LA VOCE DEL POPOLO ce vo /la .hr dit w.e ww palcoscenico An no VIII • n. Sipario 12 e 20 r b 69 • Martedì, 6 novem UN CAFFÈ CON... Alessandro Gassman Pagina 2 / DRAMMA ITALIANO La finta ammalata Pagine 2 e 3 LE RECENSIONI Le Maldobrie / Il discorso del re Pagine 4 - 5 / OMAGGIO A... Mario Moretti Pagina 6 TEATRO DEI BURATTINI La XVII volta di Fiume Pagina 7 / CARNET PALCOSCENICO Il cartellone del mese Pagina 8 2 palcoscenico Martedì, 6 novembre 2012 UN CAFFÈ CON... DRAMMA ITALIA Alessandro Gassman Alessandro Gassman Ahimé, Di Rossana Poletti L’ appuntamento è alla Sala Bartoli del Politeama Rossetti, la comunicazione con Alessandro Gassman sarà a distanza, grazie a quelle tecnologie che consentono di vedere e parlare con una persona che sta da un’altra parte. Ci appare su di un grande schermo l’attore e regista, assieme a Giulio Scarpati e Claudio Casadio: hanno interrotto le prove del nuovo spettacolo che stanno allestendo e possiamo così confrontarci con loro su questa nuova esperienza teatrale. Alessandro Gassman ha da poco completato una tournèe esaltante che l’ha visto in scena con “Roman e il suo Cucciolo” di Reinaldo Povod, storia di un migrante rumeno arrivato in Italia trent’anni fa, e proseguita tra cocaina e delinquenza con un figlio, Nicu, allevato senza madre: testo contemporaneo che indaga nelle tematiche dei rapporti familiari irrisolti e dell’integrazione nella società di razze, culture, religioni diverse. Una storia intensa e difficile che ha entusiasmato il pubblico nella versione italiana di Edoardo Erba. Ora si accinge ad andare in scena con una produzione dello Stabile del Veneto che dirige, “Oscura immensità” e lo fa nei panni di solo regista. A recitare saranno infatti Scarpati e Casadio, che affronteranno un tema scottante, quello del perdono per un condannato all’ergastolo; perdono da parte di colui che ha perso moglie e figlio per mano sua, e perdono dell’Istituzione Giustizia, perché lui, l’assassino, è malato, senza speranza. Un dramma nel dramma, che non manca di porre domande se sia giusto perdonare, ma anche di marcare quanto la vendetta sia comunque una forte componente umana e sociale. Gassman, perché tanta attenzione al teatro contemporaneo, in un quadro nazionale che ne fa poco, e che cosa l’ha affascinato degli scrittori del nord-est che l’ha adottato. È vero, sono stato adottato da questo territorio e da questo teatro (ndr. Stabile del Veneto) da due anni e il lavoro che stiamo facendo è profondo. Chi è di qua sapeva benissimo, io l’ho scoperto, di un’attività teatrale grandissima. Abbiamo istituito il Premio Off che dà la possibilità, attraverso il denaro e la distribuzione, a giovani attori e compagnie che vogliono sperimentare, di trovare uno spazio. Con questo incentivo abbiamo realizzato una maggiore presenza di drammaturgia contemporanea. Stiamo mettendo in scena un testo tratto dal romanzo “Oscura immensità della morte” di Massimo Carlotto, da lui stesso adattato; l’anno scorso abbiamo realizzato “WORDSTAR(S)” di Vitaliano Trevisan, che peraltro ha curato l’adattamento di “Riccardo III”, che allestirò il prossimo anno. Ha debuttato da poco a Venezia “Buco”, che è un’altra produzione di scrittura attuale. Sono spettacoli che hanno fatto numeri. Recentemente a Venezia e Padova, per il Premio Off, ci sono state liste d’attesa e tutti esauriti che fanno ben sperare per le nuove produzioni. Non necessariamente la drammaturgia contemporanea ha difficoltà ad essere recepita. Lo spettacolo che stiamo allestendo parla di delitti di provincia, ma anche di possibilità di perdono e possibilità di pentimento. Parla di carcere e lo fa con una scrittura cruda, dritta, molto efficace. È uno spettacolo che porterà molte emozioni. La funzione principale del teatro è di provocare emozioni, o divertimento se si fanno le commedie. C’è un modo particolare che usa nell’affrontare questi argomenti. L o sguardo è neutrale ma anche inquietante tra le pieghe di un’umanità senza speranza. Un limbo esistenziale dove il confine tra bene e male non è perfettamente tracciato, ma è solo un sottile limite a cavallo del quale i ruoli si possono invertire, le vittime possono diventare carnefici e i carnefici vittime. Uno stimolo a riflettere sul lato tragico dell’esistenza, sui rapporti fra gli uomini e su quegli avvenimenti che a volte possono segnare la loro vita in modo irreversibile. Scarpati, come vi siete trovati a recitare in un linguaggio crudo di Carlotto, voi che siete abituati ad un genere diverso come il cinema e la fiction. La parola teatrale è più pesante che nel cinema e in televisione. La cosa più difficile è interpretare la realtà che viviamo e il teatro contemporaneo ha uno strumento in più di comprensione. Il linguaggio crudo è inserito in un contesto, si parla di perdono, di vendetta, di temi che non sono trattati come nei programmi televisivi, dove si discute in maniera molto superficiale e poco approfondita. Il linguaggio diventa crudo quando si usano questi argomenti per fare intrattenimento televisivo pomeridiano. In teatro il linguaggio è spiegato, non è un breve messaggio del TG. Casadio, a teatro è anche possibile comprendere le ragioni della vittima e del carnefice. La regia di questo spettacolo è fortissima, realizza un bel teatro che andrà incontro al pubblico stupendolo. L’ergastolano ha il tempo di pentirsi e anche di trovare il modo per riscattarsi, ma affianco alla durezza dell’argomento ci sarà anche una certa leggerezza teatrale e qualche sorpresa per gli spettatori. Gassman, il teatro italiano ha grandi potenzialità e probabilmente non molto da imparare dall’estero. Ma dovendo mutuare qualcosa da fuori che cosa suggeriresti. Se pensiamo a Inghilterra, Germania, Francia, Spagna, ma anche Austria, che hanno grandi tradizioni teatrali come noi, bisogna tener presente che sono paesi che