Domenica
il reportage
Norvegia, la sfida dei colletti rosa
La
di
DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008
Piccoli
Il successo prima
di compiere vent’anni
FABRIZIO RAVELLI
la memoria
Repubblica
Il tabacco, la vendetta degli sconfitti
STEFANO MALATESTA
principi
I talenti-ragazzini,
dallo sport a Internet,
sono sempre di più
illUSTRAZIONI DAL LIBRO ''IL PICCOLO PRINCIPE'' DI ANTOINE DE SAINT EXUPERY
ma in una Italia
invecchiata male
non hanno vita facile
MICHELE SMARGIASSI
L’
autentico prodigio dei ragazzi-prodigio è la loro
pazienza. Sopportano con rassegnata superiorità
i complimenti sempre un po’ eccessivi, insinceri, e
quello sguardo fastidioso, da spettatori paganti di
un circo delle meraviglie, che gli adulti rivolgono alle loro imprese.
Che fenomeno quel Paloschi del Milan, diciotto anni buttati allo
sbaraglio sull’erba del Meazza, e diciotto secondi dopo, la prima
boccia che tocca zac!, la insacca, e bravo ragazzino, continua così,
facci divertire, tu e i tuoi compagni di classe, Balotelli, Pato, piccoli
fenomeni, piccoli mostri, piccoli, soprattutto piccoli. La precocità
è un valore aggiunto nello showbiz; sport, spettacolo, letteratura:
un talento bambino buca sempre la noia, incuriosisce, fa parlare: e
vende biglietti, venghino signori ad ammirare il fenomeno bambino, s’affrettino perché poi i piccoli crescono e l’effetto lunapark svanisce.
E loro ci stanno, certo, perché la gloria è bella, perché poter fare
la cosa che ti riesce meglio, ed essere perfino pagati per farla, vivere la passione della tua vita mentre i tuoi coetanei ancora s’arrampicano sulle equazioni di secondo grado e sul genitivo sassone, è
proprio una bella fortuna. Ma scemi non sono, i piccoli geni, sennò
che geni sarebbero: e il peso della pedofilia sublimata di un mondo
di vecchi se lo sentono addosso, come una gabbia dorata da cui vorrebbero scappare.
(segue nelle pagine successive)
l’immagine
MARIO CALABRESI
M
NEW YORK
ark Zuckerberg dorme in una casa di due stanze
su un materasso appoggiato sul pavimento, non
mette mai le calze, la cravatta o una giacca. Vive
in sandali, maglietta e jeans. Eppure è l’amministratore delegato di una compagnia che vale quanto la Ford o la
Cbs. I suoi uffici a Palo Alto, in California, sembrano un campus
universitario più che il quartier generale di un business che vale
quindici milioni di dollari. Il cibo è gratis e sempre disponibile per
i quattrocento che ci lavorano, c’è una lavanderia che funziona
ventiquattro ore al giorno, si arriva tardi, si esce ancora più tardi e
si fanno feste tardissimo. Mark Zuckerberg è l’inventore di Facebook, probabilmente il sito internet più importante e di successo
dopo Google. Lo usano sessanta milioni di persone e una previsione, forse esagerata, pensa che arriverà a duecento milioni entro il
prossimo Natale.
Mark Zuckerberg ha ventitré anni. Ne aveva diciannove quando
ha lanciato la sua creatura. C’è una cosa che lo rende incredibilmente simile a un calciatore esordiente che segna nella sua prima
partita in serie A: la fame e la rapacità. Appena ha visto la palla giusta ci si è buttato senza paura ed è andato in gol mentre i suoi coetanei restavano seduti nelle aule universitarie. Tre compagni di
scuola lo hanno accusato di aver rubato la loro idea ma non sono
riusciti a dimostrarlo in tribunale.
(segue nelle pagine successive)
Greg, una Schiappa da best seller
CONCITA DE GREGORIO e LUCA RAFFAELLI
cultura
La ricetta dell’impero perfetto
FEDERICO RAMPINI
spettacoli
Anna Magnani, il difetto della sincerità
ANNA MAGNANI e GIUSEPPE VIDETTI
l’incontro
Valeria Solarino diva riluttante
DARIO CRESTO-DINA
Repubblica Nazionale
34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008
la copertina
Piccoli principi
Dal mondo dello sport all’universo della Rete, passando
per lo spettacolo, la letteratura, la politica: i talenti
precoci sono sempre più numerosi ma restano prigionieri
dei sospetti e delle gelosie di una società invecchiata:
un business e una minaccia, possibili rivali da sterilizzare
tramutandoli in “fenomeni” e dunque in innocue mascotte
Potere under 20
MICHELE SMARGIASSI
(segue dalla copertina)
l siciliano Francesco Cafiso, per
dirne uno, non ne può più di vedersi recensito sui giornali di
mezzo mondo come «giovanissimo talento del sax», e coi suoi
diciotto anni, dopo aver girato
l’Europa appena quattordicenne come
spalla di Wynton Marsalis, dopo aver
duettato coi migliori solisti del mondo,
dopo aver varcato la sacra soglia del
Birdland di New York, dopo aver inciso
nove dischi, gradirebbe essere solo
quello che sente di essere: «un musicista», anche se va ancora a scuola, al liceo linguistico della sua Vittoria. Nel
trio con cui si esibisce di solito, bassista
e batterista hanno due volte e mezzo i
suoi anni, «ma quando sei sul palco,
immerso nella musica, le età non esistono», e invece gli organizzatori di festival e i gestori dei club non resistono
al richiamo luccicante del plusvalore
anagrafico, ed ecco lì la collezione di locandine e comunicati stampa sul “talento precoce”, e lui desolato: «È come
se mi volessero tenere sempre nella
squadra giovanile».
Ma è proprio così, Francesco caro. Le
parole sono pietre e con le pietre si fanno anche i muri. Il recinto del “precocismo” è quasi insuperabile. Costruito ad
arte da una società di senatori, impauriti e gelosi del loro potere, tuttavia costretti dalle circostanze ad allevare, produrre e mettere in vendita quella merce
molto richiesta e pregiata che si chiama
adolescenza. Un business e una minaccia assieme, i giovani particolarmente
dotati che qualsiasi società avanzata
normalmente e statisticamente produce. Possibili rivali da sterilizzare, trasformandoli in “fenomeni” eccezionali,
quindi in innocue mascotte.
Nello sport, che è affare di corpi, l’abbattimento progressivo della soglia
d’età sembrerebbe più ovvio, accettato, un requisito tecnico, o meglio biolo-
ILLUSTRAZIONI DAL LIBRO ''IL PICCOLO PRINCIPE'' DI ANTOINE DE SAINT-EXUPERY
I
gico, ed è vero soprattutto per le discipline in cui il rapporto matematico fra
peso e muscoli è determinante. La ginnasta diciassettenne Vanessa “Campionessa” Ferrari, la diciannovenne
nuotatrice d’oro Federica Pellegrini
sono la normalità là dove il reclutamento dei talenti è ormai prepuberale.
In realtà negli sport più tecnici, come il
calcio, la regressione anagrafica è soprattutto una questione di saggi investimenti aziendali: mettere sotto pressione il vivaio, sperando di schizzarne
fuori un campione, su mille che invece
scoppiano, è una tecnica per fabbricarsi in casa a buon prezzo un tesoro che
se lo compri già fatto sul mercato ti
svuota le casse sociali.
La sorpresa è che un meccanismo del
genere funziona, tale e quale, anche nel
regno meno muscolare della scrittura.
La caccia degli editori allo scrittore
emergente è feroce. Anche dispendiosa: si pubblica consapevolmente molto più del necessario, sperando che fra
tanti flop ti capiti la fortuna di imbroccare «il nuovo Moccia». Giacomo Cardaci, diciotto anni, ha capito benissimo in quale meccanismo è finito, quasi per caso, per aver vinto un premio letterario di provincia con i suoi divertenti raccontini real-fantasy sulla sua
scuola, il Parini del celebre allagamento teppistico, avvistati da Mondadori e
trasformati nell’aspirante best-seller
Alligatori al Parini: «Ci provano anche
con me. A parità di bravura, un adolescente oggi si vende meglio di un adulto. Io non so che libro ho fatto, magari
fra un anno sarò un talento fallito, magari no, ma il fatto è, creda, che sono gli
anziani a condurre il gioco, noi siamo
semplicemente cooptati in un meccanismo che non possiamo controllare».
Ma lo riescono a comprendere, eccome. Giulia Carcasi è già al suo secondo
romanzo con Feltrinelli; il primo, Ma le
stelle quante sono, l’ha scritto a diciannove anni e dunque, anche su di lei che
oggi è una studentessa di medicina dall’aria di studentessa di medicina, è rimasta appiccicata l’etichetta di «scrittrice giovane». Come una specie di
marchio. «È un modo per tenerci a bada», riconosce, lucidissima. «Scrivere è
una condanna. A vita. Chi scrive, bravo
o non bravo, è scrittore e basta, anche
se comincia presto. Sottolineare l’età è
solo un’autodifesa di scrittori insicuri
che hanno paura di vedersi rubare il
posto. Io li riconosco subito, ai dibattiti, alle presentazioni... Quelli che ti sorridono, “ma che ragazzina di genio, ma
che faccino simpatico...”, valgono meno di me. Altri, come Erri De Luca, non
me l’hanno detto, e da lì ho capito
quanto valgano più di me». Bisogna
fuggire finché si può da quei sorrisini e
da quei complimenti paternalisti; Giulia ha messo in atto qualche stratagemma: «Mai fare il sequel, mai farti incastrare nel cliché dell’autore adolescenziale. Nel mio primo romanzo ho raccontato l’amore di due adolescenti, per
il secondo ho scelto una protagonista
sessantenne».
La precocità del talento, del resto, è
spesso un mito. Un effetto di parallasse, la distorsione ottica di una società
dove l’allungamento della vita attiva
alza anche la soglia dell’iniziazione.
Facevano meno impressione, in un’Italia meno longeva, un Leopardi che
iniziava lo Zibaldone a diciannove an-
ni, un D’Annunzio che editava Primo
Vere a sedici, o anche più di recente un
Moravia che scriveva gli Indifferenti a
diciotto. Oggi forse sarebbero sollecitati a scrivere storie per ragazzini, con
la parola “amore” nel titolo. «Io non sono un enfant prodige», protesta con
dolcissima ragione la pianista padovana Leonora Armellini, che pure dimostra anche meno dei suoi quindici anni,
e tuttavia s’è già esibita con grandi orchestre e in grandi teatri: «I veri prodigi
sono i bambini che prendono in mano
uno strumento per la prima volta e ti rifanno un assolo all’impronta. Io ho studiato, a lungo, con passione e pazienza.
E quando mi dicono “ragazzina prodigio” ci sto male, perché capisco che sono venuti ad ascoltare il “prodigio” e
non la mia musica».
L’irritazione dev’essere molto diffusa. Anche Laura Marzadori, bolognese,
che ha preso in mano un violino per l’appunto a tre anni, il diploma a sedici e oggi, a diciannove, allieva di Accardo, è
Mark, O
l’ad in felpa
e sandali
MARIO CALABRESI
una richiestissima concertista, si ribella
all’ergastolo da eterna “promessa della
musica”: «Ma quale talento precoce...
Anni di studio, un percorso naturale.
Cominci presto perché a trent’anni, nella musica, quel che è fatto è fatto. Non
sopporto sentirmi dire “per la tua età sei
bravissima”, ma cosa vuol dire? O sono
brava o non sono brava, la musica è una
sola, non ci sono campionati giovanili di
Bach o Paganini».
No, però ci sono i campionati di fisica, le olimpiadi di matematica. Alessandro Moia ne ha un medagliere intero, e
s’è appena iscritto alla Normale di Pisa
con la media del 9,93 in pagella (peccato per quel nove in ginnastica). «Quanto ti dicono “talento precoce”, ormai
l’ho capito, non vogliono affatto farti un
complimento. Quello che ti vogliono
dire, in realtà, è: “bravo, però stai al
tuo posto”, “bravo, ma aspetta il
tuo turno”. E se sei molto bravo e non ti possono ignorare, allora ti classificano
(segue dalla copertina)
ggi sembra chiaro che la sua fortuna è stata quella di intuire per
primo che l’idea di costruire un sito internet dove i ragazzi delle
università potessero fare amicizia, discutere, scambiarsi foto,
consigli, e raccontarsi le loro vite, i loro sogni e l’ultimo pettegolezzo era
giusta e vincente. Ci erano arrivati in molti, perlomeno in cinque, a mettere a fuoco il progetto nel campus di Harvard nei primi mesi del 2004.
Ma uno solo ha avuto il coraggio di giocarsi tutto su quell’idea e di abbandonare l’università, seguendo un precedente famoso che porta il
nome di Bill Gates, il fondatore di Microsoft. Era l’estate del 2004 e, dopo aver terminato il secondo anno di corso in psicologia, si trasferì sul
Pacifico con un piccolo gruppo d’amici. Lì sono rimasti. Lì sono diventati ricchi e famosi. Lì continuano a vivere come se fossero ancora a
scuola.
Figlio di un dentista e di una psichiatra, Mark è nato e cresciuto a
Dobbs Ferry, un paesino a nord di New York. In prima media aveva già
scritto il suo primo programma per il computer e al liceo, insieme al suo
compagno di banco Adam D’Angelo — che oggi è ancora accanto a lui
— aveva inventato come ricerca scolastica un lettore mp3 (un i-pod) capace di capire i comportamenti di ascolto di chi lo usava. La Microsoft
gli offrì 950mila dollari per averlo, lui rispose di no, che preferiva andare all’università. Entrò ad Harvard e lì si scontrò con le burocrazie che
Repubblica Nazionale
DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35
I PERSONAGGI Dall’alto in basso e da sinistra a destra: MARK ZUCKERBERG, fondatore di Facebook; FEDERICA PELLEGRINI, nuotatrice; GIACOMO CARDACI, scrittore; LEONORA ARMELLINI,
pianista; ALBERTO PALOSCHI, calciatore; ALESSANDRO MOIA, matematico; GIULIA CARCASI, scrittrice; MARIO BALOTELLI, calciatore; LAURA MARZADORI, violinista; MARZIO MOLINARI, sindaco;
VANESSA FERRARI, ginnasta; SALVATORE ARANZULLA, informatico; FRANCESCO CAFISO, sassofonista; ALBERTO TRIVELLI, militante politico
Internet concede
un vantaggio segreto:
mascherare l’età
frenarono la sua idea di un sito internet aperto a tutti gli studenti, in cui
ci si potessero scambiare informazioni. Allora fece tutto da solo e nel
febbraio del 2004 lanciò Facebook dalla sua stanza nel dormitorio.
Il decollo del sito ha una progressione incredibile. Parte con Harvard,
si allarga agli studenti di Yale, Columbia e Stanford, poi a quelli di tutte
le università che fanno parte della Ivy League — le più antiche e prestigiose d’America — e in tre mesi raggiunge anche le scuole superiori dell’area di Boston. In soli due anni ha sette milioni di membri e raggiunge duemilacento università e ventiduemila licei. È la primavera del
2006. In autunno si rompe il tabù: non più solo studenti. Si apre ai luoghi di lavoro, a gruppi di amici che si raggruppano per aree geografiche
o intorno a particolari temi o hobby. In un attimo gli utenti sono dieci
milioni. Ancora dodici mesi — a questo punto siamo arrivati alla fine di
agosto dell’anno scorso — e ad usarlo sono trentasette milioni di persone. Oggi, sei mesi dopo, la cifra è quasi raddoppiata.
Ognuno ha la sua pagina con le foto ma, a differenza di MySpace in
cui tutti possono vedere tutti, dentro Facebook ci sono decine di migliaia di comunità chiuse ed esclusive. Per entrare in casa di un altro bisogna bussare e essere accettati, solo gli amici hanno la chiave. Ma può
diventare un incubo. Bill Gates — che pochi mesi fa ha comprato l’1,6
per cento della compagnia per duecentoquaranta milioni di dollari —
questa settimana ha chiuso la sua pagina. Fuori dalla porta, ogni giorno, c’erano ottomila persone che lo aspettavano.
“giovane geniale”, ma è come darti del
marziano: l’importante è confinarti su
un altro pianeta, dove non fai concorrenza a nessuno». Allo stesso modo dietro le geremiadi sulla lungodegenza
universitaria, sui fuoricorso perenni, si
nasconde volentieri il dato opposto,
quello delle lauree prima del tempo: sono circa settemila all’anno, il cinque per
cento del totale, in leggera crescita costante. Fenomeno minoritario, ma a
quanto pare ugualmente imbarazzante per l’establishment baronale. Infatti
viene incredibilmente ostacolato anziché stimolato, come sperimentò a sue
spese il leccese Alessandro Gravili, che
per vedersi riconosciuto l’alloro
in filosofia, 110 e lode, conquistato a vent’anni, ha dovuto arrivare fino al Consiglio di Stato.
Per non restare sempre sulla panchina
dorata, forse non bisogna proprio pas-
sarci. Bisogna scansare la tagliola dell’età. Mascherarsi un po’. C’è un luogo
della creatività dove questo è possibile,
anzi normale. La Rete. Quando Salvatore Aranzulla cominciò la sua carriera
di «hacker gentile», forzando da un
paesino del ragusano i sistemi di sicurezza di colossi come Google, Microsoft e Yahoo!, ma solo per suggerire subito dopo ai titolari come proteggersi
meglio, gli arrivarono rispettosissime
email indirizzate al «dottor Aranzulla»,
«e ci restavano piuttosto male quando
finalmente svelavo i miei quattordici
anni». Ma a quel punto la credibilità era
già conquistata, e oggi, alla vigilia del
diciottesimo compleanno, Salvatore si
gode una soddisfacente e curiosa doppia vita, quella di normale liceale allo
scientifico di Piazza Armerina (dove
informatica non è neppure materia di
studio), e quella di consulente internazionale e divulgatore. Sulla homepage
del suo sito, sotto un occhialuto autoritratto da Harry Potter dei computer,
A ventitré anni Mark sta già provando i dolori di un successo troppo
impetuoso. Lo chiamano l’amministratore delegato bambino, si chiedono se sia in grado di gestire un business di queste dimensioni; lui è di
poche parole, spiega che sta imparando, che sta crescendo. Fa anche
molti sbagli ma ogni volta ammette e promette di correggere. Gli ultimi
sono clamorosi e hanno fatto rumore: il primo è l’eccesso di pubblicità
che ha provocato ribellioni, il secondo è il monitoraggio degli acquisti
che fa ogni utente in rete. La presentò come un’idea simpatica: i tuoi
amici sapranno che hai comprato una sciarpa o un nuovo computer.
Ma lo scandalo scoppiò prima di Natale quando a una moglie venne comunicato in tempo reale che il marito le aveva appena comprato un
anello con un brillante. Si trattò solo di una sorpresa rovinata ma molti
si ribellarono all’idea che la loro privacy venisse completamente violata. Ora il meccanismo è stato rimesso in discussione e può essere disattivato e l’avventura di Mark continua a ritmi incredibili.
