LADOMENICA DIREPUBBLICA DOMENICA 3 GIUGNO 2012 NUMERO 379 L’ultimo sprinter bianco da record compie sessant’anni e racconta CULT cosa c’è dietro un oro olimpico PIETRO MENNEA “Così si vince” All’interno La copertina Film, libri: vincono i “nonni prodigio” ecco perché ci piace il pensiero anziano BARTEZZAGHI e HESSEL La recensione La madre di tutte le cospirazioni: c’è il Dumas prima dei “Moschettieri” DARIA GALATERIA L’intervista Philippe Forest “Racconto gli aerei nel grande secolo delle nuvole” FABIO GAMBARO Il teatro L’attualità EMANUELA AUDISIO Venere 2012, cercando un’altra vita P ARNALDO D’AMICO e SIEGMUND GINZBERG Spettacoli Bert Stern, “Quelle tre notti con Marilyn” ANGELO AQUARO ROMA ietro Paolo corre sempre contro. Anche a sessant’anni. «Quello della Silicon Valley, quello che ha detto che bisogna essere affamati e folli, mi fa ridere. Noi non avevamo niente e volevamo tutto. Eravamo cinque figli, quattro maschi e una femmina. Mio padre Salvatore era sarto, mia madre Vincenzina lo aiutava, a me toccavano i lavori più umili: fare i piatti, pulire la cucina, lavare i vetri. Avevo tre anni quando mamma mi mandò a comprare un bottiglione di varechina che mi si aprì nel tragitto, porto ancora i segni sulle mani. Papà veniva da una famiglia di undici figli, due si erano fatte suore, non c’era da mangiare a casa. Quando ho iniziato a correre i calzoncini me li cuciva lui. Oggi non mi entrano più, nemmeno al braccio, ma li tengo ancora. Le prime scarpe da gara le ho prese più grandi, dovevo ancora crescere, sarebbero durate. La tv non la tenevamo, si andava al circolo degli anziani, era su un baldacchino, pagavamo 50 lire per vederla. Ce l’avevo la rabbia dentro, eccome». E Steve Jobs è servito. Pietro Paolo Mennea da Barletta è così: regge i confronti. È l’ultimo recordman mondiale bianco dello sprint, l’ultimo oro azzurro olimpico della velocità, e attuale primatista europeo dei 200. Il suo 19”72 non ha i capelli bianchi: dura dal 1979, al nono posto tra le migliori prestazioni di sempre. Da garzone di bottega Pietro si dimentica le consegne. «Papà alla domenica mi mandava in bicicletta a portare i vestiti, anche al questore Buttiglione, io appoggiavo la bici e andavo a giocare a pallone, stavo in porta, ma i clienti protestavano e all’una tra i rimproveri ero intercettato. Correvamo in piazza o attorno alla cattedrale, mi feci la fama lì. A quattordici anni divenni collaudatore di macchine veloci. Chi comprava una Porsche o un’Alfa Romeo veniva a suonarmi a casa alle undici di sera. Dormivo nello stesso letto, che si tirava giù, con due fratelli, cercare di non svegliarli era dura. (segue nelle pagine successive) Sangue, assassini e bambini fantasma “Macbeth” diventa il re dell’horror ANNA BANDETTINI Il libro Una certa idea di mondo: la donna che era già Lisbeth Salander ALESSANDRO BARICCO la Repubblica DOMENICA 3 GIUGNO 2012 LA DOMENICA ■ 26 La copertina Pietro Mennea L’infanzia povera a Barletta, gli allenamenti durissimi a Formia, il record mondiale sui 200 metri a Città del Messico, l’oro olimpico a Mosca. A sessant’anni la “freccia del sud” si guarda indietro: “Oggi c’è il mito del successo che ti gonfia il portafoglio. Io correvo soltanto per farmi strada nella vita” STAFFETTA VINCENZINA Anno 1969, la squadra della staffetta Avis: Mennea (in basso a destra), De Fidio, Damato, Martucci Pietro Mennea con la mamma negli anni Settanta FIOCCHI Pietro Paolo alle elementari: cerchiato in rosso, è tra i pochi senza fiocco COMPAGNI Sul podio in una gara giovanile provinciale Il terzo è il compagno di scuola Pallamolla che Mennea voleva emulare nella corsa SFIDE A quattordici anni, di notte, su uno stradone di Barletta diventava “collaudatore” di auto veloci, Porsche o Alfa. Sui 50 metri le batteva e si guadagnava 500 lire per pagarsi il cinema o il panino. Nella foto, una sua gara nel ’68 IL MEDAGLIERE 15 3 6 Medaglie d’oro Medaglie d’argento Medaglie di bronzo “Per battere il tempo devi soffrire” EMANUELA AUDISIO (segue dalla copertina) appuntamento era in via Pier delle Vigne o in viale Giannone, sui 50 metri, un rettilineo leggermente in discesa. Il premio: 500 lire. La macchina partiva a motore spento oppure io avevo diritto ad un vantaggio di 50 metri. Con quei soldi ci compravo il panino per la scuola, ci pagavo il cinema e mi divertivo la domenica. Ma la polizia venne a sapere delle sfide e io scappai a casa». Le prime gare provinciali con la maglia dell’Avis. «Le prima corse le ho fatte contro Pallamolla, mio compagno di classe all’istituto tecnico. Era imbattibile, vinceva sempre lui, ma un giorno tra le urla degli altri l’ho lasciato indietro. Ha cambiato nome, ora si chiama Palmi. Io a quei tempi prima di gareggiare mangiavo tre piatti di pasta al forno. La mia crescita sportiva è stata lenta e costante, ma da ragazzo del sud nel ’72 sono dovuto emigrare. Al centro federale L’ di Formia: 350 giorni di allenamento all’anno. Stavo lì pure a Natale e Pasqua. Da solo. Vent’anni ad acqua minerale, e nemmeno gassata, il professor Vittori non voleva. Il complimento più bello me lo hanno fatto i vecchi custodi, la famiglia Ottaviani, che ha dichiarato: ce n’era solo uno che in tuta entrava al campo di mattina e usciva di sera. Nel ’71 ai campionati europei gareggiai per la prima volta contro Borzov, atleta dell’ Urss, dio della velocità. Avevo 19 anni, lo guardai negli occhi, e mi chiesi: ma io uno così quando lo batto? La stagione seguente sui 100 gli restai incollato, persi, ma al fotofinish, 10” entrambi. Continuavo ad imparare. E a stare nella realtà. Nel ’73 con i primi guadagni mi comprai una Lancia Fulvia Montecarlo da rally, ma non ci dormivo la notte per la paura di aver fatto il passo troppo lungo. E la rivendetti». Di Mennea si diceva: magro, storto, contorto. Ma duraturo: 5 Olimpiadi, dal ’72 all’88. «A Monaco sui 200 arrivai terzo. Andai a festeggiare il bronzo in un ristorante, tornai, mi misi a letto, avevo una singola. La nostra palazzina era davanti a quella di Israele, ma un po’ più in Andy Stanfield Filadelfia 26 maggio 1951 Los Angeles 28 giugno 1952 I RECORD 200 METRI alto. Quando mi svegliai il 5 settembre mattina trovai dei tiratori sui tetti e una situazione pazzesca, ma io quella notte non avevo sentito niente. La polizia tedesca, senza divisa, sottovalutò gli allarmi, era mal preparata e poco equipaggiata. E allo sport allora interessava solo spostare i terroristi fuori dal villaggio, per poter continuare i Giochi: ammazzatevi, ma lasciateci continuare le gare. Ho scritto a Rogge, presidente del Cio, perché a Londra, a 40 anni dalla strage, si ricordino gli atleti morti con un minuto di silenzio. Anche se il Cio ha già detto che non intende farlo». Messico e nuvole nel ’79. E record a Città del Messico. Mennea aveva 27 anni, nei 200 metri era in corsia 4, la pista era consumata. Alle Universiadi nei giorni precedenti era comparsa la scritta Petro Menea, il suo nome storpiato, senza i e n, errata anche la nazionalità, francese. «Ero come un viaggiatore che stava per partire. Ogni corsa è un viaggio. Mi chiedevo: ho preso tutto? Ero alla ricerca di un tempo, troppe volte perduto. Pensai fosse la volta buona. Remai un po’ in curva, controllai la sbandata all’entrata del rettilineo, non smisi di Peter Radford Wolverhampton 28 maggio 1960 spingere, stavo andando a trentasei chilometri all’ora con le mie gambe. Corsi i primi cento in 10’’34 e i secondi in 9’’38. Arrivai con sei metri di vantaggio. Il pubblico urlò, ma io non ero sicuro. Non c’erano tabelloni elettrici, allora. Mi girai. l’unico cronometro era alla partenza. Guardai le cifre, forse avevano sbagliato anno? Eravamo nel ’79 non nel ’72, mi vennero tutti addosso, ci fu una grande confusione, non riuscivo più a respirare». L’Italia scoprì un altro Coppi. Veniva dal meridione, faticava come una bestia, ma in pista era resistente. Quel 19”72 aveva dentro scienza e dedizione. «Nessuno mi dava credito, quel primato sembrava destinato a cadere in fretta. È durato 17 anni. Dal ’79 al ’96. Al 19”66 di Michael Johnson. Ci credo nei numeri: corsi sulla stessa pista dove Tommie Smith nel ’68 aveva stabilito il mondiale con 19’’83. Undici stagioni prima. E migliorai quel tempo di 11 centesimi. Ero in forma, affrontavo tutti, battevo gli americani, che fisicamente erano il doppio di me. A Viareggio sui 200 Williams mi passò: avevo le sue ginocchia all’altezza del mio mento. In Livio Berruti Roma 3 settembre 1960 (2 volte) California incontrai Muhammad Ali che per me è sempre Cassius Clay. Mi presentarono come l’uomo più veloce del mondo. Lui mi squadrò sorpreso: “Ma tu sei bianco”. Sì, ma sono nero dentro. Sono stato l’ultimo a vincere una gara di velocità, a parte il greco Kenteris, poi rivelatosi drogato. Cos’è siamo diventati tutti brocchi? No, ma non c’è più cultura sportiva, c’è il mito del successo, non quello di farsi strada nella vita. Perché meravigliarsi delle scommesse? Se non si studia, se non si hanno interessi, non c’è crescita della persona. Uno sportivo non deve essere Einstein, ma un minimo ci devi provare a darti degli strumenti e non solo a gonfiare il portafoglio». A Mosca nell’80 l’oro dei 200 metri. La sua faccia scavata, la rimonta quando tutto sembrava perduto, lo spasmo finale. Un made in Italy che si affermava anche nello sport. «Ma nei cento non andai oltre la semifinale, dove mi qualificai precedendo di un centesimo Crawford che dalla rabbia