LA VOCE
DEL POPOLO
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UN CAFFÈ CON... Alessandro Gassman Pagina 2 / DRAMMA ITALIANO La finta ammalata Pagine 2 e 3
LE RECENSIONI Le Maldobrie / Il discorso del re Pagine 4 - 5 / OMAGGIO A... Mario Moretti Pagina 6
TEATRO DEI BURATTINI La XVII volta di Fiume Pagina 7 / CARNET PALCOSCENICO Il cartellone del mese Pagina 8
2 palcoscenico
Martedì, 6 novembre 2012
UN CAFFÈ CON...
DRAMMA ITALIA
Alessandro Gassman
Alessandro Gassman Ahimé,
Di Rossana Poletti
L’
appuntamento è alla Sala Bartoli del
Politeama Rossetti, la comunicazione
con Alessandro Gassman sarà a distanza, grazie a quelle tecnologie che consentono
di vedere e parlare con una persona che sta da
un’altra parte. Ci appare su di un grande schermo l’attore e regista, assieme a Giulio Scarpati e Claudio Casadio: hanno interrotto le prove del nuovo spettacolo che stanno allestendo e possiamo così confrontarci con loro su
questa nuova esperienza teatrale. Alessandro
Gassman ha da poco completato una tournèe
esaltante che l’ha visto in scena con “Roman e
il suo Cucciolo” di Reinaldo Povod, storia di
un migrante rumeno arrivato in Italia trent’anni fa, e proseguita tra cocaina e delinquenza
con un figlio, Nicu, allevato senza madre: testo contemporaneo che indaga nelle tematiche
dei rapporti familiari irrisolti e dell’integrazione nella società di razze, culture, religioni diverse. Una storia intensa e difficile che ha entusiasmato il pubblico nella versione italiana
di Edoardo Erba. Ora si accinge ad andare in
scena con una produzione dello Stabile del Veneto che dirige, “Oscura immensità” e lo fa nei
panni di solo regista. A recitare saranno infatti
Scarpati e Casadio, che affronteranno un tema
scottante, quello del perdono per un condannato all’ergastolo; perdono da parte di colui che
ha perso moglie e figlio per mano sua, e perdono dell’Istituzione Giustizia, perché lui, l’assassino, è malato, senza speranza. Un dramma
nel dramma, che non manca di porre domande
se sia giusto perdonare, ma anche di marcare quanto la vendetta sia comunque una forte
componente umana e sociale.
Gassman, perché tanta attenzione al teatro contemporaneo, in un quadro nazionale che ne fa poco, e che cosa l’ha affascinato degli scrittori del nord-est che l’ha
adottato.
È vero, sono stato adottato da questo territorio e da questo teatro (ndr. Stabile del Veneto) da due anni e il lavoro che stiamo facendo è profondo. Chi è di qua sapeva benissimo,
io l’ho scoperto, di un’attività teatrale grandissima. Abbiamo istituito il Premio Off che
dà la possibilità, attraverso il denaro e la distribuzione, a giovani attori e compagnie che
vogliono sperimentare, di trovare uno spazio.
Con questo incentivo abbiamo realizzato una
maggiore presenza di drammaturgia contemporanea. Stiamo mettendo in scena un testo
tratto dal romanzo “Oscura immensità della morte” di Massimo Carlotto, da lui stesso adattato; l’anno scorso abbiamo realizzato
“WORDSTAR(S)” di Vitaliano Trevisan, che
peraltro ha curato l’adattamento di “Riccardo
III”, che allestirò il prossimo anno. Ha debuttato da poco a Venezia “Buco”, che è un’altra
produzione di scrittura attuale. Sono spettacoli
che hanno fatto numeri. Recentemente a Venezia e Padova, per il Premio Off, ci sono state
liste d’attesa e tutti esauriti che fanno ben sperare per le nuove produzioni. Non necessariamente la drammaturgia contemporanea ha difficoltà ad essere recepita.
Lo spettacolo che stiamo allestendo parla
di delitti di provincia, ma anche di possibilità
di perdono e possibilità di pentimento. Parla
di carcere e lo fa con una scrittura cruda, dritta, molto efficace. È uno spettacolo che porterà molte emozioni. La funzione principale del
teatro è di provocare emozioni, o divertimento
se si fanno le commedie.
C’è un modo particolare che usa nell’affrontare questi
argomenti.
L o
sguardo è
neutrale ma anche inquietante tra le pieghe
di un’umanità senza speranza. Un limbo esistenziale dove il confine tra bene e male non
è perfettamente tracciato, ma è solo un sottile limite a cavallo del quale i ruoli si possono
invertire, le vittime possono diventare carnefici e i carnefici vittime. Uno stimolo a riflettere sul lato tragico dell’esistenza, sui rapporti
fra gli uomini e su quegli avvenimenti che a
volte possono segnare la loro vita in modo irreversibile.
Scarpati, come vi siete trovati a recitare
in un linguaggio crudo di Carlotto, voi che
siete abituati ad un genere diverso come il
cinema e la fiction.
La parola teatrale è più pesante che nel cinema e in televisione. La cosa più difficile è
interpretare la realtà che viviamo e il teatro
contemporaneo ha uno strumento in più di
comprensione. Il linguaggio crudo è inserito
in un contesto, si parla di perdono, di vendetta, di temi che non sono trattati come nei programmi televisivi, dove si discute in maniera
molto superficiale e poco approfondita. Il linguaggio diventa crudo quando si usano questi
argomenti per fare intrattenimento televisivo
pomeridiano. In teatro il linguaggio è spiegato, non è un breve messaggio del TG.
Casadio, a teatro è anche possibile comprendere le ragioni della vittima e del carnefice.
La regia di questo spettacolo è fortissima,
realizza un bel teatro che andrà incontro al
pubblico stupendolo. L’ergastolano ha il tempo di pentirsi e anche di trovare il modo per
riscattarsi, ma affianco alla durezza dell’argomento ci sarà anche una certa leggerezza teatrale e qualche sorpresa per gli spettatori.
Gassman, il teatro italiano ha grandi potenzialità e probabilmente non molto da
imparare dall’estero. Ma dovendo mutuare
qualcosa da fuori che cosa suggeriresti.
Se pensiamo a Inghilterra, Germania,
Francia, Spagna, ma anche Austria, che hanno grandi tradizioni teatrali come noi, bisogna tener presente che sono paesi che hanno
grandi capitali, città che sono centrali nella
loro geografia e cultura. Gli spettacoli hanno
teniture molto lunghe, il pubblico arriva da
tutte le parti e converge su queste produzioni
che restano in cartellone a lungo in un medesimo teatro. L’Italia è il paese delle tante città, dei tanti teatri bellissimi, e il pubblico qui
non si sposta. È proprio un sistema diverso.