La sua favola è certamente figlia del coraggio e di un’intraprendenza
non comune, ma anche di un Paese in cui ci sono persone che scommettono sugli esordienti. Nella Silicon Valley, Mark ha trovato banchieri e finanziatori che hanno investito milioni di dollari sull’idea di un
ragazzo dell’università che si presentava senza calze e con la felpa con
il cappuccio. Perché puoi avere il fiuto per il gol e un talento incredibile, ma se non ti lasciano entrare in campo, se nessuno ti mette in squadra, allora non segnerai mai.
campeggia una frase polemicamente
orgogliosa: «Falso colui che non crede
nella gioventù».
La Rete è ancora giovane, non ha fatto ancora in tempo a sviluppare una gerontocrazia che tenga a bada i minacciosi talenti emergenti. Ma anche la politica, in Italia, fu giovane. Nell’immediato dopoguerra, i padri della Repubblica erano ragazzi venuti giù dalle
montagne coi partigiani, o sopravvissuti al fascismo nel rifugio degli oratori.
Poi però sono invecchiati. Restando lì
dove sono ancora. A Varano Borghi, nel
Varesino, dove c’è un pensionato ogni
tre abitanti, Marzio Molinari è diventato il più giovane sindaco d’Italia a ventidue anni, non diremo all’età in cui Alessandro il Macedone conquistava la valle dell’Indo, ma semplicemente: non
molto più giovane dell’età che aveva
Andreotti quando fu eletto alla Costituente. Studi negli Usa, laureando alla
Bocconi, eppure ha combattuto duramente in campagna elettorale contro
l’etichetta di ragazzino, cioè inaffidabile: «Avevo due concorrenti col doppio
della mia età e uno col triplo, in giro si diceva: “un sindaco ventenne, che pagliacciata”. Mi hanno aiutato un po’ di
barba incolta e qualche cravatta». Qualsiasi comizio decente contiene un appello ai ringiovanimento della politica, ma «è retorica, la gerontocrazia
non molla mai spontaneamente
l’osso».
Bisogna farglielo mollare,
c’è riuscito Alberto Trivelli, diciassettenne che è arrivato secondo alle primarie del Pd di
Recoaro, bruciando i “vecchi”;
e alla costituente del partito, a
Milano, era il delegato più giovane. «Mi hanno intervistato tutte le
tivù, come se fossi una bestia rara. Io
credo che sia molto più strano un partito che tiene fuori i diciassettenni. Credo di avere capito perché a scuola non
ci dicono mai quanti anni avevano i
personaggi celebri della storia, scopriremmo delle cose molto interessanti».
LE ILLUSTRAZIONI
Il disegno in queste
pagine, come quello
in copertina, è tratto
dal Piccolo Principe
di Antoine
de Saint-Exupéry
Repubblica Nazionale
36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
il reportage
Pari opportunità
DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008
Dall’inizio dell’anno in Norvegia è in vigore la legge
che fissa a sessanta-quaranta il rapporto uomini-donne
nei consigli d’amministrazione delle aziende quotate
in Borsa. “Una legge che può sembrare brutale”, dice
il ministro Ramin-Osmundsen, “ma che va rispettata”
La sfida dei colletti rosa
M
anuela Ramin-Osmundsen, ministro delle Pari opportunità, una bella signora martinicana-norvegese, sembra proprio soddisfatta: «Lo
so, la legge ha fatto scalpore perché è parsa brutale. Ma le società, volenti o nolenti, sono costrette a rispettarla». Tempo scaduto, il termine ultimo era il 31 dicembre scorso. E c’è un «lavorio febbrile», dicono alla Nho, la locale Confindustria, nelle aziende che non sono ancora in regola. Rischiano la chiusura
d’imperio, il ritiro della licenza. Da qualche giorno la Norvegia, che era già ai primi posti
nelle classifiche della parità uomo-donna, ha stabilito una nuova frontiera. Le società
per azioni quotate in Borsa devono avere nei loro consigli di amministrazione almeno il
La quota minima quaranta per cento di donne. «Per la precisione — nota il ministro — la legge stabilisce
di donne ( o uomini ) un punto minimo di equilibrio: sessanta a quaranta su cento. Vale anche al contrario,
per gli uomini». Sorride, perché sa benissimo che, forse per un secolo a venire, il problenei cda
ma inverso di tutelare i maschi dall’invadenza femminile non si porrà.
delle società
Prendete questa cronaca per quello che è: un esempio di fantascienza sociologica, il
quotate in Borsa
racconto di una favola futuribile o il réportage da un altro pianeta, che però è collocato
a sole tre ore di volo dall’Italia. Anni luce, in realtà: nella classifica delle cosiddette “quote rosa” l’Italia è al quarantottesimo posto, dietro l’Uzbekistan. La Spagna è al sesto.
Quanto alla percentuale di donne nei consigli di amministrazione, siamo al 4,5. Contando però mogli e figlie del padrone (Ligresti, Marcegaglia, Berlusconi, eccetera). Sen-
Non che la Confindustria sia rimasta inerte davanti a una legge che non voleva: «Siamo sempre stati contrari. Spetta alle aziende decidere quali sono le persone competenti
da inserire nel consiglio, che siano uomini o donne. E, comunque, la battaglia è ancora
in corso. Non crediamo che il governo possa davvero chiudere una società, mettendo sulla strada magari mille dipendenti, solo perché manca una donna in consiglio. D’altra parte, concordiamo sul fatto che le leggi vanno rispettate». Hanno anche fatto pressione perché il governo trasformasse la sanzione della chiusura in una multa, ma senza risultato.
In Italia, ogni dibattito su eventuali e mai attuate “quote rosa” registra furibondi vortici di parole. In Norvegia anche le femministe più attive, invece di «scavalcare a sinistra»
protestando contro la tutela delle donne come specie discriminata, innanzitutto prendono atto che la legge è meglio di niente. «Anzi, è abbastanza una buona legge, visto che
garantisce alle donne l’ingresso in un settore importante del lavoro — dice Ane Sto, del
Kvinnegruppa Ottar —. Certo, di cose da fare ce ne sono ancora parecchie». Questa norma sui consigli di amministrazione, in realtà, riesce a tenere insieme il massimo impatto comunicativo con l’esigenza di non forzare più di tanto la situazione. Come in tutto il
mondo, il vero potere aziendale è in mano al management, non ai consiglieri. «Appunto — continua Ane — Per noi donne la lotta è: stesso potere degli uomini, stesso stipendio. La realtà è che nei consigli di amministrazione ci sono poche donne perché quello
è stato, finora, un gioco da uomini». Il gioco dei favori incrociati, dice, «deciso nei circoli di tennis e di golf».
Un club esclusivo che il ministro Ramin-Osmundsen chiama ridendo «dei Matusalemme». Circoli di uomini che, quando devono scegliere, scelgono altri uomini. Sembra
una inevitabile legge di natura, ma in Norvegia non la pensano così. Il rispetto dell’e-
za questi incarichi ereditari, precipitiamo all’1,6 per cento. Con questo paesaggio alle
spalle, è quindi abbastanza sconvolgente farsi raccontare come un paese ha visto il problema, l’ha esaminato, ha preso una decisione e la fa rispettare. Non che tutto fili liscio,
malumori e resistenze allignano anche a questa latitudine. Ma, alla fine, vale il sorriso
del ministro Ramin-Osmundsen: «La legge è chiarissima, e quindi bisogna obbedire».
Il bilancio, aggiornato al 17 gennaio, lo fornisce Mona Larsen-Asp, vicedirettore dell’Ombudsmann, l’agenzia governativa che sorveglia su diritti e discriminazioni: «Ad oggi, nei consigli di amministrazione delle Asa (le spa quotate, ndr) le donne sono al 36,2
per cento. L’85,3 per cento delle Asa è già in regola con la legge». Non manca molto a raggiungere il traguardo imposto: «Ci sono ancora 69 Asa fuori legge. Mancano ancora 86
donne nei consigli: 72 elette dalle società e 14 dai dipendenti». Il governo spedisce ancora due avvertimenti, come spiega il ministro: «Le società non in regola ricevono una
lettera. Poi, dopo un mese, un altro sollecito. A otto settimane dal primo invito, il ministero della Giustizia decide la sanzione, e può chiuderle d’ufficio».
Mancano donne, le ricerche si fanno affannose, ci sono anche qui i ritardatari, o quelli che scommettevano su un dietrofront del governo. Eppure, hanno avuto quattro anni di tempo. Come è cominciata lo racconta la signora Sigrun Vageng, direttore esecutivo della Confindustria: «Nel 2002 è partito il dibattito: il ministro dell’Economia ha letto
un titolone su VG, il quotidiano leader. Diceva: «Siamo stanche di questo club di uomini». Al governo allora c’era la destra, ed è stata l’opposizione di laburisti e democristiani
a chiedere il cambiamento. Il governo non era entusiasta ma, pur avendo ovviamente la
maggioranza, non ha voluto contrastare l’opinione corrente in Parlamento». Anche qui,
restiamo alla fantascienza. E la legge, insomma, si è fatta: «Alle aziende hanno detto: avete quattro anni di tempo per mettervi in regola. Poi passiamo alla repressione». I cacciatori di teste sono in fibrillazione: «Si cercano donne per i consigli di amministrazione, e
ovviamente che siano competenti. Si cercano all’interno dell’azienda stessa, oppure fra
i quadri della concorrenza. O anche all’estero: tutti i paesi di lingua inglese vanno bene,
perché qui tutti parlano inglese».
guaglianza e la lotta alle discriminazioni sono legge dello Stato, quello che si chiama Gender Equality Act, e non da oggi. «Il primo decreto sulla parità è del 1978, ed è stato trasformato in legge nel ‘79 — spiega Mona Larsen-Asp vicedirettore dell’Ombudsmann
—. Stabilisce lo stesso trattamento per uomini e donne, e lo stesso stipendio a parità di
incarico. E fissa l’equilibrio del sessanta a quaranta, ma solo per i consigli di amministrazione delle società pubbliche, non per i dipendenti. È la stessa quota che ora è stata
adottata per i consigli delle società per azioni quotate. Ma, anche qui, non vale per presidenti e vicepresidenti».
Non c’è, invece, alcuna quota fissata per i partiti politici o per il Parlamento: «Si è sempre valutato che non fosse lecito mettere vincoli alla libertà di voto e di associazione. Stiamo facendo campagna per una parità nei consigli comunali e regionali. Forse, dopo tanti anni, si farà per i consigli comunali, perché senza una legge non si riesce ad avere equilibrio. Per quanto riguarda questa agenzia, noi saremmo favorevoli a fissare quote del
cinquanta e cinquanta anche nelle liste dei partiti, e che poi sia il popolo a decidere. Perché le liste le fanno i partiti, e non esiste voto di preferenza. Nelle amministrative, chi è
capolista diventa sindaco e presidente di provincia».
L’Istat norvegese sorveglia l’attuazione delle pari opportunità. Nel 2006 in Parlamento c’era il 64 per cento di uomini e il 36 di donne, con un leggero calo della quota femminile dal 2004 (37%) e dal 2005 (38%). Nel governo, l’anno scorso, c’erano nove ministri
donna su diciannove, vale a dire il 47 per cento contro il 53. Ma la maggioranza del management nei vari ministeri è ancora ampiamente maschile. Fra i giudici, le donne non
vanno mai oltre il 30 per cento. I sindaci sono maschi all’83 per cento. E ancora, 64 uomini ogni cento consiglieri comunali, 84 su cento fra i dirigenti municipali. Il ministero
calcola che, se non ci saranno interventi legislativi forti, almeno ottant’anni passeranno
prima che le donne raggiungano il cinquanta per cento.
E questo per quanto riguarda il settore pubblico. Nel privato, dove appunto interviene la nuova legge, le cose vanno anche peggio per le donne. Fra i top-manager erano diciannove su cento nel 2006, con una progressione negativa dal 2004 (23%) e dal 2005
FABRIZIO RAVELLI
OSLO
40%
36,2%
La quota di donne
attualmente
presenti nei cda
delle aziende
norvegesi
36%
La quota di donne
presenti
attualmente
nel Parlamento
norvegese
4,5%
La quota di donne
attualmente
presenti nei cda
delle aziende
italiane
Repubblica Nazionale
DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37
Un esempio di fantascienza sociologica che è molto vicino
al successo: nei cda mancano ancora ottantasei donne
FOTO GETTY
e i “cacciatori di teste” lavorano febbrilmente
per trovarle, anche all’estero, prima che scatti la sanzione
prevista: la chiusura d’ufficio delle società inadempienti
per stare coi figli. «Con tutti i progressi della nostra società — dice la femminista Ane Sto
— questa cosa è difficile da contrastare. Mi capita di parlare con giovani punk pienamente convinti che il posto giusto per le donne è la casa. Abbiamo ancora un sacco di lavoro da fare».
In questo campo, della divisione di ruoli all’interno della famiglia, la parità è un obiettivo difficile. Però i norvegesi ci provano. Spiegano all’Ombudsmann: «Il congedo per
maternità è di un anno. L’uomo ha diritto a sei settimane, ma se non le sfrutta le perde.
Non possono essere trasferite da un coniuge all’altro. Resta il fatto che, per questo squilibrio, la donna perde terreno nell’evoluzione della sua carriera professionale, o perde
punti nelle graduatorie pubbliche». La prossima frontiera è fare come in Islanda: «Là funziona così: un terzo del congedo spetta alla donna, un terzo all’uomo, e un altro terzo è
deciso di comune accordo fra marito e moglie. È probabile che, quanto prima, anche noi
avremo una legge simile. I giovani padri, a quel che risulta dalle ricerche, non si opporranno in caso di referendum».
Così, in attesa di vedere se davvero il governo finirà per far chiudere i battenti a qualche società per azioni recalcitrante, continua la caccia alle 86 donne che mancano nei
consigli di amministrazione. «Il nostro obiettivo — dice la direttrice di Confindustria Vageng — è avere persone qualificate, che siano uomini o donne. Una donna non porta benefici in quanto donna, ma perché è competente. E, visto che il livello di qualificazione
femminile è aumentato, oggi discriminare non sarebbe solo ingiusto e illegale, ma anche dannoso dal punto di vista dei risultati aziendali». L’agenzia governativa, intanto,
segnala nuovi successi. Le Guardie Reali hanno un comandante donna, si chiama Ingrid
Margrethe Gjerde e ha trentotto anni. E il Parlamento dei Saami (quelli che chiamiamo
impropriamente Lapponi) ha visto per la prima volta una maggioranza di donne: sono
il 51 per cento, ed è donna anche il presidente.
47%
La quota di donne
ministro
nel governo
norvegese: nove
su diciannove
FOTO CORBIS
(22%). I dirigenti di medio livello sono uomini al 71 per cento. Nei consigli di amministrazione presidenti e vicepresidenti sono al 97 per cento uomini. Fra i consiglieri, le donne erano diciotto su cento nel 2005, e venticinque nel 2006. La nuova legge era già in vigore, ma nel periodo di «transizione». Le società, evidentemente, scommettevano sul
fatto che fosse cancellata o quanto meno annacquata. Non è andata così. Ha tenuto il
principio fondamentale, secondo cui anche in un regime di libertà certe regole vanno
imposte. L’obiettivo, sancito per legge, sono le pari opportunità? Se la comunità non si
adegua, allora si interviene. E un lavoro costante, che non si ferma certo qui con la nomina di nuove consigliere di amministrazione.
«Le retribuzioni, per esempio — ammette la signora Vageng di Confindustria — sono
tutt’altra faccenda. Secondo la legge norvegese non bisogna discriminare. Ma la realtà
è ben diversa». Si calcola che, a parità di incarichi e di responsabilità, la retribuzione delle donne sia ancora inferiore del quindici per cento a quella degli uomini. «Una donna
discriminata in questo senso può rivolgersi a noi — dicono negli uffici dell’Ombudsmann — E, oltre tutto, le ricerche più recenti dimostrano che le società dirette da donne vanno meglio. E anche il problema della differente qualificazione è ormai superato:
oggi, sotto i quarant’anni, il livello educativo di uomini e donne è lo stesso. Anzi, si comincia a vedere una prevalenza femminile fra i titoli di studio più elevati. Nella facoltà di
Giurisprudenza, per esempio. Quindi, se l’interesse di un’azienda è avere collaboratori
competenti, perché la parità stenta?».
Siamo sempre su un altro pianeta, rispetto all’Italia. Ma, anche qui, «spesso la donna
sceglie lavori meno pagati, mentre l’uomo sceglie la carriera». C’è una forte prevalenza
femminile in alcuni settori pubblici, come per esempio l’assistenza, dove però i posti di
comando restano in mani maschili. E c’è, nonostante un welfare che garantisce sussidi
e strutture di sostegno alle madri, una tendenza delle donne a scegliere lavori part-time
STIPENDI
Ragazze sedute
ai tavolini di un caffè a Oslo
A parità di mansioni, gli stipendi
delle donne in Norvegia
sono ancora del 15 per cento
inferiori a quelli degli uomini
MATERNITÀ
Una hostess delle linee aeree
scandinave al lavoro
Il congedo di maternità,
in Norvegia, è di un anno
Il padre ha diritto
a sei settimane di permesso
Repubblica Nazionale
38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008
la memoria
Storia di un vizio
Q
uando i Platters cantavano
Smoke gets in your eyes («All
who love are blind/ When
you heart’s on fire/ You must realize/ Smoke gets in
your eyes»), la voce del loro
solista si abbatteva sulle ragazze come
uno tsunami di pura sensualità. Ma era
il fumo delle sigarette ad arrossare gli
occhi e a annebbiarli, non le ceneri del
cuore andato in fiamme. Una volta,
verso i sedici anni, i ragazzi — meno le
ragazze, ma si sarebbero rifatte con
l’età — erano perennemente avvolti,
durante i momenti intimi, da una nuvola di fumo che per delicatezza veniva
definita sempre azzurrina. Non riesco
a immaginare un incontro, una conversazione, un qualsiasi scambio con
l’altro sesso senza l’aiuto delle sigarette, che venivano a salvarti dalla catastrofe come i san bernardo andavano a
ripescare sotto la neve i montanari
infortunati portando al collo la botticella di cordiale.
In un modo o nell’altro, perché ti piaceva fumare o perché faceva parte di
quei riti che sembravano di passaggio e
che diventavano stanziali, ai quali non ti
potevi sottrarre pena la cacciata dal
branco, la sigaretta ti attendeva da qualche parte come qualcosa di inevitabile,
quando stavi uscendo dalla pubertà:
una sorta di emancipazione, almeno
così appariva, molto più vasta e significativa dell’avere cambiato i pantaloni, da
corti a lunghi. A
differen-
z a
del
sigar o ,
che in
o g n i
senso
era troppo
—
troppo
grosso,
troppo ingombrante,
troppo vistoso, troppo caro
— la sigaretta si
presentava sotto le false apparenze del moderno e del metropolitano (in campagna
non fumavano sigarette, almeno così
credevamo, solo pipa
e immondi sigari). Gli
intellettuali, gli artisti,
gli scrittori, almeno quelli che passavano per tali,
fumavano come dannati e
bevevano anche, non c’era
uno scrittore americano che
non fosse un alcolizzato. E il
principe dei dandy, il grande
Marcel Duchamp, che meno
lavorava e produceva più diventava famoso e ammirato, ci ha lasciato questa frase leggermente
criptica ed elegantissima, che dimostra come il tabacco non fosse
estraneo all’avanguardia: «Le cose
sono nel fumo, l’arte sta negli anelli».