buttò giù una porta. Anche io ero giù e mi isolai. Venne a trovarmi Borzov, ormai ex, non avevo tanta voglia di fare colazione con l’av- Henry Carr Tempe 23 marzo 1963 Tempe 4 aprile 1964 la Repubblica DOMENICA 3 GIUGNO 2012 ■ 27 FATICA Pietro Mennea durante le Olimpiadi di Mosca del 1980 In copertina, l’atleta nel ’69 con i calzoncini cuciti dal padre sarto A TERRA Cade in pista sotto la pioggia: è il 1973 RECORD Alle Universiadi di Città del Messico,il 12 settembre ’79 Mennea stabilisce il nuovo record del mondo sui 200 metri: 19 secondi e 72 centesimi ORO OLIMPICO La vittoria alle Olimpiadi di Mosca nel 1980 sempre nei 200 IL LIBRO Si intitola La corsa non finisce mai l’autobiografia di Pietro Mennea scritta con Daniele Menarini (Limina, 214 pagine, 16 euro) Tommie Smith Sacramento 11 giugno 1966 Città del Messico 16 ottobre 1968 19”72 10”01 14”8 Record mondiale dei 200 metri dal ’79 al ’96. Tuttora record europeo Record italiano 100 metri (1979, ancora imbattuto) Record mondiale manuale 150 metri (Cassino, 1983) versario di una vita. Mi regalò l’orsetto Misha e non la fece lunga: ti ho visto spento, senza scintilla, guardati dentro e torna a mordere la pista. In finale mi confinarono in ottava corsia, non ero contento, non potevo controllare gli avversari. All’uscita della curva ero penultimo, Wells indemoniato era tre metri avanti. Penso: non avrò altre occasioni. Dodici anni di lavoro e di dolore per niente. Allora riparto, risento tutto, rientro in gara, recupero, vinco, alzo le braccia e il ditino. Per quell’oro guadagnai un premio da otto milioni di lire e mi comprai sei poltrone Frau. Al ritorno il presidente Pertini mi abbracciò con molto affetto. Tra noi c’era un buon rapporto. Mi invitò a colazione al Quirinale, anche il giorno prima del suo addio. Era triste, mi commosse. Gli domandai cosa avrebbe fatto. “Tornerò a casa”. Chiesi: sua moglie l’aspetta? “Lo spero”, rispose». Le fatiche di Mennea sono state codificate. «Convegno in Germania sulla velocità. Metà anni Ottanta. Parlo del mio training: 25 volte i 60 metri, 10 volte i 150 metri. Gli altri tecnici sbigottiti: ma se i nostri atleti al massimo fanno 6 volte i 150. E lì che ho capito che il doping aveva vinto: come facevano ad allenarsi tre volte meno di me e ad ottenere risultati? Quando Vittori mostrava nei convegni il programma di lavoro gli chiedevano: scusi, chi ha fatto queste cose è poi morto? A Formia ci costruivamo da soli gli attrezzi, anche in quello siamo stati artigiani. E sono tornato a sfidare i motori, come da ragazzo. Dall’auto siamo passati alla Vespa. Solo che Vittori a volte non riusciva a cambiare le marce in fretta, allora vincevo io. Avrei potuto ribattere il mio record dopo Mosca, valevo 19”60, me lo confermò lui, cronometro alla mano, ma credeva che ne sarei stato troppo appagato». Il dottor Mennea ha cinque lauree: Isef, scienze motorie, giurisprudenza, scienze politiche, lettere. È avvocato, commercialista, revisore contabile, agente di calciatori, giornalista pubblicista, insegnante universitario, è stato deputato al parlamento europeo (’992004). Ha cercato altra adrenalina. È appena uscita una sua biografia per Limina firmata con Daniele Menarini, La corsa non finisce mai, lui stesso sta scrivendo un libro su Bolt. «Anche per me ad un certo punto è stato difficile guar- darsi allo specchio e decidere: chi vuoi essere? Forse potevo vivere di rendita, invece mi sono rimesso ai blocchi per altre partenze. Non ci sarà più un record come il mio, non in Italia, e non perché non possano nascere campioni. Ma oggi c’è una società e una morale diversa, che rifiuta tutto quello che io ho rappresentato. Io allenavo la fatica con l’allenamento». La moglie Manuela Olivieri l’ha conosciuta ad una festa nel ’92. Lei non sapeva chi fosse Mennea. E al primo appuntamento pensò che il campione si sarebbe presentato con un macchinone. «Arrivai con una Panda Young 750, bianca con i bordini azzurri. Quando corriamo, è più in forma di me, e mi lascia indietro. Ogni tanto c’è qualcuno nel parco che mi chiede: e tu che fai? Vorrei avere abbastanza fiato per rispondere: ho già fatto. 5482 giorni di allenamento, 528 gare, un oro e due bronzi olimpici, più il resto che è tanto. A 60 anni non ho rimpianti Rifarei tutto, anzi di più. E mi allenerei otto ore al giorno. La fatica non è mai sprecata. Soffri, ma sogni». Pietro Mennea Città del Messico 12 settembre 1979 Michael Johnson Atlanta 23 giugno 1996 Atlanta 1 agosto 1996 © RIPRODUZIONE RISERVATA Usain Bolt Pechino 20 agosto 2008 Berlino 20 agosto 2009 la Repubblica DOMENICA 3 GIUGNO 2012 LA DOMENICA ■ 28 L’attualità Odissea nello Spazio SOLE Mercoledì, per l’ultima volta in questo secolo, potremo osservarne il transito davanti al Sole Evento affascinante e dall’altissimo valore astronomico perché permetterà di scoprire se esistono pianeti extrasolari adatti alla vita. Ma anche una straordinaria avventura scientificacominciata molti anni fa MERCURIO VENERE IL “PIANETA GEMELLO” Così considerato perché come la Terra ha un’atmosfera, di poco più piccole sono le sue dimensioni e un suo anno dura 224 giorni (contro i nostri 365) Ma altre caratteristiche lo classificano in senso opposto: la sua atmosfera è così densa che ne occulta la superficie; inoltre, composta da anidride carbonica con nuvole di acido solforico, induce un effetto serra che mantiene la temperatura tra i 400 e i 500 gradi eliminando l’acqua TERRA Arrivederci Venere LUNA SIEGMUND GINZBERG V enere divenne “lo stellone d’Italia” quando il 27 novembre 1871 passò visibile in pieno giorno sul Quirinale, il giorno in cui Vittorio Emanuele II inaugurava il Parlamento dell’Italia riunificata. Si gridò al miracolo, divenne il simbolo della buona fortuna del nuovo Paese. In una noterella dei Quaderni del carcere, Gramsci registra l’origine di un mito che perdura nel simbolo della Repubblica. E ricorda che lo stesso era successo quando Napoleone era tornato trionfante a Parigi dalla guerra italiana nel dicembre 1797, e si diceva che era “la stella di Napoleone”. Peccato che si trattasse di passaggi fasulli, quanto fasulla è l’idea che le crisi si possano risolvere guardando le stelle. I passaggi seri, quelli su cui si concentra spasmodicamente l’attenzione degli astronomi, avvengono quando il pianeta si interpone esattamente tra Terra e Sole. Succede in coppia, a distanza di qualche anno, una sola volta per secolo. Dopo il passaggio del 6 giugno 2012, per la prossima volta si dovrà attendere il 2117. Un libro di quasi quattrocento pagine della storica tedesca Andrea Wulf, ripercorre con pignola attenzione la strabiliante avventura scientifica che aveva accompagnato i due passaggi nel 1700. Servì a misurare, con sorprendente approssimazione, la distanza della Terra dal Sole e le dimensioni del sistema solare. Ma soprattutto fu il primo tentativo di cooperazione scientifica su scala planetaria, ebbe un incredibile fallout di scoperte geografiche, botaniche, faunistiche, di conoscenze sugli estremi ancora sconosciuti della Terra. Fu la prima vera globalizzazione nella storia umana, su fondamenta di pura scienza e non di conquista. Paragonabile per portata all’altra grande impresa globale del “secolo dei Lumi”, l’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert che, come ci racconta Robert Darnton, fu anche «un grande affare». LO “STELLONE D’ITALIA” Il 27 novembre 1871, mentre il re inaugurava il Parlamento unitario, Venere passò in pieno giorno proprio sopra il Quirinale. Diventò così uno degli elementi del tricolore italiano La Wulf, in questo libro piuttosto specialistico ma che si legge come un romanzo di avventure e marineria a vela di Patrick O’ Brian, racconta di come astronomi, scienziati, avventurieri, anche dilettanti, francesi, britannici, russi, tedeschi, olandesi, svedesi e anche italiani, si spinsero per mare e per terra, su velieri, carri trainati da cavalli, slitte, qualcuno anche a piedi, verso gli angoli opposti e più sperduti del pianeta per cogliere con le loro osservazioni il brevissimo momento (da pochi a un massimo di una ventina di minuti) in cui Venere sarebbe apparso come una macchia sul sole. Che la distanza tra un punto e l’altro di osservazione fosse la massima possibile sulla superficie terrestre era essenziale a che il sottilissimo e lunghissimo triangolo su cui calcolare la distanza tra Terra e Sole avesse una base sufficiente a consentire il calcolo. L’idea era partita dall’astronomo inglese Edmond Halley nel 1716. Aveva allora com- Le tappe GALILEO , 1609 KEPLERO, 1631 HALLEY, 1716 IL TRANSITO DEL 1769 Il primo a studiare Venere con un telescopio, fornì le prove che il Sole è al centro del Sistema Aveva previsto i transiti del 1631 e 1761 ma non quello del 1639, previsto poi Jeremiah Horrocks Perfezionò la tecnica di parallasse per misurare la distanza Terra-Sole messa a punto da James Gregory L’anno delle grandi spedizioni astronomiche (a lato una tenda montata per l’osservazione) la Repubblica DOMENICA 3 GIUGNO 2012 ■ 29 Cercando un’altra Terra ARNALDO D’AMICO ra tre giorni, all’alba di mercoledì 6 giugno, l’Italia vedrà l’ultimo transito di Venere davanti al Sole del secolo. Per osservare il piccolo disco nero disegnato dal pianeta sulla superficie della nostra stella serve il classico vetro annerito col fumo di candela. Altri schermi, occhiali da sole compresi, sono insufficienti e si rischiano danni permanenti alla vista. Chi non