Ad esempio abbiamo Roma e Milano in cui
gli spettacoli stanno due, massimo tre settimane. Metropoli come queste che hanno cinque milioni di abitanti fanno sembrare ridicolo questo sistema, che però è strutturato così
e difficilmente si potrà cambiare. Il teatro italiano soffre di molte deficienze, in particolare
i teatri a gestione pubblica. Una buona dose
di meritocrazia, come del resto in tutti gli altri campi della vita civile di questo paese, sarebbe una cosa utile. C’è bisogno che chi si
occupa di programmazione possa assecondare la propria passione e la qualità di ciò che
fa, a prescindere dalla notorietà e popolarità
di chi li interpreta. È abbastanza triste constatare che se in una produzione non si inserisce un attore di richiamo lo spettacolo non
circuita. E assistiamo dunque ad un’invasione dei teatri sempre più frequente da parte di
personaggi televisivi che non hanno niente
a che fare con il teatro e inquinano la qualità degli spettacoli anche in città come Roma
e Milano.
Il Teatro Stabile del Veneto ospiterà nella prossima stagione “Lei dunque capirà” di
Magris, interpretato da Daniela Giovanetti.
Un testo strano tra quelli scritti da Magris,
che parla di amore e morte. Che cosa ti ha
colpito di questo spettacolo.
Le capacità di Magris non le scopro io,
le sue qualità di scrittore sono note in tutto il
mondo e pertanto non è stato un grande rischio
quello di inserire questo titolo nel cartellone di
quest’anno. Sicuramente sarà uno spettacolo
in grado di emozionare il pubblico, porterà sicuramente a teatro pubblico anche nuovo. Noi
abbiamo fatto un lavoro sul ringiovanimento
del pubblico, rispettando gli abbonati, ma andando a cercare maggiore collaborazione, che prima non c’era, con scuola e università. Non sono ancora
soddisfatto dei risultati dovremo andare ancora più in profondità.
Faccio parte di quella generazione che veniva costretta ad andare a teatro, i famosi matinée, a vedere cose
che non avevamo voglia di
vedere, dove recitavano attori che non avevano voglia
di farlo e che quindi sviluppavano poca qualità. Questa esperienza ha fatto molti danni e molto male ai giovani. Quando poi proponiamo
a scuole e università di venire
a teatro, vengono sempre scelti i classici, sono gli insegnanti
che scelgono così. Ci sarà qualcuno più illuminato, che deciderà di
portare i suoi ragazzi a vedere teatro
contemporaneo, con la convinzione che c’è da imparare molto, perché
sono testi e storie che parlano della nostra società, aiutandoci a comprenderla.
“S
enta, dottore, ho un qualcosa che mi fa male... qui,
ma non proprio qui, un po’
più sotto...”
La frase vi giunge nuova? Ma
sì, dai, che ci sono persone sempre,
eternamente ammalate. E quando le
incontri per strada, se non fai la “domanda di cortesia”: “Come sta?”, si
offendono anche! Perché non vedono l’ora di raccontarvi per filo e per
segno di nuovi acciacchi, sicuramente sintomi di qualche “malattia sconosciuta”. Io ne conosco alcuni, di
individui così.
Ogni medico ha sicuramente la
sua brava “categoria” di pazienti che
non si sentono “proprio tanto bene”.
Oggi come ieri. L’argomento è sicuramente vecchio come il mondo!
Ed è per questo che nei secoli è stato spesso elaborato da scrittori, commediografi, gente di teatro. Perché se
non vuoi metterti a piangere, bisogna
per forza, riderci su! Uno di questi
fu Carlo Goldoni, il commediografo veneziano che più volte nelle sue
opere tratteggiò le figure di ammalati immaginari e speziali (professionisti poliedrici, alle prese con ammalati, ma non troppo!). Uno di questi
lavori è “La finta ammalata“, il primo spettacolo della stagione teatrale
2012/13 messo in scena dal Dramma
Italiano di Fiume, che il fedele pubblico ha avuto modo di applaudire in
avvio di stagione al Teatro Nazionale
Croato “Ivan de Zajc” del capoluogo quarnerino e poi in varie località
comprese nella tournèe istriana, ancora in corso.
Ed è stata ed è un successo, la
piéce goldoniana, che continua a distanza di secoli a divertire il pubblico
di tutte le età. Perché non sempre il
“vecchio sa di muffa”! I personaggi
di Goldoni sono sempre moderni in
quanto, come si legge nella nota della regista del lavoro, Saša Broz, “gli
esseri umani non cambiano, cambiano solo le condizioni in cui questi si
trovano a vivere e morire.”
La trama è semplicissima: storia
di una una ragazza segretamente innamorata del proprio medico la quale si finge ammalata soltanto per poterlo vedere. Goldoni vi ricama sopra una trama che dà una visione sulle anomalie della società dell’epoca,
con garbo e ed eleganza, senza mai
risultare troppo diretto. La regista, da
parte sua, crea uno spettacolo nello
spettacolo, che si dipana su due binari paralleli: alla trama originale ne
aggiunge un’altra, le vicende intorno
alla prova generale di una compagnia
teatrale che sta mettendo in scena la
commedia stessa, con situazioni singolari tra i vari attori dell’ensemble,
che fanno aumentare ulteriormente
la suspance e il divertimento. Ne deriva una lettura leggera ma impegnata, e per certi versi profonda, perché
da una parte mette in luce la ciarlataneria degli specialisti in medicina
e dall’altra la professionalità (e non)
nell’ambiente teatrale (il che vale
pure – e purtroppo – per tanti altri
ambienti).
”La finta ammalata” è una delle
commedie minori di Goldoni, scritta per la Compagnia Medebach per
il carnevale del 1751; fu rimessa in
scena al Sant’Angelo, sempre a Venezia, nel 1756.
L’opera, che si confronta con il
tema comico del malato immaginario (Goldoni, per sua ammissione,
si ispirò a “L’amour médecin”, di
Moliére), è una gustosa parodia sulla medicina dell’epoca, della quale il commediografo mette in luce la
ciarlataneria (Rosaura, figlia del ricco Pantalone, è la finta ammalata: in-
palcoscenico 3
Martedì, 6 novembre 2012
La finta ammalata
NO: «LA FINTA AMMALATA»
gli esseri umani non cambiano
studia sul libro della Natura e del
Mondo, e su quello della sperienza, non si può per verità divenire
Maestro tutto d’un colpo; ma egli
è ben certo che non vi si diviene
giammai, se non si studiano codesti libri”... “Ii due libri su’ quali ho
più meditato, e di cui non mi pentirò mai di essermi servito, furono
il Mondo e il Teatro”. Bisognava,
risiedeva nel cogliere “alcuni gravi ragionamenti ed istruttivi, alcun
dilicato scherzo, un accidente ben
collocato, una qualche viva pennellata, alcun osservabil carattere, una dilicata critica di qualche
moderno correggibil costume”,
ma soprattutto ciò che più allettava il pubblico era il ricorso al semplice ed al naturale. “Quando si
DRAZEN SOKCEVIC
namorata del dottore che la cura,
Anselmo degli Onesti, simula una
grave malattia per poterlo vedere.
