LADOMENICA
DIREPUBBLICA
DOMENICA 3 GIUGNO 2012
NUMERO 379
L’ultimo sprinter bianco da record
compie sessant’anni e racconta
CULT
cosa c’è dietro
un oro olimpico
PIETRO MENNEA
“Così
si vince”
All’interno
La copertina
Film, libri: vincono
i “nonni prodigio”
ecco perché ci piace
il pensiero anziano
BARTEZZAGHI e HESSEL
La recensione
La madre di tutte
le cospirazioni:
c’è il Dumas prima
dei “Moschettieri”
DARIA GALATERIA
L’intervista
Philippe Forest
“Racconto gli aerei
nel grande secolo
delle nuvole”
FABIO GAMBARO
Il teatro
L’attualità
EMANUELA AUDISIO
Venere 2012,
cercando
un’altra vita
P
ARNALDO D’AMICO
e SIEGMUND GINZBERG
Spettacoli
Bert Stern,
“Quelle tre notti
con Marilyn”
ANGELO AQUARO
ROMA
ietro Paolo corre sempre contro. Anche a sessant’anni.
«Quello della Silicon Valley, quello che ha detto che bisogna essere affamati e folli, mi fa ridere. Noi non avevamo niente e volevamo tutto. Eravamo cinque figli,
quattro maschi e una femmina. Mio padre Salvatore era sarto, mia
madre Vincenzina lo aiutava, a me toccavano i lavori più umili: fare i piatti, pulire la cucina, lavare i vetri. Avevo tre anni quando mamma mi mandò a comprare un bottiglione di varechina che mi si aprì
nel tragitto, porto ancora i segni sulle mani. Papà veniva da una famiglia di undici figli, due si erano fatte suore, non c’era da mangiare a casa. Quando ho iniziato a correre i calzoncini me li cuciva lui.
Oggi non mi entrano più, nemmeno al braccio, ma li tengo ancora.
Le prime scarpe da gara le ho prese più grandi, dovevo ancora crescere, sarebbero durate. La tv non la tenevamo, si andava al circolo
degli anziani, era su un baldacchino, pagavamo 50 lire per vederla.
Ce l’avevo la rabbia dentro, eccome». E Steve Jobs è servito.
Pietro Paolo Mennea da Barletta è così: regge i confronti. È l’ultimo
recordman mondiale bianco dello sprint, l’ultimo oro azzurro
olimpico della velocità, e attuale primatista europeo dei 200. Il suo
19”72 non ha i capelli bianchi: dura dal 1979, al nono posto tra le migliori prestazioni di sempre.
Da garzone di bottega Pietro si dimentica le consegne. «Papà alla domenica mi mandava in bicicletta a portare i vestiti, anche al
questore Buttiglione, io appoggiavo la bici e andavo a giocare a pallone, stavo in porta, ma i clienti protestavano e all’una tra i rimproveri ero intercettato. Correvamo in piazza o attorno alla cattedrale,
mi feci la fama lì. A quattordici anni divenni collaudatore di macchine veloci. Chi comprava una Porsche o un’Alfa Romeo veniva a
suonarmi a casa alle undici di sera. Dormivo nello stesso letto, che
si tirava giù, con due fratelli, cercare di non svegliarli era dura.
(segue nelle pagine successive)
Sangue, assassini
e bambini fantasma
“Macbeth” diventa
il re dell’horror
ANNA BANDETTINI
Il libro
Una certa
idea di mondo:
la donna che era già
Lisbeth Salander
ALESSANDRO BARICCO
la Repubblica
DOMENICA 3 GIUGNO 2012
LA DOMENICA
■ 26
La copertina
Pietro Mennea
L’infanzia povera a Barletta, gli allenamenti durissimi a Formia,
il record mondiale sui 200 metri a Città del Messico, l’oro olimpico
a Mosca. A sessant’anni la “freccia del sud”
si guarda indietro: “Oggi c’è il mito del successo che ti gonfia
il portafoglio. Io correvo soltanto per farmi strada nella vita”
STAFFETTA
VINCENZINA
Anno 1969, la squadra
della staffetta Avis:
Mennea (in basso
a destra), De Fidio,
Damato, Martucci
Pietro Mennea
con la mamma
negli anni Settanta
FIOCCHI
Pietro Paolo
alle elementari:
cerchiato in rosso,
è tra i pochi
senza fiocco
COMPAGNI
Sul podio in una gara
giovanile provinciale
Il terzo è il compagno
di scuola Pallamolla
che Mennea voleva
emulare nella corsa
SFIDE
A quattordici anni, di notte, su uno stradone
di Barletta diventava “collaudatore” di auto
veloci, Porsche o Alfa. Sui 50 metri le batteva
e si guadagnava 500 lire per pagarsi il cinema
o il panino. Nella foto, una sua gara nel ’68
IL MEDAGLIERE
15
3
6
Medaglie
d’oro
Medaglie
d’argento
Medaglie
di bronzo
“Per battere il tempo devi soffrire”
EMANUELA AUDISIO
(segue dalla copertina)
appuntamento era in
via Pier delle Vigne o in
viale Giannone, sui 50
metri, un rettilineo
leggermente in discesa. Il premio: 500 lire.
La macchina partiva a motore spento
oppure io avevo diritto ad un vantaggio
di 50 metri. Con quei soldi ci compravo
il panino per la scuola, ci pagavo il cinema e mi divertivo la domenica. Ma la polizia venne a sapere delle sfide e io scappai a casa».
Le prime gare provinciali con la maglia dell’Avis. «Le prima corse le ho fatte
contro Pallamolla, mio compagno di
classe all’istituto tecnico. Era imbattibile, vinceva sempre lui, ma un giorno tra
le urla degli altri l’ho lasciato indietro.
Ha cambiato nome, ora si chiama Palmi. Io a quei tempi prima di gareggiare
mangiavo tre piatti di pasta al forno. La
mia crescita sportiva è stata lenta e costante, ma da ragazzo del sud nel ’72 sono dovuto emigrare. Al centro federale
L’
di Formia: 350 giorni di allenamento all’anno. Stavo lì pure a Natale e Pasqua.
Da solo. Vent’anni ad acqua minerale, e
nemmeno gassata, il professor Vittori
non voleva. Il complimento più bello
me lo hanno fatto i vecchi custodi, la famiglia Ottaviani, che ha dichiarato: ce
n’era solo uno che in tuta entrava al
campo di mattina e usciva di sera. Nel
’71 ai campionati europei gareggiai per
la prima volta contro Borzov, atleta dell’
Urss, dio della velocità. Avevo 19 anni, lo
guardai negli occhi, e mi chiesi: ma io
uno così quando lo batto? La stagione
seguente sui 100 gli restai incollato, persi, ma al fotofinish, 10” entrambi. Continuavo ad imparare. E a stare nella
realtà. Nel ’73 con i primi guadagni mi
comprai una Lancia Fulvia Montecarlo
da rally, ma non ci dormivo la notte per
la paura di aver fatto il passo troppo lungo. E la rivendetti».
Di Mennea si diceva: magro, storto,
contorto. Ma duraturo: 5 Olimpiadi, dal
’72 all’88. «A Monaco sui 200 arrivai terzo. Andai a festeggiare il bronzo in un ristorante, tornai, mi misi a letto, avevo
una singola. La nostra palazzina era davanti a quella di Israele, ma un po’ più in
Andy Stanfield
Filadelfia 26 maggio 1951
Los Angeles 28 giugno 1952
I RECORD
200 METRI
alto. Quando mi svegliai il 5 settembre
mattina trovai dei tiratori sui tetti e una
situazione pazzesca, ma io quella notte
non avevo sentito niente. La polizia tedesca, senza divisa, sottovalutò gli allarmi, era mal preparata e poco equipaggiata. E allo sport allora interessava solo
spostare i terroristi fuori dal villaggio,
per poter continuare i Giochi: ammazzatevi, ma lasciateci continuare le gare.
Ho scritto a Rogge, presidente del Cio,
perché a Londra, a 40 anni dalla strage,
si ricordino gli atleti morti con un minuto di silenzio. Anche se il Cio ha già detto che non intende farlo».
Messico e nuvole nel ’79. E record a
Città del Messico. Mennea aveva 27 anni, nei 200 metri era in corsia 4, la pista
era consumata. Alle Universiadi nei
giorni precedenti era comparsa la scritta Petro Menea, il suo nome storpiato,
senza i e n, errata anche la nazionalità,
francese. «Ero come un viaggiatore che
stava per partire. Ogni corsa è un viaggio. Mi chiedevo: ho preso tutto? Ero alla ricerca di un tempo, troppe volte perduto. Pensai fosse la volta buona. Remai
un po’ in curva, controllai la sbandata
all’entrata del rettilineo, non smisi di
Peter Radford
Wolverhampton
28 maggio 1960
spingere, stavo andando a trentasei chilometri all’ora con le mie gambe. Corsi i
primi cento in 10’’34 e i secondi in 9’’38.
Arrivai con sei metri di vantaggio. Il
pubblico urlò, ma io non ero sicuro.
Non c’erano tabelloni elettrici, allora.
Mi girai. l’unico cronometro era alla
partenza. Guardai le cifre, forse avevano sbagliato anno? Eravamo nel ’79 non
nel ’72, mi vennero tutti addosso, ci fu
una grande confusione, non riuscivo
più a respirare».
L’Italia scoprì un altro Coppi. Veniva
dal meridione, faticava come una bestia, ma in pista era resistente. Quel
19”72 aveva dentro scienza e dedizione.
«Nessuno mi dava credito, quel primato sembrava destinato a cadere in fretta. È durato 17 anni. Dal ’79 al ’96. Al
19”66 di Michael Johnson. Ci credo nei
numeri: corsi sulla stessa pista dove
Tommie Smith nel ’68 aveva stabilito il
mondiale con 19’’83. Undici stagioni
prima. E migliorai quel tempo di 11 centesimi. Ero in forma, affrontavo tutti,
battevo gli americani, che fisicamente
erano il doppio di me. A Viareggio sui
200 Williams mi passò: avevo le sue ginocchia all’altezza del mio mento. In
Livio Berruti
Roma
3 settembre 1960 (2 volte)
California incontrai Muhammad Ali
che per me è sempre Cassius Clay. Mi
presentarono come l’uomo più veloce
del mondo. Lui mi squadrò sorpreso:
“Ma tu sei bianco”. Sì, ma sono nero
dentro. Sono stato l’ultimo a vincere
una gara di velocità, a parte il greco Kenteris, poi rivelatosi drogato. Cos’è siamo
diventati tutti brocchi? No, ma non c’è
più cultura sportiva, c’è il mito del successo, non quello di farsi strada nella vita. Perché meravigliarsi delle scommesse? Se non si studia, se non si hanno
interessi, non c’è crescita della persona.
