Domenica il reportage Norvegia, la sfida dei colletti rosa La di DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008 Piccoli Il successo prima di compiere vent’anni FABRIZIO RAVELLI la memoria Repubblica Il tabacco, la vendetta degli sconfitti STEFANO MALATESTA principi I talenti-ragazzini, dallo sport a Internet, sono sempre di più illUSTRAZIONI DAL LIBRO ''IL PICCOLO PRINCIPE'' DI ANTOINE DE SAINT EXUPERY ma in una Italia invecchiata male non hanno vita facile MICHELE SMARGIASSI L’ autentico prodigio dei ragazzi-prodigio è la loro pazienza. Sopportano con rassegnata superiorità i complimenti sempre un po’ eccessivi, insinceri, e quello sguardo fastidioso, da spettatori paganti di un circo delle meraviglie, che gli adulti rivolgono alle loro imprese. Che fenomeno quel Paloschi del Milan, diciotto anni buttati allo sbaraglio sull’erba del Meazza, e diciotto secondi dopo, la prima boccia che tocca zac!, la insacca, e bravo ragazzino, continua così, facci divertire, tu e i tuoi compagni di classe, Balotelli, Pato, piccoli fenomeni, piccoli mostri, piccoli, soprattutto piccoli. La precocità è un valore aggiunto nello showbiz; sport, spettacolo, letteratura: un talento bambino buca sempre la noia, incuriosisce, fa parlare: e vende biglietti, venghino signori ad ammirare il fenomeno bambino, s’affrettino perché poi i piccoli crescono e l’effetto lunapark svanisce. E loro ci stanno, certo, perché la gloria è bella, perché poter fare la cosa che ti riesce meglio, ed essere perfino pagati per farla, vivere la passione della tua vita mentre i tuoi coetanei ancora s’arrampicano sulle equazioni di secondo grado e sul genitivo sassone, è proprio una bella fortuna. Ma scemi non sono, i piccoli geni, sennò che geni sarebbero: e il peso della pedofilia sublimata di un mondo di vecchi se lo sentono addosso, come una gabbia dorata da cui vorrebbero scappare. (segue nelle pagine successive) l’immagine MARIO CALABRESI M NEW YORK ark Zuckerberg dorme in una casa di due stanze su un materasso appoggiato sul pavimento, non mette mai le calze, la cravatta o una giacca. Vive in sandali, maglietta e jeans. Eppure è l’amministratore delegato di una compagnia che vale quanto la Ford o la Cbs. I suoi uffici a Palo Alto, in California, sembrano un campus universitario più che il quartier generale di un business che vale quindici milioni di dollari. Il cibo è gratis e sempre disponibile per i quattrocento che ci lavorano, c’è una lavanderia che funziona ventiquattro ore al giorno, si arriva tardi, si esce ancora più tardi e si fanno feste tardissimo. Mark Zuckerberg è l’inventore di Facebook, probabilmente il sito internet più importante e di successo dopo Google. Lo usano sessanta milioni di persone e una previsione, forse esagerata, pensa che arriverà a duecento milioni entro il prossimo Natale. Mark Zuckerberg ha ventitré anni. Ne aveva diciannove quando ha lanciato la sua creatura. C’è una cosa che lo rende incredibilmente simile a un calciatore esordiente che segna nella sua prima partita in serie A: la fame e la rapacità. Appena ha visto la palla giusta ci si è buttato senza paura ed è andato in gol mentre i suoi coetanei restavano seduti nelle aule universitarie. Tre compagni di scuola lo hanno accusato di aver rubato la loro idea ma non sono riusciti a dimostrarlo in tribunale. (segue nelle pagine successive) Greg, una Schiappa da best seller CONCITA DE GREGORIO e LUCA RAFFAELLI cultura La ricetta dell’impero perfetto FEDERICO RAMPINI spettacoli Anna Magnani, il difetto della sincerità ANNA MAGNANI e GIUSEPPE VIDETTI l’incontro Valeria Solarino diva riluttante DARIO CRESTO-DINA Repubblica Nazionale 34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008 la copertina Piccoli principi Dal mondo dello sport all’universo della Rete, passando per lo spettacolo, la letteratura, la politica: i talenti precoci sono sempre più numerosi ma restano prigionieri dei sospetti e delle gelosie di una società invecchiata: un business e una minaccia, possibili rivali da sterilizzare tramutandoli in “fenomeni” e dunque in innocue mascotte Potere under 20 MICHELE SMARGIASSI (segue dalla copertina) l siciliano Francesco Cafiso, per dirne uno, non ne può più di vedersi recensito sui giornali di mezzo mondo come «giovanissimo talento del sax», e coi suoi diciotto anni, dopo aver girato l’Europa appena quattordicenne come spalla di Wynton Marsalis, dopo aver duettato coi migliori solisti del mondo, dopo aver varcato la sacra soglia del Birdland di New York, dopo aver inciso nove dischi, gradirebbe essere solo quello che sente di essere: «un musicista», anche se va ancora a scuola, al liceo linguistico della sua Vittoria. Nel trio con cui si esibisce di solito, bassista e batterista hanno due volte e mezzo i suoi anni, «ma quando sei sul palco, immerso nella musica, le età non esistono», e invece gli organizzatori di festival e i gestori dei club non resistono al richiamo luccicante del plusvalore anagrafico, ed ecco lì la collezione di locandine e comunicati stampa sul “talento precoce”, e lui desolato: «È come se mi volessero tenere sempre nella squadra giovanile». Ma è proprio così, Francesco caro. Le parole sono pietre e con le pietre si fanno anche i muri. Il recinto del “precocismo” è quasi insuperabile. Costruito ad arte da una società di senatori, impauriti e gelosi del loro potere, tuttavia costretti dalle circostanze ad allevare, produrre e mettere in vendita quella merce molto richiesta e pregiata che si chiama adolescenza. Un business e una minaccia assieme, i giovani particolarmente dotati che qualsiasi società avanzata normalmente e statisticamente produce. Possibili rivali da sterilizzare, trasformandoli in “fenomeni” eccezionali, quindi in innocue mascotte. Nello sport, che è affare di corpi, l’abbattimento progressivo della soglia d’età sembrerebbe più ovvio, accettato, un requisito tecnico, o meglio biolo- ILLUSTRAZIONI DAL LIBRO ''IL PICCOLO PRINCIPE'' DI ANTOINE DE SAINT-EXUPERY I gico, ed è vero soprattutto per le discipline in cui il rapporto matematico fra peso e muscoli è determinante. La ginnasta diciassettenne Vanessa “Campionessa” Ferrari, la diciannovenne nuotatrice d’oro Federica Pellegrini sono la normalità là dove il reclutamento dei talenti è ormai prepuberale. In realtà negli sport più tecnici, come il calcio, la regressione anagrafica è soprattutto una questione di saggi investimenti aziendali: mettere sotto pressione il vivaio, sperando di schizzarne fuori un campione, su mille che invece scoppiano, è una tecnica per fabbricarsi in casa a buon prezzo un tesoro che se lo compri già fatto sul mercato ti svuota le casse sociali. La sorpresa è che un meccanismo del genere funziona, tale e quale, anche nel regno meno muscolare della scrittura. La caccia degli editori allo scrittore emergente è feroce. Anche dispendiosa: si pubblica consapevolmente molto più del necessario, sperando che fra tanti flop ti capiti la fortuna di imbroccare «il nuovo Moccia». Giacomo Cardaci, diciotto anni, ha capito benissimo in quale meccanismo è finito, quasi per caso, per aver vinto un premio letterario di provincia con i suoi divertenti raccontini real-fantasy sulla sua scuola, il Parini del celebre allagamento teppistico, avvistati da Mondadori e trasformati nell’aspirante best-seller Alligatori al Parini: «Ci provano anche con me. A parità di bravura, un adolescente oggi si vende meglio di un adulto. Io non so che libro ho fatto, magari fra un anno sarò un talento fallito, magari no, ma il fatto è, creda, che sono gli anziani a condurre il gioco, noi siamo semplicemente cooptati in un meccanismo che non possiamo controllare». Ma lo riescono a comprendere, eccome. Giulia Carcasi è già al suo secondo romanzo con Feltrinelli; il primo, Ma le stelle quante sono, l’ha scritto a diciannove anni e dunque, anche su di lei che oggi è una studentessa di medicina dall’aria di studentessa di medicina, è rimasta appiccicata l’etichetta di «scrittrice giovane». Come una specie di marchio. «È un modo per tenerci a bada», riconosce, lucidissima. «Scrivere è una condanna. A vita. Chi scrive, bravo o non bravo, è scrittore e basta, anche se comincia presto. Sottolineare l’età è solo un’autodifesa di scrittori insicuri che hanno paura di vedersi rubare il posto. Io li riconosco subito, ai dibattiti, alle presentazioni... Quelli che ti sorridono, “ma che ragazzina di genio, ma che faccino simpatico...”, valgono meno di me. Altri, come Erri De Luca, non me l’hanno detto, e da lì ho capito quanto valgano più di me». Bisogna fuggire finché si può da quei sorrisini e da quei complimenti paternalisti; Giulia ha messo in atto qualche stratagemma: «Mai fare il sequel, mai farti incastrare nel cliché dell’autore adolescenziale. Nel mio primo romanzo ho raccontato l’amore di due adolescenti, per il secondo ho scelto una protagonista sessantenne». La precocità del talento, del resto, è spesso un mito. Un effetto di parallasse, la distorsione ottica di una società dove l’allungamento della vita attiva alza anche la soglia dell’iniziazione. Facevano meno impressione, in un’Italia meno longeva, un Leopardi che iniziava lo Zibaldone a diciannove an- ni, un D’Annunzio che editava Primo Vere a sedici, o anche più di recente un Moravia che scriveva gli Indifferenti a diciotto. Oggi forse sarebbero sollecitati a scrivere storie per ragazzini, con la parola “amore” nel titolo. «Io non sono un enfant prodige», protesta con dolcissima ragione la pianista padovana Leonora Armellini, che pure dimostra anche meno dei suoi quindici anni, e tuttavia s’è già esibita con grandi orchestre e in grandi teatri: «I veri prodigi sono i bambini che prendono in mano uno strumento per la prima volta e ti rifanno un assolo all’impronta. Io ho studiato, a lungo, con passione e pazienza. E quando mi dicono “ragazzina prodigio” ci sto male, perché capisco che sono venuti ad ascoltare il “prodigio” e non la mia musica». L’irritazione dev’essere molto diffusa. Anche Laura Marzadori, bolognese, che ha preso in mano un violino per l’appunto a tre anni, il diploma a sedici e oggi, a diciannove, allieva di Accardo, è Mark, O l’ad in felpa e sandali MARIO CALABRESI una richiestissima concertista, si ribella all’ergastolo da eterna “promessa della musica”: «Ma quale talento precoce... Anni di studio, un percorso naturale. Cominci presto perché a trent’anni, nella musica, quel che è fatto è fatto. Non sopporto sentirmi dire “per la tua età sei bravissima”, ma cosa vuol dire? O sono brava o non sono brava, la musica è una sola, non ci sono campionati giovanili di Bach o Paganini». No, però ci sono i campionati di fisica, le olimpiadi di matematica. Alessandro Moia ne ha un medagliere intero, e s’è appena iscritto alla Normale di Pisa con la media del 9,93 in pagella (peccato per quel nove in ginnastica). «Quanto ti dicono “talento precoce”, ormai l’ho capito, non vogliono affatto farti un complimento. Quello che ti vogliono dire, in realtà, è: “bravo, però stai al tuo posto”, “bravo, ma aspetta il tuo turno”. E se sei molto bravo e non ti possono ignorare, allora ti classificano (segue dalla copertina) ggi sembra chiaro che la sua fortuna è stata quella di intuire per primo che l’idea di costruire un sito internet dove i ragazzi delle università potessero fare amicizia, discutere, scambiarsi foto, consigli, e raccontarsi le loro vite, i loro sogni e l’ultimo pettegolezzo era giusta e vincente. Ci erano arrivati in molti, perlomeno in cinque, a mettere a fuoco il progetto nel campus di Harvard nei primi mesi del 2004. Ma uno solo ha avuto il coraggio di giocarsi tutto su quell’idea e di abbandonare l’università, seguendo un precedente famoso che porta il nome di Bill Gates, il fondatore di Microsoft. Era l’estate del 2004 e, dopo aver terminato il secondo anno di corso in psicologia, si trasferì sul Pacifico con un piccolo gruppo d’amici. Lì sono rimasti. Lì sono diventati ricchi e famosi. Lì continuano a vivere come se fossero ancora a scuola. Figlio di un dentista e di una psichiatra, Mark è nato e cresciuto a Dobbs Ferry, un paesino a nord di New York. In prima media aveva già scritto il suo primo programma per il computer e al liceo, insieme al suo compagno di banco Adam D’Angelo — che oggi è ancora accanto a lui — aveva inventato come ricerca scolastica un lettore mp3 (un i-pod) capace di capire i comportamenti di ascolto di chi lo usava. La Microsoft gli offrì 950mila dollari per averlo, lui rispose di no, che preferiva andare all’università. Entrò ad Harvard e lì si scontrò con le burocrazie che Repubblica Nazionale DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35 I PERSONAGGI Dall’alto in basso e da sinistra a destra: MARK ZUCKERBERG, fondatore di Facebook; FEDERICA PELLEGRINI, nuotatrice; GIACOMO CARDACI, scrittore; LEONORA ARMELLINI, pianista; ALBERTO PALOSCHI, calciatore; ALESSANDRO MOIA, matematico; GIULIA CARCASI, scrittrice; MARIO BALOTELLI, calciatore; LAURA MARZADORI, violinista; MARZIO MOLINARI, sindaco; VANESSA FERRARI, ginnasta; SALVATORE ARANZULLA, informatico; FRANCESCO CAFISO, sassofonista; ALBERTO TRIVELLI, militante politico Internet concede un vantaggio segreto: mascherare l’età frenarono la sua idea di un sito internet aperto a tutti gli studenti, in cui ci si potessero scambiare informazioni. Allora fece tutto da solo e nel febbraio del 2004 lanciò Facebook dalla sua stanza nel dormitorio. Il decollo del sito ha una progressione incredibile. Parte con Harvard, si allarga agli studenti di Yale, Columbia e Stanford, poi a quelli di tutte le università che fanno parte della Ivy League — le più antiche e prestigiose d’America — e in tre mesi raggiunge anche le scuole superiori dell’area di Boston. In soli due anni ha sette milioni di membri e raggiunge duemilacento università e ventiduemila licei. È la primavera del 2006. In autunno si rompe il tabù: non più solo studenti. Si apre ai luoghi di lavoro, a gruppi di amici che si raggruppano per aree geografiche o intorno a particolari temi o hobby. In un attimo gli utenti sono dieci milioni. Ancora dodici mesi — a questo punto siamo arrivati alla fine di agosto dell’anno scorso — e ad usarlo sono trentasette milioni di persone. Oggi, sei mesi dopo, la cifra è quasi raddoppiata. Ognuno ha la sua pagina con le foto ma, a differenza di MySpace in cui tutti possono vedere tutti, dentro Facebook ci sono decine di migliaia di comunità chiuse ed esclusive. Per entrare in casa di un altro bisogna bussare e essere accettati, solo gli amici hanno la chiave. Ma può diventare un incubo. Bill Gates — che pochi mesi fa ha comprato l’1,6 per cento della compagnia per duecentoquaranta milioni di dollari — questa settimana ha chiuso la sua pagina. Fuori dalla porta, ogni giorno, c’erano ottomila persone che lo aspettavano. “giovane geniale”, ma è come darti del marziano: l’importante è confinarti su un altro pianeta, dove non fai concorrenza a nessuno». Allo stesso modo dietro le geremiadi sulla lungodegenza universitaria, sui fuoricorso perenni, si nasconde volentieri il dato opposto, quello delle lauree prima del tempo: sono circa settemila all’anno, il cinque per cento del totale, in leggera crescita costante. Fenomeno minoritario, ma a quanto pare ugualmente imbarazzante per l’establishment baronale. Infatti viene incredibilmente ostacolato anziché stimolato, come sperimentò a sue spese il leccese Alessandro Gravili, che per vedersi riconosciuto l’alloro in filosofia, 110 e lode, conquistato a vent’anni, ha dovuto arrivare fino al Consiglio di Stato. Per non restare sempre sulla panchina dorata, forse non bisogna proprio pas- sarci. Bisogna scansare la tagliola dell’età. Mascherarsi un po’. C’è un luogo della creatività dove questo è possibile, anzi normale. La Rete. Quando Salvatore Aranzulla cominciò la sua carriera di «hacker gentile», forzando da un paesino del ragusano i sistemi di sicurezza di colossi come Google, Microsoft e Yahoo!, ma solo per suggerire subito dopo ai titolari come proteggersi meglio, gli arrivarono rispettosissime email indirizzate al «dottor Aranzulla», «e ci restavano piuttosto male quando finalmente svelavo i miei quattordici anni». Ma a quel punto la credibilità era già conquistata, e oggi, alla vigilia del diciottesimo compleanno, Salvatore si gode una soddisfacente e curiosa doppia vita, quella di normale liceale allo scientifico di Piazza Armerina (dove informatica non è neppure materia di studio), e quella di consulente internazionale e divulgatore. Sulla homepage del suo sito, sotto un occhialuto autoritratto da Harry Potter dei computer, A ventitré anni Mark sta già provando i dolori di un successo troppo impetuoso. Lo chiamano l’amministratore delegato bambino, si chiedono se sia in grado di gestire un business di queste dimensioni; lui è di poche parole, spiega che sta imparando, che sta crescendo. Fa anche molti sbagli ma ogni volta ammette e promette di correggere. Gli ultimi sono clamorosi e hanno fatto rumore: il primo è l’eccesso di pubblicità che ha provocato ribellioni, il secondo è il monitoraggio degli acquisti che fa ogni utente in rete. La presentò come un’idea simpatica: i tuoi amici sapranno che hai comprato una sciarpa o un nuovo computer. Ma lo scandalo scoppiò prima di Natale quando a una moglie venne comunicato in tempo reale che il marito le aveva appena comprato un anello con un brillante. Si trattò solo di una sorpresa rovinata ma molti si ribellarono all’idea che la loro privacy venisse completamente violata. Ora il meccanismo è stato rimesso in discussione e può essere disattivato e l’avventura di Mark continua a ritmi incredibili. La sua favola è certamente figlia del coraggio e di un’intraprendenza non comune, ma anche di un Paese