hanno grandi capitali, città che sono centrali nella loro geografia e cultura. Gli spettacoli hanno teniture molto lunghe, il pubblico arriva da tutte le parti e converge su queste produzioni che restano in cartellone a lungo in un medesimo teatro. L’Italia è il paese delle tante città, dei tanti teatri bellissimi, e il pubblico qui non si sposta. È proprio un sistema diverso. Ad esempio abbiamo Roma e Milano in cui gli spettacoli stanno due, massimo tre settimane. Metropoli come queste che hanno cinque milioni di abitanti fanno sembrare ridicolo questo sistema, che però è strutturato così e difficilmente si potrà cambiare. Il teatro italiano soffre di molte deficienze, in particolare i teatri a gestione pubblica. Una buona dose di meritocrazia, come del resto in tutti gli altri campi della vita civile di questo paese, sarebbe una cosa utile. C’è bisogno che chi si occupa di programmazione possa assecondare la propria passione e la qualità di ciò che fa, a prescindere dalla notorietà e popolarità di chi li interpreta. È abbastanza triste constatare che se in una produzione non si inserisce un attore di richiamo lo spettacolo non circuita. E assistiamo dunque ad un’invasione dei teatri sempre più frequente da parte di personaggi televisivi che non hanno niente a che fare con il teatro e inquinano la qualità degli spettacoli anche in città come Roma e Milano. Il Teatro Stabile del Veneto ospiterà nella prossima stagione “Lei dunque capirà” di Magris, interpretato da Daniela Giovanetti. Un testo strano tra quelli scritti da Magris, che parla di amore e morte. Che cosa ti ha colpito di questo spettacolo. Le capacità di Magris non le scopro io, le sue qualità di scrittore sono note in tutto il mondo e pertanto non è stato un grande rischio quello di inserire questo titolo nel cartellone di quest’anno. Sicuramente sarà uno spettacolo in grado di emozionare il pubblico, porterà sicuramente a teatro pubblico anche nuovo. Noi abbiamo fatto un lavoro sul ringiovanimento del pubblico, rispettando gli abbonati, ma andando a cercare maggiore collaborazione, che prima non c’era, con scuola e università. Non sono ancora soddisfatto dei risultati dovremo andare ancora più in profondità. Faccio parte di quella generazione che veniva costretta ad andare a teatro, i famosi matinée, a vedere cose che non avevamo voglia di vedere, dove recitavano attori che non avevano voglia di farlo e che quindi sviluppavano poca qualità. Questa esperienza ha fatto molti danni e molto male ai giovani. Quando poi proponiamo a scuole e università di venire a teatro, vengono sempre scelti i classici, sono gli insegnanti che scelgono così. Ci sarà qualcuno più illuminato, che deciderà di portare i suoi ragazzi a vedere teatro contemporaneo, con la convinzione che c’è da imparare molto, perché sono testi e storie che parlano della nostra società, aiutandoci a comprenderla. “S enta, dottore, ho un qualcosa che mi fa male... qui, ma non proprio qui, un po’ più sotto...” La frase vi giunge nuova? Ma sì, dai, che ci sono persone sempre, eternamente ammalate. E quando le incontri per strada, se non fai la “domanda di cortesia”: “Come sta?”, si offendono anche! Perché non vedono l’ora di raccontarvi per filo e per segno di nuovi acciacchi, sicuramente sintomi di qualche “malattia sconosciuta”. Io ne conosco alcuni, di individui così. Ogni medico ha sicuramente la sua brava “categoria” di pazienti che non si sentono “proprio tanto bene”. Oggi come ieri. L’argomento è sicuramente vecchio come il mondo! Ed è per questo che nei secoli è stato spesso elaborato da scrittori, commediografi, gente di teatro. Perché se non vuoi metterti a piangere, bisogna per forza, riderci su! Uno di questi fu Carlo Goldoni, il commediografo veneziano che più volte nelle sue opere tratteggiò le figure di ammalati immaginari e speziali (professionisti poliedrici, alle prese con ammalati, ma non troppo!). Uno di questi lavori è “La finta ammalata“, il primo spettacolo della stagione teatrale 2012/13 messo in scena dal Dramma Italiano di Fiume, che il fedele pubblico ha avuto modo di applaudire in avvio di stagione al Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” del capoluogo quarnerino e poi in varie località comprese nella tournèe istriana, ancora in corso. Ed è stata ed è un successo, la piéce goldoniana, che continua a distanza di secoli a divertire il pubblico di tutte le età. Perché non sempre il “vecchio sa di muffa”! I personaggi di Goldoni sono sempre moderni in quanto, come si legge nella nota della regista del lavoro, Saša Broz, “gli esseri umani non cambiano, cambiano solo le condizioni in cui questi si trovano a vivere e morire.” La trama è semplicissima: storia di una una ragazza segretamente innamorata del proprio medico la quale si finge ammalata soltanto per poterlo vedere. Goldoni vi ricama sopra una trama che dà una visione sulle anomalie della società dell’epoca, con garbo e ed eleganza, senza mai risultare troppo diretto. La regista, da parte sua, crea uno spettacolo nello spettacolo, che si dipana su due binari paralleli: alla trama originale ne aggiunge un’altra, le vicende intorno alla prova generale di una compagnia teatrale che sta mettendo in scena la commedia stessa, con situazioni singolari tra i vari attori dell’ensemble, che fanno aumentare ulteriormente la suspance e il divertimento. Ne deriva una lettura leggera ma impegnata, e per certi versi profonda, perché da una parte mette in luce la ciarlataneria degli specialisti in medicina e dall’altra la professionalità (e non) nell’ambiente teatrale (il che vale pure – e purtroppo – per tanti altri ambienti). ”La finta ammalata” è una delle commedie minori di Goldoni, scritta per la Compagnia Medebach per il carnevale del 1751; fu rimessa in scena al Sant’Angelo, sempre a Venezia, nel 1756. L’opera, che si