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Direz. e Redaz.: Piazza di Trevi, 86 00187 Roma
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ANNO XXXIII N. 9 SETTEMBRE l985
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Spedizione in abbonamento portale Gruppo IIIRO
ORGANO
MENSILE
DELL'AICCRE,
dal quartiere alla regione
per una Comunità europea federale
1I
ASSOCIAZIONE
UNITARIA
DI
COMUNI,
PROVINCE,
REGIONI
l'impegno europeo al centro del loro
mandato
Saluto ai nuovi
amministratori
di Gianfranco Martini
segretario generale AICCRE
e consigliere comunale
Non è solo un dovere di cortesia e di amicizia che ci spinge ad indirizzare, dalle colonne
dell'organo ufficiale dell' AICCRE, un cordiale
saluto ed un sincero augurio a tutti coloro che
il 12 maggio scorso sono stati investiti dal suffragio popolare di un mandato elettivo in Comuni, Province e Regioni.
La nostra è un'Associazione che ha certamente obiettivi particolari che ne proiettano
l'impegno in campo europeo per contribuire
alla creazione di un'unione politica, come primo passo verso la Federazione: ma essa è pur
sempre un'organizzazione che ha come membri gli amministratori, i rappresentanti politici
della democrazia locale e regionale e, più in
generale, la realtà composita e articolata che dà
sostanza allo «Stato-comunità» (come direbbero i giuristi), voce alla partecipazione dei cittadini, significato concreto al difficile ma essenziale rapporto tra governo e territorio.
Una elezione generale regionale e locale è
dunque un momento assai rilevante per la nostra Associazione come lo è per il Paese; muta
parte dei suoi soci e quindi dei suoi più diretti
interlocutori; incide sulla composizione degli
organi assembleari e di governo chiamati a legiferare e ad amministrare e si ripercuote così
anche sulle istanze statutarie dell'AICCRE e
dunque sugli orientamenti che ne ispirano l'azione.
I problemi che stanno dinnanzi ai neo-eletti
sono estremamente complessi ed impegnativi.
Non è il caso di farne qui l'inventario ragiona-
SOMMARIO
pag. 1 Saluto ai nuovi amministratori, di GIANFRANCO
MARTINI
3 Cronaca delle Istituzioni europee: I1 P.E. difende il suo
DASTOLI
ruolo costituente, di PIERVIRGILIO
4 Taccuino da Bruxelles, Lussemburgo e Strasburgo
5 Interventi sui PIM e le ~ e ~ i i n i
6 Conferenza intergovernativa: ciò che bisognerebbe sapere, di RICCARDO
SCARPA
7 Israele:come si presenta ai democratici europei, di FAUSTO BACCHETTI
9 Cosa fa Delors?, di DARIOVELO
10 Attività del CCRE e dell'AICCRE, I semestre 1985
12 Direttiva CEE: la valutazione dell'impatto ambientale
di determinati progetti pubblici e privati
16 Autonomie locali e regioni in Europa: La città al centro dello stato federale, di OTTO
STICH
19 I libri: Cinque anni al Parlamento Europeo, di MAURO
FERRI
INSERTO SPECIALE: La presentazione del decimo volume
dell'AICCRE: Lo sviluppo distratto
COMUNI D'EUROPA
to, sia perché già ben noti, sia perché saremmo
obbligati ad entrare nel merito di una materia
incandescente che affatica ed inquieta da tempo le istanze parlamentari e governative, le forz,e politiche, ie Associazioni di enti locali e la
Conferenza dei Presidenti di Regione. Basta
una elencazione approssimativa a darne conferma: la nuova disciplina dell'ordinamento locale nel nostro paese, le vicende incerte e contraddittorie della finanza e della determinazione di un'area impositiva propria, lo «status»
degli amministratori locali, i rapporti tra Comune e politica sanitaria, la revisione costituzionale della normativa riguardante le regioni:
e si potrebbe allungare facilmente la lista...
Tutti questi nodi vengono seguiti dall'AICCRE con doverosa attenzione, pur senza pretendere di arare sempre in profondità un terreno che già altre Associazioni amiche coltivano
istituzionalmente con impegno. La nostra Associazione sa molto bene che non si possono
inserire gli enti locali e regionali nel processo
di integrazione europea e farli partecipare attivamente alla costruzione di una federazione
europea nella quale essi possano sviluppare le
proprie potenzialità, se non si conoscono le loro competenze, i loro poteri, le loro strutture
istituzionali, i rapporti tra i vari livelli di governo, gli spazi reali di autonomia - intesa in
senso moderno - di cui usufruiscono, le risorse di cui dispongono.
Ma ciò che contraddistingue la nostra Associazione rispetto ad altre che
operano nel
campo delle autonomie territoriali (e con le
quali intratteniamo una stretta e proficua collaborazione) è il quadro europeo nel quale essa
colloca i problemi sopra ricordati. Quadro europeo significa due cose: a) il riferimento ad
una dimensione geografica
ampia di quella
nazionale nella sua attività di analisi e di proposta non per partito preso ma come conseguenza di una corretta «intelligenza» della natura e della portata di certi problemi; b) il riferimento costante all'urgenza di assicurare la
governabilità di questa nuova dimensione dei
problemi e quindi all'esigenza di creare una democrazia sovranazionale europea con tutte le
sue condizioni ed implicazioni di ordine politico ed istituzionale.
Qui nasce l'impegno politico europeo degli
amministratori locali e regionali e proprio per
questo il saluto e l'augurio che ad essi rivolge la
nostra Associazione si fa gesto politico, richiamo non aprioristico e puramente ideologico a
nuove responsabilità, atto di ragione, sostenuto da forte tensione morale, dalla convinzione
dell'importanza storica del progetto di costruzione dell'unione europea.
I1 saluto diviene di fatto un appello, diretto a
soggetti politici che siamo soliti definire come
elementi portanti dell'architettura democratica e che sempre più sono chiamati a collocare
i pur legittimi cinteressi locali» nella prospettiFoto in prima pagina: la pubblicazione per i
25 anni di gemellaggio di Cesenatico con i
suoi partners europei; I'AICCRE ha inteso
dare u n nuovo impulso ai gemellaggi come
impostati al convegno di Arezzo su: I gemellaggi per la pace e l'Unione europea (v. n. 7-8
di «Comuni d'Europa») i cui atti sono in via
di pubblicazione.
va più ampia e ineludibile di un mondo ove
cresce l'interdipendenza: questa non consente
piìi compartimenti stagni, ripiegamenti munici~alistici,chiusure culturali.
Si dirà che ormai dibattiti nelle assemblee
elettive comunali, provinciali e regionali danno ampio spazio ai temi della politica internazionale, della pace, del disarmo, del razzismo,
dell'Afghanistan, della situazione in America
centrale. Ma quante volte vi si parla del Parlamento Europeo, della Comunità, dei vertici
dei Capi di Stato e di governo dei paesi che ne
sono membri, del suo allargamento? L'Europa
è proprio un puro dato collaterale e aggiuntivo
ai temi internazionali sopra indicati? Perché
tanta esitazione a rendersi conto che l'unità
politica ed economica dell'Europa vi «passa attraverso. e li può positivamente influenzare?
Perché il processo di integrazione in corso,
con tutte le sue carenze, è seguito da altri paesi
non europei con interesse superiore a quello
degli stessi Stati che ne fanno parte?
È possibile prescindere dalla ricerca di soluzioni «europee», ripiegando sulle tradizionali
risposte nazionali (il cui fallimento è dinnanzi
agli occhi di tutti) di fronte ai grandi interrogativi posti dalle nuove tecnologie, dalle loro incidenze sullo sviluppo e sull'occupazione o in
presenza di ricorrenti, gravi tensioni monetarie?
È questa consapevolezza che manca e che va
alimentata, anche negli amministratori locali e
regionali. Vi è di più. I1 nostro appello non si
ferma alla esigenza di una loro coscienza europeistica più informata e più vigile: ad essi, abituati a valutare l'importanza delle istituzioni
per poter decidere tempestivamente, governare efficacemente, soddisfare adeguatamente i
bisogni reali dei cittadini, spetta trasferire ed
ampliare questa consapevolezza dal livello lo-
settembre 1985
cale e regionale, non solo a quello nazionale,
ma anche a quello europeo. Senza istituzioni
idonee, con competenze adeguate e poteri reali, il semplice «spirito europeo* è soffio vano,
aspiraziose velleitaria. Per questo motivo - e
giungiamo alla conclusione - gli uoinini politici che fanno gli amministratori comunali,
provinciali e regionali, non avranno difficoltà
a comprendere che la via da percorrere è quella
tracciata dal progetto di nuovo Trattato per
l'Unione europea approvato dal Parlamento
Europeo nel febbraio 1984 e che - purtroppo
- vari governi nella Comunità si ostinano a
contrastare o ad ignorare. L'esperienza di molti anni dimostra che i piccoli passi sono illuscìri, che i progetti minimalistici non valgono a
sciogliere i nodi esistenti, divenuti complessi e
di grande peso politico. La storia cammina, le
interdipendenze crescono: rimandiamo in proposito al documento «Più autonomia, più Europa» diffuso dall'AICCRE prima delle elezioni del 12 maggio.
Gli amministratori comunali, provinciali e
regionali che in tale data sono stati confermati
dalla fiducia popolare e per la prima volta investiti di pubbliche responsabilità, considerino
fin d'ora, all'inizio di un quinquennio di lavoro, l'impegno europeo come una componente
non secondaria del loro mandato. Numerosi
loro colleghi hanno partecipato a fine giugno,
a Milano, alla grande manifestazione popolare
in occasione del Vertice europeo. I1 momento
che attraversiamo è difficile anche per il processo di integrazione: in questi mesi possono
maturare, per il bene e per il male, opzioni
fondamentali per il nostro avvenire. Scrutiamo
tutti, con spirito religioso o con convinzione
laica, i «segni dei tempi*: vi scopriremo il cammino - lungo e faticoso, ma necessario - verso l'Unione europea.
Nuove tecnologie, occupazione, Unione europea:
un ruolo per le Regioni
Dal 31 gennaio al lo febbraio l'AICCRE, in collaborazione con la Regione Puglia e col
patrocinio di tutto il CCRE, ha organizzato a Bari una grande conferenza su «Nuove tecnologie, occupazione, Unione europea: un ruolo per le Regioni,,. La conferenza si propone
soprattutto di fare un primo inventario di quel che sotto diverse angolature significherà per
le Regioni una rivoluzione tecnologica nel quadro dell'unione europea (l'Europa post-industriale dell'unione).
Nel largo panorama prevedibile per la conferenza di Bari si possono prevedere 5 temi
specifici, degni di maggiore attenzione:
1) il rapporto di interdipendenza tra un governo europeo e i governi regionali in funzione della scelta delle nuove tecnologie, di una corretta soluzione del problema occupazionale e dell'adeguata analisi delle esigenze del territorio (problemi ecologici, agricoli, ecc.);
2) il mercato unico e la moneta europea; le Regioni e la spesa pubblica; infrastrutture
necessarie e investimento produttivi; le nuove tecnologie e la politica regionale comunitaria; la scelta del nord e/o del sud;
3) le nuove tecnologie e una politica regionale del lavoro (le agenzie regionali del lavoro in un dibattito del Parlamento Europeo); la difficile gestione della transizione dal17Europa attuale alla comunità tecnologica europea e le preoccupazioni dei sindacati;
4) le nuove tecnologie (in particolare la telematica) e l'urbanistica; insediamenti abitativi e insediamenti produttivi; i trasporti;
5) nuove tecnologie, politica dell'informazione e Regioni; l'impatto tecnologico (satelliti, trasmissione via cavo, ecc.) sulle politiche informative pubbliche e private; la televisione
europea e le Regioni.
Per informazioni rivolgersi all'AICCRE, piazza di Trevi, 86 - 00187 Roma, tel.
6797320-6784556.
settembre 1985
COMUNI D'EUROPA
Cronaca delle Istituzioni europee
I1 P.E. difende il suo ruolo costituente
di Pier Virgilio Dastoli
La Comunità europea è stata caratterizzata,
nel corso degli ultimi cinque anni, da due elementi apparentemente contraddittori: da una
parte le sue procedure di decisione si sono andate progressivamente paralizzando, impedendo la realizzazione di obiettivi già iscritti nei
trattati istitutivi (come il mercato interno) o di
nuovi obiettivi legati alle mutate condizioni
del sistema internazionale (come l'unione monetaria); d'altra parte le possibilità di passare
dall'attuale - imperfetta - integrazione economica ad una più ampia integrazione politica
sono improvvisamente aumentate e intorno al
.mito» dell'unione europea si sono andate
consolidando nuove e più solide alleanze.
Abbiamo sempre qpartigianamente* sostenuto su queste colonne che le maggiori responsabilità per lo stato di paralisi delle procedure
di decisione nella Comunità devono essere fatte ricadere soprattutto sul Consiglio dei ministri e sulle amministrazioni nazionali; così come abbiamo sempre sottolineato il ruolo insostituibile giocato dal Parlamento Europeo eletto, che ha promosso e portato a termine in tre
anni di dibattiti la più seria e importante iniziativa costituente dalla nascita della CECA ad
oggi.
La realtà continua a darci ragione e spinge
tutti coloro che si sono schierati a fianco del
Parlamento Europeo (come il CCRE) a mantenere fermo il sostegno al progetto di trattato
d'Unione europea, adottato a Strasburgo il 14
febbraio 1984.
Fra gli aspetti principali di quel progetto, ve
n'è uno di natura procedurale, sul quale si deciderà nei prossimi mesi larga
- -parte del successo
dell'iniziativa del Parlamento e, conseguentemente, delle possibilità di realizzazione dell'Unione europea. Si tratta del ruolo «costituente»
del Parlamento europeo o, in via subordinata,
della legittima richiesta dell'Assemblea di partecipare all'elaborazione e all'adozione del
progetto definitivo di Trattato da sottoporre
alle ratifiche nazionali.
La soluzione più corretta dal punto di vista
dei principi democratici che reggono i nostri
paesi e più coerente con la strategia federalista
è naturalmente quella di ottenere dai governi
della Comunità (o da una maggioranza di essi)
un mandato costituente al Parlamento europeo, nel quale esso sia invitato a modificare il
suo progetto del 14 febbraio 1984, tenendo
conto degli orientamenti maturati nell'ambito
della Conferenza intergovernativa sull'unione
europea.
La soluzione sostenuta dal Parlamento Europeo è già una via di compromesso: l'Assemblea ha chiesto (in particolare nella risoluzione
Croux del 17 aprile 1985) che il progetto elaborato dalla Conferenza sia sottoposto al Parlamento Eiiropeo che potrà approvarlo o emendarlo. In quest'ultimo caso una procedura di
concertazione Conferenza-Parlamento dovrebbe essere messa in moto per giungere all'elaborazione di un testo definitivo che possa essere approvato dai governi (rappresentanti i
paesi membri) e dall'Assemblea (rappresentante i cittadini europei). E evidente che se il Parlamento Europeo si piegasse, accettando una
semplice «consultazione» o .informazione» sui
risultati della Conferenza, verrebbe snaturato
uno degli elementi più originali dell'iniziativa
promossa cinque anni fa dal Club del Coccodrillo e correrebbe gravi rischi il risultato stesso della riforma, poiché prevarrebbero inevitabilmente gli interessi nazionali su quelli europei.
Per queste evidenti ragioni, il Parlamento
Europeo ha ribadito in più occasioni le richieste formulate nella risoluzione Croux (in giugno a conclusione del semestre di presidenza
italiana e a luglio dopo il Consiglio europeo di
Milano). Per queste ragioni, Altiero Spinelli nella lettera inviata il 3 settembre al presidente
del Parlamento Europeo, Pierre Pflimlin propone ai suoi colleghi (ma anche al «partito
del Parlamento,, che si è ritrovato in piazza a
Milano) la proclamazione di uno .sciopero»
del Parlamento Europeo, per sollecitare l'attenzione dell'opinione pubblica e della stampa
sull'importanza delle scelte che devono essere
effettuate dalla Conferenza e per dividere il
fronte dei governi, che rischia di consolidarsi
intorno ad un minimo comune denominatore,
accettabile anche dai più ... reticenti.
I1 Parlamento Europeo - sostiene in sostanza Spinelli -possiede pochi poteri positivi, ma
tre importanti strumenti che lo avvicinano alla
epotestas tribunicia,, dei Tribuni romani:
- se il Parlamento si rifiuta di dare i suoi
3
pareri al Consiglio, quest'ultimo non può
prendere nessuna decisione e la sua attività è
così definitivamente paralizzata (la Corte di
Giustizia della CEE, statuendo nella procedura
«isoglucosio», ha affermato con molta chiarezza che «la consultazione (del Parlamento europeo nella procedura di decisione del Consiglio,
ndr) è il solo mezzo che permette al Parlamento europeo di partecipare effettivamente al
processo legislativo della Comunità. Questa
competenza rappresenta un elemento essenziale dell'equilibrio istituzionale voluto dal Trattato. Essa è il riflesso, limitato, di un principio
democratico fondamentale a livello della Comunità. La consultazione regola.re del Parlamento nei casi previsti dal Trattato costituisce
dunque una formalità sostanziale, per la quale
il non-rispetto comporta la nullità dell'atto in
questione»);
- se il Parlamento vota la censura alla
Commissione, questa è obbligata a dimettersi
ed i governi sono chiamati a nominare un nuovo collegio;
- se il Parlamento respinge il bilancio, la
Commissione è tenuta a presentare un nuovo
progetto preliminare ed il Consiglio a votare
un nuovo progetto da sottoporre alla lettura
del Parlamento Europeo.
Se l'Assemblea sarà capace di difendere il
suo ruolo costituente (seppure condividendolo
con i governi) fino in fondo, essa potrà affermare di mantenere nelle proprie mani l'avvenire dell'unità europea. Se l'Assemblea cederà all'arroganza di molti ministri e di tutte le amministrazioni nazionali, avrà dimissionato dal
compito più importante legato alle elezioni dirette e segnato forse definitivamente il suo destino di organo consultivo (e quindi impotente) di una Comunità condannata alla subordinazione.
Lettera di A ltier0 Spinelli al presidente del P.E.
Caro Presidente,
Sarei venuto in questi giorni a farle visita,
ma sono ancora a letto all'ospedale Brugman
ove ho dovuto subire il 21 agosto un'operazione chirurgica lunga e complessa. Pangloss direbbe che tutto è andato per il meglio nel migliore dei mondi possibili. Ricomincio a prendere forze, ma sono ancora troppo debole per
venire a
e, le ore essendo contate per
quel che bisogna fare nella prossima sessione
del PE, mi permetto di scriverle.
Il PE e la Conferenza intergovernativa dei
ministri degli affari esteri apriranno i loro lavori lo stesso giorno, e il Presidente del Consiglio L'ha già informata che le modalità della
partecipazione del PE all'elaborazione delle riforme necessarie saranno esaminate all'apertura della Conferenza.
Le opinioni in merito dei diversi governi e
della Commissione esecutiva essendo non solo
divergenti ma anche fluttuanti, e la tendenza a
cercare un ~faulenKompromiss* (compromesso non soddisfacente) essendo forte, il Parlamento dovrà, dall'inizio dei suoi lavori, anzi il
lunedì stesso, parlare forte e chiaro e in modo
«minaccioso», obbligando i ministri della Conferenza ad assumere le loro responsabilità.
Per raggiungere questa meta, non vedo tante
strade percorribili: ne vedo una sola, che riassumerei nel seguente modo:
1. I1 Presidente dell'Assemblea è il solo autorizzato a parlare a nome dellJAssemblea - a
meno che quest'ultima non lo disapprovi, cosa
che, nelle attuali circostanze, non è pensabile
-. Normalmente, il Presidente non pronuncia
discorsi politici durante la seduta, ma la situazione è talmente eccezionale che questa volta,
subito dopo aver dichiarato la ripresa dei lavori, Lei dovrebbe annunciare che avrebbe qualcosa da dire al Parlamento, agli Europei, ai ministri riuniti nella Conferenza, ai governi dei
paesi membri.
Tanto più eccezionale sarebbe questo Suo atto se potesse essere seguito il lunedì stesso da
un breve dibattito e da una breve risoluzione
che affermerebbe che il Parlamento Europeo,
avendo udito le dichiarazioni del suo presidente, le approva e passa all'ordine del giorno.
Non conosco abbastanza a fondo il nostro
regolamento per sapere se un tale dibattito e
un tale voto sono
ma i Suoi servizi
saranno in grado di dirglielo. Se esiste il rischio
che gli anti europei proponessero di dibattere
sulle dichiarazioni del presidente a date ulterio-
COMUNI D'EUROPA
ri per affossare il dibattito, sarebbe meglio far
deliberare nel Bureau che il Suo discorso era
una messa in guardia dell'Europa e non un
punto all'ordine del giorno e che nessun dibattito lo seguirà. I1 PE ne parlerà quando esaminerà la risposta della Conferenza alla richiesta
di partecipazione del PE ai lavori costituenti.
E comunque, visto che - con o senza dibattito - il Suo discorso sarà fortemente applaudito, e debolmente fischiato, nessuno potrà dubitare che il Parlamento si riconosce nelle Sue
parole.
2. I1 Suo discorso dovrebbe constatare con
amarezza che il PE è l'istituzione che ha messo
in moto gli avvenimenti che sono approdati
alla Conferenza intergovernativa; che ha già
chiesto e richiesto che l'elaborazione del progetto definitivo sia eseguita in partnership fra
Conferenza dei ministri e Parlamento; che fino a tutt'oggi non ha ricevuto nessuna risposta, come se si trattasse di un qualunque circolo
politico privato e non del solo rappresentante
legittimo dei cittadini europei come tali.
Visto che infine la Conferenza deciderà in
merito e che il Presidente Poos Le annuncia
che la Conferenza ha l'intenzione di farci sapere «le modalità con le quali potranno svolgersi
i nostri contatti,,, sarebbe utile fargli sapere che
il PE sarebbe profondamente offeso se la Conferenza gli proponesse di informarlo o di consultarlo sullo stato di avanzamento dei lavori e
di chiedere la sua opinione finale su un testo
elaborato da altri.
I1 PE non ammetterà che un avvenimento
così importante quale la preparazione delle
nuove leggi costituzionali della Comunità sia
sottratto alla competenza dei rappresentanti
europei dei cittadini dell'Europa, e riservato ad
alcuni ministri ed alcuni alti funzionari nazionali.
3. I1 Suo discorso dovrebbe concludersi affermando ia Sua certezza che il PE non voterà
più alcuna risoluzione per far valere le sue esigenze, avendolo già fatto
volte in modo
chiaro ed esaustivo.
È evidente che i governi credono di poter
ignorare le risoluzioni del PE perché lo considerano sprovvisto di strumenti atti ad imporre
il rispetto della sua volontà.
Che sappiano dunque che se il PE riceve una
risposta negativa, ne trarrà la conseguenza che
non si vuol costruire un'Europa efficace e democratica, ma un'Europa inefficace fatta di burocrati e d'interessi corporativi.
Lei dovrebbe ricordare che il PE dispone di
tre armi ed esprimere la Sua ferma convinzione (non la Sua speranza!) che non esiterà ad
utilizzarle se fosse escluso dalla partecipazione
piena, responsabile e reale all'elaborazione della costituzione dell'Europa.
I1 Consiglio, in effetti, non può decidere né
su alcuna proposta di regolamento né su alcuna direttiva se il Parlamento non ha dato il suo
avviso.
La Comunità rimane sprovvista di bilancio
se il PE non lo approva.
La Commissione deve dare le dimissioni se il
PE vota la censura.
In altri termini, il PE non possiede realmente alcun potere legislativo e fiscale a contenuto
positivo, ma possiede la terribile potestas tribunicia che ha permesso ai tribuni di Roma, sot-
to minaccia della paralisi della cosa pubblica, di
trasformare la repubblica romana dalla «cosa
nostra*, dei patres nella cosa del popolo.
L'utilizzo di queste armi significherebbe certamente una crisi istituzionale estremamente
grave per la costruzione europea, ma se i governi nazionali si ostinano nella difesa miope
delle competenze e dei poteri anacronistici di
talune delle loro amministrazioni, facendoli
passare per interessi vitali nazionali, il PE deve
fermarli e metterli di fronte alle loro responsacompatibile con
bilità. L'Europa non è
questa miopia politica. Aut-aut.