in cui ci sono persone che scommettono sugli esordienti. Nella Silicon Valley, Mark ha trovato banchieri e finanziatori che hanno investito milioni di dollari sull’idea di un ragazzo dell’università che si presentava senza calze e con la felpa con il cappuccio. Perché puoi avere il fiuto per il gol e un talento incredibile, ma se non ti lasciano entrare in campo, se nessuno ti mette in squadra, allora non segnerai mai. campeggia una frase polemicamente orgogliosa: «Falso colui che non crede nella gioventù». La Rete è ancora giovane, non ha fatto ancora in tempo a sviluppare una gerontocrazia che tenga a bada i minacciosi talenti emergenti. Ma anche la politica, in Italia, fu giovane. Nell’immediato dopoguerra, i padri della Repubblica erano ragazzi venuti giù dalle montagne coi partigiani, o sopravvissuti al fascismo nel rifugio degli oratori. Poi però sono invecchiati. Restando lì dove sono ancora. A Varano Borghi, nel Varesino, dove c’è un pensionato ogni tre abitanti, Marzio Molinari è diventato il più giovane sindaco d’Italia a ventidue anni, non diremo all’età in cui Alessandro il Macedone conquistava la valle dell’Indo, ma semplicemente: non molto più giovane dell’età che aveva Andreotti quando fu eletto alla Costituente. Studi negli Usa, laureando alla Bocconi, eppure ha combattuto duramente in campagna elettorale contro l’etichetta di ragazzino, cioè inaffidabile: «Avevo due concorrenti col doppio della mia età e uno col triplo, in giro si diceva: “un sindaco ventenne, che pagliacciata”. Mi hanno aiutato un po’ di barba incolta e qualche cravatta». Qualsiasi comizio decente contiene un appello ai ringiovanimento della politica, ma «è retorica, la gerontocrazia non molla mai spontaneamente l’osso». Bisogna farglielo mollare, c’è riuscito Alberto Trivelli, diciassettenne che è arrivato secondo alle primarie del Pd di Recoaro, bruciando i “vecchi”; e alla costituente del partito, a Milano, era il delegato più giovane. «Mi hanno intervistato tutte le tivù, come se fossi una bestia rara. Io credo che sia molto più strano un partito che tiene fuori i diciassettenni. Credo di avere capito perché a scuola non ci dicono mai quanti anni avevano i personaggi celebri della storia, scopriremmo delle cose molto interessanti». LE ILLUSTRAZIONI Il disegno in queste pagine, come quello in copertina, è tratto dal Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry Repubblica Nazionale 36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA il reportage Pari opportunità DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008 Dall’inizio dell’anno in Norvegia è in vigore la legge che fissa a sessanta-quaranta il rapporto uomini-donne nei consigli d’amministrazione delle aziende quotate in Borsa. “Una legge che può sembrare brutale”, dice il ministro Ramin-Osmundsen, “ma che va rispettata” La sfida dei colletti rosa M anuela Ramin-Osmundsen, ministro delle Pari opportunità, una bella signora martinicana-norvegese, sembra proprio soddisfatta: «Lo so, la legge ha fatto scalpore perché è parsa brutale. Ma le società, volenti o nolenti, sono costrette a rispettarla». Tempo scaduto, il termine ultimo era il 31 dicembre scorso. E c’è un «lavorio febbrile», dicono alla Nho, la locale Confindustria, nelle aziende che non sono ancora in regola. Rischiano la chiusura d’imperio, il ritiro della licenza. Da qualche giorno la Norvegia, che era già ai primi posti nelle classifiche della parità uomo-donna, ha stabilito una nuova frontiera. Le società per azioni quotate in Borsa devono avere nei loro consigli di amministrazione almeno il La quota minima quaranta per cento di donne. «Per la precisione — nota il ministro — la legge stabilisce di donne ( o uomini ) un punto minimo di equilibrio: sessanta a quaranta su cento. Vale anche al contrario, per gli uomini». Sorride, perché sa benissimo che, forse per un secolo a venire, il problenei cda ma inverso di tutelare i maschi dall’invadenza femminile non si porrà. delle società Prendete questa cronaca per quello che è: un esempio di fantascienza sociologica, il quotate in Borsa racconto di una favola futuribile o il réportage da un altro pianeta, che però è collocato a sole tre ore di volo dall’Italia. Anni luce, in realtà: nella classifica delle cosiddette “quote rosa” l’Italia è al quarantottesimo posto, dietro l’Uzbekistan. La Spagna è al sesto. Quanto alla percentuale di donne nei consigli di amministrazione, siamo al 4,5. Contando però mogli e figlie del padrone (Ligresti, Marcegaglia, Berlusconi, eccetera). Sen- Non che la Confindustria sia rimasta inerte davanti a una legge che non voleva: «Siamo sempre stati contrari. Spetta alle aziende decidere quali sono le persone competenti da inserire nel consiglio, che siano uomini o donne. E, comunque, la battaglia è ancora in corso. Non crediamo che il governo possa davvero chiudere una società, mettendo sulla strada magari mille dipendenti, solo perché manca una donna in consiglio. D’altra parte, concordiamo sul fatto che le leggi vanno rispettate». Hanno anche fatto pressione perché il governo trasformasse la sanzione della chiusura in una multa, ma senza risultato. In Italia, ogni dibattito su eventuali e mai attuate “quote rosa” registra furibondi vortici di parole. In Norvegia anche le femministe più attive, invece di «scavalcare a sinistra» protestando contro la tutela delle donne come specie discriminata, innanzitutto prendono atto che la legge è meglio di niente. «Anzi, è abbastanza una buona legge, visto che garantisce alle donne l’ingresso in un settore importante del lavoro — dice Ane Sto, del Kvinnegruppa Ottar —. Certo, di cose da fare ce ne sono ancora parecchie». Questa norma sui consigli di amministrazione, in realtà, riesce a tenere insieme il massimo impatto comunicativo con l’esigenza di non forzare più di tanto la situazione. Come in tutto il mondo, il vero potere aziendale è in mano al management, non ai consiglieri. «Appunto — continua Ane — Per noi donne la lotta è: stesso potere degli uomini, stesso stipendio. La realtà è che nei consigli di amministrazione ci sono poche donne perché quello è stato, finora, un gioco da uomini». Il gioco dei favori incrociati, dice, «deciso nei circoli di tennis e di golf». Un club esclusivo che il ministro Ramin-Osmundsen chiama ridendo «dei Matusalemme». Circoli di uomini che, quando devono scegliere, scelgono altri uomini. Sembra una inevitabile legge di natura, ma in Norvegia non la pensano così. Il rispetto dell’e- za questi incarichi ereditari, precipitiamo all’1,6 per cento. Con questo paesaggio alle spalle, è quindi abbastanza sconvolgente farsi raccontare come un paese ha visto il problema, l’ha esaminato, ha preso una decisione e la fa rispettare. Non che tutto fili liscio, malumori e resistenze allignano anche a questa latitudine. Ma, alla fine, vale il sorriso del ministro Ramin-Osmundsen: «La legge è chiarissima, e quindi bisogna obbedire». Il bilancio, aggiornato al 17 gennaio, lo fornisce Mona Larsen-Asp, vicedirettore dell’Ombudsmann, l’agenzia governativa che sorveglia su diritti e discriminazioni: «Ad oggi, nei consigli di amministrazione delle Asa (le spa quotate, ndr) le donne sono al 36,2 per cento. L’85,3 per cento delle Asa è già in regola con la legge». Non manca molto a raggiungere il traguardo imposto: «Ci sono ancora 69 Asa fuori legge. Mancano ancora 86 donne nei consigli: 72 elette dalle società e 14 dai dipendenti». Il governo spedisce ancora due avvertimenti, come spiega il ministro: «Le società non in regola ricevono una lettera. Poi, dopo un mese, un altro sollecito. A otto settimane dal primo invito, il ministero della Giustizia decide la sanzione, e può chiuderle d’ufficio». Mancano donne, le ricerche si fanno affannose, ci sono anche qui i ritardatari, o quelli che scommettevano su un dietrofront del governo. Eppure, hanno avuto quattro anni di tempo. Come è cominciata lo racconta la signora Sigrun Vageng, direttore esecutivo della Confindustria: «Nel 2002 è partito il dibattito: il ministro dell’Economia ha letto un titolone su VG, il quotidiano leader. Diceva: «Siamo stanche di questo club di uomini». Al governo allora c’era la destra, ed è stata l’opposizione di laburisti e democristiani a chiedere il cambiamento. Il governo non era entusiasta ma, pur avendo ovviamente la maggioranza, non ha voluto contrastare l’opinione corrente in Parlamento». Anche qui, restiamo alla fantascienza. E la legge, insomma, si è fatta: «Alle aziende hanno detto: avete quattro anni di tempo per mettervi in regola. Poi passiamo alla repressione». I cacciatori di teste sono in fibrillazione: «Si cercano donne per i consigli di amministrazione, e ovviamente che siano competenti. Si cercano all’interno dell’azienda stessa, oppure fra i quadri della concorrenza. O anche all’estero: tutti i paesi di lingua inglese vanno bene, perché qui tutti parlano inglese». guaglianza e la lotta alle discriminazioni sono legge dello Stato, quello che si chiama Gender Equality Act, e non da oggi. «Il primo decreto sulla parità è del 1978, ed è stato trasformato in legge nel ‘79 — spiega Mona Larsen-Asp vicedirettore dell’Ombudsmann —. Stabilisce lo stesso trattamento per uomini e donne, e lo stesso stipendio a parità di incarico. E fissa l’equilibrio del sessanta a quaranta, ma solo per i consigli di amministrazione delle società pubbliche, non per i dipendenti. È la stessa quota che ora è stata adottata per i consigli delle società per azioni quotate. Ma, anche qui, non vale per presidenti e vicepresidenti». Non c’è, invece, alcuna quota fissata per i partiti politici o per il Parlamento: «Si è sempre valutato che non fosse lecito mettere vincoli alla libertà di voto e di associazione. Stiamo facendo campagna per una parità nei consigli comunali e regionali. Forse, dopo tanti anni, si farà per i consigli comunali, perché senza una legge non si riesce ad avere equilibrio. Per quanto riguarda questa agenzia, noi saremmo favorevoli a fissare quote del cinquanta e cinquanta anche nelle liste dei partiti, e che poi sia il popolo a decidere. Perché le liste le fanno i partiti, e non esiste voto di preferenza. Nelle amministrative, chi è capolista diventa sindaco e presidente di provincia». L’Istat norvegese sorveglia l’attuazione delle pari opportunità. Nel 2006 in Parlamento c’era il 64 per cento di uomini e il 36 di donne, con un leggero calo della quota femminile dal 2004 (37%) e dal 2005 (38%). Nel governo, l’anno scorso, c’erano nove ministri donna su diciannove, vale a dire il 47 per cento contro il 53. Ma la maggioranza del management nei vari ministeri è ancora ampiamente maschile. Fra i giudici, le donne non vanno mai oltre il 30 per cento. I sindaci sono maschi all’83 per cento. E ancora, 64 uomini ogni cento consiglieri comunali, 84 su cento fra i dirigenti municipali. Il ministero calcola che, se non ci saranno interventi legislativi forti, almeno ottant’anni passeranno prima che le donne raggiungano il cinquanta per cento. E questo per quanto riguarda il settore pubblico. Nel privato, dove appunto interviene la nuova legge, le cose vanno anche peggio per le donne. Fra i top-manager erano diciannove su cento nel 2006, con una progressione negativa dal 2004 (23%) e dal 2005 FABRIZIO RAVELLI OSLO 40% 36,2% La quota di donne attualmente presenti nei cda delle aziende norvegesi 36% La quota di donne presenti attualmente nel Parlamento norvegese 4,5% La quota di donne attualmente presenti nei cda delle aziende italiane Repubblica Nazionale DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37 Un esempio di fantascienza sociologica che è molto vicino al successo: nei cda mancano ancora ottantasei donne FOTO GETTY e i “cacciatori di teste” lavorano febbrilmente per trovarle, anche all’estero, prima che scatti la sanzione prevista: la chiusura d’ufficio delle società inadempienti per stare coi figli. «Con tutti i progressi della nostra società — dice la femminista Ane Sto — questa cosa è difficile da contrastare. Mi capita di parlare con giovani punk pienamente convinti che il posto giusto per le donne è la casa. Abbiamo ancora un sacco di lavoro da fare». In questo campo, della divisione di ruoli all’interno della famiglia, la parità è un obiettivo difficile. Però i norvegesi ci provano. Spiegano all’Ombudsmann: «Il congedo per maternità è di un anno. L’uomo ha diritto a sei settimane, ma se non le sfrutta le perde. Non possono essere trasferite da un coniuge all’altro. Resta il fatto che, per questo squilibrio, la donna perde terreno nell’evoluzione della sua carriera professionale, o perde punti nelle graduatorie pubbliche». La prossima frontiera è fare come in Islanda: «Là funziona così: un terzo del congedo spetta alla donna, un terzo all’uomo, e un altro terzo è deciso di comune accordo fra marito e moglie. È probabile che, quanto prima, anche noi avremo una legge simile. I giovani padri, a quel che risulta dalle ricerche, non si opporranno in caso di referendum». Così, in attesa di vedere se davvero il governo finirà per far chiudere i battenti a qualche società per azioni recalcitrante, continua la caccia alle 86 donne che mancano nei consigli di amministrazione. «Il nostro obiettivo — dice la direttrice di Confindustria Vageng — è avere persone qualificate, che siano uomini o donne. Una donna non porta benefici in quanto donna, ma perché è competente. E, visto che il livello di qualificazione femminile è aumentato, oggi discriminare non sarebbe solo ingiusto e illegale, ma anche dannoso dal punto di vista dei risultati aziendali». L’agenzia governativa, intanto, segnala nuovi successi. Le Guardie Reali hanno un comandante donna, si chiama Ingrid Margrethe Gjerde e ha trentotto anni. E il Parlamento dei Saami (quelli che chiamiamo impropriamente Lapponi) ha visto per la prima volta una maggioranza di donne: sono il 51 per cento, ed è donna anche il presidente. 47% La quota di donne ministro nel governo norvegese: nove su diciannove FOTO CORBIS (22%). I dirigenti di medio livello sono uomini al 71 per cento. Nei consigli di amministrazione presidenti e vicepresidenti sono al 97 per cento uomini. Fra i consiglieri, le donne erano diciotto su cento nel 2005, e venticinque nel 2006. La nuova legge era già in vigore, ma nel periodo di «transizione». Le società, evidentemente, scommettevano sul fatto che fosse cancellata o quanto meno annacquata. Non è andata così. Ha tenuto il principio fondamentale, secondo cui anche in un regime di libertà certe regole vanno imposte. L’obiettivo, sancito per legge, sono le pari opportunità? Se la comunità non si adegua, allora si interviene. E un lavoro costante, che non si ferma certo qui con la nomina di nuove consigliere di amministrazione. «Le retribuzioni, per esempio — ammette la signora Vageng di Confindustria — sono tutt’altra faccenda. Secondo la legge norvegese non bisogna discriminare. Ma la realtà è ben diversa». Si calcola che, a parità di incarichi e di responsabilità, la retribuzione delle donne sia ancora inferiore del quindici per cento a quella degli uomini. «Una donna discriminata in questo senso può rivolgersi a noi — dicono negli uffici dell’Ombudsmann — E, oltre tutto, le ricerche più recenti dimostrano che le società dirette da donne vanno meglio. E anche il problema della differente qualificazione è ormai superato: oggi, sotto i quarant’anni, il livello educativo di uomini e donne è lo stesso. Anzi, si comincia a vedere una prevalenza femminile fra i titoli di studio più elevati. Nella facoltà di Giurisprudenza, per esempio. Quindi, se l’interesse di un’azienda è avere collaboratori competenti, perché la parità stenta?». Siamo sempre su un altro pianeta, rispetto all’Italia. Ma, anche qui, «spesso la donna sceglie lavori meno pagati, mentre l’uomo sceglie la carriera». C’è una forte prevalenza femminile in alcuni settori pubblici, come per esempio l’assistenza, dove però i posti di comando restano in mani maschili. E c’è, nonostante un welfare che garantisce sussidi e strutture di sostegno alle madri, una tendenza delle donne a scegliere lavori part-time STIPENDI Ragazze sedute ai tavolini di un caffè a Oslo A parità di mansioni, gli stipendi delle donne in Norvegia sono ancora del 15 per cento inferiori a quelli degli uomini MATERNITÀ Una hostess delle linee aeree scandinave al lavoro Il congedo di maternità, in Norvegia, è di un anno Il padre ha diritto a sei settimane di permesso Repubblica Nazionale 38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008 la memoria Storia di un vizio Q uando i Platters cantavano Smoke gets in your eyes («All who love are blind/ When you heart’s on fire/ You must realize/ Smoke gets in your eyes»), la voce del loro solista si abbatteva sulle ragazze come uno tsunami di pura sensualità. Ma era il fumo delle sigarette ad arrossare gli occhi e a annebbiarli, non le ceneri del cuore andato in fiamme. Una volta, verso i sedici anni, i ragazzi — meno le ragazze, ma si sarebbero rifatte con l’età — erano perennemente avvolti, durante i momenti intimi, da una nuvola di fumo che per delicatezza veniva definita sempre azzurrina. Non riesco a immaginare un incontro, una conversazione, un qualsiasi scambio con l’altro sesso senza l’aiuto delle sigarette, che venivano a salvarti dalla catastrofe come i san bernardo andavano a ripescare sotto la neve i montanari infortunati portando al collo la botticella di cordiale. In un modo o nell’altro, perché ti piaceva fumare o perché faceva parte di quei riti che sembravano di passaggio e che diventavano stanziali, ai quali non ti potevi sottrarre pena la cacciata dal branco, la sigaretta ti attendeva da qualche parte come qualcosa di inevitabile, quando stavi uscendo dalla pubertà: una sorta di