confronta con il tema comico del malato immaginario (Goldoni, per sua ammissione, si ispirò a “L’amour médecin”, di Moliére), è una gustosa parodia sulla medicina dell’epoca, della quale il commediografo mette in luce la ciarlataneria (Rosaura, figlia del ricco Pantalone, è la finta ammalata: in- palcoscenico 3 Martedì, 6 novembre 2012 La finta ammalata NO: «LA FINTA AMMALATA» gli esseri umani non cambiano studia sul libro della Natura e del Mondo, e su quello della sperienza, non si può per verità divenire Maestro tutto d’un colpo; ma egli è ben certo che non vi si diviene giammai, se non si studiano codesti libri”... “Ii due libri su’ quali ho più meditato, e di cui non mi pentirò mai di essermi servito, furono il Mondo e il Teatro”. Bisognava, risiedeva nel cogliere “alcuni gravi ragionamenti ed istruttivi, alcun dilicato scherzo, un accidente ben collocato, una qualche viva pennellata, alcun osservabil carattere, una dilicata critica di qualche moderno correggibil costume”, ma soprattutto ciò che più allettava il pubblico era il ricorso al semplice ed al naturale. “Quando si DRAZEN SOKCEVIC namorata del dottore che la cura, Anselmo degli Onesti, simula una grave malattia per poterlo vedere. Pantalone, che non riscontra alcun miglioramento nella salute della figlia, organizza un consulto fra i migliori medici di Venezia, l’uno più imbroglione dell’altro, e si affida alle cure di Agapito, il vecchio speziale sordo, o finto sordo, e visionario che vive in un mondo tutto suo, fatto di principesse orientali e di imperatori del Catai). Da „La finta ammalata“ fu ricavato un dramma giocoso in tre atti, musicato nel 1768 da F. J. Haydn, messo in musica in una forma radicalmente modificata rispetto al libretto originale: un drammaturgo locale ridusse e semplificò il dramma, arrivando a eliminare tutte le parti serie - ben tre dei sette personaggi. Per Goldoni il teatro ha una forte valenza istituzionale, è una struttura produttiva, retta da principi economici simili a quelli che regolano la vita del mondo. Questa forza porta la sua commedia al di là della naturale rappresentazione della vita contemporanea. Egli ha una visione critica del mondo, in quanto turba l’equilibrio dei valori della vita delle classi sociali rappresentate. Nelle sue scene si ha la sensazione di un’insanabile irrequietezza, che si sospende con il lieto fine tradizionale. Anche in questo modo sottolinea che in questo mondo i rapporti sono soltanto esteriori, sorretti dal principio della reputazione. Troppe cose nella realtà sociale sono basate sul “piacere del vuoto”, e sulla “crudeltà” dell’egoismo. Non solo nell’ambiente esterno alla famiglia. Secondo Goldoni, il trucco per una rappresentazione di successo come egli stesso evidenzia, acquisire la consapevolezza di quel materiale degno della “disapprovazione o della derisione de’ Saggi“, avvenimenti curiosi e situazioni che sottolineavano i vizi ed i difetti di ognuno. Osservando il reale apprendeva anche quali fossero i mezzi con i quali la virtù resisteva alla corruzione dei costumi. Leggendo il Teatro, invece, analizzava come rappresentare sulla scena i caratteri, le passioni e gli avvenimenti che il libro del Mondo gli mostrava, come ombreggiare o dare rilievo alle diverse situazioni, destando meraviglia o riso. La formula vincente risultava il connubio naturalezza e buon garbo, che faceva riconoscere nello spettatore come propri i comportamenti descritti, senza offendere, ma divertendo. Perché i difetti, si sa, sono solo “quelli degli altri”, e noi tutti, immancabilmente, ci ridiamo sempre sopra! (as) La tournée Dopo il palcoscenico dell’”Ivan de Zajc” di Fiume, le uscite a Rovigno (30 e 31 ottobre) e Umago (5 e 6 novembre), la Compagnia del Dramma Italiano porterà la “Finta ammalata” al Teatro Popolare Istriano di Pola - l’8 e il 9 novembre, al Teatro cittadino di Capodistria - il 12 e il 13 novembre, ed infine a Pisino - il 15 novembre. Leonora Surian Personaggi, interpreti e... Regia Saša Broz Drammaturgia Željka Udovičić Scene Dragutin Broz Costumi Sandra Dekanić Musiche originali Borna Šercar Coreografo e assistente alla regia Žak Valenta Luci Predrag Potočnjak Pantalone Bruno Nacinovich/ Mirko Soldano Rosaura Leonora Surian Beatrice Elena Brumini Lelio Toni Plešić Il dottore Anselmo Onesti Giulio Settimo Il dottore Onofrio Buonatesta Giorgio Amodeo Il dottore Merlino Malfatti Rosanna Bubola Agapito Giuseppe Nicodemo Tarquinio Elvia Nacinovich Colombina Miriam Monica Fabrizio Alida Delcaro 4 palcos Martedì, 6 novembre 2012 LE MALDOBRIE Ma una volta si stava proprio meglio? T rieste. Teatro Orazio Bobbio – La Contrada. Man mano che si invecchia, per placare l’ansia del tempo che passa, si sente sempre più il bisogno di credere che una volta si stava meglio, che niente è fatto bene come un tempo e come si mangiava bene quando cucinava la nonna… La scontentezza e la nostalgia sono le fonti principali di questi pensieri che, se fate attenzione, non mancherete di sentire in qualsiasi conversazione, ai tavolini dei bar tra signore attempate o in autobus in quei tragitti di mezza mattina, in cui il fastidioso di turno trova modo di lamentarsi del ragazzino con la borsa della scuola ingombrante o del suo vociare forte e animato. Questo è il mondo in cui Carpinteri e Faraguna pescarono i riferimenti per le loro storie, in cui c’è quasi sempre un vecchio che racconta (sior Bortolo) e una signora che, capendone poco, alterca nella banalità (siora Nina). Un mondo popolare che, contrariamente a quello che si pensa, si mantiene oggi quasi inalterato. Forse è cambiato un po’ il panorama e il gergo: è mutato l’abbigliamento delle persone, la gonna si è accorciata, i pantaloni si sono ristretti, le case sono diventate più confortevoli, il dialetto si è involgarito, ma è un fatto che è capitato a tutte le lingue. Le donne