Sono trascorsi esattamente quattrocentocinquant’anni anni da quando i semi del tabacco vennero portati
Sono passati cinque secoli da quando i primi semi del tabacco
furono portati dal Messico conquistato in Europa
Ma fu soltanto alla fine dell’Ottocento, con la vendita di massa
delle sigarette in pacchetti preconfezionati prodotti
industrialmente, che il consumo assunse dimensioni
(e pericolosità) vaste come il pianeta
Quella nuvola di fumo
vendetta dei vinti
STEFANO MALATESTA
oli
u
r
i
a e a sigaro
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e
l cin son, il
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e
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Graz.G. Robi essorio derno
di E nne acc le del mo astro
dive unciabi i, con C vviò
irrin ster. Po ana si a
gang he, l’av da vita
e il C a secon
a un
dal Messico in Europa (gli storici distinguono il primo europeo che materialmente si sia imbattuto nel tabacco
dal primo che l’ha descritto, dal primo
che l’ha seminato, e dal primo che l’ha
fumato). Nessuno allora poteva immaginare che da questi piccoli semi potesse nascere un fenomeno di massa così
vasto, così sconvolgente e così sottovalutato nella sua estrema pericolosità. E
qui le colpe vanno divise tra i fabbricanti di sigarette, che verso la fine dell’Ottocento hanno reso planetario il vizio immettendo sul mercato i pacchetti già confezionati, stimolando un aumento inaudito (rispetto a prima) del
consumo di una merce che ha la stessa
pericolosità della dinamite a scoppio
ritardato; e gli Stati, che un tempo per
ignoranza e avidità e negli ultimi decenni per puro cinismo, a partire da Richelieu, il primo a tassare il tabacco,
hanno sempre visto in quell’abitudine
perniciosa una fonte primaria di entra-
te (Napoleone, come è noto, davanti alla richiesta di proibire il fumo, aveva risposto: «Sono pronto ad abolire il fumo
che fa male in cambio di un’altra qualsiasi merce che faccia bene e che dia allo Stato gli stessi introiti»).
Negli anni Cinquanta del secolo
scorso, nei soli Stati Uniti, oltre la metà
della popolazione fumava sigarette e
un terzo dei fumatori era composto da
donne. Guardando i vecchi film di allora, quello che ti colpisce di più nelle pellicole italiane è l’assenza delle auto
lungo le strade, mentre nei film americani è il continuo accendere e spegnere delle sigarette, come se fumare fosse
uno dei pochi momenti in cui valeva la
pena di vivere. E i grandi attori davano
l’esempio: l’immagine mitica di
Humphrey Bogart era così legata alla
sigaretta, che senza il mozzicone pendulo sul labbro inferiore stava peggio
che nudo. Le sceneggiature scritte dalle vecchie volpi di Hollywood prevedevano quasi sempre che a contrastargli
il passo fosse un tipo il più sgradevole
possibile e che fumasse il sigaro nella
stessa volgare maniera con cui lo fumava negli anni Trenta un gangster come Al Capone. Non tagliando la punta
con le forbici o con l’apposito tagliasigari, ma addentando una delle punte e
poi sputando. Un interprete eccellente
di questa parte si rivelò E. G. Robinson,
che nella vita reale era un fine e colto signore, collezionista di opere d’arte
moderna; ma che nel film risultava di
una straordinaria antipatia, masticando più che fumando il tabacco in modo
che il sigaro appariva e spariva fra le sue
grasse labbra.
Molti anni più tardi ho avuto conferma, in Sicilia, che per gli stessi mafiosi
italiani i boss americani dovevano assomigliare, nei modi e nel rapporto con
i sigari, a quegli attori che Hollywood
aveva imposto sul mercato, come Robinson. Stavo girando a Palermo per la
televisione tedesca un film sulla storia
dell’Hotel des Palmes, dove si era tenuto, nel 1956, un famoso incontro tra capi della Mafia e capi di Cosa nostra per
decidere di entrare nel mercato della
droga, e tutto, nell’organizzazione e
nella preparazione delle scene, era andato liscio. Ma al momento di girare la
scena dell’incontro, le comparse che
interpretavano i boss americani piantarono una grana sindacale. Erano quasi tutti piccoli mafiosi in libera uscita,
soddisfattissimi dei doppiopetti gessati e dei cappelli che aveva preparato la
costumista. Ma dov’erano gli avana che
i boss americani si ficcavano in bocca,
tirandoli fuori da monumentali scatole,
come tutti loro avevano visto decine di
volte nei film di Hollywood? Una proposta di mediazione, con i toscani al po-
• LA CRISI ARRIVA ANCHE AGLI HEDGE FUND
Amministrano 2 mila miliardi di dollari. Molti guadagni ma i rischi sono altissimi
• CRESCE ANCORA IL QUARTO CAPITALISMO
Novecento nuove imprese negli ultimi dieci anni, concentrate tra Torino e Venezia
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Nokia, Google, Huawei e gli altri: le novità del World Congress di Barcellona
• LA NUOVA BORGHESIA RUSSA
Belle case e consumi di lusso: oltre gli oligarchi si sta affermando una nuova classe
Nel numero in edicola domani con
Repubblica Nazionale
DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39
GROUCHO MARX
Il celebre comico
degli anni anteguerra
non appariva
sullo schermo senza
un colossale sigaro
in bocca o in mano
MARLENE DIETRICH
La voce arrochita
dal fumo contribuì
al fascino androgino
che fu alla base
del suo straordinario
successo di diva
sto dei cubani,
venne sdegnosamente respinta e solo
quando sulla tavola del salone dove giravamo si materializzò una costosissima scatola con
trenta Romeo y Julieta le comparse si
decisero a tornare al lavoro.
Questa immagine dei sigari avana come di qualcosa riservato ai gangster ha dato
sempre molto fastidio ai veri
cubani, perché ricordava l’isola quando era diventata il
bordello degli Stati Uniti, con
Lucky Luciano che tesseva le
fila della malavita. Così, una
delle prime mosse propagandistiche di Fidel Castro, ancora prima di diventare elleader maximo, di sbarcare
nell’isola dalla Granma e
di dare inizio alla rivoluzione, fu di farsi fotografare, lui
e il Che, che era argentino
ma aveva lo stesso orgoglio
dei cubani per i loro sigari,
mentre fumavano sigari
con grande soddisfazione:
un piacere che secondo Castro doveva essere esteso
alle classi popolari, tenute
lontane dai sigari, come da
quasi tutto, per il loro costo. Da allora a Cuba, per evitare di far crollare il mercato internazionale dell’avana, si praticano due prezzi:
quello ufficiale per i gonzi e quello
HUMPHREY BOGART
La sigaretta
perennemente accesa,
tenuta tra l’indice
e il medio, divenne
con lui un simbolo
di virilità
LE ILLUSTRAZIONI
La pagina è illustrata
con pacchetti
di sigarette, poster
e insegne di vari Paesi
europei
degli anni Venti e Trenta
del mercato nero gestito dalle stesse autorità. È curioso come Castro, così attento a favorire l’orgoglio cubano —
quella assoluta convinzione, in buona
parte giustificata, di essere completamente diversi da tutti gli altri abitanti
dei Caraibi — abbia poi commesso un
passo falso per pura vanità. Una volta
insediatosi all’Havana, diede ordine di
sostituire la musica operistica, in particolare italiana, che le famose sigaraie
ascoltavano da sempre con grande diletto mentre confezionavano a mano i
sigari sotto i capannoni, con brani dei
suoi interminabili, alquanto boriosi discorsi. Le sigaraie entrarono immediatamente in sciopero, l’unico nella storia
recente dell’isola che
non solo non sia stato
represso, ma che sia
riuscito a ottenere
quello che voleva.
Dopo pochi giorni
sotto i capannoni ripresero a diffondersi,
salutate da un grande
applauso, le romanze
di Puccini.
Una volta, oltre ai gangster, questi prodotti di lusso erano riservati ai magnati, che li brandeggiavano, minacciosi come cannoni di una
corazzata, nei consigli di amministrazione. L’unico che sia riuscito, facendo il verso ai magnati, a
disinnescare l’aspetto intimidatorio
dei grandi sigari e a trasformarli, con la
sua ironia, in qualcosa di simile a giocattoloni per grandi, è stato Groucho
Marx, quello che diceva: «Non entrerei
mai in un club che mi ammettesse tra
i soci».
Quando i grandi fabbricanti di tabacco non sono più riusciti a nascondere o a minimizzare le informazioni sui danni del fumo e finalmente ci si è resi conto che un fumatore aveva cinquanta volte la possibilità
di essere attaccato dal cancro, contro
una del non fumatore, e il fumo stava in
testa alla classifica dei killer dell’umanità, c’era da aspettarsi un calo drastico di tutto il tabacco, non solo delle sigarette. Invece molti fumatori che non
ce la facevano a smettere si sono riversati sui sigari, tentando di convincere
se stessi che i sigari potevano essere
un’alternativa possibile, perché non
ingerivi il catrame contenuto nella carta e ti salvavi i polmoni, non aspirando
il fumo. E qualcuno ha ricordato una
vecchia battuta di Marlene Dietrich,
che negli ultimi anni aveva abbandonato le sigarette (che da giovane le avevano trasformato la voce, rendendola
roca e affascinante) e ora fumava sigaretti: «La sigaretta è una nevrosi, il sigaro un amico». Ma per quanto possa far
ancora piacere accendere un toscano
in ricordo dei vecchi tempi, è molto
meglio gettarlo via dopo un paio di boccate. Come gli zulù dell’Ottocento in
tempo di guerra, sigari e sigarette non
hanno mai fatto prigionieri, ma hanno
collezionato cadaveri.
Repubblica Nazionale
40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008
l’immagine
Best seller
Si intitola “Diario di una Schiappa”, nella versione Usa
è da quasi un anno in testa alle classifiche di vendita
Eppure il protagonista di questo libro quasi a fumetti,
il dodicenne Greg, adolescente senza qualità alle prese
con l’ordinaria follia di famiglia, scuola, città, non pare
un personaggio di successo. Ma, a guardare bene...
Il complesso del figlio di mezzo
CONCITA DE GREGORIO
on è che si stesse meglio
prima. Non è che quando
si andava alle medie in
autobus mica accompagnati in macchina, quando si prendeva un freddo
cane alla fermata, quando non c’era nel
plesso scolastico la psicologa di sostegno che convocava i genitori per dir loro «vostro figlio ha bisogno di attenzione esclusiva», pazienza se ha tre fratelli: ecco, non è che quello sia un tempo
da rimpiangere. I ragazzini, cioè noi,
stavano peggio: è sicuro. Si arrangiavano, facevano da soli, se la cavavano come potevano e avevano diritti molto
flessibili, si direbbe ora. Diritti stabiliti
a insindacabile giudizio dei genitori,
niente “Carte del bambino” redatte a
Ginevra o a Strasburgo — città nelle
quali gli abitanti passano il loro tempo
a compilare decaloghi — a cui appellarsi a partire dall’asilo. Andava a volte
bene a volte meno, comunque quasi
mai se ne parlava a casa. I grandi avevano da fare.
Adesso sono i genitori, cioè sempre
noi, a stare peggio: nostra è la responsabilità di qualunque disagio anche
millimetrico dei figli, nostro il compito
di sedare, lenire, sopire. È una grande
questione che ci riguarda, mai abbastanza chiarita: nell’arco di una sola generazione, la nostra, si è passati dall’austera distrazione dalle piccole pene
dei figli (quando figli eravamo noi) all’impressionante mole di “responsabilità genitoriali” (ora che genitori siamo
noi), responsabilità che, se disattese,
N
papà
causano nei bambini ogni genere di
handicap permanente. La vera eugenetica è sociale.
Pianto in premessa questo breve lutto, se ne può anche sorridere anzi è
senz’altro meglio farlo: aiuta. Dev’essere questa, pensavo, una delle chiavi
dello strabiliante successo di un libriccino scritto in stampatello minuscolo
(un po’ come questi caratteri di giornale, ma a mano) e illustrato con dei disegni elementari, di quelli che se tuo figlio
li fa a scuola la maestra ci scrive accanto «buon inizio, finiscilo». Il titolo disastroso — Diario di una Schiappa, in originale «wimpy kid»: l’ideale come regalo a un dodicenne in crisi di autostima
— non ha impedito a milioni di americani di comprarlo e farne un best seller
da settimane in testa alle classifiche.
C’è un blog, ovviamente, in America, e
una linea di oggetti per la scuola ispirati al diario. L’autore, senza sapere esattamente perché, è diventato miliardario.
Questo tema minore — le ragioni del
successo colossale di un libro qualunque — è in realtà l’argomento di cui vorremmo scoprire la chiave. Perché il diario del dodicenne Greg, un ragazzino
smilzo con un grande naso e tre peli in
testa, diventa oggetto del desiderio,
strumento di catarsi delle frustrazioni e
tema di allegra discussione fra milioni
di non dodicenni che a scuola non ci
vanno più da parecchio? Qual è il meccanismo di identificazione che scatta,
identificazione collettiva, così potente? Ipotesi di risposta dopo attenta e ripetuta lettura del testo: è la sindrome
del figlio di mezzo.
“Fossi io a decidere,
farei le classi
in base all’altezza
e non all’età”
mamma
Il numero due di tre: quello che non è
né il primo né l’ultimo, non ha un aggettivo cardinale che lo identifichi. È
quello in mezzo alla lista, non è ancora
grande, non è più piccolo, quello che
usa i vestiti del maggiore e deve stare attento che il minore non si faccia male,
quello che le maestre a scuola riconoscono come “il fratello di”. Invisibile a
IL LIBRO
Diario di una Schiappa di Jeff
Kinney (220 pagine, 11 euro)
è pubblicato in Italia da Il Castoro
e sarà in libreria dal 19 febbraio
Nato online sul sito di editoria
per ragazzi www. funbrain. com/
journal/ Journal. html, si calcola
che sia stato letto da quaranta
milioni di ragazzi in età novetredici anni. Pubblicato negli Stati
Uniti nell’aprile 2007, è rimasto
per trentanove settimane al primo
posto nella classifica dei libri
più venduti del New York Times
e tre settimane fa è sceso
al secondo posto per essere
rimpiazzato dal suo sequel: Diary
of a Wimpy Kid: Rodrick Rules
È prevista la sua pubblicazione
in diciannove lingue
Tutte le illustrazioni nelle pagine,
di Jeff Kinney, sono tratte
da Diario di una Schiappa
Rodrick
Manny
casa, anonimo fuori. Come ciascuno sa
non c’è bisogno di avere uno o più fratelli prima e dopo per essere “stretti in
mezzo”: milioni di persone lo sono. Tra
i veterani del mestiere e i giovani talenti. Tra gli anziani che hanno diritto alla
pensione e i disoccupati che hanno diritto al lavoro. Tra le supermamme
multipare che per giunta lavorano e
viaggiano e le casalinghe con un solo figlio e senza stipendio. La fascia di mezzo, insomma: la moltitudine di persone
“normali” e anonime come Greg, quelli che senza gloria si arrangiano e mai
nessuno che li infili nei primi dieci punti del suo programma di governo.
Ecco, Jeff Kinney ha scritto un divertente libretto per la terapia consolatoria di costoro e non c’è da stupirsene,
anche lui è così: gli è bastato scegliere
“settantasette temi” tra le centinaia
che il suo diario conteneva, teneva un
diario naturalmente. L’autore è un giovane uomo di pelle ed occhi chiari, probabilmente miope, dotato di occhiali,
pallido e completamente indistinguibile da milioni di altri suoi simili. Vive
nel sud del Massachussets, progetta e
sviluppa giochi in rete, gioca a pallavolo fin dai tempi del liceo, guarda i reality
in tv, ha moglie e due figli. Fine della
biografia. Folle oceaniche gli si rivolgono via email per chiedergli consiglio sui
temi più disparati: come fare amicizia
coi vicini, come realizzare il gavettone
perfetto. Lui a tutti consiglia di «tenere
un diario». Fa benissimo: «Put down on
the paper», dice. Almeno sulla carta,
butta giù.
Ingoia è un sinonimo. Greg Heffley, il
ragazzetto con tre peli in testa, in effet-
Fregley
Repubblica Nazionale
DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008
ti butta giù parecchio. Lo fa senza ironia ma con candore, bisogna riconoscere che fa piuttosto ridere. Si ride perché il ragazzo dice con serietà da adulto sciocchezze da bambino e viceversa:
con tono di raccontare scemenze espone assolute verità. Sulla scuola media.
«Mi tocca fare le medie insieme a un
mucchio di cretini. Alle medie ci sono
dei tappetti come me che non sono ancora cresciuti insieme a dei gorilla che
si devono fare la barba due volte al giorno. E poi si stupiscono del bullismo. Se
fossi io a decidere farei le classi in base
all’altezza e non all’età». Sulle ragazzine. «Quelle carine passano tutto il tempo a scambiarsi bigliettini, non so cosa
gli è preso alle ragazze quest’anno. Alle
elementari quello che correva più veloce le aveva tutte per sé. Adesso dipende
da come ti vesti, da quanto sei ricco o se
hai un bel sedere o non so cosa». Le
classifiche di popolarità. «Io dovrei essere al posto 52 o 53. La prossima settimana salgo di una posizione perché sono subito sotto Charlie che sta per mettersi l’apparecchio». Il fratello maggiore. «Ho imparato da Rodrik a convincere gli altri ad avere delle aspettative veramente basse nei tuoi confronti, così
finisci per sembrare bravo senza fare
praticamente nulla. Tipo: togli le mutande sporche dal tavolo di cucina. Le
togli, sei ok». Indurre gli altri ad avere
aspettative basse e fare che ti siano grati per un niente: quante relazioni di
coppia funzionano così? Quante naufragano per il contrario, eccesso di
aspettative e linea di soddisfazione altissima?
Il Natale, il giornalino di classe, la fo-
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41
to di studente “più qualcosa” dell’anno
sull’annuario della scuola, le buone
azioni che piacciono agli adulti: ogni
occasione è lì, nel diario, solo per confermare la frustrazione del figlio di
mezzo, quello a cui per le feste regalano solo sciarpe e libri e che se fa qualcosa di eccellente puoi star sicuro che il
merito va a un altro. È tutto messo in fi-
“Ho imparato
a convincere gli altri
ad avere aspettative
molto basse su di me”
la con un ordine da cronaca dei giorni,
appunto: una condanna inevitabile, un
destino già scritto. E però non c’è autocommiserazione nelle parole di Greg,
non si compiange, constata. Non c’è
nemmeno quell’eccesso di risentimento che ingolfa le azioni e i pensieri
dei miliardi di “sottovalutati” adulti,
eternamente impegnati a illustrare di
Gli eroi zero-dodici nella letteratura e nei comics
Lucy van Pelt, Calvin e Bart Simpson
i bambini-fumetto vittime e carnefici
cosa siano ingiustamente privati, i risentiti cronici che affollano ogni luogo
di lavoro.