Uno sportivo non deve essere Einstein,
ma un minimo ci devi provare a darti degli strumenti e non solo a gonfiare il portafoglio».
A Mosca nell’80 l’oro dei 200 metri. La
sua faccia scavata, la rimonta quando
tutto sembrava perduto, lo spasmo finale. Un made in Italy che si affermava
anche nello sport. «Ma nei cento non
andai oltre la semifinale, dove mi qualificai precedendo di un centesimo
Crawford che dalla rabbia buttò giù una
porta. Anche io ero giù e mi isolai. Venne a trovarmi Borzov, ormai ex, non avevo tanta voglia di fare colazione con l’av-
Henry Carr
Tempe 23 marzo 1963
Tempe 4 aprile 1964
la Repubblica
DOMENICA 3 GIUGNO 2012
■ 27
FATICA
Pietro Mennea
durante le Olimpiadi
di Mosca del 1980
In copertina,
l’atleta nel ’69
con i calzoncini
cuciti dal padre sarto
A TERRA
Cade in pista
sotto la pioggia:
è il 1973
RECORD
Alle Universiadi di Città
del Messico,il 12 settembre ’79
Mennea stabilisce il nuovo record
del mondo sui 200 metri:
19 secondi e 72 centesimi
ORO OLIMPICO
La vittoria
alle Olimpiadi
di Mosca nel 1980
sempre nei 200
IL LIBRO
Si intitola
La corsa
non finisce mai
l’autobiografia
di Pietro
Mennea
scritta
con Daniele
Menarini
(Limina,
214 pagine,
16 euro)
Tommie Smith
Sacramento 11 giugno 1966
Città del Messico 16 ottobre 1968
19”72
10”01
14”8
Record mondiale dei 200 metri
dal ’79 al ’96. Tuttora record europeo
Record italiano 100 metri
(1979, ancora imbattuto)
Record mondiale manuale
150 metri (Cassino, 1983)
versario di una vita. Mi regalò l’orsetto
Misha e non la fece lunga: ti ho visto
spento, senza scintilla, guardati dentro
e torna a mordere la pista. In finale mi
confinarono in ottava corsia, non ero
contento, non potevo controllare gli avversari. All’uscita della curva ero penultimo, Wells indemoniato era tre metri
avanti. Penso: non avrò altre occasioni.
Dodici anni di lavoro e di dolore per
niente. Allora riparto, risento tutto,
rientro in gara, recupero, vinco, alzo le
braccia e il ditino. Per quell’oro guadagnai un premio da otto milioni di lire e
mi comprai sei poltrone Frau. Al ritorno
il presidente Pertini mi abbracciò con
molto affetto. Tra noi c’era un buon rapporto. Mi invitò a colazione al Quirinale, anche il giorno prima del suo addio.
Era triste, mi commosse. Gli domandai
cosa avrebbe fatto. “Tornerò a casa”.
Chiesi: sua moglie l’aspetta? “Lo spero”,
rispose». Le fatiche di Mennea sono state codificate. «Convegno in Germania
sulla velocità. Metà anni Ottanta. Parlo
del mio training: 25 volte i 60 metri, 10
volte i 150 metri. Gli altri tecnici sbigottiti: ma se i nostri atleti al massimo fanno 6 volte i 150. E lì che ho capito che il
doping aveva vinto: come facevano ad
allenarsi tre volte meno di me e ad ottenere risultati? Quando Vittori mostrava
nei convegni il programma di lavoro gli
chiedevano: scusi, chi ha fatto queste
cose è poi morto? A Formia ci costruivamo da soli gli attrezzi, anche in quello
siamo stati artigiani. E sono tornato a
sfidare i motori, come da ragazzo. Dall’auto siamo passati alla Vespa. Solo che
Vittori a volte non riusciva a cambiare le
marce in fretta, allora vincevo io. Avrei
potuto ribattere il mio record dopo Mosca, valevo 19”60, me lo confermò lui,
cronometro alla mano, ma credeva che
ne sarei stato troppo appagato».
Il dottor Mennea ha cinque lauree:
Isef, scienze motorie, giurisprudenza,
scienze politiche, lettere. È avvocato,
commercialista, revisore contabile,
agente di calciatori, giornalista pubblicista, insegnante universitario, è stato
deputato al parlamento europeo (’992004). Ha cercato altra adrenalina. È appena uscita una sua biografia per Limina firmata con Daniele Menarini, La
corsa non finisce mai, lui stesso sta scrivendo un libro su Bolt. «Anche per me
ad un certo punto è stato difficile guar-
darsi allo specchio e decidere: chi vuoi
essere? Forse potevo vivere di rendita,
invece mi sono rimesso ai blocchi per
altre partenze. Non ci sarà più un record
come il mio, non in Italia, e non perché
non possano nascere campioni. Ma oggi c’è una società e una morale diversa,
che rifiuta tutto quello che io ho rappresentato. Io allenavo la fatica con l’allenamento».
La moglie Manuela Olivieri l’ha conosciuta ad una festa nel ’92. Lei non sapeva chi fosse Mennea. E al primo appuntamento pensò che il campione si
sarebbe presentato con un macchinone. «Arrivai con una Panda Young 750,
bianca con i bordini azzurri. Quando
corriamo, è più in forma di me, e mi lascia indietro. Ogni tanto c’è qualcuno
nel parco che mi chiede: e tu che fai?
Vorrei avere abbastanza fiato per rispondere: ho già fatto. 5482 giorni di allenamento, 528 gare, un oro e due bronzi olimpici, più il resto che è tanto. A 60
anni non ho rimpianti Rifarei tutto, anzi di più. E mi allenerei otto ore al giorno. La fatica non è mai sprecata. Soffri,
ma sogni».
Pietro Mennea
Città del Messico
12 settembre 1979
Michael Johnson
Atlanta 23 giugno 1996
Atlanta 1 agosto 1996
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Usain Bolt
Pechino 20 agosto 2008
Berlino 20 agosto 2009
la Repubblica
DOMENICA 3 GIUGNO 2012
LA DOMENICA
■ 28
L’attualità
Odissea nello Spazio
SOLE
Mercoledì, per l’ultima volta in questo secolo,
potremo osservarne il transito davanti al Sole
Evento affascinante e dall’altissimo valore astronomico
perché permetterà di scoprire se esistono pianeti extrasolari
adatti alla vita. Ma anche una straordinaria
avventura scientificacominciata molti anni fa
MERCURIO
VENERE
IL “PIANETA GEMELLO”
Così considerato perché come la Terra
ha un’atmosfera, di poco più piccole
sono le sue dimensioni e un suo anno
dura 224 giorni (contro i nostri 365)
Ma altre caratteristiche lo classificano
in senso opposto: la sua atmosfera
è così densa che ne occulta la superficie;
inoltre, composta da anidride carbonica
con nuvole di acido solforico, induce
un effetto serra che mantiene
la temperatura
tra i 400 e i 500 gradi
eliminando l’acqua
TERRA
Arrivederci
Venere
LUNA
SIEGMUND GINZBERG
V
enere divenne “lo stellone d’Italia” quando il 27 novembre 1871 passò visibile in
pieno giorno sul Quirinale, il giorno in cui
Vittorio Emanuele II inaugurava il Parlamento dell’Italia riunificata. Si gridò al miracolo, divenne il simbolo della buona fortuna del nuovo Paese. In una noterella dei
Quaderni del carcere, Gramsci registra l’origine di un mito che perdura nel simbolo
della Repubblica. E ricorda che lo stesso
era successo quando Napoleone era tornato trionfante a Parigi dalla guerra italiana nel dicembre 1797, e si diceva che era “la
stella di Napoleone”. Peccato che si trattasse di passaggi fasulli, quanto fasulla è l’idea che le crisi si possano risolvere guardando le stelle. I passaggi seri, quelli su cui
si concentra spasmodicamente l’attenzione degli astronomi, avvengono quando il pianeta si interpone esattamente tra
Terra e Sole. Succede in coppia, a distanza
di qualche anno, una sola volta per secolo.
Dopo il passaggio del 6 giugno 2012, per la
prossima volta si dovrà attendere il 2117.
Un libro di quasi quattrocento pagine
della storica tedesca Andrea Wulf, ripercorre con pignola attenzione la strabiliante avventura scientifica che aveva accompagnato i due passaggi nel 1700. Servì a misurare, con sorprendente approssimazione, la distanza della Terra dal Sole e le dimensioni del sistema solare. Ma soprattutto fu il primo tentativo di cooperazione
scientifica su scala planetaria, ebbe un incredibile fallout di scoperte geografiche,
botaniche, faunistiche, di conoscenze sugli estremi ancora sconosciuti della Terra.
Fu la prima vera globalizzazione nella storia umana, su fondamenta di pura scienza
e non di conquista. Paragonabile per portata all’altra grande impresa globale del
“secolo dei Lumi”, l’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert che, come ci racconta Robert Darnton, fu anche «un grande affare».
LO “STELLONE D’ITALIA”
Il 27 novembre 1871, mentre il re
inaugurava il Parlamento unitario,
Venere passò in pieno giorno proprio
sopra il Quirinale. Diventò così
uno degli elementi del tricolore italiano
La Wulf, in questo libro piuttosto specialistico ma che si legge come un romanzo di avventure e marineria a vela di Patrick
O’ Brian, racconta di come astronomi,
scienziati, avventurieri, anche dilettanti,
francesi, britannici, russi, tedeschi, olandesi, svedesi e anche italiani, si spinsero
per mare e per terra, su velieri, carri trainati da cavalli, slitte, qualcuno anche a piedi,
verso gli angoli opposti e più sperduti del
pianeta per cogliere con le loro osservazioni il brevissimo momento (da pochi a
un massimo di una ventina di minuti) in
cui Venere sarebbe apparso come una
macchia sul sole. Che la distanza tra un
punto e l’altro di osservazione fosse la
massima possibile sulla superficie terrestre era essenziale a che il sottilissimo e
lunghissimo triangolo su cui calcolare la
distanza tra Terra e Sole avesse una base
sufficiente a consentire il calcolo. L’idea
era partita dall’astronomo inglese Edmond Halley nel 1716. Aveva allora com-
Le tappe
GALILEO , 1609
KEPLERO, 1631
HALLEY, 1716
IL TRANSITO DEL 1769
Il primo a studiare Venere
con un telescopio, fornì le prove
che il Sole è al centro del Sistema
Aveva previsto i transiti del 1631
e 1761 ma non quello del 1639,
previsto poi Jeremiah Horrocks
Perfezionò la tecnica di parallasse
per misurare la distanza Terra-Sole
messa a punto da James Gregory
L’anno delle grandi spedizioni
astronomiche (a lato una tenda
montata per l’osservazione)
la Repubblica
DOMENICA 3 GIUGNO 2012
■ 29
Cercando un’altra Terra
ARNALDO D’AMICO
ra tre giorni, all’alba di mercoledì 6 giugno, l’Italia vedrà l’ultimo transito di Venere
davanti al Sole del secolo. Per osservare il piccolo disco nero disegnato dal pianeta sulla superficie della nostra stella serve il classico vetro annerito col fumo di candela. Altri schermi, occhiali da sole compresi, sono insufficienti e si rischiano danni permanenti
alla vista. Chi non ce la fa a svegliarsi all’alba, può seguire il fenomeno già dal giorno prima. Particolare il punto di osservazione dell’Esa (l’Agenzia spaziale europea): l’isola artica di Spitsbergen, dove ora il Sole non tramonta mai e permette di seguire l’intero
transito. Nell’isola è anche in corso una riunione del “Venus Express team”, gli
scienziati che guidano la sonda ora su Venere.