Pantalone, che non riscontra alcun
miglioramento nella salute della figlia, organizza un consulto fra i migliori medici di Venezia, l’uno più
imbroglione dell’altro, e si affida
alle cure di Agapito, il vecchio speziale sordo, o finto sordo, e visionario che vive in un mondo tutto suo,
fatto di principesse orientali e di
imperatori del Catai). Da „La finta ammalata“ fu ricavato un dramma giocoso in tre atti, musicato nel
1768 da F. J. Haydn, messo in musica in una forma radicalmente modificata rispetto al libretto originale: un drammaturgo locale ridusse
e semplificò il dramma, arrivando
a eliminare tutte le parti serie - ben
tre dei sette personaggi.
Per Goldoni il teatro ha una forte valenza istituzionale, è una struttura produttiva, retta da principi
economici simili a quelli che regolano la vita del mondo. Questa
forza porta la sua commedia al di
là della naturale rappresentazione
della vita contemporanea. Egli ha
una visione critica del mondo, in
quanto turba l’equilibrio dei valori della vita delle classi sociali rappresentate. Nelle sue scene si ha
la sensazione di un’insanabile irrequietezza, che si sospende con
il lieto fine tradizionale. Anche in
questo modo sottolinea che in questo mondo i rapporti sono soltanto
esteriori, sorretti dal principio della
reputazione. Troppe cose nella realtà sociale sono basate sul “piacere del vuoto”, e sulla “crudeltà”
dell’egoismo. Non solo nell’ambiente esterno alla famiglia.
Secondo Goldoni, il trucco per
una rappresentazione di successo
come egli stesso evidenzia, acquisire la consapevolezza di quel materiale degno della “disapprovazione o della derisione de’ Saggi“,
avvenimenti curiosi e situazioni
che sottolineavano i vizi ed i difetti di ognuno. Osservando il reale apprendeva anche quali fossero i mezzi con i quali la virtù resisteva alla corruzione dei costumi.
Leggendo il Teatro, invece, analizzava come rappresentare sulla scena i caratteri, le passioni e gli avvenimenti che il libro del Mondo
gli mostrava, come ombreggiare o
dare rilievo alle diverse situazioni,
destando meraviglia o riso. La formula vincente risultava il connubio naturalezza e buon garbo, che
faceva riconoscere nello spettatore
come propri i comportamenti descritti, senza offendere, ma divertendo. Perché i difetti, si sa, sono
solo “quelli degli altri”, e noi tutti, immancabilmente, ci ridiamo
sempre sopra! (as)
La tournée
Dopo
il
palcoscenico
dell’”Ivan de Zajc” di Fiume, le
uscite a Rovigno (30 e 31 ottobre) e Umago (5 e 6 novembre),
la Compagnia del Dramma Italiano porterà la “Finta ammalata” al Teatro Popolare Istriano di
Pola - l’8 e il 9 novembre, al Teatro cittadino di Capodistria - il
12 e il 13 novembre, ed infine a
Pisino - il 15 novembre.
Leonora Surian
Personaggi, interpreti e...
Regia Saša Broz
Drammaturgia Željka Udovičić
Scene Dragutin Broz
Costumi Sandra Dekanić
Musiche originali Borna Šercar
Coreografo e assistente alla regia Žak Valenta
Luci Predrag Potočnjak
Pantalone Bruno Nacinovich/ Mirko Soldano
Rosaura Leonora Surian
Beatrice Elena Brumini
Lelio Toni Plešić
Il dottore Anselmo Onesti Giulio Settimo
Il dottore Onofrio Buonatesta Giorgio Amodeo
Il dottore Merlino Malfatti Rosanna Bubola
Agapito Giuseppe Nicodemo
Tarquinio Elvia Nacinovich
Colombina Miriam Monica
Fabrizio Alida Delcaro
4
palcos
Martedì, 6 novembre 2012
LE MALDOBRIE
Ma una volta si stava proprio meglio?
T
rieste. Teatro Orazio Bobbio – La
Contrada. Man mano che si invecchia, per placare l’ansia del tempo
che passa, si sente sempre più il bisogno di
credere che una volta si stava meglio, che
niente è fatto bene come un tempo e come si
mangiava bene quando cucinava la nonna…
La scontentezza e la nostalgia sono le fonti
principali di questi pensieri che, se fate attenzione, non mancherete di sentire in qualsiasi conversazione, ai tavolini dei bar tra signore attempate o in autobus in quei tragitti
di mezza mattina, in cui il fastidioso di turno
trova modo di lamentarsi del ragazzino con
la borsa della scuola ingombrante o del suo
vociare forte e animato. Questo è il mondo
in cui Carpinteri e Faraguna pescarono i riferimenti per le loro storie, in cui c’è quasi
sempre un vecchio che racconta (sior Bortolo) e una signora che, capendone poco, alterca nella banalità (siora Nina). Un mondo
popolare che, contrariamente a quello che si
pensa, si mantiene oggi quasi inalterato. Forse è cambiato un po’ il panorama e il gergo: è mutato l’abbigliamento delle persone,
la gonna si è accorciata, i pantaloni si sono
ristretti, le case sono diventate più confortevoli, il dialetto si è involgarito, ma è un fatto
che è capitato a tutte le lingue. Le donne accampano più spavalderia e indipendenza, gli
uomini sono forse un po’ più frustrati, come
le cronache ci raccontano, ma nella sostanza adesso o un secolo fa il pensiero debole
umano rimane sempre immoto. E a teatro ridiamo di ciò, con una buona dose di autoironia, perché in realtà ridiamo di noi stessi.
Su questo puntarono la coppia “Carpinteri &
Faraguna” nello scrivere le loro storielle. E
più ci avviciniamo negli anni alle due figure
del Bortolo e della Nina, più sentiamo forte
questa appartenenza.
Mariano Faraguna è scomparso da più
di un decennio, Lino Carpinteri è un signore anziano che ancora propone ricordi di un
tempo remoto, anche solo attraverso il significato delle vecchie parole, magari cadute in
disuso, sul quotidiano locale. Ma il tempo in
cui produssero assieme quel mirabolante, inventato ma non tanto, mondo delle Maldobrie è ancora vivo nel cuore di chi era adulto
negli anni ’70. E a teatro va volentieri a rivedere un nuovo episodio della saga, per ridere, ma anche un po’ a soffrire. Sentiamo spesso dire “ai tempi dell’Austria se stava ben”,
“l’Austria era un paese ordinato” (divenuto
anche il titolo di una raccolta di storielle); la
storia seria quella scritta sui fatti realmente
accaduti, sui documenti, sulle testimonianze
certe, ci dice che non era proprio così “felix”
quel periodo. Resta comunque interessante
l’operazione della famosa coppia di giornalisti triestini, sia nell’ispirazione storica calata nell’ambiente giuliano-dalmata tra fine
‘800 e inizi del ‘900, sia nella costruzione
linguistica che riassume le tante sfumature di
un dialetto istro-veneto, contaminato da numerosissime influenze slave, tedesche, turche e arabe.
