE REGGIANA
II
Testo del questionario rivolto agli emigrati.
1)
2)
3)
4)
5)
6)
7)
Qual'è il vostra name e cognome e data di nascita?
Qua'l'è l'attività o mestiere che eserc:tavateal mO'mento dell'espatrJa?
Qua1'è la ,data dell'espatrio?
Quale fu la mgiane e .i fatti che causaronO' l"espatria?
Siete partita saJa a con famiUaTi a i famiHruri vi hanno raggiunto dapo l'espatria?
Quale è stata la ragiane deUa scelta del luaga di residenza nell'espatria?
Antecedentemente 'a!ll'espatrio svolgevate a:t~ività poJ.itiche e ,al momento deH'espatrioera!Vate iscritto '1n un partito e in un srlndacli!ta?
8) Quali furonO' ~ primi contatti paLitici nel luogO' d'arrivo, questi contatti sono avvenuti
per caso oppwe per mezza di un'organizzamone.
9) QuaH giornali pO'lit1ci Jeggev,ate?
lO) Quale è 'stata durante la vostra permanenza all'estero [a vastra attività polittica?
11) Avere ma:ntenuto ,ra:pporti can mitliitanti in ID3!Ha le con chi?
12) Avete ricevuti 'aiuti drol Soccorso ,rosso?
13) Secondo 'vai quale era, il numera apprass,imativo degH espatria:ti pO'litici?
14) In che mO'da vi siete inserita nella società f'rancese ,Sia dal punta di vista del lavoro
che delle ,rruazienrlsociali (luaghi dI abitazione, bagm di làrvoro, luoghi di ritrava con
~tri italiani e ,reggia:ci in specie?
15) Bravate a cantatta can la «Fratellanza reggiana »?
16) Come era organizzava?
17) Eravate abbona:to al periodica «La fra:teLlanza 'reggiana» e avete capia del periodica a
,s3!Pere dove poterle consultare?
18) Qual'è il vostro giudizio suLla detta organizzazione esci periodico?
19) In che data ed !in che modo siete rimpatDiato se ciò· è avvenuta?
47
20) Siete in possesso di documenlli, giorna:li, fotogmaTÌe che si ,rJferisconoalla vostra ,attività
pollitica sia in lta:lia o ·all'estero dei quailii possa farsene copia?
21) Conoscete ii nome di altri espatriati po11tici reggiaini ed il loro presenlle indirizzo?
CANTARELLI RENATO
Risposte al questionario
(Testo registrato)
III
1) Mi chiamo Canllarelli Renato e sono nato da una famiglia di ferroviere ~l 17-51898 a Scandiano.
2) Al momento del mio espatl'io esercitavo la professione di tornitore meccanico
aMe Officine Mecoa:niche Reggiane.
3) Sono espatrifrto ,alla fine di gennaio od ai primi di febbraio 1923.
4) Per ca:plre Je Tagioni che mi harulO 1ndotto all'espatrio occorre rievocare ipU1'
brevemente ~a skua21ione nostra in Emma e pardcolarmente a Reggio. Il fa:scismo dominava
coH'intimidaZlÌone e Ja violenza tanto in pro~1ncia quanto a Reggio.
I SociaHsti, che erano }a forza maggiore, subivano pas,s~vamente la violenza da più
di due anni, p'iCedioando la pazienza, perché ,11 fascismo era un fuoco di pa:gJia. Noi giovani
comunisti avevamo invece deciso di dilenderci e d'a:pplioaa:e iLa legge del taglione. Aveva:mo
così organizzato :istruito ed armato alCU11e squadre e fatto ,sapere ai fascis,ti che per ogni
comurusta atltaccato qrualche fascista sarebbe Hnitoall'ospooaJe; e così fu fatto un paio di
volte. Così quando avvenne Ja ma:rcia su Roma, da ,lunghi mesi ti ~asdsjji non avevano osato
affrontarci né in gruppi né illdirv,ldualmente (Citare il fatto T'lna). Ma ap[>ena avvenuta la
marci,a su Roma alcunesquadraccie furono sguinzagliare, armati come hdganti, aMa ricerca
dei nosDri dirigent~, 'andando casa per casa. Noi però Il!vevamo previsto la cos'a, e ci eravamo
messi nell'illegalità. Informammo ,subito Ja direzione nazionale della F.G.C. della situazione
chiedendo cosa ci consigliavano di fare soprattutto per Camillo Montanarti che, oltre ad ·essere
Segretario FederaJe, era stato nominato responsabile dell'Emilia Romagna al congresso di
Roma. Al Mootanam ,fu indicato di recarsi a Savona «da dove poi Jotecero passare fin
Francia », ma agli altri, fu risposto d"arrangiarsi. lo ero meno conosciuto perché p.artito a
lavorare a Genova nel 1915, ero ritornato a Reggio so~amente ,alla fine del 1920. Quindi,
daccoroo mi compa,gni del Fedemle dei giovani ed anche con quello degli adulti, decisi di
resvare, senza farmi illusUoni swla mia s·icurezZia. Infatti anch'io mi ero esposto sovente e
l'ultima volta il primo maggio s,filando inquadrati e diretti al ,teatro Municipale ove parlarono d'Aragona ed un nostro compagno dottore inviatoci dalla direzione del .Partito. Però non
essendo stato eletto nel Comitato Fedeerale al congresso, potevo essere considerato come un
semplice compagno di base.
Ino1tre, ,pur es.sendo domiciliato con mio rpadre, di fatto abitavo in una pensione non
dichiarata. Ma già alla metà di novembre, ,seppi che due fascisti che 'lavoravano in officina
si erano interes,s'ati di me, ed ai pdmi di dicembre, un informatore che arvevamo nel fascio·
di città, ci informò, che sr,avana cercando di :indtividuare chi dirigeva i giovani. Avvisai i dirigenti naz:onali della situazione, proponendogli di trasferirmi a Genova, ove conoscevo dei
compagni ed avevo probabiJi.tà di trovar lavoro. Mi 'S'i rispose che ceroassi per conto mio di
raggiungere C. Montanari a Pa,rigi. Così piano piano l5i arrivò alla fine d'anno, doé,aH'anniversario dell'assassinio di Agos,tJino Zaccarelli che 'era stato il dir1gente più amato &ii giovani
nel dopo guerra. Nell'anniversario, 1921 ero 'andato col Montanari a infiorare la sila tomba
a Correggio ed a Hne del 1922 decisi ~i rltornarvi con r;t mia~idanzata.
Partlmmo con la' Ferrovia Reggiana e fummo certamenlle vist:l tanto a Rceggio che a
Correggio. Infatti qualChe giomo dopo fui avvisato dallo. sllesso ffiformarore di stare aJl'etta
perché individuato. Mi licen21iai daLle Rceggiane ed ~ntrapresi le ,pratiche per il pas·sap01:to tramite la Camera di Commeroio. Misi pure al corrente :iiI federale degli adu'lti, dettiJe consegne
delle amminisv!'a21ioni poi partii per Par1gi.
48
5) Pa'tbiti solo, ma nel settembre del 1923 ,la compagna Fantini, con la quale ero
fidanzato, mi raggiunse a Parigi. La risposta ai comma 6 ,e 7 si trovano nei comma precedenti.
8) I primi contatti ~n Francia, li ebbi col compagno e. Montanari che era già lin piena
attivitàesse1l'do membro deIla Federazione Francese del P.C. d'Italia.
9) Fin dai primi giorni, ,lessi «i'Humal1'ité» organo deIP.e.F. ed il settimanMe italiano della Federazione Francese del P.e. d'I.
lO) Iniziai la mia attiv&tà di militante nel gruppo italiano del 12° Arr. e ne divenni
segretario poco tempo dopo; più tardi presi pure la direzione della cellula d'officina della
Fabbrica Sulzer di St. Denis ove 1avoravo. Infatti nel 1924, per decisione dell'Internazionale
Comunista, i comunisti dovevano aderire al partito del Paese ove abitavano. Eravamo però
autorizzati a mantenere :i nostri gruppi di lingua per dare una maggiore attività tra le centinaia
di m1gliaia d'I.taliani che vi erano in Francia. Nell'officina ove lavoravo vi erano parecchi italiani provenienti dalla .Franco Tosi di Legnano; vi erano anche alcuni capo reparti e capi
squadra e 'tra essi qualche fascista.
lo, come era mio dovere, non avevo mai nascosto le mie opinioni d'antifascista e
come sindacalista ,avevo partecipato a tutti gli sciopel'i durante i 5 anni che avevo ~avorato in
quell'offidna. E' quindi possJbi.le che fossi stato segnalato alle autorità Italiane che a loro
volta ci segnabvano ·alla po1:zia francese, che ci espelleva dal territorio francese. Così una
sera dell'aptifle 1928, Ml'uS'CTta da:l lavoro, fui fermato da tre polizioui ass1eme ad un altro
compagno e condotto al Commissariato di St. Den1s, co~ pretesto che le carte d'identité delraltro non erano in tegola. Fummo subito perquisiti molto minuzios'amente 'ed ,a me mi fu
trovato ila ·ricevuta del vel'samento di una sottoscrizione che avevo versato al g10rnale «l'Humanité» e che avevo conservato per tarda vedere ai sottoscrittolJi. Misero suhito alla porta
raltro compagno pur 'av·endogli trovato «l'Humanité» e con me iniziarono quello che in
Francia chiamano «passage à tabac» con pugni e calci perché dicessi chi erano i membri della
cdlula del p-ardto. Questo durò dalle me 19 alla 'Ore 21 ma non ottennero nulla. Mi lasciarono quindi, prometbendomi che 'avrei a'VUto notizie di Ioro. Infatti, due giorni dopo, fui convocato .alla P,refettura di Polizia, ove mi 'comunicarono l'espulsione con l'ordine di lasciare
hl Iterritorio franoese entro gli oUo giorni.
A Winthertur in Svizzera, v'era un .amico che aveva lavorato con me ·alla Sulzer
e che era ·riusdto a farsi trasferite là alla ditta madre. lo chiesi al direttore che era pure svizzero se poteva pure farmi trasferire laggiù. Mi rispose che sapeva cosa mi era capitato con
la polizia e ·che perciò non poteva tras1erlrmi. Mi confessò pure che io ero vlittima dei fascisti
ita!liani pei quali non aveva nessuna 'simpatia, perché l'aveva costretto a partire dalla Franco
Tosi di Legnano. Mi fece però una lettera di raccomanda21ione per un suo amico ingegnere
che lavorava in un'altra offkina di W1nthertur ·ed io partii.
Ma appena arr1vato a destina211'One la polizia svizzera mi convocò per dirmi che ero
indesiderabile, che ,fasHo polit]co era riservato a chi aveva mezzi per vivere senza iLavorare, e
mi minacciò d"espellermi se avessi presi contatti coi rifugiati itaHani e coi comunisti
svizzeri. Infine, con l'aiuto di .quell'ingegnere riuscii ad ,avere un contratto di lavoro per tre
anni e qualche tempo dopo, prendendo molte precauzioni, pres'i contatto con Secondino Tranquil1i (ora Silone), che all'epoca 'si occupava dei compagni italiani in Svizzera, ed egli mi fece
,aderire al P.e.S.
In giugno feci venire la moglie ·ed .11 figlio e quando, verso ottobre, incominciavamo
ad organizzarci per passare nnverno, fummo a~vIsati dalla polizia che eravamo espulsi tutti e tre.
L'intervento della direzione del1'offidna che mi aveva fatto un contratto d'operaio insostituibile non va:lse 'a nulla, perciò rinv~ai la mog1ie ed 11 figlio a Parigi ed io, con l'aiuto
dei compagni, passai la :6rontiera Francese e quella Belga e mi 'recai ad Anversa ove avevo
trovato un lavoro.
Qualche tempo dopo .il mio arrivo ·ad Anversa, una -lettera del P.e.I. mi mise a contatto col P.e.B. che m'incaricò con altri compwgni italiani di lavorare tra 'Ì marinai in t,ransito
al porto d'Anversa. Ma ·alla fine del 1930 fui preso in una retata della polizia all'uscita da
una 'rlunione di compagni Italiani. Dopo un lungo interrogatorio mi lasciarono, ma qualche
giorno dopo vennero a cercarmi a casa per farmi firmare un foglio d'espulsione. Mi misi
nell'illegalità e per consiglio della segretaria dei Gruppi di Hngua del Belgio, mi recai a Tertre
49
ove runa ditta fiorentina cercava montatori per delle macchine che stav·ano montando in 'll11a
officina chimica. Fui inlfaui ingaggiato, ma lO giorni dopo la ,polizia che mi aveva cercato
inutilmc.nte a casa mia, venne Jaggiù. Riuscii però a sfuggirle perché avvisato a tempo dai
compag1l!i. Con l'aiuto dei compagni cercai di passare ,nel Luxemburg, ma fui arrestato dai
doganieri che mi indicarono Ja 'strada per passare :in Francia, cos1 ritornai illegalmente a Pa!l:igi.
Là con l'aiuto di Montanari, che iillegale lui stesso lavorava nell'apparato del P.c.I., fui riooverato neHa zo.na della Porta di Ohoisy pl'esso un compagno di Reggio. Rimasi in quella
zona circa un anno lavorando da manovale muratore e dando la mia att1vità militante nei gruppi
d'Ivry. NeLl'ottobre del 1931 il P.C.I. mi propose d'en~rare a far patte dell"apparato illegale
del Partito ed accettai.
Dopo pochi mesi di preparazione ,sui problemi '1ta'liani suI lavoro cospirativo ecc., nel
marzo del 1932 entrai in Italia per una lunga tournée nelle Marche. Infatti visitai i centri
principali di quella 'regione durante un mese sfuggendo anche a seri pericoli, ma il più
grave pericolo lo superai ,tra MHano e Domodossola. Infatti appena il treno partito da MMano
la Polizia venne a chiedere i passaporti e si ritirò. Qualche minuto dopo i:1 ipOlizi01Jt:o venne a
chiedermi se avevo un altro documento svizzero oltre al passaporto, ,altr1mooti, che mi preparassi a scendere a Domodos.sola. Protestai veementemente contro una ,tale pretesa assurda,
trovai la solidrorietà di un gruwo di commercianti francesi, ma malgrado questa soHdarietà,
il ,poliziotto m'avvisò di tenermi pronto per discendeve a Domodossola, ma poi non ne fece nnila.
Rientrato a Parigi ai primi di maggio 1932 V'i r1masi fino alla metà giugno partecipando a parecchie riunioni de'hl'apparato illegale ed anche ;ad una riunione del c.c.; poi !fui
inviato rol Centro Interno che s1 trovava a Verona e che era diretto dal c0lIl!Pagno Chiarini
(Scuri). Da giugno all'agosto pa'Dtecipai a due riunioni ristlJette col centro interno dei giovani
e feci alcuni viroggia Pescara, 'a Genova 'ed a Pavia per 'inconnrarmi con ;compagni che lrovo!avano nelle Puglie e tra ~e mondine. Ma a metà ·agosto Scuri 'e la compagna che gli faceva
da copertura, ricevettero l'ordine di rientrare a Parigi «ave non giunsero mai» perché come
seppi più tardi, arrestati alla frontiera di Domodossola. Pertanto, a due appuntamenti fissati in precedenza, uno a Pavia e l'altro a Genova, non trovai nessuno. Avvisai della cosa
a J>arigi, 'e dato che avevo l'ordine d'attendere l'arrivo del dirigente che doveva prendere il
posto di ChIarini, attesi fino alla fine di agosto, inutilmente. Trovandomi a aorto di denaro,
avvisai di nuovo deHa situazione Pa'rigi, fissando un appuntamento a Desenzano per [a settimana seguente.
Ma :a Parigi ave non era giunto Chiarini ,e mmpagna, e dove erano al corrente d'altre
cadute alle frontiere, decisero d'inviarmi denaro ,ed un altro passaporto per mezzo di mia moglie
che ,possedeva un passaporto regolare. Mi si indicav·a pure di passare pel Brennero, Monaco di
Baviera, Str.asburgo, Parigi, perché le altre frontiere 'erano molto ·sorvegliate. Ma anche 'a
quella frontiera ebbi una Iseria discussione col poliziotto di servizio, malgr.ado che viaggiassi
in 'Vagone letto, come mi era stato indicato da Parigi. Me ~a cavai felicemente perché io dal
passaporto figuravo francese e parlavo tale lingua che lui non conosceva, cos1 atTivai regolarmente a Parigi ave ero atteso dal compagno TogHatti. Ebbi infatti con lui parecchi colloqui
e seppi cos1 che se fossi uscito col passaporto di svizzero itaMano col qua1e ero entr·ato in
ItaHa, sal'ei stato certamente arrestato; infatti tutti i nostri compagni che in lugHo ed agosto
erano entrati od usciti 'con passaporti svizzeri italiani, 'erano stati arrestati.
Comunque 'credo che tenendo conto dei due interrogatori aHe frontiere e dei pericoli
che avevo incorso la direzione del P. mi propose di andare a1la scuola leninista di Mosca
per seguire un corso accelerato.
Raggiunsi Mosca a fine dicembre 1932 e quando si costitu1 :il circolo nel quale ero
stato aggregato, il compagno M. Montagnana che rappresentava 11 nostro partito all'InternazionaJe Comunista, mi propose come segretario, e più tardi, fui pure eletto a rappresentare .]l
settore italiano nella cellula della scuola.
Il mio corso durò 20 mesi compreso i due mesi di lavoro pradco attraverso l'Unione
Sovietica, e due mesi di vacanza, una volta in campagna e l'ultimo anno ·a:l mare in Crimea.
Ero laggiù nell'agosto 1934 quando fui chiamato a Mosca, da ave mi fecero partire subito per
raggiungeve Parigi.
Giungo a Parigi. Il compagno C. Montanari che era l'amministratore dell'apparato
50
del Partito, mi comunicò, che date le difficoltà finanziarie dell'apparato, ero stato incaricato
di lavorare al Soccorso Rosso Francese, per occuparmi dei rifugiati 'Politici provenienti dall'Italia, dei nostri compagni perseguitati daJle diverse polizie europee, dei Patronati per le
vittime politiche italiane e delle loro famiglie. Fui pure ingaggiato a far parte deLla Commissione Nazionale dei gruppi italiani, ed a dare un aiuto alla redazione del nostro settimanale
in italiano.
lHmasia questo posto dal settembre 1934 aI giugno 1936 facendo un importante lavoro
di propaganda, attraverso l'insieme delle regioni ove erano concentrati gli itaiiani, per la
raccolta di fondi per i nostri imprigionati, riuscendo a raccogHere somme di denaro importanti
ed anche a costituire dei gruppi che si occupavano direttamente di «patronare» un incarcerato o i suoi familiari. Fu al ritorno da una di queste taurnée che fui fermato e minacciato di
morte da un tipo losco e provocatore, certo Beisa, che qualche ora dopo uccise il nostro
compagno, C. Montanari con cinque colpi di revolver.
C\Cedere opuscolo sul nostro Agostino edito dalla Federazione di Reggio col mio concorso). Fui 10 i1 maggiore testimone per ta parte civHe al ptocesso che se non -erro ebbe
luogo in Corte d'assise nel marzo od aprile 1936. Infatti malgrado che io dal mio ritorno in
Branda vivessi 1llegalmente, il P. mi domandò di testimoniare per prov,are la premeditazione
dell'assassinio. Ma il Beiso aveva preso il miglior avvocato di Francia che fece passare il suo
cliente, vitt~ma degli agenti moscoviti e fu condannato solamente a 5 anni di 'reclusione. lo,
essendomi presentato al giudice i:>truttore divenni così <legale, anche grazie -al Fronte Popolate
che trionfò nel 1936.
Qualche mese dopo questo processo, fui tolto da questo posto di permanente, perché
soppresso, ma rimasi a far parte della direzione del Soocorso Rosso e della Commissione
Centrale dei gruppi di lingua del P.C.F. Bno allo scoppio della guerra nel 1939. Dal 1940,
sotto J'ocoupazione, mi 'rimisi neLl'illegalità e .fui inca1'icato di dirigere il Comitato d'Assistenza
alle vittime del fascismo ove sono rimasto Hno 'al dicembre 1944. Debbo precisare che dal
1943 questo Comitato d'assistenza divenne quello deH'« Italia Libera ». Questa organizzazione
unitaria ove erano rappresentati tutti i partiti antifascisti italiani, alla Liberazione prese in
mano i compiti dei diversi Consolati ed essasvdlse questo lavoro .fino al 1945, quando l'Italia
ci inviò il primo Ambasciatore, l'ex compagno Saragat.
Nel frattempo si era costituita l'Associazione Unificata degli ex Combattenti di cui
fui eletto ,segretaTÌo e permanente. Questa 'associazione fu riconosciuta dal Governo italiano
e divenne dal 1946 al 1948, Federazione di Fr-ancia degli ex Combattenti e Reduci. Nel 1948
questa associazione fu sciolta come erano -state sciolte tutte le organizzazioni straniere dirette
da comunisti. Ma io facevo parte della Commissione Nazionale dei Gruppi di Lingua Italiana
del P.C.F. già dal 1944 e vi rimasi fino al gennaio 1969, data del mio rientro in Italia.
Il) Dopo il mio espatrio mantenni rapporti solo con la mia famiglia e solamente
flnoaIle leggi ecce2!ionali 1926.
12) Il Soccorso Rosso, dette un solo aiuto alla mia compagna, quando fui espulso
daMa Francia nel 1928.
13) ,Penso che tra Reggio e provincia vi siano ,stati circa una cinquantina dì espatriati.
14) All'epoca in cui arrivai a Parigi la Francia mancava di mano d'opera qualificata
e non ebbi difficoltà per trovare lavoro. Era invece dif,fidle -trovare alloggi e feci come
migliaia di francesi che vivevano e vivono ,tuttora in HoteL lo vi rimasi fino al 1925 poi
trovai un misero appartamento nel 12° Arr., appartamento nel quale abbiamo vissuto fino al '6l.
Le mie relazioni sociali furono quelle col Partito, il sindacato e le altre organizzazioni
di massa da noi costituite in Branda, ed evidentemente coi compagni simpatizzanti socialisti
ecc. nei periodi in cui abbiamo lavorato uniti.
15) Presi contatto con la «Fratellanza Reggiana» solamente nel 1936 quando divenni
legale in Francia. Debbo però precisl!;re che se questa -associazione è nata è stato per volere
di un gruppo di compagni comunisti. Già nel 1932, quando io entrai nell'apparato, del P.
lo statuto era stato compilato da C. Montanari con ~a mia collaborazione.
Essa però divenne legale nel 1934 se non erro, grazie ad una mobilitazione fatta da
noi fora i Reggiani attraverso il compagno Cesare Campioli, che era espatriato nel 1931.
Essa aveva un Comitato Direttivo eletto a scrutinio segreto, un comitato di Redazione
per il Bollettino, e dei capi-gruppi nei vari centri ave erano concentrati :i reggiani.
51
Il princ1pale compito di questa associazione fu fino al 1939 quello d'aiutare i vecchi
più bisognosi, ma durante l'occupazione venne pure in aiuto ai perseguitati politici. Nel 1943
alla caduta del fascismo, essa organizzò una Il'tande colletta e le somme che furono <raccolte
e consegnate a Cesare Campioli che all'epoca rimpatriò. (La somma in moneta francese fu
consegnata dal Campioli nel settembre al Comitato di Liberazione a mani di Don Cocconcelli,
tesoriere del Comitato - N.d.r.).
16) Non è mai esistito rabbonamento del bollettino che veniva pagato numero per numero.
17) La Fratellanza ebbe fino al 1947 un ruolo positivo. Dal 1934 aJl 1936 fu la sola
organizzazione unitaria esistente nell'emigrazione italiana. Fu an2!i d'esempio e di stimolo, perché
dopo di lei si costituì la Fratellanza romagnola, la friulana, la valdostana e nel 1936 la grande
organizzazione, rUnione Popolare. Ho già detto cosa fece dUltante l'occupazione e ,si può dire
che si rese utile anche dopo la Liberazione fin che esistettero le altre organizzazioni democratiche. Ma dal 1947 l'ex presidente Melioli ed ,altri socialdemocratici, vollero esaltare l'opera
di Saragat e Simonini allora Ministri, sul nostro BoLlettino. Dal 1945 io ed altri compagni
facev,amo parte del Comitato Dkettivo e dato che tra gli .aderenti la maggioranza erano dei
compagni o simpatizzanti, non abbiamo avuto difficoltà a metterlo al passo. Ma l'unione ne
ha soHetto e dal 1954,essa va piano piano spegnedosi per mancanza di sangue nuovo, mentre
i vecchi scompaiono.
18) Sono rientrato per segmre l'unico figlioar quale è stato offerto un posto di dirigente in una 'azienda in Italia.
19) Posseggo qualche fotografia sul1a mia attività legale nelle organizzazioni italiane
in Francia. Per la collezione del Bollettino è necessario chiederla all'attuale presidente Calcinelli.
20) Ho i nomi di alcuni espatriati politici ma non ne posseggo gli indiriz2!i. Ecco i
nomi: lotti Settimio, Parmigiani 'Peppino, Curti, ;Parmeggiani. Gli indirizzi si possono chiedere a Calcinelli Amos 113 Avenue Arstide Briand - 94 Cachan (Val de Marne) France.
P.S. - Per rispondere ad alcune questioni sottolineate da Salsi, posso assicurare che pTima
della Fratellanza non è esistita nessun'rut<ra organizza2!ione Reggiana. So che i primi
anni che noi eravamo 'a Pa<rigi, il compagno C. Montanari ,raccolse spesso del danaro
da inviare a Reggio. Egli diceva che era per comperare armi, perché si sperava che
il fascismo non resistesse tanto. Ma dopo l'eccidio Matteotti e le ~eggi eccezionali !le
illusioni cessarono ed anche Camillo cessò la raccolta.