I transiti di Venere e Mercurio, i pianeti più vicini al Sole della Terra, sono sempre stati delle grandi occasioni per gli astronomi. Ma stavolta la tecnologia
permetterà un esperimento fondamentale per le ricerche in corso di pianeti simili al nostro fuori del Sistema Solare. Il telescopio spaziale Hubble si
girerà verso la Luna e fotograferà sulla sua superficie l’alone grigio intorno a Venere proiettato sul nostro satellite. È l’atmosfera di Venere
attraversata dai raggi solari. La sua composizione è stata svelata dalle sonde spaziali. Confrontandola con quella che dedurrà Hubble
dall’analisi dell’alone, si saprà se indagini simili che si stanno facendo su pianeti extrasolari permettono di scoprire se hanno
una atmosfera e se la sua composizione chimica è compatibile con la vita.
T
Un transito avviene quando un pianeta passa esattamente tra il Sole e la Terra. Dal momento che il piano orbitale di Venere è lievemente inclinato rispetto al nostro, i transiti si
verificano raramente, a coppie di otto anni di distanza, ma separati da più di un secolo. L’ultimo transito è stato nel giugno del 2004, il prossimo sarà nel 2117.
I transiti di Venere hanno dato agli astronomi la possibilità di misurare le dimensioni del
Sistema Solare. Il calcolo si basa sul tempo impiegato da Venere ad attraversare il disco solare rilevato da posizioni diverse sulla Terra e poi applicando formule di semplice trigonometria. Durante il transito del 1761 fu notato per la prima volta l’alone intorno al bordo della silhouette del pianeta, rivelando la presenza di una atmosfera. Ma solo da pochi anni sappiamo, grazie alle sonde spaziali che l’hanno esplorata, che ha una atmosfera inospitale,
fatta di anidride carbonica e azoto e con nuvole di acido solforico.
Oggi i transiti dei pianeti davanti ad una stella sono un prezioso strumento per lo sviluppo di metodi per individuare e analizzare pianeti orbitanti attorno a stelle diverse dal Sole,
i pianeti che gli astronomi chiamano extrasolari. Quando un pianeta passa davanti ad una
stella riduce la quantità di luce che arriva alla Terra, svelando la sua esistenza e dando informazioni sulle sue caratteristiche. In questo modo il telescopio spaziale europeo CoRoT ha
scoperto già più di venti pianeti extrasolari. Se avrà successo l’esperimento di Hubble si potrà capire anche sa hanno un “guscio” di acqua, metano e altri precursori della vita. Altro
modo di saperlo non c’è: sonde tipo Venus Express per raggiungere i pianeti extrasolari più
vicini impiegherebbero alcune migliaia di anni.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
L’osservazione di Venere
Il telescopio
Hubble
usa la Luna
come schermo
per osservare
il passaggio
di Venere
Sole
Luminosità del sole
Luna
Terra
piuto i sessant’anni, sapeva che non sarebbe sopravvissuto per poter assistere
nemmeno al primo degli appuntamenti.
Aveva dunque rivolto ai «giovani astronomi» di tutto il mondo un appello in latino.
Orologi e telescopi erano molto approssimativi. Mancavano comuni unità di misura. Un miglio inglese aveva lunghezza
diversa dal miglio dei paesi di lingua tedesca, e a sua volta variava tra Germania del
nord e Austria. Nella sola Francia ne esistevano duemila diverse, che variavano
persino tra villaggi vicini. Una lettera spedita da Filadelfia impiegava da due a tre
mesi per giungere a Londra, sei da Londra
ai porti sulla Manica. Alcuni degli aspiranti all’appuntamento dovettero imbarcarsi anni prima per essere sicuri di raggiungere la meta. Come se non bastasse, all’epoca del primo appuntamento previsto
per il 1761, infuriava una guerra mondiale, quella “dei sette anni”: Gran Bretagna e
Prussia contro Francia, Russia, Austria e
2
3
1
1) I CRATERI “A FRITTELLA”
Prodotti dal crollo dei vulcani,
i cerchi hanno un diametro
di alcune centinaia di chilometri
2) LA SUPERFICIE
Durata del transito
Tempo
Svezia. Essendoci in gioco anche interessi
mercantili, il possesso della colonie nordamericane e dell’India, le preziose isole
produttrici di zucchero nei Caraibi, la tratta degli schiavi dall’Africa, le flotte di tutti i
paesi da cui partivano le spedizioni scientifiche si davano l’un l’altra la caccia per i
quattro oceani. Il francese Le Gentil si era
munito di un documento della Royal Society di Londra che intimava alle navi da
guerra britanniche di non molestarlo. Era
già quasi in vista della destinazione, Pondicherry, in India meridionale, quando fu
costretto a invertire la rotta perché il porto
era assediato dalla marina di Sua Maestà
britannica. Decise di procedere alle osservazioni in alto mare, ma si era levata una
nebbia impenetrabile. Il suo collega Pingré — ogni paese inviava più spedizioni
sperando che qualcuna ce la facesse — si
diresse verso i possedimenti della Compagnia delle Indie francesi nell’isola Rodrigues ma dopo quattro mesi di naviga-
Un’immagine della superficie
di Venere ricostruita con estrema
precisione dai radar delle sonde
La luce
del Sole
offuscata
dal passaggio
di Venere
3) IL VULCANO
Il Maat, vulcano alto ottomila metri,
“fotografato” da una sonda durante
un’eruzione (la lava è in giallo chiaro)
zione mancò il suo appuntamento per poche miglia. Gli inglesi furono cannoneggiati dalle fregate francesi o bloccati alle
frontiere russe. Un altro inglese vagò per
quattro mesi tra le montagne di sant’Elena in cerca di un punto in cui la vista non
fosse ostruita da «nebbie e vapori», poi rinunciò. Un osservatore diretto in Siberia
finì con la slitta in un fiume ghiacciato. Un
altro subì uguale sorte nel golfo di Finlandia. Charles Mason e Jeremiah Dixon, che
sarebbero diventati famosi tracciando i
confini del Nord America, causa guerra
neppure poterono partire.
Avevano otto anni per prepararsi all’appuntamento successivo, il passaggio del
1769. Andò un pochino meglio perché la
guerra era cessata. Gli inglesi inviarono
nella Baja California un astronomo gesuita che lavorava in Italia, con l’intento di
rassicurare gli spagnoli sospettosi verso i
non cattolici. Ma il re di Spagna aveva proprio allora deciso di espellere i gesuiti dai
suoi domini spagnoli. Le Gentil tornò in
India, ma la jella gli restava appiccicata:
non vide nulla perché era annuvolato.
Andò meglio, per modo dire, al suo collega matematico Jean-Baptiste Chappe
d’Auteroche: fu l’unico a registrare sia
l’entrata che l’uscita di Venere, in entrambi gli appuntamenti, ma morì di tifo otto
giorni dopo. Fu uno dei ben cinque astronomi periti nella seconda tornata. Il tedesco Georg Moritz Lowitz fece una fine particolarmente atroce: fu catturato dai cosacchi di Pugaciov, torturato e ucciso.
Charles Green viaggiava con il capitano
Cook. Perì di malaria a Giacarta, assieme a
metà dell’equipaggio. Ma l’Endeavour di
Cook era riuscito, en passant, a scoprire
l’Australia e a sperimentare una dieta a base di crauti che avrebbe risolto il problema
dello scorbuto sui velieri.
Tutti insieme avevano dato al mondo
un assaggio di quel che oggi è Internet.
IL PASSAGGIO
DI VENERE
Il saggio storico
di Andrea Wulf,
Il passaggio
di Venere,
è in libreria
per Ponte
alle Grazie,
(23 euro)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
COOK, 1769
SPEDIZIONE ITALIANA, 1874
TERZO MILLENNIO, 2004
VENUS EXPRESS, 2012
L’Endeavour, la nave con cui Cook
volendo osservare il passaggio
di Venere “scoprì” l’Australia
Fu l’astronomo Pietro Tacchini
a osservare il passaggio
di Venere in Bengala
Nel 2004 il penultimo transito
del secolo. Dopo il 6 giugno,
il prossimo sarà nel 2117
È la sonda dell’Agenzia
spaziale europea
che sta esplorando Venere
la Repubblica
DOMENICA 3 GIUGNO 2012
LA DOMENICA
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La storia
Contrordine
Giornalista nella Parigi di Hemingway,
amante della Dietrich a Berlino,
star di Hollywood, rivoluzionario in Messico
Soprattutto agente segreto di Stalin
In un libro i mille volti
dell’uomo che per molti
è stato solo un eroe
chiamato Viktor Laszlo
HOLLYWOOD
Qui sopra il ristorante “Victor Hugo”, a Hollywood, dove Otto Katz si intratteneva
insieme alle tante star del cinema di cui riuscì a diventare amico e confidente
STEFANO MALATESTA
O
‘‘
tto Katz è stata una spia molto speciale, che ha lavorato in un’epoca anch’essa molto speciale: la prima metà del Ventesimo secolo, il più atroce
che l’umanità abbia mai conosciuto. La sua anomalia non stava nelle
molte vite che aveva attraversato: agente del Cremlino, apprendista mistificatore nella Berlino degli anni Venti; talpa in Inghilterra, quando si incontrava con le spie di Cambridge e con Noel Coward, il famoso autore e
interprete di teatro che lavorava segretamente per i servizi anglosassoni,
come molti personaggi del cinema e della letteratura; giornalista nella Parigi dei grandi alberghi e degli scrittori; star ad Hollywood ammirato dai
più famosi attori del momento; cinico esecutore di ordini brutali durante la guerra di Spagna; rivoluzionario di genere cucaracha in Messico. In
queste differenti interpretazioni, era stato aiutato da un sicuro talento di
attore e di drammaturgo, riconosciuto anche da Bertolt Brecht. Ma dietro ogni perfomance, ed esaurite tutte le maschere, usciva sempre fuori
intatta l’identità dello spione sovietico: uno che doveva rispondere a Stalin e a nessun altro.