ce la fa a svegliarsi all’alba, può seguire il fenomeno già dal giorno prima. Particolare il punto di osservazione dell’Esa (l’Agenzia spaziale europea): l’isola artica di Spitsbergen, dove ora il Sole non tramonta mai e permette di seguire l’intero transito. Nell’isola è anche in corso una riunione del “Venus Express team”, gli scienziati che guidano la sonda ora su Venere. I transiti di Venere e Mercurio, i pianeti più vicini al Sole della Terra, sono sempre stati delle grandi occasioni per gli astronomi. Ma stavolta la tecnologia permetterà un esperimento fondamentale per le ricerche in corso di pianeti simili al nostro fuori del Sistema Solare. Il telescopio spaziale Hubble si girerà verso la Luna e fotograferà sulla sua superficie l’alone grigio intorno a Venere proiettato sul nostro satellite. È l’atmosfera di Venere attraversata dai raggi solari. La sua composizione è stata svelata dalle sonde spaziali. Confrontandola con quella che dedurrà Hubble dall’analisi dell’alone, si saprà se indagini simili che si stanno facendo su pianeti extrasolari permettono di scoprire se hanno una atmosfera e se la sua composizione chimica è compatibile con la vita. T Un transito avviene quando un pianeta passa esattamente tra il Sole e la Terra. Dal momento che il piano orbitale di Venere è lievemente inclinato rispetto al nostro, i transiti si verificano raramente, a coppie di otto anni di distanza, ma separati da più di un secolo. L’ultimo transito è stato nel giugno del 2004, il prossimo sarà nel 2117. I transiti di Venere hanno dato agli astronomi la possibilità di misurare le dimensioni del Sistema Solare. Il calcolo si basa sul tempo impiegato da Venere ad attraversare il disco solare rilevato da posizioni diverse sulla Terra e poi applicando formule di semplice trigonometria. Durante il transito del 1761 fu notato per la prima volta l’alone intorno al bordo della silhouette del pianeta, rivelando la presenza di una atmosfera. Ma solo da pochi anni sappiamo, grazie alle sonde spaziali che l’hanno esplorata, che ha una atmosfera inospitale, fatta di anidride carbonica e azoto e con nuvole di acido solforico. Oggi i transiti dei pianeti davanti ad una stella sono un prezioso strumento per lo sviluppo di metodi per individuare e analizzare pianeti orbitanti attorno a stelle diverse dal Sole, i pianeti che gli astronomi chiamano extrasolari. Quando un pianeta passa davanti ad una stella riduce la quantità di luce che arriva alla Terra, svelando la sua esistenza e dando informazioni sulle sue caratteristiche. In questo modo il telescopio spaziale europeo CoRoT ha scoperto già più di venti pianeti extrasolari. Se avrà successo l’esperimento di Hubble si potrà capire anche sa hanno un “guscio” di acqua, metano e altri precursori della vita. Altro modo di saperlo non c’è: sonde tipo Venus Express per raggiungere i pianeti extrasolari più vicini impiegherebbero alcune migliaia di anni. © RIPRODUZIONE RISERVATA L’osservazione di Venere Il telescopio Hubble usa la Luna come schermo per osservare il passaggio di Venere Sole Luminosità del sole Luna Terra piuto i sessant’anni, sapeva che non sarebbe sopravvissuto per poter assistere nemmeno al primo degli appuntamenti. Aveva dunque rivolto ai «giovani astronomi» di tutto il mondo un appello in latino. Orologi e telescopi erano molto approssimativi. Mancavano comuni unità di misura. Un miglio inglese aveva lunghezza diversa dal miglio dei paesi di lingua tedesca, e a sua volta variava tra Germania del nord e Austria. Nella sola Francia ne esistevano duemila diverse, che variavano persino tra villaggi vicini. Una lettera spedita da Filadelfia impiegava da due a tre mesi per giungere a Londra, sei da Londra ai porti sulla Manica. Alcuni degli aspiranti all’appuntamento dovettero imbarcarsi anni prima per essere sicuri di raggiungere la meta. Come se non bastasse, all’epoca del primo appuntamento previsto per il 1761, infuriava una guerra mondiale, quella “dei sette anni”: Gran Bretagna e Prussia contro Francia, Russia, Austria e 2 3 1 1) I CRATERI “A FRITTELLA” Prodotti dal crollo dei vulcani, i cerchi hanno un diametro di alcune centinaia di chilometri 2) LA SUPERFICIE Durata del transito Tempo Svezia. Essendoci in gioco anche interessi mercantili, il possesso della colonie nordamericane e dell’India, le preziose isole produttrici di zucchero nei Caraibi, la tratta degli schiavi dall’Africa, le flotte di tutti i paesi da cui partivano le spedizioni scientifiche si davano l’un l’altra la caccia per i quattro oceani. Il francese Le Gentil si era munito di un documento della Royal Society di Londra che intimava alle navi da guerra britanniche di non molestarlo. Era già quasi in vista della destinazione, Pondicherry, in India meridionale, quando fu costretto a invertire la rotta perché il porto era assediato dalla marina di Sua Maestà britannica. Decise di procedere alle osservazioni in alto mare, ma si era levata una nebbia impenetrabile. Il suo collega Pingré — ogni paese inviava più spedizioni sperando che qualcuna ce la facesse — si diresse verso i possedimenti della Compagnia delle Indie francesi nell’isola Rodrigues ma dopo quattro mesi di naviga- Un’immagine della superficie di Venere ricostruita con estrema precisione dai radar delle sonde La luce del Sole offuscata dal passaggio di Venere 3) IL VULCANO Il Maat, vulcano alto ottomila metri, “fotografato” da una sonda durante un’eruzione (la lava è in giallo chiaro) zione mancò il suo appuntamento per poche miglia. Gli inglesi furono cannoneggiati dalle fregate francesi o bloccati alle frontiere russe. Un altro inglese vagò per quattro mesi tra le montagne di sant’Elena in cerca di un punto in cui la vista non fosse ostruita da «nebbie e vapori», poi rinunciò. Un osservatore diretto in Siberia finì con la slitta in un fiume ghiacciato. Un altro subì uguale sorte nel golfo di Finlandia. Charles Mason e Jeremiah Dixon, che sarebbero diventati famosi tracciando i confini del Nord America, causa guerra neppure poterono partire. Avevano otto anni per prepararsi all’appuntamento successivo, il passaggio del 1769. Andò un pochino meglio perché la guerra era cessata. Gli inglesi inviarono nella Baja California un astronomo gesuita che lavorava in Italia, con l’intento di rassicurare gli spagnoli sospettosi verso i non cattolici. Ma il re di Spagna aveva proprio allora deciso di espellere i gesuiti dai suoi domini spagnoli. Le Gentil tornò in India, ma la jella gli restava appiccicata: non vide nulla perché era annuvolato. Andò meglio, per modo dire, al suo collega matematico Jean-Baptiste Chappe d’Auteroche: fu l’unico a registrare sia l’entrata che l’uscita di Venere, in entrambi gli appuntamenti, ma morì di tifo otto giorni dopo. Fu uno dei ben cinque astronomi periti nella seconda tornata. Il tedesco Georg Moritz Lowitz fece una fine particolarmente atroce: fu catturato dai cosacchi di Pugaciov, torturato e ucciso. Charles Green viaggiava con il capitano Cook. Perì di malaria a Giacarta, assieme a metà dell’equipaggio. Ma l’Endeavour di Cook era riuscito, en passant, a scoprire l’Australia e a sperimentare una dieta a base di crauti che avrebbe risolto il problema dello scorbuto sui velieri. Tutti insieme avevano dato al mondo un assaggio di quel che oggi è Internet. IL PASSAGGIO DI VENERE Il saggio storico di Andrea Wulf, Il passaggio di Venere, è in libreria per Ponte alle Grazie, (23 euro) © RIPRODUZIONE RISERVATA COOK, 1769 SPEDIZIONE ITALIANA, 1874 TERZO MILLENNIO, 2004 VENUS EXPRESS, 2012 L’Endeavour, la nave con cui Cook volendo osservare il passaggio di Venere “scoprì” l’Australia Fu l’astronomo Pietro Tacchini a osservare il passaggio di Venere in Bengala Nel 2004 il penultimo transito del secolo. Dopo il 6 giugno, il prossimo sarà nel 2117 È la sonda dell’Agenzia spaziale europea che sta esplorando Venere la Repubblica DOMENICA 3 GIUGNO 2012 LA DOMENICA ■ 30 La storia Contrordine Giornalista nella Parigi di Hemingway, amante della Dietrich a Berlino, star di Hollywood, rivoluzionario in Messico Soprattutto agente segreto di Stalin In un libro i mille volti dell’uomo che per molti è stato solo un eroe chiamato Viktor Laszlo HOLLYWOOD Qui sopra il ristorante “Victor Hugo”, a Hollywood, dove Otto Katz si intratteneva insieme alle tante star del cinema di cui riuscì a diventare amico e confidente STEFANO MALATESTA O ‘‘ tto Katz è stata una spia molto speciale, che ha lavorato in un’epoca anch’essa molto speciale: la prima metà del Ventesimo secolo, il più atroce che l’umanità abbia mai conosciuto. La sua anomalia non stava nelle molte vite che aveva attraversato: agente del Cremlino, apprendista mistificatore nella Berlino degli anni Venti; talpa in Inghilterra, quando si incontrava con le spie di Cambridge e con Noel Coward, il famoso autore e interprete di teatro che lavorava segretamente per i servizi anglosassoni, come molti personaggi del cinema e della letteratura; giornalista nella Parigi dei grandi alberghi e degli scrittori; star ad Hollywood ammirato dai più famosi attori del momento; cinico esecutore di ordini brutali durante la guerra di Spagna; rivoluzionario di genere cucaracha in Messico. In queste differenti interpretazioni, era stato aiutato da un sicuro talento di attore e di drammaturgo, riconosciuto anche da Bertolt Brecht. Ma dietro ogni perfomance, ed esaurite tutte le maschere, usciva sempre fuori intatta l’identità dello spione