accampano più spavalderia e indipendenza, gli uomini sono forse un po’ più frustrati, come le cronache ci raccontano, ma nella sostanza adesso o un secolo fa il pensiero debole umano rimane sempre immoto. E a teatro ridiamo di ciò, con una buona dose di autoironia, perché in realtà ridiamo di noi stessi. Su questo puntarono la coppia “Carpinteri & Faraguna” nello scrivere le loro storielle. E più ci avviciniamo negli anni alle due figure del Bortolo e della Nina, più sentiamo forte questa appartenenza. Mariano Faraguna è scomparso da più di un decennio, Lino Carpinteri è un signore anziano che ancora propone ricordi di un tempo remoto, anche solo attraverso il significato delle vecchie parole, magari cadute in disuso, sul quotidiano locale. Ma il tempo in cui produssero assieme quel mirabolante, inventato ma non tanto, mondo delle Maldobrie è ancora vivo nel cuore di chi era adulto negli anni ’70. E a teatro va volentieri a rivedere un nuovo episodio della saga, per ridere, ma anche un po’ a soffrire. Sentiamo spesso dire “ai tempi dell’Austria se stava ben”, “l’Austria era un paese ordinato” (divenuto anche il titolo di una raccolta di storielle); la storia seria quella scritta sui fatti realmente accaduti, sui documenti, sulle testimonianze certe, ci dice che non era proprio così “felix” quel periodo. Resta comunque interessante l’operazione della famosa coppia di giornalisti triestini, sia nell’ispirazione storica calata nell’ambiente giuliano-dalmata tra fine ‘800 e inizi del ‘900, sia nella costruzione linguistica che riassume le tante sfumature di un dialetto istro-veneto, contaminato da numerosissime influenze slave, tedesche, turche e arabe. Ma quello che ci fa ancor più nostalgia, e forse anche malinconia, è nel non sentire più le voci dei protagonisti veri di questa serie fortunata, Lino Savorani, Mimmo Lo Vecchio, Orazio Bobbio, Lidia Braico che, prima di approdare a teatro, attraverso la radio e la trasmissione “Il campanon” allietarono alla grande un territorio vasto: un’area che andava al di là della parlata veneta, sconfi- nando nel mondo friulano, di cui molti ancora ricordano con piacere quella grande produzione RAI; quest’ultima oggi riesce invece a rifilare infimi programmi in lingua friulana, voluti da una politica invadente ed invasiva, lontana mille miglia dai sentimenti veri della gente. Bisogna però dire che gli attuali attori della Contrada sono bravi, riescono a cogliere lo spirito di quella pletora di personaggi popolari, che rallegrano le storielle di sior Bortolo, e anche di tutti gli arciduchi e arciduchesse della fine dell’Impero. Colonne portanti della compagnia necessariamente rinverdita sono inscena Ariella Reggio e Gianfranco Saletta che ammiriamo da subito, quando il sipario si alza e un’anziana rigattiera, la Reggio, con ancora qualche mira sui “giovanotti”, scaccia in malo modo l’anziano avventore, Saletta, che più che com- prare vorrebbe poter fare la corte alla donna. Lei in realtà non sente il bisogno di disfarsi delle cianfrusaglie del suo negozio. Chincaglieria cinese, come quella che tanto tempo fa vendeva ad Abbazia l’unico orientale approdato in queste terre ai tempi dell’Impero. Furbo era, e con lo stratagemma di mostrare un piattino Ming di valore, nel quale mangiava un bel gattino, rifilava ai compratori interessati il gatto ma non il piatto. Ventotto ne aveva sbolognati prima di essere scoperto nella sua birbonata. Simpaticissima la trovata di far indossare ad Ariella i panni del cinesino che raggira bellamente il comandante Gladulich, un Giraldi scioccamente spavaldo. Ma anche la nobiltà ha la sua parte nelle Maldobrie, ed è nella scenetta che vede Maria Grazia Plos, perfetta donna disperata, perché il marito Menego si è bevuto tutta la sua dote, “che lei non era povera al momento del matrimonio, aveva persino le “calze de seda de Vienna” e adesso non ha più il becco di un quattrino; in questa scenetta –dicevo –, il solito sior Bortolo, impersonato da Zacchigna, racconta del matrimonio morganatico tra Francesco Ferdinando e la moglie Sofia, che non avendo lei il rango sociale per poter diventare imperatrice era sempre l’ultima della fila nei cerimoniali, “tuti ghe pasava davanti per le porte”, e l’unica volta in cui sedette vicino al marito, ironia della sorte, fu quando ci fu l’attentato di Sarajevo e lei morì assieme al consorte. E all’uscita il pubblico a commentare che “sì, finalmente aveva compreso il significato della parola morganatico”. Anche a questo serve il teatro. Insomma uno spettacolo lieve quello che apre la stagione della Contrada, con una scena altrettanto snella che permette mille momenti e situazioni, che lascia il pubblico divertito, in un momento in cui la stretta della crisi lascia poco spazio per l’evasione perché, come potrebbe osservare sior Bortolo, nel mondo ci sono sempre stati povertà e crisi, ma poi tutto passa e “torna a splendere il sole”. In scena Adriano Giraldi, Maria Grazia Plos, Marzia Postogna, Maurizio Zacchigna, Massimiliano Borghesi, Paola Saitta e Lorenzo Zuffi,con la partecipazione degli allievi dell’Accademia teatrale “Città di Trieste”. Le scene e i costumi sono di Andrea Stanisci, le musiche di Massimiliano Forza, gli arrangiamenti di Fabio Valdemarin e ancora una volta la regia di Francesco Macedonio. Rossana Poletti cenico Martedì, 6 novembre 2012 5 IL DISCORSO DEL RE Le parole di un grande padre T rieste. Politeama Rossetti. È del 2010 “Il discorso del re”, film interpretato da due splendidi attori quali Colin Firth e Geoffrey Rush, ambientato in un periodo storico ben preciso: l’abdicazione di Edoardo VIII e l’ascesa al trono di Giorgio VI, il re balbuziente. La pellicola ha vinto una selva di premi, tra cui quattro premi Oscar: miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista e miglior sceneggiatura originale. La