I1 PE deve obbligare a scegliere, deve confidare che alcuni ministri sono dalla sua parte e
che negli spiriti degli oppositori regna una diffusa cattiva coscienza.
Di conseguenza le probabilità di vederli cedere davanti ad un Parlamento deciso sono
buone.
Se il PE non avesse l'audacia di annunciare e
di mettere in opera la sua minaccia, se avesse
paura di affrontare questa sola battaglia possibile per la democrazia europea, firmerebbe esso stesso la sua propria disfatta e, con essa,
quella dell'Europa tutt'intera.
settembre 1985
Ecco dunque, Signor Presidente, il contenuto del discorso che a mio avviso Lei e solo Lei
dovrebbe e potrebbe fare, con l'autorità necessaria, il lunedì, 9 settembre.
Voglia non considerare il mio suggerimento
come il prodotto di un animo agitato. H o vissuto questi giorni in uno stato d'animo tranquillo e distaccato, quasi da saggio buddista. La
mia proposta nasce dal profondo sentimento
che siamo arrivati ad un bivio nella costruzione europea. Se il PE non minaccia, se permette
l'avviarsi di una costruzione europea basata sui
ministri e sulle amministrazioni nazionali,
essere cambiata per
questa scelta non potrà
molto tempo, ed il Parlamento si autocastrerebbe. I1 mondo degli angeli gli sarebbe forse
aperto, come ad Origene, ma il mondo degli
uomini gli rimarrebbe chiuso per sempre.
Comunque, caro amico, seguendo il mio
consiglio, Lei non perderebbe nulla in caso di
disfatta, ma guadagnerebbe tutto in caso di successo - come nella argomentazione di Pascal.
Devo DirLe quanta fiducia ho in Lei? Conto
su di Lei e Le auguro vigore e tenacia per portare a termine la Sua, la nostra battaglia.
Altiero Spinelli
Taccuino da Bruxelles, Lussemburgo e Strasburgo
Commissione: bilancio positivo per
il mercato interno
I1 programma di lavoro che la Commissione
ha presentato in febbraio al Parlamento Europeo era caratterizzato dal deciso impegno della
nuova Commissione di dare un nuovo impulso al mercato interno. Oggi si può affermare
che tale determinazione ha già dato i suoi frutti. Infatti l'adozione da parte del Consiglio, nel
corso della sua riunione del 25 luglio 1985, della Direttiva relativa alla responsabilità per danno da prodotti difettosi segna il settimo gande
successo della Commissione nell'ambito del
mercato interno nel corso dell'anno. La direttiva relativa al ravvicinamento delle disposizioni
legislative, regolamentari ed amministrative
degli Stati membri in materia di responsabilità
per danno da prodotti difettosi è il risultato di
di 5 anni di discussioni negli organismi del
Consiglio per trovare un equilibrio ragionevole tra i vari interessi. Congratulandosi per la
conclusione positiva delle delibere del Consiglio, Lord Cockfield, vicepresidente della
Commissione responsabile per il mercato interno, ha sottolineato l'importanza di una rapida realizzazione di tale ravvicinamento delle
normative nazionali. Infatti la disparità fra le
situazioni giuridiche degli Stati membri falsava
la concorrenza ed ostacolava la libera circolazione delle merci nella Comunità. Persistevano inoltre grandi disparità nel grado di tutela
dei consumatori europei.
Commissione: libro verde sulla PAC
Per oltre vent'anni la politica agraria comune è stata ilmotore che ha dato impulso all'agricoltura comunitaria, con risultati al tempo
stesso sostanziali e positivi. Tuttavia, con i mutamenti che si sono verificati nell'economia europea e a livello mondiale, la politica agraria si
trova a fronteggiare nuove sfide e deve adesso
guardare all'anno 2000. Nei prossimi anni, i
fattori tecnici ed economici che influiscono sul
settore agricolo evolveranno a ritmo accelerato: valga, come esempio fra tanti, lo sviluppo
della biotecnologia, che ha profonde implicazioni non soltanto per l'utilizzazione dei prodotti agricoli, ma anche sotto il profilo delle
tecniche di produzione. È dovere delle istituzioni comunitarie elaborare una strategia globale che consenta agli agricoltori europei di affrontare queste nuove sfide nelle condizioni
migliori. Per questo motivo la Commissione,
subito dopo il suo Insediamento nel gennaio
1985, aveva deciso di avviare un dibattito generale sulle prospettive della politica agraria comune. A tal fine, la Commissione ha deciso di
esporre le sue riflessioni nella forma di un documento di consultazione («Libro verde»), che
è stato trasmesso alle istituzioni della Comunità e ad altre parti interessate sul piano comunitario. Nel documento sono presentate varie
opzioni di base per il futuro sviluppo della politica agraria. La Commissione invita le istituzioni e le altre organizzazioni interessate a formulare le proprie riflessioni e i propri commenti nei prossimi mesi. Sulla base delle opinioni che emergeranno nel corso del dibattito,
la Commissione presenterà le sue conclusioni,
in forma adeguata, verso la fine del 1985.
Parlamento Europeo: politica dei
trasporti
La Comunità europea, il 22 maggio scorso, è
passata da un regime di monarchia assol?ta ad
un regime di monarchia costituzionale. E questo, secondo il presidente della commissione
trasporti del P.E., Georgios Anastassopoulos
(PPE gr.), intervenuto durante la sessione di
(Continua a pag. 18)
settembre 1985
COMUNI D'EUROPA
Interventi sui PIM e le Regioni
.Comuni d'Europa, continua a pubblicare,
nella rubrica «Cronache delle Istituzioni europee~,alcune note politiche redatte soprattutto da
parlamentari europei p w la nostra Agenzia settimanale di stampa EuropaRegioni. Questo
perché, anche se gli «Editoriali* o «I fatti commentati* riguardano spesso nella sostanza problem i di attualità e nella forma hanno il taglio giornalistico che si addice ad una Agenzia di stampa,
essi però toccano con grande competenza e valore
politico temi di particolare interesse non solo p w
amministratori locali, ma p w tutti coloro ai
quali viene inviato «Comuni d'Europa».
Ci sembra questo utile pw dare u n più ampio
spazio all'importante dialogo, forse esclusivo, che
EuropaRegioni mantiene fra le Istituzioni comunitarie ed il territorio europeo, soprattutto fra il
Parlamento Europeo e le comunità regionali e
locali.
*k,
Per le Regioni la nuova sfida dei PIM
di Pancrazio De Pasquale
I1 regolamento comunitario sui Programmi
integrati mediterranei no 2088/85 del 23-7-85,
entrato in vigore il l o agosto 1985, merita una
attenzione da parte delle 13 regioni
italiane interessate.
La relativa brevità del termine (fine 1986)
entro cui i Programmi devono essere presentati alla CEE richiede un impegno notevole di
analisi e di proposte.
La dotazione finanziaria dei PIM è certo esigua e del tutto inadeguata rispetto alle finalità
proclamate di «migliorare le strutture socioeconomiche delle regioni mediterranee»; tuttavia sono da tener presenti i caratteri profondamente innovativi di questo regolamento, che si
distacca nettamente dalla tradizionale legislazione comunitaria.
Per la prima volta viene sancita la funzione
primaria della Regione nella scelta dei contenuti, nella elaborazione del Programma e nella
sua attuazione, e viene instaurata una procedura basata su rapporti diretti ed organici tra le
Regioni e la Comunità.
I1 campo delle azioni che i PIM possono
comprendere è molto vasto, flessibile ed adattabile alle diverse situazioni, senza la rigidità
che ha ostacolato, specie nelle regioni più deboli, l'uso delle provvidenze comunitarie.
L'integrazione ed il coordinamento, sul territorio, degli interventi dei diversi Fondi comunitari e degli interventi nazionali e regionali viene sufficientemente garantito.
Si tratta di un primo successo delle battaglie
portate avanti da sempre dalle Regioni e dalle
forze europeiste, per la regionalizzazione delle
oli ti che comunitarie e per una programmazione concertata.
Attuare i PIM è quindi una sfida nuova che
le Regioni devono accettare, esercitando direttamente i poteri che sono loro affidati, senza
cedere ai tentativi di centralizzazione che potessero presentarsi.
Le prospettive future di un più ampio e consistente intervento comunitario nelle Regioni
mediterranee dipendono molto da una corretta
attuazione dei PIM.
Finalmente varati i programmi mediterranei
di Roberto Costanzo
I PIM, istituiti con il Regolamento CEE n.
2088/85 del 23 luglio 1985, possono essere visti
come un pacchetto contenente una serie organica di azioni pluriennali di sviluppo, dirette
in particolare all'esecuzione di investimenti
nei settori produttivi (agricoltura, pesca e forestazione; industria, artigianato ed energia;
commercio e turismo) nonché alla realizzazione di infrastrutture territoriali, alla tutela dell'ambiente ed alla valorizzazione delle risorse
umane.
Gli interventi sono tesi a coinvolgere tutti i
settori produttivi per dare una arisposta globale alle diversità dei problemi che gravano sulle
regioni mediterranee*.
Una stretta complementarietà è da ritenersi
necessaria tra le diverse azioni che formano un
PIM soprattutto allo scopo di adeguarle alle
particolari condizioni regionali e zonali anche
per assicurare l'integrazione fra gli interventi
nazionali, comunitari e regionali volti allo stesso obiettivo.
I1 contributo finanziario della CE alla realizzazione dei PIM è stabilito, per il momento, in
un importo di 4.100 milioni di ECU (oltre
6.000 miliardi di lire), di cui 2.500 milioni di
ECU provenienti dai fondi comunitari strutturali (FESR, FSE, FEOGA) e 1.600 milioni di
ECU provenienti da stanziamenti supplementari specifici per i PIM.
In aggiunta ai contributi in conto capitale,
sono possibili prestiti agevolati, tramite la BEI,
di 2.500 milioni di ECU. Owiarnente, a questi
stanziamenti comunitari vanno aggiunti quelli
provenienti dal bilancio dello Stato membro
che saranno di circa il 3O0/0 dell'impegno complessivo di spesa per la realizzazione dei diversi
programmi integrati.
I1 Regolamento 2088/85 conferisce - così
come aveva proposto il Parlamento Europeo
- particolari responsabilità alle Regioni, sia
nel momento della formulazione che nelle fasi
successive di attuazione dei PIM. Le varie azioni di intervento formeranno, difatti, oggetto di
«contratti di programma» tra le varie pani interessate (CE, Stato membro, Regione) in cui
vengono definiti i rispettivi impegni finanziari
ed esecutivi attraverso un apposito Comitato
amministrativo.
I PIM, quindi, non rappresentano una generica erogazione di finanziamenti quanto, piuttosto, uno strumento per la programmazione
dello sviluppo di territori omogenei delle regioni mediterranee nel rispetto di norme, vincoli, tempi e priorità concordati tra Comunità
europea, Governo nazionale e Regioni. Essi richiederanno pertanto alle Regioni meridionali
5
e agli Enti locali una nuova capacità di proe di suesa. una mentalità ed una
'erammazione
,
prassi più europea: quindi maggiore efficienza
.
,
e.razi0nalitàne1le
pubbliche,
sia di livello nazionale che regionale e locale.
Amministratori locali e programmi
integrati.
di Enzo Mattina
La bontà di una strategia di sviluppo non
può essere misurata, come spesso accade, soppesando esclusivamente la dote finanziaria che
l'accompagna. Se così fosse, i PIM (Programmi
integrati mediterranei) sarebbero una ben povera invenzione, tenuto conto della modestia
(solo 400 miliardi di lire all'anno in sette anni
per l'Italia) dei mezzi economici che mobiliteranno.
In effetti, a renderli degni di attenzione è la
loro finalizzazione a promuovere la valorizzazione integrata delle potenzialità economiche
locali.
Siamo al cospetto di una svolta, se non nella
teoria, certamente nella pratica, in quanto per
la prima volta una «legge»,quale è un regolamento comunitario, considera le risorse locali,
poche o molte che siano, una fonte di possibile
ricchezza. E per risorse si intendono i beni ambientali e culturali, la manualità artigianale, la
professionalità, l'intraprendenza dei piccoli
imprenditori industriali.
Si riscopre, in sostanza, un patrimonio materiale e immateriale fino ad oggi ritenuto tutt'al più di contorno alle azioni di sviluppo,
considerate come tali solo quelle calate dall'esterno, aggiuntive rispetto alla realtà esistente.
I PIM negano questa concezione, anzi la invertono, stimolandoci a valorizzare ciò che c'è
in una determinata zona per rendere così più
agevole e naturale il successivo insediamento di
attività nuove.
È chiaro che, come ogni cambiamento, anche quello introdotto dai PIM porta con sé una
certa dose di rischio; il problema è saper analizzare la realtà e programmarne la riqualificazione in termini economici attraverso un grande
sforzo progettuale.
La vera scommessa a conti fatti è soprattutto
qui, in quanto i soggetti chiamati a misurarsi
con tale sforzo sono gli enti locali, i loro amministratori, mobilitati per la prima volta non
solo a creare l'habitat per lo sviluppo attraverso la politica delle infrastrutture, ma a costruire specifiche azioni di promozione.
Per quanto scetticismo possa esserci, non ho
dubbi che quegli amministratori che usciranno
dal palazzo per coinvolgere nella fase progettuale e in quella esecutiva l'intelligenza del popolo e la parte di essa rappresentata dalla scolarizzazione, dalla cultura, talvolta dalla professionalità dei nostri numerosi disoccupati, saranno all'altezza dei nuovi compiti loro assegnati.
ABBONATEVI A
I
COMUNI D'EUROPA
6
a proposito della Conferenza intergovernativa
Ciò che bisognerebbe sapere
spesso succede in diplomazia
che per far luce occorre la bugia
Trilussa
Malgrado le prese di posizione di alcuni governi, secondo le quali la conferenza intergovernativa per l'Unione europea, iniziata il 9
settembre, giusto quanto deciso dal Consiglio
europeo di Milano del 28, 29 giugno, cercherebbe di dare attuazione alle istanze intese a
completare l'integrazione economica, nonché
ad avviare il processo d'unificazione politica,
non si ritiene che i primi atti del negoziato
vadano in tale direzione. Infatti, ufficialmente,
gli esponenti politici ed i responsabili di governo più «europeisti», quali il Ministro degli
Esteri della Repubblica Italiana, dichiarano di
voler muoversi lungo la strada tracciata dall'Assemblea del Parlamento Europeo, con il
progetto di Trattato d'Unione presentato da
questa agli Stati membri. Tuttavia siffatta dichiarazione, cui non si nega, certamente, un
preciso significato politico, va confrontata con
i fatti.
I1 progetto di Trattato votato dall'Assemblea (Confr. «Comuni d'Europa», sett. 1983,
XXXVII e segg.) costituisce un nuovo strumento che si sovrappone ai Trattati istitutivi
di Parigi e di Roma (CECA, CEE, Euratom),
modificandoli laddove è necessario (art. da 120
a 146) per adattare le Istituzioni supernazionali
a questo quid novi. Alle Istituzioni, così riformate, vengono trasferite nuove competenze, le
quali, congiuntamente a quelle già trasferite loro dai Trattati di Parigi e di Roma, costituiscono la c.d. azione comune. Inoltre, grazie al riconoscimento giuridico del Consiglio europeo,
ed al preciso inquadramento di esso tra le Istituzioni (art. 137 e 138) viene disciplinata la cooperazione politica tra gli Stati membri. Inquadrata in un omogeneo assetto istituzionale tanto l'azione comune che la cooperazione (art.
da 14 a 28) viene prevista la possibilità, mediante apposita procedura, di trasferire le competenze rattenute dagli Stati membri, ma concertate in sede di cooperazione, all'azione comune. In tal guisa il Trattato proposto non solo
riconduce entro il suo ambito ogni processo di
reale integrazione, ma appresta gli strumenti
per ulteriori passi avanti sulla via del trasferimento di competenze alle Istituzioni supernazionali. Se le Comunità attuali possono essere
definite una jèderazione incompiuta o parziale,
in quanto si basano, sì, su di un trasferimento
di competenze degli Stati membri ad Istituzioni ad essi sopraordinate, ma queste restano prive delle competenze fondamentali della sovranità, borsa e spada, l'Unione progettata può
definirsi quale una sorta di jèderazione progressiva in quanto, pur riconoscendo le competenze degli Stati membri in tali settori, ne prevede
il progressivo trasferimento, secondo precise
procedure. Ciò costituisce le peculiarità del
progetto votato dal17Assemblea.
Nelle conclusioni del Consiglio europeo di
Milano del 28,29 giugno 1985 si legge:
di Riccardo Scarpa
«I1 Consiglio europeo ha proceduto ad un
dibattito sulla convocazione di una Conferenza per elaborare quanto segue, al fine di far
progredire concretamente l'Unione europea:
- un Trattato su una politica estera e su
una politica di sicurezza comune in base ai
progetti franco-tedesco e britannico;
- le modifiche del trattato CEE, a norma
dell'art. 236 del trattato, necessarie all'attuazione degli adeguamenti istituzionali per quanto
riguarda il processo decisionale del Consiglio,
il potere esecutivo della Commissione, i poteri
del Parlamento Europeo, nonché l'estensione
a nuovi settori di attività, secondo le proposte
del Comitato Dooge e del Comitato Adonnino, com'è detto, peraltro, tenendo anche conto di taluni aspetti delle proposte della Commissione sulla libera circolazione delle persone».
In base a questi ambigui deliberanti ha iniziato ad operare la Conferenza intergovernativa e, interpretando in senso letterale il significato del testo su riportato, ha cominciato il negoziato su due tavoli: l'uno per elaborare un
trattato sulla cooperazione in politica estera e
di sicurezza, l'altro per studiare le modifiche
necessarie al Trattato CEE.
Già in ciò vi è un netto contrasto con la
volontà espressa dall' Assemblea del Parlamento nel suo progetto. Concepire due trattati, l'uno disciplinante la Cooperazione politica, l'altro contenente le modifiche istituzionali, anziché prevedere le due discipline come parte di
un unico strumento ha, di per sé, ben precise
conseguenze. Infatti se, come s'è detto, il progetto parlamentare distingue tra azione comune
e cooperazione, ciò non di meno prevede un'apposita procedura la quale consente il trasferimento progressivo di alcune materie dalla cooperazione all'azione comune. Questo è reso
possibile, però, proprio in quanto le due discipline sono previste in uno stesso trattato, che
le inquadra in un assetto istituzionale complessivo. Non è più possibile nel momento in cui
le due discipline siano oggetto di atti distinti,
che regolino l'uno la cooperazione l'altro le
Istituzioni supernazionali e le competenze loro trasferite, in quanto si tratterebbe di normative distinte, e quindi incomunicanti. Qualora
si arrivasse, come paiono voler i Governi e diplomatici, a due strumenti separati si rinunzierebbe, ipso facto, a creare quel sistema di progressivo trasferimento dalla sovranità all'unione, nel quale consiste la peculiarità della proposta parlamentare.
I governi francese e tedesco hanno presentato un progetto comune di trattato sulla cooperazione politica. I1 governo britannico ha elaborato il suo, così come quello olandese. I1 governo italiano ha preso le sue posizioni ispirandosi, per relationem, ora alla proposta francotedesca, ora a quella britannica.
Tranne l'idea di costituire un segretariato
settembre 1985
del Consiglio europeo, vagheggiata nel progetto franco-tedesco ma respinta dagli altri, le
quattro posizioni, in realtà, non differiscono
molto tra loro. Quindi un accordo, di per sé,
non pare difficile.
I progetti governativi sono, però, in netta
antitesi, in materia, con quanto previsto nella
proposta dell'Assemblea. Nel progetto di questa, infatti, la cooperazione in tali settori è, sì,
elaborata in seno al Consiglio europeo, ma detto organo, pur di natura tipicamente confederale, deve pervenire all'elaborazione di una politica estera dell'unione, i cui principi ed obiettivi sono fissati dal testo votato (art. 76 e 77).
Invece nelle proposte dei governi il Consiglio
europeo è solo un luogo di consultazione reciproca, una specie di camera di compensazione
tra diverse istanze politiche, onde evitare, se
possibile, contrasti gravi tra le politiche estere
degli Stati membri, le
però restano distinte. Non, quindi, una politica estera e di sicurezza comune, ma un galateo secondo cui non
sta bene che la politica estera d'uno Stato
membro strida con quella degli altri, senza prima aver tentato di mettersi d'accordo, qualora
si possa.
E, quindi, del tutto logico che, mentre il
progetto parlamentare prevede l'istituzione di
relazioni diplomatiche e politiche tra l'Unione
e Stati terzi, od organizzazioni internazionali
(artt. 84 e 88), ciò non sia prospettato dai governi, i quali auspicano, tutt'al più, la collaborazione tra le rappresentanze diplomatiche,
onde realizzare delle economie nella gestione
delle stesse, come precisa la proposta britannica. Infatti le relazioni diplomatiche e politiche
sono gli strumenti di una politica estera, se
questa manca esse sono prive di funzione.
Non si conoscono ancora proposte precise
circa le modifiche da apportarsi ai trattati istitutivi, ma, da quanto si sa, pare che il tavolo della
Conferenza ad esse dedicato voglia limitarsi ad
alcuni emendamenti del Trattato CEE, a norma dell'art. 236 dello stesso. Va, però, osservato come le riforme istituzionali previste dal
progetto dell'Assemblea tendano a mutare la
bilancia dei poteri tra le Istituzioni, le quali
sono, lo si rammenta, comuni a tutte e tre le
Comunità (CECA, CEE ed Euratom).
Simili modifiche non si possono, di per sé,
attuare seguendo la procedura dell'art. 236
CEE, in quanto detta norma non può essere
utilizzata che per novellare il Trattato CEE,
non anche quello CECA, ed Euratom, in
quanto detti due strumenti contengano in loro
le rispettive procedure d'emendamento (art. 95
CECA e 204 Euratom). Qualora si voglia modificare la bilancia dei poteri non si può, quindi, seguire la strada dell'art. 236 CEE, ma occorre ricorrere ad un negoziato svincolato dalla procedura di detta norma. Esattamente come s'è fatto con il Trattato sulla fusione degli
esecutivi. Quindi delle due l'una, o ci si muove
lungo la strada indicata dall' Assemblea, ed allora non si può seguire la procedura dell'art. 236,
oppure si tradisce la volontà dell' Assemblea, e
si abbandona l'idea di rivedere la bilancia dei
poteri tra le Istituzioni, ed allora la procedura
dell'art. 236 CEE può tranquillamente seguirSI.
settembre 1985
COMUNI D'EUROPA
schede
Israele: come si presenta ai democratici europei
di Fausto Bacchetti
Lo Stato di Israele non si è finora realizzato
esattamente come confidavano, prima del secondo conflitto mondiale, gli amici di u n Sionistno
laico e, diciamo così, mazziniano. Inoltre non si
è realizzata la grande alleanza, auspicata da
qualcuno di noi, tra tecnici ebrei e proletariato
arabo: l'onda dell'emozione e il complesso di colpa degli europei dopo le orrihli stragi naziste
hanno lasciato via libera ad ebrei democratici e
ad ebrei - come dire? - integralisti, piuttosto
chiusi e tutt'altro che ~ecumenici»(nel senso,
quanto meno, dell'alleanza delle religioni monoteiste). Lo Stato di Israele è ornai una grande
responsahliid per l'Europa in formazione: bisogna quindi parlarne, con calma e lungimiranza.
Allo scopo di chiarire almeno una parte della
situazione storica che ci troviamo davanti, pubblichiamo oggi una scheda sulla genesi e l'evoluzione dello Stato di Israele: pensiamo che sarà
bene poi occuparci dell'islamismo democratico
(sulle rive del Mediterraneo come i n India A bul Kalam Azad e le sue vicende! - e oltre), dei
vari nodi del Medio Oriente e di tutto quello che
va esaminato per dare mano veramente, in presenza degli Stati Uniti d'Europa, a un Mediterraneo democratico.
**
Lo Stato di Israele è figlio dell'Europa, della
cultura europea, della sua storia travagliata e
tragica. È una realtà che né gli israeliani né gli
europei possono negare o ignorare, anche se
probabilmente non piace molto né agli uni né
agli altri.