Alla fine davvero il diario di bordo di
Greg (ora tradotto in italiano) è una
buona terapia. Fa ridere dei propri privati rancori attribuendoli a un altro, un
dodicenne addirittura, proprio un ragazzino. Fa sentire in grado di affrancarsene, magari non subito, ma prima
o poi forse, chissà. Fa sperare. In fondo
non è male neppure come regalo a un
figlio di mezzo, pensavo immaginandone uno in carne ed ossa, proprio un
dodicenne tra l’altro: sarebbe perfetto.
Però. Dovrei mettere una sovracopertina, come si fa con quel titolo? Se legge
schiappa e si sente giudicato o peggio
deriso? Potrei fare un danno grave, forse irreversibile. Bisogna senz’altro sentire la psicologa del plesso.
LUCA RAFFAELLI
«M
ax e Moritz, meditate! Questa è l’ultima che fate», avverte la didascalia di Wilhelm Busch, sotto il suo disegno che ritrae i due ragazzini mentre organizzano
uno scherzo feroce ai danni di un contadino. La loro fine ormai è
annunciata e i due, dopo una manciata di vignette, vengono buttati nella macina che li tritura inermi: «Ed infine i birichini son ridotti in granellini. Ora i paperi fan festa… e di loro cosa resta?». Se
nella favola di Cappuccetto Rosso la protagonista, insieme alla nonna, viene estratta ancora viva dalla pancia del lupo cattivo, per i due
eroi del protofumetto di Busch, datato 1865, le cose vanno decisamente peggio. Ma qui c’è il segno di un passaggio: dalla favola, in cui
i bambini protagonisti entravano nell’età adulta attraverso un episodio traumatico a lieto fine, alle storielle disegnate, in cui sono proprio
i piccoli a causare, con le loro birichinate, i mali del mondo.
Quelle vignette con didascalia alla fine dell’Ottocento si sono evolute nei comics, i fumetti umoristici pubblicati sui quotidiani. E per il
divertimento di grandi e piccini il ragazzino è diventato colui che organizza gli scherzi, che mette a soqquadro la calma adulta e rompe l’ordine costituito. Per un’infinità di anni, dalla fine dell’Ottocento, gli americani si sono divertiti a vedere i bambini Hans e Fritz — guarda un po’ di
origine tedesca (e ribattezzati sul Corriere dei Piccoli Bibì e Bibò) — far inciampare il cameriere che sul vassoio serve il brodo al pranzo ufficiale, o
segare accuratamente le gambe di una sedia per causare il capitombolo
del capofamiglia. In osservanza non solo alla regola della serialità, per cui
i protagonisti non possono morire, ma anche a una visione più moderna
del rapporto tra adulti e bambini, i due piccoli non vengono eliminati, come nel caso di Max e Moritz. Ma la punizione, violenta, segna spesso la fine
delle loro avventure: d’altra parte lo scapaccione nei primi decenni del Novecento non era messo in discussione (anche se la ripetizione del meccanismo narrativo del fumetto provava da sé l’assenza di qualsiasi suo effetto
educativo). Invece nei comics del bambino di ricca famiglia Buster Brown (in
Italia Mimmo), dopo la punizione il personaggio proponeva anche una lunga filosofica conclusione morale. Un po’ sgangherata, ma non troppo. Scriveva tra l’altro Buster: «Conosco gente che bacia i bambini altrui e poi va a casa e
prende a schiaffi i suoi».
La letteratura, non solo quella americana (basti pensare a Oliver Twist e a David Copperfield dell’inglese Dickens) è piena di adolescenti che cercano una via di scampo alla brutalità dei grandi. I loro scherzi, i loro furti, non sono un’espressione di vitalità, ma una necessità vitale, l’espressione della loro volontà di sopravvivenza. Molti adolescenti inquieti della letteratura subiscono apertamente la violenza degli adulti, soprattutto di un lupo cattivo
in forma di papà. Le avventure di Hucleberry Finn prendono il via perché il ragazzino trova
il modo di scappare dalle grinfie del padre che lo tiene rinchiuso in una capanna e lo riempie di bastonate. Altri ragazzi non ce la fanno. Come David Schearl, il bambino protagonista
di Chiamalo sonno, capolavoro di Henry Roth che lo pubblicò nel 1934, quando aveva ventott’anni. David non riesce a reagire alle brutalità paterne. Così sceglie il silenzio, il sonno
del titolo, come unica via d’uscita.
Negli Stati Uniti del dopoguerra nasce la ribellione giovanile, e i personaggi ragazzini si ritrovano sommersi nei superproblemi, come il timido Peter Parker che, punto da un ragno
radioattivo, si ritrova a dover essere anche L’Uomo Ragno. Il superpotere diventa espressione della complessa trasformazione del corpo adolescenziale. I moderni bambini umoristici (dal meraviglioso Barnaby di Crockett Johnson che Vittorini pubblicò sul Politecnico, a
Calvin e alla sua tigre di pezza Hobbes) si avvicinano di più alla malinconia filosofica del giovane Holden che non alla cattiveria dei loro antichi colleghi pestiferi. Con due sole, grandi
eccezioni: Dennis the Menace, in Italia conosciuto anche come Totò Tritolo, e Lucy van Pelt,
la sorella di Linus, la ragazzina che si diverte a togliere la palla a Charlie Brown quando la sta
per calciare. Il suo è uno scherzo ripetitivo e volutamente crudele, volto a gonfiare il proprio
ego attraverso l’umiliazione altrui. Un esercizio psicologico, insomma. Infine, maghetti e
schiappe a parte, il vessillo adolescenziale dell’ultimo ventennio tocca ai ragazzini di casa
Simpson: Bart ribelle per vocazione e bullo per necessità, Lisa saggia e solitaria, entrambi
colmi di umane debolezze. Il loro padre Homer, non violento e attaccato all’unità della famiglia, li ama a modo suo. Ed è nel suo stile che in una puntata abbia esclamato: «È il giorno
del giudizio! Portate il ragazzo fuori di casa prima che arrivi Dio!».
Greg Heffley
Rowley
Repubblica Nazionale
42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008
I dirigenti cinesi
studiano
in seminari
a porte chiuse i segreti che nei secoli
hanno favorito l’ascesa
delle potenze. E gli errori
che ne hanno causato la decadenza
e la fine. Ora un libro di una studiosa
CULTURA*
sino-americana di Yale
sembra aver trovato
una risposta a questi quesiti
L’impero
perfetto
È la tolleranza
la chiave
del potere
mondiale
I ROMANI
Gli imperatori Traiano,
Adriano e Marco Aurelio
erano nativi delle province
Il sintomo che annuncia
la fine dell’impero
sarà invece lo scatenarsi
delle persecuzioni
FEDERICO RAMPINI
A
PECHINO
lla vigilia dell’ultimo
congresso del partito comunista cinese uno storico dell’Accademia delle scienze sociali è stato invitato a
Zhongnanhai, l’inaccessibile residenza dei massimi leader del regime, a pochi metri dalla Città Proibita. Il tema del
seminario a porte chiuse per i vertici
della nomenklatura: come sono cresciuti i più importanti imperi della storia, e le cause della loro decadenza. A
convocare quella sessione di studio è
stato Hu Jintao, segretario generale del
partito e presidente della Repubblica
popolare. Da quando Hu è diventato il
numero uno del regime nel 2002, ha invitato degli storici a tenere conferenze
nel palazzo del potere quarantatré volte, sempre sullo stesso tema. Un’ossessione imperiale.
L’organizzazione di questi seminari
rivela un volto inedito della classe dirigente di Pechino. Mentre nel linguaggio
ufficiale Hu Jintao pratica la modestia
confuciana — ama definire ancora la
Cina una «nazione emergente», persegue una «convivenza armoniosa» nei
rapporti fra gli Stati — in realtà Pechino
si allena per un ruolo di leadership. Il capo della nazione più popolosa del pianeta vuole capire i punti di forza degli
imperi passati, ed evitare di ripeterne gli
errori. Le cause dell’ascesa e della caduta delle superpotenze, ovvero la ricerca
dell’Impero Perfetto, sono anche il tema di un sorprendente documentario
storico trasmesso dalla tv di Stato cinese, la Cctv. La maxiproduzione in dodici puntate ha approfondito la parabola
di nove superpotenze degli ultimi cinquecento anni, dalle conquiste spagnole al Reich tedesco, dall’impero britannico alla Pax americana. In quel documentario è sparita l’interpretazione
marxista della storia, non c’è traccia
della propaganda anti-imperialista in
auge ai tempi di Mao Zedong. L’autore
della sceneggiatura, Mai Tianshu, spiega che lo scopo è «apprendere le lezioni
del passato per illustrare all’opinione
pubblica gli scenari del nostro futuro,
ciò che dobbiamo imparare dal successo di certe società occidentali».
Agli interrogativi che assillano Hu
Jintao dà una risposta un’autorevole
studiosa cinese con passaporto americano. È Amy Chua, docente alla Yale
Law School e già autrice di importanti
studi sui conflitti internazionali e la globalizzazione. Di Amy Chua è appena
uscito negli Stati Uniti un saggio che
coincide curiosamente con i dibattiti a
porte chiuse fra i massimi dirigenti di
Pechino. S’intitola Day of Empire, il
Giorno dell’Impero. Ha un sottotitolo
esplicito: «Come le iper-potenze conquistano un’egemonia globale e perché
la perdono». Alle sue qualità di studiosa
Amy Chua aggiunge una biografia emblematica. I suoi genitori vengono dalla diaspora cinese nelle Filippine, da
bambini accolsero con gioia le truppe di
liberazione americane agli ordini del
generale MacArthur che cacciarono i
giapponesi. L’America era il mito dei
Chua, e il sogno si realizzò nel 1961
quando il padre vinse una borsa di studio per il Massachusetts Institute of Technology. La famiglia Chua è un esempio di integrazione riuscita delle minoranze etniche nel melting pot americano. Il padre è diventato un matematico
celebre, uno dei più noti studiosi mon-
LA DINASTIA TANG
Governò la Cina dal 618
al 907 dopo Cristo, dando
a tutte le religioni pari dignità
e cooptando generali stranieri
con le loro armate
Xenofobia e isolazionismo
ne precipitarono la fine
diali della “teoria del caos”. Due sorelle hanno avuto una brillante carriera
accademica a Harvard.
La venerazione per l’America non
ha intaccato la forte identità culturale
delle origini. «Da bambine — racconta Amy Chua — eravamo obbligate a
parlare solo cinese in casa. Per ogni
parola inglese che ci sfuggiva la punizione era una violenta bacchettata
sulle dita. Dopo la scuola i pomeriggi
erano dedicati alla matematica e al
pianoforte, mai potevamo accettare
un invito dai nostri compagni americani. Quando riuscii a conquistare la
medaglia d’argento in un concorso di
storia fra tutti gli studenti del mio liceo, alla premiazione mio padre mi
disse furibondo: non osare mai più
umiliarmi in questo modo (non ero
arrivata prima). Mia madre ci parlava
spesso della magnifica storia di cin-
LA SPAGNA
Fu il primo impero coloniale
europeo. Nel Sedicesimo
secolo guidò l’esplorazione
e l’apertura di nuove rotte
commerciali sugli oceani
La sua potenza si estendeva
sull’Atlantico e sul Pacifico
quemila anni di civiltà cinese e della superiorità della nostra cultura. Difendeva la purezza del sangue cinese e ci spiegava che sarebbe stato un orrore diluirlo con dei matrimoni misti». Questo retroterra spiega l’interesse particolare
della Chua a scavare nella storia per anticipare gli scenari del Ventunesimo secolo. Le domande che si pone sono le
stesse di Hu Jintao. È iniziato il declino
dell’egemonia americana? E la Cina
può affermarsi come l’iper-potenza alternativa?
Amy Chua non ha la presunzione di
trovare la risposta da sola; né si illude
che esista un ingrediente passe-partout
per spiegare l’ascesa e il declino degli
imperi. La sua analisi è raffinata, e attinge agli studi di tanti altri specialisti. Individua una costante, un minimo comune denominatore. Dall’impero romano a quello di Gengis Khan, dalla dinastia Tang all’Inghilterra vittoriana,
per finire con gli Stati Uniti del Ventesimo secolo, ogni iper-potenza all’apice
della sua ascesa ha un alto grado di tolleranza, ha la capacità di attirare le élites dei popoli dominati e di assorbirne i
valori utili. A lungo termine però la stessa tolleranza contiene il germe della sua
autodistruzione. Oltre un certo livello
di espansione egemonica e di cooptazione delle altre etnie, l’iperpotenza si
dilata fino a temere la perdita di identità
e coesione. Il declino coincide regolarmente con la chiusura verso l’Altro, l’esclusione e l’intolleranza.
Dopo aver esaminato e digerito una
mole impressionante di studi, Amy
Chua presenta la sua tesi con efficacia.
L’impero romano sa guadagnarsi la fedeltà delle élites nelle terre conquistate
offrendo straordinarie opportunità di
mobilità sociale fino ai vertici del pote-
Repubblica Nazionale
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43
C.R. COCKERELL, “THE PROFESSOR’S DREAM”,ROYAL ACADEMY OF ARTS, LONDRA
DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008
GLI ASBURGO
Nato nel 1867 fu continuamente
travagliato dalle molte dispute
fra gli undici gruppi etnici
che lo componevano
Ma nei suoi cinquant'anni di vita
ebbe rapida crescita economica
e costante modernizzazione
re. Traiano, Adriano e Marco Aurelio sono originari delle “provincie”, come Seneca e Tacito. L’imperatore Claudio in
un discorso al Senato romano nel 48 dopo Cristo trae questa lezione dalla decadenza della Grecia: «Cos’altro provocò
la rovina di Sparta e Atene, se non il fatto che disprezzavano i popoli conquistati in quanto barbari?». Il grande storico inglese Edward Gibbon considera
fondamentale per la forza di Roma il fatto che «i nipoti dei Galli che hanno com-
“Cos’altro provocò
la rovina di Atene,
se non il fatto
che disprezzava
i popoli conquistati?”
battuto Giulio Cesare ad Alesia finiscono col comandare legioni, governare
provincie, vengono ammessi nel Senato romano. La loro ambizione, lungi
dall’indebolire lo Stato, contribuisce alla sua sicurezza e alla sua grandezza».
Dalla Britannia al Nordafrica l’aspirazione dei soggetti conquistati è quella di
diventare cittadini dell’impero. E i romani sono flessibili nell’adottare conoscenze e tradizioni dei popoli sconfitti
se li considerano utili. La medesima tolleranza però «semina i germi della disintegrazione». La caduta dell’impero
romano è il risultato di un concorso di
cause — dilatazione geografica eccessiva, collasso militare, crisi fiscale, invasioni barbariche, corruzione morale,
avvento di nuove religioni. Vi si aggiunge l’«eccesso di diversità». I popoli delle
periferie più lontane mantengono un’identità irriducibile e secessionista. Roma si sente minacciata e imbocca la
strada della persecuzione. È l’esempio
di Costantino, che dopo la conversione
al cristianesimo impone la religione di
Stato e rompe con la tradizione del pluralismo delle fedi.
Una parabola analoga è quella della
dinastia Tang che governa la Cina dal
618 al 907 dopo Cristo. Nel suo massimo fulgore, sotto l’imperatore Taizong, «è la dinastia più tollerante delle
culture, delle religioni e delle influenze
straniere che la Cina abbia mai avuto».
Seguaci di Zoroastro o del manicheismo, ebrei e musulmani, cristiani nestoriani, hanno pari dignità dei buddisti. La sua forza militare è esaltata dalla
cooptazione di generali stranieri e delle loro armate. La Via della Seta diventa
una fantastica autostrada dell’apertura sul mondo esterno. La capitale imperiale Changan (l’odierna Xian) è una
metropoli cosmopolita senza eguali:
un terzo della popolazione è straniera.
Quando nell’impero dilatato appaiono
le prime crepe perché tibetani e uiguri
rifiutano l’assimilazione, la xenofobia
s’impadronisce dei Tang. Le grandi vie
di comunicazione dell’Asia centrale
vengono chiuse. Prevale un taoismo fanatico che perseguita le altre credenze.
La Cina precipita nell’isolazionismo.
Ne uscirà cinque secoli dopo grazie a
un altro fautore della tolleranza, l’imperatore mongolo Khublai discendente di Gengis Khan. La vicenda di Marco
Polo ingaggiato come alto funzionario
nella città di Yangzhou è esemplare: in
una selezione meritocratica il Khublai
Khan attinge ai migliori talenti stranie-
LA GRAN BRETAGNA
Nella sua ascesa, l’impero
si avvalse dell’apporto
di ebrei e ugonotti in fuga
da Francia e Spagna
Ma nel dominio esercitato
sull’India prevalsero
puritanesimo e razzismo
ri per reclutare i dirigenti della sua amministrazione pubblica. La Pax mongolica fa della Cina il centro di una economia globale, fioriscono i commerci
internazionali e il progresso tecnico.
Nel Quattordicesimo secolo il declino
dei mongoli coincide con l’abbandono
dei principi di tolleranza religiosa che
erano stati seguiti fin dai tempi di Gengis Khan.
Anche nell’ascesa dell’impero britannico conta la capacità di tutelare le
minoranze e di accogliere i “diversi”.
Alla fine del Diciassettesimo secolo
Londra si afferma come la piazza finanziaria più potente del mondo grazie all’afflusso di ebrei sefarditi cacciati dalla Spagna e di ugonotti perseguitati dalla Francia. Dal 1689 fino alle
guerre napoleoniche, la Francia in teoria ha più risorse dell’Inghilterra: ha
un’agricoltura più ricca, una popolazione quattro volte superiore. Gli inglesi trionfano per la potenza finanziaria
mobilitata da famiglie ebree come i
Medina, Goldsmid, Montagu, Stern,
Rothschild. Cinquantamila ugonotti
emigrati dalla Francia portano a Londra preziose competenze imprenditoriali. Decisiva è la capacità di integrare
gli scozzesi: sono i padri della rivoluzione industriale (l’inventore del motore a vapore James Watts, il fondatore
del pensiero economico Adam Smith),
e sono il nerbo dell’esercito imperiale.