sovietico: uno che doveva rispondere a Stalin e a nessun altro. Era nato a Praga, da famiglia benestante. Il suo percorso, fin dall’inizio, era stato quello dell’ebreo cosmopolita, intellettuale e multilingue che si trovava a suo agio in tutti posti, ma non apparteneva a nessuno. Chi lo aveva incontrato allora si ricordava di un giovanotto aitante e brillante che diffondeva intorno onde fascinose. Sembra che esercitasse un’attrazione immediata sulle donne di qualsiasi classe: ne aveva sempre più di una che gli girava intorno e che si metteva subito al suo servizio come informatrice. È un peccato che nella bella biografia scritta da Jonathan Miles, The Nine Lives of Otto Katz, pubblicata da Bantam Books e uscita di recente, non ci sia un capitolo che parli dei suoi rapporti con «le signore del Cremlino», come venivano chiamate alcune audaci e bellissime aristocratiche russe passate al comunismo per salvare la pelle, per spirito d’avventura o per denaro, di cui Otto si era servito più volte: la baronessa Moura Budberg che era stata amante di Gorkij e di H. G. Wells, lo scrittore inglese, la formidabile Maria Pavlova Koudachova e varie altre. Molti conoscevano Katz o avevano avuto a che fare con lui sotto altri nomi. Quando si trattava di eseguire lavori di bassa manovalanza criminale, da sempre il pane quotidiano del mondo dello spionaggio, preferiva che il suo vero nome non comparisse. Ma per i grandi progetti era sempre Otto Katz, un imprendibile antifascista nemico dei nazi, un eroe che organizzava le marce per la pace, che metteva in piedi dal nulla fronti in difesa della libertà, che scriveva e stampava libri per denunciare le infamie di Hitler. Costruita con grande abilità, questa immagine totalmente inventata resse per molti anni fino a quando il patto Molotov-Ribbentrop non rivelò che i russi, maestri del doppio gioco, avevano continuato a mantenere una cooperazione clandestina con Hitler, servendosi dei servizi segreti tedeschi e di un immenso materiale cartaceo, tutto falso e prefabbricato, da adoperare durante le purghe interne dell’Unione sovietica (Il maresciallo Tukhachevskij venne eliminato da Stalin servendosi di prove fabbricate dalle SS.) Da giovanissimo Katz era solo un giovanotto con simpatie di sinistra come tanti. La svolta era avvenuta negli anni Venti a Berlino dove aveva fatto i due incontri più importanti di tutta la sua vita. La città veniva dipinta dai giornali come un concentrato di Sodoma e di Gomorra con centotrentadue caffè omosessuali registrati dalla polizia e migliaia di ragazzine minorenni che si prostituivano per un bicchiere di Kummel. Lo scrittore inglese Christopher Isherwood, futuro autore di Addio a Berlino, diceva di provare una sorta di «eccitazione nauseabonda» ogni volta che entrava in questi locali. Ma Berlino non era più corrotta di altre città: era semplicemente traumatizzata dalla sconfitta nella Prima guerra mondiale. I tedeschi tentavano di liberarsi dagli immensi sensi di colpa immergendosi nei vizi con teutonica e ordinata precisione, in una deboscia che sembrava una esercitazione militare. Una sera, in un locale tra i più malfamati, Katz aveva incontrato una bionda dalle gambe perfette e dal fascino androgino che cantava con voce roca una canzone intitolata Ho lasciato una valigia a Berlinoe ne era rimasto folgorato. Anche se la relazione durò solo qualche mese Otto continuò per anni a ripetere agli amici che lui e Marlene Dietrich, così si chiamava la cantante dalla voce roca, si erano sposati. Qualsiasi fosse la verità sul presunto matrimonio, questo non aveva influito sulle abitudini sessuali dell’attrice che continuava ad andare a letto con tre differenti partner al giorno, come ha lasciato scritto nei diari. Tra le numerose sue doti, Katz aveva anche quella di farsi amici importanti con fulminea rapidità. A Praga aveva conosciuto Werfel e Kafka. A Berlino, dopo pochi mesi, lo si poteva incontrare seduto al caffè Romanisches accanto a George Grotz e a Bertolt Brecht e al giovane Billy Wilder in partenza per l’America. Ma il pezzo forte della sua collezione era un tedesco della Turingia estremamente intelligente, che durante la Prima guerra mondiale aveva lavorato con Lenin a Zurigo e lo aveva accompa- Una sera, in un locale tra i più malfamati, aveva incontrato una bionda dalle gambe perfette e dal fascino androgino che cantava con voce roca Si chiamava Marlene, ne rimase folgorato OTTO KATZ LASPIA IN SPAGNA Sopra, a destra, profughi durante la Guerra civile spagnola: Katz andò a Hollywood per raccogliere fondi per i repubblicani. A sinistra, la locandina del celeberrimo film Casablanca (1942) in cui veste i panni di un intemerato eroe antifascista la Repubblica DOMENICA 3 GIUGNO 2012 ■ 35 IL LIBRO La vera storia della super spia di Stalin, Otto Katz (nel fotomontaggio al centro delle pagine), viene ricostruita da Jonathan Miles nel libro The Nine Lives of Otto Katz (Bantam Books, 8,99 sterline) Da cui sono tratte gran parte delle immagini qui pubblicate ANTINAZISTA Viktor Laszlo nel film Casablanca è interpretato da Otto Katz, qui con la Hepburn e Bogart. A sinistra copertina e immagini dei Braunbucher, libri di propaganda antinazista alla cui stesura Katz collaborò gnato a quel famoso vagone piombato che avrebbe portato Vladimir Ilijc alla stazione Finlandia di San Pietroburgo. Si chiamava Willi Münzenberg e la sua professione era quella di maestro delle mistificazioni. Tra i tanti suoi ammiratori c’era anche il dottor Goebbels, quello che estraeva sempre la pistola alla parola cultura. Goebbels, altra bella tempra di mistificatore, era entusiasta del tocco da mago Bustelli di Willi che estraeva dal cappello a cilindro balle clamorose che avevano l’aspetto di verità rivelate. Katz entrò subito nel giro di Münzenberg che lavorava per il Cremlino a tempo pieno. Si diceva che avesse straordinarie doti finanziarie e da speculatore capitalista, dotato di qualcosa di simile al tocco di re Mida. Questa conoscenza del mondo degli affari, piuttosto insolita per un comunista, spiegava il suo alto tenore di vita e le costose iniziative editoriali attraverso cui diffondeva le sue ricostruzioni. Ma la verità tenuta nascosta per non smentire la leggenda metropolitana era che Lenin avesse consegnato a Willi, al momento di mandarlo a spiare nell’Europa democratica, un sacchetto contenente grossi diamanti per centinai di carati sequestrati a un paio di famiglie aristocratiche mentre tentavano di fuggire da Odessa in battello. Dopo pochi mesi dall’incontro Katz andò a Mosca per il necessario apprendistato e qui si rese subito conto di come il regime tenesse stretta in una morsa di terrore la popolazione russa, che in quegli anni moriva di fame per imprevedibili sventure come la carestia e per altre sciagure molto più prevedibili e volute dagli umani, come i piani quinquennali. Ma per ragioni ancora oggi indecifrabili, il fatto che conoscesse perfettamente la situazione in Russia non influì affatto sulla sua decisione di rimanere all interno del campo comunista, che di comunismo non aveva nulla. Fino all’ultimo è stato fedele a quel regime delle cui infamie aveva le prove. Un enigma che non ha riguardato solo lui, ma migliaia di giovani di tutti i paesi che si bendavano gli occhi per non vedere e non sentire. Da Münzemberg Katz aveva imparato la difficile arte della seduzione, adoperando tutte le armi di una contorta dialettica. La sua abilità era convincere gli uomini di cultura occidentali che l’etica era un’espressione della politica e che quello che importava era stare dalla parte giusta. Chi sceglieva il comunismo non doveva aveva altre preoccupazioni: era difeso automaticamente dal sistema in cui i buoni erano già stati sistemati a sinistra e i cattivi a destra. Tra la fine degli anni Venti e la fine dei Trenta la coppia MünzembergKatz organizzò una serie impressionante di marce, di fronti per la libertà e per la pace, di incontri, convegni, libri bianchi, facendo credere che il comunismo fosse una panacea universale. Ogni accusa di qualsiasi genere veniva respinta come infantile, reazionaria o contro la storia: il destino manifesto stava nel comunismo. È incredibile il numero di persone che Katz riuscì a portare sotto la sua influenza: Hemingway, Steinbeck, Malraux, Gide, Picasso, Dorothy Parker, Grosz, Dos Passos, Brecht, Lillian Hellman, Dashell Hammett e Beatrice Webb. L’apoteosi venne raggiunta quando l’agente arrivò a Hollywood durante la guerra civile spagnola per raccogliere denaro destinato ai repubblicani e che invece prese la via di Mosca. Otto venne accolto e applaudito non solo da attori come Charlie Chaplin, Fredric March, Groucho Marx ma anche dai movie mogul come Samuel Goldwyn, David O. Selznick e Irving Thalberg. La sua popolarità nel mondo del cinema era così grande che qualche anno più tardi si ritrovò nel film Casablanca, sotto le vesti di Viktor Lazlo, intemerato eroe antifascista. Il patto Molotov-Ribbentropp spazzò via l’illusione che ci fosse un paese, l’Unione Sovietica, retto da illuminati governanti che avevano realizzato una società giusta al suo interno e magnanime verso l’Europa. E tutti quelli come Willi si trovarono spiazzati dal “contrordine compagni”. Ma non ebbero il tempo per rifletterci sopra. Münzenberg, che era stato talmente incauto da definire il patto un «tradimento» di Stalin in presenza di funzionari sovietici, fu costretto a rifugiarsi in Francia. E negli