emancipazione, almeno così appariva, molto più vasta e significativa dell’avere cambiato i pantaloni, da corti a lunghi. A differen- z a del sigar o , che in o g n i senso era troppo — troppo grosso, troppo ingombrante, troppo vistoso, troppo caro — la sigaretta si presentava sotto le false apparenze del moderno e del metropolitano (in campagna non fumavano sigarette, almeno così credevamo, solo pipa e immondi sigari). Gli intellettuali, gli artisti, gli scrittori, almeno quelli che passavano per tali, fumavano come dannati e bevevano anche, non c’era uno scrittore americano che non fosse un alcolizzato. E il principe dei dandy, il grande Marcel Duchamp, che meno lavorava e produceva più diventava famoso e ammirato, ci ha lasciato questa frase leggermente criptica ed elegantissima, che dimostra come il tabacco non fosse estraneo all’avanguardia: «Le cose sono nel fumo, l’arte sta negli anelli». Sono trascorsi esattamente quattrocentocinquant’anni anni da quando i semi del tabacco vennero portati Sono passati cinque secoli da quando i primi semi del tabacco furono portati dal Messico conquistato in Europa Ma fu soltanto alla fine dell’Ottocento, con la vendita di massa delle sigarette in pacchetti preconfezionati prodotti industrialmente, che il consumo assunse dimensioni (e pericolosità) vaste come il pianeta Quella nuvola di fumo vendetta dei vinti STEFANO MALATESTA oli u r i a e a sigaro m e l cin son, il a e i n Graz.G. Robi essorio derno di E nne acc le del mo astro dive unciabi i, con C vviò irrin ster. Po ana si a gang he, l’av da vita e il C a secon a un dal Messico in Europa (gli storici distinguono il primo europeo che materialmente si sia imbattuto nel tabacco dal primo che l’ha descritto, dal primo che l’ha seminato, e dal primo che l’ha fumato). Nessuno allora poteva immaginare che da questi piccoli semi potesse nascere un fenomeno di massa così vasto, così sconvolgente e così sottovalutato nella sua estrema pericolosità. E qui le colpe vanno divise tra i fabbricanti di sigarette, che verso la fine dell’Ottocento hanno reso planetario il vizio immettendo sul mercato i pacchetti già confezionati, stimolando un aumento inaudito (rispetto a prima) del consumo di una merce che ha la stessa pericolosità della dinamite a scoppio ritardato; e gli Stati, che un tempo per ignoranza e avidità e negli ultimi decenni per puro cinismo, a partire da Richelieu, il primo a tassare il tabacco, hanno sempre visto in quell’abitudine perniciosa una fonte primaria di entra- te (Napoleone, come è noto, davanti alla richiesta di proibire il fumo, aveva risposto: «Sono pronto ad abolire il fumo che fa male in cambio di un’altra qualsiasi merce che faccia bene e che dia allo Stato gli stessi introiti»). Negli anni Cinquanta del secolo scorso, nei soli Stati Uniti, oltre la metà della popolazione fumava sigarette e un terzo dei fumatori era composto da donne. Guardando i vecchi film di allora, quello che ti colpisce di più nelle pellicole italiane è l’assenza delle auto lungo le strade, mentre nei film americani è il continuo accendere e spegnere delle sigarette, come se fumare fosse uno dei pochi momenti in cui valeva la pena di vivere. E i grandi attori davano l’esempio: l’immagine mitica di Humphrey Bogart era così legata alla sigaretta, che senza il mozzicone pendulo sul labbro inferiore stava peggio che nudo. Le sceneggiature scritte dalle vecchie volpi di Hollywood prevedevano quasi sempre che a contrastargli il passo fosse un tipo il più sgradevole possibile e che fumasse il sigaro nella stessa volgare maniera con cui lo fumava negli anni Trenta un gangster come Al Capone. Non tagliando la punta con le forbici o con l’apposito tagliasigari, ma addentando una delle punte e poi sputando. Un interprete eccellente di questa parte si rivelò E. G. Robinson, che nella vita reale era un fine e colto signore, collezionista di opere d’arte moderna; ma che nel film risultava di una straordinaria antipatia, masticando più che fumando il tabacco in modo che il sigaro appariva e spariva fra le sue grasse labbra. Molti anni più tardi ho avuto conferma, in Sicilia, che per gli stessi mafiosi italiani i boss americani dovevano assomigliare, nei modi e nel rapporto con i sigari, a quegli attori che Hollywood aveva imposto sul mercato, come Robinson. Stavo girando a Palermo per la televisione tedesca un film sulla storia dell’Hotel des Palmes, dove si era tenuto, nel 1956, un famoso incontro tra capi della Mafia e capi di Cosa nostra per decidere di entrare nel mercato della droga, e tutto, nell’organizzazione e nella preparazione delle scene, era andato liscio. Ma al momento di girare la scena dell’incontro, le comparse che interpretavano i boss americani piantarono una grana sindacale. Erano quasi tutti piccoli mafiosi in libera uscita, soddisfattissimi dei doppiopetti gessati e dei cappelli che aveva preparato la costumista. Ma dov’erano gli avana che i boss americani si ficcavano in bocca, tirandoli fuori da monumentali scatole, come tutti loro avevano visto decine di volte nei film di Hollywood? Una proposta di mediazione, con i toscani al po- • LA CRISI ARRIVA ANCHE AGLI HEDGE FUND Amministrano 2 mila miliardi di dollari. Molti guadagni ma i rischi sono altissimi • CRESCE ANCORA IL QUARTO CAPITALISMO Novecento nuove imprese negli ultimi dieci anni, concentrate tra Torino e Venezia • LA GRANDE CORSA ALL’INTERNET SUI CELLULARI Nokia, Google, Huawei e gli altri: le novità del World Congress di Barcellona • LA NUOVA BORGHESIA RUSSA Belle case e consumi di lusso: oltre gli oligarchi si sta affermando una nuova classe Nel numero in edicola domani con Repubblica Nazionale DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39 GROUCHO MARX Il celebre comico degli anni anteguerra non appariva sullo schermo senza un colossale sigaro in bocca o in mano MARLENE DIETRICH La voce arrochita dal fumo contribuì al fascino androgino che fu alla base del suo straordinario successo di diva sto dei cubani, venne sdegnosamente respinta e solo quando sulla tavola del salone dove giravamo si materializzò una costosissima scatola con trenta Romeo y Julieta le comparse si decisero a tornare al lavoro. Questa immagine dei sigari avana come di qualcosa riservato ai gangster ha dato sempre molto fastidio ai veri cubani, perché ricordava l’isola quando era diventata il bordello degli Stati Uniti, con Lucky Luciano che tesseva le fila della malavita. Così, una delle prime mosse propagandistiche di Fidel Castro, ancora prima di diventare elleader maximo, di sbarcare nell’isola dalla Granma e di dare inizio alla rivoluzione, fu di farsi fotografare, lui e il Che, che era argentino ma aveva lo stesso orgoglio dei cubani per i loro sigari, mentre fumavano sigari con grande soddisfazione: un piacere che secondo Castro doveva essere esteso alle classi popolari, tenute lontane dai sigari, come da quasi tutto, per il loro costo. Da allora a Cuba, per evitare di far crollare il mercato internazionale dell’avana, si praticano due prezzi: quello ufficiale per i gonzi e quello HUMPHREY BOGART La sigaretta perennemente accesa, tenuta tra l’indice e il medio, divenne con lui un simbolo di virilità LE ILLUSTRAZIONI La pagina è illustrata con pacchetti di sigarette, poster e insegne di vari Paesi europei degli anni Venti e Trenta del mercato nero gestito dalle stesse autorità. È curioso come Castro, così attento a favorire l’orgoglio cubano — quella assoluta convinzione, in buona parte giustificata, di essere completamente diversi da tutti gli altri abitanti dei Caraibi — abbia poi commesso un passo falso per pura vanità. Una volta insediatosi all’Havana, diede ordine di sostituire la musica operistica, in particolare italiana, che le famose sigaraie ascoltavano da sempre con grande diletto mentre confezionavano a mano i sigari sotto i capannoni, con brani dei suoi interminabili, alquanto boriosi discorsi. Le sigaraie entrarono immediatamente in sciopero, l’unico nella storia recente dell’isola che non solo non sia stato represso, ma che sia riuscito a ottenere quello che voleva. Dopo pochi giorni sotto i capannoni ripresero a diffondersi, salutate da un grande applauso, le romanze di Puccini. Una volta, oltre ai gangster, questi prodotti di lusso erano riservati ai magnati, che li brandeggiavano, minacciosi come cannoni di una corazzata, nei consigli di amministrazione. L’unico che sia riuscito, facendo il verso ai magnati, a disinnescare l’aspetto intimidatorio dei grandi sigari e a trasformarli, con la sua ironia, in qualcosa di simile a giocattoloni per grandi, è stato Groucho Marx, quello che diceva: «Non entrerei mai in un club che mi ammettesse tra i soci». Quando i grandi fabbricanti di tabacco non sono più riusciti a nascondere o a minimizzare le informazioni sui danni del fumo e finalmente ci si è resi conto che un fumatore aveva cinquanta volte la possibilità di essere attaccato dal cancro, contro una del non fumatore, e il fumo stava in testa alla classifica dei killer dell’umanità, c’era da aspettarsi un calo drastico di tutto il tabacco, non solo delle sigarette. Invece molti fumatori che non ce la facevano a smettere si sono riversati sui sigari, tentando di convincere se stessi che i sigari potevano essere un’alternativa possibile, perché non ingerivi il catrame contenuto nella carta e ti salvavi i polmoni, non aspirando il fumo. E qualcuno ha ricordato una vecchia battuta di Marlene Dietrich, che negli ultimi anni aveva abbandonato le sigarette (che da giovane le avevano trasformato la voce, rendendola roca e affascinante) e ora fumava sigaretti: «La sigaretta è una nevrosi, il sigaro un amico». Ma per quanto possa far ancora piacere accendere un toscano in ricordo dei vecchi tempi, è molto meglio gettarlo via dopo un paio di boccate. Come gli zulù dell’Ottocento in tempo di guerra, sigari e sigarette non hanno mai fatto prigionieri, ma hanno collezionato cadaveri. Repubblica Nazionale 40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008 l’immagine Best seller Si intitola “Diario di una Schiappa”, nella versione Usa è da quasi un anno in testa alle classifiche di vendita Eppure il protagonista di questo libro quasi a fumetti, il dodicenne Greg, adolescente senza qualità alle prese con l’ordinaria follia di famiglia, scuola, città, non pare un personaggio di successo. Ma, a guardare bene... Il complesso del figlio di mezzo CONCITA DE GREGORIO on è che si stesse meglio prima. Non è che quando si andava alle medie in autobus mica accompagnati in macchina, quando si prendeva un freddo cane alla fermata, quando non c’era nel plesso scolastico la psicologa di sostegno che convocava i genitori per dir loro «vostro figlio ha bisogno di attenzione esclusiva», pazienza se ha tre fratelli: ecco, non è che quello sia un tempo da rimpiangere. I ragazzini, cioè noi, stavano peggio: è sicuro. Si arrangiavano, facevano da soli, se la cavavano come potevano e avevano diritti molto flessibili, si direbbe ora. Diritti stabiliti a insindacabile giudizio dei genitori, niente “Carte del bambino” redatte a Ginevra o a Strasburgo — città nelle quali gli abitanti passano il loro tempo a compilare decaloghi — a cui appellarsi a partire dall’asilo. Andava a volte bene a volte meno, comunque quasi mai se ne parlava a casa. I grandi avevano da fare. Adesso sono i genitori, cioè sempre noi, a stare peggio: nostra è la responsabilità di qualunque disagio anche millimetrico dei figli, nostro il compito di sedare, lenire, sopire. È una grande questione che ci riguarda, mai abbastanza chiarita: nell’arco di una sola generazione, la nostra, si è passati dall’austera distrazione dalle piccole pene dei figli (quando figli eravamo noi) all’impressionante mole di “responsabilità genitoriali” (ora che genitori siamo noi), responsabilità che, se disattese, N papà causano nei bambini ogni genere di handicap permanente. La vera eugenetica è sociale. Pianto in premessa questo breve lutto, se ne può anche sorridere anzi è senz’altro meglio farlo: aiuta. Dev’essere questa, pensavo, una delle chiavi dello strabiliante successo di un libriccino scritto in stampatello minuscolo (un po’ come questi caratteri di giornale, ma a mano) e illustrato con dei disegni elementari, di quelli che se tuo figlio li fa a scuola la maestra ci scrive accanto «buon inizio, finiscilo». Il titolo disastroso — Diario di una Schiappa, in originale «wimpy kid»: l’ideale come regalo a un dodicenne in crisi di autostima — non ha impedito a milioni di americani di comprarlo e farne un best seller da settimane in testa alle classifiche. C’è un blog, ovviamente, in America, e una linea di oggetti per la scuola ispirati al diario. L’autore, senza sapere esattamente perché, è diventato miliardario. Questo tema minore — le ragioni del successo colossale di un libro qualunque — è in realtà l’argomento di cui vorremmo scoprire la chiave. Perché il diario del dodicenne Greg, un ragazzino smilzo con un grande naso e tre peli in testa, diventa oggetto del desiderio, strumento di catarsi delle frustrazioni e tema di allegra discussione fra milioni di non dodicenni che a scuola non ci vanno più da parecchio? Qual è il meccanismo di identificazione che scatta, identificazione collettiva, così potente? Ipotesi di risposta dopo attenta e ripetuta lettura del testo: è la sindrome del figlio di mezzo. “Fossi io a decidere, farei le classi in base all’altezza e non all’età” mamma Il numero due di tre: quello che non è né il primo né l’ultimo, non ha un aggettivo cardinale che lo identifichi. È quello in mezzo alla lista, non è ancora grande, non è più piccolo, quello che usa i vestiti del maggiore e deve stare attento che il minore non si faccia male, quello che le maestre a scuola riconoscono come “il fratello di”. Invisibile a IL LIBRO Diario di una Schiappa di Jeff Kinney (220 pagine, 11 euro) è pubblicato in Italia da Il Castoro e sarà in libreria dal 19 febbraio Nato online sul sito di editoria per ragazzi www. funbrain. com/ journal/ Journal. html, si calcola che sia stato letto da quaranta milioni di ragazzi in età novetredici anni. Pubblicato negli Stati Uniti nell’aprile 2007, è rimasto per trentanove settimane al primo posto nella classifica dei libri più venduti del New York Times e tre settimane fa è sceso al secondo posto per essere rimpiazzato dal suo sequel: Diary of a Wimpy Kid: Rodrick Rules È prevista la sua pubblicazione in diciannove lingue Tutte le illustrazioni nelle pagine, di Jeff Kinney, sono tratte da Diario di una Schiappa Rodrick Manny casa, anonimo fuori. Come ciascuno sa non c’è bisogno di avere uno o più fratelli prima e dopo per essere “stretti in mezzo”: milioni di persone lo sono. Tra i veterani del mestiere e i giovani talenti. Tra gli anziani che hanno diritto alla pensione e i disoccupati che hanno diritto al lavoro. Tra le supermamme multipare che per giunta lavorano e viaggiano e le casalinghe con un solo figlio e senza stipendio. La fascia di mezzo, insomma: la moltitudine di persone “normali” e anonime come Greg, quelli che senza gloria si arrangiano e mai nessuno che li infili nei primi dieci punti del suo programma di governo. Ecco, Jeff Kinney ha scritto un divertente libretto per la terapia consolatoria di costoro e non c’è da stupirsene, anche lui è così: gli è bastato scegliere “settantasette temi” tra le centinaia che il suo diario conteneva, teneva un diario naturalmente. L’autore è un giovane uomo di pelle ed occhi chiari, probabilmente miope, dotato di occhiali, pallido e completamente indistinguibile da milioni di altri suoi simili. Vive nel sud del Massachussets, progetta e sviluppa giochi in rete, gioca a pallavolo fin dai tempi del liceo, guarda i reality in tv, ha moglie e due figli. Fine della biografia. Folle oceaniche gli si rivolgono via email per chiedergli consiglio sui temi più disparati: come fare amicizia coi vicini, come realizzare il gavettone perfetto. Lui a tutti consiglia di «tenere un diario». Fa benissimo: «Put down on the paper», dice. Almeno sulla carta, butta giù. Ingoia è un sinonimo. Greg Heffley, il ragazzetto con tre peli in testa, in effet- Fregley Repubblica Nazionale DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008 ti butta giù parecchio. Lo fa senza ironia ma con candore, bisogna riconoscere che fa piuttosto ridere. Si ride perché il ragazzo dice con serietà da adulto sciocchezze da bambino e viceversa: con tono di raccontare scemenze espone assolute verità. Sulla scuola media. «Mi tocca fare le medie insieme a un mucchio di cretini. Alle medie ci sono dei tappetti come me che non sono ancora cresciuti insieme a dei gorilla che si devono fare la barba due volte al giorno. E poi si stupiscono del bullismo. Se fossi io a decidere farei le classi in base all’altezza e non all’età». Sulle ragazzine. «Quelle carine passano tutto il tempo a scambiarsi bigliettini, non so cosa gli è preso alle ragazze quest’anno. Alle elementari quello che correva più veloce le aveva tutte per sé. Adesso dipende da come ti vesti, da quanto sei ricco o se hai un bel sedere o non so cosa». Le classifiche di popolarità. «Io dovrei essere al posto 52 o 53. La prossima settimana salgo di una posizione perché sono subito sotto Charlie che sta per mettersi l’apparecchio». Il fratello maggiore. «Ho imparato da Rodrik a convincere gli altri ad avere delle aspettative veramente basse nei tuoi confronti, così finisci per sembrare bravo senza fare praticamente nulla. Tipo: togli le mutande sporche dal tavolo di cucina. Le togli, sei ok». Indurre gli altri ad avere aspettative basse e fare che ti siano grati per un niente: quante relazioni di coppia funzionano così? Quante naufragano per il contrario, eccesso di aspettative e linea di soddisfazione