Ma quello che ci fa ancor più nostalgia, e
forse anche malinconia, è nel non sentire più
le voci dei protagonisti veri di questa serie
fortunata, Lino Savorani, Mimmo Lo Vecchio, Orazio Bobbio, Lidia Braico che, prima di approdare a teatro, attraverso la radio
e la trasmissione “Il campanon” allietarono
alla grande un territorio vasto: un’area che
andava al di là della parlata veneta, sconfi-
nando nel mondo friulano, di cui molti ancora ricordano con piacere quella grande produzione RAI; quest’ultima oggi riesce invece a rifilare infimi programmi in lingua
friulana, voluti da una politica invadente ed
invasiva, lontana mille miglia dai sentimenti
veri della gente.
Bisogna però dire che gli attuali attori
della Contrada sono bravi, riescono a cogliere lo spirito di quella pletora di personaggi popolari, che rallegrano le storielle di
sior Bortolo, e anche di tutti gli arciduchi e
arciduchesse della fine dell’Impero. Colonne portanti della compagnia necessariamente rinverdita sono inscena Ariella Reggio e
Gianfranco Saletta che ammiriamo da subito, quando il sipario si alza e un’anziana rigattiera, la Reggio, con ancora qualche mira
sui “giovanotti”, scaccia in malo modo l’anziano avventore, Saletta, che più che com-
prare vorrebbe poter fare la corte alla donna.
Lei in realtà non sente il bisogno di disfarsi
delle cianfrusaglie del suo negozio. Chincaglieria cinese, come quella che tanto tempo
fa vendeva ad Abbazia l’unico orientale approdato in queste terre ai tempi dell’Impero. Furbo era, e con lo stratagemma di mostrare un piattino Ming di valore, nel quale mangiava un bel gattino, rifilava ai compratori interessati il gatto ma non il piatto.
Ventotto ne aveva sbolognati prima di essere scoperto nella sua birbonata. Simpaticissima la trovata di far indossare ad Ariella
i panni del cinesino che raggira bellamente
il comandante Gladulich, un Giraldi scioccamente spavaldo. Ma anche la nobiltà ha
la sua parte nelle Maldobrie, ed è nella scenetta che vede Maria Grazia Plos, perfetta
donna disperata, perché il marito Menego si
è bevuto tutta la sua dote, “che lei non era
povera al momento del matrimonio, aveva
persino le “calze de seda de Vienna” e adesso non ha più il becco di un quattrino; in
questa scenetta –dicevo –, il solito sior Bortolo, impersonato da Zacchigna, racconta
del matrimonio morganatico tra Francesco
Ferdinando e la moglie Sofia, che non avendo lei il rango sociale per poter diventare
imperatrice era sempre l’ultima della fila
nei cerimoniali, “tuti ghe pasava davanti per
le porte”, e l’unica volta in cui sedette vicino al marito, ironia della sorte, fu quando ci
fu l’attentato di Sarajevo e lei morì assieme
al consorte. E all’uscita il pubblico a commentare che “sì, finalmente aveva compreso
il significato della parola morganatico”. Anche a questo serve il teatro.
Insomma uno spettacolo lieve quello che
apre la stagione della Contrada, con una scena altrettanto snella che permette mille momenti e situazioni, che lascia il pubblico divertito, in un momento in cui la stretta della
crisi lascia poco spazio per l’evasione perché, come potrebbe osservare sior Bortolo, nel mondo ci sono sempre stati povertà
e crisi, ma poi tutto passa e “torna a splendere il sole”.
In scena Adriano Giraldi, Maria Grazia
Plos, Marzia Postogna, Maurizio Zacchigna,
Massimiliano Borghesi, Paola Saitta e Lorenzo Zuffi,con la partecipazione degli allievi dell’Accademia teatrale “Città di Trieste”.
Le scene e i costumi sono di Andrea Stanisci,
le musiche di Massimiliano Forza, gli arrangiamenti di Fabio Valdemarin e ancora una
volta la regia di Francesco Macedonio.
Rossana Poletti
cenico
Martedì, 6 novembre 2012
5
IL DISCORSO DEL RE
Le parole di un grande padre
T
rieste. Politeama Rossetti. È del 2010
“Il discorso del re”, film interpretato da due splendidi attori quali Colin
Firth e Geoffrey Rush, ambientato in un periodo storico ben preciso: l’abdicazione di
Edoardo VIII e l’ascesa al trono di Giorgio
VI, il re balbuziente. La pellicola ha vinto una selva di premi, tra cui quattro premi
Oscar: miglior film, miglior regia, miglior
attore protagonista e miglior sceneggiatura
originale. La sceneggiatura di David Seidler fu sperimentata in versione teatrale già
prima che il film fosse finito.
Siamo nell’Inghilterra dei primi anni
Trenta. L’erede al trono si innamora di
Wallis Simpson, divorziata americana, la
quale per le convenzioni dell’epoca non
potrebbe mai diventare regina. Alla morte di Giorgio V l’establishment, nobiltà e
governo, costringono il nuovo re Edoardo
VIII ad abdicare, perché costui non solo
non vuole in alcun modo rinunciare alla
sua relazione con la Simpson e vorrebbe
sposarla, ma soprattutto perché in Europa è uno dei pochi che simpatizzano con
Hitler in piena ascesa in Germania. Seidler
descrive la vicenda personale del principe
Albert, secondo figlio di Giorgio V, il quale, dopo un terribile discorso allo stadio di
Wembley per conto del re, decide di far curare la sua imbarazzante balbuzie. Incontra
così, dopo tanti inutili tentativi, Lionel Logue, terapeuta australiano, che a sua volta
vorrebbe ma non riesce a diventare un attore. Tra i due nasce uno strano, forte, incredibile rapporto che, uscendo dagli schemi
delle convenzioni di corte, diventerà amicizia vera.
In realtà le violenze psicologiche della prima infanzia di Albert, la consapevolezza intima di essere migliore del fratello
maggiore e il sapere che in teoria non potrebbe diventare re, giocano in chiave psicologica un brutto scherzo al povero principe, che trasforma le sue delusioni in balbuzie. L’handicap è una gabbia nella quale rinchiudere la grande frustrazione: “non
avrei potuto comunque fare il re, perché
non riesco a parlare”. All’epoca la radio è
entrata prepotentemente nelle case e, come
Giorgio V ricorda al figlio prima di morire, mentre fino a poco tempo prima nessun
sovrano avrebbe mai avuto bisogno di mostrarsi e men che meno farsi sentire dal suo
popolo, con la radio il mondo è cambiato e
le parole del re sono le parole di un grande padre, vanno dette e dette bene. Per Albert l’irresponsabilità del fratello sarà un
motivo in più per superare il suo problema
e Logue gli darà gli strumenti per riuscire
a tenere un discorso in pubblico o alla radio, senza che la balbuzie lo trasformi in
un uomo da deridere.