Non mi risulta che tra i reggiani vi fossero dei cattolici militanti. Non mi <risulta neppure che ,tra i Ireggiani socialisti ed anarchicheggianti, ve ne fossero che abbiano fatto
un lavoro cospirat1vo in direzione Italia.
IV
ANTONIO CAGNOLATI
(Il testo è stato comunicato dal Prof. Galliano Cagnolati)
Antonio Cagnolati nacque a Santa Vittoria nel 1900 e mori a Reggio il. 6 agosto, 1964.
Nel 1919 è stato ,presidente della Gioventù Cattolica deWIa Diocesi di Guastalla.
Fondato, in Reggio il settimanale cattolico «L'Era Nuova» ne assunse la Direzione.
Polemizzando contro gliantic1er.icali e contro i fascisti venne percosso, minacciato
e subì un attentato alla sua vita.
n giornale «Opinione di Philadelphia» del 16 febbraio 1924 riportava ilo scontro
avvenuto a Reggio Emilia il 18 gennaio 1924 tra il Dkettore deLl'« Era Nuova» e il figlio
dell'editore Netbini di Hrenze con il seguente trafi:letto:« F.ra il diciottenne Renato Nel1bini,
figlio dell'editore fiorent1no, ed il collega dotto Cagnolati, diTettore del settimooaile cattolico
l'Era Nuova a proposito di vivaci attacchi polemici che quel giornale aveva mosso alle pubblicazioni settimanali il 420 e la Sigaretta, di cui il padre di Nel1bini è <Di<rettore proprietario,
era nato da .tempo un dissidio. Ieri nehla piazza del Mercato di Reggio Emilia, il Cagnolati
52
veruva improvvisamente ,afferr,ato per la giacca dal Nerbini, il quale lo scblaffeggiava. Alla
reazione del Ca:gnolati, il Nerbini, estresse la ,rivolteE:a sparando due colpi contro ,terra. Il
Nerbini, data la sua minore età, è stato denunciaro ,a piede Hbero ahl'autorità giudiziaria,
sotto l"imputazione di porto abusivo di rivoltella e di minaccia a mano armata ».
A questo fatto seguì un processo, ,s'Voltosi a Reggio B., durante il quale Ja squadraccia di Dumini e Poveromo (tristemente nota per ,avere poi assassinato G. Matteotti) attentò 'alla 'Vita del Cagnolati nella stessa :aula del tribunale. II giovane Antonio Gagnolati uscito
.hlleso daJla 'spar,atoria dovette rifugiarsi 'all'estero. Molti giornali, di tutte le parti, riportarono
i fatti accaduti ed espressero un voro di protesta per l'aggressione e le peJ1secuzione subite.
Fra questi giornali possiamo ricordare: l'Osservatore Romano, Momento di Torino,
Messaggero Toscano di Pisa, L'Ora di Palermo, il «Carroccio» New York, Popolo Trentino
di T!rento, ecc.
Durante la sua permanenza nel mondo del giornalismo in Italia, il Ca:gnolati ebbe
modo di avere contatti con :VI Par,tito Popolare e in particolare con Don Luigi Sturzo e Alcide
Degasperi, che rhrovò poi in es1lio. Iscritto nel 1924 all'Univer,sità Cattolica di Lovanio si
laureò in Scienze Economiche SociaH e Politiche. Durante la sua permanenza all'estero ltiprese
l'attività giornalistica, dopo peripezie e fame, divenne Direttore di due giornali di grande
tiratura. II TOtoca:lco, per la prima volta, ottenne da lui netta affermazione. Nel giornatlismo
incontrò quella che divenne la compagna dehla sua vita, la giornaJista belga Marie Henriette
Masoin che fu sua preziosa colilaboratrioe in un suo settimanale femminile. (Morì a Reggio
improvvisamente un anno prima del marito).
Dopo l'occupazione tedesca in Francia, in questa 'ultima guerra, il Cagnolati entrò
nel movimento clandestino, fu membro del ComitMo Italiano di Liberazione Nazionale in
Branda prima e Presidente poi, presidente del CL.N. degli italiani di Francia iBe1gio e Paesi
Bassi e vice Presidente dell'Asso «Italia libera» fra gli itaHani di Francia.
Nel 1945 in qualità di vice Presidente, degli ,italiani residenti in Franda fu di grande
aiuto a De Gasperi e :a~la conferenza dehla pace a Parigi. Sci giornale parigino «L'Aube », appa:re fotograbto in prima pagina insieme a De Gasperi e Ftancisque Gaj dell'M.R.P. All'estero
ebbe mprporti con diverse peJ1sonaHtà italiane deJl'antifasdsmo, fra questi; Mario Cingolani,
Oreste ,Lizzadri, Erco].e Graziadei, i])on Sturzo, Paimiro Togliatti, De Gasperi, Carlo Sforza,
Gius'eppe Saragat ed aLtri.
Durante l'elezione del Presidente della Repubblic.a Italiana, Antonino Cagnolati e
Marie Masoin ,sostennero J:a candid3Jtura del Ministro degli Esteri Carlo Sforza attraverso i
giornali francesi e belgi.
NeLl'immediato dopoguerra, quando i risentimenti franc.esi erano ancora forti, il nuovo
Governo democratico italiano doV'endo ripristinare i rapporti diplomatici in Francia, ritenne
che il Ca:gnolati tosse fra i candidati più c3Jpaci e ltistabilire gli ,antichi mpporti amiohevoli
fra i due paesi. Di fronte alla scelta fra Tolosa e Parigi, Antonino Cagnolati venne nominato
Console Generale deRa prima città che, per rItalica aveva ed ha tutrora enorme importanza.
Nella sua funzione diplomatica riuscì ad ottenerea;ll'ltalia l'amicizia di George Bidault, allora
Presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri francese. Svolse opera utile per la nostra numerosa coLletti'Vità nel ~olosano e 'riuscì ,ad intrattenere ottime relazioni con gli ambienti
locali e Je stes's'e ,autoritlà f.mncesi espressero forti elogi sull'attività del Console Generale.
Lo stesso Conte ISforza, Mini,sl'ro degli Esteri italiano, si 'espresse in fOJ1ffia fortemente elogiativa.
Proprio in questo delicato e onorifico incarico dovette provare forse le amarezze plU
gra'Vi della sua travagliata esisten2Ja. Essendosi il vice Console appropriato di denaro dell'uffido, il Console Cagnolati, dopo aver denunciato itl fa'lito, venne coinvolto egli stesso 'aI
punto di dover subire un lungo processo. A questa vicenda non furono certamente estranee
le rivalità e le invidie e, []J01l rntimi, risentimenti di ;vecchi funzionari di cal'riera contro la
nuova class'e dir1gente democratica e antif.ascista.
Assolto rpooché estraneoaJJa vicenda, non seppe più riaversi dall'umiliazione subita.
E ciò nonostante le espressioni di solidarietà e le testimonianze di Sfor2Ja, Don Sturzo,
dell'Ambasciatore Quaroni, dell'on. Chiostergi vice Presidente della Camera dei Deputati, del
Cardinaie Schuster, dell'ono Colonnetti ((Presidente del Cons. Naz. delle R:icerche), prof. Pel-
53
legrini dell'Univers1tà di F±ren2Je, Mons. Nicolini (Vescovo di Assisi), iJ. Prefetto PaJ:amarJ:a,
dotto Groia (DiJrettore Gen. dell'IstltIuto Nazionale per 11 Commercio Estero), dotto Graziali
(Consigliere per l'emigrazione alla Ambasciata 'a f'ar1gi), senza contare Je espressioni che veniv;aIm dail'estero, dai cittad1ni itaHani là residenti, ai giornali 06rancesi, 'ai vari ;Pa:efetti, Sindaci,
Vescovi e Ministri come Marcelin, Segretario di Stato per J'Industria e Commercio e Rettod
e professo'!;i Universitari di Francia.
A nulla vrulsero gli avanzamenti di caa:riera, come [a nomina a MinisrtoPJenipotenziario, né le :varie offerte di altri importanti incarichi diplomatici. Ritirato a vita privata scrisse
ancora qualche articolo sui giorna1i Jocali pensando di poter fondare un periodico che fosse
prulestra per rinnovate battaglie giornalistkhe.
Il senatore Sturzo, nei suoi ultimi giorni, volle che 11 solo Cagnolati rimanesse al
suo capezzale fino alla morte.
Morto per trombosi cerebrale, Cagnolati riposa a Santa Vittoria, suo paese natio.
insieme alla moglie e ai suoi cari, nella più modesta deRe 'sepolture.
BIBLIOGRAFIA
l. - Aldo Garosci - Storia dei fuorusciti - Bari - Laterza 1953.
2. - Cesare Campioli - Cronache di lotta - Parma - Guanda 1965.
3. - Camillo Berneri - Pensieri e battaglie - Parigi - Edito a cua:a del Comitato CamiHa
Berneri 1938.
4. - Scritti scelti di Camillo Berneri - Milano - SugaT 1964.
5. - Gianolio ALfredo - Marini Sergio - Camillo Montanari - Quaderno del decennale Bologna - Steb 1955.
6. - Tiso Loretta - Angelo Zanti - Quaderni del decennale n. 5 - Reggio E. - Tip. popolare '55.
7. - Raise Guido - Ricordi di un perseguitato politico - Nuovo Risorgimento - 30 'agosto 6·13-20 settembre 1953.
8. - V,anicelli Alberto - Racconta, Simone, racconta... - Nuovo Risorgimento - Febbraio 1953.
9. - Campioli Cesare - Pietro Montasini - Il lavoro di Reggio - 10 marzo 1946.
10. - J\ltiero Spinehli - Lezioni sull'antifascismo - Gli antifascisti in galera - Bari - Laterza 1962.
Bari 1962.
11. - Mario Montagnana - Lavoratori italiani e comunisti nell'emigrazione - Rinasdta, pago 121.
12. - Sandro Pertini - Sei condanne, due evasioni - Milano - Mondadori 1970.
QUATTRO CASTELLA RIBELLE
Cronache della Resistenza e della guerra di Liberazione
(1919 -1945)
III
10. - GLI SQUALLIDI ANNI RUGGENTI
Fra il '27 - '28 e il '40, anni ruggenti, il fascio di Quattro Castella sempre eguale a se stesso malgrado i non radi cambi della guardia - non offre
nulla che possa avere rilievo ai fini del nostro racconto. Di contrasti interni non
si parla più. Cerimonie ogni tanto per la pubblica registrazione dei trionfi del
« regime », periodicamente voce grossa e richiami al manganello per ricordare ai
sovversivi chi è il padrone. Le sole cose rilevanti sono quelle che ormai hanno qualificato da anni il fascismo, cioé le persecuzioni contro i democratici, di cui avremo
a occuparci in sede di esame della cospirazione antifascista.
Il paese, lo abbiamo visto a proposito dell'attività del comune e dell'andamento dell'economia, è fermo. A tutela di questa inerzia veglia, armato, il 1°
manipolo della 16a centuria della M.V.S.N. il cui comando ha sede a Quattro Castella con giurisdizione su tutto il territorio comunale (297). Il segretariato, ogni
tanto, comunica a membri del direttorio le loro dimissioni d'ufficio o partecipa a
gregari nomine e incarichi disposti dal ducetto locale e ratificati dal segretario federale (298). Così si alternano, nel giro di 12 anni, una ventina di medi e piccoli
gerarchi la cui massima preoccupazione è di ben capire gli ordini per poi trasmetterli inalterati ai sottoposti, o al massimo gonfiare qualche attività sovversiva
scoperta e repressa per averne elogi e diplomi eloquenti o magari una piccola promozione (299). Negli anni trenta cala anche nel comune di Quattro Castella il
verbo irrequieto della Marani e, agli ordini dell'ispettrice federale Giacomini della
9 a zona A (comprendente anche Cavriago, Bibbiano, Barco, Montecchio e Aiola),
si diffondono a Quattro Castella Puianello e Montecavolo i gruppi femminili e
l'organizzazione delle massaie rurali; e così a Salvarano e Roncolo, attribuiti alla
9a zona B (comprendente anche Ciano, Casale, Grassano e Pontenuovo), agli
ordini dell'ispettrice Bernardi Trucchi (300). Primeggerebbe in campo femminile
(297) Notizie ecc., cit., foglio n. 1, in A.Q.C. 1933, categ. l", cl. 5".
(298) p.e., lettera 2 dicembre 1930, partecipazione di nomina e convocazione del direttorio - A.Q.C. 1930, categ. 1', cl. 5", fascic. l°.
(299) Testimonianza Renzo Torreggiani.
(300) Laura Marani Argnani, I fasci femminili della provincia di Reggio nell'Emilia
dal 1921 al 1940, Reggio Emilia, 1940.
56
(secondo fonti fasciste) Salvarano, dove il 20 novembre '34, a una riunione sull'assistenza invernale, «si sono presentate ... oltre 50 massaie rurali, che al termine hanno cantato gli inni fascisti ed acclamato lungamente al Duce» (301).
Il '34 è un anno di estesa fatica in materia di propaganda e demagogia.
Sciolta con decreto 19 gennaio la camera dei deputati, si gira una larva di elezioni politiche il 25 marzo, su listone confezionato dal gran consiglio. Davanti a
un seggio del capoluogo presta servizio un ragazzo in divisa fascista. In realtà è
un giovane simpatizzante comunista (di cui si sentirà molto parlare). Il partito ha
dato a lui e ad altri la direttiva di iscriversi alla gioventù fascista per compiere
un lavoro di paziente proselitismo. Un vecchio democratico si reca a votare in
quel seggio. L'astensione sarebbe severamente punita e la segretezza del suffragio
è una burla, perché il fogliettino del sì o del no traspare attraverso la sottile
scheda in cui l'elettore l'ha chiuso. Il vecchio si ferma un attimo davanti al ragazzo in divisa, di cui non conosce il reale orientamento politico. Brontola qualche parola: «Ma perché ci chiamate a votare se poi fate a vostro modo? ». «Non
tutti », risponde il ragazzo (302). Appena registrati i risultati, già noti prima
del voto, discorsi trionfali in ogni centro sullo «splendido» avvenire della nazione, che ora ha oltre tutto il privilegio di una camera dei fasci e delle corporazioni.
Il '34 è anche un anno di intenso impegno organizzativo non solo fra le
donne, ma fra i giovani, i giovanissimi e i lavoratori forzatamente iscritti ai sindacati corporativi. Si fanno le gite in treno degli avanguardisti di S. Polo e Quattro
Castella (303), si esalta l'8 a leva con discorsi e musica (304); si assestano i sindacati dei lavoratori in proprio, degli affittuari diretti coltivatori, dei proprietari
e affittuari conduttori, dei proprietari con beni affittati (305) secondo uno schema
capillare ma con direzione convergente su un unico organismo corporativo che
associa sia i lavoratori che i datori di lavoro; si raccolgono i ragazzini dell'asilo e
delle elementari nel solito casino di S. Anna per la recita di scenette poesie e motti
« patriottici» (306); si fanno i conti dei giovanissimi organizzati con tessera coatta:
su una popolazione di 6862 abitanti, 45 avanguardisti, 512 balilla, 30 giovani italiane, 479 piccole italiane: totale 1066 (307). Intanto 15 fascisti di tutto il comune fanno domanda di essere riconosciuti squadristi «marcia su Roma », prezioso brevetto che apre molte porte (308); ma soltanto otto saranno brevettati (309).
Il 28 ottobre adunata in piazza Dante con cortei, uniformi, stemmi scintillanti e premiazione di 5 coppie che hanno scelto proprio quel giorno per maritarsi (310), qualcuna forse a caso.
E' anche l'anno del problema della casa del fascio che, dice il segretario
nel suo rapporto, «può dirsi quasi risolto mercé l'aiuto del podestà .... Così ora
(301) S.F., 21 novembre 1934.
(302) Testimonianza Renzo Torreggiani.
(303) S.P., 10 maggio 1934.
(304) S.F., 27 maggio 1934.
(305) S.F., 13 settembre 1934.
(306) S.F., 13 luglio 1934.
(307) S.F., 16 settembre 1934.
(308) S.F. 24-25-26·27 ottobre 1934.
(309) S.F., 8 e 20 novembre 1934.
(3·10) S.F., 31 ottobre 1934.
57
il Fascio di Quattro Castella potrà disporre di diversi locali che gli permetteranno di unificare in un solo fabbricato le diverse organizzazioi» (311); e S1 maugura la biblioteca del dopolavoro nei locali messi a nuovo, con 800 volumi (312);
si esaltano i «sussidi» del duce distribuiti a Montecavolo (313). Il direttorio
federale, per bocca del prof. Rabotti, fa i complimenti ai gerarchi del luogo
«per il meraviglioso affiatamento di tutte le forze fasciste assai numerose e per
l'unanime loro entusiasmo per il duce» (314). Ma quando il segretario politico
di Quattro Castella parla di disoccupazione e di lavoro, accenna sempre a futuri
interventi, mai a realizzazioni compiute: « ... Passa quindi a parlare della disoccupazione accennando ad un gruppo di lavori che saranno quanto prima iniziati
e che dovranno assorbire la mano d'opera locale» (315).
Fluisce negli anni l'ufficiale ottimismo e sempre si parla di prossime radicali svolte: il posto al sole nel '35-'36, la fulminea conquista del mondo pochi
anni dopo. Il lO giugno '40 gli altoparlanti sistemati nelle case del fascio di tutte
le frazioni diffondono il sinistro annuncio del duce. Una guerra a fianco dei tedeschi. Il peggio che i contadini e gli altri lavoratori potessero attendersi è arrivato.
11. - I COMUNISTI E LA COSPIRAZIONE
Poche centinaia di comunisti reggiani usciti dal partito socialista avevano
costituito, nel febbraio '21, una federazione provinciale con recapito di fortuna
in casa di Ulisse Piccinini, via Caggiati 20. La gente, soprattutto quella per bene,
li giudicava un po' matti (316). Ma il fondamento politico di quella pattuglia di
giovanotti era piuttosto saldo. Il movimento comunista a Reggio non nasceva solo
come locale appendice dei diversi gruppi (astensionisti di Bordiga, ordine nuovo di
Gramsci) che in campo nazionale, a Livorno, si erano fusi costituendosi in partito.
C'era l'esperienza della lotta agraria del '20; ma soprattutto l'occupazione della
maggiore fabbrica cittadina (sempre del '20) e la più recente battaglia che pochi
giorni dopo Livorno aveva opposto in un'assemblea al politeama, con l'efficace
risolutivo intervento di Umberto Terracini, la tesi rivoluzionaria del gruppo operaio ordinovista (Camillo Montanari e altri) a quella economicistica dei prampoliniani (sostenuta da Arturo Bellelli), in merito al destino delle «Reggiane ».
(311) S.F., 28 novembre 1934.
(312) S.F., 5 dicembre 1934.
(313) S.F. 28 dicembre 1934.
(314) S.F., 27 novembre 1934.
(315) Ibid.
(316) V. Lodovico Petit Bon, Appena natz ID Il lavoratore comunista, cit.: «Partito
nuovo che sorge, senza nessuna sede, senza nessun appoggio, pare a noi di rivivere i tempi in
cui Camillo Prampolini incominciava la sua. opera di proselitismo e di affratellamento delle
folle, nei tempi in cui egli, costretto a riunire i pochi seguaci in mezzo alla campagna e rare
in una stalla; quando egli era chiamato matto, rivoluzionario,. deriso da tutti, ma egli proseguì
nella sua opera e riuscì nel suo intento. Ora siamo noi i pazzi, i vilipesi, i derisi, i rivoluzionari ... ».
58
E i comunisti avevano ottenuto la maggioranza dei consensi fra le maestranze (317).
Si può ragionevolmente affermare che l'origine del comunismo a Reggio è
in prevalenza operaia e che il conflitto con il riformismo mira immediatamente
alla questione di fondo del potere proletario. Prampolini in più occasioni aveva
esposto, pur senza offrire una versione sistematica del suo pensiero, una sorta
di via «reggiana» (o cooperativistica) al socialismo, non ripudiando l'alea della
collaborazione di classe (318), in polemica con le tesi rivoluzionarie dei comunisti. Già prima della scissione questa linea era stata vivacemente contestata da
diversi esponenti comunisti reggiani, il Petit Bon, il Pini, Camillo Montanari e
altri giovani. Era strutturalmente inevitabile che all'inizio la posizione rivoluzionaria fosse seguita e sollecitata quasi solo da gruppi operai di fabbrica, in una
provincia agraria dove per decenni una parte notevole della campagna era rimasta più o meno organicamente legata alle strutture economiche e alle formule di
resistenza che i riformisti avevano evocato dal nulla. Ma lo sviluppo stesso della
lotta di classe, in quell'anno decisivo per i conflitti di corrente che fu il 1920,
aveva causato un'obiettiva selezione di valori e di livelli. La grande lotta agraria,
che pure fu esemplare episodio di attacco classista al profitto, aveva trovato i
riformisti abbastanza preparati non solo a mantenerne il controllo ma a farne occasione di unificazione del movimento contadino. Non altrettanto era avvenuto per
l'occupazione delle fabbriche, fase indubbiamente superiore di lotta, dove l'attacco
al profitto veniva a integrarsi in un moto nazionale di più ampio respiro e, soprattutto, capace di proporre il proletariato quale classe di potere. In questa fase
il metodo riformista non poteva che retrocedere a posizioni di coda e farsi scavalcare dal movimento reale, che appunto con la vicenda delle « Reggiane» trovò
occasione di naturale confluenza nelle posizioni comuniste.
Così, mentre il mondo contadirio continua a rimanere legato all'organizzazione riformista (d'altra parte manca ai comunisti la forza organizzata - e
certo anche un adeguato orientamento - per trovare la connessione concreta tra
lotte contadine e lotte operaie), gruppi notevoli di classe operaia della città si
orientano verso il partito comunista. Non è che tutta la realtà del proletariato
reggiano rientri in questo schema troppo semplice; ma fondamentalmente - nel
'21 e ancora per qualche anno - sussiste una certa demarcazione fra le due
componenti contadina e operaia della classe lavoratrice, che corrisponde più o
meno alla demarcazione tra l'influenza riformista e quella comunista.
Per questo nel '21 a Quattro Castella e frazioni - zona decisamente
contadina - il comunismo non risulta presente (319). Ma già una nuova ragione
di alternativa all'interno del movimento proletario milita a favore delle posizioni
(317) V. Antonio Gramsci, La questione meridionale - Roma, 1951 (ripubblicata successivamente in diverse edizioni), pagg. 27-28; PaImiro Togliatti, I metallurgici di Reggio contrari al cooperativismo dei riformisti, Ordine Nuovo del 3 febbraio 1921, riportato in Antonio
Gramsci, Socialismo e fascismo - L'Ordine Nuovo 1921-1922 - Torino 1966, pago 64 n. ;
Arturo Bellelli, Come e perché la maggioranza degli operai metallurgici respinse la gestione
diretta delle Officine Meccaniche Italiane, G.q., 4-5 febbraio 1921; Alfredo Gianolio, Fasc:smo e classe operaia a Reggio Emilia (1920-1945), in Amministrazione della Provincia di
Reggio Emilia, Aspetti e momenti della Resistenza Reggiana, .pagg. 118-121.
(318) Prampolini esporrà poi compiutamente il suo pensiero in materia al convegno
milanese del P.S.D. del 12 novembre 1923. - Si veda G.q., 13 novembre 1923.
(319) V. sopra, pagg. 52-53.
59
comuniste: cioé l'esigenza di resistere al fascismo. Per questa strada andranno
cumulandosi tutte le ragioni fondamentali di superamento dell'organizzazione e
dell'ideologia riformista e faranno nascere e moltiplicarsi le cellule del nuovo partito proprio su quel tessuto autenticamente contadino che forma la base sociale
del comune.
Le prime (purtroppo vaghe) informazioni su elementi comunisti le troviamo riferite a un comportamento di resistenza e di risposta al fascismo. Si tratta
di 3 arditi del popolo, tutti di Montecavolo: due di questi, Ernesto Beneventi e
Bizzarri, vengono aggrediti nell'agosto '21 - in giorno di fiera - da energumeni fascisti (320). Un gruppo di antifascisti si raccoglie rapidamente e costringe
gli aggressori ad andarsene a letto. A un terzo ardito (cosl almeno lo definiscono
i fascisti del capoluogo), Mario Franceschi, viene imposto il 5 febbraio '22 di togliersi il fazzoletto rosso dal taschino; al suo rifiuto, minacce e botte, poi fallito
tentativo di provocazione con corteo di fascisti provenienti da Vezzano, Puianello
e Quattro Castella (321). Il settimanale del fascio reggiano, nello sforzo di giustificare la mancata provocazione, afferma che un solo nucleo fascista - quello
di Quattro Castella - si era portato a Montecavolo e aveva evitato «per disciplina, guai più gravi », affermando inoltre che Mario Franceschi, «che si asserisce assalito dai Fascisti per un fazzoletto rosso, recava al braccio con altri una
fascia rossa con la scritta Circolo Comunista di Montecavolo» e che un solitario
squadrista di Vezzano era stato «minacciato e assalito a sassaiola da parte dei
comunisti» (322).
Si sa che i fascisti avevano preso l'abitudine di definire comunisti o bolscevichi tutti i sovversivi che incontravano per strada: e che cercavano di assalire, quasi a legittimare in questa maniera le proprie violenze. Ma ora la descrizione circostanziata del bracciale con una determinata scritta fa supporre una
certa autenticità della notizia. D'altra parte le nostre testimonianze datano proprio al '22 la prima esistenza organizzata di un nucleo comunista a Montecavolo.
Ed è certamente da Montecavolo che prende le mosse il movimento comunista nella
zona di Quattro Castella.