altissima? Il Natale, il giornalino di classe, la fo- LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41 to di studente “più qualcosa” dell’anno sull’annuario della scuola, le buone azioni che piacciono agli adulti: ogni occasione è lì, nel diario, solo per confermare la frustrazione del figlio di mezzo, quello a cui per le feste regalano solo sciarpe e libri e che se fa qualcosa di eccellente puoi star sicuro che il merito va a un altro. È tutto messo in fi- “Ho imparato a convincere gli altri ad avere aspettative molto basse su di me” la con un ordine da cronaca dei giorni, appunto: una condanna inevitabile, un destino già scritto. E però non c’è autocommiserazione nelle parole di Greg, non si compiange, constata. Non c’è nemmeno quell’eccesso di risentimento che ingolfa le azioni e i pensieri dei miliardi di “sottovalutati” adulti, eternamente impegnati a illustrare di Gli eroi zero-dodici nella letteratura e nei comics Lucy van Pelt, Calvin e Bart Simpson i bambini-fumetto vittime e carnefici cosa siano ingiustamente privati, i risentiti cronici che affollano ogni luogo di lavoro. Alla fine davvero il diario di bordo di Greg (ora tradotto in italiano) è una buona terapia. Fa ridere dei propri privati rancori attribuendoli a un altro, un dodicenne addirittura, proprio un ragazzino. Fa sentire in grado di affrancarsene, magari non subito, ma prima o poi forse, chissà. Fa sperare. In fondo non è male neppure come regalo a un figlio di mezzo, pensavo immaginandone uno in carne ed ossa, proprio un dodicenne tra l’altro: sarebbe perfetto. Però. Dovrei mettere una sovracopertina, come si fa con quel titolo? Se legge schiappa e si sente giudicato o peggio deriso? Potrei fare un danno grave, forse irreversibile. Bisogna senz’altro sentire la psicologa del plesso. LUCA RAFFAELLI «M ax e Moritz, meditate! Questa è l’ultima che fate», avverte la didascalia di Wilhelm Busch, sotto il suo disegno che ritrae i due ragazzini mentre organizzano uno scherzo feroce ai danni di un contadino. La loro fine ormai è annunciata e i due, dopo una manciata di vignette, vengono buttati nella macina che li tritura inermi: «Ed infine i birichini son ridotti in granellini. Ora i paperi fan festa… e di loro cosa resta?». Se nella favola di Cappuccetto Rosso la protagonista, insieme alla nonna, viene estratta ancora viva dalla pancia del lupo cattivo, per i due eroi del protofumetto di Busch, datato 1865, le cose vanno decisamente peggio. Ma qui c’è il segno di un passaggio: dalla favola, in cui i bambini protagonisti entravano nell’età adulta attraverso un episodio traumatico a lieto fine, alle storielle disegnate, in cui sono proprio i piccoli a causare, con le loro birichinate, i mali del mondo. Quelle vignette con didascalia alla fine dell’Ottocento si sono evolute nei comics, i fumetti umoristici pubblicati sui quotidiani. E per il divertimento di grandi e piccini il ragazzino è diventato colui che organizza gli scherzi, che mette a soqquadro la calma adulta e rompe l’ordine costituito. Per un’infinità di anni, dalla fine dell’Ottocento, gli americani si sono divertiti a vedere i bambini Hans e Fritz — guarda un po’ di origine tedesca (e ribattezzati sul Corriere dei Piccoli Bibì e Bibò) — far inciampare il cameriere che sul vassoio serve il brodo al pranzo ufficiale, o segare accuratamente le gambe di una sedia per causare il capitombolo del capofamiglia. In osservanza non solo alla regola della serialità, per cui i protagonisti non possono morire, ma anche a una visione più moderna del rapporto tra adulti e bambini, i due piccoli non vengono eliminati, come nel caso di Max e Moritz. Ma la punizione, violenta, segna spesso la fine delle loro avventure: d’altra parte lo scapaccione nei primi decenni del Novecento non era messo in discussione (anche se la ripetizione del meccanismo narrativo del fumetto provava da sé l’assenza di qualsiasi suo effetto educativo). Invece nei comics del bambino di ricca famiglia Buster Brown (in Italia Mimmo), dopo la punizione il personaggio proponeva anche una lunga filosofica conclusione morale. Un po’ sgangherata, ma non troppo. Scriveva tra l’altro Buster: «Conosco gente che bacia i bambini altrui e poi va a casa e prende a schiaffi i suoi». La letteratura, non solo quella americana (basti pensare a Oliver Twist e a David Copperfield dell’inglese Dickens) è piena di adolescenti che cercano una via di scampo alla brutalità dei grandi. I loro scherzi, i loro furti, non sono un’espressione di vitalità, ma una necessità vitale, l’espressione della loro volontà di sopravvivenza. Molti adolescenti inquieti della letteratura subiscono apertamente la violenza degli adulti, soprattutto di un lupo cattivo in forma di papà. Le avventure di Hucleberry Finn prendono il via perché il ragazzino trova il modo di scappare dalle grinfie del padre che lo tiene rinchiuso in una capanna e lo riempie di bastonate. Altri ragazzi non ce la fanno. Come David Schearl, il bambino protagonista di Chiamalo sonno, capolavoro di Henry Roth che lo pubblicò nel 1934, quando aveva ventott’anni. David non riesce a reagire alle brutalità paterne. Così sceglie il silenzio, il sonno del titolo, come unica via d’uscita. Negli Stati Uniti del dopoguerra nasce la ribellione giovanile, e i personaggi ragazzini si ritrovano sommersi nei superproblemi, come il timido Peter Parker che, punto da un ragno radioattivo, si ritrova a dover essere anche L’Uomo Ragno. Il superpotere diventa espressione della complessa trasformazione del corpo adolescenziale. I moderni bambini umoristici (dal meraviglioso Barnaby di Crockett Johnson che Vittorini pubblicò sul Politecnico, a Calvin e alla sua tigre di pezza Hobbes) si avvicinano di più alla malinconia filosofica del giovane Holden che non alla cattiveria dei loro antichi colleghi pestiferi. Con due sole, grandi eccezioni: Dennis the Menace, in Italia conosciuto anche come Totò Tritolo, e Lucy van Pelt, la sorella di Linus, la ragazzina che si diverte a togliere la palla a Charlie Brown quando la sta per calciare. Il suo è uno scherzo ripetitivo e volutamente crudele, volto a gonfiare il proprio ego attraverso l’umiliazione altrui. Un esercizio psicologico, insomma. Infine, maghetti e schiappe a parte, il vessillo adolescenziale dell’ultimo ventennio tocca ai ragazzini di casa Simpson: Bart ribelle per vocazione e bullo per necessità, Lisa saggia e solitaria, entrambi colmi di umane debolezze. Il loro padre Homer, non violento e attaccato all’unità della famiglia, li ama a modo suo. Ed è nel suo stile che in una puntata abbia esclamato: «È il giorno del giudizio! Portate il ragazzo fuori di casa prima che arrivi Dio!». Greg Heffley Rowley Repubblica Nazionale 42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008 I dirigenti cinesi studiano in seminari a porte chiuse i segreti che nei secoli hanno favorito l’ascesa delle potenze. E gli errori che ne hanno causato la decadenza e la fine. Ora un libro di una studiosa CULTURA* sino-americana di Yale sembra aver trovato una risposta a questi quesiti L’impero perfetto È la tolleranza la chiave del potere mondiale I ROMANI Gli imperatori Traiano, Adriano e Marco Aurelio erano nativi delle province Il sintomo che annuncia la fine dell’impero sarà invece lo scatenarsi delle persecuzioni FEDERICO RAMPINI A PECHINO lla vigilia dell’ultimo congresso del partito comunista cinese uno storico dell’Accademia delle scienze sociali è stato invitato a Zhongnanhai, l’inaccessibile residenza dei massimi leader del regime, a pochi metri dalla Città Proibita. Il tema del seminario a porte chiuse per i vertici della nomenklatura: come sono cresciuti i più importanti imperi della storia, e le cause della loro decadenza. A convocare quella sessione di studio è stato Hu Jintao, segretario generale del partito e presidente della Repubblica popolare. Da quando Hu è diventato il numero uno del regime nel 2002, ha invitato degli storici a tenere conferenze nel palazzo del potere quarantatré volte, sempre sullo stesso tema. Un’ossessione imperiale. L’organizzazione di questi seminari rivela un volto inedito della classe dirigente di Pechino. Mentre nel linguaggio ufficiale Hu Jintao pratica la modestia confuciana — ama definire ancora la Cina una «nazione emergente», persegue una «convivenza armoniosa» nei rapporti fra gli Stati — in realtà Pechino si allena per un ruolo di leadership. Il capo della nazione più popolosa del pianeta vuole capire i punti di forza degli imperi passati, ed evitare di ripeterne gli errori. Le cause dell’ascesa e della caduta delle superpotenze, ovvero la ricerca dell’Impero Perfetto, sono anche il tema di un sorprendente documentario storico trasmesso dalla tv di Stato cinese, la Cctv. La maxiproduzione in dodici puntate ha approfondito la parabola di nove superpotenze degli ultimi cinquecento anni, dalle conquiste spagnole al Reich tedesco, dall’impero britannico alla Pax americana. In quel documentario è sparita l’interpretazione marxista della storia, non c’è traccia della propaganda anti-imperialista in auge ai tempi di Mao Zedong. L’autore della sceneggiatura, Mai Tianshu, spiega che lo scopo è «apprendere le lezioni del passato per illustrare all’opinione pubblica gli scenari del nostro futuro, ciò che dobbiamo imparare dal successo di certe società occidentali». Agli interrogativi che assillano Hu Jintao dà una risposta un’autorevole studiosa cinese con passaporto americano. È Amy Chua, docente alla Yale Law School e già autrice di importanti studi sui conflitti internazionali e la globalizzazione. Di Amy Chua è appena uscito negli Stati Uniti un saggio che coincide curiosamente con i dibattiti a porte chiuse fra i massimi dirigenti di Pechino. S’intitola Day of Empire, il Giorno dell’Impero. Ha un sottotitolo esplicito: «Come le iper-potenze conquistano un’egemonia globale e perché la perdono». Alle sue qualità di studiosa Amy Chua aggiunge una biografia emblematica. I suoi genitori vengono dalla diaspora cinese nelle Filippine, da bambini accolsero con gioia le truppe di liberazione americane agli ordini del generale MacArthur che cacciarono i giapponesi. L’America era il mito dei Chua, e il sogno si realizzò nel 1961 quando il padre vinse una borsa di studio per il Massachusetts Institute of Technology. La famiglia Chua è un esempio di integrazione riuscita delle minoranze etniche nel melting pot americano. Il padre è diventato un matematico celebre, uno dei più noti studiosi mon- LA DINASTIA TANG Governò la Cina dal 618 al 907 dopo Cristo, dando a tutte le religioni pari dignità e cooptando generali stranieri con le loro armate Xenofobia e isolazionismo ne precipitarono la fine diali della “teoria del caos”. Due sorelle hanno avuto una brillante carriera accademica a Harvard. La venerazione per l’America non ha intaccato la forte identità culturale delle origini. «Da bambine — racconta Amy Chua — eravamo obbligate a parlare solo cinese in casa. Per ogni parola inglese che ci sfuggiva la punizione era una violenta bacchettata sulle dita. Dopo la scuola i pomeriggi erano dedicati alla matematica e al pianoforte, mai potevamo accettare un invito dai nostri compagni americani. Quando riuscii a conquistare la medaglia d’argento in un concorso di storia fra tutti gli studenti del mio liceo, alla premiazione mio padre mi disse furibondo: non osare mai più umiliarmi in questo modo (non ero arrivata prima). Mia madre ci parlava spesso della magnifica storia di cin- LA SPAGNA Fu il primo impero coloniale europeo. Nel Sedicesimo secolo guidò l’esplorazione e l’apertura di nuove rotte commerciali sugli oceani La sua potenza si estendeva sull’Atlantico e sul Pacifico quemila anni di civiltà cinese e della superiorità della nostra cultura. Difendeva la purezza del sangue cinese e ci spiegava che sarebbe stato un orrore diluirlo con dei matrimoni misti». Questo retroterra spiega l’interesse particolare della Chua a scavare nella storia per anticipare gli scenari del Ventunesimo secolo. Le domande che si pone sono le stesse di Hu Jintao. È iniziato il declino dell’egemonia americana? E la Cina può affermarsi come l’iper-potenza alternativa? Amy Chua non ha la presunzione di trovare la risposta da sola; né si illude che esista un ingrediente passe-partout per spiegare l’ascesa e il declino degli imperi. La sua analisi è raffinata, e attinge agli studi di tanti altri specialisti. Individua una costante, un minimo comune denominatore. Dall’impero romano a quello di Gengis Khan, dalla dinastia Tang all’Inghilterra vittoriana, per finire con gli Stati Uniti del Ventesimo secolo, ogni iper-potenza all’apice della sua ascesa ha un alto grado di tolleranza, ha la capacità di attirare le élites dei popoli dominati e di assorbirne i valori utili. A lungo termine però la stessa tolleranza contiene il germe della sua autodistruzione. Oltre un certo livello di espansione egemonica e di cooptazione delle altre etnie, l’iperpotenza si dilata fino a temere la perdita di identità e coesione. Il declino coincide regolarmente con la chiusura verso l’Altro, l’esclusione e l’intolleranza. Dopo aver esaminato e digerito una mole impressionante di studi, Amy Chua presenta la sua tesi con efficacia. L’impero romano sa guadagnarsi la fedeltà delle élites nelle terre conquistate offrendo straordinarie opportunità di mobilità sociale fino ai vertici del pote- Repubblica Nazionale LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43 C.R. COCKERELL, “THE PROFESSOR’S DREAM”,ROYAL ACADEMY OF ARTS, LONDRA DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008 GLI ASBURGO Nato nel 1867 fu continuamente travagliato dalle molte dispute fra gli undici gruppi etnici che lo componevano Ma nei suoi cinquant'anni di vita ebbe rapida crescita economica e costante modernizzazione re. Traiano, Adriano e Marco Aurelio sono originari delle “provincie”, come Seneca e Tacito. L’imperatore Claudio in un discorso al Senato romano nel 48 dopo Cristo trae questa lezione dalla decadenza della Grecia: «Cos’altro provocò la rovina di Sparta e Atene, se non il fatto che disprezzavano i popoli conquistati in quanto barbari?». Il grande storico inglese Edward Gibbon considera fondamentale per la forza di Roma il fatto che «i nipoti dei Galli che hanno com- “Cos’altro provocò la rovina di Atene, se non il fatto che disprezzava i popoli conquistati?” battuto Giulio Cesare ad Alesia finiscono col comandare legioni, governare provincie, vengono ammessi nel Senato romano. La loro ambizione, lungi dall’indebolire lo Stato, contribuisce alla sua sicurezza e alla sua grandezza». Dalla Britannia al Nordafrica l’aspirazione dei soggetti conquistati è quella di diventare cittadini dell’impero. E i romani sono flessibili nell’adottare conoscenze e tradizioni dei popoli sconfitti se li considerano utili. La medesima tolleranza però «semina i germi della disintegrazione». La caduta dell’impero romano è il risultato di un concorso di cause — dilatazione geografica eccessiva, collasso militare, crisi fiscale, invasioni barbariche, corruzione morale, avvento di nuove religioni. Vi si aggiunge l’«eccesso di diversità». I popoli delle periferie più lontane mantengono un’identità irriducibile e secessionista. Roma si sente minacciata e imbocca la strada della persecuzione. È l’esempio di Costantino, che dopo la conversione al cristianesimo impone la religione di Stato e rompe con la tradizione del pluralismo delle fedi. Una parabola analoga è quella della dinastia Tang che governa la Cina dal 618 al 907 dopo Cristo. Nel suo massimo fulgore, sotto l’imperatore Taizong, «è la dinastia più tollerante delle culture, delle religioni e delle influenze straniere che la Cina abbia mai avuto». Seguaci di Zoroastro o del manicheismo, ebrei e musulmani, cristiani nestoriani, hanno pari dignità dei buddisti. La sua forza militare è esaltata dalla cooptazione di generali stranieri e delle loro armate. La Via della Seta diventa una fantastica autostrada dell’apertura sul mondo esterno. La capitale imperiale Changan (l’odierna Xian) è una metropoli cosmopolita senza eguali: un terzo della popolazione è straniera. Quando nell’impero dilatato appaiono le prime crepe perché tibetani e uiguri rifiutano l’assimilazione, la xenofobia s’impadronisce dei Tang. Le grandi vie di comunicazione dell’Asia centrale vengono chiuse. Prevale un taoismo fanatico che perseguita le altre credenze. La Cina precipita nell’isolazionismo. Ne uscirà cinque secoli dopo grazie a un altro fautore della tolleranza, l’imperatore mongolo Khublai discendente di Gengis Khan. La vicenda di Marco Polo ingaggiato come alto funzionario nella città di Yangzhou è esemplare: in una selezione meritocratica il Khublai Khan attinge ai migliori talenti stranie- LA GRAN BRETAGNA Nella sua ascesa, l’impero si avvalse dell’apporto di ebrei e ugonotti in fuga da Francia e Spagna Ma nel dominio esercitato sull’India prevalsero puritanesimo e razzismo ri per reclutare i dirigenti della sua amministrazione pubblica. La Pax mongolica fa della Cina il centro di una economia globale, fioriscono i commerci internazionali e il progresso tecnico. Nel Quattordicesimo secolo il declino dei mongoli coincide con l’abbandono dei principi di tolleranza religiosa che erano stati seguiti fin dai tempi di Gengis Khan. Anche nell’ascesa dell’impero britannico conta la capacità di tutelare le minoranze e di accogliere i “diversi”. Alla fine del Diciassettesimo secolo Londra si afferma come la piazza finanziaria più potente del mondo grazie all’afflusso di ebrei sefarditi cacciati dalla Spagna e di ugonotti perseguitati dalla Francia. Dal 1689 fino alle guerre napoleoniche, la Francia in teoria ha più risorse dell’Inghilterra: ha un’agricoltura più