Al momento di assistere alla rappresentazione teatrale con Luca Barbareschi e Filippo Dini le aspettative sono state tante. E
tanta anche la curiosità di fare un parallelo e un paragone tra le due esperienze mediatiche, cinema e teatro. Ebbene pur nella
diversità dei mezzi il risultato è stato altrettanto apprezzabile. I due attori in scena sono strepitosi, trasmettono tutte le sfumature di tante questioni non dette. I sentimenti e le emozioni di chi sta a capo di
una nazione e ha responsabilità enormi, i
rapporti all’interno della famiglia reale, tra
fratelli, tra marito e moglie, tra padre e figlio, tra sudditi e nobili. Nella prima seduta, Logue stabilisce regole ben precise
con Albert: “Qui siamo a casa mia e a casa
mia io sono Lionel e tu sei Bertie (nomi-
gnolo affibbiato ad Albert in famiglia). Il
rapporto sarà quindi confidenziale, senza
regole di etichetta e formalismi. Una situazione questa irta di ostacoli sul percorso del raggiungimento di una qualche guarigione. Alla dichiarazione di guerra alla
Germania del 1939, Giorgio VI sarà pronto per il discorso alla nazione da trasmettere via radio. Con Logue al fianco sarà un
successo, susciterà un forte impatto emotivo permettendo al re di uscire sul balcone
a salutare la folla plaudente, un re che –
dicono le cronache – si comporterà molto
bene durante la guerra, scomparso troppo
presto lasciando l’eredità ad una giovanissima Elisabetta, ancora sul trono dopo sessant’anni di regno.
Ai due protagonisti si aggiungono Astrid
Meloni, Chiara Claudi, Roberto Mantovani,
Ruggero Cara, Mauro Santopietro e Giancarlo Previati, un gruppo ben amalgamato,
aiutato in scena da un allestimento solo apparentemente semplice. Un rullo ruota simulando i diversi colori degli spazi occupati, tante stanze, tanti ambienti solo attraverso i disegni di una carta da parati.
Poscaro
OMAGGIO A...
Martedì, 6 novembre 2012
Mario Moretti
6 palcoscenico
Mario Moretti, teatrante a tutto tondo
I
Di Sandro Damiani
l 6 ottobre scorso si è spento a Roma Mario Moretti, teatrante a tutto tondo,
ma soprattutto commediografo
e “agitatore teatrale”, avendo
dato vita a numerose iniziative: apertura e gestione di teatri
– squisitamente Off – nella più
caotica città del mondo, Roma;
invenzione di rassegne e festival: a Roma come a New-York
(in collaborazione con il “Provincetown Playhouse “di Washington Square, - diretto negli
anni 20 da Eugene O’Neill – e
con il “Café La Mama” di
Ellen Stewart, dirigendovi il
“Festival of Italian Theatre Today”). A Parigi come a Stoccolma e addirittura a Fiume. È stato presidente della SIAD - Società italiani autori drammatici,
cooptando i due santoni della
scena dell’epoca: Eduardo De
Filippo e Dario Fo; presidente delle Cooperative Teatrali
AGIS, negli anni in cui questa
realtà aveva assunto la medesima importanza dei Teatri stabili. Fu consigliere dell’Istituto del Dramma Italiano (IDI) e
della SIAE e direttore editoriale
del mensile “Ridotto”. Sul quale né si risparmiava, né risparmiava alcuno di critiche, attacchi anche feroci se solo ravvisasse segni di inimicizia preconcetta verso gli autori teatrali
italiani contemporanei da parte di impresari, critici, registi
“monstre”. Ce l’aveva per tutti.
E non ricordo che qualcuno abbia avuto il coraggio di rispondergli: parlava e scriveva sempre a ragion veduta.
In proposito voglio ricordare quando prese le mie difese
– s’era verso la fine dei Settanta – rispetto ad un’offensiva in-
tervista rilasciata su “Ridotto” da
Carmelo Bene, in cui falsificando
le carte (e vabbè!) mi omaggiava con vari epiteti: gliene disse
tante, che metà sarebbero bastate
(per la cronaca: non fui da meno,
neppure io). Va da sé: il Divino
trombone incassò in silenzio...
Non era in cerca di gloria, Moretti, ma di un clima atto a lavorare e far lavorare bene sé ed i suoi
colleghi; Brancati, Faggi, Doplicher, Prosperi, Ambrogi, Nicolai,
Fratti, Cuomo, Mazzucco, Dacia
Maraini, Maricla Boggio...
commediografi, non solo affermatissimi, ma – la maggior parte dei citati – molto più famosi e
rappresentati all’estero che non
in Italia!?
Erano gli anni Settanta, anni
di battaglie ideali, culturali e politiche, che il terrorismo (specie
quello “rosso”) vanificò dall’oggi al domani: quando si spara,
non c’è più spazio per il dialogo
e la discussione; o spari pure tu
o taci. E mentre tu, giustamente
taci, la controparte, che è poi la
parte che ha il potere in mano, si
consolida. Non senza essere riuscita a fare il varco tra le tue file,
pagando tanti adepti.
Negli anni Ottanta la battaglia è persa. Il conservatorismo e
il tran-tran delle nomine orizzontali e in circolo, grazie a quelli –
come amava dire Ennio Flaiano –
“che corrono in aiuto del vincitore” ha la meglio. A Mario Moretti ed ai suoi, fra cui lo scrittore e
presidente dei critici teatrali Ghigo De Chiara, restano fedeli parecchi amici ed estimatori, in primo luogo l’Assessore alla Cultura del Comune di Roma, Renato
Nicolini. L’architetto delle Estati
romane gli mette a disposizione
uno spazio nel centro di Roma,
in corso Vittorio Emanuele, a due
passi da Piazza Navona e quattro
da Castel Sant’Angelo. Nascerà
il Teatro dell’Orologio. (Dietro
l’angolo c’è la trattoria del dopo-spettacolo: “Luigi, passame
l’olio”).
È il 1981. Da questo momento
chiunque, specialmente a Roma,
pensi di avere un po’ di talento o
ce l’ha, ma non ha spazi in cui dimostrarlo, si rivolge a Moretti...