I1 fatto è che Israele è stato 'creato dal Sionismo (I), è il suo prodotto storico, ideologico e
politico, ed il Sionismo ha posto la millenaria
aspirazione del popolo ebraico di ritornare alla
sua terra nel filone delle ideologie sorte e coltivate in Europa. Senza la rivoluzione francese
non sarebbero state abolite, per far trionfare il
principio dell'eguaglianza, le discriminazioni
nei confronti delle minoranze e gli Ebrei non
sarebbero divenuti cittadini di pieno diritto,
gradualmente, nei vari stati europei. (Questa
evoluzione, si badi bene, non agiva nel senso
che sarà quello del Sionismo, cioè della creazione di un'unità nazionale ebraica; l'eguaglianza favoriva l'assimilazione dei singoli
ebrei nei vari paesi - ciò che i sionisti temono
ed aborrono più ancora delle stesse persecuzioni). L'eguaglianza fece sì scomparire i ghetti,
ma ciò ~ o r t alla
ò distruzione di ogni vita autonoma delle comunità ebraiche. Furono invece
gli ideali nazional-democratici di Mazzini a costituire la molla ideale che condusse alla rivendicazione di un'unità nazionale ebraica. Fu sulla base delle idealità socialiste che si stavano
diffondendo in Russia, dove più che in ogni
altro paese ebbe presa la dottrina sionista, che
i pionieri sionisti si proponevano di fare del
ritorno in Palestina. Nello stabilimento di coloni ebraici in questa terra essi vedevano lo
strumento che avrebbe condotto alla rigenera(1) Termine che h adoperato in pubblico per la prima
volta a Vienna nei 1892.
zione morale e politica, per mezzo del lavoro,
del popolo ebraico. I1 concetto religioso di redenzione, familiare nella cultura ebraica, veniva inteso dai laici nel senso di una redenzione
sociale che avrebbe portato ad una «buona società».
Non si vuole qui certo fare la storia delle
tendenze politico-dottrinali del movimento
sionista. L'appello di Herzl, autore dell'opera
Lo Stato ebraico fu, come è noto, ricevuto soprattutto nelle comunità israelitiche dell'Europa orientale poiché nell'impero russo l'antisemitismo e la pratica dei pogroms erano un instrumentum regni.
Subito dopo il primo congresso sionista veniva creato il Bund, la
importante organizzazione socialista ebraica. Un autorevole sionista, il Syrkin, pubblicò, dopo il volume di
Herzl, un'operetta che auspicava la creazione
di uno Stato ebraico socialista. Molti giovani
ebrei attivi politicamente in Russia si esaltavano leggendo il romanzo di Tchernychevski
Chefare? in cui si faceva l'apologia del socialismo utopistico.
Grande fu certamente l'influenza del socialismo russo sul movimento sionista dei lavoratori; soprattutto, come nota W. Laqueur (2), sul
piano morale: il socialista doveva condurre
una vita che fosse in piena concordanza con le
sue idee.
I1 Syrkin, già ricordato, vedeva nell'internazionalismo il fine dell'evoluzione politica e
nello Stato nazionale null'altro che una tappa,
anche se necessaria, su questo cammino. (Inutile sottolineare i punti di contatto con la dottrina mazziniana). Un altro dei padri fondatori
del sionismo, Borochov - siamo sempre in
Russia - volle dimostrare la piena compatibilità del sionismo col marxismo. Ma non ci si
vuole qui addentrare in analisi o moltiplicare
gli esempi. È però interessante notare la natura
essenzialmente laica di questi movimenti e di
queste tendenze. Del resto già nella sua opera
Herzl si era pronunciato contro ogni regime
teocratico, contro ogni tendenza teocratica del
clero. Da parte loro molti rabbini presero posizione contro il movimento sionista in quanto
in contraddizione con le promesse messianiche
dei libri sacri.
I1 Bund, l'organizzazione che si è già menzionata, era sorto per la difesa degli interessi
politici ed economici del proletariato ebraico e
divenne gadualmente avverso al sionismo (ed
anche all'assimilazione). Più che laico il Bund
era addirittura anticlericale. (Una tendenza
nettamente anticlericale non esiste nell'Israele
odierna. Vi sono, certo, movimenti che vogliono limitare e correggere l'invadenza del clero.
Ma mentre nei paesi cattolici, come osservò il
Croce, la libertà è sorta dal conflitto tra Chiesa
e Stato, un tale conflitto non si verificava nelle
comunità ebraiche poiché mancava lo Stato, e
l'identità nazionale si identificava con quella
religiosa).
(2) Histoire dt< sionisme, Calman Lévy, Parigi 1973, pag.
300.
I nuclei ebraici che si recavano in Israele si
proponevano così di riscattare la terra col loro
lavoro. Totalmente o quasi ignoranti del mondo arabo nel quale andavano ad immergersi ritenevano possibile un'alleanza di classe tra lavoratori ebrei e lavoratori arabi contro i latifondisti locali. Tali illusioni vennero ben presto smentite e nelle celebrazioni che si indissero per il I o maggio 1921 i lavoratori delle due
comunità, invece di manifestare uniti, vennero
alle mani e vi furono morti e feriti.
È quasi superflui ricordare i Kibbuz, nei
quali operava gran parte dei pionieri (oggi rappresentano una minima percentuale della società israeliana), tipo di organizzazione più collettivista di quante siano state create nei paesi
socialisti.
Quando lo Stato di Israele fu proclamato, il
potere era saldamente nelle mani del movimento laburista guidato da un capo di eccezione, Ben Gurion. Nel Sionismo, tra le due guerre, vi era stata una violenta battaglia nell'Agenzia ebraica, il governo non ufficiale della comunità di Palestina, tra la maggioranza laburista e il movimento scissionista che si chiamò
revisionista, guidato da Jabotinsky. A questi è
stato spesso dato l'appellativo di fascista per la
sua dottrina politica. Pur dovendo essere estremamente cauti, a parere di chi scrive, a largire
tale qualifica a chi non ha mai vestito una camicia nera o bruna, tuttavia non si può non
riconoscere che dare un tale appellativo ai revisionisti non è del tutto senza fondamento. I
revisionisti si opponevano alla politica moderata e gradualista di Weizmann, che cercava
l'accordo con la potenza mandataria. L'ideologia dei revisionisti era militarista, invocava il
sangue e il ferro per costituire il regno di Israele - pur se Jabotinsky personalmente affermava di respingere ogni fermento autoritario e
antidemocratico. Ma altri, tra i suoi, dichiaravano di voler rompere con gli ideali di democrazia e di libertà che a loro parere avevano
rovinato il Sionismo.
Una profonda scissione, politica e di metodi,
si ebbe nel periodo della resistenza contro la
potenza mandataria e di lotta contro i militanti
arabi tra la maggioranza degli organismi rappresentativi ebraici, imperniata sui laburisti, e
le organizzazioni estremiste di matrice revisionista, la Irgun Zwei Leumi (in cui era Begin) e
la Stern (in cui agiva Shamir).
Quando si costituì il primo governo israeliano liberamente eletto, il leader del partito laburista (Mapai) Ben Gurion, ne divenne Primo
Ministro a capo di una coalizione nella quale,
accanto al suo ~ a r t i t o si
, trovava - in condizioni di netta minoranza - il blocco dei partiti
di ispirazione religiosa.
E questa coalizione fondata sull'intesa tra socialisti laici e religiosi durò praticainente sino
al 1977, anche se si ebbe un governo di unità
nazionale, comprendente il partito di destra
erede del pensiero revisionista, lo Herut, nel
periodo successivo alla guerra dei sei giorni.
Lo Stato che queste forze politiche costruirono era uno Stato improntato ai principi democratici, in quanto profondamente democratici erano i principi e l'ideologia del partito laburista dominante. Ma data la coalizione con i
religiosi (il Mapai non raggiunse mai la maggioranza assoluta) fu necessario fare a questi
COMUNI D'EUROPA
ultimi, da parte della maggioranza non osservante, delle concessioni per una necessità di
politica pratica e per la convinzione di Ben
Gurion, pur ~rofondamentelaico, che costituendo lo Stato di Israele non si potesse ignorare tutta la tradizione religiosa che aveva tenuto
unito il popolo ebraico nei secoli della dispersione.
La principale concessione ai religiosi consistette nell'accettare che i rapporti personali e
di famiglia fossero governati dalla legge religiosa, la Halakhah, che il Sabato fosse il giorno di
riposo ufficiale, che fossero osservate le regole
per la macellazione degli animali negli stabilimenti statali. (Ciò era facilitato dalla legislazione della potenza mandataria, per cui ogni comunità religiosa sul territorio del Mandato poteva applicare - in tali materie - la sua legge;
le corti rabbiniche furono così istituite dallYInghilterra).
Certo però una simile concessione ai religiosi, dettata dal realismo politico e da considerazioni generali che si possono comprendere, poteva costituire, come in effetti ha costituito,
una contraddizione rispetto allo spirito democratico ed egualitario dell'ordinamento dello
Stato di Israele. Ciò ha impedito che fosse redatta una completa Carta costituzionale. Si temeva infatti che le fragili strutture del nuovo
Stato non avrebbero sopportato un Kulturkampf, i religiosi invocando l'immutabilità
della legge divina, i laici volendo naturalmente
applicare in pieno i principi di una democrazia
egualitaria.
I1 compromesso tra laici e religiosi fu accettato da questi ultimi con l'aperta riserva che
essi si sarebbero impegnati, in prosieguo di
tempo, a far sì che la legge divina fosse la sola
ad essere applicata nello Stato, obiettivo di cui
non era realistico chiedere l'immediata attuazione. Nella dichiarazione di indipendenza di
Israele è esplicitamente detto che «lo Stato di
Israele sarà fondato sulla libertà, la giustizia e
la pace, come concepito dai profeti di Israele;
garantirà la piena eguaglianza sociale e politica
dei suoi cittadini, senza distinzione di religione, razza o sesso...».
In realtà una delle maggiori offese allo spirito egualitario è la condizione di inferiorità fatta alla donna (nel paese che ha avuto una Golda Meir come Primo Ministro!).
L'evoluzione del costume e la giurisprudenza di una magistratura esemplare, che per competenza ed indipendenza rappresenta quanto vi
è di meglio nello Stato di Israele, hanno nella
pratica mitigato grandemente taluni principi e
talune regole che peraltro permangono. Così
in principio matrimoni e divorzi (che ancora
rivestono la forma del ripudio della moglie da
parte del marito) sono validi solo se celebrati
in Israele e secondo la legge religiosa; la donna
maritata si trova per molti rispetti in una posizione di inferiorità.
Nella vita dello Stato di Israele si è verificato
un fatto di grande importanza: il progressivo
connubio tra religione e sentimento nazionale.
Israele da Stato degli ebrei, come lo aveva concepito Herzl, è divenuto uno Stato ebraico,
avente cioè come cultura nazionale una tradizione religiosa. La Bibbia è studiata nelle scuole laiche non tanto come il libro della rivelazione quanto come quello in cui è narrata la
storia della nazione ebraica. (Una corrente culturale, i c.d. Caananiti, arrivano a voler saldare
lo Stato di Israele con il tempo in cui gli ebrei
avevano ancora una base territoriale - cioè
quello dell'Im~eratoreAdriano - saltando ed
ignorando i millenni della Diaspora).
L'ostilità del mondo arabo circostante, le
minacce di Nasser e degli altri capi arabi di
distruggere Israele alla vigilia della guerra dei
sei giorni furono alla base di un'evoluzione
spirituale che portò gli israeliani a sentirsi soprattutto ebrei, cioè partecipi dello stesso destino dell'intero popolo ebraico, sia vivente in
Israele che nella diaspora, superando così la
contrapposizione tra i sionisti conseguenti e gli
Ebrei assimilati, o comunque viventi fuori di
Israele.
Venne la folgorante vittoria della guerra dei
sei giorni e l'occupazione della West Bank, la
regione comprendente le antiche terre di Samaria e Giudea. Ma la vittoria porta con sé il
germe della decadenza. E la profondacrisi spirituale e politica di Israele si inizia con l'occupazione di quei territori, fonte di una concezione imperiale - che cioè rivendica il diritto
di dominare altri popoli - alimentata, ed anche questo non va dimenticato, dall'assoluta
intransigenza araba rivelatasi nella conferenza
di Khartoum dell'estate 1967. Si fa strada così
il concetto, proprio della destra revisionista
ma che trovò aderenti anche tra elementi di
altri partiti, del diritto inalienabile del popolo
di Israele alla sua terra, a quella promessa dal
Signore ad Abramo, anche se abitata attualmente da altri popoli. Un illustre esponente
religioso è giunto a definire tale fatto «un temporaneo cambiamento demograficon.
Si è così avuta una parallela evoluzione: sempre più da parte di partiti e movimenti laici ci
si è identificati con concetti di matrice religiosa, lontani dal realismo e dall'opportunità politica; sempre più i partiti religiosi (si usa questo
termine generico per non scendere a specificazioni che troppo allungherebbero queste note)
si sono identificati con lo Stato nazionale, allontanandosi dalla loro spiritualità.
Che un tale processo ponga in pericolo la
salute democratica dello Stato di Israele non è
necessario sottolineare. Ed esso va insieme, lo
alimenta e ne è alimentato, ad un altro processo, di natura sociale questo, l'affermazione politica di quel proletariato o semi-proletariato
sefardita già residente nei paesi del Nord Africa dove era oggetto non tanto di violente persecuzioni quanto di insultanti discriminazioni
il che lo rende pregiudizialmente ostile agli arabi.
Questa sezione della popolazione israeliana,
approdata in Israele più per necessità che per
una decisione derivante da una concezione
ideale, e che perciò può dirsi composta da rifugiati, è la massa di manovra che ha portato al
potere Begin e la sua coalizione di destra, il
Likud, nel 1977.
La presa del potere da parte di queste forze
costituì - non molti se ne resero conto - un
fatto rivoluzionario, come se nel nostro Risorgimento il potere fosse passato dalla Destra al
Partito d'Azione. Begin era il capo di una frazione parlamentare, ma era stato prima un ribelle all'autorità dell'appena sorto Stato di
Israele i cui cannoni, per ordine di Ben Gu-
settembre 1985
rion, avevano sparato contro la nave, 1'Altalena, carica di armi destinate ad una milizia privata agli ordini di Begin.
Begin poté costituire il suo governo perché i
partiti religiosi - l'ago della bilancia nel Parlamento israeliano - ruppero l'alleanza storica
con i laburisti e, esigendo ed ottenendo pesanti
concessioni, formarono la coalizione con le destre.
Durante gli anni in cui il Likud è stato al
potere si sono sviluppati fermenti chiaramente
antidemocratici. Folle fanatizzate acclamavano
Begin re d'Israele, le masse si rivelavano facile
preda della propaganda nazionalista, l'assurda
avventura libanese venne inizialmente salutata
con entusiasmo. Begin è una complessa personalità; non ha tendenze autoritarie, è indubbiamente rispettoso del Parlamento anche se la
sua azione ha messo in moto forze che possono essere pericolose per una sana democrazia.
Nessuno, anche in Israele, giurerebbe invece
che Sharon, se avesse il potere, rispetterebbe le
regole democratiche.
Ciò che preoccupa è che alle ultime elezioni
si sono affermate, e dai sondaggi parrebbe che
la loro ascesa continui, delle formazioni di
estrema destra predicanti l'odio e la violenza,
che si pongono al di là del Likud. Di converso
il partito laburista ha mostrato di riprendersi
ed è ora alla guida della grande coalizione con
il Likud, da cui sono esclusi i partiti religiosi,
in una strana situazione che è difficile pensare
che duri per i due anni dopo i quali l'ufficio di
Primo Ministro dovrebbe tornare ad un elemento del Likud.
L'equilibrio politico, l'essenza ideale di
Israele è in gioco nella situazione attuale. La
lotta, che non si deve vedere unicamente come
svolgentesi tra due formazioni politiche rivali,
va molto in profondità. I1 tronco su cui è stato
costruito lo Stato di Israele è democraticamente sano, sotto certi rispetti la vita politica israeliana è esemplarmente democratica. I1 parlamento liberamente eletto è sovrano, la stampa
è tra le meno condizionate dei paesi liberi, chi
è incolpato per azioni commesse quale capo
militare - è il caso di Sharon e di alcune generali - è sottoposto ad inchiesta giudiziaria ed
oggetto di censura malgrado la sua popolarità e
il preteso movente «patriottico» delle sue azioni. Un fatto, si può dire, più unico che raro.
Ma non è facile la battaglia per preservare e
far progredire i principi democratici.
Machiavelli ci insegna che «a volere che una
setta o una Repubblica viva lungamente è necessario ritirarla spesso verso il suo principio»
perché, continua ancora il Segretario fiorentino «tutti i principi delle sette, delle repubbliche e dei regni conviene che abbiano in sé qualche bontà, mediante la quale ripiglino la prima
riputazione ed il primo argumento loro». E
nella fattispecie vi è certo «qualche bontà»; la
tradizione politica israeliana costruita sull'idealismo dei pionieri ha dei semi che sono vitali, che è interesse di tutti coloro che hanno come obiettivo l'affermazione della democrazia
anche sul piano internazionale non far perire.
La battaglia democratica in Israele non si
svolge soltanto lungo il contrasto tra Allineamento socialista e Likud, essa è più articolata e
complessa e si verifica in ogni gruppo, in ogni
(Conrtnua apag. 9)
COMUNI D'EUROPA
settembre 1985
Cosa fa Delors?
Cosa gli lasciano fare i colleghi?
di Dario Velo
l1 gruppo dei Cinque (Stati Uniti, Giappone,
Germania, Gran Bretagna e Francia) nella sua
riunione a New York ha deciso un riallineamento monetario. Le decisioni prese non sono
ancora note con precisione; il ribasso del dollaro immediatamente seguito alla riunione è certamente la prima conseguenza importante.
Una prima valutazione è peraltro possibile, sia
per quanto riguarda le decisioni prese, sia per
quanto riguarda il metodo con cui esse sono
state assunte.
Alla base di questa svolta sta la situazione
sempre più contraddittoria che si era venuta a
creare a livello internazionale.
Se consideriamo l'ultimo quindicennio, seguito alla crisi del sistema monetario internazionale fondato a Bretton Woods, possiamo
individuare due periodi distinti, il primo dai
1971 al 1980, il secondo dal 1981 ad oggi. Un
primo problema è stabilire se è iniziata una
terza fase con la svalutazione de facto del dollaro.
Nel primo decennio di dollar standarà, iniziato con la dichiarazione di inconvertibilità
del dollaro nel 1971, il mondo ha conosciuto il
disordine portato dalla fluttazione dei cambi, il
rallentamento dell'integrazione internazionale
e la crisi. Venuti meno i vincoli, pur tenui, del
dollar exchange standard, gli Stati Uniti hanno
finanziato i deficit con l'estero con masse crescenti di dollari. Fra il 1971 e il 1980 la liquidità internazionale ha registrato un incremento del 292,75%; l'inflazione si diffondeva in
tutti i sistemi, raggiungendo il tasso medio
ponderato annuo mondiale del 10,44%.
A partire dal 1981 ha cominciato a delinearsi, con crescente chiarezza, una modificazione
profonda nella politica statunitense. I1 deficit
delle partite correnti americane non è più finanziato creando liquidità, ma attirando capitali con l'incremento dei tassi di interesse. Si è
aperto così un circolo vizioso: crescita del deficit pubblico americano, aumento dei tassi reali
di interesse, afflusso di capitali dal resto del
mondo verso gli Stati Uniti, superapprezzamento del dollaro, crescente deficit delle parti-
NUOVE ADESIONI
D I ENTI TERRITORIALI LOCALI
ALL'AICCRE
Comune di:
Licodia Eubea (CT) ...................
Venegono Superiore (VA) .........
Pirizano ai Tagliamento (PN) ...
S. Felice sul Panaro (MO) .........
Codigoro (FE) ...........................
Cadelbosco di Sopra (RE) .........
Castenaso (BO) ..........................
Borgovelino (RI) ........................
I Tovo S. Giacomo (SV) ..............
Saponara (ME) ...........................
'
ab.
3.168
6.089
1.708
9.542
14.587
6.749
11.965
742
1.448
4.013
te correnti americane e così via.
Alla base della svolta delineatasi all'inizio
degli anni '80 stanno motivazioni di ordine interno nazionale e di ordine internazionale.
Tradizionalmente, gli Stati Uniti si sono sempre mostrati propensi a governare la massa
monetaria in funzione prevalentemente nazionale, sottovalutando l'impatto sull'economia
del resto del mondo. Sul piano internazionale,
va detto che l'indebolimento del dollaro ha reso i paesi in surplus sempre meno disponibili ad
assorbire la liquidità creata discrezionalmente
dagli Stati Uniti; l'incremento dei tassi reali ha
costituito il prezzo per rafforzare il ruolo internazionale del dollaro.
Di fronte a questo scenario, non sembra che
le decisioni prese dal Gruppo dei Cinque possano segnare l'inizio di una nuova fase; più correttamente, esse vanno interpretate come un
aggiustamento all'interno di un quadro sostanzialmente immutato.
Restano infatti immodificate sia la politica
statunitense, sia, più in generale, le cause di
fondo degli squilibri internazionali.
Per quanto riguarda la politica statunitense,
il deficit federale sembra destinato a perdurare,
alimentato dalle crescenti spese militari. I1 dollaro resta debole, per cui dovrà essere difeso da
tassi reali elevati. La rivalutazione dello yen e
in minor misura delle monete europee nei confronti del dollaro aumenterà la competitività
delle imprese statunitensi, contribuendo a ridurre il deficit delle partite correnti. Si tratta
certo di una .boccata d'ossigeno» per l'economia americana; la rilevanza degli effetti non deve peraltro essere sopravalutata.
Per quanto riguarda gli squilibri internazionali, le misure adottate neanche affrontano il
problema di un nuovo ordine monetario internazionale. Ammoniva Triffin, trent'anni or
sono, che una moneta nazionale non può ambire a garantire, da sola, un sistema monetario
stabile, fatta salva l'ipotesi di situazioni particolari destinate ad esaurirsi nel breve termine.
I1 dilemma, in questo caso, è fra una crisi deflazionistica ed una inflazionistica. Solo se il dollaro sarà affiancato, come strumento di riserva,
dalla moneta europea e quindi dallo yen la crisi
del sistema monetario internazionale potrà
trovare una soluzione, con la nascita di un ordine stabile fondato sulla collaborazione fra
più aree monetarie; questo disegno corrisponde alla nascita di un ordine multipolare, in grado di superare il bipolarismo che oggi governa
il mondo. 31 vertice del Gruppo dei Cinque, in
realtà, è andato nella direzione opposta: esso
ha sancito il dominio del dollaro, che i quattro
più potenti alleati si sono impegnati a proteggere, con un atteggiamento se non di subordinazione, certamente di scarsa autonomia.
Più importante delle decisioni assunte è il
metodo con cui esse sono state prese. Una rivalutazione dello yen era ormai prevista da molti
osservatori; il fatto che essa sia stata decisa in
una riunione convocata e presieduta dagli Stati
Uniti ha un significato ~oliticodel massimo
rilievo. In gioco è venuto così a trovarsi il po-
tere degli Stati Uniti di orientare le decisioni
fondamentali dei paesi occidentali.
Ancora più gravi sono le conclusioni ove si
considerino i paesi europei. Al vertice hanno
partecipato Germania, Gran Bretagna e Francia. Questi paesi non rappresentavano, neppure in un modo distorto come la diplomazia è
talora capace di concepire, l'Europa.
Ancora non sappiamo se al vertice è stata
assunta la decisione di rivalutare il marco. Ove
ciò fosse avvenuto, ciò significa che un riallineamento nello SME è stato deciso al di fuori
dei meccanismi istituzionali che lo regolano.
Certamente abbiamo già assistito ad una svalutazione del dollaro rispetto a tutte le valute dello SME; quindi i rapporti fra il sistema monetario europeo e il resto del mondo sono di fatto stati decisi da due paesi membri dell'accordo, sentiti Giappone e Gran Bretagna, sulla base del piano statunitense.
In questa situazione lascia esterrefatti che il
presidente della CEE Delors abbia espresso il
proprio compiacimento per le decisioni assunte dal Gruppo dei Cinque. Questo atteggiamento è di abdicazione non solo al ruolo che il
Presidente deve svolgere, ma anche alla dignità
della carica.