sceneggiatura di David Seidler fu sperimentata in versione teatrale già prima che il film fosse finito. Siamo nell’Inghilterra dei primi anni Trenta. L’erede al trono si innamora di Wallis Simpson, divorziata americana, la quale per le convenzioni dell’epoca non potrebbe mai diventare regina. Alla morte di Giorgio V l’establishment, nobiltà e governo, costringono il nuovo re Edoardo VIII ad abdicare, perché costui non solo non vuole in alcun modo rinunciare alla sua relazione con la Simpson e vorrebbe sposarla, ma soprattutto perché in Europa è uno dei pochi che simpatizzano con Hitler in piena ascesa in Germania. Seidler descrive la vicenda personale del principe Albert, secondo figlio di Giorgio V, il quale, dopo un terribile discorso allo stadio di Wembley per conto del re, decide di far curare la sua imbarazzante balbuzie. Incontra così, dopo tanti inutili tentativi, Lionel Logue, terapeuta australiano, che a sua volta vorrebbe ma non riesce a diventare un attore. Tra i due nasce uno strano, forte, incredibile rapporto che, uscendo dagli schemi delle convenzioni di corte, diventerà amicizia vera. In realtà le violenze psicologiche della prima infanzia di Albert, la consapevolezza intima di essere migliore del fratello maggiore e il sapere che in teoria non potrebbe diventare re, giocano in chiave psicologica un brutto scherzo al povero principe, che trasforma le sue delusioni in balbuzie. L’handicap è una gabbia nella quale rinchiudere la grande frustrazione: “non avrei potuto comunque fare il re, perché non riesco a parlare”. All’epoca la radio è entrata prepotentemente nelle case e, come Giorgio V ricorda al figlio prima di morire, mentre fino a poco tempo prima nessun sovrano avrebbe mai avuto bisogno di mostrarsi e men che meno farsi sentire dal suo popolo, con la radio il mondo è cambiato e le parole del re sono le parole di un grande padre, vanno dette e dette bene. Per Albert l’irresponsabilità del fratello sarà un motivo in più per superare il suo problema e Logue gli darà gli strumenti per riuscire a tenere un discorso in pubblico o alla radio, senza che la balbuzie lo trasformi in un uomo da deridere. Al momento di assistere alla rappresentazione teatrale con Luca Barbareschi e Filippo Dini le aspettative sono state tante. E tanta anche la curiosità di fare un parallelo e un paragone tra le due esperienze mediatiche, cinema e teatro. Ebbene pur nella diversità dei mezzi il risultato è stato altrettanto apprezzabile. I due attori in scena sono strepitosi, trasmettono tutte le sfumature di tante questioni non dette. I sentimenti e le emozioni di chi sta a capo di una nazione e ha responsabilità enormi, i rapporti all’interno della famiglia reale, tra fratelli, tra marito e moglie, tra padre e figlio, tra sudditi e nobili. Nella prima seduta, Logue stabilisce regole ben precise con Albert: “Qui siamo a casa mia e a casa mia io sono Lionel e tu sei Bertie (nomi- gnolo affibbiato ad Albert in famiglia). Il rapporto sarà quindi confidenziale, senza regole di etichetta e formalismi. Una situazione questa irta di ostacoli sul percorso del raggiungimento di una qualche guarigione. Alla dichiarazione di guerra alla Germania del 1939, Giorgio VI sarà pronto per il discorso alla nazione da trasmettere via radio. Con Logue al fianco sarà un successo, susciterà un forte impatto emotivo permettendo al re di uscire sul balcone a salutare la folla plaudente, un re che – dicono le cronache – si comporterà molto bene durante la guerra, scomparso troppo presto lasciando l’eredità ad una giovanissima Elisabetta, ancora sul trono dopo sessant’anni di regno. Ai due protagonisti si aggiungono Astrid Meloni, Chiara Claudi, Roberto Mantovani, Ruggero Cara, Mauro Santopietro e Giancarlo Previati, un gruppo ben amalgamato, aiutato in scena da un allestimento solo apparentemente semplice. Un rullo ruota simulando i diversi colori degli spazi occupati, tante stanze, tanti ambienti solo attraverso i disegni di una carta da parati. Poscaro OMAGGIO A... Martedì, 6 novembre 2012 Mario Moretti 6 palcoscenico Mario Moretti, teatrante a tutto tondo I Di Sandro Damiani l 6 ottobre scorso si è spento a Roma Mario Moretti, teatrante a tutto tondo, ma soprattutto commediografo e “agitatore teatrale”, avendo dato vita a numerose iniziative: apertura e gestione di teatri – squisitamente Off – nella più caotica città del mondo, Roma; invenzione di rassegne e festival: a Roma come a New-York (in collaborazione con il “Provincetown Playhouse “di Washington Square, - diretto negli anni 20 da Eugene O’Neill – e con il “Café La Mama” di Ellen Stewart, dirigendovi il “Festival of Italian Theatre Today”). A Parigi come a Stoccolma e addirittura a Fiume. È stato presidente della SIAD - Società italiani autori drammatici, cooptando i due santoni della scena dell’epoca: Eduardo De Filippo e Dario Fo; presidente delle Cooperative Teatrali AGIS, negli anni in cui questa realtà aveva assunto la medesima importanza dei Teatri stabili. Fu consigliere dell’Istituto del Dramma Italiano (IDI) e della SIAE e direttore editoriale del mensile “Ridotto”. Sul quale né si risparmiava, né risparmiava alcuno di critiche, attacchi anche feroci se solo ravvisasse segni di inimicizia preconcetta verso gli autori teatrali italiani contemporanei da parte di impresari, critici, registi “monstre”. Ce l’aveva per tutti. E non ricordo che qualcuno abbia avuto il coraggio di rispondergli: parlava e scriveva sempre a ragion veduta. In proposito voglio ricordare quando prese le mie difese – s’era verso la fine dei Settanta – rispetto ad un’offensiva in- tervista rilasciata su “Ridotto” da Carmelo Bene, in cui falsificando le carte (e vabbè!) mi omaggiava con vari epiteti: gliene disse tante, che metà sarebbero bastate (per la cronaca: non fui da meno, neppure io). Va da sé: il Divino trombone