Ma è un movimento che nasce combattendo, cioé appena formato si identifica subito con la resistenza antifascista. Il primo maggio '22 esiste già un
nucleo abbastanza attivo, anche se non risulta ancora formalmente legato all'organizzazione provinciale comunista (già informato tuttavia - e consenziente in
pieno - sui principi della terza internazionale).
Bellino Iori racconta: «Quella del '22 fu l'ultima ricorrenza del primo
maggio a essere celebrata pubblicamente a Reggio. Noi giovani di Montecavolo
ci recammo in città di buon mattino per prendervi parte. Parlavano al teatro
municipale esponenti di diverse correnti: PrampoIini e D'Aragona per i riformisti, il repubblicano Schinetti, il comunista dotto Gasparini. Andavamo di traverso, per i campi, perché i fascisti pattugliavano la strada e sarebbe stato difficile uscire da Montecavolo. Davanti alla Banca d'Italia gruppi di fascisti fermava(320) G.s., 4 settembre 1921; inoltre testimonianza Ercole Curti e Bellino loti.
(321) G.S., 12 febbraio 1922.
(322) All'Armi, 19 febbraio 1922.
60
no i lavoratori e menavano botte da orbi a chi aveva in tasca il biglietto d'invito.
Poi c'era un cordone di guardie regie attorno al teatro. Ma anche i nostri picchiavano. Squadre di arditi del popolo menavano i fascisti e riuscivano a creare dei
corridoi nella piazza, atraverso i quali passavano i lavoratori per entrare in teatro.
Un gruppo di noi, con altri giovani di Rivalta (tra cui Scanio Fontanesi), riuscimmo a salire lo scalone del municipale e a portare nella manifestazione un
grande quadro del martire Agostino Zaccarelli. Nel pomeriggio torniamo a casa,
sempre attraverso i campi. Subiamo un'aggressione al Rubbianino. Finalmente
riusciamo a rientrare in Montecavolo, ma davanti alla cooperativa ci accoll?;ono due
altri fascisti con rivoltelle, fermano Abele Munarini che aveva scritto in grande
una parola d'ordine antifascista. Gli trovano L'Asino in tasca e lo bastonano a
sangue. Poi vanno a Salvarano e anche là picchiano. Allora ci organizziamo per
fermarli al ritorno. Armando Longagnani, io e altri, con coltelli in tasca, andiamo
incontro ai fascisti e li troviamo nei pressi del cimitero. Uno di loro, chiamato
Tartaiòun perché balbuziente, aveva· avuto un diverbio con un nostro compagno
di Salvarano, Alberto Gianferrari, balbuziente anche lui. Immagina che discussione. Ma quando ci incrociano presso il cimitero fanno per assalirci. Con aria da
uomo importante, uno perquisisce le tasche del compagno Longagnani e incontra
la lama del coltello tagliandosi per bene. Longagnani allora rovescia in terra gli assalitori poi via con una loro bicicletta. Piuttosto imbronciati i fascisti arrivano a
Montecavolo e, sempre pistola in pugno, si mettono a sparacchiare mandando a
letto tutti quelli che incontrano» (323).
Nell'aprile del '23 si costituisce la prima cellula comunista di Montecavolo
per iniziativa di Secondo Menozzi e Bellino lori. Vi aderiscono Ercole Curti, Ernesto Beneventi, Reverberi, Baricchi. «Fui reclutato da Iori e da Menozzi racconta Ercole Curti - . La cellula si mise subito al lavoro con la propaganda.
Verso la fine dell'anno a Montegaio si ebbe il primo convegno comunista che si
sia tenuto dalle nostre parti. Erano presenti anche compagni di altri paesi. La
riunione fu presieduta da un dirigente nazionale, che spiegò le ragioni della nascita del partito e illustrò la natura di classe del fascismo, le sue radici nei gruppi
dominanti del capitalismo italiano» (324).
Intanto si va formando l'organizzazione anche a Puianello. I comunisti
delle due frazioni operano per lo più congiuntamente e mantengono i collegamenti con il centro provinciale attraverso l'organizzazione di Rivalta, dove funziona un nucleo di coordinamento che in pratica estende la propria attività a tutto
il vasto settore della pedecollina e della media montagna. I 19 voti che si registrano
alle elezioni politiche del '24 in tutto il comune di Quattro Castella non riflettono
certo l'intera realtà quantitativa dell'organizzazione comunista in quel momento,
date le condizioni in cui si svolge la consultazione elettorale. E' però egualmente
certo che si tratta ancora di poche diecine di iscritti. Non è un partito di massa,
ma di quadri, di attivisti che per di più lavorano in condizioni cospirative. In tali
condizioni l'attività più pericolosa ma certo più efficace (trattandosi fra l'altro
di ricostruire quasi da capo tutto il movimento proletario) è quella di proselitismo
(323 ) Testimonianza Bellino lori.
(324 ) Testimonianza Ercole Curti.
61
e di propaganda. Il gruppo dei comunisti di Puianello (Ideo Orlandini, Ciro Bertolini, Alberto Motti, Italo Rozzi, Roberto Rozzi, Alberto Storchi, Pierino Corradini e altri) diffonde nella primavera del '25 materiale propagandistico alle
Forche e a S. Felice. Nello stesso periodo un gruppo composto da attivisti delle
due frazioni (Secondo Menozzi, Ideo Orlandini, Bellino Iori, Adolfo loti e Alberto Storchi con l'aiuto di altri giovani) organizza un vasto piano di propaganda per il 1" maggio 1925.
« Ci dividemmo i manifestini - racconta ancora Bellino Iori - nei pressi
di Montegaio, poi ciascuno prese una direzione diversa. Eravamo d'accordo, se
non fosse riuscita l'impresa, di lasciare il materiale sul greto del Crostolo tra
Puianello e S. Felice. Ma i fascisti erano di pattuglia ovunque, come alla vigilia
di ogni primo maggio. Fermarono e interrogarono un po' tutti. lo fui bloccato
mentre tentavo di riportarmi a Montecavolo. Mi condussero alla sede del fascio e
cominciarono a interrogarmi... con le mani. Arrivarono fascisti di Puianello, un
certo Mussini e un altro assai noto energumeno, con un pacco di volantini trovati
nel greto del Crostolo. Dopo altre botte mi rilasciarono intimandomi di non uscire
più alla sera per almeno due mesi. A casa avevo una rivoltella, materiale di propaganda e un elenco di sottoscrittori. Recuperai subito questo materiale e lo consegnai al compagno Morelli, che abitava nella mia stessa casa. Il mattino seguente
passarono i carabinieri in carrozza. Avevano preso Ideo Orlandini e Alberto Storchi. In casa di questi avevano trovato alcune tessere del soccorso rosso sotto un
trave. Una era firmata da me. A notte i fascisti vennero a casa mia. Mi portarono
in una cascina, mi fecero ripetere la firma, poi mi legarono su una panca. Uno
di loro mi si sedette sopra. Cominciarono a frustarmi e a chiedermi se conoscevo
il tale o il talaltro. Erano nomi di antifascisti, ma io dissi che li sentivo allora
per la prima volta. Trascinarono mio padre al fascio e gli dissero che dovevano
ammazzarmi. Poi mi diedero una bicicletta, mi portarono con loro a Quattro Castella e mi chiusero in camera di sicurezza. Mi feci portare un etto di mortadella
e ne usai i lardini per ungere le piaghe prodotte dalle scudisciate. Non riuscendo a
strapparmi nessuna ammissione, mi portarono alla Moia e legato mi calarono giù
per un pozzo. L'interrogatorio continuò cosi, sempre senza esito. Quindi ancora
in camera di sicurezza. E il mattino seguente mi condussero legato, con Adolfo
Iori e Ideo Orlandini, sul treno di Piazzola, a Reggio. In Gardenia la gente ci
guardava, così legati, come fossimo ladri di galline. E noi a spiegare che no, non
eravamo ladri di galline. Intanto le operaie del calzificio facevano ressa. Alcune
- di Cavriago - ci avevano riconosciuti. La ressa delle maestranze paralizzava
le operazioni dei nostri angeli custodi. Un carabiniere andò a telefonare. Giunse
il cellulare che ci portò in S. Tomaso. lo fui messo subito in isolamento. Gli
altri due compagni li vedevo quando ci portavano all'aria. Un mattino, arrampicatomi sull'inferriata, vidi dei muratori che lavoravano nel cortile. Scrissi un breve
messaggio su una scatola di svedesi e la buttai giù. Pochi giorni dopo ci chiamarono in parlatorio. L'avv. Laghi si era interessato al nostro caso. Ci rilasciarono
in libertà provvisoria dopo 24 giorni di carcere» (325).
Molti altri comunisti vengono perseguitati e arrestati in quegli anni. An(325 ) Testimonianza Bellino Iori.
62
cora Enzo Beneventi di Mcintecavolo, operaio alle «Reggiane », viene frustato
nello stesso 10 maggio 1925 (326). Ma continua l'attività di propaganda, di colletta per il soccorso rosso, di contatti e riunioni. Gli attivisti di Puianello, di
S. Felice e delle Forche si riuniscono in boschetti di acacie presso la vasca di
Corbelli (327). Sempre nel '25, il 12-13 dicembre, delegati del Comune di Quattro Castella partecipano allo congresso provinciale del partito, in una capanna
in mezzo ai campi di Villa Argine (alla presenza di Enzo Ravagnan).
Nel '26 ancora aggressioni. Racconta Sergio Monchiari di Puianello: «I
fascisti vedevano ombre dappertutto. Anche i garofani rossi erano ombre pericolose. Li toglievano dall'occhiello dei lavoratori e li sostituivano con nastrini
biancorossoverde. Così fecero a me all'osteria delle Forche. Però dissi loro che
togliendo il garofano non mi cambiavano le idee in testa. Alla sera trovai in casa
l'invito a recarmi al fascio di Puianello. Fui portato davanti al direttorio riunito,
che mi contestò la frase del pomeriggio. Mi diedero tre violenti schiaffi. L'ultimo
non l'ho nemmeno sentito. Tornai a casa imbambolato. Da quel giorno mi pedinarono sempre. Lungo il Crostolo una sera mi spararono alcuni colpi. Dovetti nascondermi in casa della figlia di un fascista che aveva qualche simpatia per me.
Tante volte venni spiato da provocatori che poi mi facevano trascinare davanti al
direttorio. Come me continuavano a essere perseguitati decine di compagni» (328).
Purtroppo non è possibile far cenno di tutti gli arresti e persecuzioni del
periodo cospirativo. Gli esempi che abbiamo riferito e gli altri che riferiremo sono
indicativi di una condizione che riguarda diversi antifascisti di Puianello, di Montecavolo, di Salvarano e, sia pure in minore misura, di Roncolo e di Quattro
Castella (329).
A ogni visita di Mussolini, di sabaudi o di alti gerarchi a Reggio, mentre il
comune e il fascio organizzano la partecipazione dei fedelissimi ai festeggiamenti
(330), gli antifascisti vengono arrestati o fermati o diffidati. Il 30 ottobre '26
il duce visita Reggio. Il giorno dopo, a Bologna, il giovanissimo Anteo Zamboni
attenta alla sua vita. Il primo novembre si fanno arresti ovunque. Racconta Enzo
Beneventi: «Molti di noi, socialisti e comunisti di Montecavolo e Puianello,
fummo arrestati. Ricordo che oltre a me presero Innocenzo Valeriani, Fermo
Parmigiani, Luca Reverberi, Ciro Bertolini, Augusto Iori, Ercole Curti. Ci porta(326) Testimonianza Enzo Beneventi.
(327) Testimonianza Roberto Rozzi.
(328) Testimonianza Sergio Monchiari.
(~29ì Dal riassunto dello schedario dell'archivio A.N.P.P.LA. (Associaz'one nazionale
persegUItati politici antifascisti) di Reggio Emilia, fogli 56 e 57, riportiamo i nomi dei perseguitati del comune di Quattro Castella nel corso del ventennio: Antonio Albotti (più volte
bastonato); Vincenzo Baroni ( continuamente «chiamato in ,sede»); Massimo Benevelli (carcere - 2 anni di confino - persecuzioni varie); Enzo 'Bedini( arrestato nel 1934); Pietro Castaldi (2 mesi di carcere - 2 ,anni di ammonizione - persecuzioni varie); Ercole Curti (arrestato 2 volte); Aldo Fontanesi (carcere e persecuzioni varie); Gino Giberti (carcere confino - persecuzioni varie); Sperindio Ghidoni (condannato a 2 anni di carcere nel 1939);
Dante Grasselli (picchiato e ferito n 5 giugno 1922); Bellino Iori( arrestato 2 volte e
torturato); Cleonice Munari; Pierino Spaggiari (carcere e persecuzioni varie); Giovanni Spaggiari ,( bastonato più volte); Renzo Tor,reggiani (diversi anni di carcere); Innocenzo Valeriani
(bastonato più volte - deportato in campo di concentramento).
(330) Lettere e circolari in A.Q.C. 1924, categ. l", cl. 5", fascic. l°; A.Q.C. 1926, categ.
l", cl. 5·, fascic. l°; A.Q.C. 1927, categ la, cl. 5", fascic. l°.
63
rono in carcere a Montecchio con tanti altri. Fummo percossi e frustati. Ci rilasciarono il 5 novembre. Al ritorno facemmo la strada a piedi attraverso i campi.
Ma i fascisti trovarono il modo di aggredirci e picchiarci anche durante il ritorno» (331).
Malgrado l'occhiuta sorveglianza, l'attività illegale prosegue e si moltiplica.
La propaganda viene portata a casa dei contadini e dei casanti con l'impiego di
una più estesa rete di attivisti. I giorni che precedono il primo maggio rappresentano sempre un'occasione per intensificare i contatti. Nell'aprile '27 viene nuovamente arrestato Ercole Curti, questa volta per diffusione di idee sovversive
a mezzo di manifestini. Dopo 11 mesi di carcere preventivo sarà poi assolto
per insufficienza di prove.
Nella stessa primavera '27, alla Madonna della Battaglia, si svolge un
convegno comunista interprovinciale sui problemi del mondo contadino. Vi partecipa Giuseppe Di Vittorio. Ormai il ghiaccio può dirsi veramente rotto. L'attività clandestina dei comunisti si sviluppa in ragione diretta dell'intensificarsi della
sorveglianza e della persecuzione fascista. Ma qualche volta si riesce ad attuare
anche iniziative di carattere legale, sempre intese ad ampliare i contatti fra i lavoratori e a mobilitarli, sia pure nei limiti di impostazioni politiche assai indirette
e sottintese. Il partito comunista consiglia i suoi membri di iscriversi ai sindacati
fascisti per svolgere all'interno delle organizzazioni ufficiali una elementare attività di massa. Augusto lori ci spiega che negli anni venti, essendosi iscritto al
sindacato braccianti, i lavoratori gli concedono fiducia e lo incaricano di trattare
le tariffe con i padroni, anche se segretario del sindacato agricolo - nell'ambito
dell'organizzazione corporativa - è un padrone, il suo (332). Roberto Rozzi di
S. Felice, contadino, racconta che occasioni di contatto con un certo numero
di lavoratori erano offerte dalle assemblee della latteria sociale. «Si sviluppò una
volta una discussione sulla gestione. Riuscimmo a creare una larga unità per allontanare un cascinaio fascista. Coalizzare i contadini su una questione del genere
non era facile. I motivi riguardavano naturalmente la gestione dal punto di vista
dell'indirizzo politico. Ma i fascisti trovavano radici politiche in ogni azione che
avesse come strumento l'unità dei lavoratori, e avevano ragione. Se non era per
l'intervento di Galaverni (direttore delle latterie riunite, di idee socialiste) presso
il presidente della corporazione provinciale, ci avrebbero tutti riempiti di botte
e forse incarcerati. La spuntammo noi: il cascinaio se ne andò e fu sostituito da
un altro che poi, attorno al '35, aderì al nostro partito» (333).
Nel 1928 le provincie di Parma e di Reggio sono in piena attività antifa·
scista. A Budrio di Correggio, presente Teresa Noce, si svolge un congresso
provinciale al quale partecipano delegati di Montecavolo: Bellino lori, Enzo
Beneventi, Ercole Curti (34). Nelle due provincie si ricostituisce l'organizzazione giovanile comunista (335) con nuove numerose adesioni. «Viene crea(331) Testimonianza Enzo Beneventi. Inoltre, Testimonianze Ercole Curti e Augusto Iod.
(332) Testimonianza Augusto Iori.
(333) Testimonianza Roberto Rozzi.
(334) Testimonianza Enzo Beneventi.
(335) A Dal Pont, A. Leonetti, P. Maiella, L. Zocchi, Aula IV / tutti i processi del
tribunale speciale fascista - Roma, 1961, pago 134.
64
ta - riferisce Gismondo Veroni - una zona del movimento giovanile per la
pedecollina, con centro a Rivalta. Anche nel comune di Quatro Castella si organizzano piccole cellule: a Puianello (Forche e S. Felice), a Montecavolo e al Rubbianino. Quello di Forche - S. Felice era un gruppo molto forte e attivo. Un
dirigente qualificato di Rivalta, Fernando Menozzi, operava a Puianello. L'attività di questi gruppi giovanili si confondeva sostanzialmente con quella del partito. Anzi fu proprio quella un'occasione di rinnovamento dei quadri. lo, che dirigevo la zona, mi tenevo in contatto con Bruno Montermini di Reggio, che portava la stampa per le nostre celluce. Giornali e manifestini arrivavano direttamente da Parigi. Portavamo con noi questo materiale e facevamo riunioni di piccoli gruppi in case contadine o all'aperto, nelle macchie attorno alla vasca di Corbelli. Poi a notte alta i giovani portavano il materiale di propaganda nelle case.
Grazie alla nostra attività, la popolazione aveva informazioni fresche sulla lotta
antifascista, veniva a conoscenza dei programmi e delle parole d'ordine del partito
e si formava in essa la coscienza che un forte movimento operava contro la dittatura. Era importante tenere viva questa tensione, un interesse dei lavoratori per
noi e per le nostre idee. Per molti anni fu proprio la nuova generazione ad assicurare la continuità della lotta in tutta la zona. Grazie a questa presenza l'organizzazione del partito, anche in seguito, non venne mai meno in tutta la pedecollina» (336).
Nel maggio '28 la polizia scopre l'esistenza dell'organizzazione giovanile
comunista nel parmense e nel reggiano e procede a numerosi arresti. Il 26 maggio viene fra gli altri arrestato il ventitreenne artigiano Primo Del Monte, di
Montecavolo. Il 27 febbraio dell'anno seguente si celebra il processo davanti al
Tribunale speciale per la difesa dello Stato (istituito nel '26). Gli imputati sono
in gran parte ritenuti colpevoli di « avere in territorio di Parma e di Reggio Emilia, in epoca precedente e fino al mese di maggio 1928, appartenuto al partito
comunista già disciolto dalla pubblica Autorità e fatto propaganda dei programmi,
dottrine e metodi d'azione dello stesso partito mediante riunioni e diffusione di
stampati sovversivi... Del Monte, calzolaio... ebbe incarico di costituire una cellula» (337). Il Del Monte viene condannato a 1 anno di carcere. Va ricordato
che una maggiore pena fu evitata anche per le favorevoli informazioni fornite al
Tribunale dal parroco di Montecavolo Don Castagnini.
«A Quattro Castella (Re) vengono diffusi nel 1930 l'Unità e La riscossa
proletaria. Su alcuni edifici appaiono bandiere rosse» (338). Si tratta di iniziative
in realtà attuate a Montecavolo e Puianello. Diverse bandiere rosse appaiono
esposte su alberi e paloni. A Puianello, nei locali dell'ex-cooperativa, viene scoperta una copia de l'Unità clandestina del 13 settembre 1930 e inoltre un giornaletto di fabbrica e un numero de La riscossa proletaria. Il 12 novembre è arrestato Ideo Orlandini, imputato di «avere in Puianello di Quattro Castella (Reggio Emilia) in epoca anteriore e fino al 12 novembre 1930 appartenuto al partito
comunista già disciolto dalla pubblica Autorità, e per avere nelle stesse circo(336) Testimonianza Gismondo Vetoni.
(337) Archivio del comitato provinciale dell'associazione perseguitati politici antifascisti - Sentenza del tribunale speciale n. 17 del 27-2-1929 (copia fotostatica), c~rtella n. 1 - T.S.
(338) A Dal Pont, A. Leonetti, P. Maiello, L. Zocchi, a.c., pago 210.
65
stanze di tempo e di luogo fatto propaganda delle dottrine, dei programmi e
metodi di azione del P.c., mediante diffusione di manifesti sovversivi ed esposizione di drappi rossi ». Un testimone, al processo del 15 dicembre '31, afferma
che l'Orlandini fa sempre propaganda, «talvolta esprimendo perfino le sue idee
antifasciste nei discorsi fra amici ». Ma il tribunale, pur accertando che l'imputato
passò dal partito socialista a quello comunista, non dispone di prove per determinare la fondatezza delle imputazioni e in particolare l'appartenenza al partito
anche nel '30. Orlandini, dopo un anno di carcere preventivo, viene cosÌ assolto
per insufficienza di prove (339) e rientra in Puianello dove riprende subito l'attività clandestina.
L'anno dopo si ha un ulteriore sviluppo delle organizzazioni comuniste
sia a Puianello, dove si costituisce una nuova cellula con lo stesso Orlandini, Adolfo
Iori, Alberto Storchi e altri, che a Montecavolo, dove aderisce il giovane Romeo
Ghidoni, bellissima figura di combattente, e con lui Fiero Catellani, Valdo Morini,
Nello Strozzi e Augusto Catellani. Nel '31 e nel '32, anni in genere assai difficili
per l'organizzazione del partito comunista in Italia (340), malgrado l'interruzione
dei collegamenti con il centro nazionale, l'attività locale di propaganda, di raccolta del soccorso rosso e di riunioni si mantiene abbastanza intensa. Alla fine del
'32 riprende la diffusione di manifestini da parte delle cellule giovanili e adulte.
Dirigenti comunisti di Rivalta intervengono alle riunioni delle varie organizzazioni
di Rubbianino, Montecavolo e Puianello. Il centro di Rivalta, tramite Giovanni
Ferrari di Montecavolo, riprende i collegamenti con l'emigrazione antifascista e
smista la stampa clandestina. Il 28 gennaio '33, però, Ferrari è arrestato con
numerosi altri dirigenti reggiani e, oltre un anno dopo, condannato dal tribunale
speciale a 9 anni di carcere (341).
Nel 1933 (primavera) si hanno ancora adesioni alla cellula di S. Felice
diretta da Roberto Rozzi, mentre a Montecavolo, Scampate e Tempie si svolgono
diverse riunioni clandestine organizzate da Bellino Iori, Fiero Catellani, Primo
Del Monte, Mario Belletti e Sperindio Ghidoni. In una di queste riunioni si
discute, probabilmente per la prima volta, un'indicazione nuova del centro del
partito, cioé il lavoro di contatto verso i cattolici. E in seguito, tramite un giovane
comunista proveniente dall'azione cattolica, Gino Casotti, i contatti cominciano a
(339) Archivio del comitato provinciale dell'associazione perseguitati ,politici antifascisti. Sentenza del tribunale speciale n. 76 del 15-12-1931 (copia fotostatica), Cartella n. 2 -T.S.
,(340) Palmiro Togliatti, Discorso al presidium dell'Internazionale comunista (19 dicembre 1933): « ... il colpo che ,la reazione ci ha interto verso la metà del 1932 è stato il più
grave che il nostro partito abbia subito dopo il passaggio alla piena illegalità ... Verso la metà
del 1932 tutti i legami fra i centri del partito e le organizzazioui di base furono tagliati »,
in Critica marxista, settembre-ottdbre 1970, pagg. 182-183.
(341) Arohivio del comitato provinciale dell'associazione perseguitati politici antifascisti
- Sentenza del tribunale speciale n. 8 del 10-2-1934 (copia fotostatica), cartella n. 2 - T.S.:
«Nella provincia di Reggio Emilia, dopo il R. Decreto di amnistia deI 5 novembre 1932 - XI n. 1403, si manifestò un risveglio d'attività comunista che culminò nella costituzione di una
vasta organizzazione distinta in due gruppi: adulti e giovanile». Si erano 'stabiliti collegamenti con ,il centro estero di Parigi fra il dicembre 1932 e il febbraio 1933. Erano giunti a
Reggio Emilia, uno dopo l'altro, tre funzionari del P.c.I. per dare istruzioni e direttive,
per tenere riunioni e per distribuire stampa sovversiva portata in valigie a doppio fondo
(Gaetano Invernizzi - Gian Carlo Pajetta). Giovanni Ferrari «assunse l'incarico di recapito
dei funzionari comunisti che venivano dall',estero ». Da Invernizzi ebbe ,tra l'altro istruzioni
per la costituzione del comitato federale giovanile.
66
svilupparsi poslt1vamente, all'inizio solo con l'adesione alle sottoscrizioni del soc"
corso rosso, poi con discorsi e conversazioni plitiche sulla natura del fascismo (342).
Nel '34 ancora fermi e arresti, tra cui quello di Enzo Bedini di Montecavolo. Ma nell'inverno fra il '34 e il '35 l'organizzazione si estende e si consolida. Fernando Menozzi di Rivalta stimola la ripresa della cellula giovanile di
S. Felice, alla quale aderiscono altri giovani: Igino Giberti, Piero Spaggiari, Aldo
Fontanesi, Renato Valentini, Artemio Rozzi, Massimo Benevelli. L'organizzazione
adulta con Roberto Rozzi, Dante Cuccolini (giovani anche loro) e diversi altri, in
collegamento con Sanio Fontanesi di Rivalta, promuove· riunioni sotto il ponte
del Crostolo, oppure in una capanna di Ideo Orlandini. Nello stesso anno e nel
successivo la propaganda si fa più specifica. Le generiche parole d'ordine contro
il fascismo e la sua natura di classe si precisano ora nell'individuazione della sua
strutturale vocazione alla guerra. La condanna dell'aggressione all'Etiopia e dell'intervento contro la repubblica spagnola diventano elementi di mobilitazione
popolare, di agitazione di massa. Si precisano gli apprezzamenti comunisti del
problema contadino, si va cioé delineando una politica, che è alla base di una
ripresa qualitativamente nuova dell'organizzazione, una fase di trasformazione
del partito di quadri in partito di massa nelle campagne; e anche uno sforzo
per integrare finalmente i criteri cospirativi avviando il partito al colloquio
aperto con il mondo del lavoro. Sforzo che tuttavia si imbatte in una fase di relativo assestamento del fascismo ma che proprio per questo, per la maggiore
capacità del regime di tacitare la coscienza popolare, diviene più assiduo e cerca
una maggiore più diretta presa di contatto con la realtà dell'ambiente sociale
e umano.