Questo atteggiamento è tanto più colpevole
in quanto un'alternativa esiste ed è nella mani
della Comunità. Se è vero che l'alternativa della crisi del sistema monetario internazionale è
la fondazione di un sistema pluri-valutario, il
vero potere di decisione spetta all'Europa, da
cui sola dipende la piena trasformazione dell'ECU in moneta europea. L'Europa può contribuire in modo decisivo al rilancio dello sviluppo a livello mondiale tramite il varo di un
proprio piano Marshall a favore dell'Africa e
dei paesi in via di sviluppo. I1 vero potere di
iniziativa per superare lo stallo attuale e per
fondare un nuovo ordine politico ed economico mondiale è nelle mani dell'Europa.
I1 fatto è che le istituzioni europee non sono
oggi adeguate. L'atteggiamento del Presidente
Delors va criticato, ma in realtà sono gli scarsi
poteri dell'esecutivo e del Parlamento che costituiscono la causa ultima dell'immobilismo
europeo. L'obiettivo fondamentale resta 1'Unione europea.
La riforma istituzionale della Comunità è il
prerequisito fondamentale perché l'Europa
possa esistere, nell'interesse proprio e del Mondo.
Attendiamo doverosamente una rrsposta della Commissione
Israele
(Continua da pag. 8)
formazione politica. Essa è estremamente difficile perché è intimamente collegata alla ricerca
di una sistemazione pacifica per cui gli ostacoli
sono formidabili dentro e soprattutto fuori
Israele. Ma la battaglia per l'anima di Israele (e
Israele non significa forse «colui che lotta con
Dio?») è di capitale importanza ideale più ancora che politica.
Israele è, come già si è detto, piaccia o non
piaccia, intimamente legato all'Europa, alla sua
storia, alla sua cultura. Nulla può alterare questo fatto fondamentale, e la battaglia per la democrazia in Israele non può lasciare indifferenti le democrazie europee.
settembre 1985
COMUNI D'EUROPA
1O
Riassunto schematico dell'attività del Consiglio dei Comuni e delle Regior
CCRE
I
Riunioni del CCRE
A Organi statutari
Comitato di Presidenza (Bonn, 8 marzo)
Revisori dei Conti (Parigi, 14-16 maggio)
Segretari generali delle Sezioni nazionali (Parigi, 21 gennaio;
18 febbraio; 22 aprile; 10 giugno)
Comitato Direttivo (Berlino, 10-11giugno)
B Varie
Riunione di coordinamento in vista della Conferenza delle
Regioni del Bacino mediterraneo (Marsiglia, 14 gennaio)
Giornata di studio sul problema dei contatti con l'Europa
dell'Est (Bonn, 7 marzo)
Incontro italo-spagnolo per scambi giovanili - Ministro degli
affari Esteri/Regioni/FEMP/AICCRE(Madrid, 2-9 giugno)
Presentazione al l'residente del Consiglio dei Ministri delle
firme all'hppello per l'Unione europea (Roma, 19 giugno)
C Sezioni
Sezione tedesca - Assemblea generale (Stuttgart, 28-29 gennaio)
Sezione francese - Riunione preparatoria della Conferenza
dei Comuni turistici (Parigi, 4 aprile)
Sezioni francese e tedesca - Colloquio franco-tedesco (Bad Soden, 22-24 maggio)
Sezione britannica - Gruppo di lavoro sui problemi dell'inquinamento marino (Parigi, 20 gennaio)
D Gemellaggi
(V. elenco a pag. 15).
11
Attività in collegamento con la Comunità
europea
Assemblea generale costitutiva - CEDRE (Strasburgo, 18-19
gennaio)
Bureau del Comitato consultivo degli enti locali e regionali
dei Paesi membri (Bruxelles, 22 febbraio)
Sessione plenaria del Comitato consultivo degli enti locali e
regionali dei Paesi membri (Bruxelles, 29 maggio)
I11
Attività in collegamento con il Consiglio
d'Europa
Gruppo di lavoro misto incaricato della preparazione della
Conferenza delle Regioni del Bacino mediterraneo (Parigi, 15
gennaio)
XXXII Giornata europea della scuola (28 gennaio)
Conferenza plenaria delle organizzazioni internazionali non
governative (ONG) (Strasburgo, 29 gennaio)
Conferenza delle Regioni del Bacino mediterraneo (Marsiglia, 27-29 marzo)
5 O Simposio europeo delle città storiche (Siviglia, 8-10 maggio)
Conferenza delle Regioni mediterranee interessate ai programmi integrati mediterranei (PIM) (Palermo, 25-26 giugno)
Riunioni della CPLRE (Conferenza dei Poteri locali e regionali d'Europa) e dei suoi organi permanenti
Bureau (Parigi, 16 gennaio; Marsiglia, 29 marzo; Strasburgo,
26 giugno)
Commissione affari culturali e sociali (Strasburgo, 5 febbraio;
Siviglia, 8 maggio)
Sottocommissione della gioventù (Strasburgo, 6 febbraio)
Commissione strutture e finanza locale (Strasburgo, 6-7 febbraio; Bournemouth, 19 giugno)
Commissione ambiente e urbanistica (Marsiglia, 26 marzo)
Commissione permanente (Copenhagen, 25-26 aprile)
Conferenza sui problemi del personale degli enti locali e regionali (Bournemouth, 19-21 giugno)
Commissione problemi regionali e assetto del territorio (Bordeaux, 18-19 aprile; Strasburgo, 26-27 giugno)
IV
Attività in collegamento con le altre organizzazioni
Federaliste
a) Rapporti con il M E (Mouvement Européen)
Consiglio federale (Roma, 7 febbraio; Bruxelles, 18 maggio)
Convegno internazionale di studio sul tema «L'Europa di
fronte alle sfide dell'avvenire. O l'Unione europea o la fine
storica dellYEuropa»(Roma, 8-9 febbraio)
b) Rapporti con I'UEF (Union Européenne des Fédéralistes)
Comitato federale (Bruxelles, 2-3 marzo; Strasburgo 1-2 giugno)
Manifestazione popolare in vista del Vertice europeo (Milano, 29 giugno)
C) Rapporti con I'AEDE (Association Européenne des Enseignants)
Congresso europeo (Montecatini, 1-4 aprile)
AICCRE
l
Riunioni dell'AICCRE
A Organi statutari
Consiglio Nazionale (Roma, 16 aprile)
Direzione Nazionale (Roma, 24 gennaio; 16 aprile)
Comitato Esecutivo (Roma, 25 febbraio; 4 giugno; Milano,
28 giugno)
Commissione finanziaria (Roma, 23 gennaio; 25 febbraio; 3
aprile)
Comitato di redazione di «Comuni d'Europa» (Roma, 5 marzo)
B Gruppi di lavoro
Comitato per la riforma dello Statuto (Roma, 23 gennaio)
C Federazioni regionali
Federazione umbra - Trasmissioni radiofoniche in occasione
del concorso «Giornata d'Europa 1984-'85» (Perugia,
11-18-25 gennaio)
Federazione ~iemontese- Consiglio Direttivo (Torino, 19
gennaio) - Esecutivo (Torino, 5 marzo)
Federazione siciliana - Assemblea costitutiva (Palermo, 25
marzo)
settembre 1985
XCIII
COMUNI D'EUROPA
L a presentazione del decimo volume dell' AICCRE
Lo sviluppo distratto
I1 tavolo della presidenza: (da sinistra) De Pasquale, Bufai
:i, Giolitti e Tr
I1 19 aprile 1985, presso la sala riunione delI'Ufftcio per l'Italia della Comunità europea, è
stato presentato il decimo volume della collana
dei Quaderni dell'AICCRE: «Lo sviluppo distratto~Regioni, Comunità europea, Cassa
per il Mezzogiorno (Roma, Broglio editore,
1985) frutto di uno studio promosso dalla Sezione italiana del Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa, curato da Luigi Troiani.
Il dibattito, presieduto da Giuseppe Bufardeci, vicqresidente vicario dell'AICCRE, è stato
introdotto da Pancrazio De Pasquale, presidente
della Commissioneper la politica regionale e lassetto territoriale del Parlamento Europeo e da
Antonio Giolitti, già commissario della Comunità eruopea, responsabile della politica regionale
e del coordinamento dei fondi comunitari.
Pubblichiamo, qui di seguito, la regzstrazione
del dibattito ricordando che il volume è disponibile presso L'A ICCRE.
ic
,i.
XCIV
COMUNI D'EUROPA
Introduzione
di Giuseppe Bufardeci
vicepresidente
de11;4zCCRE
Assumendo la presidenza di questa manifestazione, intendo tranquillizzare i presenti:
non occuperà molto spazio del dibattito,
perché preferisco lasciare la parola ai nostri
ospiti, qualificati più di me per dibattere i temi
affrontati dal libro di Troiani, Lo Sviluppo distratto.
La nostra associazione è consapevole, nel
presentare questo libro, di rendere un servizio
ai suoi associati in particolare alle Regioni, e
un po' a tutte le strutture pubbliche del Paese,
cui il libro si rivolge, con i suoi richiami analitici, i dati che contiene (molti nuovi ed inediti), le critiche che offre. L'AICCRE si confronta da sempre con questi problemi. Stavolta ha
inteso sezionare una realtà cui è familiare, al
fine di offrire attraverso l'osservazione di fatti,
un'analisi del rapporto che si è andato costruendo ira le nostre strutture nazionali centrali ed autonomiche - e la Comunità europea. I1 quadro che ne viene fuori - ma ricordiamo che non si tratta che della pubblicazione
di un primo stralcio della ricerca - ci conferma sulla giustezza e sull'irrinunciabilità della
scelta che nel FESR abbiamo compiuto - la
Commissione, ma anche i più avvertiti tra di
noi - a favore dei Programmi, come schema
sostitutivo o almeno integrativo degli usurati
progetti.
Il sistema dei progetti, con la caduta a pioggia dei contributi CEE che esso comporta, ha
mostrato i suoi limiti un po' dappertutto nel
territorio comunitario: l'eterogeneità, la dispersività degli interventi non hanno consentit o né agli stati, né alla Comunità, né tanto men o alle Regioni, di orientare, di indirizzare la
massa degli aiuti a fini centrati e ben programmati sulla base delle compatibilità e delle priorità.
A ciò si è aggiunto - per il nostro paese
- la prassi burocatica fastidiosa, farraginosa,
contorta, che ha gestito il rapporto tra l'ente
erogatore dei contributi (il FESR) e le strutture
che ne hanno fatto richiesta. Una prassi che
più volte ha fatto insorgere il nostro amico carissimo, on. Giolitti, e il presidente della Commissione affari regionali De Pasquale. Essi, come tanti altri autorevoli personaggi, non hanno mancato di far presente i pericoli insiti in
questa farraginosa burocrazia, tali da impedire
l'utilizzo o l'erogazione dei fondi, seppur modesti, messi a disposizione dalla Comunità.
Volendo mantener fede all'impegno preso
con voi, mi rendo conto che devo arrestarmi
qui, visto che sto già addentrandomi nella tematica del libro, sottraendo involontariamente
spazio agli oratori che mi sono accanto.
Lasciatemi però ringraziare l'autore per que-
Perché lo sviluppo non sia più «distratto»
di Pancrazio D e Pasquale
presidente della commissione per la politica generale
e l 'assetto territoriale del Parlamento Europeo
Ringrazio l'autore e I'AICCRE per questa
iniziativa. H o sempre pensato che 1'AICCRE
svolge una preziosa e insostituibile azione per
gli enti locali nei confronti delle istituzioni comunitarie, ma che dovrebbe addentrarsi maggiormente - oltre che sulla tematica generale,
l'Europa nella sua integrazione - su tutti quelli che sono i meccanismi vigenti nell'attuale
Comunità. Ciò al fine di vedere quali strade
utilizzare per quanto riguarda la possibilità di
fare progredire in concreto il processo di integrazione. H o sempre pensato che, in quest'ambito, vi sono degli spazi, da noi non sufficiente:
mente esplorati come forze politiche italiane.
Se, come ritengo, questo libro rappresenta la
conferma di un rinnovato impegno in tale direzione, vi è da augurarsi che esso abbia ulteriori sviluppi. Da un'evoluzione in questo senso il dibattito politico ha tutto da guadagnare,
perché viene messo in grado di dotarsi di una
strumentazione analitica di cui tuttora difetta.
Altrettanto può dirsi dell'iniziativa operativa
di organismi regionali, di organismi subregionali, dove pub crescere il fervore di iniziative,
di proposte, programmi, etc. che comporterebbero - tra l'altro - un'immediata e diversa
valutazione della situazione interna.
Le organizzazioni rappresentative delle Regioni - quindi la vostra organizzazione hanno in tale contesto particolari responsabilità, e mi compiaccio che ad esse facciano fronte, ad esempio con la pubblicazione di questo
libro sui rapporti tra il nostro Mezzogiorno e
la Comunità europea.
Le questioni si pongono su diversi piani.
Guardiamo innanzitutto a ciò che è stato sino
ad oggi la politica regionale della Comunità,
espressasi in particolare attraverso lo strumen-
settembre 1985
sta sua fatica. I1 lavoro fatto dal responsabile
del nostro ufficio studi, e che oggi qui presentiamo in libro, è certamenre un contributo importante, in un momento in cui si dà un nuovoregolamento del Fondo e appare una valutazione diversa della Cassa per il Mezzogiorno. Il
libro di Troiani potrà essere uno strumento
valido per approfondire argomenti, per delineare una strategia dello sviluppo della nostra
Comunità, e in particolare dello sviluppo del
nostro Mezzogiorno.
t o del Fondo di sviluppo regionale. I1 Parlamento Europeo ha sempre considerato il Fond o uno strumento utile ma del tutto inadeguato, scarsamente produttivo di effetti validi a
ridurre gli squilibri interni della Comunità. I1
Parlamento ha sempre pensato e detto che non
basta un Fondo erogatore di rimborsi, ma che
piuttosto occorre mettere mano alla creazione
di una vera e propria politica regionale, una
politica globale comunitaria che venga dotata
di strumenti capaci di canalizzare gli investimenti verso le aree deboli, di far coincidere le
scelte territoriali con le esigenze dell'offerta di
lavoro, di proteggere e incentivare le vocazioni
produttive di parti intere dell'Europa, saccheggiate e impoverite dai processi di concentrazione industriale, dall'emigrazione e dagli indirizzi della politica agricola. È chiaro che tali politiche e tali strumenti sono attuabili solo sulla
base di una sempre maggiore integrazione economica e monetaria dei paesi membri, ma intanto nulla vieta che la politica regionale venga
messa sui binari di una profonda riforma. I1
nuovo regolamento del Fondo regionale mi
sembra vada in questa direzione. Ma occorre
non adagiarsi in futili attese: i divari regionali
in Europa, grazie alla diversa capacità di adattamento e di risposta delle economie regionali
nelle fasi di crisi, tendono verso limiti che rischiano di intaccare la stessa funzionalità del
trattato di Roma. N o n è
tempo per i rimborsi parziali e per l'impegno quasi esclusivo
in infrastrutture; occorre impegnare i mezzi e
le energie necessarie per stimolare una strategia
di sviluppo, un rilancio della produzione, una
ripresa dell'occupazione. Le aree deboli vanno
settembre 1985
individuate e al loro interno vanno stabilite
priorità quantitative e qualitative.
Vi è poi la questione del rapporto tra Regioni e stato, e tra questo e la Comunità. I1 Trattato non dice che i programmi regionali debbano essere elaborati nelle camere chiuse della
Comniissione, dai tecnocrati nazionali o comunitari. Nessuno vuole escludere le competenze dei tecnocrati, ma un rapporto piìì democratico nell'elaborazione dei programmi,
ritengo favorirebbe quanto da anni chiediamo,
rispetto a pubblicità, interessamento, avvicinamento delle popolazioni in ordine alla nostra
volontà di sviluppo dell'integrazione europea.
Per quanto riguarda l'Italia, un rapporto migliore tra il nostro paese e la Comunità non
può non passare per un maggiore coinvolgimento delle Regioni. Si può e si deve lavorare
in profondità per mutare l'attuale stato di cose,
ben illustrato, tra l'altro, dal libro di Troiani.
Chi ha detto che sia più funzionale far passare
tutte le pratiche del Fondo attraverso gli uffici
della Cassa o di chi per essa? Chi ha detto che
tutte le pratiche del Fondo sociale debbano
transitare per il ministero del Lavoro? I Programmi, le Operazioni integrate (come quella
avviata per Napoli) pungolano e facilitano
prowedimenti innovativi in materia. Io ritengo assurdo, ad esempio, che le nostre Regioni
abbiano soltanto il potere di istruire le pratiche, non di finanziarle. Ciò, tra l'altro, significa che le Regioni italiane non hanno possibilità
reali di scelta sugli investimenti di sviluppo, in
barba al decantato stato delle autonomie. Se
cominciassimo a rispettare le istituzioni esistenti, se se ne rispettassero e ampliassero i poteri, se si procedesse alle necessarie modifiche
- ad esempio allargando le qualifiche del coordinamento regionale - si potrebbe creare un
regime che richiamerebbe in modo nuovo l'intervento comunitario. Io ho sempre pensato (e
del resto nell'attuale Comunità ciò è inevitabile) che l'intervento comunitario viene a seconda di come lo richiama lo stato. Se lo stato
richiama quest'intervento in un certo modo nel caso nostro, in modo accentrato - la Comunità non può fare altro che accettarlo. Se
invece lo stato si attrezza con canali più ampi,
più articolati, la Comunità è obbligata a seguirli. Si è visto bene tutto ciò con i programmi
pilota. Q u i la procedura è diversa, c'è un rapporto diverso tra Regione, stato e Comunità.
Guardate al programma che la Regione Lazio
sta conducendo nella zona lacuale dei monti
del Cimino.
Disponiamo di un ministro per le politiche
comuntarie: l'esperienza ci ha mostrato che il
rapporto tra Regione, ministro e Comunità innova positivamente, sia rispetto alle procedure
in genere seguite per il FESR, sia per quelle
seguite in genere per il Fondo sociale e per il
Fondo orientamento. Si è visto che può stabilirsi in Italia un centro di coordinamento nessuno di noi vuole che le Regioni vadano
tutte a Bruxelles a chiedere le loro cose - che
sia un centro politico, che faccia capo alla Presidenza del Consiglio, con un ministro che disponga di una visione complessiva, non settoriale, per l'utilizzo ottimale degli strumenti comunitari di sviluppo.
Quindi un organismo centrale di coordinamento, e capacità di proposta e di gestione alle
COMUNI D'ELIROPA
Regioni, con l'ovvio corollario di meccanismi
finanziari nel bilancio dello stato che consentano alle Regioni interessate (dopo il coordinamento con altri programmi), di agire direttamente sulla base dell'utilizzazione congiunta
del Fondo di sviluppo. E il solo modo di garantire, in uno stato pluralista, l'unità dei fini e
degli obiettivi, ma senza che questi vengano
imposti unilateralmente dagli organi centrali.
Su questa materia, quanto scaturito dalla prima
Conferenza delle Regioni della Comunità e dei
paesi candidati svoltasi a Strasburgo dal 25 al
27 gennaio 1984, fa ancora testo. È fattibile oggi che tra il Parlamento Europeo, i Parlamenti
nazionali, le Assemblee regionli - nel rispetto
delle prerogative che il Trattato assegna ai governi - nasca e cresca la forza necessaria per
definire gli obiettivi di fondo dell'iniziativa comunitaria, per rendere coerenti a tali obiettivi
XCV
le politiche nazionali e per coinvolgere le
realtà sociali di ogni paese in una visione comune dello sviluppo.
In questo modo lo sviluppo potrebbe cessare
di essere distratto, come lo definisce il titolo del
libro di Troiani. N o n è che ci siano prospettive rosee in questa direzione: voglio dire che
nulla fa ritenere che i governi vogliano collaborare più di tanto per mutare l'attuale situazione. Tuttavia penso che lo sforzo che noi
dobbiamo compiere, debba proseguire verso
gli obiettivi da me indicati. I1 lavoro di Troiani
è, in quest'ambito, molto prezioso, utile e importantissimo, perchi offre sollecitazioni fondamentali per il raggiungimento del cambiamento, del rinnovamento, dei rapporti triangolari Regione-stato-Comunità. Potenzialità di
rinnovamento esistono, sono concrete e già in
corso: occorre non farle decadere.
I fondi comunitari: istruzioni per l'uso
di Antonio Giolitti
già commissario della Comunità europea,
responsabile della politica regionale e del coordinamento dei Fondi comunitari
La lettura del libro che oggi qui presentiamo, mi ha riportato agli anni trascorsi a Bruxelles, alle continue battaglie per il miglioramento e la razionalizzazione della spesa comunitaria. All'AICCRE, a Troiani va il mio ringraziamento e il mio plauso convinto, per la
pubblicazione de «Lo sviluppo distratto». H O
letto con attenzione questo libretto verde; si
tratta di un libro aureo, che si pone come uno
strumento indispensabile di lavoro che, in poco
di cento pagine, condensa tutto l'essenziale sui fondi comunitari e in particolare sul
FESR, colmando una lacuna che per troppo
tempo la pubblicistica ha dimenticato di affrontare con metodo valido. Questo nostro volume, risparmiando sulle parole, senza retorica, ci fornisce un'informazione e una critica
corrette, utili, aggiornate. E posso ben dirlo io,
con i miei otto anni di esperienza nella Comunità: né manca la parte propositiva, indispensabile alla correzione delle storture del passato. i1
tentativo del libro - mi pare di capire - è di
delineare, attraverso un'analisi dei Fondi e del
loro funzionamento, una vera e propria politica strutturale della Comunità che sappia adoperare il quadro di coordinamento dei vari
strumenti finanziari: è un tentativo che mi pare premiato dai risultati.
Per non eccedere nelle lodi per l'autore,
esprimo solo il rammarico per la mancanza di
informazione su come utilizzare l'insieme di
questi strumenti. Se volessi dare una variante
utilitaristica al titolo del libro, penso suggerirei
«I fondi comunitari: istruzioni per l'uso».
Ma, a parte le battute, devo dire che trovo
riflesse, in questo quaderno AICCRE, i due
sentimenti con i quali ho lasciato Bruxelles all'inizio di quest'anno: un sentimento di soddisfazione e uno di preoccupazione. soddisfazione perché il fondo regionale che lasciavo in
eredità ai miei successori è uno strumento assai
più vasto ed efficace di quanto non fosse quello
che avevo trovato all'arrivo alla Commissione
delle Comunità europee, all'inizio del 1977: e
ciò sia in termini quantitativi che qualitativi.
Chi conosce i defatiganti meccanismi decisionali della Comunità; chi conosce i tempi comunitari, le procedure comunitarie, il ruolo
del Comitato per la politica regionale, dei
gruppi specializzati, mi capisce. Credo che il
libro di Troiani illustri bene, nelle cifre e nel
significato, il frutto di questi otto anni di lavoro. Ma vi era anche preoccupazione: e questa
derivava dalla consapevolezza che le spese del
FESR, per essere accettate da chi contribuisce a
pagarle, devono essere investite bene. N o n dimentichiamo che vi è una crisi economica generale e che nessuno si sente, di questi tempi,
di distrarre somme dalle necessità di breve periodo. In particolare la R F T controlla sempre
di
come i fondi vengono utilizzati dai paesi
maggiori utilizzatori.
I1 Fondo regionale è un rimedio che non ri-
XCVI
para il male, ma è uno strumento che deve
correre in aiuto per riparare i danni creati da
altre politiche. Caso tipico è quello della politica agricola. Chi rammenta un rapporto della
politica agricola comune, ricorda che vi si dimostra chiaramente come tutta la politica agricola comune (che è la più grossa politica comunitaria, assorbendo due terzi del bilancio) a livello regionale non aiuta, anzi talvolta danneggia le regioni povere, le regioni meridionali,
perché il sistema è improntato sulla protezione
delle grandi regioni ...
Come per la politica agricola, per ogni politica comunitaria noi abbiamo detto che va
compiuto un apprezzamento del fatto regionale: qualunque decisione, qualunque operazione, ha delle conseguenze a livello regionale, e
queste vanno apprezzate, valutate, corrette ove
fossero negative. I1 Fondo regionale interviene
per ristabilire l'equilibrio anteriore, per ripristinare una parte di equità e di armonia, ma
evidentemente non può sanare ogni squilibrio.