incassò in silenzio... Non era in cerca di gloria, Moretti, ma di un clima atto a lavorare e far lavorare bene sé ed i suoi colleghi; Brancati, Faggi, Doplicher, Prosperi, Ambrogi, Nicolai, Fratti, Cuomo, Mazzucco, Dacia Maraini, Maricla Boggio... commediografi, non solo affermatissimi, ma – la maggior parte dei citati – molto più famosi e rappresentati all’estero che non in Italia!? Erano gli anni Settanta, anni di battaglie ideali, culturali e politiche, che il terrorismo (specie quello “rosso”) vanificò dall’oggi al domani: quando si spara, non c’è più spazio per il dialogo e la discussione; o spari pure tu o taci. E mentre tu, giustamente taci, la controparte, che è poi la parte che ha il potere in mano, si consolida. Non senza essere riuscita a fare il varco tra le tue file, pagando tanti adepti. Negli anni Ottanta la battaglia è persa. Il conservatorismo e il tran-tran delle nomine orizzontali e in circolo, grazie a quelli – come amava dire Ennio Flaiano – “che corrono in aiuto del vincitore” ha la meglio. A Mario Moretti ed ai suoi, fra cui lo scrittore e presidente dei critici teatrali Ghigo De Chiara, restano fedeli parecchi amici ed estimatori, in primo luogo l’Assessore alla Cultura del Comune di Roma, Renato Nicolini. L’architetto delle Estati romane gli mette a disposizione uno spazio nel centro di Roma, in corso Vittorio Emanuele, a due passi da Piazza Navona e quattro da Castel Sant’Angelo. Nascerà il Teatro dell’Orologio. (Dietro l’angolo c’è la trattoria del dopo-spettacolo: “Luigi, passame l’olio”). È il 1981. Da questo momento chiunque, specialmente a Roma, pensi di avere un po’ di talento o ce l’ha, ma non ha spazi in cui dimostrarlo, si rivolge a Moretti... Ed ecco sfilare per la prima volta Sergio Castellitto e Lella Costa, Margherita Buy e i fratelli Guzzanti, Alessandro Bergonzoni e Massimo Ghini, Massimo D’Apporto e Paola Quattrini e Neri Marcorè. Vale la pena di ricordare che anni prima, nel Teatro in Trastevere, una sua precedente creatura, Moretti aveva fatto debuttare su un palcoscenico non toscano Roberto Benigni, come pure Andrea Giordana e Flavio Bucci, mentre nei grandi spazi delle maggiori città italiane girano e continueranno a girare fino ai giorni nostri spettacoli su testi suoi, aventi per protagonisti Tino Buazzelli, Arnoldo Foa, Sarah Ferrati, Tino Carraro, Umberto Orsini, Bruno Cirino, Luigi Pistilli, Franco Interlenghi, Lino Troisi, Mariano Rigillo, Walter Maestosi, Ilaria Occhini, Valeria Ciangottini, Manuela Kustermann, Paolo Ferrari, Miranda Martino, Ginni Gazzolo, Anna Mazzamauro, Lucia Poli, Lando Buzzanca, Luigi De Filippo; allestiti da Ruggero Jacobbi, Josè Quaglio, Nino Mangano, Aldo Trionfo, Franco Però, Bogdan Jerković; e talvolta da lui stesso (“ma io non sono un regista, faccio le regie dei miei testi”). Come spiritosamente dice del proprio lavoro di scrittore... “Ho perso il conto di tutte le cose che ho scritto, trascritto, riscritto, ideato, tradotto, adattato, contaminato, ridotto, trasposto, reinterpretato. Per lunghissime stagioni ho sempre “lavorato teatro”, tranne alcune evasioni cinematografiche (“Processo di Giordano Bruno”e l’adattamento di “Cuore di cane” affascinarono rispettivamente Giuliano Montaldo e Alberto Lattuada: protagonisti sarebbero divenuti Gian Maria Volontè del primo e Max Von Sidow del secondo; ma Moretti, non trovandosi d’accordo sulle impostazioni registiche, lasciò ad entrambi i cineasti la libertà di utilizzare i due drammi, ma non volle partecipare alla stesura della sceneggiatura- n.d.a.). “Mi sono – prosegue – poi pure un pochino distratto con cose sinfonicomelologiche, televisive, operistiche (sto terminando il libretto del mio “Processo di Giordano Bruno”) e radiofoniche”. Da quando si è affacciato alla ribalta, come autore nel 1961, spronato da Pier Paolo Pasolini, dal commediografo friulano Luigi Candoni e dal critico teatrale e scrittore Carlo Terron (fraterno amico del nostro Osvaldo Ramous), il quale scrisse: “È nato lo lonesco italiano”; da allora, dicevo, non c’è stata stagione di prosa in cui una sua piece non abbia visto la luce di un palcoscenico. Alcune, come “Il processo a Giordano Bruno” sono stati riallestiti tre, quattro volte. E lo scorso anno addirittura a Sao Paolo in Brasile, mentre nei primi Ottanta fu mandato in onda, in forma di radiodramma, da Radio Zagabria. Un ruolo particolare nella sua lunga e ricca carriera di teatrante, lo ricopre la collaborazione col Dramma Italiano di Fiume. Che, sulla carta, impara a conoscere da me negli anni Settanta, quando mi chiamò a collaborare per “Ridotto” e Damiani Senior. E “de visu” grazie a Nino Mangano, il quale lo mette in contatto con la direttrice del complesso, all’epoca Margherita Gilić. Senza troppe ciaccole mettono in piedi, siamo nel 1990, la “Settimana del Teatro italiano”: sul palcoscenico dello Zajc, per la soddisfazione della platea fiumano-riječana, si alterneranno Luigi De Filippo, in una commedia del grande padre, Peppino; gli attori toscani dell’Arca Azzurra, in una struggente commedia di Ugo Chiti (“La provincia di Jimmy”); Ottavia Fusco, nei panni pittrice polacca Tamara Lempycka, diretta da Don Lurio. Purtroppo, a causa della guerra scoppiata l’anno dopo il progettato appuntamento annuale andò a farsi benedire. Il dialogo riprende nel 1998, quando dapprima il Teatro dell’Orologio ospita (col patrocinio della SIAD) lo spettacolo “Un uomo in mare”, di De Chiara, per la regia del Mangano, protagonisti Roberto Della Casa e Giulio Marini; quindi Moretti mette in scena a Fiume la sua riduzione del racconto di Thomas Mann “Mario e il Mago”, con un indimenticabile Ginni Gazzolo, che la stagione successiva sarà rappresentato, pure esso, all’Orologio. Passano due anni e Moretti torna allo Zajc. Questa volta ha messo insieme un collage di musiche napoletane e di