ricca, una popolazione quattro volte superiore. Gli inglesi trionfano per la potenza finanziaria mobilitata da famiglie ebree come i Medina, Goldsmid, Montagu, Stern, Rothschild. Cinquantamila ugonotti emigrati dalla Francia portano a Londra preziose competenze imprenditoriali. Decisiva è la capacità di integrare gli scozzesi: sono i padri della rivoluzione industriale (l’inventore del motore a vapore James Watts, il fondatore del pensiero economico Adam Smith), e sono il nerbo dell’esercito imperiale. La svolta negativa nelle fortune britanniche si verifica in India. Alla prima fase della colonizzazione — rapace ma tollerante dei costumi locali — subentra nell’Ottocento l’affermarsi di un movimento evangelico dedito al proselitismo cristiano, bigotto, puritano e razzista. Le élite indiane si sentono discriminate rispetto a quelle delle colo- GLI STATI UNITI Il loro dinamismo economico e la capacità d’innovazione attraggono cervelli e talenti da ogni parte del mondo Dopo l’11 settembre 2001 affiora sempre più la tentazione dell’intolleranza nie bianche (Canada, Australia, Nuova Zelanda) a cui vengono concesse le libertà politiche. Nel Novecento sia la Germania che il Giappone tentano di spodestare la Gran Bretagna ma falliscono. «Nessuna società fondata sulla purezza razziale, sulla pulizia etnica o sul dogmatismo religioso è mai riuscita a dominare il mondo», osserva Amy Chua. Sono invece gli Stati Uniti a sostituire la Gran Bretagna, anche nel ruolo di “Nessuna società fondata sulla purezza razziale o la pulizia etnica è mai riuscita a dominare ” calamita dei talenti cosmopoliti. Nel 1816 l’America ha 8,5 milioni di abitanti, la Russia 51 milioni. Nel 1950 gli americani sono diventati 150 milioni, i russi solo 109 milioni. È grazie agli scienziati ebrei in fuga dalla Germania nazista e dall’Italia fascista che l’America conquista per prima l’arma nucleare. Fino ai nostri giorni il dinamismo economico e la capacità di innovazione degli Stati Uniti devono molto al drenaggio dei cervelli dal Vecchio continente e dall’Asia. Il 52 per cento delle nuove aziende che nascono nella Silicon Valley californiana hanno un fondatore straniero: l’ungherese Andy Grove alla Intel, l’indiano Vinod Khosla alla Sun Microsystems, il cinese Jerry Yang a Yahoo, il russo Sergey Brin a Google. Dopo l’11 settembre 2001 i segnali di eccessiva “dilatazione” dell’iperpotenza americana si moltiplicano. In parallelo affiora la tentazione dell’intolleranza, del ripiegamento: un segnale premonitore della decadenza. La Cina si appresta a superare gli Stati Uniti in molti indicatori di potenza economica. «Ma può sorpassarli anche nella tolleranza strategica?» si chiede Amy Chua. La sua risposta è sfumata: non ancora, e non questa Cina. Per quanto stia attirando frotte di manager stranieri, e un prezioso flusso di ritorno della propria diaspora qualificata, la Repubblica popolare non è pronta a diventare una terra di immigrazione di talenti. Non ha definito una identità cinese così aperta e inclusiva da potervi accogliere altre etnie. E finché rimane «un regime autoritario noto per schiacciare il dissenso» non potrà resuscitare l’appeal cosmopolita che ebbero la dinastia Tang e il Khublai Khan. Nella sua ricerca degli ingredienti per l’Impero Perfetto del Ventunesimo secolo, Hu Jintao dovrebbe aggiungere la democrazia e i diritti umani fra i temi dei prossimi seminari. A porte aperte. IL QUADRO In queste pagine, un’opera dell’architetto britannico C. R. Cockerell (1788-1863). Il dipinto ad acquerello si intitola Il sogno del professore ed è datato 1848. Cockerell ha voluto riassumere gli stili architettonici dell’Occidente attraverso i millenni (Pubblicato per gentile concessione della Royal Academy of Arts, di Londra) Repubblica Nazionale 44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA la lettura Retroscena DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008 John e Bob Kennedy, leader dell’America anni Sessanta; Frederick Vanderbilt Field, miliardario amico di Castro; Edgar Hoover, potente capo dell’Fbi. E al centro del labirinto lei, l’attrice bellissima e “facile”. Il libro “Compagna Marilyn” racconta senza veli la sua vita e la sua morte: ne pubblichiamo il capitolo finale Marilyn, pasionaria rossa tra politici, mafiosi e spie MARIO LA FERLA Q uel maledetto luglio del 1962 se ne stava andando accompagnato da un caldo opprimente. Chiusa nella sua casa di Brentwood, Marilyn non si era del tutto ripresa dallo shock per le violenze subite durante l’agguato nell’appartamento del Cal-Neva Lodge di Las Vegas. Il suo corpo portava ancora i segni delle torture inflittele dai manigoldi agli ordini di Sam Giancana, sotto lo sguardo distante di Frank Sinatra. [...] Ciò che le faceva più male era il pensiero di aver subìto quell’attentato proprio dalle persone dalle quali mai si sarebbe aspettata un trattamento tanto cattivo e violento. Provava una delusione bruciante e feroce. Aveva riflettuto a lungo, soprattutto nelle interminabili notti insonni, sui motivi che avevano spinto i suoi amici a impartirle quel trattamento tanto malvagio. [...] Un pomeriggio che l’Fbi indicò come quello del primo agosto, le aveva telefonato Bobby. Era felice, quando sentiva la sua voce, almeno lui la chiamava ancora, nonostante quel brusco addio della notte del 29 maggio. Ma Bobby aveva fretta, voleva soltanto ricordarle l’impegno: non parlare con nessuno dei loro rapporti e non confidare i segreti suoi e di suo fratello. Solo allora Marilyn, in un momento di lucidità, aveva capito che la causa del suo incubo erano i fratelli Kennedy, i suoi amanti più illustri. Per la prima volta, aveva avuto la visione esatta di chi fossero veramente. E aveva tremato. Però era riuscita ad avere un’impennata di orgoglio, l’ultima della sua vita. Per la sera del 1° agosto aveva ricevuto da Bobby un invito a cena, in un ristorante di Los Angeles, per festeggiare Peter Lawford e sua moglie Patricia. Sarebbe stata presente anche la moglie di Bob, un evento straordinario. Al suo amante perduto aveva inviato un telegramma: «Cari procuratore generale e signora, sarei stata felicissima di accettare il vostro invito in onore di Pat e di Peter. Purtroppo sono impegnata in una manifestazione per la difesa dei diritti delle minoranze e appartengo alle ultime stelle che rimangono legate alla terra. Poiché, in fondo, tutto ciò che rivendichiamo, è il nostro diritto a scintillare. Marilyn Monroe». Quando, infine, Lawford l’aveva invitata per la sera del 4 agosto alla serata organizzata nella sua villa sulla spiaggia di Santa Monica, Marilyn gli aveva risposto al telefono: «Non ci pensare nemmeno! Non ci sarò. Perché dovrei venire? Perché mi passino dall’uno all’altro come un pezzo di carne?! Ne ho avuto abbastanza. Non voglio più che si servano di me. Frank, Bobby, tuo cognato il presidente». [...] La storia ricorda che il mese di luglio 1962 ha rappresentato un momento di tensione allarmante per l’America e il mondo intero. Era il periodo dei pericolosi confronti tra l’Occidente e il mondo comunista. L’Unione sovietica aveva dichiarato che avrebbe difeso la Cina da qualsiasi aggressione. Gli americani avevano iniziato a morire in Vietnam. I rapporti con Fidel Castro erano pessimi, nel momento in cui maggiore era l’appoggio del Cremlino a Cuba. Miseramente erano finiti tutti i tentativi della Cia, e dei boss di Cosa nostra, di eliminare il Lider maximo, mettendogli veleno nei cibi del suo ristorante abituale, all’Avana. E nel test di quel mese, la Casa Bianca aveva dato ordine di detonare una serie di bombe nucleari tecnologicamente avanzate. Qualcuno ha scritto che mai, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, il mondo si era trovato, come in quel luglio, sul precipizio di un nuovo conflitto. «La colpa è dei comunisti!», aveva ammonito Edgar Hoover, «e di tutti coloro che hanno collaborato alla loro infiltrazione nei punti strategici della politica americana». L’allarme di Hoover era arrivato anche alla Casa Bianca, accolto da una sensazione di pericolo reale. [...] Edgar Hoover si preparava a raccogliere i frutti del suo allarmismo. [...] Adesso poteva sferrare il suo attacco finale alla Casa Bianca. Sembrava incredibile, ma il direttore dell’Fbi, proprio nel mo- mento di maggiore difficoltà dei vertici politici degli Stati Uniti, continuava una guerra personale contro il suo nemico, rappresentato da una famosa, imprudente, svagata, attrice di Hollywood. Hoover era convinto che Marilyn rappresentava ormai un pericolo, vero e reale, per la sicurezza dell’America. Aveva carpito i segreti dai suoi amanti, e quei segreti erano stati svelati a Frederick Vanderbilt Field. Le indagini degli agenti federali di Washington e Mexico City avevano accertato che il “miliardario rosso” era amico di Fidel Castro, conosciuto a Cuba. Il Lider maximo e il bisnipote del commodoro avevano fraternizzato, trovando molti punti in comune nella loro visione politica internazionale. In particolare, per quanto riguardava i rapporti tra gli Stati Uniti e Cuba, Vanderbilt aveva confidato a Fidel il suo totale disprezzo per il governo americano, colpevole di avere appoggiato il dittatore Batista. Secondo l’Fbi, il «miliardario nato con la camicia» lavorava su due fronti caldi, l’Urss e Cuba. La sua attività di spia aveva subìto un’autentica impennata a partire dal febbraio 1962: era stato Vanderbilt Field ad avvertire Fidel Castro che effettivamente, come lui aveva temuto, la Cia con la collaborazione di Cosa nostra stava preparando un attentato per farlo fuori allo scopo di rimettere le mani su Cuba. Non solo, ma era stato ancora lui a riferire a Castro i retroscena del fallito attacco alla Baia dei Porci, con i particolari del coinvolgimento della Casa Bianca. Risultava inoltre che Frederick aveva svelato ai suoi com- Il “Dossier 105” dell’Fbi rivelava a tutti gli addetti ai lavori come il presidente e suo fratello fossero stati colti con le mani nel sacco pagni di Mosca, attraverso il segretario d’ambasciata Vassili Zubilin, i piani riservatissimi del programma nucleare americano. In poco tempo, Vanderbilt Field era riuscito, dalla sua casa di Mexico City, a fornire notizie importantissime ai suoi amici a Mosca e all’Avana. L’Fbi aveva registrato tutto. Missili, attentati, sbarchi clandestini, bombe atomiche, piani di invasione nel sud-est asiatico e altri segreti fondamentali per la sicurezza dell’America, erano stati confidati dal presidente e dal ministro della Giustizia a Marilyn, a letto, tra un amplesso e l’altro, mentre i due focosi fratelli ne volevano ancora e lei, invitante e civetta, chiedeva di più. Lei offriva sesso, loro ricambiavano con segreti di Stato che lei passava al suo amante miliardario e “rosso”. L’una e gli altri, senza pensarci troppo, senza remore e ripensamen- ti, senza una briciola di dubbio o di sospetto. Serenamente, beatamente, spensieratamente, come studenti di un college che fanno all’amore per la prima volta. Ma Hoover aveva deciso che era arrivato il giorno del giudizio. Marilyn, la spia bionda, avrebbe pagato il prezzo delle sue colpe. I Kennedy, finalmente, sarebbero stati informati compiutamente sulla vera identità della loro amante. Sapevano, o credevano di conoscere, tutto di lei. Che era stata l’amante di mafiosi importanti e di scalzacani qualsiasi, che aveva avuto relazioni con donne, che aveva messo piede per la prima volta negli studios non negandosi a vecchi e capricciosi produttori. Sapevano di lei che era diventata inaffidabile, da quando ripeteva con monotona ossessione di voler sollevare uno scandalo nazionale raccontando ai giornalisti le loro storie d’amore segrete. Ma che fosse una spia al servizio dei comunisti e che fosse diventata l’amante del miliardario Vanderbilt Field al quale aveva riferito i loro segreti da passare a Mosca e a Cuba, questo non se l’aspettavano proprio. E quando lo avevano saputo, Jack e Bobby erano rimasti di ghiaccio. Non soltanto perché avevano conosciuto un risvolto sconvolgente della personalità della donna con la quale si erano sollazzati credendola una bambola fragile e disponibile, ma anche perché di questo umiliante retroscena erano stati informati gli altri enti di Stato. Per colpa di Marilyn, stavano correndo il rischio di diventare gli zimbelli del mondo politico degli Stati Uniti. Il 26 luglio, la divisione di Intelligence nazionale dell’Fbi, cioè il dipartimento del Controspionaggio, aveva trasmesso un dossier alla Casa Bianca, al Dipartimento di Stato, al ministero della Giustizia e, per conoscenza, alla direzione della Cia dov’era intanto arrivato il repubblicano John McCone. Il documento di 500 pagine era contrassegnato dal numero “105”, codice attribuito a “questioni di intelligence estera” e fino ad allora tenuto segreto come “B1”. Questa sigla si riferiva ai documenti dei servizi segreti riguardanti questioni di sicurezza nazionale. Il “dossier 105” conteneva una voluminosa ed esplosiva relazione su quanto aveva detto e fatto Marilyn Monroe negli ultimi mesi, in particolare i retroscena del suo soggiorno in Messico. C’era tutta la storia della Monroe, raccontata da Edgar Hoover in prima persona. S’era voluto togliere lo sfizio di scriverlo lui, sulla sua macchina da scrivere personale, quel romanzo messo insieme con le notizie raccolte in lunghi anni di inchieste e ricerche. E di manipolazioni diaboliche. [...] All’ultimo momento, Hoover aveva inserito nel “dossier 105” un’altra informativa. Risaliva a tre giorni prima. Il 23 luglio, due federali avevano informato il Bureau che la Monroe, a Città del Messico, aveva parlato con Vanderbilt Field anche di un altro incontro con il presidente: «Ha detto di aver pranzato nella residenza di Peter Lawford con il presidente John Kennedy solo pochi giorni prima, alla fine di gennaio. Era molto compiaciuta, poiché aveva fatto al presidente moltissime domande di contenuto sociale riguardanti la moralità dei test atomici». Ai suoi amici dell’“American Communist Group in Mexico”, la Monroe aveva raccontato tutto quello che i Kennedy le avevano svelato sull’argomento, anche quello che sarebbe avvenuto di lì a pochi mesi. In luglio, ci sarebbe stata la prima detonazione di una bomba H sul territorio degli Stati Uniti, e altri test sarebbero seguiti al primo. E aveva precisato che Robert Kennedy, con il presidente del “Joint Chiefs” al suo fianco, avrebbe presenziato a uno di quei test. Il dossier di Edgar Hoover aveva avuto un effetto deflagrante. Incredulità, sconforto, preoccupazione, paura: questi i sentimenti provocati dal “dossier Repubblica Nazionale DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008 SUL SET Una foto di scena di Marilyn Monroe scattata nel 1957 sul set del film Il principe e la ballerina FOTO EYEDEA IL LIBRO Compagna Marilyn di Mario La Ferla è pubblicato da Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri (310 pagine, 15 euro) e sarà in libreria nel corso della prossima settimana. Il libro, a quarantasei anni dalla morte, punta a completare il ritratto di Marilyn Monroe gettando luce, grazie a nuovi documenti dell’Fbi, sull’ultimo segmento della sua tormentata esistenza È la storia della celebre attrice di Hollywood che, grazie ai suoi legami con John e Bob Kennedy, conosce alcuni segreti politici e militari degli Stati Uniti e li passa ai compagni comunisti rifugiati in Messico Vero, falso? La risposta non c’è, ma c’è la certezza che questo ruolo da novella Mata Hari le fu cucito addosso dal capo dell’Fbi Edgar Hoover per usarla come arma di ricatto verso i Kennedy LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45 105” in chi lo aveva ricevuto. Alla Cia, il direttore repubblicano John McCone mostrava, in pubblico, rammarico e inquietudine. In privato, con i suoi amici petrolieri, se la rideva di gusto. Non era mai successo che un presidente degli Stati Uniti e il ministro della Giustizia suo fratello, fossero stati così platealmente e in maniera patetica colti con le mani nel sacco. Anche al dipartimento di Stato, dove quasi tutti erano schierati con i Kennedy, regnavano stupore e malinconia. Spiegata in poche parole, i vertici politici degli Stati Uniti erano stati gabbati da una famosa attrice, che prima se li era portati a letto, li aveva fatti parlare sulle cose segrete dello Stato, e poi aveva spifferato tutto a una combriccola di spie comuniste guidate dal miliardario bisnipote del commodoro Cornelius Vanderbilt. La situazione appariva talmente tragicomica che anche gli amici non sapevano se ridere o piangere. I due fratelli avevano deciso di reagire. Avevano già interrotto il rapporto con Marilyn, ma il pericolo di altre rivelazioni non era stato scongiurato. Chi poteva assicurare che quella pazza non avrebbe davvero convocato la conferenza stampa tanto minacciata, per sollevare un putiferio internazionale? In quel momento, Jack e Bobby avevano due nemici da combattere: Marilyn Monroe ed Edgar Hoover. Avrebbero dovuto neutralizzarli, per evitare che circolassero altre indiscrezioni e che fossero distribuiti altri dossier. Hoover era inattaccabile, protetto dalla gabbia d’acciaio costruita attorno a sé. Se soltanto avessero provato a sfiorarlo, sarebbero rimasti travolti da una gigantesca tempesta di fango. Restava Marilyn. Il presidente aveva preparato un piano che prevedeva un altro incontro con Marilyn. Bobby l’aveva bocciato: dopo poche ore sarebbero stati informati da quella vipera di Hoover che l’abboccamento tra il presidente e la sua amante comunista era stato registrato e sistemato in archivio. Secondo Bobby, sarebbe stato meno insidioso agire alla luce del sole. Hoover non si sarebbe meravigliato più di tanto, se avesse registrato un altro suo incontro con