Per questo la politica regionale è un concetto
più vasto.
Questo apprezzamento dell'impatto regionale è stato uno dei fatti più importanti per
migliorare l'aspetto qualitativo dell'azione comunitaria, un aspetto che mi preme anche più
di quello meramente quantitativo. Perché, come ho già accennato, si assiste spesso a un rapporto tra paesi membri che è di uno contro
l'altro. I paesi che utilizzano in maggiore misura il fondo sono guardati con la lente di ingrandimento dai paesi che forniscono, che alimentano gli stanziamenti per il fondo regionale ...
Ecco anche perche abbiamo sempre più l'obbligo di qualificare adeguatamente le nostre
spese; ecco perché abbiamo dovuto soddisfare
l'esigenza di rendere sempre più comunitario il
Fondo regionale.
A questo stadio dell'evoluzione del FESR, è
interesse della Comunità tentare un equilibrio
armonioso, uno sviluppo armonioso - lo dice
il Trattato - e questo Fondo regionale vi contribuisce bene, perché è utilizzato secondo gli
obiettivi comunitari: abbiamo messo il segno,
l'impronta della Comunità su questo strumento. Certo, vi sono dei rischi per l'Italia, e nel
lavoro di Troiani essi vengono ben individuati.
Le Regioni possono però, insieme all'autorità
nazionale, attrezzarsi al meglio, e vincere una
sfida che indubbiamente si presenta. D'altronde, con l'ingresso di Portogallo e Spagna, il
problema sarebbe comunque esistito.
Credo, a questo punto, sia mio dovere illustrare qui alcune caratteristiche di quella che
penso di poter definire, senza iattanza, la grande riforma del Fondo regionale, entrata in vigore all'inizio di questo anno. Le riassumo rapidissimamente: la principale è quella di dare
spazio finalmente ai programmi e non semplicemente a singoli progetti. Si tratta non più
soltanto di mandare il progetto della strada, dell'acquedotto, del ponte, sparpagliati, o, al meglio inquadrati nei cosiddetti programmi di
sviluppo regionale. Si tratta ora di aprire la
strada all'utilizzo dello strumento Kprogramma di sviluppo,, a livello non necessariamente
regionale, ma anche di subregioni, di subzone,
di aree circoscritte nell'ambito delle regioni deboli, nell'ambito delle regioni beneficiarie degli interventi del Fondo. Dando soprattutto,
COMUNI D'EUROPA
ed è questo l'importante, una connessione
stringente tra le diverse azioni, puntando con i
programmi ad obiettivi di valorizzazione delle
energie latenti e tuttavia presenti nelle regioni.
Quello che chiamiamo nel gergo del regolamento del Fondo regionale il .potenziale endogeno» delle regioni. Non c'è da farsi illusioni, coi tempi che corrono, con questi chiari di
luna, rispetto a trasferimento di capitali, investimenti che vengono dall'esterno. Bisogna far
leva sulle risorse esistenti all'interno delle regioni per l'avvio delle azioni: in fondo, non
siamo al livello dei paesi sottosviluppati, ma al
livello di regioni deboli in paesi sviluppati, in
paesi industrializzati, e quindi con qualche potenziale endogeno. Le risorse locali esistono, si
tratta di valorizzarle e di valorizzarle evidentemente soprattutto come le più appropriate alla
natura del nostro Mezzogiorno, valorizzando
le risorse regionali, soprattutto a livello della
piccola e media impresa. Oltretutto l'esperienza anche recente, persino quella degli Stati
Uniti, mostra che questo livello ha forte capacità di creare nuovi posti di lavoro, di cogliere,
cioè, quello che rimane sempre l'obiettivo fondamentale.
Lo cito adesso per la prima volta in questo
mio discorso, ma è evidente che il pensiero dominante, sempre costante per noi, è questo della disoccupazione, quindi dei risultati che si devono ottenere nei termini di creazione di nuova occupazione. Ora, queste novità del regolamento 1985 sono solo uno sviluppo di quell'embrione che era rappresentato dal fuoriquota creato nei 1979, ma - ecco la cosa importante, pure messa bene in evidenza dal libro
di Troiani - esse si associano ad un indebolimento voluto del diritto di ciascuno stato a
disporre di una quota fissa di risorse. Con l'eccezione del fuori-quota, fino al Io gennaio
1985, bene Q, male con progetti più o meno
buoni, una certa quota prefissata veniva assegnata agli stati membri. C'era la quota, e tutti
gli sforzi si concentravano anche da parte nostra a Bruxelles per far sì che questa quota venisse utilizzata nel modo migliore possibile.
Magari, quando ci si avviava verso la fine dell'esercizio finanziario, se un paese - poniamo
l'Italia - non aveva ancora raggiunto la sua
quota, chiudevano un occliio lasciando passare
qualche progetto che magari non ci entusiasmava, ma che tuttavia rispondeva alle regole.
Ogni paese raggiungeva la sua quota, e il diritto acquisito con quel regolamento. Adesso tutto ciò non è possibile. E io dico: finalmente! So
che non a tutti la nuova situazione fa molto
piacere, e devo dire, purtroppo con un certo
rammarico, che gli scontenti sono anche in Italia. Si è più tranquilli quando si può aspirare ad
un sicuro 40% del Fondo (come con il vecchio
regolamento) piuttosto che poter ottenere una
percentuale superiore ma doversela in qualche
modo conquistare. Con il nuovo regolamento
c'è infatti una forcella che garantisce un minimo che è inferiore a quella che era la quota di
una volta e un massimo raggiungibile nella misura in cui si presentano dei programmi o anche progetti validi.
Sia chiaro che spazio per i progetti ne rimane, anche se la strada dei programmi si affianca
a quella dei progetti. Nelle nostre intenzioni
c'era la volontà di ampliare la strada dei pro-
settembre 1985
grammi raggiungendo via via quella dei singoli
progetti che sminuzzano l'intervento, al fine
di fare dei programmi organici, efficaci anche
per obiettivi di sviluppo... I programmi sono
di doppia specie, programmi nazionali di interesse comunitario, dove spetta al governo nazionale (o all'autorità locale) prendere l'iniziativa, e programmi comunitari, pensati dalla
Comunità e concordati quindi con lo stato
membro interessato per farli realizzare.
Venendo in specifico al nostro paese - e mi
spiace manchi il ministro De Vito - ai sentimenti di soddisfazione si sommano preoccupazioni. È sgradevole fare critiche, ma in generale l'amministrazione del nostro paese, continua a mostrare forti limiti rispetto all'utilizzo
dei fondi. Non è in particolare questione della
Cassa per il Mezzogiorno, il problema è più
ampio... Si pensi che già quei programmi fuori
quota del 1979 (modesti, piccolini, quindi non
complicati, che dovevano essere, diciamo così,
l'apprendistato, il tirocinio per i programmi
poi più importanti che incominciano con il regolamento di quest'anno) che pure avevano
una dimensione finanziaria interessante, sono
per l'Italia rimasti lettera morta.
Io sono andato negli ultimi anni di mia permanenza alla Comunità, nel 1983 e 1984, in
Gran Bretagna, in Scozia, nel nord England, e
poi nel Nord della Grecia, sono andato a vedere come si stavano realizzando i programmi
fuori quota, a visitare le nuove piccole e medie
imprese, nate ed operanti. Non posso fare confronti con l'Italia, perché sono andato a visitare degli uffici che pensano a fare delle cose, ma
per il resto siamo proprio a zero. C'è stata una
sorta di reazione negativa, di rigetto: ...è stato
detto da più parti che a Bruxelles si fanno le
cose troppo complicate, che si cointinuerà con
l'invio di progetti, ecc.
Questo è il modo di affossare definitivamente il Fondo regionale. Gli altri non ci stanno a
continuare, a far vivere uno strumento che diventa obsoleto. Se si continuasse ad operare come si è operato nei primi anni, sarebbe una
situazione di rottura grave. Voglio sottolineare
che una delle innovazioni interessanti che si
sono create, delle idee che si sono tradotte in
opere, già nel quadro di questo nuovo programma, riguarda quelli che nel gergo comunitario vengono chiamati i CII (Centri Imprese
Innovazioni) e che con un finanziamento cospicuo da parte del Fondo regionale, da parte
della Comunità, anzi proprio in un capitolo ad
hoc, creano servizi comuni per piccole e medie
imprese, informazione tecnologica, informazione sui mercati, assistenza finanziaria, assistenza tecnica.
In una delle visite che ho fatto nei paesi che
ho indicato, ricordo degli esempi straordinari;
ricordo che mi ha colpito una piccola impresa
nei pressi di Manchester, --zona devastata dalla crisi tessile, disoccupazione a livello del 30%
- che produceva saponette. Quell'impresa era
nata dall'idea di un signore presentatosi nel
centro di produzione dicendo «ho l'idea che
qui si potrebbe produrre urla saponetta inodore, incolore, che avrebbe un suo mercato,,. È
andato semplicemente con questa idea: «soldi
ne ho pochi e quindi vi vengo a chiedere se voi
pesante che sia un'idea balorda, se voi pensate
che possa trovare i soldi,,. Grazie all'assistenza
settembre 1985
di questo centro adesso esiste una fabbrica di
saponette che impiega una dozzina di operai.
Moltiplicate per 10, per 100 e vedete cosa può
accadere. Incominciamo a costruire un tessuto,
sia pure tenue, ma tuttavia vivo di nuove attività. Qui, nel nostro paese, non c'è niente di
tutto questo, non c'è assolutamente niente.
Io ad esempio sto seguendo gli sforzi che si
stanno facendo per creare un centro in Toscana, in riferimento alle due province di Pistoia
ed Arezzo che beneficiano del fuori-quota tessile. Si devono fare fatiche inenarrabili... Mentre in altri paesi esistono da ormai un paio di
anni centri ad hoc, noi stiamo al 1985, e vedo
che ci si impiglia in tali e tanti gineprai burocratici, che anche chi è pieno di buona volontà
e di idee ad un certo punto si scoraggia e pensa:
«pazienza; non è possibile». Eppure se c'è un
caso in cui vale il motto che «il tempo è danaro», è proprio questo. I1 contributo finanziario
per la creazione di un'impresa, ricevuto con
anni di ritardo - a parte l'inflazione che se ne
è mangiato la metà - vede la sua efficacia fortemente diminuita.
D'altra parte la Cassa per il Mezzogiorno vive in regime di proroga non so da quanti anni,
e adesso è in regime di liquidazione. Per quanto riguarda le Regioni, ed è qui uno dei punti
dolenti, manca il coordinamento. Come riuscire ad esprimere le energie locali? Uno dei criteri fondamentali di Bruxelles, secondo me giusto, è proprio di fare quanto più possibile leva
sulle energie locali; perciò parlavo prima del
potenziale endogeno. Energie locali significa
anche energie amministrative locali. Quando si
scende al livello della piccola e media impresa
non si può fare affidamento a questo o a quel
ministero romano: bisogna stare sul posto, conoscere le persone, essere conosciuti, avere i
collegamenti. Qbindi ci vuole una attività a livello regionale, 'addirittura a livello subregionale. Da qui il problema del coordinamento,
perché il centro deve essere responsabile. La
responsabilità non riguarda esclusivamente la
Cassa per il Mezzogiorno. Non ho imbarazzo
a parlarne in assenza del Ministro De Vito
perché riguarda in generale l'amministrazione
italiana.
COMLINI D'EUROPA
XCVII
Tanto per fare un altro esempio, una delle
aberrazioni nei congegni di utilizzo dei contributi - ed è una delle aberrazioni che a Bruxelles riescono incomprensibili - sta nel fatto
dell'enorme distanza che esiste (anche questo
lo trovate nel libro di Troiani) tra gli impegni
e i pagamenti. La Comunità ha impegnato 100
a favore dell'Italia sul Fondo regionale; l'Italia
può beneficiare di 100, ma tira soltanto per 4042. Passano anni ed anni prima che si arrivi ad
utilizzare l'intero 100. E talvolta per una circostanza che io personalmente ho scoperto, ad
un certo punto, indagando su una situazione
così oscura. C'è una prassi - credo sia una
prassi, perché nessuno ha saputo giustificarmela altrimenti - di stazionamento, di sosta di
questi fondi al Ministero del Tesoro. Restano
al Ministero del Tesoro, restano accantonati lì,
poi il Ministero del Tesoro, secondo le sue valutazioni di cassa rispetto al bilancio dello stato, li passa più o meno tardi, o più o meno
presto alla cassa del ministero; poi altra tappa,
sosta alla Cassa del Mezzogiorno, poi arrivano
alle Regioni. Per cui, mentre noi l'erogazione
(questo l'ho constatato io di persona) dal momento in cui arriva il progetto e lo verifichiamo, la facciamo in tempi rapidi - diciamo che
dopo quindici giorni dal riscontro il danaro arriva sul territorio italiano - alla regione che è
l'ultima destinataria, il danaro arriva in media
dopo 1-2 anni. I nostri 15 giorni, Bruxelles verso l'Italia, diventano 2 o 3 anni, tra Roma e
Campobasso o Palermo o Napoli e via di seguito.
Bisogna prendere questo toro per le corna,
perché se no veramente noi rischiamo di non
utilizzare questi aspetti nuovi e di maggiore efficacia che abbiamo introdotto nel regolamento del Fondo regionale. A questo fine appunto
il disporre di istruzioni critiche per l'uso così
chiare e precise come quelle che fornisce
Troiani, credo sia un contributo particolarmente utile per correggere un deplorevole stato di cose.
Coprire il vuoto di informazione e di azione
di Andrea Saba
presidente dello IASM
(Istituto per 1'Assistenza allo Sviluppo del Mezzogiorno)
Sarò brevissimo, ma devo dare un'informazione in assenza del Ministro De Vito. Da 15
giorni il ministro ha affidato allo IASM l'intero fuori quota. Io ho trenta giorni di tempo
per scrivere il programma. H o già praticamente riunito i progetti presentati al ministero e
credo entro IO giorni di poter fornire al ministero tutti gli elementi per il programma-progetto, sulla linea che diceva Giolitti, cioè procedendo nella preparazione secondo criteri, secondo regolamenti vistati dalla Comunità,
però poi spingendoci attraverso linee progettuali. Devo dire che straordinariamente, senza
che ci siamo mai incontrati, queste concidono
in maniera sorprendente con quello che diceva
l'on. De Pasquale.
E questo per due ragioni. La prima: che lo
IASM spinge al massimo nel discorso dei rap-
porti con le Regioni. Ciò anche utiliz-zando la
nostra rete di uffici regionali, che ho convertito da uffici che facevano semplicemente pratiche di investimento ad uffici di dialogo con le
Regioni. Anche se abbiamo avuto un periodo
di crisi legato alla situazioine dell'intervento
straordinario, le Regioni hanno risposto molto
bene, tanto è vero che sui progetti di ogni Regione stiamo lavorando insieme.
Giolitti ha parlato delle aree attrezzate. Noi
disponiamo di un progetto IASM-Regione siciliana: l'abbiamo presentato qualche giorno fa
in un convegno, ed è fatto sulla base di una
serie di indagini statistiche promossa dall'università di Palermo. Così per il discorso sulle
risorse endogene. Mi preme molto dire che noi
teniamo a farle esprimere e a sollecitarle. Con
tre Regioni, spesso con le università e con i
XCVIII
gruppi di piccole e medie imprese - specialmente dove si riesce a consorziare - questo
discorso è ampiamente avviato: è il caso di Bari
e di Tecnopolis che è anch'esso un progetto
nostro.
I1 fatto che sia stato creato il fuori-quota non
ci spaventa. Io credo di aver già un Istituto che
sia in grado di rispondere alle nuove esigenze,
così da consentirci di avviare un discorso estremamente interessante, addirittura, in qualche
modo, affascinante perché l'utilizzo della disponibilità finanziaria europea consente finalmente di potenziare la cultura progettuale delle Regioni.
Se contemporaneamente, come pare, viene
fuori la legge (quella che il Senato ha già approvato) che dà spazio alle Regioni, si colma questo vuoto di capacità progettuale delle Regioni
e si consente alle Regioni, attraverso l'uso del
fuori-quota, una collaborazione con uno strumento centrale, come lo IASM. H a infatti ragione l'on. De Pasquale: non si può dialogare
con ogni singola Regione. Le Regioni dovrebbero essere promotrici, dovrebbero stimolare
un'azione possibilmente convergente e comune; poi però ci vuole un momento di avviamento a Bruxelles di tutto questo.
COMUNI D'EUROPA
Per questo noi abbiamo aperto un ufficio
dello IASM a Bruxelles e intendiamo muoverci
con estrema rapidità. Sì, abbiamo già preso un
ufficio e tra una settimana sarà operativo. Rispetto al FESR io h o avuto la direttiva 15 giorni fa. I1 programma l'abbiamo quasi pronto da
10 giorni ed è stato interamente confrontato
con forze interne ed esterne allo IASM. Può
darsi pure che venga brutto, però io ci tengo a
dire che non voglio continuare ad usare consulenti esterni; lo facciamo noi, siamo pagati per
questo.
Se non riusciremo a farlo bene vuol
dire che ci cacceranno. Io non h o visto questo
libro, ma credo che ci sia estremamente utile
proprio perché, come dice Giolitti, si è coperto un vuoto di informazione; ora si tratta di
coprire un vuoto di azione perché non c'era
prima. La Cassa per il Mezzogiorno ha sofferto del fatto che non c'era una legge.
È difficile affidare compiti di questa importanza, che comportano scelte, la base del rapporto con le Regioni, senza che un istituto come la Cassa sia regolato dalla legge. Se una cosa
viene rimandata di sei mesi in sei mesi, poi non
si può dire che non si è operato. Senza la legge
non è facilissimo, onestamente, operare.
Un centro di coordinamento per i programmi
integrati
di Giovanni Fiorini
responsabile dell'uficio Europa della Regione Lazio
Volevo proprio esprimere le mie riserve, se
me lo consentite, sul fatto che le Regioni passin o attraverso un altro istituto tipo Cassa per il
Mezzogiorno e che non abbiamo possibilità di
formulare direttamente i propri programmi.
Esiste una sede istitutiva di coordinamerito e di
collegamento tra le Regioni. Eppure sorgono
di continuo realtà che impediscono alle Regioni di muoversi non dico con una certa autonomia, ma almeno con una certa possibilità di
coordinamento interno, o almeno di sapere
che cosa avviene nel proprio territorio. Con il
primo fuori-quota abbiamo visto associazioni
presentarsi all'appuntamento con propri progetti, senza possibilità per le Regioni di esprimere le proprie realtà, le proprie possibilità.
Siamo al secondo fuori-quota, e dopo sei mesi
di tempo ci vien detto di presentare i nostri
progetti allo IASM. Sono molto perplesso su
questa procedura. N o n voglio far polemica,
comunque esiste un Coordinamento delle Regioni. Resto perplesso per questa disposizione
assunta dall'oggi al domani.
Per quanto riguarda la politica regionale, io
colgo l'occasione, qui, per ringraziare (mi scusi
il dottor Troiani, ma si sta cogliendo l'occasione de! suo libro per dibattere problemi europei) la presenza di così alti esponenti della Comunità europea nella persona del presidente
della Commissione sulla politica regionale e
dell'ex Commissario che a noi è stato tanto
viciria nell'attività che abbiamo svolto. Direi
che un commissario tipo Giolitti lascia il suo
peso nella storia: un Fondo che era poca cosa,
come è nato, nel '75, è diventato una grande
cosa. I1 commissario Giolitti parlava prima di
tempi necessari nella realtà europea. Per quella
che è 176sperienzapersonale, se mi è consentito, direi che questi tempi sono stati abbastanza
superati grazie all'impegno dei due emeriti italiani qui presenti, nella persona del commissario Giolitti e del Presidente D e Pasquale.
C'è una realtà di legge che va modificata per
quanto riguarda il Fondo europeo di sviluppo
regionale: c'è una legge precisa che dice che
questi fondi europei devono passare attraverso
settembre 1985
il ministero del Tesoro. Voi l'avete detto: i due
anni e mezzo sono una realtà costante, che noi
abbiamo verificato nella Regione. Bisognerebbe cogliere l'occasione della nuova legge per il
Mezzogiorno per abolire i1 fatto abnorme dei
ritardi. C'è anche la differenza fra gli impegni,
e la differenza tra gli impegni e i pagamenti;
dipende dal tipo di realizzazione delle opere,
che molto spesso comporta certi tempi. Debbo
dire, e l'abbiamo verificato con un'azione pilota, come questi tempi siano superabili attraverso un rapporto diretto con la Comunità. Nella
Regione Lazio è stata attuata un'azione pilota
di una certa dimensione (6 miliardi), e i pagamenti sono arrivati dalla CEE entro 15 giorni
dalla richiesta di pagamento. È questo un
fatto concreto; siamo rimasti allibiti, è quasi
un assurdo nella realtà delle comunicazioni
con la Comunità europea, non riuscivamo a
crederci.
Naturalmente sorge anche una necessità
obiettiva, e questa l'ha posta in evidenza il
commissario Giolitti: il coordinamento. È essenziale, e bisogna che le forze politiche lo discutano. Adesso andremo dall'azione pilota ai
programmi integrati. Fra due o tre mesi il regolamento sarà una realtà. N o n si tratterà più
di finanziare opere per 7.000 miliardi, sarà un
finanziamento ridotto. Ma si tratta pur sempre
di programmi integrati che incideranno realmente. Ora, per fare un programma integrato
(come abbiamo verificato in parte con le azioni pilota), essendo una parte finanziata dalla
linea 550 e una parte attraverso il FEOGA,
bisogna passare attraverso il ministero dell'Agricoltura. Se questo sistema non viene superato con un commissario, con un centro di coordinamento generale, io non so come in Italia si
potranno attuare questi programmi integrati.
Questi programmi integrati obbligheranno a
dei programmi di sviluppo regionale e obbligheranno ad un centro coordinatore. Questi
sono problemi da porre perché diventano
realtà fra poco.
(da sinistra): Bufardeci, D e Pasquale, Giolitti, Serafini e Pellegrini.
settembre 1985
COMUNI D'EUROPA
Conclusioni
di Luigi Troiani
responsabile dell'Ufficio studi del12ICCRE
Quello che un autore ha da dire lo dice attraverso il libro; e poi chi scrive, in genere è cattivo parlatore. Sarò per questo particolarmente
breve, visto anche che molte cose sono state
già dette e il ripetere nuoce ed annoia.
Consentitemi subito una battuta sul titolo
del libro. Dopo quanto ha detto soprattutto
Giolitti, bisognerebbe fare una modifica, nel
senso che questo sviluppo definito distratto è
frutto di una distrazione volontaria: e si tratta
di un elemento ulteriore di rammarico e di pessimismo, anche se passibile di correzione.
Rispetto ad altre conclusioni già tirate nel
dibattito di questa mattina vorrei ribadire alcuni concetti e insieme esprimere dei ringraziamenti. I1 primo ringraziamento lo esprimo a
chi
mi ha aiutato nella stesura del libro, in
particolare a Cristiana Fabiani e Mario Marsala
i cui nomi sono nell'opera e che con me hanno
collaborato alla preparazione di questo quaderno. Ringrazio evidentemente I'AICCRE, sia
perché ha inteso patrocinare la ricerca, di cui
adesso dirò, e questo libretto in particolare, sia
perché mi ha consentito di utilizzare senza limiti le strutture, la cultura, la storia dell'organizzazione. U n ringraziamento agli oratori intervenuti, in particolare a Giolitti, che è per
tutti noi un maestro, e che con i suoi complimenti mi ha fatto davvero arrossire. N o n proseguo con i ringraziamenti, salvo rivolgerne
anche ai presenti per la loro partecipazione, e
per il piacere che mi hanno fatto nell'essere qui
con me, alla presentazione del libro. Mi dispiace sia mancato il ministro D e Vito, che ancora,
fino all'ultimo momento ci aveva confermato
la sua presenza; con lui il contraddittorio nostro sarebbe risultato più interessante di quant o già non sia stato.
Andiamo a due gruppi di concetti che intendo sottolineare. I1 primo: il lavoro che come
AICCRE intendiamo fare su queste tematiche.