Era nato a Praga, da famiglia benestante. Il suo percorso, fin dall’inizio,
era stato quello dell’ebreo cosmopolita, intellettuale e multilingue che si
trovava a suo agio in tutti posti, ma non apparteneva a nessuno. Chi lo aveva incontrato allora si ricordava di un giovanotto aitante e brillante che
diffondeva intorno onde fascinose. Sembra che esercitasse un’attrazione immediata sulle donne di qualsiasi classe: ne aveva sempre più di una
che gli girava intorno e che si metteva subito al suo servizio come informatrice. È un peccato che nella bella biografia scritta da Jonathan Miles,
The Nine Lives of Otto Katz, pubblicata da Bantam Books e uscita di recente, non ci sia un capitolo che parli dei suoi rapporti con «le signore del
Cremlino», come venivano chiamate alcune audaci e bellissime aristocratiche russe passate al comunismo per salvare la pelle, per spirito d’avventura o per denaro, di cui Otto si era servito più volte: la baronessa Moura Budberg che era stata amante di Gorkij e di H. G. Wells, lo scrittore inglese, la formidabile Maria Pavlova Koudachova e varie altre.
Molti conoscevano Katz o avevano avuto a che fare con lui sotto altri
nomi. Quando si trattava di eseguire lavori
di bassa manovalanza criminale, da sempre il pane quotidiano del mondo dello
spionaggio, preferiva che il suo vero nome
non comparisse. Ma per i grandi progetti
era sempre Otto Katz, un imprendibile antifascista nemico dei nazi, un eroe che organizzava le marce per la pace, che metteva in
piedi dal nulla fronti in difesa della libertà,
che scriveva e stampava libri per denunciare le infamie di Hitler. Costruita con grande
abilità, questa immagine totalmente inventata resse per molti anni fino a quando il patto Molotov-Ribbentrop non rivelò che i russi, maestri del doppio gioco, avevano continuato a mantenere una cooperazione clandestina con Hitler, servendosi dei servizi segreti tedeschi e di un immenso materiale
cartaceo, tutto falso e prefabbricato, da
adoperare durante le purghe interne dell’Unione sovietica (Il maresciallo Tukhachevskij venne eliminato da Stalin servendosi di prove fabbricate dalle SS.)
Da giovanissimo Katz era solo un giovanotto con simpatie di sinistra
come tanti. La svolta era avvenuta negli anni Venti a Berlino dove aveva
fatto i due incontri più importanti di tutta la sua vita. La città veniva dipinta dai giornali come un concentrato di Sodoma e di Gomorra con centotrentadue caffè omosessuali registrati dalla polizia e migliaia di ragazzine minorenni che si prostituivano per un bicchiere di Kummel. Lo scrittore inglese Christopher Isherwood, futuro autore di Addio a Berlino, diceva di provare una sorta di «eccitazione nauseabonda» ogni volta che entrava in questi locali. Ma Berlino non era più corrotta di altre città: era semplicemente traumatizzata dalla sconfitta nella Prima guerra mondiale. I
tedeschi tentavano di liberarsi dagli immensi sensi di colpa immergendosi nei vizi con teutonica e ordinata precisione, in una deboscia che sembrava una esercitazione militare. Una sera, in un locale tra i più malfamati,
Katz aveva incontrato una bionda dalle gambe perfette e dal fascino androgino che cantava con voce roca una canzone intitolata Ho lasciato una
valigia a Berlinoe ne era rimasto folgorato. Anche se la relazione durò solo qualche mese Otto continuò per anni a ripetere agli amici che lui e Marlene Dietrich, così si chiamava la cantante dalla voce roca, si erano sposati. Qualsiasi fosse la verità sul presunto matrimonio, questo non aveva
influito sulle abitudini sessuali dell’attrice che continuava ad andare a letto con tre differenti partner al giorno, come ha lasciato scritto nei diari.
Tra le numerose sue doti, Katz aveva anche quella di farsi amici importanti con fulminea rapidità. A Praga aveva conosciuto Werfel e Kafka. A
Berlino, dopo pochi mesi, lo si poteva incontrare seduto al caffè Romanisches accanto a George Grotz e a Bertolt Brecht e al giovane Billy Wilder
in partenza per l’America. Ma il pezzo forte della sua collezione era un tedesco della Turingia estremamente intelligente, che durante la Prima
guerra mondiale aveva lavorato con Lenin a Zurigo e lo aveva accompa-
Una sera, in un locale
tra i più malfamati,
aveva incontrato
una bionda
dalle gambe perfette
e dal fascino androgino
che cantava con voce roca
Si chiamava Marlene,
ne rimase folgorato
OTTO KATZ
LASPIA
IN SPAGNA
Sopra, a destra, profughi durante la Guerra civile spagnola: Katz andò a Hollywood
per raccogliere fondi per i repubblicani. A sinistra, la locandina del celeberrimo film
Casablanca (1942) in cui veste i panni di un intemerato eroe antifascista
la Repubblica
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IL LIBRO
La vera storia della super spia di Stalin,
Otto Katz (nel fotomontaggio al centro
delle pagine), viene ricostruita
da Jonathan Miles nel libro
The Nine Lives of Otto Katz
(Bantam Books, 8,99 sterline)
Da cui sono tratte gran parte
delle immagini qui pubblicate
ANTINAZISTA
Viktor Laszlo nel film Casablanca è interpretato da Otto Katz, qui con la Hepburn e Bogart. A sinistra
copertina e immagini dei Braunbucher, libri di propaganda antinazista alla cui stesura Katz collaborò
gnato a quel famoso vagone piombato che avrebbe portato Vladimir Ilijc
alla stazione Finlandia di San Pietroburgo. Si chiamava Willi Münzenberg e la sua professione era quella di maestro delle mistificazioni. Tra i
tanti suoi ammiratori c’era anche il dottor Goebbels, quello che estraeva
sempre la pistola alla parola cultura. Goebbels, altra bella tempra di mistificatore, era entusiasta del tocco da mago Bustelli di Willi che estraeva
dal cappello a cilindro balle clamorose che avevano l’aspetto di verità rivelate. Katz entrò subito nel giro di Münzenberg che lavorava per il Cremlino a tempo pieno. Si diceva che avesse straordinarie doti finanziarie e
da speculatore capitalista, dotato di qualcosa di simile al tocco di re Mida. Questa conoscenza del mondo degli affari, piuttosto insolita per un
comunista, spiegava il suo alto tenore di vita e le costose iniziative editoriali attraverso cui diffondeva le sue ricostruzioni. Ma la verità tenuta nascosta per non smentire la leggenda metropolitana era che Lenin avesse
consegnato a Willi, al momento di mandarlo a spiare nell’Europa democratica, un sacchetto contenente grossi diamanti per centinai di carati sequestrati a un paio di famiglie aristocratiche mentre tentavano di fuggire da Odessa in battello.
Dopo pochi mesi dall’incontro Katz andò a Mosca per il necessario apprendistato e qui si rese subito conto di come il regime tenesse stretta in
una morsa di terrore la popolazione russa, che in quegli anni moriva di
fame per imprevedibili sventure come la carestia e per altre sciagure molto più prevedibili e volute dagli umani, come i piani quinquennali. Ma per
ragioni ancora oggi indecifrabili, il fatto che conoscesse perfettamente la
situazione in Russia non influì affatto sulla sua decisione di rimanere all
interno del campo comunista, che di comunismo non aveva nulla. Fino
all’ultimo è stato fedele a quel regime delle cui infamie aveva le prove. Un
enigma che non ha riguardato solo lui, ma migliaia di giovani di tutti i paesi che si bendavano gli occhi per non vedere e non sentire.
Da Münzemberg Katz aveva imparato la difficile arte della seduzione,
adoperando tutte le armi di una contorta dialettica. La sua abilità era convincere gli uomini di cultura occidentali che l’etica era un’espressione
della politica e che quello che importava era stare dalla parte giusta. Chi
sceglieva il comunismo non doveva aveva altre preoccupazioni: era difeso automaticamente dal sistema in cui i
buoni erano già stati sistemati a sinistra e i
cattivi a destra. Tra la fine degli anni Venti e
la fine dei Trenta la coppia MünzembergKatz organizzò una serie impressionante di
marce, di fronti per la libertà e per la pace,
di incontri, convegni, libri bianchi, facendo
credere che il comunismo fosse una panacea universale. Ogni accusa di qualsiasi genere veniva respinta come infantile, reazionaria o contro la storia: il destino manifesto stava nel comunismo. È incredibile il
numero di persone che Katz riuscì a portare sotto la sua influenza: Hemingway,
Steinbeck, Malraux, Gide, Picasso, Dorothy Parker, Grosz, Dos Passos, Brecht, Lillian Hellman, Dashell Hammett e Beatrice
Webb. L’apoteosi venne raggiunta quando
l’agente arrivò a Hollywood durante la
guerra civile spagnola per raccogliere denaro destinato ai repubblicani e che invece
prese la via di Mosca. Otto venne accolto e
applaudito non solo da attori come Charlie Chaplin, Fredric March,
Groucho Marx ma anche dai movie mogul come Samuel Goldwyn, David O. Selznick e Irving Thalberg. La sua popolarità nel mondo del cinema era così grande che qualche anno più tardi si ritrovò nel film Casablanca, sotto le vesti di Viktor Lazlo, intemerato eroe antifascista.
Il patto Molotov-Ribbentropp spazzò via l’illusione che ci fosse un
paese, l’Unione Sovietica, retto da illuminati governanti che avevano
realizzato una società giusta al suo interno e magnanime verso l’Europa.
E tutti quelli come Willi si trovarono spiazzati dal “contrordine compagni”. Ma non ebbero il tempo per rifletterci sopra.
Münzenberg, che era stato talmente incauto da definire il patto un
«tradimento» di Stalin in presenza di funzionari sovietici, fu costretto a
rifugiarsi in Francia. E negli stessi giorni in cui i tedeschi stavano invadendo il paese, il suo corpo venne trovato in uno stato di semidecomposizione ai confini con la Svizzera.
Anche Otto cominciò ad avere delle difficoltà. Non sembrava il tipo che
si facesse delle illusioni, eppure, invece di scomparire o di andare a rifugiarsi in qualche lontano paese dell’America latina, come i suoi nemici
nazi, ritornò a Praga, la sua città natale, sperando che l’entourage di Stalin si ricordasse della sua fedeltà e di come avesse sempre obbedito senza discutere. Non sapeva che Stalin aveva sempre detestato la sua aria da
cosmopolita ed era dubbioso che un tipo simile avesse potuto mantenere inalterata la purezza ideologica.