stessi giorni in cui i tedeschi stavano invadendo il paese, il suo corpo venne trovato in uno stato di semidecomposizione ai confini con la Svizzera. Anche Otto cominciò ad avere delle difficoltà. Non sembrava il tipo che si facesse delle illusioni, eppure, invece di scomparire o di andare a rifugiarsi in qualche lontano paese dell’America latina, come i suoi nemici nazi, ritornò a Praga, la sua città natale, sperando che l’entourage di Stalin si ricordasse della sua fedeltà e di come avesse sempre obbedito senza discutere. Non sapeva che Stalin aveva sempre detestato la sua aria da cosmopolita ed era dubbioso che un tipo simile avesse potuto mantenere inalterata la purezza ideologica. Sessant’anni fa, alla fine del 1952, venne coinvolto nel processo a Rudolf Slanskij, l’ex segretario del Partito comunista cecoslovacco caduto in disgrazia. Fu torturato, condannato e infine impiccato. Era una fine preannunciata lo stesso giorno in cui aveva iniziato la sua carriera di spia di Stalin. ‘‘ CASABLANCA DI AMORE E MORTE Qui sopra, uno dei suoi più grandi amori, Marlene Dietrich, conosciuta nella Berlino degli anni Venti A fianco, il processo a Rudolf Slanskij, ex capo dei comunisti cecoslovacchi caduto in disgrazia: Katz, anche lui condannato a morte, siede in seconda fila in mezzo a due militari È incredibile il numero di persone che riuscì a portare sotto la sua influenza: Steinbeck, Malraux, Gide, Picasso, Dorothy Parker, Dos Passos, Brecht Venne applaudito da Chaplin e Groucho Marx © RIPRODUZIONE RISERVATA la Repubblica DOMENICA 3 GIUGNO 2012 LA DOMENICA ■ 36 Spettacoli Icone Il servizio per Vogue, una notte in hotel Prima di morire fu a lui l’ultima telefonata Io Marilyn & “Fotografarla è stato come fare l’amore” ANGELO AQUARO la Repubblica DOMENICA 3 GIUGNO 2012 ■ 37 GLI SCATTI Alcune delle celebri foto scattate da Bert Stern a Marilyn Monroe per Vogue Sotto i due sul set, una suite dell’hotel Bel Air di Los Angeles Qui in basso l’attrice mostra anche la sua cicatrice sotto il seno destro: “Un’imperfezione che la rendeva ancora più vulnerabile” ricorda il fotografo. A sinistra, segnata in rosso, una delle immagini che Marilyn non voleva venisse pubblicata sul magazine “Non l’ho ricevuta. Non ho potuto fermarla” NEW YORK uomo che fece l’amore con Marilyn, scatto dopo scatto, ha ottantatré anni e i ricordi lucidi come le pellicole che assediano il suo salotto nella casa all’ultimo piano della New York Tower di Murray Hill: «Scusi il disordine ma non so più dove mettere le foto. Ormai sono milioni: per fortuna hanno inventato il digitale». Bert Stern parla asciutto come un dialogo di Hemingway e veste ancora come se avesse mezzo secolo in meno: jeans neri, camicia oxford rosa, scarpette rosse da jogging. L’età non cancella il fascino del giovane fotografo che sedusse la donna più bella del mondo. E che, forse, avrebbe potuto salvarla: se quella notte del 5 agosto di cinquant’anni fa avesse davvero ricevuto quell’ultima, disperata telefonata. The Last Settings è una collezione di oltre duemila scatti — giugno 1962 — che dipingono Marilyn come non s’era vista mai. Nuda: soprattutto di fronte alla morte che se la sarebbe portata prestissimo via. Sono immagini così intense che da allora gli storici — e non solo dell’arte — si chiedono senza pudore: fu vero sesso o no? «Lavoravo per Vogue: ero libero di realizzare le storie che volevo dopo anni spesi nella pubblicità», racconta il fotografo che è stato d’ispirazione anche per la serie tv Mad Men. «Ero a caccia di nuove idee e pensai: Marilyn non ha mai posato per Vogue. Proposi la storia all’art director e quello mi disse ok, organizzati come credi. Chiamai gli agenti di Marilyn e anche lei, a sorpresa, mi disse subito sì. Ma io non pensavo al solito servizio di moda. Caricammo le valigie di gioielli e foulard, volammo da New York a Los Angeles, mettemmo su il nostro studio in una suite dell’Hotel Bel Air. E cominciammo a scattare». Per tre giorni e tre notti. Così dice la leggenda. «All’inizio per un giorno solo. Tornammo a New York. E quelle foto con i gioielli, i foulard e tutto il resto piacquero così tanto che ci dissero ok, ritornate laggiù, proviamone altre. Così ci rimandarono indietro due settimane dopo per realizzare un intero servizio di moda — c’erano anche Kenneth Batelle, che era il parrucchiere di Jackie Kennedy e Diana Vreeland, e Babs Simpson, lo storico fashion editor di Vogue. Altri due giorni di scatti. Tornammo a New York e stavamo per andare in stampa. Fu allora che arrivò la notizia della morte». Resta la magia di quegli ultimi scatti: soprattutto di quella prima notte. Come riuscì a conquistare Marilyn? «Stavo finendo di preparare lo studio, chiamarono dalla reception: “Miss Monroe è qui”. Scesi per accoglierla, ci incontrammo a metà strada. Portava un paio di calzoncini e giusto una magliettina, un fazzoletto intorno ai capelli e neppure una linea di trucco. Dissi: “Sei bellissima”. Sorrise da subito: “Carina come accoglienza”. Salimmo nella suite dove avremmo dovuto scattare. Lei disse: “Un po’ di trucco?” — e io: “Non c’è bisogno del trucco”. Disse: “Una riga di eyeliner?” — e io: “Quello va bene”. Fu allora che intravide sul letto i gioielli e i foulard. Tirò su un foulard e si accorse che era trasparente. Disse: “Oh, allora vuoi dei nudi...”. Dissi: “Buona idea: ma sei tu che decidi”. Fece davvero tutto lei. Era molto creativa © BERT STERN L’ Intervista esclusiva a Bert Stern nelle pose: sembrava pronta a qualsiasi cosa». Pronta a qualsiasi cosa? «Era un periodo difficilissimo. Aveva divorziato da Arthur Miller, aveva appena perso il posto in Something’s Got To Give. Desiderava tanto finire su Vogue». Voleva rilanciare la sua immagine. «Qualsiasi cosa cercasse io ero lì». Era partito con un modello in mente? «Il mio idolo era Irwing Penn. Ma non avevo fatto programmi. L’unica foto che mi ero portato dietro era il ritratto in bianco e nero di Greta Garbo che Edward Stein aveva fatto più di trent’anni prima. Ma quella notte facemmo una miriade di foto». Quanto durò? «Fino all’ultimo temevo non sarebbe mai arrivata. Era Marilyn: imprevedibile. Si presentò dopo le dieci di sera. Qualcuno passò a riprenderla verso le tre del mattino. Aveva bevuto per tutta la notta. Vodka Smirnoff, champagne Dom Perignon». Bevve molto? «Viveva così. Avevano chiamato in anticipo: “Mi raccomando: Dom Perignon per Miss Monroe”. Ne ordinammo una cassa». E poi la vodka. «Che veniva versata direttamente nello champagne dal truccatore». Avete bevuto insieme. «No, io forse un sorso. Non mi avrebbe aiutato nelle foto: bere non aiuta mai». Sono le tre del mattino e lei ha appena finito di spogliare Marilyn Monroe: e che cosa fa? «Presi la mia roba e saltai sul primo aereo per New York». Sapendo di avere in valigia le foto del secolo. «Sapendo che era una di quelle cose che ti capitano una volta nella vita. Ero un giovane molto ambizioso». Era già sposato? «Con la prima ballerina di George Balanchine: Allegra Kent». E sua moglie non le chiese nulla? Una notte con Marilyn... «Niente. E del resto: mica lei discuteva dei suoi balletti con me. Era il nostro lavoro: io scattavo fotografie, lei ballava. Che coppia interessante, eh?». Nei libri di fotografia ancora si discute sulla magia di quella notte. Un’intesa così perfetta che spesso ricorre quella domanda: fu vero sesso? «Non ci fu sesso. Cioè, non sesso vero. Ma fu tutto molto sexy». L’APPUNTAMENTO Marilyn, l’ultima seduta, libro fotografico di Bert Stern (Frassinelli, 192 pagg. 39 euro) contiene le foto dell’attrice scattate in tre giorni sei settimane prima che morisse. Gli scatti saranno anche in mostra a Forte di Bard dal 10 giugno al 4 novembre La mostra sarà inaugurata sabato 9 alle 18 Domenica incontro con Stern (www.fortedibard.it) Che cosa vuol dire? «Certo che ero attratto da lei. Ma dovevo restare concentrato: ero preso dagli scatti. Non avrei avuto neppure il tempo di cominciare una storia. Sarebbe stato bellissimo: prendere e sparire lassù in collina — o da qualche altra parte. Ma non accadde. Ero tutto preso dall’illuminazione del set. Io volevo fare il disegnatore: sono fotografo per caso. E per me è sempre stato così faticoso». Scusi, mister Stern: c’è Marilyn Monroe nuda sul letto e lei è tutto preso dalle luci? «Le luci sono la parte più complicata di una foto: trovare la giusta esposizione. Per fortuna poi hanno inventato le automatiche». Inutile girarci intorno: Marilyn era attratta da lei. «Forse. Cioè sì, probabilmente sì. Nelle foto si vede che flirtava. E del resto anch’io ero completamente attratto». L’alcol. Magari la musica. «Mettevo sempre della musica durante i set. Funzionava. Avevo comprato perfino un jukebox e l’avevo piazzato in studio: infilavo un quartino di dollaro e scendeva giù il disco». Rivede le foto di Marilyn e ripensa a quella musica. «Non la ricordo più. Avrei dovuto scrivermi le canzoni. Comunque a quei tempi ascoltavo i Beverly Brothers, le prime cose rock, roba così. Richard Avedon invece durante i ritratti metteva su Frank Sinatra. Che volete: era più vecchio di me». Dice un’altra leggenda che Michelangelo Antonioni si ispirò a lei per il personaggio del fotografo di Blow Up. «In parte: quel personaggio è basato metà su di me e metà su David Bailey. Però, ecco, la scena iniziale con Veruschka, che poi era una mia modella — quella è proprio basata sulla tecnica che solo io usavo per fotografare». Così aggressiva? La modella quasi assalita, il fotografo che le salta addosso e le punta la macchina contro: era la sua tecnica? «Sì, giusto: così aggressiva». E usò la stessa tecnica con Marilyn? «L’avevo lì: sotto di me. Cominciai a scattare: lei sdraiata, io sopra di lei. Balzai su una sedia e cominciai a scattarle addosso». Ma questo è sesso vero... «Molto sensuale, certo». La scena iniziale di Blow Updice tutto: Veruscka si dimena sotto di lui, lui la bacia e continua a scattare, urlando “sì, sì, sì...”