Ed ecco sfilare per la prima volta Sergio Castellitto e Lella Costa, Margherita Buy e i fratelli Guzzanti, Alessandro Bergonzoni e Massimo Ghini, Massimo D’Apporto e Paola Quattrini
e Neri Marcorè. Vale la pena di
ricordare che anni prima, nel Teatro in Trastevere, una sua precedente creatura, Moretti aveva
fatto debuttare su un palcoscenico non toscano Roberto Benigni, come pure Andrea Giordana
e Flavio Bucci, mentre nei grandi
spazi delle maggiori città italiane
girano e continueranno a girare
fino ai giorni nostri spettacoli su
testi suoi, aventi per protagonisti Tino Buazzelli, Arnoldo Foa,
Sarah Ferrati, Tino Carraro, Umberto Orsini, Bruno Cirino, Luigi
Pistilli, Franco Interlenghi, Lino
Troisi, Mariano
Rigillo, Walter Maestosi, Ilaria Occhini, Valeria Ciangottini, Manuela Kustermann, Paolo
Ferrari, Miranda Martino, Ginni Gazzolo, Anna Mazzamauro,
Lucia Poli, Lando Buzzanca, Luigi De Filippo; allestiti da Ruggero Jacobbi, Josè Quaglio, Nino
Mangano, Aldo Trionfo, Franco
Però, Bogdan Jerković; e talvolta
da lui stesso (“ma io non sono un
regista, faccio le regie dei miei
testi”).
Come spiritosamente dice del
proprio lavoro di scrittore... “Ho
perso il conto di tutte le cose che
ho scritto, trascritto, riscritto, ideato, tradotto, adattato, contaminato, ridotto, trasposto, reinterpretato. Per lunghissime stagioni ho sempre “lavorato teatro”,
tranne alcune evasioni cinematografiche (“Processo di Giordano
Bruno”e l’adattamento di “Cuore
di cane” affascinarono rispettivamente Giuliano Montaldo e Alberto Lattuada: protagonisti sarebbero divenuti Gian Maria Volontè del primo e Max Von Sidow
del secondo; ma Moretti, non trovandosi d’accordo sulle impostazioni registiche, lasciò ad entrambi i cineasti la libertà di utilizzare i due drammi, ma non volle partecipare alla stesura della
sceneggiatura- n.d.a.). “Mi sono
– prosegue – poi pure un pochino distratto con cose sinfonicomelologiche, televisive, operistiche (sto terminando il libretto del
mio “Processo di Giordano Bruno”) e radiofoniche”.
Da quando si è affacciato alla
ribalta, come autore nel 1961,
spronato da Pier Paolo Pasolini,
dal commediografo friulano Luigi Candoni e dal critico teatrale
e scrittore Carlo Terron (fraterno amico del nostro Osvaldo Ramous), il quale scrisse: “È nato lo
lonesco italiano”; da allora, dicevo, non c’è stata stagione di prosa in cui una sua piece non abbia
visto la luce di un palcoscenico.
Alcune, come “Il processo a
Giordano Bruno” sono stati riallestiti tre, quattro volte. E lo scorso anno addirittura a Sao Paolo in
Brasile, mentre nei primi Ottanta
fu mandato in onda, in forma di
radiodramma, da Radio Zagabria.
Un ruolo particolare nella sua
lunga e ricca carriera di teatrante, lo ricopre la collaborazione
col Dramma Italiano di Fiume.
Che, sulla carta, impara a conoscere da me negli anni Settanta,
quando mi chiamò a collaborare
per “Ridotto” e Damiani Senior.
E “de visu” grazie a Nino Mangano, il quale lo mette in contatto con la direttrice del complesso,
all’epoca Margherita Gilić. Senza
troppe ciaccole mettono in piedi,
siamo nel 1990, la “Settimana del
Teatro italiano”: sul palcoscenico dello Zajc, per la soddisfazione della platea fiumano-riječana,
si alterneranno Luigi De Filippo,
in una commedia del grande padre, Peppino; gli attori toscani
dell’Arca Azzurra, in una struggente commedia di Ugo Chiti
(“La provincia di Jimmy”); Ottavia Fusco, nei panni pittrice polacca Tamara Lempycka, diretta
da Don Lurio.
Purtroppo, a causa della guerra scoppiata l’anno dopo il progettato appuntamento annuale
andò a farsi benedire.
Il dialogo riprende nel 1998,
quando dapprima il Teatro
dell’Orologio ospita (col patrocinio della SIAD) lo spettacolo “Un
uomo in mare”, di De Chiara, per
la regia del Mangano, protagonisti
Roberto Della Casa e Giulio Marini; quindi Moretti mette in scena
a Fiume la sua riduzione del racconto di Thomas Mann “Mario e
il Mago”, con un indimenticabile Ginni Gazzolo, che la stagione successiva sarà rappresentato,
pure esso, all’Orologio.
Passano due anni e Moretti
torna allo Zajc. Questa volta ha
messo insieme un collage di musiche napoletane e di Kurt Weill,
e testi di Bertolt Brecht, Raffaele
Viviani e suoi: “Da Piedigrotta a
Mahagonny”. Sulla scena la mattatrice è Miranda Martino. Ma a
Roma, oltre che per lei, il grande
applauso serale – e i complimenti di attori, registi, autori, critici
– va anche a una insuperata Elvia
Nacinovich. Lo spettacolo sta in
cartellone 23 giorni all’Orologio
e cinque al Teatro Quirino: mille
posti, tutto esaurito.
L’ultima volta ho visto Mario Moretti e sua moglie Daniela Rotunno, infaticabile organizzatrice e autrice lei stessa, neanche a dirlo, all’Orologio: aveva
ospitato “Marlene Dietrich” con
Ksenija
Prohaska (in italiano, ovviamente). In quell’occasione consegnai all’attrice Sarah Platania il
premio, come miglior interprete,
al Festival del Monodramma che
curavo a Umago: vi aveva partecipato con un testo di Mario “Il
diario di Ofelia”.
Ovviamente, ci sentivamo
spesso, al telefono, Mario ed io;
ed eravamo rimasti d’accordo
che non appena possibile, saremmo tornati a collaborare. Per la
prossima stagione dovrei tradurre e far mettere in scena la sua
versione di “Viktor Viktoria” –
di una originalità unica! Mi dispiace che non potrà presenziare
alla prima. Mi dispiace tremendamente che non c’è più. Con la
sua scomparsa, è mancato un eccelso uomo di teatro, una persona perbene, un amico.
palcoscenico 7
Martedì, 6 novembre 2012
TEATRO DEI BURATTINI
La XVII volta di Fiume
D
Jagor
Il prof. Baltazar
a domenica al 13 novembre Fiume vivrà con i burattini e le marionette per la XVII edizione del Festival dei burattini, appunto.
La cerimonia inaugurale (Casa di cultura) ha visto la vernice
della mostra “La custode delle e gli amici” (di Saša Jantolek) e la messinscena di “Verso il sole”, per la regia di Boris Konstatinov (teatro dei
burattini di Kaunas).