All'inizio del '37 altre adesioni, fra cui meritano di essere ricordate quella
di Erminio Racchi di Puianello (che sarà fra i primi organizzatori delle case di
latitanza durante la guerra di liberazione) e quella di Renzo Torreggiani di Roncola (che di lì a poco tempo diventerà uno dei più qualificati esponenti del
partito comunista nella zona pedecollinare) .
. Ora il movime!).to dispone di un'ampia e articolata rete di attivisti. Talino
Fiaccadori, che dal centro ha avuto il compito di seguire - nell'ambito della pedemontana - il settore di Montecavolo, Rubbianino e S. Rigo, ci spiega che l'attività si sviluppa ora non solo nella propaganda e nella raccolta di fondi per il
soccorso rosso, ma anche nell'opera di ristrutturazione organizzativa: «Tenevo
i .contatti con Bellino Iori, i cugini Romeo e Sperindio Ghidoni, Primo Del Monte, . Nello Strozzi. In particolare m'incontravo spesso con Fiero Catellani dello
Scampate. Si trattava di articolare il partito in modo più capillare, non solo per
esigenze cospirative, ma anche per estendere il contatto a una più ampia base di
lavoratori. Procedemmo alla creazione di gruppi di non più che 4 o 5 compagni
ciascuno. Raccoglievo da questi gruppi anche il denaro del soccorso rosso, lo chiudevo in due barattoli da conserva che poi seppellivo nei pressi di una pianta
convenuta» (343).
.
Il '39 è Un anno tremendo per l'organizzazione comunista reggiana. Tut(342) Testimonianza Sperindio Ghidoni.
(343) Testimonianza Talino Fiaccadori.
67
tavia, « ... malgrado i continui arresti fatti dalla polizia fascista », l'organizzazione
«è sempre riuscita a mantenersi in vita. Questo è avvenuto grazie alla tattica
già precedentemente consigliata dalla Direzione », « di creare compartimenti stagni,
che alla prova dei fatti si sono dimostrati di una utilità incomparabile» per la
continuità dell'attività politica (344). L'attività dunque prosegue, benché si tratti
di un anno fecondo per la commissione di confino e per il tribunale speciale.
Numerosi gli arrestati anche nel territorio di Quatro Castella. «La commissione
provinciale - riferisce Igino Giberti di S. Felice - mi condannò a tre anni di
domicilio coatto insieme con il compagno Massimo Benevelli. Ci portarono a
Pisticci di Matera. C'era un commissario fascista che dirigeva la colonia. Ma non
avevamo perso il gusto dello studio e della lotta. Il compagno Bigi teneva lezioni
di marxismo e commentava il Manifesto del partito comunista. In breve creammo
una biblioteca (anche con la Treccani) tenendo naturalmente ben nascosti
mimetizzati i testi sovversivi. Lavoravamo, abbiamo praticamente costruito un paese.
Ma organizzavamo anche rivendicazioni prendendo spunto dal trattamento alimentare» (345).
Nell'aprile '39 «una irruzione della polizia in un cascinale di Codemondo,
durante una riunione clandestina, permette l'arresto di alcune decine di comunisti di Reggio Emilia, Cavriago, S. Bartolomeo, Vezzano sul Crostolo, Quattro Castella, Bagnolo, Correggio e di altre località della montagna e della bassa» (346).
Alcuni dei maggiori dirigenti comunisti del comune di Quattro Castella
vengono arrestati fra 1'11 e il 17 aprile: Sperindio Ghidoni di Montecavolo, Renzo
Torreggiani di Roncolo, Renato Felici e Pierino Spaggiari di Puianello. «I fascisti autori degli arresti e dei primi interrogatori - racconta Torreggiani probabilmente avevano desiderio di celebrità e di avanzamento. Gonfiavano
artificialmente la nostra attività. In quel periodo, è vero, si lavorava seriamente
e intensamente. Ma quando al processo ci leggevano i verbali della polizia, avevamo la sensazione di essere considerati personaggi molto pericolosi, promotori di
un'attività che, se fosse veramente stata intensa come dicevano loro, avrebbe
potuto scuotere e mobilitare l'intera provincia» (347).
Il processo si conclude davanti al tribunale speciale il 23 ottobre. Imputazione: « ... aver partecipato ad una associazione a carattere comunista diretta a
sovvertire violentemente gli ordinamenti economici e sociali costituiti nello Stato; ...
avere, in concorso fra loro e con altri, fatta propaganda per il sovvertimento violento degli ordinamenti economici e sociali costituiti nello Stato» in territorio
«di Reggio Emilia e comuni limitrofi in epoca precedente e' fino alla data dei
rispettivi arresti ». In base alla ricostruzione fatta dagli inquirenti l'organizzazione del partito si sarebbe articolata come segue: settore a) - Cavriago, Codemondo e S. Bartolomeo; Settore h) -Vezzano, frazioni di: Quattro Castella e
°
.
(344) 1939-1945, Partito Comunista Italiano - Federazione prov,inciale di Reggio Emilia,
Relazione Congresso Provinciale - Reggio Emilia, 1945, pago 12.
(345) Testimonianza Igino Giiberti.
(346) A. Dal Pont, A. Leonetti, P. Maiello, L. Zocchi, a.c., pago 306. V. anche Testimonianza Aldo Magnani in I,stituto per la Storia della Resistenza e della Guerra di Liberazione in Provincia di Reggio EmHia, Origini e primi atti del C.L.N. provinciale di Reggio
Emilia, cit., pago 20; Testimonianza Giannino Degani in id., pago 22.
(347) Testimonianza Renzo Torreggiani.
68
alcune frazioni di Reggio Emilia; settore c) - Bagnolo, frazioni di Correggio e alcune altre frazioni di Reggio Emilia. A parte alcune imprecisioni topografiche, lo
schema è presentato come modello di perfetta articolazione del partito comunista che, malgrado l'effettiva intensa attività, non poteva ovviamente essere realizzata nelle condizioni del tempo, le quali esigevano elasticità di contatti e producevano fatalmente pause e lacune dell'organizzazione. Anche la descrizione della
«sistematica attività criminosa », fatta di propaganda verbale, audizioni radiofoniche antifasciste, diffusione di materiale propagandistico prodotto dal comitato
federale, riscossione dei contributi pro-vittime politiche, reclutamento di nuovi
adepti, benché rifletta alcune linee di lavoro effettivamente impostate e attuate,
è comunque tale da far presupporre una clamorosa e costante presenza delle cellule comuniste nella vita locale, impossibile in quelle condizioni di clandestinità.
Gli imputati potevano magari sentirsi lusingati per queste amplificazioni gratuite
che in fondo rivelavano anche un complesso di inferiorità, una severa paura del
regime per l'avversario comunista, ma il risultato non poté che essere quello di
dure condanne: 8 anni a Renato Felici, 5 a Sperindio Ghidoni, 8 a Pierino Spaggiari, 8 a Renzo Torreggiani. Complessivamente furono comminati ai 23 imputati
reggiani 128 anni di carcere (348).
E' un duro colpo per il movimento, che viene a mancare di alcuni dei più
attivi esponenti. Lo slancio, la penetrazione nel mondo contadino, il dialogo avviato con elementi di altra formazione ideologica ne restano per un po' di tempo
mortificati. L'organizzazione scompare praticamente nella parte occidentale del territorio del comune (Roncolo - Quatro Castella) per il venir meno di Renzo
Torreggiani, il solo in grado di mantenere il contatto del partito comunista con i
lavoratori di quella zona. A Montecavolo la vita di partito si riduce notevolmente,
concentrandosi nella zona di Scampate, sempre vivace e pronta a ogni intervento,
detta per questo piccola Russia. Una seconda piccola Russia è quella di S. Felice,
dove si raccoglie l'attività dei comunisti di Puianello. Ma il momento politico particolarmente duro, lo scoppio della guerra nel '40, avrebbero richiesto maggiore
capacità di penetrazione e apertura per una mobilitazione popolare.
Tuttavia una certa ripresa non tarda a farsi sentire, soprattutto a Puianello
e a Montecavolo con la propaganda contro la guerra. A Montecavolo la sensibilità
popolare non viene mai meno e si manifesta in forme anche vivaci, talora in forma
di estemporanei dispetti nei confronti di qualche gerarca. Alcuni giovani comunisti e simpatizzanti si comportano da autentici contestatori. Dino Olivi, Domenico
Morelli, Otello Garavaldi, Carlo Bojardi disertano il sabato fascista e per questo
vengono chiamati in sede e anche picchiati. Quando vanno al « sabato» si rifiutano
di correre e di prodursi in altre goffe figure di addestramento premilitare (349).
Un po' prima della guerra lordavano manifesti fascisti, turbavano le riunioni
del dopolavoro schiacciando capsule puzzolenti oppure imitavano l'ululato del
lupo al passaggio dei gerarchetti. Così per un certo periodo Dino Olivi e un altro
venivano mandati a letto alle 21, una specie di coprifuoco personale.
Ma è in genere la popolazione di Montecavolo che anche nei frangenti più
,
(348) AlJchivio del comitato provinciale dell'associazione rperseguitati politici antifascisti
- Sentenza del tribunale speciale n. 120 del 23 ottobre 1939 '(copia fotostatica), cartella n. 4 T.S.
(349) Testimonianza Dino Olivi.
69
ardui sa mantenere un contegno ironico e dissacrante nei riguardi dei signori in
orbace. Uno di questi anzi, scendendo dalla corriera una sera del '39, viene picchiato per certi suoi modi da ducetto. Naturalmente le carezze sono rimaste per
lui anonime e così si è vendicato mandando a letto o chiamando in sede, a caso,
qualche giovane ribelle.
Gli operai che aspettano la corriera per andare al lavoro o che vanno a
Reggio in bicicletta non mancano a loro volta di usare motti di ironia corale
verso i soliti gerarchi. Tra questi, una fiduciaria della G.I.L. piuttosto suscettibile
manda il 24 aprile '42 una lettera al commissario del comune e per conoscenza
ai reali carabinieri e al segretario politico: «Ogni mattino, alle ore 7 circa,
mentre attendo a Rivalta il tram (sic) di Quattro Castella, gli operai di Montecavolo che si recano all'officina, passandomi accanto, si permettono di mancarmi
di rispetto. Vi avverto nella speranza che ad un Vostro richiamo questo non
accada più. Sarei dolente, in caso contrario, di essere costretta a informare il
Federale» (350).
Gente spiritosa quella di Montecavolo, ma anche capace di far le cose
sul serio. La ripresa del partito comunista è tale da migliorare la stessa situazione
precedente al '39. Nell'autunno '42 rientra dal carcere Sperindio Ghidoni e contemporaneamente si sviluppa l'attività clandestina. Si formano, nella frazione, due
cellule: una al centro con Bellino lori, Primo Del Monte, Mario Belletti, Sergio
lori, Emilio Grossi, Dino Olivi, Otello Gatavaldi, Alvato lotti, Fetnando Reggiani; una allo Scampate con Spetindio Ghidoni, Romeo Ghidoni, Fiero Catellani,
Lidia e Antinea Valeriani, Pierino Ghidoni, Novella Ghidoni, Augusto Catellani (351).
Nella vicenda pur discontinua e frammentaria di un ventennio di vita del
partito comunista, non può sfuggire la linea ascendente che si manifesta non solo
nella crescita numerica, ma specialmente nella ricerca di uno sviluppo degli interessi politici, di una svolta nel rapporto con la popolazione rispetto alla vecchia
esperienza riformista. lnnanzitutto nel tipo di programma, di aspettativa, di
proposta.
«Arrivando al partito comunista - spiega Renzo Torreggiani - noi giovani eravamo convinti che non si poteva semplicemente riprendere il discorso
dal punto in cui l'aveva interrotto la precedente organizzazione socialista. Non
venivamo da quell'organizzazione, non ne avevamo sofferto l'esperienza, anche se
compagni più anziani di noi, come Bellino lori e altri, ci avevano insegnato successi e fallimenti di quell'esperienza trasmettendoci i loro entusiasmi e le loro delusioni. Non riuscivamo nemmeno a concepire il partito come avanguardia strettamente operaia, cioé uguale al partito che i nostri predecessori avevano creato nel
'21 a Reggio. Se avessimo pensato così avremmo fallito alla svelta nel nostro
intento, anche perché capivamo che la classe operaia, per il suo programma di
generale trasformazione rivoluzionaria, era necessariamente portata a concepire
la sua funzione d'avanguardia nel contesto di una stretta alleanza con le classi
contadine. D'altra parte lo spazio che avevamo davanti era proprio quello di un
(350) A.Q.C., categ. 1", cl. 4., fascic. 3°.
(351) Testimonianze Peppino Catellani e Sperindio Ghidoni.
70
mO'ndo contadino vario, generoso, contradditorio ma combattivo, capace di intuizione, abbastanza' conoscitore della propria sorte da distinguere rapidamente i veri
dai falsi' amici. Era proprio questo mondo contadino che dovevamo studiare
e avvicinare. Ma non sarebbe bastato offrirgli delle dottrine per avere le carte in
regola. Bisognava che noi fossimo un'organizzazione seria non per l'occasione, non
strumentalmente, ma nei fatti. Così il contadino comunista doveva avere un'etica
particolare, essere' un bravo contadino, all'avanguardia anche nella conoscenza
tecnica del suo mestiere, come il vecchio Cervi e i suoi figli. Né si poteva con'Cepire quel mondo come appendice occasionale del movimento rivoluzionario o,
peggio ancora, 'come base da controllare attraverso un'esperienza cooperativa o
qualunque .altra esperiènza che si esaurisse in posizioni più o meno autonome
nell'ambito del sistema borghese. Anche in questo l'esperienza riformista aveva
fallito, perché non aveva saputo dare ai contadini la coscienza della loro capacità
di collocarsi al di fuori del sistema borghese e di combatterlo direttamente. Avendo il vantaggio di cominciare da capo, si potevano evitare vecchi errori, e così ci
siamo rivolti subito ai contadini non come a una classe da conquistare alla rivoluzione, ma come a una classe per sua natura protagonista della rivoluzione.
Abbiamo anche evitato il pericolo di esaurire la lotta antifascista nella semplice negazione di quello che era il regime o nella semplice risposta alla sua attitudine
persecutoria e siamb riusciti a indicare prospettive, a chiarire le nostre finalità
non solo contro ma al di là del fascismo» (352).
L'attività dei comunisti, in sostanza, si richiama alla linea nazionale del
partito non per applicare meccanicamente una direttiva generica ma perché questa linea risulta coerente alle condizioni locali ed è quindi in grado di indicare
programmi che trovano agevole corrispondenza nelle aspettative della massa contadina come interpretazione e presa di coscienza di tale aspettativa. Questo è
anche il motivo della trasformazione del partito di quadri in partito di massa,
che abbiamo visto delinearsi non empiricamente, come risultato di esperimenti intellettuali, ma come processo autentico e naturale. L'ampia adesione al comunismo
nel corso della lotta armata di liberazione sarà così un fenomeno né inatteso né
precario ma il completamento di quel processo già avviato. Quando si fa cenno
all'acquisizione del patrimonio riformista reggiano da parte dei comunisti non si
può dare a questo fenomeno un senso di tranquilla successione, di meccanica
contìnuità stotica, di ricambio puro e semplice di generazioni. C'è anche, indubbiamente, un ricambio di generazioni, ma - appunto - non meccanico né tranquillo. C'è una soluzione di continuità già riconoscibile nel '21 come rottura e
contrapposizione ideologica; ma soltanto negli anni trenta, quando una leva affatto nuova entra nel partito comunista e ne condiziona l'organizzazione, la svolta
politica' diventa inevitabile. Il patrimonio materiale del riformismo è scomparso,
distrutto dalla reazione. Il patrimonio umano è disperso e umiliato. Parlare di
eredità in senso letterale è perciò fuori .luogo. Il partito comunista degli anni '21'28, benché fortemente impegnato sul piano ideologico, opera nella pratica come
resistenza e, quando è possibile, come attacco al fascismo. Ma anche gli episodi
di attacco si riducono, in quelle condizioni, a difesa preventiva; non è ancora
(352) Testimonianza Renzo Torreggiani.
71
conquista, estensione, produzione di un movimento attivo di lotta cioé effettiva
strategia. Il partito che comincia a formarsi nel '28 è qualche cosa di nuovo non
perché vi sia un mutamento di ideologia e di programma, ma perché l'una e
l'altro escono dalle angustie di una guerra di posizione e si fondono con il patrimonio umano, con la forza reale della classe per farla uscire dalla condizione di
valore inerte e trasformarla in movimento attivo. E' quello che la dialettica marxista chiama salto di qualità. Poi ci vorranno anni per dargli una consistenza
materiale, ma la svolta è cominciata e ha già scelto la sua piattaforma sociale
nella realtà effettiva del luogo, essenzialmente costituita dalle masse dei lavoratori
della terra. L'alleanza tra operai e contadini, elemento fondamentale della strategia comunista e condizione del potere proletario, passa dalla teoria alla pratica;
e in questo passaggio si perfeziona anche teoricamente, nel senso che si pulisce
dagli equivoci dovuti all'inesperienza, come il pregiudizio settario di un ruolo
tattico e transitorio del contadino nel processo rivoluzionario, collocandolo invece
all'interno del processo quale contitolare del movimento e della sua strategia.
Si può concludere che la linea ascendente riscontrata nella formazione del
partito comunista a Quattro Castella ha effettivamente contribuito a questo processo storico, che superando il vecchio «metodo reggiano» del socialismo, ha
fatto di Reggio Emilia una delle fondamentali componenti del moderno movimento operaio.
ERRATA CORRIGE:
- a pago 43 del numero 13-14 di «Ricerche Storiche» (nota n. 202)
al1ziché «v. sopra, pagg. 29-30 ». leggere «v. sopra, pagg. 24-25 ».
LE VIOLENZE FASCISTE IN PROVINCIA
DI REGGIO EMILIA
(A cura di Giannino Degani)
Continuazione
Aprile 28 - REGGIO EMILIA
Viene bastonato il reporter de « La Giustizia» Vittorio Ferace.
La Giustizia - 29 aprile 1925
Aprile 28 - SCANDIANO
Viene bastonato per la quinta volta il commerciante Paolo Ferrari da
Borzano.
La Giustizia - 29 aprile 1925
Aprile 29 - VILLA OSPIZIO - REGGIO EMILIA
Dopo aver intimato di andare a letto a parecchi avventori di un esercizio
pubblico i fascisti bastonano Mario lotti e Cingi Pasquino.
La Giustizia - 30 aprile 1925
Aprile 30 - REGGIO EMILIA
Perquisizioni ed arresti di comunisti o presunti tali, fra i quali Giovanni
Vandelli, della lega metallurgici.
La Giustizia - l° maggio 1925
Aprile 31 - REGGIO EMILIA
Viene malmenato nuovamente il giornalista Pietro Montasini, corrispondente della «Voce repubblicana ».
La Giustizia - l° maggio 1925
Maggio 1 - REGGIO EMILIA
Bastonature in città e davanti alle Officine Meccaniche Reggiane di una
ventina di operai secondo le indicazioni di un fascista che dava gli ordini.
La Giustizia - 3 maggio 1925
Maggio 1 - REGGIO EMILIA
Viene bastonato il milite della Croce Verde, Margini Ciro. Vari arrestati, fra i quali Renato Anceschi.
La Giustizia - 3 maggio 1925
Maggio 1 - VILLA S. BARTOLOMEO - REGGIO EMILIA
Viene bastonato Livio Camilli, intento al proprio lavoro.
La Giustizia - 9 maggio 1925
74
Maggio 1 - BIBBIANO
Viene bastonato Gavarini Giuseppe.
La Giustizia - 3 maggio 1925
Maggio 1 - PUIANELLO.
Vengono bastonate due persone e due arrestate.
La Giustizia - 3 maggio 1925
Maggio 3 - REGGIO EMILIA
Viene bastonato da tre fascisti Luigi Tirabassi il quale a seguito delle
percosse ricevute muore lO giorni dopo.
Una versione artefatta è in Giornale di Reggio: 17 maggio 1925.
Il fratello del Tirabassi inviava le seguenti lettere al giornale ed al Giudice Istruttore: Ill.mo Sig. Direttore del Giornale di Reggio.
Mi permetta una rettifica sulle notizie pubblicate sul numero di domenica 17 corto «Cronache tristi» ed è assolutamente triste dover polemizzare su questo brutto fatto.
E' assolutamente falsa la notizia « che in seguito a diverbio privato avesse [il Tirabassi] riportato qualche lesione ».
Interrogato varie volte il mio povero fratello Tirabassi Luigi mi disse
sempre che non aveva detto niente assolutamente, e che non aveva
avuto nessun contrasto con nessuno.
Il fatto è ben diverso; fu avvicinato· da tre individui in bicicletta che
arrivatigli di fianco gettarono le biciclette a terra e lo bastonarono a sangue senza proferir parola.
E questo per la verità.
18-5-1925
Giuseppe Tirabassi
Ill.mo Sig. Giudice Istruttore presso il locale Tribunale - Città
Scusi se colla presente vengo ad importunarLa, ed è per metterLa al corrente di una cosa che a me ha dello strano, per quanto riguarda la visita
del medico di guardia dell'Ospedale ...
La domenica del 3 maggio u.s. dalle ore 18 alle 19 si presentò all'ospedale di S. Maria Nuova di questa città il mio povero fratello Luigi, per
farsi curare di una ferita riportata in seguito a bastonature per·· parte di
tre individui; al sopraciglio destro al quale furono dati 3 punti di sutura e 5 giorni per la conseguente guarigione.
Erano in tre a bastonare; la ferita una.
A me pare che invece di 5 giorni prescritti per la guangl0ne, il medico
doveva dare piuttosto lO giorni per andare all'altro mondo.
Ed a proposito, sarei per chiederLe una cosa e cioé domandasse al Sig.
Dott. Canali medico condotto perché appena visitato l'infermo dovette
subito togliere i punti dati sulla cicatrice.
Prego la presente sia allegata agli atti.
Con osservanza
Reggio Em.,
n3
giugno 1925.
Giuseppe Tirabassi
75
Più conforme ai fatti il Corriere della Sera del 4 maggio 1925.
Maggio 4 - REGGIO EMILIA·
Agli operai delle Officine Meccaniche, dopo le molte bastonature del 10
maggio, vengono consegnate con modi intimidatori schede di adesione
al sindacato fascista. Molte furono restituite in bianco.
La Giustizia - 5 giugno 1925
Maggio 9 - VILLA RIVALTA - REGGIO EMILIA
In casa di certa Ferrari Adele, veniva minacciato il· fidanzato della figlia
da fascisti che intimavano all'uomo di seguirli alla sede del fascio. Per le
sue rimostranze, la ragazza veniva colpita con un violento schiaffo che la
gettava in terra.
La Gi,ustizià - 10 maggio 1925
Maggio 13 -REGGIO EMILIA
Viene invasa di notte a mano armata l;abitazione del giardiniere Giuseppe Ragazzi perchè il figlio Amleto viene indicato come corrispondente
dell'« Avanti ». Il Ragazzi non è iscritto al partito socialista massimalista né è corrispondente di alcun giornale.
La Giustizia - 21 maggio 1925
Maggio 18 - GUASTALLA
Viene bastonato Arnaldo Fornaciari.
La Giustizia - 21 maggio 1925
Maggio 20 - GUASTALLA
Viene bastonato Arnaldo Ruspaggiari il quale aveva avuto un alterco
qualche giorno prima col Segretario del Fascio locale.
La Giustizia - 21 maggio 1925
Maggio 26 - REGGIO EMILIA
L'ex fascista Cugini Adolfo, ex corginiano, viene percosso da uno squadrista.
" La Giustizia - 27 maggio 1925
Maggio 26 - REGGIO EMILIA
Vengono compiute violenze a danno di cittadini che comprano giornali
di opposizione.
La Giustizia - 27 maggio 1925
Maggio 27 - REGGIO EMILIA
Viene eseguita una perquisizione infruttuosa in casa del socialista Ugo
De Rossi.
La Giustizia - 28 maggio 1925
Giugno 3 - REGGIO EMILIA
Perquisizione della P.S. e di militi fascisti per l'arrivo di un deputato comunista portato poi in questura e ripartito per Bologna.
La Giustizia - 4 giugno 1925
Giugno 5 - S. GIOVANNI DI NOVELLARA
Viene violentemente bastonato Coli Giuseppe.
La Giustizia - 6 giugno 1925
76
Giugno 5 - S. MARIA DI NOVELLARA
Viene bastonato il contadino Baccarini.
La Giustizia - 6 giugno 1925
Giugno 10 - VILLA CANALI - REGGIO EMILIA
Viene bastonato Soncini Andrea per il possesso di un ritratto di Matteotti, ed il figlio che cercava di difendere il padre dai fascisti viene portato
alla caserma dei carabinieri e percosso lungo la strada. Successivamente
viene arrestato anche Soncini Andrea.