Marilyn. Risultava che erano ancora amanti. [...] Così i Kennedy, confortati anche dal consiglio di famiglia, avevano optato per un appuntamento che Bobby avrebbe proposto a Marilyn. [...] La regia dell’“ultimo incontro” era stata affidata a Peter Lawford. Il cognato aveva pensato a un incontro intimo, ma non troppo. Confidenziale, più che altro. Ma nemmeno troppo segreto. Quindi era stato scelto un ristorante, di quelli eleganti e discreti, dalle parti di Sunset Boulevard. L’appuntamento era per cena, al ristorante italiano “La Scala”. Lawford aveva incominciato a raccontare in giro che i rapporti di Marilyn con la Fox erano compromessi e che lei, disperata, aveva chiesto aiuto al suo amico Bob Kennedy. Veramente, aveva spiegato Lawford, non era stata direttamente Marilyn a chia- mare il ministro a Washington. Della cosa si era occupata la sua addetta stampa, Patricia Newcomb. Così, la sera di venerdì 3 agosto, a un tavolo della “Scala”, insieme con Marilyn erano seduti Robert Kennedy, Peter Lawford e Patricia Newcomb. I federali che registravano l’evento avevano fatto notare al loro direttore che l’attrice aveva gli occhi lucidi, come fosse ubriaca o drogata. Parlava a stento, la testa ciondolava da una parte all’altra. I suoi commensali parlavano, lei non riusciva nemmeno ad ascoltarli. L’impressione, riferita a Hoover, era che quei tre stessero sottoponendo la Monroe a una specie di processo. Ma l’imputata sembrava completamente assente. [...] Il “processo” si era concluso a notte alta, quando ormai il ristorante era vuoto e Marilyn non in grado di reggersi in piedi. I suoi compagni di cena l’avevano accompagnata a casa con l’auto di Lawford. Il giorno dopo, sabato 4 agosto, Marilyn si era ripresa dalla sbornia della sera prima. E aveva ricostruito con lucidità quell’incredibile cena. Era stata minacciata, non c’erano dubbi. «O te ne stai zitta per il resto dei tuoi giorni o saranno guai grossi!». Con infantile presunzione, rifiutava quella lezione. Aveva deciso di passare all’attacco, con una mossa che si rivelerà disastrosa, e l’ultima della sua vita. Per lunedì 6 agosto aveva convocato alcuni giornalisti suoi amici di Los Angeles in un albergo di Hollywood. Marilyn avrebbe tenuto una conferenza stampa sul tema: «Io e i Kennedy». Anche alcune reti televisive avevano assicurato la loro presenza. La voce di quell’iniziativa aveva fatto il giro di Hollywood in poche ore. La notizia era rimbalzata fino a Washington. [...] La conferenza stampa di lunedì 6 agosto fu rinviata all’ultimo momento. Era stato Sidney Skolsky, importante giornalista di Hollywood, ad avvertire i suoi colleghi. Per domenica aveva appuntamento con Marilyn al ristorante dello Schwab’s Drugstore di Hollywood per un’amichevole chiacchierata. Avrebbero parlato soprattutto del progetto di un film che Marilyn aveva in mente di realizzare sulla vita della sua attrice preferita, Jean Harlow. Non vedendola arrivare, aveva telefonato alla sua villa ricevendo la notizia della sua morte. Marilyn aveva finito di parlare e di mettere nei guai la gente importante. L’avevano trattata male anche questa volta come già a Las Vegas Frank Sinatra e Sam Giancana con gli scagnozzi della mafia. Soltanto che quella volta, era per avvertirla. Stavolta, era per sempre. Dean Martin commentò: «Marilyn è morta a trentasei anni. Meglio così. Sarebbe stata contenta anche lei, se soltanto avesse avuto il tempo di salutare un po’ di gente». Addio a tutto, a Hollywood e ai suoi studios, ai mariti e ai chissà quanti amanti, alla madre pazza e al padre che non c’era mai stato, al dolce e vile Frank Sinatra, al suo psichiatra di cui non aveva mai intuito la doppiezza, a Yves Montand che l’aveva amata fino a quando il partito comunista non l’aveva richiamato all’ordine, ad Arthur Miller marito troppo intelligente e troppo egoista. Addio agli amatissimi Jack e Bobby, incantevoli compagni di notti troppo brevi e odiosi nemici delle ultime ore. Addio agli attori famosi e alle comparse sconosciute e disperate com’era stata lei da giovane, a Joan Crawford vipera vendicativa e alla divina Greta Garbo, al delizioso Truman Capote, al geloso Joe Di Maggio. Addio anche a quelle canaglie di Sam Giancana e Joe Rosselli e a tutti quei gangster che l’avevano esibita come un trofeo di caccia, addio ai cantanti e agli scrittori che faranno la storia della “Beat generation”, addio agli amici comunisti sparsi per le città e i villaggi messicani a caccia di avventure e di segreti da inviare a Mosca e all’Avana. Addio anche al Messico, amato e fatale. Adiòs. [...] ©2007 Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri Repubblica Nazionale 46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008 Cento anni fa nasceva la grande attrice romana. Tra le iniziative in cantiere per ricordarla, il libro “Anna sconosciuta”, a cura del figlio Luca e di Matilde Hochkofler, da cui è tratto lo scritto inedito che qui riportiamo. E che conferma il profilo di una donna indipendente, altera, volitiva, con una qualità-difetto che le rese la vita SPETTACOLI difficile: una disperata voglia di verità IL FOTOROMANZO La sequenza (a destra) si riferisce a un fotoromanzo francese, del 1960 a cui lavorò anche Paolo Stoppa. La lettera a fondo pagina fu scritta da Anna Magnani a Bette Davis prima di ripartire da New York nel 1953. Qui sotto, il volto della attrice su una locandina della Bolero Film Tutte le foto e i documenti di queste pagine sono stati concessi da Cristina e Luigi Vaccarella Anna Magnani Repubblica Nazionale DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47 IL CENTENARIO Molti i festeggiamenti per il centenario della nascita di Anna Magnani. La Zecca di Stato emetterà una moneta, le Poste italiane metteranno in vendita un francobollo Luca Magnani sta approntando il primo sito internet ufficiale dedicato alla madre Il 7 marzo sarà in libreria la ristampa aggiornata della biografia Nannarella di Giancarlo Governi, edizioni minimum fax (250 pagine, 16 euro) e lo stesso giorno la Casa del cinema di Roma organizzerà una giornata dedicata all’attrice Tra maggio e settembre uno spettacolo teatrale itinerante debutterà al Teatro Valle di Roma. Sempre a maggio sarà allestita la rassegna itinerante Anna Magnani e i giovani. In giugno una mostra fotografica, Ciao Anna, alla Mole Vanvitelliana di Ancona. Un museo sarà inaugurato a luglio a Furore, in provincia di Salerno SELVAGGIO È IL VENTO LA FRANCIA LA ROSA TATUATA IL DRAMMA Anna Magnani e Anthony Franciosa sulla locandina americana di Selvaggio è il vento, il film di George Cukor del 1957 Anthony Quinn e Anna Magnani sulla locandina francese di Selvaggio è il vento, secondo film della trilogia Usa Burt Lancaster e Anna Magnani nella locandina americana de La rosa tatuata, diretto da Daniel Mann nel 1955 La giovane Anna Magnani sulla copertina della rivista Il dramma del marzo 1934 l’anno del suo debutto al cinema “Non ho mai tradito la mia gente” L GIUSEPPE VIDETTI ROMA a strada che da Roma corre verso sud, lungo un mare che non si svela mai, esplode di mimose. Chiome verdi spruzzate di giallo che si allargano all’orizzonte con l’estro di un quadro impressionista. E più ci si avvicina al Circeo più diventano invadenti nell’arrampicata verso San Felice, fin sotto la montagna che nasconde il piccolo cimitero in salita, con le tombe rivolte verso il mare, che finalmente si mostra con tutti i suoi colori, pronto per un’altra estate. Dall’ultima cappella sotto la rupe, piastrellata Vietri e con una finestrella che si spalanca sui campi di mimosa, il golfo sembra una cartolina. Il vetro che protegge il sarcofago porta scritto: «A mia madre Anna Magnani che ha lottato e mi ha difeso con la sapienza della prudenza… 26 settembre 1973». Aveva sessantacinque anni, quando morì nella città dov’era nata il 7 marzo del 1908, cento anni fa. A Roma, perché tanto romana era che Eduardo De Filippo scrisse: «Sono caduti gli occhi di Nannarella, che seguivano le camminate lente, sfiduciate, ogni passo perduto della povera gente. Tutti i selciati di Roma hanno strillato. Le pietre del mondo li hanno uditi». La villa al Circeo non fu un capriccio da diva, ma il riparo dalla celebrità; dalla città, quando diventava invadente. Il lusso di potersi godere il mare che amava tanto («Anna verrà col suo modo di guardarci dentro, dimmi quando questa guerra finirà, noi che abbiamo un mondo da cambiare, noi che ci emozioniamo ancora davanti al mare», le canterà Pino Daniele) e di concedersi qualche settimana d’intimità con un bambino, poi ragazzo, poi uomo, che vedeva troppo poco. Luca porta con orgoglio e discrezione il cognome di sua madre. Ha sessantacinque anni, lo stesso bellissimo viso del papà, Massimo Serato, che ad Anna, ancora sposata al regista Goffredo Alessandrini, insieme al dramma dell’addio lasciò quell’unico figlio. È un architetto, il mondo del cinema non lo ha mai attratto. «Seguivo pochissimo mia madre sul set. Quell’ambiente, soprattutto da ragazzo, non mi piaceva, pieno di gente che si bacia e si abbraccia, poi si pugnala alle spalle». Della mamma non ha mai voluto assecondare miti e leggende. Dice l’essenziale, non indora e non colora, racconta di due vite cui per sorte toccò sempre, accanto a un colpo di fortuna, una disgrazia: «Ci separammo prestissimo. Io andai in Svizzera all’età di quattro anni, per curarmi. Vivevo presso una famiglia di italiani in una sorta di affidamento. Tornavo a casa d’estate e qualche volta per Natale. Non che lei mi trascurasse, ma le mie cure richiedevano un notevole impegno economico, quindi o lavorava o faceva la madre, non c’erano vie di mezzo. Quando rientrai a Roma, nel ‘57, avevo quindici anni. Non eravamo abituati uno all’altra; lei ad avere un figlio, io ad avere una madre. Così mi sistemai in un appartamento accanto al suo. Anche in questo, mia madre ha precorso i tempi». Fosse un’attrice del nostro tempo, sarebbe intrigante, bellissima, l’emblema della donna moderna, indipendente, altera, volitiva. Allora era unica, e il neorealismo non avrebbe potuto fare a meno dei suoi occhi vigili e tristi, dei capelli senza permanente, «ciocche disordinatamente assolute» nelle parole di Pasolini, delle risate sarcastiche e amare. «I primi ricordi sono legati alla casa di via Amba Aradam: i nostri giri col cavallo Banana quando ancora Roma era una città a misura di calesse», racconta Luca, i gomiti incollati al tecnigrafo del suo studio, la testa tra le mani. «Sono nato in un periodo difficile, nel ‘42, in un’Italia disastrata: bombardamenti, rappresaglie, miseria. Mia madre era una privilegiata, ma non c’era da scialare, era ancora una celebrità locale, un’attrice di rivista. E con la mia nascita, le cose si complicarono». Una notte la chiamano al Quattro Fontane, Luca ha la febbre alta. Il medico la rincuora, sarà un’influenza. Ma poi capisce che il piccolo non muove le gambe. Ha la polio, e in quell’Italia senza risorse curarlo è pressoché impossibile. «Pensi a quanto fosse difficile sessant’anni fa per una donna, un’attrice, avere un bambino fuori dal matrimonio, e per di più malato. Fu un periodo durissimo che affrontò in maniera eccezionale. Oggi mi rendo conto del valore di mia madre, una donna sola in una società maschile e maschilista, con la capacità, la lucidità di gestire la sua vita: ha lavorato, ha guadagnato, ha investito per assicurarmi almeno la tranquillità economica». In occasione del centenario della nascita, Luca ha sentito il bisogno di scrivere una biografia definitiva. Con la complicità di Matilde Hochkofler, che ha già realizzato vari progetti legati alla Magnani, sta mettendo a punto il libro Anna sconosciuta, da pubblicare a fine anno. «Sarà una storia basata su inequivocabili fonti documentarie», spiega. Copioni, più di centocinquanta soggetti che le sono stati proposti, progetti mai realizzati e soprattutto, ed è un’assoluta novità, la vastissima corrispondenza che ha tenuto in L’attrice Anna Magnani fotografata con il figlio Luca da bambino Per gentile concessione di Luca Magnani e delle Edizioni Interculturali Le bestie non sbagliano ANNA MAGNANI evo confessare che davanti a questo primo foglio che dà inizio alla storia della mia vita, resto alquanto perplessa. Forse scrivere è meno facile di quello che sembra. Ci proverò. E per non venir meno a quello che è stato il principio della mia vita, non dirò bugie, quello che racconto è la verità. Non ho avuto in quello che ho fatto in vita mia che due ambizioni: essere pulita moralmente, e dire sempre la verità. Ma la verità è stata un lusso, procurandomi non poche noie e la fama di donna dal carattere impossibile. Devo anche dire che questo non mi ha molto impressionata, non solo dal giorno in cui ero qualcuno, ma sempre. Sono sempre stata vera, non ho fatto mai il minimo sforzo per sembrare un’altra. Le bestie vivono secondo natura e non sbagliano quasi mai. Ho trasportato questa teoria nel campo degli uomini. Anche questa è la verità, non ho mai avuto ambizioni di nessun genere, non sono mai stata invidiosa né del successo, né delle ricchezze altrui. Ho sempre camminato nella vita per sentire in me la gioia di una continua metamorfosi, di un continuo studio di quello che era il mio lavoro e, oserei dire, di un continuo perfezionamento della donna che era in me. Ma la donna, quella che nessuno, dico nessuno, conosce non è mai cambiata, mai! Piena di difetti, tanti, ma piena di timori, piena di smarrimenti, gli stessi che ho oggi dopo una dura, durissima vita, li avevo a dieci anni. E questo trauma è la cosa che amo di più in me. Le stesse violenze, le stesse reazioni per una disillusione o per una commozione. È strano che mentre come attrice è stato un continuo osservarmi, nella vita non ho fatto niente di tutto questo. Solo che, come donna, ho pagato, tanto! Ma non me ne pento. La vita val la pena di essere vissuta in qualunque maniera, felici o no. Non si può riuscire in tutto. Ho cercato di fare amare la verità al pubblico col mio lavoro, ma mi è stato più difficile farla amare come donna, anzi devo dire che in questo ho avuto un vero insuccesso. È nella vita che bisogna saper recitare, me ne sono accorta tardi, altrimenti gli altri ti guardano come si guarda una pazza, ma io non ho mai saputo recitare, ho sempre vissuto anche quando lavoravo». Tratto da Anna sconosciuta di Luca Magnani e Matilde Hochkofler di prossima pubblicazione «D trent’anni con protagonisti dello spettacolo e della cultura: Marcel L’Herbier, Rossellini, Visconti, Zavattini, Tennessee Williams, Anthony Franciosa. La Hochkofler sta vagliando il materiale nella sua casa di San Lorenzo, non lontano da dove fu girata la scenamadre di Roma città aperta. «Ci sono lati della personalità dell’attrice che ancora il pubblico non conosce», dice. «Al di là del carattere burrascoso, degli improvvisi scoppi di gioia, la ruzza, come la chiamava lei, Anna aveva momenti di grande malinconia e desiderio di solitudine. Stupisce che quell’artista dalla vita scapigliata avesse tempo e voglia di occuparsi dei dettagli, la casa, l’arredamento, i cani. Ho persino trovato le ricevute della rimessa di Porta Metronia, dove teneva il cavallo Banana». «Mia madre era una persona molto raffinata», aggiunge Luca, «amava le cose belle, aveva buon gusto. E insieme era semplice, schietta, sobria. Quando andavamo in giro per Roma, c’erano il vetturino o il tassista che la apostrofavano, “Nannarè, come va?”, come se parlassero alla vicina di casa. Lei rispondeva, “Ciao nì”, e iniziava un dialogo che durava per tutto il tragitto. Questa era mia madre. Magnani the magnificent, come la chiamò Bette Davis». Luigi e Cristina Vaccarella, padre e figlia, lui negli Usa per lavoro, lei per frequentare l’Actor’s Studio, appassionati di neorealismo, hanno raccolto in varie università e fondazioni d’America una vasta documentazione sull’attrice, parte della quale è confluita in Anna Magnani: la mia corrispondenza americana (Edizioni Interculturali). Nel loro archivio privato hanno anche l’originale della lettera scritta da New York a Bette Davis nel 1953: «…Cara cara grande Bette, siete così umana e io mi sento molto vicina a voi, mi sento molto simile a voi come donna. Come artista voi sapete cosa siete per me. Difendete sempre la vostra arte, difendete sempre la vostra libertà artistica contro tutto e contro tutti. Solo così si è se stessi e, nel vostro caso, solo così si è una grande attrice». La scoperta dell’America, nei primi anni Cinquanta, portò scompiglio e agitazione in casa Magnani. Luca ricorda ancora i preparativi per la partenza, la cura maniacale nella scelta delle cose da portare — la macchinetta del caffè, prima di tutto. «Odiava volare, ogni volta che doveva prendere l’aereo scriveva un testamento. Quando andò a Mosca e Stalingrado per le rappresentazioni della Lupa, nel 1965, preferì il treno, due giorni in carrozza con tutta la compagnia. Dall’America tornava sempre carica di bauli. Comprò un barbecue, con i forchettoni e i guantoni e tutti gli accessori, che ancora conservo. L’America era un altro mondo. Noi avevamo la ghiacciaia di zinco, loro il frigorifero con lo sportello come quello di una Cadillac. Ma la sua casa era Roma. Tennessee Williams le fece delle proposte per uno spettacolo teatrale, lei rifiutò. Due anni senza mai tornare… inconcepibile». Dagli Stati Uniti, Anna Magnani portò anche un Oscar, vinto con il primo film della trilogia americana, La rosa tatuata; tanti amici, come Bette Davis e Tennessee Williams; inevitabili rivali, come Brando che rimase intimidito dalla sua bravura girando Pelle di serpente; e qualche amore, come il giovane Anthony Franciosa, conosciuto sul set di Selvaggio è il vento. «Il cinema italiano era niente negli Usa prima