Sessant’anni fa, alla fine del 1952, venne coinvolto nel processo a Rudolf Slanskij, l’ex segretario del Partito comunista cecoslovacco caduto
in disgrazia. Fu torturato, condannato e infine impiccato. Era una fine
preannunciata lo stesso giorno in cui aveva iniziato la sua carriera di spia
di Stalin.
‘‘
CASABLANCA
DI
AMORE E MORTE
Qui sopra, uno dei suoi più grandi amori, Marlene Dietrich, conosciuta nella Berlino degli anni Venti
A fianco, il processo a Rudolf Slanskij, ex capo dei comunisti cecoslovacchi caduto in disgrazia:
Katz, anche lui condannato a morte, siede in seconda fila in mezzo a due militari
È incredibile il numero
di persone che riuscì
a portare sotto la sua
influenza: Steinbeck,
Malraux, Gide, Picasso,
Dorothy Parker,
Dos Passos, Brecht
Venne applaudito
da Chaplin e Groucho Marx
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LA DOMENICA
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Spettacoli
Icone
Il servizio per Vogue, una notte in hotel
Prima di morire fu a lui l’ultima telefonata
Io
Marilyn
&
“Fotografarla è stato come fare l’amore”
ANGELO AQUARO
la Repubblica
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GLI SCATTI
Alcune delle celebri foto
scattate da Bert Stern
a Marilyn Monroe per Vogue
Sotto i due sul set,
una suite dell’hotel Bel Air
di Los Angeles
Qui in basso l’attrice mostra
anche la sua cicatrice
sotto il seno destro:
“Un’imperfezione
che la rendeva ancora
più vulnerabile” ricorda
il fotografo. A sinistra,
segnata in rosso,
una delle immagini
che Marilyn non voleva
venisse pubblicata
sul magazine
“Non l’ho ricevuta. Non ho potuto fermarla”
NEW YORK
uomo che fece l’amore con Marilyn,
scatto dopo scatto,
ha ottantatré anni e i
ricordi lucidi come le pellicole che assediano il suo salotto nella casa all’ultimo piano della New York Tower di
Murray Hill: «Scusi il disordine ma non
so più dove mettere le foto. Ormai sono
milioni: per fortuna hanno inventato il
digitale». Bert Stern parla asciutto come un dialogo di Hemingway e veste
ancora come se avesse mezzo secolo in
meno: jeans neri, camicia oxford rosa,
scarpette rosse da jogging. L’età non
cancella il fascino del giovane fotografo
che sedusse la donna più bella del
mondo. E che, forse, avrebbe potuto
salvarla: se quella notte del 5 agosto di
cinquant’anni fa avesse davvero ricevuto quell’ultima, disperata telefonata. The Last Settings è una collezione di
oltre duemila scatti — giugno 1962 —
che dipingono Marilyn come non s’era
vista mai. Nuda: soprattutto di fronte
alla morte che se la sarebbe portata
prestissimo via. Sono immagini così intense che da allora gli storici — e non
solo dell’arte — si chiedono senza pudore: fu vero sesso o no?
«Lavoravo per Vogue: ero libero di
realizzare le storie che volevo dopo anni spesi nella pubblicità», racconta il fotografo che è stato d’ispirazione anche
per la serie tv Mad Men. «Ero a caccia di
nuove idee e pensai: Marilyn non ha
mai posato per Vogue. Proposi la storia
all’art director e quello mi disse ok, organizzati come credi. Chiamai gli agenti di Marilyn e anche lei, a sorpresa, mi
disse subito sì. Ma io non pensavo al solito servizio di moda. Caricammo le valigie di gioielli e foulard, volammo da
New York a Los Angeles, mettemmo su
il nostro studio in una suite dell’Hotel
Bel Air. E cominciammo a scattare».
Per tre giorni e tre notti. Così dice la
leggenda.
«All’inizio per un giorno solo. Tornammo a New York. E quelle foto con i
gioielli, i foulard e tutto il resto piacquero così tanto che ci dissero ok, ritornate laggiù, proviamone altre. Così ci
rimandarono indietro due settimane
dopo per realizzare un intero servizio
di moda — c’erano anche Kenneth Batelle, che era il parrucchiere di Jackie
Kennedy e Diana Vreeland, e Babs Simpson, lo storico fashion editor di Vogue.
Altri due giorni di scatti. Tornammo a
New York e stavamo per andare in
stampa. Fu allora che arrivò la notizia
della morte».
Resta la magia di quegli ultimi scatti: soprattutto di quella prima notte.
Come riuscì a conquistare Marilyn?
«Stavo finendo di preparare lo studio, chiamarono dalla reception: “Miss
Monroe è qui”. Scesi per accoglierla, ci
incontrammo a metà strada. Portava
un paio di calzoncini e giusto una magliettina, un fazzoletto intorno ai capelli e neppure una linea di trucco. Dissi: “Sei bellissima”. Sorrise da subito:
“Carina come accoglienza”. Salimmo
nella suite dove avremmo dovuto scattare. Lei disse: “Un po’ di trucco?” — e
io: “Non c’è bisogno del trucco”. Disse:
“Una riga di eyeliner?” — e io: “Quello
va bene”. Fu allora che intravide sul letto i gioielli e i foulard. Tirò su un foulard
e si accorse che era trasparente. Disse:
“Oh, allora vuoi dei nudi...”. Dissi:
“Buona idea: ma sei tu che decidi”. Fece davvero tutto lei. Era molto creativa
© BERT STERN
L’
Intervista esclusiva a Bert Stern
nelle pose: sembrava pronta a qualsiasi cosa».
Pronta a qualsiasi cosa?
«Era un periodo difficilissimo. Aveva
divorziato da Arthur Miller, aveva appena perso il posto in Something’s Got
To Give. Desiderava tanto finire su Vogue».
Voleva rilanciare la sua immagine.
«Qualsiasi cosa cercasse io ero lì».
Era partito con un modello in mente?
«Il mio idolo era Irwing Penn. Ma
non avevo fatto programmi. L’unica foto che mi ero portato dietro era il ritratto in bianco e nero di Greta Garbo che
Edward Stein aveva fatto più di
trent’anni prima.
Ma quella notte facemmo una miriade di foto».
Quanto durò?
«Fino all’ultimo
temevo non sarebbe mai arrivata.
Era Marilyn: imprevedibile. Si presentò dopo le dieci
di sera. Qualcuno
passò a riprenderla verso le tre del
mattino. Aveva bevuto per tutta la
notta. Vodka Smirnoff, champagne
Dom Perignon».
Bevve molto?
«Viveva così. Avevano chiamato in
anticipo: “Mi raccomando: Dom Perignon per Miss Monroe”. Ne ordinammo una cassa».
E poi la vodka.
«Che veniva versata direttamente
nello champagne dal truccatore».
Avete bevuto insieme.
«No, io forse un sorso. Non mi avrebbe aiutato nelle foto: bere non aiuta
mai».
Sono le tre del mattino e lei ha appena finito di spogliare Marilyn Monroe:
e che cosa fa?
«Presi la mia roba e saltai sul primo
aereo per New York».
Sapendo di avere in valigia le foto
del secolo.
«Sapendo che era una di quelle cose
che ti capitano una volta nella vita. Ero
un giovane molto ambizioso».
Era già sposato?
«Con la prima ballerina di George
Balanchine: Allegra Kent».
E sua moglie non le chiese nulla?
Una notte con Marilyn...
«Niente. E del resto: mica lei discuteva dei suoi balletti con me. Era il nostro
lavoro: io scattavo fotografie, lei ballava. Che coppia interessante, eh?».
Nei libri di fotografia ancora si discute sulla magia di quella notte.
Un’intesa così perfetta che spesso ricorre quella domanda: fu vero sesso?
«Non ci fu sesso. Cioè, non sesso vero. Ma fu tutto molto sexy».
L’APPUNTAMENTO
Marilyn, l’ultima seduta,
libro fotografico di Bert Stern
(Frassinelli, 192 pagg. 39 euro)
contiene le foto dell’attrice
scattate in tre giorni
sei settimane prima
che morisse. Gli scatti
saranno anche in mostra
a Forte di Bard
dal 10 giugno al 4 novembre
La mostra sarà inaugurata
sabato 9 alle 18
Domenica incontro con Stern
(www.fortedibard.it)
Che cosa vuol dire?
«Certo che ero attratto da lei. Ma dovevo restare concentrato: ero preso dagli scatti. Non avrei avuto neppure il
tempo di cominciare una storia. Sarebbe stato bellissimo: prendere e sparire
lassù in collina — o da qualche altra
parte. Ma non accadde. Ero tutto preso
dall’illuminazione del set. Io volevo fare il disegnatore: sono fotografo per caso. E per me è sempre stato così faticoso».
Scusi, mister Stern: c’è Marilyn
Monroe nuda sul letto e lei è tutto preso dalle luci?
«Le luci sono la parte più complicata
di una foto: trovare la giusta esposizione. Per fortuna poi
hanno inventato le
automatiche».
Inutile girarci
intorno: Marilyn
era attratta da lei.
«Forse. Cioè sì,
probabilmente sì.
Nelle foto si vede
che flirtava. E del
resto anch’io ero
completamente
attratto».
L’alcol. Magari
la musica.
«Mettevo sempre della musica
durante i set. Funzionava. Avevo
comprato perfino
un jukebox e l’avevo piazzato in studio:
infilavo un quartino di dollaro e scendeva giù il disco».
Rivede le foto di Marilyn e ripensa a
quella musica.
«Non la ricordo più. Avrei dovuto
scrivermi le canzoni. Comunque a quei
tempi ascoltavo i Beverly Brothers, le
prime cose rock, roba così. Richard
Avedon invece durante i ritratti metteva su Frank Sinatra. Che volete: era più
vecchio di me».
Dice un’altra leggenda che Michelangelo Antonioni si ispirò a lei per il
personaggio del fotografo di Blow Up.
«In parte: quel personaggio è basato
metà su di me e metà su David Bailey.
Però, ecco, la scena iniziale con Veruschka, che poi era una mia modella —
quella è proprio basata sulla tecnica
che solo io usavo per fotografare».
Così aggressiva? La modella quasi
assalita, il fotografo che le salta addosso e le punta la macchina contro: era la
sua tecnica?
«Sì, giusto: così aggressiva».
E usò la stessa tecnica con Marilyn?
«L’avevo lì: sotto di me. Cominciai a
scattare: lei sdraiata, io sopra di lei. Balzai su una sedia e cominciai a scattarle
addosso».