La Giustizia - 14 giugno 1925
Luglio 10 - REGGIO EMILIA
Viene bastonato il direttore generale dell'Ente Autonomo dei Consumi
e della Federazione Provinciale Agricola: il Prof. Carlo Acquaticci.
La Giustizia - 11 luglio 1925
Luglio 13 - REGGIO EMILIA
Il socialista Riccò Medoro viene schiaffeggiato e riceve l'intimazione di
andare a casa.
La Giustizia - 16 luglio 1925
Luglio 13 - REGGIO EMILIA
Viene schiaffeggiata Teresina Camellini, accusata di aver ingiuriato Mussolini.
La Giustizia - 16 luglio 1925
Luglio 18 - REGGIO EMILIA - DUE MAESTA'
Vengono bastonati Corradini Pietro e Cavazzoli Casimiro.
La Giustizia - 22 luglio 1925
Luglio 19 - REGGIO EMILIA
Alcuni squadristi tentano di aggredire Sante Vincenzi presso il Politeama,
inseguendolo fino alla propria abitazione dove cercano inutilmente di
entrare.
La Giustizia - 23 luglio 1925
Luglio 20 - REGGIO EMILIA
Vengono aggrediti a bastonate i fratelli Carlo e Celestino Cavalli.
La Giustizia - 25 luglio 1925
Luglio 21 - REGGIO EMILIA
Sotto minaccia di togliere un lavoro, la Cooperativa Braccianti avente
35 anni di vita, viene costretta a passare al Sindacato.
La Giustizia - 22 luglio 1925
Agosto 1 - BAGNOLO IN PIANO
Gli operai Ferruccio Zambelli e Campati detto Manne vengono percossi poichè hanno aderito alla Giornata internazionale del Lavoro.
Agosto 13 - REGGIO EMILIA
A Sabbatini Enzo viene intimato di recarsi alla sede del Fascio. Accompagnato dal padre vengono entrambi percossi, accusati di partecipare ad un
presunto complotto comunista.
La Giustizia - 14 agosto 1925
77
Agosto 14 - S. GIOVANNI DI NOVELLARA
Viene schiaffeggiato da due militi fascisti, il contadino ex combattente:
Pietro Carboni accusato di aver ingiuriato Mussolini.
La Giustizia - 15 agosto 1925
Settembre 8 - CERREDOLO
Aggredito Enrico Soncini ed il successivo giorno Il colpito con arma da
taglio e colpi di rivoltella.
La Giustizia - 22 settembre 1925
Settembre 16 - REGGIO EMILIA
Viene schiaffeggiato il milite della Croce Verde, Cesare Rinaldi.
La Giustizia - 17 settembre 1925
Con il numero 261 del 5 novembre 1925 «La Giustizia» cessa la pubblicazione. Da questa data viene a meno la fonte principale delle notizie
sulle violenze fasciste e le indicazioni sono saltuarie, ma le violenze
continuano.
Dicembre 29 - REGGIO EMILIA
Viene minacciato col bastone Arnaldo Casoli nel proprio ufficio ed intimato di lasciare il posto di impiegato del Municipio, da parte di un noto
sguadrista. Il 29 dicembre gli viene notificato il licenziamento per « soppressione del posto» che invece viene occupato dallo stesso squadrista.
Per anni il Casoli deve abbandonare vari posti di lavoro per l'intervento
degli sguadristi presso il datore. La persecuzione dipende dal fatto che
veniva indirizzata al Casoli come tramite, per evitare la censura, la posta
di Alberto Simonini diretta a Camillo Prampolini.
1926 - Maggio - REGGlO EMILIA (GARDENIA)
Nella notte del lO maggio, violazione di domicilio con scasso alla casa
paterna di Francesco Bellentani (che il ricercato aveva cessato di abitare
dopo il proprio matrimonio). Sparatoria contro le pareti e scene di terrore tra i familiari. E' di quell'epoca il trasferimento a Genova del Bellentani, già segretario provinciale del P.S. Unitario e collaboratore dell'ono Prampolini al giornale «La Giustizia ».
Settembre 11 - REGGIO EMILIA
L'avv. Vittorio Pellizzi è costretto all'ingestione di olio di ricino.
1930 - Gennaio - REGGIO EMILIA
Colpito da un bando poliziesco, Cesare Campioli segue la sorte· dei profughi antifascisti dirigendosi a Milano indi a Pa~igi. Rientrerà in Italia
soltanto nell'agosto del 1943.
1931 - REGGIO EMILIA
Il socialista Arnaldo Belpoliti viene 'prelevato dalla S.A.R.S.A. e portato
nella sede del Fascio ave viene selvaggiamente bastonato. Emigrato a
78
Milano e successivamente in Francia, vi motIva il 10 giugno 1933 in
conseguenza delle percosse avute.
Marzo - BAGNOLO
Gallingani Gino, fermato e trattenuto in caserma per tre ore fu ammanettato e torturato negli organi genitali dal segretario del fascio di Bagnolo.
Malaguti, 45.
1932 - Settembre - BAGNOLO IN PIANO
L'operaio Naddo Gasparini viene interrogato e schiaffeggiato nella casa
del Fascio.
Malaguti, 69.
Settembre 5 - BAGNOLO IN PIANO
Viene incendiata dai fascisti la baracca in legno ave erano ricoverati
i coniugi Garavelli con tre bambini, salvati a stento, erroneamente creduta la baracca della famiglia Malaguti.
Malaguti, 58.
Ottobre 25 - BAGNOLO IN PIANO
Il segretario del fascio di Bagnolo intima a Malaguti Primo di allontanarsi
dal paese.
Malaguti, 60.
1933 - Agosto 5 -BAGNOLO IN PIANO
I fratelli Malaguti: Posacchio e Velia vengono bastonati.
Malaguti, 62.
Agosto - BAGNOLO IN PIANO
Vengono interrogati e picchiati nella casa del Fascio: Paolo Vezzani, Pietro Olivi, Rosolino Ganassi, Alberto Torreggiani, Michele Lazzaretti,
Leopoldo Ghinolfi, Francesco Lusetti.
Agosto fine - BAGNOLO IN PIANO
Un gruppo di comunisti vengono interrogati e picchiati nella sede del
fascio.
Malaguti, 69.
1934 - aprile 21 - REGGIO EMILIA
I carabinieri perquh>iscono e i fascisti bastonano Fornaciari Camillo.
Luglio - BAGNOLO IN PIANO
Durante l'arresto di vari comunisti, muore Olivi Giovanni essendo precipitato da una finestra. Presentava pur essendo caduto sulla terra battuta
, del èortile "una larga ferita al collo.
,Malaguti,30.:
79
1935 - Agosto 9 - PARIGI
Viene ucciso a Parigi da un provocatore, Camillo Montanari.
La Verita - 12 agosto 1945
La Verità - 15 febbraio 1953
1936 - BAGNOLO IN PIANO
Vengono percossi alla casa del Fascio e minacciati gli antifascisti Augusto Bertani, Alberto Torreggiani, Aniceto Ganassi, Primo Malaguti.
1937 - BAGNOLO IN PIANO
Viene bastonato il muratore Paolo Vezzani.
Agosto 30
Ferrari Aderito muore
Tremiti.
In
ospedale a Foggia, portatovi dal confino di
Aderito Ferrari La Verità - 28 luglio 1945
Aldo Magnani, Cade Aderito Ferrari. La Verità 2 novembre 1951
1939 - Marzo 2 - BAGNOLO IN PIANO
Dopo intimidazioni alla Sede del Fascio ed ai familiari perchè si iscrivesse al P.N.F. a seguito di rifiuto viene ucciso Lusetti Naddo.
Malaguti, 74.
(contin.ua)
Documenti e testimonianze
IL SABOTAGGIO
Una delle forme di lotta impiegate contro i nazisti ed i fascisti fu il sabotaggio ai mezzi di comunicazione e di trasporto, alle fabbriche di prodotti bellici,
al traffico, alla sua organizzazione burocratica e segnaletica.
In effetti il sabotaggio, in un primo tempo sottovalutato, diede risultati
sorprendenti allorché ci si rese conto dell'importanza di questa attività e si provvide ad istruire uomini per ogni singola specialità.
« Ostacolare il nemico» era la parola d'ordine lanciata dai volontari della
libertà e venne fatta propria da tutte le organizzazioni antifasciste: gruppi di
difesa della donna, Fronte della Gioventù, centrale sindacale, partiti politici e
particolarmente dalle formazioni partigiane SAP e GAP.
Gli operai, nelle fabbriche addette alla produzione del materiale bellico
per i tedeschi, misero in pratica forme diverse di sabotaggio silenzioso, cominciando col montare, nei pezzi in preparazione, guarnizioni inadeguate, viti e bulloni difettosi, misure irregolari e sbagliate.
La incrinatura dei pistoni dei motori per aeroplani avveniva introducendo
piccole quantità di sabbia nei cilindri, provocando prima l'ingrippamento e poi
la distruzione del motore stesso.
I pezzi d'acciaio, per esempio, venivano resi più duri del necessario da una
tempera errata, in questo caso il pezzo, sottoposto ad un primo sforzo, si frantumava; altri pezzi venivano montati senza tempera ed in questo caso l'oggetto
si schiacciava e si deformava.
I manufatti uscivano accoppiati in modo sbagliato, per esempio: fondi
con fondi, laterali con laterali, in modo che il loro montaggio riusciva impossibile.
Gli addetti alle spedizioni completavano il loro lavoro di sabotaggio col
favorire la confusione della qualità; non era difficile che fossero inviati ad una
fabbrica addetta al montaggio di aerei o di armi da guerra pezzi destinati ad una
altra officina che si occupava invece della costruzione di materiali destinati all'industria leggera.
La propaganda contro la guerra, la richiesta di maggiori alimenti per gli
operai e le loro famiglie, le ingiustizie a cui i lavoratori erano sottoposti, venivano illustrate alle maestranze da parte degli antifascisti, provocando ostilità
al regime che era la causa principale di questa situazione.
Gli scioperi e le proteste per motivi vari: bombardamenti, retribuzione,
vitto insufficiente ecc., ebbero un significato profondamento politico e furono
determinanti alla preparazione delle condizioni per !'insurrezione nazionale d'Aprile.
Le agitazioni di ogni genere avevano tutte un fine dichiarato e così espresso: «Via tedeschi! », «Basta con la guerra ».
82
Nel serV1ZlO ferroviario l'infiltrazione del movimento partlglano, la imponente forza organizzativa e la maturità dei lavoratori occupati in questo settore, portò ad un sabotaggio meticoloso e continuo nello smistamento dei convogli, nel loro approntamento, nel loro impiego.
La sottrazione di materiale rotabile dai depositi, la permanenza nelle officine di materiali validi, il sabotaggio agli impianti, provocarono disfunzioni e
ritardi nei trasporti ferroviari.
Le squadre partigiane completarono quest'opera col sottrarre dai carri
ferroviari in sosta nelle stazioni: materiale bellico, vestiario, equipaggiamenti, viveri e medicinali.
Molti ponti e viadotti vennero minati; lo sbullonamento di parti delle rotaie ferroviarie in luoghi diversi, fu compiuto sistematicamente.
Negli u'ffici pubblici l'opera di sabotaggio, particolarmente difficile, venne
svolta da uomini e donne e consisteva nel modificare indirizzi, fornire falsi documenti agli appartenenti al C.V.L., sottrarre carte d'identità che venivano utilizzate per mettere in condizione i nostri partigiani di poter circolare.
I partigiani si recavano nelle abitazioni dove, su ordinazione delle prefetture fasciste, era obbligatorio esporre nell'entrata un'apposita bacheca con l'elenco
nominativo dei componenti di ogni singola famiglia abitante nello stabile e ne
asportavano gli elenchi.
La distruzione degli stati di famiglia permetteva ai giovani, ai renitenti alla
leva militare ed ai perseguitati politici di sfuggire alla identificazione e di svolgere
le mansioni che l'organizzazione partigiana aveva loro assegnate.
Le falsificazioni dei dati riguardanti la produzione di generi alimentari e
l'occultamento di questi generi, permisero di sottrarre ai nazisti gran parte di
grano, di burro, di formaggio, di vino ecc., mettendo così la popolazione reggiana
in condizioni di soffrire in misura minore le difficoltà del trapasso dall' amministrazione di guerra a quella di pace.
Nelle campagne la lotta dei SAP, collegata e sorretta dai contadini, permise la conservazione quasi completa del patrimonio zootecnico ed i nemici, costretti alla fuga, non ebbero il tempo di distruggere magazzini e depositi come
era nei loro piani.
I fascisti ed i nazisti avevano seminato tutta la provincia di scritte, cartelli e tabelle sistemati ad ogni bivio della strada.
Questi cartelli, con segni convenzionali, indicavano ·la dislocazione dei reparti, la loro sede, i loro collegamenti. Così era anche per comandi, infermerie,
depositi ecc.
L'osservazione di questi mezzi segnaletici ci fornì l'idea di procedere ad
un loro sovvertimento generale, le azioni vennero effettuate principalmente durante la notte, ma anche di giorno in diverse località della provincia.
La tabella che era sul ciglio a destra dell'incrocio stradale, veniva spostata
sulla strada di sinistra.
Una freccia che segnava il numero del reparto in una direzione veniva
spostata nella direzione opposta.
Così, in molti casi, automezzi tedeschi dirottarono sbagliando percorso.
La confusione che si venne a creare era tale che interi reparti si inoltra-
83
vano per chilometri e chilometri in strade diverse da quelle che dovevano
percorrere.
Ricordo un reparto motorizzato di circa venti unità con le camionette anfibie che, destinato al Po, venne dirottato verso Bagnolo e Novellara e vagò per
un intero pomeriggio prima di riprendere il giusto cammino.
Il comando nemico emallò misure severe contro coloro che venivano scoperti a compiere queste azioni, incolpando i partigiani che riteneva presenti a
migliaia.
In realtà essi erano poche centinaia aiutati da vecchi, donne e perfino ragazzi che avevano modo di circolare indisturbati e che compivano con fierezza
il loro dovere.
Si sabotarono anche i trasporti fluviali sul Po: di notte molte imbarcazioni del nemico venivano sganciate dagli ormeggi e si allontanavano, trasportate
dalla corrente del fiume.
In una sua relazione il Platz-Kommandantur (Comando Militare Tedesco) faceva presente che i danni subiti nei trasferimenti dei reparti erano di enorme gravità ed avevano arrecato intralci irreparabili nello smistamento e negli spostamenti delle unità militari, dei materiali e dei mezzi bellici. «Contro i sabotatori - recava la lettera - ci sia solo la morte ».
I nazisti avevano dislocato le loro munizioni per artiglieria, mortai ed
armi leggere, lungo le strade di campagna, accatastandole in mucchi coperti di
rami e foglie, perché nei depositi si temeva l'attacco aereo o il sabotaggio dei
partigiani.
Sulle cataste di munizioni erano visibili tabelle segnaletiche zeppe di segni
convenzionali che indicavano le qualità delle munizioni.
Da Coviolo a S. Bartolomeo, da Rivalta a Montecavolo, da Villa Canali
ad Albinea e così in tante altre località, lungo le strade secondarie, si intravedevano questi depositi volanti e qualche militare tedesco che faceva la guardia.
In molti casi affrontavamo verI! e proprie azioni di guerra, con calcolato rischio e pericolo, sottraendo munizioni che servivano per le nostre armi; ove ciò
non era possibile si provvedeva a trasportare i cartelli segnaletici in modo che il
camion che veniva a caricare proiettili da 88 mm. si trovava di 'fronte munizioni per moschetto.
Ricordo quanto tempo impiegammo, con un fabbro di Rivalta di nome
Bonaretti, per trovare la forma di chiodo che procurasse uno spacco nelle gomme
delle auto e degli autocarri in modo da renderle inutilizzabili.
Perché il loro effetto fosse sicuro i chiodi dovevano essere articolati in
modo da avere sempre esposto verso l'alto una delle loro punte.
Ci riuscimmo e dopo molti esperimenti coll'aiuto di altri fabbri, in breve
ne vennero fabbricati centinaia e ce ne servimmo con profitto specialmente sulla
Via Emilia e sulla Statale 63.
Le auto e gli autocarri nemici, resi momentaneamente inservibili, furono
centinaia. A volte intere colonne dovettero sostare per ore ed ore col risultato
di ritardare ogni loro movimento.
Nell'autunno del 1944, per migliorare l'attività del sabotaggio, il comando delle Brigate SAP inviò presso il Comando della «Zona Montana », squadre
84
di partigiani per frequentare corsi di addestramento all'uso della dinamite, di altri
esplosivi ad alto potenziale onde poter sviluppare gli attacchi ai ponti, alle strade,
ai depositi ed alle caserme del nemico.
Mine anticarro, poste sulla Via Emilia e nei pressi di Masone e Bagno,
portarono alla immobilizzazione di una colonna di carri armati pesanti destinati
al fronte.
L'incendio di automezzi con il lancio di bottiglie di benzina, le cosiddette
« bottiglie Molotov », la rottura dei vetri e dei fanali delle auto in corsa, la perforazione dei fusti di carburante e di lubrificante nei depositi e sui singoli automezzi, la distruzione di equipaggiamenti, gl'incendi di magazzini e di depositi
militari di reparti accantonati fuori città, il taglio di fili per l'erogazione della
corrente elettrica ai Comandi militari dei nemico, furono altre forme di sabotaggio che vennero effettuate da partigiani e da civili.
Ma l'operazione di sabotaggio più importante nella nostra Provincia venne
'COmpiuta nel mese di febbraio 1945.
Dopo aver studiato scrupolosamente ogni particolare da parte del « Comando
Centrale Brigata SAP », si stabilì, in accordo con il « Comando della 3r Brigata
GAP », che in tutta la provincia, la notte del 15-16 febbraio 1945, venissero
tagliati tutti i fili telefonici, telegrafici e i cavi militari delle linee volanti dei
tedeschi e dei fascisti.
Il comando nemico, preoccupato di mantenere in efficienza le linee di comunicazione telefoniche e telegrafiche, aveva organizzato un corpo civile di
guardia-fili.
Dopo alcune difficoltà riuscimmo ad includere in queste squadre ed in
diverse località molti nostri associati col beneficio di avere, oltre ad indicazioni
precise, anche un aiuto diretto nelle stesse azioni di sabotaggio.
Provocammo così la più impressionante azione di sabotaggio ai mezzi di
comunicazione che si potesse immaginare: centinaia e centinaia di pali telefonici e telegrafici erano rasi al suolo, tralicci di cemento e ferro distrutti dall'esplosivo, linee da campo tedesche asportate interamente, il filo telegrafico e telefonico prelevato per chilometri.
Lo stesso cavo diretto Roma - Berlino venne interrotto nella zona di Cadelbosco Sopra ed occorsero settimane prima che il nemico lo potesse utilizzare
nuovamente.
Il giorno seguente a questa operazione si creò il caos nelle comunicazioni del nemico e il Comando delle Brigate Nere comunicava al Comando Tedesco, per giustificare le accuse di incapacità ed indolenza rivolte loro dai nazisti,
che i partigiani erano scesi in lotta a migliaia e che si doveva temere un loro
attacco in forze alla città.
La missione inglese del Capitano Lees, per conto degli Alleati, si congratulò con me che comandavo le formazioni partigiane della pianura, per l'importante azione compiuta, il cui risultato tattico e militare era stato notevole.
Dopo questa esperienza è stato ampiamente dimostrato che in una guerriglia l'azione di sabotaggio, espressa in tutti i suoi aspetti, contribuisce enormemente alla vittoria finale.
GISMONDO VERONI
Episodio poco noto del 1942
SI RIBELLANO LE OPERAIE REGGIANE
DELLE MANIFATTURE MAGLIERIE MILANO
(Con note di VivaI do Salsi)
Alla fine del maggio 1942 - si era in piena guerra - venne recapitato
a ben 128 operaie delle «Manifatture Maglierie Milano» di Reggio Emilia, il
seguente decreto:
N. 1104 Rag. Gen. 1942
REGIA PRETURA DI REGGIO EMILIA
DECRETO PENALE
In nome di Sua Maestà Vittorio Emanuele III Per grazia di Dio e per volontà della Nazione Re d'Italia e di Albania - Imperatore
d'Etiopia.
IL PRETORE DI REGGIO EMILIA
Visti gli atti a carico di:
1) Beltrami Elide di Adelmo, di anni 22, reso Via Bligny 24 - Reggio Emilia.
2) Montorsi Pia di Gustavo, di anni 25, reso Via Bligny 28 - Reggio Emilia.
3) Ferretti Adele di Tito, di anni 21, reso Vill'Ospizio 3 - Reggio Emilia.
4) Bondavalli Fernanda di Achille, di anni 18, reso P. Modolena 166.
5) Sberveglieri Virginia di Giuseppe, di anni 19, Via Del Follo 3.
6) Rubaltelli Nerina di Angelo, di anni 30, Piazza Posta Vecchia l.
7) Bondi Iride di Sisto, di anni 29, Via Guido da Castello 35.
8) Reverberi Iride di Stefano, di anni 29, Via E. all'Angelo 13.
9) Veronesi alga di Antonio, di anni 21, Via Dalmazia 19.
lO) Rastelli Bruna fu Ambrogio, di anni 21, Via Alfeo Giaroli.
11) Guidetti Ernesta fu Giuseppe, di anni 19, Villa Cavazzoli l/A.
12) Montanari Adriana di Giovanni, di anni 20, Via Curtatone 8.
13) Ligabue Vilde di Artemio, di anni 20, Villa Pieve Modolena.
14) Pedroni Amelia di Umberto, di anni 20, Villa Sesso 243.
15) Lacerti Bruna di Attilio, di anni 21, Villa Sesso 243.
16) Lusetti Maria di Giovanni ,di anni 19, Villa Sesso 210.
17) Spaggiari Maria di Ennio, di anni 20, Villa Canali 132.
18) Bertozzi Ivetta di Gelindo, di anni 21, Via Belfiore 3.
19) Bottazzi Laura di Ernesto, di anni 19, Villa Rivalta 8.
20) Davoli Eugenia di Angelo, di anni 32, Villa Rivalta 8.
21) Schiatta Liberata di Antonio, di anni 19, Via dell'Abate 22.
22) Lupini Diamantina di Pietro, di anni 22, Villa Cavazzoli 7.
23) Cacciavillani Dimma di Romeo, di anni 19, Via Maccari lO.
86
24)
25)
26)
27)
28)
29)
30)
31)
32)
33)
34)
35)
36)
37)
38)
39)
40)
41)
42)
43)
44)
45)
46)
47)
48)
49)
50)
51)
52)
53)
54)
55)
56)
57)
58)
59)
60)
61)
62)
63)
64)
65)
66)
67)
68)
69)
Aleotti Iolanda di Giuseppe, di anni 21, Villa Sesso 300.
Bertolini Renata di Guerrino, di anni 20, Villa S. Prospero 96
Davoli Ebe di Alberto, di anni 19, Via Ferrari 6.
Reverberi Armida di Giuseppe, di anni 54, Via Em. S. Stefano.
Gaddi Laura di Adriano, di anni 23, Villa S. Prospero 18.
Barozzi Ines di Battista, di anni 21, Villa S. Prospero 18.
Salsi Virginia di Angelo, di anni 39, Via Cimitero.
Montanari Milene di Ettore, di anni 19, Villa Pieve Modolena.
Grappi Renata di Pietro, di anni 39, Cavazzoli 5l.
Magnani Anita di Giovanni, di anni 34, Villa Pieve Modolena.
Chiossi Ida di Antonio, di anni 21, Villa Bagno 206.
Cattani Giuseppina di Bruno, di anni 19, Villa Sesso 172.
Pezzarossi Maria di Oreste, di anni 20, Cadelbosco Sopra.
Menozzi Ester di Albino, di anni 20, Cadelbosco Sopra.
Spaggiari Iside di Leonardo, di anni 19, Bagno 107.
Rovacchi Vera di Mentore, di anni 21, Villa Cavazzoli 77.
Bartoli Cesarina di Riccardo, di anni 20, Villa Bagno 108.
Benassi Ester di Leonida, di anni 20, Villa Pieve Modolena 80.
Ferrari Erminia di Giacomo, di anni 19, Cavriago.
Ghirri Lina di Anselmo, di anni 19, Villa Bagno 173.
Menozzi Ida di Roberto, di anni 19, Via Adua 35.
Iori Nanda di Luigi, di anni 23, Via S. Martino 14.
Bagnacani Wanda di Attilio, di anni 28, Villa Sesso.
Marastoni Bianca di n.n., di anni 20, Via Racchetta 14.
Bozzoli Danila, di anni 20, di Umberto, Villa Bagno.
De Valnei Rina di Davide, di anni 19, Villa Ospizio 8.
Rubaltelli Olga di Emilio, di anni 30, Villa Pieve Modolena.
Ferrari Maria di Francesco, di anni 27, Via S. Zenone.
Cigarini Rina di Paolo, di anni 35, Villa Pieve Modolena 90.
Campioli Lidia di Pietro, di anni 21, Villa S. Prospero.
Brizzioli Elide di Marsilio, di anni 19, Via Borgo Emilio 25.
Grisendi Caterina di Carlo, di anni 19, Villa Bagno.
Mussini Angiolina di Silverio, di anni 21, Via Gattaglio 6.
Caimani Bruna di Giovanni, di anni 20, Via Vertoiba 4l.
Bedogni Wilma di Fioravante, di anni 19, Villa S. Maurizio 143.
Gibertoni Augusta di Antonio, di anni 26, Villaggio Corridoni 9.
Friggieri Alda di Erm,inio, di anni 20, Villa Cella.
Ghisi Chiarina di Ezio, di anni 20, Villa Cavazzoli 12l.
Ferrari Dea di Luigi, di anni 19, Villa Ospizio 85.
Scalabrini Norma di Antonio, di anni 22, Villa S. Prospero 81.