. Praticamente in preda a un orgasmo. «La macchina in pugno e la donna sotto di te... Sì, possiamo anche chiamarlo sesso». La fotografia come atto sessuale. «È il mio modo di amare le donne. Mi piace così. Mi piace sentirle sotto, saltarci sopra e scattare, scattare, scattare...». Marilyn sarà rimasta sconvolta. «Non era il modo di fotografare che si usava a Hollywood: non proprio». Vi sentiste ancora? «Le mandammo indietro alcune foto. Vogue non lo fa mai ma per lei si fece uno strappo. Ci rispedì indietro quelle immagini diventate poi famosissime: quelle dove lei stessa mette una X sulle fotografie che non voleva». Cioè le fotografie più sexy. Ma non ebbe più il modo di parlarle? Neppure di quelle foto? «No. Dicono che lei mi cercò in quelle ore disperate prima della morte. Ma sono cose che ho solo letto o sentito dire: io quella sua telefonata non la ricevetti mai». Ha visto La mia settimana con Marilyn? È l’ultimo film sul suo mistero. «Ci ho dato un’occhiata, sì». Le è piaciuto? «Interessante». Michelle Williams nella parte di Marilyn non l’ha convinta? «Era okay. Ma guardando il film non ho mai avuto l’impressione di rivedere Marilyn Monroe». Questione di feeling. «Ho sempre pensato che solo un’attrice avrebbe potuto reinterpretare Marilyn sullo schermo. E quell’attrice è Naomi Watts». Perché solo lei? «Perché certe donne hanno una certa qualità. E certe no. La ricorda nel remake di King Kong?». Chissà quante volte avrà ripensato a quella telefonata di Marilyn: chissà che cosa le avrebbe detto se fosse arrivata davvero. «Sarebbe stato bellissimo poterle parlare ancora. Avrei potuto dirle: no, non farlo. Era così bella: non c’era ragione. Ma la vita può diventare complicatissima: soprattutto se sei bella e famosa». L’uomo che spogliò la Monroe conserva ancora qualche desiderio? C’è una foto che ha sempre sognato e non ha fatto mai? «No: ho sempre fatto quello che volevo. La fotografia è un’arte semplice: e così naturale. È come tenere una grande registro della vita. Voglio dire: la vita è così piena di cose interessanti. E tutto quello che mi è stato richiesto è puntare una macchina di fronte a qualcuno. E scattare». © RIPRODUZIONE RISERVATA la Repubblica LA DOMENICA DOMENICA 3 GIUGNO 2012 ■ 38 Next Il Louvre si affida a un videogioco, il MoMA, il Prado e la National Gallery di Londra preferiscono gli smartphone. Per tutti vale lo stesso principio: Visitors sono finiti i tempi in cui si fissava un quadro immobili, ora i capolavori diventano esperienze totali iPhone iPod touch iPad iPhone iPod touch iPad MUSÉE DU LOUVRE L’app fornisce 500 immagini ad alta definizione e 100 capolavori, un video introduttivo , recensioni delle opere più note, mappa, orari e consigli su come arrivare PRADO MUSEUM AUDIO GUIDE Una cinquantina di quadri da sfogliare, con descrizioni accurate, sia audio che scritte, sulle opere e sugli artisti C’è una versione gratuita e un’altra da 5,49 euro rte e smartphone, arte e tablet, arte e app. Ormai quasi tutti i principali musei del mondo hanno aperto le porte alla rivoluzione digitale, nel segno di una comunione tra contenuti culturali, intrattenimento e business. In tempi di tagli degli investimenti pubblici, gli organizzatori di mostre ed eventi si affidano alla tecnologia per attrarre visitatori, cercando di personalizzare quanto più è possibile l’esperienza museale. Secondo il nuovo credo, l’esibizione deve proseguire anche oltre gli spazi canonici, estendendosi ad altre superfici della città per cui vengono proposti itinerari esterni o una serie potenzialmente infinita di informazioni in grado di arricchire le conoscenze appena acquisite. In occasione della mostra sull’Espressionismo tedesco, per esempio, il MoMA ha ideato un’applicazione per iPad con una mappa multimediale di New York in A iMUSEUM iPhone iPod touch iPad Android iPhone MUSÉE D’ORSAY Costa 2,39 euro e mostra 30 opere della collezione da ingrandire con dettagliate descrizioni e un piccolo museo di immagini portatili tra cui alcuni Renoir, Monet, Van Gogh GOOGLE ART PROJECT Sorta di street view tra le sale di 17 musei dal MoMA, agli Uffizi, al Metropolitan all’Hermitage Si può zoomare sui dettagli delle opere e condividerle iPhone iPod touch iPad Android iPhone AMERICAN MUSEUM OF NATURAL HISTORY Dalla nascita dell’universo ai dinosauri, con reperti come lo scheletro di Lucy: offre brevi visite guidate ed è dotato di gps personale THE MoMA MOBILE Contiene un calendario delle mostre e degli eventi da condividere via Facebook o Twitter. Offre un database dei termini artistici e tanti podcast e video iPhone iPod touch iPad iPhone iPod touch iPad YOURS, VINCENT Nato con la mostra “Van Gogh’s Letters” del 2010, esplora la vita dell’artista attraverso le sue lettere Ci sono anche videointerviste a esperti sui suoi disegni e dipinti FONDAZIONE MIRÓ Creata per “L’escala de L’evasión” dalla Fondazione Miró, spiega i quadri attraverso il codice QR e consente di esplorare i luoghi in cui l’artista è vissuto L’arte senza l’opera Caravaggio è un’app SEBASTIANO TRIULZI cui sono segnati gli studi, le gallerie, i ritrovi principali degli artisti, quasi a voler ricostruire un’altra città, un altro tempo. Mentre nella mostra che Barcellona ha dedicato a Miró, L’escala de L’evasió, accanto ai dipinti c’era un codice a barre: bastava avvicinare il proprio telefonino per aprire una pagina di Wikipedia con notizie e interpretazioni critiche (una funzione, questa, consentita anche da altri spazi museali). L’app Love Art utilizzata dalla National Gallery di Londra, invece, permette di ascoltare le spiegazioni degli esperti (in audio e su video con immagini ad alta risoluzione) ma anche di ingrandire i dettagli e osservare i disegni “nascosti” sotto un’opera. L’applicazione ci informa poi che le immagi- Android iPhone iPhone iPod touch PAUL GETTY Si appoggia a Google Googles per alcune funzioni interattive come scattare foto, accedere a informazioni istantanee, leggere e ascoltare commenti di artisti e critici d’arte LUX IN ARCANA L’app, realizzata per la mostra “Lux in arcana” ai Musei Capitolini di Roma, consente di esplorare cento documenti originali dell’Archivio dei Papi: eresie scomuniche, manoscritti e pergamene ni presentate «appartengono a tutti» e che «possiamo averle al nostro fianco in ogni momento», promettendoci un «viaggio indimenticabile nell’arte» semplicemente sfiorando un touch screen. Questo tipo di lessico pubblicitario certamente tradisce una natura commerciale che con l’arte non dovrebbe avere molto a che fare. Del resto per lungo tempo i musei sono stati i custodi delle nostre eredità culturali e ancora oggi vi entriamo per andare a vedere un quadro, una statua, un’installazione: esiste un fondamento di idolatria, di culto dell’immagine in questo pellegrinaggio, in questa cerimonia che ha reso sacra, laicamente, la visione. Il problema è però che per farne vera esperienza c’è bisogno di una porzione di tempo che pensiamo di non possedere più. Chi resta oggi ore a guardare un dipinto? L’idea di stare fermi davanti a un’immagine che non si muove ci pone qualche problema. E allora il museo, divenuto luogo privile- la Repubblica DOMENICA 3 GIUGNO 2012 ■ 39 IN EDICOLA Dalla Galleria degli Uffizi all’Ermitage di San Pietroburgo, dal Prado al Louvre e alla National Gallery di Londra: un tour in quindici tappe attraverso i grandi musei d’Europa per ammirare da vicino, stanza per stanza, i capolavori di Leonardo e Michelangelo, di Van Gogh e Cézanne. In edicola ogni settimana con Repubblica e l’Espresso a 7 euro più il prezzo del giornale GLOSSARIO Museo virtuale Un sito internet attraverso cui si può accedere alle sezioni di un museo per visualizzare mostre permanenti e temporanee con orari, prezzi, attività didattiche Codice QR Abbreviazione di quick response, è un codice a barre leggibile dai cellulari con testi, indirizzi internet, numeri di telefono o sms. Lo si fotografa e il display mostra il testo crittografato Touch screen Schermo sensibile al tocco delle dita: il comando si trasmette al dispositivo premendo direttamente sul video in corrispondenza della sezione prescelta Smartphone Telefono cellulare di nuova generazione con le potenzialità di un computer Si possono installare applicazioni che aggiungono nuove funzionalità al dispositivo portatile App Abbreviazione di “applicazione”, rappresenta per gli smartphone quello che i programmi sono per un pc I portali per il download di app vengono definiti application store giato del processo di smaterializzazione che il patrimonio culturale collettivo sta attraversando da circa un decennio, crea intrattenimento. Improvvisamente cambiano i riti che per secoli ci sono sembrati del tutto naturali: la lettura della targhetta col nome del pittore ci pare indispensabile, e ci sentiamo privati di qualcosa se non ascoltiamo nello smartphone la descrizione del dipinto, mentre per nulla al mondo rinunceremmo alla possibilità