È scritto nell'introduzione del libro: è sembrato strano a noi che in un momento in cui sfortunatamente o fortunatamente, per le note vicende della Cassa, si è riaperto in Italia il dibattito sul Mezzogiorno, si sia dimenticato di esaminare e di approfondire quale sia stato il ruolo della Comunità in questo campo. Dico che
ci è sembrato strano, ma in realtà la dimenticanza è molto meno strana di quanto sembri a
prima vista, essendo figlia di un modo di atteggiarsi del nostro paese verso le vicende comunitarie. Brilliamo per essere il paese che probabilmente
chiacchiera sull'Europa, anche
offrendo segnali positivi in termini di ideali, di
idee, di impulso. Nella pratica - con i piedi
per terra di cui ha parlato qui il commissario
Giolitti - siamo poi tra quelli che meno fanno, e tutti sappiamo di vicende ingloriose che
ci coinvolgono, a cominciare dai pomidoro ca-.
morristi, o dagli aiuti regionali mafiosizzati, e
soprattutto dalle direttive non recepite e dai
ricorsi pendenti presso la Corte europea.
La ricerca - e questo Quaderno in particolare - son nati alla luce di un vuoto che a noi è
sembrato ~aradossale:nel dibattito del dopoCassa, nel dibattito sul futuro dell'intervento
straordinario, manca qualsiasi accenno all'azione della Comunità europea. Come AICCRE si
è avuto, a più riprese, modo di mostrare la differenza tra l'europeismo di maniera (fatto al
peggio di demagogia e al meglio di sole parole)
e l'europeismo militante. Cosa di meglio che
tentare di colmare questo vuoto nel dibattito
sul Mezzogiorno? N o n vi è nessun'altra pretesa che quella di risultare corretti in quest'analisi e credibili nella proposta.
Niente di aureo, quindi - anche se ripeto il
complimento non può non far piacere, vista
anche l'autorevolezza e la dignità della persona
che l'esprime - ma la pubblicazione di uno
strumento di lavoro. Abbiamo semplicemente
voluto proporre un bilancio degli effetti dello
sforzo della Comunità sullo sviluppo delle regioni del Mezzogiorno, facendo una comparazione con quanto accaduto altrove. Questo che
oggi presentiamo è il primo contributo, ed è
logico che tutti possano trovarvi dei vuoti, delle manchevolezze. Le zone d'ombra sono volute. Abbiamo inteso con questo quaderno iniziare un discorso che proseguirà nei prossimi
mesi.
Se avessimo fatto un quaderno solo propedeutico avremmo fornito un manualetto ad
uso degli studenti e degli operatori: utile, ma
niente di
Noi volevamo invece fare anche
un libro «politico», perciò abbiamo messo una
parte propedeutica sugli strumenti - la strumentazione d'uso la chiamerei - e poi abbiamo inteso approfondire in specifico un tema,
quello del fondo regionale. In seguito guarderemo al fondo sociale, al fondo agricolo, etc.,
approfondendone aspetti già accennati nello
«Sviluppo distratto,,. Ad esempio una cosa
molto interessante che vorremmo andare a vedere - tu prima Giolitti citavi l'esempio delle
esperienze vissute in Inghilterra, nel nord England e così via - riguarda cosa hanno fruttato, specie in termini di posti di lavoro, i fondi
comunitari investiti nel nostro Mezzogiorno.
Sarebbe interessante vedere come si sono evoluti alcuni progetti, che ricaduta in termini di
sviluppo e di occupazione abbiamo avuto. Degli studi parziali sono stati fatti. Sarebbe interessante metterli insieme, cucirli per così dire,
in modo da rispondere al quesito: qual'è l'interazione in termini di sviluppo, tra la Comunità e il nostro Mezzogiorno?
C o n questo libretto iniziamo, informando.
Ma la nostra ?mbizione è quella di formare,
soprattutto gli amministratori regionali. E vogliamo orientare, al fine di concederci il numero minore possibile di distrazioni, volontarie e
involontarie. Certo che alcune situazioni, così
come attualmente si propongono, sono davvero paradossali, e al livello aneddotico vengono
in parte rilevate nel volumetto che qui presentiamo.
Prendete ad esempio - e lo dico anche per
giustificare il perché di un titolo che appare tra
l'ironico e il provocatorio - la tabella pubblicata nel libro a pag. 63 e che è il risultato di una
lunga e paziente disamina di dati scorporati. La
tabella mostra che nei suoi dieci anni di atti-
XCIX
vità, il FESR in quota ha impegnato per l'Italia
5.385 miliardi di lire, ma i pagamenti utilizzati
sono stati solo 2.318 miliardi. I1 rapporto tra
pagamenti ed impegni per l'Italia è stato quindi
del 43%, un dato evidentemente sconcertante.
Basti pensare che la media comunitaria è sul
55, un 55% che ovviamente viene abbassato dal
nostro 43.
Ancora. Sapete che istituzionalmente noi
dell'AICCRE siamo per le Regioni, non c'è bisogno né di sottolinearlo né di sbandierarlo. Al
fine di rendere un buon servizio ai nostri associati abbiamo prodotto un esame corretto dei
dati; senza porci come partigiani ciechi dentro
una conflittualità istituzionale che per noi non
c'è, almeno nei suoi termini peggiorativi; visto
che stato, Cassa, Regioni hanno ciascuno il
proprio ruolo da svolgere. In questo spirito,
abbiamo visto che la parte della Cassa nell'avere, sempre rispetto al FESR, si aggira intarno
al 7O0/o (si tratta di opere che passano a vario
titolo attaverso la Cassa) il resto va alle Regioi,
anche ai coni e agli enti ~ u b r e ~ i o n a lquindi
muni. Voi vedete che c'è uno squilibrio, una
distrazione, una sproporzione; le Regioni possono e devono tirare di più. E c'è di peggio.
Se andiamo a vedere il rapporto tra pagamenti ed impegni, constatiamo che questo è
del 50,3% per la Cassa del Mezzogiorno. E
molto più basso, infatti è del 26,4% per le Regioni. Come si spiega la maggiore capacità della Cassa nell'esigere i pagamenti?
N o n vi tedio con altri dati, ma capirete ora
meglio perché noi siamo stati tentati di riassumere il tutto sotto il titolo di sviluppo distratto.
Di fronte ad alcuni fenomeni economici e
sociali, chi analizza si chiede perché essi avvengono, dove trovano origine. Ci sono le ragioni
che sappiamo, storiche, culturali, economiche,
gli interessi conflittuali; però a volte si nota è uno dei dati che viene meno analizzato e che
invece noi volontariamente abbiamo voluto
evidenziare - una sorta di sciatteria generale.
Che dispiega effetti dannosi. Rispetto al FESR
assistiamo a progetti fatti male, presentati nelle
forme meno indicate, e poi alle lungaggini per
i pagamenti, ai soldi che non vengono per mesi, per anni, che parcheggiano addirittura dove
non dovrebbero restare, ecc. Certo che questa
C
sciatteria, questa distrazione come l'abbiamo
voluta chiamare è figlia di una serie di scelte
politiche, di errori. Noi diciamo che bisogna
porvi termine. Si parla molto, di questi tempi,
di deregulation: è una moda. Anche stamattina
qualche accenno vi è stato fatto. Si potrebbe
anche qui deregolamentare, o meglio riregolamentare una serie di regole al fine di consentire
che fenomeni paradossali non avvengano più o
avvengano di meno.
Io credo che ci possa essere una svolta almeno al livello delle regole amministrative. Non
per fare dell'ottimismo ma perché sono maturate - mi pare qualcuno l'abbia detto qui prima - le condizioni perché certi fenomeni negativi e in certo senso assurdi non si ripetano.
C'è poi - e ne accenno in conclusione - che,
nonostante il lavoro fatto da Giolitti, la Comunità investe ancora troppo poco per lo sviluppo regionale. A me sembra che, anche grazie all'allargamento della Comunità, grazie allo spostamento del baricentro del potere europeo di cui tutti parliamo, qualcosa può cambiare.
Ma il cambiamento va iniziato in casa propria, prima di proporlo agli altri. Dobbiamo
far maturare in Italia la consapevolezza che sia
.. ..
necessario cambiare. Segnali positivi in questo
senso, si avvertono. I1 dibattito in corso sulla
Cassa, è molto meno ideologico che nel passato: ad esempio, anche gli avversari riconoscono alla Cassa competenza e capacità tecniche,
cosa che nel passato non ,si usava. Idem per
quanto riguarda il ruolo e l'autonomia delle
Regioni; molto meno ideologia, ma anzi un
esame più serio, direi spassionato, sulla funzione dell'ente regione nella nostra realtà istituzionale, anche da parte dei fautori delle autonomie.
Restano le preoccupazioni. Ad esempio
quell'ampliamento di cui parlavo prima dà anche preoccupazioni. L'AICCRE, scriveva già 7
anni fa in un altro libretto pubblicato dalla sua
collana, che l'occasione dell'ampliamento sarebbe stata, poteva essere, presa dalle forze
contrarie all'unità politica proprio per togliere
contenuti alla Comunità, per farla scadere ad
un'area di libero scambio, date le difficoltà indubbiamente inerenti all'operazione. E ancora, l'Italia: c'è stato detto anche qui dal Commissario che è in pratica il padre delle novità
del nuovo FESR: i programmi rappresentano
una sfida. Io sono convinto, l'ho scritto, che
oggi, a questa data, non siamo in grado di rispondervi. Però dobbiamo adeguarci, altrimenti perderemo; e la famosa forcella ci penalizzerà. H o abbastanza pratica dell'Europa da
COMUNI D'EUROPA
poter consentire con Giolitti che le leggi sono
molto dure; nel17Europa comunitaria non si
perdona. Quindi perderemo quei soldi, se non
siamo in grado di adeguarci alle nuove norme.
Consentiteriii un'ultima battuta: l'indice di
settembre 1985
apprezzamento regionale delle azioni di politica economica, non sarebbe male adottarlo anche in Italia. Se ci si è arrivati nell'Europa comunitaria, non sarà difficile realizzarlo nel nostro paese.
Gioia Tauro: ciò che resta di u n sogno di sviluppo; (sopra) il cartellone della Cassa, coperto
nel tempo da graffiti; (sotto) camion continuano a scaricare materiali nella piana che una
volta fu di fiorente agricoltura (foto di Sigrid Esser).
settembre 1985
COMUNI D'EUROPA
11
'Europa (CCRE) e della sua Sezione italiana (AICCRE) - I semestre 1985
Federazione emiliana - Comitato promotore per la costituzione della federazione (Bologna, 1 aprile; 14 giugno)
D Convegni, incontri, ecc.
Incontro con i rappresentanti dei Gruppi politici del Parlamento Europeo (Roma, 8 gennaio; 1 febbraio)
Convegno dei Comuni gemellati italiani (Arezzo, 22-23 febbraio)
Tavola rotonda per la presentazione del volume: «Lo sviluppo distratto: Regioni, Comunità europea, Cassa per il Mezzogiorno,, (Roma, 19 aprile)
E Partecipazione a convegni, incontri, ecc.
Convegno sul tema «Le regioni nella realtà sociale e politica
di oggi,, - Commissione parlamentare per le questioni regionali (Roma, 21-22 gennaio)
Comitato ristretto per i problemi attinenti all'organizzazione della Giornata europea della scuola - Ministero della Pubblica Istruzione (Roma, 29 gennaio)
Incontro-dibattito sul tema: «I1 controllo dell'inquinamento
atmosferico in Italia: prospettive di riforma,, - Fondazione
Adriano Olivetti (Roma, 20 marzo)
Comitato nazionale Centro educazione europea - Ministero
della Pubblica Istruzione (Roma, 26 marzo)
Congresso della Confederazione europea dei sindacati (Milano, 16-18 maggio)
XIII Giornate europee - Regione dell'Umbria/Università degli studi di Perugia (Perugia, 17-19 maggio)
2a Conferenza nazionale sulla cooperazione allo sviluppo IPALMO/Ministero degli Affari Esteri (Roma, 11-14 giugno)
F Rapporti con la Comunità europea
Seminario di informazione per amministratori locali presso il
Parlamento Europeo (Lussemburgo, 7-8 febbraio)
Attività in collegamento con le Associazioni di Enti locali
Manifestazione nazionale «Enti locali e Resistenza» - Comune di Roma-Provincia di Roma-AICCRE-ANAEL-ANCICISPEL-Lega delle autonomie-UNCEM-UPI (Roma, 21
marzo)
Rapporti con la CISPEL (Confedwazione Italiana Servizi
Pubblici Enti Locali)
29a Assemblea generale (Roma, 29 maggio)
111
Attività in collegamento con le organizzazioni federaliste
Convegno dibattito su «La Sardegna a Milano il 29-6-1985
perché?,, - AICCRE/AEDE/MFE (Quartu S. Elena, 14 giugno)
a) Rapporti con il CIME (Consiglio Italiano del Movimento
Europeo)
Consiglio di Presidenza (Roma, 14 gennaio; 11 febbraio; 11
marzo; 25 marzo; 22 aprile; 6 maggio; 13 maggio; 27 maggio;
3 giugno)
Convegno regionale «L'Europa delle autonomie locali» (Milano, 23 marzo)
Comitato Direttivo (Roma, 22 aprile)
Consiglio Nazionale (Roma, 3 giugno; 18 giugno)
b) Rapporti con 1'MFE (Movimento Federalista Europeo)
Direzione Nazionale (Milano, 19 gennaio; Roma, 10 febbraio; Milano, 30 marzo; 25 maggio)
Congresso regionale (Rieti, 26-27 gennaio)
Comitato Centrale (Roma, 10 febbraio; 25 maggio)
za Conferenza regionale della forza federalista e XVIII Congresso regionale (Torino, 16 febbraio)
Seminario su «L'Unità europea, il federalismo e la cultura
della pace,, (Gaeta, 15-17 marzo)
Convegno pubblico «Regione, Enti locali ed Europa,, (Caserta, 17 marzo)
Convegno sul tema «L'Europa e le autonomie locali,, (Avellino, 30 marzo)
C) Rapporti con la CIFE (Centro Italiano di Formazione Europea)
Assemblea generale dei soci (Roma, 28 marzo)
Convegno regionale sul tema «Comunità locali, squilibri regionali e integrazione europea,, (Marsala, 30-31 marzo)
Seminario su «Le aree mediterranee e la CEE» (Roma-Frascati, 21-24 aprile)
Seminario sul tema «Allargamento della Comunità e politiche di cooperazione,, (Roma, 22-23 aprile)
Convegno regionale sul tema «Partecipazione, sviluppo e pace: l'impegno dei giovani per l'Europa dei cittadini,, (Ancona, 26-27 aprile)
Comitato Direttivo (Roma, 26 giugno)
d) Rapporti con I'ASE (Associazione Stampa Europea)
Comitato Politico (Roma, 11 febbraio)
e) Rapporti con lo IAI (Istituto Affari Internazionali)
Comitato Direttivo (Roma, 19 marzo)
Comitato Esecutivo (Roma, 19 marzo)
XIX Assemblea dei soci (Roma, 18 aprile)
Seminario di studio «Dalla Comunità all'unione europea,,
(Roma, 7 giugno)
IV
Attività in collegamento con gli Enti locali e regionali
Convegno sui temi del turismo, della sanità, dell'assetto del
territorio e dei parchi - Comitato di Coordinamento delle
Presidenze dei Consigli regionali (L'Aquila, 16-18 gennaio)
Conferenza dei Presidenti delle Regioni italiane e delle Province autonome (Roma, 17 gennaio; Venezia, 29-30 marzo;
Roma, 24 giugno)
Consulta regionale del Piemonte per i problemi dell'unificazione europea (Torino, 18 gennaio)
Incontro sui problemi dell'emigrazione con i membri italiani
del Parlamento Europeo e gli assessori regionali competenti
- Regione Lazio (Roma, 28 gennaio)
Conferenza sul tema «L'impegno delle regioni per l'Unione
europea: una sfida per la IV legislatura regionale» - Consiglio
Regionale del Lazio/INTEREG (Roma, 18-19 marzo)
3a Conferenza regionale ~Pugliaemigrazione» - Regione Puglia (Bari, 23-24 marzo)
Convegno sugli scambi culturali giovanili - Regione Lazio
(Roma, 29-30 aprile)
Convegno internazionale «Educazione all'Europa: i massmedia e la scuola» - Regione Veneto (Bassano del Grappa, 25
maggio)
settembre 1985
COMUNI D'EUROPA
12
Direttiva CEE
La valutazione dell'impatto ambientale di
determinati progetti pubblici e privati
I1 Consiglio delle Comunità europee,
visto il trattato che istituisce la Comunità
economica europea, in particolare agli articoli
100 e 235,
vista la proposta della Commissione (l),
visto il parere del Parlamento Europeo (2),
visto il parere del Comitato economico e sociale (3),
considerando che i programmi d'azione delle Comunità europee in materia ambientale del
1973 ( 4 , del 1977 (5) e del 1983 (6), i cui orientamenti generali sono stati approvati dal Consiglio delle Comunità europee e dai rappresentanti dei governi degli Stati membri, sottolineano che la migliore politica ecologica consiste nell'evitare fin dall'inizio inquinamenti ed
altre perturbazioni, anziché combatterne successivamente gli effetti e affermano che in tutti
i processi tecnici di programmazione e di decisione si deve tener subito conto delle eventuali
ripercussioni sull'ambiente; che a tal fine prevedono l'adozione di procedure per valutare
queste ripercussioni;
considerando che l'esistenza di disparità tra
le legislazioni vigenti negli Stati membri in materia di valutazione dell'impatto ambientale
dei progetti pubblici e privati può creare condizioni di concorrenza ineguali e avere perciò
un'incidenza diretta sul funzionamento del
mercato comune; che è quindi opportuno procedere al ravvicinamento delle legislazioni,
previsto dall'articolo 100 del trattato;
considerando che risulta inoltre necessario
realizzare uno degli obiettivi della Comunità
nel settore della protezione dell'ambiente e
della qualità della vita;
considerando che, poiché i poteri d'azione
all'uopo richiesti non sono stati previsti dal
trattato, è necessario ricorrere all'articolo 235
del trattato;
considerando che occorre introdurre principi sgenerali di valutazione dell'impatto ambientale allo scopo di completare e coordinare le
procedure di autorizzazione dei progetti pubblici e privati che possono avere un impatto
rilevante sull'ambiente;
considerando che l'autorizzazione di progetti pubblici e privati che possono avere un impatto rilevante sull'ambiente va concessa solo
previa valutazione delle loro probabili rilevanti ripercussioni sull'ambiente; che questa valutazione deve essere fatta in base alle opportune
informazioni fornite dal committente e eventualmente completata dalle autorità e dal pubblico eventualmente interessato dal progetto;
considerando che i ~rincipidi valutazione
dell'impatto ambientale devono essere armonizzati, in articolare per quel che riguarda i
(1) G.U. n. C 169 del 9.7.1980, pag. 14.
(2) G.U. n. C 66 del 15.3.1982, pag. 89.
(3) G.U. n. C 185 del 27.7.1981, pag. 8.
(4) G.U. n. C 112 del 20.12.1973, pag. 1.
(5) G.U. n. C 139 del 13.6.1977, pag. 1.
(6) G.U. n. C 46 del 17.2.1983, pag. 1.
progetti da sottoporre a valutazione, i principali obblighi dei committenti e il contenuto
della valutazione;
considerando che i progetti appartenenti a
determinate classi hanno ripercussioni di rilievo sull'ambiente; che pertanco questi progetti
debbono essere per principio sottoposti ad una
valutazione sistematica;
considerando che i progetti appartenenti ad
altre classi non hanno necessariamente ripercussioni di rilievo sull'ambiente in tutti i casi e
che detti progetti devono essere sottoposti ad
una valutazione qualora gli Stati membri ritengano che le loro caratteristiche lo esigano;
considerando che, per i progetti soggetti a
valutazione, debbono essere fornite determinate informazioni essenziali relative al progetto e
alle sue ripercussioni;
considerando che gli effetti di un progetto
sull'ambiente debbono essere valutati per proteggere la salute umana, contribuire con un migliore ambiente alla qualità della vita, prowedere al mantenimento della varietà delle specie
e conservare la capacità di riproduzione dell'ecosistema in quanto risorsa essenziale di vita;
considerando tuttavia che non è opportuno
applicare la presente direttiva ai progetti adottati nei dettagli mediante un atto legislativo nazionale specifico, inteso che gli obiettivi perseguiti dalla presente direttiva, incluso l'obiettivo della disponibilità delle informazioni, vengono raggiunti tramite la procedura legislativa;
considerando peraltro che può risultare opportuno in casi eccezionali esonerare un progetto specifico dalle procedure di valutazione
previste dalla presente direttiva, a patto di informarne adeguatamente la Commissione,
ha adottato la presente direttiva:
Articolo 1
I. La presente direttiva si applica alla valutazione dell'impatto ambientale dei progetti
pubblici e privati che possono avere un impatto ambientale importante.
2. Ai sensi della presente direttiva si intende
per:
progetto:
- la realizzazione di lavori di costruzione o
di altri impianti od opere,
- altri interventi sull'ambiente naturale o
sul paesaggio, compresi quelli destinati allo
sfruttamento delle risorse del suolo;
committente:
I1 richiedente dell'autorizzazione relativa ad
un progetto privato o la pubblica autorità che
prende l'iniziativa relativa a un progetto;
autorizzazione:
decisione dell'autorità competente, o delle
autorità competenti, che conferisce al committente il diritto di realizzare il progetto stesso.
3. L'Autorità o le autorità competenti sono
quelle che gli Stati membri designano per assolvere i compiti derivanti dalla presente direttiva.
4. La presente direttiva non riguarda i progetti destinati a scopi di difesa nazionale.
5. La presente direttiva non si applica ai
progetti adottati nei dettagli mediante un atto
legislativo nazionale specifico, inteso che gli
obiettivi perseguiti dalla presente direttiva, incluso l'obiettivo della disponibilità delle informazioni, vengono raggiunti tramite la procedura legislativa.
Articolo 2
1. Gli Stati membri adottano le disposizioni
necessarie affinché, prima del rilascio dell'autorizzazione, i progetti per i quali si prevede un
impatto ambientale importante, segnatamente
per la loro natura, le loro dimensioni o la loro
ubicazione, formino oggetto di una valutazione del loro impatto.
Detti progetti sono definiti nell'articolo 4.
2. La valutazione dell'impatto ambientale
può essere integrata nelle procedure esistenti di
autorizzazione dei progetti negli Stati membri
ovvero, in mancanza di queste, in altre procedure o nelle procedure da stabilire per raggiungere gli obiettivi della presente direttiva.
3. Gli Stati membri, in casi eccezionali, possono esentare in tutto o in parte un progetto
specifico dalle disposizioni della presente direttiva.
In questi casi gli Stati membri:
a) esaminano se sia opportuna un'altra forma di valutazione e se si debbano mettere a
disposizione del pubblico le informazioni così
raccolte;
b) mettono a disposizione del pubblico interessato le informazioni relative a tale esenzione e le ragioni per cui è stata concessa;
C) informano la Commissione, prima del rilascio dell'autorizzazione, dei motivi che giustificano l'esenzione accordata e le forniscono
le informazioni che mettono eventualmente a
disposizione dei propri cittadini.
La Commissione trasmette immediatamente
i documenti ricevuti agli altri Stati membri.
La Commissione riferisce ogni anno al Consiglio in merito all'applicazione del presente
paragrafo.
Articolo 3
La valutazione dell'impatto ambientale individua, descrive e valuta, in modo appropriato,
per ciascun caso particolare e conformemente
agli articoli da 4 a 1I, gli effetti diretti e indiretti di un progetto sui seguenti fattori:
- l'uomo, la fauna e la flora;
- il suolo, l'acqua, l'aria, il clima e il paesaggio;
- l'interazione tra i fattori di cui al primo e
secondo trattino;
- i beni materiali ed il patrimonio culturale.
Articolo 4
1. Fatto salvo l'articolo 2, paragrafo 3, i progetti appartenenti alle classi elencate nell'allegato I formano oggetto di valutazione ai sensi
degli articoli da 5 a IO.
2. I progetti appartenenti alle classi elencate
nell'allegato I1 formano oggetto di una valutazione ai sensi degli articoli da 5 a 10 quando gli
COMUNI D'EUROPA
settembre 1985
Stati membri ritengono che le loro caratteristiche lo richiedano.