Bergetti Iolanda di Giuseppe, di anni 19, Villa Massenzatico.
Cattani Elvira di Bruno, di anni 26, Villa Sesso 172.
Barbieri Iolanda di Dario, di anni 19, Villa Coviolo 162.
Nizzoli Osvina di Angelo, di anni 20, Villa Cavazzoli.
Salardi Oriella di Alberto, di anni 20, Villa Ospizio.
Schiatti Artenice di Pietro, di anni 21, Via Pittoselli 1.
87
70)
71)
72)
73)
74)
75)
76)
77)
78)
79)
80)
81)
82)
83)
84)
85)
86)
87)
88)
89)
90)
91)
92)
93)
94)
95)
96)
97)
98)
99)
100)
101)
102)
103)
104)
105)
106)
107)
108)
109)
110)
111)
112)
113)
114)
115)
Bonaccini Norma di Camillo, di anni 20, Via Cavagni 6.
Viappiani Zaira di Pietro, di anni 20, Villa S. Prospero.
Caroni Norina di Adelmo, .di anni 21, Villa Cavazzoli.
Gibertoni Tilde di Antonio, di anni 20, Villa Sesso 182.
Brugnoli Linda di Remigio, di anni 19, Villa Cella 108.
Ficarelli Laura di Luigi, di anni 19, Villa Pieve Modolena 83.
Menozzi Severina di Ettore, di anni 21, Villa Cella 92.
Gualerzi Serena di Ennio, di anni 20, Via Ramazzini 7.
Pastorelli Ermelinda di Ernesto, di anni 46, Via E. S. Stefano.
Campanini Alma di Angelo, di anni 43, Villa Cavazzoli.
Gambarelli Bruna di Pietro, di anni 33, Villa Pieve Modolena.
Spaggiari Ida di Fernando, di anni 19, Villa Cella 105.
lotti Ave di Vito, di anni 19, Villa Ospizio.
Ragni Alberta di Lazzaro, di anni 29, Villa Sesso 39.
Mainini Gina di Cesare, di anni 22, Villa Sesso 42.
Rocchi Argentina di Alberto di anni 22, Villa Sesso 164.
Adami Giovannina di Alfredo, di anni 21, Villa Sesso.
Lasagni Teresina di Angelo, di anni 33, Villa Mancasale.
Mammi Zita di Virginio, di anni 32, Villa Rivalta 183.
Rigattieri Adele di Venuto, di anni 23, Via Dalmazia 45.
Manelli Oriemma di Dario, di anni 28, Cadelbosco Sopra.
Codeluppi Maria di Lazzaro, di anni 20, Villa S. Maurizio 272.
Veronesi Ilva di Demetrio, di anni 21, Villa Sesso 185.
Denti Giuseppina di Umberto, di anni 24, Villa Rivalta.
Sacchetti Alba di n.n., di anni 19, Villa Masone.
Pietranera Aldina di Vincenzo, di anni 22, Villa Cavazzoli 118.
Ruozi Ida di Sante, di anni 33, Villa Pieve Modolena.
Pergetti Anna di Fernando, di anni 19, Villa Sesso 78.
Pedroni Lena di Umberto, di anni 19, Villa Sesso.
Baricchi Vanda di Giovanni, di anni 19, Villa Pratofontana 49.
Fornasari Celestina di Celestino, di anni 19, Villa Sesso 83.
Soprani Fernanda di Aristodemo, di anni 38, Via Dalmazia 57.
Mainini Amalia di Arnaldo, di anni 19, Villa S. Maurizio.
Bonvicini Isaele di Giuseppe, di anni 20, Villa S. Maurizio 222.
Ferretti Argandina di Pellegrino, di anni 28, Villa Pieve Modolena.
Pecorari Anna di Enrico, di anni 22, Via Francotetto 19.
Bonacini Giustizia di Angelo, di anni 36, Villa Cavazzoli.
Saccani Ella di Giuseppe, di anni 19, Cadelbosco Sopra.
Menozzi Olga di Adolfo, di anni 19, Villa Sesso 369.
Tesauri Maria di Dante, di anni 21, Villa Sesso 165.
Malagoli Nella di Virginio, di anni 19, Villa Gavassa 14.
Valentini Afra di Dante, di anni 19, Villa Mancasale.
Oleari Norina di Stanislao, di anni 22, Villa Canali
Morini Maria di Cleto, di anni 20, Villa S. Maurizio.
Maramotti Nella di Aurelio, di anni 19, Villa Ospizio 15.
88
116)
117)
118)
119)
120)
121)
122)
123)
124)
125)
126)
127)
128)
Bondavalli Marta di Pietro, di anni 21, Villa Gavassa 157.
Rossi Rosa di Enrico, di anni 19, Viale Regina Margherita 7.
Iori Anna di Alberto, di anni 19, Villa S. Croce 40.
Benotti Gina di Amedeo, di anni 21, Villa S. Pellegrino.
Vacondio Teresa di Arrigo, di anni 19, Villa Pieve Modolena60.
Manfredi Anna di Torquato, di anni 22, Via Ferrante Bedogni.
Giannotti Lea di Dante, di anni 21, Villa Massenzatico.
Vacondio Eugenia di Arrigo, di anni 24, Villa Pieve Modolena 60.
Bertolini Armida di Roberto, di anni 24, Villa Gavassa.
Bertocchi Palmira di Antonio; di anni 19, Villa S. Pellegrino.
Biancolini Maria di Serafino, di anni 19, Villa Bagno.
Mainini Maria di Cesare, di anni 20, Villa Sesso 42.
Grossi Bice di Armando, di anni 19, Villa Gavassa;
IMPUTATE
del delitto di cui all'art. 502 cpv.c.P. per avere, in Reggio Emilia il 12 aprile
1942 - XX - abbandonato il lavoro presso lo stabilimento Maglierie Milano, allo
scopo di opporsi all'ordine di lavorare nei giorni di domenica, impartito dall'autorità aziendale.
Ritenuto che l'esame degli atti e le investigazioni compiute convincono
della responsabilità delle denunziate,
Visti gli artt. citati e artt. 506 e 507 c.P.P.
CONDANNA
la I, II, IV, X, XII e XIII a lire 300 di multa;
la III, V, VI, VII, VIII, IX a lire 500 di multa;
la XI a lire 400 di multa;
dalla XIV alla XXX a lire 100 di multa;
e tutte le altre a lire 200 di multa, oltre le spese del procedimento e tasse del
decreto in lire 35 per ogni condannata;
Ordina la non iscrizione della condanna meno la II e la 114a ;
Ordina che alle imputate suddette sia notificato copia del presente decreto, con
avvertenza che se entro 5 giorni dalla data della notificazione, non lo impugnino,
presentandosi nella Cancelleria, in persona o per mezzo di un procuratore, per
chiedere il dibattimento, questo decreto diventerà esecutivo.
Dato a Reggio E., il 27 maggio 1942,
IL CANCELLIERE
IL P. PRETORE
Loffredo
Mazza
Notificato alla Morini Maria 1'8-6-1942
Decreto passato in giudicato il 14-6-1942.
Il Pretore di Reggio E., vista la sentenza che precede;
Ritenuto che per l'indole del reato e pei precedenti, il condannato può beneficiare del R.D. di amnistia 17-10-1942, n. 1156;
89
Visti ed applicati gli artt. 151 c.P. e 593 C.P.P. del 1931,
DICHIARA cessata per effetto di amnistia,.la esecuzione della condanna e delle
pene accessorie.
Reggio E., 19-10-1942 - XX
IL PRIMO PRETORE
IL CANCELLIERE
Loffredo
Mazza
Gli operai dei grandi centri industriali del Nord, che scioperarono nel marzo 1943 annunciando così la loro scesa in campo aperto contro il regime fascista
e la sua guerra, certo non sapevano che, poco meno di un anno prima, nel piccolo
centro (Jgricolo-industriale di Reggio Emilia, 700 donne di un calzificio locale li
ave'vano preceduti, attuando ,uno sciopero spontaneo, definito «dell'elettricità », il
cui valore politico era pure notevole.
Dal primo gennaio 1942 la Direzione dello stabilimento «Manifatture
Maglierie Milano» (oggi Calza Blok) aveva fissato il sabato come giornata di riposo settimanale delle maestranze e la domenica giornata lavorativa, in attuazione delle disposizioni legislative sulla limitazione del consumo dell' energia elettrica.
La misura aveva suscitato un giustificato malcontento fra le lavoratrici,
quasi tutte donne giovanissime, dai 16 ai 23 anni di età.
A varie riprese delegazioni di operaie si erano inutilmente rivolte al «Sindacato» e allo stesso datore di lavoro chiedendo che venisse ripristinata la giornata di riposo alla domenica. Le risposte erano: «Siamo in guerra e dobbiamo
saper sopportare i sacrifici che la situazione ci impone », «E' k legge che dobbiamo applicare» ecc. Lo ricordano le stesse protagoniste. Ovviamente il malcontento perdurò anche nelle settimane seguenti al gennaio 1942.
Ma si verificò poi un fatto nuovo che fece perdere la pazienza alle operaie.
Domenica 5 aprile giorno di Pasqua, la festività fu rispettata, ma il recupero della
giornata «perduta» ai fini lavorativi si sarebbe effettuato il sabato successivo,
eliminando così la giornata di riposo settimanale a danno delle lavoratrici.
A mezzogiorno di sabato 11 aprile, ,una delegazione di operaie si presentò
in Direzione per chiedere che l'indomani non si lavorasse. Assente il direttore
dello stabilimento, la delegazione venne ricevuta dall'ing. Pardo che respinse, in
malo modo, le richieste delle postulanti, invitandole a desistere dalla protesta. Le
brave operaie, senza lasciarsi intimidire, si allontanarono dichiarando all'ingegnere
che l'indomani tutte le donne si sarebbero astenute dal lavoro.
I! Direttore del calzificio, dr. Guido Tizioni, informato degli umori e delle
voci che circolavano all'interno dello stabilimento, chiamò il fiduciario sindacale,
certo Guglielmo Guidetti, invitandolo a dissuadere la massa delle dipendenti dall'attuare l'astensione, altrimenti le avrebbe denunciate per sciopero in tempo di
guerra.
I! Guidetti a sua volta, forse poco convinto di riuscire nell'intento, avvertì
il segretario dell'Unione Provinciale dei lavoratori dell'industria - certo Simonini - perchè si recasse sul posto a «ricondurre alla ragione» le operaie.
I! Simonini si recò infatti dentro lo stabilimento e tentò con varie argo-
90
mentazioni di convincere le donne a non scioperare, ma inutilmente. Venne ripetutamente interrotto con osservazioni di questo genere: «Ma lei la domenica fa
festa », «Quando suona l'allarme si rifugia al sicuro nei campi e noi no », «Ho
bisogno di stare col mio bambino e di accudire alle provviste alimentari» (questo
lo disse una certa Vanda lotti), e le più giovani incalzavano «Vogliamo andare
ai }} baracconi}} coi nostri fidanzati ». Altre ancora aggiungevano «Siamo stanche
di lavorare la domenica ».
Non sapendo cosa fase, il Simonini andò in escandescenze, offendendo ed
insultando le lavoranti con frasi come la seguente: «Ignoranti, stupide, bisogna
lavorare perchè siamo in guerra, altrochè festeggiare la domenica ».
Non mi è riuscito di appurare se fra i motivi di protesta fosse emersa anche, (che ci fosse è indubbio) la necessità per le cattoliche di rispettare una festa
comandata.
Tutto questo avvenne il sabato pomeriggio, giorno 11 aprile. L'indomani
mattina tutte le maestranze si presentarono al lavoro.
I! Direttore tirò un sospiro di grande sollievo, convinto che la nube tempestosa del giorno prima fosse passata al di sopra dello stabilimento senza conseguenze. Ben presto dovette ricredersi perchè gli informatori riferirono che all'interno dello stabilimento stesso le operaie «manifestavano inquietudine ». I!
lavoro iniziò con lentezza, molte operaie ~? erano svogliate ». Alcuni lazzi all'indirizzo della Direzione erano accompagnati da slogans ripetuti dalle più giovani:
« Oggi si va ai baracconi », «Oggi non si lavora ».
L'ing. Pardo, inviato in ispezione per accertare quanto stava accadendo,
ritenne di dover dare un esempio di autorità padronale «per intimorire le operaie» espellendone due dal reparto finissaggio, che il Direttore licenziò in tronco. Fece seguito immediatamente il licenziamento della Bruna Rastelli, perchè
«addimostratasi svogliata sul lavoro », della Ernesta Guidetti perchè aveva detto
«Nel pomeriggio accadranno fatti più gravi se la Direzione non cederà ».
Nel pomeriggio alle 14 (ora di ripresa del lavoro) la maggioranza delle
operaie sostava, anzichè entrare, davanti ai cancelli del calzificio «rumoreggiando ». I! Direttore Tizioni volle compiere ,un ulteriore tentativo di persuadere le
donne a riprendere il lavoro e a non farsi influenzare dalle più «scalmanate ».
Ottenne un iniziale successo, subito contrastato dalle operaie più mature e più
decise, che sbarrarono il cancello mentre altre rispondevano agli argomenti del
Direttore, costringendolo poi a ritirarsi in ufficio. Fra queste vi era la sedicenne
Edgarda Miselli, ritenuta la « più facinorosa ».
Visto l'aggravarsi della situazione il Direttore corse ad avvertire i carabinieri e la polizia di quanto stava accadendo davanti allo stabilimento, comunemente chiamato «delle 3 emme ».
Agenti e Carabinieri, sicuramente sbalorditi per quell'improvviso manifestarsi dello spirito di lotta delle operaie calzettaie di Reggio Emilia, accorsero
immediatamente e procedettero ricorrendo alla maniera forte, arrestando e intimidendo delle donne.
Vennero tratte in arresto quelle più «facinorose »: Edgarda Miselli di
anni 16, Ida Medici di anni 16, Fernanda Bondavalli di anni 21, Adele Ferretti
di anni 21, Elide Beltrami di anni 22, Virginia Sberveglieri di anni 19, Pia Mon-
91
torsi di anni 25, Iride Bondi di anni 29 e Nerina Rubaltelli di anni 30, con l'imputazione di aver istigato le operaie al astenersi dal lavoro a scopo di protesta contro rIstztuzione del lavoro festivo. Altre 177 operaie furono denunciate per abbandono di lavoro.
I! Pretore di Reggio Emilia dI'. Loffredo, al quale il procedimento era stato
inviato per competenza, non ravvisò la responsabilità di istigazione mossa a 7 delle arrestate e, formulando per 128 delle 186 un unico capo di imputazione (come
è visibile dal documento) le condannò tutte alla pena della multa, il cui ammontal'e andava da un minimo di L. 100 ad un masimo di L. 500.
Le minori degli anni 18, la Edgarda Miselli e la Ida Medici, vennero stralciate dal gruppetto delle 9 denunciate che abbiamo citato, ed appunto perchè
minori di età, vennero invitate alla competenza del Tribunale per i Mino,.enni
di Bologna, che certamente le prosciolse per amnistia o per concessione del perdono giudiziale.
Per tornare allo stabilimento, le 186, il lunedì giorno successi! {) a q,uello
dello sciope,.o, vennero sospese dal lavo,.o.
Da allora, a causa di queste varie misure di repressione, le operaie dovettero continuare a lavorare anche la domenica, ma l'episodio aveva segnato
una rottura clam01'Osa delle masse lavoratrici femminili con il regime e il manifestarsi di uno spi,.i!o di ribellione che sfocerà più ta,.di nella partecipazione
attiva di una pa,.te di esse alla lotta di Liberazione.
Note e discussioni
L'AGGRESSIONE FASCISTA AGLI ON.LI PRAMPOLINI E ZIBORDI -
L'Istituto storico per la Resistenza e la guerra di liberazione di Bologna sta raccogliendo gli studi per un'opera s,ulle origini del fascismo in Emilia. Pubblichiamo la narrazione, che farà
parte dello studio che si riferisce a Reggio Emilia, di un episodio che risale al 14 marzo 1921: l'aggressione degli on.li Giovanni Zibordi e Camillo Prampolini.
Una ricerca su fonti scritte inedite e la raccolta di testimonianze, hanno consentito di aggiungere ai fatti noti nuovi particolari.
Le fonti sono: La Giustizia 20 marzo 1921 e segg.; Il Giornale di Reggio 15, 16, 17 marzo 1921; Avanti 22 marzo 1921;
Archivio Centrale di Stato Div. AA.GG. e RR. 1921 B. 85/A.
Fra le testimonianze fondamentali è quella di Bruto Monducci.
Alcune notizie sono state dedotte da un articolo di Alberto
Anceschi comparso su La Giustizia il 20 settembre 1968.
Per questi ed altri documenti che verranno in seguito pubblicati, ringrazio il Consiglio Superiore degli Archivi, il Prof. Leopoldo Sandri che al momento della richiesta di adire l'Archivio
Centrale di Stato ne era il Sovrintendente, il Dott. Costanzo Casucci, la Dott. Elvira Gencarelli e tutti i funzionari dell'Archivio
che con il loro aiuto e preziosi consigli mi hanno concesso di reperire molteplici fondi archivistici.
Il Prefetto di Reggio Emilia Boniburini comunicava il 18 febbraio 1921
al Ministero degli Interni che si era accentuato l'attrito tra fascisti e socialisti e
che pertanto aveva vietato riunioni pubbliche, cortei, assembramenti. Rinnovava
la preghiera di inviare da Bologna a Reggio certo commissario Di Jorio; nel contempo assicurava l'imparzialità del Questore. Rilevava però i commenti sfavorevoli determinati dall'intensa attività fascista del figlio del capitano dei carabinieri
Umberto Cazzaroli, comandante la compagnia interna.
In un biglietto con l'intestazione della Camera dei Deputati, l'ono Giovanni Zibordi il 19 febbraio 1921 così scriveva al Sottosegretario agli Interni,
Alfredo Falcioni:
Garo Fakioni,
memento: Reggio Emilia.
Invio Ispettore immediato. Dato le condizioni locali esso potrebbe anche tentare forse
94
azione concorde tra i partiti per ,lo scopo di civiltà; hl che a un Prefetto locale riesce malagevole.
ZI:BORDI
Il Falcioni scriveva a Giolitti:
Caro Presidente,
l'ono Zibordi 'VUole che ti ricordi di inviare a Reggio Emilia un Ispettore di p.s. confurmemente
aLl'idea da te manifestata. ,Per quanto la cosa non mi riguardi non posso esimermi dal trasmetterti hl bigHetto accluso.
Resta ben inteso che io non attendo al proposito alcuna risposta.
F.A!LCIONI
In data lO marzo Giolitti telegrafava al Prefetto:
Voglio sapere se è vero che uno dei fascisti è figlio del maggiore o capitano dei carabinieri. Intendo poi che si impediscano a qualunque costo spedizioni fascisti. Prefettura ha
mezzo impedire uso camions, manca suo dovere se non lo fa.
Presidente Consiglio: GIOLITTI
I fascisti infatti usavano per le loro «spedizioni punitive» un torpedone
« Lancia ».
Al comando generale dei CC.RR. viene data comunicazione dal Ministero
degli Interni che il Prefetto di Reggio riferisce i commenti sfavorevoli sull'attività fascista del figlio del capitano dei carabinieri, mettendo il padre che comanda la compagnia interna, in una delicata posizione. Lo stesso Ministero comunica al Prefetto che gli on.li Zibordi e Prampolini segnalano una rinnovata attività dei fascisti e fanno addebito al Questore di non essere imparziale.
L'on. Giovanni Zibordi, nella seduta della Camera del 22 febbraio 1921
denunciava i continui incidenti che venivano provocati dai fascisti nella provincia di Reggio.
Nei giorni successivi, incidenti ancora più gravi accadevano.
Nella tutela dell'ordine appariva l'aperta parzialità in favore dei fascisti
del vice-commissario di P.S. Marca e del capitano dei carabinieri Umberto
Cazzaroli.
Da un'informativa del 5 marzo del Comando generale dell'Arma dei Carabinieri risulta che il figlio del Cazzaroli era un reduce da Fiume ed iscritto
al Fascio di Reggio. Però il padre - aggiungeva l'informativa - ad eccezione
della partecipazione all'inaugurazione della sezione reggiana del gagliardetto di
Reggio, aveva tenuto il figlio lontano dalle contese politiche. Tuttavia il Comando
generale 1'8 marzo comunicava che avrebbe disposto «quanto prima per il trasferimento ad altra sede del predetto capitano ».
Nello stesso periodo di tempo l'Ispettore scolastico Pietro Faudella durante un incontro con amici reggiani dell'ambiente magistrale, era stato informato della situazione di Reggio e cioé che non era possibile richiedere alcun
appoggio al servizio d'ordine contro le violenze fasciste perché sia il vice-commissario che il capitano dei carabinieri colludevano apertamente con i fascisti.
Poiché il Faudella era capo gabinetto dell'ono Camillo Corradini, che era
stato presidente dell'Unione Magistrale Nazionale ed in quel tempo era sottosegretario al Ministero degli Interni, segnalò i fatti denunziatigli a chi di compe-
95
tenza ed a seguito di questa segnalazione il Ministero degli Interni inviò l'Ispettore di P.S. Trani il quale, tra gli altri provvedimenti, propose il trasferimento
sia del vice-commissario che del capitano dei carabinieri.
Il Ministero degli Interni aderì alla proposta e in data 8 marzo comunicò di ritenere opportuno che:
il trasferimento ad altl'a sede del comandante la compagnia Reggio Emilia intema sig. Cazzaroli venga subito disposto.
In una nota a matita sulla comunicazione è appuntato:
sospeso perohè già 'stato provveduto.
Il provvedimento non ebbe invece seguito perché i due funzionari chiesero
aiuto e protezione ai fascisti, i quali dopo essersi riuniti decisero di inviare una
commissione all'ono Zibordi.
Nel pomeriggio del 14 marzo verso le ore 17,30, due fascisti si recarono
nella redazione del giornale La Giustizia posta in via Gazzata per concordare con
l'ono Zibordi un incontro che fu fissato per le ore 2I.
Nell'ora concordata, tre fascisti, tra i quali il segretario del fascio Milton
Lari, si recarono al colloguio al quale assisteva anche l'ono Prampolini.
La commissione pretendeva dallo Zibordi che smentisse il discorso da lui
pronunciato alla Camera e intervenisse presso il Prefetto per ottenere la revoca
dei provvedimenti relativi al trasferimento del vice-commissario e del capitano.
I fascisti diffidavano inoltre lo Zibordi che in caso di suo rifiuto, avrebbero declinato ogni responsabilità sulle conseguenze. Invitati a precisare, dissero
che avrebbero applicato «l'occhio per occhio, dente per dente» cioé avrebbero
fatto in modo che Zibordi fosse costretto a traslocare da Reggio perché gli avrebbero quivi reso la vita impossibile.
Lo Zibordi rifiutò di accedere alla prima richiesta di recarsi immediatamente dal Prefetto per ottenere la revoca del trasferimento, ma aggiunse che se
ne sarebbe interessato in senso favorevole per amore di quella pacificazione che
fu sempre fra i desideri dei socialisti reggiani.
Nella strada rumoreggiavano numerosi fascisti in attesa dell'esito del
colloquio.
La commissione riferì ai fascisti adunati unicamente che l' ono Zibordi si
era rifiutato di andare dal Prefetto.
Zibordi e Prampolini, terminato l'incontro, scesero dalla sede de La Giustizia in via Gazzata ove incontrarono il questore Cocchi il quale li avvertì che i
fascisti erano stati fatti allontanare dalle vie Bardi e S. Agostino. Nelle vie adiacenti, al contrario, ne stazionavano ancora numerosi.
Lo Zibordi ed il Prampolini proseguirono per la via Gazzata con l'intenzione di raggiungere da via dell'Erba corso Garibaldi e quindi il corso Cairoli
ove al n. 6 abitava lo Zibordi, ma giunti all'imbocco di via dell'Erba si trovarono
di fronte i fascisti che ivi stazionavano.
Ritornati in via Gazzata al fine di raggiungere per quella via corso Garibaldi, per via della Vite, venivano inseguiti dai fascisti che furono affrontati da
alcuni agenti di P.S ..
96
Ma il gruppo di via dell'Erba ed altri fascisti provenienti da via della Vite
inseguirono lo Zibordi ed il Prampolini i quali si diressero verso l'abitazione del
Prampolini stesso in via Porta Brennone al nt. 27 percorrendo un tratto di via
della Vite, del piazzale di Porta Brennone e di via Brennone.
Giunti davanti al portone della casa, il Prampolini tolta la chiave di tasca
la infilò nella serratura che si aperse subito, contrariamente a quel che di solito
avveniva.
Nel frattempo un fascista aveva afferrato per le spalle lo Zibordi, ma fu da
questi respinto. Successivamente altri due o tre fascisti fecero per ostacolare l'entrata ma furono di nuovi respinti. In quel momento i fascisti venuti dal piazzale
sparavano un colpo di rivoltella diretto allo Zibordi il quale ebbe sfiorato il cappotto dalla pallottola che finì per colpire di striscio la porta all'altezza di cm. 70
da terra. I fascisti ammetteranno successivamente nel Giornale di Reggio del
23 marzo 1921 che i colpi furono « tre precisi in tutto, ma non si sa se sparati
da chi ».
Alla fine lo Zibordi ed il Prampolini poterono chiudere la porta, ma appena chiusa nel momento in cui si inoltravano nell'androne, una pallottola di rivoltella attraversò la rosta e si conficcò nel soffitto dal quale caddero calcinacci
sul cappello di Prampolini. Una coinquilina provvide ad avvertire il portiere della
casa che non aprisse per nessuna ragione.