Kurt Weill, e testi di Bertolt Brecht, Raffaele Viviani e suoi: “Da Piedigrotta a Mahagonny”. Sulla scena la mattatrice è Miranda Martino. Ma a Roma, oltre che per lei, il grande applauso serale – e i complimenti di attori, registi, autori, critici – va anche a una insuperata Elvia Nacinovich. Lo spettacolo sta in cartellone 23 giorni all’Orologio e cinque al Teatro Quirino: mille posti, tutto esaurito. L’ultima volta ho visto Mario Moretti e sua moglie Daniela Rotunno, infaticabile organizzatrice e autrice lei stessa, neanche a dirlo, all’Orologio: aveva ospitato “Marlene Dietrich” con Ksenija Prohaska (in italiano, ovviamente). In quell’occasione consegnai all’attrice Sarah Platania il premio, come miglior interprete, al Festival del Monodramma che curavo a Umago: vi aveva partecipato con un testo di Mario “Il diario di Ofelia”. Ovviamente, ci sentivamo spesso, al telefono, Mario ed io; ed eravamo rimasti d’accordo che non appena possibile, saremmo tornati a collaborare. Per la prossima stagione dovrei tradurre e far mettere in scena la sua versione di “Viktor Viktoria” – di una originalità unica! Mi dispiace che non potrà presenziare alla prima. Mi dispiace tremendamente che non c’è più. Con la sua scomparsa, è mancato un eccelso uomo di teatro, una persona perbene, un amico. palcoscenico 7 Martedì, 6 novembre 2012 TEATRO DEI BURATTINI La XVII volta di Fiume D Jagor Il prof. Baltazar a domenica al 13 novembre Fiume vivrà con i burattini e le marionette per la XVII edizione del Festival dei burattini, appunto. La cerimonia inaugurale (Casa di cultura) ha visto la vernice della mostra “La custode delle e gli amici” (di Saša Jantolek) e la messinscena di “Verso il sole”, per la regia di Boris Konstatinov (teatro dei burattini di Kaunas). Il programma vero e proprio è partito domenica al teatro dei burattini di Fiume con “Jagor”, di Ivana Brlić – Mažuranić, per la regia di Zvonko Festini. Il teatro di Zara proporrà “Il vento di Kimbung”, tratto da una fiaba etiope; l’ensemble spalatino racconterà invece “Come il vento scese tra gli uomini”, ispirato ad una fiaba russa. La regia è di Tamara Kučinović, che ha proposto il lavoro quale tesi di diploma all’Accaademia di San. Pietroburgo. Dalla Bulgaria arriva “L’acciarino magico”, di H.C.Andersen, per l’intrepretazione di Milena Stoyanova. La Fabbrica dei burattini zagabrese, per la regia di Mario Kovač, partecipa alla rassegna con il mitico “Prof. Baltazar”. Dalla Slovenia arriva il Lutkovno gledališče di Lubiana con “Tutti diversi, tuti strani”. Per la prima volta a Fiume il Teatro di Zrenjanin, con “Storie di uccelli bugiardi”. Imperdibile “Il Mago di Oz”, con il Teatro zagabrese. La storia è arcinota: da vedere nella versione marionettistica. Il Teatro fiumano, a gran richiesta, si potrebbe dire, riproporrà la storia dei “Sette capretti e un povero lupo”. La Piccola scena zagabrese (Mala scena) va sul sicuro con “La Sirenetta”, altra favola triste della (nostra) infanzia Il teatro di Niš (Pozorište lutaka Niš) ci racconterà un’altra magia: “La Bella e la Bestia”. Ancora “Bratac Jaglenac i sestrica Rutvica”, di Ivana Brlić – Mažuranić per il teatro di Varaždin e l’Accademia di Osijek (Dječja i lutkarska scena - Varaždin e Umjetnička akademija - Osijek). Favole favole favole: insegnano molto a chi vuole da loro imparare. Per questo un appuntamento sarà “Le cose sagge si imparano dalle favole”, di Jasen Boka del teatro di Virovitica, che si è ispirato a La Fontaine e Ivana Brlić Mažuranić. Ricapitolando, saranno a Fiume i teatri di Lituania, Bulgaria, Slovenia, Serbia e Croazia, per la ricchezza di 43 messinscena di quattordici spettacoli. La Rassegna propone come al solito laboratori e giochi per bambini (sabato 10 settembre ore 12, Casa di cultura croata). Jaglenac Il vento di Kimbura Il mago di Oz Come il vento scese tra gli uomini Sette capretti e un povero lupo Storie di uccelli bugiardi Tutti diversi, tutti strani Verso il sole L’acciarino magico La Sirenetta Le cose sagge... La Bella e la Bestia 8 palcoscenico Martedì, 6 novembre 2012 CARNET PALCOSCENICO rubriche a cura di Daniela Rotta Stoiljković e Carla Rotta TEATRO Il cartellone del mese IN CROAZIA IN ITALIA Teatro Nazionale «Ivan de Zajc» – Fiume Politeama Rossetti - Trieste 7 novembre ore 19.30 Manon Lescaut di G. Puccini. Regia Janusz Kica. Interpreti Gabriela Georgieva, Vedrana Šimić, Olga Kaminska, Siniša Hapač, Tomislav Bekić, Branko Robinšak, Raul Gabriel Iriarte, SinišaŠtork, Sergej Kiselev, Mirko Čagljević, Voljen Grbac, Kristina Kolar, Dario Bercich, Ivan Kruljac, Saša Matovina, Marijan Padavić 11 novembre ore 18 Medea di Euripide. Regia Tomaž Pandur. Interpreti Alma Prica, Bojan Navojec, Livio Badurina, Ivan Glowatzky, Roma- no Nikolić, Damir Markovina, Petar Cvirn, Andrej Dojkić, Tomislav Krstanović, Ivan Magud, Ivan Ožegović, Adrian Pezdirc, Kristijan Potočki, Jure Radnić 17, 19, 20, 21 e 22 novembre ore 19.30 Le nozze di Figaro di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais. Regia Róbert Alföldi 28, 29 e 30 novembre ore 19.30 Carmina Burana di Carl Orff. Coreografie Hugo Viera. Regia Josip Šegon/Igor Vlajnić. Interpreti Cristina Lukanec, Laura Orlić, Paula Rus, Anka Popa, Ana Rocha Nene, Marta Kanazir, Kristina Kaplan, Viktoria Joana, Maša Kolar, Andrej Koteles, Svebor Zgurić, Ricardo Freire, Jac Carlsson, Danilo Palmieri, Ashatbek Yusupzhanov. Solisti dell’Opera V a n j a Zelčić (soprano), Sveto Matošić Komnenović (tenore), Marko Cvetko (tenore), Tomislav Bekić (baritono) Teatro cittadino - Pola 8 novembre ore 20; 9 no- Šaban, Urša Raukar, Krešimir vembre ore 11 Mikić, Jadranka Đokić, Goran La finta ammalata di Carlo Bogdan Goldoni. Regia Saša Broz. Inter17 novembre ore 19.30 preti Bruno Nacinovich, Mirko Mistero buffo di Dario Fo. Soldano, Leonora Surian, Elena 17 novembre ore 20.30 Zuppa di