A tal fine, gli Stati membri possono, tra l'altro, specificare alcuni tipi di progetti da sottoporre ad una valutazione d'impatto o fissare
criteri e/o soglie limite per determinare quali
dei progetti appartenenti alle classi elencate
nell'allegato I1 debbano formare oggetto di una
valutazione ai sensi degli articoli da 5 a IO.
Articolo 5
1. Nel caso dei progetti che, a norma dell'articolo 4, devono formare oggetto di una valutazione dell'impatto ambientale ai sensi degli articoli da 5 a IO, gli Stati membri adottano le
misure necessarie per garantire che il committente fornisca, nella forma opportuna, le informazioni specificate nell'allegato 111, qualora:
a) gli Stati membri ritengano che le informazioni siano appropriate ad una determinata
fase della procedura di autorizzazione ed alle
caratteristiche peculiari d'un progetto specifico o d'un tipo di progetto e dei fattori ambientali che possono subire un pregiudizio;
b) gli Stati membri ritengano che si possa
ragionevolmente esigere che un committente
raccolga i dati, tenendo conto fra l'altro delle
conoscenze e dei metodi di valutazione disponibili.
2. Le informazioni che il committente deve
fornire conformemente al paragrafo 1comportano almeno:
- una descrizione del progetto con informazioni relative alla sua ubicazione, progettazione e dimensioni;
- una descrizione delle misure previste per
evitare, ridurre e possibilmente compensare rilevanti effetti negativi;
- i dati necessari per individuare e valutare
i principali effetti che il progetto può avere sull'ambiente;
- una sintesi non tecnica delle informazioni di cui al primo, secondo e terzo trattino.
3. Gli Stati membri, qualora lo reputino necessario, prowedono affinché le autorità mettano a disposizione del committente le informazioni appropriate di cui dispongono.
Articolo 6
1. Gli Stati membri prendono le misure necessarie affinché le autorità che possono essere
interessate al progetto per la loro specifica responsabilità in materia di ambiente abbiano la
possibilità di esprimere il loro parere su1l.a domanda di autorizzazione. Gli Stati membri designano a tal fine le autorità da consultare, in
generale o caso per caso, ail'atto della presentazione delle domande di autorizzazione. Queste
autorità ricevono le informazioni raccolte ai
sensi dell'articolo 5.
Le modalità della consultazione sono fissate
dagli Stati membri.
2. Gli Stati membri vigilano affinché:
- qualsiasi domanda di autorizzazione
nonché le informazioni raccolte ai sensi dell'articolo 5 siano messe a disposizione del pubblico;
- al pubblico interessato sia data la possibilità di esprimere il parere prima dell'awio del
progetto.
3. Le modalità di informazione e consultazione sono definite dagli Stati membri i quali,
secondo le caratteristiche particolari dei progetti o dei siti interessati, hanno tra l'altro la
facoltà di:
- individuare il pubblico interessato;
- precisare i luoghi in cui le informazioni
possono essere consultate;
- specificare la maniera in cui il pubblico
può essere informato, ad esempio mediante affissione nell'ambito di una determinata zona,
pubblicazione nei giornali locali, organizzazione di esposizioni con piani, disegni, tabelle,
grafici, plastici;
- determinare in che modo debba avvenire
la consultazione del pubblico, ad esempio per
iscritto e per indagine pubblica;
- fissare dei periodi appropriati per le diverse fasi della procedura per garantire che
venga presa una decisione entro termini ragionevoli.
13
Articolo 7
Qualora uno Stato membro constati che un
progetto può avere un impatto importante sull'ambiente di un altro Stato membro, o qualora uno Stato membro che potrebbe essere considerevolmente danneggiato ne faccia richiesta,
lo Stato membro nel cui territorio si intende
realizzare il progetto trasmette le informazioni
raccolte ai sensi dell'articolo 5 all'altro Stato
membro e contemporaneamente le mette a disposizione dei propri cittadini. Dette informazioni costituiscono la base per qualsiasi consultazione che si renda necessaria nell'ambito delle relazioni bilaterali tra i due Stati membri su
di un piano di reciprocità e di parità.
Articolo 8
Le informazioni raccolte in conformità degli
articoli 5, 6 e 7 debbono essere prese in considerazione nel quadro della procedura di autorizzazione.
Dieci anni di politica
comune europea per
l'ambiente
n cura di Ntcril. I à Gioia
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Articolo 9
Articolo 13
In caso di decisione, la o le autorità competenti mettono a disposizione del pubblico interessato:
- il tenore della decisione e le condizioni
che eventualmente l'accompagnano;
- i motivi e le considerazioni su cui la decisione si fonda, ove ciò sia previsto dalla legislazione degli Stati membri.
Le modalità di informazione sono definite
dagli Stati membri.
Un altro Stato membro che sia stato informato conformemente all'articolo 7 è informat o anche della decisione in causa.
1. Le disposizioni della presente direttiva
non pregiudicano la facoltà degli Stati membri
di fissare norme più severe per quanto concerne il campo d'applicazione e la procedura di
valutazione dell'impatto ambientale.
Articolo 14
Gli Stati membri sono destinatari della presente direttiva.
Fatto a Lussemburgo, addì 27 giugno 1985.
Per il Consiglio
Il Presidente
A. Biondi
Articolo 10
Le disposizioni della presente direttiva fanno salvo l'obbligo delle autorità competenti di
rispettare le restrizioni imposte dalle disposizioni regolamentari ed amministrative nazionali e dalle prassi giuridiche esistenti in materia
di segreto industriale e commerciale, nonché
in materia di tutela dell'interesse pubblico.
In caso di applicazione dell'articolo 7, l'inoltro d'informazioni ad un altro Stato membro
ed il ricevimento di informazioni da un altro
Stato membro sono soggetti alle restrizioni vigenti nello Stato membro in cui il progetto è
proposto.
Articolo 11
1. Gli Stati membri e la Commissione scambiano informazioni s~ll'es~erienzaacquisita
nell'applicazione della presente direttiva.
2. In particolare, gli Stati membri informano la Commissione dei criteri e/o delle soglie
limite eventualmente fissati per la selezione dei
progetti in questione, conformemente all'articolo 4, paragrafo 2, o dei tipi di progetti interessati che sono oggetto di una valutazione ai
sensi degli articoli da 5 a IO in applicazione
dell'articolo 4, paragrafo 2.
3. Cinque anni dopo la notifica della presente direttiva, la Commissione invia al Parlament o Europeo e al Consiglio una relazione riguardante l'applicazione e l'efficacia della direttiva.
La relazione è basata sul suddetto scambio di
informazioni.
4. Sulla base di questo scambio di informazioni la Commissione presenta al Consiglio ulteriori proposte, se necessario, per un'applicazione sufficientemente coordinata della presente direttiva.
Articolo 12
Allegato I
Progetti di cui all'articolo 4, paragrafo 1
1. Raffinerie di petrolio greggio (escluse le
imprese che producono soltanto lubrificanti
dal petrolio greggio) nonché impianti di gassificazione e di liquefazione di almeno 500 t al
giorno di carbone o di scisti bituminosi.
2. Centrali termiche ed altri impianti di
combustione con potenza termica di almeno
300 MW, nonché centrali nucleari e altri reattori nucleari (esclusi gli impianti di ricerca per
la produzione e la lavorazione delle materie fissili e fertili, la cui potenza massima non supera
1 kW di durata permanente termica).
3. Impianti destinati esclusivamente allo
stoccaggio definitivo o all'eliminazione definitiva dei residui radioattivi.
4. Acciaierie integrate di prima fusione della
ghisa e dell'acciaio.
5. Impianti per l'estrazione di amianto,
nonché per il trattamento e la trasformazione
dell'amianto e dei prodotti contenenti amianto: per i prodotti di amianto-cemento, una
produzione annua di oltre 20.000 t di prodotti
finiti; per le guarnizioni da attrito, una produzione annua di oltre 50 t di prodotti finiti e,
per gli altri impieghi dell'amianto, un'utilizzazione annua di oltre 200 t.
6. Impianti chimici integrati.
7. Costruzione di autostrade, vie di rapida
comunicazione (I), tronchi ferroviari per il
traffico a grande distanza, nonché aeroporti (2)
con piste di decollo e di atterraggio lunghe almeno 2.100 m.
8. Porti commerciali marittimi, nonché vie
navigabili e porti per la navigazione interna accessibili a battelli con stazza superiore a 1.350
t.
1. Gli Stati membri prendono le misure necessarie per conformarsi alla presente direttiva
entro un termine di tre anni a decorrere dalla
notifica (7).
9. Impianti di eliminazione dei rifiuti tossici
e pericolosi mediante incenerimento, trattamento chimico o stoccaggio a terra.
2. Gli Stati membri comunicano alla Commissione il testo delle disposizioni di diritto
interno che essi adottano nel settore disciplinato dalla presente direttiva.
(1) Le *vie di rapida comunicazione» ai sensi della presente direttiva corrispondono alla terminologia dell'accordo europeo sulle grandi strade di traffico internazionale
del 15 novembre 1975.
(7) La presente direttiva è stata notificata agli Stati
membri il 3 luglio 1985.
(2) Gli *aeroporti* ai sensi della presente direttiva corrispondono alla terminologia della convenzione di Chicago
del 1944 relativa alla creazione dell'organizzazione internazionale dell'aeronautica civile (allegato 14).
settembre 1985
Allegato I1
Progetti di cui all'articolo 4, paragrafo 2
1. Agricoltura
a) Progetti di ricomposizione rurale.
b) Progetti volti a destinare terre incolte o
estensioni seminaturali alla coltivazione agricola intensiva.
C) Progetti di idraulica agricola.
d) Primi rimboschimenti, qualora rischino
di provocare trasformazioni ecologiche negative, e dissodamenti destinati a consentire la
conversione ad un altro tipo di sfruttamento
del suolo.
e) Impianti che possono ospitare volatili da
cortile.
f) Impianti che possono ospitare suini.
g) Piscicoltura di salmonidi.
h) Recupero di terre dal mare.
2. Industria estrattiva
a) Estrazioni della torba.
b) Trivellazioni in profondità escluse quelle
intese a studiare la stabilità del suolo e in particolare:
- trivellazioni geotermiche;
- trivellazioni per lo stoccaggio dei residui
nucleari;
- trivellazioni per l'approwigionamento
di acqua.
C) Estrazione di minerali diversi da quelli
metallici e energetici, come marmo, sabbia,
ghiaia, scisto, sale, fosfati, potassa.
d) Estrazione di carbon fossile e di lignite in
coltivazioni in sotterraneo.
e) Estrazione di carbon fossile e di lignite in
coltivazioni a cielo aperto.
f) Estrazione di petrolio.
g) Estrazione di gas naturale.
h) Estrazione di minerali metallici.
i) Estrazione di scisti bituminosi.
j) Estrazione di minerali non energetici
(senza minerali metallici) a cielo aperto.
k) Impianti di superficie dell'industria di
estrazione di carbon fossile, di petrolio, di gas
naturale e di minerali metallici nonché di scisti
bituminosi.
1) Cokerie (distillazione a secco del carbone).
m) Impianti destinati alla fabbricazione di
cemento.
3. Industria energetica
a) Impianti industriali per la produzione di
energia elettrica, vapore e acqua calda (se non
compresi nell'allegato I).
b) Impianti industriali per il trasporto di
gas, vapore e acqua calda; trasporto di energia
elettrica mediante linee aeree.
C) Stoccaggio in superficie di gas naturale.
d) Stoccaggio di gas combustibili in serbatoi
sotterranei.
e) Stoccaggio in superficie di combustibili
fossili.
f) Agglomerazione industriale di carbon
fossile e lignite.
g) Impianti per la produzione o l'arricchimento di combustibili nuclari.
h) Impianti per il ritrattamento di combustibili nucleari irradiati.
i) Impianti per la raccolta e il trattamento di
COMUNI D'EUROPA
settembre 1985
residui radioattivi (se non compresi nell'allegat0 I).
j) Impianti per la produzione di energia
idroelettrica.
4. Lavorazione dei metalli
a) Stabilimenti siderurgici, comprese le fonderie; fucine, trafilerie e laminatori (salvo quelli di cui all'allegato I).
b) Impianti di produzione, compresa la fusione, affinazione, filatura e laminatura di metalli non ferrosi, salvo i metalli preziosi.
C) Imbutitura, tranciatura di pezzi di notevoli dimensioni.
d) Trattamento in superficie e rivestimento
dei metalli.
e) Costruzione di caldaie, di serbatoi e di altri pezzi in lamiera.
f ) Costruzione e montaggio di autoveicoli e
costruzione dei relativi motori.
g) Cantieri navali.
h) Impianti per la costruzione e riparazione
di aeromobili.
i) Costruzione di materiale ferroviario.
j) Imbutitura di fondo con esplosivi.
k) Impianti di arrostimento e sinterizzazione di minerali metallici.
5. Fabbricazione del vetro
6. Industria chimica
a) Trattamento di prodotti intermedi e fabbricazione di prodotti chimici (se non compresi nell'allegato I).
b) Produzione di antiparassitari e di prodotti farmaceutici, di pitture e vernici, di elastomeri e perossidi.
C) Impianti di stoccaggio di petrolio, prodotti petrolchimici e chimici.
7. Industria dei prodotti alimentari
a) Fabbricazione di grassi vegetali e animali.
b) Fabbricazione di conserve di prodotti
animali e vegetali.
C) Fabbricazione di prodotti lattiero-caseari.
d) Industria della birra e del malto.
e) Fabbricazione di dolciumi e sciroppi.
f ) Impianti per la macellazione di animali.
g) Industrie per la produzione della fecola.
h) Stabilimenti per la produzione di farina
di pesce e di olio di pesce.
i) Zuccherifici.
8. Industria dei tessili, del cuoio, del legno, della carta
a) Officine di lavaggio, sgrassaggio e imbianchimento della lana.
b) Fabbricazione di pannelli di fibre, pannelli di particelle e compensati.
C) Fabbricazione di pasta per carta, carta e
cartone.
d) Stabilimenti per la tintura di fibre.
e) Impianti per la produzione e la lavorazione di cellulosa.
f ) Stabilimenti per la concia e l'allumatura.
d) Costruzione di strade, porti, compresi i
porti di pesca, e aeroporti (progetti non contemplati dall'allegato I).
e) Opere di canalizzazione e regolazione di
corsi d'acqua.
f ) Dighe e altri impianti destinati a trattenere le acque o ad accumularle in modo durevole.
g) Tram, ferrovie sopraelevate e sotterranee, funicolari o simili linee di natura particolare, esclusivamente o principalmente adibite
al trasporto di passeggeri.
h) Installazione di oleodotti e gasdotti.
i) Installazione di acquedotti a lunga distanza.
i) Porti turistici.
l l. Altri progetti
a) Villaggi di vacanza, complessi alberghieri.
b) Piste permanenti per corse e prove d'automobili e motociclette.
C) Impianti d'eliminazione di rifiuti industriali e domestici (se non compresi nell'allegat0 I).
d) Impianti di depurazione.
e) Depositi di fanghi.
f ) Stoccaggio di rottami di ferro.
g) Banchi di prova per motori, turbine o
reattori.
h) Fabbricazione di fibre minerali artificiali.
i) Fabbricazione, condizionamento, carico
o messa in cartucce di polveri ed esplosivi.
j) Stabilimenti di squartamento.
12. Modifica dei progetti che figurano
nell'allegato I e dei progetti dell'allegato I
che hanno esclusivamente o essenzialmente
lo scopo di sviluppare e provare nuovi metodi o prodotti e non sono utilizzati per più di
un anno.
Allegato 111
Informazioni di cui all'articolo 5,
paragrafo 1
1. Descrizione del progetto, comprese in
particolare:
- una descrizione delle caratteristiche fisiche dell'insieme del progetto e delle esigenze di
utilizzazione del suolo durante le fasi di costruzione e di funzionamento;
/
15
- una descrizione delle principali caratteristiche dei processi produttivi, con l'indicazione per esempio della natura e delle quantità dei
materiali impiegati;
- una valutazione del tipo e della quantità
dei residui e delle emissioni previsti (inquinamento dell'acqua, dell'aria e del suolo, rumore,
vibrazione, luce, calore, radiazione, ecc.) risultanti dall'attività del progetto proposto.
2. Eventualmente una descrizione sommaria delle principali alternative prese in esame
dal committente, con indicazione delle principali ragioni della scelta, sotto il profilo dell'impatto ambientale.
3. Una descrizione delle componenti dell'ambiente potenzialmente soggette ad un impatto importante del progetto proposto, con
particolare riferimento alla popolazione, alla
fauna e alla flora, al suolo, all'acqua, all'aria, ai
fattori climatici, ai beni materiali, compreso il
patrimonio architettonico e archeologico, al
paesaggio e all'interazione tra questi vari fattori.
4. Una descrizione (I) dei probabili effetti
rilevanti del progetto proposto sull'ambiente:
- dovuti all'esistenza del progetto;
- dovuti all'utilizzazione delle risorse naturali;
- dovuti all'emissione di inquinanti, alla
creazione di sostanze nocive e allo smaltimento dei rifiuti;
e la menzione da parte del committente dei
metodi di previsione utilizzati per valutare gli
effetti sull'ambiente.
5. Una descrizione delle misure previste per
evitare, ridurre e se possibile compensare rilevanti effetti negativi del progetto sull'ambiente.
6. Un riassunto non tecnico delle informazioni trasmesse sulla base dei punti precedenti.
7. Un sommario delle eventuali difficoltà
(lacune tecniche o mancanza di conoscenze) incontrate dal committente nella raccolta dei dati richiesti.
(1) Questa descrizione dovrebbe riguardare gli effetti diretti ed eventualmente gli effetti indiretti, secondari, cumulativi, a breve, medio e lungo termine, permanenti e
temporanei, positivi e negativi del progetto.
Manifestazioni di gemellaggio nel primo semestre 1985
Romentino (NO)/St. Marcel (F)
Bassiano (LT)/Pont-En-Royans (F)
Sarsina/Lezoux (F)/Lopik (PB)
Fano (PS)/Rastadt (RFT)
9. Industria della gomma
Fabbricazione e trattamento di prodotti a
base di elastomeri.
Santeramo in Colle (BA)/Bad Saddingen (RFT)
10. Progetti d'infrastruttura
a) Lavori per l'attrezzatura di zone industriali.
b) Lavori di sistemazione urbana.
C) Impianti meccanici di risalita e teleferiche.
Trofarello (TO)/Le Teil (F)
Oriolo Romano (VT)/St. Bonnet prés
Riom (F)
3/3/85 - prima cerimonia di gemellaggio a Romentino
14/4/85 - seconda cerimonia a St. Marcel
7/4/85 - prima cerimonia di gemellaggio a Bassiano
7/4/85 - 25O anniversario del gemellaggio, celebrazioni a Sarsina
13/4/85 - prima cerimonia di gemellaggio a Fano
31/5/85 - seconda cerimonia di gemellaggio a
Santeramo in Colle
15 e 16/6/85 - prima cerimonia di gemellaggio
a Trofarello
30/6/86 - prima cerimonia di gemellaggio a
Oriolo Romano
COMUNI D'EUROPA
16
Autonomie locali e regioni in Europa
La città al centro dello stato federale
di Otto Stich
Consigliere della Federazione Svizzera e
capo del dipartimento federale delle finanze
È per me un compito molto piacevole porgervi oggi i più cordiali messaggi e i più vivi
a u-p r i del Consiglio
che
- federale. L'argomento
sono chiamato a trattare davanti a voi mi incute tuttavia una certa preoccupazione. Scegliendo come tema del vostro congresso «La posizione della città nello Stato federale», non avete temuto di attaccare il problema delle relazioni tra queste due collettività tra le quali non
regna sempre un'intesa fatta di fiducia e di armonia.
Questa è per lo meno l'impressione che suscitano i propositi che scaturiscono dalla vostra Unione. Non ci è sfuggito che sono proprio i vostri ambienti che, in questi ultimi tempi, hanno criticato, talvolta molto severamente, la politica federale. Non abbiamo potuto
così ignorare le lamentele espresse con eloquenza dal vostro comitato in occasione della
conferenza stampa, come anche nel vostro rapporto di attività.
Così non vi stupirete se, in qualità di rappresentante della Confederazione, ho quasi l'impressione di essere seduto al banco degli imputati. Proponendo d'altronde al Ministro delle
finanze di voler trattare un simile argomento,
le città svizzere si espongono naturalmente al
sospetto di volere risolvere le loro difficoltà
attingendo alle casse federali. Sfortunatamente,
non posso promettervi niente a questo riguardo perché nuove elargizioni non sarebbero
molto compatibili con lo stato attuale delle nostre finanze. Abbiamo già abbastanza da fare a
Berna per proteggere le finanze federali - sempre in preda alle difficoltà anche se, a questo
riguardo, la situazione è un po' migliorata dalle avidità dei cantoni e di altri ambienti sovvenzionati.
Se ho capito bene, le lamentele dei vostri
rappresentanti nei confronti della Confederazione possono riassumersi in due rimproveri
essenziali:
I - La Confederazione, fino ad oggi, ha accordato troppa poca attenzione all'urbanizzazione e, in particolare, ai nuovi problemi apparsi negli agglomerati urbani, i cui centri sono oggi in crisi. Basta pensare alla politica dei
trasporti, e in
alla ripartizione del
ricavato dei diritti sui carburanti o alla riserva
che il Consiglio federale ha fatto inizialmente
di fronte alla richiesta delle città che chiedevano di essere autorizzate ad istituire una regolamentazione differenziata in materia di sosta
delle automobili.
2 - La Confederazione non dimostra uno
spirito federalista molto sviluppato, perché si
confronta soltanto con i cantoni, trascurando
in modo imperdonabile i ~ r o b l e m ial livello
comunale. Così, per esempio, la ridistribuzione dei compiti tra la Confederazione e i canto-
ni rischia di portare a pseudo-soluzioni, i cui
costi saranno sopportati alla fine dai comuni. I
comuni sono sempre più sollecitati sia sul piano politico, sia per quanto riguarda i carichi
finanziari, da compiti che - poiché emanati da
un'autorità superiore e regolamentati fino nei
minimi dettagli -, non lasciano loro che un
minimo margine di azione. E questa perdita di
autonomia è tanto più preoccupante dal momento che la Confederazione è l'ultima a considerare i comuni come interlocutori a tutti gli
effetti.
Queste lamentele riguardano senza dubbio
dei problemi le cui implicazioni politiche sono
incontestabili. Tutto awiene come se le relazioni fra la Confederazione e le città riflettessero, anch'esse, questo famoso malessere svizzero, descritto già circa vent'anni fa dal rimpianto Max Imboden con parole che si sono rivelate profetiche: un malessere strisciante, imputabile alla nostra impotenza di fronte al corso
fatale delle cose, dato che ci mancano la lucidità e l'energia per affrontare l'avvenire e plasmarlo a nostro piacimento. Quello che aggrava ancor più la situazione è che, dopo esserci
lasciati prendere, negli anni settanta, dall'euforia delle previsioni che hanno portato solo a
risultati irrisori, molti di noi hanno perso non
soltanto le loro illusioni, ma hanno anche abbandonato ogni speranza di vedere lo Stato
contribuire un poco e ragionevolmente ad una
soluzione futura dei problemi della nostra società. E questa disperazione che comincia ad
estendersi tanto a destra quanto a sinistra della
nostra scena politica, non è senza pericoli,
perché il malessere potrebbe degenerare in una
vera e propria crisi se i cittadini e le autorità,
scoraggiati, rinunciassero a ricercare soluzioni
politiche. Guardiamoci però dal minimizzare i
problemi. Credo comunque che non serva a
niente voler fin d'ora impegnarci in dibattiti
filosofici su problemi immaginari, alla maniera
del Barone di Crac, mentre, lungi dall'essere
impantanati, non stiamo che sguazzando nel
fango.
È in questo spirito che vi sono grato delle
vostre critiche che non traducono nessuna disillusione. Al contrario, sono la prova che
mantenete tutta la vostra fiducia nella capacità
d'innovazione e di trasformazione del nostro
sistema politico. E posso assicurarvi che anche
noi facciamo di tutto per meritare questa fiducia - parlo almeno in nome del Consiglio federale -.