La svolta negativa nelle fortune britanniche si verifica in India. Alla prima fase della colonizzazione — rapace ma
tollerante dei costumi locali — subentra nell’Ottocento l’affermarsi di un
movimento evangelico dedito al proselitismo cristiano, bigotto, puritano e
razzista. Le élite indiane si sentono discriminate rispetto a quelle delle colo-
GLI STATI UNITI
Il loro dinamismo economico
e la capacità d’innovazione
attraggono cervelli e talenti
da ogni parte del mondo
Dopo l’11 settembre 2001
affiora sempre più
la tentazione dell’intolleranza
nie bianche (Canada, Australia, Nuova
Zelanda) a cui vengono concesse le libertà politiche. Nel Novecento sia la
Germania che il Giappone tentano di
spodestare la Gran Bretagna ma falliscono. «Nessuna società fondata sulla
purezza razziale, sulla pulizia etnica o
sul dogmatismo religioso è mai riuscita a dominare il mondo», osserva Amy
Chua.
Sono invece gli Stati Uniti a sostituire la Gran Bretagna, anche nel ruolo di
“Nessuna società
fondata sulla purezza
razziale o la pulizia
etnica è mai riuscita
a dominare ”
calamita dei talenti cosmopoliti. Nel
1816 l’America ha 8,5 milioni di abitanti, la Russia 51 milioni. Nel 1950 gli americani sono diventati 150 milioni, i russi solo 109 milioni. È grazie agli scienziati ebrei in fuga dalla Germania nazista e dall’Italia fascista che l’America
conquista per prima l’arma nucleare.
Fino ai nostri giorni il dinamismo economico e la capacità di innovazione
degli Stati Uniti devono molto al drenaggio dei cervelli dal Vecchio continente e dall’Asia. Il 52 per cento delle
nuove aziende che nascono nella Silicon Valley californiana hanno un fondatore straniero: l’ungherese Andy
Grove alla Intel, l’indiano Vinod Khosla
alla Sun Microsystems, il cinese Jerry
Yang a Yahoo, il russo Sergey Brin a
Google. Dopo l’11 settembre 2001 i segnali di eccessiva “dilatazione” dell’iperpotenza americana si moltiplicano.
In parallelo affiora la tentazione dell’intolleranza, del ripiegamento: un segnale premonitore della decadenza.
La Cina si appresta a superare gli Stati Uniti in molti indicatori di potenza
economica. «Ma può sorpassarli anche
nella tolleranza strategica?» si chiede
Amy Chua. La sua risposta è sfumata:
non ancora, e non questa Cina. Per
quanto stia attirando frotte di manager
stranieri, e un prezioso flusso di ritorno
della propria diaspora qualificata, la
Repubblica popolare non è pronta a diventare una terra di immigrazione di
talenti. Non ha definito una identità cinese così aperta e inclusiva da potervi
accogliere altre etnie. E finché rimane
«un regime autoritario noto per schiacciare il dissenso» non potrà resuscitare
l’appeal cosmopolita che ebbero la dinastia Tang e il Khublai Khan. Nella sua
ricerca degli ingredienti per l’Impero
Perfetto del Ventunesimo secolo, Hu
Jintao dovrebbe aggiungere la democrazia e i diritti umani fra i temi dei
prossimi seminari. A porte aperte.
IL QUADRO
In queste pagine, un’opera
dell’architetto britannico C. R. Cockerell
(1788-1863). Il dipinto ad acquerello
si intitola Il sogno del professore
ed è datato 1848. Cockerell ha voluto
riassumere gli stili architettonici
dell’Occidente attraverso i millenni
(Pubblicato per gentile concessione
della Royal Academy of Arts, di Londra)
Repubblica Nazionale
44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
la lettura
Retroscena
DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008
John e Bob Kennedy, leader dell’America anni Sessanta;
Frederick Vanderbilt Field, miliardario amico di Castro;
Edgar Hoover, potente capo dell’Fbi. E al centro
del labirinto lei, l’attrice bellissima e “facile”. Il libro
“Compagna Marilyn” racconta senza veli la sua vita
e la sua morte: ne pubblichiamo il capitolo finale
Marilyn,
pasionaria rossa
tra politici,
mafiosi e spie
MARIO LA FERLA
Q
uel maledetto luglio del 1962 se ne stava
andando accompagnato da un caldo opprimente. Chiusa nella sua casa di
Brentwood, Marilyn non si era del tutto
ripresa dallo shock per le violenze subite
durante l’agguato nell’appartamento
del Cal-Neva Lodge di Las Vegas. Il suo corpo portava
ancora i segni delle torture inflittele dai manigoldi agli
ordini di Sam Giancana, sotto lo sguardo distante di
Frank Sinatra. [...] Ciò che le faceva più male era il pensiero di aver subìto quell’attentato proprio dalle persone dalle quali mai si sarebbe aspettata un trattamento tanto cattivo e violento. Provava una delusione bruciante e feroce.
Aveva riflettuto a lungo, soprattutto nelle interminabili notti insonni, sui motivi che avevano spinto i
suoi amici a impartirle quel trattamento tanto malvagio. [...] Un pomeriggio che l’Fbi indicò come quello del primo agosto, le aveva telefonato Bobby. Era felice, quando sentiva la sua voce, almeno lui la chiamava ancora, nonostante quel brusco addio della
notte del 29 maggio. Ma Bobby aveva fretta, voleva
soltanto ricordarle l’impegno: non parlare con nessuno dei loro rapporti e non confidare i segreti suoi e
di suo fratello. Solo allora Marilyn, in un momento di
lucidità, aveva capito che la causa del suo incubo erano i fratelli Kennedy, i suoi amanti più illustri. Per la
prima volta, aveva avuto la visione esatta di chi fossero veramente. E aveva tremato. Però era riuscita ad
avere un’impennata di orgoglio, l’ultima della sua vita. Per la sera del 1° agosto aveva ricevuto da Bobby un
invito a cena, in un ristorante di Los Angeles, per festeggiare Peter Lawford e sua moglie Patricia. Sarebbe stata presente anche la moglie di Bob, un evento
straordinario. Al suo amante perduto aveva inviato
un telegramma: «Cari procuratore generale e signora, sarei stata felicissima di accettare il vostro invito in
onore di Pat e di Peter. Purtroppo sono impegnata in
una manifestazione per la difesa dei diritti delle minoranze e appartengo alle ultime stelle che rimangono legate alla terra. Poiché, in fondo, tutto ciò che rivendichiamo, è il nostro diritto a scintillare. Marilyn
Monroe». Quando, infine, Lawford l’aveva invitata
per la sera del 4 agosto alla serata organizzata nella sua
villa sulla spiaggia di Santa Monica, Marilyn gli aveva
risposto al telefono: «Non ci pensare nemmeno! Non
ci sarò. Perché dovrei venire? Perché mi passino dall’uno all’altro come un pezzo di carne?! Ne ho avuto
abbastanza. Non voglio più che si servano di me.
Frank, Bobby, tuo cognato il presidente». [...]
La storia ricorda che il mese di luglio 1962 ha rappresentato un momento di tensione allarmante per
l’America e il mondo intero. Era il periodo dei pericolosi confronti tra l’Occidente e il mondo comunista.
L’Unione sovietica aveva dichiarato che avrebbe difeso la Cina da qualsiasi aggressione. Gli americani
avevano iniziato a morire in Vietnam. I rapporti con
Fidel Castro erano pessimi, nel momento in cui maggiore era l’appoggio del Cremlino a Cuba. Miseramente erano finiti tutti i tentativi della Cia, e dei boss
di Cosa nostra, di eliminare il Lider maximo, mettendogli veleno nei cibi del suo ristorante abituale, all’Avana. E nel test di quel mese, la Casa Bianca aveva dato ordine di detonare una serie di bombe nucleari tecnologicamente avanzate. Qualcuno ha scritto che
mai, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, il
mondo si era trovato, come in quel luglio, sul precipizio di un nuovo conflitto.
«La colpa è dei comunisti!», aveva ammonito Edgar
Hoover, «e di tutti coloro che hanno collaborato alla
loro infiltrazione nei punti strategici della politica
americana». L’allarme di Hoover era arrivato anche
alla Casa Bianca, accolto da una sensazione di pericolo reale. [...] Edgar Hoover si preparava a raccogliere i frutti del suo allarmismo. [...] Adesso poteva sferrare il suo attacco finale alla Casa Bianca. Sembrava
incredibile, ma il direttore dell’Fbi, proprio nel mo-
mento di maggiore difficoltà dei vertici politici degli
Stati Uniti, continuava una guerra personale contro
il suo nemico, rappresentato da una famosa, imprudente, svagata, attrice di Hollywood. Hoover era convinto che Marilyn rappresentava ormai un pericolo,
vero e reale, per la sicurezza dell’America. Aveva carpito i segreti dai suoi amanti, e quei segreti erano stati svelati a Frederick Vanderbilt Field. Le indagini degli agenti federali di Washington e Mexico City avevano accertato che il “miliardario rosso” era amico di
Fidel Castro, conosciuto a Cuba. Il Lider maximo e il
bisnipote del commodoro avevano fraternizzato,
trovando molti punti in comune nella loro visione politica internazionale. In particolare, per quanto riguardava i rapporti tra gli Stati Uniti e Cuba, Vanderbilt aveva confidato a Fidel il suo totale disprezzo per
il governo americano, colpevole di avere appoggiato
il dittatore Batista.
Secondo l’Fbi, il «miliardario nato con la camicia»
lavorava su due fronti caldi, l’Urss e Cuba. La sua attività di spia aveva subìto un’autentica impennata a
partire dal febbraio 1962: era stato Vanderbilt Field
ad avvertire Fidel Castro che effettivamente, come
lui aveva temuto, la Cia con la collaborazione di Cosa nostra stava preparando un attentato per farlo
fuori allo scopo di rimettere le mani su Cuba. Non solo, ma era stato ancora lui a riferire a Castro i retroscena del fallito attacco alla Baia dei Porci, con i particolari del coinvolgimento della Casa Bianca. Risultava inoltre che Frederick aveva svelato ai suoi com-
Il “Dossier 105” dell’Fbi
rivelava a tutti
gli addetti ai lavori come
il presidente e suo fratello
fossero stati colti
con le mani nel sacco
pagni di Mosca, attraverso il segretario d’ambasciata Vassili Zubilin, i piani riservatissimi del programma nucleare americano. In poco tempo, Vanderbilt
Field era riuscito, dalla sua casa di Mexico City, a fornire notizie importantissime ai suoi amici a Mosca e
all’Avana. L’Fbi aveva registrato tutto. Missili, attentati, sbarchi clandestini, bombe atomiche, piani di
invasione nel sud-est asiatico e altri segreti fondamentali per la sicurezza dell’America, erano stati
confidati dal presidente e dal ministro della Giustizia a Marilyn, a letto, tra un amplesso e l’altro, mentre i due focosi fratelli ne volevano ancora e lei, invitante e civetta, chiedeva di più. Lei offriva sesso, loro
ricambiavano con segreti di Stato che lei passava al
suo amante miliardario e “rosso”. L’una e gli altri,
senza pensarci troppo, senza remore e ripensamen-
ti, senza una briciola di dubbio o di sospetto. Serenamente, beatamente, spensieratamente, come studenti di un college che fanno all’amore per la
prima volta.
Ma Hoover aveva deciso che era
arrivato il giorno del giudizio. Marilyn, la spia bionda, avrebbe pagato il
prezzo delle sue colpe. I Kennedy, finalmente, sarebbero stati informati compiutamente sulla vera identità della loro
amante. Sapevano, o credevano di conoscere, tutto di lei. Che era stata l’amante di mafiosi importanti e di scalzacani qualsiasi, che aveva avuto relazioni con donne, che aveva messo
piede per la prima volta negli studios non negandosi a vecchi e capricciosi produttori. Sapevano di lei
che era diventata inaffidabile, da quando ripeteva
con monotona ossessione di voler sollevare uno
scandalo nazionale raccontando ai giornalisti le loro storie d’amore segrete. Ma che fosse una spia al
servizio dei comunisti e che fosse diventata l’amante del miliardario Vanderbilt Field al quale aveva riferito i loro segreti da passare a Mosca e a Cuba, questo non se l’aspettavano proprio. E quando lo avevano saputo, Jack e Bobby erano rimasti di ghiaccio.
Non soltanto perché avevano conosciuto un risvolto sconvolgente della personalità della donna con la
quale si erano sollazzati credendola una bambola
fragile e disponibile, ma anche perché di questo
umiliante retroscena erano stati informati gli altri
enti di Stato. Per colpa di Marilyn, stavano correndo
il rischio di diventare gli zimbelli del mondo politico
degli Stati Uniti.
Il 26 luglio, la divisione di Intelligence nazionale
dell’Fbi, cioè il dipartimento del Controspionaggio,
aveva trasmesso un dossier alla Casa Bianca, al Dipartimento di Stato, al ministero della Giustizia e,
per conoscenza, alla direzione della Cia dov’era intanto arrivato il repubblicano John McCone. Il documento di 500 pagine era contrassegnato dal numero “105”, codice attribuito a “questioni di intelligence estera” e fino ad allora tenuto segreto come
“B1”. Questa sigla si riferiva ai documenti dei servizi segreti riguardanti questioni di sicurezza nazionale. Il “dossier 105” conteneva una voluminosa ed
esplosiva relazione su quanto aveva detto e fatto
Marilyn Monroe negli ultimi mesi, in particolare i
retroscena del suo soggiorno in Messico. C’era tutta la storia della Monroe, raccontata da Edgar Hoover in prima persona. S’era voluto togliere lo sfizio
di scriverlo lui, sulla sua macchina da scrivere personale, quel romanzo messo insieme con le notizie
raccolte in lunghi anni di inchieste e ricerche. E di
manipolazioni diaboliche. [...]
All’ultimo momento, Hoover aveva inserito nel
“dossier 105” un’altra informativa. Risaliva a tre giorni prima. Il 23 luglio, due federali avevano informato
il Bureau che la Monroe, a Città del Messico, aveva
parlato con Vanderbilt Field anche di un altro incontro con il presidente: «Ha detto di aver pranzato nella residenza di Peter Lawford con il presidente John
Kennedy solo pochi giorni prima, alla fine di gennaio.
Era molto compiaciuta, poiché aveva fatto al presidente moltissime domande di contenuto sociale riguardanti la moralità dei test atomici». Ai suoi amici
dell’“American Communist Group in Mexico”, la
Monroe aveva raccontato tutto quello che i Kennedy
le avevano svelato sull’argomento, anche quello che
sarebbe avvenuto di lì a pochi mesi. In luglio, ci sarebbe stata la prima detonazione di una bomba H sul
territorio degli Stati Uniti, e altri test sarebbero seguiti al primo. E aveva precisato che Robert Kennedy,
con il presidente del “Joint Chiefs” al suo fianco,
avrebbe presenziato a uno di quei test.
Il dossier di Edgar Hoover aveva avuto un effetto
deflagrante. Incredulità, sconforto, preoccupazione, paura: questi i sentimenti provocati dal “dossier
Repubblica Nazionale
DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008
SUL SET
Una foto di scena di Marilyn
Monroe scattata nel 1957
sul set del film
Il principe e la ballerina
FOTO EYEDEA
IL LIBRO
Compagna Marilyn di Mario La Ferla è pubblicato da Stampa
Alternativa/Nuovi Equilibri (310 pagine, 15 euro) e sarà in libreria nel corso
della prossima settimana. Il libro, a quarantasei anni dalla morte, punta
a completare il ritratto di Marilyn Monroe gettando luce, grazie a nuovi
documenti dell’Fbi, sull’ultimo segmento della sua tormentata esistenza
È la storia della celebre attrice di Hollywood che, grazie ai suoi legami
con John e Bob Kennedy, conosce alcuni segreti politici e militari
degli Stati Uniti e li passa ai compagni comunisti rifugiati in Messico
Vero, falso? La risposta non c’è, ma c’è la certezza che questo ruolo
da novella Mata Hari le fu cucito addosso dal capo dell’Fbi Edgar Hoover
per usarla come arma di ricatto verso i Kennedy
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45
105” in chi lo aveva ricevuto. Alla Cia, il direttore repubblicano John McCone mostrava, in pubblico,
rammarico e inquietudine. In privato, con i suoi amici petrolieri, se la rideva di gusto. Non era mai successo che un presidente degli Stati Uniti e il ministro della Giustizia suo fratello, fossero stati così platealmente e in maniera patetica colti con le mani nel sacco.
Anche al dipartimento di Stato, dove quasi tutti erano schierati con i Kennedy, regnavano stupore e malinconia. Spiegata in poche parole, i vertici politici degli Stati Uniti erano stati gabbati da una famosa attrice, che prima se li era portati a letto, li aveva fatti parlare sulle cose segrete dello Stato, e poi aveva spifferato tutto a una combriccola di spie comuniste guidate dal miliardario bisnipote del commodoro
Cornelius Vanderbilt. La situazione appariva talmente tragicomica che anche gli amici non sapevano se ridere o piangere.
I due fratelli avevano deciso di reagire. Avevano già
interrotto il rapporto con Marilyn, ma il pericolo di altre rivelazioni non era stato scongiurato. Chi poteva
assicurare che quella pazza non avrebbe davvero
convocato la conferenza stampa tanto minacciata,
per sollevare un putiferio internazionale? In quel momento, Jack e Bobby avevano due nemici da combattere: Marilyn Monroe ed Edgar Hoover. Avrebbero
dovuto neutralizzarli, per evitare che circolassero altre indiscrezioni e che fossero distribuiti altri dossier.
Hoover era inattaccabile, protetto dalla gabbia d’acciaio costruita attorno a sé. Se soltanto avessero provato a sfiorarlo, sarebbero rimasti travolti da una gigantesca tempesta di fango. Restava Marilyn.
Il presidente aveva preparato un piano che prevedeva un altro incontro con Marilyn. Bobby l’aveva
bocciato: dopo poche ore sarebbero stati informati
da quella vipera di Hoover che l’abboccamento tra il
presidente e la sua amante comunista era stato registrato e sistemato in archivio. Secondo Bobby, sarebbe stato meno insidioso agire alla luce del sole. Hoover non si sarebbe meravigliato più di tanto, se avesse registrato un altro suo incontro con Marilyn. Risultava che erano ancora amanti. [...] Così i Kennedy,
confortati anche dal consiglio di famiglia, avevano
optato per un appuntamento che Bobby avrebbe
proposto a Marilyn. [...] La regia dell’“ultimo incontro” era stata affidata a Peter Lawford. Il cognato aveva pensato a un incontro intimo, ma non troppo.
Confidenziale, più che altro. Ma nemmeno troppo
segreto. Quindi era stato scelto un ristorante, di quelli eleganti e discreti, dalle parti di Sunset Boulevard.
L’appuntamento era per cena, al ristorante italiano
“La Scala”. Lawford aveva incominciato a raccontare
in giro che i rapporti di Marilyn con la Fox erano compromessi e che lei, disperata, aveva chiesto aiuto al
suo amico Bob Kennedy. Veramente, aveva spiegato
Lawford, non era stata direttamente Marilyn a chia-
mare il ministro a
Washington. Della cosa si era occupata la sua
addetta stampa, Patricia
Newcomb.