Ma questo è sesso vero...
«Molto sensuale, certo».
La scena iniziale di Blow Updice tutto: Veruscka si dimena sotto di lui, lui
la bacia e continua a scattare, urlando
“sì, sì, sì...”. Praticamente in preda a un
orgasmo.
«La macchina in pugno e la donna
sotto di te... Sì, possiamo anche chiamarlo sesso».
La fotografia come atto sessuale.
«È il mio modo di amare le donne. Mi
piace così. Mi piace sentirle sotto, saltarci sopra e scattare, scattare, scattare...».
Marilyn sarà rimasta sconvolta.
«Non era il modo di fotografare che si
usava a Hollywood: non proprio».
Vi sentiste ancora?
«Le mandammo indietro alcune foto. Vogue non lo fa mai ma per lei si fece
uno strappo. Ci rispedì indietro quelle
immagini diventate poi famosissime:
quelle dove lei stessa mette una X sulle
fotografie che non voleva».
Cioè le fotografie più sexy. Ma non
ebbe più il modo di parlarle? Neppure
di quelle foto?
«No. Dicono che lei mi cercò in quelle ore disperate prima della morte. Ma
sono cose che ho solo letto o sentito dire: io quella sua telefonata non la ricevetti mai».
Ha visto La mia settimana con Marilyn? È l’ultimo film sul suo mistero.
«Ci ho dato un’occhiata, sì».
Le è piaciuto?
«Interessante».
Michelle Williams nella parte di Marilyn non l’ha convinta?
«Era okay. Ma guardando il film non
ho mai avuto l’impressione di rivedere
Marilyn Monroe».
Questione di feeling.
«Ho sempre pensato che solo un’attrice avrebbe potuto reinterpretare
Marilyn sullo schermo. E quell’attrice è
Naomi Watts».
Perché solo lei?
«Perché certe donne hanno una certa qualità. E certe no. La ricorda nel remake di King Kong?».
Chissà quante volte avrà ripensato a
quella telefonata di Marilyn: chissà
che cosa le avrebbe detto se fosse arrivata davvero.
«Sarebbe stato bellissimo poterle
parlare ancora. Avrei potuto dirle: no,
non farlo. Era così bella: non c’era ragione. Ma la vita può diventare complicatissima: soprattutto se sei bella e famosa».
L’uomo che spogliò la Monroe conserva ancora qualche desiderio? C’è
una foto che ha sempre sognato e non
ha fatto mai?
«No: ho sempre fatto quello che volevo. La fotografia è un’arte semplice: e
così naturale. È come tenere una grande registro della vita. Voglio dire: la vita
è così piena di cose interessanti. E tutto
quello che mi è stato richiesto è puntare una macchina di fronte a qualcuno.
E scattare».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
la Repubblica
LA DOMENICA
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Next
Il Louvre si affida a un videogioco, il MoMA, il Prado e la National Gallery
di Londra preferiscono gli smartphone. Per tutti vale lo stesso principio:
Visitors
sono finiti i tempi in cui si fissava un quadro immobili,
ora i capolavori diventano esperienze totali
iPhone
iPod
touch
iPad
iPhone
iPod
touch
iPad
MUSÉE
DU LOUVRE
L’app fornisce
500 immagini
ad alta definizione
e 100 capolavori,
un video
introduttivo ,
recensioni
delle opere
più note, mappa,
orari e consigli
su come arrivare
PRADO MUSEUM
AUDIO GUIDE
Una cinquantina
di quadri
da sfogliare,
con descrizioni
accurate, sia audio
che scritte,
sulle opere
e sugli artisti
C’è una versione
gratuita e un’altra
da 5,49 euro
rte e smartphone, arte e tablet,
arte e app. Ormai quasi tutti i
principali musei del mondo
hanno aperto le porte alla rivoluzione digitale, nel segno
di una comunione tra contenuti culturali, intrattenimento e business. In
tempi di tagli degli investimenti pubblici, gli
organizzatori di mostre ed eventi si affidano
alla tecnologia per attrarre visitatori, cercando di personalizzare quanto più è possibile
l’esperienza museale.
Secondo il nuovo credo, l’esibizione deve
proseguire anche oltre gli spazi canonici,
estendendosi ad altre superfici della città per
cui vengono proposti itinerari esterni o una
serie potenzialmente infinita di informazioni in grado di arricchire le conoscenze appena acquisite. In occasione della mostra sull’Espressionismo tedesco, per esempio, il
MoMA ha ideato un’applicazione per iPad
con una mappa multimediale di New York in
A
iMUSEUM
iPhone
iPod
touch
iPad
Android
iPhone
MUSÉE D’ORSAY
Costa 2,39 euro
e mostra 30 opere
della collezione
da ingrandire
con dettagliate
descrizioni
e un piccolo museo
di immagini
portatili tra cui
alcuni Renoir,
Monet, Van Gogh
GOOGLE
ART PROJECT
Sorta di street view
tra le sale
di 17 musei
dal MoMA,
agli Uffizi,
al Metropolitan
all’Hermitage
Si può zoomare
sui dettagli
delle opere
e condividerle
iPhone
iPod
touch
iPad
Android
iPhone
AMERICAN
MUSEUM
OF NATURAL
HISTORY
Dalla nascita
dell’universo
ai dinosauri,
con reperti
come lo scheletro
di Lucy: offre brevi
visite guidate
ed è dotato
di gps personale
THE MoMA
MOBILE
Contiene
un calendario
delle mostre
e degli eventi
da condividere
via Facebook
o Twitter. Offre
un database
dei termini artistici
e tanti podcast
e video
iPhone
iPod
touch
iPad
iPhone
iPod
touch
iPad
YOURS,
VINCENT
Nato con la mostra
“Van Gogh’s
Letters” del 2010,
esplora la vita
dell’artista
attraverso
le sue lettere
Ci sono anche
videointerviste
a esperti sui suoi
disegni e dipinti
FONDAZIONE
MIRÓ
Creata
per “L’escala
de L’evasión”
dalla Fondazione
Miró, spiega
i quadri attraverso
il codice QR
e consente
di esplorare
i luoghi in cui
l’artista è vissuto
L’arte senza l’opera
Caravaggio è un’app
SEBASTIANO TRIULZI
cui sono segnati gli studi, le gallerie, i ritrovi
principali degli artisti, quasi a voler ricostruire un’altra città, un altro tempo. Mentre nella mostra che Barcellona ha dedicato a Miró,
L’escala de L’evasió, accanto ai dipinti c’era
un codice a barre: bastava avvicinare il proprio telefonino per aprire una pagina di Wikipedia con notizie e interpretazioni critiche
(una funzione, questa, consentita anche da
altri spazi museali). L’app Love Art utilizzata
dalla National Gallery di Londra, invece, permette di ascoltare le spiegazioni degli esperti (in audio e su video con immagini ad alta risoluzione) ma anche di ingrandire i dettagli e
osservare i disegni “nascosti” sotto un’opera.
L’applicazione ci informa poi che le immagi-
Android
iPhone
iPhone
iPod
touch
PAUL
GETTY
Si appoggia
a Google Googles
per alcune funzioni
interattive
come scattare
foto, accedere
a informazioni
istantanee, leggere
e ascoltare
commenti di artisti
e critici d’arte
LUX IN ARCANA
L’app, realizzata
per la mostra
“Lux in arcana”
ai Musei Capitolini
di Roma, consente
di esplorare cento
documenti originali
dell’Archivio
dei Papi: eresie
scomuniche,
manoscritti
e pergamene
ni presentate «appartengono a tutti» e che
«possiamo averle al nostro fianco in ogni momento», promettendoci un «viaggio indimenticabile nell’arte» semplicemente sfiorando un touch screen.
Questo tipo di lessico pubblicitario certamente tradisce una natura commerciale che
con l’arte non dovrebbe avere molto a che fare. Del resto per lungo tempo i musei sono
stati i custodi delle nostre eredità culturali e
ancora oggi vi entriamo per andare a vedere
un quadro, una statua, un’installazione: esiste un fondamento di idolatria, di culto dell’immagine in questo pellegrinaggio, in questa cerimonia che ha reso sacra, laicamente,
la visione. Il problema è però che per farne vera esperienza c’è bisogno di una porzione di
tempo che pensiamo di non possedere più.
Chi resta oggi ore a guardare un dipinto? L’idea di stare fermi davanti a un’immagine che
non si muove ci pone qualche problema.
E allora il museo, divenuto luogo privile-
la Repubblica
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IN EDICOLA
Dalla Galleria degli Uffizi all’Ermitage di San Pietroburgo, dal Prado
al Louvre e alla National Gallery di Londra: un tour in quindici tappe
attraverso i grandi musei d’Europa per ammirare da vicino, stanza
per stanza, i capolavori di Leonardo e Michelangelo, di Van Gogh
e Cézanne. In edicola ogni settimana con Repubblica e l’Espresso
a 7 euro più il prezzo del giornale
GLOSSARIO
Museo virtuale
Un sito internet
attraverso cui si può
accedere alle sezioni
di un museo
per visualizzare
mostre permanenti
e temporanee
con orari, prezzi,
attività didattiche
Codice QR
Abbreviazione di quick
response, è un codice
a barre leggibile
dai cellulari con testi,
indirizzi internet,
numeri di telefono
o sms. Lo si fotografa
e il display mostra
il testo crittografato
Touch screen
Schermo sensibile
al tocco delle dita:
il comando si trasmette
al dispositivo
premendo
direttamente sul video
in corrispondenza
della sezione prescelta
Smartphone
Telefono cellulare
di nuova generazione
con le potenzialità
di un computer
Si possono installare
applicazioni
che aggiungono
nuove funzionalità
al dispositivo portatile
App
Abbreviazione
di “applicazione”,
rappresenta
per gli smartphone
quello che i programmi
sono per un pc
I portali per il download
di app vengono definiti
application store
giato del processo di smaterializzazione che
il patrimonio culturale collettivo sta attraversando da circa un decennio, crea intrattenimento. Improvvisamente cambiano i riti che
per secoli ci sono sembrati del tutto naturali:
la lettura della targhetta col nome del pittore
ci pare indispensabile, e ci sentiamo privati
di qualcosa se non ascoltiamo nello
smartphone la descrizione del dipinto, mentre per nulla al mondo rinunceremmo alla
possibilità di condividere sui social network
le foto delle opere che più amiamo. E così via,
fino alle app che indicano la posizione in cui
ci troviamo nel museo perché perdersi, ancorché nel regno del bello o del sublime, vuol
dire anche perdere tempo.