di Roma città aperta, il film che fece conoscere mia madre oltreoceano», spiega Luca. «Ma La rosa tatuata fu una consacrazione, il lancio a livello internazionale. L’Oscar invece un boomerang, le portò gioie e amarezze. Da quel momento diventò troppo importante, quasi irraggiungibile per i nostri registi. Nel mondo del cinema, anche nei Sessanta, le attrici erano legate alla figura di un uomo potente — il produttore, il regista, l’amante. Mamma, al contrario, dagli uomini, anche da alcuni suoi compagni, è stata usata. Lei, anche professionalmente, era sola». Quella ostinata indipendenza le costò il ruolo di protagonista nella Ciociara, che andò a una troppo giovane Sophia Loren, e probabilmente un secondo Oscar. «Mia madre non faceva vita mondana, lei stessa non frequentava molto il mondo del cinema», conclude Luca. «Aveva i suoi ritmi, i suoi cani, i suoi gatti, le case, quella di Roma e la villa al Circeo, gli amici: era molto legata a Suso Cecchi D’Amico, a Franco Monicelli, fratello di Mario, a Elsa De Giorgi, a Tennessee Williams, che quando era in Italia non mancava di farle visita». Anna diceva: «Tennessee e io siamo amici perché siamo due mostri», e quando gli scriveva iniziava sempre con «Buffone mio adorato». Lui la venerava: «È un lampo tra le nuvole, inafferrabile come un’ombra. C’è un fremito attorno a lei, una tensione scoperta. È la più grande attrice vivente». Il testamento la Magnani cominciò a dettarlo, quasi per scaramanzia, nel corso di tante interviste. E, leggenda vuole, che per ultimo lo sussurrasse a Rossellini, il più puro di tutti i suoi amori, anche se ingeneroso come gli altri: «Quando muoio, quando la gente pensa a me, deve sapere che la Magnani non gli ha mentito. Deve essere sicura che la Magnani non l’ha mai tradita, e che la Magnani non ha mai tradito se stessa». Repubblica Nazionale 48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008 i sapori Rossa, forte, l’uva “sanguis Jovis” (sangiovese) che caratterizza le doc di quest’area della Toscana, patria del re dei vini (insieme al piemontese Barolo), è apprezzata ormai dai grandi maestri dell’enologia internazionale. Degustare un bicchiere di Brunello Bere bene è un piacere irrinunciabile: approfittate del prossimo weekend al top Ne “I vini d’Italia 2008” dell’Espresso, Ernesto Gentili e Fabio Vizzari posizionano cinque Brunelli Riserva sopra i 18/20, menzione per lo strepitoso Case Basse Riserva 2001 di Gianfranco Soldera, che si chiama fuori dalle guide Case Basse Riserva 2001 Soldera Brunello di Montalcino Riserva 2001 Canalicchio di Sopra Brunello di Montalcino Riserva 2001 Il Poggione Dieci ettari di vigna, niente chimica, filtraggi, lieviti aggiuntiper il Brunello culto che riposa cinque anni in botti di Slavonia prima della bottiglia Viole e amarene al naso, profonda eleganza al palato. Etichetta disegnata da Piero Leddi I nipoti del fondatore dell’azienda, Primo Pacenti, hanno realizzato una Riserva attraente e mascalzona. Sapido e grintoso, si è guadagnato 91/100 nella superguida americana Wine Spectator Più di un secolo di storia per questa azienda agricola di boschi, oliveti, campi seminati e vigne. Rispettosa della natura la lavorazione delle uve, da cui si ricava un Brunello d’antàn, serio, che profuma di bacche Brunello di Montalcino Riserva 1999 Poggio al Vento Col d’Orcia Brunello di Montalcino Riserva 2001 Collosorbo Brunello di Montalcino Riserva 2001 Piancornello Grande la Riserva 1999 di una delle cantine più importanti della zona Più setoso che muscolare, dotato di una freschezza che promette longevità, ha un bel color rubino e riesce fine, ampio, complesso Storia lunghissima per la proprietà della famiglia Ciacci, 180 ettari di suolo di origine vulcanica, ricco di ferro. Dal sangiovese grosso si ha un Brunello severo e compiuto, profumi intensi, persistenza vigorosa Il meglio di sempre, per questa giovane casa vinicola alloggiata a sud di Montalcino. La Riserva 2001, prodotta in cinquemila bottiglie, somma sensualità a spigliatezza, nitidezza e frutti rossi, sentori ricchi, buona lunghezza itinerari Montalcino (Si) Il “Monte dei lecci” (leccino) di etimologia latina, tra Siena e il monte Amiata, assomma poco più di cinquemila abitanti e oltre duecentomila turisti, che ogni anno fanno visita a uno dei borghi vinicoli più famosi del mondo DOVE DORMIRE DOVE MANGIARE DOVE COMPRARE VECCHIA OLIVIERA Via Landi 1 Porta Cerbaia Tel. 0577-846028 Doppia da 120 euro colazione inclusa TAVERNA DEI BARBI Fattoria dei Barbi Località Podernovi Tel. 0577-847117 Chiuso mercoledì menù da 30 euro ENOTECA FRANCI Piazzale Fortezza 5 Tel. 0577-848191 IL GIGLIO Via Saloni 5 Tel. 0577-848167 Doppia da 119 euro colazione inclusa BOCCON DIVINO Loc. Colombaio Tozzi Tel.0577-848233 Chiuso martedì menù da 35 euro DEI CAPITANI Via Lapini 6 Tel. 0577-847227 Doppia da 110 euro colazione inclusa CASTELLO BANFI Sant’Angelo Scalo Poggio alle Mura Tel.0577-816054 Aperto la sera, chiuso domenica e lunedì, menù da 60 euro AL BRUNELLO DI MONTALCINO S.p. Traversa dei Monti Tel. 0577-849304 Doppia da 150 euro colazione inclusa BED & BREAKFAST PORTA CASTELLANA Via S. Lucia Tel. 0577-839001 Doppia da 75 euro colazione inclusa LA FORTEZZA DI MONTALCINO Piazzale Fortezza Tel. 0577-849211 LES BARRIQUES Via Bellaria 10 Tel.0577-8484145 BACCHUS Via Matteotti 15 Tel. 0577-847054 ALLE LOGGE DI PIAZZA Piazza del Popolo 1 Tel. 0577-846186 POGGIO ANTICO Località Poggio Antico Tel. 0577-849200 Chiuso domenica sera e lunedì menù da 55 euro OSTERIA DEL GALLETTO Località Camigliano Tel. 0577-839045 Chiuso martedì menù da 35 euro Potete fidarvi non fa capricci LICIA GRANELLO otere dell’uva. Rossa e forte, impregnata degli umori della terra che la genera. Tra Siena e il monte Amiata, il sangiovese, signore e padrone della campagna toscana, genera il suo figlio più celebrato, ammirato e degustato nei bicchieri di tutto il mondo; festeggiato, nel prossimo fine settimana, con il rituale più antico e glorioso: assaggiando in anteprima le bottiglie dell’annata pret-àporter. Il sanguis Jovis è uva antica e umorale, ingannevole ed esigente, falsamente ubiquitaria. Se i suoi acini caratterizzano quasi duecento disciplinari di doc, con oltre ottantamila ettari coltivati da una parte all’altra d’Italia — prima per quantità tra le cultivar — metterla tutta sola in bottiglia è una bella sfida. Non a caso, i vicini di casa del Chiantishire, come l’hanno ribattezzato gli inglesi, fin dai tempi del barone Ricasoli, due secoli fa, ne hanno smussato ruvidezze e capricci “corrompendolo” con uve più malleabili come il canaiolo e il colorino. Allo stesso modo, i maestri dell’enologia internazionale hanno chiesto di volta in volta la complicità di merlot e cabernet sauvignon, syrah e petit verdot per i loro grandi supertuscan. Ma i senesi del sud sono gente ruvida, tosta, pervicace, paziente. E il sangiovese grosso che cresce nella loro campagna, detto Brunello, ne ha assorbito le qualità migliori. È nato così, senza marketing aggressivo, né forzature enologiche, il vino che contende al barolo il trono di Re dei vini. I due, il piemontese e il toscano, molto si somigliano per storico, tenace attaccamento alla terra di appartenenza, filosofia di lavorazione, tipologia di estimatori. Vini più austeri che ammiccanti, più malinconici che solari, intriganti senza smodatezze, perfetti per dare del tu a piatti che altri rossi non reggerebbero mai. Il Brunello, merito del vicino Chiantishire con le sue nicchie di mondanità e di guizzi nobiliari, è più modaiolo dell’amico-rivale. Lo bevono, con pubbliche dichiarazioni d’amore, Bill Clinton e Gerhard Schroeder, Saul Bellow e Anthony Hopkins, Sharon Stone e P Brunello Il libro Sarà in libreria il 26 febbraio per Baldini Castoldi Dalai (384 pagine con 40 tavole a colori, 20 euro), Io e Brunello, libro autobiografico di Ezio Rivella, l’enologo piemontese che ha portato il Brunello di Montalcino sulla passerella del made in Italy L’autore, per nove anni presidente dell’Associazione Mondiale Enologi, racconta la sua avventura dall’arrivo in Toscana negli anni Sessanta ai successi mondiali di “Castello Banfi” Bruce Springsteen, ma anche Bono degli U2 e Antonio Tabucchi. Poi ci sono gli artisti, che al Brunello hanno dedicato il disegno trasformato in una delle “formelle”, che celebrano la nuova annata nel cuore del borgo, in una sorta di incrocio tra una hall of fame e il muretto di Alassio: Ottavio Missoni, Oliviero Toscani, Fernando Botero. L’unica, piccola tristezza di Re Brunello riguarda il suo territorio, se è vero che a fronte di oltre sette milioni di bottiglie prodotte l’amministrazione è in perenne affanno economico. Perché uno dei comuni più estesi d’Italia poco si giova della presenza di tanti prestigiosi produttori vinicoli, a causa della bassissima tassazione delle imprese agricole, che prescinde da fama e fatturati. In compenso, alto e forte è il tasso di integrazione sociale. Oltre il dieci per cento dei cinquemila residenti, infatti, è straniero, con ben quarantaquattro nazionalità rappresentate. Tra cantine, vigne ed enoteche, lavorano macedoni e algerini, albanesi e indiani. Il resto, è dentro le bottiglie e nei piatti che le affiancano: carni rosse, formaggi, funghi, tartufi, selvaggina. Se poi ne avanzate un bicchiere, regalatevi un dopo cena rilassato: tra una chiacchiera e una buona lettura, lo scoprirete compagno impareggiabile e ispiratore di sogni meravigliosi. Repubblica Nazionale DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 49 L’appuntamento Weekend festaiolo a Montalcino, dove venerdì la cena di gala al Castello di Poggio alle Mura inaugura l’edizione 2008 di Benvenuto Brunello In programma la degustazione in anteprima dell’annata 2003, con i produttori impegnati a raccontare le loro bottiglie, e l’assegnazione del “Leccio d’Oro”. Tra i premiati, Massimo Bottura de La Francescana, l’osteria Bru.Sta di Tokyo e l’enoteca Costantini di Roma Un successo nato dall’amore per la terra 7 milioni EZIO RIVELLA Le bottiglie di Brunello prodotte ogni anno M 120 milioni Il fatturato (in euro) della produzione di Brunello 250 Il totale dei produttori di Brunello 2mila Gli ettari di vigna coltivati per il Brunello olte storie hanno al loro interno un momento topico, che funge da spartiacque degli eventi: senza scomodare la Bibbia con il Diluvio Universale, in tempi a noi più prossimi questo ruolo è stato dato al 1989, con la caduta del Muro di Berlino e l’avvio del processo di nuova globalizzazione dei mercati. Anche il Brunello e, conseguentemente l’intera area territoriale di Montalcino, ha il suo: è il 1995, l’anno del grande successo, l’anno in cui quel vino cessa di essere solo un prodotto e diviene un’icona. Guardando alla produzione enologica internazionale, infatti, nessuno può negare che il Brunello di Montalcino da un certo momento in poi sia divenuto un vino che ha avuto successo. Anzi, che ha avuto un successo unico, per dimensioni e qualità. Ma perché è riuscito dove altri hanno fallito? Innanzitutto svestiamoci di un po’ di mitologia: il Brunello non è diventato quello che è perché è un vino oggettivamente migliore di tutti gli altri. Questa affermazione non ha davvero alcun senso: sarebbe come dire che Picasso è un pittore di successo perché è più bravo di tutti i pittori della propria epoca e di quelli che lo hanno preceduto. Dire, insomma, che il Brunello è il vino oggettivamente migliore di tutti è una tesi semplicistica. Ciò non toglie, naturalmente, che sia un ottimo vino, che berlo regali un’esperienza superiore a tanti altri vini e, soprattutto, sensibilmente differente, tanto che non a tutti piace (pur restando sempre un ottimo vino!). Giocando un po’ sul filo del paradosso, possiamo dire che il Brunello ha tanto successo anche perché è un vino costoso. Agli esperti è ben noto, infatti, che un prezzo elevato concorre significativamente al successo di un prodotto: dal lato dell’immagine, perché l’alto prezzo sostiene l’idea che il prodotto abbia un che di speciale ed esclusivo (nel senso letterale di «non per tutti»); dal lato produttivo, perché disporre di margini economici positivi significa poter spendere in qualità, e la qualità non si fa arrangiandosi. Gli enormi investimenti necessari per tenere vive le produzioni sul mercato, per installare e mantenere delle coltivazioni di vigneti che producano uve pregiatissime, per costruire cantine ben fatte, dotate dei necessari recipienti in legno, per fare confezioni di prodotto che reggano la prova del tempo e via dicendo, possono essere sostenuti solo se si dispone di grandi somme proprie, o si reinvestono i margini guadagnati con la vendita. Nel Brunello questo circolo economico virtuoso funziona. Tuttavia, penserà qualche attento lettore, queste condizioni economiche possono esserci anche in altre parti d’Italia e del mondo: perché proprio con il Brunello il gioco ha funzionato così bene? La risposta è semplice: la terra non è tutta uguale, in quella parte di Toscana è la più adatta per il sangiovese e quel territorio, nel suo complesso, ha da sempre una speciale vocazione per fornire un vino di carattere, che abbia una struttura tale da reggere nel tempo e possa essere conservato per molti anni. La vocazione di un territorio la fanno la terra e le condizioni climatiche, certo, ma anche gli uomini che lo abitano e lo vivono. Fra questi, a Montalcino, un posto di rilievo lo rivestono certamente i Biondi Santi: produttori storici della zona, in tempi molto lontani dal «vino-fashion» di oggi, avevano una delle poche aziende, forse l’unica in Italia, a mettere in vendita una serie di annate che risalivano addirittura alla fine dell’Ottocento. Questo amore per un certo tipo di produzione, presente a Montalcino e non altrove, servì a conferire al Brunello la fama di vino che resiste anche a cento anni dalla vendemmia. Non è, questa, una cosa da poco: se il vino è un prodotto differente dagli altri anche per via della ritualità e della leggendarietà che lo circondano, poter disporre di un prodotto capace di giocare la partita della degustazione «centenaria» è certamente uno dei motivi per il quale il Brunello è assurto al ruolo di icona e ha avuto il successo che sappiamo. Tratto dal libro “Io e Brunello” edito da Baldini Castoldi Dalai Repubblica Nazionale 50 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008 le tendenze Look officina Inventato nel 1920 da Thayaht, artista amico di Boccioni e Carrà, e oggi celebrato in una mostra a Prato, il “pezzo unico a T” che si diffuse come abito da lavoro lungo tutto il secolo, torna in passerella in mille variabili di tessuto e colore, debutta nel guardaroba maschile e si prepara a nuovi successi di stagione JACARANDA CARACCIOLO FALCK orreva l’anno 1920 quando il futurista Thayaht, al secolo Ernesto Michaelles, nella sua continua ricerca di un universo nuovo, decise di inventare un innovativo capo di abbigliamento. L’artista, amico di Carrà e Boccioni, voleva qualcosa che fosse funzionale ed elegante al tempo stesso, ma che si distaccasse dai civettuoli abiti dell’epoca. Nacque così la prima tuta, ovvero un abito pezzo unico, di cotone, con le maniche a T. Il progetto dell’artista venne pubblicato dal quotidiano La Nazione con tanto di cartamodello per il fai-da-te: il successo fu immediato. Da allora è passato quasi un secolo. E mentre il Museo del Tessuto di Prato dedica a Thayaht e alle sue opere una grande retrospettiva (Thayaht. Un artista alle origini del made in Italy, fino al 14 aprile) e un concorso, aperto ai giovani talenti, per creare la tuta del futuro, ecco che il pezzo unico, all-in-one, fa il suo ritorno sulle passerelle di tutto il mondo, da Parigi a New York. Pronto ad essere indossato, sia dagli uomini sia dalle donne, in campagna come in ufficio. Certo non è la prima volta che il jumpsuit o l’overall, come lo chiamano gli inglesi, quell’indumento rivoluzionario che dopo essere stato acclamato dai futuristi divenne simbolo del lavoro in fabbrica, viene rielaborato dai grandi della moda. Accadde già nel 1968 quando, reduce dall’aver conquistato il pubblico con i suoi androgini e sensuali smoking, l’allora giovane stilista algeri- C Dai futuristi alle fabbriche e ora vestono le top model ELASTICITÀ Tuta-abito Sum Cat Suit della collezione Puma È in cotone, ha quattro tasche, gli straps in elastan regolabili e la chiusura in vita IL BULLONE I bozzetti riprodotti in queste pagine (varie categorie di operai) sono stati disegnati da Tat’jana Georgievna Bruni per il balletto Il bullone di Dimitrij Šostakoviç presentato al Teatro statale d’Opera di Leningrado nel 1931 no Yves Saint Laurent conquistò la ribalta con una serie di jumpsuit. Tute di eleganza minimal, per lo più nere, che nel giro di poche stagioni sbarcarono anche negli Stati Uniti dove divennero un cult. Tanto che nel 1975 la prestigiosa rivista Timededicò al fenomeno un lungo articolo intitolato «Overall chic». Nel quale si raccontava come le donne americane avessero letteralmente perso la testa per quel nuovo e inusuale capo d’abbigliamento che permetteva loro di essere sofisticate senza doversi scervellare su cosa abbinare a gonna e pantaloni. Un paio d’anni più tardi la tuta subì una nuova trasformazione. E, riveduta e corretta nei materiali, super attillata e brillante, divenne il simbolo dei mitici anni di Grease e de La febbre del sabato sera. La tuta dell’estate 2008, però, è molto diversa dalle sue antenate. Innanzitutto per la prima volta sembra aver fatto il suo ingresso anche nel guardaroba maschile. Un esempio? Colletto da camicia, maniche corte, taschino a sinistra e coulisse in vita, la versione lanciata da Prada, declinata in mille materiali diversi, dalla lana alla seta