Così, la sera di venerdì 3 agosto, a un tavolo della “Scala”, insieme con Marilyn erano seduti Robert
Kennedy, Peter Lawford e Patricia Newcomb. I federali che registravano l’evento
avevano fatto notare al loro direttore che l’attrice aveva gli occhi lucidi, come fosse ubriaca o
drogata. Parlava a stento, la testa ciondolava da
una parte all’altra. I suoi commensali parlavano, lei
non riusciva nemmeno ad ascoltarli. L’impressione,
riferita a Hoover, era che quei tre stessero sottoponendo la Monroe a una specie di processo. Ma l’imputata sembrava completamente assente. [...] Il
“processo” si era concluso a notte alta, quando ormai
il ristorante era vuoto e Marilyn non in grado di reggersi in piedi. I suoi compagni di cena l’avevano accompagnata a casa con l’auto di Lawford.
Il giorno dopo, sabato 4 agosto, Marilyn si era ripresa dalla sbornia della sera prima. E aveva ricostruito con lucidità quell’incredibile cena. Era stata
minacciata, non c’erano dubbi. «O te ne stai zitta per
il resto dei tuoi giorni o saranno guai grossi!». Con infantile presunzione, rifiutava quella lezione. Aveva
deciso di passare all’attacco, con una mossa che si rivelerà disastrosa, e l’ultima della sua vita. Per lunedì
6 agosto aveva convocato alcuni giornalisti suoi amici di Los Angeles in un albergo di Hollywood. Marilyn
avrebbe tenuto una conferenza stampa sul tema: «Io
e i Kennedy». Anche alcune reti televisive avevano assicurato la loro presenza. La voce di quell’iniziativa
aveva fatto il giro di Hollywood in poche ore. La notizia era rimbalzata fino a Washington. [...]
La conferenza stampa di lunedì 6 agosto fu rinviata all’ultimo momento. Era stato Sidney Skolsky, importante giornalista di Hollywood, ad avvertire i suoi
colleghi. Per domenica aveva appuntamento con
Marilyn al ristorante dello Schwab’s Drugstore di
Hollywood per un’amichevole chiacchierata.
Avrebbero parlato soprattutto del progetto di un
film che Marilyn aveva in mente di realizzare sulla vita della sua attrice preferita, Jean Harlow. Non vedendola arrivare, aveva telefonato alla sua villa ricevendo la notizia della sua morte. Marilyn aveva finito di parlare e di mettere nei guai la gente importante. L’avevano trattata male anche questa volta come
già a Las Vegas Frank Sinatra e Sam Giancana con gli
scagnozzi della mafia. Soltanto che quella volta, era
per avvertirla. Stavolta, era per sempre. Dean Martin
commentò: «Marilyn è morta a trentasei anni. Meglio così. Sarebbe stata contenta anche lei, se soltanto avesse avuto il tempo di salutare un po’ di gente».
Addio a tutto, a Hollywood e ai suoi studios, ai mariti e ai chissà quanti amanti, alla madre pazza e al padre che non c’era mai stato, al dolce e vile Frank Sinatra, al suo psichiatra di cui non aveva mai intuito
la doppiezza, a Yves Montand che l’aveva amata fino a quando il partito comunista non l’aveva richiamato all’ordine, ad Arthur Miller marito troppo intelligente e troppo egoista. Addio agli amatissimi
Jack e Bobby, incantevoli compagni di notti troppo
brevi e odiosi nemici delle ultime ore. Addio agli attori famosi e alle comparse sconosciute e disperate
com’era stata lei da giovane, a Joan Crawford vipera
vendicativa e alla divina Greta Garbo, al delizioso
Truman Capote, al geloso Joe Di Maggio. Addio anche a quelle canaglie di Sam Giancana e Joe Rosselli
e a tutti quei gangster che l’avevano esibita come un
trofeo di caccia, addio ai cantanti e agli scrittori che
faranno la storia della “Beat generation”, addio agli
amici comunisti sparsi per le città e i villaggi messicani a caccia di avventure e di segreti da inviare a Mosca e all’Avana. Addio anche al Messico, amato e fatale. Adiòs. [...]
©2007 Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri
Repubblica Nazionale
46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008
Cento anni fa nasceva la grande attrice
romana. Tra le iniziative in cantiere
per ricordarla, il libro “Anna
sconosciuta”, a cura del figlio Luca e di Matilde Hochkofler, da cui
è tratto lo scritto inedito che qui riportiamo. E che conferma
il profilo di una donna indipendente, altera, volitiva,
con una qualità-difetto che le rese la vita
SPETTACOLI
difficile: una disperata voglia di verità
IL FOTOROMANZO
La sequenza (a destra)
si riferisce a un fotoromanzo
francese, del 1960 a cui lavorò
anche Paolo Stoppa. La lettera
a fondo pagina fu scritta da Anna Magnani
a Bette Davis prima di ripartire da New York
nel 1953. Qui sotto, il volto della attrice
su una locandina della Bolero Film
Tutte le foto e i documenti
di queste pagine sono stati
concessi da Cristina
e Luigi Vaccarella
Anna
Magnani
Repubblica Nazionale
DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47
IL CENTENARIO
Molti i festeggiamenti per il centenario della nascita di Anna Magnani. La Zecca
di Stato emetterà una moneta, le Poste italiane metteranno in vendita un francobollo
Luca Magnani sta approntando il primo sito internet ufficiale dedicato alla madre
Il 7 marzo sarà in libreria la ristampa aggiornata della biografia Nannarella
di Giancarlo Governi, edizioni minimum fax (250 pagine, 16 euro) e lo stesso giorno
la Casa del cinema di Roma organizzerà una giornata dedicata all’attrice
Tra maggio e settembre uno spettacolo teatrale itinerante debutterà al Teatro Valle
di Roma. Sempre a maggio sarà allestita la rassegna itinerante Anna Magnani
e i giovani. In giugno una mostra fotografica, Ciao Anna, alla Mole Vanvitelliana
di Ancona. Un museo sarà inaugurato a luglio a Furore, in provincia di Salerno
SELVAGGIO È IL VENTO
LA FRANCIA
LA ROSA TATUATA
IL DRAMMA
Anna Magnani e Anthony Franciosa
sulla locandina americana di Selvaggio
è il vento, il film di George Cukor del 1957
Anthony Quinn e Anna Magnani
sulla locandina francese di Selvaggio
è il vento, secondo film della trilogia Usa
Burt Lancaster e Anna Magnani
nella locandina americana de La rosa
tatuata, diretto da Daniel Mann nel 1955
La giovane Anna Magnani sulla copertina
della rivista Il dramma del marzo 1934
l’anno del suo debutto al cinema
“Non ho mai tradito la mia gente”
L
GIUSEPPE VIDETTI
ROMA
a strada che da Roma corre verso sud, lungo un mare
che non si svela mai, esplode di mimose. Chiome verdi spruzzate di giallo che si allargano all’orizzonte con
l’estro di un quadro impressionista. E più ci si avvicina al Circeo più diventano invadenti nell’arrampicata verso San
Felice, fin sotto la montagna che nasconde il piccolo cimitero in
salita, con le tombe rivolte verso il mare, che finalmente si mostra
con tutti i suoi colori, pronto per un’altra estate. Dall’ultima cappella sotto la rupe, piastrellata Vietri e con una finestrella che si
spalanca sui campi di mimosa, il golfo sembra una cartolina. Il vetro che protegge il sarcofago porta scritto: «A mia madre Anna Magnani che ha lottato e mi ha difeso con la sapienza della prudenza… 26 settembre 1973». Aveva sessantacinque anni, quando
morì nella città dov’era nata il 7 marzo del 1908, cento anni fa. A
Roma, perché tanto romana era che Eduardo De Filippo scrisse:
«Sono caduti gli occhi di Nannarella, che seguivano le camminate lente, sfiduciate, ogni passo perduto della povera gente. Tutti i
selciati di Roma hanno strillato. Le pietre del mondo li hanno uditi». La villa al Circeo non fu un capriccio da diva, ma il riparo dalla
celebrità; dalla città, quando diventava invadente. Il lusso di potersi godere il mare che amava tanto («Anna verrà col suo modo di
guardarci dentro, dimmi quando questa guerra finirà, noi che abbiamo un mondo da cambiare, noi che ci emozioniamo ancora
davanti al mare», le canterà Pino Daniele) e di concedersi qualche
settimana d’intimità con un bambino, poi ragazzo, poi uomo, che
vedeva troppo poco.
Luca porta con orgoglio e discrezione il cognome di sua madre.
Ha sessantacinque anni, lo stesso bellissimo viso del papà, Massimo Serato, che ad Anna, ancora sposata al regista Goffredo Alessandrini, insieme al dramma dell’addio lasciò quell’unico figlio.
È un architetto, il mondo del cinema non lo ha mai attratto. «Seguivo pochissimo mia madre sul set. Quell’ambiente, soprattutto da ragazzo, non mi piaceva, pieno di gente che si bacia e si abbraccia, poi si pugnala alle spalle». Della mamma non ha mai voluto assecondare miti e leggende. Dice l’essenziale, non indora e
non colora, racconta di due vite cui per sorte toccò sempre, accanto a un colpo di fortuna, una disgrazia: «Ci separammo prestissimo. Io andai in Svizzera all’età di quattro anni, per curarmi.
Vivevo presso una famiglia di italiani in una sorta di affidamento.
Tornavo a casa d’estate e qualche volta per Natale. Non che lei mi
trascurasse, ma le mie cure richiedevano un notevole impegno
economico, quindi o lavorava o faceva la madre, non c’erano vie
di mezzo. Quando rientrai a Roma, nel ‘57, avevo quindici anni.
Non eravamo abituati uno all’altra; lei ad avere un figlio, io ad avere una madre. Così mi sistemai in un appartamento accanto al
suo. Anche in questo, mia madre ha precorso i tempi».
Fosse un’attrice del nostro tempo, sarebbe intrigante, bellissima, l’emblema della donna moderna, indipendente, altera, volitiva. Allora era unica, e il neorealismo non avrebbe potuto fare a
meno dei suoi occhi vigili e tristi, dei capelli senza permanente,
«ciocche disordinatamente assolute» nelle parole di Pasolini, delle risate sarcastiche e amare. «I primi ricordi sono legati alla casa
di via Amba Aradam: i nostri giri col cavallo Banana quando ancora Roma era una città a misura di calesse», racconta Luca, i gomiti incollati al tecnigrafo del suo studio, la testa tra le mani. «Sono nato in un periodo difficile, nel ‘42, in un’Italia disastrata: bombardamenti, rappresaglie, miseria. Mia madre era una privilegiata, ma non c’era da scialare, era ancora una celebrità locale, un’attrice di rivista. E con la mia nascita, le cose si complicarono». Una
notte la chiamano al Quattro Fontane, Luca ha la febbre alta. Il medico la rincuora, sarà un’influenza. Ma poi capisce che il piccolo
non muove le gambe. Ha la polio, e in quell’Italia senza risorse curarlo è pressoché impossibile. «Pensi a quanto fosse difficile sessant’anni fa per una donna, un’attrice, avere un bambino fuori dal
matrimonio, e per di più malato. Fu un periodo durissimo che affrontò in maniera eccezionale. Oggi mi rendo conto del valore di
mia madre, una donna sola in una società maschile e maschilista,
con la capacità, la lucidità di gestire la sua vita: ha lavorato, ha guadagnato, ha investito per assicurarmi almeno la tranquillità economica».
In occasione del centenario della nascita, Luca ha sentito il bisogno di scrivere una biografia definitiva. Con la complicità di Matilde Hochkofler, che ha già realizzato vari progetti legati alla Magnani, sta mettendo a punto il libro Anna sconosciuta, da pubblicare a fine anno. «Sarà una storia basata su inequivocabili fonti documentarie», spiega. Copioni, più di centocinquanta soggetti che
le sono stati proposti, progetti mai realizzati e soprattutto, ed è
un’assoluta novità, la vastissima corrispondenza che ha tenuto in
L’attrice Anna Magnani
fotografata con il figlio
Luca da bambino
Per gentile concessione
di Luca Magnani
e delle Edizioni Interculturali
Le bestie non sbagliano
ANNA MAGNANI
evo confessare che davanti a questo primo foglio che dà inizio alla
storia della mia vita, resto alquanto perplessa. Forse scrivere è meno
facile di quello che sembra. Ci proverò. E per non venir meno a quello che è stato il principio della mia vita, non dirò bugie, quello che racconto è la
verità. Non ho avuto in quello che ho fatto in vita mia che due ambizioni: essere
pulita moralmente, e dire sempre la verità. Ma la verità è stata un lusso, procurandomi non poche noie e la fama di donna dal carattere impossibile. Devo anche dire che questo non mi ha molto impressionata, non solo dal giorno in cui
ero qualcuno, ma sempre. Sono sempre stata vera, non ho fatto mai il minimo
sforzo per sembrare un’altra. Le bestie vivono secondo natura e non sbagliano
quasi mai. Ho trasportato questa teoria nel campo degli uomini. Anche questa
è la verità, non ho mai avuto ambizioni di nessun genere, non sono mai stata invidiosa né del successo, né delle ricchezze altrui. Ho sempre camminato nella
vita per sentire in me la gioia di una continua metamorfosi, di un continuo studio di quello che era il mio lavoro e, oserei dire, di un continuo perfezionamento della donna che era in me. Ma la donna, quella che nessuno, dico nessuno, conosce non è mai cambiata, mai! Piena di difetti, tanti, ma piena di timori, piena
di smarrimenti, gli stessi che ho oggi dopo una dura, durissima vita, li avevo a dieci anni. E questo trauma è la cosa che amo di più in me. Le stesse violenze, le stesse reazioni per una disillusione o per una commozione. È strano che mentre come attrice è stato un continuo osservarmi, nella vita non ho fatto niente di tutto
questo. Solo che, come donna, ho pagato, tanto! Ma non me ne pento. La vita val
la pena di essere vissuta in qualunque maniera, felici o no. Non si può riuscire in
tutto. Ho cercato di fare amare la verità al pubblico col mio lavoro, ma mi è stato
più difficile farla amare come donna, anzi devo dire che in questo ho avuto un
vero insuccesso. È nella vita che bisogna saper recitare, me ne sono accorta tardi, altrimenti gli altri ti guardano come si guarda una pazza, ma io non ho mai saputo recitare, ho sempre vissuto anche quando lavoravo».
Tratto da Anna sconosciuta
di Luca Magnani e Matilde Hochkofler di prossima pubblicazione
«D
trent’anni con protagonisti dello spettacolo e della cultura: Marcel L’Herbier, Rossellini, Visconti, Zavattini, Tennessee Williams,
Anthony Franciosa. La Hochkofler sta vagliando il materiale nella sua casa di San Lorenzo, non lontano da dove fu girata la scenamadre di Roma città aperta. «Ci sono lati della personalità dell’attrice che ancora il pubblico non conosce», dice. «Al di là del carattere burrascoso, degli improvvisi scoppi di gioia, la ruzza, come la
chiamava lei, Anna aveva momenti di grande malinconia e desiderio di solitudine. Stupisce che quell’artista dalla vita scapigliata avesse tempo e voglia di occuparsi dei dettagli, la casa, l’arredamento, i cani. Ho persino trovato le ricevute della rimessa di
Porta Metronia, dove teneva il cavallo Banana». «Mia madre era
una persona molto raffinata», aggiunge Luca, «amava le cose belle, aveva buon gusto. E insieme era semplice, schietta, sobria.
Quando andavamo in giro per Roma, c’erano il vetturino o il tassista che la apostrofavano, “Nannarè, come va?”, come se parlassero alla vicina di casa. Lei rispondeva, “Ciao nì”, e iniziava un dialogo che durava per tutto il tragitto. Questa era mia madre. Magnani the magnificent, come la chiamò Bette Davis».
Luigi e Cristina Vaccarella, padre e figlia, lui negli Usa per lavoro, lei per frequentare l’Actor’s Studio, appassionati di neorealismo, hanno raccolto in varie università e fondazioni d’America
una vasta documentazione sull’attrice, parte della quale è confluita in Anna Magnani: la mia corrispondenza americana (Edizioni Interculturali). Nel loro archivio privato hanno anche l’originale della lettera scritta da New York a Bette Davis nel 1953:
«…Cara cara grande Bette, siete così umana e io mi sento molto
vicina a voi, mi sento molto simile a voi come donna. Come artista voi sapete cosa siete per me. Difendete sempre la vostra arte,
difendete sempre la vostra libertà artistica contro tutto e contro
tutti. Solo così si è se stessi e, nel vostro caso, solo così si è una grande attrice».
La scoperta dell’America, nei primi anni Cinquanta, portò
scompiglio e agitazione in casa Magnani. Luca ricorda ancora i
preparativi per la partenza, la cura maniacale nella scelta delle cose da portare — la macchinetta del caffè, prima di tutto. «Odiava
volare, ogni volta che doveva prendere l’aereo scriveva un testamento. Quando andò a Mosca e Stalingrado per le rappresentazioni della Lupa, nel 1965, preferì il treno, due giorni in carrozza
con tutta la compagnia. Dall’America tornava sempre carica di
bauli. Comprò un barbecue, con i forchettoni e i guantoni e tutti
gli accessori, che ancora conservo. L’America era un altro mondo.
Noi avevamo la ghiacciaia di zinco, loro il frigorifero con lo sportello come quello di una Cadillac. Ma la sua casa era Roma. Tennessee Williams le fece delle proposte per uno spettacolo teatrale, lei rifiutò. Due anni senza mai tornare… inconcepibile».
Dagli Stati Uniti, Anna Magnani portò anche un Oscar, vinto
con il primo film della trilogia americana, La rosa tatuata; tanti
amici, come Bette Davis e Tennessee Williams; inevitabili rivali,
come Brando che rimase intimidito dalla sua bravura girando Pelle di serpente; e qualche amore, come il giovane Anthony Franciosa, conosciuto sul set di Selvaggio è il vento. «Il cinema italiano
era niente negli Usa prima di Roma città aperta, il film che fece conoscere mia madre oltreoceano», spiega Luca. «Ma La rosa tatuata fu una consacrazione, il lancio a livello internazionale. L’Oscar
invece un boomerang, le portò gioie e amarezze. Da quel momento diventò troppo importante, quasi irraggiungibile per i nostri registi. Nel mondo del cinema, anche nei Sessanta, le attrici
erano legate alla figura di un uomo potente — il produttore, il regista, l’amante. Mamma, al contrario, dagli uomini, anche da alcuni suoi compagni, è stata usata. Lei, anche professionalmente,
era sola».
Quella ostinata indipendenza le costò il ruolo di protagonista
nella Ciociara, che andò a una troppo giovane Sophia Loren, e
probabilmente un secondo Oscar. «Mia madre non faceva vita
mondana, lei stessa non frequentava molto il mondo del cinema»,
conclude Luca. «Aveva i suoi ritmi, i suoi cani, i suoi gatti, le case,
quella di Roma e la villa al Circeo, gli amici: era molto legata a Suso Cecchi D’Amico, a Franco Monicelli, fratello di Mario, a Elsa De
Giorgi, a Tennessee Williams, che quando era in Italia non mancava di farle visita». Anna diceva: «Tennessee e io siamo amici perché siamo due mostri», e quando gli scriveva iniziava sempre con
«Buffone mio adorato». Lui la venerava: «È un lampo tra le nuvole, inafferrabile come un’ombra. C’è un fremito attorno a lei, una
tensione scoperta. È la più grande attrice vivente».