Così per alcuni osservatori l’arte da
smartphone appare semplicemente la risposta del mercato alle nostre aspettative, più o
meno indotte, di intrattenimento e di conoscenza su richiesta. È indicativo in questo
senso il caso del Louvre che ha affidato la sua
ultima guida virtuale non a un’applicazione
per tablet, ma addirittura al 3DS, la console
portatile di Nintendo: cinquemila macchine
che i visitatori si mettono al collo mentre passeggiano verso la sala della Gioconda. Secondo altri il digitale rappresenta invece un’opportunità didattica ed educativa. Ne è convinto anche Maxwell Anderson, dell’India-
napolis Museum of Art, secondo cui i musei
2.0 somigliano più a delle agorà, a delle piazze dinamiche, per le quali andrebbe sostituito il comandamento dei secoli scorsi fondato
sulla triade «collezionare, preservare, interpretare» con parole d’ordine più attuali, quali la capacità di «riunire» tanto le opere quanto le persone, e di rendere il museo un luogo
che sia davvero di scambio continuo.
L’ultima frontiera la sta comunque approntando Google, col suo progetto di rifotografare le sale dei musei per poter poi avere
l’impressione di esservi stati senza alzarsi dal
divano. E forse un domani avremo in ogni
città un palazzone dove verranno riprodotti
perfettamente un mese il Louvre e un altro gli
Uffizi. Del resto non siamo così lontani da
uno simile scenario, se è vero che alla mostra
su Raffaello a Todi erano esposte, ben incorniciate, le riproduzioni digitali dei capolavori dell’artista. Dimenticando che se è definitivo il passaggio dell’opera d’arte da oggetto
materiale, concreto e misurabile a immagine
intangibile in quanto digitalizzata, l’originale ha comunque una sua aura, come sosteneva Walter Benjamin. Perché non tutto è sempre e comunque riproducibile. Come una
giornata appena trascorsa e che non ritornerà mai più.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
la Repubblica
LA DOMENICA
DOMENICA 3 GIUGNO 2012
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I sapori
Da una parte gli amanti della “cutuleta”, pronti a friggere
anche con le temperature che puntano verso l’estate
Dall’altra i cultori della regina delle bistecche, da cuocere
sulla brace di legno d’olivo o di quercia. Tra un picnic
Ultrasecolari
LA RICETTA
e un barbecue, ecco tutti i segreti
del più gustoso derby d’Italia
Milanese
Ingredienti per 4 persone
costolette di vitello
uova
pane grattugiato
burro
✃
Passare il pan carré in un setaccio a trama larga
dopo aver tolto la crosta. Sbattere le uova. Passare
le costolette, alte quanto l’osso e lievemente
battute, nell’uovo e nel pan grattato
Friggere ad alta temperatura
nel burro chiarificato
(cotto a bagnomaria)
e leggermente
salato. Servire
caldissime
Milanese
Non esattamente
due semplici
pezzi di carne
LICIA GRANELLO
e città della carne. Se gli allevamenti sono per tradizione e necessità geoagricola squisitamente contadini, le declinazioni gastronomiche spesso migrano nei
centri urbani, dove attingono a saperi più studiati e
raffinati. Così, Milano e Firenze assumono su di sé
oneri e onori di due ricette che fanno salivare (escludendo i vegetariani) al solo citarle. Piatti che le temperature in crescita mandano in passerella a dispetto della vocazione orticola di
fine primavera. Certo, la Fiorentina si può cuocere sulla bistecchiera anche in pieno inverno e i fritti — Milanese compresa —
abitano le padelle di casa tutto l’anno. Ma la cottura esterna (o con
le finestre spalancate senza rischiare la polmonite per evitare odori invadenti) e il piacere di mangiare all’aperto attengono alle giornate più tiepide, a metà tra barbecue e picnic.
Cento ricette per un semplice pezzo di carne. Poche altre pietanze vantano comandamenti tanto frammentati e orgogliosi, a
fronte dei pochissimi ingredienti impiegati e della storia ultrase-
L
dove mangiare
MILANO
CRACCO
Via Hugo 4
Tel. 02-876774
Chiuso sab. e dom., menù 80 euro
POMIROEU
Via Garibaldi 37
Tel. 0362-237973
Sempre aperto, menù da 65 euro
ANTICA TRATTORIA DEL GALLO
Via Kennedy 1, Loc. Gaggiano
Tel. 02-9085276
Chiuso lun. e mart., menù 40 euro
OSTERIA DEL SETTIMO MIGLIO
Via A. Gramsci 3, Settimo Milanese
Tel. 02-33503449
Chiuso lunedì sera, menù 35 euro
RISTORANTE CRISTIAN MAGRI
Via Meriggia 3, Settimo Milanese
Tel. 02-33599042
Chiuso lunedì, menù 30 euro
MACELLERIA
FARAVELLI
Corso Italia 40
Tel. 02-876287
MACELLERIA
ERCOLE VILLA
Viale Brianza 11
Tel. 02-6693118
MACELLERIA
MASSERONI
Via Corsico 2
Tel. 02-89403774
BIO MACELLERIA
SIRTORI
Via Paolo Sarpi 27
Tel. 02-342482
dove comprare
L’ANNUNCIATA
MACELLERIA BIOLOGICA
Via Annunciata 10
Tel. 02-6572299
la Repubblica
DOMENICA 3 GIUGNO 2012
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A tavola
La mia versione a cubetti
GUALTIERO MARCHESI
L
LA RICETTA
to, me ne sono fatto disegnare uno apposta con le ombre su
cui posare i cubetti e soprattutto l’osso da prendere con le
dita e spolpare.
Proprio in questi giorni, ho pensato di aggiungere ancora un tocco, proponendo una salsa agrodolce come faccio
per la mia versione del pollo alla Kiev. Una salsa a base di
zucchero, aceto e brodo di pollo, in cui intingere i cubetti,
usando delle pinze.
Fiorentina
Ingredienti per 4 persone
lombata di vitellone con l'osso
sale
pepe
extravergine
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Scegliere una bistecca di almeno 800 g. con l'osso
a temperatura ambiente. Cuocere sulla griglia,
10 cm circa sopra la brace 5' per parte, girandola
senza bucarla. Salare e pepare il lato
già cotto con la superficie croccante
Appoggiare dal lato dell'osso
per scaldare anche l'interno
Lasciar riposare prima
di servire. Volendo, aggiungere
olio e sale
✃
a costoletta alla milanese, piccola grande eredità
asburgica, è anche un po’ mia, anzi nostra: mia e di
mio padre che sapeva — unico piatto — cucinarla bene e da cui ho imparato a farla in modo tradizionale fino al
1990. Fu in quell’anno o giù di lì, che decisi di cambiare per
ottenere il massimo risultato dalla ricetta. Il piacere della
costoletta sta tutto nel contrasto virtuoso tra la carne tenera, che deve restare rosa, e l’esterno croccante.
Cucinandola intera, al momento di tagliarla, gli umori
della carne finiscono regolarmente per bagnare la superficie, annullando la sua principale attrattiva. Per questo ho cambiato, dividendola a cubetti e
friggendola nel burro chiarificato. E
perché il tutto sia perfettamente equilibrato nel piatto,
disposto secondo
uno schema
prestabili-
colare che si portano appresso. La Milanese è documentata nella
Storia di Milano di Pietro Verri, parte di un pranzo offerto nel 1134
ai canonici di S. Ambrogio con la dicitura di lombos cum panitio e
magnificata dal maresciallo Radetzky in una lettera al conte Attems (in antitesi alla pretesa primogenitura dell’austriaca Wienerschnitzel). Per fare la cutuleta, oltre al taglio con l’osso (detto
manico), bastano un uovo, del pangrattato e grasso di frittura.
Quattro materie prime sulle quali i grandi chef hanno costruito dei
piccoli capolavori, dai sensuali cubetti di Gualtiero Marchesi alla
strepitosa “Milanese sbagliata”, recentissima creazione di Carlo
Cracco, che serve un rettangolo sottile di vitello crudo affiancato
da un rettangolo speculare di sola impanatura, a ricreare in bocca
la perfetta armonia di gusto e consistenza. Nella Milano da bere
degli anni Ottanta è diventata moda aprire a libretto la costoletta,
pestandola fino a farne una spianata battezzata orecchia d’elefante, scorciatoia perfetta per evitare che una carne di poca qualità o
mal frollata rilasci sangue e umori al primo boccone. Pessima ci-
liegina sulla torta, la copertura di pomodorini, che imbevono e
ammollano l’impanatura, rovinandone la croccantezza. I comandamenti della perfetta Fiorentina sono perfino più complessi, a partire dalla scelta della carne, con o senza filetto, di pura Chianina (di produzione così limitata che il macellaio-culto Dario Cecchini ha lanciato la provocazione delle carni di vacche e vitelloni
catalani, cresciuti con un disciplinare accurato), alta «un voto e un
pieno», ovvero una costola e mezzo. La bistecca — da beef steak,
nome attribuito ai proto-turisti buongustai inglesi di metà Ottocento, ma c’è chi colloca il piatto in epoca medicea — vorrebbe
cottura sulla brace di legno d’olivo o di quercia, essere girata una
volta sola e assaggiata prima di salarla, per gustarne il sapore primario. Le discussioni sono infinite, ma esiste concordia sull’obbligo di servire una carne maturata tre settimane nella cella frigorifera, pratica possibile solo se con materia prima eccellente. Altro
che un semplice pezzo di carne.