di condividere sui social network le foto delle opere che più amiamo. E così via, fino alle app che indicano la posizione in cui ci troviamo nel museo perché perdersi, ancorché nel regno del bello o del sublime, vuol dire anche perdere tempo. Così per alcuni osservatori l’arte da smartphone appare semplicemente la risposta del mercato alle nostre aspettative, più o meno indotte, di intrattenimento e di conoscenza su richiesta. È indicativo in questo senso il caso del Louvre che ha affidato la sua ultima guida virtuale non a un’applicazione per tablet, ma addirittura al 3DS, la console portatile di Nintendo: cinquemila macchine che i visitatori si mettono al collo mentre passeggiano verso la sala della Gioconda. Secondo altri il digitale rappresenta invece un’opportunità didattica ed educativa. Ne è convinto anche Maxwell Anderson, dell’India- napolis Museum of Art, secondo cui i musei 2.0 somigliano più a delle agorà, a delle piazze dinamiche, per le quali andrebbe sostituito il comandamento dei secoli scorsi fondato sulla triade «collezionare, preservare, interpretare» con parole d’ordine più attuali, quali la capacità di «riunire» tanto le opere quanto le persone, e di rendere il museo un luogo che sia davvero di scambio continuo. L’ultima frontiera la sta comunque approntando Google, col suo progetto di rifotografare le sale dei musei per poter poi avere l’impressione di esservi stati senza alzarsi dal divano. E forse un domani avremo in ogni città un palazzone dove verranno riprodotti perfettamente un mese il Louvre e un altro gli Uffizi. Del resto non siamo così lontani da uno simile scenario, se è vero che alla mostra su Raffaello a Todi erano esposte, ben incorniciate, le riproduzioni digitali dei capolavori dell’artista. Dimenticando che se è definitivo il passaggio dell’opera d’arte da oggetto materiale, concreto e misurabile a immagine intangibile in quanto digitalizzata, l’originale ha comunque una sua aura, come sosteneva Walter Benjamin. Perché non tutto è sempre e comunque riproducibile. Come una giornata appena trascorsa e che non ritornerà mai più. © RIPRODUZIONE RISERVATA la Repubblica LA DOMENICA DOMENICA 3 GIUGNO 2012 ■ 40 I sapori Da una parte gli amanti della “cutuleta”, pronti a friggere anche con le temperature che puntano verso l’estate Dall’altra i cultori della regina delle bistecche, da cuocere sulla brace di legno d’olivo o di quercia. Tra un picnic Ultrasecolari LA RICETTA e un barbecue, ecco tutti i segreti del più gustoso derby d’Italia Milanese Ingredienti per 4 persone costolette di vitello uova pane grattugiato burro ✃ Passare il pan carré in un setaccio a trama larga dopo aver tolto la crosta. Sbattere le uova. Passare le costolette, alte quanto l’osso e lievemente battute, nell’uovo e nel pan grattato Friggere ad alta temperatura nel burro chiarificato (cotto a bagnomaria) e leggermente salato. Servire caldissime Milanese Non esattamente due semplici pezzi di carne LICIA GRANELLO e città della carne. Se gli allevamenti sono per tradizione e necessità geoagricola squisitamente contadini, le declinazioni gastronomiche spesso migrano nei centri urbani, dove attingono a saperi più studiati e raffinati. Così, Milano e Firenze assumono su di sé oneri e onori di due ricette che fanno salivare (escludendo i vegetariani) al solo citarle. Piatti che le temperature in crescita mandano in passerella a dispetto della vocazione orticola di fine primavera. Certo, la Fiorentina si può cuocere sulla bistecchiera anche in pieno inverno e i fritti — Milanese compresa — abitano le padelle di casa tutto l’anno. Ma la cottura esterna (o con le finestre spalancate senza rischiare la polmonite per evitare odori invadenti) e il piacere di mangiare all’aperto attengono alle giornate più tiepide, a metà tra barbecue e picnic. Cento ricette per un semplice pezzo di carne. Poche altre pietanze vantano comandamenti tanto frammentati e orgogliosi, a fronte dei pochissimi ingredienti impiegati e della storia ultrase- L dove mangiare MILANO CRACCO Via Hugo 4 Tel. 02-876774 Chiuso sab. e dom., menù 80 euro POMIROEU Via Garibaldi 37 Tel. 0362-237973 Sempre aperto, menù da 65 euro ANTICA TRATTORIA DEL GALLO Via Kennedy 1, Loc. Gaggiano Tel. 02-9085276 Chiuso lun. e mart., menù 40 euro OSTERIA DEL SETTIMO MIGLIO Via A. Gramsci 3, Settimo Milanese Tel. 02-33503449 Chiuso lunedì sera, menù 35 euro RISTORANTE CRISTIAN MAGRI Via Meriggia 3, Settimo Milanese Tel. 02-33599042 Chiuso lunedì, menù 30 euro MACELLERIA FARAVELLI Corso Italia 40 Tel. 02-876287 MACELLERIA ERCOLE VILLA Viale Brianza 11 Tel. 02-6693118 MACELLERIA MASSERONI Via Corsico 2 Tel. 02-89403774 BIO MACELLERIA SIRTORI Via Paolo Sarpi 27 Tel. 02-342482 dove comprare L’ANNUNCIATA MACELLERIA BIOLOGICA Via Annunciata 10 Tel. 02-6572299 la Repubblica DOMENICA 3 GIUGNO 2012 ■ 41 A tavola La mia versione a cubetti GUALTIERO MARCHESI L LA RICETTA to, me ne sono fatto disegnare uno apposta con le ombre su cui posare i cubetti e soprattutto l’osso da prendere con le dita e spolpare. Proprio in questi giorni, ho pensato di aggiungere ancora un tocco, proponendo una salsa agrodolce come faccio per la mia versione del pollo alla Kiev. Una salsa a base di zucchero, aceto e brodo di pollo, in cui intingere i cubetti, usando delle pinze. Fiorentina Ingredienti per 4 persone lombata di vitellone con l'osso sale pepe extravergine © RIPRODUZIONE RISERVATA Scegliere una bistecca di almeno 800 g. con l'osso a temperatura ambiente. Cuocere sulla griglia, 10 cm circa sopra la brace 5' per parte, girandola senza bucarla. Salare e pepare il lato già cotto con la superficie croccante Appoggiare dal lato dell'osso per scaldare anche l'interno Lasciar riposare prima di servire. Volendo, aggiungere olio e sale ✃ a costoletta alla milanese, piccola grande eredità asburgica, è anche un po’ mia, anzi nostra: mia e di mio padre che sapeva — unico piatto — cucinarla bene e da cui ho imparato a farla in modo tradizionale fino al 1990. Fu in quell’anno o giù di lì, che decisi di cambiare per ottenere il massimo risultato dalla ricetta. Il piacere della costoletta sta tutto nel contrasto virtuoso tra la carne tenera, che deve restare rosa, e l’esterno croccante. Cucinandola intera, al momento di tagliarla, gli umori della carne finiscono regolarmente per bagnare la superficie, annullando la sua principale attrattiva. Per questo ho cambiato, dividendola a cubetti e friggendola nel burro chiarificato. E perché il tutto sia perfettamente equilibrato nel piatto, disposto secondo uno schema prestabili- colare che si portano appresso. La Milanese è documentata nella Storia di Milano di Pietro Verri, parte di un pranzo offerto nel 1134 ai canonici di S. Ambrogio con la dicitura di lombos cum panitio e magnificata dal maresciallo Radetzky in una lettera al conte Attems (in antitesi alla pretesa primogenitura dell’austriaca Wienerschnitzel). Per fare la cutuleta, oltre al taglio con l’osso (detto manico), bastano un uovo, del pangrattato e grasso di frittura. Quattro materie prime sulle quali i grandi chef hanno costruito dei piccoli capolavori, dai sensuali cubetti di Gualtiero Marchesi alla strepitosa “Milanese sbagliata”, recentissima creazione di Carlo Cracco, che serve un rettangolo sottile di vitello crudo affiancato da un rettangolo speculare di sola impanatura, a ricreare in bocca la perfetta armonia di gusto e consistenza. Nella Milano da bere degli anni Ottanta è diventata moda aprire a libretto la costoletta, pestandola fino a farne una spianata battezzata orecchia d’elefante, scorciatoia perfetta per evitare che una carne di poca qualità o mal frollata rilasci sangue e umori al primo boccone. Pessima ci- liegina sulla torta, la copertura di pomodorini, che imbevono e ammollano l’impanatura, rovinandone la croccantezza. I comandamenti della perfetta Fiorentina sono perfino più complessi, a partire dalla scelta della carne, con o senza filetto, di pura Chianina (di produzione così limitata che il macellaio-culto Dario Cecchini ha lanciato la provocazione delle carni di vacche e vitelloni catalani, cresciuti con un disciplinare accurato), alta «un voto e un pieno», ovvero una costola e mezzo. La bistecca — da beef steak, nome attribuito ai proto-turisti buongustai inglesi di metà Ottocento, ma c’è chi colloca il piatto in epoca medicea — vorrebbe cottura sulla brace di legno d’olivo o di quercia, essere girata una volta sola e assaggiata prima di salarla, per gustarne il sapore primario. Le discussioni sono infinite, ma esiste concordia sull’obbligo di servire una carne maturata tre settimane nella cella frigorifera, pratica possibile solo se con materia prima eccellente. Altro che un semplice pezzo di carne. ILLUSTRAZIONI DI CARLO STANGA Fiorentina © RIPRODUZIONE RISERVATA FIRENZE dove mangiare OSTERIA IL CILIEGIOLO Via Chiantigiana per Ferrone 22 Località Impruneta Tel. 055-2326071 Chiuso lunedì, menù da 40 euro LA CASA DEL PROSCIUTTO Via Bosconi 58, Loc. Fiesole Tel. 055-548830 Chiuso mart. e merc., menù 35 euro TRATTORIA MARIO Via Rosina 2R (Mercato Centrale) Tel. 055-218550 Chiuso domenica, menù 30 euro CIBREO Via del Verrocchio 8/r Tel. 055-2341100 Chiuso dom. e lun., menù 60 euro TRATTORIA TULLIO Via Ontignano 48, Loc. Fiesole Tel. 055-697354 Chiuso lun. e mart., menù 40 euro MACELLERIA MANETTI Mercato Centrale Piazza del Mercato Centrale Tel. 055-2396445 ANTICA MACELLERIA BACCI Lungarno Buozzi 79 Località Lastra