Il testamento la Magnani cominciò a dettarlo, quasi per scaramanzia, nel corso di tante interviste. E, leggenda vuole, che per ultimo lo sussurrasse a Rossellini, il più puro di tutti i suoi amori, anche se ingeneroso come gli altri: «Quando muoio, quando la gente pensa a me, deve sapere che la Magnani non gli ha mentito. Deve essere sicura che la Magnani non l’ha mai tradita, e che la Magnani non ha mai tradito se stessa».
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48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008
i sapori
Rossa, forte, l’uva “sanguis Jovis” (sangiovese) che caratterizza
le doc di quest’area della Toscana, patria del re dei vini (insieme
al piemontese Barolo), è apprezzata ormai dai grandi maestri
dell’enologia internazionale. Degustare un bicchiere di Brunello
Bere bene
è un piacere irrinunciabile: approfittate del prossimo weekend
al top
Ne “I vini d’Italia 2008”
dell’Espresso, Ernesto
Gentili e Fabio Vizzari
posizionano cinque
Brunelli Riserva
sopra i 18/20, menzione
per lo strepitoso
Case Basse Riserva 2001
di Gianfranco Soldera,
che si chiama fuori
dalle guide
Case Basse
Riserva 2001
Soldera
Brunello di Montalcino
Riserva 2001
Canalicchio di Sopra
Brunello di Montalcino
Riserva 2001
Il Poggione
Dieci ettari di vigna, niente chimica,
filtraggi, lieviti aggiuntiper il Brunello
culto che riposa cinque anni in botti
di Slavonia prima della bottiglia
Viole e amarene al naso, profonda
eleganza al palato. Etichetta
disegnata da Piero Leddi
I nipoti del fondatore dell’azienda,
Primo Pacenti, hanno realizzato
una Riserva attraente
e mascalzona. Sapido e grintoso,
si è guadagnato 91/100
nella superguida americana
Wine Spectator
Più di un secolo di storia
per questa azienda agricola
di boschi, oliveti, campi seminati
e vigne. Rispettosa della natura
la lavorazione delle uve, da cui
si ricava un Brunello d’antàn,
serio, che profuma di bacche
Brunello di Montalcino
Riserva 1999
Poggio al Vento Col d’Orcia
Brunello di Montalcino
Riserva 2001
Collosorbo
Brunello di Montalcino
Riserva 2001
Piancornello
Grande la Riserva 1999
di una delle cantine
più importanti della zona
Più setoso che muscolare, dotato
di una freschezza che promette
longevità, ha un bel color rubino
e riesce fine, ampio, complesso
Storia lunghissima per la proprietà
della famiglia Ciacci, 180 ettari
di suolo di origine vulcanica, ricco
di ferro. Dal sangiovese grosso
si ha un Brunello severo
e compiuto, profumi intensi,
persistenza vigorosa
Il meglio di sempre, per questa
giovane casa vinicola alloggiata
a sud di Montalcino. La Riserva
2001, prodotta in cinquemila
bottiglie, somma sensualità
a spigliatezza, nitidezza e frutti rossi,
sentori ricchi, buona lunghezza
itinerari
Montalcino (Si)
Il “Monte dei lecci” (leccino) di etimologia latina,
tra Siena e il monte Amiata, assomma poco più
di cinquemila abitanti e oltre duecentomila turisti,
che ogni anno fanno visita a uno dei borghi vinicoli
più famosi del mondo
DOVE DORMIRE
DOVE MANGIARE
DOVE COMPRARE
VECCHIA OLIVIERA
Via Landi 1
Porta Cerbaia
Tel. 0577-846028
Doppia da 120 euro
colazione inclusa
TAVERNA DEI BARBI
Fattoria dei Barbi
Località Podernovi
Tel. 0577-847117
Chiuso mercoledì
menù da 30 euro
ENOTECA FRANCI
Piazzale Fortezza 5
Tel. 0577-848191
IL GIGLIO
Via Saloni 5
Tel. 0577-848167
Doppia da 119 euro
colazione inclusa
BOCCON DIVINO
Loc. Colombaio Tozzi
Tel.0577-848233
Chiuso martedì
menù da 35 euro
DEI CAPITANI
Via Lapini 6
Tel. 0577-847227
Doppia da 110 euro
colazione inclusa
CASTELLO BANFI
Sant’Angelo Scalo
Poggio alle Mura
Tel.0577-816054
Aperto la sera, chiuso
domenica e lunedì,
menù da 60 euro
AL BRUNELLO
DI MONTALCINO
S.p. Traversa dei Monti
Tel. 0577-849304
Doppia da 150 euro
colazione inclusa
BED & BREAKFAST
PORTA CASTELLANA
Via S. Lucia
Tel. 0577-839001
Doppia da 75 euro
colazione inclusa
LA FORTEZZA
DI MONTALCINO
Piazzale Fortezza
Tel. 0577-849211
LES BARRIQUES
Via Bellaria 10
Tel.0577-8484145
BACCHUS
Via Matteotti 15
Tel. 0577-847054
ALLE LOGGE
DI PIAZZA
Piazza del Popolo 1
Tel. 0577-846186
POGGIO ANTICO
Località Poggio Antico
Tel. 0577-849200
Chiuso domenica
sera e lunedì
menù da 55 euro
OSTERIA
DEL GALLETTO
Località Camigliano
Tel. 0577-839045
Chiuso martedì
menù da 35 euro
Potete fidarvi
non fa capricci
LICIA GRANELLO
otere dell’uva. Rossa e forte, impregnata degli umori della terra che la genera.
Tra Siena e il monte Amiata, il sangiovese, signore e padrone della campagna
toscana, genera il suo figlio più celebrato, ammirato e degustato nei bicchieri di tutto il mondo; festeggiato, nel prossimo fine settimana, con il rituale più
antico e glorioso: assaggiando in anteprima le bottiglie dell’annata pret-àporter. Il sanguis Jovis è uva antica e umorale, ingannevole ed esigente, falsamente ubiquitaria. Se i suoi acini caratterizzano quasi duecento disciplinari di doc, con
oltre ottantamila ettari coltivati da una parte all’altra d’Italia — prima per quantità tra le
cultivar — metterla tutta sola in bottiglia è una bella sfida. Non a caso, i vicini di casa del
Chiantishire, come l’hanno ribattezzato gli inglesi, fin dai tempi del barone Ricasoli, due
secoli fa, ne hanno smussato ruvidezze e capricci “corrompendolo” con uve più malleabili come il canaiolo e il colorino. Allo stesso modo, i maestri dell’enologia internazionale hanno chiesto di volta in volta la complicità di merlot e cabernet sauvignon, syrah e petit verdot per i loro grandi supertuscan.
Ma i senesi del sud sono gente ruvida, tosta, pervicace, paziente. E il sangiovese grosso che cresce nella loro campagna, detto Brunello, ne ha assorbito le qualità migliori. È
nato così, senza marketing aggressivo, né forzature enologiche, il vino che contende al
barolo il trono di Re dei vini. I due, il piemontese e il toscano, molto si somigliano per storico, tenace attaccamento alla terra di appartenenza, filosofia di lavorazione, tipologia di
estimatori. Vini più austeri che ammiccanti, più malinconici che solari, intriganti senza
smodatezze, perfetti per dare del tu a piatti che altri rossi non reggerebbero mai.
Il Brunello, merito del vicino Chiantishire con le sue nicchie di mondanità e di guizzi
nobiliari, è più modaiolo dell’amico-rivale. Lo bevono, con pubbliche dichiarazioni d’amore, Bill Clinton e Gerhard Schroeder, Saul Bellow e Anthony Hopkins, Sharon Stone e
P
Brunello
Il libro
Sarà in libreria il 26 febbraio per Baldini Castoldi
Dalai (384 pagine con 40 tavole a colori, 20 euro),
Io e Brunello, libro autobiografico di Ezio Rivella,
l’enologo piemontese che ha portato il Brunello
di Montalcino sulla passerella del made in Italy
L’autore, per nove anni presidente
dell’Associazione Mondiale Enologi, racconta
la sua avventura dall’arrivo in Toscana
negli anni Sessanta ai successi mondiali
di “Castello Banfi”
Bruce Springsteen, ma anche Bono degli U2 e Antonio Tabucchi. Poi ci sono gli artisti, che
al Brunello hanno dedicato il disegno trasformato in una delle “formelle”, che celebrano
la nuova annata nel cuore del borgo, in una sorta di incrocio tra una hall of fame e il muretto di Alassio: Ottavio Missoni, Oliviero Toscani, Fernando Botero.
L’unica, piccola tristezza di Re Brunello riguarda il suo territorio, se è vero che a fronte
di oltre sette milioni di bottiglie prodotte l’amministrazione è in perenne affanno economico. Perché uno dei comuni più estesi d’Italia poco si giova della presenza di tanti
prestigiosi produttori vinicoli, a causa della bassissima tassazione delle imprese agricole, che prescinde da fama e fatturati. In compenso, alto e forte è il tasso di integrazione sociale. Oltre il dieci per cento dei cinquemila residenti, infatti, è straniero, con ben quarantaquattro nazionalità rappresentate. Tra cantine, vigne ed enoteche, lavorano macedoni e algerini, albanesi e indiani. Il resto, è dentro le bottiglie e nei piatti che le affiancano: carni rosse, formaggi, funghi, tartufi, selvaggina. Se poi ne avanzate un bicchiere, regalatevi un dopo cena rilassato: tra una chiacchiera e una buona lettura, lo scoprirete
compagno impareggiabile e ispiratore di sogni meravigliosi.
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DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 49
L’appuntamento
Weekend festaiolo a Montalcino, dove venerdì
la cena di gala al Castello di Poggio alle Mura
inaugura l’edizione 2008 di Benvenuto Brunello
In programma la degustazione in anteprima
dell’annata 2003, con i produttori impegnati
a raccontare le loro bottiglie, e l’assegnazione
del “Leccio d’Oro”. Tra i premiati, Massimo Bottura
de La Francescana, l’osteria Bru.Sta di Tokyo
e l’enoteca Costantini di Roma
Un successo
nato dall’amore
per la terra
7 milioni
EZIO RIVELLA
Le bottiglie di Brunello
prodotte ogni anno
M
120 milioni
Il fatturato (in euro)
della produzione di Brunello
250
Il totale dei produttori
di Brunello
2mila
Gli ettari di vigna
coltivati per il Brunello
olte storie hanno al loro interno
un momento topico, che funge
da spartiacque degli eventi: senza scomodare la Bibbia con il Diluvio
Universale, in tempi a noi più prossimi
questo ruolo è stato dato al 1989, con la
caduta del Muro di Berlino e l’avvio del
processo di nuova globalizzazione dei
mercati.
Anche il Brunello e, conseguentemente l’intera area territoriale di Montalcino,
ha il suo: è il 1995, l’anno del grande successo, l’anno in cui quel vino cessa di essere solo un prodotto e diviene un’icona.
Guardando alla produzione enologica
internazionale, infatti, nessuno può negare che il Brunello di Montalcino da un
certo momento in poi sia divenuto un vino che ha avuto successo. Anzi, che ha
avuto un successo unico, per dimensioni
e qualità. Ma perché è riuscito dove altri
hanno fallito?
Innanzitutto svestiamoci di un po’ di
mitologia: il Brunello non è diventato
quello che è perché è un vino oggettivamente migliore di tutti gli altri.
Questa affermazione non ha davvero
alcun senso: sarebbe come dire che Picasso è un pittore di successo perché è
più bravo di tutti i pittori della propria
epoca e di quelli che lo hanno preceduto.
Dire, insomma, che il Brunello è il vino
oggettivamente migliore di tutti è una tesi semplicistica. Ciò non toglie, naturalmente, che sia un ottimo vino, che berlo
regali un’esperienza superiore a tanti altri vini e, soprattutto, sensibilmente differente, tanto che non a tutti piace (pur
restando sempre un ottimo vino!).
Giocando un po’ sul filo del paradosso,
possiamo dire che il Brunello ha tanto
successo anche perché è un vino costoso.
Agli esperti è ben noto, infatti, che un
prezzo elevato concorre significativamente al successo di un prodotto: dal lato dell’immagine, perché l’alto prezzo
sostiene l’idea che il prodotto abbia un
che di speciale ed esclusivo (nel senso letterale di «non per tutti»); dal lato produttivo, perché disporre di margini economici positivi significa poter spendere in
qualità, e la qualità non si fa arrangiandosi. Gli enormi investimenti necessari
per tenere vive le produzioni sul mercato, per installare e mantenere delle coltivazioni di vigneti che producano uve pregiatissime, per costruire cantine ben fatte, dotate dei necessari recipienti in legno, per fare confezioni di prodotto che
reggano la prova del tempo e via dicendo,
possono essere sostenuti solo se si dispone di grandi somme proprie, o si reinvestono i margini guadagnati con la vendita. Nel Brunello questo circolo economico virtuoso funziona. Tuttavia, penserà
qualche attento lettore, queste condizioni economiche possono esserci anche in
altre parti d’Italia e del mondo: perché
proprio con il Brunello il gioco ha funzionato così bene?
La risposta è semplice: la terra non è
tutta uguale, in quella parte di Toscana è
la più adatta per il sangiovese e quel territorio, nel suo complesso, ha da sempre
una speciale vocazione per fornire un vino di carattere, che abbia una struttura
tale da reggere nel tempo e possa essere
conservato per molti anni.
La vocazione di un territorio la fanno la
terra e le condizioni climatiche, certo, ma
anche gli uomini che lo abitano e lo vivono. Fra questi, a Montalcino, un posto di
rilievo lo rivestono certamente i Biondi
Santi: produttori storici della zona, in
tempi molto lontani dal «vino-fashion»
di oggi, avevano una delle poche aziende,
forse l’unica in Italia, a mettere in vendita una serie di annate che risalivano addirittura alla fine dell’Ottocento.
Questo amore per un certo tipo di produzione, presente a Montalcino e non altrove, servì a conferire al Brunello la fama
di vino che resiste anche a cento anni dalla vendemmia.
Non è, questa, una cosa da poco: se il vino è un prodotto differente dagli altri anche per via della ritualità e della leggendarietà che lo circondano, poter disporre
di un prodotto capace di giocare la partita della degustazione «centenaria» è certamente uno dei motivi per il quale il Brunello è assurto al ruolo di icona e ha avuto il successo che sappiamo.
Tratto dal libro “Io e Brunello”
edito da Baldini Castoldi Dalai
Repubblica Nazionale
50 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008
le tendenze
Look officina
Inventato nel 1920 da Thayaht, artista amico di Boccioni
e Carrà, e oggi celebrato in una mostra a Prato,
il “pezzo unico a T” che si diffuse come abito da lavoro
lungo tutto il secolo, torna in passerella in mille variabili
di tessuto e colore, debutta nel guardaroba maschile
e si prepara a nuovi successi di stagione
JACARANDA CARACCIOLO FALCK
orreva l’anno 1920 quando il futurista Thayaht, al secolo Ernesto Michaelles, nella sua continua ricerca di un universo nuovo, decise di inventare un innovativo capo di abbigliamento. L’artista, amico di Carrà e Boccioni, voleva
qualcosa che fosse funzionale ed elegante al tempo stesso, ma che si distaccasse dai civettuoli abiti dell’epoca. Nacque così la prima tuta, ovvero un abito pezzo unico, di cotone, con le maniche a T. Il progetto dell’artista venne pubblicato dal quotidiano La Nazione con tanto di cartamodello per il fai-da-te: il successo fu immediato.
Da allora è passato quasi un secolo. E mentre il Museo del Tessuto di Prato dedica a Thayaht e alle sue opere una
grande retrospettiva (Thayaht. Un artista alle origini del made in Italy, fino al 14 aprile) e un concorso, aperto ai giovani talenti,
per creare la tuta del futuro, ecco che il pezzo unico, all-in-one, fa il suo ritorno sulle passerelle di tutto il mondo, da Parigi a New
York. Pronto ad essere indossato, sia dagli uomini sia dalle donne, in campagna come in ufficio.
Certo non è la prima volta che il jumpsuit o l’overall, come lo chiamano gli inglesi, quell’indumento rivoluzionario che dopo
essere stato acclamato dai futuristi divenne simbolo del lavoro in fabbrica, viene rielaborato dai grandi della moda. Accadde già
nel 1968 quando, reduce dall’aver conquistato il pubblico con i suoi androgini e sensuali smoking, l’allora giovane stilista algeri-
C
Dai futuristi alle fabbriche
e ora vestono le top model
ELASTICITÀ
Tuta-abito Sum Cat Suit
della collezione Puma
È in cotone, ha quattro
tasche, gli straps
in elastan regolabili
e la chiusura in vita
IL BULLONE
I bozzetti riprodotti
in queste pagine
(varie categorie di operai)
sono stati disegnati
da Tat’jana
Georgievna Bruni
per il balletto Il bullone
di Dimitrij Šostakoviç
presentato al Teatro
statale d’Opera
di Leningrado nel 1931
no Yves Saint Laurent conquistò la ribalta con una serie di jumpsuit. Tute di eleganza minimal, per lo più nere, che nel giro di poche stagioni sbarcarono anche negli Stati Uniti dove divennero un cult. Tanto che nel 1975 la prestigiosa rivista Timededicò al fenomeno un lungo articolo intitolato «Overall chic». Nel quale si raccontava come le donne americane avessero letteralmente perso la testa per quel nuovo e inusuale capo d’abbigliamento che permetteva loro di essere sofisticate senza doversi scervellare su
cosa abbinare a gonna e pantaloni. Un paio d’anni più tardi la tuta subì una nuova trasformazione. E, riveduta e corretta nei materiali, super attillata e brillante, divenne il simbolo dei mitici anni di Grease e de La febbre del sabato sera.
La tuta dell’estate 2008, però, è molto diversa dalle sue antenate. Innanzitutto per la prima volta sembra aver fatto il suo ingresso
anche nel guardaroba maschile. Un esempio? Colletto da camicia, maniche corte, taschino a sinistra e coulisse in vita, la versione lanciata da Prada, declinata in mille materiali diversi, dalla lana alla seta stampata, si indossa in tutte le occasioni. Altrettanto
versatili sono i modelli da donna. C’è la proposta romantica, di chiffon a fiori, firmata da Stella McCartney e quella hippy-chic, di
cotone a righe con ricami marocchini, di Nicole Farhi. La scelta minimal, in seta beige con spalline a canottiera di Versace (che la
stilista ha scelto come immagine simbolo dell’ultima campagna pubblicitaria) e quella punk, in lino nero cerato, da indossare
con i tacchi spillo di Givenchy. E ancora: la versione micro, in seta grigia, firmata Emporio Armani, e quella da super sera, con corpetto stile impero e pantaloni a sbuffo, di Loewe. C’è una tuta per tutte, insomma, perché tutte hanno diritto a una tuta.