Lo Zibordi per cautelarsi dall'eventualità che i fascisti abbattuta la porta
riuscissero ad entrare nell'abitazione del Prampolini che abitava al terzo piano, salì le scale e si fermò al secondo ospitato da una famiglia che era intimamente legata per affetto e per idee al Prampolini, quella del dipendente comunale
Arnaldo Casoli.
I fascisti si erano intanto schierati nella strada lungo il muro prospicente
la casa ed urlavano per cercare di mascherare il loro crimine, scioccamente:
« Fuori chi ha sparato ».
Dopo un certo tempo di sparsero per la città cantando il ritornello che,
mutando il nome serviva come grido di vittoria su chi essi avevano bandito con
la violenza:
Saluti salutissimi
Zibordi se ne va
mai più ritornerà
I socialisti piangono perchè lo voglion qui,
ma il fascio vuoi così.
Più tardi, passata la mezzanotte, quando le vie ritornarono deserte, il Casoli andò ad avvertire la moglie dello Zibordi di ciò che era avvenuto.
Lo Zibordi rincasò accompagnato dal Casoli nella notte stessa; partì quindi
per Roma ove ebbe uno scontro con il deputato Corgini.
Sciolte le Camere, lo Zibordi ritornò a Reggio e con una carrozza si fece
condurre alla sede della Camera del Lavoro davanti alla quale si raggrupparono
rapidamente i fascisti che lo avevano seguito.
Zibordi disse ai compagni che egli era disposto a rimanere a Reggio. Di
97
avviso contrario furono i presenti e nell'ora del desinare quando i «bravi» si furono allontanati, Zibordi fu condotto fuori Reggio da Albelto Anceschi. Dopo
un breve soggiorno a S. Giovanni Persiceto presso parenti, raggiunto dalla moglie
Cesira Negrelli, si recò successivamente a Roma, quindi a Milano ove rimase fino
al 1940, per trasferirsi poi a Bergamo, città nella quale morì il 30 luglio 1943.
Riprendendo la narrazione dal 15 aprile, risulta che Giolitti inviava al Prefetto di Reggio il seguente telegramma:
15/3/1921 ore 17
Aggressione contro Prampolini e ZiboM è atto indegno di un paese civile. Sorvegli
molto -attentamente movimenti fascisti e repr1ma con ogni energia qualsiasi violenza. A qualunque costo si deve ristabilire 1'impero delJa legge.
GIOLITTI
La prima notizia che il Prefetto diede del fatto al Ministero degli Interni
alle ore 0,10 del 15 marzo era cosi concepita:
Reggio Emilia 10/3/1921
... da telegramma ono Prampolini all'on. Turati risulta che negli uffici giornale Giustizia :avvenne ier sera col[oquio 'tra commissione fasdstie ono Zibordi e PrampoHni sen2la alcuna
violenza. Dimostrazione con fischi, grida avvenne strada qruando on.H recavansi ,abitazione, ma
forza pubblica diretta personalmente dal Questore impedì che fascis,ti li awicinassero. Colloqui
e dimostrazioni furono motivati da risentimento f'ascisti per trasloco capitano RR.CC. Cazzauli
(Cazzawli)e vice"commissario P.S. Marca che r,itengono provocato da deputati socialisti. Noto
che osti;lità non sono contro Pl'ampolini ma contro Zrbordi per -aspre polemiche giornalistiche.
Ono Zibordi partito sta'sera linea Parma senza incidenti. Assicuro E.v. mio massimo impegno
impedire violenze specialmente contro on.H Deputati.
HtJefetto: BONliBURINI
Successivamente in data 18 marzo il Prefetto di Reggio dava del fatto la
seguente versione al Ministro degli Interni:
Ac11e ore 22,30 la Commissione di fascis,ti scese dalla sede del gionnaleed .in 'Strada limitrofa (-a via della Gazzata) comunicò ai fascisti J'esito del colloquio e cioè l'ono non aveva
acoettato la proposta fatta a nome del fascio di ,recarsi all'ufficio del ,P1Jefetto per ottenere !La
revoca del trasferimento del capitano Cazzaroli deiRR.CC. e del vice-commiss'ario di P,S.
Marca.
Nel frattempo l'ono Zibordiaccompagnato daH'on.PrampoJini uscirono dalla \Sede
della Giustizia per recarsi alle proprie abitazioni seguiti da un agente di P.S. Giunti oltre 150
Inetri ,ìil'imbocco di via dell'Erba furono visti da un gruppetto di fascisti che emettendo grida
di abbasso Zihordi tentavano di avvicinarsi, ma furono in ,tempo trattenuti daR 'Agente che li
costrinse a 1I:etrocedere. I due onorevoli intanto si aMontanarono e l'Agente non seppe la
strada da essi presa.
Intanto hl grosso nucleo dei fascisti ascoltata la comunicazione dei compagni si dirigevano cantando al centro della città, ma furono invitati a desistere e sciogliersi. Girunti in via
Garibaldi furono udite Je grida di abbasso Zibordi provenienti da via dell'Erba. Eal10ra 'essi
di corsa si diressero a quella volta sparpagliandooi per i vicoli adiacenti seguiti daMa Forza
Pubblica.
In via dell'Erba hl Que&tore che dirigeva ,hl servizio e che aveva predisposto altra vigilanza in via Garibaldi dove transitare doveva l'ono Zibordi, fu infonnato daN'agente Nobili
che aveva perduto di vista i due onorevoli; egli dispose perciò che detto Agente si accertasse
se gli onorevoli eransi recatiali'abitazione dell'ono Prampolini e inviò altri agenti di rinforzo
all'Agente Nobhli.
I fascisti si raggrupparono in via Gadbaldi e furono risolutamente sciolti all'im-
98
bocco di via Farini. Gruppetti i'solati di fasdsti presero vRrie vie, seguite da agenti, per impedil'e che si avessero a riunke.
L'agente Nobili riferì poscia che mentre d1rigevasi all'abitazione dell'ono Prampolini
in via Porta Brennone, 'imboccando detta via udì un colpo di rivoltella e vide .un iaccorrere di
persone che si f'ermavano nei pressi dell'abitazione ddl'on. Prampolini. Erano fascisti che al
sopraggiungere degli Agenti si allontRnarono.
L'on. Prampolini dichiarò che dopo che l'Agente aveva fermato i fascisti in via del1'Erba si era coll'ono Zibordi recato al1a propria ,abitazione e mentre egli era già entrato nel
portone, e lo seguiva l'ono Zibordi, erano isopmggiunti dei ,fascisti che aveVRno tentato di trattenere l'ono Zibordi che si el'a svincolato ed era potuto enHare.
La chiusura de1la porta fu salutata, così si espresse l'ono Prampolini, da una 'rivolverata. n giornale La Giustizia pubblicò che i colpi d',arma da fuoco furono due, che avevano
lasciato ·tracce visibili ,e che era stato -raccolto un bossolo di cartuccia di pistola.
Prooeduto ad lilla verifica in ,luogo, fu r1scontrata una iscanellatura nella porta d'ingres'so ed unaammaocatura nel so:5fitto dell'androne; per accertare l'origine furiohiesta da
quest'u;fificio una perizia giudiziaria che ha escluso che trattasi di colpo di proiettile la scannellatura es]stente sulLa porta, ma ha ·ammesso che l"ammaccatura sul soffitto è ~tata prodotta da
proiettille di piccolo calibro.
La scannellatura non esisteva prima dello sparo ed è anche oggi visibile
nella porta (usata poi nell'interno) di quell'abitazione.
Il giorno 26 marzo il Prefetto comunicava al Ministro degli Interni:
Comitati patriottici 'riuniti a Reggio, dei quali trasmisi ordine del giorno con lettera
16 corro n. 238, sonosi di nuovo oggi presentati ,al mio ufficio per chiedere e vivamente reclamal'e dal Governo 'revoca tmsferimento capitano RR.CC. Caz2!aroH, vice<ammissario Marca.
Nuove insisten2le sono determinate dal fatto che ritorno a Reggio ono Zibordi ha subito TaVvivato agitazione e provocato incidenti pericolosi tra fascisti e sociwlisti, perchlè fascisd attribuiscano a lui ia 'respons'abhl1tà del provvedimento ed insistono nel dichiaraJ:1e che ise detti funzionari dovranno lasciare Reggio anche ono Zibordi dovrà fare altrettanto, cos'trertov,i da fa·
scisti che gli rendera:nno impossibJe permanenza.
Ma pratiche pres'so persone influenti per ottenere calma, rispetto, 'wno riuscite infl'uttuose, per modo che sicurezza ono Zìbordi deve alffidal'Si soltanto a misure di polizia. Detti
comitati che sonosi rivolti anche personalmente a direzione generale della P.S. ed a comandante Arma RR.CC. assirur,anmi che riuscirebbero frenare ,ecQessi fascisti se fosse 'revocato
provvedimento, ma is'arebbero impotenti se provvedimento :a'\'esse esecuzione. Convinto ,anch'io
che revoca tvasloco due funzionari conHibuirebbe molto pacificazione animi, rinnovo raccomandazione f.atta mio rapporto 16 corro n. 237 che trasloco vice"commissario Marca sia revocato e che ,trasloco capitano RH.Cc. Cazzaroli sia ,almeno sospeso.
Nella stessa sera, un'ora dopo la spedizione del telegramma, alle ore 19,20
partiva un altro telegramma diretto sempre al Ministro degli Interni così concepito:
M1nistero Interni Ga:binet1:o
Fermo proposito contribuIre pacificazione animi, aderiamo pienamente proposta Prefetto revocare trasloco Cazzaroli e Maroa.
PRAMPOLINIe ZIBORDI
Furono messe due guardie regie davanti alla porta della casa dove abitava
il Prampolini più per sorvegliarlo che per proteggerlo come avveniva in questi casi.
Nello stesso giorno in cui dava il' testo del telegramma riportato, La
Giustizia riproduceva un avviso fatto affiggere dai fascisti:
Gttadini, la:voratori,
le mene subdole e vigliacche dei capi, hanno pottato aRe continue provocazioni dei gregari.
99
Ma di fronte ·ad essi i fascisti sono insorti ed hanno detto «Ba'sta ».
E hasta deve essere per sempre!
Cittadini, lavoratori,
in rulto i cuori, in alto gli spiriti!
Non più il tricolO1'e verrà insultato e vil1peso, non ,più la violenza holscevica concluderà (sic: forse per conculcherà) la nostra lihertà. La nostra forte anima latina si manifesta ora.
Tutti quelli che hanno un cuore che italianamente puJsa, devono essere oon noi, devono aippoggiare con tutte le loro forze il nostro movimento, l'unico nel quale sia riposta ia salvezza
d'Italia.
Per il fascismo.
Eia! Eia! Alalà.
I fas,òti.
Il sottosegretario Corradini inviava in data 27 questo telegramma all'ono
Prampolini:
Ringrazio lei e collega Z]bordi per la manifestazione della volontà pacificatrice nei riguardi del ,trasferimento dei due funzionari in servizio della P .S. di codesta città. G1udico che
l'atto stesso non potrà non produrre i suoi risrultati utili per la tranquhlHtà codesta dttà.
Consenta tuttavia le dica il mio pensiero. Ritengo che 'aHe ragioni inderogabili discipHnae ,al
sereno esercizio de11'ufficio le condizioni d'ambiente quali si è venuto formando per dubbi
mancanza obiett1vid prima per passionale d]fesa successiva non sono idonee ,per quella serena
insospettabile obiettività che è condizione necess8!ria per esercizio delicata funzione poHzia di
sicurezza. Gradisca insieme collega Zibordi i miei saluti.
CORRADINI
Prampolini comunicava il telegramma al Prefetto Boniburini il quale inviava al Ministero degli Interni questo dispaccio:
On. PrampoHni mi ha comunicato telegramma 27 corro n. 6565 dell'E.V. e sempre
con l'alto .scopo di fare opera pacificazione chiederebbe al Ministro che prima di dare esecuzione ,al .trasloco del capitano M.CC. Cazzarotli e dd vice-commiss,ario Marca fosse ordin8!ta
una inchiesta suHa condotta dei due funzion8!ti. ,Poichè 'richiesta del Prampolini è confonme
quella contenuta nell'ordine dei comitati patriottici trasmessa a codesto M1rustero colla mia
lettera 16 corro n. 238 affrettomi informare EV. confermando considerazioni fatte mio ,telegramma 26 ma'rzo n. 266.
Il 6 luglio 1922 con una sentenza del Tribunale si aveva l'epilogo delle
minacce, delle violenze anche a mano armata e tentativo di omicidio, degradati
come reati, accumulando in un'azione unica i due fatti svoltisi nella sede de La
Giustizia e nella via Porta Brennone. L'imputazione era contro:L.M.L., D.O.G.,
G.c., G.V., imputati di violenza privata in danno degli ono Zibordi e Prampolini.
«per avere la sera del 14 marzo 1921, in cODreità fra di loro e di altre persone rimas·te sconosciute, truuna delle quali armata di rivoltella, usata minaccia lanche con ,arma aJ1'on. Zibordi
onde esigere da lui che ,si presentasse al R. Prefetto per ottenere J'a revoca del ,trasloco di due
funzionari (il Capitano dei R.R. Carabinieri cav. Cazza:roH e il Vice Commiss8!cio di P.S.
dotto Marca) avvertendoJo che, in caso contrario, lo avrebbero obbligato 'ad ,allontanarsi da
Reggio, ottenendo quest'ultimo scopo ».
La condanna fu per il N.L. mesi 5, giorni 20 e L. 100 di multa; per il
D.O.G. e il G.c. mesi 4 e L. 83 di multa; per il G.U. mesi 4; oltre le spese di
sentenza e processo in solido. Il Tribunale accordava inoltre la sospensione della
sentenza per 5 anni.
GIANNINO DEGANI
Recensioni
ROLANDO CAVANDOLI,
Origini del fascismo a Reggio Emilia e pro·
vincia ». A cura della Lega per le autonomie
ed i poteri locali di R. E., pp. 61, febbraio
1972.
Il dr. Rolando Cavandoli non ha certo bisogno di presentazione. Da anni attento studioso di cose e problemi del movimento operaio e dell'antifascismo, ha meritatamente
conquistato una posizione di rilievo nell'ambito degli studi sulla Resistenza reggiana.
Questo stesso numero della Tivista pubblica una puntata del suo ampio saggio
«Quattro Castella ribelle », con· cui risultò
vindtore del concorso indetto da1l'Istituto
nel 1970.
Ora l'amico Cavandoli ha dato alle stampe un opuscolo « Origini del fascismo a Reggio Emilia e provincia » -anticipazione di
una più vasta opera di prossima pubblicazione - con cui si viene a colmare una lacuna
dspettoalla necessità di ampia conoscenza
(da parte dei giovani in modo particolare)
della reale natura del fascismo "storico".
Opera tanto più meritoria (e proprio perchè costruita su basi rigorosamente scientifiche) wlla ,luce di certe rev1viscenze o "rigurgiti" caratterizzanti il difficile momento politico che il Paese sta attraversando, con sinistri Hguri, condannati dalla storia e dai Tribunali, i quali osano atteggiarsi a paJadini
della Patria e dell'Ordine.
Parole spia, queste di "ordine" e "patria", in bocca a certi personaggi, e che non
a caso furono pletoricamente utilizzate dal nascente fascismo e da1le associazioni di agr,ari
e industriali che ,lo finanziarono (come ben
documenta il Cavandoli) anche nella nosrra
provincia:« ... fin dal tempo della lotta contadina... il periodico del "liberalismo economico" (si tratta del reggiano «La Hbertà
commerciale », N.d.R.) propose l'idea di un
"blocco infrangibile ... per la difesa della Pa-
tria contro ogni tentativo ps'eudobolscevico"».
(p. 26).
« Il movimento delle squadre - sintetizza l'Autore - fu il ,risultato della ripresa offensiva della dasse proprietaria, la forza d'urto sostitutiva del vecchio blocco d'ordine che
non aveva saputo impedire il successo delle
lotte contadine e operaie ».
Ecco il vero obiettivo, al di Jà del ciarpame retorico, del fasdsmo negli Anni Venti:
distruggere il patrimonio di ,autentica dviltà
che il movimento operaio aveva saputo autonomamente costruil'e con 1a iotta e col sacrificio di tanti suoi miJitanti.
Le cooperative incendiate, le amministrazioni comunali sociaHste destituite con la forza, le sedi dei sindacati e dei partiti operai
distrutte, ,la violenza ,fisica contro i militanti
proletari. Con sintetici ed efficaci rtratti (nonchè precisi dati), Cavandoli rievoca queste
vicende documentando anche (e ci pare sia
la prima volta che viene fatto) come i «corpi separati» di uno stato ancora "liberale"
avessero pr'ecise direttive dall' alto per appoggiare e favorire la violenza fascista.
Sul carattere di classe del fascismo reggiano, Cavandoli fomisce una decis~va documentazione sia per quanto -riguarda i 1egami tra
squadrismo da una parte, Confagricoltura e
Confindustria dall'altra, sia per quanto riguarda 1a composizione sociale delle "squadre", ivi compresa l'utilizzazione strumentale
di certo sottoproletar.iato.
Sul perchè passò "allora" il fascismo,
l'Autore risponde implicitamente Ilungo tutto
il saggio: mentre da un ,lato 10 squadrismo
trovò l'ampio appoggiQ (finanziario, militare,
giuriruco) delle classi dominanti, daLl' altro incontrò una «resistenza» che fu solo di pochi, m1nata com'era dalle fatalistiche e note
posizioni del socialismo dformista.
Una lezione del passato da mettere a frutto nel presente.
Una lezione di cui dobbiamo essere grati
a Cavandoli, per averla così efficacemente
riproposta e documentata, in sede locale, non-
102
chè alla Lega dei Comuni, che ha voluto la
Stampa è la diffusiòne dell'opuscolo in migliaia di copie.
ANTONIO ZAMBONELLI
LAZZALDO «SERGIO »,
Palchi e corvi, Edizioni Libreria del Teatro,
Reggio Emilia, 1971, pp. 144, L. 1500.
A <rigore, in questa sede dovremmo occuparci esclusivamente di pubblicazioni storiche. Il libro di Lazzaldo (conserviamo il suo
pseudomino poichè con questo si è firmato)
è ,ambientato chiaramente a Reggio ai ;tempo
della guel.'l.'a di Liberazione. Inrut<re certi fatti sono 'riconoscibili, come ['eccidio delle
«Reggiane» ed rutri. Avvenimenti come
quelli del 25 luglio e del['8 settembre, le difficoltà e i . risahi della vita cospkativa, le
azioni gappìste e [e <rapp<resagHe nazi.fasoii\te, la vita clandestina dei gruppi combattenti politicizzati, tutto è :storico anche se
tutto ci 'V'iene proposto in forma ~ettera:ria.
Un lavoro arduo, da spaventare scrittori
di professione. Rare sono le opere di questo
~nere ben riuscite: pensiamo a Calvino,
aRa Viganò, a Tobino, a Feooglio e a pochi
altri.
Que1lo di Lazzaldo, che fu p9Jttigiano e
quindi <testimone dei drammi che rievoca, è
a nostro avviso un libro del quale si deve
parlare, anche se la critica [etterarla esula
dalle nost<re consuetudini e daNe nostre competenze.
Mol1leplici sono, nel. suo scritto, gJi aspetti interessanti: :iJl compottamento dei ;vecchi antifascisti posti di fronte ad una lotta
asprissima, lontana dalle [oro aspettatiVie e
dalla loro comprensione; i 'Iluo;vi antifascisti,
Je scelte che sono costretti a fare sotto ~a
spinta implacabile degli avvenimenti, la loro
graduale e spontanea ,trasformazione in
guettiglieri; i fascisti di conio repubblichino
che divengono taH per motirvi cOtlIlp'lessi, ma
prevalentemente per ,sentimenti di rivaisa
comprensibili in chi non vuoI rassegnarsi a
riconoscere il :fallimento dclla prop<ria vita;
i tedeschi, costretti a rvivere t<ra la dnimioizia degli occupati e l'amicizia di alleati che
disprezzano; le spie ed i ,tortuosi motivi del
loro agire; e inoltre situazioni e ambienti caratteristici di una città di provincia m quelr,epoca determinata. li tutto, <reso quasi esclusivamenteattraverso i dialoghi, che occupano :una ,grande :patite del iHJbro.
L'autore, ·alle sue prime armi, cerca di
indagare con innegabile acutezza la 'VIta dei
SI\loi moltissimi personaggi. Egli possiede una a<rguzia di buona lega e innate qualità di
narratore. Il suo libro, pertanto, è il migliore del genere uscito nel Reggiano.
Put<roppo gli nuoce [a non 'sempre ~im
pida chiarezza di cer,ti passaggi (forse :perchè
l'autore dà per scontate rtroppe cose) e una
certa mancanza di «mestiere» mesi acquista solo ,scrivendo mruto e sottoponendo
i propri scritti alla 'spesso ingrata pro;va del
giudizio al1lrni.
Il libro avrebbe acquistato mo1tissimo
con un buon lavoro di Hmatura e di correzione di bozze, per il quale è necessaria soprattutto una gr.ande pazienza. Si direbbe invece che questa quaHrtà sia ;venuta ,a mancare all'autore e che egli si sia bsciato prendere dalla fretta di dare ,a!Lle stampe la sua
opera. Ed è un vero peccato.
Ma queste osservazioni non tolgono
molto al nost<rogiudizio, che è positi'Vo.
L'opera nel suo insieme è <riuscita.
L'autore ha detto quel che aveva da dire e in modo da lasciar capire chiaramente
le sue possibilità.
In sostanza dobbiamo essergli grati per
il suo sforzo, consistente nel presentare aJ
1ettore odierno gli aspetti essenziali della
lotta in pianura, ID una forma certo più
cisiva di quanto possa rfa<rsi ad esempio con
un saggio.
Data questa sua capacità e questa lIUa
predisposizione, che non gli conoscevamo,
ci auguriamosiooeramente che egli possa
e voglia cont1nuare a scrivere.
m-
GUERRINO FRANZINI
ERNESTO ROSSI,
Salvemini il non conformista. A C\l<ra di
Paolo Crocioni - Reggio Em. - Tecnostampa
1971.
Dovuto alla CUJt:a di ,Paolo Gradoni che
lo dedica aiHa ;vedova di Emesto Rossi, è
103
uscita la ristampa dell'articolo che E.R. dedicò a Gaetano Salvemici, pochi giorni dopo
la sua motte, ne Il Mondo del 17 settembre 1957.
L'opportunità della ristampa è acoresciu.ta dalle numerose note .aJ!. testo ed una aggiunta alla bibliografia degli scritti di Ros'si
su di lui, ma soprattutto daH'acuta prefazione di Giuseppe Anceschi e Giuseppe Armani. La collocazione storica del Salvemini
che, fOlJmatosi 'aH'iJJuminismo e 'all'empirismo per giungere ·aHa tradizione democratica risorgimentale e particolacl.1llloote al Cattaneo, serve nella prefazione a puntualizzare
quella del Rossi che da un iniziale liberismo
si accostò ad un «sociaHsmo a,perto e venato di simpatie giocobine ».
Il Salvemini ebbe più volte '00 occuparsi
delle violenze fasciste nel Reggiano e soprattutto dell'uccisione del candidato massimalista Antonio Piccinini.
Ernesto Rossi fu ,legato da grande af-
fetto aHa madre di Camillo Berneri, l'anarchico 'regg1ano morto ncl1a guerra di Spagna
e posseggo un suo libro con la dedica 'autografa alla Berneri e da ~ei regaJ!.atomi, così
scritta: «Alla Signora Ada1gis'a, che seppe
tMsfondere nel suo indimentica,bile CamiMo
TI suo amore per la giustiria e per la i!1bertà ».
Di Berneri .sarà OPpolltunO che qualcuno
scriva. Ora, mi limito a riferil'e ['u1t1ma immagine che 'ho di lui. Frequentavo il ginnasio, quando Berneri ilirequentava il [lcea 'a
Regglo. Vicino ·a lui si aveva .la continua impressione di una vita tesa. Più ohe un incontro il nostro fu un sailiuto scambiato in
fu-etta, rolJse neppure una stretta di mano,
nella piazzettaal termine di via Vittorio Veneto.
Ma ogni volta era così, come ·se ·avesse
continuamente fretta di ,andare verso qualcosa che ,lo .aspettava, lo chiamava.
G. D.
. .,
Atti e attLvaa dell' istituto
L'ASSEMBLEA DEL 19 MARZO 1972
Ha avuto luogo, nella mattinata del 19 marzo, l'Assemblea Ordinaria dei
soci dell'Istituto.
Erano all'ordine del giorno l'approvazione del bilancio 1971, la relazione
sull'attività svolta nello stesso periodo, il rinnovo del Comitato Direttivo.
All'inizio dei lavori il rag. Bruno Caprari illustrava brevemente il conto
economico, subito seguito dal dotto Ferrari che leggeva la relazione dei Revisori.
Il bilancio veniva approvato.
Il Presidente uscente avv. Antonio Grandi, dava poi lettura della relazione del Comitato Direttivo, che qui di seguito in gran parte riportiamo.
« Riteniamo opportuno iniziare la presente relazione, ricordando ai presenti
che con il prossimo 25 aprile cade il 5° anniversario di vita dell'Istituto, almeno
come Ente con sede propria e proprio apparato, poiché l'atto costitutivo risale
al 1965.
Ed è giusto, diremmo, in questa occasione, rivolgere prima di tutto il nostro ringraziamento a tutti coloro che hanno reso possibile la vita del nostro
Istituto: dai dirigenti ai soci.
Il ringraziamento tocca in particolare gli Amministratori del Comune di
Reggio e dell'Amministrazione Provinciale, che hanno dimostrato sensibilità e
fiducia nei nostri confronti, sostenendoci con contributi annuali e dandoci anche
una sede dignitosa.
Sarà utile, in apertura, informare i presenti prima di tutto sulla situazione organizzativa dell'Istituto e passare poi all'esame dell'attività svolta e da
svolgere.