a Signa Tel. 055-8724500 MACELLERIA MENONI Mercato Sant’Ambrogio Piazza Lorenzo Ghiberti Tel. 055-2480778 BIO AGRITURISMO AGRIMAGIA Via Casellacce 608/d Località Fiorenzuola Tel. 055-818262 dove comprare ANTICA MACELLERIA CECCHINI Via XX luglio 11 Località Panzano in Chianti Tel. 055-8520205 la Repubblica DOMENICA 3 GIUGNO 2012 LA DOMENICA ■ 42 L’incontro Big band La Milano della guerra. Le lezioni in classe con Berio e Abbado I due festival di New Orleans con Ella Fitzgerald e Sonny Rollins La scoperta di Stan Kenton e della “musica totale” Ma ancora oggi il maestro del jazz italiano, che ha appena inciso un disco, ricorda la prima lezione di piano e il padre che gli disse: “A patto che sia una cosa seria” Giorgio Gaslini on Giorgio Gaslini, la città è subito jazz. Si va in taxi, per sincopi e accelerazioni nel gran traffico di corso XXII Marzo, verso la casa d’infanzia. E il tassista non tarda a sfoderare il refrain d’una vita di lavoro, «quarantacinque anni su e giù», le vacanze che si contano «su queste dieci dita». E io, cosa crede?, gli fa eco Gaslini, che rilancia con accorto rollìo di batteria spolverando l’anagrafe: «Quanti anni mi dà?». «...una settantina?». Ottantadue, è il colpo di piatti. Ottantatré, per l’esattezza, il 22 ottobre. Ma la session dell’improvvisazione è nel cortile del condominio dove il futuro musicista si divertiva da piccolo con il fratello maggiore e il compagno di giochi che oggi, di nuovo sdentato come allora, l’ha visto arrivare e gli va incontro festoso. Il duo diventa presto quartetto, con custode e signora amica, poi ottetto: voci calde, rapide evocazioni, larghi gesti d’amicizia. «Vivevamo a pianterreno: su quelle tre finestre dava il salone con il pianoforte verticale. E mio fratello alla tastiera, controvoglia, con una specie di maestrina dalla penna rossa. Io stavo lì a dar loro fastidio, giocavo coi tasti, correggevo mio fratello: no, è un fa diesis. Un vero rompiscatole. Finché mio fratello s’è scocciato e mio padre ha capito: gli ha tolto l’insegnante e l’ha passata a me. Ma con la sana minaccia che s’usava nelle famiglie d’un tempo: è Peterson a incoraggiarmi, già una quarantina d’anni fa, a produrmi in concerti di piano solo: consuetudine, all’epoca, della musica classica, non del jazz. È così che sono stato invitato al festival di New Orleans, per due edizioni di fila, unico bianco ed europeo in mezzo a mostri sacri come Ella Fitzgerald, Count Basie, Sonny Rollins. Uno dei miei tanti espatri jazz, in novanta nazioni, Cina inclusa». Tributi ai suoi pionierismi di docente e di compositore? «Quando ancora non c’erano cattedre di jazz nei Conservatori i miei corsi nel 1972-73 al Santa Cecilia sono diventati il vivaio di una nuova generazione jazz. E a fine anni Settanta a Milano, alla Sala Puccini, mi sono ritrovato con mille iscritti». Qual è la sua maggiore soddisfazione di autore e interprete? «Tempo e relazione, piccola suite in cinque movimenti, sintesi di jazz e dodecafonia. È la chiave di volta del mio lavoro, il germe di quella che ho Il mio esordio in un concorso under 10: c’erano un tenorino, una ballerina e un comico Si chiamava Walter Chiari FOTO PHOTOMOVIE C MILANO una cosa seria?». Gaslini è nato qui, qui è nata la sua musica: «I miei si erano separati quando avevo cinque anni. Che tragedia», e il suo sguardo è lontano, come se parlasse di un altro. Ci saranno nuovi luoghi da visitare in quella gimkana-jazz che è la Milano di Gaslini. Ma è qui che si sosta di più, nel calore d’una giornata finalmente estiva, con un sole antico che entra nella pelle. Che cosa le evoca il luogo d’infanzia? «Una pioggia di bombe: tutte le bombe possibili di una guerra. La sera ci si rifugiava in cantina, che era come entrare in una trappola per topi. Notti d’inferno. Ma già all’alba erano tutti in strada a spalar via le macerie». Milano sotto i bombardamenti era stata una sosta forzata: «Mio padre, giornalista, studioso di cultura africana, ci aveva già iscritti in una scuola in Eritrea. Felicissimi di partire: avevamo letto Salgari, per me e mio fratello l’Africa era la foresta, l’agguato felino. Io m’ero preparato una cassettina di medicinali, contro i veleni». Ma alla dichiarazione di guerra, il padre, già medaglia d’argento nel ’15-18, richiamato sotto le armi, deve rientrare con i figli: «Siamo rimasti soli, mio fratello e io: niente madre, che se n’era andata, niente padre, chiamato al fronte». Il pianoforte è stato il vero rifugio? «A nove anni avevo già avuto il mio battesimo musicale, credo al Porta Romana». Dove il taxi swinga in fretta, due parallele più in là, ma il teatro non c’è più: «Avevo esordito in pubblico in un concorso di talenti under 10, che schierava una ballerina, l’immancabile tenorino e un comico. Buffissimo. Schizzava come una molla dalle quinte, le smorfie irresistibili. “Sei proprio bravo, come ti chiami?”. “Walter”. Siamo rimasti amici tutta la vita. Era Walter Chiari». Il taxi blues nella Milano di Gaslini sfiora la Palazzina Liberty, dove a fine Sessanta s’era insediato Dario Fo con la Comune: «Una sera lo vedo su una scala che perlustra il tetto. “Che fai?”. “Controllo che non abbiano messo bombe”». Stop fuori programma per una fumatina, un morigerato assolo con la pipa. Solida, gaudiosa, ricurva, la stessa immortalata, con lui, sulla copertina di Jazz.it, che gli dedica un numero monografico per l’uscita di Piano solo-Incanti, registrazione del concerto di un anno fa in cui ha reinterpretato cinque secoli di musica, da Monteverdi a Cole Porter. Perché piano solo? «È stato Oscar poi definito musica totale. L’ho eseguita la prima volta nel 1957, a un burrascoso Festival del jazz di Sanremo, preceduto da Sidney Bechet, riveritissimo da noi dell’ambiente perché a Parigi si vedeva con Joséphine Baker». A quella suite deve importanti sbocchi anche cinematografici, a partire dalla colonna sonora di La notte: «Il film di Antonioni, che ho girato nel ’60 con il mio quartetto sull’umidissimo prato di un golf club, dal tramonto all’alba per un mese, m’ha aperto come a un divo le porte del cinema. Il grande schermo aveva scoperto il jazz tre anni prima, con gli splendidi assolo di Miles Davis improvvisati sulle immagini di L’ascensore per il patibolo di Malle. Ne è nata una jazz-cinemania: Jancsó m’ha chiamato per La pacifista, Nelo Risi per La colonna infame, Lizzani per Kleinhoff Hotel, Dario Argento per la miniserie tv La porta sul buio e Profondo rosso, con i Goblin. Il jazz sempre associato alla suspence, chissà perché». L’on the road metropolitano di Gaslini ripassa per l’infanzia e una Milano scomparsa, dove c’erano, appena finita la guerra, una sala di cinema e una da ballo: da una si fa cacciare («nell’intervallo tra le proiezioni provavano i musicisti, io ero ancora con i calzoni corti, risultato: “Sei un pinella, vai via”»), nell’altra s’intrufola quand’è vuota («e, faccia di tola, formo addirittura un gruppo con altri ragazzi»), finché arriva un ingaggio zoppicante «in un locale in viale Umbria, dove troneggiava un piano a coda, con una sedia al posto d’una gamba: per via d’una rissa». Comincia così il saranno famosi di Gaslini e dei suoi complessi successivi, trii, quartetti, quintetti, ottetti? «Sì, miei arrangiamenti trasmessi alla radio arrivano all’orecchio di Pippo Barzizza, quello di Pippo non lo sa, fan di Benny Goodman, il primo che, dopo i veti autarchici, s’interessasse seriamente al jazz. Finisco nel suo angolo musicale a Il rosso e il nero, seguitissimo programma del sabato sera condotto da un’altra rarità d’epoca, Nunzio Filogamo». Epoca in cui la radio era, più della televisione oggi, l’unica protagonista dell’intrattenimento domestico: «Mi ha dato la popolarità e per tre anni sono stato il pianista dell’Orchestra del momento, la prima big band italiana: venti solisti dentro un seminterrato della Borsa Valori, impreziosito da maioliche di Gio Ponti, la cosiddetta Taverna Ferrario. Ma...». Ma...? «Ma nel repertorio, mutuato dalle partiture dei maggiori jazzisti d’oltre Atlantico, ecco Stan Kenton, che aveva studiato con Edgar Varèse». Folgorazione? «Di colpo ho sentito riaccendersi i miei interessi musicali, che non si limitano al jazz ma si estendono a musica classica, folclore, canzone d’autore. Lascio tutto e a vent’anni m’iscrivo al Conservatorio, dove insegna Carlo Maria Giulini e ho per compagni di corso future leggende: Claudio Abbado, Luciano Berio, Niccolò Castiglioni, Giacomo Manzoni, Bruno Canino». Ipotetico ensemble da brivido: «Sodalizio ideale. I miei amori musicali, da ragazzino, erano state le Sonate di Scarlatti interpretate da Carlo Zecchi alla radio e, mio primo acquisto d’un 78 giri, il mitico Earl Hines: era il pianista di Louis Armstrong, dalla tastiera traeva suoni di cornetta». Come un 78 giri a raggio urbano, il tour si è raggomitolato pian piano fino a fermarsi alla Conca dei Navigli, sotto l’appartamento di Gaslini: pianoforte verticale e tanti quadri alle pareti, regali dell’amico Arnaldo Pomodoro. Appena sceso dal taxi già una signora gli sorride, un conoscente viene a stringergli la mano. La casa milanese di Gaslini è l’intera Milano: metropoli ridiventata rione, borgo, vicinato. Il sole infiamma i capelli bianchi, nuvola di fumo per pipa ricurva. Molti gli danno del tu, tutti lo chiamano Maestro. È un fine concerto per voci, lieve fruscio di percussioni, bisbiglio alla Max Roach. © RIPRODUZIONE RISERVATA ‘‘ MARIO SERENELLINI