Il programma vero e proprio è partito domenica al teatro dei burattini
di Fiume con “Jagor”, di Ivana Brlić – Mažuranić, per la regia di Zvonko Festini.
Il teatro di Zara proporrà “Il vento di Kimbung”, tratto da una fiaba
etiope; l’ensemble spalatino racconterà invece “Come il vento scese tra
gli uomini”, ispirato ad una fiaba russa. La regia è di Tamara Kučinović,
che ha proposto il lavoro quale tesi di diploma all’Accaademia di San.
Pietroburgo.
Dalla Bulgaria arriva “L’acciarino magico”, di H.C.Andersen, per
l’intrepretazione di Milena Stoyanova.
La Fabbrica dei burattini zagabrese, per la regia di Mario Kovač, partecipa alla rassegna con il mitico “Prof. Baltazar”.
Dalla Slovenia arriva il Lutkovno gledališče di Lubiana con “Tutti
diversi, tuti strani”.
Per la prima volta a Fiume il Teatro di Zrenjanin, con “Storie di uccelli bugiardi”.
Imperdibile “Il Mago di Oz”, con il Teatro zagabrese. La storia è arcinota: da vedere nella versione marionettistica.
Il Teatro fiumano, a gran richiesta, si potrebbe dire, riproporrà la storia dei “Sette capretti e un povero lupo”.
La Piccola scena zagabrese (Mala scena) va sul sicuro con “La Sirenetta”, altra favola triste della (nostra) infanzia Il teatro di Niš (Pozorište
lutaka Niš) ci racconterà un’altra magia: “La Bella e la Bestia”.
Ancora “Bratac Jaglenac i sestrica Rutvica”, di Ivana Brlić –
Mažuranić per il teatro di Varaždin e l’Accademia di Osijek (Dječja i lutkarska scena - Varaždin e Umjetnička akademija - Osijek).
Favole favole favole: insegnano molto a chi vuole da loro imparare.
Per questo un appuntamento sarà “Le cose sagge si imparano dalle favole”, di Jasen Boka del teatro di Virovitica, che si è ispirato a La Fontaine
e Ivana Brlić Mažuranić.
Ricapitolando, saranno a Fiume i teatri di Lituania, Bulgaria, Slovenia, Serbia e Croazia, per la ricchezza di 43 messinscena di quattordici
spettacoli. La Rassegna propone come al solito laboratori e giochi per
bambini (sabato 10 settembre ore 12, Casa di cultura croata).
Jaglenac
Il vento di Kimbura
Il mago di Oz
Come il vento scese tra gli uomini
Sette capretti e un povero lupo
Storie di uccelli bugiardi
Tutti diversi, tutti strani
Verso il sole
L’acciarino magico
La Sirenetta
Le cose sagge...
La Bella e la Bestia
8 palcoscenico
Martedì, 6 novembre 2012
CARNET PALCOSCENICO rubriche a cura di Daniela Rotta Stoiljković e Carla Rotta
TEATRO Il cartellone del mese
IN CROAZIA
IN ITALIA
Teatro Nazionale «Ivan de Zajc» – Fiume
Politeama Rossetti - Trieste
7 novembre ore 19.30
Manon Lescaut di G. Puccini. Regia Janusz Kica. Interpreti Gabriela Georgieva, Vedrana
Šimić, Olga Kaminska, Siniša
Hapač, Tomislav Bekić, Branko
Robinšak, Raul Gabriel Iriarte,
SinišaŠtork, Sergej Kiselev, Mirko Čagljević, Voljen Grbac, Kristina Kolar, Dario Bercich, Ivan
Kruljac, Saša Matovina, Marijan
Padavić
11 novembre ore 18
Medea di Euripide. Regia
Tomaž Pandur. Interpreti Alma
Prica, Bojan Navojec, Livio Badurina, Ivan Glowatzky, Roma-
no Nikolić, Damir Markovina,
Petar Cvirn, Andrej Dojkić, Tomislav Krstanović, Ivan Magud,
Ivan Ožegović, Adrian Pezdirc,
Kristijan Potočki, Jure Radnić
17, 19, 20, 21 e 22 novembre
ore 19.30
Le nozze di Figaro di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais. Regia Róbert Alföldi
28, 29 e 30 novembre ore
19.30
Carmina Burana di Carl
Orff. Coreografie Hugo Viera.
Regia Josip Šegon/Igor Vlajnić.
Interpreti Cristina Lukanec, Laura Orlić, Paula Rus, Anka Popa,
Ana Rocha Nene, Marta Kanazir, Kristina Kaplan, Viktoria Joana, Maša Kolar, Andrej Koteles,
Svebor Zgurić, Ricardo Freire,
Jac Carlsson, Danilo Palmieri,
Ashatbek Yusupzhanov. Solisti
dell’Opera
V a n j a
Zelčić
(soprano), Sveto
Matošić
Komnenović
(tenore), Marko
Cvetko
(tenore), Tomislav Bekić
(baritono)
Teatro cittadino - Pola
8 novembre ore 20; 9 no- Šaban, Urša Raukar, Krešimir
vembre ore 11
Mikić, Jadranka Đokić, Goran
La finta ammalata di Carlo Bogdan
Goldoni. Regia Saša Broz. Inter17 novembre ore 19.30
preti Bruno Nacinovich, Mirko
Mistero buffo di Dario Fo.
Soldano, Leonora Surian, Elena
17 novembre ore 20.30
Zuppa di canarino di Miloš
Radović. Regia Mario Kovač.
Interpreti Rade Radolović e
Dora Lipovčan.
Ciclo: Prosa
6 e 8 novembre ore 20.30; 7
novembre ore 16
Trote di Edoardo Erba. Regia
Paolo Triestino e Nicola Pistoia.
Interpreti Paolo Triestino, Nicola
Pistoia, Elisabetta de Vito
13 e 15 novembre ore 20.30;
14 novembre ore 16
Oscura immensità tratto dal
romanzo “L’oscura immensità
della morte” di Massimo Carlotto. Regia Alessandro Gassmann.
Interpreti Giulio Scarpati, Claudio Casadio
16 e 17 novembre ore 20.30;
18 novembre ore 16
L’infinito di Tiziano Scarpa.