Per venire adesso al problema dell'urbanizzazione e al vostro rimprovero per averlo trascurato, credo che sia importante fare prima
una constatazione. E poiché mi si rimprovera
spesso di parlare troppo piano, voglio dirlo
molto forte: le lamentele delle città sono legittime. Per troppo tempo abbiamo voluto vedere nell'urbanizzazione soltanto un problema
Relazione al Congresso dell'unione delle Città svizzere
di esodo rurale e abbiamo capito troppo tardi
pbblicata in ~ D i estadt-les villesn, n. 5-6/84; traduzione
che questo problema era anche quello dei nuodal francese di Alessandra Bacchetti.
settembre 1985
vi agglomerati urbani. L'opinione pubblica
non ha ancora realizzato del tutto che questi
spazi urbani, dove vivono oggi circa 4 milioni
di abitanti, ovvero il 6O0/0 della nostra popolazione, sono diventati per noi un problema dalle implicazioni nazionali. E non si è neanche
accorta che i centri di questi agglomerati si sono fortemente spopolati negli ultimi anni, il
che ha comportato una diminuzione degli in-
troiti fiscali, e che la qualità della vita in questi
luoghi è molto diminuita, di modo che sono
diventati zone di minore attività economica in
preda a molte difficoltà. In questo stesso ordine di idee, capisco perfettamente il vostro desiderio di vedere i problemi urbani affrontati nel
quadro dei programmi nazionali di ricerca. Le
nostre conoscenze sono troppo lacunose in
questo campo, mentre le regioni di montagna,
ad esempio, possono mettere a profitto, per le
richieste che rivolgono alla Confederazione,
gli studi del Fondo nazionale.
Proprio come abbiamo difficoltà a prendere
coscienza di numerosi altri sviluppi del mondo
moderno, abbiamo qualche difficoltà a capire
bene il processo di urbanizzazione. Quantunque oggi la Svizzera non sia certamente più
una nazione agricola, la sua vita culturale e il
suo federalismo ~ o l i t i c osono ancora imbevuti
di alcuni valori rurali che - non dimentichiamolo - fanno, per fortuna, da contrappeso al
modo di vita dei raggruppamenti urbani ed
economici.
Fino ad oggi, la nostra politica federale ha
messo poco l'accento sui problemi urbani e in
particolare su quelli delle metropoli, fatto dovuto soprattutto al carattere tipicamente rurale
dell'industrializzazione della Svizzera nel 1 9 O
secolo. Persino la classe operaia è rimasta a lungo radicata nel suo ambiente rurale, e l'espansione progressiva delle città, che spesso si realizzò con l'integrazione di periferie impoverite, per molto tempo non ha portato molto pregiudizio all'aspetto rurale del paese. Bisognerà
aspettare il boom economico del dopoguerra e
lo sviluppo fulmine0 del settore terziario, a
partire dagli anni 60, per vedere apparire i problemi tipici degli agglomerati urbani, che la
Germania e gli Stati Uniti, per esempio, già
COMUNI D'EUROPA
settembre 1985
conoscevano da molto tempo. Colui che si
prende la pena di studiare l'opera dello psicologo tedesco Alexandre Mitscherlich sul carattere inospitale delle città, verrà a conoscenza di
numerosi giudizi che, tenuto conto delle nostre proprie esperienze, assumono per noi solo
oggi tutto il loro significato, quantunque siano
stati formulati già una ventina di anni fa.
Anche in Svizzera, si è potuto vedere durante questi ultimi decenni come il paesaggio sia
stato a poco a poco fagocitato dalle grandi
città. Parlare a questo proposito, di «crescita»
urbana, come se si trattasse di un fenomeno in
un certo qual modo organico, sarebbe sicuramente abbellire la realtà. Le città sono oggi una
produzione come un'altra e questa produzione, alla maniera delle altre attività del settore
privato, è essenzialmente determinata dal profitto. Finché non oseremo affrontare il diritto
fondiario tradizionale, potremo ritenerci felici
se riusciremo almeno a frenare, tramite l'assetto del territorio, questo processo che rovina la
natura e avanza sulle terre coltivabili.
Inoltre l'espansione delle città è stata accompagnata da una pericolosa atomizzazione delle
loro funzioni tradizionali. Questa disgregazione progressiva della vita urbana, una volta
molto omogenea, ha reso alla fine le città così
inospitali, che oggi non rispondono molto ai
bisogni reali dei loro abitanti. Alcune innovazioni tecniche come l'automobile e le telecomunicazioni, hanno preparato il terreno in
questo senso e fatto contemporaneamente dimenticare i vantaggi che la città, ancora appena
mezzo secolo fa, offriva rispetto alla campagna. Dei fattori discordanti hanno provocato
così un vero e proprio circolo vizioso.
Da un lato, l'aumento dei prezzi dei terreni
e quello dei disagi nei centri urbani, dall'altro,
la possibilità di abitare in mezzo al verde senza
dovere, per questo, rinunciare a lavorare in
città, né ai vantaggi che offre l'ambiente cittadino, hanno provocato l'espansione degli agglomerati urbani ma sono anche all'origine
dell'aumento del traffico che minaccia a poco a
poco di asfissiare le città.
Se oggi è possibile, grazie ai nuovi metodi,
costruire rapidamente, bisogna rassegnarsi a
dover conservare a lungo lo stesso appartamento. Né le periferie, spesso senza volto, né del
resto i centri delle città, - le cui facciate storiche non saprebbero trarre in inganno sulle
profonde mutazioni che hanno conosciuto costituiscono oggi questo biotipo urbano che,
concentrando in sé tutte le manifestazioni della vita, era diventato attraverso i secoli un fermento di civiltà e di emancipazione politica.
L'aria della città, ahimé, non ripaga più oggi,
talvolta ci rende persino ammalati e depressi.
Là dove il calore delle relazioni di vicinato e il
forte interesse portato alla cosa pubblica impregnavano una volta il carattere urbano, regnano oggi l'anonimato, la solitudine e un
comportamento politico in cui esigenti abitudini di consumo si congiungono con un'indifferenza verso il prossimo. La disgregazione
delle funzioni vitali al centro dello spazio urbano e la mobilità professionale, auspicata o imposta dalle circostanze, secondo i casi, hanno
seriamente pregiudicato l'attaccamento del cittadino alla città come anche lo spirito di solidarietà e di coesione dei suoi abitanti. E non biso-
17
gna stupirsi se la giovane generazione non ritrova più i suoi legami e imbratta i muri con
slogans che gridano la propria disperazione.
Le vie e le piazze, una volta luoghi d'incontri, sono state sacrificate senza nessuno scrupolo al Moloch della circolazione. Se è vero che
le possibilità di allacciare legami affettivi con la
propria città e i suoi abitanti sono ineno di
prima, importa tanto più metterle a profitto
per migliorare la qualità della vita. Bisogna
creare nei centri urbani, nei quartieri periferici
e nelle periferie, nuove reti di relazioni umane
in modo da rendere l'esistenza nelle città di
nuovo più ricca e attraente. Se si vuole che la
città risponda veramente ai bisogni di domani,
questa è una necessità tanto imperiosa quanto
quella di conservare il tessuto urbano.
Lo sviluppo degli spazi urbani ha soprattutto creato problemi economici e finanziari ai
nuclei primitivi delle città. Per molti di noi,
Zurigo evoca ancora oggi un centro economico e finanziario il cui potere è quasi insopportabile. Eppure il suo sindaco, preoccupato, si
interroga apertamente per sapere se la città è
ancora competitiva. Se le persone morali rendono sempre allo stesso modo, l'apporto fiscale delle persone fisiche è in diminuzione, mentre le spese sociali salgono alle stelle. Anche
Berna ha perso in questi ultimi anni circa
20.000 abitanti a beneficio dell'agglomerato urbano e metà degli impieghi sono in mano a
lavoratori pendolari. Mentre i comuni subur-
bani sono in grado di abbassare la quota fiscale,
la città si chiede come potrà assumersi i propri
compiti senza aumentare le tasse. A Basilea,
l'esodo è evidente quasi quanto quello delle
città della zona orologiaia in preda alle difficoltà che sappiamo. Questo cantone urbano,
sprovvisto di retroterra, ha perso nel corso di
questi ultimi dodici anni, più del 15O/o dei suoi
abitanti. Davanti a questa evoluzione drammatica, si capirà facilmente perché il presidente
del governo abbia recentemente dichiarato,
con accenti imploranti, che l'avvenire di Basilea era riposto nella popolazione residente.
Le difficoltà finanziarie delle città si spiegano, in un certo senso, con la crescente urbanizzazione. Già nel periodo fra le due guerre, l'economista e politologo Arnold Brecht aveva
fatto notare che le spese pubbliche pro-capite
aumentavano parallelamente all'espansione
dello spazio urbano. Bisogna fornire sempre
più prestazioni a livello comunale, perché coloro che ne sono i primi beneficiari, vivono
nelle città, le quali si trovano così nella necessità di produrre, a costi elevati beni che in campagna sono ancora liberamente disponibili. La
natura offre abbondanti possibilità di distrazione mentre in città bisogna creare, a tale scopo, parchi e altre attrezzature a condizioni
onerose. I costi unitari delle attrezzature collettive in materia di trasporti aumentano normalmente, anch'essi, parallelamente all'espansione dello spazio urbano, visto il prezzo dei
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La testata della nuova pubblicazione del CCRE.
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COMUNI D'EUROPA
terreni e delle opere d'arte che bisogna edificare in una zona di forte densità demografica.
A questi prezzi legati alla concentrazione e
all'urbanizzazione vengono ad aggiungersi le
spese elevate che i centri urbani primitivi devono affrontare per assumere il loro ruolo direttivo. Sul piano dei trasporti e della cultura in
particolare, i comuni della circoscrizione iniziale forniscono all'insieme dell'agglomerato
urbano prestazioni delle quali usufruiscono anche i comuni suburbani, spesso senza neanche
dare il minimo contributo. Si assiste qui a un
circolo vizioso in materia finanziaria, che provoca uno spostamento della potenzialità contributiva verso la periferia, dove i contribuenti
agiati sono più facilmente in grado di acquistare un'abitazione individuale in mezzo al verde,
mentre i centri urbani sono obbligati, davanti
all'erosione della loro materia fiscale, di trarre
profitto al massimo dal loro potenziale fiscale
ancora disponibile, e perdono così del loro potere di attrazione. Queste disparità di tasse dipendo110 essenzialmente dal fatto che i limiti
della città, in quanto entità funzionale, non
concordano più con quelli del comune politico. Quanto a sapere in quale misura questo
problema cruciale possa essere risolto grazie alla divisione delle tasse, alla perequazione finanziaria e alle comunità d'interessi, solo l'awenire potrà dircelo. L'idea, che va ancora più lontano, d'instaurare un nuovo gradino federativo
al livello regionale, intermedio tra i comuni e
il cantone, non sembra più così opportuno oggi, perché si è sollevato un certo scetticismo
rispetto a queste soluzioni aweniristiche. È
dunque tanto più importante sviluppare il sovvenzionamento delle attrezzature collettive urbane, in modo che i comuni della circoscrizione iniziale possano continuare a svolgere le loro funzioni direttrici ed evitare così la provincializzazione.
È importante sensibilizzare l'opinione pubblica del nostro paese su questi molteplici problemi. Capisco dunque benissimo che siate in
cerca di un collaboratore competente sul piano
federale. Effettivamente, non esiste nell'amministrazione federale né un ente né un gruppo
di lavoro permanente che si dedichi più particolarmente ai problemi degli agglomerati urbani. Rifletteremo quindi sui mezzi per darvi
soddisfazione su questo punto. In ogni caso, le
richieste e i pareri dell'unione delle città svizzere sono, per il Consiglio federale, una preziosa fonte d'informazioni e meritano tutta la
nostra attenzione. Avete espresso il desiderio
di sedere più spesso nelle commissioni di esperti; a tale proposito, staremo attenti, per il futuro, a rispondere meglio alla vostra attesa.
Per quanto riguarda adesso la vostra seconda
lamentela, secondo la quale la Confederazione
manca di vero spirito federalista e trascura in
larga parte il livello comunale, mi permetterete, al termine di questa esposizione, di lasciarmi andare a qualche breve riflessione. Abbiamo il più grande rispetto per l'autonomia comunale, perché il comune è per noi il nucleo di
base della democrazia. Ma bisogna constatare
che la Costituzione federale non menziona in
nessun modo i comuni, visto che dipendono
dal diritto cantonale e sono subordinati al potere politico dei cantoni. Secondo la cos~ituzione quindi, sarebbe assolutamente escluso per la
settembre 1985
Confederazione concertarsi direttamente con i
comuni, scavalcando i cantoni. Questo principio, che nessuno contesta, è tuttavia da qualche
anno, sempre più infranto nella Costituzione.
Da sempre, i comuni sono stati gli strumenti
della Confederazione nell'esecuzione dei compiti di ordine puramente amministrativo. Da
qualche tempo però, si nota una tendenza a
volere interpellare direttamente i comuni nella
realizzazione di compiti propriamente politici.
Grazie alla loro esperienza delle realtà concrete, i comuni sono i collaboratori privilegiati
dell'amministrazione federale. Basta pensare
alla protezione civile, alla protezione delle acque, all'aiuto per la costruzione di alloggi e a
quello per le attrezzature collettive, per citare
soltanto qualche settore importante. Questi
compiti sono naturalmente accompagnati da
molteplici regolamentazioni che emanano da
autorità superiori, ma per il fatto stesso che
trattano direttamente con la Confederazione, i
comuni acquisiscono una certa indipendenza
nei confronti dei cantoni. La legge sull'assetto
del territorio quindi, come la nuova legge sull'acquisto d'immobili da persone domiciliate
all'estero, contengono anche disposizioni che
sono in realtà norme di diritto federale a salvaguardia dell'autonomia dei comuni. Bisogna
aggiungere a questo la tendenza che si osserva
nella giurisprudenza della Confederazione - e
di cui dovete rallegrarvi - ad ammettere il diritto di ricorso dei comuni. Sono questi degli
sviluppi della politica federale che non dovreste totalmente ignorare quando ci comunicate
le vostre critiche.
Che queste modeste conquiste vi paiono insufficienti, lo capisco facilmente. Nel nostro
regime di democrazia consensuale, ha importanza, se s'intende influire sulla creazione di
progetti ufficiali, il fatto di potere esprimere la
propria opinione, il più possibile a uno stadio
preliminare, partecipando alle commissioni di
esperti e ad altri organismi consultivi.
Perché colui che sa come bisogna porre le
domande e formulare le risposte suscettibili di
essere prese in consideraz,ione, dispone, senza
dubbio, di un potere politico da non sottovalutare. Vi ho già assicurato che il Consiglio federale porge un orecchio benevolo alle richieste
che avete presentato a tale riguardo. In quanto
alla vostra proposta d'istituire una conferenza
consultiva, non mancheremo di studiarla con
tutta l'attenzione richiesta, almeno nei casi in
cui q~est'organismoavesse per compito di studiare problemi tipicamente urbani, dal momento che questi possono avere anche implicazioni politiche.
Ma c'è un punto contro il quale vorrei mettervi in guardia: per far trionfare delle rivendicazioni, non basta poter contare sulla benevolenza e la comprensione del Consiglio federale.
Non sapremmo da soli imporre innovazioni di
ordine politico. In Svizzera, innovazioni, di
qualsiasi natura esse siano, devono spesso essere conquistate pazientemente; è il prezzo della
democrazia diretta e del federalismo, ai quali
intendiamo rimanere fedeli. Non rimanete
quindi con le braccia incrociate, pensando che
le deficenze che evidenziate siano attribuibili
solo alle autorità e che solo loro abbiano i mezzi per rimediarvi. Se vogliamo superare il malessere attuale e fare della Svizzera un paese in
grado di evolversi e di rinnovarsi, praticando
una politica a contatto con il cittadino e tuttavia governabile, è necessario che s'instauri a
tutti i livelli una collaborazione di fiducia e che
ognuno sia pronto a sacrificarsi. Potete contare, a questo proposito, sull'appoggio senza riserve del Consiglio federale che desidera, in
questa occasione, esprimervi la sua più viva
gratitudine per l'azione che svolgete in favore
del paese e del benessere generale.
Taccuino
La sua relazione è stata approvata dall'Assemblea. I1 ministro dei trasporti lussemburghese,
e presidente del Consiglio, Marce1 Schlechter,
si è detto cosciente della situazione eccezionale
venuta a crearsi dopo la sentenza della Corte
che obbliga il Consiglio, non solo giuridicamente ma anche moralmente e politicamente,
ad instaurare una politica comune nei trasporti. Anche se allo stadio attuale dei lavori non si
possono fare previsioni precise sulle scadenze,
l'oratore si è detto convinto che entro il 14
novembre (data prevista per la prossima riunione dei ministri dei trasporti) sarà possibile
conciliare le posizioni dei Dieci per adottare le
prime misure concrete. Tra le priorità egli ha
indicato l'armonizzazione sociale, fiscale e tecnica nel settore dei trasporti, norme comuni
per i traffici aerei e marittimi, la sicurezza stradale. Positivo il giudizio dell'Esecutivo sulla
sentenza espresso dal commissario Stanley
Clinton Davis, che si è anche rallegrato per il
mutato atteggiamento del Consiglio il quale,
come si evince dalle dichiarazioni del ministro
lus~embur~hese
Schlecter, vuole uscire dalla
sua passata inazione nel settore. Dal canto suo
la Commissione manterrà la pressione per il
varo di misure di armonizzazione sociale, tecnica e fiscale, mentre respinge l'ipotesi di un
quadro normativo vincolante.
(Continua & pag 4)
settembre, il significato fondamentale della
sentenza della Corte di Giustizia sulla politica
dei trasporti, il cui effetto politico è un potenziamento dei poteri di controllo del Parlamento ed una sconfessione del compromesso di
Lussemburgo. A questi aspetti istituzionali l'oratore ha fatto seguire considerazioni specifiche sul settore, la cui importanza è evidenziata
dall'occupazione assorbita (il 5% del totale) e
dagli investimenti mobilitati (11% di quelli privati e 40% di quelli pubblici) e richiede urgentemente una politica comunitaria ad hoc. La
carenza di questa politica è stato il presupposto
del ricorso e la sentenza rappresenta un importante successo politico dell' Assemblea. I1 presidente della commissione trasporti ha peraltro
rilevato che le linee di questa politica già sono
state elaborate nel ~masterplan,, dei trasporti
presentato dalla presidenza italiana ed a suo
tempo illustrato dal ministro Claudio Signorile. Di questo documento l'oratore, che ha parlato anche a nome del suo gruppo, ha chiesto il
varo unitamente ad una politica del trasporto
aereo e marittimo che, nell'attuale dimensione
geo-economica della Comunità, rappresenta
un'integrazione necessaria di quello terrestre.
COMUNI D'EUROPA
settembre 1985
bri
Comunque si concluda la lotta per la creazione dell'unione europea, il cui esito è fortemente insidiato da alcuni governi e molte cancellerie, rimane il fatto che essa non era mai
stata così importante proprio perché, per la
prima volta nella storia dell'unità europea, essa
vede un organo sovrano, emanazione diretta
dei popoli europei, al centro della battaglia.
Questo è merito del primo Parlamento eletto a suffragio universale nel giugno del 1979
che ha saputo trovare, sotto la spinta di Altiero
Spinelli, la sua anima e la sua dignità. Se ripercorriamo la storia di quegli anni, dalle battaglie
del Parlamento Europeo sul bilancio all'inizio
di legislatura, alla nascita dell'iniziativa del
Coccodrillo; dalla creazione della commissione istituzionale alle sempre
entusiasmanti
vittorie che hanno portato all'approvazione
del progetto di trattato di Unione europea,
nelle plenarie di Strasburgo, notiamo che c'è,
da parte dei membri dell'Assemblea di Strasburgo, una continua e costante presa di coscienza del proprio ruolo individuale e collegiale.
I1 parlamentare europeo che forse più di tutti riassume questa presa di coscienza è Mauro
Ferri, presidente della commissione giuridica
del Parlamento Europeo prima e presidente di
quella istituzionale poi, il quale la rivive in una
pubblicazione che raccoglie i discorsi da lui
pronunciati dal 1979 alla fine della legislatura
ne11'84 (compresi due discorsi pronunciati ai
congressi dell'unione dei partiti socialisti della
CEE): Cinque anni al Parlamento Europeo,
Edizioni Scientifiche italiane, Napoli, 1984, pp.
166, L. 10.000. Dicevamo di Ferri che forse più
di tutti riassume la presa di coscienza perché
egli è da moltissimi anni uno dei più impegnati
uomini politici italiani: sindaco di Caste1 San
Niccolò dalla liberazione fino al 1950, poi deputato al Parlamento italiano per cinque legislature, segretario del partito socialista unificato e poi segretario del partito socialista democratico italiano, nonché ministro per l'industria. Altrettanto qualificanti gli incarichi europei: oltre alle due presidenze di commissione
del Parlamento Europeo, ricordiamo quella di
rappresentante del presidente del Consiglio italiano Craxi in seno al comitato ad hoc per i
problemi istituzionali e quella di ambasciatore
viaggiante, sempre per il nostro governo. Ma
credo che a questo curriculum, davvero prestigioso, egli voglia anche aggiungere quella di
militante federalista come membro del Comitato centrale del MFE e quella recente di presidente del Consiglio italiano del Movimento
Europeo. E tale presa di coscienza, che passa
attra;erso la convinzione dell'inapplicabilità
del metodo funzionalista e di quello delle piccole riforme ai Trattati, è evidente se si rileggono i 36 interventi pronunciati da Ferri al Parlamento Europeo specie dalla sua nomina alla
presidenza della commissione istituzionale,
quando lo slancio politico, sorretto da una
profonda formazione giuridica, contribuisce in
maniera determinante a condurre in porto il
difficile disegno di Spinelli.
Ci piace perciò ricordare, riprendendola
proprio dal suo discorso pronunciato il 14 febbraio 1984 a Strasburgo a conclusione del dibattito e al momento della votazione del progetto di Unione europea, come presidente della commissione istituzionale, l'affermazione
del senso del dovere in lui tramutati in impegno politico, che lo guida nella sua attività politica e che, siamo sicuri, porterà anche nella
COMUNI D'EUROPA
O r g a n o dell'A.1.C.C.R.E.
ANNO XXXIII - N. 9
SETTEMBRE 1985
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-
nuova carica nel Consiglio italiano del Movimento Europeo:
«Io rifuggo - come credo la maggior parte
di noi - da ogni tentazione retorica; non posso però fare a meno di ricordare - come ricordava poco fa un mio compagno e collega, Gaetano Arfé - che quarant'anni fa ancora i popoli di questa Europa si combattevano in una
guerra terribile e si combattevano alle porte di
questa stessa città, in cui noi oggi siamo riuniti
e in cui ci accingiamo a votare. Un grande cammino è stato fatto, ma questo cammino non
può arrestarsi nelle attuali impasse, nelle attuali
difficoltà. Questo cammino deve riprendere,
ritrovando la spinta ideale, ritrovando il coraggio che mosse quanti, sulle rovine e sui lutti
della guerra, pensarono che i popoli d'Europa
dovevano unirsi.
E per questo che noi siamo convinti, onorevoli colleghi, che il voto, che ci accingiamo a
dare, è un fatto politico importante ed è un
fatto solenne. Vi chiedo di votare a favore di
questo progetto, rinunciando agli emendamenti che ognuno di noi, con le migliori intenzioni
del mondo, ha presentato per migliorarlo. Esso è già il risultato di uno sforzo equilibrato e
di una coerenza che sarebbe pericoloso inficiare!
Questo voto, onorevoli colleghi, per quanto
mi riguarda, è non soltanto un atto politico
importante, un atto politico solenne. Credo
che non solo per me, ma per la maggioranza di
voi che, pure appartenendo a parti politiche
diverse, siete accomunati dalla fiducia nell'ideale europeo e dalla volontà di realizzarlo,
questo rappresenta l'adempimento di un dovere».
E.P.
Istituto Bancario San Paolo di Torino,
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Aut. Trib. Roma n. 4696 de11'11-6-1955
LITOTIPOGRAFIA RUGANTINO ROMA - 1984
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20
settembre 1985
COMUNI D'EUROPA
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Tutto ciò. è Olivetti.
oliuetti
Olivetti garantisce futuro alle vostre scelte organizza-.