ILLUSTRAZIONI DI CARLO STANGA
Fiorentina
© RIPRODUZIONE RISERVATA
FIRENZE
dove mangiare
OSTERIA IL CILIEGIOLO
Via Chiantigiana per Ferrone 22
Località Impruneta Tel. 055-2326071
Chiuso lunedì, menù da 40 euro
LA CASA DEL PROSCIUTTO
Via Bosconi 58, Loc. Fiesole
Tel. 055-548830
Chiuso mart. e merc., menù 35 euro
TRATTORIA MARIO
Via Rosina 2R (Mercato Centrale)
Tel. 055-218550
Chiuso domenica, menù 30 euro
CIBREO
Via del Verrocchio 8/r
Tel. 055-2341100
Chiuso dom. e lun., menù 60 euro
TRATTORIA TULLIO
Via Ontignano 48, Loc. Fiesole
Tel. 055-697354
Chiuso lun. e mart., menù 40 euro
MACELLERIA MANETTI
Mercato Centrale
Piazza del Mercato Centrale
Tel. 055-2396445
ANTICA MACELLERIA BACCI
Lungarno Buozzi 79
Località Lastra a Signa
Tel. 055-8724500
MACELLERIA MENONI
Mercato Sant’Ambrogio
Piazza Lorenzo Ghiberti
Tel. 055-2480778
BIO AGRITURISMO AGRIMAGIA
Via Casellacce 608/d
Località Fiorenzuola
Tel. 055-818262
dove comprare
ANTICA MACELLERIA CECCHINI
Via XX luglio 11
Località Panzano in Chianti
Tel. 055-8520205
la Repubblica
DOMENICA 3 GIUGNO 2012
LA DOMENICA
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L’incontro
Big band
La Milano della guerra. Le lezioni
in classe con Berio e Abbado
I due festival di New Orleans
con Ella Fitzgerald e Sonny Rollins
La scoperta di Stan Kenton
e della “musica totale”
Ma ancora oggi
il maestro del jazz
italiano, che ha appena
inciso un disco,
ricorda la prima
lezione di piano e il padre
che gli disse: “A patto
che sia una cosa seria”
Giorgio Gaslini
on Giorgio Gaslini, la
città è subito jazz. Si va in
taxi, per sincopi e accelerazioni nel gran traffico
di corso XXII Marzo, verso la casa d’infanzia. E il tassista non tarda a sfoderare il refrain d’una vita di lavoro, «quarantacinque anni su e giù», le vacanze
che si contano «su queste dieci dita». E
io, cosa crede?, gli fa eco Gaslini, che rilancia con accorto rollìo di batteria
spolverando l’anagrafe: «Quanti anni
mi dà?». «...una settantina?». Ottantadue, è il colpo di piatti. Ottantatré, per
l’esattezza, il 22 ottobre. Ma la session
dell’improvvisazione è nel cortile del
condominio dove il futuro musicista si
divertiva da piccolo con il fratello maggiore e il compagno di giochi che oggi,
di nuovo sdentato come allora, l’ha visto arrivare e gli va incontro festoso. Il
duo diventa presto quartetto, con custode e signora amica, poi ottetto: voci
calde, rapide evocazioni, larghi gesti
d’amicizia.
«Vivevamo a pianterreno: su quelle
tre finestre dava il salone con il pianoforte verticale. E mio fratello alla tastiera, controvoglia, con una specie di
maestrina dalla penna rossa. Io stavo lì
a dar loro fastidio, giocavo coi tasti,
correggevo mio fratello: no, è un fa diesis. Un vero rompiscatole. Finché mio
fratello s’è scocciato e mio padre ha capito: gli ha tolto l’insegnante e l’ha passata a me. Ma con la sana minaccia che
s’usava nelle famiglie d’un tempo: è
Peterson a incoraggiarmi, già una quarantina d’anni fa, a produrmi in concerti di piano solo: consuetudine, all’epoca, della musica classica, non del
jazz. È così che sono stato invitato al festival di New Orleans, per due edizioni
di fila, unico bianco ed europeo in
mezzo a mostri sacri come Ella Fitzgerald, Count Basie, Sonny Rollins. Uno
dei miei tanti espatri jazz, in novanta
nazioni, Cina inclusa». Tributi ai suoi
pionierismi di docente e di compositore? «Quando ancora non c’erano
cattedre di jazz nei Conservatori i miei
corsi nel 1972-73 al Santa Cecilia sono
diventati il vivaio di una nuova generazione jazz. E a fine anni Settanta a Milano, alla Sala Puccini, mi sono ritrovato con mille iscritti». Qual è la sua maggiore soddisfazione di autore e interprete? «Tempo e relazione, piccola suite in cinque movimenti, sintesi di jazz
e dodecafonia. È la chiave di volta del
mio lavoro, il germe di quella che ho
Il mio esordio
in un concorso
under 10:
c’erano un tenorino,
una ballerina
e un comico
Si chiamava
Walter Chiari
FOTO PHOTOMOVIE
C
MILANO
una cosa seria?». Gaslini è nato qui, qui
è nata la sua musica: «I miei si erano separati quando avevo cinque anni. Che
tragedia», e il suo sguardo è lontano,
come se parlasse di un altro.
Ci saranno nuovi luoghi da visitare
in quella gimkana-jazz che è la Milano
di Gaslini. Ma è qui che si sosta di più,
nel calore d’una giornata finalmente
estiva, con un sole antico che entra nella pelle. Che cosa le evoca il luogo d’infanzia? «Una pioggia di bombe: tutte le
bombe possibili di una guerra. La sera
ci si rifugiava in cantina, che era come
entrare in una trappola per topi. Notti
d’inferno. Ma già all’alba erano tutti in
strada a spalar via le macerie». Milano
sotto i bombardamenti era stata una
sosta forzata: «Mio padre, giornalista,
studioso di cultura africana, ci aveva
già iscritti in una scuola in Eritrea. Felicissimi di partire: avevamo letto Salgari, per me e mio fratello l’Africa era la
foresta, l’agguato felino. Io m’ero preparato una cassettina di medicinali,
contro i veleni». Ma alla dichiarazione
di guerra, il padre, già medaglia d’argento nel ’15-18, richiamato sotto le
armi, deve rientrare con i figli: «Siamo
rimasti soli, mio fratello e io: niente
madre, che se n’era andata, niente padre, chiamato al fronte».
Il pianoforte è stato il vero rifugio? «A
nove anni avevo già avuto il mio battesimo musicale, credo al Porta Romana». Dove il taxi swinga in fretta, due
parallele più in là, ma il teatro non c’è
più: «Avevo esordito in pubblico in un
concorso di talenti under 10, che
schierava una ballerina, l’immancabile tenorino e un comico. Buffissimo.
Schizzava come una molla dalle quinte, le smorfie irresistibili. “Sei proprio
bravo, come ti chiami?”. “Walter”. Siamo rimasti amici tutta la vita. Era Walter Chiari». Il taxi blues nella Milano di
Gaslini sfiora la Palazzina Liberty, dove a fine Sessanta s’era insediato Dario
Fo con la Comune: «Una sera lo vedo
su una scala che perlustra il tetto. “Che
fai?”. “Controllo che non abbiano
messo bombe”». Stop fuori programma per una fumatina, un morigerato
assolo con la pipa. Solida, gaudiosa, ricurva, la stessa immortalata, con lui,
sulla copertina di Jazz.it, che gli dedica
un numero monografico per l’uscita di
Piano solo-Incanti, registrazione del
concerto di un anno fa in cui ha reinterpretato cinque secoli di musica, da
Monteverdi a Cole Porter.
Perché piano solo? «È stato Oscar
poi definito musica totale. L’ho eseguita la prima volta nel 1957, a un burrascoso Festival del jazz di Sanremo,
preceduto da Sidney Bechet, riveritissimo da noi dell’ambiente perché a Parigi si vedeva con Joséphine Baker».
A quella suite deve importanti sbocchi anche cinematografici, a partire
dalla colonna sonora di La notte: «Il
film di Antonioni, che ho girato nel ’60
con il mio quartetto sull’umidissimo
prato di un golf club, dal tramonto all’alba per un mese, m’ha aperto come
a un divo le porte del cinema. Il grande
schermo aveva scoperto il jazz tre anni
prima, con gli splendidi assolo di Miles
Davis improvvisati sulle immagini di
L’ascensore per il patibolo di Malle. Ne
è nata una jazz-cinemania: Jancsó
m’ha chiamato per La pacifista, Nelo
Risi per La colonna infame, Lizzani per
Kleinhoff Hotel, Dario Argento per la
miniserie tv La porta sul buio e Profondo rosso, con i Goblin. Il jazz sempre associato alla suspence, chissà perché».
L’on the road metropolitano di Gaslini ripassa per l’infanzia e una Milano scomparsa, dove c’erano, appena
finita la guerra, una sala di cinema e
una da ballo: da una si fa cacciare («nell’intervallo tra le proiezioni provavano
i musicisti, io ero ancora con i calzoni
corti, risultato: “Sei un pinella, vai
via”»), nell’altra s’intrufola quand’è
vuota («e, faccia di tola, formo addirittura un gruppo con altri ragazzi»), finché arriva un ingaggio zoppicante «in
un locale in viale Umbria, dove troneggiava un piano a coda, con una sedia al posto d’una gamba: per via d’una rissa». Comincia così il saranno famosi di Gaslini e dei suoi complessi
successivi, trii, quartetti, quintetti, ottetti? «Sì, miei arrangiamenti trasmessi alla radio arrivano all’orecchio di
Pippo Barzizza, quello di Pippo non lo
sa, fan di Benny Goodman, il primo
che, dopo i veti autarchici, s’interessasse seriamente al jazz. Finisco nel
suo angolo musicale a Il rosso e il nero,
seguitissimo programma del sabato
sera condotto da un’altra rarità d’epoca, Nunzio Filogamo».
Epoca in cui la radio era, più della televisione oggi, l’unica protagonista
dell’intrattenimento domestico: «Mi
ha dato la popolarità e per tre anni sono stato il pianista dell’Orchestra del
momento, la prima big band italiana:
venti solisti dentro un seminterrato
della Borsa Valori, impreziosito da
maioliche di Gio Ponti, la cosiddetta
Taverna Ferrario. Ma...». Ma...? «Ma
nel repertorio, mutuato dalle partiture
dei maggiori jazzisti d’oltre Atlantico,
ecco Stan Kenton, che aveva studiato
con Edgar Varèse». Folgorazione? «Di
colpo ho sentito riaccendersi i miei interessi musicali, che non si limitano al
jazz ma si estendono a musica classica,
folclore, canzone d’autore. Lascio tutto e a vent’anni m’iscrivo al Conservatorio, dove insegna Carlo Maria Giulini e ho per compagni di corso future
leggende: Claudio Abbado, Luciano
Berio, Niccolò Castiglioni, Giacomo
Manzoni, Bruno Canino». Ipotetico
ensemble da brivido: «Sodalizio ideale. I miei amori musicali, da ragazzino,
erano state le Sonate di Scarlatti interpretate da Carlo Zecchi alla radio e,
mio primo acquisto d’un 78 giri, il mitico Earl Hines: era il pianista di Louis
Armstrong, dalla tastiera traeva suoni
di cornetta».
Come un 78 giri a raggio urbano, il
tour si è raggomitolato pian piano fino
a fermarsi alla Conca dei Navigli, sotto
l’appartamento di Gaslini: pianoforte
verticale e tanti quadri alle pareti, regali dell’amico Arnaldo Pomodoro. Appena sceso dal taxi già una signora gli sorride, un conoscente viene a stringergli
la mano. La casa milanese di Gaslini è
l’intera Milano: metropoli ridiventata
rione, borgo, vicinato.
Il sole infiamma i capelli bianchi, nuvola di fumo per pipa ricurva. Molti gli
danno del tu, tutti lo chiamano Maestro. È un fine concerto per voci, lieve
fruscio di percussioni, bisbiglio alla
Max Roach.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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MARIO SERENELLINI
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