RICCI E SBUFFI
IN VOLO
A VISTA
DA PESCA
GUERRIERA
Taglio
vagamente
impero
per il modello
proposto
da Anna Molinari
In seta nera
con scollo
arricciato
e pantaloni
con scesa
a sbuffo
Riprende
con tocco
“gentile”
le tute usate
un tempo
dagli aviatori
la versione
casual firmata
Belstaff
Con tasche
e maniche
lunghe
Anche l’uomo
sceglie la tuta:
quella
di Energie
è nera,
ha le maniche
corte e si porta
sbottonata
sul davanti
magari
con T-shirt
a vista
Hugo Boss
propone
la tuta
in versione
maniche
a palloncino
e pantaloni
alla pescatora
Realizzata
in jersey color
carta
da zucchero
Mood un po'
punk per la tuta
aggressiva,
in lino nero
cerato, lanciata
da Givenchy
Da portare
con borsa
e scarpe
ton sur ton
Effetto
guerriera
Repubblica Nazionale
DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 51
FUOCO E FIAMME
FAVOLOSI SIXTIES
Cotone rosso ketchup,
maniche e pantaloncini
corti per un look
mozzafiato
Firmato Nolita
Tornano di moda gli anni
Sessanta con il jumpsuit
ridottissimo di Pepe
jeans. Realizzato
in tela denim leggera
con bottoncini davanti
e funzioni primarie dell’abito o i riciclaggi ornamentali della mo- Osr, reparto di confino ribattezzato dai comunisti Officina Stella Rossa.
da sono tutto e sono nulla rispetto all’idea del corpo. E così nella Rimane impresso nella memoria del giovane Fassino il tormentone del
primissima iconografia gli operai non erano vestiti, ma nudi: co- leggendario capo operaio Giovanni Battista Santhià: «Mai smentiese
me i santi in certe pitture sacre o gli eroi nei monumenti ai caduti della (dimenticare): la situasiùn a l’è qula ch’a l’è. I quàder (i quadri) a sun cui
Grande guerra. Solo che loro sollevavano al cielo attrezzi da lavoro, pa- che sun; per fa la rivolusiùn ai venta (occorre) tanta pasiensa!».
E d’accordo che gli anni passano, e ogni cosa di norma si dissolve nelle, falci, aste, martelli e non di rado dal polso gli pendeva una catena,
spezzata. Sul piano della metafora, evidentemente, le tute erano con- le sue forme meno prevedibili, ma sembra folle e perfino sarcastico che
siderate poco opportune. Se ne vedono tuttavia nelle foto d’inizio No- tutto questo possa oggi commutarsi, o rispecchiarsi, o anche solo rievecento, ma si tratta per lo più di grembiuloni allacciati in vita. Giacche cheggiare nei laboratori degli stilisti. L’Italia dell’emigrazione operaia.
scure e corpetti con bretelle arrivano più tardi, come testimoniano gli Canta Sergio Endrigo: «Dal treno che viene dal sud discendono uomioperai a braccia conserte di quella celebre istantanea che dà conto de- ni cupi/ che hanno in tasca la speranza/ ma i cuori sentono che…». Così come cantano questi endecasillabi di Italo Calvino su una giovane
gli scioperi nelle grandi fabbriche del nord contro la guerra.
A giudicare dalla raccolta illustrata di Edoardo Novelli, C’era una vol- coppia di operai: «Erano sposi, lei si alzava all’alba,/ prendeva il tram,
ta il Pci (Editori riuniti, 2000), la prima e ufficiale tuta blu compare sul- tornava al suo lavoro;/ lui aveva il turno che finisce all’alba;/ entrava in
letto, e lei n’era già fuola tessera comunista nel
ri./ Soltanto un bacio
1952. È un omino che miin fretta posso darti,/
nacciosamente sta per
bere un caffè tenendocalare giù un martellone.
ti per mano».
Non molto tempo dopo il
La notte di Natale del
grafico Albe Steiner gli
1968, con l’elmetto da
tinge di blu pure il volto.
metallurgico in testa,
Quanti operai, da allora,
Paolo VI la trascorre
quante tute da lavoro
con gli operai degli alaffollano l’immaginario
tiforni di Taranto. I preitaliano del secolo scorFILIPPO
CECCARELLI
ti operai. I consigli opeso. Gli eccidi di piazza:
rai. Il mangiare operaio
in abiti da lavoro portano sulle spalle la bara di uno dei caduti di Modena. Il mito del so- e i suoi contenitori, la “gamella”, la “schisetta”, il cibo raffermo. Alla
cialismo reale, ed ecco un’altra immagine tratta da L’Italia del No- metà degli anni Settanta Altan disegna Cipputi (che all’inizio si chiavecento. La fotografia e la storia (di Gabriele D’Autilia, Giovanni mava Gibboni o Cipputo): con gli occhiali da miope e il cappello alla roDe Luna e Luca Crescenti, Einaudi, 2006): sette operai in fila, ognu- vescia, dalla tasca dei pantaloni gli cala un fazzoletto rosso, mentre i
no con una lettera sul petto, formano la scritta: «W STALIN». E an- guanti sono gialli come nei personaggi di Walt Disney. La fabbrica è sicora, o anche, Firenze, Pasqua 1954: si celebra messa con le mae- curamente la Fiat, ma lui è lombardo. È siciliano invece Gasparazzo, l’ostranze nel cortile del Nuovo Pignone, la fabbrica occupata che il con- peraio-massa creato da Roberto Zamarin su Lotta continua. Ha la scopte Marinotti vuole chiudere e che di lì a poco il “sindaco santo” La Pira pola in testa e la salopette, quasi non parla. Intanto Gian Maria Volontè
riuscirà a far comprare a Enrico Mattei su onirico suggerimento della prende a calci la Mucca Carolina ne La classe operaia va in paradiso e
Mimì metallurgico è ferito nell’onore. Spezzoni di storia e di memoria.
Madonna o dello Spirito Santo.
Era una tuta blu di eccelso rango letterario il Faussone de La chiave a Potere operaio, «poteve opevaio», poi anche «godere operaio». Spezzostella di Primo Levi. Ma era un vero operaio il verniciatore Pautasso che ni di storia. Guido Rossa riverso nella sua macchina. Sangue operaio.
licenziato per ragioni politiche campava smontando le attrezzature dei Berlinguer a Mirafiori. Gli operai che bloccano il Festival di Sanremo e
circhi equestri fino a quando non si buttò avvilito nelle acque del Po. L’o- Pippo Baudo che li fa salire sul palco dell’Ariston. E con la moda della tuzio matto e disperatissimo nell’Officina sussidiaria ricambi della Fiat, ta da lavoro sembra quasi, o perfino, un cerchio che si chiude.
L
Lo stilista spoglia l’operaio
è il sarcasmo della storia
MAPPE
GRAN GALA
GITA AL MARE
QUASI MILITARE
L’IMPIEGATO
EFFETTO PIUMA
Mappe nautiche
con le rotte
e il giro dei venti
stampate
su denim scuro,
così il giovane
uomo in tuta
di Miyake
affronta
tutti i giorni
gli impegni
metropolitani
Decisamente
elegante
il modello
in seta beige
con maniche
lunghe e cintura
alta in vita,
di Versace
Riprende
il look
dei mitici
Seventies
Bianca, leggera
perfetta
per una gita
al mare: ecco
la micro tuta
proposta
da C.P Company
Da abbinare
a scarpe
estivissime
con alta
zeppa
Look militare
ma in color
grigio antracite,
firmato
Sportmax
La nuova tuta
ha maniche
a tre quarti
e taschine
frontali
Prevista
la cintura
Per Dolce
& Gabbana
la tuta, tinta unita
e piena
di tasche,
si porta
bene anche
in ufficio
Sotto: camicia
e cravatta
dello stesso
colore
Tuta in organza
di seta crema,
con applicazione
di stampa
fumetto
anch’essa
in organza
Completano
il look
top in seta
leggera a costine
e sottile cintura
Repubblica Nazionale
52 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008
l’incontro
È nata in Venezuela ventotto anni fa,
ma dopo pochi mesi era a Torino
Ha giocato a pallacanestro, studiato
filosofia e teatro ed è consapevole
della sua applaudita bellezza
Al cinema è arrivata
quasi per caso e oggi
pensa soprattutto
al lavoro. È spaventata
dall’idea di “essere
solo una meteora”,
vorrebbe essere meno
timida e continua
a vestirsi di nero per passare
inosservata. Ma la sua paura
più grande resta la solitudine
Giovani dive
Valeria Solarino
ll’inizio, senza gli occhiali scuri ai quali ci ha
abituati, sembra una ragazza spaventata. Alla fine si scoprirà che non è così. Però bisogna sempre cominciare da un’impressione. Valeria Solarino attraversa la casa sfiorando i muri con la schiena, prepara il caffè con la cura di chi non vuole fare rumore con tazzine e cucchiaini,
nascosta dentro i jeans molto larghi e
una camicia da uomo a righe sottili nere e blu. Vasco, un flat coated retriver di
tre anni, le mette in grembo un pneumatico da tir in miniatura con l’ostinazione allegra di un bambino che si è affezionato al gioco e vorrebbe ripeterlo
all’infinito. Dal suo punto di vista ha
ragione. Come può credere che la sua
padrona faccia sul serio quando lo allontana accarezzandolo sulla testa con
quella voce che più che a un ordine assomiglia al tono di una preghiera?
In cucina lei si appoggia al lavello,
sminuzza parole mentre prende il cabaret e la zuccheriera. Ritagli di vita.
«Sono nata in Venezuela, il posto si
chiama El Moro de Barcellona. Sono
venuta via che avevo pochi mesi. Mio
padre è ingegnere, viaggiava molto.
Prima la Sicilia, poi Torino». A Torino è
cresciuta come dentro un vaso di marmellata. Nella Torino più vecchia, il
quadrilatero romano, via delle Orfane,
dove la cantilena del dialetto piemontese si mischia agli idiomi del Maghreb
e il vento porta nei dedali del centro
storico il profumo e le grida di mille cucine mischiate. Si stira, si allunga sulle
che sono i miei compiti a casa. Un modo affettuoso per darmi dell’ignorante. Ma lei mi protegge, mi ascolta, mi
consiglia. Sono molto fortunata ad
avere lei». Nessun dolore, finora, nessuna curva sulla strada della vita. Se
non la promessa mancata di qualche
regista che dopo averle offerto un ruolo non si è più fatto sentire. «Lo ammetto. In questo momento il lavoro è il
mio unico pensiero. Gli attori hanno
un ego molto forte. Io penso di continuo al mio futuro. Vorrei una carriera
costante. Temo l’età che va dai trentacinque ai quarantacinque anni, una fase nella quale se non ti rinnovi scompari o ti ritrovi a interpretare sempre lo
stesso personaggio. Ammiro e invidio
l’intelligenza e la bravura di Margherita Buy e Laura Morante. Adoro Claudia
Cardinale. Mi affascina. L’ho incontrata di recente ad un festival. Gentile, te-
Mi piace l’America
Sto seguendo
con interesse
le primarie,
nella sfida tra Hillary
e Obama mi schiero
con Barack Obama
perché è contrario
alla guerra in Iraq
FOTO PHOTONEWS
A
ROMA
dita dei piedi. La camicia e i jeans un
po’ si riempiono della sua carne, dei
polpacci tondi e muscolosi da ex atleta. «Sono un difetto, vero? Sono stata
una discreta giocatrice di pallacanestro e una studentessa di filosofia. Forse avrei voluto insegnare all’università. Forse. Poi mi sono iscritta alla
scuola di teatro dello Stabile diretta da
Mauro Avogadro. Durante il terzo anno ci hanno portati tutti a Milano. Un
provino per il film Fame chimica. Hanno preso me. Sono diventata un’attrice».
Vasco è di nuovo qui. Stringe la sua
gomma tra i denti, si struscia contro chi
trova, solleva la zampa destra verso le
gambe di Valeria. Cerca e riceve un po’
di attenzione. Una carezza sul muso.
«Vai adesso, vai». Vasco va, sarà per poco. «Qualche anno fa ospitai per un
mese il cane di un amico che era partito per una lunga vacanza. Era un pastore tedesco. L’amico si chiama Nicolò, il cane Nero. Decisi allora che prima o poi ne avrei avuto uno tutto mio.
È arrivato lui. Continua a credere di essere un cucciolo».
Abbassa gli occhi scuri. Dentro la
paura c’è ancora. Lei prova a darle tutti i nomi. «Mi spaventa la solitudine.
Una volta ho vinto un piccolo premio,
sono tornata a casa e quando ho aperto la porta mi sono resa conto di non
avere nessuno a cui dedicarlo. Nessuno con cui condividerlo per davvero.
Ho pensato: sarebbe stato meglio non
vincerlo. Mi spaventa l’idea che rischio
di essere una meteora, la possibilità
dell’oblio prematuro, un giorno intero
di applausi e luci spente per il resto della vita. Mi spaventano le settimane, i
mesi, senza un lavoro. Studio inglese,
pago le multe. E sfioro l’infelicità. Mi
spaventa essere qui adesso, dovermi
svelare. E magari deludere, dire soltanto un sacco di cazzate». Può succedere.
Non è sempre grave.
Valeria Solarino ha ventotto anni. È
nata il quattro novembre. È uno scorpione. Assomiglia in modo incredibile
a un’attrice emergente del cinema
francese, Clotilde Hesme. Hanno la
stessa età, la medesima freschezza. La
Signorina F, a differenza di Clotilde, ha
un sorriso forse meno luminoso ma
più intrigante. «Sono timida, ma ci sto
lavorando. Mi ripeto spesso: Valeria,
non credere di essere sempre al centro
dell’attenzione». Mi guida nel suo studio. Si sfila le sneakers nere, si accoccola sul divano e si appoggia alla parete. Prende il caffè amaro, non dice nulla. Aspetta. Sugli scaffali libri di filosofia, locandine di film, dvd. Sulla scrivania tre fotografie in bianconero. Un
bimbo al pianoforte sotto una gigantografia di Che Guevara, un gruppo di
donne di colore che ridono, un ritratto
di Kurt Kobain. Due libri. Chesil beach
di Ian McEvan, Emma di Jane Austen.
«Mia madre…Arriva ogni volta con un
pacco pieno di libri: Valeria, devi leggere questo, e questo, e questo. Dice
nera, spaesata. Avrei voluto abbracciarla. Io ho fatto pochissimo, non so
dire che tipo di attrice sono. Le consiglio di tornare tra qualche anno e rifarmi la domanda. So che vorrei essere
chiamata soltanto da registi bravi, per
esempio Bellocchio, Amelio, Tornatore, Salvatores. Non per vanità, ma per
orgoglio».
Ha le idee chiare. È determinata e
concreta. Razionale. Lei dice di essere
soprattutto semplice. Tra Goethe e
Garcia Marquez sceglie il primo, tra il
cinema americano e quello tedesco
predilige il secondo: «La vita degli altri…un film meraviglioso». Piano piano la paura sta scivolando via. Il sorriso è cambiato. «So bene che quella sul
set non è la vita reale, eppure è l’unica
vita nella quale riesco a togliere i filtri
alle emozioni, quelli che anche inconsapevolmente mi tengo addosso nei
giorni normali. Nella vita vera non riuscirei mai a piangere in mezzo alla strada. Non si fa, mi vergognerei. Sulla scena invece sì. Ogni volta mentre lavoro
scopro qualcosa di me che non conoscevo. Ho pianto quando mi sono rivista in Signorina F, ho pianto davanti a
Quattro minuti, il film di Chris Kraus.
Questo lavoro non è soltanto apparenza, ma impone dei comportamenti.
Quando interpreto un personaggio mi
metto al servizio della sua storia. Gli do
la mia testa e il mio corpo. Ma sono lì
anch’io, con la mia voce, il mio modo di
sentire, la mia storia personale. Sto da
quattro anni con un compagno, Giovanni Veronesi, che fa il regista, ma che
ho scelto come persona, non per il suo
ruolo nel mondo del cinema. Se però
penso a una famiglia, alla prospettiva
di avere figli mi rispondo subito che è
presto, troppo presto. Non si possono
lasciare a casa dei bambini piccoli
mentre tu sei fuori tre mesi per girare
un film. Non ne sarei capace, mi si
strapperebbe il cuore. Per tutto questo
ho bisogno di un’altra vita. Arriverà».
Valeria Solarino è bella. Soprattutto
nello sguardo e nelle mani. Si lamenta
per una cicatrice sul naso e le caviglie
troppo sottili. Nient’altro. Si veste
quasi sempre di nero e porta soltanto
anelli, bracciali e catene d’argento. «I
colori chiari sono troppo appariscenti, l’oro troppo sbriluccicante, volgare.
Cerco di passare inosservata, rasento i
muri, come si dice. So di essere bella
perché ultimamente me lo dicono
molte persone. Sono gli altri a essere il
nostro specchio, anche se mi guardo
da quasi trent’anni. Non ho paura di
invecchiare, spero che succeda bene.
E non penso mai alla morte. Non ancora, forse perché sono troppo giovane. Non prego e non vado in chiesa. Sono un’atea con dei principi morali cristiani. E sono anticlericale, vedo nella
religione il bisogno irrazionale dell’uomo incapace di accettare i propri
limiti terreni».
Ha sempre votato a sinistra, con il
film sulla Fiat e, prima ancora, lavo-
rando con Mimmo Calopresti, ha scoperto gli operai, la fabbrica, gli anni di
piombo. Si è messa dalla parte dei semplici, con la modestia di chi è entrato
nella loro storia senza saperne nulla,
gli occhi spalancati. «Sono io stessa
una persona semplice. In politica vorrei una semplificazione maggiore di
quella che sta avvenendo, temo invece
il vizio del rimescolamento continuo.
Mi piace l’America. Sto seguendo con
interesse le primarie, nella sfida tra
Hillary Clinton e Barack Obama mi
schiero con Obama soprattutto perché
si è dichiarato contrario alla guerra in
Iraq e perché trovo ridicola la candidatura della moglie di un ex presidente rimasto in carica per due mandati».
La sua semplicità sta nella confessione. È dire che sa poco di storia del cinema perché prima di farlo andava soltanto a teatro, che un film è bello o è
brutto, che quando gira è in stato di eccitazione continua, che tra le colleghe
la sua unica vera amica è Jasmine Trinca, che le piace la musica di Allevi e Capossela e poco altro, che non usa l’iPod
perché non sa metterci dentro le canzoni e perché le cuffie la isolano e la
fanno diventare triste. La sua semplicità è dire che ha amato tutte le volte
che lo ha detto e che non potrebbe mai
continuare a stare con un uomo che
non ama più, nonostante il dolore per
la rottura di ciò che si credeva eterno.
Va alla finestra dello studio che si affaccia su questa piccola via dei Parioli.
Guarda giù e dice: «Vorrei essere simpatica, ironica, intelligente. Ce la posso fare?». Forse basta saper guardare.
Succede sempre qualcosa in strada anche nei giorni più stupidi. A volte anche
ciò che si vuole.
‘‘
DARIO CRESTO-DINA
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