stampata, si indossa in tutte le occasioni. Altrettanto versatili sono i modelli da donna. C’è la proposta romantica, di chiffon a fiori, firmata da Stella McCartney e quella hippy-chic, di cotone a righe con ricami marocchini, di Nicole Farhi. La scelta minimal, in seta beige con spalline a canottiera di Versace (che la stilista ha scelto come immagine simbolo dell’ultima campagna pubblicitaria) e quella punk, in lino nero cerato, da indossare con i tacchi spillo di Givenchy. E ancora: la versione micro, in seta grigia, firmata Emporio Armani, e quella da super sera, con corpetto stile impero e pantaloni a sbuffo, di Loewe. C’è una tuta per tutte, insomma, perché tutte hanno diritto a una tuta. RICCI E SBUFFI IN VOLO A VISTA DA PESCA GUERRIERA Taglio vagamente impero per il modello proposto da Anna Molinari In seta nera con scollo arricciato e pantaloni con scesa a sbuffo Riprende con tocco “gentile” le tute usate un tempo dagli aviatori la versione casual firmata Belstaff Con tasche e maniche lunghe Anche l’uomo sceglie la tuta: quella di Energie è nera, ha le maniche corte e si porta sbottonata sul davanti magari con T-shirt a vista Hugo Boss propone la tuta in versione maniche a palloncino e pantaloni alla pescatora Realizzata in jersey color carta da zucchero Mood un po' punk per la tuta aggressiva, in lino nero cerato, lanciata da Givenchy Da portare con borsa e scarpe ton sur ton Effetto guerriera Repubblica Nazionale DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 51 FUOCO E FIAMME FAVOLOSI SIXTIES Cotone rosso ketchup, maniche e pantaloncini corti per un look mozzafiato Firmato Nolita Tornano di moda gli anni Sessanta con il jumpsuit ridottissimo di Pepe jeans. Realizzato in tela denim leggera con bottoncini davanti e funzioni primarie dell’abito o i riciclaggi ornamentali della mo- Osr, reparto di confino ribattezzato dai comunisti Officina Stella Rossa. da sono tutto e sono nulla rispetto all’idea del corpo. E così nella Rimane impresso nella memoria del giovane Fassino il tormentone del primissima iconografia gli operai non erano vestiti, ma nudi: co- leggendario capo operaio Giovanni Battista Santhià: «Mai smentiese me i santi in certe pitture sacre o gli eroi nei monumenti ai caduti della (dimenticare): la situasiùn a l’è qula ch’a l’è. I quàder (i quadri) a sun cui Grande guerra. Solo che loro sollevavano al cielo attrezzi da lavoro, pa- che sun; per fa la rivolusiùn ai venta (occorre) tanta pasiensa!». E d’accordo che gli anni passano, e ogni cosa di norma si dissolve nelle, falci, aste, martelli e non di rado dal polso gli pendeva una catena, spezzata. Sul piano della metafora, evidentemente, le tute erano con- le sue forme meno prevedibili, ma sembra folle e perfino sarcastico che siderate poco opportune. Se ne vedono tuttavia nelle foto d’inizio No- tutto questo possa oggi commutarsi, o rispecchiarsi, o anche solo rievecento, ma si tratta per lo più di grembiuloni allacciati in vita. Giacche cheggiare nei laboratori degli stilisti. L’Italia dell’emigrazione operaia. scure e corpetti con bretelle arrivano più tardi, come testimoniano gli Canta Sergio Endrigo: «Dal treno che viene dal sud discendono uomioperai a braccia conserte di quella celebre istantanea che dà conto de- ni cupi/ che hanno in tasca la speranza/ ma i cuori sentono che…». Così come cantano questi endecasillabi di Italo Calvino su una giovane gli scioperi nelle grandi fabbriche del nord contro la guerra. A giudicare dalla raccolta illustrata di Edoardo Novelli, C’era una vol- coppia di operai: «Erano sposi, lei si alzava all’alba,/ prendeva il tram, ta il Pci (Editori riuniti, 2000), la prima e ufficiale tuta blu compare sul- tornava al suo lavoro;/ lui aveva il turno che finisce all’alba;/ entrava in letto, e lei n’era già fuola tessera comunista nel ri./ Soltanto un bacio 1952. È un omino che miin fretta posso darti,/ nacciosamente sta per bere un caffè tenendocalare giù un martellone. ti per mano». Non molto tempo dopo il La notte di Natale del grafico Albe Steiner gli 1968, con l’elmetto da tinge di blu pure il volto. metallurgico in testa, Quanti operai, da allora, Paolo VI la trascorre quante tute da lavoro con gli operai degli alaffollano l’immaginario tiforni di Taranto. I preitaliano del secolo scorFILIPPO CECCARELLI ti operai. I consigli opeso. Gli eccidi di piazza: rai. Il mangiare operaio in abiti da lavoro portano sulle spalle la bara di uno dei caduti di Modena. Il mito del so- e i suoi contenitori, la “gamella”, la “schisetta”, il cibo raffermo. Alla cialismo reale, ed ecco un’altra immagine tratta da L’Italia del No- metà degli anni Settanta Altan disegna Cipputi (che all’inizio si chiavecento. La fotografia e la storia (di Gabriele D’Autilia, Giovanni mava Gibboni o Cipputo): con gli occhiali da miope e il cappello alla roDe Luna e Luca Crescenti, Einaudi, 2006): sette operai in fila, ognu- vescia, dalla tasca dei pantaloni gli cala un fazzoletto rosso, mentre i no con una lettera sul petto, formano la scritta: «W STALIN». E an- guanti sono gialli come nei personaggi di Walt Disney. La fabbrica è sicora, o anche, Firenze, Pasqua 1954: si celebra messa con le mae- curamente la Fiat, ma lui è lombardo. È siciliano invece Gasparazzo, l’ostranze nel cortile del Nuovo Pignone, la fabbrica occupata che il con- peraio-massa creato da Roberto Zamarin su Lotta continua. Ha la scopte Marinotti vuole chiudere e che di lì a poco il “sindaco santo” La Pira pola in testa e la salopette, quasi non parla. Intanto Gian Maria Volontè riuscirà a far comprare a Enrico Mattei su onirico suggerimento della prende a calci la Mucca Carolina ne La classe operaia va in paradiso e Mimì metallurgico è ferito nell’onore. Spezzoni di storia e di memoria. Madonna o dello Spirito Santo. Era una tuta blu di eccelso rango letterario il Faussone de La chiave a Potere operaio, «poteve opevaio», poi anche «godere operaio». Spezzostella di Primo Levi. Ma era un vero operaio il verniciatore Pautasso che ni di storia. Guido Rossa riverso nella sua macchina. Sangue operaio. licenziato per ragioni politiche campava smontando le attrezzature dei Berlinguer a Mirafiori. Gli operai che bloccano il Festival di Sanremo e circhi equestri fino a quando non si buttò avvilito nelle acque del Po. L’o- Pippo Baudo che li fa salire sul palco dell’Ariston. E con la moda della tuzio matto e disperatissimo nell’Officina sussidiaria ricambi della Fiat, ta da lavoro sembra quasi, o perfino, un cerchio che si chiude. L Lo stilista spoglia l’operaio è il sarcasmo della storia MAPPE GRAN GALA GITA AL MARE QUASI MILITARE L’IMPIEGATO EFFETTO PIUMA Mappe nautiche con le rotte e il giro dei venti stampate su denim scuro, così il giovane uomo in tuta di Miyake affronta tutti i giorni gli impegni metropolitani Decisamente elegante il modello in seta beige con maniche lunghe e cintura alta in vita, di Versace Riprende il look dei mitici Seventies Bianca, leggera perfetta per una gita al mare: ecco la micro tuta proposta da C.P Company Da abbinare a scarpe estivissime con alta zeppa Look militare ma in color grigio antracite, firmato Sportmax La nuova tuta ha maniche a tre quarti e taschine frontali Prevista la cintura Per Dolce & Gabbana la tuta, tinta unita e piena di tasche, si porta bene anche in ufficio Sotto: camicia e cravatta dello stesso colore Tuta in organza di seta crema, con applicazione di stampa fumetto anch’essa in organza Completano il look top in seta leggera a costine e sottile cintura Repubblica Nazionale 52 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008 l’incontro È nata in Venezuela ventotto anni fa, ma dopo pochi mesi era a Torino Ha giocato a pallacanestro, studiato filosofia e teatro ed è consapevole della sua applaudita bellezza Al cinema è arrivata quasi per caso e oggi pensa soprattutto al lavoro. È spaventata dall’idea di “essere solo una meteora”, vorrebbe essere meno timida e continua a vestirsi di nero per passare inosservata. Ma la sua paura più grande resta la solitudine Giovani dive Valeria Solarino ll’inizio, senza gli occhiali scuri ai quali ci ha abituati, sembra una ragazza spaventata. Alla fine si scoprirà che non è così. Però bisogna sempre cominciare da un’impressione. Valeria Solarino attraversa la casa sfiorando i muri con la schiena, prepara il caffè con la cura di chi non vuole fare rumore con tazzine e cucchiaini, nascosta dentro i jeans molto larghi e una camicia da uomo a righe sottili nere e blu. Vasco, un flat coated retriver di tre anni, le mette in grembo un pneumatico da tir in miniatura con l’ostinazione allegra di un bambino che si è affezionato al gioco e vorrebbe ripeterlo all’infinito. Dal suo punto di vista ha ragione. Come può credere che la sua padrona faccia sul serio quando lo allontana accarezzandolo sulla testa con quella voce che più che a un ordine assomiglia al tono di una preghiera? In cucina lei si appoggia al lavello, sminuzza parole mentre prende il cabaret e la zuccheriera. Ritagli di vita. «Sono nata in Venezuela, il posto si chiama El Moro de Barcellona. Sono venuta via che avevo pochi mesi. Mio padre è ingegnere, viaggiava molto. Prima la Sicilia, poi Torino». A Torino è cresciuta come dentro un vaso di marmellata. Nella Torino più vecchia, il quadrilatero romano, via delle Orfane, dove la cantilena del dialetto piemontese si mischia agli idiomi del Maghreb e il vento porta nei dedali del centro storico il profumo e le grida di mille cucine mischiate. Si stira, si allunga sulle che sono i miei compiti a casa. Un modo affettuoso per darmi dell’ignorante. Ma lei mi protegge, mi ascolta, mi consiglia. Sono molto fortunata ad avere lei». Nessun dolore, finora, nessuna curva sulla strada della vita. Se non la promessa mancata di qualche regista che dopo averle offerto un ruolo non si è più fatto sentire. «Lo ammetto. In questo momento il lavoro è il mio unico pensiero. Gli attori hanno un ego molto forte. Io penso di continuo al mio futuro. Vorrei una carriera costante. Temo l’età che va dai trentacinque ai quarantacinque anni, una fase nella quale se non ti rinnovi scompari o ti ritrovi a interpretare sempre lo stesso personaggio. Ammiro e invidio l’intelligenza e la bravura di Margherita Buy e Laura Morante. Adoro Claudia Cardinale. Mi affascina. L’ho incontrata di recente ad un festival. Gentile, te- Mi piace l’America Sto seguendo con interesse le primarie, nella sfida tra Hillary e Obama mi schiero con Barack Obama perché è contrario alla guerra in Iraq FOTO PHOTONEWS A ROMA dita dei piedi. La camicia e i jeans un po’ si riempiono della sua carne, dei polpacci tondi e muscolosi da ex atleta. «Sono un difetto, vero? Sono stata una discreta giocatrice di pallacanestro e una studentessa di filosofia. Forse avrei voluto insegnare all’università. Forse. Poi mi sono iscritta alla scuola di teatro dello Stabile diretta da Mauro Avogadro. Durante il terzo anno ci hanno portati tutti a Milano. Un provino per il film Fame chimica. Hanno preso me. Sono diventata un’attrice». Vasco è di nuovo qui. Stringe la sua gomma tra i denti, si struscia contro chi trova, solleva la zampa destra verso le gambe di Valeria. Cerca e riceve un po’ di attenzione. Una carezza sul muso. «Vai adesso, vai». Vasco va, sarà per poco. «Qualche anno fa ospitai per un mese il cane di un amico che era partito per una lunga vacanza. Era un pastore tedesco. L’amico si chiama Nicolò, il cane Nero. Decisi allora che prima o poi ne avrei avuto uno tutto mio. È arrivato lui. Continua a credere di essere un cucciolo». Abbassa gli occhi scuri. Dentro la paura c’è ancora. Lei prova a darle tutti i nomi. «Mi spaventa la solitudine. Una volta ho vinto un piccolo premio, sono tornata a casa e quando ho aperto la porta mi sono resa conto di non avere nessuno a cui dedicarlo. Nessuno con cui condividerlo per davvero. Ho pensato: sarebbe stato meglio non vincerlo. Mi spaventa l’idea che rischio di essere una meteora, la possibilità dell’oblio prematuro, un giorno intero di applausi e luci spente per il resto della vita. Mi spaventano le settimane, i mesi, senza un lavoro. Studio inglese, pago le multe. E sfioro l’infelicità. Mi spaventa essere qui adesso, dovermi svelare. E magari deludere, dire soltanto un sacco di cazzate». Può succedere. Non è sempre grave. Valeria Solarino ha ventotto anni. È nata il quattro novembre. È uno scorpione. Assomiglia in modo incredibile a un’attrice emergente del cinema francese, Clotilde Hesme. Hanno la stessa età, la medesima freschezza. La Signorina F, a differenza di Clotilde, ha un sorriso forse meno luminoso ma più intrigante. «Sono timida, ma ci sto lavorando. Mi ripeto spesso: Valeria, non credere di essere sempre al centro dell’attenzione». Mi guida nel suo studio. Si sfila le sneakers nere, si accoccola sul divano e si appoggia alla parete. Prende il caffè amaro, non dice nulla. Aspetta. Sugli scaffali libri di filosofia, locandine di film, dvd. Sulla scrivania tre fotografie in bianconero. Un bimbo al pianoforte sotto una gigantografia di Che Guevara, un gruppo di donne di colore che ridono, un ritratto di Kurt Kobain. Due libri. Chesil beach di Ian McEvan, Emma di Jane Austen. «Mia madre…Arriva ogni volta con un pacco pieno di libri: Valeria, devi leggere questo, e questo, e questo. Dice nera, spaesata. Avrei voluto abbracciarla. Io ho fatto pochissimo, non so dire che tipo di attrice sono. Le consiglio di tornare tra qualche anno e rifarmi la domanda. So che vorrei essere chiamata soltanto da registi bravi, per esempio Bellocchio, Amelio, Tornatore, Salvatores. Non per vanità, ma per orgoglio». Ha le idee chiare. È determinata e concreta. Razionale. Lei dice di essere soprattutto semplice. Tra Goethe e Garcia Marquez sceglie il primo, tra il cinema americano e quello tedesco predilige il secondo: «La vita degli altri…un film meraviglioso». Piano piano la paura sta scivolando via. Il sorriso è cambiato. «So bene che quella sul set non è la vita reale, eppure è l’unica vita nella quale riesco a togliere i filtri alle emozioni, quelli che anche inconsapevolmente mi tengo addosso nei giorni normali. Nella vita vera non riuscirei mai a piangere in mezzo alla strada. Non si fa, mi vergognerei. Sulla scena invece sì. Ogni volta mentre lavoro scopro qualcosa di me che non conoscevo. Ho pianto quando mi sono rivista in Signorina F, ho pianto davanti a Quattro minuti, il film di Chris Kraus. Questo lavoro non è soltanto apparenza, ma impone dei comportamenti. Quando interpreto un personaggio mi metto al servizio della sua storia. Gli do la mia testa e il mio corpo. Ma sono lì anch’io, con la mia voce, il mio modo di sentire, la mia storia personale. Sto da quattro anni con un compagno, Giovanni Veronesi, che fa il regista, ma che ho scelto come persona, non per il suo ruolo nel mondo del cinema. Se però penso a una famiglia, alla prospettiva di avere figli mi rispondo subito che è presto, troppo presto. Non si possono lasciare a casa dei bambini piccoli mentre tu sei fuori tre mesi per girare un film. Non ne sarei capace, mi si strapperebbe il cuore. Per tutto questo ho bisogno di un’altra vita. Arriverà». Valeria Solarino è bella. Soprattutto nello sguardo e nelle mani. Si lamenta per una cicatrice sul naso e le caviglie troppo sottili. Nient’altro. Si veste quasi sempre di nero e porta soltanto anelli, bracciali e catene d’argento. «I colori chiari sono troppo appariscenti, l’oro troppo sbriluccicante, volgare. Cerco di passare inosservata, rasento i muri, come si dice. So di essere bella perché ultimamente me lo dicono molte persone. Sono gli altri a essere il nostro specchio, anche se mi guardo da quasi trent’anni. Non ho paura di invecchiare, spero che succeda bene. E non penso mai alla morte. Non ancora, forse perché sono troppo giovane. Non prego e non vado in chiesa. Sono un’atea con dei principi morali cristiani. E sono anticlericale, vedo nella religione il bisogno irrazionale dell’uomo incapace di accettare i propri limiti terreni». Ha sempre votato a sinistra, con il film sulla Fiat e, prima ancora, lavo- rando con Mimmo Calopresti, ha scoperto gli operai, la fabbrica, gli anni di piombo. Si è messa dalla parte dei semplici, con la modestia di chi è entrato nella loro storia senza saperne nulla, gli occhi spalancati. «Sono io stessa una persona semplice. In politica vorrei una semplificazione maggiore di quella che sta avvenendo, temo invece il vizio del rimescolamento continuo. Mi piace l’America. Sto seguendo con interesse le primarie, nella sfida tra Hillary Clinton e Barack Obama mi schiero con Obama soprattutto perché si è dichiarato contrario alla guerra in Iraq e perché trovo ridicola la candidatura della moglie di un ex presidente rimasto in carica per due mandati». La sua semplicità sta nella confessione. È dire che sa poco di storia del cinema perché prima di farlo andava soltanto a teatro, che un film è bello o è brutto, che quando gira è in stato di eccitazione continua, che tra le colleghe la sua unica vera amica è Jasmine Trinca, che le piace la musica di Allevi e Capossela e poco altro, che non usa l’iPod perché non sa metterci dentro le canzoni e perché le cuffie la isolano e la fanno diventare triste. La sua semplicità è dire che ha amato tutte le volte che lo ha detto e che non potrebbe mai continuare a stare con un uomo che non ama più, nonostante il dolore per la rottura di ciò che si credeva eterno. Va alla finestra dello studio che si affaccia su questa piccola via dei Parioli. Guarda giù e dice: «Vorrei essere simpatica, ironica, intelligente. Ce la posso fare?». Forse basta saper guardare. Succede sempre qualcosa in strada anche nei giorni più stupidi. A volte anche ciò che si vuole. ‘‘ DARIO CRESTO-DINA Repubblica Nazionale