Le adesioni sono sempre quelle. Avevamo alla fine dello scorso anno 91
soci iscritti. Ma non si tratta di persone in genere particolarmente attive. Attualmente possiamo considerare che siano all'incirca una cinquantina i soci che versano le quote e che partecipano in un modo o nell'altro alla vita dell'Istituto.
Si è notato in questi ultimi tempi una certa sveltezza nei versamenti ( ... ).
dovuta al fatto che con l'ultimo numero della Rivista è stato recapitato a ciascuno
un modulo di cl c postale intestato all'Istituto, poiché ora ne abbiamo uno.
Ci siamo decisi infatti a fare la relativa pratica presso la Direzione delle
Poste. Quasi immutato è anche il numero degli abbonati alla rivista.
Si è avuto però un certo aumento nelle vendite, perché abbiamo fatto
degli annunci sulla stampa al momento della diffusione. Si verifica anche un altro
fatto positivo: quando la rivista esce, aumenta la richiesta dei numeri arretrati.
Molto spesso i librai chiedono collezioni complete, tanto che alcuni numeri sono
pressoché esauriti.
106
A proposito del Contenuto di « Ricerche Storiche» crediamo di poter dire
che continua ad essere di buon livello. Ed è da notare con soddisfazione che da
un certo tempo a questa parte si trova abbastanza facilmente il materiale da
pubblicare. Praticamente c'è solo l'imbarazzo della scelta.
Una rivista di carattere locale ha i suoi limiti e non può durare in eterno.
Ma per il momento non si vede nessun segno di stanchezza. «Ricerche Storiche» continua ad assolvere bene il suo compito divulgando piccoli saggi, documenti e testimonianze. Essa serve anche come stimolo per gli studiosi, a ricercare e a produrre per pubblicare.
Per quanto concerne la biblioteca, dobbiamo registrare un altro aumento
del numero dei libri. Nel 1970 erano 326 e nel 1971 sono saliti a 396 solo
con le normali acquisizioni. Ma il nostro patrimonio si è accresciuto notevolmente soprattutto con il dono di 194 volumi avuti dalla prof.ssa Giuseppina
Negri, sorella del nostro socio scomparso avv. Arrivo Negri, alla quale è doveroso
da parte nostra inviare il più vivo ringraziamento.
I volumi, in totale, sono 590, tutti su fascismo, antifascismo, nazismo,
ultima guerra e guerra di Liberazione. Possiamo dire ora di possedere finalmente
una buona biblioteca specializzata.
Questo nuovo arricchimento ci dà la possibilità di rispondere meglio di
prima alle richieste degli appassionati, dei ricercatori e degli studenti.
Per l'archivio c'è poco di nuovo da dire. Si è andati avanti ancora nel
lavoro di riordinamento del molto carteggio esistente. La sistemazione totale
richiede molto tempo e bisogna procedere per gradi. Per il momento è già possibile individuare una buona parte del carteggio in base alle scritte abbastanza
dettagliate apposte nel dorso delle cartelle. Ma bisognerà andare ancora a fondo,
verso una maggiore specificazione,_ dopo aver ben diviso i singoli documenti a
seconda della posizione che essi avevano in origine.
Vanno abbastanza bene le ricerche sui volontari di Spagna. E' stata completata la raccolta dei dati e delle notizie per quel che era umanamente possibile.
Non si è esitato a seguire determinate piste anche in Francia, ove il socio Giovanni Bertolini si è recato di persona. Abbiamo anche trovato chi farà lo studio.
Si tratta del M.o Antonio Zambonelli, che in questi mesi ha seguito con passione la ricerca e che secondo noi possiede i requisiti per fare un buon lavoro.
Nella relazione dello scorso anno accennammo pure alle ricerche da condursi presso l'Archivio Centrale di Stato, tese a scoprire eventuali fonti di notizie sull'attività antifascista nel «ventennio ».
Degani, l'unico che ha avuto l'autorizzazione, di tre soci che avevano fatto
domanda, si è già recato a Roma alcune volte, ha compiuto le necessarie esplorazioni delle buste che contengono carteggio proveniente dalla nostra provincia ed
ha fatto fare i microfilms del materiale più interessante. Da questi fotogrammi
sono state poi tratte delle stampe fortemente ingrandite.
Di questo importante fondo, lo stesso Degani ha già cominciato lo studio
minuzioso e fin da ora appare chiaro che la sua non è stata una inutile fatica.
Si potranno mettere a frutto questi preziosi documenti, compiendo appositi studi
su quel periodo che ai nostri occhi presenta ancora dei vuoti preoccupanti.
107
Anche questo è un lavoro lungo, che costa tempo e danaro.
Abbiamo poi il piacere di poter comunicare che per il prossimo 25 aprile
vedrà la luce un volumetto di documenti fotografici sulla Resistenza reggiana.
Già avemmo a parlare di questa iniziativa in altre occasioni, ma solo ora è possibile giungere alla edizione soprattutto perché recentemente sono stati reperiti
dal Comune i fondi necessari.
A mo' di informazione vogliamo riferirvi qualche dato su questo volumetto. Esso è composto di 180 pagine con 234 fotografie e relative didascalie,
e reca alla fine una cronologia che va dal 1918 al 1945, la prima del genere,
anche se necessariamente sommaria.
L'idea di questa pubblicazione nacque in sede di Comitato per le Celebrazioni della Resistenza, ma l'esecuzione fu affidata al nostro Istituto, che ha
trovato le foto, ha compilato le didascalie, ha studiato la non sempre facile impaginazione.
La parte scritta è già stata composta e tutti i c1ichés sono stati fatti. In
questi giorni· si sta procedendo alla stampa. Se ne tireranno 3.000 copie.
Contribuiscono alle spese, oltre al Comitato citato (Comune e Provincia)
alcune banche ed anche il nostro Istituto, il cui nome figurerà in copertina.
Lo scopo principale è quello di fornire al lettore impaziente, ai giovani,
o agli stranieri, uno strumento di facile consultazione, capace di trasmettere impressioni visive che come è noto hanno a volte il potere di parlare meglio dei testi.
Forse non tutti i presenti sanno che il Comitato Direttivo uscente, visto
il discreto successo avuto dal Concorso per studi storici lanciato nel 1970, ha
deliberato a suo tempo di lanciarne un secondo. Questa volta si tratta di monografie su Comuni del Reggiano o su frazioni del Comune di Reggio dal 1918 al
1945. I lavori dovranno essere presentati entro il 31-12-1972. Nel giugno del
1971 è stato diffuso un apposito bando attraverso la stampa ed anche attraverso
un manifesto murale che è stato inviato a tutti i Comuni, alle Università della
città vicine, alle biblioteche, ecc.
Purtroppo sono stati pochi coloro che sino a questo momento sono venuti
da noi per chiedere chiarimenti e consigli. Temiamo che il bando non sia stato
sufficientemente popolarizzato o che sia stato sottovalutato.
Nostro intento era quello di incoraggiare la produzione di studi a carattere
locale, secondo un nostro vecchio, ma valido programma. Solo coprendo tutta
la provincia con studi locali che partano dal 1918 si potranno avere tutti gli elementi per una vera storia reggiana della Resistenza al tempo della dittatura
fascista.
E' stato auspicato, nella precedente Assemblea, che il nostro Istituto possa
lavorare di più in direzione della Scuola. Possiamo assicurarvi ora che esso lavora effettivamente su questo terreno, anche se non in modo molto clamoroso.
Attualmente, presso la Scuola media di Cavriago, è in piedi una piccola mostra sulla Resistenza allestita con materiale fotografico fornito da noi. Gli insegnanti portano gli alunni a turno presso la mostra e, prendendo spunto dalle
fotografie, tengono le lezioni di storia. Vedremo se saranno possibili tali iniziative altrove.
108
Il Preside del Liceo Classico ha lanciato tra gli studenti un Concorso per
piccole ricerche sulla Resistenza reggiana da effettuarsi possibilmente su aspetti
pco conosciuti di quel periodo.
Un professore è venuto presso i nostri uffici per prendere i relativi accordi e in questi giorni, a 2-3 per volta, gli alunni vengono all'Istituto per avere
dei dati bibliografici, o per chiedere dei consigli circa il campo da scegliere per
le loro ricerche.
Dobbiamo riconoscere con soddisfazione che si tratta, in genere, di ragazzi
abbastanza preparati e svegli, non nuovi evidentemente alle letture sulla materia.
Crediamo che questa sia una iniziativa molto producente dal punto di vista didattico e che potrebbe incoraggiare la formazione di giovani ricercatori, dei quali
c'è molto bisogno.
Una iniziativa verso la scuola va considerata anche quella del libro illustrato, in quanto, appunto nelle scuole esso andrà diffuso.
Sarà anzi, pensiamo, l'iniziativa di rilievo maggiore almeno per questo
anno scolastico.
Abbiamo completato la ricerca su « Il Solco fascista» dal 1938 al 1943.
Le notizie estratte sono numerosissime e il relativo dattiloscritto è di circa 300
pagine. CosÌ abbiamo sotto mano una preziosa fonte di informazione sulla vita
provinciale dell'epoca, almeno di carattere ufficiale.
Altro paziente ma necessario lavoro è stato quello della riproduzione dello
schedario dei partigiani riconosciuti, esistente presso l'A.N.P.I. Noi non avevamo
niente che riguardasse le posizioni dei singoli partigiani. Sono state fatte ora circa
12.000 schede coi dati essenziali di ciascun partigiano.
Lo schedario dell'ANPI è in ordine alfabetico. Noi invece stiamo ordinando il nostro schedario in ordine di formazione di appartenenza. Sapremo cosÌ
l'esatto numero di effettivi di ogni Brigata partigiana, secondo i dati ufficiali di
riconoscimento. Poi ordineremo le schede per residenza e cosÌ sapremo quanti
combatenti hanno dato i singoli comuni.
Ordinandole con criteri diversi sarà possibile sapere ad esempio quanti sono
rispettivamente i partigiani, i patrioti e i benemeriti.
Abbiamo esteso le nostre ricerche agli schedari dei riconosciuti di Parma
e di Modena. Così sappiamo che nel modenese c'erano circa 500 partigiani reggiani e che nel parmense ce n'erano circa 300. E' evidente che queste cifre modificano alquanto i dati sul contributo reggiano alla guerra di Liberazione.
Ricorderete certo che la volta scorsa si parlò di un libro di Anatoli Tarasov, il partigiano russo che combatté coi Cervi. Finalmente abbiamo ora la traduzione di questo libro e abbiamo potuto apprendere, di certi avvenimenti, una
versione inedita.
Tra l'altro abbiamo appreso i nomi di due partigiani russi che sarebbero
caduti a Toano.
L'altro libro, dell'inglese Farran, «Operazione Tombolo », che parla diffusamente dell'attacco di Botteghe e del Battaglione Alleato, è ora nelle mani
del traduttore.
A rigore, si dovrebbe abbozzare un programma di attività futura per 1'1-
109
stituto. Ma avendo il C.D. cessato il suo mandato, si ritiene più giusto che a formularlo siano l'assemblea, dopo la consueta discussione, e il nuovo Comitato
Direttivo.
Ora ci limiteremo, pertanto, ad elencare, a puro titolo di raccomandazione, i lavori e le iniziative che a nostro avviso sono da continuare o da
intraprendere.
E' stato detto che vi è la tendenza a richiedere delle collezioni intere di
«Ricerche Storiche» da parte delle librerie o da parte di singoli acquirenti. Già
una volta, qualcuno lo ricorderà, siamo rimasti senza un numero: il primo. Se
non avessimo provveduto a ristamparlo, non avremmo potuto, in questi anni,
rispondere alle richieste di numeri arretrati che ci vengono molto spesso rivolte.
Ora i numeri 2 e 4 stanno per finire. Si propone che venga presa in considerazione la eventualità di una ristampa.
Per quanto riguarda. la biblioteca, il nuovo considerevole fondo che ci
proviene dalla biblioteca Negri impone tutto un lavoro di schedatura di timbratura, di registrazione e di sistemazione. Il posto nell'apposito scaffale è poco e
bisognerà provvedere ad acquistarne un altro.
Cosi dicasi per gli schedari; quello in fase di riordinamento e quello
vecchio, dei primi anni dopo la liberazione, che l'ANPI ci ha passato. Tutto
questo materiale, va sistemato in un apposito mobile ave magari potrebbe trovare posto anche l'archivio fotografico.
Per la emeroteca si è detto che non c'è praticamente nulla di nuovo, ma
in prospettiva c'è la possibilità di fare un acquisto interessante. Si tratta della
collezione completa de « Il Giornale di Reggio », il quotidiano reggiano esistente
prima de «Il Solco fascista ». E' una fonte inesauribile di notizie riguardanti
un periodo storico importante: quello della prima guerra mondiale e dell'avvento
del fascismo.
Sarà anche molto opportuno che Degani possa continuare le sue ricerche
a Roma. Sarà tanto di guadagnato per l'Istituto, poiché un'occasione come questa difficilmente ci si presenterà negli anni a venire.
L'Istituto dovrà poi sostenere la sua parte di spese per l'edizione del libretto illustrato e vedere come collocare le copie che ci saranno date.
Evidentemente la distribuzione presso le scuole è una questione che riguarda anche il Comitato delle Celebrazioni della Resistenza. A noi in particolare interesserà inviarlo a tutti gli Istituti, alle Associazioni partigiane, agli studiosi coi quali siamo in relazione e coi quali solitamente si effettuano dei cambi.
A proposito del concorso per monografie locali, è ovvio che i maggiori interessati sono i Comuni; di conseguenza, si dovrebbe intervenire verso i Sindaci
perché cerchino localmente i potenziali concorrenti.
Un altro problema che si dovrà risolvere è quello della utilizzazione dei
due testi di Tarasov e di Parrano
Un lavoro da non trascurare sarà quello dell'archivio. Ci viene richiesta
da Bologna ed anche da Milano una guida archivistica che richiederà un certo
impegno e che probabilmente verrà pubblicata. Ma la guida dovrebbe portare
via poco tempo. Il vero, grosso lavoro, è quello del riordinamento del carteggio.
110
Bisognerà giungere ad una sistemazione che ponga in grado i ricercatori di rintracciare rapidamente i documenti che interessano.
Nell'ultima riunione del Comitato Direttivo uscente, sono state prospettate
inoltre varie iniziative, come quella di una Conferenza pubblica, di una mostra
della stampa clandestina, della riedizione del libretto «Un travagliato trentennio» o di altra pubblicazione da distribuire nelle scuole.
E' nata anche l'idea di incontri con gli insegnanti delle Medie.
Sono tutte cose che andranno studiate da coloro che saranno chiamati
stamattina a reggere le sorti dell'Istituto per il prossimo triennio.
Vorremmo aggiungere alcune considerazioni sullo stato degli studi storici
sul periodo che ci interessa.
L'Istituto ora possiede i cinque lavori inediti premiati, a conclusione del
nostro primo concorso, con una cerimonia pubblica tenuta alla Sala del Tricolore
il 24 aprile 1971.
Eccone i titoli:
«Quattro Castella Ribelle» di Rolando Cavandoli;
«Lineamenti di una storia del fuoruscitismo reggiano» di Annamaria
Parmeggiani.
«La Cooperazione reggiana di orientamento sodalistico durante il fasci.
smo» di Pasquina Pigoni.
«Note sulla stampa politica reggiana» di Luciana Catelli.
Il primo è in corso di pubblicazione e il secondo uscirà sul prossimo numero della rivista. Seguiranno gli altri.
Dobbiamo anche segnalare che Degani e Cavandoli hanno compiuto due
importanti studi che si riferiscono agli anni del primo dopoguerra. Saranno
pubblicati dalla Deputazione regionale per la Storia del Movimento di liberazione,
in un volume intitolato « Le origini del fascismo in Emilia ».
Ai soci Cavandoli e Degani esprimiamo il nostro compiacimento e ci auguriamo che essi possano darci ancora nuove importanti opere.
Crediamo di poterci ritenere soddisfatti dell'andamento degli studi. Con
quelli elencati si è ulteriormente ridotto il terreno inesplorato.
Quando uno studente universitario ci chiede in quale direzione deve lavorare per trovare qualcosa di nuovo da dire nella sua tesi di laurea, cominciamo
ad essere imbarazzati perché ormai non rimane che il periodo 1925-1943, quello
in verità più difficile da studiare, soprattutto perché manca la stampa non fascista.
Non c'è altra via che ricostruire l'opera dell'antifascismo attraverso il
carteggio riservato· dell'epoca, e attraverso le testimonianze degli ormai pochi
protagonisti.
Riteniamo che questo debba essere uno dei più importanti obiettivi dello
Istituto.
E abbiamo finito.
Non abbiamo la pretesa di aver fatto grandi cose. Forse si poteva fare
di più, ma non bisogna dimenticare che il nostro Istituto non è paragonabile a
quelli delle grandi città del Nord, che è vivo da pochi anni e che deve perfezionare la sua struttura interna.
111
C'è chi pensa che si debba svolgere un'attività esterna, in modo che l'Istituto appaia più vivo agli occhi dell'opinione pubblica.
Non sappiamo bene se questa sia la strada migliore per costruire sul solido o se non sia per caso un non troppo utile dispendio di forze e di mezzi, tenuto
conto della natura del nostro Ente.
E' sempre comunque una opinione da considerare, particolarmente se si
trattasse di lavorare in direzione della Scuola o comunque dei giovani.
E' questo il punto dolente, specie ora, in un momento in cui la scuola
è fatta oggetto dell'offensiva fascista.
Ci auguriamo che da questa Assemblea esca un Comitato Direttivo capace
di fare di più e meglio ».
Intervenivano vari dei presenti tra cui Aldo Magnani, Gismondo. Veroni,
Arturo Pedroni, Annibale Alpi, Osvaldo Salvarani, Vivaldo Salsi portando il
loro contributo di idee e di proposte per l'attività futura dell'Istituto.
Veniva poi approvata la relazione del Comitato uscente e si passava alla
elezione del nuovo Comitato Direttivo, che risultava così composto: Caprari rag.
Bruno, Cocconcelli dotto Carlo, Curti ono Ivano, Camurani dotto Ercole, Davoli
Egimio, Del Bue rag. Stefano, Grandi avv. Antonio, Magnani Aldo, Orlandini
don Domenico, Parenti p.a. Vittorio, Pellizzi avv. Vittorio, Simonelli mons. Prospero, Gismondo Veroni. Fanno parte dell'organismo, quali membri di diritto, il
Sindaco di Reggio Emilia e il Presidente dell' Amministrazione Provinciale. Sono
stati altresì eletti i membri del Collegio dei revisori nelle persone del rag. Virgilio Campara, dotto Giuseppe Ferrari e Mario Salsi, effettivi, nonché di Nero Fontane si ed Edmondo Panciroli, supplenti.
BANCA AGRICOLA COMMERCIALE
DI REGGIO EMILIA
SocIetà per Azioni con sede in Reg·gio Emi'lia
Gap'Ìtal'e isocial'ee r,iselNe L 3.057.745.871
BANCA AGENTE PER LE OPERAZIONI IN CAMBI
TUTTE le OPERAZIONI ed i SERVIZI di BANCA
-
CREDITO AGRARIO DI ESERCIZIO E DI MIGLIORAMENTO
-
CREDITI SPECIALI ALL'ARTIGIANATO, ALL'INDUSTRIA E
AL COMMERCIO
-
TUTTE LE OPERAZIONI CON L'ESTERO
-
OPERAZIONI CONTRO DEPOSITO DI FORMAGGIO
-
EMISSIONE DI PROPRI ASSEGNI CIRCOLARI
-
LOCAZIONE DI CASSETTE DI SICUREZZA
FILIALI:
ALBINEA - BAGNOLO IN PIANO - BARCO - BIBBIANO - BORETTO - CADE,LBOSCO DI SOPRA - CAMPAGNOLA EMIUA CAMPEGINE - CASALGRANDE - CASINA - CASTELLARANO CASTELNOVO NE' MONTI - CAVRIAGO - CERVAREZZA - CORREGGIO - FELINA - GUASTALtA - LUZZARA - MONTECCHIO
EMILIA - NOVELLARA - QUATTRO CASTELLA - RAMISETO REGGIOLO - RIO SALICETO - ROLO - RUBIERA - S. ILARIO
D'ENZA - S. MARTINO IN RIO - S. POLO D'ENZA - SASSUOLO
SCANDIANO - TOANO - VEZZANO SUL CROSTOLO - VltLA
MASSENZATICO - VILLA MINOZZO - VILLA RIVALTA.
AGENZIE DI CllTA': MERCATO - OSPIZIO.
Consorzio Cooperativo
Ferrovie Reggiane
REGGIO EMILIA
Direzione ed Uffici:
Viale Trento Trieste n. 9
Telefoni:
35.643 • 35.644 • 35.645
1) LINEE FERROVIARIE AMMODERNATE
Sassuolo - Reggio E. - Guastalla - Reggio Emil,ia
- Ciano d'Enza.
2) LINEE AUTOMOBILISTICHE EXTRAURBANE
3) GESTIONE DEI SERVIZI URBANI OEL COMUNE DI
REGGIO E. E DEI COMUNI DELLA PROVINCIA
4) SERVIZIO DI NOLEGGIO
Con i più moderni e ,confortevoli autopullman
per viaggi in Italia e all' estero.
OGGI
PER
CHI
lE
NE
IN_
TEN.
DE
PER LA QUALIT,{
PER LA ICELTA
PER LA CONVENIENZA
AZIENDA COOPERATIVA MACFLLAZIONE
REGGIO E. STRADA DUE CANALITEL. 33241
..
FORMAGGI
.
La gen uina arte ca.searia
•
•
•
Formaggio grana parmigiano reggiano
in forme originali e in tutta la gamma
di confezioni sotto vuoto
Gorgonzola marca oro
Burro - Formaggi esteri
y.---W ~~t't ~arJéedlg
~
GEMONIO . REGGIO EMILIA . MILANO . NOVARA . CREMONA
Consorzio
e
Agricole
UN IMPORTANTE CONTRIBUTO PER
LA DIFESA DEL POTERE CONTRATTUALE DELL' AZIENDA CONTADINA
PER LO SVILUPPO E LA TRASFORMAZIONE DELL' AGRICOLTURA
-
~
~
Un impianto per la produzione di mangimi composti ed integrati in farina
e pellet; nuclei ed integratod
- Un centro per la riproduzione dei suini
- Molini ad alta e bassa macinazione a cilindri
- Un impianto per la selezione delle sementi in genere e per la preparazione
di miscugli per erbai di ogni tipo
- Servizio ammasso volontario del grano a costi e ricavi e vendita collettiva
dei prodotti ottenuti
- Acquisto collettivo di concimi, antiparassitari, disinfettanti e disinfestanti_
ASSISTENZA TECNICA SPECIALIZZATA IN AGRARIA E ZOOTECNIA
Direzione ed Amministrazione:
Vi,a Cecati, 3/1 - Re·ggio ErnHla - ,te<l. 36744
Azienda
M unicipalizzata
Gas
REGGIO EMILIA
il metano
VI PERMETTER!
DI RISCALDARE
L'APPARTAMENTO
con
Minor spesa
Maggior comodità
Miglior pulizia
Massima sicurezza
Per informazioni e preventivi rivolgetevi al·
l'UFFICIO UTENTI in Piazza della Vittoria
4 • Telefono 30.341 • (piano terreno)
Cooperativa Tessuti
e Abbigliamento
Piazza Cesare Battisti - Tel. 33.296
Il più grandioso assortimento di
Tessuti e Confezioni
per UOMO
DONNA e
RAGAZZO
AI piano superiore
NUOVO REPARTO
di CONFEZIONI FEMMINILI
Ilc
F.!C
Banca di Credito
Popolare e Cooperativo
A VOSTRA DISPOSIZIONE PER:
LA RACCOLTA DEL RISPARMIO
L'EROGAZIONE DEL CREDITO
IL SERVIZIO DI CASSA
IL PAGAMENTO DI IMPOSTE, BOLLETIE, PENSIONI, ECC.
LA CUSTODIA DEI VALORI IN CASSETIE DI SICUItEZZA
Sede Centrale: Via Sessi - TeI. 35945 - 6 - 7
Agenzia di S.Croce - Viale Regina Margherita. 18 - Tel. 45681
Filiale di Cadelbosco Sopra· Tel. 63211
Filiale di S. Maria della Fossa (Novellara)
Filiale di Campegine· TeI. 90795
Cassa di
djRisparmio
Reggio lmilia
SERVIZIO PAGAMENTO PER CONTO
DELLA CLIENTELA
Pagamento bolle tasse e imposte
Pagamento bolle luce, gas, acqua, telefono
Pagamento pedaggi autostrada
Pagamento fatture di ogni genere
Pagamento tratte
Pagamento premi di assicurazione
Pagamento affitti
Pagamento noleggio filrns
Una semplice domanda e sarete sempre tranquilli
terete dimenticanze e sopratasse
e non costa
D
D
D
Evi-
E' soprattutto sicuro
Riceverete a casa tutte le quietanze, non
perderete tempo é conserverete la prova dell'awenuto pagamento
per voi
D
D
Un servizio che possiamo fare puntualmente
Un servizio che aumenta il vostro tempo libero
per una genuina
alimentazione ....
LATTE
.
GIGLIO
BURRO
.
GIGLIO
latterie
cooperati ve
riunite
della provincia di
reggio emilia
CANTINE
COOPERATIVE
VILLA MANCASALE
RIUNITE
TELEFONO 31645
REGGIO EMILIA
E' una garanzia di tipicità
e genuinità che vi offrono
4000 produttori associati
LalUbruschi
originali
enrlliani
COOPERATIVA
ELETTRO TERMO
IDRAULICA
REGGIO EMILIA
Via F.lli Cervi. 4
Tel. 31243 - 44-45