Regia Arturo Cirillo. Interpreti Andrea Tonin, Arturo Cirillo e
Margherita Mannino
22, 23 e 24 novembre ore
20.30; 25 novembre ore 16
Macbeth di William Shakespeare. Regia Andrea De Rosa. Interpreti Giuseppe Battiston, Frédérique Loliée, Marco Vergani, Riccardo Lombardo, Stefano Scandaletti, Valentina Diana, Gennaro
Di Colandrea, Ivan Alovisio
Regia Maurizio Colombi. Interpreti Mario Luzzatto Fegiz e con
Roberto Santoro (one man band)
e Vladimir Denissenkov (fisarmonica russa)
27 novembre ore 20.30
Far finta di essere G di Gaber,
Luporini, Calabrese, Scuda. Interpreti gli Oblivion Davide Calabrese e Lorenzo Scuda
28, 29 e 30 novembre ore 21
Crucifige di Claudio Bernardi. Regia Claudio Misculin. Interpreti Claudio Misculin, Gabriele
Palmano, Donatella Di Gilio, Dario Kuzma, Giuseppe Feminiano, Francesca Hagelskamp, Fabio Portas, Barbara Busdon, Fabio Cassano, Daniel Portas, Derin Kennet
Ciclo: Danza e dintorni
21 novembre ore 20.30
Amarcord di Luciano Cannito (liberamente ispirato all’omonimo film di Federico Fellini).
Regia Luciano Cannito. Interpreti
Rossella Brescia e con i ballerini
di DANZITALIA Italian Touring
Dance Company: Nicolò Noto
e Diego Millesimo, Sergio Nigro, Rossela Lucà, Grazia Striano, Veronica Maritati, Giacomo
Deleidi, Giada Pallara, Calogero
Failla, Vittoria Pellegrino, Raffaele D’Anna
Ciclo: Eventi speciali
5 novembre ore 20.30
Danish Trio Interpreti Stefano Bollani (pianoforte) Jesper
Bodilsen (basso) Morten Lund
(batteria)
7 e 8 novembre ore 21; 9 e
10 novembre ore 17; 11 novembre ore 11
Le avventure di Gian Burrasca tratto da “Il giornalino di
Gian Burrasca” di Vamba.
Regia Luciano Pasini. Interpreti Francesco Gusmitta nel ruolo di Pellegrino Artusi
e con gli allievi di “StarTs
Lab” Argante Baschiera,
Giulia Bernardi, Evita
Bertolini,
Enea Bordon, Angela Cotterle,
Valentina Crucil, Federica Crulci, Sara Despotovic, Francesco
Felician, Margherita Girardelli,
Leonardo Iurada, Virginia Lanza,
Sofia Maiola, Elisa Manzin, Lorenzo Manzin, Matilde Marino,
Petra Meneghetti, Costanza Monti, Gabriele Pacini, Stefano Parmesan, Francesca Radoicovich,
Francesco Rocchi, Luca Rocchi,
Davide Rossi, Augusto Savarese, Elisabeth Scherlich, Samuele
Steindler, Jennifer Stigliani, Anna
Vlacci, Caterina Zoppolato, Filippo Zoppolato.
19 novembre ore 20.30
Ficarra e Picone: apriti cielo
di e interpreti Ficarra e Picone
Ciclo: Altri percors
20 novembre ore 20.30
Io odio i talent show di Mario
Luzzatto Fegiz e Giulio Nannini.
Brumini, Toni Plešić, Giulio Settimo, Giorgio Amodeo, Rosanna Bubola, Giuseppe Nicodemo,
Elvia Nacinovich, Miriam Monica, Alida Delcaro
13 novembre ore 20
Petritza und millitargrenzemusik da M. Krleža e G. Szabo.
Interprete Željko Vukmirica.
15 novembre ore 20
Mio figlio cammina più lentamente di Ivor Martinić. Regia
Janusz Kica. Interpreti Ksenija
Marinković, Vedran Živolić, Sreten Mokrović, Lucija Šerbedžija,
Doris Šarić - Kukuljica, Damir
Teatro lirico Giuseppe Verdi - Trieste
17 novembre ore 22
Arie operistiche
22 novembre ore 20
E adesso impazzisci di e regia Ljubomir Kerekeš. Interpreti Zoran Pribičević, Jan Kerekeš,
Ljubomir Kerekeš.
28 novembre ore 20
Nuda in gabbia di O. Runjić.
Regia Ivan Leo Lemo. Interpreti
Barbara Nola, Ana Begić, Nataša
Dangubić, Ecija Ojdanić
IN SLOVENIA
Teatro cittadino - Capodistria
7, 8, 9 e 10 novembre ore
20
Chi da solo fino a sera viaggia attraverso il mondo di e regia Neda R. Bric. Interpreti Peter Harl, Blaž Valič, Ivo Barišič,
Vesna Vončina, Dušanka Ristić,
Gorazd Jakomini, Marjuta
Slamič, Matej Puc
12 novembre ore 20; 13 novembre ore 11
La finta ammalata di Carlo
Goldoni. Regia Saša Broz. Interpreti Bruno Nacinovich, Leonora
Surian, Elena Brumini, Toni Plešić,
Giulio Settimo, Giorgio Amodeo,
Rosanna Bubola, Giuseppe Nicodemo, Elvia Nacinovich, Miriam
Monica, Alida Delcaro
15 novembre ore 20
Concerto dell’Orchestra del
Conservatorio “Giuseppe Tartini” di Trieste
20 novembre ore 20
Terroni, fuori! di Goran
Vojnović. Regia Marko Bulc. Interprete Aleksandar Rajaković –
Sale
24 e 27 novembre
ore 20.30; 25 novembre ore 16
Il barbiere di Siviglia
di Gioacchino Rossini.
Regia Ruggero Cappuccio. Interpreti
Antonino Siragusa,
Alessandro Luciano, Paolo Bordogna, Andrea
Porta, Daniela Barcellona, Roberto De Candia, Marco Vinco, Rita
Cammarano, Ilaria Zanetti
La Contrada – Trieste
16, 17, 21, 22, 23, e 24 novembre ore 20.30; 18 e 25
novembre ore 16.30
Il metodo di Jordi Galceràn. Regia Andrea Collavino.
Interpreti Adriano Giraldi, Riccardo Maranzana, Maria
Grazia Plos, Maurizio Zacchigna
21 novembre ore 20
Puttana di Vedrana Rudan.
Regia Marko Bulc. Interprete Violeta Tomič
23 novembre ore 20
Parole, parole: non era la
quinta era la nona di Aldo Nicolaj.
Regia Jaka Ivanc. Interpreti Igor
Štamulak, Lara Jankovič, Rok
Matek, Davor Herceg, Joži Šalej
Anno VIII / n. 69 del 6 novembre 2012
“LA VOCE DEL POPOLO” - Caporedattore responsabile: Errol Superina
IN PIÙ Supplementi a cura di Errol Superina
Progetto editoriale di Silvio Forza / Art director: Daria Vlahov Horvat
edizione: PALCOSCENICO
Redattore esecutivo: Carla Rotta / Impaginazione: Željka Kovačić
Collaboratori: Sandro Damiani, Rossana Poletti, Daniela Rotta Stoiljković, Ardea Stanišić
Foto: Marino Sterle (Le Maldobrie), Dražen Šokčević (La finta ammalata), Internet
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6.11.2012 - EDIT Edizioni italiane