canarino di Miloš Radović. Regia Mario Kovač. Interpreti Rade Radolović e Dora Lipovčan. Ciclo: Prosa 6 e 8 novembre ore 20.30; 7 novembre ore 16 Trote di Edoardo Erba. Regia Paolo Triestino e Nicola Pistoia. Interpreti Paolo Triestino, Nicola Pistoia, Elisabetta de Vito 13 e 15 novembre ore 20.30; 14 novembre ore 16 Oscura immensità tratto dal romanzo “L’oscura immensità della morte” di Massimo Carlotto. Regia Alessandro Gassmann. Interpreti Giulio Scarpati, Claudio Casadio 16 e 17 novembre ore 20.30; 18 novembre ore 16 L’infinito di Tiziano Scarpa. Regia Arturo Cirillo. Interpreti Andrea Tonin, Arturo Cirillo e Margherita Mannino 22, 23 e 24 novembre ore 20.30; 25 novembre ore 16 Macbeth di William Shakespeare. Regia Andrea De Rosa. Interpreti Giuseppe Battiston, Frédérique Loliée, Marco Vergani, Riccardo Lombardo, Stefano Scandaletti, Valentina Diana, Gennaro Di Colandrea, Ivan Alovisio Regia Maurizio Colombi. Interpreti Mario Luzzatto Fegiz e con Roberto Santoro (one man band) e Vladimir Denissenkov (fisarmonica russa) 27 novembre ore 20.30 Far finta di essere G di Gaber, Luporini, Calabrese, Scuda. Interpreti gli Oblivion Davide Calabrese e Lorenzo Scuda 28, 29 e 30 novembre ore 21 Crucifige di Claudio Bernardi. Regia Claudio Misculin. Interpreti Claudio Misculin, Gabriele Palmano, Donatella Di Gilio, Dario Kuzma, Giuseppe Feminiano, Francesca Hagelskamp, Fabio Portas, Barbara Busdon, Fabio Cassano, Daniel Portas, Derin Kennet Ciclo: Danza e dintorni 21 novembre ore 20.30 Amarcord di Luciano Cannito (liberamente ispirato all’omonimo film di Federico Fellini). Regia Luciano Cannito. Interpreti Rossella Brescia e con i ballerini di DANZITALIA Italian Touring Dance Company: Nicolò Noto e Diego Millesimo, Sergio Nigro, Rossela Lucà, Grazia Striano, Veronica Maritati, Giacomo Deleidi, Giada Pallara, Calogero Failla, Vittoria Pellegrino, Raffaele D’Anna Ciclo: Eventi speciali 5 novembre ore 20.30 Danish Trio Interpreti Stefano Bollani (pianoforte) Jesper Bodilsen (basso) Morten Lund (batteria) 7 e 8 novembre ore 21; 9 e 10 novembre ore 17; 11 novembre ore 11 Le avventure di Gian Burrasca tratto da “Il giornalino di Gian Burrasca” di Vamba. Regia Luciano Pasini. Interpreti Francesco Gusmitta nel ruolo di Pellegrino Artusi e con gli allievi di “StarTs Lab” Argante Baschiera, Giulia Bernardi, Evita Bertolini, Enea Bordon, Angela Cotterle, Valentina Crucil, Federica Crulci, Sara Despotovic, Francesco Felician, Margherita Girardelli, Leonardo Iurada, Virginia Lanza, Sofia Maiola, Elisa Manzin, Lorenzo Manzin, Matilde Marino, Petra Meneghetti, Costanza Monti, Gabriele Pacini, Stefano Parmesan, Francesca Radoicovich, Francesco Rocchi, Luca Rocchi, Davide Rossi, Augusto Savarese, Elisabeth Scherlich, Samuele Steindler, Jennifer Stigliani, Anna Vlacci, Caterina Zoppolato, Filippo Zoppolato. 19 novembre ore 20.30 Ficarra e Picone: apriti cielo di e interpreti Ficarra e Picone Ciclo: Altri percors 20 novembre ore 20.30 Io odio i talent show di Mario Luzzatto Fegiz e Giulio Nannini. Brumini, Toni Plešić, Giulio Settimo, Giorgio Amodeo, Rosanna Bubola, Giuseppe Nicodemo, Elvia Nacinovich, Miriam Monica, Alida Delcaro 13 novembre ore 20 Petritza und millitargrenzemusik da M. Krleža e G. Szabo. Interprete Željko Vukmirica. 15 novembre ore 20 Mio figlio cammina più lentamente di Ivor Martinić. Regia Janusz Kica. Interpreti Ksenija Marinković, Vedran Živolić, Sreten Mokrović, Lucija Šerbedžija, Doris Šarić - Kukuljica, Damir Teatro lirico Giuseppe Verdi - Trieste 17 novembre ore 22 Arie operistiche 22 novembre ore 20 E adesso impazzisci di e regia Ljubomir Kerekeš. Interpreti Zoran Pribičević, Jan Kerekeš, Ljubomir Kerekeš. 28 novembre ore 20 Nuda in gabbia di O. Runjić. Regia Ivan Leo Lemo. Interpreti Barbara Nola, Ana Begić, Nataša Dangubić, Ecija Ojdanić IN SLOVENIA Teatro cittadino - Capodistria 7, 8, 9 e 10 novembre ore 20 Chi da solo fino a sera viaggia attraverso il mondo di e regia Neda R. Bric. Interpreti Peter Harl, Blaž Valič, Ivo Barišič, Vesna Vončina, Dušanka Ristić, Gorazd Jakomini, Marjuta Slamič, Matej Puc 12 novembre ore 20; 13 novembre ore 11 La finta ammalata di Carlo Goldoni. Regia Saša Broz. Interpreti Bruno Nacinovich, Leonora Surian, Elena Brumini, Toni Plešić, Giulio Settimo, Giorgio Amodeo, Rosanna Bubola, Giuseppe Nicodemo, Elvia Nacinovich, Miriam Monica, Alida Delcaro 15 novembre ore 20 Concerto dell’Orchestra del Conservatorio “Giuseppe Tartini” di Trieste 20 novembre ore 20 Terroni, fuori! di Goran Vojnović. Regia Marko Bulc. Interprete Aleksandar Rajaković – Sale 24 e 27 novembre ore 20.30; 25 novembre ore 16 Il barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini. Regia Ruggero Cappuccio. Interpreti Antonino Siragusa, Alessandro Luciano, Paolo Bordogna, Andrea Porta, Daniela Barcellona, Roberto De Candia, Marco Vinco, Rita Cammarano, Ilaria Zanetti La Contrada – Trieste 16, 17, 21, 22, 23, e 24 novembre ore 20.30; 18 e 25 novembre ore 16.30 Il metodo di Jordi Galceràn. Regia Andrea Collavino. Interpreti Adriano Giraldi, Riccardo Maranzana, Maria Grazia Plos, Maurizio Zacchigna 21 novembre ore 20 Puttana di Vedrana Rudan. Regia Marko Bulc. Interprete Violeta Tomič 23 novembre ore 20 Parole, parole: non era la quinta era la nona di Aldo Nicolaj. Regia Jaka Ivanc. Interpreti Igor Štamulak, Lara Jankovič, Rok Matek, Davor Herceg, Joži Šalej Anno VIII / n. 69 del 6 novembre 2012 “LA VOCE DEL POPOLO” - Caporedattore responsabile: Errol Superina IN PIÙ Supplementi a cura di Errol Superina Progetto editoriale di Silvio Forza / Art director: Daria Vlahov Horvat edizione: PALCOSCENICO Redattore esecutivo: Carla Rotta / Impaginazione: Željka Kovačić Collaboratori: Sandro Damiani, Rossana Poletti, Daniela Rotta Stoiljković, Ardea Stanišić Foto: Marino Sterle (Le Maldobrie), Dražen Šokčević (La finta ammalata), Internet